SANTIAGO POSTEGUILLO.

LAFRICANO. Parte 1.

Titolo originale: Africanus. El hijo del cnsul.
2014 - EDIZIONI PIEMME. Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Roma, 235 a.C.Il senatore Publio Cornelio Scipione, avido lettore di tragedie greche,  pronto ad assistere a una delle prime rappresentazioni teatrali messe in scena nella capitale. Non sa che quel giorno si sta compiendo la Storia. Perch poco dopo linizio dello spettacolo, un servo arriva a chiamarlo.  nato suo figlio: si chiamer come lui, Publio Cornelio Scipione, ma sar ricordato nei secoli a venire con un altro nome: lAfricano. Luomo destinato a salvare lImpero, e impedire che la civilt romana venga cancellata.
Perch Roma, in quellultimo spicchio del III secolo,  in pericolo. A minacciarla c lesercito pi potente che la capitale dellImpero si sia mai trovata a fronteggiare, guidato da uno dei condottieri pi abili e spietati che la Storia ricordi. Annibale, che col suo esercito di soldati ed elefanti  pronto ad attraversare le Alpi, e a dare alla Storia un corso inimmaginabile.
Tra Scipione e Annibale si consumer una battaglia allultimo sangue. In palio, c il destino di un mondo.
Un nuovo, ricchissimo romanzo storico dallautore pi amato di Spagna, che racconta con maestria narrativa e ritmo irresistibile le gesta di uno dei grandi uomini che hanno fatto la storia dellImpero, e la nostra.

Lautore.
Santiago Posteguillo  nato a Valencia nel 1967. Filologo e linguista, insegna letteratura inglese alluniversit Jaume I.
LAfricano  il suo esordio, primo di una trilogia su Scipione, e ha riscosso uno straordinario successo, inaugurando una grandiosa carriera di scrittore. Piemme ha pubblicato nel 2013 LIspanico, primo episodio di una trilogia successiva, dedicata a Traiano.


LAFRICANO.

Questo romanzo  unopera di fantasia. Personaggi e situazioni sono invenzioni dellautore e hanno lo scopo di conferire veridicit alla narrazione e sono quindi utilizzati in modo fittizio. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse,  puramente casuale.

A Lisa, per tutto,
e soprattutto per Elsa.

Dramatis personae

Publio Cornelio Scipione (padre), console nel 218 a.C. e proconsole in Hispania
Pomponia, moglie di Publio Cornelio
Gneo Cornelio Scipione, fratello di Publio Cornelio; console nel 222 a.C. e proconsole in Hispania
Publio Cornelio Scipione (figlio), lAfricano, figlio di Publio Cornelio e nipote di Gneo Cornelio
Lucio Cornelio Scipione, fratello minore di Publio figlio
Tindaro, pedagogo greco, tutore degli Scipioni
Gaio Lelio, decurione della cavalleria romana
Emilio Paolo (padre), console nel 219 a.C. e nel 216 a.C.
Lucio Emilio Paolo, figlio di Emilio Paolo
Emilia Terza, figlia di Emilio Paolo

Quinto Fabio Massimo (padre), console nel 233 a.C., nel 228 a.C., nel 215 a.C., nel 214 a.C., nel 209 a.C. e censore nel 230 a.C.
Quinto Fabio, figlio di Quinto Fabio Massimo
Marco Porcio Catone, protetto di Quinto Fabio Massimo

Sempronio Longo, console nel 218 a.C.
Gaio Flaminio, console nel 223 e nel 217 a.C.
Terenzio Varrone, console nel 216 a.C.
Gneo Servilio, console nel 217 a.C.
Claudio Marcello, console nel 222 a.C., nel 215 a.C., nel 214 a.C., nel 210 a.C. e nel 208 a.C.
Claudio Nerone, proconsole
Minucio Rufo, capo della cavalleria
Lucio Marcio Settimio, centurione in Hispania
Quinto Trebellio, centurione in Hispania
Mario Giuvenzio Tala, centurione in Hispania
Sesto Digizio, ufficiale della flotta romana
Ilmo, pescatore celtibero
Tito Maccio, attrezzista teatrale, commerciante, legionario
Druso, legionario
Rufo, impresario teatrale
Casca, impresario teatrale
Prassitele, traduttore greco di opere teatrali
Marco, commerciante di tessuti

Amilcare Barca, padre di Annibale, conquistatore cartaginese dellHispania
Asdrubale, genero di Amilcare e suo successore al comando
Annibale Barca, figlio maggiore di Amilcare
Asdrubale Barca, fratello minore di Annibale
Magone Barca, fratello minore di Annibale
Asdrubale Giscone, generale cartaginese
Imilcone, generale durante la battaglia di Canne
Magone, capo della guarnigione di Qart Hadasht
Maarbale, generale in capo della cavalleria cartaginese

Siface, re della Numidia occidentale
Massinissa, numida, generale di cavalleria, figlio di Gala, re della Numidia orientale
Filippo V, re di Macedonia
Filemeno, cittadino di Tarentum
Regolo, ufficiale dei Bruttii
Re di Faro, re deposto dai Romani, consigliere del re Filippo quinto..


Proemio

Ingrata patria, ne ossa quidem mea habes.
[O patria ingrata, non avrai neppure le mie ossa.]
Epitaffio sulla tomba di Scipione lAfricano,
Valerio Massimo, V, 3, 2b

Alla fine del TERZO secolo avanti Cristo, Roma era a un passo dalla distruzione totale, sul punto di essere sconfitta e rasa al suolo dagli eserciti cartaginesi al comando di uno dei migliori strateghi militari di tutti i tempi: Annibale. Nessun generale romano era in grado di piegare questo nemico onnipotente, geniale nellarte della guerra e abile politico, che si spinse fino alle porte della citt sul Tevere dopo avere stretto un accordo con il re Filippo V di Macedonia per annientare Roma e spartire il mondo conosciuto fra le altre due potenze del Mediterraneo: Cartagine e la Macedonia. La storia sarebbe stata scritta dai nemici di Roma e la citt dei sette colli non avrebbe trovato posto sui libri o sugli annali che avrebbero ricordato quella guerra, quel tempo lontano. A Roma sarebbero state dedicate solo poche righe, a ricordare una fiorente citt rinchiusa fra le proprie mura, senza voce nel resto del mondo, senza flotta, senza esercito, senza alleati. Ecco qual era il suo destino inesorabile, finch la dea Fortuna o forse lo stesso Giove Ottimo Massimo o il puro caso intervennero nel divenire degli uomini e delle donne di quel tempo antico e si lev un solo uomo, un uomo imprevisto, che non rientrava nei calcoli dei nemici; un bambino nato in una Roma tumultuosa, pochi anni prima dello scoppio del conflitto bellico pi terribile che la citt si fosse mai trovata ad affrontare; un uomo che presto sarebbe arrivato al grado di tribuno, un giovane ufficiale delle legioni che avrebbe iniziato un cammino sconosciuto e difficile, che molti consideravano sbagliato e che invece cambi per sempre il corso della storia, trasform ci che doveva avvenire in ci che avvenne, scrisse quella che conosciamo come la genesi di un impero e di una civilt secolare. Quel bambino fu battezzato con il nome del suo genitore, Publio Cornelio Scipione, console di Roma durante il primo anno di quella guerra. Le gesta del figlio del console raggiunsero una tale grandezza che il popolo, per distinguerlo dagli altri membri della famiglia, gli Scipioni, gli concesse un soprannome speciale, un appellativo che rimandava a uno dei territori conquistati, guadagnato con estremo coraggio sul campo di battaglia e che lo avrebbe accompagnato fino alla fine dei suoi giorni: lAfricano. Era la prima volta che un generale riceveva un simile onore, dando cos origine a una nuova usanza, ereditata nei secoli a venire da altri consoli di spicco e infine dagli imperatori di Roma. Tanta gloria, per, aliment linvidia.
Questa  la sua storia.

LIBRO PRIMO.
UNA FRAGILE PACE

Vel iniquissimam pacem iustissimo bello anteferrem.
[Preferirei la pi ingiusta delle paci alla pi giusta delle guerre.]
Cicerone, Epistulae ad familiares, VI, 6, 5

1
UN POMERIGGIO A TEATRO

Roma, anno 519 dalla fondazione della citt, 235 a.C.
Il senatore Publio Cornelio Scipione camminava per il Foro. Portava i capelli corti, quasi rasati, comera costume nella sua famiglia. Poco meno che trentenne, avanzava a testa alta, in modo che tutti vedessero il suo viso serio e asciutto, dai lineamenti marcati. Quello sarebbe stato un giorno importante per lui, ma in quel momento i suoi pensieri erano rivolti a un altro avvenimento significativo: Nevio portava in scena la sua prima opera teatrale. Erano trascorsi solo cinque anni dalla prima rappresentazione a Roma, una tragedia di Livio Andronico, a cui il senatore aveva assistito senza esitare. Roma era divisa fra chi considerava il teatro unusanza straniera, disprezzabile, frutto delle influenze greche che alteravano il corso del pensiero e dellarte romana nella loro forma pi pura, e chi invece aveva accolto quelle prime rappresentazioni come un enorme salto in avanti per la vita culturale della citt. Quinto Fabio Massimo, senatore esperto e temuto, di cui tutti parlavano come del futuro console della Repubblica, era fra coloro che osservavano il fenomeno con timore e freddezza. Il senatore Publio Cornelio Scipione, al contrario, avido lettore di opere greche, conoscitore di Menandro e Aristofane, era fra gli appassionati sostenitori del teatro.
Publio Cornelio arriv nei pressi della struttura in legno che gli edili di Roma, incaricati di organizzare le rappresentazioni, facevano costruire periodicamente per ospitare le opere. Quando vide il gran numero di travi che sorreggevano la scena, non pot fare a meno di provare una profonda desolazione. E pensare che tante citt del Mediterraneo vantavano enormi teatri di pietra, costruiti dai Greci e progettati per approfittare al meglio dellacustica della spianata su cui erano edificati. Tarentum, Siracusa, Epidauro. Roma, invece, che pure cresceva con lestendersi del suo potere sul territorio e su un numero sempre maggiore di popoli, per mettere in scena unopera teatrale doveva ricorrere a un misero scenario di legno poco resistente, intorno al quale il pubblico era obbligato a restare in piedi per tutta la durata dello spettacolo, o a sedersi su scomodi sgabelli portati da casa. Per consolarsi, il senatore pensava che almeno ora poteva vedere gli attori in carne e ossa, mentre davano vita ai personaggi che negli ultimi anni aveva conosciuto sulla pagina. Una mano sulla spalla, accompagnata da una voce grave e potente che Publio Cornelio riconobbe subito, interruppe i suoi pensieri.
Ecco il senatore taciturno per eccellenza! Gneo Cornelio Scipione abbracci il fratello con forza. Lo sapevo che ti avrei trovato qui. Avanti, andiamo a vedere questopera teatrale! Sei venuto per questo, no?
Non mi aspettavo di vederti qui.
Fratello mio! Gneo parlava a voce cos alta che tutti intorno a loro potevano sentirlo. Era un colosso alto due metri e non aveva bisogno di farsi largo tra la gente accalcata intorno al palcoscenico. Come per magia, davanti a lui si apriva sempre un varco di un paio di metri. Gneo era pi alto, pi forte e meno serio del fratello e, come dimostrava la pancia incipiente che gli anni di addestramento e gerarchia militare tenevano relativamente a bada, pi incline di lui ai piaceri della gola. Tutto questo gran parlare del teatro il teatro qui, il teatro l Mi son detto, andiamo a vedere che cos questo teatro e Insomma
Insomma cosa?
Per tutti gli di! Quel vecchio lezioso di Fabio Massimo ha dichiarato che la cosa migliore che pu fare un buon romano  non venire a queste rappresentazioni. Giusto quel che ci voleva perch mi decidessi a farlo! Che gli di confondano quello stolto!
Cos  questo che dice Fabio rispose Publio. Interessante. Ora capisco perch c tanta gente. Credo che con le sue parole sia riuscito a portare qui pi persone che mai. Dovremmo fargli i complimenti. Sono sicuro che gli attori saranno felici di queste polemiche. A quanto pare, Fabio Massimo non capisce che se vuoi che qualcosa venga ignorato, la cosa migliore  non parlarne. Immagino che le future generazioni lo impareranno. In ogni caso, me ne rallegro. Quanta pi gente assiste, meglio . Cos forse un giorno Roma avr un teatro degno di rappresentare Aristofane o Sofocle.
Non so. Non credo che questa storia del teatro interesser mai gente sufficiente da far costruire quegli enormi edifici in pietra di cui parli sempre. Se mi dicessi che servono per vedere i gladiatori o i mimi, allora forse Oggi per in effetti c una bella folla concluse Gneo, mentre scrutava dal suo vantaggioso punto di osservazione.
Cos, conversando, i due fratelli entrarono nel recinto teatrale. In pi di unoccasione si era parlato della possibilit di costruire delle gradinate in legno davanti al proscenio, in modo che il pubblico potesse sedersi e godersi comodamente lo spettacolo, ma per il momento erano solo ipotesi. Cerano soltanto alcune panche subito sotto la scena, per le autorit principali della citt, gli edili e qualche senatore.
Sar difficile ottenere una posizione pi centrale. Meglio fermarci qui comment Publio.
Il fratello si gir, lo guard e scosse la testa, come chi perdonerebbe qualunque cosa a qualcuno a cui vuol bene, nonostante abbia torto. Senza altri commenti, Gneo si addentr nella calca, prima gridando qualche ordine e poi, a mano a mano che la ressa aumentava, scostando le persone con spintoni forti e decisi. Avanzava alla ricerca di una sistemazione migliore da cui assistere allo spettacolo, come un tribuno sul campo di battaglia che cerchi la posizione perfetta per la sua unit. Publio camminava nella scia aperta dal fratello. Alcuni soldati infastiditi si ribellarono a quella pioggia di spintoni, ma quando videro stagliarsi davanti a loro la figura imponente di Gneo, con la toga tipica dei patrizi, preferirono far finta di niente e lasciar perdere. Cos, in pochi minuti, Publio e Gneo arrivarono proprio davanti al palcoscenico, dietro le panche delle autorit.
Una volta l, Publio si rivolse al fratello. Grazie. Con la tua estrema delicatezza abbiamo ottenuto senza dubbio unottima posizione. Sempre molto sottile, Gneo. Un politico nato.
Se qualcuno deve diventare console nella nostra famiglia, quello sei tu, lo sai. A me che diano un esercito e mi mettano davanti qualche migliaio di barbari o di Cartaginesi. Cos avr da divertirmi.
Publio non rispose. Chi poteva saperlo, a giudicare dalla piega che stavano prendendo le vicende politiche, forse un giorno si sarebbero trovati davvero davanti un bel po di quei Cartaginesi. Ma non era sicuro che il verbo divertirsi fosse il pi adatto a descrivere la situazione.
Tito Maccio era un giovane di ventanni, orfano, giunto a Roma da Sassina, nel Nord della regione umbra. La zona era caduta sotto il controllo romano alcuni anni prima. Dopo alcune peripezie e non poche sofferenze per le strade di Roma, Tito aveva raggiunto una certa stabilit come addetto allattrezzatura di scena in una delle nuove compagnie teatrali della citt. Il suo lavoro consisteva nellordinare i costumi e tenerli pronti, per passarli agli attori a mano a mano che entravano in scena. Si occupava anche di pulirli prima e dopo ogni rappresentazione e in sostanza di tutto ci che era necessario per lo spettacolo, compreso recitare, se serviva. Dopo aver mendicato per le strade, quella gli sembrava una bella vita. Se ne stava dietro le quinte a osservare gli attori che declamavano e ogni tanto memorizzava le parti che gli piacevano di pi. Tornava utile, soprattutto se doveva sostituire un attore malato o, pi facilmente, cos malconcio per i postumi di una sbronza da non poter calcare le scene.
Quando era entrato nella compagnia, da bambino, si era conquistato subito le simpatie di un anziano liberto di origine greca, che si occupava di tradurre i testi di classici come Euripide, Sofocle, Aristofane o Menandro. Forse in quel piccolo mendicante dallespressione determinata, che lottava per sopravvivere in una citt ostile ai poveri, agli schiavi e a chiunque non fosse romano, il liberto aveva visto riflessa la propria solitudine, quella di chi  in un paese straniero senza famiglia e senza amici. Comunque fosse, laveva preso sotto la propria ala e gli aveva insegnato a leggere prima il latino e poi il greco; e quando la vista del liberto si era indebolita, Tito aveva iniziato a copiare sotto dettatura le sue traduzioni. Prassitele, cos si chiamava, era morto quando Tito aveva solo tredici anni. Un mattino il ragazzo era andato a portargli lacqua per lavarsi, come faceva sempre, e lo aveva trovato a letto, nella stanza che la compagnia affittava per lui. Prassitele era disteso, rilassato, ma aveva gli occhi aperti e non respirava. Tito era rimasto in silenzio accanto al maestro da cui aveva appreso tanto e aveva capito che, pur senza troppe dimostrazioni di affetto, quelluomo gli aveva sempre voluto bene. Allimprovviso si era sentito completamente solo e aveva pensato che mai pi in vita sua avrebbe provato un dolore e una pena simili. Si sbagliava, ma in quel momento non sapeva che cosa gli riservava il futuro.
Armatosi di coraggio per affrontare la situazione, era uscito alla ricerca di Rufo, limpresario della compagnia, che si trovava al Foro a negoziare le rappresentazioni per i Lupercalia, i festeggiamenti della purificazione che si svolgevano a met febbraio. Mancava ancora tempo, ma era meglio concludere gli accordi con le autorit il prima possibile.
Rufo era accanto a due edili di Roma, incaricati dellorganizzazione delle feste, e quando Tito gli era andato incontro aveva finto di non vederlo. Solo dopo dieci lunghi minuti di conversazione con gli edili, si era rivolto al ragazzino, che gli era rimasto accanto come imbambolato, inconsapevole della propria impertinenza, stordito dallaccaduto.
E tu che cosa ci fai al Foro? Perch non sei con il greco a finire la traduzione della commedia di Menandro che vi ho affidato? Non  cos che giustificate lalloggio e il vitto che vi pago.
Tito aveva pensato di rispondere con una serie di improperi, ma dalla sua bocca era uscita solo la semplice e nuda verit.
Prassitele  morto. E senza aspettare istruzioni, era uscito dal Foro e aveva lasciato Rufo a digerire le implicazioni dellaccaduto per il suo futuro economico.
Rufo per era un uomo avvezzo al disastro e alla crudelt. Ritiratosi dallesercito, a quarantanni aveva ucciso, violentato, rubato, combattuto con onore e con disonore sul campo di battaglia e armato di daga nelle pericolose notti romane. Aveva una folta chioma di capelli neri che si ostinava a non ingrigire nonostante let, come se avesse stretto un patto di eterna giovinezza con gli di in cambio di chiss quali servigi. Procedeva sempre come se vacillasse, una figura corpulenta segnata dalle ferite e perennemente accigliata. Parlava latino e un po di greco, ma le sue capacit di lettura erano limitate. Rufo per aveva un dono, quello dellopportunismo. Aveva compreso il richiamo esercitato dalla novit del teatro a Roma e, prima di chiunque altro, aveva riunito attori provenienti da diverse parti della penisola italica, si era assicurato i servizi di Prassitele e aveva fondato una compagnia stabile, che rendeva un buon servizio agli edili di Roma a un prezzo pi che ragionevole per le casse dello Stato. Manteneva nella povert gli attori e gli altri membri della compagnia, ma questo non preoccupava le autorit, finch Rufo avesse rispettato gli accordi sul numero di rappresentazioni e la qualit della messa in scena.
La morte di Prassitele rappresentava un grosso ostacolo nel futuro della compagnia, ma la fortuna a volte  capricciosa e sembra vantarsi di favorire chi meno lo merita. Rufo aveva capito che non cera pi bisogno di traduzioni dal greco come un tempo. Iniziavano a distinguersi autori locali che, con grande soddisfazione sua e delle sue finanze, scrivevano le opere direttamente in latino.
Qualche mese dopo la morte di Prassitele, Rufo aveva chiesto comunque a Tito se si sentiva in grado di tradurre dal greco. Tito ci aveva riflettuto e aveva concluso che s, era in grado, ma aveva risposto subito e con decisione il contrario.
No, mi spiace, non ne sarei capace aveva detto e non era tornato mai pi ad affrontare largomento con Rufo.
Tito aveva visto dovera arrivato Prassitele con il suo greco e non voleva fare la stessa fine. Nella vita ambiva a qualcosa di meglio che tradurre in cambio di un tozzo di pane e una stanza misera, nelle mani di quelluomo crudele e avaro.
Da allora, il ragazzo si era specializzato nelle attrezzature di scena: vestiti, costumi, calzature degli attori, oltre a supervisionare la costruzione del palcoscenico. Curiosamente, sembrava che Rufo attribuisse pi importanza a quel compito che agli sforzi del vecchio greco per tradurre in un latino fluido e corretto. Tito era stupito, sapeva quanto fosse ingiusto, ma si teneva per s le proprie opinioni in quel mondo di pazzi e si adattava a quelle altrui.
Quel pomeriggio del 235 avanti Cristo, veniva messa in scena la prima opera di uno dei nuovi autori che avevano fatto tanto comodo a Rufo: Nevio. Era una tragedia ambientata in Grecia. Tito aveva gi preparato tutto il necessario: parrucche bianche per i personaggi anziani, rosse per gli schiavi, uninfinit di maschere di ogni tipo per le varie situazioni sceniche, e i coturni, gli alti sandali usati per accrescere la statura dei personaggi principali, che in una tragedia sarebbero stati di impersonati da attori e che ovviamente non potevano trovarsi alla stessa altezza degli altri personaggi. Un gran numero di mantelli e tuniche greche completava il guardaroba.
Tutto era pronto. Il pubblico gremiva lo spazio intorno al palcoscenico, il pomeriggio era gradevole e la temperatura mite. Roma stava per godersi una rappresentazione teatrale allaperto.

2
IL PASSAGGIO DELLO STRETTO

Alle Colonne dErcole (Gibilterra), 235 a.C.
Decine di piccole imbarcazioni navigavano lente. Su una di queste, carica di armi da lancio, spade, scudi, qualche cavallo, viveri e soldati, Amilcare dirigeva le operazioni. Accanto a lui, un adolescente di tredici anni, il figlio Annibale, il favorito di Baal, il dio supremo dei Cartaginesi, osservava ammirato.
Amilcare aveva ai suoi ordini un vasto esercito pronto a conquistare lIberia, ma non aveva le navi per trasportarlo. Mesi prima, aveva pregato i suffeti, i due consoli di Cartagine, di far ricostruire la flotta punica, per portare le truppe in Iberia. Questi per si erano rifiutati, seguendo lavvertimento del Consiglio degli Anziani. La grande flotta punica era stata distrutta nel cruento scontro con Roma di qualche anno prima e, fra le altre terribili umiliazioni, Cartagine aveva la proibizione di ricostruirla. Se lo avesse fatto, avevano spiegato i suffeti, Roma lavrebbe considerata una minaccia e nel giro di poche settimane avrebbe dichiarato guerra e attaccato, prima che Cartagine si fosse ripresa dal conflitto precedente.
Il suffeta si era rivolto direttamente ad Amilcare.
Se desideri conquistare lIberia per Cartagine e rafforzare lo Stato con le sue ricchezze, ci ti fa onore, generale, ma quello che chiedi, una flotta per trasportare lesercito,  impossibile. Hai il permesso di tentare la conquista, ma dovrai farlo con altri mezzi.
Amilcare non era un uomo che si lasciasse abbattere facilmente. Aveva combattuto con coraggio contro i Romani in Sicilia, opponendo una tenace resistenza e ostacolando fino allultimo lavanzata delle legioni. In seguito, aveva piegato i mercenari africani che si erano sollevati contro una Cartagine che credevano ormai in declino.
Cos aveva raccolto la sfida dei suffeti. Si era alzato e davanti a tutti i senatori di Cartagine aveva esclamato: Porter lesercito in Iberia e fra meno di un anno le ricchezze di quella terra navigheranno verso Cartagine.
E prima che qualcuno potesse chiedergli come pensava di riuscire in una simile impresa, il generale aveva abbandonato il conclave dei senatori e, scortato da soldati e ufficiali vicini alla sua causa e alla famiglia dei Barca, aveva lasciato la citt.
Per settimane, Amilcare aveva guidato lesercito lungo la costa nord dellAfrica, approvvigionandosi negli insediamenti costieri fedeli a Cartagine. Aveva oltrepassato le montagne e gli stretti valichi, dove aveva resistito agli attacchi delle trib in eterna ribellione a Cartagine. Aveva percorso la costa settentrionale della Numidia e della Mauretania, in una marcia lunga e sfiancante per uomini e animali, finch, due mesi dopo, era arrivato alle Colonne dErcole. Una volta l, aveva contemplato dalla costa africana le spiagge del Sud dellIberia. A separarlo da quella terra cera uno stretto di acque infuriate, che misurava appena venti o trenta chilometri1. In poche settimane Amilcare aveva radunato tutte le barche da pesca degli insediamenti vicini e aveva ordinato di costruire piccole zattere e chiatte da trasporto. Non si trattava di fabbricare navi da guerra, ma di disporre di piccoli mezzi che facessero avanti e indietro per qualche giorno, portando ogni volta armi, soldati, animali e viveri. Sarebbe stato un compito noioso, lento e molto pericoloso. Soprattutto sarebbe stato difficile imbarcare le decine delefanti che il cartaginese portava con s.
Amilcare fu il primo a toccare terra. Dopo di lui vennero il suo cavallo e alcuni soldati, che iniziarono a scaricare ci che portavano sulla chiatta: grano, dardi, lance, scudi. La scena davanti ai loro occhi era impressionante. Il mare era punteggiato da centinaia di imbarcazioni che si avvicinavano alla costa. Le onde infuriavano con violenza. Un elefante si accorse di essere circondato dallimmensit delloceano, si innervos e inizi a barrire e ad agitarsi. Uno degli addestratori prima cerc di calmarlo, poi di controllarlo colpendolo in testa con una mazza di ferro, ma la bestia ormai era fuori di s e qualunque sforzo si rivel vano. Nella lotta, la chiatta perse stabilit e si rovesci, e soldati, armi e viveri finirono in acqua insieme allelefante. Il mare li ingoi in pochi secondi. Altre chiatte si rovesciarono in modo simile e molti uomini, materiali e animali andarono perduti.
Il pomeriggio del terzo giorno, per, lenorme esercito cartaginese aveva attraversato lo stretto senza disporre di una flotta e senza destare i sospetti di Roma. Discreti ma decisi, i soldati si schierarono sulla spiaggia. Amilcare pass in rassegna le unit, lequipaggiamento, la cavalleria e gli elefanti, e quando tutto fu pronto, mentre il sole tramontava, ordin di avanzare per diversi chilometri verso linterno. Ordin anche di tirare a riva le barche e nasconderle dietro le dune della spiaggia.
Il giorno successivo, una nave mercantile scortata da una quinquereme militare romana pass nei dintorni. Un legionario faceva da vedetta. Dallalto della nave not alcuni relitti di legno che galleggiavano sul mare. Lanci lallarme e il capitano ordin di raccoglierli. Quando li ebbero a bordo, constatarono che si trattava di piccoli frammenti che potevano appartenere solo a qualche barca da pesca. Il capitano chiese alla vedetta se notava movimenti strani sulla costa.
La risposta del legionario fu categorica. Niente!
Bene concluse lufficiale al comando. Che sul rapporto di bordo risulti lavvistamento dei resti del naufragio di una piccola barca da pesca. Nessunaltra novit. Continuiamo a fare rotta verso nord-est, diretti a Sagunto.
E si allontanarono dalla costa.
1Per facilitare la lettura, abbiamo scelto di riportare le distanze in chilometri, in modo che il lettore possa orientarsi meglio negli spazi descritti nel romanzo. Allepoca per si usavano altre unit di misura, come i passi o gli stadi, che citiamo occasionalmente.

3
IL FIGLIO DEL SENATORE

Roma, 235 a.C.
La rappresentazione era appena cominciata e tutto procedeva per il meglio. Fino a quel momento nessun attore si era dimenticato la parte e sembrava che il pubblico seguisse la storia con un certo interesse. Di quando in quando il vociare diventava eccessivo e Tito doveva spostarsi fra gli spettatori e chiedere silenzio, perch gli altri potessero ascoltare. Poi, allimprovviso, il disastro: dallesterno del teatro giunsero una musica di flauti e le grida di qualche artista di strada che annunciava limminente esibizione di un gruppo di saltimbanchi ed equilibristi e, come se non bastasse, anche un combattimento di gladiatori come pezzo forte dello spettacolo. Succedeva spesso che i gruppi di strada si avvicinassero alle rappresentazioni, per approfittare della folla radunata grazie agli sforzi della compagnia. Una parte del pubblico, poco interessata allo svolgimento della tragedia, rivolse la propria attenzione ai saltimbanchi e usc dal teatro. Gli attori si sforzarono di declamare a voce pi alta che potevano, per cercare di risvegliare linteresse dei presenti, ma ogni sforzo fu vano. A poco a poco, il teatro si svuot, finch non rest che un terzo del pubblico iniziale.
Tito era sconfortato e Rufo furioso. Gli edili avevano pagato in anticipo la rappresentazione, ma se non avesse riscosso interesse, ci avrebbero pensato due volte prima di tornare a ingaggiare la compagnia.
Fuori, gli artisti di strada facevano una capriola in aria dietro laltra, a un ritmo folle; poi uno di loro si sdrai a terra e gli altri saltarono e fecero una capriola sopra di lui. Sullo sfondo spiccavano due guerrieri ben piantati, le braccia muscolose che brillavano per lolio che si erano spalmati, armati di spada e scudo e pronti a lottare per la gioia della folla che li circondava.
Publio era ancora assorto nella rappresentazione e non si accorse che il pubblico si spostava verso lesterno. Gneo invece, insonnolito e annoiato, iniziava a pensare seriamente di imitarlo e andarsene. Un bel combattimento di gladiatori sarebbe stato senza dubbio uno svago migliore della storia lenta e noiosa che si svolgeva sul palcoscenico. Il fratello per era cos preso dalla rappresentazione, che Gneo si sforz di concentrarsi per provare a lasciarsi coinvolgere a sua volta. Ma no. Era impossibile. Qualche minuto dopo, si decise.
Publio, io esco, ti aspetto fuori.
Eh? Va bene, s, va bene. Ci vediamo fuori. Quando finisce arrivo fu la sua risposta.
Gneo non aveva fatto in tempo a girarsi che comparve uno schiavo della casa degli Scipioni.
Padroni, padroni!  arrivato il momento!  arrivato il momento!
Questa volta s che Publio reag prontamente e si dimentic della rappresentazione.
Ne sei sicuro? Sai quello che dici?
S, mio padrone. S. Vieni a casa. Subito!
Lo schiavo li accompagn verso luscita. Schivarono rapidi il poco pubblico rimasto e, una volta fuori, costeggiarono la calca intorno ai due gladiatori che avevano iniziato il combattimento. Il clangore delle spade sovrastava le urla della gente.
Publio acceler il passo. Forza, forza! Dobbiamo tornare a casa il prima possibile!
Tito nel frattempo contemplava desolato il teatro mezzo vuoto e ascoltava gli attori che declamavano a gran voce. Un pomeriggio di teatro a Roma. Il giovane sent che quello non poteva e non doveva essere il suo mondo ancora per molto. Doveva abbandonare la nave prima che affondasse del tutto. Non aveva mai pensato di avere la stoffa delleroe.
Publio e Gneo arrivarono a casa di corsa. Fecero irruzione nellatrio e furono accolti dal pianto di un bambino. Unanziana schiava che faceva da levatrice lo portava in braccio, nudo. Lo avevano lavato. Era un maschio. Poteva essere il primogenito, il futuro pater familiasdel clan, sempre che il padre lo avesse accettato come tale. Lanziana si inginocchi davanti ai nuovi arrivati e depose ai piedi di Publio, sul pavimento di pietra, il bambino, nudo, che piangeva. Il padre osserv il neonato per qualche secondo. Era un momento cruciale nel destino di quel bambino, perch il genitore aveva per legge il diritto di accettarlo o ripudiarlo, se riteneva che vi fossero presagi funesti, che fosse nato in un giorno impuro o che avesse qualche difetto. Publio Cornelio Scipione guard il figlio sul pavimento. Il bambino continuava a piangere. Gneo, in segno di rispetto per limportante decisione che doveva prendere il fratello, aveva fatto qualche passo indietro. Al centro dellatrio, accanto allimpluviumche raccoglieva lacqua piovana, padre e figlio rimasero soli. Publio si inginocchi, contempl da vicino il piccolo e annu. Quindi prese il bambino e lo sollev sopra le proprie spalle.
Che si prepari un tavolo in onore di Ercole. Questo  mio figlio, il mio primogenito, che porter il mio stesso nome, Publio Cornelio Scipione, e che un giorno mi sostituir come pater familiasdi questa casa.
Lanziana levatrice e Gneo tirarono il fiato. Publio restitu il bambino alla schiava.
Portalo dalla madre. Poi chiese: Sta bene?.
La madre sta bene. Ora riposa, sta dormendo, ma sta bene. Ha detto che desiderava vederti non appena fossi arrivato.
Va bene, va bene. Che riposi ancora qualche minuto. Ora verr da lei.
La schiava si ritir e Gneo diede sfogo alle proprie emozioni. Bene, fratello mio! Per tutti gli di, dovremo festeggiare come si deve! In questa casa ci sar del buon vino e qualcosa da mangiare, no?
Quella notte nella grande residenza degli Scipioni si tenne un banchetto. Arrivarono clienti e amici dallintera citt e si bevve e si mangi fino a mezzanotte. Al termine del veglione, quando gli invitati se ne furono andati e in casa torn la quiete, Publio si sedette accanto alla moglie. Il neonato era rannicchiato accanto al seno di Pomponia. Il senatore era felice come non mai. La notte era tranquilla, eccezionalmente pacifica. In strada, riparati dalloscurit, tre uomini si avvicinarono alla casa del senatore. Uno portava unascia affilata, un altro una mazza enorme e il terzo una scopa. Si fermarono proprio davanti allingresso. Nel silenzio dellalba, Publio sent alcuni forti colpi alla porta. Nessuno and ad aprire. Il senatore rimase impassibile. I tre schiavi, dopo aver eseguito il rito e aver percosso la porta con i tre attrezzi, per tagliare, colpire e spazzare qualunque male potesse danneggiare il neonato, nel nome degli di Pilunno, Intercidona e Deverra, si allontanarono e andarono a dormire contenti. Era un giorno felice nella casa del loro padrone.

4
IL TRIONFO DI FABIO

Roma, 233 a.C.
La processione di senatori che era partita dal Campo Marzio sal per la Via Sacra e arriv al Foro Boario. Era linizio del lungo corteo trionfale del console Quinto Fabio Massimo, vincitore contro le trib liguri del Nord Italia, che erano state sconfitte e respinte verso le Alpi. Le colonie e le citt della regione che godevano della protezione di Roma erano state liberate dai continui attacchi, assedi e saccheggi di quei barbari.
Prima vengono i senatori spiegava Pomponia al figlio, di soli due anni. Il piccolo Publio osservava la calca e la lunga comitiva con occhi ammirati, senza capire bene il perch di tanta agitazione. Guarda, l ci sono tuo padre e tuo zio!
Publio e Gneo Cornelio Scipione, in qualit di senatori di Roma, sfilavano insieme agli altri membri del massimo organo di governo della citt. Durante il trionfo personale di un console, la tradizione voleva che il Senato al completo si muovesse per primo, perch al popolo di Roma e al generale festeggiato fosse chiaro che tutti erano subordinati alla sua autorit. Dopo i senatori, decine di legionari in formazione perfetta sfilavano con le insegne strappate ai Liguri, le armi degli sconfitti e il bottino di guerra. Numerosi prigionieri incatenati erano costretti a trascinarsi per le strade di Roma sotto lo sguardo attento del popolo. Nei loro occhi si mescolavano rancore e ammirazione, per i magnifici templi adornati di ghirlande che costellavano il percorso, per le migliaia di persone con abiti lussuosi e le centinaia di soldati ben armati appostati sui due lati della strada.
Dopo i prigionieri, che in seguito sarebbero stati venduti come schiavi, e le armi, veniva lesibizione dei tesori strappati ai Liguri: oro, argento, gioielli, perfino le statue che questi a loro volta avevano sottratto ad altre citt. Subito dopo avanzavano, lenti e pesanti, dodici buoi bianchi diretti allaltare di Giove Capitolino, dove sarebbero stati sacrificati dal generale vittorioso. Fabio Massimo aveva diritto a quel trionfo perch aveva riportato la vittoria mentre rivestiva la massima magistratura della citt, uno dei due consolati scelti annualmente. Infine, a chiudere il corteo, i dodici lictores, o guardie personali del console, che annunciavano larrivo di Quinto Fabio Massimo a bordo di una quadriga tirata da quattro cavalli bianchi, vestito per loccasione con una lunga tunica color porpora. Uno schiavo sosteneva una corona dalloro sulla testa del console, mentre gli sussurrava allorecchio per ricordargli che quei festeggiamenti erano passeggeri e che lui restava agli ordini del Senato di Roma. Ciononostante, Fabio Massimo si godeva il bagno di folla e nel profondo del suo cuore ignorava le parole che lo schiavo si ostinava a ripetere.
Gli ci erano voluti pi di quaranta anni per arrivare a essere console, e quella carica gli piaceva troppo per rinunciarvi tanto facilmente. Ora contava solo lattimo presente, la grande vittoria; poi avrebbe pensato alla strategia per dominare il Senato.

5
UN NUOVO COMMERCIANTE

Roma, 228 a.C.
Correva lanno 526 dalla fondazione di Roma e Fabio Massimo vantava la massima magistratura, dopo essere stato eletto console per la seconda volta in pochi anni. Erano tempi tranquilli per la citt, che viveva ancora una quiete relativa dopo i combattimenti feroci dellanno precedente, quando la flotta romana si era scontrata con i vascelli dei pirati della costa illirica, che minacciavano costantentemente i porti della regione e, soprattutto, la sicurezza delle navi mercantili.
Con le rotte marittime sempre pi sicure e il potere crescente di Roma sui mari, Tito Maccio vedeva proliferare gli affari e il commercio. Il teatro invece continuava a languire in un parto doloroso, che sembrava non dare mai i frutti desiderati. Nevio, Pacuvio, Ennio e altri mettevano in scena tragedie e commedie che interessavano piccole minoranze istruite, ma erano ben lungi dallentusiasmare il popolo. La gente era ancora molto pi attratta dai combattimenti dei gladiatori e dagli spettacoli di saltimbanchi, equilibristi e mimi sparsi ai diversi angoli della citt, che continuavano ad approfittare delle rappresentazioni teatrali per rubare il pubblico radunato per loccasione. Visto come stavano le cose, Tito Maccio era giunto a una decisione fondamentale per la sua vita e il suo destino: lasciare il teatro. Abbandonare quel mondo fatto di grandi sforzi e poche ricompense e avventurarsi, con i pochi risparmi messi da parte, nel commercio. Fra i molti incarichi che aveva nella compagnia, si occupava anche di tutto ci che riguardava i costumi, per questo era entrato in confidenza con diversi commercianti di tele, tuniche, toghe e accessori vari, e aveva deciso di seguire quella strada. Aveva gi organizzato tutto: aveva selezionato i futuri fornitori, fissato i prezzi a cui avrebbe acquistato i prodotti e quelli a cui li avrebbe rivenduti; aveva perfino affittato un locale in una delle insulaevicine ai mercati lungo il Tevere. Era tutto perfettamente pianificato, restava solo una cosa da fare: dirlo a Rufo.
Per settimane, Tito aveva pensato al modo migliore per informare limpresario della propria decisione. Aspettava dietro le quinte al termine di ogni rappresentazione, mentre Rufo calcolava il numero di persone rimaste fino alla fine, come facevano gli edili di Roma. La verit era che le cose non andavano affatto bene, per questo Tito non si azzardava a parlargli. Ma il tempo passava, il locale era pronto e la decisione ormai presa. Non poteva aspettare ancora.
Un pomeriggio, dopo la rappresentazione di unopera di Livio Andronico, Tito infine si avvicin a Rufo.
Vorrei parlarti di una cosa.
Adesso non ho tempo. Pensa a raccogliere i costumi e a metterli via in modo che non si stropiccino. Sembrava che le toghe degli di fossero rimaste aggrovigliate per mesi fu la risposta di Rufo, che fece per allontanarsi.
Me ne vado. Domani stesso smetto di venire a teatro e di occuparmi dei vestiti, dei testi, delle scene e di tutto il resto disse Tito in tutta fretta, prima di voltarsi.
Ehi, tu! Mentecatto! Per Castore e Polluce! Si pu sapere che razza di scempiaggini dici?
Me ne vado, sono stufo di questo lavoro.  una faticaccia, nessuno mi ringrazia e si guadagna pochissimo, sono praticamente in miseria e
E?
E poi alla gente non interessa quello che facciamo; faremmo meglio a salire in scena con dieci flauti e un numero di mimo! Tu almeno ci guadagni qualcosa, noi niente!
Rufo era rosso di rabbia, ma era un uomo che sapeva misurare le proprie azioni e tener conto delle loro ripercussioni economiche. Tito Maccio era un elemento importante per il buon funzionamento della compagnia.
Vuoi pi soldi?  per questo? Posso darti il doppio di quello che prendi adesso.
Tito ci riflett per un attimo, ma ormai aveva deciso di lasciare quel mondo e se anche Rufo gli avesse offerto cinque volte quello che percepiva, non sarebbe arrivato nemmeno alla met di ci che aveva calcolato di poter guadagnare come commerciante di tele. E in ogni caso, non avere un padrone che quando non gli impartiva ordini lo trattava con disprezzo era un lusso che voleva concedersi.
No, me ne vado. Grazie per lofferta, ma arriva troppo tardi.
Fu allora che Rufo tradusse la propria rabbia in parole che, sia pure pronunciate a bassa voce, arrivarono alle orecchie di Tito chiare e precise come dardi affilati.
Daccordo, se te ne vai e mi pianti in asso mostrando di disprezzarmi, sappi che mi ricorder di quel che  successo qui oggi. Un giorno tornerai, oh s, tornerai, lo fanno tutti. Credi di essere lunico a essere stanco di questa vita, che si inventa sogni di grandezza e mi lascia?  gi successo e tornano tutti strisciando, supplicando di riprenderli, e io rispondo sempre di no. Non sono il tipo che porta rancore, ma ripago con la stessa moneta. Ora vattene e non tornare pi. Cos dicendo, Rufo si gir e si allontan.
Tito rimase l, solo, a rimuginare per qualche istante su quelle parole. Alla fine scosse la testa e si diresse al mercato. Era un pomeriggio mite e il vento fresco che saliva dal fiume plac il suo animo e scacci la tensione della discussione. Davanti a lui si apriva una nuova vita. Quello era il suo vero inizio.

6
AMILCARE

Iberia, 228 a.C.
Amilcare Barca, generale in capo dellesercito cartaginese nella penisola iberica, osservava la vallata. Gli esploratori non avevano individuato movimenti delle trib locali, ma il suo istinto di guerriero era allerta. La campagna contro gli indigeni era risultata pi costosa del previsto. La loro resistenza al potere di Cartagine era tenace, ostinata, ma la determinazione di Amilcare era ferrea. Non avrebbe fatto marcia indietro, era deciso a dominare quel paese. Avevano bisogno delle sue risorse, del controllo sulle miniere della Sierra Morena, di avere libero accesso ai fiumi e alle coste. La regione meridionale e gran parte di quella orientale erano gi sotto il suo controllo, ma era necessario frenare la resistenza dellinterno. Per questo aveva attraversato il Tago. Il suo obiettivo era sottomettere i Celtiberi fra quel fiume e il Duero. Sarebbe stato sufficiente per conservare il dominio del territorio e sfruttarne le ricchezze per mettere in pratica la seconda parte del piano, quella davvero importante: conquistare la penisola italica, sconfiggere Roma e restituire a Cartagine legemonia sul Mediterraneo. LIberia sarebbe stata la base delle operazioni.
Amilcare scese verso la valle in groppa al suo cavallo, seguito da vicino dai generali e, fra loro, dal giovane figlio ventunenne. Annibale era in quel paese da nove anni. Insieme al padre aveva assistito alle riunioni dei generali prima di ogni attacco, di ogni battaglia, dellassedio di qualunque centro abitato. Sin dalladolescenza aveva preso parte ai combattimenti. Come il resto dei membri della famiglia Barca, Annibale era a conoscenza del piano del padre, piano che si spingeva ben oltre ci che i generali cartaginesi sapevano o potevano intuire e che i politici di Cartagine immaginavano. Per i suffeti  i consoli  e il Consiglio degli Anziani, Amilcare si assicurava un territorio per sfruttarne le ricchezze, come risarcimento per la sconfitta subita da Roma, che oltre ai pagamenti di guerra aveva significato la perdita di territori come la Sicilia. Annibale per sapeva che le intenzioni del padre non si fermavano l, che non voleva soltanto rimpinguare le casse vuote dello Stato.
Discesero nella valle. Lesercito avanzava nella pianura in formazione a quattro, una lunga colonna che si chiudeva con gli elefanti e le truppe pesanti. In testa, i generali e parte della cavalleria, dietro la fanteria leggera. Il sole era coperto dalle nuvole e un vento gelido scendeva dalle montagne. Amilcare pens di fermare la marcia, ma presto sarebbe calata la notte, cos decise che fosse meglio attraversare la valle e accamparsi sulle colline che si intravedevano in lontananza. Sarebbe stata una buona posizione difensiva in caso di attacco. Rifletteva su quella possibilit, quando dallaltra parte della valle comparve un gruppo di guerrieri iberici, con decine di carri tirati dai buoi. Le bestie avanzavano lente, perch gli Iberi avevano riempito i carri di tronchi. Dietro venivano centinaia di guerrieri armati. Era una formazione insolita e lavanzata era estremamente lenta, tanto che i soldati cartaginesi scoppiarono a ridere. Amilcare, al contrario, rimase serio, scrut in lontananza e cerc di comprendere il significato di quel che accadeva. Era evidente che si trattava di una forza troppo esigua per affrontare il suo esercito. Si volt e osserv i soldati in formazione, ora fermi a osservare la strana manovra degli Iberi. Amilcare sent gli ufficiali ridere di quei guerrieri, che con un arsenale simile si azzardavano a sfidare un esercito punico molto superiore, con fanteria leggera e fanteria pesante, cavalleria ed elefanti.
 assurdo! Che cosa vogliono fare? Lottare con i buoi contro i nostri elefanti?
Forse ci lanceranno addosso i tronchi!
Ah ah ah! Altre risate che si estesero a tutte le unit.
Amilcare, invece, era disgustato.
Chi ha dato ordine di fermare lavanzata? grid. Che il grosso delle truppe continui a marciare nella valle! Non voglio sentire unaltra risata finch lesercito non sar in formazione dattacco!
Gli ufficiali tacquero e trasmisero gli ordini. In quel momento fra gli Iberi comparvero diverse torce accese che brillavano con intensit in quellultima ora del tramonto. I nemici avvicinarono le fiamme ai tronchi sui carri, e in un attimo la legna, che doveva essere stata cosparsa di pece, fu avvolta dalle fiamme. Il vento scendeva dai pendii della montagna verso la valle. I buoi, nella loro lenta marcia, notarono il calore delle fiamme che laria spingeva verso i loro corpi. Sentirono la pelle bruciare e, terrorizzati e nel panico, si lanciarono verso la valle tentando di sfuggire a quel calore infuocato. Ma per quanto corressero, le fiamme li inseguivano. Prima che i Cartaginesi potessero reagire, i carri in fiamme tirati dai buoi impazziti li raggiunsero, scompigliando la formazione, calpestando numerosi soldati e seminando il caos e il terrore.
Dun tratto, diversi gruppi di guerrieri si materializzarono su entrambi i fianchi. Allinizio erano decine, ma si moltiplicarono a una velocit incredibile. Mentre i Cartaginesi tentavano di capire cosa stesse succedendo, lavanguardia delle truppe leggere fu circondata. Centinaia di Iberi lanciarono un attacco feroce contro i punici che, colti di sorpresa, lottavano ancora per salvarsi dalla carica dei buoi, fra i numerosi tronchi ardenti sparsi a terra dopo essersi rovesciati.
Amilcare cap da dove arrivavano gli Iberi: la maggior parte sembrava coricata a terra in piccoli gruppi. Si erano nascosti fra gli alberi o dietro i cespugli, in attesa di ricevere lordine di attaccare. Dovevano essere allincirca un migliaio. Per i Cartaginesi si trattava solo di resistere, mentre il grosso delle truppe, con la fanteria pesante e gli elefanti, entrava nella valle e ricomponeva la formazione. Iniziarono a riprendersi dalla sorpresa e accolsero i nemici prima con una raffica di giavellotti e poi sguainando le spade. Decine di Iberi caddero sotto la pioggia di proiettili, ma la maggior parte raggiunse le truppe. La lotta era tumultuosa e disordinata, a svantaggio delle risorse puniche. Amilcare fu circondato dai nemici. Una decina di cavalieri cartaginesi lo accerchi.
A un centinaio di passi di distanza, Annibale, occupato a combattere con un altro squadrone, si accorse che il padre era in pericolo. Allentrata della valle Asdrubale, genero di Amilcare, ordin ai soldati di lasciar passare gli elefanti, perch arrivassero il prima possibile e aiutassero le disordinate file dellavanguardia a respingere gli Iberi. Questi, favoriti dal successo iniziale dellattacco a sorpresa, si accanirono intorno a quello che indovinavano essere il generale in capo, a giudicare dallampio mantello, dallelmo brillante e decorato e dal portamento.
Amilcare e i suoi smontarono dalle cavalcature, perch la vicinanza degli Iberi e lagitazione degli animali rendeva impossibile combattere a cavallo. Annibale vide il padre smontare e comprese la gravit della situazione. Dallestremit opposta della pianura not i primi elefanti, che irrompevano nella valle fra i barriti, aizzati dagli addestratori. Erano ancora molto distanti, per.
Non ci pens due volte.
Seguitemi, tutti quelli che potete! Il generale  in pericolo! E senza aspettare la risposta dei soldati, usc dal gruppo cartaginese e si fece strada a colpi di spada fra gli Iberi. Caricava con tale ferocia che, dopo che ebbe abbattuto due guerrieri nemici, gli altri si tirarono indietro.
Alcune decine di soldati lo seguirono. Nuovi rinforzi iberici gli si paravano davanti, ma la determinazione di Annibale era tale che i nemici cadevano sotto i suoi colpi uno dopo laltro. Il sangue scorreva lungo il filo della sua spada, poi fino alla mano e al gomito. Alcune gocce gli erano schizzate sul viso e qualcuno lo aveva ferito al braccio, ma lui continuava deciso e avanzava verso il padre.
Il generale ormai non si vedeva pi, cera solo un mucchio di Iberi in cerchio che assestavano colpi. Annibale temeva il peggio. I soldati che erano con lui avevano capito la situazione e sembravano contagiati dalla sua stessa rabbia.
Amilcare combatteva circondato dai nemici. A uno a uno, i pochi soldati cartaginesi che lottavano per proteggerlo cadevano. Gli Iberi che si erano lanciati contro di loro erano decine. In lontananza, gli sembrava di sentire i barriti selvaggi degli elefanti, ma pareva che non arrivassero mai. Sent la prima ferita, profonda, al fianco. Lo costrinse a piegarsi. Accanto a lui cadde un soldato cartaginese. Ud la voce degli altri.
Hanno ferito il generale! Hanno ferito il ge!
Il soldato non termin la frase. Una spada gli tagli la gola mentre il suo grido interrotto avvertiva i compagni della tragedia. Gli Iberi finirono il resto della scorta e si lanciarono su Amilcare. Questi si erse di nuovo e cerc di resistere sotto lo scudo. Per qualche ragione non aveva abbastanza forza per usare laltro braccio e combattere con la spada. Non si rendeva conto che la ferita gli aveva tagliato i muscoli dellavambraccio destro. Fu colpito alla schiena e sent il corpo tremare, prima di cadere a terra bocconi, il viso contro la terra bagnata dal ruscello che attraversava la valle.
Gli Iberi fecero per dargli il colpo di grazia, ma in quellistante piomb loro addosso un gruppo di Cartaginesi, ruggendo in massa e assestando colpi mortali carichi dodio e di vendetta. Annibale abbatt tre Iberi con altrettanti colpi precisi in meno di cinque secondi.
Gli elefanti finalmente arrivarono e, abilmente diretti dagli addestratori, schiacciarono gli Iberi terrorizzati, che non avevano mai visto animali simili. Nel giro di pochi minuti, i guerrieri che avevano circondato il generale cartaginese furono massacrati e lattacco fu respinto. Per Amilcare, per, era troppo tardi, infinitamente tardi.
In un momento di miseria e di dolore, Annibale si inginocchi accanto al corpo del padre. Era caduto vicino a un ruscello, a faccia in gi. Le ferite non sembravano mortali, ma quando volt il corpo, vide gli occhi aperti, vuoti, che fissavano il cielo. Dopo essere caduto e aver perso i sensi sotto i colpi, Amilcare era annegato nel fango del fiumiciattolo.
Un profondo silenzio cal sui Cartaginesi che circondavano padre e figlio. Poi, dal profondo del suo essere, Annibale si volt verso il sole al tramonto e lanci un urlo straziante, lungo e vibrante, che riecheggi fra le montagne e nellanimo di tutti coloro che lo sentirono.
Un paio di centinaia di Iberi si ritiravano, ancora sconcertati dalla carica degli elefanti. Avanzavano al tramonto nel bosco buio, fra sensazioni confuse, compiaciuti per aver abbattuto il capo degli invasori, ma afflitti per gli amici caduti. Allimprovviso, dalla valle, un grido rotto di dolore e furia si arrampic per i pendii e arriv fino a loro. I pi giovani sorrisero: avevano sicuramente ucciso qualcuno di importante. I pi anziani percepirono nellangoscia di quel grido cattivi presagi per il futuro. Chi prova tanto dolore ha bisogno di molto sangue per placare la propria sete di vendetta.

7
UNA LEZIONE DI STORIA

Roma, 228 a.C.
Tindaro, il pedagogo greco dei figli del senatore Publio Cornelio Scipione, spiegava ai bambini le strategie di guerra usate dai Romani contro il re Pirro dellEpiro. Il giovane Publio, di sette anni, e il fratello minore Lucio, che ne aveva solo quattro, ascoltavano assorti il racconto del tutore. Erano meravigliati da un elemento nuovo nelle descrizioni delle battaglie: mentre combattevano contro Pirro, i Romani avevano dovuto affrontare gli elefanti. I consoli di Roma avevano tentato ogni tattica per contrastare la potenza di quelle bestie, che irrompevano in campo aperto e distruggevano tutto ci che incontravano. Se i Romani erigevano barricate, gli elefanti le schiacciavano, insieme a coloro che vi si erano rifugiati; se lanciavano proiettili, dovevano colpire le bestie con innumerevoli dardi o giavellotti prima che crollassero. Insomma, sugli elefanti era possibile averla vinta, ma solo dopo aver pagato un prezzo altissimo in vite umane. Centinaia di legionari venivano sistematicamente schiacciati sotto le enormi zampe di quegli animali, agitati in aria o smembrati dalle proboscidi muscolose. Inoltre, i barriti e le urla di paura e di dolore di chi cadeva sotto quella carica gettavano nel panico i sopravvissuti. Le manovre delle legioni e labilit dei soldati erano tatticamente superiori alla formazione a falange degli opliti greci di Pirro, ma gli elefanti trasformavano spesso una battaglia alla pari in una vittoria di Pirro. Roma aveva finito col prevalere, ma il costo umano era stato terribile. E ora un nuovo nemico, che era stato sottomesso ma rappresentava ancora una minaccia, catturava e addestrava decine di elefanti per il suo esercito di mercenari e soldati africani: Cartagine.
Il pedagogo guard i bambini, che a occhi sgranati, quasi senza batter ciglio, seguivano il suo racconto, poi chiese: I Romani di oggi saranno capaci di sconfiggere di nuovo un esercito che abbia nelle sue file decine di elefanti?.
I bambini, in silenzio, aspettavano che il tutore rispondesse alla domanda, ma lui tacque, come se riflettesse. Per Publio e Lucio era inconcepibile che il pedagogo ponesse una domanda di cui nessuno aveva la risposta.
In quel momento nellatrio si sent un vocione.
Annuncia il mio arrivo. Gneo Cornelio Scipione dava istruzioni allo schiavo che gli aveva appena aperto la porta, poi, senza aspettare risposta, si precipit dai nipoti.
I bambini, quando lo videro arrivare, si scordarono completamente del tutore, di re Pirro e di tutti i suoi elefanti, e si lanciarono ad abbracciarlo.
Bene, bene, bene. Ecco le due fiere selvagge di Roma che mi attaccano Devo difendermi! Ne va della mia vita
Gneo si butt sul pavimento dellatrio e inizi a fingere un duro combattimento, con i due bambini che si rotolavano insieme a lui. Il pedagogo greco scuoteva la testa in segno di disapprovazione, mentre raccoglieva rotoli di papiro, alcune tavolette di cera e le piccole figure di soldati con cui illustrava le tattiche delle battaglie.
In quel momento arriv Pomponia.
Gneo, Publio si arrabbier se viene a sapere che hai interrotto di nuovo il pedagogo greco che ha scelto come tutore dei bambini.
 una cattiva influenza. Indisciplina e anarchia: un pessimo esempio comment a bassa voce il tutore in questione, continuando a raccogliere i materiali didattici.
Gneo si alz da terra. Con ciascun braccio reggeva un bambino, come se fossero sacchi di sale. I due agitavano le gambe e si inarcavano, cercando di liberarsi dellabbraccio dello zio, ma inutilmente. Il tutto fra le risate.
Sono piccole fiere che hanno bisogno di azione e addestramento militare. Pi spada e combattimenti e meno solfe in greco e vecchie storie del passato. Il nostro esercito non ha pi niente a che vedere con quello di cinquantanni fa comment Gneo.
Pomponia fissava il gigantesco generale romano a labbra serrate. Il cognato decise di smetterla con i commenti e con quellatteggiamento e liber i bambini.
Va bene, va bene. Andate con il vostro tutore E ascoltatelo bene, se  quello che ha deciso vostro padre.
Nooooo, noooooo implorarono allunisono i due nipoti. Vogliamo fare la lotta.
S, vogliamo fare i legionari comment Lucio.
Con le spade! grid Publio.
Pomponia riport lordine, senza alzare la voce.
Tutti e due, con Tindaro, in giardino, e non voglio sentire unaltra parola o riceverete sculacciate al posto della cena.
I bambini sapevano che la madre non scherzava quando dava un ordine e seguirono a malincuore le sue istruzioni.
A dopo, zio Gneo disse Publio e usc insieme al fratello nel giardino sul retro della domus.
Gneo e Pomponia rimasero soli. La donna invit il cognato a sdraiarsi sul triclinium. In quel momento giunse Publio padre. Salut il fratello con un abbraccio e la moglie con un leggero bacio sulla guancia.
Bene, vedo che arrivo al momento giusto disse, quando vide il cibo che uno schiavo sistemava in mezzo ai tre triclinia. Sono felice di essere arrivato prima che mio fratello si mangiasse tutto.
Non  vero ribatt Gneo. Lascio sempre qualcosa per i Lari e i Penati, gli di della casa.
S, capisco, dovr diventare un dio perch mio fratello mi lasci qualcosa da mangiare. Comunque, hai saputo?
Gneo e Pomponia si guardarono, poi si voltarono verso Publio.
No disse Gneo. Non so nulla. Che cos successo?
Laltro prese un grappolo duva e raccont mentre mangiava.
Notizie dallHispania Amilcare, Amilcare della famiglia dei Barca, il generale cartaginese contro cui abbiamo combattuto in Sicilia e che ci ha dato tanti problemi,  morto. Non  chiaro come sia successo, sembra durante unincursione verso linterno della regione, in qualche scontro con le trib della zona. In ogni caso, la sua morte pare cosa certa.
Bene, comment Gneo un generale cartaginese morto, uno in meno di cui preoccuparci. Non vedo il perch di tanta agitazione.
Fratello, Amilcare covava un forte risentimento verso Roma,  cosa nota e risaputa dal Senato. La sua morte potrebbe frenare lespansione di Cartagine in Hispania e al tempo stesso, forse, placare gli animi.
Si sa chi eleggeranno come generale in capo? chiese Gneo.
No. Sembra che le truppe abbiano eletto Asdrubale, il genero, ma il Senato di Cartagine deve ancora ratificare la decisione. In ogni caso, credo che questo ridurr le tensioni con i punici, soprattutto se la famiglia Barca perder potere.
Pomponia intervenne nella conversazione.
E questo Amilcare
S? Dimmi, moglie la incoraggi Publio e lasci il grappolo duva ormai senzacini sul tavolo, insieme al resto della frutta.
Questo generale cartaginese ha figli?
Publio riflett in silenzio. S, e sembra che uno in particolare spicchi per il suo coraggio, un certo Annibale disse poi.
Annibale. Pomponia ripet il nome, come per sottolinearlo, poi guard distrattamente il pavimento e non aggiunse altro.
Quel nome rimase in testa a Publio che, senza sapere bene perch, pens ai propri figli. Nel silenzio sceso nella stanza dal giardino giunse la voce del maggiore che recitava un passaggio in greco. Publio prov orgoglio per lui e quella soddisfazione gli imped di soffermarsi sullo strano legame che la sua mente, per un attimo, aveva stabilito fra il figlio del generale cartaginese morto e il suo stesso primogenito.
Tindaro tir fuori una lavagna e disegn la mappa del mondo.
Bene inizi, schiarendosi la voce. I bambini capirono che cera una lunga lezione in arrivo. Vediamo: se cominciamo da occidente, che cosa abbiamo qui? Indic il punto pi a ovest della mappa.
LHispania! grid Publio, orgoglioso.
Esatto. Bene. LHispania, dove ci sono gli Iberi, alcune citt greche sulla costa e i Celti nellinterno. Iberi e Celti, entrambi popoli barbari. Poi, se attraversiamo le montagne dei Pirenei, troviamo la Il tutore si interruppe e guard il piccolo Lucio.
Gallia? rispose il minore dei fratelli, dubbioso.
Tindaro annu e apprezz lo sforzo del pi piccolo.
La Gallia. Attraversiamo il fiume Rodano e troviamo a nord le Alpi e a sud la Gallia Cisalpina. In queste regioni vivono i Galli, un popolo celtico con cui Roma  in lotta continua. Abbiamo gli Insubri, i Liguri, ma non addentriamoci nei dettagli. Se ci spostiamo sullaltro lato del mare, a sud, troviamo la Mauretania, la Numidia e lAfrica. In Numidia regna Siface, che per  sempre in lotta con la parte occidentale della regione, appoggiata da Cartagine, la citt che controlla lAfrica e contro cui si disput la grande guerra in Sicilia e in Sardegna. Infine arriviamo in Italia, con Roma al centro, lEtruria al Nord, la Campania al Sud e ancora pi a sud le antiche colonie della Magna Grecia. In Italia, oltre a Roma, spiccano per importanza
Capua, la capitale della Campania, e Tarentum, nella Magna Grecia, entrambe sotto il dominio romano rispose di nuovo Publio, con sicurezza.
S, molto bene, Publio. Tindaro non sembrava molto felice dellespansione di Roma sulle antiche citt indipendenti greche. Ora spostiamoci verso oriente. E arriviamo in Grecia, la culla della civilt, della democrazia e dellordine, la terra da cui provengo. Qui abbiamo una lunga serie di citt libere, che si uniscono in diverse leghe. Abbiamo la lega etolica con Naupatto e le Termopili, accanto al regno di Epiro bagnato dallAdriatico. A sud della lega etolica troviamo Sparta e la lega achea, con Olimpia, Argo e Corinto. Vi sono anche altre leghe meno importanti, come leuboica, la focese o la beotica. Qui ci sono citt come Tebe. E poi Atene, a sud di Tebe. Bene, bene, bene. Tindaro si interruppe un istante a contemplare la sua mappa.
Tu da dove vieni, Tindaro? Era la voce del giovane Publio.
Io? Il pedagogo era stupito; era la prima volta da molto tempo che qualcuno gli rivolgeva quella domanda. Era strano. Sembrava che quel piccolo volesse sapere tutto. Io vengo da Tarentum, ma ho viaggiato per molte di queste citt. In unaltra epoca, quando ero giovane. Ma non divaghiamo dalla lezione di oggi. A nord della Grecia e del regno di Epiro abbiamo sullAdriatico la costa illirica, con il regno di Faro, rifugio dei pirati e fonte continua di conflitti in mare. E un po verso est, troviamo il sempre temibile regno di Macedonia, con la sua capitale, Pella. Chi part da l alla conquista dellAsia?
Alessandro.
Fu ancora Publio a rispondere. Tindaro annu di nuovo. Lo aveva accennato solo una volta, settimane prima. Il bambino aveva buona memoria.
Alessandro Magno, esatto prosegu il pedagogo. Ora questo regno  governato da Antigono III Dosone, salito al trono lanno scorso, in quanto discendente di una delle dinastie iniziate dai generali del grande Alessandro dopo la sua morte. Il re Antigono  tutore e cugino di un giovane, un po pi grande di voi, a cui hanno dato il nome di Filippo, in onore del padre di Alessandro, lunificatore della Grecia. Quando il ragazzo salir al trono, sar conosciuto come Filippo V. A nord della Macedonia si trovano i Traci, un altro popolo barbaro, sempre ribelle e complicato. Se proseguiamo verso est, troviamo altri piccoli regni marittimi, come Rodi o Pergamo, fino a raggiungere le grandi regioni dOriente: lAsia Minore, la Siria e la Persia, tutte sotto il potere di un altro re discendente dei diadochi, i generali di Alessandro. Il re che governa questo vasto impero  Seleuco II, ecco perch viene chiamato anche impero seleucide.  una regione vastissima, il maggiore dei regni del mondo conosciuto, ma solo una piccolissima parte dellenorme impero che Alessandro Magno riusc a tenere sotto il suo controllo. E per concludere, questo grande regno confina a sud-est con lEgitto, lEgitto dei faraoni, anchesso conquistato da Alessandro e che dopo la sua morte fin nelle mani del suo generale Tolomeo, stabilendo cos unaltra dinastia di origine macedone e greca; attualmente a governare il regno dEgitto  Tolomeo III Evergete. Entrambi, il re dEgitto e il re Seleuco, governano da quasi ventanni. E ora arriviamo allaltra estremit della mappa, oltre il fiume Indo, dove troviamo il lontano regno dellIndia, dove Alessandro infine arrest la propria marcia. Qualcuno dice che fu per la ribellione delle truppe, altri per la ferrea resistenza del creatore di una grande dinastia, limperatore indiano Chandragupta. In ogni caso, questo potente e abile governante stabil in quella zona un grande regno, che crebbe con i suoi successori fino al re Ashoka, la cui recente scomparsa ha lasciato la regione in una situazione di incertezza. Ecco, questo  il mondo conosciuto. Come vedete, Roma  solo un piccolo punto, in questa parte del mondo. Una citt importante, certo, ma come vi ho spiegato, lontana dal potere e dalla gloria di altri grandi regni.
Il pedagogo termin la lezione, sospir e si conged dai bambini per quel giorno. Lucio and dalla madre, ma il piccolo Publio rimase in giardino. Tindaro, dietro sua richiesta, gli aveva lasciato i soldatini con cui li istruiva nelle strategie militari. Dispose un gruppo come aveva fatto Pirro, con un buon numero di elefanti nellavanguardia. Davanti sistem le due legioni romane in formazione: prima la fanteria leggera, con i velitesreclutati fra i pi giovani e i pi poveri della citt armati di gladio, una spada corta a doppio taglio, e lunghi giavellotti che, una volta conficcati nello scudo nemico, non potevano pi essere estratti rendendo inutile larma di difesa. Come protezione portavano un piccolo scudo rotondo, o parma, e un elmo di cuoio chiamato galea, quasi sempre di pelle di lupo, lanimale protetto da Marte, dio della guerra. Dietro i velites, secondo la tradizione bellica che gli avevano insegnato, sistem gli hastati, i principese i triarii, in questordine. Tutti portavano una robusta corazza di cuoio, rafforzata al centro del petto da una solida placca di ferro di venti centimetri quadrati; la testa era coperta dal cassis, un elmo coronato da un pennacchio e adornato da piume color porpora o nere. Per difendersi, i soldati avevano grandi scudi convessi formati da due lastre sovrapposte e con una punta di ferro al centro, che usavano per dirottare le armi ed evitare che si conficcassero nello scudo. Inoltre portavano una spada e i pila, le lance per attaccare il nemico, che venivano scagliate a venticinque o quaranta passi di distanza, a seconda della forza e dellabilit del legionario. I triarii, i soldati della retroguardia, i pi esperti della legione, portavano una picca pi lunga che usavano per i combattimenti corpo a corpo.
Publio organizz le formazioni di entrambi gli schieramenti con la fanteria al centro e gli squadroni di cavalleria dei due eserciti sui fianchi. Pirro per poteva contare anche sullaiuto dei potenti elefanti. Come rimediare? Il piccolo Publio si sdrai a terra, il viso a pochi centimetri dai soldati che rappresentavano i due eserciti. Nel silenzio del giardino si sentivano solo lacqua della fontana e il mormorio delle voci dei genitori e dello zio Gneo, ma lui non li ascoltava, concentrato nella ricerca di un modo per contrastare la carica degli elefanti. A lezione aveva suggerito che i Romani aggiungessero animali simili nelle loro file, ma Tindaro gli aveva spiegato che era impossibile, perch nella penisola italica non cerano elefanti.
Forse un domani, ma oggi Roma non ha elefanti, mentre i suoi nemici s aveva spiegato il tutore greco ed  un dato di fatto a cui lesercito romano non pu sfuggire, anche se molti preferiscono ignorarlo.
Ignorarlo? aveva chiesto Publio.
Intendo dire che ci sono generali romani che non vi prestano attenzione e invece dovrebbero, o almeno questa  la mia opinione.
Era anche lopinione del piccolo Publio, che rimase a riflettere sugli elefanti e fin con laddormentarsi. Il padre lo sorprese sdraiato a terra e lo svegli.
Non  il posto per dormire, giovane soldato.
Publio si sfreg gli occhi.
No, mi spiace Pensavo agli elefanti del re Pirro.
Gli elefanti? Bene,  un buon argomento di riflessione. E sei giunto a qualche conclusione?
No, ma  pericoloso non avere elefanti se gli altri eserciti invece li hanno. Siamo mai riusciti a vincere contro gli elefanti?
Il padre lo fiss intensamente. Tindaro non vi ha ancora parlato di Lucio Cecilio Metello?
Il bambino scosse la testa.
Il console Cecilio Metello s che riusc a sconfiggere un esercito cartaginese con tanto di elefanti. Accadde nella citt di Panormus, in Sicilia. Il generale nemico era un certo Asdrubale, venuto ad assediare la citt difesa da Metello. Accadde circa venti o venticinque anni fa. Il senatore si interruppe un istante, per fare i calcoli. Comunque, fu molto tempo fa. Quello che conta  che Asdrubale aveva alle spalle diverse vittorie consecutive con gli elefanti, cos come il re Pirro di cui vi ha parlato Tindaro, e affront Metello certo di una nuova vittoria. Il console per aveva escogitato un piano.
Publio padre si godeva la tensione del racconto e notava che il figlio non si perdeva una parola.
Un piano? Quale piano?
Fosse. Metello ordin che fossero scavate alcune fosse davanti alla citt, il giorno prima della battaglia. Quando Asdrubale invi gli elefanti allattacco, questi avanzarono verso la nostra fanteria appostata alle porte della citt. I velites, che erano pi avanti, ripiegarono. I Cartaginesi credettero che fuggissero spaventati e gli elefanti li inseguirono, ma quando i velitesarrivarono alle fosse, vi si rifugiarono dentro per salvarsi dalla carica degli animali. Contemporaneamente, Metello aveva concentrato un gran numero di arcieri su un lato, oltre ad averli appostati sulle fortificazioni della citt, e ordin che fosse lanciata una pioggia di frecce sugli elefanti, mentre i velites, al riparo, lanciavano i giavellotti. Molti animali caddero nellimboscata o fuggirono spaventati. Metello approfitt della confusione per riportare la vittoria e catturare decine di elefanti. Fu un gran giorno per Roma.
Allora s che si possono sconfiggere gli elefanti.
Insomma, s e no. Metello fu molto intelligente: seppe trarre profitto dalle circostanze ed ebbe il tempo di preparare una difesa adeguata. Fra le altre cose, sapeva che i Cartaginesi sarebbero avanzati sulla citt e sfrutt le fortificazioni. In campo aperto per il problema rimane. L il vantaggio continua a essere degli elefanti. Ti racconto lo sbarco di Regolo in Africa?
Noi Romani abbiamo combattuto in Africa?
S e ne uscimmo sconfitti. Riuscimmo ad avere la meglio su Cartagine, ma la vittoria finale avvenne in mare. In terra dAfrica riportammo alcuni successi, alla fine per Regolo perse nei pressi della capitale cartaginese. Alcuni pensano che fu perch non aspett i rinforzi che dovevano giungere da Roma. Comunque sia andata, Cartagine fece arrivare mercenari dalla Grecia e li mise agli ordini di un grande guerriero spartano, Santippo. Questo generale dispose ottanta elefanti nellavanguardia della sua formazione, la fanteria dietro e la cavalleria sui fianchi. I Romani piazzarono la fanteria al centro e la cavalleria agli estremi. Santippo fece avanzare gli elefanti. La fanteria romana, con i manipoli disposti in successione, a formare una massa immensa di soldati, riusc a resistere alla prima carica degli elefanti, ma poi fu impossibile lottare corpo a corpo. I Romani avanzarono fra gli elefanti e ricomposero la formazione dietro gli animali, ma in questo modo la cavalleria cartaginese, superiore alla nostra, riusc a circondare la fanteria. Quando lebbero accerchiata, fu solo questione di tempo. Si salvarono soltanto duemila fanti e qualche cavaliere. Lo stesso Regolo fu fatto prigioniero. No, vincere gli elefanti in campo aperto non  facile. Figlio mio, se un giorno ti capiter di affrontare un nemico che ha a disposizione questi animali e la battaglia sar in campo aperto, segui il mio consiglio: ritirati. Ritirarsi per attaccare pi avanti, in unoccasione migliore, non  un disonore.
Il piccolo Publio lo ascoltava a occhi sgranati, senza battere ciglio, e assimilava il consiglio del padre.
Adesso vai da tua madre,  preoccupata perch non sei venuto a mangiare.
Publio annu e corse nella stanza in cui lo aspettava Pomponia. Il padre rimase a osservare le figurine dei soldati e degli elefanti disposte in formazione sulla terra del giardino.

8
UNA CITT PROTETTA DAGLI DI

Iberia, 227 a.C.
Sulla costa, Asdrubale si conged da Annibale.
Da settimane i Cartaginesi erano impegnati nella costruzione di un porto al riparo della fortezza che avevano conquistato vicino al mare. Sul molo, Asdrubale abbracci Annibale.
Che tu faccia buon viaggio e che Baal ti protegga. Quando avrai terminato la tua formazione a Cartagine, comera desiderio di tuo padre, ti aspetto qui per proseguire con i nostri piani.
Annibale ricambi labbraccio e senza guardarsi indietro sal sulla nave, una trireme cartaginese che lavrebbe riportato rapidamente in patria. Era una partenza dolorosa, amara, ma necessaria per rispettare i desideri del padre e solo per questo aveva accettato gli ordini di Asdrubale. Doveva rientrare a Cartagine, terminare la sua formazione pubblica, politica e militare, rafforzare i vincoli della famiglia con la citt e poi tornare in Iberia.
La nave part per lAfrica approfittando dellalta marea e del vento favorevole.
A terra, i Cartaginesi continuavano a costruire una muraglia sulla collina che dominava quel porto naturale. Era una piccola penisola, unita alla terraferma da uno stretto istmo. Intorno non cera che acqua: a ovest e a sud il mar Mediterraneo e, a nord, una laguna naturale che impediva un attacco da quel lato. Lesercito punico eresse una muraglia per proteggere la penisola dai pericoli provenienti dal mare e un muro alto pi di sei metri sul lato est, dove si trovava listmo, attraversato da una porta presidiata da torri, unico accesso alla nuova citt in costruzione.
Asdrubale passeggiava, soddisfatto del lavoro dei suoi uomini. Quella sarebbe stata la capitale punica in Iberia, da dove sarebbero partiti i suoi eserciti per consolidare il dominio in quel vasto paese. Lespansione di Cartagine fuori dallAfrica sarebbe diventata il segno del crescente potere punico, avrebbe intimidito gli Iberi, i Celti e, perch no, gli stessi Romani. Una citt inespugnabile da terra e dal mare e un magnifico porto, da cui inviare le ricchezze del territorio a Cartagine e ricevere viveri, provviste e rinforzi dalla capitale. Da quando i Romani si erano accorti delle incursioni cartaginesi, solo un patto confuso, che fissava lEbro come limite estremo dei domini cartaginesi, sembrava aver placato gli animi. Ora la strategia era assicurarsi il controllo delle regioni a sud del fiume e serviva una base per le operazioni. Quel porto, quella citt, sarebbe stato il centro nevralgico cartaginese.
Nel giro di alcuni mesi la fortezza era pronta. Vi furono portati numerosi prigionieri iberi, ostaggi, figli e figlie dei capi dei clan della zona, con cui ricattare le trib perch non si sollevassero contro Cartagine. LIberia era gi sotto il suo potere da sud del Tago e dellEbro fino a Gadir (nome punico di Gades).
Asdrubale sal sulla collina che in seguito avrebbe portato il suo nome, Arx Hasdrubalis, a nord della nuova citt e da dove si intravedeva la laguna, e l offr sacrifici agli di Baal e Melqart e alla dea Tanit. Preg affinch benedicessero la nuova citt e la rendessero inespugnabile, dalla terra e dal mare. La sua era unofferta generosa: una decina di buoi. Gli di, soddisfatti, avrebbero mantenuto la promessa.
Al termine del sacrificio, si gir verso la folla di soldati che si era raccolta nei pressi dellaltare e proclam il nome della nuova citt. Baal, Melqart e Tanit proteggeranno questa fortezza, la nuova capitale dei nostri domini in questa regione, che dora in avanti sar conosciuta e temuta da tutti con il nome di e tacque per qualche secondo, mentre alzava il viso al cielo Qart Hadasht!

9
NUOVI OBIETTIVI

Roma, 227 a.C.
Nella bottega di Tito Maccio gli affari andavano bene. Tito non si arricchiva, ma ogni mese riusciva a coprire largamente le spese e gli restava abbastanza per affittare una stanza, mangiare a suo piacimento e permettersi qualche capriccio: unanfora di buon vino, una cena in una taverna di un certo livello o, perch no, una visita in qualche casa dalla dubbia reputazione in cerca di piaceri proibiti. Non era una vita lussuosa, ma era tranquilla. Certo, doveva occuparsi dei fornitori, discutere il prezzo e prendersi cura di ogni cliente, ascoltare le sue richieste e cercare di accontentarlo al meglio, ma era comunque pi riposante di ci di cui aveva dovuto farsi carico nel teatro di Rufo. Ogni tanto sentiva la mancanza dellincertezza e del divertimento dellambiente teatrale, ma non abbastanza da pentirsi della sua decisione. Anzi, in un anno non aveva assistito nemmeno a una delle opere che, ormai senza la sua collaborazione, erano state messe in scena a Roma.
No, Tito Maccio aveva altro per la mente: espandere gli affari. E questo significava le nuove tele che arrivavano dallOriente, soprattutto la seta. Mentre passeggiava per il Foro, si imbatt in un crocchio di gente fra cui riconobbe diversi altri mercanti con cui era in relazioni cordiali. Il collegio dei commercianti aveva incoraggiato i clienti a recarsi in quel quartiere della citt, vicino al fiume, quindi quella che avrebbe potuto essere una concorrenza negativa si era trasformata in una convivenza vantaggiosa. Un uomo al centro del capannello sembrava aver incantato i mercanti.
Credetemi diceva Blasso, come si faceva chiamare quel tizio di mezzet, con una tunica pulita di lana bianca, ben pettinato e con sandali nuovi; era evidente che curava la propria immagine. Il futuro dei vostri affari  in questi investimenti. Perdete una gran quantit di denaro se comprate le merci a Roma, pagando il sovrapprezzo del trasporto dalla Fenicia o dalla Siria. Immaginate quanto risparmiereste, se vi riuniste per pagare una nave che vi porti direttamente le merci da Tiro o Biblo o Alessandria. Allinizio sarebbe una spesa, ma in un paio di viaggi potreste vendere allo stesso prezzo di adesso, triplicando i guadagni. Pensateci, amici!
I commercianti ascoltarono interessati, ma alla fine il gruppo si sciolse senza concludere nulla. Rimasero solo due mercanti, a cui si un Tito. Uno dei due esponeva i propri dubbi.
E i pirati? Il mare ne  infestato. Come sappiamo che i nostri soldi non finiranno in un naufragio o nelle mani dei pirati?
Il mare ormai  sicuro inizi a rispondere luomo. Aveva un accento greco, a dispetto del nome latino. Da quando la nostra gloriosa flotta ha assestato un colpo mortale ai pirati dellIlliria, questi ci pensano bene prima di attaccare le nostre navi. E poi i mercanti spesso sono scortati dalle triremi o dalle quadriremi romane.
I due mercanti e Tito Maccio invitarono Blasso a bere vino e a mangiare in una taverna nei pressi del Foro. Volevano saperne di pi. Soprattutto Tito.

LIBROII
VENTI DI FURIA

Bellum autem ita suscipiatur, ut nihil aliud nisi pax quaesita videatur.
[Si intraprenda pure una guerra, ma sempre e solo con levidente scopo di procurare la pace.]
Cicerone, De officiis, I, 23, 80

10
UN LEONE IN GABBIA

In alto mare, costa settentrionale africana, 224 a.C.
Il capitano della piccola flotta cartaginese composta da tre triremi osservava insieme a un ufficiale il figlio del grande Amilcare, che camminava in coperta.
Sembra nervoso comment lufficiale. Annibale passeggiava da unestremit allaltra della nave, seguendo sempre lo stesso percorso. Sembra un leone in gabbia.
Il capitano annu lentamente. Il figlio di Amilcare, dopo aver trascorso alcuni anni a Cartagine, tornava in Iberia, dove Asdrubale laveva reclamato perch prendesse parte alla conquista della penisola. Dentro di lui ribolliva la rabbia trattenuta per quattro lunghi anni trascorsi lontano dal suo obiettivo: vendicare la morte del padre e sottomettere le trib che gli avevano teso unimboscata in quel tragico pomeriggio, in quella valle maledetta e abbandonata dagli di. Annibale ricordava lo stratagemma degli Iberi, i buoi che trasportavano i tronchi, il fuoco, limboscata e lorrore della lotta. Si spostava da un lato allaltro della nave da quando erano partiti da Cartagine e non aveva intenzione di fermarsi finch non fossero arrivati a Qart Hadasht.
Il capitano della nave ribatt allufficiale.
Non sembra un leone in gabbia. un leone in gabbia quello che trasportiamo su questa nave Lo libereremo in Iberia. Solo gli di sanno che cosa succeder a partire da quel momento. Dal canto mio, ti dico che mi guarder bene dallincrociare la sua strada.

11
UNA NAVE MERCANTILE

Roma, 223 a.C.
Tito era nella bottega, impegnato con linventario, quando un collega che aveva investito insieme a lui entr nel locale.
Abbiamo perso tutto, Tito! Tutto! Sembrava che luomo volesse dire di pi, ma lansia gli impediva di parlare. Si limitava a ripetere il messaggio fra sospiri angosciati. Abbiamo perso tutto
Tito si avvicin e gli port una coppa dacqua fresca, dallanfora che teneva sempre nella bottega.
Sentiamo, Marco, spiegati. Tranquillo. Bevi.
Marco bevve avidamente. Era sudato, ma non per il calore, per lansia.
Blasso, Blasso  arrivato e mi ha detto che la nave  affondata.
Marco e Tito erano stati gli unici mercanti che si erano azzardati a investire nella nave mercantile che Blasso aveva proposto al Foro alcuni anni prima. Gli affari non erano andati tanto male, anche se per i primi due anni non avevano avuto margini di guadagno. Ultimamente per la situazione era migliorata. Blasso aveva capito che i mercanti di tele non bastavano, cos aveva venduto il suo progetto a tutti i commercianti che poteva, che trattassero pane, pesce, sandali, vino o ceramica. Insieme, avevano pagato una nave mercantile che andava e veniva da Roma alle coste della Fenicia, della Siria e dellEgitto, con i prodotti richiesti. Nellultimo anno le cose avevano iniziato a migliorare e la bottega di Tito traboccava di prodotti e di nuovi clienti.
La nave riprese Marco, pi calmo  affondata. Blasso dice che  successo al largo delle coste greche. Non  chiaro se sia stato per il maltempo o per un attacco dei pirati, ma  andato tutto perduto. Come faremo con i debiti? Come faremo?
Era terribile. Tito chiuse la bottega e si sedette accanto al socio in affari. Senza il nuovo carico, non avrebbero potuto saldare i debiti contratti per quellavventura commerciale. Poi cerano i soldi dei clienti, che avevano pagato in anticipo una gran quantit delle tele in arrivo. Se la nave era affondata, si era trascinata dietro anche ogni speranza. Tito osserv sconsolato i tessuti ammonticchiati sul banco di pietra che lui stesso aveva costruito, le sete, le tuniche e la lana per le toghe. Sarebbe finito tutto. Si alz e si serv a sua volta da bere. Inghiott in silenzio lacqua e le proprie pene. Il suo sogno di commerciante era giunto alla fine.
Vag per le strade di Roma per ore, finch i suoi passi non lo condussero alle taverne vicino al fiume, non lontano dal quartiere in cui prosperava la prostituzione. Entr in una taverna e si sedette. Vide come mescevano il vino che aveva chiesto e ascolt i marinai che parlavano di terre lontane e di eventi incredibili avvenuti in ogni parte del mondo.
Il colosso di Rodi  crollato raccontava un uomo anziano, dalla carnagione scura e con grandi rughe che gli tagliavano il viso segnato dallaria di mare. Un terremoto terribile, da far venire i brividi. La terra si agitava come questo tavolo.
Luomo scosse il tavolo e alcune coppe caddero a terra e finirono in mille pezzi.
Per Castore e Polluce! esclam uno dei compagni di tavolo. Adesso me ne paghi un altro!
Daccordo accett il colpevole. Locandiere, locandiere, unaltra coppa di vino! Anzi, una brocca! Insomma,  cos che  venuto gi il colosso di Rodi. Aveva quasi settantanni, quella torre a forma di uomo vicino al porto. Era alta trentadue metri, e al tramonto, con la luce del sole sulla sua pelle di bronzo, brillava come un dio sul mare. Adesso  ridotta a tanti frammenti sparsi fra i moli.
Tito, che pure di solito amava ascoltare le storie dei marinai venuti da terre lontane, usc dal locale. In un altro momento si sarebbe avvicinato al tavolo, come facevano altri curiosi, per sentire il racconto delluomo. Invece usc e ritrov la luce soffusa del tramonto sul trascorrere lento dellacqua del Tevere. Era rovinato. Doveva cercare un modo per sopravvivere. Si sentiva come il colosso di Rodi, come se gli avessero appena agitato la terra sotto i piedi. Gli di erano capricciosi e la Fortuna lo disprezzava. Inspir profondamente e si addentr nella citt e nella notte, trascinandosi dietro le proprie preoccupazioni.

12
IL GIRO DELLA SPADA

Roma, 221 a.C.
Era il 17 marzo, il giorno dei Liberalia, le feste in onore del dio Liber, a cui si raccomandava chi abbandonava let infantile ed entrava nella pubert. Il giovane Publio aveva gi compiuto i quattordici anni. Quel mattino, quando si svegli, trov Pomponia accanto al letto, che lo abbracci a lungo. Publio non capiva che cosa sarebbe cambiato esattamente nella sua vita. Sapeva in che cosa consisteva il rituale e non gli sembrava n doloroso n preoccupante. Perch la madre lo abbracciava in quel modo?
Pomponia infine si stacc da lui e lo lasci respirare.
Stai diventando grande, figlio mio. Tuo padre  orgoglioso di te, e anchio lo sono. Un giorno il futuro della famiglia ricadr su di te.  un carico pesante, figlio mio. La tua famiglia  potente, ma anche i nostri nemici sono molto potenti, qui a Roma e fuori, in citt lontane. Ti attendono tempi difficili. Prego gli di che ti proteggano e ti guidino in ogni decisione che dovrai prendere. Gli accarezz delicatamente la guancia con il dorso della mano e prese fra le dita la bulla, il piccolo amuleto di cuoio che Publio portava al collo fin da bambino. Poi la lasci andare e usc, perch lui potesse vestirsi.
Dopo essersi lavato le braccia, i piedi, le gambe e il viso, Publio infil una tunica leggera e sopra mise la togapraetexta, che indossavano i ragazzi della sua et. Quindi usc nellatrio. L lo aspettavano il padre, lo zio Gneo, la madre, il fratello minore Lucio e diverse altre persone, fra cui riconobbe alcuni amici o clienti del padre. Tutti lo salutarono solennemente. Il padre si fece avanti e gli tese le braccia. Publio sapeva che cosa doveva fare: si tolse la toga praetextae gliela consegn. Il genitore la prese e in cambio gli diede una nuova toga bianca, la toga virilis, e una moneta. Publio indoss la nuova toga e prese la moneta. Poi entrambi, padre e figlio, si avvicinarono allaltare dei Lari che proteggevano la famiglia. Allora Publio si tolse il ciondolo che portava sin da bambino e lo consegn agli di. Vi aggiunse la moneta e la consacr alla dea Iuventus, perch da quel momento lo proteggesse nella sua giovinezza. Quando ebbe terminato, padre e figlio si girarono e salutarono la famiglia, gli amici e gli invitati.
Publio Cornelio Scipione, in qualit di senatore di Roma, si rivolse ai presenti.
Grazie a tutti voi per essere venuti ad assistere al concludersi dellinfanzia di mio figlio. Ora chi lo desidera pu accompagnarmi nella deductio in forum, lo spostamento al Foro, dove presenter mio figlio ai probiviri della nostra citt e dove soprattutto il suo nome sar scritto nella nostra trib, in modo che, quando lo Stato avr bisogno di lui, possa unirsi allesercito e lottare per la sicurezza e lespansione di Roma. Poi sacrificheremo un bue al Foro in onore del dio Liber e siete tutti invitati al banchetto che daremo in onore di mio figlio, il mio erede.
I presenti annuirono e si congratularono calorosamente con il padre, il figlio e gli altri membri della famiglia.
Laddestramento militare dei nipoti era diventato una questione personale per Gneo. Suo fratello aveva pensato di pagare qualche ufficiale di prestigio o un legionario esperto in ritiro, come era usanza, ma Gneo si era opposto categoricamente.
I miei nipoti saranno addestrati dal padre o dallo zio. Non voglio che qualche mentecatto insegni a Publio e a Lucio a essere bravi soldati. Devono diventare pi di questo: dovranno essere i soldati e i generali migliori in assoluto.
Publio non ci teneva a insegnare ai figli larte del combattimento. Una cosa era dare consigli di strategia, unaltra lottare corpo a corpo con il sangue del tuo sangue. Gneo invece non si faceva tanti scrupoli e cos alla fine, dietro le insistenze del fratello, Publio Cornelio Scipione aveva ceduto. Da allora, Gneo disponeva del tempo dei nipoti tutti i pomeriggi della settimana, nessuno escluso. Le mattine continuavano a essere riservate a Tindaro. Gneo trascorreva una gran quantit di tempo con i ragazzi. Per prima cosa illustr loro le diverse armi di cui avevano sentito tanto parlare da Tindaro, ma che non avevano praticamente mai visto: gli scudi rotondi e leggeri dei velites, le spade a doppio taglio dei legionari, i pilache si usavano come armi da lancio o le lunghe lance per i combattimenti corpo a corpo dei triarii. I pomeriggi terminavano sempre con una corsa al Campo Marzio, fuori dalla citt, dove andavano a addestrarsi. Cerano giorni in cui correvano fino a sfinirsi.
Pomponia protestava con Gneo per la durezza degli addestramenti, quando i ragazzi tornavano a casa distrutti, esausti, e divoravano tutto quello che si trovavano davanti.
Il cognato si giustificava.
Quando dovranno fare lunghe marce forzate, quando saranno inseguiti da un esercito numericamente pi forte o quando dovranno avanzare rapidi per sorprendere il nemico, non ci sar nessuna madre a proteggerli. Devono essere forti come un legionario, se non di pi, se vogliono comandare.
Le discussioni di solito terminavano con lintervento di Publio padre, che chiedeva a Gneo di moderare un po gli addestramenti. Lui cedeva, ma dopo qualche giorno tornava a ripetersi esattamente la stessa scena. I ragazzi osservavano senza commentare, di solito occupati a mangiare. Se qualcuno glielavesse chiesto, avrebbero detto che per loro non cera nessun problema e che preferivano continuare laddestramento, ma ovviamente nessuno chiedeva la loro opinione. Era vero che con Gneo si sfiancavano, ma non si erano mai divertiti tanto in vita loro. Lo zio raccontava migliaia di aneddoti su battaglie e combattimenti corpo a corpo, mentre insegnava loro a lottare.
Presto iniziarono a usare spade di legno e a proteggersi il corpo con corazze di cuoio e la testa con un elmo dello stesso materiale, come due piccoli velites. Lottavano fra loro e poi, a turno, contro lo stesso Gneo. Spesso ricevevano qualche colpo dallo zio e allora capivano di aver tenuto male lo scudo. Quando i colpi lasciavano il segno, le proteste di Pomponia dovevano giungere fino alle orecchie dello stesso Giove Ottimo Massimo. In quelle occasioni, Gneo optava per una ritirata silenziosa. Se Publio non mise fine agli addestramenti e Pomponia non si decise a esercitare la propria influenza sul marito per interromperli, fu perch entrambi sentivano che i ragazzi erano molto legati allo zio. Inoltre, capivano che quelle fatiche e quei colpi erano necessari per diventare i migliori, o almeno al pari degli altri, sul campo di battaglia. Nel profondo del cuore, Pomponia sapeva che Gneo non aveva tutti i torti, quando si giustificava dicendo che un colpo assestato ora, con una spada di legno, poteva anche fare male e lasciare un brutto livido, ma avrebbe evitato che in futuro la lama di una spada nemica lacerasse la pelle del ragazzo, togliendogli la vita.
Da parte sua, Publio padre insisteva sullimportanza delle lezioni mattutine di Tindaro. Fino a che il pedagogo avesse ritenuto sufficienti i loro progressi nellapprendimento del greco e nella lettura di Aristotele e Platone, oltre ad alcuni autori di commedie e tragedie, allora i figli avrebbero potuto continuare con gli addestramenti di Gneo.
I ragazzi si impegnarono in quel patto e soddisfecero ampiamente le aspettative di Tindaro, che le riferiva a Pomponia e a Publio, con grande soddisfazione di entrambi.
Neanche il pomeriggio dopo la presentazione di Publio al Foro i due ragazzi poterono riposare. Giunti al campo di addestramento, Gneo si avvicin ai fratelli e si rivolse al maggiore.
Publio, oggi sei entrato ufficialmente nella nostra trib e presto potresti essere chiamato nellesercito, se lo Stato lo richieder. Oggi con te metteremo da parte le spade di legno e cominceremo con quelle vere.
Gneo estrasse due spade di metallo a doppio taglio e ne pass una a Publio. Era cos pesante che il ragazzo per poco non la lasci cadere, ma grazie ai suoi riflessi la sostenne. Poi entrambi, zio e nipote, presero gli scudi e iniziarono a lottare. Lucio li osservava ammirato e stupito dalla novit. Gneo attaccava senza troppa energia, consapevole di essere troppo forte per il giovane discepolo. Publio si difendeva grazie a ci che aveva imparato con le spade di legno, ma i colpi con il metallo erano pi duri, pi potenti. Soprattutto cera qualcosa che lo faceva retrocedere davanti allavanzata dello zio: aveva paura. Aveva visto i gladiatori lottare con le spade vere, come quelle che usavano quel pomeriggio, e le ferite terribili che procuravano.
Gneo si interruppe e rilass i muscoli. Publio fece altrettanto.
Che cosa ti prende? Perch indietreggi senza neanche tentare un colpo?
Il giovane tacque. Si vergognava.
Hai paura di essere ferito?
Publio rest in silenzio.
Rispondi. Dimmi la verit. Se non la dici a me, adesso che stai imparando, non potr insegnarti niente. Hai paura?
Il nipote infine os rispondere, ma a bassa voce.
S셻
Non ti ho sentito. Hai paura di essere ferito?
Publio, paonazzo dira, alz il tono della voce, quasi fino a gridare.
S, ho paura! Ho paura! E rimase davanti allo zio, sorreggendo con forza la spada. Era arrossito davanti al fratello minore e respirava rapidamente, in modo affannoso.
Bene. Non  sbagliato. Avere paura durante un combattimento  normale. Solo i pazzi non hanno paura. Ora dobbiamo imparare a dominarla.
Le parole dello zio lo rassicurarono. Per un attimo aveva creduto che Gneo stesse per deriderlo. Invece no. Avere paura era normale. Era normale che gli succedesse. Era una fase. E se si trattava di una fase, lavrebbe superata, come aveva superato le altre.
Bene, statemi a sentire, tutti e due. Per oggi non lotteremo pi. Domani continueremo con le spade vere e vedrete che a poco a poco vi ci abituerete. Se ci taglieremo, ci faremo curare. La parte peggiore sar affrontare vostra madre, quella s che mi fa paura. E scoppiarono tutti e tre a ridere. Ora ascoltatemi bene continu Gneo perch sto per insegnarvi una cosa che non dovrete mai usare nel modo sbagliato:  un segnale, come un annuncio del vostro attacco. Osservate.
Gneo sfoder la spada con la mano destra e le fece eseguire un giro di trecentosessanta grandi a una velocit sorprendente, sferzando laria, per poi bloccarla di colpo come se la puntasse contro un nemico.
Questo giro di spada  un segnale della nostra famiglia che molti conoscono. Significa che uno Scipione sta per iniziare a combattere e che sar un combattimento allultimo sangue: o si vince o si muore. Quando comanderete un esercito, e succeder sicuramente, perch siete nipoti di consoli, i vostri legionari conosceranno questo segnale. Sono cose che si sanno, anche se si usano poco. Chiunque abbia avuto uno Scipione come comandante lo sa. Adesso prendete una spada ed esercitatevi finch non vi riuscir bene, con chiarezza e, per favore, senza tagliarvi.
I due giovani si esercitarono ancora per unora. Lucio faceva parecchia fatica e la spada gli cadeva spesso, ma doveva crescere e avrebbe imparato a maneggiare meglio le armi. Publio, invece, con grande sorpresa dello zio, colse il movimento rapidamente e al termine del pomeriggio era gi in grado di eseguirlo con una certa abilit.

13
UNA NOTTE DI VENDETTA

Qart Hadasht, 221 a.C.
Scivol fra le case. Era una notte senza luna, che lo proteggeva nei suoi scopi. Lo schiavo arriv fino alle mura del palazzo di Asdrubale a Qart Hadasht. Le guardie erano di pattuglia intorno alledificio. Aspett che i soldati scomparissero dietro langolo e si avvicin a una piccola porta di servizio. Era nervoso. Attese ansioso finch non sent dallinterno lo scricchiolio dei cardini. La porta si apr. Entr furtivo nel palazzo. Il suo complice scomparve, quindi non pot vederlo in viso, ma non gli importava. Sapeva che il suo era un viaggio di sola andata.
Sal avvolto nelloscurit che si acquattava fra le pareti del palazzo. Evit le guardie appostate nei corridoi della residenza del generale delle truppe cartaginesi. Aveva in mano un pugnale.
Il generale punico passeggiava per la sua stanza, esaminava le mappe e controllava i documenti. Da quando aveva spartito con i Romani le zone di influenza in Iberia, i Cartaginesi a sud del fiume Ebro e i Romani a nord, aveva goduto un periodo di relativa calma. Cerano alcune questioni in sospeso, certo, come quella di Sagunto: unimportante citt a sud dellEbro, ossia nella zona cartaginese, ma che si opponeva al dominio punico e manteneva legami di amicizia sempre pi sfacciati con Roma. Negli ultimi mesi per regnava la tranquillit. Asdrubale si era potuto perfino permettere il lusso di andare a caccia con alcuni ufficiali e amici arrivati da Cartagine. Sput a terra al ricordo dello stupido mercenario gallico che aveva osato discutere su una delle linci che lui stesso aveva cacciato. Godette al ricordo del suo viso che si contorceva per il dolore, quando gli aveva conficcato la spada nel cuore. Non poteva accettare che le sue decisioni fossero messe in discussione e meno che mai da un mercenario al suo soldo. Il corpo di quellinfelice era rimasto a terra, a inzuppare il terreno in una pozza di sangue. Accanto a lui si era inginocchiato lo schiavo che lo accompagnava. Asdrubale aveva fissato il celtico, per capire come avrebbe reagito, ma questi era rimasto in silenzio e si era limitato a guardarlo con odio. Il generale allora era smontato da cavallo.
Vuoi morire anche tu?
Lo schiavo aveva abbassato gli occhi e non aveva risposto. Asdrubale lo aveva esaminato per qualche secondo e si era chiesto se quel silenzio fosse una provocazione o solo paura. Aveva optato per la seconda ipotesi e aveva deciso di lasciarlo andare e non badare a lui. Aveva poi ordinato che raccogliessero la lince e la portassero a Qart Hadasht come trofeo. Quindi, circondato dai suoi ufficiali, si era allontanato da quella radura del bosco.
Ora il generale cartaginese era stanco. Aveva bevuto molto dopo la caccia, al banchetto. Non era pentito. Non poteva tollerare insolenze. Lunico da cui poteva accettarle era Annibale. Il figlio del grande Amilcare era lunico per cui provava rispetto e, perch non ammetterlo, l in privato, nel silenzio della notte e della sua stanza, anche un po di paura. Quel ragazzo aveva nel petto una forza trattenuta che poteva esplodere in qualunque momento. Non aveva ancora superato quel che era successo al padre. Ma bisognava riconoscere che i sentimenti che lo torturavano non gli impedivano di combattere con coraggio e abilit.
Asdrubale si stese sul letto e chiuse gli occhi. Un giorno Annibale sarebbe diventato generale. Solo il tempo avrebbe detto se sarebbe stato anche un bravo generale. Il sonno lo vinse e pochi minuti dopo cadde addormentato. Russava per colpa del vino e uno dei rantoli fu cos forte da svegliarlo. Stava per ridere, ma si rese conto di non poter respirare, poi sent un liquido caldo lungo il collo. Si port le mani alla gola e si accorse che era bagnata e scottava. Apr gli occhi e vide sopra di s il viso dello schiavo dellufficiale gallico che aveva ucciso durante la caccia. Cerc di sollevarsi, ma era trattenuto con forza ai polsi. Cerc di gridare e lanciare lallarme, e solo allora si rese conto, al mancargli della voce, di avere la gola tagliata in due da un coltello affilato, che ora giaceva accanto al suo viso.
Le guardie catturarono lo schiavo celtico prima che potesse uscire dal palazzo. Uno dei soldati, preso dalla rabbia, stava per ucciderlo e sfoder la spada, ma una voce potente risuon sotto gli alti soffitti e lo blocc.
Fermo! grid Annibale.  una morte troppo dignitosa per uno schiavo, soprattutto per lo schiavo che ha assassinato il nostro generale!
I soldati annuirono e il guerriero cartaginese rinfoder la spada. Poi ordin di portare lassassino nelle segrete dei sotterranei pi profondi del palazzo. L, per il resto della notte, il celta venne torturato e le sue grida risuonarono per tutta Qart Hadasht, finch la sua vita non si spense definitivamente.
Il giorno successivo, gli ufficiali e i generali discutevano chi eleggere come nuovo capo. Valutavano diverse possibilit, come Giscone o il generale Magone. Uomini esperti e coraggiosi.
Durante la discussione, uno degli ufficiali si volt e vide stagliarsi alle sue spalle la figura di Annibale, lo sguardo fisso fuori dalla finestra del palazzo. Annibale, sempre il primo a entrare in combattimento e lultimo a riposare; Annibale, che si offriva volontario per qualunque scontro, per qualunque missione rischiosa, colui che abbatteva pi nemici di tutti, il terrore degli Iberi e dei Celti. Quando la sua sagoma si profilava allorizzonte, i selvaggi arretravano e i pochi che osavano sfidarlo cadevano sotto i primi colpi. Lufficiale non ebbe dubbi.
Propongo Annibale Barca, figlio di Amilcare Barca, perch ci comandi e ci guidi alla conquista di queste terre!
Anche gli altri ufficiali si voltarono. Annibale li guard senza aprire bocca. Non si mostr stupito, ma nemmeno lusingato. Si manteneva distante. I suoi pensieri lo tenevano lontano da ci che accadeva.
Alcune voci iniziarono a gridare il suo nome.
Annibale, Annibale, Annibale!
Al sentire il proprio nome acclamato, Annibale cap che la sua strada era decisa. Fino a quel momento aveva avuto solo un piano. Ora aveva anche i mezzi per portarlo a termine.
Quel pomeriggio, la notizia della nomina del nuovo generale in capo dellesercito punico in Iberia part su una trireme diretta a Cartagine. Il giorno seguente, il Consiglio degli Anziani di Cartagine ratific la nomina.

14
LANFORA VUOTA

Roma, 221 a.C.
Per due anni, Tito tent limpossibile. Mise a dura prova la pazienza dei clienti e dei creditori, cerc di far durare il pi possibile il denaro che gli era rimasto, ma fu inutile. A poco a poco, la bottega si svuot e rimase senza merci, quasi tutte pagate in anticipo. Le poche monete che entravano servivano per mangiare e saldare i debiti con i banchieri del Foro. La loro impazienza era gi sfociata in minacce e perfino in qualche alterco per strada. Tito decise di mettere da parte lorgoglio e un mattino si diresse al Foro.
Mezzora dopo aveva individuato la persona che cercava. Rufo passeggiava accompagnato da una schiava, entrava e usciva dalle botteghe, comprava cibo, tuniche, sandali, ceste e valutava perfino lacquisto di qualche schiavo da aggiungere alle sue propriet. Il teatro non si era ancora conquistato i favori del pubblico romano, ma continuava a essere finanziato regolarmente dallerario pubblico, e la compagnia di Rufo vantava un buon numero di rappresentazioni. Questo nonostante i tentativi di sabotaggio della concorrenza, che mandava gli attori a fischiare gli spettacoli altrui, per portare scompiglio fra il pubblico ed evitare che la compagnia venisse ingaggiata di nuovo. A Roma non cera niente che non si comprasse o si vendesse e la concorrenza non conosceva limiti. In quella situazione, Rufo era nel suo ambiente naturale. Non cera affronto che non fosse in grado di restituire in modo ancor pi spregevole e sleale. Se una compagnia arrivava a creare scompiglio, lui mandava i suoi attori e decine di liberti pagati per fischiare e insultare a loro volta. E cerano lestorsione e i pestaggi. Rufo iniziava a pensarci seriamente. Chi colpisce per primo colpisce pi forte.
Tito si avvicin allimpresario.
Buongiorno, Rufo. Come ti vanno le cose?
Rufo lo guard con disprezzo, ma notando gli abiti puliti si ferm ad ascoltarlo. Tito aveva indossato la sua tunica migliore, per cercare di salvare le apparenze.
Guarda chi c, il mercante di tele. Che cosa ti porta qui? Vuoi ingaggiare la compagnia per una rappresentazione privata nella tua nuova domuso mi vuoi comprare la schiava? Rufo scoppi in una grassa risata.
Tito non si lasci intimidire.
No, non si tratta di questo. Vendere tele  interessante, ma a dire il vero non  come mi aspettavo e mi chiedevo se non ti farebbe comodo riprendermi con te. Lo sai che potrei occuparmi di un sacco di cose e
Rufo scosse la testa e lo interruppe.
No, no, no, Tito Maccio. Non credere di ingannarmi come fai con i tuoi clienti ormai stufi o con quegli usurai dal cuore tenero con cui fai affari. Credi che non sappia della tua situazione disastrosa? Roma  cresciuta, ma non abbastanza perch Rufo non conosca tutte le persone che vale la pena conoscere e, mio caro Tito, tu non sei una di loro. Al contrario, so dei tuoi investimenti e della nave che hai perso. Per tutti gli di, sembra proprio che il mare non sia ancora un posto sicuro. Se fossi in te, andrei a lamentarmi con i consoli Minucio Rufo o Lepido e chiederei che proteggano le tue navi mercantili dai pirati, anche se non so se avranno il tempo di ascoltarti. Rufo scoppi in unaltra risata.
Tito cap e decise di umiliarsi.
Daccordo. Le cose mi vanno male, molto male, ma per tutti gli di, quando lavoravo per te ti rendevo un buon servizio e potrei farlo di nuovo e
Non mi interessa. Hai voluto andartene e lhai fatto, ora fallo di nuovo: vattene, non farti vedere da me. Sgombra la strada, i piagnistei infantili dei rifiuti umani come te mi infastidiscono! E lo allontan con uno spintone.
Tito cadde a terra e la tunica si inzupp di fango. Il giorno prima aveva piovuto a dirotto e il sole non aveva ancora avuto il tempo di asciugare le pozzanghere. Quando si alz per ribattere, Rufo era ormai lontano, a comprare frutta e a riempire di mele la cesta sorretta dalla schiava. Accanto a s Tito sent le risate di alcuni bambini, che indicavano la tunica sporca.
Torn sui suoi passi e si trascin per le strade fino alla bottega. Entr e chiuse la porta. Dentro era vuoto. Le pareti nude, senza mercanzia, erano il segno evidente delle sue condizioni. Aveva fame, ma non aveva denaro. Negli ultimi mesi aveva perso peso. Era dimagrito, anche se sotto la tunica non si notava. Fece per bere un po dacqua dallanfora che teneva dietro il banco, ma anche quella era vuota.

15
LA LENADI ROMA

Roma, 221 a.C.
Da questa parte, vieni disse Publio a bassa voce al fratello minore.
Non credo che sia una buona idea rispose Lucio, che aveva accettato malvolentieri di accompagnarlo.
Era notte e tutti dormivano. I ragazzi uscirono a tentoni dalla loro stanza per non svegliare nessuno. Nellatrio, la luce della luna piena faceva risplendere le tessere del grande mosaico che il padre aveva fatto installare da poco. Raffigurava il nonno con la carica di console, al comando delle legioni. I due ragazzi scivolarono sopra il mosaico, passarono per il tablinume arrivarono al peristiliumdel giardino. Non si udiva altro che lo scrosciare costante dellacqua della fontana. Laria era fresca. Publio e Lucio si nascosero dietro le colonne e rimasero appostati l per una decina di minuti. Infine videro comparire un giovane schiavo della casa, accompagnato da una donna che non riconobbero. In un angolo del giardino, luomo cominci a spogliare la ragazza e mise in mostra il corpo di una giovane di circa sedici anni. Subito lo schiavo la distese a terra e si mise sopra di lei. Publio e Lucio ascoltavano attenti. Sentirono mormorii smorzati e poco dopo alcuni gemiti soffocati da una mano sulla bocca.
Taci, ci sentiranno disse lo schiavo.
Meglio se andiamo disse Lucio.
No. Publio aveva guadagnato una certa autorit sul fratello, che smise di protestare.
In quel momento risuon la voce chiara e forte del padre.
Per Castore, che cosa succede qui?
Publio Cornelio Scipione era accompagnato da due schiavi di mezzet, persone di fiducia da anni nella domus. Le loro lampade a olio rischiararono gran parte del giardino e rivelarono i giovani amanti a terra.
Publio e Lucio si acquattarono fra le ombre proiettate dalle colonne e deglutirono.
Prendete questi due Lo schiavo portatelo in cucina. Domani far i conti con lui. Quanto alla donna Publio Cornelio Scipione la guard con attenzione. Non lavora qui, quindi cacciatela. Qualche frustata e fuori. Se entri di nuovo in casa mia senza permesso annunci rivolto alla ragazza non avr misericordia.
La giovane, incredula per quella pena cos lieve, scomparve subito fra le ombre, scortata da uno degli schiavi pi anziani. Laltro conduceva via il giovane cuoco, e anche loro scomparvero. Il senatore rimase nel giardino accanto alla fontana.
Publio e Lucio trattennero il fiato. Erano in ombra ed era impossibile che il padre li vedesse o li sentisse, ma il senatore inizi ad ascoltare sopra il silenzio, a vedere oltre loscurit, risvegliando il suo spirito di generale prima di una battaglia notturna. La brezza mite gli port il messaggio che cercava, in forma di odori quasi impercettibili. Sospir e si tranquillizz, quando cap che cosa significavano.
Bene, Publio e Lucio, uscite di l, da dietro le colonne, se non volete che mi arrabbi ancora di pi!
Publio e Lucio si guardarono. Ma come fa a saperlo? sembrava chiedere Lucio con lo sguardo. Publio si strinse nelle spalle, gli occhi sgranati per lo stupore. Era impossibile che li avesse visti.
Siete i miei figli, ma la mia pazienza ha un limite anche con voi!  la vostra ultima opportunit prima che vi faccia frustare o che mi venga in mente qualcosa di peggio!
I ragazzi non ci pensarono due volte e uscirono alla luce. Al centro del giardino cera il padre, con la lampada in mano. Lo raggiunsero e arrivarono a un paio di passi da lui.
Mai pi, mi sentite? Non permettete mai pi che qualcuno entri in questa casa senza il mio permesso o senza che vostra madre lo sappia, capito? Uno schiavo ha lasciato entrare una donna per Insomma, lha lasciata entrare per stare con lei. Non deve pi succedere e se lo venite a sapere dovete avvisarmi subito. C in gioco la sicurezza di tutti. Anche la casa  la vostra famiglia, ed  sacra.
I ragazzi tacevano.
E non venite a dirmi che lavete appena scoperto, perch tengo docchio questo schiavo da giorni. Parlate, dite qualcosa e che non sia una bugia. Non migliorerebbe la vostra situazione.
Lucio stava per parlare, ma Publio lo precedette.
 colpa mia. Sono un paio di mesi che questo schiavo porta qui la giovane, di notte. Di solito vengo a vedere da solo Stanotte ho chiesto a Lucio di accompagnarmi.  colpa mia. Avrei dovuto parlartene prima
S,  questa la cosa pi grave. Perch non lhai fatto, Publio?
Il ragazzo non rispose. Come poteva dire che era incuriosito da quello che facevano? Si vergognava. Il senatore lo guard in silenzio, mentre metteva ordine nei suoi pensieri.
Vedo che non parlate. Almeno vi vergognate.  gi qualcosa prosegu ma non basta. Non basta. Siete Scipioni. Guardatevi intorno. Che cosa vedete?
I ragazzi osservarono le pareti del giardino.
Statue, padre disse Publio.
Sono i vostri avi. Lucio Cornelio Scipione Barbato, il vostro bisnonno, console; Gneo Cornelio Scipione Asina e Lucio Cornelio Scipione, vostri nonni, entrambi consoli. Vittoriosi contro gli Insubri, conquistatori della Corsica, di Aleria. Su che cosa si fonda la forza della nostra famiglia?
I due ragazzi esitavano.
Sulla fiducia. Sulla fiducia reciproca che si trasmette di padre in figlio. Se non posso fidarmi di voi, non sono nessuno, e se voi non avete fiducia in me o in vostro zio, non valete nulla. Non vi siete mai chiesti perch ci chiamiamo Scipioni?
Rimasero entrambi in silenzio.
Perch il vostro bisnonno, ormai anziano e diventato cieco con let, si appoggiava al figlio Lucio per poter camminare, lo usava come uno scipio, come il suo bastone. Da l il nostro nome. Voi siete il mio sostegno, dovrete essere i miei occhi e le mie orecchie quando a me verranno meno, siete il mio scipio. Cos come i vostri figli lo saranno per voi. Non dimenticatelo mai. Mai.  chiaro?
Annuirono entrambi.
Tutti e due, nella vostra stanza, e non voglio sentire unaltra parola sulla faccenda. Se qualcuno entra di nuovo senza il mio permesso, voglio essere informato subito, capito?
S, padre dissero entrambi allunisono e corsero via.
Il giorno dopo, nel pomeriggio, terminato laddestramento, Gneo espresse il proprio giudizio.
Ve la cavate molto bene. Fra un po avr paura di lottare con voi. Soprattutto con te, Publio. Sei rapido con quella spada. Ti lasci ancora trasportare dalla voglia di vincere, ma maturerai. E tu, Lucio, sei migliorato molto. In poco tempo sarai bravo come tuo fratello. Larma  ancora troppo pesante per te, ma in un anno o due la cosa si risolver. Mangiate tutte le farinate di grano che vi mettono davanti, e frutta, pesce e carne. Mangiate bene per lottare bene. Ci penser io a evitare che mettiate su un chilo di troppo.
Publio e Lucio si guardarono e sorrisero. Gneo si accigli e scrut la propria pancia, che non era certo quella di un uomo obeso, ma a cui avrebbe giovato perdere quattro o cinque chili.
Per Ercole, siete degli ingrati! Vi addestro gratis e mi ripagate beffandovi di vostro zio! Quando avrete combattuto in tante battaglie quante me, avrete il diritto di ingrassare quanto vi pare, ma per il momento neanche un chilo di troppo! Domani vi far correre il doppio, vi laver quel sorriso dalla faccia con il sudore!
I due fratelli tacquero. Avrebbero pagato cara quella figuraccia.
Va bene, basta con le chiacchiere. Lucio, a casa. Publio, resta con me. Dobbiamo parlare di alcune cose.
I fratelli erano stupiti. Tornavano sempre insieme, ma non chiesero spiegazioni. Il giorno dopo li attendeva gi una fatica extra, meglio non sfidare la sorte. Lucio si diresse verso la citt.
Gneo guard il nipote.
Tuo padre mi ha raccontato lepisodio di stanotte.
Publio inspir profondamente. Gli era sembrato strano che la faccenda non avesse conseguenze.
 importante continu Gneo che tu non tradisca mai la tua famiglia, neanche in questioni che ti sembrano insignificanti. La famiglia  la cosa pi importante: la famiglia e Roma. Sono le due cose per cui vale la pena vivere e morire, se necessario, sono le due cose per cui preghiamo gli di che ci proteggano e ci aiutino.  chiaro?
S, zio.
Bene. Ora andiamo. Seguimi.
Entrarono in citt, attraversarono il Foro e scesero fino alla zona dei mercati e poi, seguendo il corso del fiume, si ritrovarono in un quartiere in cui Publio non aveva mai messo piede. Le case erano sporche, vecchie. Per strada si accalcava gente di ogni tipo, dal povero pi miserabile fino a qualche patrizio scortato da guardie e schiavi armati che, a giudicare dalla sollecitudine con cui scacciavano i mendicanti, dovevano essere molto ben pagati. I triumviri pattugliavano quei vicoli pi spesso che in altri quartieri della citt, ma fingevano di non notare la presenza scandalosa di donne mezze nude, che salutavano dalla porta di casa, le zuffe tra ubriachi o i colpi assestati dalle guardie di un patrizio infastidito dallodore di uno schiavo che gli attraversava la strada. I triumviri non volevano problemi e la loro presenza era pi che altro un avvertimento, affinch la gente si controllasse e non andasse oltre i colpi e gli spintoni. Le spade sguainate erano unaltra faccenda. Il giovane Publio osserv i soldati che pattugliavano a passo deciso, lo sguardo fisso in avanti, quasi assenti ma attenti al minimo movimento.
Qui ci sono sempre pi problemi che da qualunque altra parte, soprattutto risse disse Gneo quando not linteresse del nipote per le pattuglie. Ci muore almeno una persona al giorno. Non venirci mai da solo. Se torni senza di me, fatti accompagnare da un paio di bravi schiavi.
Il giovane Publio non capiva perch lo zio pensasse che gli sarebbe mai venuta voglia di tornare l da solo. Era un quartiere sgradevole e non vedeva niente per cui valesse la pena di rischiare e aggirarsi fra quelle persone violente, ubriache e nervose.
Presto si accorse che cera una differenza fra loro due e gli altri patrizi che avevano incrociato in quel quartiere.
Noi non abbiamo una scorta comment.
Gneo sorrise. Qui la scorta sono io rispose e continu a farsi largo fra la folla.
Arrivarono a una casa pi grande di quelle circostanti, pi pulita, con la facciata senza crepe e la porta chiusa, a differenza delle altre. Lo zio si avvicin risoluto e diede un paio di colpi decisi, con il palmo della mano. Ad aprire fu una donna sulla cinquantina, con le labbra dipinte di rosso e le rughe che spiccavano sotto i capelli grigi, nonostante il trucco. Aveva unespressione seria, infastidita, quasi arrabbiata, ma quando alz lo sguardo dal petto di Gneo fino agli occhi delluomo che aveva bussato alla sua porta, il viso si trasform: si illumin e un sorriso affettato comparve sulla pelle prosciugata dagli anni.
Ma  il gran generale disse prima di aprire la porta e scostarsi per lasciarlo passare. Publio segu lo zio. E viene accompagnato da un bel giovanotto continu.
Publio, ti presento la vecchia mezzana di Roma. Nessuno conosce il suo nome, ma se chiedi della lenain questo quartiere, tutti ti indicheranno la sua porta. E segui il mio consiglio: non farle domande, cos non sentirai una delle sue menzogne.
Per Castore e Polluce, che pessima opinione hai di me intervenne la lena, poi si rivolse al nuovo ospite. Mio caro giovane, non fare caso a questuomo che ti parla tanto male di me. Qui tutti gli uomini trovano ci che desiderano ed escono soddisfatti
E pi poveri di quando sono entrati. Non scordiamoci questo dettaglio fece notare Gneo.
Bene. La mezzana assunse un tono indifferente. I miei servigi hanno un prezzo e non chiedo molto, solo il giusto.
Il giusto? Gneo alz tanto la voce che due schiavi armati comparvero nellatrio. Il generale non batt ciglio. Vecchia lena, non metterti in bocca parole troppo grosse per chi si dedica al tuo mestiere.
Gi, certo, giustizia  una parola riservata ai patrizi.
Gneo non cap se la mezzana gli dava ragione o lo sfidava a denti stretti. Il giovane Publio colse meglio dello zio la sottile ironia di quella donna e prese nota del suo rancore. Quanta gente la pensava come lei, con lo stesso freddo risentimento verso la sua classe?
Veniamo al motivo per cui siamo qui. Questo  il mio nipote pi grande e sar una persona importante a Roma, quindi ti conviene trattarlo bene, se non altro perch sar un buon investimento per il futuro. Cerco una ragazza bella, docile, non troppo esperta, ma abbastanza da aiutare iniziare mi hai capito.
Publio avrebbe voluto avere le ali ai piedi come Mercurio, per volare via e scomparire allistante da quel posto. Ci mancava solo che lo zio gridasse ai quattro venti che suo nipote non era ancora stato con una donna. Ci soffriva gi abbastanza, senza che fosse di dominio pubblico. La mezzana, per, non sembrava stupita e non diede molta importanza alla cosa. La fronte rugosa si corrug, mentre rifletteva.
S capisco e credo di avere esattamente quello che cerchi. Poi si rivolse agli schiavi armati rimasti di guardia. Portate Drusilla. La chiamiamo cos, Gneo Cornelio, anche se arriva dallOriente.  giovane, ha diciassette anni,  abbastanza esperta da soddisfare tuo nipote, ma  appena arrivata e non  ancora stata provata in modo approfondito.  docile. In un certo senso, conserva la propria ingenuit. Credo che sar allaltezza delle circostanze.
Un attimo dopo arriv uno schiavo con una giovane magra, dalla pelle scura, con i capelli neri sciolti che le scendevano sulla schiena nuda. Indossava soltanto una tunica di seta rossa aperta dietro, cos sottile che il tessuto semitrasparente lasciava intravedere due spalle arrotondate, la pelle liscia e delicata, due seni sodi come mele appena colte, una vita che si stringeva per poi allargarsi di nuovo in fianchi generosi, ma non troppo grandi, che terminavano in due gambe lunghe e piedi piccoli, chiusi ad arco dove gli alluci si univano al vertice dellangolo, proprio l, in quel punto del pavimento in cui la giovane fissava lo sguardo.
Drusilla tese la mano e, senza rendersene conto, Publio allung il braccio a sua volta, con la mano aperta. La giovane sorrise mentre afferrava piano le dita delladolescente patrizio e lo guidava con dolcezza ma con decisione verso la propria stanza, lontano dagli sguardi di guardie armate, di una vecchia mezzana o di uno zio nervoso.
Bene esclam Gneo, quando il nipote fu affidato alle cure della giovane. E per me  libera quella ragazza iberica che mi soddisfa tanto bene?
La mezzana non rispose subito, quindi Gneo si rispose da solo.
No, devo dedurne che  fra le mani di qualcun altro?
La lenanon apr bocca e fiss il pavimento, come a dargli ragione.
Gneo continu a trarre le sue conclusioni a voce alta.
Al prezzo a cui me la cedi di solito, pu essere solo uno dei consoli che ha deciso di godere dei suoi sconfinati piaceri.
Era una frase azzardata, unesclamazione buttata l a caso, senza intenzione. Ma la mezzana rimase immobile, in silenzio. Gneo ebbe il sospetto che fosse nervosa, ammesso che quella donna, i cui occhi avevano visto passare sotto il suo tetto decine di patrizi e senatori, potesse perdere la compostezza.
Per tutti gli di, concluse il generale non avrei mai pensato che il vecchio Rufo o Lepido avessero tanto sangue nelle vene.
Gneo cap che lanziana temeva che lui si spingesse oltre nelle conclusioni, fino a scoprire esattamente quale dei due consoli giaceva con la sua preferita in quel momento. Meglio non infastidire quella donna che conosceva tanti segreti, fra cui i suoi; era pi pericoloso avere contro la mezzana di Roma che un potente senatore infuriato.
Comunque, buon per lui che pu godersi i piaceri della mia preferita, e pazienza per me. Forse  meglio cos. Tenuto conto di quello che mi farai pagare per mio nipote, non sono sicuro di potermi divertire anchio. Devo insegnare al ragazzo a sbrigarsela alla svelta da solo in queste faccende, o le mie finanze andranno a rotoli.
Gneo scoppi in una sonora risata e la lenasi rilass. Prima che lospite avesse il tempo di chiederlo, la donna fece portare una buona caraffa di vino per intrattenere un uomo tanto illustre e, soprattutto, tanto comprensivo.
Su ogni piega della pelle Publio sentiva le carezze delicate di quella giovane di cui non conosceva neanche il vero nome. Prima lei us le dita, poi il palmo della mano, per terminare con la lingua, leccandolo in ogni dove. In pochi minuti, il nipote di Gneo aveva unerezione enorme. Il cessare delle carezze, lattesa di ci che stava per venire, fu troppo per mantenere il controllo. La ragazza inizi a baciarlo alla base del membro e lui non pot resistere oltre e cedette a impulsi che ancora non riusciva del tutto a gestire. Fu come una fontana, che innaffi il suo stesso ventre e la guancia della ragazza.
Scusa scusami balbett, impacciato e nervoso.
La ragazza scosse la testa con dolcezza, senza dare importanza alla cosa, mentre si puliva il viso con il dorso della mano. Il giovane Publio non sapeva bene che dire o fare, ammesso che ci fosse ancora qualcosa da fare e non fosse gi tutto terminato. Suo zio era generoso, perch quei piaceri dovevano costargli una fortuna, ma era avaro nelle spiegazioni.
Nella sua espressione accigliata Drusilla sembr leggere la confusione che gli correva nelle vene. Non parlava la sua lingua, ma riprese con le carezze e i baci e si fece capire alla perfezione. Non avevano ancora finito.
Il giovane Publio la lasci fare e decise che non se ne sarebbe andato di l finch lei non lavesse cacciato.
Unora dopo, zio e nipote tornavano a camminare per le strade di quel quartiere di Roma e scendevano per uno stretto vicolo, fino a raggiungere le taverne in riva al Tevere. Publio aveva stampato in faccia un sorriso un po scemo, a testimoniare la sua grande soddisfazione. Gneo si ferm in una taverna e invit il nipote a entrare. Era un locale piuttosto buio, dallaria densa e pesante, senza altra ventilazione che la stretta porta dingresso. Cera un banco di legno, dietro il quale un tizio sulla quarantina, piuttosto robusto, i capelli brizzolati, una folta barba e un viso poco amichevole, serviva vino, farinate di grano e pesce fresco a chi aveva abbastanza coraggio da chiedergli qualcosa. Lo zio rientrava in questa categoria e senza alzarsi da tavola, grid quello che voleva.
Forza, del buon vino qui, per due, e alla svelta!
Publio vide il locandiere fissare intensamente Gneo e poi, senza aprire bocca, chinarsi e tirare fuori da sotto il banco una brocca e due coppe. Per un attimo pens che non li avrebbe portati al tavolo, ma poi luomo usc dal suo fortino e, un passo dopo laltro, lentamente, arriv con la brocca e le coppe. Lo zio mise una moneta sul tavolo e loste annu, la prese e torn al suo posto di guardia.
Nel locale cerano altri cinque o sei tavoli, pieni di gente, una ventina di persone circa, quasi tutte malvestite. Ma si vedeva anche qualche toga lucida e brillante, di un patrizio o un mercante che aveva fatto strada.
 un posto orribile, lo so, disse Gneo mentre mesceva il vino ma servono il vino migliore. Deve aver preso accordi con il capitano di una nave che lo porta dal Sud. Non so come stiano le cose. Nei posti come questo, Publio,  meglio non indagare troppo sul passato delle persone. Non venire qui da solo, finch non sarai un generale di Roma. Gli ufficiali vengono rispettati, sempre se hanno dimostrato il loro valore sul campo di battaglia. Ma basta con le storie. Beviamo.
Publio osserv la coppa ed esit.
Lo so, lo so che non bevi, ma devi pur cominciare e questo  un giorno buono come un altro. Devi festeggiare quel sorriso scemo che hai in faccia e te lo toglier, con il vino o a schiaffoni. Non voglio che tua madre lo veda. Per Ercole, ho il terrore delle discussioni con tua madre. Lo ammetto.
Gneo prese la coppa e Publio fece altrettanto. Bevvero. Lo zio a lungo e lui invece solo un piccolo sorso. Sent un leggero bruciore alla gola, ma il sapore dolce e fruttato gli piacque. Aveva gi assaggiato il vino, a casa con Lucio, di nascosto, quando si intrufolavano in cucina di notte, ma questo aveva un sapore speciale. Continuarono a bere.
Che cosa  successo allo schiavo che abbiamo visto nel giardino di casa con quella donna? chiese Publio.
Ah, il vino ti d il coraggio di chiedere quello che non dovresti, eh? Credo che si sia beccato solo quaranta frustate; sembra che cucini bene e a tuo padre piace mangiare.  un po lieve come castigo, ma prepara un pollo e un maiale ottimi. Noi uomini siamo cos. Rischiamo la pelle e i soldi pur di stare con una donna. Lo scoprirai da solo. S, non scuotere la testa. Oggi mi  costato caro, ma a giudicare dal tuo sorriso cretino, che grazie a tutti gli di inizia gi a scomparire, ne  valsa la pena. Ora sai quanto sia bello stare con una donna. Non ti ci abituare, Publio. Un giorno conoscerai la donna per cui ti prenderesti quaranta o centomila frustate, se necessario. Succede. Dicono che succeda. Ma dobbiamo trovarti una brava patrizia romana, di buona famiglia, che sia bella e ti diverta la notte, ma che ti resti sempre accanto in questa citt di lupi. Un giorno, Publio, non ci saranno pi tuo padre e tua madre, e neanchio. Allora dovrai fidarti delle persone che ti circondano: tua moglie, tuo fratello e i tuoi amici, e poi i tuoi figli. Ma finch non avrai una famiglia tua, saranno tua moglie, tuo fratello e i tuoi amici a darti forza. Dovrai scegliere bene,  importante. Insomma, il vino mi scioglie la lingua. Non fare troppo caso a me. Nelladdestramento militare invece s. L ho le idee pi chiare.
Gneo continu a mescere il vino finch non ebbero terminato la brocca. Publio riflett sulle parole dello zio: un giorno sarebbe rimasto senza tutti loro. Non ci aveva mai pensato. Era il procedere inesorabile della vita. Prima o poi quel giorno sarebbe arrivato. Con il sapore dolce del vino sul palato e lalcol che gli scorreva nelle vene, si sent improvvisamente debole. Non sarebbe stato in grado di farcela senza la protezione dei genitori e di Gneo. Si sentiva fiacco, impaurito, stordito dalle responsabilit. Era uno Scipione, glielo dicevano fin da piccolo. Tuo padre ti ha sollevato con orgoglio il giorno della tua nascita. Le frasi gli rimbalzavano nella mente annebbiata dal nettare di Bacco. Era evidente che il vino non era il mezzo giusto per trovare le forze di cui avrebbe avuto bisogno come futuro pater familias. Troppo per un giorno solo.
Publio prese soltanto una decisione, l, mentre beveva in silenzio lultima coppa di vino con lo zio, in quella vecchia taverna sudicia nei pressi del Tevere, dopo aver conosciuto il piacere dei sensi con una donna: avrebbe dato il meglio di s nelladdestramento militare, avrebbe seguito le lezioni di Tindaro e ascoltato i consigli del padre circa il Senato. Forse non avrebbe mai avuto la forza per guidare la famiglia, ma se gli di glielavessero concessa, sarebbe stato meglio apprendere tutto il possibile.
La voce dello zio, accompagnata dal colpo brusco sul tavolo quando pos la coppa vuota e grid che voleva unaltra brocca, lo distolsero dai suoi pensieri.
Per Castore e Polluce! Era ora che zio e nipote si bevessero insieme una bella brocca di vino! Oggi ci ubriachiamo!
Publio lo guardava come attraverso la nebbia. Lui si considerava gi ubriaco. Ma non esit a portarsi alle labbra la coppa che gli tendeva lo zio.
Lindomani Publio, agonizzante nella propria stanza dopo aver vomitato per tutta la notte, ud le grida della madre. E immagin lo zio frastornato, con i postumi della sbronza, a testa bassa al centro dellatrio, mentre sopportava in silenzio la pioggia di oscure invettive lanciate dalla cognata. Alla fine, come sempre, intervenne la voce serena del padre, che imponeva la calma e lordine. E fu quella voce a rimanergli impressa prima di addormentarsi e sognare una mattinata fredda, una fortezza inespugnabile e unenorme laguna che la circondava.

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LA SFIDA DEI CARPETANI

Iberia, 220 a.C.
Un anno dopo essere stato proclamato generale in capo degli eserciti cartaginesi in Iberia, con la ratifica di Cartagine, per Annibale giunse il momento di vendicarsi di chi gli aveva ucciso il padre. Prima nella sua mente e poi sulle mappe e con attente valutazioni, aveva trovato il modo di far rientrare quella nemesi imminente nel grande piano disegnato da Amilcare: attaccare Roma. Affinch fosse possibile, era prima necessario consolidare il dominio in Iberia. Gli interessi strategici di Cartagine erano concentrati soprattutto sul controllo della costa e sullo sfruttamento delle miniere della Sierra Morena e di Baecula, ma un attacco dei Celtiberi dallinterno avrebbe compromesso entrambe le attivit. Era quindi necessario sconfiggere quei popoli in modo tanto radicale da impedire che si avvicinassero ai territori punici per gli anni a venire. In questo modo il giovane generale avrebbe potuto contare su una parte dellesercito di Iberia per lavanzata verso Roma.
Lestate precedente, Annibale aveva gi fatto qualche piccola incursione verso linterno, sottomettendo fra gli altri gli Olcadi, ma questa volta riun tutto il suo esercito a Qart Hadasht e da l part verso il cuore della penisola. Il suo primo obiettivo era provocare. Per questo avanz e attravers il Segura, il Guadiana e il Tago, fino ad arrivare alla citt di Hermandica, conosciuta dai Romani come Salmantica, che mise sotto assedio e sottomise. Prosegu, attravers il fiume Duero e giunse ad Arbucala. Con la conquista di questa citt e i successivi combattimenti contro i Vaccei del Nord, il giovane generale ottenne ci che voleva, forse perfino di pi, infatti tutti i popoli dellinterno della penisola si sollevarono in forze contro di lui.
Annibale ripieg e attravers di nuovo il Duero, saccheggiando le terre del popolo pi potente della zona: i Carpetani. Senza pensarci due volte questi misero insieme un immenso esercito, al quale si unirono numerose forze provenienti dalle trib oltraggiate dalle incursioni puniche: Vaccei, Olcadi, Vettoni, Oretani e gli stessi Carpetani, che guidavano quellenorme forza dattacco di centomila guerrieri.
I Cartaginesi avanzarono senza incontrare resistenza fino al fiume Tago, in una valle nei pressi del luogo in cui, anni prima, Amilcare era stato sorpreso e sconfitto dagli Iberi. Fu l che Annibale individu, accampato vicino al fiume, lenorme esercito radunatosi per dargli la caccia. Al tramonto ordin ai suoi di accamparsi: erano a tre chilometri dallesercito nemico, numericamente superiore al loro. Entrambi gli schieramenti si trovavano sullo stesso lato del fiume, sulla riva destra. I soldati punici osservavano atterriti la distesa sterminata di fal dei Celti e degli Iberi, che dimostrava quanto fosse esteso il loro accampamento. Ma erano guidati da un generale feroce, e in lui e nella sua intelligenza, che li aveva condotti a tante vittorie, riposero la speranza di uscire vittoriosi da quella valle.
I capi dei Celti e degli Iberi si riunirono soddisfatti: avevano verificato che le loro forze erano il doppio di quelle del generale cartaginese. Allalba avrebbero attaccato e annientato linvasore. Decisero che avrebbero fatto il possibile per catturare il generale vivo, in modo da torturarlo e perch fosse da monito alle forze straniere, perch non si addentrassero mai pi nellinterno. Qualcuno inizi perfino a pianificare la riconquista della costa. Si mangi e si bevve in abbondanza. Lindomani sarebbe stato un giorno di gloria e di vittoria per i loro popoli.
Annibale ordin di accendere i fal nellaccampamento e al tempo stesso invi alcuni uomini a cercare un posto dove attraversare il fiume, lontano dal punto in cui si erano stabiliti gli Iberi. Qualche ora dopo, gli esploratori tornarono e dissero che a un paio di chilometri da l il fiume si stringeva; le acque erano abbastanza profonde, ma cavalli, uomini ed elefanti avrebbero potuto attraversarle. Sarebbe stata per unoperazione complicata, soprattutto di notte. Il passaggio di cui parlavano si trovava a ovest, lontano dallaccampamento ibero. Annibale non ebbe dubbi. Era certo che uno scontro in campo aperto avrebbe portato allannientamento delle sue truppe o, nel migliore dei casi, a una grave sconfitta. Lui aveva altri piani. Non aveva intenzione di finire come il padre e lasciare impunita la sua morte. Ordin quindi di togliere le tende, ma non senza prima aver ravvivato i fal, perch sembrasse che fossero ancora l. Poi, protetto dalloscurit, condusse lesercito fino al punto individuato dagli esploratori e inizi le complicate operazioni per attraversare il fiume. I cavalli nitrivano e qualche elefante barr con forza, ma la distanza gioc a loro favore e allaccampamento iberico giunsero solo rumori deboli, che non destarono sospetti.
Allalba, i Carpetani e i loro alleati scoprirono stupiti che laccampamento cartaginese non era pi dove lavevano visto il pomeriggio prima e che i punici si trovavano dallaltra parte del fiume, subito davanti a loro, a poche centinaia di metri di distanza. I capi tornarono a riunirsi, ma giunsero alla conclusione che la situazione non cambiava, data la loro superiorit numerica, diedero quindi ordine di attraversare il fiume e di scagliarsi in massa sui Cartaginesi.
Gli Iberi si lanciarono cos verso la corrente del fiume. Lacqua in quel punto era poco profonda e arrivava al ventre dei cavalli e alle spalle di molti uomini. Non era unoperazione difficile, ma cera un problema: era impossibile attraversare rapidamente. Durante la notte, Annibale aveva infatti disposto numerosi gruppi di uomini lungo la riva, con ogni tipo di arma da lancio. A mano a mano che gli Iberi raggiungevano il centro del fiume, i Cartaginesi lanciavano dardi e giavellotti, abbattendoli. Gli Iberi per non fecero marcia indietro e continuarono a inviare soldati. Il numero delle unit era tale che lacqua si riemp di uomini e cavalli, e in molti riuscirono ad arrivare sulla sponda opposta. L per li aspettavano gli elefanti. Dallalto degli animali, i Cartaginesi lanciarono altri dardi, mentre gli elefanti calpestavano con le enormi zampe decine di guerrieri carpetani che giungevano a riva zuppi ed esausti, feriti dalle frecce o dai giavellotti.
Lavanzata iberica si trasform in un lungo e lento massacro, diretto con metodica decisione dal generale cartaginese. A mezzogiorno, Annibale ordin che i soldati in prima linea si ritirassero e che gli elefanti retrocedessero fino a ricostituire lesercito in perfetta formazione, mentre gli Iberi che erano riusciti a guadare il fiume cercavano di fare altrettanto. Ora entrambi gli eserciti si trovavano sulla sponda sinistra del fiume, di nuovo sullo stesso lato, ma le forze dei Carpetani erano state dimezzate, mentre i Cartaginesi non avevano quasi subito perdite.
Il fiume scendeva rosso di sangue e si portava via il giubilo dei capi carpetani, mentre tingeva di disperazione il cuore dei loro uomini. Prima che i nemici potessero ricomporre le file, Annibale diede lordine finale. Da quel momento, tutti i Carpetani lottarono per sopravvivere, cercando di resistere alla spinta dei Cartaginesi esaltati dal successo iniziale e spronati dal generale, che si spostava ininterrottamente da un punto allaltro, per rammentare ai suoi uomini che stavano vendicando il migliore dei loro generali, che Amilcare Barca quel giorno veniva ricordato attraverso ogni nemico caduto in battaglia.
Alcuni Iberi riconobbero la voce che qualche anno prima aveva lanciato il terribile ululato di dolore su per i pendii delle montagne, e pur non capendo quella lingua sconosciuta, intuirono che cosa succedeva. Si raccomandarono ai loro di e promisero di vendere cara la pelle in quello che immaginavano sarebbe stato uno sforzo vano.
Al calare della notte, mentre gli Iberi si ritiravano decimati, trascinandosi dietro i feriti e lasciando i morti a galleggiare nel fiume o sul campo di battaglia alla merc degli avvoltoi, Annibale si stese nella sua tenda. Nonostante i cadaveri e il sangue e la guerra, per la prima volta dalla morte del padre prov unimmensa pace, e con quella sensazione si addorment.
La tenda era circondata dalle guardie, orgogliose del generale e disposte a seguirlo fino alla fine del mondo.

17
I PRIMI DIBATTITI

Senato di Roma, 220 a.C.
Il Senato era al completo. La preoccupazione per i movimenti dei Cartaginesi in Hispania e il loro crescente dominio sul territorio erano il motivo di quella riunione e di una simile affluenza di senatori. Emilio Paolo si alz e diede inizio al dibattito.
Siamo tutti informati degli avvenimenti in Hispania. Da anni i Cartaginesi si espandono nella penisola. Con Asdrubale e Cartagine avevamo stabilito che non si sarebbero spinti oltre lEbro, ma sembra che il nuovo generale, Annibale, non abbia intenzione di rispettare questo limite. Credo sia necessario inviare alcune truppe e rafforzare al pi presto la frontiera dellEbro, prima che sia troppo tardi.
Molti senatori annuirono. Publio Cornelio Scipione si alz per dare il suo appoggio a Emilio Paolo, di cui condivideva le idee politiche e a cui lo univa una grande amicizia.
Sono daccordo con Emilio Paolo. Dobbiamo fare qualcosa. Non possiamo restare impassibili mentre questo nuovo generale estende il suo potere in tutta lHispania.  arrivato a dominare vaste regioni dellinterno. Ha sottomesso i Carpetani e ora minaccia Sagunto!
Altri cenni di assenso e un crescente mormorio percorsero la vasta sala. Fabio Massimo ascoltava senza intervenire, era chiaro che il Senato voleva agire. Si chiedeva fino a che punto si rendessero conto della situazione. Lui aveva deciso da tempo che cosa bisognava fare, ci che era meglio per lo Stato e, perch non ammetterlo, per s e per la sua famiglia. Gli Emilii e gli Scipioni erano sempre pi forti, rispettati, stimati. Era evidente che presto Publio sarebbe diventato console ed entrato a far parte della nobilitas, come tutti coloro che erano stati consoli almeno una volta, gli eletti fra gli eletti. Diversi Scipioni avevano gi rivestito quella carica, cos come molti nella famiglia di Emilio Paolo. Troppo potere doveva essere fermato. Per non parlare di quello stupido e pericoloso amore che gli Scipioni nutrivano per tutto ci che era greco, che avrebbe finito con lindebolire Roma, una Roma che presto sarebbe stata coinvolta in una guerra lunga e complicata.
Fabio ascoltava, consapevole che opporsi alle opinioni espresse fino a quel momento non avrebbe fatto che attizzare il fuoco della guerra. Finch ogni cosa and al suo posto: la guerra era la strada giusta. Senza dubbio. Era il cammino migliore. Si alz e rimase in piedi finch non cal un silenzio assoluto. Soltanto allora inizi a parlare.
Senatori, amici, difensori di Roma tutti. Sapete che non sono mai fuggito davanti a uno scontro quando era necessario, ma pensate bene a ci che suggerite con le vostre parole. Iniziare un conflitto con Cartagine per il controllo dellHispania  pericoloso. Certo, i Saguntini si sono rivolti a noi e hanno chiesto aiuto davanti a quello che considerano un pericolo imminente, ma inviare truppe significa la guerra contro Cartagine. Riflettete bene sulle conseguenze. Cartagine ha un potente esercito che combatte da pi di quindici anni in Hispania, mentre noi, in questi anni, abbiamo lottato contro i pirati e le orde di Galli al Nord. Una guerra contro Cartagine non sarebbe altrettanto semplice. Fabio Massimo vide molti visi contrariati dalle sue parole. Bene. Tutto procedeva per il verso giusto. Mandiamo alcuni ambasciatori a trattare con Annibale; prima vediamo se  possibile negoziare. Facciamo sempre in tempo a reclutare truppe. Questa  la mia opinione. E si sedette.
Il suo intervento scaten un acceso dibattito fra chi sosteneva linvio di truppe subito e chi preferiva appoggiare la mozione di Fabio Massimo. Questultimo rimase al suo posto, come uno spettatore privilegiato, distante dal turbine dei commenti e delle opinioni che si riversavano dai diversi punti della sala. Fece scorrere lo sguardo lungo i banchi e si sofferm sul posto di Publio Cornelio Scipione, seduto accanto al fratello Gneo e al senatore Emilio Paolo. Publio lo fissava. Fabio si chiese se quello Scipione fosse in grado di leggergli nel pensiero, ma scart subito lidea. Era uno dei limiti delle persone nobili: erano incapaci di pensare che gli altri potessero agire spinti da motivi che non fossero alti e leali. Era quello che sosteneva Aristotele, una delle poche cose interessanti che aveva letto tra gli autori greci.
Fabio Massimo sapeva bene che il punto non era difendere Sagunto o evitare una guerra, ma assicurarsi che la guerra ci fosse. Se avessero inviato le truppe a Sagunto, forse Annibale si sarebbe ritirato e lammirazione del popolo romano per gli Scipioni sarebbe aumentata. Inviando ambasciatori, in realt non concedevano pi tempo alla pace, ma alla guerra. Avrebbero dato ad Annibale il tempo di conquistare la citt e se Sagunto fosse caduta, allora il Senato avrebbe dichiarato guerra senza pensarci due volte. Era solo questione di disporre delle informazioni giuste.
A Roma credevano che Annibale, appoggiato dai Turdetani, minacciasse le terre nei pressi di Sagunto. Fabio Massimo sapeva che le cose stavano diversamente. Sapeva che lassedio era gi cominciato e voleva che andasse a buon fine. Solo una guerra aperta e totale contro Cartagine poteva aiutarlo nel suo obiettivo: dominare il Mediterraneo e scacciare gli Scipioni e gli Emilii. Ora era tutta una questione di muovere le pedine con abilit.

18
LASSEDIO

Sagunto, 219 a.C.
Annibale aveva riunito un esercito di centomila uomini. Erano sufficienti per intraprendere il suo grande piano, quello ideato dal padre, ma prima doveva far scoppiare la guerra fra Cartagine e Roma. I Turdetani gli avevano facilitato le cose, lamentandosi per le aggressioni dei Saguntini. Il generale e i suoi uomini avanzarono da Qart Hadasht verso Sagunto e dopo aver saccheggiato i campi e aver assunto il controllo della zona fra la citt e la costa per evitare che arrivassero rinforzi dal mare, circondarono la fortezza. Sagunto si ergeva su un alto promontorio a tre chilometri dal mare. I saguntini avevano costruito una muraglia intorno alla citt che la rendeva praticamente inespugnabile. Dove infatti terminava la muraglia, quasi ovunque si apriva un abisso di decine di metri. La citt era una fortezza insormontabile a est, il lato del mare, a sud e a nord; nel settore occidentale invece le mura difendevano il versante meno ripido della collina. In quel punto non vi era un forte dislivello, solo una leggera pendenza da cui si poteva risalire fino alla citt. Fu l che Annibale invi i suoi uomini, a colpire con tutte le loro forze.
I Cartaginesi, appoggiati da un gran numero di mercenari giunti dallAfrica e dagli Iberi unitisi a loro durante gli anni di dominio della penisola, salirono verso le mura con ogni genere di arma da lancio e picche, ma trovarono una difesa impressionante. I Saguntini, consapevoli che quello era il punto pi debole della loro fortezza naturale, oltre alle mura avevano eretto anche diverse torri, fra cui una altissima, da cui iniziarono a lanciare dardi e giavellotti. Lesercito punico si protesse con gli scudi e avanz sotto quella pioggia di proiettili, ma quando raggiunse la muraglia, i Saguntini gli buttarono addosso pece ardente, oltre alle frecce e alle pietre. Lesercito fu costretto a retrocedere.
Inizi allora un lungo assedio di logoramento. Annibale ordin di intensificare gli attacchi al tramonto, quando la luce del sole accecava i difensori della muraglia a ovest. I Cartaginesi riunirono inoltre una gran quantit di catapulte, con cui bombardare la citt e in particolare quella parte delle mura. I saguntini risposero con la stessa moneta. Pietre enormi cadevano sugli uni e sugli altri. Le rocce che formavano la muraglia erano tenute insieme dallargilla, che cedeva sotto i colpi nemici. Per proteggere i lavori di ricostruzione, i Saguntini organizzarono unincursione fuori dalla citt, allo scopo di allontanare le truppe nemiche. Fu un combattimento cruento, che avvenne a soli duecento passi dalla muraglia. I Saguntini furono sconfitti dai Cartaginesi, superiori numericamente, ma la loro audacia permise di ricostruire le mura e riorganizzare le posizioni di difesa.
Annibale dirigeva le operazioni senza un attimo di sosta. Stava ordinando di tornare alle posizioni originarie e riprendere il bombardamento con le catapulte, quando un soldato gli si avvicin.
Mio generale. Sulla costa sono arrivati alcuni emissari di Roma, sono Guard una tavoletta su cui erano annotati i nomi. Valerio Flacco e Quinto Bebio, senatori di Roma. Vogliono parlare con te.
Annibale non si volt e non rispose. Continu a supervisionare la disposizione delle catapulte. Si rivolse al capo della cavalleria dellesercito punico.
Quando arrivano gli scorpioni?
Fra poco, mio generale rispose Maarbale. Sono partiti da Qart Hadasht una settimana fa e li trasportano il pi rapidamente possibile, ma sono macchine pesanti. Presto saranno qui.
Bene. Non appena arrivano, sistemateli dietro le catapulte e raddoppiate il lancio di proiettili contro le mura occidentali. Devono cadere. Devessere il tuo obiettivo, giorno e notte, mi hai capito?
S, mio generale.
Annibale infine si volt verso il soldato che gli aveva portato il messaggio. Roma si svegliava dal suo letargo. Doveva aspettarselo.
Non ho tempo per ricevere gli ambasciatori di Roma. Che se ne vadano. Che non si azzardino ad avvicinarsi alla citt o non rispondo della loro incolumit!  questa la mia risposta e non voglio altre interruzioni. Lunica informazione che mi interessa  larrivo degli scorpioni.
Il messaggero annu e lasci il luogo dellassedio.
Valerio Flacco e Quinto Bebio furono sorpresi e umiliati da una risposta simile. La quinquereme romana su cui erano arrivati torn a prenderli e gli emissari fecero rotta verso Cartagine, nel cuore dellAfrica, per protestare per lassedio della citt e il disprezzo mostrato da Annibale.
In cima alla collina, nei pressi della muraglia occidentale, il generale ricevette la notizia dellarrivo degli scorpioni, enormi macchine che, come fionde gigantesche, potevano lanciare rocce fino a cinquecento passi di distanza. I Cartaginesi le sistemarono dietro le catapulte, fuori dalla portata delle armi da lancio dei difensori della citt.
Dal mare, Valerio Flacco e Quinto Bebio videro una pioggia di pietre enormi cadere sopra Sagunto. Quella fortezza non poteva resistere a lungo. Ordinarono ai rematori di accelerare il ritmo. Dovevano arrivare a Cartagine il prima possibile.
I Saguntini assisterono terrorizzati alla pioggia di rocce, che questa volta, grazie allenorme potenza delle nuove macchine del nemico, non cadeva solo sopra le mura, ma raggiungeva le case e gli edifici del centro della citt. La popolazione entr nel panico e lo sconforto scese nei cuori di tutti. Ma non tutto era perduto. La muraglia occidentale resisteva e i Cartaginesi non potevano avvicinarsi su altri lati, dove il terreno era ripido e inaccessibile. I Saguntini allora tirarono fuori la loro ultima arma, la falarica. Un giavellotto con la punta di ferro, rivestito di materiale incendiario, che veniva lanciato con una sorta di catapulta. Iniziarono a scagliare i giavellotti, modificando il tiro a seconda delle istruzioni che ricevevano dagli osservatori sulle torri, che vedevano dovera caduto il proiettile precedente. I Saguntini avevano come obiettivo i soldati cartaginesi che dirigevano le catapulte e i temibili scorpioni. Gli osservatori scrutavano lorizzonte per stabilire con esattezza la direzione in cui orientare il lancio. Al tramonto, il loro compito divenne quasi impossibile per via della luce, ma restavano comunque ai loro posti con determinazione, gli occhi che piangevano, a rischio di bruciarsi la retina.
Annibale si spostava fra le macchine da guerra e animava senza sosta i suoi uomini. Maarbale faceva altrettanto. Allimprovviso, un giavellotto cadde a pochi metri di distanza da loro e trafisse uno dei soldati, che si accasci a terra e mor allistante. Stavano spostando il corpo, quando una falarica precipit dal cielo sullo scudo di un mercenario iberico. Non era stato ferito, ma allimprovviso larma prese fuoco e lui dovette buttare lo scudo e restare senza protezione. Ogni secondo una falarica o un giavellotto si abbattevano sul punto in cui si trovavano le macchine da guerra, lasciando feriti e cadaveri intorno alle catapulte.
Gli ufficiali cartaginesi, che si trovavano a una distanza di sicurezza e non potevano essere raggiunti, non riuscivano a credere a quel che avveniva. Annibale scrut la muraglia e osserv il cielo.
Arrivano dallinterno.  evidente che dispongono di una macchina che permette di lanciare i proiettili cos lontano comment. Non possiamo cedere adesso. Raddoppiamo il lancio di pietre verso le mura con le catapulte, visto che non arrivano oltre, e verso gli abitanti con gli scorpioni.
Maarbale rifer gli ordini agli ufficiali. I Cartaginesi continuarono lattacco proteggendosi con gli scudi, difendendosi come potevano dalle falariche e dai giavellotti. Ogni tanto un fischio nellaria annunciava la caduta imminente di un nuovo dardo mortale.
In citt continuavano a ricevere raffiche di rocce, ma il morale era pi alto, ora che sapevano, grazie agli osservatori sulle torri, di non essere pi gli unici a soffrire e a essere presi di mira dal cielo. Ogni soldato cartaginese trafitto era festeggiato con grida di giubilo.
Cambiarono di nuovo la posizione della catapulta. Tesero le corde, regolarono il meccanismo, aspettarono le istruzioni dalle torri di osservazione. Non appena le ebbero ricevute, lasciarono andare il meccanismo, le corde cedettero e lanciarono in aria, con enorme potenza, un altro giavellotto. Questo solc il cielo, pass sopra le mura della citt, super lo spazio fra la popolazione e le macchine da guerra cartaginesi, fino a perdere slancio e iniziare la discesa. Governato dal peso dellaffilata punta di ferro, inizi a cadere, prima dolcemente e poi in una picchiata mortale, sempre pi veloce, puntando verso i soldati cartaginesi che si spostavano fra le catapulte e gli scorpioni. Il giavellotto infine acquist una velocit tale da emettere un fischio acuto, che annunci il suo arrivo allobiettivo deciso dal destino.
Annibale si spostava in continuazione e incalzava i guerrieri perch non cessassero i loro sforzi: dovevano fiaccare il morale dei difensori e sperava che un bombardamento ininterrotto potesse servire allo scopo. Allimprovviso sent un fischio in aria e guard il cielo, ma ormai era tardi e quando cerc di scostarsi dalla traiettoria del proiettile che gli cadeva addosso, non ne ebbe il tempo. Il giavellotto penetr nella coscia sinistra, lacer tendini, muscoli e vene, affond rapido e con forza, fino a spuntare dallaltra parte. Annibale cadde in ginocchio. Provava un dolore indescrivibile che gli attanagliava il corpo e lanci un grido soffocato. Non voleva urlare davanti ai suoi soldati. Cos si alz e, con larma che gli attraversava la coscia, ordin di continuare il lancio delle pietre.
Maarbale, disse poi, deglutendo a ogni parola il dolore della ferita aperta lascio a te il comando dellassalto. Non fermatevi per tutto il giorno. Non fermatevi.
Maarbale annu. Un rivolo di sangue scendeva lungo la gamba del generale. Alcuni soldati accorsero a soccorrerlo, ma lui li allontan. E l, davanti a tutti, prese con due mani il giavellotto che lo attraversava e, lanciando, questa volta s, un enorme grido di dolore, lo strapp dalla gamba e lo butt a terra. Poi perse i sensi, e i soldati, seguendo gli ordini di Maarbale, sollevarono il corpo svenuto e lo trasportarono nella sua tenda.
Mentre portavano via il capo ferito, i Cartaginesi sentirono arrivare dalla popolazione assediata un grido unanime di vittoria.

19
VERSO IL SENATO

Roma, 219 a.C.
Tito Maccio, ignaro degli eventi che turbavano la grande metropoli, era preoccupato da problemi pi prosaici, come trovare di che sfamarsi. Erano mesi che aveva perso non solo lorgoglio, ma anche la dignit, e si trascinava per la citt a mendicare. Quel giorno si rec nei dintorni del Foro. Cera una riunione al Senato e un gran via vai di padri coscritti. Era ormai lora in cui i dibattiti terminavano. Tito si inginocchi in una delle strade che conducevano al Foro e aspett che la generosit di qualcuno dei probiviri della citt lo liberasse dal dolore acuto allo stomaco. Sapeva di correre dei rischi. Molti senatori avanzavano scortati da guardie o schiavi, spesso entrambi, che li proteggevano dalle richieste e dalle suppliche della folla. Se qualcuno voleva qualcosa da un senatore, la cosa migliore era presentarsi a casa sua ben vestito, in uno dei giorni riservati al ricevimento dei clienti, e aspettare il proprio turno in una lunga coda nel vestibolo. Sempre meglio, poi, farlo con una bella borsa di denaro, con cui sostenere la propria richiesta.
Tito vide che i senatori giravano alla larga da lui, senza neanche guardarlo. Quando cap che in quel modo non avrebbe ottenuto niente, sfinito dalla debolezza e dal calore torrido del sole del mattino, decise di rannicchiarsi in un angolo, allombra di un muro. Fu allora che in fondo alla strada comparve una comitiva di guardie ben armate, con spade e pila, quasi fossero legionari; probabilmente molti di loro lo erano stati, in un passato non troppo lontano. Le guardie sgomberavano la strada affinch colui che li pagava tanto bene non fosse importunato dai viandanti o da qualche mendicante lurido, come quello che notarono in quel momento.
Quando furono allaltezza di Tito, due uomini gli assestarono un paio di calci nelle costole. Stupito da tanta aggressivit, lui si rannicchi ancora di pi nellangolo, con un grido di dolore. Le guardie tornarono a prenderlo a calci.
Levati di qui! Via dalla strada del senatore Quinto Fabio Massimo! Vattene di qui, cane!
Tito usc dallangolo con un balzo e a gattoni, come se fosse davvero un cane, si trascin fuori da quella strada in cui la sua presenza era tanto sgradita. Le guardie lo lasciarono in pace e tornarono a prendere posto nella comitiva, che nel frattempo li aveva raggiunti. Da una distanza pi sicura, le mani sul petto, chino per il dolore dei colpi, Tito osserv la figura del senatore Fabio Massimo che risaliva la strada e tornava alla sua villa fuori le mura della citt, circondato dai fedeli servitori. Aveva unaria soddisfatta, compiaciuta: era appena stato scelto come membro dellambasciata che si sarebbe recata a Cartagine per negoziare su Sagunto. Il vecchio senatore stava gi ideando un piano e lo scocci dover rallentare per colpa di un miserabile mendicante. Poi per sorrise fra s. Presto perfino quei mendicanti sarebbero stati utili allo Stato. Nelle legioni che sarebbero state reclutate a breve ci sarebbe stato bisogno di carne da macello per la fanteria leggera.

20
LA TORRE MOBILE

Sagunto, 219 a.C.
Lassedio di Sagunto si interruppe per qualche ora. Annibale giaceva incosciente nella sua tenda. I medici gli applicavano sulla gamba cataplasmi di camomilla e argilla. Erano riusciti a fermare lemorragia e gli avevano ricucito la ferita aperta dal giavellotto. La febbre per tormentava il generale cartaginese. Maarbale attendeva accanto a lui. Non ricevendo nuove indicazioni, usc dalla tenda e ordin di proseguire con lassalto. Le catapulte e gli scorpioni tornarono cos a gettare proiettili enormi sulla citt e alcuni soldati si lanciarono allattacco con le picche, cercando, senza successo, una via di accesso nelle mura. Maarbale sapeva che non avrebbe ottenuto molto, ma il suo obiettivo era tenere occupati i difensori e logorarli. Voleva che capissero che neanche le ferite del generale avrebbero fatto desistere i Cartaginesi.
Trascorsero settimane di attacchi e bombardamenti senza sosta. Un mattino, Annibale usc da solo dalla tenda e parl con Maarbale. Questi ascolt con attenzione le istruzioni del generale, che poco dopo torn a ritirarsi per recuperare del tutto le forze.
Seguendo gli ordini, centinaia di Cartaginesi si affannarono a tagliare alberi e iniziarono a costruire una grande struttura in legno di diversi piani. La struttura aveva una particolarit: alla base cerano enormi ruote di legno, rafforzate con il ferro sui bordi e al centro.
Quando infine Annibale si fu ripreso, Maarbale gli fece trovare la torre dassedio pi alta che i punici avessero mai costruito: raggiungeva i trenta metri di altezza, con catapulte in ciascuno dei tre piani di cui era composta. Dalla torre della citt, i saguntini avevano assistito impotenti alla nascita di quel gigante in legno. Temendo ci che li aspettava, avevano raddoppiato gli sforzi per la ricostruzione della muraglia.
Una fredda mattina di autunno, dopo diversi mesi di assedio, Annibale diede lordine finale, e lenorme e pesante torre, trascinata dagli elefanti, inizi la sua lenta e monotona salita per il pendio che dava accesso al settore occidentale delle mura.

21
IN GIARDINO

Roma, 219 a.C.
Nel giardino della domuserano riuniti Gneo e Publio Scipione, Pomponia e i due figli della coppia, Publio e Lucio. Pomponia aveva ordinato che cinque tricliniafossero sistemati vicino alla fontana, perch era una bella giornata e la brezza fresca invitava a stare allaria aperta.
Questo Fabio mi sconcerta disse Publio.
A me non particolarmente. Sembrava che Gneo avesse le idee pi chiare. Si oppone alla guerra, punto. Sta facendo tutto il possibile per rimandare lo scontro con Cartagine, che invece  inevitabile.
Esatto, disse Publio  questo che fa, rimandare, ritardare il nostro intervento in aiuto di Sagunto, ma lunica conseguenza possibile  la caduta della citt. A quel punto il popolo non permetter che si ignori un affronto simile, una citt amica di Roma distrutta dai Cartaginesi. Sar una guerra totale, invece di correre in soccorso di una citt precisa in un momento preciso. E tutto quellinteresse a far parte della delegazione inviata a Cartagine per negoziare la pace o dichiarare la guerra
 uno dei senatori pi influenti ed  stato due volte console,  normale che la gente si fidi di lui in una missione tanto delicata rispose Gneo.
Chi andr a Cartagine? chiese Pomponia.
Allora Publio si sforz di ricordare. Fabio Massimo e Marco Livio, Emilio Paolo, Gaio Licinio e Quinto Bebio S, loro cinque. Ma sar Fabio ad avere pi potere. Far in modo di assumere il controllo dellambasciata.
Uno schiavo arriv con un tavolo e un altro vi sistem la frutta e pezzi di maiale arrosto.
E si azzard a chiedere il giovane Publio  tanto pericoloso entrare in guerra contro Cartagine? Li abbiamo gi sconfitti, anni fa. Perch questa volta dovrebbe essere diverso?
Qualcuno teme inizi Gneo che i Cartaginesi in questi anni si siano risollevati e abbiano formato un potente esercito, forgiato dai combattimenti in Hispania. Pochi lo ammettono, ma  questo che li spaventa. Sbaglio, fratello?
Publio padre annu. Nella sua mente pesava il dubbio: dove li avrebbe portati una guerra contro Cartagine?
Credo inizi a dire che la guerra sia gi stata dichiarata.
Tutti si guardarono. Lui si spieg meglio.
Fabio Massimo si riempie la bocca con la pace, ma negli occhi aveva scritta la guerra. Non una guerra per salvare Sagunto, bens una guerra che va oltre quella citt, una guerra di cui non comprendo lo scopo E questo mi preoccupa.
Cal il silenzio. Il giovane Publio e Lucio si allungarono per prendere due prugne.
Se continui cos spaventerai i tuoi figli comment Pomponia.
Comunque sia disse Gneo non sembra che abbiano perso lappetito.
Il giovane Publio e il fratello Lucio avevano messo in bocca la prugna intera e facevano a gara a chi lavrebbe mangiata per primo.
Lo vedo comment il padre e si rivolse al fratello senza distogliere lo sguardo dai figli. Gneo, credo sia arrivato il momento che questi due raddoppino laddestramento militare. A partire da oggi si eserciteranno con te mattina e pomeriggio.
I due ragazzi per poco non si strozzarono e mandarono gi le prugne, nocciolo compreso. Gneo sorrise soddisfatto e Pomponia, con grande sorpresa e soddisfazione del cognato, non protest. Lei e il marito intravedevano un futuro non troppo lontano in cui gli insegnamenti di Gneo sarebbero stati la cosa pi preziosa per i figli. Publio Cornelio Scipione si chiedeva se le lezioni di greco, letteratura e strategia del pedagogo sarebbero servite a qualcosa. Educare un figlio, pens, era limpresa pi difficile che avesse mai affrontato. Forse non si rischiava la vita, come sul campo di battaglia, ma di sicuro era ci che gli aveva tolto pi ore di sonno. In quel momento, il senatore non poteva immaginare fino a che punto la sua stessa vita sarebbe dipesa da quella del primogenito.

22
LA DISPERAZIONE

Sagunto, 219 a.C.
Le catapulte sulla torre mobile entrarono in funzione contemporaneamente. Le raffiche colpirono a grande velocit la muraglia e distrussero tutto ci che incontravano. I Saguntini si affannarono a portare pietre e argilla con cui riparare parte dei danni. Ma la torre continuava ad avanzare. Una seconda raffica spazz via i difensori tornati alle mura. I Saguntini cessarono la difesa e si lanciarono allattacco: prepararono le falariche e le scagliarono mirando agli uomini sulla torre mobile. Una nuova raffica delle catapulte raggiunse lelevata torre di osservazione degli assediati. Le pareti si incrinarono per limpatto. I Saguntini sentirono uno scricchiolio assordante e la torre fortificata si sgretol davanti ai loro occhi, soffocando nel fragore del crollo le grida dei soldati al suo interno. La torre mobile continuava ad avanzare. I lanciatori di falariche dovettero mirare senza poter contare sulle informazioni della loro torre. Altre raffiche consecutive diedero il colpo di grazia alle mura occidentali, che crollarono con un enorme fragore. Allora Annibale ordin ai suoi soldati di entrare in citt.
I Saguntini opposero una strenua resistenza. Lottavano al di l di ogni speranza. Non combattevano per sopravvivere, solo per rimandare linevitabile. La fine era vicina e ogni difensore cercava la forma pi degna di morire. Alcuni nobili della citt, con laiuto dei servi, accesero un grande fal al centro della piazza principale e vi gettarono il loro oro, argento e altri oggetti di valore. In uno scatto di disperazione, molti si lanciarono nel fuoco, preferendo essere divorati dalle fiamme piuttosto che cadere sotto le spade nemiche. Nel frattempo, i difensori cercavano di ostacolare lingresso dei Cartaginesi e, ormai sicuri della propria morte, non esitavano a far soffrire il pi possibile i nemici.
Cos, dopo ore di lotta infaticabile fra le rovine della muraglia, i Cartaginesi riuscirono ad arrivare fino a un poggio nella zona occidentale, dove si arroccarono. I Saguntini eressero barricate a loro volta, approfittando di una muraglia interna, decisi a ingaggiare una lotta corpo a corpo allultimo sangue.
Annibale risal la collina e guard con orgoglio lenorme torre mobile che aveva concesso loro la vittoria. Fu allora che decise di dare la stoccata finale, stanco dei lunghi sforzi di quellassedio. Il generale si arrampic sulle rovine delle mura e da l, gridando, fece sapere ai suoi soldati che il bottino del saccheggio della fortezza sarebbe andato allesercito vittorioso.
Non vi fu bisogno daltro. Quando scese dalle rovine, il destino di Sagunto era deciso. Annibale lesse sui volti dei suoi uomini che lavidit aveva restituito loro le forze, al di l della stanchezza e della paura. La caduta di Sagunto era solo questione di ore.
In quel momento, un messaggero giunto al galoppo si fece sentire sopra il fragore dello scontro.
Mio generale, mio generale! Abbiamo un problema con i Carpetani!
Daccordo, soldato, smonta. A voce pi bassa, Annibale aggiunse: E se  possibile, riferisci il messaggio a me, non c bisogno di annunciarlo ai quattro venti.
Perdonami, mio generale.
I Carpetani si erano sollevati per protestare contro i reclutamenti in massa che i Cartaginesi portavano avanti da mesi fra la popolazione. Era uno dei prezzi imposti da Annibale dopo la sconfitta sulle rive del Tago.
Curioso, pens il generale. Era convinto che dopo la feroce disfatta subita, i Carpetani non avrebbero pi avuto voglia di sollevarsi in armi contro di lui. Non poteva permettere che succedesse. Si rivolse a Maarbale.
Mantieni le posizioni. Se puoi prendere la citt bene, altrimenti limitati a non perdere terreno. Torner fra qualche giorno. Porto con me una parte delle truppe africane. Vado a risolvere questa faccenda dei Carpetani una volta per tutte.
Annibale scese lentamente, a passo deciso, e si allontan da Sagunto, senza avervi ancora messo piede.
Si erano appena addentrati nel territorio dei Carpetani, quando videro una comitiva andare loro incontro. Annibale avanzava con ventimila soldati africani, deciso a stroncare sul nascere la ribellione. La comitiva lo raggiunse.
Che gli di ti proteggano, Annibale!
Il cartaginese non rispose subito. Il silenzio pesava sul viso degli Iberi, che leggevano intimoriti la determinazione sul volto del generale, enfatizzata dal grande esercito che lo accompagnava.
Credo inizi uno degli Iberi che ci sia stato un malinteso.
Un malinteso? chiese Annibale.
Cio腻 Il carpetano deglut. Intendo dire che volevamo solo esporre alcune differenze di opinione circa il reclutamento che hai ordinato Insomma, non cera bisogno di venire con un esercito per parlarne insomma credo
Annibale aveva fretta.
Ho interrotto un assedio di mesi per questo malinteso. I miei ordini sono precisi: voglio i soldati di cui ho bisogno e non ammetto discussioni. Altrimenti gli ostaggi che abbiamo a Qart Hadasht moriranno allalba e il mio esercito far s che non vi restino molti giorni per piangerli, occupati come sarete a implorare per la vostra vita. Non so se mi sono spiegato.
Gli Iberi non si aspettavano una reazione tanto radicale da parte di Annibale, ma si resero conto che non cera molto margine di negoziazione.
S, abbiamo capito. Il reclutamento proceder come desideri.
Bene disse Annibale e prima di concludere lincontro, aggiunse un messaggio finale. Solo unaltra cosa: oggi accetto che ci sia stato un malinteso, ma non ammetter pi una simile possibilit. La prossima volta riterr di aver dato un ordine e che vi rifiutate di eseguirlo.
Il generale si gir e ripieg con lesercito africano verso Sagunto.
I Carpetani rimasero doverano, nella polvere sollevata dai cavalli cartaginesi, impotenti davanti agli ordini ricevuti.
Annibale risal il pendio occidentale che portava alle mura di Sagunto. La citt era avvolta dalle fiamme. Si sentivano le grida degli abitanti, che correvano terrorizzati per sfuggire ai Cartaginesi che avevano preso la citt. Quando vi ebbe messo piede, riconobbe subito lodore della carne bruciata. Centinaia di Saguntini si erano immolati piuttosto che arrendersi. Il resto fuggiva o continuava a lottare. Otto mesi di assedio. Otto mesi di resistenza oltre ogni speranza. Se alla fine del primo o del secondo mese gli avessero proposto un patto di qualche tipo, Annibale avrebbe accettato. Otto mesi. Annibale non aveva mai visto tanta determinazione. I Saguntini avrebbero potuto passare dalla parte dei Cartaginesi e negoziare un accordo ragionevole. Nel giro di quattro mesi, invece, quellassedio era diventato una questione personale per il generale cartaginese. Una questione di puro amor proprio. Doveva inviare un segnale chiaro e inconfondibile agli altri popoli iberici su chi fosse la nuova potenza dominante in quel vasto territorio, a costo di distruggere una cultura e una citt che si erano meritate la sua ammirazione. I Carpetani, i Vaccei, gli Edetani e molti altri popoli con cui aveva stretto diversi accordi e che ora alimentavano il suo esercito con una moltitudine di mercenari, erano gente incostante e dalla lealt mutevole. I Saguntini invece si erano dimostrati incorruttibili, inflessibili, intrepidi. Per questo li ammirava pi di qualunque altro popolo iberico. Per questo aveva dovuto annientarli. Non ne andava fiero.
Lodore, le grida, la sua ferita ancora non del tutto cicatrizzata gli diedero la nausea. Si ferm e si sedette su alcune pietre che un tempo formavano la muraglia occidentale di Sagunto. Gli girava la testa. Si pieg e vomit. Gli uomini si mantennero a una certa distanza, dal momento che il generale non chiedeva aiuto. Sapevano che era ancora debole per la ferita, ma nessuno si sarebbe avvicinato senza essere stato chiamato.
Annibale si alz e i suoi uomini si rilassarono. Era disgusto quel che provava, ma non poteva pi tornare indietro. Ormai erano in marcia. Solo dallorrore potevano emergere le forze necessarie per cambiare il corso della storia.

23
CORPO A CORPO

Roma, 219 a.C.
Laddestramento militare si era intensificato notevolmente da quando Publio Cornelio Scipione aveva permesso al fratello di dedicarsi ai figli mattina e pomeriggio. Gneo aveva stabilito un orario molto impegnativo. I ragazzi, che ora avevano sedici e quattordici anni, dovevano alzarsi allalba, fare una bella colazione e uscire con lo zio, che li aspettava nellatrio, per dirigersi al campo. La mattina correvano, facevano gli esercizi e si allenavano con le armi per la lotta corpo a corpo: la spada e le lunghe lance dei triarii. In principio combattevano contro lo zio, che iniziava sempre attaccando, poi lasciava che lo facessero tra loro e infine riprendeva lattacco, con colpi di spada rapidi e potenti che costringevano i nipoti a retrocedere e, in molti casi, li sbattevano a terra. Nel pomeriggio, Gneo si concentrava sullabilit dei ragazzi in groppa a un cavallo: cavalcavano al passo, poi al trotto e infine toccava a quello che i giovani amavano di pi, il galoppo. Il pomeriggio si concludeva con i combattimenti a cavallo. Gneo chiedeva ai nipoti di cercare di disarcionarlo cavalcando al trotto. Per questi esercizi, lo zio aveva deciso di tornare alle spade di legno, dal momento che a cavallo i nipoti non avevano lo stesso controllo che a terra.
Quel pomeriggio fu Lucio ad avanzare per primo. Spron il cavallo con i talloni e lanimale part con forza. Gneo gli and incontro e invece di attaccare e proteggersi con lo scudo, si limit a tirare le redini allultimo momento e a uscire dalla traiettoria che il nipote aveva previsto per il colpo. Quando non incontr lostacolo che si aspettava, il giovane perse lequilibrio e cadde a terra, mentre la sua cavalcatura si allontanava al galoppo.
Lo zio gli si avvicin.
Stai bene?
Lucio era seduto sullerba del prato in cui si esercitavano. Gli facevano male il sedere e un po la testa, ma stava bene. Annu.
Bene, disse Gneo allora vai a riprendere il tuo cavallo e sbrigati, perch mi sa che dovrai camminare un bel po.
In lontananza, a cinque o seicento passi, si intravedeva il cavallo di Lucio, che si era fermato a pascolare con calma, indifferente alle pene del suo cavaliere. Il giovane si alz e si incammin verso lanimale. Si muoveva lento e si massaggiava con una mano la base della schiena, mentre con laltra si palpava la fronte. Quando sent che non cera sangue, respir pi tranquillo.
Bene comment Gneo, rivolto al nipote maggiore. Ora tocca a te. Quando vuoi.
Publio non si mosse.
Ho detto quando vuoi, Publio insistette lo zio. Andiamo, forza!
Publio per rimaneva fermo, sul suo cavallo, senza muovere un muscolo.
Hai paura? chiese lo zio, impaziente. Se hai paura, devi superarla. Hai visto che a tuo fratello non  successo niente. Devi provarci, devi cercare di battermi.
Publio tacque per qualche secondo, ma alla fine rispose con decisione.
No, non ho paura, ma non ti attaccher. Attacca tu quando vuoi.
Gneo era stupito dalla disinvoltura del nipote, ma gli faceva piacere che non avesse paura. Publio tramava qualcosa. Ora erano uno davanti allaltro, a una distanza di una cinquantina di passi. Cera abbastanza spazio perch il cavallo partisse rapidamente e, diretto con destrezza da un abile cavaliere, riuscisse a sconfiggere lavversario con un colpo deciso.
 una risposta alquanto impertinente lo prese in giro lo zio. Forse questo tono funziona con le migliori baldracche della citt, grazie alla generosit del mio portafoglio, ma non confondere il mio affetto per te con la condiscendenza. Se non obbedisci al mio ordine di attaccarmi, non sar condiscendente con te, nipote, e ti avverto che te ne pentirai. Publio per restava immobile. Ti avverto per lultima volta e non mi importa se poi tua madre non mi rivolger la parola per il resto della vita. Se non attacchi, vengo io a prenderti e ti spezzo qualche osso.
Sei bravo a parole, zio. Ti sto aspettando.
Lucio, di ritorno con il cavallo, vide lo zio diventare paonazzo davanti allinsolenza del nipote. Poi Gneo sput a terra, spron la propria cavalcatura e alz con violenza la spada di legno, prima di lanciarsi contro Publio. Il fratello pi giovane, che osservava la scena attonito e non riusciva a credere allatteggiamento del maggiore, scosse la testa. Non un osso solo, lo zio gliele avrebbe rotte tutte, ma ormai era tardi per intervenire.
Gneo avanz fino a trovarsi a trenta, venti, dieci passi di distanza dal nipote, quando il ragazzo spron il cavallo e lo fece scartare di lato con un colpo di redini. Lo zio pass come una saetta, e il volume del suo corpo, sommato a quello del cavallo, sollev una folata daria. La spada di legno pass a pochi centimetri dal viso di Publio, ma non arriv a toccarlo. Gneo perse leggermente lequilibrio, ma la sua esperienza gli consent di recuperare la posizione, tirando allo stesso tempo le redini per rallentare, prima di voltarsi e caricare di nuovo. Mentre era occupato a frenare il cavallo, per, confidando nella propria abilit e superiorit nella lotta, non aveva prestato abbastanza attenzione agli agili movimenti di Publio. Il giovane, non appena lo zio gli era passato accanto, aveva fatto girare il cavallo su se stesso e si era mosso. Publio lasci per un attimo le redini, afferr larma con entrambe le mani e, con tutte le sue forze, assest un potente colpo alla spalla dello zio, che era ancora di schiena e non vide la spada avvicinarsi.
Il colpo fu secco e deciso. A Gneo sembr di essere stato investito da un toro sul fianco sinistro e fra la sorpresa e il fatto che stava ancora recuperando lequilibrio, invece di sistemarsi al centro dellanimale cadde di lato, proprio mentre il cavallo del nipote, che correva con le redini sciolte e senza guida, andava a sbattere contro il suo. Anche lanimale si spavent per quello scontro inaspettato, nitr e si sollev sulle zampe posteriori. Cos, quello che non erano riusciti a fare il colpo fallito di Gneo e larma del nipote riusc a farlo il cavallo: Gneo, ancora dolorante e senza aver recuperato del tutto lequilibrio, in un attimo croll a terra, sconfitto, disarcionato. Il cavallo, che nonostante tutto era ben addestrato, invece di allontanarsi si ferm a pochi passi da lui, mentre Publio frenava il suo a una ventina di passi dallo zio.
Gneo si alz da terra, si tolse di dosso lerba che gli si era incollata alla pelle sudata e si chiese come reagire. Se il nipote lo avesse colpito con una spada vera, la ferita sarebbe stata mortale. Quel ragazzino gli aveva dato una lezione di umilt.
Bene, cominci mi hai disarcionato! Era ora che qualcuno di voi due mi battesse! Credo che tu sia pronto per combattere, nipote! E tu, Lucio, non dubitare, presto lo sarai anche tu, molto presto. Bene, ora raccogliamo tutto e torniamo a casa. Ah, una cosa, questa storia resta fra noi! Io non ho raccontato a vostro padre di tutte le volte che vi ho disarcionato, quindi non c bisogno che ora voi corriate a raccontargli quello che  successo oggi pomeriggio, chiaro?
I due fratelli si guardarono, sorrisero e annuirono.
Arrivati a casa, Publio e Lucio scomparvero in cucina; non potevano aspettare che la madre desse istruzioni per la cena. Lasciarono lo zio da solo nellatrio, dove fu presto raggiunto dal fratello Publio.
Sai che cos successo oggi pomeriggio? fu la domanda con cui Gneo inizi la conversazione.
Publio neg lentamente con la testa. Temeva qualcosa di brutto, ma aveva intravisto lombra fugace dei figli che correvano verso la cucina e sembravano tutti interi. Sul suo viso trapel la confusione.
Il tuo figlio maggiore mi ha fatto cadere da cavallo.
Publio Cornelio rimase in piedi, in silenzio, a contemplare i due metri di fratello che aveva davanti. Gneo aggiunse altri dettagli.
Prima ha evitato il mio colpo con agilit e mentre io recuperavo lequilibrio, mi ha colto di sorpresa alle spalle con un colpo deciso e forte, molto forte. Non sono riuscito a restare a cavallo e sono caduto, o meglio, tuo figlio mi ha disarcionato.
Publio Cornelio Scipione non riusciva a credere alle proprie orecchie. Anche Pomponia era arrivata nellatrio e ascoltava le parole del cognato a bocca aperta.
Gneo, o te lo stai inventando perch io sia orgoglioso di mio figlio o  uno scherzo. Se  uno scherzo, non fa ridere.
No, non ho mai considerato uno scherzo la formazione dei tuoi figli. Mi ha sbattuto gi da cavallo.
Capisco. Publio iniziava ad assimilare linformazione.
 rapido,  forte e pensa con la propria testa.  preparato. Se dovessi entrare sul campo di battaglia, non mi dispiacerebbe farlo di fianco a lui. Saprei di non dovermi preoccupare di quel fianco. Ma disse cambiando rapidamente argomento e portandosi una mano allo stomaco ora quello che mi preoccupa  sapere se quei due ci lasceranno qualcosa per cena.
Pomponia usc dallatrio e and in cucina senza dire niente; come il marito, assimilava linformazione. I due fratelli rimasero soli. Publio approfitt di quel momento di intimit per unultima domanda.
E mio figlio sa di essere lunica persona che ti ha disarcionato ed  ancora viva per raccontarlo?
Gneo sorrise.
 sangue del mio sangue disse. Ti sembrer stupido, ma mi sento un po come se mi fossi buttato gi da solo. Sar un gran soldato concluse. Spero solo di poter vivere abbastanza da vederlo.

24
LA DICHIARAZIONE DI GUERRA

Cartagine, 219 a.C.
Quinto Fabio Massimo, console di Roma nel 233 e nel 228, aspettava nel vestibolo del Senato di Cartagine. Lo accompagnavano Marco Livio Salinatore e Lucio Emilio Paolo, i consoli di quellanno. Fabio avrebbe fatto volentieri a meno della scomoda compagnia di Emilio Paolo, il pater familiasdi quella noiosa e potente famiglia romana, ma nella sua attuale condizione di console era impossibile escluderlo. Chiudevano il gruppo i senatori Gaio Licinio Varo, console del 236, e Quinto Bebio Tanfilo, che pur non essendo mai stato console, aveva preso parte ad altre ambasciate a Cartagine.
Durante il viaggio verso lAfrica, Quinto Fabio Massimo aveva messo in chiaro che sarebbe stato lui il portavoce, in qualit di due volte console e senatore pi anziano. Emilio Paolo laveva fissato per qualche secondo e gli altri erano rimasti in silenzio. Si trovavano sulla coperta di una quinquereme, mentre un potente vento da nord li sospingeva verso il loro destino. Senza aprire bocca, si era limitato ad annuire. Fabio Massimo aveva fatto del proprio meglio per screditare la sua gestione, con dure critiche ai conti dello Stato in quel mandato consolare, insinuando che i beneficiari fossero i membri della stessa famiglia di Emilio Paolo. Erano accuse senza fondamento, ma il prestigio del console era stato intaccato e lui sapeva di non poter contare sullappoggio degli altri senatori, se si fosse opposto a Fabio Massimo che, abile come sempre, aveva sostenuto la propria tesi con due dati oggettivi: let e il maggior numero di consolati.
Emilio Paolo si era allontanato dal resto del gruppo e aveva lasciato che laria fresca del mare gli schiarisse le idee. Era inutile, un peso gli gravava sullanima. Sentiva che quello era il suo ultimo viaggio. Non sapeva perch o come, ma in qualche modo il suo destino prendeva forma in quellambasciata e intuiva che non sarebbe stato un bene per la sua famiglia. Pensava soprattutto alla giovane figlia Emilia, appena una bambina, diventata donna a quattordici anni. Il suo dolce bacio sulla guancia, il sorriso mentre gli augurava buon viaggio e quella lacrima che le scivolava sul viso quando lo aveva salutato da lontano. Dalla morte della madre, Emilia era la luce che illuminava la vita del vecchio senatore. Se gli fosse successo qualcosa, la famiglia lavrebbe protetta, ma chi poteva difenderla dagli attacchi di Fabio Massimo? Se lui fosse scomparso, lintera famiglia sarebbe stata in pericolo. Solo gli di sapevano fino a dove si sarebbe spinto Fabio Massimo in quella che lui chiamava la pulizia dello Stato: eliminare tutto ci che non era romano e tutti i Romani che si interessavano alle culture di altri paesi, in particolare a quella greca.
Allimprovviso il vento aveva smesso di soffiare. Emilio Paolo si era voltato verso nord. La nave aveva rallentato. Gli ufficiali avevano ordinato ai rematori di compensare con maggiori sforzi la mancanza di vento.
I soldati cartaginesi che scortavano gli ambasciatori romani si fermarono davanti alla grande porta di bronzo che dava accesso al Senato di Cartagine. I senatori romani allinizio attesero con calma, ma con il trascorrere dei minuti, visto che lenorme porta non dava segno di aprirsi, cominciarono a innervosirsi.
 inaccettabile! comment a voce alta Fabio Massimo.
Quinto Bebio, che aveva gi partecipato ad altre ambasciate, pens di ricordare al vecchio senatore che succedeva spesso che i Cartaginesi facessero aspettare gli ambasciatori romani, forse per umiliarli o per dimostrare che non erano intimoriti. Ma ci ripens e prefer restare in silenzio.
Latteggiamento di Fabio Massimo conferm a Emilio Paolo i suoi peggiori presentimenti e il console si prepar ad assistere al resto, consapevole di non poter fare nulla per fermarlo.
Le enormi porte di bronzo infine si aprirono e gli ambasciatori romani seguirono i soldati, che li scortarono al centro di un grande semicerchio formato dalle gradinate di marmo occupate dai senatori cartaginesi. La sala, che terminava con unampia volta, non era grande come quella di Roma, ma colp comunque i nuovi arrivati, soprattutto perch i visi che li circondavano erano apertamente aggressivi, quasi furiosi nei loro riguardi, ancora prima che avessero aperto bocca.
Emilio Paolo cap subito che in quel posto bisognava procedere con la massima diplomazia, se si voleva arrivare a un accordo di qualche tipo. Guard Fabio Massimo, che si era sistemato esattamente al centro del semicerchio, leggermente pi avanti rispetto agli altri ambasciatori e di fronte ai due suffeti di Cartagine, lautorit massima della citt, equivalente a quella dei consoli romani. Il viso di Fabio Massimo non prometteva esattamente flessibilit e negoziazione. Davanti allo sguardo orgoglioso dei senatori cartaginesi, il due volte ex console rispondeva con un atteggiamento che i suoi adepti a Roma avrebbero definito dignitoso e che per Emilio Paolo era troppo simile allarroganza, per il luogo in cui si trovavano.
Siamo venuti fin qui inizi Fabio Massimo in latino, senza aspettare che uno dei suffeti gli concedesse la parola comera dobbligo per un ambasciatore straniero, per avere spiegazioni sul comportamento di Annibale Barca, generale ai vostri ordini, nella citt di Sagunto in Hispania, alleata di Roma e sotto la sua protezione.
I suffeti, come la maggioranza dei senatori di Cartagine, capivano il latino abbastanza da comprendere il senso di quello che aveva detto Fabio Massimo, ma attesero che il giovane interprete seduto dietro di loro terminasse di tradurre, con la maggiore fedelt e precisione possibile.
La domanda  continu Fabio Massimo, guardando i senatori cartaginesi sulle gradinate, se Annibale Barca agisca per vostro esplicito ordine o per conto proprio; solo in questultimo caso Roma potrebbe accettare una compensazione sufficiente a lasciar
Lo interruppe il suffeta pi anziano, un uomo magro, sulla sessantina, con labbra sottili, capelli e barba bianchi.
Credo disse alzandosi che si tratti di questioni che non riguardano un ambasciatore straniero. Se un nostro generale agisce seguendo i nostri ordini o il suo criterio personale  cosa che riguarda solo noi, e a seconda di quel che decideremo qui, fra noi, agiremo. Non discuter con uno straniero dellobbedienza di un generale cartaginese a questo Senato. La questione, visto che hai citato Sagunto e sembra che sia il motivo per cui vi trovate qui,  che abbiamo firmato un trattato con Roma in cui si stabiliva il fiume Ebro come frontiera naturale fra i nostri territori, e Sagunto si trova nella nostra zona. Quella citt si  ribellata e il nostro esercito ha reagito di conseguenza. I Saguntini hanno avuto quel che loro stessi hanno provocato, suscitando le nostre ire.
Fabio Massimo non era abituato a essere interrotto. Negli ultimi ventanni, nessuno al Senato di Roma aveva osato parlare mentre lui aveva la parola, quindi lintervento brusco del suffeta lo colse di sorpresa. Deglut per trattenere lira, mentre ascoltava le parole del cartaginese che, per insultarlo, aveva scelto di rispondergli in greco. Fabio, nonostante la sua nota avversione per tutto ci che era greco, dominava la lingua abbastanza da capire quello che gli si diceva, cos come gli altri ambasciatori.
Quando il suffeta ebbe terminato il suo intervento, torn lentamente a sedersi, attento a non piegare troppo la toga. Molti senatori cartaginesi annuirono in silenzio.
Fabio, per niente intimidito, torn alla carica.
Sagunto era, alleata di Roma, e il trattato precisa che gli alleati devono essere rispettati.
Sagunto rispose di nuovo il pi vecchio dei suffeti, senza aspettare la traduzione dellinterprete, non era menzionata espressamente nel trattato e non era alleata di Roma al momento in cui fu stipulato. Le amicizie che la citt ha coltivato in seguito al trattato, tenuto conto che si trova nei nostri territori, non fanno che darmi ragione: i Saguntini hanno voluto provocare coloro a cui dovevano obbedienza e hanno imparato che  un gioco rischioso. La superbia e lorgoglio sono cattivi consiglieri.
Lultima frase, pens Emilio Paolo, sembrava avere un doppio destinatario: il suffeta si riferiva direttamente ai Saguntini, ma indirettamente avvisava Fabio Massimo.
Questultimo prese di nuovo la parola.
Ne devo dedurre che non riceveremo alcuna scusa o compensazione per i Saguntini e per Roma, dopo quanto  accaduto? Perch se le cose stanno cos, se
Il suffeta si alz di nuovo e questa volta grid in modo inaspettato, e la sua voce rimbomb in tutta la sala fino a creare uneco, tanto che le sue parole risuonarono pi volte nella testa degli ambasciatori romani.
Non parlate dunque di Sagunto, n dellIbero; e buttate fuori una buona volta ci che ruminate da tanto tempo2.
E rimase in piedi, in segno di sfida, ad aspettare la risposta di Fabio Massimo.
Questi, invece di ammorbidire il tono, fece un passo avanti e annunci, senza alzare la voce ma con chiarezza: Sono venuto a offrirvi la guerra o la pace, dipende da voi quale delle due vi consegner.
Ci  indifferente rispose il suffeta.
In questo caso vi offro la guerra concluse Fabio Massimo e fece scorrere lo sguardo sui visi dei senatori cartaginesi, come a sfidarli.
Il giovane interprete, ammutolito, tacque e non tradusse quelle parole, cosa che del resto non era necessaria. Il dibattito era arrivato a un punto in cui le parole sembravano superflue. La questione era piuttosto quando avrebbero cominciato a parlare le spade.
La accettiamo rispose il suffeta, ritto, nobile, deciso, e intorno a lui ciascuno dei senatori cartaginesi si alz, molti con ferite sul viso o sul corpo, frutto dei precedenti scontri con Roma. Il grido La accettiamo si ripet, salendo di tono fino a diventare un clamore indifferente al dibattito, ormai lontano da qualunque possibile marcia indietro.
Fabio Massimo rimase sereno e ascolt finalmente le parole che era venuto a cercare, soddisfatto di se stesso. Si chiese soltanto se quei barbari, esacerbati dallansia di guerra, non avessero intenzione di iniziarla subito contro gli stessi ambasciatori di Roma. Molti dei senatori li minacciavano con i pugni alzati e qualcuno sguain perfino la daga che portava con s. Dun tratto, per la prima volta in vita sua, Fabio Massimo sent un sudore freddo imperlargli la fronte. Respirava a fatica e provava il bisogno incontenibile di allontanarsi da quel luogo. Non si aspettava una reazione tanto violenta da parte dei senatori africani, non era cos che si era immaginato la conclusione del dibattito. L non era circondato dalle sue legioni, non era pronto a combattere.
Fabio Massimo guard nervoso da un punto allaltro della grande sala. Si gir verso la porta. Cerc luscita. Il suffeta cartaginese, tranquillo, in pace con se stesso, lo vide muoversi come un gatto in trappola e si prese qualche minuto, prima di alzare la mano per placare gli animi dei suoi senatori.
2Da Tito Livio, XXI, 18, 13; traduzione di Luigi Mabil.

25
IL NUOVO CONSOLE DI ROMA

Roma, marzo 218 a.C.
Pomponia, al centro dellatrio, aiutava il marito, Publio Cornelio Scipione, da poco eletto console di Roma insieme a Sempronio Longo, a mettersi la toga. A una rispettosa distanza, il giovane Publio e il fratello Lucio ascoltavano i genitori. Era la madre a parlare.
Non capisco che cosa stia succedendo: prima al Senato Fabio dichiara di essere contrario alla guerra, poi usa la sua influenza per partecipare allambasciata a Cartagine e, stando a quel che ci ha raccontato Emilio Paolo, una volta l non fa niente per evitarla, tutto il contrario. Cos adesso siamo in guerra contro Cartagine e invece di andare lui a combattere, il conflitto scoppia nel momento in cui tu sei console e la legge ti obbliga ad affrontare i Cartaginesi.
 evidente che Fabio sta macchinando qualcosa rispose Publio ma non posso sfuggire alle mie responsabilit. Andr verso nord con le legioni che mi sono state assegnate e presto mi imbarcher per lHispania per affrontare questo Annibale di cui parlano tanto. Si volt verso la moglie. Abbi fiducia in me. Sar di ritorno prima di quanto immagini.
Pomponia per non trov consolazione nelle parole affettuose del marito e neanche nella stretta dolce delle sue braccia intorno alla vita. Sent il bacio del nuovo console di Roma sulla guancia e una sensazione di amore e tragedia mescolati insieme si impadron di lei e le inumid gli occhi. Si scost piano e gli diede le spalle, per nascondere il proprio pianto silenzioso.
Publio guard la moglie travolto dai sentimenti che gli scorrevano nelle vene, ma mantenne il contegno. Non poteva mostrare il minimo segno di debolezza. Nel vestibolo lo aspettavano i dodici lictoresdella sua guardia personale, come si addiceva alla sua carica, e accanto a lui cerano i figli.
Si volt verso il primogenito.
Sai gi che oggi parto per il Nord con le legioni, ma ho dato ordine che tu ti unisca alla cavalleria nei prossimi giorni. Ci vedremo in Hispania. So che farai onore al nome della nostra famiglia. Ora ci salutiamo, ma presto ci rivedremo. E tu, Lucio, prenditi cura di tua madre mentre io e tuo fratello non ci saremo.
Pens di abbracciare i figli, ma si blocc e mantenne unespressione seria. I due giovani, colmi di rispetto per il padre, annuirono senza parlare.
Il console Publio Cornelio Scipione part accompagnato dalla scorta dei lictoresper incontrarsi con le legioni. Roma era in guerra, un generale cartaginese avanzava in Hispania e la sua missione era fermarlo prima che arrivasse a dominare lintera regione.
Quando varc la soglia, inspir con forza. Voleva portarsi nel profondo dei polmoni lodore di rosmarino e pino del giardino della casa che aveva visto nascere i suoi genitori, lui stesso e i suoi figli. Pens che insieme a quellaria si sarebbe portato anche un po della forza dei Lari e dei Penati, gli di protettori della famiglia. Sentiva che ne avrebbe avuto bisogno.

LIBROIII
IL NEMICO INARRESTABILE

Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor.
[Alcun sorga de lossa mie, che di mia morte prenda alta vendetta.]
Virgilio, Eneide, IV, 625
Maledizione della regina di Cartagine, Didone, a Enea, il mitico fondatore di Roma.
Secondo i Romani, Annibale fu il vendicatore invocato da quella maledizione.

26
VERSO LITALIA

Qart Hadasht, primavera del 218 a.C.
A vederlo, si sarebbe creduto che Annibale contemplasse i mandorli in fiore, dal balcone dellultimo piano del palazzo di Qart Hadasht. Si era ritirato l con lesercito dopo aver preso Sagunto, per riposare e pianificare le mosse successive. La sua mente per non era rimasta inattiva. Aveva troppe cose a cui pensare. E la ferita alla coscia gli faceva ancora male. Aveva permesso a quasi tutti gli Iberi di tornare a casa durante linverno, per ingraziarsi le trib sottomesse e trovarle quindi ben disposte alla grande campagna che presto sarebbe iniziata. Con lui a Qart Hadasht erano rimasti i soldati africani e la cavalleria numida.
Pochi giorni dopo il ritorno da Sagunto, era arrivato un emissario da Cartagine. Annibale lo ricordava ancora: un soldato africano che si era inginocchiato davanti a lui e, lo sguardo fisso a terra, gli aveva passato una tavoletta con un messaggio dei suffeti dalla capitale. Annibale prima aveva letto il messaggio in silenzio, fra s, digerendo ogni parola con calma, poi, dopo qualche minuto, lo aveva annunciato a voce alta e chiara, in modo che tutti i generali e gli ufficiali ne fossero al corrente.
Roma ha dichiarato guerra a Cartagine. Annibale, in qualit di capo supremo delle truppe cartaginesi in Iberia, ha ricevuto ordine dal Senato di Cartagine di preparare le truppe e tutti i mezzi che ritenga necessari per attaccare il nemico e distruggerlo!
Annibale aveva visto gli sguardi sbalorditi di molti ufficiali. Solo i fratelli, Asdrubale e Magone, e forse Maarbale, il capo della cavalleria, sembravano attendere quel messaggio da giorni, come lui. Da quel momento, Annibale si era messo allopera: oltre a permettere agli Iberi di riposare, aveva inviato alcuni messaggeri nella Gallia Cisalpina, per cercare di arrivare a un accordo con i Galli di quella regione e poter contare sul loro appoggio quando avesse attraversato la loro terra diretto a Roma. In particolare, gli interessava conoscere quale sarebbe stata la reazione dei Boi e degli Insubri, due popoli che avevano combattuto contro Roma ed erano stati sconfitti in diverse occasioni.
Quel mattino di maggio, Annibale si chiedeva se il rancore di quegli uomini sarebbe bastato a farli sollevare in armi contro Roma. Un ufficiale entr e gli annunci larrivo dellambasciata cartaginese dalla Gallia Cisalpina. Il generale si volt e scese fino alla grande sala del piano inferiore, dove riceveva i messaggeri e discuteva la strategia militare con gli alti gradi dellesercito.
Un gallo dai lunghi capelli scuri, pettinati in due trecce corvine, vestito di pelli di pecora, con un grande elmo decorato da due corna e armato fino ai denti con due spade, daghe, una lunga lancia e uno scudo sulle spalle, aspettava accanto agli emissari del generale cartaginese. La sua presenza l era un buon segno.
Annibale prese posto sulla sua sedia coperta di pelli, accanto al grande tavolo in pietra su cui era sparso un gran numero di mappe, e attese il rapporto del portavoce degli ambasciatori.
I Galli di tutta la Gallia Cisalpina sono decisi ad appoggiarci quando attraverseremo le loro terre, purch il nostro obiettivo sia avanzare su Roma. Una volta l, se le azioni militari delle nostre truppe contro le legioni romane li convinceranno, faranno di pi che permetterci di passare: nessuno si  impegnato, ma sono sicuro che se otterremo una vittoria sui Romani, molti Galli passeranno dalla nostra parte. Con noi  venuto uno dei capi delle trib insubri, per avvalorare di persona laccordo.
Il capo gallo conferm il messaggio in un greco rudimentale, che probabilmente aveva imparato grazie agli scambi commerciali con Massalia. Annibale fece appello alla sua conoscenza di quella lingua per capire la sostanza di quel che diceva e con laiuto degli interpreti assicur al capo gallo che lappoggio a Cartagine sarebbe stato largamente ricompensato, infine annunci che quel mattino aveva inizio la fine di Roma.
Il gallo non sembr particolarmente colpito da quelle parole, ma annu rispettoso. Ad Annibale non bastava, cos lo prese gentilmente per il braccio e lo invit a seguirlo. Linsubre non sapeva bene che cosa fare, ma cap subito che era meglio non contrariare quelluomo, anche se si trattava di un invito cordiale, quindi segu il generale cartaginese, con i cinque sensi allerta e deciso a vendere cara la pelle, se necessario.
Percorsero lunghi corridoi e salirono due piani di scale, fino a quella che doveva essere la stanza di quel generale africano che annunciava la caduta di Roma come se si trattasse di una citt qualunque. Linsubre scosse la testa in silenzio. Forse quel cartaginese pensava che prendere Roma fosse come prendere Sagunto. In ogni caso, gli avrebbero permesso di attraversare le loro terre, poi con quel superbo se la sarebbero vista i Romani, e che vincesse il migliore. Loro avrebbero pensato a difendersi dal vincitore, come sempre.
Il cartaginese lo invit ad affacciarsi dal balcone. Il gallo, circondato da ufficiali africani, accett linvito e usc. Annibale indicava un punto a ovest. Il gallo innanzitutto guard in basso, per valutare laltezza: ai piedi della fortezza si vedevano alcuni mandorli in fiore che spiccavano per la loro insolita bellezza. Poi, guidato dal dito di Annibale, allontan lo sguardo dagli alberi. In lontananza si distinguevano le mura che circondavano la citt e la rendevano inespugnabile, insieme al mare che la circondava quasi da ogni parte. Annibale continuava a indicare a ovest, pi lontano, e il capo degli Insubri guard da quella parte.
Fu allora che cap perch erano saliti. Oltre le mura si vedeva una vasta laguna e dallaltra parte, accampato, un esercito che si perdeva in lontananza. Il gallo non sapeva quantificare il numero degli effettivi pronti a marciare verso Roma, sapeva solo una cosa: quello era lesercito pi grande che avesse mai visto.
I Romani non avevano mai riunito tanti uomini per combattere contro di loro. Annibale lesse negli occhi dellinvitato lo stupore e il timore con cui voleva che tornasse al suo paese. Lespressione sul suo viso era il messaggio che doveva portare e largomento migliore possibile per lappoggio che cercava.
Dallaltra parte della laguna, novantamila fanti, dodicimila cavalieri e cinquantotto elefanti si preparavano a partire il mattino seguente per Roma. Niente e nessuno li avrebbe fermati. Era il destino che gli uguri cartaginesi avevano letto nel volo degli uccelli e nelle viscere di vari animali.

27
DAVANTI AI PRAEFECTI SOCIORUM

Roma, 218 a.C.
Roma era in guerra. Quella mattina sarebbe iniziato il dilectus, il reclutamento. Una moltitudine di cittadini si era radunata al Campidoglio e al Foro. I ventiquattro tribuni militari, qualcuno eletto e altri designati direttamente dai consoli, supervisionavano le operazioni. Era stato sorteggiato lordine in cui le trib avrebbero partecipato al reclutamento. Si cominciava con la prima e quando gli uomini disponibili al servizio militare di questa terminavano, si proseguiva con la trib successiva e cos via, fino a completare le quattro legioni  due per ogni console, Publio Cornelio Scipione e Sempronio Longo  composte da cinquemila uomini. Considerata la pericolosit del nemico, in questo caso si era deciso di reclutare anche altre due legioni, agli ordini del pretore Manlio, che si sarebbero dirette al Nord della penisola italica, per difendersi da uneventuale rivolta delle bellicose trib della Gallia Cisalpina.
Tito Maccio era entrato in uno stato di profonda disperazione e non gli restava molta scelta, se voleva sopravvivere. Sfumata ogni possibilit di tornare al mondo del teatro, rovinato come mercante e provato dagli stenti della vita da mendicante, lesercito gli sembr lopzione pi logica per mantenersi. Cos quel mattino di marzo and al Foro, per unirsi allesercito di una citt che non era la sua e che lo disprezzava in quanto indigente, ma di certo lo avrebbe accettato come soldato.
Mescolato tra la folla, Tito trascorse gran parte della mattinata a osservare i tribuni che selezionavano gli uomini per ogni legione. Li sceglievano sempre a gruppi di quattro, con caratteristiche fisiche simili, poi li distribuivano uno per legione. In questo modo cercavano di ottenere reparti equilibrati ed evitare che gli uomini forti fossero tutti radunati in una legione e quelli pi deboli in unaltra. Era un procedimento lungo, lento e meticoloso. Tito sapeva di dover aspettare che terminassero di contare e classificare i cittadini delle trib native di Roma, gli unici che avevano il diritto di far parte delle legioni. Poi i tribuni militari se ne sarebbero andati, in attesa di essere chiamati dai consoli nei giorni successivi, e sarebbe stata la volta dei praefecti sociorum, gli ufficiali romani designati dal console, che avrebbero proseguito il reclutamento delle truppe ausiliarie fra i non romani. Era l che Tito sperava di avere la sua opportunit.
I praefecti sociorumavevano ricevuto istruzioni precise: dare la precedenza ai latini e reclutare il massimo numero di effettivi possibili, in appoggio alle legioni. Da un lato dovevano reclutare i soldati che avrebbero accompagnato le legioni di Publio Cornelio Scipione in Hispania e dallaltro avevano bisogno di un gran numero di truppe alleate per lobiettivo pi importante: la spedizione di Sempronio Longo in Africa. Per Tito, italico non romano, fu un vantaggio e venne scelto per far parte delle truppe ausiliarie delle due legioni assegnate al console Sempronio Longo, che sarebbero state destinate prima in Sicilia, per laddestramento, e poi sarebbero partite per la loro meta finale, lAfrica.
Non che Tito fosse entusiasta di combattere in una guerra dagli sviluppi incerti, ma quando gli diedero un anticipo di paga e pot pagarsi un pasto decente in una delle taverne lungo il fiume, in attesa di essere chiamato, pens che almeno avrebbe affrontato le battaglie e i combattimenti a stomaco pieno, se era lunica possibilit che gli era rimasta per sopravvivere.
Aveva trentadue anni e mentre terminava le farinate di grano che gli avevano servito e beveva un sorso di vino, lo sguardo rivolto al fiume, fece un bilancio della propria vita e si rese conto che gli anni nel mondo del teatro erano stati i pi felici, ammesso che quella si potesse chiamare felicit. La vita, tortuosa e traditrice, lo aveva trascinato lungo strade diverse e confuse, e ora sapeva che con ogni probabilit le sue ossa sarebbero finite in pasto agli avvoltoi in qualche campo di battaglia lontano. Le truppe ausiliarie spesso erano le prime a entrare in combattimento e registravano le perdite maggiori, ma ormai era troppo tardi per tirarsi indietro. Non presentarsi dopo essere stato arruolato significava disertare e Tito preferiva non pensare alle pene orribili con cui era punito quel crimine. No, adesso era un soldato dellesercito di Roma, e Roma, almeno fino a quel momento, aveva sempre vinto.
Forse fu questultimo pensiero, o forse il vino, ma per la prima volta dopo molto tempo, Tito pens che il futuro poteva ancora riservargli qualcosa di diverso dal dolore, dalla solitudine e dalle pene.

28
LALBA DELLA GUERRA

Roma, luglio 218 a.C.
Erano pronti per partire, quando arriv un messaggio urgente da Roma.
Il console Publio Cornelio Scipione era gi a bordo della quinquereme e aveva dato ordine di sciogliere gli ormeggi e fare rotta verso lHispania. Una volta letta la tavoletta, per, cap che doveva modificare i suoi piani.
Facciamo rotta verso Massalia, subito! ordin al capitano della flotta.
Gli ufficiali sembravano non capire.
Fratello, intervenne Gneo, prudente il Senato ha dato ordine di dirigersi in Hispania il prima possibile
Prima che il fratello continuasse a esporre i suoi dubbi, il console chiar la situazione a tutti i presenti. Annibale non  pi in Hispania. Ha varcato i Pirenei e avanza nel Sud della Gallia. Andiamo a Massalia per risalire il corso del Rodano e intercettarlo prima che arrivi nella penisola italica.
Tutti tacquero e si misero subito allopera, dando le istruzioni del caso per dirigere la flotta verso la nuova destinazione. Gli ufficiali erano sbalorditi. Proprio ora che si sentivano fiduciosi e sicuri dei loro piani e delle loro forze, il nemico si muoveva con tale rapidit da obbligarli a cambiare programma.
Publio parve leggere nella testa dei suoi uomini.
 importante che torniamo al pi presto ad assumere il controllo di questa guerra disse, rivolto al fratello, altrimenti il morale delle truppe croller.
Gneo annu in silenzio.

Sui Pirenei, luglio 218 a.C.
Mentre scendevano attraverso il valico di Perthus, Annibale vide che il suo esercito era dimezzato, ma era stato necessario. Durante i duri scontri con le trib filoromane a nord dellEbro aveva subito molte perdite. Gli Ilergeti, i Bargusi e gli Erenosi, gli Andosini e gli Ausetani si erano opposti al loro passaggio e gli scontri erano stati duri, a volte crudeli. Dopo essersi assicurato il controllo di gran parte della regione fra lEbro e i Pirenei, Annibale aveva deciso di lasciare diecimila fanti e mille cavalieri agli ordini del fratello Asdrubale, per controllare il territorio e proteggere la retroguardia e linvio di rifornimenti. Ora verso la valle del fiume Tt scendevano cinquantamila soldati di fanteria, novemila di cavalleria e un buon numero di elefanti, che per era sceso a trentasette, dai cinquantotto con cui era partito da Qart Hadasht.
Gli mancava ancora molta strada per arrivare alla costa del Sud della Gallia, visto che per evitare le citt filoromane sulla costa dellIberia, in particolare Emporiae e Rhoda, Annibale si era diretto verso uno dei valichi dellinterno. Ma aveva tempo, viveri e poteva contare su una retroguardia ben difesa. Una volta nella Gallia Cisalpina, inoltre, si sarebbero unite le truppe delle trib galliche, in rivolta contro Roma dopo le ultime guerre espansioniste della capitale latina. Tutto procedeva alla perfezione, quindi. Restava solo da vedere quale strategia avrebbero adottato i Romani, come avrebbero contrattaccato, ammesso che lo facessero e non optassero per una guerra difensiva.
Un ruscello correva accanto allesercito cartaginese nella sua avanzata verso il mare. Annibale smont da cavallo e si inginocchi lungo la riva. Si bagn le mani e si vers un po dacqua sui capelli, la fronte e la nuca. Aveva bisogno di rinfrescarsi. Lestate era cominciata e il calore era intenso. Un sole feroce proiettava i suoi raggi sulla valle e la mancanza di vento alimentava fin dallalba la sensazione di soffocamento. Avrebbero dovuto sopportare ancora molto caldo e poi molto freddo, prima di raggiungere il loro obiettivo.
Annibale aveva dato inizio a unimpresa smisurata e per un attimo si chiese se aveva le forze sufficienti per portarla a termine. Quelle militari, ossia i soldati, ma soprattutto le forze dentro di s. Allora pens al padre e confess i propri dubbi allacqua di quel ruscello, a voce bassa, per non farsi sentire dagli ufficiali.
Almeno ci proveremo, ci proveremo.
Furono parole sussurrate al vento, come un sospiro dellalba.

Massalia, luglio 218 a.C.
A Massalia, Publio e Gneo Scipione ascoltarono con attenzione il rapporto degli esploratori: Annibale aveva gi attraversato i Pirenei e si trovava nei pressi del Rodano, ma invece di avanzare nel Meridione della Gallia, era risalito a nord, per decine di chilometri verso linterno, allontanandosi il pi possibile dalla costa.
Sta facendo come in Hispania comment il console, quando gli esploratori furono usciti dalla stanza.
Si trovavano nella vasta casa al centro di Massalia, che le autorit, fedeli alleate di Roma, avevano offerto come quartier generale. Nellampia sala cerano solo il console e il fratello.
S, concord Gneo in Hispania ha varcato lEbro e si  diretto verso i Pirenei attraverso linterno, per evitare le citt della costa dove sa che siamo pi forti, abbiamo pi alleati e pi risorse. Qui sta facendo lo stesso.
 diretto a Roma riflett il console a voce alta, come se parlasse a se stesso.
Che cosa vuoi dire, Publio?
Il console sembr risvegliarsi da un sogno. Scosse la testa e decise di spiegarsi meglio.
 evidente che vuole evitare ogni scontro finch non avr raggiunto Roma o almeno la penisola italica. Sa che combattere l, portare la guerra sul nostro territorio, avr un impatto enorme sul morale dei nostri uomini, dello stesso Senato. Saremmo dovuti partire prima, in primavera, e recarci in Hispania.
Siamo partiti in ritardo perch abbiamo dovuto reclutare unaltra legione, quando il Senato ha deciso di inviare ununit al Nord, a combattere i Galli. Una bella sfortuna che si siano ribellati proprio ora che Annibale si avvicina a Roma.
No, non  un caso, fratello. Credo sempre meno nel caso. Annibale muove le sue pedine. Ha un esercito potente e uninfinit di alleati in molte regioni. Il Senato non  stato esattamente generoso con i Galli della regione cisalpina. Annibale non avr difficolt a guadagnarsi il loro appoggio. Dobbiamo andare a nord, Gneo. A nord, lungo il corso del Rodano, e fermare Annibale, prima che si avvicini ancor di pi alla penisola italica.
A nord, allora, per tutti gli di. Non vedo lora di iniziare a combattere. Da quando siamo partiti, ho la sensazione di inseguire uno spirito pi che un generale nemico.
Un nemico che incombe su Roma ed  inafferrabile  il peggiore dei nemici. A nord, fratello, a nord.
I due uscirono e nella stanza vuota rimasero sul tavolo alcune mappe del Sud della Gallia, mentre dalle finestre entrava una brezza leggera proveniente dal mare, fresca, innocente, incosciente della guerra che prendeva forma sulle sue coste.

29
IL PASSAGGIO DEL RODANO

Nei pressi del fiume Rodano, Gallia, agosto 218 a.C.
Il Rodano, dalle acque profonde e impetuose, scorreva verso il mare con unenergia dirompente che spezzava la regione in due met, rendendo difficili gli spostamenti. Non cerano ponti fino a Massalia. Bisognava attraversare il fiume in barca. Annibale spese gran parte del denaro che portava con s in regali e omaggi per i capi della trib della riva destra. Con quei regali si assicur un gran numero di imbarcazioni di ogni genere e si prepar ad attraversare il fiume, lontano dalla zona di influenza dei Romani. Ma un nemico inaspettato si frappose sul suo cammino: i Volci.
Maarbale cavalcava al comando di un contingente di cavalieri numidi.
Voglio che vi dirigiate a sud e andiate incontro ai Romani, che combattiate e poi vi ritiriate. Non voglio discussioni. Non voglio neanche una vittoria. Solo quello che ho detto.
Erano stati questi gli ordini di Annibale, le parole che ancora gli pesavano in testa e che lui si sforzava di comprendere. Combattere e poi ritirarsi, non una vittoria. Maarbale era lufficiale migliore, quello di maggiore fiducia. Perch mandarlo a fare quella sceneggiata, quando erano bloccati dai Volci a nord ed era quasi impossibile attraversare il fiume? Se gli avesse ordinato di fermare i Romani spargendo fino allultima goccia del suo sangue, avrebbe capito. Avrebbe significato sacrificarsi per salvare il grosso delle truppe, per una vittoria futura. Quelle istruzioni invece non avevano senso. Un combattimento che si fosse concluso con una ritirata frettolosa non avrebbe fatto che ringalluzzire i Romani. A che scopo? Una cosa per era certa, Maarbale avrebbe seguito le istruzioni alla lettera. Forse era per questo che Annibale aveva affidato a lui quella missione. Nessun altro ufficiale cartaginese sarebbe stato disposto a mettere in scena una fuga umiliante davanti ai Romani e ai propri uomini. Maarbale scosse la testa nel tentativo di scacciare la confusione e i dubbi. Non ci riusc, ma si mantenne con fermezza in testa alla cavalleria africana, diretto a sud, incontro ai Romani.
Da sei giorni e sei notti, i Cartaginesi erano fermi sulla riva destra del Rodano, senza poter attraversare il fiume per via del temuto e bellicoso popolo dei Volci. La trib si era appostata per chilometri a nord e a sud, nelle trincee, e controllava la riva sinistra del fiume. I generali africani, sempre pi confusi, vedevano il proprio comandante in capo ordinare scaramucce e mandare piccoli contingenti nel fiume, che finivano col ritirarsi sotto una pioggia di pietre e armi da lancio di ogni tipo, scagliate dai Volci che si trovavano sulla riva opposta. I Galli cos si imbaldanzivano sempre di pi, mentre il morale delle truppe africane crollava. Lentusiasmo allidea di lottare contro i Romani sul loro stesso territorio e la forza che li aveva condotti fin l si spegnevano a poco a poco.
Annibale si limitava a cavalcare lungo la riva, a dirigere le operazioni e a guardare lorizzonte. Ogni tanto contemplava il cielo, come se cercasse di leggere nel volo degli uccelli il modo per uscire dalla trappola in cui erano finiti. La preoccupazione e lo sconforto si impadronivano degli ufficiali cartaginesi. Come se non bastasse, Maarbale e Annone, due dei luogotenenti di Annibale, rispettati dalle truppe, erano stati inviati in missioni lontane, forse a fermare lavanzata romana, mentre il loro generale restava l a guardare il cielo della Gallia, assorto nei suoi pensieri.
Annibale fissava effettivamente il cielo, meditabondo, silenzioso. Allimprovviso ferm il cavallo per osservare meglio. Si port la mano alla fronte per proteggersi gli occhi dalla luce accecante di quellagosto gallico. Corrug la fronte e rimase immobile, come un leone a caccia che fissa la preda. Poi si volt verso gli ufficiali e ordin che le truppe marciassero verso il fiume. Voleva che tutto lesercito, tranne gli elefanti, che con il loro peso avrebbero fatto sprofondare il terreno argilloso, si lanciasse nel Rodano in formazione dattacco.
Gli ufficiali africani non capivano. Quella manovra era una follia. I Volci li avrebbero decimati, prima dalle trincee, con frecce e giavellotti, poi quando avessero messo piede a riva, bagnati ed esausti dopo aver lottato contro la corrente. I veterani, che erano al servizio di Annibale da anni, non potevano fare a meno di paragonare quella situazione alla battaglia contro i Carpetani in Iberia, quando i Cartaginesi avevano sgominato il nemico mentre cercava di attraversare le acque del Tago. Questa volta per erano i Cartaginesi a trovarsi nella posizione svantaggiata di dover guadare il fiume.
Nonostante i dubbi, nessuno os ribattere e gli ufficiali e i soldati iniziarono la grande manovra, timorosi e angosciati, ma decisi e tenaci. Forse il generale, che aveva regalato loro tante vittorie, aveva fatto bene i suoi calcoli. Forse era quella lunica via di uscita se non volevano restare bloccati l per settimane finch i Romani e i Volci non avessero unito le forze e formato un esercito ben pi vasto del loro.
I Volci videro i Cartaginesi entrare nel fiume. I loro capi scoppiarono a ridere di gusto. Era quello che aspettavano da giorni. Il generale straniero non era un uomo paziente e quella sarebbe stata la sua rovina. Sicuri delle loro forze, uscirono dalle trincee e si avvicinarono alla riva per lanciare i giavellotti e le frecce da posizioni migliori. Sarebbe stata una strage. Gli stranieri sarebbero stati costretti a ritirarsi. Da settimane facevano scorte di dardi e lance. Erano convinti di averne abbastanza, tanti quanti i nemici che si addentravano nel fiume. Sarebbe stato un gran giorno per il loro popolo. Una vittoria simile avrebbe intimorito gli stessi Romani e consolidato le frontiere.
Mentre si avvicinavano al fiume, gli sguardi fissi sul nemico straniero, i Volci non videro le piccole nubi di fumo che salivano allorizzonte in modo intermittente, proprio dietro le loro posizioni, sulle colline. Non videro neanche la cavalleria guidata da Annone, luogotenente di Annibale, che aveva attraversato il fiume pi a nord, tre giorni prima; gli stessi giorni che avevano impiegato per scendere a sud, questa volta per lungo la riva sinistra del Rodano, e raggiungere la retroguardia dei Volci senza essere visti. Nellansia di provocare il massimo numero di vittime fra i soldati cartaginesi, inoltre, i Volci avevano adottato una formazione che li esponeva alla carica della cavalleria di Annone e li rendeva vulnerabili.
Dopo aver inviato i segnali di fumo, il luogotenente di Annibale tard solo pochi istanti a organizzare lattacco. La cavalleria cartaginese si lancio al galoppo contro i Volci. Questi non videro ci che succedeva alle loro spalle e non sentirono il rumore dei cavalli sullerba, per via del fragore provocato dallesercito di Annibale che attraversava il fiume con gli scudi e i cavalli. I Volci notarono solo uno strano ronzio alle loro spalle, quando la cavalleria di Annone era gi a cento passi da loro.
Il grido dallarme usc dalle gole sorprese dei capi, che ordinarono che i giavellotti fossero lanciati contro la cavalleria che li attaccava, ma la confusione era tale che molti non seppero che cosa fare. Alcuni lanciarono i giavellotti e le frecce contro la cavalleria di Annone e provocarono diverse perdite, ma non ebbero il tempo di proseguire. I cavalieri li raggiunsero e il combattimento divenne corpo a corpo, contro soldati rapidi, su cavalcature veloci, che si spostavano lungo tutta la riva.
I Volci opposero resistenza, ma quellattacco a sorpresa li distolse dal loro obiettivo principale, ossia trattenere il grosso delle truppe di Annibale. Queste quindi attraversarono il fiume indisturbate, mentre il nemico era occupato a lottare per sopravvivere.
Quando lesercito di Annibale raggiunse la riva sinistra, i Volci furono massacrati. Si salv soltanto chi si era lanciato nel fiume cercando rifugio e speranza fra le sue acque.
Quel giorno la trib fu decimata, abbattuta da quel generale straniero che li aveva imbrogliati come bambini.
Maarbale ordin la ritirata dei suoi uomini. La battaglia era stata breve ma feroce. I Romani combattevano con abilit e le forze erano alla pari. I cavalieri africani non capivano perch il generale ordinasse di ritirarsi quando ancora non era chiaro di chi fosse la vittoria. Avrebbero preferito continuare a combattere.
Un ufficiale si avvicin.
Possiamo vincere, mio generale! Possiamo sconfiggerli!
Ho dato un ordine e chi disobbedisce dovr vedersela con lo stesso Annibale! rispose Maarbale, poi fece girare il cavallo e inizi la ritirata, in bocca il sapore amaro dellumiliazione e della vigliaccheria, quella che i soldati avevano letto nelle sue parole, insieme allorgoglio per aver eseguito gli ordini.
Sarebbe stato pi facile se Annibale gli avesse affidato una missione impossibile che gli sarebbe costata la vita, piuttosto che quella ritirata umiliante davanti ai Romani.
I Cartaginesi videro il loro capo che si allontanava e dopo quelle ultime parole, obbedire o risponderne davanti ad Annibale, lo imitarono rapidi, con grande giubilo e sorpresa della cavalleria romana.
Gli ufficiali romani si chiesero se fosse il caso di inseguire il nemico in fuga. Alla fine decisero di non dirigersi a nord, per evitare di incontrare il grosso delle truppe cartaginesi. Soddisfatti, presero la strada del ritorno verso laccampamento generale. Erano ansiosi di informare il console della grande vittoria ottenuta.
Annibale era rimasto sulla riva destra del fiume, a controllare le manovre per far salire gli elefanti sulle barche che li avrebbero condotti dallaltra parte del Rodano. Gli animali per sembravano pensarla diversamente dagli addestratori e si rifiutavano di seguirli su quelle imbarcazioni dallaria fin troppo fragile. Annibale riconobbe gli stessi problemi che il padre Amilcare aveva dovuto affrontare anni prima, per superare le Colonne dErcole e addentrarsi in Iberia. Ordin agli addestratori di prendere le due femmine pi vecchie, le pi docili e meglio addestrate, e imbarcarle per prime. Gli animali esitarono e opposero una certa resistenza, ma alla fine accettarono di salire, gli occhi impauriti nel vedersi circondati dallacqua, ma fiduciosi.
Gli altri elefanti, quasi tutti maschi, quando videro le due femmine sulla riva opposta del fiume, cambiarono atteggiamento e accettarono di seguirle. Cos, dopo un paio dore, Annibale riusc a fare in modo che non solo lesercito, con fanteria e cavalleria, ma anche gli elefanti procedessero nel viaggio verso lItalia.
Stavano imbarcando lultimo elefante, quando la cavalleria di Maarbale torn dalla missione. Annibale non ebbe bisogno di rapporti. Nella testa bassa e sul viso triste degli uomini lesse con chiarezza che Maarbale aveva seguito le sue istruzioni alla lettera. Bene. Le cose procedevano secondo i suoi piani. A poco a poco, le pedine della sua strategia, come un enorme rompicapo, si incastravano le une nelle altre. I Romani avrebbero impiegato un po a comprendere il senso di ogni pezzo. Questo gli dava tempo. Gli dava forza. E potere sui nemici.
Il console Publio Cornelio Scipione avanzava a piedi, davanti alle legioni, diretto a nord a marce forzate. Gli ufficiali di cavalleria lavevano gi avvisato della presenza poco distante dellesercito di Annibale, quando avevano riferito lesito della battaglia contro i cavalieri numidi. I rapporti erano pi che incoraggianti. La ritirata della cavalleria africana era un buon segno. Almeno il morale dei legionari era alto. Era il momento giusto per combattere. Gli uomini erano pronti ad attaccare.
Un esploratore raggiunse le legioni alla ricerca del console. In breve lebbe davanti, circondato dai dodici lictoresdella guardia personale e, come sempre, con il fratello Gneo accanto.
Ave, mio generale.
Devi dirmi qualcosa? Parla, dunque, e non ritardiamo oltre la marcia dellesercito.
I Cartaginesi hanno attraversato il fiume. C stata una battaglia contro una delle trib galliche della regione. Annibale deve averli sconfitti, ha attraversato il fiume e si  allontanato.
Sul viso del console comparvero rabbia e sorpresa. Controll le parole. Inspir. Espir.
Cavalli, presto chiese subito. Gneo, vieni con me. E una turmadi cavalleria. Tu, legionario, disse rivolto allesploratore portaci subito l.
Cavalcarono al galoppo, Publio e Gneo davanti, lesploratore accanto a loro, dietro i lictorese a seguirli unintera turmadi cavalleria. In unora raggiunsero le colline. L il Rodano scorreva tranquillo, con un percorso sinuoso che rallentava la corrente e lo rendeva pi facile da guadare. Ai piedi della collina si vedevano i resti di quello che doveva essere stato laccampamento principale di Annibale per diversi giorni. Si notavano ancora i resti dei fal, vecchie armi abbandonate, lance rotte sparse a terra e le tracce di sangue sullerba, dove i feriti erano stati curati fra una battaglia e laltra. Scipione condusse il cavallo fino alla riva del fiume. Dallaltra parte cerano centinaia di cadaveri. Lodore di morte arrivava fin l.
La battaglia devessere avvenuta un paio di giorni fa comment Gneo. Lodore  terribile. E aggiunse: Per tutti gli di, dove va questuomo?.
A nord rispose lesploratore. La scia lasciata dallesercito dopo aver attraversato il fiume si dirige a nord.
Ancora pi a nord? Gneo non sembrava molto convinto dal rapporto dellesploratore. Non ha senso. Nessun senso. Per Ercole, se va ancora pi a nord dovr attraversare le Alpi.
Il silenzio scese fra i presenti. Il paesaggio sulla riva sinistra era desolante e la terribile scena del campo di battaglia cosparso di morti era intensificata dal fetore. Diversi avvoltoi passavano da un gruppo di cadaveri allaltro. Qualcuno era cos grasso da non poter volare. Mangiavano carne umana da un giorno intero. Un vero banchetto.
S che ha senso comment il console. Un senso assurdo, ma che diventa sempre pi evidente.
Bene, fratello, inizi Gneo, lunico che non usava il titolo di console quando si rivolgeva al generale in capo delle legioni sarebbe il caso che ti spiegassi un po meglio.
Publio Cornelio annu.
Annibale non vuole combattere finch non raggiunger il suolo italico, prima vuole avvicinarsi il pi possibile a Roma. Vuole che la maggior parte dellesercito arrivi intatta. Guarda a terra, quelle impronte vicino allacqua. Sono elefanti. Ha con s perfino quelle bestie. Se per evitare di combattere con noi deve risalire il Rodano fin qui, lo far. Se allontanandosi dalla costa incontra qualche trib ostile al suo passaggio, sullaltra riva del fiume trovi la risposta al problema. E se per evitare il nostro esercito consolare deve addentrarsi nelle Alpi, lo far.  una follia, perch lestate sta per terminare e il freddo arriva presto sulle montagne del Nord.  unavventura molto rischiosa.  probabile che stia guidando le sue truppe verso una fine certa. Fra le montagne, il freddo e le trib selvagge di quella regione,  poco probabile che riesca a uscire di l.
Ma non impossibile sottoline Gneo.
No, non impossibile. Il console medit per qualche istante in silenzio, prima di prendere una decisione. Bene, bene,  un gioco complicato e questa guerra ha diversi fronti. Ecco che cosa faremo, fratello.
Publio smont da cavallo e invit Gneo a fare altrettanto. Poi lo prese per il braccio e lo port accanto al fiume, su una piccola spiaggia naturale. Sulla sabbia di quellansa del Rodano, il console spieg al fratello la loro strategia.
I lictoresosservavano i due fratelli: il console parlava e Gneo Cornelio annuiva lentamente.

30
MAPPE E PIANI

Roma, settembre 218 a.C.
Era ancora notte quando il giovane Publio si ritrov a occhi spalancati, completamente sveglio. Dovevano mancare diverse ore allalba, ma non riusciva a riprendere sonno. Dopo aver passato qualche minuto a fissare le crepe sul soffitto, si alz e usc nellatrio. Laria fresca annunciava la fine dellestate e larrivo imminente dellautunno. Publio passeggi per qualche minuto intorno allimpluviumpoi, a passo deciso, fece seguire ai pensieri le azioni. Si introdusse nella stanza che il padre aveva adibito a biblioteca; una stanza indipendente che dava sullatrio, ma diversa dal tablinum, che trovandosi fra latrio e il giardino della domusera troppo pubblico per i documenti riservati che Publio Cornelio Scipione aveva accumulato negli anni.
Publio si fece luce con una delle lampade a olio che di notte restavano accese a illuminare latrio, seppur fiocamente. Nello spazio ridotto della biblioteca, la luce sembr aumentare di intensit, passando dallo sforzo impossibile dellatrio a un compito pi adeguato. La stanza era piccola per dimensioni, solo quattro passi per cinque, ma grande nei contenuti. Sugli scaffali degli armadi, in decine di piccole ceste di legno o di vimini, con o senza coperchio, erano raccolti uninfinit di rotoli, che il padre aveva ordinato per argomento. Su ogni cesta era scritto il nome dellautore dei rotoli, su un piccolo foglio di papiro. Publio ricord le parole che gli aveva detto il padre prima di partire. Entra in biblioteca ogni volta che vuoi, a consultare ci che desideri. Tutto ci che leggi adesso, su qualunque argomento, ti sar molto utile prima o poi. Entra quando vuoi. Anche Lucio. Ma per Ercole, non mi mettete in disordine i rotoli e non spostateli da una cesta allaltra, altrimenti al mio ritorno ve la vedrete con me! Aveva accompagnato quellavvertimento con un sorriso, una delle sue ultime frasi prima di voltarsi e partire con le legioni.
Il fondo della stanza era dedicato ai Greci: una cesta piena di rotoli di vari autori teatrali, fra cui spiccavano le opere di Menandro, e una cesta solo per le opere di Aristofane. Nello scaffale sottostante si scorgevano due ceste con le opere dei grandi filosofi, Socrate, Platone e Aristotele. Sul lato sinistro della stanza cerano invece quelli che il console definiva i suoi tesori. Mentre passava delicatamente le dita sulle ceste di quello scaffale, il giovane Publio risent la voce quasi tremante del padre mentre gli mostrava quei rotoli: commedie e tragedie di Livio Andronico o poemi di Quinto Ennio. Letteratura in latino, di cui gli stessi autori avevano consegnato una copia a un appassionato come suo padre. Non cera niente di Nevio, per; il console aveva visto diverse sue opere, ma non accettava le sue critiche furiose lanciate contro la classe dirigente di Roma. Ogni tanto, ridendo, il padre ammetteva che era stato proprio durante unopera di Nevio che aveva ricevuto la notizia della nascita del suo primogenito.
Sul lato destro della stanza, rispetto allentrata, cerano i volumi a cui pensava Publio in quel momento, quelli per cui era entrato: i rotoli che raccoglievano le informazioni sui popoli dellHispania, le loro usanze e le citt pi importanti, oltre a documenti su fogli di papiro sciolti e tenuti insieme da sottili corde di canapa, con le informazioni militari pi rilevanti sulle colonie greche amiche di Roma, soprattutto le citt di origine greca sulla costa della penisola. Al centro della stanza cera un semplice tavolo con una sedia, lisci, senza decorazioni. Il padre era un uomo austero, che si concedeva qualche piacere solo quando si trattava di buon vino o del teatro, durante le feste organizzate dagli edili di Roma. Per leggere un buon testo, diceva, cera solo bisogno di tempo e che fosse scritto bene.
Il figlio del console stese sul tavolo alcuni documenti sullHispania, li studi attentamente e poi si alz e si avvicin al cesto delle mappe. Lo apr e lesse con calma e pazienza le epigrafi su ogni rotolo: Sicilia, Roma, Grecia, Africa, Sardegna, Gallia Cisalpina, Massalia, Hispania, Qart Hadasht e via cos per una trentina di rotoli. Publio si ferm a Hispania. Prese la mappa e la allarg sul tavolo, poi fece scorrere lo sguardo sui popoli che la abitavano, cercando di memorizzare la regione in cui si trovavano: Ilergeti a nord dellEbro, Edetani a sud dello stesso fiume, Celtiberi al centro della regione, con Numantia e Segontia come centri importanti, i Carpetani fra il Tago e il Duero, e i Vaccei pi a nord; Lusitani e Vettoni verso ovest, e poi a sud i Turduli e gli Oretani fra il Guadalquivir e il Guadiana, e a sud del Guadalquivir i Turdetani, i Bastetani e i Bastuli. La mappa indicava anche i confini dei domini cartaginesi, i territori conquistati a sud da Amilcare, le conquiste del genero Asdrubale e i territori aggiunti allimpero cartaginese da Annibale negli ultimi anni. Segnati con linchiostro rosso, nella calligrafia che Publio riconobbe subito come quella del padre, si leggevano i nomi di due citt: Sagunto e Qart Hadasht. La prima era evidentemente indicata perch era stata la causa dello scoppio della guerra contro Cartagine, ma il ragazzo non cap il motivo dellinteresse per laltra enclave, bench sapesse che si trattava di una citt particolarmente importante per i Cartaginesi. Si alz di nuovo e and a cercare nel cesto delle mappe, finch non trov quella della citt, la prese e la allarg sul tavolo sopra le altre.
In cima alla mappa si leggeva, ancora per mano del padre: Qart Hadasht, o Carthago Nova nella nostra lingua, capitale dellimpero cartaginese in Hispania. Citt fondata dagli stessi Cartaginesi, ben fortificata, centro di approvvigionamento per le truppe cartaginesi, porto di mare, rifugio in cui gli africani portano gli ostaggi iberici; enclave considerata inespugnabile dai nostri ingegneri, dal momento che  circondata dal mare a sud e a ovest, e a nord vi  una laguna; lo si pu attaccare solo dallistmo che a est unisce la citt con la terraferma, ma in quel punto vi  unalta muraglia che rende praticamente impossibile avvicinarsi alla porta di accesso della citt. Il giovane Publio fece scorrere lo sguardo sulla mappa della citt e osserv il porto, la collina di Vulcano, quella di Aletes, di Arx Hasdrubalis e quelle di Esculapio e Mercurio, indicate allinterno della citt. In un certo senso, quella mappa assomigliava molto alla citt che a Publio era capitato di sognare, tanto che
Alcune voci nellatrio, di un uomo, anzi due, e quella della madre. Publio si alz e usc dalla stanza. Quando arriv nellatrio venne sorpreso dalla luce dellalba. Il sole era ormai sorto e si alzava sulla linea dellorizzonte. Accanto allimpluviumvide il fratello Lucio, ancora mezzo svestito, insieme al legionario di un esercito consolare, la pelle sudata e impregnata di polvere, e alla madre, con un mantello bianco sopra la tunica notturna. Il legionario aveva una tavoletta nella mano destra. Quando vide arrivare il figlio del console, senza muoversi dal suo posto, tese verso di lui la mano con la tavoletta. Publio avanz, afferr la tavoletta e la apr per leggere il messaggio. Prima lo lesse in silenzio. Per qualche secondo assimil le conseguenze di quel testo, poi lo rilesse, a voce alta questa volta, perch il fratello e la madre fossero a conoscenza della richiesta del padre.
Mio caro Publio,
devi dirigerti subito a nord e raggiungermi a Placentia prima dellarrivo dellinverno.
Publio Cornelio Scipione
console di Roma

Era un messaggio conciso. Ma sufficiente perch Pomponia esalasse un lungo e profondo sospiro. Quel momento doveva arrivare, prima o poi. Suo figlio era reclamato dal padre perch prendesse parte alla guerra. Sapeva che sarebbe successo, ma in qualche modo pensava che fosse troppo presto, troppo a sorpresa. Il marito in teoria sarebbe dovuto andare in Hispania a fermare quel generale cartaginese. Poi era stato costretto a cambiare programma e si era diretto a Massalia, per combattere il nemico africano in Gallia. E ora, senza preavviso, poche settimane dopo, arrivava un messaggio che li informava che la guerra si preparava nel Nord della penisola italica. E, come se non bastasse, suo figlio era richiesto l.
Devo andare disse il giovane Publio dopo aver letto fra le pieghe silenziose della fronte della madre.
Certo rispose Pomponia senza guardarlo, lo sguardo fisso a terra. Poi inspir e inizi a dare ordini agli schiavi, che aspettavano prudenti in un angolo. Portate a questo soldato dellacqua e qualcosa da mangiare, e vino, se lo desidera. E che abbia tutto il necessario per lavarsi.
Il legionario annu e si inchin leggermente, in segno di gratitudine per quelle attenzioni. Era sfinito. Aveva viaggiato ininterrottamente per una settimana e quelle premure ammorbidirono il suo cuore indurito dalle difficolt della guerra.
E tu, figlio mio, continu Pomponia devi prendere le tue cose, i vestiti, le Si interruppe un attimo e prosegu. Le armi, la corazza e lo scudo e devi metterti in marcia con questuomo non appena sarai pronto. Il console di Roma reclama suo figlio e questultimo deve rispondere subito alla sua chiamata.
Lo far, madre. Publio si gir e lasci latrio, diretto alla propria stanza.
Quando incroci il fratello si ferm un istante. Si abbracciarono.
Prenditi cura di nostra madre, Lucio, abbi cura di lei.
Non preoccuparti, fratello, e che gli di ti proteggano.
Furono portati fuori i triclinia, un tavolo, un po di frutta, farinate di grano, vino e acqua.
Pomponia si sedette accanto al messaggero.
Perch a Placentia e non in Gallia? gli chiese.
Il legionario pos sul tavolo la mela che aveva appena preso.
Annibale ha risalito il Rodano per evitare di affrontare lesercito consolare. Ha attraversato il fiume nel territorio dei Volci. Questi si sono opposti con tutte le loro forze. Devessere stata una grande battaglia, ma alla fine Annibale ha oltrepassato il fiume e si  diretto verso le Alpi. Il console ha diviso lesercito in due parti. La maggior parte delle forze  rimasta al comando di suo fratello Gneo Cornelio Scipione, che  partito per lHispania, per bloccare gli approvvigionamenti di Annibale e obbedire cos agli ordini del Senato. Il console invece ha preso un numero inferiore di truppe ed  andato a nord del territorio italico, per mettersi a capo delle legioni di Placentia e Cremona, nel caso Annibale riuscisse ad attraversare le Alpi sano e salvo, ma
Ma?
 praticamente impossibile. Sono montagne terribili, piene di gole e popolate da molte trib selvagge. I precipizi, i selvaggi e il freddo sconfiggeranno il cartaginese.
Pomponia interruppe linterrogatorio e il legionario pot placare il proprio appetito. Forse, pens la donna, il figlio appena diciassettenne non sarebbe stato costretto a scendere sul campo di battaglia. Con laiuto degli di, il generale cartaginese sarebbe morto fra quelle montagne.
Unidea orribile le attravers poi la mente. Se Annibale fosse riuscito ad attraversare quelle montagne infestate da trib ostili, se avesse sconfitto la dura orografia, la neve e il freddo, allora significava che non si trattava di un nemico come gli altri, ma di un avversario terribilmente potente e astuto. Se quel generale cartaginese avesse attraversato le Alpi, la vita del marito e quella del figlio sarebbero state in grave pericolo.
Si sent impotente, nervosa, tesa. Senza dire una parola, si alz e lasci solo il messaggero. Il legionario, privato della compagnia della moglie del generale, pot mangiare senza nascondere lansia e lappetito vorace.
Pomponia si sedette nella stanza da letto coniugale, sul letto che per tante notti aveva condiviso con il marito, e l, in silenzio e in solitudine, soffocando i singhiozzi nel cuscino perch i figli non la sentissero, pianse con lamarezza di una bambina indifesa, con il dolore di una madre che temeva la dea Fortuna. Aveva sognato montagne enormi e un esercito che le attraversava.
Il corpo di Pomponia era freddo mentre si agitava sul letto al ritmo dei singhiozzi.

31
UNA VILLA ROMANA

Roma, fine settembre 218 a.C.
Nei pressi di Roma, una collina e, in cima, una grande residenza di mattoni e pietra, circondata da cipressi che svettavano orgogliosi e ondeggiavano cullati dal vento mite che proveniva da occidente. Allinterno della villa, latrio e, oltre latrio, un ampio peristiliumcon un giardino ben curato. E l, su un lato in ombra del giardino, un conclave: al centro un uomo di cinquantacinque anni, calvo, magro ma con una discreta pancia, Quinto Fabio Massimo Verrucoso, due volte console di Roma, che aveva dichiarato guerra al Senato di Cartagine. Accanto a lui il figlio, con lo stesso nome, Quinto Fabio, sulla trentina, il ritratto del padre, lo stesso naso aquilino e unespressione eternamente corrucciata, ma senza la calvizie, pronto a rivestire presto un incarico pubblico. Insieme a loro, due uomini un po pi vecchi del figlio. Gaio Terenzio Varrone, ben rasato, con gli occhi troppo vicini, come se langolo da cui guardare alle cose e ai tempi fosse uno solo, senza prospettiva, attendeva impaziente il momento in cui sarebbe salito al potere come pretore. E Gaio Claudio Nerone, sereno, ma con due occhi neri e brillanti, con un fulgore a met fra il curioso e il temibile, un uomo ambizioso, bench pi misurato di Varrone, che attendeva con calma che il destino gli concedesse lopportunit di avere gloria e fortuna. Infine, in un angolo del peristilium, fra le colonne, in piedi, pronto a correre se il mentore avesse avuto bisogno di lui, un giovane di soli sedici anni, Marco Porcio Catone, dallo sguardo nervoso, un ragazzo minuto, agile nei movimenti, silenzioso, sempre in ascolto, costante nei suoi propositi, leale al signore di quella villa, ma con idee distinte che si teneva per s, piccoli tesori che nascondeva finch non fosse arrivato il momento giusto per dissotterrarli. Perso fra i suoi pensieri, Catone sent la voce profonda di Quinto Fabio Massimo che accarezzava le pareti del chiostro di pietra.
Vi ho riuniti qui perch si avvicina la guerra.
Tutti annuirono. Fabio Massimo scosse lentamente la testa.
No, non mi avete capito. Quando dico che si avvicina la guerra, non intendo dire che le nostre truppe consolari stanno per affrontare i nemici della patria, ma che questo scontro avverr molto pi vicino a Roma di quanto creda il Senato. Scipione ha fallito, non che sia una novit, nel tentativo di fermare il cartaginese in Hispania. E non ci  riuscito neanche in Gallia. Annibale ha attraversato il Rodano e si  addentrato nelle Alpi.
Le Alpi? chiese Varrone ed espresse a voce alta la sorpresa di tutti i presenti.
S, amici miei. Annibale scende verso il cuore della penisola italica dalle montagne.
Ma  impossibile che un esercito riesca ad attraversare quelle montagne, soprattutto ora che si avvicina linverno. I valichi saranno gi impraticabili comment di nuovo Varrone, che sembrava il pi deciso a prendere parte alla discussione.
Comunque sia, continu Fabio Massimo Scipione non la pensa come voi: ha diviso le sue truppe e ne ha mandato la maggior parte in Hispania, al comando del fratello, per obbedire agli ordini del Senato e attaccare le vie di approvvigionamento dellesercito punico. Una mossa abile, che mi impedir di criticarlo al Senato, peccato Sospir, poi prosegu. Lui invece si  diretto al Nord della penisola italica per mettersi al comando delle legioni della zona, quelle che sarebbero state sue fin dallinizio, se i Galli non si fossero sollevati, obbligandoci a reclutare nuove truppe e concedendo ad Annibale il tempo di lasciare lHispania e avanzare verso il Rodano. Pi ci penso, pi mi convinco che Annibale abbia dei contatti con i Galli della regione cisalpina. La loro rivolta faceva parte di un piano molto pi vasto, che ora inizia a prendere forma.
Forse, ma se Annibale muore fra le gole delle montagne, attaccato dai selvaggi, il suo fantastico piano non gli servir a niente. Questa volta fu il figlio del padrone di casa a rivolgersi agli altri.
Quinto lo osserv in silenzio, senza concessioni e senza mostrare disprezzo. Meditando. Dopo qualche secondo riprese il suo racconto.
In ogni caso, figlio mio, Publio Cornelio Scipione si dirige a nord in previsione di quel che pu succedere, e devo ammettere che segretamente condivido i suoi dubbi circa limpossibilit di valicare quelle montagne. Non ci troviamo davanti un piccolo generale africano senza ambizioni e senza strategia.  evidente che questo Annibale ha studiato il suo piano per anni e sono sempre pi del parere che possa farcela, ad attraversare le Alpi. Ed  su questo che voglio che costruiamo la nostra strategia.
Per presentarla al Senato? chiese Varrone.
Ho detto la nostrastrategia. Il Senato ha la sua, che cambia a seconda del momento e che gestiremo a nostro vantaggio, ma  chiaro che qualcuno a Roma dovr avere una strategia ben definita per sconfiggere questi Cartaginesi, altrimenti saranno loro a porre termine alla nostra civilt. Finora il Senato si  limitato a mettere lesercito in mano agli Scipioni o a un Sempronio da mandare in Africa che idea assurda! Dobbiamo pensare a Roma, a proteggere Roma, e ai generali che amano la nostra citt e le nostre usanze e non si lasciano contaminare da influenze straniere o distrarre da inezie come i libri, la letteratura, il teatro et cetera. Gli Scipioni e i loro amici, gli Emilii, devono essere impiegati in questa guerra, ma ci saremo noi nei momenti chiave, nelle battaglie chiave. Abbiamo bisogno dei nostri velitesper sfondare le linee nemiche, ma saremo noi a concludere le battaglie che loro iniziano. Noi siamo i triarii.
E come dovremmo gestire questa strategia? chiese Claudio Nerone.
Fabio Massimo lo guard con gratitudine. La prima domanda intelligente del pomeriggio.
Con la paura rispose. Annibale varcher le Alpi. Dispone di truppe ben addestrate e soprattutto esperte. Ha conquistato lHispania con quegli uomini ed  un territorio complesso, popolato da guerrieri temerari, in guerra fra loro, come succede spesso fra i barbari, ma coraggiosi in battaglia. E Annibale li ha vinti con le stesse truppe che usciranno dalle montagne. Il cartaginese sconfigger le legioni del Nord. I miei uguri me lhanno confermato. Il Senato dovr ricorrere ai rinforzi, alle truppe di Sempronio. Si tratta di un nuovo esercito consolare, inesperto, pensato per lAfrica, per combattere al caldo di quelle latitudini, e staremo a vedere come se la cava con le temperature del Nord. Se Annibale non interromper la guerra, come  costume con larrivo dellinverno, allora a Roma arriver la paura.
E la paura ci baster a manipolare il Senato e il popolo? Non capisco.
Era stato Varrone a parlare. Fabio Massimo lo guard e Catone, dal cantuccio da cui osservava ogni cosa, lesse lo sguardo del suo mentore: Certo che non capisci, come puoi capirlo se sei come loro?.
Il padrone di casa per non rispose subito. Alla fine, si decise a spiegare quello che per lui era trasparente come lacqua limpida di un ruscello.
Con la paura, inizi mio caro amico Terenzio Varrone, si possono ottenere molte cose, si pu ottenere tutto. La paura, se gestita abilmente, pu darti il potere assoluto. La gente impaurita si lascia condurre docilmente. La paura allo stato puro  quello di cui abbiamo bisogno. Lo dir con una chiarezza spietata, anche se pu sembrare che parli di tradimento: abbiamo bisogno di morti, morti romani; abbiamo bisogno delle sconfitte delle nostre truppe, di un grande disastro, che ci giustifichi, che confonda la mente della gente, del popolo, del Senato. Sar allora che interverremo per salvare Roma.
Tutti fissarono il vecchio ex console, sorpresi, sbalorditi. Non credevano alle loro orecchie. Fabio Massimo fece scorrere lentamente lo sguardo sul viso di ciascuno dei presenti, sottolineando la propria determinazione con il brillare intenso delle pupille leggermente dilatate. Non vi furono repliche.
I cipressi che circondavano la villa avevano smesso di muoversi. Il vento era cessato. Era unora strana del pomeriggio, quellora in cui la brezza svanisce e tutto sembra immobile. Un ampio giardino, con cinque uomini riuniti; un peristiliume una grande villa a racchiudere tutto. La villa su una collina, i cipressi a ogni angolo della grande dimora, i pendii su cui serpeggiava una strada lastricata che si perdeva allorizzonte, in direzione di Roma.

32
SENTINELLE DELLA NOTTE

Sicilia, ottobre 218 a.C.
Il sole tramontava a Lilibeo, dove il console Sempronio aveva stabilito laccampamento generale dellesercito che gli era stato assegnato per invadere lAfrica. Camminava soddisfatto e sicuro di s. Laddestramento delle truppe era cominciato con efficienza. Qualcuno era stato ferito nei duri allenamenti corpo a corpo, ma la cosa non lo turbava. Pensava solo allimminente partenza per lAfrica. Dove sbarcare? Era quello il suo unico dubbio. Proprio davanti a Cartagine o magari a Utica o addirittura pi a nord? La sua mente lo portava sempre direttamente a Cartagine, anche se i tribuni avrebbero preferito stabilire una roccaforte nella regione, prima di dirigersi contro la capitale dellimpero punico. Smidollati. Come poteva condurre quella campagna con ufficiali tanto deboli? Per questo imponeva una disciplina ferrea e un addestramento ininterrotto.
Il console passeggiava scortato dai dodici lictores, inconsapevole degli sguardi di rabbia di molti legionari.
Tito osserv il console che si muoveva per laccampamento. Quando la comitiva ebbe terminato di sfilare, si ritir, accarezzandosi la spalla destra con la mano sinistra, massaggiandosi i muscoli, cercando di calmare il dolore dei colpi ricevuti quel mattino dallistruttore. Doveva ringraziare gli di se non era stato infilzato come unoliva, comera successo a qualcuno dei suoi compagni di manipolo. Quello era lesercito, si ripeteva in continuazione. Ti danno da mangiare tutti i giorni, non in abbondanza ma abbastanza, e di certo era nutrito meglio di quando mendicava per le strade di Roma. Ma non aveva calcolato i colpi, le contusioni e il rischio di morire durante laddestramento. Era evidente che i calcoli non erano il suo forte, che si trattasse di investimenti commerciali o di progetti per il futuro. Carpe diem, si disse, doveva sopravvivere e sopportare le difficolt che il domani gli riservava.
Mangi il rancio da solo. Farinate di grano. Qualcuno le schifava, perch erano la stessa cosa che mangiavano a Roma ed erano stufi, ma a Tito piacevano da matti. Un compagno, pi vecchio di lui, gli pass la ciotola mezza piena.
Prendi, se vuoi, a quanto pare ti piace.
Tito accett senza esitare. Il legionario continu a parlare.
Sono Druso Insomma, mi chiamano cos. Vengo dalla Campania.  la prima volta che ti arruoli, vero?
Mi sa che si nota. Mi chiamo Tito, Tito Maccio, dallUmbria.
Per Ercole, era da tempo che non vedevo qualcuno tanto imbranato con il gladio. Mi sa che stamattina hai fatto pena allufficiale, per questo si  limitato a colpirti con la parte piatta della spada, ma stai attento. La goffaggine  tollerata, ma lindisciplina si paga cara.
Me lo ricorder.
Cal il silenzio. Il sole tramontava. Nella luce fioca, le ombre delle tende scivolavano sempre pi lunghe sul terreno. Il vento era pi freddo a ogni istante.
Si avvicina linverno disse Druso. Lo si sente nellaria.
Questa notte mi tocca stare di guardia. Ma so gi come fare: non appena si addormentano, mi cerco un angolino dove non mi vede nessuno e mi metto a dormire sotto la coperta. Per Castore, perch tante storie con i turni di guardia in un terreno conquistato? Lunica cosa che abbiamo davanti  laccampamento delle legioni regolari.
Io starei ben attento e rimarrei sveglio per consegnare la tessera.
La tessera?
S, una tavoletta su cui i tribuni e i praefecti sociorumscrivono un simbolo che identifica ogni manipolo. Te la consegnano quando inizia il tuo turno di guardia e una pattuglia a cavallo passa poi a ritirarla. Se non ti troveranno al tuo posto, domani gli ufficiali ti cercheranno e ti porteranno davanti ai tribuni. Dammi retta, resta sveglio e consegna la tessera. Ora basta con le chiacchiere. Sono a pezzi e mi sa che domani ci ordineranno di marciare allalba. Pare che il console non veda lora di andare in Africa a farci sgozzare tutti quanti.
Druso si alz e si ritir nella sua tenda. Tito rimase accanto alla brace del fal, avvolto nella coperta, finch un ufficiale si avvicin e gli consegn una tavoletta con alcuni numeri, che immagin identificassero il manipolo. Poi gli indic la porta a cui doveva restare di guardia e gli disse che il suo turno sarebbe stato il primo dei quattro di quella notte. Era una buona notizia. Almeno poi avrebbe potuto dormire di filato fino allalba.
Lintero accampamento riposava. Si udiva qualche cane latrare in lontananza e di quando in quando qualche cavaliere, sicuramente le pattuglie notturne che ritiravano le tavolette dei posti di guardia, ma fino a quel momento nessuno si era avvicinato alla postazione di Tito. La spalla continuava a fargli male. Erano fitte brevi ma intense. Ogni tanto posava a terra il pilume lo scudo e si massaggiava la parte dolorante. Vicino alla porta cominciava la staccionata dellaccampamento. Laria era sempre pi fredda e il vento sempre pi forte. Contro la staccionata, Tito sarebbe stato al riparo dal freddo e avrebbe potuto sdraiarsi, magari perfino dormire un po, ma le parole di Druso gli risuonavano ancora nella mente. Stai ben attento e consegna la tessera. Tito si era legato la tavoletta al cinturone di cuoio, vicino alla spada, per non perderla. Non aveva senso. In generale, la sua vita non aveva pi avuto senso da quando aveva lasciato la compagnia teatrale. A volte possiedi qualcosa di buono, magari non  il sogno della tua vita, ma ti va abbastanza bene e non lo sai apprezzare. Era quello che era successo a lui. A meno che una grande vittoria contro i Cartaginesi non cambiasse la sua relazione con la dea Fortuna.
Rumore di passi, no, di zampe. Un cavaliere a cavallo. Tito smise di massaggiarsi la spalla e raccolse subito lo scudo e la lancia. Si mise in guardia, con il pilumabbassato, e grid: Altol. Quo vadis?.
 la guardia. Abbassa larma e dacci la tesseradel tuo manipolo.
Tito obbed senza esitare e consegn la tavoletta allufficiale, che gli si avvicin senza scendere da cavallo. Lo accompagnava un soldato del suo manipolo che aveva visto durante laddestramento ma con cui non aveva mai parlato. Anche lui portava una tessera.
Lufficiale studi fra le ombre la tavoletta di Tito.
Bene, puoi ritirarti disse, e poi, rivolto ai cavalieri che lo accompagnavano: Qui tutto bene, lasciamo la seconda sentinella notturna. Proseguiamo.
Si allontanarono senza dire altro. Tito e il soldato rimasero soli. Si salutarono con lo sguardo, senza parlarsi. Era evidente che la nuova sentinella era morta di sonno. Tito si volt e si diresse alla tenda. Una volta l, croll per il male, la fatica e il freddo e dorm come un ghiro.
Allalba le trombe svegliarono lintero accampamento. Lo aspettava unaltra giornata di addestramento, una colazione frugale e poi a combattere o, come aveva detto Druso, a marciare fino allora del prandium. In ogni caso, niente per cui valesse la pena alzarsi. Per questo Tito se la prese un po comoda, ma era trascorso appena un minuto quando due legionari entrarono nella tenda, dovera rimasto solo lui, e lo trascinarono fuori. Stava per dire qualcosa, ma un pugno gli chiar le idee.
Un attimo dopo si trov mezzo svestito, in formazione con altri tre uomini, pi o meno nella sua stessa situazione. Nessuno si era alzato abbastanza alla svelta da indossare del tutto luniforme di fanteria leggera che gli spettava.
Un tribuno, accompagnato da uno dei praefecti, pass in rivista la piccola formazione di sentinelle notturne.
Ecco i soldati che ieri erano di guardia per questo manipolo disse il prefetto.
Manca una tessera ribatt il tribuno. E vedo che nessuno dei quattro  capace di alzarsi in tempo. Per questo ciascuno di loro ricever dieci frustate davanti ai compagni. Cos forse il manipolo ritrover la voglia di svegliarsi presto.
Tito entr nel panico. La spalla era ancora dolorante e dieci frustate sarebbero state la goccia che faceva traboccare il vaso. Pens di dire qualcosa, ma il pugno appena ricevuto gli aveva insegnato che il silenzio era il salvacondotto migliore per evitare di riceverne altri.
La tesserache manca  quella del secondo turno continu il prefetto.
I soldati che avevano trascinato Tito fuori dalla tenda presero luomo accanto a lui e lo spinsero fuori dalla fila. Riconobbe il soldato che lo aveva sostituito quella notte.
Bene, disse il tribuno la guardia notturna  sacra, in territorio amico o nemico. Una sentinella addormentata  un varco da cui pu arrivare un attacco senza un allarme che ci permetta di reagire. Dormire quando si  di guardia  tradimento e per il tradimento c solo una pena nella legione romana, tanto nelle truppe consolari quanto nei manipoli delle legioni alleate.
Uno dei legionari che accompagnavano il tribuno gli consegn un bastone di legno di pino. Questi lo afferr con forza, ma si limit a sfiorare la fronte del soldato traditore, che, vinto dal sonno, si era spostato vicino alla staccionata per riposare al riparo dal freddo e non si era accorto dellarrivo dei cavalieri di pattuglia. Al suo risveglio, era gi il quarto turno di notte e n la nuova sentinella n i soldati della pattuglia avevano voluto ritirare la sua tessera.
Il tribuno si allontan dal soldato condannato e i legionari che lo accompagnavano sospinsero Tito e gli altri due compagni a una certa distanza. Poi diedero loro bastoni e pietre.
Tito prese una grossa pietra con una mano e il bastone con laltra. Non sapeva che cosa fare. Vide che anche il resto dei soldati del manipolo aveva ricevuto pietre e bastoni. Anche Druso. A un segnale, i compagni del condannato iniziarono a lanciargli addosso le pietre. Il soldato si inginocchi a terra e si copr la testa con le mani, ma continuavano a piovergli addosso sassi. Tito vide Druso che, senza guardare il condannato, lanciava la pietra e lo colpiva alla gamba. I compagni della guardia notturna fecero altrettanto. Tito deglut saliva, inspir con forza, chiuse gli occhi e lanci la pietra. Quando li riapr, vide che il condannato si trascinava a terra lasciandosi dietro una scia di sangue. Il corpo era ricoperto di ferite. Ma la testa, protetta dalle braccia e dalle mani, si era salvata. Il soldato gridava per il dolore e implorava piet. Il tribuno fece un altro segnale e decine di uomini del manipolo si lanciarono contro il traditore. Lo colpirono selvaggiamente con i bastoni, che al contrario delle pietre si fecero strada fra le braccia e raggiunsero lobiettivo: la testa del soldato fu tempestata di colpi e il sangue schizz sui compagni, che continuavano imperterriti a colpire. Si sentirono scricchiolare le ossa. E poi le urla cessarono. La sentenza era stata eseguita.
Il tribuno not con soddisfazione che tutti i membri del manipolo, tranne uno, avevano usato sia le pietre che i bastoni.
Questuomo che non ha usato il bastone disse al prefetto, indicando Tito riceva venti frustate invece di dieci. E non lo condanno a una pena pi dura perch almeno ha lanciato una pietra. Venti frustate faranno di lui un sostenitore pi fedele della disciplina dellesercito romano.
Poi, accompagnato dai legionari e dai cavalieri arrivati con lui, torn allaccampamento delle legioni consolari.
Il prefetto ordin che il corpo del soldato giustiziato fosse portato via e che gli altri soldati venissero frustati.
Tito ricevette le venti scudisciate fra le lacrime ma in silenzio. Poi si vest rapidamente. Sentiva il sangue scivolargli lungo la schiena, tuttavia non aveva intenzione di perdersi la colazione. Quando arriv, per, era troppo tardi. Desolato, vide che i compagni stavano gi caricando lequipaggiamento e si preparavano alla marcia. Si sent crollare.
In quel momento Druso si avvicin alle sue spalle. Prendi disse.
Tito si volt e vide che il compagno gli aveva messo da parte le farinate della colazione. Prese la ciotola senza una parola e si port il cibo alla bocca, tenendo gli occhi fissi su quel soldato esperto che arrivava dalla Campania.
Mangia alla svelta. Dobbiamo marciare. Avanti disse Druso mentre lo lasciava solo a terminare la colazione.

33
LE GOLE DELLA MORTE

Sulle Alpi, ottobre 218 a.C.
Un uomo, il corpo ricoperto di pelli di pecora, si trascinava sulla neve della vetta. Aveva impiegato ore a salire fin lass. I capi gli avevano affidato quella missione perch era il pi abile a scalare e arrampicarsi sulle montagne. Muovendosi lento, con estrema precauzione perch sapeva che il manto di neve nascondeva un precipizio, arriv fino al bordo dellabisso. Alz lo sguardo e si copr gli occhi con la mano per proteggerli dal riflesso intenso del sole sulle cime bianche delle Alpi. Scrut lorizzonte per qualche secondo, finch non individu il suo obiettivo: l dove iniziava lo stretto valico fra le montagne gelate si intravedeva una lunga e serpeggiante fila scura che, lentamente e a fatica, avanzava verso la gola.
Osserv per qualche minuto il serpente che zigzagava e assumeva una forma sempre pi definita: centinaia di uomini a piedi, con le spade, le lance, gli scudi e lequipaggiamento sulla schiena; uomini a cavallo, decine di uomini, e carri con sacchi, tele, viveri. E infine la cosa pi sorprendente. Al termine del serpente di soldati e cavalieri, si intuiva la sagoma di bestie sconosciute, che portavano sulla schiena, come enormi cavalli, alcuni uomini. Animali temibili, le cui grida lunghe e continuate sembravano risalire le pareti della gola e far tremare le stesse montagne.
Luomo scivol di nuovo in silenzio, questa volta allindietro, allontanandosi dal bordo del precipizio. Quando fu a una distanza di sicurezza e pot alzarsi senza essere visto, si mise in marcia e, rapido per quanto gli permettevano le gambe e il fondo, scese dalla cima per informare i capi della sua trib.

Lesercito di Annibale avanzava esausto, raggelato dal vento che scendeva dalle montagne, sfinito dagli scontri che aveva dovuto sostenere contro trib ostili in quella remota parte del mondo. Esistevano alcune testimonianze del passaggio, duecento anni prima, delle trib dei Galli che ora popolavano la regione del Rodano, ma da allora non vi erano notizie di contingenti significativi che fossero riusciti a transitare per quelle gole. Gli uomini di Annibale avevano subito numerose aggressioni da parte di piccole trib sui fianchi delle montagne, ma si era trattato sempre di scaramucce che si erano risolte rapidamente a loro favore. Ora per quelle gole preoccupavano il generale cartaginese, perch lo spazio in cui dovevano passare le truppe era angusto e le pareti che si levavano sui due lati molto ripide, ma non cera alternativa e non potevano tornare indietro.
I giorni passavano e presto sarebbe arrivato novembre. La neve sulle cime che li circondavano era sempre pi abbondante e nel giro di poco i valichi sarebbero diventati impraticabili. Non restava che proseguire fino alla fine, verso un epilogo incerto. Per la prima volta, Annibale dubit della vittoria.
Dallalto delle pareti della gola iniziarono a precipitare enormi rocce. Prima si sent il sibilo dei macigni che tagliavano laria nella loro caduta interminabile, poi il forte impatto contro il terreno. A volte il colpo era come soffocato, meno secco, una strana mescolanza di scricchiolii e un tonfo attutito ma sinistro. Significava che la roccia aveva raggiunto il suo obiettivo ed era piombata su una decina di soldati, sorpresi da quella pioggia di pietre giganti.
Uomini e cavalli si rifugiarono contro le pareti della montagna, che grazie alla loro inclinazione li riparavano dalle rocce che precipitavano dalla cima. Un elefante fu raggiunto da un macigno delle dimensioni della sua testa; lanimale pieg le zampe davanti e rimase in ginocchio per qualche secondo, il cranio spaccato in due, il sangue che usciva a fiumi; nonostante la ferita terribile, riusc a rialzarsi e, barrendo di dolore, si mise a correre come se potesse sfuggire alla sofferenza che lo torturava. Nella sua follia, calpestava i soldati confusi, che lottavano in cerca di un rifugio alla base delle pareti della stretta gola, della trappola mortale in cui si erano addentrati.
Annibale impartiva ordini con laiuto del fratello minore Magone e degli ufficiali, Maarbale e Annone, cercando di conservare la formazione, mentre la maggior parte dei soldati e degli animali trovava riparo dalla valanga di proiettili di pietra che venivano lanciati dallalto. Il generale cartaginese resistette stoicamente per unora, finch lass rimasero senza pietre o si stancarono di lanciarle. Allora mand un gruppo di soldati di fanteria leggera fuori dalla gola, perch si arrampicassero fino al punto da cui erano stati attaccati.
Trascorsero diversi giorni. Annibale mand nuovi rinforzi ai contingenti inviati sulle vette. Gli Allobrogi lottarono, ma continuavano a salire altri uomini. Finch un giorno, invece delle pietre, sulla gola caddero uomini. Il generale si allontan dalla parete della montagna per osservare uno dei cadaveri: era coperto di pelli di pecora, aveva diverse ferite di spada alle gambe e sulle braccia e il petto era aperto in due per la caduta.
Annibale torn a rifugiarsi in attesa che i suoi uomini terminassero di ripulire la cima. Mezzora dopo, le rocce della prima pioggia mortale si tinsero di rosso, per limpatto di centinaia di corpi, i corpi di coloro che avevano scagliato quelle stesse pietre. Ora avrebbero riposato insieme nella gola, in eterno.
Lesercito si rimise in marcia e si lasci alle spalle la gola della morte, come lavevano battezzata i Cartaginesi mentre se ne stavano rifugiati fra le pareti di quel passo di montagna. Prosegu cos lavanzata interminabile, questa volta verso sud, alla ricerca delluscita da quel labirinto di montagne gelate.
Linverno si avvicinava e la neve era sempre pi alta e a quote pi basse. Gli africani tolleravano abbastanza bene il freddo, perch conoscevano le gelide notti del deserto, ma camminare sulla neve bagnata e sopportare i geloni provocati dallumidit era una novit per loro. Dopo il freddo della notte, inoltre, ad attenderli non cera il calore del giorno e non riuscivano a liberarsi mai da quel gelo. Il sole che cercava di intiepidire le montagne era sempre pi debole e potevano trascorrere intere giornate senza che lo vedessero, nascosto dietro le nubi inamovibili che abitavano quelle cime. Poi pioveva e, se la temperatura scendeva, era prima una pioggia strana e gelida e poi la neve, che si accumulava sul loro percorso rallentandoli ancor di pi.
Trascorsero cos le settimane, finch un giorno arrivarono al termine del loro cammino. In una nuova gola, trovarono il passaggio completamente ostruito da un muro liscio di pietra gelata. Una valanga di rocce e neve caduta dallalto delle montagne e che con lavvicinarsi dellinverno era stata ricoperta da uno spesso strato di ghiaccio. Un muro invalicabile.
Annibale rimase a guardare quella muraglia naturale, senza mattoni, senza crepe, pi alta delle mura di Sagunto o di Qart Hadasht o di qualunque altra citt che lui avesse mai visto, pi profonda del pi grande dei fossati. Impenetrabile, imperturbabile e indifferente agli uomini, ai loro eserciti e alle loro battaglie. Gli di piazzavano davanti a loro lostacolo definitivo.
Il generale si volt verso i soldati e li vide sfiniti, molti seduti sulla neve, a guardare storditi e stupiti quel muro che si sollevava davanti a loro. Avrebbe preferito un muro di uomini o un esercito di selvaggi o le truppe consolari di Roma. In quel caso avrebbero saputo come combatterli, ma come sconfiggere linverno, come superare quella montagna di ghiaccio?
Annibale cap che i soldati non avevano n la forza danimo n fisica per intraprendere una battaglia contro le stesse montagne. Si gir di nuovo verso la muraglia di ghiaccio, arriv alla base, pos le mani sulla parete gelida e sent sulle dita il bruciore del gelo. Nel dolore cerc la strada per avere la meglio su un nemico che non aveva previsto.
Trascorrono alcuni minuti. Gli ufficiali aspettano a una certa distanza dal generale. Attendono un ordine, istruzioni, una soluzione. Osservano sconsolati il muro di roccia e ghiaccio alto pi di venti metri, che blocca loro la strada nellultima gola di quelle montagne grandiose e terribili. La maggior parte dei soldati, nel profondo dellanimo, non riesce a credere di essersi imbarcato in quellavventura per finire cos, non davanti a un esercito nemico, nel pieno di una lotta gloriosa, epica, per la patria, ma davanti a un muro di pietra gelida indifferente alle loro aspirazioni, ai loro desideri, alle loro passioni. Qualcuno si porta la mano fra i capelli, mentre cerca una fessura in quel blocco gelato. Non ci sono crepe.  impenetrabile, impossibile da abbattere.
Il generale si volta verso gli ufficiali e i soldati. La strada sale lentamente verso il muro, quindi Annibale  visibile a tutti. Inspira profondamente e grida con forza verso le profondit della gola. Le sue parole e la loro eco risuonano in quello stretto passaggio e le ripide pareti delle montagne amplificano la voce, che arriva cos alle orecchie di quasi tutto lesercito. Gli uomini lo ascoltano sorpresi, impazienti e ammirati.
Voi non siete i miei soldati, non siete il mio esercito, siete molto di pi! Voi mi avete seguito attraverso lIberia fino a conquistare tutta quella vasta regione! Mi avete seguito perfino quando la lotta era impossibile! Quando sul Tago i Carpetani erano il doppio di noi non vi siete persi danimo, ma avete avuto fiducia in me e abbiamo messo in ginocchio gli assassini del mio amato padre, il vostro stimato Amilcare. Poi vi ho chiesto di aiutarmi a conquistare Sagunto, una citt inespugnabile, amica di Roma, e mi avete aiutato, senza lamentarvi dei mesi di fatica, senza pensare alle conseguenze! E dopo avete preso parte alla spedizione pi grande che abbia mai osato lanciarsi contro il nostro sempiterno nemico! I Romani ci temono, ci odiano perch ci temono e confidano solo nei loro di per salvarsi! Le legioni non abbiamo paura delle legioni! Abbiamo superato lEbro e oltrepassato le loro posizioni e quelle dei loro alleati! Abbiamo attraversato i Pirenei, la Gallia, il Rodano, nonostante lopposizione dei Volci, e siamo arrivati fra queste montagne! I selvaggi ci hanno attaccato in uninfinit di occasioni e li abbiamo sempre sconfitti! Dietro questa parete di ghiaccio c la penisola italica, con le sue valli fertili, con tutte le ricchezze di cui Roma si  impadronita e che aspettano solo di essere nostre! Le loro truppe, i loro generali confidano nella forza dellinverno, del freddo e delle montagne per fermarci, confidano che pareti come queste metteranno fine alla nostra determinazione! Ma io mi chiedo mi chiedo, vi dico Abbiamo attraversato tanti fiumi, tante montagne e lottato contro tanti popoli per lasciarci sconfiggere da una muraglia di ghiaccio? Le mura di Sagunto erano resistenti e le abbiamo abbattute, ed erano abitate da difensori agguerriti che ci lanciavano pietre, giavellotti, dardi, pece ardente! Quella s che era una muraglia invalicabile, e voi lavete attraversata! Che cosa si frappone ora fra noi e Roma, fra le nostre forze e le loro legioni, fra la nostra vittoria e la loro debolezza? Solo una muraglia senza difensori, fredda, silenziosa! E io vi chiedo, chiedo a tutti voi: siete stati capaci di scalare la muraglia di Sagunto, di attraversare il Tago e il Rodano e di sconfiggere chi si opponeva, e non siete capaci di abbattere una muraglia indifesa, senza un esercito che la protegga?
I soldati cartaginesi ascoltano a bocca aperta, attenti a ogni parola del loro capo. Alla fine, una voce isolata spezza lo stato di trance dei compagni.
S, ne saremo capaci, mio generale!
Alla voce isolata si uniscono decine, centinaia, migliaia di voci e gridano allunisono con tutte le loro forze.
S, possiamo farlo! S, possiamo! Possiamo!
Allora continu Annibale distruggete quel muro, distruggete quel muro!
E trentamila soldati risposero come una sola voce, che spazz i pendii delle montagne e fece tremare la terra sotto i loro piedi.
Distruggiamo quel muro! Distruggiamo quel muro! Distruggiamo quel muro!
Lintensit delle grida fu tale, ingigantita dalleco delle montagne, che la parete di ghiaccio e roccia trem e si incrin. Una crepa comparve ai piedi di Annibale e, come una saetta, risal a zig zag fino in cima. Caddero piccoli frammenti di ghiaccio e pietra. Il generale e gli ufficiali si protessero con gli scudi e si allontarono.
Quando le voci si furono calmate, la pioggia di frammenti ghiacciati termin e Annibale torn a guardare la parete. Una crepa di diversi centimetri percorreva il muro di ghiaccio. Era un varco stretto, quasi minuscolo, ma segnava la strada da seguire. Non esit e si rivolse ai suoi uomini per terminare quel che aveva cominciato.
Solo con le vostre voci avete spezzato la parete, ora che siano le vostre braccia ad aprirci il cammino! Poi parl agli ufficiali, rapido, agile, gli occhi che brillavano, contagiando chiunque con la sua passione. Picconi e pale per tutti! Che lavorino a turno, come se fosse una miniera. E chi non ha il piccone che usi la spada, la lancia, la daga, il coltello, qualunque cosa. Qualsiasi oggetto pungente che serva a strappare le viscere a questa montagna. In tre giorni voglio un varco abbastanza largo perch possano passarci cavalli ed elefanti.
Gli ufficiali annuirono e in pochi secondi le operazioni ebbero inizio. Maarbale, vicino ad Annibale, contemplava il suo generale come se fosse un dio: era riuscito a spezzare limpenetrabile solo infondendo coraggio ai soldati. Quelluomo li avrebbe condotti alla vittoria assoluta su Roma. In molti sarebbero caduti sotto il suo potere e nessuno avrebbe potuto fermare uno spirito simile.

34
GAIO LELIO

Nord della penisola italica, novembre 218 a.C.
Gaio Lelio cavalcava in silenzio fra le tende dellaccampamento dellesercito consolare nei pressi del Ticino, a pochi chilometri da Placentia. Avanzava deciso sul suo cavallo, la spada dritta, le briglie strette nelle mani forti, in fondo a braccia muscolose. Aveva poco pi di trentanni, ma si manteneva in forma. Di recente aveva deciso di lasciarsi crescere una folta barba che si accarezzava spesso con le dita. La barba e il gesto lo aiutavano a ottenere il rispetto dei soldati. Lammirazione e la fedelt dei veterani le aveva conquistate con il coraggio e lintelligenza nelle campagne precedenti, fra marce sfiancanti, notti gelide e battaglie difficili, ma la barba sembrava la soluzione pi rapida per mettere a tacere limpertinenza di qualche nuovo arrivato, che non conosceva il valore della spada che Lelio portava alla cintura.
Lungo il tragitto, vide che diversi gruppi di legionari tagliavano grandi tronchi per il ponte sul fiume che il console aveva ordinato di costruire. Gli uomini lavoravano con impegno, interessati a quel che facevano. Nei loro sforzi si intuiva la preoccupazione per le notizie che avevano percorso la penisola italica. Annibale era riuscito a fare limpossibile: aveva attraversato le Alpi con il suo esercito e avanzava verso il Sud della penisola, verso Roma. Ora fra lui e lUrbe si frapponevano solo le legioni del Nord, al comando del console Publio Cornelio Scipione. Nientaltro. Non potevano essere sconfitti. Laltro esercito consolare si trovava a sud, in Sicilia, agli ordini di Sempronio Longo, a preparare unoffensiva in Africa per ripagare laffronto di Annibale con la stessa moneta. Era una strategia ben disegnata dal Senato di Roma, ma significava che a frapporsi fra Annibale e la citt del Tevere cera soltanto uno dei due eserciti. Perch nessuno, n i consoli n i senatori n i cittadini di Roma, aveva immaginato che il generale cartaginese sarebbe arrivato oltre il Rodano.
Ma non era il momento per lasciarsi prendere dalla disperazione o dalla paura. Tutti pensavano, incluso Lelio, che un esercito consolare fosse pi che sufficiente per fermare Annibale. Non importava laudacia dimostrata dal cartaginese o la sua temerariet nella scelta del cammino da seguire. In fin dei conti, il cartaginese fino a quel momento non aveva fatto altro che assediare citt che non avevano un esercito abbastanza forte, combattere contro i selvaggi in Hispania e ottenere un successo inaspettato lungo strade in cui nessuno si era mai addentrato. Prima o poi avrebbe dovuto combattere apertamente contro gli eserciti di Roma e quella sarebbe stata la fine delle sue vittorie. I successi sorprendenti contro i Galli del Rodano non contavano. Erano barbari senza una strategia.
Publio Cornelio Scipione aveva ordinato di costruire un ponte per attraversare il fiume e bloccare lavanzata di Annibale affrontandolo direttamente. Era una decisione audace ma necessaria, e ogni soldato sottolineava, con i propri sforzi e con il sudore della fronte, il pieno sostegno al generale: bisognava lottare contro Annibale e fermarlo.
Da decenni nessun esercito ostile si era spinto tanto in l, o meglio, tanto vicino a Roma, perci era necessario dissolvere rapidamente il timore che si era impadronito dei Romani. Il console aveva ordinato di sistemare in parallelo diverse navi, qualcuna arrivata via fiume e altre costruite sul posto, perch formassero un ponte. I tronchi, disposti nel modo adeguato, avrebbero unito le navi e creato cos un passaggio galleggiante abbastanza solido da permettere alle truppe di attraversare il Ticino, quando fosse stato il momento. Annibale non doveva varcare quel fiume. Se lera svignata al Rodano e li aveva evitati attraversando le Alpi, ma quella sarebbe stata la fine del suo viaggio.
Lelio si ferm davanti alla tenda, sorvegliata da numerosi legionari e dai lictores. Era stato convocato dal console in persona. Aveva un ordine scritto di suo pugno sulla cera di una tavoletta e lo mostr al legionario che gli si era avvicinato non appena era smontato da cavallo. Il legionario prese la tavoletta e gli ordin di aspettare. Altri due uomini gli andarono incontro e gli si appostarono ai due lati. Non era normale che un decurione, al comando di trenta cavalieri di una turmadi cavalleria, fosse convocato da solo dal console. Se si fosse trattato di una riunione di ufficiali prima di una battaglia forse la cosa avrebbe avuto pi senso, ma un ufficiale di rango minore convocato da solo era unanomalia. Il legionario studi la nota, poi si volt per portarla a uno dei lictores. Tutti gli ufficiali della legione sapevano leggere e scrivere, anche solo per svolgere i numerosi tramiti burocratici tanto frequenti nellesercito romano, ma non era usuale che anche i soldati fossero in grado di farlo. Il lictorlesse lordine.
Lo stesso Lelio era perplesso, come i legionari che lo circondavano. Era un buon ufficiale e vantava un eccellente foglio di servizio, dopo aver preso parte a molte campagne. Lipotesi pi probabile era che il console volesse mandare un gruppo in ricognizione dallaltra parte del fiume e avesse pensato a lui. O almeno, quella era la conclusione a cui era giunto dopo averne parlato con alcuni cavalieri. Tutti erano emozionati e onorati di essere stati scelti per un compito simile, per quanto rischioso. Non era raro che uno squadrone di ricognizione venisse massacrato in unimboscata, e di solito in questi casi il nemico si preoccupava di non lasciare testimoni, per accrescere i dubbi e la paura dellavversario con lassenza prolungata e inspiegabile dei soldati. Ciononostante, tutti nello squadrone erano pronti e impazienti di conoscere gli ordini del console di Roma.
Il lictordiede la propria autorizzazione e condusse Lelio dentro la tenda. Era la prima volta che Gaio Lelio vedeva il console. Publio Cornelio Scipione era seduto e consultava alcune note, esaminava i conti e linventario dei materiali e dei soldati delle legioni. Lelio rimase in piedi, con piglio deciso, a qualche metro dal console, mentre questi terminava la lettura dei documenti che aveva in mano. Infine Publio Cornelio Scipione pos i fogli sul tavolo e si rivolse a lui.
Gaio Lelio, decurione della cavalleria delle legioni di Roma, che ha reso eccellenti servigi in diverse campagne; unascesa rapida grazie a sorprendenti dimostrazioni di coraggio, ottimi rapporti di tutti i superiori; avventato in alcune occasioni, ma prudente nella maggior parte delle azioni di guerra; sempre vittorioso; uno in cui i soldati confidano in battaglia; disciplinato, non discute gli ordini e si preoccupa che vengano eseguiti; apprezza il vino e le donne, ma questo non incide sui suoi servigi; tutti abbiamo bisogno di rilassarci. Non mi piacciono gli uomini che non hanno debolezze, diffido di loro. Sono convinto che prima o poi possano scoppiare, crollare, dopo aver creduto di essere superiori agli altri. Chi si  ubriacato o ha perso la testa per una donna sa che tutti siamo vulnerabili ed  importante essere coscienti dei propri limiti. Sei daccordo con me, decurione?
S, inizi Lelio credo che sia cos, mio generale.
Era confuso. Non era cos che si era immaginato lo svolgersi della conversazione. In realt, non pensava che ci sarebbe stata nessuna conversazione o che il console gli avrebbe chiesto la sua opinione. Il console tacque, come in attesa che Lelio aggiungesse qualcosa, ma al decurione non venne in mente altro da dire.
Immagino le parole di Scipione lo liberarono dal silenzio immagino che ti starai chiedendo perch ti ho fatto chiamare.
S no Intendo dire, ci sar qualche missione che vuoi affidarmi, a me o al mio distaccamento, e insomma, sono qui per fare quello che bisogna fare.
Per fare quello che bisogna fare. Il console ripet quelle parole lentamente, come soppesandole. Non mi aspettavo nulla di meno. Si ferm di nuovo e osserv a lungo e in silenzio lufficiale.
Senza dubbio si trovava davanti un uomo retto, con le sue piccole debolezze, certo. Le guance rosate non erano solo frutto del freddo del mattino, ma del suo debole per il vino. Quelluomo per ispirava fiducia, sicurezza. Aveva combattuto in numerose battaglie e non si era mai ritirato. Aveva salvato pi di un cavaliere durante uno scontro, ma dal momento che non era stato possibile dimostrarlo con certezza, non aveva ottenuto la decorazione che meritava. Gaio Lelio per non aveva esposto alcuna lamentela. Non aveva mai reclamato nulla, tranne in unoccasione, ed era stato per sollecitare le paghe dei suoi subordinati che erano in ritardo, non la propria, e in quel caso aveva inoltrato un reclamo nel modo corretto, evitando ogni insubordinazione. No, quelluomo non era il tipo a cui i soldati si ribellano. Ti ho fatto chiamare per affidarti una missione, Gaio Lelio. Una missione vitale per me, la missione pi importante che abbia mai affidato a qualcuno in tutti i miei anni di servizio a Roma, e voglio che sia tu a fartene carico, con il tuo distaccamento di cavalleria. E non ammetto una risposta negativa o commenti.
Lelio era orgoglioso. Lo infastidiva che il console potesse pensare che avrebbe avuto commenti da fare o che gli potesse passare per la testa di non obbedire.
Voglio, Gaio Lelio, che mio figlio assuma il comando del tuo distaccamento, ma che tu rimanga come secondo. Il console osserv con calma la reazione di Lelio a quelle parole. Mio figlio  molto giovane, ha solo diciassette anni, ma sono tempi duri per Roma, siamo in guerra e voglio che assuma al pi presto il comando di una legione. Quindi deve iniziare subito ad avere degli uomini ai suoi ordini e voglio che inizi con il tuo distaccamento. Qualche commento?
Lelio rimase in silenzio. Non era affatto lincarico che si aspettava di ricevere e la delusione doveva essere impressa sul suo viso. Il console lesse con chiarezza nei suoi lineamenti, ma non disse nulla. Sapeva che nessun ufficiale avrebbe fatto i salti di gioia allidea di essere subordinato a un ragazzino inesperto, solo perch era il figlio del generale. Per questo voleva un ufficiale che rispettasse la disciplina e lautorit del suo superiore, perch il figlio non avesse problemi.
Bene, continu il console vedo che  tutto chiaro e che non ci sono commenti da parte tua. Sinceramente, non me li aspettavo. Per non ho terminato, c un secondo ordine che sto per darti, un ordine molto pi importante e che ti attirer eccellenti ricompense, se sar eseguito, o tutta la mia furia se non sar cos, con laccusa di negligenza o trascuratezza.
Lelio si fece pi attento, tese i muscoli, gli occhi spalancati.
Ti ordino di difendere la vita di mio figlio in battaglia in ogni momento, ti ordino di evitare che entri in uno scontro in modo imprudente e, se necessario, di disobbedire a un suo ordine per evitare che metta in pericolo la propria vita in modo assurdo. In questo caso hai il mio ordine superiore di non obbedirgli. So che i tuoi uomini ti appoggeranno in ogni momento e faccio affidamento su questo. Devi sapere anche che questo ordine resta fra noi e non deve venire a conoscenza di nessuno, n di mio figlio n ovviamente dei tuoi uomini.  chiaro?
Era chiarissimo. Il console metteva suo figlio in bella mostra al comando di un distaccamento, perch tutti lo vedessero alla guida di uomini valorosi, ma in realt sarebbe stato lui, Lelio, a comandare, senza che nessuno ne fosse a conoscenza, a parte il console. Non sapeva bene che cosa pensare. Non era sicuro di essere soddisfatto o tranquillo davanti a quellordine, se rallegrarsi per la fiducia del console. Era confuso e la delusione aveva ancora la meglio. In quella ragnatela di pensieri, decise di fare ci che era stato addestrato a fare. Non discutere gli ordini ricevuti.
Sar fatto, mio generale rispose. Ho capito bene gli ordini e saranno eseguiti.
Il console vide la tristezza nellespressione dellufficiale, ma dalle sue parole e dal tono deciso con cui erano state pronunciate cap che Lelio avrebbe obbedito, che gli ordini gli piacessero oppure no. Il figlio sarebbe stato in buone mani. Forse non in mani amiche, ma di sicuro in mani esperte nella guerra e disciplinate, ed era questo limportante. Ora toccava al giovane Publio conquistarsi lamicizia dei suoi uomini. Quella non pu essere ordinata. Si comanda sulle azioni, non sui sentimenti.
Puoi andare. Mi aspetto servigi eccellenti da parte tua.
Lelio si volt dopo aver salutato il generale e usc.
Una volta fuori, inspir profondamente laria fredda dellalba e trattenne la voglia di gridare e imprecare. Era stato incaricato di fare da balia a un ragazzino che sapeva a malapena stare a cavallo. Insomma, gli toccava abbassare la testa al cospetto del figlio del generale davanti a tutti i suoi uomini. No, non era deluso, era furioso, ma la cosa peggiore era che sapeva che non poteva fare altro che obbedire.
Il console rimase nella tenda. Nel giro di qualche ora sarebbe arrivato suo figlio. Non vedeva lora di riceverlo e parlare con lui. Erano mesi che non lo vedeva e doveva ammettere che gli mancava. Gli mancavano entrambi, Lucio e Publio. Era ora che Publio iniziasse il suo apprendistato nellarte del comando. Scipione padre non sapeva come sarebbe andata. Forse sarebbe stato meglio che il giovane cominciasse agli ordini dellaltro console, nel Sud. Per qualche ragione che non riusciva a individuare, aveva il presentimento che la grande battaglia contro Cartagine sarebbe avvenuta l, al Nord. Forse sarebbe stato pi prudente allontanare Publio da quel pericolo imminente, ma al tempo stesso al Senato cerano tanti nemici della famiglia degli Scipioni ed era importante avere il figlio vicino. Erano tempi confusi, di cambiamento e di crisi. Era difficile educare i figli alla politica e allesercito, quando si era coinvolti in una guerra di cui non si intravedeva la fine. Il console sollev il rotolo che aveva posato sul tavolo, scritto in greco, e riprese la lettura delle parole di Aristotele, cercandovi la preveggenza che in quel momento gli mancava.

35
LA TURMADI CAVALLERIA

Nord della penisola italica, novembre 218 a.C.
Lelio torn al suo distaccamento nella zona nord dellaccampamento romano. Smont da cavallo e fu subito circondato dai suoi uomini, impazienti di sapere per quale missione il loro decurione fosse stato chiamato dal console in persona.
Allora? chiese un giovane cavaliere con ansia di gloria e di avventura, un po incosciente e alla sua prima campagna militare. Qual  la missione?
Lelio rimase in silenzio, senza guardare Marco o il resto degli uomini. Si pieg per studiare una zampa del cavallo.
Avanti, decurione, dicci almeno qualcosa voleva sapere Lentulo, un veterano del gruppo che aveva gi preso parte a diverse battaglie, sempre agli ordini di Lelio.
Il decurione sapeva di dover dire qualcosa. Lungo la strada, mentre tornava dalla tenda di Scipione al centro dellaccampamento, aveva valutato le alternative: tacere, mentire o semplicemente dire la verit. La prima opzione era impossibile, perch la chiamata del console aveva creato troppe aspettative fra gli uomini; lui stesso le aveva alimentate quando aveva lasciato trapelare il proprio interesse per una missione di ricognizione in territorio nemico. Non che Lelio fosse particolarmente ansioso di ricevere onorificenze, ma sapeva quanto fosse delicata la situazione: lesercito cartaginese non era un nemico debole e temeva che le missioni di ricognizione fossero affidate a persone inesperte e che, in definitiva, le scarse informazioni sui movimenti del nemico potessero portarli verso la sconfitta. Dopo il colloquio con il console, per, quello non era pi un problema suo. La seconda opzione, mentire, gli avrebbe concesso un periodo di calma con i suoi uomini, ma prima o poi la menzogna sarebbe stata scoperta e non avrebbe fatto che minare la fiducia che i cavalieri riponevano in lui. Era evidente che lunica cosa sensata da fare era dire la verit nuda e cruda, ossia che il figlio di Publio Cornelio Scipione sarebbe passato al comando del distaccamento. Quanto allordine supremo, quello di vegliare sulla sicurezza del ragazzo arrivando persino a disattendere un comando del giovane, sarebbe rimasto fra Lelio e il console. Almeno quella era una consolazione: se il ragazzino avesse dato un ordine assurdo, Lelio non sarebbe stato tenuto a obbedirgli e gli uomini avrebbero seguito lui, il loro ufficiale di sempre. In questo, senza dubbio, il console aveva ragione.
Mi  stato notificato che il distaccamento passer al comando di Publio Cornelio Scipione, figlio del console di Roma, generale in capo di questo esercito disse infine, senza guardare nessuno.
Prese una spazzola e si accinse a pulire la sua cavalcatura, compito che in teoria spettava ai soldati pi giovani dellaccampamento, ma che Lelio preferiva svolgere di persona. Era convinto che in questo modo, nutrendolo e accudendolo, il cavallo avrebbe obbedito meglio al suo cavaliere. Lanimale scalpit in segno di gradimento.
Marco e il resto degli uomini digerivano linformazione. Solo Lentulo si affrett a replicare.
Intendi dire che ci tocca fare da balia al figlio del console? Per Castore e Polluce! E cosaltro? Tante battaglie per questo?  una vergogna E poi, quanti anni ha? Venti, ventuno?
Lelio sospir. Una volta cominciato, tanto valeva che la verit si facesse strada in tutto il suo splendore.
Diciassette! rispose, senza smettere di spazzolare il suo animale, che almeno non faceva domande e non si lamentava. Era una cosa che gli era sempre piaciuta dei cavalli: non chiedevano, non parlavano.
Gli uomini iniziarono a lamentarsi in coro, sfogandosi apertamente: bel segno di ringraziamento,  uningiustizia, cerano altre turmaecon un passato meno brillante; di sicuro il console voleva che il figlio si appropriasse delle imprese che avevano reso famoso il loro distaccamento, il tutto inframmezzato da maledizioni assortite e imprecazioni rivolte a Ercole, Marte, Giove Ottimo Massimo e altri di minori come Mercurio e lo stesso Bacco. Lelio alla fine pos la spazzola, diede una pacca affettuosa al cavallo e decise di riportare lordine.
Publio Cornelio Scipione, figlio del console,  lufficiale in capo di questo distaccamento e tutti obbediremo ai suoi ordini senza lamentele o proteste. E che sia ben chiara una cosa. Il tono di Lelio era serio, quasi ostile verso i suoi stessi uomini. Tutti tacevano. Il primo che si mostrer insolente nei confronti del nuovo ufficiale, oltre alla punizione che questultimo decider, se ne decider una, dovr vedersela con me a fine giornata. E sar con la morte. Abbiamo un nuovo ufficiale in capo. Approfittate di quel che resta del mattino per lamentarvi, brontolare o borbottare, non mi interessa. Ma a mezzogiorno, a meno che qualcuno degli di che invocate tanto avr cambiato le sorti, quando si presenter il nuovo ufficiale, la faccenda sar chiusa. Altrimenti, sapete che cosa vi aspetta.
Lelio non minacciava mai. Lelio informava. Lo sapevano tutti. Lo videro allontanarsi fra la moltitudine di soldati della legione. Voleva restare solo.
Lentulo riassunse la situazione, soprattutto per i pi giovani.
Mi sembra che Lelio sia stato chiaro e abbia dato istruzioni precise. Faremo tutti bene a ricordarcene.
Vide gli uomini annuire in silenzio, sia pure malvolentieri. Avrebbero obbedito agli ordini, ma nessuno avrebbe provato la minima simpatia per il nuovo giovane ufficiale.

36
IL FIGLIO DEL CONSOLE

Nord della penisola italica, novembre 218 a.C.
Il console si affannava a studiare le mappe che gli esploratori avevano tracciato sulla base delle ricognizioni dei giorni precedenti. Il Ticino era una frontiera naturale che i Cartaginesi avrebbero avuto difficolt ad attraversare. Era l che Annibale andava fermato una volta per tutte. Che cosa fare se il cartaginese fosse spuntato dalle montagne con tutto il suo esercito? Publio Cornelio Scipione si accorse che qualcuno lo osservava. Un lictorera entrato nella tenda. Alz gli occhi.
Si tratta di tuo figlio,  qui.
Il console sent il cuore fare salti di gioia.
Che entri, che entri.
Un attimo dopo comparve il suo Publio, alto, forte, con luniforme della cavalleria, le braccia sudate; puzzava di cavallo e portava i segni della fatica per il lungo viaggio, ma aveva uno sguardo brillante, attento, intenso. Publio Cornelio si alz e abbracci il figlio maggiore.
Per Castore e Polluce ed Ercole e tutti gli di! Sei molto pi alto di tuo padre! Se continui cos finirai come tuo zio!
Il giovane Publio sorrise.
Ne dubito, padre, per s, sembra che io sia cresciuto negli ultimi mesi.
Mesi?  passato tanto tempo? Per Ercole,  vero! Sono gi trascorsi cinque mesi da quando vi ho salutati a Roma. Il console sembrava infastidito dal trascorrere del tempo. Quasi mezzo anno di campagna militare. Corrug la fronte. E solo una scaramuccia con il nemico. Era quella la cosa pi strana. Tanti giorni e neanche una battaglia campale. Era una guerra insolita.
Stai bene, padre?
Eh? S, s, certo. Vieni, siediti. Raccontami, com andato il viaggio? E tua madre, come se la cava in mia assenza e con questa guerra assurda? E tuo fratello? Lucio sta bene?  cresciuto anche lui come te?
Publio sorrise. Non sapeva da dove cominciare. Il padre scoppi a ridere.
Ti ho riempito di domande e non ti ho offerto neanche qualcosa da bere. Acqua? Vino?
Un po di entrambi sarebbe perfetto.
Certo, certo. Il console chiam uno schiavo, che usc dalla tenda e torn poco dopo con caraffe e coppe.
Nel frattempo, il giovane Publio cercava di placare la curiosit del padre.
Lucio  cresciuto, non tanto, ma  cresciuto anche lui. La mamma si occupa di tutto, con laiuto dellatriense. Sta bene. Sente la tua mancanza. Lo dice spesso. Lo zio invece sembra che non le manchi tanto. Va tutto bene, ma a Roma c molto nervosismo.  vero che Annibale ha attraversato le Alpi?
Il console si appoggi alla sedia prima di rispondere.
Non lo sappiamo con certezza. Ho esploratori in tutte le valli da qui alle montagne. Se esce da quelle gole, lo sapremo subito e saremo pronti a riceverlo. Il cartaginese non deve passare di qui e non passer. Che cosa si dice al Foro?
Il figlio sapeva a che cosa si riferiva il padre con quella domanda, quindi and subito dritto al punto.
Fabio Massimo istiga senatori, patrizi e il popolo, come sempre. Critica la tua decisione di dividere le truppe e venire al Nord, invece di andare in Hispania come stabilito. In Senato per molti ti appoggiano. Emilio Paolo ha difeso la tua decisione e molti la pensavano come lui: un console deve andare dove va il nemico. Il popolo lo ha accettato.
Il vecchio Fabio teme una mia vittoria contro Annibale. Crede che il cartaginese uscir indebolito dalle Alpi e che sar facile sconfiggerlo. Per questo critica la mia decisione di venire qui per fermarlo.
Il figlio annu.
 quello che ha detto Emilio Paolo la sera prima della mia partenza.
S,  interessante vedere che la pensiamo allo stesso modo. In ogni caso, la questione si risolver presto. Nel giro di qualche giorno affronteremo Annibale, o quello che resta di lui dopo il passaggio delle montagne, a nord del fiume. Ho ordinato di costruire un ponte. Lhai visto?
S, padre, mentre venivo. Un gran lavoro.
Il padre sorrise orgoglioso. Poi cambi argomento.
Ti ho assegnato una turmadi cavalleria. Era agli ordini di un veterano, un uomo rude ma leale, senza dubbio un buon legionario. Si chiama Gaio Lelio.
Gaio Lelio ripet il giovane Publio, come per imprimersi in mente il nome.
Questo decurione ha combattuto in molte battaglie. Segui i suoi consigli. Sei tu che comandi, ma lasciati consigliare da lui. Devi cercare di stabilire una buona relazione con questuomo: se lui ti accetter, anche gli altri lo faranno, mi capisci?
S, padre.
Bene, per il momento  tutto.  tardi. Dobbiamo riposare ed essere pronti a combattere. Presto ci muoveremo verso nord. Molto presto.
Il figlio si alz. Il console abbracci di nuovo il primogenito e lo accompagn alluscita della tenda. Lo vide allontanarsi a cavallo verso lestremit dellaccampamento in cui si trovava la turmadi Gaio Lelio. Suo figlio era l. Publio provava una mescolanza confusa di sensazioni. Era felice. Solo rivederlo lo aveva rianimato, ma un profondo malessere appannava lallegria iniziale di quellincontro. Publio era giovane per combattere. Troppo giovane. Se gli fosse successo qualcosa, non se lo sarebbe mai perdonato.
Fu assalito dai dubbi. Lelio era luomo adatto per il figlio? Il console era stanco. Non distingueva pi il giusto dallo sbagliato. Meglio che desse il buon esempio e seguisse i suoi stessi consigli.
Buonanotte disse, rivolto ai lictores.
Buonanotte, mio generale risposero i soldati della guardia consolare.
Il generale in capo dellesercito romano rientr nella tenda. Con laiuto di uno schiavo si tolse la corazza, la spada e il resto degli abiti militari. Rimase solo. Termin il vino che restava nella coppa. Suo figlio lo aveva bevuto tutto prima di uscire. Linfluenza di Gneo. Si augur che anche gli altri insegnamenti del fratello fossero stati cos ben recepiti. Si distese e cerc di dormire.
Era gi lora della prima guardia. Il giovane Publio lasci il cavallo nelle scuderie e si diresse verso il suo distaccamento. Era troppo tardi per incontrare qualcuno ancora sveglio, oltre alle sentinelle notturne e alle pattuglie di guardia con il loro via vai di tesseraee controlli, per questo si stup quando vide un ufficiale di cavalleria, un decurione, alto, non troppo giovane, vicino a uno dei fal che erano stati usati per cucinare la cena dei legionari. Si avvicin a quelluomo che si scaldava le mani sulle braci, in quella fredda notte di novembre. Gli arriv davanti e imit il suo gesto, strofinando le mani fra loro. Lufficiale aveva una folta barba e sulla fronte si notavano le prime rughe. Era armato e non dava limpressione di essere un gran conversatore, ma aveva un aspetto tanto sicuro di s che quella stessa sicurezza invitava a rivolgergli la parola.
Non pensavo che avrebbe fatto tanto freddo disse Publio per iniziare una conversazione, mentre continuava a sfregarsi le mani e si avvicinava ancora di pi alle braci.
Il decurione lo guard prima di rispondere.
Al Nord  cos disse con voce grave.
Scese il silenzio. Per qualche minuto non si dissero altro, mentre condividevano il calore della fiamma moribonda alla vigilia di una guerra. Publio avrebbe voluto continuare a conversare, ma non sapeva bene che cosa dire. Stava per andarsene senza aggiungere altro, quando il decurione parl di nuovo.
 la tua prima campagna, giusto?
S, immagino che sia fin troppo evidente rispose il ragazzo.
Lufficiale lo osserv con attenzione.
Non tanto.  perch sei molto giovane.
Publio annu.
Hai paura? chiese lufficiale. Per questo non dormi?
Sono appena arrivato da Roma per unirmi alla cavalleria dellesercito consolare. Publio non seppe se proseguire, ma alla fine aggiunse: Ma mentirei se dicessi di non avere un po di paura.
Lufficiale apr gli occhi e studi il giovane interlocutore notturno.
Tutti ne hanno, anche se in pochi lo ammettono. Tanta paura da non riuscire a cavartela sul campo di battaglia? chiese.
No, non tanta. Spero di no.
Allora va bene.
Publio pens che fosse arrivato il momento di presentarsi, ma gli scocciava dover rivelare di essere il figlio del console. Si rese conto che quella era la sua prima conversazione con qualcuno che non sapeva chi fosse. Accanto a quel fuoco che si consumava cerano solo due soldati, due ufficiali, uno molto giovane, nervoso, alla sua prima campagna, laltro un veterano, sicuro, serio.
Tornarono a condividere il silenzio della notte per qualche minuto, finch lufficiale riprese la parola.
Mi chiamo Gaio Lelio. E tu?
Il giovane Publio non pot evitare di fare un piccolo passo indietro. Ora doveva rivelare il proprio nome. Il suo interlocutore si era appena presentato e, come se non bastasse, era lufficiale sotto il suo comando. Che assurdit, pens, che quel veterano sicuro ed esperto fosse ai suoi ordini e non il contrario. Per un attimo pens a come doveva sentirsi per quella umiliazione.
Sono Publio Cornelio Scipione.
Contrariamente a quanto si aspettava, il decurione non sembr sorpreso.
S, aspettavamo il nuovo ufficiale.
Nelle sue parole non cera n rispetto n disprezzo. Il decurione gli aveva parlato in modo corretto, senza rivelare alcun sentimento. I suoi pensieri erano unaltra faccenda.
Superata la sorpresa iniziale, Publio decise di scoprire qualcosa di pi su quello che lo aspettava.
Gli uomini, i cavalieri della turmacome hanno preso lassegnazione di un nuovo ufficiale?
Lelio lo guard come se valutasse fino a che punto poteva essere sincero con quel giovane patrizio figlio del console. Non arriv a una conclusione chiara. Decise di azzardare.
Male.
Capisco disse Publio. Il fal era quasi completamente spento. Il freddo della notte umida sembrava entrargli nelle ossa. Era stanco. Molto male? Cercava uno spiraglio di speranza.
Lelio non era un uomo compassionevole, in determinate circostanze.
Molto male sentenzi il decurione.
Publio abbass la testa. Medit. Alz il viso e fissando lufficiale chiese ancora: Obbediranno o avr problemi di disciplina?.
Lelio ora non lo guardava, cercava le stelle con gli occhi, per lo ascoltava con attenzione. Era una domanda molto pertinente per un ufficiale che assume il comando di una nuova turmao di un manipolo. Il giovanotto inoltre era alto e questo faceva sempre un belleffetto sui soldati. Era il fatto che fosse tanto giovane che avrebbe creato la strana sensazione di essere comandati da un bambino.
No, disse infine non ci saranno problemi di disciplina.
Publio cap il senso di quelle parole: avrebbero potuto esserci problemi di disciplina, ma non ci sarebbero stati perch per questo ci sarebbe stato lui, Gaio Lelio, a impedire che si verificassero. Il giovane ufficiale cerc qualcosa di positivo da dire per rivolgere un complimento a quelluomo e rendere quella situazione meno imbarazzante.
Per quel che vale inizi ci tengo che tu sappia che sono sicuro che se mio padre ha scelto la tua turmadi cavalleria come mia prima assegnazione  perch  convinto del valore dei tuoi uomini e che tu sia uno degli ufficiali migliori dellesercito. Spero di non stonare e non disonorare i meriti che il distaccamento si  conquistato finora. Ora vado a dormire. Buonanotte.
Buonanotte rispose Lelio e rimase a guardare il giovane che si allontanava.
Il figlio del console era nervoso. Con quelle parole cercava di ingraziarselo. Bene. Meglio cos. Cerc di mettersi nei suoi panni: non doveva essere facile essere il figlio di una persona tanto importante e cercare di essere allaltezza delle aspettative. Lui non aveva mai avuto simili pressioni. Ne aveva avute altre. Combattere per farsi strada dal niente. Non era sicuro che i due percorsi fossero paragonabili nelle difficolt da superare per ottenere il rispetto altrui, ma dalla conversazione era emersa unimmagine diversa da quella che aveva preso forma nella sua mente: si aspettava un ragazzino viziato e orgoglioso, e forse lo era, ma almeno non era risultato evidente sin dal primo incontro.
Lelio decise di non perdere altro tempo in quelle riflessioni senza senso. Gli di avrebbero deciso del destino di quel giovane e, come sempre in una campagna militare, sarebbe stato il campo di battaglia a emettere la sentenza definitiva. Bisognava attendere lo scontro.
Il centurione sput a terra. In ogni caso, avrebbe preferito una missione di ricognizione a nord.

37
INCONTRO AD ANNIBALE

A nord della penisola italica, novembre 218 a.C.
Le braccia appoggiate sul tavolo, il console rifletteva. La conferma che il cartaginese era riuscito nel suo intento di attraversare le Alpi non cessava di stupirlo. Era evidente che Roma si trovava davanti un nemico diverso da quelli che aveva incontrato finora. Anche cos, Publio Cornelio Scipione nutriva una gran fiducia nei piani che aveva ideato e nellabilit delle sue truppe. Il fratello Gneo era diretto in Hispania per bloccare lapprovvigionamento di Annibale, lui stesso aveva riunito un potente esercito per affrontare il cartaginese e frenare la sua avanzata. Era il momento di mettere in moto i piani, di impartire gli ordini necessari. Inoltre lo scontro fra le due cavallerie vicino al Rodano si era concluso a favore delle truppe consolari e questo aveva risollevato il morale degli uomini.
Dapprima il console aveva pensato di far avanzare le legioni e ordinare a tutti i soldati di attraversare il fiume, poi, ripensandoci, giunse alla conclusione che fosse meglio effettuare un giro di ricognizione con la sola cavalleria, ma al completo. Significava riunire pi di duemilacinquecento cavalieri, unendo velocit di movimento e forza di dissuasione. I Cartaginesi ci avrebbero pensato due volte prima di attaccarli.
Il console si fece comunque accompagnare anche da mille velitesdi fanteria leggera, come truppe di rinforzo nel caso di una battaglia.
Publio Cornelio Scipione, accompagnato dalla sua scorta, si sistem alla porta nord dellaccampamento. Cos avrebbe potuto passare in rivista le truppe che lavrebbero seguito nella missione. Lultimo distaccamento di cavalleria a uscire fu quello comandato dal figlio. Il console non pot fare a meno di sentirsi orgoglioso quando vide il primogenito cavalcare alla guida del gruppo. Alla sua destra, leggermente arretrato, cera Lelio. Scipione padre aveva deciso che quel distaccamento di centosessanta cavalieri restasse nella retroguardia. Voleva che il figlio fosse abbastanza vicino alla prima linea da imparare la durezza e la crudelt della guerra e qualcosa di strategia, ma anche lontano a sufficienza da evitargli il rischio di entrare nel combattimento allinizio della battaglia, quando era ancora tutto da decidere.
Quando uscirono dallaccampamento alla coda della formazione, Lelio e i suoi uomini videro confermati i loro timori. Il console aveva deciso di proteggere il figlio dai combattimenti, con tutto ci che significava, ossia che tutti loro sarebbero stati tenuti lontani da uneventuale battaglia.
Dopo aver cavalcato per una quindicina di minuti in quella fredda mattina di novembre, arrivarono nei pressi del Ticino. In quel punto il fiume scorreva con forza e le acque erano agitate. Cera una grande umidit nellaria. Faceva freddo, scendeva una pioggia sottile e il vento soffiava con violenza.
Il console e la sua scorta arrivarono dove i legionari avevano costruito il ponte nelle settimane precedenti. Il passaggio sul fiume, formato da pi di quindici navi sistemate in parallelo, luna accanto allaltra, era unimpressionante opera di ingegneria militare. Uninfinit di tronchi legati stretti copriva i vuoti rimasti fra le navi. Lacqua del fiume circolava fra le chiglie e lo spazio fra le imbarcazioni svolgeva la funzione di arcata.
Il console ordin che il primo distaccamento di cavalleria, in file di quattro, avanzasse sul ponte e attraversasse il fiume. Le quindici navi assorbivano il peso degli ottanta cavalieri e delle loro cavalcature a mano a mano che avanzavano. I cavalli notarono le vibrazioni dei tronchi sotto le zampe, ma il ponte, nonostante i dubbi che si leggevano negli occhi brillanti degli equini, resse il loro peso.
Non appena arrivati sullaltra sponda, i distaccamenti si disponevano in formazione, pronti ad attaccare nel caso i Cartaginesi li avessero sorpresi durante lattraversamento del Ticino. Il console sapeva che quello era uno dei momenti pi delicati di tutta loperazione, perch in quel lasso di tempo le truppe sarebbero state esposte e vulnerabili. Ma tutto fil liscio. Le truppe a cavallo impiegarono mezzora a spostarsi sullaltra sponda, poi fu la volta delle truppe di fanteria leggera, i velites. Nel giro di unaltra mezzora, tutte le truppe si trovavano sul lato nord del fiume, di nuovo riunite, pronte a proseguire lavanzata.
Publio Cornelio Scipione ordin che i soldati si muovessero lungo il corso del fiume. La valle era silenziosa. Non si sentiva nemmeno il canto degli uccelli e, bench fosse inverno, la cosa turb il console, che decise di mandare qualche esploratore a precedere le truppe, contrariamente allusanza dellesercito romano, per evitare incontri inaspettati.
Le truppe sollevavano un gran polverone. Era stato un autunno asciutto al Nord e nonostante lumidit proveniente dalle acque del fiume, il terreno su cui avanzavano era arido. Le zampe di duemilacinquecento cavalli, insieme ai sandali di mille fanti, smuovevano quindi la polvere della strada creando una nube visibile a grande distanza. Era evidente che non avrebbero potuto cogliere il nemico di sorpresa.
Marciavano da unora lungo il fiume, quando uno dei decurioni che cavalcava accanto al console indic un punto allorizzonte.
Generale, hai visto?
In lontananza si intravedeva una nube di polvere, che diventava sempre pi grande. In quel preciso istante, arrivarono diversi esploratori al galoppo. Venivano a confermare quello che tutti gi sapevano: lesercito di Annibale era davanti a loro, a soli mille passi di distanza. La nube che vedevano indicava inoltre che le truppe cartaginesi non erano ferme, ma avanzavano contro di loro a gran velocit. La battaglia incombeva.
Il console ordin di frenare lavanzata delle truppe. Bisognava prepararsi a combattere. Riun rapidamente intorno a s i tribuni della fanteria e i decurioni della cavalleria. Fra loro cera suo figlio. Publio Cornelio Scipione, console di Roma, diede ordini precisi: la fanteria doveva posizionarsi davanti, caricare i giavellotti e prepararsi a lanciarli quando i primi cavalieri di Annibale si fossero avvicinati. La cavalleria, in formazione serrata, si sarebbe schierata subito dietro. Quattro turmaedi cavalieri sarebbero rimaste nella retroguardia come truppe di rinforzo, che sarebbero intervenute solo in caso di necessit.
I rapporti degli esploratori erano stati confusi e poco precisi. Non era chiaro quali fossero esattamente le forze su cui contava Annibale. I rapporti per coincidevano tutti su una cosa: il generale cartaginese, in unoperazione simile a quella del console, aveva mandato avanti il grosso dellesercito con la cavalleria e lasciato indietro il resto della fanteria. Scipione comunque era pronto a entrare in battaglia, forte anche dellesperienza precedente contro quello stesso esercito, quando le due avanguardie di cavalleria si erano scontrate sul Rodano. Perch la battaglia questa volta avrebbe dovuto avere un esito diverso?
In un certo senso, il console non poteva evitare di pensare che la strategia di Annibale, evitare la lotta in Gallia e allungare il tragitto attraversando le Alpi, fosse dovuta in gran parte alla sua paura di scontrarsi con un esercito consolare al completo. Scipione sentiva che i tribuni, i decurioni, i cavalieri e i legionari condividevano la sensazione che la vittoria contro la cavalleria cartaginese fosse possibile. Per questo, dopo aver posizionato le truppe, aspett tranquillo che Annibale e il suo esercito si profilassero allorizzonte e, come avevano fatto i Romani, si sistemassero in formazione di combattimento.
Annibale ordin allesercito di fermarsi. Subito migliaia di cavalli frenarono lavanzata. Questa volta avrebbe attaccato. Per qualche minuto osserv la formazione della cavalleria romana senza dire una parola. Nessuno degli ufficiali os rompere il silenzio. Infine, diede istruzioni. Apparentemente era tutto molto semplice. Una carica frontale dellintera cavalleria contro le truppe romane. Lunica istruzione speciale era che lavanzata avvenisse al galoppo. Bisognava evitare che la fanteria nemica disposta in prima linea potesse fare uso dei giavellotti o almeno minimizzare le perdite provocate dalle armi da lancio. Questa volta avrebbero combattuto al cento per cento delle loro forze. Sapeva che i soldati erano ansiosi di lottare e che aver abbattuto con le proprie mani la muraglia di ghiaccio che bloccava loro la strada non aveva fatto che risollevare il morale delle truppe e accrescere la loro impazienza di raggiungere il grande obiettivo: Roma.

38
LA BATTAGLIA DEL TICINO

A nord della penisola italica, novembre 218 a.C.
La cavalleria cartaginese esegu gli ordini del generale e al galoppo si lanci allattacco. Il console romano osserv la carica e ordin che la fanteria leggera in prima linea si preparasse a lanciare i giavellotti, ma la cavalleria cartaginese acceler e la carica si trasform in una baraonda, con migliaia di cavalli che facevano volare le zampe sulla terra di quella valle. I centurioni della fanteria leggera romana gridarono gli ordini.
Aspettate il segnale! Non lanciate i giavellotti prima del segnale! Dobbiamo aspettare che siano alla nostra portata!
La cavalleria cartaginese per avanzava cos rapida che quando i centurioni diedero ordine di lanciare i giavellotti, sembr avvenire tutto contemporaneamente. I legionari romani scagliarono le armi affilate. Qualcuna colp lobiettivo e decine di cavalieri cartaginesi caddero a terra, ma un istante dopo coloro che non erano stati abbattuti raggiunsero la formazione romana e si scagliarono contro le file dei velites, annientando tutto ci che incontravano. Innanzitutto si abbatterono contro i legionari della prima fila, che infilzarono al petto con le lunghe lance portate a un metro e mezzo da terra, poi, una volta conficcata la lancia nel corpo dei primi fanti, scagliarono contro i nemici in fuga ci che restava dellarma nella loro mano e sguainarono le spade.
La cavalleria romana avanzava lasciando alla fanteria lo spazio per ripiegare. E fu quello che fecero i fanti, a tutta velocit, almeno coloro che riuscirono a salvarsi dalla sanguinosa carneficina.
Le due cavallerie si affrontarono senza avere lo spazio sufficiente per caricare. La prima linea si trasform in un immenso caos di migliaia di cavalli e uomini, in cui il nervosismo delle bestie rendeva sempre pi difficile per i cavalieri difendersi dai colpi avversari o assestare stoccate precise. Su entrambi i fronti finirono con lo smontare da cavallo, per proseguire la lotta corpo a corpo. La fanteria sopravvissuta alla carica iniziale si raggrupp accanto ai cavalieri, per lottare insieme contro i Cartaginesi.
Il console combatteva al centro di quel tumulto di uomini e animali. Suo figlio osservava dalla retroguardia. Anche a quella distanza, il giovane Publio poteva scorgere il padre in groppa al suo cavallo, circondato da un nutrito contingente di cavalleria che lo proteggeva in ogni istante, facendo le funzioni di lictores. Ma il peggio, pens Publio, doveva ancora venire, perch il generale cartaginese disponeva ancora degli enormi contingenti di cavalleria ai due estremi della formazione iniziale. Erano contingenti di guerrieri numidi, provenienti dallAfrica del Nord, cavalieri eccellenti, i migliori del mondo conosciuto.
Publio, nervoso, vide Annibale alzare il braccio. Il padre era circondato da quellenorme caos di soldati, cavalli infuriati e sangue. La lotta era alla pari. Poi il cartaginese abbass il braccio di colpo, come se lo lasciasse cadere, e i due contingenti della cavalleria numida si lanciarono contro i Romani. Avanzando, girarono intorno al cuore della battaglia e oltrepassarono le linee cartaginesi e romane, fino a collocarsi dietro la cavalleria nemica. Il console e le sue truppe erano bloccati. I velites, sfiniti, molti gi feriti, terrorizzati dallarrivo dei rinforzi nemici, si lanciarono in una fuga disordinata. Circa duecento cavalieri numidi li seguirono. La fanteria era un obiettivo facile per una cavalleria ben addestrata, soprattutto se si trattava di inseguire soldati terrorizzati che, persa la ragione, dimenticavano di proteggersi. Vennero accoltellati alle spalle, uno a uno. La fanteria romana fu distrutta, ogni legionario infilzato come un frutto maturo.
Uno dei distaccamenti di rinforzo, al vedere il disastro in cui si era trasformata la battaglia, si gir e inizi la ritirata. Negli altri due distaccamenti alla destra di Publio i cavalli iniziarono ad agitarsi, nervosi. I decurioni osservavano la turmadel giovane Publio, ma in realt i loro occhi erano fissi su Gaio Lelio, lufficiale pi esperto fra quelli rimasti nella retroguardia.
I Numidi assistettero alla ritirata di una delle turmaedella cavalleria romana e notarono il nervosismo degli altri cavalieri. Euforici per la vittoria indubitabile, si lanciarono allinseguimento dei nemici.
Publio osservava il disastro, attonito. Il padre era circondato dalle forze cartaginesi, aiutato a stento da un centinaio dei suoi uomini pi fedeli, che lo circondavano e lo proteggevano mentre lui cercava di organizzare una ritirata ragionevole.
Fu allora che il giovane prese la decisione. Si rivolse a Lelio e diede il suo primo ordine come decurione sul campo di battaglia.
Attacchiamo. Dobbiamo salvare la vita del generale.
Non Lelio esit, riflett per un istante, infine prosegu determinato. Non  pi possibile, decurione.  troppo tardi. Troppo tardi.
Publio lo fiss negli occhi. Lelio evit di sostenere quel braccio di ferro di sguardi. Anche lui era sconvolto, ma la sua esperienza gli diceva che la battaglia era persa. Che non cera pi niente da fare, a parte cercare il modo di uscire vivi dalla carneficina. Quello poteva essere un buon momento, mentre decine di Numidi erano occupati a inseguire i cavalieri in fuga e il resto dei Cartaginesi era impegnato a combattere contro la cavalleria romana. Ricord lordine che aveva ricevuto dal console in persona: evitare che il figlio prendesse parte a unazione in cui la sua vita fosse messa in chiaro pericolo. Forse, se non ci fosse stato quellordine, Lelio avrebbe provato a salvare il suo generale, a costo della sua vita e probabilmente di quella dei suoi uomini.
Il giovane Publio guard Lelio, in attesa di una spiegazione. Visto che lufficiale non parlava, ripet lordine. Questa volta pi lentamente, scandendo ogni parola, come se non fosse stato capito.
Ho detto che attacchiamo. Non ho chiesto che cosa ne pensi e non mi interessa se credi che sia possibile o impossibile. Ti ho dato un ordine, un ordine preciso. Prepara gli uomini allattacco. Mi hai assicurato che non avrei avuto problemi di disciplina.
Per Lelio quelle ultime parole furono come una pugnalata allo stomaco. Deglut e decise di eseguire lordine, ma quello segreto, ricevuto dal console. Parl di nuovo.
 una follia. La battaglia  perduta e per quanto mi dispiaccia, lo  anche il nostro generale.
I soldati ascoltavano la discussione fra lufficiale esperto e il nuovo decurione, appena un ragazzo, al comando del contingente. Tutti erano daccordo con Gaio Lelio. La cosa migliore da fare era cercare di ritirarsi. Poi sentirono di nuovo la voce di Publio Cornelio, di quel giovane di diciassette anni, deciso e inflessibile. Questa volta parl direttamente a loro, senza guardare Lelio.
Cavalieri di Roma, vi do un ordine come vostro ufficiale superiore. Attacchiamo sotto il mio comando! Seguitemi. Abbiamo lobbligo di difendere il generale. Non possiamo permettere che un console di Roma cada nelle mani dei Cartaginesi!
E, senza una parola di pi, senza aspettare di vedere la reazione degli uomini, senza voltarsi verso Lelio, semplicemente inspirando profondamente, Publio sguain la spada, strinse con forza le redini del cavallo e si lanci, da solo, verso la voragine della battaglia, cavalcando dritto verso il punto in cui il padre e i suoi uomini lottavano fra la vita e la morte, in un circolo sempre pi stretto.
Gaio Lelio smont da cavallo. Lanci a terra lo scudo, con rabbia. Maledisse la sua sorte e quella dei suoi uomini e tutti gli di. Incroci le braccia e guard il decurione che si allontanava al galoppo. Sent gli sguardi dei cavalieri dietro di lui. Nessuno si mosse, nessuno obbed agli ordini di quel decurione impazzito che cavalcava verso la morte.
Gaio Lelio inspir profondamente fino a riempirsi i polmoni del vento freddo di quella valle, in quella mattina di novembre del 218 a.C. Furioso, risal a cavallo. Poi agit le redini con forza e grid allaria che respirava, alle montagne che li circondavano e ai nemici che uccidevano e mutilavano i Romani.
Allattacco! Per Roma, per il console!
I cavalieri della turmasi guardarono e spronarono i cavalli con colpi di tallone al ventre e schiocchi delle redini. Unenorme nube di polvere si sollev e dietro di loro non rest che il silenzio.
Il console impartiva ordini con decisione. Era lunica cosa che gli restava, la fermezza del comando, perch la strategia ormai era stata abbandonata. Si trattava di sopravvivere.
Mantenete le file, ci ritireremo in formazione! Restate uniti! Insieme!
I soldati romani lottavano con energia, ma i Cartaginesi combattevano con una forza inusitata. Vedere il console cos vicino li esaltava. Tutti volevano partecipare alla cattura o alluccisione di un console di Roma. Il premio che avrebbero ricevuto dal generale sarebbe stato magnifico.
I Romani avevano cercato di conservare due linee nel circolo difensivo intorno a Publio padre, per alternarsi cos nella lotta e sostituire gli uomini della prima fila quando erano troppo stanchi o feriti. Molti per erano caduti, erano gravemente feriti o giacevano esausti. Le perdite erano state cos numerose che ora intorno al console restava solo una linea.
Publio Cornelio Scipione non esit un istante. Era arrivato il suo turno e avrebbe adempiuto ai suoi obblighi di soldato come avevano fatto e continuavano a fare i suoi uomini. Spada alla mano, si lanci a coprire la posizione di uno dei soldati estenuati e inizi a combattere corpo a corpo. I Cartaginesi, sempre pi numerosi, sembravano moltiplicarsi da un secondo allaltro.
Il console par un colpo con la spada. Si gir rapidamente e fer a morte il soldato cartaginese. Un nuovo soldato africano arriv al suo posto. Il console par un altro colpo con lo scudo e un altro ancora, di un altro soldato cartaginese che si era unito alla lotta contro di lui. Publio, console di Roma, retrocedette di un passo. Caddero altri colpi, che lui blocc con lo scudo ammaccato. I colpi erano sempre pi violenti e si succedevano sempre pi rapidi. In uno degli attacchi perse lo scudo, che rest sul terreno. Il console arretr ancora di qualche passo. In circostanze normali, un gruppo di soldati sarebbe arrivato a proteggerlo, ma la battaglia ormai non seguiva pi un corso normale. Tutti i lictoreserano morti. I pochi cavalieri romani che lottavano ancora accanto a lui lo facevano per sopravvivere. Erano circondati dai Cartaginesi, pi numerosi, pi ansiosi di ottenere una vittoria assoluta. Ogni soldato romano combatteva per la propria vita.
Il console era solo, con la sua spada, davanti ai Cartaginesi che lo attaccavano su entrambi i fianchi. Blocc un nuovo colpo con la spada, si gir e fer uno dei nemici alla spalla, ma non ebbe il tempo di proseguire perch in quel momento, dal lato opposto, una spada punica gli affond nella gamba. Prima il console perse lequilibrio, poi arriv il dolore. Sanguin copiosamente. Cerc di rialzarsi, ma la gamba destra si rifiut di obbedirgli. Cadde un altro colpo potente, che il console par di nuovo con la spada. Prov di nuovo ad alzarsi, ma non ci riusc. La gamba destra non rispose e il dolore aument. Nella sofferenza, sent il sudore che gli scivolava sulla fronte. Questa sarebbe stata la sua ultima battaglia. Con uno sforzo improbo si alz di nuovo, bruciando le ultime riserve di energia. Se doveva morire, che fosse in piedi, lottando accanto ai suoi uomini sul campo di battaglia. Ricord la moglie e i figli. Era tardi per cambiare le cose, tardi per dire le parole che avrebbe dovuto dire. I Cartaginesi si lanciarono su di lui. Era la fine del console di Roma.
Publio Cornelio Scipione cadde in ginocchio. Un soldato punico gli si avvicin per assestare il colpo di grazia. La spada nemica scese potente, orgogliosa, sul collo del generale romano, ma quando stava per raggiungere il suo obiettivo, unaltra spada si frappose sul suo percorso mortale.
Il giovane Publio era appena arrivato. Aveva cavalcato al galoppo senza guardarsi alle spalle fino a giungere accanto al generale in capo, al console di Roma, a suo padre. Il giovane soldato, con la furia e la forza della giovinezza e la sua naturale incoscienza, si erse fra il padre ferito e i soldati cartaginesi, impazienti di abbattere il console e ottenere le ricompense promesse da Annibale.
Due Cartaginesi caddero subito per mano del giovane ufficiale romano appena arrivato. Publio combatt con labilit acquisita negli anni di addestramento a Roma e con una strana freddezza, che stup il suo stesso padre. Il console abbattuto, ancora in ginocchio, osserv lufficiale che gli aveva salvato la vita, per il momento, e riconobbe subito la sagoma del figlio. Prov sentimenti confusi. Prima venne assalito dalla felicit per essere stato salvato e perch un console di Roma era stato salvato nientemeno che dal suo stesso figlio. Ammir il coraggio del primogenito e ne fu compiaciuto, ma subito dopo si rese conto che la situazione non avrebbe potuto essere pi triste. Quello non sarebbe stato solo il giorno della sua morte, ma anche il giorno in cui avrebbe visto morire il figlio accanto a lui.
Le sorti della battaglia non erano cambiate. Non cap come il figlio avesse fatto ad arrivare l da solo e senza rinforzi, ma tutto lasciava pensare a un gesto di follia. Il console cerc di alzarsi, ma le gambe non lo ressero. Cerc di dare ordini, ma la voce non gli rispose. Aveva perso molto sangue nello sforzo di alzarsi e di lottare in piedi. Eppure al di l di ogni speranza e di ogni logica, quando ormai la forza danimo e la fede negli di erano svanite, decine di cavalieri romani irruppero allimprovviso nella battaglia. Erano le truppe di cavalleria che arrivavano con energie fresche. Attaccarono i Cartaginesi con un vigore sorprendente e abbatterono immediatamente alcuni dei nemici pi vicini al console e al figlio. Subito dopo, lufficiale che li guidava sistem un cavallo accanto al console. Due cavalieri smontarono e aiutarono il generale a salire sullanimale. Nel frattempo, erano ormai un centinaio i cavalieri romani arrivati fin l e costrinsero i Cartaginesi a ritirarsi. E altri ancora arrivavano.
I punici cercarono di risalire a cavallo, ma molti animali erano scomparsi nel caos della battaglia. Cos fuggirono a piedi.
Gaio Lelio aveva guidato il distaccamento di Publio fino a dove gli era stato ordinato. Quando il ragazzo si era lanciato contro i Cartaginesi, le altre turmaeche stavano per fuggire si erano unite alla carica e cos adesso erano duecentocinquanta i cavalieri che tenevano a bada i nemici. Ma erano comunque in condizioni di inferiorit e non potevano trattenersi nella battaglia, perch presto i Cartaginesi si sarebbero ripresi dalla sorpresa iniziale e avrebbero avuto il sopravvento.
Dobbiamo ritirarci, alla svelta! Salite a cavallo e ritiratevi! grid il giovane Publio.
Questa volta nessuno mise in discussione il suo ordine. I Romani cercarono i cavalli, come i Cartaginesi, e chi non lo trovava montava insieme a un altro cavaliere. Il console era ancora sulla cavalcatura che gli avevano procurato, scortato da quattro cavalieri che Lelio aveva assegnato alla sua protezione. Mentre si ritiravano, Lelio e Publio incrociarono gli sguardi. Il giovane ufficiale non nascose i propri sentimenti: disprezzo per lesitazione iniziale di Lelio e il rifiuto a seguire gli ordini di un superiore, e gioia indescrivibile perch alla fine, in un modo o nellaltro, era arrivato con gli uomini necessari a rendere possibile la sua ritirata e, soprattutto, quella del padre. Il generale in capo delle truppe romane, il console, non sarebbe caduto in mano ad Annibale, non questo console almeno. Non vi fu tempo per le parole. In pochi secondi galoppavano tutti diretti al Ticino.
I Cartaginesi si raggrupparono rapidi. Annibale scese dalla collina da cui aveva osservato lazione e in pochi minuti arriv accanto alle truppe. Si mise alla loro guida e cavalcarono decisi dietro ai Romani, sotto il suo comando, sicuri di una vittoria imminente, eccitati dal sangue che avevano visto scorrere a fiumi.
Annibale pensava, assorto, avvolto nei ricordi. Larrivo di quel giovane ufficiale romano, corso ad aiutare in extremisil console circondato, gli aveva riportato alla memoria unaltra battaglia, ormai molto lontana nel tempo, che si era sforzato di respingere sul fondo della mente, di seppellire sotto uninfinit di altre battaglie e combattimenti, di scordare per sempre. Quel giovane ufficiale romano per aveva restituito ai ricordi tutta la loro vividezza. Allimprovviso, quel tramonto sul Tago era di nuovo nella sua mente, come sospinto dallo stesso Baal. Annibale vide la figura del padre Amilcare che lottava fra le spade e gli scudi nemici, e decine di Iberi che lo colpivano, che si accanivano contro lelmo, la spada e lo scudo, per poi incrinare la corazza con le punte affilate. Ora vedeva il sangue del padre ormai disteso a terra, accanto a quel maledetto ruscello, che con il suo liquido trasparente, in silenzio, soffocava il genitore, mentre lui si dibatteva fra i nemici e cercava di difendere il corpo del generale cartaginese dai colpi mortali dei guerrieri iberici.
Annibale abbass lo sguardo. Gli sembrava che gli scoppiasse la testa, tanto che si port una mano alle tempie e si tolse lelmo. Laria fredda di novembre gli restitu il controllo e riport un poco di calma al suo spirito desolato. Comera possibile che un evento tanto lontano tornasse a ferire il suo cuore con una simile crudelt?
Maarbale si avvicin.
Ti senti bene, mio generale?
Annibale annu e si rimise lentamente lelmo. Scosse le redini e tutti accelerarono e avanzarono al trotto, evitando i numerosi cadaveri romani sparsi per la valle. Gli avvoltoi, ancora lontani, iniziavano a tracciare ampi cerchi nellalto di un cielo languido.
Chi poteva essere quellufficiale? chiese Maarbale, rivolto un po a se stesso e un po al generale.
Non si aspettava davvero una risposta, ma Annibale, con voce chiara, gli rivel la conclusione a cui lo avevano portato i ricordi, perch nel dolore e nella sofferenza della memoria aveva capito chi aveva potuto lottare in quel modo per salvare la vita del console.
Era suo figlio, senza dubbio, Maarbale. Era il figlio del console. Solo un figlio combatte con tanta speranza per salvare il padre quando tutto  perduto. Io ci ho provato, ma lacqua di un ruscello mi ha privato della compagnia di mio padre e ha privato Cartagine del suo miglior generale. Gli di di questo giovane sono stati pi attenti e bisogna riconoscere che  stato coraggioso e per questo  stato ricompensato. La mattina per non  terminata. Non abbiamo finito. Siamo ancora in battaglia. Forza. Quindi, voltandosi verso i cavalieri: Al galoppo, andiamo a prenderli, non devono attraversare il fiume! Al fiume!.

39
UN PONTE SUL FIUME

Sul fiume Ticino, novembre 218 a.C.
I Romani cavalcarono per mezzora. I cavalli erano estenuati. Qualcuno era obbligato a portare pi di un cavaliere e lo sforzo era enorme. Arrivarono infine nei pressi del ponte di navi sul Ticino. Un cavaliere si avvicin a Publio.
Decurione! Il console vuole parlare con te!
Publio Cornelio Scipione figlio acceler il passo del cavallo fino ad arrivare allaltezza del console. Questultimo era piegato sulla cavalcatura, stretto in una morsa di dolore e sofferenza. Uno dei soldati gli aveva bendato la gamba e il tessuto era ormai diventato di un rosso scuro, denso, intenso. Una scia di sangue scendeva fino al ventre del cavallo, perdendosi nella parte inferiore dellanimale.
Volevi parlarmi, mio console? chiese il giovane Publio.
Il padre non si raddrizz e non lo guard. Non era il momento per le formalit o gli sforzi inutili, ma doveva dare gli ordini necessari. La voce, spezzata dalla fatica, trasmise le istruzioni in modo abbastanza comprensibile.
Non appena avremo attraversato il fiume bisogna smantellare il ponte il ponte deve essere distrutto I Cartaginesi non devono attraversare il fiume.
Sar fatto fu la risposta immediata del giovane ufficiale.
Voleva aggiungere qualche parola di conforto, ma non seppe che cosa dire. Era difficile mitigare il dolore di chi soffriva non solo per le ferite ricevute, ma soprattutto per la sconfitta a cui aveva condotto la propria cavalleria. Anche il console non aggiunse altro.
Il giovane Publio si ritir e, spronando di nuovo il cavallo, arriv accanto a Gaio Lelio, che cavalcava alla guida di quella formazione improvvisata.
Il console ha ordinato di distruggere il ponte quando avremo attraversato il fiume.
Lelio annu, senza guardarlo. In qualche modo, Publio seppe che non cera bisogno daltro. Era stanco e non aveva voglia di discutere. Qualche parola in pi che sottolineasse quel leggero movimento del capo sarebbe stata utile, ma nella situazione in cui si trovavano non cera tempo per le sottigliezze. Publio lasci che a decidere fosse il destino: se Lelio era lufficiale che suo padre aveva descritto, lordine di smantellare il ponte sarebbe stato eseguito in modo coscienzioso; se non lo era, nessuno poteva sapere che cosa ci fosse dietro quel leggero movimento del capo. Il modo in cui Lelio aveva combattuto rendeva onore alla sua fama, ma i suoi dubbi nel momento chiave, quando bisognava lanciarsi a soccorrere il console, riempivano di incertezza la mente di Publio.
Quando arrivarono al ponte, il primo a passare fu il console ferito con la scorta. I soldati di sorveglianza non riuscirono a nascondere la desolazione. Il console si ritirava con appena due centinaia di cavalieri. Le guardie avevano gi visto alcune truppe attraversare il fiume in modo disordinato e temevano il peggio. Ma il console ferito accompagnato da un piccolo contingente di cavalleria, che si ritirava in tutta fretta, era uno spettacolo a cui non si aspettavano di assistere.
Alla fine attraversarono tutti. Tutti tranne uno. Dal ponte il giovane Publio vide Gaio Lelio rivolgersi ai soldati di guardia.
Per ordine diretto del console di Roma, il ponte deve essere smantellato immediatamente! Rapidi! Prendete le spade e tagliate tutte le funi che tengono insieme le navi! Avete pochi minuti. Sbrigatevi! Muovetevi, per tutti gli di!
I soldati osservarono il decurione che aveva frenato lavanzata per ascoltare gli ordini di Lelio. Il giovane Publio ribad le parole dellufficiale.
Avete sentito? Avete pochi minuti per distruggere il ponte! Forza!
I legionari si misero subito al lavoro. Un gruppo cominci a tagliare le funi che tenevano insieme le navi. Altri attraversarono il ponte e presero le asce per tagliare le corde che fissavano le navi alla sponda. Lelio e Publio arrivarono insieme sulla riva dominata dalle truppe romane, osservando e incalzando i soldati. Smontarono da cavallo e presero unascia per ciascuno. Senza guardarsi, ma come governati dallo stesso senso di urgenza e necessit, si incamminarono verso un gruppo di legionari impegnati a tagliare le corde. Non era un compito semplice come poteva sembrare, perch i Romani, nellansia di garantire la stabilit del ponte, avevano sistemato un gran numero di funi su ogni lato. Erano corde in qualche caso grosse come il braccio di un soldato ed erano state spalmate dolio, per proteggerle dalle intemperie. Le spade scivolavano sullolio e tagliavano a stento. Le asce erano pi efficaci, ma era comunque un lavoro lento. Sciogliere i nodi era impossibile, perch tanti giorni di tensione costante li avevano stretti fino a renderli quasi invisibili.
Una nube di polvere allorizzonte annunci larrivo delle truppe cartaginesi. I legionari che non avevano ancora attraversato il fiume si ritirarono, lasciando qualche spada o ascia per terra nella fretta di mettersi in salvo. Quando arrivarono sulla sponda romana, furono apostrofati subito dal giovane Publio.
Avete tagliato tutte le corde da quella parte?
I soldati non risposero. Il decurione lesse nei loro occhi che non avevano terminato di eseguire lordine. Per un attimo pens di obbligarli a tornare sullaltra riva, a costo della vita, ma poi valut meglio la situazione, in pochi secondi, i pensieri che si accalcavano nella testa. Lui stesso aveva paura. Uscivano sconfitti da una battaglia disastrosa, il console era ferito. Aggiungere un ordine suicida non avrebbe fatto che abbattere ulteriormente il morale delle truppe. Publio sent addosso gli sguardi del resto dei legionari, che si erano presi un attimo di pausa per vedere come il figlio del console avrebbe risolto la situazione.
Prendete le asce disse infine il giovane ufficiale. Che tutti prendano unascia. Chi non ce lha, usi la spada. Aiutate i due gruppi su questa sponda del fiume! Insieme dobbiamo tagliare tutte le corde e allontanare le navi, in modo che il ponte si sciolga prima dellarrivo dei Cartaginesi! Il nemico non deve attraversare il fiume. Non  un mio ordine,  un ordine del console, e chi non obbedir non ne risponder davanti a me, ma al console in persona!
I soldati che erano fuggiti capirono che il giovane ufficiale concedeva loro una seconda opportunit e, forse in segno di riconoscimento, o per paura di doversi presentare davanti al console a rispondere della loro disobbedienza, si lanciarono sulle corde e aiutarono i compagni con tutte le loro energie. I loro sforzi in breve diedero i primi risultati e qualche fune inizi a spezzarsi. I due gruppi al lavoro erano formati da una ventina di legionari e cavalieri ciascuno. Accanto cerano i cavalli, in attesa. Lelio e Publio davano lesempio con il sudore della loro fronte.
A un tratto, i Cartaginesi comparvero sullaltra riva, nellimmensa nube di polvere che avevano sollevato.
Continuate a tagliare! grid il giovane ufficiale romano. Non guardate i punici e continuate a tagliare! Finch non avanzeranno sul ponte non potranno raggiungerci con i giavellotti! Continuate a tagliare! Continuate, per Roma, per il console!
I soldati, fra il sudore di tutti e il sangue dei feriti che si erano uniti al compito, proseguirono nello sforzo.
Annibale, accompagnato da una piccola scorta e dai suoi luogotenenti, arriv infine al ponte di legno. Publio, teso, nervoso, lo osserv fra le gocce di sudore e di sangue di cui ignorava la provenienza, forse suo o forse di qualche nemico che aveva ferito nella confusione della battaglia. Il generale cartaginese valutava la resistenza del viadotto di navi. Publio lo vide dare un ordine. Vide uno dei luogotenenti punici tornare indietro e parlare con un gruppo di cavalieri. Publio guard i soldati. Le corde erano gi quasi tutte tagliate. Finalmente qualcuna delle navi iniziava a muoversi. Il ponte scricchiolava per restava al suo posto.
Le navi! Spingetele alla deriva! grid il giovane decurione.
Le corde erano tagliate. Le navi si muovevano, ma la corrente, a causa della siccit autunnale, non era sufficiente a portarle via, cos le imbarcazioni legate fra loro restavano doverano, forse per un qualche tiro giocato dagli di punici ai Romani.
I legionari entrarono insieme in acqua, fino alla vita, per spingere la nave pi vicina alla riva. Erano quaranta soldati che spingevano con tutte le loro forze, ma limbarcazione sembrava incagliata. Non cera niente da fare.
Publio si separ dal gruppo e diede un altro ordine.
I cavalli! Prendete le corde, quelle tagliate, e legatele ai cavalli! Unestremit al cavallo e laltra alla nave!
I legionari riunirono i cavalli. Fissarono rapidamente le funi al collo e ai fianchi degli animali e laltra estremit a diversi punti della nave, dal timone fino alle aperture per i remi. In pochi minuti legarono una ventina di animali.
Tirate! grid Publio ai legionari e ai cavalli.
Spingete! ordin Lelio ai soldati che spingevano dal fiume.
I cavalieri cartaginesi si sistemarono allaccesso del ponte. A un ordine di Annibale, avanzarono sopra le navi. Era un gruppo formato da sessanta cavalieri, armati di giavellotti e spade e pronti ad attaccare. Avevano una doppia missione: verificare la stabilit della passerella e lanciare i giavellotti mortali sui Romani, per impedire che terminassero di distruggere il ponte. Cavalcarono sui tronchi legati e sulle navi che formavano il viadotto. Il legno trem, ma resse il peso del contingente che si addentrava in formazione a sei. Nel frattempo, un centinaio di soldati punici si accalcava intorno alle corde mezze tagliate, per assicurarle ed evitare che il ponte cedesse da quel lato.
I Cartaginesi arrivarono a met del ponte e prepararono i giavellotti. Publio non seppe se ordinare agli uomini di mettersi in salvo o insistere perch continuassero. Gaio Lelio spazz via i suoi dubbi.
Spingete, maledetti! E tirate! Che i cavalli tirino pi forte che possono!  un ordine!
Cos, cavalli e Romani tirarono e spinsero con tutte le loro energie mentre i Cartaginesi avanzavano e lanciavano la prima serie di proiettili. La nave sulla riva romana scricchiol e allimprovviso cedette, si spost e inizi a galleggiare sul fiume, trasportata dalla corrente, muovendosi lenta verso il mare. Prima solo di mezzo passo, un passo, diversi passi, finch non fu trascinata via. Fu allora che i giavellotti caddero e alcuni dei Romani non godettero un solo secondo di giubilo, perch caddero feriti o uccisi.
Lelio e Publio e la met degli uomini si salvarono grazie agli scudi, che trovarono sparsi a terra fra le spade, le asce e le funi tagliate.
Sciogliete i cavalli! Svelti, prima che siano trascinati via! Publio aveva assunto di nuovo il controllo della situazione.
La nave si allontanava definitivamente e ne trascinava dietro una seconda, una terza, una quarta e una quinta Il ponte si disfaceva un secondo dopo laltro.
I Cartaginesi avanzarono.
Scudi in alto! Proteggetevi! ordinarono Publio e Lelio contemporaneamente.
Una seconda raffica di giavellotti piovve dal cielo, ma questa volta i Romani, protetti dagli scudi, riuscirono a evitarli. I cavalli erano gi quasi tutti slegati. Ne restavano ancora due da liberare, ma non cera pi tempo ormai. Le bestie lottavano per non essere trascinate dalla nave verso il centro del fiume, scalpitavano e si agitavano, tuttavia non erano abbastanza forti e furono tirate prima verso la riva, poi in acqua e infine inghiottite a poco a poco dalle acque silenziose, che soffocarono con indifferenza i loro nitriti selvaggi di terrore.
Romani e Cartaginesi rimasero muti per un attimo, davanti alla scena dei cavalli che lottavano per salvarsi. Presto per lavanguardia dei cavalieri punici che si trovava su quel che restava del ponte reag. Inizi a ritirarsi, a tornare sui suoi passi, ma i cavalli sentirono la passerella che si muoveva, il legno che scricchiolava sotto le zampe, videro le navi dallaltra parte che si separavano. Il disordine si impadron della formazione e la paura invase cavalieri e animali. Maarbale dalla riva gridava i suoi ordini, cercando di organizzare la ritirata.
Annibale scosse la testa e sospir profondamente. Era tutto inutile. Cos come vedeva con chiarezza una vittoria quando nessuno ancora riusciva a distinguere lesito della battaglia, sapeva anche quando una posizione era persa, nonostante i luogotenenti si sforzassero ancora di correggere quel che non si poteva pi correggere. Il Ticino, tranquillo ma deciso e inesorabile, port via fra le sue acque gelide prima il resto delle navi con centinaia di tronchi sciolti e poi i cavalli e i soldati cartaginesi.
I Romani, gi in groppa alle cavalcature, videro sbalorditi con quanta facilit il fiume, tagliate le corde e spinta la prima nave, distruggeva come un castello di carte tutto il ponte, trascinando con s cavalli e cavalieri. Per la prima volta da ore, respirarono sollevati. Erano addolorati per la perdita dei compagni che giacevano sulla riva trafitti dai giavellotti, ma non cera tempo per il lutto.
Rapidi, aiutarono i feriti a montare sui cavalli rimasti senza cavaliere, poi, agli ordini di un giovane ufficiale di Roma, un certo Publio Cornelio Scipione, diciassettenne, e del suo secondo, Gaio Lelio, soldato forgiato in mille battaglie, si allontanarono con la soddisfazione di essersi lasciati il nemico alle spalle, bloccato dal fiume, e aver eseguito lordine del console. Si allontanarono cavalcando nel silenzio di un pomeriggio nuvoloso e buio di novembre.
Lelio si mise accanto allufficiale al comando e lasci circa un metro fra loro, perch fosse chiaro chi comandava quel contingente di truppe, sconfitte ed esauste, con molti feriti, ma orgogliose di aver lottato fino al limite delle proprie forze ed essere almeno riuscite a frenare il nemico anche solo per qualche giorno, forse qualche settimana.
Costruire un ponte non era facile, lo sapevano. Non lo era neanche distruggerlo, in determinate circostanze. Lo avevano appena imparato con il sudore, il sangue e la morte.
Maarbale dirigeva le operazioni per recuperare il maggior numero possibile di cavalieri. Annibale rimase a cavallo e osserv con attenzione i Romani che si allontanavano sotto la guida di quel giovane ufficiale. Le parole del luogotenente lo riscossero dai suoi pensieri.
Sono sopravvissuti ventidue uomini. Gli altri sono morti trascinati dalla corrente. Molti non sapevano nuotare e qualcuno  affogato per il peso delle armi e delle corazze. E il console ci  sfuggito.  scappato con i suoi uomini. Un peccato. Sarebbe stata una vittoria assoluta.
Annibale annu senza distogliere lo sguardo dallaltra riva. Non sapeva se preoccuparsi di pi per la fuga del console ferito o piuttosto per lesistenza di quel giovane ufficiale romano che laveva resa possibile, quel decurione, il figlio del console.

40
IL DIBATTITO DEI CONSOLI

Nei pressi del fiume Trebbia, a nord della penisola italica,
novembre-dicembre 218 a.C.
Tito Maccio era furioso. Prima li avevano mandati a Lilibeo, in Sicilia, perch si preparassero a invadere lAfrica, e ora si trovavano al Nord della penisola italica, accampati vicino a un fiume chiamato Trebbia, alla fine di novembre, a sopportare un freddo terribile. Era scesa la notte e Tito, al riparo sotto una coperta, si rannicchiava insieme ad altri soldati intorno al fuoco, nel tentativo di scaldarsi i piedi gelati per colpa del vento e della pioggia che era caduta per tutto il giorno.
Si stava meglio in Sicilia comment.
Non so come ti venga in mente rispose Druso, il suo migliore amico da quando, alla prima guardia, lo aveva avvertito dei rischi che correva se si fosse fatto trovare addormentato dalla pattuglia notturna.
Se dobbiamo combattere o, se necessario, morire spieg Tito almeno preferirei non avere freddo per giorni. Quantomeno che lattesa sia relativamente piacevole.
Su questo hai ragione ammise lamico e altri soldati annuirono.
Erano tutti intirizziti dal vento gelido che sembrava intrufolarsi attraverso ogni fessura sotto le coperte. Le truppe inoltre avevano dovuto spostarsi in gran fretta, quindi le attrezzature, i vestiti e il cibo che si portavano dietro bastavano appena per le loro esigenze. Il morale non era molto alto e meno che mai dopo le notizie arrivate dal Nord. Prima cera stata la sorpresa, mentre erano in Sicilia, che Annibale era sfuggito ai combattimenti in Gallia, aveva attraversato le Alpi ed era arrivato nella penisola italica. Poi il disastro del Ticino, dove la cavalleria romana era stata devastata dal nemico. Il fatto che uno dei due consoli fosse stato ferito non aiutava certo a infondere coraggio fra i legionari.
I soldati si accalcarono intorno al fuoco, stesi luno accanto allaltro per cercare di compensare con il calore dei corpi il debole tepore delle fiamme, perch il legno umido per la pioggia bruciava lento e male. Tito, sdraiato su un lato, guardava la spada, la lama che brillava alla luce della luna. Avevano avuto poco tempo per esercitarsi a combattere, avevano dovuto interrompere laddestramento a Lilibeo e mettersi subito in marcia. Molto viaggio e poco addestramento. Se erano tutti messi male come lui nelluso della spada o nellarte di lanciare un giavellotto, le cose non promettevano molto bene. In teoria per le legioni di Roma erano invincibili: avevano vinto contro i Cartaginesi nella lunga guerra precedente. Avevano vinto contro il re dEpiro. Avevano conquistato una moltitudine di citt sul territorio italico e le grandi colonie greche della regione del Bruttium. Avevano vinto contro i pirati illirici e i Galli liguri. Un numero simile di vittorie doveva basarsi su qualcosa di pi di qualche giorno di addestramento, meditava. Forse il segreto erano i capi, i consoli e la loro strategia militare. S, il segreto doveva essere quello. Tito chiuse gli occhi, vinto dal sonno. I consoli vegliavano su di loro.
Publio Cornelio Scipione aveva il torso bendato per un colpo che lo aveva ferito nonostante la corazza e una gamba sollevata su un piccolo sgabello. La coscia era avvolta in garze bianche divenute rossastre. Aveva perso molto sangue durante la fuga dal Ticino, prima di raggiungere laccampamento nei pressi di Placentia. Era sdraiato su un tricliniumche aveva chiesto ai lictores, per evitare lumiliazione di ricevere Sempronio Longo, laltro console appena arrivato dalla Sicilia, sdraiato su un letto. Nella tenda cerano i tribuni e dietro di loro il giovane Publio insieme ad altri ufficiali di rango minore. Il console aveva fatto chiamare gli ufficiali, i centurioni di fanteria e i decurioni di cavalleria, fra cui Lelio, in modo che anche il figlio fosse presente alle negoziazioni senza doverlo privilegiare.
Sempronio, seguito da alcuni tribuni, entr nella tenda.
Ti saluto, console Publio Cornelio Scipione!
Ti saluto, console Tiberio Sempronio Longo. Che tu sia il benvenuto nel nostro accampamento. La voce di Scipione era pi debole, ma conservava un tono dignitoso che non pass inosservato allaltro console. Posso offrirti un frutto. Fino allora di cena non ho di meglio E un po di vino.
Sempronio Longo guard la frutta che gli veniva offerta, ma la rifiut con un certo disdegno.
No, grazie. Abbiamo cose pi importanti di cui discutere.
Sul viso degli ufficiali di Publio Cornelio Scipione si lesse lindignazione crescente per latteggiamento sprezzante del nuovo arrivato. Il console offeso rimase impassibile davanti alle provocazioni di Sempronio, fece un cenno e due schiavi ritirarono subito il cibo.
Bene, sentiamo di che cosa vuoi parlare disse, questa volta in tono secco.
Sempronio rimase in piedi, in un atteggiamento deciso, ostentando la sua eccellente forma fisica davanti alla figura debilitata dellaltro.
Sono venuto a comunicarti che, tenuto conto delle tue attuali condizioni, credo che la cosa migliore sia che io assuma il comando delle legioni, di tutte le legioni, intendo.  evidente che non puoi presentarti sul campo di battaglia in questo stato.
Lindignazione dei tribuni di Publio Cornelio si trasform in rabbia. Qualcuno stava per parlare, ma il generale alz la mano perch tacessero.
S, ci che dici  evidente. Sono ferito e ho bisogno di tempo per riprendermi. Ma questo non pregiudica il comando delle legioni, dal momento che nellattuale situazione non reputo sia il caso di combattere
Non vuoi combattere? lo interruppe Sempronio.  assurdo. Annibale si trova a sola mezza giornata di cammino e abbiamo quattro legioni, oltre alle truppe ausiliarie.  assurdo aspettare che i Cartaginesi si organizzino e possano contare sullappoggio di altri Galli ribelli. Tutta la regione che  stata sotto il tuo comando  un disastro.
Publio si concentr per mantenere la calma. Le ferite gli causavano ancora molto dolore e la conversazione lo sfiniva. Faceva uno sforzo sovrumano perch la stanchezza non trapelasse nella sua espressione o nel sudore freddo che sentiva sulla pelle.
I Galli inizi sono gente incostante. Se lasciamo trascorrere linverno senza combattere, se ne torneranno a casa, in molti abbandoneranno Annibale. Quel che dobbiamo fare  mantenere la posizione e impedire che il cartaginese avanzi ancora, e approfittare di questo tempo per migliorare laddestramento delle truppe. Inoltre, tra il freddo, la pioggia e linverno del Nord, non  il momento adatto per combattere. Attaccheremo in primavera e scacceremo linvasore dal nostro territorio, ma non adesso.
Sempronio sapeva che le sue truppe non erano abbastanza addestrate, ma non vi dava importanza dal momento che dovevano vedersela con qualche selvaggio africano, sfinito da una marcia interminabile iniziata in Hispania e aiutato da un branco di Galli ribelli. Inoltre, non potevano aspettare la primavera. Il mandato consolare stava per terminare. Lanno successivo vi sarebbero state nuove elezioni e in questo modo il merito di quella vittoria sicura sarebbe andato ai nuovi consoli. Ora invece, con Scipione ferito, sarebbe stato lui, Sempronio Longo, e nessun altro, a prendersi la gloria e il diritto di celebrare un magnifico trionfo per le strade di Roma, con il selvaggio Annibale incatenato al suo carro. Uno spettacolo degno dei grandi romani del passato. Ma laltro console, abbattuto e reso codardo dalle ferite e dalla sconfitta, si frapponeva fra lui e la gloria.
Sempronio fece scorrere lo sguardo sui visi dei tribuni del console sconfitto e vi lesse lealt. Non poteva imporsi senza contare sullappoggio di qualcuno di loro.
Bene, concluse se questa  la tua opinione, ti faccio una proposta: rimando il mio progetto di attaccare fino a quando non avremo valutato meglio la situazione, ma credo che sarebbe ragionevole inviare parte della cavalleria pi a nord, per vedere come stanno le cose. So che cos successo al Ticino, quindi dar istruzioni di muoversi con cautela. Suggerisco che ci accompagnino alcuni dei tuoi tribuni, perch tu sia informato di tutto ci che accade.
Publio Cornelio riflett per qualche secondo. Si trattava di una proposta abbastanza ragionevole e rifiutarla poteva sembrare una dimostrazione di scarsa lucidit mentale, scusa di cui Sempronio avrebbe approfittato senza esitare per sottrargli il comando. Cos diede lunica risposta possibile.
Se i miei tribuni accettano, a me sta bene disse e si volt verso gli ufficiali.
Questi annuirono tutti lentamente, uno a uno.
Daccordo disse Sempronio, poi si rivolse ai tribuni. Partiamo allalba. Chi ci accompagner, che si presenti allentrata dellaccampamento al sorgere del sole.
Senza una parola di pi, si volt e usc dalla tenda. I suoi tribuni lo seguirono e Publio Cornelio rimase con i propri ufficiali. Nel silenzio della tenda, si ud il vento notturno che si spostava per laccampamento e sopra il vento risuon, alta e chiara questa volta, la voce di Publio Cornelio Scipione.
Idiota!
Qualche ufficiale sorrise davanti a quella stima esatta che il console aveva appena fatto di Sempronio Longo e della sua attitudine al comando. Publio padre scelse gli ufficiali che avrebbero accompagnato Sempronio Longo e la sua cavalleria. Design due tribuni, un centurione e alcuni ufficiali di cavalleria, fra cui Gaio Lelio e suo figlio.
Mentre gli ufficiali uscivano, il console si rivolse al primogenito, che lasciava la tenda per ultimo.
Un momento, Publio, voglio parlarti.
Il giovane torn dentro e attese che il padre si sistemasse sul triclinium, sospirando per il dolore mascherato fino a quel momento. Davanti al figlio non si sentiva obbligato a nascondere la sofferenza. In un certo senso, voleva che il primogenito sapesse tutto quello che cera da sapere sulla guerra: la gloria delle vittorie e la crudelt delle sconfitte. Finora non aveva potuto mostrargli molto delle prime. Forse in futuro.
Tieni disse prendendo un volume arrotolato che custodiva in un piccolo baule, su un tavolo accanto al triclinium. Voglio che tu lo legga. Credo che non fosse fra quelli che studiavi con Tindaro. Me lo ha dato da poco Emilio Paolo. Un giorno devo presentartelo, Emilio Paolo.  un granduomo, un bravo senatore, ed  stato console, come gi sai, qualche anno fa; ma anche lui ha potenti detrattori, come Fabio Massimo. Comunque, sto divagando. Questo rotolo  interessante. Parla dellamicizia, di come distinguere gli amici dai nemici, e di questi tempi  fondamentale saper riconoscere chi ti segue per interesse e chi ti difende per lealt. In qualche caso pu salvarti la vita. Promettimi che lo leggerai.
Il giovane Publio prese il rotolo e, davanti al padre, lo apr e lesse la prima riga ad alta voce.
Etica nicomacheadi Gir un po il rotolo per leggere meglio. Aristotele.
Bene, vedo che non hai scordato il greco. Questo testo ti aiuter anche a ripassare la lingua. Non devi dimenticarla. Si tratta di una selezione di brani di unopera pi vasta. In realt, come mi ha spiegato Emilio Paolo, quelli che ti consegno sono i libri VIII e IX dellEtica nicomachea, i libri che parlano dellamicizia. Lo leggerai, vero?
Certo, padre. Lo legger con attenzione.
Bene, bene Allora puoi andare. Ah, e domani, per tutti gli di, stai molto attento. Non sar sul campo di battaglia e non dovrai salvarmi di nuovo, quindi niente gesti eroici, daccordo? Soprattutto se la persona da salvare fosse Sempronio Longo.
Il figlio annu e sorrise. Il padre gli rivolse ancora qualche parola.
Questo generale cartaginese  esperto in strategia, non  una novit, ma gioca anche con noi. Lo percepisco. Sento che ci legge nel pensiero, che gioca con le nostre ambizioni e la nostra vanit. Per questo sono qui, ferito. Ho pagato il prezzo della mia vanit, dellambizione unita a un ingenuo disprezzo per il nemico. Tu sei ancora giovane e non sei offuscato dalla passione per il potere che muove tante persone a Roma. Sempronio invece s, e lambizione pu essere una cattiva consigliera quando si combatte contro un generale astuto come il cartaginese. Abbi cura di te e domani dai retta a Lelio. E non serbargli rancore e non avere dubbi su di lui. Se qualche volta ti contraddice, pensa che lo fa per ordine mio. Sul campo di battaglia ascoltalo come se a parlarti fossi io.
Il giovane Publio lasci trascorrere qualche secondo di silenzio, prima di rispondere. Nella sua mente pesava ancora lesitazione di Lelio quando lui gli aveva ordinato di lanciarsi alla carica per salvare il console, suo padre, la stessa persona che ora gli diceva di fidarsi di quelluomo.
Daccordo, lo far rispose infine.
Il console fece cenno al figlio che poteva ritirarsi e quando fu uscito dalla tenda, batt le mani. Uno schiavo gli port una coppa di vino. La bevve in un sorso e si ritir a dormire.

41
UNALBA GELIDA

Nei pressi del fiume Trebbia, dicembre 218 a.C.
Era unalba gelida che anticipava la neve che presto avrebbe ricoperto la regione ligure. Gaio Lelio e il giovane Publio cavalcavano insieme verso la porta principale dellaccampamento, dove si riuniva la cavalleria di Sempronio Longo pronta a partire in missione di ricognizione, come deciso la sera precedente.
Posso dire una cosa? chiese Gaio Lelio.
Certo rispose Publio.
Devo confessare che quando tuo padre il console, intendo mi ordin di passare sotto il tuo comando, pensavo che mi sarei annoiato. Ora inizio ad avere la sensazione che non avr pi molto tempo per annoiarmi.
Ed  un bene o un male?
Un bene, un bene. Temevo solo di restare nella retroguardia, anche se
Anche se? chiese Publio.
Anche se non c sempre bisogno di essere al centro della battaglia, come al Ticino.
Publio sorrise prima di rispondere.
Sembra che tu e mio padre la pensiate allo stesso modo. Mi ha suggerito di essere cauto, pi prudente.
Un uomo saggio, il console, tuo padre.
Publio annu. La cavalleria di Sempronio Longo era gi in formazione. Le trombe squillarono e diedero il segnale di inizio della marcia. I due uomini spronarono i cavalli per unirsi al contingente che partiva dallaccampamento romano.

Cavalcarono per tre ore, quasi sempre al passo e in qualche occasione a un leggero trotto. Attraversarono due piccoli villaggi disabitati e saccheggiati. Qualche casa si consumava ancora lentamente nella cenere. Tutto il frumento e i viveri erano scomparsi. Annibale doveva alimentare le sue truppe, e un vasto esercito come quello che aveva portato dallHispania richiedeva una gran quantit di risorse.
Arrivarono a una pianura e Sempronio Longo ferm la marcia. Al termine della spianata si intravedeva un gruppo di cavalieri cartaginesi. Il console ordin alla cavalleria di prepararsi alla carica. Lelio osservava i cavalieri punici.
Sono sempre di pi comment. Secondo me non sono esploratori, ne ho contati gi due o trecento, e ne arrivano ancora. Credo che sia la cavalleria numida di Annibale.
Gli stessi contro cui abbiamo combattuto al Ticino disse Publio.
Gli stessi.
I due ufficiali romani videro come in pochi secondi, con unagilit sorprendente, i Cartaginesi disposero la cavalleria in formazione. Sempronio Longo non aspett neanche un istante e senza scambiare una sola parola con gli ufficiali, ordin di caricare contro i Numidi.
I Romani si lanciarono al galoppo e gli africani fecero altrettanto. Le due forze si scontrarono al centro della pianura e molti cavalieri di entrambe le parti caddero sotto limpeto degli avversari. Lelio e Publio fecero ci che ci si aspettava da loro e abbatterono diversi uomini. Publio continu a farsi strada fra i nemici che, pi che attaccare, sembravano limitarsi a proteggersi dai colpi. A poco a poco, molti africani abbattuti si rialzarono, montarono di nuovo a cavallo e cominciarono a ritirarsi. Lelio e Publio li osservavano stupiti. Non cerano quasi stati feriti fra i Cartaginesi e si stavano ritirando molto rapidamente.
Sempronio Longo ordin che lattacco proseguisse, avanzando sulla pianura e respingendo la cavalleria cartaginese. Dopo qualche minuto di combattimento, gli africani si voltarono e si ritirarono del tutto, galoppando rapidi sullerba e lasciando soli i Romani, padroni della spianata.
Vittoria! grid il console Sempronio Longo. Vittoria assoluta!
A terra erano rimasti numerosi cadaveri di entrambe le parti, ma per quanto osservasse i corpi caduti, Publio non vedeva un numero di morti tale da giustificare quella rapida ritirata di Cartaginesi. Si volt verso Lelio e lesse nei suoi occhi la stessa perplessit.
Sono gli stessi del Ticino, comment lufficiale ma  come se non lo fossero. Non combattevano cos quando ci hanno attaccati e abbiamo lottato per salvare il console.
S disse Publio. E non solo. Qui non hanno neanche cercato di circondare Sempronio.
La conversazione fra Publio e Lelio fu presto soffocata dalle grida di giubilo della cavalleria di Longo. Al centro dei cavalieri, lo stesso console, con le braccia in alto, offriva la vittoria agli di. Publio torn a guardare il punto in cui erano scomparsi i cavalieri africani. Non si vedeva nessuno. La pianura e le montagne circostanti erano deserte.

42
LA NOTTE PI LUNGA

Nei pressi del Trebbia, dicembre 218 a.C.
Maarbale si present subito davanti ad Annibale. Il generale aspettava nella tenda, insieme agli ufficiali, il rapporto del capo della cavalleria. Fra i capi cartaginesi quel pomeriggio cera anche Magone, fratello di Annibale, che lo aveva accompagnato dallIberia attraverso la Gallia e le Alpi, fino ad arrivare in Liguria dove si trovavano ora.
 andato tutto come previsto inizi a spiegare Maarbale. I Romani sono convinti e soddisfatti della vittoria.
Perfetto rispose Annibale. Ora ascoltatemi bene: fra due giorni li provocheremo di nuovo con la cavalleria e voglio che le legioni romane siano portate fin qui. Indic un punto su una mappa distesa sul tavolo, al centro del capannello formato dagli ufficiali. Prosegu rivolto al fratello maggiore. Magone, voglio che questa notte tu prenda parte delle truppe, poi ti dir esattamente quanti uomini, e che ti sistemi in questa zona. C un bosco. Devi raggiungerlo con il buio,  molto importante, senza essere visto.
Magone ascoltava con attenzione e accett la missione con un cenno del capo.
Allora  tutto chiaro concluse Annibale.  la notte del solstizio di inverno, la notte pi lunga dellanno. Questo ti conceder pi ore di buio, Magone, per raggiungere lobiettivo. Se tutto va bene, faremo in modo che dopo la notte pi lunga, il giorno pi corto ai Romani sembri il pi lungo della loro vita. Desidereranno che lalba non sia mai spuntata.

La notizia della vittoria della cavalleria romana sui Numidi di Annibale si sparse rapidamente per laccampamento romano nei pressi di Placentia. Il console Publio Cornelio Scipione, davanti ai rapporti che comprovavano le parole di Sempronio Longo, non pot pi opporsi e dovette cedergli il comando supremo su tutte le legioni, perch lanciasse una grande offensiva contro le posizioni cartaginesi. Quando Publio Cornelio gli ebbe consegnato le proprie legioni, Sempronio Longo usc dalla tenda senza una parola di ringraziamento e lasci il console ferito da solo con il figlio.
Fu il giovane Publio a iniziare la conversazione, mentre il padre, reclinato sul triclinium, si massaggiava il fianco e soprattutto la gamba, dove la ferita gli faceva ancora male.
Padre, ho un brutto presentimento e Gaio Lelio la pensa come me. La ritirata della cavalleria cartaginese  stata strana. Quegli uomini non sembravano affatto gli stessi contro cui abbiamo combattuto al Ticino, eppure erano loro.
Il console ascolt con attenzione, poi riflett per qualche istante prima di rispondere.
Forse Annibale sta di nuovo giocando con noi. Questo spiegherebbe molte cose: prima si  divertito con me, approfittando del fatto che avevo sottovalutato le sue capacit di generale e le sue truppe. Ho pagato cara la mia boria e se davvero  questa la strategia del cartaginese, ora toccherebbe a Longo. Le nostre per sono solo intuizioni, Publio, nientaltro. Non bastano per fermare unoffensiva come quella che prepara Longo. Nessuno lo convincer a vedere le cose come le vediamo noi. Inoltre, Sempronio Longo ha dalla sua i tribuni. O mi sbaglio di grosso, o la nostra lotta contro il generale cartaginese andr avanti cos per un po. Staremo a vedere dove, o per meglio dire, in chi Roma trover la guida saggia e coraggiosa che sapr affrontarlo. Ma questa  unaltra storia. Non dobbiamo anticipare eventi ancora incerti. Forse tutto si risolver in niente e domani allalba Sempronio Longo otterr la sua magnifica vittoria e Annibale non sar che un breve passaggio delle nostre vite, che non merita neanche qualche riga fra i ricordi. Ora quello che importa, la cosa fondamentale,  che tu abbia cura di te, figlio mio, domani in battaglia e nei giorni che verranno: combatti e adempi ai tuoi obblighi come ufficiale della cavalleria di Roma, ma proteggiti ogni volta che puoi, se la follia accecher il console nella sua ansia di vittoria a tutti i costi. Spero di non dover assistere al trionfo a Roma di un mentecatto come Longo, ottenuto con il sangue della mia famiglia. Hai capito, figlio? Che gli di non lo permettano.
Ho capito, padre.
Il giovane Publio si ritir per lasciar riposare il padre. Mentre tornava alla tenda, vide che allaccampamento fervevano i preparativi per la grande offensiva. I legionari pulivano le armi, affilavano le spade e le punte dei dardi e dei pila. Controllavano gli elmi, gli scudi e le corazze. Molti si esercitavano nella lotta corpo a corpo sotto la sorveglianza dei centurioni.
Allora di cena ogni attivit cess, perch fosse distribuito il rancio e i legionari potessero mangiare prima di andare a dormire.
Tito Maccio assaporava il vino. Erano settimane che non beveva. Sempronio Longo voleva ingraziarsi le truppe in vista della battaglia e aveva ordinato che fosse distribuita una coppa di vino  non di pi  a testa. I soldati mangiavano e lo stomaco pieno e lalcol li rendevano pi coraggiosi.
Secondo me domani vinceremo. Era Druso a parlare. I Cartaginesi se la sono data a gambe non appena siamo arrivati con la cavalleria e lo sanno tutti che la fanteria romana  molto migliore di quella cartaginese. Quando li avremo davanti e vedranno le nostre quattro legioni e tutte le truppe ausiliarie, si volteranno e torneranno da dove sono venuti.
Tito Maccio non ne era tanto sicuro, ma non volle contraddire lamico. Sospir. Dopo tanti anni di solitudine, Druso era diventato lamico che non aveva pi avuto dalla morte del vecchio traduttore greco, Prassitele, ai tempi in cui lavorava per la compagnia teatrale di Rufo. Tito Maccio riflett sul trascorrere del tempo, mentre cenava. Quanto erano lontani quei giorni e quanto gli sembravano ancor pi distanti. Era come se il periodo in cui preparava i vestiti degli attori, e qualche volta sostituiva perfino uno dei comici troppo ubriaco per reggersi in piedi, appartenesse alla vita di unaltra persona. Erano passati tanti avvenimenti e tante sofferenze fra quella vita e la sua condizione attuale di soldato, che sembravano due esistenze scollegate. Ma la vita era cos, almeno la sua. Adesso era un legionario dellesercito di Roma, che cenava insieme a un amico e ai compagni la sera prima di una grande battaglia, di una grande vittoria, stando ai pronostici di tutti. Chi poteva saperlo? Forse era la vigilia di un cambiamento definitivo nella sua sventura: un esercito vincitore era sempre ben ricompensato dal console trionfante e aver preso parte a una vittoria importante spalancava molte porte. Tito Maccio bevve lultimo sorso di vino e si sent pi sicuro di s di quanto non fosse mai stato in vita sua.
Magone marciava e cercava di intuire la strada da seguire fra le ombre proiettate da una tenue luna crescente. Lo accompagnavano mille fanti e mille cavalieri. Dietro alla cavalleria, i fanti camminavano a passo leggero evitando la boscaglia e le pietre del sentiero. Li circondava un freddo umido. La maggior parte degli uomini cercava consolazione nel ricordo di altri cieli stellati, lontani da l, nel loro paese. E avvolti nei ricordi della patria, con la certezza di essere guidati da un potente generale, serpeggiarono in silenzio, decisi a lottare senza tregua nella battaglia del mattino successivo.
Publio, il figlio del console, si sdrai nella tenda e alla luce di una lampada a olio inizi a leggere il testo che il padre gli aveva regalato: lEtica nicomacheadi Aristotele. Il suo greco era un po arrugginito, ma leggere a voce alta lo aiutava a riconoscere meglio il significato di ogni parola, mentre girava fra le mani i rotoli. Lesse per diversi minuti, anche se i suoi pensieri vagavano lontani, a Roma, finch un passaggio cattur la sua attenzione. I tre motivi dellamicizia: bene, piacere, utilit scriveva il filosofo greco. Orbene, quelli che si amano reciprocamente a causa dellutilit, non si amano per se stessi, ma in quanto ne deriva loro, reciprocamente, un qualche bene. Parimenti nel caso in cui si amino a causa del piacere: infatti, essi non amano gli uomini spiritosi per il fatto che posseggono quella determinata qualit, ma perch a loro risultano piacevoli. [] Per conseguenza, queste amicizie sono accidentali. Publio seguiva con interesse quelle frasi e non vide quindi lombra del soldato che si profilava sulla tela della tenda. Lamicizia perfetta, invece,  lamicizia degli uomini buoni e simili per virt: costoro, infatti, vogliono il bene luno dellaltro, in modo simile, in quanto sono buoni, ed essi sono buoni per se stessi. [] Ma  naturale che simili amicizie siano rare, giacch pochi sono gli uomini di tale natura. Inoltre, richiede tempo e consuetudine di vita comune. [] Per conseguenza, non  possibile accogliersi come amici, n essere amici, prima che ciascuno si sia manifestato allaltro degno di essere amato e prima che ciascuno abbia ottenuto la confidenza dellaltro3
In quel momento, il legionario che si avvicinava alla tenda fece scorrere la tela che dava accesso allinterno e il viso scuro e la folta barba di Gaio Lelio si stagliarono alla luce della lampada a olio. Il giovane Publio sussult. Le mani gli tremarono e per poco non lasci cadere i rotoli che stava leggendo.
Scusa se ti disturbo disse Lelio. Mi chiedevo se volevi bere in compagnia il vino offerto da Sempronio.
Publio lo guard.
S, certo.
Lasci i rotoli sul letto, spense la luce con un soffio e usc con Lelio.
Faceva freddo. I soldati del distaccamento di cavalleria di Publio e Lelio attendevano gli ufficiali. Quando arrivarono, lanfora di vino venne condivisa e furono riempite le coppe.
Alla vittoria! esclam uno dei soldati.
Tutti levarono le coppe e bevvero un sorso.
Publio pens a quanto fosse cambiato il suo rapporto con quegli uomini in poche settimane. Era evidente che il suo comportamento al Ticino, quando era partito in difesa del console, e quando aveva lottato per fermare i Cartaginesi sullaltra riva del fiume, aveva colpito i soldati. Si rivolse a Lelio.
Io e te beviamo anche a qualcosaltro.
A quello che vuoi.
Beviamo allamicizia disse il giovane Publio.
Lelio accett il brindisi con un movimento lento della testa e sollev la coppa, guardando il figlio del console.
Allamicizia! rispose con voce alta e chiara, e i due ufficiali bevvero fino allultima goccia, in un lungo sorso che li avrebbe uniti, anche se ancora non lo sapevano, per il resto della vita.
3Aristotele, Etica nicomachea, libro VIII, REAEdizioni, LAquila 2012.

43
LA BATTAGLIA DEL TREBBIA

Al fiume Trebbia, dicembre 218 a.C.
Quel mattino Tito Maccio si svegli gelato e con un sussulto per le grida che provenivano dallesterno dellaccampamento. Il fuoco si era spento e il vento gelido dellalba era accompagnato dal nevischio. Druso era raggomitolato a terra e allungava la coperta sottile con le mani nel tentativo inutile di coprirsi dalla testa ai piedi.
Tito si sforz di capire che cosa succedeva. Come lui, molti legionari si alzarono sorpresi dalle grida fuori dalla palizzata. I centurioni ordinarono a tutti di alzarsi e prepararsi a uscire e combattere: i Cartaginesi avevano fatto avanzare la cavalleria numida, che ora si avvicinava alla zona fortificata dei Romani.
Sempronio Longo si era alzato solo da dieci minuti. Dopo una rapida riunione con i tribuni, decise di lanciare lintera cavalleria contro i Numidi e, non contento, ordin che tutte le legioni si preparassero a seguire i cavalieri.
Oggi questi Cartaginesi capiranno contro chi combattono! esclam, gli occhi che brillavano, il fulgore nelle pupille e lansia nel cuore.
Tito Maccio afferr un pezzo di pane che si era tenuto da parte la notte prima e lo morse con avidit. Era morto di fame e il freddo non faceva che accentuare quellorribile sensazione di vuoto allo stomaco, ma il centurione del suo manipolo lo indic minacciosamente con la spada.
Non c tempo per la colazione, legionario! grid. Ordini del console! Tutti pronti a combattere! Mangerete dopo la battaglia!
Tito si infuri. Lunico motivo per cui era felice di essere nellesercito era che almeno l poteva mangiare con una certa regolarit. Da quando lo avevano spostato al Nord era intirizzito dal freddo e ora, come se non bastasse, gli negavano il cibo.
Lascia perdere disse Druso.  chiaro che oggi non ci daranno niente da mangiare finch non avremo sterminato qualche cartaginese, quindi prima ce la sbrighiamo prima mangeremo. Andiamo, seguimi.
La determinazione di Druso consol un po Tito Maccio, e i due uomini si misero lelmo e la corazza di cuoio, lunica che potevano permettersi i soldati delle truppe ausiliarie, poi presero le spade e i pila.
Andiamo, allora! concluse Tito.
Allaltra estremit dellaccampamento, la cavalleria romana era gi in formazione e pronta a uscire. Publio e Gaio Lelio erano a cavallo. Non si parlarono, ma intuivano che cera qualcosa che non andava. Il console Tiberio Sempronio Longo per aveva il comando assoluto, almeno fino a quando laltro console, Publio Cornelio Scipione, non si fosse ripreso. E non si discutevano gli ordini del console, meno che mai durante un attacco nemico.
La cavalleria romana usc al trotto dallaccampamento e un attimo dopo galoppava verso i Numidi. A cinquecento passi dalle fortificazioni romane, i cavalieri dei due eserciti si affrontarono in un duro combattimento, sferzati dal vento e dal nevischio dellinverno ligure. Il giovane Publio fer un paio di cavalieri numidi e Gaio Lelio fece altrettanto, disarcionandone uno ferito gravemente. I Numidi iniziarono a ritirarsi. Sempronio Longo diede ordine di seguirli e che le legioni uscissero dallaccampamento e seguissero la cavalleria romana, per appoggiarla.
I cavalieri africani fuggivano per la pianura e questo aument la sicurezza del console Sempronio. I Romani temevano solo le zone boscose, dove spesso i Galli della regione tendevano imboscate che causavano numerose vittime fra i legionari. Unavanzata su un terreno piano e sgombro, invece, non li spaventava. Un bosco in realt cera, ma i Numidi si allontanavano nella direzione opposta, verso il fiume Trebbia.
Quando arrivarono al fiume, i cavalieri africani spronarono i cavalli e lo attraversarono al galoppo, in un punto in cui le acque erano poco profonde. La cavalleria romana fece altrettanto e il console ordin che la fanteria la seguisse.
Tito Maccio entr nel fiume. Presto lacqua gli arriv prima alla vita e poi, al centro del fiume, quasi fino alle spalle. La corrente non era forte, ma lacqua era cos fredda che gli sembr che le ossa si congelassero. Not che Druso batteva i denti per il freddo.
Quando uscirono dal Trebbia, i legionari romani tremavano e avevano a malapena le forze per reggere le armi in mano. Solo la cavalleria, che si era bagnata appena fino alle ginocchia, sembrava in condizioni di combattere, ma non cera pi tempo per ritirarsi o pianificare diversamente la battaglia. Quando arrivarono alla pianura dallaltra parte del fiume, i Romani capirono esattamente che cosa li aspettava. In lontananza, Sempronio Longo vide lesercito cartaginese pronto a combattere.
Annibale ordin ai mercenari delle isole Baleari con le loro fionde e alla fanteria pi leggera, le lance pronte, di collocarsi davanti allesercito. Era la prima linea delle truppe puniche, composta da circa ottomila uomini. Dietro, in una grande falange, avanzava la fanteria pesante, formata dai soldati portati dallIberia, dai recenti alleati gallici, che avevano giurato odio eterno a Roma da tempo secolare, e dai soldati africani che avevano accompagnato Annibale, qualcuno perfino suo padre Amilcare, fin da Cartagine. In totale, circa ventimila uomini.
La cavalleria numida, nella sua manovra di ripiego, si divise in due grandi gruppi, che si unirono al resto dei cavalieri dellesercito punico, alle due ali della formazione. Gli africani schieravano cos un totale di diecimila cavalieri pronti alla battaglia. E, per terminare, il generale cartaginese aveva collocato due piccoli gruppi di elefanti, quelli sopravvissuti al passaggio sulle Alpi, insieme alle ali della cavalleria.
Annibale osservava il campo di battaglia da un poggio.
 tutto pronto disse. E Baal  con noi.
Nel freddo del mattino, la sua voce suon calda, piena di forza e di uno strano potere. Gli ufficiali si sentivano sicuri mentre attendevano il segnale del loro capo.
Sempronio Longo sentiva il freddo nelle gambe bagnate dallacqua del fiume, ma non bad al tremore di molti soldati di fanteria o al fatto che le truppe non avevano fatto colazione n al vento gelido che scorreva accanto al Trebbia.
Le legioni al centro! La cavalleria sulle ali, che protegga i fianchi mentre avanziamo!
Gli ordini furono trasmessi ai tribuni e ai decurioni e infine ai centurioni, fino a raggiungere tutte le truppe: circa sedicimila Romani e ventimila alleati.
La fanteria leggera romana fu la prima ad avvicinarsi ai Cartaginesi.
Congelati dal freddo, Tito Maccio e Druso trovarono un certo sollievo nella corsa, se non altro perch si scaldarono. Presto, in ogni caso, la paura di morire non lasci spazio ad altri pensieri: gli africani li accoglievano con una fitta pioggia di proiettili.
Tito e Druso si ripararono sotto gli scudi e videro i compagni pi lenti cadere attraversati dalle frecce nemiche. Preoccupati per la propria vita, non si accorsero che la cavalleria romana iniziava a cedere sulle ali. I Numidi attaccavano con unaggressivit che molti non si aspettavano e i fiduciosi cavalieri romani rimasero stupiti dalla furia di quella lotta corpo a corpo, a cui non erano preparati.
La maggior parte dei cavalieri romani conosceva i Numidi solo grazie a due apparenti vittorie, una ottenuta di recente sotto il comando del console Longo, per questo non capiva la ferocia con cui ora gli africani sferravano ogni colpo. Di conseguenza, molti perdevano posizione e altri, i pi coraggiosi, venivano feriti o abbattuti quando i compagni si ritiravano.
Publio e Gaio Lelio si ritrovarono di nuovo a lottare contro quei cavalieri e ai primi colpi riconobbero la tenacia che avevano incontrato sul Ticino.
Questa volta fanno sul serio! esclam Publio.
S, per Giove e per tutti gli di! rispose Lelio, mentre combatteva contro un robusto guerriero numida.
La turmadi Publio e Gaio Lelio manteneva la posizione a fatica e a costo di alcune perdite, ma il figlio del console si accorse che stavano rimanendo soli, mentre il resto della cavalleria romana retrocedeva sempre di pi.
Dobbiamo ritirarci! disse a Lelio, e questi accett senza discutere.
A poco a poco, nel modo pi organizzato possibile, retrocedettero per non venire circondati dai cavalieri numidi.
Con la ritirata dellumiliata cavalleria romana, i fianchi delle legioni rimasero scoperti. Anche Tito e Druso retrocedevano tanto rapidamente quanto glielo permettevano le gambe e gli scudi, che tenevano sollevati per proteggersi dai dardi e dai giavellotti. Non avevano quasi avuto modo di combattere. Solo qualche breve scambio di colpi con un gruppo di Iberi, le cui stoccate avevano intorpidito il braccio con cui Tito reggeva lo scudo. Mentre si ritiravano, i due amici non si resero conto della tragedia che si avvicinava. Le legioni di fanteria pesante combattevano contro il fronte cartaginese, mentre si difendevano dalle cariche dei cavalieri numidi sui fianchi.
Sempronio Longo, nella retroguardia, circondato da parte della cavalleria, osservava il disastro in cui si era trasformata la sua offensiva.
Non  niente di grave! Il nemico  forte, ma possiamo vincere! gridava e cercava di infondere sicurezza nella voce alzando il tono, ma il nervosismo trapelava nella strana vibrazione di quelle parole lanciate nel vento gelido, e gli ufficiali iniziavano a perdere fiducia in quel console che li aveva condotti non a una piccola sconfitta come sul Ticino, ma a un disastro militare dalle conseguenze incalcolabili. Che la cavalleria si riorganizzi! Torniamo ad attaccare!
Sempronio Longo non aveva ancora terminato di pronunciare quelle parole quando, dal bosco vicino, eludendo la retroguardia romana, una forza di mille cavalieri numidi e mille fanti cartaginesi si lanci sopra le truppe sguarnite della fanteria romana. Erano le truppe di Magone, il fratello di Annibale, che aveva seguito le istruzioni ricevute e si era nascosto fra gli alberi la notte prima, protetto dalla lunga oscurit del solstizio dinverno e dalla timida luna notturna.
La fanteria romana questa volta fu circondata completamente, mentre la cavalleria osservava impotente il disastro che incombeva sullesercito. Sempronio Longo tacque, quando gli ufficiali gli chiesero, ormai senza riserve e senza controllare la forma e il tono, di ordinare una ritirata generale prima che fossero massacrati completamente dai Cartaginesi. Il console, per, sentiva solo le grida dei soldati che cadevano uccisi e i barriti degli elefanti che calpestavano i legionari romani. Le bestie avanzavano, protette dai cavalieri numidi e dai loro alleati gallici e iberici.
Davanti alla passivit del console, diversi centurioni riunirono gli uomini che potevano seguirli e si fecero strada fra i nemici. Nessuno voleva attraversare di nuovo le acque gelide del Trebbia, men che meno circondati dai punici. Meglio aprirsi un varco da cui scappare insieme.
Tito e Druso furono avvantaggiati dal fatto che il raggruppamento si form poco distante da loro.
Diecimila legionari e soldati alleati riuscirono a salvarsi e, sfiniti, affamati e intirizziti, giunsero, dopo diverse ore di una lunga e triste marcia, alle citt di Placentia e Cremona, sotto il controllo romano, per ripararsi dietro le mura fortificate.
Publio e Lelio si ritirarono insieme al resto della cavalleria e attraversarono il fiume. A pochi metri di distanza videro il console Sempronio Longo che cavalcava a testa bassa, proteggendosi sotto il mantello dalla fitta pioggia gelida che ora li sferzava con violenza e abbatteva ancora di pi il morale delle truppe, ma che almeno aveva facilitato la ritirata.
Annibale osservava la ritirata romana sotto la pioggia scrosciante. Era fradicio. Gli ufficiali aspettavano lordine di ritirarsi o lanciarsi allinseguimento della fanteria e della cavalleria romana. Il generale opt per la ritirata. La pioggia era troppo fitta per proseguire le azioni militari e avevano gi raggiunto lobiettivo principale: infliggere una dura sconfitta alle legioni romane sul loro stesso territorio. Sui volti dei capi gallici e iberici leggeva lenorme fiducia che avrebbero riposto nelle sue decisioni a partire da quellistante.
Quel giorno iniziava la vera guerra contro Roma. Presto sarebbe arrivata la vittoria assoluta e il controllo del Mediterraneo occidentale sarebbe passato nelle mani di Cartagine, portando a compimento il piano del padre.
Annibale sorrise e agit i capelli per asciugarli, ma anche per non lasciarsi accecare dai sogni ancora da realizzare. Aveva molto lavoro da fare. Ed era un lavoro difficile.
Ci ritiriamo disse, e nessuno discusse lordine. I suoi uomini, del resto, non osavano neppure chiedere il motivo delle sue decisioni.
Gaio Lelio e Publio, seguiti dalla maggior parte dei cavalieri della turma, cavalcavano sotto la pioggia incessante.
Lelio si port accanto al giovane.
Ci siamo di nuovo salvati per un pelo.
Gi. Sembra che gli di siano dalla nostra parte.
Per salvarci la vita, forse, disse Lelio ma che strano modo di stare dalla nostra parte, se ci portano da una sconfitta allaltra. Inizia a essere scocciante. Sono stufo di ritirarmi, di vedere quanti uomini sono riuscito a salvare, delle conte quando si arriva allaccampamento, sporchi, stanchi
Ti capisco, Lelio, ti capisco.  uno strano modo. Non so se per il capriccio degli di o quello del nostro console al comando. Ma siamo qui, questa sera, e anche se immagino che Longo non avr pi voglia di distribuire vino, io e te ne berremo qualche buona coppa nella mia tenda, se ti va. Ci asciugheremo e ritroveremo le forze. Questa guerra  appena iniziata.
Lelio lo guard ammirato e stupito. Era affascinato da quella tenacia, anche dopo la serie di sconfitte militari che avevano accumulato quellanno fra il Ticino e il Trebbia. Merito della giovinezza, probabilmente. Lelio aveva ormai dimenticato lo spirito giovanile con cui intraprendeva una campagna. Era tutto nuovo. Il mondo era pieno di possibilit. Erano anni che aveva perso quelle sensazioni e ora, accanto a quel ragazzo, gli sembrava di tornare a provarle.
Nonostante la pioggia e il vento gelido, Publio colse lo stupore per le sue parole nello sguardo di Lelio.
Mio padre volle chiarire dice che a volte la pi grande delle vittorie si fonda su molte sconfitte. Speriamo che abbia ragione.
Speriamo ma, senza voler mancare di rispetto a tuo padre, su che cosa si basa il console Scipione per affermarlo?
Ha letto molto, ha letto molto. Avr imparato qualcosa da tutti quei testi di filosofia che mi passa a poco a poco.
Publio sorrise e Lelio scosse la testa.
Credo che ci servir qualcosa di pi delle storie di filosofi morti per fermare i Cartaginesi.
Publio conserv il sorriso, perch fosse chiaro che non la considerava unoffesa. Conserv il sorriso e la serenit. Prima o poi sarebbero arrivati alla vittoria e si sarebbe fondata sulle parole del padre e sui testi che gli consigliava. In qualche modo, ogni cosa sarebbe andata al suo posto e avrebbe seguito il suo corso.
Nel frattempo, non si poteva fare altro che resistere. Cerano il padre e lo zio Gneo, e finch loro avessero combattuto, tutto era possibile. Il giovane Publio si rese conto che era quella la sua vera forza: sapere che il padre e lo zio esistevano e che combattevano entrambi dalla sua parte.
Quella sera, Tito e Druso cenarono in silenzio. Tremavano ancora per il freddo e forse anche per la paura provata sul campo di battaglia. Trangugiarono le farinate di grano senza parlare, storditi dalle sofferenze che avevano condiviso, due soldati al servizio di Roma, in un esercito mal governato che si ritirava alla deriva.

LIBROIV
LA RESISTENZA DI ROMA

Patiendo multa, venient quae nequeas pati.
[A furia di sopportare molte cose,
verranno quelle che non potrai sopportare.]
Publilio Siro

44
GNEO IN HISPANIA

Hispania, settembre 218 a.C.
Gneo arriv in Hispania con le sessanta navi che suo fratello, il console Publio Cornelio Scipione, gli aveva ceduto per trasferire le due legioni con cui avrebbe attaccato i Cartaginesi e interrotto i rifornimenti che Annibale riceveva da quella regione.
Gneo Cornelio Scipione sbarc a Emporiae, una colonia greca amica di Roma, sulla costa nordorientale. Diversi ufficiali romani, sopravvissuti prima alle battaglie contro i Cartaginesi di Annibale e poi alle guarnigioni comandate da Annone, si avvicinarono per accoglierlo a braccia aperte.
Grazie a tutti gli di siete arrivati. Ci auguriamo che ora si possano eseguire gli ordini del Senato di Roma e che si riesca a recuperare il controllo di questa regione comment un centurione romano appena Gneo scese dalla nave.
Il Senato? chiese lui, gridando e interrompendo gli ufficiali che lo ricevevano. Il Senato, s, e mio fratello!  stato mio fratello a chiedermi di spazzare via i Cartaginesi dalla regione, dai Pirenei allEbro, ed  quello che far! Quello che faremo tutti! E alz ancor di pi il suo vocione profondo, per farsi sentire da chi si avvicinava alle navi e dagli uomini che iniziavano a sbarcare. Legionari di Roma, inseguiremo i Cartaginesi finch non avranno attraversato lEbro e se ne saranno tornati a casa loro con la coda fra le gambe. Li combatteremo a morte finch non avremo portato a termine il nostro compito! Poi si volt verso gli Iberi che, incuriositi e sorpresi, si avvicinavano per osservare lo sbarco delle truppe romane, e aggiunse: E che i capi degli Iberi decidano da che parte stare, e alla svelta, perch sar generoso con chi mi sosterr fin da subito, ma mi occuper personalmente di chi appogger i Cartaginesi, fino a fargli maledire il giorno in cui  venuto al mondo! E riferite ai Punici che andr a cercarli e che non voglio perdere troppo tempo, quindi che saltino fuori alla svelta e, se vogliono, che si portino anche i loro di, perch ne avranno bisogno!. Poi mormor fra s: Avevo proprio voglia di entrare in questa guerra e rimettere le cose a posto.
Gneo ordin alle legioni di disporsi in formazione e senza aspettare un solo istante inizi a marciare verso linterno della regione, alla ricerca di unenclave che gli Iberi chiamavano Cesse. Il suo obiettivo era localizzare le truppe di Asdrubale e Annone, lesercito che Annibale si era lasciato dietro perch mantenesse libere le vie di comunicazione e di approvvigionamento.
Dopo diversi giorni di marcia, un esploratore chiese il permesso di conferire con il proconsole. Gneo lo ricevette nella sua tenda, mentre mangiava pollo e beveva vino, consultava alcune mappe e ascoltava i rapporti dei tribuni.
I Cartaginesi hanno riunito le truppe a Cesse e sono pronti a combattere, mio generale.
Gneo annu e fece cenno allesploratore di lasciare la tenda. Subito dopo, continuando a mangiare e con le guance piene di cibo e di vino, trov il modo di dare istruzioni ai tribuni presenti.
Domani andiamo a Cesse e cancelliamo dalle mappe quellesercito! Che i soldati cenino bene questa sera e che bevano un po di vino, ma senza eccessi, che per quelli basto io. Qualche domanda?
Dopo le sconfitte subite in Hispania, non era detto che un attacco frontale fosse la tattica migliore, ma dallarrivo di Gneo Cornelio Scipione, molti Iberi avevano abbandonato i Cartaginesi e i capi delle trib si aspettavano una dimostrazione di forza da parte dei Romani. Evitare la battaglia sarebbe sembrato un segno di debolezza. Fra il mare di dubbi in cui si dibattevano i tribuni per capire come portare avanti quella campagna e la sicurezza e il piglio deciso del proconsole, non cera molto margine di manovra.
Marcio, uno dei centurioni pi esperti, prese la parola.
Sar fatto disse uscendo subito dopo dalla tenda, seguito rapidamente dagli altri. Sembrava che nessun ufficiale si trovasse a suo agio da solo con il proconsole.
Gneo allontan il piatto e avvicin a s la mappa della regione in cui si trovavano, mentre registrava la rapidit della risposta del centurione. Lucio Marcio Settimio. Gneo memorizzava sempre i nomi dei tribuni, dei decurioni e dei centurioni ai suoi ordini. Era uninformazione utile. Non capiva come facesse suo fratello Publio ad avere spazio nella testa per ricordare anche i dialoghi delle opere teatrali a cui assisteva. Gneo era pi selettivo. Si concentrava sul mondo militare: ufficiali, inventari e mappe, erano queste le cose che studiava con attenzione. Lucio Marcio Settimio. Un centurione pronto a eseguire gli ordini. Era sempre un fattore importante in una campagna.
Il giorno successivo, i Romani attaccarono in formazione perfetta. Le legioni avanzarono con il proconsole Gneo Cornelio Scipione in testa. La sua gigantesca figura si fece strada, insieme a diversi uomini di fiducia, fra le file cartaginesi e la sua audacia sembr contagiare come una scintilla il resto dei soldati. Il proconsole aveva collocato i manipoli al comando di Lucio Marcio alla sua ala destra. Sapeva che cos non avrebbe dovuto preoccuparsi di quel fianco. I Cartaginesi lottarono con tenacia, ma i Romani portavano forze fresche, che obbligarono gli africani a retrocedere prima un passo dopo laltro e poi in un fuggi fuggi generale. Quel giorno, ottomila Cartaginesi furono uccisi. La vittoria fu assoluta. Gneo Cornelio Scipione, coperto dal sangue rosso brillante dei nemici uccisi dalla sua spada, si rivolse ai suoi uomini dallalto della fortezza di Cesse.
Marte e Giove sono con noi, legionari! Da qui allEbro, finch non sbatteremo i Cartaginesi fuori dai nostri territori! I nemici di Roma devono rimpiangere il giorno in cui attraversarono questo fiume maledetto!
Gli uomini lanciarono urla di giubilo. La notizia si sparse fra le popolazioni iberiche: in Hispania cera un nuovo generale romano, un certo Gneo Scipione, coraggioso, sprezzante del pericolo, che aveva promesso una guerra senza esclusione di colpi contro i Cartaginesi e coloro che li appoggiavano, e che aveva appena spazzato via le truppe di Annone. Decine di capi iberici deliberarono nei villaggi. A partire da quel momento, bisognava pensare bene da che parte stare.

45
OCCHI NERI DALLO SGUARDO PROFONDO

Roma, gennaio 217 a.C.
Publio Cornelio padre era tornato a Roma per cedere la magistratura consolare a chiunque, terminato lanno di mandato, fosse scelto per quella carica e per riprendersi completamente dalle ferite del Ticino. Con lui erano rientrati anche parte delle truppe e il primogenito. Quel mattino di gennaio, padre e figlio camminavano per le strade trafficate di una Roma che si preparava alle elezioni consolari. Circolavano alcuni nomi come possibili candidati alla massima magistratura dello stato: Terenzio Varrone, Gaio Flaminio, Emilio Paolo, Gneo Servilio e, come sempre, Fabio Massimo, ma non era ancora chiaro chi fossero i favoriti.
Dove andiamo? chiese il giovane Publio lungo il tragitto. Percorrevano vicoli stretti e ampi viali a passo regolare, rapido e deciso, ma solo il padre sapeva dove fossero diretti. Il ragazzo era stupito dal recupero del pater familias. La ferita alla gamba era grave e profonda, eppure avanzava veloce e sicuro. Si notava un leggero zoppicare quando appoggiava la gamba offesa, ma se ne accorgeva soltanto chi era al corrente di ci che era avvenuto nei pressi di quel funesto fiume del Nord.
Andiamo a casa di Lucio Emilio Paolo fu infine la risposta.
Il giovane Publio divenne pensieroso. Lucio Emilio Paolo era stato console lanno precedente. Era una figura rispettata per le sue vittorie nella guerra di Illiria, nonostante Fabio Massimo avesse tentato di infangarla con accuse confuse di malversazione di denaro durante la campagna militare. Publio non sapeva quasi niente di lui, a parte il fatto che il padre ne parlava sempre con grande stima. Pens di chiedere il motivo della visita e della sua presenza, anche se credeva di conoscere gi la risposta alla seconda domanda. Da quando erano tornati dal fronte, il padre aveva insistito per presentargli tutti gli uomini influenti di Roma che conosceva, senatori, pretori, questori, censori. Il giovane Publio faceva del suo meglio per memorizzare i nomi, le cariche e lopinione del padre su ciascuno di loro. Non capiva il perch di tanta fretta nel presentargli tutte quelle persone in cos poco tempo, ma il genitore insisteva che erano in guerra e che in guerra tutto era possibile ed era meglio essere preparati. Il giovane Publio non comprendeva appieno il senso di quelle parole, ma sapeva che discutere con il padre quando aveva gi deciso qualcosa era inutile, quindi eseguiva i suoi desideri come se fossero gli ordini di un superiore sul campo di battaglia; perch, alla fin fine, a giudicare dal tono deciso di quel mattino, non cera poi tanta differenza.
Si avvicinano le elezioni consolari. Come sai,  probabile che Varrone sia eletto dai comitia centuriatacome il console in rappresentanza del popolo. Varrone  un pazzo. Temo seriamente che possa condurre Roma al disastro. Abbiamo bisogno di una persona con carisma e molta esperienza, che goda dellappoggio dal Senato e sia eletta come console insieme a lui.
Publio fu stupito di ricevere tante spiegazioni in un colpo solo. Per qualche motivo, il padre voleva che fosse al corrente di tutto ci che si decideva a Roma in quelle settimane.
Venti minuti dopo, arrivarono alla residenza della famiglia di Lucio Emilio Paolo. Era una vasta domusin cima a una collina, circondata da un ampio giardino. Lintera propriet era difesa da un muro alto pi di due metri e mezzo e da guardie armate alla porta. Oltre unenorme cancellata di ferro scuro, si intravedeva un lungo viale che portava allingresso principale della tenuta. Le guardie riconobbero subito Publio Cornelio Scipione e aprirono il cancello. Il padre era rispettato e benvoluto in quella casa. Quando il figlio lo segu, per, una delle guardie gli sbarr la strada e pretese una spiegazione.
Chi  la persona che ti accompagna, generale? Ho il permesso di lasciar passare solo un ristretto gruppo di persone conosciute dal mio padrone. E questo giovane non rientra fra loro.
Publio padre non si scompose e, quando rispose, nel suo tono non vi era traccia di irritazione o fastidio.
Sei un servitore fedele ed efficiente del tuo signore. Eseguire i suoi ordini ti fa onore. Colui che mi accompagna  il mio primogenito e vengo a presentarlo al tuo signore. Desidero che mio figlio conosca le persone che meritano di essere rispettate a Roma.
Capisco La guardia per continuava a non lasciarlo passare.
Se vuoi, possiamo aspettare qui mentre mandi qualcuno a chiedere al tuo padrone se mio figlio  il benvenuto in casa sua. Non ci offenderemo. Publio padre tacque, in attesa di una risposta.
Il soldato si dibatteva in silenzio. La soluzione non era facile. Il suo signore era una persona giusta, ma si irritava davanti a decisioni assurde. Stando agli ordini ricevuti, poteva far passare solo il padre, ma lasciare fuori dalla porta il figlio di uno dei migliori amici del signore della casa non era affatto ospitale e poteva essere considerato un eccesso di zelo.
Publio padre ebbe piet della guardia e decise di offrirgli una soluzione.
Forse potresti scortarci entrambi fino al cortile della domus, dove aspetteremo mentre informi il senatore del nostro arrivo. In questo modo dimostrerai ospitalit verso un amico del tuo signore e cautela nel trasgredire leggermente a un suo ordine. Lespressione di Publio Cornelio padre era quella di un generale abituato a impartire ordini e le sue parole trasmettevano fiducia come riesce a fare chi possiede una grande esperienza.
S rispose la guardia, sollevata. Faremo cos.
Il soldato lasci laltra sentinella accanto alla porta e accompagn padre e figlio fino allingresso della grande domus, dove permise loro di arrivare a un cortile. Al centro cera una fontana. Il mormorio dellacqua che zampillava e il fresco delle piante che circondavano il cortile infondevano una gradevole sensazione di calma e pace. Nonostante fosse inverno, era una giornata limpida e soleggiata. Il giovane Publio si sent a suo agio in quel luogo, con il cielo terso sopra di loro, laria fresca e lacqua che scorreva.
Lucio Emilio Paolo arriv ad accoglierli di persona.
Vedo che sei ancora abile nellarte della persuasione, vecchio amico mio furono le sue prime parole. E ti diverti a confondere i miei servitori. Io do un ordine preciso e poi arrivi tu e loro non sanno pi cosa sia meglio fare.
Volevi lasciarci aspettare per strada, vecchio furfante?
No di certo, no di certo. I due senatori si abbracciarono. Mi sembra giusto, ma mi stupisce la tua capacit di convincere la gente a fare quello che vuoi. Al Senato abbiamo sentito la tua mancanza questanno. Allora? disse poi guardando il giovane che lo accompagnava. Questo devessere tuo figlio. Mi correggo, il coraggioso primogenito, il tuo salvatore sul Ticino, giusto?
Giusto.
Il senatore Emilio Paolo si allontan di qualche passo per esaminare il ragazzo. Dopo qualche secondo si avvicin e prima che il giovane potesse reagire, si fuse in un abbraccio con lui. Aveva pi forza di quanto sembrasse, e il ragazzo sent lenergia dei muscoli e delle braccia possenti. Quando fu libero, Publio ebbe modo di parlare.
 un onore per me conoscerti. Mio padre ha grande stima di te.
Ah, ed  un bene? lo interruppe il vecchio senatore.
Publio, confuso, non seppe che cosa rispondere. Laltro rise e prosegu.
Conosco pi duno che solo per questo, perch tuo padre mi stima, non mi ha affatto in simpatia. Roma  una tana di lupi. Ma scherzo, come saprai, anchio stimo tuo padre. Ora per lasciamo perdere le chiacchiere e veniamo al motivo per cui sei qui, vecchio Publio. Sono molto felice di conoscere tuo figlio, ma avresti potuto presentarmelo al Foro nei prossimi giorni. Perch sei venuto fino a casa mia, cos lontano dal centro? E non ingannarmi.
Publio padre sorrise.
Non ci provo neanche. Le mie doti di persuasione non arrivano a tanto. Sai gi perch sono qui.
Ah Per la prima volta, Lucio Emilio corrug la fronte e divenne serio. Per quello non so, non so Non sei il primo che viene qui per la stessa ragione, ma non sono convinto.
Almeno permettimi di spiegarti le mie ragioni con calma insistette Scipione padre.
S, questo s. Si direbbe che io abbia dimenticato le buone maniere trattenendovi qui fuori
In quel momento, una ragazza comparve in cortile. Un po bambina e un po donna, un viso dai lineamenti delicati, la pelle scurita dal sole e una folta chioma nera, lunga e ondulata, che le scendeva sulle spalle e sulla schiena. Aveva un corpo rigoglioso, i seni che si profilavano sotto la tunica bianca che brillava nella luce chiara del mattino. Camminava lenta, come se i piedi sfiorassero appena il terreno, senza fare rumore. Rimase allingresso del cortile senza intervenire, osservando.
Quando il senatore si gir per accompagnare dentro gli ospiti, la vide. La giovane indietreggi di qualche passo, ma la voce impetuosa del padrone di casa la ferm.
Ah, mia figlia Emilia, sempre una piacevole sorpresa, la luce di questa casa e, dalla morte di sua madre, la speranza di questa famiglia. Vieni, ti presento due buoni amici.
La ragazza si avvicin e il senatore fece le presentazioni. Quando le fu accanto, il giovane Publio not la profondit del suo sguardo. Aveva gli occhi neri come i capelli, come la notte, ma caldi, dallo sguardo intenso, dolce, che infondeva tranquillit. Trasmettevano la stessa pace del mormorio dellacqua, del cielo limpido. Quando si fermavano e ricambiavano lo sguardo, per, vi si coglieva una punta di malizia, di complicit, di mistero.
Che cosa dici, Publio, prosegu il senatore non sar meglio se lasciamo i giovani fra loro, mentre noi due ci dedichiamo a dirimere il futuro dello Stato? Lo dico soprattutto per mia figlia. Non so che cosa pensi il tuo ragazzo delle tue lunghe spiegazioni, ma sono sicuro che saresti capace di annoiare Emilia mortalmente. Non hai piet quando parli di difendere Roma. E scoppi di nuovo a ridere.
Come vuoi. Siamo a casa tua.
Bene, allora  deciso. Il senatore si rivolse alla figlia. Emilia, visto che tuo fratello  a spasso al Foro, o almeno  quello che preferisco pensare, perch non accompagni questo coraggioso giovane in giardino e lo intrattieni, mentre io mi annoio con quel barboso di suo padre?
Come desideri, mio signore fu la rapida risposta di Emilia.
I senatori uscirono dal cortile e i due ragazzi rimasero soli. Publio non era preparato a una situazione del genere. Il padre gli aveva parlato di una visita formale a un importante senatore di Roma, per discutere di questioni fondamentali per la citt, la patria e il governo, e ora si ritrovava da solo con una donna giovanissima, molto bella, a cui non sapeva che cosa dire.
Non siamo obbligati a parlare, se non vuoi inizi Emilia. Voglio molto bene a mio padre e lo rispetto, ma gli piace mettere le persone in situazioni insolite, per vedere come reagiscono. Dice che  cos che si conosce davvero la gente. Dalle reazioni davanti allinatteso.
Publio ascolt in silenzio. Non era certo il modo in cui aveva immaginato di iniziare una conversazione con una giovane patrizia romana. Emilia non sembr stupita o scoraggiata da quel silenzio, almeno a giudicare dalla sua decisione e spigliatezza.
Mio padre ha suggerito di andare in giardino,  una giornata magnifica, credo che sar una passeggiata piacevole Se sei daccordo.
Publio finalmente disse qualcosa.
S, certo.
Parlare non  che parli molto pens la giovane Emilia mentre lo accompagnava verso lingresso della casa per uscire in giardino. Per  bello. Sorrise fra s.
Perch sorridi? chiese Publio, che non le toglieva gli occhi di dosso.
Erano gi in giardino. Laria fresca e il primo calore del mattino erano una miscela inebriante per i sensi, soprattutto se si era circondati da tutte quelle piante esotiche. Emilia esit prima di rispondere. Poi si decise.
Nessun motivo in particolare. Solo che qualche giorno fa mio padre e mio fratello hanno iniziato a parlare con insistenza del mio matrimonio, dellimportanza di scegliere con saggezza e non so che altro sullargomento, e
E? Quelle parole sembravano aver risvegliato linteresse dellospite. O era paura?
E allora mio padre ha iniziato a elencare i nomi dei buoni partiti possibili. E il tuo era il primo della lista.
Gi Il giovane Publio ebbe la conferma che quel mattino niente sarebbe andato come previsto. Decise di seguire il filo della conversazione che, quello era certo, era diversa da tutte quelle che aveva intavolato con una patrizia. E per questo hai sorriso.
S. Ho trovato buffo che qualche giorno fa mi avessero proposto il tuo nome come decisione saggia e poco dopo ti ritrovo qui, noi due ci ritroviamo qui, praticamente spinti da mio padre, soli.
Gi capisco. Ma  una coincidenza.
Credi? chiese Emilia.
Secondo me ci sono tre possibilit.
Cos tante? E quali sono? Emilia si sedette su una panca in pietra, sotto un alto pino ma al sole, perch lombra dellenorme albero cadeva pi lontano. Publio rimase in piedi.
Uno:  possibile che si tratti solo di una coincidenza, nientaltro; due:  possibile che tuo padre e il mio abbiano tramato per farci conoscere; tre: gli di desiderano che noi ci conosciamo.
E secondo te qual  la possibilit giusta? chiese uninteressatissima Emilia. Quel ragazzo era bello e, stando a ci che aveva sentito dire dal genitore, era anche un soldato eccellente e coraggioso, un eroe che aveva salvato il padre, un console di Roma, sul campo di battaglia, evitando che cadesse nelle mani dei Cartaginesi. Una prodezza simile non poteva lasciare indifferente la giovane patrizia.
Publio non sapeva che cosa rispondere. Altri pensieri gli si accalcavano nella mente. Aveva una certa esperienza con le donne sul piano sessuale, grazie alle prostitute da cui andava spesso con lo zio e a qualche schiava della casa del padre. Poi cerano le noiose chiacchierate con le giovani patrizie che gli erano state presentate per gli scopi migliori, di solito selezionate con cura dalla madre. Ma una conversazione arguta con una donna, che in pi era anche molto bella, era una novit per lui.
Non c bisogno che tu risponda. La voce dolce di Emilia si mescol ai suoi pensieri. Mi basterebbe che tu mi facessi un favore, un grande favore.
Se posso aiutarti, sar un piacere e un onore. Publio sent che le parole gli nascevano dal cuore con sincerit e non pot fare a meno di stupirsi. Si innervos un po, ma la calma di quella giovane lo avvolgeva e frenava i suoi dubbi.
Vedi, mio padre e mio fratello sono molto insistenti con questa storia del matrimonio e se li convincessi che un giovane romano, figlio di un senatore ed ex console di Roma, di uneccellente famiglia patrizia, ufficiale coraggioso,  interessato a me, fosse anche solo per un certo periodo, allora mi lascerebbero in pace, almeno per qualche settimana, magari qualche mese
Il giovane Publio ascoltava con attenzione.
Immagino che basterebbe che tu venissi a trovarmi ogni tanto, con una scusa qualunque. Basta che facciamo una passeggiata, anche senza parlare.
Publio medit sulla risposta mentre osservava i capelli della ragazza accarezzati dolcemente dalla brezza. Erano capelli magnifici, folti, che facevano venire voglia di accarezzarli. Infine parl. Emilia lo guardava con gli occhi che brillavano.
Capisco la tua preoccupazione e che ti metta a disagio il fatto che tuo padre insista con largomento del matrimonio e, anche se mi renderebbe felice poterti aiutare, tu sei la figlia di uno dei migliori amici di mio padre e non posso fare qualcosa che metterebbe in pericolo il legame fra i nostri genitori. Se ora fingessi di essere interessato a te e poi non mantenessi il mio impegno, sarebbe un affronto a tutta la tua famiglia. Difficilmente mi perdonerebbero, e a ragione, e sarebbe motivo di grande vergogna per mio padre.
Emilia abbass lentamente gli occhi. La brezza soave continuava a correre per il giardino e agitava leggermente i capelli lunghi e ondulati della ragazza.
S, certo, hai ragione. Perdonami. Credo di essere ancora una bambina in certe cose. Spero che tu non ti sia fatto una cattiva opinione di me.
No. Questa volta Publio rispose subito. No, affatto. Non mi sono offeso.
E volle aggiungere qualcosa per uscire da quel dialogo che si era complicato tanto.
Se non ti spiace, disse mi piacerebbe vedere il resto del giardino.
Emilia accett e si alz subito per guidare lospite fra gli alberi spogli e i pini sempreverdi. Cammin in silenzio accanto a Publio, poi si volt verso di lui.
Ammiri molto tuo padre, vero?
Il giovane cap che non sarebbe stato facile portare quella ragazza verso una conversazione frivola o leggera. Non gli dispiaceva, per. In un certo senso, quella passeggiata era gradevole e molto diversa da quella che avrebbe potuto fare con una delle tante giovani delle migliori famiglie di Roma che gli avevano presentato da quando era tornato dalla Liguria.
S, rispetto molto mio padre e riflett qualche istante prima di concludere per me  senza dubbio un modello da seguire Anche se a volte mi opprime cercare di essere alla sua altezza.
Non lo aveva mai confessato a nessuno. Fino a quel momento era stato solo un pensiero silenzioso nella sua mente, che allimprovviso aveva acquistato voce e forma.
S, ti capisco, anche a me succede qualcosa di simile. La voce dolce della giovane sembrava fondersi con il vento. Anchio non voglio deludere le aspettative di mio padre e di mio fratello, ma non  facile.
Lucio Emilio Paolo osservava la figlia da una delle finestre della domus. Con la consueta eloquenza Publio gli parlava di Roma, della guerra, del Senato e delle elezioni consolari per lanno a venire, per convincerlo a presentare la sua candidatura. Il senatore guardava dalla finestra e ascoltava le parole dellamico. Il suo interesse per era conteso fra i ragionamenti dellospite sul Senato e la scena che si svolgeva nel giardino di casa sua.
La conversazione fra il giovane Publio ed Emilia fu interrotta dallarrivo dei senatori. Il primo a parlare fu il padrone di casa.
Figlia mia, la visita in giardino  stata apprezzata dal nostro nobile invitato?
S, credo che gli sia piaciuta.
 cos conferm Publio.
Bene, bene, me ne rallegro. Rivolgendosi allamico, Emilio Paolo prosegu. Io e tuo padre per questa mattina abbiamo terminato con le questioni di Stato e credo che altri doveri ci reclamino in citt. Non  cos, Publio?
Esatto conferm laltro. Andiamo, figlio mio. Con il permesso del pater familiasdi questa nobile casa, spero
Certo, certo. Emilio Paolo fece per accompagnarli allingresso della propriet, dove le guardie continuavano a sorvegliare lentrata.
Il giovane Publio vide che Emilia li seguiva al braccio del padre. Si mossero tutti insieme conversando del tempo magnifico di quella mattina invernale. Publio pensava a quanto fosse diversa quella chiacchierata dal dialogo intenso di qualche minuto prima con la figlia del senatore. Per un attimo sent la mancanza di quel breve scambio di opinioni.
Arrivati alla cancellata, il padre si conged cordialmente dal senatore Emilio Paolo. I giovani si guardarono, e in quel momento Publio prese la parola.
Mi chiedo, nobile Lucio Emilio Paolo, se la mia persona sarebbe la benvenuta in questa casa, se tornassi qui in visita da solo senza essere accompagnato da mio padre.
Non era abituale che un giovane ufficiale, per quanto figlio di un console, si rivolgesse in modo cos diretto a un senatore e chiedesse il permesso di essere ricevuto in casa sua in qualunque momento.
Publio padre guard il figlio senza traccia di rimprovero, ma con unevidente espressione di sorpresa. Il senatore interpellato rimase in silenzio per qualche istante. Emilia inspir profondamente. Le guardie che avevano sentito la richiesta del giovane ufficiale attendevano la risposta del loro signore.
E sia disse Emilio Paolo. Ordino che il figlio di Publio Cornelio Scipione, che porta il suo nome, sia il benvenuto in questa casa, quando vorr onorarci della sua presenza. Un giovane ufficiale di Roma della famiglia degli Scipioni sar sempre ospite gradito a casa di Lucio Emilio Paolo.
Grazie. Ti ringrazio sentitamente per questo riguardo verso la mia persona. Spero che sar allaltezza dellonore e della fiducia che riponi in me.
Le guardie avevano sentito lordine del padrone e ne avevano preso nota. Non avrebbero mai pi dovuto impedire laccesso a quel giovane nella domusdel loro signore, come era accaduto quel mattino.
E
Altro ancora? Mio caro Publio, disse Emilio Paolo rivolto allamico le richieste di tuo figlio sembrano non avere fine.  sempre cos?
No, in realt no. Non  sua abitudine rispose Publio padre guardando il primogenito.
Allora?
Posso rivolgermi un attimo a tua figlia?
Emilia era rimasta indietro di qualche passo e si teneva a una distanza rispettosa dagli uomini che si salutavano sulla porta. Per non si era persa una sola parola della conversazione fra il giovane Scipione e il padre.
Lucio Emilio Paolo si volt verso la figlia. Gli occhi della ragazza brillavano e le guance erano accese ma non arrossate, teneva la testa alta, senza abbassare lo sguardo. Era evidente che si sforzava di controllare le proprie reazioni. Aspettava la risposta del pater familias.
S, se ti fa piacere, puoi parlare con lei.
Il giovane Publio avanz di qualche passo fino ad arrivare vicino a Emilia. Parl in fretta, per non abusare della pazienza del senatore.
Spero di poterti rivedere, se la cosa ti facesse piacere, intendo.
Sar molto felice di rivederti fu la risposta altrettanto breve di Emilia, che questa volta s, abbass gli occhi, e a bassa voce, per non farsi sentire dal padre, aggiunse: E grazie di fingere di essere interessato a me. Pensavo che non avessi accettato di farmi questo favore.
Non lo faccio.
Emilia torn a guardare Publio negli occhi, confusa.
Non fingo. Detto questo, il ragazzo si volt prima che Emilia potesse rispondere.
Padre e figlio della famiglia Scipione si congedarono e Lucio Emilio Paolo e la figlia li guardarono allontanarsi.
Ecco due uomini nobili di questa citt disse il senatore. In questi tempi difficili abbiamo bisogno di pi persone come loro. Dopo qualche istante di silenzio, aggiunse: Allora, vuoi mostrare anche a me il giardino che esercita tanto fascino sui ragazzi di questa citt, o le passeggiate sono riservate alla giovent?.
Sono riservate anche a mio padre, senza dubbio, sempre che lui desideri la compagnia della figlia fu la risposta di Emilia, che per ebbe bisogno di un notevole autocontrollo per non lasciar trapelare le emozioni che la attanagliavano e la facevano navigare nella confusione assoluta e nella felicit pi strana che avesse mai provato.
Il padre di Publio non fece commenti mentre tornavano a casa, ma ormai aveva la certezza che il figlio avesse trovato qualcosa, o meglio, qualcuno, con cui occupare il tempo libero quando lui fosse partito per lHispania.

46
IL NEMICO CIECO

Fra la Liguria e lEtruria, febbraio 217 a.C.
Cerano due nuovi consoli a Roma: Gneo Servilio Gemino e Gaio Flaminio. Erano entrambi generali veterani che avevano fatto esperienza nelle campagne precedenti. Nella sua tenda, Annibale valutava linformazione, seduto su una poltrona ricoperta di pelli di pecora per mitigare il freddo del duro inverno ligure. Servilio era rimasto a Roma, a quanto pareva per adempiere scrupolosamente i complessi precetti religiosi romani e ottenere il favore degli di. Flaminio invece, pi agile, pi deciso e meno ligio ai doveri religiosi, era gi diretto al Nord per affrontare linvasore straniero. Annibale sorrise fra s. Il console romano si era stabilito ad Arretium, fra lUmbria e lEtruria, con lidea di sbarrargli la strada verso sud. Il generale ascoltava i rapporti degli ufficiali, mentre controllava le mappe aperte davanti a lui, su un ampio tavolo in legno che i soldati si portavano dietro da un posto allaltro, perch il loro capo potesse decidere con calma la strategia da seguire. Lesercito aveva accumulato cos tanti successi dai primi combattimenti in Iberia, che gli uomini nutrivano una fiducia sconfinata nel loro generale. Ogni tanto gli ufficiali avevano qualche dubbio, ma quando Annibale rendeva pubbliche le sue decisioni davanti ai soldati africani, prima nella loro lingua e poi in uno zoppicante idioma iberico a vantaggio dei mercenari, nessuno osava opporsi. Il generale inoltre si era circondato di un piccolo numero di interpreti, per assicurarsi che i suoi messaggi arrivassero a tutti i soldati che formavano il complesso amalgama del suo esercito. Gli ufficiali sapevano bene quanta simpatia provassero le truppe, soprattutto quelle africane e iberiche, per il generale. Per questo quel giorno erano particolarmente a disagio, perch non erano daccordo con lui sulla strategia da seguire.
Insistevano per affrontare una strada pi lunga e lenta per raggiungere le legioni di Gaio Flaminio, ma Annibale la pensava diversamente. Guard in silenzio le mappe finch nella sua testa non fu tutto chiaro. Solo allora si espresse con decisione.
Andremo in linea retta passando di qui. Indic unarea. Gli ufficiali scuotevano la testa in segno di manifesto disaccordo. Lo so continu. So che la regione questinverno  stata inondata dal fiume che qui chiamano Arno, ma  la via pi rapida e lunica che non sia sorvegliata dai Romani. Gli esploratori lhanno confermato ed  un fattore fondamentale. In quattro giorni potremo essere in Etruria, a sorpresa, senza che nessuno abbia controllato i nostri movimenti, e cominceremo a saccheggiare la regione. Dobbiamo fare in modo che Flaminio ci attacchi prima che laltro console lo raggiunga.  la nostra migliore opportunit. Se lasciamo che i due consoli si uniscano, la nostra vittoria sar difficile. Non possiamo pi contare sul loro disprezzo per il nostro esercito, come sul Trebbia.  meglio addentrarci in terreni inondati che passare per strade asciutte, pi lunghe e controllate dai Romani, e poi scontrarci con tutte le legioni riunite. E non sto chiedendo la vostra opinione. Sto dando un ordine.
Annibale si alz. Pieg le mappe e usc. Gli ufficiali non osarono opporsi e pochi minuti dopo le sue istruzioni venivano diffuse ai contingenti del potente esercito.
Limponente macchina da guerra cartaginese abbandon la regione, accompagnata dai rinforzi delle trib di Galli liguri che si erano uniti alle truppe iberiche, puniche e numide. Allinizio avanzarono su un terreno asciutto e a parte le lunghe ore di marcia ininterrotta, la pioggia costante e la fatica, non incontrarono altri problemi. A mano a mano che si muovevano verso sud, per, la terra cominci a non essere pi solo umida per la pioggia, ma fangosa, e poi il fango si trasform in un pantano, formato da acque dense e appiccicose. I soldati affondarono prima fino alle caviglie e poi alle ginocchia. Annibale era alla testa dellesercito e anche lui affondava in quellacqua stagnante, dopo le grandi piene dellArno, ma non cedeva nella sua determinazione.
Trascorse cos il primo giorno, fra la fatica, la pioggia e le acque paludose. Era solo linizio di un nuovo calvario. Il peggio doveva ancora venire. Stava per calare la notte, ma allorizzonte non si intravedeva un posto abbastanza asciutto e stabile per potersi accampare. Quando il sole era quasi tramontato, Annibale si sfreg gli occhi con le mani sporche di quellacqua densa e puzzolente. Non cera un solo posto in vista dove stabilire un accampamento provvisorio. E non avrebbero fatto in tempo a tornare indietro. Le guide galliche confermarono che il terreno proseguiva identico per decine e decine di chilometri. Il generale torn a sfregarsi gli occhi. Sentiva un bruciore strano, che lo innervosiva.
Dormiamo qui. Che gli uomini riposino come possono. Non monteremo le tende. Non c posto, non c un terreno solido su cui fissarle, ma voglio sentinelle per tutta la notte a cinquecento passi dalla colonna dellesercito, su entrambi i fianchi. Dormiremo sullequipaggiamento fradicio fino allalba, poi proseguiremo. Gli animali resteranno alle intemperie. Quelli che non sopravvivranno saranno abbandonati.
Cos disse il generale, poi lanci parte del suo equipaggiamento a terra. Le tele e il legno affondarono nellacqua melmosa, fino a toccare il fondo e formare una sorta di terreno artificiale. Annibale vi butt sopra le pelli di pecora, si sdrai e chiuse gli occhi. Il bruciore continuava e torn a grattarsi gli occhi senza rendersene conto, mentre il sonno si impadroniva del suo corpo.
I suoi uomini cercarono di imitare il generale: buttarono lequipaggiamento nelle acque viscide che li circondavano e lo coprirono con i mantelli per poi sdraiarcisi sopra, sotto le coperte. Erano condizioni orribili per conciliare il sonno, ma sapere che il loro capo era nella loro stessa situazione li faceva sentire vicini a lui, e nessuno degli Iberi o degli africani protest. Per i Galli liguri, che si erano uniti da poco alla causa cartaginese e a quella strana spedizione contro Roma, era diverso. Non capivano il motivo di tanta fretta. Loro aspettavano da anni di vendicarsi su Roma e non vedevano che bisogno ci fosse di tagliare per quei pantani, ma la disciplina inflessibile delle truppe veterane puniche non tollerava alcuna lamentela.
Quella notte, Annibale si svegli pi di una volta per il bruciore agli occhi. In particolare, gli faceva male il sinistro. A un tratto, svegliato da quel dolore terribile, not la timida luce dellalba allorizzonte che profilava a est la sagoma degli Appennini. Fece chiamare i medici che accompagnavano lesercito. Stava bevendo una tazza di latte scaldato al fuoco di un fal, quando lo raggiunsero due uomini sulla quarantina, la barba folta, i capelli bianchi, incredibilmente magri. Il generale interruppe la colazione e permise ai due di visitarlo. I medici esaminarono gli occhi con cura e poi si guardarono. Infine, quello che sembrava pi anziano si rivolse al paziente.
Si tratta di una brutta infezione, mio generale.  per via di questa strana umidit. Se non vuoi perdere la vista, dobbiamo allontanarci da qui e cercare al pi presto un cammino asciutto. Nel frattempo, faremo impacchi di fango e camomilla per calmare il gonfiore e il bruciore.
Annibale ascolt con attenzione.
Non possiamo abbandonare questa strada.  indispensabile raggiungere lEtruria il prima possibile.
Allora Il medico che aveva parlato esit.
Allora?
Puoi perdere la vista, mio generale. Puoi restare cieco. Dovremmo tornare indietro il prima possibile.
Non  possibile. Annibale scosse la testa con decisione, ma non si rivolgeva pi ai medici. Era come se parlasse a se stesso. La posta in gioco  troppo alta, troppo.
Chiam le guide galliche e chiese quanto tempo ci volesse per uscire da quei pantani procedendo verso sud.
Ancora tre giorni o quattro, generale.
Poi si rivolse ai medici.
I miei occhi reggeranno ancora tre giorni in queste condizioni?
I due uomini rimasero in silenzio.
E se andassi a cavallo?
Questo migliorerebbe le cose. Pi lontano starai dallacqua, meglio sar.
E se procedessi in groppa a Sirius, lelefante che ci  rimasto?  molto pi alto di un cavallo. Resterei lontano dallacqua, almeno di giorno. Fra questo e gli impacchi, che cosa succederebbe?
I medici stringevano la barba nel palmo della mano e la tiravano. Volevano dare la risposta migliore, ma erano timorosi e abbastanza esperti da essere cauti.
Ditemi chiaramente come stanno le cose insistette il generale.
Fu di nuovo il pi anziano a rispondere.
Locchio sinistro  in gravi condizioni. Se non torniamo indietro, sicuramente perderai la vista da quella parte. Forse con gli impacchi e se procederai in groppa allelefante, lontano dallacqua, potremo salvare laltro. Forse tutti e due.  difficile da pronosticare. Dipende da quanto impiegheremo a uscire dal pantano e dalla pioggia. Hai bisogno di curare entrambi gli occhi, di riposare su un terreno asciutto e vedere come evolve la situazione. Non posso dire altro.
Ora era Annibale a tirarsi i lunghi capelli. Si strofin gli occhi con una mano.
No, mio signore, non devi toccare gli occhi, no. Prepareremo del fango con la camomilla, ma non strofinarli. Non farebbe che peggiorare la situazione.
Il generale esal un profondo sospiro, ma obbed.
Il prurito  terribile disse.
S, senza dubbio annu il medico. Limpacco lo calmer un po.
Daccordo. Poi, rivolto alle guide galliche: Altri tre o quattro giorni, dite, prima di uscire dai pantani?.
Esatto, mio signore.
Annibale annu in silenzio. Alcuni ufficiali assistevano turbati alla conversazione. Il generale valutava se valesse la pena rischiare di perdere la vista pur di ottenere un incerto vantaggio militare. Non capivano. Nessuno sapeva che dire. Del resto, non sembrava nemmeno che il generale cercasse consiglio.
Allora proseguiamo. La notte ci fermeremo il meno possibile. Procederemo senza sosta. Star in groppa a Sirius. Voi mi applicherete gli impacchi e io resister al dolore e al prurito senza toccarmi il viso. Fra tre giorni saremo fuori da questi pantani.
Avanzarono senza sosta con lunghe marce diurne, fino a portare uomini e animali allo sfinimento. Quando uscirono dai pantani, Annibale, sconsolato per il dolore agli occhi, quasi cieco, si rifugi nella sua tenda, ma prima di stendersi per riposare ordin agli ufficiali di attaccare le principali citt della regione. Maarbale esegu la consegna con disciplina.
Nei giorni successivi, mentre il generale si dibatteva fra la luce e le ombre sotto le cure dei medici, lesercito cartaginese conquist le citt di Faesulae e Biturgia. Il piano proseguiva: mettere a ferro e fuoco lEtruria, in modo che il console Flaminio decidesse di attaccare da solo, senza aspettare larrivo di Servilio e dei suoi rinforzi.
Quando Gaio Flaminio ricevette i rapporti della caduta di Faesulae e Biturgia, sospir profondamente e ordin che le legioni si preparassero a mettersi in marcia. Fu la sua prima reazione, ma poi ci ripens e si trattenne. Decise di aspettare Servilio ancora per qualche giorno. Riconosceva lo stesso stratagemma con cui Annibale aveva manipolato i consoli lanno precedente e non voleva cadere nella trappola. Aspett e aspett e continu ad aspettare.
Nella sua tenda, Annibale riceveva i rapporti di Maarbale sulla conquista delle citt dEtruria con gli occhi bendati, in attesa del responso dei medici, che dovevano chiarire se il grande nemico di Roma sarebbe diventato un nemico cieco.

47
TRASIMENO

Etruria, fine della primavera del 217 a.C.
Allalba Tito guard il cielo da sotto la coperta ormai lisa e consunta dopo le lunghe notti dellinverno precedente.
Sar una giornata limpida e calda e il sole splender con forza. Lestate  arrivata. Ne sono felice. Ho bisogno di luce e calore: il sole mi mette di buon umore.
Druso non era sicuro che fosse un bene.
Non so inizi. Non mi fa presagire nulla di buono. Con il bel tempo il nuovo console avr voglia di entrare in battaglia e visto come stanno le cose, credo che sarebbe meglio per tutti se ce ne restassimo tranquilli in una citt ben fortificata, mentre quel cartaginese fa i propri comodi finch non si stufa.
Tito avrebbe voluto ribattere, ma non sapeva come difendere il proprio ottimismo.
Forse sugger questo console  migliore del generale che ci ha guidati nel disastro del Trebbia.
Pu darsi, rispose Druso ma non  molto religioso. Ha lasciato Roma senza portare a termine i sacrifici necessari. Servilio, laltro console,  rimasto in citt per completare le offerte agli di e ha seguito alla lettera le istruzioni del pontefice massimo e le leggi sacre. O almeno cos dicono.
Non pensavo che fossi un uomo religioso, Druso.
Non lo ero, ma le sconfitte ti costringono a riflettere, a pensare. Molti dicono che non aver seguito lordine corretto dei sacrifici e non aver fatto le offerte che bisognava fare al momento giusto ci abbia allontanati dagli di, che quindi ci hanno abbandonati.
Tito scosse la testa.
Non credo in queste cose. Non dico che non si debbano fare le offerte, ma non penso che gli di ci abbiano abbandonati. Insomma, non so, forse un buon generale
Chi pu dirlo? lo interruppe Druso. Speriamo. Annibale  entrato a Faesulae e a Biturgia e prosegue verso sud. Tutti pensano che la cosa migliore sia aspettare larrivo delle legioni di Servilio, ma vedremo come la pensa il nostro amato generale. Speriamo che sappia fare qualcosa di pi che dare il suo nome alla lunga via Flaminia che ci hanno obbligati a percorrere lanno scorso da Roma.
Tito si sedette accanto allamico. Insieme, in quella primavera che si allungava sulla penisola italica, osservarono lanimazione dellaccampamento. Nel profondo, sperava che la nuova stagione portasse qualche motivo che giustificasse il suo ottimismo.
Gaio Flaminio aspettava gli ultimi rapporti: Annibale evitava di dirigersi ad Arretium, dove si trovava lui con le legioni, e proseguiva verso sud. Stava attaccando Cortona, non lontano dal lago Trasimeno. Avanzava verso Roma cercando di non affrontare le truppe romane.
Pensate ancora che dovremmo aspettare larrivo di Servilio? domand il console agli ufficiali.
I tribuni esitavano. Dopo ci che era avvenuto a nord, al Ticino, e soprattutto dopo il disastro del Trebbia, la cosa pi sensata era aspettare, ma era evidente che non si poteva restare impassibili mentre Annibale devastava lEtruria, si impadroniva delle citt, saccheggiava tutto ci che incontrava e, come se non bastasse, si dirigeva a sud, disdegnando il confronto con le legioni appostate in quella zona. Era difficile rispondere.
Il console li fiss con sguardo fermo.
Vi ho fatto una domanda e aspetto una risposta.
Annibale, in groppa a un enorme cavallo nero, dirigeva lattacco contro Cortona.
Un giovane ufficiale gli si avvicin con una notizia che aspettava con ansia.
Mio generale cominci, poi attese che laltro si voltasse prima di proseguire.
A quel punto vide il viso di Annibale, con la benda scura sullocchio sinistro. Lo sguardo del solo occhio destro era cos intenso che lufficiale rifer il messaggio con gli occhi bassi.
Mio generale, il console Flaminio si trova ancora ad Arretium con le sue legioni. Non  stato registrato alcun movimento.
Bene. Prima o poi si muover. Si muover e noi saremo l ad aspettarlo. Dopo un istante, aggiunse: C qualcosa che ti infastidisce nel mio viso? Perch non mi guardi, mentre ti parlo?.
Il giovane ufficiale alz lentamente il viso. I comandanti intorno ad Annibale percepirono la tensione che stringeva il giovane come una morsa. Da quando aveva perso la vista da un occhio, il loro generale era diventato acido e suscettibile. Adesso era pi distante, freddo, quasi gelido. Prima la sua sola presenza ispirava rispetto, anche un po di paura in chi lo conosceva appena. Ora tutti si sentivano degli estranei davanti a lui. Nessuno sapeva che cosa pensava. Non era impazzito. I suoi ordini da quando erano usciti dai pantani erano stati precisi e diverse citt erano cadute. Forse il merito era anche di Maarbale, il suo luogotenente, o di Magone, il fratello minore, ma il piano generale continuava a essere tracciato da Annibale.
Non c niente nel tuo viso che mi infastidisca, mio generale si giustific il giovane ufficiale. Ho abbassato lo sguardo in segno di rispetto. In pochi ci sentiamo degni di guardarti direttamente negli occhi Si rese conto di aver commesso un errore prima ancora di aver terminato la frase. Non era quello che intendeva, voleva dire che lo rispettava, che tutti lo rispettavano moltissimo, che lo adoravano, e se nera uscito con quella sciocchezza degli occhi. Avrebbe voluto che la terra lo inghiottisse in quel preciso istante o che gli di lo aprissero in due con un fulmine, piuttosto che ascoltare la riposta del generale.
Gli occhi, hai detto, ufficiale? Quali occhi, se me ne resta solo uno? tuon Annibale.
Un silenzio teso scese sui presenti. Lufficiale cap che quello era il suo ultimo giorno. Deglut. Attese la sentenza. Maarbale pens di intercedere. Non cera stata malafede, erano solo parole dette senza pensare, inopportune ma non malevole. Stava per intervenire, quando il generale parl di nuovo.
Divertente. Non guardarmi negli occhi quando me ne resta solo uno buono. Solo uno, capisci, soldato? E Annibale scoppi a ridere, una risata che risuon nella valle in cui erano accampati, una risata contagiosa che presto si estese a tutti i presenti. Perfino il giovane ufficiale, la fronte coperta da un sudore gelido, lo stomaco stretto in un nodo che a malapena gli permetteva di respirare, abbozz un timido sorriso.
Infine, quando tutti ebbero cessato di ridere, Annibale conged linformatore.
Torna al tuo posto, ufficiale dellesercito di Cartagine. Sei stato un bravo servitore. E puoi dire a tutti che Annibale ha perso la vista da un occhio, ma che con laltro vede pi lontano e meglio dei quattro occhi dei due consoli di Roma.
Il giovane si allontan rapido e anche se gli ci vollero un paio dore per ritrovare la calma, quando si fu ripreso cominci a raccontare ad amici e compagni le parole del capo. Nel giro di poche ore, tutto lesercito di Cartagine parlava del generale guercio e della sua incredibile capacit di trasformare le sventure del destino e della guerra in audacia e determinazione contro Roma.
Nel frattempo, Annibale conversava con Maarbale.
Flaminio uscir dal suo nascondiglio e lo far presto. Spargi la voce che dopo aver preso Cortona ci dirigeremo verso sud, a Roma. Sar sufficiente. Anche i Romani hanno orecchie fra i nostri. Tutti questi Galli che ci accompagnano non so se ci si pu fidare.
Sar fatto, mio generale.
Annibale si allontan e cavalc per qualche minuto da solo, seguito da vicino dagli uomini che lo scortavano e contemplavano lassedio della citt.
Allalba, il console Gaio Flaminio usci dalla tenda e and dritto dai suoi ufficiali.
Andiamo! Tutti in piedi, partiamo per Cortona e il lago Trasimeno! Se  l che si trova Annibale, e l che dobbiamo dirigerci.
I tribuni continuavano a non essere convinti, ma il console non aspett una risposta e mont a cavallo. Tir le redini e, a sorpresa, lanimale si innervos, nitr e alz le zampe anteriori, agitandosi in modo strano. Il console si sforz di conservare lequilibrio, ma lanimale si erse a tal punto che lui non riusc a restare in sella e cadde a terra. Il colpo sul duro terreno dEtruria fu doloroso, ma Flaminio non si concesse la minima lamentela. Mentre si rialzava, due soldati avevano preso lanimale per le redini e cercavano di calmarlo.
Era un cattivo presagio. Il console sapeva che gli ufficiali attribuivano molta importanza a eventi simili, ma non cedette minimamente nella sua determinazione. Si scosse via la polvere, inghiott il dolore alla spalla e torn a salire in groppa allo stesso cavallo.
Andiamo, ho detto!
Ancora una volta, non aspett una risposta. Cavalc fra le file di tende dellaccampamento e ordin ai centurioni di mettere in moto lenorme macchina dellesercito consolare, composto da due legioni, dalle truppe alleate e dalla cavalleria. La maggior parte dei legionari non aveva visto cadere il console e la determinazione di Flaminio li incoraggiava. I soldati apprezzavano laudacia sopra ogni altra virt. Presto per la voce che il console era stato disarcionato mentre ordinava di partire verso il Trasimeno si sparse nellesercito.
Dicono che il console sia stato sbattuto gi dal cavallo mentre ordinava di andare incontro al generale cartaginese. Le parole uscirono nervose dalla bocca di Tito.
Questo non  niente rispose Druso. Ho sentito cose peggiori.
Peggiori? chiese Tito mentre raccoglievano lequipaggiamento, le armi e le coperte, per intraprendere la lunga marcia verso sud-est.
Altroch. Vi sono stati strani prodigi in diverse regioni. Tutti cattivi presagi. Druso aveva laria di godersi la trepidazione suscitata dalle sue parole. Aveva catturato lattenzione non solo di Tito, ma di gran parte degli uomini del manipolo. Davanti a tanta aspettativa, non pot che proseguire. Dicono che nella nostra lontana Sicilia, durante laddestramento dei soldati, i giavellotti lanciati contro il vento si siano incendiati in aria, abbiano preso fuoco dal nulla e siano svaniti, ridotti in cenere, come a suggerire che le nostre armi non servono a niente contro il nemico. Ed  solo linizio: si parla anche di scudi che allimprovviso si ricoprono di sangue o di posti in cui di notte si vedono due lune invece che una. In questi giorni succedono un sacco di cose strane, e se  vero che il console  caduto da cavallo mentre ordinava di partire per il Trasimeno, non credo che l ci aspetti niente di buono.
Io ho sentito dire intervenne uno dei soldati che quando gli ufficiali hanno ordinato di prendere gli stendardi e dare inizio alla marcia, un centurione ha riferito al console che uno di essi non poteva essere sollevato, tanto era conficcato in terra. Era impossibile spostarlo e il console ha dovuto ordinare di scavare, per poterlo strappare via e partire verso sud, alla ricerca di Annibale.
Druso vide che lattenzione dei compagni si era rivolta verso il nuovo divulgatore di cattivi presagi, ma non si diede per vinto e riprese il suo racconto. Aveva sentito anche di altri fenomeni soprannaturali con cui far tremare il suo pubblico.
Questo non  niente continu. A Capua il cielo intero sembrava in fiamme e lungo la Via Appia la statua di Marte ha iniziato a sudare. E ci sono capre a cui cresce la lana, e un gallo si  trasformato in gallina. Eventi inspiegabili. A Roma si succedono decine di sacrifici espiatori per ingraziarsi gli di, per questo Servilio non  ancora partito, ma a giudicare da quel che  successo a Flaminio stamattina, dubito che Giove e Marte ci proteggano.
Per Ercole, basta con le chiacchiere! In marcia! Prendete le vostre posizioni! Il centurione al comando del manipolo interruppe i racconti.
Tito si colloc alla fine della formazione, accanto a Druso, e aspett che il centurione ordinasse di raggiungere il resto delle truppe che avevano iniziato la marcia. Nel frattempo, ripassava mentalmente i diversi presagi riferiti e cercava di sminuirli contando il gran numero di soldati dellesercito di cui faceva parte: venticinquemila uomini, tra fanteria e cavalleria, legionari e alleati. Una forza sufficiente per affrontare il cartaginese. Forse quegli eventi inspiegabili non lasciavano presagire una grande vittoria, la sconfitta definitiva di Annibale, ma nel peggiore dei casi si sarebbe arrivati a un certo equilibrio e avrebbero dovuto aspettare i rinforzi di Gneo Servilio, laltro console.
Si mise in marcia e si fece coraggio. Roma aveva forze sufficienti per sconfiggere quel cartaginese e lavrebbe fatto, prima o poi. Sospir. Per il suo stesso bene, sper che la vittoria finale arrivasse in fretta.
Marciavano vicino al lago Trasimeno in una fitta nebbia. Era lumidit che si sollevava dalle acque, languida e pesante, verso le colline e le montagne circostanti e rendeva impossibile vedere pi in l di dieci o venti passi. Tito not lodore del lago, e quellumidit, insieme al gelo dellalba, gli ricord il Trebbia, dove per poco non era morto congelato. Almeno quel mattino il nuovo console non aveva ordinato di entrare in acqua, ma solo di addentrarsi nella valle che circondava il lago.
Tito e Druso avanzavano nella formazione del manipolo, che a sua volta seguiva il manipolo precedente e cos tutta la legione, che si orientava seguendo i passi della legione che la precedeva. Nella nebbia, la cosa migliore da fare era non perdere di vista i soldati davanti a s, per non rischiare di smarrirsi in quella valle, alla merc degli animali o, peggio ancora, di qualche avanguardia dellesercito cartaginese.
Tito non lo sapeva, perch nessun romano poteva vedere la distribuzione delle legioni mentre si addentravano in quella valle alla ricerca dellesercito nemico, accecati comerano dalla nebbia dellalba, ma le truppe romane erano state accerchiate dalle forze di Annibale, appostate sulle colline intorno al lago.
Flaminio, avvertito da uno degli ufficiali, distinse le prime formazioni cartaginesi e diede ordine di prepararsi allattacco, ma riusciva solo a intravedere quelle pi in alto, perch dietro quei piccoli distaccamenti punici cerano le colline e, oltre le colline, lintero esercito di Annibale, suddiviso in una lunga serie di distaccamenti pronti ad attaccare da ogni lato.
Tito allimprovviso sent alcune grida e prima di capire da dove provenissero o di che cosa si trattasse, decine di giavellotti piovvero sopra di loro. Molti compagni caddero sotto quella pioggia mortale. La Fortuna volle che lui e Druso si salvassero e riuscissero a ripararsi sotto gli scudi, schizzati dal sangue dei soldati morti sotto quella prima raffica. Le grida erano assordanti e presto decine di sagome indistinte, con la spada in mano, comparvero davanti a loro, come ombre dellAverno che sorgevano dal nulla, cariche di odio e di furia, che combattevano con foga e distruggevano tutto ci che incontravano. Tito vide Druso lottare corpo a corpo con alcune di quelle sagome, ma non ebbe il tempo di accorrere in suo aiuto, perch presto lui stesso fu circondato da due ombre le cui spade assestavano colpi decisi, che lui si sforzava di fermare prima con lo scudo e poi con la spada, ricorrendo a quel che aveva appreso durante laddestramento. In un attimo cap che si trovava al centro di una battaglia di proporzioni incredibili, anche se la nebbia non permetteva di vedere le forze nemiche, che si materializzavano solo a pochi passi di distanza, sotto forma di terribili ombre armate.
Tito riusc a colpire con la spada uno degli sconosciuti e sent in un grido di dolore lultimo soffio di vita di quellombra, ma nello stesso istante gli arriv una coltellata lacerante alla schiena. Si gir di scatto, con la spada pronta, e tagli la testa di unaltra ombra. Poi croll in ginocchio.
Druso, Druso! esclam fra i gemiti di dolore, alzando lo sguardo in cerca dellamico.
Lo trov, a soli tre passi di distanza, coperto di sangue, steso a faccia in su, la bocca e gli occhi aperti, ferito al ventre e a una gamba, che inzuppava con i suoi fluidi vitali la terra umida della riva del Trasimeno.
Le ombre sembravano essersi allontanate, alla ricerca di nuovi obiettivi. Perfino il frastuono terribile di quelle voci estranee, con le loro parole sconosciute gridate in continuazione, sembrava sfumare in lontananza. Non si vedeva niente a pi di cinque o dieci passi. La nebbia inondava ogni cosa, si trascinava lenta e pesante, indifferente alla sofferenza e alla morte che si allargavano sotto il suo mantello. Lodore del sangue, che Tito aveva imparato a riconoscere sul Trebbia, lo inform dello stato in cui si trovava il manipolo. Lodore e i gemiti che di quando in quando perforavano la fitta nebbia fino ad arrivare alle sue orecchie. Non avevano avuto modo di lottare, o di pensare a lottare. Era stato tutto cos rapido.
Tito sent un calore sconosciuto che gli scivolava sulla schiena e intu che si trattava del proprio sangue, ma non aveva tempo di pensare a se stesso. In ginocchio, gattonando fra i cadaveri dei compagni, arriv fino a Druso. Prese il corpo dellamico fra le braccia e lo strinse con forza.
Druso, Druso! Non lo chiamava, gridava il suo nome. Non gli importava rivelare la propria presenza e diventare una facile preda per i nemici, che si aggiravano a tagliare la gola dei legionari moribondi.
Presto gli salirono le lacrime agli occhi, fino a trasformarsi in un singhiozzo muto che gli riemp i polmoni e il cuore di rabbia e di odio. S, Druso, gli di ci hanno abbandonato pensava mentre lo stringeva e si dondolava insieme a lui. Fu allora, lanima spezzata dal dolore irrimediabile per la perdita del suo unico amico, che Tito apr gli occhi, guard il cielo nascosto dalla fitta nebbia di quel lago, maledisse gli di di Roma e li sfid a far cadere sopra di lui tutte le maledizioni che potevano, perch da quel momento li avrebbe odiati e rinnegati. Non gli importava se quella maledizione gli sarebbe costata le peggiori sofferenze, Tito Maccio scagli tutto il proprio odio contro gli di che avrebbero dovuto proteggerli in quella mattinata infausta. Lasci il corpo dellamico e cammin fra i cadaveri dei compagni darme e grid che lo ammazzassero, che lo ammazzassero pure, ma quello che non sapeva era che gli di, gli stessi di che lui aveva rinnegato, offesi dalla sua maledizione e dalla sua audacia, avevano deciso di salvargli la vita. E per quanto la ferita fosse profonda, e dolorosa, sarebbe guarita, e quattro ore dopo, quando la nebbia si fosse alzata, lui sarebbe stato vivo, sopravvissuto in un mare sterminato di cadaveri, e avrebbe iniziato il lungo e tortuoso percorso che gli di avevano disposto per prolungare le sue sofferenze, oltre ogni possibile espiazione.

48
MIA CARA EMILIA

Roma, casa di Emilio Paolo, maggio 217 a.C.
Il padre era al Foro, in cerca di notizie su quel che era successo al Nord. Si parlava di una grande sconfitta, ma le informazioni erano confuse. Emilia prese il rotolo che le passava un legionario, con la lettera dellamato Publio. La giovane era andata incontro al soldato scortata da due robusti schiavi di fiducia. Ordin che si lasciasse entrare quelluomo e che gli fossero serviti cibo e acqua o vino, se lo desiderava, e che aspettasse larrivo del padre. Poi chiese di essere lasciata sola e and in giardino, sotto il grande pino dove lei e Publio si sedevano per parlare e condividere magnifici tramonti ed emozioni preziose. Apr piano il rotolo e inizi a leggere.
Mia cara Emilia,
il Trasimeno  stato un disastro assoluto. Pi di quindicimila uomini sono stati uccisi, fra cui lo stesso console Gaio Flaminio. Quattromila sono stati fatti prigionieri dai Cartaginesi e centinaia di uomini sono sperduti per lEtruria e, feriti e confusi, vagano per la regione. Immagino che molti arriveranno a Roma nei prossimi giorni o nelle prossime settimane. Non credo che si dirigeranno a nord, perch quelle strade ormai sono controllate pi dai Cartaginesi che da noi. Ti scrivo dallaccampamento di Gneo Servilio, sotto il cui comando mi trovo ora, vicino ad Ariminum. Da qui quattromila cavalieri sono partiti per affrontare Annibale, ma sono stati sconfitti. I Cartaginesi hanno fatto di nuovo molti prigionieri. Per il momento, sembra che il console Servilio non abbia intenzione di ordinare altri attacchi finch non avr ricevuto istruzioni dal Senato. Per favore, riferisci queste notizie a tuo padre, perch ne faccia luso che ritiene opportuno. Secondo me il Senato dovrebbe essere informato rapidamente, ma lascio che sia tuo padre a decidere, che in politica ha pi esperienza di noi due messi insieme.
Mi manchi, amore mio. Mi mancano le nostre passeggiate nel giardino di tuo padre e quegli occhi scuri e dolci con cui mi guardavi quando ci sedevamo sotto il grande albero. Mi manca la tua lunga serie di domande sempre sorprendenti per me e, soprattutto, mi manca il tuo sorriso. Mi mancano il suono della tua voce, le tue mani e le tue labbra. Tutto questo  meglio che tu non lo riferisca a tuo padre.
Abbi cura di te e che gli di ti proteggano.
Publio
Emilia avvolse con cura il papiro e inspir laria fresca del giardino. Chiuse gli occhi per qualche secondo e cerc di ricordare il suono della voce di Publio e di ritrovare la sensazione delle sue mani sulle guance, un attimo prima che posasse le labbra sulle sue. Sent alcune voci: gli schiavi correvano a servire il padrone. Il padre era tornato dal Foro. Si alz e and a riceverlo e a riferirgli la parte della lettera che Publio voleva che conoscesse. Il resto del contenuto se lo sarebbe tenuto per s.

49
UN TRISTE RITORNO

Etruria, maggio 217 a.C.
Tito Maccio aveva i piedi doloranti per la lunga marcia. Camminava da giorni, dopo la battaglia del Trasimeno, ammaccato e con una ferita sulla schiena, che per fortuna era pi impressionante che grave, dal momento che il nemico aveva infilzato losso della scapola, evitando cos che il colpo fosse mortale. Si era bendato la spalla come aveva potuto, aveva preso il cibo trovato fra i cadaveri dei compagni e si era allontanato dal campo di battaglia senza guardarsi indietro. Druso era morto, lesercito romano completamente sconfitto, decimato, e le strade a nord e a est erano controllate dai Cartaginesi. Non restava che dirigersi a sud, verso Roma, di nuovo verso Roma, con le tasche vuote, senza nulla, povero come prima e sconfitto. I suoi sogni di tornare vittorioso nella sua citt adottiva si erano arenati nel fallimento pi assoluto. A Roma non lo aspettava nessuno, nessuno sentiva la sua mancanza. L non aveva n amici n conoscenti, ma non conosceva un altro posto in cui andare a rifugiarsi da quel mondo caotico, sconvolto da una guerra senza tregua.
Tito camminava allalba e al tramonto ed evitava le ore centrali del giorno. Non desiderava incontrare truppe cartaginesi e neanche i gruppi di legionari che si riunivano durante il lento e mesto ritorno a Roma. No. Cercava la solitudine. Lesercito non gli aveva dato altro che un po di cibo quotidiano, sempre insufficiente rispetto alle fatiche che aveva dovuto sopportare. Quello Stato, Roma, aveva uno strano modo di ringraziare chi stava dalla sua parte. Era ironico che Tito fosse costretto a tornare proprio in quella citt, ma non cera altra soluzione. Almeno l conosceva le strade, sapeva quali erano i quartieri pi pericolosi; quantomeno conosceva i posti migliori per mendicare, per ricominciare una vita di pura sussistenza.
Tito Maccio rientr a Roma in un pomeriggio di fine maggio del 217 a.C. Aspett che un gruppo di mercanti, con i carri pieni di vasellame, pelli, formaggi e merci varie si accalcasse alle porte, per confondersi fra loro ed evitare i controlli che i triumviri, per ordine del Senato, eseguivano allentrata della citt. La cosa peggiore era schivare le decine di donne che si avvicinavano ai nuovi arrivati e, gli occhi nervosi e spaventati, chiedevano notizie dei loro cari, legionari e soldati agli ordini del console caduto.
Mio marito, sai qualcosa della seconda legione?
E i miei figli, dove sono i miei figli?
Tito si liber a spintoni da quelle donne e si fece strada verso la citt, avvolto nella sua solitudine. Cerano persone che, pur morendo, almeno avevano familiari che chiedevano di loro. Lui no. Qualche minuto dopo vagava nei pressi del Tevere, nel quartiere peggiore della citt, fra prostitute, mezzane, ruffiani, cortigiane e fruitori dei piaceri della carne. Non aveva molti soldi, quindi scelse la taverna dallaria pi squallida che vide ed entr. Un uomo grasso, distante, freddo, si avvicin al suo tavolo e gli si piazz accanto senza chiedere nulla. Senza guardare, senza emettere giudizi, in attesa.
Farinate di grano e vino disse Tito.
Luomo, che sembrava il locandiere, non rispose e si limit a spostarsi dietro un banco, alla ricerca probabilmente di quello che gli avevano chiesto. Tito cerc di darsi una ripulita mentre aspettava. Si pul il naso con le maniche della tunica, si sput sulle mani e cerc di lisciare come poteva i capelli. Si scosse via la polvere della strada e cerc di togliere la sporcizia da sotto le unghie. Erano sforzi abbastanza miseri, ma in quel posto nessuno sembrava infastidito dalla sua presenza o dal suo aspetto. Il locandiere torn al tavolo con le farinate e il vino e rimase fermo accanto a lui. Non disse una parola, ma Tito cap il messaggio. Frug in una piccola borsa di cuoio che portava con s e tir fuori un po di denaro che mise sul tavolo. Il locandiere annu, prese il denaro e, senza dire una parola, torn dietro il banco di quella lugubre taverna. Tito Maccio bevve un lungo sorso di vino e fu stupito dalla sua qualit. Credeva di sprecare il poco denaro che gli restava, ma ne era valsa la pena.
Trascorse il resto del pomeriggio in compagnia delle farinate, a bere quellottimo vino, allo stesso tavolo a cui, senza che lui lo sapesse, un pomeriggio si erano seduti un generale di Roma e suo nipote, quando questultimo era stato invitato a conoscere i piaceri della carne per cui il quartiere era cos noto.
Fra un sorso e laltro, Tito Maccio decise che mendicare non era la strada giusta e che in qualche modo doveva trovare la maniera di sopravvivere. Sapeva di non poter aspirare a nulla di grandioso, sentiva che la maledizione agli di pesava sul suo destino e che il futuro per lui sarebbe stato duro e ostile. Per potersi riempire lo stomaco con una certa regolarit doveva cercare qualcosa di umile, giusto per sopravvivere, che non risvegliasse linteresse degli di pi annoiati o la curiosit dei triumviri alla ricerca di disertori.

50
LA BATTAGLIA NAVALE

La foce dellEbro, estate del 217 a.C.
Gneo gridava dalla prua della quinquereme ammiraglia.
Remate, remate, remate!
I marinai dellesercito di Roma si affannavano ai remi, le fronti sudate a testimoniare i loro sforzi. Il generale ricorreva senza tregua alla sua potente voce, in modo che gli ordini fossero sentiti non solo sulla sua nave, ma anche su parte delle trentacinque imbarcazioni che componevano la flotta in Hispania.
Remate, maledetti, per tutti gli di! Remate per la vostra vita, remate per Roma!
Avevano lasciato Tarraco solo da due giorni ed era giunta notizia dellavvistamento della flotta cartaginese, composta da quaranta imbarcazioni e ancorata diversi chilometri pi in su, lungo il fiume. La nave di Gneo Cornelio Scipione era arrivata proprio alla foce dellEbro. Una volta nellestuario, la corrente del fiume si opponeva alla forza delle braccia dei rematori, ma il generale romano la compensava con la tenacia dei suoi ordini: davanti alla sua voce e alla sua decisione, i legionari di Roma raddoppiavano gli sforzi e battevano i remi con unenergia che nemmeno loro immaginavano di avere nelle braccia.
Da quando Gneo era arrivato in Hispania, la sua politica era stata sempre la stessa, molto semplice: attacchi diretti e frontali l dove si trovava il nemico, senza tregua, senza perdere mai di vista lobiettivo, una battaglia dietro laltra, ovunque fossero, senza sfuggire alla lotta.
I suoi soldati, a mano a mano che accumulavano vittorie, erano sempre pi incoraggiati e riversavano nuove energie in ogni battaglia. Avevano sconfitto i Cartaginesi a terra. Ora restava il mare.
Poteva sembrare che Gneo non pianificasse la sua campagna, ma non cera niente di pi lontano dalla verit. Grazie alla sua strategia fatta di attacchi rapidi e frontali, numerosi capi tribali si erano chiesti se fosse il caso di continuare ad appoggiare i Cartaginesi, che perdevano terreno e non riuscivano a frenare quel generale indomito, che si impossessava a poco a poco di tutta lHispania, quasi senza prendere fiato. Il suo obiettivo era ora dominare la costa, per intaccare la rete dei rifornimenti che Cartagine inviava regolarmente via mare. Dominare la costa orientale gli avrebbe permesso di indebolire le forze di terra cartaginesi. Gli esploratori erano arrivati con la notizia dellavanzata verso nord della flotta africana, che si era addentrata nellEbro. Bene, si era detto Gneo, andiamo a prenderli.
Remate, remate, remate!
Erano gi entrati nelle acque calme del fiume, ma la corrente continuava a opporsi alla forza dei remi romani.
Una sentinella cartaginese scrutava lorizzonte dallalto di una torre di pietra, vicino alla foce dellEbro. Il suo compito era avvisare dellavvicinarsi dellesercito romano, quando avesse deciso di raggiungerli via terra da Tarraco. Per questo il soldato guardava a nord, senza prestare troppa attenzione a quel che succedeva in mare, alla sua destra, dove il fiume sfociava nellimmensit salata. Era stanco, perch nessuno gli aveva dato il cambio per tutta la notte. Sbadigli lentamente, spalancando la bocca e chiudendo gli occhi. Si appoggi al muro della torre, mezzo addormentato. Poi ebbe una strana sensazione. Apr un occhio e vide decine di navi che risalivano il fiume. Non erano navi cartaginesi. Apr entrambi gli occhi. Si gratt il viso con il palmo della mano sinistra. Il sole dellalba gli impediva di vedere con chiarezza. Lasci cadere la lancia e si protesse gli occhi con la mano destra. Scese dalla torre di corsa.
Ai piedi della torre dormivano diversi soldati cartaginesi. La sentinella li svegli e rifer ci che aveva visto. I compagni non gli credettero, cos salirono sulla torre, perch da terra la visuale del letto del fiume era nascosta da alcune morbide colline. Quando arrivarono in cima, videro con i loro stessi occhi che le navi di cui aveva parlato la sentinella erano davvero quelle della flotta romana e che stavano oltrepassando la loro torre di vigilanza.
Asdrubale, fratello di Annibale, ricevette la notizia dellarrivo della flotta romana mentre faceva colazione con latte di capra e mollica di pane. Lasci la ciotola a terra e guard lungo il fiume. Allorizzonte non si vedeva ancora nulla, ma il cavaliere appena arrivato era nervoso.
Sono a meno di venti chilometri, mio generale aveva detto.
Remavano controcorrente, ma venti chilometri erano una distanza minima. Asdrubale ordin di imbarcare rapidamente le truppe.
I Cartaginesi iniziarono a salire sulle navi con una certa indolenza. A nessun soldato piaceva interrompere la colazione, per quanto scarsa fosse. Il rancio era sacro. Perch tutta quella fretta?
Gli alberi delle quinqueremi romane iniziarono a stagliarsi contro il sole dellalba. Migliaia di ciotole di latte e mollica caddero a terra, la maggior parte si ruppe, qualcuna rotol fino alla riva del fiume e fece inciampare i soldati. Quella che era iniziata come una lenta manovra di imbarco si trasform in un abbordaggio precipitoso, senza ordine e direzione. Alcune navi si riempirono di uomini e viveri troppo in fretta, senza che ci fosse il tempo di sciogliere gli ormeggi e allontanarsi dalla riva, e si arenarono cos sulla sponda sabbiosa. Altre galleggiavano gi sulle acque fluviali, ma non in formazione di combattimento. Asdrubale, impotente davanti allanarchia dei suoi uomini, sputava a terra e imprecava.
Remate, remate, remate! Non ci aspettavano neanche! Preparatevi allabbordaggio! La prima linea di navi, che oltrepassi la flotta nemica! Li circonderemo prima che se ne rendano conto.
Gli ufficiali di Gneo volavano da una parte allaltra eseguendo i suoi ordini. La flotta romana risaliva in formazione perfetta, spiegata in due lunghe file di navi che occupavano tutta la larghezza del fiume. La prima linea oltrepass la confusa formazione cartaginese senza affrontare le navi nemiche, poi, non appena le ebbe superate, vir di centottanta gradi e le attacc alle spalle, mentre la seconda fila di quinqueremi le raggiungeva sul lato opposto.
I Cartaginesi, senza una formazione precisa, senza una strategia, armati di lance e spade, cercarono di difendersi dallassalto romano, ma li accolse una fitta pioggia di armi da lancio proveniente da entrambi i lati, che attravers scudi, navi, soldati. Il sangue impregn il legno umido delle coperte. Le grida di dolore dei feriti si diffusero nellalba del fiume, mentre la paura e il panico si impadronivano degli africani.
Asdrubale si ritir in silenzio, con alcune delle navi che erano riuscite a sfuggire allaccerchiamento romano. Aveva visto centinaia dei suoi uomini nuotare verso riva e fuggire via terra. Quella battaglia era stata un disastro per i suoi interessi nella regione. Si sforzava di contare e ricontare le navi sopravvissute, come cercando di negare levidenza. Ci sarebbero voluti mesi per riprendersi e la cosa peggiore era che avrebbe dovuto rivolgersi al Senato di Cartagine e chiedere rinforzi.
Si volt verso la costa. Il delta maestoso si allargava a lambire il mare con la sua lunga spiaggia. Lentamente, si inginocchi. Chiuse gli occhi e giur su Baal che, se gli di gli avessero dato le forze, avrebbe vendicato quellaffronto e ripulito il proprio onore, versando il sangue di quel generale romano su un campo di battaglia pieno di cadaveri nemici.
Asdrubale, fratello di Annibale, generale di Cartagine, al comando delle forze africane in Iberia, mormor il proprio giuramento fra i denti, in ginocchio, con la testa contro la coperta della nave. I suoi uomini lo guardavano in silenzio, rispettando il rifugio della preghiera. Avevano combattuto con lui in numerose occasioni e sapevano che il loro generale non conosceva la sconfitta. Asdrubale era il preferito del fratello, il grande Annibale, che combatteva in Italia.
Controlla lIberia finch non ti far chiamare per chiederti rinforzi erano state le parole del fratello maggiore.
Ora Asdrubale, inginocchiato e umiliato, provava il peggiore dei dolori: mancava alla promessa fatta al fratello. Aveva perso venticinque navi. Venticinque. Significava cedere la supremazia del mare ai Romani.
Per un secondo, fra i suoi pensieri brill lamara luce del suicidio come unica via di fuga per conservare lonore, ma listante fugg e lui riprese la preghiera a Baal, offrendogli la sua stessa vita, se necessario, per raggiungere lItalia a dispetto del nuovo generale romano.
Allimprovviso, in un cielo senza nubi rimbomb un lungo tuono. I marinai, sbalorditi e spaventati, guardarono lorizzonte. Non videro altro che acqua e cielo limpido. Il tuono inquietante trascin la propria eco sulle onde e sul vento per alcuni lunghi secondi, durante i quali tutti rimasero in silenzio, immobili, senza neanche remare.
Nelludire quel tuono, Asdrubale apr gli occhi e si alz piano. Cerc le nubi nel cielo, ma come i suoi uomini non le trov. Allora annu lentamente.
E sia! Io e Baal abbiamo stretto un patto! La mia vita in cambio della conquista dellItalia e della morte del generale romano in terra di Iberia!
Con quelle parole, Asdrubale si ritir allinterno della nave, non prima di aver dato le istruzioni necessarie per dirigere la piccola flotta sopravvissuta verso Qart Hadasht.
Sulla riva del fiume, mentre contava le navi affondate o fatte prigioniere, i nemici uccisi e il bottino, Gneo esultava circondato dai suoi ufficiali. Andava da una parte allaltra, sorridente e soddisfatto di s e delle proprie truppe. Avevano liberato il fiume e il mare. E quando fosse arrivato suo fratello Publio con i rinforzi, sarebbero avanzati verso sud. I tribuni e i centurioni salutavano il generale con orgoglio.
Allimprovviso, un tuono lungo e profondo risal il fiume da un punto lontano. I Romani scrutarono il cielo e non videro nubi o lampi allorizzonte. Alcuni soldati si innervosirono ma non accadde altro e dopo qualche istante di perplessit, tutti continuarono con i loro compiti, intenti a raccogliere lequipaggiamento dei nemici, i viveri e le armi abbandonate dallesercito sconfitto. Qualche istante dopo, nessuno ricordava pi quel tuono solitario portato dalla brezza del mare. Solo Gneo rimase pensieroso, gli occhi fissi in lontananza, su una piccola squadra cartaginese che era riuscita a fuggire. Infine scosse la testa, alz le braccia e le lasci ricadere.
Sciocchezze! esclam. Sciocchezze! Storie per spaventare i bambini! E torn dagli ufficiali per godersi la vittoria insieme a loro.
Era felice di poter ricevere il fratello, che presto si sarebbe unito a lui nella lotta contro i Cartaginesi, in una situazione tanto vantaggiosa.

51
LA DITTATURA

Roma, estate del 217 a.C.
Quinto Fabio Massimo si vestiva lentamente, aiutato da tre giovani schiave egizie dalla pelle scura e dai capelli corvini, terrorizzate, timorose di non soddisfare le richieste del padrone. La pelle segnata dai colpi e dalle frustate, si muovevano a testa bassa, tremanti, intorno al vecchio senatore. Questi, da parte sua, esultava. In un angolo, il giovane Marco Porcio Catone, avvolto in una toga elegante, ascoltava il suo mentore.
Oggi  il giorno inizi Fabio in cui Roma finalmente si render conto che io sono la sua ultima risorsa. Vedi, mio caro Marco? Tutte le minuscole tessere del grande mosaico che compone questa lunga guerra iniziano finalmente a combaciare, e questo grazie grazie a che cosa, Marco? Fabio si volt verso il suo discepolo preferito, un largo sorriso sul viso, aspettandosi il silenzio come risposta.
Grazie alla paura rispose Catone, che ricordava una conversazione ascoltata in quella stessa villa diversi mesi addietro.
Fabio continu a sorridere per qualche secondo, senza dire nulla. Poi si volt verso le schiave e, furioso, ordin loro di andarsene e lasciarli soli.
Esatto disse. Devo riconoscere, Marco, che la tua sagacia non cessa di stupirmi.  cos, la paura ci ha aperto la strada. La paura, Marco, ricordalo, amministrata saggiamente  la migliore delle armi, soprattutto per manipolare un popolo incolto e influenzabile. Roma finalmente ha paura, abbastanza paura da prendere decisioni che avrebbero dovuto essere prese tempo fa. In ogni caso, oggi  il giorno in cui il Senato prender queste decisioni e molti nemici sono lontani da Roma o, purtroppo ma il tono era di unindifferenza che sfiorava il sarcasmo morti. Povero Flaminio. La nebbia non  mai stata una buona alleata del soldato, ma addentrarsi in una valle circondato dai Cartaginesi, senza vedere al di l del proprio naso Per Ercole, bisogna proprio essere stupidi. Sai come sconfiggeremo quel maledetto Annibale, Marco?
Questa volta Catone rimase in silenzio. La soddisfazione illumin il viso del mentore.
Lo vinceremo continu Fabio Massimo ribaltando la situazione del Trasimeno: attaccando Annibale dalle montagne, accerchiandolo in una valle. Faremo con lui quello che lui ha fatto con le nostre legioni.  questo il modo. Ma prima le cose importanti: essere nominato dittatore di Roma.
Dittatore? Oggi?
Di che ti stupisci, Marco? Oggi sar eletto dittatore di Roma. Devo solo giocare bene le mie carte al Senato. Questa mattina andrai al Foro accompagnato da un vecchio senatore e tornerai insieme al dittatore con il potere assoluto su Roma e le sue legioni.
Ma solo il console sopravvissuto pu nominare un dittatore, e Servilio  ancora lontano dalla citt.
Fabio Massimo esal un sospiro forzato e si finse esasperato, quando in realt lo divertiva vedere di essere riuscito a confondere il suo pupillo, che si credeva tanto furbo.
Conosci bene la teoria, Marco, ma ignori come  fatto lanimo umano. Ti sei gi dimenticato della paura, quella paura che pu conseguire qualunque cosa. Quando la gente teme di essere posseduta dal terrore, e ricorda che Annibale  il terrore fatto persona, ha raso al suolo intere regioni di Italia, ha sconfitto gli Iberi e i Galli, ha attraversato le Alpi, ha vinto le nostre legioni, ha ucciso un console di Roma, ne ha ferito un altro Insomma, quando il terrore si avvicina, le regole, le leggi possono essere piegate, cambiate, ignorate. Lanimo umano non bada a ci che in epoche di calma e buon senso altri hanno pensato e pianificato con attenzione e razionalit: leggi, norme, costumi. No, la paura distrugge tutto. Il Senato  consapevole del timore della gente. Il popolo chiede azioni concrete, qualcosa di diverso da ci che  stato fatto finora per vincere quellanimale africano che si avvicina a Roma. Se il console non  in citt, non preoccuparti, Marco, questo non impedir al Senato di decidere del futuro dello Stato, anche se per farlo dovr trasgredire le leggi dello stesso Stato che rappresenta. Fabio si avvicin a Catone, gli pos la mano sulla spalla e scosse la testa come a dire: Mi sembra incredibile che tu non labbia ancora capito. Poi si diresse alla porta e usc.
Catone lo segu, immerso nelle sue riflessioni.

52
SACRIFICI

Roma, estate del 217 a.C.
Nel giardino della vasta casa erano seduti il vecchio Emilio Paolo insieme alla figlia Emilia, al suo promesso, il giovane Publio Cornelio Scipione, e a un ufficiale suo amico, Gaio Lelio. Gli schiavi portarono frutta e vino. Lelio rese onore al vino, mentre il vecchio senatore mordicchiava una mela, senza troppo appetito. Tutti ascoltavano Emilio Paolo, che fra un morso e laltro spiegava che cosera successo al Senato.
Hanno eletto Fabio Massimo dittatore di Roma. Il salvatore, sono arrivati a definirlo.
Ma non  possibile, non con il console lontano da Roma comment Publio.
Ti sorprenderebbe, giovane Publio, inizi Emilio Paolo ci che un mucchio di senatori spaventati pu arrivare a decidere. Io mi sono opposto, ovviamente, e non sono stato lunico, ma con tuo padre e tuo zio in Hispania e molti altri che sono caduti, come lo stesso Flaminio, e il console lontano da Roma, come hai ricordato giustamente, i senatori temono pi di ogni altra cosa il disordine, il vuoto di potere e un popolo terrorizzato. In questa situazione si alza Quinto Fabio Massimo e si propone come il grande salvatore, ma solo se il Senato lo desidera, certo, se lo riterr necessario, lui  l per servire Roma quando Roma ha bisogno di lui, e poi passa a descrivere i suoi grandi meriti, i suoi consolati precedenti, le sue grandi vittorie sui Galli, il suo trionfo Come se adesso dovessimo vedercela con un gruppo di Galli ribelli! Per tutti gli di! E il Senato accetta, lo abbraccia come il gran salvatore, lo ringrazia per il suo coraggio, perch ci guida in questi giorni di caos e timore. Per Ercole, a che punto siamo arrivati!
Il vecchio lanci il torsolo della mela, con rabbia, contro la parete che circondava il giardino.
Fammi il favore, schiavo, aggiunse rivolto a uno dei servitori ancora vino, vediamo se mi aiuta a digerire la seduta di stamattina.
Dittatore? Lui solo? chiese Publio.
Dittatore, solo, certo,  questa lidea, ragazzo. Hanno nominato Minucio Rufo capo della cavalleria, ma non  un gran sollievo. Minucio  capace di cacciare la cavalleria in unimboscata.  troppo ambizioso. Siamo nelle mani di un manipolatore e di un irresponsabile spieg Emilio Paolo e bevve il vino che gli avevano appena servito. E non  tutto. Manca la parte migliore: Fabio Massimo ha fatto in modo che fossero consultati i Libri sibillini, perch ritiene che la causa dei nostri mali sia che non sono stati effettuati i riti religiosi in modo abbastanza rigoroso e ha dato la colpa di tutto a Flaminio, per la sua frettolosa partenza verso nord incontro ad Annibale, senza aver eseguito i sacrifici obbligatori.
Una buona strategia, accusare un morto che non pu difendersi e per il quale nessuno metter la faccia comment Publio, anche lui con una coppa di vino in mano. Emilia era lunica che aveva rifiutato linvito a bere.
S continu Emilio Paolo. Intelligente e abile. Nessuno si  fatto avanti in difesa di Flaminio. Forse Flaminio ha sbagliato a entrare in quella valle, ma non credo che sia stata una cattiva idea cercare di arrivare al Nord il prima possibile. Certo, soprattutto davanti al popolo, avrebbe dovuto essere pi prudente e svolgere i sacrifici come vuole lusanza. Ora il dubbio, seminato da Fabio, aleggia su tutti, e si  deciso di eseguire sacrifici straordinari per ingraziarci di nuovo gli di.
Straordinari? chiese Lelio.
S. Sentite bene: bisogna fare sacrifici a Giove, a Venere, Marte, Nettuno, Giunone, Minerva, Vulcano, Mercurio, Apollo, Diana e Vesta. E immagino di averne dimenticato qualcuno.  solo un modo per ingannarci e restituire una fiducia fasulla al nostro esercito. Non dico che non debbano essere eseguiti i sacrifici, ma non basteranno a cambiare le cose. Speriamo che almeno Fabio ne sia consapevole.
Sono sicuro di s disse Publio. Una cosa  quello che dice in pubblico e unaltra ci che pensa davvero.
Forse  cos.  quello che avrebbe detto tuo padre se fosse stato qui disse Emilio Paolo e guard il ragazzo con rinnovato interesse. Bene, per concludere, Fabio ha ordinato che si organizzino dei grandi giochi, ai quali il Senato destiner nientemeno che trecentomila assi. Ancora vino. Il vecchio ex console tese il braccio con la coppa vuota.
Una gran folla si accalcava alle porte del tempio di Giove. Cerano solo uomini romani liberi. Quella mattina destate donne, stranieri o schiavi non potevano assistere. Il pontefice Lucio Cornelio Lentulo, accompagnato dai tre flamines maiores, i sacerdoti preposti al culto di Giove, dirigeva la cerimonia. Fabio, seduto su un ampio seggio, vicino allaltare, assisteva come osservatore privilegiato allesecuzione dei sacrifici: trecento buoi per il dio supremo. Vedeva la gente accalcarsi, ansiosa di osservare i sacrifici che avrebbero potuto far tornare la citt nelle grazie degli di. Nei loro occhi si leggevano la paura e il bisogno di sentirsi protetti. Fabio sorrise dentro di s, ma esteriormente mantenne unespressione seria e preoccupata. Era stata senza dubbio una buona idea. Il popolo, al vederlo l, che presiedeva in qualit di offerente quei sacrifici, personificando la massima rappresentazione dello Stato, assistendo allimmolazione di ogni animale, lo avrebbe identificato con la tradizione, con ci che era giusto, con il riavvicinamento agli di e quindi con la protezione celeste. Fabio adorava lidea. Gli avrebbe concesso un maggior margine di manovra quando fosse arrivato il momento di reclutare nuove legioni e truppe di appoggio per la prossima campagna contro Annibale. Era soddisfatto di come procedevano le cose, ma conserv un aspetto serio, meditabondo, attento ai gesti dei sacerdoti.
Il primo dei buoi, tutti maschi dal momento che si trattava del sacrificio a un dio, arriv allaltare di pietra eretto davanti al tempio di Giove. Lanimale era condotto dal popa, un uomo robusto, alto e forte, che lo tirava per una corda. Tendendo la fune con forza, port il bue, docile, fino allaltare. Se la bestia avesse cercato di liberarsi e fuggire, sarebbe stato considerato un cattivo presagio. Il bue per si lasciava guidare, indifferente ai sentimenti confusi degli uomini che lo circondavano, ignaro dei loro conflitti, delle loro guerre e soprattutto della paura che li spingeva ad agire e che aveva soggiogato la loro volont.
Una volta allaltare, il victimariusaccese il fuoco sacro e quando la fiamma inizi ad ardere con forza, prese il posto del popae tenne fermo lanimale. A qualche passo dallaltare, un tibicensi portava un flauto alle labbra e suonava una melodia che calm lanimale e mise a tacere la folla, aiutando cos il sacerdote a eseguire il sacrificio nel modo corretto. Allora Fabio Massimo si alz e ordin a voce alta che la folla tacesse, comera dobbligo.
Favete linguis!
La gente tacque, come aveva ordinato il dittatore di Roma. Nel silenzio teso, il sacerdote incaricato di sacrificare la prima vittima, il pi anziano dei flamines, sollev la toga a coprirsi la testa e nascondere il viso. Lentamente, con grande solennit, si gir verso quattro vestali che, insieme al resto dei sacerdoti, reggevano un vassoio con la mola salsa, farina e sale mescolati dalle mani delle stesse sacerdotesse vergini. Il sacerdote officiante sollev il vassoio perch tutti lo vedessero. Poi lo abbass, immerse le mani nella mola salsae la gett sullanimale che stava per essere immolato e sugli strumenti che venivano preparati per portare a termine il sacrificio. Quindi prese una caraffa di vino tiepido e vers anche quel liquido sulla schiena dellenorme bue, che restava fermo, avvolto dal silenzio, dalla musica e dagli unguenti che gli scorrevano addosso. Il popa, che aveva portato il bue fino allaltare, prese un coltello affilato e lo pass delicatamente lungo la schiena dellanimale. La lama del coltello brill, bagnata dal vino rosso versato sulla pelle del bue.
Fabio Massimo, in piedi, inizi una lunga preghiera in favore del popolo di Roma. Dopo qualche minuto di suppliche, richieste e invocazioni a Giove, il dittatore tacque e torn a sedersi. Il popapos allora il coltello affilato e prese unenorme mazza di pietra, si gir verso lofferente e chiese a voce alta e chiara.
Agone?
Age rispose Fabio Massimo con decisione e tensione trattenuta.
Il popaalz la mazza al cielo. La musica del flauto riempiva ogni cosa con la sua noiosa melodia, il vento soffiava leggero, la gente tratteneva il respiro e la mazza croll come un ariete contro la nuca dellanimale. Il bue trem, soffi e pieg le zampe. Prima che potesse muggire, lamentarsi o emettere un qualunque suono, la mazza torn ad abbattersi con tutta la forza mortale che il popaera in grado di raccogliere. Gli occhi dellanimale guardavano senza vedere, il sangue iniziava a inzuppare il suolo sotto laltare e infine la bestia cedette e croll a terra. Il cultrariusprese il coltello affilato che aveva accarezzato il dorso dellanimale e, con gesti agili ed esperti, alz la testa del bue al cielo, dal momento che il sacrificio era dedicato a una delle divinit celesti, e gli tagli il collo. Il sangue sgorg come un fiume alla ricerca del mare.

53
AL MULINO

Roma, 217 a.C.
Le quattro del mattino. In piena notte, Tito Maccio usc dalla sua piccola stanza rettangolare di due passi per tre, in una delle insulaenei pressi del Tevere, un locale minuscolo per cui spendeva praticamente tutto quello che guadagnava, e si diresse al lavoro. Alle quattro e mezzo, dopo aver attraversato gran parte della citt, giunto nei pressi del Campo Marzio, entr nella grande casa in cui si trovava uno dei molti mulini proliferati nei dintorni di Roma. La citt, in tempo di guerra come in tempo di pace, aveva visto crescere la popolazione e tutti avevano bisogno di pane. I forni domestici non bastavano pi a soddisfare la domanda crescente e i mugnai producevano grandi quantit di frumento macinato o di cereali, che usavano per il pane o per le farinate di grano, che decine di migliaia di Romani consumavano ogni giorno: un alimento poco costoso e che piaceva agli abitanti di quella metropoli. Tito Maccio entr al mulino. Cerano due lampade a olio accese in una stanza enorme, dove una gigantesca macina aspettava di essere girata. Tito Maccio afferr con entrambe le braccia il tronco collegato alla pietra e inizi a spingere. Linizio era la parte peggiore, ma una volta che riusciva a mettere in marcia lenorme meccanismo, limpulso stesso della pietra lo aiutava a mantenerla in costante movimento. Cos fino allalba, girando e girando senza sosta. Al sorgere del sole, il mugnaio gli portava un po dacqua e alcune farinate, che Tito divorava in pochi minuti. Poi di nuovo al lavoro fino a mezzogiorno, quando godeva di unaltra pausa, con un po di frutta portata dal padrone. Dopo mezzora riprendeva a lavorare, e continuava a girare finch non scendeva la sera. Al tramonto, Tito si ritirava, ritornava sui suoi passi e si rifugiava nella lugubre stanza che poteva pagarsi con la paga ricevuta dal mugnaio.
Trascorrevano cos i giorni, le settimane, i mesi. Roma era in guerra, costante ed eterna, contro Annibale. Lui era rifugiato, nascosto, e girava allinfinito intorno a quella macina. Senza passione, senza desideri, senza nulla. Un lavoro interminabile che gli bastava a malapena per nutrirsi, ma che lo teneva al riparo dalla fame e dalle strade pericolose, dove i mendicanti e i mutilati di guerra cercavano di sopravvivere. Di notte si nascondeva nella sua stanza, quasi al buio, illuminato solo da una vecchia lampada a olio, comprata da un mercante del Foro con la paga di un mese di lavoro. Da quando aveva scoperto di non avere niente da vedere la teneva quasi sempre spenta. Restava due o tre ore al buio, nella sua stanza, ad ascoltare i rumori della strada, le voci delle prostitute, le contrattazioni dei clienti, gli ordini di qualche triumviro, una rissa, un banditore che annunciava uno spettacolo. Infine il sonno si impadroniva di lui, finch poche ore dopo, senza sapere bene come, probabilmente spinto dalla necessit di sopravvivere, si svegliava sotto le due coperte che possedeva, una portata dal Trasimeno, laltra rubata al Foro, faceva i suoi bisogni in un vaso che poi svuotava dallaltra parte della strada e, a digiuno, si dirigeva al suo triste lavoro.
Tito trascorse cos un anno intero. Con la testa vuota, ancora sconvolto dalla guerra, cercando di dimenticare le battaglie, lesercito, la sua stessa vita, la sua miseria.

54
UN ERRORE INASPETTATO

Italia centrale, 217 a.C.
Fabio Massimo era deciso a mettere fine al flagello di Annibale e a consolidare il proprio potere a Roma. Reclut due legioni, rimosse il console Servilio e assunse il comando delle legioni di questultimo, acquistando cos il controllo dei due eserciti consolari al completo. Allontan i pretori di Roma, inviandoli in Sardegna e in Sicilia, nonostante in quelle zone non vi fosse particolare bisogno della loro presenza. Gli restava solo da dominare lambizione irrefrenabile del suo secondo, il capo della cavalleria, Minucio Rufo, una piccola scocciatura imposta dal Senato, un ostacolo per facilmente aggirabile.
Annibale, nel frattempo, si dedicava a razziare le regioni limitrofe a Roma.
Indeboliremo il nostro nemico a poco a poco, ridurremo i suoi territori fino a stringere un cerchio lento ma definitivo diceva ai suoi ufficiali. La tattica di Annibale era sempre la solita: distruggere i territori alleati di Roma per obbligare i generali a entrare in battaglia su un terreno stabilito da lui, adatto a unimboscata. Distrusse cos le terre degli Hirpini, nella regione del Samnium, dove prese Telesia e devast Beneventum. Poi entr in Campania e rase al suolo la maggior parte del ricco ager falernus. Erano terre fertili, a cui i Romani tenevano molto.
Fabio per evitava di entrare in battaglia contro Annibale e manteneva le truppe distanti dalle valli, senza mai smettere di sorvegliare il cartaginese dalle cime delle montagne e dagli altipiani circostanti. Il suo esercito assisteva cos impassibile allo spettacolo di fuoco e desolazione che il cartaginese spandeva al suo passaggio, senza che nessuno gli si opponesse. Fra le file delle legioni crescevano il malessere e la delusione nei confronti del capo, un dittatore che si rifiutava di usare lesercito per opporsi ai nemici di Roma. Minucio Rufo eccitava gli animi dei soldati e quelli degli stessi ufficiali contro la strategia del dittatore. Fabio Massimo per restava impassibile alle critiche.
Credi anche tu che io sia un codardo, Marco? chiese una sera a Catone, uno dei pochi che sentiva ancora fedeli. Era seduto sul triclinium, il viso a malapena illuminato da due piccole lampade a olio.
Marco Porcio Catone rispose con calma, scegliendo con cura le parole.
No, non credo che tu sia un codardo, ma la tua insistenza nellevitare di combattere contro Annibale pu essere scambiata da molti per codardia.
Bene, sei cauto e sincero. Proseguiamo. Secondo te perch evito di combattere, se non  per vigliaccheria? In fin dei conti sotto il mio comando ho quattro legioni, e tutte le forze latine e alleate. Perch, Marco, perch Fabio resta sulle vette, nascosto, mentre Annibale mette a ferro e fuoco i territori dei nostri alleati?
Aspetta.
Bene, Marco, molto bene. Hai tutta la mia stima. E che cosa aspetto?
Un errore di Annibale.
Fabio annu. A volte si chiedeva se fosse un bene tenere con s una persona che iniziava a pensare con la propria testa. Daltro canto, allontanarlo avrebbe significato conquistarsi la sua ingratitudine e non era sicuro di voler avere il giovane Marco Porcio Catone come nemico. Povero colui che fosse finito vittima dei suoi intrighi! Catone avrebbe macchinato contro di lui? No. Non aveva ancora la forza sufficiente e inoltre aspettava laiuto del suo mentore. Fabio conferm lintuizione di Marco.
Esatto. Quello che aspettiamo  un errore di Annibale. I due consoli precedenti non hanno fatto altro che seguire i passi segnati dal cartaginese e combattere dove e quando voleva lui, e con quale risultato? Scipione  stato sconfitto e ferito. Ora dovr emigrare in Hispania e cercare fortuna in quella terra inospitale, combattendo lontano da Roma, a fianco del fratello. Sempronio ha perduto clamorosamente sul Trebbia ed  un uomo finito, sul piano politico e militare. E Gaio Flaminio, oltre a perdere le proprie legioni,  morto e sottoterra. No, non mi sembra che combattere dove vuole Annibale sia la strategia migliore.
Catone ascoltava con attenzione. Dopo quellesposizione sintetica ma precisa dei fallimenti dei suoi predecessori, era talmente evidente che il comportamento di Fabio Massimo fosse sensato, che si stentava a credere che gli intrighi di Minucio Rufo e le sue velate accuse di codardia potessero attecchire fra gli uomini, eppure
Certo, ma la vista dellager falernusin fiamme  difficile da tollerare per i legionari di Roma disse Marco, misurando le parole.
 vero. Certo. Per questo loro sono legionari e io il loro dittatore e capo supremo.
La conversazione termin, per quella sera. Catone usc dalla tenda e la sua figura si perse fra le ombre.

Casilinum, Italia centrale, 217 a.C.
Annibale aveva ordinato alle guide di dirigere lesercito verso Casinum, dove avrebbero potuto trovare terre ricche, viveri e proseguire nella tattica di radere al suolo le regioni produttive pi care ai Romani, aumentando la pressione sul vecchio dittatore perch si decidesse finalmente a iniziare la battaglia campale.
Erano in marcia da due giorni, quando il generale si stup di quanto fossero ripide le montagne che li circondavano. Si trovavano in una valle profonda, da cui si contemplava un paesaggio agreste.
Questo posto non mi piace comment fra i denti. Si guard intorno senza capire bene dove si trovavano e corrug la fronte. Chiamate le guide!
Due uomini dallaria distratta, taciturna, con folte chiome, coperti di pelli di pecora, arrivarono scortati da guerrieri numidi e iberici. Entrambe le guide provenivano dal Nord Italia, proprietari di bestiame gallici della zona del Po, che avevano accettato di guidare Annibale in quei territori in cambio di protezione e denaro per le loro famiglie. Il generale cartaginese aveva soddisfatto in abbondanza le loro richieste. Quel mattino per, quando furono condotti davanti a lui, lespressione sul suo viso li fece rabbrividire.
Dove ci troviamo? chiese il generale di Cartagine in un latino mal pronunciato, la lingua che usava per farsi capire dai Galli.
Le guide esitarono. Era evidente che cera qualcosa che non andava.
Stiamo per arrivare a Casilinum disse infine il pi anziano dei due.
Annibale non rispose, ma sgran in modo sorprendente locchio sano. Poi si gir e si port una mano alla testa, accarezzando la lunga chioma con le dita. Inspir profondamente. Sent il vento che scendeva per i pendii che li circondavano. Osserv la lunga colonna dellesercito che si estendeva per migliaia di passi, perdendosi allorizzonte, zigzagando nel letto di quella valle angusta. Rimase ancora in silenzio. Si port laltra mano alla testa e con entrambe tir piano i capelli, come se cercasse una ragione per laccaduto. Espir laria che senza rendersene conto aveva trattenuto per qualche secondo nel profondo del petto e infine si gir verso le guide, che con gli occhi terrorizzati cercavano di intuire dai suoi gesti che cosa cera che non andava.
Io Annibale parlava con una lentezza esagerata avevo ordinato di condurre lesercito a Casinum, non a Casilinum. Dopo quelle parole, si allontan dai due uomini e cammin per qualche secondo con le mani sui fianchi. Si avvicin di nuovo. Ho bisogno che mi rispondiate con chiarezza e senza riflettere: se vi soffermate a pensare, questo sar il vostro ultimo pensiero. Fece scivolare la mano verso limpugnatura della spada che portava stretta alla cintura.
Le guide annuirono e inghiottirono la disperazione insieme alla saliva.
Avevate capito bene il mio ordine di portarci a Casinum? chiese.
S rispose una delle guide con voce tremante.
No rispose laltro quasi allunisono, dubbioso.
Annibale li fiss, in attesa di una spiegazione. Infine, la guida che aveva risposto di s aggiunse una spiegazione.
Insomma, non eravamo del tutto sicuri, ma abbiamo pensato, credevamo
Annibale lo interruppe.
Avete pensato, credevate? E per una convinzione vaga, sulla base di quello che credevate vi fosse stato ordinato, avete portato un intero esercito, il mio esercito, in questa trappola mortale?
Un ufficiale si avvicin alle spalle di Annibale.
Generale, generale! Abbiamo i rapporti degli esploratori della retroguardia: i Romani hanno preso i valichi da cui siamo entrati nella gola.
Annibale alz la mano e lufficiale tacque. Senza girarsi a guardarlo, con locchio fisso sulle guide, chiese di nuovo.
Ora io come faccio a sapere che non siete spie di Roma, che non ci avete teso una trappola guidandoci in questa strettoia fra le montagne?
No, no, mio signore, questo mai.  stato un errore. I due uomini si sforzarono di convincere il generale cartaginese, ma con grande disperazione lo videro allontanarsi e gridare un ordine al gruppo di ufficiali che li circondava.
Crocifiggeteli!
Gli ufficiali, aiutati da vari soldati punici, catturarono le due guide, soffocarono le loro suppliche con le percosse e le portarono fuori dalla vista del generale.
Fabio Massimo, soddisfatto, scrutava lorizzonte dallalto delle montagne. Le truppe di Annibale erano radunate in una lunga colonna in fondo a una stretta valle, circondata dalle legioni ai suoi ordini. Il dittatore, accompagnato dal figlio Quinto e dal suo fedele servitore, Marco Porcio Catone, preparava un piano dattacco.
Ora s, ora s diceva fra i denti, quasi sorridendo. Domani ci lanceremo contro il cartaginese. Dovr combattere da una posizione di inferiorit. Adesso che lui non vuole lottare,  il momento giusto per entrare in battaglia.
I tribuni annuivano e i centurioni si sfregavano le mani in previsione del bottino di guerra. Fabio Massimo scoppi in una sonora risata, che rimbomb fra le rocce di quella ripida gola.
Quanti viveri abbiamo? chiese Annibale nella sua tenda, avvolto in pelli di capra e pecora, mentre il tramonto estendeva la sua lunga ombra sulla valle e sulle truppe.
Abbiamo abbastanza frumento da superare parte dellinverno e bestiame, molto bestiame, ma non so se sar sufficiente per tutta la stagione fredda. Era Maarbale a illustrare la situazione. Nessuno si aspettava di finire in un terreno tanto arido e portare altri viveri avrebbe rallentato la marcia.
Annibale annuiva.
Daccordo, daccordo. Esattamente, quanti capi di bestiame abbiamo?
Non lo so,  difficile dirlo con precisione. Duemila, direi.
Basteranno, dovranno bastare rispose Annibale. E i Romani?
Per il momento si limitano a prendere posizione. Non credo che attaccheranno fino allalba, ma ho limpressione che questa volta si lanceranno sopra di noi. La loro posizione  molto vantaggiosa. Questa  una trappola.
Maarbale aveva unaria desolata. Tanti combattimenti e tante vittorie, per poi perdere tutto a causa di uno stupido errore di due guide che avevano capito male il nome di una destinazione. Si erano meritate di essere crocifisse.
Che gli uomini raccolgano legna, rami secchi, pali e corde, piccoli pezzi di fune, a migliaia. E legna, molta legna furono gli strani ordini di Annibale.
Il luogotenente, perplesso, non sapeva che cosa fare.
Il generale, che in parte comprendeva la sua confusione, aggiunse: Non resteremo qui neanche una notte. Che gli uomini cenino presto, subito dopo aver raccolto la legna, ma senza accendere fuochi.
La notte copriva le montagne e la valle con il suo fitto mantello scuro. Lestate stava per finire e le notti erano ancora brevi, quindi mancava poco allalba. A uno dei posti di guardia in cima alle montagne, un legionario si sforzava di scrutare fra le ombre. Gli sembrava di aver visto qualcosa muoversi in lontananza, ma no, sicuramente gli occhi lo ingannavano. Qualche minuto dopo, per, tutto ebbe inizio. Si avvicinavano le calende di ottobre e la luna si vedeva appena. Decine di torce iniziarono a muoversi ai piedi della montagna. La sentinella calcol la posizione delle fiamme sulla base di ci che ricordava di aver visto al tramonto. Era un fianco lungo e ripido, difficile da scalare per i Cartaginesi. Allalba li avrebbero attaccati da l. Ormai non erano pi decine, ma centinaia di torce, e si muovevano. Avanzavano verso di lui. Il legionario chiam un centurione. Questi, al sentire lallarme, arriv subito.
Da quanto tempo sono accese quelle torce? chiese lufficiale, nervoso. Perch non mi hai chiamato prima?
Sono comparse ora! si difese il legionario di guardia.
Le torce risalivano il fianco della montagna a una velocit incredibile, come se i Cartaginesi che le portavano scalassero il pendio di corsa.
Guarda, centurione disse la sentinella del posto di guardia accanto, indicando laltra estremit della valle. Anche l risale una colonna di torce.
Date lallarme generale! grid il centurione. Ci attaccano, ci attaccano! Tutti ai loro posti! I Cartaginesi risalgono la montagna!
Fabio Massimo sent un gran baccano. Afferr subito la spada e usc dalla tenda. Fuori, i lictoreslo aspettavano per accompagnarlo.
Che cosa succede? chiese.
Migliaia di Cartaginesi risalgono le montagne, a tutta velocit spieg uno di loro. Hanno gi raggiunto i primi posti di guardia.
I legionari si protessero con gli scudi e prepararono i lunghi pila, per infilzare i primi Cartaginesi che fossero arrivati in cima, ma a mano a mano che le torce si avvicinavano, il terreno inizi a vibrare in modo strano, come se non fossero soldati ma elefanti quelli che si arrampicavano su per le montagne. Sapevano per che era impossibile, i Cartaginesi non avevano pi quegli animali. Qualcuno, terrorizzato, abbandon la posizione e indebol cos la prima linea, che accolse le torce in condizioni di inferiorit.
Quando le fiamme, a pochi passi di distanza, permisero di distinguere chi le portava, i Romani, spaventati, capirono che cosa stava per abbattersi contro di loro: non erano soldati cartaginesi e neanche elefanti quelli che puntavano verso di loro a tutta velocit, ma centinaia di vacche e tori con le torce legate alle corna, una moltitudine di bestie prese dal panico, che cercavano di sfuggire al fuoco infernale che li inseguiva e che, per quanto corressero, non li abbandonava. Peggio ancora, le fiamme con il movimento si erano ravvivate e avevano iniziato a bruciare la base delle corna, e quel dolore insopportabile spingeva gli animali a una fuga senza fine e senza meta, che distruggeva tutto ci che incontrava. Cos, non solo i primi posti di guardia, ma tutta la prima fila dei Romani cedette senza quasi opporsi alla carica di quelle bestie impazzite, che, una volta superate le posizioni iniziali, si addentrarono fra le tende dellaccampamento seminando il caos.
In quel disordine, alcuni gruppi armati di Cartaginesi, che avevano seguito e aizzato le bestie, iniziarono a ferire e uccidere tutti i Romani confusi e disarmati che incontravano.
Fabio Massimo si sforzava di riportare lordine. Dopo una lunga ora di confusione assoluta, quando la maggior parte degli animali con le corna in fiamme fu abbattuta o respinta, inizi a ricomporre la formazione delle legioni e a contrattaccare i soldati cartaginesi appostati fra le vette, dove le sentinelle romane che avevano dato lallarme giacevano morte sotto i sandali dei nemici. Erano soldati iberici esperti nel combattimento fra le montagne, sempre in piccoli squadroni, impegnati in una guerriglia permanente.
Fu una lunga notte per i Romani e soprattutto per Fabio Massimo. Allalba, i suoi occhi assistettero inorriditi a un triste spettacolo. Migliaia di cadaveri sparsi fra le cime e i fianchi delle montagne. Molti erano Iberi dellesercito cartaginese, ma cerano anche numerosi legionari di Roma e soldati delle forze alleate. E il peggio arriv quando Fabio Massimo si avvicin a una delle rocce pi alte, da cui pot scrutare lorizzonte ed esaminare la valle, e vide che non restava pi un solo soldato di Cartagine. Annibale aveva seminato la confusione con lo stratagemma delle bestie impazzite e, approfittando del caos e della notte, aveva portato via il grosso dellesercito da quella gola di roccia e pietra. In cambio di qualche centinaio di capi di bestiame che avrebbe recuperato sicuramente nei prossimi giorni saccheggiando i territori circostanti, aveva salvato il proprio esercito e, soprattutto, umiliato il generale nemico.
Fabio Massimo si guardava intorno incredulo. La reazione di Roma non avrebbe tardato ad arrivare.

55
SFIDA FRA TITANI

Italia centrale, fine dellestate del 217 a.C.
Annibale era fuggito dai monti di Casilinum e poteva muoversi di nuovo liberamente su un territorio pianeggiante. Quel nuovo generale, Fabio Massimo, non era come gli altri. Per settimane lo aveva provocato affinch combattesse dove conveniva alle sue truppe e per tutto quel tempo il dittatore romano si era rifiutato di farlo, aspettando, comera successo, che lui commettesse un errore. Quella volta si era salvato, ma Annibale cap che con il generale avrebbe dovuto essere ancora pi abile e, se possibile, contorto quanto lui, se non di pi.
Voglio che siano attaccate tutte queste fattorie e ville, ma queste segnate sulla mappa non devono subire alcun danno.
Il giorno successivo, Annibale segnalava gli obiettivi a Maarbale, che lo ascoltava con attenzione. Dopo aver salvato lesercito da quella stretta valle circondata dai Romani, il rispetto e lammirazione degli ufficiali nei confronti del loro capo erano aumentati enormemente. Per questo Maarbale non chiese il perch di quelle strane istruzioni e pens piuttosto a interpretare bene i segni sulla mappa ed eseguire fedelmente ci che gli veniva chiesto. Il generale apprezz tanta fedelt e decise di ricompensarla con una spiegazione.
Le terre che rispetteremo nei prossimi attacchi appartengono al generale romano che guida le legioni.
Sono di Fabio Massimo? chiese Magone, il fratello minore di Annibale, presente insieme al resto degli ufficiali.
Esatto, fratello. Sono di Fabio Massimo, per questo non le toccheremo.
Ma insomma, se posso chiederlo e se vuoi spiegarlo, altrimenti non importa  un tuo ordine Con queste parole, Maarbale fece per uscire dalla tenda, ma Annibale lo prese per un braccio e lo ferm.
Siediti, Maarbale, siediti e ascolta. Anche tu, fratello. Ascoltatemi tutti. Voglio che mi comprendiate, ho bisogno di ufficiali che non rispettino solo i miei ordini, ma che li capiscano. So che mi seguite per convinzione e lealt, ma voglio condividere con voi le ragioni della mia strategia.
Sono tutto orecchi comment Maarbale, seduto ma con la schiena diritta, attento, interessato.
Fabio Massimo  il primo generale che comanda le legioni di Roma a sapere quello che fa: ha evitato di combattere e ha ignorato le nostre provocazioni senza lasciarsi trascinare dallira o dal nervosismo. Ho sentito che fra i suoi uomini questo atteggiamento non  apprezzato. Sapete che abbiamo spie ovunque. Il suo luogotenente, Minucio Rufo,  un uomo impulsivo, dal carattere simile a quello dei consoli che abbiamo gi sconfitto, come Sempronio o Flaminio. Bene, dobbiamo riuscire a rovinare ancora di pi limmagine di Fabio fra gli stessi Romani. Non vinceremo questo generale sul campo di battaglia: a Casilinum ci siamo salvati per un pelo. No, lo vinceremo dallinterno, facendo in modo che siano gli stessi Romani a destituirlo, ad allontanarlo dal potere, perch ha seguito una tattica intelligente che loro non comprendono. Ecco come dobbiamo agire.
In quel momento, Maarbale ebbe la sensazione che Annibale avesse smesso di rivolgersi a loro ma che parlasse fra s, come se si godesse il suo stesso piano, la sua sottile astuzia forgiata in mille conflitti.
Per questo attaccheremo e distruggeremo tutto ci che incontriamo, tranne le sue propriet. Quelle resteranno intatte e i Romani, che non vedono al di l del loro naso, ne dedurranno che esiste un patto segreto fra me e Fabio Massimo, e questo lo distrugger agli occhi dei suoi uomini. Sar messo da parte, Minucio assumer il comando supremo e a quel punto giocheremo con il nuovo generale in capo e ci divertiremo con lui finch non far la fine del console Flaminio.
Annibale si rilass sulla sedia e sorrise, mentre Maarbale e Magone, ammirati e confusi, lo guardavano a bocca aperta. Non erano sicuri che quellastuzia avrebbe portato ai risultati che il generale auspicava, ma come opporsi a chi tante volte aveva visto pi lontano di tutti gli ufficiali messi insieme?
Fabio Massimo passeggiava per la tenda, le mani dietro la schiena e gli occhi a terra, la fronte corrucciata, il respiro affannato. Marco Porcio Catone, seduto in un angolo, e il figlio del dittatore, Quinto, erano gli interlocutori silenziosi del vecchio senatore.
Conoscete gi la nuova strategia di Annibale per destare sospetti sulle mie azioni, vero?
Entrambi annuirono. La notizia che i Cartaginesi stessero distruggendo tutto ci che incontravano tranne le vaste propriet della famiglia del dittatore di Roma era corsa per le strade della citt e, peggio ancora, fra le legioni. Come aveva previsto Annibale, quello stratagemma danneggiava rapidamente limmagine gi deteriorata di Fabio Massimo.
Ripassiamo la situazione prosegu il dittatore. Ecco che cosa ho pensato: durante lultimo scambio di prigionieri con Annibale ci hanno consegnato pi soldati. Credo, se la memoria non mi inganna, circa duecentoquarantasette legionari in pi.
Catone annu, mentre controllava la cifra su alcune tavolette. In ogni caso, si trattava di una domanda retorica: la memoria non tradiva mai Fabio Massimo.
Allora, prosegu il vecchio senatore abbiamo bisogno di denaro. Vediamo, secondo il trattato sullo scambio dei prigionieri, dobbiamo pagare due libbre e mezzo dargento per ogni uomo in pi che ci viene consegnato dal nemico, quindi un totale di seicentodiciassette libbre e mezzo che dobbiamo pagare ai Cartaginesi, se vogliamo che in futuro ci siano ancora scambi di prigionieri.  molto denaro.
Molto conferm Marco Porcio Catone.
Bisogner scrivere al Senato per richiederlo. Non possono negarcelo aggiunse Quinto.
No, non possono negarcelo, prosegu Fabio per possono rimandare e costringerci ad aspettarlo, e approfittare di questi giorni per mettere in discussione la mia strategia difensiva contro Annibale. Sento gi Emilio Paolo e la sua famiglia, gli Scipioni, Marcello, perfino Varrone e molti altri, che spiegano a voce alta e forte che se fossimo pi aggressivi avremmo pi prigionieri e sarebbero i Cartaginesi a doverci pagare. No, figlio mio, non chiederemo niente al Senato.
Il dittatore rimase in silenzio per qualche istante, prima di proseguire. Un leggero sorriso comparve agli angoli delle sue labbra, quasi impercettibile, ma non per Catone, che conosceva ogni gesto del mentore.
Invertiamo i ruoli e prendiamo due piccioni con una fava. In primo luogo voglio che tu, Quinto, ti rechi a Roma e venda tutte le propriet a cui Annibale si  avvicinato senza distruggerle. E fallo in fretta, anche a costo di ricavarci di meno. Devono pagarti in argento, per, questo s. Ti aspetto qui di ritorno con settecento o ottocento libbre, che  allincirca quello che ho calcolato che potremmo ricavare vendendole sottoprezzo. Con quel denaro pagheremo il cartaginese. Cos, da un lato metteremo a tacere le critiche sui presunti patti segreti fra me e Annibale, dallaltro mi eviter limbarazzo di presentarmi davanti a un Senato ostile a darmi denaro. Sacrifico alcune terre,  vero, ma  evidente che Annibale cerca di intaccare il mio potere dallinterno, affinch Roma metta al comando un altro inutile, ambizioso e irresponsabile che giochi secondo le regole dettate da lui. No, rester al potere, anche se ci significher sacrificare parte del mio patrimonio. Annibale non sa ancora contro chi combatte e fino a dove sono disposto ad arrivare. Quinto, vai a Roma. Porta con te una turmadi cavalleria. Le strade di questi tempi sono poco sicure.
Con quelle parole, il dittatore si sedette ed esal un profondo sospiro. Quinto si alz, si conged dal padre e usc dalla tenda. Catone rimase da solo con Fabio Massimo. Il giovane tribuno osservava il vecchio senatore, ammirato dalla risposta abile e sorprendente che aveva pianificato per contrastare la contorta strategia di Annibale. Era in momenti simili che capiva perch seguiva i passi di quelluomo. Gli capitava sempre pi spesso di pensare di aver imparato gi tutto da lui, ma in giornate come quella si rendeva conto di aver ricevuto lennesima lezione di strategia e politica.

56
AL FORO

Roma, fine dellestate del 217 a.C.
Emilio Paolo era in compagnia di Publio Cornelio Scipione, del giovane Publio e di Gaio Lelio. Passeggiavano per il Foro. Con Emilio Paolo cerano anche il primogenito Lucio Emilio, alcuni cugini e altri familiari. I due senatori commentavano il dibattito a cui avevano appena assistito al Senato.
Casilinum  stata lultima goccia inizi Emilio Paolo. Molti sono stanchi delle tattiche temporeggiatrici di Fabio. Credo che sia giusto ridurre il suo potere.
Publio Cornelio annu.
La dittatura  terminata? chiese il giovane Publio.
No, nominalmente no, chiar il padre ma in pratica s. Fabio continua a essere dittatore, ma il Senato, in modo eccezionale, ha deciso di attribuire a Minucio Rufo altrettanti poteri.
Il capo della cavalleria che comanda come un dittatore?  assurdo comment il figlio di Emilio Paolo.
S, continu il vecchio senatore, suo padre ma non solo.  unumiliazione per Fabio. In ogni caso, in un certo senso  come tornare al consolato, con il dittatore e il capo di cavalleria che hanno gli stessi poteri dei consoli.
Fabio Massimo non la mander gi comment Publio Cornelio Scipione, come se parlasse fra s.
Emilio Paolo lo guard. Un breve silenzio scese sul gruppo. Infine lesperto senatore si rivolse al collega.
La mander gi come ha mandato gi molto altro, anche se  possibile che Minucio Rufo gli sar indigesto, ma ascoltami bene, mio caro amico, Fabio Massimo ne uscir comunque vincitore. Tempo al tempo. Non so come, ma ricorda le mie parole: Fabio Massimo  un sopravvissuto, lo  stato e lo sar sempre. In ogni caso, oggi quello che conta  il tuo mandato di proconsole.
Il giovane Publio spalanc gli occhi e Gaio Lelio la bocca. Sapevano che si era parlato di inviare rinforzi in Hispania, ma Publio Cornelio ancora non aveva svelato nulla e loro non avevano avuto modo di chiederlo, impegnati comerano a discutere di Fabio Massimo e Minucio Rufo.
Emilio Paolo not la sorpresa del giovane Publio, il suo futuro genero probabilmente, e dellufficiale che lo accompagnava.
Mi spiace, si scus credo di aver detto pi del dovuto.
Publio Cornelio padre alz la mano e la agit in aria, come a cancellare lerrore dellamico.
Volevo aspettare di essere a casa per parlarne, ma daccordo, continu, rivolto al figlio sono stato nominato proconsole, con la missione di recarmi in Hispania con due legioni di rinforzo per aiutare Gneo a tenere a bada i Cartaginesi e impedire che attraversino lEbro. Ecco come stanno le cose.
Ecco come stanno le cose? Emilio Paolo scoppi a ridere. Per tutti gli di,  stata una delle scene pi divertenti che ho visto al Senato negli ultimi anni! I sostenitori di Fabio hanno cercato in ogni modo di evitarlo.
Evitarlo? E come? Come possono opporsi allinvio di rinforzi in Hispania? chiese il giovane Publio e guard ammirato il padre, che trattava con tanta discrezione la sua nuova nomina.
Emilio Paolo, felice di essere lui a informare il gruppo, prosegu con il racconto.
Daccordo. I difensori di Fabio sostenevano, con una retorica accettabile, che la priorit  la guerra in Italia e che abbiamo bisogno di tutte le risorse e di tutte le legioni qui, per frenare Annibale. Ma in questo caso i fatti hanno potuto pi delle parole, dal momento che quando Fabio si  assentato per qualche giorno, Minucio ne ha approfittato per attaccare apertamente Annibale ottenendo un risultato molto positivo. Niente di definitivo, certo, ma  stata la prima volta che il nostro esercito ha affrontato linvasore cartaginese sul territorio italico senza essere sconfitto. Questo ha fatto guadagnare molti punti a Minucio al Senato. Dove ci porter questo capo della cavalleria salito ai ranghi di codittatore? Lo sanno solo gli di. Personalmente, ho i miei dubbi su questa ascesa, ma  stato interessante vedere come Fabio e i suoi perdevano adepti. Anche se tutto pu cambiare da un momento allaltro.
Inoltre, intervenne Publio Cornelio padre va detto che loscura questione dei terreni di Fabio risparmiati da Annibale ha avuto il suo peso.
S, anche se bisogna ammettere, addirittura ammirare, la maestria con cui ha saputo rispondere alla tortuosa strategia di Annibale. Mi aspetto molte azioni malvage da Fabio, ma non un patto con Annibale. Questo no. Per il resto,  capace di qualsiasi cosa.
Sono daccordo ammise lamico.
Insomma Emilio Paolo prosegu con le spiegazioni la grande vittoria di Gneo su Asdrubale, il fratello di Annibale, ha fatto pendere la bilancia, giovane amico, a favore di tuo zio e tuo padre. Il risultato  che questa mattina Fabio ha perso al Senato: ha visto ridurre il suo potere a Roma, dovr condividere il comando dellesercito con Minucio e al tempo stesso ha visto consegnare due legioni a tuo padre perch si rechi in Hispania come proconsole. Forse sarebbe andata diversamente se Fabio fosse stato presente per difendersi. La dea Fortuna e Annibale ci hanno dato una mano.  stata una buona giornata. Gli di distribuiscono il potere. Sapranno quello che fanno. Sono felice e lo  anche tuo padre, Publio, bench non lo dia a vedere come  suo costume, quindi vi invito a mangiare a casa mia. Anche se forse qualcuno avr altri interessi nella mia domus, oltre al cibo e al vino.
Il giovane Publio abbass gli occhi e sent gli sguardi di tutti posarsi su di lui. Come se non bastasse, si accorse di essere arrossito mentre sentiva i due senatori, Emilio Paolo e suo padre, che ridevano. Daccordo, il suo interesse per Emilia era di dominio pubblico, ma non cera bisogno di tirare fuori la faccenda in continuazione.
Gaio Lelio intervenne per distogliere lattenzione dei presenti dal compagno di battaglie.
Bene, io sono fra quelli che si interesseranno al vino, se non vi dispiace.
Dispiacermi? chiese Emilio Paolo. A casa mia, chi combatte per Roma pu bere finch gli pare.
Lelio cap che quelluomo era un gran senatore e non pot fare a meno di pensare che le nozze, che presto avrebbero unito ancor di pi quelle due potenti famiglie patrizie, sarebbero state un evento da non perdere.
Il gruppo si diresse verso la domusdi Emilio Paolo. Publio Cornelio si port accanto al figlio, cammin pi lento e lasci che gli altri si distanziassero di qualche passo.
Ascolta, Publio, quello che sto per dirti  importante.
Il figlio lo guard con attenzione.
Nei prossimi giorni partir per lHispania, come abbiamo detto. Non so quanto ci rester, ma a giudicare dalle notizie che ci arrivano e da quello che riesco a intuire dai messaggi ufficiali di tuo zio al Senato, potr essere una campagna lunga, nonostante le vittorie conseguite, perch i Cartaginesi dispongono di enormi risorse in quel territorio. Mi capisci?
Il giovane Publio annu. A parlargli era suo padre, proconsole di Roma. Provava rispetto, ammirazione, interesse.
Bene, continu il senatore voglio che tu resti qui, in citt, e che ti prenda cura di tua madre e di tuo fratello. Anche se so che presto dovrai tornare a combattere, perch Annibale  un osso duro e non sono sicuro che Fabio Massimo abbia compreso quanto  complessa la situazione. Voglio che tu combatta con onore, ma che eviti sacrifici inutili. A Roma ci sono molte persone ambiziose, ma non tutti sono bravi generali. Segui i consigli di Emilio Paolo,  un uomo saggio e con una grande esperienza sul campo di battaglia. Se sarete insieme, fidati del suo giudizio. Anche Lelio  un buon amico. Conservalo. E stai attento alle manovre di Fabio Massimo e di quel giovane che lo accompagna, quel Marco Marco
Marco Porcio Catone.
S, lui. Non mi piace per niente.
C anche Quinto, il figlio di Fabio.
No, il figlio non mi preoccupa troppo.  ambizioso, ma questo non  un delitto. Non lo temo. Perfino con Fabio Massimo si pu ragionare, oggi ne abbiamo avuto la dimostrazione. Ma quel Catone quel Catone  ambizioso quanto Fabio e temo che sia capace di ricorrere a qualunque mezzo pur di raggiungere i suoi obiettivi. Insomma, ti ho detto molte cose in poco tempo, ma soprattutto: onore, prudenza e ascolta Emilio Paolo e Lelio sul campo di battaglia. Credo che siano i consigli migliori che posso darti. Quanto a Emilia, sai gi che sono daccordo.
Publio annuiva a ogni frase. Il padre sembr esitare. Infine si decise a concludere i suoi pensieri.
Ora quella che mi preoccupa  tua madre, quando lo scoprir. Laltra notte ha avuto un incubo e so che lo metter in relazione con la mia nomina a proconsole. Io non credo in queste cose, ma tua madre s, e devo ammettere che in qualche occasione ho avuto la sensazione che i suoi occhi vedessero pi lontano dei nostri. Il proconsole rimase in silenzio per qualche istante. Ora andiamo a casa di Emilio Paolo, che  stato cos gentile da invitarci.
Padre e figlio accelerarono il passo.
Lelio, che si era accorto che i due erano rimasti indietro ed era stato sul punto di avvisarli, nel vedere il padre parlare con seriet al figlio aveva capito che si trattava di una conversazione privata e sicuramente di grande importanza e si era bloccato.
A un tratto sent una mano sulla schiena e la voce del giovane Lucio Emilio, il figlio del senatore.
Sei preoccupato per Publio?
Insomma, no s.  mio amico.
Il giovane annu con ammirazione e rispetto e invit Gaio Lelio a svoltare in un vicolo, per seguire il resto del gruppo verso casa.

57
UN ABBRACCIO TRA FRATELLI

Tarraco, autunno del 217 a.C.
Gneo aspettava il fratello nel porto della citt in cui aveva stabilito il suo quartier generale. Publio scese dalla nave, mentre il resto delle imbarcazioni attraccava a turno per scaricare. Il porto di Tarraco non era ancora in condizione di ospitare tutta la flotta di Roma destinata in Hispania.
Altre trenta navi! esclam Gneo, spalancando le braccia.
E ottomila uomini! Altre due legioni! rispose Publio.
I due fratelli si fusero in un lungo e forte abbraccio.
Abbiamo sentito la tua mancanza da queste parti. Non abbiamo dato tregua ai Cartaginesi finch non li abbiamo cacciati a sud dellEbro, ma senza di te mi sono perso la met del divertimento.
Publio ascoltava divertito la visione tutta particolare che il fratello aveva della guerra.
Anche a te hanno dato la carica di proconsole? chiese Gneo con un sorriso.
Esatto.
Fratelli e proconsoli. Dobbiamo berci sopra! Gneo era felice.
Ti saresti divertito a vedere i sostenitori di Fabio che cercavano di convincere il Senato a non inviare altre truppe in Hispania, insistendo che erano necessarie per lottare contro Annibale.
Quel topo di fogna e i suoi seguaci
Annibale? chiese Publio.
No, Fabio, Quinto Fabio Massimo. Dittatore, con quattro legioni ai suoi ordini, e non  capace di affrontare il cartaginese in campo aperto.
I due fratelli camminavano per il porto diretti alla casa che Gneo aveva fatto costruire al centro della citt.
Le notizie sono arrivate fin qui? chiese Publio.
Insomma, voci, storie confuse, ma in tutte torna il fatto che Fabio sfugge alla battaglia. Ho dovuto mettere in chiaro ai Cartaginesi di Hispania che da queste parti il comando romano ha un altro modo di condurre la guerra.
Non ho dubbi, Gneo. E la cosa ha infastidito Fabio non poco. Mentre lui se la prende comoda contro Annibale, tu distruggi larmata del fratello. Credo che diversi senatori abbiano votato a favore dei rinforzi non per questioni di strategia, ma per umiliare il dittatore.
Publio prosegu con il racconto dello scontro nella valle e di come Annibale fosse sfuggito allaccerchiamento di Fabio. Con quelle storie arrivarono alla casa che Gneo aveva voluto per s a Tarraco, nello stile di una classica domusromana. Non era ancora terminata e si vedevano gli schiavi al lavoro sulle pareti esterne, ma una volta attraversato il vestibolo, latrio dava su uno spazio relativamente tranquillo, nel caos in cui si era trasformata quella piccola citt sin dallarrivo di Gneo. Nellintimit dellatrio, condividendo una caraffa di vino e un po di frutta, Gneo si rivolse al fratello con un tono interessato che non era da lui.
E il ragazzo?  vero quello che ho sentito, che ti ha salvato durante una battaglia contro Annibale? So che ti hanno ferito. Ti vedo bene, ma sei guarito del tutto?
Publio sollev leggermente la mano per frenare il torrente di domande del fratello. Si alz e scost la toga e la tunica per mostrargli la ferita alla gamba. Una lunga cicatrice percorreva lintera coscia.
Per tutti gli di, deve averti fatto un male cane.
Laltro lasci ricadere la tunica e la toga e torn a sdraiarsi sul triclinium.
Quel che mi ha fatto pi male  stata la sconfitta. Avrei un ricordo orribile della giornata sul Ticino, se non fosse stato per il ragazzo. Mi ha salvato la vita, Gneo. Ero circondato, ferito e senza pi forze, e lui  comparso dal nulla e si  frapposto fra me e i Cartaginesi. Poi sono arrivati i suoi uomini, la turmadi cavalleria che gli era stata assegnata, e ci hanno tirati fuori da l, me e molti dei miei soldati. Si  comportato da eroe. Solo per questo la mia ferita  motivo di orgoglio. Ogni volta che la vedo, mi ricordo del coraggio di mio figlio e trovo la forza per proseguire.
Gneo ascoltava a occhi sgranati. Publio continu a raccontare di come il figlio fosse intervenuto al ponte sul Ticino e del suo coraggio sul Trebbia, nonostante le due battaglie si fossero concluse con una sconfitta.
Stiamo portando avanti male la guerra in Italia, ma almeno la nostra famiglia mantiene alto lonore. Publio  molto apprezzato dai suoi uomini ed  solo un ragazzo.
E lho addestrato io disse Gneo con il petto gonfio dorgoglio.
Esatto, e brindo a questo, fratello.
I due uomini alzarono il calice e bevvero alla salute del figlio e nipote.
Dal giorno che mi ha fatto cadere da cavallo, ho avuto il presentimento che avrebbe fatto grandi cose. Perch non  venuto con te? Qui avrebbe potuto terminare laddestramento.
Ci sono diversi motivi.
Gneo alz le mani, come a dire che non capiva che cosa potesse aver trattenuto il nipote a Roma.
Non mi guardare cos, Gneo. Ci ho pensato seriamente, ma ci sono Pomponia e Lucio, e i nostri amici e clienti. Qualcuno doveva restare in citt a proteggere i nostri interessi. Fabio, nonostante i suoi problemi con il Senato e con Annibale, acquista sempre pi potere. Non potevo andarmene e portarmi via anche Publio. Il ragazzo  maturato molto. Si prender cura dei nostri cari. E poi niente. Tutto qui.
Poi che cosa? chiese Gneo.
Visto che insisti, perch no? C una donna, una giovane.
Per Castore e Polluce, perch non lhai detto subito invece di tutta quella solfa sulla famiglia e i nostri interessi? Cos mio nipote si  gi invischiato con le donne. Spero che non ce lo rovinino, con la fatica che ho fatto a temprarlo.
No, non poteva scegliere meglio. Si tratta di Emilia, Emilia Terza, la figlia di Emilio Paolo.
La figlia del vecchio senatore? Ma  perfetto! Sarebbe una potente alleanza. Sono sicuro che Fabio non la vedr di buon occhio. Mi piace ancor di pi.
No, sicuramente no. In ogni caso, ho ritenuto opportuno che il ragazzo restasse a Roma e consolidasse il pi possibile questo legame. Come giustamente hai detto, ununione con gli Emilii rafforzerebbe la nostra posizione al Senato.
E come  andata? Come lo hai convinto? Quel ragazzo sa essere molto ostinato.
Non lho convinto.  questa la parte migliore. Un giorno mi ha accompagnato a trovare Emilio Paolo e si sono invaghiti.
Il nostro Publio e il vecchio senatore?
No, Gneo, no. Publio e la figlia del senatore.
Per Ercole, questo no! grid Gneo. Lamore no, no! Ce lo rammollir.
Comunque sia, si piacciono ed  un legame che ci interessa. Che importanza ha se succede perch si amano o perch li abbiamo convinti? Limportante  che questa unione si formalizzi.
E il vecchio, che cosa dice?
Emilio Paolo  daccordo. Ma abbiamo deciso di non esercitare pressioni, di lasciare che si conoscano. Si scrivono.
Si scrivono? esclam Gneo in tono sprezzante. Quando cero io a Roma, con le donne mio nipote faceva qualcosa di pi che scrivere.
Immagino, fratello, e preferirei che non scendessi nei dettagli. In questo caso parliamo della figlia di un senatore, che  stato console e che probabilmente lo sar di nuovo.
S, certo. Scusa, scherzavo. Lunione con questa ragazza  una buona scelta. Il ragazzo cresce proprio bene. Temo solo che la dolcezza dellamore lo rammollisca in battaglia. Un uomo innamorato non  il migliore dei soldati.
A meno che non lotti per la citt in cui vive la sua promessa e senta di combattere per difenderla.
Forse concesse Gneo, ma senza troppa convinzione.
Non preoccuparti. La guerra contro Annibale sar complicata e purtroppo sono sicuro che Publio avr tutte le occasioni per dimostrare il proprio coraggio.
S, forse, forse. Gneo continuava a sembrare poco convinto. Suo nipote innamorato. Non laveva previsto. Anche se la figlia di Emilio Paolo era senza dubbio una delle scelte migliori che potesse fare.
Ascolta La voce di Publio lo riscosse dai suoi pensieri. Lasciamo perdere la famiglia e passiamo alla questione che mi ha portato fin qui. Che piano hai ideato per cacciare Asdrubale dallHispania?
Asdrubale? S, certo. Andiamo a cercarlo, lo troviamo, combattiamo e lo sconfiggiamo.
Non  una strategia troppo elaborata.
No, ma finora ha funzionato. Parlando sul serio, s, ci ho pensato. Abbiamo il controllo del mare, ma se non lo sconfiggiamo a terra questa storia non finir mai. Vieni, voglio mostrarti le mappe disegnate dai miei esploratori iberici.
Gneo si alz e il fratello lo segu fino al tablinum. Su un semplice tavolo di pino erano aperte diverse mappe della zona coperte di annotazioni, dai Pirenei allEbro e dallEbro fino a Carthago Nova e al Sud.

58
LINIZIO DELLA FINE

Nord dellApulia, autunno del 217 a.C.
Fabio Massimo aspettava quel momento da quando un messaggero ufficiale gli aveva portato la notizia da Roma. Il soldato, un decurione di cavalleria, esperto nel combattimento ma nervoso davanti allonnipotente senatore, gli aveva consegnato le tavolette. Fabio Massimo le aveva prese e aveva letto con attenzione, due volte di seguito e senza alzare gli occhi, la decisione del Senato di Roma, che lo equiparava, per rango e potere sulle legioni, al capo della cavalleria. Nominalmente non gli toglieva il titolo di dittatore, ma a tutti gli effetti Fabio Massimo tornava ad avere i poteri di un console. Chiunque altro sarebbe stato riconoscente al Senato, per la delicatezza con cui si limitava ad abbassarlo di grado, ma per chi era avvezzo alla carica di console quel messaggio era umiliante. Non si accennava alla vendita delle sue propriet per far fronte al pagamento dei prigionieri. Cera da aspettarselo. Quella mossa era servita solo a mettere a tacere le voci di un patto segreto fra lui e Annibale. Nessun ringraziamento per il suo sacrificio economico. Nessun rimprovero ufficiale e nessuna domanda al riguardo. Forse era meglio cos. Il console si era ormai rassegnato alla perdita delle propriet. Restava la questione di Minucio, elevato al suo stesso livello. Era quella la cosa pi importante. Immagin che Rufo non avrebbe tardato a presentarsi per reclamare la sua quota di potere.
Fabio aveva restituito le tavolette al messaggero, che le aveva tenute in mano senza sapere bene cosa farsene.
Hai riferito il tuo messaggio, puoi ritirarti aveva detto il dittatore congedandolo per poter riflettere.
Catone guardava il suo mentore in attesa di informazioni. Senza fretta, ma attento. Un servo diligente, sollecito.
Non c modo di eludere lordine? aveva chiesto Catone, esitante, senza sapere se la sua fosse una domanda opportuna, dopo che Fabio Massimo gli aveva riferito la decisione del Senato.
Eludere questordine? Fingere che non sia mai arrivato? Fabio ci aveva riflettuto per qualche secondo. No,  impossibile. Nel migliore dei casi non faremmo che ritardare linevitabile. Lo stesso Minucio arriver con una copia di questordine fra le mani.  astuto come cospiratore, peccato che sul campo di battaglia la sua intelligenza si riduca parecchio. No, dobbiamo eseguire diligentemente il mandato del Senato, senza discuterlo. Il Senato di Roma conferisce il potere e lo toglie. Avrei dovuto recarmi l di persona. Fabio si era alzato e aveva parlato a voce pi alta. Quegli imbecilli si lasciano convincere da chiunque! Per Castore, Minucio Rufo con il potere di un console! Bisogna risolvere la faccenda con astuzia, Marco, con intelligenza.
Il dittatore aveva chiuso gli occhi ed era rimasto fermo. Sapeva che la soluzione era l, nella sua testa.
Dopo qualche ora, la figura alta e orgogliosa di Minucio Rufo si stagli sulla porta della tenda.
Entra, entra, mio caro Minucio disse Fabio in tono cordiale. Vuoi un po di vino?
Circondato dai suoi ufficiali, laltro rifiut il vino con un gesto della mano. Poi si guard intorno, not Catone e altri tribuni di fiducia del dittatore e, girandosi di nuovo verso Fabio, mostr una tavoletta.
Lospite lasci lanfora sul tavolo e si sedette, in silenzio. Non invit Minucio ad accomodarsi. Guard la tavoletta senza prenderla.
So gi che cosa c scritto disse infine.
La risposta fredda del dittatore non sembr turbare Minucio.
Bene, quindi a partire da domani ci alterneremo al comando delle legioni.
No, non credo.
Scusa? chiese il capo della cavalleria. Il suo tono di voce rivelava incredulit. Ti rifiuti di obbedire al Senato di Roma?
Fabio sorrise, laconico, divertito dalla semplicit del suo interlocutore. Gli ufficiali presenti nella tenda, quelli dalla parte di Minucio e quelli fedeli a Fabio, erano in attesa. Se Fabio Massimo non avesse obbedito, la sua sarebbe stata uninsubordinazione militare, un tradimento dello Stato.
No, certo che non mi rifiuto di eseguire il mandato del Senato di Roma chiar il vecchio.
Allora non capisco perch non vuoi unalternanza al comando delle legioni.  lusanza, quando si dispone di un unico esercito insistette Minucio.
Ah, certo, un unico esercito, quattro legioni, ci stiamo avvicinando alla questione principale, credo. Fabio iniziava a divertirsi. Era stato sconfitto al Senato, la sua immagine era stata screditata e sminuita, ma lui era pur sempre Fabio Massimo e quello davanti a lui solo un buffone. Vedi, caro Minucio, ci sono altri modi di eseguire il mandato del Senato.
Altri modi?
Certo. Fabio lo guard come a dire: Sembra incredibile che tu non ci arrivi, amico mio. Certo, Minucio prosegu in un tono paternalista che fer linterlocutore, che si vedeva obbligato ad ascoltare come se avesse davanti un maestro di scuola. Vediamo. Te lo spiegher in modo che tu possa capirlo: il Senato ci ha dato pari poteri sullesercito, il che in pratica, per quanto mi costi ammetterlo, significa tornare al sistema consolare.  come se tu e io fossimo consoli, Minucio.
Consoli s, certo ammise laltro mentre aggrottava la fronte, diffidente, temendo qualche sotterfugio.
Bene, vedo che mi segui. Abbiamo quattro legioni, ossia due eserciti consolari. Ti propongo un accordo per eseguire il mandato del Senato, in modo che tu possa soddisfare il tuo desiderio di comandare lesercito e anchio sia contento: dividiamoci le legioni, formiamo due eserciti indipendenti.
Fabio osserv lavversario, che lo ascoltava con la fronte corrugata e le labbra serrate. Continu a parlare.
Ascolta, Minucio,  la soluzione pi pratica. Tu e io non ci metteremmo mai daccordo su come condurre questa guerra. Un giorno tu vorrai portare lesercito in un posto e il giorno dopo io lo vorr portare da unaltra parte. Cos nessuno dei due otterr niente. Con il patto che ti propongo, avrai due legioni, con la rispettiva cavalleria e le forze alleate, a tua completa disposizione per i mesi che restano dellanno, per cercare Annibale e combatterlo dove riterrai pi opportuno. Sono disposto perfino a lasciare che sia tu ad affrontarlo per primo. Minucio, ti sto dando lopportunit che cercavi. Chiedo solo quello che il Senato mi ha concesso: il cinquanta per cento del comando, ossia il cinquanta per cento dellesercito. Pensaci bene. La mia proposta  giusta. E anche se non so se lo capirai, saggia. Quantomeno devi ammettere che  la soluzione pi pratica. Credimi, alternarsi al comando non  una buona politica, in una guerra come questa.
Minucio si pass la mano destra sulla barba e si gir verso i suoi ufficiali con i quali scambi qualche parola a bassa voce. Fabio conserv il sorriso mentre si serviva una generosa coppa di vino. Se la port alle labbra e lo assapor con gusto, in attesa della decisione. Minucio si volt di nuovo verso il vecchio senatore, che pos la coppa sul tavolo e incroci le braccia.
Allora? Qual  la tua decisione?
Accetto. Due legioni ciascuno, con la cavalleria e le truppe alleate.
Esatto. Due legioni disse Fabio e si alz. La prima e la quarta per te, la seconda e la terza per me, sei daccordo?
Minucio si volt verso i suoi ufficiali. Alcuni annuirono.
Daccordo, la prima e la quarta per me.
Bene, concluse Fabio allora non abbiamo altro da dirci. Lordine del Senato  stato eseguito. I miei tribuni penseranno a organizzare tutto insieme agli ufficiali da te designati. E ora, per favore, lasciami riposare. Abbiamo una guerra da combattere e non dobbiamo dimenticare che il nostro nemico continua a essere Annibale.
Detto questo, si appoggi allo schienale, chiuse gli occhi e sent che tutti uscivano dalla tenda. Quando torn ad aprirli, con lui era rimasto solo Catone.
Ora vado disse questultimo. Volevo solo manifestarti la mia stima. E usc senza aspettare una risposta.
Fabio si serv dellaltro vino e brind guardando in alto.
 sempre gratificante avere qualcuno fra il pubblico che apprezza quello che fai. Forse  questo che provano gli attori. Non so. Loro pensano al teatro, io alla realt. Comunque sia, oggi abbiamo salvato la met dellesercito. Laltra met, ovviamente,  condannata a morte.
Annibale era tranquillo. Davanti, aveva di nuovo una situazione perfetta: un altro capo militare romano al comando di due legioni, ambizioso come i precedenti che erano caduti nelle sue imboscate. Sempronio sul Trebbia, Gaio Flaminio al Trasimeno e Publio Cornelio Scipione sul Ticino. Il generale cartaginese scrut il paesaggio che separava il suo accampamento da quello di Minucio Rufo.
Maarbale, voglio che alcune unit di fanteria leggera e di cavalleria occupino la collina laggi e si nascondano fra quelle grotte.
Al centro della valle una collina sassosa, piena di fenditure che creavano profonde caverne, si alzava irregolare a dominare il territorio, come una sentinella silenziosa. Sul lato opposto, dove la valle era pi profonda, il generale romano si era accampato con la prima e la quarta legione.
Annibale illustr gli ordini nel dettaglio. Maarbale lo ascoltava e seguiva con gli occhi le sue indicazioni, mentre il capo segnalava il punto esatto che avrebbero dovuto occupare i soldati quella notte.
Al calare del sole, il capo della cavalleria distribu gli uomini fra le caverne e le fenditure del terreno, fino a nascondere sulla collina cinquecento cavalieri e cinquemila fanti.
Sorse il sole sulla prima e la quarta legione. Una sentinella romana not alcuni movimenti delle truppe nemiche in cima alla collina che li separava dallaccampamento cartaginese. Diede lallarme e in pochi minuti Minucio Rufo aveva convocato i tribuni per decidere il piano dattacco.
Dobbiamo conquistare quellaltopiano e impedire che ci attacchino da l. Annibale gioca a provocarci. Crede di avere a che fare con un altro Fabio Massimo o forse con lui stesso. Andiamo a mostrare al cartaginese come combattono le legioni di Roma!
Infervorati, i tribuni uscirono dalla tenda del loro generale e organizzarono limponente spiegamento delle legioni di un esercito consolare: i velitesdella fanteria leggera si sistemarono in prima linea e avanzarono verso le posizioni del nemico sulla collina. Dietro i velites, Minucio ordin che si collocasse la cavalleria e infine la fanteria pesante.
I Cartaginesi, ben trincerati nelle loro posizioni elevate, resistettero con fermezza alla prima carica dei velitese li obbligarono a ripiegare dietro la cavalleria e a riunirsi alla fanteria pesante romana, decimando le loro linee con una fitta pioggia di giavellotti e dardi. La cavalleria prosegu la salita con il grosso delle legioni, ma stavano per scontrarsi con le forze puniche, quando le unit di fanteria e cavalleria che Annibale aveva appostato nelle fenditure naturali del terreno emersero dai nascondigli e sorpresero i Romani sui fianchi e sulla retroguardia, spuntando perfino fra le stesse linee della formazione nemica.
Lo spiegamento perfetto delle legioni si trasform in una battaglia campale, dal momento che i Romani avevano abbandonato ogni strategia per una lotta corpo a corpo, mortale e crudele. In quella battaglia senza tregua, i valorosi Iberi, i Galli e le esperte truppe africane e numide iniziarono a guadagnare terreno, nonostante la feroce resistenza dei Romani, feriti nellorgoglio e spronati dal generale Minucio, ancora deciso a mantenere la formazione, cosa ormai impossibile.
Presto il combattimento pass da una lotta alla pari a una ritirata confusa e convulsa dei Romani, inseguiti da vicino dalla fanteria e dalla cavalleria puniche. Un altro disastro incombeva sullesercito di Roma, quando sul fondo della valle comparve una lunga colonna di soldati, che avanzava a marcia forzata, in formazione perfetta, pronta a entrare in combattimento.
Annibale osservava la battaglia insieme ai suoi generali. Tutto procedeva come previsto, finch non vide le nuove truppe. Allinizio pens che si trattasse della fanteria romana, ma poi in fondo alla pianura si stagli la formazione inconfondibile di una, no, di due legioni. Fabio entrava in azione e andava in soccorso del collega al comando. Quello non rientrava nei piani del cartaginese.
Ci ritiriamo ordin il cartaginese.
I suoi ufficiali lo osservarono perplessi.
Ci ritiriamo, ho detto. Il nostro piano prevedeva di sconfiggere due legioni, non quattro. Ci ritiriamo.
E senza aspettare risposta, mont sul cavallo offertogli da un soldato e insieme alla sua guardia si diresse a Geronio, in attesa dellarrivo delle truppe.
Quinto Fabio Massimo passeggiava accompagnato da Catone. Il sole stava tramontando e gli ultimi raggi proiettavano ombre infinite su quella valle piena di cadaveri e feriti. Ogni esercito aveva perso migliaia di uomini. Non era ancora chiaro quanti fossero esattamente i morti fra i legionari o i caduti nelle file del nemico, ma almeno i Romani avevano ottenuto qualcosa di simile a una vittoria, dal momento che il generale cartaginese aveva scelto di ritirarsi.
Nella sua tenda, dopo la battaglia disastrosa che lui stesso aveva iniziato, Fabio Massimo si era goduto latteggiamento sottomesso di Minucio Rufo. Il capo della cavalleria si era scusato per i modi sprezzanti avuti in passato e aveva ringraziato Fabio per essere intervenuto, salvando le truppe e lui stesso da morte sicura.
Il dittatore aveva assaporato con avidit quel dolce momento di rivincita, pur sapendo che si trattava solo di un piccolo sorso di quel che aveva sperato di ottenere per s e i suoi uomini. Mentre osservava i cadaveri sparsi a terra, cap che nonostante quel giorno avesse ottenuto unimportante vittoria, nellinsieme la sua grande strategia era fallita. Certo, aveva conseguito diversi successi: con la vendita delle propriet aveva salvato il suo nome e il suo prestigio e davanti al disastro dellattacco di Minucio aveva messo in chiaro che il suo modo di condurre la guerra non era sbagliato. Il suo prestigio militare era intatto, ma le sue opinioni venivano contestate al Senato e, soprattutto, la guerra si estendeva ben oltre i suoi progetti. Sarebbe dovuta finire in quella gola di Casilinum, dove il cartaginese gli era sfuggito fra le dita. Era stato quello il momento decisivo, quando la notte alcuni buoi spaventati e lintelligenza di un nemico che veniva gi definito invincibile avevano fatto fallire il suo grande progetto: scatenare una guerra senza precedenti, in modo che Roma, presa dal panico e dal terrore assoluto, temendo per la propria stessa esistenza, tornasse allantica tradizione della dittatura. A partire da quel potere, lui avrebbe messo fine al terrore e ottenuto quindi il dominio assoluto sul Senato, su Roma, sul mondo. Era un buon piano, una strategia ben pensata, finch non era arrivato limprevisto: Annibale.
Da quel momento in poi, tutto era possibile e questo significava che Fabio rischiava non solo di non battere il cartaginese, ma di sprofondare nella pi assoluta delle sconfitte. I legionari intorno a lui, i suoi ufficiali, Minucio Rufo, i senatori che ormai dovevano aver ricevuto la notizia della grande vittoria di quel giorno, erano felici, speranzosi. Fabio prov langoscia di chi  da solo con i propri auspici: Roma era sullorlo della distruzione, bench nessun altro lo sapesse. Restava soltanto da decidere il nome del pazzo che avrebbe condotto quella citt verso il naufragio definitivo.

LIBROV
LA SCONFITTA PI GRANDE

Vincere scis, Hannibal, victoria uti nescis.
[Sai vincere, Annibale, ma non sai servirti della vittoria.]

Tito Livio, Ab Urbe condita, XXII, 51, 4
Rimprovero rivolto da Maarbale al grande generale cartaginese.

59
IL PI GRANDE ESERCITO DI ROMA

Roma, primavera del 216 a.C.
Emilia, insieme a un gran numero di familiari e amici, si diresse al Campo Marzio a salutare le legioni che partivano per concludere una volta per tutte la guerra contro Annibale. Il Senato aveva approvato la decisione, propria di un momento demergenza, di aumentare da quattro a cinquemila il numero di soldati per legione. Non solo, aveva acconsentito ad assegnare ai nuovi consoli di quellanno, Terenzio Varrone ed Emilio Paolo, che infine aveva accettato di presentare la propria candidatura dietro linsistenza di amici e clienti, non due legioni ciascuno ma il doppio. Con una decisione senza precedenti nella storia di Roma, quellanno 216 a.C. furono reclutate otto legioni di cinquemila elementi, alle quali andavano ad aggiungersi trecento cavalieri per ciascuna, oltre alle forze alleate e alla cavalleria, a formare il maggior esercito che Roma avesse mai dispiegato: unimmensa forza armata composta da ottantasettemila uomini. I Cartaginesi disponevano appena di quaranta, cinquantamila unit, stando ai rapporti degli esploratori e delle spie consultati dal Senato.
Emilia aveva preso posto su un pendio del Campo Marzio e da l osservava le truppe che sfilavano e lasciavano la citt per andare incontro ai Cartaginesi. Roma era gonfia dorgoglio e la giovane lo era in modo particolare: suo padre era uno dei consoli al comando e il suo promesso, un bel giovane da poco nominato tribuno, prestava servizio in una delle legioni del futuro suocero. Nel cuore di Emilia per non cera solo soddisfazione. Nonostante la fiducia sconfinata che i Romani riponevano in quel nuovo esercito, la giovane sentiva nello stomaco la sgradevole morsa della paura. Il padre e il suo promesso andavano in guerra, di nuovo. Emilia non temeva tanto per il genitore, che aveva visto partire e tornare sempre vittorioso in molte occasioni, come quando aveva vinto la guerra in Illiria; il suo amato Publio per era cos audace e ansioso di compiere con onore il proprio dovere di tribuno, che non avrebbe esitato a rischiare la vita se fosse stato necessario, come aveva gi fatto sul Ticino per salvare il padre e per fermare Annibale. Emilia non voleva che il suo promesso si macchiasse di codardia, ma i desideri che le dettava il cuore erano contrari alla ragione e alla patria.
Mi spiace, aveva confessato al padre quel mattino so che il mio  un comportamento indegno della figlia di un console di Roma, ma la verit 腻
La verit le era andato incontro Emilio Paolo  che ami molto quel giovane Scipione, non  cos?
Emilia aveva annuito e aveva abbassato gli occhi per la vergogna. Aveva appena chiesto al padre di proteggere il suo promesso ed evitare che rischiasse la vita.
Figlia, ascoltami bene. Non c da vergognarsi ad amare tanto qualcuno. E non  indegno chiedere a tuo padre di proteggere chi ami. Non posso prometterti che il giovane Publio Cornelio non combatter, perch  questo che andiamo a fare, ma ti prometto una cosa, figlia mia: questo ragazzo a cui tieni tanto torner sano e salvo a Roma. Torner.
Emilia aveva alzato il viso e lo aveva guardato con gli occhi pieni di lacrime. Il padre le aveva parlato con tanta sicurezza che sembrava assurdo ora temere per Publio. Emilio Paolo aveva sempre mantenuto le promesse.
In quel momento, per, mentre da quel pendio assisteva alla sfilata delle truppe, circondata dai sorrisi e dalla sicurezza dei familiari e degli amici, si rese conto che per tutta la mattina aveva parlato al genitore della salvezza di Publio e si era dimenticata di dirgli di badare anche a se stesso, che voleva un bene disperato anche a lui, che senza di lui le sarebbe sembrato di morire. Tese il collo, perch le grida esultanti della folla annunciavano lavvicinarsi di uno dei consoli. In lontananza, circondato da decine di migliaia di persone, riusc a distinguere lelegante figura del padre che camminava in testa alle legioni.
Emilio Paolo mand a chiamare due tribuni perch lo accompagnassero. In pochi minuti, il giovane Publio e Gaio Lelio lo raggiunsero e si misero al passo con lui, per sentire quello che il generale in capo aveva da dire senza rallentare lavanzata delle truppe.
Ieri Fabio Massimo  venuto a casa mia, di notte inizi il console. Publio e Lelio, attenti, lo guardavano. Vi stupisce? prosegu. A me non tanto, non tanto. Era preoccupato, per Terenzio Varrone. Quando qualcosa lo innervosisce, Fabio non esita a rivolgersi alla persona che ritiene pi opportuna. Pu farti il vuoto attorno per mesi e perfino attaccarti al Senato, ma un attimo dopo, se ha bisogno della tua collaborazione, arriva da te come se non aveste mai avuto la minima divergenza. Secondo me gli di lo confondono, ma ieri era davvero nervoso. Emilio Paolo, mi ha detto guardati dalla sua ambizione. So quanto sia detestata la mia prudenza, ma  lunica che si  dimostrata davvero efficace. Mi rivolgo a te perch so che la tua esperienza ti consente di vedere al di l dei nostri scontri passati. Mi appello alla tua coscienza perch tu questanno faccia buon uso della tua influenza sullesercito e riesca a placare lanimo impazzito di Varrone. Temo un disastro. Poi se n andato.
S,  strana questa visita nel cuore della notte per affrontare un argomento simile comment Lelio.
La cosa pi strana  la sua preoccupazione aggiunse Publio. Non ho avuto molto a che fare con Fabio Massimo, ma mio padre s, e non ricordo che lo abbia mai visto nervoso o preoccupato.
Esatto, esatto si affrett a rispondere Emilio Paolo. Le tue parole sono molto pertinenti. Tuo padre non ti ha mai detto che Fabio Massimo era una persona nervosa perch non lo  mai stata. Insomma, forse Esit, medit e ripens al passato. S, forse quando ci recammo a Cartagine, in quellambasciata, davanti alla reazione furiosa dei senatori cartaginesi tutte quelle grida a favore della guerra. In quelloccasione era a disagio, mi parve, forse un po confuso. Ieri ho rivisto quellespressione nei suoi occhi. S, cera qualcosaltro: Fabio aveva paura.
Il silenzio cal sui tre uomini. Il passo ritmato delle legioni, nellavanzata regolare di migliaia di soldati, produceva un potente frastuono, un fragore lento e costante che risaliva i fianchi delle colline fuori Roma. Publio meditava mentre camminava al passo con il console e lamico Gaio Lelio. Era strana quella paura in un uomo come Fabio Massimo. Si ricord che il padre gli aveva detto che, oltre a essere senatore ed essere stato console e dittatore, era ugure, cio poteva prevedere il futuro. Questo accresceva il timore che avevano di lui molti suoi nemici. Forse Fabio Massimo aveva visto qualcosa di tanto pericoloso nel futuro da dover avvertire Emilio Paolo, uno dei suoi avversari al Senato? Publio sentiva la mancanza del padre. Lanziano console sembr leggergli nel pensiero.
Peccato che Marte ci abbia portato via tuo padre. Il suo consiglio oggi sarebbe prezioso.
In ogni caso, comment Lelio abbiamo otto legioni e tutte le truppe alleate.  lesercito pi grande del mondo. Credo che sia Annibale a dover avere paura, non noi.  lui che si trova in territorio nemico, con sempre meno rifornimenti. Fabio in parte aveva ragione a voler prolungare la guerra, ma  arrivato il momento di mettere fine a questa follia.
Emilio Paolo lo guard senza parlare e poi spost lo sguardo allorizzonte, dove si trovavano le legioni al comando di Terenzio Varrone, partite qualche ora prima dalla citt.
Credo che sia quello che pensa Varrone disse. La questione  se sia il momento giusto per liberarci di Annibale o se sia ancora presto.
Io credo che il frutto sia maturo insistette Lelio.
E tu, Publio? chiese il console. Che cosa ne pensa il nostro tribuno pi giovane?
Se Fabio ha qualche perplessit, credo che dovremo essere prudenti. Non mi fido dei suoi consigli, ma mi fido ancor meno di quel generale cartaginese.
Emilio Paolo annu con decisione.
Assomigli sempre di pi a tuo padre disse. Saremo cauti.
Publio sent lorgoglio scorrergli nelle vene. La sua massima aspirazione nella vita era avvicinarsi, almeno un poco, al grande prestigio e alla dignit del padre e, se possibile, al coraggio dello zio sul campo di battaglia. Le parole di Emilio Paolo lo riempirono quindi di gioia e, per qualche minuto, la figura del temibile generale cartaginese sfum fra altri pensieri pi piacevoli.

60
CANNE

Apulia, estate del 216 a.C.
Protetto dalloscurit, un uomo anziano, curvo, con indosso una lunga tunica grigia di lana e il viso coperto da un cappuccio dello stesso colore, cercava qualcosa da mangiare fra gli avanzi che alcuni soldati dellesercito di Annibale avevano appena lanciato oltre la palizzata. Non era uno steccato alto, perch non si trattava di un accampamento stabile. Erano tutti in attesa della decisione del generale. Roma inviava un nuovo esercito contro di loro, pi grande, pi forte, dicevano. I soldati chiacchieravano del futuro, del presente, dei problemi che li assillavano. Alcune sentinelle iberiche conversavano vicino al punto in cui il vecchio frugava nella spazzatura. Le guardie portavano tuniche bianche sporche, macchiate di sangue, e spade a doppio taglio appuntite. Un vecchio morto di fame non le preoccupava. Non era raro vedere bambini o anziani vagare nei pressi degli accampamenti alla ricerca di qualcosa da mangiare. La guerra aveva portato la devastazione in tutto il Nord dellApulia e la devastazione aveva portato la fame. Anche le donne si avvicinavano allaccampamento. Se erano belle e soddisfacevano le sentinelle, potevano tornare a casa con qualcosa da mettere nello stomaco. I bambini a volte ottenevano compassione oppure scivolavano rapidi nella notte, rischiando la vita, per fuggire con un piccolo trofeo: un pezzo di carne, un sacco di grano, qualche verdura. Gli anziani, invece, non avevano niente da offrire e non avevano pi lagilit necessaria per rubare. I loro muscoli flaccidi bastavano appena a smuovere i rifiuti alla ricerca di qualcosa di commestibile.
Le guardie parlavano a pochi metri da quel vecchio inginocchiato fra gli avanzi e usavano la lingua della loro terra per non essere capiti; fatta eccezione forse per Annibale e qualcuno degli ufficiali, nessuno che non fosse della loro terra conosceva quellidioma.
Neanche i Galli sono stati pagati.
S, lo so. Sono settimane, ormai.
E c sempre meno da mangiare.
Ho fame. Mi mangerei quel vecchio, se la sua carne non fosse tanto secca.
Risero. Il vecchio non reag a quel commento in una lingua che doveva essergli incomprensibile.
Se continua cos, disse la prima sentinella molti hanno gi annunciato che passeranno ai Romani.
Vogliono disertare?
Chiamalo come vuoi. Io lo chiamo mangiare e sopravvivere.
Laltra sentinella annu piano. Seguirono alcuni secondi di silenzio.
E il vecchio? chiese una delle guardie.
Non so.
Si guardarono intorno. Il mendicante era svanito fra le ombre. Non se ne preoccuparono. Doveva essere fuggito fra gli alberi con qualche rifiuto o pi probabilmente senza nulla, con la stessa fame con cui era arrivato.
Le guardie dovevano decidere se disertare o, meglio, quando farlo. Lesercito romano si avvicinava. Non restava molto tempo e i viveri scarseggiavano. Il generale cartaginese aveva fatto molte promesse quando li aveva portati in quel paese e allinizio le aveva mantenute, ma lultimo anno aveva portato poche vittorie e sempre meno risorse, e loro non erano uomini pazienti.
Un vecchio coperto da una lunga tunica grigia, con un cappuccio in testa a nascondergli il viso, si allontan dalla palizzata dellaccampamento cartaginese diretto al bosco vicino. Quando la sua figura si confuse fra i primi alberi, si raddrizz in tutto il suo metro e ottanta di statura. Si stir piano, senza fretta, e inspir profondamente. La conversazione che aveva appena sentito gli riecheggiava ancora nella mente, ma non avrebbe cambiato i suoi piani. Quando si fu riempito i polmoni dellaria pulita e fresca di quel bosco, stir le braccia e lasci cadere la tunica. Nella luce fioca che filtrava dalla volta degli alberi, si distinse ununiforme militare pulita, chiara, semplice, da ufficiale di alto rango ma senza troppi fronzoli. Solo una serie di anelli alle dita lo distinguevano. Era un ufficiale cartaginese in mezzo a un mondo in guerra. Uno straniero in territorio nemico che per si muoveva con una calma sorprendente. Quando si fu liberato della tunica, passeggi per il bosco finch non incontr una radura. L, accarezzato dai raggi del sole nascente, si sedette accanto a un albero e riflett per mezzora, in pace, calmo, concentrato. Doveva prendere decisioni fondamentali per la sua vita, per quella guerra, e bench ancora non lo sapesse, per la storia dellumanit. I mercenari iberici erano a un passo dalla ribellione e Roma lanciava contro di lui lesercito pi grande della storia. Che fare? Era in momenti simili che sentiva di pi la mancanza del padre. Se fosse stato l, sarebbe andato a rifugiarsi nella sua ombra come quandera bambino e gli avrebbe chiesto: Padre, che cosa devo fare? Padre, qual  la soluzione migliore?. Ma il corpo del genitore era sepolto accanto a un lungo fiume in Iberia e non poteva pi chiedergli niente. Una sensazione di sconforto lo avvolse e acu il freddo della rugiada allalba.
Lufficiale cartaginese si alz e lasci la radura per attraversare il fitto degli alberi e spuntare nei pressi della palizzata. Arrivato alla porta principale, salut le due sentinelle africane, che ricambiarono sullattenti, raddrizzandosi gli elmi in testa, nervosi, tesi, impegnati a fingere di sorvegliare al meglio il posto di guardia. Lufficiale entr nellaccampamento. La maggior parte dei soldati si alz quando lo vide passare tra le file di tende che formavano i grandi viali di quella fortificazione provvisoria. Il cartaginese raggiunse il centro nevralgico dellaccampamento: la tenda del generale in capo. Diversi uomini, veterani delle guerre in Iberia, sulle Alpi, nella Gallia Cisalpina e delle campagne in Italia, erano di guardia, armati, vigili, pronti a ogni evenienza grazie alla disciplina e alla rotazione perfetta dei turni di guardia. Lufficiale cartaginese arriv allingresso senza essere infastidito e quando fu sulla soglia, una delle guardie butt subito a terra la lancia e sollev la tela che dava accesso alla tenda. Lufficiale fece un cenno di saluto ed entr. Allinterno lo aspettavano Maarbale e Magone.
Vi saluto disse lufficiale cartaginese quando fu dentro.
I due generali lo accolsero in silenzio, finch Maarbale non os esprimere con sincerit i suoi pensieri.
Non dovresti andare in giro da solo allalba.
Lo so rispose Annibale. Ma in quanto generale in capo dellesercito cartaginese in Italia sono io a decidere che cosa devo fare, a meno che ora non spetti a Maarbale dire che cosa pu fare Annibale. Credevo che solo il Senato di Cartagine avesse la potest di limitare i miei movimenti.
Maarbale chin la testa, ma formul comunque una timida risposta.
Sai gi che non era questo il senso delle mie parole. Mi preoccupo per la tua sicurezza. La tua vita  il nostro salvacondotto in queste terre e in questa guerra. Temiamo che possa succederti qualcosa e i nemici sono numerosi, come gli stratagemmi che Roma  pronta a usare per mettere fine alla tua esistenza. Non mi sembra sensato passeggiare da solo per laccampamento.  la mia opinione.
I soldati africani mi rispettano rispose Annibale, deciso, sicuro, in tono di sfida.
Lo so prosegu Maarbale a occhi bassi, mentre Magone, il fratello minore di Annibale, osservava la scena in silenzio. Ma ci sono molti mercenari e gli Iberi e i Galli non sono contenti. Bisogna essere cauti.
Il generale annu lentamente e si sedette su una sedia al centro della tenda. In Iberia si era sposato con una giovane principessa del luogo, Imilce, per assicurarsi la lealt di quei guerrieri, ma aveva deciso di non portarla con s. Quando era partito non gli era parso necessario. Ora, con il senno di poi, non era pi sicuro di aver preso la decisione giusta, ma ormai era tardi per i ripensamenti. Doveva escogitare altri modi per assicurarsi la disciplina delle truppe iberiche.
Andiamo a Canne. La attaccheremo. Partiamo domani concluse ora.
Maarbale e Magone si guardarono e si voltarono verso il generale, che aveva chiuso locchio destro; laltro era semichiuso, ferito, da quando aveva perso la vista nelle paludi del Nord. Annuirono e, senza aspettare altre spiegazioni, perch sapevano che non le avrebbero ricevute, uscirono dalla tenda. Una volta fuori, discussero di come fosse meglio impartire gli ordini ai quarantamila soldati. Sapevano entrambi che a Canne cerano viveri, grano e cibo in grande quantit, accumulati dallesercito consolare romano. Decisero che sarebbe stato opportuno spargere la voce, per motivare i mercenari.
Nella mente di Annibale, rimasto nella tenda, riecheggiavano ancora le parole dei soldati iberici: avrebbero presto disertato mentre Roma si avvicinava con otto legioni. La cosa pi logica sarebbe stata abbandonare, quella pi geniale attaccare. Si alz, da uno scaffale prese unanfora di vino e una coppa. Poteva chiamare uno schiavo per farsi servire, ma preferiva restare solo. Torn al tavolo al centro della tenda. Inizi a mescere il vino. Bevve in silenzio, mentre osservava una mappa del Centro-Sud della penisola, su cui erano riportate le citt principali dellApulia, del Samnium e della Campania. Osserv la posizione di Canne e quella di Roma. Calcol il percorso delle otto legioni e confront mentalmente le forze romane e le sue. Roma avrebbe avuto a disposizione circa ottantamila uomini, fra le otto legioni e le truppe alleate. Lui ne aveva solo la met. Era la fine della sua spedizione in Italia. Oppure no. Si vers una seconda coppa di vino. Canne. Provviste e viveri. I mercenari sarebbero stati riconoscenti, nonostante i dubbi. I Romani arrivavano con due nuovi consoli. Uno prudente, laltro audace, stando ai rapporti delle spie. Si sarebbero alternati al comando. Come sul Ticino. Era uno scontro incerto. Sulla carta sembrava favorire Roma. Nella sua mente per non era altrettanto chiaro. Difficile. Bisognava valutare il vento, la luce del sole, la cavalleria, i veterani, le divisioni nel comando romano. Ogni variabile era una possibilit, ogni possibilit unincertezza, ogni incertezza unopportunit.
Annibale in quellalba bevve da solo. Non chiam nessuna schiava, anche se iniziava ad avere voglia di stare con una donna. Doveva decidere il corso della storia. Poi mise da parte anche il vino che si era appena servito. Gli serviva una mente lucida.
Trascorse il giorno e arriv la notte. Laccampamento cartaginese era deserto. Solo le braci dei fal brillavano allalba. Gli esploratori romani si trascinavano per il terreno umido, avvolti nelloscurit delle ultime ore notturne. Annibale se nera andato. Tornarono ai cavalli e unora dopo i due consoli ricevettero la notizia della partenza del generale cartaginese.
 una fuga! esclam Varrone.
Se ne sono andati precis Emilio Paolo. Ancora non conosciamo le ragioni o la loro strategia.
Terenzio Varrone liquid con sdegno il commento del collega e si rivolse ai tribuni l riuniti, fra i quali erano presenti il giovane Publio e Gaio Lelio, che assistevano al dibattito come testimoni privilegiati. Nella mente di Publio, quella scena gli riport alla memoria la discussione fra il padre e Sempronio Longo, prima del disastro del Trebbia.
Romani, i Cartaginesi fuggono davanti alla nostra sola presenza. La voce di Varrone si faceva sentire con decisione e trascinava le volont, con il suo vigore e la sua forza di persuasione. Il nostro esercito  troppo potente per il nemico. Lo stesso Annibale lo ammette, lascia Geronio e si dirige a sud verso linterno dellApulia. E io dico:  il momento di liberarci dellinvasore. Inseguiamo i Cartaginesi senza tregua! Sconfiggiamo una volta per tutte i nemici di Roma!
Si sentirono le esclamazioni di alcuni soldati. I tribuni rimanevano in silenzio, pi controllati, per non contrariare laltro console in carica, ma sui loro visi si leggeva con chiarezza che erano impazienti, dopo la lunga attesa a cui era stato costretto quel grande esercito, e che erano daccordo con Terenzio Varrone.
Era il turno di Emilio Paolo. Tutti gli sguardi si puntarono su di lui. Publio pens di prendere la parola per appoggiare la strategia pi prudente del vecchio console, ma chi avrebbe fatto caso a un giovane tribuno di soli diciannove anni? Se fosse intervenuto, avrebbe rischiato di danneggiarlo pi che aiutarlo.
Non ritengo opportuno seguire Annibale senza conoscere gli scopi della sua strategia, ma dal momento che il mio collega pensa il contrario e che non ho a disposizione un argomento concreto per oppormi, accetto che lesercito di Roma segua il cartaginese, ma senza sferrare la battaglia campale.
Le ultime parole di Emilio Paolo non furono quasi sentite dai tribuni, soffocate dalle grida dei soldati, che festeggiavano la partenza dallaccampamento, e dagli ordini di Varrone, che a braccia alzate urlava ai suoi tribuni di fiducia di dare inizio alla marcia.
Presto quasi tutti si allontanarono. Publio vide Emilio Paolo sedersi davanti allingresso della tenda, mentre uno schiavo gli portava dellacqua. Il giovane Scipione si avvicin.
Vedi, ragazzo, disse il vecchio console lesercito  ansioso di combattere contro chi non ha fatto altro che sconfiggerci.
Publio pens al Ticino, al Trebbia, al Trasimeno, ma anche alla vittoria di Fabio, quando aveva aiutato Minucio Rufo a sfuggire allattacco del cartaginese. Ancora una volta, Emilio Paolo sembr leggere nel pensiero del giovane ufficiale.
Quella di Fabio non conta lo precedette il senatore.  stata pi una ritirata strategica, in realt. Se ho imparato qualcosa da quelluomo,  che  sempre stato lui a scegliere il terreno su cui combattere e quali forze dovevano scendere in campo. Lentrata in scena di Fabio quel giorno non era prevista e nel dubbio Annibale si  ritirato. Lo stesso Fabio conferma questa mia ipotesi con i suoi consigli.  stato lunico finora a sconfiggere Annibale e il primo a sostenere la strategia della prudenza e della cautela. Solo gli di sanno dove ci porta Terenzio. E gli uguri che ho consultato si contraddicono. Qualcuno pensa che questo esercito sia invincibile e altri temono il peggio. Siamo nelle mani di Terenzio.
Publio avrebbe voluto esprimere il suo sostegno al vecchio console, ma non sapeva che cosa dire.
Comunque, fra unora partiamo per lApulia. Ascolta, Publio, se entriamo in battaglia, segui i miei ordini in ogni momento,  importante.
Lo far.
Emilio Paolo rimase per qualche istante a osservare il giovane tribuno.
Quanti anni hai, ragazzo?
Diciannove, mio console.
Diciannove anni e sei gi tribuno. Il console sorrise compiaciuto. Mia figlia  intelligente, molto intelligente, nel bene e nel male. Sei avvisato, mio giovane amico. E senza una parola di pi, si allontan e lasci Publio orgoglioso e confuso.
Due soldati romani giocavano a dadi. Era una tiepida alba estiva e avevano lasciato i mantelli vicino al fuoco, che avevano acceso pi per la luce che per il calore. Anzi, la brezza fresca dellalba, insieme alla rugiada sulla pelle nuda delle braccia e delle gambe, era una sensazione piacevole.
Tocca a te disse uno dei soldati passando i dadi al compagno. A terra cerano alcune monete dargento. Avevano puntato forte, concentrati nella partita.
Intorno a loro si distinguevano alcune mura diroccate: erano le mura della fortezza di Canne. Scalcinate, segnate dalle crepe e rotte in pi punti. Canne era stata assediata, aveva resistito, era caduta, era stata assediata di nuovo e di nuovo era caduta, ed era rimasta in rovina. A rappresentare che cosa significasse la guerra per vaste regioni del territorio italico. Eppure la sua posizione era privilegiata, in cima a una collina da cui si dominava unampia valle, dove un tempo cresceva il grano, prima che la guerra rendesse impossibile coltivarlo. Senza seminato, negli asfissianti mesi estivi la valle si trasformava in un immenso e torrido mare di terra e polvere. Per questo, lanno prima gli eserciti consolari avevano fatto incetta di provviste nelle regioni pi a sud e le avevano accumulate nel fortino di Canne, per avere viveri a disposizione in quel territorio un tempo fertile. Accanto alle mura in rovina erano stipati centinaia di sacchi di grano, anfore di vino e olio e altri recipienti pieni dacqua, sale, frutta secca e miele. Tutto il necessario per rifornire un grande esercito per settimane, forse mesi, in quella guerra che durava ormai da due anni.
I due soldati erano assorti nella partita. Fuori, intorno alle mura, piccoli gruppi di legionari pattugliavano il perimetro della fortezza. Non avevano ancora avuto il tempo di erigere le palizzate. La fine della dittatura di Fabio, i dubbi dei consoli dellanno precedente e gli ordini del Senato, che chiedeva di difendere la fortezza distrutta di Canne fino allarrivo dei nuovi consoli con le legioni, avevano tenuto la guarnigione in uno stato di incertezza, senza sapere se sarebbero dovuti partire rapidamente con le provviste o restare e rafforzare la fortificazione in rovina.
Era ancora notte, quando a uno dei legionari sembr di vedere qualcosa fra le ombre delle rocce che circondavano Canne. Si chiedeva se fosse il caso di avvisare lufficiale al comando della pattuglia, quando si rese conto che non poteva parlare. Poi arriv il dolore. Cadde a terra e vide che ai compagni di guardia era toccata una sorte simile. Piovevano dardi, decine di dardi dal cielo scuro. Il soldato pens alla sua famiglia e, a occhi aperti, cess di respirare.
In pochi secondi, trenta uomini nudi, i corpi dipinti di azzurro, armati di spade e daghe, strisciavano sul terreno e concludevano con la lama ci che avevano iniziato i dardi. Furono cos abili che non risuon altro che qualche gemito soffocato di dolore e sorpresa. Subito dopo salirono un centinaio di Iberi, le tuniche bianche e porpora ingrigite dalla polvere di Canne. Lasciando ai Galli il compito sanguinoso di porre fine alla vita della pattuglia romana, raggiunsero le mura. Avevano scelto un ingresso ampio, mal sorvegliato, da cui si introdussero nella fortezza. Solo allora, quando videro gli Iberi che si accampavano a loro piacimento allinterno della citt, i romani lanciarono lallarme, ma migliaia di nemici avevano gi circondato la collina.
Fu unalba sanguinosa.
Sorse il sole.
Accerchiato dai suoi uomini pi fidati, veterani africani agguerriti, Annibale passeggiava per la fortezza in rovina ricoperta di cadaveri. I mercenari erano soddisfatti: li vedeva spartirsi i sacchi di grano e le anfore di vino. Che bevano, pens. Era stato tutto molto rapido e cera ancora tempo prima dellarrivo delle legioni di Emilio Paolo e Terenzio Varrone.
Annibale inciamp in quelle che credeva fossero piccole pietre, scivol e fu sul punto di cadere, ma grazie agli straordinari riflessi dei suoi trentatr anni, recuper lequilibrio e imprec a bassa voce. Si chin e raccolse tre piccoli oggetti: erano quadrati, con piccoli numeri romani incisi su ogni lato. Erano sporchi di sangue fresco. Li guard in silenzio. Dadi romani. Si volt a destra e vide i corpi di due legionari attraversati dalle frecce dei Galli. La vita  una partita misteriosa, pens il generale mettendosi i dadi in tasca.
Cammin fino allestremit meridionale della fortezza, mentre alle sue spalle i Numidi, i Cartaginesi, gli Iberi e i Galli continuavano a spartirsi viveri e vino. Gli ufficiali pensavano a mantenere lordine, placando gli animi ed evitando zuffe. Compito che in altre situazioni sarebbe stato quasi impossibile, ma che in quel caso era facilitato dalla rapida vittoria e dal ricco bottino.
Annibale guard a sud. Da l sarebbero arrivate le otto legioni. Un esercito grande il doppio del suo. Composto interamente da Romani e truppe alleate. Lui sapeva di avere alle spalle mercenari di origine ben diversa e dalla lealt pi incerta. I viveri appena ottenuti sarebbero serviti a mantenere unite le truppe, ma per quanto tempo? Esamin la valle polverosa. La terra incolta avrebbe annunciato larrivo del nemico con un anticipo sufficiente. Tanta polvere. Da dove proveniva il vento? Osserv i fianchi delle colline che circondavano la vallata.
Terenzio Varrone affront Emilio Paolo, che quel giorno aveva il comando. Era fuori di s. Erano accampati da giorni a Canusium, da dove vedevano la fortezza di Canne, e dovevano assistere allo spettacolo dei Cartaginesi che si spartivano i viveri accumulati con tanta fatica dallesercito romano, e senza fare nulla. Le pattuglie dei rifornitori dacqua, inoltre, erano state attaccate dalla cavalleria numida mentre si avvicinavano al fiume pi vicino, lAufidus, ed Emilio Paolo si era limitato a dare istruzioni di proteggere i rifornitori quel tanto che bastava per consentire loro di svolgere il proprio compito ma senza reagire alle provocazioni con spedizioni di rappresaglia, che avrebbero potuto portare a una battaglia campale fra i due eserciti al completo.
Fino a quando dovremo comportarci come Fabio Massimo? chiese Terenzio senza guardare il collega al comando, ma rivolto alla folla di legionari che li circondava. Quando il nostro amato collega avr il coraggio di entrare in battaglia? Poi, alzando la voce: Per questo Roma ha reclutato lesercito pi vasto della sua storia, perch restassimo a guardare come bambine spaventate il nemico che ci ruba viveri e acqua? Siamo legioni di Roma o donnicciole terrorizzate?.
Emilio Paolo sapeva che era difficile dare una risposta adeguata alla demagogia dellavversario. I legionari si sentivano sicuri perch erano numerosi, perch erano parte non di una o di due o di quattro, ma di otto legioni. Non avevano mai fatto parte di una forza tanto grande. Nessuno poteva fermarli, tanto meno lo sconforto assurdo e vigliacco di un vecchio console. Emilio Paolo sentiva gli sguardi di disprezzo dei soldati e i sussurri sempre pi frequenti dei centurioni. Poteva contare solo sullappoggio dei suoi tribuni pi fidati, come Publio, Gaio Lelio e alcuni altri, e su Servilio, uno dei consoli dellanno precedente, che come lui pensava che la strategia da seguire fosse quella della prudenza. Ma era Terenzio Varrone a dominare gli animi dellesercito ed era a lui che i legionari volevano credere.
Se non ordini di attaccare oggi, lo far io domani. Con questa promessa, Terenzio si allontan stretto fra i suoi tribuni, acclamato dalla maggior parte degli uomini che assistevano partecipi allo scontro fra i consoli.
Il giorno dopo, fedele alla parola data, il console Terenzio Varrone ordin che le legioni e la cavalleria partissero e si sistemassero in formazione di combattimento nella pianura che si stendeva fra Canusium e Canne, fra laccampamento generale romano e le posizioni cartaginesi.
Annibale fu avvisato nella sua tenda al mattino, mentre era disteso a letto ancora mezzo addormentato.
I Romani hanno messo in moto lesercito lo inform Maarbale.
Il generale si alz subito e mentre indossava la corazza, ripass le mappe della regione preparate dai suoi ufficiali. Il luogotenente indic il punto esatto in cui si dispiegavano i Romani.
A sud del fiume? chiese Annibale, ma in realt non si aspettava una risposta, parlava fra s, per questo il cenno di assenso del capo della cavalleria non ebbe risposta.
Imilcone e suo fratello Magone entrarono in quel momento. Entrambi si avvicinarono al tavolo con le mappe.
Che parta la fanteria leggera inizi Annibale. E la cavalleria. Ottomila fanti, ma tutta la cavalleria. Per il momento non useremo la fanteria africana.
Gli ordini furono trasmessi rapidamente e, pochi minuti dopo, il viso del console Terenzio Varrone si apr in un largo sorriso.
Escono disse rivolto ai tribuni. Per Castore e Polluce. I ratti cartaginesi escono dalla loro tana. Che avanzino le legioni.
La formazione romana marci con le turmaedi cavalleria alternate ai manipoli delle legioni. Al centro del campo di battaglia, la fanteria leggera cartaginese entr in combattimento con i velites. I legionari inesperti resistettero a stento al primo attacco punico, ma Varrone ordin che la fanteria pesante della retroguardia li sostituisse, per equilibrare le forze e far pendere rapidamente la bilancia a loro favore. A questo scopo poteva contare sullaiuto dei lanciatori di giavellotto e della cavalleria. I mercenari cartaginesi lottarono accanitamente, ma la fanteria pesante li costrinse a perdere terreno e solo la presenza della sterminata cavalleria imped il disastro assoluto. Alcuni ufficiali chiesero che uscisse la fanteria pesante africana, pi esperta, ma Annibale rifiut senza dare spiegazioni. In quello stato di cose, la battaglia si trasform in un continuo ripiegare delle truppe cartaginesi, che resistevano come potevano alla carica delle legioni, finch, al tramonto, Annibale ordin la ritirata completa e tutte le sue forze, a piedi e a cavallo, rientrarono nella fortificazione di Canne.
Terenzio Varrone vide la sua vittoria assoluta troncata dallarrivo della notte. Gli di facevano i ritrosi con lui, ma lorgoglio gli gonfiava il petto.
Solo il riposo del sole ci ha impedito di annientare il nemico. Hanno guadagnato un po di tempo, nientaltro. Domani concluderemo il nostro lavoro.
I Romani non tornarono a Canusium. Varrone ordin di stabilire laccampamento generale dove si trovavano, al centro della valle, dove avevano obbligato Annibale a ripiegare.
Durante la notte, i due consoli ripresero la discussione sulla strategia da seguire. Emilio Paolo era ancora inquieto.
Perch il cartaginese oggi non ha voluto combattere con tutto lesercito? chiese a Varrone e agli ufficiali presenti. Un fal al centro dello spazio delimitato dalle tende degli ufficiali illuminava la scena, proiettando ombre tremule che danzavano sul terreno come lunghe sagome scure.
Non  questo che deve preoccuparci rispose Varrone, visibilmente contrariato dalla cocciutaggine del collega. Che cosa mi importa di quello che fa il cartaginese? Il punto  che oggi abbiamo fatto uscire le legioni e loro sono scappati.  la conferma che dobbiamo cercare la battaglia campale e lottare con tutte le nostre forze per mettere fine a questincubo che sembra spaventare tanto il nostro console.
Fra i presenti si sent qualche risatina soffocata. Emilio Paolo, con unespressione seria e severa, si rivolse in tono secco e deciso a coloro che ridevano.
Domani toccher a me comandare e si far quello che ritengo meglio, visto che ogni tentativo di accordo con il mio collega  inutile.
Con queste parole, si ritir nella sua tenda, seguito da Publio, Gaio Lelio e gli altri fidati tribuni.
Annibale ascoltava il vento notturno. Sapeva che la giornata aveva lasciato un sapore amaro in bocca ai suoi uomini e perfino ai generali che gli erano pi vicini, come il fratello minore o Maarbale. Una strana battaglia, quella di quel giorno. Domani al comando ci sarebbe stato Emilio Paolo. Nessuna battaglia campale, dunque. Sarebbe accaduto tutto il giorno successivo. Mancavano quarantotto ore. Il vento soffiava verso nord. Volturno, lo chiamavano gli abitanti di quella regione. Un vento forte dei giorni destate, sempre diretto a nord. Quel giorno avevano combattuto a sud del fiume e laria li aveva presi di lato. Poi cera il sole, ma era una strategia troppo ovvia perfino per un generale impetuoso come il nuovo console Varrone. No, doveva essere pi sottile. Era evidente che dovevano scontrarsi sullaltro lato del fiume, ma come farci arrivare il grosso dellesercito romano? I Romani per il momento si erano limitati a stabilire un piccolo accampamento a nord dellAufidus, con poche truppe, pensato solo come appoggio per chi riforniva dacqua le legioni. S, Annibale guard a terra, poi il cielo stellato in quella notte calda. Avrebbero combattuto a nord del fiume, non solo, avrebbero combattuto verso nord, accarezzati da quella brezza. Era solo una parte, linizio, restava il problema di come portare a termine lo scontro.
Quelle potevano essere le sue ultime quarantotto ore in Italia, al mondo, o linizio di tutto e la fine di Roma. Annibale stringeva fra le dita i dadi su cui era scivolato qualche giorno prima. La vita e la morte, che strana partita. Pens di tirare i dadi a terra e vedere che numeri uscivano, ma poi cambi idea. Superstizione? Paura? Scosse la testa e mentre passeggiava lento per laccampamento, difeso da un folto gruppo di africani che si tenevano a rispettosa distanza, si diresse verso la tenda.
Il giorno successivo, Emilio Paolo ebbe la conferma dei propri dubbi. Sentiva di trovarsi nella posizione sbagliata, al centro della valle. I Cartaginesi lanciavano provocazioni continue contro laccampamento romano di appoggio dallaltra parte del fiume. Mettevano a rischio lapprovvigionamento dacqua e umiliavano i Romani con piccoli attacchi, lasciando decine di vittime, soldati che potevano fare ben poco contro limpeto e la rapidit dei cavalieri africani. Emilio Paolo ordin che un terzo, ma solo un terzo delle truppe attraversasse il fiume e andasse a nord dellAufidus per difendere i soldati che si rifornivano dacqua, e che si stabilissero nel secondo accampamento romano. Con larrivo delle nuove legioni, i Cartaginesi, al calare del sole, si ritirarono, evitando ancora una volta un confronto in campo aperto.
Scese la notte, ma questa volta non vi fu alcuna discussione fra i due consoli nel quartier generale. Varrone ed Emilio Paolo non avevano niente da dirsi. Si sarebbero limitati ad alternarsi al comando.
Il 3 agosto del 216 a.C. Annibale aveva dato ordine di distribuire una colazione speciale ai suoi uomini prima dellalba, fatta eccezione per i cavalieri numidi, che aveva mandato a riposare al tramonto e che avevano gi mangiato.
Al sorgere del sole, i Romani stanziati a nord del fiume furono attaccati dalla cavalleria numida al completo, con uninsolita violenza e ansia di combattere. Le legioni riuscirono a respingere lattacco, ma che cosa sarebbe successo se i Cartaginesi da Canne avessero inviato altre truppe a nord dellAufidus? Il console Terenzio Varrone, al comando dellesercito pi vasto che Roma avesse mai visto, ordin che il resto delle legioni ancora a sud del fiume lo attraversasse, guadando le acque basse in quei giorni destate, insieme allintera cavalleria.
Annibale, dallalto di una delle torri semidiroccate della fortezza di Canne, vide lesercito romano attraversare il fiume e stabilirsi a nord, in uno spiegamento che seguiva il corso verso lAdriatico. Prese un respiro profondo. A nord, finalmente erano a nord. Lanci in aria i dadi che teneva fra le dita dal giorno in cui avevano conquistato il fortino e li vide volare e spostarsi leggeri verso nord, spinti dal vento sempre pi forte di quel mattino. Non rimase a vedere se i numeri gli assicuravano il favore degli di. I dadi gli avevano gi detto quello che voleva sapere.
Scese dalla torre, dove lo aspettavano il fratello Magone, il capo della cavalleria e il resto degli ufficiali.
Dispieghiamo le truppe. Formazione dattacco come pianificato, lungo il fiume, tutti a nord dellAufidus. Oggi  il grande giorno. Una giornata importante, nel bene o nel male. Che Baal e tutti gli di siano con noi.
In cima a una delle torri di Canne, tre dadi indicavano il cielo con tre sei.
Varrone ordin che tutte le legioni meno una e le rispettive truppe alleate si dirigessero verso la riva nord del fiume. Lasciava nellaccampamento a sud circa undicimila uomini di riserva, con la missione di attaccare la postazione cartaginese quando fosse rimasta semideserta, se Annibale avesse messo in campo a sua volta le truppe al completo, in una battaglia in campo aperto. Restavano altri tremila uomini nel piccolo accampamento dappoggio a nord dellAufidus.
Publio attravers il fiume insieme a Lelio, fra le legioni che dovevano posizionarsi al centro della formazione. Queste sarebbero state al comando di Servilio e Atilio, entrambi consoli lanno precedente, il secondo per aver sostituito lo sventurato Flaminio. Terenzio Varrone era alla testa della cavalleria alleata sul fianco sinistro ed Emilio Paolo al comando della cavalleria romana sul fianco destro. Il suono delle tube e le voci degli ufficiali riempirono laria per qualche minuto, mentre si completava lo spiegamento. Publio avanz fino alla prima fila dei manipoli, dove pot osservare la fanteria leggera dei velitesdavanti al resto delle truppe. Vide che lesercito romano si estendeva per chilometri in entrambe le direzioni. Fino a dove si spingeva lo sguardo non vedeva altro che legionari e pi in l ancora, dove la sua vista non poteva arrivare, agli estremi di quella formazione interminabile, sapeva che si trovavano le turmaedella cavalleria alleata e romana. Si volt. Davanti allesercito di Roma, Annibale metteva in campo tutte le sue forze, che uscivano da Canne e attraversavano a loro volta lAufidus. Il cartaginese quindi avrebbe combattuto dando le spalle al fiume. Non era un grande corso e lacqua era poca, e non era inverno ma agosto, quindi, al contrario di quanto era successo al Trebbia, lacqua fresca sarebbe stata pi un sollievo che un ostacolo. Ma lo stup che Annibale, tanto attento a scegliere i luoghi in cui combattere, non avesse tenuto conto di quel dettaglio. Era come se volesse collocare alle spalle degli uomini una barriera che avrebbe impedito loro di retrocedere, un segnale inequivocabile della decisione del loro capo: combattere fino alla fine. Ma se avesse ordinato una ritirata? Il fiume avrebbe complicato le manovre delle truppe. Perch aveva scelto quel posto?
Publio guard il cielo. Non era per avere il sole alle spalle, perch i Romani erano rivolti a sud, quindi avrebbero avuto la luce del sole di lato e non avrebbero avuto problemi di visuale. Spirava una brezza leggera, che si faceva sempre pi intensa a mano a mano che albeggiava e il cielo schiariva.
 impressionante disse Lelio indicando il fronte. Le truppe di Annibale si erano dispiegate e occupavano lo stesso spazio di quelle romane, quasi tre chilometri.
Publio annu, ammirato dalla potenza del cartaginese e dalla disciplina delle sue truppe, che pure erano formate da mercenari provenienti da ogni parte del mondo. Al Ticino e al Trebbia non aveva avuto tempo di valutare il potere del nemico.
I Cartaginesi e i loro alleati attraversarono il fiume in due colonne, protetti dagli arcieri e dai lanciatori di giavellotto. Se i Romani avessero deciso di attaccare prima che lo spiegamento fosse terminato, avrebbero potuto respingere lattacco con le armi da lancio, dando il tempo alla fanteria di reagire. Annibale non lasciava margine allimprovvisazione. Durante lo spiegamento nemico, Publio continu a riflettere sul fiume: era facile da guadare, certo, ma rappresentava un ostacolo per tutti, anche per gli stessi Romani, che nel caso in cui fossero riusciti a spezzare i fianchi della formazione cartaginese, avrebbero avuto difficolt ad attaccare alle spalle un avversario che poteva ripiegare verso lacqua. Forse, in fondo, non era unidea tanto malvagia.
Concluse le manovre di posizionamento delle truppe nemiche, al centro, proprio davanti a loro, a soli mille passi, i Romani videro alcuni uomini nudi dipinti di ocra o azzurro, con lunghe chiome, armati di grosse spade e lance. Erano i Galli che si erano uniti ad Annibale al suo arrivo nella penisola. Accanto a loro si distinguevano gli Iberi, con tuniche bianche e porpora, che brandivano spade a doppio taglio appuntite. Entrambi i gruppi percuotevano gli scudi, creando un fracasso assordante che riusciva nello scopo di intimidire il nemico.
Publio spinse lo sguardo fin dove poteva alla ricerca della cavalleria. Allorizzonte not i movimenti di grandi gruppi a cavallo, che si collocavano sulle ali della formazione cartaginese. Ma non riusc a capire dove si trovassero i cavalieri numidi o quelli gallici e iberici. Con Emilio Paolo avevano stabilito che il console avrebbe inviato dei messaggeri per informarli di ci che accadeva sulla sua ala. Dopo pochi minuti, un giovane centurione si avvicin a Publio e Lelio con le notizie che aspettavano.
Arrivo dalla posizione del console Emilio Paolo inizi lufficiale. Quella che ha davanti  la cavalleria gallica e iberica. Circa ottomila cavalieri.
Lelio e Publio si guardarono. Sapevano che cosa significava. Il console aveva solo duemilaquattrocento cavalieri fra tutte le turmaedi cavalleria.
Si sa qualcosa dellaltro fianco? chiese Publio al centurione.
S, dicono che il console Varrone abbia davanti a s i Numidi, ma sono di meno, circa duemila, anche se  difficile dirlo con esattezza, perch si muovono in continuazione.
Bene, centurione. Torna alla tua posizione.
Lufficiale si ritir e pass fra i manipoli della fanteria per tornare dal console.
 impossibile che il vecchio resista comment Lelio, riferendosi a Emilio Paolo.
 vero concord Publio. Ha un terzo degli uomini e i Galli e gli Iberi sono cavalieri esperti. Perderemo senza dubbio quel fianco, spero solo che il console riesca a ripiegare in tempo con le legioni.
Varrone dovrebbe resistere aggiunse Lelio. Questo potrebbe rendere la situazione pi equilibrata.
Potrebbe, lhai detto, ma i Numidi sono i migliori guerrieri a cavallo che abbia mai visto. Non sono sicuro che Varrone sia in grado di combattere contro di loro, e se perderemo anche quel fianco, resteremo senza lappoggio della cavalleria. Dovremo vincere la battaglia qui.
Publio guard di nuovo verso il fronte: i Galli e gli Iberi agitavano le braccia con le spade in alto e sui lati della fanteria cerano i soldati africani, i pi esperti di Annibale, quelli che avevano combattuto con lui prima in Hispania e poi durante tutta la traversata della Gallia, delle Alpi e infine in Italia. Erano attrezzati con scudi, spade, corazze e pilaromani sottratti ai cadaveri delle legioni sconfitte al Trebbia e sul Trasimeno. Era difficile distinguerli dalle legioni di Roma, tranne per un dettaglio: che ogni soldato aveva pi spazio e che le file erano pi distanziate.
Publio si gir verso le sue truppe e not che gli ordini di Varrone, che aveva invertito la configurazione dei manipoli, avevano fatto s che i legionari fossero molto pi raggruppati del solito, con poco spazio di manovra. Se si fossero sistemati nella formazione classica, ora che avevano molti pi uomini, migliaia di legionari sarebbero rimasti ai margini senza poter affrontare le truppe di Annibale, che erano la met di loro. Varrone quindi aveva ordinato che, invece dei sedici soldati disposti su dieci file, quel giorno, eccezionalmente, ogni manipolo fosse formato solo da dieci soldati per fila, su sedici file. Questo dava maggior profondit allimmenso esercito romano e in teoria avrebbe permesso a tutte le truppe di lottare. Publio per si rese conto che il risultato era un enorme ammucchiamento di uomini che avevano a stento lo spazio per muoversi. Sessantaseimila legionari, ansiosi di entrare in combattimento e imbevuti dellansia di vittoria di Varrone e dei suoi ufficiali. S, concluse, avevano una grande superiorit numerica, ma ai Persiani a Gaugamela, davanti ad Alessandro, non era bastata.
Il console Terenzio Varrone ordin ai velitesdi avanzare contro la fanteria leggera di Annibale, anchessa in movimento. Ebbero cos inizio i primi scontri di quella lunga giornata. I guerrieri pi giovani dei due fronti lottavano in piccoli gruppi, avanzavano e retrocedevano senza riportare una vittoria netta. La fanteria pesante manteneva la posizione, finch Annibale non decise di mettere fine a quelle scaramucce e cominciare la battaglia vera e propria.
Il generale cartaginese, al contrario di Terenzio Varrone, che era su uno dei fianchi insieme alla cavalleria, si sistem al centro del suo esercito. Aveva affidato a Imilcone la cavalleria gallica e iberica con il compito di spazzare via i cavalieri romani, mentre il fratello minore Magone era con lui al centro, perch voleva avere qualcuno di massima fiducia che lo aiutasse a dirigere le complicate manovre con cui i trentamila fanti avrebbero affrontato le legioni romane, che erano il doppio di loro. A Maarbale aveva affidato la missione pi complicata: fermare con solo duemila Numidi lavanzata della cavalleria romana alleata ai comandi del console Varrone. Sapeva che Imilcone non avrebbe tardato a farsi strada e anche se non era sicuro che Maarbale potesse riportare una vittoria, aveva la certezza che su quel fianco Varrone avrebbe avuto difficolt a spingersi in avanti.
Che avanzino le falangi dei Galli e degli Iberi! ordin Annibale. Li aveva sistemati al centro anche perch non si fidava della loro lealt. Per questo era meglio che combattessero per primi, per assicurarsi che non sarebbero fuggiti se le cose si fossero complicate.

Publio vide avanzare le prime linee del centro della formazione cartaginese, mentre la fanteria africana sui lati restava immobile. Strano.
Che cosa fanno? chiese. Pens che lui fosse troppo giovane per conoscere quella tattica. Non era riportata su nessuno dei volumi di strategia militare che aveva studiato e Annibale non aveva mai combattuto in quel modo nelle battaglie precedenti.
Non ne ho idea rispose Lelio. Immagino che tenga una parte delle truppe di riserva. Sa che siamo il doppio di lui.
Anche la fanteria gallica e quella iberica per avanzavano in modo strano, pi rapide al centro e pi lente sulle ali, andando a formare linee curve di soldati. Publio e Lelio, nella terza legione, non si trovavano al centro ma alla destra della formazione romana, quindi quando la formazione nemica cambi forma, non furono pi in grado di vedere che cosa succedeva sullaltro lato della pianura. Publio comunque intu che Annibale disegnava una formazione convessa, il cui diametro nella parte inferiore avrebbe raggiunto quasi due chilometri, e lasciava alla base diversi gruppi di fanteria pesante africana, immobili.
Varrone ordin lavanzata dellesercito romano. Publio e Lelio trasmisero ai subordinati gli ordini che arrivavano dal comando supremo. Le legioni di Roma, in perfetta formazione e in linea retta, si addentrarono cos nella pianura, calpestata da decine di migliaia di sandali, che si unirono alle migliaia di passi dei Galli e degli Iberi, sollevando grandi nubi di polvere dalla terra arida di quel territorio incolto in unestate torrida. La brezza mattutina si era trasformata in un forte vento, che risaliva da sud-est diretto a nord-ovest, e si trascinava dietro la polvere sollevata dai soldati mentre spazzava la valle in direzione opposta allavanzata romana.
Fu allora che Publio comprese perch Annibale avesse scelto di combattere proprio quel giorno e in quel posto. La polvere accecava i Romani. Per vedere, dovevano proteggersi il viso, ma con una spada in una mano e uno scudo nellaltra non era facile. Quale dei due lasciare? La spada era indispensabile. Alcuni scelsero di abbandonare lo scudo, ma la pioggia di dardi e giavellotti lanciati dagli Iberi convinse la maggioranza a tenerli entrambi in mano e socchiudere gli occhi, per ridurre il fastidio della polvere che risaliva rapida la valle dellAufidus.
Publio riusc a distinguere diversi Iberi che si avvicinavano a tutta velocit verso di lui. Con lo scudo fren il potente colpo di una spada e colp poi lavversario da sotto la protezione. Sui fianchi era coperto da un centurione e da diversi legionari dei principese degli hastati. Nel corpo a corpo, il fattore vento divenne meno importante, ma continuava a essere fastidioso, un ostacolo in pi che Terenzio avrebbe potuto risparmiare ai suoi uomini, se avesse pianificato il combattimento in direzione perpendicolare al fiume. Ma era chiedere troppo al console al comando.
Lelio, che Publio aveva perso di vista per qualche istante, torn con la corazza coperta di sangue, ma a giudicare dallagilit dei suoi movimenti, doveva trattarsi di sangue nemico.
Avanti! grid, spronando i legionari contro i mercenari di Cartagine.
Lui e Publio combatterono insieme e, appoggiati dai manipoli dei legionari, riuscirono presto a guadagnare terreno, mentre i Galli e gli Iberi indietreggiavano e si lasciavano alle spalle i cadaveri dei compagni, i corpi infilzati dalle spade romane e calpestati dalle legioni nella loro avanzata inarrestabile. Vi fu una breve pausa quando il nemico ripieg rapido e si raggrupp di nuovo in formazione, lasciando una ventina di passi fra i due eserciti. I Romani ne approfittarono per sostituire le prime linee, sfinite, con la retroguardia, facendo posto ai triarii. Anche Publio e Lelio lasciarono che altri ufficiali li sollevassero dal comando della fanteria in prima linea e ne approfittarono per riprendere fiato.
Tutto bene? chiese Lelio.
Publio aveva un piccolo taglio a un braccio, ma niente di rilevante, e il braccio dello scudo gli doleva per i colpi ricevuti.
Bene, bene rispose con il respiro affannato. Aveva solo bisogno daria.
Dalla retroguardia, vide che i triariiriprendevano lavanzata che loro avevano iniziato. I Galli e gli Iberi continuavano a ripiegare. La formazione convessa delle truppe cartaginesi era scomparsa con la ritirata della fanteria, fino a invertirsi e creare una sorta di borsa, un sacco sorretto alle estremit dalle falangi imperterrite della fanteria pesante africana, che non era ancora entrata in combattimento. Gli Iberi e i Galli venivano spazzati via dai Romani, ma nella fuga attiravano le legioni verso quella sorta di sacco che sembrava tenuto aperto dalle truppe africane.
Non mi piace disse Publio.
Neanche a me ammise Lelio.

Ala sinistra cartaginese
Imilcone ordin Annibale. Che Imilcone attacchi ora. Voglio la cavalleria romana fuori combattimento! Subito!
Un cavaliere port lordine al galoppo. Imilcone annu quando il messaggero gli trasmise le parole del generale. Non esit un istante e la cavalleria iberica e gallica si lanci contro i cavalieri romani.

61
LA CADUTA DEL CONSOLE

Apulia, agosto 216 a.C.

Ala destra romana
Sono il triplo di noi, pens Emilio Paolo, ma diede comunque lordine di caricare contro il nemico, che avanzava al galoppo. Limpatto fra le due forze fu violento e molti cavalieri di entrambe le parti caddero nel primo scontro. Gli animali nitrivano nervosi mentre cercavano di evitare di calpestare i corpi dei caduti, ma non sempre ci riuscivano e mettevano in pericolo la stabilit dei cavalieri, che non avevano staffe a cui appoggiarsi.
Gli Iberi avevano fra loro i frombolieri delle Baleari, che approfittarono della lotta corpo a corpo per lanciare pietre contro le linee dei cavalieri romani pi arretrati. Emilio Paolo si sforzava di mantenere gli uomini in formazione ed evitare di essere travolto dalla cavalleria nemica, quando una pietra attravers laria con un fischio e lo colp alla testa. Lelmo attut il colpo, ma il vecchio console sent uno scricchiolio al cranio, come se qualcosa dentro si fosse staccato, e per un attimo perse conoscenza. Riusc a non cadere a terra, ma da quel momento prov una strana debolezza in tutto il corpo, che non si spiegava con la fatica dovuta allet avanzata.
Ti senti bene, mio generale? chiese uno dei lictoresdella scorta.
Il console annu e spron gli uomini a impedire lavanzata nemica, ma non si sentiva bene e alla fine smont da cavallo. La sua guardia personale fece altrettanto per difenderlo e a poco a poco, perduta ogni possibilit di riorganizzare le fila, tutti i cavalieri smontarono. Imilcone invece mantenne una parte dei cavalieri sulle cavalcature, ad attaccare i Romani, mentre altri lottavano da terra contro il nemico. In pochi minuti, la cavalleria romana fu decimata e perse terreno in una fuga disordinata.
I lictoresa quel punto supplicarono il console di tornare a cavallo per ritirarsi e trovare riparo al centro delle legioni romane, al sicuro dalla cavalleria nemica. A malincuore, Emilio Paolo dovette ammettere che l non poteva pi fare niente, che la posizione era perduta e che la cosa migliore era rifugiarsi fra la fanteria, per compiere da l la sua parte.
Spero che Varrone abbia avuto pi fortuna con i Numidi. Andiamocene disse perci, una mano sulle redini e laltra sullelmo. Gli sembrava che la testa fosse sul punto di scoppiare o che fosse gi scoppiata. Al galoppo, si ritir insieme alla sua guardia personale verso il punto in cui si trovavano Lelio e Publio, alle prese con la fanteria iberica e gallica.

Ala sinistra cartaginese
Imilcone cap di aver svolto il proprio compito alla perfezione. La cavalleria romana era stata spazzata via, come aveva previsto Annibale. Ora gli restava da eseguire laltra parte del piano. Raggrupp i cavalieri e ordin loro di seguirlo.
Si lanci quindi verso nord, costeggi le legioni romane ma senza entrare in combattimento contro di loro, e si allontan verso lorizzonte, seguito dalle sue migliaia di cavalieri, che, per quanto stupiti da quella manovra, accompagnavano disciplinatamente il generale. La nube di polvere dei cavalli, questo s, fu un regalo avvelenato per i legionari romani, che a occhi socchiusi videro la cavalleria nemica vittoriosa allontanarsi verso nord invece di affrontarli.

Ala sinistra romana
Terenzio Varrone era soddisfatto. Le cose non potevano procedere meglio. Le legioni avanzavano ancora pi rapide di quanto aveva previsto. Il centro della fanteria cartaginese cedeva sotto limpatto dellavanzata romana che penetrava come un cuneo, quindi presto avrebbero tagliato in due la formazione di Annibale. Da quel momento, la loro superiorit numerica avrebbe spazzato via i nemici di Roma in poche ore. E pensare che tanti generali erano stati sconfitti da quel cartaginese. Non se ne capacitava.
Un cavaliere lo inform che Emilio Paolo aveva problemi con la cavalleria cartaginese sullaltro fianco. Quel povero vecchio. Avrebbe finito col cedere. Sarebbe stato un inconveniente, ma con un po di fortuna Emilio Paolo sarebbe caduto in battaglia e quel piccolo contrattempo, che lo avrebbe obbligato a contrastare entrambe le cavallerie nemiche, alla fine gli avrebbe regalato il merito assoluto e la gloria della vittoria. Immaginava gi il suo trionfo a Roma.
Davanti a loro cera la cavalleria africana. Dicevano che fossero Numidi. Varrone ordin che avanzasse la cavalleria. Erano il doppio di loro. Prima avrebbe fatto fuori quegli africani e poi sarebbe andato a risolvere il disastro combinato dal vecchio sullaltro fianco. Avanzarono verso i nemici. Questi per sfuggivano alla lotta frontale. Ripiegavano e quando i Romani si fermavano, tornavano ad attaccarli sui fianchi. Quando la cavalleria romana si sistemava di nuovo per respingere lattacco, i Numidi di nuovo ripiegavano. Andarono avanti cos per unora. Prima o poi si sarebbero stancati. Nel frattempo, le legioni avanzavano. Era solo questione di tempo.

Al centro dellesercito romano
Emilio Paolo arriv accanto a Publio e Lelio. In poche parole, spieg loro il disastro dello scontro con la cavalleria cartaginese. Publio gli espresse i propri dubbi circa lavanzata ininterrotta delle legioni. Il console si guard intorno, serio. Il ragazzo aveva ragione. Era una manovra strana. E la fanteria pesante di Annibale non era ancora entrata in battaglia.
Bisogna fermare lavanzata! grid, per farsi sentire sopra il caos della lotta cruenta. Se continuiamo a spingere in avanti le truppe, rischiamo di farci attaccare sui fianchi, e la cavalleria, almeno da questa parte, non potr aiutarci!
Publio e Lelio annuirono e cercarono di frenare lavanzata delle legioni, ma i tribuni, molti dei quali erano uomini di fiducia di Varrone, avevano ricevuto ordini opposti: procedere senza sosta. I legionari inoltre erano felici di incontrare cos poca resistenza. Erano convinti di sconfiggere una volta per tutte Annibale. Gli ordini di Emilio Paolo non ebbero quindi alcun effetto e il vecchio console vide che le legioni proseguivano nellavanzata ed entravano in quellenorme spazio che il generale cartaginese aveva lasciato al centro della sua formazione.
Fu allora che dovette prendere la decisione pi importante della sua vita: poteva andarsene con la sua guardia verso una zona sicura, lontano dallavanguardia, o avanzare con le legioni e cercare di riportare lordine in quella follia. Riflett per diversi minuti. Infine sospir lentamente e si rivolse a Publio e Lelio.
Voi restate qui, nella retroguardia. Io avanzer alla guida delle legioni, visto che sono questi gli ordini geniali del nostro amato collega.
Publio stava per dire qualcosa, ma il console non lasci spazio a chiarimenti o domande. Circondato dai lictoresben armati della sua scorta personale, si addentr nella formazione romana e avanz fra i manipoli fino a raggiungere lavanguardia. L, i triariisi alternavano agli hastatie ai principesnella battaglia. I velitessopravvissuti erano sparsi fra i vari manipoli. Era difficile muoversi e le manovre per sostituire le file dei combattenti erano complicate. Inoltre, cos raggruppati, i soldati erano un obiettivo perfetto per una pioggia di frecce o giavellotti. Emilio Paolo guard il cielo con timore. Vide la polvere fastidiosa trascinata da quel vento instancabile e intu che il peggio doveva ancora arrivare.

Al centro dellesercito cartaginese
Annibale osservava le manovre dal poggio in cui si era sistemato per avere il controllo delle truppe. La fanteria gallica e iberica veniva decimata, ma questo non lo preoccupava troppo. Quasi tutti erano uomini dalla lealt vacillante. Inoltre poteva sempre contare sulle truppe di fanteria pesante, composte da africani esperti e fedeli alla sua causa, che erano ancora intatte e pronte per entrare in azione. Imilcone, da parte sua, aveva gi sconfitto la cavalleria romana ed era partito per la sua destinazione, circondando le legioni.
Era arrivato il momento.
Che avanzi la fanteria pesante. Lenta, ma decisa! disse il generale.
Non aspettiamo che Imilcone abbia concluso la sua missione? chiese Magone.
No. Non preoccuparti. Porter a termine il suo compito. Ora che si muova la fanteria pesante. Non voglio aspettare oltre. Il giorno avanza, il vento presto smetter di dare fastidio ai Romani e non voglio che si faccia notte prima che le sorti della battaglia siano decise. Dobbiamo iniziare subito.
Magone annu e si allontan per trasmettere agli ufficiali africani, che aspettavano con ansia da ore, lordine di entrare in combattimento.

A sud del fiume, accampamento romano e fortezza di Canne
A sud del fiume, lontano dalla battaglia principale, la legione lasciata da Varrone si sforzava di seguire le istruzioni del console: prendere la fortezza di Canne per evitare che Annibale avesse un posto dove rifugiarsi quando gli fosse stata inflitta la sconfitta che il console aveva in programma. I Romani, per, si trovarono davanti una guarnigione di veterani africani che difendeva il fortino di Canne come se si trattasse della stessa Cartagine. I legionari venivano respinti senza sosta, con giavellotti, frecce e, nelle poche occasioni in cui qualcuno arrivava alle mura in rovina, con la spada, in una tumultuosa lotta corpo a corpo.
I Romani si raggrupparono nella valle davanti a Canne. Erano stupiti e sconfortati. Non sapevano che cosa fare.

Al centro della battaglia
La fanteria pesante africana, composta da sedici falangi di milleventiquattro uomini ciascuna, e suddivisa in due blocchi uguali alle estremit della formazione cartaginese, inizi ad avanzare, pi rapida dove era pi distante dalla battaglia e molto pi lenta nei pressi del combattimento, dove si trovavano le legioni romane. Cos in pochi minuti, quasi come due porte, ripieg sopra i fianchi delle legioni nemiche.
Publio e Lelio, dalla retroguardia, osservavano impotenti la fanteria cartaginese che si chiudeva sopra le loro fila.
E la cavalleria di Varrone? chiese il giovane. Per tutti gli di, dov la cavalleria, Lelio? Senza il suo appoggio, finiranno col circondarci.
Lufficiale non sapeva che cosa rispondere. Si guard alle spalle e cerc i cavalieri del console, ma lunica cosa che riusc a individuare fu lenorme polverone sollevato dalla cavalleria di Imilcone che circondava la retroguardia romana.
Si lanciano contro Varrone comment. Credo che non potremo contare sullappoggio della cavalleria.

Ala sinistra romana
Terenzio Varrone cominciava a disperare davanti alla tattica dei Numidi. Meglio lasciarli perdere. In lontananza, vide che la fanteria pesante cartaginese iniziava una strana avanzata e si lanciava sui fianchi delle legioni. Forse avrebbe dovuto lasciare una parte della cavalleria con i Numidi e prendere alcune turmaeper proteggere i fianchi dallattacco delle falangi africane. Varrone rifletteva sulla situazione, quando, dalla retroguardia, una massa sterminata di cavalieri nemici si avvicin al galoppo. Occupato con le manovre numide e lavanzata delle legioni, non si era accorto dellavvicinarsi della cavalleria di Imilcone.
Siamo circondati! esclam un decurione rivolto al console, in attesa di ordini, ma Terenzio Varrone non ebbe tempo di dire una parola, perch Maarbale approfitt dellarrivo di Imilcone con pi di seimila cavalieri iberici e gallici, e lanci al galoppo tutti i Numidi, questa volta decisi a entrare in una lotta senza quartiere.
I Romani passarono dalle piccole scaramucce di qualche minuto prima a una battaglia totale, circondati dai nemici che li caricavano, si ritiravano e lasciavano che altri cavalieri li sostituissero. Varrone si rese conto di non essere pi in superiorit numerica: con larrivo della cavalleria di Imilcone i Cartaginesi erano il doppio di loro, quindi potevano alternarsi negli attacchi, che sferravano in modo ininterrotto, senza dare tempo ai Romani di riprendersi.
Il console vide i suoi cavalieri cadere a uno a uno e gli uomini, sempre pi deboli, abbattere sempre meno nemici. Le legioni erano ormai circondate dalle truppe africane. Varrone non riusciva a capire che cosa fosse successo. Erano lesercito pi grande di Roma, avevano il doppio delle truppe di Annibale. Che cosa succedeva? Che cosa stava succedendo?
Dobbiamo andarcene, mio generale comment uno dei lictores. Se restiamo qui, non riusciremo a proteggerti ancora a lungo. La cosa migliore  scappare adesso, prima che sia troppo tardi.
Varrone si guard intorno, confuso. Vide i suoi cavalieri attraversati dalle lance numide, dai dardi iberici e gallici. Dal cielo piovevano pietre, lanciate dai frombolieri delle Baleari, e in lontananza vedeva le sue legioni circondate dalle forze cartaginesi. Come poteva essere successo? Ovunque i cavalieri cadevano feriti oppure morti. Venivano attaccati su tutti i fianchi contemporaneamente e il caos assoluto si impadron della cavalleria alleata romana. Qualcuno inizi a fuggire in piccoli gruppi, che venivano catturati dai Numidi e massacrati prima che riuscissero ad allontanarsi. I lictorese un paio di decurioni si rivolsero al console perch organizzasse una rapida ritirata. Terenzio Varrone non riusc a riportare lordine nella cavalleria e alla fine scelse di fuggire con un folto gruppo di cavalieri, composto dagli ufficiali pi leali, dai lictoresdella sua guardia personale e dagli uomini che riuscirono a unirsi a loro nella confusione e nello sconcerto generali. Diversi gruppi di Numidi si avvicinarono per attaccarli e alcuni cavalieri romani caddero infilzati dalle frecce o con le braccia e le gambe squarciate da tagli profondi inferti dalle spade nemiche. La maggior parte per riusc a fuggire e, incalzata dalla paura e dallansia di sopravvivere, scomparve nella fitta nube di polvere che Volturno, il dio del vento, continuava ad agitare con forza. I cavalieri romani sconfitti e in fuga non rallentarono quellumiliante galoppo finch non raggiunsero la fortezza di Venusia. Una volta l, Terenzio Varrone smont da cavallo e ordin di rafforzare la sorveglianza delle mura e delle fortificazioni, mentre lorgoglio ferito a morte gli rodeva le viscere. Si chiuse in una delle torri di Venusia e, solo con la propria rabbia, pianse lacrime di sconforto e di angoscia, non per i morti e il fallimento di Roma, ma per la fine della sua gloria, della sua carriera politica e del suo fugace potere.
Il vento di quella giornata nefasta si era portato via tutto, come un sogno cancellato dalla nostra mente quando apriamo gli occhi e scopriamo di essere stati ingannati dal sonno.

Al centro della battaglia
Publio vide avvicinarsi la fanteria pesante africana ben armata, con gli stessi elmi, spade e scudi che i Romani portavano al Trebbia e al Trasimeno. Evidentemente gli di si divertivano a giocare con il destino degli uomini: le stesse spade che erano state forgiate a Roma per frenare linvasore ora venivano usate dagli uomini di Annibale per massacrare i Romani.
Bisogna difendere i fianchi, Lelio!
I due tribuni si affannarono rapidi a formare con vari manipoli una difesa improvvisata del fianco destro, confidando che qualche altro ufficiale di buon senso si preoccupasse del sinistro. Un legionario, ferito al braccio, ma con laria decisa e la voglia di combattere nelle vene, si avvicin a Publio mentre questi impartiva ordini.
Il console, tribuno, il console Emilio Paolo  stato ferito. La retroguardia  nel caos e i Cartaginesi si stanno riorganizzando.
Gli occhi del legionario si spostarono da Publio Cornelio Scipione per posarsi sulle falangi cartaginesi che si lanciavano sui fianchi. Sul suo viso forgiato in mille battaglie si leggeva la certezza che quel movimento avvolgente delle truppe nemiche fosse un cattivo presagio.
Lelio! grid Publio dalla sua posizione. Tu occupati di mantenere la formazione su questo fianco! Hanno ferito Emilio Paolo!
E, senza aspettare una risposta, svan in un ammasso di soldati che lottavano per farsi strada verso il fronte della battaglia, ostacolati dalla mancanza di spazio di manovra.
Mentre avanzava verso lavanguardia, Publio fu investito di nuovo dalla polvere, spinta dal vento con una tenacia ostinata e crudele, che lo accecava nella sua ricerca del console caduto. Dopo qualche minuto, facendosi strada a spintoni e grida, raggiunse il generale ferito, appoggiato a una roccia e circondato dai lictorese da alcuni cavalieri; una dozzina di cavalli dellesercito romano erano sparsi in quello spiazzo, sorvegliato dalla guardia del console per dargli sollievo.
I lictoresriconobbero il tribuno e si fecero da parte per permettergli di passare. Emilio Paolo era seduto, aveva una freccia cartaginese nella coscia. Si era tolto lelmo e un filo di sangue gli usciva dalla tempia destra e scivolava mortale lungo la guancia e il collo. Aveva un aspetto orribile e gli occhi socchiusi per evitare la polvere sospesa in aria, che si mescolava al sangue sgorgato dalle ferite sul suo corpo.
Devi andartene di qui, mio generale! esclam Publio non appena gli fu vicino.
Emilio Paolo scosse la testa.
 troppo tardi per me, ragazzo. Non uscir pi di qui.  questo che hanno voluto gli di e cos sar.
Ma  assurdo disse il giovane e si alz per rivolgersi ai lictores. Svelti, aiutate il console a montare a cavallo e preparatevi a scortarlo lontano da qui!
Emilio Paolo per alz lentamente la mano e i lictoressi bloccarono. La loro obbedienza al console era assoluta, soprattutto se ferito e in quelle condizioni.
Ascolta, Publio, non ti ho fatto chiamare perch tu mi salvassi come hai fatto con tuo padre al Ticino. La vita mi sfugge. Non  la gamba, ma la ferita alla testa. Un barbaro ha preso bene la mira fin dallinizio.  dal principio della battaglia che perdo sangue. Non ho pi n le forze n lardire. Rester qui e far tutto ci che mi  possibile per mantenere lordine. No, non rispondere e non ribattere! Sei un tribuno della terza legione e sei ai miei ordini! Oltre ad aver alzato la voce in modo sorprendente, il console si sollev in piedi, appoggiandosi alla spada, e prosegu. Sono console di Roma e mi devi obbedienza e fedelt, quindi ora, tribuno della terza legione, ascolta le mie parole e taci!
Il giovane chiuse la bocca, stupito dallo sforzo sovrumano del console, che imponeva la propria autorit a costo della vita. Quando si fu assicurato il silenzio e lattenzione del tribuno, Emilio Paolo si lasci crollare di nuovo a terra. Alcuni lictoressi avvicinarono, ma di nuovo la mano si alz e tutti restarono doverano. Intorno si sentivano le grida degli ufficiali che ordinavano di lottare e mantenere le file, e su quelle voci un fragore inclemente di urla, colpi di spada, i sibili dei dardi e delle lance che graffiavano laria, il tutto portato da un vento gonfio di polvere e dellodore del sangue.
Ascoltami bene, Publio. Devi andartene di qui con gli ufficiali di maggiore fiducia, fatti strada nella retroguardia prima che i Cartaginesi usino anche la cavalleria, oltre alla fanteria, contro di noi. Varrone  fuggito. Lo so, lo so, non dire niente. Gli di lo malediranno per la sua codardia, ma ora ascoltami.  importante. Forma un gruppo di manipoli con gli uomini pi fedeli e vattene di qui. Prima dirigiti a nord, con il favore di questo maledetto vento. Se Annibale lo usa contro di noi, tu puoi usarlo per combattere verso nord contro la sua fanteria, che ci attacca alle spalle. Con laiuto del vento e prima che arrivi la cavalleria nemica, allontanati e poi svolta a sud, attraversa il fiume lontano dalla battaglia e vai allaccampamento generale. Varrone ha lasciato l due legioni con il compito di attaccare laccampamento cartaginese. Sono sicuro che Annibale ha preparato qualche sorpresa, ma  difficile che siano in una situazione peggiore della nostra. Con gli uomini che porti via di qui e quelli dellaccampamento, ripiega a Canusium e resta l al sicuro finch non sar deciso lesito di questa battaglia. Da l, fai come ritieni meglio e ascoltami bene, ragazzo: fatti valere, fatti valere con la forza, se necessario. Non abbiamo molto tempo. Hai capito bene quello che ti ho detto?
Publio annu, con poca convinzione.
Bene, bene, ragazzo riprese il vecchio console. Il respiro gli usciva spezzato di bocca, mescolato ai grumi di sangue che sputava di lato, sulla corazza gi insanguinata. Mi spiace mettere sulle tue spalle un peso simile, ma intuisco in te una forza che mi spinge a confidare nel pi giovane dei miei tribuni. Ora, solo una parola per i miei figli, e soprattutto per Emilia. So che Lucio Emilio sar allaltezza delle circostanze. Salutalo da parte mia e digli che suo padre ha lottato con onore fino alla fine. A mia figlia per mia figlia  difficile trovare le parole giuste ascolta, dille che
Il console trattenne il respiro, chiuse gli occhi. Publio credette che avesse perso conoscenza e per un attimo pens di approfittarne per portarlo via da l, ma il vecchio li apr di nuovo e gli disse ci che voleva riferisse alla figlia. Poi, a voce alta, ordin ai lictoresche allontanassero quel tribuno perch eseguisse gli ordini ricevuti.
Era impossibile portar via il console senza combattere contro la fedelt cieca dei lictores. Sarebbe stato sciocco e inutile iniziare uno scontro fra Romani mentre erano circondati dalle forze di Annibale. Publio lasci quindi quel cerchio di dolore e sofferenza che si era formato intorno alla sagoma distesa e si diresse verso la retroguardia, dove Lelio continuava a combattere. Allultimo momento si volt e vide il console che saliva a cavallo aiutato dai lictores, spronava lanimale e puntava verso il centro esatto della battaglia pi cruenta a cui Roma avesse mai preso parte.
Fu lultima volta che Publio vide il console di Roma, Emilio Paolo, il padre della sua promessa, mentre con la spada in pugno e la voce forte e profonda incalzava i legionari che combattevano contro le forze di Annibale.

62
LA RITIRATA

Apulia, agosto 216 a.C.

Retroguardia romana
Publio raggiunse la retroguardia. La fanteria africana chiudeva il cerchio intorno alle legioni. Lelio si sforzava di riorganizzare la formazione confusa dei manipoli, che non avevano spazio sufficiente per manovrare. Cadevano dardi e giavellotti. Decine di uomini feriti giacevano a terra. I loro gemiti di dolore erano smorzati dal fragore della lotta, dalle spade che cozzavano in prima linea e dalle grida degli ufficiali.
Lelio! Lelio! grid Publio. Ce ne andiamo da qui! Raggruppa i manipoli su questo fianco, gli uomini della prima, della seconda e della terza legione, e facciamo breccia tra le file!
Lelio lo guardava sconcertato.
 un ordine del console chiar il giovane.
Gaio Lelio annu e si mise allopera. Insieme, riuscirono a raggruppare diversi manipoli per attaccare la falange della fanteria pesante, che caricava contro di loro. Fu una lotta inclemente, in cui cadde pi di un centinaio di legionari, ma concentrati comerano su un punto preciso della linea nemica, riuscirono ad aprirsi una breccia. Il vento, ora che lottavano verso nord, li avvantaggiava e, come aveva previsto il console, i Cartaginesi persero vigore, confusi dalla rinnovata energia del nemico e dalla polvere in faccia.
Publio e Lelio riuscirono ad aprire un piccolo corridoio fra le falangi africane che li circondavano e riunirono diversi manipoli della seconda legione. Si unirono a loro i tribuni Quinto Fabio Massimo, figlio dellex dittatore, che serviva nella prima legione, con un nutrito gruppo di legionari ai suoi ordini. E Appio Claudio, della terza, che riusc a radunare diversi manipoli. Cos, al comando dei tribuni e dei loro centurioni, circa quattromila soldati riuscirono a sfuggire allaccerchiamento e a scappare dal massacro peggiore della lunga storia di Roma.
Corsero prima verso nord e poi rapidi verso ovest, fino a raggiungere laccampamento minore romano a nord del fiume, ma non si fidavano della sicurezza di quellenclave poco fortificata e decisero di proseguire verso sud. Nel frattempo, la cavalleria di Imilcone aveva gi richiuso la breccia aperta nella fanteria pesante dalla carica dei tribuni. Il generale cartaginese scelse per di non inseguire le truppe romane che attraversavano il fiume.
Dopo qualche minuto di marcia forzata, i legionari sopravvissuti della prima, della seconda e della terza legione raggiunsero laccampamento generale romano stabilito nella valle, a sud dellAufidus, fra Canne e Canusium. L, Publio, Lelio e i tribuni credevano di trovare le due legioni a cui Terenzio Varrone aveva ordinato di attaccare laccampamento cartaginese. Solo cinquemila uomini erano per sopravvissuti agli scontri sanguinosi intorno al fortino di Canne.
I tribuni deliberarono e decisero che bisognava proseguire con tutte le forze possibili, quindi inviarono alcuni messaggeri allaccampamento a nord del fiume, nel caso fosse rimasta qualche truppa, perch si riunissero alle forze concentrate nellaccampamento principale.
Dopo qualche ora, dallaltra riva del fiume arriv un tribuno, accompagnato soltanto da seicento legionari. A Publio non tornavano i conti.
Come ti chiami? chiese il giovane Scipione al nuovo arrivato.
Publio Sempronio Tuditano.
Perch il resto degli uomini non  con te?
Il tribuno guard a terra. Il suo viso tradiva vergogna e disprezzo.
Hanno preferito restare. Avevano paura di uscire. Quando abbiamo ricevuto i vostri messaggeri,  scoppiato un diverbio molto teso. In pochi eravamo favorevoli ad attraversare il fiume per unirci al grosso delle truppe, la maggioranza ha preferito restare. Credono che nellaccampamento a nord saranno al sicuro dai Cartaginesi. Ho dovuto battermi con loro, perch si rifiutavano di aprire le porte per lasciarmi uscire con i miei uomini.
Publio, Lelio e il resto dei tribuni guardavano attoniti Sempronio Tuditano. Il maggior esercito di Roma era arrivato fino a quel punto, i soldati si scontravano fra loro, un manipolo contro laltro, un ufficiale contro laltro, nel cuore di una disastrosa battaglia campale.
Hai fatto bene a venire, Sempronio Tuditano rispose Publio, spezzando il silenzio amaro e umiliato sceso fra loro. Qui sei fra amici. Tu e i tuoi uomini siete pi che benvenuti.

Retroguardia cartaginese
 una vittoria assoluta! annunci Maarbale, di ritorno dalla sua posizione avanzata con la cavalleria.
Annibale, in cima a una collina, circondato dai suoi migliori generali, Magone, Imilcone e lo stesso Maarbale, osservava la ritirata del nemico.
I consoli dellanno scorso sono caduti continu Magone, euforico, e guard il fratello maggiore con ammirazione, mentre continuava a elencare le perdite fra i generali romani. E credo che sia caduto anche uno dei consoli di questanno. Dei generali si  salvato solo Varrone.  una vittoria completa, come dice Maarbale.
Erano tutti esultanti. Stanchi, con piccole ferite alle braccia, alle gambe, alle cosce, ma niente di grave. Le corazze e gli elmi erano insanguinati, ma era quasi tutto sangue romano. Annibale era soddisfatto, eppure restava serio, concentrato sugli ultimi movimenti dei Romani.
S, sappiamo che Varrone si  diretto a Venusia con duemila uomini. Il suo esercito  decimato. Con queste parole, Imilcone si aggiunse alle considerazioni vittoriose degli altri.
Annibale annu lentamente, ma non rispose e indic lorizzonte. Tutti si girarono e videro un nutrito gruppo di legionari, con lappoggio di un piccolo distaccamento di cavalleria, che si faceva strada fra le truppe cartaginesi e riusciva a ritirarsi con un certo ordine. I Cartaginesi cedevano terreno, sfiniti dal lungo combattimento.
Che se ne vadano e che raccontino a Roma ci che  successo qui! esclam Maarbale.
S, giusto disse il generale. Che le nostre truppe li lascino andare. Perderemmo altri uomini se li inseguissimo e la vittoria  gi nostra.  assurdo perdere soldati inutilmente e non possiamo permettercelo.
Annibale rimase fermo, a guardare in lontananza, una mano sul viso per ripararsi dalla luce del sole a occidente. Una scena aveva catturato la sua attenzione: la colonna dei Romani, quasi quattromila, che era riuscita a ricompattarsi al comando di alcuni tribuni, era un triste spettacolo per quello che avrebbe dovuto essere il pi grande esercito di Roma. Centinaia di uomini a testa bassa, feriti, esausti, sporchi, che camminavano curvi, spaventati, chini sul proprio dolore e la propria sconfitta.

Lesercito romano sopravvissuto a sud del fiume
I tribuni erano riuniti a fare un bilancio, a calcolare le loro forze.
Abbiamo attraversato il fiume con quattromila uomini, credo disse Quinto Fabio, mentre guardava i legionari sopravvissuti della prima, della seconda e della terza legione, seduti o sdraiati, sparsi in modo disordinato in un vasto settore dellaccampamento romano. Erano sfiniti, distrutti.
S continu Lelio. E qui ce nerano altri cinquemila.
Pi i seicento di Tuditano, fanno circa diecimila uomini. Due legioni concluse Publio. Ecco che cosa si  salvato a sud del fiume, due legioni su otto. Resta da sapere con quanti uomini si sia ritirato il console Varrone.  un disastro.
Quando vide la disperazione sul viso di coloro che lo circondavano, il giovane tribuno si pent di aver pronunciato quelle ultime parole.

63
LA DISERZIONE DEI TRIBUNI

Apulia, estate del 216 a.C.
Publio Cornelio, tribuno delle legioni di Roma, cercava di mantenere gli uomini in formazione. Gli altri tribuni erano cos scoraggiati da non riuscire a trasmettere gli ordini con un minimo di convinzione.
Dove andiamo? chiese Lelio, e la sua voce segnata dalla disperazione commosse lamico.
A Canusium.  la fortificazione pi vicina in cui rifugiarci, mentre capiamo su quali forze possiamo contare oltre a quelle che abbiamo raggruppato qui. Poi decideremo il da farsi.
A Canusium, allora ripet Lelio, sempre sconfortato, ma con una voce un po pi animata.
Publio lo vide allontanarsi e riferire lordine agli ufficiali. Nessun tribuno ebbe da ridire o si oppose al fatto che fosse il pi giovane fra loro, appena diciannovenne, a decidere per lintero esercito sopravvissuto. Non cerano pi consoli a comandare, i tribuni erano pochi e i centurioni rispettavano il coraggio dimostrato da Scipione. Il nome di quella famiglia era stimato nellesercito, soprattutto nei momenti di crisi. Forse se il figlio di Fabio Massimo si fosse opposto, le cose sarebbero andate diversamente, ma lui non fu in grado di farlo o non volle.
A poco a poco, nella marcia militare pi triste che Publio avrebbe mai guidato in vita sua, quei diecimila soldati, i resti del maggior esercito mai reclutato da Roma, si trascinarono fino alla cittadina di Canusium. Una volta l si accamparono, distrutti, abbattuti, e si lasciarono cadere fra i vicoli della citt, seduti, appoggiati alle pareti delle case, mentre altri, con le poche cose che erano riusciti a salvare dalla catastrofe, cercavano di erigere nei pressi della fortezza qualcosa di simile a un accampamento. Non cerano quasi viveri e lacqua scarseggiava. I feriti pi fortunati erano bendati con pezzi di tela strappati dagli indumenti dei soldati. Altri si dissanguavano fra gemiti strazianti, senza che i pochi dottori sopravvissuti avessero il tempo di avvicinarsi e aiutarli. Canusium era il cimitero delle legioni romane.
In quel panorama di disperazione, la paura si fece strada oltre la sofferenza fisica. Quanto ci avrebbero messo i Cartaginesi a inseguirli e a dare loro la caccia? Le forze di Annibale non avevano quasi subito perdite in confronto a quelle romane e il cartaginese aveva ai suoi ordini truppe esultanti, disposte a seguirlo ovunque.
La paura divamp rapida come una scintilla fra la legna secca e il timore si propag prima fra i legionari, poi fra gli ufficiali di minor rango, per arrivare fino ai centurioni e agli stessi tribuni. Questi decisero di indire una riunione per discutere la strada da prendere. Nei pressi delle mura di Canusium, che alla maggior parte dei soldati iniziavano a sembrare una difesa insufficiente contro lesercito cartaginese rinvigorito dal sangue nemico versato a Canne, si riunirono Quinto Fabio, figlio di Fabio Massimo, Lucio Publicio Bibulo, Appio Claudio Pulcro, Lucio Cecilio Metello e Sempronio Tuditano, fra gli altri, insieme al giovane Publio. Furono chiamati anche alcuni dei centurioni di rango pi alto e gli ufficiali di cavalleria pi esperti, fra cui Lelio. Un totale di venticinque uomini, radunati per decidere del destino delle poche forze che Roma era riuscita a sottrarre al disastro e alla morte.
Fu Metello a iniziare.
Siamo sconfitti. Non c nulla che possiamo fare, a parte tentare di salvarci. Dobbiamo dirigerci verso la costa per la strada pi breve e cercare le navi della flotta, per trovare riparo in qualche regno amico. Rifugiarci l e aspettare.
Sarebbe stato alto tradimento, ma dopo aver visto decimate sei delle otto legioni, oltre alle innumerevoli truppe alleate, le parole di Metello furono accolte con un certo sollievo da molti dei presenti. Il tribuno, incoraggiato, prosegu.
Quello che sto dicendo  orribile, lo so, ma dobbiamo renderci conto che Roma, la Roma che tutti abbiamo conosciuto, amato e rispettato,  giunta alla fine. Roma ormai non esiste pi come tale. Non ha un esercito che la difenda. Le legioni sono state distrutte dal potere cartaginese e Annibale non tarder a dirigersi contro la citt. Atilio, Servilio ed Emilio Paolo sono caduti e Terenzio  scappato. Lunica possibilit  fuggire verso la costa.
Le parole di Metello sembravano sensate, ma erano dure da ascoltare, da accettare. La paura per si era impadronita degli uomini e i rapporti che giungevano dagli esploratori, inviati da Publio e Lelio per scoprire qualcosa di pi sulla situazione, non facevano che ampliare le dimensioni del disastro: i consoli dellanno precedente erano morti, cos come il console Emilio Paolo, come diceva Metello. Quanto allaltro, Varrone, di lui per il momento non si avevano notizie. Forse era vivo, ma si ignorava dove si trovasse e non arrivavano emissari che portassero suoi ordini, quindi spettava a loro decidere, ai tribuni e agli ufficiali l riuniti.
Publio aveva ascoltato lintervento prima a bocca aperta e poi serrando le labbra con forza. Quando si fece silenzio e Metello, con gli occhi che brillavano, si volt verso i colleghi e li guard in attesa di consenso, il giovane sbott, come un fiume a lungo trattenuto che al cedere della diga si riversa fuori come un mare infuriato.
Non posso credere a quello che sentono le mie orecchie e che vedono i miei occhi! Mi chiedo, chiedo agli stessi di, sono morto? Sto sognando? Perch vedo tribuni, centurioni e ufficiali di Roma che organizzano una diserzione di massa. Metello dice che la Roma che abbiamo conosciuto  morta. Io dico che forse lo  davvero, non perch il nostro esercito  stato sconfitto, ma perch siamo qui riuniti, a decidere di pugnalarla alle spalle e a tradimento. Fuggire sulla costa, scappare?
Nellenfasi del suo intervento, Publio si era spostato al centro, quindi per parlare al suo pubblico doveva girare su se stesso e rivolgersi prima agli uni, poi agli altri. Tutti lo ascoltavano attenti, immobili, come se i piedi di ogni ufficiale fossero inchiodati a terra.
Non c posto al mondo abbastanza sicuro e protetto per un traditore di Roma, continu Publio ma non posso credere che i vostri cuori stiano davvero prendendo in considerazione una ribellione simile. Chi di voi non ha amici, famiglia, casa, un patrimonio a Roma? Che cosa credete che si aspettino da voi le vostre famiglie e i vostri amici? Volete lasciarli soli davanti ad Annibale? S, ho detto Annibale. Vedo i vostri visi impallidire solo al sentirlo nominare e me ne vergogno e sputo a terra. E si interruppe per sottolineare le parole con il gesto. Si schiar la gola e prosegu altrettanto rapido, con pi fervore. Gli ufficiali di Roma spaventati da un nome. Certo, forse  il nemico pi grande contro cui abbiamo mai lottato, chi lo sa, forse gli di lo hanno scelto come responsabile del nostro disastro e della nostra fine, ma per quanto mi riguarda, i miei familiari e i miei amici, la mia casa e il mio patrimonio sanno che cosa aspettarsi da me. Io partir per Roma fra qualche ora, non appena saremo in grado di riorganizzare gli uomini e curare i feriti. Marcer verso Roma e combatter per quella citt che secondo Metello  morta. Lotter fino allultima goccia del mio sangue anche solo per il ricordo di ci che Roma fu un tempo. E non  tutto, non  tutto. Vi dir di pi.
Publio si interruppe. Lentamente, molto lentamente, port la mano destra allimpugnatura della spada. Esit. Ci riflett e infine decise di proseguire. E lo fece guardando negli occhi Metello e gli altri tribuni.
Vi dico anche che chi osa disertare ricever dalla mia stessa mano il giusto castigo che si merita. Spero che le mie parole vi abbiano risvegliato dalla vostra follia, ma non ho intenzione di perdere tempo a cercare di convincere chi ancora non ha ripreso giudizio. Se qualcuno si rifiuta di tornare a Roma, che lo dica. Ma per seguire la strada che ha scelto, prima dovr uccidermi. Se sar necessario affrontarvi tutti, a uno a uno, lo far. Allora vedremo da che parte stanno gli di.
Nessuno osava parlare. Publio, la mano sullimpugnatura della spada, pronto a sguainarla al minimo movimento, girava su se stesso, circondato dagli ufficiali sconfitti, sopravvissuti al disastro di Canne.
Gaio Lelio fu il primo a rompere il silenzio.
Sai gi che la mia spada sar sempre accanto alla tua. Prima di affrontarti, dovranno uccidere me. Per quanto mi riguarda,  Roma la nostra meta.
Bene rispose Publio e si avvicin a Lelio.
Anchio sono con te.
Anchio.
Puoi contare anche su di me. A Roma.
Erano le voci di altri tre tribuni, Lucio Publicio, Appio Claudio e Sempronio Tuditano.
Anchio. A Roma  il nostro posto ed  l che dobbiamo andare disse Quinto Fabio, con gran sorpresa di Publio. Tutti i tribuni tranne Metello passarono dalla sua parte.
Il giovane Scipione si avvicin a questultimo fermandosi a due passi da lui.
Allora, Metello? Manchi tu fra i tribuni. Che coshai da dire?
Le labbra del tribuno tremarono senza proferire parola. Per qualche secondo, i due si fissarono, lo sguardo intenso, carico di passione e di forza, finch Metello abbass gli occhi.
Daccordo. Andiamo a Roma e che gli di ci proteggano disse alla fine.
Bene rispose subito Publio e guard gli altri. Questo  lordine dei tribuni.
Quindi abbass lo sguardo e si port la mano destra, che fino a quel momento era rimasta inchiodata sulla spada, fra i capelli.
Sono stanco. Questa  stata una giornata lunga e dolorosa per tutti aggiunse, senza pi guardare nessuno. Vi lascio. Decidete chi deve prendere il comando durante la marcia di ritorno a Roma. Accetter qualunque vostra scelta. Vado a controllare che i feriti siano curati nel modo migliore possibile. Lelio mi riferir ci che avete deciso.
E senza voltarsi, usc dal circolo degli ufficiali, attraverso la breccia che questi aprirono al suo passaggio. Scese dalle mura di Canusium fino allaccampamento e si rec nelle tende in cui erano stati riuniti gran parte dei feriti. Si trattenne a parlare con i due medici che, sfiniti, le mani insanguinate, gli dicevano di aver bisogno di acqua e bende per proseguire e di qualcuno che li aiutasse a spostare i corpi, e di vino per ubriacare i soldati a cui dovevano amputare un arto.
Il giovane tribuno trascorse cos mezzora, ad ascoltare i medici, a prendere nota delle loro necessit e a impartire gli ordini necessari. Poi passeggi fra i feriti, deciso, eretto, serio. Negli occhi di quegli uomini si leggeva la paura o, peggio ancora, la disperazione, labbandono. Ma si accorse che alcuni di loro al suo passaggio si alzavano in segno di rispetto e chi non poteva alzarsi inclinava almeno la testa. Publio sapeva che quegli uomini non vedevano da ore il minimo segno di una qualche autorit. Si avvicin a molti di coloro che si alzavano o gli facevano un cenno e chiese che ruolo avevano avuto nella battaglia, da chi e come erano stati feriti: qualcuno spiegava di essere stato attaccato dagli Iberi o dai Galli, ma la maggior parte confessava di essere stato ferito dagli africani, mentre lottava disperatamente per difendere i fianchi dellesercito. Poi cera chi era stato sorpreso dalla cavalleria nemica e chi era stato bersaglio dei giavellotti o delle pietre lanciate dai temibili frombolieri delle Baleari.
Publio ascolt i racconti di ciascuno, mentre i soldati si sforzavano di essere brevi, consapevoli che il tempo di un tribuno era prezioso e che non era frequente che un ufficiale di cos alto rango camminasse tra i feriti e si preoccupasse delle loro sofferenze.
Usc dalle tende stordito dallodore del sangue e dalla sensazione opprimente di sconforto che si era impadronita dei legionari feriti. Eppure ebbe la strana sensazione che in qualche modo il suo futuro fosse legato a ciascuno di quegli uomini. Senza sapere perch, pens che non sarebbe stata lultima volta che vedeva quei visi che gli si avvicinavano e gli parlavano delle loro gesta in battaglia. Scosse la testa. La discussione con i tribuni lo aveva sfinito e non distingueva pi ci che sentiva.
Fu allora che vide Lelio che scendeva dal luogo della riunione degli ufficiali, mentre gli altri tribuni e centurioni scioglievano il capannello in cui avevano appena deciso chi avrebbe assunto il comando. Avevano cambiato opinione? Forse Metello era riuscito a convincerli a tradire Roma?
Prima che potesse rispondere a quelle domande, Gaio Lelio lo raggiunse.
 deciso, andiamo a Roma, come stabilito dopo il tuo intervento disse, quasi gli avesse letto nel pensiero.
Bene, bene. E chi ha il comando? Mi andr bene chiunque, tranne Metello, ma se hanno deciso che debba essere lui, lo accetter, anche se
Il comando lo interruppe Lelio ce lhai tu.
Io? Ma sono il tribuno pi giovane.
Lelio sollev le mani mostrando i palmi e alz le sopracciglia.
Sar, disse ma hai tu il comando.
Ed erano tutti daccordo?
A dire il vero, sono stati Lucio Publicio e Appio Claudio a proporre il tuo nome. Quasi tutti i centurioni e il resto degli ufficiali li hanno seguiti. Quinto ha fatto un cenno di assenso con la testa e Metello non ha detto di s, ma neanche di no. Ora per quello che succeder  che ti pulirai quelle ferite alle braccia.
Hai ragione.
Publio aveva piccoli tagli sulle braccia e sulle gambe, che ancora non si erano cicatrizzati. Era stato occupato prima a evitare la diserzione degli ufficiali e poi a sorvegliare le cure dei feriti, e non si era preoccupato per s.
Andiamo a cercare un po dacqua disse Lelio e Publio lo segu in silenzio, come un bambino che segua la madre intenzionata a curarlo.
Il giovane tribuno era sopraffatto dalla situazione. Aveva ricevuto il comando dalle mani degli altri ufficiali e tribuni, nonostante fosse il pi giovane. Aveva sempre sognato di avere il comando di una legione e di servire la patria con onore, ma non avrebbe mai immaginato che il suo primo incarico alla guida dellequivalente di due legioni sarebbe arrivato dopo la peggiore delle sconfitte, in testa ai sopravvissuti e ai feriti della peggiore delle battaglie in cui Roma avesse mai combattuto. Il destino conduce gli uomini lungo strade assurde e inaspettate.

64
IL MULINO E IL TEATRO

Roma, agosto 216 a.C.
Tito non riusc a dormire quella notte. In citt si erano sparse strane notizie provenienti dal fronte di guerra: sembrava che a Canne vi fosse stata una sconfitta ancora peggiore di quelle subite fino ad allora. Lesercito pi grande che Roma avesse mai armato, otto legioni con tutte le truppe alleate, era stato sgominato, annientato da Annibale.
La citt era in preda al caos. Gli abitanti correvano da una parte allaltra a raccontarsi le orribili notizie e sembrava che tutti fossero nel panico. Erano le quattro del mattino e Tito doveva uscire per andare al mulino e iniziare a lavorare, altrimenti non lo avrebbero pagato e si sarebbe ritrovato senza mangiare e senza poter pagare laffitto della stanza, il suo rifugio dal freddo, dalla pioggia e, nelle notti destate, anche dai malviventi, dagli ubriachi e dai ladri che popolavano le strade dellUrbe.
Tito era nei pressi del Foro, quando alcune urla in una delle strade adiacenti lo colsero di sorpresa. Una folla guidata dai sacerdoti, fra cui gli parve di riconoscere il pontefice massimo, portava una donna prigioniera. Era una delle vestali che, stando a quel che gridava la folla infuriata, non aveva tenuto fede ai propri voti e aveva consegnato la propria purezza a un uomo, gi giustiziato dalle autorit. Questo significava che il pontefice massimo o qualche altro alto sacerdote lo aveva bastonato a morte davanti a una folla ansiosa, cittadini che cercavano di ingraziarsi con il sangue altrui gli di che li avevano abbandonati. Bisognava rappacificarsi con loro, ripulire le offese che i Romani avevano perpetrato. Altrimenti non si spiegava linarrestabile serie di sconfitte belliche, una pi disastrosa dellaltra, fino alla distruzione completa del pi grande degli eserciti.
Tito torn a guardare la giovane, trascinata per i capelli e per le braccia segnate dai lividi per i colpi ricevuti in quel tragitto crudele, che gemeva e singhiozzava, una prigioniera impotente contro la forza fisica di chi laveva catturata.
Dove la portano? chiese a un uomo che come lui osservava la folla diretta al Foro.
La sotterrano viva.  la sentenza che spetta a chi infrange i voti e porta la disgrazia su Roma.
I Romani cercavano i colpevoli del peggior disastro militare della loro storia e chi non aveva adempiuto ai propri doveri sarebbe stato il primo a cadere. Era solo linizio di unalba sanguinosa.
La folla pass e dopo vennero alcuni legionari con due coppie di schiavi gallici, una donna e un uomo, e poi due giovani greci e dopo di loro unaltra calca di cittadini infuriati. Si preparava un sacrificio umano. Roma avrebbe eseguito sacrifici umani. Una cosa mai vista, in anni, decenni, secoli.
La citt era perduta, disperata, allo sbando. Le legioni cadevano una dopo laltra davanti al loro nemico mortale. Sembrava che nulla potesse fermarlo. A Canne era scomparso lequivalente di quattro eserciti consolari. Niente poteva impedire lavanzata del cartaginese sulla citt. Solo gli di potevano salvarli. Bisognava quindi placare il loro rancore, bagnare i loro altari di sangue umano e levare le suppliche al cielo, umiliati, in ginocchio, prostrati.
Tito ascoltava le conversazioni affrettate delle persone intorno a lui: erano stati consultati i libri sacri e i sacerdoti, ed era stato deciso che fossero necessari sacrifici straordinari.
Tito Maccio non volle sapere altro. Fra qualche giorno forse Annibale sarebbe entrato in citt e allora sarebbe finita per tutti, per chi secondo i sacerdoti doveva essere sacrificato e per chi ora agiva da carnefice. Chi poteva dirlo, forse per lui e per altre migliaia di semischiavi e di schiavi, di liberti e altri miserabili della citt, larrivo di un nuovo ordine era la cosa migliore. In quellistante fu colpito da un pensiero terribile e cupo. Certo, se Annibale avesse conquistato la citt, le cose per lui potevano migliorare, difficile che peggiorassero, a meno che non lo scegliessero come vittima di uno di quegli spregevoli sacrifici. Ma poteva anche succedere che si arrivasse a un assedio. Un lungo assedio infinito, perch Roma non si sarebbe arresa senza combattere, di questo era sicuro. Il Senato avrebbe insistito per opporre una strenua difesa e Annibale avrebbe circondato la citt per settimane, mesi, forse addirittura anni. E con lassedio sarebbero arrivate la fame e le malattie. Altre penurie da aggiungere alla miseria che gi sopportava. E i primi a risentirne sarebbero stati i pi sfortunati.
Fu allora che a Tito venne lidea di scappare da Roma. Rapido, si diresse alla porta pi vicina della citt. Vi arriv in pochi minuti, schivando centinaia di persone che procedevano in direzione contraria, verso il Foro.
Alla porta, per, Tito trov un ostacolo invalicabile: alcuni legionari, armati di pila, spade e corazze, controllavano laccesso. Ai pochi che entravano chiedevano da dove venissero, come si chiamavano, doverano diretti. Qualcuno veniva tenuto da parte in attesa di confermare le informazioni ricevute. Questi ultimi avevano unaria nervosa, spaventata, come gli stessi soldati che li sorvegliavano in attesa di capire che cosa fare di loro. E la cosa peggiore era che nessuno usciva. Il Senato doveva aver gi dato ordine di bloccare le porte dellUrbe. Bisognava evitare una fuga generale e che la citt restasse senza cittadini a cui fare ricorso quando fosse arrivato il momento di opporre lultima difesa.
Un assedio. Era il prologo di un assedio. Tito aveva sentito storie terribili sugli assedi interminabili di citt come Sagunto. Otto mesi. E alla fine erano morti tutti. Tutti. Dopo una lotta implacabile, malattie orribili e la fame.
Un cavaliere arriv fino alla porta. Voleva uscire. Fu bloccato da un gruppo di sentinelle. Luomo mostr una tavoletta e i legionari la fissarono senza essere in grado di leggerla. Tito vide che la porgevano al centurione al comando. Lufficiale lesse attentamente il messaggio e diede ordine di lasciar passare il cavaliere. Tito lo guard allontanarsi lungo la Via Appia diretto a sud, lontano dalla citt.
Abbass lo sguardo. Lui non aveva un salvacondotto da mostrare e i suoi vestiti malconci, sporchi e puzzolenti non avrebbero ispirato fiducia a quei legionari. Rimase per qualche minuto a osservare la strada lungo la quale svaniva la figura del cavaliere e pens quanto doveva essere bello godere della libert di un mondo in pace. Avere un lavoro onesto, nientaltro, quel che bastava per mangiare e non temere la guerra a ogni istante. Un mondo impossibile, un desiderio futile. Non era mai pi stato cos bene come quando lavorava per Rufo a teatro.
Se Prassitele avesse potuto vedere come si era trasformata quella citt. Il vecchio greco gli aveva raccontato il proprio disgusto per le continue guerre fra le poleisgreche: gli Etoli, gli Achei, Sparta, i Macedoni, Rodi, Pergamo, sempre in ostilit. A Roma, il vecchio greco aveva goduto alcuni brevi anni di pace. Ora anche l il sogno era svanito.
Tito sapeva che nella vita non gli restavano altro che miseria e dolore. Ricord il giorno in cui aveva maledetto gli di. Se le persone che lo circondavano lavessero saputo, sarebbe stato il primo a essere sacrificato. Ma per quanto avesse gridato, nessuno avrebbe dato retta a un miserabile come lui.
Si incammin di nuovo verso il mulino. Entr. Il padrone non cera, probabilmente era con gli altri cittadini, a vagare per la citt o ad assistere a qualche sacrificio. A Tito non importava. Si limit ad afferrare la grande sbarra di legno del mulino, tese i muscoli e spinse in silenzio. Il sudore gli scese sulla fronte. La ruota immensa gir, prima lenta, poi sempre pi rapida, e nello sforzo i pensieri si dissolsero e Tito si allontan dal baccano, dal disordine e dal panico che si erano impadroniti della citt. La sua unica preoccupazione era che il proprietario del mulino trovasse il lavoro finito a fine giornata, per ricevere la sua misera paga e continuare a sopravvivere, in quel mondo che si sgretolava un pezzo dopo laltro.

65
LA DIFESA DI ROMA

Roma, agosto 216 a.C.
Quinto Fabio Massimo si faceva strada a spintoni, accompagnato dal suo fedele discepolo, Marco Porcio Catone, e scortato da alcuni schiavi di fiducia. La citt era nel caos. Quando arriv al Foro, una gran folla impediva laccesso al Comitium, dove i pretori avevano riunito il Senato  o almeno i senatori sopravvissuti al disastro  per una seduta di emergenza.
Fabio Massimo cap subito qual era il motivo di una tale affluenza di persone. Al centro del Foro, senza aver eseguito i rituali sacri, stavano per uccidere due coppie di schiavi stranieri. Questi gridavano di dolore mentre venivano sgozzati da popaimprovvisati che, senza conoscere il mestiere e larte del sacrificio, non erano neanche capaci di uccidere le povere vittime, scelte a caso da una folla trasformatasi in una massa di pazzi dalle azioni imprevedibili.
Fabio Massimo raggiunse comunque il Senato, protetto dalla sua guardia. Un centinaio di legionari delle legiones urbanaesorvegliavano lingresso e lasciavano entrare solo i senatori. Catone rimase con gli schiavi e guard il suo mentore introdursi a passo deciso nelledificio. Vide arrivare anche altri senatori, da punti diversi, che si guardavano sospettosi alle spalle mentre salivano le scale.
Fabio Massimo non si guard alle spalle. Meglio dimenticare il passato prossimo e concentrarsi sul futuro immediato. Roma aveva ancora un futuro? Era questa la domanda. I pretori Filo e Pomponio ricevevano i senatori. Massimo li salut con un leggero cenno del capo. Entr e si sistem al suo solito posto, al centro della prima fila, come gli spettava in quanto membro pi anziano. Entrarono cos a uno a uno, fino ad arrivare a centottanta senatori. Ne mancavano pi di cento, ma non sarebbero mai arrivati. Erano morti. Qualcuno era caduto nelle recenti sconfitte del Trebbia e del Trasimeno, ma la maggioranza si trovava nelle otto legioni appena massacrate da Annibale a Canne. Spinti dallambizione, in molti avevano voluto far parte di quel grande esercito, sicuri di andare incontro a una facile vittoria con cui arricchirsi e accrescere il proprio prestigio personale. Un errore di calcolo ormai irrimediabile per chi era caduto sul campo di battaglia.
Lo spettacolo della vasta sala semideserta, con decine di posti vuoti fra i grandi banchi di pietra, era il ritratto migliore di Roma. Ad accrescere lo sconforto, il silenzio che regnava nellaula era sovrastato dal rumore della folla, che fuori dal recinto gridava, piangeva, supplicava, sacrificava uomini e animali e vagava intimorita in una citt senza controllo.
Quinto Fabio Massimo rifletteva. Era la fine di Roma? Il suo piano di sfidare Cartagine e prendere il potere nel cuore della guerra aveva avuto un epilogo disastroso, imprevisto e probabilmente inesorabile.
Alcuni senatori si alzarono e iniziarono a parlare di evacuare la citt. Altri sostenevano che fosse meglio proteggersi allinterno delle mura. Presto iniziarono a parlare tutti contemporaneamente, come se il frastuono dellesterno fosse penetrato nel recinto sacro delle riunioni del Senato. La seduta si era ormai trasformata in una rissa da strada.
Quinto Fabio Massimo si alz e si diresse lento al centro della sala. Non parl, aspett che il resto dei senatori tacesse. Rimase in piedi, lo guardo fisso a terra, serio, senza aprire bocca, finch nella sala non cal un silenzio assoluto. Quasi la folla al Foro avesse percepito che stava per accadere qualcosa, anche allesterno il baccano sembr diminuire.
In citt abbiamo due legioni inizi il vecchio senatore, due volte console ed ex dittatore. Le legiones urbanae. Significa diecimila soldati armati e addestrati per proteggere le mura.  un inizio, ma prima di ogni altra cosa, bisogna tenere a bada la confusione e il caos che si sono impadroniti di Roma. Le donne devono restare in casa. Non abbiamo bisogno di altri pianti e lacrime. I riti funebri si terranno dentro casa, anzi, sar opportuno ordinare che tutti restino in casa, a meno che non abbiano una ragione giustificata per uscire. Chi desidera avere notizie dei familiari e degli amici che hanno combattuto a Canne dovr attendere nella propria domus, dove sar informato a mano a mano che arriveranno i rapporti dal fronte.
Fabio Massimo alz gli occhi e vide che tutti lo ascoltavano con attenzione e che diversi senatori, fra quelli che erano sempre stati daccordo con le sue opinioni, annuivano; anche coloro che avevano criticato la sua gestione lanno precedente, quando era stato accusato di essere troppo prudente nel suo modo di condurre la guerra, tacevano e non lo contraddicevano.
Dobbiamo ottenere maggiori informazioni prosegu.  fondamentale sapere se ci sono sopravvissuti. Suggerisco che alcuni cavalieri, con armi leggere perch possano spostarsi rapidamente, partano da Roma, lungo la Via Appia e la Via Latina, in cerca di notizie su ci che  accaduto esattamente. Dobbiamo sapere se ci sono sopravvissuti e quanti, e soprattutto, dobbiamo sapere che cosa sta facendo Annibale e, se possibile, intuire i suoi piani dai suoi movimenti. Bisogna organizzare una sorveglianza efficace alle porte della citt e nessuno deve abbandonare Roma. Non solo, bisogna convincere il popolo che la cosa migliore da fare  restare, che qui sar protetto dalle mura e dai nostri uomini. Suggerisco anche di far tornare un generale veterano come Claudio Marcello dalla lontana Sicilia, di conferirgli il grado di pretore e inviarlo a Canusium per occuparsi delle truppe, che, stando a quel che si dice, sono sopravvissute a una sconfitta tanto umiliante. Poi potremo decidere che cosa fare nei prossimi giorni. Queste sono le questioni pi urgenti e credo che dovremmo agire subito.
Non vi fu votazione, solo un consenso generale. Nessuno contraddisse le parole di Fabio Massimo.
I pretori si misero al lavoro e con laiuto dei senatori e degli ufficiali delle legiones urbanaesgomberarono le strade dalla folla. Tutti furono informati delle nuove misure e dellobbligo di restare in casa. Per assicurarsi che fosse chiaro che non si trattava di un semplice suggerimento, i triumviri e piccole unit di legionari pattugliarono le strade e fermarono chi non seguiva le istruzioni del Senato. Alle porte furono collocate guarnigioni di soldati ben armati e centinaia di sentinelle furono distribuite lungo le mura.
Poi decine di cavalieri uscirono al galoppo dalla citt, il loro profilo che proiettava lunghe ombre sulla Via Appia e la Via Latina, in un tramonto rosso sangue che illuminava languido quella che nellopinione di molti sarebbe stata lultima notte di Roma.

66
MAARBALE E ANNIBALE

Apulia, agosto 216 a.C.
Nella pianura ai piedi della fortezza di Canne, ununit di cavalieri africani scortava dieci prigionieri romani, costretti a marciare rapidi per restare al passo con il trotto dei cavalli. Un ufficiale alto, scuro, con una folta barba, guidava la comitiva. Era Cartalone, un nobile cartaginese a cui Annibale aveva affidato il comando di quel distaccamento, che partiva da Canne diretto a Roma.
Maarbale contemplava la scena perplesso. Guardava i soldati cartaginesi a cui il generale aveva ordinato di avanzare verso la citt con cui erano in guerra da due anni, la stessa citt che li aveva umiliati nella guerra precedente e che aveva visto scomparire il proprio esercito sotto il peso della cavalleria e della fanteria cartaginesi. Annibale si limitava a inviare a Roma una piccola unit, per negoziare il rilascio di migliaia di prigionieri romani e in particolare di quelli dellaccampamento a nord del fiume che si erano consegnati spontaneamente.
Erano passati solo pochi minuti da quando Annibale aveva ordinato agli ufficiali di prepararsi per una lunga marcia verso il Sud dItalia. Verso sud, non verso nord, verso Roma. Era assurdo. Maarbale era stato il primo a stupirsi della propria reazione quando si era ritrovato a contraddire, per la prima volta in vita sua, il generale in capo.
Non ha senso, mio generale. La voce dissonante di Maarbale, che aveva praticamente interrotto gli ordini di Annibale, aveva fatto calare il silenzio nella tenda. Mi spiace, ma devo dirlo.  quello che pensano molti soldati e molti dei presenti. Perch abbiamo annientato lesercito di Roma? Per andare a sud? Non ha senso. A che serve vincere una grande battaglia se poi non si approfitta della vittoria? Dobbiamo andare a Roma.
Nel silenzio teso, Annibale si sedette sullampia sedia coperta di pelli di pecora che i soldati avevano sistemato accanto al tavolo con le mappe. Magone stava per dire qualcosa, per rispondere alla sfrontatezza di Maarbale, ma il generale alz piano la mano e il fratello tacque. Annibale lasci che il silenzio si prolungasse per qualche secondo. Si limit a osservare Maarbale con attenzione. Questi sentiva il sudore freddo sullampia fronte e le gocce salate che gli scivolavano sul viso. Faceva ancora caldo in quella torrida estate italica, ma il suo corpo era abituato alle temperature ben pi inclementi della Numidia. Quel sudore non era dovuto al calore.
Il luogotenente sostenne lo sguardo del generale per diversi secondi, infine abbass gli occhi e non aggiunse altro. Aveva gi detto abbastanza. Troppo, secondo lopinione di alcuni. Ma lunica che contava era quella di Annibale. Nessuno aveva mai osato contraddire il generale e per quanto la decisione di allontanarsi da Roma sembrasse assurda, era difficile opporsi a chi non aveva fatto che accumulare vittorie, perfino quando sembrava che tutto fosse contro di lui. Per questo nessuno aveva mai osato tradurre in parole i dubbi su quella nuova e sorprendente strategia.
I miei ordini disse Annibale quando ritenne opportuno spezzare la tensione crescente sono di prepararci per andare a sud. Voglio un porto di mare al Sud e lo otterremo. Cartalone  un bravo ufficiale, di fiducia, porter il gruppo di prigionieri romani per negoziare la loro libert. Il denaro di Roma ci servir a finanziare la campagna contro di loro. Sar divertente vederli cercare i soldi per liberare i loro familiari, per poi usare quegli stessi soldi per attaccarli fino a una resa incondizionata. Il cartaginese si interruppe e scoppi in una sonora risata, che strapp altre risa fra i generali, a eccezione di Maarbale. Annibale riprese la propria espressione seria e serena. Credo di aver detto tutto e che tutti abbiate qualcosa da fare per preparare la marcia. Lasciate che gli uomini si godano la vittoria per un paio di giorni, che mangino e bevano bene, poi a sud. Potete ritirarvi tutti tutti meno Maarbale.
Magone, seguito da Imilcone, fu il primo a lasciare la tenda. Dietro di loro, gli altri ufficiali si affrettarono a fare lo stesso. Nessuno voleva restare l, in compagnia di Maarbale e della furia del generale. Qualcuno guard il capo della cavalleria cartaginese come si guarda un morto.
Maarbale rimase nella tenda, quantomeno in attesa di un rimprovero. Temeva perfino per la propria vita, ma continuava a non capire come mai quel generale che ammirava tanto si ostinasse perch s, era questa la parola si ostinasse a non approfittare delloccasione per marciare finalmente su Roma, su una Roma ferita a morte. Maarbale attendeva le urla, o direttamente la lama della spada di Annibale. Si mise davanti a lui e aspett.
Annibale si alz lentamente e sguain la spada. Maarbale osserv terrorizzato il gesto e fece altrettanto: estrasse lentamente ma con decisione la propria spada africana. Fuori, le guardie sentirono scivolare le armi nei foderi dargento e bronzo. Diversi ufficiali si avvicinarono alla tenda. Le sentinelle si chiesero se entrare a proteggere il loro capo, che per aveva ordinato a tutti, tranne a Maarbale, di uscire. Dentro, Maarbale sollev larma. Annibale strinse la propria con forza ma senza alzarla. Erano a tre passi di distanza. Maarbale allora lanci dallalto la spada e la lasci cadere a terra, ai propri piedi.
Non combatter mai contro di te disse Maarbale con una stupefacente serenit. Se credi che io meriti la morte per aver detto ci che penso, cos sia e che gli di benedicano le tue azioni. Non capisco i tuoi ordini e lho espresso, ma non alzer mai la spada contro di te. Posso solo lottare per te e lo far fino alla fine dei miei giorni, anche se dovessero terminare in questo istante per tua volont. Non conosco un modo migliore di morire o un carnefice migliore.
Annibale sospir profondamente, rimise la spada nel fodero e torn a sedersi.
Prendi la tua spada, Maarbale. Un soldato disarmato non mi serve.
Il generale della cavalleria si chin e raccolse larma. La rimise a posto, vicino alla cintura, e torn davanti al suo capo.
Disponiamo di catapulte, Maarbale?
Linterpellato sgran gli occhi. Non capiva il perch di quella domanda.
No, mio signore, non ne abbiamo.
Bene. Maarbale, abbiamo scorpioni?
No, mio signore, non ne abbiamo.
Maarbale, abbiamo una torre dassedio? continu a chiedere Annibale.
No rispose il luogotenente, che iniziava a capire il senso di quelle domande. No,  vero, ma potremmo costruirli.
Potremmo costruirli? Annibale sorrise quasi con tenerezza. E quanto ci metteremmo, se posso saperlo, a costruire tutte queste macchine? Una settimana, un mese? Alcuni mesi, forse? E di quante catapulte, scorpioni e torri dassedio avremmo bisogno per far cadere la citt di Roma, dove tu vorresti tanto portarci? A Sagunto non abbiamo ottenuto risultati finch non abbiamo costruito la torre dassedio, e usavamo le decine di catapulte e di scorpioni che avevamo portato da Qart Hadasht. E contro chi combattevamo? Solo qualche centinaio di soldati e qualche migliaio di cittadini inesperti, coraggiosi, s, fino alla fine, ma inesperti. Sai che cosa ci troveremmo davanti a Roma? A Roma hanno due legioni pronte, che non sono neanche uscite dalla citt, diecimila uomini armati che ci aspettano. Poi ci sono le milizie, triumviri li chiamano, di cui ignoro il numero, e le migliaia di cittadini che verranno senza dubbio armati per la difesa della citt, difesa che avranno tutto il tempo del mondo per organizzare, quando verranno a sapere, perch lo scopriranno, stanne certo, che stiamo costruendo armi da assedio. Quanto credi che impiegheranno a richiamare le truppe distaccate in Sicilia, in Sardegna o in Iberia, per citarti solo alcuni posti? Prima che lassedio abbia inizio, avranno radunato tutti gli alleati che restano loro in Italia. Qualcuno non risponder alla chiamata, per paura del nostro esercito, ma altri s. Molti popoli italici sono ancora fedeli a Roma, che esercita il proprio potere su di loro da decine di anni, mentre noi siamo qui solo da qualche mese. No, Maarbale, no. Abbiamo impiegato otto mesi a far cadere Sagunto, che aveva meno difese ed era stata abbandonata da tutti. E disponevamo delle armi dassedio necessarie. Qui non combattiamo contro una piccola citt abbandonata dagli alleati e senza risorse per le situazioni demergenza. E non abbiamo nemmeno le attrezzature adatte. Il nostro esercito d il meglio di s nel movimento, nel rapido dispiegamento di forze, nella capacit di colpire in punti diversi con una potenza mortale. Roma ha ancora basi solide, anche se abbiamo tagliato alcuni dei suoi tentacoli a nord e verso lIberia. Ora tocca al Sud. E, soprattutto, credi che io abbia iniziato questa guerra per conquistare una citt, per quanto importante? Se  quello che pensi, allora mi sottovaluti. Quando avrai capito che cosa c in gioco, qual  lo scopo di questa guerra, sarai tu a dare gli ordini. Nel frattempo, limitati a obbedire e non mi contraddire mai pi, mi hai sentito? Mai pi in pubblico, o sar lultima cosa che farai. Ora esci e che non ti venga pi in mente di chiedermi spiegazioni davanti agli altri ufficiali. Questa volta la tua lealt ti ha salvato, ma alla prossima occasione non sar cos. Che le mie parole ti entrino bene in testa e che gli di ti proteggano e ti aiutino a capire ci che ti ho spiegato oggi, e che finora avevo condiviso solo con i miei fratelli. Esci.
Maarbale si volt e usc dalla tenda. Fuori, decine di ufficiali, oltre a Imilcone e Magone, attendevano lesito del colloquio. Insieme allaria fresca, il capo della cavalleria percep lintensit degli sguardi inchiodati su di lui.
Andiamo a sud rispose alle domande silenziose che lo circondavano. Poi avanz rapido in mezzo al capannello di uomini che si fecero da parte, aprendo uno stretto corridoio.
Maarbale si allontan dalla tenda di Annibale e dalle persone l riunite e scese la collina fino al punto in cui lo aspettavano i suoi, innervositi dalle voci che giravano nellaccampamento.
Magone entr nella tenda del fratello maggiore.
Credo che abbia capito disse Annibale. Gli ho esposto alcune delle ragioni.  un uomo leale e coraggioso. La sua fedelt agli ordini servir desempio agli altri. Ora dobbiamo proseguire con il piano. Fratello, devi dirigerti il prima possibile verso le citt bruttie, allestremo sud della penisola. Molte passeranno dalla nostra parte solo a vederti. Non esitare a presentarti come mio fratello, linviato di Annibale nel Sud Italia. Poi, la parte pi importante e complessa della missione: dovrai viaggiare per mare fino a Cartagine e, una volta l, presentarti davanti al Senato e al Consiglio degli Anziani per chiedere rinforzi. Portati gli anelli di tutti i patrizi e dei senatori romani morti sul Trebbia, sul Trasimeno e a Canne. Questo ti spianer un poco la strada, anche se sai gi che Annone e i suoi si opporranno. Si sono sempre opposti alla nostra famiglia, ai nostri piani e in particolare a questa guerra.
Conta su di me per convincere il Senato rispose Magone con decisione. Torner in Italia con altre truppe, vada come vada, a costo della vita. E anche Asdrubale. Insieme, noi tre fratelli metteremo fine al potere di Roma.
Annibale lo guard con affetto e stima.
Non ne dubito, fratello, non ne dubito. Baal  testimone della tua determinazione e so che il tuo cuore  con la nostra famiglia. Oggi nostro padre sarebbe orgoglioso di noi. Ci siamo quasi, ma non abbiamo ancora finito: dobbiamo proseguire e non perderci danimo.
E tu che cosa farai, fratello? chiese Magone.
Annibale era pi tollerante con le domande dei fratelli, le persone di cui pi si fidava e che pi amava sulla terra, gli unici a cui confidava i suoi obiettivi, i suoi desideri e, raramente, i suoi dubbi. Si volt verso la mappa e indic un punto a sud di Roma.
Qui, a Neapolis. Sar questo il nostro porto o Insomma, se non andasse bene, ho altre opzioni. Ho ricevuto rapporti interessanti sulla situazione complessa in cui si trovano diversi porti importanti del Sud. I loro Senati sono divisi. La paura di Roma  grande, ma quella per la nostra avanzata cresce. I governi si chiedono a chi sia meglio essere fedeli. Approfitter di queste divisioni. Tu occupati di ottenere i rinforzi e io penser a procurarmi un porto in cui farli sbarcare. La vittoria dipende dal fatto che ciascuno di noi raggiunga lobiettivo che abbiamo stabilito oggi. E ora, beviamo alla vittoria, ce lo siamo meritati.
Annibale batt un paio di volte le mani e due schiave entrarono rapide come gazzelle.
Portate vino e tornate accompagnate da altre schiave. Sapete gi che cosa voglio. Poi, rivolto a Magone:  arrivato il momento di rilassarci e godercela un po, ora che gli di sembrano benedire le nostre azioni in Italia.
Le sentinelle sentirono i fratelli ridere e le voci dolci di giovani donne che si trasformavano in gemiti. Guardando verso la valle, videro un enorme esercito che festeggiava la pi grande vittoria mai vista sulle legioni di Roma. Dovevano trascorrere secoli prima che qualcun altro assistesse a uno spettacolo simile.

67
IL GIORNO PI TRISTE

Roma, fine dellestate del 216 a.C.
Publio arriv a Roma con i sopravvissuti di Canne rifugiatisi a Canusium. Il Senato aveva inviato il generale Marcello a occuparsi di quelle truppe e a riportarle in citt, dove si sarebbe deciso se i sopravvissuti al disastro erano stati coraggiosi o codardi. Appena giunto a Roma, in attesa di giudizio, dopo aver salutato la madre e il fratello e senza neanche indossare una toga pulita, il giovane Publio and dove lo portava il dovere: alla domusdi Emilio Paolo. Quando arriv allingresso della propriet del console caduto, not che non cerano segni di lutto. Probabilmente le notizie ricevute dalla famiglia erano state confuse e aspettavano che qualcuno di fiducia confermasse gli orribili presagi sul pater familias. Le guardie lo lasciarono passare senza problemi e senza chiedergli come si chiamava. Quando arriv alla porta della grande casa, Publio picchi un paio di volte con il palmo della mano.
Latriense apr e riconobbe subito il giovane che godeva dei favori del padrone. Spalanc la porta e lo fece accomodare nel vestibolo.
Aspetta qui un momento, ti prego, mentre annuncio la tua visita.
Publio annu e attese che latriense tornasse e lo invitasse a passare nellatrio. L Publio vide i familiari di Emilio Paolo stretti intorno alla figlia. Emilia, pallida, terrorizzata, lo guard subito. Publio sent che quello sarebbe stato il momento peggiore della sua vita, che non avrebbe mai pi sofferto una pena simile. Si sbagliava, ma in quel momento il cuore gli diceva cos. Emilia, stretta al fratello Lucio Emilio, si sciolse dallabbraccio e gli arriv davanti.
Dimmi che non  vero lo supplic con gli occhi pieni di lacrime, quasi gridando. Dimmi che non  cos, che mio padre  vivo, che si  salvato e che presto torner fra noi. So che  vivo.
Emilia pronunci quelle ultime parole nonostante tutto la spingesse a credere il contrario. Non pi bambina e non ancora donna, nella sua mente vi era ancora spazio per credere che una bugia detta a voce alta potesse trasformarsi in una dolce verit.
Publio rimase in silenzio e inghiott dolore allo stato puro. Nessuno dei presenti dava la colpa a quel tribuno di Roma che, ferito alle braccia, con i segni dei colpi sul viso, luniforme coperta di polvere e sangue secco che gli schiavi non erano riusciti a ripulire del tutto, restava immobile davanti alla figlia di Emilio Paolo.
Per tutti gli di! esclam Emilia. Dimmi qualcosa! Sono la figlia di Emilio Paolo, console di Roma, ed esigo sapere che fine ha fatto mio padre!
Tuo padre  morto in battaglia, in modo nobile, facendosi onore, fra i suoi uomini
Ma Emilia non lo ascoltava gi pi, scuoteva la testa da una parte allaltra con furia, si tirava i capelli, negava e imprecava.
No, no, no! Non  vero! Menti, mentite tutti! Non  possibile!
Publio cerc di proseguire con le spiegazioni.
Il console ha combattuto con infinito valore, senza temere per la propria vita.  rimasto accanto ai suoi uomini fino alla fine e si  preoccupato di salvare il maggior numero possibile di soldati Emilia, questo  anche il suo sangue!
Emilia si copr le orecchie e chiuse gli occhi. Non voleva vedere o sentire altro. Era rossa dira, di rabbia, di dolore. Il padre doveva tornare e restarle accanto come aveva fatto sempre, come dopo ogni battaglia. Era impossibile. Perch le mentivano e perch fra tanti uomini e donne doveva essere proprio Publio a dirle le bugie pi terribili?
Perch mi ferisci in questo modo, Publio, proprio tu? Perche mi ferisci cos, perch? Menti, miserabile! Menti, traditore! Emilia si lanci addosso a lui e inizi a prenderlo a pugni con tutta la forza dei suoi diciassette anni.
Lucio Emilio e altri familiari si fecero avanti per fermarla, ma Publio alz le mani con il palmo aperto e tutti si bloccarono. Emilia si scagli contro il giovane tribuno con tutta la violenza che il suo piccolo corpo fu in grado di raccogliere e lo colp al viso ferito, sulle braccia con i tagli cicatrizzati da poco, al ventre, ovunque arrivassero le sue braccia.
La giovinezza e la rabbia si tradussero in unenergia sorprendente, che riapr alcuni dei tagli di Publio, ma lui non disse una parola, non si mosse, non permise a nessuno di toccare Emilia nel lungo minuto in cui lei lo colpiva e gli gridava addosso, accusandolo. Alcune delle ferite pi recenti tornarono a sanguinare e macchiarono di sangue la toga del tribuno, i capelli della stessa Emilia, il pavimento dellatrio della domusdi Emilio Paolo. Finch la figlia del console defunto croll vinta dai nervi e dal dolore e rimase in ginocchio davanti a Publio.
Il tribuno si chin, pass con dolcezza le dita sulle guance arrossate della sua promessa e, ferito e sanguinante, la prese in braccio, oltrepass i familiari che si aprirono per farli passare. Seguendo latriense, la port nella sua stanza, dove la distese su un letto dalle lenzuola bianche, pallida, caduta in un sonno profondo che almeno per qualche momento lavrebbe tenuta lontana dal dolore e dallira.
Publio si trattenne accanto al letto, per assicurarsi che stesse bene.
Una schiava, accanto allatriense, gli disse a bassa voce: Avremo cura di lei.
Il giovane annu, si alz e usc per tornare nellatrio. L ritrov i familiari di Emilio Paolo. Publio non chiese acqua per lavare le ferite e neanche qualcosa da mangiare o una sedia. Si rivolse ai presenti con voce addolorata, guardando Lucio Emilio.
Mi spiace. Ho fatto tutto quello che mi era possibile per salvare il console. Gli volevo bene come al mio stesso padre.
Lucio Emilio fu il primo a rispondergli.
Lo sappiamo, ne siamo sicuri. Nessuno ti rinfaccia niente.  stata una sconfitta per tutti e la perdita del console Emilio Paolo, mio padre,   devastante. In ogni caso, per quanto ci riguarda, il fidanzamento fra te ed Emilia  ancora valido.
Grazie, rispose Publio anche se dovremo aspettare il giudizio del Senato.
Lo aspetteremo, ma la nostra famiglia sar con la vostra, qualunque sia la decisione. Conosciamo tutti il tuo eroismo sul campo di battaglia e ci che hai fatto per evitare la diserzione dei tribuni. Roma ti deve molto. Emilia sar tua, quando vorrai onorare la tua parola.
Grazie di nuovo torn a dire il giovane Publio. Ho promesso a suo padre che mi sarei preso cura di lei e ho intenzione di farlo, con il vostro aiuto. Anche se anche se dovremo vedere come la pensa Emilia
Emilia lo interruppe il giovane Lucio Emilio  confusa e distrutta. Non fare caso alle sue parole. Le avevamo gi detto della morte di nostro padre, ma non ha voluto credere a nessuno di noi finch non lha sentito dire da te. Che cosa vuoi di pi come prova del suo amore? Ripone maggiore fiducia nelle tue parole che in quelle della sua stessa famiglia. Giudicala per le sue azioni, non per le sue parole o la rabbia incontrollata in questo terribile momento di dolore. E, per Ercole, che qualcuno porti dellacqua per lavare le ferite di questo tribuno di Roma!
In un attimo latriense, che previdente aveva gi preparato ogni cosa, si avvicin insieme a unaltra schiava, con lacqua e le bende.
Publio fu curato nel silenzio teso di quella casa gonfia di tristezza, per lassenza definitiva del pater familiasmorto sul campo di battaglia come console della citt, mentre combatteva per difendere Roma.

68
IL GIUDIZIO DEGLI SCONFITTI

Roma, fine dellestate del 216 a.C.
Era giornata di udienza per il Senato di Roma. Lo presiedeva Marco Giunio Pera, nominato dittatore per qualche giorno, con il compito di coordinare le decisioni da prendere in quei gravi momenti. La situazione era estrema e si era dovuti ricorrere di nuovo alla figura del dittatore, nonch a un nuovo capo della cavalleria, o almeno di quel che ne restava dopo Canne. Il secondo incarico era toccato a Tiberio Sempronio Gracco.
Il dittatore, appoggiato dal Senato, aveva preso decisioni che rasentavano la disperazione: erano state reclutate altre due legioni e turmaedi cavalleria, fino a riunire mille cavalieri, fra tutti coloro che avevano pi di diciassette anni. Ma anche cos non erano risorse sufficienti ad affrontare il pericolo che incombeva sulla citt. I nuovi generali di Roma avevano fatto presente al Senato che sarebbero serviti pi uomini se si voleva far fronte allesercito cartaginese. Si era ricorsi quindi a una soluzione impensabile fino a pochi mesi prima: erano stati armati ottomila schiavi, risarcendo i proprietari con denaro dello Stato, e, spingendosi oltre il limite del ragionevole, si era votato anche di liberare seimila condannati a morte, a condizione che servissero nellesercito. Si concedeva loro la possibilit di redimersi sul campo di battaglia, salvando la patria e la stessa citt che li aveva imprigionati e condannati a morte.
Mentre si cercavano altre risorse straordinarie con cui superare la terribile catastrofe di Canne, giungeva la notizia che molte trib e regioni non erano pi fedeli a Roma. Gli Irpini, i Sanniti, i Bruttii e i Metapontini, quasi tutti i Greci della costa e perfino Argiripa erano passati dalla parte dei Cartaginesi. Roma dominava solo lItalia centrale: il Lazio, lUmbria e lEtruria. Nel resto della penisola italica restavano solo piccole zone dalla dubbia lealt e le forze distaccate in Sicilia e in Sardegna, oltre alle truppe inviate in Hispania agli ordini dei proconsoli Gneo e Publio Scipione.
Era questa la situazione quando i tribuni e gli ufficiali sopravvissuti a Canne furono condotti in Senato per essere giudicati.
Quinto Fabio, figlio di Quinto Fabio Massimo, Lucio Publicio Bibulo, Appio Claudio Pulcro, Lucio Cecilio Metello, Publio Sempronio Tuditano, Gaio Lelio e Publio Cornelio Scipione, figlio del proconsole in Hispania, entrarono al Senato per affrontare il verdetto sulla loro condotta in battaglia. Fabio Massimo non prese la parola, dal momento che suo figlio si trovava fra i giudicati, ma la sua presenza ebbe comunque un enorme peso sulla sentenza finale, oltre ad aver impedito che anche in questa occasione si ricorresse a lui come dittatore, per evitare che si ritrovasse a presiedere il verdetto sul suo stesso figlio. Nessuno voleva mettersi contro colui che aveva dato prova di grande autocontrollo mentre a Roma giungevano le notizie sullepilogo funesto della battaglia, ma non volevano neanche che fosse dittatore quando si decideva del suo stesso figlio, insieme agli altri tribuni sopravvissuti a Canne.
Alla fine, fu valutato positivamente il fatto che i tribuni, con le loro gesta in battaglia e la successiva ritirata verso Canusium, fossero riusciti a salvare lequivalente di due legioni, sia pure riunendo ci che restava di varie unit disperse. Per questo fu loro risparmiata la sentenza che il Senato avrebbe in seguito riservato agli altri componenti di quelle unit. Non ci si congratul con i tribuni ma non furono neanche condannati, e si stabil che il tempo e il favore o meno degli di nelle battaglie imminenti contro il nemico cartaginese avrebbero deciso della loro sorte. Non si vollero fare distinzioni e si evit quindi di entrare nel merito della scandalosa proposta di diserzione di Metello, per evitare di dover parlare anche della decisione e della dignit con cui Publio Cornelio Scipione aveva difeso i valori di Roma, cosa che Fabio si sforzava di ridurre a voce infondata per evitare riconoscimenti ufficiali. Fu elogiata invece la decisione di Sempronio Tuditano di unirsi nella notte ai sopravvissuti dellaccampamento sud, anche se questo aveva significato affrontare i soldati rimasti nellaccampamento nord, che in seguito erano stati fatti prigionieri dalle truppe di Annibale.
In quegli interventi misurati, Publio e Lelio riconobbero la direzione occulta di Fabio Massimo, nonostante il suo silenzio apparente, ma non era il momento per i litigi e i vecchi rancori, ora che Roma lottava per sopravvivere. Entrambi tacquero e accettarono il verdetto del Senato, senza pretendere che si entrasse nei dettagli e che fosse riconosciuto il merito delleroico intervento di Publio per evitare la diserzione in massa dei sopravvissuti. Alla fine, i tribuni, a testa bassa ma con il sollievo nel cuore uscirono dalledificio.
La giornata per era ancora lunga e restavano due complesse decisioni da prendere: che cosa fare, non tanto con i tribuni, gi esonerati da qualunque colpa, ma con i legionari sopravvissuti a Canne e se pagare o meno il riscatto per i prigionieri che si trovavano nelle mani dei Cartaginesi. Due decisioni difficili, in cui il Senato non seppe se muoversi con moderazione e accortezza o agire con risolutezza e inflessibilit. Fu durante questo dibattito, ormai salvata la difficile posizione del figlio, che Quinto Fabio Massimo si alz di nuovo e si fece sentire.
Come vedete, oggi sono rimasto a lungo in silenzio inizi il vecchio senatore. Le decisioni prese sono state tutte sagge e risolute, quindi non cera spazio per i miei commenti, ma ora vedo che il Senato  in dubbio. Non sa come agire con gli sconfitti, con chi ha fatto cadere su Roma la peggiore delle umiliazioni. Mi stupisce. Come dubitare davanti a chi ha portato la vergogna sulla nostra citt? Vogliamo forse premiare con tanti riguardi chi si  lasciato battere da un nemico a lui numericamente inferiore?  cos che vogliamo incoraggiare i soldati che stiamo reclutando per le legioni? Non preoccupatevi, se volete, se vi fa piacere, combattete, ma se avete paura, se il terrore ha la meglio, non esitate, scappate, andatevene e rifugiatevi, che poi Roma vi premier per la vostra codardia.  questo che volete che esca da qui oggi? E vi aspettate che i nuovi legionari difendano la citt, soprattutto gli schiavi e i condannati a morte? Che disciplina troveremo fra questi uomini, con un governo che perdona i deboli e i codardi sul campo di battaglia?
Fabio Massimo tacque. Nessuno os rispondere alle sue domande. Del resto, lui stesso non si aspettava alcuna risposta. Prosegu.
So che esitate perch pensate al bene di Roma. Abbiamo poche risorse, abbiamo dovuto fare ricorso a giovani di diciassette anni, a schiavi e perfino a criminali, per poter organizzare la nostra difesa davanti al nemico. E per questo pensate, riflettete, dubitate se sia il caso di agire come si dovrebbe, ma io vi dico: sbagliate. Credete che due legioni ci sarebbero molto utili in una situazione estrema come quella in cui ci troviamo oggi, ma io dico di nuovo che sbagliate. Roma non combatte con gli sconfitti. Roma non ha bisogno dei vinti. La gloria, la forza di Roma, si regge sul valore delle nostre legioni, non su coloro che fuggono sul campo di battaglia. Questi legionari non avrebbero trovato neanche la strada del ritorno se non fosse stato per i tribuni che avete perdonato, dando prova di grande magnanimit.  giusto salvare chi ha la dote del comando in una situazione compromessa, ma  errato concedere una seconda possibilit a coloro che dovrebbero combattere e non sono capaci di farlo con onore. Preferirei combattere accanto ai legionari morti in battaglia che a chi si  salvato. Inoltre, parlate di due legioni, quando in realt abbiamo piccole unit, manipoli che si sono riuniti in modo sconnesso. Quello che abbiamo, che stiamo giudicando, sono le scorie di Roma, miserabili sconfitti e umiliati. Non meritano di continuare a combattere per la citt. Se avessimo il tempo e la possibilit, prenderei seriamente in considerazione la pena capitale per tutti i legionari sconfitti, ma dal momento che non abbiamo n il tempo n i mezzi per questo castigo esemplare, propongo di difenderci con le nuove legioni di giovani romani coraggiosi, con le legiones urbanae, con gli schiavi e i condannati a morte e che siano esiliati per sempre da Roma i vinti di Canne, che siano inviati in Sicilia. L, se valgono qualcosa, potranno difendere i nostri interessi e quelli delle loro famiglie disonorate, ma che non tornino mai pi a Roma o che almeno sia proibito loro di fare ritorno finch il cartaginese non sar sconfitto definitivamente e Cartagine sottomessa. Dichiaro i sopravvissuti delle legioni sconfitte legioni maledette.
Fabio Massimo si sedette e attese la decisione dei colleghi. Marco Giunio Pera ordin che si procedesse a votare la proposta dellex dittatore. La maggior parte dei senatori si alz subito e i pochi che avevano esitato, quando videro lampio sostegno alle parole di Fabio, si alzarono a loro volta. Restavano solo gli spazi vuoti dei senatori assenti, morti o prigionieri di Annibale.
Bene, dichiar il dittatore Marco Giunio la proposta di Quinto Fabio Massimo  accettata allunanimit. Fece una breve pausa, si pass il palmo della mano destra sulla fronte e concluse la sua sentenza. I legionari sopravvissuti a Canne saranno scacciati. Propongo di procedere cos: verranno raggruppati i diversi manipoli e le unit sopravvissute, a formare due legioni. Saranno costituite la quinta e la sesta legione di Roma, destinate in Sicilia, dove saranno inviate nei prossimi giorni, condannate a non poter tornare a Roma fino alla sconfitta definitiva di Annibale e alla resa incondizionata di Cartagine. La quinta e la sesta saranno, fino a quel momento, legioni maledette. Solo dopo una vittoria assoluta su Cartagine, il Senato potr riconsiderare questa sentenza.
I senatori annuirono. Era una sentenza terribile, forse estrema, per qualcuno eccessiva, ma secondo Fabio e molti dei suoi sostenitori era necessaria nella situazione attuale: non si poteva incoraggiare a fuggire davanti al nemico, un nemico che si avvicinava alle porte di Roma. No. Il momento attuale richiedeva una fermezza eccezionale. Daltro canto, per i senatori era un piacere, fra tanti disastri, sentire frasi come quella che il dittatore aveva appena pronunciato: la resa incondizionata di Cartagine. Dentro di s probabilmente sapevano di aver preso una decisione fondata su un orgoglio smisurato, un sentimento che li teneva distanti dalla realt, una realt in cui era pi probabile che fosse Roma ad arrendersi in modo incondizionato e in cui ribaltare le sorti della guerra e arrivare a una sconfitta di Cartagine era una possibilit remota. Dopo le parole di Fabio e la votazione, per, nessuno si azzard a parlare. In quella citt sconvolta e impaurita, nessuno voleva essere accusato di non essere un buon patriota e sembrava che il patriottismo fosse diventato di pertinenza esclusiva di Fabio Massimo, nonostante non fosse pi formalmente dittatore.
Questo restringeva i margini di manovra del Senato. Fino a dove era capace di arrivare Fabio Massimo? E fino a dove il Senato era disposto a seguirlo?
In quel momento, le porte che davano accesso alla grande sala si aprirono e un centurione entr lento, dubbioso, nervoso, cercando di incrociare lo sguardo del dittatore. Marco Giunio gli fece segno di avvicinarsi. Il centurione lo raggiunse diligente e gli parl a bassa voce. Marco Giunio Pera si port il dorso della mano destra alla bocca, mentre rifletteva.
Bene disse a voce alta e chiara. Che aspettino.
Il centurione usc dalla sala. Il dittatore si rivolse al conclave di senatori, che lo guardava, in attesa.
Miei cari amici, questo  un giorno difficile per Roma. Non solo abbiamo dovuto prendere misure straordinarie per controllare lordine pubblico e preparare la difesa della citt in vista di un attacco probabile e imminente, ora abbiamo anche giudicato alcuni ufficiali di alto rango e poi i sopravvissuti alla recente sconfitta. Sono state prese decisioni gravi, davanti alle quali siamo costernati, ma ci attendono decisioni ancora pi complicate.
Fabio Massimo, come il resto dei senatori, ascoltava con attenzione, seduto, la schiena diritta, sul sedile di pietra. Molti portavano un cuscino per essere pi comodi ed evitare il freddo della pietra, ma in quel giorno di grandi preoccupazioni, in pochi avevano avuto tempo di ricordarsi di una simile inezia. Fabio, come molti altri, sentiva il freddo gelido che oltrepassava la tunica e la toga, ma era estate e non era una sensazione sgradevole. Era la durezza della pietra a infastidirlo, per quel giorno, come aveva ben detto Marco Giunio, non ci si poteva perdere in piccolezze. Su questo Massimo era daccordo con il dittatore, bench dubitasse delle sue competenze e fosse convinto che il Senato avrebbe dovuto concedere a lui quel titolo. Molti si erano opposti perch erano trascorsi solo pochi mesi da quando Fabio Massimo era stato dittatore e nessuno voleva che un senatore rivestisse quella carica troppo spesso. Inoltre la strategia di Annibale, che aveva risparmiato le sue propriet durante gli attacchi dellanno precedente, nonostante Fabio poi le avesse vendute per pagare il riscatto dei prigionieri, aveva leso la sua immagine, e alla sua persona ora si accompagnavano la calunnia e il dubbio. Fabio Massimo era ascoltato e rispettato, non solo, era temuto, ma il Senato era diventato prudente quando si trattava di affidargli poteri speciali. Il fatto poi che il suo stesso figlio fosse tra gli ufficiali giudicati per la sconfitta di Canne non aveva aiutato. Ma che cosa aveva ora per le mani Marco Giunio?
Mi informano inizi il dittatore che  giunta a Roma una delegazione di prigionieri catturati da Annibale dopo la battaglia. Sono venuti a comunicare al Senato il costo del loro riscatto e le condizioni stabilite da Annibale. Si tratta di dieci delegati dei prigionieri accompagnati da un cavaliere cartaginese. Il cartaginese aspetta la nostra risposta fuori dalla citt. I prigionieri sono stati fermati alla porta e tre di loro sono stati accompagnati fino al Senato. Credo sia opportuno ascoltarli e lasciare che ci espongano il loro caso, prima di farci unopinione. Poi decideremo se siamo daccordo con le condizioni che ci vengono offerte o se abbiamo una controproposta. Vorrei anche farvi sapere che la voce si  sparsa in citt e la guardia mi conferma che un gran numero di persone si  radunato al Foro in attesa della nostra decisione. Molti sono familiari e amici dei prigionieri di Annibale. So che il Senato non si lascia condizionare dai ricatti o dalle minacce del popolo, ma credo sia importante che siate al corrente della situazione, prima di prendere qualunque decisione.
Marco Giunio Pera fece un cenno alle guardie allingresso e uno dei legionari si assent, per tornare un attimo dopo accompagnato da tre uomini, senza uniforme, con addosso soltanto una tunica ingrigita dalla polvere della strada, disarmati, sui polsi i segni dei ceppi che erano stati obbligati a portare durante la prigionia. Erano Lucio Scribonio, Gaio Calpurnio e Lucio Manlio. Un tribuno e due centurioni delle truppe che si erano arrese ad Annibale nellaccampamento a nord dellAufidus. I prigionieri erano sorvegliati da un gruppo di legionari armati di spade, scudi, corazze e pila. Il contrasto fra coloro che si erano arresi e i legionari romani liberi e armati rese la situazione ancora pi umiliante agli occhi di molti dei presenti. Ciononostante, i senatori speravano di rivedere i parenti e gli amici che si trovavano fra i prigionieri del generale cartaginese. Era importante sapere quanto denaro pretendeva Annibale per liberarli e decidere il modo migliore per raccogliere quella somma, per quanto umiliante fosse.
Con il permesso di Marco Giunio Pera, il primo prigioniero si rec al centro della grande sala e prese la parola.
Stimati senatori, mi rivolgo a voi a nome delle migliaia di romani che ora soffrono la peggiore delle prigionie. Annibale, come senzaltro saprete, non  il re Pirro nel modo di trattare i prigionieri. Ma noi sopportiamo e resistiamo per la patria.
A questo punto Lucio Scribonio si interruppe e fece vagare gli occhi per la grande sala, alla ricerca di uno sguardo di complicit e di sostegno. Trov un misto di compassione e sfiducia che gli fece capire che avrebbe potuto convincere il Senato a pagare il riscatto, ma doveva procedere con molta prudenza: la vita dei compagni e soprattutto la propria dipendevano dalle sue parole.
Stimati senatori, Canne rester per sempre un giorno nefasto nella nostra storia. Abbiamo combattuto dallalba alla notte. Cinquantamila dei nostri giacciono morti a nord del fiume Aufidus. Abbiamo lottato con coraggio fino allultima goccia di sangue, finch quella carneficina non ha pi avuto senso e nellultima luce di quel giorno terribile, in pochi sopravvissuti siamo riusciti a ripiegare nellaccampamento a nord del fiume.  scesa la notte ed era impossibile uscire. I Cartaginesi controllavano le strade ed erano quattro volte noi, quindi non avevamo altra scelta che resistere. E labbiamo fatto, finch il giorno dopo fu chiaro che era tutto inutile. Era solo questione di tempo prima di essere decimati dal nemico. Mi domando: di quale utilit saremmo stati a Roma, ridotti a qualche migliaio di cadaveri in pi sparsi sul terreno fra Canusium e Canne? Era quello il modo migliore per servire lo Stato o cerano altre possibilit? Roma presto avrebbe avuto bisogno di soldati abili contro un nemico sempre pi potente. Ci siamo ricordati che gi in passato altri Romani avevano negoziato con il nemico per aver salva la vita e poter contribuire alle battaglie future in difesa della citt.  quello che fecero i nostri antenati dopo la battaglia di Allia contro i Galli. Perch non seguire lesempio dei nostri illustri antenati in un momento in cui ogni speranza era perduta? Cos si  deciso di inviare una delegazione a negoziare con Annibale un riscatto ragionevole e si  giunti a un accordo: cinquecento denari per ogni cavaliere, trecento per ogni soldato e cento per ogni schiavo. Mi chiederete: perch pagare queste somme? E io vi rispondo: ci risulta, da ci che ci dicono i nostri familiari, che il Senato stia svuotando le casse dello Stato per pagare i padroni di ottomila schiavi da armare perch combattano in difesa di Roma. E allora io domando: si possono forse paragonare gli schiavi a legionari esperti nellarte della guerra e che vi costeranno comunque meno di tutti gli schiavi che state reclutando? Quale modo migliore di rafforzare la difesa di Roma che ricorrere a soldati gi preparati e addestrati al combattimento? E se la realt schiacciante di queste ragioni non vi convince, vi chiedo di guardare nel vostro cuore e che, per tutti gli di, mentre lo fate, ascoltiate il popolo di Roma che invoca la nostra libert, la libert dei loro familiari e amici, con pianti e grida di dolore. Non volete dare ascolto alle voci del vostro stesso sangue? Volete negare la compassione che vi riempie i cuori, volete chiudere gli occhi davanti alla ragione che non fa che sottolineare la necessit di liberarci?
Lucio, le guance arrossate, il viso acceso dalla passione con cui aveva concluso il suo discorso, si interruppe per prendere fiato e guardare negli occhi i senatori, a uno a uno. Sent che le sue parole avevano fatto breccia in ciascuno di loro e riacquist fiducia, finch non incroci due occhi freddi, gelidi, impassibili che, senza un battito di ciglia, lo raggelarono: le pupille scure di Quinto Fabio Massimo.
Orgoglioso e sicuro di s per aver ottenuto lappoggio della maggior parte dei senatori, Lucio sostenne per quello sguardo con un atteggiamento di sfida. E termin cos il suo discorso, con gli occhi fissi in quelli di Fabio Massimo prima e poi in quelli del dittatore Marco Giunio Pera, che presiedeva la sessione.
Avete nelle vostre mani la possibilit di dare vita alla speranza dei vostri compatrioti, di coloro che invocano i propri familiari al Foro e di coloro che si trascinano coperti di catene davanti ad Annibale. Solo qualche altra parola: riflettete, chi lotter con pi impegno di colui che  stato umiliato dal nemico e salvato dalla generosit della sua citt? Troverete mai un soldato migliore di chi professa odio al nemico e sar sempre in debito di vita con la patria che lo ha liberato dal giogo della tortura e della schiavit?
Con queste domande, Lucio Scribonio si chin davanti al dittatore e al resto dei senatori, lasci il centro della sala e riprese posizione accanto ai compagni che, commossi dalla sua difesa infervorata, lo salutarono con qualche pacca sulle spalle. Erano sicuri che il Senato avrebbe concesso il riscatto.
Nel frattempo, molti senatori discutevano con enfasi, fra espressioni partecipi e chiari segni di consenso alle parole che avevano appena sentito.
Dobbiamo concedere il riscatto.
 importante recuperare questi soldati.
Non possiamo lasciare i nostri familiari alla merc di quei selvaggi.
Decine di commenti simili circolavano per il Senato, di bocca in bocca, passando da un senatore allaltro, finch non giunsero alla postazione di Quinto Fabio Massimo e di altri anziani, che sembravano meno commossi del resto dei colleghi ma non sapevano come esprimersi contro il riscatto, dopo il discorso emotivo di Scribonio.
Fabio Massimo si copr il viso con le mani, seduto, chino in avanti, mentre soppesava la situazione in silenzio. Le sue orecchie erano invase dai commenti che circolavano nella sala. Marco Giunio Pera era sostanzialmente daccordo con il punto di vista della maggioranza circa lopportunit di concedere il riscatto, ma lespressione seria di alcuni senatori, e soprattutto il silenzio di Fabio Massimo, gli fecero prendere la parola con voce potente, per riportare lordine in quel delicato dibattito. Era una giornata sfiancante. Una giornata di sentimenti profondi nel cuore della peggior crisi vissuta dalla citt, dopo la sconfitta contro i Galli di pi di un secolo e mezzo prima.
Senatori, senatori! Silenzio! Silenzio! A poco a poco, i senatori tornarono a sedersi e il vociare scem. Bene, dobbiamo decidere se pagare il riscatto alle condizioni che i prigionieri hanno concordato con il generale cartaginese o Se qualcuno ritiene che si debba agire diversamente che lo dica ora. Il Senato lo ascolta.
Lo sguardo del dittatore percorse lentamente la sala. Nessuno si alzava. Del resto Marco Giunio non se lo aspettava, almeno finch non incroci lo sguardo di Fabio Massimo. Quando arriv a lui, infatti, il vecchio ex dittatore sessantasettenne si alz con grande flemma, ma con una determinazione che non sfugg a nessuno dei presenti. Fabio torn a collocarsi al centro della sala, dove era intervenuto Lucio Scribonio in rappresentanza dei prigionieri, e prese la parola mentre si inchinava davanti al dittatore in segno di riconoscimento della sua autorit e di ringraziamento per avergli concesso la possibilit di esprimersi.
Cari colleghi, amici e, perch tacerlo, anche avversari. Abbozz un sorriso mentre guardava qualcuno dei sostenitori degli Emilii e degli Scipioni, riuscendo cos a strappare qualche risata e a rilassare un po latmosfera dopo lacceso intervento di Lucio. Bene, insomma, colleghi tutti, in questo posto sacro, oggi  un giorno difficile per tutti noi. Gli eventi si accavallano gli uni sugli altri, al punto che  facile perdere la prospettiva e lasciarsi trascinare dalla forza dei sentimenti; sentimenti, non ne dubito, tutti giusti e pieni di dignit, come  degno di voi. Ma credo che, arrivati a questo punto, sia importante ricapitolare, per capire meglio che cosa stiamo giudicando esattamente. Vediamo: abbiamo iniziato quella che negli annali sar ricordata come una seduta storica del Senato, giudicando gli ufficiali sopravvissuti al disastro di Canne che, anche se non sono riusciti a darci la vittoria, almeno sono stati capaci di tornare a Roma come soldati liberi, senza farsi onore in battaglia ma nemmeno implorando un riscatto per la loro vita. Di questi ufficiali abbiamo riconosciuto la capacit di salvare molti uomini nel cuore di una terribile sconfitta. Per questo sono stati perdonati ma non premiati. Bene, una decisione giusta. Proseguiamo: successivamente il Senato ha discusso sui provvedimenti da prendere non gi con questi ufficiali, ma con i soldati che si sono salvati. Davanti al disonore di cui si sono macchiati sul campo di battaglia in cui le nostre truppe sono state decimate da un nemico che era la met di loro, che decisione ha preso il Senato? Non so se lo ricordate. Qui Fabio Massimo fece una breve pausa, retorica, senza aspettarsi una risposta, solo per avere la situazione in pugno.
Abbiamo appena deciso di allontanare queste truppe per lincapacit che hanno dimostrato.  vero, abbiamo bisogno di soldati, ma che siano coraggiosi, non dei fuggitivi, e quindi il Senato ha saggiamente condannato al confino queste truppe e ha dichiarato che dora in avanti le legioni quinta e sesta saranno maledette. Abbiamo preferito ricorrere a giovani, schiavi e delinquenti piuttosto che farci difendere da chi non  stato capace di combattere per noi a Canne. Ora, non discuto questa decisione, che, come avete visto, ho appoggiato con le mie parole, ma se abbiamo stabilito che la quinta e la sesta legione saranno maledette e scacciate, dobbiamo almeno riconoscere loro una cosa: quantomeno sono state in grado di salvarsi. Certo, ci hanno portato lumiliazione della sconfitta e per questo sono allontanate e disprezzate, ma almeno non sono venute, dopo averci procurato una sconfitta inaccettabile, a supplicarci di pagare il riscatto per una vita dal valore per quando sia doloroso dirlo discutibile. Devo essere delicato nelle mie parole, perch so che parliamo di Romani e che fra loro vi sono familiari e amici di molti dei presenti, e anche miei. Ma dopo aver preso queste difficili decisioni, il giorno diventa ancora pi lungo e gli di ci mettono davanti alla prova pi difficile. So che finora abbiamo agito in modo equanime, ma ora sono assalito dal dubbio e dal timore che Roma vacilli e che vacillando fornisca al nemico risorse di cui ora non dispone: cinquecento denari per ogni cavaliere, trecento per ogni legionario, o almeno cos si fanno chiamare, e cento per ogni schiavo. E ci vengono a dire che ci coster comunque meno che armare gli schiavi della citt. Non so se, a conti fatti, sar davvero cos, ma so che una cosa  consegnare il denaro dello Stato a cittadini che cedono i propri schiavi per la difesa della citt e unaltra, ben diversa, regalare denaro al nostro nemico pi mortale. Perch  il caso di ricordare che se c una cosa di cui ora Annibale scarseggia  proprio il denaro, oro e argento con cui pagare le sue migliaia di mercenari gallici e iberici. I soldi pagati per il riscatto dei prigionieri di Canne saranno molto graditi ad Annibale, ne sono certo. So che i vostri cuori vedono il dolore e la sofferenza di chi ora  prigioniero e in catene, ma vi invito a immaginare anche il sorriso di Annibale e il momento in cui festegger con vino italico insieme ai suoi generali e al fratello Magone, mentre contano il nuovo oro e lo usano per ingraziarsi i mercenari, distribuendolo in abbondanza, eccitando gli animi degli Iberi e dei Galli e delle truppe africane, annunciando che quei soldi sono solo una piccola parte di ci che li aspetta quando marceranno su Roma.
Certo, il riscatto servirebbe a liberare coloro che si sono difesi qui oggi, ma tenete presente che con quei soldi lo Stato andrebbe a rafforzare il suo avversario pi mortale e vorace. Allora, mi direte, che non sia lo Stato ma che si consenta a ciascuna famiglia, in modo privato, di pagare il riscatto. E a questo vi rispondo che se cos verrebbero risparmiate le prosciugate casse della citt, Annibale festeggerebbe comunque e i sorrisi dei mercenari sarebbero comunque compiaciuti, perch al cartaginese e al suo esercito non importa da dove proviene il denaro, gli basta riceverlo; Annibale potrebbe sempre dire ai suoi soldati che si tratta di denaro romano e non mentirebbe. Bene, ora che abbiamo ripassato le decisioni prese finora ed esaminato le conseguenze di un eventuale pagamento del riscatto, giudichiamo pure questi uomini che vengono a supplicarci di pagare per salvare loro la vita. Chi sono esattamente coloro che si definiscono legionari? Ve lo dir io. Si tratta di uomini fuggiti dal campo di battaglia, che poi si sono nascosti nellaccampamento nord e infine, quando il nemico si  presentato alle porte del loro nascondiglio, per concludere in bellezza la grande giornata, si sono arresi. Ora vi chiedo, senatori:  questo che fanno le legioni di Roma? Fuggire, nascondersi e arrendersi?  questo che insegniamo oggi ai nostri soldati? E hanno osato parlare dei nostri antenati, come se loro fossero fuggiti, si fossero nascosti e arresi. Avremmo forse la Roma che abbiamo oggi con antenati simili? Saremmo forse riusciti a piegare i Galli dellItalia centrale, gli Etruschi, lUmbria, la Campania, la Sicilia e la Sardegna, se fossimo fuggiti, ci fossimo nascosti e arresi?  questo che vuole premiare oggi Roma? Perch, se  cos, non mi riconosco in questa nuova Roma che premia i codardi. Codardi, dico, perch oggi stesso abbiamo sentito di come un tribuno, con soli seicento soldati, sia riuscito a passare in piena notte dallaccampamento nord a quello sud unendosi cos al resto delle forze, per raggiungere Canusium e poi Roma, senza arrendersi davanti al nemico. E mentre puniamo con lesilio coloro che almeno furono capaci di tornare a Roma, premiamo questi altri, che si sono arresi, pagando loro il riscatto, dicendo quanto sono stati bravi a non rischiare la vita? Che cosa dovremo aspettarci allora dalle nuove legioni? Che lottino fino allultimo per difendere Roma o che non si diano pena, che non si preoccupino, perch se la situazione volger al peggio baster arrendersi, tanto poi arriver il Senato a salvarli, pagando e rendendo sempre pi forte e pi ricco il nemico? Per Castore e Polluce e per tutti gli di, ha forse senso? Il Senato ha forse perso la ragione? Abbiamo smesso di governare? Passiamo a festeggiare con grandi doni chi fugge? Se prima ho detto che non volevo i sopravvissuti di Canne a difendere Roma, ora non posso fare altro che affermare che i soldati che fuggono, si nascondono e si arrendono non li voglio neppure scacciare. Non voglio sapere nulla di loro. Se valgono tanto, come hanno osato dire oggi pomeriggio, che lo dimostrino salvandosi, ribellandosi, lottando. Non inginocchiandosi davanti al nemico e poi supplicando i familiari di pagare i Cartaginesi perch usino questi stessi soldi per finanziare chi verr a violentare, uccidere e assassinare coloro che hanno raccolto loro per liberarli. No, non ho intenzione di far parte di una Roma simile. Chi  sconfitto e sopravvive, quando avrebbe dovuto vincere, viene esiliato; chi si arrende pu solo essere lasciato nelle mani del suo nuovo padrone, perch nel momento in cui ha negoziato un riscatto, oltre ad aver perso il poco onore che gli resta ha cessato di essere un cittadino romano ed  diventato uno schiavo di Cartagine, e io non pago per gli schiavi degli stranieri.
Fabio Massimo termin il suo lungo discorso, pronunciato nellultima parte con enfasi, ma con voce serena, partecipe, calma. Fra i senatori si riaccese il dibattito e nacquero discussioni accalorate. Coloro che prima dellintervento avevano le idee chiare, ora non erano pi cos convinti. La decisione era diventata molto pi difficile. Pagare un nemico che aveva bisogno di soldati significava dargli fiato e le forze per lanciarsi su Roma. Il vecchio ex dittatore aveva messo il dito nella piaga.
Daltro canto, cerano i familiari e gli amici prigionieri. Era tutto confuso. Fra i senatori pi anziani, le parole di Fabio Massimo erano risultate convincenti e qualcuno, come lanziano Torquato Manlio, sosteneva con fermezza la decisione di non pagare il riscatto.
Infine il dittatore Marco Giunio riport lordine e diede inizio alla votazione.
 la decisione pi difficile, in una giornata carica di provvedimenti gravi e ingrati, ma dobbiamo prenderla. Le posizioni sono state esposte con chiarezza. Abbiamo permesso ai rappresentanti dei prigionieri di difendere la loro causa e giustificare il loro comportamento e la richiesta di pagamento del riscatto. Il senatore Quinto Fabio Massimo ha avuto modo di esporre i propri argomenti in senso opposto e ci ha ricordato le conseguenze che avrebbe il pagamento, oltre a esprimere la propria opinione su chi si arrende ad Annibale. Credo che potremmo dedicare giorni, settimane a discutere su cosa sarebbe giusto fare e rischieremmo di non arrivare mai a un accordo, ma non c tempo. C una citt da governare e da difendere e dobbiamo dare una risposta rapida ai rappresentanti dei prigionieri e, attraverso di loro, allinviato di Annibale che aspetta fuori dalla citt. Che messaggio mander il Senato di Roma? Chi  a favore del pagamento del riscatto si alzi.
Lucio Scribonio e i due compagni di prigionia videro che a poco a poco si alzavano alcuni gruppi di senatori, ma i loro cuori raggelarono quando, dopo una decina di persone, i movimenti fra i banchi cessarono e molti rimasero seduti. Il dittatore, aiutato da altri senatori, inizi la conta dei voti. I prigionieri cercavano di fare altrettanto, ma dal punto in cui si trovavano, su un lato della sala, era difficile stabilire il numero esatto di chi si era alzato e i nervi li tradivano, cos dovevano ricominciare a contare da capo, in continuazione.
Credo che i senatori dalla nostra parte siano fra i settanta e gli ottanta disse Lucio.
Non bastano rispose uno dei compagni. Ma resta da vedere quanti oseranno votare contro.
Il dittatore annunci il risultato della votazione.
Settantanove voti a favore del pagamento del riscatto. Ora, sedetevi, e che si alzino coloro che pensano che Roma non debba pagare per i prigionieri.
Pi lentamente, alcuni dei senatori pi anziani guidati da Manlio si alzarono e altri li seguirono, ma la maggioranza aspettava e osservava Quinto Fabio Massimo. Questi si guard intorno. Solo trenta senatori erano in piedi. Allora Fabio si alz, e con lui, come una cascata, decine di senatori su entrambi i lati della sala fecero altrettanto. Non tutti, per. Era evidente che un piccolo gruppo non aveva scelto nessuna delle due opzioni. I senatori sopravvissuti erano centottantanove, dopo linterminabile serie di sconfitte militari che aveva decimato i rappresentanti del Senato di Roma, dove un tempo se ne riunivano fino a trecento.
Il dittatore cont piano e quando ebbe terminato, inspir profondamente. Cont di nuovo. Quando fu sicuro ed ebbe verificato con altri due senatori, annunci il risultato definitivo.
Ottantotto voti contrari al pagamento del riscatto. Una breve pausa in un silenzio di tomba, spezzato poi dalla voce angosciata del dittatore di Roma, Marco Giunio Pera, che con le sue parole toglieva ogni speranza ai prigionieri. Il riscatto non sar pagato n con denaro pubblico n privato. Nessuno potr pagare, pena la condanna a morte. I rappresentanti dei prigionieri verranno restituiti ad Annibale perch gli riferiscano la decisione del Senato, e che gli di abbiano piet di loro e delle loro famiglie e degli amici. E ora che siano scortati fuori dalle guardie. Ordino inoltre che le legiones urbanaepattuglino le strade di Roma. Che tutti tornino a casa e che la folla al Foro venga dispersa con la forza, se necessario. Non saranno tollerati tumulti o rivolte nelle strade della citt. Siamo in guerra e dobbiamo prepararci alla difesa. Prego tutti i senatori di dimostrare con il loro esempio che un romano deve accettare le decisioni prese in questa sede, che sia daccordo o meno. Lo Stato si fonda sullobbedienza di tutti alle nostre decisioni. Che Giove e Marte e gli di protettori dellUrbe ci assistano in questi momenti di dolore e pericolo, e che i miei occhi non debbano mai pi assistere a una riunione del Senato come quella che abbiamo visto oggi. La seduta  tolta.
Annibale non nascose la propria sorpresa quando Cartalone gli rifer la risposta che a lui, a sua volta, era stata riferita dai prigionieri disperati, tornati a testa bassa dal Senato, fra le lacrime e le suppliche di aver salva la vita.
Roma non paga il riscatto?
Corrug la fronte. Contava su quei soldi per la paga che doveva ai Galli e agli Iberi. Era un bel contrattempo. Una risposta radicale.
Cartalone, voglio che le nostre spie si diano da fare: devo sapere che cos successo al Senato e chi ha sostenuto questa decisione. Anche se in realt intuiva gi chi potesse essere lautore di una decisione tanto fredda e calcolatrice, che intralciava i suoi piani. Solo una mente lucida come quella di Fabio Massimo poteva concepire una risposta cos dura.
Sar fatto, mio signore, ma Cartalone esit.
Ma? Parla, ufficiale.
Che cosa facciamo con i prigionieri?
Con i prigionieri? chiese Annibale, come se fossero un pensiero lontano. Con i prigionieri, certo bisogner decidere che cosa fare di loro.
Scese il silenzio. Il generale bevve un sorso di vino puro, senza mescolarlo allacqua. Sent il bruciore dellalcol che gli scendeva lungo la gola. Lasci la coppa vuota sul tavolo. Sent gli sguardi del fratello Magone e di Maarbale dietro di lui, di Cartalone e degli altri ufficiali presenti. I prigionieri s che cosa fare con loro? Daccordo, voglio che isoliate trecento prigionieri: patrizi, senatori, se ne resta qualcuno vivo, e i loro familiari. Li useremo come ostaggi al momento opportuno. Che i Galli e gli Iberi si divertano con gli altri. Che li facciano lottare, che li torturino o che li facciano a pezzi. Non mi importa, basta che li facciano scomparire. Se a Roma non interessano, per me non hanno valore. Se Roma li disprezza, li disprezzo anchio.
Cos, in una lunga notte dal cielo limpido, con migliaia di stelle a fare da testimoni muti della sofferenza e della follia umane, si sentirono le spade cozzare, si assistette a lotte corpo a corpo tra fratelli, fra padri e figli, mentre un accalorato pubblico di guerrieri iberici, celtici e gallici incrociava scommesse su chi sarebbe sopravvissuto o su chi sarebbe caduto per primo. Si udirono terribili grida di dolore, lo scricchiolare delle ossa che si spezzavano fra le risate scatenate dal vino fresco di anfore scure, e lodore della morte si sparse in ogni angolo della valle. Allalba, gli avvoltoi si godettero un autentico banchetto di carne fresca, migliaia di cadaveri sanguinolenti e feriti che agonizzavano sul terreno, un regalo dellesercito cartaginese alle bestie alate.

69
LA VECCHIA CASSAPANCA

Roma, ottobre 216 a.C.
Publio torn a casa di Emilio Paolo per il funerale. Era vestito, come di rigore, con una tunica e una toga grigio scure, di lana vergine di Pollentia, in Liguria. Fu tutto un po strano, dal momento che non cera il corpo del defunto, perduto nel caos della peggiore delle sconfitte mai subite da Roma. Non si pot eseguire quindi la deductiocompleta e portare il cadavere fino al luogo in cui sarebbe stato prima cremato e poi sepolto, fuori dalle mura della citt. Gli Emilii per eseguirono tutti gli altri rituali e cos, dopo due giorni di musica funebre e gemiti delle prefiche, sfilarono con le imagines maiorumper le strade di Roma. Il Senato concesse alla famiglia del console caduto un permesso eccezionale per poter eseguire in pubblico le proprie dimostrazioni di dolore, nonostante il divieto generale di celebrare funerali. Si voleva evitare che la citt si trasformasse in un triste spettacolo, con migliaia di cerimonie funebri, migliaia di prefiche e un dolore pubblico diffuso, che avrebbe turbato gli animi e fiaccato il morale, quando cera bisogno che fosse alto, per affrontare lavanzata del nemico. Ma negare alla famiglia di un console caduto sul campo di battaglia il diritto di onorare il pater familiassarebbe stato fuori da ogni logica. Nella deductio, alle statue degli antenati si mescolavano alcuni attori mascherati, che rappresentavano eventi legati alle grandi vittorie del magistrato defunto.
La lunga comitiva di toghe grigie arriv al centro del Foro e l Lucio, il primogenito di Emilio Paolo, onor la memoria del padre con una lunga laudatio, in cui ricord le virt, le prodezze e la grandezza del genitore. I cittadini venivano resi partecipi della grandezza della loro stirpe, dellimportanza dei loro avi e della recente perdita subita dalla famiglia mentre serviva la citt.
Finch non furono trascorsi gli otto giorni di lutto ufficiale, Publio non pot andare a trovare Emilia. Non volle insistere, anche se sapeva di godere del favore della famiglia e che, se avesse fatto pressione, gli avrebbero permesso di parlare con la sua promessa. Prefer assistere alla sepoltura e poi mantenere una rispettosa distanza durante il lutto. Inoltre, gli riecheggiavano ancora nella mente le parole di Emilia: Bugiardo, traditore. Sapeva che erano il frutto amaro di una persona fuori di s. E ricordava anche che Lucio gli aveva fatto notare che la sorella si era rifiutata di riconoscere la morte del padre finch non laveva sentita dalle sue labbra.
Erano giorni che Publio raccoglieva le forze per tornare da Emilia. Combattere contro lesercito di Annibale o evitare la ribellione in massa dei tribuni di Roma era molto pi semplice che avvicinarsi a una persona amata in un momento di tanto dolore. Ma era il suo dovere: assisterla, proteggerla, avere cura di lei. Lo aveva promesso al padre ferito a morte sul campo di battaglia ed era deciso a onorare quella promessa. Non solo: sentiva che la sua futura felicit, ammesso che in quei momenti si potesse pensare di essere felici, dipendeva dalla sua capacit di proteggere e avere cura di Emilia.
 in giardino lo inform latriense della domusquando fu nel vestibolo. Passa, passa, per favore.  desolata. Non parla con nessuno. Vederti le far bene. Lo schiavo parlava della giovane padrona con voce commossa. Era sempre felice di stare con te o di leggere le tue lettere.
Attraversarono latrio e il tablinumfino ad arrivare in giardino. Emilia era seduta accanto allalbero frondoso sotto cui avevano trascorso tanti pomeriggi, lo stesso albero che li aveva protetti con la sua ombra il giorno che si erano conosciuti, quando Emilia si era divertita a civettare con Publio come se lo conoscesse fin dallinfanzia, nonostante fosse pi giovane di lui di un paio danni. S, era esattamente quella la sensazione che Publio aveva avuto quando si erano parlati per la prima volta: di conoscersi, comprendersi, per questo era stato facile intendersi, nonostante quelle domande inaspettate. La conversazione era stata facile, divertente, intelligente. E la sua voce era cos dolce. Cos bella. Ora la vedeva sotto quello stesso albero, sola, cupa, distante, ma altrettanto bella. No. Ancor di pi. Erano trascorsi due anni da quando si erano conosciuti. I seni di Emilia erano diventati pi sporgenti, come le morbide curve del suo corpo.
Publio si avvicin lentamente e arriv a un paio di passi da lei. Emilia, taciturna, guardava nella direzione opposta e non si accorse della sua presenza. Si era gi rotto quel filo sottile di complicit, cos delicato ma cos intenso che li aveva sempre uniti? Publio esit prima di parlare.
Emilia disse infine, senza sapere che cosa aggiungere.
Lei sent quella voce forte, gradevole, decisa, e si gir con calma. Aveva gli occhi pieni di lacrime. Non aveva smesso di piangere un solo giorno dalla morte del padre. O meglio, da quando lo stesso Publio laveva confermata. Emilia si alz e gli si butt fra le braccia. Lui la accolse con delicatezza e con forza al tempo stesso.
Mi spiace, mi spiace mormor lei fra i singhiozzi. Ti ho detto cose terribili. Non ero io, era il mio dolore il mio dolore. Perdonami, per favore, per tutti gli di, perdonami.
Non c niente da perdonare, tesoro mio. Niente da perdonare. Sono qui. Con te. Sempre.
Rimasero abbracciati per diversi minuti. In giardino si sentivano solo i singhiozzi soffocati di Emilia che inzuppavano di lacrime la toga di Publio. Il vento, forse per rispetto, forse per delicatezza, aveva smesso di agitare le foglie degli alberi.
Si sedettero sulla panchina. Publio decise di parlare per entrambi.
Devo riferirti ci che mi ha detto tuo padre prima di morire e che non ho ancora avuto modo di raccontarti. Sono i pensieri per te che ha espresso mentre moriva. Credi di poterli sentire ora?
Emilia, fra le lacrime, annu lentamente.
Bene continu Publio e pul con il dorso della mano alcune lacrime che scivolavano sulle guance arrossate di Emilia. Tuo padre mi ha detto che eri la cosa migliore che avesse avuto in questa vita, che lo hai rallegrato in tutti questi anni e che spera di essere stato tutto ci che sognavi.
Emilia ascoltava muta, i singhiozzi cessarono per qualche secondo, aveva gli occhi spalancati.
Mi ha detto che ha sempre lottato per Roma, ma che da quando sei nata ha vissuto per te. Mi ha detto che gli spiaceva lasciarti senza la sua compagnia e protezione, dopo che hai gi perduto tua madre, ma che la famiglia si sarebbe presa cura di te e ti avrebbe protetta. Il giovane fece una pausa e aggiunse qualche altra parola, rapida, a bassa voce, quasi impaurito. Poi mi ha chiesto se volevo sposarti.
A questo punto Publio si interruppe.
E tu che cosa hai risposto?
Per un attimo, a Publio parve di vedere un sentimento diverso dal dolore affacciarsi nello sguardo di Emilia.
Gli ho risposto di s, che sposarti, prendermi cura di te, proteggerti e tenerti per sempre con me era ci che pi desideravo al mondo.
Emilia non parl, ma prima che potesse rendersene conto, Publio se la ritrov fra le braccia, di nuovo scossa dai singhiozzi. Il giovane tribuno decise di concludere il suo racconto parlando con tenerezza allorecchio della ragazza.
Allora tuo padre mi ha detto che, se tu accettavi, dovevamo cercare nella sua stanza, nella grande cassapanca, in fondo. Mi ha detto che avresti saputo dove guardare. Le sue ultime parole sono state per te, perch sapessi che ti sarebbe rimasto sempre accanto e ti avrebbe amata per sempre. Alla fine ha detto che gli di lo reclamavano nel regno dei morti. Poi ho dovuto allontanarmi. Non ho potuto restare con lui. Gli ho offerto il mio cavallo per salvarsi, ma ha risposto che era troppo tardi per lui e mi ha ordinato, come console di Roma, di montare a cavallo e andarmene. Ha perfino ordinato ai lictoresdi allontanarmi. Alla fine ho obbedito. Ora non so se ho fatto la cosa giusta. Mi spiace.
Emilia si scost da lui, lo guard negli occhi, e con la voce ancora debole, ma decisa, rispose lentamente.
Hai fatto la cosa giusta. Se mio padre ti ha ordinato di allontanarti e lasciarlo solo, era quello che dovevi fare. Lui era il console e tu un tribuno al suo servizio in una delle sue legioni.
Publio era stupito dalla sintesi sorprendente ed esatta di Emilia. Come in molte altre occasioni, la risolutezza della ragazza lo confondeva, ma fu felice per due motivi: perch lo rassicurava sulla correttezza delle sue azioni e perch nelle sue parole coglieva la determinazione della ragazza che gli aveva rubato il cuore fin dal primo giorno.
Vieni, andiamo disse Emilia, mentre si alzava rapida e lo prendeva per mano. Era quasi comico vedere quel giovane alto e forte trascinato da una giovane minuta che gli arrivava appena alle spalle.
Dove andiamo?
Nella stanza di mio padre.
Entrarono in casa, attraversarono latrio e passarono nel tablinum. Una volta l, Emilia indic a Publio una grande cassapanca in un angolo. Il giovane tribuno la apr. Era piena di rotoli, volumi di filosofia, storia e strategia militare. Molti in latino, qualcuno in greco. Li estrasse con cura e li pass a Emilia, che a sua volta li posava sul tavolo. Trascorsero cos alcuni minuti, finch sul fondo, fra gli ultimi rotoli, videro spuntare due piccole tavolette piegate. Publio le prese e le separ con attenzione. I due giovani lessero in silenzio.
Io, Emilio Paolo, console di Roma, nelleventualit di non essere pi fra i vivi a causa di questa lunga guerra contro il potere di Cartagine, dichiaro, nel caso in cui il giovane di nome Publio Cornelio Scipione, attualmente tribuno della prima legione di Roma, al mio servizio nellesercito consolare, figlio e nipote rispettivamente di Publio Cornelio Scipione e Gneo Cornelio Scipione, proconsoli di Romacum imperio sulle legioni distaccate in Hispania, chieda di sposarsi con la mia amata e sempre cara figlia Emilia Terza, che questa unione mi  gradita e gode della mia benedizione e autorizzazione, come qui manifesto perch sia a conoscenza di tutti i miei familiari e amici.

Lucio Emilio Paolo
Console di Roma
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FINE Parte 1.