PUBLIO OVIDIO NASONE.
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TRISTEZZE.
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Titolo originale: Tristia.
Anno 12. Tomi. Pontus Euxinus.
Traduzione di: Renato Mazzanti.
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          FONDAZIONE "EZIO GALIANO" onlus.
       BIBLIOTECA TELEMATICA PER NON VEDENTI.
          "Regala un libro ad un cieco".
PROGETTO: ANTOLOGIA ELETTRONICA DELLA LETTERATURA LATINA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Ovidio nato a Sulmona, il 20 Marzo dell'anno 43 Avanti Cristo, visse fin da bambino a Roma. Mor nell'anno 17, all'et di 60 anni in esilio a Tomi, nel Pontus Euxinus (attuale Mar Nero) in cui era stato esiliato nell'anno 8, all'et di 51 anni, per ordine diretto di Augusto.
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Tristia, le Tristezze,  un'opera in 5 libri di elegie scritte a Tomi tra il 9 e il 12; tema ossessivo  la giustificazione del suo "error" misterioso e della sua poesia erotica.
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Hanno molto rilievo il secondo libro, che  una sola lunga lettera ad Augusto di 600 versi, e l'elegia 10 del quarto libro, nella quale Ovidio trov modo di sfogare tetraggine e nostalgia raccontando ai posteri la sua vita; e lo fece con la sua solita eleganza, senza dimenticare quasi nulla di quello che riteneva potesse interessare; e riusc anche a dare un tocco di dolorosa originalit e autenticit a questo genere lirico-autobiografico frequente nella tradizione poetica alessandrina e anche romana: Virgilio, Orazio, Properzio avevano gi lasciato qualcosa di simile.
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Ovidio abbonda, alla sua maniera, nei dettagli, e il pezzo  chiaramente curato con disteso abbandono, nella musicalit di una rievocazione malinconica, un po' di maniera, ma in sostanza sentita e commovente: insomma, quel che si dice un documento umano, che per di pi si presta a qualche osservazione interessante.
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L'elegia 10 del quarto libro,  infatti notissima e per decine di generazioni ha coinvolto nelle sue trasposizioni stilistiche milioni di principianti di latino: anche perch non  difficile, non sgarra dalla sintassi canonica, scorre piana e ordinata; e poi, racconta quasi tutta la sua vita ma tace della grande fatica delle Metamorfosi, la sua opera poetica di gran lunga pi impegnativa.
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E poich non  ammissibile che egli ritenesse le Metamorfosi un'opera minore, diventa suggestiva la supposizione che Ovidio esprimesse una precisa intenzione di sfida ad Augusto e alla classe al potere, tradizionalista e ipocrita, che l'avevano voluto colpire col pretesto di un imprecisato errore, per punirlo invece dei suoi libri pi noti: Ars amatoria, Amores, Remedia ed Heroides.
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Vuol farci intendere che proprio a causa della sua scintillante e libera poesia erotica era stato oggetto di illegale e inaudito doppio provvedimento di censura e di esilio, adducendo altre scuse ma in realt per poter espellere le sue opere dalle biblioteche e la sua faccia, scettica e ironica, dai salotti romani delle loro donne.
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LIBRO PRIMO.
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1.
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Senza di me - ma non sono geloso - andrai, piccolo libro, a Roma:
ahim, che non  permesso andarvi al tuo padrone.
Va', ma disadorno, come si addice al libro di un esiliato.
Infelice, metti l'abito che si conviene a questo mio tempo!
E non ti rivestano di purpureo colore i giacinti -
non  adatto ai lutti tale colore -
n il titolo sia segnato col minio n la carta unta col cedro,
e non avere le borchie bianche sulla tua fronte nera!
Questo corredo abbellisca i libri felici:
invece  bene che tu ti ricordi della mia sorte.
E le tue fronti non siano levigate da friabile pomice,
perch tu appaia irsuto e qua e l con le chiome.
E nemmeno vergognarti delle macchie! chiunque le veda
capir che sono state causate dalle mie lacrime.
Va', libro, e a nome mio saluta i luoghi a me cari!
Io li toccher almeno col piede che mi  permesso.
Se h qualcuno, non stupisce fra la gente, non mi avr dimenticato,
se mai qualcuno ci sar che chieda come va la mia vita,
gli dirai che vivo, ma non gli dirai che sono salvo,
e che anche l'essere vivo lo devo al dono di un dio.
E cos detto taci - mi legga chi vuol sapere di pi -
e sta attento a non dire per caso ci che non devi!
Subito ricordandosi, evocher le mie colpe il lettore
e io passer sulle bocche del popolo come pubblico reo.
Tu non cercare di difendermi, anche se i discorsi ti mordono!
Una causa non buona diverr pi ardua con la difesa.
Troverai qualcuno che sospirer che io sia stato cacciato
e che non legger con le guance asciutte questi miei carmi,
e in silenzio fra s, perch qualche nemico non senta,
augurer che, placatosi Cesare, lieve divenga la mia pena.
Io pure, chiunque egli sar, prego che non conosca la sventura
colui che vorr che siano benigni gli di con gl'infelici;
possano i suoi voti avverarsi e l'ira del principe spenta
permetta a me di poter morire in patria nella mia casa!
Anche se adempi il tuo incarico, o libro, forse sarai
criticato e giudicato inferiore alla fama del mio ingegno.
E dovere di un giudice ricercare i fatti e anche le circostanze
dei fatti: se si guarder alle circostanze andrai sicuro.
La poesia fiorisce se  fatta sgorgare da un animo sereno:
nuvolosi sono i miei giorni per le sventure improvvise.
La poesia richiede che sia appartato e tranquillo chi scrive:
io sono in balia del mare, del vento, dell'inverno selvaggio.
Dalla poesia  lontano ogni timore: io mi sento perduto
e penso che d'ora in ora una spada mi trafigga la gola.
Un giudice equo stupir che io scriva persino questi versi
e con indulgenza legger, quali che siano, i miei scritti.
Dammi il poeta meonio e contempla tutti i miei casi:
innanzi a mali cos grandi verr meno tutto il suo genio.
Infine, o mio libro, ricordati, va'senza mire
di gloria e non arrossire se non piaci al lettore!
Non si mostra cos propizia con me la fortuna
che tu ti debba preoccupare di essere lodato.
Finch ero incolume, ero punto d'amore per la gloria
e mi bruciava il desiderio di farmi un nome.
Ora sia abbastanza che io non odi i carmi e la passione
che mi ebbe perduto! Il mio genio mi ha procurato l'esilio.
Ma tu va'per me, e contempla, tu che lo puoi, Roma.
Volessero gli di che io potessi ora essere il mio libro!
E non pensare, perch giungi straniero nella grande citt,
che tu possa giungervi ignorato dal popolo.
Anche privo di titolo, dal colore stesso sarai riconosciuto,
anche se volessi non farlo apparire,  chiaro che tu sei mio.
Entra tuttavia di nascosto, perch non ti nuocciano i miei carmi:
non pi come un tempo essi godono di grande favore.
Se qualcuno, perch sei mio, ritiene che non devi
essere letto e ti respinge via dal suo grembo:
"Guarda il titolo, digli: non sono maestro d'amore;
ha gi subito la pena che meritava quell'opera."
Aspetti forse che ti invii agli eccelsi palazzi
e che ti ordini di salire alla casa di Cesare?
Mi perdonino gli augusti luoghi e gli di che li abitano!
Da quella rocca piomb su questo mio capo il fulmine.
Non dimentico, certo, che dimorano in quei luoghi
numi mitissimi, ma io temo gli di che mi hanno colpito.
Al pi piccolo strepito d'ali trema la colomba
che  stata ferita dai tuoi artigli, o sparviero;
n osa avventurarsi lontano dall'ovile l'agnella
che sia stata strappata ai denti di un avido lupo.
Eviterebbe il cielo Fetonte, se fosse ancor vivo, n vorrebbe
toccare i cavalli che aveva bramato nella sua follia.
Io pure confesso di temere le armi, gi provate, di Giove
e quando tuona credo di essere raggiunto dal fulmine ostile.
Chiunque della flotta argolica  sfuggito agli scogli cafrei,
sempre devia le vele lontano dalle acque euboiche,
e la mia barca, investita una volta da una furiosa procella,
ha paura di avvicinarsi a quel luogo dove venne squassata.
Sii dunque prudente, mio libro, e con animo timoroso
guardati intorno perch ti basti esser letto da gente modesta
Mentre cercava troppo eccelse altezze con deboli penne
diede il suo nome Icaro a uno specchio di mare.
Tuttavia  difficile dire da qui se tu debba fare uso
dei remi o del vento: il momento e il luogo ti daranno consiglio.
Se potrai essere consegnato in un'ora di ozio, se vedrai
che tutto  tranquillo, se l'ira avr infranto le sue forze,
se qualcuno vedendoti incerto e timoroso di entrare
t'introduce e dir pur prima qualche parola, tu entra!
In un giorno propizio e tu stesso pi fortunato del tuo
padrone, possa tu giungere l e alleggerire i miei mali!
Infatti o nessuno o quello solo che mi ha inferto
la ferita, la pu, come fece Achille, guarire.
Solo sta attento a non nuocermi, mentre vuoi aiutarmi
- gi la speranza del mio animo  meno forte del timore -
e bada che ridestata non infierisca di nuovo quell'ira
che dormiva, e tu non sia un'altra causa di punizione!
Ma quando sarai stato accolto nel nostro santuario
e avrai toccato la tua casa, lo scrigno rotondo,
vi scorgerai riposti nell'ordine i tuoi fratelli
che tutti produsse vegliando il medesimo fervore
Tutti gli altri apertamente mostreranno i loro titoli
alla luce e porteranno il nome sulla fronte scoperta,
tre ne vedrai nascosti lontano in un angolo oscuro,
quelli che, come nessuno ignora, insegnano ad amare.
Fuggili o, se hai abbastanza audacia di parlare
chiamali col nome di Edipo e col nome di Telegono.
E dei tre, ti avverto, se qualche poco ti sta a cuore tuo padre,
non amarne nessuno anche se insegner egli stesso ad amare.
Ci sono pure i tre volte cinque volumi delle forme mutate,
carmi strappati poco fa al mio funerale.
A questi ti incarico di dire che fra i corpi mutati
pu essere messo il volto della mia fortuna:
poich essa  divenuta all'improvviso ben diversa da prima,
e degna ora di pianto mentre fu un tempo ridente.
Avrei ancora, se me lo chiedi, molte cose da raccomandarti,
ma temo di avere gi ritardato il tuo viaggio.
E se le cose che mi vengono in mente, o libro, le recassi tutte
con te, saresti un pesante fardello per chi ti deve portare.
Lungo  il cammino, affrettati! Io abiter nell'ultimo lembo
del mondo, una terra sperduta lontano dalla mia terra.
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2.
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Di del mare e del cielo - che altro mi resta se non pregare? -
non lasciate che si sfascino le membra della barca squassata
E non vi unite, vi imploro, alla collera del grande Cesare!
Spesso se un dio perseguita, un altro dio porta soccorso.
Mulcbero era contro Troia, Apollo si ergeva a favore di Troia;
Venere era amica ai troiani, Pallade nemica;
odiava Enea la Saturnia che stava al fianco di Turno
ma egli tuttavia era protetto dal nume di Venere.
Spesso Nettuno assal con furore il vigile Ulisse,
ma spesso Minerva lo strapp al suo zio paterno.
E a me, sebbene non possa essere accostato agli eroi,
chi vieta che mi sia accanto un nume contro un dio adirato?
Ma, infelice che sono, sperdo invano parole senza effetto;
grosse onde mentre parlo spruzzano persino il mio volto,
e il terribile Noto mulina le mie parole e non lascia
che arrivino le suppliche agli di a cui sono indirizzate.
Cos i medesimi venti, perch il supplizio non sia uno solo,
portano non so dove le mie vele e i miei voti.
Misero me! Quali montagne di acqua mi rotolano intorno!
Diresti che tocchino da un momento all'altro le stelle.
Quali abissi si sprofondano quando il mare si apre!
Diresti che arrivino ormai al Tartaro oscuro.
Dovunque guardo, niente vi  se non mare e cielo,
l'uno gonfio di flutti, l'altro minaccioso di nubi.
Fra l'uno e l'altro fremono con immane urlo i venti.
L'onda del mare non sa a quale padrone obbedire:
ora l'Euro infuria dall'oriente rosso di porpora,
ora soffia Zefiro mandato dal tardo occidente,
ora il gelido Borea impazza dall'Orsa che mai si bagna,
ora dalla parte opposta porta battaglie Noto.
Il pilota  incerto n trova quale rotta evitare o seguire:
la sua arte  smarrita davanti ai rischi da ogni parte.
Dunque sono perduto e non vi  speranza di salvezza,
e mentre parlo, l'acqua inonda la mia faccia.
L'onda soffocher il mio respiro e con la bocca invano
implorante inghiottir i sorsi che mi faranno morire.
Ma la devota consorte non si affligge che del mio esilio;
dei miei mali solo questo conosce e ne geme.
Non sa che il mio corpo  in balia del mare sconfinato,
non sa che  sbattuto dai venti, che incombe la morte.
Oh,  bene che io non l'abbia lasciata salire con me sulla barca,
perch non dovessi soffrire, me sciagurato, due volte la morte!
E invece ora, anche se muoio, poich essa  al sicuro dal rischio,
sono certo di sopravvivere nell'altra met di me stesso.
Ahim, che veloce bagliore  sfavillato fra le nuvole!
Che immenso fragore scoppia dalla volta dell'etere!
Le tavole delle fiancate sono colpite dalle onde con forza
non minore del grosso peso che la balestra abbatte sulle mura.
Questa ondata che arriva sopravanza tutte le altre:
viene dopo la nona e precede l'undecima.
Non  la morte che temo, ma il genere miserevole di morte.
Toglietemi il naufragio, la morte per me sar un dono.
 qualche cosa per chi cade per il proprio fato o trafitto
dal ferro, adagiare il corpo morente sulla terra amica
e qualche desiderio affidare ai propri cari e sperare
una tomba e non essere cibo dei pesci del mare.
Abbia pur io meritato una simile morte, non sono solo
su questa nave: perch la mia pena trascina degli innocenti?
Di del cielo e azzurri di che avete la cura dei mari,
cessate ormai gli uni e gli altri le vostre minacce
e la vita che mi concesse la mitissima ira di Cesare
lasciate che la porti, sventurato, nei luoghi comandati
Se anche volete che io sconti la pena che ho meritato,
la mia colpa per il giudice stesso non merita la morte.
Se gi avesse voluto Cesare mandarmi alle onde stigie,
in questo non avrebbe avuto bisogno del vostro aiuto.
Egli ha potest incontestabile sulla mia vita,
e lui stesso mi toglier, quando vorr, ci che mi ha dato.
Ma voi che, sono certo, nessuna mia colpa ha offeso,
siate ormai contenti, vi prego, dei miei mali!
Tuttavia, anche se tutti voleste salvare un infelice,
una vita che per non pu pi essere salvata.
Anche se il mare si plachi e io abbia i venti favorevoli,
anche se voi mi risparmiate, non sar meno esule per questo.
Io non solco il vasto mare avido di ammassare
senza fine ricchezze scambiando mercanzie
n mi dirigo ad Atene, dove un tempo andai per studiare,
non nelle citt dell'Asia, non in luoghi gi da me visitati;
non navigo per vedere nella celebre citt di Alessandro
le tue lussuose mollezze, o Nilo gaudente.
Se desidero venti favorevoli - chi potrebbe crederlo? -
 la terra dei Sarmati a cui tendono le mie vele;
ho l'obbligo di approdare ai selvaggi lidi del Ponto sinistro
e mi lamento che sia tanto lenta la mia fuga dalla patria;
 per vedere i Tomiti situati in non so quale luogo del mondo,
che io voglio abbreviare mediante i miei voti la via.
Se mi amate, calmate i flutti cos impetuosi
e siano benigni verso la mia barca i vostri numi
se invece mi odiate, spingetemi alla terra assegnata:
il luogo stesso  una parte della mia pena.
Veloci - che ci faccio qui? - trasportatemi, o venti!
Perch le mie vele vogliono i lidi ausonii?
Non l'ha voluto Cesare Perch trattenete chi egli allontana?
Che la terra del Ponto veda il mio viso.
Lui lo comanda e io l'ho meritato, n giudico lecito
e giusto che si difenda un crimine che egli condanna.
Se tuttavia le azioni degli uomini non sfuggono mai agli di,
voi sapete che nella mia colpa non c' stato delitto.
Ma, se voi lo sapete, se fu un mio errore che mi travolse
se la mia mente fu stolta, ma non scellerata,
se - come  lecito anche ai pi umili - sostenni quella casa,
se accettai i decreti pubblici di Augusto,
se ho cantato felici i tempi sotto il suo governo e devoto
ho bruciato incensi in onore di Cesare e dei Cesari,
se questo  stato il mio animo, risparmiatemi, o di!
Altrimenti l'alta onda mi si riversi sul capo e lo sommerga!
Mi illudo o incominciano a dileguare le gravide nubi
e s'infrange vinta la collera del mare mutato?
Non  il caso, ma voi, che a tali condizioni ho invocato,
voi, che nessuno pu ingannare, mi portate questo aiuto.
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3.
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Quando mi si presenta la visione tristissima di quella notte
in cui vissi le ultime mie ore in Roma,
quando ripenso alla notte in cui lasciai tante cose a me care,
tuttora dai miei occhi scendono le lacrime.
Si affacciava ormai il giorno, in cui Cesare mi aveva ordinato
di partire dagli estremi confini dell'Ausonia.
Non ebbi tempo n volont di preparare le cose pi utili:
a lungo l'animo aveva languito immerso nel torpore;
non mi curai dei servi, n di scegliere i compagni,
n delle vesti adatte o delle cose che giovano a un profugo.
Ero stordito non diversamente da chi, colpito dal fulmine
di Giove,  rimasto in vita e non sa lui stesso di essere vivo.
Quando tuttavia lo stesso dolore dissip questa nube
dell'anima, e finalmente i miei sensi si ripresero,
prossimo a partire, parlo per l'ultima volta agli afflitti amici,
dei quali solo due vi erano, dei molti che avevo poco prima.
Piangevo e la sposa amorosa, in un pianto pi amaro, mi teneva
abbracciato e una pioggia continua cadeva per le guance innocenti.
La figlia era assente, lontana, migrata sulle libiche
rive e nulla poteva sapere della mia sorte
Dovunque si guardava, risuonavano pianti e lamenti
e dentro pareva ci fosse un funerale con le sue alte grida.
Uomini, donne e pure bambini si struggono al mio funerale
e nella casa ha lacrime ogni angolo.
Se  permesso ricorrere ai grandi esempi nei piccoli casi,
questo era l'aspetto di Troia mentre era presa.
Gi tacevano le voci degli uomini e dei cani
e la Luna guidava alta nel cielo i cavalli notturni:
io guardandola e distinguendo al suo chiarore le moli
del Campidoglio che invano furono attigue al mio Lare,
"0 Numi, dico, che avete sede in quelle dimore vicine,
o templi che i miei occhi non potranno mai pi rivedere,
o Di, che io debbo lasciare e che la citt alta di Quirino
racchiude, siate da me salutati per sempre.
E sebbene tardi prendo lo scudo dopo le ferite,
liberate tuttavia dal peso dell'odio questo esilio
e dite all'uomo divino quale errore mi abbia ingannato
perch non giudichi delitto quello che fu solo una colpa,
e ci che voi conoscete persuada anche Lui che mi ha punito:
potr non essere infelice se il dio si sar placato."
Con questa preghiera supplicai i celesti, con molte pi altre
la sposa, fra i singhiozzi che le troncavano a mezzo le parole.
Poi gettatasi coi capelli scomposti ai piedi dei Lari
baci con le labbra tremanti lo spento focolare
e a viso a viso davanti ai Penati rivers tante parole
che a nulla sarebbero valse per il compianto marito.
Gi la notte, al termine del suo declino, non lasciava pi spazio
all'indugio e l'Orsa Parrasia si era girata intorno al suo asse.
Che cosa fare? Mi tratteneva il dolce amore della mia terra
ma quella era l'ultima notte avanti l'esilio che mi era ordinato.
Ah, quante volte dissi a chi sollecitava: "Perch fai fretta?
Pensa dove hai fretta di andare, donde hai fretta di partire."
Ah, quante volte dissi mentendo di avere fissato un'ora un'ora
opportuna per il viaggio prestabilito.
Tre volte raggiunsi la soglia, tre volte tornai indietro
e i piedi compiacendo il mio desiderio andavano lenti.
Pi volte, dopo aver detto "addio", di nuovo parlavo a lungo
e come se gi partissi davo gli ultimi baci.
Pi volte raccomandai le medesime cose e illudevo me stesso
voltandomi a guardare, cari ai miei occhi, gli esseri amati.
Infine: "Perch mi affretto?  la Scizia dove mi mandano, dico
 Roma che devo lasciare: entrambe giusto motivo d'indugio.
Vivo, mi viene tolta per sempre la sposa che  viva
e la casa e i dolci componenti di questa casa fedele
e gli amici che ho amato di amore fraterno.
O cuori a me uniti con fedelt pari a quella di Tseo!
Finch mi  possibile vi abbraccer; non lo potr forse
mai pi;  un guadagno l'ora che mi  concessa."
Pi non indugio, tronco senza finirlo il mio parlare
e abbraccio ogni persona pi cara al mio cuore.
Mentre parlo e piangiamo, fulgentissimo nell'alto cielo
 sorto, stella a me funesta, Lucifero.
Me ne vado, ed  come se lasciassi l le mie membra
e mi pare che una parte venga strappata via dal suo corpo.
Cos soffr Mezio quando, a punire il suo tradimento,
ebbe i cavalli lanciati a tirarlo in direzioni contrarie.
Allora s, si levano le grida e i lamenti dei miei
e le mani afflitte battono i petti nudi
allora s, la mia sposa avvinta al mio collo mentre vado
mescola alle mie lacrime queste tristi parole:
"Non puoi essermi strappato; insieme di qui, insieme partiremo
dice, ti seguir e sar l'esule sposa di un esule.
Anche per me  aperta la strada, anche per me ha posto l'ultima
terra: sar un piccolo fardello in pi per la tua barca
di profugo. A te comanda di lasciare la patria l'ira di Cesare,
a me l'amore. Per me sar Cesare questo mio amore."
Cos tentava, come aveva tentato anche prima,
e a stento si arrese vinta a ci che era utile.
Esco, o quello era piuttosto il funerale di un vivo,
scompigliato, con la barba ispida e i capelli cadenti sul viso.
Lei pazza di dolore, mi dicono, fattosi il buio
nei suoi occhi, cadde come morta nel mezzo della casa.
Quando si sollev coi capelli sporchi di lurida
polvere e tolse dal freddo suolo le membra,
pianse ora s stessa abbandonata, ora abbandonati i Penati
e chiam pi volte il nome del marito che le era strappato,
e mand lamenti non meno che se avesse visto sui roghi
eretti i corpi della figlia e del marito
e voleva morire, e morendo non sentire pi nulla,
ma tuttavia per riguardo a me serb la sua vita.
Viva e, poich cos ha voluto il destino,
viva e soccorra col suo aiuto l'assente.
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4.
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S'immerge nell'oceano il custode dell'orsa erimantide
e col suo astro fa burrascose le acque del mare.
Noi tuttavia fendiamo non di nostra volont il mare Ionio
ma siamo costretti a essere audaci dalla paura.
Me sventurato! Che venti furiosi gonfiano le onde
e la sabbia ribolle divelta dagl'imi fondali!
E simile a un monte, sulla prora e sulla poppa ricurva
si getta l'onda, e flagella le immagini dipinte degli di.
Romba il fasciame di pino, stridono sbattute
le funi, e la stessa carena geme sulla mia sventura.
Il pilota mostrando col pallore la paura che lo agghiaccia
ormai segue vinto la barca, pi non la regge con l'arte
e come un debole guidatore abbandona le non pi utili
briglie al cavallo dal collo irrigidito,
cos non nella direzione che voleva, ma dove trascina la forza
dell'onda, vedo che l'auriga ha abbandonato la vela alla barca.
E se Eolo non mander fuori dei venti mutati,
ormai sar spinto a luoghi che non devo toccare;
infatti lasciata a sinistra lontano l'Illiria,
intravedo l'Italia che mi  stata interdetta.
Cessi, io prego, di soffiare verso terre proibite
il vento, e obbedisca con me al grande dio!
Mentre parlo, e temo e desidero insieme di essere respinto
con che violenza l'onda ha fatto cigolare il fianco!
Piet, abbiate voi piet, o numi del ceruleo mare,
e basti che mi perseguiti il nume di Giove!
Strappate voi a una morte crudele un essere sfinito
se pure, chi gi per, pu essere salvato!
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5.
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O tu che mai dovr nominare dopo chiunque altro
dei miei compagni, e che soprattutto facesti tua la mia sorte,
tu che, lo ricordo o carissimo, osasti per primo sostenermi
mentre ero stordito dalla condanna con le tue buone parole,
che mi desti con tenerezza il consiglio di vivere
mentre nel cuore distrutto vi era il desiderio di morire,
sai bene a chi parlo dagli indizi messi al posto del nome,
e sai pure, o amico, quale  stato il tuo devoto soccorso.
Quello che hai fatto mi sar sempre infisso nelle pi nascoste
midolle e sempre ti sar debitore di questo mio respiro,
e il mio spirito andr ad estinguersi nell'aria vuota
e lascer le ossa sul rogo languente
prima che s'insinui nel mio animo l'oblio dei tuoi meriti
e questo mio affetto venga meno col passare dei giorni.
Gli di ti siano generosi e ti diano una sorte
non bisognosa di alcun aiuto e ben diversa dalla mia!
Se tuttavia la mia nave fosse spinta da un vento amico,
questa tua fedelt rimarrebbe forse ignorata:
Piritoo non avrebbe provato la grande amicizia di Tseo,
se non fosse disceso vivo alle acque infernali;
che il Focese fosse il modello della vera amicizia,
fu dovuto alle tue furie, infelice Oreste;
se Eurialo non fosse caduto nelle mani dei Rutoli nemici
non ci sarebbe nessuna gloria per l'Irtcide Niso.
Come  vero che il fulvo oro si guarda alla fiamma,
cos  nei tempi duri che si deve giudicare la fedelt.
Mentre la fortuna  propizia e ride con volto sereno,
tutto va dietro a chi ha sostanze non intaccate;
ma appena tuona, tutto si dilegua e da nessuno  conosciuto
chi prima era circondato da schiere di amici,
e questo che un tempo io ricavai dagli esempi degli antichi
ora so bene che  vero mediante i miei mali.
Appena due o tre mi rimanete di tanti amici;
gli altri non erano miei amici ma della mia fortuna.
A maggior ragione, voi pochi, portate soccorso alla mia
rovina e trovate un lido sicuro al mio naufragio;
n trepidate troppo per una immaginaria paura
temendo che il dio sia offeso dal vostro attaccamento.
Spesso Cesare ha lodato la fedelt anche nelle schiere
avversarie e l'ama nei suoi seguaci, l'approva nel nemico.
La mia causa  migliore perch non sostenni armi contrarie
ma per la mia ingenuit mi guadagnai questo esilio.
Veglia dunque, ti prego, sui miei casi
se mai si pu addolcire l'ira del nume.
Se qualcuno desidera sapere tutte le mie disgrazie,
egli domanda pi di quanto sia permesso domandare.
Tanti mali ho sofferto quanti astri brillano nell'etere
e quanti granelli ci sono nell'arida sabbia;
e molti ne sopportai pi grandi di quanto si possa credere
e che, quantunque siano accaduti, non troveranno credito;
una parte pure  opportuno che muoia con me
e vorrei, adombrandola, poterla tenere nascosta.
Se avessi una voce instancabile, un petto pi saldo
del bronzo, se possedessi molte bocche e molte lingue
non riuscirei tuttavia a dire tutte le mie disgrazie
perch la materia  superiore alle mie forze.
Invece del condottiero neritio scrivete i miei mali
o dotti poeti, poich io ho sofferto pi mali del Neritio.
Egli err per molti anni in uno spazio ristretto
fra le dimore di Dulichio e di Ilio:
io dopo aver corso mari lontani da tutte le costellazioni
sono stato portato dall'ira di Cesare sulle coste getiche.
Egli ebbe una schiera fedele e dei compagni devoti;
io fui abbandonato profugo dai miei compagni;
egli andava lieto e vittorioso verso la sua patria;
io dalla mia patria fuggii vinto e bandito;
n Dulichio o Itaca o Samo sono la mia dimora
- non  gran pena essere lontani da tali luoghi -
ma Roma che abbraccia dai sette colli con lo sguardo
il mondo, e che  sede dell'impero e soggiorno degli di.
Egli aveva un corpo solido e resistente alle fatiche,
io forze deboli e di chi fu cresciuto negli agi.
Egli fu nelle dure armi continuamente occupato;
io ebbi familiarit soltanto con i placidi studi.
Io fui oppresso da un dio e nessuno portava sollievo
ai miei mali, a lui portava soccorso una dea bellicosa,
e come  inferiore a Giove il dio che regna sulle onde rigonfie,
cos su di lui pes l'ira di Nettuno, su di me l'ira di Giove.
La massima parte inoltre dei suoi travagli non  che invenzione,
mentre nessuna favola ha posto nelle mie disgrazie.
Infine egli ritrov tuttavia i penati desiderati,
e rimise piede sui campi che a lungo aveva cercato;
io invece dovr essere privo per sempre della patria
se non si addolcir l'ira del dio offeso.
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6.
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N Lide fu cos cara al poeta di Claro
n Bittide fu tanto amata dal suo di Coo,
quanto tu nel mio cuore sei radicata, o consorte,
degna di meno sventurato, non migliore marito.
Come la trave posta a sostegno tu hai sorretto la mia
rovina, e se qualche cosa ancora io sono, tutto  tuo dono.
A te devo se non sono una preda e non sono spogliato
da quelli che si gettarono sulle tavole del mio naufragio.
E come un lupo rapace, punto da fame e avido
di sangue cerca di addentare un incustodito ovile,
o come un vorace avvoltoio intorno spia se mai
possa adocchiare una qualche carogna insepolta,
cos non so quale traditore, nella mia acerba sventura,
sarebbe arrivato ai miei beni, se tu permettevi.
Ma lo respinse il tuo coraggio con l'aiuto di forti amici,
per i quali non vi pu essere riconoscenza adeguata.
Cos hai il plauso di un teste tanto veritiero quanto
infelice, se un qualche peso pu avere questo teste.
E alla tua dedizione non  superiore la sposa di Ettore
o Laodamia, che fu compagna nella morte al marito.
Se la sorte ti avesse dato come cantore il poeta
meonio, la fama di Penelope sarebbe seconda alla tua,
sia che tu deva questo a te sola, cresciuta devota senza
un maestro e con la prima luce ti sia stato dato il nobile
sentire, sia che una sovrana, da te venerata per tutti i tuoi
anni, ti insegni a essere il modello della moglie virtuosa,
e simile a lei ti abbia fatta con la lunga consuetudine,
se  lecito paragonare le grandi cose alle piccole.
Ahim, che non hanno grande forza i miei carmi
e la mia voce non  adeguata ai tuoi meriti.
E se in me ci fu per l'addietro qualche poco di vivo vigore,
si  tutto spento, fiaccato dai mali che non hanno fine.
Il primo posto avresti fra le sante eroine,
appariresti la prima per le doti dell'animo.
Quanto poco tuttavia varranno i miei elogi,
nei miei carmi vivrai in eterno.
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7.
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Se possiedi, chiunque tu sia, un'immagine che riproduca
il mio volto, togli dai miei capelli l'edera, il serto di Bacco!
Questo segno d'allegrezza si addice ai poeti lieti:
non  adatta la corona alle mie tempie.
Non fare apparire, ma intendi tuttavia che questo lo dico
a te, o carissimo, che ovunque e sempre mi porti al tuo dito,
che hai incastonato la mia effigie nel biondo oro
e vedi, nel modo che puoi, il caro viso dell'esiliato.
Ogni volta che tu lo guardi, forse ti avviene di dire:
"Come  lontano da me il mio amico Nasone! "
Mi  cara la tua devozione, ma un pi grande ritratto sono
i miei carmi che ti raccomando di leggere quali essi siano,
i carmi che cantano le mutate forme degli uomini,
sfortunata opera interrotta dall'esilio dell'autore.
Partendo, io stesso nel mio sconforto gettai questi carmi,
come pure molti altri, nel fuoco con le mie mani;
e come si dice che la figlia di Testio cremasse il figlio
bruciando un tizzone, e fosse migliore sorella che madre,
cos io posi sul rogo divoratore quei libri incolpevoli,
le mie proprie viscere, perch perissero con me,
sia perch presi in odio le Muse, come mie accusatrici,
sia perch quel poema era ancora adolescente e imperfetto.
Ma poich quei versi non sono stati totalmente distrutti,
ma sopravvivono - penso che fossero scritti in molti esemplari -
ora prego che vivano e, frutto di ozi non ignavi,
dilettino il lettore e a lui mi rammentino.
Tuttavia non potranno esser letti pazientemente da nessuno,
se non si sapr che a loro manca l'ultima mano;
quell'opera fu tolta via da sopra l'incudine
e manc ai miei scritti l'ultimo lavoro di lima,
e indulgenza io chiedo non lode, ritenendomi ampiamente
lodato, se non ti avr infastidito, o lettore.
Eccoti ancora questi sei versi, se li ritieni degni
di essere anteposti sul frontespizio del libro:
"Chiunque tu sia che tocchi quest'opera orfana del padre,
almeno a lei sia dato asilo nella vostra citt;
e perch tu le sia pi benevolo, sappi che non fu pubblicata
dall'autore, ma quasi strappata al suo funerale.
Qualunque difetto perci avr il grezzo poema,
lo avrei emendato, se mi fosse stato consentito."
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8.
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Alla loro sorgente risaliranno indietro dal mare i fiumi,
e voltati i cavalli rifar a ritroso la sua corsa il sole,
la terra porter le stelle, sar solcato dall'aratro il cielo,
l'onda dar fiamme e acqua dar il fuoco
ogni cosa stravolta andr in senso contrario alle leggi
della natura, e nessuna parte del mondo terr il suo cammino,
ormai accadr tutto quello che negavo potesse accadere
e niente vi  che non debba essere creduto possibile.
Tutto questo io predco perch sono stato ingannato
da chi credevo mi avrebbe portato aiuto nella disgrazia.
Cos grande oblio ti prese di me, o infedele,
e cos grande timore avesti di avvicinare un afflitto,
che n volgesti uno sguardo n consolasti chi era a terra
abbattuto, n accompagnasti, o insensibile, il mio funerale?
Il sacro e venerando nome dell'amicizia
giace come vile cosa sotto i tuoi piedi?
Che ti costava visitare l'amico schiacciato sotto un ingente
peso e dargli sollievo con la tua parte di buone parole
e se proprio non lasciar cadere una lacrima sui miei casi,
concedere tuttavia qualche espressione di simulato dolore
e, cosa che fanno gli sconosciuti, dirgli almeno addio,
e unirti alle parole del popolo e avere il volto di tutti,
e infine il mio viso piangente, che mai pi avresti rivisto,
guardarlo finch ti era concesso quell'ultimo giorno
e per l'unica e ultima volta in tutta la vita
ricevere e ricambiare con pari accento "addio"?
Altri lo fecero che non mi erano uniti da nessun legame
e versarono lacrime a testimoniare il loro dolore.
Che sarebbe accaduto se non ti ero stretto dal vivere insieme,
da motivi profondi, e da un amore di lunga durata?
Che cosa, se tu non avessi conosciuto tante mie vicende
leggere e serie, e io tante tue vicende leggere e serie?
Che cosa, se soltanto a Roma io ti avessi conosciuto,
mentre tante volte mi fosti compagno in ogni sorta di luoghi?
Tutte queste cose dileguarono vane nei venti del mare?
Tutte se le portano sommerse le acque del Lete?
Non credo che tu sia nato nella placida citt di Quirino,
la citt che il mio piede non dovr pi toccare
ma fra gli scogli di questa riva sinistra del Ponto,
e nelle montagne selvagge della Scizia e della Sarmazia;
e il tuo cuore  cinto da vene di selce
e il duro tuo petto racchiude semi di ferro;
e la nutrice che un tempo ti porse le mammelle gonfie
da succhiare dal tuo tenero palato era una tigre.
Altrimenti non riterresti cos estranei a te, come fai,
i miei mali, e non saresti accusato da me di durezza.
Ma poich ai danni del destino si aggiunge anche questo,
che quei nostri primi anni pi non abbiano il loro valore,
fa che io dimentichi questa tua colpa e con la stessa
bocca che si lamenta io lodi la tua devozione.
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9.
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Ti sia concesso di arrivare indenne al termine della vita
tu che leggi, a me non nemico, questa mia opera,
e potessero per te avere esito i miei voti,
che non scossero per me gli di insensibili!
Finch sarai prospero, conterai molti amici:
ma se il tempo si far nuvoloso sarai solo.
Tu vedi come vengono alla bianca casa le colombe,
mentre una torre lurida non accoglie nessun uccello.
Mai le formiche si dirigono a un vuoto granaio;
e nessun amico andr da una ricchezza distrutta,
e come l'ombra ci  compagna andando sotto i raggi del sole,
ma fugge se il sole si nasconde coperto dalle nubi,
cos il volgo incostante segue l'abbaglio della fortuna,
ma se ne va, appena esso  coperto dal velo di una nube.
Mi auguro che questo possa sempre essere non vero per te;
ma in seguito ai miei casi devo ammettere che  vero.
Finch fui in auge, era frequentata quanto bastava
la mia casa, nota s ma senza ambizione
ma appena fu scossa tutti temettero il crollo
e prudenti voltarono le spalle in una fuga comune.
Io non mi meraviglio se temono i fulmini crudeli
le cui fiamme sogliono propagarsi alle cose vicine.
Tuttavia chi rimane amico nei momenti pi duri
Cesare lo approva anche nei nemici pi invisi,
n suole adirarsi - non vi  infatti un altro pi mite -
che qualcuno, se ebbe un amore, lo ami nella disgrazia.
Dopo che ebbe conosciuto il compagno dell'argolico
Oreste, si narra che lo stesso Toante approvava Pilade;
la fedelt che l'Actoride ebbe sempre verso il grande
Achille, era solita essere lodata dalla bocca di Ettore;
che Tseo fedele accompagnasse agl'inferi l'amico,
dicono che fece commuovere il dio del Tartaro;
quando ti fu raccontata, o Turno, la fedelt di Eurialo e di Niso
si deve credere che le tue guance si bagnarono di lacrime.
Anche agli sventurati si serba fedelt e viene approvata
nel nemico. Ahim, quanto pochi sono scossi da queste mie parole!
Tale  il mio stato, cos  ora la mia sorte
che nessun limite ci deve essere alle lacrime.
Ma il mio animo, quantunque tristissimo per la propria
disgrazia,  stato rasserenato dai tuoi successi.
Che questo sarebbe avvenuto io lo vidi gi allora, o carissimo,
quando la brezza spingeva ancora poco la tua barca.
Se hanno un qualche valore sia i costumi sia una vita
senza macchia, nessuno potrebbe essere pi stimato di te;
o se qualcuno porta alto il capo per le arti liberali,
qualunque causa diviene, con la tua eloquenza, vittoriosa.
Io ne rimasi colpito e subito apertamente ti dissi:
"Un vasto teatro, o amico, attende le tue doti."
Questo me lo disse non il fegato di una pecora, non un tuono
a sinistra, non il canto o il volo di un uccello osservato.
La ragione  il mio augurio e la mia previsione del futuro;
con la ragione io divinai e diedi il responso.
E poich esso dice il vero, con tutto l'animo mi congratulo
con te e con me che il tuo ingegno non  rimasto nascosto.
Fosse rimasto nascosto il mio nelle tenebre pi profonde!
Meglio era che la mia fatica non fosse venuta alla luce,
e come ti giovano, amico facondo, arti severe
cos arti dissimili dalle tue mi hanno nuociuto.
Tuttavia ti  nota la mia vita; sai che da quelle arti
si sono tenuti lontani i costumi del loro autore;
sai che questo vecchio poema fu un divertimento da giovane
e che i suoi giochi, pur non lodevoli, non sono che giochi.
Dunque come penso che le mie colpe non possano essere difese
con nessuna colorita parola, cos penso che si possano scusare.
Scusale se puoi e non abbandonare la causa di un amico:
e procedi sempre cos con quel passo con cui hai bene incominciato.
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10.
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Io ho, e prego di avere, la protezione della bionda Minerva,
e la mia nave prende il nome dal suo elmo che vi  dipinto.
Se vi  bisogno delle vele, corre agile al minimo soffio;
se vi  bisogno dei remi, coi rematori divora il cammino.
N  contenta di vincere con la sua corsa alata le compagne;
raggiunge le navi prima di lei uscite con qualunque vantaggio.
E sopporta le correnti e resiste alle onde che l'assalgono
da lontano e non si apre agli urti delle acque furiose.
Da me conosciuta per la prima volta nella corinzia Cencre
rimane guida e compagna fidata della mia trepida fuga;
e attraverso tanti casi e tanti mari sconvolti da venti
ostili, non corse pericolo sotto il nume di Pallade.
Anche ora, io prego, varchi sicura l'ingresso del vasto Ponto,
ed entri nelle acque, che deve raggiungere, della sponda getica.
Come mi ebbe condotto nel mare dell'eolia Elle
segnando il suo lungo cammino con una tenne scia,
piegammo il corso a sinistra e dalla citt di Ettore
giungemmo al tuo porto, o terra di Imbro.
Di l raggiunto con un vento leggero il lido di Serinto,
la sua stanca carena ha toccato Samo di Tracia;
di qui  breve il tragitto per chi vada a Tempira
sulla sponda di fronte. Fin qui essa ha seguito il suo padrone;
infatti ho deciso di percorrere a piedi i campi bistonii.
Essa, solcate di nuovo le acque dell'Ellesponto, si  diretta
a Dardania che porta il nome del suo fondatore
e poi alla tua volta, o Lampsaco, protetta dal dio campestre,
e allo stretto che, con le anguste acque della fanciulla
infelicemente trasportata, separa Sesto dalla citt di Abdo,
e di qui a Czico unita alle coste della Propontide,
Czico, nobile opera della genta emonia,
e alle rive bizantine che dominano l'imbocco del Ponto:
questo luogo  la vasta porta dei due mari.
Prego che essa la superi, e sospinta dai soffi di Austro
trapassi gagliarda le mobili Cinee
e il golfo di Tinia e da questo, per la citt di Apollo,
indirizzi la rotta sotto le compatte mura di Anchalo.
Dopo oltrepassi il porto di Mesembra e Odesso
e la rocca che ha avuto nome dal tuo nome, o Bacco,
e quelli che, si dice, venuti dalle mura di Alctoo,
stabilirono profughi in queste sedi il loro Lare;
e quindi approdi incolume alla citt milesia
dove mi ha relegato l'ira del dio offeso!
Se questi voti si avverano, un'agnella cadr per la meritevole
Minerva; una vittima pi grande non permettono le mie sostanze.
Voi pure, o Tindaridi, fratelli venerati in quest'isola,
favorite, vi prego, numi benevoli, il mio doppio cammino!
Una nave infatti si appresta a passare fra le strette
Simplgadi, l'altra a solcare le acque bistonie.
Voi fate che, sebbene cerchiamo luoghi diversi,
una nave abbia venti favorevoli, n meno favorevoli l'altra!
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11.
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Ogni lettera che tu hai letto in tutto il mio piccolo libro,
io l'ho scritta durante i giorni angosciati del viaggio.
O questi versi mi vide scrivere in mezzo alle sue onde
l'Adriatico, mentre tremavo al freddo di dicembre,
o dopo che superai nel mio viaggio l'istmo fra i due mari
e presi una seconda nave per la mia fuga nell'esilio.
Che facessi dei versi fra il furioso urlare del mare,
penso che abbia fatto stupire le Cicladi ege.
Io stesso sono stupito che il mio genio non abbia ceduto
davanti a cos grande tempesta e dell'animo e del mare.
Ottundimento si chiami o follia questa mia passione,
da questa occupazione fu lenito ogni mio affanno.
Spesso ero sbattuto incerto dai tempestosi Capretti,
spesso il mare era minaccioso sotto l'astro di Sterope,
e oscurava il giorno il custode dell'atlantide Orsa,
o l'Austro svuotava le Iadi dei loro diluvi serali;
spesso un'ondata finiva dentro la barca: io tuttavia
tracciavo, come venivano, con mano tremante i miei carmi.
Anche ora le sartie stridono tese sotto l'Aquilone,
e l'acqua monta ricurva e s'innalza a guisa di montagna.
Il timoniere stesso levando le mani alle stelle
invoca, dimentico della sua arte, soccorso.
Dovunque guardo non vedo che lo spettro della morte,
che temo con l'animo incerto e invoco mentre la temo.
Se toccher il porto, anche del porto avr terrore:
la terra mi spaventa pi dell'acqua ostile.
Infatti mi accasciano insieme le insidie degli uomini
e del mare, e la spada e l'onda mi causano una doppia paura:
quella temo che speri di far preda del mio sangue,
e questa che cerchi di avere il vanto della mia morte.
A sinistra vi  una barbara terra avvezza all'avida rapina,
sempre occupata nel sangue nelle stragi e nella guerra,
e bench il mare sia agitato dai marosi invernali,
il mio animo  pi sconvolto del mare.
Cos devi essere pi indulgente, benevolo lettore, con questi
miei versi se sono inferiori, come sono, alla tua attesa.
Non li scrivo come un tempo nel mio giardino,
n tu accogli, lettuccio consueto, il mio corpo.
Sono in balia, nella luce brumale, dell'abisso invitto
e la carta stessa  spruzzata dalle acque cerulee.
Mi contrasta selvaggia la tempesta e s'infuria perch oso
scrivere mentre mi lancia le sue dure minacce.
Vinca pure sull'uomo la tempesta; ma come porr fine ai versi
prego che nello stesso tempo lei cessi il suo furore.
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LIBRO SECONDO.
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Che ho a che fare con voi, o libri, mia sfortunata passione,
se io stesso col mio genio mi sono miseramente perduto?
Perch ritorno alle Muse, mio crimine, test condannate?
O  poco aver solo una volta meritata la pena?
E per i carmi che mi vollero conoscere,
con augurio infausto per me, uomini e donne:
 per i carmi che Cesare ha censurato me e i miei costumi
a causa dell'Arte che ha gi ordinato sia fatta sparire.
Toglimi la poesia e toglierai anche le colpe alla mia vita.
Io devo ai versi, lo riconosco, la mia condanna.
Questo  il premio allo zelo e alle insonni fatiche
che ho guadagnato: una punizione ha trovato il mio genio.
Se fossi saggio odierei a ragione le dotte sorelle,
divinit funeste al loro cultore.
Ma ora - cos grande  la follia compagna del mio male -
torno a cozzare l'infausto piede contro il sasso gi urtato,
come il gladiatore vinto ritorna nell'arena e scende
di nuovo nelle acque rigonfie la nave che ha gi fatto naufragio.
Forse, come un tempo per colui che teneva il regno di Teutrante,
cos per me la medesima cosa che mi fer dovr anche guarirmi,
e la Musa lenir pure la collera che essa ha provocato.
Piegano spesso i carmi la maest degli di.
Anche lo stesso Cesare ordin alle matrone e alle nuore
ausonie di cantare inni a Opi dalla corona turrita;
e aveva ordinato di cantarne a Febo durante i giochi
che egli istitu e che ogni secolo vede una volta sola.
Per questi esempi, ti prego, o mitissimo Cesare,
si lasci ora intenerire la tua ira dal mio genio!
Essa  giusta e io non negher di averla meritata -
non a tal punto  fuggito il pudore dalla mia bocca -,
ma, se io non avessi peccato, che cosa tu potresti concedere?
La mia sorte ti ha offerto occasione di perdono.
Se, ogni volta che peccano gli uomini, mandasse i suoi fulmini
Giove, in breve tempo rimarrebbe egli senz'armi.
Ma quando ha tuonato e col fragore ha atterrito il mondo,
egli dissipa le nubi piovose e fa tornare limpida l'aria.
Giustamente perci  chiamato padre e signore degli di,
giustamente il vasto mondo non ha nulla pi grande di Giove.
Tu pure, poich sei chiamato signore e padre della patria,
segui la condotta del dio che porta il medesimo nome.
Ma tu lo fai e nessuno ha mai potuto tenere
con pi moderazione di te le redini del suo impero.
Tu spesso hai concesso al partito vinto il perdono,
che a te un vincitore mai avrebbe concesso.
Ho pure visto colmati di ricchezze e di onori
molti che avevano portato le armi contro il tuo capo;
e il giorno che pose fine alla guerra ti spense la collera
della guerra; e le due parti insieme portarono doni ai templi;
e come i tuoi soldati godono di aver vinto il nemico,
cos il nemico ha motivo di godere d'esser stato sconfitto.
La mia causa  migliore, poich  noto che non ho seguito
n armi a te contrarie n un potere a te ostile.
Giuro davanti al mare, alla terra, agli di infernali,
giuro davanti a te, dio presente e invisibile
che hai avuto il favore di questo cuore, e che io, o grandissimo
fra gli uomini, con l'animo, come solo potevo, sono stato tuo.
Ho desiderato che tu raggiungessi tardi gli astri del cielo
e fui una piccola parte della folla che fece il medesimo voto;
e per te ho sparso devoti incensi e nel concerto generale
ho anche aiutato coi miei voti privati le pubbliche preghiere.
Dovrei ricordare che anche quei libri, che sono la mia
colpa, in mille luoghi sono pieni del tuo nome?
Guarda l'opera pi importante, che ancora rimane incompiuta,
che canta le trasformazioni incredibili degli esseri:
l troverai gli elogi del vostro nome,
troverai molte prove della mia devozione.
Non fanno i carmi pi grande la tua gloria, n c' campo
in cui essa possa accrescersi per divenire pi grande.
La fama di Giove sorpassa ogni limite: tuttavia egli ama
che siano riferite le sue imprese e di essere materia di poesia,
e quando si ricordano le battaglie della guerra contro i Giganti,
si deve credere che egli si compiace di essere esaltato.
Altri ti celebrano con eloquio degno della tua persona
e con ingegno pi immaginoso del mio cantano le tue lodi.
Ma tuttavia, come al sangue versato di cento tori,
cos si commuove la divinit all'omaggio di un poco d'incenso.
Ah, feroce e pi crudele di tutti quel mio nemico,
chiunque sia stato, che ti lesse i miei erotici giochi,
cos che tu non potessi leggere con giudizio sereno
i versi che ti onorano nei miei libri.
Ma se tu sei adirato contro di me chi mi potrebbe essere amico?
A fatica allora io non prendevo in odio me stesso.
Quando una casa scossa comincia a crollare,
tutto il peso grava sulla parte inclinata;
e se per caso una fessura si apre, l'intero edificio
si squarcia e in parte gi rovina trascinato dal proprio peso.
Cos la poesia mi ha procurato l'odio della gente
e la massa, come doveva, ha seguito il tuo volto adirato.
Eppure, ricordo, approvavi la mia vita e i miei costumi
quando sfilavo davanti a te sul cavallo che mi avevi donato.
Ma se questo non vale e all'onest nessuna ricompensa
viene data, non ero incorso per in nessuna censura.
N fu male affidarmi la sorte degli imputati,
n le cause che vengono indagate dai centumviri.
Anche degli affari privati sono stato giudice senza biasimo,
e anche la parte perdente ha riconosciuto la mia onest.
Me infelice! avrei potuto, se non mi nuocevano gli ultimi casi,
vivere sicuro per la tua approvazione data non una volta sola.
Gli ultimi atti sono la mia rovina e una sola tempesta
sommerge nel fondo del mare la barca tante volte incolume,
e non una piccola parte del gorgo mi nocque, ma tutti
i flutti e l'Oceano si riversarono su questo mio capo.
Perch vidi? Perch resi colpevoli i miei occhi?
Perch dalla mia imprudenza fu conosciuta una colpa?
Ignaro Atteone vide Diana senza le vesti:
ed egli nondimeno fu preda dei suoi cani;
per i Celesti dunque anche la disavventura deve essere espiata
e quando  offeso un nume non ha perdono nemmeno il caso.
Quel giorno in cui mi travolse un maledetto errore,
per la mia casa, umile s, ma senza macchia,
che anche cos umile  riconosciuta illustre per l'antichit
degli avi e non inferiore per nobilt a nessun'altra,
e che non si distingue n per ricchezza n per povert,
e il cavaliere non si fa notare n per l'una n per l'altra.
Sia pure la mia casa umile per il censo o per l'origine,
certamente non  sconosciuta per il mio genio.
E sebbene io sembri averlo troppo impiegato in giochi
giovanili, tuttavia grande fama mi viene dal mondo
intero, e la schiera dei letterati conosce Nasone e non teme
di annoverarlo fra gli autori che non sono sgraditi.
Croll dunque questa mia casa, cara alle Muse, caduta
sotto il peso di una sola ma non piccola colpa;
ma  caduta in modo che, se si placher col tempo
la collera di Cesare offeso, essa potr risorgere.
E tanto grande  la sua clemenza nell'applicare la pena
che essa  giunta pi mite di quanto io avevo temuto.
Mi fu data la vita e di qua dalla morte si arrest la tua ira
o principe che hai usato con moderazione il tuo potere.
Inoltre mi si aggiungono, poich non me li togli, i beni
paterni, come se la vita fosse troppo piccolo dono.
N hai fatto condannare la mia azione da un decreto del senato
n il mio esilio  stato ordinato da un giudice scelto
investendomi con crude parole - cos era degno di un principe -
tu stesso hai vendicato, come si conviene, le tue offese.
Inoltre l'editto, quantunque duro e minaccioso,
tuttavia fu mite nel nome dato alla pena:
infatti in esso sono detto relegato, non esiliato
e vi adoperi parole apposite per la mia sorte.
Senza dubbio non vi  pena pi grande per chi  sano e padrone
della sua mente che l'avere offeso un uomo cos eccelso,
ma la divinit suole talvolta lasciarsi placare;
di solito, dissipata la nube, torna splendente il giorno.
Io ho visto, carico di una vite ricca di pampini, un olmo
che era stato colpito dal fulmine dell'adirato Giove.
Bench tu stesso mi vieti di sperare, io sperer sempre,
questo solo si pu fare contro i tuoi divieti.
Una grande speranza mi si accende se guardo a te, mitissimo
principe, cade la mia speranza se guardo al mio misfatto.
E come, quando i venti sconvolgono l'aria, la loro rabbia
non  uguale e il loro furore non  continuo,
ma a un certo momento si calmano e per un tratto tacciono
e si pensa che abbiano deposto la loro violenza,
cos se ne vanno, ritornano e mutano i miei timori
e mi danno e mi tolgono la speranza che tu ti plachi.
Perci per gli di del cielo, che prego ti diano e ti daranno
lunghi anni, se hanno caro il nome romano,
per la patria che  sicura e tranquilla avendoti padre,
della quale, come uno del popolo, poco fa ero parte,
ti sia reso da Roma riconoscente quell'amore dovuto
che per le opere e per l'animo costantemente meriti!
E Livia finisca in tua compagnia i suoi anni di sposa
che solo di te e di nessun altro consorte era degna,
senza la quale ti starebbe bene solo la vita da celibe,
poich nessuna vi era che meritasse di averti suo sposo.
Che tu viva risparmiato dai mali e cos tuo figlio, e un giorno
arrivi a reggere vecchio, assieme a te pi vecchio, questo impero!
E come lo fanno gi, possano i tuoi nipoti, giovane costellazione,
ricalcare le tue imprese e le imprese del tuo genitore!
Cos la Vittoria, da sempre familiare nel tuo campo,
anche ora si mostri e cerchi le insegne a lei note,
e con le ali consuete circondi di voli il condottiero ausonio,
e gli ponga sulle fulgide chiome una corona di alloro;
per sua mano conduci le guerre e nella sua persona
ora combatti, e a lui dai il tuo augusto auspicio e i tuoi di,
e con una met di te sei presente e vegli su Roma,
con l'altra sei lontano e ingaggi guerre feroci;
cos ti ritorni egli vincitore dal nemico sconfitto
e splenda alto sui suoi cavalli inghirlandati!
Piet, ti prego, e riponi il tuo fulmine, arma crudele,
arma, ahim, troppo a me nota, sventurato che sono.
Piet, o padre della patria, e non togliermi, dimentico di questo
tuo titolo, la speranza che un giorno tu ti possa placare!
Non chiedo di ritornare, quantunque si deve credere che spesso
i potenti di hanno accordato pi di quanto veniva domandato;
se accordi a chi ti prega un esilio pi mite e pi vicino,
una grande parte sar stata tolta alla mia pena.
Io soffro i mali peggiori, gettato nel mezzo di genti nemiche,
e nessuno  esiliato pi lontano di me dalla patria.
Io solo, spedito alle foci dell'Istro dalle sette braccia,
sono oppresso dal gelido asse della vergine parrasia.
I Czici e i Colchi e l'orda Metera e i Geti a fatica
son tenuti lontano dalle acque del Danubio che ci separa.
E quantunque altri siano stati da te esiliati per una causa
pi grave, a nessuno fu assegnata una terra pi lontana;
pi lontano di questa non vi  niente, se non freddo e nemici,
e l'acqua del mare che si stringe in solido ghiaccio.
Fin qui arriva il dominio romano dell'Eusino sinistro,
Bastarni e Sarmati occupano le regioni vicine;
questa  l'ultima terra caduta sotto il dominio ausonio
e a fatica rimane unita al margine del tuo impero.
E cos ti prego e ti supplico di relegarmi in un luogo sicuro,
perch oltre alla patria non mi sia tolta anche la pace,
perch non viva nel timore di genti che l'Istro male trattiene,
e non possa cadere, tuo cittadino, nelle mani del nemico;
 sacra legge che nessuno, nato di sangue latino,
abbia a patire barbare catene finch regnano i Cesari.
Due crimini mi hanno perduto, un carme e un errore:
di questo debbo tacere quale  stata la colpa:
infatti non valgo tanto che io debba riaprire le tue ferite,
o Cesare,  gi troppo che tu abbia sofferto una volta.
Rimane l'altro per il quale mi si accusa di essermi fatto,
con un carme osceno, maestro d'impudico adulterio.
 dunque possibile che talvolta una mente celeste s'inganni,
e molti fatti minimi sfuggono alla tua conoscenza.
E come Giove, che vigila a un tempo sugli di e sull'alto
cielo, non pu fare attenzione agli avvenimenti da poco,
cos mentre giri lo sguardo intorno al mondo che da te dipende,
sfuggono alle tue cure le cose di minor momento.
Tu, il signore dell'impero, lasceresti il tuo alto compito
per leggere dei carmi composti di versi ineguali?
Non sei cos poco pressato dalla mole del nome romano,
n cos leggero  il peso che reggono le tue spalle
che tu possa volgere la tua mente divina a futili giochi,
e scrutare coi tuoi propri occhi il frutto dei miei ozi.
Ora tu hai la Pannonia, ora hai la sponda illirica da domare;
ora le armi retiche e le armi tracie suscitano timori;
ora chiede pace l'armeno; ora consegna con timida mano
i suoi archi il cavaliere parto e le insegne conquistate;
ora in tuo figlio la Germania sperimenta di nuovo te giovane
e al posto del grande Cesare un altro Cesare le fa guerra.
Infine, sebbene in un corpo cos grande quanto nessun altro
mai esistito, nessuna parte vi  dell'impero che vacilli.
Ti affaticano inoltre Roma e la tutela delle tue leggi
e dei costumi, che desideri siano simili ai tuoi.
A te non  concessa la pace che tu procuri ai popoli
e contro molti devi far guerre senza quiete.
Dovrei meravigliarmi dunque che sotto il peso di cos grandi
impegni tu non abbia mai scorso i miei versi scherzosi?
Ma se mai tu ne avessi trovato il momento, come vorrei,
nulla avresti letto da incriminare nella mia Arte.
Quegli scritti, lo ammetto, non hanno certo la fronte severa
e non sono degni di essere letti da un principe cos augusto;
non per questo tuttavia sono contrari ai precetti delle leggi
e non mirano a istruire le nuore romane.
E perch tu non possa dubitare per chi io scriva
quei libri, uno dei tre ha questi quattro versi:
"State lontani, tenui nastri, simbolo del pudore,
e tu lunga frangia che copri fino a met il piede!
Nulla canteremo che non sia legittimo e i permessi amori
furtivi, e nessuna colpa si trover nel mio poema."
Non ho forse rigorosamente allontanato da quest'Arte quelle
tutte che la stola indossata e i nastri vietano di toccare?
- Ma una matrona pu usare le arti destinate ad altre,
e qui trova insegnamenti, sebbene non siano a lei indirizzati -.
Allora la matrona non legga nulla, perch da ogni carme
pu essere fatta pi esperta al peccare.
Qualsiasi opera accoster, se qualcuna  propensa al male,
la user per plasmare i suoi costumi al vizio:
prender gli Annali- niente  pi ispido di quell'opera -,
sicuramente vi legger da chi Ilia sia stata resa madre;
come prender l'inizio "O genitrice degli Eneadi", ricercher
come l'alma Venere sia la madre degli Eneadi.
Dimostrer pi avanti, se mi  possibile andare per ordine,
che ogni genere di poesia pu nuocere agli animi;
non per questo tuttavia ogni libro sar da incriminare:
non vi  niente di utile che non possa essere anche dannoso.
Che vi  di pi utile del fuoco? Se uno tuttavia si prepara
a bruciare una casa, arma di fiamme le sue mani audaci.
La medicina talvolta toglie e talvolta dona la salute;
e mostra quale erba giovi e quale sia dannosa.
E sia il brigante e sia il prudente viandante si cinge di spada:
ma l'uno tende agguati, l'altro reca aiuto a se stesso;
si apprende l'eloquenza perch sostenga le cause giuste:
ma essa protegge i colpevoli e opprime gl'innocenti.
E cos il mio poema, se sia letto con mente retta,
tale apparir che non pu nuocere a nessuno.
"Ma corrompo certune." Chiunque cos pensa sbaglia
e attribuisce troppa importanza ai miei scritti.
E sia pure, ma anche gli spettacoli offrono germi
di corruzione: comanda che siano soppressi tutti i teatri!
Quante volte hanno offerto a molti occasione di peccare,
quando la sabbia di Marte cosparge il duro suolo.
Si abolisca il circo: non  senza pericolo la libert del circo.
Qui la fanciulla siede stretta accanto a un uomo sconosciuto.
Poich certune vi passeggiano per incontrarvi
i loro amanti, perch nessun portico  chiuso?
Vi  un luogo pi augusto dei templi? Eviti anche i templi
chi  incline per natura al suo disonore.
Quando soster al tempio di Giove, nel tempio di Giove
si ricorder quante donne ha reso madri quel dio.
Adorando Giunone nel tempio vicino le verr in mente
che questa dea ebbe a dolersi di molte concubine.
Alla vista di Pallade, si chieder perch la vergine
allev Erittonio, fanciullo nato da una colpa.
Andr al tempio del grande Marte, tuo dono:
Venere  accanto all'Ultore, il marito davanti alla porta;
seduta nel tempio di Iside, si domander perch la Saturnia
l'abbia cacciata attraverso il mar Ionio e il Bosforo;
davanti a Venere sar Anchise a venirle in mente,
davanti alla Luna l'eroe latmio e davanti a Cerere Iasio.
Tutto questo pu corrompere gli animi inclini al male:
eppure tutto rimane sicuro al suo posto.
E dalla mia Arte scritta per le sole libertine
la prima pagina respinge lontano le mani virtuose.
Colei che entra dove il sacerdote non consente,  lei stessa
sbito colpevole di un delitto da cui egli  liberato.
E tuttavia non  un crimine scorrere teneri versi;
le donne caste possono leggere molte cose che non devono fare.
Spesso una matrona dal sopracciglio severo vede
donne nude e in attesa di ogni gioco di Venere;
gli occhi delle Vestali si posano sui corpi delle meretrici
senza che questo sia causa di punizione al lenone.
Ma perch vi  troppa lascivia nella mia Musa,
o perch il mio libro persuade qualcuno ad amare?
Non posso che ammettere il mio errore e la mia colpa manifesta:
mi pento della mia ispirazione e del mio genere di poesia.
Perch piuttosto nel mio carme non  stata di nuovo
assediata Troia che cadde sotto le armi argoliche?
Perch non ho cantato Tebe e le reciproche ferite dei fratelli
e le sette porte ciascuna assegnata a un suo capo?
Nemmeno mi negava la materia con le sue guerre Roma,
ed  una pia fatica cantare le vicende della patria.
Infine, poich hai riempito il mondo dei tuoi meriti, o Cesare,
di tante imprese avrei dovuto cantarne una parte;
e come attira gli occhi la luce raggiante del sole,
cos le tue imprese avrebbero attirato il mio animo.
Ingiustamente mi si rimprovera. Un piccolo campo io aro;
quell'opera richiedeva grande fertilit di ingegno.
Cos non deve affidarsi all'alto mare una barca,
se osa giocare in un piccolo lago.
E forse dovrei anche domandarmi se sono abbastanza adatto
ai generi leggeri e se sono all'altezza dei soli modi minori.
Ma se tu mi ordini di cantare i Giganti domati dal fuoco
di Giove, il grave fardello infranger i miei sforzi.
Solo un ricco ingegno pu scrivere le straordinarie gesta
di Cesare, perch l'opera non rimanga inferiore alla materia.
E tuttavia mi ero cimentato, ma mi sembrava di diminuirti,
e, cosa sacrilega, essere di danno alle tue virt.
Tornai di nuovo all'opera leggera, a carmi di spirito
giovanile e infiammai il mio petto di un amore immaginato.
Non vorrei davvero averlo fatto, ma mi trascinava il mio destino,
e volgevo il mio genio a procurarmi la mia rovina.
Ahim, perch ho studiato? Perch i genitori mi hanno istruito
e non vi  scritto che non abbia fatto sostare i miei occhi?
Questa  la lascivia che mi ha reso a te inviso per l'Arte
che hai ritenuto incitasse a turbare i talami proibiti.
Ma n le spose impararono dal mio insegnamento gli amori
furtivi e nessuno pu insegnare ci che poco conosce.
Cos io composi dilettevoli amori e teneri carmi,
senza che alcuna diceria abbia leso il mio nome;
e non vi  marito, nemmeno fra la plebe,
che si senta padre dubbio per mia colpa.
Credimi, la mia condotta  lontana dalla mia poesia -
la vita  costumata, scherzosa  la mia Musa -
e gran parte delle mie opere  menzognera e inventata:
essa si  presa pi libert che non il suo autore.
N il libro  indizio dell'animo, ma onesto desiderio
di offrire mille versi che accarezzino gli orecchi.
Accio sarebbe un sanguinario, Terenzio un crapulone,
e bellicosi i poeti che cantano le guerre crudeli.
Infine non io solo ho composto teneri amori:
ma io solo sono stato punito per aver cantato l'amore.
Che altro ha insegnato se non a mescolare Venere
al molto vino la Musa del vecchio lirico di Teo?
Saffo di Lesbo cosa ha insegnato alle fanciulle se non l'amore?
Tuttavia Saffo and sicura e pure lui fu sicuro.
N a te nocque, o Battiade, aver spesso confessato
tu stesso nei versi i tuoi piaceri al lettore.
Nessuna commedia del giocoso Menandro  senza amore,
e suole egli esser letto dai giovani e dalle fanciulle.
L'Iliade stessa che altro  se non un'adultera
per la quale si batterono l'amante e il marito?
Che altro canta all'inizio se non la passione per Briseide
e come la fanciulla rapita scatenasse la collera fra i duci?
O che cos' l'Odissea se non una donna contesa per amore
da molti uomini, mentre il marito  lontano?
Chi se non il Meonio narra di Venere e di Marte incatenati
e i loro corpi allacciati su un letto impudico?
Da dove sapremmo se non dal racconto del grande Omero
che due dee si accesero di amore per il loro ospite?
La tragedia supera in seriet ogni genere letterario:
anch'essa tuttavia ha sempre per argomento l'amore.
Che vi  nell'Ippolito se non la passione di una cieca matrigna?
Celebre  Canace per l'amore per il proprio fratello.
E il Tanealide dalle spalle d'avorio non port via sui frigii
cavalli la principessa di Pisa e Cupido ne guidava il carro?
Il dolore causato da un amore offeso spinse una madre
a tingere un ferro del sangue dei suoi figli.
L'amore mut improvvisamente in uccelli, insieme all'amante,
un re e quella madre che piange tuttora il suo Iti.
Se il fratello scellerato non avesse amato Erope,
non leggeremmo che i cavalli del Sole corsero a ritroso.
E l'empia Scilla non avrebbe toccato i coturni della tragedia,
se l'amore non l'avesse indotta a tagliare il capello del padre.
Tu che leggi Elettra e Oreste fuori di senno,
leggi il delitto di Egisto e della figlia di Tindaro.
Che dovrei dire poi dell'inflessibile domatore di Chimera,
che una perfida ospite per poco non fece morire?
Che dovrei dire di Ermione, di te, figlia di Scheneo,
e di te, profetessa di Febo, amata dal capo miceneo?
Che cosa di Danae, della nuora di Danae, della madre di Lieo,
di Emone e di colei per la quale due notti si unirono?
Che cosa del genero di Pelia, che cosa di Tseo o di quello
dei Pelasgi che, sceso dalla nave, tocc per primo l'iliaco suolo?
A questi si aggiunga Iole, e la madre di Pirro, e la moglie
di Ercole, a questi si aggiunga Ila e l'iliaco giovinetto.
Mi mancherebbe il tempo se volessi enumerare le passioni
della tragedia e il mio libro ne conterr appena i nudi nomi.
Anche la tragedia si mescola alle oscene risate
e ha molte parole che oltraggiano il pudore.
E all'autore che ha rappresentato Achille effeminato
non nuoce averne svilito nei suoi versi le forti gesta.
Aristide raccolse nelle sue opere le licenziosit milesie,
e tuttavia Aristide non fu cacciato dalla sua citt;
n colui che descrisse l'uccisione degli embrioni materni,
Eubio, autore di una storia impudica,
e nemmeno fu cacciato colui che di recente compose le storie
sibaritiche, n coloro che non tacquero i loro amplessi;
queste opere sono mescolate ai capolavori dei dotti ingegni,
e, fatte pubbliche per dono dei capi, sono aperte a tutti.
E per non dovermi difendere solo con le armi straniere,
anche i libri romani contengono molte cose non serie,
e come Ennio ha cantato Marte col suo tono grave
Ennio grandissimo per il genio ma rozzo nell'arte,
e come Lucrezio spiega le cause del fuoco divoratore,
e profetizza che il triplice mondo andr distrutto,
cos il lascivo Catullo cant spesso la sua amante
a cui dava il falso nome di Lesbia;
e non contento di lei, raccont una folla di amori,
nei quali confess egli stesso la sua infedelt.
Uguale e simile fu la licenziosit del piccolo Calvo,
che svel su ritmi variati i suoi amori furtivi.
Dovr ricordare i versi di Ticida, il carme di Memmio,
che danno alle cose i loro nomi e i nomi fanno arrossire?
Anche Cinna  a questi compagno e Anser pi procace di Cinna
e la leggera opera di Cornificio e quella simile di Catone,
e quelli nei cui libri si legge colei che ora  nascosta
sotto il nome di Perilla, ora  chiamata col tuo nome, o Metello.
Anche colui che guid la nave Argo alle acque del Fasi,
non pot tacere i convegni furtivi del suo amore.
N meno impudichi sono i carmi di Ortensio, n meno impudichi
quelli di Servio: chi esiterebbe a seguire nomi cos famosi?
Sisenna tradusse Aristide e non gli rec danno
l'avere inserito nella sua storia spassi indecenti;
non fu disonore per Gallo l'aver celebrato Licoride,
ma il non aver frenato la lingua dopo il troppo vino.
Arduo stima Tibullo credere all'amante che giura,
poich similmente essa nega gli amori con lui davanti al marito.
Egli confessa anche di averle insegnato a ingannare i custodi
e poi dichiara di essere misera vittima del suo insegnamento.
Spesso col pretesto di esaminare la gemma o il sigillo
dell'amante, ricorda di averle toccato in tal modo la mano.
E come riferisce, spesso parlava con le dita e coi cenni
del capo e tracciava taciti segni sulla tavola rotonda,
e insegna da quali succhi sia cancellato dal corpo il livido
che suole lasciare premendo la bocca che bacia.
Infine chiede al marito troppo sbadato che sorvegli
lui stesso, perch essa sia meno infedele.
Sa per chi sono i latrati, quando egli si aggira tutto solo,
e per chi si raschi tante volte la gola davanti all'uscio serrato,
e d molti precetti per tali incontri furtivi e insegna
alle donne con quali astuzie possano ingannare i mariti;
dalla sua opera non fu egli tradito e Tibullo viene letto
e piace ed era noto quando tu eri gi principe.
Troverai i medesimi insegnamenti nel seducente Properzio,
e tuttavia nessuna censura, nemmeno la pi lieve, l'ha colpito.
Io venni dopo questi, poich l'onest comanda
di tacere i nomi pi illustri dei poeti viventi.
Non ebbi timore, lo confesso, che dove navigarono tante carene,
la mia sola facesse naufragio mentre tutte erano salve.
Altri hanno scritto sull'arte di giocare ai dadi
- che non  lieve colpa presso i nostri antenati -,
quale sia il valore degli astragali, con quale lancio
si possa segnare il massimo dei punti o evitare i dannosi cani,
quali le combinazioni dei dadi, come lanciare chiamando
il numero che manca, come muovere in accordo coi lanci,
come avanzi in linea retta il soldato di diverso colore,
quando un pezzo  minacciato in mezzo a due nemici,
come un pezzo che segue sappia .... e richiamare un pezzo avanzato
e ritirandosi in sicurezza non si muova senza un compagno,
come su una piccola tavola si dispongano tre pezzi per giocatore
e vince chi ha messo in fila i suoi sulla medesima linea,
e gli altri giochi - n ora potrei ricordarli tutti -
che sogliono sciupare, cosa preziosa, il nostro tempo.
Ecco un altro canta le varie forme e i lanci della palla,
questo insegna l'arte del nuoto, quello del cerchio;
altri hanno scritto sull'arte di imbellettarsi;
questo ha dettato le leggi per il convito e i ricevimenti;
un altro mostra quale sia la terra con cui plasmare le coppe
e insegna quale vaso  adatto a serbare limpido il vino.
Tali opere si addicono al fumoso mese di dicembre,
e averle composte non ha recato danno a nessuno.
Ingannato da questi esempi io composi versi non tristi,
ma una triste pena ha seguito i miei giochi.
Infine fra tanti che scrivono non vedo uno solo
che sia stato perduto dalla sua Musa: ho trovato me solo.
Che sarebbe accaduto se avessi scritto dei mimi con buffonate
oscene, che rappresentano sempre il crimine di un amore vietato
nei quali sempre si muove un azzimato adultero
e una moglie scaltra si beffa dello sciocco marito?
A questi spettacoli assistono nubili e matrone, uomini
e fanciulli, e una gran parte del senato vi  presente.
N basta che dalle parole sconce siano contaminate le orecchie,
ma gli occhi si abituano a tollerare molte cose impudiche;
e quando l'amante con qualche nuovo intrigo inganna il marito,
si applaude e con grande scroscio le vien data la palma.
E proprio perch  meno morale, la scena fa lucrare il poeta,
e il pretore paga non poco scandali cos grandi.
Riguarda le spese dei tuoi ludi, Augusto,
troverai che hai pagato care molte di tali lordure.
Tu hai visto questi spettacoli e spesso li hai offerti
tu stesso - la tua maest  ovunque cos cortese! -
e coi tuoi occhi, che vegliano sul mondo intero,
hai assistito tranquillo all'adulterio sulla scena.
Se  permesso scrivere mimi che imitano le turpitudini,
alla mia materia era dovuta una pena minore.
O questo genere di scritti deve ai suoi pulpiti l'immunit,
e ci che  permesso ai mimi  la scena a renderlo lecito?
Anche i miei poemi furono spesso danzati davanti al popolo,
e spesso tennero avvinti anche i tuoi occhi.
Come  vero che nelle nostre case splendono le immagini
antiche degli eroi dipinte dalla mano di un artista,
cos in qualche angolo si trova una piccola tavola
che rappresenta varie pose e scene d'amore;
e come siede il Telamonio mostrando nel volto la sua ira
e come una madre barbara ha negli occhi il suo delitto,
cos Venere madida asciuga con le dita i capelli
grondanti e appare appena velata dalle onde materne.
Nei versi di altri risuonano le guerre armate di dardi cruenti
e gli uni cantano le gesta della tua stirpe, gli altri le tue.
Ostile la natura mi ha chiuso in uno spazio ristretto,
e ha dato al mio genio deboli forze.
E tuttavia il felice autore dell'Eneide che ti  cara
ha condotto al letto tirio le armi e l'eroe,
e di tutto il poema nessun'altra parte  pi letta
dell'amore che fu congiunto da nodo illegittimo.
Egli inoltre in giovinezza aveva prima cantato nei modi
bucolici la passione di Fillide e della tenera Amarillide.
Anch'io,  ormai molto tempo, ho peccato con un simile
scritto; una colpa antica subisce una pena recente;
e avevo gi pubblicato i miei versi quando sfilai tante volte,
ognora cavaliere, davanti a te che annotavi i delitti.
Dunque quegli scritti che, da giovane non previdente, pensai
non mi avrebbero nuociuto, mi hanno nuociuto ora da vecchio.
Tardiva strarip la vendetta per un vecchio libretto
e la pena  lontana dal tempo in cui fu meritata.
Non credere tuttavia che frivola sia tutta la mia opera
spesso ho alzato grandi vele alla mia barca.
Io ho scritto sei e altrettanti libri di Fasti,
e ciascun volume finisce col suo mese,
e quest'opera scritta da poco, che porta il tuo nome, o Cesare,
e a te dedicata, fu interrotta dalla mia sorte.
E ho scritto una vicenda di re per i coturni della tragedia,
e che ha lo stile che il grave coturno richiede,
e ho pure cantato, quantunque sia mancata all'impresa
l'ultima mano, gli esseri mutati in nuove sembianze.
Oh, possa tu distogliere l'animo per un poco dalla tua collera,
e in un momento libero farti leggere dell'opera poche pagine,
poche pagine nelle quali ho condotto la mia opera, che inizia
dalla prima origine del mondo, fino ai tuoi tempi, o Cesare!
Vi vedrai quanta ispirazione mi hai dato tu stesso
e con quale entusiasmo io canto te e la tua famiglia.
Io non ho aggredito nessuno con un carme mordace,
e il mio verso non ha accuse contro nessuno.
Nella mia probit ho rifuggito dai frizzi soffusi di fiele:
non una lettera  mescolata a scherzo avvelenato.
Fra tante migliaia di miei concittadini, con tante opere scritte,
io sar il solo che avr avuto danno dalla mia Calliope.
Perci ne traggo l'augurio che dei miei mali nessun Quirite
gioisca, anzi che molti se ne siano afflitti;
n posso credere che qualcuno abbia insultato alla mia caduta,
se la mia probit ha meritato qualche favore.
Tutto questo e altre ragioni possano piegare, io prego,
la tua volont, o padre, o protettore e salvezza della tua patria
non di tornare in Ausonia, se non forse un giorno,
quando sarai stato vinto dalla lunghezza della mia pena
ma un esilio pi sicuro t'imploro e appena pi tranquillo
perch la mia pena sia pari alla sua colpa.
...
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LIBRO TERZO.
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...
1.
...
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...
"Inviato in questa citt, vi giungo con timore, libro di un esule:
tendimi, lettore amico, una mano benevola nella mia stanchezza
e non temere che io ti faccia per caso arrossire!
Nessun verso in questa carta insegna ad amare.
Tale  la sorte del mio signore che non gli  possibile,
nella sua sventura, dissimularla sotto versi giocosi.
Anche quell'opera che fu un gioco malaugurato della sua verde
et, ahim, troppo tardi egli la condanna e la odia.
Leggi bene che cosa io reco! Altro non vi vedrai che tristezza,
poich i versi sono consoni ai tempi che li hanno prodotti.
Se zoppi ricadono i carmi nel verso che si alterna
questo  l'effetto del metro o del lungo cammino.
Nemmeno sono biondo per il cedro n lisciato dalla pomice:
arrossivo a esser meglio abbigliato del mio signore.
La scrittura  disseminata di chiazze e di sgorbi,
ma fu il poeta a macchiare di lacrime il suo lavoro.
E se per caso qualche espressione apparir poco latina,
 una barbara terra quella in cui egli scriveva.
Ditemi, lettori, se non vi pesa, che strada io debba fare
e quale albergo cercare, libro straniero nella citt."
Dopo avere cos parlato in disparte con lingua balbettante,
appena uno trovai che venisse a mostrarmi il cammino.
"Ti diano gli di, ci che non concessero al mio poeta
di poter vivere placidamente nella tua patria!
Conducimi dunque, ti seguir, quantunque io torni stanco,
per terre e per mari, da un mondo lontano."
Obbed e guidandomi: "Questo, disse,  il foro di Cesare,
questa  la via che prende il nome dai sacri cortei;
questo  il tempio di Vesta, che conserva Pallade e il fuoco;
questa era la piccola reggia dell'antico Numa."
Quindi voltando a destra: "Ecco, dice, la porta del Palatino,
ecco Giove Statore, qui fu fondata da principio Roma."
Mentre ammiravo ogni cosa, vidi una porta che colpiva lo sguardo
per le armi splendenti e un edificio degno di un dio
e dissi: " la dimora questa di Giove?" E a pensare che lo fosse
una corona di quercia me ne dava il presagio alla mente.
E come seppi chi ne era il signore: "Non mi sbaglio, dico,
ed  vero che questa  la casa del grande Giove.
Ma perch la porta ha davanti un lauro che la nasconde
e l'albero cinge con la sua ombra gli augusti battenti?
Non  forse perch questa casa ha meritato trionfi perpetui?
O perch  sempre stata amata dal dio leucadio?
Perch  gioia essa stessa o perch riempie tutto di gioia?
O  il simbolo della pace che essa ha donato al mondo?
E come sempre verde  il lauro e non gli si staccano
foglie appassite, cos essa ha lustro in eterno?
Della sovrapposta corona attesta la causa una scritta:
dal soccorso di questa casa furono salvati i cittadini.
Aggiungi ai salvati, o ottimo dei padri, un solo cittadino
che  dimenticato lontano, bandito all'estremo del mondo,
al quale non un delitto, ma il suo errore fu causa
delle pene che egli confessa di avere meritato.
Me sventurato! Ho terrore del luogo, terrore del potente
e la paura che mi angoscia fa tremare le mie lettere.
Vedi la carta impallidire di esangue colore?
Vedi che hanno sobbalzato i piedi alterni?
Un qualche giorno, ti prego, divieni cara, o casa,
a chi mi  padre, e sotto i medesimi signori egli ti riveda!"
Di li con uguale passo sono condotto in cima ad alti
gradini all'eccelso e splendente tempio del dio chiomato,
dove si vedono, alternate a colonne esotiche, le statue
delle Belidi e il loro barbaro padre con la spada sguainata,
e tutto ci che gli antichi e i moderni concepirono
nei loro animi dotti  offerto ai lettori.
Cercavo i miei fratelli tranne invero quelli
che il loro padre vorrebbe non aver generati;
mentre invano li cercavo, il custode che  preposto
a quelle dimore mi ordin di lasciare il santo luogo.
Mi dirigo ad altri templi attigui a un vicino teatro:
anche a questi non potevano accedere i miei piedi.
N la Libert mi permise di toccare i suoi atrii,
che primi furono aperti alle opere dotte.
Sulla prole ricade la sorte di un padre sventurato
e noi, i suoi figli, soffriamo il suo medesimo esilio.
Forse un giorno, meno duro verso noi e verso se stesso,
Cesare si lascer piegare dal passare del tempo.
Vi prego, o di, e soprattutto te, o Cesare, - non mi serve infatti
pregarli tutti - ascolta tu, il pi grande degli di, i miei voti!
Intanto poich ogni pubblica sede mi  preclusa,
mi sia permesso nascondermi in una dimora privata.
Voi pure, se  lecito, accogliete o mani della plebe
i nostri carmi, che sono confusi per l'onta del rifiuto.
...
.
...
2.
...
.
...
Era dunque nel mio destino vedere anche la Scizia
e la terra che giace sotto l'asse licaonio.
N voi, Pieridi, n tu figlio di Latona, portaste
soccorso, dotta schiera, al vostro sacerdote.
E non mi giova avere scritto, liberi da vera colpa, versi
d'amore, e che pi che la vita sia stata leggera la mia musa;
ma dopo aver sofferto mille pericoli per terra e per mare
mi tiene il Ponto bruciato da un gelo incessante.
E io che, schivo dei traffici e nato per gli ozi tranquilli,
prima ero molle e inetto a sopportare la fatica,
ora soffro le prove pi dure, n un mare privo di porti
n cammini per terre remote poterono farmi perire;
e l'animo resse ai mali: infatti da lui trasse forze il corpo
e sopport pene che a stento si possono sopportare.
Mentre tuttavia ero sbattuto incerto per terra e per mare,
il travaglio non faceva sentire gli affanni e il tormento del cuore
ma come fu terminato il cammino ed ebbe quiete l'impresa
del viaggio e raggiunsi la terra assegnata alla mia pena,
non mi diletta che il piangere e la pioggia dai miei occhi
non  meno copiosa dell'acqua che emana dalla neve in primavera.
Io penso a Roma, alla casa e ai luoghi che mi mancano,
e a tutto ci che di me resta nella citt che ho perduto.
Ahim, che tante volte ho bussato alla porta del mio sepolcro
ma essa in nessuna circostanza mi si  aperta!
Perch sono sfuggito a tante spade e, dopo avermi tante volte
minacciato, nessuna tempesta sommerse il mio capo sventurato?
O di che troppo assiduamente, lo sperimento, mi siete contrari,
voi che vi accomunate alla collera di un dio solo,
affrettate, vi prego, il mio destino che va lento
e non permettete che stiano chiuse le porte della mia fine.
...
.
...
3.
...
.
...
Se mai sei sorpresa che questa mia lettera sia stata
scritta dalla mano di un altro, sappi che sono malato,
malato nelle estreme regioni sconosciute
del mondo e quasi senza speranza di guarire.
Potrai tu immaginare qual  ora lo stato del mio animo,
giacendo infermo in un'orrida regione fra Sarmati e Geti?
Non sopporto il clima n mi abituo a queste acque,
e il paese stesso, non ne so la ragione, mi  odioso.
Non vi  casa soddisfacente, non cibo adatto a un infermo
nessuno che con l'arte di Apollo lenisca il mio male,
non vi  un amico che mi consoli, che col suo conversare
non faccia sentire il trascorrere lento delle ore.
Giaccio sfinito in mezzo a popoli e in luoghi lontanissimi
e, malato, vado col pensiero a tutto ci che ho lasciato.
Tutto ho davanti alla mente, ma il primo ricordo sei tu,
o consorte, e possiedi pi che la met del mio cuore.
Tu non ci sei, ma io ti parlo, e la mia voce chiama te sola:
non una notte mi giunge, non un giorno, senza la tua immagine.
Anzi mi dicono che ho fatto discorsi bens senza senso
ma che pur delirando avevo sul labbro il tuo nome.
Se gi fossi alla fine e la mia lingua attaccata al palato
dovesse essere a fatica rianimata con gocce di vino,
mi annunci qualcuno che la mia sposa  qui arrivata,
torner in vita, e la speranza in te mi ridar vigore.
Dunque io non sono certo di vivere e l tu forse
passi liete le ore non sapendo della mia sorte.
No, non sono liete, lo so; mi  ben chiaro, o carissima,
che senza di me non ci sono che giorni tristi per te.
Se tuttavia il mio destino ha compiuto gli anni
che doveva, e mi  cos vicina la fine della vita,
quanto costava, grandi di, essere pietosi con un moribondo
cos che almeno venissi sepolto nella mia terra nativa?
O la pena fosse stata differita all'ora della morte
o prematura la morte avesse prevenuto l'esilio!
Senza condanna avrei potuto lasciare poco fa degnamente
questa luce: ora mi  dato di vivere per morire in esilio.
Morir dunque cos lontano, su lidi sconosciuti,
e il luogo stesso far triste la mia fine.
E le mie membra non languiranno sul letto consueto,
e quando sar stato deposto nessuno ci sar che mi pianga;
n le lacrime della mia sposa cadendo sul mio viso
aggiungeranno brevi istanti al mio respiro;
n detter le volont, n una mano amica, fra le grida
del supremo saluto, mi chiuder gli occhi ormai spenti,
ma senza esequie, senza l'onore del sepolcro, una barbara
terra coprir, senza sguito di pianti, questo mio capo!
E allora, quando saprai, non ne sarai tutta sconvolta
nell'anima, e con mano smarrita ti batterai il petto fedele?
E tendendo invano le tue braccia verso queste terre
non griderai forse il vuoto nome del tuo misero marito?
Non lacerarti tuttavia le guance, non strapparti i capelli!
Non ora per la prima volta, 0 mia luce, ti sar stato rapito.
Quando perdetti la patria, allora, devi credere, io perii
e quella fu la prima e pi crudele morte per me.
Ora, se mai puoi- ma non puoi, o ottima fra le consorti -,
sii lieta che siano finiti per me con la morte tanti mali!
Attenua, questo puoi, sopportandolo con forte cuore,
il dolore, al quale gi da tempo hai l'animo non disavvezzo.
Oh, possano perire col corpo le nostre anime
e nessuna parte di me scampi al rogo divoratore!
Poich se immortale vola in alto nel vuoto spazio
lo spirito, e del vecchio di Samo sono vere le parole
un'ombra romana vagher fra le ombre sarmatiche
e sar sempre straniera in mezzo a barbari mani.
Fa'tuttavia che siano riportate in una piccola urna
in patria le ossa: cos non sar esule anche da morto.
Questo nessuno lo vieta: contro il volere del re, copr
con un tumulo il fratello ucciso una sorella tebana.
E mescola alle mie ossa foglie e polvere di amomo,
racchiudile e nella campagna suburbana sotterrale,
e a grandi lettere incidi sul marmo dell'epitafio questi
versi, che legga con rapido sguardo il passante:
"Io che qui giaccio cantore di teneri amori
il poeta Nasone perii per il mio genio.
Ma a te che passi, chiunque tu sia che hai amato,
non rincresca dire: dolce riposo abbiano le ossa di Nasone."
Non altro nel mio epitafio; infatti pi grande
e duraturo monumento sono per me i miei libri
che, ho fiducia, anche se gli hanno nuociuto,
daranno fama e immortalit al loro autore.
Tu tuttavia offri sempre all'estinto i funebri
doni e ghirlande bagnate dalle tue lacrime!
Anche se il fuoco avr ridotto in cenere il mio corpo,
la mia cenere afflitta si commuover al tuo ufficio pietoso.
Vorrei scrivere ancora, ma con la voce stanca di parlare
e la lingua disseccata non ho pi forza di dettare.
Ricevi la parola, l'ultima forse che sar uscita dal mio labbro
che non ha colui che te la manda: "A te salute!"
...
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4.
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O a me caro davvero sempre, ma che solo nell'avversit
ho conosciuto, dopo il crollo della mia fortuna,
se tu credi qualche poco a un amico fatto esperto dai casi
vivi per te solo e fuggi lontano dai grandi nomi!
Vivi per te solo, e quanto puoi, evita ci che pi splende:
 da un fuoco abbagliante che viene il fulmine crudele.
Infatti bench solo i potenti possano esserti utili
 meglio che non giovi chi ha il potere di nuocere!
Le antenne abbassate scampano alle procelle invernali
e le ampie vele hanno pi da temere che le piccole vele.
Vedi come il sughero leggero galleggia sulla sommit dell'onda
mentre il grave peso sommerge le reti intrecciate!
Se l'avvertimento che ti do avessi ricevuto prima io stesso,
forse sarei ancora nella citt in cui avrei dovuto essere.
Finch vissi con te, finch lieve il vento mi sospingeva,
questa mia navicella corse per placide acque.
Chi cade nel piano - anche questo avviene
di rado- cade in modo che pu alzarsi dal suolo che ha toccato;
ma l'infelice Elpenore caduto gi da un alto tetto
and incontro, vana ombra, al suo sovrano.
Come avvenne che Dedalo muovesse sicure le ali
mentre Icaro d il suo nome a onde senza numero?
Certamente perch questo volava alto, l'altro pi basso;
poich ambedue non avevano loro proprie ali.
Credi a me, vive bene chi vive appartato, e ciascuno
deve tenersi entro il limite della propria fortuna.
Non sarebbe Eumede privo di suo figlio, se lo stolto
non si fosse invaghito dei cavalli di Achille,
e Merops non avrebbe visto il figlio tra le fiamme e le figlie
mutate in alberi, se avesse riconosciuto come figlio Fetonte.
Tu pure abbi sempre timore di arrivare troppo in alto,
e non aprire troppo, ti prego, le vele della tua ambizione!
Sei degno di percorrere il cammino della vita senza ferite
al tuo piede e di godere di un destino pi felice del mio.
Questi voti che faccio per te li meriti per il tuo dolce affetto
e per la fedelt che non mi verr meno per il resto del tempo.
Ti ho visto piangere sulla mia disgrazia con un tale volto
come si pu credere che fosse allora il mio stesso volto;
ho visto sul mio viso cadere le tue lacrime
che ho bevuto insieme alle parole di amico fedele.
Anche ora difendi con zelo l'amico esiliato e addolcisci
dei mali che a stento in parte si possono addolcire.
Vivi senza invidia e passa senza gloria placidi anni
e stringi amicizie che siano pari al tuo grado
e ama del tuo Nasone il nome, la sola cosa finora
che non  in esilio; il resto ce l'ha il Ponto Scitico.
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4 b.
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Una regione prossima agli astri dell'Orsa Erimantide
mi tiene, un paese bruciato dalla morsa del gelo.
Oltre non resta che il Bosforo, il Tanai e la scitica palude
e pochi nomi di localit appena note.
Pi avanti nulla vi  se non l'inabitabile freddo.
Ahim, come mi  vicino l'ultimo lembo del mondo!
Lontana invece  la patria, lontana la carissima consorte,
e tutto ci che, dopo di loro, mi era dolce.
Queste cose tuttavia sono cos presenti, che se non posso
toccarle col corpo, tutte le posso contemplare con l'animo.
Dinanzi ai miei occhi vagano la casa, la citt, le forme
dei luoghi e ogni luogo ha con s i suoi avvenimenti.
Dinanzi agli occhi mi sta l'immagine della sposa, come fosse
presente; lei fa pi gravi i miei casi, lei li fa pi lievi:
pi gravi perch  lontana, pi lievi perch mi ama
e con fermezza  ligia al pesante fardello che si  imposta.
Voi pure siete radicati nel mio cuore, o amici,
che io vorrei citare ciascuno col proprio nome;
ma un timore prudente frena questo dovere e penso
che voi stessi non vogliate aver posto nella mia poesia.
Prima s, lo volevate, ed era come un gradito onore
che nei miei versi si leggessero i vostri nomi.
Ma poich questo  rischioso, dentro al mio cuore a ciascuno
parler, e a nessuno di voi sar causa di timore.
N il mio verso con qualche indizio far uscire dall'ombra
gli amici che vi si nascondono: in segreto, chi mi ha amato, mi ami.
Sappiate tuttavia che, sebbene io sia lontano, esiliato
in una regione sperduta, vi ho sempre presenti nel mio animo;
e, nel modo che ciascuno pu, alleggerite le mie pene
e non negate una mano fedele a chi  stato bandito.
Cos si mantenga a voi propizia la fortuna n mai abbiate
a chiedere, toccati dalla medesima sorte, quello che io chiedo.
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5.
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L'amicizia che ho avuto con te  stata breve,
tanto che avresti potuto facilmente dissimularla,
e forse non mi avresti stretto con un legame cos intimo
se la mia nave avesse camminato col vento favorevole;
quando caddi e tutti per paura fuggirono la mia
rovina e voltarono le spalle alla mia amicizia
tu osasti abbracciare un corpo colpito dal fulmine di Giove
e varcare la soglia di una casa che piangeva la sua fine;
e amico recente, n conosciuto da lungo sodalizio, ti adoperi
per l'infelice come appena due o tre dei vecchi amici.
Io vidi e bene m'impressi il tuo aspetto sconvolto
e il tuo viso bagnato di pianto e pi pallido del mio
e mentre vedevo le lacrime cadere a ogni tua parola,
con la bocca sorbivo le lacrime, con le orecchie le parole;
e sentii le tue braccia pendere strette al mio collo
e i tuoi baci mescolati al rantolo dei singhiozzi.
Fui anche difeso, assente, dal tuo prestigio, o caro,
- tu sai che caro  al posto del tuo vero nome -
e inoltre molte altre prove del tuo affetto manifesto
conservo, e non l'abbandoneranno, dentro il mio cuore.
Ti concedano gli di di poter sempre difendere i tuoi
e di esserne l'aiuto in vicende pi felici!
Se tuttavia vuoi sapere - ed  da credere che tu lo desideri -
che cosa io faccia sperduto su questi lidi,
sono sorretto dalla tenue speranza - non volermela togliere -
che il duro volere del dio possa essere mitigato.
Sia che lo speri senza ragione, sia che questo possa accadere,
confortami, ti prego, che ci che desidero pu essere concesso;
e la grande eloquenza che hai, impiegala a dimostrare
che la mia preghiera pu non essere vana.
Pi un uomo  grande, pi  cedevole la sua ira
e un animo generoso  capace di impulsi gentili.
Al magnanimo leone basta avere atterrato i corpi;
e la lotta ha fine quando il suo nemico  a terra.
Ma il lupo e gli orridi orsi si accaniscono sui morenti
e cos fa qualunque altra meno nobile fiera.
Che abbiamo di pi grande, a Troia, del forte Achille?
Egli non resistette alle lacrime del vecchio dardanio.
Quale fosse la clemenza del duce macedone
lo dimostrano Poro e le esequie di Dario.
E per non ricordare solo ire di uomini divenute
pi miti,  genero di Giunone chi prima era suo nemico.
Infine non posso non avere qualche speranza di salvezza
poich la causa della mia pena non  tinta di sangue.
Io non ho assalito, volendo mandare tutto in rovina,
il capo di Cesare, che era il capo dell'universo;
nulla ho detto di male n la lingua  insuperbita nel parlare,
n mi sono sfuggite parole profane per il troppo vino.
Ma sono punito perch i miei occhi videro senza intenzione
un delitto, e il mio peccato  avere avuto gli occhi.
Non posso,  vero, difendere del tutto la mia colpa,
ma una parte del mio crimine  un errore.
Sopravvive dunque la speranza che Egli stesso
addolcisca la mia pena cambiandomi il luogo.
Possa il bianco Lucifero, che preannuncia il Sole
radioso, portarmi a briglia sciolta questo giorno.
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6.
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So bene che non vuoi, o carissimo, ma nemmeno se volessi
potresti nascondere il legame della nostra amicizia.
Infatti finch fu possibile, nessun altro mi fu pi caro
di te e nessuno pi di me fu a te legato in tutta la citt,
e quell'amore era cos manifesto alla gente
che era quasi pi conosciuto di me e di te;
e la sincerit del tuo affetto verso i cari amici,
costui, che tu ami, l'ha conosciuta egli stesso.
Niente tenevi nascosto che io non ne fossi fatto partecipe
e a me affidavi molti segreti da tenere chiusi nel cuore;
e tu eri il solo a cui io raccontavo ogni mio segreto
tranne quello che fu la causa della mia rovina.
E se anche quello tu avessi saputo, avresti salvo un compagno
e io coi tuoi consigli sarei scampato, o amico, all'esilio.
Ma mi trascinava alla pena, di certo, il mio destino:
e mi chiude ogni via di valido aiuto.
Sia tuttavia che avessi potuto evitare con la prudenza questa
sciagura, sia che nessuna ragione valga a vincere il destino
ebbene tu, cos stretto a me da lungo sodalizio,
quasi la massima parte di tutto quanto io rimpiango,
non mi scordare e, se il prestigio ti ha procurato
qualche potere, esercitalo, ti prego, in mio favore
perch divenga pi mite l'ira del nume offeso,
e, cambiatomi il luogo, pi lieve sia la mia pena,
tanto pi se nessun delitto ha concepito il mio animo
e un errore  all'origine del mio crimine.
Non sarebbe n breve n senza rischio dire per quale fatalit
i miei occhi divennero testimoni di una colpa funesta;
e l'animo trema al pensiero di quel momento come davanti
alla sua propria ferita, e al ricordo sempre si rinnova il dolore,
e cos tutto ci che potrebbe arrecarmi vergogna,
 bene che stia coperto, sepolto in una impenetrabile notte.
Perci nulla dir se non che commisi una colpa,
ma che da tale colpa non ricercai nessun vantaggio
e che il mio crimine si deve chiamare stoltezza,
se vuoi dare al fatto il suo vero nome.
E se cos non , cercami, perch io sia pi lontano - e
questa terra alle porte di Roma - un altro luogo mi sembri.
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7.
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Va', lettera tracciata di getto, messaggera fedele
delle mie parole, a salutare Perilla.
O la troverai seduta accanto alla dolce madre
o in mezzo ai libri e fra le sue Pieridi care.
Tralascer qualsiasi cosa, come sapr che sei giunta
e subito ti chieder perch vieni e che cosa io faccio.
Le dirai che vivo, ma in un modo che preferirei morire
e che i miei mali non si sono addolciti in cos lungo tempo,
e che tuttavia, anche se mi nocquero, ritorno alle Muse
e che compongo in metri alterni parole adatte.
Tu pure, dille, resti fedele alla nostra comune passione
e canti, non secondo il modo paterno, dotti poemi?
La natura infatti insieme al destino ti ha dato
costumi pudichi, e doti e un ingegno rari.
Questo io l'ho condotto per primo alle onde di Pegaso,
perch non perisse malamente la vena di acqua feconda.
Per primo lo scoprii nei tuoi teneri anni di fanciulla
e, come un padre per la figlia, ti fui guida e compagno.
Perci se ti si conservano i medesimi ardori dell'animo,
solo la poetessa di Lesbo superer la tua opera.
Ma temo che ora la mia sventura ti sia di ostacolo
e in sguito ai miei casi sia inerte il tuo genio.
Finch fu possibile, spesso mi leggevi i tuoi carmi,
io a te i miei, e spesso ti ero giudice, spesso maestro;
o io porgevo ascolto ai tuoi versi composti da poco,
o, se te ne stavi oziosa, ero causa del tuo rossore.
Forse per l'esempio dei libri che mi hanno nuociuto
anche tu hai sofferto del fato della mia condanna.
Metti via, Perilla, il timore, purch nessuna donna,
purch nessun uomo impari ad amare dai tuoi scritti.
Rimuovi perci, o dottissima, ogni causa di inerzia
e ritorna alle nobili attivit e al tuo compito sacro.
Questo tuo bel viso sar sciupato dall'avanzare degli anni
e la ruga senile comparir sulla tua fronte invecchiata,
e sulla tua bellezza caccer la mano la rovinosa vecchiaia,
che arriva con passi che non fanno rumore,
e quando taluno dir: "Costei era bella", sarai desolata
e ti lamenterai che il tuo specchio sia menzognero.
Bench degnissima di grandi sostanze, le tue sono modeste,
ma immagina che siano pari a una rendita immensa;
la fortuna, sta certa, concede e ritoglie ci che le piace
e diviene improvvisamente un Iro chi poco fa era Creso.
In breve, nulla noi possediamo che non sia mortale
tranne le ricchezze dell'animo e dell'ingegno.
E io, bench privato della patria, di voi e della casa,
e rapinato di tutte le cose che potevano essermi tolte,
ecco, io ho per compagno il mio ingegno, mio conforto:
su questo nessun dominio ha potuto avere Cesare.
Mi finisca pure questa vita chiunque con la spada
crudele, tuttavia la fama sopravviver a me estinto,
e finch dai suoi colli guarder vincitrice il mondo
assoggettato la Roma di Marte, io sar letto.
Tu pure - una fortuna migliore ti attenda dalla poesia -
sfuggi, con tutta la forza che puoi, al rogo che verr!
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8.
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Ora io vorrei essere sul carro di Triptolemo
che sparse nella terra ignara la semente primitiva;
ora io vorrei guidare i dragoni di Medea
che ella ebbe fuggendo dalla tua rocca, o Corinto;
ora io vorrei mettere le ali da agitare,
sia le tue o Perseo, sia, o Dedalo, le tue,
per potere, attraverso l'aria soffice al mio volo,
vedere all'improvviso il dolce suolo della patria,
l'aspetto della casa che lasciai, gli amici non dimentichi,
e su tutti il caro viso della mia consorte.
Stolto, perch con voti puerili desideri queste cose
che nessun giorno ti porta, n mai ti porter?
Se solo un voto si deve fare, adora il nume di Augusto
e prega secondo il rito il dio che gi ti ha colpito.
 lui che pu darti le penne e il carro che vola:
se egli ti accorda il ritorno, sarai subito alato.
Se chiedessi questo - non potrei chiedere infatti un favore
pi grande - temo che la preghiera sia poco modesta.
Forse un giorno, quando gi avr saziato la sua ira,
potr chiederlo allora con animo sempre timoroso.
E intanto, favore minore che vale per me un immenso dono
ordini che io me ne vada di qui in qualsiasi luogo!
N il clima n le acque mi giovano n la terra n l'aria
e, ahim, un languore perpetuo tiene il mio corpo.
Sia che corrompa le membra il contagio dello spirito malato,
sia che nella regione risieda la causa del mio male,
appena toccai il Ponto, mi affligge l'insonnia e a stento
la magrezza mi ricopre le ossa e il cibo non appaga il palato;
e il colore che in autunno, toccate dal primo freddo
hanno le foglie che il giovane inverno ha ferito,
quel colore  delle mie membra, n v' rimedio che mi rechi
sollievo, n manca mai un motivo di dolore o di lamento.
E lo spirito non sta meglio del corpo, ma l'uno e l'altro
sono ugualmente malati e io patisco una doppia sofferenza.
E fisso davanti agli occhi, come un essere visibile,
mi sta sempre, da scrutare, l'immagine del mio destino;
e quando vedo il paese e gli usi e il vestire degli abitanti
e ne sento i suoni, e mi ricordo che cosa sono e chi ero,
 tanto grande il desiderio di morte, che mi lamento con l'ira
di Cesare perch non vendica con la spada le sue offese.
Ma poich una volta ha esercitato con moderazione il suo odio,
possa addolcire il mio esilio cambiandomi il luogo.
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9.
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Ci sono dunque anche qui - chi lo crederebbe? -
citt greche fra nomi di una incolta barbarie.
Anche qui giunsero coloni mandati da Mileto
e in mezzo ai Geti costruirono case greche.
Ma il nome di questo luogo, e pi antico della fondazione
della citt,  noto che venne dall'assassinio di Absirto.
Infatti sulla nave che, fabbricata con l'aiuto della bellicosa
Minerva, corse per prima sui mari fino allora intentati,
l'empia Medea, fuggendo il padre che aveva abbandonato,
si dice che a questi approdi diresse i suoi remi.
Come la vedetta lo vide in lontananza da un alto poggio disse:
"Uno straniero, ne riconosco le vele, viene dalla Colchide."
Mentre i Minii si precipitano, mentre la gomena si libera
dal molo, mentre l'ancora ritirata segue le celeri mani,
la Colchidiana, conscia dei suoi delitti, si batte il petto
con la mano che aveva e avrebbe osato tante nefandezze;
e sebbene la sua mente conservasse un'immensa audacia
il pallore invase il volto della donna rimasta sorpresa.
Dunque quando vide avanzare le vele: "Sono presa
disse, e con un qualche inganno devo fermare mio padre."
Mentre cercava cosa fare, mentre girava tutt'attorno
lo sguardo, volgendo gli occhi, per caso li pos sul fratello.
E come se lo vide dinanzi: "Ho vinto, disse,
con la sua morte sar causa della mia salvezza."
Sbito all'ignaro e che nulla teme di simile
trapassa con la dura spada il fianco innocente
e cos lo dilania e semina attraverso i campi le membra
dilaniate perch le si ritrovino in mille luoghi
- e perch il padre sappia, espone su un alto
scoglio le pallide mani e la testa sanguinante -,
cosicch sia attardato il padre dal lutto mostruoso e, mentre
raccoglie le membra inanimate, arresti il triste cammino
Cos questo luogo fu chiamato Tomi, perch una sorella
fece a pezzi, si dice, le membra del proprio fratello.
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10.
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Se l qualcuno ancora si ricorda di Nasone esiliato
e sopravvive senza di me il mio nome in Roma,
sappia che io, sotto costellazioni che mai toccano
il mare, vivo nel mezzo di paesi e popoli barbari.
Mi circondano i Sarmati, gente selvaggia, i Bessi e i Geti,
nomi tanto poco degni che li ricordi il mio genio!
Tuttavia finch l'aria  tiepida, siamo difesi dall'Istro
che ci separa: con le acque scorrenti esso respinge gli attacchi.
Ma quando il triste inverno ha affacciato lo squallido volto
e la terra si  fatta candida di marmoreo gelo,
mentre Borea e la neve si apprestano a dimorare sotto l'Orsa,
allora si vedono queste genti oppresse dal polo che trema.
Si posa la neve, e perch non la sciolgano, dopo che  caduta,
il sole e le piogge, Borea l'indurisce e la rende perpetua.
Cos quando la prima non si  ancora dissolta, cade
la seconda e suole in molti luoghi rimanere due anni;
ed  tanta la violenza di Aquilone quando si scatena
che abbatte le alte torri e via si porta i tetti divelti.
Con pelli e brache cucite si difendono dai freddi maligni,
e di tutto il corpo solo il viso rimane scoperto.
Spesso per i ghiaccioli pendenti tintinnano scossi i capelli,
e brilla la barba, bianca per il ghiaccio che la ricopre;
gela il vino e resta nudo serbando la forma del vaso,
e non bevono sorsi ma pezzi distribuiti di vino.
E che dire dei ruscelli gelati dalla morsa del freddo
e dell'acqua che a frantumi si estrae dagli stagni?
L'Istro stesso che, non pi stretto del fiume che cresce
i papiri, si mescola con molte bocche al vasto mare,
quando i venti induriscono i suoi flutti cerulei
gela e serpeggia al mare con le acque coperte dal ghiaccio;
e l dove erano passate le navi, ora si va a piedi e l'unghia
del cavallo batte le onde fatte ghiaccio dal freddo;
e per l'inusitato ponte, mentre sotto scorrono le onde,
i buoi sarmatici vanno trainando i barbari carri.
Si faticher certo a credermi, ma quando non vi  ricompensa
a mentire, il testimone deve avere credito sicuro.
Ho visto il vasto mare fermo per il ghiaccio,
e un lastrone scivoloso copriva le acque immote.
Ma non basta aver visto, ho calcato la distesa ghiacciata
e il piede si  posato asciutto sulla superficie delle onde.
Se tali flutti tu avessi avuto allora, o Leandro,
la tua morte non incolperebbe lo stretto braccio di mare.
Allora i delfini non possono balzare ricurvi nell'aria
- e se tentano li impedisce il rigido inverno -
e, per quanto Borea ululi agitando le ali,
nessun'onda si muover nel gorgo assediato
bloccate dal gelo staranno ritte nel marmo le navi,
n il remo potr pi fendere le rigide acque.
Ho visto i pesci imprigionati stretti nel ghiaccio
e una parte di loro ancora viva in quel momento.
E cos, sia che la violenza selvaggia di Borea troppo furioso
congeli le acque del mare, sia quelle traboccate dal fiume,
dopo che l'Istro  stato appianato dai secchi aquiloni,
sbito il barbaro nemico irrompe sui veloci cavalli;
gagliardo per i cavalli e le frecce che volano lontano
il nemico devasta per gran tratto la terra vicina.
Alcuni fuggono da ogni lato e poich nessuno difende pi i campi
sono saccheggiati i beni lasciati incustoditi,
i magri raccolti del campo, le bestie e i carri stridenti
e le ricchezze che il povero abitante possiede.
Altri sono spinti via prigionieri con le braccia legate
sul dorso e invano si voltano a guardare i campi e la casa;
altri cadono miseramente trafitti dalle frecce uncinate
poich il ferro che vola  intinto di veleno.
Ci che non possono recare con s o via trascinare viene
distrutto e la fiamma nemica incenerisce le innocenti capanne.
Anche quando vi  pace, tremano per la paura della guerra,
e nessuno traccia solchi sulla terra premendo l'aratro.
Questo paese o vede il nemico o lo teme se non lo vede;
giace inerte la terra lasciata in un rigido abbandono.
Qui non si cela la dolce uva all'ombra dei pampini
n i mosti ribollenti riempiono i tini profondi.
Nega i frutti la regione, e uno non ne troverebbe Aconzio
su cui scrivere le parole da far leggere all'amata.
Vedresti i campi spogli, senza verde e senza alberi:
ah, luoghi che non dovrebbe raggiungere un uomo felice!
E cos, sebbene tanto si stenda nella sua vastit il mondo,
per la mia punizione  stato trovato questo luogo!
...
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...
11.
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...
Chiunque tu sia che oltraggi, o perverso, la mia sventura
e nemico sanguinario mi intenti processi senza tregua,
ti ha generato una rupe e nutrito latte di belva,
e aggiunger che il tuo cuore  di pietra.
Quale ulteriore gradino rimane a cui salga la tua
ira? O che cosa vedi che manca alle mie disgrazie?
Una barbara terra e le inospitali spiagge del Ponto
e l'Orsa Menalide insieme al suo Borea mi vedono.
Nessuno scambio di parole ho con gente selvaggia;
tutti i luoghi sono pieni di una paura che mi angoscia;
e come trema il cervo fuggitivo afferrato dagli orsi
feroci o l'agnella accerchiata dai lupi montani,
cos io circondato da ogni parte da genti bellicose
ho terrore di un nemico che quasi preme il mio fianco.
Ammesso che sia piccola pena che io sia privato della cara
consorte, della patria e di tutti gli altri che amo,
e che io non soffra nessun male se non la sola ira di Cesare,
 un male troppo piccolo per me la sola ira di Cesare?
E tuttavia vi  qualcuno che mi riapre le ferite ancor fresche,
e scioglie la sua lingua eloquente contro la mia condotta.
In una causa facile chiunque pu essere eloquente
e bastano poche forze a rompere ci che  gi stato percosso.
Abbattere le rocche e le solide mura  valore:
anche i pi ignavi calcano ci che  precipitato.
Io non sono chi ero. Perch calpesti un'ombra vana?
Perch scagli pietre sulle mie ceneri e sulla mia tomba?
Era Ettore quando combatteva in guerra, ma quando
era legato ai cavalli emonii non era pi Ettore.
Io pure, ricordati, non sono pi quello che conoscevi;
dell'uomo che conoscevi rimane questo fantasma.
Perch su un fantasma ti scagli, o feroce, con amare parole?
Cessa ti prego, di tormentare i miei mani!
Considera pur vere tutte le mie accuse, niente vi sia
che tu possa considerare errore pi che delitto,
ecco che profugo - sia soddisfatto il tuo cuore - sconto
una pena, dura per l'esilio e per il luogo dell'esilio.
A un carnefice pu apparire degna di pianto la mia sorte:
ma per un solo giudice essa non and a fondo abbastanza.
Sei pi spietato del perfido Busiride, pi spietato
di colui che arroventava a fuoco lento la statua di un bue,
e che si dice don quel bue al tiranno siculo
e con queste parole raccomand il suo artificio:
"In questo dono, o re, l'utilit val pi della forma,
poich non solo la bellezza  da lodare nella mia opera.
Vedi questa apertura nel fianco destro del toro?
In essa dovrai gettare chi vorrai far morire.
Appena rinchiuso brucialo con carboni che ardano lenti:
egli muggir e la sua voce sar quella di un vero toro.
Per questa invenzione, perch tu ripaghi dono con dono,
dammi, ti prego, una ricompensa degna del mio ingegno!"
Cos parl, ma Falaride: "Meraviglioso inventore del supplizio,
disse, tu stesso con la tua persona inaugura la tua opera!"
E sbito, orrendamente arso alle fiamme come egli stesso
aveva mostrato, emise dalla bocca gemente un duplice urlo.
Che ho a che fare coi Siculi io che sono fra Sciti e Geti?
Torno a te, chiunque tu sia, con il mio lamento.
Anche se tu potessi saziare la tua sete col mio sangue,
e provare nel cuore famelico le pi grandi gioie che vuoi;
tanti mali ho sofferto fuggendo sulla terra, tanti sul mare,
che potrebbero, penso, affliggere anche te se li udissi.
Credimi, se mi fosse messo a confronto Ulisse, l'ira
di Nettuno  inferiore a quella che  stata l'ira di Giove.
Perci chiunque tu sia, non riaprire le accuse contro di me
e togli le tue ruvide mani dalla mia profonda ferita,
e perch l'oblio attenui la risonanza della mia colpa,
lascia che la mia sventura produca la cicatrice;
e ricordando l'umana fortuna, che innalza e atterra
le medesime persone, temi anche tu le sue incerte vicende.
E poich, cosa che mai pensai potessi accadere,
ti stanno cos a cuore i miei casi,
non hai niente da temere: tristissima  la mia sorte;
ogni male trascina con s l'ira di Cesare.
E perch questo ti sia pi chiaro e tu non creda che io
lo inventi, vorrei che provassi tu stesso le mie pene.
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12.
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Gi gli zefiri addolciscono i freddi, e trascorso un anno
l'inverno meotico mi  parso pi lungo di quelli di un tempo,
e colui che non seppe bene portare sul dorso Elle
rende uguale la durata del giorno a quella della notte.
Gi i ragazzi e le gioiose fanciulle raccolgono le viole
che crescono nei campi nate senza che alcuno le semini,
e i prati si rivestono di fiori dai mille colori
e i garruli uccelli cantano, con melodie innate, la primavera;
e la rondine per cancellare il suo delitto di madre perversa,
sotto le travi costruisce al suo nido una piccola casa,
e il grano, che stette nascosto ricoperto nei solchi di Cerere,
esce e dispiega fuori dalla terra la sua tenera cima;
e l dove cresce la vite, dal tralcio si schiude il germoglio:
ma la vite  lontana dal litorale dei Geti
e ovunque un albero cresce, si gonfia sull'albero il ramo:
ma gli alberi sono lontani dalla regione dei Geti.
L  tempo ora di ferie, e succedendosi in ordine i ludi ai ludi
tacciono le chiassose battaglie del foro eloquente.
Ora  il cavallo, ora  la scherma con le armi leggere,
ora  la palla, ora  il cerchio che corre con giri veloci;
ora la giovent, dopo essersi unta di viscido olio,
immerge le membra affaticate nell'acqua Vergine.
Trionfa il teatro, e scroscia l'applauso delle opposte fazioni
ed echeggia il rumore dei tre teatri anzich dei tre fori.
O quattro volte felice, o infinite volte felice
chi pu godersi Roma che non gli  stata interdetta!
Io godo invece della neve disciolta dal sole primaverile,
e dell'acqua che si estrae non pi solida dagli stagni;
e il mare non  pi una distesa ghiacciata, e il bovaro sarmatico
non fa passare come prima con stridore sull'Istro i suoi carri.
Comincer tuttavia a navigare fin qui qualche nave
e una poppa straniera soster sul lido del Ponto.
Sollecito andr incontro al navigante e dopo il saluto
gli chieder perch viene, chi sia e da quale paese.
Far meraviglia che egli non giunga da regioni limitrofe
e non abbia solcato, senza rischio, che le acque vicine.
Raramente dall'Italia un navigante valica un cos vasto
mare, raramente approda a questi lidi privi di porti.
Sia tuttavia che sappia parlare in lingua greca, sia latina
- se latina certamente mi sar pi gradito -
( anche possibile che dalla bocca dello stretto e dalla lunga
Propontide qualcuno abbia dato fin qui le vele a un Noto sicuro),
chiunque egli sia, con memori parole pu riportarmi notizie
che ha udito e divenire parte e diffusore delle notizie.
Possa egli, io prego, narrarmi i trionfi che ha udito
di Cesare e i voti adempiuti a Giove Latino
e che tu finalmente, ribelle Germania, hai piegato
il capo triste sotto i piedi di un grande condottiero.
Chi mi riferir questi fatti, che mi dorr di non avere
veduti, sar subito l'ospite della mia casa.
Ahim, la dimora di Nasone  ormai nel mondo degli Sciti?
E ormai l'esilio mi assegna come Lare la sua propria terra?
O di, fate che Cesare non voglia che sia qui la mia casa
e il mio nido, ma qui solo l'albergo del mio esilio.
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13.
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Ecco, l'inutile giorno della mia nascita - che mi  servito
infatti essere nato? - ritorna alla sua data abituale.
Perch venire, o crudele, ad aggiungerti ai miseri anni
di un esiliato? A questi avresti dovuto mettere un termine.
Se ti dessi pensiero per me, se tu avessi un qualche pudore,
non mi seguiresti al di l della mia patria,
e nel luogo in cui per la prima volta mi hai conosciuto
mio malgrado, bambino, l avresti tentato di essere l'ultimo
per me, e nel lasciarmi, come fecero anche gli amici,
mi avresti detto anche tu nella citt con dolore "addio".
Che fai qui nel Ponto? L'ira di Cesare ha forse spedito
anche te alla pi remota terra del mondo ghiacciato?
Aspetti dunque che ti celebri l'abituale festa di rito,
che penda dalle mie spalle la veste bianca,
che l'altare fumante sia cinto di corone di fiori,
che crepiti nel sacro fuoco una mica d'incenso
e che io offra le focacce proprie del giorno natale,
e con labbra propizie pronunci preghiere felici?
Non cos  il mio stato e i tempi non sono tali per me
che io possa esser lieto della tua venuta.
Un altare di morte mi si addice cinto di funebre
cipresso, e fiamme preparate per un rogo eretto.
N  piacevole offrire incensi che implorino invano gli di,
n in tanta sventura mi vengono parole di buon augurio.
Ma se una cosa vi  che io possa chiedere in questo giorno,
pi non tornare, ti prego, in codesti luoghi,
finch mi tiene una terra, quasi l'ultima del mondo,
il Ponto, che  detto con nome menzognero, Eusino.
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14.
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Cultore e maestro venerando degli spiriti dotti
che fai, amico in ogni tempo del mio genio?
Come solevi celebrarmi un tempo quand'ero felice, anche ora
ti adoperi perch io non paia del tutto scomparso?
Stai forse curando i miei carmi tranne la sola
Arte che fu la rovina del suo autore?
Continua, ti prego, o amante dei vati moderni,
e, per quanto puoi, serba nella citt le mie opere.
L'esilio fu inflitto a me, non fu inflitto l'esilio
ai libri che non meritarono la pena del loro autore.
Spesso un padre bandito va esulando agli estremi del mondo,
ma ai figli dell'esule  permesso di vivere a Roma.
Come Pallade, da me sono nati senza la madre
i carmi: essi sono la mia stirpe e la mia progenie.
Te li raccomando e quanto pi sono orfani del padre,
pi pesante fardello saranno per te, loro tutore.
Tre dei miei figli hanno subto il mio contagio;
prenditi palesemente cura di tutti gli altri.
Ci sono pure i tre volte cinque volumi delle forme
mutate, carmi strappati al funerale del loro autore.
Quell'opera avrebbe potuto, se non fossi perito prima
io stesso, avere rinomanza pi sicura dall'ultima mano:
non emendata  arrivata ora alle labbra del popolo
se mai qualche cosa di mio  letta dal popolo.
Aggiungi ai miei libri anche questo, quale esso sia,
e che ti arriva spedito da un mondo lontano.
Chiunque lo legger - se qualcuno lo legger - valuter prima
in quale tempo sia stato composto e in quale luogo.
Egli sar equo con questi scritti, quando avr saputo
che il loro tempo  l'esilio e il luogo una barbarie,
e stupir che in mezzo a tante avversit io abbia avuto
la forza di venire componendo con triste mano dei carmi
I mali fiaccarono il mio genio, di cui anche prima
era povera la sorgente e piccola la vena.
Ma qualunque essa fosse, senza esercizio  rifuggita
indietro e si  estinta disseccata dalla lunga inerzia.
Qui non ci sono libri a stimolare e nutrire il mio spirito:
invece dei libri risuonano gli archi e le armi.
Non c' nessuno in questa terra che, se io reciti i miei carmi
mi possa ascoltare con orecchie che comprendano,
non v' luogo dove evadere solo: la guardia al muro
e la porta chiusa tengono indietro i Geti ostili.
Spesso cerco una parola sia un nome sia un luogo,
ma non c' nessuno che mi possa illuminare
spesso quando tento di dire qualcosa -  vergogna confessarlo -
mi mancano le parole e ho disimparato a parlare.
Sono quasi intronato da ogni parte dal parlare di Traci
e di Sciti e mi sembra di poter scrivere nei modi dei Geti.
Credimi, temo che alle parole latine siano mescolate
parole pontiche e che tu le legga nei miei scritti.
Perci quale che sia il mio libretto, degnalo della tua
indulgenza e assolvilo per la condizione della mia sorte.
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LIBRO QUARTO.
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1.
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Se ci saranno difetti, come ce ne saranno, nei miei libri,
scusali, o lettore, pensando al tempo in cui furono scritti!
Sono in esilio e quiete ho cercato, non la gloria
perch la mente non fosse sempre fissa ai suoi mali.
Per questo canta, pur con i ceppi ai piedi, lo sterratore,
quando con una rozza melodia addolcisce il suo duro lavoro.
E canta, calcando incurvato sulla riva fangosa,
colui che trascina contro corrente la zattera lenta,
e chi riporta simultaneamente al petto i faticosi remi,
e muove a ritmo le braccia battendo l'onda.
Quando stanco si  appoggiato al bastone o seduto su un sasso
il pastore, col suono della zampogna blandisce le pecore.
Insieme cantando e insieme filando il suo penso di lana
inganna e dimentica la schiava la sua fatica.
E quando gli fu portata via la Lirnese si dice che triste
Achille leniva sulla lira emonia il suo cruccio.
Quando col canto Orfeo attirava le selve e le dure
rocce, era afflitto per la sposa due volte perduta.
Me pure consola la Musa mentre mi dirigo ai luoghi comandati
del Ponto; lei sola  rimasta compagna del mio esilio;
lei sola non teme in mezzo agli agguati, n teme la spada
del soldato, n il mare n i venti n la barbarie.
Sa pure, quando fui perduto, quale errore mi abbia ingannato,
e che nella mia azione vi era colpa ma non delitto,
e perci mi  benigna ora, proprio perch prima mi nocque,
quando con me fu accusata come complice del mio delitto.
Non vorrei davvero, poich dovevano nuocermi,
aver posto mano ai sacri riti delle Pieridi.
Ma ora che dovrei fare? Sono posseduto dalla forza stessa
dei riti e folle amo la poesia sebbene dalla poesia ferito.
Cos lo sconosciuto loto, gustato dal palato dulichio,
per quel sapore con cui nocque riusc gradito.
E quasi conscio l'amante della sua rovina, ma le rimane
attaccato, e non abbandona l'oggetto della sua colpa.
Anch'io mi diletto, sebbene mi nocquero, dei miei libri,
e amo quel dardo che mi apr le ferite.
Forse questa passione potr sembrare follia,
ma questa follia ha qualche utilit:
vieta alla mente di aver sempre a contemplare i mali
e la rende immemore della sua sventura presente.
E come la Baccante ferita non sente la sua piaga,
mentre  nell'estasi dopo aver urlato ai ritmi dell'Ida,
cos quando il mio petto si accende mosso dal tirso verdeggiante,
quello stato felice s'innalza sull'umana sventura.
Pi non sente l'esilio, n i lidi del Ponto
Scitico, n di aver contro adirati gli di;
e come se bevessi coppe del soporifero Lete,
cos non ho pi il sentimento del tempo avverso.
Giustamente io dunque venero le dee che mi alleviano i mali,
che dall'Elicona mi accompagnano premurose nell'esilio,
e che ora sul mare, ora sulla terra si sono degnate
di seguire o in nave o a piedi le mie orme.
Queste almeno, io prego, mi siano benigne: infatti la restante
schiera degli di si adopera insieme al grande Cesare,
e mi colmano di tante avversit quante sabbie ha il lido
e quanti pesci ha il mare e uova hanno i pesci.
Farai prima a contare i fiori in primavera, le spighe
in estate, i frutti nell'autunno e le nevi durante i freddi
che i mali che io soffro sbattuto per il mondo intero,
mentre misero inseguo le selvagge rive dell'Eusino.
N tuttavia dal mio arrivo  pi lieve la sorte dei miei mali:
pure fin qui il destino ha seguito le mie strade;
anche qui riconosco lo stame del mio giorno natale,
lo stame che per me  stato fatto di nera lana.
E se anche tralascio di narrare le insidie e i pericoli mortali,
che sono veri, ma troppo grandi per essere creduti veri,
che sventura vivere in mezzo ai Bessi e in mezzo ai Geti
per chi fu sempre coi suoi carmi sulla bocca del popolo!
Che sventura salvaguardare la vita con una porta e un muro
ed essere a stento protetto dalle forze del luogo!
Giovane fuggii le aspre battaglie della vita militare,
e la mia mano non conobbe le armi se non per gioco;
vecchio porto oggi al fianco la spada, nella sinistra
lo scudo e un elmo ricopre la mia canizie.
Quando infatti dalla specola la guardia d il segnale
di allarme, sbito con la mano tremante prendiamo le armi.
Il nemico armato di archi e frecce intinte di veleno
percorre feroce le mura sui cavalli ansimanti;
e come un lupo rapace porta e trascina per campi
e selve la pecora che non ripar nell'ovile,
cos il barbaro nemico cattura chi ha sorpreso nei campi
e non si  ancora rifugiato nel chiuso delle porte:
o segue prigioniero e si sottomette alla catena gettatagli
al collo o muore trafitto da una freccia intinta di veleno.
Qui io vivo dimenticato, estraneo abitante di una dimora
che non ha quiete: o tempo troppo lento del mio destino!
E tuttavia ai ritmi e ai vecchi riti ha la forza
di tornare la Musa mia ospite in mezzo a mali cos grandi.
Ma n vi  alcuno a cui io possa recitare i miei carmi
n alcuno che accolga nelle sue orecchie parole latine.
Per me stesso - che altro potrei fare? - scrivo e leggo,
e non hanno che temere i versi soli giudici di se stessi.
Spesso ho detto tuttavia: "Per chi fatica questo appassionato
lavoro? Leggeranno forse i miei scritti i Sarmati e i Geti?"
Spesso furono versate anche lacrime mentre scrivevo
e le lettere si bagnarono del mio pianto,
e il mio cuore sente come nuove le vecchie ferite
e una pioggia di lacrime mi scorre sul petto.
Quando poi mi volgo a ricordare chi sono e chi ero
e mi rammento in quale e da quale stato mi ha ridotto il caso,
spesso la mano impazzita, adirata contro la poesia e contro
se stessa, ha posto i miei carmi da bruciare sul rogo.
E cos poich di molti carmi non molti rimangono,
leggili, chiunque tu sia, con indulgenza!
E anche tu, che mi sei stata interdetta, accogli benevola,
o Roma, questi versi, migliori dei tempi che io vivo!
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2.
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Gi innanzi ai Cesari la feroce Germania, come l'intero
mondo, forse ha capitolato vinta, piegando le ginocchia,
e forse l'eccelso palazzo si copre ora di corone
e gl'incensi crepitano nel fuoco e offuscano il giorno,
e la candida vittima, percossa sul collo dalla scure
brandita, fa cadere al suolo il suo purpureo sangue,
e i doni promessi ai templi degli di amici
si apprestano a offrire i due Cesari vincitori,
e insieme a loro i giovani che crescono sotto il nome
di Cesare, perch quella casa regga in perpetuo il mondo;
e con le virtuose nuore Livia per la salute del figlio
offre agli di, e spesso ancora offrir, i doni meritati
e con lei le matrone e le fanciulle che senza macchia
conservano in perpetua verginit il sacro fuoco;
e la plebe devota fa festa e con la plebe devota il senato,
e l'ordine equestre di cui poco fa io ero una piccola parte.
Io, bandito lontano, sono escluso dal gaudio comune
e a tanta distanza non mi giunge che una piccola eco.
Dunque tutto il popolo potr ammirare il trionfo
e coi nomi dei generali legger le citt conquistate
e vedr i re con al collo le catene della prigionia
procedere davanti ai cavalli inghirlandati
e scorger ad alcuni un volto umiliato per la circostanza
ad altri minaccioso e dimentico della propria sorte.
Alcuni chiederanno le cause, i fatti e i nomi,
altri li riferir bench poco li conosca:
"Questo che risplende altero sotto la porpora sidonia
era il comandante della guerra, quello il suo luogotenente.
Questo che ora tiene lo sguardo miserevole fisso al suolo
non aveva questo volto quando prese le armi.
Quello dall'aspetto feroce e che ha ancora gli occhi ardenti
di odio fu l'istigatore e la mente della guerra.
Questo perfido accerchi i nostri in un luogo traditore
e ora copre il volto lurido sotto le lunghe chiome.
Quel sacerdote che lo segue si dice che sacrificava
prigionieri a un dio che spesso li rifiutava.
Questo lago, questi monti, tutte queste fortezze, tutti -
questi fiumi erano pieni di feroce strage, pieni di sangue.
In queste terre gi si merit il suo soprannome Druso,
che fu valoroso rampollo degno del suo genitore.
Questo con le corna spezzate mal nascosto sotto l'alga
verdastra, sporco egli stesso del suo sangue, era il Reno.
Coi capelli sparsi ecco che avanza anche la Germania
e giace afflitta sotto il piede del duce invitto
e porgendo il fiero collo alla scure romana
regge le catene con quella mano che port le armi."
Alto sopra questi sul carro vincitore ti avanzerai, o Cesare,
secondo il rito vestito di porpora, sotto gli occhi del tuo popolo,
e dove passerai, avrai intorno l'applauso delle mani dei tuoi,
ovunque sotto il lancio dei fiori che coprono le vie.
Cingeranno le tempie col lauro di Febo e "Viva,
Viva, Trionfo!" canteranno a gran voce i soldati.
Tu stesso, eccitati dalle voci, dall'applauso e dal frastuono,
vedrai spesso impennarsi i cavalli della tua quadriga.
Quindi salirai alla rocca e al tempio propizio ai tuoi voti,
e offrirai a Giove il lauro meritato e promesso.
E io, esiliato, solo con la mente questo potr vedere:
a lei non  vietato il luogo che a me  stato strappato.
Libera essa spazia per le terre immense,
in cielo essa arriva con rapido volo;
essa conduce i miei occhi nel mezzo di Roma
e non lascia che siano esclusi da tanta felicit;
e l'animo trover il luogo dove ammirare i carri
d'avorio: cos almeno per un poco sar nella patria.
E intanto il popolo godr felice il vero spettacolo
e la folla presente far festa insieme al suo principe.
Ma io solamente col pensiero e con le orecchie
distanti potr gustare questa gioia,
e appena ci sar chi, mandato lontano dal Lazio
all'altro estremo del mondo, narri tutto questo al mio desiderio.
E anche costui racconter ormai tardi un vecchio trionfo;
tuttavia qualunque sia il giorno che l'udr, sar lieto.
Verr quel giorno in cui deporr i miei abiti di lutto
e un fatto pubblico sar pi importante dei miei casi privati.
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3.
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Grande e piccola Orsa, che guidate l'una i navigli greci,
l'altra i sidonii, entrambe mai bagnate dalle onde,
poich tutto contemplate poste al sommo dell'asse
e non v'immergete nelle acque del mare ove cala il sole
e cingendo coi suoi cerchi la rocca dell'etere, la vostra
orbita sta alta sulla terra e mai giunge a toccarla,
guardate, vi prego, le mura che un tempo si dice
saltasse a suo danno Remo, il figlio di Ilia,
e sulla mia sposa volgete lo sguardo lucente
e riferitemi se di me si ricordi o mi dimentica.
Ahim, perch temo? Io ricerco cose che sono palesi.
Perch cadde la mia speranza confusa a dubbioso timore?
Credi ci che  come vuoi, n pi temere per cose
certe, e su una fedelt sicura abbi una fede sicura,
e quello che non possono dirti i fulgori fissi al polo
dillo tu a te stesso con voce che non voglia mentire:
non ti dimentica colei che  il tuo primo pensiero,
e serba, con tutta l'anima, il tuo nome nel cuore.
 fissa al tuo volto come se ti abbia presente dinanzi
e pur divisa da te e lontana, se  viva almeno, ti ama.
Quando la mente angustiata rimugina su un fondato dolore,
non se ne va forse il lieve sonno dal cuore risvegliato?
E non subentra allora il tormento, mentre il letto e il mio posto
ti accoglie, e non ti permette di dimenticarti di me,
e arrivano i calori e la notte pare interminabile e le ossa
ti dolgono spossate dall'agitarsi continuo del corpo?
Infatti sono certo che questo e ben altro ti avviene
e che il tuo amore non cela i segni di un accorato dolore,
e che non soffri meno della Tebana quando, lordo di sangue,
vide il suo Ettore via trascinato dal carro tessalico.
E io non so che cosa invocare per te e neppure so dire
quale stato d'animo sia meglio che ti debba augurare.
Sei triste? Mi indigno di essere la causa del tuo dolore.
Non lo sei? Oh, possa tu essere degna del marito che hai perso!
Affliggiti invece per avermi perso, o dolcissima consorte,
e vivi triste il tuo tempo a causa delle mie sventure
e piangi sul mio destino: un certo piacere d il piangere
e dalle lacrime viene saziato e infine estinto il dolore.
E dovessi tu piangere non la vita, ma la mia morte:
sarebbe stata la mia morte ad averti lasciata sola.
Nell'aria nativa avrei esalato, con te vicino, questo respiro
e lacrime affettuose avrebbero bagnato il mio corpo
e le tue dita avrebbero chiuso nell'ultimo giorno
i miei occhi rivolti a un cielo familiare,
e le mie ceneri avrebbero riposato nel tumulo degli avi,
e la terra che toccai nascendo custodirebbe il mio corpo;
e infine, cos come vissi, sarei morto senza macchia.
Ora io vivo per dovere arrossire della mia condanna.
Me infelice se tu, quando ti dicono moglie di un esiliato,
volgi altrove lo sguardo e il rossore invade il tuo viso!
Me infelice, se consideri un disonore apparire mia sposa!
Me infelice, se ti vergogni ormai di essere mia!
Dov' quel tempo quando solevi andare orgogliosa
del marito e non nascondevi il nome del tuo uomo?
Dov' quel tempo quando - se mi permetti di dirlo -
ti piaceva, ricordo, sentirti chiamare ed essere mia?
E, come  degno di chi  onesta, ti piacevo per ogni mia dote
e a quelle possedute molte altre ne aggiungeva il tuo amore
benevolo, n vi era altro uomo - cos grande cosa ti apparivo -
che tu mi anteponessi e preferissi che fosse tuo marito.
Anche ora non arrossire di essere mia sposa, e questo
deve darti dolore, non farti sentire umiliata.
Quando il temerario Capaneo per per il colpo repentino,
si legge forse che Evadne arross del marito?
Lo stesso Fetonte, perch il re del mondo con le sue fiamme
ne spense le fiamme, non fu rinnegato dai suoi.
E a Cadmo suo padre non divenne estranea Semele
perch per per le sue ambiziose preghiere.
Cos perch io fui colpito dal crudele fulmine di Giove
non affiori sul tuo tenero viso il rossore della vergogna.
Sorgi piuttosto a prenderti cura della mia protezione
e sii per me il modello dell'ottima sposa
e rivesti delle tue virt questo compito triste!
Arduo e accidentato  il cammino della gloria.
Chi conoscerebbe Ettore, se Troia fosse stata felice?
Attraverso le patrie sventure si apr la strada il suo valore.
 inutile la tua arte, o Tifi, se non c' maroso sul mare;
se sono sani gli uomini, non serve la tua arte, o Febo.
Nascosta e sconosciuta sta in ozio la virt nei tempi
felici, ma appare e si fa conoscere nelle sventure.
Il mio destino ti d occasione di fama e, alla tua
devozione, di levare in alto ben visibile il capo.
Approfitta delle circostanze e dell'aiuto che ora
ti offrono, e un vasto campo si apre alle tue lodi.
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4.
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...
O tu che, gi nobile per il nome dei tuoi avi,
superi per la nobilt dei costumi la tua stirpe,
nel cui animo si ammira l'immagine dell'onest paterna,
cos che tale onest non perde del suo vigore,
nel cui intelletto si  raccolta l'eloquenza del padre,
alla quale nessun'altra fu superiore nel foro latino,
senza affatto volerlo, con questi indizi al posto del nome
ti ho gi nominato; perdona tu stesso ai tuoi meriti.
Nessuna colpa io ho commesso: ma le tue note virt ti rivelano;
se tu appari quello che sei,  assolta ogni mia colpa.
E pertanto ritengo che l'omaggio a te reso coi miei versi
non ti possa nuocere agli occhi di un principe tanto giusto.
Il padre stesso della patria - che vi  pi umano di lui? -
accetta che si legga spesso il suo nome nei miei carmi,
n potrebbe impedirlo, perch Cesare  il bene comune,
e del bene comune una parte  anche mia.
Giove concede la sua divinit agli ingegni dei poeti
e permette di essere celebrato da tutte le bocche.
La tua causa non ha da temere per l'esempio di due divinit:
l'una  davanti ai nostri occhi, all'altra si crede.
Anche ammesso che non dovevo, mi terr io tuttavia
questa colpa: non sei stato tu a volere la mia lettera.
N se parlo con te commetto una nuova colpa,
perch spesso parlavo con te prima di essere esiliato.
E perch tu non tema di essere biasimato per la mia amicizia,
il biasimo, se vi , pu andare a colui che l'ebbe iniziata.
Tuo padre infatti - questo non puoi certo nasconderlo -
fu sempre venerato da me fin dai miei primi anni;
ed egli approvava - lo puoi ben ricordare - il mio ingegno
anche pi di quanto a mio giudizio ne fossi degno;
e dei miei versi parlava con quella eloquenza
nella quale vi era una parte della sua grande nobilt.
Se dunque mi accolse la vostra casa, non tu ora sei stato
ingannato, ma prima di te fu ingannato tuo padre;
ma non c' stato inganno, credimi, poich in tutti i suoi atti,
se si tolgono gli ultimi, la mia vita  al sicuro da biasimo.
E anche questa colpa che mi ha perduto non la diresti delitto
se ti fosse nota la serie dei fatti di cos grande sciagura.
O il timore o l'errore, ma prima l'errore mi fu funesto;
ma lascia che io non rievochi il mio destino!
Che io non riapra, toccandole di nuovo, le ferite non ancora
ben chiuse: la quiete stessa a fatica potr loro giovare.
Perci, come giustamente sono punito, cos nel mio fallo
nessun delitto ci fu, nessuna intenzione.
E il dio lo sa; per questo non mi ha tolto la vita
e non sono in mano ad altri i beni a me confiscati.
Forse porr fine un giorno, solo che viva, a questo
esilio, quando col tempo si sar addolcita la sua ira.
Ora prego che mi ordini di andarmene di qui in altro luogo,
se i miei voti non mancano di rispetto e di moderazione.
Desidero un esilio meno duro e un poco pi vicino,
e che sia un luogo lontano da un crudele nemico,
e poich  cos grande la clemenza di Augusto, se qualcuno
gli chiedesse questo per me, forse egli lo concederebbe.
Mi serrano prigioniero i freddi lidi del Ponto Eusino:
questo dagli antichi era stato detto inospitale;
infatti n le sue distese sono mosse da venti moderati
n a porti tranquilli possono approdare navi straniere.
Vi sono genti intorno che cercan la razzia nel sangue
e la terra non fa meno paura del mare infido.
Quelli che, come tu sai, si deliziano del sangue umano
si trovano quasi sotto l'asse del mio medesimo astro;
e non  lontano da me il luogo, dove il taurico altare
della dea faretrata si nutre di orrende uccisioni.
Questo, come tramandano, non odiato dai criminali
n ricercato dai buoni, era un tempo il regno di Toante.
Qui la fanciulla pelopea, a ricompensa della cerva immolata
al suo posto, sacrificava alla sua dea ogni specie di vittime.
E dopo che qui arriv,  dubbio se con pia intenzione
o scellerata, Oreste stesso cacciato dalle sue furie
e il suo compagno focese esempio di vera amicizia,
che erano in due corpi un'anima sola,
sbito son condotti legati al triste altare che lordo
di sangue si ergeva davanti alla doppia porta.
Tuttavia n l'uno n l'altro temette per la propria morte:
l'uno si affliggeva per la morte dell'altro.
E gi si era accostata stringendo il coltello la sacerdotessa
e una barbara benda aveva cinto le greche chiome,
quando a uno scambio di parole riconobbe il fratello
e invece della morte gli diede Ifigenia il suo abbraccio.
Lieta trasport da quei luoghi in migliori contrade
la statua della dea che ebbe in odio i riti crudeli.
Questa regione dunque, quasi l'ultima del vasto mondo,
fuggita dagli uomini e dagli di,  a me vicina;
e cos sacrifici omicidi sono vicini alla mia terra,
se tuttavia pu dire sua Nasone una barbara terra.
Oh, i venti che portarono via di qui Oreste riportino
anche le mie vele quando il dio si sar placato!
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5.
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...
O tu che hai il primo posto fra gli amici a me cari,
unico altare che abbia trovato la mia disgrazia,
dalle cui parole riebbe vita quest'anima moribonda
come suole una lucerna notturna dall'olio versato,
che non temesti di aprire un porto fidato
e un rifugio alla mia barca percossa dal fulmine
il cui censo non mi avrebbe fatto sentire indigente
se Cesare mi avesse strappato le sostanze paterne,
mentre l'ardore mi trascina e mi fa dimenticare il duro
mio tempo, per poco, ahim, non mi sfuggiva il tuo nome!
Tu tuttavia ti riconosci e toccato dal desiderio di fama
"Quello sono io" vorresti poter dire apertamente.
Sta certo che io, se tu lo permettessi, vorrei farti onore
e raccomandare alla fama la tua fedelt cos rara.
Temo di nuocerti con un carme pieno di riconoscenza
e che ti sia di danno l'onore inopportuno del nome.
Ma, e questo  permesso ed  senza rischi godi nel tuo cuore
che io ti ricordi e che tu sei rimasto fedele,
e come fai, lotta coi remi a portarmi aiuto
finch, placatosi il dio, arrivi una brezza pi dolce,
e proteggi un capo che nessuno pu salvare, se colui
che lo sommerse fuori non lo trae dall'onda stigia.
E, raro esempio, sii costantemente pronto
a ogni dovere di un'amicizia incrollabile.
Possa la tua fortuna divenire sempre pi prospera
e tu aiutare i tuoi non bisognoso di aiuto tu stesso
e la tua sposa sia pari nella bont perenne al marito
e la discordia venga rara a turbare la vostra unione;
e chi  nato del tuo stesso sangue sempre ti ami
con l'affetto con cui il devoto fratello ama il suo Castore;
e cos sia simile a te il giovane figlio
e dai costumi chiunque riconosca che  tuo;
e suocero ti faccia la figlia col suo matrimonio
e non tardi, ma fin che sei giovane, ti dia il nome di nonno.
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6.
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Col tempo il toro si abitua all'aratro che lavora il campo
e offre il collo al peso del giogo ricurvo;
col tempo il focoso cavallo obbedisce alla briglia
che lo frena e accetta con docile bocca il rigido morso;
col tempo si acquieta l'ira dei punici leoni
e pi non rimane nell'animo la ferocia di prima
e la belva indiana, che obbedisce agli ordini del suo
maestro, col tempo si sottomette vinta al servaggio.
Il tempo fa gonfiare l'uva nei grappoli ingranditi,
e i grani a fatica trattengono il succo che li riempie;
il tempo trasforma la semente nelle spighe biancheggianti,
e fa che i frutti non siano di sapore sgradevole
egli assottiglia il dente dell'aratro che rinnova la terra,
egli leviga le dure selci, egli rode i pi duri metalli,
egli mitiga anche a poco a poco le ire furiose,
egli i lutti lenisce e i cuori afflitti solleva.
Tutto pu dunque attenuare il tempo che via scorre
con tacito piede, tranne le mie sofferenze.
Da quando mi manca la patria, due volte sull'aia si sono battute
le spighe, due volte si  aperta l'uva pressata dai piedi nudi;
n tuttavia il lungo tempo mi ha dato la virt di sopportare,
e il mio animo sente la sventura come se sia recente.
Cos i vecchi giovenchi fuggono spesso il giogo,
e il cavallo domato si ribella sovente al morso.
La mia pena presente  anche pi triste di quella di prima:
infatti bench resti la stessa, crebbe e si  aggravata col tempo.
N cos nota mi fu come ora la mia sventura;
ora pi mi pesa perch meglio l'ho conosciuta.
Nemmeno sarebbe poca cosa avere forze nuove da opporvi
e non essere gi prima logorato dai mali del tempo.
Sulla bionda arena il lottatore fresco  pi forte
di quello che da lungo tempo ha stancato le sue braccia;
il gladiatore integro nella splendente armatura  migliore
di quello i cui dardi rosseggiano tinti del suo sangue.
La nave costruita da poco regge alle procelle che si rovesciano
violente; a una burrasca anche piccola la nave vecchia si sfascia.
Anch'io sopportavo pi facilmente un tempo i mali
che soffro, poich si sono moltiplicati col passare dei giorni.
Credetemi, io soccombo, e come posso presagire dallo stato
del mio corpo, poco tempo rimane alle mie sofferenze.
Infatti non ho pi le forze n il colore che ero solito avere;
appena mi ritrovo una pelle minuta a coprirmi le ossa.
Ma il mio animo  pi malato del corpo malato
e contempla senza fine la sua sventura.
Lontano  il volto di Roma, lontani, mio affetto, gli amici,
e, la pi cara di tutti, lontana  la mia consorte.
Dinanzi ho il volgo degli Sciti e la turba in brache dei Geti.
Cos mi tormentano le cose che vedo e quelle che non vedo.
Una speranza tuttavia vi , che mi consola in questa tristezza,
che con la mia morte non saranno eterni questi mali.
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7.
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Due volte mi ha visitato il sole dopo i freddi della gelida
bruma e due volte, toccati i Pesci, ha compiuto il suo giro
In cos lungo tempo perch la tua destra
non mi  stata cortese anche di solo due righe?
Perch  cessata la tua fedelt mentre mi scrivevano
altri coi quali non profonda era la mia amicizia?
Perch ogni volta che ho tolto i suggelli a una lettera
ho sperato che essa portasse il tuo nome?
Facciano gli di che spesso la tua destra mi abbia scritto
una lettera, ma che di tante nessuna mi sia pervenuta!
Questo che mi auguro  chiaro che  vero: mi sarebbe pi facile
credere al volto della Gorgone Medusa chiuso in una chioma
di serpi, ai cani sotto il ventre di una vergine, a Chimera
che con le fiamme separa la leonessa dal truce serpente,
ai quadrupedi che hanno il petto unito al petto di un uomo
e all'uomo dai tre corpi e al cane dalle tre teste
e alla Sfinge e alle Arpie e agli anguipedi Giganti
e a Gia dalle cento braccia e all'uomo mezzo toro.
Mi  pi facile credere a tutti questi mostri, o carissimo,
piuttosto che tu sia cambiato e abbia perduto l'affetto per me.
Innumerevoli monti fra me e te e strade
e fiumi e campi e non pochi mari si stendono.
Per mille motivi le lettere che tu mi hai spedito
in gran numero, possono giungere rare nelle mie mani.
Vinci tuttavia questi mille ostacoli scrivendomi spesso,
perch non ti debba, o amico, sempre scusare.
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8.
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Gi le mie tempie sono simili alle piume del cigno
e la bianca vecchiezza tinge i miei neri capelli;
gi arrivano gli anni fragili e l'et meno attiva,
e gi, divenuto malfermo, reggermi mi  faticoso.
Ora era il tempo in cui, posto fine ai travagli,
dovevo vivere senza che mi angustiasse nessuna paura,
e godere gli ozi che sempre piacquero al mio animo
e abbandonarmi dolcemente agli studi che mi dilettano
e abitare la mia piccola casa con i vecchi Penati
e il podere paterno che ora  senza il suo padrone,
e in seno alla mia sposa, in mezzo ai cari amici
e nella mia patria invecchiare tranquillo.
Cos la mia et aveva un tempo sperato che si consumasse
la vita; cos ero degno di chiudere questi miei anni.
Non cos parve agli di, che mi cacciarono per terra
e per mare e mi gettarono sulle rive dei Sarmati.
Le navi squassate sono condotte nei cavi bacini
perch non si sfascino per avventura in mezzo alle onde;
perch non cada e disonori le molte vittorie conquistate,
bruca l'erba nei prati il cavallo che si  infiacchito;
quando, terminata la sua milizia, il soldato  inservibile,
depone presso gli antichi Lari le armi che ha portato.
Cos dunque, indebolendomi le forze la torpida vecchiaia,
era tempo anche per me di ricevere il bastone del congedo;
era tempo di non dover respirare un'aria straniera
n di spegnere l'arida sete alle sorgenti getiche,
ma ora di ritirarmi nei solitari giardini che avevo,
ora di godere di nuovo della vista della gente e della citt.
Cos quando un tempo l'animo non divinava il futuro
mi auguravo di poter vivere placidamente da vecchio.
Ma si oppose il fato che, dopo avermi concesso i primi
anni piacevoli, mi rende duri quelli che seguono,
e dopo aver vissuto dieci lustri senza macchia di sorta
sono vessato nel periodo declinante della mia vita,
e non lontano dalla meta che mi sembrava ormai di avere
raggiunto, una catastrofe ha subto il mio piccolo carro.
Cos nella mia follia costrinsi a infierire contro di me
l'uomo del quale non c' nulla pi mite nell'universo,
e la sua stessa clemenza  stata vinta dalle mie colpe!
E tuttavia al mio errore non  stata negata la vita,
la vita da trascorrere lontano dalla patria sotto il polo
boreale, l dove giace la riva sinistra del mare Eusino.
Se questo mi dicesse Delfi e la stessa Dodona,
mi sembrerebbe vano l'uno e l'altro oracolo.
Niente  cos saldo, seppure lo leghi il pi duro dei metalli,
che resista fermo alla folgore che abbatte Giove.
Niente  cos elevato e sale in alto al di l di ogni limite,
che non rimanga inferiore a un dio e a lui sottoposto.
Infatti sebbene una parte dei mali si sia attirata la mia colpa,
tuttavia maggiore rovina mi ha procurato la collera del nume.
Ma voi siate avvertiti, anche mediante i miei casi,
di ben meritare dell'uomo che eguaglia i celesti!
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9.
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Se mi  possibile e lo permetti, tacer il nome e il misfatto
e le tue azioni verranno date alle acque del Lete,
e la mia clemenza sar vinta dalle tue lacrime tardive.
Solo fa'apparire manifesto che ti sei pentito!
Solo pronuncia la tua condanna e desidera cancellare
dalla tua vita, se puoi, i giorni degni di Tisifone.
Altrimenti, e se il tuo cuore brucia di odio contro di me,
il mio sventurato dolore sar costretto a prendere le armi.
Anche se sono stato spedito, come sono, all'estremo
del mondo, la mia collera allungher fino a te le sue mani.
Cesare, se lo ignori, mi lasci tutti i diritti,
e la mia sola pena  di essere privato della patria
e la patria, solo che egli viva, io spero ancora da lui:
spesso rinverdisce la quercia bruciata dal dardo di Giove.
Infine se io non ho alcuna possibilit di vendetta,
le Pieridi mi presteranno le forze e le loro saette.
Bench io abiti, bandito lontano, sulle sponde scitiche,
e vicini io veda gli astri che mai si bagnano,
ci che annuncer a gran voce andr per le genti infinite,
e il mio lamento sar noto fin dove si estende il mondo.
Arriver all'occaso tutto ci che io dir dall'oriente,
e testimone sar Eo di ci che avr detto l'Esperia;
oltre la terra, oltre gli abissi delle acque sar udito,
e l'eco del mio gemito si far sempre pi grande.
N solo il tuo secolo conoscer la tua colpa:
sarai l'accusa eterna dei posteri.
Gi vado alla battaglia e non ho ancora preso la tromba
n vorrei avere alcun motivo di prenderla.
Il circo  ancora quieto, ma gi fa schizzare la sabbia
il toro minaccioso e batte col piede rabbioso l'arena.
E questo  pi di quanto volevo: suona, o Musa, la ritirata,
finch  ancora possibile a costui nascondere il suo nome.
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10.
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Chi io fossi, il noto cantore di teneri amori,
ascolta, per apprenderlo, posterit che mi leggi.
Mi  patria Sulmona ricchissima di gelide onde
che dista nove volte dieci miglia da Roma.
Qui fui dato alla luce, e perch tu sappia la data,
fu quando con pari destino caddero i due consoli.
Se vale qualcosa, antico erede dell'ordine fin dai lontani
proavi, divenni cavaliere non per dono recente della fortuna.
Non fui il primogenito, ma fui generato dopo un fratello
che era nato quattro volte tre mesi prima di me.
La medesima stella vide la nascita di entrambi
e un unico giorno veniva celebrato con due focacce:
 quello, dei cinque giorni di festa dell'armigera Minerva,
che primo diviene cruento per le battaglie dell'arena.
Subito ancor teneri veniamo istruiti e per la premura del padre
frequentiamo i maestri celebri in Roma per la loro arte.
Il fratello fin dalla verde et tendeva all'eloquenza,
nato per le grandi schermaglie oratorie del foro.
Ma a me fin da ragazzo piaceva coltivare le cose celesti
e segretamente la Musa mi conduceva al suo ministero.
Spesso il padre mi diceva: "Perch tenti uno studio inutile?
Il Meonide stesso non ha lasciato alcuna fortuna."
Ero scosso dalle sue parole e lasciato del tutto l'Elicona
provavo a scrivere parole libere dal ritmo.
Spontaneamente un carme si formava nei metri appropriati,
e ci che tentavo di scrivere erano versi.
Intanto con tacito passo via scorrevano gli anni
e il fratello e io prendemmo la toga pi libera,
e ci ricopre le spalle la porpora col laticlavio
ma la nostra inclinazione rimane quella di prima.
Gi mio fratello aveva raddoppiato dieci anni di vita,
quando mor, e io cominciai a essere privo di una parte di me.
Ricoprii le prime cariche dell'et giovanile
e una volta fui uno dei triunviri.
Restava la curia: ma io restrinsi la striscia di porpora.
Quello era un fardello troppo grande per le mie forze;
n il corpo sopportava n la mente era adatta alla fatica,
e io rifuggivo dagli affanni dei pubblici onori;
e le sorelle Aonie mi allettavano a cercare i tranquilli
ozi letterari, quelli che il mio intimo ha sempre amati.
Coltivai e adorai i poeti di quel tempo, e quanti vati
erano con me, tanti di ritenevo che mi fossero accanto.
Spesso mi lesse i suoi uccelli, pi anziano di me, Macro,
e i serpenti che nuocciono e le erbe che giovano;
spesso era solito recitarmi i suoi amori Properzio
in virt dell'amicizia che a me lo legava;
Pontico celebre per i versi eroici e Basso per i giambi
furono parte diletta della mia cerchia di amici,
e affascin le mie orecchie Orazio ricco di ritmi,
mentre toccava sulla lira ausonia carmi di dotta fattura.
Virgilio lo vidi soltanto, n l'avaro destino
concesse tempo a Tibullo per la mia amicizia.
Egli successe a te, o Gallo, Properzio a lui,
quarto dopo questi fui io stesso in ordine di tempo.
E come io venerai i pi anziani di me, cos venerarono
me i pi giovani, e non tard a divenir nota la mia Talia.
Quando lessi per la prima volta al popolo i miei carmi
giovanili, la barba mi era stata tagliata una o due volte.
Aveva mosso il mio genio, da me cantata per tutta la citt,
Corinna, cos chiamata da me con nome non vero.
Ho scritto senza dubbio molto, ma le cose che ho giudicato
non buone le ho date io stesso da correggere alle fiamme.
E anche sul punto di fuggire bruciai certe cose che sarebbero
piaciute, adirato con la mia passione e con i miei carmi.
Tenero e non inespugnabile ai dardi di Cupido
era il mio cuore e un niente bastava a commuoverlo.
Tuttavia pur essendo io tale e accendendomi alla pi piccola
fiamma, sotto il mio nome non corse nessuna diceria.
Quasi ragazzo mi fu data una moglie n degna
n utile, che per breve tempo rimase mia sposa;
a lei successe una sposa che, sebbene senza colpa,
non avrebbe diviso tuttavia per sempre il mio letto;
l'ultima, che  rimasta con me fino agli anni avanzati,
sopport di essere la consorte di un marito esiliato.
Mia figlia, due volte madre nella prima giovinezza,
ma non da un solo marito, mi fece nonno.
E intanto mio padre aveva compiuto il suo destino
e a nove lustri aveva aggiunto altri nove lustri.
Lo piansi non diversamente da come avrebbe egli pianto
me stesso defunto. Resi poco dopo le dovute onoranze alla madre.
Felici ambedue e sepolti nel momento opportuno,
poich morirono avanti il giorno della mia condanna!
Felice me pure, che sono esiliato quando essi
non sono pi in vita e non hanno sofferto per me!
Se tuttavia agli estinti qualche cosa oltre il nome
rimane e una gracile ombra scampa al rogo eretto,
se notizia vi  giunta di me, o ombre dei miei genitori,
e nel foro stigio si parla della mia colpa,
sappiate, vi prego, - n potrei ingannarvi - che la causa
del mio esilio  un errore non un delitto.
Questo basta per i Mani! A voi torno, o cuori
che desiderate sapere le vicende della mia vita.
Gi la canizie, fuggiti via gli anni migliori,
era giunta a mescolarsi alle mie chiome di un tempo.
E dopo la mia nascita, il cavaliere vincitore, cinto
dell'olivo di Pisa, aveva strappato dieci volte il premio,
quando l'ira del principe offeso mi ordina di raggiungere
Tomi situata sulla riva sinistra del mare Eusino.
La causa della mia rovina a tutti troppo nota
non ha bisogno che sia attestata dalle mie parole.
Perch ricordare la slealt degli amici e i servi malvagi?
Molte cose ho sopportato non pi lievi dell'esilio stesso.
Ma l'animo ebbe a sdegno di dover soccombere ai mali
e si dimostr invitto ricorrendo alle sole sue forze
dimenticando me stesso e una vita trascorsa negli ozi
impugnai con mano non avvezza le armi che il momento chiedeva
e affrontai per terra e per mare tanti pericoli quante
sono le stelle fra il polo nascosto e quello visibile.
Infine dopo essermi trascinato per lunghe peregrinazioni
toccai le rive di Samarzia contigue ai faretrati Geti.
Qui sebbene mi risuonino intorno le armi confinanti,
con la poesia, per quanto posso, allevio il triste destino,
e se essa non pu giungere alle orecchie di nessuno,
trascorro tuttavia cos la giornata e inganno il tempo.
Perci se vivo, se resisto alle dure sofferenze
e non mi prende il tedio di una vita angosciata,
te ringrazio, o Musa! Infatti tu mi dai il conforto,
tu sei riposo agli affanni, tu vieni come medicina;
tu sei guida e compagna, tu mi porti via dall'Istro
e mi fai posto nel mezzo dell'Elicona.
Tu mi hai dato da vivo - e questo  raro - un nome
eccelso, che la fama suole dare dopo le esequie.
E l'invidia, che denigra le opere dei viventi, non ha morso
col suo dente malevolo nessuna delle mie opere.
Infatti quantunque il nostro tempo abbia prodotto grandi
poeti, la fama non  stata maligna col mio genio,
e se io pongo molti davanti a me, sono stimato
non inferiore a loro e assai sono letto nel mondo intero.
Perci se i presagi dei poeti hanno qualcosa di vero,
dovessi io anche subito morire, non sar tuo, o terra.
Sia che io abbia raggiunto questa fama per il tuo favore,
o con la mia poesia, ti devo il mio grazie, benevolo lettore.
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LIBRO QUINTO.
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1.
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Anche questo libro che viene dalla riva dei Geti, aggiungi
o amante della mia poesia, ai miei quattro gi inviati!
Anche questo sar simile al destino del poeta:
non troverai in tutto il carme niente di piacevole.
Come  lacrimevole il mio stato, cos  anche la poesia,
poich lo scritto si uniforma alla sua materia.
Non toccato dalla sorte e felice io scrissi cose gaie
e di giovinezza; ora tuttavia rimpiango di averle composte.
Dopo la caduta, mi faccio banditore della mia improvvisa
disgrazia e il soggetto di ci che scrivo sono io stesso.
E come inerte sulla riva si dice che l'uccello caistrio
pianga con la voce che si spegne la sua fine,
cos io gettato lontano sulle sponde sarmatiche
non lascio che passi in silenzio il mio funerale.
Chi cerca il diletto e carmi lascivi, prima lo avverto,
non vi  motivo che legga questi miei scritti.
Gli sar pi adatto Gallo e Properzio dal canto
carezzevole, pi adatto Tibullo, spirito amabile.
Oh, non facessi io parte di un tale numero!
Ahim, perch la mia Musa talvolta ha voluto giocare?
Ma ho pagato e nella regione dello scitico Istro
 in esilio il noto cantore dell'Amore faretrato.
Da allora ho volto il mio estro a carmi di pubblico interesse
e gli ho raccomandato di essere memore del proprio nome.
Se tuttavia qualcuno di voi mi domanda perch io canti tante
cose dolorose, tante dolorose vicende io ho dovuto soffrire.
Non con il genio le compongo, non con la perizia dell'arte:
la materia  inventiva per i mali che le sono propri.
E nel carme quanta parte vi  della mia sventura?
Felice chi soffre mali di cui egli pu contare il numero.
Quanti sono gli alberi della selva, quante le bionde sabbie
del Tevere, quante tenere erbe ha il campo di Marte,
tanti mali ho sofferto, ai quali non vi  medicina o riposo
se non nel culto e nella compagnia delle Pieridi.
"Quando, o Nasone, porrai fine al lacrimoso tuo canto?"
mi dici. Quando avr termine questa sventura.
Essa da una fonte copiosa mi fornisce i lamenti
e non sono mie ma del mio fato queste parole.
Ma se tu mi restituissi la patria con la cara consorte,
il mio volto sarebbe lieto e io sarei quello di prima;
e se mai si faccia pi mite con me l'ira dell'invitto
Cesare, subito ti comporr carmi pieni di gioia.
Tuttavia i miei scritti non giocheranno di nuovo come un tempo:
una volta sola abbiano passato il segno nel mio gioco!
Canter cose che egli stesso approver, solo che, alleggerita
una parte della pena, io fugga la barbarie e i freddi Geti
Ma intanto cosa potrebbero cantare se non tristezza
i miei libri? Questo  il flauto che si addice al mio funerale.
"Ma era meglio, mi dici, sopportare in silenzio i mali
e tacendo dissimulare i tuoi casi."
Pretendi che nessun gemito segua i miei tormenti
e mi vieti di piangere dopo una grave ferita?
Lo stesso Falaride permise di emettere muggiti nel bronzo
di Perillo e di mandare lamenti attraverso la bocca di un toro.
Quando Achille non si offese delle lacrime di Priamo,
tu, pi crudele di un nemico, impedisci i miei pianti?
Quando i figli di Latona privavano Niobe dei suoi figli,
non le ordinarono tuttavia di tenere anche asciutte le guance.
 qualche cosa alleviare con le parole i mali del destino.
 per questo che mandano gemiti Procne e Alcione;
per questo nel gelido antro il figlio di Peante
stancava con le sue grida le rocce di Lemno.
Un dolore represso ci soffoca e dentro ribolle
e viene costretto a moltiplicare le forze.
Sii indulgente piuttosto, o getta tutti i miei libri,
se ci che a me giova, a te nuoce, o lettore.
Ma non ti pu nuocere, e i miei scritti a nessuno
recarono danno se non al loro autore.
"Ma sono scadenti." L'ammetto. Chi ti costringe a leggere versi
cattivi o chi ti vieta di lasciarli se sei stato deluso?
N io li correggo, ma come qui sono stati composti siano letti;
essi non sono pi barbari del paese dove son nati,
e Roma non mi deve accostare ai suoi poeti:
 in mezzo ai Sarmati che compongo i miei versi.
Infine nessuna gloria io ricerco
n la fama che suole spronare gl'ingegni.
Non voglio che il mio animo si consumi in perpetui affanni,
che tuttavia irrompono ed entrano dove  loro vietato.
Vi ho detto perch scrivo; mi chiedete perch vi mando
i miei scritti? Desidero essere con voi in qualsiasi modo.
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2.
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Quando giunge una nuova lettera dal Ponto non  forse
vero che diventi pallida e l'apri con mano tremante?
Metti via il timore: sto bene e il mio corpo, che prima
non resisteva alle fatiche ed era senza forza, si regge,
e vessato dai mali abituali si  temprato.
O forse non posso essere pi malato di come sono?
Ma  lo spirito che giace abbattuto e non acquista forza
col tempo, e nell'animo permane l'afflizione di prima,
e le ferite che a poco a poco pensai si sarebbero chiuse
nel periodo dovuto, mi dolgono come inferte da poco.
Certamente ai piccoli mali giova l'annosa vecchiezza,
ma i grandi mali fan pi gravi col tempo le loro ferite.
Per quasi interi dieci anni nutr Filottete una piaga
pestilenziale, inferta da un serpente gonfio di veleno.
Consunto da cronica cancrena sarebbe perito Telefo,
se non lo avesse soccorso la destra che lo aveva ferito.
E se nessun delitto ho commesso, voglia sanare
le mie ferite, io prego, colui che me le aperse.
E contento infine della parte di dolore da me gi sofferta
tolga da un mare traboccante un tantino di acqua.
Tolga pur molto, molto di amaro rester;
e la parte rimasta sar pari alla pena intera.
Quante conchiglie hanno i lidi, quanti fiori
gli ameni roseti e grani il soporifero papavero,
quanti animali nutre la selva e pesci nuotano nell'onda,
con quante piume battono la soffice aria gli uccelli,
tanti mali mi assalgono, e se tentassi di enumerarli
tutti, tenterei di dire il numero delle onde icarie.
E pur tralasciando gl'imprevisti della strada, gli amari
pericoli del mare e le mani armate contro la mia vita,
 una barbara terra quella che mi tiene, la pi lontana
del vasto mondo, e un paese circondato da feroci nemici.
Da qui sarei trasferito - poich la mia colpa non si  tinta
di sangue - se tu avessi per me la premura che devi.
Quel dio, sul quale si regge salda la potenza romana,
spesso fu un vincitore clemente col suo nemico.
Perch esiti e temi una cosa che non ha rischi? Presentati
e pregalo. Il vasto mondo non ha niente pi mite di Cesare.
Me infelice! che faccio se i pi vicini mi abbandonano?
Anche tu ritiri il collo dal giogo che si  rotto?
Dove vado? Dove cerco sollievo al mio stato disperato?
Pi nessun'ncora ormai tiene ferma la mia barca.
Dunque provvedi! Io, anche se inviso, cercher rifugio
al sacro altare: nessuna mano respinge l'altare.
...
.
...
2b.
...
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...
Dall'esilio lontano ecco mi rivolgo supplice al dio lontano,
se  permesso a un mortale poter parlare con Giove.
Signore dell'impero, la cui incolumit ci rende certi
che tutti gli di si prendono cura della gente ausonia,
o gloria, o immagine della patria per opera tua fiorente,
o eroe non meno grande del mondo stesso che governi,
possa tu restare sulla terra e desiderarti il cielo!
possa tu salire tardi agli astri che ti sono assegnati!
Piet, ti prego, e dal tuo fulmine togli una piccolissima
parte! Sar pena gi grande quella che rester.
La tua ira  davvero moderata e mi hai lasciato la vita,
e non mi furono tolti n i diritti n il nome di cittadino,
n furono concessi ad altri i miei beni,
e nemmeno sono detto esiliato nelle parole del tuo editto.
E tutto questo io avevo temuto poich vedevo di averlo
meritato; ma la tua collera  pi mite della mia colpa.
Mi ordinasti di raggiungere relegato i campi del Ponto,
e di solcare su una nave profuga le onde scitiche.
Obbedendo al tuo ordine venni alle squallide rive del mare
Eusino - a questa terra che giace sotto il gelido polo.
N mi tormenta tanto il clima che non  mai senza freddo
e il terreno sempre bruciato dal gelo biancheggiante,
n la barbara lingua ignara di suoni latini
e la parlata greca corrotta dall'accento getico,
quanto l'essere circondato e oppresso da ogni parte dalla guerra
dei vicini e a stento protetto dal nemico da un piccolo muro.
Vi  pace tuttavia talvolta, non mai la certezza della pace:
cos ora subisce e ora teme la guerra questo paese.
Purch io sia di qui trasferito, mi inghiotta la zanclea Cariddi,
e mediante le sue acque mi sospinga allo Stige,
o io bruci senza lamenti fra le fiamme del vorace Etna
o sia precipitato nei profondi gorghi del dio leucadio!
Quello che chiedo  una pena: non ricuso infatti di essere
infelice, ma prego di poter essere infelice in luogo pi sicuro.
...
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...
3.
...
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...
Questo  il giorno in cui sogliono i poeti,
se non mi sfugge la data, celebrarti, o Bacco,
e cingono a festa le tempie con corone odorose,
e fra le coppe dei tuoi vini cantano le tue lodi.
Di questi, ricordo, finch il mio destino lo permetteva,
spesso io fui parte a te non sgradito,
mentre ora sotto le stelle della Cinosuride Orsa
mi tiene la riva sarmatica attigua ai barbari Geti,
e io che prima condussi una vita molle e senza travagli
in mezzo agli studi e nel coro delle Pieridi,
ora lontano dalla patria ho intorno il suono delle armi dei Geti
E prima molti mali ho sofferto sul mare e molti sulla terra.
Sia che il caso mi abbia inflitto tutto questo, sia l'ira
degli di sia che fosse alla mia nascita fosca la Parca
tu tuttavia avresti dovuto sostenere col tuo potere
divino uno dei sacri cultori della tua edera.
O forse ci che cantano le sorelle signore del destino
cessa tutto di sottostare al volere degli di?
Anche tu t'innalzasti coi tuoi meriti fino alle rocche
del cielo, a cui ti apristi la strada con non pochi travagli.
E non potesti abitare la tua patria, ma fino al nevoso
Strimone ti spingesti e fino ai Geti devoti di Marte
e alla Persia e al Gange che fluisce con un ampio corso
e a tutte le acque a cui beve il livido indiano.
Certamente le Parche che filano gli stami del destino
cantarono due volte questa legge a te che due volte sei nato.
Me pure, se  permesso ricorrere agli esempi degli di,
perseguita una ferrea e dura sorte di vita,
e caddi non pi lievemente di colui che dopo aver detto parole
superbe fu respinto lontano da Tebe da Giove col suo fulmine.
Tuttavia all'udire che  stato colpito dal fulmine un poeta,
ricordando tua madre, questo tu puoi: esserne afflitto;
e vedendo i poeti raccolti a celebrare i tuoi riti
puoi dire: "Qualcuno manca dei miei devoti."
Portami, o buon Libero, aiuto! Cos si carichi l'olmo
di una seconda vite e l'uva sia piena di succo racchiuso!
E assieme alle Baccanti ti corteggi la vivace giovent
dei Satiri, e il tuo nome risuoni nelle loro grida deliranti!
E sia pesante la terra sopra le ossa di Licurgo dalla doppia
ascia, e non resti l'empia ombra di Penteo senza la sua pena!
E splenda in eterno e vinca gli astri vicini
la Corona fulgente nel cielo della tua sposa!
Qua vieni e allevia, o bellissimo, la mia sventura,
ricordandoti che io sono uno del tuo numero!
Gli di hanno rapporti fra loro: tenta di piegare
con la tua divinit, o Bacco, la divinit di Cesare!
Voi pure, compagni nell'arte, devota schiera, o poeti
fate ciascuno bevendo il vino la medesima preghiera!
E qualcuno di voi, pronunciato il nome di Nasone,
levi la coppa mescolata alle sue lacrime
e ricordandosi di me, dopo aver guardato tutti all'intorno,
dica: "Dov' Nasone parte poco fa della nostra compagnia?"
E cos avvenga, se con la mia probit ho meritato il vostro
affetto e dal mio giudizio non  stata offesa nessun'opera,
se, mentre venero degnamente gli scritti degli antichi,
non giudico a loro inferiori le opere recenti.
Possiate dunque col favore di Apollo comporre i vostri versi!
e fra voi, poich ci non si vieta, serbate vivo il mio nome!
...
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4.
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Dalle rive del Ponto Eusino giungo lettera di Nasone
spossata dal viaggio per mare e dal viaggio per terra.
Piangendo egli mi disse: "Tu, che lo puoi, gurdati Roma!
Ahim! quanto  migliore la tua sorte della mia!"
Piangeva anche quando mi scrisse, e la gemma per sigillarmi
non si port prima alla bocca, ma alle guance bagnate.
Se qualcuno cerca di sapere la causa della sua tristezza
costui pretende che gli si mostri il sole,
mentre non vede le fronde nei boschi n le tenere erbe
in un prato aprico n le acque in un fiume rigonfio;
stupir che Priamo pianga dopo che  stato via trascinato
Ettore o perch gema Filottete morso da una serpe.
Oh, facessero gli di che il suo stato divenisse tale
che non dovesse dolersi della causa della sua tristezza!
Tuttavia egli sopporta pazientemente, come deve, i casi
amari e non rifiuta il freno come il cavallo non domo
e spera che non sar eterna con lui la collera del dio,
consapevole che nella sua colpa non vi  delitto.
Spesso egli ripete quanto  grande la clemenza del dio
e fra gli altri esempi suole annoverare anche se stesso:
infatti se conserva i beni paterni, il nome di cittadino,
se  vivo infine, suole ritenerlo dono del dio.
Ma sei tu tuttavia - a lui, se mi credi, il pi caro
di tutti - che egli ha sempre nel fondo del cuore,
e ti chiama Meneziade, e compagno di Oreste,
e ti chiama il suo Egide e il suo Eurialo;
e non rimpiange la patria e le moltissime cose
di cui soffre, oltre che della patria, la mancanza,
pi del tuo viso e dei tuoi occhi, o pi dolce
di quel miele che nei favi l'ape attica depone.
Spesso anche si rammenta con amarezza di quel tempo
che egli rimpiange non sia stato prevenuto dalla morte;
e quando gli altri fuggivano il contagio della sua improvvisa
disgrazia e rifiutavano di varcare la soglia della casa colpita,
ricorda che tu gli rimanesti fedele assieme a pochi,
se due o tre possono dirsi pochi da qualcuno.
Sebbene stordito, egli tuttavia percepiva ogni cosa
e che tu soffrivi non meno di lui della sua disgrazia.
Sempre ricorda le tue parole, il tuo volto e i tuoi gemiti
e che col tuo pianto inondasti il suo petto,
quanto ti prodigasti per lui, che aiuto fosti consolando l'amico
quando tu stesso dovevi in quel momento essere consolato.
Per tutto questo egli ti assicura che ti sar sempre memore
e devoto, sia che veda la luce, sia che lo copra la terra
ed  solito giurarlo per il suo e per il tuo capo,
che so bene non gli  meno caro del suo.
Piena riconoscenza avrai per queste tante e cos grandi
premure, e non permetter che i tuoi buoi arino un lido.
Solo non cessare un momento di proteggere un esiliato! e questo
non te lo chiede lui, che bene ti conosce, ma io stessa ti chiedo.
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5.
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Ritorna il compleanno della mia sposa e vuole la festa
consueta: accingetevi, o mie mani, al devoto rito.
Allo stesso modo l'eroe laerzio festeggiava un tempo,
forse ai confini del mondo, il giorno della sua sposa.
Dimenticando i miei mali, proferisca voti d'augurio la lingua
che, penso, ha disimparato ormai a dire le parole propizie.
Mettiamo la veste che indossiamo una volta sola nell'anno
e che nel suo bianco colore contrasta col mio destino;
facciamo con cespi di erba un altare tutto verdeggiante
e veliamo con una corona intrecciata lo smorto focolare!
Dammi gli incensi, o fanciullo, che fanno vive le fiamme,
e dammi il vino che crepiti versato sul sacro fuoco.
Caro Anniversario, sebbene sono lontano, io prego
che qua tu venga radioso e ben diverso dal mio;
e se un qualche colpo funesto attendeva la mia sposa, abbia
essa saldato per sempre il suo debito mediante i miei mali;
e la sua nave che fu pi che scossa poco fa da una violenta
tempesta, vada, per il cammino che resta, su un mare sicuro!
Goda essa della sua casa, della figlia e della patria
- sia abbastanza che a me solo questa sia stata strappata -,
e poich essa non  fortunata nel caro suo sposo,
sia sgombro da tristi nubi il resto della sua vita!
Che essa viva e ami, lontana da lui, il marito, come vuole
il destino, e cos finisca, ma tardi, i suoi anni;
le aggiungerei anche i miei, ma temo che il contagio
del mio destino infetti anche gli anni della sua vita.
Niente  certo per l'uomo: chi avrebbe ritenuto possibile
che io celebrassi questo rito in mezzo ai Geti?
Vedi tuttavia come il vento spinga verso l'Italia
e in una direzione propizia i fumi dell'incenso.
Vi  dunque un sentimento nella nuvola che si sprigiona
dalle fiamme: con intenzione fugge il tuo cielo, o Ponto.
Quando si celebra sull'altare un sacrificio a entrambi
i fratelli che perirono l'uno per la mano dell'altro,
contro la sua indole, quasi da loro comandata, la nera
nube del fumo con intenzione si scinde in due parti.
Un tempo, ricordo, dicevo che questo non poteva accadere
e che il Battiade, cos giudicavo, cantava il falso.
Ora tutto credo, poich con intenzione tu, nuvola,
hai voltato le spalle all'Orsa e cerchi l'Ausonia.
Questo  dunque il giorno che, se non fosse sorto,
non avrei visto nessuna festa nella mia infelicit.
Esso ha donato pari virt alle due eroine
a cui furono padri Eezione e Icario.
Sono nati il pudore, la virt, l'onest e la fedelt,
ma non sono nate le gioie in questo giorno, bens la pena,
le angustie e un destino che la virt non meritava,
e il lamento legittimo per un letto quasi vedovo.
Ma,  pur vero, l'onest che  temprata dalle avversit
trova occasione di gloria nei momenti della sventura:
se nessun pericolo avesse visto l'indomabile
Ulisse, Penelope sarebbe felice ma senza fama.
Se il marito fosse entrato vincitore nella rocca echionia,
forse Evadne sarebbe conosciuta appena nella sua terra;
tante sono le figlie di Pelia, ma perch una sola  famosa?
Certo perch una sola fu sposa a un marito sventurato.
Fa'che un altro tocchi per primo le sabbie di Ilio:
non ci sar ragione perch si nomini Laodamia;
e la tua devozione resterebbe - come vorresti - ignorata,
se venti favorevoli gonfiassero le mie vele.
Ma voi di, e tu Cesare che sarai fra gli di, ma un giorno,
quando il tuo destino avr uguagliato gli anni di Nestore,
siate pietosi non con me, che confesso di avere meritato
la pena, ma con lei che soffre e non merita nessun dolore!
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6.
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Tu pure, un tempo sicurezza della mia vita,
che eri il mio rifugio e il mio porto,
tu pure lasci la cura dell'amico che avevi soccorso
e cos presto deponi il pio fardello dell'aiuto?
Sono un peso, lo ammetto, ma se dovevi deporlo nel momento
duro per me, era meglio che non te lo fossi addossato.
In mezzo ai flutti abbandoni, o Palinuro, la nave?
Non fuggire, e non sia la tua fedelt inferiore alla tua arte.
Nel mezzo delle feroci battaglie il fedele Automedonte
abbandon forse per incostanza i cavalli di Achille?
E Podalirio, dopo averlo accolto, mai a un ammalato
ricus l'aiuto promesso della sua arte medica.
 maggior vergogna cacciare un ospite che non riceverlo;
rimanga saldo per la mia destra l'altare che mi accolse.
Niente prima d'ora tu hai protetto se non me solo,
ma ora devi difendere me e insieme il tuo giudizio,
se almeno io non ho qualche nuova colpa e all'improvviso
i miei crimini non hanno mutato la tua fiducia!
Questo respiro, che traggo a fatica nell'aria scitica,
esca, come  mio desiderio, dalle mie membra
prima che il tuo cuore soffra una stretta per la mia condotta
colpevole e io ti appaia meritamente un essere indegno.
Non cos interamente sono perseguitato dal destino iniquo
che anche la mia mente sia stata scossa dai lunghi mali.
Supponi tuttavia che abbia vacillato: quante volte pensi
che il figlio di Agamennone abbia detto a Pilade parole cattive?
N  lontano dal vero che abbia anche percosso l'amico:
questi tuttavia rimase fermo nella sua devozione.
Questa sola cosa hanno in comune i miseri e i fortunati,
che a entrambi si suole attribuire il medesimo rispetto:
si cede il passo ai ciechi e a quelli che la pretesta
e le verghe del comando con i richiami rendono rispettabili.
Se non sei indulgente con me, lo devi essere con il mio destino:
contro di me non ha ragione di essere l'ira di nessuno.
Scegli il pi piccolo dei pi piccoli dei miei mali:
sar pi grande di questo tuo di cui ti lamenti.
Quante sono le canne che popolano gli umidi fossati
quante sono le api che l'Ibla nutre ricco di fiori,
quante le formiche che lungo una labile traccia
sogliono portare nei granai sotto terra i grani trovati,
tanto  fitta la folla dei mali che mi assedia.
Credimi! i miei lamenti sono inferiori al vero.
Chi non  contento del loro numero, versi sabbie
sulla spiaggia, spighe in una messe, acque nel mare.
Reprimi dunque una collera inopportuna
e non abbandonare le mie vele in mezzo al mare.
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7.
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La lettera che leggi ti  giunta da quella terra,
dove l'ampio Istro va a unirsi alle acque del mare.
Se hai la fortuna che la tua vita abbia la dolce salute,
si mantiene serena anche per me una parte del mio destino.
Certo, mi chiedi come sempre, o carissimo, come va la mia vita,
sebbene lo puoi sapere anche se non te ne parlo:
sono infelicissimo - questa  la breve somma dei miei mali -
e lo sar chiunque vive dopo avere offeso Cesare.
Hai desiderio di conoscere com' la gente della regione
di Tomi e in mezzo a quali costumi io vivo?
Quantunque sia un miscuglio di Greci e di Geti,
questo lembo prende pi dai Geti mal sottomessi;
un maggior numero di gente sarmatica e getica
va e viene sui cavalli lungo le strade.
Fra loro non vi  nessuno che non porti la faretra
e l'arco, e le frecce livide di veleno di vipera.
Selvaggia  la voce, truce il volto, ritratto vivente di Marte;
non vi  chioma, non vi  barba che una mano abbia tagliata;
la loro destra non  tarda a ferire infiggendo un coltello,
che ogni barbaro porta attaccato al fianco.
Fra questa gente, ahim, ora vive dimentico degli amori
cantati, costoro vede, costoro ode, o amico, il tuo poeta!
E possa egli solamente vivere e non morire fra loro,
e la sua ombra almeno sia lontana dagli odiati luoghi!
Mi scrivi che i miei carmi vengono danzati in un teatro
gremito e che si applaude, o amico, ai miei versi:
in verit - e tu stesso lo sai - nulla io ho fatto per il teatro
e la mia Musa non ha l'ambizione di riscuotere applausi.
Tuttavia non mi  sgradito tutto ci che impedisce il mio oblio
e che riporta sulle bocche il nome dell'esiliato.
Sebbene talvolta, ricordando il male che mi hanno fatto,
io maledico i miei carmi e le Pieridi,
quando li ho bene maledetti, non posso tuttavia stare
senza di loro e ricerco i dardi insanguinati dalle mie ferite,
e la nave greca che fu rotta poco fa dai flutti
dell'Eubea osa ripercorrere le acque cafree.
E tuttavia non veglio per ottenere la gloria n mi curo
di eternare il nome, che era meglio fosse rimasto nell'ombra.
Tengo l'animo occupato negli studi e inganno i dolori
e mi adopero per non sentire il cruccio delle mie afflizioni.
Che altro di meglio potrei fare, solo in queste rive deserte,
o quale altro sollievo dovrei cercare ai miei mali?
Se guardo il luogo, il luogo  inamabile e tale
che in tutto il mondo niente vi pu essere di pi triste,
se guardo gli uomini, appena sono degni gli uomini
di questo nome e pi feroci e selvaggi dei lupi:
non temono le leggi, ma la giustizia cede alla forza
e il diritto giace vinto sotto la spada bellicosa.
Con pelli e larghe brache si difendono dai freddi maligni
e gli orridi volti sono coperti dai lunghi capelli.
In pochi sopravvivono tracce della lingua greca,
anche questa gi resa barbara dall'accento getico.
Non vi  uno fra questa gente che possa per caso
dire in latino una qualunque parola di uso comune.
Io, il noto poeta romano - perdonatemi o Muse! -
sono assai spesso costretto a parlare sarmatico.
E mi vergogno e lo confesso, per il lungo disuso
io stesso trovo a fatica le parole latine.
E non dubito che anche in questo libro ci siano non poche
voci barbariche: non colpa questa dell'uomo, ma del luogo.
Tuttavia perch io non perda l'uso della lingua ausonia,
e la mia voce non diventi muta nei suoni della patria,
parlo a me stesso e richiamo le parole non pi usate,
e ritorno alle insegne funeste della mia passione.
In questo modo mi trascino l'animo e il tempo e mi distolgo
e mi allontano dalla contemplazione della mia sventura.
Nei carmi cerco l'oblio delle mie miserie:
se, cos occupato, conseguo questo premio, mi basta.
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8.
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Non sono caduto cos in basso da trovarmi, per quanto miserabile
al di sotto di te, pi in basso del quale nulla vi pu essere.
Che cosa ti infiamma contro di me, o perverso, o per quale
motivo insulti a una sventura che anche a te potrebbe toccare?
N ti fanno tenero e indulgente verso chi giace a terra
le mie disgrazie che possono far piangere le bestie selvagge.
N temi la potenza della Fortuna che sta sulla sua ruota
instabile, n della dea che odia le parole superbe:
la vendicatrice Ramnusia punisce coloro che lo meritano.
Perch poni il piede sulla mia sorte e la calpesti?
Io ho visto affondare nel mare chi rideva di un naufragio
e ho detto: "Mai l'onda  stata pi giusta".
Chi aveva negato un tempo umili cibi ai miseri
ora si nutre anch'egli di cibi mendicati.
Con passi che volge or qui or l erra la volubile
fortuna, e non si ferma sicura e stabile in nessun luogo,
ma ora viene con volto lieto, ora assume un volto
minaccioso ed  costante solo nella sua incostanza.
Anch'io fui un tempo fiorente, ma era quello un fiore caduco,
e il mio splendore fu fuoco di paglia e di breve durata.
Ma perch tu non riempia tutto il tuo animo di una gioia
crudele, non sono senza qualche speranza che il dio si plachi,
sia perch fui colpevole ma senza delitto, e come non  priva
di vergogna, cos  priva di odio la mia colpa
sia perch dal levare al tramonto del sole il vasto mondo
non ha niente pi mite di colui a cui obbedisce.
E come  vero che non pu essere vinto da nessuno con la forza,
cos egli ha il cuore cedevole alle timide preghiere,
e come agli di, fra i quali egli stesso  destinato a salire,
oltre al condono della mia pena, avr altre cose da chiedergli:
se conti lungo l'anno intero i soli e le nuvole,
troverai che i giorni sono passati pi spesso sereni.
Dunque non rallegrarti troppo della mia rovina,
pensa che un giorno anch'io posso essere restituito alla patria!
Pensa che pu accadere che, placatosi il principe, tu veda
con tuo dispetto il mio volto per le vie di Roma
e che io veda te cacciato in esilio per una causa pi grave!
Questo, dopo il mio primo voto,  il voto che subito segue.
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9.
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Oh, se tu permettessi che il tuo nome fosse messo
nei miei carmi, quante volte ti avrei nominato!
Te solo canterei memore di quanto meriti e nei miei libri
non si sarebbe riempita senza il tuo nome nessuna pagina.
Quello che io ti devo si saprebbe in tutta Roma,
se pure, esiliato, sono letto nella citt che ho perduto.
Conoscerebbe la tua bont l'et presente, l'et futura,
se almeno i miei scritti sono tali da resistere al tempo.
E non cesserebbe di lodarti il lettore che ti ha conosciuto:
questo  l'onore che ti attenderebbe per aver salvato un poeta.
Se respiro, lo devo a Cesare ed  il dono pi grande;
ma dopo i grandi di  a te che devo essere grato.
Da lui ebbi la vita, tu proteggi la vita che egli mi diede,
e fai che io possa godere del dono che ho ricevuto.
Quando la maggior parte rimase atterrita dalla mia disgrazia,
e una parte anche vuole che si creda che l'aveva temuta
e assistette da un poggio elevato al mio naufragio
e non tese la mano a chi si dibatteva fra i flutti selvaggi,
tu solo mi strappasti quasi morente all'onda stigia.
E, se io posso ricordarlo, anche questo  tuo dono.
Gli di insieme a Cesare ti accordino sempre la loro amicizia
Non avrebbe potuto il mio voto essere pi propizio.
Tutto questo, se tu permettessi, la mia fatica metterebbe
in libri eloquenti cos che apparisse in piena luce.
Anche ora la mia Musa, sebbene le sia stato imposto di tacere,
si trattiene a fatica dal nominarti anche contro il tuo volere.
E come il cane, che ha scoperto le peste di una pavida cerva,
si dibatte invano trattenuto dal duro guinzaglio,
e come il cavallo focoso ora col piede ora con la fronte stessa
tempesta impaziente i battenti del cancello ancora chiuso,
cos la mia Talia, incatenata e imprigionata da una legge imposta,
freme di celebrare la gloria di un nome che le  vietato.
Tuttavia perch dal dovere affettuoso di un memore amico
non ti venga danno, obbedir - non temere - ai tuoi voleri.
Ma non obbedirei, se tu pensassi che io abbia dimenticato.
E, cosa che non mi proibisce la tua voce, ti sar riconoscente,
e finch vedr la luce della vita - oh, sia breve questo tempo! -
sar votato al dovere verso di te questo mio respiro.
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10.
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Da quando sono nel Ponto, tre volte per il freddo si  fermato
l'Istro, tre volte si  fatta ghiaccio l'onda del mare Eusino.
Ma a me sembra di essere lontano dalla patria gi da tanti anni
quanti la dardania Troia fu sotto l'assedio del nemico greco.
Pare che si fermi il tempo, tanto lentamente procede,
e a lenti passi l'anno porta alla fine il suo giro.
Per me n il solstizio toglie qualcosa alle notti,
n mi rende brevi i giorni l'inverno:
certamente per me si  del tutto mutata la natura
e fa che tutto divenga lungo insieme alle mie pene.
O forse, mentre per tutti il tempo compie i suoi moti
abituali, scorre pi duro il tempo della mia vita,
poich mi tiene la riva dell'Eusino dal nome menzognero
e la terra veramente sinistra del mare scitico?
Minacciano feroci guerre innumeri genti all'intorno,
che ritengono per s vergognoso non vivere di rapina.
Niente all'esterno  sicuro: il colle stesso  difeso
da esigue mura e dalla natura del luogo.
Quando meno lo si aspetta, come uccelli un nugolo di nemici
piomba volando e lo si  appena visto che spinge via la preda
Spesso all'interno delle mura arrivano a porte chiuse
frecce avvelenate che noi raccogliamo in mezzo alle vie.
 perci raro chi osa coltivare i campi, e l'infelice
con una mano ara, con l'altra tiene le armi.
Con l'elmo in testa il pastore suona la sua zampogna,
e invece del lupo le pavide pecore temono la guerra.
Poco ci difendono le fortificazioni della rocca e all'interno
tuttavia una folla barbara mescolata ai greci incute spavento.
Poich i barbari abitano confusi con noi senza alcuna
distinzione e occupano anche la maggior parte delle case.
E se anche non li temi, puoi averne orrore al vedere
quei corpi coperti di pelli e da una lunga capigliatura.
E anche quelli che si crede siano discesi da una citt greca,
anzich il vestito patrio portano le brache persiane.
Essi parlano tra loro una lingua comune:
e attraverso i gesti io debbo farmi capire.
Qui il barbaro sono io, che nessuno capisce,
e stolidi i Geti ridono alle parole latine,
e in mia presenza e senza timore parlano spesso
male di me e mi rinfacciano forse l'esilio;
e contro di me rimuginano qualcosa se, quando parlano,
faccio cenno, come avviene, di negare o approvare.
Si aggiunga che si amministra con la rigida spada una ingiusta
giustizia e che il sangue scorre spesso in mezzo alla piazza.
O dura Lachesi che, essendo cos funesta la mia stella,
non ha dato un filo pi breve alla mia vita!
Non vedere il volto della patria e il vostro volto, o amici,
ed essere qui in mezzo alle genti scitiche  il mio lamento,
l'una e l'altra dura pena. Ho meritato s di essere lontano
da Roma, ma non ho meritato forse di vivere in un tale luogo.
Ah, che dico mai, folle che sono? Io ero degno di perdere
anche la vita per avere offeso il nume di Cesare.
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11.
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La tua lettera si lamenta che durante un diverbio
sei stata chiamata, da non so chi, moglie di un esiliato.
Ho sofferto, non tanto per la maldicenza che si fa sulla mia
sorte, avendo imparato a essere forte nella sventura,
quanto perch a te, l'ultima a cui vorrei, sono causa
di disonore e sei arrossita, penso, per la mia disgrazia.
Sopporta e resisti! Ben pi dura prova sopportasti
quando mi strapp da te la collera del principe.
Ma s'inganna costui che ritiene di darmi il titolo
di esiliato: una pena pi mite ha seguito la mia colpa.
La pi grande pena per me  di avere offeso Cesare e vorrei
piuttosto che prima fosse venuta per me l'ora della morte.
Malconcia,  vero,  la mia nave, ma non fu sommersa n affondata
e se non ha un porto, si regge tuttavia sui flutti.
N la vita egli mi ha tolto n i beni n i diritti di cittadino,
mentre avevo meritato di perdere tutto con la mia colpa.
Ma poich in quel mio errore non c'era stato delitto,
soltanto ordin che io lasciassi il focolare paterno;
e come con altri, il cui numero  impossibile dire,
cos anche con me fu demente il nume di Cesare.
Egli stesso usa per me il nome di relegato non di esiliato:
in virt del suo giudice sicura  la mia causa.
Giustamente dunque i miei carmi, quali che siano, cantano
con la forza che hanno le tue lodi, o Cesare;
giustamente prego gli di che ti tengano chiuse ancora
le porte del cielo e vogliano che tu sia dio lontano da loro.
Anche il popolo augura questo, ma come nel vasto mare corrono
i fiumi, cos vi corre il ruscello con la sua povera acqua.
Ma tu, la cui bocca mi chiama esiliato, risprmiati
di fare pi grave con un nome menzognero la mia sorte.
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12.
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...
Mi scrivi di addolcire con lo studio il mio triste tempo,
perch non si spenga il mio genio in una vergognosa inerzia.
E difficile ci che consigli, o amico, poich i carmi
sono opera di gioia ed esigono la mente serena.
Il mio destino  sospinto attraverso ostili procelle
e nessuna sorte pu essere pi triste della mia.
Tu pretendi che Priamo applauda al funerale dei figli
e che Niobe orbata delle sue - creature danzi di gioia.
Ti sembra che io debba essere occupato a piangere o a poetare
dopo l'ordine di venirmene solo fra i lontanissimi Geti?
Anche se mi dai un cuore sostenuto da una salda fortezza
come la fama riferisce che ebbe l'accusato da Anito,
fiaccata cadr la saggezza dalla mole di cos grande rovina:
pi potente delle forze umane  la collera di un dio.
Quel vecchio, chiamato saggio da Apollo, non avrebbe avuto,
nella mia sciagura, la forza di scrivere nessun'opera.
Anche se mi prendesse l'oblio della patria, l'oblio di voi
e potesse svanire ogni sentimento di ci che ho perduto,
il timore stesso mi impedirebbe di compiere tranquillo
il mio lavoro: vivo in un luogo circondato da infiniti nemici.
Aggiungi che l'ingegno logorato dalla lunga inerzia
si  fatto torpido e ha molto meno vigore di prima.
Il fertile campo, se non viene di continuo rinnovato
dall'aratro, niente produrr se non sterpaglia e rovi;
corre male il cavallo che  stato fermo per lungo tempo,
e sar l'ultimo fra quelli lanciati fuori dai cancelli;
si trasforma in putrida carie e si apre alle fessure
la barca se star a lungo lontana dalle acque abituali.
Cos non sperare che anch'io, sebbene fossi piccolo
anche prima, possa tornare pari a quello che ero.
Ha fiaccato il mio ingegno la lunga sofferenza dei mali
e nessuna parte  rimasta dell'antico vigore.
Spesso tuttavia ho preso in mano, come ora, la tavoletta,
e ho cercato di unire le parole nei piedi appropriati:
non ho scritto nessun carme o solo versi come quelli che vedi,
degni dei tempi che vive il loro autore, degni del luogo.
Infine la gloria d forze non piccole allo spirito
e l'amore della lode rende fertile il genio.
Mi attirava un tempo lo splendore del nome e della fama,
finch un vento favorevole spingeva le mie antenne.
Ora non  cos lieto il mio stato che io mi curi della gloria:
se fosse possibile, non vorrei essere conosciuto da nessuno.
Forse perch i miei carmi ebbero all'inizio fortuna mi spingi
a scrivere, affinch continui io stesso i miei successi?
Con vostra pace, mi sia permesso di dirlo, o nove sorelle:
siete voi la causa principale del mio esilio,
e come fu giustamente punito l'artefice del toro di bronzo,
cos sono punito anch'io per la mia opera.
Non avrei pi dovuto avere a che fare coi versi,
se a ragione dopo il naufragio fuggivo ogni mare.
Ma se da folle ritentassi quest'arte fatale, un tale luogo,
penso, dovrebbe fornirmi le armi per il canto.
Qui non ci sono libri, qui non uno che compiacente mi presti
orecchio e comprenda che cosa significhino le mie parole.
Son tutti luoghi di barbarie e di voci animalesche,
tutto  pieno della paura che suscita l'accento getico.
Mi sembra di avere ormai disimparato io stesso il latino:
e gi ho imparato a parlare in getico e in sarmatico.
E tuttavia, a voler confessare il vero, la mia Musa
non pu trattenersi dal comporre versi.
Scrivo e distruggo nel fuoco i libri che ho scritto:
 un po'di cenere il risultato del mio lavoro.
Non ho la forza e tuttavia desidero scrivere versi:
e perci la mia fatica finisce nel fuoco,
e a voi del mio genio non arriva che la piccola parte
che il caso o l'inganno ha strappato alle fiamme.
Oh, fosse finita allo stesso modo in cenere quella mia Arte
che ha portato alla rovina un tale sprovveduto maestro!
...
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...
13.
...
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...
Questo "salute!" ti manda dal paese dei Geti il tuo Nasone,
se mai qualcuno pu mandare ci che non ha egli stesso.
Infatti malato nell'animo ho contagiato anche il corpo,
perch nessuna parte di me sia priva di sofferenza;
e da molti giorni mi sento bruciare da dolori al fianco,
poich ho sofferto un duro inverno dal freddo senza limiti.
Se tuttavia tu stai bene, sto bene qualche poco anch'io;
poich dalle tue spalle  stata sorretta la mia rovina.
Ma perch, dopo avermi dato cos grandi prove di affetto
e mentre in tutti i modi proteggi questo mio capo,
mi fai lo sgarbo di consolarmi di rado con una tua lettera,
perch mi presti un'opera devota, se mi neghi qualche parola?
Ti prego, rimedia! Se avrai corretto quest'unica menda,
non ci sar un solo neo in un corpo perfetto.
Ti accrescerei le accuse, se non sapessi che  possibile
che non mi giunga una lettera, bench sia stata inviata.
Facciano gli di che sia infondata la mia lamentela
e che io m'inganni nel pensare che tu non ti ricordi di me!
Ma  chiaro che  come io prego: n ho diritto di pensare
che possa mutare la salda costanza del tuo cuore.
Vengano meno i bianchi assenzi al gelido Ponto
e non abbia pi il dolce timo l'Ibla di Trinacria,
prima che qualcuno mi convinca che hai dimenticato l'amico:
non sono cos neri gli stami del mio destino.
Ma tu, per potere allontanare l'accusa di una colpa
anche falsa, cerca di non apparire quello che non sei:
e come era nostra abitudine passare molte ore a parlare
e veniva meno il giorno ai nostri discorsi,
cos ora portino e riportino le lettere le nostre silenziose
parole, e la carta e le mani si sostituiscano alla lingua.
E io non ti sembri dubitare troppo che questo si avveri
ma basti avertelo ricordato in pochi versi;
cos ricevi le parole con cui sempre termina una lettera:
e, che il tuo destino sia diverso dal mio, sta bene, addio!
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14.
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Quale monumento io ti abbia innalzato con i miei libri
lo vedi tu stessa, o consorte, a me cara pi di me stesso.
La fortuna potr togliere molto al nome dell'autore
ma tu diverrai ugualmente celebre ad opera del mio genio,
e finch qualcuno mi legger, legger parimenti la tua fama,
n puoi scomparire del tutto nelle tristi fiamme del rogo.
E sebbene tu possa apparire degna di piet per la sorte
di tuo marito, troverai delle donne che vorrebbero essere
quello che tu sei, e pur sapendo che dividi con me i miei
mali, ti dicono fortunata e invidiano la tua condizione.
Non ti avrei dato di pi se ti avessi dato la ricchezza:
non porter nulla ai suoi mani l'ombra di un ricco.
Quel che ti ho dato  di godere di un nome immortale e tale
 il tuo dono che nulla di pi grande ti potevo dare.
Aggiungi che, essendo la sola tutela della mia esistenza,
ti  toccato un compito che ti fa grande onore,
poich la mia voce non cessa di parlare di te
e tu devi essere fiera degli attestati di tuo marito.
E affinch nessuno possa dire temerari i miei elogi, persisti
nella tua condotta e preserva me e la tua devota fedelt.
La tua onest, finch fui in auge, si mantenne esente
da ogni accusa disonorevole e fu soltanto irreprensibile.
Ma ora, dalla mia rovina, si  creato un campo propizio
per te: un'opera mirabile vi costruisca la tua virt!
Essere virtuosa  facile quando  rimosso ogni ostacolo
e una sposa non trova nulla che si opponga al suo dovere.
Ma quando il nume ha tuonato, non sottrarsi all'uragano
questa  la vera devozione, questo il vero amore coniugale.
Rara  in verit la virt che non sia guidata dalla fortuna
e che rimanga con piede saldo quando la fortuna l'abbandona;
ma se una virt trova solo in se stessa la ricompensa cercata
e si conserva con fierezza nei momenti poco lieti,
si parla di lei, a calcolarne il tempo, in tutti i secoli
ed  ammirata in ogni luogo, ovunque il mondo si estende.
Vedi come nel corso dei tempi la fedelt lodata
di Penelope mantiene inestinguibile il suo nome?
Vedi come sono cantate la sposa di Admeto e di Ettore
e la figlia di Ifi che os entrare nelle fiamme del rogo?
E come vive nella fama la sposa di Filace il cui marito
tocc con veloce piede il suolo di Ilio?
Non ho bisogno della tua morte, ma di amore e di fedelt
e tu non devi cercare la fama nelle prove difficili.
N credere che ti ricordi questi doveri perch li trascuri:
spieghiamo le vele sebbene corra coi remi la nave.
Chi ti ricorda di fare ci che gi fai vuole lodarti mediante
i consigli, ed elogiare la tua condotta con le sue esortazioni.
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FINE.