JOYCE CAROL OATES.
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Scomparsa.
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Titolo originale: Carthage.
Traduzione di: Giuseppe Costigliola.
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2016. Mondadori Libri, MILANO. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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In una foresta dove i pini si susseguono all'infinito e le pendici cadono a picco ci si pu perdere. Ma Cressida Mayfield, diciannove anni, non si  persa. Attorno alla mezzanotte del 9 luglio  stata vista in compagnia di Brett Kincaid, caporale dell'esercito rientrato dall'Iraq ed ex fidanzato della sorella Juliet, poi scomparsa "con l'apparente facilit con cui un serpente contorcendosi si libera della pelle ormai secca e logora".
L'intera comunit della piccola cittadina di Carthage inizia una ricerca frenetica della ragazza e di un colpevole. Ma, mentre le piste finiscono una dopo l'altra in un vicolo cieco, la superficie molto perbene della citt inizia a mostrare le prime crepe. Chi sono davvero Zeno e Arlette, i genitori della ragazza scomparsa? E la sorella Juliet  proprio la figlia serena e solare, facile da amare, che tutti conoscono? Perch lei e Brett hanno rotto il fidanzamento al suo ritorno dalla guerra? Fantasmi e segreti spaventosi sembrano incombere dai luoghi remoti dell'animo di molti cittadini di Carthage, inquietanti e mai esplorati come i boschi fitti di quella foresta cos vicina ai borghesissimi quartieri residenziali. Cressida Mayfield  una figlia ombrosa, troppo intelligente, dotata di una ferocia puritana che l'ha tenuta lontana dagli uomini, ma  davvero solo questo? Perch i genitori hanno scelto per lei un nome cos strano che suona come una maledizione, "Cressida, la donna che nessuno ama"?
Joyce Carol Oates torna a toccare i temi che ossessionano la sua migliore narrativa: l'ipocrisia delle piccole comunit pronte a coprire i peggiori segreti e la capacit umana di abbandonarsi alla violenza, e lo fa mettendo sotto la sua precisissima lente di scrittore il dramma di una famiglia che pensa di aver perso la propria figlia, la solitudine di un ragazzo che deve affrontare da solo gli incubi della guerra e il bisogno di una ragazza di esiliarsi dalla propria famiglia per cercare una possibile redenzione.
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L'AUTRICE.
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Joyce Carol Oates  nata a Lockport, vicino a New York, Stati Uniti, il 16 giugno 1938. Dopo essersi laureata comincia la sua fertilissima attivit di autrice e si stabilisce con il marito a Detroit. Insegna quindi all'Universit di Windsor in Canada e dal 1978 al 2014 all'Universit di Princeton. Dal 1978  anche membro dell'American Academy of Arts and Letters nonch Professor Emerita in the Humanities col corso di Scrittura Creativa. Successivamente  professore alla University of California di Berkeley, dove insegna "short fiction".
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Gi nel 1970 venne consacrata come una delle massime scrittrici del suo paese con il National Book Award, il pi importante premio letterario degli Stati Uniti ed ha vinto anche numerosi altri premi letterari, inclusi due O. Henry Award, la National Humanities Medal e il Jerusalem Prize;  stata inoltre finalista del Premio Pulitzer.
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Autrice e intellettuale americana eclettica, tra le pi prolifiche della letteratura americana. Ha frequentato ogni genere letterario in prosa e in versi: romanzi, racconti, narrativa per l'infanzia, poesie, drammaturgie, saggi; ha pubblicato nell'arco di sessant'anni oltre cento libri. Come ha osservato lo scrittore John Barth "L'opera di Joyce Carol Oates copre ogni angolo della mappa estetica". Oggi  unanimemente annoverata tra i pi importanti autori mondiali.
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Scomparsa.
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Questo libro  un'opera di narrativa. Ogni riferimento a persone, eventi, istituzioni, organizzazioni e localit reali  inteso a conferire un senso di autenticit al racconto, ed  usato in modo fittizio. Tutti gli altri personaggi, e tutti gli avvenimenti e i dialoghi, sono tratti dall'immaginazione dell'autrice e non devono essere considerati reali.
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A Charlie Gross, mio marito e primo lettore.
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Va' a un bivio, inginocchiati davanti alla gente, bacia la terra che hai profanato, e di' a tutto il mondo, a voce alta: "Sono un assassino!".
E Dio ti restituir la vita.
Sonia a Raskolnikov
FDOR DOSTOEVSKIJ, Delitto e castigo.
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In questo momento non mi sento giovane. Nel mio cuore mi sento vecchio.
Veterano americano della guerra in Iraq, 2005.
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Prologo.
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Luglio 2005.
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Non mi amavano abbastanza.
Ecco perch ero scomparsa. A diciannove anni. Avevo gettato la mia vita come si gettano i dadi!
In quella vastit - una distesa desolata - i pini si susseguivano all'infinito, le pendici scoscese degli Adirondack simili a un cervello intasato di pensieri fino a scoppiare.
La riserva forestale di Stato di Nautauga  una distesa montuosa di trecentomila acri, disseminata di massi e fitta di boschi, delimitata a nord dal fiume San Lorenzo e dal confine canadese e a sud dal fiume Nautauga, nella contea di Beechum. Pensavano che mi fossi "persa", vagabondando a piedi, disorientata, forse ferita; oppure, pi probabilmente, che il mio corpo fosse stato "scaricato" qui. Quasi tutto il territorio della riserva  fuori mano, inabitabile e inaccessibile, se non dagli escursionisti e dagli alpinisti pi intrepidi. Per tre giorni, dalla mattina alla sera, nella calura di mezza estate, i soccorritori e i volontari avevano condotto le loro ricerche compiendo cerchi concentrici sempre pi ampi, a spirale, a partire dall'estremit di una strada sterrata senza uscita che costeggiava la sponda settentrionale del fiume Nautauga, cinque chilometri a nord di Wolf's Head Lake, nella parte meridionale della riserva. La zona distava circa diciotto chilometri da casa dei miei, a Carthage, nello Stato di New York.
In quella zona limitrofa a Wolf's Head Lake, in uno dei vecchi locali sul lungolago, dei "testimoni" mi avevano vista intorno alla mezzanotte della sera prima in compagnia del presunto responsabile della mia scomparsa.
Faceva un gran caldo. C'era l'afa brulicante di insetti che segue le piogge torrenziali di fine giugno. Gli uomini impegnati nelle ricerche erano assillati da zanzare, mosche cavalline, moscerini. I pi ostinati erano i moscerini. Ti prende il panico quando te li ritrovi fra le ciglia, negli occhi, in bocca. Quando ti tocca respirare in mezzo a un nugolo di moscerini.
Eppure non puoi smettere di farlo. Se ci provi, i polmoni respirano al posto tuo. Anche se non vuoi.
Al termine della prima giornata di ricerche, dopo che i cani da salvataggio avevano perso le tracce, i soccorritori pi esperti nutrivano poche speranze di ritrovare in vita la ragazza scomparsa. Le forze dell'ordine ne nutrivano ancora meno. Ma le guardie forestali pi giovani e i volontari che conoscevano i Mayfield erano decisi a trovarla viva. Perch i Mayfield erano una famiglia in vista, l a Carthage. E Zeno Mayfield un personaggio noto a Carthage, e molti dei suoi amici, conoscenti e colleghi erano accorsi a cercare la figlia scomparsa di cui quasi nessuno sapeva il nome.
Nessuno degli uomini impegnati nelle ricerche, addentrandosi nel sottobosco della riserva, calandosi in gole e burroni, inerpicandosi su per le pendici rocciose e scalando ripide pareti, a volte camminando carponi tra enormi massi screziati, scacciando con la mano gli insetti dalla faccia, voleva pensare che nell'afa degli Adirondack, con una temperatura di oltre trenta gradi dopo il tramonto, il cadavere di una ragazza, magari nudo e abbandonato sul terreno o sepolto, ricoperto di sangue rappreso, stesse iniziando a decomporsi rapidamente.
Nessuno di quegli uomini osava esprimere a parole il pensiero brutale (che i soccorritori pi esperti davano per scontato) che forse avrebbero sentito l'odore della ragazza ancora prima di trovarne il corpo.
Dire una cosa simile sarebbe stato orribile. E non avrebbero dovuto farsi sentire da Zeno Mayfield, che era sconvolto.
L'uomo gridava con voce roca, madido di sudore, esausto: "Cressida! Tesoro! Mi senti? Dove sei?".
In passato era stato un escursionista. Aveva provato il bisogno di ritirarsi nella solitudine delle montagne, che allora gli erano sembrate un luogo in cui rifugiarsi, trovare conforto. Ma da lungo tempo non era pi cos. Tanto meno in quel momento.
In quella calda, afosa mezza estate brulicante di insetti del 2005, la figlia pi giovane di Zeno Mayfield era scomparsa nella riserva forestale di Stato di Nautauga con l'apparente facilit con cui un serpente contorcendosi si libera della pelle ormai secca e logora.

Prima parte.

LA RAGAZZA SCOMPARSA.

1.

Le ricerche.

10 luglio 2005.

La ragazza che si era persa nella riserva di Nautauga. O la ragazza che forse era stata uccisa, e il cui corpo era stato occultato.
Dove fosse scomparsa la figlia di Zeno Mayfield, e se ci fossero buone probabilit di ritrovarla in vita o in condizioni non troppo disperate, era un interrogativo che lasciava perplessi tutti gli abitanti della contea di Beechum.
Tutti quelli che conoscevano i Mayfield o ne avevano anche solo sentito parlare.
E per chi conosceva il giovane Kincaid - l'eroe di guerra - l'interrogativo era ancora pi sconcertante.
Gi nella tarda mattinata di domenica 10 luglio, nell'agitato mare mediatico si era diffusa la notizia secondo cui erano state prontamente organizzate le ricerche della ragazza scomparsa - un'"ultim'ora" trasmessa dalla radio locale di Carthage e dai notiziari televisivi, che in breve era stata diramata in tutto lo Stato nonch dal circuito dell'Associated Press.
"Dozzine di soccorritori, professionisti e volontari stanno cercando la diciannovenne Cressida Mayfield di Carthage, New York, che si ritiene scomparsa nella riserva forestale di Stato di Nautauga dalla sera del 9 luglio.
"Il ventiseienne caporale Brett Kincaid, anch'egli di Carthage, che alcuni testimoni hanno identificato come la persona in compagnia della ragazza scomparsa la sera del 9 luglio,  stato fermato dall'ufficio dello sceriffo della contea di Beechum per essere interrogato.
"Non si  proceduto ad alcun arresto. L'ufficio dello sceriffo non ha rilasciato nessuna dichiarazione ufficiale in merito al caporale Kincaid.
"Chiunque possa fornire informazioni su dove si trovi Cressida Mayfield  pregato di mettersi in contatto con..."
Lui lo sapeva: era viva.
Lo sapeva: se avesse perseverato, se non si fosse arreso alla disperazione, l'avrebbe ritrovata.
Era la sua figlia minore. Quella problematica. Che gli spezzava il cuore.
Tutto ci aveva un motivo - immaginava.
Forse lei lo odiava. Forse si era lasciata fare del male per farne a lui.
Ma non aveva dubbi, era viva.
"Lo saprei. Lo sentirei. Se mia figlia avesse lasciato questa terra, ci sarebbe un vuoto, inequivocabile. Lo sentirei."
Non sopportava che la definissero scomparsa.
Insisteva che si era perduta.
Cio, probabilmente perduta.
Si era allontanata da casa, o era scappata. Chiss come, si era perduta nella riserva di Nautauga. Il ragazzo con cui era stata vista (di questo suo padre non si capacitava: la figlia aveva detto ai genitori che avrebbe trascorso la serata in compagnia di altri amici) aveva ripetutamente affermato di non sapere dove fosse, sosteneva che se n'era andata.
Si era detto che sul sedile anteriore della Jeep Wrangler del giovane c'erano tracce ematiche. Una macchia di sangue sulla parte interna del parabrezza, dal lato del passeggero, come se un volto o una testa sanguinante vi avesse sbattuto con una certa forza.
Dei capelli e una ciocca, scuri come la chioma della ragazza scomparsa, erano stati rinvenuti sul sedile del passeggero e sulla camicia del giovane.
Intorno alla macchina non c'erano impronte, sul ciglio di Sandhill Road c'era erba, poi rocce, e iniziava una ripida discesa fino all'impetuoso fiume Nautauga.
Il padre non conosceva (ancora) i dettagli. Sapeva che il giovane caporale era stato fermato dalla polizia, che l'aveva trovato ubriaco e semisvenuto nella sua macchina, parcheggiata alla meno peggio su uno stretto sterrato proprio all'interno della riserva di Nautauga, intorno alle otto di domenica mattina 10 luglio 2005.
Presumibilmente il giovane caporale Brett Kincaid era l'ultima persona ad aver visto Cressida Mayfield prima della sua "scomparsa".
Kincaid era un amico della famiglia Mayfield, o lo era stato. Fino alla settimana prima era fidanzato con la sorella maggiore della ragazza scomparsa.
Il padre aveva cercato di vederlo: solo per parlargli!
Per guardare il giovane caporale negli occhi. Per vedere come lo avrebbe guardato il giovane caporale.
Gli era stato proibito. Per il momento.
Il giovane caporale era in stato di fermo. Come i notiziari si premuravano di osservare, "Non si  proceduto ad alcun arresto".
Che spaesamento! Il padre, che si era sempre vantato della sua astuzia, della sua sagacia, che aveva sempre pensato di essere un po' pi accorto e informato degli altri, non riusciva a comprendere la situazione che gli si presentava come un mazzo di carte maneggiate da un bieco giocatore.
La sua esistenza - la sua vita abitudinaria, complicata come il meccanismo di un costoso orologio, ma su cui esercitava un controllo infallibile - aveva subito un cambiamento improvviso. Non solo la sorpresa - lo shock - della "scomparsa" della figlia, ma le circostanze della "scomparsa".
Era impossibile che Cressida avesse mentito a lui e alla madre, eppure sembrava proprio che Cressida lo avesse fatto.
O perlomeno non aveva detto tutta la verit su dove aveva intenzione di andare la sera prima.
Non era affatto da lei! Cressida aveva sempre disprezzato la menzogna, la considerava una debolezza morale. Riteneva che curarsi dell'opinione altrui al punto di abbassarsi a mentire fosse una forma di codardia.
E che si fosse incontrata con l'ex fidanzato della sorella in un locale sul lungolago... era ancora pi sconcertante.
I Mayfield avevano dovuto riferirlo agli agenti, dovevano dire tutto ci che sapevano. La polizia di solito non avviava le ricerche di un adulto che fosse scomparso da un periodo relativamente breve, a meno che non sospettasse un delitto.
Il padre aveva insistito dicendo che temeva che la figlia si fosse "perduta" nella riserva di Nautauga, anche se non voleva ammettere la possibilit che le avessero fatto "del male".
O almeno, "qualcosa di grave".
Si rifiutava di pensare che fosse stata violentata, stuprata.
Si rifiutava di pensare: O peggio.
Cressida aveva diciannove anni ma ne dimostrava meno. La corporatura minuta, il comportamento infantile, il fisico da ragazzo, snella, i fianchi stretti, il torace piatto. Il padre aveva visto uomini (non giovanotti: uomini) guardare Cressida, specie in estate, quando indossava magliette, jeans o pantaloncini, il bel viso pallido, senza un filo di trucco; guardavano Cressida con una sorta di desiderio misto a perplessit, quasi cercando di capire se era un maschio o una femmina; e perch, anche se la fissavano con intensit, lei li ignorasse completamente.
Per quanto ne sapevano i genitori, Cressida non aveva avuto esperienze con ragazzi o uomini.
Aveva la ferocia puritana di chi rifiuta non tanto i rapporti sessuali quanto ogni tipo di relazione fisica fondata sulla condivisione e l'intimit.
Come aveva detto la sorella Juliet, "Oh, sono sicura che Cressida non  mai stata - be' - con nessuno... cio... sono sicura che ...".
Era troppo rispettosa dei sentimenti della sorella per dire vergine.
Il padre era elettrizzato. L'adrenalina gli scorreva nelle vene, il cuore batteva con innaturale rapidit. " l'eccitazione della ricerca" si ripeteva. "So che Cressida  qui vicino."
L'avvertiva, la vicinanza della figlia. Quell'uomo, che non aveva mai accolto con la minima benevolenza "stronzate mistiche" tipo la percezione extrasensoriale, adesso, mentre vagava per la riserva di Nautauga, era convinto di avvertire la presenza della figlia da qualche parte l nei dintorni. Sentiva che pensava a lui.
Anche se con una parte della mente si rendeva conto che, se fosse stata vicina all'entrata della riserva, in qualche posto nei pressi di Sandhill Road e Sandhill Point, qualcuno avrebbe gi dovuto trovarla.
Lui aveva una formazione legale, e per natura un temperamento da avvocato: per questo dubitava, si interrogava, si interrogava ancora.
Era abituato a rispondere: "S, ma...?".
Era un'ironia del destino, pensava il padre, perch alla figlia non erano mai piaciuti n il campeggio n le escursioni. Diceva che la natura selvaggia la annoiava.
Intendeva dire che la natura selvaggia la spaventava. Alla natura selvaggia lei era indifferente.
Lui aveva conosciuto altre persone cos, e tutte, guarda caso, donne. La donna si sente pi al sicuro in uno spazio ristretto, in un ambito ben delimitato nel quale riflettere la propria identit nello sguardo altrui: in un posto del genere non ci si pu perdere facilmente.
La rapacit della natura, rifletteva Zeno. Non ci si pensa mai, quando si ha il controllo della situazione. E quando non lo si ha pi,  troppo tardi.
Il padre alz lo sguardo, ansioso. Su, nel cielo, appena visibili attraverso i folti rami dei pini, un falco - due falchi - dalle piume rosse cacciavano insieme planando in lunghe spirali.
Spiccavano nel cielo, vividi, poi di colpo si tuffavano e sparivano.
Lui aveva visto dei gufi piombare sulla preda. Il gufo  una macchina da preda pennuta e silenziosa, l'unico verso che si sente  quello della vittima.
A terra, mentre si faceva largo fra i rovi, vedeva sgattaiolare varie creature: conigli, grossi topi, una famiglia di moffette, serpenti. Da qualche parte, l vicino, udiva i versi gorgoglianti dei tacchini selvatici.
Una natura selvaggia troppo vasta per la ragazza, la sua figlia minore. A Zeno non piaceva questo di lei: che si dava per vinta troppo facilmente. Diceva di annoiarsi, e voleva tornare a casa, ai suoi libri e all'"arte".
Sentiva il bisogno di riempirsi il pi possibile il cervello. E non si possono stipare trecentomila acri in un cervello.
Cressida, non farci questo! Se sei da qualche parte qui vicino faccelo sapere.
Il padre si era sgolato a furia di gridare il nome della figlia. Era un assurdo spreco di energie, lo sapeva: degli altri volontari, nessuno chiamava la ragazza.
Da alcuni commenti che gli avevano rivolto, e da certi altri che aveva sentito, il padre aveva dedotto che i soccorritori, i pi giovani, erano rimasti colpiti da lui, un uomo di quell'et, molto pi anziano di loro, a quanto pareva un escursionista esperto, in condizioni fisiche discrete.
Almeno cos era sembrato all'inizio delle ricerche.
"Signor Mayfield? Prego."
Aveva bevuto la sua razione d'acqua troppo in fretta. Stava respirando con la bocca, cosa che un escursionista degno di questo nome non dovrebbe fare.
"Grazie, sto bene. Potrebbe servire a lei."
"La prenda, signor Mayfield. Ho un'altra bottiglia."
Era un ragazzo con i muscoli scattanti, smilzo, come un levriero o un cane da corsa, un vicesceriffo della contea di Beechum, in maglietta, pantaloncini, scarponi da trekking. Il padre si chiese se il vicesceriffo conoscesse sua figlia, una delle due. Si chiese se il vicesceriffo avesse pi informazioni su ci che poteva essere accaduto a Cressida di quelle che avevano rivelato a lui, il padre.
Il padre era il tipo di uomo che preferisce controllare gli altri, imporre favori, piuttosto che accettarne. Il padre era un uomo che si vantava di essere forte, protettivo.
Per era stupido disidratarsi. Farsi venire le vertigini. Le scariche di adrenalina improvvise ti lasciano svuotato, esausto.
Prese la bottiglia d'acqua. Bevve.
All'inizio della mattinata avevano perlustrato gli argini del Nautauga, nella zona in cui era parcheggiata la Jeep Wrangler del giovane caporale. Era un tratto di fiume dove andavano spesso i pescatori, paludoso e roccioso al tempo stesso; tra i massi c'erano numerose impronte, sovrapposte le une alle altre, colme d'acqua per la pioggia recente. I cani da soccorso erano balzati in avanti abbaiando eccitati dopo aver annusato alcuni indumenti della ragazza, ma presto ne avevano perso le tracce, sempre che ce ne fossero, e adesso uggiolavano e vagavano qua e l, disorientati. Il fiume curvava e serpeggiava per chilometri attraverso il terreno roccioso, cos avevano deciso di cambiare strategia sparpagliandosi in cerchi pi o meno concentrici a partire dalla Punta. Alcuni avevano gi partecipato a ricerche di escursionisti o bambini che si erano smarriti nella riserva e avevano un loro modo particolare di perlustrare il territorio, ma la strategia della polizia della contea di Beechum era quella di mantenersi vicini, a pochi metri di distanza, cosa non facile nella boscaglia e nel folto della foresta, ma comunque l'essenziale era non lasciarsi sfuggire eventuali oggetti caduti a terra, brandelli di abiti fra i rovi, lembi rimasti impigliati a un albero, un qualunque segno che la ragazza scomparsa fosse passata di l, un segnale importante che potesse salvarle la vita.
Il padre ascoltava quel che gli dicevano, che gli spiegavano, con aria calma. In pubblico, Zeno Mayfield si mostrava sempre come il pi ragionevole degli uomini: una persona di cui ci si poteva fidare.
Si era costruito una carriera sul saper trattare con gli altri, con immancabile intelligenza, con entusiasmo. Adesso, per, non aveva la possibilit di impartire ordini. Nella riserva si sentiva cogliere dall'impotenza. Vagava a piedi, facendo affidamento sulla forza fisica, non sulla sua astuzia abituale.
Mio Dio, se sua figlia fosse stata ferita. Se qualcuno avesse fatto del male a sua figlia.
Non voleva pensare che fosse precipitata da qualche parte, che si fosse rotta una gamba, che giacesse incosciente, che non fosse in grado di sentire i loro richiami, di rispondere. Si sforzava di non pensare all'eventualit che fosse troppo lontana per sentire le loro voci, trascinata via dalla corrente impetuosa del fiume ingrossato dai violenti temporali della settimana prima, cinquanta chilometri a valle, a ovest, dove il Nautauga sfociava nel lago Ontario.
Durante la mattina c'erano stati dei falsi allarmi, falsi avvistamenti. Una campeggiatrice in camicia rossa, che li aveva osservati mentre si avvicinavano al luogo in cui era accampata. E la compagna, un'altra ragazza giovane, che era uscita dalla tenda, per un attimo con un'aria spaventata, ostile.
Scusate, avete visto?
... una ragazza di diciannove anni, che ne dimostra meno. Pensiamo che sia da queste parti...
Dopo sette ore, il primo giorno di ricerche, all'inizio del pomeriggio di domenica, il padre avvist la figlia davanti a s, a meno di cento metri.
Fece un sobbalzo, grid: "Cressida!".
Si lanci a precipizio gi per un ripido pendio, in una corsa disperata mentre gli altri soccorritori si fermavano sui loro passi a guardare.
In molti videro quel che vedeva il padre: sulla sponda opposta di un ruscelletto di montagna la ragazza era caduta o giaceva esausta, addormentata.
Rivoli di sudore scendevano sugli occhi del padre, bruciavano come acido. Si precipit gi, goffo, avvertendo fitte acute tra le scapole e alle gambe. Una grossa bestia sgraziata e barcollante, dritta sulle zampe posteriori.
"Cressida!"
La figlia giaceva immobile sulla sponda opposta del torrente, seminascosta dalla boscaglia. Un arto - la gamba, o il braccio - penzolava in acqua. Il padre gridava con voce roca: "Cressida!". Non poteva credere che la figlia fosse ferita o si fosse fratturata un osso, ma solo che lo aspettasse, addormentata.
Altri sopraggiunsero di corsa. Il padre non si cur di loro, voleva essere il primo a raggiungere sua figlia, a svegliarla, a prenderla fra le braccia.
"Cressida! Tesoro! Sono io..."
Zeno Mayfield aveva cinquantatr anni. Erano secoli che non correva cos. Un tempo era un atleta, al liceo, una vita prima. Ora il cuore sembrava un macigno nel petto. Sentiva un dolore acuto, una serie di brevi fitte tra le scapole. Continu a correre, noncurante, disperato, come sperando di sfuggire alle stilettate che lo trafiggevano. Era un uomo alto, con il torace largo e un'ampia schiena muscolosa; aveva i capelli ancora folti, color liquirizia, a parte qualche filo grigio; il viso, rosso per lo sforzo dopo ore sotto l'afa degli Adirondack, adesso era esangue, chiazzato e pallido; il cuore batteva cos faticosamente che sembrava risucchiare ossigeno al cervello; a quel passo non riusciva a respirare; non riusciva a pensare lucidamente: riusciva a malapena a tenersi in piedi sulle grosse gambe goffe. Pensava: "Sta bene. Certo, Cressida sta bene". Ma quando raggiunse il ruscello di montagna, vide che sulla sponda opposta non c'era sua figlia, bens la carcassa di un cervo quasi decomposto, una giovane femmina, la testa ancora graziosa priva di corna e un brandello di torace insanguinato e lacerato, sbranato dagli animali che si cibano di carogne.
Il padre lanci un grido, inorridito.
Un urlo strozzato e bestiale, come se avesse ricevuto un calcio nel petto.
Il padre cadde in ginocchio, gli arti ormai privi di forze.
Era dalle dieci di mattina che cercava la figlia. E adesso che l'aveva trovata, addormentata sulla sponda di un ruscelletto di montagna come la giovinetta di un libro di fiabe, la figlia si era tramutata sotto i suoi occhi in una ripugnante carcassa in decomposizione.
Era dalla morte di sua madre, dodici anni prima, che Zeno Mayfield non piangeva. E anche allora non aveva pianto cos. Il corpo fu scosso dai singhiozzi. Una terribile piet per la cerbiatta uccisa e in parte divorata lo pervase.
Lo stavano chiamando per nome. Lo sollevarono per le ascelle.
Voleva nascondere a quella gente il fatto evidente che aveva difficolt a respirare. Le fitte in mezzo alle scapole si erano fuse in un'unica trafittura dolorosa simile allo zigzag di un fulmine dei fumetti.
Quella mattina presto aveva insistito per unirsi agli uomini impegnati nelle ricerche nella riserva. Certo, il padre della ragazza scomparsa doveva cercarla.
Adesso lo avevano rimesso in piedi. La bestia ferita barcollava.
 terribile con quanta rapidit un uomo possa perdere le forze, e il proprio orgoglio.
Erano dei giovani volontari, Zeno non ne conosceva i nomi. Ma loro conoscevano il suo: "Signor Mayfield...".
Si liber dalla presa. Era in piedi, e respirava di nuovo normalmente, o quasi.
Avrebbe insistito per riprendere le ricerche, ma prima si ripos qualche minuto, bevve dalla bottiglia qualche sorso di Evian tiepida e pisci nervosamente schizzando di urina un masso cosparso di licheni, ma ancora una volta le tenebre gli oscurarono la mente e con sua grande vergogna sospir e vi sprofond dentro.
Dio, prendi me al suo posto. Se devi prendere qualcuno, prendi me.

2
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La futura sposa.

4 luglio 2005.

S che lo sai. Lo sai che lo so. Per forza, mi conosci. Come puoi dubitare di me.
 uno shock, certo. Siamo tutti... siamo tutti molto... tristi...
No! Ho detto tristi. Lo siamo tutti - tutti quelli che ti amano - e specialmente io. Siamo tristi.
No, aspetta. Siamo molto felici che tu sia vivo, Brett, e che tu sia tornato da noi, certo.
Non siamo tristi per questo, siamo molto felici di questo.
In tutti questi mesi abbiamo pregato. Pregato e ancora pregato.
E ora sei tornato a casa da noi.
E ora sei tornato da noi.
Sapevo che saresti tornato, certo, non ne ho mai dubitato.
Anche quando avevamo perso i contatti - quando eri in guerra - non ne ho mai dubitato.
In quel posto orribile - come si pronuncia, "Diyala"...
Ti prego, credimi, tesoro: ti amo come sempre.
Ecco perch ho voluto che ci fidanzassimo prima che partissi, nel caso fosse successo qualcosa... laggi.
Ma lo sai, io sono... la tua ragazza.
Sono la tua fidanzata. La tua futura sposa.
Sar sempre cos.
Adesso per abbiamo tanti progetti da realizzare!
Ne abbiamo talmente tanti che mi gira la testa...
Tua madre aveva promesso di aiutarci ma ora...
... (non avrei dovuto dire promesso. Non volevo dire promesso).
Ma, prima di tutto questo, prima di... tutto questo... Gli interventi, la convalescenza, la riabilitazione. Prima di tutto questo, tua madre non stava nella pelle per organizzare il matrimonio, insieme a mia madre, a mia nonna, e volevamo organizzare il matrimonio non appena tu fossi...
Be', s: esiste un prima, e un adesso.
Oh,  sbagliato dire prima? E adesso?
Brett, perch mi guardi cos...
Perch sei arrabbiato con me...
Perch ho l'impressione che mi odi...
... mi guardi come se non mi avessi mai visto. E anche a me sembra di non conoscerti... e in quei momenti ho paura di te.
Perch ti amo, Brett. Ti amo.
Ti amo e quindi a volte quell'altro...  come se quell'altro... mi guardasse con i tuoi occhi...
Questo mi terrorizza. Perch non so cosa fare per placare l'altro.
Ti prometto che sar la tua sposa devota ora e per sempre Amen.
Lo prometto a te e a Ges nostro Salvatore, ora e per sempre Amen.
Non mi vergogno di amarti. Di stare con te come un tempo...
Non mi sarei vergognata se fossi rimasta incinta (come temevo, lo sai) e adesso (quasi) penso che mi dispiace di non esserlo rimasta.
(Ti dispiace?)
(Sarebbe cos diverso ora!)
Mi sento gi tua moglie. Ma a volte mi sembra che tu non sia realmente mio marito.
Sento che c' il mio amato Brett, e c'... quell'altro.
A volte.
Ecco il modello dell'abito da sposa.
 bello, no? Ti piace?
Ti prego, dimmi di s. Sono cos ansiosa di sentire un s.
So che non ti interessa - molto. Ovviamente...
Certi abiti sono proprio costosi. Questo  un affare, l'abbiamo trovato online... su Bonnie Bell Designs.
Mi sembra splendido.
Seta color avorio. Merletto color avorio. Scollatura monospalla con schiena in pizzo. Il corpetto pliss  attillato e la gonna scampanata.
Il velo  di chiffon impalpabile. Lo strascico  lungo un metro.
E queste sono le scarpe: un paio di dcollet in raso color avorio.
Fammi avvicinare la foto alla luce, magari la vedi meglio...
Pensi che mi star... bene?
Avevi detto che ero la tua bellissima ragazza. L'hai detto un sacco di volte, Brett. Allora ti credevo, e voglio crederti anche ora.
Ti prego, di' di s.
Tu indosserai l'uniforme dell'esercito americano. Sei cos bello nella divisa con le "decorazioni".
Porterai gli occhiali scuri. Porterai i guanti bianchi. Il berretto, cos elegante.
Il caporale Brett Kincaid. Mio marito.
Faremo le prove. Abbiamo mesi per fare le prove.
(Hai detto che avresti ottenuto una licenza di "rimpatrio".)
(Tutto ha un significato nell'esercito, hai detto. E quindi "rimpatrio" aveva un significato, ma qual  questo significato? Non lo sappiamo.)
(Sappiamo solo che siamo tanto fieri del nostro caporale Brett Kincaid.)
Ti sbagli, non sembri ferito.
Non sembri "a pezzi".
Non sembri "uno schifo"!
Sei il mio bel fidanzato, non sei affatto diverso. Ti sottoporrai ad altri interventi. Ci vuole tempo per guarire, il chirurgo l'ha spiegato. Col tempo ci sar un "naturale processo di guarigione".
Non puoi pretendere un miracolo che ti renda perfetto!
Le orecchie, il cuoio capelluto, la fronte, le palpebre. La gola sotto la mandibola, a destra. Quando non c' troppa luce, sembra una normale ustione - delle ustioni.
Oh, ti prego, non sussultare quando ti bacio, Brett. Ti prego.
Quando mi respingi, mi sembra di avere una scheggia di vetro nel cuore.
Se la gente a Carthage ti guarda  solo perch sanno di te - delle tue medaglie, delle onorificenze. Ti ammirano perch sei un eroe di guerra, ma non vogliono apparire indiscreti.
Come pap. Ti ammira tanto, Brett! Ma quando  emozionato si comporta in modo strano, quasi ammutolisce, nessuno crederebbe che Zeno Mayfield in realt  un uomo timido.
Be', voglio dire, in fondo.
Per gli uomini  difficile parlare... di certe cose. Pap non ha avuto figli maschi, solo femmine. Con noi pap parla. Noi lo ascoltiamo.
E poi mamma parla in continuazione di te. Quando eri in Iraq, in guerra, pregava sempre per te. Era quasi pi preoccupata di me, quando non avevamo tue notizie...
Tutta la mia famiglia, Brett. Tutti i Mayfield.
Cerca di credermi... ti vogliamo bene.
Vorrei che tornassi in chiesa con me, Brett.
Manchi a tutti.
Abbiamo un nuovo pastore,  molto simpatico.
E anche la moglie,  molto simpatica.
Chiedono di te ogni domenica. Sanno di te, ovviamente.
Cio, sanno che sei tornato da noi sano e salvo.
Tra i fedeli ci sono altri veterani, credo. Non vengono tutte le settimane. Ma penso che tu ne conosca almeno due - Denny Bisher e Brandon Kranach. Forse sono stati in Iraq, o forse in Afghanistan.
Denny  sulla sedia a rotelle. Lo porta in giro il fratello minore. A volte la madre. "Come sta Brett" mi chiede sempre Denny, e io gli rispondo che lo chiamerai presto...
"Come sta il caporale Kincaid. Come sta quel tipo in gamba."
No, ti prego. Non arrabbiarti con me, scusami.
... Non ti parler pi di Denny.
... Non ti parler pi della chiesa.
Non arrabbiarti con me, ti prego, scusami.
Sono solo fuochi d'artificio, Brett! Gi a Palisade Park.
Le finestre sono chiuse. Il condizionatore  acceso.
Se vuoi alzo la musica, cos non li senti.
Te l'ho detto, tesoro, sono solo fuochi d'artificio. Lo sai... il 4 luglio, nel parco.
S, meglio non andare quest'anno.
Ho detto a mamma e pap di non aspettarci... Abbiamo altre cose da fare.
Quali compresse? Quelle bianche o...
Ti porto un bicchiere d'acqua.
Ok, un bicchiere di birra. Ma il dottore ha detto...
... non  una buona idea mischiare l'alcol con le medicine...
No, ti prego.
Faremo delle prove, in chiesa. Prima del matrimonio, faremo delle prove.
Tu non zoppichi. Solo... qualche volta... sembra che tu perda l'equilibrio, fai quel movimento improvviso scalciando come in un sogno.
Secondo me non  una cosa reale.  solo nella tua testa.
La coordinazione mani-occhi. L'hanno promesso.
Nel video si vedono i miglioramenti che ha fatto quel ragazzo.
Accadono tanti miracoli. Dio ci ha concesso il grande miracolo che tu sia vivo e che noi siamo insieme.
Il dottore - il neurologo - dice che  questione di ricircuitazione neuronale.
 questione di nuove cellule cerebrali che devono imparare a subentrare a quelle danneggiate. Si tratta di neurogenesi.
Come l'insonnia cronica. Il cervello "dimentica" come si dorme. E - a volte - il cervello dimentica come controllare l'"evacuazione". Non  colpa di nessuno.
Il dottore ha detto che col tempo quei riflessi torneranno.
Quando  esplosa la granata, ed  crollato il muro.
 accaduto in battaglia. Durante l'azione.  per questo che ti hanno decorato con la Purple Heart.
E l'Infantry Combat Badge, il distintivo di combattimento della fanteria, un'onorificenza speciale con quella bellissima guarnizione in oro a forma di U e la riproduzione in miniatura di un fucile a canna lunga su sfondo azzurro. Un distintivo da tenere in mano e contemplare come una gemma.
Come una gemma che  un enigma, o un enigma che  una gemma.
Sei stato tanto coraggioso, fin dall'inizio.
Ecco perch non devi vergognarti di essere tornato da noi.
Non sei un traditore e nemmeno un codardo. Non hai tradito il tuo plotone. Sei rimasto ferito, e ti stai rimettendo. E stai facendo la riabilitazione.
E ti sposerai.
Avremo dei bambini, te lo giuro. Un maschio.
Lo so.  possibile!
Li avremo. Li sorprenderemo. Al centro di riabilitazione ce l'hanno assicurato, il medico pi anziano mi ha detto: "Se ama il suo futuro marito e non si arrende ma persevera, una gravidanza non  impossibile".
Molti veterani disabili hanno avuto dei figli.  risaputo.
La risonanza magnetica non ha rilevato nessuna proliferazione. La risonanza magnetica non ha rilevato nessun coagulo. La risonanza magnetica non ha rilevato nessuna "irregolarit".
Qualunque cosa tu veda nella tua mente come in sogno non  reale. Lo sai!
Il caporale Brett Graham Kincaid.
Abbiamo cercato di seguirti sulle cartine.
All'inizio, Baghdad.
Provincia di Diyala. Sadah.
Dove sei rimasto ferito, Kirkuk.
Dove finivano le cartine, dove si perdevano i riferimenti.
Cos lontano da Carthage.
L'operazione "Iraq libero".
Pochissima gente a Carthage conosce la differenza - se c' una differenza - tra "Iraq" e "Afghanistan".
Io la so: perch sono la tua fidanzata ed  necessario che la conosca.
Ma sono ancora confusa, e non c' nessuno a cui chiedere.
Perch non oso chiedere a te.
Che espressione hai negli occhi, a volte! Mi sento raggelare, un brivido mi pervade il corpo.
Non mi ama. Non mi conosce nemmeno.
Domenica scorsa il reverendo Doig stava spiegando che non c' fine, non pu esserci, non potr mai esserci fine alla guerra, perch nell'animo umano  radicato il "germe della malvagit" che non potr mai essere del tutto sradicato finch Ges non torner a salvare gli uomini.
Ma quand' che Ges torner da noi?
Come il caporale Kincaid, che  tornato.
S, io ci credo! Voglio crederci.
Devo credere che ci sia un modo per avere fede, per entrambi. Quando il reverendo Doig ci sposer.
Cosa gli ho detto, ho detto la verit, che  stato un incidente.
Che sono scivolata, sono caduta e ho sbattuto contro la porta, che sciocca.
Al pronto soccorso mi hanno fatto una lastra. Non ho la mandibola slogata.
Mi fa male, non riesco quasi a deglutire, ma i lividi andranno via.
Lo so, non volevi.
Mi dispiace averti fatto innervosire.
Non sto piangendo, davvero!
Un giorno ripenseremo a questi momenti difficili e diremo: " stata una prova per il nostro amore. Non ci siamo arresi".
Stamattina, nel letto, che solitudine. Oh, Brett, ho nostalgia di quei momenti insieme prima che tu partissi, quando potevo venire nel tuo appartamento e riuscivamo a stare da soli, insieme...
Quando accadr di nuovo saremo felici come allora. Per noi non  normale essere cos, vivere in questo modo.  logico che ci siano delle tensioni. Ma questo periodo passer, questo periodo di dure prove.
Vorrei che tua madre non provasse antipatia per me. Io cerco in tutti i modi di volerle bene.
Mi ha detto: "Non devi fingere. Puoi smetterla di fingere. Ormai puoi smetterla di fingere". E non sapevo cosa risponderle, aveva una tale avversione negli occhi... E alla fine ho detto: "Ma io non fingo, signora Kincaid! Amo Brett e voglio solo sposarlo ed essere sua moglie e prendermi cura di lui quando avr bisogno di me, non desidero altro".
Stamattina mi sono svegliata presto e siccome non riuscivo a riprendere sonno (da qualche parte dietro casa c' un gallo, sulla collina dietro il cimitero su Post Road, mi piace sentire il canto del gallo ma questo significa che la notte  finita e probabilmente non mi riaddormenter), stavo ripensando a quando ci siamo salutati, l'ultima volta.
All'aeroporto di Albany. C'erano altri soldati che arrivavano al varco dei controlli, alcuni anche pi giovani di te. E quell'ufficiale anziano, un tenente. E tutti - i civili - ti guardavano con rispetto.
Che tristezza baciarti quando ci siamo lasciati! E tutti volevano abbracciarti e baciarti all'ultimo momento e tu ridevi dicendo: "Ma  Julie la mia fidanzata, ragazzi, non voi".
Siamo in tanti a volerti bene, Brett. Vorrei che lo sapessi.
 stato allora che mi hai dato la tua "lettera speciale". Sapevo cosa significava - credo di s -, mi sentivo svenire ma, certo, l'ho messa subito via e non ne ho mai parlato a nessuno.
Ormai non l'aprir pi. Ora che sei tornato sano e salvo da noi.
S, ovvio, ce l'ho ancora. Nascosta nella mia stanza.
Mia sorella sa della lettera, cio, me l'ha vista in mano. Ma non ha idea del contenuto. Non lo sapr mai.
Mi ha detto che non ti merito, che sono "troppo frivola", "troppo superficiale" per comprenderti.
In realt Cressida non sa niente di quel che c' fra noi. Non lo sa nessuno, a parte noi.
Quei nostri momenti speciali, Brett. Li rivivremo ancora...
Cressida in fondo  buona! Ma non sempre lo d a vedere.
Le fa male assistere alla felicit degli altri. Anche delle persone a cui vuole bene. Credo che adesso per lei sia diverso vederti,  rimasta profondamente colpita, anche se non lo ammetterebbe mai.
Ma se si entra nel personale ti guarda gelida. "Scusami. Ti sbagli di grosso."
Ha rifiutato di farmi da damigella d'onore, mi ha risposto sprezzante che fin da bambina non ha mai indossato vestiti n gonne e non ha intenzione di cominciare ora. Ha aggiunto ridendo: "I matrimoni sono rituali di una religione estinta in cui non credo".
E io le ho chiesto: "In che religione credi?".
Le ho posto la domanda in tono serio, non con sarcasmo come fa lei di solito. Volevo saperlo davvero.
Ma Cressida non ha risposto. Si  allontanata come se si vergognasse, senza parlare.
Spero - prego per questo! - che qualche volta Cressida venga in chiesa con noi. O solo con me, se tu non vuoi venire. So che in qualche modo  stata offesa,  stata ferita da qualcuno o qualcosa, non me lo confiderebbe mai. Sento che nel suo cuore c' un vuoto e che lei desidera ardentemente colmarlo, cambiare completamente.
No, Brett! Mai.
Non devi dire certe cose.
Non potremmo essere pi fieri di te, davvero.  un sentimento che va oltre l'orgoglio - quello che si prova per i veri eroi, che hanno agito come pochi altri si sarebbero comportati, in un momento di estremo pericolo.
Alla festa di commiato hai detto parole cos semplici, hanno commosso tutti: "Voglio solo servire il mio Paese, voglio essere un soldato esemplare, so di poterlo diventare".
 questo che hai fatto. Ti prego, Brett! Abbi fede.
La guerra in Iraq  stata il momento pi eccitante della tua vita, lo so. I mesi in cui eri lontano da noi, "dislocato".  stato un momento pericoloso ed eccitante, e (lo capisco) un momento tutto tuo, di cui a Carthage non sapevamo nulla.
Operazione "Iraq libero". Quelle parole!
Cercavamo di seguire le notizie. Internet. Pregavamo per te.
Pap ritagliava dai giornali gli articoli che non voleva che io vedessi. Soprattutto dal "New York Times", lo compra quasi tutte le domeniche.
Foto di soldati morti in guerra - nelle guerre. Dal 2001.
Ovviamente alcune le ho viste. Non potevo fare a meno di cercare le donne tra le file di uomini che sembravano ragazzi.
Non ci sono molte soldatesse. Ma  sconvolgente vederle, le loro foto con tutti gli uomini.
Sorridono sempre. Come studentesse del liceo.
A Carthage c' gente che non "appoggia" la guerra - le guerre. Per appoggiano le nostre truppe, ci tengono a precisarlo.
Pap ha sempre tenuto a precisarlo.
Pap ti rispetta. Solo che adesso si sente in imbarazzo, non sa come parlarti, ma certi uomini sono cos. Non ha mai fatto il soldato e nutre forti convinzioni sulla guerra del Vietnam, combattuta quando lui era adolescente. Ma per pap non  un fatto personale.
Hai detto: " come giocare ai dadi". Hai detto: "Non frega a nessuno se vivi o muori.  come giocare ai dadi".
So che non intendi questo. Non  Brett a parlare, ma l'altro.
Non devi disperare. La vita  un dono. Le nostre vite sono un dono. Il nostro amore reciproco.
Era incredibile, mia madre non  molto religiosa ma mentre eri via veniva in chiesa con me, quasi tutte le domeniche. Pregava.
Tutti i fedeli pregavano per te. Per te e per gli altri in guerra - nelle guerre.
Ne sono morti cos tanti nelle guerre, per me  difficile ricordarne il numero... pi di mille?
Quasi tutti soldati come te, non ufficiali. E tutti cari a Dio, ti viene da pensare.
Perch tutti sono cari a Dio. Anche il nemico.
Proprio cos, dobbiamo difenderci. Un cristiano deve difendersi dai nemici di Cristo.
Questa guerra al terrore  una guerra contro i nemici di Cristo.
So che non volevi uccidere nessuno. Ti conosco, mio amato Brett, e lo so, non volevi uccidere il nemico, n nessun altro. Ma eri un soldato, questo era il tuo dovere.
Ti hanno decorato perch eri un buon soldato. Allora eravamo cos fieri di te.
Tua madre  fiera di te, vorrei che riuscisse a dimostrarlo di pi.
Vorrei non aver avuto l'impressione che mi biasimasse.
Non so perch avrebbe dovuto biasimarmi.
Forse pensava che fossi... incinta. Forse pensava che fosse per questo che volevamo sposarci. E forse pensava che fosse per questo che ti eri arruolato nell'esercito... per scappare.
Vorrei poter parlare con tua madre ma... ci ho provato... ci ho provato invano.
A tua madre non piaccio.
Mia madre dice: "Ci riproveremo! La signora Kincaid ha paura di perdere suo figlio".
So che ti d fastidio che parli di tua madre, mi dispiace, cercher di non farlo. Solo che certe volte mi sento cos ferita.
Lo so, per te la guerra  un ricordo terribile. Quando comincerai le lezioni a Plattsburgh, a settembre, o forse - forse a gennaio - avrai altre cose a cui pensare... Ma allora saremo sposati e sar tutto pi facile, quando vivremo insieme.
Anch'io seguir dei corsi a Plattsburgh. Credo di s. Un corso di specializzazione di mezza giornata, un dottorato in pedagogia.
Con un dottorato potrei insegnare inglese alle superiori. Otterrei un titolo valido in ambito amministrativo, secondo pap un giorno dovrei diventare dirigente.
Pap ha grandi progetti per noi! Per entrambi.
Vorrei che me ne parlassi, caro Brett.
Ho visto dei documentari alla TV. In un certo senso credo di sapere com'era.
So che per te era uno "sballo" - ho sentito che lo dicevi ai tuoi amici. Perquisire in missione le case irachene e non sapere cosa ti sarebbe successo, n cosa avresti fatto.
Quello che non hai mai detto n a me n a tua madre lo diresti a Rod Halifax e a "Stump", o magari a uno sconosciuto incontrato in un bar.
Con un altro veterano parleresti. Uno che non conosceva il caporale Brett Kincaid di un tempo.
A Carthage non esiste uno "sballo" del genere. Come quello di giocarti la vita ai dadi.
Le nostre vite, fin dalle superiori - immagino sia un po' come guardare dal buco sbagliato di un telescopio -, sono cos insignificanti.
Quelle tristi casette di cartone sotto l'albero di Natale, le case, la chiesa e la neve finta simile a glassa. Insignificanti.
Anche le nostre ferite qui sono insignificanti.
A Carthage ti aspetta la tua vita. Non  una vita eccitante come l'altra. Non  una vita al servizio della Democrazia come l'altra. Hai detto una cosa cos strana quando ci hai visto mentre ti aspettavamo al ritiro bagagli, eravamo emozionati perch camminavi senza aiuto e avevi sul volto un'espressione che non conoscevo ed era come se per un attimo avessi paura di noi, perch per un attimo hai detto: "O, Cristo, siete ancora tutti vivi? Vi credevo tutti morti. Quand'ero in quell'altro posto vi ho visti tutti l".


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3

Il padre

Oh, pap, perch mi hai chiamato cos, Cressida.
Perch  un nome insolito, tesoro. Ed  bellissimo.
Il padre aveva il viso in fiamme. Gli occhi erano due braci.
Non aveva la forza di aprire gli occhi. O il coraggio.
La cerva aveva il corpo squarciato, le interiora sanguinolente brulicavano di mosche, di vermi. Ma gli occhi erano ancora bellissimi, "occhi di cerbiatta".
Aveva visto sua figlia, l, in terra. Ne era certo.
La sensazione di nausea che avvertiva allo stomaco non era insolita. In quel posto, di nuovo. Un luogo di terrore, di orrore. Di colpa. Colpa sua.
E perch: perch colpa sua?
Giaceva supino a braccia aperte sul letto (adesso ricordava: lo avevano portato a casa, con sua grande umiliazione e vergogna) che si incurvava sotto il suo peso. (L'ultima volta che si era pesato, Cristo santo, arrivava a novantasei chili. Era pesante e sgraziato come un sacco di cemento.)
Gli riaffior alla mente un lontano ricordo di quando era bambino, un tappeto elastico nel giardino di un vicino. Lui che saltava sul telo ruvido, teso, rimbalzava in aria - goffo, tutto eccitato -, volava in alto, perdeva l'equilibrio e ricadeva di schiena, a braccia aperte, senza fiato.
Su quel tappeto elastico il piccolo Zeno era il pi spericolato. Gli altri ragazzi non potevano fare a meno di ammirarlo.
Anni dopo, quando le sue figlie erano piccole, era ormai risaputo che i tappeti elastici fossero pericolosi per i bambini. Ci si pu rompere il collo, o la schiena, si pu finire sulle molle e procurarsi dei tagli. Ma se anche lo avesse saputo, quando era piccolo, a Zeno non sarebbe importato: era un rischio che valeva la pena di correre.
Nella sua infanzia non c'era niente di pi magico che saltare sul tappeto elastico - su, in alto, le braccia spiegate come le ali di un uccello.
Adesso era caduto a terra. Di schianto.
Aveva ripetuto fino alla nausea che non sarebbe andato in nessun ospedale.
Col cazzo che andava al pronto soccorso.
Non finch non ritrovavano sua figlia. Non prima di averla riportata a casa sana e salva.
Si era lasciato aiutare. Non si reggeva sulle gambe, esausto e confuso com'era non aveva scelta. Era crollato sulle ginocchia ed era finito su delle pietre affilate, una cosa da veri idioti. Si era ostinato a non abbandonare le ricerche, malgrado la moglie l'avesse supplicato di tornare a casa, e anche gli altri, vedendo il suo viso arrossato e come ansimava, l'avevano sollecitato a fermarsi; comunque entro domenica pomeriggio almeno cinquanta persone fra volontari e soccorritori avrebbero battuto la riserva, disposti a ventaglio in cerchi concentrici dal fiume Nautauga a Sandhill Point, dove a quanto pareva la ragazza scomparsa era stata vista per l'ultima volta.
Era una questione di orgoglio paterno, non sopportava il pensiero che a trovare sua figlia fosse qualcun altro. Il primo volto che Cressida avrebbe visto quando l'avrebbero salvata doveva essere il suo.
E le prime parole: "Pap! Grazie a Dio".
Qualche volta aveva avuto dei "dolori al cuore" (immaginava che fossero questo: brevi fitte al petto, come scosse elettriche, e una sensazione di sudore freddo), niente di serio, ne era certo. Non voleva far preoccupare la moglie.
L'amore di una donna pu essere un peso. Ha un disperato bisogno di tenerti in vita, tiene alla tua vita forse pi di te stesso.
Una cosa temeva sopra ogni altra: di non essere in grado di proteggerle.
Sua moglie, le sue figlie.
Strano, quando era pi giovane non se ne preoccupava granch. Dava per scontato che sarebbe vissuto... be', in eterno! O comunque a lungo.
Anche quando lo avevano minacciato di morte per la faccenda di Roger Cassidy, per aver difeso l'insegnante "ateo" di biologia del liceo dopo il licenziamento disposto dal consiglio scolastico.
Aveva riso di quelle minacce. Aveva rassicurato Arlette che volevano solo spaventarlo e che lui non si sarebbe certo fatto intimidire.
Appena un mese prima il suo medico curante, Rick Llewellyn, lo aveva sottoposto a una visita accurata, nel suo studio. E gli aveva fatto un elettrocardiogramma. Non aveva riscontrato nessun "imminente" rischio cardiaco, ma la pressione era ancora alta, nonostante i farmaci: 90/150.
Ipertensione e colesterolo. In realt Zeno doveva dimagrire di almeno dieci chili.
Una volta sul letto aveva cercato di slacciare e sfilarsi i pesanti scarponi da trekking, ma poi era arrivata Arlette ad aiutarlo.
"Sta' gi e non ti muovere. Per amor di Dio, Zeno, anche se non riesci a dormire, almeno chiudi gli occhi."
Ovviamente era terrorizzata. Si preoccupava e s'inquietava con lui per non pensare alla figlia.
Quella mattina lo aveva svegliato verso le quattro. Quando aveva scoperto che Cressida non era tornata a casa. Da quel momento lui era rimasto sveglio come gli capitava di rado: con i sensi all'erta, in maniera quasi dolorosa. Sveglio e con gli occhi spalancati, come se gli avessero strappato le palpebre.
Delle ricerche. Per trovare sua figlia. Le ricerche di una ragazza scomparsa.
Come le ricerche di cui si sente parlare ogni tanto. Spesso di un bambino scomparso.
Di un bambino rapito. Sequestrato.
Ne senti parlare, e provi un moto di compassione, ma poco di pi. Perch la tua vita non ha nulla a che spartire con quella di estranei e non puoi condividerne l'orrore.
Era sveglio? O stava sognando? Vedeva la foresta collinosa e scoscesa, irta di enormi massi come dopo un antico cataclisma, e da dietro uno di quei macigni la mano alzata di una ragazza, un braccio, l'immagine fugace di una spalla nuda che doveva essere tutta livida... Oh pap dove sei. Pa-p.
"Sta' gi, per favore. Se ti capita qualcosa proprio ora..."
Non era la voce di Cressida. Arlette doveva essersi intromessa.
Sapeva che sua moglie non aveva fiducia in lui. Erano sposati da oltre un quarto di secolo, e Arlette riponeva in lui meno fiducia di quanta ne avesse all'inizio.
Perch adesso lo conosceva, e molto bene. Quando si conoscono certi uomini non si pu fare davvero affidamento su di loro.
Ansimava, era irritata. Non terrorizzata - almeno non sembrava -, ma irritata. La casa era gremita di parenti che volevano rendersi utili. I poliziotti entravano e uscivano, con le radio che gracchiavano e stridevano come oche impazzite. C'erano i giornalisti degli organi d'informazione locali, bramosi di strappare un'intervista - non li mandavano via perch potevano servire. E ovviamente avevano dovuto fornirgli delle fotografie di Cressida.
Caff? T freddo? Succo di pompelmo, succo di melograno? Arlette faceva gli onori di casa con una certa cupa gaiezza, offrendo agli ospiti dei rinfreschi perch non sapeva in quale altro modo comportarsi con quella gente che girava per casa.
Chiss come, prima ancora di aver avuto il tempo di avvertirla, era arrivata a casa sua sorella Katie Hewett. Si era presentata verso le dieci di mattina, faceva da padrona e aiutava Arlette a rispondere ai telefoni - la linea fissa, i cellulari - che squillavano in continuazione, e a ogni chiamata, malgrado apparisse il numero, c'era la speranza di sentire la voce di Cressida.
Ehi! Cavolo! Ho appena visto in TV che sono "scomparsa"...
Wow. Mi dispiace. Oh Dio, non immaginate cosa mi  successo ma adesso sto bene...
Solo che la voce non era mai di Cressida. Incredibile, non era mai la sua.
Anni prima, in un momento di crisi come quello, Arlette sarebbe sgusciata nel letto accanto al marito; non avrebbe badato al fatto che lui aveva i vestiti madidi di sudore, la maglietta e i calzoncini color cachi ormai freddi e umidicci, maleodoranti; avrebbe abbracciato quell'uomo in preda all'angoscia, in un gesto protettivo. E Zeno avrebbe accolto la moglie tra le braccia, in un gesto protettivo. Tremanti, scossi, disorientati ed esausti, ma uniti in quel terribile frangente.
Ora invece Arlette gli sfil gli scarponi - com'erano pesanti! - e sciolse i lacci. Mentre gli sfilava gli scarponi dai grossi piedi not che, malgrado la concitazione dei preparativi per raggiungere la riserva di Nautauga, non si era dimenticato di indossare due paia di calzini, uno di cotone bianco e uno di lana leggera.
Nonostante i modi all'apparenza noncuranti, Zeno era un uomo pignolo. Una persona scrupolosa. L'unico sindaco di Carthage degli ultimi decenni che aveva lasciato il suo mandato - dopo otto anni, negli anni Novanta - con un bilancio comunale considerevolmente in attivo, e non in netto passivo. (Naturalmente non era un segreto che il sindaco Mayfield aveva finanziato di tasca propria alcuni progetti a rischio, come la manutenzione dei parchi, alcune attivit ricreative, la Little League di softball, l'ambulatorio della Comunit di Black River.) Era uno dei pochi sindaci della zona settentrionale dello Stato di New York che, come a lui piaceva scherzare, non fosse stato inquisito, men che mai incriminato, processato e condannato per illeciti commessi nell'esercizio delle proprie funzioni.
Arlette aveva chiesto al giovane che aveva accompagnato il marito a casa con la Land Rover di Zeno cosa fosse successo nella riserva, perch sapeva che lui non le avrebbe mai detto la verit. Il giovane aveva spiegato che Zeno era in preda a una grande agitazione, era esausto, disidratato.
Aveva aggiunto che non era una buona idea che un parente partecipasse alle ricerche di un membro della famiglia scomparso.
Zeno fece un sorriso tetro. Comunque trov la forza di rispondere, perch doveva sempre avere l'ultima parola.
D'accordo, avrebbe cercato di dormire. Un pisolino di un'oretta.
Poi sarebbe tornato nella riserva.
"Non pu passare l un'altra notte. Non possiamo... non ... possibile."
Era inciampato per le scale. Non aveva sentito Katie che gli parlava, e a quanto pareva non aveva capito che la rete televisiva WCTG sarebbe venuta a casa per intervistare i genitori della ragazza scomparsa, un'intervista che sarebbe andata in onda pi tardi quel pomeriggio, nell'edizione domenicale delle diciotto.
Arlette aveva accompagnato Zeno di sopra cercando di cingergli discretamente la vita con il braccio, ma lui l'aveva respinta con un piccolo sbuffo irritato.
Doveva andare in bagno, aveva detto. Aveva bisogno di stare un po' da solo.
"Non creper l dentro, tesoro, promesso."
Voleva essere una battuta. Quella parola, crepare.
Lei aveva fatto una specie di risata, o meglio un sibilo, si era allontanata e l'aveva lasciato solo.
Adesso sembravano quasi due avversari. Avevano ingaggiato un corpo a corpo, ognuno dei due sapeva cosa andava fatto, cosa era meglio fare, ognuno ce l'aveva con l'altro che si dimostrava cos cieco, testardo.
Arlette sapeva che si sarebbe agitato, laggi nella riserva, e comunque non aveva nessun diritto di scappare via in quel modo e mettersi a battere il sottobosco lasciandola a casa da sola. Ad aspettare una telefonata, in attesa che qualcuno chiamasse. Ad aspettare che accadesse qualcosa.
Dopo un'ora trascorsa in preda all'ansia, torn a controllare come stava Zeno: lo trov disteso sul letto, semisvestito. Come se fosse troppo sfinito per spogliarsi, a parte i calzoncini corti color cachi che aveva gettato sul pavimento.
Disteso, col respiro rauco e affannoso, la bocca aperta, come una balena spiaggiata. A vederlo cos, con il volto cereo e flaccido, non si sarebbe mai detto che fino a qualche tempo prima aveva un bel viso.
Non si era rasato. Le mascelle erano ricoperte di peli ispidi.
Zeno Mayfield era una persona a cui bisognava impedire di chiedere troppo a se stesso. Quell'uomo sembrava privo di un naturale senso della moderazione, del limite.
Per esempio, quand'era un giovane avvocato s'imbarcava in cause difficili, impopolari, senza possibilit di successo; una volta aveva imperdonabilmente accettato di patrocinare un caso molto controverso, e degli sconosciuti avevano minacciato lui e la sua famiglia; Arlette aveva temuto che qualche folle potesse spedire a casa un pacco bomba o mettere dell'esplosivo nelle loro automobili. "In nome di Dio, bada a quel che fai, amico" l'aveva messo in guardia un biglietto anonimo.
Zeno aveva sostenuto di non aver fatto altro che difendere un insegnante di biologia del liceo, sospeso dal suo incarico per aver insegnato la teoria evolutiva darwiniana anzich quella "creazionista".
Poi, quando era diventato sindaco di Carthage, si era imbarcato in un'avventura estenuante e donchisciottesca "al servizio della collettivit", con una remunerazione simbolica (millecinquecento dollari annui!), spingendosi ben oltre quello che persino i suoi pi accaniti sostenitori si sarebbero aspettati da lui, col risultato di veder precipitare la sua popolarit. La questione pi controversa durante il suo mandato era stata una campagna per la raccolta differenziata dei rifiuti: bidoni gialli per il vetro e la plastica, verdi per la carta e il cartone. Lo si sarebbe detto un discendente di Trotsky, Zeno Mayfield! Le sue figlie si chiedevano in tono afflitto: "Perch la gente detesta pap? Non sanno quanto  divertente e simpatico?".
Arlette non gli si era distesa accanto. Non l'aveva stretto fra le braccia. Ma gli aveva messo un panno inumidito sul viso, lui se lo era tolto e le aveva afferrato la mano con gesto ansioso.
"Lettie... pensi che... le abbia fatto qualcosa? E adesso se ne vergogna, e non pu dircelo? Lettie... credi che... oh Dio, Lettie..."
Tua madre e io abbiamo scelto i nomi delle nostre figlie con cura particolare. Perch crediamo che voi due non siate persone comuni. Quindi un nome comune non andava bene.
Aveva un tono solenne e risoluto mentre cercava di spiegarlo. A quel tempo lei era pi piccola, ed era scoppiata in una risata sguaiata.
"Stronzate, pap. Sono solo stronzate."
Era proprio da Cressida riderti in faccia. Storceva il viso come una scimmietta dispettosa. Aveva una risatina stridula come il verso di una scimmia e negli occhietti neri e lucenti un'espressione divertita di scherno.
Erano da qualche parte, Zeno non sapeva dove. Non pi nella foresta, forse l, in casa Mayfield.
Perch quando si sogna un posto che dovrebbe essere "casa" - o un luogo "familiare" -  sempre diverso da come lo si conosce?
Stava cercando di spiegarle qualcosa. Lei faceva quella faccia da bimba sciocchina, roteando gli occhi e ribattendo alle sue parole come ribatteva ai volani del badminton con i pugni chiusi.
Aveva detto: "Stronzate, pap, a parte la faccia Juliet  una persona C-O-M-U-N-E".
A Zeno quella frase non era andata gi. Si arrabbiava quando la sua figlia minore, vivace e ribelle, prendeva in giro la sua dolce, tranquilla e bellissima figlia maggiore.
E comunque non era vero. O lo era solo in parte. Perch la bellezza di Juliet non stava solo nel viso.
Lo scambio di battute tra il padre e Cressida era stato un sogno. Eppure, anni prima, avevano avuto una conversazione pi o meno simile.
Le piccole Mayfield erano come le figlie del re di una fiaba.
La minore non sopportava il fatto (se tale era, non lo si poteva dimostrare) che il padre amasse la maggiore, pi bella, pi di quanto amasse lei, il cui cuoricino contorto non riusciva a dominare.
Amo entrambe le nostre figlie. Le amo per ragioni diverse. Ma nello stesso modo. E Arlette replicava: "Lo spero. E se cos non , se non ci riesci, mi auguro che tu riesca a mascherarlo".
I genitori lo sanno: alcuni figli sono facili da amare, altri mettono a dura prova il loro amore.
Ci sono figli radiosi come Juliet Mayfield. Schietti, limpidi, sereni.
Ci sono figli difficili come Cressida. Immersi in una sfera di caustica ironia come nel liquido amniotico.
I figli solari e sereni ci sono grati per l'amore che gli diamo. Quelli contorti e ombrosi devono mettere alla prova il nostro amore.
Forse Cressida era "autistica": alle elementari qualcuno aveva alluso a quella possibilit.
Poi alle superiori era stata suggerita un'espressione pi stravagante, "sindrome di Asperger", senza alcun riscontro.
Se Cressida l'avesse saputo, avrebbe replicato spensieratamente: "Chi se ne importa? La gente  cos stupida".
Zeno supponeva che a Cressida in cuor suo importasse eccome.
Era palesemente irritata dal fatto che a Carthage i conoscenti dei Mayfield si riferissero a lei come a "quella intelligente" e alla sorella Juliet come a "quella bella".
Un'adolescente preferisce di gran lunga essere bella piuttosto che intelligente!
Perch ovviamente Cressida veniva sempre giudicata "troppo intelligente".
Cio, "troppo intelligente per essere felice".
Cio, "troppo intelligente per una ragazza della sua et".
Dopo i primi giorni di scuola si era lamentata: "Solo io mi chiamo "Cressida"".
Era un nome difficile da pronunciare. Un nome che si articolava con un certo impaccio.
I genitori naturalmente le avevano spiegato che solo lei si chiamava cos perch "Cressida" era un nome speciale.
Cressida ci aveva riflettuto su. Si riteneva diversa dagli altri bambini: pi irrequieta, pi impaziente, pi suscettibile, pi intelligente (almeno di solito), pi incline alla risata e al pianto. Ma non era convinta che avere un nome speciale fosse una cosa positiva, perch consentiva agli altri di sapere quel che era meglio rimanesse un segreto.
"Non sopporto che si rida di me. Detesto che mi chiamino "Cress", "Cressie"."
Era una di quelle persone, di solito pi maschi che femmine, a cui non si addice il proprio nome, come un Richard che rifiuta il diminutivo "Dick", o un Robert che non vuole farsi chiamare "Bob".
Anche quando era cresciuta e forse (in cuor suo) provava un po' di orgoglio per il suo nome insolito, a volte si lamentava che alcuni le facevano domande in proposito; perch la gente, compresi gli insegnanti, era quasi sempre troppo curiosa, o semplicemente sgarbata: "A volte quel "Cressida" mi crea disagio".
Oppure diceva con espressione imbronciata, come se un invisibile amo le avesse agganciato la bocca: "Il nome "Cressida" mi sembra una maledizione".
Una maledizione! Non era una parola cos insolita per Cressida, una dodicenne che amava frequentare le sale riservate agli adulti della biblioteca pubblica di Carthage, in particolare per leggere volumi catalogati come dark fantasy, romanzi sentimentali e d'avventura.
Naturalmente aveva cercato il suo nome su Internet.
Aveva detto ai genitori, infuriata: ""Cressida", o "Criseyde", non  affatto un bel nome. Era una donna "infedele":  cos che la gente la considerava nel Medioevo. Chaucer ha scritto di lei, e poi Shakespeare. Prima amava un soldato che si chiamava Troilo, poi s'innamor di un altro uomo, e alla fine si ritrov sola. E nessuno l'amava, a nessuno importava di lei: questo fu il destino di Cressida".
"Oh, tesoro, andiamo. Siamo in America, nel 1996, non nel Medioevo: non crediamo nel "destino"."
Era tipico del padre fare battute. La figlia aveva storto la bocca in un sorrisetto offeso.
Nell'autunno precedente, quando Cressida frequentava il primo anno alla St Lawrence University a Canton, nello Stato di New York, aveva raccontato ai genitori che un professore, commentando il suo nome, le aveva detto di non aver mai conosciuto nessuna Cressida. Sembrava colpito, aveva aggiunto lei. E le aveva chiesto se l'avevano chiamata cos per la Cressida medievale, al che lei aveva replicato: "Oh, deve domandarlo a mio padre, in famiglia  lui quello con le manie di grandezza".
Manie di grandezza! Zeno aveva riso, ma quell'osservazione che la figlia giovane aveva buttato l con noncuranza lo aveva ferito.
E intanto sua figlia lo sta aspettando.
Sua figlia, con gli occhi neri e lucenti. Sua figlia, che (cos crede lui) lo adora e non lo ingannerebbe mai.
"Forse  tornata a Canton. Senza dircelo."
"Forse si nasconde nella riserva. Sar in uno dei suoi momenti di "luna storta"..."
"Forse qualcuno l'ha fatta bere... l'ha fatta ubriacare. Forse si vergogna..."
"Forse stanno facendo uno scherzo. Cressida e Brett."
"Uno scherzo?"
"... Per far ingelosire Juliet. Per farla pentire di aver rotto il fidanzamento."
"A Canton. Ma che diavolo dici?"
Si guardarono, costernati. Un vortice di follia aleggiava tra loro, palpabile come l'elettricit prima di un temporale.
"Ges. No. Non pu essere "tornata" a Canton; non le piace per niente stare laggi. L non ha una casa. Non ha senso." Zeno si tampon il viso col panno umido che gli aveva portato Arlette e che lui aveva gettato sul letto accanto a s.
Arlette continu: "E poi lei e Brett non farebbero "uno scherzo",  ridicolo. Si conoscono appena. E non credo che sia stata Juliet a rompere il fidanzamento".
Zeno fiss la moglie. "Credi che sia stato Brett?  stato lui a rompere il fidanzamento?"
"Se  stata Juliet, non l'ha fatto per sua scelta. Non  il tipo."
"Te l'ha detto lei, Lettie?"
"Non mi ha detto niente."
"Quel figlio di puttana! Quindi credi che sia stato lui a rompere il fidanzamento?"
"Forse si  reso conto che Juliet voleva troncare. Forse ha pensato... che fosse la cosa giusta da fare."
Arlette intendeva dire: la cosa giusta da fare considerato che a ventisei anni Kincaid era un invalido.
La sua invalidit non era evidente come quella di certi reduci di Carthage delle guerre in Iraq o in Afghanistan, a parte il trapianto di pelle sulla testa e sul viso. A quanto sembrava, il cervello non aveva subito lesioni gravi. E Juliet aveva riferito entusiasticamente a tutti che secondo i medici dell'ospedale dei reduci di Watertown la prognosi di Brett, dopo la riabilitazione, era "buona", "molto buona".
Prima di lasciare all'improvviso gli studi, dopo l'11 settembre, per arruolarsi nell'esercito degli Stati Uniti insieme a parecchi compagni di liceo, Brett aveva seguito corsi di finanza, marketing e gestione aziendale all'universit statale di Plattsburgh. Zeno si era fatto l'idea che il ragazzo non fosse particolarmente motivato - in quanto futuro suocero di Kincaid, aveva un interesse di ordine pratico riguardo alla vita sentimentale di sua figlia, ma non si considerava un cinico: era solo un padre responsabile.
(Juliet non l'avrebbe mai perdonato se avesse saputo che Zeno aveva letto di nascosto il curriculum accademico di Brett Kincaid relativo al primo semestre all'universit statale di New York, sede di Plattsburgh: aveva tutti buono, e solo un pi che buono. Non sar stato giusto, ma Cristo, per la sua bellissima figlia Zeno Mayfield desiderava un giovane che prendesse ben altri voti che un misero pi che buono all'universit statale di Plattsburgh.)
Aveva cercato - in tutti i modi! - di non pensare che Brett Kincaid facesse l'amore con sua figlia. Sua figlia.
Arlette l'aveva rimproverato, non doveva rendersi ridicolo, essere possessivo.
"Juliet non  n "tua" n mia. Cerca di gioire della sua felicit:  innamorata."
Ma era proprio questo a disturbare il padre: la figlia maggiore, Juliet, il suo dolce tesoro, era visibilmente innamorata.
Non del suo pap, ma di un giovane rivale. Un uomo attraente e con l'involontaria spavalderia da atleta di liceo abituato al successo, agli applausi. Abituato all'adorazione dei coetanei e degli adulti.
Abituato alle ragazze: al sesso. Zeno provava una gelosia di natura squisitamente erotica. Nulla lo turbava di pi che sorprendere la figlia e il suo alto e avvenente fidanzato a baciarsi, tutti avvinghiati, a sussurrarsi paroline, a ridere insieme: atteggiamento che denotava una intimit evidente e soddisfatta.
Questo prima che Brett Kincaid fosse spedito in Iraq.
All'inizio Zeno si era voluto convincere che il ragazzo se la spassava alla grande nell'ambiente del liceo di Carthage, dove spopolava e viveva nella bambagia, il che non poteva prepararlo alle difficolt che avrebbe incontrato da adulto. Ma forse non era cos: anche se studiava, Brett aveva un lavoro part-time - la madre era divorziata, percepiva un magro sussidio dai servizi sociali del tribunale della contea di Beechum - e, come affermava Juliet, il giovane era un "cristiano serio e devoto".
Era difficile credere che gli adolescenti di Carthage fossero "cristiani", eppure nel suo caso a quanto pareva era proprio cos. Ai tempi in cui per lavoro frequentava la Camera di Commercio di Carthage, Zeno aveva incontrato spesso giovani del genere. Che fossero ragazze come Juliet era meno sorprendente: dalle ragazze ci si aspetta che siano religiose. A volte le ragazze religiose sono sexy.
Ma nel caso di Brett Kincaid c'era dell'altro. Zeno non sapeva bene cosa.
Ricordava ci che aveva detto Brett alla festa organizzata in onore suo e dei suoi compagni di scuola alla vigilia della partenza per Fort Benning, in Georgia, dove, dopo essersi arruolati nell'esercito degli Stati Uniti, avrebbero seguito l'addestramento: che avrebbe fatto di tutto per diventare un "soldato esemplare". (Suo padre aveva prestato servizio nella prima guerra del Golfo.) L'inverno e la primavera del 2002 erano stati un periodo di fervore patriottico, a seguito dell'attacco terroristico al World Trade Center di settembre; all'epoca regnava una certa confusione, soprattutto fra i giovani come Brett Kincaid animati da un genuino intento di difendere il proprio Paese dai suoi nemici.
Con quanto entusiasmo aveva parlato Brett, e com'era bello con l'uniforme dell'esercito statunitense! Zeno aveva guardato con stupore quel ragazzo che abbracciava sua figlia Juliet. Il cuore gli si era stretto in una morsa di sdegno e di paura, e aveva pensato: "Oh, Ges. Abbi cura di quella povera, tenera sciocchina".
Adesso, rievocando quel momento commovente, quando tutti nella sala erano scoppiati in un applauso e il viso di Juliet riluceva di lacrime, Zeno pens: "Poveretto. Hai pagato a caro prezzo la tua stupidit".
Per Zeno Mayfield, diventato maggiorenne negli ultimi, cinici anni della guerra del Vietnam, era difficile capire perch un giovane intelligente come Brett Kincaid si fosse arruolato volontario nell'esercito. Perch, se non era stato chiamato alle armi! Era una follia.
Voleva "servire" la patria - ma quale patria? Nessuno dei figli dei leader politici si era arruolato nelle forze armate. Nessun giovane con un'istruzione universitaria. Gi nel 2002 appariva chiaro che in guerra sarebbero andati gli americani delle classi pi umili, con il dipartimento della Difesa a sovrintendere al tutto.
Ma Zeno non ne aveva mai parlato con Brett. Sapeva che Juliet non voleva "intromissioni" da parte sua - Zeno aveva cos tante idee, cos tanti progetti per tutti quelli che lo circondavano, che doveva imporsi di non intromettersi.
Inoltre non aveva abbastanza confidenza col ragazzo: c'era un certo imbarazzo fra loro, quando Brett Kincaid stringeva la mano al futuro suocero si percepiva una certa timidezza, che Zeno non era mai riuscito a fargli superare.
Spesso Brett lo chiamava: "Signor Mayfield", "Signore".
E lui lo aveva pregato di chiamarlo "Zeno": "Non siamo nell'esercito".
Lo aveva detto ridendo, buttandola sullo scherzo. Ma la cosa in fondo lo disturbava. Il futuro genero non era a proprio agio in sua presenza, il che significava che Zeno non gli andava a genio.
O forse non si fidava di lui.
Sulle questioni militari, per esempio. Zeno non aveva discusso con lui della decisione di arruolarsi, n si era preso la briga di complimentarsi, a differenza di tutti gli altri.
Servire la mia patria. Un soldato esemplare.
Come mio padre...
Un padre, quindi, c'era. Un padre assente. Un padre soldato scomparso da Carthage vent'anni prima.
Brett era stato cresciuto in una qualche fede cristiana protestante, forse la metodista. Non aveva senso critico, non si faceva domande. Non era scettico. Voleva credere, quindi voleva servire.
La gerarchia del comando: obbedire agli ordini del proprio superiore il quale obbedisce a quelli del proprio superiore che obbedisce agli ordini del proprio superiore e cos via fino al vertice: il governo che aveva dichiarato guerra al terrore e, pi in alto del governo, il Dio militante del cristianesimo.
Nulla di tutto ci era stato messo in discussione. Zeno non voleva suscitare dubbi. Aveva difeso il professore di biologia del liceo, Cassidy, che aveva insegnato la teoria evolutiva di Darwin invece di quella "creazionista"; nello specifico, in classe Cassidy aveva messo in ridicolo il "creazionismo" e cos aveva offeso profondamente gli studenti - e i loro genitori - di religione cristiano-evangelica; Zeno aveva difeso Cassidy contro il consiglio d'istituto di Carthage e aveva vinto la causa, ma era stata una vittoria di Pirro, perch Cassidy non aveva nessun futuro professionale a Carthage e lui si era reso fortemente impopolare per la sua "arrogante ed empia" presa di posizione. E per giunta Zeno Mayfield si era beccato un bel po' di insulti.
Anche se Brett Kincaid si era fidanzato con sua figlia Juliet, Zeno non aveva intenzione di illuminare la mente del ragazzo. Quando si ricopre una carica pubblica bisogna imparare a venire a patti con la religione. Bisogna sapere quando reprimere lo scetticismo.
Juliet apparteneva alla Chiesa congregazionalista di Carthage: aveva deciso di entrare a farvi parte ai tempi del liceo, era stata un'amica intima a portarcela; quando lei e Brett avevano cominciato a vedersi, lui l'accompagnava alla messa della domenica. Nessun altro della famiglia Mayfield frequentava la chiesa. Arlette si definiva "una democratica di ispirazione cristiano-protestante" e Zeno aveva imparato a sfruttare le domande riguardanti la sua fede per affermare che era "deista", "nella venerata tradizione dei nostri Padri fondatori". Trovava imbarazzanti le discussioni impegnate sulla religione: confessare il proprio "credo" era come mettersi a nudo, spogliarsi in pubblico; con ogni probabilit si finiva per rivelare molto pi di quanto si voleva. Cressida liquidava la religione senza mezzi termini come un passatempo per "deficienti"; era andata in chiesa con la sorella maggiore per qualche mese, quando frequentava le medie, e si era annoiata a morte.
Strano, Cressida aveva ragione su un sacco di cose, eppure (questo non era un pensiero che Zeno esprimeva ad alta voce) le sue osservazioni suscitavano fastidio, e talvolta la rendevano antipatica.
La fede cristiana era stata certo di grande conforto per Juliet, quando aveva saputo che il fidanzato era rimasto ferito - l'aveva appreso da un messaggio frettoloso e incoerente lasciato sulla segreteria telefonica dalla madre di Brett; era grata e non smetteva mai di proclamare la sua riconoscenza perch Brett non era morto, perch Dio lo aveva "risparmiato".
Zeno pensava che Juliet avesse subito uno shock profondo e che non avesse assolutamente accettato il terribile mutamento del suo fidanzato, e il fatto che probabilmente quel mutamento non era soltanto fisico.
Da quando Brett era tornato a Carthage, a vivere nella casa materna a circa cinque chilometri dai Mayfield, Juliet aveva passato un sacco di tempo l con lui; i suoi genitori lo avevano visto ben poco. Ogni volta che ne aveva la possibilit, Juliet accompagnava Brett alla clinica di riabilitazione dell'ospedale di Carthage; a volte, in quanto sua fidanzata, partecipava alle sedute di psicoterapia; aveva riferito ai genitori, tutta entusiasta, che non appena avesse recuperato la capacit di concentrarsi Brett aveva intenzione di reiscriversi alla Plattsburgh per prendere una laurea in economia e commercio, e che girava voce (quanto rispondente al vero, Zeno lo ignorava) che sarebbe stato assunto da un uomo d'affari che considerava doveroso dare lavoro ai reduci.
Capito, pap: Brett ha un futuro!
Lo so che vorresti che lo lasciassi. Ma non lo far.
Se Juliet glielo avesse rinfacciato, Zeno avrebbe negato.
Ma naturalmente Juliet non l'aveva fatto.
La bellissima Juliet non accusava mai nessuno di coltivare pensieri tanto meschini. Meno che mai il suo adorato padre.
Poi per era arrivata quella birichina di Cressida, aveva preso il padre per un braccio e tirandolo a s gli aveva mormorato all'orecchio con voce stridula: "Povera Juliet! Non  "l'eroe di guerra" che credeva". E la crudele Cressida aveva accompagnato quelle parole con una smorfia, come soffocando il riso.
Zeno aveva replicato in tono di rimprovero: "Tua sorella ama Brett.  questo che conta".
Cressida aveva sbuffato sardonica, come una bimba dispettosa. "Davvero?"
Parecchie sere dopo, il 4 luglio, Juliet era rincasata presto - e da sola - (nel cielo sopra il Palisade Park erano appena cominciati i fuochi d'artificio, magnifici e sfarzosi come non mai) e aveva informato i familiari di aver rotto il fidanzamento.
Aveva le guance rigate di lacrime. Il viso aveva perso la sua radiosit, pareva quasi scialbo. Parlava a voce bassa e roca. "Lo abbiamo deciso insieme.  la cosa migliore. Ci amiamo, ma...  finita."
Zeno e Arlette erano rimasti allibiti. Zeno aveva provato un senso di vuoto e di nausea allo stomaco. Era questo che voleva, no? Che la sua bellissima figlia non passasse la vita con un marito disabile e inasprito.
Quando Arlette aveva fatto per abbracciarla, Juliet l'aveva respinta soffocando un singhiozzo, era corsa su per le scale e si era chiusa in camera.
Persino Cressida era rimasta scioccata. Per una volta, quando si era tirato fuori il discorso di Juliet e Brett Kincaid, nei suoi occhi neri e lucenti non era balenata un'ombra di scherno. "Oh, Dio! Juliet sar cos infelice."
A ventidue anni, Juliet viveva ancora con i genitori. Si era iscritta al college di Oneida ma aveva deciso di tornare a Carthage per insegnare (alle medie) nella scuola di Convent Street, a pochi chilometri dalla casa dei suoi a Cumberland Avenue. Negli ultimi diciotto mesi si era dedicata anima e corpo a organizzare il suo matrimonio con il caporale Brett Kincaid - la lista degli invitati, il banchetto, il vestito da sposa e le damigelle d'onore, la musica, i fiori, la cerimonia nuziale nella chiesa congregazionalista -, e adesso che il fidanzamento era rotto Juliet sembrava aver perso la parola, si limitava a scambiare qualche sillaba con i suoi familiari.
Eppure era sempre gentile e amabile. Si asciugava con le dita le lacrime che le sgorgavano dagli occhi, quasi scusandosi.
Juliet non aveva mostrato il minimo atteggiamento di rimprovero quando suo padre l'aveva fissata con sguardo indagatore, aspettando che gli dicesse qualcosa. Perch Juliet non aveva mai nemmeno accennato una frase del tipo: "Sei contento, pap? Spero di s, Brett  uscito dalla nostra vita".
Come intontito, Zeno aveva chiesto ad Arlette: "Non ti ha ancora parlato? Non ne vuole parlare?".
"No."
"E con Cressida?"
"No. Juliet non parlerebbe mai di Brett con lei."
Riguardo alle sorelle, spesso Arlette parteggiava in modo evidente per quella bella e non per quella intelligente.
"Forse Brett voleva parlarne con Cressida. Forse  per questo, per questo motivo, che ieri sera erano insieme..."
Se davvero erano insieme... da soli. Zeno non pot fare a meno di chiederselo.
Non era assolutamente da Cressida andare in un posto come il Roebuck Inn. Non era assolutamente da lei, soprattutto il sabato sera. Eppure dei testimoni avevano detto agli investigatori di essere certi di aver visto Cressida in quel locale la sera prima, in compagnia di diverse persone, per lo pi uomini, tra cui Brett Kincaid.
Un sabato sera di mezza estate, a Wolf's Head Lake. C'erano tanti locali sul lungolago e il Roebuck era il pi vecchio e conosciuto, molto probabilmente il pi affollato e rumoroso; dall'interno i clienti si riversavano sulle terrazze che davano sul lago, persino gi nell'enorme parcheggio; su una delle terrazze si esibiva una rock band locale, che suonava a un volume assordante. E poi c'era il rombo ebbro delle barche a motore sul lago, e quello altrettanto ebbro delle moto che sfrecciavano su Bear Valley Road.
Prima di diventare un tranquillo marito e padre di due figlie, Zeno Mayfield aveva frequentato Wolf's Head Lake. Conosceva il bar del Roebuck Inn. Conosceva le sale riservate agli uomini. Conosceva lo sciabordio delle acque salmastre attorno ai pali muschiosi piantati nel lago, su cui sorgeva la terrazza del Roebuck.
Conosceva l'"ambiente" del sabato sera.
Era davvero strano che Cressida fosse andata in un posto simile, di sua spontanea volont! La sua figlia sensibile, che trasaliva quando ascoltava alla radio un pezzo rock e disdegnava posti come il Roebuck e chi lo frequentava.
"La maggior parte della gente  cos rozza. E cos superficiale."
Considerazioni simili la figlia minore di Zeno le faceva fin dalla pi tenera et. Il visino corrugato si corrugava ancora di pi in una smorfia di disprezzo.
Brett Kincaid aveva ammesso di aver incontrato Cressida nel locale sul lago. Aveva ammesso che la ragazza era salita sulla sua Jeep. Ma a quanto pareva sosteneva che non fosse rimasta con lui. Il suo racconto della notte precedente era sconnesso e contraddittorio. Alla richiesta di giustificare i graffi che aveva sul volto e le tracce di sangue individuate sul sedile anteriore della sua Jeep, aveva fornito risposte vaghe: forse si era ferito il viso inavvertitamente, e le macchie di sangue sul sedile erano le sue. Un vicesceriffo aveva trovato altre "prove" esaminando il veicolo che era stato rinvenuto con la ruota anteriore dentro una cunetta di Sandhill Road, la domenica mattina.
Le macchie di sangue sarebbero state analizzate per accertare se il sangue fosse di Kincaid o di qualcun altro. (L'anno prima Cressida si era sottoposta a un check-up presso un medico di Carthage, e aveva fatto un prelievo; la documentazione sarebbe stata fornita alla polizia.)
A Zeno era stato riferito che le tracce ematiche rinvenute nella Jeep di Kincaid sembravano "fresche" e "umide", e il cervello gli si era come bloccato. Lo avevano detto anche ad Arlette, che era rimasta in silenzio.
Perch sapevano - ne erano certi - che il fidanzato di Juliet, anzi l'ex fidanzato di Juliet, che era stato sul punto di diventare loro genero, era incapace di fare del male alle loro figlie. Si rifiutavano di crederlo, e non ci credevano.
Cos come si rifiutavano di credere che la figlia scomparsa non sarebbe tornata, se la figuravano irrompere da un momento all'altro in casa e, allarmata da tutte quelle macchine parcheggiate fuori, con il soggiorno pieno di volti familiari e di sconosciuti, gridare: "Cos' successo? Qualcuno ha vinto alla lotteria?".
Potrebbe succedere, si ostinava a pensare il padre. Per quanto improbabile, potrebbe succedere.
"Oh, pap, per amor di Dio. Pensavate che fossi scomparsa? Pensavate che fossi stata... uccisa o qualcosa del genere?"
E avrebbe accompagnato le parole con quella sua risata stridula, simile al rumore del ghiaccio shakerato.
Quella mattina Zeno aveva chiesto di parlare con Brett Kincaid.
Gli era stato negato. Non era una buona idea in quel momento.
"Voglio solo... vederlo. Cinque minuti..."
Niente da fare. Il suo amico Hal Pitney, un alto ufficiale del dipartimento dello sceriffo della contea di Beechum, gli aveva spiegato che in quel momento non era una buona idea e comunque era impossibile, perch lo sceriffo McManus in persona stava facendo delle domande a Kincaid. Non lo stava "interrogando", perch ci avrebbe significato che era in stato di arresto. Gli stavano solo facendo delle domande, il che significava che potevano arrestarlo.
Da lui voglio solo sapere se Cressida  viva.
"... voglio solo vederlo, Cristo,  uno di famiglia, era fidanzato con mia figlia, l'altra..."
Zeno balbettava, si sforzava di sorridere. Da molto tempo Zeno Mayfield aveva imparato a sfoggiare un sorriso radioso, da politico, che ormai gli si dipingeva involontariamente sul viso, quasi in maniera automatica. Era spaventato alla prospettiva di incontrare Brett Kincaid, di vedere come Brett lo guardava.
Dimmi solo se mia figlia  viva.
Pitney lo rassicur, ne avrebbe parlato con McManus. Disse che era "improbabile" che Zeno potesse incontrare Kincaid faccia a faccia anche solo per qualche minuto, poi aggiunse: "Chiss? Potrebbe finire presto".
"Cosa? Cosa "potrebbe finire presto"?"
Sul volto di Pitney comparve un'espressione circospetta. Come se avesse detto troppo.
"Lo stato di fermo. Lo stato di fermo e le domande. Potrebbe finire presto, se dice tutto ci che sa."
A quelle parole, Zeno sent un brivido gelido.
Lo sapeva, Hal Pitney per il momento non poteva dirgli altro.
Quella mattina, mentre guidava nella campagna collinosa a est di Carthage, alle pendici degli Adirondack e nella riserva di Nautauga per unirsi alla squadra di ricerca, Zeno aveva fatto diverse telefonate con il cellulare per cercare di sapere se c'erano stati "sviluppi" nel colloquio con Brett Kincaid. Controllava compulsivamente il telefono per verificare che non ci fossero nuovi messaggi, non riusciva a chiudere il piccolo cellulare piatto, figurarsi infilarselo nel taschino della camicia e dimenticarsene.
Aveva provato pi volte a mettersi in contatto con Bud McManus. Lo conosceva, non a fondo ma abbastanza - cos credeva - da meritare una considerazione particolare. (Nella turbolenta scena politica di Carthage aveva pur fatto qualche favore a McManus, almeno una volta, no? Se cos non era, adesso se ne rammaricava.) Invece aveva parlato con un altro suo vice, un certo Gerry Eisner, il quale gli aveva detto (in via confidenziale) che per il momento il colloquio con Brett Kincaid non procedeva bene: Kincaid affermava di non ricordare cos'era accaduto la sera prima, anche se credeva che una persona, che a volte chiamava "Cress'da" e altre "la ragazza", fosse salita sulla sua Jeep; a un certo punto sembrava avesse detto che "la ragazza" era scesa ed era montata su un'altra macchina con qualcuno che lui non conosceva, ma di questo non era sicuro, era un bel po' "devastato".
Devastato. Come dicevano al liceo i ragazzi che si vantavano delle loro sbornie a base di birra. Zeno fremette d'indignazione.
Durante il colloquio Kincaid era parso confuso, dava l'idea di non sapere dove si trovava. Puzzava parecchio di vomito, anche dopo che gli avevano concesso di lavarsi. Aveva gli occhi iniettati di sangue e il trapianto di pelle sul viso lo faceva somigliare a una strana creatura di un film dell'orrore, aveva commentato Eisner.
Non si sarebbe certo detto, aveva aggiunto Eisner, che avesse appena ventisei anni. N che fino a qualche tempo prima fosse un bel ragazzo.
"Ges! Un "eroe di guerra"!"
Nella voce di Eisner Zeno percep un certo stupore, una commiserazione mista ad avversione.
Il caporale Kincaid era stato fermato per puro caso quella mattina, pi o meno alla stessa ora in cui i Mayfield stavano facendo telefonate frenetiche per segnalare la scomparsa della figlia: lo aveva fermato verso le otto un vicesceriffo che lo aveva trovato a Sandhill Road, semisvenuto nella sua Jeep Wrangler con il sedile anteriore tutto imbrattato di vomito e di sangue; la ruota anteriore destra era finita fuori dalla carreggiata non asfaltata, che correva poco pi di mezzo metro sopra un'area paludosa. La mattina presto, degli escursionisti nella riserva avevano chiamato la polizia con il cellulare per segnalare la presenza di un veicolo apparentemente in panne, con le portiere aperte, e dentro un uomo "che non dava segni di vita" stramazzato sul sedile anteriore.
Quando il vicesceriffo lo aveva svegliato a furia di scrolloni, qualificandosi come un poliziotto, Kincaid l'aveva spintonato e colpito, urlando parole incoerenti, come se fosse spaventato e ignorasse dove si trovava; il vicesceriffo aveva dovuto immobilizzarlo, l'aveva ammanettato e aveva chiamato i rinforzi.
Malgrado ci, Kincaid non era stato arrestato. Era stato condotto in stato di fermo alla sede centrale del dipartimento dello sceriffo, ad Axel Road.
Zeno sapeva che Brett Kincaid non poteva bere alcolici mentre assumeva farmaci. A quel che aveva detto Juliet, prendeva una mezza dozzina di pillole al giorno.
Zeno sapeva che Brett Kincaid era "molto cambiato" dopo il rientro dall'Iraq. Non era un fatto nuovo o raro - o perlomeno non avrebbe dovuto esserlo, vista l'attenzione degli organi d'informazione per i reduci affetti da turbe psichiche - ma per quelli che conoscevano Kincaid, per coloro che credevano di amarlo, era una novit, una cosa insolita, e inquietante.
Eisner ipotizz che Kincaid avesse qualche "danno cerebrale". Di certo ricordava qualcosa di quel che era successo - parlava di una "ragazza" - ma non era sicuro.
"A volte capita" osserv Eisner. "In certi casi."
In quali casi? chiese Zeno.
Eisner replic, cauto: "Quando non riescono a ricordare".
Non riescono a ricordare cosa? chiese Zeno.
Eisner non rispose. In sottofondo si sentivano voci maschili, delle risate fuori luogo.
Zeno pens: "Crede che Kincaid le abbia fatto del male. Le ha fatto del male, ha perso conoscenza e adesso non ricorda".
Il padre, con la sua fredda e spietata logica da avvocato, consider: "La difesa sosterr l'infermit mentale. Qualunque cosa abbia fatto, non  colpevole".
Era la prima tattica a cui avrebbe pensato un legale della difesa. Era il pensiero pi cinico eppure pi lucido in una situazione del genere.
Ma il padre che era in lui torn a farsi sentire: Ne era certo, a sua figlia non avevano fatto del male.
Prov un senso di colpa, un profondo imbarazzo: non potevano aver fatto del male a sua figlia.
Sandhill Road era una strada sterrata che non era mai stata asfaltata e si snodava attraverso il lembo meridionale della riserva di Nautauga, seguendo per quasi tutta la lunghezza l'alveo sinuoso del fiume Nautauga. Qui c'era qualche sentiero di montagna, ma lungo il fiume il sottobosco era fitto, quasi impenetrabile; eppure esistevano dei percorsi appena tracciati che scendevano verso il fiume, che in quel punto doveva essere profondo almeno tre metri, e l'acqua scorreva veloce tra grossi macigni, formando rapide schiumose e increspate. Se un corpo fosse stato gettato nel fiume, si sarebbe potuto incastrare subito fra i massi e il sottobosco, oppure avrebbe potuto essere trascinato rapidamente a valle, senza lasciare tracce.
Dal Roebuck Inn a Wolf's Head Lake fino all'ingresso della riserva di Nautauga ci volevano una decina di minuti in macchina e altri dieci per Sandhill Point. Chiunque abitasse in quella zona - per esempio un ragazzo come Brett Kincaid - conosceva le strade e i sentieri della regione meridionale della riserva. Conosceva Sandhill Point, una lunga e stretta lingua di terra protesa sul fiume, larga non pi di un metro nel punto pi ampio.
Fuori dalla riserva, Sandhill Road era parzialmente asfaltata e intersecava la Bear Valley Road, la quale collegava, parecchi chilometri a ovest, Wolf's Head Point e il Roebuck Inn & Marina sul lago.
Sandhill Point distava circa diciotto chilometri dalla casa dei Mayfield, al civico 822 di Cumberland Avenue.
Quindi non era lontanissimo: se fosse stato necessario, la figlia sarebbe potuta tornare a piedi.
Se per esempio (la mente del padre galoppava come spinta da ali che sbattevano febbrilmente controvento) avesse avuto qualcosa di cui vergognarsi, nel caso fosse rimasta con i vestiti laceri e sporchi. Se non avesse voluto farsi vedere.
Perch Cressida era particolarmente impacciata. A volte veniva colta da imprevedibili momenti di timidezza.
E perdeva di continuo il cellulare! A differenza di Juliet, che lo custodiva con cura e non se ne separava mai.
Zeno era ancora al telefono con Eisner, il poliziotto si stava lamentando dell'emittente televisiva locale che trasmetteva le "ultime notizie" ogni mezz'ora, mettendo sotto pressione l'ufficio dello sceriffo perch rilasciasse interviste, rivelasse particolari da mandare in onda: "Le solite stronzate. Non hanno un minimo di ritegno".
Zeno replic: "S. Giusto", senza troppa convinzione; dovette chiedere, di nuovo, se per favore poteva parlare con Brett Kincaid, che in pratica era stato suo genero, il fidanzato della figlia, anche solo un minuto durante una pausa dell'interrogatorio: "Solo un minuto, non chiedo altro", e con una punta d'irritazione nella voce Eisner rispose: "Mi spiace, Zeno. Non credo sia possibile". Eisner spieg che, come Zeno certo capiva, nessuno poteva parlare con Kincaid finch era in stato di fermo (un reo sospetto poteva avvertire un complice per far sparire le prove, poteva esserci qualcuno nei paraggi pronto ad aiutarlo), solo se Kincaid avesse chiesto un avvocato gli sarebbe stato concesso di fare una telefonata, ma Kincaid non aveva voluto chiamare un avvocato, proclamando con veemenza che non ne aveva bisogno e non lo voleva. Zeno pens con sollievo: "Niente avvocato! Bene". Non riusciva a immaginare a quale legale di Carthage Kincaid potesse rivolgersi: in altre, normali circostanze, il ragazzo avrebbe chiamato lui.
Con voce ormai stridula e aggressiva, Zeno chiese ancora una volta di parlare con Bud McManus e Eisner rispose di no, non era possibile, ma aggiunse che, non appena ci fossero state delle novit, McManus l'avrebbe chiamato personalmente. Al che Zeno domand: "Ma quando? Lo avete portato l, lo tenete da... almeno due ore... sono due ore che lo state interrogando... non riuscite a farlo parlare, o non ci state provando: allora, quando? Giusto per sapere". Eisner replic qualcosa che Zeno fece fatica a sentire, tanto gli martellavano le orecchie. E cos alz la voce, temendo che cadesse la linea mentre si avvicinava all'ingresso della riserva, guidando la Land Rover nel parcheggio accidentato: "Ascolta, Gerry: devo sapere. Questa incertezza mi toglie anche il fiato. Perch Kincaid deve sapere cos' successo. Potrebbe saperlo. Kincaid sa... qualcosa. Voglio solo parlare con Bud, o col ragazzo... se parlassi col ragazzo, Gerry, lo scoprirei. Cio, me lo direbbe. Se... se ha qualcosa da dire... me lo direbbe. Perch... come ho cercato di spiegare... Brett  quasi uno di famiglia. Stava per diventare mio figlio. Mio genero. Diavolo, potrebbe ancora succedere. I giovani si lasciano, si riprendono. Sono solo ragazzi. Mia figlia Juliet. La conosci... Juliet. E Cressida... sua sorella. Se potessi parlare con Brett, magari anche al telefono, cos, non di persona davanti ad altri, alla centrale di polizia, o dove l'avete portato... almeno al telefono, cos... prometto che lo tratterr solo due o tre minuti... voglio solo sentire la sua voce... voglio solo chiedergli... credo che a me lo direbbe...".
Era caduta la linea: il piccolo cellulare non prendeva pi.
"Pap."
Era Juliet, lo stava tirando per una spalla. Per un attimo non cap dove si trovava, quale delle due figlie fosse. Poi un brivido di paura gli trafisse il cuore, l'altra figlia era scomparsa.
Dall'aria triste di Juliet, cap che non c'erano novit.
E sempre dalla sua aria triste cap anche che non c'erano nemmeno cattive notizie.
"Tesoro. Come stai?"
"Non tanto bene, pap. Adesso proprio no."
Juliet lo aveva destato da un sonno profondissimo. Gli stava spiegando perch lo aveva svegliato, ma per via del rombo che aveva nelle orecchie faceva fatica a sentirla.
Quelle pulsazioni nei timpani a causa della pressione alta.
Anche se adesso il battito cardiaco era lento come il dondolio di una pesante campana.
Forse la ragazza si era chinata su di lui per dargli un bacio, gli aveva sfiorato la guancia con le labbra fredde. O almeno cos gli parve.
"Scendo subito. Dillo a tua madre."
La ragazza era profondamente ferita, Zeno lo sapeva. Quel che poteva essere successo tra la sorella e il suo ex fidanzato per la gente era motivo delle illazioni pi meschine. Naturalmente il suo nome sarebbe apparso sui media. Naturalmente i cronisti avrebbero cercato di avvicinarla.
Erano le 5,20 del pomeriggio. Cristo, aveva dormito due ore e mezzo. Fu sopraffatto dalla vergogna.
Sua figlia  scomparsa, e Mayfield dorme.
Si augur che McManus e gli altri non venissero a saperlo. Se per esempio avevano provato a chiamarlo, rispondendo a una delle sue tante telefonate, e Arlette aveva detto loro che suo marito, esausto, stava dormendo in pieno giorno. In quel momento suo marito non poteva parlare con loro, grazie.
Ridicolo. Ovviamente non avevano chiamato.
Ruot le gambe e le appoggi a terra. Si tolse la maglietta inzuppata di sudore, le mutande. Intorno alla vita aveva rotoli di carne bianchiccia e appiccicosa, le cosce simili a prosciutti. Sul petto e sotto le ascelle spuntavano peli ispidi e arruffati, rossicci e grigi, folti come il sottobosco della riserva.
Era un uomo corpulento, non grasso. Non ancora.
Quella birichina di Cressida aveva l'abitudine di dare al padre dei pizzicotti sulla pancia. Oh-oh, pa-p. E questa cos'?
In famiglia, i parenti e gli amici intimi di Zeno lo prendevano in giro per la sua vanit. E perch si imbarazzava se gli facevano notare che era ingrassato.
Pa-p dovrebbe fare la dieta Atkins. Bistecche crude e whisky.
Cressida era minuta, come una bambina. Non fosse stato per i capelli ricci, che sormontavano il capo come un'aureola scura, la si sarebbe scambiata per un ragazzino di dodici anni.
Arlette diceva con aria di disapprovazione: "Cressida non vuole mangiare perch "si rifiuta" di avere le mestruazioni".
A quelle parole il padre rimaneva cos sconcertato che fingeva di non sentire.
Un paio di mesi prima, quando Brett Kincaid si era presentato a casa, con indosso un paio di larghi calzoncini di jeans color cachi, Zeno aveva notato le sue cosce smagrite, i muscoli sottili e flosci, atrofizzati dopo le settimane passate in ospedale. Ricordava com'era quel ragazzo un anno prima. Era scioccante vedere un giovane non pi giovane.
Con la riabilitazione stava recuperando la muscolatura, ma era un percorso lento e doloroso.
Juliet lo aiutava a camminare, o almeno prima.
Chilometri e chilometri di passeggiate. Col braccio snello cingeva il caporale alla vita e camminavano a Palisade Park, dove non c'erano troppe salite. Perch le salite lo lasciavano senza fiato.
I muscoli delle braccia e delle spalle erano rimasti com'erano prima che venisse ferito. Quando era sulla sedia a rotelle nell'ospedale dei reduci, andava in giro il pi possibile con la carrozzella, per tenersi in esercizio.
Nell'esplosione il cranio non aveva riportato fratture, ma il cervello aveva subito un trauma: una "commozione cerebrale".
Una lesione al cervello pu guarire. Una lesione al cervello guarisce.
Ci vuole tempo. E amore.
Lo aveva detto Juliet. Teneva il fidanzato per mano, sul volto aveva un bel sorriso coraggioso e senza ombra d'ironia.
E cos era stato uno shock - ma anche un sollievo - quando poche settimane dopo Juliet aveva annunciato ai suoi che avevano rotto il fidanzamento.
Solo che queste cose non finiscono cos facilmente. Il padre lo sapeva.
Tra uomini e donne non  cos facile.
Cristo! Zeno aveva un cattivo odore. Un sudore che sapeva di ansia, di disperazione.
Prima di andare a letto quella sera avrebbe cambiato le lenzuola, prima che Arlette entrasse in camera - Zeno rifaceva il letto con gesti enfatici, sbatteva le lenzuola facendole fluttuare in aria, con un movimento da prestigiatore; le infilava ben bene agli angoli; spianava le pieghe con rapidi colpetti sapienti, ta-ta-ta, come un personaggio dei cartoni animati, e a quella scena le figliolette da bambine ridevano. In campeggio nei boy scout aveva imparato a fare un sacco di cose utili.
Naturalmente era stato un Eagle Scout. A quattordici anni Zeno Mayfield era il pi giovane Eagle Scout di sempre, nella regione degli Adirondack.
Sorrise a quel pensiero. Poi il sorriso gli mor sul volto.
Barcollando si trascin in bagno. Apr tutti e due i rubinetti della doccia, al massimo. Mise la testa sotto il getto d'acqua, sperando di svegliarsi. Perse l'equilibrio e si aggrapp alla tendina, che (grazie a Dio) non si strapp.
Che piacere quell'acqua calda e sferzante, che gli cadeva sul viso, sul corpo. Per un attimo Zeno si sent quasi felice.
Sulla porta del bagno c'era Arlette, che gli urlava qualcosa in tono concitato per farsi sentire al di sopra del frastuono della doccia - L'hanno trovata!  finita, hanno trovato nostra figlia! - ma quando Zeno le chiese di ripetere, lei disse in tono impaziente: "Sono arrivati quelli della televisione. Appena puoi scendi".
"Ho tempo di farmi la barba?"
Arlette si avvicin alla doccia, per guardarlo. Non allung la mano sotto l'acqua calda e sferzante per toccargli la barba ispida.
"S.  meglio se te la fai."
Zeno si asciug in fretta con un grosso asciugamano. Cerc di pettinarsi i capelli con una spazzola, sperando di non vedere la sua immagine riflessa nello specchio appannato, gli occhi arrossati pieni di spavento.
"Tieni. Ecco i vestiti puliti. La camicia..."
Zeno prese gli indumenti che la moglie gli porgeva, grato per quel gesto.
Dabbasso si sentivano delle persone che parlavano ad alta voce. Arlette gli spieg chi c'era, chi era appena arrivato, parenti, giornalisti televisivi, ma Zeno non riusciva a concentrarsi. Aveva la sensazione inquietante che la porta di casa fosse spalancata e che potesse entrare chiunque.
La porta era aperta, e la sua bambina era sgusciata via.
Solo che, naturalmente, non era pi una bambina. Aveva diciannove anni: era una donna.
"Come sto? Bene?"
Per Zeno Mayfield non era insolito essere intervistato. Ma con le telecamere la tensione aumentava, ci si esponeva di pi.
"Oh, Zeno. Ti sei tagliato mentre ti facevi la barba. Non te ne sei accorto?"
Ad Arlette sfugg un lieve sospiro esasperato. Gli tampon la guancia con un fazzolettino.
"Grazie, tesoro. Ti amo."
Si fecero coraggio e scesero le scale, mano nella mano. Zeno not che Arlette si era legata i capelli, che da un giorno all'altro parevano aver perso lucentezza; si era messa il rossetto e al collo aveva infilato la prima collana che le era capitata tra le mani rovistando nell'astuccio dei gioielli: un filo di perline da poco prezzo che non indossava da almeno una decina d'anni. Aveva le dita gelate, la mano tremante. Zeno le ripet, in un sussurro: "Ti amo", ma Arlette era distratta.
E lui rimase disorientato nel vedere tutta quella gente in soggiorno. I mobili erano stati accostati alle pareti. I riflettori televisivi erano accecanti. Conosceva la giornalista della WCTG-TV dai tempi in cui era sindaco, all'epoca Evvie Estes era addetta alle relazioni pubbliche del Comune, aveva un ufficietto sempre pieno di fumo di sigaretta sul retro del vecchio edificio in arenaria, al pianterreno.
Evvie era invecchiata, aveva lo sguardo duro e un cipiglio sul viso pesantemente truccato, e un'aria che pareva di sincera, quasi accorata preoccupazione: "Signori Mayfield, Zeno, Arlette, salve! Che giornata terribile avete passato!" esclam piazzando il microfono davanti alla coppia, come aspettandosi una replica a quell'osservazione. Con un sorriso teso Arlette fiss la donna come se l'avesse colta assolutamente di sorpresa, mentre Zeno, aggrottando la fronte, rispose in tono calmo e grave: "S, oggi siamo stati tremendamente in ansia. Nostra figlia Cressida  scomparsa, abbiamo motivo di credere che si sia smarrita nella riserva di Nautauga, o nei dintorni. Forse  ferita, altrimenti a quest'ora ci avrebbe contattato. Ha diciannove anni, purtroppo non  un'escursionista esperta... Ci auguriamo che qualcuno l'abbia vista o possa fornirci qualche informazione".
Nonostante la tensione di quel momento, Zeno Mayfield recuper i modi consueti con cui si rivolgeva all'intervistatore, lo sguardo fisso in camera e il sopracciglio lievemente inarcato. Se pure gli trem la voce, nessuno se ne accorse.
Evvie Estes, i capelli ossigenati d'un vistoso biondo dorato, pose ai Mayfield una serie di domande pertinenti. Era Zeno a rispondere, in tono pacato e grave, visto che Arlette sembrava non averne voglia. S, avevano parlato con la figlia il sabato sera, prima che uscisse di casa; no, non sapevano che si sarebbe recata a Wolf's Head Lake: "Ma forse, quando  uscita di casa, Cressida non sapeva ancora che sarebbe andata al lago. Forse l'ha deciso dopo". Zeno preferiva credere questo, piuttosto che pensare che Cressida avesse mentito.
Ma non poteva trascurare l'eventualit che lo avesse fatto. Aveva mentito omettendo la verit. Aveva detto che sarebbe andata a casa di un'amica, e non che, dopo, aveva in mente di recarsi a Wolf's Head Lake, a quindici chilometri da l.
Era stato accertato che Cressida era rimasta dalla sua amica Marcy fino alle dieci di sera, poi era uscita dicendo che sarebbe "rientrata", come aveva lasciato intendere a Marcy.
A casa dell'amica, che distava poco pi di un chilometro dall'abitazione dei Mayfield, Cressida non ci era andata in macchina, ma a piedi. Marcy era convinta che poi fosse tornata a casa - si era anche offerta di accompagnarla in auto, ma Cressida aveva rifiutato.
O forse invece qualcuno, di cui Marcy ignorava l'identit, aveva dato un passaggio a Cressida dopo che lei era uscita per tornare a casa.
Ma Zeno non riusciva (ancora) a credere a quell'ipotesi. E non aveva certo intenzione di rivelarlo pubblicamente alla TV.
Anche se aveva riflettuto sull'ironia del fatto che Cressida fosse stata vista in compagnia di Brett Kincaid a Wolf's Head Lake - come avevano affermato dei testimoni - mentre sua sorella Juliet era a casa con i genitori, e a quell'ora probabilmente a letto.
Quella sera i Mayfield avevano invitato dei vecchi amici e Juliet aveva aiutato Arlette a preparare la cena. Cressida aveva tenuto a precisare che non avrebbe cenato a casa perch doveva vedersi con la sua compagna di scuola Marcy Meyer.
Evvie Estes chiese se avevano notato qualcosa di insolito che li aveva "insospettiti", qualsiasi cosa, quando avevano visto Cressida per l'ultima volta.
"No.  stata una sera come le altre. Cressida doveva incontrarsi con una compagna di scuola, e non c'era bisogno che ci dicesse che sarebbe tornata a casa al massimo per le undici: era scontato.  stata una sera come le altre."
Zeno non aveva gradito quella parola buttata l da Evvie Estes, "insospettiti".
Zeno e Arlette erano seduti fianco a fianco sul divano. Zeno stringeva la mano di Arlette, come a proteggerla. Prima Juliet aveva aiutato la madre a scegliere le fotografie di Cressida da dare alla polizia e ai giornalisti, in modo da mostrarle in TV e diffonderle in rete; Zeno presumeva che le foto sarebbero state mandate in onda nel notiziario delle diciotto, durante l'intervista. E sperava che l'intervista che stavano registrando, della durata di una quindicina di minuti, non venisse tagliata troppo.
"Speriamo solo che Cressida ci contatti presto, se  in grado di farlo. O se  ferita, se si  persa, che qualcuno la ritrovi. Preghiamo che sia nella riserva... cio, che non l'abbiano... portata" - Zeno indugi, si rifiutava di ammettere quell'eventualit, quasi si trovasse di fronte a un ostacolo improvviso come un enorme macigno - "portata da qualche altra parte..." Stava perdendo la disinvoltura che lo caratterizzava quando parlava in pubblico, come un palloncino che si sgonfia. Alla fine dell'intervista balbettava quasi: "Se qualcuno pu aiutarci... aiutarci a trovarla... a dare qualche informazione su di lei... su dove si trova... offriamo diecimila dollari di ricompensa... per ritrovare... per il ritorno... di nostra figlia Cressida Mayfield".
Arlette si volt a fissarlo. Diecimila dollari!
Questo proprio non se lo aspettava. Non ne avevano parlato. Per quanto ne sapeva lei, fino a quel momento Zeno non aveva in mente di offrire una ricompensa.
Zeno aveva pronunciato quelle parole, "diecimila dollari", con un tono bizzarramente euforico. E aveva uno strano sorriso mentre strizzava gli occhi davanti ai riflettori.
Poco dopo, l'intervista termin. Zeno era di nuovo madido di sudore, la camicia bianca gli si era incollata addosso. E ora tremava anche lui.
Naturalmente i Mayfield potevano permettersi di spendere diecimila dollari. Potevano permettersi molto di pi, se serviva a riportare a casa la loro figlia scomparsa.
"Zeno, dove stai andando?"
"Alla riserva. Mi unisco alle ricerche."
"No, non andare adesso!"
"Ci sono almeno due ore di luce. Devo andarci."
" ridicolo. Non andare. Stai qui con noi..."
Zeno esit. Ma no no no no. Non aveva intenzione di restare in quella casa, dove gli mancava l'aria, ad aspettare.

4

Discesa e salita

L'ho capito non appena ho visto il suo letto intatto.
Ho capito che era successo qualcosa.
Alle quattro e otto minuti di quella domenica mattina, Arlette si svegli di soprassalto. Con una sensazione stranissima, come se qualcosa non andasse, come se ci fosse qualcosa di diverso. Eppure nella camera da letto avvolta nell'oscurit - la camera da letto sua e di Zeno - regnava una calma rassicurante. Il respiro ritmico di Zeno, rauco e profondo, le era di conforto, la tranquillizzava.
Doveva essersi svegliata a causa di un sogno. Un attacco d'ansia, come foglie che vorticano in una galleria del vento. Veniva trascinata via, da qualche parte. Si era svegliata con la bocca asciutta, in uno stato d'inquietudine, con la convinzione che in casa o nella vita di quella casa fosse cambiato qualcosa.
O... che le mancasse un arto. Era questo che stava sognando.
Come si chiamava quel fenomeno? "Sindrome dell'arto fantasma"? Quando una persona che ha perso un arto prova dolore come se lo avesse ancora; comunque Arlette sapeva di non aver subito nessuna menomazione.
Quel senso di perdita era davvero un mistero. Eppure era una sensazione inequivocabile. Da quel momento non l'avrebbe pi abbandonata.
Scivol fuori dal letto, senza svegliare Zeno.
A volte, quando si svegliavano di notte - di notte ci si sveglia diverse volte, anche solo per pochi secondi -, Arlette baciava sulla bocca il marito, in segno di affetto giocoso, oppure era lui a baciare lei. Quei baci erano come un salutino, senza l'intenzione di svegliare l'altro.
"Come sta il mio dolce tesoro" mormorava magari Zeno. Ma prima che Arlette potesse rispondere, lui sprofondava di nuovo nel sonno.
Zeno era profondamente addormentato. Qualunque fosse l'impercettibile e irreversibile smottamento sismico avvertito da Arlette nella vita di quella casa, Zeno ne era inconsapevole. Giaceva come se fosse caduto di schiena, scomposto, occupando i due terzi del letto mentre dormiva di gusto russando leggermente.
Arlette si era abituata a dormire accanto al marito senza esserne disturbata; talvolta i suoi sogni incorporavano nei modi pi ingegnosi il respiro rumoroso del marito.
Per esempio, il russare di Zeno si trasformava in forme simili a insetti metallici che svolazzavano a zigzag sul volto sognante della moglie. A volte Arlette si svegliava per la sua stessa risata sorpresa.
Quella sera, a cena con amici, mentre riempiva i bicchieri degli ospiti Zeno si era scolato da solo una bottiglia intera di vino. Era di ottimo umore, e aveva raccontato storie accompagnate da risate fragorose. Si era mostrato teneramente sollecito verso Juliet e aveva evitato di punzecchiarla, cosa per lui inusuale nei confronti delle figlie.
Nel corso del loro lungo matrimonio c'erano stati momenti - dei brevi periodi - in cui Zeno beveva un po' troppo. Arlette si era resa conto che quella sera Zeno aveva alzato il gomito perch si sentiva in colpa per aver manifestato sollievo alla notizia della rottura del fidanzamento di Juliet. Alla figlia non l'aveva detto, ma ad Arlette s. Grazie a Dio. Adesso possiamo respirare.
Ma non era cos semplice. Non poteva esserlo. Perch a Juliet si era spezzato il cuore.
Juliet aveva passato la serata con loro. Invece che con il fidanzato.
O meglio, col suo ex fidanzato.
Aveva aiutato la madre in cucina a preparare una cena elaborata, e poi a servire in tavola, allegra, sorridente. Come se la sua vita fosse tutta l, e non avesse un uomo ad aspettarla, un innamorato da cui era stata bruscamente e inspiegabilmente divisa.
Era stato un piccolo shock vedere che Juliet si era tolta l'anello di fidanzamento, di cui andava cos fiera.
In effetti, alle dita snelle, Juliet non portava anelli, come se fosse in lutto.
A cena, attorno al tavolo, erano sedute tre coppie e la loro figlia Juliet. Tre coppie di mezza et e una ragazza di ventidue anni.
Una ragazza bellissima. Col cuore infranto.
Naturalmente nessuno le aveva chiesto di Brett. Nessuno si era sognato di nominare Brett Kincaid. Era come se il caporale Kincaid non esistesse, come se lui e Juliet non avessero mai deciso di sposarsi.
Che tristezza. Ma per amor di Dio, non  colpa nostra.
Cosa c'entriamo noi? Assolutamente niente.
Zeno era sbronzo, biascicava. Si era accasciato sul letto, facendo cigolare le molle. Si era tolto una scarpa scalciandola via sul tappeto. Juliet dovrebbe parlarne con noi. Diamine, siamo i suoi genitori!
Arlette sapeva che quando era di cattivo umore doveva lasciarlo solo. Non cercava di assecondarlo o di rabbonirlo. Bilioso com'era, lo lasciava cuocere nel suo brodo.
 stato un coglione ad arruolarsi nell'esercito. "Servire la patria" - ecco come si ritrova adesso.
Comunque non trasciner a fondo con lui nostra figlia.
Arlette non si era chinata a recuperare la scarpa. L'aveva spostata con un piede per evitare che ci inciampassero di notte, se si fossero alzati per andare in bagno.
Zeno si era addormentato all'istante, appena aveva appoggiato la testa sul cuscino.
Aveva un respiro roco e stridulo, come se avesse la gola invasa dai rovi.
L'aria condizionata era accesa. Un refolo fresco soffiava nella stanza. Arlette rimbocc il lenzuolo sulle spalle del marito. In momenti come quello, alla vista delle spalle muscolose, degli avambracci ricoperti di peli ispidi, delle guance cascanti quando dormiva su un fianco, provava per lui un sentimento di amore misto a paura. In quell'uomo di mezza et albergava ancora il giovane, spavaldo Zeno Mayfield, di cui si era innamorata.
Nel sonno la condizione mortale di un uomo  pi evidente.
Ormai avevano una certa et, stavano entrando in una stagione della vita che non faceva sconti, in cui le donne iniziavano a perdere i mariti, a diventare "vedove". Arlette si rifiutava di vederla in quei termini.
Ripensando in seguito a quella sera, erano preoccupati per Juliet e per Brett Kincaid, che probabilmente non avrebbero pi rivisto.
I loro pensieri erano quasi interamente rivolti a Juliet. Come del resto avveniva in casa Mayfield da quando il caporale Kincaid era tornato dalla guerra da disabile.
Cressida era apparsa tra loro come un fantasma. Mentre usciva per andare a passare la serata dalla compagna di scuola, che abitava cos vicina da poterci andare a piedi senza prendere la macchina. Doveva averli salutati frettolosamente verso le sei del pomeriggio, Arlette e Juliet erano in cucina e non ci avevano quasi badato.
Ciao. Ci vediamo pi tardi.
Poteva essere, non l'avevano sentita. Cressida non si era presa la briga di affacciarsi sulla porta della cucina per avvertire che usciva.
Zeno non era in casa. Era andato in un negozio di liquori a scegliere il vino, con la meticolosit tipica di chi di vino non se ne intende ma vuole spacciarsi per un intenditore.
Sarebbe stata una serata come le altre, anche se era un sabato di mezza estate.
D'estate, nella regione degli Adirondack nello Stato di New York, la popolazione triplicava.
Turismo estivo. Campeggiatori, gente che gira col pickup. Bande di motociclisti. La sera, persino in una strada residenziale tranquilla come Cumberland Avenue, si sente da lontano il rombo beffardo delle moto.
Ogni estate, nella zona dei laghi - Wolf's Head, Echo, Wild Forest - si verificavano degli "incidenti". Risse, aggressioni, furti, atti vandalici, incendi dolosi, stupri, omicidi. I piccoli dipartimenti di polizia della zona disponevano di pochi agenti, e nei momenti critici erano costretti a chiamare la polizia di Stato di New York.
Quando Zeno era sindaco di Carthage, un gruppo di Hell's Angels si era dato appuntamento a Palisade Park. Dopo un giorno e parte della notte di bisboccia a base di alcol e di atti vandalici sempre pi gravi, i residenti della zona si erano lamentati cos aspramente che Zeno aveva mandato la polizia di Carthage a far sgombrare "pacificamente" il parco.
Si era evitata la rivolta per un soffio. A Zeno fu riconosciuto il merito di aver preso la decisione giusta al momento giusto.
Non c'erano stati arresti. Nessun agente era rimasto ferito. Non si era dovuti ricorrere alla polizia di Stato.
Le bande di motociclisti non erano tornate a Palisade Park. Ma nei fine settimana si radunavano lungo i laghi. A volte di notte, con le finestre aperte, insieme al ronzio degli insetti notturni si sentiva ancora da lontano il rombo fastidioso e provocatorio delle moto.
Arlette usc dalla stanza. Zeno non si era svegliato.
A piedi nudi, con indosso la camicia da notte di mussola sottile, attravers il corridoio di moquette. Pass davanti alla porta chiusa della camera di Juliet - sapeva che era in casa, probabilmente era a letto da ore, come i suoi genitori - e and dritta nella stanza dove era certa che qualcosa non andava.
A quell'ora del mattino, le quattro passate, Cressida doveva essere tornata da casa di Marcy Meyer. E da parecchie ore. Forse, per non disturbare i genitori, era salita nella sua stanza cercando di fare meno rumore possibile; era un'abitudine della loro figlia minore, fin da quando era bambina: Zeno diceva che sapeva strisciare come un topolino senza farsi sentire.
Pensando a queste cose, Arlette apr la porta e accese la luce per controllare: ma il letto di Cressida era intatto, non si era steso nessuno.
Qualcosa non andava. Qualcosa proprio non andava.
Arlette rimase sulla porta, a fissare la stanza.
S, era vuota. Cressida non c'era.
Loro erano andati a dormire dopo aver salutato gli ospiti e aver dato una sistemata alla cucina. Lei e Zeno erano saliti in camera poco dopo le undici, senza preoccuparsi troppo di Cressida, solo un pensiero fugace: in fondo - cos credevano - era andata a casa di una compagna di scuola, Marcy Meyer, che abitava a poco pi di un chilometro da l.
Forse le ragazze avevano cenato insieme. Magari con i genitori di Marcy. E poi probabilmente avevano visto un DVD. "Due ragazze disadattate che solidarizzano" diceva Cressida scherzando.
Al liceo, Cressida e Marcy erano "amiche per la pelle" di default, come diceva Cressida. L'amicizia tra due ragazze emarginate  indissolubile.
(Cressida era la solita esagerata. N lei n Marcy Meyer erano "emarginate". Arlette ne era certa.)
Arlette entr piano nella stanza, voleva toccare il piumone sul letto di Cressida.
Il piumone era rimboccato con perfetta simmetria. Arlette sapeva che sotto le lenzuola erano accuratamente spianate, Cressida non sopportava pieghe o grinze sulla stoffa.
Di certo erano infilate con cura tra il materasso e la rete.
Perch la loro figlia minore faceva con cura ogni cosa. Con un'aria di sdegno fiero, di ripugnanza, ma con cura.
Non sopportava di doversi occupare dei lavori domestici - le "faccende". La sua immaginazione volava pi in alto, era pi astratta.
Eppure, anche se non tollerava di doversi occupare di simili incombenze, le sbrigava velocemente, per levarsele di torno.
Non c' niente che istupidisca di pi che una vita da casalinga! Povera mamma.
Spesso Arlette si sentiva punta sul vivo dalle osservazioni irriguardose della figlia minore. Sapeva che Cressida l'amava, eppure a volte le sembrava evidente che non la rispettava.
Ma immagino che, se non fosse stato per te, Juliet e io non saremmo qui. Quindi grazie!
Arlette si era chiesta se per caso Cressida non avesse programmato di fermarsi a dormire da Marcy. Come era capitato qualche volta ai tempi delle medie. Sembrava improbabile, adesso, ma...
Per amor del cielo, mamma. Che idea stupida.
Arlette usc dalla stanza di Cressida e scese al piano di sotto. Adesso aveva il fiato corto, anche se il battito cardiaco era normale.
Dal telefono a parete della cucina chiam Cressida al cellulare.
Squill debolmente, ma non rispose nessuno.
Poi risuon una musica elettronica, degli accordi dissonanti e una fredda voce computerizzata che invitava a lasciare un messaggio dopo il segnale acustico.
Cressida? Sono la mamma. Sono le quattro e dieci di mattina. Dove sei? Appena puoi chiamami per favore...
Arlette riattacc. Poi riprese subito il ricevitore e richiam.
Stavolta, mentre lasciava il messaggio, farfugli. Sono di nuovo la mamma. Siamo un po' preoccupati, tesoro.  molto tardi... Chiamaci, ok?
Adesso aveva usato il noi. Perch Cressida rispettava il padre.
Poi le venne in mente che forse Cressida era in casa, anche se non nella sua stanza.
Era sempre stata imprevedibile, fin da bambina. La cercavi dappertutto mentre lei ti spiava dalla fessura di una porta, e alla tua espressione preoccupata scoppiava a ridere.
Soprattutto, Cressida trovava divertenti le facce stravolte (degli adulti).
E cos Arlette controll nelle stanze dei piani di sotto: la sala TV gi nel seminterrato, dove Cressida entrava di rado perch - si lamentava - era in parte sottoterra e quindi, quando il tempo era particolarmente umido, sulla moquette (vecchia, color ardesia, leggermente macchiata) che ricopriva tutto il pavimento comparivano dei piccoli vermi disgustosi che strisciavano ovunque; lo studio di Zeno, sempre disordinato, con le librerie piene zeppe non solo di libri e il vecchio scrittoio con l'alzata a scomparsa, che il marito millantava di aver ereditato da un "lontano antenato" dei tempi della Rivoluzione, anche se in realt l'aveva acquistato a una vendita all'asta: quando era una lunatica studentessa del liceo, se non c'era il padre, a volte Cressida sgattaiolava l dentro; e negli angoli e nei recessi del soggiorno, una stanza stretta e lunga con il soffitto in travi di quercia, piena di punti bui anche se illuminata, con un pianoforte Steinway nero lucido a mezza coda che purtroppo, con rammarico di Arlette, nessuno suonava pi da quando Cressida, a sedici anni, aveva improvvisamente smesso di prendere lezioni.
Ma perch vuoi smettere, tesoro? Suoni cos bene...
S. Bene per la contea di Beechum.
Niente. Nessuno. In nessuna stanza.
Comunque Arlette non si aspettava di trovare Cressida addormentata da altre parti, se non nel suo letto.
Si affacci alla porta scorrevole a vetri che dava sul retro - su una terrazza lastricata che aveva un gran bisogno di essere ripulita dalle erbacce - per respirare un po' d'aria in quella notte afosa. Alz gli occhi e guard il cielo: un dedalo di costellazioni di cui non era mai riuscita a ricordare i nomi, al contrario di Cressida che fin da bambina li snocciolava come se li conoscesse da sempre: Andromeda. Gemelli. Orsa Maggiore. Orsa Minore. Vergine. Pegaso. Orione...
Arlette usc sulla veranda di legno di sequoia. Tanto per controllare se Cressida era su una sedia a sdraio - o sull'amaca di Zeno che penzolava floscia fra due solidi alberi -, ma Cressida ovviamente non c'era.
Scese in garage, entrando da una porta laterale. Accese la luce, ma non c'era nessuno neanche l.
Scalza, con una smorfia sul viso, Arlette guard all'interno delle automobili: la Land Rover di Zeno, la sua Toyota station wagon, la Skylark di Juliet. Ovviamente nelle auto non c'era nessuno, nascosto o addormentato.
Poi usc sul lungo vialetto asfaltato che immetteva sulla strada, Cumberland Avenue. Nonostante fossero in una delle vie residenziali pi prestigiose di Carthage - sulle colline alla periferia settentrionale della citt, a ridosso dell'antico cimitero della Prima Chiesa episcopale di Carthage -, Arlette si trov come davanti a un abisso: i lampioni erano spenti, le case dei vicini tutte immerse nel buio. C'era solo una pallida luce smorta che sembrava filtrare dal cielo, come se il chiarore della luna fosse intrappolato dietro le nubi.
Forse, pens la madre spinta dalla disperazione, Cressida si era incontrata con qualcuno dopo aver passato la sera da Marcy; magari adesso erano insieme, su un'auto parcheggiata lungo il marciapiede, a parlare, oppure...
Quante volte Arlette si era trovata in macchina con dei ragazzi, davanti a casa dei genitori, a parlare, a baciarsi e toccarsi...
Ma Cressida non era il tipo. Cressida non "usciva" con i ragazzi. Almeno a quanto ne sapevano i suoi familiari.
Mi preoccupa che Cressida sia cos sola. Non credo sia molto felice.
Non essere ridicola! Cressida  unica. Non le importa un accidente di quel che piace alle altre ragazze, lei  speciale.
Cos voleva credere Zeno. Arlette non ne era tanto sicura.
Non doveva essere facile essere quella intelligente, che viene sempre dopo quella bella.
In ogni caso non c'erano auto parcheggiate in fondo al lungo vialetto dei Mayfield. Cressida purtroppo non era n in casa n nei paraggi.
Senza badare pi ai piedi nudi, Arlette si affrett a rientrare, diretta in cucina dove la luce era accesa. Non sembravano certo le quattro e mezzo del mattino! I piani in formica arancioni erano stati puliti da poco e la lavastoviglie era ancora calda, dal momento che l'avevano accesa verso le dieci e mezzo; dopo cena, Juliet aveva aiutato la madre a riordinare, allegra e operosa come sempre. Dopo quella piacevole serata in compagnia di vecchi amici - una serata che nei ricordi di Arlette era destinata a rimanere l'ultima di quel genere nella sua vita - erano rimaste entrambe in cucina; Arlette avrebbe voluto parlare con la figlia di Brett Kincaid, ma a quanto pareva Juliet non era in vena di confidenze.
N Arlette n Juliet avevano parlato di Cressida, cosa c'era da dire in quel momento?
Vado solo da Marcy, mamma. Posso andare a piedi.
Non aspettatemi, ok?
Arlette prese di nuovo il telefono e richiam Cressida al cellulare, senza aspettarsi nessuna risposta.
"Forse ha perso il telefonino. Forse qualcuno glielo ha rubato."
Cressida era sbadata con i cellulari. Ne aveva persi almeno due, entrambi regali di Zeno, che voleva che le figlie fossero raggiungibili se avesse avuto bisogno di loro. E che avessero il telefonino in caso d'emergenza.
Questa era un'emergenza? Arlette si rifiutava di pensarlo.
Torn in camera di Cressida, camminando pi lentamente, come se d'un tratto fosse stanchissima.
Nessuno. La stanza era vuota.
In quel momento not con quanta cura - con quanta precisione - erano sistemati i volumi nella libreria, che Zeno aveva fatto costruire da un falegname per desiderio di Cressida e che occupava tre delle quattro pareti della camera, dando quasi l'impressione che la figlia fosse imprigionata fra i libri.
C'erano libri per ragazzi, di formato pi grande, con le copertine colorate. Cressida amava quei testi di quando era bambina, sui quali aveva imparato a leggere molto presto.
E c'erano i suoi quadernoni - anche quelli grandi, acquistati in una cartoleria di Carthage - su cui, bimba dalla fantasia vivace, aveva disegnato con i pennarelli storie fantastiche.
All'inizio Cressida non protestava quando i genitori mostravano i suoi disegni a parenti, amici e vicini, che rimanevano colpiti - di pi, meravigliati per il "talento artistico" di quella bambina -; poi per all'improvviso, verso i nove anni, era diventata timida e non aveva pi voluto che Zeno si vantasse di lei come il padre amava fare.
Erano anni che i disegni di Cressida, con i suoi colorati animali fantastici, non erano pi appesi alla parete della sua stanza. Ad Arlette mancavano quelle immagini, che rivelavano una fantasia infantile estrosa, non sempre evidente in quella bambina precoce che la chiamava "mamma" articolando la parola con una strana rigidit della bocca, come se le fosse del tutto incomprensibile.
(Non aveva invece nessun problema a dire "pap" - "pa-p" - con un sorriso radioso.)
Ormai da molti anni, sulla parete della camera di Cressida erano appesi dei disegni a inchiostro su cartoncino bianco nello stile dell'artista olandese del ventesimo secolo M.C. Escher, che per tutto il liceo era stato una delle sue passioni. Arlette si mise a osservare quei disegni: erano elaborati, ingegnosi, tracciati finemente, pi simili a enigmi visivi che a opere d'arte belle a vedersi. Il pi grande e ambizioso, intitolato Discesa e salita, era fissato su cartone e misurava un metro per un metro: una reinterpretazione della celebre litografia di Escher Salita e discesa, in cui figure simili a monaci salgono e scendono infinite scale in una struttura surreale che sembra avere pi centri di gravit. Il disegno di Cressida raffigurava una casa impercettibilmente deformata che, senza muri, rivelava molte pi rampe di scale di quante ce ne fossero all'interno, scalinate che formavano angoli innaturali - "ortogonali" - le une rispetto alle altre; su queste scale "salivano" delle figure umane, mentre altre "scendevano" nella parte inferiore degli stessi gradini.
Osservando quel disegno a inchiostro si rimaneva disorientati, confusi. Perch il sopra era al tempo stesso anche il sotto.
Cressida aveva lavorato ossessivamente per almeno un anno ai disegni ispirati a Escher, quando ne aveva sedici. Aveva affermato enigmaticamente che M.C. Escher le aveva messo uno specchio davanti all'anima.
Le figure di Discesa e salita erano al tempo stesso impavide e patetiche. "Salivano" scrupolosamente e scrupolosamente "scendevano". Sembravano inconsapevoli le une delle altre, mentre percorrevano gli stessi gradini al contrario. La variante di Cressida del quadro di Escher era pi realistica dell'originale - la struttura che conteneva le scalinate invertite era riconoscibile come la vecchia, grande casa coloniale dei Mayfield, anche i mobili e gli arazzi erano gli stessi, e le figure rappresentavano chiaramente i membri della famiglia: il pap, alto, robusto e zazzeruto, la mamma, con la sua vacua e placida faccia sorridente, la bellissima Juliet, con gli occhi e le labbra esageratamente grandi, e Cressida, con i capelli crespi, neri come l'inchiostro, una ragazzina dall'espressione fiera e accigliata, le braccia e le gambe come stecchini, alta la met delle altre figure, una nanerottola in mezzo a loro.
Le figure dei Mayfield si ripetevano pi volte, con un effetto comico; la scrupolosit, ripetuta,  segno di idiozia. Arlette non poteva guardare Discesa e salita e gli altri disegni di Cressida ispirati a Escher appesi alla parete senza provare un leggero brivido di inquietudine.
Per Cressida era pi facile deridere che esprimere ammirazione. Pi facile isolarsi che cercare di unirsi agli altri.
Arlette supponeva che fosse stata ferita. Al primo anno di liceo, Cressida si era offerta di insegnare in un programma chiamato "Alfabetizzazione matematica" (in realt il programma era stato avviato dall'amministrazione comunale, quando Zeno era sindaco, per supplire ai tagli ai fondi statali destinati all'istruzione), e dopo diverse lezioni settimanali impartite con entusiasmo a studenti delle medie socialmente "svantaggiati" era tornata a casa dichiarando con un leggero cipiglio imbarazzato che non avrebbe pi insegnato.
Zeno le aveva chiesto perch. E anche Arlette.
"Era un'idea stupida. Ecco perch."
Zeno era rimasto sorpreso e deluso quando Cressida si era rifiutata di spiegare perch non volesse pi partecipare al programma. Ma Arlette sapeva che doveva esserci un motivo ben preciso, che aveva a che fare con l'orgoglio della figlia.
Si ricord che anche a scuola si era verificato un episodio spiacevole, legato alla fissazione di Cressida per Escher. Ma ne aveva sempre ignorato i dettagli.
Sulla scrivania di Cressida - un'ampia tavola di legno scartavetrato con dei cassetti in alluminio, che si era costruita lei stessa - c'erano un computer portatile (chiuso), un quaderno (chiuso), qualche libro e dei fogli accatastati. Era tutto disposto in perfetto ordine, come se avesse usato un righello.
Arlette entrava di rado nella stanza della figlia minore, a meno che non ci fosse anche lei o su sua esplicita richiesta. Temeva che Cressida la accusasse di ficcare il naso.
Erano le 4,36 del mattino. Era passato troppo poco tempo dall'ultima telefonata, per provare a richiamare Cressida sul cellulare.
E cos and nella stanza di Juliet, l accanto.
"Mamma?" Juliet si tir su a sedere sul letto, sorpresa.
"Oh, tesoro, mi dispiace di averti svegliato..."
"No, ero sveglia. C' qualcosa che non va?"
"Cressida non  in casa."
"Cressida non  in casa!"
Era un'esclamazione di stupore, non di allarme. Perch Cressida non era mai rimasta fuori fino a quell'ora, per quanto ne sapessero i suoi.
" andata da Marcy. Sarebbe dovuta tornare da ore."
"Ho provato a chiamarla al cellulare. Ma non ho chiamato Marcy... Forse avrei dovuto."
"Che ore sono? Dio."
"Non volevo disturbarli, a quest'ora..."
Juliet si alz subito dal letto. Da quando si era lasciata con Brett Kincaid rimaneva spesso a casa e andava a letto presto, come una convalescente; ma dormiva a singhiozzo, per poche ore, e passava il resto della notte a leggere, scrivere mail, navigare su Internet. Sul comodino accanto al portatile c'erano diversi libri presi in prestito dalla biblioteca: Arlette ne vide uno intitolato La repubblica della paura: storia segreta dell'Iraq di Saddam.
Provarono a richiamare: cosa aveva gridato Cressida quando era uscita? Niente di particolare, ne erano certe entrambe.
"Da Marcy  andata a piedi. Quindi dev'essere tornata a piedi, o..."
Arlette lasci la frase a met. Ora che anche Juliet, come lei, era in pensiero per Cressida, la sua ansia stava aumentando.
"Forse si  fermata a dormire da Marcy..."
"Ma... ci avrebbe chiamato, no?..."
"... non  mai rimasta a dormire l, perch avrebbe dovuto? Dev'essere tornata a casa per forza."
"Ma non c'."
"Hai guardato anche altrove, in casa? So che  improbabile, ma..."
"Non volevo svegliare Zeno, sai che si preoccupa subito..."
"Hai detto che l'hai chiamata al cellulare? Vogliamo riprovare?"
La crema da notte che Juliet si era messa sul viso, sulla sua bellissima pelle morbida, adesso trasudava dai pori, rilucendo oleosa. I soffici capelli castano chiaro dal taglio scalato erano schiacciati sulle tempie. Tra le sorelle regnava un'antica rivalit, mai sopita: la pi piccola tentava di vanificare e minare gli sforzi della pi grande di comportarsi bene.
Juliet chiam la sorella con il suo cellulare. Non rispose nemmeno stavolta.
"Forse dovremmo chiamare Marcy. Ma..."
" meglio svegliare Zeno. Lui sapr cosa fare."
Arlette entr nella camera da letto buia, dove Zeno stava dormendo. Lo scosse per una spalla, delicatamente. "Zeno? Mi spiace svegliarti, ma... Cressida non  in casa."
Zeno spalanc gli occhi. I suoi risvegli avevano un che di commovente, vulnerabile e struggente: ad Arlette ricordava un orso in letargo, che viene pericolosamente svegliato dal suo sonno invernale.
"Sono quasi le cinque. Stanotte non  rientrata. Ho provato a chiamarla, ho guardato dappertutto in casa..."
Zeno si tir su. Mise le gambe fuori dal letto. Si stropicci gli occhi, si ravvi i capelli arruffati.
"Be'... ha diciannove anni. Non c' il coprifuoco e non  tenuta a riferirci quello che fa."
"Ma... doveva solo cenare da Marcy. Ci  andata a piedi."
A piedi. Adesso che l'aveva detto per la seconda volta, Arlette sent un brivido gelido.
"...  andata a piedi, di notte, da sola... Forse qualcuno..."
"Non essere catastrofica, Lettie, ti prego..."
"Ma era sola. O almeno credo. Meglio chiamare Marcy."
Zeno si alz dal letto con agilit sorprendente. Con i boxer che indossava a mo' di pigiama, i capelli ispidi, il torso e i fianchi flaccidi, si diresse scalzo nello studio, a prendere il cellulare.
"Io e Juliet abbiamo gi provato a chiamarla, Zeno..."
Lui non le bad. Compose il numero, ascolt con espressione attenta, riattacc e prov subito a richiamare.
"Non risponde. Forse ha perso il telefonino. Sono cos preoccupata, se mentre tornava a casa...  sabato notte, qualcuno poteva passare di l..."
"Per favore, Lettie, ti ho detto di non essere catastrofica. Non serve a niente."
Zeno aveva parlato in tono aspro, irritato. Si infil i calzoncini sgualciti, color cachi, che qualche ora prima aveva gettato sulla sedia.
Zeno giustificava le proprie emozioni, mentre reputava eccessive quelle degli altri membri della famiglia. In particolare, reagiva alle paure occasionali della moglie definendole catastrofismi, isterie.
Al piano di sotto, la cucina illuminata li accolse come un palcoscenico. Zeno cerc nell'elenco telefonico il numero dei Meyer e chiam, con Arlette e Juliet in piedi accanto a lui.
"Pronto? Marcy? Sono Zeno, il padre di Cressida. Perdonami se ti disturbo a quest'ora, ma..."
Arlette ascoltava con ansia, sempre pi spaventata.
Per alcuni minuti Zeno tempest Marcy di domande. Prima che attaccasse, Arlette volle parlare con lei. Non aveva molto da aggiungere a quelle domande, ma aveva bisogno di sentire la voce di Marcy, nella speranza che la rassicurasse; l'amica della figlia era una ragazza robusta dal viso lentigginoso, frequentava la scuola per infermieri di Plattsburgh, e da lungo tempo era una presenza fissa nella vita di Cressida, anche se adesso non erano pi intime come fino a qualche anno prima.
Ma Marcy pot solo ripetere che verso le dieci e mezzo di sera - dopo aver cenato con la madre e la nonna (anziana, malata) - e guardato un DVD, Cressida era andata via per tornare a casa come aveva deciso, a piedi.
"Mi sono offerta di accompagnarla in macchina, ma Cressida non ha voluto. Volevo darle un passaggio perch era tardi, lei era sola, ma... sa com' fatta Cressida. Quando si mette in testa una cosa..."
"Hai idea di dove potrebbe essere andata una volta uscita da casa tua?"
"No, signora Mayfield. Non saprei proprio."
Signora Mayfield. Come se Marcy fosse ancora una studentessa del liceo.
"Ha fatto il nome di qualcuno? Ha chiamato qualcuno?"
"Non mi sembra..."
"Sei sicura che non abbia telefonato a qualcuno, col cellulare?"
"Be', no... non mi pare. Cio, conosco Cressida molto bene, signora Mayfield, chi avrebbe potuto chiamare se non uno di voi?"
"Ma dove diamine potrebbe essere, sono quasi le cinque di mattina!"
Arlette aveva pronunciato quelle parole in tono brusco. Era arrabbiata con Marcy Meyer perch aveva lasciato che la figlia tornasse a casa a piedi di sabato notte: anche se la casa distava solo qualche isolato, per una parte della strada avrebbe dovuto percorrere North Fork Street, una via piuttosto trafficata di notte, che l nei paraggi s'intersecava con una statale; ed era anche irritata con la ragazza per quella frase pronunciata in tono risentito e infantile: Chi avrebbe potuto chiamare se non uno di voi?
In casa Mayfield il resto della notte fino all'alba pass rapidamente, in un clima di disperazione.
Zeno e Arlette si vestirono in tutta fretta indossando le prime cose che trovarono e andarono dai Meyer con la Land Rover di Zeno, a Freemont Street, a meno di un chilometro dalla loro abitazione.
La Freemont era una strada stretta e male asfaltata che saliva lungo il versante di una collina, fiancheggiata da palazzine simili a case a schiera, con le facciate di mattoni vecchi e l'intonaco scrostato. Arlette si ricord che, ai tempi in cui Cressida e Marcy Meyer avevano stretto amicizia, alle elementari, temeva che a sua figlia - una bambina fin troppo franca e spesso avventata - potesse sfuggire inavvertitamente qualche osservazione offensiva sulle dimensioni della casa dei Meyer, o sulla bruttezza dell'arredamento; era rimasta alquanto sorpresa dai modi bruschi, schietti, beffardi e canzonatori con cui Cressida si rivolgeva a Marcy, una bambina taciturna, imperturbabile, che non aveva la spigliatezza di sua figlia e non cercava minimamente di difendersi o di punzecchiare a sua volta l'amica. Cressida aveva disegnato dei fumetti in cui comparivano due personaggi, una bambina con un visetto arcigno e i capelli corti, scuri e crespi, e un'altra alta e robusta, con la faccia lentigginosa e l'espressione allegra, che vivevano avventure comiche a scuola - ma sembrava una cosa innocente, fatta per divertire, non per mettere in ridicolo.
Una volta, mentre accompagnava le due ragazze a un evento organizzato dalla scuola, Arlette aveva rimproverato Cressida per aver detto una spiritosaggine sgarbata nei confronti di Marcy, e questa aveva risposto, ridendo: "Non si preoccupi, signora Mayfield. Cressie non pu farne a meno".
Come se la figlia fosse uno scorpione, o una vipera: Non pu farne a meno.
Ma era commovente che la ragazza avesse chiamato Cressida con quel diminutivo, "Cressie". E Cressida non aveva obiettato nulla.
Una volta arrivati dai Meyer, Zeno voleva entrare in casa per parlare con Marcy e la madre; Arlette lo preg di non farlo.
"Non sanno niente di pi di quanto ci ha detto Marcy. Non sono nemmeno le sette. Li disturberai e basta. Per favore, Zeno."
Zeno guid lentamente lungo Fremont Street, lanciando occhiate ai margini della strada e alle facciate delle case. A quell'ora del mattino sembravano tutte chiuse, impenetrabili; molte serrande erano abbassate.
Alla fine della Fremont, Zeno fece manovra in un vialetto e risal piano verso la collina. Pass davanti alla casa dei Meyer, voleva ricostruire il tragitto che Cressida doveva aver percorso per tornare a casa.
Lui e Arlette scrutavano attentamente i dintorni. Sembrava proprio un film, un servizio giornalistico! Era accaduto qualcosa, ma... in quale abitazione? E cos'era accaduto?
Quegli edifici non avevano niente di particolare, se non il fatto che Cressida ci fosse passata davanti mentre andava da Marcy e al ritorno, la sera prima. L, a un angolo, come punto di riferimento c'era una quercia bruciata da un fulmine, all'incrocio con North Fork; un isolato pi avanti, su Cumberland Avenue, sul crinale dell'altura, sorgeva la grande e imponente chiesa episcopale in mattoni rossi, con il cimitero che si stendeva dietro e di fianco. La chiesa e il cimitero, che risalivano agli anni Ottanta del Settecento, erano "luoghi di importanza storica".
Cressida doveva essere passata davanti alla chiesa e al cimitero. Arlette si chiese su quale lato della strada aveva camminato.
Zeno emise un suono mentre fermava la Land Rover - un grugnito, un mezzo singhiozzo, un borbottio - e senza spiegazioni scese dalla macchina.
Entr nel cimitero, a passo trafelato. Un uomo alto e trasandato, con la barba non rasata e un portamento deciso e aggressivo. Indossava una maglietta macchiata, calzoncini color cachi e un paio di scarpe da ginnastica sporche, senza calzini. Arlette lo raggiunse di corsa e lo trov in fondo alla prima fila di alcune vecchie lapidi, talmente consunte dal tempo e dalla pioggia che i nomi e le date dei defunti erano ormai illeggibili.
Al di l del cimitero si stendeva un terreno ricoperto dalla boscaglia e dagli alberi, di propriet del Comune.
C'era un odore di erba falciata, non fresca, un lieve sentore acre di putredine. L'aria era afosa, a tratti ci s'imbatteva in nugoli di moscerini.
"Zeno, cosa stai cercando? Oh, Zeno."
Arlette era spaventata. Zeno non si volt. Anche se era una persona particolarmente affabile ed espansiva, molto socievole, a volte Zeno Mayfield sembrava assente, persino ostile; se lo si toccava, si ritraeva. Si vantava di essere un uomo di mondo, a conoscenza di tutto ci che avveniva a Carthage e nei dintorni, cose che una donna come Arlette ignorava; notizie che non finivano sui giornali o alla TV. Lasciando Arlette inorridita, si mise a cercare metodicamente il cadavere della loro figlia - possibile? - nell'erba alta ai margini del cimitero; dietro le lapidi pi grandi; dietro un casotto dov'era ammucchiato un cumulo disordinato di erbacce tagliate, ramoscelli spezzati e fiori secchi gettati via. In maniera macabra, con una sorta di fredda curiosit, Zeno si chin a guardare dentro e sotto quel cumulo, e ad Arlette sembr di vedere il corpo martoriato di una ragazza, le braccia distese fra i rami spezzati.
"Zeno, vieni qui! Zeno, torniamo a casa. Forse adesso Cressida  l."
Zeno la ignor. Forse non l'aveva sentita.
Arlette aspett in macchina che lui tornasse. Mise in moto e accese la radio. Voleva sentire il notiziario delle sette.
"Ovviamente sar da qualche parte. Ma non sappiamo dove."
E poi aggiunse, come se Arlette avesse contestato quell'affermazione: "Ha diciannove anni.  adulta. In questa casa non c' il coprifuoco, non deve riferirci quello che fa".
Mentre Zeno e Arlette facevano telefonate dall'apparecchio di casa, Juliet chiamava con il suo cellulare. Innanzitutto aveva chiamato i parenti, loro si poteva svegliarli a quell'ora per chiedere di Cressida; poi, dopo le sette e mezzo, i vicini, gli amici, persino le compagne di scuola che probabilmente Cressida non vedeva dai tempi del diploma, tredici mesi prima.
(Juliet osserv: "Cressida andr su tutte le furie se lo viene a sapere. Penser che l'abbiamo tradita". Al che Arlette ribatt: "Non deve saperlo. Possiamo sempre richiamarle e avvertirle di non dirglielo".)
Juliet aveva una larga cerchia di amici, di entrambi i sessi, e cominci a chiamarli; al telefono la sua voce risuonava calda e amichevole e non tradiva segni di preoccupazione o di ansia; non voleva allarmare inutilmente nessuno, e temeva di suscitare una marea di pettegolezzi. Usc di casa e si mise a telefonare dal marciapiede di fronte, scrutando Cumberland Avenue nella speranza di scorgere Cressida che rientrava. Poi avrebbe detto: "Ne ero assolutamente sicura. Come se Ges in persona mi avesse assicurato che Cressida stava tornando a casa".
Tra gli altri, Juliet chiam un'amica di nome Caroline Skolnik, che avrebbe dovuto farle da damigella d'onore al suo matrimonio. Le disse che quella notte sua sorella Cressida non era tornata a casa, e che erano in pensiero per lei, quindi le chiese se sapesse qualcosa o se avesse qualche idea; e con sua grande meraviglia Caroline le rifer con una certa esitazione di aver visto Cressida la sera prima, o una ragazza che le somigliava parecchio, al Roebuck Inn a Wolf's Head Lake.
Juliet rimase cos sorpresa che per poco non le cadde di mano il telefonino.
Cressida al Roebuck Inn? A Wolf's Head Lake?
Caroline spieg che era l con il fidanzato, Artie Petko, e con un'altra coppia, ma che non si erano fermati a lungo. Un tempo il Roebuck Inn era un bel locale, ma ultimamente nei fine settimana era diventato un ritrovo di motociclisti - gli Hell's Angels degli Adirondack. Suonava una band di ragazzi del posto che riscuotevano un certo successo, ma la musica era assordante e il locale strapieno: "C'era troppa confusione".
Nel locale c'era una compagnia di ragazzi che loro conoscevano, insieme ad alcune ragazze, occupavano parecchi spar. L'aria era densa di fumo. Caroline era rimasta sorpresa vedendo l Brett: "Non stava con una ragazza, era con degli amici" si era affrettata a spiegare, "ma con loro c'erano delle ragazze. Sembrava che Brett... o forse no... forse era la luce del locale, ma sembrava... che stesse bene. L'intervento di plastica che gli hanno fatto... credo sia proprio servito. Aveva un paio di occhiali scuri. E... insomma...  arrivata Cressida... mi sembrava lei...  spuntata dal nulla e l'abbiamo vista per caso, ma lei non ci ha notato... sembrava appena entrata nel bar, da sola... si  fatta strada in mezzo a quella ressa...  cos piccola... non credo che stesse con qualcuno, a meno che non fosse venuta con altri, una coppia... non si capiva com'erano formate le comitive. Cressida aveva quei jeans neri che porta sempre, una maglietta nera, e mi sembra un golfino di cotone a strisce; io e Artie siamo rimasti stupiti nel vederla, Artie ha detto di non aver mai visto tua sorella in un posto come il Roebuck. Lui conosce tuo padre, mi ha chiesto: "Quella non  la figlia di Zeno Mayfield? Quella tanto intelligente?", e io gli ho risposto: "Dio, spero di no. Cosa ci fa qui?". Brett era seduto in un spar con Rod Halifax e Jimmy Weisbeck, e quel coglione di Duane Stumpf, erano belli sbronzi; poi Cressida si  messa a parlare con Brett, o ci ha provato; ma c'era un sacco di gente e una gran confusione, cos abbiamo deciso di andare via. Quindi in realt non so... cio, non sono sicura... che fosse tua sorella, Juliet. Ma credo che fosse lei, Cressida  cos diversa da tutti gli altri".
Juliet le chiese che ora poteva essere.
Circa le undici e mezzo di sera, rispose Caroline. Loro erano andati via diretti all'Echo Lake Tavern e ci erano rimasti una quarantina di minuti, all'una era gi a casa.
"Oh Dio, Juliet, hai detto che Cressida non  tornata a casa? Che non  a casa? Non sapete dov'? Mi dispiace tanto che non siamo andati a parlarle... forse aveva bisogno di un passaggio per tornare... forse non ha trovato nessuno che la riaccompagnasse. Ma abbiamo pensato, be'... che fosse venuta con qualcuno. E c'era Brett, lei lo conosce, lui conosce lei... quindi, abbiamo pensato che forse..."
Juliet rientr lentamente in casa. Arlette la vide appena varc la soglia. Sul volto aveva un'espressione strana, affranta, come se fosse schiacciata dalla preoccupazione.
"Che c', Juliet? Hai saputo qualcosa?"
"S. Credo di s. Ho saputo una cosa."
Poi accadde tutto rapidamente.
Zeno chiam Brett Kincaid al cellulare, ma non ebbe risposta.
Quindi chiam un numero che aveva trovato sull'elenco telefonico di Carthage e che corrispondeva al nome "Kincaid", ma non rispose nessuno nemmeno stavolta.
Sal sulla Land Rover e si diresse a casa di Ethel Kincaid, a Potsdam Street, un'altra strada in salita alle spalle della Fremont: una villetta di legno a due piani con la facciata beige scrostata, che sorgeva proprio sul marciapiede; dopo aver bussato pi volte, gli apr Ethel Kincaid, con indosso un kimono sporco e l'espressione sorpresa e allarmata.
" a casa? Dov'?"
Chiudendosi goffamente il kimono, di una stoffa lucida dozzinale e sgargiante, quasi fosforescente, Ethel scrut Zeno guardinga.
"Non... lo so... Credo di n-no, la sua Jeep non  nel vialetto..."
Zeno Mayfield ed Ethel Kincaid si conoscevano da tempo, vagamente (Ethel provava per lui un vago risentimento, perch all'epoca in cui Zeno Mayfield era sindaco di Carthage, e quindi suo capo, quando la incontrava sembrava non ricordarne nemmeno il nome; mentre da parte di Zeno c'era un vago senso di colpa, poich si rendeva conto di aver sempre snobbato quella donna insignificante dallo sguardo truce e torvo come a causa di qualche disillusione avuta nella vita). E adesso la rottura del fidanzamento tra la figlia di Zeno e il figlio di Ethel appariva tra loro come un ostacolo insormontabile.
"Non ha idea di dove sia Brett?"
"N-no..."
"Sa dov' andato ieri sera?"
"No..."
"O con chi stava?"
Ethel Kincaid guard Zeno, gli indumenti sciatti, le guance ricoperte di una ispida barba grigia, gli occhi umidi a un tempo imploranti e minacciosi, l'aria sprezzante e allarmata. Lei invece sembrava una donna malridotta che conosceva bene l'umore imprevedibile degli uomini e sapeva di doversi guardare dai loro improvvisi scatti d'ira.
"Mi spiace, non lo so, signor Mayfield. Gli amici di Brett non vengono qui,  lui che va da loro. O almeno credo."
C'era una sorta di futile livore in quel signor Mayfield. Eppure appartenevano alla stessa classe sociale, o cos era un tempo, quando la figlia di Zeno si era fidanzata col figlio di Ethel.
A Zeno torn in mente un'osservazione di Arlette, che trovava molto scortese la madre di Brett. Persino Juliet, che raramente si lasciava andare a giudizi critici sugli altri, a proposito della madre del fidanzato aveva borbottato: "Non  una persona cordiale o con cui si possa entrare facilmente in confidenza. Ma ci proveremo!".
La povera Juliet ci aveva provato, senza riuscirci.
Arlette ci aveva provato, senza riuscirci.
"Ethel, mi spiace averla disturbata a quest'ora. Ho provato a chiamare, ma non ha risposto nessuno.  molto importante che parli con Brett, o almeno che sappia dove posso trovarlo. Non si tratta di Juliet, comunque, ma di mia figlia Cressida." Zeno si sforzava di parlare lentamente e con chiarezza, soffocando la rabbia che provava per quella donna cos poco disponibile, che aveva fatto un passo indietro, chiudendosi il kimono sgualcito come nel timore che lui glielo aprisse. "Ci hanno detto che ieri sera erano insieme, al Roebuck Inn. E Cressida stanotte non  tornata a casa, e non sappiamo dove sia. Forse... suo figlio lo sa."
Ethel Kincaid scosse la testa. Una ciocca arruffata di capelli biondi, di un giallo sporco, striati di grigio, le ricadde sulle spalle. Da sotto i vestiti il corpo pingue, molle e flaccido emanava un odore di sudore ormai asciutto e di borotalco.
Sul suo volto apparve un'espressione preoccupata. E scaltra. Scosse il capo con decisione e disse: "Non so niente di quel che fa mio figlio".
"Posso vedere la sua stanza, per favore?"
"La sua stanza? Vuole vedere la sua... stanza? In questa casa?"
"S. Per favore."
"Ma... perch?"
Zeno non ne aveva idea. Gli era venuto quell'impulso frenetico; non poteva andarsene senza fare un qualche tentativo.
Adesso Ethel sembrava confusa. Era una donna sui cinquantacinque anni, che la vita non aveva risparmiato: aveva la pelle giallastra, le ciglia e le sopracciglia cos rade da essere quasi invisibili, un broncio sulla bocca sbaffata. Fece un altro passo indietro nell'ingresso semibuio, come a rifuggire dallo sguardo truce di Zeno Mayfield. Gli disse balbettando che non poteva entrare, che non era il caso, adesso doveva salutarlo, doveva chiudere la porta, non poteva pi parlare con lui.
"Ethel... aspetti! Voglio solo vedere la stanza di Brett. Forse... l c' qualcosa che mi pu aiutare a..."
"No. Non mi sembra il caso. Adesso chiudo la porta."
"Ethel, la prego. Sono sicuro che c' una spiegazione, ma... al momento... Arlette e io siamo tremendamente preoccupati. Ci hanno detto che Brett si  incontrato con lei, ieri sera. Non pu essere una coincidenza, suo figlio e mia figlia..."
"Se non ha un mandato, signor Mayfield, non la faccio entrare."
"Un mandato? Non sono mica un poliziotto, Ethel. Non sia ridicola. Non sono pi nemmeno un dirigente del Comune. Voglio solo vedere la stanza di Brett, giusto un minuto. Come pu negarmelo?"
"No. Non posso. Brett non vorrebbe... vi odia tutti."
Ethel stava per chiudere la porta in faccia a Zeno, ma lui la tenne aperta col palmo della mano. Sentiva una vena pulsargli freneticamente sulla fronte. Non poteva credere a quel che Ethel Kincaid aveva detto con tale noncuranza, ma quella frase gli si scolp nella mente.
Vi odia tutti. Tutti voi.
"Se suo figlio ha fatto del male a mia figlia - mia figlia Cressida - se  accaduto qualcosa a Cressida... io lo ammazzo."
Ethel Kincaid chiuse la porta con tutto il suo peso, al che Zeno tolse la mano.
Era sbalordito. Non riusciva a pensare con lucidit. Sapeva che avrebbe fatto meglio a risalire in macchina e tornare a casa prima di commettere qualche sciocchezza, come iniziare a tempestare di pugni quella dannata porta che gli era stata sbattuta in faccia cos sgarbatamente.
O entrare con la forza in casa Kincaid.
Quella donna odiosa avrebbe certo chiamato la polizia. Se le dava il minimo pretesto, avrebbe fatto a Zeno Mayfield e alla sua famiglia quanto pi male poteva.
Torn alla Land Rover, che aveva parcheggiato di sbieco lungo il marciapiede. Not che la cintura di sicurezza del posto di guida pendeva floscia sul sedile, come un oggetto rotto gettato via. Per un attimo l'immagine del cumulo di detriti nel cimitero della chiesa episcopale gli attravers la mente. Mentre si allontanava da casa Kincaid senza voltarsi indietro, pens: "Forse non mi ha sentito. Forse non lo ricorder".
Arlette aspettava il ritorno del marito nel vialetto di casa.
Aspettava di vedere se avrebbe riportato a casa la figlia.
Per questo, dopo essere sceso dalla Land Rover, Zeno scorse il disappunto sul suo volto.
"Non era l?"
"No."
"Hai parlato con... Ethel? Brett era in casa?"
"Ethel non  stata di nessun aiuto. Brett non c'era."
Arlette si affrett a seguire il marito, diretto verso casa.
D'un tratto si erano fatte le otto e venti. La notte era volata via ed era spuntata l'alba, che aveva lasciato il posto a una calda e luminosa mattina di sole.
All'intimit della notte era seguita l'esposizione del giorno.
Arlette chiese con voce tremula: "Credi che Cressida e Brett siano andati via insieme?... o che lui l'abbia portata da qualche parte? Per farle del male? Per metterci in imbarazzo? Zeno?".
"Cressida ha diciannove anni.  adulta. Pu decidere di passare la notte fuori casa."
Pronunci quelle parole in tono aspro, carico d'ironia. Non credeva minimamente a quel che diceva, ma pensava di dover ribadire il concetto.
Arlette gli si aggrapp al braccio, affondandogli le unghie nella carne.
"Ma... e se  stata costretta? Se qualcuno le ha fatto del male? L'ha rapita? Dobbiamo aiutare nostra figlia, Zeno. Ha solo noi."
Entrambi pensavano, senza dirlo: "In realt non  un'adulta.  una bambina. Anche se fa la persona matura,  una bambina".
Ormai non avevano altra scelta, non potevano pi rimandare la telefonata, anche se Zeno se ne stava nel vialetto a fissare Cumberland Avenue con gli occhi che gli bruciavano per la disperazione, a furia di scrutare inutilmente la strada, come se fosse un abisso dal quale da un momento all'altro potesse apparire sua figlia Cressida - poteva accadere! Non era una cosa illogica o impossibile! Quando era un avvocato giovane e rampante, Zeno Mayfield aveva immaginato spesso l'allettante eventualit di universi paralleli nei cui scenari alternativi i suoi clienti (colpevoli) si rivelavano "innocenti" dalle accuse che gli erano state mosse -; lo sapeva, non aveva altra scelta che avvertire le forze dell'ordine; doveva chiamare il dipartimento dello sceriffo della contea di Beechum e chiedere di Hal Pitney - un tenente di polizia, non proprio un amico intimo ma un vecchio conoscente dai tempi in cui era in politica e, si augurava, una persona affidabile. Sforzandosi di mantenere la calma, Zeno rifer ad Hal quel che sapeva, forse era prematuro denunciare la scomparsa della figlia, visto che Cressida aveva diciannove anni, non era una bambina, ma le circostanze lo avevano spinto a chiamare: quella notte non era rincasata, e non era affatto una ragazza irresponsabile; avevano saputo che la sera prima era stata vista al Roebuck Inn, da sola; e poi, pi tardi, in compagnia di diversi ragazzi tra i quali Brett Kincaid (Pitney conosceva di certo la storia del caporale Brett Kincaid, i mezzi d'informazione locali ne avevano parlato). Aggiunse che avevano ripetutamente chiamato Cressida al cellulare e in pratica tutti i suoi conoscenti di Carthage, o quelli che potevano sapere qualcosa di lei: sembrava svanita nel nulla.
Disse anche che era andato a casa dei Kincaid, e che anche Kincaid era sparito.
Rifer tutto rapidamente e, sperava, in maniera persuasiva. Non era preparato alla notizia che gli diede Hal Pitney: di sua figlia non sapevano niente, ma quella mattina, nemmeno un'ora prima, Brett Kincaid era stato portato alla centrale. Degli escursionisti lo avevano trovato apparentemente svenuto nella sua Jeep Wrangler, che a quanto sembrava era sbandata ed era uscita di carreggiata su Sandhill Road, appena dentro la riserva di Nautauga. Era solo in macchina, ma il viso insanguinato presentava dei "graffi o segni di morsi" e sul sedile anteriore c'erano macchie di sangue; si trovava in uno stato di "agitazione" ed era "aggressivo", aveva opposto resistenza all'agente che lo aveva fermato, ammanettato e portato alla centrale.
"Non sta collaborando. Non  molto in s. Ha ancora i postumi di una sbornia, la nausea ed  spaventato. A quanto pare non ricorda dov' stato n cos'ha fatto, o se con lui c'era qualcuno, per esempio una ragazza. Abbiamo mandato sul posto due vicesceriffi per indagare e controllare la sua Jeep. Adesso lo stiamo interrogando. Fareste bene a venire in centrale, Zeno. Tu e tua moglie. E portate delle fotografie di vostra figlia, meglio se recenti."
A quelle notizie cos inaspettate, Zeno barcoll per casa in cerca di una sedia, e si accasci pesantemente su una di quelle della cucina; si sentiva come se gli avessero sferrato un calcio nello stomaco, lasciandolo senza fiato.
Era cos debole, cos spaventato, che sent a malapena Arlette che gli chiedeva, con voce supplicante: "Zeno, che c'? L'hanno trovata? ... viva? Zeno?".
Il tempo cominci a scorrere a balzi, a zigzag.
Ora che Zeno aveva fatto quella telefonata. Ora che la loro preoccupazione era irreversibilmente divenuta di dominio pubblico.
Ora che la loro figlia era stata ufficialmente designata come scomparsa.
Ora che avevano portato le fotografie della figlia scomparsa alla polizia, che le avrebbe passate ai mezzi d'informazione, che le avrebbero mandate in onda alla TV, diffuse su Internet e stampate sui giornali.
Ora che l'avevano descritta. Ora che avevano fornito le descrizioni che ritenevano essenziali per ritrovarla.
Adesso il tempo passava con rapidit impressionante, e tuttavia, perversamente, con lentezza angosciosa.
Scorreva rapido perch troppe cose erano ammassate in uno spazio troppo piccolo. Scorreva rapido come in un film dell'orrore con le immagini velocizzate per creare un effetto comico nella sua brutalit.
Scorreva lento perch malgrado tutto quello che stava accadendo non si verificava quasi nessun fatto decisivo.
Scorreva lento perch malgrado le numerose telefonate che avevano ricevuto nel corso di una giornata, due giornate, diversi giorni, una settimana, la chiamata che aspettavano, quella che li avrebbe avvertiti del ritrovamento di Cressida, non era arrivata.
 viva e sta bene. Abbiamo trovato vostra figlia,  viva e sta bene.
Quella telefonata, cos disperatamente desiderata, non era arrivata.
(E sapevano che a ogni ora che passava aumentavano le probabilit che la loro figlia fosse rimasta ferita, o peggio.)
(Ogni ora che Brett Kincaid si rifiutava di collaborare, o non era in grado di farlo, aumentavano le probabilit che fosse rimasta ferita, o peggio, e diminuivano le probabilit di ritrovarla.)
Diedero alla polizia le fotografie di Cressida.
Una mezza dozzina di foto sparse su un tavolo.
Sorpresi di vedere la figlia che li guardava.
Cressida aveva uno sguardo circospetto, gli occhi scuri con le ciglia sottili brillavano d'ironia e nascondevano un'ombra di risentimento, come se sapesse che degli estranei un giorno l'avrebbero osservata, che ne avrebbero memorizzato il viso, senza il suo permesso.
In nessuna delle fotografie sorrideva. Solo in alcune foto scattate da bambina esibiva un sorriso.
Arlette si sent in dovere di spiegare: "Nostra figlia non era una ragazza triste. Ma si rifiutava di sorridere quando veniva fotografata. Nemmeno nell'annuario scolastico al liceo appare sorridente. Perch...".
Non riusc a completare la frase. Le si serr la gola, non ci riusc.
"... diceva, quando sai che una di queste foto sar usata per il tuo necrologio, non puoi sorridere. Solo uno stupido sorride al suo funerale."
Nella tarda mattinata di domenica 10 luglio 2005, nella riserva di Nautauga cominciarono le ricerche della ragazza scomparsa e proseguirono fino a quando le squadre di perlustrazione furono costrette a lasciare il parco, al crepuscolo; continuarono il giorno seguente, fino al crepuscolo; e il giorno successivo, fino al crepuscolo.
Le ricerche furono condotte in modo molto diverso da come si faceva di solito, nella vasta riserva, per ritrovare gli escursionisti smarriti, i campeggiatori, gli scalatori - che in media d'estate non erano poi molti -, poich si pensava che la ragazza scomparsa fosse stata aggredita - stuprata? uccisa? - da un uomo.
Ed erano complicate dalla possibilit che la ragazza scomparsa fosse stata gettata nel fiume Nautauga, e che il corpo fosse stato trascinato a valle.
Nonostante questo, il morale era alto. Specie fra i volontari che conoscevano Cressida Mayfield e i ranger del parco (i pi giovani, le donne), che erano decisi a trovare la ragazza scomparsa nel loro territorio.
Erano passati undici anni da quando qualcuno si era perso nella riserva e non era stato ritrovato vivo; in quel caso si trattava di un ragazzo, scappato presumibilmente di casa, in inverno, il cui corpo era stato rinvenuto soltanto la primavera successiva.
Nel corso delle ricerche furono trovati una variet di oggetti, indumenti marciti ed essiccati fra cui biancheria intima (sia maschile che femminile); guanti spaiati, muffole; scarpe spaiate, scarponi da trekking, cinture; berretti a brandelli; bottiglie di plastica, lattine, pezzi di polistirolo; mappe della riserva, libri sul trekking, sugli uccelli, giocattoli, una bambola senza testa che per un attimo terrorizz i volontari che la trovarono perch l'avevano scambiata per un bimbo decapitato.
E anche delle ossa sparse sul terreno, probabilmente di animali o di uccelli.
Qua e l, la carcassa decomposta di un animale, come la cerva semidivorata trovata da Zeno Mayfield, che a quanto pareva aveva fatto crollare il padre della ragazza scomparsa in un abisso di stanchezza e disperazione.
Dio, se potessi dare la mia vita per la sua. Se fosse possibile...
C'erano cos tanti veicoli parcheggiati nel vialetto dei Mayfield e lungo Cumberland Avenue, che se la ragazza scomparsa fosse tornata a casa avrebbe pensato che c'era una festa.
Avrebbe mormorato fra i denti una battuta che a sua madre pareva quasi di sentire. Che c'? Juliet si  fidanzata di nuovo?
Le luci accecanti delle telecamere illuminavano il salotto mentre Arlette e Zeno Mayfield, residenti a Carthage in Cumberland Avenue, genitori della ragazza scomparsa, venivano intervistati dalla celebrit locale, Evvie Estes, per il telegiornale delle diciotto della WCTG-TV.
Arlette non riusciva a parlare. Parlava solo Zeno.
Ovviamente Zeno Mayfield era un ottimo conversatore.
La voce gli tremava impercettibilmente. Gli occhi segnati dalla stanchezza erano umidi e lo sguardo appariva un po' vacuo.
Ma aveva fatto la doccia, si era rasato, indossava abiti puliti, e la folta chioma era ben pettinata. Sapeva rivolgersi al pubblico televisivo per mezzo dell'intervistatrice e riusciva a non innervosirsi o confondersi quando la donna gli poneva certe domande.
Arlette stringeva nella mano un fazzoletto di carta. Aveva la lingua intorpidita. Fissava gli occhi rapaci della truccatissima Evvie Estes. Aveva il terrore che il naso le gocciolasse e gli occhi le lacrimassero davanti alle spietate luci accecanti delle telecamere.
Nostra figlia. La nostra Cressida. Se qualcuno ha delle informazioni che possano servire a...
E poi, a sorpresa, la ricompensa di diecimila dollari.
Nessuno dei funzionari di polizia che avevano interrogato i Mayfield sapeva di quell'annuncio. A giudicare dall'evidente imbarazzo, nemmeno Arlette se l'aspettava. Zeno disse in tono appassionato che avrebbero elargito diecimila dollari di ricompensa per ogni informazione che fosse servita al ritrovamento... al ritorno... di nostra figlia Cressida.
Una novit sorprendente: una ricompensa.
Non era una buona idea.
Sarebbero arrivate molte pi telefonate.
Sarebbero arrivate molte pi telefonate.
E infatti arrivarono, di "testimoni" che si dicevano certi di aver visto la ragazza scomparsa, dentro e nei dintorni della riserva di Nautauga, e anche pi lontano.
Molto pi a nord, a Massena, nello Stato di New York. Molto pi a sud, a Binghamton.
In un 7-Eleven. Mentre faceva l'autostop. Accanto al guidatore di un furgone diretto a sud sulla I-80.
Con un berretto da baseball calato sugli occhi.
Con gli occhiali da sole.
Mentre usciva dal CineMax Onondaga sulla Route 33, insieme a un uomo con la barba, il film era La guerra dei mondi con Tom Cruise.
Molto pi a nord, a Massena, nello Stato di New York. Molto pi a sud, a Binghamton.
Dozzine di chiamate. Con il tempo, centinaia.
Le pi attendibili erano quelle di "testimoni" che affermavano di essere stati al Roebuck Inn la sera di sabato 9 luglio.
Ragazzi che conoscevano di vista il caporale Kincaid. Donne che avevano visto nel locale una ragazza che sospettavano, o credevano, o erano certe fosse Cressida Mayfield: nel bar affollato, sul pontile proteso sul lago, nel bagno delle donne "in preda alla nausea", "mentre si sciacquava il viso".
Uno dei baristi, che conosceva Kincaid e i suoi amici Halifax, Weisbeck, Stumpf, aveva dichiarato: "A un certo punto  entrata la ragazza. Sembrava sola, aveva lo sguardo un po' spaurito. Indossava i jeans, una maglietta nera e una specie di top, o un golfino. Non era il tipo di ragazza che viene al Roebuck Inn il sabato sera. Forse stava con Kincaid, o l'ha incontrato per caso. Credo che siano andati via insieme. Oppure... sono andati via con tutto il gruppo. C'era un gran frastuono, la band suonava sul pontile. Ma di certo questa ragazza, "Cressida", non stava con quei motociclisti. Ehi, se altri dicono che stava con Kincaid, e salta fuori che lui le ha fatto del male, i diecimila dollari vanno divisi? Come funziona?".
E poi era spuntata un'ex fidanzata di Rod Halifax, Natalie Cantor, che si era qualificata come un'"amica" di Juliet Mayfield al liceo, aveva chiamato al lavoro Zeno Mayfield per dirgli tutta infuriata e quasi farfugliando che Rod e i suoi compagni sapevano cos'era successo a sua figlia: "Una volta quel bastardo mi ha fatto ubriacare, mi ha messo una droga nel bicchiere, voleva mollarmi e si comportava in modo ignobile, voleva farmi scopare da quegli schifosi dei suoi amici - Jimmy Weisbeck, quello stronzo di Stumpf - nel suo furgoncino. L nel parcheggio, quel figlio di puttana. Sono tutti degli squallidi alcolizzati. Non conosco Kincaid, ma conosco Juliet. Conosco sua figlia,  un angelo. Dico sul serio,  un angelo. Juliet Mayfield  un angelo. Non conosco l'altra, "Cress'da". Non ho mai visto "Cress'da". Se vuole sapere qualcosa su quella povera ragazza, chieda a Rod Halifax. Non sono la prima di cui si  stancato e che ha trattato di merda. Non  stato "consensuale", cazzo,  stato uno stupro. E poi sono stata male, voglio dire, mi hanno attaccato qualcosa. Quindi chieda a lui. Lo faccia arrestare e glielo chieda. Se a quella povera ragazza  successo qualcosa, tipo se l'hanno stuprata, e strangolata, e hanno gettato il corpo nel lago, pu star certo che il colpevole  Rod Halifax".
Il tempo a zigzag le entr nella testa: le ore scorrevano lente come melma, mentre i giorni volavano via su ali ebbre alla deriva.
Infine pens: "Una settimana. Questa domenica  una settimana. E non l'hanno trovata", e questa forse poteva essere una cosa positiva: "Non l'hanno ritrovata in qualche posto orribile".
Lui non se lo sarebbe mai perdonato, Arlette lo sapeva.
Anche se non era colpa sua. Eppure.
Da tempo Arlette aveva superato la gelosia per le figlie - o almeno aveva imparato a nasconderla. Zeno adorava in particolare Juliet, ma aveva un debole anche per Cressida, la figlia "difficile", quella che metteva alla prova il loro amore.
All'inizio le bimbe adoravano la mamma. Quando erano in fasce, la loro giovane mamma era tutto per loro. Il che ovviamente  naturale.
Poi per, in breve tempo, il pap aveva conquistato i loro cuori. Quel grosso pap corpulento dal viso simpatico era cos divertente, cos imprevedibile - e poi gli piaceva contraddire la mamma e romperle, come diceva per scherzare, le uova nel paniere.
Come se la gestione ordinata della casa - mangiare a orari stabiliti, saper stare seduti a tavola, con gli altri, salire piano le scale e non di corsa, mantenere le stanze ragionevolmente pulite, non lasciare il bagno sporco - fosse uno stupido paniere pieno di uova da rompere tanto per farsi due risate.
Ma la mamma sapeva ridere, quando ridevano di lei.
Sapeva che era un segno d'amore. Di una specie d'amore.
Solo che a volte ci rimaneva male, quando il pap si schierava con la figlia per prenderla in giro.
(Non Juliet, naturalmente: lei non prendeva in giro nessuno.)
(Cressida invece prendeva in giro gli altri anche troppo spesso. Come se temesse che la dolcezza potesse renderla pi vulnerabile.)
Arlette lo sapeva: se a Cressida fosse successo qualcosa di terribile, Zeno si sarebbe sentito in colpa. Anche se non ne aveva motivo, anche se non c'era nessun motivo logico, si sarebbe sentito in colpa.
Gi andava ripetendo a tutti: "Non ero nemmeno l quando  uscita. Dio!".
In tono stupito, pieno di rimorso: "Forse a me avrebbe detto... qualcosa. Forse voleva parlarne".
Avevano ripensato infinite volte a quel sabato sera: quando Cressida era uscita di casa per andare a cena dai Meyer.
Al tono incurante, quasi indifferente con cui aveva salutato la madre e la sorella in cucina: "Ciao! Ci vediamo dopo".
Oppure, nonostante fosse improbabile che rimanesse fino a tardi da Marcy: "Non svegliatevi per me".
(Ma aveva detto cos? Non svegliatevi per me? Intenzionalmente o no? Invece di dire: Non mi aspettate in piedi? Era il tipico umorismo bizzarro di Cressida. D'un tratto Arlette si chiese se quella frase non significasse qualcosa.)
(Era come arrampicarsi sugli specchi. Che cosa patetica!)
Di certo era ridicolo che Zeno si rimproverasse di non essere stato a casa in quel momento. Come se in qualche modo (ma come?) avesse potuto prevedere che Cressida non sarebbe tornata quella sera, come aveva deciso, quando loro l'aspettavano.
Era ridicolo, tuttavia era un comportamento normale per un padre.
Soprattutto per un padre verso le sue figlie.
Ogni volta che squillava il telefono!
C'erano diversi apparecchi in casa Mayfield: la linea fissa, il cellulare di Zeno, quello di Arlette, quello di Juliet.
Il cuore batteva sempre all'impazzata, mentre si affrettavano a rispondere.
Arlette evitava volutamente di guardare il nome della persona che chiamava, nella speranza che fosse Cressida.
Oppure uno sconosciuto, un poliziotto, magari una donna - nelle sue fantasie era una donna - che le dava la buona notizia: Signora Mayfield, abbiamo trovato sua figlia, gliela passo.
E invece niente, tranne l'ansia con cui ascoltava.
Come se, nella spasmodica attesa di quella telefonata, di sentire la voce di Cressida, Arlette dimenticasse con chi stava parlando.
Mentre guidava diretta in banca, e armeggiava con la radio temendo di sentire il giornale orario, per poco non aveva tamponato un camion della spazzatura.
Si era ripresa, e all'isolato successivo era quasi finita addosso a un SUV, il cui autista aveva suonato imbestialito.
E poi in banca, con l'espressione allegra e sorridente nella speranza (vana, evidente) di distogliere da s gli sguardi pietosi, mentre aspettava il suo turno in fila a uno sportello, proprio come avrebbe fatto se sua figlia non fosse scomparsa.
Quel fatto la sconcertava. Sembrava quasi una presa in giro.
Voleva nascondersi. Coprirsi il viso. Invece no, certo che no.
"Arlette? Lei  Arlette Mayfield, vero? Mi dispiace tanto, davvero, per sua figlia... Abbiamo detto ai nostri ragazzi, uno  al primo anno delle superiori, l'altro fa la seconda media, che se sentono qualcosa, qualsiasi cosa, di dircelo subito. Oggigiorno i ragazzi vengono a sapere molte pi cose dei genitori. Sul lago, e nella riserva, succede di tutto: i minorenni che bevono sono il meno. Girano droghe di ogni tipo, fra cui le "metanfetamine", i ragazzi non sanno cosa prendono, sono troppo giovani per rendersi conto di quanto sia pericoloso... Non sto dicendo che sua figlia frequentava quei gruppi di tossici, ci mancherebbe, ma quelli se la fanno al Roebuck Inn, e l girano anche quei motociclisti, gli Hell's Angels, che sono dei noti spacciatori, ma i genitori mettono la testa sotto la sabbia, non vogliono ammettere che qui a Carthage questo  un problema serio, tragico..."
No, non poteva scoppiare a piangere l nel parcheggio. Con tutti quei clienti che entravano e uscivano dalla banca. Quelli che conoscevano Arlette Mayfield, anche solo per averla vista alla WCTG-TV con suo marito Zeno a implorare il ritorno della figlia, potevano vederla piangere dietro il parabrezza e andare a raccontare in giro alla gente che li avrebbe ascoltati tutta eccitata a occhi sgranati: "Quella povera donna, Arlette Mayfield! Sai, la madre della ragazza scomparsa...".
Alla centrale di polizia continuavano ad arrivare segnalazioni.
Anche se era gi il secondo giorno di ricerche, luned 11 luglio: il maggior numero di chiamate erano arrivate dopo l'uscita dell'articolo in prima pagina, corredato di fotografie, sul "Carthage Post-Journal". E dopo l'annuncio della ricompensa di diecimila dollari.
Miriadi di "testimoni" che affermavano di aver visto Cressida Mayfield... da qualche parte. O che assicuravano di sapere cosa le era successo e dove si trovava ora.
In alcuni casi lanciavano accuse velate contro qualcuno (vicini, parenti, ex mariti), che forse l'avevano "rapita" o "avevano fatto qualcosa" a Cressida Mayfield.
Zeno aveva voluto che le telefonate fossero inoltrate direttamente a lui. Temeva che qualche segnalazione attendibile venisse sottovalutata da uno degli agenti dell'ufficio dello sceriffo.
Gli investigatori gli spiegarono che quando c'era in gioco una ricompensa in denaro arrivavano una marea di telefonate, in pratica tutte inutili.
Eppure, anche se probabilmente inutili, bisognava valutarle: gli "indizi" andavano vagliati.
Il dipartimento dello sceriffo della contea di Beechum era a corto di personale. La polizia di Carthage stava collaborando alle indagini anche se il suo dipartimento era ancora pi piccolo.
Se si sospettava un rapimento, si poteva contattare l'FBI. E la polizia di Stato di New York.
Era stato un errore offrire pubblicamente una ricompensa? Zeno si rifiutava di crederlo.
"Forse l'errore  non aver offerto abbastanza. Raddoppiamo la cifra: ventimila dollari."
"Oh, Zeno... sei sicuro?"
"Certo che sono sicuro. Dobbiamo fare qualcosa."
"Forse faresti meglio a parlare con Bud McManus. O forse..."
" nostra figlia, non la sua. Ventimila dollari attireranno di pi l'attenzione. Dobbiamo fare qualcosa."
Arlette pens: "Ma se non c' niente da fare? Se non possiamo fare niente?".
Zeno era al telefono. Con aria spavalda parlava contemporaneamente in due apparecchi: quello di casa e il suo cellulare.
"Pronto? Sono Zeno Mayfield. Abbiamo deciso di alzare la ricompensa a ventimila dollari. S... esatto. Ventimila dollari per un'informazione che possa condurre al ritrovamento e al ritorno a casa di nostra figlia, Cressida Mayfield. A chi chiama, se lo desidera, sar assicurato l'anonimato."
Nella camera di Cressida. Vagava al piano superiore della grande casa vuota che rimbombava, come se fosse attirata da quella stanza.
Dove Cressida, se fosse stata a casa e nella sua camera, sarebbe rimasta sorpresa di vedere i genitori, e probabilmente nemmeno troppo contenta.
Ehi, pap. Mamma. Che ci fate qui?
Non starete mica ficcando il naso, eh?
"Il letto era intatto.  stata la prima cosa che ho visto."
Arlette parlava in un rauco bisbiglio. Sembravano acquattati in un mausoleo, la camera era in penombra, desolata e silenziosa.
Zeno era in piedi al centro della stanza, si guardava intorno. Molto probabilmente, pens Arlette, erano anni che non entrava nella camera della figlia.
Gli investigatori avevano chiesto ad Arlette se nella stanza "mancava" qualcosa. Secondo lei no, ma non poteva giurarci: la figlia era molto riservata, e solo a volte, con riluttanza, parlava di s con la madre.
Gli investigatori avevano perquisito la camera, davanti ad Arlette e Zeno che osservavano ansiosi. Non appena avevano finito di esaminarla - l'armadio, la vecchia cassettiera in ciliegio che Cressida aveva dall'et di sei anni - Arlette si era affrettata a riprenderne possesso e a rimetterla in ordine.
Maneggiandoli con dei guanti di lattice, avevano infilato alcuni indumenti in buste di plastica. Avevano preso una spazzola non proprio pulita, uno spazzolino da denti, altri effetti personali, probabilmente per analizzare il DNA.
Avevano chiesto il permesso di accendere ed esaminare il computer portatile di Cressida, e i Mayfield ovviamente avevano acconsentito.
Pur essendo loro stessi riluttanti anche solo ad aprirlo. Che indiscrezione ficcare il naso nella vita privata della figlia! Come se ne sarebbe risentita, Cressida.
Gli investigatori si erano portati via il computer, e avevano rilasciato una ricevuta.
Ad Arlette venne da pensare: "Spero che lo riportino prima che torni Cressida".
E anche, assurdamente: "Spero che Cressida non torni prima che l'abbiano riportato".
Con simulata allegria Zeno disse: "Meno male che ti sei svegliata, Lettie. Che qualcosa ti ha svegliato. Grazie a Dio sei venuta qui al momento giusto".
"S, qualcosa mi ha svegliato..."
La sensazione che in casa mancasse qualcosa. Come una parte del suo corpo. L'arto fantasma.
Osservando la stanza con gli occhi di Zeno, Arlette pens che non sembrava la camera di una ragazza, cos come poteva immaginarla un uomo.
I vestiti di Cressida erano tutti riposti e non in vista: accuratamente ripiegati nei cassetti, sulle mensole, appesi nell'armadio. E le scarpette tozze, ogni paio sistemato con cura sul ripiano inferiore dell'armadio.
Uno degli investigatori, volendo essere gentile, aveva osservato che la stanza di sua figlia adolescente era ben diversa da quella.
Zeno aveva cercato di spiegare che, la loro figlia, adolescente non lo era mai stata.
Anni prima Cressida aveva buttato via i morbidi vestiti color pastello della sua adolescenza e li aveva sostituiti con i motivi geometrici in bianco e nero e le superfici lucide di M.C. Escher, da cui era stranamente affascinata. Mostrava cos poco interesse per i colori (portava jeans per lo pi neri, e cos le camicette, le magliette, i maglioni) che Arlette si era chiesta se avesse problemi a riconoscerli; o, se li vedeva, se li trovasse leziosi, sdolcinati.
Zeno stava osservando il labirintico Discesa e salita, come se non l'avesse mai visto. Come se potesse trovarvi un indizio sulla scomparsa della figlia.
Si riconosceva in quel disegno? si chiese Arlette. O quelle figure umanoidi in miniatura erano troppo distorte, caricaturali?
Zeno notava le cose grandi, evidenti, lampanti. Non aveva un occhio particolare per quelle piccole.
Arlette prese il marito per il braccio. Dalla domenica lo toccava in continuazione, lo abbracciava. In quei momenti Zeno rimaneva immobile, non rispondeva a quei gesti di affetto, ma nemmeno si irrigidiva. Perch, lei lo sapeva, non osava abbandonarsi alle emozioni pi autentiche. Non ancora.
"Cos' successo con l'insegnante di matematica di Cressida, Zeno? Ricordi? Quando frequentava il secondo anno delle superiori? Non me l'ha mai detto..."
""Rickard". Era il professore di geometria."
Arlette ricordava le velate allusioni che Zeno e Cressida si erano scambiati per giorni, forse per settimane, su qualcosa che era successo o non era andato per il verso giusto, a scuola. Forse a causa dei disegni che Cressida aveva portato in classe, pi di questo Arlette non sapeva.
Quando aveva chiesto alla figlia perch era cos preoccupata, Cressida le aveva risposto che non erano affari suoi; e quando l'aveva chiesto a Zeno, lui le aveva detto in tono di scusa che era una faccenda che riguardava Cressida: "Se vuole te lo dir lei stessa".
La loro era una reciproca alleanza, pensava Arlette.
Allora, in quel momento, li aveva odiati.
Scoraggiata, aveva chiesto a Juliet. Ma lei in quel periodo non viveva in casa, frequentava il primo anno all'universit statale di Oneida, ormai aveva ben poco a che spartire con la sorella, che era in seconda liceo, e non era minimamente interessata alle sue crisi emotive. "Forse qualche insegnante non l'apprezza come lei vorrebbe. Conosci Cressida."
Ma Arlette non la conosceva. Era quello il problema.
Zeno le spieg con riluttanza, come se ancora esitasse a violare un segreto della figlia, che quando aveva iniziato a interessarsi a M.C. Escher, Cressida aveva eseguito una serie di disegni a inchiostro che raffiguravano numeri e figure geometriche a imitazione delle litografie di Escher.
"Questo, Metamorfosi" - Zeno indic uno dei disegni a inchiostro appesi alla parete -, "credo sia stato il primo che ho visto. All'inizio non sapevo che cosa diavolo significasse." Arlette esamin il disegno: era pi piccolo di Discesa e salita e apparentemente meno ambizioso: muovendosi da sinistra verso destra, delle figure umane si trasformavano in manichini, poi in figure geometriche; quindi in numeri, poi in forme molecolari astratte; infine nuovamente in figure umane. Mentre le figure subivano le metamorfosi da sinistra a destra la loro "bianchezza" trascolorava nella "nerezza", come in un negativo; poi, dal negativo, mentre attraversavano gli stadi della metamorfosi inversa, ridiventavano "bianchi". Alcune scene erano ambientate sui ponti di Carthage, con i riflessi nell'acqua che subivano le stesse trasformazioni.
"Ovviamente  ispirato a un quadro di Escher. Ma con quanta abilit  eseguito! Ricordo che quando ho visto questo disegno, Metamorfosi, seguivo con gli occhi i mutamenti delle figure, avanti e indietro... Credo sia stata la prima volta che mi sono reso conto che nostra figlia era cos speciale. Ce la vedi Juliet a fare una cosa del genere?"
"A Juliet non verrebbe mai in mente di fare una cosa cos."
"Appunto.  quello che intendo."
"I disegni di Cressida sono come degli indovinelli. Ho sempre trovato un peccato che la sua arte fosse cos "difficile". Ricordi quando da bambina, non aveva nemmeno quattro anni, disegnava coi pastelli animali e uccelli bellissimi? Piacevano a tutti. Ho sempre pensato che avrei potuto lavorare con lei, che avremmo realizzato dei libri per l'infanzia. Ma..."
"Andiamo, Lettie! A Cressida non sono mai interessati i "libri per l'infanzia", n adesso n allora. Il suo talento aspira a ben altro."
"Ma a quanto pare ha smesso di disegnare. Qui sulla parete non vedo niente di nuovo."
"Non ha frequentato corsi d'arte alla St Lawrence. Ha detto che non stimava i professori. Sosteneva che non avessero nulla da insegnarle."
Come era tipico di Cressida! Eppure, a quanto pareva, non aveva proseguito da sola.
Arlette domand cosa fosse accaduto con il professor Rickard.
Ogni tanto, per le strade di Carthage o al centro commerciale, le capitava di incontrare quell'uomo con i baffi da coniglio,Vance Rickard. Anche se lei gli sorrideva, e l'avrebbe salutato cordialmente, l'altezzoso insegnante di matematica le voltava invariabilmente le spalle con l'espressione corrucciata, senza dar segno di averla vista.
"Quel bastardo! Vide dei disegni di Cressida sul suo quaderno e la elogi; le disse che anche lui ammirava Escher. Cos Cressida prese tutti i nuovi disegni che aveva fatto e li port a scuola per mostrarglieli, e quel figlio di puttana la fer dicendo: "Niente male. Anzi, sono proprio belli. Ma devi essere originale. Li ha gi fatti Escher, perch copiarlo?". Cressida rimase sconvolta."
Arlette capiva bene il motivo per cui la loro figlia sensibile fosse rimasta scioccata da un'osservazione cos crudele.
Eppure anche lei avrebbe voluto fare a Cressida la stessa domanda.
"Forse non aveva cattive intenzioni.  stato solo privo di tatto... Mi spiace che Cressida sia rimasta cos turbata."
"Ecco perch quel semestre ha preso voti cos bassi in geometria. Saltava le lezioni, si vergognava. Ha avuto a malapena la sufficienza."
Arlette si ricord di quel periodo tormentato nella vita della figlia.
"Cressida venne da me e mi rifer quel che le aveva detto il professore. Era davvero stravolta. Mi disse: "Non posso tornare l. Lo odio. Mandalo via, pap". Anch'io ero infuriato. Fissai un appuntamento per parlare con Rickard, il quale non ricordava assolutamente quel che aveva detto, e nemmeno di aver pronunciato quelle parole; mi disse che, se aveva fatto quell'osservazione a Cressida, era stato in tono scherzoso. Aggiunse che era rimasto colpito dai suoi disegni e dai compiti che aveva consegnato, anche se temeva che fosse "incostante", che "si scoraggiasse troppo facilmente"."
S, era vero, pens Arlette. Ma Zeno era ancora indignato.
"Naturalmente non avrei cercato di farlo licenziare. Anche se - forse - avrei potuto. Quell'uomo  stato solo rude, e senza tatto. Anche Cressida poi cambi idea: "Forse dovremmo metterci una pietra sopra, pap. Sarebbe meglio. In realt non merito voti pi alti di quelli che ho avuto". Ma questo era ridicolo, avrebbe sicuramente preso un nove se non fosse stato per quel dannato equivoco su Escher."
Non c'era bisogno di aggiungere che la media dei voti di Cressida sarebbe stata ben pi alta senza quel sei pi in matematica al secondo anno.
Perch al liceo capitava spesso che Cressida andasse bene in un semestre e poi, inspiegabilmente, come se volesse mortificare la sua volont di eccellere, che non riuscisse a terminare il corso, o a preparare l'esame finale e persino a sostenerlo. Stava spesso male, soffriva di problemi respiratori, di nausea, di emicranie. I suoi voti al liceo andavano su e gi come la febbre, e culminarono nell'ultimo anno quando, invece di diplomarsi da studentessa migliore dell'istituto - come gli insegnanti che la ammiravano avevano pronosticato ai suoi genitori -, si era classificata trentesima su un totale di centosedici studenti: un pessimo risultato per una ragazza cos brillante. E invece di venire accettata alla Cornell University, come sperava, era stata fortunata a entrare alla St Lawrence.
Durante il primo anno lontano dalla famiglia, nella cittadina universitaria di Canton, Cressida aveva sofferto di nostalgia e solitudine; aveva sempre disprezzato i comportamenti convenzionali e "stereotipati", eppure suo malgrado aveva sentito la mancanza di casa, delle abitudini e della sicurezza che le dava la sua famiglia. Tuttavia aveva scritto e telefonato di rado ai genitori, e quando Arlette aveva cercato di contattarla, Cressida era stata sfuggente; se la chiamava al cellulare, appariva distante, taciturna.
"Tesoro, qualcosa non va? Perch non me lo dici? Ti prego" l'aveva supplicata Arlette, e lei le aveva risposto con un grugnito, che era l'equivalente sonoro di un'alzata di spalle. "Non hai problemi con i corsi, vero?" le aveva chiesto Arlette, e lei aveva risposto freddamente di no. "Allora cosa c'? Non vuoi dirmelo?" aveva insistito Arlette, e Cressida aveva ribattuto, facendole il verso: ""Cosa c'?" Che vuoi che ci sia?". Arlette aveva letto degli articoli sugli studenti depressi che manifestavano intenti suicidi, e la reazione di Cressida l'aveva preoccupata. (Quando ne parl con Zeno, lui la prese in giro. "Lettie! Come al solito ne fai una catastrofe." E quando vide un documentario alla TV sui suicidi tra gli adolescenti, nel quale era stato usato l'aggettivo epidemico, non ebbe il coraggio di dirlo a Zeno.)
Quando era tornata a casa per le feste di Natale, e di nuovo nella settimana di vacanza in primavera, Cressida si era mostrata apatica e riservata; non si era nemmeno presa la briga di andare a trovare le sue vecchie compagne di liceo, come Marcy Meyer che l'aveva chiamata pi volte e alla fine era andata a casa sua. Cressida soffriva di crisi depressive, d'una struggente malinconia. Aveva passato quasi tutto il tempo in camera sua, con la porta sbarrata. Mentre Juliet si cullava nella felicit del suo fidanzamento con il caporale Brett Kincaid, e i Mayfield e i loro amici parlavano quasi solo dell'imminente matrimonio, Cressida appariva distante e indifferente. E quando era arrivata la notizia che Brett era rimasto ferito, lei, dopo un attimo di sorpresa e di shock, aveva commentato: "Be', dopo tutto Brett  un soldato, ed era in guerra. Non si pu pretendere di essere sempre dalla parte di chi uccide".
Per fortuna Cressida non aveva fatto quell'osservazione davanti a Juliet.
Comunque, quando Brett era tornato nelle loro vite, gravemente menomato, nei primi tempi su una sedia a rotelle, Cressida era parsa visibilmente scioccata, e silenziosa; non si lasciava andare alla sua solita ironia.
Ad Arlette aveva detto: "Scommetto che adesso Juliet non lo sposer".
Arlette, seccata, le aveva risposto che si sbagliava. Era evidente che non conosceva la sorella.
"Be', stiamo a vedere! Scommetto che andr cos."
In un'altra occasione, quando Arlette e Cressida erano sole in casa, lei aveva chiesto all'improvviso, quasi con stizza: "Che senso ha tutto questo?", e Arlette aveva ribattuto: "Tutto questo cosa?", e Cressida, con un gesto irritato della mano, come a scacciare delle mosche: "Tutti questi sforzi".
Come se alludesse al mondo intero. E alla sua vita.
Arlette aveva dedotto, anche se Cressida non gliene aveva parlato, che l'universit per lei era stata una sorpresa. Fin da quando era piccola, Cressida aveva dato per scontata la propria superiorit intellettuale e, anche se avrebbe trovato ridicola la sola idea, il suo status sociale di figlia di Zeno Mayfield, il quale aveva acquistato per la sua famiglia una splendida dimora coloniale in Cumberland Avenue; nella casa paterna, aveva dato per scontata la stessa aria che respirava. Ma a Canton, fra estranei di cui molti appartenenti ad associazioni di studentesse e a confraternite, lontano dalla sua confortevole casa e senza nessuno che la conoscesse, le volesse bene e si preoccupasse di ogni suo minimo capriccio e cruccio, Cressida doveva essersi sentita alla deriva, persa.
Se anche aveva stretto delle amicizie, Arlette non ne sapeva niente. Se mangiava poco, se passava la notte in bianco, se usciva con il vento gelido indossando abiti leggeri; se non si curava della propria salute, se saltava le lezioni; se si sentiva emarginata dall'ambiente universitario, non per una sua scelta o di proposito ma perch subiva la situazione, nessuno lo notava, a nessuno importava niente di lei.
Povera Cressida! A Canton nessuno sapeva che lei era quella intelligente.
"Quando tornava a casa dall'universit, e se ne stava cos sulle sue, avrei dovuto parlarle di pi. Cressida non  certo una bambina, ma ha una sensibilit da bambina. Non ha mai superato il trauma di essere uscita dal liceo con un voto cos basso, quando poteva essere la prima."
Zeno disse quelle parole in tono meditabondo. Ormai i suoi monologhi riguardavano solo Cressida, mentre prima, dopo la rottura del fidanzamento, era ossessivamente preoccupato per Juliet.
Il telefono di casa squill, interrompendoli. Zeno corse a rispondere nella stanza da letto attigua a quella di Cressida.
" fuori? ... a casa? Cos, rilasciato su cauzione?"
Zeno rimase incredulo nell'apprendere che la polizia aveva rilasciato Brett Kincaid dopo tre giorni di fermo.
E si infuri ancora di pi perch non era stato rilasciato su cauzione: non lo avevano arrestato, non era accusato di niente.
I test preliminari sulle macchie di sangue non erano risultati probanti: il sangue di Kincaid era del gruppo A positivo, e alcune delle macchie trovate sul sedile del passeggero della sua macchina erano B positivo, come il sangue di Cressida; ma non c'era modo di stabilire che quelle fossero macchie del suo sangue. Molti dei capelli rinvenuti sul sedile anteriore del veicolo erano "quasi certamente" di Cressida e almeno un'impronta digitale trovata sulla maniglia della portiera, per quanto poco nitida, sembrava collimare con quella di Cressida presa nella sua camera.
Bud McManus aveva chiamato per spiegare perch Kincaid era stato rilasciato. Zeno sbatt gi il ricevitore.
"Stronzi! "Non ci sono prove sufficienti" per trattenerlo! Cazzate."
Brett era stato interrogato a lungo dagli investigatori, ma aveva ripetuto di ricordare ben poco di quello che era successo sabato sera, o dopo, al Roebuck Inn. Gli sembrava di ricordare - vagamente - che qualcuno era salito con lui sulla sua Jeep; credeva di aver bevuto prima con i suoi amici Halifax, Weisbeck e Stumpf; con l'aria di chi si sforza di rievocare un sogno inquietante e caotico, era riuscito a ricostruire che la persona salita sulla sua Jeep, una ragazza, o una donna, a un certo punto era voluta scendere, quando l'auto era uscita di strada (o cos credeva), anche se a lui non sembrava prudente che lei scendesse dalla macchina di notte, in una zona disabitata, e cos - forse - avevano avuto "una specie di corpo a corpo".
Ma non ne era sicuro. Forse tutto questo era successo un'altra volta.
Se mai era successo, gli dispiaceva tanto.
Un racconto sconnesso e incoerente. Si comportava in modo "imprevedibile". Era scoppiato in singhiozzi pi volte. E molte altre aveva avuto degli accessi di rabbia. Aveva cercato di sottrarsi all'interrogatorio, ed era stato trattenuto con la forza.
Nella colluttazione, la sedia su cui era seduto nella stanza degli interrogatori gli era scivolata da sotto. Era caduto a terra con un tonfo. Era rimasto gi come un peso morto per qualche secondo, l'espressione attonita, la faccia ricucita sul pavimento, fino a quando gli agenti non lo avevano tirato su.
O Cristo, gli dispiaceva, gli dispiaceva tanto ma non ricordava cosa era successo o chi c'era, gli dispiaceva e voleva andare a casa.
Per non voleva un avvocato. Non aveva fatto niente di male, quindi non voleva un fottuto avvocato.
Non aveva accettato niente da mangiare. Forse non era in grado di mangiare. Era riuscito a mandare gi solo una Diet Coke a piccoli, cauti sorsi.
Voleva solo lavarsi i denti.
Ma non aveva lo spazzolino e il dentifricio.
La madre, Ethel Kincaid, era arrivata nell'ufficio dello sceriffo ad Axel Road in uno stato di grande agitazione e aveva protestato con forza. Aveva portato con s le medicine che il figlio era costretto a prendere (almeno una dozzina di farmaci diversi, la maggior parte dei quali pi di una volta al giorno), dei referti medici e i documenti del congedo dall'esercito degli Stati Uniti. Aveva portato la medaglia al valore e la decorazione per la campagna in Iraq, in un sacchetto di velluto. Aveva ripetuto e gridato che suo figlio era innocente e non aveva commesso nessun reato e che non dovevano interrogarlo come se fosse un "sospetto criminale"; Brett era malato - "sottoposto a terapia medica" - ed era stato congedato dall'esercito per "menomazioni fisiche". Era un "caporale" e un "eroe di guerra", che andava trattato con rispetto, e comunque avrebbe assunto un legale, un avvocato "indipendente", anche se diceva di non volerlo.
Alla signora Kincaid venne concesso di parlare col figlio, ormai esausto e vicino al delirio, che aveva ancora addosso gli abiti sporchi di vomito e di sangue con i quali era stato fermato la domenica di prima mattina, per cercare di persuaderlo a chiamare un legale.
Perch a quanto pareva il caporale Kincaid era convinto che solo i colpevoli hanno bisogno di un avvocato.
Quindi se lui si fosse rivolto a un avvocato avrebbe ammesso la sua colpevolezza.
La signora Kincaid riusc solo a convincere gli investigatori che il figlio doveva essere visitato da un medico; e che andava rilasciato subito, doveva tornare nella clinica di riabilitazione per sottoporsi alla terapia che gli era stata prescritta.
La domenica pomeriggio e di nuovo il luned, gli investigatori erano andati a casa di Ethel Kincaid per farle delle domande sul figlio, e adesso che era l in centrale ne approfittarono per interrogarla ancora. Ma ormai la madre del caporale si limitava a ripetere la frase: "Mio figlio  innocente e se sar necessario lo dimostreremo in tribunale".
Una volta a casa, Ethel Kincaid fece una serie di telefonate per conto del figlio. Contatt Elliot Fisk, l'uomo d'affari di Carthage che dopo l'11 settembre si era pubblicamente impegnato a fare "tutto ci che umanamente poteva" per aiutare e sostenere i veterani delle guerre in Afghanistan e Iraq della contea di Beechum, e lo convinse ad assumere un avvocato per il figlio: un avvocato "vero", non uno d'ufficio.
Si seppe cos che l'avvocato del caporale Kincaid era lo stimato penalista di Carthage Jake Pedersen. Zeno si inferoc, perch lui e Pedersen erano stati spesso alleati in campagne per l'emissione di obbligazioni della contea e Pedersen lo aveva sostenuto nella corsa all'elezione alla carica di sindaco. Erano entrambi illustri rappresentanti del Partito democratico della contea di Beechum.
Marted pomeriggio, dopo un'ora dall'arrivo di Pedersen nell'ufficio dello sceriffo, Brett Kincaid fu rilasciato, affidato alla madre e al suo legale, e gli fu permesso di tornare a casa. Contro di lui non era stata sporta nessuna denuncia, ma gli venne proibito di lasciare la contea di Beechum, e "per nessuna ragione" avrebbe dovuto contattare i Mayfield.
Adesso era meno eccitato. Camminava con il bastone che gli aveva portato la madre. Aveva preso le medicine, e nel bagno della centrale gli avevano permesso di cambiarsi e indossare i vestiti portati da sua madre. Si era lavato i denti con cos tanta energia da far sanguinare le gengive.
"Adesso voglio aiutare. Voglio aiutare anch'io."
In che modo? gli chiesero. Aiutare chi?
"A cercare la ragazza. Cress'da. Voglio aiutare anch'io."
Zeno Mayfield apprese quel che aveva detto Brett Kincaid da alcuni amici zelanti.
"Che non ci provi, quel maledetto. Farebbe meglio a starci alla larga."
Zeno tremava di rabbia, di indignazione. Serrava i pugni e li riapriva spasmodicamente, come le chele di una creatura marina.
Al telegiornale videro il caporale Kincaid scortato dalla madre Ethel, con l'espressione feroce, e dal suo avvocato Jake Pedersen, che si affrettavano verso un'auto che li aspettava davanti a un'uscita posteriore dell'ufficio dello sceriffo della contea di Beechum.
I reporter si fiondarono sul giovane. La signora Kincaid li allontan infuriata, con un gesto ripetuto del braccio. Il caporale camminava barcollando, con un bastone; prese posto sul sedile posteriore della macchina alla cui guida si mise Jack Pedersen. Portava un paio di occhiali scuri che gli nascondevano met del viso, ma le telecamere indugiarono spietatamente sul volto arrossato e solcato da cicatrici simile a quello d'un manichino, e sulla piccola bocca ricucita.
"Interrogato sulla scomparsa della diciannovenne Cressida Mayfield residente a Carthage poich si ritiene sia stato l'ultimo a vederla sabato sera a Wolf's Head Lake, nella zona della riserva di Nautauga."
Il filmato venne trasmesso ripetutamente dalla WCTG-TV.
A seguire andava in onda una versione ridotta dell'intervista rilasciata domenica sera dai coniugi Mayfield, che si concludeva con la precisazione da parte di una Evvie Estes dallo sguardo acceso che la "ricompensa dei Mayfield" era stata raddoppiata a ventimila dollari.
E dalle immagini girate da un aereo dei soccorritori e dei volontari che battevano le pinete della riserva di Nautauga.
C'era poi un'intervista di cinque secondi a un ranger del parco, biondo e robusto, che affermava che se Cressida Mayfield si trovava nella riserva l'avrebbero certamente trovata!
Furono di nuovo mostrate le fotografie di Cressida. La foto dell'annuario del liceo in cui appariva seria e accigliata, come se quella scialba ragazza fissasse l'osservatore negli occhi con un'espressione di leggero disprezzo.
"Finora non  stato reso noto nessun indizio sulla scomparsa della ragazza. Se qualcuno ritiene di avere informazioni da fornire in merito al luogo in cui si trova Cressida Mayfield, pu chiamare questo numero... Si garantisce l'anonimato."
"Devo vederlo. Gli devo parlare. Prometto... che manterr la calma."
Zeno era stato diffidato dal cercare di incontrare Brett Kincaid. Gli avevano proibito di tornare a casa di Ethel Kincaid.
Calcando la mano, Ethel aveva denunciato Zeno alla polizia di Carthage sostenendo che l'uomo aveva cercato di convincerla di avere un "mandato" per perquisire la stanza del figlio, e che, al suo rifiuto di farlo entrare in casa, l'aveva "minacciata verbalmente e a gesti". Inoltre quell'uomo stava "diffondendo calunnie" su suo figlio Brett, un veterano ferito in guerra, un eroe, che non aveva niente a che fare con la figlia.
Brett aveva "rotto un fidanzamento sbagliato" con l'altra figlia di Zeno Mayfield, e questa era una delle ragioni per cui l'uomo era andato a casa sua per minacciarla.
Zeno fu informato di quelle accuse da un tenente della polizia di Carthage, un suo conoscente che aveva fatto un salto da lui. Evita i Kincaid, lo avvert il tenente. Non metterti in situazioni in cui potresti perdere la calma.
Zeno, che conosceva la legge, o avrebbe dovuto conoscerla, afferr il concetto. Lui era il padre della ragazza scomparsa, non doveva commettere l'errore di infrangere la legge.
"Ma come hanno potuto rilasciarlo? Liberarlo senza nemmeno una cauzione? Perch non l'hanno arrestato?"
"Perch ancora non possono. Ma lo faranno."
A quelle parole Zeno sent un brivido gelido.
"Vuoi dire, se Cressida ... non ... se lei..."
Non sapeva nemmeno lui cosa stesse dicendo. Si nascose il volto fra le mani. Gli era ricresciuta la barba, doveva avere l'alito cattivo.
Il tenente della polizia di Carthage gli mise una mano sulla spalla. La sensazione di quella stretta, un segno di affetto virile, gli rimase addosso anche dopo che il tenente sgusci via, impaziente di sfuggire all'atmosfera tesa e stagnante che si respirava in casa Mayfield.
Arlette dovette calmare il marito infuriato. Lei, che dalle quattro di mattina del 10 luglio, ormai da dieci giorni, chiudeva appena occhio, temeva che avesse avuto uno sbalzo di pressione, era allarmata da quel respiro affannoso, dal tremito alle mani.
"Le impronte sulla Jeep sono di Cressida. E i capelli, Cristo santo! Probabilmente anche le macchie di sangue. E poi ci sono i "testimoni" al Roebuck..."
"S. Lo sappiamo."
"... come hanno potuto rilasciarlo! E adesso ha preso un avvocato, e a pagare le spese sar quello stronzo di Fisk, che vuole solo farsi pubblicit!"
"S. Ma per il momento non possiamo farci niente, Zeno. Vieni qui, siediti, fatti abbracciare. Ti prego."
Il loro matrimonio, che per lungo tempo era stato l'unione di due persone mature pronte a scambiarsi battute intelligenti, stava regredendo a una fase caratterizzata da imprevedibili e furiosi accessi di emotivit incontrollata, persino di desiderio sessuale. Indignato e aggressivo in pubblico, nell'intimit di casa Zeno appariva debole e tremante, pronto a rifugiarsi tra le braccia della moglie per trovare conforto.
Arlette pens: "Dovr prepararlo al peggio. Da solo non ce la fa".
Gli esami effettuati sulle tracce ematiche non erano probanti perch, sfortunatamente, non c'era modo di accertare che il sangue fosse di Cressida. Neanche l'unica impronta sbaffata e i capelli rinvenuti erano "probanti", perch non si poteva stabilire se la loro presenza sulla Jeep risalisse a quel sabato sera o a un momento anteriore.
L'avvocato di Kincaid, Pedersen, sosteneva proprio questo, cio che Cressida era gi stata sulla Jeep di Brett in un'altra occasione e non quel sabato sera.
Cio, non si poteva "dimostrare" che quelle prove risalissero a sabato sera.
Considerato il locale affollato e la confusione che c'era, i testimoni si contraddicevano. Alcuni affermavano di aver visto Cressida, o una che le assomigliava parecchio, attraversare il parcheggio lastricato di cemento verso mezzanotte con Brett Kincaid, che zoppicava e si appoggiava a lei, diretti alla macchina di lui; altri sostenevano di aver visto Cressida, o una che le assomigliava parecchio, sulla terrazza del Roebuck, in compagnia di altri, fra cui, a detta di alcuni, Brett Kincaid.
Nessuno aveva "affermato con certezza" di aver visto Cressida sulla Jeep Wrangler di Brett.
I testimoni avevano parlato di "motociclisti" al Roebuck. Dei rombi assordanti delle loro motociclette, degli schiamazzi da ubriachi.
Le donne che sostenevano di aver visto Cressida nel bagno a sciacquarsi il viso non le avevano rivolto la parola: "Be', non sembrava che avesse bisogno d'aiuto. E non  il tipo di persona a cui dai un colpetto sulla spalla e le chiedi se va tutto bene: sai che si offenderebbe".
Gli amici di Kincaid, Rod Halifax, Jimmy Weisbeck e Duane Stumpf, tutti sui venticinque anni, da sempre residenti a Carthage e che conoscevano Brett Kincaid dai tempi del liceo, vennero interrogati uno per uno dagli investigatori della contea di Beechum. Dei tre, Halifax e Stumpf erano noti alla polizia locale: gi alle superiori erano stati arrestati per rissa, atti di vandalismo, furtarelli e ubriachezza molesta, ma il tribunale della contea non li aveva mai condannati a pene detentive. Halifax e Weisbeck erano stati entrambi citati dalla ragazza che affermava di essere stata "molestata" e di "aver subito violenze" da loro, ma anche in quel caso le accuse erano cadute nel vuoto.
Halifax si era arruolato nei Marines nel novembre del 2001, ma era stato congedato dopo ventitr giorni di addestramento nella base di Camp Geiger, nella Carolina del Nord.
Pi o meno in quel periodo, nell'autunno del 2001, quando Brett Kincaid si era arruolato nell'esercito, anche Weisbeck e Stumpf avevano fatto domanda di arruolamento, ma non avevano presentato tutta la documentazione necessaria.
Con la scrupolosa goffaggine degli attori principianti che hanno imparato a memoria il copione, Halifax, Weisbeck e Stumpf avevano rilasciato deposizioni quasi identiche sulla sera al Roebuck Inn in compagnia del loro amico Brett Kincaid: erano arrivati al locale ognuno con la propria macchina, pi o meno dalle dieci di sera avevano bevuto insieme, dalla terrazza erano entrati nel bar per essere pi vicini al bancone, a un certo punto si erano uniti a loro forse una dozzina di ragazzi e di ragazze; alcuni vecchi amici, altri in pratica degli sconosciuti; verso mezzanotte, il locale era pieno di gente e pi o meno a quell'ora era comparsa "la Mayfield", da sola, o almeno cos sembrava; nessuno la conosceva (eccetto Brett), perch la ragazza aveva frequentato il liceo di Carthage qualche anno dopo di loro, e nessuno l'aveva mai vista prima al lago: "Be', non sembrava il tipo che bazzicava da quelle parti".
Non sapevano per quanto tempo "la Mayfield" fosse rimasta a parlare con Brett in un angolo, forse una ventina di minuti, o mezz'ora. E non potevano dire quando era andata via. N con chi.
Forse con dei motociclisti, c'era una banda, gli Hell's Angels degli Adirondack, che scorrazzava nel parcheggio.
Ma di sicuro Brett Kincaid non era andato via con lei. Perch erano andati via tutti insieme.
E quindi lei non era andata via con nessuno di loro.
"Se potessi mettere le mani addosso a quei tipi. Prenderli da soli. Solo per cinque minuti. Anche uno solo. Solo uno."
"S, ma non puoi, Zeno. Lo sai che non puoi."
"Stumpf sarebbe il primo a cedere. Basterebbe un minuto. Se solo potessi..."
"S, Zeno, ma non puoi. Lo sai, vero? Non puoi."
Il povero Zeno sembrava un bisonte ferito. Arlette cerc di abbracciarlo, di accarezzargli i capelli arruffati, di baciargli le guance ispide. Lui non si sottrasse, e lei cap quanto suo marito fosse profondamente addolorato, impaurito da quel che li aspettava.

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 SCOMPARSA

CRESSIDA CATHERINE MAYFIELD

Chiunque abbia informazioni

utili alle ricerche  pregato di contattare

il dipartimento dello sceriffo della contea di

Beechum (NY) (315 440-1198) o il dipartimento di

polizia della citt di Carthage (NY) (315 329-8366).

Ricompensa di 20.000 dollari per chi

fornisca informazioni utili al ritrovamento

e al ritorno a casa di Cressida Mayfield.

Si garantisce l'anonimato.

Nome: CRESSIDA CATHERINE MAYFIELD Classificazione: persona scomparsa in pericolo Pseudonimo/Soprannome: nessuno Data di nascita: 06-04-1986 Data della scomparsa: 10-07-2005 Citt/Stato: Carthage, NY Scomparsa da (nazione): USA Famiglia: Arlette Mayfield (madre), Zeno Mayfield (padre) Et al momento della scomparsa: 19 Sesso: femmina Razza: bianca Altezza: cm 155 Peso: kg 46 Colore dei capelli: castano scuro Colore degli occhi: castano scuro Carnagione: chiara Occhiali/lenti a contatto: lenti chiare/montatura metallica Segni particolari: bassa, capelli "crespi", ricci e scuri, sopracciglia folte scure, voglia a forma di fragola non in rilievo sull'avambraccio sinistro, cicatrice sbiadita (risalente all'infanzia) sul ginocchio destro Anamnesi: emicrania, bronchite, varicella (infantile), morbillo, orecchioni, scarlattina Gioielli indossati: non risultano. Lobi non forati Abbigliamento al momento della scomparsa: jeans neri, maglietta nera, golfino di cotone a strisce bianche e nere, sandali Circostanze della scomparsa: sconosciute, indagini in corso. Cressida  stata vista da testimoni l'ultima volta a mezzanotte del 9 luglio nel parcheggio del Roebuck Inn & Marina, a Wolf's Head Lake, New York, ma si ritiene che in seguito si sia recata nella foresta statale della riserva di Nautauga Autorit inquirenti: dipartimento dello sceriffo della contea di Beechum, dipartimento di polizia della citt di Carthage Numero di protocollo: 04-29374 Numero FBI (NCIC): K-84420081  Trascorse luglio, quel mese da incubo, arriv agosto del 2005.
Nell'attesa che il telefono squillasse.
"La notizia arriver per telefono. In nessun altro modo: per telefono."
Zeno aveva ordinato seimila volantini. In prima battuta.
Riproducevano la scheda di "Cressida Catherine Mayfield" tratta dal sito Internet delle persone scomparse e in pericolo di tutta la nazione.
Aveva organizzato una distribuzione capillare nelle case delle contee di Beechum, Herkimer e Hamilton.
Dei volontari affissero i volantini su pali telefonici, alberi, muri, sulle facciate degli edifici di Carthage e nei villaggi della zona di Wolf's Head Lake, Echo Lake e Black River. Negli uffici postali e persino in citt lontane come Watertown, Fort Drum, Sackets Harbor e Ogdensburg.
E ovunque nella riserva forestale statale di Nautauga: nei bagni, nelle postazioni dei ranger, ogni trenta metri lungo i sentieri pi battuti.
Mentre batteva la riserva, lungo Sandhill Road, nella speranza (a cui ancora si attaccava) di trovare qualche indumento o effetto personale della figlia che per qualche ragione fosse sfuggito alle squadre di soccorso, Zeno fissava i volantini attaccati agli alberi con la scritta  SCOMPARSA CRESSIDA CATHERINE MAYFIELD, andando dall'uno all'altro lungo il percorso, come un uomo con una gamba sola che si trascina su una stampella.
Dove i volantini mancavano, o erano stati strappati, o rovinati dalla pioggia, ne attaccava un altro. Dentro lo zaino ne aveva un'infinit.
"Qualcuno la riconoscer. Qualcuno ci dar qualche informazione. Abbiamo fede."
Trascorse luglio, quel mese da incubo, poi agosto, e arriv settembre: in casa Mayfield regnava la speranza.
Arlette si svegli senza ricordare dove si trovava (era accasciata su un morbido divano, gi nel seminterrato nella sala TV, con la luce abbagliante del sole che filtrava dalle strette finestrelle non proprio pulite) n quando ci era andata, con un'improvvisa fitta alla nuca. Al piano di sopra stava squillando il telefono!
Si precipit su a rispondere, inciamp.
Perch c'era sempre la speranza che a chiamare fosse Cressida.
O che arrivassero sue notizie.
La signora Mayfield? Arlette? Abbiamo buone nuove...
Parlo con la signora Mayfield? La madre di Cressida? Finalmente abbiamo una buona notizia per lei e suo marito...
"S. Voglio dire, no, continuiamo ad aspettare. Aspetteremo sempre. Siamo convinti che nostra figlia sia viva e che si far sentire..."
Oppure: "Siamo fiduciosi. Sappiamo che Cressida ... da qualche parte. E che un giorno la rivedremo".
Venivano intervistati, davanti alle telecamere.
Venivano fotografati, sotto i lampi dei flash.
I Mayfield, Arlette e Zeno. E a volte Juliet.
La famiglia della ragazza scomparsa.
"No. Non siamo amareggiati. Sappiamo che i detective stanno "investigando", "raccogliendo prove". Non possono arrestarlo - n lui n altri - fino a quando non avranno "istruito il caso"."
E poi: "Sappiamo che lui sa. Tutti a Carthage sanno che Brett Kincaid sa cos' accaduto a Cressida, ma per il momento  protetto dalla legge. Fino a quando gli investigatori non avranno "istruito il caso"".
Zeno sembrava non rendersi conto del fatto che la speranza che la figlia fosse ancora viva dopo oltre quaranta giorni dalla sua scomparsa non si accordava con quella che Brett Kincaid fosse presto arrestato per aver commesso un crimine contro di lei.
Arlette coglieva questa illogicit. Percepiva la compassione degli altri di fronte all'incrollabile speranza dei Mayfield.
E poi c'era Juliet, che sorrideva inebetita. La splendida Juliet Mayfield, insegnante elementare nella scuola di Convent Street, reginetta del ballo al liceo di Carthage nell'anno 2000 ed ex fidanzata del caporale Brett Kincaid, che si riteneva fosse l'ultima persona ad aver visto Cressida Mayfield nelle prime ore del mattino del 10 luglio.
"So che mia sorella Cressida  viva e sta bene, da qualche parte. So che Brett non le ha fatto del male, ma credo che lui possa sapere chi  stato e dove si trova. Prego fervidamente per lei e anche per Brett... S, credo nel potere della preghiera. No, adesso non ci vediamo, io e Brett Kincaid. Al momento no. Ma prego anche per lui: prego per la sua anima in pena."
Aveva cinquantun anni! Fino a qualche mese prima era ancora una ragazza.
Si sentiva come disseccata, e non sarebbe stato facile scrollarsi di dosso quella sensazione.
Ormai aveva persino paura di aprire gli occhi la mattina.
Perch poi, una volta che li aveva aperti, non poteva richiuderli fino a sera.
Quando il pensiero della figlia scomparsa dilagava, come un'alluvione, come una frana, non poteva pi arrestarlo. Era incontenibile.
Oh, Dio. Cressida! Dicci dove sei, tesoro.
Se possiamo venirti a prendere, diccelo...
E poi Arlette inevitabilmente si accorgeva che suo marito le dormiva accanto esausto, come un animale ansimante, ferito, gemendo e mormorando nel sonno; oppure, ancora peggio, giaceva sveglio, da ore, con i pensieri che gli turbinavano nella mente come i panni in una lavatrice.
Da lungo tempo avevano l'abitudine di darsi un bacio al mattino, un semplice bacio di saluto. Adesso invece Arlette rimaneva stesa immobile, sperando che Zeno non si accorgesse che era sveglia.
Ma Zeno se ne accorgeva sempre. E dava libero sfogo ai monologhi che durante la notte aveva rimuginato borbottando tra s.
"Dannazione, stamattina vado da McManus. Quel bastardo ieri non mi ha richiamato, credo - ci ho riflettuto - che ci vogliano nascondere qualcosa. Il motivo per cui non hanno ancora arrestato Kincaid, qualunque sia."
Oppure: "Stamattina vado dai Meyer. Credo - ci ho riflettuto - che Marcy sappia qualcos'altro che non ha rivelato a nessuno. Forse riesco a farmelo dire".
Senza rispondere, Arlette si voltava per dare un bacio sulla bocca al marito, quella bocca che non faceva altro che pronunciare continui monologhi sempre sullo stesso argomento.
Un bacio  un modo per non parlare. Un atto di vilt.
Arlette stava pensando a quel disegno a inchiostro di Cressida, Metamorfosi.
Bianche figure umanoidi che si trasformavano gradualmente in forme astratte diventando "nere", per poi riassumere la loro forma originale, tornando alla "bianchezza"originaria, ma profondamente alterate.
Gli investigatori interrogarono anche Juliet.
Rimase fuori casa molte pi ore di quanto Arlette si aspettasse.
La chiam ripetutamente al cellulare: "Tesoro? Sono mami. Mi chiedevo dove fossi. Quando torni a casa? Chiamami, va bene?".
Ma non l'aveva richiamata. E non era da Juliet.
Arlette cominciava a temere che presto anche lei sarebbe andata via di casa.
La terrorizzava il pensiero che l'unica figlia che le era rimasta andasse via.
E poi sarebbe stata sola con Zeno in quella grande casa.
Un tempo era cos felice per Juliet. Felice alla prospettiva che sposasse Brett Kincaid. Che bel giovane, simpatico e distinto! Anche se adesso  nell'esercito, Lettie. Sei proprio fortunata.
I novelli sposi si sarebbero stabiliti a Carthage. A quanto pareva avevano deciso cos. Juliet insegnava alla scuola di Convent Street, a soli tre chilometri da Cumberland Avenue, e Brett sarebbe stato assunto da Elliot Fisk, se tutto andava bene. E non c'era ragione per credere che non sarebbe andata bene. Zeno aveva parlato con i due ragazzi, a suo dire in modo estremamente diplomatico, lasciando intendere che poteva aiutarli a comprare casa, accollandosi una parte del mutuo, se solo volevano...
Dopo il colloquio con gli investigatori, Juliet torn a casa nel tardo pomeriggio silenziosa ed evasiva, e con la scusa che non aveva fame si affrett a salire nella sua stanza e chiuse la porta. Quando Arlette buss, le sembr di sentire: "Oh, mamma, per favore va' via". Ma lei apr la porta e disse che voleva solo sapere com'era andato il colloquio, cosa le avevano chiesto i detective; Juliet era sdraiata sul letto vestita, con un braccio sul viso per nascondersi alla vista della madre, che la guardava con un sorriso ansioso; all'inizio non rispose, poi disse che l'interrogatorio l'aveva stremata, le avevano fatto domande su Brett a cui non aveva voluto rispondere... Arlette si sedette sul bordo del letto e cominci ad accarezzarle i capelli, i suoi splendidi capelli lucidi color castano dorato, incerta su cosa chiederle per non sembrare indiscreta, anche se la figlia era sempre cos amabile non voleva sembrare indiscreta; poi Juliet disse, con un leggero singhiozzo: "Mi hanno fatto certe domande su Brett! Mi vergognavo cos tanto...".
"Ti "vergognavi"? Perch?"
"Perch... perch riguardavano certe cose, sai, cose "personali", "intime", non si dicono agli altri cose che riguardano una persona con cui si  stati cos vicini... Non si pu."
Sperando di non avere un'aria di rimprovero o di sembrare preoccupata, Arlette ribatt: "Tuo padre ci ha avvertito, quando  in corso un'indagine di polizia non esiste niente di "personale" o di "privato". Devono fare domande, di ogni tipo. Su Brett vogliono sapere" - Arlette articol le parole con cautela - "se ti ha mai, sai, minacciato o maltrattato".
"S, lo so."
""S" cosa? Non lo ha fatto, vero?"
"No. A loro ho detto di no."
"Be'...  la verit, no?"
"S."
Ma Juliet aveva esitato troppo, e Arlette si domand cosa significasse quella risposta.
"Mi hanno chiesto anche cosa mi ha raccontato del periodo in Iraq. Cosa ha fatto l. Cosa pu essergli successo, a lui o agli uomini del suo plotone. Ho risposto che non lo sapevo, Brett non me ne ha mai parlato."
All'inizio, quando era stato inviato in Iraq, Brett aveva mandato a Juliet molte mail e le aveva spedito un mucchio di fotografie dal cellulare, che Juliet aveva mostrato ai familiari e agli amici. Poi non era arrivato pi niente. Poco prima di rimanere ferito e di essere ricoverato, Brett aveva smesso di inviare mail ogni due o tre giorni, ed era diventato sempre pi laconico ed evasivo.
A proposito delle prime mail e foto, Zeno aveva osservato: "Se il ragazzo sa dell'altro sulla guerra, non lo dice certo alla fidanzata".
Arlette aveva detto a Ethel Kincaid, in una delle tante occasioni in cui aveva provato a instaurare un rapporto amichevole con la scostante madre del fidanzato della figlia: "Siamo tutti col fiato sospeso, in attesa che Brett torni a casa".
Ed Ethel Kincaid l'aveva guardata con un'espressione che sembrava suggerire che Arlette e la sua famiglia non avevano nessun diritto di aspettare suo figlio, e nemmeno di fare osservazioni tanto sciocche.
E adesso Ethel Kincaid era una loro nemica. In un'intervista rilasciata alla WCTG-TV aveva accusato i Mayfield di dire cose "esagerate" e "false" su suo figlio, di "diffamare un eroe di guerra". Spinta da Evvie Estes, che non aveva alcun ritegno nel fomentare polemiche ed eccitare gli animi, aveva velenosamente affermato che "tutte e due le figlie dei Mayfield" erano "corse dietro" a suo figlio.
Arlette non sapeva cos'aveva provato Juliet quando aveva ascoltato quelle cose orribili. Si augurava che la fede cristiana della figlia le recasse conforto, in qualche angolo recondito dell'anima a cui nemmeno la sua amorevole madre aveva accesso.
Pur sapendo che Juliet voleva restare sola, Arlette indugiava nella sua stanza. Era riluttante a chiudere quella conversazione, la pi confidenziale che avesse avuto con Juliet da prima della rottura del fidanzamento.
"Be', tesoro! Non avevi molto altro da dire agli investigatori, no? Se Brett non ti ha mai "minacciato" o "maltrattato"."
"S.  vero."
"Quindi... non gliel'hai detto. Non gli hai..."
"Non gli ho detto niente di "personale" o di "intimo"."
"Perch... non c'era niente da dire?  cos?"
"S. Te l'ho detto, mamma."
Arlette scrut Juliet attentamente. Aveva colto nella voce della figlia un impercettibile moto d'impazienza, quindi si rese conto che per il momento era meglio non insistere.
Il giorno dopo il Labor Day del 2005, furono spediti un'altra valanga di volantini indirizzati alle famiglie delle contee di Beechum, Herkimer e Hamilton con la scheda della scomparsa Cressida Mayfield presa dal sito Internet.
Quanto avesse pagato per quella spedizione disperata, per l'invio di tutta la corrispondenza pubblicitaria affidata al servizio postale degli Stati Uniti e distribuita a migliaia di indirizzi di sconosciuti, Zeno non lo disse mai ad Arlette n lei glielo chiese.
Non gli chiese nemmeno quanti di coloro che avevano ricevuto quel volantino avessero risposto, per telefono o per mail.
Non gli fece mai notare che quando la loro cassetta era intasata da quel tipo di posta lui la gettava via senza pensarci due volte. Quei foglietti, confusi tra i volantini pubblicitari e i dpliant che le attivit commerciali della zona inviavano ogni settimana, Zeno Mayfield non li avrebbe mai degnati di uno sguardo.
E poi, se anche gli avesse manifestato quei dubbi, Zeno si sarebbe giustificato ribattendo: "Certo, la maggior parte verranno cestinati senza essere letti. Ma se su migliaia di volantini anche uno solo pu fruttarci delle informazioni importanti, ne sar valsa la pena!".
Altri avvenimenti conquistarono i titoli dei giornali locali e dei notiziari della contea di Beechum.
Un incidente fra imbarcazioni con a bordo degli ubriachi a Echo Lake. Una lite familiare scoppiata in South Carthage Street, tre adulti e un bambino di dieci anni rimasti uccisi in una sparatoria. Alcuni Hell's Angels degli Adirondack arrestati all'Independence River in una retata della polizia di Stato di New York per possesso di metanfetamine, sette persone in tutto, e per tre di loro gli investigatori dell'ufficio dello sceriffo della contea di Beechum avevano avanzato richiesta di interrogatorio in ordine alle indagini su Cressida Mayfield.
"S.  stata dura.  stato..."
"... ma siamo fiduciosi, e tanto grati..."
"... tante persone, molte delle quali sconosciute, ci hanno espresso la loro solidariet per Cressida. Tutti quei volontari, che battono la riserva..."
"... s, abbiamo fede. Che nostra figlia torni da noi..."
"S,  triste, alla St Lawrence sta iniziando il semestre autunnale, e lei non  l..."
"... a Cressida piacevano molto i corsi che seguiva..."
"... s, ce l'hanno promesso... presto ci sar una svolta. Stanno interrogando..."
"... interrogando molte persone, hanno detto..."
"... seguendo delle "piste" in altre zone dello Stato..."
"... persone che hanno "visto" nostra figlia..."
"... sono in buona fede, ma..."
"... la polizia ha convocato Brett Kincaid altre due volte per interrogarlo... Ci vuole tempo per "istruire il caso" e un arresto prematuro..."
"... rovinerebbe il lavoro di mesi..."
"... fede naturalmente. Non siamo "religiosi" ma... abbiamo fede che..."
"... ci restituiranno nostra figlia."
E poi Zeno, precisando meglio: "... che nostra figlia torni da noi".
Venivano fotografati uno accanto all'altra, seduti sul divano nel salotto della casa di Cumberland Avenue, Zeno Mayfield con il braccio pesante che cingeva le spalle della moglie, tanto che lei doveva puntellarsi per sostenerne il peso.
Era una delle tante interviste rilasciate agli organi d'informazione locali. Al "Carthage Post-Journal". Al "Watertown Journal-Times". Alla "Black River Valley Gazette".
Davanti alle telecamere, Zeno aveva un sorriso affettato. Arlette invece non riusciva pi a sorridere, pensava a Cressida che si rifiutava di farlo quando posava per una fotografia.
Una verr usata per il necrologio. Non puoi sorridere per il tuo necrologio!
Quando alcuni motociclisti Hell's Angels, tutti con gravi precedenti per violenza aggravata, traffico di stupefacenti e furto, vennero sottoposti a fermo dai vicesceriffi della contea di Beechum per essere "interrogati", ci fu una breve ventata d'interesse da parte degli organi d'informazione locali - ma nemmeno quello port a nulla.
E comunque c'era un segreto: non era vero che Arlette Mayfield avesse fede. Cio, fede che la figlia sarebbe tornata da lei.
Quasi da subito, dopo il primo infruttuoso giorno di ricerche e dopo che erano stati rivelati certi particolari sul coinvolgimento di Brett Kincaid nella vicenda di Cressida - le ferite sul volto del ragazzo, le macchie di sangue "recenti" sul sedile anteriore della Jeep, il comportamento colpevole del ragazzo - Arlette aveva pensato: " accaduto il peggio. L'ha uccisa, a causa di Juliet. Perch ci odia. L'ha uccisa e ha occultato il corpo. Quindi forse sar meglio per noi se non la ritrovano".
Arlette non osava rivelare a nessuno quei pensieri terribili, perversi, cos poco materni: e di certo non a Zeno, o a Juliet.
Nemmeno a sua sorella Katie Hewett, che aveva tre anni pi di lei ed era una donna estremamente sensibile, vicedirettrice delle scuole pubbliche di Carthage, la cui capacit di subodorare sotterfugi, falsit e inganni negli individui pi schietti era leggendaria.
Katie stringeva spesso la mano di Arlette.
Katie abbracciava Arlette, cos forte da farle male.
Katie baciava Arlette sulle guance, baci affettuosi, calorosi e appassionati.
Come se volesse comunicare ad Arlette che la capiva.
Solo una volta Arlette disse a Katie, sei o sette settimane dopo la scomparsa, con voce flebile e imbarazzata, mentre le due sorelle preparavano il pranzo nella cucina dei Mayfield e in un'altra stanza Zeno parlava concitato al cellulare, nel tono di chi  abituato a dare ordini: "Oh, Katie, ci sto provando. Sai, ci sto provando. Non voglio arrendermi. Se mi lasciassi andare lui non me lo perdonerebbe mai".
Arlette provava ancora a chiamare Cressida sul cellulare finito chiss dove.
Solo per comporre il numero. Solo per ascoltare, con il fiato sospeso, lo squillo fantasma.
Sul "Carthage Post-Journal", nelle pagine interne, comparivano articoli via via pi brevi sulle "ricerche in corso" della diciannovenne Cressida Mayfield, che si concludevano sempre con la frase: "Non  stato ancora operato alcun arresto" e con la notizia che la polizia "proseguiva" le indagini.
Si sparse poi la voce che Brett Kincaid era stato infine arrestato, non perch implicato nella scomparsa della sorella dell'ex fidanzata, ma in seguito alla denuncia di un vicino che il giovane aveva "spintonato e aggredito verbalmente" davanti alla loro casa a Potsdam Street; e che "il corpo di una giovane donna" era stato rinvenuto in una discarica, nei pressi di Wild Forest, tredici chilometri a est di Wolf's Head Lake, una zona nella quale viveva un gruppo di Hell's Angels degli Adirondack; che Juliet Mayfield, ex fidanzata del caporale Brett Kincaid, aveva lasciato il suo incarico di insegnante della scuola elementare di Convent Street e che sarebbe andata via da Carthage: non sopportava la vergogna.
Da quel che Arlette riusc ad appurare, nessuna di quelle voci era fondata.
Tuttavia era vero che Juliet stava pensando di iscriversi a un master in pedagogia a Plattsburgh.
Non voleva lasciare il lavoro di insegnante a Carthage, ma passare a un corso serale una volta alla settimana.
Ed era molto probabile che Brett Kincaid fosse venuto alle mani con un vicino.
Come anche che "il corpo di una giovane donna" fosse stato rinvenuto in una discarica nei pressi di Wild Forest, se non allora, qualche tempo prima. O che lo sarebbe stato.
Girava poi voce che Marcy Meyer aveva avuto una sorta di "crollo nervoso" a Ogdensburg, la settimana dopo l'inizio del secondo anno della scuola per infermieri.
Questo accadde alla fine di agosto. Il corso alla scuola per infermieri cominciava prima degli altri corsi universitari.
Arlette chiam i Meyer, rispose la madre.
La signora Meyer disse che Marcy aveva avuto un "incidente": era caduta dalle scale mentre portava una valigia nella sua stanza al terzo piano dell'alloggio della scuola per infermieri.
Era rimasta diversi minuti priva di sensi. Si era slogata una caviglia e si era lussata una spalla. Malgrado gli antidolorifici soffriva di dolori cos forti che la scuola aveva insistito affinch saltasse il semestre autunnale e tornasse a casa.
Arlette balbett che era molto dispiaciuta per quella terribile notizia.
"Vuoi che venga a trovarla? Posso fare qualcosa per lei?"
Linda Meyer, che Arlette conosceva dai tempi del liceo, anche se non bene poich frequentavano cerchie di amici molto diverse, esit un istante prima di rispondere, risoluta: "No. Non  necessario, Arlette. Le ricorderesti Cressida, e Marcy ne ha abbastanza di quella storia".
Zeno aveva parlato parecchie volte con Marcy Meyer.
Arlette si era fatta l'idea (non aveva voluto chiederlo al marito) che quelle visite turbassero Marcy, che era stata interrogata pi volte dalla polizia.
Marcy era rimasta "sconvolta" per la scomparsa dell'amica. Ed era rimasta "sorpresa" e "sconcertata" quando aveva saputo che Cressida, dopo aver lasciato l'abitazione dei Meyer, non era tornata a casa ma era andata a Wolf's Head Lake, a quanto pareva per incontrare Brett Kincaid.
Probabilmente, per quanto Marcy Meyer non volesse crederlo, la sua migliore amica le aveva mentito.
L'ultima volta che aveva parlato con Marcy, poco prima che lei partisse per Ogdensburg per riprendere i corsi alla scuola per infermieri, una volta a casa Zeno aveva detto ad Arlette di avere avuto l'impressione - magari se l'era solo immaginato - che Marcy provasse una sottile gelosia per qualcuno, o qualcosa, che riguardava Cressida.
Arlette naturalmente aveva pensato a Brett Kincaid.
Zeno era seduto sul divano di pelle nel soggiorno. Si strofinava il viso con un tale vigore - i pollici sugli occhi - che Arlette, sentendo i bulbi oculari muoversi nelle orbite, rabbrivid.
"Portami una birra, Lettie, per favore! Cavolo, sono troppo stanco per prendermela da solo."
Eppure, elettrizzato da una nuova idea, una nuova congettura che non si era ancora rivelata infondata sulla loro figlia scomparsa, inizi a parlare in tono concitato, persino entusiastico.
"Alla fine Marcy mi ha detto - e non credo lo abbia riferito alla polizia - che quella sera a casa sua le era sembrato che a un certo punto Cressida avesse chiamato qualcuno con il cellulare, o forse il cellulare aveva la suoneria disattivata perch non aveva squillato, forse Cressida aveva ricevuto una telefonata a cui aveva risposto in un'altra stanza - erano in sala da pranzo, stavano cenando con i genitori di Marcy e la nonna, Cressida si era scusata ed era andata in bagno -, ma poich non ne era sicura, era cos confusa mentre si sforzava di ricordare, di rispondere alle domande della polizia, di ricostruire disperatamente ogni cosa, non aveva ritenuto necessario di riferire quel particolare. "Forse me lo sono immaginato. Ho ripensato cos tanto a quella sera che non so pi cosa  vero e cosa no, non ho il coraggio di dirlo alla polizia, quelli registrano ogni parola, e questa dichiarazione rimarrebbe agli atti." E mentre diceva queste cose si sforzava di non piangere, sai che l'abbiamo sempre considerata una ragazza sana e forte - come diceva Cressida, forte e fedele come un Sanbernardo -, ma la povera Marcy sembrava dimagrita di cinque chili, era cos agitata, ha detto: "Sa come s'infurierebbe Cressida, se sapesse che stiamo parlando cos di lei... che cerchiamo di ricordare ogni sua parola, che facciamo tutte queste ipotesi...". Poi  scoppiata a piangere, e le ho preso le mani per confortarla. E credo di essermi messo a piangere anch'io."
"Niente di decisivo. E probabilmente niente di rilevante."
La polizia aveva tenuto per settimane il portatile di Cressida. Presumibilmente lo stava esaminando uno specialista informatico della scientifica.
Ma alla fine il portatile venne restituito ai Mayfield, con un rapporto secondo il quale la loro figlia non risultava coinvolta in nulla di insolito n in giri pericolosi in rete. Aveva usato il computer principalmente per le sue ricerche universitarie; i documenti erano accuratamente archiviati con il titolo dei corsi; le mail erano del tutto normali, molte di quelle ricevute provenivano dalla St Lawrence University. A quanto pareva aveva pochi amici, tutte ragazze, prima fra tutte Marcy Meyer.
Non aveva una vita segreta! Per qualche ragione questo rattrist Arlette.
O forse no: era un sollievo.
"Vostra figlia ha una vita sociale ridotta, a giudicare dalle mail. Ha un ragazzo, che voi sappiate?"
Arlette scosse la testa. Zeno si accigli e non rispose.
Arlette fu grata agli investigatori che si riferivano alla loro figlia usando il presente: Ha. Fa. .
"E qui a Carthage, magari al liceo, aveva qualcuno?"
Arlette esit, come se stesse riflettendo. Ma la risposta era no.
"Cressida era interessata a qualche amica, aveva una storia con qualche ragazza? Se s, l'avreste saputo?"
Arlette esit di nuovo. Arross.
Zeno rispose, in tono neutro: "Vuole dire una storia fra "lesbiche"? Credete che mia figlia sia "lesbica"?".
"Se lo fosse, lei lo saprebbe?"
" una domanda difficile, agente! Cos come l'ha posta."
"Arlette, lei cosa ne pensa?"
Arlette pensava: "No. Mia figlia potrebbe amare solo se stessa".
"Non credo proprio. Cressida ha delle amiche come tutte le ragazze della sua et. Per certi versi, come abbiamo cercato di spiegarvi, lei era... ... non dimostra i suoi diciannove anni.  sempre stata intelligente, di un'intelligenza precoce, ma passa quasi tutto il tempo immersa nei suoi pensieri: non bada molto agli altri, ma al suo mondo interiore. Non  - credo si possa dire - molto matura."
Arlette parlava in tono esitante. Era tremendo per una madre tradire sua figlia, e con degli estranei!
Davanti agli occhi le apparve una fugace visione del volto pallido e furente di Cressida.
"Signora Mayfield, a parte Kincaid e i suoi amici, una delle ultime persone ad aver visto sua figlia quella sera  questa "Marcy Meyer". Quanto sono intimi i loro rapporti?"
"Sono amiche dalle scuole elementari. Ma in realt non sono in rapporti intimi, di certo Cressida non considera tali i loro rapporti."
"E lei come lo sa, signora Mayfield? Come fa a dirlo?"
In realt Arlette non sapeva niente di sua figlia! Non era in grado di rispondere alle domande degli investigatori.
"Da quello che diceva Cressida. Dal fatto che Cressida trascurava Marcy per lunghi periodi. Era sempre Marcy a chiamarla."
"E se adesso fossero in contatto, ipotizzando per un attimo che vostra figlia sia viva, che si trovi da qualche parte" - con quale franchezza il detective Silber aveva pronunciato quella frase, quanta enfasi aveva posto su quel se - " possibile che Marcy Meyer mantenga il segreto? Se Cressida glielo avesse chiesto, non lo direbbe nemmeno a voi?"
Arlette e Zeno si scambiarono uno sguardo, disorientati.
Non avevano idea di cosa rispondere.
Era entrata nella stanza di Cressida. Aveva bussato, ma evidentemente troppo piano, Cressida non aveva sentito. E aveva commesso uno sbaglio. Cressida era l nel suo pigiama di flanella, semidistesa sul letto, le spalle appoggiate alla testiera e le ginocchia sgraziatamente aperte, piegate; aveva un quaderno sulle ginocchia - pi precisamente un diario con la copertina marmorizzata, che Arlette non aveva mai visto -, su cui stava scrivendo. Cressida la fulmin con lo sguardo e lasci cadere il diario sul letto, nascondendolo in parte con la trapunta; s'infuri, e le url sgarbatamente: "Va' via! Cosa ci fai qui! Non mi spiare!".
All'epoca Cressida aveva undici o dodici anni.
Arlette aveva battuto in ritirata, ferita.
Non aveva pi visto quel diario con la copertina rigida. Da allora era entrata di rado nella stanza di Cressida. Era stato cos imbarazzante che la figlia l'avesse accusata di spiarla, il modo sgarbato con cui l'aveva apostrofata facendola sentire in colpa, che non l'aveva detto a nessuno; n a un'amica, n a sua sorella Katie, n a suo marito Zeno.
La notizia fu divulgata nove settimane e due giorni dopo la sua scomparsa: il pomeriggio del 9 luglio, un fisioterapista della clinica di riabilitazione di Carthage di nome Seth Seager, che aveva in cura da mesi Brett Kincaid ed era in rapporti amichevoli con lui, aveva visto Cressida Mayfield nel CVS di Carthage a Main Street. Cressida non conosceva Seth Seager ma lui conosceva lei, o almeno sapeva che delle due figlie di Zeno Mayfield era "quella intelligente". L'aveva fermata - lei all'inizio lo aveva guardato con sospetto - ma poi, quando lui si era presentato come un nuovo amico di Brett Kincaid, che lavorava nella clinica di riabilitazione, il suo atteggiamento era cambiato.
"Cressida aveva un qualcosa, mi piaceva molto. Mi ricordava una mia cugina, una specie di maschiaccio, ma intelligente, e senza peli sulla lingua. Mi piacciono le ragazze cos. Cio, una tipa tosta. Il tipo che non si aspetta che le si facciano molti complimenti o le si dicano cose carine, una che sa che un uomo con lei non lo farebbe. O almeno quasi nessuno. Perch lei non  il tipo di ragazza che attrae i maschi, da quel punto di vista. Ma a me Cressida piaceva un sacco, e credo che io piacessi a lei. Le dissi che quella sera Brett Kincaid sarebbe uscito, che sarebbe andato al Roebuck Inn con degli amici: mi aveva invitato ma io gli avevo detto no grazie, quel posto non faceva per me. (Certo, avevo detto a Brett che non era una grande idea mettersi a bere mentre assumeva quei farmaci, ma lui aveva fatto spallucce e aveva risposto ridendo: "Ma che diavolo. Non succeder niente. E se no, all'inferno".) E Cressida mi fece una strana domanda, se Brett "festeggiava" qualcosa; io risposi che non lo sapevo, cosa c'era da "festeggiare"? E lei disse: "Che non si sposa". Be', questo l'avevo sentito dire, ma non da Brett; Brett, l in clinica, non parlava mai con nessuno delle sue faccende personali, quindi non sapevo cosa replicare. E Cressida disse, come se ci avesse ripensato e si fosse pentita di avermi detto quella frase: "Non intendevo quello, so che Brett ci sta male, tutti e due ci stanno male. Mi spiace per quello che ho detto". E sembrava sul punto di mettersi a piangere, cosa che non ti aspetteresti da una ragazza cos tosta, del tipo che non piange mai, o comunque non davanti agli altri. "Non si farebbe del male, vero?" mi chiese, una domanda strana, non si parla di queste cose, cio, non si parla di ragazzi che si ammazzano quando cominciano a stare meglio, dopo aver perso le gambe, costretti a portare un sacchetto per la colostomia, o che hanno subito danni al cervello e non riescono a pronunciare una frase e a farsi capire, e che quando tornano un po' alla normalit si uccidono, o si fanno un'"overdose" o hanno un "incidente mortale", e perci ho detto: "Diavolo, no. Non il caporale Kincaid, assolutamente". E lei ha detto: "Quindi pensi che si riprender?". Non era sarcastica, non stava scherzando, mi guardava come se io potessi veramente rispondere a quella domanda; e io le ho detto quello che diciamo di solito in riabilitazione: "Certo che ce la far! A poco a poco"."
Gli investigatori ai quali aveva riferito l'episodio chiesero a Seth Seager perch aveva aspettato cos a lungo prima di contattarli.
Lui rispose imbarazzato che non lo sapeva.
Disse che, be', forse... non voleva "aggravare la situazione" di Brett Kincaid, che era gi stato fregato alla grande in Iraq.
Aggiunse: "Allora pensavo sempre, mi dicevo... che Cressida sarebbe tornata. Che era andata da qualche parte, e sarebbe tornata. E avrebbe spiegato cos'era successo. E Brett non sarebbe stato accusato, o arrestato. E io non sarei rimasto coinvolto".
Gli investigatori chiesero a Seager perch pensava che Cressida fosse arrivata al Roebuck Inn da Carthage passando per Fremont Street, un percorso di circa quindici chilometri. Lui rispose, ridendo: "Se  come mia cugina Dorrie, avr fatto l'autostop e chiesto un passaggio sulla Route 33. A quanto pare, a luglio il sabato sera vanno tutti al lago".
15 settembre 2005. Intrappolato fra le rocce e tubi di ferro arrugginiti sotto un ponte a Sackets Harbor, cinquanta chilometri a ovest di Carthage, dove il fiume Nautauga sfociava nel lago Erie, uno strano oggetto mummificato fu rinvenuto da un ragazzo di dodici anni che lo recuper con una pertica: era il maglioncino di una ragazza, color fango, rigido come una tavola. Il ragazzo port a casa il maglioncino mummificato per mostrarlo alla madre: sapeva della ragazza scomparsa e della ricompensa di ventimila dollari.
Il giorno seguente, un investigatore della contea di Beechum chiam i Mayfield chiedendo loro di passare alla centrale. A Sackets Harbor era stato rinvenuto un indumento, sulla riva del Nautauga, e volevano farglielo esaminare, per vedere se appartenesse a Cressida.
Zeno, Arlette e Juliet si recarono alla centrale in Axel Road con la Land Rover di Zeno.
Zeno disse: "Sackets Harbor  troppo lontano.  improbabile".
Arlette non replic, e Zeno ripet: "Sackets Harbor  troppo lontano. Stiamo perdendo tempo".
Sul sedile posteriore della Land Rover, Juliet sedeva con le braccia conserte, tremando, ma senza lamentarsi per l'aria condizionata che Zeno aveva acceso.
Erano passate settimane dall'ultima volta che i Mayfield erano andati nell'ufficio dello sceriffo della contea di Beechum. L'investigatore Clement Lewiston li stava aspettando per accompagnarli nella stanza dove, su un tavolo, era appoggiato il maglioncino mummificato. Qualunque fosse stata la sua tinta originale, adesso aveva il colore del fango secco. Era piccolo per una donna adulta, troppo piccolo per essere di Cressida, si rese conto Arlette con sollievo. Zeno lo osserv attentamente, accigliato: non l'aveva mai visto, ne era sicuro. Arlette lo tast con il dito, incerta. Non era un maglioncino di lana - anzi non era nemmeno un maglioncino - ma un capo a maniche lunghe, un cardigan, di una stoffa sintetica tipo nylon o orlon. Era poco rifinito. Chiaramente un indumento dozzinale. Erano rimasti solo due bottoncini rotti e le asole erano incrostate di fango. Arlette disse, tradendo il suo sollievo: "No. Non  di Cressida".
Ma Juliet, che si era tolta gli occhiali da sole quando era entrata nella stanza senza finestre, si chin sul maglioncino mummificato e lo esamin per qualche istante. Da quando la sorella era scomparsa era dimagrita: aveva le guance scavate, gli occhi cerchiati. Zeno stava parlando a bassa voce con l'investigatore Clement Lewiston, Arlette non riusciva a sentire cosa dicevano. Dal momento in cui era entrata in quella stanza si sentiva mancare, forse per via dell'odore salmastro che emanava il maglioncino mummificato.
Ormai era tempo di andare. Arlette avrebbe voluto afferrare il marito per un braccio e trascinarlo via. E avrebbe voluto portare via anche Juliet.
"S. Lo riconosco.  il golfino di Cressida, quello a strisce bianche e nere." Juliet parl lentamente, pensierosa. "Se lo guardate da vicino si vedono le strisce. Era mio, poi l'ho dato a Cressida. O se l' preso. A me andava stretto. Sono sicura.  di Cressida. Non c' dubbio, agente: questo  il golfino di Cressida, quello che indossava la notte che ce l'hanno portata via."

6

Il caporale nella terra dei morti

Luglio 2005 - ottobre 2005

Ges! Cos'avevano fatto.
Ecco cos'avevano fatto.
La tenevano gi. Le avevano ficcato in bocca uno straccio per impedirle di gridare. Abusavano di lei a turno. Grugnendo, guaendo come cani.
Poi uno di loro le aveva sfregiato la faccia.
Tutte e due le guance. Le aveva reciso gli angoli della bocca con un coltellino svizzero.
Cos sembrava che ridesse. Come un clown folle.
Gli occhi spalancati, lo sguardo vitreo.
Stavano chiedendo cosa le aveva fatto. Se le aveva fatto del male, e dove l'aveva lasciata.
Dicevano: "Sei stato provocato. Adesso confessa, e portaci da lei. L dove l'hai lasciata, caporale".
Non voleva un avvocato. Un avvocato era un'ammissione di colpa. Un avvocato era una cosa di cui vergognarsi, un'ammissione di colpa.
Aveva la bocca che sapeva di vomito, aveva cercato di sciacquarsi via quel sentore acido. E si era morso la lingua, o forse era un'afta. Gli erano uscite in Iraq, le afte. Davanti allo specchio osservava le macchioline bianche pensando che fossero un cancro.
Una morte tremenda, divorato vivo da un tumore. Che si propagava dalla bocca.
Era una morte peggiore dell'altra, perch pi lenta.
Aveva sentito - percepito - l'esplosione. Aveva sentito delle urla, poi delle imprecazioni.
Nel loro avamposto, una scuola abbandonata. Diroccata, con le finestre che sembravano orbite vuote, e sul retro, in un tubo di scarico, era esplosa una bomba, che aveva strappato via le mani al soldato Hardy e ucciso sul colpo il soldato Quinn.
Si era precipitato verso di loro. Correndo a tentoni, deciso a soccorrerli.
Ma ci che vide fu.
Poi venne il suo turno di morire, in un altro posto. Non sarebbe dovuto rimanere cos sorpreso, invece in realt lo fu.
Perch si pensa sempre, non si pu fare a meno di pensarlo: "Dio non permetter che accada a me. Ges non lo permetter. Sono una brava persona. Sar risparmiato".
Un tempo, il caporale Kincaid era una brava persona. Si era sforzato di esserlo per tutta la vita.
Il Boy Scout di Ges, lo chiamava il sergente con un mezzo ghigno, pareva un quarto di bue sogghignante.
Questo accadeva nella provincia di Salah ad-Din. Un luogo polveroso, sabbioso, orrendo.
Il servizio di pattugliamento durava quindici, sedici ore al giorno: il record era stato diciotto. Il cervello si spegneva, le gambe e i piedi continuavano a muoversi come quelli di uno zombie giocattolo caricato a molla. Con quei dannati anfibi cos pesanti che sembrava di sollevare dei pesi o di avere i ceppi ai piedi, e i calzettoni talmente fini che ti scorticavi i calcagni, o l'unghia affilata di un dito del piede che ti graffiava il dito vicino come una scheggia di vetro conficcata nella carne. Si raccomanda in particolare ai soldati di fanteria di stare attenti alle infezioni che nelle zone di combattimento si contraggono facilmente e che possono risultare mortali. Lo scopo era proteggere l'avamposto dell'esercito (ma perch diavolo bisognava difendere un avamposto in quel luogo cos polveroso, sabbioso e orrendo?) dalle bombe a frammentazione, dai cecchini, dagli attacchi dei ribelli.
Muoversi! Non importa quanto sei stanco, amico, se rimani fermo pi di quattro secondi rischi di tornare a casa incellofanato.
Quei dannati cecchini non dormivano mai.
O forse era successo da qualche altra parte, i nomi di quei luoghi erano strani, sembravano degli strani indovinelli, e non eri mai sicuro di aver sentito bene, ti scoppiava la testa per lo sforzo di non mandare tutto a puttane e di non farti ridere dietro.
Nelle mail che scriveva a casa cercava di essere preciso. Come faceva da studente. Era il minimo che potesse fare, pensava, per evitare che le cose s'incasinassero ancora di pi, ma nemmeno adesso poteva giurare che fosse Salah ad-Din oppure Diyala o As Sadah. E poi c'era Kirkuk.
L'avevano raccolto a pezzi, l a Kirkuk.
I ragazzi scherzavano sul traffico di organi. Per esempio il cazzo, i testicoli.
Girava voce che i sauditi facoltosi comprassero al mercato nero reni, fegati, polmoni, cuori, occhi, midollo osseo. Quelli della loro razza - gli "arabi", i "musulmani" - costavano poco.
Negli Stati Uniti quel traffico era illegale. Negli Stati Uniti era proibito vendere o acquistare parti del corpo o organi, era contro la morale americana.
La lotta al terrore  una lotta contro i nemici della morale statunitense, della fede cristiana. Da qualche parte in quel luogo dimenticato da Dio si nascondevano gli imam dei terroristi di Al Qaeda che avevano fatto saltare il World Trade Center. Per il puro, odioso desiderio di distruggere la democrazia americana fondata sul cristianesimo, come avevano sperato di fare i pagani nell'antichit, secoli prima. All'epoca dell'impero di Roma, al tempo dei gladiatori si moriva per la fede. Il cappellano lo aveva spiegato a tutti loro: quella era una crociata per salvare la cristianit. Il generale Powell aveva dichiarato che non avevano scelta, gli Stati Uniti erano stati costretti a reagire militarmente. Gli Stati Uniti non sarebbero mai venuti a patti con il male. Erano stati costretti a inviare le truppe prima che il folle dittatore Saddam scatenasse le armi di distruzione di massa: bombe nucleari, gas e armi batteriologiche.
Solo una nazione particolarmente stolta e vigliacca poteva imbarcarsi in una politica "attendista". Nella cappella il ministro del culto aveva detto: "I nostri antenati sono stati cos coraggiosi da colpire per primi".
I ribelli erano nemici terroristi. Gli altri iracheni - i civili - erano amici degli Stati Uniti, facevano affidamento sulle forze armate statunitensi per essere protetti.
Alcuni erano curdi, non iracheni. Kirkuk era il sito di un vasto giacimento petrolifero. Questo in parte i ragazzi lo sapevano, o l'avevano saputo.
Ma si dimenticava presto. Quando si eseguono gli ordini, si dimentica quello che  accaduto il giorno prima.
I nomi dei luoghi si dimenticavano con facilit, quando si vagava nel deserto. Con la sabbia negli occhi, nelle narici, in bocca. La sabbia ti entrava nei polmoni, a ogni respiro ti sentivi il deserto sempre pi dentro.
Poi, in ospedale, aveva un sapore di sabbia in bocca. Nei polmoni. Tossiva e si strozzava cercando di liberarsi i polmoni, ma espettorava solo un muco denso e sciropposo striato di sangue.
Nel cervello sentiva brulicare e contorcersi qualcosa, erano... vermi?
Un impianto al titanio per tenere insieme il cranio fratturato.
Nell'occhio sinistro maciullato e nella materia molle (cerebrale) dietro l'occhio avevano impiantato una minuscola lente intraoculare (garantita per resistere a temperature fino a cinquecento gradi).
La visione si forma nel cervello. L'"occhio"  la lente del cervello.
Da uno dei ribelli (morto, saltato in aria) avevano preso dei trofei: occhi, pollici, orecchie. Interi volti asportati - anche se raramente in un solo pezzo.
Avvolti in garze e sigillati in sacchetti di plastica.
E perch no? Cazzo, se l'erano meritato.
Non Kincaid il Boy Scout. Ma gli altri.
Il soldato Muksie era il giullare del plotone.
"Coyote" Muksie era il braccio destro del sergente Shaver.
I ribelli. I cecchini ribelli. Erano un esercito di ombre, non c'era modo di combattere contro delle ombre, se non cancellarle con lingue di fuoco.
Fin da prima dell'arrivo del caporale Kincaid erano in atto delle misure per la repressione delle sommosse. Eppure, il ricordo della precedente strategia stabilita dal comandante di brigata colonnello T... era ancora fresco e la strategia preferita era: UCCIDIAMOLI TUTTI E LASCIAMO CHE SIA DIO A DIVIDERE I BUONI DAI CATTIVI.
Aveva perso le medicine. Erano antibiotici che impedivano ai batteri letali di mangiarti vivo.
Cominciavano col sangue, poi attaccavano i tessuti molli. E infine il cervello.
Dopo l'esplosione nella testa, cominciava a vedere e sentire cose che non c'erano.
Il problema  che non si riescono a distinguere.
Disse che non lo sapeva. La ragazza, aveva dimenticato come si chiamava.
Non ho mai saputo il suo nome. Non conoscevo i nomi. Erano civili.
L'interrogatorio and avanti per tutta la notte. Lui era uno dei pi giovani assegnati al distaccamento. Era eccitante fare irruzione nelle casette dei civili iracheni, dove sospettavano che si nascondessero i ribelli. Ti chinavi ed entravi in una di quelle porticine, sapendo solo che ti potevano sparare, farti saltare la testa. Poteva succedere.
Poi se ne sarebbe vergognato. Ma a quel tempo non c'era niente di pi eccitante.
Certo, fumava marijuana. Non aveva mai provato la cocaina, l'eroina. Non aveva (ancora) provato le metanfetamine. Ma sapeva che non esisteva niente di cos eccitante, perch era un'eccitazione senza droghe.
La "conta dei morti" la teneva il sergente Shaver, era lui il supervisore.
Muksie eseguiva.
A lui non lo avevano chiesto. Non l'avevano coinvolto. Sapevano che avrebbe fatto la spia. Avrebbero dovuto sparargli, a quello stronzo di Boy Scout Kincaid.
Una granata a frammentazione. Avrebbe dovuto farlo a pezzi.
Non era un segreto. "Coyote" l'aveva detto a un sacco di persone.
Tutto quello che fa uno del plotone, lo fanno tutti.
Un esercito  come un formicaio.  cos.
Era stato male per due, tre giorni. Aveva sentito il cervello rammollirsi e ballonzolare come un embrione sotto formalina in un recipiente di vetro.
Era andato dal cappellano. Aveva la gola cos secca per via della sabbia che non riusciva a parlare.
Sei sicuro, figliolo? Pensaci bene, figliolo.
Quel che mi stai dicendo rimane tra noi.
Gli avevano chiesto: chi ha sparato.
Si stava sforzando di ricordare: lei era scappata via.
Non capiva perch, ma lei era scappata via. L'aveva chiamata ma lei era scappata via.
Non voleva farle del male. Lei aveva detto: "Io sono l'unica che ti capisce, Brett. Nessun altro pu sapere quello che sappiamo noi; loro sono i prediletti del Signore".
Le budella erano come cemento. L'unico modo per defecare era far liquefare gli escrementi, un fluido di fuoco, che bruciava quando usciva.
Altrimenti erano come cemento.
Provava una vergogna tremenda, con quel dolore alle budella. Si contorceva dal dolore. Sudava freddo. E cercava di pisciare, dopo che gli avevano tolto il catetere. Devi imparare a farlo, non  una cosa istintiva.
Stava cercando di dire che non aveva visto. Non era l vicino.
O forse era l ma non aveva visto - non proprio - quello che i ragazzi stavano facendo, o avevano fatto. Forse era tutto finito. Forse erano passate ore. Giorni.
O forse, senza volerlo, era stato coinvolto anche lui. Il sergente di Stato maggiore Shaver gli stava gridando: KIN-CAID! CAPORALE KIN-CAID DEL CAZZO! come se fosse sorpreso.
Prendi il cellulare, Kin-caid! Avanti, fai una foto!
Pensavano che lei fosse pi grande, certo. Non sapevano che era cos giovane.
E il fratellino, di otto o nove anni.
E i genitori, cos piccoli che negli Stati Uniti li avrebbero presi per dei bambini.
E i vecchi, i nonni...
Dopo aver portato fuori la ragazza e aver abusato di lei, il sergente Shaver aveva detto disgustato: "Niente testimoni! Eliminateli".
Non erano quelle le loro intenzioni. Non era una cosa giusta. La ragazza era solo una bambina, non un'adolescente come credevano, molti di loro avevano detto: "Una ragazza! Che fichetta!", come se fossero su MTV con un sottofondo di musica rap, ma se una persona veniva stuprata, o picchiata a sangue finch non moriva, non era come su MTV dove tutto finiva in una risata. Non era affatto cos, era un penoso, stupido errore... L'avevano trascinata in una conduttura sotterranea a una trentina di metri dalla fine della strada del villaggio e avevano cercato di seppellirla sotto il fango, le pietre e le assi di uno steccato rotto. Un altro lavoro del cazzo dopo che lo sballo era passato. In effetti era difficile considerare umani i civili iracheni. Difficile capire perch gli importava tanto vivere o morire. Se i loro bambini o i vecchi, chiunque, vivevano o morivano.
Muksie, Broca, Mahan, Ramirez. Non Kincaid.
Solo in seguito gli avrebbero chiesto di indicare a quanti metri era da Shaver e dalla sua "squadra della morte". In quei momenti di confusione e di allarme non aveva idea del perch ignorasse cosa stessero facendo esattamente quegli uomini.
Poi aveva visto Muksie con le forbici. Aveva sentito i ragazzi che ridevano spaventati e ansimanti come dei liceali che si arrampicano sul tetto della scuola e corrono chini sulle tegole durante le ore di lezione. Wow!
Aveva alzato la voce per protestare. Ma non era uscito nessun suono.
Era stato colto dalla nausea. Aveva vomitato.
Avanti, ragazzi, una foto! Guardate!
L'aveva portato con s, quell'ultima volta.
Il cellulare nuovo, un regalo dei suoi futuri suoceri.
I Mayfield sono degli spocchiosi che vivono lass in collina. Ti guardano dall'alto in basso come se fossi un cane, un bastardino addomesticato. Quando lo capirai, non tornare a piangere da me.
La verit  che era pazzo di loro. Di Zeno, di Arlette.
Se aveva avuto un qualche risentimento era dovuto all'animosit della madre, al modo in cui il sindaco l'aveva trattata, o alla sua noncuranza verso di lei - forse Ethel pretendeva una maggiore attenzione da parte del sindaco, come una donna (sola) piuttosto attraente con un bambino (un maschietto, che aveva bisogno di un pap) si aspetterebbe da un uomo come Zeno Mayfield, che sprigionava cordialit gi solo quando entrava in una stanza: "Sal-ve! Buongiorno, signore".
Ma quell'uomo era un ipocrita. Un politico dannatamente ipocrita.
Lei era archivista. Lavorava a contatto con il pubblico. Tacchi alti, rossetto. Mai una promozione. In undici anni.
Per vendicarsi, si portava a casa dall'ufficio i prodotti di cancelleria, li infilava in una busta del supermercato.
Carta di cui non sapeva che farsene, risme di fogli. Manciate di penne biro. Persino cartucce per stampanti. (Ma doveva stare attenta: le cartucce erano costose. Non osava prenderne pi di una a settimana o ogni quindici giorni.) Persino rotoli di carta igienica dall'armadietto chiuso a chiave. Cos avevano carta igienica a volont.
Lui aveva detto: Ges, mamma! Se ti scoprono cosa dirai?
Dir: Siete in debito con me! Quei bastardi truffatori sono in debito con me!
Lui provava imbarazzo per la madre. Eppure anche Ethel aveva un che di stravagante, di elettrizzante.
Per esempio, nei luoghi pubblici come le aree di ristorazione dei centri commerciali, dove si possono prendere bustine di zucchero, sale, pepe, tovaglioli di carta ruvida, posate di plastica, Ethel, con la faccia torva e i modi furtivi, si infilava tutto nelle tasche fonde del suo parka impermeabile. Persino le tazze di polistirolo, anche se erano pi difficili da nascondere. Non si sa mai, potrebbero servire, diceva. Non le sembrava di rubare, sosteneva che quello era un modo per pareggiare i conti.
Per alcuni il mondo era un posto dannatamente ingiusto. Madri sole, donne abbandonate, trattate come cani dagli uomini. Quando potevano, avevano il diritto di vendicarsi.
Prendi da quelli che hanno. Prendi pi che puoi.
Per lungo tempo Ethel si era lamentata con asprezza del padre di Brett. Poi d'un tratto, sorprendentemente, aveva cominciato a tesserne le lodi.
Brett cercava in tutti i modi di ricordarselo! Ne conservava un'immagine confusa, come una macchia oleosa, anche se quando suo padre se n'era andato aveva sei anni, quindi abbastanza grande da avere dei ricordi, per un bambino normale.
Ma se non hai tutti e due i genitori non sai bene cosa sia la normalit.  un po' come muoversi su un piano inclinato, senza riuscire a capire bene da che parte pende.
Il padre di Brett era stato sottufficiale nell'esercito americano: il sergente maggiore Graham Kincaid aveva combattuto nella prima guerra del Golfo, da maggio del 1990 a marzo del 1991. Nell'album di casa c'erano delle sue fotografie, sbiadite e con le orecchie agli angoli. Il sergente Kincaid doveva essere stato un bell'uomo, malgrado la mascella squadrata, gli occhi un po' socchiusi, l'inquietante modo di sorridere a mezza bocca.
Nelle foto di quand'era nell'esercito, il sergente Kincaid era ritratto insieme ai commilitoni, in uniforme: tra quegli uomini, dal pi vecchio al pi giovane, c'era un'aria di famiglia. Sembrava una misteriosa famiglia di fratelli-soldati.
Se eri un bambino senza padre, provavi una profonda invidia per quella famiglia, era la cosa che ti mancava di pi nella tua vita defraudata.
Brett Kincaid, cosa vuoi fare da grande?
Il sergente! Come mio pap.
Dopo essere stato congedato dall'esercito, il sergente Kincaid era ormai troppo irrequieto per rimanere a Carthage a lavorare come caposquadra nella fabbrica automobilistica della Klinger. Era saltato su una macchina e si era diretto a ovest, con la promessa di "cercare lavoro" e di farsi raggiungere dalla famiglia non appena avesse trovato un'occupazione adatta, e nel frattempo aveva spedito cartoline a "Ethel e Brett" (quelle cartoline erano ancora nella camera di Brett, attaccate alla parete accanto al letto con dello scotch ingiallito) e l'ultima, che veniva dallo Yosemite Park, raffigurava delle montagne aguzze stratificate con le cime avvolte da nubi vaporose.
Ethel voleva strappare quelle cartoline, ma Brett l'aveva fermata: "No, mamma! Ti prego, non farlo".
Era come se suo padre fosse stato segretamente ferito, menomato, e di lui fosse rimasta solo quella parte mutila, da sconfitto.
A volte Ethel elogiava le qualit di Graham Kincaid, altre volte era furiosa con lui. Era un leader nato, sarebbe dovuto diventare maggiore, o capitano. Oppure, era un dannato figlio di puttana. Punto.
Si erano conosciuti quando lei aveva appena diciassette anni. Si era approfittato di lei, diceva. L'aveva messa incinta, diceva.
Non voleva sposarla, ma poi l'aveva fatto.
(Brett sapeva, glielo aveva raccontato la nonna chiacchierona, la madre di Ethel, che quella prima gravidanza si era conclusa con un aborto. Una seconda gravidanza aveva portato a un "parto prematuro", e il neonato era vissuto solo qualche giorno. E cos, quando era nato Brett, Ethel era quasi impazzita e Graham si era come spento, come accade agli uomini.)
Ethel avvertiva profondamente l'ingiustizia del mondo: si piazzava davanti agli occhi una rivista, sulla cui copertina campeggiava il volto di una donna - un'attrice? una rockstar? - e si chiedeva: " pi bella di me? Col cavolo!".
Oppure chiedeva a Brett: "La sai la differenza tra lei e me?". Brett rispondeva di no, al che Ethel diceva: "Ha avuto tutte le fortune, ecco la differenza. E io che cosa ho avuto? Merda".
I Mayfield non erano l'unica famiglia "snob" che Ethel disprezzava, ma per via dei suoi rapporti con Zeno Mayfield quell'uomo le stava particolarmente antipatico. Da ragazzo Brett sentiva la madre lamentarsi in continuazione che il venerd pomeriggio il sindaco offriva un drink ai dipendenti comunali, ma lei non veniva mai invitata.
Non ricordava nemmeno il suo nome, quell'ipocrita figlio di puttana!
Se lo sarebbe ricordato solo in seguito, quando Brett, ormai cresciuto, frequentava il liceo e giocava nella squadra di football della scuola. La sua fotografia compariva sui giornali. E la gente parlava di lui. All'epoca Zeno Mayfield non era pi tanto snob da non notarlo. E un giorno, in ufficio, si era fermato a dirle: "Lei  la madre di Brett Kincaid? Dev'esserne molto fiera".
Lei aveva risposto: "S, signor Mayfield. Lo sono".
E, cavolo, era finita l! Quel bastardo ipocrita non le aveva pi rivolto la parola, per anni.
Fino a quando, due anni prima, era venuto fuori che Brett usciva con una delle figlie di Mayfield.
Ethel non le aveva mai viste. Ma sapeva da quel che diceva la gente che una delle due, la maggiore, era quella bella; l'altra era quella intelligente.
Quando Brett le disse di Juliet lei rimase stupita, incredula. "Mayfield? Esci con una Mayfield?"
Era cos ferocemente critica nei confronti delle malcapitate che Brett di tanto in tanto portava a casa per presentargliele, che il ragazzo aveva smesso di farlo; ma adesso, con Juliet, non pot evitarlo.
"Stai scherzando? Quella si prender gioco di te."
Oppure: "Quale delle due? Quella bruttina?".
Ormai Brett aveva imparato a non prendersela o arrabbiarsi per le parole della madre eccentrica. Aveva avvertito Juliet che sua madre era una persona "difficile" ma "di buon cuore", anche se non era certo che Ethel Kincaid fosse proprio cos.
Si era preso una piccola rivincita, una soddisfazione che gli aveva procurato una strana emozione, quando aveva presentato Juliet Mayfield alla madre inacidita, non in casa sua ma su un terreno neutro, in un caff sul lungofiume a Carthage.
Non appena Brett aveva visto Juliet, tutto il risentimento che covava per la famiglia Mayfield era svanito. Tra loro era subito scoccata la scintilla: come un fiammifero che prende fuoco.
Aveva visto quegli occhi sorridenti che lo fissavano. E aveva sentito un fuoco dentro.
Per quanto giovane, Brett aveva avuto parecchie ragazze, e ultimamente anche delle donne. Dopo il liceo aveva lasciato la casa di Potsdam Street, malgrado le proteste della madre; aveva bisogno di vivere da solo, di respirare.
Poi si era arruolato nell'esercito e aveva lasciato l'appartamento preso in affitto a South Palisade Park. Quando era tornato dal fronte, congedato e invalido come un sacco d'immondizia gettato via da un camion in corsa, era dovuto tornare nella casa di Potsdam Street, e lo aveva vissuto come una condanna a morte. Di nuovo nella sua camera di quando era bambino, che Ethel aveva custodito come la stanza di un figlio morto.
Ma questo era accaduto dopo: quando aveva conosciuto Juliet Mayfield, aveva un posto dove portarla, dove stare soli.
Col cavolo che avrebbe cercato di spiegare a Ethel cosa provava. Non l'aveva fatto.
Era entusiasta di Juliet e della sua famiglia, questo era certo. E a quanto pareva anche lui piaceva a loro. Il cuore gli balzava in petto quando Zeno Mayfield si avvicinava a grandi passi per stringergli la mano.
Ehi, ragazzo! Sono contento di vederti.
I Mayfield erano le persone pi carine che avesse mai conosciuto.
Anche la strana sorella minore, con quello strano nome: Cressida.
All'inizio aveva capito male, gli pareva che la chiamassero qualcosa tipo Cressita, Cressika, il nome di un Paese straniero.
Era piccolina, con gli occhi scuri e una chioma quasi afro, nera come l'inchiostro, tutta ricci. Un corpicino smilzo da ragazzina di undici o dodici anni e l'espressione impassibile, non sapevi mai a cosa pensava.
La figlia intelligente dei Mayfield.
E persino Cressida era gentile con lui! Gli stringeva la mano con un sorriso solenne che subito svaniva mentre gli occhi neri come inchiostro lo fissavano con uno sguardo curioso, stupito.
Ti vogliamo tutti bene, Brett. Mamma, pap, Cressie. Sei la persona pi fantastica che abbiamo mai conosciuto: credimi!
Juliet che lo prendeva per mano. Juliet che gliela stringeva. Juliet che gli dava di gomito, per indicargli qualcosa...
Gli amici non gli avevano mai chiesto di Juliet Mayfield. I compagni di liceo, che in qualche modo si era lasciato alle spalle: Halifax, Weisbeck, Stumpf.
Gli mancavano le parole per parlare delle donne o delle ragazze a cui tenevano. E cos ne parlavano solo in termini volgari. Fica, tette, culo. Gnocca. Troia.
Quindi come faceva a parlare di Juliet con loro? Non poteva.
Anche solo a pronunciarne il nome, rischiando di sentirlo ripetere dalla bocca di Halifax, Weisbeck, Stumpf... non poteva.
Lei gli si era offerta come un fiore. Una di quelle rose con tanti petali avvolti l'uno sull'altro, racchiusi in un bocciolo stretto e che poi, chiss perch, forse per il calore del sole, cominciano a schiudersi, si aprono.
Era cos felice. Le aveva detto balbettando: "Credo di amarti,  troppo presto...  troppo presto per dirlo? Non ridere di me, ok?".
Non riusciva a capire perch allora le avesse fatto del male.
Aveva fatto del male alla donna che amava, no? (Era cos?)
Prima l'aveva colpita sul viso, per respingerla. Un gridolino acuto, come un animale preso a calci.
E la guancia livida, la mandibola slogata.
No: non era slogata.
Al pronto soccorso le avevano fatto una lastra. L'osso non era fuori posto. Cos aveva detto.
Aveva spiegato di essere scivolata, caduta. Che goffa! Era colpa sua, di nessun altro.
Strano che tutti accettassero quella versione. Che le credessero.
La bellissima Juliet aveva un livido simile a un iris violaceo che andava dalla mascella sinistra alla guancia, e ridendo insisteva di essere scivolata, caduta, non le faceva per niente male e comunque poteva coprirlo con il trucco, non l'avrebbe notato nessuno.
Nemmeno i genitori. Nemmeno loro l'avevano visto.
Si vede quel che si vuole vedere. Per tutto il resto,  come se si fosse ciechi.
E poi un'altra volta. Perch lei lo aveva provocato prendendolo in giro con - chi cazzo era? - un ragazzo che lui conosceva dai tempi del liceo: Bisher. Lo aveva preso in giro: "Dov' quel figo del caporale Kincaid?".
O l'aveva provocato dicendo: "L'unica persona che pu capirti a Carthage sono io. Perch siamo due mostri".
Come in un incubo cercava di rianimarla. Le comprimeva il petto con il palmo della mano, come gli avevano insegnato, chino su di lei, cercando di riattivare la respirazione, singhiozzando e mugolando, mentre la implorava: "No no no no no non morire".
Poi aveva trovato un posto paludoso poco profondo, tra le rocce. Aveva cercato di coprirla con delle pietre e con manciate di fango. Si sforzava di pensare: "Un corpo va seppellito. Non lo si pu lasciare alla merc degli animali e degli uccelli". Perse del tempo prezioso a cercare un qualche segno, una croce.
Perch, caporale?
Perch... cos si seppelliscono i cristiani.
Anche gli elefanti seppelliscono i loro morti. Pensava che fosse cos.
Forse l'aveva visto su Discovery Channel. Forse aveva visto un documentario.
Ma gli elefanti sanno riconoscere le ossa dei loro defunti a distanza di anni. Una vecchia elefantessa barriva e si agitava mentre afferrava le grosse ossa curve della nonna che giacevano nella terra arida.
Invece nessun essere umano sarebbe in grado di riconoscere le ossa di un parente. Non saprebbe riconoscere le sue, di ossa, se gliele mettessero davanti in un piatto.
Fra le creature terrestri solo l'Homo sapiens e gli elefanti seppelliscono i loro morti. Per il dolore, e per rispetto.
E per il desiderio che i morti rimangano morti.
Nel posto in cui li si  lasciati. Coperti con manciate di fango, pietre, terra. Morti.
Nella lettera che aveva dato a Juliet, chiedendole di aprirla solo nel caso che non fosse tornato dalla guerra, aveva scritto con la grafia meticolosa e legnosa di chi scrive di rado a mano: "Quando sai una cosa dovresti avere anche il coraggio di farla, ma a volte non sei abbastanza forte. Dio non ti rende abbastanza forte.
"Fai agli altri quello che... Ama il prossimo tuo.
"Non uccidere."
Era confuso, forse aveva sepolto la lettera con lei nella fossa paludosa lungo il fiume! E in quel caso la lettera (bagnata, strappata) sarebbe stata decifrata, la scrittura era la sua, aveva firmato: "Con amore, Brett", e sarebbero risaliti a lui.
Forse doveva andare cos. Forse era per questo che Dio aveva guidato la sua mano mentre scriveva la lettera.
Chiesero di nuovo al caporale cosa aveva visto. Chi aveva visto.
Quanto era vicino, e quando era successo.
Quanti colpi di fucile. Quante volte aveva sparato l'Ak-47.
Se aveva visto i corpi dentro la casa. Il corpo nella conduttura.
Ogni dichiarazione del caporale era come una presa in giro alle sue stesse orecchie.
Cosa ci sta dicendo, caporale. Lei era presente?
Lei non c'era, ma afferma di aver visto.
Poi dice che c'era, e afferma di aver visto.
Come fa a esserne certo. Queste sono accuse gravi.
A noi non interessa quello che ha sentito da altri, ma ci che ha visto.
Non ci interessa quello che le hanno detto. N quello che lei ha detto al cappellano o quello che ricorda. Non ci interessano le fotografie che ha visto o ha creduto di vedere.
Sono accuse gravi, caporale. Capi d'imputazione.
Ci dica esattamente cosa ha visto. Chi c'era esattamente.
Non chi "conosceva", ma quali uomini ha visto l e in quale rapporto erano tra loro e con lei e quando  accaduto. Non chi "le  stato detto" che era l, ma chi ha visto.
Li ha visti in faccia, caporale?  in grado di identificarli uno per uno?
Lei era presente?
Era l? Se s, perch non  intervenuto?
Come poteva essere l se non ha visto?
Sono accuse gravi. Capi d'imputazione.
Qualcuno pu confermarlo?
Stavano dicendo: "Certo che c'era, Brett".
"Caporale? Ci dica cos' successo."
Non indossavano le uniformi. Avevano le basette lunghe.
Era confuso, vedendo quanto erano cambiati quelli che lo stavano interrogando. Come se si fossero spostati in un punto sfuocato in mezzo alla sua testa e fossero usciti dall'altra parte completamente mutati, e lui era cos affascinato da quella metamorfosi che non riusciva a capire bene cosa gli stavano chiedendo e ancora meno cosa doveva rispondere per non mentire.
Non volevi farle del male, eh? Solo che hai perso il controllo.
... hai perso la testa? Capita.
E lei  la sorella dell'altra.
Cazzo, nessuno ti pu biasimare, figliolo. Dopo quello che hai passato sotto le armi ti trattano come una merda, la tua fidanzata ti scarica perch sei "disabile" e poi la sorella ti dice in faccia quelle cose: diamine, amico, sei stato provocato.
 vero che il caporale  stato provocato? Cazzo, certo che s!
Vuoi dirci com' andata? E cosa ne hai fatto del corpo?
Sappiamo che l'hai buttata nel fiume. Abbiamo trovato un suo indumento a Sackets Harbor.  molto lontano da qui, caporale, sembra incredibile ma  proprio cos.
Vedi, eccolo: il suo golfino. Il golfino di quella povera ragazza, l'hanno trovato dei ragazzini tra le rocce di Sackets Harbor, purtroppo per te, caporale, la corrente non l'ha trascinato nel lago, come forse  accaduto al suo corpo.  nel lago? O magari  in fondo al fiume? Ne sai qualcosa?
Troveremo il corpo, anche se non collabori e non ce lo dici, caporale. Ci vorr un po' ma lo troveremo, la polizia statale ci aiuter a dragare il fiume e il lago. La poveretta non pesava neanche cinquanta chili e abbiamo trovato il suo sangue sulla tua Jeep e sulla tua camicia e i suoi capelli sulla tua Jeep dove glieli hai strappati:  questo che hai fatto, caporale? L'hai afferrata per i capelli e le hai sbattuto la testa contro il parabrezza, dove c' il sangue? E ci sono anche le sue impronte digitali. Ci metteremo del tempo a trovarla, ma se ce lo fai risparmiare questo ti verr riconosciuto, il giudice apprezzer se collabori, capito, caporale, non come quei coglioni drogati e teste di cazzo che sono troppo stupidi per collaborare con il procuratore distrettuale e finiscono nel braccio della morte a Dannemora, in una cella grande come un cesso a marcire per dieci, vent'anni, finch non desiderano altro che di morire e nel frattempo gli si spappola il cervello come se avessero l'Alzheimer. Ma se ci dici cosa le hai fatto, forse il procuratore potrebbe cambiare l'accusa in omicidio colposo, si chiama cos, il giudice potrebbe darti da vent'anni all'ergastolo, cos potresti uscire dopo nove anni con la condizionale, davvero un buon affare, caporale, considerato quel che hai fatto a quella povera ragazza. Tu lo sai e noi pure, ma devi confessare. E bisogna dirlo alla famiglia della ragazza, si devono mettere l'anima in pace. Tutti a Carthage dicono che il caporale Kincaid era un ragazzo americano bravo e rispettabile, rovinato dal nemico iracheno: non  stata colpa tua, caporale. Nessuno ti biasimer, o quasi.
Stava male per la vergogna. Per i sensi di colpa. Si sentiva intasato come un tubo di scarico. Non riusciva a liberarsi.
Meglio morire. Essere morti "in combattimento".
Ormai era troppo tardi. Era stato ucciso ma non era morto, non proprio.
Gli sembrava di essere la goffa imitazione di un essere umano: una mummia, un manichino. Brandelli di pelle essiccati come cuoio, ciocche di capelli come reperti esposti in un museo di storia naturale.
A Washington aveva visitato dei musei: lo Smithsonian, la National Gallery.
Lo rasserenava pensare a un museo, perch in un museo si conservavano gli oggetti inanimati. La gente contemplava quegli oggetti inanimati che era normale si trovassero l e non destavano emozioni n particolare interesse. Erano come imbalsamati: ventilazione, pavimenti di marmo, soffitti alti.
Durante "l'esodo" per le festivit natalizie - a met del corso di addestramento a Fort Benning - i dieci giorni di congedo non li aveva trascorsi a Carthage, ma era andato a Washington in aereo.
Ci era andato da solo. Voleva vedere da solo il monumento commemorativo dei veterani del Vietnam, di cui leggeva da anni. Sapeva che all'inizio quel monumento aveva suscitato polemiche. Voleva vederlo di persona.
Sapeva di un vecchio parente - un cugino del padre - che era morto in Vietnam. Ce n'erano altri a Carthage, ma non ne conosceva i nomi.
Si chiamava Tom, o Tim. Un nome che da bambino non gli era rimasto particolarmente impresso.
Gli sarebbe piaciuto che suo padre sapesse che si era arruolato nell'esercito. Che nel corso di addestramento di base al combattimento era tra i migliori, fino a ora.
A quanto pareva, andava a genio al sergente istruttore. E anche agli altri ragazzi. Era stato scelto come "capo plotone" del suo corso.
Gli sarebbe piaciuto che suo padre sapesse che si era arruolato dodici giorni dopo l'11 settembre.
L'idea che forse suo padre non l'avrebbe mai saputo lo spaventava.
Probabilmente l'avrebbero mandato in Medio Oriente. In fanteria. Aveva indicato cos. In Iraq, in Afghanistan: non gli importava dove. Juliet, sua madre e i Mayfield non immaginavano nemmeno quanto desiderasse partire.
Non vedeva l'ora di finire l'addestramento di base. E di iniziare quello avanzato, sempre a Fort Benning, in Georgia. Una parte di lui sapeva che era pazzesco, eppure sperava - lo sperava ardentemente, come un bambino - che la guerra, le guerre, non finissero prima che lui si fosse unito alle truppe americane al fronte.
Non era un atteggiamento normale, lo sapeva. Dopo sei spossanti settimane di addestramento, gli altri ragazzi al corso di base non vedevano l'ora di tornare a casa, ma Brett Kincaid aveva scelto di passare da solo la prima settimana a Washington, dove non conosceva nessuno. A Carthage c'era la fidanzata ad aspettarlo, ansiosa di stare con lui, ignara che non sarebbe tornato subito a casa.
Poteva portare Juliet con s. Non l'aveva fatto.
Era un sabato mattina freddo e piovoso, eppure al monumento commemorativo c'erano dei visitatori. Per lo pi famiglie, qualche coppietta mano nella mano, l'unico da solo era il soldato Brett Kincaid.
Juliet non sapeva dov'era. Nessuno lo sapeva.
Sfilando con gli altri davanti alle lunghe pareti orizzontali del monumento, che digradavano in una lieve discesa, non risultava evidente l'idea che il mausoleo voleva suggerire, quella di una tomba comune a forma di V. Non c'era da meravigliarsi che avesse cominciato a sentirsi strano: esitava, aveva il fiato corto.
Quanti nomi! Si susseguivano a perdita d'occhio.
I visitatori - probabilmente parenti dei soldati caduti - cercavano i nomi, quindi si fermavano a fissarli a lungo, come sonnambuli. Con una sorta di infantile meraviglia allungavano la mano per toccare i nomi incisi nel granito nero. Alcuni dovevano alzarsi sulle punte dei piedi per toccare quelli pi in alto. C'era una scaletta per arrampicarsi. Perch non bastava vedere, bisognava toccare.
A terra, alla base del monumento, c'erano delle bandierine bagnate di pioggia, fotografie, fiori veri e finti. Lui aveva letto che ogni sera quegli oggetti di devozione venivano rimossi.
Quando era morto il cugino di suo padre? Brett non ne era sicuro, ma credeva che fosse pi verso la fine di quella lunga guerra piuttosto che all'inizio.
Scorreva le colonne di nomi cercando KINCAID.
Naturalmente il nome di suo padre non c'era. Lo sapeva. Suo padre non aveva combattuto in Vietnam, ma nella prima guerra del Golfo e comunque non era morto in battaglia.
In Vietnam erano caduti oltre cinquantottomila soldati! Era un numero inconcepibile, al solo pensiero la mente andava in tilt.
Sfilavano gli anni: 1959, 1963, 1967, 1970... Gli occhi lacrimavano, la vista si appannava. Nessun nome gli era familiare, fino a quando, verso la fine della colonna del 1971, lo vide: TIMOTHY KINCAID.
Eccolo! Il cugino di suo padre.
Brett si blocc. Fiss il nome, era all'incirca all'altezza della sua spalla. Si chin in avanti per toccarlo, ci fece scivolare sopra le dita.
Deglut nervoso. Non sapeva perch fosse cos profondamente commosso dal nome di una persona che in pratica non conosceva.
"Scusi?" lo apostrof una donna. Era una signora anziana con un bastone, che indossava un impermeabile trasparente, in compagnia di altre persone pi giovani; dovette chiedergli chi era per lui TIMOTHY KINCAID e Brett mormor educatamente qualcosa mentre sbatteva le palpebre per asciugare le lacrime.
"Che Dio lo abbia in gloria."
Si allontan in fretta. Senza voltarsi.
Non aveva scattato nemmeno una foto con il cellulare, come intendeva fare.
Quando torn a Carthage non parl a nessuno di quella visita a Washington. Ricordava spesso quel nome, TIMOTHY KINCAID, come si ricorda quello di un parente defunto, un fratello che non si vede da anni.
Persino le dita ricordavano: TIMOTHY KINCAID.
In quel posto, la terra dei morti.
Sua madre, la fidanzata e i suoi genitori. I suoi amici.
I fratelli/i compagni di liceo. I soldati del suo plotone.
Tutti silenziosi, i volti esangui.
Come istantanee sbiadite nel vecchio album fotografico di sua nonna.
Brett? Vieni qui.
S, sei nel posto giusto.
S, ti aspettavamo.
Pornografia, dolci scadenti, che cariano i denti.
Stupefacenti. Droga. Uno spinello dietro l'altro. Robaccia. Secca, mummificata. Tempeste di sabbia.
Era morto quando era esplosa la granata. Quando era esploso il muro.
L'avevano chiamato. Gli avevano ordinato di correre in avanti. Col fucile imbracciato e il calcio premuto saldamente sulla spalla, pronto a sparare. Nemico in vista! L'ultima voce che aveva sentito era stata quella del sergente Shaver che sbraitava: "Vieni qui, Kincaid! Vieni qui! Ges Cristo, muoviti!".
Era morto ed era andato in quel posto. L, aveva visto delle sagome che si accalcavano in cerca di calore.
Comunque avevano spalato e raccolto le parti del suo corpo. Le avevano attaccate ingegnosamente e incollate e avevano inserito dei fili per tenerle insieme. Vide delle figure che formavano un motivo - come delle nuvole che sfilavano in alto sulla sua testa - e sapeva che doveva esserci un punto focale, un io, che osservava quel motivo in continuo mutamento; un io che dirigeva il meccanismo che percepiva quel motivo.
Bisognava dare a quell'io il giusto nome: Brett Kincaid. Timothy Kincaid.
Cercavano di trarlo in inganno chiedendogli di "sollevare" la gamba destra, la gamba sinistra, il braccio destro, il braccio sinistro, ma lui non sapeva come fare, come "sollevare" quel che gli chiedevano di "sollevare" - come faceva una parte del corpo a "sollevarne" un'altra? - cercavano di spiegare: "Non ne avresti la forza".
E lo toccavano con una bacchetta o con un bastone appuntito? Volevano fargli il solletico? Come sulla pianta del piede? (Ma quale piede?) E doveva indovinare cos'era. Ed era "caldo" o "freddo", la superficie era "liscia" o "ruvida"? Tirava a indovinare, a volte si limitava a dire: " uguale", per indicare che per lui era indifferente, qualunque cosa fosse.
Lealt. Dovere. Rispetto. Altruismo.
Onore. Integrit. Coraggio.
I principi basilari dell'esercito.
Caporale Brett Graham Kincaid in forza all'esercito statunitense.
Lenti intraoculari nell'occhio sinistro maciullato. Impianti al titanio per tenere unito il cranio fratturato. Lembi di pelle del viso ricuciti e un'eruzione cutanea che dava un prurito micidiale, come i morsi di formiche, ma non dovevi grattarti i punti altrimenti si staccavano e i lembi di pelle si allentavano, sanguinavano e s'infettavano. Fili che tiravano nella parte inferiore del corpo (nelle budella, nell'inguine) e un ca-t-te-re ficcato nel cazzo moscio e flaccido per drenare il piscio avvelenato ed evitare che diventasse giallo come la senape, come quei ragazzi all'ospedale che non si capiva quanti anni avessero, se la sua et o quella di suo padre.
Ges, da bambino era stato felice! A quel tempo non si rendeva conto che sua madre era afflitta e amareggiata, chiusa in se stessa come un bagno intasato (e il loro bagno nella casa di Potsdam Street s'intasava sempre, Ethel si lamentava e cercava di sturarlo da sola in lacrime, con un sudicio sturalavandini), mentre lui, alle elementari, faceva amicizia facilmente; era uno dei pi alti, un ragazzino sveglio, un atleta nato ma senza essere prepotente o spaccone, perch si portava dentro una tristezza per via del padre che se n'era andato. La gente diceva che aveva preso da Graham, era bello, aveva i capelli castano chiaro ondulati e gli occhi color nocciola chiaro e il sorriso pronto, raramente era imbronciato o pensieroso o insolente con gli adulti, e agli adulti piaceva, avevano fiducia in lui.
In sostanza Brett era un bravo ragazzo. Piaceva a tutti: giovani e adulti. Non rispondeva male come gli altri ragazzi, se ne stava tranquillo per i fatti suoi. Non giudicava il prossimo, non prendeva mai in giro nessuno. Era gentile con i ragazzi disabili. Se un insegnante aveva difficolt a tenere sotto controllo la classe, Brett lo aiutava a mantenere la disciplina. A scuola non andava molto bene in matematica e in inglese, ma in generale aveva voti piuttosto buoni, per lo pi dei sette. Era leale con gli amici come Duane Stumpf, Rod Halifax e quell'altro, come si chiamava, Weisbeck. Erano cresciuti insieme nei dintorni di Potsdam ed erano come fratelli. Aveva difeso Stumpf quando si era messo nei guai, si poteva capire, vista la loro condizione sociale. Da ragazzino Duane Stumpf aveva un visetto tondo e paffuto, infantile, e se ne usciva con certe volgarit, frasi oscene di cui forse non capiva nemmeno il significato.
Quei ragazzi non si comportavano con Kincaid come si comportavano con gli altri loro coetanei. Per certi versi lo adulavano, lo ammiravano. Nessuno di loro era un atleta come Brett.
Brett era il tipo a cui potevi chiedere un favore. Te lo faceva, se poteva, senza fare domande e senza fartelo pesare e dopo non ti prendeva in giro, non veniva fuori con qualche commento sprezzante.
Non prestava denaro ma altre cose s: la bicicletta, per esempio. Dopo la scuola faceva almeno un paio di lavoretti - imbustava la spesa ai clienti in un supermercato, dava una mano in un'azienda di legname -, doveva mettere da parte quanto pi poteva, sua madre non aveva soldi, come gli ripeteva sempre. Si era arruolato nell'esercito per la paga, e comunque avrebbe fatto domanda per diventare ufficiale e dopo qualche anno avrebbe seguito dei corsi all'universit statale di New York. Dava alla madre quel che poteva.
Ethel, la madre fuori di testa di Brett! Se ne stava davanti alla porta di casa con addosso solo una vestaglia di stoffa lucida tipo seta, come in un film, senza niente sotto, si intravedevano i seni e le cosce tremolanti come gelatina, e un ciuffo di peli tra le gambe, cos distoglievi subito lo sguardo per non vedere.
Una scena simile ti sarebbe piaciuto vederla su una rivista porno o in un video, ma non nella vita reale, non con la madre di un amico!
Brett provava imbarazzo per lei. Ma era anche protettivo.
Quella volta, eravamo in seconda superiore. A casa mia era tutto un casino. Mio padre beveva e stava male e mia madre ripeteva sempre che avrebbe voluto inghiottire tutte le pillole che riusciva a trovare e io saltavo un sacco di lezioni. E Brett non parlava molto, ma usciva con me. Quando tornava dal lavoro o dall'allenamento di football faceva un salto a casa nostra. Non entrava. Io non lo invitavo a entrare, rimanevamo fuori nel vialetto o per strada. Oppure ce ne andavamo nel parcheggio del 7-Eleven. Brett non mi chiedeva perch non ero andato a scuola. Non faceva mai domande. Non voleva mai fumare gli spinelli con me: diceva no grazie. Non criticava quasi mai gli altri. Un giorno mi sentivo una merda e lui mi disse, ehi, perch non andavo a cena da lui? Sembrava che sapesse che a casa mia non si cenava quasi mai, mia madre non era in condizione di preparare da mangiare, nemmeno di mandare gi qualcosa. Dissi no grazie! Nessuno mi aveva mai invitato a cena a casa sua, e non  pi capitato. Brett disse che sua madre sarebbe stata contenta di avermi a cena. Cos accettai, era, tipo, la cosa pi gentile che mi avessero proposto. La sorpresa fu che quella sera la madre fuori di testa di Brett si comport in maniera diversa da come ci si sarebbe aspettati. Forse perch ero da solo, non c'erano gli altri. Forse le dispiaceva, Brett probabilmente le aveva parlato di me.
Mangiammo della pizza surgelata che Brett aveva preso allo ShopRite dove lavorava. Con il salame piccante, il formaggio e i pomodori, e la signora Kincaid ci aggiunse dei pelati in scatola, per non farla seccare nel forno. Ce ne siamo stati tutti e tre a guardare la TV: E.R., il telefilm preferito della madre di Brett. Le piaceva vedere la gente che stava peggio di lei e come riusciva a cavarsela, e pi tardi ho pensato: Ecco perch alla signora Kincaid piace avermi intorno. Ma era OK, questo lo capivo.
Quell'anno sar andato a casa di Brett forse cinque volte. Non sempre a cena, a volte ce ne stavamo semplicemente l. Una di quelle volte la signora Kincaid mi disse, mentre beveva della birra: Ti chiami Budny, vero? E io risposi: S, e lei se ne usc con quella cosa strana, che mi  rimasta impressa: Tua madre e io eravamo amiche alle superiori. Ma non ce l'ho pi con lei.
Forse voleva dire che era arrabbiata con mia madre perch non erano rimaste amiche. Credo intendesse questo. Ma se la signora Kincaid avesse saputo come stava mia madre, non avrebbe detto quella cosa. Mia madre era cos incasinata che non c'erano amici o parenti che non la evitassero come la peste.
Per quanto ne sapevamo, tutti quelli che si sposavano e formavano una famiglia prima o poi s'incasinavano.
Brett era, tipo, un vero cristiano, credo si possa dire cos. Non parlava mai di religione, forse perch la cosa lo imbarazzava un sacco, s, forse era per quello. "Fai agli altri quello che..." come si dice. Lui ci provava, ecco forse perch non ce l'ha fatta, in Iraq. E poi, "invalido" com'era, e con quei farmaci pesanti che prendeva, beveva pure, cosa che non dovresti fare se prendi delle medicine. Questo dice la gente. Ma la sua debolezza pi grande era che non sapeva dire di no ai suoi vecchi amici come Stumpf, Halifax e Weisbeck: non ci riusciva.
Se serve un testimone, tipo in un processo - un "testimone a discarico" - io sono pronto. Se ci sar un processo.
Qualcuno ha detto che non si pu arrestare nessuno per omicidio se non c' un cadavere, quindi forse non ci sar nessun processo. Ma se c', io testimonier per Brett Kincaid, non importa cosa dicono che abbia fatto. E nemmeno se alla fine lo dice lui. Perch Brett Kincaid  mio amico e non farebbe del male a nessuno e se salta fuori che ha fatto del male a quella ragazza, la Mayfield, allora vuol dire che non  stato il Brett Kincaid che conosco.
Se in mezzo al terriccio e ai detriti che stai spalando vedi dei frammenti di vetro colorato, potrebbero essere delle "gemme" - come a dire: C' del bello nel brutto. C' del bene nel male. Abbi fede!
Difficile credere che non fosse cos. In cuor suo, non poteva credere diversamente.
E cos, durante l'addestramento di base, lui non era spaventato come gli altri. Notava gli sguardi gelidi del sergente istruttore, che osservava le reclute stabilendo quelli che erano OK, affidabili, maturi, e focalizzando l'attenzione sulle reclute pi deboli, che era suo compito rendere pi forti, e sui pochi coglioni inevitabilmente presenti, che poteva umiliare, picchiare e annientare davanti agli altri come un pugile vincente che continua a colpire l'avversario, facendogli sanguinare il volto fino a quando il povero gonzo non va al tappeto, gambe all'aria, KO. Da come il sergente lo guardava, capiva che lui era OK, un vero uomo.
Quando venne il momento, cap, o intu, che i soldati del suo plotone, che sapevano che lui sapeva cos'avevano fatto alla ragazza irachena e alla sua famiglia e (probabilmente) quello che lui aveva riferito al cappellano, stavano complottando per ammazzarlo, se non alla luce del sole, facendo in modo che rimanesse ucciso - "in combattimento" -; e tuttavia, nonostante questo, durante il pattugliamento nella zona settentrionale di Kirkuk, ridotta in macerie, quando il sergente l'aveva chiamato lui si era fatto avanti, aveva obbedito al comando di un superiore come gli era stato insegnato, perch in quanto soldato non aveva alternative.
E adesso che era morto non doveva pi testimoniare all'udienza. Davanti alla Commissione d'inchiesta sui crimini di guerra.
Con i danni neurologici - "amnesia retrograda" - che aveva riportato, era incapace di ricordare con sufficiente chiarezza, accuratezza e certezza ci che era o non era accaduto nel tardo pomeriggio dell'11 dicembre 2004, nella zona settentrionale di Kirkuk, ridotta in macerie.
Nemmeno chi aveva preso il coltello e sfregiato il viso della ragazza. Nessun volto e nessun nome.
Non aveva bisogno di un avvocato.
Non aveva bisogno di andare - di "essere rispedito" - a Washington.
Non aveva bisogno di un soldato che lo accompagnasse in aeroplano, in taxi e all'udienza al Pentagono. Che lo aiutasse a camminare, gli desse le medicine, controllasse che non assumesse alcolici o che non si suicidasse nel bagno di un hotel, che gli pulisse il culo quando se la faceva addosso.
N aveva bisogno di pregare Juliet di riportarlo indietro e di accompagnarlo a Washington, di aiutarlo a camminare, dargli le medicine, controllare che non assumesse alcolici - che se avesse potuto avrebbe leccato come un cane -, pulirgli quel povero culo schifoso pieno di emorroidi quando se la faceva addosso, insistendo che lo amava, che lo avrebbe sempre amato, nella buona e nella cattiva sorte per tutta la vita, se solo glielo avesse permesso.
Cosa gli ho detto, tesoro, ho detto la verit, che  stato un incidente.
Che sono scivolata, sono caduta e ho sbattuto contro la porta, che sciocca.
Al pronto soccorso mi hanno fatto una lastra. Non ho la mandibola slogata.
Mi fa male, non riesco quasi a deglutire, ma i lividi andranno via.
Lo so, non volevi.
Mi dispiace averti fatto innervosire.
Non sto piangendo, davvero!
Un giorno ripenseremo a questi momenti difficili e diremo: " stata una prova per il nostro amore. Non ci siamo arresi".
Aveva detto di no. Lui non la pensava cos.
Lei non aveva visto da vicino quella faccia col sorriso da clown.
Sono accuse gravi.  bene che sia sicuro di quel che afferma, caporale. La sua incolumit e la sua sicurezza non saranno garantite se lei conferma queste accuse.
Il tenente C. fissava il caporale Kincaid come se emanasse un cattivo odore.
La polizia aveva subito sequestrato la Jeep Wrangler. Il veicolo era stato esaminato da cima a fondo. Solo grazie alla tenacia di Jake Pedersen la Jeep era stata restituita al suo proprietario che, dopo tutto, non era (ancora) stato arrestato.
Si stavano raccogliendo prove. L'indagine era in corso.
Non era chiaro se Brett Kincaid avrebbe potuto guidare.
O se poteva guidare adesso.
S, secondo il suo amico terapista Seth, se in macchina c'era qualcuno con lui.
L'occhio destro aveva un visus di cinque decimi. Il sinistro. Era il minimo previsto dalla legge per ottenere la patente di guida.
La gamba sinistra non era forte ma la destra, quella importante, quella con cui si spinge il pedale dell'acceleratore e del freno, non aveva problemi.
S, (forse) era vero: i riflessi del caporale non avevano pi la coordinazione di un tempo. In tutta franchezza si poteva dire che la visione periferica era andata a puttane.
Eppure poteva guidare una macchina. Aveva il diritto di farlo.
Non avrebbe implorato perch non lo privassero di quel diritto. Ci pensava Ethel a farlo.
Diceva: "Non potete ritirargli anche la patente!".
"Gli avete gi tolto tutto: la salute, la vita, quel che resta della sua vita: bastardi capitalisti, non potete togliergli anche questo."
Doveva essersi sognato di averla sepolta viva.
Cercava di gridare anche se aveva la bocca piena di terra.
Si era svegliato urlando in preda al terrore mentre la colpiva con la vanga.
Le aveva buttato addosso delle pietre, fino a quando non era rimasta immobile. Poi altri sassi, ciottoli, manciate di fango gettate sul corpicino fino a quando non era rimasta immobile, con la faccia coperta.
O forse era Stump che faceva lo scemo. Faceva ridere, Stumpf, Stump. Un giorno, al primo anno delle superiori, al secondo piano dell'istituto avevano guardato fuori dalla finestra, oltre un vialetto di cemento, e l, sul tetto, c'era Stumpf! Si era arrampicato su una scala su cui poteva salire solo il guardiano. Aveva trovato il modo di salire sul tetto della scuola, e adesso era l che avanzava quatto quatto per non farsi scoprire, almeno non subito. "Ehi! Guarda!" esclam Rod dando di gomito a Brett.
La professoressa Nichols stava parlando di fronte alla classe. Oppure stava interrogando una ragazza alla lavagna. E fuori dalla finestra, dall'altra parte sul tetto di bitume, c'era Duane Stumpf, e cosa ci faceva quella testa di cazzo fuori di melone, accovacciato dietro un comignolo di mattoni? Sembrava che stesse pisciando gi, lungo un fianco dell'edificio.
Stumpf - "Stump" - era famoso gi prima di andare alle superiori.
Nell'annuario scolastico dell'ultimo anno era stato eletto "buffone della classe".
Certe volte Stump non era cos divertente. Ma s, Stump era uno spasso!
Quel ragazzo cos sboccato. Quello che scorreggia in classe.
Aveva tirato su con una pala uno scoiattolo morto pieno di vermi, e l'aveva buttato sul sedile al posto di guida dell'auto del professor Langley.
E che scherzi faceva alle ragazze. Alle professoresse.
Alcuni li faceva insieme ad altri, ma la maggior parte da solo.
Alcuni non venivano fuori. Non li veniva a sapere nessuno.
C'era una della loro classe con la puzza sotto il naso. Bella, una ragazza pompon, i lineamenti del viso stupendi, che portava sempre morbidi maglioncini d'angora. Il padre aveva una concessionaria di Cadillac. Abitavano a Cumberland Avenue, vicino a quella strana chiesa in pietra calcarea. Il giorno di San Valentino Stump lasci appeso all'armadietto di "Debbie", in un pacchetto regalo, un pezzo di vera merda di cane.
E poi la professoressa Gordiner, che aveva una pancia (da donna incinta) che si vedeva chiaramente sotto gli indumenti attillati e che loro evitavano di guardare, alcuni dei maschi la trovavano sgradevole, e anche alcune ragazze. Insomma, giravano un sacco di battute sulla professoressa Gordiner, che insegnava inglese e seguiva la compagnia teatrale studentesca. Quel fuori di testa di Stumpf aveva scaricato da Internet la fotografia di un feto umano sotto formalina, l'aveva messa in una busta rosa come quelle dei bigliettini d'amore, e il giorno di San Valentino l'aveva lasciata sulla cattedra della Gordiner.
Aveva postato sul Web le foto di alcune sue compagne di classe - sovrapponendo la loro faccia su corpi femminili nudi, alcuni dei quali di grassone, completamente nude. Malgrado tutto, al liceo, Stumpf aveva avuto delle fidanzate. E anche dopo. Per lo pi delle porche, come le chiamava lui. Delle troie.
Brett non trovava Stump cos divertente. Non pensava che il "Coyote" fosse divertente.
Una volta, erano soli, Duane Stumpf rivel a Brett una cosa che non aveva mai detto a nessuno: "Quando ero piccolo, mio padre mi insegnava certe parole, come merda, ciucciacazzi, figlio di puttana per far ridere la gente. Mi portava a bere con lui, andavamo a Herreton Mills a comprare qualcosa per la casa o per il giardino e poi ci fermavamo a Wolf's Head e mi lasciava in macchina sul sedile posteriore cos potevo dormire, a volte si dimenticava che ero l, e tornavamo a casa quand'era buio. Cazzo, mia madre non sapeva dove eravamo, era preoccupatissima. L'estate prima che iniziassi la scuola litigarono e pa' se ne and e mi port con lui, come se l'avesse deciso in quel momento, non che ci avesse pensato prima. La chiamava, non  che mi avesse proprio rapito, ma tornavamo a casa raramente. All'inizio ho pianto un sacco, poi mi ci sono abituato, mi piaceva un casino sorprendere la gente e farla ridere. Cio, tipo scioccarla. Anche le donne. Le ragazze. Chiamavano altra gente per sentire quello che dicevo, al bar attorno a noi si radunava una folla, pa' era tutto gasato, come se stesse alla TV, anch'io mi sentivo cos, era... fantastico... Un bambino che dice parole "sporche" senza sapere cosa vogliono dire, era davvero divertente. Raccontavamo insieme una specie di barzelletta, non ricordo qual era, ma io ero lo "stronzetto", la gente rideva da matti. Un giorno il mio stronzetto andr in TV, diceva pa', vedrete.
"Ovviamente certe volte pa' si ubriacava e mi dimenticava in macchina. E si dimenticava anche di farmi mangiare. Era il lato brutto della cosa."
Gli avevano chiesto cosa le aveva fatto. Cosa ne aveva fatto del corpo.
E lui aveva detto la verit: non se lo ricordava.
Ricordava certe cose, immagini che mulinavano come acqua sporca che scorre in una fogna, ma non era possibile dargli un nome; non era possibile articolare le parole, pronunciare il suono con la bocca.
Tra il cervello e la bocca c'era come uno sfasamento.
... facilita le cose, a noi e a te. Il giudice sar clemente, considerando che hai servito il Paese. E la famiglia della ragazza potr seppellire il corpo,  l'unica cosa giusta da fare e tu sei una brava persona, caporale, e sei ancora giovane, tra otto-nove anni uscirai con la condizionale.
Allora, figliolo?
Ma a sorpresa il caporale fu rilasciato.
Non riusciva a capacitarsene! Doveva esserci uno sbaglio.
Perch adesso c'era un avvocato a "rappresentare" Brett Kincaid.
Lui era stato irremovibile: non voleva un avvocato. Pensava che se suo padre l'avesse saputo, se il sergente maggiore Graham Kincaid avesse scoperto che suo figlio aveva un avvocato, che aveva bisogno di un avvocato nella situazione in cui si trovava, sarebbe rimasto disgustato. Era convinto che assumere un avvocato fosse un'ammissione di colpa e si vergognava di avere un "avvocato" che lo rappresentasse, come se fosse un criminale.
Shaver, Muksie, Broca, Mahan, Ramirez: avevano tutti un'assistenza legale.
I pubblici ministeri dell'esercito avevano fatto un'offerta a Ramirez, il pi giovane del gruppo, un ragazzo di appena diciannove anni: dichirati colpevole, denuncia gli altri, prenderai meno di vent'anni.
Ethel era infuriata, diceva che suo figlio, un eroe disabile, sarebbe stato "condotto" in prigione, nel "braccio della morte".
Aveva fatto degli accordi. C'era un sacco di gente che sosteneva il caporale Kincaid. Non aveva un avvocato d'ufficio, ma un legale di prim'ordine.
Hai capito cos'ha in mente Zeno? Vuole distruggerci!
Brett si rifiutava di parlare con quel tale, Pedersen. Il cervello gli si era come spento.
Adesso i ragazzi si tenevano alla larga. I suoi vecchi amici. Forse avevano paura che lui li denunciasse.
Quella fottuta spia. Ha avuto quel che si merita.
Era incredibile, la polizia della contea di Beechum l'aveva rilasciato. Gli aveva permesso di allontanarsi dall'edificio, di uscire da l appoggiandosi a Ethel e a quel tale, Pedersen.
Fuori nel parcheggio c'erano un sacco di fotografi, operatori della TV. Non c' niente di cui vergognarsi, aveva detto Ethel. Sotto le luci delle telecamere, gli occhi di Ethel scintillavano come quelli di un gatto.
Non sapeva da quanto tempo era l, semisvenuto e in preda alla nausea, sul vecchio divano sporco nel soggiorno di Ethel. Erano passati giorni, era una settimana che non andava di corpo, aveva le budella dure come il cemento. Gridava di dolore. Grida che sembravano il riso di una iena.
Il riso del "Coyote", Muksie che sfregiava il viso della ragazza col coltello.
Il sergente Shaver le aveva mozzato il mignolo con le cesoie.
Broca aveva scattato delle foto. Il piccolo cellulare lampeggiava nell'oscurit.
Il puzzo di petrolio invadeva ogni cosa. Petrolio, caldo e sabbia.
In realt il caporale non aveva visto. Avevano calcolato che era lontano almeno sei metri.
S ma... non poteva giurarlo. Sotto giuramento bisogna giurare.
Sotto giuramento non si possono fare affermazioni vaghe. Non si possono fare affermazioni sull'onda dell'emozione.
Lo sapevano tutti che sarebbe successo a lui: a Kincaid.
Gli amici lo avevano avvertito. Gli amici erano preoccupati per lui. Uno di loro aveva inviato delle mail a casa, a suo padre, un ufficiale della Marina in congedo, spiegandogli qual era la situazione a Kirkuk.
Era una fottuta spia. Uno spione figlio di puttana. Lo avevano avvisato, lui non li aveva ascoltati.
Be', li aveva ascoltati: lo aveva detto al cappellano. E questo forse era stato uno sbaglio.
Ma non sapeva cos'altro fare.
Poi, dopo l'esplosione, dopo la degenza in ospedale, quando ormai non gli interessava pi, lo avevano congedato dal servizio, "con onore".
Gli avevano conferito la Purple Heart. La medaglia per la campagna d'Iraq. E la splendida decorazione della fanteria, l'Infantry Combat Badge, il segno distintivo del suo coraggio e del suo sacrificio.
Ethel sfoggiava quelle onorificenze nel soggiorno. Quando rilasciava interviste alla stampa e alla TV, le teneva fra le mani davanti alla telecamera.
La commissione d'inchiesta non aveva chiamato il caporale a deporre. La sua testimonianza era contraddittoria. La sua testimonianza non era attendibile.
Adesso gli sembrava strano che lo avessero rilasciato di nuovo. Nei giorni in cui era in stato di fermo nell'ufficio dello sceriffo aveva pensato: "Potrei provare a prendere una pistola. Una delle loro. Mi spareranno a bruciapelo, mettendo fine alle mie sofferenze".
Perch gli investigatori in borghese portavano il revolver nella giacca. In servizio bisogna sempre avere con s la propria arma.
Lui aveva perso il fucile da qualche parte, che pena. Aveva perso tutto l'equipaggiamento, trenta chili di roba. Dove?
In un bagno di sudore, aspettava di sentire la voce infuriata del sergente addestratore.
Kincaid. Che cazzo hai fatto.
Stronzetto di un Kincaid, che cazzo vuoi fare, deludere l'esercito? Mi fai schifo.
Il suo avvocato aveva negoziato i termini del rilascio: Brett Kincaid non poteva allontanarsi dalla contea di Beechum senza notificarlo alle forze dell'ordine. Il caporale non era stato arrestato con l'accusa di omicidio, rapimento, occultamento di cadavere, intralcio alla giustizia - non ancora.
Gli investigatori erano prudenti, non si sbilanciavano sulla possibilit di un arresto. Si sapeva che stavano svolgendo indagini anche sui motociclisti Hell's Angels degli Adirondack.
Nella casa di Potsdam Street, Brett aveva il tempo di riflettere su tutto questo, ma il suo cervello era inondato di detriti come un'insenatura fangosa del fiume Nautauga dopo un violento temporale.
I parenti di Ethel andarono a trovarlo. E anche alcuni parenti di suo padre, che non vedeva da anni.
Parlavano fra loro, furibondi per il trattamento "di merda" che era stato riservato all'eroe di guerra di Carthage.
Consideravano Zeno Mayfield un nemico che aveva accusato Brett fin dall'inizio. Il motivo era la rottura del fidanzamento.
Vennero anche alcuni amici del liceo. Ragazzi che Brett aveva conosciuto anni prima e qualche ragazza, tra cui una sposata di recente, incinta, che era andata a trovarlo anche se il marito era contrario, come si premur di far sapere a Brett.
Vennero Halifax, Stumpf, Weisbeck. Erano a disagio con lui poich Brett li ascoltava in silenzio, mentre loro parlavano, tracannavano birra e mangiavano avidamente le patatine che Ethel gli aveva servito davanti alla TV.
 uno schifo, Brett, quello che stanno cercando di fare quei fottuti poliziotti.
La gente dice delle cose pazzesche. Stronzi...
... noi non c'eravamo, gliel'hai detto? Nessuno di noi, non c'eravamo, qualunque cosa  successa, dovunque l'hai portata o... quello che ...
Dopo il Roebuck Inn. Dovunque era...
Eri da solo, Brett, OK? Quella ragazza ti  saltata addosso, forse era strafatta, voleva... qualunque cosa  successa.
Ethel sent quelle frasi, piomb in soggiorno e li cacci di casa urlando. Dannazione, se erano amici di Brett dovevano aiutarlo. Quegli stronzi volevano solo pararsi il culo, altro che aiutarlo, cazzo, era Brett ad avere bisogno di aiuto.
Vennero i vicini. Non molti. Altri, quando vedevano Ethel sul marciapiede, con lo sguardo stravolto, o Brett Kincaid che raggiungeva la sua Jeep zoppicando per andare alle sedute di riabilitazione, si affrettavano a voltare le spalle, senza salutare.
I giornalisti smisero di venire a casa. Le visite finirono.
Ethel Kincaid non se lo aspettava! Quando squillava il telefono non erano parenti, amici, vicini che le auguravano di stare bene, rassicurandola di essere convinti dell'innocenza di Brett, ma degli sconosciuti che chiamavano per accusare Ethel di coprire un assassino. Si vergogni! Lei  sua madre, gli dica di confessare.
Arrivarono delle cartoline indirizzate al caporale Kincaid: "Schifoso assassino. Hai stuprato e ammazzato quella ragazzina, ma sei troppo vigliacco per confessare".
"Ges vede nel vostro cuore che siete entrambi peccatori e che sarete assicurati alla giustizia."
Non usciva quasi mai dalla casa di Potsdam Street. Dalla camera della sua infanzia, con le cartoline del padre ingiallite ancora attaccate alla parete che ormai non guardava pi. Non poteva uscire di casa senza che qualcuno lo osservasse. Non poteva entrare nella clinica di riabilitazione senza che qualcuno lo osservasse. Seth Seager, il terapista suo amico dai tempi in cui era fidanzato con Juliet, e per un po' anche dopo, aveva lasciato la clinica e si era stabilito altrove senza nemmeno salutarlo. Le sedute in clinica erano faticose, dolorose. Delle fitte gli si irradiavano su e gi lungo la spina dorsale, come scariche elettriche. Respirava a fatica, si sentiva ancora lacerare i polmoni da sottili filamenti di sabbia; gli scendevano le lacrime, e non riusciva ad asciugarsele in fretta; la nuova terapista che aveva sostituito Seth era una donna di mezza et di nome Inge, che lo guardava con un sorriso forzato come se non sopportasse di toccarlo, nonostante l'intimit fisica che si stabiliva tra loro.
A volte Inge lo chiamava "caporale", e lui non dava segno di sentire.
Quando c'era brutto tempo, Ethel doveva lasciare il lavoro per accompagnarlo in clinica e poi riportarlo a casa, un tragitto di quasi dieci chilometri fra andata e ritorno. Se durante l'estate Ethel Kincaid aveva esultato perch il figlio era stato "rilasciato dalla polizia", adesso, in autunno, con il passare del tempo, era sempre pi risentita per la sua situazione: madre di un veterano disabile della guerra in Iraq sotto continua sorveglianza della polizia. In quello stato di tensione esacerbata, quando era alla guida della Jeep Wrangler ormai tutta ammaccata, le accadeva di sterzare, sbandare, frenare di colpo e strusciare contro il guardrail o anche contro veicoli fermi o in movimento.
Come in un film, d'un tratto riapparve una ragazza che Brett aveva conosciuto (prima di Juliet Mayfield), una certa Gayle Nash, che cominci ad accompagnarlo alla clinica di riabilitazione e dai medici a Watertown o dovunque volesse andare, finch un giorno che la ragazza lo chiam al telefono rispose Ethel, che le disse laconica: "Basta. Non vuole pi vederti. Mi ha detto di dirtelo. Grazie per tutto ci che hai fatto ma basta cos".
L'ultima cosa che quella madre addolorata desiderava era un'altra cacciatrice di uomini che mettesse le mani su suo figlio. Guarda com'era andata a finire con l'ultima che ci aveva provato, quella troia snob della Mayfield.
Ormai era raro che Brett si avventurasse fuori casa. L'abitudine di andare a bere con gli amici nei locali sul lungolago il sabato sera si era interrotta all'improvviso quella sera di luglio.
Ogni tanto andava con Ethel al centro commerciale. Era lei a suggerirglielo: "Esci di casa, lascia che ti vedano, non c' niente di cui vergognarsi, sono loro che devono vergognarsi! Figli di puttana".
Al centro commerciale, Brett camminava zoppicando. Era ancora alto, ma stranamente asimmetrico, come se avesse la spina dorsale contorta e i fianchi non allineati. Indossava un berretto da baseball calato sugli occhi, camicie larghe a maniche lunghe, pantaloni color cachi con i risvolti che strusciavano a terra. A prima vista si sarebbe detto che avesse il volto ricoperto di garze, o almeno in parte. Gli occhiali scuri gli nascondevano la met superiore del viso.
Teneva lo sguardo fisso davanti a s. Camminava con le braccia aderenti ai fianchi. Ethel lo sorreggeva per un braccio. Tremava di indignazione anche quando non c'era nessuno a fissarli.
Che c' da guardare? Ma s, guardate pure.
Sapete chi  lui? Un veterano ferito della guerra in Iraq.
Si  sacrificato per voi, avanti, guardatelo!
Allora? Non ce la fate a guardarci? Stronzi!
Una volta Ethel fece per avventarsi contro un gruppo di adolescenti che fissavano a bocca aperta lei e quel figlio alto e allampanato che sembrava male assemblato, sibilando: "Andate via! Andate all'inferno! Verr anche il vostro turno, vedrete!".
Nessuno chiedeva a Brett di Cressida Mayfield. Nessuno parlava della ragazza, di quella ragazza, della ragazza che dicevano scomparsa.
Ethel non gli fece domande su Cressida. Solo molto tempo dopo, Brett si rese conto che non gli aveva mai chiesto nulla di quella sera, o di cosa gli fosse accaduto a Kirkuk.
Una volta l'aveva sentita parlare al telefono con un parente, probabilmente una delle sorelle.
Quel posto, si chiama Kik-kik, in Iraqqe,  venuto fuori che l c' un grosso giacimento petrolifero, molto grosso, pare. Quindi, si capisce, ci sono dei grandi petrolieri che pagano il governo degli Stati Uniti, e cos sono andati nei Paesi arabi a prendersi il petrolio. I capitalisti ci piazzano qualche grosso oleodotto. Per questo Bush ha dichiarato la guerra! Povero Brett, non sapeva niente di tutto questo, nessuno lo sapeva, ma poi lo capisci subito. Quel poveretto  quello che chiamano un danno col-la-te-ra-le di cui non frega un accidente a nessuno, una volta che si tolgono l'uniforme come quel vecchio figliodiputtana del padre che  scomparso nell'Ovest, come quello l, Clint Eastwood.
Ci devono un mucchio di soldi, altroch. Una volta tolto di mezzo questo processo faremo causa al governo degli Stati Uniti per "responsabilit penale". Al dipartimento della Difesa. A Rumsfield. Tutti dicono che saremmo degli stupidi ad accettare la prima offerta che ci hanno fatto, tipo solo un milione o due, ora che i giornali e la TV si sono buttati a pesce sulla storia di Brett e hanno smerdato l'America.
Ognuno mozzava un dito, ognuno un orecchio.
Dagli altri cadaveri tagliavano brandelli di carne. Un lembo di pelle si secca subito al caldo del deserto: "mummificazione" istantanea.
Quasi una faccia intera. Aveva visto di sfuggita una sacca fatta con le facce di tre civili, sembravano volti maschili, cuciti insieme alla bell'e meglio. Muksie aveva detto che i Sioux e gli Irochesi facevano cos.
Fotografavano i cadaveri con i cellulari, si divertivano cos. Foto segrete che non dovevano finire nelle mani sbagliate.
Non fatele vedere a Kincaid. Non  roba per il caporale!
Eppure lui le aveva viste. Doveva vederle. Non c'era modo di non vederle.
Nel plotone lo sapevano tutti. Per lo pi dicevano: "Ges, che schifo. Che stronzi, siete disgustosi, lo sapete?".
Ma non lo dicevano in giro. Nemmeno al cappellano. Non lo dicevi, punto e basta. Solo che Kincaid era profondamente convinto di doverlo dire. Non riusciva a dormire, sapendo che doveva dirlo.
Come sabbia che scivola tra le dita. Niente da stringere. Niente a cui dare un nome. Quando torni a casa ti confidi solo con gli amici intimi, magari con un fratello, con nessun altro dei tuoi familiari. Con persone che capiscono, che sanno quel che hai passato e perch queste cose per te sono importanti: dei trofei.
A tua madre, alla tua fidanzata o a tua moglie, a una sorella, a una cugina non mostri quei trofei, sono cose intime. Le donne non capirebbero. Nemmeno una che vuol far credere di non appartenere al suo sesso - come la sorella minore di Juliet, con quell'espressione fiera - potrebbe capire. A loro non mostri nessun trofeo, ma solo fotografie "pittoresche", ninnoli, ricordini, souvenir. Nessuno sapeva dove fosse l'Iraq, non conoscevano quel Paese, potevi comprare gioiellini di foggia mediorientale o statuine africane di animali intagliati nell'avorio all'aeroporto di Francoforte, scialli indiani: chi avrebbe notato la differenza?
La prima volta che era tornato a casa aveva comprato oggettini del genere per Juliet, per sua madre e per la signora Mayfield. La seconda volta era stato rispedito a casa in un sacco di plastica sigillato.
Percorrevano la Route 31 con la macchina di Halifax per trovare un posto adatto.
Quella roba maledettamente forte gioca strani scherzi al cervello.
Lui ansima come per un attacco d'asma. Halifax gli d un colpetto sulla schiena.
Ges Cristo! Cazzo, non mi morire qui, Kincaid!
L'estroso avvocato che aveva assunto la sua difesa parlava del caporale Kincaid in terza persona, anche quando lui era presente, come se si riferisse a un deficiente, o a un morto.
Il mio cliente ammette che la ragazza potrebbe essere salita sulla sua macchina, e questo spiega le impronte, il sangue e i capelli. Ma non quella sera. Un'altra sera.
Il mio cliente ha dei danni neurologici.  un fatto clinicamente accertato. Abbiamo fornito dei referti medici. Da quando  stato ferito in Iraq non riesce a ricordare chiaramente: ha riportato "lesioni cerebrali traumatiche". Nessuna giuria lo condannerebbe.
Nel gabinetto dell'accampamento a nord di Kirkuk. Non pensava: "Adesso lo ammazzo. Devo farlo". Aveva un fucile tra le mani e spazio sufficiente per impugnarlo e colpire con il calcio il soldato Muksie sulla tempia, uno, due, tre colpi rapidi, mentre Muksie grugniva e cadeva in ginocchio con sguardo sbigottito, infine si accasciava sul fangoso pavimento di cemento sputando sangue. Non pensava: "Dio ha guidato la mia mano. Questo  il primo".
Ma qualcuno lo aveva visto. Uno dei ragazzi era corso ad aiutarlo - ad aiutare Brett - gli aveva tolto il fucile dalle mani e aveva pulito il calcio.
 andato all'inferno. Questo  il primo.
Stava ridendo. Inciampava. I suoi amici lo trascinavano nella caserma.
Pi tardi vide il soldato Muksie - "Coyote" - tornare dal pattugliamento.
Adesso era completamente sveglio, si massaggiava le tempie e dentro sentiva le arterie gonfie pulsare pulsare pulsare, quasi fino a scoppiare.
Non possiamo garantire per la sua incolumit, caporale. Stia attento.
Lei voleva che le raccontasse quelle cose: "So che hai dei segreti che non puoi rivelare a nessun altro. Lo so".
Lo rassicurava dicendogli a bassa voce: "Io sono l'unica che ti capisce, Brett. Nessun altro pu sapere quello che sappiamo noi; loro sono i prediletti del Signore e noi siamo... dei disadattati".
Lui stava guidando la Jeep. Stringeva forte il volante con tutt'e due le mani, perch aveva bevuto e nella testa sentiva un tremendo ronzio, come se dentro ci fosse uno sciame di calabroni.
Per lui era importante riportare a casa la ragazza: era la sorella di Juliet.
Gli diceva delle cose tremende, anche se era sbronzo si sentiva in imbarazzo: "Juliet non ti meritava. Juliet  una di quelle persone che "vive nella luce", ignora ci che sappiamo noi. Io sono l'unica che pu amarti, Brett, ti prego, credimi".
Era scioccato. La sorella di Juliet!
Non sapeva cosa dirle. Anche se provava una sensazione... remota, come distante... di quello che in un'altra vita forse sarebbe stato desiderio sessuale.
"... l'unica che pu amarti. Ti prego, Brett."
Il primo pensiero era stato:  troppo giovane.
E la sorella di Juliet, se si fossero sposati, sarebbe stata come una sorella per lui.
Voleva disperatamente liberarsene.
Liberarsene senza correre rischi: voleva riportarla a casa.
Se Juliet avesse saputo... sarebbe rimasta sconvolta.
Non si era mai sentito a suo agio con la sorella minore. Forse non aveva mai pronunciato il suo nome: Cres-sida.
All'inizio andavano d'accordo. L'aveva conosciuta, si erano incontrati qualche anno prima, quando lei aveva avuto un incidente con la bicicletta: allora sembrava un'altra persona.
Era pi giovane, all'epoca.
Poi era cambiata. Si teneva lontana dagli altri, osservava, giudicava: quando Brett era da loro non sorrideva e non rideva mai. Si sentiva superiore.
Spesso in presenza di Brett sembrava guardarlo... in un modo che lui non voleva interpretare.
Perch Brett aveva capito che a casa Mayfield la volont di Cressida era legge.
Lo aveva dedotto da alcune osservazioni fatte da Juliet.
Persino l'autoritario Zeno le cedeva. Arlette contraddiceva di rado Cressida e spesso quando c'era lei stava in silenzio, come se volesse evitare qualche commento tagliente o sarcastico della "precoce" figlia minore.
Raramente Cressida dava una mano in cucina. Se si decideva a sparecchiare la tavola dopo i pasti, buttava i piatti e le posate nella lavastoviglie senza preoccuparsi di sciacquarli, con una sorta di gioia dispettosa.
Una volta, dopo pranzo, mentre persino Zeno dava una mano in cucina, Cressida aveva portato Brett su in camera sua perch voleva assolutamente mostrargli i suoi "disegni di E-scher" appesi al muro, e quelli che teneva in una cartella su uno scaffale. Lui non sapeva di che si trattasse ed era rimasto sorpreso e colpito da quelle opere d'arte cos ricche di dettagli e magistralmente eseguite, come non ne aveva mai viste a Carthage.
In quella camera che lui ricordava stipata di libri e di strani disegni, completamente diversa dalla stanza cos femminile di Juliet, Cressida gli aveva spiegato che i suoi disegni erano un modo per esplorare le "profondit" del suo cervello.
"Quando prendi un pennino e lo intingi nell'inchiostro, senti una specie di fremito, come una scossa elettrica che ti sale lungo il braccio. Entri come in trance. Come un sogno a occhi aperti." E dopo una pausa, scrollando le piccole spalle, aveva aggiunto: "Oh, ma ci si sente soli".
A lui aveva confidato ci che non aveva detto ai suoi familiari: a Canton era rimasta sorpresa di constatare quanto le mancavano i suoi. E quanto le mancava lui.
"Mi mancavate tutti. Immagino che fosse nostalgia di casa! Sembra cos banale, sdolcinato. Tu eri in Georgia, ma io mi sentivo vicina a te. Pi vicina che a quelle ridicole compagne con cui dividevo l'appartamento. Juliet mi inoltrava le tue mail e le foto che avevi scattato col cellulare, o almeno quasi tutte..."
A Brett sembr strano che Cressida fosse rimasta sorpresa di provare nostalgia di casa. Lui per quasi tutto il periodo di addestramento a Fort Benning aveva sofferto terribilmente di nostalgia, e per la mancanza di Juliet.
Cressida gli aveva anche mandato delle mail. Erano brevi e riservate, e lui non si era soffermato pi di tanto su quelle lettere enigmatiche. Probabilmente le aveva risposto ben poche volte. L'addestramento era spossante e intenso, e quando aveva tempo di pensare a qualcuno era a Juliet che pensava... Juliet gli mancava.
Si rifiutava di pensare che Cressida fosse invidiosa di lui e di Juliet. Invidiosa della sua incantevole sorella maggiore che tutti adoravano. Aveva pronunciato con scherno quella frase, i prediletti di Dio, tra cui certo vi era Juliet.
Eppure lui non riusciva a credere che dicesse sul serio, quando affermava di amarlo!
Che sorpresa vederla l, al Roebuck Inn, in mezzo a tutta quella gente! Poi aveva capito che era venuta per incontrare lui.
Non l'aveva incoraggiata. Non si era mostrato sensibile alle sue attenzioni. Per si sentiva responsabile verso di lei.
Aveva insistito per sedersi con lui in un spar, da soli.
Lui le aveva detto che voleva accompagnarla a casa e lei aveva replicato: "Oh, grazie, Brett, ma non ora, oh, ti prego". Timidamente, con un gesto ardito, gli aveva appoggiato una mano - piccola, tremula - sul braccio.
Lui avrebbe dovuto sottrarsi a quel contatto, ritrarre il braccio, ma non l'aveva fatto.
Le ragazze e le donne ci provavano sempre con lui, ci era abituato, o almeno cos era un tempo. Adesso era diverso.
Gli riusciva difficile guardarla, era cos... sconcertato.
Non approvava quell'atteggiamento, era imbarazzato.
Tuttavia l'aveva assecondata. Aveva fatto come voleva lei.
Aveva deciso di lasciare il locale sul lungolago e di non tornare. Voleva accompagnare la ragazza a casa, come aveva detto ai suoi amici.
Loro fissavano Cressida. Aspettavano che Brett la portasse via per fare battute volgari, che Brett non avrebbe certo gradito.
Aveva dovuto aiutarla a salire sulla Jeep. Lei era eccitata, irrequieta. Non si reggeva bene in piedi, come se la lattina di birra che aveva bevuto le avesse dato alla testa.
Aveva guidato a velocit un po' troppo sostenuta.
Per via del vento che entrava dai finestrini abbassati non riusciva a sentire bene quello che lei diceva.
Sembrava che lo stesse supplicando: "Abbiamo tanto da dirci, Brett. Tu non mi conosci affatto, io non sono una di loro, dei "Mayfield"".
Al volante della sua Jeep, si sentiva un po' meglio. L'aria fresca sul viso e nei polmoni, l'odore del lago, delle pinete.
"... dovevo vederti. Se vuoi parlare di Juliet, o... di noi... Di quello che potrei fare per te, credo, di come potrei aiutarti... non a "adattarti"... non intendo uno stupido clich come "adattarti"... Voglio dire nella tua vita, adesso che  cos cambiata, credo di essere l'unica che pu capire."
L'aveva ascoltata: era stato quello lo sbaglio.
L'aveva ascoltata, lei l'aveva convinto.
Non che gli piacesse quello che lei diceva, o che gli piacesse lei, ma era sorpreso dal fatto che quelle parole gli dessero una speranza, quando ormai non credeva (cos avrebbe detto) in una cosa talmente inverosimile come la speranza.
Gli aveva chiesto per favore di non riaccompagnarla a Carthage. Non subito.
Gli aveva chiesto per favore di portarla nella riserva, lungo il fiume, al chiaro di luna.
(Non c'era una luna limpida, la notte era afosa, caliginosa. C'era una falce di luna offuscata da nubi sfilacciate che correvano nel cielo come spinte da una forza interna, simili a pesci tramortiti. I fari della Jeep illuminavano fiocamente le tenebre rivelando inaspettatamente gli alti e diritti tronchi dei pini.)
L'aveva avvertita: "Non mi va di parlare di me e Juliet. Ma devo tenermi lontano dagli altri, farei loro del male".
Poi, chiss come era accaduto, pur sapendo che era un errore, la Jeep aveva svoltato nella riserva.
Chiss come era accaduto, la Jeep aveva imboccato Sandhill Road.
Avanzava lungo la strada sterrata al chiaro di luna. E il fiume scorreva a pochi metri, fuori dal finestrino del passeggero, chiazze baluginanti di acqua bianca spumosa, il gorgoglio delle acque si univa al vento che soffiava attraverso i finestrini della Jeep.
Gli aveva chiesto di fermarsi. Solo... di fermarsi.
Questo lo ricordava (non gli torn in mente subito n mentre veniva interrogato dagli investigatori dello sceriffo della contea di Beechum, ma settimane dopo), ma non ricordava quello che le aveva detto lui mentre cercava di ragionare con lei senza guardarla, cos come non guardava il sergente istruttore quando lui lo sgridava durante l'addestramento, imparavi a farlo, perch era proibito guardarlo, incrociare il suo sguardo, come se fossi un suo pari; non ricordava cosa gli aveva detto lei, toccandogli il braccio, facendogli rizzare i peli; si protendeva verso di lui, impaurita, tremando per la propria audacia - Dev'essere vergine:  terrorizzata. Eppure deve accadere,  arrivato il momento. Non pu tirarsi indietro.
Avrebbe tanto voluto dirle che non poteva rischiare di farle del male.
Era il fidanzato della sorella. Non poteva farle del male.
Cazzo cazzo cazzo  un grosso sbaglio, Kincaid. Tiratene fuori prima che sia troppo tardi.
Si accorse che Cressida stava piangendo. Non le importava pi di niente, era sconvolta. Gli si gettava addosso come se, avendo preso una decisione che contrastava con tutti i suoi principi e il suo modo di essere, trovasse inconcepibile che lui potesse rifiutarla.
Da quanto tempo avesse in mente di farlo, o di fare una cosa del genere, da quanto l'avesse architettato, provato e riprovato nella mente, in maniera frenetica, sciocca e triste, lui non poteva saperlo.
Da quante settimane, mesi. In preda alla gelosia, anche se non l'avrebbe mai ammesso.
E adesso Juliet era uscita dalla sua vita. Per quanto lei ne sapeva.
"... noi ci capiamo. Due disadattati, due mostri, adesso sai che cosa vuol dire e questo ti ha reso pi profondo, pi simile a me. Quello che  successo a te  visibile, quello che  successo a me ..."
Erano parcheggiati su Sandhill Road, vicino al promontorio. Lui non ci andava... da quanto? Da prima di partire per l'Iraq.
Da prima di morire. Sentiva quel ronzio frenetico alla base del cranio.
All'inizio la ragazza lo aveva stretto leggermente, in modo scherzoso, parlava come se stesse prendendo tempo. Poi lo aveva stretto pi forte.
Si rendeva conto che lei non aveva idea di cosa stesse facendo. Di cosa stesse provocando. Ignorava cosa fosse il sesso.
Malgrado la sua superiorit, la sua grande autostima, in fondo era una bambina.
Non aveva mai toccato nessuno come stava toccando il caporale Kincaid. Non aveva mai osato, temeva di essere rimproverata.
Con un riso forzato lui le disse: "Ehi, no, meglio di no".
La respinse. Non in modo energico, ma abbastanza da farle capire che faceva sul serio. E d'un tratto lei lo allontan ridendo, una risata feroce, risentita, rabbiosa: "Senti, Brett, io lo so: ormai nessuno pu amarti quanto me. Ora sei... diverso. Ti giuro che il mio amore baster, baster per tutti e due, non importa se tu non mi ami".

7

La confessione del caporale

12 ottobre 2005

"Ha confessato."
"Confessato cosa?"
"Cressida. Quello che... sai... Quello che le ha fatto."
Ma Zeno non capiva. Confessato cosa?
Aveva cenato tardi e adesso, prima di andare a letto, era stravaccato sulla poltrona di pelle nel suo comodo studio ingombro di oggetti; quando sua moglie apparve trafelata sulla soglia, senza entrare, la guard da sopra le lenti bifocali.
Aveva fra le mani un vecchio testo universitario di filosofia morale che stava esaminando incuriosito dai numerosi passaggi sottolineati in giallo, verde e rosso, come un neon sbiadito: per esempio, ai margini del Simposio di Platone erano appuntati dei commenti: "Come lo si prova? Discutibile! Stronzate!".
Quanto era scrupoloso Zeno Mayfield a diciannove o vent'anni. Quanto si appassionava a quegli antichi e venerandi filosofi, come se le sue critiche, le sue osservazioni, i suoi interrogativi potessero incidere anche solo minimamente sui loro sistemi filosofici o sulla loro fama.
Arlette indugiava sulla soglia, indecisa. Zeno not qualcosa di strano in sua moglie: un'espressione affranta eppure trasognata, le labbra tremanti atteggiate a una parvenza di sorriso.
Ormai nessuno avrebbe pi scambiato la sua cara moglie per una ragazza, nemmeno da lontano.
Da luglio i suoi capelli avevano iniziato a ingrigire vistosamente. Il viso, che si era mantenuto a lungo giovanile, si stava increspando come una pergamena.
"Ha telefonato McManus. Sta venendo qui. Ha detto che aveva delle novit... gli ho chiesto di anticiparmele per telefono. Lui voleva prima venire qui, per parlarci. Credo che avesse questo in mente. Era emozionato... Non te lo aspetti da Bud McManus, no?"
Con un gesto goffo, Zeno fece per mettere da parte il libro. Sul bracciolo della poltrona in pelle solcato da crepe simili a vene varicose c'era un lattina di Pilsner calda, che si rovesci sul pavimento.
Arlette guard la lattina per terra, il tappeto bagnato, senza una parola di rimprovero.
Erano le 23,08 del 12 ottobre 2005. Per i Mayfield il giorno 12 non passava mai inosservato.
Il suo fantasma, in quei mesi, era stato onnipresente.
Era scomparsa da cos tanto tempo che aveva cominciato ad assumere una sorta di ubiquit, un'impermeabilit al male, come se il male non potesse toccarla.
E all'improvviso non era pi cos.
S, lui le aveva fatto del male.
Non voleva, ma glielo aveva fatto. Era cos.
Oh Dio, gli dispiaceva. Che Dio abbia piet della sua anima, gli dispiaceva.
Credeva di averle fatto del male.
S, a quanto pareva era convinto di averle fatto del male.
Non riusciva a ricordarne il motivo.
Le aveva fatto del male, poi l'aveva seppellita, ma non ricordava perch.
Era nell'ufficio dello sceriffo. In stato di fermo.
Era stato tratto in arresto sulla Route 31. C'era stata una lite nel parcheggio di un locale e avevano chiamato la polizia, due uomini si stavano azzuffando e uno era Brett Kincaid, aveva il viso insanguinato, barcollava, era aggressivo e furioso, in un primo momento si era pensato che quell'aggressivit fosse dovuta all'alcol, o all'azione combinata della marijuana e della fenciclidina, la PCP.
Era dovuta intervenire la polizia. Malgrado le sue menomazioni, c'erano voluti tre agenti per immobilizzare il caporale, lo avevano sbattuto sul selciato lurido e lo avevano ammanettato.
Sul sedile posteriore della volante che lo conduceva alla centrale, tent di dire agli agenti: "Sono stato io, sono io quello che cercate. L'ho uccisa. Voglio rilasciare una piena confessione".
Si rifiut di vedere il suo avvocato. Si rifiut di vedere la madre.
Loro gli avrebbero detto di mentire, spieg. Non voleva pi mentire.
Sette ore di interrogatorio. Videoregistrato.
Non ricordava esattamente il motivo per cui avevano litigato.
Lui voleva accompagnarla a casa.
Non erano andati insieme al Roebuck. Lei era venuta dopo, da sola.
E poi in qualche modo si erano ritrovati nella riserva di Nautauga.
Forse lei lo aveva schiaffeggiato. Lo aveva spintonato e lui aveva perso il controllo, s, gli sembrava che fosse andata cos.
Aveva perso il controllo. Non voleva farle del male. E poi era finito tutto.
Come? Non ne era sicuro. Forse l'aveva presa a pugni. Oppure, lei era cos piccola, come una bambina, l'aveva sbattuta con troppa violenza contro qualcosa, contro il parabrezza, il finestrino, era successo come quando si getta un fiammifero acceso dentro qualcosa che non ti aspetti che esploda e invece esplode e non puoi tornare indietro e riprendere il fiammifero, e non ricordi nemmeno perch l'hai fatto, chi  che ha commesso un simile sbaglio.
Lui di sbagli ne aveva commessi molti. Non poteva tornare indietro.
O forse l'aveva strangolata. Adesso gli sembrava possibile di averlo fatto, con le sue mani.
Perch? Era difficile da capire.
Era come se avesse un oggetto troppo grande e tagliente conficcato nella testa, che gli procurava delle fitte di dolore. Nelle immagini registrate, il giovane viso deturpato del caporale sembrava sfaldarsi come una cipolla, ricoperto com'era di croste di sangue secco.
Forse, diceva, l'aveva uccisa perch lei non era felice.
O forse l'aveva uccisa perch gli aveva detto che lui era un mostro come lei, e che lo amava perch era un mostro come lei.
E non era riuscito a fermarsi.
L'aveva avvertita che avrebbe potuto fare del male a un civile.
Perch proprio a un civile, perch avrebbe dovuto fare del male a un civile non lo sapeva. Forse perch i civili avevano paura di lui. Nei loro occhi vedeva la paura che lui facesse loro del male.
L'aveva avvertita. E aveva avvertito anche la sorella, la sua fidanzata.
A lei, a Juliet, aveva fatto del male. Non voleva ma era successo. Lo mandava in bestia il fatto che non lo giudicasse mai, che non capisse chi era, cosa aveva fatto, perch lui aveva fatto delle cose spaventose, le aveva viste fare ma le aveva anche fatte, e lei si rifiutava di capire, non voleva rendersene conto. Trovava intollerabile che lei non sapesse cosa aveva fatto e che lo perdonasse a prescindere, come se non avesse nessuna importanza, ma se quello che aveva fatto non aveva nessuna importanza allora niente aveva importanza, nemmeno lei e quel che c'era tra loro, tra Juliet e Brett. Cio, che la loro unione era consacrata, Ges li aveva benedetti. E se quello che lui aveva fatto o aveva visto fare erano tutte stronzate, allora anche queste erano stronzate e quindi ne rideva, gli faceva male la bocca per quel suo riso nervoso. E cos, Cristo, l'aveva colpita, o forse l'aveva spinta via. Lei era caduta come si cade sempre, con l'espressione sorpresa ma anche imbarazzata, persino di vergogna: Oh! Non pu essere. Aveva sbattuto la mascella contro lo spigolo di un tavolo, era inciampata ed era scoppiata a piangere, lui voleva portarla al... come si chiama... al "pronto soccorso", voleva portarla all'ospedale ma lei non aveva voluto, ci sarebbe andata da sola, era scappata via temendo di vedere sul suo volto mostruoso quella che sarebbe stata la loro vita insieme, e lui aveva sperato che non tornasse da lui, invece era tornata, l'aveva perdonato, scorgeva il perdono e la paura che le scintillavano negli occhi.
Ma... non aveva strangolato lei.
Bisogna accertarsi che il nemico sia realmente morto.
Non basta sparargli, bisogna sparargli e ammazzarlo.
Di solito era il sergente a dare l'ordine. O qualche ufficiale presente alla scena.
Finiscilo.
Finire! Quella parola ti si conficcava nel cervello. Una parola che sentivi in gola come quel dattero marcio che aveva quasi ingoiato. E quella volta al posto di blocco. Era risuonato l'ordine di sparare e tutti i fucili avevano tempestato di colpi il veicolo (in fuga?), non si capiva chi aveva colpito i membri di quella famiglia irachena ma quando il fuoco era cessato erano tutti morti o stavano morendo.
Queste sono le regole d'ingaggio.
Operazione Iraq libero.
Disse che alcuni di quelli che lo stavano interrogando erano entrati in camera sua.
Chi erano? Pensava che fossero della polizia militare.
Invece - si rendeva conto adesso - erano poliziotti della contea di Beechum.
In camera sua nella casa di Potsdam Street. Ma non avevano un mandato.
O forse li confondeva con qualcun altro, non ne era sicuro.
Uno di loro aveva svegliato il caporale nella sua Jeep, dove era svenuto. Si era preso una gran strizza, pensava di essere in Iraq e di essersi addormentato mentre era di pattuglia.
Non aveva idea di dove fosse, ma non era in Iraq. Il sapore di vomito che sentiva in bocca gli procurava nuovi conati.
Il vomito e il sangue che gli macchiavano la camicia erano colati sui pantaloni. Ogni articolazione e ogni singolo muscolo del corpo gli dolevano, avvertiva una pulsazione sorda dietro gli occhi, e non appena si risvegli quei dolori ripresero.
Un agente con l'uniforme grigio-blu gli stava chiedendo di mostrargli la patente, il libretto. Lui cerc di svegliarsi, ma per l'agente non si muoveva abbastanza in fretta e cos successe in qualche modo che l'agente tir fuori il manganello e si mise a pungolarlo, quindi lo immobilizz bloccandogli il braccio sinistro.
Non costringermi a farlo, figliolo. Non costringermi ad ammanettarti.
E poi la sorpresa: la Jeep era in parte fuori dal ciglio della strada, tutta inclinata. La ruota anteriore destra era finita in una cunetta. Sembrava giorno, si trovava in un luogo deserto che il caporale non riconosceva.
Non sapeva il nome della strada, solo in seguito gli dissero che era Sandhill Road. E che si trovava nella riserva di Nautauga, non lontano dall'ingresso principale.
Le portiere anteriori della Jeep erano spalancate. Quella dal lato di guida era impigliata in un groviglio di rovi.
Nell'altra vettura, la volante del vicesceriffo, una ricetrasmittente emetteva un crepitio continuo, che ricordava lo stridio acuto delle ghiandaie.
Il fiume scorreva a una decina di metri dalla Jeep, dal lato del passeggero. Il livello era alto, le acque sciabordavano scintillanti al primo sole del mattino.
Il vicesceriffo ordin al caporale di allontanarsi dal veicolo. Di allontanarsi e di inginocchiarsi a terra, le mani sulla testa e i gomiti in fuori.
Il vicesceriffo scrut nell'abitacolo della Jeep, davanti e dietro.
Aveva qualcosa da dichiarare? Armi, droga, siringhe?
C'era qualcuno a bordo con lui? C'era stato?
Sembra... e questo cos'... sangue? Sangue sul parabrezza?
Chi le ha fatto questi graffi sul viso e perch ha gli abiti strappati?
Il vicesceriffo chiam i rinforzi. La Jeep venne chiusa e il caporale, muto, stordito e inerte, venne tratto in stato di fermo, sembrava un soldato nemico che non capisce gli ordini che gli vengono gridati, qualcosa nei suoi occhi si era spento.
Finiscila! Finisci il lavoro.
No. Aveva cercato di resuscitarla. Conosceva le tecniche di rianimazione, le aveva apprese all'addestramento di base.
Poi aveva cercato di seppellirla in un fosso, ma poteva scavare solo con le mani. Non aveva vanghe n altri utensili sulla Jeep. Prov a usare delle pietre piatte e abbastanza aguzze, ma era scomodo. Non sarebbe riuscito a scavare una fossa abbastanza profonda. In quel punto, man mano che ci si avvicinava al fiume, la terra era paludosa ma anche ciottolosa. Non si riusciva a capire quanto fosse profonda l'acqua. All'inizio della primavera, quando sulle montagne si scioglievano le nevi, potevano verificarsi delle inondazioni. Alla fine dell'estate poteva essere profonda solo qualche centimetro, ma adesso, dopo i temporali della settimana prima, era alta tre metri, tre metri e mezzo nei pressi della riva.
Finisci! Stronzo, finiscila.
La fossa era troppo bassa, aveva ricoperto il corpo con pietre e ciottoli. Non voleva coprire il viso con il terriccio (forse respirava ancora, l'avrebbe inalato) e cos le mise sulla faccia uno straccio trovato in macchina. E poi temeva che la mattina sarebbero calati gli uccelli a beccarle gli occhi: falchi, corvi. O di notte le civette. Ma non appena la copr con quello straccio sudicio, si sent meglio.
Poi, per, non ricordava pi chi fosse la ragazza. Quella che era voluta venire con lui nella riserva, anche se lui non voleva.
Quella che gli aveva messo una mano sul braccio, accendendolo di desiderio.
Il rabbioso desiderio dello storpio, il cui vigore sessuale  come un'energia furiosa che si accumula impetuosa nella gola.
In ogni caso, la fossa era poco profonda. Aveva scavato una fossa misera, una fossa merdosa. Quando era in Iraq non era cos idiota, cos maldestro, un coglione totale. Era un soldato affidabile, guardava negli occhi gli ufficiali mentre rispondeva, era sempre stato un ragazzo affidabile, ma adesso aveva fatto una grossa cazzata, non riusciva a pensare lucidamente, ne era consapevole. A ogni modo... comunque... una cosa era giusto fare: aveva trovato un ramo, poteva spezzarlo per fare una specie di rozza croce.
Una sepoltura cristiana. Era la cosa giusta da fare.
I Mayfield avrebbero apprezzato quel gesto. La madre, e Juliet. Loro conoscevano il significato della croce.
Lui invece l'aveva persa, la fede. Aveva cercato di spiegarlo al cappellano, che sembrava ascoltarlo annoiato. O forse credeva che Dio c'era, e anche Ges Cristo, ma non per lui.
E nemmeno per la ragazza: Dio non l'aveva "salvata".
Perch Dio aiutava solo alcuni, altri no, era imperscrutabile.
Adesso la ragazza giaceva immobile. Lo aveva fatto infuriare con quelle parole sconsiderate e aveva osato toccarlo, lui che ormai non sopportava pi di essere toccato. Aveva degli occhi bellissimi, ma in quegli occhi la vita si era spenta. Sollev lo straccio unto per controllare... s, in quegli occhi la vita si era spenta.
Provava una tale vergogna! Non poteva pi guardare in faccia i Mayfield, che gli avevano voluto bene.
Era giusto cos, non li avrebbe pi rivisti. Il loro amore per lui era un fardello. Il loro amore lo soffocava e lo asfissiava. Lo nauseava. Negli occhi dei civili scorgeva la paura, e l'unico rimedio a quella paura era ucciderli.
Se si uccide un civile, perch non ucciderli tutti?
Perch fermarsi a uno? Perch a due?
Perch a tre, quattro, cinque... Cazzo, perch fermarsi?
Si augurava di morire davanti a un plotone di esecuzione. Rivel quel desiderio nelle pause della confessione rilasciata agli investigatori della contea di Beechum, che and avanti per sette ore.
Solo in Nevada, figliolo. Qui siamo nello Stato di New York, non in Nevada.
Nello Stato di New York avrebbe passato la vita nel braccio della morte, a Dannemora.
Nello Stato di New York erano pochi i prigionieri nel braccio della morte che venivano giustiziati.
Con un'iniezione letale. Non sulla sedia elettrica. Non davanti a un plotone di esecuzione.
Parl tutta la notte con gli investigatori. Rilasci una confessione confusa, sconnessa, non sempre coerente, in cui ammise di aver ucciso la ragazza.
Se gli chiedevano se si riferisse a Cressida Mayfield rispondeva di s. Ma non pronunci mai quel nome, Cressida Mayfield.
Lo aveva dimenticato? Non riusciva a pronunciarlo?
La ragazza, la sorella di Juliet.
Quella che  venuta al Roebuck Inn per me.
Era come quando si  infetti: dall'AIDS, dall'HIV. Non si pu fare a meno di infettare chiunque si tocchi. Questa  la natura del male.
L'altra - la sua fidanzata - diceva di volere dei figli. Lui aveva il terrore di farle del male, ma lei continuava ad amarlo. O cos diceva.
Avrebbe voluto metterle un cuscino sulla faccia mentre dormiva. (Per esempio.) Cos non le avrebbe fatto del male.
Aveva un viso splendido. Non poteva fare del male a quel viso splendido.
Lei lo avrebbe aiutato, diceva. Avrebbero avuto un figlio: sarebbe rimasta incinta. C'erano dei modi per riuscirci. Delle "tecniche". Le avrebbero imparate.
Lui cominciava a capire che ucciderla era un gesto pi misericordioso che deluderla.
Non si vuole deludere chi ti ama o chi ami.  sempre pi facile uccidere, cos come  pi facile uccidere un civile che pu rovinarti denunciandoti, pi facile che arrivare a un accordo, quando una persona  morta non esistono pi due versioni di una stessa storia.
Quello era il consiglio del sergente Shaver. Tutti i ragazzi lo ripetevano come si ripete una barzelletta, che ogni volta che la racconti  sempre pi divertente.
La mattina lo portarono nella riserva. Cinque macchine della polizia.
A Sandhill Point camminava malfermo sulle gambe. Era ammanettato con le mani davanti, ma barcollava.
Si ferm per tossire, un violento accesso di tosse. Dagli occhi gli sgorgarono le lacrime, minuscole gocce che scivolavano sulla faccia a buccia di cipolla.
Non riusciva a individuare la fossa. Non era sicuro da quale parte si trovasse.
Gli investigatori erano scettici, l non c'era niente che indicasse una fossa. Quella stretta lingua di terra era stata ripetutamente esaminata. In pratica era stata battuta palmo a palmo.
Dopo un po' sembr che il caporale fosse riuscito a individuare il posto.
Si vedeva solo un terreno paludoso, qualche pietra. Non c'erano segni che un corpo fosse stato sepolto in quella zona, comunque un fotografo scatt delle foto.
Aveva dovuto gettarla nel fiume, disse.
Aveva sbagliato a scavare una fossa. Gli animali selvatici l'avrebbero trovata, divorata. Non poteva sopportare che il suo cadavere venisse profanato.
L'aveva portata in braccio, disse. Li condusse nel sottobosco lungo la riva del fiume Nautauga, incespicando sui massi, sulle rocce. Dove il fiume era profondo circa un metro e mezzo, e si stagliava un boschetto di betulle incredibilmente bianche, splendide nella foschia mattutina sulla riva opposta, l si faceva strada fra i massi lungo la riva, nel punto in cui credeva di averla gettata nel fiume.
Si accovacci, mostr come aveva fatto.
Gli chiesero dov'era la Jeep.
La Jeep! Doveva essere da qualche parte l nei paraggi.
Lei era stata trascinata via dalla corrente, disse.
Cosa le fosse accaduto in seguito, quanto lontano fosse stato trascinato il suo cadavere gi a valle, forse fino al lago Ontario, non lo sapeva.
Nelle mani di Dio. Credo.
Era tornato alla Jeep incespicando ed era svenuto.
A un certo punto, quella notte, si era svegliato con dei crampi terribili alla pancia e aveva vomitato.
Il vomito in bocca aveva un sapore come acido di batteria. Aveva pensato che forse gli impianti che aveva nel cervello, nell'occhio, forse anche uno nel cuore che controllava la microvalvola, una o tutte queste cose non funzionassero a causa del vomito, ma non poteva saperlo.
Dopo di che ricordava solo il vicesceriffo che lo scrollava.
Figliolo! Figliolo! Svegliati.
I Mayfield assistettero a gran parte di quella confessione.
Vi assistettero attoniti, quasi trattenendo il respiro.
Non si riesce a immaginare, com' il mondo senza di te.
Nella stanza degli interrogatori, abbiamo visto attraverso la telecamera.
Abbiamo sentito, e abbiamo visto.
Ma Brett teneva la testa bassa, china. Vedevamo solo il berretto da baseball leggermente sghembo sulla testa, se lo era tirato gi per la vergogna.
Ci volle del tempo per realizzare quello che stavano vedendo e sentendo, e ancora di pi per rendersi conto che in tutte quelle lunghe settimane, in quei mesi passati a cercare la figlia, a fare telefonate, a navigare su Internet dodici ore al giorno, a spedire volantini a migliaia di famiglie, la loro figlia non era viva.
Se la confessione di Brett Kincaid era veritiera, la loro figlia non era viva nemmeno quando la credevano scomparsa.
I Mayfield, tutti loro, erano stati illusi: si erano illusi.
Arlette aveva creduto di essere preparata a quella tremenda notizia.
Quante volte si era riproposta: "Devi preparare Zeno. Lui non  in grado di farcela".
Zeno invece credeva che, fra loro due, il pi forte, il pi responsabile ovviamente fosse lui. Doveva proteggere Lettie, e anche Juliet. "Loro non possono farcela. Non sono abbastanza forti. Spetta a me."
Ma in realt Zeno non credeva che Cressida fosse morta.
In realt Arlette non credeva che Cressida fosse morta.
Una persona scomparsa non pu essere una persona morta. Perch una persona morta non  propriamente una persona scomparsa anche se non ne viene trovato il corpo.
Infine permisero loro di vederlo.
Dodici ore dopo la confessione registrata, alla fine permisero loro di parlare con quel giovane distrutto che era stato sul punto di diventare loro genero.
Zeno gli chiese: "Perch?".
Kincaid rispose: "Non lo so, signore. Non lo so".
Com'era stanco, tutto d'un tratto!
La testa gli ricadde sulle braccia conserte sul tavolo. In un attimo, come un fiammifero che venga spento, si addorment.

8

La lettera del caporale

La ripose sotto la biancheria di raso, in un cassetto del com in camera sua. La lettera che il fidanzato le aveva dato quando era partito per l'Iraq: "Aprila solo se non ci rivedremo pi".
Aveva capito subito cosa intendeva.
Aveva afferrato la busta, svelta, in modo che nessuno la vedesse.
Lo aveva salutato con un bacio. L'aveva abbracciato, baciato, aveva premuto il viso solcato di lacrime contro il suo.
"Certo che ci rivedremo, Brett! Non dire cos."
La sera del 13 ottobre 2005, quando a Carthage si stava spargendo la notizia che il giovane caporale a lungo sospettato di aver ucciso Cressida Mayfield aveva confessato il delitto alla polizia, ora che i Mayfield sapevano che Cressida era andata via per sempre, che non sarebbe pi tornata da loro, e che anche Brett Kincaid era morto ai loro occhi, e non sarebbe pi tornato da loro, Juliet entr silenziosamente nella sua stanza, si avvicin al com, apr il cassetto e prese la busta che aveva nascosto quasi due anni prima nella speranza di non doverla mai cercare, e meno che mai di aprirla e di leggerla.
Dabbasso giungeva un mormorio di voci. Erano venuti parenti e amici, per confortare i Mayfield.
Come piangere un morto senza un corpo? Scomparsa per sempre.
Eppure si sarebbe celebrata una messa per Cressida, un rito funebre per la scomparsa. Era l'unico modo per recare un po' di conforto alla disperata Arlette.
Sulla busta c'era scritto, con la grafia accurata e leggermente inclinata di Brett: ALLA MIA FIDANZATA JULIET MAYFIELD.
Juliet apr la busta, frettolosamente. Seduta sul bordo del letto, armeggi con la busta per aprirla.
Cara Juliet,
se stai leggendo queste righe vuol dire che mi  accaduto qualcosa.
Quindi non ti rivedr pi. Ti amo cos tanto!
A volte mi sembra di credere in un "aldil", dove ci ritroveremo. Non sempre mi riesce di credere, ma ci provo.
Prima o poi a tutti noi accadr qualcosa. Non  certo un gran dolore perdermi adesso e non in un altro momento. Se leggi queste righe, Juliet, non guardarti indietro. Se ci riesci.
 strano, quando sai una cosa dovresti avere anche il coraggio di farla, ma a volte non sei abbastanza forte. Dio non ti rende abbastanza forte.
Fai agli altri quello che... Ama il prossimo tuo.
Non uccidere.
Se sei un soldato devi fare certe cose, non le faresti se avessi scelta.
Devi accettare il fatto che potresti non tornare a casa, dalle persone che ami.
Cara Juliet, spero che un giorno, quando saremo sposati, scoprir questa lettera nascosta da qualche parte, dove l'avevi dimenticata. E la rimetter dove l'ho trovata senza dire una parola.
Perch io ti amo tanto, Juliet.  l'unica certezza che ho. In questo momento non mi sento giovane. Nel mio cuore mi sento vecchio.
Sar meglio che tu non condivida il tuo dolore con Ethel. Lei soffrir a modo suo, arrabbiata e sola. Tu e tua madre non cercate di aiutarla, si risentirebbe.
Adesso guarda al futuro, Juliet. Sposa qualcuno che meriti il tuo amore e metti al mondo i figli che avremmo dovuto avere noi (so che  folle pensarlo, in realt non dico sul serio), Dio ti benedica e soprattutto sii felice, mia amata Juliet. Sappi che ti penser sempre.
Mi chiedo dove sar quando leggerai questa lettera.
Ti amo. Rimarrai per sempre la mia amata Juliet.
Ti amo, ti bacio e ti abbraccio.
Brett

Seconda parte

L'ESILIO

9

La camera della morte

Orion, Florida, marzo 2012

"Chi riesce ad aprire questa porta? Nessun volontario?"
La porta sembrava pesante. Era incassata in una parete di pietra. Aveva l'aria di una tomba, antica e consunta. I visitatori esitavano. Una brezza umida increspava i loro capelli, che parevano mossi da dita spettrali.
Con voce stentorea e dispotica il tenente ripet: "Nessun volontario? Serve un volontario".
La Stagista non osava guardare in direzione dell'Investigatore, il suo datore di lavoro. Non osava richiamare l'attenzione su di s, voleva rimanere piccola e invisibile come un'insignificante gallina con le piume screziate di marrone in un fitto sottobosco.
Era il suo primo viaggio in qualit di assistente dell'Investigatore. E sperava con tutto il cuore che fosse l'ultimo.
"Allora? Sto aspettando."
Il tenente era un uomo dall'aspetto apparentemente affabile, il viso con la carnagione chiara ricoperta di chiazze e il sorriso pronto e astuto che balenava come la lama di un rasoio. Aveva un'et indefinibile, fra i cinquanta e i settant'anni, era piuttosto alto, sul metro e ottanta. Con i suoi ottanta chili circa, aveva l'aria di chi abbia perso peso di recente.
Indossava l'uniforme bigia delle guardie del carcere di massima sicurezza maschile di Orion, Florida. Non portava armi da fuoco, ma alla cintura di cuoio era appeso quello che aveva tutta l'aria di essere un manganello o uno sfollagente. Aveva il viso rugoso di chi sta molto all'aperto, un volto totemico. Gli occhi duri come ghiaia graffiavano i volti dei visitatori che lo seguivano.
La visita andava avanti ormai da un'ora e mezzo. La camera della morte era l'ultima tappa, si trovava in fondo al tetro edificio di calcestruzzo chiamato braccio della morte. Il tenente aveva appena condotto il gruppo attraverso le celle del blocco C, un'esperienza orribile, ma non avevano ancora visitato il blocco con il braccio della morte, il cui accesso era precluso ai civili. La maggior parte dei quindici visitatori aveva cominciato a barcollare in preda alla stanchezza e all'inquietudine.
Nel posto in cui si erano fermati prima di arrivare al blocco C, il refettorio, due volontari avevano assaggiato il cibo destinato ai prigionieri, ma adesso i due giovani se ne stavano in silenzio, imbarazzati.
"Non passeremo da quella porta se non viene aperta, amici miei. Serve un volontario."
Gli occhi irrequieti sfilarono rapidi su di loro. Fin dall'inizio della visita, ancora prima di condurre i quindici civili attraverso il primo dei cancelli della prigione, all'interno delle alte mura sormontate da reticolati, il tenente li contava in maniera ossessiva. Li contava, con gli occhi. Uno, due, tre... sei, sette... dodici, tredici, quattordici... quindici.
Si capiva che nella prigione le guardie venivano addestrate a contare. Addestrate a dare conto.
Le guardie carcerarie erano responsabili di tutti gli individui che si trovavano all'interno delle mura della prigione. Il tenente aveva condotto quindici civili attraverso i controlli di sicurezza, li aveva guidati nella prigione, e alla fine della visita doveva riaccompagnarli fuori.
Altrimenti, come li aveva giovialmente informati, in tutta la prigione sarebbero scattate le misure di sicurezza.
E in quel caso nessuno sarebbe potuto uscire n entrare fino a quando non si fosse dato conto di tutte le persone che risultavano presenti all'interno della struttura.
La Stagista deglut nervosamente. Fece un passo avanti e usc dall'invisibilit per offrirsi volontaria.
"Signore, l'apro io."
Il tenente rimase sorpreso? Forse avrebbe preferito qualcun altro.
Gli altri quattordici civili erano tutti pi alti di lei, all'apparenza pi forti, pi maturi e prestanti di lei, che era alta non pi di un metro e cinquantacinque e non dimostrava l'et necessaria (cio ventun anni) per essere ammessi nella prigione.
Il tenente sapeva, o avrebbe dovuto sapere, che la Stagista era una donna di venticinque anni, poich aveva controllato il suo documento di identit prima di iniziare la visita guidata; ma aveva dimenticato quel particolare, poich durante il giro si era curato ben poco di lei, preso com'era a rivolgere i suoi commenti provocatori soprattutto alla mezza dozzina di giovani studentesse di sociologia di Eustis e alla loro professoressa, nonch alla persona pi distinta del gruppo, un signore alto e dal portamento eretto, con i capelli bianchi, che indossava un completo con giacca e cravatta e una camicia bianca, un uomo oltre la settantina che aveva l'aria di un professionista in pensione, o di un giudice, e che durante la visita aveva preso appunti su un taccuino.
C'erano parecchi altri uomini che avrebbero potuto offrirsi. Ma avevano evitato lo sguardo inquisitore del tenente.
Da quando si erano fermati nel refettorio, e soprattutto da quando erano entrati nel blocco C, persino i robusti maschi civili davano l'impressione di volersi trovare da tutt'altra parte.
Diverse volte durante la visita il tenente, ammiccando, si era rivolto alle persone che gli erano state affidate: "Si respira male qui, eh? E siete appena arrivati a Orion. Immaginate se non poteste pi uscire!".
Il tenente era un po' contrariato dal fatto che il volontario che si era fatto avanti non era certo quello che avrebbe scelto lui. Si capiva che per quell'uomo le visite alla prigione erano un'occasione di vita sociale e che ogni tappa era come una stazione della Via Crucis che, all'estremit di quell'orrendo blocco di calcestruzzo chiamato braccio della morte, culminava con la camera della morte.
"Bene! Lei, amica mia, peser s e no quarantacinque chili ma... prego, si accomodi."
In effetti, l'ultima volta che la Stagista si era pesata, la bilancia segnava quarantaquattro chili, e non era stato di recente, nella sua confusa e raffazzonata esistenza. Ignor quel condiscendente amica mia.
Alla Stagista non dispiaceva che la sua identit sessuale non costituisse affatto un problema per il tenente e molto probabilmente nemmeno per gli altri visitatori, che in quel momento non erano concentrati su di lei ma sugli sforzi che stava facendo mentre cercava di aprire la porta al posto loro.
Quella porta pesava un accidente.
"Riprovi."
La Stagista riprov, con pi forza. Era evidente che non voleva passare per una nanerottola, maschio o femmina che fosse.
Ma quella dannata porta non si muoveva.
Era una di quelle penose situazioni in cui ti atteggi a sportivo davanti agli altri. Non demordi.
E gli altri, degli estranei, ti giudicano benevolmente, pensando che sai stare allo scherzo.
Ma era uno scherzo, quello? La Stagista tir la porta con tale forza che ebbe l'impressione che le stessero strappando le braccia.
" chiusa, signore?"
"No. Non  chiusa."
Il tenente rise, irritato. Come se stesse giocando ai civili uno scherzo rozzo e crudele!
Anche se gli piacque, quel "signore" cos remissivo. Perch un gruppo in visita  costituito da individui eterogenei e imprevedibili, un certo numero dei quali sicuramente non  dalla parte della guida.
La Stagista prov ancora una volta ad aprire la porta. Adesso ansimava, era imbarazzata e impacciata. Forse il tenente non stava infliggendo una punizione a lei, quanto agli altri, apparentemente pi capaci, che si erano tirati indietro spaventati permettendo a quella nanerottola di offrirsi al posto loro.
La Stagista cap che il potere esercitato su generazioni di uomini rinchiusi l dentro aveva corrotto e deformato il tenente, come il pi solido degli alberi viene piegato da un vento implacabile.
Perch la Stagista si era offerta di aprire quella dannata porta quando nessun altro si era fatto avanti?
Gli altri non potevano saperlo: la Stagista era stata costretta ad agire perch l'Investigatore - quel signore alto dai capelli bianchi con il taccuino - un attimo prima le aveva lanciato uno sguardo eloquente.
Be', non  che lo avesse proprio visto, quello sguardo. L'aveva percepito.
Forza, McSwain! Si faccia avanti.
In tali circostanze, in luoghi pubblici, seguivano quella procedura: senza parlare, a volte con un cenno del capo, l'Investigatore dava un ordine alla Stagista, che non doveva chiedersene le ragioni.
Quel cenno era arrivato rapido e veloce come un neutrino sfrecciato fra loro. Perch quei due non erano degli estranei come sembrava (durante la visita avevano avuto cura di tenersi a debita distanza, ma erano arrivati a Orion con la stessa macchina, guidata dalla Stagista). Ma nessuno, nemmeno il perspicace tenente abituato a intercettare gli sguardi di sfuggita che si scambiavano le persone a lui affidate, sembrava averlo notato.
"Signore, credo che la porta sia chiusa, o bloccata..."
"Provi un'altra volta, amica mia! Poi pu anche arrendersi, se vuole."
Con quei calzoni scuri di velluto a coste, la camicia a maniche lunghe e la giacca di velluto anch'essa a coste, gli scarponcini di una misura per bambini, la Stagista sembrava una specie di scolaretto precoce, come non se ne vedevano nella Florida rurale dell'interno. Portava occhiali con la montatura tonda di plastica scura. La camicia a maniche lunghe era di cotone bianco, non proprio fresca di bucato. Aveva un volto minuto, bruttino, e l'espressione fiera e attenta. I capelli scuri erano rasati sulla nuca, corti come quelli di un ragazzo. Una ruga precoce le solcava la fronte e sulla tempia destra pulsava una vena bluastra.
Fece un ultimo sforzo, ma la porta non si mosse.
"Va bene, allora! La aprir io. Permette?"
Il tenente si piazz davanti alla porta dall'aria antica, afferr il pomello, lo tir sollevandolo (ecco il trucco, pens la Stagista) fino a quando la porta si apr come una bocca spalancata.
Ecco forse cosa intendeva dimostrare il tenente: non  facile avvicinarsi alla morte.
Con voce impersonale, come a suggerire che non aveva fatto nessuno sforzo per aprirla, il tenente spieg che in realt la porta della camera della morte era tenuta sempre chiusa - ovviamente. "Viene aperta solo in occasioni come questa e quando bisogna allestire un'esecuzione."
Ma adesso dovevano entrare l dentro? L dentro fino in fondo? Nessuno si mosse. I visitatori sentirono sprigionarsi dalla porta aperta un odore terroso e chimico di marciume.
"Entrate, amici! Ma prima vi consiglio di fare un bel respiro." Simile a un impresario crudele, il tenente se ne stava davanti alla porta, facendo loro segno di entrare.
Naturalmente nessuno ne aveva voglia. Esitavano soprattutto le giovani studentesse, inquiete e spaventate come uccellini.
"Oh, ma l dentro sono morte delle persone..."
"Qualcuno di noi pu a-aspettare fuori..."
Il tenente rise, ma non in modo sgarbato. "No. Nessuno pu aspettare fuori. Bisogna concludere la visita, altrimenti non potrete uscire: si pu farlo solo dalla camera della morte,  la nostra tradizione qui a Orion."
Era vero? Il tenente si freg le mani - due manone dalle dita tozze - con aria divertita. Gli occhi ghiaiosi continuavano a scrutare i suoi prigionieri.
"Ma se degli esseri umani sono m-morti l dentro..."
" ovvio che degli esseri umani sono morti l dentro. A che scopo si pagherebbero le tasse per una camera della morte se nessuno ci morisse?"
Molti del gruppo risero. Un riso nervoso, come avveniva dall'inizio della visita.
Sembr quasi naturale che il primo a fare il suo ingresso in quella stanza simile a una caverna fosse il dignitoso Investigatore. Alto com'era e dal portamento eretto, si chin per entrare. Mise il piede su un sudicio scalino di pietra, il primo dei tre che scendevano verso un pavimento di cemento altrettanto sporco, come quello di uno scantinato grezzo mai rifatto.
La Stagista not che ai piedi snelli l'Investigatore calzava eleganti scarpe di pelle nera lucida. Nessun altro del gruppo era vestito in modo cos distinto.
Fin dall'inizio quell'uomo anziano con i capelli bianchi si era tenuto sulle sue in mezzo agli altri visitatori. Non aveva raccolto i vari tentativi di "familiarizzare": non si era lasciato andare all'istinto - che in un gruppo del genere era forte come in un assalto di piranha sulla preda - di prendere parte alle caustiche punzecchiature che il tenente e gli altri si scambiavano. Comunque non lo avevano considerato una persona sostenuta o sprezzante, vedendolo intento a prendere appunti sul suo taccuino, il che non era proibito in quella prigione, come invece lo era scattare fotografie o riprendere immagini. (Era proibito introdurre nel carcere macchine fotografiche, anche piccole e semplici.) Probabilmente si sarebbe scoperto, sbirciando i suoi appunti, che quando scribacchiava sul suo taccuino a spirale l'Investigatore scriveva in codice.
L'Investigatore oltrepass la Stagista senza nemmeno guardarla. Neanche lei lo guard - era troppo professionale per commettere un simile errore - ma nei suoi confronti aveva l'atteggiamento riverente e intimorito di un giovane verso una persona anziana.
La prego, signore, non mi chieda altro! Non in questo luogo tremendo.
A uno a uno gli altri seguirono l'Investigatore nella camera della morte. Si lasciarono alle spalle quella nuvolosa mattina di marzo con il suo smorto chiarore incandescente, come se, in seguito a un cataclisma, del sole della Florida fosse rimasta solo una luce diffusa, comunque intensa e persino abbagliante in confronto alla fioca luce fluorescente nella camera della morte.
La Stagista esit. Quanto avrebbe voluto fuggire via di corsa e tornare al cancello della prigione! Ma gli interni di quel carcere erano labirintici, pericolosi: i civili non potevano allontanarsi dal gruppo in visita.
La Stagista deglut nervosamente. Sapeva, ancora prima che lei e l'Investigatore lasciassero la macchina in un angolo remoto del parcheggio riservato ai visitatori, che accompagnare il suo datore di lavoro alla prigione di Orion era un errore di cui si sarebbe pentita.
Il tenente la stava aspettando davanti alla soglia. Con un sorrisetto che sembrava insinuare che, se non fosse stato attento, la ragazzina sarebbe sgusciata via.
La Stagista fece un profondo respiro ed entr. Ma era gi troppo tardi, l'aria stagnante della camera della morte le era entrata nei polmoni.
"Andate in fondo, per favore. C' un sacco di spazio. I primi vadano pi avanti, per favore."
Il tenente li spron con un tono di rimprovero. Parlava con un'aria di severa giovialit. Assicur i visitatori che in quello spazio ristretto entravano trenta persone.
"Negli ultimi anni, con l'uso dell'iniezione letale, a volte hanno luogo due esecuzioni. Quindi, come potete immaginare, anche le domande per assistere sono raddoppiate."
Nessuno aveva voglia di spingersi troppo avanti. Le ragazze spaventate e la professoressa erano rimaste impalate a pochi metri dalla porta d'ingresso. Persino gli uomini, che avevano attraversato con passo impavido e atteggiamento stoico tutto il blocco C, fra le grida e le oscenit urlate dai prigionieri, adesso apparivano esitanti, addossati su un lato della stanza dove erano sistemate due file di sedie con lo schienale rigido davanti a una sudicia parete cieca di cemento.
Al centro della stanza con il soffitto basso, c'era una struttura bizzarra: sembrava una campana d'immersione, dipinta di un incongruo azzurro carta da zucchero. Era di forma ottagonale, sui lati si aprivano numerosi finestrini in plexiglas. All'interno si vedevano due sedie con lo schienale rigido posizionate una accanto all'altra.
La parte superiore della campana d'immersione, nel punto pi alto, non raggiungeva il metro e ottanta.
Una struttura ermetica, riflett la Stagista. Perch, fino a non molto tempo prima, nello Stato della Florida le esecuzioni capitali avvenivano con il gas.
La Stagista si sentiva svenire, come chi, ignorando un avvertimento, si sia avvicinato al pericolo: ma qual era stato l'avvertimento?
Non ricordava nessun avvertimento.
Mi accompagni al carcere di massima sicurezza di Orion. Le dar una volta e mezzo il suo stipendio.
La Stagista era stata grata all'Investigatore per quell'invito. Aveva bisogno di lavorare e al momento dipendeva economicamente da lui. E forse anche emotivamente. Con quella sua voce aspra il tenente li stava rimproverando: "Le persone davanti per favore liberino il passaggio. Prego, sedetevi l! Quelle sedie sono i posti pi ambiti, sono riservate ai familiari delle vittime e agli agenti delle forze dell'ordine che abbiano un interesse particolare per l'esecuzione".
Tra i visitatori si lev un brusio e un mormorio. La zona della camera della morte riservata agli spettatori era cos stretta, che si era sempre vicini al condannato, ovunque si fosse seduti.
Ogni respiro che si faceva era contaminato dalla... morte.
Il tenente stava spiegando, in quel suo modo tra il canzonatorio e l'intimidatorio, che quando un condannato "opponeva resistenza", come stavano facendo loro, veniva condotto a forza nella stanza.
Il tenente aveva ridacchiato? Nessuno si un a quelle risate.
 stato uno sbaglio venire qui, stava pensando la Stagista. Perch... cosa la aspettava l?
Alla fine i visitatori si sparpagliarono nella stanza, alcuni vicino alla campana d'immersione, palesemente a disagio. Altri, che con riluttanza presero posto sulle ambite sedie davanti ai finestrini in plexiglas, non potevano fare a meno di guardare dentro.
L'Investigatore era ancora in piedi nello spazio tra le sedie e la campana. Doveva aver acceso un (micro) registratore nascosto in una penna stilografica che portava sul risvolto della giacca; voleva vedere e registrare tutto ci che poteva.
Il tenente, gongolando e fregandosi le mani tutto eccitato, disse: "Allora, gente, se avete preso posto... chiudo la porta".
Un'ondata di panico si diffuse nella stanza con il soffitto basso! In uno stormo di uccelli, un allarme simile li avrebbe fatti levare subito in volo e fuggire via in un batter d'ali, ma quei visitatori non avevano ali ed erano intrappolati in una caverna cieca.
Si levarono delle voci di protesta: "Chiudere la porta? Oh, ma perch...".
La stanza era arieggiata da un rumoroso ventilatore appeso al soffitto che mandava sbuffi d'aria fredda dall'odore minerale, come il respiro di un grosso serpente sinuoso. Non era interrata del tutto, ma dava quell'impressione. Intorno si avvertiva la terra scura, l'attrazione gravitazionale della morte e della decomposizione.
In quel suo tono fra il beffardo e lo schietto, di rimprovero e di autentico orgoglio, il tenente spieg al suo uditorio l rinchiuso: "Quella della nostra stanza delle esecuzioni a Orion  un'esperienza riservata a pochi. A pochissime persone  permesso di entrare in questo posto. E non tutte ne escono. Sareste del tutto fuori strada se pensaste che un'esecuzione ha qualcosa a che fare con la volta del cielo, l'aria fresca e una rapida via d'uscita".
Il tenente si avvicin alla porta a grandi passi e la chiuse.
La Stagista pens: "L'Eternit non ha alcuna connessione con il tempo. Quello in cui ci troviamo  solo un luogo con un tempo. Non prevarr e non potr confinarmi qui".
Il posto  suo, aveva detto con sguardo dubbioso.
Aveva passato al setaccio domande, candidati. Non voleva - aveva spiegato - un semplice assistente universitario, ce n'erano dozzine a disposizione, desiderosi di lavorare con il professor Cornelius Hinton dell'Istituto per la ricerca avanzata in psicologia sociale, criminologia e antropologia dell'universit statale della Florida, sede di Temple Park.
PROF. CORNELIUS HINTON: sulla targhetta affissa alla porta dell'ufficio dell'Investigatore, all'istituto, c'era quel nome.
Lei all'inizio aveva creduto che fosse quello il vero nome del signore dai capelli bianchi, "Hinton". In seguito, aveva saputo che "Hinton" era uno dei tanti nomi che l'Investigatore usava nel suo lavoro, quando era in incognito.
Non solo l'Investigatore non si chiamava "Hinton", ma era pi anziano di "Hinton", la cui data di nascita riportata sulla tessera d'identit plastificata rilasciata dall'istituto era 1941.
Da un'osservazione che l'Investigatore si era lasciato sfuggire, la Stagista era venuta a sapere che aveva qualche anno di pi del sedicente Cornelius Hinton. Ma quell'uomo aveva un aspetto giovanile per un signore della sua et, e assomigliava parecchio alla persona dai capelli bianchi, gli occhiali e i basettoni ritratta nella foto lievemente sfuocata del documento: chi l'avrebbe sospettato?
Non aveva frugato nell'archivio dell'Investigatore. Non le piaceva considerarsi una persona che agiva in quel modo - furtiva, disonesta.
Nella sua vita precedente, ormai dimenticata come le foto sparpagliate e sbiadite di un album fotografico gettato in mezzo ad anonime cianfrusaglie, aveva realizzato un disegno a inchiostro maliziosamente arguto nello stile ossessivo del suo maestro, M.C. Escher, che ritraeva minute figure umanoidi che si spiavano l'un l'altra in un paesaggio di fitte e vertiginose simmetrie simili a carta da parati dai motivi sovrapposti. Figure umanoidi completamente bianche e figure umanoidi completamente nere, in un'illusione ottica, cos che se l'occhio vedeva il "bianco" non poteva contemporaneamente vedere il "nero"; e se vedeva il "nero" non poteva contemporaneamente vedere il "bianco". L'artificio del disegno consisteva nel fatto che tutte quelle figure assurde e sventurate che si spiavano a vicenda non si rendevano conto di essere spiate. L'arguzia del disegno risiedeva nel fatto che le figure umanoidi non differivano minimamente fra loro: erano identiche.
Aveva tredici anni quando l'aveva disegnato, elettrizzata dall'ispirazione che l'aveva colta per la prima volta.
Spiare, curiosare: sentiva una ripugnanza morale per quelle azioni umane. Non avrebbe mai ficcato il naso tra le carte private dell'Investigatore, per rispetto di se stessa e di lui.
Era ancora convalescente. Lo era da anni, aveva perso il conto.
Era fuggita, era in esilio. In quel tempo lontano era un modo per dare un nome all'innominabile.
In sostanza, nella vita ci troviamo ininterrottamente in un punto X, quello dove siamo.  un'illusione pensare che si possa tornare a quel tempo lontano, da dove siamo stati cacciati.
E cos non aveva frugato nell'archivio dell'Investigatore se non per trovare un documento fuori posto che lui stava cercando. (L'Investigatore era un uomo metodico che considerava sacrosanti la scrupolosit e l'ordine: era noto che se trovava qualcosa fuori posto sulla sua scrivania diventava livido di rabbia.) Eppure, in un vecchio schedario chiuso in un cigolante cassetto in basso, aveva trovato una busta tutta sgualcita contenente numerosi tesserini plastificati, intestati a persone diverse, tutti uomini, con le date di nascita che andavano dal 1938 al 1943, e tutti associati a universit o a istituti di ricerca del Minnesota, dell'Illinois, dello Stato di New York, di Washington D.C., di Bethesda e della Florida.
Era chiaro che quei documenti d'identit risalivano a un'altra epoca. Forse agli anni Ottanta. A quel tempo l'Investigatore aveva i capelli biondo scuro, un viso affilato con le basette lunghe, gli occhi penetranti nascosti da occhiali scuri.
A meno che, ipotizz la Stagista, le foto ritraessero non l'Investigatore ma qualcuno che gli assomigliava abbastanza da farlo passare per lui, nel caso quel documento fosse stato esaminato in qualche posto di controllo. Pi guardava le foto formato tessera, meno trovava una somiglianza con l'uomo che conosceva, e l'una con l'altra.
Stampare documenti falsi, tra cui le patenti di guida,  un'attivit redditizia. La Stagista, che non aveva un'unica identit, lo sapeva.
Eppure, a guardare tutte quelle foto sui tesserini dell'Investigatore, non si poteva esser certi che ritraessero o non ritraessero lui. Cos come, osservando quell'uomo apparentemente sereno, sempre assorto, che canticchiava sottovoce, l'espressione interrogativa, perplessa, distratta, mentre guardava con sguardo assente da una finestra il cielo striato di nubi opalescenti, lontane chilometri sull'Oceano Atlantico, come se (cos sembrava) nel suo cervello infuriasse una tempesta di pensieri, non si aveva la minima idea di chi fosse.
Per la visita al carcere maschile di massima sicurezza di Orion, nelle pianure della Florida centrale, l'Investigatore si era portato un tesserino plastificato che lo identificava come professor Cornelius Hinton dell'Istituto per la ricerca avanzata in psicologia sociale, criminologia e antropologia dell'universit statale della Florida, sede di Temple Park. L'istituto esisteva davvero, come la sede di Temple Park dell'universit statale della Florida, in uno dei pi antichi sobborghi di Fort Lauderdale costeggiati di palme. L, con il nome di "Sabbath Mae McSwain", in qualit di studentessa borsista, la Stagista aveva seguito corsi serali per diversi semestri, scelti pi per la comodit dell'orario che per l'argomento; anche lei adesso risiedeva ai margini dei grandi campus universitari, vicini agli atenei come brulle isolette collegate alla terraferma.
Deragliata. In esilio. In preda a una profonda vergogna, disprezzata. Ma aveva cos poco orgoglio che si sentiva quasi sempre riconoscente gi solo di essere viva.
C' l'arte minimalista, e la vita minimalista.
Era diventata subito un certo tipo di studentessa: meno giovane, solitaria.
Il travestimento ideale di chi  in esilio: solo che non era per niente un travestimento.
E ormai era certa che nessuno la stesse cercando.
Aveva vissuto per qualche tempo a Miami, in vari posti. Aveva avuto un'"amica", una "protettrice". Poi si erano trasferite a Fort Lauderdale, e adesso a Temple Park, dove viveva da sola, ed era contenta di vivere da sola, o cos diceva a se stessa. Temple Park era un sobborgo residenziale a nord di Fort Lauderdale, che in parte si affacciava sull'oceano, ma solo in parte. In tutti quei posti - Miami, Lauderdale, Temple Park - aveva fatto un po' di tutto, una serie di lavoretti sottopagati: commessa, aiuto cuoca, cameriera (per una sola sera, un'esperienza umiliante), assistente di un veterinario, tecnico di laboratorio, aiutante in un mercato di frutta e verdura; per diverse settimane, pur non essendo del mestiere, aveva abilmente gestito una libreria dell'usato ("Orgoglio gay e lesbo, libri nuovi e usati") infestata dalla polvere e destinata a chiudere, perch stava fallendo. Nel frattempo, a Temple Park, aveva intrapreso un percorso di studi tortuoso - o almeno cos lo considerava - presso l'universit di Stato che nei suoi labirintici meandri erogava borse di studio agli studenti lavoratori, perch era convinta che un giorno si sarebbe laureata. Immaginava una carriera universitaria fatta di crediti accumulati lentamente e diligentemente, come preziosi sassolini raccolti su una spiaggia; e cos da quegli sforzi assidui si sarebbe materializzata una laurea, poi una borsa di studio, un dottorato e una cattedra: in qualche materia, da qualche parte. Le interessava solo l'insegnamento accademico, o un'attivit di ricerca in un laboratorio: non riusciva a immaginarsi come insegnante in una scuola pubblica, in un liceo o in una scuola di grado inferiore, senza provare un fremito di paura e di vergogna.
In questo aveva gi fallito, nell'adolescenza.
Non lo ricordava nemmeno pi. Ma sapeva di aver fallito.
In quel tempo lontano era stata privata dell'orgoglio. Era stata messa alla berlina, disprezzata, umiliata. Era andata cos, ma adesso non era l, in quel tempo.
Qui, dove nessuno la conosceva, dove a nessuno importava di lei, conservava un filo di speranza. Aveva avuto delle amiche, ma se ne era allontanata, preferiva vivere da sola. Il suo "percorso" all'universit ricordava il movimento di uno scalatore che sale centimetro dopo centimetro, talmente appiattito sulla parete da non vederla, cos come non vede il panorama mozzafiato che ha alle spalle.
Bisogna avere fede che i propri sforzi conducano verso l'alto. Che si stia salendo.
Come passava da un anonimo lavoro qualunque a un altro per lo pi senza lamentarsi, poich non aveva aspettative, cos passava da un'anonima casa qualunque a un'altra lontana dall'Oceano Atlantico, dalle spiagge di sabbia abbagliante, dai viadotti, dagli alberghi che svettavano verso l'alto scintillando. Nelle grandi localit turistiche della Florida si pu vivere a un chilometro e mezzo o anche meno dall'oceano senza mai vederlo, senza mai pensare di vederlo, o senza che ti importi di vederlo. Era andata avanti fortunosamente come un relitto galleggiante nel mare mosso, per mesi, per anni, un'esistenza imprevedibile, anno dopo anno, un anno che si confondeva con l'altro, fino a quando la corrente l'aveva fatta approdare a Temple Park, almeno temporaneamente, e si era ritrovata ad abitare in una stanzetta nella mansarda di una casa vittoriana di un orribile color rosa fenicottero in Pepperdine Avenue, di fronte a una residenza per studenti e laureati di varie nazionalit chiamata "International House", nel cui bar consumava economici piatti di cucina etnica seduta a lunghe tavolate insieme a estranei, e dove vedeva film e partecipava a conferenze e dibattiti; soprattutto, era stata accolta in un gruppo femminista chiamato "Donne senza frontiere" che aveva sede in quell'edificio. In quegli ambienti nessuno indagava mai sulla sua identit fittizia, Sabbath McSwain.
Sabbath Mae McSwain, nata il 15 agosto 1986 a Breathitt, Maryland.
Queste generalit erano scritte non su un documento d'identit plastificato ma sulla fotocopia di un certificato di nascita autentico, tutto ripiegato e sgualcito, grazie al quale aveva ottenuto una tessera della previdenza sociale a nome Sabbath Mae McSwain, numero 113-40-3074.
Era stata una persona conosciuta al centro Donne senza frontiere, una postdottoranda in psicologia clinica, che l'aveva aiutata, a metterla in contatto con Cornelius Hinton, all'istituto: " una persona simpatica. Un tipo eccentrico.  vecchio, non ti molester".
Hinton stava cercando un'assistente, una "Stagista", e pagava bene, uno stipendio ben pi alto di quello percepito dagli assistenti universitari. La Stagista che lavorava con lui (anche lei una giovane donna: Hinton si faceva passare per femminista e cercava sempre di assumere delle donne) aveva dovuto licenziarsi all'improvviso, ed era rimasto solo. La sua assistente doveva fargli da autista, accompagnarlo per brevi o lunghi tragitti, aiutarlo a fissare appuntamenti, fargli la spesa e ritirare le medicine in farmacia; se Hinton doveva prendere un aereo, l'assistente doveva prenotare il volo, l'albergo e occuparsi di ogni dettaglio del viaggio; spesso doveva accompagnarlo alle lezioni o ai seminari che Hinton teneva, di qualunque cosa si trattasse: Cornelius Hinton si definiva un anatomista culturale.
"Svolge indagini e ne scrive, cose tipo l'assistenza non appropriata ai bambini minorati mentali, o le case di cura dove i pazienti sono maltrattati. Viaggia in incognito. Si serve di nomi diversi. A quanto pare scrive dei bestseller sotto pseudonimo e sulle copertine dei libri non compare nessuna foto. Non si sa niente di lui. Negli anni Sessanta  stato arrestato. Ha anche manifestato contro la guerra in Iraq.  quello che chiamano un "vecchio sinistroide", non so bene che cosa significhi. Tipo un comunista. Comunque, un socialista. Sulle prime sembra un po' altezzoso e con la puzza sotto il naso, ma poi all'improvviso si rivela un'ottima persona, un uomo generoso. Ha dato dei soldi al nostro centro, qui. Mi ha aiutata sul piano personale, con la mia fidanzata. Tipo ci ha fatto fare dei documenti falsi, su carta intestata dell'istituto. Insomma  generoso, se non gli fai domande e non pretendi niente. Gli piace sorprenderti.  una splendida persona, un tipo misterioso. Un originale."
Chantelle tacque un attimo, pensierosa.
"Forse  anche ricco."
"Lei ... Sabbath McSwain?"
S. Era lei.
"E ha presentato domanda per fare uno "stage", come mia assistente?"
S. L'aveva presentata.
"Raccomandata da Chantelle Rios."
S. Era cos.
L'Investigatore la scrut, con curiosit. Lei not che aveva gli occhi celesti, giovanili, penetranti e acuti, non come quelli di un vecchio. Aveva una barba fitta accuratamente tagliata, di un bianco candido come i capelli, ma folta e ispida, mentre i capelli erano morbidi, soffici, fluenti. Il viso le ricordava l'effigie di un'antica moneta di bronzo sbiadita. Aveva modi bruschi, sbrigativi. Un portamento marziale. Ma era cortese, elegante. Indossava una giacca sportiva di tweed su un maglione scuro a collo alto che lo faceva sembrare un vecchio attore di un film inglese del passato: a un uomo del genere avresti confessato tutti i tuoi segreti, anche se a un uomo del genere i tuoi segreti non sarebbero interessati.
Al polso sinistro portava un orologio con il cinturino metallico e il quadrante esageratamente grande, del tipo in voga presso i giovani sportivi: un orologio digitale probabilmente subacqueo e fosforescente, con l'indicazione delle maree, la data, l'alba e il tramonto.
E al dito medio della mano destra un massiccio anello d'argento a forma di stella.
""Sabbath McSwain"... ... una donna?"
Lei rise a quella domanda cos inaspettata.
"S. Credo di s."
"Lo crede solo? Davvero?"
Era vero, preferiva indossare abiti maschili, non proprio da uomo, ma da ragazzo, che calzavano bene sul suo corpo snello e senza fianchi. Camicie da ragazzo, maglioncini, pantaloni color cachi e jeans. Scarpe da corsa, scarponcini. Come colori preferiva il beige, il marrone, il nero, ma un nero opaco, spento. Piccola, incolore, trascurabile e insignificante.
In realt non aveva pi paura di essere riconosciuta. Quelli che potevano riconoscerla, che l'avevano conosciuta in quel tempo lontano, ormai l'avevano dimenticata, ne era certa.
Dimenticabile, dimenticata. Bene!
"Quando serve, barro la casella "F". Mi sembra pi appropriata della "M". Ma non credo sia importante."
"E perch, signorina McSwain?"
"Perch credo che l'identit sessuale non sia pi importante del colore degli occhi, almeno per alcuni di noi. Non conta molto."
"Non conta! Crede davvero che non esistano fondamentali differenze biologiche tra maschio e femmina?"
"Intendo diversit da un punto di vista culturale."
"E queste da cosa scaturirebbero?"
"Dalla cultura."
"E la cultura da cosa scaturisce?"
Quella domanda richiedeva la classica risposta accademica e intellettuale, ma Sabbath McSwain non sapeva cosa replicare: era distratta da quegli occhi celesti che la scrutavano con aria impertinente e attonita, stranamente confidenziale. Erano anni che con i professori - con gli adulti - intratteneva quel tipo di conversazione intellettuale, che le sollevava lo spirito come in un'improvvisata partita di ping-pong.
"Dottor Hinton" replic, "naturalmente so che esistono numerose, fondamentali differenze biologiche tra i sessi. Ma non cos altrettante differenze culturali. Nei Paesi avanzati ci siamo evoluti oltre il mero dato biologico: non  scritto da nessuna parte che la femmina deve continuamente rimanere incinta fino a sfibrarsi e a morire."
Fece quel discorso tutta accalorata. Un discorso accalorato, concitato, del tutto scontato e ovvio. Eppure l'Investigatore fiss la Stagista (perch cos lei si considerava, per quanto fosse prematuro) con una certa partecipazione.
"Certo, ha ragione! Nessuno dovrebbe pretendere da lei - o da qualunque "femmina" - di figliare in continuazione fino a sfibrarsi e a morire. Ritengo che sia un desiderio ragionevole. Volevo solo accertarmi che lei fosse effettivamente una donna: trovo che le stagiste donne siano pi competenti."
Imbarazzata, Sabbath McSwain mormor che s, era una donna.
Fu travolta da un'ondata di vergogna. Non avrebbe saputo spiegarsi perch, nella parte pi profonda del suo essere, avvertisse una tale vergogna legata alla sua identit sessuale.
Cos come provava ripugnanza a guardare il suo minuscolo corpo, nudo, esposto, in uno specchio o in una superficie riflettente. Brutta,  quella brutta, l'aggrediva una voce beffarda.
"Ma mi piace che lei non sia minimamente, e per scelta, be', "femminile". Che nessuno, vedendola, si volterebbe a guardarla una seconda volta. Cosa che non accade, temo, con il "professor Hinton"."
L'Investigatore pronunci quelle parole, professor Hinton, con un tale, strano disprezzo che alla Stagista venne da ridere.
"E poi mi piace come ride, Sabbath: una risata impercettibile."
La Stagista rise di nuovo, in modo impercettibile. Non ricordava di aver mai riso cos, come se qualcuno le stesse facendo il solletico.
"Chantelle mi ha detto che lei  una ragazza molto solitaria. E misteriosa, a quanto pare senza legami affettivi."
La Stagista smise di ridere. Era una cosa spiritosa, o non tanto? Quelle parole la turbarono, non se lo aspettava, e ne fu sorpresa - che qualcuno potesse parlare di lei.
""Sabbath McSwain": che nome strano. Sa, mi sembra un nome inventato."
"Ha detto... "inventato"?"
"Lo ?"
La Stagista fiss l'Investigatore, come se l'avesse schiaffeggiata: non forte ma, come si dice nelle arti marziali, abbastanza da attirare l'attenzione.
" il mio vero nome. Della mia famiglia. Ho una sorella maggiore, Haley McSwain. Siamo entrambe... tutte e due... viviamo nella zona di Fort Lauderdale, anche se non siamo pi legate come un tempo."
"Quindi ha una famiglia? Chantelle si sbaglia?"
L'Investigatore si accigli. Non era una cosa positiva!
"No. In realt no. Haley non  proprio mia sorella. Cio,  la mia sorellastra. Non ci vediamo pi, ormai... siamo in rotta."
"Ma lei si chiama "Sabbath McSwain"?"
"S. Mi chiamo "Sabbath McSwain"."
(Era vero. Quel nome non l'aveva scelto lei. Era un dono, le era stato dato spontaneamente e con amore, non avrebbe mai potuto ripudiarlo, perch all'epoca l'aveva aiutata a recuperare la sua vita sfilacciata e a brandelli.)
(A Haley doveva quello che restava della sua vita. Eppure, parlando cos sbrigativamente di lei, l'aveva tradita.)
Si mise a rovistare nello zaino cercando quegli importantissimi documenti senza i quali non poteva avanzare, alla cieca e a tentoni, sull'infida parete di roccia.
Pur di salire, ogni sforzo, ogni pericolo era giustificato.
"Ho... un documento. Ne ho due. Un certificato di nascita e una... una tessera della previdenza sociale. Glieli mostro, se..."
Mostr all'Investigatore quei documenti che teneva in una cartellina, e lui li esamin attentamente. La Stagista si chiese se fossero quel nome, "Sabbath McSwain", e la data di nascita a suscitare tanto il suo interesse oppure i documenti in s, la carta su cui erano stampati.
Pensava che fossero falsi? Ma perch avrebbe dovuto pensarlo?
"Sono autentici, dottor Hinton! Pu esaminarli al microscopio, se crede. Il timbro dello Stato del Maryland, sono certa che  autentico. Pu andare dove li hanno rilasciati, al tribunale della contea di Breathitt, nel Maryland. E pu controllare il numero della previdenza sociale. Appartiene a Sabbath McSwain, nata il 15-08-1986."
"Non ha un documento con la foto?"
"S. Ho la... la patente di guida, da qualche parte. Non ce l'ho qui con me perch al momento non... non ho la macchina. Non guido. Cio... per ora."
"Per il posto di Stagista bisogna guidare. Sa,  il requisito pi importante. Io non guido, se posso farne a meno."
"Dottor Hinton, le ho detto che ho la patente. Non dello Stato della Florida, ma... di un altro Stato. La cercher quando torno... dove abito."
"E dove abita?... Ah, al 928 di Pepperdine Avenue, Temple Park.  l casa sua?"
"No. Ci abito temporaneamente. Mentre seguo i corsi qui all'universit."
Anche se in effetti in quel semestre non stava seguendo nessun corso. Era caduta da una grossa rete marcia: un esserino rivoltante che si ostinava ad aggrapparsi alle sue maglie.
"E dov' casa sua, "Sabbath"? Non qui vicino, eh?"
"Io... io non ho una dimora stabile, dottor Hinton. Sono vissuta in posti diversi, ho cambiato spesso casa negli ultimi anni. I miei genitori sono... non vivono... la mia famiglia  "sparsa" qua e l..."
"Dov' nata?"
"N-nata? Vuole dire..."
"Dov'era sua madre, fisicamente, quando lei  nata? In quale parte degli Stati Uniti?"
"Credo... be', ovviamente... a Breathitt, nel Maryland.  solo una... una cittadina in una... zona per lo pi rurale. In realt non ho mai vissuto l, solo quand'ero in fasce. E mia madre... mia madre e mio padre... nemmeno loro vivono pi l."
"E dov' cresciuta?"
"Cresciuta? Gliel'ho detto... mi sembra sia scritto nella domanda..."
"No. Qui non c'."
"Ci siamo trasferiti da Breathitt in una cittadina della Pennsylvania, quando avevo pochi mesi. Non la conosce nessuno... "Ephrata". Poi ci siamo trasferiti a East Scranton, dove ho frequentato le scuole. Poi... la mia famiglia  andata in pezzi. Quindi... ho frequentato un college, una scuola superiore... poi per un po' ho lasciato la scuola... a quei tempi ero andata via di casa, e... lavoravo e viaggiavo."
Parlava lentamente, con esitazione, come sbalordita.
 questa la mia vita?  davvero... la mia vita?
Ma questa non  una vita... o no?
"Non ho una vita privata. Non ho una vita "intima". Penso solo a fare... quello che faccio. Cambio casa di continuo come quei... come si chiamano, paguri? Mi trasferisco nelle conchiglie altrui."
Se la Stagista aveva pensato di colpire l'Investigatore recitando quella scena solenne, si sbagliava. Lui disse, scrollando le spalle: ""Le conchiglie altrui" sono comode. Si va e si viene. Quando si trova posto".
Lei si affrett ad aggiungere, come se quel colloquio fosse solo una chiacchierata divertente: "E poi sono venuta in Florida, prima a Miami... con degli amici. Non esattamente "amici" ma... persone che conoscevo. Che conoscevo un tempo".
"Perch a Miami?"
"Non sono stata io a decidere. Mi ci hanno... portato."
Non ricordava bene quei giorni. O mesi?
Le erano successe delle cose, laggi. Ma non l'avevano segnata particolarmente. Ricordi facili da grattare via, come croste, incrostazioni squamose.
"Ha ventiquattro anni?"
C'era una punta di incredulit in quella domanda dell'Investigatore, formulata con un lieve sibilo tra i denti.
Aveva la dentatura di un bianco-grigiastro, non grossa, ma ampia e smagliante.
Contornati dalla candida barba curata, quei denti gli conferivano un'aria di sincerit, persino di modestia.
"Credo di... s. Ventiquattro."
Aveva avuto cos poche esperienze, che era difficile credere che avesse ventiquattro anni.
"Ne dimostra meno. Sembra" disse l'Investigatore con un leggero sogghigno "un'adolescente."
La Stagista scosse il capo.
" mai vissuta nella parte settentrionale dello Stato di New York?"
"Nella parte settentrionale dello Stato di New York? P-perch me lo chiede?"
"Perch pensa che glielo abbia chiesto, Sabbath?"
"Io... non lo so."
"Non che sia un esperto di linguistica. Non lo sono. Ma per quanto inesperto il mio orecchio riesce a distinguere gli accenti regionali, come quello della zona settentrionale dello Stato di New York. Quello settentrionale e anche quello occidentale, dalle parti del lago Ontario. Lei  vissuta l, a lungo."
"Be'. Non r-ricordo bene, ma... Forse, dopo Ephrata, mio padre ci ha portati da qualche parte, forse nel Nord dello Stato di New York, fino a quando..."
"Lei non ha l'accento di chi ha vissuto a lungo in Florida. Forse ha dimenticato le date esatte."
Perplesso, l'Investigatore esamin di nuovo la domanda di Sabbath McSwain. Constava di un singolo, breve paragrafo su carta intestata "Donne senza frontiere Temple Park, FL" in cui si esprimeva il desiderio dell'aspirante candidata di diventare l'assistente del dottor Hinton su raccomandazione della signora Chantelle Rios.
Vi era infatti acclusa una lettera di raccomandazione di Chantelle Rios, piena di elogi verso la sorella e amica Sabbath McSwain. In maniera sollecita anche se non proprio accurata, Chantelle dichiarava che Sabbath aveva lavorato come tecnico di laboratorio nel suo laboratorio di psicologia all'universit e che al centro Donne senza frontiere aveva collaborato allo svolgimento di alcuni "importanti" incarichi amministrativi; Sabbath McSwain era una lavoratrice "zelante, indefessa, idealista e affidabile al cento per cento" e il dottor Hinton non si sarebbe pentito di assumere una persona cos "sensibile e riservata".
Seguiva un elenco di lavoretti sottopagati svolti da Sabbath - impiegata, aiuto cuoco ecc. - e due pagine fotocopiate e spillate con i corsi seguiti e i relativi voti rilasciati dall'universit statale della Florida, sede di Temple Park.
I fogli erano leggermente macchiati, i voti erano tutti ottimo o quasi ottimo. Tutti conferiti a Sabbath McSwain, Scuola di formazione continua.
L'Investigatore esaminava i documenti fotocopiati come chiedendosi se fossero falsi.
Invece non lo erano.
"Quindi deduco che lei non ha una laurea?"
Lei avvert di nuovo una vampata di calore, una sensazione di irritazione e nausea. Si augur che la venuzza bluastra che sentiva pulsare sulla tempia destra non fosse visibile.
"Sono tante le cose che non ho, dottor Hinton. Tra cui una laurea."
L'Investigatore rise. Era una buona risposta.
Da quanto aveva sentito dire, Cornelius Hinton aveva numerose lauree conseguite in universit prestigiose: Harvard, Cambridge, la Columbia University. Aveva scritto un sacco di libri pubblicati dalla stampa accademica su oscuri argomenti di semantica, psicologia sociale, psicologia cognitiva e filosofia della mente. Il significato: testo, sottotesto, codifica. Una teoria esistenziale della semantica (Oxford University Press, 1979) era il suo lavoro accademico pi acclamato, premiato dall'Accademia nazionale delle scienze; da allora, i suoi interessi sembravano mutati, come se avesse continuato a pubblicare sotto un altro nome. All'istituto era una personalit di spicco ma al tempo stesso una figura sfuggente, sempre "in congedo": erano anni che non teneva i suoi celebri corsi di "Anatomia della civilt americana", e i suoi seminari per laureati su argomenti oscuri ("Charles Sanders Peirce: semiotica e follia visionaria") erano limitati a un numero ristretto e selezionato di partecipanti. Hinton era il relatore pi ricercato per le tesi di laurea, ma era quasi sempre assente: a sentire Chantelle alcuni studenti che erano stati seguiti da lui avevano redatto la tesi senza mai incontrarlo di persona, per anni. Hinton preferiva le mail agli incontri a tu per tu e aveva sviluppato un'avversione per le "voluminose copie cartacee" che occupavano troppo spazio sulla scrivania e nella sua vita. Ormai, come diceva, preferiva scorrere la letteratura scientifica accademica.
Dietro l'Investigatore c'era una libreria a parete stipata di libri sistemati in orizzontale e in verticale, apparentemente senza ordine: volumi di semantica, linguistica, filosofia politica, romanzi di Upton Sinclair, John Dos Passos, Willa Cather e William Faulkner; libri fuori formato con i disegni di Kthe Kollwitz, George Grosz, Ben Shahn, e (inaspettatamente) Saul Steinberg; volumi fotografici di Mathew Brady, Edward Weston, Dorothea Lange, Robert Frank e Bruce Davidson; il Trattato sulla natura umana di David Hume, il Leviatano di Thomas Hobbes accanto a Conoscenza e libert di Noam Chomsky, I dannati della terra di Frantz Fanon, Umiliati e offesi di Dostoevskij, Una teoria della giustizia di John Rawls, Liberazione animale di Peter Singer e un'antologia con una copertina in brossura rosso vivido dal titolo Al contrattacco: l'attivismo per i diritti animali nel XXI secolo. Su uno scaffale insieme alla Politica di Aristotele e alle Meditazioni di Cartesio c'era un volumetto giallo, L'arte del paradosso: Zenone di Elea.
L'Investigatore not lo sguardo della Stagista rivolto alle sue spalle, si gir e guard lo scaffale: "Quale di questi le interessa? Zenone di Elea?".
"No."
"No... sicuro?"
La Stagista scosse il capo. Distolse subito lo sguardo dalla libreria e torn a guardare l'Investigatore, che la stava osservando con espressione interrogativa.
"Si sa poco di Zenone di Elea. Era un contemporaneo di Socrate, in fondo molto simile a lui. Erano uomini che spingevano gli altri a pensare, e cos si fecero dei nemici."
La Stagista continuava a fissare la scrivania dell'Investigatore. Aveva gli occhi socchiusi, l'espressione impassibile. Le si inumidirono gli occhi, ma nessuna lacrima le solc le guance.
Adesso fissava le mani dell'Investigatore, mani affilate, dalle dita lunghe: mani maschili ma aggraziate, con le unghie curate. E l'anello d'argento a forma di stella alla mano destra, con l'aria di un talismano.
L'Investigatore ritorn al motivo del colloquio.
"In passato ho avuto parecchi assistenti - "stagisti". Tutti molto bravi, una volta che ci siamo capiti. In sostanza cerco una persona fidata e affidabile. Per certi versi sono privo di senso pratico, dimentico le cose, le metto fuori posto, anche se le perdo di rado, visto che i miei assistenti le ritrovano per me: questo forse  il loro compito pi gravoso! Non cerco un intellettuale, di sicuro non cerco una personalit "originale" o "creativa" che consideri il lavoro per me una mera occupazione secondaria. Sto cercando una persona che si metta, in un certo senso, a mia disposizione e che non mi contesti, cio che non contesti il lavoro che le affido. E sar un lavoro emozionante! E rischioso, a volte. Quindi ho bisogno di una stagista coraggiosa, ma non imprudente. Una persona che segua scrupolosamente le mie direttive, in grado di prevedere i problemi e di risolverli senza coinvolgermi. Una persona perspicace e che sappia parlare bene, ma di poche parole, come se parlare le costasse fatica. (La mia prima assistente era troppo loquace, voleva mostrarsi "affascinante", poi l'ho avvertita che avrei trattenuto dal suo stipendio un dollaro per ogni parola inutile che pronunciava. Ha capito al volo!) Soprattutto cerco un'assistente che non attiri l'attenzione su di s, che possa introdursi in posti dove io verrei subito individuato. Non mi interessa farmi "affascinare", ne ho abbastanza di persone che vogliono "affascinarmi", mi creda. Le uniche forme di seduzione che tollero sono quelle messe in atto da me: quelle che attuo verso i miei soggetti, per spingerli a parlare in maniera imprudente, e non nel loro interesse. La mia assistente deve fare attenzione alle sabbie mobili del "transfert" - come nella psicoanalisi -, del resto io non incoraggio mai alcun tipo di "confessione". La mia assistente non deve chiamarmi "Cornelius" (in realt non ho un nome cos antiquato n, al momento,  il mio nom de guerre) ma "dottor Hinton", oppure "signore". La mia assistente non deve innamorarsi di me, nemmeno nelle sue fantasticherie. O immaginare che io sia suo padre, ancora meno suo nonno. Abbiamo da svolgere un lavoro che ritengo urgente, portare alla luce il ventre molle dell'anima americana - se mi passa quest'immagine contorta - e potremmo dover correre dei rischi. Dobbiamo essere impersonali come missili, ed efficienti. E non mi importa un accidente della vita privata della mia assistente."
La Stagista sorrise, incerta. Aveva confidato all'Investigatore che lei non aveva una vita privata? S, glielo aveva detto.
"Signora McSwain, "Sabbath". Mi dica, lei rispetta la legge?"
"No."
"No?"
"Be', forse avrei dovuto chiedere quale legge. Quale legge in particolare?"
L'Investigatore annu in segno d'approvazione. "Bene! Mi piace il suo scetticismo. Mi piace persino quel modo pudico con cui arriccia le labbra: "Quale legge in particolare?" Eccola", e con gesto rapido, quasi imbarazzato e nello stesso tempo orgoglioso, l'Investigatore abbass la testa, si indic un punto in mezzo alla candida chioma, sulla tempia sinistra, e aggiunse: "Questa cicatrice  un ricordino che mi ha lasciato la manganellata di un poliziotto, nell'"assedio di Chicago del 1968", e le fa capire la brutalit della legge. Per questo a dire il vero prendo la legge cum grano salis".
La Stagista vide di sfuggita sul cuoio capelluto l'inquietante cicatrice ricucita e seghettata, poi i fluenti capelli bianchi - testimonianza di una vanit virile cos raffinata da rasentare l'abnegazione - nascosero l'antica, amara ferita come una carezza.
"Lei mi sembra una persona vissuta... non "fuori" dalla legge ma, in un certo senso, in maniera ortogonale a essa. Mi sbaglio?"
Ortogonale. Lei tir a indovinare. Parallela? Perpendicolare? Vicina ma estranea?
"S, signore."
" sempre bene chiedere "quale legge?", "per chi  la legge?". Talvolta  un imperativo morale infrangere certe leggi, e un imperativo ancora pi nobile attivarsi per abolirle. La mia fedina penale non  pulita, o almeno non quella di "Cornelius Hinton". E lei, signora McSwain?"
"Io... cosa?"
"Lei ha la fedina penale pulita?"
"S-s..."
"Non  un'attivista politica? Come Chantelle e le sue amiche? Il "Codice Rosa"?"
"No."
"E in tutti i suoi viaggi - piuttosto vaghi, devo dire -, durante gli anni che ha girato per la Florida, non  mai stata, come si dice, "beccata"?"
"No. Mai."
Accompagn quelle parole con un riso. Non sapeva se doveva offendersi o sentirsi lusingata.
"Le persone troppo innocenti e ingenue spesso si ritrovano agli arresti" osserv l'Investigatore, "se per esempio nella loro citt si tiene una convention repubblicana, e la polizia del posto si presenta con gli agenti a cavallo. Soprattutto la gente di colore, e quella dall'identit sessuale ambigua. Quindi non se la prenda per le mie domande."
La Stagista era sicura, Sabbath McSwain aveva la fedina penale pulita, era morta cos giovane.
Non aveva mai digitato quel nome al computer. Per scaramanzia non aveva mai voluto cercare quel nome cos come non aveva mai voluto cercare il suo vecchio nome ormai perduto: la persona che era stata in quel tempo lontano.
Non provava nessuna curiosit per il passato, nella misura in cui riguardava lei. Era molto pi interessata a un passato impersonale, al passato "storico" - sociale, politico, culturale - che non al proprio, imbrattato come un golfino leggero dal tessuto delicato finito in una pozza di fango.
L'Investigatore riprese: "Allora sarebbe disposta, se necessario, a "infrangere la legge", a "compiere violazioni", persino a "rubare"? Con questo non intendo furto di beni privati, ma di prove nascoste alla collettivit, di cui potremmo aver bisogno per denunciare falsi e truffe".
"S-s, signore."
"Sarebbe disposta a seguirmi in posti sgradevoli, persino pericolosi, se glielo chiedessi? Sappia che se venisse scoperta io non potrei aiutarla."
"S-s, signore. Voglio dire, s. Sono disposta. Ci proverei."
Le piaceva che le venisse chiesto di compiere delle violazioni. Le piaceva l'idea di una vita al di fuori della legge, in cui l'inganno al servizio della giustizia fosse la logica predominante.
Un'esistenza sovversiva, per cui sarebbe stata pagata. Una vita.
"Veniamo allo stipendio. Ne abbiamo gi parlato?"
Con noncuranza, l'Investigatore le offr una paga settimanale ben pi alta di quella che lei si aspettava.
La Stagista sorrise, incerta.
"Allora... le va bene questa cifra?"
La Stagista sorrise ancora pi incerta. La risposta giusta era... s?
"Sa cosa mi piace di lei, Sabbath McSwain? Che non spreca fiato.  una che sa stare al suo posto."
Il colloquio sembrava arrivato a un punto morto. Forse era finito.
L'Investigatore si era messo a guardare lo schermo del computer, come distratto dall'arrivo di una mail. La Stagista si chiese se stava per congedarla. Era stata scartata? Le era sfuggito qualche particolare essenziale?
"Devo... devo andare, dottor Hinton?  questo che devo... fare?"
Era una frase alquanto goffa. Non le venne da dire nient'altro.
Passava spesso giorni interi senza scambiare una parola con nessuno. Se incontrava uno dei pochi conoscenti che aveva, il pi delle volte lo evitava, quasi con vergogna.
L'Investigatore rispose: "S. Bene. Naturalmente pu andare. Ma torni domani mattina alle sette e un quarto".
"Torno domani?"
"S. Come fa a lavorare come mia stagista se non  sul posto?"
"Vuole dire... che mi ha assunto?"
"Voglio dire... per il momento s."
La Stagista rimase l impalata, sbalordita e confusa. L'Investigatore le si stagliava davanti, con aria indifferente. Non l'accompagn alla porta. Non intendeva mostrarsi galante: quella sarebbe stata una caratteristica del loro rapporto. Non vuole assolutamente instaurare un rapporto personale, comprese la Stagista.
Malgrado ci, allung timidamente la mano. Una mano infantile, da ragazzino, con le unghie non curate, un po' sporche, rosicchiate. I polsini della camicia scozzese erano macchiati, come la punta degli stivaletti invernali di foggia maschile. L'Investigatore gliela strinse con un sorrisetto stupito, ma non proprio irritato, n indulgente, un sorriso fugace, cortese, aspettando che lei uscisse dal suo ufficio e dall'istituto che sorgeva ai margini del campus universitario su un viale trafficato, come a suggerire il suo rapporto marginale e ortogonale con il campus; in effetti riceveva gran parte dei suoi fondi da privati. Una volta fuori, la Stagista si allontan di buon passo. Poi si mise a correre, sotto una pioggerellina autunnale che cadeva dal cielo opaco, ridendo suo malgrado, dentro di s, silenziosamente, sbattendo ripetutamente le palpebre per via della pioggia che le rinfrescava il viso accaldato. Per il momento s. Voglio dire: tu!
Il primo compito della Stagista fu quello di imparare a padroneggiare, sotto la guida dell'Investigatore, la "sottile arte" di fotografare qualcuno da vicino (a sua insaputa, senza farsi scoprire).
"Guardi. Le ho fatte ieri."
L'Investigatore le indic lo schermo del suo computer - ampio, piatto, modernissimo.
Sbalordita, la Stagista vide diciotto fotografie contrassegnate con la scritta MCSWAIN... lei?
Trasal nel vedersi l davanti, innocente e ignara, con la fronte lievemente corrugata e, come aveva detto l'Investigatore, le labbra pudicamente arricciate. Le foto erano un po' sfuocate ma non ci si poteva sbagliare: quella era Sabbath McSwain.
Era troppo sorpresa per rimanere turbata, o offesa. Non capiva come avesse fatto.
"Come ha fatto, dottor Hinton? Non m-mi sono accorta che..."
"Certo che non se n' accorta. Per questo si usa una minicamera."
L'Investigatore rise, come se la Stagista avesse fatto un'osservazione particolarmente ingenua.
Le spieg di aver scattato quelle foto con destrezza e di nascosto, durante il colloquio del giorno prima, grazie a una minicamera Sony nascosta nell'orologio, che funzionava con una minuscola batteria da caricare come un cellulare.
L'Investigatore le mostr come si faceva. Le fece notare che aveva attirato la sua attenzione mentre parlava con lei, distogliendola dall'orologio che aveva al polso.
L'Investigatore abbozz un sorriso, chiaramente soddisfatto di s.
"L'orologio con la minicamera l'ho appena comprato. Lo sto ancora sperimentando. Finora ho usato macchine fotografiche nascoste nelle penne, anche quelle sono buone. Questi aggeggi non scattano foto definite, sono un po' come quelle di un cellulare di qualit non eccelsa. Bisogna saperli maneggiare. Ci vuole pratica. Ci vuole sangfroid, chutzpah.1 In qualit di mia stagista lei deve possedere entrambe queste doti, ma senza darlo a vedere." L'Investigatore tacque un istante. Non poteva sapere (vero?) che da lungo tempo nessuno apostrofava la Stagista con quel tono, a un tempo cos intimo e aggressivo; e che gi solo il suono della sua voce l'aveva leggermente scossa.
Naturalmente lei non replic. Sapeva cosa volevano dire quelle parole, sangfroid e chutzpah, non per esperienza, ma per averlo letto. Tuttavia non disse nulla. L'Investigatore continu: "Nel mondo dello spionaggio, per esempio, dove si usano apparati di alta tecnologia, questi non sono strumenti particolarmente sofisticati, ma a quanto pare i miei soggetti non li conoscono ancora. E naturalmente il professor Cornelius Hinton  una persona che non si fa assolutamente notare".
L'Investigatore rise, orgoglioso della propria astuzia.
La Stagista rimase meravigliata dall'orologio e dalla minuscola macchina fotografica che racchiudeva. Dubitava che sarebbe mai riuscita a eseguire un'operazione cos delicata, sotto lo sguardo del soggetto che avrebbe dovuto fotografare.
"Sono troppo maldestra, dottor Hinton. Non riuscirei mai a fare... quello che fa lei. Mi scoprirebbero, io..."
"Nessuno la scoprir. Sar in grado di scattare fotografie come me, alla fine anche meglio. Cominci. Adesso."
L'Investigatore le diede una minicamera Sony, una versione femminile del suo orologio digitale dall'ampio quadrante, da indossare al polso.
Gli occhi le si riempirono di lacrime. Era cos bello!
Tutto questo era avvenuto otto mesi prima. Da allora, la Stagista aveva imparato a conoscere a fondo l'Investigatore.
Non intimamente, ma a fondo.
Sapeva, per esempio, che quando l'Investigatore lavorava al computer, trascrivendo degli appunti dal suo minuscolo taccuino, come faceva ossessivamente per ore, per giorni, ascoltava Mozart.
Soprattutto sonate per pianoforte.
Una delle prime, nella sua semplicit: la sonata n. 15 in fa maggiore.
La sonata in do maggiore K. 330, pi potente, eseguita da Horowitz.
Quelle note si diffondevano dal computer crescendo d'intensit come in una fluida cascata. Di assoluta chiarezza. Perfette.
Mentre lavorava l accanto, nell'ufficio dell'Investigatore, impegnata in pi banali mansioni di segreteria, la Stagista si trovava ad ascoltare, rapita. La prosa dell'Investigatore era spesso poco raffinata, trasudava indignazione, la feroce indignazione di Jonathan Swift, come la definiva lui, ma il suo ideale era la chiarezza classica.
"L'unica cosa che ha davvero importanza  la giustizia sociale" diceva l'Investigatore. "Anche se si  consapevoli di poter compiere ben scarsi progressi contro l'ingiustizia, bisogna..." La voce gli tremava, quella sfida lo entusiasmava.
La Stagista si chiedeva se l'Investigatore avesse avuto qualche grande delusione nella sua "vita privata": forse qualcuno lo aveva ferito, gli aveva fatto del male, o lui aveva ferito qualcuno, aveva fatto del male e deluso qualcuno che non poteva sacrificare la propria vita a una causa impersonale. La Stagista se lo chiedeva, ma a lui non avrebbe mai rivolto quella domanda.
Un tempo la Stagista suonava Mozart. I primi pezzi per pianoforte, composti da Mozart bambino. Sorrideva a quel ricordo... ma no, non poteva ricordare.
Quel lieve fremito nel cuore: il brivido del ricordo! No.
Tutto ci che era avvenuto in quel tempo lontano adesso le era precluso. L'avevano gettata via umiliandola e deridendola. Lei era quella brutta, quella non amata.
Le pareva quasi di ricordare il suo corpo (seminudo) ricoperto di fango, di escrementi. I capelli, gli occhi. Avevano riso di lei.
Brutta brutta brutta. Ecco quella brutta.
Aveva disonorato la sua famiglia. Svilito il loro nome. Non sopportava quel pensiero e cos non ci pensava, non ci avrebbe pi pensato.
Ma quelle note di pianoforte di Mozart che si diffondevano dal computer dell'Investigatore la costringevano a ricordare.
Ascoltava rapita, fissando la nuca dell'Investigatore, i vaporosi capelli bianchi, un po' lunghi sul colletto, quel modo intelligente di reclinare il capo, come per ascoltare meglio ci che un altro orecchio meno raffinato non era in grado di cogliere.
In quei momenti aveva l'impressione che la sua anima si fosse dissolta. Come risucchiata via. Le limpide note del pianoforte, la chiarezza, la bellezza e la facilit con cui sgorgavano senza fretta n urgenza, quasi anonime, come se il compositore, Mozart, non fosse un individuo, un semplice uomo, mortale, scomparso da secoli, ma la voce stessa dell'umanit, depurata di tutto ci che  rozzo, grossolano, corrotto e brutto.
"McSwain!" L'Investigatore la stava chiamando. (Ora ometteva spesso l'appellativo signora, il solo nome era molto pi efficace e appropriato per l'occasione.)
"S, signore?"
"Non ha da fare, vero?"
"Io... n-no..."
Ovviamente la Stagista aveva da fare. Molte volte l'Investigatore le dava pi lavoro di quanto potesse svolgerne quotidianamente.
A quanto pareva, tra una stagista e l'altra l'Investigatore era rimasto "in arretrato".
C'erano da pagare i conti per le spese di casa e dell'ufficio: gas, luce, tasse. Bisognava inviare alla banca (o alle banche), dove l'Investigatore aveva un conto corrente, gli assegni dei compensi per i diritti d'autore. C'erano gli estratti conto della banca da registrare, i moduli dell'ufficio federale delle tasse da compilare e da spedire al commercialista dell'Investigatore, a Fort Lauderdale. E pratiche pi misteriose, per esempio assegni - alcuni mensili - da intestare a persone ed enti vari. In particolare la Stagista doveva occuparsi di certi documenti, contenuti in raccoglitori pieni di appunti, articoli di giornale, mail stampate.
"Mi porta un po' di t? Verde. Una grossa tazza. Con del miele. Se le va, lo prenda anche lei. Grazie."
Quando comunicava con gli altri, all'Investigatore veniva naturale dare ordini: usava un tono assertivo, leggermente autoritario. Era stato il responsabile scientifico dei laboratori di psicologia sperimentale dell'istituto e prima ancora di altre universit, dove il suo ruolo era impartire ordini a giovani assistenti, postdottorandi, laureati e studenti.
Ma quel grazie attenuava il tono.
"S, signore."
In breve tempo la Stagista cominci a conoscere l'Investigatore pi di quanto lui immaginasse.
Ne conosceva il nome (anzi, i nomi). Il vero nome, quello che aveva adottato in precedenza nella sua professione, quelli sotto cui pubblicava. E i nomi a cui erano intestati i conti correnti.
Non solo sapeva falsificare le sue firme, ma tra i suoi compiti, come le aveva ordinato, c'era quello di firmare per lui quando era troppo indaffarato per quelle incombenze banali.
"L'unica cosa che non possiamo "falsificare" sono i documenti legali. Per quelli ci vogliono dei testimoni e un pubblico ufficiale."
E questa era la cosa sorprendente: malgrado fosse noto che l'Investigatore era una persona riservata e solitaria, che "rifiutava le interviste" (cos per esempio veniva descritto su Internet l'autore della collana di libri VERGOGNA!) e che persino con i pi importanti editori di New York e di Londra e con i suoi agenti teneva i contatti per mail e con una serie di identit fittizie, con lei, una volta che si era convinto di potersi fidare, era straordinariamente informale.
Osservando il faccino impassibile della Stagista, quegli occhi grandi, severi e penetranti eppure incerti, sembrava sapere che lei era schietta come appariva, e che non aveva motivo di tradirlo. E forse dava per scontato che, come le precedenti assistenti che aveva avuto al suo servizio, lei lo adorasse.
La Stagista non era tipo da adorare nessuno. Ormai da moltissimo tempo.
E non avrebbe manifestato quell'adorazione. Quel sentimento era visibile come un talismano appeso al collo che si poteva anche ignorare.
Ed era rimasta sorpresa nell'apprendere che l'Investigatore (il cui vero nome era Andrew Edgar Mackie Jr e che era nato a St Paul, nel Minnesota, il 1 marzo 1938) aveva frequentato il seminario gesuita di Rockland, nel Minnesota, dal 1958 al 1959, poi lo aveva lasciato per iscriversi all'universit del Minnesota, dove nel 1963 aveva conseguito una laurea in psicologia e antropologia. In seguito l'Investigatore avrebbe sempre ripetuto di non aver mai abbandonato l'imperativo gesuitico "Ama Dio e fa' ci che vuoi".
Interpretava Dio come "il pi elevato" dei progetti umani, secondo quanto affermava il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach. La volont umana, l'amore umano, la speranza umana, il desiderio umano: un'immagine gigantesca proiettata su uno schermo, un cielo dall'azzurro opaco.
La Stagista presumeva che dovesse essere cos. Lei non aveva un credo religioso.
Dopo aver lasciato il seminario ed essersi allontanato dal cattolicesimo, l'Investigatore era diventato uno sprezzante miscredente, un "ateo militante"; adesso, decenni dopo, nutriva ancora un certo disprezzo verso le istituzioni religiose, ma era comprensivo verso gli individui per i quali la fede era una necessit di vita.
L'Investigatore aveva messo da parte quel nome tipico del Midwest, Andrew Edgar Mackie Jr, negli anni Sessanta.
Poco dopo era comparso quel Cornelius Hinton, con il quale aveva conseguito le specializzazioni a Harvard, Cambridge e alla Columbia University.
Hinton era un accademico energico e all'apparenza ambizioso. I suoi campi di studio erano la semantica, la psicologia sociale, la psicologia cognitiva e la filosofia della mente: la meno penetrabile delle discipline. Negli anni Settanta, Hinton aveva cominciato a pubblicare su molte riviste accademiche, ricevendo offerte di cattedre da rinomate universit - Columbia, Duke, Yale, Cornell. Si spostava spesso tra i vari atenei in qualit di visiting professor. O per svolgere attivit in istituti di ricerca. Non era interessato a incarichi di ruolo n alla carriera accademica: spesso si fermava in un ateneo per un solo semestre. Viveva (in affitto) negli alloggi e appartamenti riservati ai professori in congedo. A Ithaca aveva abitato quasi tutto il tempo in un campeggio nel Lebanon State Park, a mezz'ora di macchina dal campus di Cornell. Portava i capelli lunghi. Si era fatto crescere la barba. Quando necessario, noleggiava una macchina. Preferiva spostarsi in bicicletta anche nella stagione fredda, che, nel Nord dello Stato di New York, pu essere alquanto rigida, burrascosa e nevosa.
Nel 1991 aveva accettato una borsa di studio dalla Fondazione nazionale delle scienze di Arlington, in Virginia. Subito dopo, una cattedra permanente ben retribuita all'Istituto per la ricerca avanzata dell'universit statale della Florida a Temple Park, dove dei donatori miliardari di Fort Lauderdale avevano in animo di fondare un istituto di ricerca di prim'ordine.
Tuttavia, a quanto pareva, Cornelius Hinton aveva stranamente smesso di pubblicare pi o meno nel momento in cui era arrivato a Temple Park.
Il primo, controverso bestseller dell'Investigatore pubblicato in quella che sarebbe diventata la collana VERGOGNA! era apparso nel 1979: si trattava di VERGOGNA! ARCADIA HALL 1977-78, un reportage dallo stile vividamente realistico realizzato in segreto nella pi grande casa di cura statale per adolescenti con problemi mentali della Pennsylvania, l'Arcadia Hall di Philadelphia. Era una struttura psichiatrica dove gli addetti molestavano e picchiavano abitualmente i pazienti, compiendo su di loro anche abusi sessuali, tra l'indifferenza dei medici e degli amministratori, che avevano ignorato le lamentele fino a quando non si era verificato il caso di un paziente morto in seguito a gravi lesioni.
VERGOGNA! ARCADIA HALL 1977-78 era presentato in forma diaristica e anonima; il nome dell'autore sulla copertina era "J. Swift", un omaggio dell'Investigatore al suo illustre predecessore Jonathan Swift. Sulla sovraccoperta compariva una stringata nota biografica che diceva ben poco di "J. Swift", a parte che era nato nel Midwest "alla fine della Grande Depressione" e che aveva "viaggiato in lungo e in largo per gli Stati Uniti"; non c'erano fotografie. Dal resoconto in forma diaristica si evinceva che "l'Investigatore" era un individuo animato da un grande fervore, che in giovent voleva diventare gesuita ma che aveva abbandonato gli studi seminariali per dedicarsi al movimento dei diritti civili. Mentre si preparava a scrivere VERGOGNA! ARCADIA HALL 1977-78, l'Investigatore aveva studiato da infermiere presso la Scuola dell'universit della Pennsylvania; aveva lavorato all'Arcadia Hall dodici ore al giorno per nove mesi, in condizioni sempre pi stressanti, registrando e fotografando le sue esperienze, fino a quando era stato licenziato per "insubordinazione", per aver cercato di frapporsi in una lite tra dei pazienti e alcuni colleghi.
Uno degli aspetti controversi di VERGOGNA! ARCADIA HALL 1977-78 era che lo stesso autore fosse stato picchiato, ferito e ricoverato in ospedale; alla fine i suoi aggressori erano stati arrestati, processati e condannati per aggressione e lesioni personali. Dopo la pubblicazione del libro aveva ricevuto numerose minacce, e in seguito a una convinta recensione pubblicata a tutta pagina dalla "New York Times Book Review" a firma dell'illustre psichiatra di Harvard professor Robert Coles, VERGOGNA! ARCADIA HALL 1977-78 aveva scalato le classifiche di vendita dei bestseller; da allora il misterioso "J. Swift" era scomparso da Philadelphia, deciso a non farvi pi ritorno.
Tutto ci era avvenuto nel 1979. Sette anni prima della nascita della Stagista.
Naturalmente, gi al liceo lei aveva sentito parlare della collana di libri VERGOGNA!, che alla fine era arrivata a nove titoli, ognuno consistente in un resoconto diaristico asciutto e scioccante basato sulle ricerche scrupolose di un autore che si faceva chiamare "l'Investigatore", mentre in copertina compariva sempre il nome di "J. Swift". Negli anni, le informazioni biografiche su J. Swift non aumentarono, se non per l'elenco via via pi nutrito dei premi vinti dall'autore: il National Book Award, il National Book Critics Circle Award, l'Anisfield-Wolf Award, il Pulitzer. A quanto pareva J. Swift, alias l'Investigatore, non aveva una vita privata: era scapolo, senza famiglia e senza una residenza fissa. E non esistevano sue fotografie.
Lo zelante Investigatore aveva visitato clandestinamente delle aziende agricole del Midwest che versavano in condizioni spaventose, e ospedali per veterani del New England che soffrivano di avvilente carenza di personale; si era introdotto in alcuni mattatoi che rifornivano catene di fast food (un esplicito omaggio a uno dei suoi eroi, Upton Sinclair, autore del romanzo La giungla); si era infiltrato in laboratori di ricerca medica che conducevano esperimenti su scimpanz, cani e gatti (riuscendo a scattare fotografie terrificanti, diffuse su Internet per suscitare quante pi proteste e indignazione). Sotto un nome diverso da "J. Swift" era stato arrestato a San Francisco come attivista per i diritti degli animali (con l'accusa di "terrorismo") ed "eco-terrorista", ma alla fine le accuse erano cadute per mancanza di prove. (Esaminando i conti correnti dell'Investigatore, la Stagista aveva scoperto che aveva fatto generose donazioni a organizzazioni animaliste quali la PETA, il Fronte di liberazione per i diritti degli animali, la Milizia per i diritti degli animali, cos come aveva elargito somme consistenti a organizzazioni di attivisti di sinistra quale Codice Rosa e organizzazioni femministe come Donne senza frontiere.) L'ultimo successo editoriale dell'Investigatore era VERGOGNA! VOSTRO (DIS)ONORE, pubblicato nel 2009, una sconvolgente rivelazione sulla corruzione di numerosi giudici di tribunali nella contea di Nassau, a Long Island, che dal 2005 avevano intascato oltre due milioni di dollari in tangenti per destinare ben tremila giovani incensurati in strutture carcerarie gestite da privati. Per la maggior parte si trattava di reati minori e non di crimini gravi, per i quali era prevista la libert vigilata, ma i giudici avevano inflitto pene detentive ai giovani colpevoli; gli imputati non erano stati difesi da avvocati, poich i loro genitori erano stati convinti a rinunciare ai loro diritti da funzionari del tribunale che prendevano anch'essi tangenti.
In uno di quei famigerati riformatori, una squallida caserma nella regione dei Poconos, dei giovani detenuti erano stati molestati, picchiati e sottoposti ad abusi sessuali dai secondini e da altri reclusi, e si era verificato il suicidio di una diciassettenne arrestata per aver rubato in un supermercato alcune merci del valore di neanche venticinque dollari: la ragazza era incensurata! L'Investigatore aveva raccolto quel materiale scottante presentandosi come "Hank Carpenter", rappresentante del riformatorio privato Istituti di detenzione pionieri d'America S.p.A., che offriva ai giudici del tribunale della contea di Nassau "cinquemila dollari" sull'unghia per ogni giovane condannato spedito in quel riformatorio; aveva registrato quelle incredibili conversazioni, trascritte poi alla lettera nel libro VERGOGNA! VOSTRO (DIS)ONORE.
Prima che il libro vedesse la luce, l'Investigatore aveva consegnato il materiale raccolto al pubblico ministero della contea di Nassau e al procuratore generale federale dello Stato di New York; degli estratti pubblicati sul "New Yorker" avevano scatenato in tutta la nazione un putiferio di proteste indignate.
Alla fine, i giudici corrotti avevano ammesso di aver intascato tangenti, erano stati sollevati dall'incarico e condannati a pene dai sette ai quindici anni.
Dai sette ai quindici anni! Liberati infine per "buona condotta", gli ex giudici avevano scontato solo una piccola parte della loro pena in penitenziari (di Stato) non di massima sicurezza.
Con le tangenti ricevute dai riformatori privati si erano comprati automobili costose, yacht, case nuove; si erano fatti costruire piscine, si erano concessi lussuose crociere alle Bahamas, avevano iscritto i figli in costose scuole private. (Il denaro incassato non era stato restituito.)
Fino ad allora nessun riformatorio privato era stato accusato di alcun reato.
Nella Cina totalitaria, i funzionari governativi, al pari dei giudici corrotti, rischiavano la pena di morte.
Disgustato dal sistema giudiziario della contea di Nassau, l'Investigatore stava volgendo la sua attenzione alla pena capitale negli Stati Uniti, negli anni che erano seguiti ai successi largamente pubblicizzati dell'organizzazione Progetto innocenza, in particolare in quegli Stati dove la frequenza delle esecuzioni non era rallentata malgrado la scoperta, attraverso il test del DNA, di imputati innocenti condannati al braccio della morte. Mentre Stati come l'Illinois, New York e New Jersey avevano immediatamente deciso di sospendere le esecuzioni capitali e di riaprire le indagini, altri come il Texas, la Georgia, l'Alabama, il Mississippi, la Louisiana e la Florida avevano lasciato cadere nel vuoto le rivelazioni dell'organizzazione Progetto innocenza. "Sembra che non gli importi un accidente se un condannato sia davvero "colpevole", una volta che  stato riconosciuto tale da una giuria o da un giudice. Il fatto che uno Stato metta a morte un innocente non  un elemento determinante." L'Investigatore era furibondo, indignato.
Era per quel progetto che l'Investigatore aveva assunto la Stagista.
L'aveva avvertita che si trattava di un "lavoro rivoltante", "forse anche pericoloso". Avrebbero cercato di accedere al braccio della morte di carceri di massima sicurezza spacciandosi per avvocati, criminologi o docenti universitari di sociologia, psicologia; se i dirigenti dei penitenziari avessero saputo chi era l'Investigatore, l'autore della famigerata collana di libri di denuncia VERGOGNA!, non l'avrebbero mai lasciato entrare. La Stagista sarebbe stata sottoposta a controlli meno rigidi, ne era certo: "In quanto mia assistente, in pratica lei pu andare ovunque vada io. Nessuno la noter".
"McSwain! Tenga queste."
Le porse una pila di buste, ancora chiuse.
Uno dei compiti della Stagista era incassare gli assegni dell'Investigatore e pagare i conti, poich lui detestava tutto ci che chiamava finanze.
L'Investigatore non apriva le buste contenenti gli assegni per i diritti d'autore (intestati a "J. Swift", a "Cornelius Hinton" e a molti altri nomi) o, se lo faceva, non guardava nemmeno le cifre riportate, come se verificare l'ammontare dei suoi guadagni fosse un'azione indecente. Detestava controllare persino gli assegni mensili che gli venivano corrisposti dall'istituto a nome "Cornelius Hinton".
Quei compiti, come anche pagare i conti, l'Investigatore li delegava interamente alla Stagista e, cosa sorprendente, fin dal momento della sua assunzione. (La Stagista non lavorava all'istituto, ma nella villetta a schiera - con la facciata in stucco sul canale Rio Vista - che l'Investigatore aveva preso in affitto da un collega in congedo dell'universit e che collegava Temple Park con Fort Lauderdale. Villetta che tra l'altro aveva un soggiorno su due piani con le pareti quasi tutte a vetri e una vista mozzafiato sull'Oceano Atlantico e sul cielo caliginoso sopra l'oceano che si estendeva un paio di chilometri a est.)
"Ecco a cosa serve scrivere dei bestseller!" aveva pensato la Stagista con un fischio ammirato.
" ricco! Ha talmente tanti soldi in banca che non sa cosa farsene."
E poi c'erano i compensi per le traduzioni, le vendite dei libri all'estero, le ripubblicazioni in edizione economica di vecchi e nuovi titoli; gli adattamenti di diversi volumi della collana VERGOGNA! per documentari cinematografici e televisivi in Europa; e persino, in Svezia, la proposta per una riduzione teatrale di VERGOGNA! VOSTRO (DIS)ONORE prodotta da un importante teatro di Stoccolma.
Quando si presentava nei panni del professor Cornelius Hinton, l'Investigatore vestiva bene, con abiti eleganti, per dare di s un'immagine convincente; ma in genere, da quanto poteva capire la Stagista, l'Investigatore viveva ben al di sotto dei propri mezzi, non aveva propriet e solo con riluttanza prendeva a nolo macchine di lusso, come per esempio alla fine dell'inverno del 2012, quando aveva noleggiato una Acura MDX metallizzata, pratica per gli spostamenti verso le prigioni con un braccio della morte.
(La Stagista non aveva mentito quando aveva assicurato all'Investigatore di avere la patente, dimenticata da qualche parte. Dopo essere stata assunta, si era procurata tramite un conoscente di Fort Lauderdale, che aveva un contatto alla Motorizzazione civile della contea di Broward, una patente plastificata provvista di fotografia intestata a Sabbath McSwain, nata il 15-08-1986. Perch l'Investigatore non guidava mai, se poteva evitarlo.) Insieme ai consueti conti da pagare - gas, luce, assicurazione - la Stagista doveva versare mensilmente delle somme di denaro a una serie di enti e servizi, uno dei quali era l'ospedale per lungodegenti di Minneapolis, il Mount Saint Joseph. Inoltre ogni mese doveva spedire un assegno di millecinquecento dollari a tal F.J. Mackie di St Paul; e un altro, per una somma leggermente inferiore, a Denise Delaney, di Chicago; e altri ancora, per vari importi, a una dozzina di persone, la maggior parte delle quali viveva nel Midwest. (Parenti, ex coniugi, figli? L'Investigatore aveva figli? Nipoti?) Uno dei conti correnti su cui l'Investigatore aveva versato pi di trentacinquemila dollari tra il 2005 e il 2011, intestato a un certo Hollis Whittaker, residente a White Plains, New York, era stato chiuso nel 2011; l'Investigatore aveva scritto con una matita rossa la parola F I N I sul nome che compariva nella sua documentazione scritta relativa al conto corrente.
Per numerosi college e universit tra cui quella del Minnesota, il Wake Forest College, l'Ithaca College, il Loyola College di Chicago e il College di arti e scienze di Temple Park, Florida, l'Investigatore aveva costituito dei fondi per borse di studio destinate a studenti con donazioni che andavano dai 500.000 ai 900.000 dollari. Inoltre alla Cornell University nel 2007 era stata costituita la Borsa di studio J. Swift per la bioetica e il giornalismo investigativo, con un fondo di 900.000 dollari, riservata a laureati e postdottorandi.
Il che voleva dire, come comprese la Stagista dopo un rapido calcolo, che nei decenni passati l'Investigatore aveva elargito parecchi milioni di dollari, cosa che nessun altro sapeva poich nessuno era a conoscenza dell'ammontare dei versamenti e, molto probabilmente, nemmeno lo stesso Investigatore ricordava le numerose borse di studio che aveva sovvenzionato.
In una stanza riservata agli ospiti della villetta in affitto, su un robusto tavolo rettangolare bianco che la occupava in tutta la sua lunghezza, erano sistemati degli schedari a soffietto contenenti lettere scritte a macchina e anche a mano. Centinaia risalivano ai tardi anni Sessanta. (Su un post-it lasciato da una precedente assistente compariva l'annotazione: "Ordinato e archiviato fino al 1991. Incompleto".)
C'erano poi degli schedari che contenevano le stampate di mail pi recenti. La maggior parte erano di editor, alcune di lettori, e ce n'erano anche alcune di amici e conoscenti, ex colleghi universitari dell'Investigatore, studenti. Erano indirizzate a J. Swift, Cornelius Hinton, "Andy". ("Andy" era forse l'affettuoso diminutivo di quell'"Andrew Edgar Mackie Jr" scomparso decenni prima?) La Stagista aveva scorso quella raccolta epistolare in cerca di formule di saluto del tipo: "Con affetto", "Con amore", "Con immutato amore". In mezzo alle lettere c'erano delle cartoline. Con splendide raffigurazioni artistiche, riproduzioni di dipinti di Matisse, Derain, Rousseau... Le pi belle e vistose erano quelle spedite da una persona il cui nome scarabocchiato sembrava Isabel, o Inez.
L'ultima di quelle cartoline era datata 22-02-08 e veniva da Bruxelles.
Alla Stagista era stato detto di "tenere tutto in ordine", "identificare ed etichettare", "sbarazzarsi dei libri doppi, delle bozze ecc." che si trovavano nella villetta in affitto con la facciata in stucco. Entro meno di un anno l'Investigatore avrebbe dovuto lasciare la casa e - ovviamente - non aveva ancora pensato a dove trasferirsi. (Notoriamente quell'uomo non si preoccupava di programmare dove sarebbe andato a vivere nell'immediato futuro: la sua attenzione era tutta rivolta ai progetti che stava seguendo.)
Gli assistenti che l'avevano preceduta avevano ordinato, classificato ed etichettato la maggior parte dei materiali dell'Investigatore. La Stagista scopr, in scatole di cartone accuratamente classificate per anni (1970-1980; 1980-1990 ecc.), raccolte di pubblicazioni in cui erano citati i lavori dell'Investigatore - "New York Review of Books", "The Nation", "The New Yorker", "Harper's" e "TLS"; revisioni di manoscritti e bozze dei libri della collana VERGOGNA!; articoli con interviste rilasciate dall'Investigatore sotto il nome di J. Swift; esemplari di recensioni, non tutte encomiastiche. In una cartella contrassegnata ESTATE 1981/ASPEN c'erano delle fotografie di un matrimonio celebrato all'aperto in cui l'Investigatore, poco pi che quarantenne, aveva l'aria di essere, pi che lo sposo, il testimone. Indossava un abito tinto a nodi di uno strano tessuto, tipo iuta; ai piedi aveva dei sandali, e i capelli acconciati a trecce scure tipo rasta; portava una barba non curata come quella che aveva adesso ma lunga, scura e ricciuta. Quasi non sembrava lui, assomigliava piuttosto a un rubicondo clone americano del rivoluzionario Che Guevara.
Le foto del matrimonio non erano state scattate da un professionista. Erano un po' sfuocate. Sul pendio di una montagna sullo sfondo spiccavano fiori selvatici dai colori vivaci, come in un dipinto fauve. La Stagista sorrise pensando: "Sono tutti fatti. Sembrano cos felici! Che ne  di loro, trent'anni dopo?".
C'era la sposa, con uno sbrindellato vestito bianco di seta, i capelli lunghi biondi e setosi, a piedi nudi. E lo sposo, un giovane sulla trentina con il viso abbronzato, la coda di cavallo, perfettamente rasato e anche lui scalzo.
Com'era bello l'Investigatore, nell'estate del 1981! In quel tempo lontano, quand'era ancora giovane. Quand'era in mezzo ad amici in festa, ai quali - lo si vedeva chiaramente - era molto legato.
Nel 1981 la Stagista non era ancora nata. Sent una fitta di gelosia nel vedere l'Investigatore in molte fotografie insieme a una giovane donna: non bellissima ma attraente, con un nasetto all'ins, capelli castani ondulati e una gonna di pizzo lunga fino alle caviglie. I due ridevano, rilassati. Tra loro c'era - lo si percepiva - un'intimit erotica, erano radiosi.
La Stagista si avvicin a una finestra con le foto, per esaminarle meglio. Pens: "Io non ho mai avuto una vita mia. Come sarebbe, averne una?".
Non provava amarezza, solo curiosit. Una curiosit quasi scientifica.
Le venne anche da pensare: "Ma si  lasciato alle spalle questa vita... di emozioni.  andato avanti, ha abbandonato questa gente. Perci adesso possiamo stare insieme".
Il titolo provvisorio del nuovo progetto era VERGOGNA! LE SOLITE PENE SPIETATE: gli omicidi legalizzati negli Stati Uniti. Malgrado fosse meticoloso nelle ricerche, l'Investigatore nei suoi libri non si curava di adottare uno stile raffinato, jamesiano: mirava a suscitare sorpresa, shock, sconcerto, ripugnanza, a convincere e coinvolgere emotivamente i suoi lettori.
L'Investigatore aveva raccolto una mole enorme di informazioni su casi di pena capitale dall'epoca dei successi ampiamente pubblicizzati dell'organizzazione Progetto innocenza, nella prima decade del nuovo secolo, nei quali pi di 260 condannati - molti detenuti nel braccio della morte - erano risultati innocenti in seguito al test del DNA. Nei file archiviati sul suo computer c'erano centinaia di pagine di documenti, tra cui lunghi articoli di riviste giuridiche di specialisti del settore come Barry Scheck, Austin Sarat e Leigh Buchanan Bienen. Faceva riflettere - anzi, era spaventoso - il fatto che cos tante persone, un'alta percentuale delle quali di pelle scura, fossero state condannate a morte senza essere colpevoli dei reati loro ascritti; il fatto che tanti, attualmente detenuti nel braccio della morte di vari penitenziari, avrebbero potuto essere liberati se l'organizzazione Progetto innocenza avesse avuto accesso ai loro casi.
L'Investigatore si definiva "scettico" - "dall'et di vent'anni, un cinico nella tradizione di Swift e Voltaire" - eppure era sbalordito e indignato dal fatto che in cos tanti Stati non si fossero presi provvedimenti per ridurre i verdetti di condanna alla pena capitale, malgrado la possibilit di assoluzione grazie al test del DNA. L'Investigatore, in preda alla rabbia, disse alla Stagista: "A quanto pare nemmeno alla Corte Suprema degli Stati Uniti importa che un innocente venga giustiziato, se  stato giudicato "colpevole"!".
In particolare, l'Investigatore detestava i giudici simpatizzanti di destra a capo della Corte. Le sue bestie nere erano Scalia e Thomas. Avrebbe tanto desiderato scrivere un libro della collana VERGOGNA! che rivelasse la vita (segreta, nascosta) dei giudici della Corte Suprema, ma quei cittadini americani erano cos intoccabili che per "J. Swift" era impossibile gi solo immaginare di smascherarli.
"Oh, Dio! Se potessi vivere in eterno. Senza fermarmi mai. Se potessi tornare indietro, studiare legge, ottenere un posto di assistente di Scalia o di Thomas! La Corte, la Casa Bianca e il Pentagono hanno commesso cos tante malefatte che ci cadono addosso come merda..."
La Stagista era lusingata dal fatto che l'Investigatore parlasse cos apertamente con lei. Evidentemente non aveva paura che la sua assistente fosse al soldo di qualche nemico per spiarlo.
Spesso lo sentiva discutere al telefono con qualche vecchio amico, collega o compagno delle organizzazioni attiviste, sentiva il suo tono afflitto, le risate aspre.
Provava un moto di orgoglio. Lei era l'assistente dell'Investigatore.
Anche se, al momento, a parte lui non lo sapeva nessuno; forse un giorno, una volta che il progetto del nuovo libro della collana VERGOGNA! fosse stato completato, il nome di "Sabbath McSwain" sarebbe apparso accanto al suo, i due nomi insieme.
Pensava ingenuamente: "Forse cambieremo le cose. Le nostre rivelazioni cambieranno il mondo".
La prima visita al braccio della morte era stata fissata per l'11 marzo 2012, alle ore 10, al penitenziario maschile di massima sicurezza di Orion, Florida. Orion era una cittadina nelle pianure della Florida centrale a nord-ovest del lago Okeechobee, a circa due ore e mezzo di macchina da Temple Park.
"Abbiamo organizzato la visita, McSwain? Ottimo lavoro!"
L'Investigatore non mancava mai di esprimere sorpresa e soddisfazione quando la Stagista portava a termine qualche compito che lui trovava complicato: semplici richieste telefoniche, prenotazioni di vario tipo, ritiro di medicinali in farmacia, richieste di spiegazioni su bollette gi pagate. Per indole, l'Investigatore trovava fastidiose quelle banali incombenze, un po' come un bambino prodigio trova fastidioso eseguire esercizi di pianoforte.
La Stagista era sempre stata una persona "riservata" - cio poco socievole -, alquanto taciturna, persino tetra, ma in breve tempo, in quel ruolo di assistente del dottor Cornelius Hinton, conquist fiducia in se stessa, una sorta di esuberante presunzione appropriata al suo incarico. Di solito aveva una voce esitante, stridula e quasi impercettibile, ma al telefono assumeva un tono chiaro e diretto; la frase pomposa e a effetto "Professor Cornelius Hinton, Istituto per la ricerca avanzata dell'universit statale della Florida sede di Temple Park" le usciva di bocca come se la pronunciasse da anni, per intimidire gli altri.
Tramite un contatto che l'Investigatore aveva alla facolt di legge dell'universit della Florida a Gainesville, la Stagista si era assicurata due posti per la visita al carcere di Orion, riservata a chi operava nel campo della giustizia penale, a professori, insegnanti e psicologi, a politici, operatori dei servizi sociali, ecclesiastici. In teoria, i visitatori delle prigioni della Florida venivano sottoposti a controlli preventivi; ma in pratica, dedusse la Stagista, quei controlli erano sbrigativi e casuali. Dal momento che un professore della facolt di legge aveva garantito per il dottor Hinton, probabilmente n Hinton n la sua giovane assistente avrebbero destato sospetti alle autorit del carcere di Orion.
La mattina dell'11 marzo 2012 la Stagista arriv presto nell'ufficio dell'Investigatore all'istituto. Erano rimasti d'accordo che fino alla prigione, che si trovava a nord-ovest del lago Okeechobee, avrebbe guidato lei il SUV Acura preso a noleggio dall'Investigatore. Durante il tragitto - sulla U.S. 27, lungo il North New River Canal - l'Investigatore studi la documentazione sul braccio della morte scaricata da Internet, fece delle telefonate con il cellulare e ripet con la Stagista la strategia da seguire durante la visita guidata: "Dove possibile far delle registrazioni. Se ne vale la pena. Spero che la guida sia una guardia carceraria. Mi servono aneddoti sul braccio della morte. Cose dette "in via confidenziale", che non si racconterebbero mai in un'intervista. E nella camera della morte, se ce la faranno visitare, scatteremo entrambi delle foto, se sar possibile. Pi ci avviciniamo al luogo delle esecuzioni, meglio . Ma non si preoccupi; non pretendo che corra rischi eccessivi, la prima volta. Anche se lei  la mia "assistente", durante la visita fingeremo di non conoscerci. La visita  stata organizzata tramite l'ufficio del direttore,  improbabile che la guida sappia che "Sabbath McSwain"  l'assistente del dottor "Cornelius Hinton". Le far un cenno se voglio che faccia qualcosa di particolare, ma non prenda iniziative, si comporti in maniera naturale. Si confonda in mezzo agli altri. Ha l'aria di una studentessa, non attirer l'attenzione. Io scatter pi foto che posso a tutto ci che riguarda il nostro progetto. Ma non dobbiamo strafare".
La Stagista sorrise imbarazzata. Strafare!
Non aveva nessuna voglia di richiamare l'attenzione su di s. Tutt'altro, voleva solo rimanere invisibile il pi a lungo possibile.
All'uscita per Orion, tutti i cartelli stradali indicavano la direzione per il carcere.
Gi da l si vedeva la vasta pianura dove sorgeva la struttura cinta da un reticolato elettrificato alto quasi cinque metri, sormontato dal filo spinato. A intervalli regolari lungo il recinto si stagliavano delle torrette di guardia. E al di l, appena visibili, gli orrendi edifici del carcere che ricordavano una fortezza. L'Investigatore disse in tono pensieroso: "Mi  capitato di passare qualche ora in gattabuia, ma non sono mai stato arrestato. Pare che ci sia una profonda differenza a livello psicologico. Figuriamoci una condanna all'ergastolo, una vita dietro le sbarre. O una condanna a morte".
La Stagista percep una certa eccitazione e apprensione nella voce del suo datore di lavoro. Scacci quel pensiero: "Anche lui  in ansia, ma non lo darebbe mai a vedere".
Nelle due ore e mezzo del tragitto da Temple Park, la Stagista aveva pensato: "Se dovesse succedere qualcosa - un incidente - saremo risparmiati. Non ci capiter niente di grave".
Ma lei alla guida era prudente. Scrupolosa. Era una guidatrice ossessivamente prudente e scrupolosa e rispettosa della legge malgrado il desiderio (segreto) di sabotare il piano di quella mattina, risparmiare all'Investigatore e a se stessa il rischio di entrare nel carcere di massima sicurezza e trovarsi di fronte a ci che c'era dentro.
Alle 9,45 il penitenziario era immerso nel cupo e smorto chiarore invernale del cuore della Florida di tardo inverno: del sole non c'era traccia, il cielo era una distesa di grosse nubi, eppure ovunque s'irradiava una luce senza ombre. La Stagista ricordava vagamente - come si ricorda dall'infanzia un film mai visto per intero, e senza capirci granch -, una giornata di fine inverno del tutto diversa, in un clima pi nordico.
Soprattutto sulle montagne a met marzo c'era neve ovunque: a mucchi, a strati, in rigagnoli, granulosa e ingiallita oppure fresca, appena caduta e d'un bianco abbacinante.
L in Florida non nevicava mai. Quel cielo non riservava mai quella sorpresa: la neve.
Alle 9,45 nel carcere la giornata era gi iniziata da un pezzo. Molto probabilmente in una prigione la giornata lavorativa delle guardie e degli altri addetti cominciava all'alba.
Il parcheggio per i dipendenti era quasi pieno. Lo spazio destinato ai visitatori, che si trovava a circa duecento metri da l, era gi occupato per un terzo.
Prima di essere ammessi alla prigione, l'Investigatore e la Stagista dovettero lasciare gli effetti personali nel portabagagli della macchina o nel cruscotto: portafogli, carte di credito, denaro contante, apparecchi elettronici tra cui il cellulare, i computer portatili, gli iPad. Era proibito introdurre clandestinamente merci nel carcere: sigarette, per esempio, o medicine, attrezzi, armi, o comunque tutto ci che poteva trasformarsi in arma, per esempio uno spazzolino, le chiavi di casa o della macchina, collane d'oro, gioielli vistosi. Si potevano indossare orologi da polso e a loro era stato concesso di portare una penna e un taccuino, ma non registratori n macchine fotografiche, ovviamente. Non potevano vestirsi di azzurro o di sfumature azzurre perch quello era il colore delle divise dei prigionieri, e nemmeno portare jeans di qualsiasi colore, incluso il nero, perch le divise dei prigionieri erano per lo pi di quel tessuto. Era proibito indossare indumenti color arancione: le tute arancioni erano l'uniforme di un certo gruppo di prigionieri, quelli che non erano ancora stati smistati. E non potevano vestirsi nemmeno di marrone o beige, perch di quel colore erano le divise delle guardie carcerarie.
Ai visitatori era proibito indossare pantaloncini, camicie o maglioni senza maniche, scarpe aperte come i sandali. In particolare le donne non dovevano abbigliarsi in maniera "provocante", anche se faceva caldo. (A Orion, alcuni uffici amministrativi avevano l'aria condizionata ma in genere nel carcere si soffocava e si cuoceva per il caldo da aprile a ottobre e anche oltre: se non si sopportavano temperature sui 35 gradi e pi, era meglio evitare di recarsi a Orion in quei mesi.) In quel giorno rigido, la Stagista indossava un paio di pantaloni scuri di velluto a coste e l'Investigatore, con sua sorpresa, aveva scelto un abito particolarmente elegante, un gessato antracite di flanella di lana, con una camicia bianca e una cravatta di seta, che lei non gli aveva mai visto indosso.
Si era accorciato la barba bianca e si era tagliato le unghie.
Naturalmente ai visitatori era proibito parlare - e "fare segni" - ai detenuti. Non dovevano allontanarsi dal gruppo per nessun motivo. Non dovevano cercare di passare biglietti ai detenuti o alle guardie carcerarie. Se la guida li presentava a un fiduciario - un detenuto che lavorava - potevano parlare con lui, altrimenti no; comunque non potevano fargli domande personali di nessun tipo.
"Sar come una visita in un'"azienda agricola" o in un mattatoio, le ho gi fatte, pu essere un'esperienza alquanto sgradevole. In sostanza, il nostro scopo  raccogliere pi informazioni possibile, fare delle foto quando ne abbiamo l'occasione, e uscire vivi da l." L'Investigatore rise, come se avesse fatto una battuta.
Poi disse alla Stagista di precederlo e di unirsi alla mezza dozzina di visitatori che stavano salendo una scala di pietra grezza che conduceva alla strada sovrastante. Lui si attard accanto al SUV per qualche minuto, quindi la segu. E quando raggiunse il gruppo di quattordici visitatori radunati fuori dai cancelli del carcere, alle 9,58, non le lanci nemmeno uno sguardo.
L'inizio della visita era previsto per le 10 in punto, ma cominci solo alle 10,38, quando la guida - il tenente - usc dall'interno del carcere. Era un uomo alto, dal fisico asciutto e dall'et indefinibile, non anziano, ma di certo nemmeno giovane, che indossava l'uniforme marrone smorto delle guardie carcerarie di Orion; aveva le spalle grosse, ma un po' curve, mentre il petto sembrava lievemente concavo, come se fosse convalescente e non avesse ripreso del tutto le forze e il peso forma. Non sembrava rasato di fresco, o comunque non lo era perfettamente. Strizzava gli occhi come per una sorta di incomprensibile allegria. Controll i documenti dei visitatori e li fece entrare senza commenti, se non una battuta indirizzata agli studenti di "sociologia criminale" e alla loro professoressa, che venivano dall'universit statale della Florida, sede di Eustis, pronunciata con un tono tra il beffardo e l'adulatorio: "Magari potr imparare qualcosa da voi".
Appena oltre il cancello c'era un posto di controllo con un metal-detector, attraverso cui il tenente condusse i visitatori come un cane da pastore che guida il gregge. Esibirono di nuovo i documenti d'identit, stavolta a una guardia accigliata che li osserv sospettosa come se non avesse mai visto un gruppo in visita. La guardia stamp sui loro polsi un segno con dell'inchiostro invisibile, ammonendoli che se l'avessero sciacquato via, nel carcere sarebbero scattate le misure di sicurezza: "Non potr entrare nessuno, e nessuno potr uscire".
Altre guardie passarono il controllo insieme a loro. Secondo il protocollo, spieg il tenente, gli agenti di custodia avevano la precedenza sui civili.
La Stagista entr senza esitazioni. Il cuore batteva con un ritmo lento. Nei momenti di sconcerto era bene ripetersi: "In realt non sono viva,  gi passato tutto. Ce la far".
"Avanti, signori. Da questa parte. Non allontanatevi da me."
Adesso erano dentro il carcere, o meglio in un cortile interno. A terra c'era un acciottolato cespuglioso costeggiato da erbacce e, sulla destra, un edificio con le mura intonacate consunte, sulle quali era stato dipinto un arcobaleno, molto probabilmente dai detenuti. La Stagista si volt a guardare gli altri visitatori: gli studenti, tutte ragazze a parte due maschi, la professoressa, diversi uomini di mezza et, tutti bianchi, e nel suo distinto abito gessato l'Investigatore, che aveva gi cominciato a prendere appunti sul suo piccolo taccuino tascabile.
Al polso spiccava l'orologio Sony, con il grosso quadrante tecnologico che registrava date, maree, orari di albe e tramonti, pronto a scattare minifotografie - come lei sapeva.
Il suo orologio Sony regalatole dall'Investigatore non era cos vistoso sul polso e lei non si sentiva a suo agio a usarlo. Avevano fatto delle prove - diverse volte - ma comunque l'Investigatore le aveva detto di non fare fotografie all'interno del carcere se non si sentiva tranquilla: la legge della Florida vietava di scattare foto, e si rischiava l'arresto.
Quanto a lui, non aveva nessuna intenzione di farsi beccare, o arrestare. Menava vanto di non essersi mai fatto scoprire quando lavorava sotto copertura ai suoi progetti, dalla fine degli anni Settanta.
Il tenente stava illustrando la storia del penitenziario maschile di massima sicurezza di Orion, edificato nel 1907 su soli venti acri di terreno. Nei decenni successivi la prigione era stata ingrandita e nel 1939 era stato costruito l'attuale braccio della morte, che poteva ospitare trentacinque detenuti. Nel 1982 erano stati costruiti altri penitenziari di massima sicurezza nella Florida centrale, per accogliere la popolazione carceraria in "crescente aumento", fenomeno "dovuto principalmente al consumo e al traffico degli stupefacenti nell'area di Miami". Nello Stato della Florida c'erano altri tre istituti di pena provvisti di braccio della morte: la prigione di Stato della Florida, o carcere di Starke; l'istituto di pena dell'Unione di Raiford; e la sezione staccata dell'istituto carcerario di Lowell, dove finivano le donne condannate alla pena capitale.
La Stagista aveva fatto delle ricerche e sapeva gi quasi tutto. Il tenente parlava in un tono energico e cordiale che lei trovava fastidioso. La Stagista not come gli occhi color ghiaia dell'uomo sfilavano compulsivamente dall'uno all'altro dei visitatori. Non doveva concentrarsi su quel che diceva, quelle parole le aveva ripetute molte volte, e sapeva quando fare una pausa aspettandosi dei sorrisi o una risata nervosa. Sembrava che non riuscisse a fare a meno di contare costantemente i visitatori.
A volte anche la Stagista si ritrovava a contare: persone, cifre, oggetti. Chiss perch.
Un modo di fissare l'infinito. Di fermare il tempo prima che scorra via.
Forse era come la sua predilezione per M.C. Escher. Una compulsione.
Avrebbe tanto voluto disegnare qualcosa. Le dita si contraevano come quelle dell'Investigatore per il bisogno di raccogliere informazioni, di annotare. Soprattutto in quel luogo proibito. Dove loro si muovevano come spettri, sotto copertura.
Con il nome di "Sabbath McSwain", la Stagista aveva esposto alcune opere in una mostra al Centro donne senza frontiere di Temple Park, insieme ad altre due giovani artiste. Dopo un lungo periodo di pausa creativa, in cui non aveva provato il desiderio di dedicarsi all'arte e non aveva energie e speranza per imbarcarsi in un tale sforzo, la Stagista aveva lavorato per diverse, esaltanti settimane a una serie di disegni a inchiostro dalle raffigurazioni elaborate, non di soggetti visionari alla Escher ma di individui che aveva osservato da vicino e attentamente: alcuni erano clienti della libreria che stava fallendo, volti che l'attiravano, in cui ravvisava la stessa solitudine che provava lei, quella strana smania.
Non aveva pi l'istinto per l'astrazione. L'istinto per una perspicace comprensione dell'essere, attraverso la quantificazione e la ripetizione.
Adesso sembrava pi interessata ai volti degli individui: volti particolari, banali, ingenui, unici. Milioni di individui, pochissimi distinguibili in qualche modo, eppure tutti unici. Che mistero!
L'Investigatore non voleva una persona creativa come assistente. Perci la Stagista doveva nascondergli la sua inclinazione, non poteva confidargli che aveva esposto delle opere alla mostra organizzata al Centro donne senza frontiere. (Forse lui l'aveva pure vista, anche se non poteva ricordarne il nome, riportato sotto i venticinque semplicissimi ritratti a inchiostro.)
La Stagista sorrise: aveva sentito una delle ragazze del gruppo mormorare a una compagna riferendosi all'Investigatore: "Quello l, con i capelli bianchi, dev'essere un presidente della Corte Suprema in pensione", osservazione che - riflett - il suo datore di lavoro avrebbe trovato divertente, quando gliel'avrebbe riferita.
"Domande, signori? Se non ce ne sono, seguitemi."
Il tenente aveva terminato la parte introduttiva della visita.
Condusse i quindici visitatori attraverso il cortile e li fece entrare in una cappella con le pareti stuccate.
"Questa  la nostra chiesa "non confessionale", signori. Siamo molto orgogliosi della nostra cappella."
L'interno era spartano, con le panche in legno di pino, il soffitto basso, delle candele accese addossate a una parete e una semplice croce, non un crocifisso, all'ingresso della sala, in alto. Ai lati del pulpito c'erano delle calle finte e alle spalle un uomo mulatto con l'uniforme azzurra della prigione, sui trentacinque anni, ansioso di rivolgersi ai visitatori. Aveva un viso da ragazzo, gli occhi ardenti. Il tenente lo present come "Juan-Carlos", un "ergastolano", o meglio, condannato a una pena indeterminata, "da trentacinque anni al carcere a vita" - quindi forse in futuro sarebbe potuto uscire con la condizionale.
Juan-Carlos parlava in modo concitato e fissava le panche con occhi lucenti. La sua voce aveva il ritmo d'un gospel. Raccont che da ragazzo aveva fatto una "scelta sbagliata", unendosi a una banda di spacciatori di Miami: "Ho buttato via la mia vita come un sacco di spazzatura" ma ora, spieg, "sto cercando di redimermi con l'aiuto di Cristo nostro Signore".
A quindici anni era stato iniziato e affiliato alla banda. Era stato coinvolto nel "ferimento" di una persona, poi in un "omicidio", anche se lui non aveva ucciso nessuno, ma era presente all'esecuzione di due uomini e quindi era stato considerato complice.
Aveva persino derubato la sua amata madre, e l'aveva schiaffeggiata; la donna era morta in seguito alle percosse di un drogato, e lui aveva capito che era stata colpa sua.
Pregava ogni giorno, aggiunse Juan-Carlos, per gli uomini che aveva visto morire, dissanguati per strada. Pregava per le famiglie dei ragazzi. Pregava ogni giorno per sua madre, per se stesso, per la sua anima. Ogni giorno da ventidue anni e otto mesi, da quando quegli uomini erano morti.
Il 1 gennaio di quell'anno, quando aveva diciassette anni, Ges era entrato nella sua anima come una "cometa abbagliante".
La Stagista fu commossa dalle parole di Juan-Carlos. Avrebbe voluto coprirsi le orecchie per non sentire.
Ho buttato via la mia vita.
Come spazzatura.
La conversazione nella cappella era finita. Il tenente, in piedi in mezzo alla navata, chiese ai visitatori se avevano domande per Juan-Carlos.
All'inizio nessuno parl. Poi la professoressa alz la mano e chiese quale fosse la banda a cui Juan-Carlos era affiliato, ma il tenente la interruppe: "Mi spiace, signora!  un'informazione riservata".
Molti altri fecero domande sulla libert condizionata. Juan-Carlos disse che era comparso due volte davanti alla commissione per la libert condizionata, ed entrambe le volte gliel'avevano rifiutata, ma lui non si arrendeva, avrebbe ripresentato domanda l'anno seguente.
"Prego Dio ogni giorno, grazie a Lui non mi hanno condannato a morte. Poteva succedere, e oggi sarei nel braccio della morte, non qui a parlare con voi. Amen!"
L'Investigatore alz la mano per fare una domanda. Tutti si girarono a guardarlo: un signore dai capelli bianchi con un abito costoso, la camicia bianca e la cravatta, che si diceva fosse un giudice in pensione. Ma la sua fu una domanda normale. Chiese a Juan-Carlos se seguisse dei corsi in prigione. Dei corsi di scuola superiore, un corso professionale?
Juan-Carlos scosse il capo. A Orion, per il momento, non esistevano corsi per i detenuti.
"Quindi ovviamente lei non ha un diploma di scuola superiore. E allora, se le verr concessa la libert condizionata, cosa far una volta fuori?"
Juan-Carlos sorrise all'Investigatore. Disse che aveva lavorato in un'agenzia di pratiche automobilistiche, aveva esperienza in quel campo.
"Sa leggere? Scrivere? Contare?"
Juan-Carlos stava per rispondere ma il tenente lo interruppe, irritato: "Grazie, signore.  un'ottima domanda, ci penseremo. Ma adesso dobbiamo andare".
Juan-Carlos fu scortato fuori da una guardia con l'uniforme grigia. Il tenente condusse il gruppo di visitatori, incolonnati in due file, fuori dalla cappella, nel cortile ciottoloso. In alto il cielo era sempre di un bianco opaco abbagliante. Sembrava velato da una pellicola di gomma.
La Stagista si scherm gli occhi con la mano. Le parole del detenuto l'avevano commossa, provava il desiderio di ritrargli il volto, la figura smilza. Lungo la gamba destra dei pantaloni aveva una scritta verticale a lettere bianche, D E T E N U T O, che in qualche modo toglieva credibilit a tutto ci che quell'uomo aveva detto, come se a parlare fosse stato un clown, per intrattenere i suoi carcerieri.
La Stagista evit di guardare l'orologio per controllare quanto si erano fermati nella cappella. Aveva gi la sensazione che tra le mura della prigione il tempo scivolasse con infinita lentezza.
Il tenente spinse i visitatori verso una tozza stele commemorativa di granito grigio spento, sulla quale erano incisi su due colonne i nomi degli "Agenti di custodia morti nell'adempimento del dovere a Orion (1907-2010)".
A fianco della stele c'era una bandiera americana sempre a mezz'asta.
Furono molte le domande su quegli agenti morti nell'adempimento del dovere. Il tenente disse di aver visto con i suoi occhi dei colleghi aggrediti, picchiati e persino uccisi da detenuti "scatenati", aggiungendo che per poco, negli anni Ottanta, non era stato preso in ostaggio durante una "rivolta carceraria".
Il tenente raccont dei "dieci minuti pi violenti" nella storia del penitenziario: un tentativo di fuga avvenuto nel 1969, quando un avvocato difensore delle Pantere Nere era riuscito a introdurre furtivamente nel carcere un revolver automatico, l'aveva dato al suo cliente che se l'era nascosto addosso, e mentre veniva scortato nella sua cella all'improvviso si era messo a sparare all'impazzata, uccidendo numerose guardie e altri detenuti, fino a quando era stato inseguito e freddato dalle guardie di turno sulle torrette.
"Dieci persone uccise in dieci minuti. In questo carcere conviviamo quotidianamente con questa minaccia: pu accadere a ognuno di noi da un momento all'altro."
Uno dei visitatori chiese cosa fosse accaduto all'avvocato difensore. Era stato arrestato per aver introdotto l'arma nella prigione?
"No. Non venne arrestato. Espatri, si rifugi a Cuba. A quanto ne so,  ancora l."
Il tenente pronunci quelle parole in tono amaro, con veemenza. La Stagista conosceva la domanda che avrebbe voluto porre l'Investigatore: come mai "l'avvocato difensore delle Pantere Nere" era riuscito a introdurre l'arma nonostante il metal-detector? Come aveva fatto a fuggire cos facilmente dal Paese? Doveva esserci ben altro dietro il resoconto del tenente.
Ma l'Investigatore lasci correre. Non rientrava nella sua strategia suscitare contrariet - meno che mai sospetto - nelle persone con cui aveva a che fare quando era sotto copertura.
Uno degli edifici di pi recente costruzione ospitava l'infermeria, ma il tenente non vi port il gruppo.
"Non  un luogo molto sicuro. C' un cattivo odore. E pullula di germi, per via dei malati. Delle "infezioni". Lo scorso novembre c' stata l'influenza suina, poi il fuoco di Sant'Antonio, e la varicella: mezza prigione era in quarantena. Molte guardie sono state contagiate, tra cui io. Sono stato da cani, ho perso dieci chili. Ma la cosa peggiore che puoi beccarti qui  la tubercolosi: un nuovo ceppo, non esistono farmaci per curarla."
Qualcuno chiese quanti medici c'erano a Orion.
Altri chiesero se i detenuti "in gravi condizioni" venivano portati in ospedale.
Il tenente rispose a quelle domande con un sorrisetto furbo. Disse che era "normalissimo" che un prigioniero anziano, un ergastolano, morisse nell'infermeria.
" una cosa normale, signori. "Chi sbaglia paga." Se ti mandano a Orion, non  improbabile che ci muori."
Qualcuno cominci a obiettare che tutti i prigionieri avrebbero dovuto avere "delle alternative riguardo alle cure mediche", ma un signore anziano che fino ad allora era rimasto in silenzio, anche se a ogni parola del tenente annuiva convinto, lo interruppe per dire che era "ridicolo" pretendere che i detenuti di un carcere di massima sicurezza ricevessero terapie di prim'ordine che non avrebbero avuto da liberi.
"Chi paga le tasse  stanco di viziare questa gente. Un americano su cento finisce in carcere - o ci finir - e quasi un maschio su dieci della comunit afroamericana finisce in carcere o ci finir. Lo si vede anche qui a Orion, nel "cortile"... Non si pu accusare il sistema carcerario della disgregazione delle famiglie, dei valori della famiglia..."
L'uomo che aveva pronunciato queste frasi aveva le guance carnose, il viso paonazzo e l'aria virtuosa e indignata da sovrintendente scolastico che opera in un quartiere difficile, o forse da pastore di qualche setta protestante espressione della rispettabile borghesia. Sogghignando, il tenente disse di essere d'accordo con l'uomo dalle guance carnose, come se volesse provocare i visitatori pi tolleranti del gruppo (la professoressa universitaria e i suoi studenti? Il signore dai capelli bianchi che scribacchiava sul suo minuscolo taccuino?).
"Signore, lei ha assolutamente ragione. Non si pu accusare il sistema carcerario se le prigioni sono piene."
Furono condotti lungo un sentiero di ghiaia grossa, la Stagista sentiva male ai piedi nonostante gli scarponcini. Si fermarono sul retro di un edificio a osservare dei detenuti che lavoravano oggetti di metallo - "forgiano targhe" - e di legno - "fabbricano mobili". I detenuti erano di ogni et, ce n'erano anche alcuni sorprendentemente in l con gli anni - "ergastolani" di oltre cinquanta, sessant'anni -, alcuni con barbe incolte, canuti e con il bastone; tra quelli pi giovani, la maggior parte dei quali di pelle scura, qui e l c'erano dei "disabili", con bastone, deambulatore, persino sulla sedia a rotelle. Mentre guardava quegli uomini che ignoravano (o cos volevano far credere) di essere osservati senza troppe cerimonie da civili sconosciuti, la Stagista smise di seguire le parole del tenente. Le batteva forte il cuore. Sperava che non si voltassero, che non la vedessero.
Erano criminali, "condannati". Ma in qualche modo lei li considerava un po' come dei veterani, "feriti in combattimento".
La professoressa che le stava accanto si volt verso di lei, lo sguardo preoccupato.
"Mi scusi. Non si sente bene?"
La Stagista respirava in modo strano. Si sentiva malferma sulle gambe.
Come se il sangue defluisse dalla testa, non arrivasse pi al cervello.
"S. No. Grazie. Sto... bene."
La Stagista si sforz di ascoltare il tenente che stava interrogando i colleghi di guardia circa la produzione di mobili e targhe automobilistiche nel carcere. Quello scambio di battute doveva avvenire molto spesso, tuttavia non era privo di interesse.
I visitatori si sperticarono in lodi, un po' come genitori o nonni rimbambiti davanti all'opera di un bimbo cerebroleso.
"Caspita, che belle cose! Sono lavori... davvero di pregevole fattura."
"Questo... questi mobili li comprerei. Be', s, li comprerei..."
"... questo tavolo  in legno d'acero? Sembra molto solido..."
"... per la stanza dei nostri figli comprerei una scrivania cos. Bella, solida e..."
"Guarda com' liscio e lucido. Cos', gommalacca? Non ci sono imperfezioni..."
Furono informati che la maggior parte degli uffici governativi dello Stato della Florida erano arredati con i mobili costruiti nelle prigioni. E anche un sacco di scuole e di college.
"Vedete, il carcere rappresenta "un'opportunit di apprendimento". Non si impara solo a leggere e a scrivere, si pu imparare anche un mestiere."
Sembrava che il tenente si stesse rivolgendo all'Investigatore, che esaminava i mobili con espressione bonaria e attenta.
"Alcuni detenuti che escono da Orion con la condizionale trovano subito impiego nelle fabbriche di mobili, non hanno problemi a inserirsi nel mercato del lavoro."
Poi il tenente condusse i visitatori lungo un faticoso percorso in salita. Ben presto parecchi di loro ebbero il fiato corto. Arrivarono all'angolo di un edificio alto e squallido, poi si fermarono all'improvviso; davanti a loro iniziava un pendio, sotto il quale si apriva una distesa erbosa, in parte asfaltata, ricoperta di arbusti: il "cortile".
I civili fissarono la scena meravigliati. Il cortile brulicava di detenuti - forse centinaia? -, sorvegliati da pochissime guardie, o almeno cos sembrava a uno sguardo distratto.
Comunque c'erano le guardie sulle torrette. Piazzate a intervalli lungo il recinto elettrificato alto quasi cinque metri.
Il tenente spieg che i detenuti appartenenti a bande - afroamericane, portoricane, dominicane, cubane, di "bianchi", e adesso, negli ultimi anni, anche "cinesi" - avevano preso possesso di zone diverse del cortile, che erano interdette a quelli delle altre bande. "Qui dentro conta il colore della pelle. Niente conta di pi.  sempre stato cos."
I visitatori rimasero sorpresi nel vedere tanti detenuti anziani, che avevano almeno l'et dell'Investigatore. Molti avevano rade barbe bianche e arrancavano col bastone sulla pista in terra battuta, mentre altri pi giovani li superavano. In un'altra zona, dei detenuti giocavano a basket con un canestro senza rete, alcuni sollevavano pesi o facevano esercizi ginnici; altri oziavano l nei paraggi, alcuni camminavano irrequieti avanti e indietro. Si distinguevano chiaramente le razze, il colore della pelle. Era come aveva detto il tenente, quegli uomini si autosegregavano in base al colore della pelle, era un fatto avvilente, eppure manifesto, indiscutibile. La Stagista avrebbe voluto chiedere a brutto muso all'Investigatore: Dov' finito il tuo idealismo che non ti fa vedere il colore della pelle?
Perch l'Investigatore era molto pi idealista della Stagista. Lui aveva fede nel futuro, in "un" futuro in cui l'ingiustizia sociale sarebbe stata infine sradicata come per esempio, nello Stato della Florida, si sradicherebbe un certo parassita che attacchi le piante o gli animali devastando le specie autoctone.
Adesso il gruppo in visita seguiva ciecamente e in silenzio il tenente attraverso il cortile. Non tutti i detenuti avevano notato i visitatori, ma quelli che se n'erano accorti li stavano fissando, alcuni apertamente, altri di nascosto come bambini. Nel cortile, sul terreno cespuglioso, le ombre delle nuvole correvano agili e rapide come quelle di uccelli predatori.
"Signori, da questa parte. Non guardate, non  cortese, non ve l'hanno spiegato? "Nessun contatto visivo", "nessuna fraternizzazione con i detenuti", capito, eh?"
Il tenente condusse frettolosamente i visitatori lungo un altro sentiero sterrato. Questo era protetto da un reticolato alto tre metri che lo separava dalla distesa aperta del cortile. L vicino c'erano degli orinatoi, e la Stagista, come altre donne del gruppo, rimase stupita a quella vista, tanto che il tenente disse, in tono di rimprovero: "Sono degli "orinatoi", non guardate.  il protocollo, non bisogna guardare. I detenuti sanno di non dover guardare, ma ai visitatori bisogna ricordare le buone maniere. Non guardate. Chi usa questi orinatoi  come se fosse invisibile. Come la scimmietta che non vede e non sente".
Che cosa voleva dire? Il tenente li stava prendendo in giro, li stava rimproverando? Li stava minacciando? La Stagista distolse subito lo sguardo dagli orinatoi.
"Comunque venite, signori. Non c' bisogno di fermarsi l."
Ma la Stagista not che i detenuti li seguivano con lo sguardo, da lontano. Avevano notato la presenza di donne.
E lei come la consideravano?
Brutta brutta brutta. Quella l.
Si compiaceva di pensare che la bruttezza  uno scudo.
La bruttezza non suscita alcun desiderio erotico.
"I detenuti a cui  permesso uscire nel cortile per fare gli esercizi quotidiani lo considerano un privilegio, e non rischierebbero mai di perderlo per qualche motivo. Qui  difficile che vediate i pregiudicati pericolosi: sono in isolamento, o in uno speciale blocco o nel braccio della morte. Per ottenere il diritto di uscire in cortile bisogna comportarsi bene. L fuori c' gente che appartiene alle bande, ma non sono i peggiori. Se nessuno si spinge nel territorio di qualcun altro, non si creano problemi. Non preoccupatevi se ci stanno guardando, non vogliono avere niente a che fare con noi. Questo carcere non negozia gli ostaggi,  risaputo. Io stesso non porto armi da fuoco. L'avrete notato. Quindi non posso essere disarmato. E se qualcuno cercasse di superare questo recinto, le guardie sulle torrette lo avvisterebbero all'istante. In mezzo secondo, letteralmente. Le guardie sulle torrette ordinerebbero col megafono: TUTTI A TERRA! TUTTI A TERRA! In quel caso ti butti a terra. Non ci pensi due volte, non cerchi di capire che diavolo succede, se c' un pericolo grave o quello che sia, senti il comando e ti butti a terra e se non lo fai, signori, se rimani in piedi, rischi di beccarti una pallottola. Ecco perch diciamo ai visitatori di non indossare indumenti con colori che si avvicinino anche lontanamente all'azzurro: in un momento di emergenza vi si potrebbe confondere con i detenuti. Una guardia sulla torretta pu sparare,  autorizzata a farlo. E qui "si spara senza preavviso". Un civile pu rimanere ucciso per errore. Se scoppia una rivolta, non si diffondono avvisi. Comunque, c' ben poco rischio che succeda qualcosa, vedete, ci guardano ma non si avvicinano, sono troppo furbi per fare sciocchezze cos in pieno giorno. Come ho detto, gli individui peggiori non sono fuori nel cortile, quelli sono fortunati se escono dalla cella per un'ora ogni due giorni per "sgranchirsi" un po' le gambe - e comunque non nel cortile - e fare una doccia, e questo  quanto. Alcuni di loro sono veri e propri animali, gente fuori di testa, ti azzannerebbero alla gola se potessero, ma quelli non li vedrete, ai visitatori viene risparmiata la loro vista. Quindi, signore, non preoccupatevi! In realt nessun gruppo in visita a Orion ha mai corso rischi. Nessuno  mai stato preso in ostaggio! Almeno da quando conduco queste visite. E sono ormai... diavolo, vent'anni che guido i gruppi in visita qui. Non che sia la mia principale occupazione, non lo , ma non credo che qui a Orion siano tutti adatti a condurre una visita guidata, o ne abbiano le capacit, quindi il direttore conta su di me e io non ho intenzione di deluderlo. Domande?"
L'Investigatore chiese al tenente quale dei suoi numerosi incarichi considerava pi importante.
"Il braccio della morte. Preferisco il braccio della morte."
"E per quale ragione, tenente?"
"Be', sa. Nessuno mi ha mai fatto questa domanda. Dunque, preferisco lavorare nel braccio della morte perch i detenuti che si trovano l si sono gi quasi tutti ambientati. Non come le nuove reclute che non sono state ancora smistate e non si sono ancora abituate al fatto che sono dentro, magari un ragazzo di vent'anni, condannato all'ergastolo, che comincia a rendersene conto, o uno cos sconvolto e disperato che ammazzerebbe chiunque gli capitasse a tiro, anche se stesso, infatti pu succedere che un nuovo arrivato cerchi di impiccarsi, i primi giorni bisogna sorvegliarli bene. Nemmeno l'uno per cento di loro rimane "sano", una volta qui dentro. Invece un detenuto del braccio della morte  diverso. Anche lui pu "impazzire", ma  un tipo di pazzia diversa. Pu provare a intentare cause, scrivere lettere ad avvocati, giudici, giornali, TV,  una pazzia diversa, non violenta. E a non pochi la sentenza capitale viene commutata, o comunque ci sono dei precedenti, il detenuto medio del braccio della morte pu conservare la speranza. Alcuni di loro rimangono qui dodici, quindici, diciotto anni. Gli avvocati continuano a inoltrare appelli, ogni volta che c' un'esecuzione quelli che sono "contro la pena di morte" saltano fuori con qualche dimostrazione.  come un carnevale, con tanto di TV. E adesso c' Internet. Quel vecchio detenuto che  stato giustiziato il mese scorso, Pop Krunk, era nel braccio della morte dal 1987. Camminava col bastone, poi  finito su una sedia a rotelle, le gambe non gli funzionavano pi. Aveva la barba bianca, sembrava una specie di Babbo Natale con qualche rotella fuori posto, era davvero interessante parlare con lui. Si accumula saggezza, nel braccio della morte. Si invecchia insieme. Quelli che sono l, di solito sono pi riflessivi. Non devono condividere la cella come gli altri detenuti - quasi sempre adesso sono in tre in una cella, anche se dovrebbero essere solo in due. Invece sono in tre. Quindi sono ammassati come animali e quando si ammalano, per esempio di influenza suina, Cristo!, non  un bello spettacolo. Anche se non si ammazzano a vicenda si possono infettare tra loro, di brutto. Invece il braccio della morte , per dire, l'lite. L le celle sono anche pi grandi, due metri per tre e tre d'altezza. Non ci avevo mai pensato prima, fino a quando non me l'ha chiesto lei, signore, voglio dire, professore. La mia risposta  il braccio della morte."
La Stagista, che aveva ascoltato attentamente, non si volt a guardare l'Investigatore.
Del suo datore di lavoro ammirava il modo di fare metodico: spingeva le persone a dire molto pi di quanto non volessero; fornivano informazioni spontaneamente perch si fidavano di lui, come se parlassero a un amico. Quell'uomo era un artista della parola come altri erano artisti della musica: sapeva "suonare" dei pezzi per suscitare emozioni, era quello lo scopo della collana VERGOGNA! Lui stesso era una persona emotiva, ma nel suo pubblico voleva suscitare indignazione intellettuale, la consapevolezza delle terribili violazioni del contratto morale che si stabilisce con gli altri individui, diversi da noi. (E, nel caso degli animali, con una specie diversa dalla nostra.) Aveva scelto di adottare uno stile di scrittura franco e diretto, non "studiato". Quando poteva, faceva parlare gli altri al suo posto, come nel caso del tenente - di cui, a sua insaputa, stava registrando le parole.
"Da questa parte, signori! Trattenete il fiato pi che potete."
Il tenente condusse il gruppo in visita in una vasta sala simile all'hangar di un aeroporto, piena di lunghi tavoli e di sedie: il refettorio. Adiacente a quell'ampia sala ce n'era un'altra altrettanto spaziosa, arredata nello stesso modo. Le sale erano vuote ma non era difficile immaginare i detenuti ammassati attorno ai tavoli, il brusio e il mormorio di voci maschili, il tintinnio dei piatti, dei vassoi. Vi aleggiava un miscuglio di odori, di rifiuti, di marcio, di rancido, di gas, di escrementi. Di cibi stantii, andati a male, rovesciati, e di urina vecchia, acre, sparsa a terra. La Stagista fu colta da una leggera nausea.
"I detenuti mangiano a scaglioni. Quelli del blocco A, del blocco B, del blocco C, del blocco D: passano tutti di qui, come bestiame che entra in una stalla."
I muri delle sale erano tappezzati di bizzarri murali minuziosamente particolareggiati e allucinatori, o di mosaici realizzati da artisti dilettanti con un rozzo senso della prospettiva, del volto e della figura umana. Le teste erano troppo grandi e i busti minuscoli, le braccia lunghe e sottili e le gambe troppo corte. I volti erano pallidi e slavati, cerei come quelli dei morti. Quei murali erano uno scorcio dell'inferno o rispecchiavano le sale del refettorio?
A circa tre metri da terra, alcune passerelle correvano lungo la sala - da lass le guardie potevano sorvegliare la scena. Spiccavano dei cartelli con scritto: SI SPARA SENZA PREAVVISO.
Con marcata solennit il tenente stava lodando i "detenuti artisti", usciti da Orion con la condizionale nel 1981 ma morti poco dopo in una casa di reclusione di Tampa, dov'erano finiti per vagabondaggio perch bivaccavano sotto la Interstate 75. La Stagista avrebbe voluto chiudere gli occhi, non sopportava la vista di quelle teste deformi e di quei volti, di quegli occhi spenti e privi di vita.
Il tenente stava elogiando gli artisti morti, o forse si limitava a ripetere le critiche scritte da altri su di loro: "DeVuonna viene paragonato a "Michel-angelo" - l'artista italiano - per l'uso dello spazio murale e anche di parti del soffitto.  stato istituito un fondo speciale per la "salvaguardia di DeVuonna"...".
La Stagista chiuse un attimo gli occhi. Che sensazione piacevole, anche se pericolosa! Temeva di addormentarsi in piedi. Poi il tenente esort i visitatori spingendoli a addentrarsi nella sala: "Rimarremo qui per un po', signori! Mettetevi comodi".
Le giovani studentesse di sociologia sedettero a uno dei lunghi tavoli, la Stagista, l'Investigatore e altri a un tavolo vicino, spettatori nella trappola del tenente che continuava a intrattenerli con episodi avvenuti di recente nel refettorio. Ormai le donne del gruppo se ne stavano in silenzio. Gli uomini, che cominciavano a sudare, si erano tolti le giacche. Soltanto l'Investigatore dai capelli bianchi manteneva un'espressione di curiosit, e non dava segni di malessere.
Il tenente stava mostrando una scatola contenente armi fatte a mano, che erano state scoperte in possesso dei detenuti negli ultimi mesi nel refettorio. C'erano uno spazzolino da denti con l'estremit appuntita come una piccozza, la lama arrugginita di un rasoio attaccata a un manico di cartone, un gancio di metallo fatto con delle grosse graffette, uno spuntone con un manico di spesso nastro adesivo che sembrava adatto a cavare un occhio. "Li teniamo come pezzi da museo, chiusi qui. I nostri detenuti a Orion riescono a trasformare ogni oggetto, anche il pi strano, in un'arma."
Il tenente pronunci quelle parole quasi con orgoglio.
All'improvviso in fondo al refettorio si apr una porta. Due guardie corpulente entrarono scortando un gruppo di detenuti in uniforme azzurra: l'intrusione allarm e distrasse i visitatori, che si misero a fissare i detenuti a pochi metri da loro, e questi a loro volta a fissare loro. Avevano gli occhi vitrei e inespressivi, come privi di vita, proprio come quelli dipinti sul murale, solo che i loro si muovevano. Tre dei carcerati erano di pelle scura, il quarto, un ispanico dalla pelle chiara sui venticinque anni, portava i capelli acconciati in una treccina sulla nuca e camminava dondolandosi su delle grucce, con una lieve smorfia sul volto.
La Stagista distolse subito gli occhi, per evitare di incrociare il suo sguardo.
 ferito. Un veterano.
Un giovane veterano: dell'Iraq? Dell'Afghanistan?
Sent un senso di nausea, di colpa. Una colpa cos profonda da scatenarle un malessere nelle viscere.
Non segu con lo sguardo quel giovane che aveva la sua et, che apparteneva alla sua stessa generazione. Ma ne percep la rabbia, nelle spalle muscolose, nelle braccia e nelle mani forti che stringevano le stampelle con cui riusciva a muoversi rapido, in modo quasi furtivo, molto pi velocemente di quanto ci si possa aspettare da un ragazzo invalido.
Cio, da un veterano ferito.
La Stagista ebbe l'impressione che tutti gli altri facessero finta di non aver visto il detenuto disabile n gli altri prigionieri. Il tenente salut a gran voce le altre guardie, che risposero impassibili, come da protocollo: "Signore!".
Ai visitatori non fu spiegato da dove venissero a quell'ora le guardie e i detenuti o dove stessero andando. La Stagista comprese, come di certo anche gli altri del gruppo, con quanta facilit i detenuti avrebbero potuto liberarsi dei secondini, visto che erano in numero di gran lunga superiore alle guardie carcerarie...
Probabilmente quei detenuti lavoravano nelle cucine. Andavano l per preparare i pasti per il pranzo imminente, un'enorme quantit di cibo.
Il tenente stava dicendo: "La maggior parte della gente si chiede come facciamo a dare da mangiare a duemilaseicentosessantotto detenuti - il massimo previsto dalle norme di sicurezza - tre volte al giorno. Be' non  facile! Per prima cosa, al suono della campanella escono dalle celle, arrivano qui sfilando lungo i muri - l e l -, si mettono in coda per prendere i vassoi e il cibo, quindi tornano qui in sala e si siedono. Cio si siedono solo nei posti loro assegnati. Chi si siede a un tavolo diverso da quello assegnato corre il rischio di qualche ritorsione: tipo, qualcuno pu tagliargli la gola. Se qualcuno se ne sta a cazzeggiare qua e l (mi perdonino le signore) viene spogliato e sbattuto in isolamento. Dopo venti minuti suona di nuovo la campanella e tornano in cella. Sono come il bestiame che entra in una stalla: vanno in una sola direzione, uno alla volta. E comunque il cibo non  cattivo, i detenuti hanno una fame del diavolo, a giudicare da come mangiano".
Sebbene le vaste sale del refettorio fossero vuote, non era difficile immaginare i prigionieri ammassati ai tavoli, sentire le loro voci smorzate che si alzavano di tanto in tanto, l'acciottolio di piatti e posate. Non era difficile immaginare gli odori sempre pi forti di cibo, di alimenti versati, di sudore, di gas intestinali. Non era difficile avvertire la disperazione dei prigionieri, e il pericolo insito in quella disperazione.
Da qualche parte dell'edificio - forse dalla zona delle cucine sul retro, dove erano scomparsi i detenuti e le guardie - arrivava un rumore di voci alte, di porte sbattute, il suono metallico di coperchi. La Stagista era inquieta, preoccupata; temeva che i detenuti sciamassero nel refettorio, le voci tonanti, echeggianti. Ma il tenente continuava a parlare con quel suo tono esasperatamente pragmatico, quasi autoritario, dilungandosi sulla "refezione di massa".
"Signori! Servono due volontari."
Il tenente schiocc le dita. A quel segnale apparve un detenuto che lavorava nelle cucine, un giovane nero sorridente con i capelli avvolti in una retina, una maglietta azzurra a maniche lunghe, calzoni azzurri con la scritta D E T E N U T O lungo la gamba destra, recando un vassoio con degli "assaggi" assortiti: roba impanata tipo polpette - crocchette di pollo? -, una fettina di carne grassa e grigiastra, pur di patate con una salsa; un burrito, patatine fritte; un crostino con una sottiletta, una ciambella glassata.
"Sarete certo affamati" disse il tenente, ironico. "C' ancora tempo per il pranzo. Allora, qualche volontario?"
Quegli assaggi dovevano far parte della visita guidata, vista la rapidit con cui erano apparsi. Il tenente e il giovane nero sorridente dai capelli unti e crespi appiattiti dalla retina si scambiarono con la coda dell'occhio uno sguardo complice.
"Allora, Harman? Ci hai preparato un bell'assaggino, oggi?"
"Sissignore, certo. Sissignor tenente."
Il tenente gli si era rivolto con una condiscendenza comica ed esasperante. Eppure sembrava che Harman non ci avesse fatto caso, aveva risposto prontamente alla battuta.
Nessuno intendeva offrirsi come volontario. La Stagista sperava che l'Investigatore non le lanciasse un'occhiata, per segnalarle di farsi avanti lei.
Alla fine, due dei visitatori pi giovani - entrambi studenti di sociologia -, una ragazza con una coda di cavallo lunga e frusciante e un giovane con un berretto da baseball dei Miami Marlins, si fecero avanti, con un sorriso apprensivo.
"Bene, bene! Grazie! Solo un assaggio di ogni pietanza! Credo che rimarrete favorevolmente colpiti dalla qualit."
Il tenente - con un sorrisetto, scherzoso o sincero che fosse - fece sedere i volontari davanti al vassoio. Lentamente, con imbarazzo, i due cominciarono gli assaggi. La ragazza mangi le crocchette di pollo con le mani, il giovane tagli un pezzetto di "bistecca" e lo assaggi. Poi il pur con la salsa, le patatine fritte, il burrito... I volontari masticarono coraggiosamente il cibo, lo inghiottirono. "Niente male, eh? Facciamo i complimenti al cuoco?" disse il tenente ridendo.
Sorvegliava i volontari come un genitore attento, verificando che assaggiassero tutte le pietanze. La Stagista ebbe l'impressione che la studentessa cominciasse ad avere la nausea, mentre il ragazzo continuava a masticare con cupa tenacia.
La Stagista poteva immaginare quali fossero le condizioni igieniche delle cucine di un istituto come quello, e al solo pensiero di dover assaggiare quel cibo sent un brivido di paura. Anche l'Investigatore poteva immaginarlo. Ovviamente. Lei evit di guardare nella sua direzione. Batteri patogeni che proliferavano, brulicando invisibili come in un vetrino...
Che ironia, quegli avvisi che si vedono nei bagni dei ristoranti, riservati ai dipendenti: "Lavarsi accuratamente le mani con acqua e sapone prima di riprendere il lavoro". E quanto pi ironico, in un carcere di massima sicurezza.
Il tenente intanto stava rispondendo alle domande dei visitatori sulla preparazione dei cibi a Orion. "Be', vedete, come potete immaginare, il novantatr per cento dei servizi della prigione sono svolti dai detenuti. Altrimenti non potremmo permetterci il lusso della "detenzione"."
I volontari adesso mangiavano pi lentamente. Masticavano e ingoiavano pi lentamente. Con una strizzatina d'occhi il tenente disse allegro: "Niente male, eh? Fate i complimenti a Harman, qui:  lui il cuoco".
Il ragazzo nero con la retina rise, mostrando i denti smaglianti. La ragazza con la coda di cavallo accenn un sorriso. Il giovane con il berretto dei Marlins si pul la bocca con il dorso della mano.
"Be', se si ha fame si mangia. Se non si mangia, allora non si ha fame.  una legge di natura."
Il tenente offr agli altri visitatori i resti degli assaggi. Poich nessuno accettava, prese una crocchetta di pollo, se la rigir tra le dita, ma con un risolino misterioso decise di non mettersela in bocca.
"Ehi, Harman. Diventerai un vero professionista, quando esci di qui te la spasserai a South Beach, eh? Puoi giurarci, figliolo."
Infine uscirono dal refettorio. Una volta fuori, la Stagista respir una profonda boccata di aria fresca.
Desiderava tanto allontanarsi dal gruppo, tornare indietro. Era cos esausta che avrebbe strisciato fino all'entrata.
Ma cos avrebbe deluso terribilmente l'Investigatore. Lui l'avrebbe disapprovata, sarebbe rimasto disgustato da Sabbath McSwain.
Era l a qualche metro, incurante di lei. Scribacchiava sul piccolo taccuino. Quella tappa nel refettorio non l'aveva disturbato pi di tanto. Oppure, gi non ci pensava pi.
Adesso il tenente condusse il gruppo lungo un breve e ripido pendio.
Il blocco C si trovava in un edificio fortificato dalle pareti intonacate, e per accedervi bisognava superare un altro posto di controllo. Una luce ultravioletta lesse il codice a inchiostro (invisibile) sul polso dei civili. La patente plastificata della Stagista, rilasciata a nome di Sabbath McSwain, venne esaminata attentamente, anche se sembrava pi una formalit. La professoressa di sociologia domand al tenente perch dovevano passare un altro controllo, visto che ne avevano gi superati due, al che il tenente replic senza l'affabilit dimostrata in quell'ora e mezza e pi di visita: "Signora,  cos. Se non le sta bene, posso farla riaccompagnare da una guardia all'entrata e pu ritornarsene tranquillamente a casa".
La donna avvamp, offesa. Da l in avanti non avrebbe pi scambiato battute civettuole col tenente!
La Stagista cominciava a rendersi conto di quanto fosse pazzesco quel luogo. Una pazzia difficile da comprendere, poich si percepivano soltanto le superfici, i margini e i contorni delle cose. Si vedevano i volti, ma non quel che c'era dietro.
A ogni minima violazione dell'identit altrui - dell'orgoglio, dell'integrit, del potere - immediatamente si avvertiva l'ostilit, il balenare della follia.
E comunque la Stagista non era preparata per il blocco C. Almeno dopo l'esperienza ravvicinata con i detenuti che lavoravano nel laboratorio di falegnameria e di forgiatura di targhe automobilistiche, i quali a quanto pareva non si erano accorti dei visitatori civili e avevano dato l'impressione di intrattenere rapporti amichevoli, collaborativi e non minacciosi. E dopo aver visto Harman che scambiava battute con il tenente bianco.
Ma non appena superarono il posto di controllo ed entrarono nel tozzo edificio che ospitava il blocco C la Stagista avvert la differenza. Aleggiava un intenso odore di corpi maschili. Una sensazione di tensione, come se l'aria fosse viscosa, vibrante.
Col suo tono affabile e canzonatorio, il tenente present il gruppo in visita alle guardie di turno, che lanciarono ai visitatori malcelati sguardi di disprezzo. Non scambiarono saluti amichevoli nemmeno con il tenente, che accanto a loro d'un tratto appariva fatuo e sciocco. C'era un gran frastuono, come un ronzio acuto di calabroni furiosi; le celle al primo livello sembravano estendersi come un isolato, e in alto - sopraelevato - c'era un secondo livello, appena visibile da terra. Mentre il tenente illustrava al gruppo il blocco C - "ospita per lo pi i nuovi arrivati", "prima che gli uomini vengano smistati e si stabiliscano le affiliazioni alle bande" -, la Stagista si rese lentamente conto di uno spettacolo agghiacciante: su una passerella che correva lungo le celle stazionavano delle guardie, a una certa distanza l'una dall'altra, coi fucili automatici imbracciati; la guardia pi vicina, un nero dallo sguardo duro, era quasi sopra il tenente e il gruppo di civili, con un piede sulla ringhiera, il fucile tra le mani come pronto a fare fuoco.
Alle sue spalle, in bella vista sul muro intonacato e ben visibile da entrambi i livelli su cui sorgevano le celle, c'era un minaccioso cartello con la scritta: SI SPARA SENZA PREAVVISO.
La Stagista pens di tirare l'Investigatore per la manica, per assicurarsi che avesse notato la guardia sopra le loro teste. L'Investigatore avrebbe voluto fotografare quella guardia, ne era certa.
(Ma forse non era prudente scattare foto alle guardie armate. Se l'Investigatore fosse stato sorpreso a violare le norme vigenti in quella prigione, se l'avessero arrestato, che cosa sarebbe successo?)
Prima di arrivare a Orion, la Stagista e l'Investigatore avevano fatto un sacco di ricerche su quel penitenziario. Sul livello di violenza "tra prigionieri", "tra guardie e prigionieri", sulle spiegazioni inadeguate degli "incidenti" in seguito ai quali si erano verificate delle morti: i casi di "sospetto suicidio" erano numerosi; anche se non pi numerosi di quelli che si riscontravano in altri penitenziari dello stesso livello nello Stato della Florida, e altrove negli Stati Uniti.
Ma solo nel blocco C la Stagista prov un senso di impotenza e di sgomento cos indicibile...
I civili, raccolti in uno spazio angusto, erano a disagio e imbarazzati. L non c'era posto per i gruppi in visita.
Si capiva che nel blocco C il tenente era a malapena tollerato, e le sue domande ai colleghi a beneficio dei civili venivano accolte con borbottii scontrosi. Come molte delle giovani studentesse di sociologia, la Stagista si ritrov a pochi metri da tre detenuti in uniforme azzurra che, per qualche ragione, non erano in cella ma nel corridoio, non ammanettati n incatenati insieme. Due erano ispanici di carnagione scura e il terzo, il pi alto, era un bianco dal volto demoniaco solcato di capillari rotti e dalla testa calva ricoperta di tatuaggi; sui bicipiti voluminosi erano tatuati una svastica, un serpente verde, un piccolo cuore sanguinante trafitto da un pugnale. Davanti a una figura simile verrebbe quasi da sorridere e da chiedersi: ma  vero? Gli uomini fissarono la Stagista, e dietro di lei le studentesse universitarie, a disagio, i volti inespressivi come maschere di cuoio.
Cosa facevano quegli uomini fuori dalle loro celle? Non fu data nessuna spiegazione. Il tenente sembrava non averli notati.
Poi il tenente condusse il gruppo su una passerella che correva lungo tutto il primo livello di celle. A quanto pareva, voleva farli sfilare per il blocco intero, davanti alle celle a pochi centimetri dalle sbarre dietro cui erano ammassati i detenuti.
"Fate attenzione, signori! Non solo le signore, anche gli uomini. Cercate di tenervi pi a sinistra possibile lungo questa ringhiera, non avvicinatevi alle celle. Se qualche detenuto dovesse afferrarvi non sarebbe facile liberarvi. Intesi?"
Il tenente fece una risatina maligna. La Stagista era sconvolta: la loro guida trovava divertente quella situazione? Era una battuta? Era una buona idea condurre il gruppo di civili davanti alle celle? Le giovani studentesse sembravano terrorizzate. Come la loro professoressa. Persino i tanti uomini che nel refettorio avevano ostentato un'aria calma e pacata adesso apparivano preoccupati.
Solo l'Investigatore era imperturbabile. Alto e imponente, i modi signorili, i capelli bianchi ondulati e l'espressione di riprovazione appena accennata, lui, la persona pi anziana del gruppo di visitatori, prese da parte il tenente e gli disse: "Non crede che sia un po' rischioso, tenente? Provocatorio? I prigionieri non potrebbero sovreccitarsi, e mettere in pericolo i visitatori?".
"Nessuno  "in pericolo", scherziamo? I detenuti sono chiusi nelle loro celle. Non possono uscire. Non fermatevi a guardare nelle celle, a conversare con loro. Questa  una delle ultime tappe della nostra visita a Orion. Una volta conclusa, sarete tutti d'accordo che non si pu capire il "clima" di un carcere di massima sicurezza senza "sfilare davanti alle celle"."
Ma quell'osservazione dell'Investigatore aveva irritato il tenente, che la percep come una sfida alla sua autorit.
La Stagista aveva capito perch i tre detenuti non erano in cella: li stavano scortando in un'altra zona della prigione; tuttavia sembravano una parodia dei detenuti di un carcere di massima sicurezza, pareva quasi che li stessero portando davanti a una giuria che doveva decidere della loro scarcerazione sulla parola, o che gli fosse stata concessa la libert condizionale, o che potessero girare quasi liberi nel carcere, visto che non erano ammanettati n legati in nessun modo. Era un sollievo, no? La Stagista non aveva mai visto da vicino un tipo come quel nazista tatuato: un membro della famigerata Fratellanza ariana.
Quando avevano fatto ricerche sui penitenziari con il braccio della morte, la Stagista aveva anche verificato chi fossero i prigionieri reclusi l e i crimini per i quali erano stati condannati.
Cos aveva cominciato a capire quel che aveva lasciato intendere l'Investigatore: se si era contrari alla pena capitale, era meglio ignorare i crimini di cui si erano macchiati i condannati. Troppe informazioni rischiavano di attenuare la compassione nei loro confronti.
Malgrado l'agitazione, la Stagista era abbastanza lucida da mettersi in testa alla fila. Era piccola, agile, aveva il passo svelto: per lei non era un problema superare gli altri, che avanzavano lentamente.
Il suo istinto era quello di salvarsi. Un istinto immediato, primordiale. Non aveva nulla a che fare con la coscienza, col senso del dovere o con il "bene". Sapeva cosa l'aspettava e sperava di evitare una prova troppo severa.
Il tenente, in coda agli altri, spingeva avanti il gruppo. La Stagista ne avrebbe guadagnato la testa, e sarebbe andata veloce; si sarebbe tenuta tutta a sinistra, addossata alla ringhiera, e non avrebbe lanciato sguardi nelle celle, se ci riusciva; non voleva provocare i detenuti, soprattutto non voleva che capissero che lei non era un ragazzo esile, ma una giovane donna vestita da maschio.
Molte studentesse di sociologia stavano chiedendo al tenente se potevano aspettare l ma l'uomo disse di no, assolutamente no.
"Questa  la visita completa di Orion! Quella che avete richiesto! Non uscirete da Orion senza averla completata, ragazze! Andiamo."
A quelle parole gli occhi color ghiaia brillarono di una gioia maligna. "Ci odia. Tanto quanto i detenuti odiano lui" pens la Stagista.
Si avviarono. La Stagista, in testa alla fila, riusc a passare davanti alla maggior parte delle celle prima che i detenuti che erano ammassati all'interno si rendessero conto di cosa stava succedendo - un gruppo in visita condotto lungo il blocco dal tenente - e cominciassero a emettere grida di scherno eccitate indirizzate soprattutto alle donne.
La Stagista percorse quel tratto rapidamente, a grandi passi, mordendosi il labbro.
Pensava: "Io non sono una 'donna', sono diversa dalle altre. Non suscito l'interesse di questi uomini".
Eppure li sentiva lanciarsi verso di lei. Percepiva l'aria smossa dalle braccia protese fuori dalle sbarre, le mani che cercavano di afferrarla. Non poteva fare a meno di ascoltare le oscenit vomitate da quelle bocche, mentre sempre pi detenuti si rendevano conto che un gruppo di visitatori veniva condotto davanti alle loro celle - una scena a cui dovevano essere abituati, e che li mandava su tutte le furie.
Non tutti i detenuti si comportavano come bestie inferocite. Di questo la Stagista si sarebbe resa conto solo in seguito. Probabilmente meno della met. Meno di un terzo. Ma quelli che si tenevano in disparte, o si limitavano a osservare la processione di civili spaventati che sfilava veloce, passavano inosservati.
Animali selvaggi. Che farebbero se potessero metterci le mani addosso?
Soprattutto alle donne.
Dio, aiutami a farcela. Ancora per un po'!
Fu una lezione crudele. Il tenente voleva dimostrare cosa significava un carcere, le sbarre delle celle. Cosa significava la detenzione, la punizione.
Mettere degli esseri umani contro altri esseri umani. Aizzarli fino al colmo del rancore, della furia. Del terrore.
In particolare, si avvertiva una violenza di natura sessuale. Le donne sentivano quanto fosse precaria la loro incolumit, quanto dipendessero dalla protezione di altri uomini contro quegli esseri belluini.
Era uno stratagemma rozzo, crudele e semplicistico. La Stagista lo comprese, a livello intellettuale. Eppure era profondamente scossa, non l'avrebbe dimenticato presto.
(Si chiedeva dove fosse l'Investigatore. Pensava le stesse cose? Oppure, essendo un uomo, era meno scosso, meno terrorizzato? Probabilmente era rimasto in fondo alla fila, davanti al tenente. Era la posizione pi esposta, perch i detenuti delle prime celle sarebbero stati gi eccitati e in allerta quando fosse passato davanti a loro; erano tutti pronti ad allungare le braccia oltre le sbarre per afferrare i civili.)
(La Stagista avrebbe saputo in seguito che l'Investigatore, lungi dall'essere spaventato, non solo era sfilato lentamente davanti alle celle, ma aveva persino indugiato di fronte ad alcune di esse, dove c'erano uomini non cos forsennati e fuori di s; uomini pi anziani, in molti casi, che l'avevano salutato come lui aveva salutato loro, in maniera cordiale. Salve! Come va? L'Investigatore era una persona che infondeva calma. Con ogni probabilit stava fotografando le celle, dalla prima all'ultima. Con quel trambusto e quel tumulto nessuno l'avrebbe notato. Le guardie non avrebbero certo rivolto la loro attenzione a quell'anziano signore dai capelli bianchi, con tutti quei detenuti in subbuglio, infuriati ed eccitati sessualmente, che si accalcavano contro le sbarre delle celle protendendo braccia e mani nel tentativo di afferrare, prendere, scrollare e strangolare e fare a pezzi.)
In quale assoluto silenzio il gruppo di civili procedeva in quell'orribile marcia forzata! Trattenendo il fiato, aspettando che quella terribile prova finisse.
Ma sembrava non finire mai: il tenente li spinse per tutto il blocco, fino a tornare da dove erano partiti. Quella sfilata era durata solo qualche minuto, eppure sembr molto pi lunga.
La Stagista avanzava a occhi bassi. Respirava con la bocca. Pensava al paradosso di Zenone: l'infinito nel finito.
Ogni passo  una frazione dell'intera distanza. L'intera distanza  inattingibile dall'esperienza.
Nel paradosso di Zenone la meta non si raggiunge mai.
Nel paradosso di Zenone si  in uno stato di perpetuo anelito.
"Bene, amici! Adesso sapete qual  il clima in un carcere di massima sicurezza."
Uscirono nell'abbagliante chiarore del sole di marzo, barcollando per la stanchezza.
Persino l'Investigatore sembrava affaticato. Persino il tenente, se lo si osservava di nascosto.
"Il tempo l dentro non  uguale a quello di fuori. Quando una guardia torna a casa dalla sua famiglia dopo un'intera giornata, o un'intera nottata, non si pu misurare per quanto  stata via."
Il tenente ridacchi torvo.
Lieti di poter di nuovo respirare, i visitatori inalarono aria a pieni polmoni. La Stagista sent una vertigine, e per non perdere l'equilibrio chiuse gli occhi e si morse il labbro.
Ma era forte, resistente. L'Investigatore sarebbe rimasto colpito dalla sua giovane assistente che non si era lasciata prendere dal panico come molte delle altre ragazze che avevano implorato di non sfilare davanti alle celle.
Anche se il tenente li aveva trattati in modo rude, sottoponendoli a una dura prova fisica e a una grande umiliazione, i componenti del gruppo in visita non sembravano avercela con lui. La Stagista ne prese nota.
Adesso che si erano lasciati alle spalle il temuto blocco C, i visitatori stavano commentando, meravigliati, che era indispensabile per una societ civile pagare le tasse per avere prigioni, pene detentive, guardie armate per proteggere i cittadini.
"Da questa parte, amici miei, se avete ripreso fiato: andiamo nel braccio della morte."
Il tenente li condusse a passo spedito lungo uno dei sentieri di ruvida ghiaia. La camera della morte attigua al braccio della morte era l'ultima tappa della visita al penitenziario.
Un'altra mezz'ora, forse. Poi la libert!
Le studentesse si stringevano tra loro, trafelate e sorridenti. Sfilare davanti alle celle era stata un'esperienza sconcertante, le aveva lasciate scosse e frastornate. Una di loro era scoppiata a piangere, un'amica l'aveva confortata e un'altra aveva esclamato: "Oh Dio! Che cosa... che cosa orribile...
"Un incubo...
"... non lo dimenticher mai."
Ma ormai erano usciti dal blocco C. Ridevano e riprendevano fiato come chi fosse stato quasi strangolato, poi liberato, quindi di nuovo strangolato e liberato, e adesso fosse grato gi solo di poter respirare, di essere ancora vivo.
La Stagista pens cinicamente: ricorderanno questa esperienza con la frivolezza delle ragazze che hanno superato insieme una crisi, con una specie di fremito sensuale.
Il gruppo seguiva il tenente. Si stavano avvicinando a un edificio di cemento particolarmente brutto che sorgeva all'estremit di un complesso, oltre il quale si apriva una distesa sterposa e a pochi metri l'alta recinzione elettrificata con le torrette di guardia.
"Non preoccupatevi, amici miei, non visiteremo il braccio della morte. Visiteremo la camera della morte ma non il "braccio della morte": non vi ritroverete faccia a faccia con i pi cattivi." Il tenente tacque, come se stesse scegliendo con cura le parole - anche se di certo doveva averle recitate parecchie volte a quel punto della visita.
Uno dei visitatori chiese perch il braccio della morte era escluso dalla visita.
"Perch il direttore l'ha proibito, ecco perch. In passato  accaduto che agitatori "contrari alla pena capitale" siano riusciti a inserirsi in un gruppo in visita e abbiano scatenato una gazzarra nelle celle." Il tenente scosse il capo, disgustato.
"La verit  che, come ho detto prima, quando un uomo  nel braccio della morte, dopo un po' si ambienta. Si potrebbe dire che perde la propensione al male. Invecchia. Si ammala. Uno dei nostri "condannati" ha avuto un'ostruzione intestinale, era questa la diagnosi, quel poveraccio non poteva mangiare e ha perso quasi quarantacinque chili, ora ha le budella tutte contorte e cancrenose:  ancora vivo, ma  ben altro uomo da quello che era nel 1987, quando si macchi dei crimini per cui  finito a Orion. E ce ne sono altri come lui, adesso sono anziani e hanno messo giudizio. Invece i detenuti del blocco C, la maggior parte dei quali appena arrivati, sono veramente pericolosi, se potessero ti sgozzerebbero, e non gliene fregherebbe un accidente. In quel posto s che esiste il male, la met di loro o gi di l potrebbe trovarsi nel braccio della morte, visti i crimini per cui sono stati mandati a Orion."
Il tenente parlava come immerso nei propri pensieri, con aria meditabonda.
"Vedete, i giudici e le giurie sono sempre pi "indulgenti", ogni anno che passa. La gente l fuori non sa che il male prospera in tempi di "indulgenza", credono che, se fanno il bene, il bene sar fatto a loro. Ma non  cos, amici. La visita a Orion dovrebbe insegnarvi questo, almeno."
L'uomo dal viso paonazzo, che prima aveva parlato con particolare veemenza, dopo la marcia attorno al blocco C era visibilmente scosso. Adesso stava dicendo, tutto infuriato: "Il problema sono i progressisti dal cuore tenero. Come soluzione alla criminalit non sanno pensare ad altro che ad aumentare le tasse! Se non vuoi essere punito, se non vuoi finire nel braccio della morte, non commettere alcun crimine, e nessuno ti punir".
Tra gli uomini si diffuse un vago mormorio d'assenso. La Stagista vide gli occhi ghiaiosi del tenente passarli in rassegna, mentre automaticamente li contava. Perch il tenente era responsabile di quindici persone.
Avevano superato l'edificio del braccio della morte. Una costruzione in mattoni di cemento e finestre con le inferriate che sembravano occhi semichiusi, che sorgeva isolata all'interno della struttura carceraria. Anche se era improbabile, ci si immaginava che i condannati li stessero osservando dall'interno.
Da ci che avevano visto delle celle, quelle che da fuori sembravano finestre erano solo aperture nelle mura affacciate su passerelle o corridoi. Le celle non avevano finestre. Le mura del refettorio erano cieche, come anche quelle degli spazi di lavoro dove gli operai costruivano mobili e targhe. Il rovente e accecante sole della Florida, che in estate faceva raggiungere in quei luoghi temperature di quasi cinquanta gradi, in quel carcere non penetrava quasi da nessuna parte.
L'Investigatore aveva in animo di intervistare degli ex prigionieri, se ci fosse riuscito. Aveva saputo che il sindacato delle guardie carcerarie era uno dei pi forti del Paese, e dello Stato della Florida; la droga e persino le armi venivano introdotte in prigione soprattutto grazie alle guardie, protette dai loro potenti sindacati.
"Amici, siete dei privilegiati: in questa zona del carcere, la camera della morte,  vietato l'accesso quasi a tutti. Poche persone arrivano fin qui. Soltanto gli addetti alle esecuzioni, i "condannati" e chi assiste all'esecuzione, e le persone in visita al carcere. Forse vi sorprender sapere che quest'area  interdetta a quasi tutte le guardie."
Il tenente disse quelle parole con orgoglio. La Stagista stava guardando davanti a s, un muro di pietra con una porta incassata. Non era come le altre che avevano visto nella prigione, sembrava antica.
Dal campo sterposo cosparso di detriti simili a blocchi di cemento in frantumi si era alzato un vento umido e freddo. La Stagista rabbrivid.
Il tenente aspett che tutti lo raggiungessero. Si disposero a semicerchio attorno alla porta incassata nel muro, che sembrava condurre nelle viscere della terra.
Con voce allegra il tenente si mise a parlare di "Vecchia scintilla": "Che oggi non vedrete, signori, perch Vecchia scintilla non sta in questo carcere ma a Raiburn. La gente pensa che Vecchia scintilla stia qui a Orion, e invece no, si tratta di un equivoco. Noi abbiamo la nostra sedia elettrica ma non  famosa come Vecchia scintilla e comunque non viene pi usata, oggi i condannati possono scegliere tra l'iniezione letale o la morte per folgorazione, e scelgono sempre l'iniezione letale, i poveracci pensano che sia meno dolorosa. In realt, tutti e due i metodi possono risultare complicati. Hanno dovuto mandare in pensione Vecchia scintilla perch faceva fiamme e scintille e la met delle volte non funzionava bene - dalla testa del condannato usciva fumo, e quelli grassi venivano fritti e bruciacchiati, il grasso si scioglieva che sembrava un maiale arrosto, e qualcuno assistendo a quelle scene si metteva a vomitare e sveniva. La nostra sedia elettrica, l'ultima volta che  stata usata, qualche anno fa, dopo la prima scossa ha emesso scintille e dagli elettrodi sulle gambe del condannato sono uscite fiamme, le cinghie sono saltate e lui ha preso fuoco. Da sotto il cappuccio, dalla testa, gli uscivano fumo e scintille. Un vero e proprio incendio, con tanto di fiamme alte una quindicina di centimetri, dalla testa del condannato. Pare sia successo per un "errore umano". Diamine, il fuoco si  propagato per la stanza, persino gli addetti all'esecuzione si sono sentiti male. Hanno chiamato due medici - credo fossero "dottori", o forse erano infermieri, un vero dottore evita le esecuzioni, non si abbassa a tanto. Insomma quei due entrano e controllano il polso dell'uomo. E l'avvocato del condannato, uno di quei legali delle organizzazioni per le libert civili, era solo un ragazzo, anche lui dava di stomaco. Si  messo a implorare il direttore di sospendere tutto. Ma le esecuzioni capitali non si sospendono mai, bisogna procedere. E cos l'addetto aziona di nuovo l'interruttore, e di nuovo quelle dannate scintille e il fumo. E i dottori controllano di nuovo il condannato, ma il suo cuore batte ancora. Cos alla fine viene somministrata la terza scossa. Erano passati quattordici minuti. Quel poveraccio sulla sedia  tutto bruciacchiato e fumante come un grosso arrosto, hanno raccontato che per un sacco di tempo nessuno ha potuto avvicinarsi. Noi altri, persino i parenti della vittima che avevano voluto sedersi pi vicino possibile, non appena la porta  stata riaperta siamo scappati via".
Il gruppo accolse quel racconto in silenzio. Il tenente voleva essere spiritoso? Voleva fornire delle informazioni? Quell'agghiacciante monologo aveva un che di teatrale, come un soliloquio shakespeariano recitato in una sala vuota.
Per tutto il tempo la Stagista aveva tenuto gli occhi fissi sul tenente, in preda al disgusto. Non aveva osato guardare l'Investigatore che, immaginava, stava registrando quelle parole e scattando fotografie al tenente.
Qualcuno fece delle domande. Nemmeno l'uomo dalla faccia paonazza sembrava aver gradito il racconto del tenente, anche se si lev a dire, con voce tremula: "Chi non commette crimini non viene "condannato". Io credo nel libero arbitrio, come altri".
"Tutti crediamo nel libero arbitrio, signore! Non siamo animali, e non siamo macchine. Siamo fatti a immagine di Dio" dichiar in tono solenne il tenente.
Sul volto gli comparve un'espressione astuta. "Quella volta che assistetti all'esecuzione con la sedia elettrica, qui a Orion, il condannato era un grassone che pesava centosessantacinque chili, strizzato su quella sedia. E cavolo, and tutto storto, come con Vecchia scintilla. Quell'uomo non aveva nemmeno perso i sensi, ululava come un lupo. E il cappuccio gli si era quasi sfilato dalla testa. L'addetto all'esecuzione non sa che fare, e neanche il direttore, poi tutti noi vediamo che dalla testa esce del sangue, inzuppa il cappuccio, e forma una croce. Capito? Un segno che Dio stava approvando l'esecuzione, quei dannati intoppi non avevano importanza."
La Stagista non resistette e guard l'Investigatore. Il sangue che forma una croce! Una giustificazione della pena di morte! Ma l'Investigatore si limit ad aggrottare la fronte, ignorando la Stagista.
"Chi vuole aprire questa porta? Qualche volontario?"
Il tenente li sogguard come un adulto che scruta un gruppo di bambini in gabbia.
La Stagista avrebbe voluto fuggire e nascondersi da qualche parte. Aveva una sensazione di nausea. Ma not che l'Investigatore le faceva un cenno con la mano, senza farsi vedere dagli altri.
Cos si fece avanti, con coraggio. "Signore, l'apro io."
E poi inizi la lotta con quella porta, che sembrava sprofondata nella terra, chiusa. E il tenente che la fissava con quello sguardo maligno. E la spronava.
"Non  chiusa, amica mia. Continui a provare."
Un'ultima spinta, ma la porta non si mosse di un centimetro. Il tenente si piazz davanti e con un gesto teatrale afferr la maniglia, la tir in fuori e verso l'alto (ecco il trucco, pens la Stagista: bisognava alzare quella dannata porta, non tirarla) e la porta si apr come una bocca spalancata.
Con riluttanza, il gruppo di visitatori sfil dentro. Fino in fondo. C'erano tre gradini di pietra. Immediatamente, un tanfo pi fetido di quello che aleggiava nel blocco C, pi fetido di quello del refettorio, aggred le narici.
Loro malgrado, i visitatori scesero nella stanza della morte. Il tenente aspettava accanto alla porta, facendo segno di entrare. La Stagista fu l'ultima. Lui le fece l'occhiolino, come a sottintendere che lo sapeva, che se non fosse stato attento la ragazzina sarebbe sgusciata via.
La stanza della morte riservava un'incredibile sorpresa: nella parte pi interna c'era un manufatto che sembrava una batisfera.
Una struttura ottagonale con le pareti d'un azzurro carta da zucchero. E le finestre di plexiglas.
L'Investigatore chiese cosa fosse quell'apparecchiatura. Sembrava una campana subacquea, una batisfera.
Il tenente rise. Aveva sospinto i visitatori in quello spazio senza finestre, invitandoli a disporsi a ventaglio e a sedere sulle sedie davanti. Erano inquieti, nervosi come galline spaventate. Dopo il trauma delle celle, qualcuno di loro rischiava di crollare, e il tenente dovette chiedersi quanto ancora potevano resistere. Rispose all'Investigatore: "Sissignore.  una "batisfera". Acquistata da un giostraio gi a Dayton Beach".
In effetti quella campana subacquea, o batisfera che fosse, aveva un'aria da giostra. Aveva otto lati, come un cerchio deformato; da una cavit sporgeva una specie di occhio, di uno smagliante color carta da zucchero.
Carta da zucchero: un colore che evocava un'ingenua, viva speranza.
Non tutti i visitatori sembravano conoscere quella parola. Fu spiegato cosa fosse una "batisfera": "Era una campana subacquea per le immersioni in profondit, le autorit del carcere l'hanno acquistata da un privato. Si voleva rendere la camera della morte a tenuta stagna e insonorizzata".
Uno dei visitatori chiese quali fossero i metodi per l'esecuzione della pena capitale. La batisfera era una camera a gas? Il tenente spieg che in quello Stato avevano usato la sedia elettrica dal 1923 al 1999, in seguito era stata introdotta l'iniezione letale; mai il gas.
Prima del 1923 c'era l'impiccagione. Ce n'erano state un mucchio.
L'uomo che si esprimeva con veemenza, il cui volto non era pi cos paonazzo ma ricoperto di chiazze e macchie, disse, senza troppa convinzione: "Diavolo, sapete una cosa? "La pena di morte dev'essere una punizione crudele ed esemplare"".
"Signore, lei ha ragione. Se sapesse cos'hanno fatto alcuni di questi assassini alle loro povere vittime innocenti, anche a bambini, sarebbe il primo a volerla "crudele ed esemplare". Amen!"
Il tenente pronunci quelle parole con fermezza. Quindi and a chiudere la porta: i suoi prigionieri rabbrividirono.
"Qui" disse facendo loro segno di avvicinarsi "si siedono i familiari delle vittime. Su queste sedie." Stava indicando una fila di sedie con lo schienale rigido stranamente piccole, che ricordavano certi mobili del periodo della Grande Depressione fotografati da Paul Strand. Erano sistemate l'una accanto all'altra, a semicerchio davanti alla struttura ottagonale color carta da zucchero. I finestrini di plexiglas non erano larghi ma verticali, in modo che chi era seduto in prima fila poteva sbirciare nella stanza della morte a pochi centimetri di distanza. La Stagista sent un moto di nausea al pensiero che si potesse osservare cos da vicino un altro essere umano messo a morte, legato a quello che sembrava un tavolo operatorio.
"Notate queste sedie, qui siedono i funzionari di Stato, il direttore, il garante dell'esecuzione, che potrebbe essere colui che ha proceduto all'arresto o il procuratore distrettuale (se vogliono presenziare), un senatore o il governatore. E l dietro i giornalisti, che un tempo facevano a gara per essere presenti."
Un visitatore chiese se agli organi d'informazione fosse permesso di mandare in onda un'esecuzione. Un filmato, un video.
"Assolutamente no! Si rispetta la privacy del condannato."
"E non si vuole certo che la gente veda Vecchia scintilla che fulmina un uomo, arrostendolo come un maiale" osserv un uomo del gruppo, ridacchiando con improvvisa allegria. "Voglio dire, non si vuole certo che il mondo veda. Cos si farebbe il gioco del movimento che si batte contro la pena capitale."
Il tenente tocc la parte frontale della struttura ottagonale color carta da zucchero come accarezzandola, e disse: "Adesso la sedia elettrica  stata bandita. Nessuno sceglie di morire in quel modo, e chi pu dargli torto? Oggi  di gran moda l'"iniezione letale". Talvolta si usa l'accorgimento di eseguire due condanne insieme, a mezz'ora l'una dall'altra. Se i condannati sono complici, possono venire giustiziati insieme. E se vi state chiedendo se qui a Orion sono stati giustiziati insieme un uomo e una donna, la risposta  s. Ricorderete certo "Bags e Briana", alla fine degli anni Cinquanta. No?".
Nessuno se li ricordava. O disse di ricordarli. Non rispose nemmeno l'Investigatore, che aveva fatto ricerche su Orion e per la sua et poteva ricordare quel che era accaduto verso la fine degli anni Cinquanta.
"Rapirono un bambino per chiedere il riscatto ai genitori ricchi che vivevano a Boca Raton. Ma fecero cose orribili al bimbo. E lo uccisero, nonostante il riscatto. Per cui cose orribili vennero fatte a loro." Il tenente tacque un attimo, tergendosi la fronte con un fazzoletto piegato. "Naturalmente si accusarono a vicenda. Bags ci mise otto minuti a morire. Quasi un record."
La professoressa, che si era in parte ripresa dall'esperienza nel blocco C, azzard una domanda. Quante donne erano state giustiziate nella Florida?
"Quante? Be', signora, non tante quante lo meritavano, che l'hanno scampata per pura fortuna" rispose il tenente con un sorrisetto.
"E adesso ce ne sono molte nel braccio della morte?"
"Molte? Attualmente ce ne sono quattro. Il braccio della morte femminile si trova nel penitenziario di Lowell."
"Che crimini hanno commesso?"
"Crimini molto brutti, signora. Pu informarsi, se la cosa la incuriosisce."
Il tenente aveva un tono beffardo. Per qualche motivo, la professoressa di sociologia di Eustis non gli andava a genio.
Com'era basso il soffitto della camera della morte! Com'erano opprimenti quelle mura cieche, che sembravano incassate.
La Stagista guard l'Investigatore. La capigliatura candida e la camicia di cotone bianco rilucevano in quel luogo tetro e lei prov un forte desiderio di avvicinarglisi, prendergli una mano tra le sue e implorarlo: La prego, mi aiuti. Non sarei dovuta venire. Qui dentro mi accadr qualcosa.
Quando l'Investigatore le aveva chiesto di accompagnarlo, lei aveva avuto una premonizione. Sapeva che era un errore.
Nella sua vita passata, in quel tempo lontano, aveva commesso un sacco di errori.
Aveva pagato per quegli errori. (Vero?) Ma non si  mai pienamente assolti per gli errori che coinvolgono altre persone, e cos la Stagista non era stata pienamente assolta per i suoi, e non si era liberata dalla vergogna per averli commessi.
L'unico modo per cancellare quegli errori, e la vergogna,  cancellare il proprio io: "eliminarlo".
Ma la Stagista non voleva questo.
La Stagista non voleva morire, perch cos non avrebbe pi potuto aiutare gli altri, assistere persone come (per esempio) l'Investigatore, che sembrava aver bisogno di lei, e al quale si era affezionata.
La Stagista vide l'Investigatore all'altro capo della sala, che si aggirava inquieto. Cosa stava guardando? Cosa stava appuntando sul suo taccuino? Aveva scattato delle foto con la sua minicamera? Prov il desiderio ardente, del tutto irrazionale, di essere gi nell'ufficio dell'Investigatore, con lui che cliccava sul computer e loro due insieme che visionavano le foto in miniatura scattate a Orion. Adesso stava scribacchiando sul suo taccuino. Avrebbe tanto voluto prendergli la mano: le sue erano gelate.
Ma non era possibile. L'Investigatore avrebbe allontanato la sua insulsa zampetta come se fosse un serpente. Si sarebbe imbarazzato, offeso. Mortificato. I loro rapporti, professionali o meno, sarebbero cessati all'istante.
Il tenente stava distribuendo delle fotocopie... di cosa?
Erano foto a colori vivaci delle "ultime cene".
"La prima cosa da chiarire, amici,  che l'"ultima cena" del condannato non pu costare pi di quaranta dollari. Per legge."
Quaranta dollari! Per alcuni dei visitatori, quaranta dollari per la cena di un criminale erano troppi.
"E non possono bere alcolici, di nessun tipo. L'apposita commissione fa recapitare l'ordine di esecuzione entro trenta giorni dalla data stabilita in modo che il morto - chiedo scusa, il "condannato" - abbia il tempo di avvertire la famiglia, organizzare le visite, e consultare il proprio avvocato, se ha ancora la possibilit di fare appello. Poi sceglie il metodo dell'esecuzione, e l'ultima cena."
I visitatori osservarono le immagini fotocopiate delle "ultime cene" distribuite dal tenente.
Le immagini vivide e patinate ritraevano vassoi di plastica con le pietanze. In una, il vassoio traboccava di cibi fritti: patate, anelli di cipolla, ali di pollo. In un'altra si vedevano due scatole di cereali glassati. In un'altra due dozzine di hot dog dentro panini all'olio con della mostarda e della salsa, e parecchie lattine di Coca-Cola.
Alcuni dei visitatori ridevano nervosi. Era una cosa divertente? La Stagista era scioccata, sembrava che il tenente avesse mostrato quelle foto per divertirli.
"Oh, chi riuscirebbe a mangiare in un momento simile? Io non potrei mai."
"Oh, che cosa triste!"
"Ma come si fa! Quei poveri disgraziati..."
"Ah, io di certo non sceglierei patatine al formaggio e gassosa..."
Una cena pi pretenziosa era rappresentata da un sandwich all'aragosta (preso da McDonald's) e una pannocchia di mais. Un'altra da bistecca, patatine fritte e gassosa.
Tra le cene pi curiose, un piatto di ciambelle fritte unte e due bicchieroni di latte.
Un'altra, una vaschetta da un chilo di gelato al cioccolato e un bicchierone di latte.
E ancora, un'abbondante porzione di cibo messicano: tacos, burritos, tamales, salsa verde piccante. E un bicchierone di Gatorade.
Il tenente disse: "Cominciano a mangiare ma non finiscono mai. All'inizio sembrano affamati ma poi cambiano idea". Un'espressione maliziosa gli si dipinse sul volto mentre rifletteva se fosse o meno il caso di raccontare a quei visitatori una storia che aveva ripetuto parecchie volte. "Quel povero disgraziato di Scroggs. Un tipo talmente tonto da dire alla guardia che voleva mettere da parte un pezzo di torta alle noci per mangiarla "dopo". Aveva ventinove anni quando furono respinti gli appelli che aveva inoltrato, aveva confessato di aver ammazzato una dozzina di ragazze a Fort Myers. Era troppo stupido per cercare di mentire alla polizia, ha semplicemente risposto che s, aveva fatto quello di cui lo si accusava. Era convinto che cos l'avrebbero rilasciato!" Il tenente rise di cuore.
Seguirono alcuni istanti di silenzio. Nessuno rise. Nessuno sorrise.
Il tenente non ci fece caso. Come un cabarettista il cui sprezzo per il pubblico supera il rancore e la paura del potere che ha su di lui, il tenente pass tranquillamente alla battuta successiva.
"Allora, signori: come preferireste morire, se doveste scegliere?"
Di nuovo le parole caddero nel silenzio. Il tenente continu: "Be', un tempo in Florida si poteva scegliere tra l'impiccagione e la sedia elettrica. Adesso la scelta  tra l'iniezione letale e la sedia elettrica. In alcuni Stati  prevista la fucilazione, credo nello Utah. In altri c' ancora la camera a gas, ma forse non pi l'impiccagione. Nella maggior parte dei casi si ricorre all'"iniezione letale", che francamente pu essere una cosa dura. Quale preferireste, se doveste scegliere?".
La maggior parte dei visitatori, con riluttanza, scelse l'iniezione letale. Gli altri non risposero.
A un certo punto, con grande sorpresa della Stagista, il tenente si volt verso di lei e in tono sprezzante le chiese cosa avrebbe scelto. Proprio come un insegnante che si rivolgeva a uno scolaro che immaginava non stesse seguendo la lezione.
La Stagista rispose che lei non avrebbe scelto.
"Tra la sedia elettrica e l'iniezione letale? Non sceglierebbe?"
"No."
"Se in qualche Stato ci fossero la camera a gas, la sedia elettrica, l'impiccagione, la fucilazione, l'iniezione letale, non sceglierebbe? S che lo farebbe."
Ma la Stagista assicur che non avrebbe scelto. Si sarebbe rifiutata di prendere parte alla sua morte.
"E lei, signore? Cosa sceglierebbe?"
Il tenente si stava rivolgendo all'Investigatore, l'unica persona del gruppo che sembrava aver sfidato la sua autorit.
L'Investigatore scroll le spalle. Nemmeno lui avrebbe scelto. "Costringerei lo Stato a scegliere. Mi rifiuterei di prendere parte alla mia morte."
Il tenente sbott, esasperato: "Invece lo fareste! Se si trattasse di scegliere la morte meno dolorosa, o almeno quella che riterreste tale".
L'Investigatore insistette. "No. Mi rifiuterei di prendere parte alla mia morte perch non riconosco allo Stato quel potere su di me."
"Ma in tali circostanze riconoscerebbe allo Stato quel potere! Diamine, quel che dice non ha senso."
Il tenente sembrava offeso, davvero irritato con la Stagista e l'Investigatore. Due persone cos diverse, che chiaramente non si conoscevano, e che pure avevano un temperamento cos simile. Si aveva l'impressione che, se il tenente avesse potuto, avrebbe condannato a morte met del gruppo, tanto per impartire a tutti una lezione.
"Suppongo che lei, signore, ritenga la pena di morte una "barbarie". La pensa cos?"
"Ho detto questo? Non credo di aver detto niente del genere, non ho mai pronunciato la parola barbarie."
"Eppure la pensa cos, signore! Vero? Lei dev'essere un... giudice progressista sinistroide... non  un giudice della Florida..."
"Non sono un giudice, tenente. Nemmeno un giudice in pensione."
"Be', allora,  un avvocato. Un professore. Lei lascerebbe in libert gli assassini? Gli stupratori, i serial killer, quelli che ammazzano i bambini?"
Ma l'Investigatore era troppo furbo per farsi coinvolgere in quel momento e in quel luogo in una discussione animata col tenente. La Stagista intu che a lui interessava solo scattare fotografie proibite della camera della morte color carta da zucchero e che non avrebbe pi rivolto la parola al tenente.
"Be', allora... chi vuole provare a entrare dentro? Solo per un minuto, una dimostrazione."
Il tenente alludeva alla campana subacquea. Lanci un'occhiata maliziosa ai suoi prigionieri, che distolsero lo sguardo.
Che situazione odiosa! Un incubo, e non c'era modo di uscirne se non obbedendo al tenente.
"Ci vuole un volontario. Chi si offre?"
La Stagista non aspett il segnale dell'Investigatore. Disse: "Io, signore".
Gli altri la guardarono. La Stagista colse un'espressione di gratitudine sui loro volti.
Il tenente sembrava seccato. "Lei! Be', amica mia, devo riconoscere che  un tipetto ostinato. Ma qui ci sono altre persone che potrebbero aiutarci..."
"Entrer io, signore. Cos risparmieremo gli altri."
Come in uno stato confusionale, la Stagista si avvicin alla struttura ottagonale color carta da zucchero. La testa le ronzava dal dolore e lo stomaco le si rivoltava per la nausea. Almeno era piccola, e non ebbe difficolt a entrare l dentro; ci stava senza difficolt anche in piedi. (Il soffitto della batisfera, che sembrava basso e opprimente, in realt nel punto pi alto raggiungeva come minimo i due metri e dieci: un uomo adulto ci stava comodamente, almeno per un po'.)
Il tenente guardava di traverso la Stagista. Eppure era compiaciuto per il fatto che sembrava obbedirgli.
Il tenente fece capolino dall'apertura, e le spieg in tono burbero che doveva salire sul tavolo e stendersi di schiena.
La Stagista fece come le fu detto. Il soffitto dell'orrenda batisfera la opprimeva e cos chiuse gli occhi. Il tenente prosegu la sua spiegazione, trattenendo a stento l'eccitazione.
"Se stessimo facendo sul serio, qui ci sarebbero gli addetti all'esecuzione. Legherebbero la nostra amichetta, che non sarebbe entrata di sua spontanea volont."
Il tenente parlava con rammarico, quella purtroppo non era una vera esecuzione, e nemmeno una dimostrazione. Ma la visita guidata non poteva offrire di pi.
"Come ho detto, non abbiamo mai avuto "Vecchia scintilla", la nostra sedia elettrica  in magazzino. Con l'iniezione letale c' poco da vedere."
Eppure il tenente continu a descrivere, tutto entusiasta e in modo semplicistico, le scene di iniezioni letali a cui aveva assistito personalmente. "Be', ti si restringono le vene come quando ci si inietta l'eroina, devono farti le punture dappertutto: braccia, gambe, interno delle cosce, piedi, persino sotto la mascella, sotto i piedi. Quei poveri disgraziati sembrano dei puntaspilli, c' chi si mette a strillare: "Basta basta basta! Dio aiutami, perdono"." Il tenente tacque un attimo, per accentuare l'effetto di quelle parole. "E a volte le sostanze chimiche non sono pure, le soluzioni non sono giuste, o come dicono non sono in giusta "proporzione", e cos la roba che entra nelle vene del condannato brucia - come acido - e quello urla, sotto il cappuccio. Persino con uno straccio o una spugna in bocca urla, e tu lo senti. Non  una "morte misericordiosa", non la meritano. Quindi  inutile impietosirsi."
I visitatori rabbrividirono. Il tenente era come un impresario sul pennone di una giostra che oscillava: delle montagne russe, una barca del pirata. Non si poteva scendere dalla giostra infernale fino a quando il tenente non ti lasciava andare.
I visitatori fecero delle domande, ma la Stagista non poteva sentirli. Aveva un rombo nelle orecchie, il sangue pulsava come una risacca lontana.
La Stagista tocc le cinghie di cuoio. Per fortuna il tenente non le aveva chiesto di legarsi braccia e gambe.
Immagin che le praticassero un'endovena, nel braccio o sul dorso della mano, per iniettarle sostanze tossiche nel sangue.
L vicino il tenente stava parlando. Con quel suo tono borioso e prepotente, in cui si percepiva una certa eccitazione.
La Stagista cominci a ricordare... qualcosa.
La Stagista cominci a ricordare... era tutta raggomitolata. Non su un tavolo e non di schiena, ma strisciava a terra, la faccia insanguinata, il naso e la bocca sanguinanti, gli occhi pieni di terra.
Non voglio vai via mi fai schifo.
"La verit  che oggi una condanna a morte non significa quel che si pensa. Tutti quegli appelli - "ordinanze", "memorie", "controversie" - si trascinano per anni. Credetemi, per chi finisce nel braccio della morte, uomo - o donna! - che sia, il fattore "innocenza" conta poco. Potrebbe essere "innocente" del crimine per il quale verr giustiziato, ma non  innocente in assoluto.  un fatto statistico."
Segu qualche istante di silenzio. La Stagista strinse ancora di pi gli occhi, sforzandosi di vedere e di sentire.
Adesso era molto spaventata. Una sensazione come di morte era scesa su di lei, avvertiva un indolenzimento nei piedi, nelle gambe, che risaliva lungo il corpo... Aveva le dita intorpidite, il viso. Lui le aveva strappato la lingua.
Per non farla parlare. Non avrebbe pi parlato.
... non parla? Forse  anche sorda.
Ha delle ferite sul viso. Adesso pulisco il sangue.
Chiunque sia stato torner. Tornano sempre.
"L'ultima esecuzione qui a Orion ha avuto luogo a febbraio. Circa un mese fa. C' stato il caso di un'esecuzione - quel "Richard Karpe" di cui hanno parlato i notiziari - rinviata due, tre volte. Ges! Diamine, nessuno la considera una bella cosa per chi  coinvolto in una situazione simile - come i parenti della vittima o anche lo stesso condannato, sbattuto qua e l come un pupazzo. Un condannato a morte viene a patti con la propria vita,  pronto a morire. Potete chiederlo a tutti quelli che si trovano nel braccio della morte, la maggior parte ve lo confermeranno. Quasi tutti diventano dei ferventi cristiani. Ve lo confermeranno. "Avanti, procediamo" diranno. Prendete l'ultimo, Pop Krunk. Ve lo confesso, mi piaceva Pop Krunk, e io piacevo a lui. Aveva settantasei anni quando  morto. Era a Orion dal 1987. E prima stava a Raiford. Era dentro per rapina e lesioni personali aggravate. Era un tipo all'antica, con la barba e i capelli lunghi, come se ne trovano nelle Everglades.  finito nel braccio della morte per aver ammazzato a botte uno che aveva fatto resistenza durante una rapina, ma era anche accusato di altri omicidi commessi a Tampa. Pop diceva che gli avevano "strappato la confessione" con l'inganno, poi aveva cercato di "ritrattare", come si fa, ma il giudice lo ignor e chiuse il caso in fretta. Ed ecco che subito spunta una squadra di giovani avvocati che cercano di ribaltare la sentenza, e si tiene un nuovo processo, Dio solo sa perch! Si pu sempre fare un nuovo processo, ma nessun processo potr mai stabilire la colpevolezza "con assoluta certezza", magari l'avvocato si addormenta durante il dibattimento, o si presenta malato o ubriaco,  cos che va. Insomma il mese scorso discutono di un altro rinvio, cercano di convincere il governatore a commutare la sentenza, lo stesso Pop Krunk non si era mai lamentato di aver paura di morire o di essere trattato ingiustamente, almeno non con me. Ha fatto una buona ultima cena: Big Mac e patatine fritte, anelli di cipolla fritti, frapp al cioccolato. Se volete sapere se gli ho tenuto compagnia vi rispondo s, ma la cosa triste  stata che il vecchio Pop ha cominciato a mangiare tutto affamato ma poi ha rallentato, e non  arrivato nemmeno a met, ha messo gi il Big Mac e ha detto che, merda, gli era passata la fame.
""Lo vuoi tu il frapp?" mi fa Pop. Io gli dico: "Ok, grazie".
"Vi ho detto che Pop Krunk stava su una sedia a rotelle? Prima girava con le grucce, le gambe e i fianchi paralizzati dall'artrite, non fingeva, stava male davvero, gli si leggeva in faccia il dolore, e cos l all'infermeria gli hanno dato quella sedia a rotelle, ci passava quasi tutto il tempo seduto sopra, nella sua cella. Sapete, una volta che viene pronunciata la sentenza di morte, comincia il conto alla rovescia, solo una telefonata del governatore pu rinviare l'esecuzione. Ma stavolta non c' stata nessuna telefonata. Stavolta Pop non ha avuto fortuna. Lui lo sapeva. Cos come sapeva prevedere il tempo, per esempio l'arrivo di un uragano. Con quel tempo, le ossa gli facevano pi male. Insomma aveva previsto che il governatore non avrebbe telefonato. Quando siamo andati a prenderlo con il cappellano, Pop non sembrava pi lui.  una cosa che fa riflettere. Ci si aspetta un certo... ci si aspetta un certo comportamento dalle persone che conosci. Pop aveva il viso imperlato di sudore. Aveva chiuso gli occhi, la bocca, cercava di non respirare. Aveva provato a strozzarsi, soffocarsi, asfissiarsi. Ma non c'era riuscito, l'istinto della respirazione  troppo forte. E cos quel poveraccio ha cercato di impiccarsi. Sulla sua sedia a rotelle. Ansimava, sudava, e pregava. Lo abbiamo portato qui sulla sedia a rotelle, gi per una piccola rampa accanto alle scale. Ma la carrozzella non entra nella campana subacquea, cos abbiamo dovuto sollevarlo in piedi e portarlo dentro. Io ero una delle guardie incaricate di scortarlo. Il povero Pop Krunk tremava come non l'avevo mai visto prima. Gli dico: "Pop! Puoi farcela. Diavolo, amico, andr tutto bene". L sulle sedie in prima fila c'erano dei parenti delle vittime, qualcuno persino pi vecchio di lui. Ges, hanno aspettato un'eternit. E qui c' il direttore, e il commissario della prigione, e alcuni giornalisti. Pop non voleva entrare, era terrorizzato.  stato costretto a lasciare la carrozzella. Si  aggrappato alla porta della campana, abbiamo dovuto strappargli la presa. Il cappellano gli ha detto: "Adesso non deluderci, Pop. Ci aspettiamo di pi da te, Pop. L ci sono i parenti delle vittime, che chiedono giustizia. Da' loro quel che si meritano, Pop". E Pop ha capito che era giusto cos. Lo stavano legando su quella sedia, si  subito raddrizzato. Siamo rimasti tutti sorpresi. E improvvisamente, con un sorriso, Pop Krunk ha detto: "Ehi!  un giorno bellissimo per morire".
"Quelle parole sono state come un segnale. Gli abbiamo messo il cappuccio sulla testa e l'abbiamo legato."
Ti far di nuovo del male. Ti uccider.
Non puoi tornare indietro. Mai pi.
... ti protegger. Lo giuro.
La Stagista non ascoltava pi la voce del tenente. Sentiva il cuore che rallentava, si fermava e poi si rianimava, ignorava da dove arrivasse quella forza che la riportava in vita. Sul tavolo dove era stesa erano morti degli uomini. In quella campana subacquea color carta da zucchero degli uomini avevano sofferto una fine orribile. Quegli altri, che l'avevano preceduta, quel vecchio - Pop Krunk - era morto legato l. Gli avevano infilato degli aghi nelle braccia vecchie e scarnite e gli avevano iniettato nel corpo del veleno e lui si era afflosciato e aveva smesso di respirare e i testimoni avevano visto soltanto il cappuccio nero afflosciarsi, e sotto non c'era pi la testa di un uomo vivo.
Presa dalla disperazione, la Stagista si alz a sedere. Sentiva la pressione di quell'aria pesante, si sentiva debole. Si avvicin alla porta della campana barcollando e fra la sorpresa del tenente e degli altri visitatori si diresse verso la porta della camera della morte e la spalanc con forza in un gesto impudente.
Dietro di lei risuonarono delle voci. Ecco che all'improvviso la visita era finita.
Una volta fuori, la Stagista incespic e cadde. Ma respirava normalmente. Non era svenuta. Anni prima si era procurata delle cicatrici sulle ginocchia. Ma le vecchie cicatrici non si erano riaperte. Portava dei pantaloni di velluto a coste, per proteggersi le gambe. Giaceva l dov'era caduta, su un terreno sterposo fuori dalla camera della morte, all'estremit della squallida facciata dell'edificio in cemento che ospitava il braccio della morte. Stava raccogliendo le forze per rimettersi in piedi. Il tenente l'apostrof in tono di rimprovero. La chiam, irritato. Era spaventato perch un civile era caduto durante la visita condotta da lui, se un civile rimaneva ferito non era una buona cosa. Non era una buona cosa n per lui n per la visita a Orion. Il tenente usc dalla camera della morte e si avvicin alla Stagista, che stava cercando di rialzarsi, era in ginocchio. Le sanguinava il viso? Perdeva sangue dal naso? La Stagista si asciug il viso, mortificata, in preda alla vergogna. Gli altri visitatori la stavano scrutando, o almeno alcuni. La guardavano da dietro la porta della camera della morte. Non avevano capito cosa fosse successo. Cos'era successo? Dopo essere entrata nella campana, la Stagista aveva eseguito gli ordini del tenente e si era stesa sul tavolo ma poi, all'improvviso, era saltata gi ed era scappata. Si capiva che il tenente non era abituato a essere disobbedito.
La Stagista era stata colta dal panico ed era quasi svenuta. Ecco perch era scappata cos. E adesso il galante Investigatore dai capelli bianchi si fece largo tra gli altri e le si avvicin.
L'aiut a rimettersi in piedi. Lei era in ginocchio e tremava dal freddo.
Solo adesso si rese conto che lui si aspettava che scattasse delle fotografie all'interno della campana subacquea! Era ovvio.
Per quello le aveva dato l'orologio Sony. Era per quello?
Non riusciva a ragionare lucidamente. Al cervello era mancato l'ossigeno, erano entrate in circolo delle tossine e le cellule del cervello avevano cominciato a morire.
Ma ovviamente era per quello che le aveva dato l'orologio. Era per quello che aveva voluto che lo accompagnasse in quel posto orribile. E lei non ci aveva nemmeno pensato. Aveva pensato ad altro ma non a quello.
N ci pens adesso. Tutto - persino lui - venne spazzato via dall'enormit di quel momento.
" un giorno bellissimo per morire" disse.
1. Parola ebraica, che significa "faccia tosta", "insolenza" (NdT).

10

Il tradimento

Temple Park, Florida, marzo 2012

Non trovava il coraggio di dirlo.
Di pronunciare quelle parole. Non ci riusciva.
"... devo lasciarla. Mi dispiace tanto."
Lui non replic. Forse era rimasto sconvolto.
Forse era furibondo. Lei non riusciva a guardarlo!
Disse, balbettando: "... credo di dover tornare dove... io...".
Si sentiva svenire. Aveva un ronzio nelle orecchie, era la pressione alta.
"... stavo prima. Nel posto da cui sono "scomparsa"."
L'Investigatore si allontan da lei. Improvvisamente, l'Investigatore usc dalla stanza.
Lei sent sbattere forte una porta. E poi un'altra. Si copr le orecchie con le mani.
Tra loro non era mai accaduto nulla di simile. L'Investigatore e la sua Stagista: i loro rapporti erano sempre stati rigorosamente professionali, impersonali.
Non si accorgeva che lei lo guardava. (Vero?)
Non si accorgeva che lei gli sorrideva, alle spalle. (Vero?)
Gli occhi celesti dell'Investigatore si posavano su di lei. Il suo non era uno sguardo tenero, affettuoso, eppure, nel vedere che l'Investigatore la guardava, con quel sorriso beffardo, con quel sorriso perplesso e ingenuo, lei provava un moto di speranza e di desiderio; provava una sensazione che da tempo credeva sopita, per il disgusto e la vergogna di s.
"McSwain! Venga, mi serve un consiglio."
Oppure gridava: "McSwain! Qui".
Come molti suoi coetanei, l'Investigatore fingeva di non intendersi di informatica. Non sapeva navigare in rete come la Stagista. (In realt non era vero. L'Investigatore se la cavava discretamente con il computer, almeno con i programmi che conosceva. La Stagista invece procedeva a casaccio, alla cieca, con una pazienza dovuta al disperato bisogno di non farsi prendere dall'isteria. La Stagista trasudava calma per principio.)
"McSwain!" A volte il grido era supplichevole, un cri de cur. Eppure l'Investigatore sapeva anche essere divertente.
Le chiedeva di aprirgli un barattolo. Una lunga, grossa bottiglia del suo succo preferito, quello di melograno. Perch?
"Ovviamente le sue dita sono pi forti delle mie, McSwain. Lei  giovane, ha una buona presa."
Non si trattava di leggere dei caratteri minuti. Non si trattava di usare un telecomando, un "menu". "Non ho mai imparato a usare un "menu". Ci pensi lei, McSwain."
Adesso non pi. Adesso il tono fra loro non era spiritoso, allegro.
Perch lei stava cercando di non andare in pezzi. Di comportarsi con estrema cura, con cautela. Nella campana subacquea dipinta di quel bizzarro carta da zucchero, aveva capito quanto fosse arrivata vicina all'annientamento, all'estinzione.
In quel luogo la morte veniva affrettata. La morte non arrivava per caso o per una serie "naturale" di eventi: la morte veniva decretata, la morte veniva comminata.
Aveva la nausea per il senso di colpa. Aveva il disgusto per il senso di colpa.
Quella sera nella casa con le pareti a vetri dell'Investigatore, sul canale Rio Vista. Quella sera dopo la spossante visita al carcere Orion, da cui erano tornati solo nel tardo pomeriggio.
Per quasi tutto il tragitto era stato l'Investigatore a guidare il SUV. La Stagista si sentiva debolissima, aveva le vertigini. Si sentiva svuotata.
Era la prima volta che crollava in quel modo, da almeno un anno.
La prima volta che le succedeva da quando era stata assunta.
Era a pezzi, come vetro in frantumi che le fosse sfuggito dalle mani infrangendosi.
Gridi, ma  troppo tardi. Una volta in frantumi,  troppo tardi.
Sulle prime aveva cercato di rassicurarlo che non era niente. Non era niente, stava bene, ed era... be', era disgustata come lui per le rivelazioni del tenente, e per la visita, la visita di quell'orribile prigione!, si sentiva ansiosa, ed era...
Terrorizzata, ecco cos'era. La sua vita le sembrava acqua che scorreva in uno scarico, faceva un mulinello, e svaniva in un secondo.
L'Investigatore si ferm in un piccolo centro commerciale di South Bay.
La sped nel negozio di liquori. In quanto Stagista, fare acquisti era il suo compito abituale. Lui nel frattempo rimase in macchina, a sbirciare il suo taccuino, a prendere appunti.
Poi entr anche lui.
L'alto, signorile Investigatore dai capelli bianchi che somigliava al giudice in pensione di una serie televisiva.
E lei, la giovane donna che sembrava un ragazzo, vestita come un ragazzo, con i capelli rasati sulla nuca come un ragazzo, i calzoni di velluto a coste, la camicia di flanella, gli scarponcini da trekking. Sfilava per le corsie spingendo il carrello sotto le forti luci fluorescenti, senza sapere cosa ci facesse l.
Negli specchi convessi simili a folli occhi deformanti, posizionati in modo da sfolgorare lungo le corsie con gli scaffali pieni di bottiglie che emanavano bagliori scuri, la sua figura si muoveva furtiva, esitante, poteva sembrare (allo sguardo attento del proprietario che aveva subito furti e rapine chiss quante volte negli ultimi dieci anni) un ladruncolo tossico dal viso terreo e dall'aspetto di un dodicenne, di cui non c'era da fidarsi. Negli specchi convessi la sua faccia distorta era a malapena riconoscibile.
Perch era l, cosa faceva in quel posto? Dove si trovava?
"McSwain."
Si volt meccanicamente. Le venne in mente quel nome, Zeno.
Stava cercando di tenersi in piedi. Tutte le sue energie erano impegnate in questo, nello sforzo di tenersi in piedi. Era uscita dalla camera della morte incespicando, all'aria aperta, o in uno spazio dove qualcosa l'aveva investita con forza, come aria aperta e umida. Poi era caduta in ginocchio. Le energie del suo giovane corpo l'avevano abbandonata, e quando si era ripresa si era ritrovata esanime. Si erano alzate delle voci, svenendo aveva violato il protocollo delle visite di gruppo.
Non aveva vomitato. Non era stata colta dalla nausea, come temeva.
Adesso era nel negozio di vino, birra e liquori. Da qualche parte sul North New River Canal, in direzione sud, verso Fort Lauderdale.
Si sentiva le labbra fredde, intorpidite. Era esangue. L'Investigatore, un signore sulla settantina, non era tipo da allarmarsi facilmente. Davanti agli altri appariva compassato, calmo, distaccato, padrone di s. Davanti agli altri si mostrava cortese. Adesso, per, fissava la Stagista accigliato.
Ma lei  la mia giovane Stagista!  pi giovane e sana di me e deve sopravvivermi, per questo l'ho assunta, per prendersi cura di me, McSwain!
Era riuscita a trovare il whisky che le aveva chiesto l'Investigatore: il Johnnie Walker Black.
Era riuscita a infilare nel carrello un cartone da sei bottiglie del selz preferito dell'Investigatore, che lei beveva spesso durante i loro pasti improvvisati.
L'Investigatore le tolse il carrello dalle mani tremanti. Lo spinse verso l'uscita del negozio, dove la cassiera fissava apertamente quella coppia male assortita - cos'erano? Un padre, un nonno, un ragazzo, o forse una ragazza. La cassiera batt i prezzi con le dita saettanti, le lunghe unghie finte laccate, bellissime da vedere.
"McSwain, torni in macchina. Prendo io le bottiglie."
"No, l'aiuto, signore."
"Ho detto vada."
Non avevano l'accento della Florida. Non erano di quelle parti.
Era cos esausta! Era in macchina accanto a lui che sedeva alla guida, e le lanciava delle occhiate.
Non si era mai sentita cos debole.
L'Investigatore si chiese, preoccupato: "Forse dovremmo andare al pronto soccorso. Forse ha bisogno di un'iniezione di cortisone. Forse ha avuto una reazione allergica alla camera della morte".
Stavano percorrendo la Route 27 verso sud, diretti a Fort Lauderdale. Tutti i cartelli, dei tabelloni giganteschi, indirizzavano i viaggiatori verso sud, a Fort Lauderdale e sull'Oceano Atlantico.
Corpi femminili distesi sulla sabbia bianca, in minuscoli bikini. Corpi femminili dalla pelle luminosa e dorata, splendente.
No, protest debolmente la Stagista.
Niente pronto soccorso, niente visite mediche. Stava bene, insistette.
La Stagista aveva paura di essere visitata. Aveva paura che la trovassero.
Era semicosciente. Provava un certo conforto, un brivido quasi voluttuoso al pensiero di stare seduta accanto all'Investigatore, davanti al suo grande computer portatile, mentre lui visualizzava sullo schermo le numerose mini-foto che aveva scattato furtivamente a Orion. Mentre osservavano le immagini cercando di identificarle, e l'Investigatore riproduceva i nastri che aveva registrato, o aveva cercato di registrare (perch quelle registrazioni furtive, effettuate con un apparecchio in miniatura, non avevano un risultato impeccabile), e lei prendeva appunti, numerava, etichettava e infine stampava le foto, e le archiviava. Tutto ci era consolante, si sforzava di pensare la Stagista.
Siamo collaboratori. Impegnati in un progetto di giustizia sociale.
D'ora in poi lavoreremo insieme.
Perch lui sa di potersi fidare di me.
Quella sera erano le 22,40. Sembrava chiaro che la Stagista avrebbe trascorso la notte nella casa in affitto dell'Investigatore, dove c'era una stanza per lei, un lettino, una cassettiera e un bagno personale.
Dove si era fermata anche in passato, di tanto in tanto.
Balbett che doveva... la mattina... avrebbe dovuto...
Non aveva scelta ma...
... doveva tornare a casa.
(A casa! Quella parola non esisteva nel suo vocabolario, l'Investigatore non gliel'aveva mai sentita dire. Cos come non esisteva nel vocabolario dell'Investigatore, lei non gliel'aveva mai sentita pronunciare.)
(Non gli aveva assicurato, non aveva insistito, che i genitori non erano in vita, che non aveva familiari, nemmeno superstiti, con cui aveva rotto i ponti? Nessuna casa. E nessun ricordo di casa.)
Il suo datore di lavoro era sorpreso. Sbalordito. Non era un uomo (lo si capiva) che si lasciasse sorprendere facilmente, ma piuttosto (di questo andava fiero) uno che sorprendeva e turbava gli altri.
Le chiese se stava male.
Cos' che stava dicendo? Casa...
Gi, Sabbath McSwain non aveva una bella cera. Gli occhi cerchiati dallo sguardo fisso, come se avesse visto troppo.
Le disse: "Non c' niente di cui vergognarsi a sentirsi male. O a sentirsi deboli.
"Siamo tutti deboli, a volte, McSwain."
Parl con tenerezza. O almeno, ci prov.
Non voleva rapporti personali con la sua collaboratrice. Chiamarla "Stagista" era una sorta di scherzo, lei lo sapeva.
Lui non voleva un rapporto sentimentale, non voleva - era chiaro, su questo non c'erano mai stati dubbi - nessun genere di relazione intima.
Lei lo sapeva. Non avrebbe voluto turbarlo.
"Cazzo" esclam lui. "La porto in quel maledetto posto, e lei si sente male."
Lei sper che non si colpevolizzasse. Avrebbe preferito che incolpasse lei.
Lui aveva aperto la bottiglia di Johnnie Walker. L'Investigatore beveva raramente e solo quando, aveva notato la Stagista, era convinto di aver portato a termine un compito difficile o arduo, oppure se non era riuscito a portare a termine un compito difficile o arduo; quando voleva "festeggiare", e invitava cortesemente la Stagista a unirsi a lui. Vers il whisky nel bicchiere e lo bevve, ma non riusciva a credere a quello che la Stagista gli stava dicendo, che cercava di dirgli.
"Le  successo qualcosa nella "camera della morte". Nella "campana subacquea". Dannazione, non avrei dovuto mandarla l dentro."
"Non  stato lei, signore. Ho voluto andarci io."
"Al diavolo quel "signore". Mi chiami..."
L'Investigatore fece una pausa. Non trovava appellativi da suggerire alla sua dipendente.
"... mi chiami "coglione". L'ho fatta star male."
"Ma lei non c'entra. Sono stata io a volerlo."
"S, ma sono stato io a spingerla. Entrambe le volte."
Tra loro cadde il silenzio. La Stagista aveva paura di chiudere gli occhi, temeva di sprofondare nell'incoscienza, nell'estinzione.
Si ritrov a dire, balbettando: "Ma io... la amo. Credo di amarla, signore".
L'Investigatore rise. Il suo volto divenne paonazzo, come se la Stagista l'avesse schiaffeggiato.
"Ma ha cinquant'anni meno di me. Cristo, lei  una ragazza."
"Non sono una "ragazza". Non credo di essere mai stata una "ragazza". Ero - sono - una specie di scherzo della natura. Ma ho la forza di amarla, anche se lei non vuole che io la ami."
L'Investigatore rise di nuovo. Non riusciva a credere a quelle parole.
Bevve altri sorsi di prezioso whisky. Beveva e ancora non riusciva a crederci.
Come una macchina a folle velocit, destinata a schiantarsi, senza nessuno al volante.
Tra loro cal il silenzio. Ma era un silenzio carico di turbamento, non quello amichevole degli ultimi otto mesi.
Durante quei silenzi lei pensava: "Se tutto questo potesse continuare. Non per sempre, per sempre non esiste".
Osservava l'Investigatore (che per lei non aveva nome, in realt: era semplicemente lui) nel suo grande ufficio all'istituto, o a casa nel suo studio, al computer, che fischiettava tra s, allegro e tutto preso dal lavoro, mentre ascoltava le note cristalline del primo Mozart simili a gocce di pioggia, e pensava segretamente, come una sovversiva: "Se tutto questo potesse continuare, non chiedo altro".
Sperava solo di aiutare l'Investigatore a redigere il nuovo rapporto della serie VERGOGNA! L'Investigatore aveva previsto diciotto mesi di viaggi e ricerche. La Stagista era rimasta sorpresa nello scoprire che, malgrado fosse un autore di best seller, a quanto pareva l'Investigatore non sapeva cosa avrebbe scritto finch non iniziava a mettere nero su bianco: era come brancolare nel buio, aveva detto. Ma era fiducioso, dopo gli altri esordi incerti, che avrebbe completato la stesura del manoscritto, e che i suoi sforzi sarebbero stati ripagati.
Era convinto che i passi pi efficaci sarebbero stati i resoconti delle esecuzioni da parte dei testimoni oculari. Sperava (era cos assurdo? L'Investigatore aveva dei contatti nelle facolt di diritto) di ottenere un permesso per assistere a un'esecuzione in uno degli Stati su cui aveva deciso di concentrarsi, Florida, Texas, Louisiana ecc. Con un po' di fortuna (ma era un pensiero orribile!) avrebbe assistito a una delle numerose "esecuzioni malriuscite" che si verificano normalmente, e di cui di rado si d notizia. In tal modo, con il libro VERGOGNA! e sui mezzi d'informazione avrebbe testimoniato la disumanit della pena di morte; forse avrebbe esercitato pressioni sul Congresso. Di certo i passi pi efficaci del libro sarebbero stati i resoconti di testimoni oculari di "esecuzioni malriuscite", nel comune linguaggio colloquiale americano, come quello del tenente che aveva condotto la visita.
In quegli ultimi otto mesi era diventato dipendente dalla Stagista.
Non da lei in quanto tale, si era affrettato a spiegare. Ma da lei in quanto sua collaboratrice.
E ora, all'improvviso e incredibilmente, senza una ragione, il loro rapporto sembrava giunto al termine.
Lei stava dicendo, oh, cos' che stava dicendo?
Lui rispose: " un tradimento".
Adesso era furioso con lei. In un istante la sua sorpresa, la sua preoccupazione, la sua comprensione, il suo imbarazzo di fronte a quel balbettio si erano trasformati in furore.
"Mi aveva dato la sua parola che mi avrebbe aiutato in questo progetto. Gliel'avevo detto, ci vogliono circa diciotto mesi. L'ho istruita, ho investito del tempo su di lei, e ora mi dice che deve andarsene - tornare a "casa" - il che significa che quando abbiamo fatto il colloquio mi ha mentito. Mi ha mentito e mi ha tradito."
"Io... io cercher di tornare. Non so quando, io..."
""Tornare"! Se adesso va via, non "torner" pi."
"Ma io... io spero di rivederla, dottor Hinton..."
(Anche se "Hinton" non era il suo nome. Quale fosse il suo nome, alla Stagista non era stato detto.)
Lui rispose, severo: "Non c' bisogno che ci "rivediamo", McSwain".
"Ma quando... se... Dopo..."
"Non posso aspettare che torni. In qualunque posto lei pensi di andare, a "casa". Dov', nella regione settentrionale dello Stato di New York?"
L'Investigatore parlava in tono beffardo, con voce roca. La Stagista non lo aveva mai visto cos agitato.
"La chiamer. Cercher di..."
"Mi aveva dato la sua parola. Mi ha tradito. Non potr pi fidarmi di lei, McSwain."
La Stagista cerc una risposta. La Stagista si sent mancare per la vergogna, per il disgusto di s.
La Stagista era convinta di aver tradito l'Investigatore.
Tradimento, era la parola esatta.
Lo aveva tradito. Aveva tradito molti altri.
"Cercher un altro collaboratore, far colloqui. Metter degli annunci. Sono certo di poter trovare una sostituzione. Stavolta insister sulle "competenze informatiche". Ma non contatter pi Chantelle Rios."
L'Investigatore parlava in tono risentito. Era evidente, quell'uomo era rimasto profondamente ferito.
La Stagista avrebbe voluto abbracciarlo ma non osava. Sapeva che quell'uomo di cinquant'anni pi di lei l'avrebbe guardata con disgusto, l'avrebbe allontanata come si allontana un serpente che ti sfiori il braccio.
La Stagista ebbe di nuovo la sensazione che qualcosa dentro di lei andasse in pezzi. La sua personalit si stava frantumando. Aveva rabberciato un'identit, mettendo insieme i cocci, li aveva incollati, appiccicati, inchiodati, uniti con il nastro adesivo, e per lungo tempo quell'identit era riuscita ad affermarsi. Ma adesso, dopo il senso di soffocamento provato nella camera della morte, dopo la condanna a morte che, aveva capito, era la sua, stava crollando.
E cos, incespicando, and via dall'appartamento in affitto dell'Investigatore. Naturalmente non vi avrebbe trascorso la notte. Non sarebbe pi tornata. L'Investigatore aspettava che se ne andasse, le avrebbe sbattuto la porta alle spalle e avrebbe chiuso a chiave.
Sulle scale, la Stagista perse l'equilibrio. Stava per sbattere la testa sulla ringhiera ma per miracolo riusc a non cadere.
"Cazzo. Maledizione, cazzo."
Disgustato, l'Investigatore la trascin su per le scale. La mise su una sedia.
L'Investigatore aveva l'alito che sapeva di whisky.
Era in preda alla collera. Al disgusto.
Teneva la Stagista dritta sulla sedia, in modo che non si accasciasse, non si afflosciasse, non cadesse.
La teneva fra le braccia. La Stagista piangeva come una stupida.
La Stagista stava dicendo che doveva andarsene. Doveva tornare... a casa.
Era andata via da anni. Quanti, non lo ricordava.
Aveva fatto qualcosa di sbagliato, laggi. Aveva commesso un errore.
O meglio, le era successa una cosa che era stata un errore.
Per cui doveva tornare. Doveva chiedere perdono.
L'Investigatore non capiva un granch di quelle frasi sconnesse. Ascoltava, con aria affranta.
Quel giorno, l'11 marzo 2012, sembrava interminabile. L'Investigatore aveva settantacinque anni, come amava lamentarsi con la Stagista, non era pi giovane come un tempo.
Non aveva scelta, doveva consolare la Stagista, che gli prese le mani, gliele baci. Come una stupida la Stagista, che per otto mesi non aveva mai tradito la minima emozione, ora piangeva. Calde lacrime cadevano sulle mani dell'Investigatore. La Stagista si riempiva i polmoni di ossigeno, come se fosse sul punto di soffocare, perch al cervello arrivava solo una minima parte dell'aria che inspirava. "Va tutto bene" la rassicur lui, "prenda questo."
Dal medio della mano destra si sfil l'anello d'argento a forma di stella. La Stagista non aveva mai osato chiedere cosa significasse quell'anello, quale evento commemorasse. Ora l'Investigatore se lo tolse dal dito e lo fece scivolare su quello di lei.
Ovviamente l'anello a forma di stella era troppo largo per il dito sottile della Stagista.
L'Investigatore l'accompagn alla porta. Era ora, la Stagista doveva andare.
"Ha il mio numero" disse l'Investigatore. "Se ha bisogno che la raggiunga, mi chiami. Se invece ha bisogno di me, venga lei. Addio."
La Stagista se ne and versando lacrime. La Stagista se ne and incerta se l'Investigatore aveva davvero pronunciato quelle parole, se le aveva immaginate o le avrebbe immaginate quella notte stessa nel suo letto, nel sonno spossato e delirante che l'avrebbe riportata alla riserva di Nautauga, alla ragazza scomparsa e umiliata che incespicava per la riserva col terrore di essere annientata.
Se ne and dalla casa dell'Investigatore sul canale Rio Vista, girando e rigirando intorno al medio della mano destra il bellissimo anello con la stella d'argento, che le stava troppo largo.

11

Il salvataggio

Luglio 2005 - ottobre 2009

Lui aveva detto: "Non voglio vai via mi fai schifo".
Per molto tempo non riusc a parlare.
Muta come se le avessero reciso le corde vocali. Come se le avessero ficcato in bocca e gi nella gola manciate di terra.
La faccia affondata nel fango. Brutta brutta brutta non meriti di vivere.
Era morta quando lui l'aveva spinta via.
Era morta quando l'aveva gettata via come immondizia.
Come un animale ferito aveva strisciato nel sottobosco. La vergogna per una simile offesa, per l'umiliazione fisica subita. Un animale ferito vuole solo nascondersi, per morire. Nel momento della morte, della dissoluzione, bisogna essere soli.
Loro - i Mayfield -, quando le figlie erano piccole, avevano un cane. Un bellissimo setter marrone maculato, si chiamava Rob Roy; aveva dodici anni quando cominci ad allontanarsi da casa, prima misteriosamente solo per qualche ora, poi pi a lungo, alla fine una notte intera, gli occhi lucidi d'un tratto spenti, senza badare pi a loro, come se fosse attratto da qualcos'altro.
Lo chiamarono e richiamarono: "Rob Roy! Rob Roy! Rob Roy, da bravo, torna a casa!". Ma Rob Roy non era tornato e alla fine l'avevano trovato - le bambine che piangevano disperate, Zeno e Arlette con il cuore a pezzi -: il coraggioso Rob Roy era strisciato via per andare a morire nel fitto sottobosco che si stendeva oltre il cimitero della chiesa episcopale; probabilmente era morto di cancro, come aveva ipotizzato un veterinario amico dei Mayfield, e da quel momento Zeno cominci a ripetere sommessamente la frase: "Come Rob Roy", e gli altri della famiglia sapevano che con quelle parole alludeva alla dignit, al coraggio, all'altruismo, al desiderio di risparmiare gli altri, al gran cuore di quel cane.
Quale fosse il motivo, la ragazza sventurata non avrebbe saputo dirlo.
Provava un'enorme vergogna, una grande mortificazione. Inspiegabile.
Strisciava sulle mani e sulle ginocchia ferite. Sulle pietre, sui ciottoli acuminati lungo la sponda stretta. Nel buio fitto, sotto un cielo livido. E lui l'aveva chiamata, infuriato, spaventato: "Cressida! Dove sei! Torna qui... dannazione, torna qui! Mi dispiace...".
O forse l'aveva chiamata e lei non aveva sentito.
O forse l'aveva chiamata, ma non abbastanza forte, le parole erano state sospinte indietro dalle raffiche del vento calde e impetuose sotto quel sulfureo cielo estivo.
Perch anche lui - un reduce della guerra in Iraq, ferito, decorato, che aveva riportato numerose menomazioni, e deficit neuropsicologici - era confuso, stordito; aveva bevuto nonostante assumesse dei farmaci psicoattivi, anche se sapeva, avrebbe dovuto saperlo, gli era stato detto, che non doveva bere nemmeno un goccio d'alcol mentre assumeva quei farmaci, e soprattutto non avrebbe dovuto guidare; parlava biascicando, non ci vedeva bene nemmeno dall'occhio sano, non aveva la forza di fare quello che avrebbe fatto in altri momenti: scendere dalla Jeep e seguire la ragazza mortificata, con il viso insanguinato, la sorella minore della sua fidanzata.
Seguirla e riportarla indietro. Non aveva il coraggio di prenderla in braccio e riportarla nella Jeep.
Invece lei era scappata. Non era riuscito a vedere dov'era andata quando si era buttata gi dalla macchina.
Nel cielo c'era una luna sfuocata. Velata da nubi temporalesche.
Si sentiva lo sciabordio del fiume Nautauga. Una corrente bianca e spumosa, che nei punti pi bassi formava delle rapide.
Pi gi, il fiume era profondo quasi cinque metri. La riva era scoscesa, pericolosa.
C'erano dei cartelli di divieto di balneazione, posti a intervalli e consunti dal tempo.
Lei voleva scivolare nel fiume e abbandonarsi alla corrente, nessuno avrebbe saputo che era stata respinta, rifiutata.
Basta! Vattene! Che vuoi fare... non vorrai...
L'aveva spinta via d'impulso, come se fosse scioccato, un ragazzo schizzinoso - un fratello, un cugino - che lei aveva osato toccare in un modo che non doveva, che lui trovava ripugnante.
Aveva reagito d'istinto. Non era una cosa giusta.
Anche se aveva bevuto per ore, e non era un moralista.
Brett Kincaid: non era un ragazzo con cui farsela.
Certo, prima era un bel ragazzo. Ma adesso, dopo che la fidanzata l'aveva mollato, e la famiglia di lei lo trattava di merda perch era un rottame e non era certo bello a vedersi, adesso Kincaid non era il tipo con cui farsela.
Eppure, Brett aveva accompagnato la sorella pi giovane a casa, o almeno quella era l'intenzione. Cos avrebbero raccontato i testimoni.
Ma non erano arrivati a casa: non era andata cos.
Eppure, era quello che aveva intenzione di fare. Brett non era cos sbronzo da non sapere cosa stava facendo o chi era quella ragazza, la minore delle Mayfield non era una con cui avere una storia di sesso, di certo non era il tipo da sapere cosa fosse il sesso. Di donne, e di ragazze, ce n'erano, ma lui non era pi interessato alle ragazze. Soprattutto dopo l'Iraq. Si teneva alla larga dalle ragazze, combatteva con una sensazione di nausea e di paura.
E forse dopo la guerra (circolavano delle voci, messe in giro con risolini e ghigni di scherno dai vecchi compagni di scuola di Brett) il caporale Kincaid era diventato impotente. Forse al posto del pene quel poveraccio aveva un pezzo di carne floscia, nemmeno in grado di reggere un catetere.
Tra loro si era creato un equivoco. Forse era cos.
Anche lei, la minore delle Mayfield, aveva bevuto. Solo una birra, e subito aveva avvertito una sensazione di euforia, si sentiva audace, rideva. Brett. Guardami, per una volta. Sai cosa siamo? Anime gemelle. Adesso tu sei sfigurato come me.
Lui era rimasto scioccato da quell'osservazione. L'aveva profondamente ferito, insultato. Ma poich la ragazza era sola, e si sentiva responsabile per lei perch conosceva la sua famiglia, aveva cercato di ignorare quell'insulto. Aveva pensato: " solo una mocciosa. Che cazzo ne sa!".
Era evidente, Cressida Mayfield non era abituata a bere. E il frastuono che c'era al Roebuck Inn - gente che parlava a voce alta, le risate, la musica - l'aveva agitata.
Nel parcheggio c'era un rumore assordante di moto. Gli Hell's Angels degli Adirondack.
Una ragazza sola al Roebuck, il sabato sera: che errore madornale.
Una cosa stupida, insensata. E non sapeva come tornare indietro.
Ma poi, perch non provarci?
Lei amava il fidanzato di sua sorella. Non doveva vergognarsi per quell'amore.
E pi ci pensava, pi pensava al suo amore per Brett Kincaid, pi si convinceva che era la cosa giusta, moralmente giusta da fare, anche se il cuore le batteva all'impazzata per la paura: dirlo a Brett.
Sua sorella l'aveva lasciato (vero?), quindi non si poteva dire che Cressida sperasse di rubare il fidanzato a Juliet. Era una cosa orribile, innaturale, che la diciannovenne Cressida, che non aveva ancora avuto un fidanzato, non aveva mai baciato nessuno con passione, non era mai stata baciata con passione, provasse un desiderio cos forte per Brett Kincaid; che volesse che lui la guardasse come guardava Juliet; che volesse toccare, accarezzare le cicatrici frastagliate che aveva sul collo e sotto la mascella, le cicatrici livide, fibrose e sinuose che gli aveva intravisto sulla schiena. Il fatto che zoppicava, che aveva perso la vista da un occhio, che sul viso gli si dipingevano smorfie di dolore come per una scarica elettrica che gli attraversava il corpo, anche se ne rideva, o cercava di riderne; il fatto che non si lamentava, non denigrava l'esercito degli Stati Uniti come qualcuno lo spingeva a fare; che era rimasto lo stesso di un tempo, anche se imprigionato nel corpo deforme di un veterano ferito, e negli occhi gli si leggevano lo shock, l'infelicit e la rassegnazione per la sua condizione: tutto ci non faceva che accrescere in Cressida l'amore per Brett Kincaid.
Erano passati mesi, eppure lei aveva l'impressione che gran parte della sua vita negli ultimi anni fosse scivolata via come in un sogno. Adesso  il mio turno. Perch non dovrebbe esserlo?
Era convinta di amare Brett Kincaid pi di quanto l'aveva amato o era stata capace di amarlo sua sorella.
Ne era convinta: Lo deve sapere!
Quella sera a casa di Marcy Meyer. Quella sera era quasi svenuta vedendosi seduta a tavola insieme a quelle donne: Marcy, la sua compagna di liceo, la madre e la nonna di Marcy; i cibi che avevano mangiato, gli odori della cucina, la carta da parati cos familiare, la carta igienica rosa profumata nel bagno degli ospiti vicino alla sala da pranzo, le domande poste in maniera goffa dai soliti adulti pieni di buone intenzioni: "E com' la St Lawrence University, Cressida? Ti piacciono i professori?".
Quella che si ritrovava a vivere era una vita monca. A Canton, durante le passeggiate solitarie di primo mattino lungo il fiume San Lorenzo, d'un tratto, quando dimenticava la vita che conduceva, si sentiva felice; le circostanze (arbitrarie, accidentali) che l'avevano imprigionata, come un animale preso in trappola.
Gi allora amava Brett Kincaid. Prima di tornare a casa all'inizio dell'estate.
Prima di rivederlo, cos cambiato.
Era lui, eppure era diverso.
 davvero difficile riuscire a capire - si figurava di spiegare a un pubblico immaginario - che anche se provi qualcosa intensamente, se lo credi intensamente, senza avere dubbi, quel che provi e credi non  vero.
Al corso di storia della scienza alla St Lawrence il professore aveva tenuto una lezione sull'iper-selezionismo. Era una teoria evolutiva in contrasto con la teoria dell'evoluzione darwiniana sulla casualit della selezione naturale.
L'antagonista di Darwin, Alfred Russel Wallace, non credeva pienamente nella selezione naturale: era un'idea troppo radicale per l'epoca. Wallace credeva che il cervello dell'Homo sapiens fosse stato "creato da un'intelligenza superiore" e quindi non potesse essere il risultato di eventi casuali: "Un'intelligenza superiore deve aver guidato lo sviluppo dell'uomo verso una precisa direzione".
In anni recenti, l'iper-selezionismo era stato riesumato dalle religioni americane di orientamento reazionario, che credevano in un disegno divino.
Cressida sapeva che gli intellettuali e gli scienziati seguivano le teorie di Darwin, non quelle di Wallace. E sapeva che con ogni probabilit a trionfare era la casualit, e non un "disegno" della vita.
Eppure il sentimento che provava per Brett Kincaid era cos forte, cos particolare, che le sembrava fosse stato voluto "da un'intelligenza superiore".
Non aveva rivelato a nessuno il suo segreto. Ovviamente Cressida Mayfield non aveva fiducia negli altri.
Con Marcy Meyer si era costruita l'immagine di una Cressida furba, astuta e indifferente, che se ne fregava dei ragazzi, se ne fregava dei giovani; una ragazza sarcastica che prendeva in giro - in modo crudele, spregiudicato - quei pochi ragazzi del liceo a cui sembrava "piacere". (A un ragazzo - uno scansafatiche grasso - che a una lezione di matematica l'aveva invitata balbettando a un ballo scolastico, aveva risposto con un'offensiva risata di scherno; e lo stesso aveva fatto con delle ragazze ancora meno popolari di lei e Marcy, che l'avevano invitata a cena, a feste di compleanno o a dormire a casa loro.) Cressida non avrebbe mai confidato a Marcy quello che provava per Brett Kincaid. Non sarebbe mai scoppiata a piangere coprendosi il volto con le mani e singhiozzando: Oh, Dio! Quanto lo amo, lo amo da morire.
(A Cressida piaceva che Marcy Meyer la adorasse, anche se in quel suo modo tacito, timido, docile. Non disprezzava apertamente Marcy Meyer, ma non riusciva nemmeno a prenderla sul serio. Come aveva detto ai genitori liquidando in due parole la sua amica pi intima: "Oh, vado solo da Marcy! Se non ho niente di meglio da fare, come credo, stasera vado da lei".)
Trovava eccitante, allora, nel suo gretto cuoricino piccolo come un pezzetto di carbone, ingannare Marcy. L'amica si aspettava che Cressida si fermasse dopo cena, dopo aver rigovernato la cucina - Cressida aveva dato una mano, non aveva potuto farne a meno, anche se ne aveva abbastanza di quella gente e di quella casa -, per guardare insieme un DVD. Ma Cressida aveva detto che non poteva fermarsi fino a tardi, l'indomani doveva alzarsi presto per fare una corsa o una passeggiata e poi doveva lavorare a dei nuovi disegni a inchiostro, ma vedendo l'espressione delusa sul volto dell'amica, le aveva detto: "Poi ti chiamo. Magari facciamo qualcosa la prossima settimana".
Era eccitata alla prospettiva di andare al Wolf's Head Lake. Lei, Cressida Mayfield!
Marcy aveva insistito, ovviamente voleva accompagnarla in macchina a casa: " sabato sera. Fuori c' un sacco di gente. Sai, motociclisti, gente non del posto. Ti accompagno".
"No, grazie! Vado a piedi."
"Ma Cressie..."
Cressie un cazzo! Dannazione, non sono la tua Cressie, proprio per niente.
D'un tratto irritata, le aveva ripetuto no grazie, voleva fare due passi.
Della serie: Voglio stare da sola. Ne ho abbastanza delle vostre chiacchiere insulse, banali e noiose.
Un tempo Zeno prendeva in giro Cressida perch faceva piangere le sue amichette. Fin dalle medie, ma a quanto pareva senza rendersi conto, o comprendere, che significato poteva avere il comportamento per cui prendeva in giro la figlia, se le cose stavano cos.
Se una ragazza prende una cotta per me, io la calpesto!
 inutile che vi lamentiate, che ammicchiate, non mi fate pena.
E non chiamatemi "Cressie", non davanti agli altri.
Aveva augurato la buonanotte a Marcy e alle altre. Le aveva ringraziate per "la splendida cena, come sempre" e si era allontanata a grandi passi sul vialetto, come sospinta da una forza.
Finalmente libera! Finalmente poteva respirare!
Aveva pensato tutta la sera al caporale Brett Kincaid. Tutto il giorno, tutta la notte prima. Si era ripetuta ci che gli avrebbe detto, e il tono in cui l'avrebbe detto.
E se lo ripeteva mentre chiedeva un passaggio per Wolf's Head Lake.
Non era una cosa tanto insolita, se non avevi la macchina o qualcuno che ti accompagnasse.
O almeno era quello che aveva dedotto Cressida.  facile trovare un passaggio, all'andata e al ritorno, il sabato sera d'estate.
Aveva diciannove anni. Cressida Mayfield non era mai stata a Wolf's Head Lake di sera.
Non aveva mai sopportato le ragazze che andavano l, ai laghi, a sbevazzare ai party sulle barche, a ballare nei locali sul lungolago o a vedere i fuochi per la festa del 4 luglio. La notte del 4 luglio loro i fuochi li vedevano da Carthage, a chilometri da l, vedevano il cielo su Wolf's Head Lake illuminato da bagliori di fiamme e i botti che sembravano frustate sulla carne.
Ma anche se non sopportava quelle ragazze da cui i ragazzi e gli uomini erano attratti, avrebbe voluto non desiderare di essere come loro. Cressida Mayfield era troppo vanitosa e troppo orgogliosa del cognome che portava per desiderare di essere qualcun'altra.
Quella intelligente. E la persona che sopportava di meno era quella carina.
Comunque, Cressida non avrebbe fatto a cambio con Juliet. Voleva rimanere se stessa, ma essere ammirata, amata, adorata, come lo era sua sorella.
Quando entr nel Roebuck, lo vide. In mezzo agli altri, il caporale ferito era diverso da come uno se lo sarebbe aspettato, era un'altra persona, il volto aveva un'espressione dura, truce e minacciosa.
La frase che si era preparata - Brett! Ciao! Posso sedermi? - si sciolse come neve al sole.
Era spaventata. Era confusa. Quel locale cos rumoroso non aveva nessun fascino. Uomini rozzi che sgomitavano, un odore di corpi maschili: aveva fatto uno sbaglio ad andare l.
Per c'era Brett Kincaid. Si fece strada verso di lui, d'impulso, a fatica, tra la calca indifferente, scortese.
Non sei carina. Chi ti ha chiesto di venire qui. Chi se ne frega di te.
Not, con disappunto, un'espressione sorpresa, contrariata, di disapprovazione sul volto del caporale.
La not malgrado le cicatrici che gli segnavano il volto, i punti di sutura. Anche se aveva un solo occhio sano nell'orbita devastata.
Era insieme ai suoi amici. I suoi odiosi amici.
In qualche modo si ritrov seduta accanto a lui. Forse gli faceva pena, o si sentiva responsabile per lei: l'aveva tirata per il braccio, imbarazzato, le aveva detto siediti qui, Cressida. Ok, Cressida.
Ti va una birra, Cressida?
Le ronzava la testa. Non era facile sentire, in quel locale rumoroso.
Bisognava gridare, per farsi sentire. Bisognava avvicinarsi e gridare nelle orecchie.
Questo proprio non se l'aspettava! Tutto quel frastuono, la confusione...
Juliet, che non si era mai lamentata del fidanzato, non sopportava i vecchi compagni di liceo di Brett, perch "si approfittavano" di lui, "non erano degni" di lui. Cressida ne era intimorita, li detestava - non si ricordava nemmeno i nomi, tanto la ripugnavano - e intanto quelli la fissavano sorpresi. E poi quei sorrisi lascivi.
Ges. La sorella di Juliet, come si chiama.
Ha un nome strano, Cassie? Cressie?
E cos aveva ingoiato presto diverse sorsate di una pessima birra acida e pungente, eppure com'era buona, quanto era eccitante stare in quel posto con il caporale Brett Kincaid.
E nessuno sapeva dov'era. A casa non lo sapevano.
Ma c'era un tale frastuono al Roebuck Inn, non si sentiva nemmeno la propria voce. Per farsi sentire da qualcuno ci si doveva chinare verso di lui, alzare la voce, quasi gridare, in tono roco, nelle orecchie degli altri.
Nei suoi sogni con Brett Kincaid non era cos. Nei suoi sogni, Brett Kincaid e Cressida Mayfield stavano insieme soli, in un posto bellissimo, e non avevano bisogno di dirsi chiss cosa.
Si capivano, in silenzio.
Be', era ovvio. Erano anime gemelle.
Brett l'avrebbe capito. L'aveva sempre saputo. Juliet era stata solo una distrazione per lui, una parentesi. Ma adesso...
Ma adesso Cressida sentiva la propria voce flebile, incerta, insicura: "Brett? Forse posso aiutarti. Come faceva Juliet. Magari potrei accompagnarti in macchina all'ospedale. Alla "riabilitazione". Vuoi? Dico sul serio. Voglio aiutarti. Oppure se hai bisogno... che so... di qualcosa per la tua salute... una trasfusione... un rene... un trapianto di midollo" - quelle parole bizzarre le uscivano di bocca senza che ci avesse mai pensato prima - "o magari se hai intenzione di iscriverti all'universit, qualcuno parlava di Plattsburgh... potrei accompagnarti io, cio, a visitare il campus, per iscriverti... non  lontano dalla St Lawrence dove sto... io...". (Sul viso sfigurato di Brett si dipinse un'espressione sconcertata, ma soprattutto offesa, tanto che lei avrebbe voluto implorarlo: Perch non mi aiuti? Perch non sorridi? Mi conosci: sono Cressida.)
Poi - malferma sulle gambe, barcollando - and in bagno.
Nel bagno delle donne si sent male. O poco ci manc.
Si schizz d'acqua il golfino di cotone bianco a righe, con i bottoncini di perla, che era di Juliet.
E poi, pi tardi, sper che gli amici di Brett - Rod, Stump, Jimmy - andassero via.
Disse a Brett che era tutto ok, stava bene. Non doveva preoccuparsi di riaccompagnarla a casa.
E Brett le disse che se ne andavano. Che l'avrebbe riaccompagnata a casa.
Nel parcheggio. In mezzo all'assordante frastuono delle moto.
Voci maschili, grida e risate grasse e volgari.
Lo ringrazi e gli disse di non preoccuparsi per lei. Mentre lui la portava alla sua Jeep Wrangler.
Gli disse no, dannazione, non voleva la sua carit.
Non essere ridicola, aveva ribattuto lui.
Sarebbe andata... con qualcun altro. Avrebbe chiesto un passaggio per Carthage a qualcun altro.
No, disse lui. Non lo farai.
Non stavano litigando. Ma probabilmente qualcuno li aveva notati nel parcheggio del Roebuck Inn, dopo la mezzanotte.
Il caporale Kincaid con una maglietta nera e pantaloni color cachi che parlava in tono concitato con la pi giovane delle sorelle Mayfield. L'aveva aiutata a salire sulla Jeep. A quanto pareva, la ragazza aveva opposto un po' di resistenza. Era malferma sulle gambe, aveva quasi perso l'equilibrio e lui aveva dovuto sorreggerla per un braccio per evitare che cadesse.
Biascicando, cerc di spiegargli qualcosa... che cosa, nemmeno lei avrebbe saputo dirlo.
Non ti voglio vai via mi fai schifo.
Questo le aveva detto. Parole terribili, che lei non avrebbe mai dimenticato.
Aveva pensato: "Come il napalm. Si attacca alla pelle".
Nella riserva. Era successo l.
Lungo la strada sterrata a nord del fiume. In alto, nel cielo, c'era una fioca luna pallida.
In qualche modo erano arrivati l. Era evidente che era stato Brett a volerci andare.
Dovevano parlare di certe cose, da soli. Del fidanzamento rotto e di Juliet.
E lei gli aveva ripetuto - in tono implorante - che erano simili, due anime gemelle. Era una cosa che capitava raramente nella vita, preziosissima.
Sembrava che lui avesse capito. Sembrava che la stesse ascoltando.
Poi si era ritratto.
No.  pazzesco. Vai via.
Non voleva ferirla. L'aveva spinta via, sorpreso, disgustato.
E lei l'aveva picchiato, come una bambina.
Come una bambina che picchia un adulto, convinta che lui non reagisca. Ma Brett l'aveva spinta via con un gesto rabbioso, irritato, lei aveva sbattuto la testa contro il parabrezza e le era uscito il sangue dal naso.
Era successo tutto cos in fretta! In fretta, e in maniera irreparabile.
Sembrava calmo e poi all'improvviso aveva perso la testa. Perch non stava bene: il caporale non era pi sano di mente.
Lo sapeva, Cristo se lo sapeva. Mischiare l'alcol con i farmaci.
Aveva bevuto, aveva assunto dei farmaci psicoattivi, e aveva guidato una macchina, la Jeep Wrangler, ma Brett Kincaid non aveva pi la patente.
Lo sapeva. Come sapeva che doveva proteggere quella ragazza, doveva accompagnarla a casa sana e salva.
Anche se l'avevano cacciato, i Mayfield erano ancora la sua famiglia. Perch lui non ne aveva un'altra.
Ma quelle strane sensazioni nel cervello lo stavano facendo impazzire. Nel delirio vedeva dei volti guizzargli davanti agli occhi e dissolversi. Doveva difendersi (ma dov'era il suo fucile?), altrimenti l'avrebbero ucciso.
Lealt. Dovere. Rispetto.
Dedizione. Onore. Integrit.
Coraggio.
Lei era una di loro, un'ombra minacciosa. Oppure... quella a cui aveva fatto del male, colpendola sul viso e facendola sanguinare.
Eppure... non era stato lui.
Il caporale Kincaid non aveva partecipato con gli altri. Ma quelli avevano mentito, lo avevano accusato.
Per disprezzo, per odio.
Non riusciva a capire perch quella ragazza fosse cos infuriata con lui. Incattivita, folle, gli aveva graffiato la faccia con le unghie.
Aveva dovuto difendersi. L'aveva afferrata per le spalle smagrite e l'aveva spinta via.
Ma si era divincolata. Si era liberata con uno strattone. Il golfino di cotone aveva una manica strappata, si era staccato un bottoncino di perla.
Era scesa dalla macchina cadendo goffamente a terra, in preda alla disperazione. Piangeva, gli gridava: "Ti odio ti odio ti odio ti odio", come una bambina che non sa quello che dice.
Credeva che lui le avrebbe fatto del male? Che l'avrebbe uccisa? O credeva che lui la detestasse profondamente, che volesse liberarsi per sempre di lei? Poi si era gettata fuori dalla Jeep, sul terreno roccioso, le mani e le ginocchia le sanguinavano.
Lui la stava chiamando. Si era sporto dalla portiera aperta della Jeep e la stava chiamando. Era spaventato, pentito. Nello stato confusionale in cui versava pensava che la Jeep fosse in movimento e che la ragazza si fosse gettata fuori dalla macchina in movimento per ferirsi, indispettita dal fatto che lui non poteva amarla come lei desiderava.
La chiamava, Cressida, torna indietro!
Ma era scomparsa. Vedeva solo il sottobosco, il fiume scintillante. Tent di seguirla. Voleva seguirla. Con quella gamba malandata, goffa come se fosse di legno, la testa dolorante che gli martellava, senza forze, come prosciugato di ogni energia.
Distrutto dal dolore, dalla vergogna.
Nel cervello si era aperto come un foro. Si allargava, come un pozzo che lo attirava, e che era l'antitesi del visibile: non aveva colore, era nero come la pece.
E risucchi il caporale.
Vedeva il proprio corpo portato a valle dalla corrente. Le avevano strappato i vestiti.
Un corpo nudo di donna d'un pallore cadaverico che si rigirava nella corrente schiumosa tra le rocce aguzze scintillanti.
Non avrebbe mai avuto l'uomo che amava. Non avrebbe mai avuto l'uomo che adorava.
E allora meglio farsi trascinare via dal fiume come un detrito, e finirla.
Poi la sorpresa del risveglio, qualcuno che la svegliava. Non era nel letto del fiume ma nel fosso di una strada dove era caduta, fuori dalla riserva, sui resti di una vecchia strada asfaltata.
Con le zanzare che le ronzavano sul viso, per tutta quella lunga notte. Con il corpo pieno di lividi, di morsi.
Con le membra rigide. La bocca e il naso pieni di sangue. La faccia tutta sporca, come se fosse stata immersa nel terriccio. E una donna alta accovacciata su di lei che la guardava meravigliata. Chi ti ha ridotto cos?
Non riusciva a parlare. Aveva gli occhi semichiusi. Tremava convulsamente. Aveva tanto freddo. La donna longilinea allung una mano per toccarla, esitante.
La bocca grottescamente gonfia. Il naso sanguinante.
Ce la fai a parlare? Ehi.
Poteva portarla da qualche parte? Al pronto soccorso?
Diavolo, no. Cazzo, al pronto soccorso no.
Sembra che l'abbiano buttata via. Scaraventata fuori da una macchina...
La faccia  piena di ferite. Adesso pulisco il sangue.
Devo chiamare la polizia?
Al diavolo il fottuto sceriffo! Non la consegner al nemico!
Per... se  ferita gravemente... Se ha qualche frattura al cranio e deve fare delle lastre?
Che io sia dannata se consegno questa ragazza nelle mani del nemico! Col cazzo.
Sembra muta. Forse  anche sorda.
La donna le appoggi una bottiglietta di plastica sulle labbra. Ma quasi tutta l'acqua le si vers sul mento, non riusciva a inghiottire.
Cerca di bere, eh? Forse sei di-si-dra-ta-ta.
E cos lei prov. Ma anche stavolta quasi tutta l'acqua tiepida scorse sul mento.
Era raggomitolata sull'erba umida, la donna le stava parlando con voce fredda e fremente di rabbia: Chiunque ti ha fatto del male lo rifar. Conosco questi bastardi. So come sono fatti. Non puoi tornare. Non puoi accusarli, testimoniare contro di loro. Ho visto un'altra ragazza come te. Quel dannato sceriffo dice sporgi denuncia: ma a nessuno gliene frega un cazzo di quel che ti succede. Ti far di nuovo del male, ti uccider. Non avere paura, piccola, ti protegger io.
La donna longilinea parlava con veemenza. L'altra donna, che lei non avrebbe mai visto, non parlava ma lasciava fare tutto alla compagna, che adesso si era chinata su Cressida, tremante, e che con un grugnito la prese in braccio.
Aveva un odore di menta, un odore astringente: forse dentifricio, o gomma da masticare.
Fu cos che venne salvata.
La portarono fuori dalla riserva di Nautauga e via da Carthage e dalla contea di Beechum, anche se pass molto tempo prima che un pensiero coerente si articolasse nel suo cervello ferito. Sono stata salvata, per miracolo.
Come chi sia stato sul punto di soffocare, strangolato, con l'ossigeno che non arriva al cervello, e all'improvviso passa un filo d'aria dalla bocca, dalle narici, che permette di respirare; e sembra un miracolo incredibile: respirare.
E a parte questo era tutto indistinto e incerto come le nebbie che si levano all'alba alle pendici degli Adirondack.
Era stata salvata. E non sarebbe pi tornata.
Non riusciva a parlare. Rimase a lungo muta.
Aveva riportato ferite alla testa. Aveva sbattuto contro qualcosa di duro, granitico.
E poi aveva una nausea terribile. Provava una grande vergogna.
Per il momento lo sforzo di articolare anche solo qualche parola era oltre le sue possibilit, come attraversare a nuoto un vasto fiume, scuro e impetuoso.
Viaggiavano sulla Interstate in direzione sud. Su un pickup Dodge del 1999, di una tonalit che la donna longilinea dai capelli biondo sabbia definiva o-ber-ginne, cio melanzana, e che secondo lei era un bellissimo colore funereo e spirituale.
Non riusciva a mangiare - a deglutire - cibo solido. Si sentiva lo stomaco contratto, attorcigliato. La donna le dava premurosamente dei succhi di frutta, con la cannuccia. Latte al cioccolato, frullati di banana e fragola.
Ho giurato a Dio che ti rimetter in sesto. Ti riporter in vita. Nessuno ti far pi del male, piccola.
Haley McSwain. Aveva trentadue anni. Aveva militato come sergente nella Guardia nazionale dello Stato di New York. Era di Mountain Forge, New York, negli Adirondack settentrionali. Si era arruolata nella guerra in Iraq ma non aveva preso parte ai combattimenti. In quel posto orrendo, che aveva cominciato a detestare cos come detestava i suoi commilitoni (non "compagni d'armi" ma "commilitoni"), era stata congedata per malattia. Prima aveva contratto un raffreddore cronico, degenerato in bronchite non curata, poi una virulenta forma di tubercolosi che non le era stata diagnosticata, e non si era potuta far visitare per settimane. I superiori erano indifferenti alle sue sofferenze. Era stata educata a non lamentarsi e a non mostrare debolezza, ma alla fine aveva capito che un comportamento simile era sbagliato persino in famiglia, figuriamoci con gli estranei. Almeno non l'avevano curata male come era capitato ad altri soldati, che erano morti per delle infezioni. Una sua amica era morta per una febbre violenta. Le dissero: se capita anche a te, Haley McSwain,  solo colpa tua. Mentre era in Iraq aveva perso una sorella di diciassette anni, Sabbath. Era la tragedia della sua vita. La ragazza era morta in un incidente automobilistico, uno scontro frontale sulla statale a Keene. Al volante c'era il patrigno, ubriaco. Haley portava con s, con immutato amore, le fotografie di Sabbath, il certificato di nascita e la tessera della previdenza sociale, credeva che fosse un modo per mantenere viva la memoria di Sabbath e non dimenticarla; ed era convinta che un giorno avrebbe incontrato di nuovo la sorella, sotto altre sembianze Non avrebbe mai perso la fede.
Quei documenti li avrebbe dati alla ragazza picchiata cos brutalmente, trovata sul ciglio di una strada nella riserva di Nautauga.
Una domenica di prima mattina, il momento giusto per i miracoli.
 Sabbath rediviva. Non chiedo altro, che in qualche modo Sabbath torni a vivere.
La ragazza assomigliava a Sabbath. Haley ne era convinta.
Come Sabbath, quella ragazza aveva grandi occhi d'un castano liquido. Come Sabbath, era minuta e aveva i capelli ricci scuri.
Sabbath era una ragazza bellissima, cos la considerava Haley. Questa povera ragazza malmenata, con la bocca gonfia, il naso e gli occhi contusi, non era certo bella, ma Haley non aveva dubbi, la sua anima avrebbe brillato come nuova una volta rinata lontano dai suoi aguzzini.
Haley stava andando in pickup a trovare la sua amica Drina, che dalle ultime notizie viveva a Miami.
Aveva lasciato il lavoro a Mountain Forge, faceva l'autista per la Valley Oil, un dannato impiego senza sbocchi, dove per di pi guadagnava meno rispetto ai suoi colleghi maschi.
Anche Drina era stata di stanza in Iraq. Si erano conosciute l, ma avevano perso i contatti quando Haley era stata rispedita a casa malata.
Erano tre o quattro anni che Haley era innamorata di Drina e, come le piaceva ripetere, lei era una persona paziente e fedele come nessun'altra.
"Tipo, hai visto le foto di quei cani che si piantano sulla tomba dei loro padroni? Che non smettono mai di amarli? Be', io sono cos. So essere paziente. Posso aspettare Drina per anni. Ci scambiamo mail, ci teniamo in contatto cos. Se non mi risponde fa niente, continuo a scriverle. Prima o poi risponder. Adesso sta con un'altra, ma non durer. Il sentimento che prova per quella persona finir. Lo so. Ho fede. Il sentimento per quella persona non durer come durer il mio per Drina."
Haley McSwain non era tipo da fare domande. Non si scervellava sui misteri.
Le bastava sapere che l'amata Sabbath era tornata da lei.
E come le era grata, Cressida! Cressida Mayfield le era diventata odiosa, ripugnante. Com'era tanto pi bella, Sabbath McSwain.
Quell'incontro sembrava scritto nel destino. Anche se lei era nata in aprile, e Sabbath in agosto, erano entrambe del 1986.
Tra le lunghe braccia di Haley. Avvolta in una coperta tra le braccia di Haley, dormiva profondamente come le capitava di rado nella sua vita di prima, quando il cervello dolente sferragliava, vibrava e sbandava come un ottovolante impazzito deragliato dai binari, ribaltandosi e schiantandosi - e adesso che tutto era finito lei piangeva di gioia.
Haley cap che la ragazza malmenata divenuta Sabbath non aveva nessuno che le volesse bene. Cap che nessuno avrebbe sentito la sua mancanza, se non chi temeva che potesse rivolgersi allo sceriffo della contea di Beechum, come avrebbe fatto un'altra nelle sue condizioni - ma lei non l'aveva fatto. Perch era fuggita da quel luogo funesto dove era stata distrutta.
Non una volta sola, ma ogni sera durante il loro viaggio a sud verso Miami, Haley aveva fatto il bagno alla ragazza malmenata, quando si fermavano in un motel per passare la notte. (La maggior parte delle volte si accampavano nel pickup. Se si fermavano in un campeggio, c'era l'acqua, ma non calda.) Le lavava teneramente il viso con un sapone che le pizzicava sulla pelle, le spalmava della bacitracina e la bendava. In Iraq il sergente McSwain era stata distaccata in un reparto medico, ammirava i dottori e le infermiere ma non sopportava, detestava i suoi commilitoni e i suoi superiori.
Indossava una camicia di flanella da uomo e una salopette. Un berretto della Valley Oil calato sui capelli corti color sabbia. E scarponi da lavoro nonostante il caldo estivo, perch diffidava di altre calzature: "Metti che devi scappare, all'improvviso. Scappare per salvarti il culo. Ovviamente ti rifugi nei boschi, e nei boschi ci sono dei pendii pietrosi, e cazzo puoi romperti una caviglia se non hai le scarpe adatte. Quindi  meglio essere preparati. Cazzo,  una cosa che impari quando sei sotto le armi".
Percorreva la I-95 in direzione sud sullo sferragliante pickup Dodge. Verniciato di un color melanzana, sulle portiere una farfalla dipinta a mano con le ali arcobaleno e dietro, sotto un telone impermeabile, valigie, borsoni, sacchetti della spesa e scatole: i beni terreni di Haley McSwain.
Drina non sapeva che lei stava venendo a Miami, non esattamente. Aveva pensato di farle una sorpresa.
Haley McSwain ascoltava musica country e western alla radio satellitare. Disse che Sabbath McSwain andava pazza per Johnny Cash - Hurt, I Walk the Line, Ring of Fire - e anche alla nuova Sabbath McSwain quelle canzoni cominciavano a piacere.
Haley e Sabbath cantavano insieme nell'abitacolo del pickup Dodge.
Haley con voce roca, Sabbath sottovoce.
Ma che emozione cantare!
Tirando sorsate da una lattina di birra appoggiata fra le ginocchia, mentre guida, Haley dice: "La sai una cosa, tesoro? L'umanit crea le proprie leggi e i propri principi morali.  esistito un Ges Cristo, ma era "umano", capisci? Se ti spingi un po' pi in l del pensiero comune capisci che le leggi e i principi morali si possono cambiare. Un tempo la gente si faceva ammazzare per il proprio credo, per esempio per Dio, o per il proprio Paese, adesso invece non lo farebbe quasi pi nessuno".
Anche se alla sua giovane compagna era sembrato che Haley McSwain nutrisse un profondo disprezzo per l'esercito degli Stati Uniti, adesso a quanto pareva Haley stava dicendo che il problema degli Stati Uniti era il fatto che a nessuno importava un accidente del proprio Paese e che nessuno si sarebbe sacrificato per lui. "Si torna al solito punto: negli Stati Uniti nessuno morirebbe per un ideale."
Pensava che Timothy McVeigh si fosse spinto troppo in l, ma, disse: "Aveva l'ideale del soldato. Era un patriota di qualche dannato esercito non ancora costituito".
Lei ascoltava la voce rauca e stridula di Haley. Quella donna non solo aveva i capelli del colore della sabbia, e la pelle ruvida come sabbia fine, ma aveva anche una voce che ricordava la carta vetrata quando viene sfregata.
Sabbath non aveva intenzione di contestare quell'affermazione. Ma la lasciava perplessa quella difesa, da parte della sua amica Haley, di Timothy McVeigh, che a quanto sapeva era un terrorista americano che aveva ucciso dei bambini innocenti in un attentato a Oklahoma City.
Haley disse tutta eccitata: "So cosa stai pensando, tesoro. Ma il punto non  che McVeigh abbia ucciso persone e bambini innocenti, lui li definiva un "danno collaterale", e questo alla gente non va per niente gi. Ma nell'esercito degli Stati Uniti  un principio di guerra.  una strategia. McVeigh era un patriota. Se fossi stata sua sorella o suo fratello o suo cugino, avrei cercato di aiutarlo nella sua missione, l'avrei esortato a fare assoluta attenzione a non uccidere degli innocenti. Perch i veri colpevoli sono i traditori del proprio Paese. Si poteva fare in un altro edificio federale o anche in quello, ma in un momento diverso. Lui non voleva uccidere nessuno, credo... era un avvertimento".
Haley tacque un momento, aveva il respiro affannoso.
"Comunque McVeigh era un buon soldato. E un buon soldato muore per i propri ideali."
A Jacksonville l'aria era rovente.
Il condizionatore del motel rinfrescava ben poco. La giovane compagna di Haley fu colta da una feroce emicrania, come una morsa che le serrava la testa.
Ormai lei era Sabbath McSwain. Ma a Jacksonville fu l'ultima volta che si sarebbe ricordata di Cressida Mayfield.
Ovviamente Haley aveva ragione. Non conta un accidente chi eri. Conta chi vorresti essere.
Fu l'ultima occasione per cercare di capire. La vista di un mucchio di giornali bagnati, dei loro titoli. O di volti sconosciuti, sequenze della guerra in Iraq, della guerra in Afghanistan, colti di sfuggita al telegiornale: quanto poco importava da dove veniva e chi era stata, e che l'avessero subito dimenticata.
Come quando si guarda in uno specchietto retrovisore. Quel che si vede scompare subito.
Al telegiornale parlavano di ragazze scomparse, scappate di casa. Uccise.
Mostravano fotografie di ragazze per lo pi bianche, con i capelli biondi, lunghi e lisci. A volte di ragazze dalla pelle scura, di donne.
Scomparse. Sparite. Viste per l'ultima volta.
Se qualcuno ha visto.
Si prega di chiamare...
Ricompensa!
Piantata davanti alla TV a bere birra, con l'espressione torva, Haley osserv: Quelle povere ragazze non hanno fatto in tempo a scappare. Nessuno le ha aiutate.
Nel pickup Haley teneva degli oggetti di difesa: una chiave a elle sotto il sedile di guida, un coltellino svizzero nel vano portaoggetti, un martello, un cacciavite.
Aveva detto: Fino alla settimana scorsa avevo un bel gingillino, una Smith & Wesson calibro trentotto. Ma non ho il porto d'armi, e non potevo certo portarmela da uno Stato all'altro.
Per qualche strano motivo, la sera dopo una volante della polizia statale della Florida ferm il pickup di Haley appena a sud di Jacksonville. Accost dietro, vicinissima al Dodge con le farfalle arcobaleno, malgrado altre vetture sfrecciassero sulla strada, e azion quella dannata sirena che sembrava un ghigno che non potevi ignorare.
Qualcosa non va, agente? chiese Haley deglutendo nervosamente; le si leggeva sul viso la paura, aveva imparato a non fidarsi degli uomini in uniforme, mai.
Un normale controllo, signora. A quanto pare ha il fanalino posteriore destro che non funziona.
Strano, s'insospett Haley. Perch Haley era meticolosa con il suo pickup e prima di imbarcarsi in quel lungo viaggio verso sud l'aveva fatto controllare.
Patente, libretto. Per favore, favorisca i documenti, signora.
Un sorrisetto maligno, per favore, signora.
L'agente illumin con la torcia il vano portaoggetti come se fosse sicuro che ci avrebbe trovato qualcosa di sospetto, e che era arrivato appena in tempo con la sua volante per scoprirlo.
Ah, e questo cos'? disse tirando fuori il coltellino svizzero. Cosa deve farci con questo, signora?
Non  illegale possedere un coltello, agente.
E questo? disse sogghignando nel vedere un contenitore di plastica con i resti di un'insalata di tofu al curry di uno o due giorni prima.
Agente, voglio sperare che non mi stia molestando perch sono una donna, disse Haley con calma.
L'agente invece non rispose con calma: Signora, scendete tutte e due dalla macchina con le mani sulla testa.
Haley e Sabbath scesero dal pickup. Si misero davanti al veicolo sul ciglio della strada, le mani sulla testa.
Che rapporti ci sono tra voi, chiese l'agente della polizia statale, dirigendo sgarbatamente il fascio di luce della torcia sulle facce di Haley McSwain e di Sabbath McSwain.
Haley dichiar:  mia sorella, agente. Mia sorella minore.
Gli fu mostrato il documento d'identit di Sabbath McSwain. Non il certificato di nascita, ma una tessera plastificata del liceo di Mountain Forge scaduta nel giugno del 2003 con la foto di una ragazza dai capelli ricci scuri, gli occhi scuri e la pelle chiara, che con quella luce fioca poteva sembrare la nuova giovane compagna di Haley.
L'agente della polizia statale della Florida era pi insospettito dai documenti di Haley McSwain, e li esamin di nuovo, la patente, le carte di credito.
Cos' tutta quella roba sul pianale? Vi state trasferendo in Florida?
No, signore.
Allora cos' tutta quella roba?
Sono le mie cose.
Tutte quelle scatole?
Roba tipo... abiti, CD.
L'agente della statale ispezion per qualche minuto con la torcia il pianale del pickup, mormorando tra s.
Ok, ragazze. Dove stavate andando cos di fretta?
Non stavamo andando di fretta, agente. Non come gli altri automobilisti sulla Interstate, vede? Sulla strada sfrecciavano enormi autocarri, autotreni che saettavano almeno a centodieci chilometri l'ora.
Stavate andando oltre i limiti di velocit, vi ho misurato.
E poi vi muovevate a zigzag. Ecco perch ho notato la luce posteriore.
Fra tutte le infrazioni stradali, quella di procedere a zigzag  impossibile da provare, cos com' impossibile dimostrare che non la si  commessa.
Lentamente, con calma, Haley fece un profondo respiro per mascherare la rabbia e l'indignazione che la facevano fremere.
Haley indossava una maglietta da uomo, con le maniche tagliate sulle spalle. Aveva delle spalle muscolose. Le lunghe gambe infilate in un paio di jeans consunti e laceri, ai piedi un paio di scarponi da trekking misura quarantatr.
Agente, perch ci sta trattenendo? Non abbiamo commesso nessuna infrazione! Ho l'impressione che ci stia molestando. Sono stata sergente nella Guardia nazionale dello Stato di New York, agente. Sono stata di stanza in Iraq da febbraio del 2003 a luglio del 2004.
L'agente della statale la interruppe dicendo che non importava un accidente che era stata nella Guardia nazionale o nell'esercito, adesso gli aveva fatto una domanda.
Allora Sabbath si affrett a dire, sollecita: Signore, stiamo andando a trovare una cara amica a Miami. Dovremmo arrivare domani, se tutto va bene.
Ah s? E chi  questa "amica"?
Si chiama Drina...
La fidanzatina, eh? Andate a trovare la fidanzatina?
E cos via. L'agente continu a fare domande, come a spaccare il capello in quattro, ridendo di loro, ma Haley McSwain si era un po' calmata.
Era stato un bene che Sabbath avesse parlato, disse in seguito.
 quel che avrebbe fatto sua sorella, al posto suo. Haley ne era certa.
Finalmente l'agente della statale le lasci andare. Le aveva tormentate per un quarto d'ora sul ciglio di una strada, con il traffico che sfrecciava a centodieci all'ora. Sogghignando accigliato disse: Ok, ragazze, potete andare, ma vi avviso, fate aggiustare quel faro e non superate i limiti di velocit, intesi? E attente a non procedere a zigzag.
Una volta salite sul pickup, mentre la volante ripartiva, Sabbath lanci uno sguardo con la coda dell'occhio a Haley e rimase scioccata nel vedere che la sua compagna si nascondeva il viso tra le mani, ed ebbe l'impressione che le sue labbra si muovessero in un sussurro: Oh Cristo, cazzo, Cristo, abbi piet.
Cos il giorno dopo si fermano a un 7-Eleven alla periferia di Fort Pierce. Haley  nervosa e irritabile, parla ancora della sera prima, di come Sabbath l'abbia salvata da una multa, o peggio ancora. Ma lo fa con troppa concitazione ed emozione, Sabbath ha la sensazione che qualcosa non vada, o che presto qualcosa potrebbe andare storto. E nel 7-Eleven un uomo fa un sorrisetto a Haley, cerca di parlarle, la segue fuori fino al pickup dove Sabbath la sta aspettando. Allora accade qualcosa, quando Haley apre la portiera l'uomo si avvicina, si china dentro l'abitacolo e le impedisce di chiudere lo sportello; si rivolge a loro chiamandole ragazze, proprio come le aveva apostrofate l'agente della statale la sera prima, ragazze; e senza una parola Haley si china e da sotto il sedile tira fuori la chiave a elle che tiene l, la rotea e colpisce l'uomo sulla spalla, non forte abbastanza da rompergli l'osso, ma quando quello cade a terra gridando gli assesta un colpo sul ginocchio che risuona con un crack! Adesso l'uomo  sul selciato come una marionetta a cui abbiano tagliato i fili, Haley sbatte lo sportello, mette in moto, fa manovra e sgomma via dal parcheggio del 7-Eleven come un pilota di Formula Uno.
E con una risata rauca dice: Hai visto che faccia ha fatto quello stronzo?
Dopo qualche istante sono di nuovo sulla I-75 dirette a sud. I cartelli stradali indicano: WEST PALM BEACH, FORT LAUDERDALE, MIAMI.
Diciotto mesi dopo, Sabbath McSwain viveva con Haley McSwain e alcuni amici che cambiavano spesso (per lo pi donne) in bungalow presi in affitto, case prefabbricate e appartamenti nell'area di Miami. E in seguito vissero parecchi anni a Hollywood, Fort Lauderdale, poi di nuovo a Miami e a North Miami Beach. Come le donne nella vita di Haley, cambiavano di continuo anche i posti in cui si stabilivano e i lavori che facevano: a Miami, per esempio, Haley guidava il furgone di una societ di spedizioni, mentre Sabbath lavorava in una serie di fast food; a Hollywood Haley s'impieg come guardia di sicurezza in un centro commerciale, e Sabbath in una pizzeria in quello stesso centro; a Fort Lauderdale e a North Miami Beach Haley trov lavoro alla UPS come autista e addetta alle consegne, mentre Sabbath si arrangiava con lavoretti vari - i suoi erano sempre impieghi provvisori, fino a quando un giorno Haley annunci che sarebbero andate via di l.
Ne hai abbastanza, eh? Anch'io!
Era venuto fuori che, come Haley aveva supposto, la sua amica ed ex compagna d'armi Drina Perrino aveva una storia con un'altra persona. Ma non che Drina l'aveva lasciata per mettersi con Haley McSwain, come lei in un primo momento aveva sperato.
L'altra persona si chiamava Opa Han.
Per anni Sabbath avrebbe sentito ripetere quel nome, Opa Han, avendola vista di sfuggita solo una volta mentre lei e Haley se ne stavano accovacciate nell'abitacolo del pickup Dodge sotto una pioggerella fine davanti al bungalow in cui vivevano Drina e Opa, a North Miami Beach: una figura femminile senza particolari segni distintivi, eccetto i capelli corvini che le ricadevano lisci sulle larghe spalle spioventi. Opa Han, Drina Perrino.
Erano "solo amiche", ma Haley e Drina si vedevano di frequente e spesso Sabbath stava con loro, in qualit di sorellina che sta da me per un po', come l'aveva presentata Haley. Sabbath era rimasta sorpresa da Drina Perrino perch Haley l'aveva descritta in maniera enfatica come una donna bellissima radiosa amabile, mentre in realt Drina era irascibile e scontrosa, con le sopracciglia rade, una boccuccia imbronciata dalle labbra scarlatte, piercing scintillanti e borchie alle orecchie, sulla narice sinistra e sul sopracciglio destro; era bassa, tarchiata e rotonda, con le braccia e le gambe grosse, il seno e i fianchi abbondanti, e un viso tondo da ragazzina; "Senza un filo di grasso" (aveva osservato stupita Haley) ma con la carne incredibilmente soda, come una bambola di gomma. Drina indossava vistosi abiti aderenti che mettevano in risalto il seno, i fianchi e la pancia; i capelli erano tinti a ciocche rosso mogano e biondo platino. Il fard rosso sulle guance le conferiva un'espressione luminosa, febbrile; si truccava gli occhi "alla egiziana" (come li aveva descritti Haley), con un mascara nerissimo e un ombretto verde; portava un mucchio di bigiotteria appariscente, e scarpe col tacco alto. Drina era di parecchi anni pi grande ma sembrava pi giovane di Haley McSwain, il cui viso struccato, serio, rude cominciava a solcarsi di rughe ("Mi sono venute per colpa di chi sai tu" scherzava Haley); anche se adesso non sembrava un soldato, un tempo era stata un soldato scelto dell'esercito degli Stati Uniti, e veniva da Hazard, West Virginia. Drina era stata sposata e aveva divorziato; Haley McSwain non era la sola ad aspettare pazientemente che Drina si stancasse di Opa Han e si mettesse con lei (la stessa Haley ci scherzava su, anche se Sabbath non capiva cosa ci fosse da ridere), a quanto pareva anche l'ex marito, che abitava ancora a Hazard, nutriva la speranza che Drina tornasse da lui.
Drina era affascinante, se confrontata con la sobria Haley. Aveva fatto un corso da estetista e si era specializzata in attivit destinate alla clientela pi danarosa, come la "cosmetologia" e l'"elettrolisi", ma solo sporadicamente trovava lavoro a Miami e a South Beach. A quanto pareva (o cos supponeva Haley, ma era troppo orgogliosa per chiederlo), era per lo pi Opa Han, una radiologa quarantenne che lavorava all'ospedale della contea di Miami Dade, a mantenere Drina.
Potrei farlo anch'io, diceva Haley. E anche meglio.
Se mi desse la possibilit, glielo dimostrerei.
Sabbath temeva che Haley potesse compiere qualche gesto sconsiderato, una mattana, per fare colpo su Drina Perrino. Per attirare l'attenzione di una persona come Drina bisognava fare qualcosa di eclatante.
Come quella sera che Haley si era presentata con un grosso vaso pieno di rose rosse per Drina.
Non lo disse, ma Sabbath aveva il forte sospetto che Haley avesse sottratto il vaso e le rose da un cimitero o, cosa ancora pi rischiosa, da un'agenzia di pompe funebri.
Era cos eccitata che era saltata sul pickup e si era imbarcata in un viaggio di mezz'ora nel traffico congestionato per andare a casa di Drina a North Miami Beach, e nonostante questo Drina l'aveva fatta aspettare prima di aprire, poi l'aveva guardata sbattendo le palpebre da sotto in su (Haley era pi alta di almeno venti centimetri) come se non l'avesse mai vista; aveva preso il vaso con le rose mormorando un "Grazie!" e le aveva appena sfiorato la guancia con le labbra scarlatte ma senza invitarla a entrare. (Ovviamente Opa Han era in casa. Avevano visto la sua piccola Volkswagen Maggiolino rossa lucente, parcheggiata lungo il marciapiede.)
La settimana dopo era il compleanno di Drina, annunci Haley. Voglio essere la prima a darle il regalo.
Sabbath ce l'aveva con Drina per il modo in cui trattava Haley. Ma era anche un po' eccitata alla prospettiva di vederla, come gli altri. Drina era un peperino.
Tanto per cominciare, Sabbath non sapeva mai di che umore sarebbe stata. Quando si erano conosciute, e Haley sperava tanto che si piacessero, Drina si era mostrata scostante e sarcastica, come se fosse gelosa della "sorella" di Haley; ma in altre occasioni aveva trattato Sabbath proprio come se fosse la sorella minore di Haley, quindi una "di famiglia".
A rendere Drina una persona spigolosa era il fatto che tranciava sempre giudizi.
Forse lo faceva per deformazione professionale, visto che era estetista: non era mai contenta di ci che vedeva, voleva cambiarti, migliorarti.
Sabbath aveva colto delle frasi mormorate tra loro: Drina che chiedeva in tono stizzoso: Perch sta sempre con te? Perch  cos appiccicosa? Non ha nessuno a parte la sorella maggiore con cui uscire?, e Haley che replicava: Sabbath  tutta la mia famiglia. Mi  rimasta solo lei.
Drina non era l'unica amica di Haley, ma era la pi importante. Ad altre donne - Lisha, Luce, Jen-Jen, Zanne, "M" - era meno attaccata, tuttavia si sentiva in dovere di prestare loro dei soldi, di invitarle a stare da lei; meno di frequente capitava che, se Haley aveva problemi con un padrone di casa, erano loro a invitarla a stare da loro. (Naturalmente Sabbath la seguiva. Haley era la sua "protettrice", come le aveva promesso.) All'inizio Sabbath non faceva nessuno sforzo per ricordare come si chiamavano le amiche di Haley, anche se avevano nomi alquanto singolari; pian piano cominci a conoscerle, e loro a conoscere lei, Sabbath McSwain. La sorella minore di Haley che aveva avuto un incidente, o era affetta da qualche patologia, tipo una menomazione cerebrale non evidente.
(Sabbath si chiedeva se fosse vero. Sapeva - ne aveva il sospetto - che agli occhi degli altri aveva qualcosa che non andava. Tanto tempo prima le avevano diagnosticato una (probabile) forma di "autismo", o un disturbo dello "spettro autistico". Pi che una timidezza, una ritrosia a guardare in faccia le persone, a incrociarne lo sguardo. Non aveva problemi all'udito, ma non voleva sentire, il che era una forma di anaffettivit.)
Tranne quando Haley era via per un giorno o due, o anche pi, una settimana, dieci giorni, tutta presa da una persona che aveva appena conosciuto e che non sempre presentava a Sabbath, loro due erano sempre insieme. Sabbath non avrebbe mai dimenticato la gratitudine che le doveva per averla salvata, nutrita e riportata in vita. Era una questione di cibo. Di "nutrimento".
Haley era decisa a riportare Sabbath a un "peso forma" e cos si occupava lei di preparare i pasti, e si assicurava che la sua giovane amica mangiasse tutto quello che le metteva davanti.
Proteine, carboidrati, grassi, calcio. Non transigeva sulle verdure, i cavoli ricci e la bietola.
E le imponeva almeno una scodella di gelato al giorno. Se lo stomaco di Sabbath reagiva con la nausea al contenuto eccessivo di zuccheri nel gelato o al ricordo di quello che il gelato significava quando era bambina, Haley le diceva inflessibile: Questa  una medicina.
Haley era ghiotta di gelato. Le piacevano quasi tutti i gusti. Cos lo mangiavano insieme, prima di andare a letto.
Dormivano in letti separati, come avevano sempre fatto e avrebbero continuato a fare. Ma le notti in cui Sabbath non riusciva a prendere sonno, le braccia e le gambe che si contorcevano in preda agli incubi, la mente che sfrecciava a velocit folle e autolesionistica come una macchina lanciata contro un muro di cemento, Haley l'avvolgeva in una coperta e la stringeva tra le lunghe braccia muscolose mormorando: "Ehi, va tutto bene. Andr tutto bene. Chiunque sia stato, adesso  lontano. Non faranno pi del male a Sabbath. Ok?".
Nei mesi che vissero insieme o condivisero l'alloggio con altre persone, Haley portava sempre a casa degli animali "randagi", cani, gatti, persino un paio di pappagalli cenerini spennati che aveva trovato abbandonati accanto a un cumulo di rifiuti vicino a un marciapiede. Tutti infangati e zoppicanti, gli occhi gonfi chiusi, pieni di cicatrici, piaghe suppuranti, eczemi, tremanti. Haley McSwain era unica, gli amici dicevano scherzando che Haley McSwain era come il buon samaritano, ma Haley prendeva sul serio quella responsabilit. Non credeva nel caso o nelle coincidenze, e quindi se si imbatteva in una creatura che si era persa o era stata abbandonata significava qualcosa, perch evidentemente era destino che quella creatura a un certo punto dovesse incrociare il suo cammino. Ges Cristo era un uomo, ma un uomo che si alzava sulla punta dei piedi per protendersi e arrivare pi in alto.
 il minimo che possiamo fare.
Haley non si fidava della sua bilancia e cos ogni quindici giorni portava Sabbath al Centro tumori di Miami per farla pesare e visitare da un'amica che lavorava in quell'ospedale come "tecnico", una ragazza filippina di nome Luce, che misurava la temperatura e la pressione sanguigna di Sabbath e le somministrava degli antibiotici, se riteneva che avesse contratto qualche infezione, perch Sabbath era soggetta a mal di gola e malattie respiratorie. Luce sperava di riprendere la scuola infermieri per conseguire la laurea e nel frattempo aiutava con piacere la sua cara amica Haley, nota per la sua generosit, la gentilezza e lo spirito cristiano.
Nel bar dell'ospedale Luce e Haley si prodigavano per Sabbath, sollecitandola a mangiare. Perch spesso Sabbath aveva poco appetito. Per sorrideva, si sforzava di farlo per compiacere le sue amiche. Ma era distratta, come se ci che restava della sua mente malconcia fosse altrove.
Tua sorella ha subito qualche trauma, vero?
Crediamo di s. Qualche bastardo che frequentava, ingenuamente, come succede alle ragazze, l'ha picchiata di brutto. Cio, pensiamo che soffra di amnesie.
Si sa se... l'ha stuprata? O... non si sa?
Probabilmente l'ha fatto. S.
Ma lei non ricorda.
Non ricorda.
Forse  meglio cos, eh?
Lo pensiamo anche noi.
 proprio carina. Ricorda... una Haley pi giovane.
No, non  una Haley pi giovane. No. Sabbath  Sabbath, ha una sua personalit.
La risata di Haley era un conforto, quando ci si  dimenticati cosa sia ridere.
Nella campana di vetro in cui si trovava adesso, aveva smesso di pensare a come era stata allora. O a quello che l'aspettava.
Non si era chiesta (il che le pareva molto strano, a ripensarci) cosa le sarebbe accaduto, cosa sarebbe accaduto a lei e a Haley se la passione di Drina per Opa Han si fosse spenta e Drina si fosse di nuovo innamorata di Haley.
E all'improvviso accadde. Proprio come Haley aveva fiduciosamente previsto anni prima.
Un giorno Haley le disse in tono solenne che tra Drina e Opa Han c'era maretta.
Un altro giorno le annunci con lo stesso tono solenne che Drina e Opa Han si stavano lasciando.
In quel periodo, piuttosto complicato, Sabbath ignorava cosa stesse succedendo alla sua amica. Eppure sarebbe stato evidente a chiunque, pi perspicace, che Haley McSwain si stava allontanando da lei e legando pi intimamente a qualcun altro.
Per esempio, si dimenticava di spronarla a mangiare.
Si dimenticava di comprare il loro gelato preferito: il variegato ai mirtilli.
La notte non tornava a casa, e Sabbath dormiva da sola, se ci riusciva.
In quel periodo Drina aveva dei problemi di salute. Non stava attraversando un bel momento, ma Haley McSwain era presente, le era accanto come nessun altro.
Sabbath ignorava che Haley aveva accompagnato Drina da un dottore e poi in un ambulatorio dove si era sottoposta a una colonscopia e a una biopsia, cose orribili anche solo a sentirsi. E che in seguito a quegli esami Drina aveva dovuto subire un intervento chirurgico urgente nello stesso Centro tumori in cui Haley portava Sabbath.
Per questo Haley non era tornata a casa per diversi giorni, nemmeno la notte; e quando Sabbath la rivide, indossava la stessa maglietta e gli stessi calzoni color cachi e aveva i capelli color sabbia arruffati, gli occhi iniettati di sangue e la pelle ruvida e grigiastra, eppure sorrideva, e parlava in tono alto e melodioso, come una piuma al vento.
Perch a quanto pareva l'intervento urgente di cui Sabbath fino a quel momento non era stata a conoscenza era "perfettamente riuscito, speriamo". E adesso Drina adorava Haley, le era tanto grata, da allora in poi avrebbero vissuto insieme, avrebbero affrontato insieme le traversie del trattamento postoperatorio, che comprendeva radio e chemioterapia.
Sabbath ascolt le notizie, ma senza capire le implicazioni.
Dove avrebbe abitato Haley? Non con lei?
Con dispiacere Haley le disse che Drina voleva essere l'unica persona della sua vita. Drina non sopportava di dividere Haley nemmeno con la sorella minore, Sabbath: "Sai, Drina  fatta cos. Non  il tipo a cui piace la famiglia. Non ha mai imparato a condividere. Lei ama, o non ama; e se ama, vuole che la persona che ama sia tutta per lei".
Haley sorrise confusa. Scosse il capo, come incredula di fronte a quella notizia felice.
Sabbath si fece coraggio e le disse che era contenta per lei. Disse che era contenta anche per Drina, e che sperava che si rimettesse presto.
(Anche se pens meschinamente: "Ma potrebbe anche morire! Allora Haley tornerebbe da me".)
(E poi, spaventata: "E se mi accade qualcosa! Nel cuore di Haley non ci sarebbe pi posto per me".)
In quel periodo, l'autunno del 2009, Haley e Sabbath vivevano a Fort Lauderdale, dove Haley lavorava come addetta alla sicurezza in uno degli squallidi e appariscenti resort sulla spiaggia, mentre Sabbath lavorava in una copisteria e seguiva le lezioni serali di un corso di "Introduzione all'economia" al Broward Community College; coabitavano con diverse altre donne dai venti ai sessantuno anni di et, una delle quali insegnava lingue al Broward Community College e un'altra vi lavorava come impiegata amministrativa. Haley e Sabbath avevano due stanze all'ultimo piano della casa: quella di Haley disseminata di vestiti e delle sue cose, con un grande letto a due piazze mezzo sfondato e la testiera di ottone che ne occupava gran parte, e l'altra, la pi piccola, arredata solo con un lettino, un piccolo scrittoio in legno di pino nodoso, con libri, quaderni e carte ordinatamente accatastati e alle pareti dei disegni a carboncino che raffiguravano ragazze e donne (per lo pi Haley e altre coinquiline) abilmente eseguiti in stile minimalista.
Senza volerlo, Sabbath aveva sentito Haley mentre diceva alle coinquiline che quei disegni erano una scoperta per lei, che ne era rimasta colpita e andava orgogliosa che la sua sorellina avesse un talento artistico: in famiglia nessuno l'aveva mai immaginato!
Sabbath affront con coraggio la perdita dell'amica, anche se Haley le assicur che si sarebbero viste pi spesso possibile, che si sarebbero tenute in contatto via mail e sentite al telefono come se non fosse successo "praticamente niente".
Haley le promise anche che le avrebbe mandato del denaro quando poteva, forse non spesso come avrebbe voluto.
A Drina dava fastidio anche quel tipo di condivisione.
Inoltre, Drina non sarebbe stata in grado di lavorare per chiss quanto: settimane? Mesi? E quindi non avrebbe avuto un reddito, e non era coperta da nessuna assicurazione per le spese mediche o ospedaliere.
Le spese mediche le avrebbe pagate lei, per quanto possibile. E se non ci arrivava, avrebbe chiesto la carit, si sarebbe fatta prestare dei soldi o li avrebbe rubati.
A quelle parole, Sabbath non seppe cosa replicare. Dentro di s cominciava a sentire dei brividi.
Allora! Haley si sfreg le mani. Aveva sul viso un'espressione di gioia confusa.
Sabbath riusc a dire che era felice per lei.
Haley rispose: Oh, merda, Sabbath. Anch'io sono felice. Per il momento.
Haley prese Sabbath tra le lunghe braccia muscolose. Rimasero a lungo abbracciate senza osare staccarsi, riaprire gli occhi, respirare.
And via dalla casa dove aveva vissuto con Haley: scomparve senza salutare le coinquiline, lasciando solo un foglio ripiegato con poche parole: "Vado via. Grazie e arrivederci. Un saluto, Sabbath McSwain", e una mezza dozzina di banconote da venti dollari accuratamente spiegate, che secondo i suoi calcoli corrispondevano a poco pi di quel che doveva di affitto per il resto del mese.
Quelle donne erano amiche di Haley, non sue. Non credeva che avrebbero sentito la sua mancanza come avrebbero sentito quella di Haley.
Sabbath prese con s solo quello che riusc a portare. Ci che dovette lasciare lo cancell dalla mente come si lava un muro: in fretta, sbrigativamente, fattivamente.
Si trasfer a Temple Park. L non conosceva nessuno. Haley and a vivere con Drina in una zona di Fort Lauderdale vicino all'oceano, in una casa nuova che affittarono insieme.
Riceveva quasi ogni giorno delle mail da Haley.
Spero che tu stia bene! Noi qui tutto bene.
Magari qualche volta passo e ceniamo insieme. Oppure possiamo vederci da qualche parte.
Ma si incontravano di rado. Sabbath non aveva la macchina e Haley doveva affrontare un viaggio per raggiungerla, dopo una lunga giornata di lavoro, perch adesso oltre all'impiego al resort aveva un lavoro part-time come addetta alla sicurezza in un centro commerciale.
Sabbath affitt una stanza in una cadente casa vittoriana nei pressi del campus dell'universit della Florida. La maggior parte dei residenti erano studenti stranieri. Sfilava in mezzo a loro come uno spettro, senza farsi notare. Il fatto che fosse un'americana di pelle bianca la rendeva ancora pi invisibile ai loro occhi.
Un numero infinito di passi in una quantit finita di tempo.
Era il paradosso di Zenone, riformulato: ti trovavi davanti l'infinito all'interno del finito. Era ovvio che il cervello andasse in pezzi.
Eppure lei perseverava. Anche se Haley l'aveva abbandonata, perseverava. Anche se gli altri la respingevano perch non l'amavano, la detestavano, la trovavano ripugnante, lei perseverava, e anzi, si era fatta dei nuovi amici, per cos dire: per caso, abitava proprio di fronte a una residenza universitaria che si chiamava International House, dove per pochi soldi poteva consumare piatti di cucina "etnica", seduta a lunghe tavolate comuni dove non era poi cos raro trovarsi da sola, con un libro, o un album da disegno, a tenerle compagnia. L conobbe un gruppo di donne che facevano parte dell'organizzazione Donne senza frontiere, e una di loro, Chantelle Rios, divenne una delle sue amiche pi intime.
"Ragazza, stai sempre da sola. Come mai?"
"Gi" rispose Sabbath ridendo, a disagio. "Non lo so."
"Be', lo so io."
"S? Davvero?"
"Perch hai un'espressione simile a quella di un brutto rettile, tipo un'iguana. Un essere brutto e repellente che dice: "Lasciatemi in pace. Non rompetemi il cazzo"."
Sabbath rise, imbarazzata. Ma non fu sorpresa che qualcuno interpretasse in quel modo la sua espressione.
Chantelle Rios era una postdottoranda in psicologia clinica sui trent'anni o poco pi. Aveva trecce nere e lucenti, e quando non era nel dipartimento di psicologia vestiva con abiti dai colori vivaci; nella sede di Donne senza frontiere, per far sorridere Sabbath McSwain affettava dei modi sexy e ammiccanti da rapper ispanica, anche se aveva un dottorato all'universit della Florida di Gainesville.
Come Haley McSwain, Chantelle Rios aveva una relazione (con una persona che Sabbath non conobbe mai). E come Haley, a quanto pareva Chantelle voleva dedicarsi alla causa di Sabbath McSwain.
"Non hai famiglia, ragazza? Nessuno? Possibile?"
S, era possibile.
"Quelli che conoscevi sono morti? Sai, piccola, sembra un po' strano."
Sabbath sedeva immobile, in silenzio. Non sapeva cosa dire: come difendersi.
Perch ormai le sembrava che quel tempo lontano non esistesse.
Aveva lavato via tutti i ricordi, come con un violento getto di pompa, era rimasto solo qualche frammento di scene "familiari", una stanza che un tempo era la sua cameretta, la vista di una strada residenziale dalla finestra di quella stanza, che non ricordava si chiamasse Cumberland Avenue. Se chiudeva gli occhi vedeva una casa, una grande e ampia dimora con molte scale (troppe, per non essere un sogno, o un disegno di M.C. Escher) e delle figure filiformi intente a salire e scendere di corsa quelle scale, ignare l'una dell'altra: il piede dell'una sullo stesso scalino dell'altra a testa in gi. (Il disegno di quella casa e delle sue scale era eseguito cos ingegnosamente che se lo si capovolgeva rimaneva identico; visto in un senso, o al contrario, il disegno di quella casa dalle tante scale non cambiava.)
Ne ignorava il significato. E perch diavolo la ossessionasse.
Perch provasse l'istinto di nascondersi il volto per la vergogna.
"Sai una cosa, Sabbath? Mi piacerebbe portarti nel nostro laboratorio. Stiamo lavorando con dei volontari ma possiamo pagarti qualche dollaro l'ora.  un esperimento di "amnesia indotta", una cosa davvero interessante."
Sabbath scosse il capo, senza parlare.
Era inutile parlare. Cercare di spiegare.
Era come balbettare in una lingua straniera di cui si conoscono solo poche parole senza sapere come unirle fra loro.
In certe favole c' una sorella bella e buona, fortunata. E un'altra sorella, quella maledetta.
Io sono quella: la sorella maledetta. Eppure sono ancora viva: un errore non ancora corretto.

12

Il colpevole

Marzo 2012

Le aveva detto: "Mi hai tradito".
Quelle parole le risuonavano nelle orecchie. Nel cervello. Tradito. Hai tradito.
E davanti agli occhi un sole feroce e abbacinante e una spiaggia ricoperta di detriti, di carcasse essiccate di creature un tempo vive, dopo un temporale. Una luce accecante, terribile.
Perch adesso cominciava a vedere la devastazione della sua vita, il precipizio in cui era sprofondata.
S, forse era stato un errore scappare. Cancellare la sua vita di quel tempo lontano.
Aveva voluto credere a ci che la sua salvatrice aveva voluto farle credere: che chi le aveva fatto del male ci avrebbe riprovato.
Che le persone che appartenevano al suo passato non avrebbero sentito la sua mancanza. Che non l'amavano e che non l'avrebbero cercata.
Era stata male? Per tutto quel tempo?
Continuava a rigirarsi attorno al dito l'anello d'argento a forma di stella.
Aveva telefonato. Ci aveva provato.
Aveva chiamato il vecchio numero memorizzato tanto tempo prima: il suo.
Ma le aveva risposto una voce registrata: "Il numero da lei chiamato  stato disattivato".
Le prese il panico: i Mayfield non abitavano pi nella casa di Cumberland Avenue.
Uno dei suoi genitori era morto? Forse Zeno.
E allora sua madre aveva cambiato casa. E Juliet - certo, ormai non doveva pi vivere l.
Juliet aveva - quanto? Ventinove anni.
Com'era strano pensare che la casa di Cumberland Avenue era esistita indipendentemente da lei, per tutto quel tempo.
Suo padre Zeno, sua madre Arlette. Sua sorella Juliet.
In qualche modo, ignorava come, le erano sopravvissuti.
Sei anni, otto mesi.
E lui: Brett Kincaid.
In tutti quegli anni li aveva quasi dimenticati. Adesso era Sabbath McSwain e aveva impiegato tutte le sue energie nello sforzo di mantenere quell'impostura, come una persona con una gamba sola e una sola stampella che deve concentrarsi per muoversi, a fatica, in maniera sgraziata, provando dolore, ma comunque muoversi in una goffa parodia del "camminare".
Sabbath McSwain contava ben poco nel vasto mondo, ma contava tantissimo per Haley McSwain. Per esistere, bisogna che qualcuno ci ami appassionatamente: per Sabbath, quel qualcuno era Haley.
E cos non riusciva pi a ricordare i volti dei Mayfield. E il viso del caporale. Era come se una parte del suo cervello si fosse spenta. La sua memoria era diventata come un arto paralizzato, attaccato al corpo ma estraneo, inutile.
Da quando era entrata nella camera della morte a Orion, aveva cominciato a vedere le cose in modo diverso. Aveva cominciato a chiedersi se il suo comportamento fosse una sorta di vendetta primitiva per la loro mancanza di amore verso di lei.
La sua famiglia, e Brett Kincaid.
Altrimenti, come avrebbe potuto cancellarne il ricordo!
Avrebbe voluto spiegarlo all'Investigatore. Avrebbe voluto chiedergli un consiglio: adesso cosa doveva fare?
Lui l'avrebbe saputo. Le avrebbe subito risposto.
Ma come confessare, a lui o a qualcun altro, che in tutti quegli anni non aveva mai cercato di contattare la sua famiglia?
Mai una telefonata, non ci aveva nemmeno provato.
Non aveva mai cercato informazioni su di loro, in Internet. Non aveva mai digitato al computer i nomi Zeno Mayfield. Arlette Mayfield. Juliet Mayfield. Caporale Brett Kincaid.
E ancor meno aveva digitato al computer il nome Cressida Catherine Mayfield.
L'Investigatore l'aveva chiamata traditrice.
Gli aveva fatto un torto! Non l'avrebbe mai perdonata, aveva perso la sua fiducia.
Continuava a rigirarsi l'anello attorno al dito.
"Sabbath McSwain."
Raccolse quei preziosi documenti: il certificato di nascita, la tessera della previdenza sociale, il tesserino plastificato del liceo di Mountain Forge scaduto da tempo, la patente dello Stato della Florida.
Li sped in una busta al nuovo indirizzo di Haley McSwain.
Carissima Haley,
ti scrivo per salutarti. Non ci rivedremo pi.
Pregher per te e per Drina, che stiate bene, che siate sempre felici insieme come meritate.
So che non mi cercherai,  meglio cos. Per me  venuta l'ora di tornare a casa.
Non sarei dovuta andare via come ho fatto. Adesso ne sono convinta.
Forse  un errore. Ma voglio tornare l, per vedere.
Comunque ti devo la vita. Ti sono immensamente grata.
Un caro saluto, con amore.
La tua sorella di un tempo, Sabbath

Trov un filo da avvolgere all'interno dell'anello d'argento a forma di stella che le aveva dato l'Investigatore, in modo che aderisse meglio al dito.
Aveva paura che si sfilasse e andasse perso.
Era fuggita. Fuggita come un cane preso a calci, terrorizzato. E come un cane voleva solo nascondersi, leccarsi le ferite. La vergogna era come una ferita. Non aveva pensato, nemmeno una volta, che anche altri potessero essere stati feriti.
"Ma non mi amavano. Vero?"
Era giusto che fossero stati puniti. Credendola morta, in tutti quegli anni.
Lei non era bella ai loro occhi. Non l'avevano amata. Quella intelligente. Sorrise, un mesto sorriso trasognato: cos, sperava, li aveva feriti!
Ma dopo un istante fu sopraffatta dal disgusto, dal ribrezzo: Traditrice! Hai tradito chi ti amava.
"Pronto? Parlo con Juliet?"
"S, sono Juliet. Chi parla?"
La voce era amichevole eppure circospetta. Forse non l'avrebbe riconosciuta, se non avesse saputo che era Juliet; accost ancora di pi il cellulare all'orecchio e per un attimo non riusc a parlare.
"Pronto? Chi parla?"
"Juliet, sono Cressida."
Silenzio. C'era da immaginarselo, un silenzio scioccato.
""Cressida"... chi?"
"Cressida. Tua sorella."
Quello fu uno sbaglio. L'aveva detto troppo repentinamente, e con voce flebile, colpevole. Juliet replic in tono brusco: "Mia sorella non c' pi. Non ... non  uno scherzo divertente".
E subito riattacc.
Non c' pi. Strano che Juliet non avesse detto: Mia sorella  morta.
Cressida richiam. Stavolta non rispose nessuno.
Non era stato facile trovare il numero di cellulare di sua sorella. Le linee telefoniche fisse erano superate: non esisteva pi un servizio informazioni nazionale.
Se l'era procurato grazie alla madre di un'amica di Juliet che abitava a Carthage, in Caledonia Street. La signora Hempel era stata ben lieta di cercarle il numero di Juliet Mayfield, in una rubrica. Non aveva riconosciuto la voce di Cressida Mayfield. Cressida si era presentata come una vecchia compagna di liceo di Juliet, che non sentiva da tempo. La signora Hempel non aveva indagato sul nome che le aveva dato, tra l'altro era quello di una ragazza che all'epoca frequentava il liceo di Carthage.
Tutta quella rete di vecchi nomi perduti. Una vasta ragnatela di associazioni dimenticate da tempo e adesso risorte per un capriccio disperato.
Aveva detto: "Grazie per avermi dato il numero di Juliet, signora Hempel", e la signora Hempel aveva replicato: "Ma si figuri! Non c' problema. Comunque, sa, Juliet non vive pi a Carthage". E lei: "Davvero? E dove vive adesso?", e la signora Hempel: "Be', credo... credo stia ad Albany. Suo marito lavora l, mi sembra che sia un funzionario del governo", e lei: "Ah, Juliet si  sposata. Non... non lo sapevo", e la signora Hempel, a voce pi bassa, come per non farsi sentire: "Be', sa... dopo quella cosa terribile accaduta a sua sorella..." Cressida ascoltava in silenzio, stringendo il telefono, quasi trattenendo il fiato, "Juliet ha avuto una specie di esaurimento nervoso. Perch, sa, fu il suo fidanzato a uccidere la sorella. Si pensa che l'abbia annegata nel fiume Nautauga, ma il corpo non  mai stato ritrovato. Juliet and via da Carthage e non  pi tornata, ma ogni tanto Carly la vede ad Albany, si sono tenute in contatto, via mail e per telefono. Credo che Juliet stia bene, adesso, credo che abbia un bambino, o due: cos mi ha detto Carly".
Tutte quelle informazioni, fornite spontaneamente a una sconosciuta. Cressida ringrazi la signora Hempel e la salut.
Ha ucciso la sorella.
L'ha annegata nel fiume Nautauga.
Il corpo non  mai stato ritrovato.
Non avrebbe dovuto sorprenderla che a Carthage la credessero morta.
Scomparsa da tanti anni, presunta morta.
Era meglio cos? Come aveva sempre pensato, nell'angolo della sua mente in cui quel tempo lontano rimaneva una cosa importante.
Era meglio che fosse scomparsa. Cos non avrebbe causato altro dolore.
Ma c'era la questione del caporale, che era con lei al momento della sua scomparsa. E la questione della famiglia di Cressida Mayfield: adesso si rendeva conto di quanto sentissero ancora la sua mancanza, di quanto soffrissero perch il suo corpo non era mai stato ritrovato.
Una volta Zeno aveva parlato di un antico filosofo greco il cui insegnamento era: "Meglio sarebbe non esser mai nati".
Come avevano riso! Rob Roy abbaiava di gioia, zampettando tra le loro gambe e agitando la lunga coda da setter, rovesciando per poco bottiglie e bicchieri.
Lei aveva chiesto chi aveva pronunciato quella frase e Zeno, con una smorfia perplessa, aveva risposto che (forse) era stato Sofocle, oppure (forse) Socrate. E (certo) l'aveva ripetuta Schopenhauer, secoli dopo.
Meglio non esser mai nati.
Ma allora come si farebbe a saperlo?
Avevano pensato che quel filosofo fosse uno sciocco - doveva essere un vecchio brontolone.
Era una tipica sera di un fine settimana a casa Mayfield a Cumberland Avenue. Le ragazze erano piccole, quindi a quel tempo Zeno era ancora in politica, forse era sindaco di Carthage. Ricevevano spesso visite, avevano ospiti a cena, amici, vicini, compagni di Zeno del Partito democratico, amici di Arlette: si riunivano convivialmente attorno al lungo tavolo nella sala da pranzo, apparecchiato con una bellissima tovaglia di lino irlandese.
E candelabri, candele dai colori vivaci. Le fiamme che guizzavano sui vetri chiusi delle finestre.
Erano tutti d'accordo: ovviamente quel vecchio filosofo scontroso A) non era mai stato innamorato; B) non aveva mai tenuto un bimbo in braccio; C) non aveva mai respirato l'odore di erba appena falciata; D) non aveva mai sorseggiato champagne; E) non aveva mai vinto un'elezione.
Nell'euforia di quei momenti avevano riso tutti. Gli amici di Zeno avevano levato i calici per un brindisi in suo onore, uno dei tanti. Forse quella sera si festeggiava l'elezione di Zeno a sindaco di Carthage. E Rob Roy trotterellava per la sala, leccando le mani a chi gli accarezzava la bella testa lucida. E Cressida, che all'epoca era una bambina, non si era unita alle risate perch la paura di poter non essere mai nata le aveva trafitto il giovane cuore.
Aveva richiamato Juliet, una quarta, una quinta volta.
Poi aveva lasciato un messaggio, scandendo le parole.
Juliet sono io, Cressida...
Ti chiamo dalla Florida...
Verr a casa - torner a casa - se mi voleste ancora...
Sto bene. Non sto male n... sono ferita. Non sono stata in carcere n in ospedale...
Ho un lavoro qui a Temple Park. Anzi, l'avevo...
Abito da sola. Sono sola ma non... non sono...
Non sono malata.
La voce le manc. Cominci a singhiozzare. Non riusciva a controllare le lacrime che sgorgavano dagli occhi irritati, dolenti e offuscati.
Ero convinta che non vi sarei mancata... tanto.
Ero convinta che non mi amaste tanto...
Ero cos spaventata, credo. Lo sono ancora adesso.
Non so se mi perdonerete...
Stava singhiozzando. Ansimava.
Il cellulare che le aveva dato l'Investigatore le scivol di mano, cadde a terra e si frantum in una dozzina di pezzi di plastica.
Il viaggio in autobus verso nord non sarebbe stato facile.
Non voleva che fosse facile, veloce: in tutti quei giorni da passare sul pullman doveva prepararsi per il ritorno a Carthage.
(Sarebbe potuta andare in aereo, o in treno. Ma in quel caso avrebbe dovuto viaggiare come Sabbath McSwain.)
(Aveva perso da anni la sua vera identit, quella di Cressida Mayfield.)
Un giorno di marzo inoltrato sal sul pullman che partiva da Fort Lauderdale. L'aria condizionata era accesa, si raggomitol su un sedile in fondo, sperando di rimanere sola, evitando gli sguardi dei passeggeri che le sfilavano davanti. Aveva sistemato le poche cose che portava con s sul portabagagli in alto, e sul sedile accanto dei libri, qualche quaderno e dei fogli di carta.
Era il 16 marzo: cinque giorni dopo la visita a Orion.
Cinque giorni da quando, nella camera della morte, aveva capito che doveva tornare a Carthage.
Non aveva cercato di procurarsi il numero dei genitori. Avrebbe potuto chiamare la sorella della madre, Katie Hewett, presumendo che vivesse ancora a Carthage e che avesse un telefono fisso; ma non se l'era sentita, sua zia l'avrebbe riconosciuta subito.
Alla prospettiva di rivedere i suoi familiari provava un'apprensione quasi insopportabile: paura, vergogna, ma anche trepidazione, speranza.
Perdonatemi. Pensavo che voi non...
... ero sicura che voi non...
... mi amavate.
Non contemplava l'idea che forse Zeno era morto. Le veniva spesso quel pensiero terribile, ma spariva subito.
Non credeva che Arlette fosse morta.
(Oh, e se invece lo era! Con un brivido di paura si ricord di quando alla madre erano state diagnosticate, con una mammografia che aveva dato un falso positivo, delle cisti al seno che poi si erano rivelate "benigne". E una volta ad Arlette avevano tolto un tumore "benigno", non piccolo, dal colon. Cressida aveva letteralmente sbattuto la porta della cameretta in faccia a Juliet, quando la sorella, spaventata, era venuta per parlarle della mamma, perch lei non ne voleva parlare. Vai via, lasciami in pace! Non ne voglio parlare, ok?)
E cos Juliet si era sposata! E aveva un bambino, forse due.
Quella bella aveva prevalso. Anche lei era andata via da Carthage, da quello scenario di rovine.
Ha avuto una specie di esaurimento nervoso. Il suo fidanzato ha ucciso la sorella.
L'ha annegata nel fiume Nautauga, ma il corpo non  mai stato ritrovato.
La vendetta della sorella brutta contro la sorella bella. Eppure Cressida non l'aveva mai pensata cos.
Come una persona che si aggira in un luogo devastato guardando da un'altra prospettiva le ferite aperte, le voragini nella terra distrutta, gli alberi spezzati e sradicati, lei cominciava a rendersi conto che una catastrofe non investe solo una persona, non produce mai una sola "vittima".
In tutti quegli anni non aveva pensato molto al caporale. Il fatto che l'avesse respinta, disgustato da lei, era stato una specie di omicidio.
Un omicidio, e basta.
Non le importava pi di come lui la considerava, era tutto finito.
Non aveva pensato che lui, il caporale Brett Kincaid, avrebbe dovuto dare conto della sua scomparsa, dopo quell'episodio.
E nemmeno che altri avrebbero potuto credere che l'avesse uccisa.
E se il caporale aveva ucciso lei, la sorella minore della sua ex fidanzata, sarebbe stato punito per quell'omicidio?
In tutti quegli anni passati come Sabbath McSwain, doveva essere stata molto malata, malata di mente, per non rendersi conto di questo.
Per non essersene resa conto, e per non essersene preoccupata.
Una volta Drina aveva raccontato una storia raccapricciante, eppure a suo modo buffa, che le aveva riferito Opa Han, all'epoca sua amante: di una sessantenne che era andata al dipartimento di radiologia dell'ospedale della contea di Miami-Dade per fare una lastra, perch aveva l'addome enormemente dilatato, cos gonfio che la poveretta per camminare doveva usare un bastone; si era trascinata con quell'handicap per almeno un anno nella vaga convinzione di "essere incinta", pensando quindi che la pancia "si sarebbe sgonfiata da s", finch dei parenti l'avevano convinta a farsi visitare da un medico, che le aveva diagnosticato un fibroma da asportare urgentemente.
Avevano riso di quella storia, scuotendo il capo. Ma non c'era niente da ridere. Anzi, era una storia agghiacciante.
Della serie, non "capiamo" ci che per altri  evidente.
Non "vediamo" ci che abbiamo davanti agli occhi.
E se gli occhi "vedono", il cervello non interpreta.
Se avesse pensato a Brett Kincaid avrebbe dovuto ammettere che aveva il diritto di respingerla, il potere che gli derivava dalla sua maggiore forza fisica, il potere (del maschio) di annichilire (la femmina). Non poteva pensare a Brett Kincaid se non alla luce del fatto che l'aveva ferita.
" vivo? ... in carcere?"
Il suo portatile mezzo rotto non funzionava pi. Non aveva accesso a Internet. Anche se su quel pullman inaspettatamente comodo, moderno, con l'aria condizionata al massimo, c'erano delle prese elettriche in ogni sedile, e quindi avrebbe potuto trovare il coraggio di digitare il nome Brett Kincaid e vedere cosa veniva fuori.
Sai che devono averlo punito.
La sua vita  stata distrutta, dopo quella sera.
Lo sai ma non lo sai. Non volevi saperlo.
"Per me era morto, come tutti loro."
Si svegli da un sonno agitato con il mal di testa, nel pullman diretto a nord, mentre attraversavano il confine con la Georgia.
Faceva cos freddo per via di quell'implacabile aria condizionata che si era infilata tutto ci che aveva, raggomitolata sul sedile, riparandosi gli occhi, tremante, sola.
Conoscere il Bene significa desiderare di fare il Bene.
Ignorare il Bene significa essere meno che umani.
In prima liceo aveva letto Platone. Un voluminoso tomo universitario del padre, tutto macchiato: un'Antologia di dialoghi platonici, che comprendeva La Repubblica, Le Leggi, Il Simposio.
Per lei, quattordicenne, era stato affascinante scoprire il testo diligentemente annotato e sottolineato dal padre, e altri libri universitari su cui, all'interno della copertina, era segnato il nome: "Mayfield, Z".
Accanto a un passaggio del Menone era appuntata a inchiostro rosso la domanda: "Socrate dice sul serio?". Il Menone era un dialogo tra Socrate e un giovane di nome Menone, che aveva per argomento la virt e la possibilit di desiderare deliberatamente il male; la circostanza che un giovane schiavo apparentemente possieda delle nozioni di geometria elementare, malgrado sia incolto, viene impiegata per dimostrare che il "recupero spontaneo" della conoscenza  un ricordo.
La lezione del Menone  che sappiamo gi cosa sia il Bene. Lo studio e il sapere non sono altro che ricordo.
Quando Zeno mangiava a casa, era dell'umore giusto per intavolare discussioni e non era distratto dai suoi quotidiani problemi politici e professionali, Cressida si divertiva un mondo a ingaggiare con lui conversazioni animate che, pi per caso che volutamente, anche se forse una certa intenzione c'era, escludevano Arlette e Juliet, le quali affermavano che a loro non piaceva litigare.
Soprattutto, litigare a tavola.
"Chiamate "litigare" ogni conversazione un minimo seria e intelligente" obiettava Cressida. "Ecco perch la "vita familiare"  cos noiosa."
A quattordici anni Cressida sembrava ancora una bambina. Non solo non dimostrava l'et che aveva, ma per molti versi era ancora immatura, infantile.
Intelligente lo era, e sveglia, il padre diceva di lei che "brandiva una frusta".
"Figlia mia, sta' attenta con quella frusta. Ti pu schioccare in faccia, sai."
Cressida lo sapeva. A scuola aveva poche amiche. Affermava sprezzante di volerne poche.
Ad alcuni insegnanti sembrava andare a genio. Ma la trattavano con cautela, con circospezione.
Perch nessun insegnante poteva prevedere quando Cressida Mayfield gli si sarebbe rivoltata contro. Davanti alla classe poteva uscirsene con osservazioni taglienti, sarcastiche. Pi di un insegnante che si era mostrato amichevole con Cressida, nella speranza di tenersela buona vista la sua natura imprevedibile, era stato vittima delle sue frecciatine.
"Pap! Se "conoscere il Bene"  "desiderare di fare il Bene"" disse una volta Cressida per sfidare il padre, appena seduti a tavola, "perch c' tanto male nel mondo? E tanta stupidit?"
Zeno si sfreg energicamente il volto con le mani. Lo si vide riassumere la sua faccia da pap, l'espressione in fondo benigna, perplessa, ma comunque non compiaciuta, quando si toglieva la maschera che indossava davanti agli altri l a Carthage, nello Stato di New York.
"Hai letto Platone? Socrate? Sembra una frase di Socrate."
"S. Ma perch Socrate  cos importante?"
"Perch... prima di Socrate i filosofi avevano gi riflettuto su molte delle cose pensate da lui, ma non cos profondamente e in maniera cos sistematica; e non con lo stesso coinvolgimento personale. Socrate scelse di morire piuttosto che ripudiare le proprie idee o persino andare in esilio. Visse e mor per la filosofia."
Zeno parlava con entusiasmo. Socrate era vissuto a lungo, aveva condotto un'esistenza pubblica nell'agor; aveva sfidato le convenzioni del suo tempo; era una persona impetuosa, schietta, imprudente, incauta. Si era assunto il ruolo dell'eiron, di colui che sa solo di non sapere: e che quindi sa pi degli altri ateniesi.
Dal modo di parlare del padre, dalla voce che vibrava d'una sorta di tenerezza repressa e non del consueto tono sardonico, Cressida si rese conto che Zeno Mayfield aveva una grande opinione di Socrate. E bruscamente obiett: "Se Socrate era una persona cos speciale, perch fu arrestato e condannato a morte?", al che Zeno, ammiccando al suo uditorio, rispose: "Vale per tutti noi! Pi siamo speciali, pi veniamo disprezzati. Dov' la mia cicuta?", e allung la mano per prendere un boccale di birra spumosa, suscitando l'ilarit del suo sparuto pubblico.
"Non fu Socrate a scrivere i Dialoghi. Li scrisse Platone. Come facciamo a sapere che Platone non si sia inventato tutto, anche Socrate?"
E cos, mentre il cibo a tavola si raffreddava, Zeno tenne la sua lezione su Socrate - sull'"eredit di Socrate" -, sulla situazione politica al tempo di Socrate, la cosiddetta et dell'oro dopo la vittoria di Atene e Sparta contro il comune nemico, i persiani; e prima del lento, terribile, irreversibile declino e crollo di Atene nella guerra del Peloponneso contro l'antico alleato, Sparta. "Immaginate la tragedia della nostra guerra del Vietnam amplificata molte volte. Cos fu la guerra del Peloponneso. Atene fu sconfitta non solo militarmente, ma anche moralmente: una disfatta completa. E in tutto questo, uno spirito indipendente come Socrate, un uomo che credeva in un unico, invisibile "Bene" - "Dio" -, fu percepito come un ribelle."
Era emozionante per Cressida sentire il padre parlare cos.
Aveva ascoltato Zeno Mayfield parlare in pubblico: era un politico con un grande talento oratorio, il senso dell'umorismo, un'aria di modestia (appena affettata), persino di riserbo. Ma quelle osservazioni, pronunciate a tavola, nell'intimit domestica, non avevano altro fine che il piacere della conversazione. E il piacere del padre di parlare con lei.
Arlette e Juliet ovviamente assistevano. Ascoltavano, e a volte facevano domande. Ma il padre si rivolgeva a Cressida, perch l'intelligenza di lei era simile alla sua, ed era questo ad attrarlo di pi.
"La tremenda ironia  che l'"et dell'oro" di Atene all'inizio si bas sulle vittorie militari. La fioritura della filosofia, dell'arte e della cultura scatur dalle nefandezze della guerra, dalle conquiste delle citt-Stato greche, dallo sfruttamento dei popoli sottomessi. La semidemocrazia di Atene era appannaggio di pochi eletti. E al culmine dello splendore, la civilt ateniese era gi in declino, perch il suo capo, Pericle, come i nostri bellicosi presidenti americani, spingeva per nuove conquiste, sempre maggiori, con risultati disastrosi. C' un parallelismo tra la morte di Socrate e la fine di Atene: come sempre avviene, c' un parallelismo tra la guida spirituale paradigma di un'epoca e l'epoca in cui vive."
Cressida riflett su quelle parole. Ne rimase colpita.
"Perch Socrate non scelse di andare in esilio? Trovo odioso che sia... che sia rimasto in prigione e abbia ingerito il veleno."
Cressida aveva letto il Fedro, con le numerose annotazioni ed esclamazioni del padre.
Zeno rispose: "Per gli ateniesi l'esilio equivaleva alla morte. L'esilio non era percepito come  percepito oggi, come una specie di fuga bucolica".
Cressida insistette: "Trovo odioso che sia morto. Credo di averlo odiato per la sua testardaggine".
E rimase sorpresa che i suoi familiari scoppiassero a ridere di cuore a quell'affermazione, tutti quanti: Zeno, Arlette, Juliet.
Ma perch, che c'era di cos divertente? La trovavano ridicola?
Testardaggine?
Cressida non capiva. E non si un alle risate.
Si era riproposta di fare ogni giorno del bene.
Volutamente, consapevolmente, senza dirlo a nessuno, avrebbe incarnato il Bene.
Non nel senso in cui era "buona" Juliet, in quanto cristiana. Lei, Cressida, avrebbe perseguito il Bene secondo gli insegnamenti degli antichi greci.
E l'occasione giunse presto: si cercavano dei volontari per la squadra di "Alfabetizzazione matematica" appena istituita, per dare lezioni a studenti delle medie dei quartieri poveri che avevano problemi con la matematica.
Furono invitati a offrirsi soltanto gli studenti migliori del primo anno di liceo. A Cressida piaceva l'idea di essere scelta a far parte di un gruppo selezionato.
Superando la timidezza si era iscritta alla squadra sotto lo sguardo - che a lei sembr sorpreso - della sua insegnante di coordinamento: "Per, Cressida! Brava".
Era cos raro per Cressida Mayfield offrirsi volontaria in qualcosa.
Ed era ancora pi raro acconsentire a far parte di una squadra.
Insieme ad altri nove compagni di scuola, anche loro volontari, il venerd pomeriggio prendeva il pulmino scolastico che li portava al centro di Carthage, nella zona di South River Street, fino allo squallido edificio della scuola media Booker T. Washington.
Il responsabile della squadra si chiamava Mitch Kazteb e frequentava l'ultimo anno di liceo; aveva distribuito ai volontari diverse fotocopie del programma del primo giorno e aveva detto loro di "aiutare gli studenti, in ogni modo", perch quei ragazzi erano "completamente a digiuno di matematica" e anche il minimo miglioramento sarebbe stato un "grande risultato".
Sull'autobus, Cressida era seduta accanto a una compagna di classe di nome Rhonda. Una volta arrivate alla Booker T. Washington si erano aggrappate l'una all'altra, nervose ed emozionate. Rhonda non era una sua amica intima ma era una ragazza simpatica, una delle pi simpatiche della classe, e non evitava Cressida Mayfield per il suo atteggiamento sprezzante e scontroso e le sue osservazioni sarcastiche.
A ognuno di loro fu dato uno sfavillante distintivo giallo con uno smile e la scritta SQUADRA DI ALFABETIZZAZIONE MATEMATICA.
Con sua sorpresa, fin quasi da subito le piacque "insegnare".
Le piacevano i suoi giovani alunni - per lo pi ragazze, tra i dieci e i dodici anni - che chiaramente si aspettavano il suo aiuto. Persino i maschi sembravano seri e attenti.
I problemi di matematica erano dei semplici esercizi di aritmetica. Lunghe addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni, divisioni: con pazienza, i tutor della squadra di matematica della scuola media di Church Street insegnarono la materia passo dopo passo, usando fogli di carta gialli e aiutandosi con delle piccole calcolatrici per un "doppio controllo" dei risultati. Con pochi tratti Cressida disegnava delle vignette per illustrare i problemi: con la matita in pugno, le dita volavano sulla carta, sorprendendo lei stessa e i ragazzi.
Non avrebbe mai immaginato quanto fosse facile capire le "frazioni" se si disegnava, per esempio, una zucca e la si divideva in sezioni. O per lo meno, le frazioni pi elementari.
Sedute ai due capi di un tavolo, con gli studenti in mezzo, Cressida e Rhonda lavoravano insieme, amichevolmente. Fu una sorpresa per entrambe scoprire che insegnare era divertente.
Gli alunni erano nove, tutti di pelle scura, sei femmine e tre maschi. I ragazzi erano pi irrequieti, ma pi pronti a ridere alle battutine spiritose di Cressida. Sembravano tutti seri, fiduciosi. Cressida si commuoveva osservando le loro reazioni quando, alla fine di un esercizio, gli dicevano che la risposta era "esatta".
Visti da vicino, i giovani studenti affascinavano Cressida. Avevano diversi anni meno di lei, quindi erano fisicamente pi piccoli, e chiaramente infantili. (Anche se il ragazzo pi robusto, doveva chiamarsi Kellard, era alto quanto lei.) I colori della loro pelle erano cos vari. C'erano diverse gradazioni di nero: nero fumo, cacao, mulatto, color melanzana, nerissimo. Cressida era affascinata dai loro capelli, dagli occhi, dai tratti del volto, anche se per istinto rifuggiva dai suoi simili ed evitava di incrociarne lo sguardo, come se temesse una violazione della propria intimit.
Per lei fu una rivelazione il fatto che insegnare ai suoi alunni per novanta minuti senza quasi una pausa, lavorare insieme ad altri, in un ambiente simile, fosse cos semplice, e cos piacevole. L'insegnamento: sarebbe stato quello il suo lavoro?
Zeno aveva sempre detto che avrebbe preferito fare l'insegnante piuttosto che laurearsi in giurisprudenza.
Solo che ovviamente con quella laurea, aggiungeva poi, si aveva la possibilit di esercitare un ruolo attivo in politica. Divenuto maggiorenne all'indomani del grande decennio rivoluzionario, gli anni Sessanta del ventesimo secolo nella storia americana, Zeno era consapevole che se si volevano attuare delle riforme bisognava agire direttamente; l'insegnamento era una forma di azione indiretta.
A ogni modo, con la squadra di matematica a Cressida sembrava di aver incontrato il Bene. Le piaceva lavorare con Rhonda, una ragazza tranquilla e affabile, brava nella materia, anche se non brava o pronta quanto lei, e quindi Cressida ne guadagn in autostima; si sentiva gratificata dall'ammirazione di quei giovani alunni, che erano entusiasti di imparare da lei. E anche gli altri membri della squadra di matematica, i suoi compagni di classe della scuola di Church Street, che di solito l'avrebbero infastidita con le loro chiacchiere e le loro risate sull'autobus, le riuscivano simpatici.
Mitch Kazteb, poi, anche pi che simpatico.
"Allora, tesoro, com' andata oggi pomeriggio la lezione di matematica?"
Cressida disse a Zeno che le era piaciuta moltissimo.
Erano a cena, Cressida portava ancora lo sfavillante distintivo giallo con lo smile. Lo disse per scherzo, ma non troppo.
Quando raccont ai suoi della lezione tenuta dalla squadra di matematica alla Booker T. Washington vide i genitori scambiarsi uno sguardo, uno di quegli sguardi enigmatici che i genitori si scambiano in frangenti simili davanti ai figli, e le venne da sorridere: sapeva che, da anni, di lei si diceva che aveva difficolt a "relazionarsi" con gli altri.
Immaginava che i genitori fossero preoccupati per lei, e sorpresi che si fosse offerta per un'attivit di volontariato, di quelle per cui Juliet era sempre in prima fila, e che Zeno, da sindaco, cercava di promuovere nell'ambito delle iniziative sociali.
Anche la seconda lezione, il venerd dopo, and bene, malgrado due volontari della scuola di Church Street non si fossero presentati e probabilmente non sarebbero pi tornati; e anche se gli alunni pi grandi, tra cui quelli che seguivano la lezione di Cressida e di Rhonda, sembravano pi irrequieti dopo essersi concentrati su qualche problema, e si scoraggiavano prima delle ragazze. Nonostante tutto, Cressida riusc a catturare la loro attenzione, o cos credeva, con le sue ingegnose vignette e il suo lieve e divertente senso dell'umorismo, ed elogiandoli quando risolvevano "correttamente" qualche esercizio (in realt, nessuno).
Per i tutor fu un po' scoraggiante il fatto che la maggior parte dei loro alunni provenienti dai bassifondi della citt sembravano aver dimenticato le elementari nozioni matematiche imparate la settimana prima. Mitch Kazteb disse che c'era da aspettarselo: "La squadra di matematica deve lavorare sodo, bisogna aiutare chi vuole essere aiutato, e ogni piccolo miglioramento sar un buon risultato. Capito?".
Cressida not che Mitch indossava lo sfavillante distintivo giallo con lo smile al contrario.
Anche stavolta rimase sorpresa notando quanto si sentisse a proprio agio in quel ruolo di insegnante; e come andasse d'accordo con gli altri tutor, in particolare con Rhonda; diversi alunni le piacevano un sacco, ne era affascinata: quegli occhi grandi, guizzanti, castano scuro come i suoi; e quei sorrisi, all'inizio timidi, che poi si trasformavano in risate, se avevano il permesso dei loro insegnanti. Aveva imparato a memoria tutti i nomi, che le sembravano esotici: Opal, Shirlena, Vander, Marletta, Junius, Satin, Vesta, Ronette, Kellard.
Com'era diversa quell'esperienza dai rapporti che aveva con i compagni di classe alla scuola media di Church Street, anzi, con i suoi compagni di classe fin dai tempi dell'asilo. Da bambina, Cressida Mayfield aveva imparato a muoversi tra i suoi compagni ostentando indifferenza; se loro non la vedevano, lei non vedeva loro.
Anche quel secondo venerd sera a cena Cressida parl con entusiasmo della lezione tenuta dalla squadra di matematica. Questa volta c'erano degli ospiti, vecchi amici dei genitori, che le fecero un mucchio di domande; erano una coppia che conosceva Zeno e Arlette dai tempi in cui ancora non avevano figli, e non sempre erano a loro agio con Cressida. Adesso, invece, era lampante che i Massey erano colpiti dalla figlia intelligente!
Poi arriv il terzo venerd. Che sarebbe stato l'ultimo per Cressida.
La favola fin all'improvviso: entrando in classe insieme agli altri tutor, Cressida not uno dei suoi alunni l di fronte a lei che dava di gomito a un compagno, vide sui loro volti una malcelata espressione di scherno mentre la guardavano e li sent dire, senza possibilit di equivoco: "Vedi quella racchia?".
Anche se stava ascoltando Rhonda che le diceva qualcosa, Cressida sent quel commento, che le trafisse il cuore come una freccia; sarebbe rimasta impietrita se non che ormai era in ballo: ovviamente era troppo orgogliosa per dar segno di aver sentito quell'insulto puerile, o di mostrarsi ferita.
Un attimo dopo i due ragazzi si voltarono, Kellard ridacchiando abbass la testa (con aria colpevole?) mentre avvicinava rumorosamente la sedia al tavolo. Poi salut le sue insegnanti di pelle bianca con espressione innocente, come se nulla fosse.
Cressida sentiva la testa pulsarle per la vergogna, la mortificazione. Era quasi certa che Rhonda non avesse sentito la battuta del ragazzo, ma aveva la sensazione fastidiosa e umiliante che a Mitch Kazteb non fosse sfuggita.
(Da quando era entrato in classe non l'aveva nemmeno guardata. Ovviamente era in imbarazzo per lei. Ormai non si sarebbero pi scambiati battute spiritose.)
E cos fin la terza e ultima lezione alla Booker T. Washington. Cressida la port a termine con coraggio, ma piena di sdegno.
Non guard quasi mai Kellard e gli altri. Perch adesso le sembrava ovvio che tutti la detestavano. Sentiva una voce maligna martellarle nella testa.
Ti odiamo ti odiamo ti odiamo. Ti odiamo tanto. E sei anche racchia, brutta.
La povera Rhonda dovette notare che quella settimana, durante la lezione, la sua amica Cressida era meno presente del solito. Cressida Mayfield, che aveva la reputazione di ragazza lunatica e imprevedibile, partecipava appena, senza entusiasmo; fece parlare quasi sempre Rhonda; lei, che intratteneva gli alunni con le sue vignette abilmente disegnate, quella settimana non fece battute e non disegn nulla.
Anche gli alunni sentirono che qualcosa non andava; Kellard, seduto un po' discosto dagli altri, si muoveva in continuazione sulla sedia, era accigliato e si mangiucchiava le unghie, consapevole che Cressida lo ignorava, e non l'aveva elogiato nemmeno una volta.
Sull'autobus che li riportava nel loro quartiere nella zona collinare a nord di Carthage, Rhonda chiese a Cressida se c'era qualcosa che non andava, ma lei scosse il capo.
Rhonda osserv con disapprovazione che quella settimana altri due o tre tutor si erano ritirati. Sembrava sul punto di aggiungere che sperava che non lasciasse anche lei, la settimana dopo, ma Cressida si stravacc sul sedile, punt lo sguardo cupo fuori dal finestrino e non disse niente.
Non era giusto! Sapeva di piacere a Kellard, come lui piaceva a lei. Eppure lui non aveva potuto evitare di fare quella battuta, e adesso lo detestava, non era riuscita nemmeno a guardarlo.
Quanto agli altri alunni, sapeva che non avevano colpa. In particolare le ragazzine, che le piacevano molto. Ma adesso... era finita. Per nulla al mondo sarebbe tornata alla scuola Booker T. Washington.
Quella sera, a cena, Cressida si sedette a tavola tutta imbronciata. Con qualche esitazione i genitori le chiesero com'era andata quel pomeriggio, e lei rispose, con un sorriso allegro, spensierato e indifferente: " andata bene. Ma la settimana prossima non ci torno".
"Non ci torni? E perch?"
"Perch  tempo perso. In realt quegli studenti non "imparano" niente, memorizzano solo. E poi si dimenticano tutto."
"Ma... ti piaceva cos tanto insegnare..."
Cressida scroll le spalle. Per lei, l'argomento era chiuso.
"Hai detto che forse ti sarebbe piaciuto diventare insegnante..."
E Juliet obiett: "Ma Cressie! Hai detto che tu e Rhonda vi divertivate cos tanto. Perch non provi un'altra volta?".
Cressida scosse la testa. Basta delusioni!
Gett nell'immondizia il distintivo della squadra di Alfabetizzazione matematica.
Quella racchia. Con il tempo, si sarebbe convinta che il ragazzo avesse detto: Brutta.
Comunque era meglio cos, pensava, aveva scoperto subito quanto potevano essere sciocchi e crudeli i giovani studenti. Prima di commettere qualche stupido sbaglio dettato dall'idealismo.
E aveva anche scoperto quanto lei stessa fosse superficiale, come fosse facile ferirla, abbatterla. Era come un disegno di M.C. Escher, tutto superfici, brillante, ingegnoso, geniale, ma senza profondit n cuore.
Era sul pullman che procedeva verso nord. L'ultima volta che aveva guardato dal finestrino, davanti a lei sfilava la campagna, collinosa. Si erano lasciati alle spalle la Florida e la Georgia, adesso stavano attraversando il South Carolina, o forse erano gi nel North Carolina.
Paralizzata dalla paura, veniva portata a nord.
Pensava: "Forse mi hanno davvero dimenticata. Forse non mi sbagliavo".
E anche: "Forse l'autobus si ribalter. Forse troveranno 'una carcassa in fiamme sulla I-95'".
Aveva dormito tutta rannicchiata sul sedile. Nessuno le aveva chiesto se poteva sedersi accanto a lei.
Quanto le mancava l'Investigatore! Le mancava persino il disgusto, l'amara delusione che gli aveva provocato.
E aveva ragione: aveva tradito la sua fiducia, non avevano pi futuro. E poi lei aveva cinquant'anni meno di quell'uomo, che considerava ridicolo ogni rapporto al di fuori di quello professionale.
Ma non aveva perso l'anello. Se lo rigirava fra le dita.
Se mi perdoneranno, potr tornare da lui. Se me lo permetter.
Aveva dormito vestita, a lungo, almeno cos le pareva. Aveva fatto un brutto sogno, aveva sognato la scuola Booker T. Washington, anche se l'edificio labirintico del sogno era diverso da quello reale.
Il ragazzo con la pelle scura si nascondeva. Le rideva dietro, e le correva incontro. Sei brutta brutta brutta! Perch non muori?
Anche lei si era comportata male, l. Gi allora se n'era resa conto.
Mitch Kazteb aveva cercato di convincerla. Erano tutti scoraggiati da quell'esperienza, certo alcuni di quei ragazzini erano proprio dei mocciosi, anche lui era stato insultato, pi di una volta. Ma devi insistere, le aveva detto Mitch, devi tenere duro, e andr tutto bene, e anche meglio.
L'aveva chiamata, quando la quarta settimana non si era presentata.
Un ragazzo che telefona a Cressida Mayfield! Uno studente dell'ultimo anno che le parlava come se lei gli piacesse, o se gli piacesse qualcosa di lei.
Lei aveva provato una certa attrazione per lui, ma solo all'inizio. Solo quando le cose andavano bene.
I sentimenti sono come i fili di una ragnatela. Non durano a lungo. O almeno per lei era cos.
Anche Rhonda l'aveva chiamata, le aveva detto che le mancava. L'aveva pregata di tornare, di riprovarci.
Cressida era rimasta molto commossa dal fatto che Rhonda e Mitch l'avessero chiamata. Ma non avrebbe mai confessato: Non posso rischiare di nuovo, sono troppo fragile.
Mentre ripensava a quegli errori dell'adolescenza, aveva cominciato a tossire nell'aria gelida dell'autobus. Adesso che avevano lasciato il Sud della Florida, alcuni passeggeri si erano lamentati con l'autista per l'aria troppo fredda.
Iniziava a sentire un'irritazione alla gola. E anche alla pelle, ipersensibile come se si stesse ammalando. Il pensiero di ammalarsi in un posto simile, cos lontana da casa, la spavent.
Lei era quella intelligente.
Diamine se lo sapeva: quella intelligente.
Aveva sbattuto la porta sul retro della casa di Cumberland Avenue.
Non le importava che qualcuno da dentro vedesse o sentisse che stava uscendo.
Non le importava se sarebbe tornata o meno.
Dentro di lei c'era un meccanismo a molla che si avvolgeva sempre pi stretto, tic tic tic: era sul punto di esplodere.
"Vi odio. Vorrei che foste..."
Ma non riusciva a pronunciare la parola morti.
Perch ovviamente non intendeva quello: morti.
Perch era cos infuriata? Perch il cuore le martellava nel petto? Perch la testa in fiamme le pulsava in quel modo? Perch provava quel desiderio cos ardente negli ultimi tempi, come le ragazze della sua et, di essere toccata, baciata, amata, e di scomparire?
A quanto ricordava, si era sempre sentita a disagio quando qualcuno la guardava, la giudicava. Ma negli ultimi tempi quella sensazione era sempre pi intensa.
Da quando aveva avuto problemi a scuola con l'insegnante di geometria, il professor Rickard, che le aveva detto quelle cose stupide, crudeli e imperdonabili mentre invece lei, fidandosi, gli aveva mostrato i suoi disegni: "Lo odio. Vorrei che fosse morto".
Paura, disgusto, di essere osservata.
Di solito provava quella sensazione con gli estranei, al cui sguardo voleva sottrarsi, fino a rimpicciolire e scomparire.
Ma spesso capitava anche con le persone che la conoscevano di vista o, peggio, che sapevano che era la figlia minore dei Mayfield, quella******.
E a volte anche con i suoi familiari.
Aveva sbattuto la porta di casa per non urlare.
Era uscita in pantaloncini color cachi, maglietta a maniche lunghe, scarpe da ginnastica. Indumenti da maschio che le stavano larghi, che nascondevano la sua figura (da maschio). E i capelli sporchi, pettinati all'indietro senza cura.
Era arrabbiata. Soprattutto, provava vergogna.
Di ci che aveva fatto per ferire Juliet! Che vergogna.
Era un sabato di aprile. Circa una settimana dopo il quindicesimo compleanno di Cressida.
Era confinata in casa a fare esercizi al pianoforte. Li eseguiva in maniera compulsiva, senza entusiasmo, seduta davanti al pianoforte in sala, in un angolo dove la luce arrivava di rado e persino a mezzogiorno bisognava accendere la lampada: altra cosa che detestava. Il pomeriggio del giorno prima c'era stata la lezione settimanale, una delusione per lei e - lo sapeva - per il suo insegnante, il signor Goellner; era decisa a eseguire la sonata di Beethoven con armonia, fluidit, senza commettere errori, il venerd seguente voleva sorprendere il signor Goellner per fargli cambiare idea sulle sue capacit musicali; ma nonostante la concentrazione feroce e la volont di ripetere ripetere ripetere quei passaggi pieni di arpeggi brillanti, continuava a fare errori: sbagliava le note, perdeva il tempo, pasticciava, le mani scivolavano sui tasti: era disgustata. Perch quella era la sonata n. 23, la grande Appassionata. La consapevolezza che non avrebbe mai eseguito quella sonata meglio di una mediocre giovane pianista di Carthage era un affronto al suo orgoglio, anche se, ogni volta che lottava con quel pezzo, quando Zeno e Arlette erano nei paraggi i suoi sforzi venivano compensati da calorosi applausi.
"Cressie! Stupendo."
Ovviamente i suoi genitori volevano incoraggiarla. Manifestavano il loro amore per lei.
Ma lei lo sapeva: quell'amore era una sorta di piet, come verso un bambino storpio, o un bimbo che muore di leucemia.
Usc sbattendo la porta. Senza dire a nessuno dove andava.
Ricordava vagamente di aver promesso alla madre che avrebbe fatto qualcosa con lei, quel pomeriggio, o anche con Juliet.
Nessuno la vide percorrere in bicicletta il lungo vialetto fino alla strada. Come sempre quando saltava sulla bici, a Cressida piaceva pedalare veloce, senza sforzo.
Aveva le gambe forti, muscolose. Erano il petto, le spalle, il torace a essere deboli, esili; le clavicole d'un bianco latteo che risaltavano sotto la pelle.
Su Cumberland Avenue si diresse a est, pedalando verso la chiesa episcopale alla fine dell'isolato, e verso il bellissimo cimitero antico.
Il cimitero era uno dei suoi posti preferiti. Fin da bambina provava il bisogno di sgusciare via dalla famiglia, di nascondersi.
E quando andava al cimitero visitava sempre le tombe antiche che ormai le erano familiari. Conosceva a memoria i nomi "storici" incisi sulle lapidi vecchissime, lisce e consunte, con le lettere e le date quasi illeggibili. Nella parte pi antica erano sepolti dei Mayfield, vissuti negli anni Novanta del Settecento. Ma Zeno era convinto che non fossero suoi avi, perch il suo bisnonno Zenobah Mayfield era emigrato dal Nord dell'Inghilterra negli anni Novanta dell'Ottocento, da bambino; e poi nessun Mayfield aveva frequentato la chiesa episcopale, a quanto lui ne sapeva.
Le violente pulsazioni alla testa si attenuarono un po', nel cimitero. Perch l c'era una gran pace, era una specie di luogo segreto.
Negli ultimi tempi Cressida disegnava poco. Da quando quell'idiota di Rickard l'aveva insultata.
Sono bellissimi, ma perch rifare ci che Escher faceva cos bene?
Aveva commesso lo sbaglio di fidarsi del professore di geometria. Perch le sembrava di essergli simpatica, a lezione lui la lodava spesso e le sorrideva; e rideva alle sue battute, mormorate a mezza bocca.
Perch, aveva pensato Cressida, era uno dei pochi insegnanti in grado di apprezzarla.
E forse, aveva anche pensato, gli piaceva.
Ma adesso era tutto finito. Adesso lo odiava.
E odiava la geometria. In quelle ultime settimane prima della fine del trimestre non aveva pi fatto i compiti, aveva saltato le lezioni. Se ne stava stravaccata sulla sedia a guardare fuori dalla finestra, indifferente alle spiegazioni del professor Rickard che ticchettava col gesso sulla lavagna e faceva domande a cui rispondevano gli studenti pi brillanti, non certo Cressida Mayfield, non pi - mai pi.
Nel cimitero fu colta da un pensiero strano: la morte era un evento cos comune, cos ordinario: la morte era ovunque.
Eppure, nella realt, la morte era una cosa orrenda, indicibile. Niente aveva pi importanza della morte dei singoli individui.
Si ritrov a fissare una scena ripugnante: un grosso insetto verde, una cavalletta, che si dimenava intrappolato in un'enorme ragnatela che conteneva le carcasse di altri insetti. Che schifo! Almeno quel tipo di immagini "biologiche" non si trovavano nell'arte cerebrale e paradossale di M.C. Escher. Cressida raccolse un bastoncino e ruppe la ragnatela, disgustata. Ma non si accert se la cavalletta fosse morta, schiacciata contro la lapide, ancora intrappolata nei resti della ragnatela, o se si fosse liberata.
La sua nonna materna, che dalle nipoti si faceva chiamare Grand-mre Helene, era morta qualche giorno prima di Natale. Dopo la sua morte Cressida aveva avuto degli incubi e ogni volta che vedeva delle donne anziane con i capelli bianchi provava una sensazione di perdita. Ma non era riuscita ad amare Grand-mre Helene come l'aveva amata Juliet, e da allora nutriva dei sensi di colpa; al funerale non aveva pianto, come Juliet e Arlette, era rimasta a rosicchiarsi le unghie, risentita di doversene stare confinata in quel posto. Ma Grand-mre Helene non era stata sepolta nel cimitero episcopale.
Cressida detestava ricordare le circostanze della morte della nonna. Cos come detestava pensare alla morte (futura) dei suoi genitori, Zeno e Arlette. Il cervello le si bloccava come un tritarifiuti in cui sia finito un cucchiaio. (Quando Cressida, imbronciata, aiutava a rassettare la tavola dopo i pasti, succedeva spesso che cucchiai, forchette e coltelli scivolassero nelle lame ronzanti del tritarifiuti, che li riduceva in pezzi.)
Pensava: "Manca ancora cos tanto tempo, non accadr mai. Non essere sciocca!".
Era sul sentiero di ghiaia, nella parte antica del cimitero che le era familiare. Le zone nuove le piacevano meno, anche se sorgevano pi in alto, all'ombra di alti castagni vicino alla chiesa.
Nella parte pi nuova, poteva capitarle di notare qualche cognome che conosceva.
Si mise a osservare di nascosto un funerale nella parte nuova, le persone vestite a lutto.
Le sembrava di non conoscerle, il che fu un sollievo.
Esitando prosegu sul vialetto di ghiaia. Non voleva tornare indietro all'improvviso per evitare quelle persone, ma non voleva nemmeno attirare l'attenzione.
Si sentiva a disagio a girare nel cimitero con quei pantaloncini color cachi e la maglietta larga. Eppure provava un brivido di eccitazione al pensiero che nessuno la conosceva, che era in incognito.
Un giorno sarebbe andata via, nell'anonimato.
Ma poi, quasi a schernirla, una donna che partecipava al funerale la fiss e le fece un cenno del capo.
La salut con una mano guantata, senza sorridere.
Naturalmente Cressida conosceva quella donna: era la signora Carlsen.
Ginny Carlsen, la moglie di Patrick Carlsen. Il marito era un socio in affari di Zeno Mayfield.
I Mayfield e i Carlsen erano amici. Anche se i Carlsen erano pi vecchi dei Mayfield. Probabilmente era morto un loro anziano parente, stavano interrando la cassa.
Cressida si sent come un animale in trappola, per un attimo le manc il fiato, mentre altre persone presenti al funerale si voltarono a guardarla, salutandola con un cenno della mano.
Chi ? La figlia dei Mayfield. Quella pi piccola...
Usc di corsa dal cimitero, dando di pedale sul vialetto di ghiaia. Nel cielo si stavano addensando nubi cariche di pioggia ma lei non torn a casa, scese per Cumberland Avenue, gi per una serie di pendii. Quella zona era ancora poco edificata, fra le propriet si succedevano terreni vuoti e aree boschive che si estendevano per parecchi ettari. Lei conosceva quasi tutti i nomi delle famiglie che vivevano nei dintorni, ma in quel momento aveva la mente completamente vuota. Sentiva uno strano stordimento, una lieve ansia, come se fosse riuscita per un soffio a scampare... qualcosa.
I pendii erano quasi tutti ripidi, ghiacciati. Per scendere dovette smontare dalla bicicletta e continuare a piedi. Sentiva una voce molesta nel cervello: "Arlette! L'altro giorno ho visto tua figlia al cimitero. Mi ha fatto una strana impressione vedere una ragazza con l'aria stravolta, sola e senza amici il sabato pomeriggio".
Esiste l'autofobia: la paura di essere soli. E l'isolofobia: la paura della solitudine, quindi la stessa cosa.
Aveva scoperto altre particolari fobie: la spettrofobia (la paura degli specchi), l'ornitofobia (la paura degli uccelli). E poi la zoofobia (la paura degli animali) e l'antropofobia (la paura della gente).
C'erano anche fobie pi comuni, conosciute dalla maggior parte delle persone: la claustrofobia, l'agorafobia, l'acrofobia (la paura delle altezze e dei luoghi elevati).
Il cuore le batteva forte, come le ali di un uccello intrappolato. Era una sorta di claustrofobia, unita all'antropofobia: la paura degli altri, che la intrappolavano con i loro sguardi, come se volessero qualcosa da lei.
Qualche sera prima Zeno aveva scherzato su un'altra fobia abbastanza comune, per quanto "piuttosto bizzarra", la triscaidecafobia: la fobia del numero tredici.
Zeno si vantava di non essere superstizioso e di non credere in nessun "benefattore sovrannaturale", ma la maggior parte della gente, fra cui la stessa Cressida, nei momenti di debolezza aveva paura di qualcosa.
La paura di ci che non si conosce: come si chiamava?
E ancora peggio: la paura di ci che si conosce.
Cressida rise, era tutto cos assurdo.
Sentiva il cervello aggrovigliato e intasato come i fili di un tappeto risucchiati dalle rotelle vorticanti di un aspirapolvere.
Oh, Cressida! Hai bloccato di nuovo l'aspirapolvere?
Una dopo l'altra, era stata esonerata dalle faccende domestiche.
Non era colpa sua, davvero! Alla fine Arlette le aveva assegnato dei compiti che non richiedevano concentrazione ma le permettevano di sognare a occhi aperti senza fare troppi danni, come piegare gli asciugamani tirati fuori dall'asciugabiancheria e riporli nell'armadio al piano di sopra.
Cressida rimont in sella, anche se il pendio era ancora piuttosto ripido. Era uscita senza casco: i genitori l'avrebbero sgridata, se l'avessero saputo.
Non le importava di farsi male. Fin da quando aveva cominciato a camminare, sbatteva spesso contro qualcosa, si procurava lividi e tagli alle gambe. Le venne in mente che doveva autopunirsi, per il pessimo comportamento nei confronti di Juliet e della sua amica, Carly Hempel.
Vergogna! Vergognati, Cressida Mayfield.
Per punizione ti spiaccicherai il cervello.
Ma sarebbe stato ancora meglio scomparire, e basta.
Perch, se fosse scomparsa, se non fosse mai tornata dalla sua passeggiata in bicicletta, chi avrebbe sentito la sua mancanza?
Sentiva spesso i suoi parlare e ridere insieme, le parole smorzate, sussurrate. E all'improvviso saliva in camera sua, chiudendo la porta perch voleva stare sola, con i suoi libri, con la sua "arte", sapendo che i genitori e la sorella rimanevano sconcertati dalla sua maleducazione; ma sapeva anche che presto, dopo qualche minuto, non avrebbero pi notato la sua assenza, l'avrebbero dimenticata, Zeno, Arlette, Juliet, rilassati e felici tra loro.
In famiglia ormai si erano abituati a quel suo comportamento. I parenti e gli amici lo davano per scontato. Lo tolleravano. Non si aspettavano che Cressida rispondesse con un sorriso quando la salutavano, che guardasse in faccia le persone; non si aspettavano che, come gli altri, si offrisse di aiutare a preparare da mangiare, a portare il tavolino da picnic e le panchine in giardino, ad apparecchiare o sparecchiare.
Non si aspettavano che rimanesse a lungo seduta a tavola a mangiare, o a sforzarsi di mangiare; n si aspettavano che si fermasse a tavola dopo pranzo, come facevano gli altri, non perch erano costretti ma perch lo trovavano piacevole, amavano stare insieme, perch per loro la compagnia era un piacere, non una sofferenza.
Aveva un disperato bisogno di andare via, di stare da sola. E quando era sola, i pensieri le si rivoltavano contro come calabroni impazziti.
Scendeva a rotta di collo gi per la china, verso la citt di Carthage. Le narici le pungevano per il puzzo di rifiuti chimici, sostanze organiche putrefatte e gomma bruciata, portato dal vento in quella vecchia zona semideserta della citt che confinava con il Black Snake River, dove un tempo sorgevano piccole fattorie, mulini, magazzini in funzione. Adesso rimanevano solo alcune attivit sparse qua e l che sembravano sull'orlo del fallimento, se gi non erano fallite: stazioni di benzina, fast food, taverne, banchi dei pegni, garanti per la cauzione di delinquenti, sportelli per l'incasso immediato di assegni.
Era proprio da Cressida Mayfield, avrebbero detto, scendere alle pendici di quella collina scoscesa, come una spericolata, in modo ostinato, fin laggi. Forse aveva fatto uno sbaglio: non sarebbe stata in grado di risalire quei pendii in bicicletta, avrebbe dovuto portarla a mano, per quasi tutto il tragitto.
Ma non avrebbe chiamato a casa per chiedere a qualcuno (ovviamente la mamma) di venirla a prendere con la station wagon.
Tanto meglio se a casa avessero notato la sua assenza, e se lei si fosse persa qualcosa mentre era via.
Cressida, tesoro, dove sei stata tutto questo tempo? Eravamo preoccupati!
Non mi hai detto che uscivi in bicicletta! Non mi hai salutato!
Ti abbiamo cercato in camera, tesoro, ti abbiamo chiamato, ho persino telefonato a Marcy Meyer pensando che forse...
Waterman Street era intasata di traffico: camion, furgoni, macchine arrugginite che sbandavano senza curarsi dell'incolumit di una ragazza in bicicletta, non come succedeva nei collinosi sobborghi residenziali a nord di Carthage. Eppure a Cressida piaceva stare l: avvertiva un senso di leggero pericolo, di rischio, di allarme mentre il traffico le sfrecciava accanto e la bicicletta sobbalzava sui binari, all'improvviso, facendole quasi perdere il controllo. (Non era l'unica ciclista su Waterman Street: a una certa distanza c'erano parecchi ragazzi, degli adolescenti allampanati che non l'avevano notata. Forse tra loro c'era Kellard.)
(Cressida non avrebbe dimenticato facilmente Kellard. Era una cosa sciocca da dire, ma quel ragazzo le aveva spezzato il cuore.)
(Certo che lo sapeva: era tutto cos insignificante! Era una cosa assolutamente banale, irrilevante. Eppure non riusciva a dimenticarlo.)
Man mano che percorreva Waterman Street, l'odore acre di sostanze chimiche aumentava. Sulla destra, stava superando uno scalo merci in disuso, dove per quasi mezzo chilometro lungo il fiume erano abbandonati dei vagoni, cumuli di rottami metallici, mucchi di brecciolino grigiastro o di polvere, dall'aspetto sinistro - era puzza di azoto, quella? Con un sentore sulfureo.
Oltrepass Fisher Avenue - la scuola media Booker T. Washington era a un paio di isolati da l - e ora, al civico 200 della Waterman, l'edificio con la facciata in mattoni beige della Home Front Alliance, un ente di volontariato che gestiva una mensa dei poveri e uno "spaccio" dove gli indigenti, i senzatetto e intere famiglie (i "clienti", come li chiamava Zeno misurando le parole) potevano fare la spesa una volta al mese; sfilavano lungo gli scaffali come in un negozio di alimentari o in un discount, e riempivano un certo numero di carrelli: uno per ciascun adulto, pi un altro per la "famiglia". Quando era sindaco di Carthage ed era a capo della giunta comunale, Zeno Mayfield si era adoperato per la fondazione della Home Front Alliance; si occupava ancora dell'amministrazione dell'ente, della ricerca di finanziamenti e dell'organizzazione di serate per la raccolta di fondi. Naturalmente, la famiglia Mayfield era stata coinvolta in numerose iniziative della Home Front Alliance; soprattutto Arlette e Juliet prestavano ancora opera di volontariato nella mensa e nello spaccio - Cressida ignorava con quale frequenza, poich nutriva poco interesse per tutto ci.
Anche se, in un primo momento, si era lasciata convincere a partecipare con la sua famiglia a un'iniziativa della Home Front Alliance: una sorta di raccolta fondi organizzata da volontari, personale dell'ente, persone che frequentavano la chiesa e "clienti". Aveva aiutato a servire della pasta al forno ricoperta da una crosta di mozzarella fusa, in piatti di carta a un buffet; estremamente a disagio e annoiata a morte, aveva persino dato una mano nelle imponenti pulizie che erano seguite al pranzo. (Da notare che Zeno, gran cerimoniere della serata, aveva evitato la cucina come la peste.) Poi era sgusciata via e aveva aspettato i genitori in macchina, sollevata dal fatto che si fossero offerti cos tanti volontari, per lo pi donne bianche, istruite, benestanti, conoscenti dei suoi.
Cressida prendeva in giro i genitori per le loro attivit sociali parafrasando una frase di W.H. Auden: "Siamo qui sulla Terra per aiutare gli altri. Ma cosa ci facciano gli altri qui, nessuno lo sa".
Eppure, malgrado il suo scarso interesse per la Home Front, e la straziante delusione procuratale dall'esperienza di insegnamento della matematica, Cressida anelava a fare il Bene. Pensava al Bene come a un'alta montagna da scalare. Ma una montagna remota, non una degli Adirondack meridionali.
Pedalando davanti all'edificio della Home Front vide delle persone in fila che sgomitavano per entrare nella mensa. La maggior parte erano uomini, probabilmente dei senzatetto. Si allontan di corsa.
Si vergognava di s o... provava disprezzo? Si sentiva in colpa o non le importava?
Non mi interessa di voi come non mi interessa di me.
Perch dovrebbe interessarmi?
Io sono quella brutta.
Piuttosto, si vergognava di ci che aveva fatto al maglioncino di cashmere di Juliet, il bellissimo cardigan violetto che Grand-mre Helene aveva regalato a Juliet due anni prima per il suo compleanno.
Con delle forbicine aveva tagliato alcuni fili nella parte interna. Fremendo di gioia: chi l'avrebbe saputo?
Qualche volta aveva cancellato dalla segreteria di casa dei messaggi per Juliet.
Altre volte aveva rubato degli oggetti alla sorella - tra cui il nuovo, piccolo e lucente cellulare regalatole dai genitori - e li aveva buttati via.
"Cavolo! Perdo tutto, mi viene da piangere."
E Cressie, la sorella pi piccola, punzecchiandola con il suo tipico sorriso irritante aveva detto: "Povera Julie! Forse soffri di amnesie come la nonna dopo la chemio".
(Una battuta davvero cattiva, su cui Juliet gliss con un sorrisetto sbigottito.)
(E che avrebbe scioccato la madre, se l'avesse sentita.)
Quasi sempre in preda al disprezzo, alla gelosia e all'invidia per la bella sorella che tutti adoravano, compresa la stessa Cressida, per ripicca sgattaiolava di nascosto nella sua stanza e sbirciava nel suo computer. Juliet non lo spegneva quasi mai, non chiudeva la posta, quindi per lei era facile cancellare delle mail, dei messaggi non letti inviati da amici; Cressida leggeva la corrispondenza che la sorella intratteneva con le numerose amiche e con il fidanzato Elliot Keller (e anche con altri ragazzi, all'insaputa di Elliot), cancellando con puerile soddisfazione un sacco di messaggi. Perch la sorella aveva tutti quegli amici, anche superficiali e sciocchi, mentre lei ne aveva cos pochi? Non era giusto. Soprattutto, a Cressida davano fastidio le lettere che si chiudevano con la formula: "Con affetto", perch lei riceveva di rado delle mail dalle sue compagne di classe, solo da una o due, e comunque non le scrivevano mai: "Con affetto".
A volte Cressida si serviva delle sue limitate ma micidiali conoscenze informatiche per scombinare i documenti di Juliet.
Con il risultato che la povera Juliet andava da lei a supplicarla: "Oh, Cressie! Mi aiuti? Sono cos stupida... Devo aver fatto qualche sbaglio, avr premuto qualche tasto che non dovevo, non ci crederai, ma  scomparso il "desktop"!".
E Cressida, impietosita dalla sorella maggiore: "Ok. Be', visto che sono quella intelligente, ci provo".
Adesso, all'incrocio tra la Waterman e la Ventor, in un quartiere fatiscente con alcuni magazzini che sorgevano davanti al fiume, Cressida not un furgoncino che la seguiva troppo da vicino, sulla strada; anche se lei avanzava stando pi attaccata possibile al marciapiede, il furgoncino la incalzava, per spaventarla; l'autista aveva chiaramente rallentato per starle dietro. Infatti, quando era scattato il verde, il furgoncino non l'aveva superata ma era rimasto dietro, a pochi centimetri da lei.
C'era la radio accesa a tutto volume, in quel furgoncino? Oppure quella che sentiva era la voce dell'autista, una voce bassa e falsamente carezzevole che pronunciava parole che non riusciva a decifrare?
E che non voleva decifrare.
Era cos spaventata che sterz d'improvviso, mont sul marciapiede rischiando di essere sbalzata di sella e si diresse in un baleno verso un parcheggio abbandonato, ricoperto da un manto di asfalto butterato e solcato da crepe, dove sorgeva una stazione di servizio in disuso. C'erano ovunque schegge di vetro, rottami di metallo e immondizia, e tra le fenditure dell'asfalto spuntavano delle erbacce come dita minacciose. L'autista del furgoncino aveva inchiodato e stava chiamando distintamente: "Cressida. Ehi, fichetta, dove vai cos di corsa? La sai una cosa, fichetta? Qualcuno ti romper quel bel culetto".
A un certo punto, pedalando lungo la Waterman, Cressida aveva pensato che stava attirando l'attenzione degli uomini - e dei ragazzi - e che questi potevano "interessarsi" a lei; invece, quando andava in bici a Cumberland Avenue, o nei pressi della scuola di Convent Street, non suscitava l'"interesse" di nessuno. E adesso, quelle parole sconce erano un rimprovero alle sue fantasie.
Forse quell'uomo scherzava. O forse la stava minacciando.
In ogni caso, quell'attenzione da parte di un uomo non era per niente lusinghiera: era un insulto, osceno e odioso.
Doveva aver visto che Cressida era una ragazzina. Doveva essersi accorto che era spaventata. Lei cerc di ignorarlo, ma era sempre pi nervosa e imbarazzata mentre quell'uomo avanzava nel parcheggio con audacia, era montato sul marciapiede e procedeva a zigzag tra l'immondizia, sorridendole in modo lascivo da dietro il parabrezza. Cressida ebbe la confusa visione di un uomo piuttosto giovane con la fronte bassa e rugosa, il volto non rasato e un sorriso beffardo, e presa dal panico perse l'equilibrio, fu sbalzata dalla bicicletta e cadde rovinosamente in avanti.
Si ritrov a terra, sull'asfalto crepato e sporco d'olio, singhiozzante e tremante. Si rese conto di essersi ferita al ginocchio, e sper di non essersi rotta qualche osso o slogata una caviglia. Aveva sbattuto la testa contro qualcosa di duro. Era riversa sul manubrio della bicicletta, affondato nelle costole. Sent la voce di un uomo - un altro? - e vide una macchina fermarsi su Waterman Street. Un giovane spalanc lo sportello, scese dall'auto e corse verso di lei mentre l'autista del furgoncino faceva un'inversione a U e scappava via.
Il giovane url qualcosa all'indirizzo del furgoncino, levando un pugno.
Poi, in tono disgustato, disse a Cressida: "Ho visto tutto! Ges".
Cressida non conosceva quel giovane, o almeno cos le sembrava. Fu colpita dai suoi capelli castano chiaro, dagli occhi che la scrutavano, dall'espressione piena di biasimo attenuato dalla preoccupazione per lei, che giaceva a terra. L'aiut a rialzarsi, afferrandola per le mani e quasi sollevandola di peso. Poi raccolse la bicicletta, controll i cerchioni facendo girare la catena e raddrizz la ruota posteriore.
"Tutto bene?" le chiese guardandola con la coda dell'occhio.
Cressida si strofin il ginocchio sanguinante, imbrattato di polvere e di terriccio. Sentiva un ronzio nella testa, aveva le lacrime agli occhi. Si sforz di ridere, lo rassicur che stava bene.
La macchina dell'uomo era ferma lungo il marciapiede, con il motore acceso. Era sceso di corsa per soccorrerla, lasciando la chiave inserita.
"Cosa voleva fare, investirti? O solo spaventarti? Stronzo. Dovevo prendere la targa."
Cressida era troppo imbarazzata per rispondere. Sorrideva, imbambolata, cercando di ridere. Ma che c'era di tanto divertente?
Si era graffiata i palmi delle mani, le uscivano dei rivoletti di sangue. E le costole le facevano male come se fossero rotte.
"Sai, mi sa che mia madre lavora per tuo padre:  Zeno Mayfield, vero? Il sindaco? Mia madre lavora al Comune. Tuo padre  un grande."
Cressida se ne stava davanti a quel ragazzo tutta imbarazzata, esitante. Non riusciva a guardare negli occhi quel giovane che la scrutava, sorridendole.
Poteva avere ventidue, ventitr anni, suppose. Ma ignorava chi fosse.
Timidamente mormor che s, Zeno Mayfield era suo padre.
"Mia madre si chiama Ethel Kincaid. Porta i miei saluti a tuo padre, io sono Brett."
Brett Kincaid prese un fazzoletto dalla tasca e lo apr per accertarsi che fosse pulito; quindi lo diede a Cressida, per tamponare il sangue sul ginocchio.
Un rivoletto di sangue correva lungo il polpaccio della gamba sinistra, nel calzino, nel piede che calzava una sudicia scarpa da ginnastica. Era cos simile al sangue mestruale, Cressida avvamp.
"Senti, vuoi che ti accompagni a casa? Mettiamo la bicicletta nel bagagliaio? Non mi sembri in condizione di montare in bici."
Ma Cressida lo rassicur che stava bene.
Brett Kincaid non insistette. Ma esamin di nuovo la bicicletta, afferr il manubrio e spinse la bici velocemente avanti e indietro, per accertarsi che le ruote girassero senza intoppi, e che i freni funzionassero.
Poi disse in tono dubbioso: "Comunque  meglio che ti riaccompagni a casa. S, credo sia meglio".
Cressida protest debolmente. Il cuore le batteva in modo ridicolo. Si accorgeva che Brett Kincaid la guardava preoccupato come se fosse suo fratello e non uno sconosciuto.
"Non  un problema. Comunque stavo tornando a casa. Dove abiti? Su verso la Cumberland?"
Brett Kincaid port la bicicletta in macchina e la sistem con cura nel bagagliaio, abbassando lo sportello senza chiuderlo; Cressida lo segu in silenzio, zoppicando, e prese posto davanti (non fece molto caso alla macchina di Brett Kincaid, ne sapeva ben poco di automobili e non era in grado di riconoscere la marca, men che meno l'anno o il modello), e cos Brett l'accompagn a casa, nella zona collinosa a nord di Carthage, rifacendo a ritroso quasi lo stesso tragitto che lei aveva temerariamente affrontato per scendere in citt, come se grossomodo sapesse dove abitava.
Cressida gli indic la grande casa coloniale dalla pianta irregolare che sorgeva su Cumberland Drive, Brett parcheggi e disse in tono pragmatico, senza ombra di invidia o ironia: "Abitate in una splendida casa. Questo  un bel quartiere. Ho incontrato tuo padre qualche volta, forse si ricorda di me, gioco a softball con i J-C-C,  venuto qualche volta a vederci al Solstice Park".
Gioco a softball con i J-C-C. Cressida ignorava di che cosa stesse parlando.
Gli Juniores della Camera di Commercio? Zeno si interessava sempre a quelli che chiamava sport sociali. Alcuni erano attivit sociali per i bambini indigenti, ma forse non tutti.
Ancora rossa in volto, Cressida mormor un: "Grazie!".
Not che Brett Kincaid aveva parcheggiato sulla strada, e non nel vialetto; e non proprio davanti alla casa dei Mayfield ma un po' distante, in modo che, se qualcuno da dentro avesse guardato fuori, non avrebbe visto la sua macchina, o lui che prendeva dal bagagliaio la bicicletta e la passava a Cressida, che mormor di nuovo: "Grazie".
Not anche che non le aveva chiesto come si chiamasse.
Non voleva metterla ancora di pi in imbarazzo, oppure non ci aveva pensato.
E Cressida non l'aveva guardato negli occhi, non aveva incrociato il suo sguardo. N gli aveva sorriso, come lui aveva sorriso a lei.
La fobia di guardare gli altri. Ma gli altri ti guardano.
Cressida risal velocemente il vialetto di casa portando a mano la bicicletta, fino al garage. Zoppicava leggermente, il ginocchio le faceva male.
Il cuore per continuava a battere, per l'emozione.
Il brivido - forse - di sentirsi viva.
Se anche non avesse pi visto Brett Kincaid, o se lui non l'avesse pi riconosciuta, la cosa non avrebbe minimamente alterato quella profonda esperienza che aveva vissuto.
Parecchi anni dopo, quando Juliet port il caporale Brett Kincaid a casa per presentarlo ai suoi, a Cressida parve - o se lo immagin - che Brett l'avesse riconosciuta.
Le sorrise, le strinse la mano allegro.
Un sorriso d'intesa, come fra persone intime, ma anche un sorriso per rassicurarla che non l'avrebbe messa in imbarazzo rievocando quel ricordo comune.
Abbiamo un segreto. Lo serberemo per sempre.
Adesso stava attraversando il confine tra la Virginia e il Maryland, presto sarebbero arrivati nel New Jersey; e subito dopo il New Jersey, a New York, dove in un terminal rumoroso Cressida sarebbe scesa per prendere un altro autobus della Greyhound, diretto a nord sulla I-87, con destinazione Albany.
Si sentiva sporca, aveva gli stessi vestiti con cui aveva dormito, nemmeno i capelli erano puliti. Durante un viaggio di diversi giorni in autobus era possibile lavarsi, anche se non fare il bagno, ma bisognava avere la forza di farlo durante le fermate, e Cressida quella forza non l'aveva.
Finalmente sul pullman era stata accesa l'aria calda, ma era troppo tardi, Cressida si era ammalata: aveva la gola irritata, la pelle le doleva al minimo contatto con i vestiti, aveva una brutta tosse ed espettorava un disgustoso catarro verdastro, e quando fin i fazzolettini us strisce di carta igienica presa in bagno. Con una fitta di nostalgia ricord Haley McSwain, china su di lei, la fronte corrugata, che le chiedeva come stava quando aveva la tosse. O quando le posava sulla fronte la mano fresca con le dita tozze, domandandole se si sentiva la febbre, perch era "tutta sudaticcia e bruciava".
Al Centro tumori l'amica di Haley, Luce, aveva visitato la sua sorella minore - lei, "Sabbath" - di cui Haley si prendeva tanta cura, come una madre angosciata. Adesso che era cos sola, su quell'autobus della Greyhound che si addentrava in un paesaggio via via pi arido e invernale, fu uno shock per Cressida ricordare quei sette anni, quando qualcuno l'aveva "amata", "protetta"; e il fatto che lei, nella sua ignoranza, aveva dato per scontata la strana circostanza che la piccola filippina tecnico di laboratorio, per lei una perfetta sconosciuta, la visitasse e la curasse su richiesta di Haley, dandole persino dei campioni di antibiotici e altri medicinali che, se acquistati in farmacia, sarebbero costati centinaia di dollari, e che comunque venivano venduti solo dietro prescrizione medica.
Oh, Dio! Quanto le mancava Haley.
E ancora di pi le mancava l'Investigatore.
E i suoi genitori, e Juliet. E Brett Kincaid, com'era a vent'anni, prima di quelle ferite che l'avevano reso un mostro, allontanandolo per sempre da loro.
Comunque forse  meglio che ti riaccompagni a casa.
S, credo sia meglio.
Non aveva mai pensato: "Lo amo". Perch Cressida non ne era capace, non conosceva quell'emozione o le sue manifestazioni.
Piuttosto pensava: "Con lui, da qualche parte, posso essere felice".
Non l'aveva sorpresa che Juliet avesse portato a casa Brett Kincaid. Era una cosa buona che Brett Kincaid la sposasse ed entrasse a far parte della famiglia Mayfield!
Cos lei e Brett sarebbero diventati parenti. Era emozionata all'idea di avere un fratello, finalmente.
Non ne poteva pi di stare sola con sua sorella. Era noioso, aveva persino detto ai genitori sbigottiti che non avrebbero dovuto limitarsi ad avere solo figlie femmine.
"In quasi tutto il mondo si desiderano figli maschi. Come in Cina, e adesso in India, dove le nascite delle femmine sono in forte diminuzione. Voi invece vi siete limitati ad avere figlie femmine. Perch?"
Era una domanda assurda da fare ai genitori. Eppure Cressida l'aveva posta in tutta innocenza, davvero desiderosa di sapere il perch.
Arlette rispose, imbarazzata: "Be', tesoro, questa ... una faccenda privata, no?, tra me e tuo padre. Non saprei cosa rispondere".
Zeno disse: "Vuoi sapere, Cressie, perch ci siamo limitati ad avere "figlie femmine"? Oppure perch non abbiamo fatto altri figli?".
Cressida non cap bene quella distinzione. Zeno sparava domande come i colpi di ping-pong, quando giocavano nel seminterrato; appena aveva imparato a rimandare la pallina a Zeno, vincendo qualche partita, al padre era un po' passata la voglia di giocare.
"Ci siamo "limitati" perch ci siamo resi conto che eravamo felici cos. Stavamo "benissimo" cos come eravamo." Zeno pronunci quelle parole con un sorriso scaltro, come quando stava per aggiungere qualche battuta intelligente. "Se avessimo continuato, poteva nascere un'altra femmina, e un'altra ancora. A volte va cos. Non c' nessuna legge che assicuri che il figlio successivo, o l'altro ancora, sia un maschio. E a che pro, poi, un figlio maschio? Mi  stato risparmiato di avere un piccolo Edipo che mi scruta di nascosto. Le mie due carissime figlie sono la realizzazione delle mie preghiere."
Eppure a volte si sentiva sola. E a volte amareggiata. Anche se da qualche parte c'era Brett Kincaid - "dislocato" in Iraq - Cressida poteva consolarsi solo cos?
Alla St Lawrence University si sentiva profondamente infelice. Molto pi di quando stava a casa, e frequentava il liceo di Carthage dove conosceva tutti, o le era di conforto il fatto di conoscere tutti - con la loro (limitata) profondit, le loro (prevedibili) peculiarit.
In un drastico rifiuto di quella banalit, disegnava i suoi contemporanei come figure simili a bastoncini rachitici che salivano scale, all'infinito. Quei disegni rappresentavano la sua vendetta ma le erano anche di conforto. Perch osservava quelle strane opere d'arte con occhio distaccato, oggettivo, e si rendeva conto che erano notevoli, inquietanti e "profonde" come poche cose nella sua esistenza.
Ma questo succedeva ai tempi del liceo, a Carthage. E adesso era lontana da casa, al college, nella cittadina di Canton, New York. In una universit che non era stata la sua prima scelta ma un ripiego, perch non aveva ottenuto una media di voti alta.
Adesso quasi si pentiva della sua condotta impulsiva, cos frequente al liceo. Della rabbia e del risentimento contro gli insegnanti - il professor Rickard era solo un esempio - che le impedivano di consegnare compiti in classe importanti, di prepararsi per l'esame finale, compromettendo i suoi sforzi. Non era inconsueto per Cressida rovinare un'ottima media, e cos, invece di diplomarsi con i migliori voti dell'anno 2004 nel liceo di Carthage, aveva conseguito una media inferiore a quella di sua sorella Juliet, che si era diplomata nel 2000.
Quindi, dopo tutto, quella intelligente era davvero cos intelligente?
Ovviamente Cressida non era stata ammessa nelle universit che aveva indicato come prime scelte, Cornell, Syracuse, Middlebury, Wesleyan. Non le erano state offerte borse di studio nemmeno da istituti di secondo piano. Si sentiva umiliata, provava vergogna. La sua pretesa superiorit era stata frustrata. Avvertiva oscuramente che punendo se stessa stava punendo i suoi genitori e chi per lei aveva previsto un brillante percorso di studi universitari: come la infastidivano quelle facili previsioni!
Cressida  una persona cos... particolare! La sua mente  diversa da quella di tutti gli altri bambini che abbiamo conosciuto. Se solo fosse meno imprevedibile, pi collaborativa, per il suo bene.
Fin dal secondo anno delle superiori, e dopo il malinteso con il professor Rickard, per il quale Cressida aveva rischiato di non superare l'esame di geometria, i suoi genitori avevano cercato di farle capire in tutti i modi che con quei comportamenti avventati stava danneggiando la sua carriera scolastica, ma ovviamente Cressida non li aveva ascoltati.
Era come se si passasse sulla pelle le punte affilate di una forbice. Sulle vene bluastre dei polsi, che per lei erano una tentazione. O come se mettesse le dita sulla fiamma della stufa a gas. Il dolore? Cos' il dolore? Un'ombra nel cervello, da sconfiggere.
Persino gli insegnanti che apprezzavano Cressida Mayfield erano stati costretti a scriverle delle lettere di raccomandazione non particolarmente elogiative. In tutta coscienza, non potevano scrivere le lettere entusiastiche che riservavano ai loro studenti migliori.
Sei il tuo peggior nemico, Cressida. Perch?
Zeno comunque aveva in animo un progetto: se Cressida si fosse distinta nel primo anno alla St Lawrence, l'anno seguente avrebbe potuto iscriversi in un'altra universit. "Nella vita di un americano capita sempre una seconda occasione, se la sai cogliere."
Ancora pressioni su di lei! A volte Cressida sentiva come una morsa (invisibile) che le serrava il cranio, fino a farle schizzare fuori il cervello.
Alla St Lawrence avrebbe potuto primeggiare. Lo sapeva, non c'era nessun motivo perch non fosse cos. E all'inizio si applic diligentemente da brava studentessa - il genere che i professori premiano con i volti alti; ma poi il suo vecchio impulso autolesionista ebbe la meglio, la voglia di disobbedire, di opporre resistenza. Come una piccola monella che non sopportava che le venisse assegnato qualcosa: era quello il suo problema. Un argomento che avrebbe studiato con zelo finiva per annoiarla, se le veniva assegnato. Era un po' come avere il guinzaglio.
Ed era un'esperienza strana, sconcertante, stare lontano da Carthage, dove tutti sapevano che era la figlia minore dei Mayfield; non si era resa conto che la reputazione di suo padre definiva la sua identit e la proteggeva, un po' come l'acqua molto salata mantiene a galla, loro malgrado, i nuotatori meno abili. Per quanto avesse disprezzato la "reputazione" politica del padre - lo "status" sociale della sua famiglia -, l'aveva comunque sempre data per scontata. E adesso l a Canton, New York, non cos lontano da Carthage, ma abbastanza, nessuno conosceva il nome dei Mayfield, o se anche l'aveva sentito non gli faceva nessun effetto. Ora che non viveva a casa dei genitori, quella casa che le aveva dato rifugio e dove era stata cos a lungo confinata, nessuno notava, o meglio a nessuno importava se lei saltava i pasti, le lezioni. Se fuori faceva freddo e lei usciva vestita troppo leggera, nessuno si prendeva la briga di dirle di tornare a casa e di mettersi qualcosa di pi pesante.
Nessuno l'apostrofava in tono di rimprovero: "Cressie, tesoro! Oggi metti gli stivali, eh?".
Oppure: "Avanti, Cressie, siediti qui. Non esci di casa se non fai colazione!".
Per lei fu doloroso accettare il fatto che Brett Kincaid - quel giovane che era stato cos gentile con lei, e che le aveva lasciato un'impressione cos profonda - si era arruolato nell'esercito; con la dichiarazione di guerra all'Iraq, nel marzo 2003, il soldato scelto Kincaid era stato fra i primi militari americani a essere inviato in Iraq, in una regione chiamata Salah ad-Din: lei l'aveva individuata sulle cartine geografiche. Brett Kincaid, il suo amico (segreto)!
Il fidanzato di sua sorella amato da tutti i Mayfield, persino da Zeno, che in presenza del giovane sembrava teso, a disagio e imbarazzato, come se non sapesse in quale tono rivolgersi a quel ragazzo, bellissimo con indosso l'uniforme, come una figura araldica in un fregio antico. Cressida non avrebbe mai dimenticato il modo in cui Brett le aveva stretto le mani per salutarla, come aveva sorriso a tutti quelli che erano andati a salutarlo all'aeroporto, un sorriso che non gli avrebbero mai pi visto. Brett aveva detto che il padre aveva "servito" nella guerra del Golfo: anche se non vedeva (il sergente) Graham Kincaid da anni, sembrava convinto che suo padre avrebbe saputo che lui si era arruolato, e ne sarebbe stato fiero.
Cressida rimase sbalordita dal comportamento cos ordinario del fidanzato di Juliet. Dall'attacco terroristico dell'11 settembre, sui mezzi d'informazione erano risuonati di continuo i discorsi propagandistici dei politici, le notizie sull'esistenza di "armi di distruzione di massa" nascoste in Iraq, sull'orribile dittatura di Saddam Hussein che sembrava farsi beffe dei suoi nemici americani, sfidandoli a dichiarare guerra e a invadere il Paese. Cressida aveva visto alla TV un filmato andato in onda durante un notiziario, in cui il presidente George W. Bush dichiarava alla nazione che il nemico terrorista che aveva colpito le torri gemelle l'11 settembre 2001 faceva parte di un vasto esercito fondamentalista musulmano che voleva distruggere "il nostro modo di vita americano"; fissando la telecamera come se si stesse rivolgendo a dei sempliciotti tardi di comprendonio, il presidente aveva dichiarato, impassibile: "Vogliono entrare in casa vostra e uccidere voi e le vostre famiglie".
E dopo una pausa aveva lentamente e studiatamente ripetuto le stesse parole, lo sguardo fisso sull'invisibile, vasto pubblico televisivo.
"Dice sul serio? Per chi ci ha presi, per dei perfetti idioti?" aveva urlato Zeno, infuriato.
Ma presto era apparso evidente che non si trattava del solito atto bellicoso del governo repubblicano, conservatore e cristiano che portava avanti una campagna per la guerra dopo l'11 settembre, perch quella decisione era appoggiata dai moderati e persino dai progressisti del Partito democratico. Zeno previde che di l a poco "la febbre patriottica avrebbe inevitabilmente portato il Paese alla guerra".
Cressida era cos angosciata che faceva fatica a respirare.
Non provava disprezzo per la propaganda politica fomentata da entrambe le parti con l'intento di incendiare gli animi, ma aveva paura per gli esiti imprevedibili della nuova invasione militare.
E come le pareva futile adesso la loro vita, da "civili". Soprattutto la sua, da studentessa alla St Lawrence University nella cittadina di Canton, New York. Cosa sono venuta a fare qui!  stato un grosso sbaglio.
Fu allora che cap: la guerra era una cosa mostruosa, e rendeva mostruoso chi la faceva.
La guerra in Iraq, la guerra in Afghanistan.
Con il tempo, anche i civili si trasformavano in mostri, perch quella era la natura della guerra.
Cressida ne era convinta ancora prima che Brett Kincaid tornasse sfigurato e disabile.
In quel primo anno alla St Lawrence University aveva trascorso la maggior parte del tempo da sola. Faceva passeggiate lungo il grande, vasto e impetuoso fiume San Lorenzo. Sola con i suoi libri, col suo studio. E attorno a lei, come il rumore di una cascata, il ronzio e il mormorio di altre voci, di risate.
Aveva seguito un corso che l'aveva molto interessata: "Romantici e rivoluzionari". Era proprio da lei concentrarsi su una materia e trascurare le altre, cos come era da lei ammirare un insegnante pi degli altri, in quel caso il professor Eddinger, che teneva le sue lezioni parlando rapidamente, il tono magnetico che incuteva soggezione, mentre camminava su e gi davanti agli studenti come un rapace che si prepara a piombare sulla preda. Era un uomo basso e mingherlino, pi o meno coetaneo di suo padre. Aveva un viso scavato, tutt'altro che bello. Eppure Cressida era attratta dall'intensa bruttezza di quel viso.
Era particolarmente affascinata da quel modo appassionato di leggere brani tratti dalla Rivendicazione dei diritti della donna di Mary Wollstonecraft e dal Preludio di William Wordsworth; poesie dai Canti dell'Innocenza e dell'Esperienza di William Blake, che avvinsero profondamente la sua immaginazione. Cressida non aveva mai letto Frankenstein o il moderno Prometeo di Mary Shelley, e scelse come argomento della tesina di quel corso quella strana parabola in prosa cos diversa nel tono e nella sostanza dalle miriadi di versioni di "Frankenstein" dell'immaginario popolare.
Presto il Frankenstein irruppe nei suoi sogni. Non volendo scrivere un saggio convenzionale di venticinque pagine, Cressida si sent in dovere di presentare il suo scritto in forma sperimentale: un collage di testi di Mary Shelley e di altri pensatori "rivoluzionari" (Friedrich Nietzsche, Oscar Wilde, Sigmund Freud, Franz Kafka), illustrazioni del dottor Frankenstein e del suo mostro (fra cui alcuni suoi disegni), e una dissertazione "decostruita" sul Frankenstein (di Cressida Mayfield). Pi lavorava a quel progetto, pi era spinta ad approfondirlo; come al liceo era ossessionata da M.C. Escher, cos adesso, nel secondo semestre del primo anno alla St Lawrence University, era ossessionata dal Progetto Frankenstein. Come al solito in tali circostanze trascur gli altri corsi; badava cos poco alle compagne con cui divideva l'alloggio che spesso si dimenticava i loro nomi, o i volti. Sono maleducata? Oh, mi spiace! Ma in realt non le dispiaceva affatto, e non si scusava mai.
Le settimane passavano. Trascorse il 1 maggio, termine per la presentazione della tesina del corso "Romantici e rivoluzionari". Cressida ricordava vagamente quella data, ma in un angolo della mente doveva essersi convinta che quella scadenza non la riguardasse perch, diversamente dagli altri studenti del professor Eddinger, lei non stava scrivendo una semplice tesina per un corso universitario ma avrebbe presentato l'interpretazione definitiva del Frankenstein, in ogni suo aspetto.
Tuttavia ogni volta che credeva di aver terminato il Progetto Frankenstein, scopriva un altro tema da esplorare. Inoltre riteneva necessario redigere i vari testi, inclusa la sua "dissertazione", nei caratteri tipografici pi adatti, in alcuni casi vergati a mano (da lei stessa, a imitazione dei manoscritti originali); le sembrava essenziale che quel progetto fosse scritto su pagine doppie, pi grandi del normale, con la copertina rilegata a mano; perch nell'era del computer cosa c'era di pi appropriato di un progetto unico e inimitabile per evocare il mostro (unico, predestinato) di Mary Shelley? Con un'idea geniale, o cos la reputava, Cressida present la sua tesina battuta con i caratteri tipografici delle macchine da scrivere, per distinguerla dalle altre scritte al computer. Poi scopr L'isola del dottor Moreau di H.G. Wells, e si sent in dovere di inserirlo nel suo progetto, poich il dottor Moreau era una sorta di dottor Frankenstein corrotto; e si sent in dovere di includere una striscia a fumetti volutamente grossolana per drammatizzare la sua tesi, cio che l'umanit era destinata a creare mostri i quali, una volta nati, si rivoltavano contro i propri creatori. E una notte ebbe l'ispirazione di inserire un dialogo tra due persone che parlavano della "crociata contro il terrore" condotta dal governo americano: uno era un giovane soldato dell'esercito e l'altro un uomo pi anziano, un veterano della Seconda guerra mondiale. (I due erano, rispettivamente, Brett Kincaid e Zeno Mayfield, anche se ovviamente il padre di Cressida non aveva fatto il soldato.) Le ragazze che abitavano con lei erano incuriosite dal progetto di Cressida, dai suoi disegni originali e sorprendenti, ma le facevano notare: "Non  troppo lungo? Non stai lavorando troppo? Qual  il termine per la consegna?".
Cressida scrollava le spalle. Il termine?
Le sembrava una cosa meschina, da scolaretta, preoccuparsi del termine per la consegna. Quando il professor Eddinger avrebbe ricevuto il suo progetto, avrebbe fatto un'eccezione, ne era certa.
Una prima bozza del progetto ammontava a cinquantadue pagine (fitte, doppie); la stesura finale, la quarta, a settantasei. Pi che una tesina era un libro fuori formato di trentacinque centimetri per quindici, con una bellissima copertina disegnata a mano raffigurante il mostro di Frankenstein (opera di Cressida Mayfield), una figura dalle perturbanti fattezze umane in uniforme militare.
Finalmente, verso la fine del semestre, Cressida si rec al dipartimento, nello studio del professor Eddinger, con una grossa scatola contenente il Progetto Frankenstein, che lasci a una segretaria, la quale (pur disapprovando) le promise che l'avrebbe messa sulla scrivania del professore. Cressida and via pensando: "Mi convocher! Mi mander a chiamare".
Ne era certa. Aveva notato che a lezione Eddinger guardava spesso verso di lei, anche quando non alzava la mano per fare una delle sue domande provocatorie. Mi ha notata. Sa chi sono. Cressida non aveva saltato nemmeno una lezione del corso "Romantici e rivoluzionari" e aveva preso buoni voti.
E cos non fu sorpresa quando Eddinger le mand una mail concisa ma cordiale chiedendole di presentarsi da lui.
Non fu sorpresa nemmeno quando, entrando nel suo studio, vide che il professore aveva il Progetto Frankenstein aperto sulla scrivania, e che chiaramente lo stava esaminando con ammirazione.
Mentre gli stava accanto in piedi, Cressida not che il professor Eddinger era un ometto snello e asciutto, poco pi alto di lei, con le gambe che parevano tozze come quelle di un nano, anche se il corpo non era deforme. Portava una camicia a quadri con le maniche larghe fino al gomito e calzoni d'un tessuto liscio, era senza cravatta e, incredibilmente, ai piedi calzava un paio di sandali con dei calzini neri che lei non gli aveva mai visto durante il semestre, per lo meno non a lezione. Aveva i capelli fini, di un grigio cenere, il viso solcato da rughe sottili come se fosse stato essiccato al sole. E gli occhi sorprendentemente luminosi, fissi su di lei.
"Signorina Mayfield! Ha fatto un lavoro straordinario! In trentasei anni d'insegnamento universitario qui alla St Lawrence e prima ancora alla Williams non ho mai ricevuto niente di nemmeno lontanamente simile a questo."
Cressida era tutta intimidita. Malgrado avesse immaginato di sentire parole come quelle, non riusciva a replicare.
"Interpretare il Frankenstein come fenomeno culturale e "biologico"  un approccio splendidamente originale, signorina Mayfield. E la penso proprio come lei sulle nostre attuali guerre, sulla "crociata contro il terrore". Davvero lei  solo al primo anno?"
Cressida annu.
" un lavoro sorprendentemente audace. Deve averle richiesto settimane di impegno. Sono rimasto particolarmente colpito da questi brillanti disegni del "mostro" come giovane soldato che diventa uno "stratega militare": la sua metamorfosi  davvero convincente. In effetti sono lusingato, signorina Mayfield, dal fatto che lei abbia consegnato un lavoro di ben altra qualit rispetto a quella che si richiede in questa universit per una tesi di laurea, e la sua era solo una tesina di fine corso, che conta circa il quaranta per cento del voto finale."
Si aspettava che dicesse qualcosa? Cressida non trovava niente da replicare.
"Il problema , signorina Mayfield - avrebbe dovuto tenerlo in conto -, che lei ha consegnato il suo elaborato con dodici giorni di ritardo. Se anche prorogassi il termine appositamente per lei, non potrei estenderlo a pi di un fine settimana, quindi diciamo che lei ha consegnato con nove giorni di ritardo."
Per questo Cressida non aveva scusanti.
Si era precipitata nello studio del professor Eddinger infilandosi i primi vestiti che le erano capitati: pantaloni e un giubbino di jeans. Aveva i capelli tutti arruffati sul visino pallido da ragazzina. Credeva che la giornata sarebbe stata fredda e nebbiosa, ma adesso che era quasi mezzogiorno il sole splendeva e faceva caldo. Non sapeva cosa obiettare alla ragionevole motivazione del professor Eddinger, oltretutto articolata in tono di rammarico.
"Vede, signorina Mayfield, semplicemente non sarebbe "imparziale" - non sarebbe "giusto" - fare un'eccezione per un solo studente, mentre gli altri si sforzano di presentare il loro lavoro entro i termini prescritti."
Cressida rimase sbalordita. Non osava alzare lo sguardo sugli occhi luminosi e attenti del professore, fissi su di lei con un'espressione che lei voleva credere gentile, senza intenzione di giudicarla.
"Vede, non conta il fatto che nessun altro studente del corso sarebbe stato in grado di completarlo nello stesso tempo. Ho fissato un termine, l'ho ripetuto spesso. E lei ha deciso di ignorarlo."
Ignorarlo. Cressida cerc di capire quella parola.
"Pu spiegarmi perch l'ha presentato cos in ritardo? Voglio dire, a parte la mole di lavoro e la sua eccellenza."
Cressida se ne stava impalata, sforzandosi di riflettere. I pensieri le svolazzavano nella testa, come frenetiche farfalle. Le venne il terribile impulso di riprendersi il Progetto Frankenstein e di scappare da quello studio... s, ma dove?
Il fiume. Vai al fiume. Buttati nel fiume.
"Spero che lei non volesse "fare un esperimento" con me. Mettermi alla prova, per vedere se avrei accettato questo lavoro cos in ritardo, ben oltre il termine."
Cressida scosse il capo, come intontita.
La consapevolezza che dopo tutto il professore non la considerava cos speciale la travolse, come una lenta serie di ondate.
Quell'uomo non conosceva suo padre, Zeno. Era cos!
Vai al fiume! Sei cos ridicola, cos brutta.
Chi  brutto non dovrebbe vivere.
Poich Cressida non replicava, il professor Eddinger continu, ma in tono pi concitato, seccato. "Signorina Mayfield,  fuori questione che il suo sia un buon lavoro. Anzi, direi ottimo. Brillante. Il suo "progetto" mi ha davvero affascinato, anche se in un primo momento non volevo nemmeno esaminarlo, visto che era stato consegnato cos in ritardo, e senza nemmeno una scusa, chess, magari che aveva avuto dei problemi di salute." Eddinger tacque, come per dare a Cressida la possibilit di dire qualcosa - ma cosa? (Soffriva di dislessia? Di autismo? Di schizofrenia, disordine bipolare, paranoia? Di idiozia?)
"Diversamente da altri studenti dotati che ho avuto, lei non lavora rapidamente e in maniera frettolosa, oppure, se anche procede velocemente, mette una cura straordinaria in quello che fa, rivede il suo lavoro, lo amplia. Ma in un corso universitario semestrale non c' tempo per un tale perfezionismo. E "Romantici e rivoluzionari"  un corso del primo anno. Non la sto criticando per aver dedicato troppo tempo a questo progetto, ma perch non accetta le restrizioni che altri sono costretti ad accettare. Ovviamente questo progetto meriterebbe il voto pi alto, se lo si dovesse giudicare." Eddinger scarabocchi su un foglio con un pennarello rosso un trenta e lode, come se si stesse rivolgendo a una bambina dell'asilo. "Vede, questo sarebbe stato il voto. Ma il progetto  stato presentato con nove giorni di ritardo, io avevo chiaramente annunciato il termine di consegna, e non posso n voglio fare eccezioni per nessuno. Mi rendo conto di essere pedante, signorina Mayfield, ma  una cosa necessaria, a volte la pedanteria  una virt. Il progetto  stato consegnato in ritardo, e per questo va penalizzato. Non il progetto in s, che  da trenta e lode, come abbiamo visto, ma il fatto che sia stato consegnato in ritardo, quindi le do diciotto." Con un gesto irritato e pomposo, Eddinger scarabocchi un diciotto.
Intendeva alludere alla puerilit dei voti? Alla pedanteria di quei giudizi? Ma Cressida se ne stava l, impietrita, sconcertata.
In realt, aveva dimenticato che per il suo lavoro avrebbe ricevuto un voto. Nelle lunghe ore passate ad applicarsi al suo progetto, soprattutto a elaborare i numerosi disegni che aveva buttato gi prima di sceglierne solo alcuni da includere, aveva dimenticato che avrebbe consegnato il suo elaborato a un professore, il quale l'avrebbe valutato e giudicato.
"Io... non so cosa... Io non... credo che..."
Cressida balbettava come una cerebrolesa. Aveva la voce impastata e goffa, le parole sembravano grossi grumi di pasta cruda nella bocca improvvisamente asciutta, non riusciva a deglutire.
"A meno che" continu Eddinger "lei non mi dica che ha avuto un problema. Un problema di salute, di ordine medico..."
Cressida scosse la testa.
Con veemenza, no.
Avvert un conato, era disgustata. Un tale disgusto di s da sentire un cattivo sapore in bocca.
Perch quella situazione le era familiare, non era la prima volta che la viveva. La parola giusta era dj vu, e quell'esperienza era sempre accompagnata da una sensazione di disgusto, di nausea.
Anche al liceo Cressida Mayfield rimaneva sorpresa, scioccata, sconcertata, disillusa e indispettita dai suoi insegnanti, sentiva le loro voci rammaricate e irritate, deluse; e le voci dei genitori: "Oh, Cressida! Tesoro, di nuovo?".
E l'indignazione, la costernazione nella voce di Zeno. "Diamine, Cressie! Che non accada pi."
Senza riflettere, Cressida si volt e scapp via dallo studio del professor Eddinger. Sent che lui la chiamava ma non gli diede ascolto.
Corri corri corri sei cos stupida, cos brutta. Vai al fiume prima che sia troppo tardi e qualcuno ti fermi.
Al fiume, a sud di Canton.
Camminava rapida lungo l'argine. Si allontanava dalla cittadina, dall'universit che adesso detestava.
Perch quella era una sentenza di morte, non c'erano dubbi.
Se non le veniva meno il coraggio.
Meglio non essere mai nati. Questa  la pi antica saggezza.
Fino a quando le gambe l'avrebbero sorretta. Anche se era esausta per tutte quelle notti passate in bianco a lavorare al Progetto Frankenstein, sentiva una strana energia radiante pulsarle dentro, sussurrava e mormorava tra s come in un linguaggio appena scoperto e noto solo a lei.
Come odiava l'universit, e tutti quelli che ne facevano parte! Creature deformi che salivano e scendevano scale, molti a testa in gi e tutti ignari, perch all'inferno le anime dannate non hanno occhi per vedere il loro assurdo destino.
(L'universit la detestava.)
(L'universit l'aveva respinta.)
(Ma Cressida non lo avrebbe mai ammesso! Come spiegarlo ai genitori?)
(In natura, solo nella specie umana i genitori si vergognano della loro prole. Tra tutte le specie viventi, questo avviene solo nell'Homo sapiens.)
Meglio morire, mettere fine alla sua vita. Sarebbe stata certo una fortuna risparmiare quell'onta al povero Zeno, che ancora una volta con forzata baldanza da buon pap avrebbe detto: Comunque, Cressie, puoi riprovarci... Magari puoi iscriverti alla Cornell...
E Arlette l'avrebbe abbracciata, per consolarla. Ma Cressida, al colmo dell'autodisprezzo, non voleva essere consolata.
Fino a quando le gambe (che adesso vacillavano) l'avrebbero sorretta. Bisbigliava, mormorava e rideva tra s. Non piaceva al professore. Si  sempre convinti che coloro che si amano ci ameranno. Solo nella specie Homo sapiens  possibile provare questo: una tale delusione! A quanto pareva il professore aveva suggerito alla sua studentessa pi brillante di dire che era malata - o la riteneva matta?
"Ma io sono la persona pi sana che conosca."
Cressida fece una risata triste. Era una considerazione deprimente.
Era scappata via dallo studio del professore come un topolino chiuso in un angolo che riesce a fuggire. Lo sguardo di quell'uomo, i suoi occhi. Aveva avuto paura di lei!
Adesso si pentiva amaramente di non essersi portata via il Progetto Frankenstein, ma per avvicinarsi alla scrivania avrebbe dovuto oltrepassare il professore, sbigottito, e in questo modo avrebbe potuto urtarlo e lui forse si sarebbe scostato o avrebbe cercato di fermarla e...
Meglio dimenticare. Cancellare quell'episodio dalla mente.
Tremava al pensiero di avvicinarsi a lui cos tanto. Con il rischio che la toccasse.
Perch con lo sguardo aveva cercato il suo. Questo non l'avrebbe dimenticato presto.
Il progetto  stato consegnato in ritardo e quindi va penalizzato.
Meglio morire. Non essere mai nati.
Per settimane aveva trascurato gli altri corsi per lavorare al progetto di Eddinger, e lui l'aveva respinta. E adesso, tra qualche giorno, aveva degli esami per cui non era preparata. Anche un esame con Eddinger, che non poteva sostenere.
Non poteva pi incontrare quell'uomo.
L'aveva respinta.
E adesso lo odiava.
Era convinta di meritare di essere distrutta, eliminata. Cancellata.
Era tutto cos meschino.
Gettarsi nelle rapide di quel fiume pi vasto e profondo del Black Snake River della contea di Beechum sarebbe stata una morte pulita. Essere trasportata a valle, scomparire. Nessuno avrebbe saputo dove fosse andata.
Nessuno si sarebbe accorto della sua assenza. Per ore.
Ma l'argine del fiume era ostruito dai cespugli e dai detriti che si erano accumulati dopo gli ultimi temporali. Le spine s'impigliavano negli abiti, graffiavano le mani.
Qualche settimana prima il San Lorenzo era esondato. La corrente aveva spazzato via i ponticelli sui corsi d'acqua della zona. Cercava disperatamente un ponte da cui gettarsi, per essere sicura di annegare.
Il ponte pi vicino era a Canton. Ma l il traffico scorreva incessante.
L vicino, sull'argine del fiume, c'era Brett Kincaid.
Non farlo, Cressida,  uno sbaglio.
Voleva nascondere la faccia per la vergogna, per non farsi vedere da Brett Kincaid.
Sono il tuo amico segreto, Cressida. Se fai del male a te stessa, lo farai anche a me.
Era vero? Cressida voleva crederlo.
Adesso che si trovava in campagna, a pi di tre chilometri da Canton, cominciava a sentirsi meglio.
Cominciava a provare un certo sollievo, era meno esausta.
Certo, voleva "morire" - voleva scomparire - eppure non voleva essere morta. La morte era una superficie spenta, opaca e nera. La morte era un alveare vuoto.
Se fosse morta, non avrebbe pi rivisto Brett Kincaid.
Lui, che sarebbe diventato suo fratello, suo cognato: il suo amico segreto.
Non avrebbe pi rivisto i genitori, e Juliet, che amava.
"Se loro mi amano, allora li amo anch'io."
Non aveva una vita propria. Ne era convinta fin da piccolissima. Piuttosto, era come una superficie riflettente, rispecchiava la percezione che gli altri avevano di lei, l'amore che provavano nei suoi confronti.
Il cuore le batteva in modo cos strano, non riusciva a respirare.
A volte le succedeva, quando era particolarmente eccitata, ansiosa. Quando era molto felice.
La piccola cassa toracica si sollevava e si abbassava tremando al battito accelerato del suo cuore.
Incurante del fatto che qualcuno potesse vederla, si sdrai sulla sponda del fiume ricoperta di erbacce, tra le spine e le erbe acuminate. Non era un posto comodo dove stendersi, ma quando il cuore le batteva forte Cressida aveva imparato che doveva distendersi supina e alzare le braccia sulla testa, fare dei lunghi respiri lenti, ripetuti, per diminuire i battiti. Non aveva rivelato a nessuno di essere affetta da quel disturbo, di cui ignorava la natura.
Palpitazioni cardiache. Il cuore accelerava i battiti per stare dietro ai suoi pensieri.
Si era allontanata di parecchi chilometri da Canton. Adesso sentiva una stanchezza nelle gambe, avvertiva un piacevole indolenzimento. Sdraiata supina sotto il sole di maggio, nell'erba morbida, si appisol. Sogn casa sua, la veranda scricchiolante e pencolante su un lato della villa di Cumberland Avenue dove lei d'un tratto era stesa, avvolta nella vecchia e malandata coperta di lana rossa da campeggio di pap comprata da L.L. Bean, che mamma cercava sempre di gettare e che pap recuperava dalla spazzatura. Sorrise, al ricordo di quella vecchia coperta ruvida, cos piacevolmente calda nelle serate fredde! Ma adesso giaceva al sole, i raggi le battevano sulle palpebre. Cressida? Cressida. A pochi metri da lei il giovane soldato la osservava preoccupato. Solo lui conosceva il suo cuore, solo a lui importava di lei. Si appoggiava alle stampelle, quella era una novit. Gli vedeva solo il viso, orribilmente deturpato dalle cicatrici.
"Signorina?" risuon una voce maschile, pi seccata che preoccupata, destandola dal suo torpore; un uomo, un giovane soldato con la mimetica dell'esercito, voleva sedersi sul sedile accanto, poteva spostare le sue cose? "Grazie!"
A New York, nell'enorme terminal dei pullman dell'Autorit portuale, Cressida sal sull'autobus diretto a Watertown, nella regione settentrionale dello Stato di New York. Vide molti giovani soldati in mimetica, radunati in gruppetti nella cavernosa sala d'attesa e in fila per salire sugli autobus, e tra quei soldati c'erano anche delle giovani donne. Adesso stava molto male.
La testa le doleva terribilmente. Ogni pensiero era come una scheggia di vetro acuminata che la feriva.
La pelle le bruciava ed era sensibile al minimo contatto, come se ne avessero strappato via il primo strato, si sentiva stordita e spossata perch andava continuamente in bagno in preda ad attacchi di bruciante diarrea. Non riusciva a mangiare e vomitava di continuo. Non riusciva a mandare gi nemmeno un goccio d'acqua.
Sto tornando a casa. Chiss se qualcuno mi riconoscer.
Se mi perdoner.

Terza parte

IL RITORNO

13

Il lungo muro

Aprile 2012

Guidava sotto il lungo muro.
Un muro alto diciotto metri che sembrava non finire mai.
Era comparso all'improvviso, cos incombente che non si vedeva l'inizio n la fine.
Il muro  fatto di una sostanza finita: cemento. Ma la sua circonferenza  infinita.
Sei fuori dal muro, guidi sotto il lungo muro. Dentro, il muro racchiude una vasta zona.
L'esterno si pu misurare, l'interno no.
Ha il colore di vecchie ossa sporche. Il lungo muro.
Il lungo muro lo scorgi da lontano ma non lo riconosci, perch non hai mai visto un muro alto diciotto metri che corre parallelo a una strada statale.
Dentro, nascosto agli occhi dei civili, c' il penitenziario maschile di Clinton, a Dannemora, New York.
All'improvviso, il lungo muro si staglia cos imponente al di sopra della tua macchina che non ne vedi l'altezza n le torrette di guardia che si innalzano a intervalli sulla sommit.
Il lungo muro si staglia pochi centimetri a destra della tua macchina. Il lungo muro occupa quasi per intero il parabrezza della tua macchina.
Quanti chilometri, sulla Route 375! Quante ore per attraversare la campagna che sfila dietro ai finestrini, le cime ghiacciate degli Adirondack nelle propaggini pi fredde e settentrionali dello Stato di New York.
Il lungo muro, del colore di vecchie ossa. Che delimita la cittadina di Dannemora.
Sulla destra della Route 375 Nord, il lungo muro si stende all'infinito.
Sulla sinistra della Route 375 Nord, le squallide facciate dei negozi di Dannemora.
Guidi sotto il lungo muro fino alla cancellata d'ingresso, dove ti permetteranno di entrare. Dove, da qualche parte al di l del lungo muro, qualcuno ti aspetta.
Nella squallida cittadina di Dannemora, fuori dal lungo muro che la fiancheggia come le desolate rive dello Stige. Che attraversa la cittadina di Dannemora, deserta a quest'ora di mattina, ma il lungo muro non finisce mai.

14

La chiesa del Buon ladrone

Marzo 2012

Era un uomo di fiducia. Avevano fiducia in lui.
Lavorava come inserviente nel reparto psichiatrico dell'ospedale attiguo, il suo compito era imporre e mantenere l'ordine.
Pur non essendo cattolico (battezzato) era l'aiutante pi stretto e fidato di padre Kranach, un po' il tuttofare della chiesa del Buon ladrone, partecipava alle sedute di assistenza psicologica tenute dal cappellano ed era fra i redattori del giornale della prigione, che usciva ogni due luned.
Aveva servito come caporale nell'esercito degli Stati Uniti. Era stato ferito nella guerra in Iraq, nel carcere si sapeva e questo gli procurava un certo rispetto fra gli altri detenuti e le guardie.
Anche se era stato congedato da molto tempo. Era tornato a casa ferito, distrutto, meno che uomo, eppure attraverso la preghiera aveva trovato la forza di riaffacciarsi alla vita, come una persona intrappolata fino ai fianchi nelle sabbie mobili che si salva dalla morte imminente aggrappandosi disperatamente a una fune, tirandosi su a forza di mani e di braccia, cos il caporale era riuscito a recuperare in parte la sua virilit, la dignit della sua virilit, e in parte la sua anima distrutta.
Non pregava solo Ges Cristo ma anche san Disma, il Buon ladrone, aveva imparato a pregare cos come si parla a un proprio caro, a un fratello morto.
Dei due malfattori crocifissi con Ges sul monte Calvario, secondo la tradizione san Disma era il "Buon ladrone". Era stato lui a rimproverare con parole aspre l'altro ladrone - che aveva irriso Ges dicendogli: "Se sei il re dei giudei, salva te stesso e noi" -: "Non hai timore di Dio, vedendo che sei condannato alla stessa pena? Noi lo siamo giustamente, perch riceviamo ci che abbiamo meritato per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male". E a Ges disse: "Ges, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno".
E nel momento estremo dell'agonia, Ges gli rispose: "In verit ti dico, oggi sarai con me in paradiso".
Il caporale aveva letto molte volte quel passo dalla Bibbia che gli aveva dato il prete cattolico padre Kranach. Aveva letto molte volte il vangelo di Luca, uno dei pi brevi del Nuovo Testamento, pieno di meraviglia ma anche di terrore e ripugnanza.
Perch Ges era disperato. Non c'era dubbio, Ges era disperato come lo sarebbe stato chiunque al suo posto.
"Era gi verso la sesta ora e si fece buio su tutta la terra fino alla nona ora. Il sole si era eclissato, e il velo del tempio si squarci a met. Ges, gridando a gran voce, disse: 'Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito'. Detto questo, rese l'anima."
Teneva la Bibbia tutta storta davanti al viso. Davanti al solo occhio "buono". Pagine quasi trasparenti con i bei caratteri a stampa, illuminate dalla tenue luce fluorescente della cella che divideva con un altro detenuto.
Rese l'anima. Era rimasto colpito da quelle parole.
Rese l'anima. Lui lo aveva desiderato, ma Dio non aveva preso la sua vita dannata, peggio che dannata, una vita che valeva meno d'un rifiuto, meno di feci secche e sfaldate su un muro sporco da anni.
Nella sua vita precedente il caporale era di religione protestante, e non aveva mai sentito parlare del Buon ladrone, sapeva poco dell'esistenza dei santi e del loro intervento nelle vicende umane. E anche adesso, in quella nuova vita completamente diversa (non voleva pensare che fosse la vita ultraterrena), faceva fatica a credere nell'autorit della Santa Romana Chiesa Cattolica, nei rituali e nelle preghiere di quella Chiesa, anche se il suo miglior amico, padre Fred Kranach, lo aveva sostenuto nell'ora del bisogno scorgendo sul volto devastato di quel ragazzo l'innocenza e la purezza del suo cuore e il rimorso per il male che aveva arrecato ad altri.
Era stato padre Kranach a spiegare al caporale che la Chiesa non aveva canonizzato il Buon ladrone, anche se si credeva che l'avesse fatto Ges stesso durante la sua agonia sulla croce.
E il nome "Disma" non compariva nelle Scritture, ma solo nei racconti della tradizione.
Il che significava che san Disma non apparteneva alla Chiesa. Era un fuorilegge e uno sventurato, eppure era benedetto da Dio.
E cos, aveva detto padre Kranach, nessuno prega san Disma, che non  un fuorilegge e uno sventurato.
Il caporale aveva osservato: Ma la sua chiesa ne porta il nome, Padre, la chiesa del Buon ladrone!, e questo gli sembrava molto strano, e meraviglioso. Al che padre Kranach aveva risposto: Questa  la saggezza della Chiesa. San Disma  un santo furfante riconosciuto come l'unica via verso Dio da uomini come i detenuti pi disperati del carcere di Clinton, quelli che hanno commesso azioni indicibili e imperdonabili e che sono lontani da Dio come lo sono dalla luce coloro che vivono in una caverna. Quegli uomini che hanno vergogna di avvicinarsi a Ges per il male che dimora nei loro cuori, ma che riescono ad avvicinarsi a san Disma perch conoscono la sua vicenda.
Ma davvero non  un santo, per la Chiesa cattolica? Il caporale sembrava ansioso di sapere; e padre Kranach aveva replicato: Non ha nessuna importanza che Disma sia o meno un santo, Brett. Quello che importa  che attraverso di lui quegli uomini arrivano a Dio, e attraverso di lui trovano Ges, altrimenti sarebbero perduti. Questo  motivo di santit.
Gli avevano chiesto ripetutamente se era stato costretto a confessare, ma lui aveva sempre detto di no.
Aveva confessato di sua spontanea volont i terribili crimini commessi, anche quelli che non riusciva a ricordare chiaramente nelle nebbie della memoria, e anche quando si sforzava di ricordare era come cercare di udire una flebile vocina nel clangore folle di grossi macchinari.
Ho una lesione al cervello, aveva spiegato il caporale. Aveva risposto alle loro domande per sette ore, con la voce rauca e inebetita, la grigia figura spettrale e le parole esitanti videoregistrate per tutta quella lunga notte. Sperava che gli venisse concessa la grazia di una morte davanti al plotone di esecuzione, una morte appropriata per un soldato sull'attenti che conservava un brandello di orgoglio malgrado il cappuccio nero sulla testa.
Era stato informato che quel tipo di esecuzione era previsto solo in Nevada.
Gli avevano detto che sarebbe finito nel braccio della morte a Dannemora. Perch negli ultimi tempi era raro che si eseguissero sentenze capitali nello Stato di New York.
A quella notizia era rimasto sbalordito, costernato.
Aveva ammesso la sua colpevolezza. Aveva ammesso tutto, aveva accettato ogni imputazione che gli era stata mossa, perch il suo pi grande desiderio era espiare, scomparire.
Una morte cos sarebbe stata immediata e lui non poteva fare a meno di credere che anche la sua anima sarebbe stata annientata.
Rendere l'anima: aveva anelato a quella liberazione!
Eppure era accaduto qualcosa, contrariamente alle sue intenzioni il caporale non era stato accusato di omicidio di primo grado.
Il problema era il corpo della ragazza: dov'era? Se non si trovava, potevano accusarlo di omicidio? Perch in assenza di testimoni e di prove "concrete" la confessione del caporale non aveva valore probatorio, cos come non l'avrebbe avuta l'affermazione di non aver commesso il crimine.
Questo sostenne l'avvocato del caporale.
Ma il pubblico ministero rigett con veemenza quell'argomentazione.
Il pubblico ministero obiett che per tali accuse esisteva un precedente. Pi volte erano stati emessi verdetti di colpevolezza in casi in cui il corpo della vittima non era stato rinvenuto, poich era stato occultato o distrutto; e in quel caso c'era la confessione dell'imputato, avvalorata da numerosi testimoni che lo avevano visto quella fatidica sera insieme alla ragazza scomparsa, nonch prove materiali sufficienti per istruire un processo.
Lo portarono a Sandhill Point, nella riserva di Nautauga. Voleva disperatamente mostrare a quelle persone il corpo straziato della ragazza. Aveva parlato loro della fossa poco profonda dove l'avevano messa - dove lui l'aveva messa - ricoprendola di foglie e di terriccio, con le mani, con i calci dei fucili, poi gli era sembrato che non fosse cos perch in quel terreno roccioso non c'erano fosse, barcollando aveva trasportato il cadavere ancora caldo, zoppicando per il peso malgrado il corpo fosse cos esile, l'aveva portato al fiume e l'aveva gettato nell'acqua, che l'aveva ingoiato e trascinato a valle, dove il Black Snake River sfociava nel lago Ontario, chilometri a ovest di l. Era esausto, barcollava ed era in preda alla nausea, stava cos male che aveva dovuto appoggiarsi al braccio di un vicesceriffo, era ammanettato e si reggeva in piedi a fatica. Non sopportava l'espressione di ribrezzo su quei volti. E peggio ancora l'irritazione, l'impazienza, come in un gioco, con quelli pi bravi e pi abili che si scambiano sguardi di derisione diretti ai giocatori meno bravi e meno abili, senza nemmeno tentare di nasconderlo a chi  oggetto del loro scherno. E adesso pensava: "Non sono pi un uomo. Sono meno di un uomo". Alcuni dei poliziotti conoscevano Brett Kincaid dai tempi in cui militava come quarterback nella squadra del liceo di Carthage, aveva giocato due stagioni e in una aveva partecipato al campionato del distretto degli Adirondack, non molto tempo prima. Vederlo adesso in quello stato e sentire le sue parole piene di vergogna era duro per quegli uomini che avevano conosciuto anche Graham Kincaid.
Poi lui croll, dovettero portarlo al pronto soccorso dell'ospedale di Carthage dove gli fecero delle flebo per curare il suo "stato di grave disidratazione", lo ricoverarono per una notte e la mattina dopo lo trasferirono nel carcere di Carthage, ancora debole e malfermo sulle gambe, lo misero in isolamento, e poich temevano che potesse suicidarsi lo sorvegliarono per ventiquattro ore, una misura presa per la sua stessa incolumit.
Lo sorvegliarono fino a quando lui abbandon ogni speranza, per il momento.
Poi lo condussero ammanettato al tribunale della contea di Beechum. L'ampia aula al primo piano era insolitamente affollata, regnava un clima di agitazione, di eccitazione. C'era molta animosit fra i presenti, da un lato fra chi nutriva un forte pregiudizio contro il caporale che aveva ucciso una ragazza di diciannove anni e ne aveva gettato il cadavere nel fiume, dall'altro fra chi si schierava a favore del caporale, un veterano ferito in guerra che aveva confessato un crimine che non aveva commesso per coprire certi amici, e che era affetto da "menomazioni neurologiche".
Dopo mesi di discussioni, non ci fu nessun processo. E quella decisione deluse i cittadini di Carthage.
Non ci fu processo, non si costitu nessuna giuria. Perch l'imputato non protest la propria innocenza.
A prendere quella decisione fu il giudice Nathan Brede. Ormai sulla sessantina, ex pubblico ministero, Brede era il presidente del tribunale.
Il caporale non conosceva Brede, un uomo impenetrabile e impassibile che fissava dall'alto quel giovane sfregiato dalle cicatrici e mezzo cieco, dall'esistenza distrutta.
Come si dichiara, signor Kincaid?
Vostro Onore, il mio cliente si dichiara colpevole dell'accusa di omicidio volontario e dell'accusa di occultamento di cadavere.
Si dichiara tale, signor Kincaid?
Vostro Onore, il mio cliente si dichiara tale.
Signor Kincaid, si rende conto di quel che ha dichiarato? Si rende conto delle conseguenze?
Nell'aula non volava una mosca, mentre il caporale sembrava fare uno sforzo per tornare alla realt, alzando gli occhi su quelli calmi e inquisitori del giudice Brede.
Con un filo di voce il caporale mormor: S, Vostro Onore.
Si dichiara colpevole dell'accusa di omicidio volontario e dell'accusa di occultamento di cadavere?
S, Vostro Onore.
S? Ha detto s, signor Kincaid?
S, Vostro Onore.
Ma non gli era tutto chiaro. L'unica cosa che gli era chiara era la parola colpevole.
E il giudice pronunci la sentenza: da quindici a vent'anni.
Da quindici a vent'anni! Lui si aspettava la condanna a morte.
Stupefatto e ammutolito, attendeva in piedi, ammanettato, ma il giudice aveva aggiornato la seduta con un colpo di martelletto.
Cos, all'improvviso, la sentenza era stata emessa.
Cos, all'improvviso, il destino del caporale era stato segnato.
Non doveva morire, ma vivere.
Senza guardarsi indietro, il giudice era uscito dalla sala.
Anche se Nathan Brede un tempo era stato socio, e ancora di pi amico di Zeno Mayfield, non aveva mai guardato nella sua direzione, l dove il padre della vittima sedeva in seconda fila: n la sua attenzione era stata attratta dal comportamento bizzarro e scomposto della madre dell'imputato, Ethel Kincaid, che non avrebbe potuto reagire in maniera pi stravagante se il giudice avesse condannato a morte suo figlio.
Di fronte all'aula del tribunale il caporale rimase stupefatto, sbatteva lentamente le palpebre, perch era convinto di aver confessato l'omicidio, anzi gli omicidi: gli agenti di polizia non gli avevano predetto che avrebbe passato il resto della vita nel braccio della morte? Ma a quanto pareva l'accusa era stata derubricata a omicidio preterintenzionale.
Come se il caporale non fosse nelle condizioni mentali e fisiche di commettere intenzionalmente un omicidio.
E il suo avvocato confidava, come gli disse a voce bassa e quasi fiero di s - cosa che il caporale trov disgustosa -, che sarebbe potuto uscire con la condizionale dopo soli sette anni.
Per buona condotta! Fuori dopo sette anni, amico.
Si ritrasse da quell'uomo. Non era il primo avvocato che si era offerto di difendere Brett Kincaid, ma un altro, pi giovane.
Sapevano di non poter vincere, cazzo. Manca il corpo. Sapevano di essere fottuti. Sette anni, amico! Sei stato fortunato.
Ma il caporale era stato condannato. Sarebbe uscito da quell'aula di tribunale in manette.
Con le manette ai polsi e alle caviglie. Era stato legato come un animale selvaggio e condotto in tribunale, l'avevano fatto sedere a un banco di fronte all'aula sotto l'alto scanno del giudice, oggetto dello sguardo impietosito e disgustato di tutti.
Perch in carcere il caporale aveva avuto comportamenti imprevedibili. I secondini lo ritenevano un rischio per la sicurezza sua e degli altri.
Perch a quanto pareva il caporale era soggetto a scatti furiosi, quando meno te lo aspettavi. Come non controllava le convulsioni nella parte superiore del corpo o le fitte di dolore che gli paralizzavano le gambe, cos non riusciva a controllare quegli accessi d'ira che duravano qualche minuto, o anche pochi secondi, e che spaventavano chi gli stava intorno.
Seduta in prima fila, sua madre Ethel Kincaid continuava a piangere. Piangeva fragorosamente e disperatamente, come quelle donne che non si vergognano di mettere in mostra i propri sentimenti alla TV e imbarazzano gli altri, che non vedono l'ora di allontanarsi da loro. Perch alla signora Kincaid sembrava evidente che i nemici di suo figlio a Carthage avevano condotto una campagna contro di lui, e avevano vinto; e nelle sue condizioni fisiche una pena da quindici a vent'anni da scontare a Dannemora equivaleva a una condanna a morte, perch non sarebbe pi uscito vivo di l.
Gli uscieri trattennero la distrutta signora Kincaid, che voleva correre ad abbracciare il figlio. Il caporale si ritrasse dalla donna sovreccitata, non riusciva a guardarla in faccia.
Usc a passo legnoso dall'aula, sorretto dagli uscieri. Camminava strascinando goffamente i piedi per via delle manette, fu condotto per un'uscita posteriore riservata ai dipendenti del tribunale e alle forze dell'ordine, mentre la signora Kincaid gridava: "Assassini! Avete ammazzato il mio povero figlio soldato!", e poi lungo un corridoio fino a una porta che dava all'esterno, dove un cellulare con le sbarre sul finestrino posteriore aspettava di trasferire subito Brett Kincaid nel carcere di Clinton a Dannemora, New York, dove avrebbe iniziato a scontare la condanna a un periodo indeterminato, da quindici a vent'anni.
A Dannemora, vicino al confine con il Canada: la "piccola Siberia".
Quasi tutto il primo anno in isolamento.
Perch il direttore del carcere, K.O. Heike, temeva che, visto il crimine commesso dal caporale e la pubblicit suscitata dal suo caso, qualche detenuto potesse credere che Brett Kincaid aveva ucciso e stuprato una bambina, e che quindi la sua vita fosse in pericolo.
Ma che sollievo adesso, in quell'altro mondo.
Adesso che era passato dall'altra parte. Adesso era imprigionato come una bestia, circondato da bestie. E agli occhi dei secondini non esisteva ambiguit, lui non era il caporale ma solo un detenuto, il giovane maschio bianco B. Kincaid affetto da disabilit e indicato al suo arrivo come soggetto a rischio sicurezza.
La durata della pena che doveva scontare faceva parte della sua identit, era come se avesse tatuato sulla fronte da quindici a vent'anni.
Omicidio preterintenzionale. Da quindici a vent'anni.
Appena arrivato a Dannemora, il primo pensiero di un condannato era quanto doveva "fare" prima di essere rilasciato. Quanto doveva scontare prima di poter inoltrare domanda per uscire con la condizionale.
A meno che la condanna non fosse all'ergastolo. A meno che la condanna non fosse alla pena capitale.
Il caporale dimenticava spesso la sua condizione, e si chiedeva: "Sono nel braccio della morte?".
Perch anche nei momenti di maggiore lucidit il caporale non credeva davvero che l'avrebbero liberato dall'isolamento, dov'era confinato in una cella con le pareti, il pavimento, il soffitto e le sbarre scoloriti, e ancora meno da Dannemora (di cui aveva una vaghissima impressione, avendo visto il muro incredibilmente lungo e alto diciotto metri del colore di vecchie ossa sporche, quando era stato portato l in manette per iniziare il periodo di detenzione, come prescritto dalla legge); non credeva davvero che il tempo avrebbe continuato a scorrere come una corrente che lo portava con s, come quando era pi giovane, in un'altra vita; gli sembrava piuttosto che il tempo si fosse trasformato in una sostanza fusa che si muoveva lentissimamente e lui lottava contro quel movimento, lottava contro la corrente, non nella sua direzione, doveva lottare per rimanere a galla e non annegare.
Quella fatica, quello sforzo esercitato quasi ogni giorno, richiedeva tutta la sua energia.
Riceveva poche visite, a parte un gruppo sempre mutevole di giovani avvocati freschi di laurea nelle facolt di legge delle universit della zona settentrionale dello Stato di New York - Albany, Cornell, Buffalo - che si erano offerti di difenderlo.
Riceveva poche telefonate.
E a volte, se qualcuno chiamava chiedendo di parlare con B. Kincaid, lui si rifiutava di rispondere.
La gola gli si chiudeva, come se ci avessero infilato dentro un pugno.
Il caso Kincaid, com'era definito, aveva suscitato una controversia negli ambienti legali della regione settentrionale dello Stato. Ma quella controversia non coinvolgeva il caporale, che non voleva pensare alla sua vita come a un caso.
Dio non considerava un uomo come un caso. Perch un caso va risolto, mentre un uomo non pu essere risolto.
Eppure sapeva, poich aveva ricevuto delle lettere in proposito da persone schierate su posizioni diverse, che nella contea di Beechum, dove le ricerche della ragazza scomparsa erano andate avanti per mesi, in alcuni ambienti permaneva ancora lo sdegno per la condanna di Brett Kincaid, ritenuta troppo "leggera", e per il fatto che dopo qualche anno sarebbe potuto uscire con la condizionale; mentre in altri ambienti permaneva lo sdegno per il fatto che Brett Kincaid fosse stato imprigionato e detenuto nel famigerato carcere di massima sicurezza di Dannemora, perch si credeva che il veterano ferito della guerra in Iraq non fosse responsabile della scomparsa di Cressida Mayfield; o, se pure lo era, non era legalmente responsabile delle proprie azioni e comunque, se proprio bisognava detenerlo, andava curato in un ospedale psichiatrico.
Erano stati raccolti dei fondi per "rendere giustizia" a Brett Kincaid. Chi fossero le persone che raccoglievano fondi su Internet, in che rapporti fossero tra loro o con il caporale Kincaid o con i legali che si erano offerti di difenderlo e che ufficialmente si occupavano del suo caso, il caporale lo ignorava. Padre Kranach era preoccupato, nessuno di quegli sconosciuti era tenuto a rispondere per il denaro inviato in nome di Brett Kincaid, ma allo stesso Brett Kincaid la cosa sembrava non interessare affatto.
Diceva al prete: "Dovunque vada  come se fossi nel braccio della morte. E il mio posto  questo".
Proiettili traccianti, fosforo bianco che si riversa sul nemico.
Il rombo assordante degli elicotteri d'assalto, si svegli disorientato, mugolando, la bocca e i polmoni pieni di sabbia.
Non aveva pi le gambe. Ma il dolore lo sentiva ancora.
Le mani, gli avambracci. Saltati via, l'osso bianco nudo che brillava nel sangue rosso vivo, come il sangue finto di un ridicolo film dell'orrore per bambini.
Sent gridare il suo nome, un amico stava gridando il suo nome, lo sentiva ma non riusciva a vederlo.
Cazzo, si meritavano un po' di divertimento, dicevano i ragazzi. Se sopravvivevi e non saltavi in aria, se non ti beccavi qualche scheggia nelle budella o in testa, cazzo, ti meritavi un po' di divertimento sparando ai civili come a topi terrorizzati, mozzando qualche dito, un orecchio, un cazzetto, dei capezzoli, facendo delle sacche con la pelle dei civili, facce di iracheni cucite insieme per farci sacchetti per il tabacco, per le medicine.
Come gli antichi guerrieri, stava dicendo Muksie. Sacche fatte con le facce dei nemici e veri scalpi da mettersi in testa, ma probabilmente bisognava essiccarla quella cazzo di roba - tipo "tassidermia" -, altrimenti ti si marciva in testa e puzzava.
Erano in pochi quelli che telefonavano a Brett Kincaid, al carcere di Clinton. E tutte donne, di Carthage.
Fra loro la pi tenace era la madre di Brett, Ethel Kincaid. Con la sua astuzia, Ethel aveva trovato il modo di telefonare al figlio incarcerato a spese dei contribuenti attraverso il fondo "di emergenza" dei servizi assistenziali per le famiglie della contea.
E sempre con la sua astuzia e un vero e proprio senso dell'umorismo sovversivo aveva trovato il modo di tenere viva l'attenzione della stampa e della televisione di Carthage sul caso di suo figlio annunciando a intervalli regolari "nuovi indizi", "nuovi testimoni", "prove a discarico", chiamando personaggi televisivi noti a livello locale come Evvie Estes della WCTG-TV e Hal Roche del "Carthage Post-Journal", e se loro non rispondevano ai suoi messaggi li fermava per strada, li braccava fino a casa sapendo che probabilmente, anzi certamente, nessuno a Carthage avrebbe osato chiamare la polizia per fare arrestare lei, Ethel Kincaid, l'inconsolabile madre dell'eroe della guerra in Iraq caporale Brett Kincaid, ingiustamente perseguitato, condannato e incarcerato.
Dalla fine dell'estate del 2005 la signora Kincaid aveva contattato praticamente ogni avvocato della contea di Beechum, inclusi quelli anziani e da lungo tempo in pensione, per chiedere il loro aiuto nella campagna per la liberazione di suo figlio, e quelli avevano imparato a evitare l'inconsolabile madre.
Anche chi era convinto che il caporale Kincaid fosse stato condannato ingiustamente ed era disposto a contribuire economicamente alla raccolta di fondi per la sua difesa aveva imparato a evitare l'inconsolabile madre.
In pi di un'occasione Ethel Kincaid aveva avvicinato i genitori di Cressida Mayfield in luoghi pubblici, l'uno o l'altra. Aveva fermato Arlette sul vialetto di un rifugio per donne vittime di abusi nel quartiere periferico di Mount Olive, dove Arlette faceva volontariato dopo la scomparsa della figlia, chiedendole "di rivelare a tutti" dove si trovava sua figlia; aveva fermato Zeno in un ristorante di Carthage, dove lui era seduto con amici, e lo aveva accusato di essere un "nemico di classe", sostenendo che la figlia era "scappata" ed era viva da qualche parte, e di aver messo in piedi una "cospirazione illegale" per tenere suo figlio in prigione.
A una rappresentazione della Medea di Euripide allestita al Carthage Community College nella primavera del 2008, il pubblico sbigottito aveva pensato in un primo momento a una continuazione della tragedia recitata in "abiti moderni", quando, una volta riaccese le luci, una donna di mezza et con un viso giovanile ma sconvolto era balzata tra le poltroncine e aveva proclamato ad alta voce che era "una madre devota" e "non una madre folle e mostruosa come Medea", e allora perch a nessuno "importava un accidente" di lei?
Solo dopo qualche minuto era apparso chiaro, almeno a una parte del pubblico, che quella donna esile e sovreccitata, con gli occhi che ricordavano le lucenti palline d'acciaio di un flipper, era in effetti Ethel Kincaid, la madre del caporale Brett Kincaid, che nell'autunno del 2005 aveva confessato di aver ucciso Cressida Mayfield.
La manovra pi astuta che Ethel Kincaid aveva azzardato fino ad allora era stata la causa intentata al governo quale vittima dell'11 settembre.
Peccato che, avendoci pensato solo a distanza di nove anni - quattro anni dopo che Brett era stato incarcerato -, ormai era difficile convincere la gente a prendere sul serio la sua azione legale, in cui lei, Ethel Kincaid, sosteneva di essere una vittima, anche se indiretta, dell'attacco terroristico, perch il suo unico figlio Brett era stato mandato in Iraq a combattere contro Al Qaeda - cio i terroristi musulmani - e in quel posto orrendo era stato ferito in combattimento e rispedito a casa "disabile" e "invalido" e che per questo l'avevano "rinchiuso" in un carcere di massima sicurezza allo sprofondo, in un angolo dello Stato dimenticato da Dio, lontano centinaia di chilometri, in pratica in Canada. E tutto questo non per colpa sua, di Ethel, come non per colpa dei familiari delle vittime del World Trade Center o degli aeroplani dirottati, le cui vite erano ormai distrutte, ma come conseguenza dell'attacco terroristico da cui il governo degli Stati Uniti non aveva protetto i suoi cittadini. Ethel aveva scritto al presidente alla Casa Bianca e ad altri politici locali ma nessuno le aveva risposto; e adesso stava picchettando tutti i servizi sociali della contea di Beechum nella convinzione che le spettasse un aumento del sussidio senza obbligo di dimostrare il proprio stato di "indigenza", in modo da potersi permettere almeno una macchina.
A causa di quell'esaurimento nervoso che perdurava dal luglio del 2005, Ethel aveva lasciato il lavoro da impiegata. Non aveva ancora cercato un nuovo impiego, sapeva che a Carthage nei suoi confronti c'erano dei pregiudizi.
Tirava avanti con il sussidio di disoccupazione. Ma era una somma irrisoria, e viveva "sulla soglia della povert".
Laggi a Dannemora, New York, Brett veniva informato di quei clamorosi episodi dalla stessa madre, quando Ethel lo chiamava e glieli raccontava vantandosene.
Si predisponeva ad ascoltare. A volte la voce di lei gli risuonava nelle orecchie come vetro graffiato, e allora non ci riusciva.
"Non immagini nemmeno cosa ha fatto quella vecchia pazza di tua madre questa settimana!" esclamava Ethel non appena Brett rispondeva.
Poi, se lui non replicava come avrebbe fatto normalmente un figlio, gli diceva: "Qualcuno deve pur mantenere vivo il tuo caso, dannazione! E quel qualcuno deve essere tua madre, perch agli altri non gliene frega un cazzo".
Ethel desiderava tanto andare a trovare Brett in prigione, ma non poteva permettersi il lungo tragitto in autobus, perch dopo quella terribile estate del 2005 le sue condizioni di salute erano pessime, un viaggio del genere l'avrebbe uccisa. Una TV via cavo le aveva offerto di raccontare in un talk show la sua versione della storia del figlio, se la signora Kincaid avesse permesso alla troupe televisiva di accompagnarla in "limousine" a Dannemora fino alle porte del carcere, concedendo poi un'intervista al presentatore e rispondendo con franchezza e sincerit a domande sulla sua visita in carcere al figlio; Ethel aveva preso seriamente in considerazione quella proposta, anzi avrebbe tanto voluto accettarla, ma Brett aveva rifiutato con decisione.
"Il mondo deve conoscere la tua versione di questa storia, Brett. Cos ci sar un nuovo processo oppure il governatore commuter la pena."
E poich Brett non aveva risposto nemmeno stavolta, aveva aggiunto con voce ferita: "Tutti ti credono colpevole, Brett. I tuoi nemici non ti hanno mai dato una possibilit e alcuni che credevi amici si sono rivelati tuoi nemici, e tu devi fare qualcosa".
Sembrava che il caporale avesse la testa altrove ma poi, con una scrollata di spalle, riusc a mormorare una parola che la madre ud appena: "Perch?".
Da Carthage chiam anche Arlette Mayfield.
La madre di Juliet! La signora Mayfield! Il caporale non sopportava di sentire la voce di quella donna e non volle rispondere. Per vilt, per vergogna. Non se la sent di andare al telefono.
E cos Arlette scrisse una lettera a Brett Kincaid, al penitenziario di Clinton, a Dannemora, New York. Lui dovette imporsi di aprire la lettera, scritta a mano, che d'istinto avrebbe gettato via.
Caro Brett,
mi  dispiaciuto che tu non abbia voluto parlare con me. Ma naturalmente ci riprover.
Mi piacerebbe tanto sentire la tua voce, Brett. Mi piacerebbe vederti. Ti penso spessissimo, prego per te. Credo che il legame tra noi sia molto profondo, anche se tu e mia figlia Juliet non eravate ancora sposati a volte mi sembrava (perdonami,  una cosa strana da dire, lo so) che tu fossi gi mio genero. Che facessi parte della famiglia Mayfield.
Ci sono tante cose, Brett, di cui dobbiamo parlare prima che sia troppo tardi.
Eravamo in tribunale quando ti hanno condannato ed  stato allora che ho sentito cos intensamente che facevi parte della mia famiglia. Anche se allora non riuscivo ad ammetterlo. Avevo il cuore infranto, credo, per la perdita di Cressida, e anche per la tua.
Non ti farei domande su Cressida, Brett. Tanti altri ti hanno chiesto: "Perch? Perch fare una cosa simile?", ma io non te lo chiederei. Se venissi a farti visita sarebbe solo per sedere con te per un po' in silenzio, cos scopriremmo cosa Dio desidera da noi. (So che da me desidera il perdono, ma forse anche qualcos'altro.)
Nessuno sa che ti sto scrivendo, Brett. N la mia cara Juliet n mio marito Zeno, che non capirebbe, questi anni sono stati duri per lui, e non ha fede che Dio possa guidarlo. Mio marito  un uomo pubblico, come si dice, per lui non  stato facile.
Non  stato facile nemmeno per Juliet, che come sai  una devota cristiana, quindi non glielo dir, almeno non questa volta.
Prego per te, Brett. Abbiamo ancora tante cose da dirci!
In nome di Ges,
Arlette Mayfield

La lettera era datata 9 luglio 2008. Il terzo anniversario di quella notte.
La signora Mayfield scrisse molte altre volte a Brett e lui non rispose mai, ma conservava le lettere accuratamente ripiegate nella Bibbia che gli aveva regalato padre Kranach; poi, per una qualche ragione che lui stesso ignorava, impulsivamente rispose alla lettera della signora Mayfield dell'11 novembre 2008, scrivendo con un mozzicone di matita su un foglio a righe di un quaderno: "Gentile signora Mayfield, la ringrazio. Ho letto le sue lettere, molte volte, ma non credo che per ora sia una buona idea. Cordialmente, Brett Kincaid".
Urlava. Come un animale sbranato dalle iene.
Gridava, urlava! Ma quando smetteva, era peggio.
All'inizio della detenzione pensava (con speranza ma anche con paura) che - forse - Juliet l'avrebbe chiamato, o gli avrebbe scritto. Era sorprendente il numero delle persone che erano in contatto telefonico con i detenuti di quel carcere, presumibilmente donne: mogli, madri, fidanzate, sorelle; nessun detenuto era considerato cos repellente, violento o degradato, insomma un completo fallito, da non avere nemmeno una donna che per qualche misteriosa ragione gli rimanesse accanto.
In effetti, il caporale aveva ricevuto lettere da donne di Carthage e di altri posti, parecchie erano di ragazze che l'avevano conosciuto anni prima ai tempi del liceo, persino alle medie, ma lui non aveva risposto a nessuna di quelle lettere, in molti casi non finiva nemmeno di leggerle. E ormai ancora pi spesso gettava subito via le lettere di chi non conosceva, perch non aveva nessuna voglia di lambiccarsi il cervello su chi fosse quella nuova persona che si interessava a lui.
Perch le donne che erano affascinate dai carcerati, in particolare da uno condannato per aver ucciso una ragazza, lo riempivano di disgusto.
Tu non mi conosci, Brett Kincaid. Ma io credo di conoscerti.
Ciao! Ho sognato che mi chiedevi di scriverti, Brett Kincaid. E cos...
Quelle lettere scritte su fogli a colori pastello avevano un profumo nauseante. Veniva da pensare con un moto di raccapriccio che l'autore di quelle missive se le fosse strette al petto spolverato di talco.
Ma Juliet Mayfield non gli aveva scritto. E, a dire il vero, Brett non si aspettava che lo facesse.
Dopo quello che aveva fatto! Non solo Cressida, aveva distrutto anche Juliet, adesso lo capiva.
Eppure, nei momenti di debolezza, si metteva a fantasticare che forse Juliet desiderava contattarlo. Anche solo per dirgli che non si sarebbero pi rivisti, e che non l'aveva perdonato.
Un tempo erano stati cos intimi.
L'aveva amata davvero tanto. Profondamente.
Era strano ripensarci adesso, un po' come quando chi ha un arto in cancrena si sforza di ricordare il tempo in cui stava bene, come sarebbe stato, allora.
Alla fine l'aveva allontanata. Per paura di farle del male. Era stata la decisione pi saggia.
Nei suoi sogni confusi lei tornava da lui. Anche se non era sempre chiaro che quella figura femminile fosse Juliet Mayfield.
I suoi lineamenti erano offuscati come in una pellicola che comincia a disintegrarsi.
Le urla terribili. Urla che le mozzavano il fiato.
Prima di partire la seconda volta per l'Iraq aveva avuto una premonizione.
La prima volta non gli era capitato, allora credeva ancora di essere un soldato dell'esercito americano in una missione di giustizia. Era convinto che Dio lo avrebbe protetto, tutti i suoi commilitoni lo erano, non aveva dubbi.
Ma la seconda volta lo aveva capito. Aveva dato a Juliet la busta sigillata, dicendole: "Aprila solo se non ci rivedremo pi".
Juliet l'aveva fissato spaventata. Perch anche lei aveva dato per scontato che sarebbe tornato esattamente come l'aveva lasciata; i soldati americani erano protetti, dalla grazia del Dio cristiano o dalla superiorit militare delle forze americane.
Aveva scritto quella lettera in uno stato di grande emozione. Ma adesso, pochi anni dopo, non ricordava pi cosa avesse scritto.
Supponeva che Juliet avesse aperto la busta e letto la lettera. E che, dopo che lui aveva confessato di aver ucciso la sorella, l'avesse gettata via.
Non ricordava nemmeno una delle tante mail - centinaia? - che aveva mandato a Juliet e ad altri dall'Iraq. Le cartoline che aveva spedito. Una successione vorticosa di mail, tutte cos immediate, urgenti e angosciose, buttate gi in fretta in quei brevi minuti di relativa intimit rubati all'oblio ronzante della vita militare.
Erano orgogliosi di lui. Per un po', erano stati dannatamente orgogliosi.
Gli piaceva pensare che anche suo padre, il sergente Graham Kincaid, fosse stato fiero di lui.
Anche se il vecchio Kincaid diceva che la guerra del Golfo era un merdaio e che tutto ci che aveva a che fare con la guerra, con l'esercito americano e con il "patriottismo" era roba da coglioni idioti.
Nemmeno lui si aspettava niente di buono da quegli imboscati che gli facevano quelle dannate domande come se ne avessero il diritto.
Eppure, Brett era convinto che suo padre sarebbe stato fiero di lui, se solo l'avesse saputo.
Cio, prima di rimanere ferito. Nel vedere il caporale Brett Kincaid in uniforme, cos impettito, alto e bello, ti si apriva il cuore.
Era una gioia essere orgogliosi del giovane caporale, che era un bravo ragazzo, onesto e gentile, un grande atleta al liceo, prima dell'11 settembre e prima di arruolarsi nell'esercito.
La Purple Heart: la conoscevano tutti, quella medaglia.
La medaglia per la campagna in Iraq era solo una merdosa decorazione che davano a tutti quelli che spedivano laggi, gente a cui non fregava un accidente di rimanere uccisa o di essere arrestata dalla polizia militare.
La Infantry Combat Badge s che era un'onorificenza seria. La davano a chi dimostrava un comportamento eroico sotto il fuoco nemico, coraggio e abilit. Non male per il caporale col cervello mezzo in pappa.
Le onorificenze pi alte erano la Silver Star e la Medal of Honor, a lui ovviamente non le avevano conferite e non conosceva nessuno che le avesse ricevute, n l'avrebbe mai conosciuto. A lei aveva spiegato tutto, ma nell'articolo sul "caso umano" del caporale Brett Kincaid, incentrato sul suo "ritorno a casa", sulla "riabilitazione" e sul "prossimo matrimonio" (all'epoca lui e Juliet Mayfield erano ancora fidanzati), quella frivola giornalista aveva scritto qualcosa tipo: "Medaglia d'oro al valor militare", nell'ultima riga del suo pezzo apparso sul giornale di Carthage.
Juliet aveva cercato di calmarlo. Lui era disgustato, inferocito.
Come se fosse tutto uno scherzo, un dannato scherzo, aveva detto infuriato, e Juliet lo aveva guardato come se non l'avesse mai visto prima, al che lui aveva sbraitato, sempre pi imbestialito, Quella fottuta troia mi ha reso ridicolo,  meglio che stia alla larga da me.
Prendeva fuoco come un fiammifero gettato nella benzina.
Era la prima volta che i suoi compagni di cella e gli altri detenuti lo vedevano cos adirato; le guardie, a cui andava a genio e che avevano imparato a fidarsi di lui, erano stupite e incredule.
Kincaid. Lui?
S, cazzo,  fuori di testa. Dannazione!
Nel primo anno e mezzo a Dannemora era stato bene. Quasi come una persona normale, anche se sarebbe sempre rimasto "disabile" e "invalido" e sotto costante trattamento farmacologico, come i detenuti malati di AIDS a cui il dipartimento della Sanit dello Stato di New York passava le medicine. (Quanti fossero quei pazienti in quel carcere, alcuni visibilmente ammalati, scheletrici e moribondi nell'infermeria, il caporale lo scopr quando divenne inserviente il secondo anno a Dannemora.) All'inizio lo avevano tenuto in isolamento, lo sorvegliavano temendo un suicidio, la lampada fluorescente della cella accesa ventiquattr'ore su ventiquattro: aveva dovuto abituarsi a dormire riparandosi il viso con le mani, come una creatura notturna ferita. La maggior parte dei detenuti tenuti in isolamento e separati dagli altri erano assassini maniaci sessuali squilibrati e assassini pedofili psicopatici, e tra questi Brett Kincaid era il pi giovane e il pi "collaborativo". Adesso che era finito in quel posto, chiaramente una manifestazione visibile dell'inferno dove la sua punizione era assicurata, si sentiva placato, non provava pi il bisogno di punirsi.
Ben presto si rese conto che il carcere era un luogo di pazzia. Come una grande nube tossica, il malessere aleggiava sugli edifici logorati dalle intemperie del penitenziario di Clinton a Dannemora, circondato dalle lunghe mura di cemento alte diciotto metri, e quel malessere lo respiravano tutti, senza eccezione.
Padre Kranach gli spieg che nel diciannovesimo secolo la struttura di Dannemora ospitava un manicomio, il pi grande dello Stato di New York.
In molti erano morti l dentro, i loro corpi erano stati sepolti in un cimitero ormai dimenticato, fuori dalle mura della prigione.
La pazzia aleggiava nell'aria grigiastra come una coltre di spore spuntate dalla fertile terra scura.
Lui non parlava quasi mai. Non a voce alta. Anche se i pensieri infuriavano nella sua testa come tuoni incessanti. Riusciva a tenere quei putridi pensieri dentro di s senza esternarli, per non emanare un cattivo odore e non attirare l'attenzione. Perch lui non voleva attirare l'attenzione. Riusciva a rimanere immobile, stanco o pronto all'azione che fosse, come se gli avessero tranciato le gambe; come se avesse solo il torso, come se fosse un tronco umano, un corpo, un cadavere. I momenti peggiori arrivavano quando, in preda al panico, doveva controllarsi le dita delle mani e dei piedi (togliendosi le scarpe e i calzini) per accertarsi che quei mattacchioni di Shaver o Muksie non gliele avessero mozzate con delle grosse cesoie, per esibirle come trofei; le dita delle mani e dei piedi, o i lobi delle orecchie, o l'uccello e le palle.
Assumeva i farmaci che gli venivano prescritti. Anche a quelli pensava il dipartimento della Sanit dello Stato di New York, alle cui disposizioni i funzionari del penitenziario dovevano attenersi.
Antidolorifici per il dolore cronico, antispasmodici, calmanti per tenere a bada i "pensieri incontrollati", medicine per l'affanno, per la diarrea o la costipazione: tutti medicinali potenti appartenenti alla categoria dei farmaci psicoattivi.
C'erano altri detenuti altrettanto "disabili" e "invalidi": un esercito di rottami ambulanti.
Le guardie avevano simpatia per lui, si fidavano. Era un bianco, veterano della guerra in Iraq, tranquillo anche se sempre cupo, comunque "collaborativo".
Ogni tanto il caporale veniva portato da un medico.
Il dottore lo visitava: gli misurava la pressione, la frequenza cardiaca, lo pesava, misurava l'altezza. Gli controllava gli occhi con una luce accecante, ispezionava la cavit orale.
Sua madre si lamentava aspramente, era convinta che il figlio non fosse sottoposto a cure mediche adeguate, a esami neurologici, alla TAC e alla riabilitazione, come richiedevano le sue condizioni. La donna aveva intentato azioni legali contro il dipartimento degli Istituti penitenziari dello Stato di New York e contro il penitenziario di Clinton a Dannemora, sostenendo che il figlio veterano di guerra e ferito era vittima di una discriminazione messa in atto dai funzionari del carcere in combutta con i suoi nemici.
La riabilitazione poteva farla in cella, da solo. O nel cortile del carcere. Dopo diciotto mesi l'isolamento fu revocato, e lui venne trasferito in un'altra sezione, dove poteva passare alcune ore fuori dalla cella; adesso stava bene.
Come ti senti, figliolo?

Bene.

Le medicine le prendi, figliolo?

Sissignore.

Sicuro che le prendi?

Sissignore.

Non le butti nella tazza, figliolo?

Nossignore.

Non le vendi, vero? No, eh?

Nossignore. Non le vendo.

Prendeva fuoco come un fiammifero gettato nella benzina.
Vide Muksie, il fisico massiccio da lottatore di wrestling, invecchiato e appesantito, con la testa affusolata reclina per il frastuono assordante della mensa, aveva tirato fuori quella che sembrava un'arma ricavata da uno spazzolino da denti con cui stava tormentando uno dei detenuti pi giovani. E Kincaid gli fu addosso, rapido e silenzioso come un pitbull, e come un pitbull impossibile da tenere a freno lo colpiva e lo picchiava sulla testa affusolata, i due uomini lottavano avvinghiati sul pavimento, poi accorsero le guardie e urlando li separarono.
Grida, urla, strilli come di donne scannate. Sedie che volavano, piatti e vassoi scaraventati a terra. Nell'ampia sala scoppiarono risse fra i detenuti, come una serie di piccole esplosioni fino a un unico fragore assordante.
L'ultima cosa che il caporale sent fu l'ululato delle sirene.
Venne separato dal soldato Muksie e trascinato via, l'avrebbe ucciso se non l'avessero fermato.
Le guardie lo colpirono con i manganelli, perse conoscenza.
I testimoni dichiararono che non aveva agito per difendersi, ma aveva aggredito un detenuto per proteggerne un altro, e tuttavia Kincaid aveva violato il regolamento del carcere. Gi solo disobbedire all'ordine di un agente costituiva una violazione del regolamento del carcere. Opporre resistenza, cercare di liberarsi, colpire le guardie erano violazioni del regolamento del carcere. Sul curriculum di Brett Kincaid fino ad allora immacolato vennero annotati i reati di aggressione, insubordinazione agli agenti di custodia, istigazione alla rivolta.
L'uomo che aveva scambiato per il soldato scelto Muksie fu portato nell'infermeria del penitenziario. Il giovane detenuto molestato da Muksie se la cav con qualche livido e delle lacerazioni.
A Kincaid fu comminata la "misura punitiva" di otto settimane di isolamento.
La voce stridula del direttore Heike, ispessita e incupita dallo sdegno, risuon amplificata per ventiquattro ore nel penitenziario in stato di allarme.
Tolleranza zero per le infrazioni alle regole del penitenziario di Clinton. Tolleranza zero per gli alterchi, le minacce e le intimidazioni, per il possesso di armi, per l'insubordinazione e la resistenza agli ordini degli agenti di custodia.
Condannato all'isolamento, nudo. Creature con zoccoli equini popolavano i suoi sogni, e quei pesanti zoccoli affilati battevano vicino alla sua testa, non riusciva a voltarsi, tanto era esausto.
In isolamento c'era il torso, il moncone. Non aveva pi nessun motivo di lottare e cos smise.
Non assumeva pi i farmaci. Ne sentiva la mancanza solo vagamente, come un mignolo incancrenito che cade e non d pi fastidio.
Otto settimane di isolamento. Una punizione insolitamente crudele, avrebbe argomentato Zeno Mayfield, se fosse stato dalla parte di Brett Kincaid e non un suo nemico.
In isolamento si perde l'appetito. Si perde costantemente peso: Brett Kincaid cal di quasi sette chili. Le medicine le assumeva se gliele portavano, ma dimentic di prenderne la maggior parte perch in isolamento non gliele portavano. Amico, sei a dieta? Oppure, comelachiamano, sei in chemioterapia? Stai davvero male, amico? Dannazione!
Una volta al giorno, per un'ora, lo accompagnavano in una zona isolata del cortile per sgranchirsi le gambe, a giorni alterni gli facevano fare una doccia (tiepida) perch la pelle gli brulicava di germi invisibili a occhio nudo. Eppure il caporale accett la punizione senza resistenze, senza scuse n rimorsi, perch non capiva dove avesse sbagliato. L'istinto di aiutare il detenuto molestato, che per lui era uno sconosciuto, un ragazzo che non dimostrava nemmeno vent'anni, era stato irrefrenabile.
Quando padre Kranach and a fargli visita, preoccupato e allarmato, Brett gli disse: "Col cazzo che lo faccio di nuovo".
Appena finito il periodo di isolamento and nella chiesa del Buon ladrone e s'inginocchi a pregare.
Come un affamato davanti a un banchetto.
Non preg Dio o Ges Cristo, preg san Disma.
Aiutami, ho peccato. Non sembrava la supplica di un folle per la salvezza della propria anima innalzata nella cupa chiesa del Buon ladrone, dove si era inginocchiato nascondendo il volto contratto.
Entra nella mia anima e la mia anima sar risanata.
Era sincero. Voleva disperatamente essere buono.
Eppure, quindici mesi dopo, prese fuoco una seconda volta.
Stavolta accadde nel reparto psichiatrico dove B. Kincaid lavorava come inserviente sotto la supervisione di una guardia mulatta di nome Foyle (nel carcere maschile c'era carenza di uomini come Brett Kincaid, che si dimostravano intelligenti, responsabili e ragionevoli), e dove aggred una guardia che stava molestando un detenuto (un lumacone flaccido e grasso con gli occhi da albino, la pelle chiarissima, le ciglia bianche), la guardia lo pungolava col manganello e Kincaid gli disse di smettere, glielo disse in tono brusco ma la guardia lo ignor e si mise a ridere, allora Kincaid gli si avvicin e stavolta senza una parola gli strapp il manganello dalle mani, gli assest un poderoso colpo in testa e gli frattur il cranio.
Accadde tutto in un attimo! Il caporale sent un crack.
Stavolta il direttore intervenne di persona. Il caporale aveva aggredito una guardia carceraria e si becc una denuncia penale, per violenza e lesioni personali aggravate.
Furono presentate imputazioni formali al procuratore distrettuale della contea di Clinton. Al caporale non fu comminata soltanto una sanzione amministrativa, dei mesi di isolamento, ma gli fu anche inflitta una pena dai sette ai dieci anni di detenzione.
Dannazione, non gliene fregava un accidente! Se ne sbatteva.
Rinunci sprezzantemente al diritto di farsi difendere da un avvocato e al diritto sancito dalla costituzione di essere processato. Non si pent, perch non vedeva come altro avrebbe potuto agire.
Quel bastardo che l'aveva picchiato, nel tentativo di sedare la zuffa, e le guardie sue amiche facevano entrare nel carcere la droga. Il caporale lo sapeva.
In quel penitenziario la droga era dappertutto. Poteva entrare solo grazie alle guardie, ma il loro sindacato era potente, aveva forti legami con gli spacciatori del Sud dello Stato, Brett non credeva che la situazione sarebbe mai cambiata.
(Il secondino che aveva aggredito fu licenziato per abuso di potere e spaccio di droga. Ma questa circostanza non venne considerata un'attenuante per ridurre la condanna del caporale.)
Era disgustoso pensare di essere solo un ammasso di cellule cerebrali dentro un cranio. Non era un mistero che a volte le persone impazzissero come bestie rabbiose, mettendosi a mordere e a sbranare con un'esaltazione selvaggia.
Nella merda com'era, almeno non sarebbe dovuto comparire davanti alla commissione per la libert condizionale ancora per molto tempo.
Rimorso? E per cosa?
Adesso la pena da scontare era cos lunga che non riusciva a immaginarne la fine. Se la scontava fino in fondo, senza condizionale. E forse aveva accumulato altre sanzioni amministrative che avrebbero ritardato chiss di quanto il momento del rilascio.
Era entrato in carcere a ventisette anni e adesso (ma che mese era quello? Che anno?) ne aveva trentuno, o trentadue.
La ragazza che aveva ucciso sarebbe rimasta per sempre giovane. Ma anche l'altra, quella che aveva amato tanto, che stava per sposare, sarebbe rimasta giovane, una ragazza bellissima che non avrebbe pi rivisto.
Per lui era morta anche lei.
Tutti i Mayfield per lui erano morti.
O invece i Mayfield erano vivi, e a essere morto era il caporale?
Il significato (segreto) della Purple Heart.
(Ma la cosa vergognosa era che Brett aveva desiderato la Purple Heart. Nel suo sogno di servire la patria all'estero, di fare colpo sul padre ubriacone e assente, sulla dolce e ingenua fidanzata e su tutti quelli di Carthage che lo guardavano a bocca aperta nella divisa dell'esercito come Tom Cruise, aveva considerato la Purple Heart come la medaglia pi facile da conseguire; in quel caso, il trucco sarebbe stato rimanere ferito ma non morire.)
Dopo dieci giorni di isolamento, il suo cervello era abulico e funzionava come il frullatore vecchio di decenni di sua madre, ormai sul punto di fondere, con le lame che non giravano pi e il motorino che sferragliava, vibrava e pendeva da un lato.
Dopo altri dieci giorni gli venne la diarrea, dall'ano infiammato usciva un liquido grumoso, e se riusciva a mandare gi dell'acqua (tiepida, nauseante) la rivomitava in una schiuma del colore dell'urina.
Padre Kranach and a fargli visita e lo trov in delirio. Il sacerdote supplic il direttore di far ricoverare Kincaid nell'infermeria, ma l'uomo, adirato, non gli prest ascolto. Non sar il primo ad accelerare il proprio decesso e non sar l'ultimo.
Si svegli una settimana dopo, e dove si ritrov? Legato a un letto di metallo nell'infermeria, in un tanfo di feci, di vomito e di disinfettante dall'odore pungente come soda caustica.
Le mosche zampettavano sulle finestre. Sulle fenditure della coibentazione e sulle crepe a zigzag del soffitto.
Il dirigibile dei tempi andati (la Prima guerra mondiale?) che nei sogni aveva visto fluttuare in alto sulla sua testa in realt era una flebo che scorreva in una vena all'interno del gomito destro.
E quel bruciore nel pene non era un filo incandescente infilato nell'intestino, ma un catetere da cui fuoriusciva un liquido tossico raccolto in un sacchetto sistemato sotto il letto.
Un medico gli stava dicendo: "A quanto pare sei stato parecchio male, amico. Hai avuto la febbre a trentanove e mezzo e una brutta infezione al sangue, abbiamo dovuto darti dei farmaci talmente forti che ci potevi rimanere. Se non ricordi quest'ultima settimana, meglio cos".
Non possiamo garantire per la sua incolumit, caporale. Stia attento.
Pregava nella chiesa del Buon ladrone.
Pregava in ginocchio. Pregava con il cuore che batteva forte.
In una nicchia della chiesa c'era la figura sorprendente di san Disma crocifisso. La perfezione di quel corpo maschile, nudo a parte un drappo attorno ai lombi, e che realismo il torso, le cosce e i polpacci, la testa e il volto contratto nell'agonia e come trasfigurato - da una sensazione di pace, da una sorta di gioia.
Era colpito da quel corpo maschile perfetto: non disabile, non "invalido", ma perfetto anche se irrigidito nello spasmo della morte.
Pensava: "Il corpo  crocifisso sulla croce del mondo. Non c' scampo dalla crocifissione come non c' scampo dal corpo".
Non aveva mai considerato bello il corpo maschile, e ancor meno perfetto. Ma adesso, contemplando la figura scolpita del leggendario Buon ladrone, le sue spalle muscolose e le braccia protese sulle spesse assi di legno della croce, avvertiva una tale piet, un tale dolore, da avere l'impressione che dentro di lui qualcosa si spezzasse, provava quei sentimenti non per se stesso ma per un altro essere che esisteva in una dimensione che a lui, Brett Kincaid, era completamente ignota.
Nelle funzioni religiose a cui aveva assistito in prigione si avvertiva la presenza di Ges, se lo si accettava come il proprio salvatore, ma padre Kranach non parlava di Ges bens di san Disma.
Il santo patrono dei ladri, dei miserabili.
Interceder per te, se glielo chiedi.
Nella chiesa del Buon ladrone trovava consolazione. Trovava conforto. E ancora di pi adesso, che aveva trascorso cos tanto tempo in isolamento da avere la sensazione che la sua anima franasse.
Quella del Buon ladrone non era una cappella o una chiesetta, ma una chiesa piuttosto grande che poteva contenere fino a duecento persone, una struttura edificata all'interno delle mura di cemento alte diciotto metri che si snodavano in cerchio come un serpente che si morde la coda. La chiesa era di pietra, sembrava intagliata nella roccia di una delle montagne dei dintorni.
La chiesa del Buon ladrone era stata costruita dai detenuti di Dannemora tra la fine degli anni Trenta e gli inizi degli anni Quaranta del Novecento, con materiali di risulta tratti da case abbandonate, fienili, edifici del posto. Alcuni materiali erano stati donati. Si diceva che il legno di quercia rossa degli Appalachi da cui erano state ricavate le panche fosse un dono del famigerato Lucky Luciano, che era stato detenuto a Dannemora.
C'erano numerose incisioni, vetrate variopinte con i volti dei santi realizzate dai detenuti di Dannemora.
Nelle chiese protestanti, almeno in quelle in cui era stato, Brett Kincaid non aveva mai provato una tale sensazione di spiritualit.
Non aveva mai sentito la sua anima cos scossa, fino alle radici del suo essere, un sentimento indicibile.
Nelle chiese che aveva frequentato in passato, inclusa la chiesa di Carthage dove andava con Juliet, ci si concentrava sull'esteriorit. I volti sorridenti delle persone, il canto degli inni consueti, le preghiere innalzate insieme, mano nella mano. Invece nella chiesa del Buon ladrone inizi a cogliere il silenzio e il riserbo di una divinit sfuggente.
Perch era quella spiritualit con Dio che lui desiderava ardentemente, e non la comunione con gli altri.
In quella spiritualit cominci a capire che il suo corpo menomato era a suo modo un corpo perfetto. Che la sua anima menomata era a suo modo perfetta. Perch era quello il destino che Dio aveva riservato al caporale Kincaid. Era l'unico destino che attendeva il caporale Kincaid.
Aveva cercato di spiegarlo a padre Kranach nella piccola sagrestia situata sul retro della chiesa. Attraverso l'unica finestra orizzontale leggermente incassata nel muro di quella stanza si vedeva un'ampia parte dei giardini curati dai detenuti che si stendevano alle spalle delle loro celle, ma non l'interminabile muro di cemento alto diciotto metri.
Padre Kranach era diventato suo amico. L'unico che aveva.
Brett non riusciva a dargli un'et: non era giovane ma nemmeno anziano, e neanche di mezza et. Era un uomo basso dalle spalle larghe, gli arti sottili e l'abitudine nervosa di passarsi una mano tra i capelli lisci e biondi pettinati all'indietro.
Lo salutava sempre con una rapida stretta di mano. Come va, Brett?
Ed era sincero, gli interessava davvero saperlo.
Il prete cattolico padre Fred Kranach era reperibile sette giorni su sette nella prigione. A differenza del cappellano protestante che ci andava solo quando gli chiedevano una funzione o dei consigli, e comunque, a giudicare dai suoi sorrisi nervosi, con riluttanza.
Perch un prete cattolico  solo e celibe. Perch una moglie, dei figli, distraggono un uomo e distolgono le sue energie dalla vocazione.
Perch un prete cattolico, quando  un buon prete,  l'incarnazione di Ges Cristo: l'unico venuto per tutti, morto per tutti, che dimora nei cuori di tutti se lo si invoca.
Fino ad allora il caporale non aveva mai conosciuto preti cattolici. Non aveva mai messo piede in una chiesa cattolica, anche se in fondo a Potsdam Street c'era la vecchia e tetra chiesa in mattoni rossi di St Mary, la chiesa cattolica pi antica della contea di Beechum, davanti alla quale da ragazzo passava spesso in bicicletta.
Strano, ma a padre Kranach sembrava non importare che Brett Kincaid non fosse cattolico.
Padre Kranach non faceva domande al caporale sulle sue esperienze in guerra n alludeva alle sue menomazioni. Solo indirettamente faceva delle allusioni al fatto che Brett da giovane aveva "prestato servizio" nella guerra in Iraq. Con maggior impeto parlava della guerra - delle guerre - contro il terrore: della crociata che non sarebbe mai finita.
Come se volesse sradicare il male. Ma il male non ha mai fine.
In prigione Brett Kincaid guardava di rado in faccia un altro detenuto. Era pi saggio evitare di incrociare gli sguardi. Ma sul prete alzava gli occhi quasi vergognoso, nel desiderio, quando si incontravano, di vedere il sorriso di padre Kranach.
Era felice di conoscere un segreto. Come uno che torna in vita per aiutare gli altri.
Aveva pensato che quel suo corpo martoriato fosse una maledizione. Ma adesso capiva, Dio aveva concesso a quel corpo martoriato di farcela, di sopravvivere.
In altre guerre passate, combattute da soldati americani, ferite cos gravi avrebbero portato alla morte.
Nella chiesa del Buon ladrone non provava gioia, ma una requie dalla pena, dal dolore.
Una requie dai sensi di colpa.
Erano sensazioni temporanee, non durature. Eppure si sentiva l'animo sollevato.
Perch padre Kranach gli aveva spiegato, dietro sua richiesta, i principi della confessione cattolica.
Padre Kranach gli aveva insegnato una forma abbreviata dell'atto di dolore: "Oh Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati. Entra nella mia anima e la mia anima sar sanata".
Dopo quattro anni di detenzione, lei venne a trovarlo.
Gli aveva chiesto molte volte il permesso di fargli visita e lui aveva sempre rifiutato, era meglio di no. Spesso non aveva nemmeno risposto alle sue lettere.
Ma naturalmente Arlette Mayfield non si era arresa. Era una cristiana che considerava l'orgoglio una sorta di abito lucente, come un costoso capo di seta, il cui valore stava nel calpestarlo e nel permettere agli altri di calpestarlo a loro piacere.
E cos alla fine Brett acconsent.
Anche se non voleva incontrare Arlette Mayfield, non voleva vedere nessuno dei Mayfield, nessuno che gli ricordasse la sua vita in quel tempo lontano, alla fine cedette, rispose di s alla signora Mayfield.
E Arlette gli scrisse subito, gli disse che sarebbe venuta a Dannemora in macchina il venerd dopo, avrebbe pernottato in un motel e si sarebbe presentata al carcere alle otto di mattina, quando cominciavano le visite.
A quanto pareva sarebbe venuta in macchina da sola. Un lungo viaggio per strade strette e tortuose fra le pendici degli Adirondack. Questo per lui fu un sollievo. Non avrebbe sopportato di rivedere Zeno Mayfield.
I genitori di Juliet. Che per poco non erano diventati anche i suoi.
La procedura prevedeva che i visitatori dovessero passare i controlli di sicurezza all'entrata della prigione, dove venivano registrati, e poi, una volta avvertiti i detenuti che desideravano incontrare, che venissero scortati nella sala dove si svolgevano le visite; i visitatori potevano entrare solo accompagnati, e dopo che il detenuto era stato portato dentro.
Quando lo chiamarono, il suo primo istinto fu di non andare.
Poi si fece coraggio, preparandosi a incontrarla dopo tutti quegli anni. E alla strana circostanza di ricevere la visita di una persona che lo conosceva come Brett e non come il caso Kincaid.
Ethel non aveva mai affrontato quel viaggio, la sua salute peggiorava di mese in mese, un tragitto cos lungo in autobus l'avrebbe uccisa.
La sala delle visite era un ambiente ampio e ben illuminato, rumoroso e poco accogliente.
I detenuti erano tutti uomini e la maggior parte dei visitatori donne.
Qua e l in quel grande stanzone c'erano dei bambini, alcuni molto piccoli. Brett avvert un acuto senso di perdita mai provato prima, nei confronti non solo della sua vita di uomo, di marito, ma di quella potenziale di padre, di uomo che ha creato una famiglia.
Aveva gettato via tutto.
Vide una donna alta e magra, con i capelli castani ingrigiti, che veniva scortata da una guardia verso di lui. Gli sorrideva: era Arlette Mayfield? Fu quasi uno shock: era una donna sfiorita, con un sorriso radioso.
Alcuni genitori dei tuoi amici sono vecchi, altri sono giovani: nel caso dei Mayfield, sia Arlette che Zeno un tempo erano giovani, giovanili. Quando tornava da "una corsa attorno al cimitero", in jeans, camicetta e scarpe da ginnastica sporche, Arlette Mayfield sembrava la sorella maggiore di Juliet, pi che sua madre.
"Brett! Ciao..."
Nel viso smagrito, i suoi occhi erano pi grandi di come li ricordava. I capelli a ciocche rade, sottili. Sorrideva, ma la sua espressione nascondeva il dolore. Brett balbett un saluto. Pensava: " uno sbaglio. Non ci riesco".
Poi, per, si ritrov seduto a un tavolo di fronte ad Arlette Mayfield. Li separava un divisorio di plexiglas. Potevano parlare attraverso un'apertura con una grata; o meglio, a parlare era Arlette, poich Brett l'ascoltava in silenzio, stordito e attonito.
Le visite duravano mezz'ora. Il caporale si ricord di quel che gli avevano insegnato durante l'addestramento: nelle situazioni di pericolo, in cui pu accadere l'imprevedibile, bisogna imporsi di rallentare il tempo, bisogna scandire e "dominare" ogni secondo, per non lasciarsi sopraffare e spazzare via.
Non riusciva a credere a quel che stava accadendo. Aveva davanti la donna che aveva evitato per anni. Lei gli stava parlando cordialmente, visibilmente emozionata, nella sua voce non c'era ombra di rimprovero, anzi c'era rispetto (questo l'avrebbe ricordato in seguito, sbalordito: rispetto) e lui riusciva a rispondere solo a monosillabi, in maniera goffa: s, no. Credo di s, forse...
Immagin che fosse stata male. Lei, la madre di Juliet.
Quella donna dai capelli grigi, sottili e radi (alcune sue parenti avevano quell'aspetto) doveva aver avuto un cancro, aveva fatto la chemioterapia e i capelli le erano ricresciuti, ma non come un tempo.
Non poteva chiederglielo. Non riusciva a farle nemmeno una domanda su di lei.
Presto potrai chiamarmi mamma!
Un tempo scherzava cos. E parte dello scherzo stava nel fatto che Arlette Mayfield era giovane, divertente e gioiosa come una ragazzina, anzi pi pronta allo scherzo di Juliet.
Chiamare mamma la signora Mayfield. Brett ne rideva.
Non chiamava cos nemmeno sua madre. Era questo lo scherzo.
Ma dovette prendere atto che Arlette non era sua mamma.
Non era diventata nemmeno sua suocera. Anzi, era la madre della ragazza che lui aveva ucciso.
(Strano, non ne ricordava quasi mai il nome. Un nome bizzarro, mai sentito prima, forse gli era antipatica per quello, per quelle sue doti "speciali", la sua aria di superiorit davanti alla sorella maggiore che tutti adoravano, mentre non adoravano lei. E che diritto aveva, l'insignificante, aggressiva sorella di Juliet, di ambire a lui!)
(Anche se all'inizio erano amici. C'era un'intesa fra loro. Condividevano un segreto, lui l'aveva aiutata quando lei aveva avuto un incidente con la bicicletta a Waterman Street, lungo il fiume. All'epoca era solo una ragazzina, cos giovane.)
Quelle sensazioni si succedevano in lui lasciandolo sofferente, intontito.
Come se non bastasse il fatto che aveva ucciso la ragazza, gettato il suo corpo nel fiume e distrutto la prova del suo crimine. Non bastava, doveva anche odiarla.
Arlette si chin verso di lui. In quella fredda giornata d'autunno indossava un cappotto di maglia a trecce, del colore delle foglie secche. Le ossa del polso erano nodose, troppo esili. Brett prov un'improvvisa sensazione di terribile perdita, si sent svenire.
"Brett? Non  cos male, vero?"
Arlette stava sorridendo. Un sorriso nostalgico e scherzoso.
Incontrare la madre della ragazza che hai ucciso: non  cos male, vero? Come sei coraggioso!
"Credo sia molto semplice: Dio vuole che stiamo insieme, cos. Non dobbiamo fare altro che stare insieme."
Arlette parlava a voce bassa, in tono assertivo. Era difficile sentirla nel frastuono della sala.
Durante gli anni di detenzione, il caporale non era entrato spesso nella sala delle visite, aveva incontrato gli avvocati venuti per parlargli in salette private, senza la presenza delle guardie.
Il caso Kincaid. Condannato per omicidio sulla base della sua confessione, e di prove indiziarie. Il corpo della vittima non  mai stato rinvenuto.
"L'ho capito solo dopo che ti hanno portato via... Che eravamo ancora una famiglia e non importava se era accaduto qualcosa che ci aveva divisi. Mi  chiaro da tanto, ma... all'epoca non l'avevo capito. Ero... non ero... abbastanza forte, allora."
Arlette parlava lentamente. Premeva la mano destra contro il divisorio di plexiglas in gesto di supplica. Una mano piccola, con le dita sottili. Con una fitta di dolore Brett not che non portava anelli.
"Se Ges  con noi,  con tutti noi. Con quelli che sono in vita e con quelli che... non lo sono."
In una zona della sala risuonarono alte delle voci. Subito una guardia si fece avanti ed esclam in tono aspro: "Silenzio, l! Rimanete seduti".
Brett si aspettava di sentire grida pi forti, che l'allarme risuonasse in modo assordante.
Era un posto allucinante. Miriadi di sogni anonimi che s'intrecciavano caotici, beffardi.
Alz la mano e la appoggi timidamente su quella di Arlette, dall'altra parte del divisorio: una mano pi grande, la mano di un uomo, con le unghie spuntate e mangiucchiate.
"Lei  con noi. Adesso  pi felice, sa che la amiamo."
Rimasero cos, in silenzio, in un oscuro conforto, fino a quando una campanella li riport rudemente alla realt annunciando la fine della visita.
Arlette tornava a trovarlo a intervalli di mesi.
Passava la notte in un motel a Dannemora, al mattino presto si recava in carcere e rientrava a Carthage, da sola.
Raramente accennava a Zeno, a Juliet. Parlava raramente persino di Carthage.
Durante le visite rimanevano per lo pi in silenzio. A vederli in quella sala li si sarebbe detti madre e figlio, legati da un dolore particolare.
Per Brett quel silenzio era di estremo conforto, quando ci ripensava. Era come un farmaco potente che non pu essere assorbito subito nel sangue, ma deve essere rilasciato lentamente per ore, giorni.
Adesso non detestava pi se stesso con cos tanto accanimento.
Adesso pensava: "Ho un'amica. Due amici".
Pensava: "Forse non sono solo una merda. Forse sono anche... qualcosa di pi".
Dentro le mura alte diciotto metri che circondavano il carcere, la pessima reputazione del caporale pian piano miglior. Kincaid era il detenuto preferito delle guardie, che lo consideravano uno come loro: per la sua personalit, l'intelligenza, l'integrit, la sanit mentale.
Si era offerto di aiutare a insegnare nei corsi di alfabetizzazione organizzati nel penitenziario. Ed era tornato a fare l'inserviente nell'infermeria della prigione, e nel reparto psichiatrico. Anche se non era cattolico e a messa non faceva la comunione, era l'aiutante pi diligente di padre Kranach nella manutenzione della chiesa del Buon ladrone: spazzava, spolverava, lucidava le panche di quercia rossa degli Appalachi, riparava i gradini rotti, lavava le vetrate istoriate delle finestre e teneva pulita la statua di san Disma crocifisso.
Entra nella mia anima e la mia anima sar risanata.
Cominci ad assistere padre Kranach nelle sedute di terapia di gruppo tenute dal prete, che si svolgevano in chiesa diverse volte a settimana. (Padre Fred Kranach, la figura pi amata della prigione, aveva una laurea in psicologia clinica conseguita a Notre-Dame, oltre a quella in teologia.) Distribuiva il materiale, aiutava padre Kranach a dare consigli ai detenuti. Era emozionante quando gli altri lo guardavano con gratitudine e non con sospetto; se non a se stesso, almeno poteva infondere coraggio agli altri.
Padre Kranach diceva che Brett Kincaid, una volta rimesso in libert, poteva crearsi una "carriera" nel campo dell'assistenza sociale, della consulenza psicologica.
Rimesso in libert! Quell'espressione gli suonava strana, beffarda. Se avesse scontato la pena per intero, sarebbe uscito nel 2027; a quarantasei anni.
Dopo sei anni di carcere, a met marzo del 2012, il caporale venne convocato.
A padre Kranach era stato chiesto di accompagnare Brett Kincaid nell'ufficio del direttore.
"Credo sia una buona notizia, Brett. Ne sono convinto. Tieniti pronto."
C'era una strana inquietudine sul volto del prete. Brett non aveva mai visto un'espressione cos intensa sul volto dell'amico.
Una buona notizia. Quindi non si trattava di sua madre, non era morta.
Nell'ufficio del direttore Heike fu invitato ripetutamente a sedersi.
Nell'ufficio del direttore i detenuti non venivano mai invitati a sedersi.

15

Il padre

Marzo 2012

Lo sapeva: era viva.
Lo sapeva: se perseverava, se non si faceva vincere dalla disperazione, l'avrebbe trovata.
Era la sua figlia minore. La figlia difficile. Quella che gli aveva spezzato il cuore.
Era quella la sua malattia, e doveva tenerla nascosta dentro di s come una magnifica mano di poker, le carte lucide, abbaglianti.
Sei anni e otto mesi. Fino a quel giorno, il 27 marzo.
Juliet lo chiam al cellulare: Pap? Chiamami appena puoi.
Non disse: Pap,  urgente. Non era da Juliet destare preoccupazione. Ma lui lo cap, era urgente.
Si affrett a richiamare la figlia.
Lei, la figlia maggiore, la povera Juliet, era stata costretta a lasciare Carthage. Non poteva tornarci. Non poteva nemmeno ricordarla, Carthage, tanto era il dolore.
Era andata via, si era sposata. Con un uomo di quasi vent'anni pi grande di lei.
Vedi, pap! Sono cresciuta, sono adulta. Non sono pi la tua bambina e non mi sono innamorata di uno stupido soldato giovane, spezzando il cuore a tutti noi.
E cos aveva perso anche l'altra figlia. Come se il caporale le avesse ammazzate tutte e due.
Juliet era la sorella "sopravvissuta": un'eroina da giornaletto scandalistico, o una sciocca sventurata, la cui sorella minore era stata "brutalmente assassinata" dal suo fidanzato "eroe di guerra".
I mezzi d'informazione si erano occupati del caso per settimane, mesi, implacabili.
Juliet aveva dovuto lasciare il lavoro, che amava cos tanto. L'attivit di volontariato nel sostegno ai militari in guerra, che amava cos tanto. Aveva rimandato a tempo indeterminato la specializzazione in pedagogia.
All'inizio si fermava da amici evitando di tornare a casa, in famiglia, perch i reporter e le troupe televisive l'attendevano a Cumberland Avenue, appostati come uccelli rapaci. Poich era proibito per legge violare la propriet privata, i giornalisti si sparpagliavano davanti al giardino dei Mayfield sul marciapiede e sulla strada pubblica; se si voleva imboccare il vialetto di casa Mayfield, bisognava chiedere il passo in mezzo a uno sbarramento di flash.
Alla fine, Juliet aveva lasciato Carthage ed era andata a vivere da qualche altra parte, "nell'anonimato", nemmeno i genitori sapevano bene dove.
Nessuno dei Mayfield poteva immaginare che clima avvelenato si respirasse dopo un delitto violento. Il morboso riverbero dello scandalo si condens in un nome: Mayfield.
L'esigua notoriet di cui aveva goduto Zeno Mayfield quale discusso sindaco di Carthage svan nel nulla davanti a quell'attenzione accanita e prolungata.
Era una cosa illogica, le vittime erano i Mayfield. L'assassino era Kincaid.
In qualche modo la vicenda veniva percepita o interpretata erroneamente come una rivalit fra sorelle, era questo a suscitare l'interesse dei mezzi d'informazione. Le sorelle Mayfield erano acerrime nemiche, divise da una scandalosa rivalit d'amore per il caporale Kincaid.
Nei blog si insinuava che Juliet, la fidanzata, fosse incinta: che avesse avuto un aborto spontaneo, o avesse abortito di proposito; oppure, in alcuni blog, che avesse dato prematuramente alla luce un bimbo morto, figlio del caporale Kincaid.
Non era riuscito a salvare la figlia minore. E adesso nemmeno la maggiore.
Assediavano e tormentavano la bellissima Juliet Mayfield come l'unicorno della leggenda cristiana medievale. Zeno pensava ossessivamente a quell'immagine bizzarra e incongrua: l'elegante unicorno bianco raffigurato negli arazzi francesi del Quattrocento, i cacciatori barbari e crudeli, la cattura, il sangue vivo e innocente.
Nel Cloisters Museum di New York lui e Arlette erano rimasti affascinati ma anche disgustati da quegli arazzi. In quella bellezza si celava un sadismo contorto, l'apoteosi del martirio cristiano.
Eppure, nell'ultimo arazzo, l'unicorno resuscitava miracolosamente, anche se imprigionato come un animale da cortile in uno stabbiolo.
Una donna era entrata nella sua vita, bevevano insieme.
Una donna, non una delle sue donne. Un'estranea.
Lei non aveva conosciuto lo Zeno di un tempo, che ormai era scomparso.
O forse probabilmente l'aveva conosciuto. A quanto pareva tutti a Carthage conoscevano Zeno Mayfield.
Era come un vecchio generale romano. Un romano dell'antichit. Aveva combattuto molte guerre contro i goti e perso tanti figli in quelle imprese decennali, e adesso era sopravvissuto in un'altra epoca in cui gli era rimasto solo il nome - non si ricordava n il motivo, n quali fossero i suoi meriti.
Si chiamava Genevieve. Un nome di classe, e fino a qualche tempo prima lei era, o era stata, una donna di classe: aveva grandi occhi color nocciola, la bocca morbida quasi livida, una folta capigliatura bruna che le ricadeva sulle spalle. Aveva perso il marito, e un figlio di diciotto anni: il primo con il divorzio, il secondo per la droga. Aveva dovuto svendere la sua casa nel quartiere di Cumberland a Carthage e adesso abitava, per caso - anche se in tali circostanze in realt il caso non esiste - nel complesso residenziale di Cedar Hill dove, dopo la fine del suo matrimonio, viveva anche Zeno Mayfield, in uno squallido alloggio da scapolo, un piccolo attico di due stanze al settimo piano.
Genevieve era entrata nella vita di Zeno Mayfield dopo che Arlette ne era uscita. Lei voleva che fosse chiaro.
"Per favore, Zeno, dillo alla gente. Spiega come sono andate le cose."
"Perch? Che importa?"
"Certo che importa."
"Ma perch? Alla nostra et?"
"Soprattutto alla nostra et."
Genevieve sapeva che gli amici di Zeno, che erano stati anche amici di Arlette, ce l'avrebbero avuta con lei. Perch Arlette Mayfield era una donna che piaceva molto alle altre donne, suscitava in loro un istinto di protezione.
In particolare dopo la perdita della figlia.
Una perdita che aveva fatto molto scalpore.
Zeno era divertito dalla possessivit di Genevieve. Ma era anche commosso da quella donna che voleva con tutte le forze che il loro fosse un rapporto corretto, decoroso.
Anche se aveva quarantasette anni ed era divorziata, e, come lei stessa gli aveva rivelato, aveva avuto altre "relazioni" dopo il divorzio.
Nell'intimit erano appassionati e goffi come attori - di mezz'et, eppure ancora inesperti - che recitavano un ruolo per cui non erano preparati. Non avevano imparato la parte, n la capivano. A lungo sposato, e abituato a una donna che viveva con lui ma sembrava non vederlo, Zeno si rendeva conto con rammarico che quest'altra donna avrebbe visto con sguardo spietato il suo fisico in decadimento; per parte sua, lui era incline a vederla, in quella piacevole confusione tra lenzuola e biancheria da notte, chiudendo galantemente un occhio.
In effetti Genevieve aveva conosciuto Arlette prima di incontrare Zeno. Aveva fatto volontariato al centro H.E.L.P. Boutique della parrucca di Carthage, frequentato per lo pi da donne che avevano perso i capelli dopo la chemioterapia; aveva aiutato Arlette a scegliere una parrucca - fra quelle sintetiche, di capelli veri o miste -, quando la donna aveva perso i capelli nei sei mesi di trattamento seguiti all'intervento per un cancro al seno. (Il cancro al seno le era stato diagnosticato relativamente presto, in uno stadio non ancora avanzato. A quanto pareva Zeno era pi spaventato di lei. Durante i mesi estenuanti della chemioterapia, e la successiva radioterapia, Arlette era diventata sempre pi magra, d'una magrezza eterea, "radiosa" e "spirituale", mentre Zeno si era fatto pi distratto, trascurato, e la sua assunzione di alcol era, come dicono gli Alcolisti anonimi, fuori controllo.)
A differenza di Arlette, che considerava una spesa folle pagare pi di venticinque dollari un abito al negozio dell'usato, Genevieve vestiva con cura, e con stile; Arlette portava jeans scoloriti, maglioni rattoppati e giacche a vento di nylon, mentre Genevieve indossava jeans di marca, maglioncini di cashmere ed eleganti pellicce sintetiche; in una stagione Genevieve spendeva per scarpe e stivali pi di quanto Arlette avesse speso in tutti gli anni di matrimonio con Zeno.
Pur nel suo modo informale, anche Zeno era stato attento nel vestire, quando era un personaggio pubblico. Conosceva il valore di una cravatta dai colori vivaci. Conosceva il valore di abiti eleganti ma non eccentrici, che Arlette lo aiutava a scegliere, perch un politico deve ispirare fiducia, non invidia o risentimento. Zeno aveva la mania ostinata, ridicolizzata dalle pragmatiche donne della sua famiglia, di non voler indossare il cappello, e spesso nemmeno il cappotto, durante gli inverni artici del Nord dello Stato di New York.
Adesso, praticamente in pensione e ridotto quasi a uno zombie, in una condizione di perenne noia e ansia, Zeno vestiva con i soliti vecchi abiti - le giacche di tweed, i maglioni consunti, i jeans strappati, i vestiti di J. Press che gli erano rimasti nell'armadio e che ormai strizzavano il suo corpo flaccido -, senza interessarsene o farci troppo caso; non portava pi la cravatta, e metteva di rado la camicia bianca di cotone fresca di bucato che era stata la sua nota distintiva quando era sindaco. Aveva conservato la vecchia abitudine di farsi la doccia tutti i giorni, di lavarsi gli aridi e folti capelli ormai ingrigiti, pensando con convinzione che se l'avesse saltata anche un solo giorno sarebbe stato l'inizio della fine.
In un primo tempo era stato lusingato dai regali di Genevieve. Era commosso e grato che quella donna attraente pensasse a lui. Ma ben presto gli sembr che quei doni - quasi sempre indumenti: camicie di sartoria italiana, maglioni di cashmere, cinture di pelle, guanti - fossero una sorta di rimprovero per i suoi gusti, o per la sua mancanza di gusto. Genevieve gli regal i suoi piccoli dipinti floreali a olio e le sue ceramiche in stile Fauve, che sistem nei punti strategici del suo appartamento per "ravvivare" l'atmosfera.
Gli portava anche vini speciali. Genevieve sapeva scegliere i vini: bottiglie dalla Nuova Zelanda, dal Marocco, dal Brasile, e i vini italiani, francesi e californiani pi rinomati. Il piacere che provavano a stare insieme era in gran parte dovuto al vino e al whisky, al gin, alla vodka, al brandy e alle birre particolari che era Zeno a trovare.
Quando eri cordialmente e felicemente sbronzo, non serviva la galanteria, veniva tutto naturale.
E Genevieve in quello stato rideva con grande spontaneit, se ne usciva in risate acute e deliziate da ragazzina.
" bello ridere di nuovo, Zeno. Grazie."
E lui non aveva saputo cosa rispondere. Era ammutolito.
Perch non avevano ancora memorizzato la parte. Un copione goffamente ottimista, in via di stesura.
Mentre esaminava i quadretti di Genevieve, non pi grandi di venti centimetri per lato, che comunicavano una vitalit esuberante, voluttuosa e sensuale, Zeno pensava: "Come sono diversi da Cressida".
Voleva dire: "Come sono diversi dall'arte di Cressida".
Zeno aveva mostrato a Genevieve alcuni disegni a inchiostro della figlia. Era rimasto sorpreso nel vedere com'erano grandi, e complessi; come fosse dettagliata la visione dell'artista, e di difficile comprensione.
Invece i dipinti di Genevieve e delle sue amiche pittrici, le cui opere Zeno vedeva spesso alle mostre organizzate nella galleria di Carthage dove lei lo portava, rimanevano quasi esclusivamente in superficie, come gigli dai colori vivaci in uno stagno; mentre l'arte minuziosa e meticolosa di Cressida era caratterizzata dalla profondit.
Si veniva istintivamente attratti dall'arte dai colori vivaci, che celebrava la vita. Ma era l'altra arte, pi complessa, provocatoria e disturbante, a far riflettere.
"Che strano, per una ragazza! Davvero... insolito..."
Zeno trasal a quella sciocca osservazione. Immaginava la reazione di Cressida.
"Quanti anni hai detto che aveva? Andava ancora al liceo?"
S, credeva di s, rispose Zeno.
In realt, il disegno che raffigurava i ponti vertiginosamente interconnessi, i sei ponti di Carthage visti attraverso la fantasia di M.C. Escher, probabilmente era stato eseguito quando Cressida era pi piccola, perch nelle "ombre" dei ponti c'erano ancora tracce di colore.
Genevieve ignorava l'influenza di Escher sulla figlia di Zeno, e lui non aveva nessun interesse a rivelarglielo.
Poi venne fuori che Genevieve ricordava di aver visto una mostra dei disegni di Cressida Mayfield allestita nella biblioteca pubblica di Carthage, nel gennaio 2006. Era stata organizzata da Arlette e dal direttore della biblioteca e in citt aveva riscosso un certo interesse, focalizzata com'era sulla "tragica scomparsa" di una giovane artista di diciannove anni.
All'epoca Genevieve non conosceva i Mayfield e non aveva parlato con loro, ma anni dopo, quando ormai frequentava Zeno e lui le aveva mostrato alcune opere di Cressida, quel ricordo le torn vividamente alla memoria: "Quei disegni mi fecero una grande impressione. Che ragazza fuori dal comune, mi venne da pensare. E pensai anche che non doveva essere facile per i suoi genitori".
" vero." Zeno fece una pausa. "Voglio dire, era cos."
Zeno era rimasto lusingato dalla reazione suscitata dall'opera di Cressida, ma anche vagamente disgustato. Immaginava la replica sardonica della figlia: "Dov'erano tutti questi fan quando ero viva?".
Il giornale di Carthage aveva dedicato alla mostra due pagine intere. I titoli erano enfatici.
UNA SPLENDIDA MOSTRA TRACCIA LO SVILUPPO

DI UN INSOLITO TALENTO ARTISTICO.

"Un omaggio postumo."

Nella mostra allestita nella biblioteca c'erano anche rare fotografie di famiglia in cui la giovane artiste Cressida Mayfield appariva sorridente, o almeno non troppo accigliata, e qualche mese dopo ne fu organizzata una versione pi ampia alla Carnegie House, una residenza antica donata al Comune dove si svolgevano attivit sociali e di beneficenza.
Zeno trovava ironico il fatto che quei disegni sobri, minimalisti, ispirati da Escher e realizzati in uno stato di profondo sconforto da un'adolescente sola ed esasperata, avessero determinato la fama, postuma, di sua figlia a Carthage. In pratica tutti in citt - persone di ogni et, compresi gli adolescenti suoi coetanei - adesso conoscevano il nome di Cressida Mayfield, vittima (presunta) di un omicidio con stupro (presunto) e celebrata artiste.
"Ges! Cressida ne sarebbe mortificata." Zeno scosse la testa come una bestia pungolata da un oggetto con la punta smussata ma all'occasione tagliente.
Arlette si offese. Era diventata suscettibile, dal luglio del 2005, a quello che definiva un linguaggio cinico, volgare, irriverente, che suscitava negativit.
"Tu non sai cosa proverebbe Cressida. Lo ignori completamente. C'era una parte di lei, lo abbiamo visto quando si offr come volontaria nel programma di insegnamento di matematica, che voleva entrare in sintonia con gli altri, con la comunit. Cressida non era una persona negativa, era... complicata."
Zeno aveva notato che quella parola, negativit, ricorreva spesso nei discorsi di Arlette. Aveva anche notato che a ogni accenno a come avrebbe reagito Cressida a tutta quell'attenzione puntata su di lei da luglio del 2005, e ben poco scemata dopo la confessione del caporale Kincaid nell'ottobre di quell'anno - cio con il suo consueto scetticismo -, Arlette si rabbuiava, fra le sopracciglia le compariva una ruga profonda che la invecchiava. Era come se Arlette, la madre, e non Zeno, il padre, fosse diventata la portavoce della figlia scomparsa: la sostituta della figlia scomparsa.
Zeno aveva sentito dire che dopo una morte in famiglia si verifica un riallineamento sismico tra i sopravvissuti. Gli antichi legami sono stati infranti, e bisogna stringere nuovi rapporti, ma come? Chi  assente rimane assente eppure enigmaticamente, provocatoriamente presente.
Con la loro attenzione sempre incentrata sulla figlia scomparsa, Zeno si rendeva conto che lui e Arlette stavano trascurando la figlia sopravvissuta. Per lungo tempo Juliet era stata al centro dell'attenzione dei genitori, a svantaggio di Cressida; adesso tutto ci era cambiato. E anche Juliet era rimasta ferita, in maniera irreparabile.
(Juliet aveva reagito alla perdita della sorella non parlandone quasi mai. E alla perdita del fidanzato non parlandone mai.)
(Juliet aveva reagito al naufragio della sua vita andando via da Carthage, alla fine si era trasferita ad Albany, dove si era iscritta alla facolt di pedagogia all'universit statale di Albany, e aveva conseguito una laurea specialistica; aveva ottenuto una cattedra alla prestigiosa scuola privata Hedley Academy, che sorgeva alla periferia della citt, e quasi nello stesso periodo si era fidanzata con un uomo che i genitori rimasti a Carthage conobbero in pratica il giorno delle nozze.)
Dopo la scomparsa di Cressida dalla loro vita, Arlette inizi a commemorare la figlia; all'inizio Zeno trovava commoventi quelle rievocazioni, ma poi cominci a provare disagio, e infine a trovarle inquietanti. Intuiva che Arlette riusciva ad accettare la scomparsa della figlia, diversamente da lui; malgrado lo sforzo di essere razionale, di usare quello che si potrebbe definire buonsenso, in qualche angolo del suo cervello albergava una scintilla di... scetticismo? Di speranza?
Ricordava, dai tempi dell'universit, il paradosso del gatto di Schrdinger.
Un esperimento mentale effettuato negli anni Trenta del Novecento. Un paradosso secondo cui un gatto (chiuso in una scatola)  nello stesso tempo vivo e morto fino a quando non si apre la scatola per accertarsi se sia vivo o morto.
Zeno non ricordava se l'osservatore, colui che apre la scatola, fosse anche l'artefice del destino del gatto. Forse aprendo la scatola ne accelerava la morte? Ricordava vagamente qualcosa a proposito di radiazioni, di fiale di veleno... Nessuno considerava l'esperimento mentale una "crudelt" verso gli animali, perch all'epoca a nessuno, a parte qualche eccentrico antivivisezionista, importava un accidente delle sofferenze e della morte degli animali sottoposti agli esperimenti; di certo a nessuno importava un accidente del celebre gatto di Schrdinger.
Soffr d'insonnia per anni, rivivendo le prime ore delle ricerche.
Quelle ore mattutine di intensit quasi insostenibile, di eccitazione, speranza...
Il gruppo che batteva la riserva. La professionalit di molti soccorritori, abituati a cercare gli escursionisti dispersi negli Adirondack.
La troveremo, signor Mayfield. Se Cressida  qui, la troveremo.
E lui ci credeva. Voleva crederci.
Era stato il suo ultimo sforzo fisico, di uomo.
E malgrado il grande zelo aveva fallito. Malgrado le sue capacit da Eagle Scout non era riuscito a ritrovare sua figlia.
Soprattutto aveva fallito quando (anche se nessuno l'avrebbe biasimato per questo, a parte lui stesso), durante le ricerche nell'interno della riserva, dopo poche ore era crollato per il dolore. (Be', forse erano almeno otto ore, no?) Zeno Mayfield, che andava fiero della sua abilit di escursionista, che quando era sindaco obbligava i suoi collaboratori e amici a fare scarpinate sugli Adirondack nei fine settimana, era stato costretto a riconoscere quanto fosse fuori allenamento, non all'altezza. Adesso, anni dopo, a meno che non fosse completamente sbronzo, si lasciava andare alla deprimente abitudine di rinnovare la sua ferita ricordando la grande umiliazione che aveva provato quando era crollato, in preda al dolore, cadendo in ginocchio mentre un soccorritore pi giovane accorreva in suo aiuto.
Signor Mayfield! Zeno! L'aiuto io.
A Genevieve non avrebbe raccontato quelle cose. Una patetica eziologia.
Che scoprisse da s che Zeno Mayfield non era pi quel che in certi ambienti di Carthage si diceva di lui (in realt non era vero, ma lui ne godeva): che era un uomo sexy, irresistibile, e che amava le donne.
I genitori della ragazza scomparsa, di diciannove anni.
I genitori in lutto della ragazza assassinata, di diciannove anni.
Arlette aveva affrontato la scomparsa della figlia in un modo che nessuno aveva previsto. Aveva trasformato il lutto in una sorta di commemorazione, sempre pubblica. Poco tempo dopo la confessione, la condanna e la carcerazione a Dannemora del caporale Kincaid, e l'interruzione delle ricerche della ragazza scomparsa, Arlette aveva dato una mano a organizzare la mostra nella biblioteca comunale di Carthage, e si era attivata nella raccolta di fondi per le case di accoglienza destinate alle donne vittime di violenza; era stata ospite di un talk show pomeridiano in una TV di Watertown affiliata alla CBS; aveva organizzato altre mostre nelle gallerie della sua citt e presso l'Associazione per il sostegno ai militari al fronte; aveva donato uno dei disegni pi grandi di Cressida all'asta pubblica annuale bandita da quella associazione, dove era stato messo in vendita a un prezzo notevole, duemila dollari. (Zeno si arrabbi molto, Arlette aveva dato via il quadro Discesa e salita di Cressida senza consultarlo. E lei rimase sconvolta da quella reazione furiosa.) Aveva fatto delle donazioni alla squadra di Alfabetizzazione matematica rilasciando commenti cos entusiastici da far pensare che Cressida avesse vissuto un'esperienza esaltante con il programma di volontariato e non deludente, come i suoi familiari sapevano.
Inoltre - il progetto pi ambizioso -, con l'aiuto di alcune amiche participi del suo dolore aveva inaugurato un sentiero nel parco dell'Amicizia, che si snodava per parecchi chilometri lungo un promontorio sopra il Black River, e una "lapide commemorativa" per la figlia scomparsa; una bellissima panchina intagliata in legno di cedro che si affacciava sul fiume, su cui era apposta una targa di ottone con la scritta: CRESSIDA MAYFIELD 1986-2005; a Zeno la cosa diede cos fastidio che quando lo venne a sapere s'infuri, e si mise a urlare che era una cosa irragionevole, riprovevole e disgustosa: "Non potevi far mettere solo il nome? Perch aggiungere le date? Perch fissare quella data, scrivere la parola fine?".
Anche quella volta Arlette fu mortificata da quello scatto. Si aspettava che Zeno restasse profondamente commosso, come lei, e come altri; replic, ferita, interdetta: "Non lo so, Zeno. Perch? Sei tu l'intellettuale della famiglia. Perch le cose finiscono?".
Forse la scenata ebbe luogo alla festa d'inaugurazione della lapide commemorativa al parco dell'Amicizia, in un gazebo prospiciente il fiume, o a qualche altro ricevimento del genere alla Carnegie House, quando Zeno ne approfittava per alzare il gomito, pi del solito; anche gli estranei, al di fuori della cerchia di amici e parenti intimi, avevano cominciato a notare che esagerava con il bere. Perch Zeno era infelice, e non era nella sua natura sentirsi solo e infelice. Era un uomo pubblico che mal si adattava alla riservatezza della vita privata. Eppure, in mezzo a quei raduni e al chiacchiericcio di quelle persone si sentiva goffo, allo scoperto. Si era sempre rifugiato nella vita di societ, nell'eccitazione caratteristica che accompagna gli eventi pubblici, e in quelle occasioni Zeno Mayfield brillava indomitamente di luce propria, invece adesso si sentiva fuori posto. Gli tornava in mente un verso del Re Lear di Shakespeare, le parole disperate che il vecchio Lear dice alla figlia assassinata, Cordelia, che lui aveva stoltamente mal giudicato: "Perch un cane, un cavallo, un topo hanno vita e tu nemmeno un respiro?".
Era una domanda profonda, a cui non c'era risposta.
Beveva troppo, da bicchierini di plastica. Del vino bianco, che andava sorseggiato con moderazione conversando con altri che sorseggiavano con te; non andava tracannato in quel modo, a grandi sorsate, come un assetato. E non ci si puliva la bocca col dorso della mano.
Una volta, poi, gli accadde di stringere troppo forte il bicchiere di plastica, che gli si ruppe in mano inzuppandogli l'abito di vino bianco.
"Cazzo."
"Oh, pap." Juliet lo fissava costernata.
Stava per asciugargli il vestito con un fazzolettino di carta, ma vedendo lo sguardo truce del padre esit.
Presto si sparse la voce: "Povero Zeno. Ormai non fa che bere, non riesce nemmeno a nasconderlo".
Oppure: "Povera Arlette! Quanto potr resistere?".
Lui amava la moglie. Aveva amato la sua piccola famiglia.
Non aveva avuto un figlio maschio, che avrebbe contestato la sua autorit in modo diverso da come avevano fatto le figlie. Quindi, forse, doveva ammettere, era un uomo incompleto, immaturo; era sempre stato il marito adorato, l'adorato pap.
Ma le aveva amate, disperatamente. La nascita delle figlie gli era parsa un evento miracoloso. E ancora pi profondamente aveva amato sua moglie Arlette.
Ma dopo la scomparsa di Cressida cominci ad avercela con lei. Per quel suo modo in cui riusciva ad accettare la morte, per quel suo bisogno di commemorare, di celebrare.
All'inizio avevano condiviso il dolore. Bevevano insieme.
Poi, per gradi, sembr che Arlette si stesse staccando da lui. Come chi si libera da un abbraccio consolatorio che  diventato soffocante.
Provava astio nei suoi confronti, per quella che ai suoi occhi era l'accettazione cristiana della perdita che avevano subito. Mentre in un angolo del suo cervello, la parte pi primordiale, continuava a credere che la loro figlia fosse ancora viva, semplicemente perch non avevano la prova della sua morte.
Nei suoi sogni caotici e confusi, Cressida era sicuramente viva.
Non sua figlia come la ricordava, ma un'adirata eppure silenziosa figura femminile, una figura filiale uscita dalla mitologia. L'alcol alimentava quei sogni inframmezzati ai ricordi, anch'essi alimentati dall'alcol, della riserva di Nautauga e delle ricerche ossessive che non erano approdate a nulla. Eppure, a quel tempo, il padre si era illuso che fosse naturale che non avessero trovato la figlia. Certo.  qui da qualche parte.  scomparsa. Ma  viva.
Era folle pensarlo. Non era un pensiero ragionevole, ma morboso, nevrotico.
Tuttavia, dopo qualche bottiglia di birra, qualche bicchiere di vino, qualche bicchierino di whisky con ghiaccio, diventava la conclusione pi naturale, logica, inevitabile e persino dettata dal buonsenso.
Scomparsa. Ma ancora viva.
Zeno era esasperato: chi non beveva non poteva capire. L'alcol declina tutto al presente. Il passato  perduto, il futuro  inaccessibile, conta solo il momento.
Sorrise, a quel pensiero cos consolante! E si vers un altro bicchiere.
"Fermare il tempo, cercare di fermarlo,  contro natura. Una volta dicevi che l'errore di Platone consiste nel credere che il tempo si possa "fermare", che ci che non cambia  buono. Ma il cambiamento fa parte della nostra vita, Zeno, Dio non vuole che rimaniamo sempre gli stessi. Rientrava nei piani di Dio che nostra figlia dovesse scomparire dalla nostra vita."
Arlette cominciava a esprimersi cos. Non mentre beveva con Zeno, ma dopo aver bevuto insieme.
Zeno ascoltava stupito. Come se al posto di Arlette ci fosse un'altra persona, una sconosciuta.
Sua moglie! Sua moglie.
"Brett non voleva fare quello che ha fatto.  stato un gesto coraggioso confessare un'azione cos terribile. Non pu restituirci Cressida, ma nemmeno la nostra rabbia verso di lui pu farlo." Arlette tacque un attimo, voleva scegliere le parole con cura, come se sapesse che ognuna di esse sarebbe rimasta impressa indelebilmente in Zeno.
Poi, riprendendo decisa: "Sta male... anche lui  una vittima. La sua vita, come la nostra,  distrutta. Dobbiamo cercare di perdonarlo".
La voce impavida di Arlette s'incrin impercettibilmente alla parola perdonarlo.
Zeno mormor qualcosa tra s.
"Come, Zeno? Cos'hai detto?"
"Ho detto col cazzo! Col cazzo che lo "perdono"."
E cos dicendo usc dalla stanza infuriato. Come un orso ferito che si muove sulle zampe posteriori, tormentato e accecato in modo insopportabile, che cerca disperatamente di fuggire, ma dove in quella casa?, quando la donna con cui viveva lo seguiva dappertutto e se lui chiudeva una porta, se per esempio si chiudeva in bagno, lei si sentiva in diritto di attaccarsi alla maniglia, allarmata e ansiosa, e sforzandosi di mantenere un tono da moglie e madre responsabile, gli diceva: "Non sei il solo a essere ferito, Zeno. Dobbiamo perdonare. Ormai nessuno pu fare del male a Cressida".
Non era chiaro se Arlette volesse andare via di casa. Era invece dolorosamente chiaro che Juliet era andata via.
Era colpa di Zeno? Del fatto che non riusciva a mantenersi sobrio, che ogni giorno, ogni santo giorno non sopportava la spettrale e orrida monotonia dell'essere sobrio, la banalit dell'essere sobrio?
Oppure del fatto che, quando scendeva le scale, a volte non riusciva ad aggrapparsi - ad afferrare - la ringhiera per evitare di ruzzolare di sotto? O che, vedendo attorno a s dei sorrisi impacciati, per esempio a una cena, era costretto a ridere, imbarazzato, e a confessare: "Cosa stavo dicendo? Scusate".
Da molto tempo a casa Mayfield era abitudine che fosse sempre Zeno a guidare. Era lui l'autista designato. (Salvo i periodi in cui le figlie prendevano lezioni di guida e avevano il foglio rosa.)
Adesso, quando andavano a qualche evento mondano dove si beveva, avevano preso l'abitudine che Zeno guidava all'andata e Arlette al ritorno.
Poi Arlette cominci a declinare quegli inviti. Anche senza consultarlo.
Si beve in compagnia.
Sempre meglio che bere da soli!
(Ovviamente Zeno beveva anche da solo. Ma nessuno lo sapeva.)
(Proprio nessuno? Improbabile.)
Cominci a provare una strana sensazione di vertigine: come se - quando scendeva le scale, timoroso, quasi a tentoni - gli mancasse la terra sotto i piedi.
Come se non avesse i sensi all'erta, fosse sul punto di svenire, perdere l'equilibrio e cadere gi.
Diceva ad Arlette - come se quella discussione covasse sotto la cenere, simile a quei giacimenti sotterranei di combustile sotto i terreni gibbosi della Pennsylvania che bruciavano da decenni: "Se lo perdoni, oltraggi quelli che l'hanno amata. Oltraggi lei".
Tremava. Il risentimento che provava verso quella donna dai modi gentili, sua moglie, quell'odio improvviso, era uno shock, per lui come per lei.
"No, Zeno. Il perdono  una scelta personale. Puoi decidere di odiare Brett Kincaid o di perdonarlo - voglio dire, "perdonarlo" in qualche modo -,  una tua scelta. Ma non puoi sapere cosa avrebbe voluto nostra figlia. Forse anche lei a questo punto avrebbe perdonato Brett."
Arlette pronunci quelle parole coraggiose con voce tremula. Temette che suo marito fosse sul punto di afferrarla per le spalle e scuoterla scuoterla scuoterla, in preda all'indignazione.
"Stronzate, Arlette. Kincaid le ha fatto del male, e l'ha annegata. Ha gettato via nostra figlia come un sacco dell'immondizia."
"Questo non lo sai. Non sai se la sua confessione  del tutto "vera". Ha la memoria danneggiata. Ne abbiamo gi discusso."
Discusso. Era un eufemismo.
In quanto padre della vittima, Zeno era sbalordito - o meglio, indignato, furibondo - che degli estranei si arrogassero il diritto di avere opinioni sul caso; che si arrogassero il diritto di fare commenti, e alcuni sui giornali, sostenendo che il caporale Brett Kincaid non fosse sufficientemente sano di mente per comprendere le accuse di rilevanza penale che gli erano state rivolte e per potersi difendere; e di pi, che non fosse sufficientemente sano di mente per poter commettere dei crimini. E non avevano il diritto di disquisire se l'accusa mossa dal pubblico ministero dopo aver negoziato con l'avvocato della difesa dovesse essere omicidio di secondo grado oppure omicidio colposo.
Altri credevano che Kincaid avesse commesso un crimine feroce ed efferato e che il pubblico ministero fosse stato fin troppo indulgente permettendogli di proclamarsi colpevole in modo da derubricare l'accusa in omicidio colposo.
Alcuni avrebbero voluto che Kincaid fosse stato condannato a morte. Ma Zeno non era tra questi.
Perch Zeno non credeva nella pena di morte. Nemmeno per l'omicidio feroce ed efferato di sua figlia.
Quanto alla questione se Kincaid fosse capace di difendersi e sapesse distinguere "cos'era giusto e cos'era sbagliato", i vicesceriffi della contea di Beechum avevano testimoniato che Kincaid aveva mentito quando per la prima volta era stato fermato e portato alla centrale; aveva cercato di "coprire il proprio crimine", di "depistare le indagini". Era un principio del diritto penale, se il colpevole cerca di nascondere il delitto significa che sa bene di averlo commesso: chi cerca di "depistare" comprende di avere delle ragioni per farlo.
Al processo presieduto da Nathan Brede, Brett Kincaid non aveva preso la parola. Il "rimorso" che aveva espresso e l'ammissione di colpevolezza erano stati comunicati alla corte dal suo avvocato, il caporale ammanettato era rimasto muto, con lo sguardo fisso nel vuoto, come una pericolosa belva intrappolata, una scena pietosa.
Zeno non aveva dubbi, Kincaid era colpevole. Non aveva dubbi, Kincaid doveva essere condannato a una lunga pena detentiva.
Quella per omicidio colposo era un'imputazione debole. Una condanna da quindici a vent'anni significava che con la condizionale sarebbe uscito dopo sette anni. Zeno lo sapeva, e la cosa lo disgustava. Ma non poteva disapprovare pubblicamente quella sentenza, non si sarebbe messo a sbraitare davanti alle telecamere della TV come un orso tormentato sulle zampe posteriori. Non avrebbe offerto, ai media insaziabili, uno spettacolo comico.
Eppure, da avvocato, lo sapeva: c'era la questione tutt'altro che secondaria della confessione rilasciata dal caporale nelle sette ore di interrogatorio senza la presenza di un legale. (Assente perch Kincaid non l'aveva voluto.) Fino a che punto era autentica quella confessione? Come si potevano provare i dettagli che aveva fornito? Era stato costretto a rilasciarla? Anche altri avevano partecipato all'aggressione, che magari era cominciata al lago? O forse nel parcheggio del Roebuck Inn? Oppure aveva avuto luogo nella riserva di Nautauga, e l'unico aggressore era stato Brett Kincaid? A Zeno era stato concesso di assistere a quasi tutto l'interrogatorio di Kincaid da un monitor, nell'ufficio dello sceriffo della contea di Beechum, e di visionare le registrazioni, che non erano del tutto coerenti, comprensibili. In seguito, mezzo sbronzo e di umore nero, avrebbe descritto quell'esperienza dicendo di aver avuto quasi l'impressione che gli stessero strappando le viscere, che gliele attorcigliassero, trafiggessero e bruciassero, come se una tortura cos affinata potesse andare avanti per sette ore senza che la vittima perdesse conoscenza.
S. Zeno si rendeva conto che il giovane che aveva confessato di aver ucciso sua figlia era sinceramente pentito. Era evidente che Kincaid provava ripugnanza per il proprio corpo, come un animale rabbioso sul punto di sbranarsi da solo. Ma questo non rendeva il caporale Kincaid meno colpevole ai suoi occhi. Non attenuava l'odio che provava per lui, non lo induceva in alcun modo al perdono.
Correva voce che il caporale Brett Kincaid avesse testimoniato contro alcuni camerati del suo plotone, in Iraq; che avesse partecipato a un'indagine dell'esercito sulle atrocit commesse da soldati americani contro cittadini iracheni; che le ferite riportate in battaglia fossero dovute alla testimonianza che aveva fornito, e che fosse stato allontanato in tutta fretta dal suo plotone, e dall'Iraq, per evitare che venisse ucciso. Ma quelle voci non erano corroborate da prove e quando Zeno Mayfield cerc di scoprire cosa fosse accaduto, sia direttamente sia tramite un conoscente che ricopriva un ruolo di primo piano, o cos pensava, al dipartimento degli Affari dei veterani a Washington, venne informato che quell'indagine non risultava agli atti: non erano state formalizzate accuse contro soldati del plotone di cui faceva parte Kincaid.
E questo che cosa voleva dire? Che l'esercito americano aveva insabbiato l'indagine, o che un'indagine non c'era mai stata? Che il caporale Kincaid era stato ferito dal nemico iracheno, o dai suoi commilitoni? O entrambe le cose?
Dopo la prima intervista, quando sembrava che Cressida fosse solo scomparsa, e loro credevano che i pubblici appelli che avevano diramato potessero aiutare a ritrovarla, i Mayfield non ne avevano concesse altre.
Evvie Estes li aveva contattati pi volte, ma Zeno le aveva risposto brusco: "Basta. Ne abbiamo abbastanza di questi spettacoli".
Non provava desiderio per sua moglie, n per altre donne.
Desiderava solo (sapeva che era una fantasia insulsa) recuperare tutto ci che aveva perso, anche se all'epoca in cui era avvenuto, a luglio del 2005, aveva solo una vaga consapevolezza di quell'inestimabile valore; e del proprio valore personale, che vi si rispecchiava.
In quelle serate solitarie, in cui Arlette era "fuori" (lei ci teneva a spiegargli dove andava, presso quale organizzazione di volontariato si recava, o da quali amiche), lui si consolava con del whisky bevuto in un bicchiere sporco e con Le memorie di Ulysses S. Grant.
Se ne rese conto troppo tardi: anche la malattia di Arlette aveva contribuito ad allontanarli. Era stato uno dei motivi. Se un tempo un problema personale, fisico, li avrebbe uniti ancora di pi, come gli intensi ed emozionantissimi giorni che avevano preceduto e seguito la nascita delle loro figlie anni prima, adesso la scoperta che Arlette "aveva" il cancro fu per Zeno come una spina nel fianco.
Si sentiva cos. Quindi, in quello stato di terrore sospeso, aveva un motivo in pi per farsi un cicchetto (di nascosto, a casa). Solo uno.
E magari anche un altro mezzo.
(Tanto chi l'avrebbe saputo?)
(Non certo Arlette, che ormai programmava in modo maniacale ogni aspetto della sua vita, come tessendo una ragnatela, e che faceva capire al marito che la sua ansiosa presenza non le era di alcun aiuto, tutt'altro.)
Perch da quando aveva scoperto quel piccolo nodulo al seno sinistro, e dopo essersi sottoposta a una lunga serie di mammografie, di TAC, di biopsie, a un intervento chirurgico, alle durissime sedute di chemioterapia, di radioterapia e di cure mediche per oltre sei mesi, dalla tarda estate e per tutto l'autunno e l'inverno del 2006-2007, pi che nel marito Arlette confidava nell'aiuto di sua sorella e di alcune amiche, che si erano raccolte intorno a lei come i delfini in un mare agitato si raccolgono attorno a un esemplare ferito della loro specie.
Zeno provava una rabbia rinnovata verso Kincaid. Aveva ucciso sua figlia, e adesso stava uccidendo sua moglie. Non poteva essere una coincidenza, ne era convinto, che a sua moglie, la madre di Cressida, fosse stato diagnosticato un cancro circa un anno dopo la scomparsa della figlia.
(Zeno aveva ragione di credere che anche altri, vicini ad Arlette, come sua sorella Katie Hewitt, la pensassero cos; e che per tatto non ne parlassero con i Mayfield.)
Il piccolo nodulo "grande quanto un seme di cachi" (cos Arlette continuava a descriverlo con il linguaggio di un libro per l'infanzia) a Zeno sembrava il modo in cui l'elemento distruttivo che gli aveva strappato la figlia aveva trovato un'altra strada per incunearsi nel suo matrimonio.
Avrebbe voluto portare la moglie a Buffalo, farla ricoverare all'Istituto per le malattie neoplastiche di Roswell Park. Voleva farla curare dai pi rinomati oncologi specializzati in tumori al seno di quella regione dello Stato. Ma Arlette si era rifiutata, non voleva allontanarsi da casa. Si era consultata con le amiche, e aveva deciso di continuare a farsi seguire dai medici del posto: il chirurgo, il radiologo, l'oncologo. "Buffalo  a pi di trecento chilometri da qui. Complicherebbe le cose. Ti prego, fammi gestire questa cosa in modo meno stressante."
"Ma sei mia moglie! Per te voglio il meglio."
Quando le aveva chiesto in che consisteva quel "piccolo intervento" che doveva subire all'ospedale di Carthage, Arlette gli aveva rivelato con riluttanza quella novit allarmante, ricorrendo a un eufemismo: si trattava di una "biopsia".
Se aveva pianto, se era scoppiata in lacrime tra le braccia di qualcuno, quel qualcuno non era stato il marito.
"Non volevi dirmelo? Quando me ne avresti parlato?"
"Non volevo farti preoccupare, Zeno. Sei sempre cos... hai la tendenza a..."
"A preoccuparmi? Della mia famiglia?"
"Ti prego, non arrabbiarti, Zeno. Spesso sei cos..."
"Non sono arrabbiato! Sono sorpreso, turbato, deluso, ma... non sono arrabbiato."
Si rese conto che Arlette non poteva fare altro per evitare di allontanarsi da lui.
Sapeva di aver perso negli ultimi mesi la serenit che lo contraddistingueva. Sapeva spaventare sua moglie, con quell'atteggiamento, anche se voleva riavvicinarla a s.
"Non c'era motivo di farti preoccupare prima del tempo, Zeno. Se la cisti si fosse rivelata benigna, come avviene in molti casi..."
"Invece avresti dovuto dirmelo!  un comportamento ridicolo e offensivo."
"Io... non volevo offenderti..."
"Lo sai che le cose qui a Carthage si vengono a sapere subito. Che cosa direbbe la gente se sapesse che la moglie di Zeno Mayfield ha fatto una biopsia all'ospedale senza che il marito ne fosse al corrente?"
Gli era sfuggito la moglie di Zeno Mayfield. Mia moglie.
Eppure sapeva che non doveva parlare cos. Sua moglie non lo meritava, era stata cos coraggiosa da cercare di nascondergli la propria ansia; no, non lo meritava, Arlette lo amava, voleva proteggerlo. Eppure non riusc a fermarsi, era profondamente ferito.
"Voglio portarti a Buffalo, Arlette. Fisseremo una visita, ci andremo in macchina, domani. Chiamer quel mio amico medico, Artie Bender, a Buffalo, lui pu prenotarci una visita con il migliore specialista di tumori al seno del Roswell."
"No, Zeno! Non posso!"
"Che significa che non puoi?"
"Ho gi un chirurgo, e un oncologo. Mi... mi piacciono molto, tutti e due. Ho fiducia in loro. Ho parlato con delle persone, con delle amiche che me li hanno raccomandati, e le donne che si sono affidate a loro. Piacciono anche a Katie. Lo sai com' esigente, Katie..."
"Al diavolo Katie! Sono io tuo marito, non Katie."
Sono io tuo marito.
Quelle parole rudi gli echeggiavano nella testa, ma non riusciva a fermarsi, doveva discutere con quella donna, cercare di imporle la sua volont, perch la moglie di Zeno doveva avere il meglio.
"Mi stai escludendo dalla tua vita, Arlette. E non solo in questo modo: non lo sopporto."
"Io... Non  mia intenzione farlo."
Ma era vero, Arlette aveva cominciato ad andare in chiesa pi spesso, era impegnata in attivit di volontariato, nella raccolta di fondi per cause socialmente utili, passava le serate fuori casa e Zeno non aveva idea di dove fosse e di cosa stesse facendo e con chi.
Arlette, dove diavolo sei stata? Perch sei tornata cos tardi?
Zeno, te l'ho detto. Te l'ho spiegato, ma non mi hai sentito.
Allora ridimmelo. Adesso ti ascolto.
Era vero, Arlette aveva cominciato ad andare pi spesso in chiesa, da sola.
Perch Juliet era andata via di casa. E Zeno non andava mai in chiesa.
(Per avrebbe accompagnato Arlette alla chiesa congregazionalista, se lei glielo avesse chiesto. Voleva che lei lo pensasse.)
Ed era vero, Arlette cominciava a dire cose che Zeno, accanito razionalista, trovava disturbanti.
"A volte, Zeno, ho la sensazione... che mi si voglia comunicare qualcosa. Cerco di "leggerlo", ma non ci riesco. Come in un sogno in cui non riesci a leggere."
"Che vuoi dire con "un sogno in cui non riesci a leggere"?"
"Come quando sogni di tenere in mano un libro o un giornale, cerchi di leggere, ma non ci riesci. Hai gli occhi annebbiati."
"Chi lo dice?"
"Nessuno lo dice!" Arlette rise, con un'ombra della sua antica, amorevole esasperazione. "Credo che sia un'esperienza comune."
Zeno era scettico. Avrebbe scritto una mail a un suo amico che insegnava alla Cornell, specializzato in psicologia cognitiva, per chiedere l'opinione di un esperto.
"La prossima volta che sogni, Zeno, vedi se riesci a "leggere". Guarda un giornale o un libro. Vedrai che le lettere sono tutte sfuocate."
Zeno rise, gli sembrava tutto cos pazzesco. Non che non potesse essere vero, ma trovava curioso che la sua cara moglie Arlette, che sapeva ben poco di psicologia, e ancora meno del funzionamento del cervello umano, pensasse quelle cose.
Eppure lo stesso Zeno stava diventando sempre pi irrazionale, superstizioso. Come lo diventa un uomo egocentrico di mezza et, con uno spirito sprezzantemente razionalista, che si trova davanti una facciata che crolla e si sbriciola senza poterci fare niente. Quando faceva politica l a Carthage, Zeno Mayfield era quello che risolveva i problemi; nella sua attivit aveva quasi sempre ottenuto dei risultati, era stimato anche dagli avversari politici, come uomo; ma adesso, dopo anni che non era pi in carica e aveva perso l'interesse a mantenere i suoi vecchi contatti a Carthage, non sapeva come occupare il tempo con qualcosa di davvero importante, i pensieri gli vorticavano nel cervello come ruote che girano a vuoto nel fango.
Quanto meno si sarebbe impegnato, come per una campagna elettorale, per guarire la moglie dal cancro!
Diceva a Juliet: "Perch tua madre non mi ha permesso di aiutarla? Non sapeva che l'amavo... che l'amo?".
E Juliet rispondeva: "S, pap. Mamma lo sa. Ma adesso sta vivendo una nuova vita".
Non sopportavano l'idea di vendere la casa.
La loro bellissima, vecchia, grande casa coloniale di Cumberland Avenue, che sorgeva su un appezzamento di dodicimila metri quadri con alte querce e cedri, nel quartiere sulle colline vicino al cimitero episcopale: no, non potevano venderla.
Anche se Arlette se n'era andata. E Zeno non sopportava di vivere da solo in quella casa enorme, come uno scarafaggio (cos diceva) preso in trappola in una rete.
Arlette si era fermata due settimane a casa di Juliet, ad Averill Park, a suo dire per aiutare la figlia con i bambini. E quando era tornata aveva fatto le valigie, gli aveva detto che era venuto il momento di iniziare una vita nuova.
Non di riprendere quella vecchia.
Comunic a Zeno i suoi progetti. Glielo disse a cose fatte. Sua moglie, che in quasi trent'anni aveva preso di rado una decisione importante, adesso gli spieg cosa aveva fatto, e cosa avrebbe fatto, da sola e di sua volont.
Zeno sostenne che non se l'aspettava. Che non l'aveva nemmeno immaginato. Anche se ovviamente lo sapeva, non poteva non averlo capito, in quelle settimane e mesi di impercettibile e poi anche manifesto allontanamento fra loro, nella casa di Cumberland Avenue.
Settimane, mesi passati a bere. Da solo e in compagnia.
Pomeriggi passati a sonnecchiare fino a tardi, per poi risvegliarsi tutto sudato e intontito alle otto di sera senza sapere se era il tramonto o l'alba; se era solo in casa o se Arlette lo stava aspettando pazientemente dabbasso per cenare, anche se lui non riusciva a mandare gi nulla.
E sempre pi spesso Arlette non c'era.
Mi stai escludendo dalla tua vita,  come se la vita fuoriuscisse da me come un'emorragia, come puoi farlo, io ti amo.
Era troppo orgoglioso per ammetterlo e certamente troppo orgoglioso per implorare la moglie di rimanere con lui.
Essere un po' su di giri, lo definiva. Non diceva mai ubriacarsi.
L'espressione "su di giri" evocava una sorta di innocenza hippie. Il verbo "ubriacarsi" non aveva niente di innocente.
Eppure era sobrio, o quasi, quando Arlette and da lui per spiegargli come stavano le cose.
Gli prese le mani tra le sue, quelle grosse mani che sembravano zampe di orso. E gli spieg come stavano le cose.
Sarebbe andata ad abitare a Mount Olive, a tredici chilometri da l. Avrebbe diviso un appartamento con un'avvocatessa, una certa Alisandra Raoul, che era la codirettrice di un centro per le donne vittime di violenza, dove lei avrebbe lavorato pi o meno a tempo pieno.
Zeno aveva gi sentito nominare quel centro. A quanto pareva non vi aveva prestato la dovuta attenzione.
"Ma questa "Alisandra Raoul" chi ?"
"Zeno, te l'ho detto. Ti ho parlato un sacco di volte di Alisandra."
"No, non mi sembra. Non ho mai sentito questo nome, lo sai che ho una buona memoria per i nomi."
Comunque non avrebbero venduto la casa. Juliet li aveva pregati di non farlo e se Cressida fosse stata viva (dire se Cressida fosse stata viva faceva parte della logica perversa di Zeno) anche lei li avrebbe pregati di non farlo.
Non avrebbero avuto giustificazioni: il matrimonio si poteva recuperare in qualsiasi momento ma la casa, una volta venduta e passata in mano a estranei, non avrebbero potuto riaverla.
Non avrebbero avuto giustificazioni: se la loro figlia scomparsa fosse tornata a casa, per quanto improbabile fosse, anzi ovviamente impossibile, per lei sarebbe stato un ulteriore shock scoprire che degli sconosciuti abitavano nella loro vecchia casa di famiglia.
Sul prato davanti a casa fu piazzato un cartello di un'agenzia immobiliare, di un vistoso giallo e nero, con la scritta: AFFITTASI. Dopo il primo temporale rimase inclinato, leggermente sbilenco.
Arlette era andata a vivere a Mount Olive e ormai, distratta com'era dalla sua nuova vita cos intensa e affascinante, non tornava pi a Cumberland Avenue. Zeno viveva in un appartamento in un condominio gi in citt, in una zona sul lungofiume recentemente urbanizzata, ormai molto residenziale, e tornava spesso a casa per verificare che fosse tutto in ordine, considerando quei controlli come uno dei doveri di un marito.
Quell'odore di casa in abbandono gli straziava il cuore.
Non ci si poteva sbagliare: era proprio l'odore di una casa in abbandono.
Anche se era sfitta, non avevano staccato la luce, il gas, l'acqua. Avevano mantenuto le utenze. La maggior parte dei mobili rimase dov'era. Persino un televisore, quello nel soggiorno al piano interrato, rimase l.
E quando l'agente immobiliare, una donna, chiam Zeno perch aveva una "buona notizia", cio dei clienti intenzionati a prendere la casa se solo si poteva ridurre un po' l'affitto, lui fu irremovibile: no.
E quando l'agente chiam la signora Mayfield per discutere con lei, Arlette replic con una risatina di scusa: "Oh, no! Quella casa  territorio di Zeno, non interferirei mai".
E cos la casa di Cumberland Avenue rimase sfitta.
Sulle colline di Mount Olive, Arlette abitava in un sobborgo residenziale pi antico, dove sorgevano alcune vecchie, grandi case vittoriane ristrutturate e riadattate a palazzine che ospitavano studi di giovani avvocati, architetti, dentisti; negozi di articoli da regalo, erboristerie, gli uffici dei servizi ambientali della contea di Beechum. Il centro per le donne vittime di violenza SpazioDonna S.p.A., che disponeva di trentacinque letti, aveva sede in un grosso edificio di mattoni rossi che un tempo aveva accolto una scuola cattolica femminile, un po' defilato in un appezzamento erboso circondato da una cancellata in ferro battuto.
Di notte la propriet era illuminata da forti riflettori e sorvegliata da telecamere con l'allarme collegato al dipartimento della polizia di Mount Olive. Al tempo in cui quel centro per le donne vittime di violenza era stato istituito, i volontari venivano trattati sgarbatamente dagli abitanti del luogo e con sprezzo dalle forze dell'ordine; ma da quando erano cambiate le cose al dipartimento di polizia, il piccolo distaccamento di polizia dava il suo sostegno allo SpazioDonna S.p.A. nel dichiarato intento di "ridurre la violenza domestica", "diminuire la violenza nel mondo a partire dalla famiglia". (Ad agevolare le cose c'era la circostanza che un tenente del dipartimento di Mount Olive fosse il fratello di una delle fondatrici del centro e che al dipartimento, un tempo costituito da soli uomini, adesso lavorasse anche una donna.)
Dei manifesti disegnati da artiste del luogo invitavano al volontariato e alle donazioni: ATTENZIONE, LA VIOLENZA COMINCIA IN CASA. Arlette aveva portato con s uno dei primi disegni a inchiostro di Cressida, antecedente all'influenza di Escher, che ritraeva delle figure infantili che giocavano con degli animali su un'oasi verde galleggiante, ed era stato utilizzato come sfondo per un manifesto dello SpazioDonna.
Zeno, che spesso si offendeva quando Arlette si appropriava delle opere della loro figlia, stavolta rimase commosso. Quello splendido disegno risaliva a un periodo in cui Cressida era meno introversa e problematica, pi felice.
In quei pomeriggi solitari Zeno si recava in macchina a Mount Olive, come avvertendo che forse Arlette stava pensando a lui. Che l'avrebbe chiamato.
Sapeva dove abitava. Al civico 18 di Cross Patch Lane.
Cross Patch Lane! Un indirizzo da libro di fiabe.
E il vecchio edificio di assi ristrutturato, dipinto di un verde vivace, con un giardinetto curato e il vialetto color corallo che sorgeva su una stradina chiusa insieme ad altre villette simili, ristrutturate e dipinte di fucsia, blu pavone, crema: Zeno vi sfilava lentamente davanti sapendo che Arlette non era in casa, e nemmeno la sua coinquilina Alisandra, a quell'ora del giorno erano di sicuro al centro antiviolenza, stavano lavorando, solo Zeno Mayfield era alla deriva.
Avrebbe potuto tenere un corso al Community College di Beechum, dove in passato aveva insegnato, svolgendone uno sul tema "Americani originali: da Tom Paine a Woody Guthrie". Avrebbe potuto passare del tempo all'Home Front Alliance, dove avevano un particolare bisogno di volontari uomini. Poteva fare un sacco di cose, ma non ne aveva voglia.
Pass davanti allo SpazioDonna S.p.A. C'erano dei cartelli che avvertivano: PROPRIET PRIVATA. NON OLTREPASSARE. L'austero edificio in mattoni rossi adibito a dormitorio per donne disperate e per i loro figli sorgeva dietro una cancellata in ferro battuto alta due metri. Quando era sindaco di Carthage, Zeno aveva imparato molto sulla violenza domestica e aveva fatto ci che era in suo potere per aiutare le donne costrette ad abbandonare le loro case. Alcune di loro avevano subito terribili maltrattamenti, e temevano per la loro vita. Eppure, strana ironia, le donne vittime di violenza cambiavano spesso idea e si rifiutavano di denunciare i loro uomini.
Forse i tempi erano cambiati. Forse a Mount Olive, allo SpazioDonna S.p.A. le donne disperate erano pi risolute. I loro soccorritori, come Arlette Mayfield, le avrebbero protette.
Davanti allo SpazioDonna, Zeno vide Arlette che insieme ad altre due donne raggiungeva una macchina parcheggiata nel vialetto. Era una giornata luminosa e ventosa: Arlette portava un foulard e aveva i capelli pettinati in modo diverso, che le conferivano un'aria sbarazzina e giovanile, anche se era ancora molto magra e non sembrava in via di guarigione. Avrebbe voluto richiamare la sua attenzione, farle segno dal finestrino, suonare il clacson, ma no, era meglio di no. La propriet della SpazioDonna era off-limits per il genere maschile a eccezione del postino, degli addetti alle consegne e dei ragazzini con meno di dodici anni accompagnati dalle madri. Dev'essere un "luogo sicuro" per le donne, dove gli uomini non possono entrare, aveva spiegato Arlette con grande enfasi, come se lei stessa fosse una donna perseguitata dagli uomini.
Anche se Zeno non aveva partecipato a quegli incontri, in quanto sarebbe stato troppo doloroso per lui, aveva saputo da altri che durante una riunione Arlette aveva dichiarato di aver perso la figlia perch vittima della "violenza maschile", della "violenza maschile aggravata dall'alcol". Aveva detto di non dare la colpa a quel giovane, un veterano della guerra in Iraq, ma alla "cultura consumistica malata, violenta, crudele e spietata" nella quale le ragazze erano usate come merci pubblicitarie, per vendere prodotti. Per Zeno fu uno shock rendersi conto che, se avesse voluto, non avrebbe potuto avvicinarsi allo SpazioDonna: non l'avrebbero fatto entrare in quella residenza che sembrava una fortezza, nemmeno per parlare con sua moglie.
Un sacco di uomini violenti, in cerca delle mogli che li avevano abbandonati, affermavano di volere solo "parlare" con loro.
A volte cenava insieme ad Arlette a Mount Olive. Ma ormai non parlavano pi di Cressida.
Parlavano della salute di Arlette, perch quella tutto sommato era una buona notizia. Sembrava che la chemioterapia stesse facendo effetto, il cancro non si era diffuso.
Arlette indossava una parrucca di capelli naturali e ondulati biondo cenere, molto simili ai suoi ma pi spessi e lucenti di quelli che ormai aveva da anni. Un'amica le aveva consigliato di tenere pronta una parrucca quando avrebbe cominciato a perdere i capelli a ciuffi, per la chemioterapia: " peggio essere calve che subire una doppia mastectomia. Sembrer ridicolo ma per un sacco di donne  cos, e anche per me".
Zeno trasal nel sentire quelle parole. L'espressione doppia mastectomia suonava fin troppo simile a doppia testicolectomia.
Arlette non aveva subito una doppia mastectomia, anzi nemmeno una. Il seme di cachi che aveva nel seno era stato estirpato subito. E cos si reputava molto fortunata, non si sarebbe mai lamentata dei trattamenti chemioterapici a cui era sottoposta, che la lasciavano sfinita, confusa e in preda alla nausea. In quella sua nuova vita accadeva una cosa strana: non si lamentava mai di nulla.
"Ho come l'impressione che siamo tutti dei passeggeri su un aeroplano che  entrato in una zona di "turbolenza": dovremmo essere grati di non esserci ancora schiantati."
Arlette rise, quasi con allegria. Zeno trasal.
Adesso si vedeva con altre donne. O, piuttosto, erano le altre donne a cercarlo: lo chiamavano per invitarlo a cena, per chiedergli di accompagnarle a qualche evento mondano. Come la natura aborre il vuoto, cos Zeno Mayfield stava amaramente scoprendo che un uomo solo  una sorta di vuoto, dal quale le donne sole sono irresistibilmente attratte.
Nessuna di quelle nuove conoscenze aveva particolare significato per lui. Nessuna di quelle donne gli rimaneva impressa nella mente. Era ancora innamorato della sua sfuggente e imperscrutabile moglie.
Quasi tutti i ristoranti di Mount Olive sorgevano in edifici di legno ristrutturati, stipati di tavolini a lume di candela, e offrivano menu a base di cibi biologici senza la possibilit di consumare alcolici. Prima di prenotare, l'astuto Zeno si informava se il ristorante aveva la licenza per gli alcolici; altrimenti si portava il vino da casa.
"Ne gradisci un po', Arlette? Mezzo bicchiere."
"No, grazie, Zeno. Sono di turno."
""Di turno"?"
"Al centro. Siamo troppo poche, praticamente siamo sempre di turno."
Arlette sorrise tutta felice. Sempre di turno! Zeno la invidi.
Che bevesse o meno, Zeno cominciava a provare un senso di irrealt, di innaturalit. Cenare con sua moglie a lume di candela nella sala di un ristorante in una vecchia, imponente palazzina coloniale con il pavimento di assi e sapere di dover andare via senza sua moglie, su macchine diverse, era una cosa davvero strana, un po' come sapere che, quando si fosse alzato, una gamba gli avrebbe ceduto.
La vita  come un sogno un po' meno coerente.
(Chi l'aveva detto, secoli prima? Pascal?)
(Che aveva detto anche: "Quando tutto  in movimento, nulla sembra in movimento".)
Il marito separato immagina di rincontrare la moglie, di corteggiarla e conquistarla di nuovo. Se si era innamorata di lui una volta, perch non anche una seconda? Cos pensava Zeno. Cos tramava. Si arrischiava a sfiorarle la mano, come per caso, pur vedendo chiaramente che Arlette era distratta quando parlava con lui o lo ascoltava; troppo spesso mentre erano a cena le squillava il cellulare.
"Scusami, Zeno! Devo rispondere."
Se un tempo Zeno si sarebbe infuriato se a sua moglie fosse importato cos poco di lui da rispondere al cellulare quando erano a cena, un comportamento sgarbato che n lui n Arlette avrebbero permesso alle figlie di tenere, adesso si commuoveva per il fatto che Arlette si sentiva in dovere di scusarsi. Mi ama ancora. Se ho bisogno di lei, torner da me.
A Juliet, nelle frequenti telefonate che le faceva, chiedeva in tono implorante: "Perch tua madre mi ha lasciato? Perch  andata via?". Ma non le aveva mai chiesto perch sua madre non lo amava pi, poich non riusciva a crederlo.
Imbarazzata, Juliet gli rispondeva che non lo sapeva.
Spesso, quando cenavano in uno dei ristorantini etnici a Mount Olive, Arlette doveva andare via presto, e lo salutava con un bacio sulla guancia profondendosi in mille scuse. Il marito abbandonato finiva tutto solo il suo bicchiere di vino, immerso nei pensieri.
(Era tentato di scolarsi la bottiglia che si era portato.)
Ovviamente voleva sempre pagare lui. Sapeva che Arlette non aveva molto denaro, anche se non era capace di chiederglielo.
Se avessero venduto la casa di Cumberland Avenue, lui e Arlette avrebbero diviso la somma. Ma la loro separazione sarebbe stata irreversibile. La sola idea lo spaventava.
Il marito separato immaginava che la moglie dipendesse da lui, quanto meno economicamente. Tutta presa dall'attivit di volontariato, Arlette sembrava avere poche esigenze personali.
All'incontro successivo, Arlette rimase sorpresa quando lui le diede un assegno.
"Oh, Zeno! Cos' questo...?"
Era un assegno di tremila dollari intestato a: "SpazioDonna S.p.A.".
"Oh, Zeno. Grazie."
Arlette si alz, gli si avvicin, lo abbracci e gli diede un bacio sulla guancia ispida. A Zeno parve di sentire una lacrima della moglie inumidirgli il volto.
In uno stato d'animo mutevole e sentimentaleggiante, mezzo sbronzo, percorreva la dissestata Potsdam Street. Ed eccola, la casa di Kincaid o quel che ne rimaneva: un edificio in legno tutto scrostato, che sorgeva a ridosso del marciapiede, con le finestre chiuse e un mucchio di vecchi giornali e volantini accumulati davanti ai gradini d'ingresso, come vecchie ossa.
Adesso era disabitata. Ethel Kincaid era andata via da Carthage.
Aveva lasciato la citt tanto detestata, la casa in affitto, che rigurgitava (cos l'avevano descritta gli organi d'informazione) di ogni sorta di immondizia, rifiuti e persino carcasse di roditori, in un estremo gesto di indignazione. Nessuno sapeva dove fosse andata, anche se all'inizio qualcuno diceva che si era trasferita nel paesino di Dannemora, per stare vicina al figlio carcerato.
Ma la notizia si rivel infondata. Ethel Kincaid non viveva a Dannemora ma presso dei parenti a Tonawanda, un sobborgo di Buffalo. Aveva tagliato i ponti con Carthage. Aveva persino smesso di rilasciare irose interviste, o forse, piuttosto, i giornali scandalistici avevano perso interesse per l'afflitta madre del reduce.
Guardando la casa abbandonata e fatiscente, Zeno ricord quella mattina di luglio 2005, l'ansiosa speranza con cui era accorso l.
Sua figlia era gi scomparsa. Sua figlia non c'era pi.
Per, quando aveva bussato alla porta di Ethel Kincaid, non era a conoscenza di quel triste fatto. Il cervello era in un tale tumulto di speranza che adesso quasi invidiava lo Zeno di allora, il padre confuso che immaginava di poter ritrovare la sua Cressida con le bravate e un atteggiamento aggressivo.
Aveva chiesto a Ethel, sconcertata, di farlo entrare in casa. Di poter entrare nella stanza di Brett Kincaid. Si aggrappava a quel pensiero delirante come a una fragile ancora di salvezza, che cio sua figlia fosse l con Brett Kincaid: i pi improbabili degli amanti.
Ed Ethel l'aveva mandato via deridendolo.
Ed Ethel l'aveva mandato via maledicendo tutti i Mayfield di questo mondo, che abitavano a Cumberland Avenue e non nella squallida e scoscesa Potsdam Street: "Mio figlio vi odia tutti".
Quella donna era entrata nella sua vita per bere con lui.
Per sostenerlo, per ascoltare le sue filippiche e ridere delle sue battute. Per amarlo.
"Zeno, perch qualche volta non vieni a cena da me? Mi piacerebbe molto preparare una cenetta per noi due."
Lui aveva esitato. Cos'era quello? Il primo, sdrucciolevole gradino della sua nuova vita? Della sua vita dopo Arlette? O era il primo, sdrucciolevole gradino di una serie di scivoloni?
Lei si chiamava Genevieve. Non aveva capito bene il cognome.
Si erano conosciuti a un ricevimento a Carthage, a gennaio del 2012. Lui conosceva il marito - o cos gli sembrava - ma non glielo disse perch ne aveva dimenticato il nome.
Aveva sorriso. Aveva esitato. Teneva un drink in mano, un fragile bicchiere di plastica che le sue grosse dita erano sempre sul punto di rompere.
L'aveva ringraziata! Aveva risposto con signorile rammarico: "Vedi, tesoro, sono un caso disperato. Mettiti in salvo".
Eppure lei aveva avuto la meglio. L'aveva aspettato sorridente davanti al guardaroba.
Non aveva avuto scelta, aveva dovuto almeno invitarla a prendere un drink nel locale di fronte. A bere qualcosa per togliersi dalla bocca il sapore aspro del vino bianco scadente servito a quel ricevimento.
Era stato lusinghiero - o forse preoccupante, triste - il fatto che al ricevimento alla Carnegie House, organizzato per festeggiare il pensionamento del direttore della Fondazione Carnegie per le arti, Zeno Mayfield fosse stato uno degli argomenti di conversazione, come nei tempi andati. Perch a Carthage tutti coloro che erano stati invitati a quell'evento mondano conoscevano Zeno Mayfield, volevano scaldarsi al suo buonumore, alle sue risate, alla sua sagacia e spavalderia, alla sua affabilit. Forse negli ultimi tempi Zeno alzava un po' troppo il gomito, forse dopo che la moglie l'aveva lasciato stava davvero diventando un caso disperato, ma in quell'allegro frastuono di voci e di risate chi l'avrebbe detto? A chi importava?
"Genevieve, ti chiami cos? A essere sinceri, non credo sia una buona idea."
L'aveva detto in tono di scusa, esitante. Aveva lasciato la sua eloquenza nella sala illuminata a giorno dove si era tenuto il ricevimento.
Lei non dimostrava pi di trentacinque anni. Lui appariva pi vecchio della sua et, cio... non importa.
" solo una cenetta. Che pericolo vuoi che ci sia in una semplice cena? Viviamo nello stesso palazzo, no? Tu abiti nella mansarda, io al quinto piano."
Aveva sentito dire che nella vita di quella donna qualcosa era andato terribilmente storto. Il marito, un figlio adolescente. Non aveva indagato. Non voleva farla piangere. Non voleva che tra loro nascesse una simpatia. Quella specie di sentimento era come un'emorragia. Not che portava numerosi anelli alle belle mani, ma non la fede, il che era un segnale pericoloso.
A Zeno la fede matrimoniale ormai andava stretta attorno al grosso dito. Era d'argento, con un'incisione celtica. Invece le dita di Arlette erano smagrite, lei gli anelli aveva dovuto toglierli.
La donna disse con un sorriso: "Tutti abbiamo perso qualcuno. Lo capisco. Le tue perdite saranno pi profonde, pi tragiche delle mie, ma...".
Zeno fren l'impulso di toccarle la mano. Di prenderla tra le sue. Non lo fece. Invece si alz, gli occhiali sulla fronte.
Il vino era meglio berlo in un bicchiere di vetro, e non in quella dannata plastica da due soldi.
Vide le labbra di lei che si muovevano. Stava parlando con grande seriet. La penombra di quella sala era pi appropriata delle vivide luci della Carnegie House.
"Io ho "perso" un figlio, anche se...  ancora vivo. Ha ventiquattro anni e non lo vedo da quasi due. Credo che chi ha subito una perdita simile pu capirsi e aiutarsi a vicenda, anche se non voglio... non voglio pensare al passato... Cio, voglio dire, cerco di vivere nel presente." D'un tratto rise, con gioia inaspettata, alzando il bicchiere in un brindisi.
Era tutt'altra cosa sorseggiare del vino al Mercer Street Lounge, piuttosto che trangugiarlo in quella sala affollata al di l della strada.
"Bene. Brindo a questo."
"Anch'io brindo a questo."
Risero. Bevvero, e risero.
Non c'era niente di pi bello che poter bere, ridere e bere.
Raccont a Genevieve quanto fosse in collera con la moglie che era cos dannatamente coraggiosa, cos dannatamente buona. Cos dannatamente stoica con i suoi problemi di salute, facendolo sentire un codardo e un coglione, spaventato com'era per lei.
Ma, soprattutto, non riusciva a perdonarla di aver "perdonato" l'assassino della loro figlia.
"Oh! Oh, Zeno."
Arlette era andata a trovarlo in carcere. Non glielo aveva mai detto, ma lui lo sapeva. L'aveva scoperto.
Che andasse al diavolo, lei e la sua preziosa anima cristiana. Aveva perdonato ci che non si pu perdonare, la odiava.
Ecco, l'aveva detto. Aveva giurato che non avrebbe mai parlato in quel modo con un estraneo, nemmeno con i parenti che lo invitavano a sfogarsi, e invece adesso rimase sbalordito nel sentire la propria voce che sbandava come una ruota fuori controllo lungo una ripida discesa.
E la odiava anche per aver "perdonato" Dio.
"Quel maledetto Dio del cazzo."
Parlava con una tale veemenza che i clienti seduti agli altri tavoli si voltarono a guardarli. Genevieve rise.
Una donna ragionevole sarebbe scappata via. Genevieve vers altro vino per lui e per s e rise.
Com'era bello che ridesse, e non rimanesse imbarazzata.
"Anch'io l'ho pensato, Zeno. Tante volte. Quel maledetto Dio del cazzo."
Lui le parl degli antichi greci. Della passione per il sangue. Di Eschilo, dell'Orestea. Gli sembrava che nel cervello gli si fosse bloccata una molla, come se il grasso rognone disseccato che la ungeva si fosse liquefatto per il calore. Quando beveva, gli si scioglieva sempre la lingua, ma ultimamente non aveva avuto molte occasioni di mettere in mostra la sua eloquenza.
Le disse che le leggi erano state inventate per arginare l'istinto di vendetta primitivo, ma il sentimento di oltraggio, il desiderio di una vendetta sanguinosa, non si placa facilmente.
Raccont a quella donna che lo ascoltava attenta, con un interesse lusinghiero, di un documentario visto in TV la sera prima, sui delitti d'onore nelle famiglie musulmane degli Stati Uniti, alcune delle quali appartenenti alla buona borghesia, persino gente istruita. Padri in lacrime arrestati dalla polizia dopo aver ucciso la figlia "disobbediente" che aveva disonorato il nome della famiglia. Zeno era rimasto colpito dal dolore sul volto di uno di quei musulmani, cos simile a lui da sembrare suo fratello, anche se aveva compiuto un gesto folle.
Anche lui non riusciva a sopportare il fatto che sua figlia fosse stata uccisa, ma non aveva avuto la forza di vendicarsi.
Certo: era troppo civilizzato.
"Rispetto troppo la legge."
E adesso sentiva di aver perso l'onore. L'anima gli si era disseccata, era ridotta a un guscio vuoto.
Ormai erano passati anni. Pi di sei. Se lo portava dentro come un tumore maligno nelle ossa. Anche nella penombra si distingueva quella malignit che albergava in lui, luminosa, letale.
"Correr il rischio" aveva detto la donna.
Squill il telefono. Il nome che apparve sul display non era Trachtman, cio quello di Genevieve, ma Stedman, il nome del marito di Juliet.
"Pap? Oggi ho ricevuto una telefonata sconvolgente."
Che giorno era quello? Si guard intorno con gli occhi annebbiati, doveva essere met marzo. Il calendario sulla scrivania indicava il mese di marzo, una mezza dozzina di giorni erano cancellati con una X leggera. Invece era l'ultima settimana.
Juliet gli stava dicendo che quella mattina l'aveva chiamata una persona "con una voce giovanile". Una sconosciuta - credeva - che aveva detto di essere Cressida.
Zeno strinse il ricevitore, pensando di non aver sentito bene.
"Voglio dire, ovviamente doveva essere una sconosciuta, ma..." Juliet tacque un attimo; Zeno si figur il sorriso fugace, l'espressione confusa, "non sembrava... non sembrava per niente Cressida. Ne sono certa."
"Tesoro, aspetta. Qualcuno ti ha chiamato?"
"Ha detto... non ho capito bene cosa ha detto. Naturalmente non ho pensato nemmeno per un attimo che fosse Cressida, ho pensato a uno scherzo crudele. Poi quella persona ha richiamato e ha lasciato un messaggio, che per si  cancellato."
"Si  cancellato?"
"Ero sconvolta, credo... di averlo cancellato io."
Con calma Zeno chiese a Juliet se aveva conservato il numero di telefono.
"S,  sul cellulare. Solo il numero, non il messaggio. Ma non ha risposto nessuno, sembra che quel numero non esista."
Zeno era seduto alla scrivania, si era sporto in avanti con i gomiti sul pianale e gli occhi chiusi per la concentrazione.
"Julie, perch qualcuno dovrebbe fare uno scherzo simile?"
"Non lo so, pap! Forse qualcuno che ha letto la storia su Internet. Ci sono ancora notizie su Cressida. Non ho mai letto niente, ma so che ci sono, me l'hanno detto. C' una specie di "mistero" su Cressida, alcuni si chiedono dove sia. Che ne  stato del suo corpo. E la gente fa cose crudeli senza motivo."
Sempre con calma, Zeno chiese: "A proposito di questa telefonata che hai ricevuto, quella persona ti ha detto da dove chiamava?".
"No." Juliet riflett. "Anzi, s. Credo... dalla Florida."
Juliet ci pens su di nuovo. "Ha detto: "Torner a casa". Cos mi sembra."
"Ha detto: "Torner a casa"?"
Zeno stringeva il ricevitore cos forte che temeva di romperlo.
"Non ho chiamato mamma. Non volevo turbarla. Lei si  messa in pace con quello che  successo, credo... ha trovato il modo di affrontare la perdita di Cressida. Risvegliare le sue speranze sarebbe crudele."
"S. Hai ragione. Ti ringrazio per aver chiamato me, tesoro, e non tua madre. Sono sicuro che  come dici tu:  uno scherzo crudele."
Juliet riprese, in tono cauto: "Brett ha confessato. E hanno trovato... sai... il golfino".
Zeno non replic. Si erano ripetuti quelle parole o parole simili infinite volte, era come entrare in un tunnel: adesso non avrebbe pi potuto sopportarlo.
Anche se a volte, a quel proposito, Juliet diceva il mio golfino.
Come se non sapesse quello che diceva. Il mio golfino.
Zeno chiese: "Questa persona, che non sembrava Cressida, cos'altro ha detto?".
"Da quel che ricordo, diceva di chiamare dalla Florida, mi sembra da qualche parte della Florida. Ma non ho sentito bene. La linea era disturbata. O forse aveva una voce smorzata. Ha detto una cosa strana: "Non sono malata". E credo che abbia detto: "Ero convinta che non mi amaste tanto..."."
"E poi, tesoro? Ha detto qualcos'altro?"
"No. Non mi sembra."
"Ma... tu cosa le hai risposto?"
"Nient'altro, mi sembra. Credo... credo di aver riattaccato."
In sottofondo, a casa di Juliet, si sentiva la voce acuta di un bimbo che chiacchierava.
Zeno chiese distrattamente a Juliet come stavano i bambini, e suo marito. La sola parola "bambini" - cos rilassante, familiare, comune - era un balsamo per lui, in quello strano momento.
Juliet rispose con il tipico tono vivace che aveva quando parlava della sua famiglia. Se nella sua nuova famiglia c'era qualche problema, questioni mediche o di salute, ci voleva un po' prima che Juliet abbandonasse quel tono vivace e rassicurante e si decidesse a parlarne.
A sua volta, educatamente, Juliet chiese al padre della sua nuova compagna, Gwendolyn. Zeno rispose sbrigativo, distratto. Non si prese la briga di far notare alla figlia che il nome non era quello.
Per riempire il silenzio rigido e imbarazzato che si era creato fra loro disse con pi animazione: "Mi ripeto continuamente quanto sono felice di avere dei nipotini".
"Oh, pap. S! Anch'io mi sento cos, con i miei figli."
Juliet aveva sposato un uomo del tutto diverso da Brett Kincaid. Aveva diciannove anni pi di lei, era di un'altra generazione. Non conosceva il nome dei Mayfield, le risonanze politiche che aveva nella contea di Beechum. Era stato un dirigente del sindacato degli insegnanti pubblici e adesso era un alto funzionario del dipartimento della Pubblica istruzione dello Stato di New York, il cui ufficio in pratica non aveva subito cambiamenti malgrado l'avvicendamento delle cariche negli enti governativi: il governatore, la nuova legislatura. Aveva pubblicato degli articoli su "The Chronicle of Higher Education" e "The New York Times Education Issue". Apparteneva a un'antica famiglia di Albany, un suo bisnonno era stato collaboratore del governatore Thomas Dewey. Subito dopo la laurea al William College, aveva prestato servizio militare nei Corpi di pace in Ghana. Era gi stato sposato, e il matrimonio, senza figli, era finito con un divorzio "consensuale".
Gli Stedman avevano fatto fortuna con le ferrovie negli anni Novanta dell'Ottocento e avevano conservato parte di quella fortuna fino al ventunesimo secolo. Zeno era sinceramente grato che David D. Stedman fosse entrato nella vita di Juliet, eppure, per qualche motivo a lui stesso ignoto, quel genero di mezza et non gli era simpatico.
A dire il vero, David Stedman era un uomo onesto, rispettabile. Era taciturno ma gentile. Aveva imparato a manovrare le persone proprio come Zeno Mayfield, negli aggrovigliati meccanismi politici della vita pubblica. Quindi Zeno rispettava quell'uomo, anche se non provava simpatia per lui.
A lui, quando si svegliava nel cuore della notte tutto sudato e in preda all'inquietudine, spaventato dal futuro, interessava solo che David D. Stedman amasse sua figlia, e la proteggesse.
E gli sembrava importante che Stedman non avesse conosciuto Cressida. La comprensione, la compassione, lo sdegno che quell'uomo manifestava erano astratti, non rivolti a lei in quanto tale.
Pensava che fosse una buona cosa avere dei nipoti che gli sarebbero sopravvissuti.
Era una legge di natura, le nuove generazioni sopravvivevano a quelle precedenti.
Zeno le chiese di nuovo della telefonata, perch Juliet adesso taceva.
Juliet ripet quel che gli aveva detto ma pi lentamente, meno decisa.
Come un avvocato che interroga il cliente in tono affabile, Zeno le domand: "Ha detto: "Non pensavo che mi amaste tanto..." oppure: "Ero convinta che non mi amaste tanto"?".
"Credo che abbia detto: "Ero convinta"..."
"Quel "convinta"... come a voler rafforzare."
"Chiunque fosse, parlava con difficolt. In modo formale. Come chi non conosce bene l'inglese, oppure" - Juliet tacque un attimo - "come chi non parla molto."
"Ha detto proprio: "Torner a casa"?"
""Se mi voleste ancora..."."
""Voleste". Non  esattamente una forma colloquiale."
" quel congiuntivo... Oppure si tratta di qualcuno che  a disagio con la nostra lingua."
"Qualcuno che  a disagio a parlare con te."
"Ma non credo che mi conosca. Come potrebbe?"
"E come ha avuto il tuo numero di telefono di Averill Park?"
Juliet lo ignorava. In sottofondo si sentivano sempre voci allegre e acute.
""Torner a casa"... be', vedremo!"
Zeno rise, e riagganci.
Raggiunse a fatica un angolo dello studio e stramazz, con i suoi novanta chili, sul divano di pelle.
N quello n il giorno seguente, ma dopo una settimana, arriv la telefonata di un vicino di Cumberland Avenue.
"Zeno? Mi sembra che qualcuno sia steso sul tuo dondolo. Sai, quello sulla veranda laterale. Mia moglie dice che  l da un'oretta."
Zeno gli chiese chi potesse essere. Un senzatetto?
Ma un senzatetto nel quartiere residenziale di Cumberland Avenue era improbabile.
Ringrazi l'amico. Comunque aveva gi deciso che pi tardi avrebbe fatto un salto a casa, per controllare. "Vengo subito."
I veterani: il Paese ne era pieno. Le sperdute aree rurali degli Appalachi, le comunit ispaniche dell'Ovest e del Sud-ovest, gli Stati delle Grandi pianure, a ovest e a nord dello Stato di New York, brulicavano di veterani della crociata contro il terrore: uomini feriti che deambulavano a fatica, con menomazioni (visibili e invisibili), "disabili". Guidando lungo il fiume e per la citt, attraverso i quartieri operai a ovest di Carthage li vedeva sempre pi spesso, giovani, meno giovani, con le stampelle, sulle sedie a rotelle. Uomini dalla pelle scura, bianchi. Uomini feriti in guerra. Ora che le guerre in Afghanistan e in Iraq si avviavano alla conclusione, i veterani sarebbero tornati alla vita civile, come rifiuti lasciati sulla spiaggia dalla marea.
Da uomo politico, da progressista, Zeno Mayfield era partecipe del loro destino. Sapeva che il governo federale non avrebbe mai potuto ripagare minimamente i veterani per tutto quello che avevano sacrificato per il loro ingenuo patriottismo. Eppure, da padre, provava una rabbia irragionevole. Quegli uomini in guerra avevano imparato a uccidere ed erano tornati con la brama di uccidere, e sua figlia era stata ammazzata da uno di loro, una macchina assassina fuori controllo.
Si diceva che nella storia del dipartimento dello sceriffo della contea di Beechum nessun indiziato avesse rilasciato una confessione autoaccusatoria cos lunga, sconclusionata, sincera come quella di Brett Kincaid. Sembrava che si riferisse a numerosi omicidi, non solo a quello di Cressida Mayfield.
Aveva fatto i nomi dei comandanti del suo plotone. Aveva fatto i nomi dei suoi commilitoni. Avevano dovuto ricordargli che non era pi un soldato in Iraq, ma un civile a Carthage: avevano dovuto ricordargli che la persona in questione era Cressida Mayfield.
A Cumberland Avenue, Zeno constat con un certo doloroso piacere che le case dei suoi vicini erano come le aveva lasciate. La fila di alte querce, di cedri. Mancava da non pi di una settimana, ovviamente nel frattempo non poteva essere cambiato granch. Eppure prov sollievo nel vedere la sua casa e il cartello dell'agenzia con la scritta AFFITTASI piazzato vicino al marciapiede.
Parcheggi nel vialetto. Non vide subito la figura sul divano a dondolo, il pomeriggio stava cedendo il posto a una prematura oscurit, ma poi, avvicinandosi, vide pi distintamente una persona - uomo, donna? Un bambino di dodici anni? - avvolta in una coperta; il vecchio e ruvido plaid rosso tutto sporco comprato da L.L. Bean che tenevano fuori sul dondolo. Era una donna: una ragazza. Di corporatura minuta. Aveva i capelli scuri, il viso in parte coperto dal plaid. Giaceva raggomitolata come se fosse tutta infreddolita. (La temperatura era a zero gradi: era caduta una spolverata di neve, che si era subito sciolta.) Aveva il respiro roco. Lo sent quando le si avvicin. Sembrava che stesse male. Doveva chiamare la polizia? Si avvicin ancora di pi. Alla Home Front Alliance le avrebbero offerto un letto nel reparto femminile, un medico volontario l'avrebbe visitata e forse le avrebbe prescritto degli antibiotici.
Zeno indugi, a pochi passi dalla ragazza addormentata avvolta nella coperta sporca. Raggomitolata com'era, non le si vedevano i piedi. Per quanto assurdo, Zeno pens che fosse scalza. Stava male, aveva la febbre. Aveva bisogno di un medico. Ma lui, pens, sarebbe rimasto l, fino a quando non si fosse svegliata e avesse avvertito la sua presenza. Non riusciva a decidersi a svegliare quella ragazza addormentata e a rompere quell'incantesimo.

16

La madre

Marzo 2012

Era appena tornata dal centro di accoglienza. Il lungo turno al centro doveva finire alle sei del pomeriggio, ma quel giorno c'era stato un caso difficile, avevano dovuto chiamare un'infermiera psichiatrica e un agente del dipartimento di polizia di Mount Olive perch avevano ricevuto minacce di morte anonime per telefono. Era rientrata nel suo appartamento di Cross Patch Lane dopo le otto, e nemmeno dieci minuti dopo avevano suonato alla porta.
Chiunque fosse a quell'ora della sera, non ci si sentiva sicuri ad aprire. Molte volte erano state minacciate di morte. Mariti, fidanzati, protettori inferociti le aspettavano e le molestavano. Ragazze sempre pi giovani cercavano rifugio allo SpazioDonna, venivano dall'Est Europa e parlavano a malapena l'inglese, immigrate clandestine con il terrore di essere rimpatriate. Dopo essere sfuggite ai loro persecutori ed essersi rifugiate al centro d'accoglienza di Mount Olive, i loro "datori di lavoro" assoldavano avvocati aggressivi per controbattere alle denunce di abusi sessuali e di violenze mosse dalle ragazze, minacciandole di trascinarle in tribunale.
Alisandra and ad aprire. Arlette ud la voce dell'amica chiedere in tono acuto: "S?".
Sui gradini c'erano suo marito Zeno e sua figlia Juliet.
"Oh."
Rimase esterrefatta. Il suo primo pensiero fu: "Sono venuti per trascinarmi a casa".
Osserv i loro volti. Sapeva che doveva essere successo qualcosa per presentarsi l a quell'ora, ma non riusciva a capire di che si trattasse.
Juliet l'abbracci, stringendola forte. Zeno le diede un buffetto sulla spalla, con quel suo tipico sorriso ansioso.
"Possiamo entrare, mamma? Forse  meglio che ti siedi. Abbiamo delle novit."
Adesso tremava. Nei loro occhi c'era una strana euforia, eccitazione o paura.
Si mise seduta al tavolo della cucina. In seguito alla chemioterapia era dimagrita e aveva recuperato solo un paio di chili, aveva spesso dei mancamenti. In effetti qualche volta, quando era sola, era svenuta, ma non l'aveva raccontato a nessuno. Alisandra disse a Zeno e a Juliet che se avevano bisogno di lei era di sopra.
Nonostante il rombo nelle orecchie, li sent dire che Cressida era viva. Che Cressida quel giorno era tornata a Carthage. Ma era gravemente malata, era ricoverata all'ospedale di Carthage, dove sarebbero potuti andarla a trovare la mattina.
Zeno spieg di aver trovato Cressida a casa, sul dondolo, avvolta in una coperta sporca. Era semincosciente, delirava per la febbre. L'aveva portata in macchina al pronto soccorso, e l le era stata diagnosticata una polmonite.
Durante il tragitto verso l'ospedale, lui aveva chiamato Juliet. Aveva preferito aspettare prima di chiamare Arlette.
In seguito avrebbe spiegato che aveva il terrore che Cressida stesse morendo. Non poteva sopportare l'idea di chiamare la moglie e dirle di correre in ospedale in quelle circostanze.
Cressida viva! Arlette non riusciva a capire cosa le stavano dicendo il marito e la figlia.
A quanto pareva, Cressida era stata in Florida. Per quanto tempo, come aveva vissuto, cosa le era accaduto nella riserva non lo sapevano.
Zeno non aveva potuto parlare con Cressida, stava troppo male.
Che aspetto aveva? Certo, sembrava pi grande; ed era gravemente malata. Ma - sicuramente - era la loro figlia, disse Zeno. Era proprio Cressida, non c'erano dubbi.
Cosa fosse accaduto con Brett Kincaid nella riserva Zeno lo ignorava. Si era affrettato a chiamare il pubblico ministero della contea di Beechum, le autorit penitenziarie dello Stato di New York e il direttore del carcere maschile Clinton di Dannemora, dove Brett Kincaid era detenuto.
Zeno avrebbe preso altre iniziative quando Cressida fosse stata fuori pericolo. Perch ovviamente Brett Kincaid non aveva commesso nessun omicidio: aveva reso una falsa confessione alla polizia.
Forse era stato costretto dagli agenti. O forse era davvero convinto di aver ucciso Cressida.
Molto probabilmente l'aveva ferita. Ma comunque non l'aveva uccisa e non ne aveva gettato il corpo nel fiume Black Snake, come aveva affermato.
Per il momento Zeno non aveva tempo di affrontare la questione. Del fatto che Brett Kincaid fosse stato ingiustamente arrestato e messo in prigione si sarebbe occupato in seguito. Adesso era preoccupato per Cressida, ricoverata in ospedale nell'unit di terapia intensiva: aveva la febbre a quaranta, era intubata e lottava fra la vita e la morte.
Arlette fu sul punto di perdere i sensi. La notizia la sconvolse come un'improvvisa luce accecante che le incendiasse il cervello.
Con tono meravigliato, Zeno disse che l'aveva capito non appena l'aveva vista.
Cressida? Tornata, dopo sette anni? Eppure ne era certo.
Quel pomeriggio l'aveva chiamato un vicino. Lui aveva preso la macchina ed era andato subito a casa. E l, nel patio, sul vecchio dondolo nella veranda, c'era una figura distesa avvolta in una coperta, il viso seminascosto, una persona giovane, una ragazza, assai minuta, immobile; e aveva capito subito chi era.
Perch Juliet qualche giorno prima aveva ricevuto una telefonata misteriosa - aveva pensato a uno scherzo crudele - da parte di una donna che si era qualificata come Cressida.
"Ho provato a richiamare ma non ho avuto risposta. L'ho detto a pap ma non a te... per il momento... non volevo turbarti."
Zeno raccont ad Arlette che Cressida, esausta e malata, si era avvolta nel vecchio plaid rosso a scacchi comprato da L.L. Bean che usavano per il campeggio: "Sai, quello che volevi buttare e che io ogni volta recuperavo dalla spazzatura. La coperta che avevamo lasciato sul dondolo".
Arlette sorrise. "Quel plaid liso! Credevo di averlo buttato."
Zeno aveva portato Cressida, avvolta nel plaid rosso, al pronto soccorso dell'ospedale di Carthage. L'aveva presa in braccio, l'aveva caricata in macchina ed era andato all'ospedale, chiamando nel frattempo la polizia per riferire l'accaduto, poi aveva telefonato a Juliet ad Albany per avvisarla, e immediatamente lei era salita sul SUV e da Albany era arrivata in ospedale proprio mentre Cressida, che era stata visitata, veniva trasferita nel reparto di terapia intensiva. Juliet aveva visto la sorella in stato di semincoscienza ed era scoppiata in lacrime, in una sorta di esultanza mista a terrore, a stupore.
Com'era cambiata, Cressida! Eppure Juliet l'avrebbe riconosciuta fra mille.
Non aveva mai creduto che sua sorella potesse essere viva.
Sapeva, alcuni l'avevano ipotizzato, che era (teoricamente) possibile che Cressida Mayfield fosse viva, e non morta; era (teoricamente) possibile che Brett Kincaid non l'avesse uccisa, come aveva affermato; forse era fuggita, e si trovava in un luogo dove non la conosceva nessuno. Tutte ipotesi che erano circolate su Internet per almeno un anno dopo la scomparsa di Cressida, ma Juliet rifuggiva da quelle illazioni come dalla pornografia online. Non aveva mai creduto che fossero vere. Eppure adesso...
"Ti portiamo in ospedale a vederla, mamma. Andiamo!"
"S. Per favore."
Arlette accenn un sorriso. Allung le braccia verso Zeno per farsi aiutare ad alzarsi, lui la strinse nel suo abbraccio stritolante. Oh! Lo amava.
Certo che amava suo marito, era stato un errore lasciarlo. E amava Juliet. I suoi cari erano venuti da lei, avevano cercato di risparmiarle uno shock terribile, quello causato da una gioia cos intensa da risultare intollerabile, e ora l'avrebbero portata in ospedale a vedere la figlia scomparsa.
La figlia che si era rassegnata a considerare perduta. Morta, e perduta. Aveva accettato che Dio se la fosse presa, per qualche oscuro motivo che non aveva messo in discussione, come non aveva messo in discussione il nodulo grande quanto un seme di cachi al seno sinistro, n le ferite, le umiliazioni, i dolori che aveva provato nella sua vita perch in verit, nel profondo del cuore, era convinta che tutto quel che esisteva nel profondo del cuore di Dio fosse giusto, poich gli esseri umani risiedono in Dio e non possono esistere senza di Lui. Aveva accettato tutto. E aveva allontanato da s il marito, che si dibatteva e si disperava nella sua mancanza di fede, aveva abbandonato il marito che amava, perch la sua mancanza di fede era una minaccia per lei. E adesso la figlia veniva loro restituita. E adesso Dio le rivelava il mistero pi insondabile: che anche la spietata logica della Sua misericordia andava oltre il giudizio umano, andava oltre ogni sforzo di umana comprensione, di identificazione.
Si infil il cappotto. Cerc di infilarsi il cappotto.
Facendo tintinnare le chiavi della macchina, Zeno disse nel suo tono suadente ma deciso che guidava lui.

17

La sorella

Aprile 2012

In questo momento non mi sento giovane. Nel mio cuore mi sento vecchio.
La lettera che ho conservato. La lettera che ho tenuto all'insaputa di tutti. Che conservo gelosamente.
Ti amo tanto, Juliet.  l'unica certezza che ho.
Lo so: dovrei perdonarla.
Mi credono sopraffatta dalla gioia, come loro. Pensano che io sia per lei una vera sorella. Tutti lo pensano: le sorelle Mayfield, riunite.
Ma io non la perdono, credo di odiarla.
L'odio  un sentimento inconsueto e nuovo per me, che mi toglie il respiro. Come posso perdonarla, ha distrutto la mia vita e ha distrutto la vita di Brett Kincaid. Per sette anni  stata motivo di sofferenza per i miei genitori, ogni ora, ogni minuto della loro esistenza  stato avvelenato dalla sua assenza.
 il suo egoismo che disprezzo, quello che gli altri interpretano erroneamente come una malattia.
Una malattia mentale, un disagio psicologico, l'"amnesia"...
Mia sorella  moralmente minorata. Non  una persona normale.  sempre stata speciale, un'artista. Noi altri, che non eravamo speciali, che non eravamo degli artisti, eravamo costretti a scusarci per lei, ad assecondarla, a perdonarla sempre quando era scortese, sgarbata, egoista.
Tua sorella non  come le altre ragazze, Juliet. Si far strada, ma con difficolt.
Non sono pi certa di essere cristiana. In cuor mio sono cambiata.
Ma l'ho tenuto nascosto a tutti. Perch Juliet  quella bella delle sorelle Mayfield, e non ci si aspetta che diventi scettica, una miscredente come suo padre.
Voi miscredenti contate su di noi per affermare il vostro sentimento di superiorit. Avete bisogno di considerarci immutati, immutabili.
Avete bisogno di considerarci ignoranti, dei minorati mentali. Di considerarci dei bambini.
Ma io non sono pi una bambina. Ho ventinove anni.
Brett Kincaid, detenuto nel carcere maschile Clinton di Dannemora dall'aprile 2006, ne ha trentatr.
Anche se la prima condanna per omicidio colposo gli verr commutata, rimarr in prigione a tempo indeterminato, perch in carcere  rimasto coinvolto in alcuni "incidenti". Anche se la condanna gli verr commutata dal governatore, come chieder pap, ha perso sette anni di vita che nessuno potr mai restituirgli.
Oh, Juliet, che miracolo! Tu e i tuoi genitori,  sorprendente che Cressida sia tornata da voi. Come dovete essere felici!
Cos dice la gente. Cos ci vedono gli altri.
Ma dov' il miracolo? Che mia sorella sia rimasta lontana da noi per sette anni e ora sia tornata in realt non  un miracolo.
Non  tornata dal mondo dei morti. Non Cressida!
L'ha fatto intenzionalmente, credo. Per vendetta, per dispetto.
Ma  una specie di miracolo che mio padre non abbia pi bisogno di bere per sentirsi felice. E che mia madre possa affermare in tutta sincerit: "Le mie preghiere sono state esaudite. Non ho mai perso la speranza".
Nelle foto sui giornali e in TV i Mayfield ovviamente sorridono. Perfino Cressida.
Quando sono in pubblico il mio sorriso  fugace, come un fiammifero che si accende e si spegne.
Quella bella, si accende, si spegne.
Non desidero altro che tu mi voglia bene, che mi perdoni, supplicano i suoi occhi.
Lo sa, sua sorella non le vuole bene. L'antico amore, quello che lega i membri di una famiglia, l'amore che provavo per Cressida quando eravamo bambine,  svanito.
Anni fa provavo un grande orrore, una grande piet, un grande amore per mia sorella, al pensiero che fosse morta, che fosse stata "uccisa".
Ma ora non pi. Non riesco a perdonarla. Anche in ospedale, al suo capezzale, l'ho confessato a Dio che tutto comprende, perch non mi ha dato la forza di perdonare chi ci ha fatto del male, come Ges.
Si  ripresa lentamente dalla polmonite. La malattia l'ha segnata, non sembra pi una ragazza ma una donna adulta provata dalla sofferenza.
Dalla sofferenza, dal rimorso. Dal pentimento.
Cressida ha detto di essersi ammalata nel lungo viaggio in pullman verso nord. Non si era resa conto della gravit della situazione. Il suo era un caso serio, l'infezione si era estesa ai polmoni. All'ospedale di Carthage  stata sul punto di morire, e che ironia, che amara ironia, che straordinaria ironia se, mentre i reporter dei giornali scandalistici si radunavano come avvoltoi intorno alla preda, lei, la ragazza creduta morta da sette anni, fosse deceduta in ospedale per una polmonite dopo il suo "miracoloso" ritorno in seno alla famiglia.
Dio legge nel mio cuore e lo sa: avrei pregato che morisse in Florida prima ancora che mi chiamasse.
Per i miei genitori si sono completamente trasformati. E non vorrei che questo cambiasse.
Eppure riesco a parlarle. Riesco a sopportare la sua presenza.
Ci saremmo riconciliati, credo, Brett e io. Avrei sposato il mio fidanzato malgrado le lesioni riportate, malgrado il cambiamento avvenuto in lui, nella sua anima, perch lo avevo giurato.
Nella salute e nella malattia, finch morte non vi separi.
Allora ero abbastanza forte. Ero giovane - pi giovane di adesso -, ero pervasa dalla forza dell'idealismo, e del primo amore.
Per mesi l'ho portato in macchina all'ospedale dei reduci. Lo accompagnavo alla riabilitazione. Lo aiutavo a fare gli esercizi, parlavo e ridevo con lui per risollevargli il morale. Se mia sorella non si fosse intromessa nella nostra vita, avrei sposato Brett Kincaid.
Cressida direbbe: Ti ho salvato! Ti ho salvato dal matrimonio con un uomo fisicamente e mentalmente disabile, ma io risponderei a brutto muso: Non ho chiesto di essere salvata.
Per sette anni ti ho considerato morto. Come mia sorella.
E ora che mia sorella  tornata in vita, anche tu sei tornato in vita.
Mio padre  convinto che sarai scarcerato. Far il possibile per aiutarti.
Non posso vederti. Non ti rivedr pi.
Non ho mai avuto il coraggio di vederti. Mia madre ti ha fatto visita molte volte e voleva parlarmi di te, ma io la interrompevo: No!
Avrebbe voluto portarmi con lei a farti visita. Ma io dicevo: No!
Perch, Juliet? Perch no? Vieni con me, almeno una volta. Brett vorrebbe vederti. Mi chiede di te, del tuo matrimonio, dei tuoi bambini. Dice che  felice per te.  evidente che ti ama ancora.
Vederti sarebbe molto importante per Brett.
(Ho pensato che mia madre fosse pazza. La sua misericordia cristiana era una follia. Se Zeno avesse saputo che mi chiedeva di accompagnarla in prigione, che mi implorava, sarebbe rimasto sconvolto, e si sarebbe infuriato con lei. Tua madre non  lucida. Tua madre ha subito una profonda perdita, non ragiona pi bene. Non starla a sentire!)
Un tempo ho giurato che sarei stata la tua sposa devota ora e per sempre Amen.
Non eravamo sposati. Non lo siamo mai stati. Eppure te l'ho giurato e tu l'hai giurato a me e a Ges nostro Salvatore: Ora e per sempre Amen.
Sar sempre cos. Anche se non ci rivedremo pi.
Ho una nuova vita, sono una donna felice. Sono fortunata, ho un marito che mi ama e degli splendidi bambini.
Sono forte, posso perdonarla. Zeno dice di perdonarla, non la si pu biasimare, da un punto di vista legale non la si pu accusare di nulla: non ha violato nessuna legge scomparendo per sette anni.
E da un punto di vista morale?  responsabile da un punto di vista morale? ho chiesto a Zeno.
E Zeno ha risposto cauto: No. Non  responsabile n da un punto vista morale n legale.
E perch non  responsabile da un punto di vista morale, Zeno? ho chiesto.
Era una domanda freddamente calcolata. Non dettata dalla rabbia, dalla collera. Ma Zeno mi ha fissata come se non si aspettasse che quella bella pronunciasse una frase cos orribile.
Tua sorella  stata male. Non sappiamo cos'ha passato. La sua salute ne ha risentito. A quanto pare ha condotto un'esistenza disperata. Non possiamo giudicarla. Possiamo solo rallegrarci che sia tornata da noi.
Ma io posso giudicarla. E la giudico. Severamente.
 tornata per liberare Brett Kincaid. A distanza di anni.
Fra un po' di tempo, spero non pi di qualche mese, Brett potr essere scarcerato sulla parola, o forse la sua sentenza sar commutata.
Zeno parlava con aria meditabonda, passandosi la mano sulle guance ora ben rasate. Le mani gli tremano di meno, la voce  meno incerta da quando ha smesso di bere.
Non gli ho detto che Brett Kincaid era il mio vero amore. Sar sempre cos, anche se io sono cambiata. La odier sempre, perch ha distrutto il mio amore.
Con coraggio dice: Ma io voglio! Devo.
Non posso pi nascondermi, dice.
Tre giorni dopo che  stata dimessa dall'ospedale, mia madre e io portiamo Cressida in macchina al parco dell'Amicizia.
Guido io. Mia madre  seduta accanto a me, Cressida dietro, si sorregge alla maniglia, rigida, l'espressione assente e allarmata come per paura di qualcosa.
Nello specchietto il suo volto campeggia come una luna calante.
Pallida, gli occhi cerchiati, i capelli ricci scuri pi radi a causa della malattia:  mia sorella? Da quando  tornata provo un continuo sconcerto nel vederla, e cos vicina a me. Ho pensato: " una persona da compatire, e allora perch non riesco a compatirla? Ha distrutto delle vite ma non ha risparmiato se stessa".
All'ospedale si  ripresa lentamente. Ha contratto delle infezioni, tutte potenzialmente letali. Ci hanno detto che ha il fegato malandato, e che forse il danno  irreversibile; ha i globuli bianchi alti ed  anemica; inizialmente sono emerse anomalie negli esami del sangue, sembravano indicare che Cressida era sieropositiva all'HIV, ma poi, con il miglioramento generale delle sue condizioni di salute, sono scomparse.
(Sieropositiva! La famiglia era rimasta sbalordita. Come si era infettata Cressida? Che vita aveva condotto, in quei sette anni?)
 un pomeriggio tiepido di fine aprile, con sprazzi di sole. Nel fiume Nautauga si vedono riflessi sgargianti simili a vetri rotti, folate di vento spazzano gli alberi in boccio sulla sponda. Al parco dell'Amicizia, sui gradini dell'ampio e antico gazebo in stile vittoriano, una giovane donna in un abito d'un bianco smagliante viene fotografata,  una giovane sposa immortalata con lo sposo. Veste un abito lungo, con le maniche lunghe, il velo e uno strascico che ricade sui gradini del gazebo, ridicolo eppure commovente. Ha i capelli biondi dorati acconciati a trecce; il velo di pizzo le scende dal capo increspandosi al vento. Mentre osservo la scena non mi accorgo che sto alzando il pedale dall'acceleratore, finch Arlette non interrompe la mia fantasticheria: Oh, s, che belli.
Come se volesse aggiungere: Oh, s, che coraggio, a rischiare cos.
Il mio abito da sposa. Un modello splendido, che non  mai stato cucito. Bellissimo, di pizzo color avorio, seta color avorio, la schiena di merletto, il corpetto plissettato e la gonna scampanata, mai cucito.
Il mio velo, lo "strascico".
(Lo strascico  una cosa stupida, strofina a terra, sui gradini sporchi. Che senso ha, quella candida seta smagliante, splendida e costosa, subito insudiciata.)
Quel modello da sposa ci era rimasto impresso. Alla mia amata madre, e a me.
Per questo, quando mi sono sposata con mio marito, mi  sembrato un secondo matrimonio.
Il primo non  mai avvenuto, eppure mi  rimasto impresso. Il secondo c' stato, ma non ne serbo ricordo.
Non eravamo una "sposa" e uno "sposo" - non indossavamo i classici abiti nuziali -, non ci siamo sposati con una cerimonia sfarzosa. Il matrimonio  stato celebrato (si dice cos? Mi sembra la parola appropriata) da un giudice di Albany, un amico della famiglia Stedman.
Non indossavamo abiti nuziali. Erano le dodici di un giorno feriale. Nell'ufficio dell'amico di mio marito, tappezzato fino al soffitto di manuali e riviste di diritto. E, a parte i familiari, a quella simpatica ma sbrigativa cerimonia civile erano state invitate pochissime persone.
Io indossavo un tailleur di lana beige scuro con la gonna plissettata che Arlette aveva acquistato al prezzo scontato di ottantacinque dollari, un Versace "usato". (Dopo averlo comprato ci siamo accorte che il completo era lievemente macchiato sulla manica, ma in maniera impercettibile, Arlette era certa che non l'avrebbe notato nessuno.) David indossava un gessato scuro, una camicia di seta bianca e i gemelli.
Ho voluto cos. Un matrimonio "discreto e intimo". E anche David  stato d'accordo, quando ha compreso pi chiaramente le vicende che avevano contrassegnato la vita della sua fidanzata.
Perch temevo che i media, sempre all'erta, venissero a sapere della mia nuova vita, del mio matrimonio e di mio marito; e in seguito ho temuto che scoprissero la nascita dei miei figli.
Soprattutto ho sempre temuto i giornali scandalistici, spietati, scaltri e senza cuore, con quell'istinto da uccelli rapaci che si affollano sulla preda volteggiandoci sopra e sbattendo le grandi ali nere, impazienti di divorarla.
Gli uccelli rapaci spuntano dal nulla e si radunano in gruppo. Cos i moscerini, che a quanto pare nascono da uova microscopiche deposte sulla superficie e sulla buccia della frutta, il che fa sembrare che sia la frutta stessa a generarli.
Prima di David, altri uomini - non molti - erano stati attratti da me, credo perch ero "balzata agli onori delle cronache", anche se lo capivo solo dopo un po' che li frequentavo. Ma David Stedman non ha mai fatto domande. Forse sapeva di Cressida, e del caporale Brett Kincaid, immagino di s, ma non mi ha mai chiesto niente; poi una sera gliene ho parlato.
Lui mi ha preso la mano, e l'ha baciata. David non  un uomo impulsivo e so che pap non si sente a suo agio con lui perch non ride facilmente alle sue battute; ma  una persona sincera, fedele, non c' bisogno che mi rassicuri, come ha fatto quella sera, che mi amer e mi protegger da ogni male. Non posso cancellare il passato. Per cui pensiamo al nostro futuro insieme.
S, amo moltissimo mio marito, amo mio marito e i nostri due bambini pi della mia vita!
Allora come posso odiarla, come posso odiare mia sorella, colei che ha reso possibile la mia vita con David e i nostri bambini? Sono loro il mio futuro.
Come posso non perdonare questa persona che ha agito in modo cieco e incurante delle sofferenze che ha inflitto agli altri e a se stessa?
Nella tua lettera, che avrei dovuto aprire solo se non fossi tornato dall'Iraq, dicevi che i figli che avrei avuto da un altro uomo, mio marito, sarebbero stati anche tuoi.
Se fossi morto in Iraq. Se fossi morto per le ferite riportate. Se non fossi pi tornato per sposarmi.
E cos a volte mi pare che i bambini che ho avuto da David Stedman in qualche modo siano anche tuoi.
Prima che andassi via per la seconda volta, e che rimanessi gravemente ferito. Prima che la tua anima fosse ferita. Quando eravamo insieme, e piangevamo perch saremmo dovuti rimanere lontani cos a lungo e i nostri progetti apparivano incerti eppure giacevamo insieme in un tale stato di beatitudine, simile a una sorta di innocenza, io pensavo: "Se rimanessi incinta adesso, sapremmo che il nostro amore  benedetto".
E le tue parole facevano eco ai miei pensieri, che non avevo pronunciato ad alta voce:  come se stanotte fosse stato deciso qualcosa, vero? Oh, Dio.
Eravamo cos felici, come se una fiamma pura e sfolgorante ardesse sopra il nostro letto abbagliandoci, mentre ci riscaldava e proteggeva dal mondo.
" bellissimo. Che magnifica giornata."
Siamo andati in macchina al parco dell'Amicizia. Il primo giorno di Cressida al sole. Si guardava intorno, entusiasta, curiosa. Era un paesaggio familiare, quand'eravamo bambine ci portavano spesso al parco dell'Amicizia a fare picnic e scampagnate, ma adesso a Cressida sembrava tutto diverso. Arlette le indicava quel che era cambiato, il palco dell'orchestra restaurato, uno spiazzo per i giochi pi grande.
Ora gli occhi di Cressida sono sensibili alla luce, perci lei indossava un paio di miei occhiali da sole. E in testa aveva un foulard colorato, uno di quelli che la mamma usava prima di mettere la parrucca, che le dava un'aria festosa da convalescente.
Abbiamo detto a Cressida del sentiero escursionistico intitolato a lei. L'avevamo avvertita della panchina con la targa: CRESSIDA MAYFIELD 1986-2005. Ha fissato la targa. Ci ha passato sopra le dita.
"L'hai fatto per me, mamma?  molto bella."
"Non sono stata solo io. Hanno contribuito anche altre persone. E Zeno e Juliet ci hanno aiutato, naturalmente."
Era vero? Dubito che Zeno abbia partecipato, soffriva per tutta quell'attenzione rivolta alla nostra perdita cos intima. Quanto a me, sono stata coinvolta solo in minima parte, per lo stesso motivo.
Il dolore della mamma era pubblico, voleva a tutti i costi alimentare negli altri il ricordo della figlia scomparsa; voleva che la scomparsa della figlia rimanesse nella memoria collettiva di Carthage, ci aveva raccontato che altre madri che avevano perso figlie e figli l'avevano abbracciata, avevano pianto con lei.
Come se ci fosse un fiume di dolore. E tutti dobbiamo guadarlo, e farci trasportare dalla sua corrente, prima o poi.
"Mi sembra di essere un fantasma. Che ritorna."
La voce di Cressida era un rauco sussurro. Le corde vocali erano ancora infiammate per via della polmonite.
Arlette ha detto: "La targa verr rimossa presto! Le autorit del parco lo hanno promesso".
"Qui a Carthage mi odiano tutti? Al loro posto lo farei anch'io."
"No, Cressie! Non  affatto cos. Tutti sanno che sei stata male."
Arlette si  seduta sulla panchina, in uno sprazzo di sole. Ha fatto segno a Cressida e a me di sederle accanto e io ho obbedito, ma Cressida  rimasta in piedi.
Cressida indossava dei pantaloni leggeri color cachi e un maglioncino; era ancora molto magra, e aveva un pallore malsano, ma stava recuperando la sua vecchia energia, che riaffiorava a momenti.
Al dito medio della mano sinistra porta un anello a forma di stella - d'argento, credo - non bello. L'anello  troppo largo per il suo dito sottile, per cui ci ha rozzamente avvolto del filo intorno e ha la mania di rigirarlo nervosamente, gira e rigira l'anello attorno al dito, con gesto meccanico, esasperante, provo un'impazienza da sorella, vorrei darle uno schiaffetto sulla mano per farla smettere.
Anche quando eravamo ragazzine e vivevamo insieme, Cressida aveva delle manie esasperanti, batteva il piede, lo contorceva, a cena non stava mai ferma sulla sedia, faceva sospiri rumorosi, scortesi; si grattava la testa, la faccia, le ascelle, Dio sa cos'altro, incurante degli altri come una scimmietta. Davvero i miei trovavano carina "Cressie"?
Il suo sarcasmo, l'abitudine di interrompere gli altri - soprattutto la sorella maggiore -, davvero trovavano tutto questo delizioso? La scortesia con cui trattava le sue poche amiche, il modo altezzoso con cui parlava dei compagni di classe pi "simpatici" e di molti insegnanti -, davvero trovavano tutto questo ammirevole? L'unica volta in vita mia in cui ricordo di aver turbato mia madre  stata quando, in un momento di debolezza, le ho confessato che avevo paura di avere dei figli, temevo di essere portatrice di qualche predisposizione genetica all'"autismo" o alla "personalit borderline" - comunque si potesse definire la malattia di Cressida, e non potevo sopportare di trasmetterla a un figlio. Arlette mi ha guardato senza capire minimamente.
Juliet, che diavolo stai dicendo? Non capisco.
Allora ho lasciato cadere subito il discorso. Ma ho condiviso la mia preoccupazione con David, all'epoca il mio fidanzato. E David ha risposto: Per favore, Juliet! I nostri bambini saranno bellissimi, intelligenti e perfetti, abbi fede.
Cressida mi ha detto qualcosa della sua vita in Florida, ha accennato di aver vissuto con una donna in diversi posti e in varie citt, e anche se si volevano bene non stavano insieme.
Sono rimasta scioccata nel sentire quelle cose da mia sorella. Ma ovviamente Cressida non  pi una bambina,  una donna adulta di venticinque anni. Non abbiamo mai parlato di sesso, non abbiamo mai affrontato questioni intime, di natura sessuale o sentimentale. Cressida aveva la tendenza a disdegnare certe predilezioni come semplici debolezze a cui lei non era soggetta.
Non si  mai innamorata, ha detto. Cio, non  mai stata innamorata di un'altra persona che contraccambiasse il suo amore.
A questo punto ha fatto una pausa. Non  stato un momento piacevole. Nel silenzio le tremavano le palpebre.
S, lo amavo, il tuo fidanzato. Certo che lo amavo, e il mio amore egoistico ha accelerato la rovina delle nostre vite.
In tono cauto ha aggiunto che stava imparando ad amare. Pu esserci felicit in questo, e un significato recondito. Amare un'altra persona senza aspettarsi niente in cambio.
Avrei voluto urlarle qualcosa in faccia. Avrei voluto darle uno schiaffo sulla mano, farle volare via dal dito quell'anello rozzo.
Con pacatezza, nel mio solito tono dolce, le ho detto che s, poteva essere un modo di vivere. Una vita piena e ricca, di amore.
Mi sono ricordata di un aspro rimprovero che mia sorella ci aveva rivolto anni prima, per ridicolizzare tutti noi della famiglia che facevamo volontariato per degli enti assistenziali, aveva citato il poeta Auden e una sua battuta cinica sugli assistenti sociali, su quale fosse lo scopo di aiutare gli altri.
Ma adesso Cressida parlava con sincerit. Adesso dovevamo ritenerla sincera.
Amore!
Come una persona che da un po' di tempo non cammina senza che qualcuno la sorregga, Cressida si  incamminata lungo un sentiero cosparso di foglie che corre tra i boschi e torna al punto di partenza dopo tre chilometri. Arlette e io, sedute, la guardavamo percorrere il sentiero - a passo malfermo, ma con entusiasmo - come un bambino un po' goffo, e ci stringevamo convulsamente le mani.
Tutte e due le avevamo fredde. Le dita di Arlette sono sempre fredde.
Mi  venuto da pensare: "Fuggir di nuovo. Sparir. Stavolta nel fiume. Ecco perch  tornata da noi, per mettere fine ai suoi giorni".
Sul fiume Nautauga, a una quindicina di metri sotto il promontorio dove sorge il parco, c'erano i soliti riflessi delle nubi che sfilavano veloci vorticando in alto sopra di noi. Anche se di notte faceva ancora freddo, quelle giornate di aprile inoltrato erano miti, calde. Si avvertiva la sottile attrazione del fiume, come una forza gravitazionale.
Dopo che Brett era uscito dalla mia vita, dopo che il mio amato Brett mi aveva allontanato come si spinge via una ridicola barchetta di carta, spesso mi sporgevo sul fiume, appoggiata al parapetto. Pensavo: "Ges non mi abbandoner, sarebbe crudele. Allora perch Ges ha permesso che il mio fidanzato mi voltasse le spalle?".
A Carthage la gente credeva che fosse stata Juliet Mayfield a rompere il fidanzamento con il caporale Brett Kincaid. Si pensava che la figlia bella dei Mayfield fosse una stronza superficiale e opportunista che si meritava commenti sgarbati, sguardi sconci, disprezzo.
Impossibile chiarire un tale equivoco. Perch quelle frasi erano mormorate di nascosto, mai pronunciate apertamente. Le occhiate di antipatia rimanevano sfuocate, le coglievi con la coda dell'occhio.
Alla fine anche Brett mi aveva deriso. Era come se il suo corpo straziato, il suo viso pieno di cicatrici mi deridessero. Lascia perdere.  una stronzata. Vattene per conto tuo. Non guardarti indietro.
Sul sentiero cosparso di foglie, gli escursionisti superavano Cressida, camminando veloci sulle gambe muscolose. Forse la salutavano, come fanno spesso in quelle occasioni, anche se non sembravano riconoscerla.
Dopo circa mezzo chilometro, Cressida ha fatto dietrofront. Come se avesse esaurito le energie,  tornata da noi zoppicando, e mentre si avvicinava, all'improvviso  scoppiata a piangere.
Stava per svenire? Per cadere in ginocchio? Con stupore abbiamo visto mia sorella inginocchiarsi d'un tratto nell'erba sul ciglio del sentiero. L'abbiamo sentita dire con voce roca: "Sono cos grata. Cos grata". Come una penitente giaceva distesa a terra con le braccia aperte e il volto che non vedevamo, nascosto com'era in mezzo all'erba smorta di inizio primavera, e mi  sembrato che baciasse la terra per l'immensa gratitudine di aver riottenuto la propria vita.
La terra che aveva profanato con il suo astio, il suo odio. Ora amava quella terra di un amore convulso.
Lo sapevo. Cressida non aveva bisogno di spiegarlo.
Sei stata ferita. Ora stai guarendo. Noi guariremo con te. Ti amiamo.
Mentre tornavamo a casa, Cressida mi ha detto: Juliet, mi perdoni?
Ho risposto, calma: Non c' niente da perdonare.

Epilogo

Aprile 2012

Sto guidando sotto il lungo muro.
Un muro alto diciotto metri che sembra non finire mai.
Viaggio da sola, verso Dannemora. Vedr Brett Kincaid da sola, nel carcere di massima sicurezza di Dannemora.
Vedr lui - Brett - senza mia madre. Arlette mi ha proposto di andarci insieme, ma le ho detto di no, sarebbe stato troppo facile per me.
Ho guidato per strade di montagna. Strade strette, tortuose, ipnotiche, attraverso gli Adirondack.
Questa  la mia nuova vita. La vita che mi  stata restituita. Avr sempre caro il ricordo di Brett, che mi ha aiutata quando sono caduta dalla bicicletta a Waterman Street. Il modo in cui ha raddrizzato il manubrio e il parafango, che altrimenti avrebbe sfregato contro la ruota.
Avr sempre caro il ricordo di come mi ha accompagnata a casa quel giorno. La gentilezza e la tenerezza che albergano nel profondo del suo cuore.
L'altro Brett, il caporale Kincaid,  uno sconosciuto.
L'altro Brett: anche lui va amato.
Zeno  fiducioso che Brett uscir dal carcere entro un anno.
Zeno si  rincuorato e rianimato,  tornato quello di un tempo, fa un mare di telefonate: alla pubblica accusa del tribunale della contea che si  occupata del caso, alla Corte d'Appello dello Stato di New York, all'ufficio del governatore, al dipartimento per gli Affari dei veterani e all'ufficio del procuratore per la Grazia a Washington, D.C.
E poi a un'organizzazione di veterani, il Progetto guerriero ferito.
Anch'io aiuter Zeno! Far il possibile per aiutare Brett.
Te lo prometto, Brett! Finch sarai in prigione qui, vivr a Dannemora, e ti sar amica.
Sar un'amica fedele, ma non mi aspetto che anche tu mi ami, ti prego di capirlo.
Ormai non sono pi un'ingenua, sono una donna adulta.
Arlette mi ha detto: Brett  cambiato. Non  pi il disabile che conoscevamo n il giovane Brett che abbiamo conosciuto, ma  un'altra persona,  come uno che si  appena svegliato da un sogno angosciante, smanioso di svegliarsi del tutto, e disposto a incontrarmi.
Arlette mi aveva suggerito di scrivere a Brett per chiedergli il permesso di andarlo a trovare e lui ha risposto di s.
La mia lettera era breve. La sua risposta ancora pi breve.
Arlette mi ha consigliato: Non parlargli in continuazione. Siedi con lui, state insieme. Non farlo innervosire e lui non far innervosire te. Se non sai cosa dire non dire niente, le parole giuste verranno da sole.
Fai come i quaccheri: aspetta la Luce interiore.
Far cos. Aspetter la Luce interiore.
In un piccolo ristorante nella cittadina di Mountain Falls sugli Adirondack una cameriera mi chiede se sto andando a Dannemora e io le rispondo di s. Dice che quelli che vanno in visita al penitenziario si fermano sempre a Mountain Falls. Dice che la maggior parte sono donne: madri, mogli, fidanzate. Dopo un anno di carcere, quelli che fanno visita ai detenuti desistono, per lo pi solo le donne continuano ad andarli a trovare.
La cameriera mi chiede se quella che sto andando a trovare  una persona particolare.
Non so bene cosa rispondere a questa strana domanda. Le dico di s,  una persona particolare. Ha combattuto nella guerra in Iraq ed  rimasto gravemente ferito, ma non tanto da evitare che lo Stato di New York lo rinchiudesse in un penitenziario di massima sicurezza.
Le ho detto che questa  la mia prima visita. Passer la notte a Dannemora e lo incontrer domani mattina e... mi sento... un po' spaventata...
La cameriera abbassa la voce per non farsi sentire dagli altri clienti: Oh, tesoro, sono tutti spaventati ma poi si abituano. La prima volta  la pi dura, lo vedi con la divisa della prigione ma poi ci fai l'abitudine, sai? Anch'io ci sono stata, a trovare un tale che conosco.
La cameriera mi parla della visita a Dannemora. Mi dice di prepararmi a passare i controlli di sicurezza. Mi spiega che i distributori automatici non funzionano bene. Mi consiglia di mostrarmi educata e gentile e di non fare caso alle stronzate che ti dicono le guardie, che possono anche impedirti di entrare, possono mandarti a monte la visita dopo tutto il viaggio che ti sei fatta.
Sono seduta in un spar. A un tavolo di finto legno di cedro. Mi sento invadere da una tremenda sensazione di debolezza, temo di crollare. Ho paura di scoppiare in lacrime. Di mettermi a piangere davanti a degli estranei. La cameriera se ne accorge e mi dice: Oh, tesoro, andr tutto bene. Davvero, vedrai. Devi solo fare una cosa per volta. L'importante  non mettersi a piangere. Quando lo vedi, non piangere. A lui non farebbe bene, e nemmeno a te. Un uomo non vuole vedere le lacrime, le lacrime sono pericolose per lui, perch un uomo non vuole piangere. Quindi non farlo.
Sto percorrendo la Route 375, la statale che attraversa la campagna e conduce a Dannemora. Tanti chilometri,  un viaggio faticoso. Sono stata imprudente a venire da sola, Zeno non voleva. Arlette voleva accompagnarmi. Juliet non ha detto niente, nemmeno una parola.
Mia sorella ama ancora Brett Kincaid. Il giovane soldato, con quella sua aura d'innocenza.  innamorata del ricordo che ha di Brett Kincaid prima che lui rimanesse ferito, non vuole vederlo e sentire quell'amore e quel desiderio risvegliarsi in lei.
Io ho capito quell'amore. L'ho capito e ho provato un'amara gelosia, e dispetto. Ho ucciso il loro amore, e non potranno mai davvero perdonarmi.
Devo accettare il fatto che non potranno mai davvero perdonarmi. Non vorrei che Juliet mi perdonasse. N Brett.
 Cressida che dovrebbe stare in prigione. Cressida, quella intelligente, dietro il lungo muro, come un'appestata.
Lo shock alla vista del lungo e alto muro che corre accanto alla strada, e del primo cartello: PENITENZIARIO MASCHILE DI CLINTON.
La sensazione nauseante di claustrofobia, di disperazione nella prigione di Orion. La camera della morte, la campana subacquea color carta da zucchero che racchiudeva la morte.
Ricordo la sensazione di crollo improvviso, di disperazione, come se le molecole del corpo fossero sul punto di disgregarsi. La propriocezione del corpo annullata.
Ero stesa sul tavolo della morte. Avevo le cinghie vicino ai polsi, alle caviglie. Ma non mi hanno legata, non mi hanno iniettato il veleno. Non sono morta.
Arlette mi ha avvisato: Oh, tesoro, una prigione  un posto terrificante anche da fuori.
Dovrai farti coraggio. Dovrai farti forza, nascondergli la tua angoscia.
Ho deciso: mi trasferir a Dannemora per stargli vicino e far la pendolare - se potr - dall'universit di Burlington, nel Vermont. Porter dei libri a Brett - se potr - e gli dar lezioni private - se potr...
Sar il tramite di Brett Kincaid con il mondo. Se lui me lo permetter.
Sto guidando sotto il lungo muro. Adesso sono dentro a Dannemora, un posto a cui nei prossimi mesi mi abituer.
Un muro di cemento, lungo e alto, che sembra interminabile. Come in un film di una fiaba. Alla destra di chi guida la visibilit  drasticamente limitata dal muro, ti assale una sensazione di claustrofobia, ti senti recluso.
Adesso mi aspetta la procedura d'ingresso: all'arrivo di un visitatore, una guardia carceraria chiama il detenuto. Il visitatore non entra nel carcere fino a quando il detenuto non si trova nella sala d'attesa. Poi, alla fine della visita, il detenuto viene scortato fuori, e il visitatore lascia il carcere. Arlette mi ha detto: Tra voi ci sar una barriera di plexiglas e dovrai parlare attraverso una piccola grata, ma presto ti sembrer tutto naturale.
Quanto presto, mi chiedo, sembrer tutto naturale fra me e Brett Kincaid?
Sto guidando sotto il lungo e alto muro nel villaggio di Dannemora. Sto guidando sotto il lungo muro.
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FINE.
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Ringraziamenti
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Una versione ridotta del secondo capitolo  apparsa su Fighting Words, a cura di Roddy Doyle, 2011.
Ringrazio l'ex marine Mariette Kalinowski, sergente del Corpo dei Marines statunitensi, e Martin Quinn, entrambi borsisti della fondazione Hertog presso l'Hunter College, per aver letto il manoscritto con cura particolare; ringrazio anche Greg Johnson per la sua imperitura amicizia, l'acutezza d'occhio e d'orecchio, e l'impeccabile giudizio letterario.
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FINE.