JOYCE CAROL OATES.
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MISFATTI.
Racconti di trasgressione.
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Titolo originale: Faithless. Tales of Transgression.
Traduzione di: Alberto Pezzotta.
Copyright  
Prima edizione Bompiani febbraio 2003.
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2003. Bompiani Editore, RCS Libri, MILANO. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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In questa raccolta Joyce Carol Oates esplora il lato misterioso della psiche di uomini e donne apparentemente normali, addentrandosi nel labirinto delle loro ossessioni con lucidit impietosa e profonda umanit. L'ossessione di un ragazzo per le pistole, la terribile vendetta di una ragazza brutta, il fanatismo omicida di una setta religiosa, una passione amorosa che varca i confini della sanit mentale: un intero universo, denso di misteri e di pericoli, che con un sottile brivido di angoscia accompagna il lettore ben oltre la parola fine.
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L'AUTRICE.
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Joyce Carol Oates  nata a Lockport, Stati Uniti, il 16 giugno 1938. Dopo essersi laureata comincia la sua fertilissima attivit di autrice e si stabilisce con il marito a Detroit. Insegna quindi all'Universit di Windsor in Canada e dal 1978 al 2014 all'Universit di Princeton. Dal 1978  anche membro dell'American Academy of Arts and Letters nonch Professor Emerita in the Humanities col corso di Scrittura Creativa. Successivamente  professore alla University of California di Berkeley, dove insegna "short fiction".
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Gi nel 1970 venne consacrata come una delle massime scrittrici del suo paese con il National Book Award, il pi importante premio letterario degli Stati Uniti ed ha vinto anche numerosi altri premi letterari, inclusi due O. Henry Award, la National Humanities Medal e il Jerusalem Prize;  stata inoltre finalista del Premio Pulitzer.
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Autrice e intellettuale americana eclettica, tra le pi prolifiche della letteratura americana. Ha frequentato ogni genere letterario in prosa e in versi: romanzi, racconti, narrativa per l'infanzia, poesie, drammaturgie, saggi; ha pubblicato nell'arco di sessant'anni oltre cento libri. Come ha osservato lo scrittore John Barth "L'opera di Joyce Carol Oates copre ogni angolo della mappa estetica". Oggi  unanimemente annoverata tra i pi importanti autori mondiali.
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MISFATTI. Racconti di trasgressione.
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"Questi racconti sono dedicati ad Alice Turner e a Otto Penzler".
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Quando una persona non ama troppo, non ama abbastanza.
PASCAL.
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PARTE PRIMA:
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Au Sable.
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Agosto, all'imbrunire. Nel silenzio della villetta di periferia squill il telefono. Mitchell esit un istante prima di alzare il ricevitore. "Ed ecco la prima nota sbagliata". A chiamare era il suocero di Mitchell, Otto Behn.
Otto non telefonava mai prima delle undici di sera, quando scattava la tariffa notturna. Anche quando sua moglie Teresa era stata in ospedale.
"La seconda nota sbagliata. La voce". "Mitch? Pronto! Sono io, Otto." Il tono era stranamente alto, ansioso, come se Otto fosse pi lontano del solito, e temesse che il genero non lo potesse sentire. Ma sembrava anche cordiale, perfino brioso, come in quel periodo era di rado. Lizbeth, la figlia di Otto, era arrivata a temere le sue telefonate notturne: appena alzavi la cornetta, Otto si lanciava in una delle sue interminabili invettive che non si sapeva mai se prendere sul serio, un po' in stile Lenny Bruce (un idolo di Otto alla fine degli anni Cinquanta). Adesso che aveva passato gli ottanta, anche Otto era diventato un arrabbiato: ce l'aveva su col cancro di sua moglie, con i suoi malanni cronici, con i vicini di Forest Hills (marmocchi rumorosi, cani che abbaiavano, tosaerba, aspirafoglie), con le due ore di attesa "in una ghiacciaia" per la sua ultima risonanza magnetica, con i politici - compresi quelli che aveva aiutato in campagna elettorale quindici anni prima, durante la prima ondata di attivismo postpensionamento, dopo avere smesso di insegnare alle superiori. Era con la vecchiaia che ce l'aveva su Otto, ma chi aveva il coraggio di dirglielo? Non sua figlia, e di certo non suo genero.
Questa sera, comunque, Otto non era arrabbiato.
Con un tono caldo e affabile, anche se appena forzato, chiese a Mitchell come andava il lavoro (era architetto in uno studio), come stava Lizbeth (era figlia unica), e come stavano i loro meravigliosi figli (ora cresciuti e indipendenti, ma adorati da Otto quando erano piccoli). E and avanti cos per un pezzo finch Mitchell, a disagio, riusc a dire: "Senti, Otto, Lizbeth  fuori a fare spese, e torner verso le sette. Ti devo far richiamare?"
Otto rise sonoramente. Quasi si vedeva la saliva che luccicava sulle sue labbra carnose. "Non ti va di parlare col vecchio, eh?"
Mitchell cerc di ridere anche lui. "Otto,  da un bel po' che parliamo."
Otto si fece serio. "Mitch, amico mio, sono lieto che abbia risposto tu, e non Bethie. Non posso stare qui molto, e forse  meglio che parli con te."
"S?" Mitch avvert un'ombra di terrore. In trent'anni, era la prima volta che Otto Behn lo chiamava "amico". Teresa doveva avere avuto un attacco. Che stesse morendo? A Otto tra l'altro era stato diagnosticato il morbo di Parkinson, tre anni prima. Non era ancora un caso grave. O lo era diventato?
Mitchell aveva la coda di paglia perch lui e Lizbeth non andavano a trovare l'anziana coppia da quasi un anno, anche se vivevano a meno di duecento miglia di distanza. Lizbeth, in compenso, non mancava mai di telefonare, di solito la domenica mattina, sperando (spesso invano) di parlare prima con la madre, che al telefono cercava di essere espansiva e ottimista; ma l'ultima volta che erano andati a trovarla, erano rimasti scioccati dal suo peggioramento. La povera donna veniva da mesi di chemioterapia ed era ridotta a uno scheletro, con la pelle simile a cera. Pochi anni prima, passati i sessanta, era stata una donna esuberante, robusta e tonda come una pignatta. Per tacere di Otto, che non si capiva se facesse apposta a esagerare il tremito delle mani, mentre si produceva in una buffa geremiade contro le cospirazioni di infermieri, mutue a pagamento ed extraterrestri. Che visita penosa e spossante. In macchina, tornando a casa, Lizbeth aveva recitato i versi di una poesia di Emily Dickinson: "O Vita, cominciata nel Sangue fluente, e consumata opacamente!"
"Ges," disse Mitchell con la bocca secca, rabbrividendo. "E' proprio cos, eh?"
E adesso, a dieci mesi di distanza, Otto stava parlando al telefono con la massima tranquillit, come uno che discutesse della vendita di un terreno, di "una certa decisione" a cui erano arrivati lui e Teresa. Dei globuli bianchi di Teresa o della propria "salute di merda" non era neanche il caso di parlare, tanto entrambi gli argomenti erano chiusi. E Mitchell a cercare di raccapezzarsi, appoggiandosi alla parete, d'un tratto privo di forze. "Sta succedendo tutto troppo in fretta. Che cosa diavolo significa?" "Avevamo deciso di non dire niente a te e Lizbeth, ma sua madre a luglio  tornata in ospedale. E quando l'hanno rimandata a casa, abbiamo deciso. Non c' nulla da discutere, capisci, Mitch? E' solo per informarvi. E per chiedervi di onorare i nostri desideri."
"Desideri?"
"Ci siamo messi a sfogliare album e vecchie foto. E ci siamo divertiti un mondo: cose che non vedevo da quarant'anni. E Teresa che non la smetteva di dire: 'Cavoli! Abbiamo fatto questo? Abbiamo vissuto tutte queste cose?' Ci si sente strani e, per cos dire, avviliti, quando ci si rende conto di essere stati maledettamente felici, persino quando non lo sapevamo. E non lo sospettavo neanche, ti devo confessare. Sono cos tanti anni, sessantadue, che stiamo insieme Teresa e io, e ti verrebbe da pensare che  una cosa deprimente. Ma non lo , se sei dell'umore giusto. Come dice Teresa: 'Questa  come se fosse la nostra terza vita, vero?'"
"Scusami," disse Mitchell, con il sangue che gli rombava nelle orecchie, "ma qual  la 'decisione' che avete preso?"
"Dunque," disse Otto, "quello che ti chiedo  di onorare i nostri desideri in proposito. Penso che tu capisca."
"Io... cosa?"
"Non ero sicuro di volerne parlare con Lizbeth. Chiss come l'avrebbe presa. Ti ricordi quando i vostri figli sono andati al college?" Otto fece una pausa. Sempre corretto, lui. Non avrebbe mai criticato la figlia col genero, anche se con lei poteva essere rude e offensivo, o lo era stato in passato. "Lo sai, pu essere molto... emotiva," disse in tono esitante.
D'un tratto Mitch ebbe l'idea di chiedergli dove si trovava.
"Dove?"
"Siete a Forest Hills?"
"No," disse Otto dopo un momento di silenzio.
"E dove siete, allora?"
"Alla baita," disse Otto, con un accenno di sfida.
"La baita? Au Sable?"
"Esatto. Au Sable."
E lasci che la cosa facesse il suo effetto.
Il nome lo pronunciavano in modo diverso. Per Mitchell era "O Sable", tre sillabe; per Otto, "Oz'ble", una sillaba con l'elisione, secondo l'abitudine della gente del posto.
Au Sable era la propriet dei Behn negli Adirondacks. A centinaia di miglia di distanza. Sette ore di macchina, di cui l'ultima a inerpicarsi su tortuose stradine di montagna, quasi tutte sterrate, a nord di Au Sable Forks. Per quello che ne sapeva Mitch, i Behn non ci andavano da anni. Fosse dipeso da lui - ma non dipendeva, dato che tutto quanto riguardava i genitori di Lizbeth era di competenza di quest'ultima -, avrebbe consigliato ai Behn di venderla; pi che una baita era una baracca con sei stanze fatta di tronchi tagliati rozzamente, senza riscaldamento, con attorno dodici acri di splendida desolazione a sud del monte Mariah. Mitchell non avrebbe voluto che Lizbeth la ereditasse. Non sarebbe stato bello vendere qualcosa cui Teresa e Otto erano stati tanto legati, e d'altra parte per loro era fuori mano e poco pratico. Erano il tipo di persone che pativano in fretta la lontananza dalla cosiddetta civilt: marciapiedi, giornali, enoteche, campi da tennis, o almeno ristoranti decenti. E ad Au Sable facevi un'ora di macchina, per arrivare dove? Ad Au Sable Forks. Anni prima, naturalmente, quando i ragazzi erano piccoli, tutte le estati andavano a trovare i genitori di Lizbeth. Nessuno poteva negare che gli Adirondacks fossero stupendi, e quando ti svegliavi la mattina vedevi il monte Mariah incredibilmente vicino, come un sogno gigantesco, con l'aria cos pura e fresca da pungerti i polmoni, e anche i cinguettii degli uccelli pi penetranti e chiari di quelli cui eri abituato; e ti convincevi, o forse solo desideravi, che tali rivelazioni fisiche fossero indice di una particolare condizione spirituale. In ogni caso, dopo un paio di giorni, Lizbeth e Mitchell non vedevano l'ora di andarsene. Il pomeriggio pisolavano nella loro stanza al secondo piano, circondata da pini come una nave alla deriva su un mare verde; facevano l'amore teneramente e come in sogno, parlavano con una rilassatezza altrove sconosciuta. Eppure, al secondo giorno, cominciavano a stare sulle spine.
Mitchell deglut. Non era abituato a fare domande al suocero, e si sentiva come uno dei suoi studenti, in soggezione di fronte all'uomo che ammirava. "Un momento, Otto, perch tu e Teresa siete ad Au Sable?"
Otto rispose con circospezione. "Stiamo prendendo le nostre misure. La nostra decisione l'abbiamo presa. Se ti ho chiamato..." Otto fece una pausa teatrale, "...  solo per informarvi."
Per quanto Otto parlasse in modo cos pacato, Mitchell si sent come se gli avesse dato un calcio nello stomaco. "Con chi stava parlando? Hanno sbagliato numero. Deve essere un errore". Otto stava dicendo che era da almeno tre anni che ci avevano pensato. Da quando gli avevano diagnosticato il morbo di Parkinson, lui e Teresa avevano cominciato ad accumulare il necessario. I loro bravi barbiturici, potenti e affidabili. Con calma, senza lasciare nulla al caso, senza pentimenti. "Lo sai," disse Otto espansivamente, "sono uno che prepara le cose in anticipo."
Questo era vero. E glielo si doveva concedere.
Mitchell si chiese quanto avesse messo da parte il suocero. Gli investimenti degli anni Ottanta, le case in affitto a Long Island. Si sent invaso dalla nausea. "La maggior parte la lasceranno a noi? E a chi altri? " Si vide davanti Teresa che sorrideva mentre pensava ai suoi cenoni natalizi, ai monumentali pranzi per il giorno del Ringraziamento, alla consegna dei doni lussuosamente impacchettati ai nipoti. "Me l'hai promesso, Mitchell. Devo potere fidarmi di te," stava dicendo Otto. E Mitchell, prendendo tempo, confuso: "Otto, ce l'abbiamo il tuo numero, qui?" E Otto: "Per favore, rispondimi." E Mitchell si sent pronunciare queste parole, senza sapere che cosa stesse dicendo: "Certo che puoi fidarti di me, Otto! Ma funziona l il telefono?" E Otto, scocciato: "No. Non abbiamo mai avuto bisogno di un telefono alla baita." E Mitchell, che da anni discuteva col suocero della cosa: "Ma se  proprio il posto in cui uno pu averne pi bisogno? " Otto mormor qualcosa di incomprensibile, una specie di alzata di spalle verbale, e Mitchell pens: "Sta chiamando da una cabina ad Au Sable Forks, e adesso riaggancia". Si affrett ad aggiungere: "Senti, adesso arriviamo subito. Teresa sta bene?" "Sta bene," rispose Otto pensoso. "E non abbiamo bisogno di compagnia. Sta riposando sul portico, e non c' nulla che non vada bene. E' stata sua l'idea di venire qui, le  sempre piaciuto." Mitchell azzard: "Ma... siete cos lontani." "E' ben per questo, Mitchell," si sent ribattere. "Adesso riaggancia. Non pu farlo". Mitchell cerc di prendere altro tempo chiedendo da quando fossero l. "Da domenica," disse Otto. "Ci abbiamo messo due giorni. Ma guido ancora bene." Otto si mise a ridere: era la sua vecchia rabbia che faceva capolino. Qualche anno prima stavano per ritirargli la patente, ed era riuscito a mantenerla solo grazie all'intervento di un amico dottore; non era una grande idea, avrebbe potuto essere un errore fatale, ma guai a dire una cosa del genere a Otto Behn, guai a dire a un vecchio che deve rinunciare alla sua macchina, alla sua libert - come si fa? Mitchell stava dicendo che sarebbero andati a trovarli, partendo il giorno dopo all'alba, ma Otto fu reciso: "Abbiamo preso la nostra decisione, non c' niente di cui discutere. Sono lieto di averne parlato con te. Me lo immagino come sarebbe finita con Lizbeth, Preparala "tu", come ritieni che sia meglio, okay?" E Mitch: "Okay, per, Otto, non fare niente di...", ansimava, disorientato, senza sapere quello che stava dicendo, sudato, con l'impressione che qualcosa di freddo gli stesse colando addosso, "... di avventato. Ci richiami? O ci lasci un numero? Lizbeth sar qui fra una mezz'ora." E Otto: "Teresa preferisce scrivere a Lizbeth, e anche a te. E' fatta cos. Non lo sopporta pi il telefono." E Mitch: "Ma almeno parla con Lizbeth, Otto, voglio dire, a lei puoi spiegare tutto." Ma Otto: "Ti ho chiesto di onorare i nostri desideri, Mitchell. Hai dato la tua parola." E Mitchell pens: "Io? Quando? Che parola ho dato? Che cosa significa? " "A casa abbiamo lasciato tutto in ordine," stava dicendo Otto. "Sulla scrivania ci sono le polizze dell'assicurazione, i certificati di deposito, gli estratti conto, le chiavi. Teresa mi ha fatto penare perch cambiassi il testamento, ma accidenti se le sono grato. Finch non hai messo gi le tue ultime volont, non stai affrontando le cose. Vivi nel mondo dei sogni. Dopo gli ottanta, a dire il vero, "vivi" nel mondo dei sogni, e devi essere tu a controllare dove vanno." Mitchell stava ascoltando senza sentire. I pensieri gli si affollavano in testa come carte da gioco date a casaccio. "Certo, Otto. Ma non pensi che dovremmo parlarne? Anche per noi, potresti spiegarci meglio. Perch non aspetti che veniamo l? Possiamo partire anche stasera..." Ma Otto lo interruppe in un modo che sarebbe sembrato sgarbato a chi non lo conoscesse: "Ehi, buonanotte! Questa telefonata mi sta costando una fortuna. Figlioli cari, vi vogliamo bene." E riagganci.

Quando Lizbeth torn a casa, nell'aria c'era qualcosa di sbagliato, di appena stonato: Mitchell sul balcone sul retro, al buio; seduto da solo, con un bicchiere in mano. "Tesoro? Qualcosa che non va?"
"Niente. Ti stavo aspettando."
Mitchell non stava mai con le mani in mano ad aspettare, era strano; ma Lizbeth gli si avvicin e gli sfior la guancia con un bacio. Odore di vino. Di pelle sudata, di capelli umidi. La maglietta fradicia e appiccicosa. Indicando il bicchiere, Lizbeth osserv canzonatoria: "Hai iniziato senza di me? Non  un po' presto?" Strano anche che Mitchell avesse aperto proprio quella bottiglia: un regalo di amici, o forse proprio dei genitori di Lizbeth, quando Mitchell si interessava di vini, e non aveva ancora dovuto rinunciare agli alcolici. "Ha chiamato qualcuno?" chiese Lizbeth esitante.
"No."
"Niente di nuovo?"
"Niente."
Mitchell avvert il sollievo di Lizbeth, sapendo quanto fosse impaziente di ricevere telefonate dai suoi. Anche se naturalmente suo padre non chiamava mai prima delle undici di sera, quando scattava la tariffa notturna.
"E' stata una giornata tranquilla," disse Mitchell. "A quanto pare siamo gli unici a non essere partiti."
La loro casa su due livelli, met intonaco e met vetri, circondata da betulle frondose, sempreverdi e querce, era stata disegnata da Mitchell. Non si erano adattati a qualcosa di preesistente, l'avevano creata secondo il loro desiderio. Ventisette anni ci avevano vissuto. Nel corso del loro lungo matrimonio, Mitchell aveva tradito un paio di volte Lizbeth, e Lizbeth pure, sul piano emotivo se non su quello sessuale; ma il tempo era passato, e continuava a passare; giorni, settimane, mesi e anni, nello stordimento della vita adulta, come indumenti buttati alla rinfusa in un cassetto: una pacifica confusione, una serie di sogni vividi e sempre nuovi di cui, una volta svegli, si riescono solo a ricordare le emozioni. Belli, i sogni: ma bello anche essere svegli.
Lizbeth si sedette sulla panchina di ferro battuto accanto a Mitchell. Ce l'avevano da sempre, quel catafalco, arrugginito malgrado l'ultima mano di bianco. "Saranno tutti via. Sembra di stare ad Au Sable."
"Au Sable?" Mitchell la guard di scatto.
"Ma s, dove andavano sempre mamma e pap."
"Ce l'hanno ancora?"
"Penso di s. Non so." Lizbeth scoppi a ridere, e si appoggi contro di lui. "Ho paura di chiederglielo."
Gli prese il bicchiere e ne bevve un sorso. "A noi. Qui, da soli," brind. E sorprese Mitchell baciandolo sulla bocca. Con l'audacia di una ragazzina, proprio sulla bocca, come non faceva da molto, molto tempo.



Brutta.

Sapevo che c'era qualcosa di losco nel modo in cui avevo ottenuto il mio posto di cameriera al Sandy Hook Inn. Sulla vetrina c'era un cartello con la scritta CERCASI CAMERIERA - CHIEDERE ALL'INTERNO, ed entrai cos come mi trovavo, senza preoccuparmi di pettinare la mia chioma - si fa per dire - scompigliata dal vento, o di cambiare i miei vestiti sudati: tanto, che differenza poteva fare? Avevo un disperato bisogno di lavoro, e ne avevo cambiati due nei cinque mesi da quando me n'ero andata per sempre da casa dei miei, ma continuavo a fare la testarda, non so se per rassegnazione o fatalismo; un'altra ragazza con una pelle come la mia si sarebbe impiastrata la faccia di trucco e si sarebbe messa il rossetto, ma la mia filosofia era quella del chissenefrega. Una filosofia radicata e infallibile che mi ha guidato per tutta la vita. Nel Sandy Hook Inn mi sottoposi a una specie di colloquio di lavoro col proprietario e gestore Mister Yardboro, un tipo con due spalle larghe cos dell'et di mio padre, camicia sportiva sopra e pantaloncini da bagno sotto, faccia da bulldog e occhi rudi. Una sfilza di domande - da dove venivo, quanti anni avevo, in quali ristoranti avevo lavorato - mentre stava appoggiato coi gomiti sul bancone accanto alla cassa (eravamo in piedi di fronte alla tavola calda che  aperta tutto l'anno, un posto che mi ha stupito tanto era banale), con uno stuzzicadenti in bocca, squadrandomi in lungo e in largo come se fossi nuda, il bastardo. Neanche gentile quel minimo da invitarmi a sedere e bere una tazza di caff (mentre lui lo stava bevendo). Era strano che la tavola calda fosse tanto rumorosa, quando almeno met degli sgabelli e dei spar erano vuoti. Eravamo a met mattinata di un giorno feriale appena dopo il Labor Day (Nel nord America, il primo marted di settembre. N.d.T.), e a Sandy Hook, una cittadina sull'oceano a quaranta miglia a nord di Atlantic City, la stagione era gi finita. Un vento umido come saliva soffiava sabbia e immondizia nelle strade strette, e lungo la strada principale e gi al porto c'era un sacco di posto per parcheggiare. Si respirava quell'aria di sbaraccamento da cui i perdenti sono attratti istintivamente, anche a una giovane et. Nella tavola calda c'era puzza di grasso, di fumo di sigarette e di qualcosa di dolciastro e oleoso, che in seguito avrei scoperto essere l'unguento che Mister Yardboro si spalmava sulla faccia paonazza e sulle braccia come prevenzione contro il cancro alla pelle. Un tanfo acre pi penetrante proveniva dalle sue ascelle, se non dalle sue parti basse. "Tesoro, adesso mi viene in mente che il lavoro  gi stato assegnato e che dovrei togliere il cartello," disse Mister Yardboro con un sorriso da furbetto, come se il colloquio fosse stato uno scherzo. Dovetti fare una faccia allibita (all'epoca pensavo di avere imparato a non lasciar trasparire niente, ma penso che non sempre funzionasse), cos aggiunse: "Perch non mi lasci il tuo numero di telefono? Non si sa mai." Come se mi facesse la carit. Come se fossi un botolo che era strisciato dentro e si sbrodolava ai suoi piedi per essere compatito. Mi sentii arrossire e pensai: "Vai al diavolo, Mister", ma lo ringraziai e scarabocchiai il mio numero sul retro di una ricevuta stropicciata. Mentre mi sporgevo sul bancone per scrivere, mi ero accorta che fissava i miei seni che sballonzolavano nella canottiera; strinsi le ginocchia nude, come se questo bastasse a renderli meno evidenti.
Due giorni dopo ricevetti una telefonata: era una che chiedeva se ero io la ragazza che voleva fare la cameriera al Sandy Hook Inn. A quanto pare mi ero dimenticata di scrivere il mio nome (!), cos dissi di s, che ero io, e mi chiese se potevo iniziare il giorno dopo, alle sette di mattina. Ero cos eccitata che quasi balbettai quando le risposi: "S! Grazie! Ci sar."


2.
I miei sospetti non erano infondati. A quanto pareva nessuna era stata ancora presa quando avevo fatto il colloquio.
Maxine, la donna che mi aveva chiamato, che era una cugina del proprietario nonch la numero due del locale, scoppi a ridere e scosse la testa quando le raccontai tutta quella commedia. "Oh, Lee si diverte cos, lo devi prendere con un briciolo di ironia. Gli piace scherzare, ma non  cattivo." Sorrisi per far vedere che avevo senso dell'umorismo. Ma continuavo a essere perplessa, e dissi: "Forse Mister Yardboro sperava di prendere qualcuna pi qualificata di me. Magari pi carina." Altra risata di Maxine. "No, no. Lee non ha la fissa per le ragazzine, credimi. Le prendiamo soprattutto per l'estate, le studentesse. Ma fuori stagione la clientela  diversa. A volte una tavola calda pu essere un posto abbastanza duro, e quelle troppo carine non vanno bene. Sono troppo sensibili, non sono abbastanza forti per portare i vassoi, non vogliono sporcarsi le mani. E francamente non reggono alla pressione." Maxine si accalorava. Ci sorridemmo. Eravamo entrambe due donne senza pretese. Maxine andava quasi per i cinquanta, io avevo da poco passato i venti.


3.
In sala da pranzo indossavo un'uniforme azzurra di tessuto sintetico, con la scritta SANDY HOOK INN e un'ancora cucite sopra il mio seno sinistro; ma alla tavola calda, mi disse Maxine, potevo tenere i miei vestiti. Anche i jeans erano okay, purch non fossero sporchi.
"Le cose essenziali, per una cameriera, sono due: essere efficiente," spieg Maxine senza traccia di ironia, "e naturalmente sorridere. Ti accorgerai che una da sola non basta."
Una volta avevo gi fatto la cameriera part-time, mentre seguivo i corsi di economia al college della mia citt. Non avevo riferito a Mister Yardboro i particolari della mia breve esperienza in un ristorante vicino a una stazione dei Greyhound: mi cadevano i piatti dalle mani, e pi di una volta avevo versato il caff bollente sul bancone e sul cliente. In quel periodo, a diciannove anni, prendevo pillole dimagranti, quelle che si possono comprare in qualunque farmacia senza ricetta, e avevo strani effetti collaterali: a furia di vedere aloni tremolanti attorno alle luci e aureole attorno alla testa della gente, rimanevo ipnotizzata e rallentavo i miei riflessi. E contemporaneamente il resto del mondo sfrecciava al fast forward. Quanto alle pillole, non mi tolsero l'appetito, ma mi resero ancora pi vorace. Di nascosto mangiavo i resti dei piatti che portavo via. Dopo dodici giorni venni licenziata. Gli ultimi piatti che avevo lasciato cadere forse non erano stati un incidente.
Il mio lavoro di cameriera al Sandy Hook Inn non era quello che mi aspettavo. Mi immaginavo di servire in uno spazioso salone con vista sull'oceano, ma la sala da pranzo del Sandy Hook Inn dava su un porticciolo di barchette dall'aria depressa, con nomi come "Lupo di mare" e "Mad Max 2". Dopo il Labor Day la sala da pranzo era aperta solo il fine settimana, e la domenica solo per il brunch. Ero quasi sempre di turno la domenica, e fare la cameriera si riduceva pi o meno a spingere in cucina enormi carrelli di piatti sporchi e porcate varie. Sorridevo ostinatamente a intere famigliole, compresi i marmocchi sui seggioloni. Presto fu evidente che ero la meno popolare delle varie cameriere del posto, dato che le mie mance erano le pi scarse. Il che mi fece impegnare e sorridere ancora di pi. Sembrava che ci fosse una morsa a tendermi le labbra da un orecchio all'altro, e mi veniva un colpo nel vedere i miei denti luccicanti di saliva riflessi dalla superficie d'alluminio della porta della cucina.
Mister Yardboro mi osservava con una sorta di cupo divertimento. Con una giacca sportiva che gli stava stretta sulle spalle (ignorava la cravatta), controllava il buffet domenicale, pronto a dare ascolto a richieste e lamentele dei clienti. Tutte le cameriere lo temevano: quando non lo vedeva nessuno, abbaiava ferocemente rimproveri, mascherandoli dietro sorrisi stirati. La mia seconda domenica stavo dannandomi a servire tre famiglie numerose, quando Mister Yardboro mi segu in cucina, e pizzicandomi un braccio disse: "Calma, piccola. Stai sbuffando come un cavallo." Risi nervosamente, come se fosse stata una battuta. Mister Yardboro esibiva la dentatura, e l'ammasso di capillari rotti sulle guance lo faceva sembrare un tipo cordiale e alla mano, ma non ero un'ingenua.
All'inizio il segno delle dita di Mister Yardboro sul mio bicipite era di un rosa opaco, ma poi si scur nel tradizionale giallo-viola di un livido.
Va aggiunto che Mister Yardboro era il primo uomo che mi toccava dopo molto tempo, ma non c'era da ricamarci sopra.


4.
Non sono brutta dalla nascita. Ho visto foto di me appena nata e da bambina, tutta ricci neri ribelli, occhi scuri luccicanti e un sorriso beato. (Forse, se le foto fossero state scattate pi da vicino, si sarebbero visti i difetti.) Sono poche, e io sono misteriosamente da sola, a parte qualche braccio adulto che mi regge o mi gira verso l'obiettivo, una figura in pantaloni (mio padre?) chino di spalle, un grembo femminile (mia madre?). Quando stavo dai miei passavo ore e ore a guardare queste vecchie immagini nell'album di famiglia; erano come indovinelli in lingua straniera. E dovevo resistere all'impulso di farle a pezzi.
A Sandy Hook, una notte, mi svegliai, nella stanza che avevo affittato, fradicia di sudore. Il pensiero si materializz davanti a me come un biglietto in un dolcetto cinese della fortuna. "Quella ragazzina era tua sorella, che  morta. Quando sei nata tu, ti hanno dato il suo nome".
Non c'era altra soluzione.


5.
"Cameriera, datti una mossa!"
"Dove sei stata, al cesso? Voglio altro caff."
Dopo due settimane, servivo solo alla tavola calda. Qui l'atmosfera era vivace e informale. C'erano un po' di clienti abituali, maschi, amici di Lee Yardboro che fischiavano per attirare l'attenzione delle cameriere, e spesso gridavano le loro ordinazioni da dove erano seduti. Uomini che mangiavano in fretta e con appetito, chinando la testa sul piatto, parlando e ridendo con la bocca piena. Clienti che non era difficile accontentare, se facevi quello che chiedevano; e i loro bisogni erano semplici e prevedibili: mangiavano e bevevano sempre le stesse cose. Non si accorgevano se chi li serviva sorrideva, o se il sorriso era forzato, scocciato, finto o ironico; dopo pochi giorni, quasi smisero di guardarmi in faccia. Era il mio corpo a interessarli: le mie tette dondolanti, le mie cosce muscolose e le mie chiappe. Pesavo sessantasei chili per uno e sessantasette. Durante un'ondata di caldo, a settembre, cominciai a indossare canottiere larghe senza reggiseno. Altrimenti T-shirt fluorescenti e minigonna di jeans con borchie metalliche che scintillavano come gemme. Il mio unico paio di jeans, scolorito e liso a furia di lavarlo, mi faceva risaltare il culo e il solco tra le chiappe, come in un fumetto (mica per niente avevo studiato l'effetto allo specchio). Lasciavo la fine peluria bruna sulle mie gambe polpose, e mi divertivo a dipingere le unghie dei miei tozzi alluci con colori tipo verde, azzurro, argento. Spesso, all'ora di punta, avevo i capelli aggrovigliati e umidi, appiccicati come alghe sulla nuca. E mentre portavo vassoi carichi di uova, salsicce, spessi hamburger grondanti di sangue, patatine, filetti di pesce fritti e bottiglie di birra, diventavo oggetto di conversazione, un'entit impersonale su cui gli uomini potevano scambiarsi ghigni maliziosi, roteare gli occhi; mentre piazzavo i piatti davanti a loro, annusavano all'altezza del mio inguine e mormoravano allusivi: "Mmmm, "baby", che profumino." Come un cane docile, imparavo a obbedire a fischi laceranti, addirittura a ridere per la mia prontezza. L, se sudavo o ansavo come un cavallo, non ci badava nessuno. E anche il mio datore di lavoro, che ogni mattina se ne stava come un pasci a bere caff e fumare con gli amici, sembrava non farci caso. Forse solo perch era la tavola calda. Rideva un sacco, e sorrideva senza mostrare i denti. Mi chiamava "babe", "dolcezza", "tesoro" - senza sarcasmo. Non mi sgridava quasi mai. E non mi dava quasi mai pizzicotti, anche se a volte, per gioco, mi ficcava l'indice nella ciccia intorno alla vita. E lo disprezzavo, anche quando facevo di tutto per piacergli. Di una cosa ero stranamente fiera: che a Sandy Hook, settemilatrecentotr abitanti, Lee Yardboro, ex campione delle superiori, fosse conosciuto e amato da tutti, uomini e donne. Anche se era sposato e padre di un bel po' di figli ormai piuttosto grandi, c'era qualcosa di giovanile e di vulnerabile nella sua faccia da bulldog: come se, da ragazzo d'America, una mattina si fosse svegliato intrappolato nel corpo di un uomo di mezza et, carico delle responsabilit di un uomo di mezza et. (Maxine mi confid che suo cugino Lee e sua moglie avevano avuto una tragedia in famiglia: un figlio "artistico" che li aveva fatti molto soffrire. Guardai Maxine cos perplessa che mi dovette ripetere quello che aveva detto; e rimasi altrettanto perplessa finch non capii che voleva dire "autistico", ma a quel punto la cosa mi sembr cos buffa che scoppiai a ridere. Maxine era esterrefatta. "Meglio che Lee non ti senta. Non c' niente da ridere sulle minoranze mentali." Parole che, dalla sua bocca corrucciata, furono la goccia che fece traboccare il vaso. E risi fino a farmi venire le lacrime agli occhi.)

Mentre servivo Lee e i suoi amici seduti in un spar, osservavo con una sensazione di assurda tenerezza la sua cotenna, arrossata e forforosa sotto il riporto sempre pi rado che si modellava con cura con un pettine bagnato. Osservavo la sua pelle a chiazze, gli occhi azzurri sempre iniettati di sangue che strabuzzava in segno di divertimento, di finta credulit o di disprezzo. "Non toccarmi, bastardo. Toccami, ti prego".


6.
Sandy Hook Diner era un posto dove non potevo fallire.
Ma se fallivo e mi facevo licenziare, come era successo in altri posti, che cosa poteva cambiare?
Sorrisi, succhiando questa piccola certezza inattaccabile come un dente che dondolasse.


7.
Il tempo si guast. Inaugurai un paio di pantaloni di velluto rosso ruggine con la cerniera lampo, che mi stavano cos stretti sulle chiappe (a quanto pare cominciavo a mettere su chili, a furia di spazzolare i resti di salsicce, biscotti al burro e patatine fritte) che la cucitura cominciava a cedere, mostrando un lembo minuscolo quanto civettuolo delle mutandine bianche di nylon. Sopra mettevo sempre le T-shirt dai colori accesi, e ancora sopra, delle camicie sbottonate o dei golf. Spesso con i jeans mettevo una felpa verde che avevo comprato alla libreria del college con la scritta POTERE ALLA POESIA a grandi caratteri bianchi. A vedermi, con i capelli a coda di cavallo e il sorriso da cameriera che percorreva la met inferiore della mia faccia, ti veniva da pensare: "Una ragazza che ha vinto la sua timidezza. Buon per lei".
Dopo un po' mi accorsi di uno che veniva abbastanza spesso. Chiamava la cameriera alzando la mano e abbassando la testa, come se fosse imbarazzato o si vergognasse. Era pieno di tic. Muoveva a scatti la testa come se avesse il collo rigido. Gli tremavano le spalle. Apriva e chiudeva i pugni. Lo beccavo che mi guardava imbronciato, ma si girava dall'altra parte se lo guardavo io. Era uno che conoscevo? A dire il vero mi ricordava un prof di matematica delle medie (il mio paese  a un'ora di macchina da Sandy Hook, in mezzo al New Jersey), che era stato licenziato quando ero in seconda. Ma questo tipo, che quasi non dimostrava trent'anni, era troppo giovane per essere Mister Cantry. Parliamo di nove anni prima.
Il tipo, che indossava sempre un vestito di tweed, una camicia bianca abbottonata e niente cravatta, veniva soprattutto a fare colazione, due o tre volte la settimana. Zoppicava leggermente. Era alto pi di un metro e ottanta, aveva una faccia pallida e grassoccia da ragazzino, una testa oblunga come una zucca, e due occhi dalle palpebre pesanti sempre a mezz'asta, che fissavano me o il mio corpo con un'aria di disapprovazione. "Bruttona che non sei altro. Dove lo trovi il coraggio di mostrarti in pubblico"?
Brutto lo era anche lui. Di una bruttezza strana. Ma negli uomini la bruttezza conta poco. Mentre in una donna  questione di vita o di morte.
Il tipo sembrava sedersi sempre nella stessa parte del locale. Nel spar d'angolo pi lontano. Dove si metteva a leggere un libro, o almeno faceva finta. Ed era sempre scuro in volto, quando mi avvicinavo indolente col mio sfacciato sorriso da cameriera, penna e taccuino in mano. Niente chiacchiere sul tempo, con lui. Niente insinuazioni piccanti. Niente risate. Ancora prima di mangiare (cosa che faceva con aria schifiltosa, anche se insufficiente a mascherare la sua natura di ghiottone, con la pancia che aveva), sembrava che patisse di spasmi intestinali acuti. Il suo corpaccione era cos molle che sembrava in decomposizione, e i vestiti sembrava fossero del padre defunto. Mi ispirava una ripugnanza fisica, ma devo ammettere che era sempre affabile e bene educato. Mi chiamava "cameriera" o "Miss", e parlava lentamente, guardandomi ansioso mentre prendevo l'ordinazione, come se temesse che fossi una ritardata o lo prendessi in giro; tant' che alla fine gli dovevo rileggere tutto. Aveva la voce sorda e fioca, come quella di una lontana stazione radio.
Una delle sue stranezze erano i capelli, che portava corti, tagliati con la macchinetta. Erano di un colore neutro e metallico, un non-colore, come i suoi occhi. Esageravano il suo aspetto adolescenziale, ma ti facevano chiedere se ci fosse qualche motivo medico per cui li portasse cos corti: tipo una malattia del cuoio capelluto, o i pidocchi.
Fuori stagione, al Sandy Hook Diner, i clienti di rado lasciavano come mancia pi del dieci per cento del conto. Alcuni stronzi, con la scusa che non avevano spiccioli o non erano capaci di calcolare il dieci per cento, lasciavano ancora di meno. Qualche monetina. Ma l'uomo in tweed lasciava addirittura il venti per cento, sempre corrucciato, senza incrociare mai il mio sguardo, precipitandosi fuori dal locale. Io gli rivolgevo un sonoro "Grazie, signore!", pi per metterlo in imbarazzo che per esprimere una gratitudine che in realt non provavo; disprezzavo pi quelli che mi lasciavano la mancia che quelli che non la lasciavano. E la volta dopo, quando entrava, non mi guardava mai direttamente, come se non mi avesse mai vista prima.
Dato che non aveva un nome, era sempre da solo e sembrava cos strano, l'uomo in tweed divenne il bersaglio di Mister Yardboro, dei suoi amici e delle mie colleghe, anche in presenza di Maxine. Lo chiamavano "Bello di mamma" o "Signor Checca". Parola, quest'ultima, che suscitava particolare ilarit, chiunque la pronunciasse. Sarebbe logico pensare che Mister Yardboro, proprietario del Sandy Hook Diner, avrebbe dovuto essere grato a ogni suo cliente e prenderne le difese, ma non andava cos. Troppo forte era l'impulso di prendere in giro, ridicolizzare e condividere con altri il disprezzo per qualcuno. (C'erano altri clienti che venivano presi in giro da loro, ma con meno cattiveria. Ne ero affascinata, e mi chiedevo che cosa dicessero di me alle mie spalle.) Una volta passavo vicino a Mister Yardboro mentre faceva una delle sue battute, e mi misi a ridere nel modo in cui avevo imparato alle superiori, quando orecchiavo le battutacce dei ragazzi. Facevo dei risucchi e dei gorgoglii come se, scandalizzata, cercassi di non ridere, strizzando gli occhi e scrollando femminilmente le spalle e i seni, come se fosse pi forte di me. Mister Yardboro si guard in giro, ghignando. Come ogni gradasso, aveva bisogno di un pubblico.
L'uomo in tweed usc dalla tavola calda e due minuti dopo tutti si erano dimenticati di lui. Ma io stavo attenta al modo in cui camminava, trascinando le gambe come se facesse fatica a portare quel peso. Veniva a piedi e non aveva la macchina. Doveva abitare vicino. Una sera lo vidi in biblioteca, corrucciato sopra un'enciclopedia, a prendere appunti pignolescamente. Un giorno lo vidi passeggiare sul molo, con un trench fuori moda sopra la giacca di tweed, e un berretto con la visiera calcato sulla testa oblunga, di modo che il vento non lo portasse via; guardava per terra, senza badare all'oceano agitato e luccicante, con le onde che si infrangevano e sollevavano spruzzi a pochi metri da lui. Mi chiesi a cosa stesse pensando di cos importante, e gli invidiai il fatto che riuscisse a trovare tante cose interessanti dentro se stesso. Chiss cosa, poi.
Se si fosse guardato in giro e mi avesse vista e riconosciuta, di certo io avrei fatto finta di non riconoscerlo.

Non seguii mai l'uomo in tweed, lo osservavo e basta. Da lontano. Senza farmi vedere. Quando non lavoravo, ne avevo di tempo da far passare. La stanza che avevo affittato (in una casa vittoriana trasformata in residence per single) mi deprimeva, cos ci stavo il meno possibile. Anche se dovevo ammettere (e lo vantavo ai miei) che era a buon mercato, in bassa stagione, e a solo cinque minuti dall'oceano. Avevo anche il telefono, ma non c'era nessuno che volessi chiamare e nessuno che mi chiamasse. C'era un letto matrimoniale con un materasso morbido come un "marshmallow" in cui ogni notte, anche per dieci ore di fila se ce la facevo, sprofondavo in un fantastico sonno quasi senza sogni, come un cadavere in fondo all'oceano.


8.
Che aspetto avevo, a ventun anni? Non ne ero sicura.
Come la gente grassa impara a evitare gli specchi a figura intera, cos la gente brutta impara a non vedere ci che  inutile vedere. Non ero propriamente grassa, e provavo una soddisfazione perversa nel contemplare il mio corpo tozzo e ridicolmente voluttuoso dentro ai miei vestiti ridicoli, ma era da anni che avevo smesso di guardarmi in faccia. Quando, per motivi pratici, non potevo farne a meno, stavo incollata allo specchio, di traverso, esaminando singole parti. Un occhio, la bocca, un pezzetto di naso. Non mi truccavo e non avevo bisogno di strapparmi le sopracciglia (alle superiori me le ero strappate quasi tutte, non sopportando di averne tante, nella vana speranza che ricrescessero); e non avevo problemi a strofinarmi la faccia con una spugna o a lavarmi i denti china sul lavandino, come facevo una volta al giorno, prima di andare a letto. Non c'era problema neanche coi capelli, e non avevo bisogno di specchiarmi per spazzolarli, se mai li spazzolavo; e quando diventavano troppo lunghi e ingarbugliati, potevo spuntarli con un paio di forbici, senza chiedere aiuto a uno specchio. A volte mi piaceva mettermi un foulard, con un effetto tra l'indiano e il fricchettone.
Ogni tanto mi veniva in mente, mai troppo sul serio, di tingermi i capelli di biondo platino e di farci qualcosa di sexy. Uno dei miei ricordi d'infanzia pi vividi (e non ce ne sono molti) era quello di due ragazzi che osservavano una ragazza su tacchi alti che camminava davanti a loro. La ragazza aveva i capelli biondi alla paggetto e aveva un bel corpo, ma quando i due si avvicinarono per vederla meglio, lei si gir: era racchia, con gli occhiali e la faccia da cavallo. Uno dei due emise un gemito e scoppi a ridere, dando di gomito all'altro. La ragazza continu per la sua strada, facendo finta di non avere capito. Quella ragazza, non era la sottoscritta, ma io avevo visto e sentito. Avevo dieci anni, e gi conoscevo il mio destino.
Un vantaggio di essere brutte: per essere reale, non c' bisogno che gli altri ti guardino. Pi sei bella, e pi dipendi dallo sguardo e dall'ammirazione degli altri. Pi sei brutta, e pi sei indipendente.
Un altro vantaggio,  che non devi perdere tempo a cercare di essere al meglio: tanto non lo sarai mai.
Quello che ricordo della mia faccia  una fronte bassa, un naso lungo con un bozzo in fondo, due occhi luccicanti e troppo vicini. Le sopracciglia un tempo spesse e nere come quelle di un orango tango. Una bocca anonima, ma ben esercitata nell'ironia fin dalla pi tenera et. D'altronde, cos' l'ironia se non la tomba della sofferenza? E cos' la sofferenza se non la tomba della speranza? La mia pelle era scura e olivastra, come se avessi un alone di sporco. I miei pori erano oleosi prima ancora della pubert. Agli occhi di certa gente sembravo "straniera". E questo fin dalle elementari, quando iniziarono a prendermi in giro. Cominciai ad apprezzare questa qualit. Come quando si parla di oggetto o sostanza "non identificata", in un cibo o sugli schermi di un radar. Anche se nella mia famiglia nessuno era stato "straniero" da molte generazioni. Tutti fieri di essere "americani al cento per cento" anche se nessuno aveva idea di che cosa significasse.


9.
Al Sandy Hook Inn il lavoro andava a rilento, adesso che la stagione era finita. I turisti stavano alla larga dalla costa settentrionale del New Jersey, dove soffiava sempre un vento umido, e in pochi minuti si passava dal sole alla pioggia battente. Ogni mattina, prima dell'alba, il vento mi svegliava, sbatacchiando la mia unica finestra come se fosse in vena di scherzi di cattivo gusto. Gambe, piedi e schiena mi dolevano dal lavoro del giorno prima, eppure ero eccitata dalla prospettiva di un altro giorno al Sandy Hook Diner. "Il mio istinto mi ha guidata nel posto giusto. O adesso o mai pi".
Il Sandy Hook Diner, che fuori doveva sembrare il vagone di un treno. Scintillante come latta.
Il Sandy Hook Diner, di prima mattina: una fila di dieci sgabelli di plastica nera davanti al bancone di frmica. E otto spar di plastica nera lungo il muro esterno.
Il Sandy Hook Diner, con i tubi di neon sul soffitto, abbaglianti da far male agli occhi. E io, con un sorriso estatico, a sfregare sfregare sfregare con una spugna la frmica consunta e le superfici di alluminio, come se fossi stata investita della sacra missione di riportarli allo splendore originario.
"Chi  stato? Ma brilla come uno specchio! " esclamava Mister Yardboro. E allora qualcuno glielo diceva.
Il Sandy Hook Diner, che mi sballottava durante il sonno, che mi trascinava sotto le sue ruote. Dio, come ero eccitata! Mi precipitavo fuori, affrontavo il vento e arrivavo alle sei e cinquanta, senza fiato. Controllando ansiosa se la Lincoln Continental (un po' provata) di Mister Yardboro fosse parcheggiata al solito posto. (Certe mattine Mister Yardboro arrivava tardi. E certe altre non arrivava proprio.)
Mi chiedevo se il figlio autistico fosse un bambino o una bambina. E nel secondo caso, se mostrasse i segni della minorazione anche nei lineamenti. Se negli occhi gli brillasse una luce strana.
"Una cotta per il capo? Quello stronzo? Senza neanche saperlo"? L'avevo sempre saputo, fin dal colloquio. Era una delle mie battute preferite. E mi faceva ridere da matti.
Poich il lavoro andava a rilento, i miei turni erano irregolari. Una cameriera pi vecchia di me non si era pi fatta vedere. Non feci indagini. Mi misi a lavorare di pi, sempre di pi. Sorridevo. Alle facce dei clienti rivolte all'ins e alle loro schiene quando uscivano. Sorridevo come una matta mentre sfregavo la griglia unta di grasso e le superfici di frmica, fino quasi a farle luccicare. E fantasticavo: che se Mister Yardboro mi avesse licenziata, non avrei avuto altra scelta se non buttarmi nell'oceano e annegarmi. Avrei dovuto scegliere un posto fuori mano, e agire di notte. Ma la visione del mio corpo tozzo e fradicio sulla spiaggia, in pasto ai gabbiani tra alghe marce e pesci morti, era un buon deterrente.


10.
"Dolcezza, serve altro caff! "
Era una mattina come le altre e Artie, uno dei camionisti amici di Mister Yardboro, mi stava chiamando con un fischio. E l'uomo in tweed, dal suo spar d'angolo, comment severo: "Che razza di maleducati! Non glielo dovrebbe permettere! Perch lo sopporta?" Rimasi a fissarlo, incredula che mi avesse rivolto la parola. Era gi in piedi e stava per precipitarsi fuori, guardandomi con aria indignata. Avrei voluto dirgli qualcosa, ma tutto quello che mi veniva in mente erano delle scuse, e non aveva senso scusarsi per la maleducazione di un'altra persona. Cos non dissi nulla. L'uomo in tweed sbuff disgustato, ed era gi fuori dal locale. In seguito mi sarei ricordata della sua faccia pallida e paffuta coperta di chiazze rosse, come se avesse l'orticaria.
Pi tardi, in mattinata, quando il locale era quasi vuoto, l'uomo in tweed torn. Aveva lasciato l un guanto, disse. Ma non trovammo niente vicino a dove si era seduto. Con grande imbarazzo, vincendo un tic alle labbra, mi disse, a voce bassa: "Spero... di non averla turbata, Miss. Naturalmente non sono affari miei. Intendo lei, e questo locale." Ci osservammo torvi, come due sfigati che si trovano faccia a faccia a una festa. Mi accorsi che non era poi tanto giovane: aveva solchi profondi sotto gli occhi e rughe sulla fronte. Stavo cercando una risposta intelligente per sdrammatizzare, o addirittura spiritosa, ma anche se sorridevo per riflesso, d'un tratto sentii ronzarmi le orecchie, e nella mia testa si cre il vuoto. Come quando, a scuola, venivo interrogata o dovevo fare un test decisivo, e di colpo c'era il black-out. Naturalmente l'uomo in tweed si era preparato questo discorsetto, che doveva essere nobile e galante, ma lo slancio si era esaurito e cominciava a perdere colpi. Comunque si ostin a continuare: "E' un... un brutto spettacolo. Capisco che ha bisogno di lavorare. Le mance. Per cosa senn? Si capisce. Sembra che non aspiri a niente di meglio."
"Ma a me piace, qui," mi sentii balbettare. "Sono... sono contenta."
"Quanti anni ha?"
"Quanti? Ventuno."
D'un tratto sembrava qualcosa di cui vergognarsi. Volevo gridargli di lasciarmi in pace, a quel bastardo.
Lesse il disagio nei miei occhi, e guard da un'altra parte. Si schiar la gola con un suono lacerante, e dovette deglutire un grumo di catarro. "Mi pare che... che lei era una mia alunna. Anni fa."
"Mister Cantry? Era lui"?
Ma era gi uscito. Rimasi a guardarlo, intontita. La mattina, prima di scappare, mi aveva lasciato sul tavolo due banconote da un dollaro stropicciate, oltre a un piatto di uova, salsicce e patatine ancora a met. Avevo mangiato una salsiccia e quasi tutte le patatine senza neanche rendermene conto.


11.
Il giorno dopo, l'uomo in tweed non si fece vedere al Sandy Hook Diner, e cos quello successivo. Ogni volta che qualcuno della sua stazza apriva la porta, stavo sulle spine, piena di rabbia. E tiravo un sospiro di sollievo quando vedevo che non era lui.
Cercai di ricordarmi che cosa fosse successo a Mister Cantry, nove anni prima. Come insegnante non mi piaceva, ma lo stesso valeva per la maggior parte dei miei prof. Erano corse voci bizzarre. Un giorno, in mensa, aveva litigato col preside. Aveva preso a schiaffi un ragazzo. L'avevano fermato per guida in stato di ubriachezza, aveva opposto resistenza all'arresto, e l'avevano picchiato, ammanettato e portato alla stazione di polizia, dove l'avevano messo in cella. Oppure aveva dato fuori da matto in un locale pubblico. Nella sala d'attesa di un medico. In un minimarket. Aveva cominciato a gridare ed era scoppiato a piangere. O ancora, si era ammalato, e aveva subito un intervento. Era stato in ospedale per mesi e mesi, e alla fine, quando era uscito, il suo posto di insegnante di matematica era andato a qualcun altro.
Una prof giovane e popolare gli aveva fatto da supplente, e alla fine era stata assunta lei. Nel giro di qualche settimana, Mister Cantry era stato completamente dimenticato anche dai pochi studenti che lo stimavano.
Si stava riparando dalla pioggia sulla soglia di una lavanderia a secco, l'isolato dopo il Sandy Hook Diner. Impossibile credere che non mi stesse aspettando. Eppure tent goffamente di fingere un'espressione di sorpresa, quando mi vide arrivare. Fece un passo avanti e apr un grosso ombrello nero. "Salve! Che coincidenza! Temo per di non ricordarmi il suo nome."
Tese l'ombrello sopra di me, da vero gentiluomo. La pioggia cadeva in morbide scaglie, sottile come spruzzi delle onde. Il tipo sorrideva ansiosamente, e gi mi disprezzavo per non essere scappata. "Xavia," dissi.
"Prego?"
"E' rumeno."
Era un nome che non avevo mai sentito, e non so come avesse fatto a venirmi in testa in quel momento.
Cos iniziammo a camminare. Pi o meno senza meta. Avrei girato all'angolo per andare a casa, ma con Mister Cantry al mio fianco che mi parlava con la sua voce incerta, dimenticai dove stessi andando. Per la seconda volta si scus per quello che aveva detto alla tavola calda. "Ma non credo che quello sia l'ambiente adatto a una ragazza come lei." Ribattei: "Quale sarebbe allora la ragazza adatta a un ambiente come quello?" Ma Mister Cantry non replic. Si stava infervorando a proposito di "ambiente", "decenza" e "giustizia", e non riuscivo a seguire il filo del discorso. Mentre eravamo fermi a un semaforo ad aspettare il verde - anche se non c'era traffico - si present come Virgil Cantry, e mi tese la mano. Fui costretta a stringerla - era salda e carnosa. "Mi  permesso di accompagnarla fino a casa, Xavia?"
"No! Non le  concesso"! gridavo dentro di me, ma invece dissi, col mio tono brillante appreso sul lavoro: "Perch no?"
La solitudine  come la denutrizione: non ti accorgi di quanto sei affamato finch non cominci a mangiare.

"Ho smesso di essere un insegnante. Adesso mi definirei un privato cittadino. Un testimone." Mister Cantry mi reggeva l'ombrello tenendosi a rispettosa distanza, e anzi bagnandosi al posto mio. Mentre parlava, la sua testa bislunga si muoveva a scatti, e le spalle gli fremevano senza sosta sotto il trench. La mia presenza sembrava eccitarlo e al tempo stesso innervosirlo. Mentre camminavamo - eravamo una strana coppia: lui pi alto di me di un buon trenta centimetri - cercavo di non sfiorargli il braccio; sentivo il cuore che mi batteva veloce, incredula e al tempo stesso terrorizzata; ma dovetti resistere anche all'impulso di mettermi a sghignazzare. Dopotutto non era una specie di appuntamento? Di incontro romantico? Mi chiedevo che impressione potevamo dare, a camminare in coppia in una strada quasi deserta di Sandy Hook, New Jersey, sotto la pioggia. Se fosse stato un film, ci sarebbe voluta la musica per capire se era una scena solenne, triste, commovente oppure comica. "A un certo punto non sono pi stato bene," raccont Mister Cantry, "e in quel periodo ho perso il senso di me. Ho scoperto che le nostre esistenze biografiche non sono la nostra essenza. E adesso penso di essermi liberato dalle contaminazioni e dalle distrazioni dell'io. E sufficiente sapere che "esisto". Perch esistere significa "essere testimoni". Ho un astigmatismo cos forte che mi devo mettere le lenti a contatto, ma  senza che ho imparato a "vedere" davvero."
"Anch'io porto le lenti a contatto," dissi. "Le odio."
Non c'entrava niente, e sorrisi. Ma Mister Cantry quasi sembrava non ascoltare. "Era nella mia classe, Xavia? Qualche settimana fa mi sembrava di averla riconosciuta, ma mi sembra strano che non ricordi un nome cos fuori dal normale."
"Non ero una studentessa fuori dal normale. Anzi, non andavo bene in matematica."
"La ricordo come un'allieva intelligente e seria. Ma timida. Forse ansiosa. Chiedeva sempre dei compiti supplementari, e li faceva sempre bene."
Non trattenni una risata sonora quanto imbarazzata. "Quella non ero io, Mister Cantry."
"La prego, mi chiami Virgil. Comunque era lei."
Mi sentii offesa che quello sconosciuto pretendesse di sapere di me pi di quanto sapessi io.
Non avendo svoltato prima, adesso ero costretta a fare un altro giro per tornare a casa. E Mister Cantry, infervorato a parlare dei suoi anni di insegnamento, della malattia, convalescenza e miracolosa trasformazione dell'io, sembrava non accorgersi di dove stessimo andando. Sembrava lo si potesse guidare sfiorandolo appena, come un bue bendato. Non faceva caso alla pioggia, che era abbastanza fredda, e continuava a reggere l'ombrello nero sopra la mia testa. Immaginai che avrei potuto portare questo strano individuo dovunque: sul molo, che a quest'ora brulicava di ragazzini che andavano nella sala giochi; o lungo la spiaggia piena di immondizie portate dal vento, fino al faro dipinto di bianco, che da tempo era diventato un monumento locale. Mi sembrava strano, e mi metteva a disagio, che quest'uomo che non mi conosceva si fidasse tanto di me.
"E' andata via da casa, Xavia? Vive da sola?"
Avrei voluto rispondergli: "Preferisco non parlare dei fatti miei, grazie!" ma invece dissi, col mio tono brillante da cameriera: "S, da sola."
"'Io' non mi sono mai sposato," specific Mister Cantry. "Non ne ho mai avuto l'occasione."
"Ma che peccato."
"No, no, no! Certe nature non sono fatte per sposarsi. O almeno per generare bambini."
"Si pu essere sposati senza avere figli, Mister Cantry."
"Ma allora che senso avrebbe il matrimonio?" ribatt con veemenza. "Il legame coniugale non  altro che una legge imposta alla natura per rafforzarla. L'incarnazione sociale della natura. Per riprodurre la specie e nutrire la progenie. Senza progenie, non ci sarebbe neanche matrimonio."
Non era il caso di prolungare la discussione. Mi chiesi di cosa stessimo parlando. Se non altro, non era il matrimonio quello che aveva in testa.
Eravamo arrivati nella strada stretta e buia dove abitavo; e sembrava che Mister Cantry e io ci scontrassimo pi di frequente. "Mi scusi!" mormor pi di una volta. Doveva essere stato in seconda media, stavo pensando, quando avevo avuto le mestruazioni per la prima volta, e la mia pelle aveva cominciato a rovinarsi; e magari Mister Cantry si ricordava di me prima dell'invasione dei foruncoli. Mentre io non riuscivo proprio a ricordarmelo.
Mi venne in mente che potevo portare Mister Cantry davanti a un'altra casa, e salutarlo l. Ma sembrava cos distratto che pensai non si sarebbe ricordato dove abitassi. Mi accompagn fin sotto il portico, all'asciutto. Ansimava per i pochi gradini, e aveva la voce stentata. E come se non avessimo parlato d'altro, disse: "E quindi, Xavia, mi rendo contro che il mio  un consiglio non richiesto, ma sono fermamente convinto che lei dovrebbe cercare un altro lavoro. In un ambiente pi civile."
"Lei pu sempre andare a mangiare in un altro posto, Mister Cantry."
"Non  questo il punto! E' lei quella che viene degradata."
Avrei tanto voluto dirgli, con una risata volgare: "Ma vaffanculo!. Degradata chi"? Invece gli dissi, stizzita: "Senta, non sono andata al college, Mister Cantry. E' gi tanto se ho finito le superiori. E poi gliel'ho detto, a me il Sandy Hook Diner piace."
Era da settimane, forse da mesi, che non facevo un discorso cos lungo con un altro essere umano. Mi sentivo eccitata e piena di energia, come se stessi correndo.
"Va bene. Ho torto," gua Mister Cantry.
L'avevo deluso. Mi aveva presa per una prima della classe, e adesso stava accorgendosi del suo errore.
Lo ringraziai per il suo interessamento, e gli augurai buona-notte. Fece qualche passo indietro, esitante, come se d'un tratto si fosse reso conto della nostra situazione, del fatto di essere soli sul portico. Mi accorsi che voleva stringermi di nuovo la mano, ma le nascosi entrambe dietro la schiena. E mi disse, incerto: "Magari, un'altra volta, se le fa piacere, potremmo mangiare insieme. Non alla tavola calda." Era un tentativo di battuta, ma la ignorai, e prima di cedere, mi affrettai a ribattere: "Non so. Magari."
Dentro l'atrio odoroso di muffa della vecchia casa, osservai il mio ex prof di matematica che scendeva con cautela i gradini e si allontanava sotto la pioggia. Era evidente che zoppicava leggermente, e si appoggiava alla gamba sinistra. Le spalle ce le aveva curve. Prima aveva chiuso l'ombrello, come se volesse entrare, e adesso, sotto la pioggia, si era dimenticato di aprirlo.

Quella notte, cosa strana, feci un sogno. Una di quelle che chiamavo le mie fantasmagorie masochiste (e che avevo avuto sin dalle elementari). "Ero al Sandy Hook Diner e dovevo servire gli amici di Mister Yardboro, anche se non riconoscevo nessuno. E Mister Yardboro fischiava per chiamarmi. Io ero nuda, a parte uno straccio sottile che mi stava cadendo. Facevo vedere le tette e il pube peloso e non potevo farci niente. E gli uomini a chiamare: 'Cameriera! Qui!' come se fossi un cane. Anche se volevano solo scherzare. Comunque non mi toccava nessuno. Gli portavo i piatti, ma non mi toccavano. Mangiavano pezzi di carne con le mani, e avevano le dita e la bocca sporche di sangue. Mi accorsi che mangiavano seni e genitali femminili. Toglievano la carne rosea dagli involucri pelosi come si fa con le ostriche dalle conchiglie. E ridevano per la faccia che facevo. Mi lanciavano delle monetine, io mi chinavo a raccoglierle e arrossivo, finch sentii una sensazione erotica, qualcosa che premeva come quando si gonfia un palloncino fino a farlo scoppiare", e mi svegliai affannata ed eccitata, col cuore che mi batteva cos forte da far male, e il corpo fradicio di sudore freddo sotto la camicia da notte sporca, e ci misi un bel po' prima di riaddormentarmi. Mister Cantry, lui non lo sognai.


12.
Alla fine di novembre le mie ore al Sandy Hook Diner si erano molto ridotte. I miei turni erano imprevedibili, dipendendo (pensai) dalla disponibilit delle altre cameriere. Un giorno potevo cominciare alle sette di mattina, il giorno dopo alle quattro e mezza del pomeriggio, l'ora della cena "per chi andava a letto con le galline" (un menu speciale per la terza et a sette dollari e novantanove). Altri giorni, non lavoravo proprio. Dormivo.
Quando facevo il turno serale, Mister Cantry, chiss come, sembrava saperlo sempre. E centellinava il caff fino alle dieci di sera - l'ora di chiusura -, nella speranza di "scortarmi" fino a casa.
Io gli dicevo educatamente grazie, ma avevo un altro impegno.
E glielo sibilavo inviperita, non volendo che gli altri lo sentissero.
Avevo sempre il terrore di essere licenziata, e cos cercavo di stordirmi a furia di energia, buonumore e sorrisi. E ce l'avevo stampato in faccia talmente bene, il mio sorriso, che impiegava un po' di tempo a scomparire, finito il turno; a volte mi svegliavo nel mezzo della notte per scoprire che mi era ritornato. "Cameriera! Cameriera! " Sentivo voci che mi richiedevano impazienti, ma quando mi giravo, ero sola.
Comunque Mister Cantry si faceva vedere spesso. Sempre nel suo spar, che era nell'area che dovevo servire io. Vestito di tweed marrone, e camicia bianca inamidata. I riflessi metallici dei capelli tagliati a spazzola. Le spalle e il testone che fremevano come se dovesse sempre aggiustare l'allineamento del collo. Dalla sera che mi aveva accompagnato a casa, non avevamo pi parlato; ma quando mi avvicinavo, sorrideva sempre, timido e ansioso. Non lo incoraggiavo in nessun modo. E temevo che qualcuno alla tavola calda sospettasse che "Bello di mamma" o il "Signor Checca" e io ci conoscessimo, per quanto superficialmente. Quando Mister Cantry mi salutava: "Salve, Xavia! Come va stamattina?" io sorridevo come un robot e chiedevo: "Che cosa le posso portare, signore?" Se Mister Cantry si azzardava a lasciarmi una mancia troppo grossa (per esempio una banconota da cinque dollari per un piatto di frutti di mare da nove dollari e novantanove!), lo chiamavo indietro: "Signore, ha dimenticato il resto." E lui, arrossendo pentito, riprendeva i soldi mormorando una scusa.
In questi momenti mi sentivo trionfare di vendetta. E sentivo le guance arrossate, come quando, ai tempi della scuola, mi facevo valere - o facevo proprio la prepotente - durante turbolente partite di pallacanestro o di pallavolo. Attivit in cui ero una specialista, dato che ero molto pi forte delle altre.


13.
Una sera, all'ora di chiusura, al Sandy Hook Diner non c'era nessuno, a parte Mister Yardboro e me.
"Ti va un giro?" disse Mister Yardboro, ed eccoci nella sua Lincoln Continental un po' arrugginita ma ancora seducente, lungo la strada costiera. Oltre il faro e il parco. Una luna simile a un osso levigato, che si rifletteva sulle acque scure e increspate. Dentro la macchina si stava al calduccio e mi sembrava di sognare. La mia testa sulla spalla di Mister Yardboro, la fronte contro la sua gola. Non ricordo bene di cosa parlavamo, forse non parlammo proprio, non ce n'era bisogno. Il suo odore inconfondibile, il suo alito da fumatore, il suo corpo, le sue ascelle, l'olio che si spalmava sulla sua pelle ruvida, mi facevano girare la testa e non capivo pi niente. "Dove stiamo andando? Che cosa mi vuoi fare"? Anche se, a guardare pi da vicino la ragazza con la testa sulla spalla di Mister Yardboro, mi accorsi che aveva i capelli di un biondo abbagliante. E aveva una faccia a forma di cuore, da ragazza carina, che io non avevo mai visto. E anche la luna piena simile a una perla si dissolse in una nuvola di fumo.
Ma capit un'altra occasione in cui all'ora di chiusura non c'era nessuno, a parte Mister Yardboro e me. Pulii i spar per l'ultima volta nella giornata, e passai al bancone. Spensi le luci. E davanti alla cucina, con le mani sui fianchi, ecco Mister Yardboro guardarmi con quel suo sorriso beffardo, che poteva essere amichevole come maligno. E che mi diceva: "Vieni in cucina un momento, tesoro. Ho delle istruzioni speciali da darti."


14.
II giorno del Ringraziamento presi un pullman e andai a casa. Non ci volevo andare, ma mia madre mi aveva supplicato con molta insistenza. Sapevo che stavo facendo un errore, ma ormai ero nella mia vecchia casa, mille ricordi che mi venivano in mente e tutti deprimenti, l'odore del tacchino arrosto che mi faceva vomitare, l'odore del grasso, l'odore della lacca di mia madre. Due minuti dopo essere entrata capii che non ce l'avrei fatta. In ogni caso il pomeriggio, mentre eravamo in cucina, dissi: "Scusa, mamma, torno subito," e andai a prendere il vecchio album con le foto, le mani fradice di sudore. "Ti posso chiedere una cosa, mamma? " dissi, e lei, sospettosa, dato che anni di convivenza l'avevano resa diffidente nei miei confronti: "Che cosa?" E io: "Prometti di dirmi la verit, mamma?" E lei, scocciata: "Come faccio finch non so qual  la domanda?" E io: "D'accordo. Ho avuto una sorella che  nata prima di me,  stata chiamata come me ed  morta? Voglio sapere solo questo." E mia madre, fissandomi come se le avessi gridato delle oscenit: "'Che cosa', Alice?" Ripetei la domanda, che per me era perfettamente logica, e mia madre disse: "Non hai mai avuto nessuna sorella, e tanto meno una che sia morta! Da dove ti vengono certe idee?" E io: "Da qui. Da queste foto." E aprii l'album per mostrarle le foto di me da neonata e da bambina, dicendo a voce bassa, rabbiosa: "Non cercare di dirmi che questa sono io, che non  vero! " E mia madre, alzando la voce: "Ma certo che sei tu! E chi altra? Sei pazza?" E io: "Mi posso fidare di te, mamma?" E lei: "Cos', un altro dei tuoi scherzi? Certo che sei tu! " E io, asciugandomi le lacrime: "Non  vero! Maledetta bugiarda! Questa  qualcun'altra, questa non sono io! Questa  una ragazzina carina mentre io sono brutta e 'questa non sono io'!" E mia madre perse il lume della ragione, come spesso le succedeva quando litigavamo, e cominci a gridarmi a prendermi a schiaffi a singhiozzare: "Cattiva! Cattiva! Perch dici queste cose? Mi vuoi spezzare il cuore! S che sei brutta! Vattene! Non ti vogliamo qui! Il tuo posto non  tra la gente normale!"
E cos me ne andai. Presi il primo pullman per Sandy Hook e quando quella sera andai a letto presto, sperando di dormire almeno dodici ore di fila, sembr che non me ne fossi mai andata.


15.
La sera della domenica successiva Mister Cantry si azzard a venire a casa mia. E a suonare il mio campanello, come se lo stessi aspettando! Era la prima volta che squillava il campanello del 3F da quando stavo in quello squallido posto, ed era cos assordante che sembrava ci fossero delle vespe impazzite. Mi sarebbe piaciuto non sapere chi era, ma lo sapevo.
Senza fretta scesi le scale con la mia felpa POTERE ALLA POESIA sporca e un paio di jeans. Ed eccolo, il mio ex prof di matematica, con la sua facciona color lardo, che mi guardava socchiudendo gli occhi. Aveva il trench scampanato e si stava rigirando nervosamente tra le mani il berretto con la visiera. "Buo-nasera, Xavia! Spero di non averla disturbata! Le va di venire con me a cena? Non al Sandy Hook Diner." Rimase in attesa della mia risposta, ma non sorrisi. Dissi solo che avevo mangiato, grazie tante. "Che ne direbbe allora di una passeggiata? Di bere qualcosa? E' un'ora ragionevole? Ho visto che non era di servizio al solito posto, e cos mi sono preso la libert di venire qui. E' arrabbiata?"
Volevo dire: "Grazie, ma ho da fare". Ma mi sentii dire: "S, una passeggiata andrebbe bene. Perch dovrei essere arrabbiata?"
Le ultime due volte che Mister Cantry era venuto al Sandy Hook Diner, ero stata fredda. Non mi piaceva che se ne stesse rintanato nel suo angolo a guardarmi. A sorridere corrucciato come se a volte non mi vedesse proprio, Dio sa che cosa vedeva. Il giorno prima alcuni clienti mi avevano voluto fare uno dei soliti scherzi, passandosi tra loro una copia di "Hustler", in modo da farmi intravedere uno dei primi piani di sessi femminili da manuale di anatomia. Il mio ruolo consisteva nel far finta di non avere visto, arrossendo e abbassando gli occhi come una ragazzina. Io, con il culone, e i seni che sballonzolavano dentro la maglietta e il golf sbottonato. "E' tutto okay. Sono una che sta agli scherzi". Senza fare troppe scene, che gli uomini non sopportano le donne che fanno scene, come quelle che piangono, li fanno sentire in colpa, gli ricordano le loro madri. Pi come se chiedessi la loro protezione. Ed era tutto okay, se non che c'era anche Mister Cantry. Apparve alle mie spalle, con la bocca distorta dal disgusto e il suo vecchio tono professorale: "Mi scusino! Un momento solo, per favore!" Gli altri lo guardarono esterrefatti, non sapendo che cosa diavolo stesse succedendo, ma io sapevo, credevo di sapere, e fui pronta a girarmi, a prenderlo per la manica e a riportarlo al suo posto, bisbigliando: "Mi lasci in pace, Dio la maledica! " E lui, sempre sotto voce: "Ma la stanno molestando, quei mascalzoni!" E io: "E come fa a saperlo?" Aveva gli occhi a raggi X e poteva vedere quello che succedeva dietro il spar? Comunque avevo evitato il peggio, e tornai dagli altri clienti che stavano sghignazzando, facendo pi o meno finta di non avere capito niente, la solita cameriera oca che cerca di compiacere i suoi clienti: "Ehi, ragazzi, ma voi non ce l'avete un cuore"? Tant' che alla fine funzion, e mi lasciarono mance decenti in monetine sparse sul tavolo appiccicoso. Ma ero furibonda con Mister Cantry e gli avrei chiesto per favore di non farsi pi vedere al Sandy Hook Diner se, a essere onesti, ci fossimo potuti permettere il lusso di perdere un cliente.
"Spero non se la sia presa per ieri. Non sembrava contenta."
"Quelli l sono amici del padrone. Devo essere gentile con loro."
"Sono volgari, ignoranti..."
"Sono amici del padrone. E comunque a me piacciono."
"Le piacciono? Degli individui cos?"
Alzai le spalle. Risi. "Si sa come sono fatti i ragazzi."
"Nella mia classe non avrei..."
"Lei non ha pi una classe."
Eravamo su di giri. Una specie di litigio tra innamorati. Camminavo davanti a Mister Cantry, in fretta. Mi sembrava di sentire le fitte nelle sue gambe, che dovevano reggere il peso del suo corpo sgraziato.
Andammo da Woody's, un caff che avevo sempre visto dal di fuori, ammirandone le luci intermittenti, in anticipo sul Natale. Attraverso la vetrina ovale avevo spesso visto coppie romantiche a lume di candela, mano nella mano. Nel momento in cui Mister Cantry e io ci sedemmo a un tavolino, con le ginocchia che cozzavano goffamente, mi sembr di essere in un altro posto. Le candele erano finte, e in sottofondo imperversava una musica rock da teen-ager, sempre la stessa. Mister Cantry sussult per il frastuono, ma aveva deciso di essere di compagnia. Ordinai un vodka martini. Era la prima volta che lo bevevo, e sapevo che di tutti gli alcolici in circolazione la vodka era il pi potente. Mister Cantry si limit a un'acqua tonica con una fettina di limone. Il nostro cameriere era giovane e annoiato, e fissava me e Mister Cantry con un'espressione ostentatamente neutrale.
"Tutti vogliamo realizzarci. Emergere in qualche modo," disse Mister Cantry alzando la voce per sovrastare il frastuono. "Concorda?"
Non lo stavo seguendo. La mia coda di cavallo si stava disfando e volevo legarmela con un elastico, che per era vecchio e si ruppe. Rinunciai. Arriv il mio vodka martini e ne bevvi un bel sorso mentre Mister Cantry alzava il suo bicchiere per un tentativo di brindisi.
Con tutta la mia cattiveria ribattei: "Ma perch uno dovrebbe realizzarsi? Francamente, a chi cazzo gliene frega?"
"Xavia, non pu dirmi questo." Pi che scioccato, Mister Cantry sembrava perplesso, come succedeva a mia madre prima di rendersi conto della bruttezza incommensurabile che aveva generato. "Non penso sia una risposta onesta. La contesto."
"La maggior parte della gente non ha niente da realizzare. La maggior parte vive senza andare da nessuna parte. Perch non accettarlo?" dissi.
"Ma  nella natura umana il desiderio di migliorarsi. Proiettare all'esterno l'essere interiore. Non lasciarsi prendere dalla disperazione. Non arrendersi." Mentre parlava arricciava il labbro in modo schifiltoso.
"Ma lei non si  arreso, Mister Cantry?"
Era una provocazione crudele. Mi sorpresi di avere mirato con tanta precisione. Ma devo ammettere che Mister Cantry incass bene. Alz le spalle, respir profondamente, rimase a rimuginare. E poi disse: "Dall'esterno, forse. Ma all'interno, 'no'."
"Che cos' l''interno'? L'anima? La pancia?"
"Xavia, mi sconvolge. Non  da lei."
"Se si guarda allo specchio, Mister Cantry, pensa davvero che quello che vede non  lei? Chi , allora?"
"Non mi fido degli specchi," singhiozz Mister Cantry. Fin la sua acqua tonica, ghiaccio compreso, e si mise a succhiare la fettina di limone. "E non li ho mai considerati come una misura dell'anima."
Scoppiai a ridere. Mi sentivo bene. Il vodka martini non era la mazzata che credevo, ed era delizioso. Nelle vene mi guizzavano lampi azzurri, veloci come la fiamma di un fornello a gas. "Io lo so che sono brutta. E non ho bisogno di prendermi in giro."
Mister Cantry mi fiss, increspando le labbra. "Xavia, cosa dice mai? Lei non  brutta."
"No? Io non sarei brutta?" Risi, dandomi una pacca sulle mie guance carnose. Le fiamme mi scorrevano dappertutto, e mi scottava la pelle.
Mister Cantry scelse le parole con cura. "Lei  una giovane donna di tipo esotico. Forse non  attraente in modo tradizionale, come lo sono, banalmente, le classiche ragazze americane. I suoi occhi, la forma del suo volto, sono... interessanti! Ma non brutti."
Ero stufa di queste stronzate. Chiamai il cameriere annoiato. Doveva avere la mia et, con una faccetta rotonda, ciglia lunghe e una boccuccia da cupido. Un bel ragazzino, e lo sapeva. "Cameriere!" dissi, e quando ottenni un cenno di disponibilit, sia pure guardinga, gli chiesi: "Mi dica, sono brutta?"
"Prego?"
Mister Cantry mi fece segno di tacere, come un genitore scandalizzato. "Xavia! Per favore!"
Il giovanotto imbarazzato mi fissava, arrossendo.
"Guardi," gli dissi civettuola, "che ne va della sua mancia. Se non risponde sinceramente."
Il cameriere cerc di sorridere, sperando di buttarla sullo scherzo.
"Sono brutta? Dica la verit."
Ma il cameriere mormor delle scuse, che lo chiamavano in cucina, e scapp.
Mister Cantry mi rimprover. "Non dovrebbe imbarazzare il prossimo, Xavia, se non sta bene con se stessa."
Protestai. "Ma io sto benissimo con me stessa! Credo solo che si debba dire la verit."
Qualche minuto dopo il cameriere torn, probabilmente dopo avere preparato una risposta spiritosa, ma ormai Mister Cantry e io stavamo discutendo di altre cose. La vodka mi aveva dato alla testa ed ero di buon umore. "Un altro," dissi schioccando le dita. "Di entrambi."
Mister Cantry estrasse un grosso fazzoletto e si soffi sonoramente e meticolosamente il naso. Se stavo cominciando a sentire qualcosa per quest'uomo, i suoi barriti bastarono a smontarmi. Mi chinai verso di lui e gli chiesi, solennemente: "Mister Cantry, lei pensa spesso alla morte?"
Era come avvicinare un fiammifero acceso a una tanica di benzina.
Per un momento tormentoso, Mister Cantry non fu in grado di parlare. I suoi occhi tremarono come se stessero per sciogliersi. Mi accorsi che la sua pelle sembrava rattoppata come la mia, per quanto me ne ricordavo; come se fosse stato fatto a pezzetti e poi rabberciato alla bell'e meglio. "La morte, certo. Ci penso in continuazione." E attacc a parlare dei suoi genitori, morti entrambi, e di una sorella cui era molto legato e che era morta di leucemia a undici anni, e di un cocker spaniel che si era portato a Sandy Hook per fargli compagnia e che era morto in agosto, ad appena sette anni di et. Dal giorno che era morto il cane, confess, ogni mattina si chiedeva se avrebbe trovato la forza di alzarsi dal letto; dormiva ore e ore fino a stordirsi, e a volte credeva di andare molto vicino alla morte. "Mio padre  morto cos, nel sonno, a cinquantadue anni. Gli si  fermato il cuore, come un orologio." Vidi che aveva gli occhi umidi di lacrime; e mi sembrarono belli e luminosi quegli occhi; cos come le sue labbra umide e pendule, e addirittura le sue narici luccicanti; il mio cuore acceler i battiti, cercando di resistere all'emozione che stava provando e che mi pompava nelle vene, anche se rifiutavo di riconoscerla. Ma una voce maligna insinuava: "Ecco perch ti sta dando la caccia. Perch gli  morto il cane".
Ero affascinata da questo uomo brutto che sembrava non rendersene conto. Quando dei rivoli di lacrime gli scivolarono sulle guance, e si affrett ad asciugarli, imbarazzato, con un tovagliolino, mi stravaccai sulla sedia, osservando il locale affollato, con aria annoiata. Il naso di Mister Cantry colava come una fontana, e dovette soffiarlo di nuovo, questa volta col mio tovagliolino. Ora che ebbe finito, il sentimentalismo mi era passato.
Scolai il mio vodka martini e mi alzai. Mister Cantry annasp per mettersi al mio fianco, come se si fosse scosso da un sogno. La fronte bozzoluta gli luccicava di sudore. Mentre mi facevo largo verso l'uscita, mi stava appiccicato e mi disse: "Xavia, penso che lo debba sapere... Provo un'attrazione nei suoi riguardi. Mi rendo conto della differenza di et, e di sensibilit. Ma spero di non offenderla."
Al guardaroba c'era una gran confusione, e quasi stavo per sfuggire al mio accompagnatore.
Ma sul marciapiede, con l'aria che gelava, Mister Cantry ripet supplichevole: "Xavia, spero di non offenderla."
Lo ignorai. Mi ero infilata la giacca a vento e il mio berretto a maglia. La prima era unisex e voluminosa, mentre il secondo mi faceva sembrare la testa piccola come una nocciolina. Mi vidi di traverso in uno specchio nella vetrina mezzo nascosto dalle piante, e mi venne da trasalire e al tempo stesso da scoppiare a ridere. Dio, quanto ero brutta! Non esageravo. Una bruttezza tale da essere quasi trionfante, come quando fai canestro dopo avere subito fallo.
Volevo tornare a casa e camminavo in fretta, costringendo Mister Cantry a corrermi dietro. Respirando sembrava che sfregasse carta vetrata contro una superficie ruvida. Poveraccio. Mi chiesi se le sue gambe bianche e molli fossero coperte di vene varicose. E se i suoi piedi, come i miei, si gonfiassero come due gozzi e richiedessero bagni serali. Eppure Mister Cantry cercava di riprendere fiato e di riguadagnare una parte della sua dignit dilapidata: "Quanto alla morte, Xavia, penso che sia un argomento su cui  inutile discutere. Poich, da morti, siamo in uno stato di beata non-esistenza; ossia di non-conoscenza. Il che significa..."
Parlava con passione, agitando entrambe le mani. Avrei potuto provare qualcosa, ma l'effetto delle sue parole fu compromesso dall'improvvisa ansia che lo prese quando una macchina della polizia pass lungo la strada; sembrava quasi che avesse paura di essere visto. Feci una battuta sul fatto che a Sandy Hook non succedeva mai niente, ma Mister Cantry era troppo agitato per rispondermi. E si calm solo quando la volante gir a una traversa.
"Il fatto , Mister Cantry, che noi moriamo," gli dissi scocciata. "E' un verbo attivo. 'Io' muoio, 'tu' muori, 'noi' moriamo. Non  uno stato di beatitudine,  un'azione. Dove c' terrore e dolore. Come annegare nell'oceano..."
Ma Mister Cantry aveva la testa altrove. Forse era demoralizzato. Lo mollai sul marciapiede davanti a casa mia, lo ringraziai per il drink, e salii di corsa i gradini prima che potesse accompagnarmi, sbuffando come un mantice. "Xavia... buonanotte," disse esitante alle mie spalle.


16.
"Lee, accidenti! Possibile che tu sia tanto sensibile, che il lavoro sporco lo devo fare sempre io?"
Maxine stava telefonando. La faccia pi lunga che mai, a significare esasperazione per il cugino. Anche se era proprietario del Sandy Hook Inn, o almeno aveva una ragguardevole ipoteca sulla propriet, era Maxine quella che, dietro suo ordine, a turno licenziava o allontanava i dipendenti.
Naturalmente non avrei dovuto sentire niente. Maxine non sapeva che mi ero avvicinata di nascosto.
Con mio orrore, era stata assunta una nuova cameriera. Non l'avevo vista, ma ne avevo sentito parlare: una rossa carina, si diceva. Da novembre gli affari erano calati ulteriormente, per poi stabilizzarsi. Un McDonald's simile a un tempio aveva aperto a un miglio di distanza, e di certo ci avrebbe rubato altri clienti. Non si parlava mai della concorrenza; una semplice allusione bastava a imbestialire Mister Yardboro.
In qualche modo credevo di piacere a Mister Yardboro. Peraltro mi controllava come tutte le sue dipendenti. I suoi occhi azzurri a palla mi stavano sempre appiccicati addosso, mentre masticava uno stuzzicadenti. "Ehi, tesoro. Ehi, dolcezza, vediamo di darci una mossa. Ma non ciabattare troppo, eh"? Cercavo di obbedire a Mister Yardboro senza aspettare le sue istruzioni. Cercavo di anticipare i suoi minimi desideri. Ero molto gentile e sorridevo sempre quando servivo i suoi amici casinisti. Non gli sparlavo mai alle spalle, come facevano le altre. Non facevo mai i lavori a met, non mi nascondevo mai nei bagni a piangere e a bestemmiare. La mia unica debolezza, che cercavo di tenere segreta, era di mangiare gli avanzi dai piatti. Come la maggior parte di chi lavora con le cose da mangiare, mi era venuta presto una forma di ripugnanza verso il cibo; eppure continuavo a mangiare, e una volta che iniziavo, qualunque roba fosse, per quanto schifosa, mi veniva l'acquolina in bocca, ed era impossibile fermarmi. Quando avevo ascoltato per caso la telefonata di Maxine, era una giornata particolarmente difficile: una giornata di mance striminzite, di clienti rognosi e di profondo disgusto esistenziale. E quando portai in cucina un carrello di piatti sporchi, approfittai del fatto che non ci fosse nessuno per divorare un bel po' di cipolle fritte, di patatine zuppe di ketchup e ci che rimaneva di un cheeseburger che nel mezzo era quasi crudo e sanguinolento. Non capivo pi niente, e attaccai un altro piatto, ingurgitando gli avanzi di un filetto di persico, un pesce dal sapore cos schifoso che neanche il ketchup lo mascherava: e in quel momento terribile Mister Yardboro sbatt la porta girevole fischiettando. Dovette vedermi, gli occhi colpevoli e terrorizzati, le dita e la bocca unte, ma in un gesto di tatto inaspettato - a meno che non fosse semplice imbarazzo, poich c'erano cose che imbarazzavano anche Lee Yardboro - continu tranquillo fino al suo ufficio, facendo finta di non avere visto.
Anche se prima di chiudersi dentro mi squadr con i suoi occhi azzurri e mi disse, con una smorfia di disprezzo: "Mangia tutti gli avanzi che vuoi, dolcezza. Risparmieremo in sacchetti della spazzatura."


17.
Mister Cantry, a quanto pareva, aveva smesso di mangiare al Sandy Hook Diner. Lo venni a sapere per caso, da una cameriera. Stava raccontando che "il tipo grosso e strano, quello coi capelli a spazzola" era venuto un paio di settimane prima, quando non ero di turno, e che Mister Yardboro gli aveva detto per favore di non farsi pi vedere, perch altri clienti - vale a dire gli amici suoi, che si erano legati al dito che "Bello di mamma" non apprezzasse "Hustler" - si erano lamentati nei suoi confronti. "E che cosa ha risposto?" chiesi. Era buffo che avessi fatto un sorriso complice, come se stessi stabilendo un contatto con questa collega acida che non conoscevo e che non mi stava simpatica pi di quanto io non fossi simpatica a lei, per il solo fatto di parlare di un individuo incapace di difendersi. Ci stavamo comportando come amiche! "Ha detto qualcosa tipo: 'La ringrazio,  proprio quello che intendevo fare anch'io.' E se ne  andato. Mi ricordava uno strano professore che avevo, che parlava sempre al soffitto." Risi cercando di immaginare la scena. Grazie a Dio non aveva detto niente di "Xavia". Era un sollievo che nessuno potesse intuire il nostro rapporto.
Ci pensavo mai a Mister Cantry, il mio vecchio prof di matematica? Neanche una volta. Cancellato dalla memoria come una macchia da un tavolo di frmica.
Tranne il pomeriggio buio e ventoso della vigilia di Natale. Stavamo per chiudere, prima del solito (momento di solitudine: Mister Yardboro era andato con la famiglia a passare una settimana a Orlando, in Florida), quando entr Mister Cantry, per chiedermi se mi poteva vedere quella sera. Indossava un goffo cappotto di lana nera e un berretto floscio calcato sulla fronte. I suoi occhi senza colore mi fissavano con bramosia e rimprovero in egual misura, come se fossi stata io quella che l'aveva bandito dal Sandy Hook Diner. Volevo dire: "Che cosa? Sta scherzando? La vigilia di Natale con lei"? ma mi sentii rispondere, con un sospiro: "Va bene. Per non posso fare tardi."
La tavola calda aveva decorazioni essenziali ma sgargianti. Ci avevamo pensato Maxine e io, e ne eravamo quasi fiere. Sopra i spar erano appesi agrifoglio, vischio di plastica e fili d'argento; in una vetrina c'era un alberello di plastica alto un metro, con le luci intermittenti; e accanto alla cassa un babbo Natale comicamente panciuto, cui si accendeva il naso (tra cameriere si scherzava sulla sua somiglianza con Mister Yardboro, date le guance paonazze e gli occhi azzurri a palla). Chiesi ironicamente a Mister Cantry che cosa pensasse delle decorazioni, e lo vidi girarsi lentamente, come per farne l'inventario. In quel momento eravamo soli e, vedendo la tavola calda con gli occhi di Mister Cantry, mi vennero i brividi. Il Sandy Hook Diner non era altro che la somma delle sue superfici. Come uno di quei paesaggi urbani iperrealisti che vanno di moda, tutti neon, acciaio cromato, frmica, plastica e vetro, che stai a guardarli e ti chiedi come faccia uno a essere tanto coglione da mettersi a dipingerli.
Mister Cantry cerc di essere gentile. "Be', cattura un certo spirito natalizio."

Malgrado la sua faticosa andatura, Mister Cantry insistette per passare a prendermi e portarmi a casa sua. Con mia sorpresa, abitava in una strada parallela alla mia, a pochi isolati di distanza; un condominio di cinque piani. Il suo appartamento, al secondo piano, aveva un soffitto alto e un inutile caminetto nel soggiorno zeppo di mobili. Il tappeto polveroso era pieno di peli di cane color rame, che sembravano parte della trama originale; altri peli erano sul sof vittoriano di crine su cui Mister Cantry mi invit a sedere. Le finestre erano oscurate quasi per intero da pesanti drappi di velluto. Aleggiava un odore insistente, come di medicinali. La solita voce mi bisbigli: "La scena della seduzione"! Mentre Mister Cantry si arrabattava in cucina - doveva scaldare gli antipasti, aveva detto - esaminai un tavolo carico di foto incorniciate e impolverate di parenti dal cranio oblungo e dall'aria austera, quasi tutti di mezza et o anziani, con vestiti e acconciature fuori moda. Nella fila anteriore campeggiavano le foto di un cocker spaniel col pelo color caramello e gli occhi acquosi. Mister Cantry entr nel salone fischiettando e reggendo un vassoio d'argento con una bottiglia di champagne, due coppe di cristallo, e un piatto di salsicce ancora fumanti e pezzetti di formaggio. "Ah, Xavia," mi disse. "Quello  il mio altare dei morti. Ma non deve rattristarci, la vigilia di Natale."
L'odore degli antipasti mi fece venire subito fame, anche se ero un po' nauseata dall'odore di medicinali e dal tanfo di polvere, sporco e solitudine. Mister Cantry depose cerimoniosamente il vassoio davanti a me, come se ci fosse una tavolata di gente. Aveva gli occhi appannati dallo sforzo, e gli tremavano le dita. Dato che iniziai a mangiare senza dire nulla, aggiunse, in tono assorto: "Quando, come me, ci si ritrova a essere l'ultimo della propria stirpe, si guarda indietro, Xavia, e non avanti. Con dei bambini, certo, tutte le attenzioni e le speranze sarebbero rivolte al futuro."
"Be', io non sono dell'umore di avere un bambino. Anche se  la vigilia di Natale. Non faccia affidamento su di me, Mister Cantry."
"Xavia, dici di quelle cose!"
Mister Cantry arross, ma era compiaciuto, come se gli avessi fatto il solletico. Ero diventata la saputella sfacciata che affascina inspiegabilmente alcuni professori. "Non stavo parlando di noi, naturalmente. Parlavo cos, in generale." Si sedette sul sof accanto a me, facendolo cigolare. Mi stupii che si mettesse cos vicino. Tra le mura del suo appartamento, Mister Cantry sembrava avere guadagnato punti in sicurezza maschile. Con qualche affanno stapp lo champagne - francese, con un'etichetta nera e una pretenziosa scritta dorata - e riemp le coppe fino all'orlo. E rise quando un po' di liquido trabocc sulle mie dita e i pantaloni di velluto. "Alle vacanze, Xavia! E al nuovo anno, che spero porti a entrambi tanta felicit." C'era qualcosa di sballato e di inquietante nel modo in cui sorrise, alz la sua coppa contro la mia, e bevve. Mi venne in mente di chiedergli una cosa. "E' sicuro che pu bere, Mister Cantry?" E lui, risentito: "La vigilia di Natale non  un giorno come gli altri, penso."
"Se sei un alcolizzato nessun giorno pu essere speciale", pensai. A dire il vero, qualche anno prima un problema con l'alcol l'avevo avuto io. Ma me l'ero tenuto per me.
Nel giro di pochi minuti, Mister Cantry e io avevamo bevuto due coppe di champagne a testa. E mangiato gran parte delle salsiccette unte e del formaggio. Mister Cantry mi stava intrattenendo sulle sue fonti di sostentamento - una pensione di invalidit dello Stato del New Jersey e un piccolo patrimonio di famiglia. "Non mi sono ancora sposato," disse, soffocando un ruttino, "per il buon motivo che non mi sono mai ancora innamorato." In testa sentii un brusio come se scoppiassero tante bollicine; o forse erano cellule cerebrali. Sorrisi, vedendo una mano maschile grassoccia che brancicava verso la mia, una creatura glabra che cercava un'anima gemella. "Vai con la seduzione! Vai con lo stupro"! Mi misi a ridere, anche se cominciavo a essere terrorizzata. "Sei cos misteriosa, Xavia!" disse Mister Cantry. "Cos esotica. Al contrario di tutte le altre giovani cameriere che ho conosciuto a Sandy Hook." Non avevo voglia di sapere che c'erano state altre cameriere nella vita di Mister Cantry. "Perch sono cos speciale?" gli chiesi ironicamente, osservando le sue dita che serravano le mie, le nostre mani sulle mie ginocchia. Le sue nocche erano grosse e bianche, e le unghie ben curate, meglio delle mie. "Perch sei stata una mia studentessa. C' sempre qualcosa di sacro in un rapporto del genere." Risi mascherando la delusione. Non ero neanche sicura che fosse stato il mio professore. Mi liberai dalla sua presa e rovesciai sul sof lo champagne che restava nella mia coppa. Mister Cantry armeggi con i tovagliolini, mormorando qualcosa di incomprensibile. "Penso che sia meglio che vada, Mister Cantry. Non mi sento bene."
"Puoi sdraiarti! Qui, o nell'altra stanza," disse Mister Cantry, respirando affannato. "Questa doveva essere un'occasione felice." Mi alzai, e la stanza mi gir attorno. Mister Cantry fece per reggermi ma barcollava anche lui, e rovinammo maldestri sul pavimento, avvinghiati uno all'altra. Io stavo ridendo come una matta, e per poco non mi mancava il fiato. "Adesso ti strangola. Hai visto che occhi"? E cominciai a fuggire, strisciando carponi. Dovevo avere staccato il filo di una lampada, e la stanza era in parte al buio. Mister Cantry era in ginocchio di fianco a me, ansimando e accarezzandomi goffamente i capelli. "Ti prego, perdonami! Non volevo turbarti!" Mi trovai davanti qualcosa - una sedia. Cercai di liberarmi dalla sua mano, che mi toccava i capelli e il collo in un modo che poteva essere interpretato come giocoso, cos come Mister Yardboro e i suoi amici si davano virilmente dei pugni sugli avambracci. Ma Mister Cantry era forte, e pesante. Adesso mi stava accarezzando la schiena e mi stava baciando la nuca, con la bocca umida e bramosa come quella di un cane. "Io ti potrei amare. Tu hai bisogno di una guida forte e devota. In quel posto non fai che degradarti. E a furia di essere puniti, uno diventa colpevole. E' una cosa che conosco bene, Xavia..." Presa dal panico, gli diedi uno spintone. Mister Cantry perse l'equilibrio, si abbatt contro un tavolo, e ci fu una cascata di cornici con conseguente rottura di vetri.
Strisciai disperatamente, mi divincolai, saltai in piedi e afferrai la mia giacca a vento. Mister Cantry grid alle mie spalle, come un animale ferito: "Che cosa hai fatto! Come hai potuto! Ti prego! Torna qui! " Corsi fuori dall'appartamento e scesi le scale, e quando tornai a casa e sprangai la porta, i miei occhi furiosi e pieni di lacrime appresero che erano solo le otto e dieci della sera della vigilia di Natale - mi era sembrato che fosse molto pi tardi.
Pensai che forse a Mister Cantry poteva venire in mente di seguirmi per farmi le sue scuse. Ma non lo fece. Il telefono non suon. Non aspettavo telefonate di auguri da parte di mia madre, cos come non avevo intenzione di chiamarla io; e cos fu.


18.
II giorno di Natale, il Sandy Hook Diner rimaneva chiuso. Il giorno dopo, un venerd, quando andai a lavorare il pomeriggio tardi, venni a sapere che Mister Cantry era stato arrestato a Natale perch cercava di spiare nell'appartamento di una donna. Maxine, tutta contenta, mi mostr una copia del quotidiano locale: nel registro degli arresti c'era un trafiletto e una foto di Virgil Cantry in una classica posa di vergogna: intontito dai flash, con una mano alzata senza troppa convinzione per nascondersi la faccia. "E' lui, vero? Il tipo che veniva sempre qui." Presi il giornale e lessi, sbalordita, che la vigilia di Natale una donna aveva denunciato un individuo di sesso maschile che si aggirava furtivamente nel cortile sul retro di casa sua, e spiava nelle sue finestre: si era messa a gridare, era scappata e aveva chiamato la polizia, che non aveva trovato nessuno. Il giorno dopo, sulla base della descrizione della donna e di altre informazioni, la polizia aveva arrestato Mister Virgil Cantry, trentanove anni, che si era dichiarato innocente. "Non ci credo," mi sentii dire. "Mister Cantry non farebbe una cosa del genere."
Maxine e le altre mi guardarono e si misero a ridere.
"No, sul serio. Non la farebbe mai," dissi.
Andai ad appendere la mia giacca a vento, stordita come se avessi preso una botta in testa. Alle mie spalle stavano ancora sghignazzando.
Durante la pausa, corsi alla stazione di polizia, che era a pochi isolati. Chiesi di vedere Virgil Cantry e mi dissero che non si trovava l; non era stato arrestato, come diceva il giornale, ma solo interrogato. Non stavo pi nella pelle e chiesi di parlare con uno degli agenti che si era occupato del caso, dicendo che Mister Cantry e io avevamo passato assieme la vigilia, e non poteva essere stato lui. "E poi non pu neanche correre. Ha un problema alle gambe."
La donna che aveva fatto la denuncia aveva chiamato la polizia alle nove meno dieci di sera. Era assurdo pensare che Virgil Cantry fosse uscito dopo che me n'ero andata, per comportarsi in modo cos disperato. Insistetti che eravamo stati assieme fino a dopo le nove. Feci una deposizione ufficiale, e la firmai. Tremavo dalla rabbia. "Questa persona  innocente," ripetevo. "Non avete il diritto di tormentarlo."
In seguito (mi ero ripromessa di seguire gli sviluppi) venni a sapere che Mister Cantry era stato uno dei tanti sospettati portati al comando per essere interrogati. Anche se non rispondeva alla descrizione della donna - che parlava di un uomo prestante, con i capelli scuri, la barba incolta e un giubbotto di pelle, - la polizia aveva voluto interrogarlo ugualmente, dato che era uno dei pochi abitanti del luogo con dei precedenti (per ubriachezza molesta, disturbo della quiete pubblica e resistenza all'arresto, nove anni prima: accuse di cui si era dichiarato colpevole in cambio della libert vigilata e di un'ammenda). Quattro giorni dopo, il vero guardone venne arrestato, e confess.
Quando Mister Yardboro torn dalla Florida, abbronzato, pieno di vita e con qualche chilo in meno, seppe dell'"arresto" del suo ex cliente, del mio interessamento e della mia testimonianza. Ero diventata lo zimbello del Sandy Hook Diner, e la mia storia continuava a essere raccontata come una barzelletta. Anche Mister Yardboro pens che fosse molto buffa, e si fece una grassa risata; era un uomo a cui piaceva ridere. "Ma allora, tesoro mio, sei la ragazza di 'Bello di mamma'? Da quanto diavolo di tempo andava avanti la cosa?"
Mi sentivo bruciare la faccia. "No. Volevo solo aiutarlo."
"E hai passato con lui la vigilia di Natale?"
Mister Yardboro rideva, rideva, con la sua mano calda e pesante sulla mia spalla.


19.
Verso la met di gennaio trovai nella mia cassetta una busta bianca senza francobollo per "Xavia", con l'indirizzo scritto a macchina.

Cara Xavia,
Grazie! Le sono profondamente grato. Ma mi sento anche cos umiliato. Da questo momento so di essere un bersaglio facile in questo posto terribile.
Il Suo amico,
Virgil Cantry.

Non rividi mai pi Mister Cantry; immagino se ne fosse andato da Sandy Hook. Ma almeno per un'ora mi aveva amata. Io non l'avevo ricambiato, ed era un peccato. Ma per quell'ora, ero stata amata.


20.
Un giorno, alla fine di gennaio, Mister Yardboro mi chiam in cucina per istruirmi sulla pulizia del pesce. Una di quelle che aiutavano in cucina se n'era appena andata. Stuzzicadenti in bocca, Mister Yardboro mi indic la mannaia, gi sporca di sangue diluito, e mi disse di prenderla. Otto pesci interi se ne stavano pancia all'aria sul tagliere. "Comincia dalla testa, tesoro. Decisa, ma attenta. E poi la coda. Non tagliare storto. Non avere paura. Cos, brava."
Avevo le dita come di ghiaccio. Ero eccitata e nervosa. Mister Yardboro sorrideva perch facevo la schizzinosa.
Trota, pesce persico, halibut. I pesci venivano comprati interi dal grossista, perch erano molto pi convenienti. Dovevano essere sventrati, puliti, spinati, sciacquati nell'acqua fredda, e poi fritti impanati, oppure messi in forno con un ripieno gommoso che il menu definiva "salsa di funghi e granchio", e che di fatto consisteva in gambi di funghi tritati e una ripugnante roba sintetica giapponese.
I pesci erano freddi e viscidi come serpenti. Le squame riflettevano il neon accecante. Occhi a bottone stranamente tondi che mi fissavano neutri e senza rimprovero. "Un giorno toccher anche a te. Non sentirai niente".
Feci cadere la pesante mannaia con pi violenza di quella richiesta. La lama tagliente decapit una trota e si conficc nel legno per un centimetro. "Non cos forte, tesoro," ghign Mister Yardboro. "Sei una ragazza forte, vero?"
"Non me ne rendo conto," dissi allegramente.
La puzza di pesce mi nauseava e sentivo un ronzio nelle orecchie, ma tagliai energicamente teste e code, buttandole in un secchiello. Senza gli occhi tondi che mi fissavano, mi sarei sentita pi calma.
"Adesso gli intestini e tutto il resto. Su, infila dentro le dita."
"Dentro?"
Mister Yardboro, che spesso si vantava di essere andato a pescare sull'oceano fin da quando era ragazzo, mi mostr come si puliva il pesce. Le sue dita erano tozze, ma abili e veloci. Le mie molto meno sicure.
Quando la nostra cuoca puliva il pesce, usava guanti di gomma. Ne ero certa. Ma Mister Yardboro non prese in considerazione la possibilit.
Ero maldestra. Gli intestini si appiccicavano alle mie dita. Sangue, tessuti. Schegge sotto le unghie. Per riflesso dovevo avere cominciato a toccarmi la testa. Pi tardi scoprii un pezzo di budello traslucido tra i miei capelli, e capii perch Mister Yardboro mi aveva sorriso al suo solito modo. Sulla sua guancia, una fossetta che sembrava una tacca fatta col rasoio.
Poi bisognava togliere le spine. "Fa niente se non ne togli il cento per cento," disse Mister Yardboro. "Qui siamo mica al Ritz." Togliere la spina dorsale dalla carne non era facile. Ma mi accorsi di quanto fossero belle e delicate le spine. Arcuate e di un bianco traslucido, alcune sottili come capelli. Sotto l'involucro da serpente, c'era un labirinto; un labirinto che una goffa mano umana poteva distruggere tanto facilmente. "Che stai aspettando? Butta via quella roba."
Imbarazzata, gettai le spine nel secchiello. Che emanava una puzza tremenda.
"Okay, tesoro. Adesso ripeti tutto da capo, da sola."
Mister Yardboro non era molto alto, ma incombeva dietro di me. Spalla contro spalla. Come se fossimo quasi pari. Ma non ci cascavo.
Per tutta la mia vita non sono riuscita a mangiare pesce senza sentire gli odori della cucina del Sandy Hook Diner, e avvertire un'eccitazione nascosta dietro la nausea. Interiora di pesce crudo, pesce fritto, impanato e unto. Era disgustoso, ma continuavo a mangiare.



L'amante.

"Non saprai chi sono, non mi vedrai mai. Finch non mi vedrai in faccia. E allora sar troppo tardi".
Era arrivato il disgelo, finalmente, e anche il suo sangue aveva ripreso a scorrere. La terra si scioglieva in rivoli frementi e luccicanti come ferite.
Poich l'uomo che era stato il suo amante avrebbe riconosciuto la sua macchina, ne aveva comprata un'altra.
"Non quella che ti aspetteresti", ma di una marca che non aveva mai avuto n guidato e su cui non aveva mai neanche viaggiato - una berlina Saab, elegante ma non vistosa. Non era un modello nuovo ma sembrava intatta, appena uscita di fabbrica, inviolata. Alla luce del sole brillava di un magnifico verde liquido da fondo dell'oceano, mentre sotto un cielo nuvoloso splendeva di un grigio metallico canna di fucile, pi inaspettato e forse pi bello. Il telaio era concepito per resistere a impatti di grande violenza. Aveva una potente trasmissione che, mentre guidava, mandava le vibrazioni lungo i suoi piedi sensibili su per caviglie gambe stomaco e seni, lungo la spina dorsale, fino al cervello. "Vedr come ci si abituer bene", aveva detto il venditore. "E' una macchina con cui vivere". E i riverberi dei suoi meccanismi segreti erano diventati un'eccitazione troppo intensa e spaventosa per dividerla con un estraneo.
Era il week-end della Domenica delle Palme.
Il disgelo, dunque. Le strade lucide di pozzanghere, lo "staccato" del gocciolio delle foglie. Nuvole gonfie e livide in cielo, odore pervasivo di carne non lavata, lezzo di gas di scarico come afrore di intimit indicibili. In questa auto che rispondeva al suo tocco come nessun'altra che avesse guidato.
Era paziente, ed era metodica. Percorreva la strada che il suo ex amante faceva in media cinque sere la settimana, dal suo ufficio alla periferia di Pelham Junction alla sua casa nella periferia di River Ridge: tre miglia di strada statale, la Route 11, e cinque miglia e mezzo di autostrada, la 1-96. La imparava a memoria, la assorbiva fin sotto la pelle. "Finch non mi vedrai in faccia. E allora sar troppo tardi". Sorrise; era una donna cui il sorriso donava. Con quei denti bianchi e perfetti.
I suoi capelli biondo cenere adesso erano tinti di nero opaco. Le ricadevano sul volto. E un paio di occhiali da sole, neri anch'essi, le nascondevano met faccia. Era disposta a morire con lui? La domanda cruciale. In macchina si toglieva le scarpe, le piaceva sentire le piante dei piedi, avvolte nei collant, contro il tappetino e i pedali della Saab.
A volte, premendo il piede sull'acceleratore, sentendo la Saab rispondere cos prontamente al suo minimo tocco, quasi all'unisono, avvertiva una fitta acuta e piacevole nel basso ventre, come una scossa.
Quante volte avrebbe percorso tutta la strada, entrando a River Ridge e prendendo la 1-96 diretta a sud, come un pilota che si prepara a una gara pericolosa e ripete il tracciato come in sogno, consapevole che potrebbe essere l'ultima corsa della sua vita - non lo sapeva, n teneva il conto. A volte di giorno, ma pi spesso di notte, quando non era intralciata dal traffico, e la Saab si scatenava come una belva finalmente liberata, chiedendo velocit sempre maggiori. Come paralizzata, osservava la lancetta del tachimetro avvicinarsi alle ottanta miglia e poi superarle, rischiando una multa in un tratto dove il divieto era a sessantacinque. "Alle alte velocit, l'infelicit  leggermente ridicola".
Durante la seconda settimana di preparazione, un sabato, verso mezzanotte, vide il primo incidente serio. Sulla 1-96, vicino all'uscita per l'aeroporto, il traffico di quattro corsie era stato incanalato in una sola, e c'era una coda lunga un miglio. Avvicinandosi, vide due ambulanze che si allontanavano a sirene spiegate dalla corsia di mezzo, cosparsa di schegge e di lamiere; vide varie macchine della polizia che circondavano i rottami fumanti, lampeggianti rossi ruotanti e luci segnaletiche abbaglianti lungo la carreggiata. Ma una volta scomparse le ambulanze, cal un silenzio spettrale. Che cosa era successo, chi erano le vittime? Chi era morto? La Saab, ora pacata, era entrata a far parte di una processione lenta e apparentemente senza fine, come un funerale. Sconosciuti che osservavano silenziosi la sciagura di altri sconosciuti. Solo la morte, la morte violenta, imprevista e spettacolare, induce a tale silenzio e sobriet. Lei non credeva in Dio o in qualunque intervento soprannaturale nel corso delle cose umane, eppure le sue labbra accennarono una preghiera involontaria. "Dio abbi piet"!
Il finestrino del guidatore della Saab era abbassato. Non si ricordava di averlo aperto, ma si stava sporgendo, osservando i rottami, annusando l'odore pungente ma inebriante di benzina, olio, fumo; inorridita e affascinata da quelle che sembravano tre vetture pressate insieme, illuminate dai lampi sgargianti di luci segnaletiche e lampeggianti. Due automobili, di cui la pi piccola sembrava straniera - forse una Volvo - e l'altra, pi grande, di fabbricazione americana, erano schiacciate, con i radiatori, i parabrezza e le porte spinti in dentro: come se fossero state scagliate l'una contro l'altra da un bambino gigantesco con disprezzo, derisione e suprema crudelt. La terza vettura, una limousine dell'aeroporto, era meno danneggiata: l'elegante radiatore cromato accartocciato, il parabrezza incrinato da una specie di ragnatela, le porte spalancate crudamente, come esclamazioni. Fu delusa che le vittime fossero state tutte rimosse, e che rimanessero solo agenti in uniforme che spazzavano schegge e detriti, confabulavano seriosamente e, senza fretta, si preparavano a riaprire la strada. La Saab avanzava a cinque miglia all'ora, tenendosi a qualche metro di distanza dalla macchina che la precedeva, come se rimpiangesse di lasciare il teatro del disastro, anche se un poliziotto le stava bruscamente facendo cenno di procedere, e un guidatore impaziente, dietro, stava suonando il clacson.
La lunga limousine, nera e lucida, era del modello che il suo ex amante guidava spesso per andare e tornare dall'aeroporto, circa tre volte al mese; spesso, i primi tempi, ci era andata anche lei, la loro intimit nei sedili posteriori protetta dai vetri fum; bisbigli e risate addolciti dall'alcol, mani libere di esplorare. Con quanto desiderio e avidit si toccavano. "Se fosse successo allora. Noi due. Allora". Quasi le veniva da piangere, per l'occasione sprecata.

Il giorno dopo dorm fino a tardi, svegliandosi a mezzogiorno, confusa. L'aria fresca e pungente, il sole luminoso come un riflettore. La domenica di Pasqua.
L'uomo che era stato il suo amante, e che lei aveva amato, era un dirigente; e la sua societ di investimenti aveva sede in un nuovo centro direzionale vicino alla Route 11. Raffinatamente progettato come una citt in miniatura, questo complesso di nuovi edifici per uffici splendeva come una decorazione natalizia. Fino a cinque anni prima non esisteva neanche. Nel paesaggio sventrato dai bulldozer della parte settentrionale del New Jersey, ai due lati della Route 11, nuove citt simili a basi lunari sorgevano a pochi mesi di distanza una dall'altra, ognuna circondata da insenature di automobili luccicanti e ordinatamente parcheggiate.
Era andata a trovare l'ex amante nel suo ufficio all'ottavo piano, l'ultimo, dell'abbagliante palazzo di vetro e alluminio; aveva memorizzato il tragitto attraverso il labirinto di prati, laghetti e salici piangenti, e non avrebbe attratto l'attenzione di qualche guardia troppo zelante. Con la sua Saab immacolata, i suoi vestiti eleganti, i capelli freschi di parrucchiere, gli occhiali neri, la faccia intelligente e imperturbabile, il modo di fare, sembrava l'archetipo dell'abitante femminile di Pelham Parie: la giovane manager, esperta di computer o magari dirigente. Naturale che avesse un parcheggio riservato, e sapesse dove andare.
Il parcheggio riservato del suo ex amante era vicino all'ufficio. Se anche aveva comprato una macchina nuova, il suo posto era sempre lo stesso; e lei comunque sapeva a memoria il numero della targa.
Lo stesso valeva per il numero di telefono. Anche se non l'aveva mai fatto da quando l'aveva messa alla porta. L'orgoglio le impediva di rischiare, e poi magari aveva cambiato numero.
"Non mi vedrai in faccia. Ma mi riconoscerai".
Durante la settimana, a volte lui se ne andava dall'ufficio tra le sei e un quarto e le sette, saliva in fretta sulla sua Mercedes argento metallizzato, e tornava a River Ridge. (Tranne quando era in viaggio. Ma questo, naturalmente, era facile saperlo.) La Mercedes le provocava un accesso di nausea; la conosceva bene quella macchina, ci aveva viaggiato spesso. Vedendola si rese conto per la prima volta che lui, il suo ex amante, non aveva sentito il bisogno di cambiare niente, da quando l'aveva messa alla porta; la sua vita continuava come prima: quella professionale, e quella famigliare a River Ridge, che si svolgeva in una casa che mai aveva e mai avrebbe visto. Per lui nulla era cambiato, e soprattutto nulla era cambiato nella sua anima; a parte la presenza di lei, da cui si era staccato come ci si sfila un cappotto. Un cappotto fuori moda, che ha smesso di essere desiderabile.
Intanto lei faceva il giro del parcheggio, che era diviso in settori, ognuno dei quali racchiuso da strisce di prato - brillante e regolare come se fosse erba artificiale, anche se era vera -, e da siepi di fiori sgargianti. Stava in attesa, a distanza prudente. Sapendo che sarebbe sceso. Doveva. E quando saliva in macchina, lo seguiva con la Saab, affidandosi all'istinto di quel motore ben calibrato, al pannello di spie che brillavano di intelligenza e volizione proprie. "Mi riconoscerai. Vedrai". La prima volta lo segu solamente sulla Route 11, fino all'uscita per la 1-96; si teneva dietro alle altre macchine, e ovviamente non si fece riconoscere. La seconda volta lo segu fin sulla 1-96: era pi rischioso, ma faceva in modo che ci fossero sempre varie macchine tra di loro; finch la Saab, impaziente, aveva accelerato, spostandosi sulla corsia esterna, sorpassando la Mercedes (che stava in mezzo, al limite della velocit consentita) e rimanendole davanti, a velocit man mano ridotta, fino all'uscita 33, dove la Mercedes aveva svoltato per River Ridge. Ancora una volta non l'aveva notata; che motivo avrebbe avuto? Anche se l'avesse vista al volante della rapida Saab, non l'avrebbe riconosciuta con i nuovi capelli neri e gli occhiali scuri troppo grandi.
La terza volta che lo segu fu durante un improvviso acquazzone di aprile che presto si tramut in grandine con i chicchi che, come naftalina animata, rimbalzavano allegramente sull'asfalto, sul cofano e il tetto argentei della Mercedes, sul cofano e il tetto scuri della Saab. Le venne voglia di ridere: era eccitata come una ragazzina, e os mettersi proprio dietro di lui, nella corsia di mezzo, seguendolo inosservata per cinque miglia e mezzo di sogno, adattandosi per dispetto alla sua velocit, che era di sessantanove miglia all'ora; e quando la Mercedes prese l'uscita per River Ridge, la Saab era ormai risucchiata nella sua scia, e lei dovette fare forza sul volante per non seguirlo sulla rampa. "Non l'hai mai saputo. Ma adesso devi".
A volte continuava a guidare dopo che lui aveva svoltato. Era cos stranamente e inaspettatamente felice. Premuta dalle cinture di sicurezza contro il morbido sedile color tortora, una fascia sulle cosce e una in mezzo ai seni, di traverso, stretta, il pi stretta possibile, per essere veloce e sicura. Quando, al volante della Saab, vide una seconda e una terza volta delle macchine sfasciate, cap che gli incidenti non esistevano; esisteva solo il destino. Quello che l'uomo chiama incidente  destino male interpretato.
Adesso che faceva pi caldo, si sentiva nuda dentro i vestiti. Adesso che il disgelo era finito, la terra scintillava dappertutto di pozze iridescenti come specchi. "Non immagini quanto sia felice". Supponeva che il suo ex amante potesse pensare che lei fosse scomparsa, o morta. Si era preoccupato per le sue tendenze "suicide" - con quanto disprezzo aveva pronunciato la parola, come se le sole sillabe lo offendessero -, e adesso magari pensava, molto naturalmente, che lei fosse morta. Ammesso che pensasse a lei.
Nuda dentro i suoi vestiti, che erano larghi eppure rivelatori, sensuali sulla sua pelle. Le sue natiche premute sul morbido sedile, le cosce coperte casualmente dal sottile tessuto sintetico e setoso delle sue gonne (non li portava mai, i pantaloni). E le gambe nude, pallide dopo l'inverno ma lisce, slanciate, aggraziate, come le curve dell'abitacolo. Si liber delle scarpe col tacco alto, le mise sul sedile del passeggero; le piaceva guidare a piedi nudi, sentire l'intimit della sua pelle contro il freno e l'acceleratore della Saab. A volte, la notte, i camionisti le si accostavano, anche se stava nella corsia di sorpasso; e quegli sconosciuti, nei loro abitacoli sopraelevati, a lei quasi invisibili, mantenevano una velocit costante, per lunghi minuti di tensione, spiando in basso quello che potevano scorgere del suo corpo flessuoso, delle sue gambe nude e luminose come fantasmi alla luce del cruscotto, ovviamente bisbigliandole parole oscene, dolci e sconnesse, che lei non poteva sentire ma che non avevano bisogno di essere sentite per essere comprese. "Non adesso, non ancora! E non te".

"Una notte. Sveglia tra i singhiozzi. Cercando di non farsi sentire. Il cuscino bagnato di saliva. Aveva sentito le sue mani che la toccavano, brancolando nel sonno. Forse lui non sapeva pi chi fosse al suo fianco. Quale fosse il suo nome. Quando sprofondiamo nel sonno, anche nudi uno di fianco all'altro, a volte ci dimentichiamo dell'identit dell'altro. Eppure aveva sentito la sua presenza, e le sue mani avevano cercato di calmarla. Di farla smettere di piangere".

Settimane dopo la Domenica delle Palme e l'ingresso della Saab nella sua vita. La sera tiepida e nebbiosa di un mese che non sapeva pi quale fosse.
Ormai aveva memorizzato la strada, ogni segmento di ogni miglio di strada, l'aveva assorbito nel cervello, sotto la pelle. La sequenza esatta delle uscite, i cartelli che avrebbe potuto recitare come un rosario, i pezzi di spartitraffico fatti di cemento e quelli coperti di erbacce. Appena dopo l'uscita 23 della 1-96, sul bordo della strada c'erano mucchi di vetri rotti che sembravano gemme, un pezzo di parafango arrugginito, e strisce di lamiera contorta che sembravano i resti di un triciclo. E in un sottopassaggio sotto la ferrovia, vicino all'uscita 29, c'era un curioso coprimozzo simile a un teschio, spaccato proprio in mezzo. Di giorno, sia sulla Route 11 sia sulla 1-96, si potevano vedere emergere su certi tratti di asfalto macchie geroglifiche fatte di olio, benzina, sangue o di una combinazione delle tre sostanze, il cui codice era discernibile solo all'occhio pi allenato. Per non dire dell'uscita 30, dove imboccavi una specie di toboga, terrificante e inebriante anche a velocit minime, girando attorno a una palude di splendide canne e tife, con l'acqua stagnante nera e vischiosa come olio, nei giorni di sole. Quanto era attratta, e quanto inaspettatamente, da quelle rare sacche residue di "natura" - vestigia del paesaggio originale dove, in teoria e forse di fatto, un cadavere poteva starsene nascosto per anni e decomporsi in santa pace, senza essere mai scoperto, anche se di fianco ci passavano ogni giorno centinaia, migliaia di persone. Infatti, chi mai si sarebbe avventurato in quella terra di nessuno, al centro esatto di un complesso sistema autostradale?
L'attesa cominci alle sei del pomeriggio, e alle sei e cinquanta il suo ex amante apparve. Valigetta in mano, passo veloce. Ignaro. Lei nella Saab, il motore spento, a una cinquantina di metri, fumando con calma una sigaretta, senza tradire la minima agitazione, la minima attenzione; sapendo di essere irriconoscibile, i capelli tinti di nero che le coprivano parte della faccia. H trucco impeccabile come una maschera, la bocca immobile, gli occhi celati dietro gli occhiali scuri. Le unghie fresche di manicure, dipinte di un viola scuro in tinta col rossetto. Con calma, senza fretta, gir la chiave dell'accensione, e sent l'immediata, scattante risposta del motore che tornava alla vita.
"S, ora. E' il momento".
Era reduce da una notte di insonnia, una notte passata sulla I-96, eppure si sentiva pienamente riposata, restituita a se stessa. Allacciata al sedile come il pilota di un piccolo aeroplano, che  controllato dal suo mezzo; sicura e fiduciosa di macchinari di alta precisione.
Cominci a seguire il suo ex amante a distanza prudente attraverso le ricurve stradine di Pelham Park. Aspett un attimo che si incanalasse nel traffico della Route 11. E poi lo segu, con la massima casualit. Dopo circa un miglio di strada, la Saab chiese pi mobilit, pi velocit, e cos si spost nella corsia di sorpasso; aveva abbassato entrambi i finestrini davanti, i suoi capelli svolazzavano nell'aria intossicata di gas di scarico, e aveva cominciato a respirare velocemente. Non c'era pi possibilit di ritorno; la Saab era puntata come un missile. La Mercedes viaggiava a circa sessantacinque miglia all'ora in una corsia di mezzo; il suo ex amante probabilmente stava ascoltando il giornale radio, i finestrini chiusi, l'aria condizionata accesa. La sera era cupa; giusto al di sopra incombeva un ammasso di nubi foriere di tempesta; a occidente il sole si corrompeva dardeggiando raggi color arancia marcia; una bellezza da paesaggio industriale che finora non aveva mai notato. Pian piano la foschia si mut in una pioggia leggera, per cui era sufficiente il pi lento dei tre tempi dei tergicristalli della Saab, una carezza ipnotica e impellente. Adesso stava per raggiungere la Mercedes, e l'avrebbe seguita da vicino fino all'uscita per la 1-96. Una volta sull'autostrada, l'avrebbe superata, per poi controllarla attraverso lo specchietto retrovisore. Aveva cinque miglia e mezzo per fare la sua mossa.
Quante volte si era preparata mentalmente; eppure, guidando, nell'euforia della velocit, avrebbe dovuto affidarsi all'istinto, all'intuizione. Controllando nello specchietto la presenza della macchina argentea e seriosa, senza rallentare; i capelli che le sbattevano sulla faccia accaldata, ciocche che le finivano in bocca. Gli occhi le ardevano come fari; dentro sentiva un rombo che poteva essere quello del suo sangue come quello del motore della Saab. "Alle alte velocit, l'infelicit non  una possibilit da prendere in considerazione".
Non l'aveva amata abbastanza da morire con lei; adesso avrebbe pagato. E anche altri.
Il tachimetro luminoso sull'elegante cruscotto della Saab indicava settantadue miglia all'ora; la Mercedes, due macchine dietro, procedeva pi o meno alla stessa velocit. Avrebbe preferito qualcosa di pi, almeno ottanta, ma non aveva scelta, e ormai era troppo tardi. Il sudore cominciava a imperlare il suo corpo teso: la fronte, il labbro superiore, le ascelle, in mezzo alle gambe. Le mancava il fiato, come se stesse correndo, o fosse negli spasimi dell'amplesso.
Si spost sulla corsia a destra cos bruscamente da non avere neanche il tempo di mettere la freccia, e dietro qualcuno protest suonando il clacson. Ma lei sapeva quello che doveva fare, e non l'avrebbe fermata nessuno. Si lasci superare da due macchine e poi torn sulla corsia di sorpasso. Adesso la Mercedes era esattamente dietro di lei, a una decina di metri. La pioggia stava cadendo pi forte. I tergicristalli descrivevano archi pi veloci, percussivi, anche se non si ricordava di avere girato il comando. Le gocce serpeggiavano sensuali sul vetro ricurvo. Nello specchietto retrovisore la Mercedes splendeva nella pioggia; i fari, aureole di luce abbagliante. Concentrandosi sulla sua sagoma, sent una fitta all'inguine. Le sembr di vedere, al di l del parabrezza rigato di pioggia, il pallido ovale di un volto maschile; un volto corrucciato; il volto di un uomo che era stato il suo amante per un anno, undici mesi e dodici giorni; eppure poteva non avere riconosciuto la faccia; forse era quella di uno sconosciuto. Ma la Saab la spingeva a proseguire; quasi le veniva da pensare che trascinasse anche la Mercedes. Sovrappensiero si chiese, come se fosse stato un problema di matematica: se la Saab avesse frenato di colpo, con quanta forza le sarebbe venuta addosso la Mercedes? Non sarebbe stata la stessa di uno scontro frontale, dato che entrambe procedevano nella stessa direzione. Sarebbero schizzate entrambe in un'altra corsia? E quali altri veicoli sarebbero stati coinvolti? Quante persone, finora sconosciute le une alle altre, sarebbero rimaste ferite? Quante vittime? Di una serie di possibilit infinite, solo una poteva realizzarsi. La consapevolezza le fece venire le vertigini, come se si trovasse sull'orlo di un abisso, sporgendosi a guardare - che cosa?
Fu allora che vide, nello specchietto retrovisore coperto di pioggia, un altro veicolo avvicinarsi rapido. Una moto! Una Harley-Davidson, pareva. Il motociclista era curvo, rivestito di pelle nera, la testa racchiusa nel casco, gli occhialoni luccicanti; sembrava ignorare la pioggia, passando da una corsia all'altra e provocando un coro di clacson indignati, finch si piazz nella corsia alla destra della Saab, proprio dietro di essa. Lei si affrett a premere l'acceleratore per lasciare che il motociclista si infilasse dietro di lei, se voleva; non aveva alcun dubbio che l'avrebbe fatto, e infatti lo fece, con sfoggio di abilit e di coraggio da mozzare il fiato. Sotto la pioggia. "A lui non importa morire. Non ha altra possibilit".
Sent una potente attrazione sessuale per questo sconosciuto curvo e barbuto, col suo assurdo vestito di pelle, questo sconosciuto di cui non avrebbe mai saputo il nome.
Bisognava fare in fretta, e seguire l'istinto. Davanti c'era l'uscita 31, e sulla I-96 molti cominciavano a spostarsi nelle due corsie laterali, provocando un rallentamento nel traffico. Tra pochi secondi il motociclista sarebbe sfrecciato davanti, e sarebbe scomparso. Nei pochi irreali secondi che rimanevano, sent una goccia di sudore scenderle lungo la guancia sinistra, come sangue che non aveva il coraggio di asciugare, e strinse il volante cos forte da sentire male alle nocche. Constat ammirata che la Saab era esente da ogni debolezza umana; i suoi raffinati meccanismi non erano programmati per manifestare attaccamento all'esistenza, terrore dell'annichilimento; a tali velocit il tempo si riavvolgeva su se stesso, e forse la Saab e il suo guidatore in trance erano gi stati disintegrati in uno scontro che aveva coinvolto la Harley-Davidson, la Mercedes e altri veicoli; forse era indifferente che il disastro si fosse gi verificato, stesse per accadere nel giro di pochi minuti o, perversamente, non sarebbe mai successo. Ma il suo piede nudo stava premendo il pedale del freno; le sue dita gelide di paura premevano il freno della Saab come se fosse stato il piede di un amante, giocosamente, per provocazione; una rapida pressione, un allentamento, una rapida pressione, un allentamento, preparandosi a spostarsi sulla corsia a sinistra. Il motociclista forse non se n'era accorto, perch una bassa macchina sportiva stava arrivando da destra di gran carriera, forse a ottanta miglia all'ora, i fari accecanti nella pioggia; e mentre calcolava se aveva tempo di cambiare corsia, o se era meglio aspettare che passasse la macchina sportiva, non si era accorto del comportamento inconsulto della Saab a pochi metri di distanza. E lei, con pi decisione, schiacci il freno una terza volta. D'un tratto la Saab sobbalz violentemente iniziando un movimento rotatorio, con uno stridio di freni che poteva essere suo, o forse no: la Harley-Davidson fren, scivol, sband, sembr storcersi e quasi riuscire a raddrizzarsi; nello specchietto lei intravide la faccia sorprendentemente giovane dell'uomo barbuto, i suoi occhi increduli sbarrati sotto gli occhiali. Ma nel giro di un secondo la Saab si stava gi allontanando, balzando come una gazzella che sfugge a un pericolo. Nel giro di un altro secondo, la Saab era scomparsa, ma chi la seguiva continuava a sbandare senza controllo, sterzare, suonare il clacson freneticamente. Stremata dall'eccitazione, lei schiacci l'acceleratore a tavoletta, portando la Saab a ottanta, ottantacinque miglia all'ora, le ruote anteriori che vibravano contro la superficie bagnata eppure riuscivano a mantenersi aderenti. Alle sue spalle sembrava che il motociclista fosse tornato a sinistra e la macchina sportiva avesse sterzato per evitare uno scontro, ma entrambi i veicoli tornarono sbandando sulla corsia di mezzo, scontrandosi, schiantandosi; contemporaneamente la Mercedes, appena dietro al motociclista, aveva svoltato istintivamente nella corsia di destra, e quello che sembrava essere un furgoncino per una frazione di secondo non ci era finito contro. La Mercedes e il furgoncino e una teoria di veicoli confusi, atterriti, adesso stavano rallentando, frenando come bestie ferite mentre passavano di fianco ai rottami in fiamme. Spettacolo che lei vide in miniatura, diventare sempre pi piccolo nello specchietto retrovisore esterno; ormai anche la Saab stava uscendo dall'autostrada, esausta, sicura. Cerc di riprendere fiato, ridendo, singhiozzando, e alla fine fermandosi in un posto sconosciuto, vicino a un canale di scolo o a un cavalcavia che puzzava di acqua salmastra, fiancheggiato da cardi sferzati dal vento; aveva la spina dorsale curva come un arco nell'esaurimento del piacere, le dita ruvide tra le gambe che cercavano di contenere, di rallentare le palpitazioni incontrollabili.
"La prossima volta", si consol.



Sudore estivo.

"Morire ed essere morti sono due cose diverse". Non c' dubbio. Nel travaglio di una delle storie d'amore pi distruttive della sua vita, quella con il compositore Gregor Wodicki, nell'estate del 1975, Adriana Kaplan manifestava spesso la volont di "morire", ingurgitando scatole di benzedrina con la vodka in qualche localit desolata e meravigliosa (i monti Catskills, magari); eppure Adriana non fu mai cos sconvolta da desiderare di "essere morta" in qualunque forma permanente.
Era una giovane donna troppo inquieta, curiosa e importuna, per la morte pura e semplice. In particolare non voleva che la moglie del suo amante le sopravvivesse.
E non avrebbe voluto che il suo amante le sopravvivesse anche solo per poche ore.

"Non c' scelta! Ecco perch sono felice". In quei giorni la "felicit" era a mala pena distinguibile dallo "strazio", ma Adriana non avrebbe desiderato una vita diversa. Entrambi giovani, brillanti e nevrotici. Le corse a perdifiato per incontrare Gregor nella pineta vicino alle vecchie scuderie del Rooke Institute, quaranta miglia a nord di Manhattan sulla riva orientale del fiume Hudson. Nella fitta pineta dove anche d'estate, col sole abbagliante, era sempre buio. Chiazze di sole e d'ombra: ansia. E cos, nei sogni degli anni e addirittura dei decenni a venire, Adriana avrebbe visto gli alberi innaturalmente dritti e alti -pi come pali del telefono che come alberi -, o come sbarre di una gabbia labirintica. Rari rami in basso, e in alto rami coperti di aghi dall'odore pungente. "Che cosa ci faccio qui? Perch rischiare tanto? Sono pazza? " Era quello che si chiedeva vedendo Gregor correre verso di lei con un desiderio estatico stampato in faccia. E non poteva non pensare a un giovane lupo, quando la salutava affondando le sue forti dita da pianista nelle sue costole e alzandola in aria come se Adriana, ventisette anni e non certo un fuscello, fosse uno dei suoi bambini con cui faceva questo tipo di giochi (lei l'aveva visto da lontano), anche se con Adriana non c'era nulla di scherzoso. Ansimando, bramoso, le diceva: "Ma allora sei venuta," come se, ogni volta, davvero temesse di non vederla. E Adriana abbracciava impaziente un uomo che conosceva appena, afferrandogli la testa, affondando la faccia accaldata nei suoi capelli folti, spesso arruffati e unti, in un rapimento che, come un potente anestetico, le evitava dubbi imbarazzanti. E comunque non potevano stare lontani. E quando erano assieme da soli, non riuscivano a non toccarsi. Adriana amava perfino l'afrore animalesco del suo corpo, con i seni scivolosi di sudore e la pancia schiacciati sotto di lui, e le sue braccia e gambe che si aggrappavano a lui come farebbe una che sta annegando con uno che le sta salvando la vita. "Non non non non lasciarmi. NON LASCIARMI". Come animali che si accoppiano e la cui frenesia non  una scelta o un sentimento, ma una costrizione fisica. Come se scariche di corrente attraversassero i loro corpi e li lasciassero staccare uno dall'altro solo quando tutto era esaurito.
Dopo i loro incontri segreti, Adriana si allontanava da sola, e tornava da suo marito, all'inizio privo di sospetti. Era ammaccata, stordita, trionfante. Grondava di sudore e rabbrividiva. "Questo  amore", si diceva. Ma era anche una cosa morbosa. "Ti amo, Gregor, io morirei assieme a te, ecco perch sono tanto felice".
"La fatalit". Di rado, in quella lunga estate fuori dal mondo, capitava che si trovassero insieme in una macchina. Nel caso era quella dei Wodicki, una station-wagon scassata piena di robaccia di famiglia e che puzzava ancora di pannolini, si lamentava Gregor, anche se il pi piccolo aveva tre anni e ormai l'odore avrebbe dovuto andarsene. Era rischioso farsi vedere in macchina insieme vicino all'Istituto. Dato che non c'era nessuna ragione perch Gregor Wodicki e Adriana Kaplan stessero insieme da soli, se non quella pi ovvia. "Si scoperanno mica, quei due"? Il Q.I. medio di coloro che andavano al Rooke Institute per studiare arte e scienze umanistiche era forse 160, ma bastava avere 80 per fare quella deduzione. Quindi il rischio c'era, e poi Gregor guidava come un pazzo; una volta che pioveva, in una strada di campagna, per un attimo perse il controllo della station-wagon, e tese istintivamente il braccio perch Adriana non sbattesse contro il parabrezza. "Attenta, Mattie!" grid, scambiandola, nella foga, per una delle figlie. Non sembr accorgersi dell'errore, e Adriana decise di far finta di niente, anche perch il momento dopo stavano ridendo, sollevati, grazie a Dio che non erano andati a sbattere. "Non possiamo trovarci assieme in un incidente," disse Adriana, con un tono pi tragico di quanto si aspettasse. "No, a meno che non sia fatale per entrambi. In quel caso, a chi importerebbe pi?" Gregor sorrise, mostrando i suoi denti imperfetti e macchiati. Il canino sinistro era particolarmente lungo.
In seguito Adriana torn sopra quell'episodio. Era un buon segno, credeva. "Mi ama come se fossi sua figlia. Non sono solo una delle tante che ha scopato, senza niente che la distingua".

"Un uomo che amava la famiglia". Anche se aveva avuto delle relazioni, alcune segrete e alcune no, amici e detrattori di Gregor Wodicki concordavano nel definirlo "un uomo che amava la famiglia", anche se alzava spesso il gomito, faceva uso di speed, non era un cittadino modello, era un compositore "primitivo-intellettuale", e in generale un figlio di puttana. "Un uomo che amava la famiglia" e che adorava i suoi figli poteva darsi avesse anche paura della moglie, il cui nome, Pegreen, ad Adriana sembrava ridicolo e inquietante: "'Pegreen'? Sul serio?" ("Green" significa "verde". N.d.T.) Nell'estate 1975 Gregor Wodicki aveva trentadue anni. Era padre di cinque figli, di cui i tre pi grandi venivano dal precedente matrimonio della moglie. Prendeva soldi in prestito senza avere intenzione di restituirli. Cercava di ottenere un aumento di stipendio dal direttore dell'Istituto, anche se era il pi giovane degli insegnanti di musica. Era indisciplinato, pretenzioso e intrigante anche per una comunit di artisti e studenti capricciosi. Della sua musica veniva detto, con ammirazione rancorosa, che era brillante ma inaccessibile. Si diceva anche che sul suo "genio" ci marciava fin da quando era un ragazzo. Il direttore dell'Istituto, Edith Pryce, disapprovava il suo comportamento, ma aveva "fede" in lui. Anche col caldo umido dell'estate nello Stato di New York, stava giorni e giorni senza farsi una doccia. "Non  un problema mio," ghignava, incurante di offendere le sensibili narici del prossimo. Chi era stato loro vicino, affermava che Gregor e Pegreen avevano lo stesso odore. E anche i bambini. E chi andava a casa loro (cosa che Adriana non fece mai, sebbene lei e suo marito furono invitati diverse volte, quell'estate, a party caotici), rimaneva sconvolto dal disordine, e dagli odori; il massimo dello scandalo era raggiunto da un bagno cosiddetto degli ospiti con asciugamani che penzolavano eternamente umidi e sporchi, e con i sanitari coperti di incrostazioni. Non mancavano i cani, a casa Wodicki. Che era una sgangherata costruzione di legno presa in affitto, ai margini del terreno dell'Istituto. "Un uomo che amava la famiglia" e che tuttavia litigava in pubblico con sua moglie Pegreen, arrivando - con grande scandalo degli astanti - all'uso delle mani. Pi che veri e propri pugni, volavano al massimo degli schiaffi, da entrambe le parti, ma non era ugualmente un bello spettacolo. A volte, la sera tardi, mentre il concerto degli insetti estivi raggiungeva il culmine, Adriana, pazza d'amore, si aggirava nei pressi di casa Wodicki, badando di stare a distanza di sicurezza dalle finestre illuminate. La ricompensa di scorgere Gregor per un attimo nel vano di una finestra, anche se da lontano, le bastava, ma al tempo stesso era una punizione. "Non ti vergogni? Come ti sei ridotta? " Ed era colpita dalla forma irregolare della casa dei Wodicki, un vascello sull'oceano, con le finestre illuminate che proiettavano rettangoli sbilenchi nella notte.
"Potresti arrivare fino al portico, potresti bussare a quella porta. Se lo volessi. Potresti aprirla ed entrare. Se lo volessi".
Ma Adriana non lo fece mai.
"Un uomo che amava la famiglia", anche se confid ad Adriana, in un letto bitorzoluto del Bide-a-Wee Motel di Yonkers, che i suoi figli erano diventati un peso. Ai tre pi grandi cercava di volere bene ma non ci riusciva, e anche con i due che erano davvero suoi, e specialmente con quello di tre anni, capitava che si chiedesse, stupito e incredulo: "Sono stato davvero io a voler mettere al mondo questo bambino? In questo mondo? Perch? Eppure  tanto bello che mi spezza il cuore." Erano pugnalate, per Adriana. Anche se richiedeva questi momenti di intimit, era vulnerabile come una ragazza. "Certo che Kevin  bello," gli disse, scegliendo con cura le parole. "E' tuo figlio."
"E anche di Pegreen," la corresse Gregor, incupendosi.

"Pegreen, la Moglie, la Madre Terra". Di sei anni pi vecchia di Gregor, da lei sedotto alla tenera et di diciannove anni; all'epoca era la moglie di uno dei suoi professori di musica al New England Conservatory. Una donna trasandata e affascinante, con una massa di capelli neri venati di grigio; un corpo carnoso e sensuale; e una bella faccia rovinata, come un Matisse macchiato. Pegreen trasudava una sensualit derisoria come la sua costante patina di sudore; la si vedeva sempre accaldata, rossa in viso, mezzelune umide sotto le ascelle, ciocche di capelli appiccicati alla fronte bassa e larga. Aveva gli occhi allegri e maliziosi, e usava un rossetto rosso da vamp degli anni Quaranta. Indossava aderenti e scollati maglioni estivi di cotone, e gonne alla caviglia ma con spacchi vertiginosi fino a mezza coscia. Anche lei era una musicista e suonava pianoforte, organo, chitarra, armonica a bocca e batteria con allegra imprecisione, come per prendere in giro l'arte terribilmente seria del marito e dei colleghi. Come Gregor, aveva una risata sonora e contagiosa, e come Gregor aveva un debole per vodka, gin, birra, vino, whisky e ogni altro alcolico. Si diceva che fosse pi incline del marito a provare nuove esperienze, e quindi pi disinvolta nell'uso di droghe; e che dagli anni Sessanta avesse ereditato la dipendenza dall'hashish. Si diceva anche che Pegreen fosse devota al marito geniale e difficile, tranne quando decideva di dirgliene quattro. Di certo litigavano molto, e in privato non volavano solo schiaffi (come impar Adriana, quando vide con stupore la sfilza di lividi viola sulla schiena del suo amante). Pegreen era la "Madre Terra" che aveva imparato a smettere di prendere sul serio i propri doveri di madre, moglie e donna in generale. Lasciando venire fuori una natura maniaco-depressiva, anche se pi maniaco che depressiva. Un giorno, comunque, dopo una lite con Gregor, caric i due figli pi piccoli sulla station-wagon e si lanci alla massima velocit sulla superstrada per New York, con i bambini che piangevano, finch non venne fermata da un agente della stradale; le avevano ritirato la patente per sei mesi, e aveva cominciato ad andare da uno psicoterapeuta. A un certo punto aveva passato un po' di tempo in una clinica psichiatrica a Manhattan. Gregor diceva: "Sono sicuro che Pegreen volesse schiantarsi da qualche parte. Eppure non ce l'ha fatta. I suoi legami sono forti quanto i miei. Non  veramente pazza, possiede solo l'energia della pazzia." La cosa pi inquietante che Adriana sapeva di Pegreen era che aveva comprato un revolver calibro .32, che si vantava di portare con s quando andava in citt. L'allarme e la disapprovazione dei colleghi del marito la facevano ridere. E li provocava dicendo che era sostenitrice del diritto di andare in giro armati, e che credeva nella sopravvivenza del pi forte.
Adriana si era indignata. "Ma ce l'ha il porto d'armi, tua moglie? E' 'legale'?" Gregor aveva alzato le spalle. "Chiediglielo." E Adriana: "Ma non hai paura, con un'arma da fuoco in casa? La sa usare, almeno? E i bambini?" Adriana aveva appena fatto l'amore e si sentiva esausta, sul punto di piangere, la voce stranamente nasale. Non si pu fare l'amore con il marito di un'altra donna per un pomeriggio quasi intero senza immaginare di avere un certo potere sui suoi pensieri, un diritto alla sua lealt. E pur sapendo che era rischioso costringere Gregor a parlare della sua famiglia, Adriana non resisteva alla tentazione. Il cuore le batteva nell'ingenua speranza di sentirlo criticare la rivale. Come unico risultato, Gregor si gir dall'altra parte e si sfreg gli occhi. Erano sdraiati tra le lenzuola umide e stropicciate di una stanza del Bide-a-Wee Motel. Nell'aria, tanfo di scarico ingorgato. Fianco a fianco, come due statue, dopo essersi avvinghiati divorandosi le bocche. Gregor si mise seduto, posando sul pavimento i piedi pelosi, e grugn: "Pegreen fa quello che vuole. Vado prima io in bagno, okay?"
Ventitr anni dopo, all'Istituto, durante una cerimonia in ricordo di Edith Pryce, un decennio dopo la morte di Pegreen (in un presunto incidente automobilistico sulla superstrada, mentre stava facendo la chemio per un cancro alle ovaie, a cinquantun anni, ancora sposata con Gregor Wodicki), Adriana avrebbe sentito un'altra volta quell'oracolo crudele: "Pegreen fa quello che vuole".

"Al motel" lo spettrale labirinto di conifere era sostituito da un basso soffitto con chiazze d'umido, da una finestra con la tendina pure macchiata, e da quel tanfo di fogna e di sesso che uno non riusciva a levarsi di dosso. Il letto alla fine sembrava un campo di battaglia. Il trabiccolo dell'aria condizionata alla finestra veniva sconfitto dal caldo di luglio che superava i trentasette gradi, l'umidit come un alito gigantesco. Odore dolciastro e acido di sudore e di capelli sporchi. Ore deliranti di smania rancorosa rinfocolata a furia di baciare, mordere, succhiare, leccare i propri corpi lividi. Come dei serpenti che si contorcevano. Un ritmo inesorabile nei loro lamenti, nei gemiti atterriti, negli spasimi lancinanti. E se entrambi avevano fatto finta di credere che quello potesse essere il loro ultimo incontro, e dopo sarebbero stati liberi, adesso nessuno lo credeva pi. Era come se i loro corpi fossero infilzati da un amo. Staccarsi non sarebbe stato facile. Gli occhi roteavano bianchi e vitrei imitando la morte. La saliva schizzava dagli angoli delle bocche. I genitali, vulnerabili e indolenziti come se fossero scorticati. La pelle di Adriana portava ovunque i segni dei peli ispidi del suo amante, della sua barba egoisticamente incolta. E la schiena di Gregor portava le iscrizioni rosse delle unghie bramose di Adriana. E lui rideva, all'idea che Adriana gli potesse staccare la testa coi denti, come la femmina della mantide religiosa. E forse un pochino di paura ce l'aveva. Sulle spalle di Adriana rimanevano le impronte delle sue dita. Aveva i seni pieni di lividi e i capezzoli infiammati come quelli di una balia (anche se non aveva mai allattato un bambino, n l'avrebbe fatto). In seguito rimaneva a contemplare i segni che le aveva lasciato il suo amante, geroglifici che lei sola poteva decifrare. Aveva preso l'abitudine di tagliarsi i peli del pube con il tagliaunghie di suo marito; il suo pube folto, nero e scintillante come i capelli. Questi ultimi li raccoglieva in un'unica treccia che le scendeva fino a met schiena, come una frusta. Non voleva che nulla si frapponesse fra lei e Gregor, che nulla ottundesse il loro contatto fisico. Come se sapesse che questo modo effimero era l'unico di conoscerlo; e per questo il sesso doveva essere protratto il pi possibile. Un'ondata dopo l'altra. Di solito veniva chiamato piacere, ma per Adriana non esisteva parola adeguata.
"Se ti faccio male, dimmelo che mi fermo.
No. Non fermarti. Non fermarti mai".

"Non mi aspettavo un finale cos." Adriana stava commentando una delle composizioni di Gregor, eseguita da un quartetto d'archi, e Gregor ribatt: "E' come un'interruzione violenta," e Adriana: "E' quello che volevo dire. Ti prende di sprovvista, e rimani ad aspettare qualcos'altro," e Gregor: "Esatto. E' quello che voglio. Chi ascolta deve completare la musica in silenzio, da solo." Adriana si rese conto che il suo amante, cos indifferente ai sentimenti altrui, si era offeso; e lo era ancora di pi a dover spiegare le cose, e a sapere che la donna con cui aveva una relazione era ignorante in fatto di musica. "Immagino che Pegreen lo capisca, vero?" disse Adriana, ferita. Gregor alz le spalle. "Se la tua musica  cos esclusiva, che vada al diavolo." Gregor si mise a ridere come se uno dei suoi bambini avesse detto qualcosa di buffo. La baci aggressivamente sulla bocca e disse: "Giusto! Che se ne vada al diavolo."

"La gabbia". Alla fine di agosto, quando la loro relazione era agli sgoccioli, Adriana pass una settimana d'inferno credendo di essere incinta. Avevano fatto spesso l'amore di fretta, senza prendere precauzioni, e quindi se lo sarebbe dovuto aspettare; eppure la sorpresa era tale da riempirla al tempo stesso di paura e di euforia. Il suo desiderio di morte era stato sempre costante come il segnale di linea: alzi la cornetta, ed  sempre l.
"Invece no. Perch morire? Tieniti il bambino.
Forse finir che diventerai tu il suo vero amore".
Anche la sua parte ironica fremeva di speranza.
Ogni nuovo insegnante dell'Istituto veniva convocato da Edith Pryce per un t nel suo spazioso ufficio, ospitato nella vecchia casa padronale di pietra rosa; e adesso era venuto il turno di Adriana. Come prevedeva il rituale, l'eminente e anziana signora avrebbe interrogato la giovane sul suo lavoro. Edith Pryce era una distinta signora sulla sessantina, cos austera da trasudare una sorta di bellezza; portava i capelli color cenere raccolti in uno chignon, e aveva un modo di alzare il mento che sembrava ti guardasse attraverso un abisso tanto fisico quanto temporale. Negli anni Cinquanta era stata una protege di Gregory Bateson, e vantava una laurea al New York Psychoanalitic Institute. Nel suo elegante ufficio c'erano mobili d'epoca, un arazzo di Aubusson e una voliera rococ appesa al soffitto. All'Istituto si sapeva che era tradizione iniziare il t con parole di ammirazione sulla gabbia e il canarino rosso-oro in essa ospitato; Adriana pens fosse perch Edith Pryce era una donna timida e fredda, che voleva difendersi dagli imprevisti. "Bellissimo il suo canarino. Canta?" esord Adriana, con le lacrime che facevano capolino nei suoi occhi gi arrossati. Edith Pryce sorrise e disse che di solito Tristano cantava di prima mattina, ispirato dagli uccelli liberi fuori dalla finestra. All'inizio, spieg, i canarini erano due: Tristano il maschio, di razza tedesca rossa, e Isotta, la femmina, americana e gialla; durante il corteggiamento, Tristano cantava con passione e di continuo; ma dopo che Isotta depose le uova e nacquero cinque uccellini, entrambi si misero a nutrirli, e Tristano smise di cantare. "Alla fine regalai Isotta e gli uccellini a un caro amico che alleva canarini," disse Edith Pryce con stoico rimpianto. "E per settimane Tristano rimase muto, senza quasi toccare cibo. Pensavo che avrei dovuto regalare anche lui, ma poi una mattina si rimise a cantare. Non con lo slancio di una volta, ma almeno cantava. E' quanto ci aspettiamo dai canarini, non  vero? A lui piacciono soprattutto le cinciallegre."
Adriana sorrideva attenta. Si era messa gli occhiali scuri, per nascondere gli occhi arrossati, e una camicia bianca non troppo pulita infilata in una gonna di jeans che, in altre occasioni, evidenziava le sue gambe slanciate e abbronzate. I capelli sembravano esserle sfioriti di colpo, e ciocche ribelli sfuggivano alla treccia che le ciondolava sulla schiena, pesante e umida come la mano di un uomo. Apr la bocca ma non venne fuori nessuna parola. "Aiuto. Penso di impazzire. Ho messo la mia anima nel posto sbagliato. Ho sposato l'uomo sbagliato, amo l'uomo sbagliato e voglio morire, sono cos sfinita ma non voglio che il mio amante mi sopravviva, so che mi dimenticher, che vergogna, mi disprezzo ma ho paura, paura di morire... "
Adriana scoppi a piangere. La faccia stropicciata. Balbettava: "Mi spiace tanto, Miss Pryce. N... non so cosa mi succeda..." Le lacrime bruciavano come acido. Tra le vertigini intravide Edith Pryce che la guardava sgomenta. Squill un telefono ed Edith Pryce aspett un momento prima di alzare il ricevitore e di dire a bassa voce: "S, s... la richiamo immediatamente." A quel punto Adriana aveva capito che Edith Pryce non provava alcun interesse per le sue emozioni, che la vita emotiva era di per s infantile e volgare, e che in ogni caso lei, Adriana Kaplan, era troppo vecchia per queste cose. Si alz in piedi, ancora incerta, e balbett un'altra scusa, che Edith Pryce accett con un cenno corrucciato e occhi evasivi.
Fuggendo dall'ufficio Adriana sent che Tristano, eccitato dal suo pianto, le cinguettava quello che le sembrava un rimprovero.

"La prima volta, l'ultima volta". La prima volta, di maggio, con un caldo inaspettato. Insinuante e dolcemente brutale. Una specie di musica. Come quella di Gregor Wodicki. In seguito Adriana avrebbe ricordato la pura sensazione. "Dio mio, non posso credere che stia succedendo, sono davvero io"? Cedette a uno sbalordito, esultante: "Non posso credere di averlo fatto, e sono innocente". Le era sembrato un incidente, come se due macchine si fossero scontrate sulla superstrada. Lei e suo marito erano andati a una serata dell'Istituto con la prima esecuzione di una bizzarra composizione di Gregor Wodicki: un trio per piano, viola e tamburo militare; Gregor stesso suonava il piano con ferocia minimalista, facendo smorfie verso la tastiera come se fosse un'estensione del proprio corpo. Durante i diciotto minuti di tensione di durata del pezzo, Adriana si innamor. Cos avrebbe detto a se stessa, e col tempo anche a Gregor. (Era vero? Quella notte, spogliandosi per andare a letto, lei e Randall si erano fatti beffe dell'oscurit della musica contemporanea, dicendo di preferire Mozart, Beethoven e i Beatles.) Ma poco tempo dopo Adriana e Gregor Wodicki si rividero, provarono subito una reciproca attrazione, si persero in discorsi serissimi e si ritrovarono di colpo abbracciati nella romantica pineta dietro le vecchie stalle in rovina. Ed era il pomeriggio di un normale giorno lavorativo di maggio.
Molto tempo dopo ricord la prima volta che Gregor, esitante, l'aveva toccata. Le sue dita sul suo polso. Una domanda, ma anche una richiesta. Come accostare un fiammifero acceso a materiale infiammabile.
"E' colpa mia, no che non lo , sono cose che succedono e basta".
L'ultima volta, dopo il Labor Day, nell'afa soffocante rischiarata da vene di lampi lontani, si erano incontrati nella pineta, anche se entrambi ormai avevano paura uno dell'altra. A quel punto Adriana sapeva di non essere incinta; dopo l'incontro umiliante con Edith Pryce aveva cominciato a perdere e perdere sangue, e adesso la gravidanza isterica era passata, anche se in futuro, nei momenti di crisi, Adriana avrebbe fantasticato di essere stata sul serio incinta di Gregor Wodicki, per la prima e ultima volta nella sua vita, e di avere perso il prezioso bambino per colpa dello stress emotivo cui lei e Gregor si sottoponevano. Nei suoi sogni Adriana vede la donna giovane e fragile che era stata, farsi largo come una sonnambula nel labirinto degli alberi simili a sbarre. Decisa a ignorare la presenza di altre coppie nei boschi, ragazzi che scavalcavano e che lasciavano le tracce dei loro campeggi notturni con lattine di birra, contenitori di merendine, preservativi che sembravano lumache iridescenti sugli aghi di pino. Adriana ne vide uno raggrinzito, circondato da un'orda eccitata di formiche nere, ebbe un conato di vomito e si gir da un'altra parte.
Ma l'ultima volta fu molto diversa dalla prima. Gregor aveva il fiato che puzzava di alcol, la faccia imperlata di sudore, gli occhi dilatati; la fissava come se non la riconoscesse, esitava a toccarla, non la sollev come al solito affondandole le dure dita tra le costole. I loro baci sembravano mancare il bersaglio, incerti senza essere teneri. Malgrado il caldo, Gregor aveva un giubbotto; Adriana si aspettava che lo dispiegasse per terra, ma Gregor non lo fece: sembrava avere la testa altrove, e non tent neanche di difendersi quando Adriana lo accus di non amarla, di limitarsi a usarla, quando gli diede uno schiaffo e lo prese a pugni piangendo non di dolore ma di rabbia. "Non posso credere che stia succedendo davvero. Ma non ho scelta".
Ci fu un momento in cui sembrava che Gregor stesse per reagire e farle del male, Adriana vide l'odio che gli balenava negli occhi, ma lui si limit a spingerla indietro, mormorando: "Senti, non posso. Devo tornare. Mi spiace."
"La zoccola". Un giorno Adriana avrebbe pensato con imperturbabilit e saggezza spinoziana: "Deve succedere a tutti. Quando fai l'amore per l'ultima volta, non puoi sapere che sar l'ultima".
Dopo Gregor, e dopo che il suo matrimonio si sfasci tra mille recriminazioni astiose, Adriana si lanci in una serie di relazioni. Relazioni alla luce del sole, e comunque chiaramente programmate. A volte si esaurivano in una notte. A volte neanche in quella. A trentatr anni passava per una giovane, brillante e aggressiva critica della cultura americana. Viveva buona parte dell'anno a Roma, era attraente e spiritosa. Indossava occhiali firmati con le lenti blu e i prt--porter pi prestigiosi e originali. Il suo colore preferito era il nero: seta, broccato, cashmere. Portava sempre la treccia - ormai parte della sua immagine - e non si tinse i capelli quando cominciarono a ingri-girsi prematuramente. Attraeva le donne come gli uomini. Anche i gay "vedevano qualcosa" in lei: una furia erotica non dissimile dalla loro. "Mi hai fatto diventare una zoccola": Adriana voleva informare di ci Gregor Wodicki, ma non era sicura che avrebbe apprezzato il suo sense of humour. Sempre che l'avesse riconosciuto.

"In memoriam". Ventitr anni dopo quella torrida estate, Adriana Kaplan  tornata per la prima volta al Rooke Institute per presenziare a una cerimonia in ricordo di Edith Pryce, da poco scomparsa all'et di ottantaquattro anni. Non  una sorpresa che una delle prime persone che vede sia Gregor Wodicki, o meglio "Greg", come preferisce farsi chiamare adesso che  direttore dell'Istituto. Alcune malelingue l'hanno informata che Gregor/Greg ha messo su chili in questi ultimi anni, ma non  preparata alla sua mole.
Scioccata e offesa, Adriana pensa: "Devo andarlo a salutare per prima? E perch mai"?
Non che Gregor Wodicki sia proprio obeso. I suoi dieci chili di troppo li porta con dignit. Ha la faccia paonazza e luccicante; i capelli sono diventati brizzolati, e gli circondano il testone con una sorta di aureola magnetica. La sua mole  strizzata come una salsiccia in un gessato grigio scuro. Adriana sente una pugnalata al pensiero che sia tanto cambiato il corpo da lei conosciuto cos nell'intimo, e amato con fanatica passione; eppure sembra l'unica a essere stupita dalla trasformazione, e Gregor/Greg pare perfettamente a proprio agio. Quando vede Adriana, si fa largo verso di lei con una rapidit predatoria inaspettata per uno della sua stazza, e le stringe la mano. E dopo un momento di esitazione, dice: "Adriana. Grazie per essere venuta."
Pi o meno le stesse parole che pronunciava anni prima, trionfante, in un contesto diverso.
Adriana si sforza di dire educatamente che  venuta per Edith.
"Ma certo, cara. Siamo venuti tutti per Edith."
"Cara". Antiquata e ambigua parola. Non l'aveva mai chiamata cos quando erano amanti.
Durante la cerimonia, Adriana studia la faccia di "Greg Wodicki". Anche se si tratta di un'occasione ufficiale e solenne,  chiaro quanto il suo ex amante sia rilassato nel ruolo di organizzatore e supervisore. Se un tempo disprezzava le formalit e diffidava delle parole ("In musica non puoi mentire, senza esporre tutto te stesso; ma con le parole pu mentire il primo stronzo. Il linguaggio  merda"), adesso parla con eleganza e franchezza vincente. Presenta gli oratori e i musicisti. E' diventato un adulto responsabile al cento per cento. Gli occhi tendono ad affondare nelle pieghe della sua faccia grassoccia, ma sono inconfondibilmente i "suoi occhi"; dietro la maschera di carne di mezza et fa capolino una faccia giovane e bella. La bocca che Adriana ha baciato tante volte, che ha accolto i suoi gemiti, che un tempo conosceva meglio della propria,  di un curioso rosso umido, come un organo interno. Al posto di Gregor ora c' Greg. Sorprendente.
Adriana non  mai tornata al Rooke Institute dopo avere rinunciato al suo impiego, ma naturalmente qualche notizia le  arrivata, a distanza, del suo ex amante. Sa che non compone musica da anni. Ha evitato i concerti in cui venivano eseguite sue opere, e non ha letto le rare recensioni sulla stampa newyorkese. E non ha cercato neanche i suoi dischi. L'aveva ferita troppo profondamente; era come se una parte di lei fosse morta, e con essa ogni sentimento nei suoi confronti. Se aveva saputo qualcosa di lui, era stato per caso: lui e sua moglie Pegreen non avevano mai divorziato ufficialmente, anche se vivevano quasi sempre separati; c'erano stati problemi con i bambini, Gregor era rimasto all'Istituto, ma Pegreen era tornata a vivere con lui mentre lottava contro il cancro, fino alla sua morte. Sicuramente Gregor aveva avuto altre storie, poich anche lui attraeva irresistibilmente donne e uomini, e la sessualit sembrava un suo modo di esprimersi: naturale come il tatto, e altrettanto privo di conseguenze. La sorpresa, caso mai, era il suo tardivo talento amministrativo. Edith Pryce l'aveva nominato suo assistente, e le era subentrato quando era andata in pensione.
Correva voce che Gregor fosse stato amante di Edith Pryce. Adriana tendeva a non crederci, ma chi lo poteva sapere? Ormai si era convinta di non averlo mai conosciuto davvero, se non fisicamente.
Durante la cerimonia alcuni musicisti dell'Istituto eseguono tre pezzi scelti con cura. Uno di Bach, uno di Faur e l'ultimo - un quartetto per archi e pianoforte - di "Greg Wodicki". Un brano rarefatto, delicato ed enigmatico, che anzich concludersi bruscamente si dissolve con cadenza di sogno. Adriana ascolta con attenzione, trattiene una lacrima, e si chiede cinicamente se "Greg" abbia rimesso mano al pezzo dopo la morte di Edith, per renderlo pi elegiaco. La data della composizione  il 1976, l'anno dopo la fine della loro relazione, e la musica che scriveva negli anni Settanta era ostica e senza compromessi, indifferente alle emozioni.
"Ipocrita", pensa Adriana. "Assassino".

"Adriana M. Kaplan". Adriana aveva declinato l'invito al pranzo ufficiale dopo la cerimonia, ma alla fine ha deciso di rimanere; per fortuna non  al tavolo d'onore, con Gregor/Greg e gli amici e colleghi della defunta, anziani e importanti. La cosa va per le lunghe, e a un certo punto Adriana non resiste, si scusa e comincia a vagare per il primo piano della vecchia residenza padronale, che  stata donata all'Istituto nel 1941 con novanta acri di terra e vari altri edifici. Nel 1975 Rooke House, come era stata ribattezzata, era stata ristrutturata in grande stile. In una biblioteca di rovere Adriana scorre i libri di membri passati o attuali dell'Istituto, ed  lusingata di scoprire due dei suoi cinque libri; uno  il primo che ha scritto, un saggio sul modernismo americano nell'arte, nel teatro e nella danza, uno smilzo volumetto pubblicato dalla University of Chicago Press, all'epoca accolto abbastanza bene, ma da tempo fuori catalogo. Adesso se ne sta sullo scaffale, senza la sovraccoperta, con un'aria nuda e inerme; probabilmente  l da quindici anni, intonso. Sul dorso il nome dell'autore  sbiadito e quasi illeggibile: "Adriana M. Kaplan" ("M" sta per Margaret). Accanto ci sono libri di autori che non ha mai sentito nominare. Adriana sente un accenno di capogiro, ma si riprende e riesce a farsi una risata. "E' in cambio di questo che ho rinunciato alla mia vita"? Come se avesse potuto scegliere.

"Nella pineta". Anche se Adriana voleva tornare in citt subito dopo il pranzo, si ritrova non sa come in compagnia del suo ex amante, che insiste per farle visitare l'Istituto. "Che ne dici dei cambiamenti, Adriana? Abbiamo fatto qualche lavoro."
"Greg" fa il modesto. Adriana sa che da quando  diventato il direttore dell'Istituto, ha messo in piedi da solo un'iniziativa per raccogliere finanziamenti per dieci milioni di dollari, e i risultati immediati sono impressionanti. Molti nuovi edifici, il fienile trasformato in sala per concerti, interventi sul verde, parcheggi. Adriana annuisce, conferma; naturalmente i cambiamenti sono meravigliosi, ma sente la nostalgia dell'aria trasandata di una volta: tetti che pendevano, fienili cadenti, intonaci scrostati, prati invasi dalle erbacce. "Altri tempi," osserva Gregor. "Una volta una fondazione no-profit come la Rooke poteva tirare avanti con investimenti minimi, e affidandosi ogni tanto alle donazioni di qualche milionario eccentrico. Ma adesso non pi."
"Perch no"? vorrebbe chiedere Adriana.
Dopo il primo shock del loro incontro, c' stato un intervallo (la cerimonia, il pranzo) in cui Adriana e il suo ex amante sembrano avere accettato il fatto di rivedersi. Ma adesso, all'improvviso insieme da soli, sotto il sole abbagliante di giugno, stanno entrando in un'altra fase, di inquietudine e di eccitazione a scoppio ritardato. Il massiccio Gregor sta ansimando. Adriana sente fitte di panico. "Perch sei qui, che cosa diavolo vuoi dimostrare? E a chi"? Un ex amante ci piace vederlo sconfitto, una volta privo del nostro amore; in alternativa, desideriamo sembrare indifferenti e completamente liberi dall'amore perduto. Durante il pranzo Adriana ha notato gli sguardi di Gregor nella sua direzione, ma li ha ignorati, dedicandosi ai suoi vicini di tavola. Ma ora stanno camminando fianco a fianco su un sentiero di ghiaia, come vecchi amici. Gregor considera la propria mole con sconforto misto a sorpresa e sospira: "Sono un po' cambiato, vero, Adriana? Tu, invece, sei bella come sempre."
"Sono cambiata anch'io," ribatte freddamente Adriana. "E non solo dal di fuori."
"Sul serio?" Il tono di Gregor  scettico.
I due ciondolano lungo un sentiero, come se fossero ubriachi o avessero preso una botta in testa; si allontanano dall'aula magna e vanno verso la pineta. Adesso, a met pomeriggio, l'aria  diventata quasi vapore. Il profumo improvviso di aghi di pino mette in allarme Adriana.
Dove sono le vecchie stalle? Rase al suolo per costruire il parcheggio.
E il vecchio sentiero invaso dalle erbacce, che portava nel bosco? Era stato allargato, e cosparso di trucioli.
Anche se la strada  in discesa, il respiro di Gregor  diventato pesante, e la sua pelle appiccicaticcia  imperlata di sudore. Si  tolto il giubbotto di tela e ha arrotolato le maniche della camicia bianca, per altro gi fradicia. Se fosse un parente o un amico, Adriana sarebbe preoccupata per la sua salute, per il suo cuore e i suoi polmoni messi a dura prova da quasi un quintale di stazza.
Nel bosco risuonano i cinguettii cristallini di piccoli uccelli dalla testa nera. Cinciallegre?
D'un tratto Adriana dice: "E la voliera di Edith?"
"Naturalmente c' ancora," dice Gregory. "E' nel suo ufficio, che adesso  il mio. E' un pezzo d'antiquariato."
"C' dentro un canarino?"
Gregor scoppia a ridere, come se Adriana avesse fatto chiss quale battuta. "Che diavolo, no. Chi avrebbe il tempo di pulire la cacca?"
La passeggiata continua. Adriana sta attenta a non sfiorare Gregor, il cui corpo trasuda, attraverso i vestiti, una specie di calore oleoso. Dalla bocca le escono queste parole, con tono neutro: "Una cosa non ti ho mai detto. Verso la fine della nostra... ho avuto una crisi nell'ufficio di Edith Pryce. Ero stata invitata per uno dei suoi 't', e sono scoppiata a piangere come una scema. Non ci potevo fare nulla, mi sentivo a pezzi. A quanto pare pensavo di essere... incinta."
"Incinta? Quando?"
La reazione di Gregor  immediata, istintiva. Il terrore maschile di venire intrappolati e scoperti.
"Naturalmente non era vero," continua Adriana. "Mangiavo poco, qualche medico irresponsabile mi stava riempiendo di benzedrina, e dovevo essere un po' fuori di testa. Ma non ero incinta."
"Ges!" esclama Gregor, commosso. Fa per toccare il braccio di Adriana, ma lei si scosta. "E hai passato tutto questo da sola?"
"Proprio da sola no," dice Adriana, con sottile malizia. "Avevo te."
"Ma... perch non mi hai detto niente?"
Adriana ci riflette. Perch? La loro intensa intimit sessuale in qualche modo aveva escluso la fiducia reciproca.
"Non lo so," dice francamente. "Avevo paura che volessi farmi abortire, che non volessi pi vedermi, e io... non ero pronta." Fa una pausa, sentendo su di s lo sguardo di Gregor. I suoi occhi: umidi, vigili, iniettati di sangue, occhi vivi che scrutano attraverso i buchi di una maschera di carne flaccida. "Pensavo che fosse pi semplice... morire. Che fosse meno complicato."
Affermazione assurda, che Gregor Wodicki accetta senza battere ciglio. Come se avesse saputo, come se fosse stato presente.
"E che cosa ti ha detto Edith?"
"Niente."
"'Niente'?"
"Appena ho cominciato a piangere, mi ha mandato via. Non voleva fare da testimone. Forse sapeva di noi, ma non voleva saperne di pi. Ha lasciato che mi rendessi conto da sola di quello che ero: un'isterica, un'egoista, una cieca e una nevrotica."
"Una donna bisognosa di aiuto, per l'amor di Dio. Di comprensione."
"Penso che la reazione di Edith non potesse essere migliore."
"Davvero?" sbuffa Gregor.
"Certo."
Adriana si allontana risentita. Perch stanno litigando? Il cuore le batte forte; non  preparata all'emozione, dopo tanti anni,  come salire a un'altitudine troppo elevata, e troppo in fretta. Ricorda la loro ultima volta insieme in questi boschi. Pensava che avrebbero fatto l'amore, ma non era andata cos. La strana irritabilit di Gregor. Il suo fiato che puzzava di whisky, i suoi strani occhi dilatati. Gli alti e dritti tronchi dei pini sembrano le sbarre di una gabbia, una grande gabbia vivente in cui, senza saperlo, sono stati intrappolati. La forza dell'erotismo. Il piacere estremo. Sensazioni di cui non si pu parlare senza suonare assurdi, per cui non se ne parla mai finch non si smette di provarle, e di credere che anche altri le provino. Finch si reagisce solo con la derisione, anestetizzati.
Dicendosi: "Ormai  passata, me ne sono tirata fuori".
"L'ultima volta che ci siamo visti deve essere stato qui in giro, vero?" dice Gregor con aria indifferente, asciugandosi la fronte con un fazzoletto. "O forse era pi gi, vicino al fiume?"
Come se la cosa importante fosse "dove".
Adriana si accorge che Gregor sta sorridendo. O sta cercando di farlo. I denti non sono pi irregolari e macchiati, ma sono stati costosamente incapsulati. Ma gli occhi sono sempre umidi e infossati. La pelle flaccida come quella di un batrace. Non si star mica innamorando di nuovo di lui, Adriana. Adesso che il suo principe-genio si  trasformato in un rospo.
Mai. Mai si innamorer un'altra volta di qualcuno.
E non le piace neanche la piega che ha preso la conversazione. Non pu tradire ventitr anni di stoica indifferenza.
Continuano a camminare. Qui l'aria  un po' pi fresca, a un quarto di miglio dal fiume. Gregor attacca a parlare a ruota libera. "Sai, Adriana, a essere onesti, non  che mi ricordi ogni minuto di quell'estate. Mischiavo di tutto, alcol, speed. Stare con Pegreen era un inferno. Era lei che temevo si suicidasse. Ma come non potevo lasciare lei, non potevo lasciare te. Eri la mia ossessione, Adriana. Ero geloso di te e di tuo marito. E in pi la mia giovinezza che svaniva, e il mio genio pure. La mia musica di merda ridotta in polvere. L'ultima volta che ci siamo visti qui, non l'hai mai saputo, ma mi ero messo in tasca il revolver di Pegreen."
Adriana  sicura di non avere capito bene. "Il cosa? Ti eri portato dietro una pistola?"
"Probabilmente pensavo... era una follia, si capisce... di usarlo contro di te, e poi contro di me. 'Ges'!" Gregor sbuffa e rotea gli occhi, con quell'espressione da ragazzino che Adriana ricorda ancora dopo ventitr anni, e che gli aveva visto fare quando per poco non si era schiantato con la station-wagon.
Nella pineta, nell'aria soffocante e stranamente calma, Adriana Kaplan e Gregor - o Greg - Wodicki si fissano. E poi, di colpo, cominciano a ridere. La calibro .32 di Pegreen nella tasca del giubbotto di Gregor. Che cosa assurda, e imbarazzante. La risata di Gregor  contagiosa, una risata di pancia, da iena. La risata di Adriana  quasi silenziosa, tremante e spasmodica, come se stesse soffocando.



Domande.

Lei aveva trentun anni, il suo amante ventuno. Se ne doveva preoccupare? Sapeva che mettersi con lui era un errore, ma le cose erano andate cos. Allora non era a conoscenza delle sue tendenze suicide.
Si chiamava Barry, anche se pi adatto a lui sarebbe stato un nome come Jerzy, Marcel o Werner. Ali pensava che avesse un'aria al tempo stesso americana ed esotica. Andava al college, anche se non era uno dei suoi studenti. Alto, magro, con capelli neri e lisci, pelle pallida, occhi grigi inquisitori, un'espressione tirata. Due orecchini d'oro all'orecchio sinistro, camicie e pullover molto larghi, Nike logore senza calze. Non si immaginava che venisse da Exeter e che suo padre fosse un funzionario del Dipartimento di Stato. In un primo momento si era iscritto a legge, ma adesso si interessava alle "arti drammatiche". Recitare e scrivere, diceva, erano gli scopi della sua vita; e in un futuro vicino, sperava di interpretare i propri testi. Ali lo guardava con affetto e scetticismo. Strano non si immaginasse come protagonista di un film o di un video autobiografico, come tanti studenti al giorno d'oggi. E come era capitato anche ad Ali, anche se era di una generazione diversa, e il video non andava ancora di moda.
Ali si era innamorata di Barry vedendolo recitare in un allestimento studentesco di "La persecuzione e l'assassinio di Jean Paul Marat, rappresentato dai filodrammatici di Charenton sotto la guida del marchese di Sade" di Peter Weiss. Veniva annunciata come una "ripresa", dato che la pice era stata rappresentata per la prima volta nel campus nel lontano 1968. Barry interpretava l'erotomane Duperret con intensit prossima all'isteria; non aveva, agli occhi di Ali, alcun talento istintivo per il palcoscenico, ma c'era qualcosa nella sua sagoma magra con le spalle ricurve, nei suoi gomiti ossuti, nella sua aria imbronciata, che la soggiog. Ali era una donna appassionata e non priva di esperienza, a cui piaceva essere "soggiogata".
E poi era anche fatta, dato che aveva attinto alla dexedrina per cui il suo amico Louis (che insegnava culture dell'Estremo Oriente, ed era il rappresentante dell'Istituto nell'associazione gay del campus) aveva regolare ricetta. Con le lacrime agli occhi si gir verso Louis, fatto anche lui, e gli sussurr: "Chi  quello splendido ragazzo? Uno dei 'tuoi'?" Louis le rispose, con finta indignazione: "Ma Ali,  troppo giovane per te."
"Sono io a decidere", pens Ali.

Il suo vero nome era Alice, ma da tempo si era ribattezzata Ali. Quando era sposata - o per meglio dire, quando viveva ancora insieme a suo marito, dato che legalmente era ancora sposata -, quest'ultimo aveva preso a chiamarla Alix, caricando il nuovo suffisso di una malignit sibilante che riteneva spiritosa. "Al'ix', cara, dove sei? Al'ix', tesoro, perch non rispondi?" Era da quasi due anni che non lo vedeva, anche se a volte si telefonavano per motivi pratici. Lui stava nel loro vecchio loft in Greene Street, appena sotto la Houston, dove di giorno dipingeva (di sera insegnava alla New School); Ali viveva nel Vermont, dove insegnava storia e critica del cinema in un piccolo college celebre, o famigerato, per i metodi sperimentali e l'atmosfera poco accademica. Era un'insegnante popolare e audace, una specie di piccola celebrit: chi altri scriveva, abbastanza regolarmente, sulle riviste newyorkesi? Chi altri organizzava rassegne di film censurati? Era una donna fiera e maestosa, con folti e lunghi capelli neri come l'inchiostro, occhi sghembi, una bocca sensuale. Si vestiva e si comportava in modo provocatorio, anche se era un'ardente femminista; aveva fatto della "provocazione" il proprio stile, programmandola con la stessa attenzione rivolta allo stile dei registi che ammirava. Ali Einhorn era un'intellettuale di vaglia, ma prima di tutto era una donna molto sensuale. "Un grappolo d'uva matura", come l'aveva definita una volta un amante. Una delizia.
Ali si era fatta presto una fama come giovane critica cinematografica, pubblicando saggi e monografie su Fellini, Buuel, Truffaut, Fassbinder, Herzog, Schlndorff, Bergman e molti altri; aveva anche pubblicato la sua tesi di dottorato sull'ontologia dell'immagine secondo Andre Bazin. Negli ultimi anni aveva lavorato, con frenesia pari solo alla mancanza di sistematicit, sul "realismo magico" nel cinema tedesco contemporaneo. Nel piccolo college sperduto tra le montagne, sul suo conto circolavano i pettegolezzi pi pittoreschi, che Ali di rado si preoccupava di smentire; pensava che la facessero sembrare pi interessante. Era sposata? Aveva un marito gay? Andava a letto con i colleghi e addirittura con gli studenti? Aveva avuto una storia col rettore (in seguito trasferitosi sulla costa del Pacifico, con moglie e bambini)? Sulla porta del suo ufficio era appeso il manifesto di "Aguirre, furore di Dio" di Herzog, con l'incredibile faccia di Klaus Kinski che irradiava una follia quasi insostenibile. E sopra il manifesto, a grandi lettere rosse spiccava bellicosa una frase di Buuel: NULLA E' SIMBOLICO. E anche se Ali non era generosa nei voti come molti suoi colleghi, le sue lezioni erano sempre affollate; ed era per questo, le disse Barry Hood, che per due anni l'aveva evitata: aveva un concetto troppo alto di s per cedere alle mode. In uno dei primi giorni, o delle prime ore della loro relazione, le aveva citato una frase di Nietzsche: "Dove la plebaglia si prostra adorante,  probabile ci sia puzza di marcio."
Ali era al tempo stesso ferita e deliziata dal ragazzo. Quanto era arrogante, e sicuro di s. D'un tratto le veniva voglia di baciarlo in bocca, o di tirargli i capelli. "Me la pagherai, piccolo bastardo narcisista", pensava. Ma lo adorava.
La loro "amicizia", come la chiamava Ali, dipendeva dai capricci di quest'ultima, che in contemporanea stava mettendo in piedi una storia pi seria con un regista newyorkese. Ciascuna relazione serviva a relativizzare l'altra - Ali conosceva il rischio di aspettarsi troppo da un'unica fonte. Barry Hood la affascinava come una presenza, un fenomeno: appena vent'anni, stagionato e logoro in certe cose, e quasi infantile in altre; timido e arrogante, goffo, monellesco, viziato, eppure, alle volte, dalla dolcezza quasi insopportabile di un bambino, senza la consapevolezza di esserlo. Non avrebbero dormito assieme molte volte, e non sarebbe mai stato davvero soddisfacente (anche se Ali non gliel'aveva mai detto); ma Ali era catturata da quello che definiva il suo stile: dai purissimi e inconfondibili tratti da aristocratico americano nascosti sotto l'adolescente scontroso.
Quando erano insieme, passavano gran parte del tempo a parlare. Di cose che Ali la mattina dopo non si ricordava, anche se al momento ci metteva grande passione. Barry e Ali, e spesso anche Peter Dent, il compagno di stanza nero di Barry - "nero" solo di nome, perch aveva la pelle chiara quanto Ali -, erano in giro per il campus o da Ali, a farsi le canne. Il padre di Peter era un avvocato, si occupava del mondo dello spettacolo e si divideva tra New York e la California, evidentemente con molto successo. Ali sapeva che quando gli studenti spargevano sarcasmo sulle proprie famiglie, significava una cosa sola: soldi. Mentre i borsisti, che venivano da famiglie relativamente povere, ne parlavano sempre con pi affetto. E spesso davano la stura a saghe strazianti di nonne e fratelli pi grandi che si sacrificavano, o di complicate malattie dai nomi impronunciabili. Ali preferiva quelli come Barry e Peter, che liquidavano le convenzioni borghesi come "stronzate", e non parlavano mai delle proprie famiglie se non con disprezzo.
In primo piano, Barry non era bello come era apparso sul palcoscenico, ma aveva dei notevoli occhi grigio-verde che a seconda dell'umore si oscuravano, si illuminavano o si riempivano di lacrime. Quando facevano l'amore, Barry tremava letteralmente di passione: le costole si increspavano sotto la pelle, e le ossa sembravano quasi vibrare dell'estasi. Ad Ali piaceva toccarlo dappertutto, far scivolare sulle sue ossa le proprie mani soffici e carnose, ricordando l'erotismo della macchina da presa di Luis Buuel che scivolava sul corpo perfetto di Catherine Deneuve in "Bella di giorno". Buuel aveva capito che la sensualit non dipende dal tutto ma dalle parti: in quei momenti l'essere umano non esiste come intero.
Barry era lunatico, capriccioso, imprevedibile. Quanto si prendeva sul serio! Una notte era giunto a dire ad Ali, a mo' di complimento, che era la prima donna nella sua vita che non cercava di farlo mangiare. Scriveva poesie "sperimentali" e teneva un voluminoso diario cui Ali non aveva accesso: era l'unico posto, spieg, in cui poteva dire la verit. "Mi sento puro, innocente e redento solo quando scrivo o recito," diceva, in tono lievemente polemico, come se si aspettasse una protesta da parte di Ali. Che si limitava a ribattere: "Mi sento pura, innocente e redenta solo quando faccio l'amore." Affermazione provocatoria e per nulla vera.
Come la maggior parte degli studenti, Barry si faceva le canne almeno una volta al giorno, e faceva uso di droghe ogni volta che era possibile. Tuttavia si teneva in disparte dai compagni; non andava mai alle feste che si svolgevano nelle varie case dello studente ogni week-end, e che erano diventate celebri in tutto il nord-est. Barry non apparteneva n ai "fricchettoni" n ai "normali". Erano ben poche le persone di cui credeva di potersi fidare. Ali era commossa e lusingata di rientrare nella categoria, ma come aveva fatto a succedere cos in fretta? Una notte, all'improvviso, le confess che sua madre si era suicidata mentre lui era a Exeter, e che spesso ne sentiva il "richiamo", anche nei momenti di felicit. Alla luce del sole, disse con la voce che gli tremava di orgoglio, avvertiva la potente attrazione della notte.
Ali non aveva saputo che cosa ribattere, e si era rifugiata in frasi fatte di offensiva banalit. Sapeva che avrebbe dovuto dire di pi, molto di pi: chiedere come, perch, se erano stati molto legati, come l'aveva presa il padre - ma non gli perdonava di averlo detto in un momento per lei cos euforico. Erano sdraiati su una coperta, sul pavimento, nell'appartamento di Ali, al buio; avevano appena fatto l'amore, si stavano fumando una canna, nel giro di pochi minuti Barry sarebbe tornato nella sua stanza. Perch le aveva inflitto quella orribile rivelazione? Sapeva che se avesse osato toccarlo, se avesse osato consolarlo, Barry l'avrebbe respinta con disprezzo.

Poco tempo dopo Ali ruppe con Barry Hood, dicendogli che stava cercando di rimettersi assieme a suo marito. Barry non protest n telefon, ma durante il ponte per il giorno del Ringraziamento, invece di tornare a casa a Washington, cerc di uccidersi con tutte le pillole che aveva trovato - compresi i Quaalude di Peter - e tagliandosi i polsi. Ali lo venne a sapere mentre stava guardando una cassetta del "Nosferatu" di Murnau con degli amici. Coincidenza che le parve particolarmente inquietante. Quando riagganci la cornetta, era pallida e vacillava come se avesse preso un calcio nello stomaco. "E' successo qualcosa, Ali?" le chiesero. Sentiva il peso della tragedia che le si rovesciava addosso. "S," disse misurando le parole. "Ma non a me."

Quando and all'ospedale, le dissero che Barry Hood era nel reparto di terapia intensiva, in prognosi riservata; se la sarebbe cavata, ma non poteva ricevere visite. Un giovane interno arabo di nome Hassan, che Ali aveva conosciuto al cineforum, le raccont tutto: Barry si era imbottito di roba, si era tagliato i polsi, aveva perso i sensi, si era ripreso, aveva raggiunto l'atrio, era crollato davanti alla porta del tutor. Che aveva chiamato subito l'ambulanza, arrivata nel giro di tre minuti. "Quindi non  che volesse morire sul serio," disse Ali. L'interno ribatt: "Nessuno 'vuole' morire, ma  quello che succede sempre." Il tono era sarcastico; Ali rimase raggelata e ammutolita, ma anche un po' piccata - dopotutto la sua voleva essere solo una constatazione innocente.
E inform Hassan che la madre del ragazzo si era suicidata pochi anni prima. Se era colpa di qualcuno, era di quella donna.

Meno male che non le avevano lasciato vedere Barry, pens Ali. Poteva immaginare i suoi occhi lividi e pieni di risentimento; conosceva l'aspetto distrutto e logoro delle persone che hanno tentato il suicidio; ne aveva viste tante, in ospedale, nel corso degli anni.
E, molto tempo fa, non era stata anche lei dall'altra parte della barricata?
Ma quello era solo un ricatto emotivo, puro e semplice. Certo che le dispiaceva per il ragazzo, ma veniva pure voglia di arrabbiarsi. Che manipolatore... Ali aveva preso due compresse di Librium per calmarsi, e adesso i nervi le vibravano come una radio a volume basso. "Perch l'hai fatto"? avrebbe voluto chiedere a Barry. Perch, perch, "perch"? E poco importa che questa fosse proprio la domanda che lui, Barry, voleva che gli facessero Ali e tutti gli altri.
"Ma se avevi deciso di farlo, perch hai cambiato idea"?
Questa domanda, invece, non gliel'avrebbe fatta nessuno.
Qualche anno prima Ali aveva deciso di farla finita, e anche lei si era imbottita di barbiturici. Si era svegliata al pronto soccorso del Bellevue, dove le stavano facendo cose tremende: come metterle un tubo in gola fin dentro lo stomaco, mentre gli infermieri cercavano di tenerla ferma. Come il fermo-fotogramma alla fine dei "Quattrocento colpi" di Truffaut: Ali inerme e spezzata su un lettino, per l'eternit. Una scena che rivedeva ancora, nei momenti di sconforto. Per l'eternit. Poteva essere rimandata, ma mai cancellata. E l'uomo che sperava di sconvolgere con la propria morte, l'uomo che anzi sperava volesse morire con lei, aveva subito tagliato ogni rapporto. Non era neanche andato a trovarla all'ospedale.
Ma questo era successo molto tempo prima. E Ali nel frattempo era cresciuta.

Due giorni dopo il padre di Barry telefon ad Ali e chiese se poteva vederla. Dalla voce sembrava un isterico - parlava a frasi smozzicate che Ali faticava a capire. Ali aveva saputo che era in citt e aveva pensato di staccare il telefono, caso mai avesse chiamato, ma sapeva anche che era da vigliacchi. Cos rispose, e si trov a fare i conti con Mister Hood, che le diceva sconvolto che suo figlio era entrato in coma, e che lui aveva un bisogno disperato di parlare con qualcuno, qualcuno che gli spiegasse che cosa era successo. Le promise che non avrebbe preso pi di un'ora del suo tempo.
"In coma?" chiese Ali, spaventata. "Non lo sapevo." Mister Hood parlava cos in fretta che Ali stentava a stargli dietro. Chiss chi gli aveva dato il suo numero, e quanto sapeva. E se aveva intenzione di accusarla?
Mister Hood insistette che non voleva rubarle pi di un'ora. E Ali, in quelle circostanze, non era in grado di trovare una scusa.

"L'ultima volta che Barry  stato in questo ospedale non ho potuto venire a trovarlo," stava dicendo Mister Hood. "Era il suo primo anno di college - lo conosceva gi, Miss Einhorn? Era solo mononucleosi - l'aveva gi avuta alle medie - ma se va in epatite, pu essere mortale. Allora ero in Europa, per un affare importante, e mia moglie - la madre di Barry - non aveva potuto venire neanche lei, per motivi personali." Mister Hood parlava in fretta, senza guardare Ali negli occhi. Aveva un tic a una palpebra, e di tanto in tanto ci sfregava contro le nocche. "Non penso che il ragazzo me l'abbia mai perdonato, quella e altre cose. Anche se Dio sa quanto ho cercato di spiegarglielo. E certo ho cercato di farmi perdonare." Fece una pausa, e spense rabbiosamente nel posacenere la sigaretta che stava fumando. Guard Ali e cerc di sorridere. "Barry le ha mai parlato di queste cose, Miss Einhorn? Ha mai detto niente riguardo a me, o a sua madre? O..." La sua voce si perse nel brusio di fondo. (Stavano bevendo qualcosa al bar del Sojourner Inn, dove stava Mister Hood.) "Si  mai aperto con lei riguardo alla sua famiglia?"
Era una domanda imbarazzante, anche se espressa con la propriet di termini che contraddistingueva Mister Hood. Ali scelse con cautela le parole. Non doveva turbare il padre di Barry pi del dovuto, ma non doveva neanche mentire o compiacerlo. Aveva capito subito che tipo d'uomo era - un washingtoniano, un avvocato del Dipartimento di Stato, intelligente, acuto, con due occhi d'acciaio; uno che, malgrado tutta la sua angoscia, si sarebbe subito accorto di ogni tentativo di sotterfugio. "A dire il vero non conoscevo Barry cos bene," gli disse. "Gli ho parlato solo nelle ultime settimane, ma mai davvero a fondo. Suo figlio non  una persona semplice; non  uno che si apra tanto facilmente. E' molto riservato..." Ali si vergognava del tono debole e inespressivo della sua voce, ma il padre di Barry la fissava con tanta intensit da imbarazzarla. "E' probabile che alcuni miei colleghi lo conoscano meglio. Il suo tutor, per esempio. E poi il suo compagno di stanza... non so quanti fossero..."
"Oh, ho parlato con quello," sbott Mister Hood. "Il ragazzo 'nero' con l'armadietto pieno di... cos'erano, Quaalude? Uno schizofrenico, un maniaco depressivo, Dio mio! E Barry tutto il giorno con quella roba a portata di mano! Lui che  sempre stato un ragazzo cos impressionabile, molto meno maturo di quello che sembra. Certo che ho parlato col compagno di stanza! " Mister Hood ansimava, ma riusc a sorridere ad Ali, un sorriso rassicurante che metteva in mostra denti mirabilmente incapsulati. "Alla fine mi sono messo a consolare 'lui'. Poveretto, ha tanta paura che Barry possa morire. Un ragazzo molto dolce. Si chiama Peter. Ma non sembra conoscere Barry meglio di me."
Mister Hood scoppi a ridere, dilatando le narici, come se avesse detto qualcosa di particolarmente divertente. Ali sorrise imbarazzata, e chiese con noncuranza: "E' stato lui a farle il mio nome?"
Ma Mister Hood aveva preso a parlare degli amici - o della mancanza di amici - di Barry alle medie, alle elementari e all'asilo. Di Barry che non sembrava patire i trasferimenti da una citt all'altra, e che anzi non ne vedeva l'ora. "Ha mai sentito un bambino dire una cosa del genere, Miss Einhorn? "Ali", vero? Fin da piccolo ha avuto l'inclinazione per..." Osserv la sigaretta appena accesa, che gli stava bruciando le dita. "... per qualcosa che penso si possa chiamare ironia."
A parte gli occhi, Marcus Hood assomigliava poco a suo figlio - il che era un sollievo. Appena Ali gli strinse la mano nella hall dell'albergo, seppe che i suoi timori erano infondati. Non sembrava avercela con lei. Era un gentleman, il risultato di secoli di civilt; un patrizio americano che andava ormai per i sessanta, senza un capello fuori posto e impeccabilmente vestito - cappotto di pelo di cammello, gessato grigio, cravatta di seta blu, scarpe nere luccicanti. Un bell'uomo, o almeno lo era stato in passato; adesso gli occhi erano iniettati di sangue, e la pelle giallastra. Ad Ali ricordava vagamente uno degli attori un tempo preferiti da Bergman, Max von Sydow: la struttura facciale verticale, gli occhi sprofondati nel cruccio, la bocca ferita. Il dolore cucito fin dentro la farne.
Dopo il secondo martini, il padre di Barry cominci a parlare con una certa amarezza. Si accus di avere trascurato la famiglia e il suo unico figlio. Di avere ignorato certi segnali allarmanti: Barry che non seguiva e lezioni regolarmente, Barry che non voleva venire a casa per le vacanze, Barry che prendeva voti deludenti. E anche se aveva sempre chiesto a Barry se ci fosse qualcosa di cui volesse parlare, lui non aveva mai accettato l'invito. E cos aveva finito per pensare che tutto andasse bene.
"Immagino che in un momento come questo venga spontaneo darsi la colpa, ma..." azzard Ali.
"E chi dovrei accusare senn?" disse Mister Hood.
E gi a parlare, parlare. A volte senza neanche guardare Ali, come se si fosse dimenticato della sua presenza. Che cosa era andato storto? Come avrebbepotuto fare perch le cose andassero diversamente? Era la prensione del suo lavoro, quel continuo muoversi per il Paese - New York, Los Angeles, il Connecticut, Washington - quando Barry era piccolo. E la situazione famigliare "difficile". E sua moglie Lynda che...
"A dire il vero questo Barry me l'ha detto," lo interruppe Ali.
"Detto cosa?"
Ali temette di avere commesso un errore di tattica. E disse, esitante: "... che si era suicidai quando lui era alle medie. E..."
"Suicidata? Cosa?"
"Vuol dire che la madre di Barry non...?"
Mister Hood la guard allibito.
"Lynda ha fatto delle cose estreme, e ha una personalit portata agli eccessi," disse guardingo. "Ma ch'io sappia non ha mai tentato di suicidarsi. Siamo separati 'de facto', anche se non ufficialmente. A dire il vero non so di preciso dove abiti in questo momento, ma sono sicuro che sia viva."
"Viva?"
"Barry deve averle mentito," disse Mister Hood. "Voglio dire, non c' altra spiegazione. Suicida! Lynda! Sua madre! Certo,  un sintomo del suo pi generale turbamento, ma non l'avrei mai pensato capace di una cosa cos... bassa. Una calunnia."
Adesso Mister Hood era visibilmente sconvolto. E Ali non vedeva una via d'uscita indolore. "Forse dovrebbe sapere che Barry dice spesso ai suoi amici che quando si sente depresso pensa a quello che ha fatto sua madre," disse. "E che sente una specie di attrazione. Un 'richiamo', penso che lo definisca.';
"E solo un modo per autoconvincersi," la interruppe Mister Hood. "Non mi stupisco. Fa parte del suo temperamento cos incline alla verbalizzazione. Barry ha sempre avuto un'immaginazione morbosa e ovviamente  sempre stato incoraggiato a esprimerla, in ogni scuola in cui l'abbiamo mandato. Eppure, pensare che abbia mentito su una cosa del genere, gettando fango sulla propria famiglia davanti a degli estranei... Capisco che possa avere voluto attirare la piet altrui, ma..." Mister Hood si interruppe. La bocca gli si contorse come se per un momento non riuscisse a parlare. Alla fine riusc a dire: "Lei non pensa... Onestamente... Che possa essere..."
"Gay?"
Mister Hood trasal. "Omosessuale," disse. "Lei pensa?..."
"No," disse Ali.
Per un po' rimasero in silenzio. Un giovanotto coi capelli rossi strimpellava strofe di canzoni al pianoforte; il bar si stava riempiendo. Ali sent ritornare la tensione, e si chiese quando avrebbe potuto scappare in bagno e prendere un altro Librium.
In borsa se ne portava sempre una confezione da sei, e spesso faceva rifornimento.
"A dire il vero, Mister Hood," disse Ali, "Barry non sembrava cercare la piet altrui. Aveva - voglio dire ha - un rispetto di s troppo alto per questo. Penso che lo sottovaluti."
"Grazie," disse Mister Hood. "Apprezzo molto quello che mi dice."
Al terzo martini - Ali era al secondo margarita, forte e rassicurante - Mister Hood le chiese un'altra volta le sue impressioni personali su Barry. Ali si sent di colpo a disagio, come se fosse iniziato il suo interrogatorio. Ripet con cautela che non aveva conosciuto Barry cos bene. Tanto per dire, non frequentava neanche i suoi corsi.
"Ma lei c'entra col teatro, no?"
"Io insegno cinema. Ma Barry non seguiva le mie lezioni."
"Capisco," disse lentamente Mister Hood, anche se era chiaro il contrario. "Ma Barry  molto... affezionato a lei, Miss Einhorn. Immagino che lo sappia."
Ali sfoder tutta la sua faccia tosta. "Sono molti gli studenti che mi sono 'affezionati', Mister Hood," disse. "In primo luogo per la materia che insegno. E poi per il mio approccio, diciamo cos, anticonformista. Ma Barry  solo uno di loro. Tanto pi che non ha mai neanche seguito un mio corso. A quanto pare non ritiene il cinema qualcosa di serio."
"Be'... Immagino di avere fatto delle deduzioni sbagliate," disse Mister Hood. Sembrava sottilmente deluso, forse un po' sconcertato.
Chiese ad Ali se poteva invitarla a cena al ristorante dell'albergo, dato che si era fatto tardi e l'aveva trattenuta cos a lungo. Ma prima, se non le spiaceva, voleva telefonare all'ospedale, caso mai ci fossero delle novit.
Nel ristorante rivestito di noce del Sojourner Inn, con le candele accese, Ali cominci a sentirsi pi rilassata. E senza essere sollecitata si mise a raccontare varie cose su Barry. Una delle caratteristiche del suo carattere, disse, era un'onest che poteva
essere irritante. E poi spesso faceva domande sui massimi sistemi: "'Perch c' l'Essere, e non il Nulla?' La stessa domanda di Heidegger," disse Ali. Mister Hood le chiese di ripeterlo, ma non fece commenti. "Un'altra delle sue domande che mi ricordo  questa: 'Ci capita quello che meritiamo, o meritiamo quello che capita?'" Ali fece una pausa, sentendosi abbastanza su di giri. Marcus Hood non le staccava gli occhi di dosso. "E' una domanda profonda, se ci pensa."
Mister Hood si accese una sigaretta, anche se non aveva finito di mangiare. Nella morbida luce seppiata i suoi capelli sembravano di argento cesellato; gli occhi erano avvolti nell'ombra. Esalando fumo dalle narici, sospir: "Certo che  una domanda profonda. Possa essere dannato se conosco la risposta."
Verso la fine della cena, raccont ad Ali una storia di cui era protagonista Barry decenne. Tanto per mostrare, disse, il proprio fallimento. "Cos sapr che non mento, quando dico di non essere stato un bravo genitore." La sua voce ormai era impastata.
Elise, la sorella maggiore di sua moglie, era venuta a stare con loro a Rye, nel Connecticut; era una donna bella e di grande intelligenza, ma purtroppo irrimediabilmente nevrotica. "Tesa come una corda di violino", si diceva in famiglia. "Quasi subito Elise cominci a esercitare un influsso distruttivo sulla nostra vita," disse Mister Hood. "Arrivavano bollette del telefono esorbitanti. Usava la carta di credito di Lynda e ne falsificava la firma. Frequentava bar e hotel, e si accompagnava a sconosciuti. Usciva con gente di colore delle ambasciate del Terzo Mondo, e a volte stava via per giorni interi. Lynda, che aveva i suoi problemi, temeva che una volta l'avrebbero trovata morta in qualche camera d'albergo. Era una bugiarda patologica, ma non si poteva fare a meno di crederle - aveva un potere carismatico. Comunque non mi sono innamorato di lei n ho avuto una relazione con lei, se  quello che sta pensando," disse con un sorriso inaspettato. "Di fatto ero quasi sempre via, come al solito; cercavo di non affrontare il problema. Non ero stato io a invitare Elise a casa nostra, e pensavo che non spettasse a me dirle di andarsene. In ogni caso, avrei dovuto capire che non era la compagnia migliore per Barry." Si blocc, sospir e si sfreg entrambi gli occhi. "Be', ecco quello che successe. Un giorno venne fuori che Elise accarezzava mio figlio in un certo modo. Una donna di trentacinque-trentasei anni che spogliava un ragazzino di dieci anni e lo accarezzava intimamente! Riesce a immaginare qualcosa di cos perverso, di cos malato? Evidentemente andava avanti da mesi."
"Come lo scopr?" chiese Ali.
"Fu Lynda, per puro caso. Li trov nel capanno della piscina. Naturalmente Elise neg tutto, da bugiarda quale era. Tanto imperturbabile quanto Lynda diventava isterica alla minima provocazione. Che coppia! Elise disse che stava aiutandolo a infilarsi il costume da bagno, e Barry le diede corda. Lynda aveva bevuto un po' e ci fu una lite tremenda; quando tornai a casa, Elise se n'era gi andata. Ma il danno era stato fatto, e la reazione isterica di Lynda aveva peggiorato tutto."
"Ma Barry negava?"
"Ma non sapeva neanche che cosa 'negare', era cos piccolo. Non avevo il coraggio di fargli un interrogatorio."
Ali abbozz. "Certo,  una storia terribile, se davvero  andata come dice sua moglie. Ma non vedo perch lei debba sentirsi responsabile, Mister Hood." Prima di mangiare aveva preso un secondo tranquillante, e aveva bevuto abbastanza. Era su di giri, ma lucida. "E per quello che ne sa, sua cognata poteva essere innocente. Come fa a saperlo?"
"Lynda giur che era successo quello che le ho detto. Ed era cos sconvolta che di sicuro aveva visto qualcosa."
Ali decise di non immischiarsi in quella che doveva essere una vecchia lite. "In ogni caso," continu Mister Hood, "donne isteriche a parte, la colpa  mia, per aver lasciato che le cose prendessero quella piega. Per non essermi reso conto, o avere fatto finta di ignorare la serpe che mi covava in seno." Per un momento lancinante, ad Ali sembr di capire fin troppo bene le accuse che si rivolgeva quell'uomo.
"Ma come avrebbe potuto saperlo?" insistette Ali. "Lei era via per lavoro."
Ali traboccava di emozione; aveva la pelle umida e accaldata. D'un tratto sbott: "Ogni tanto, siamo tutti colpevoli di comportarci in modi che non ci piacciono. Non siamo perfetti." Sorrise. Cerc di immaginare come sembrava a Marcus Hood, con la luce delle candele che si rifletteva nei suoi anelli luccicanti. "E' proprio della natura umana. Il fatto di fare errori."
"Lei  molto gentile, Ali, molto generosa, ma... Non penso di essermi comportato in modo responsabile. E poi c'erano state altre cose... molte pi di quelle che ricordo. E Barry me le vuole fare pagare tutte, ne pu essere sicura."
"Non mi  sembrato una persona vendicativa, suo figlio," disse Ali, con un rispetto della verit solo parziale.
"Come ha detto prima, non lo conosce molto bene."
Ali si sentiva generosa. Magnanima. E decise di raccontare a Mister Hood qualcosa che le era successo qualche anno prima. "Tanto per mostrare i miei fallimenti."
A quell'epoca era sposata e viveva col marito, un artista, in un loft in Greene Street. Tra le loro varie conoscenze c'erano uno scultore e sua moglie: due personalit sopra le righe e dalla dubbia fama, la moglie quanto il marito. La donna aveva cercato di diventare sua amica, ma Ali l'aveva sempre tenuta a distanza. Sapeva che i due avevano problemi seri, e le bastavano quelli suoi e di suo marito. (Mister Hood ascoltava con partecipazione. "Deve essersi sposata molto giovane," comment.) Lo scultore era un violento, un alcolizzato, e si diceva anche che avesse qualche rotella fuori posto; e una sera, durante un litigio, la moglie cadde - o venne spinta - da una finestra del loro appartamento, e mor. Abitavano all'ottavo piano. A quel punto Ali pens di essere stata una vigliacca a tirarsi indietro quando la donna l'aveva avvicinata. Si sent in colpa e piena di disgusto per se stessa, ma il peggio fu quando lo scultore pretese che la moglie si fosse suicidata, buttandosi fuori dalla finestra durante la lite, e quasi tutti i loro amici sembrarono credergli, e si schierarono dalla sua parte. O perlomeno gli uomini, che lo aiutarono a pagare la cauzione. "Ci fu una cerimonia funebre per la donna, e volevo parteciparvi," disse Ali, con la voce gonfia di emozione, "ma mio marito era contrario. Disse che non potevo dare l'impressione di essere dalla parte di 'lei', e non di 'lui'. 'Lei  morta, e lui  vivo,' diceva. 'E sai quanto sia vendicativo.' Litigammo per un pezzo, ma alla fine non andai al funerale, come fecero molti dei nostri amici. E feci quello che voleva mio marito, perch ero una vigliacca." Il cuore di Ali batteva all'impazzata; raccontando la storia, si era spaventata. "Ma giurai che sarebbe stata l'ultima volta che mi lasciavo manipolare da un uomo. Da qualunque uomo," concluse con veemenza.
Mister Hood le appoggi delicatamente la mano sul braccio, per consolarla. "Mi rendo conto di quanto una storia cos la sconvolga ancora, ma sul serio, non mi sembra che lei sia stata una vigliacca. E' troppo dura nei confronti di se stessa. Non ha ceduto subito a suo marito. E dopotutto quel pazzo poteva uccidere anche lei. Non mi dica che  ancora in libert?"
"La giuria l'ha prosciolto," disse Ali con voce tremante. "'Insufficienza di prove,' hanno detto. Se lo immagina?"
Rimasero a guardarsi per un bel pezzo, scossi ed emozionati. La mano di Mister Hood continuava a toccare delicatamente il braccio di Ali. Le sue labbra si mossero; le sue parole erano quasi impercettibili.
"... 'Insufficienza di prove,'" sussurr.

A casa di Ali, il padre di Barry telefon all'ospedale un'altra volta. Ali, che stava preparando da bere in cucina, sent il tono aggressivo della voce, ma non riusc a capire le parole. Lo trov immobile nel soggiorno, che guardava il pavimento con un sorriso interrogativo.
"Ci sono novit?" chiese Ali.
Mister Hood alz le spalle irritato e prese il bicchiere. "Niente di niente," disse.
Camminava avanti e indietro, senza sedersi. Esamin i vari manifesti di film incorniciati e appesi alle pareti, le foto, gli scaffali di metallo stipati di libri e videocassette. Sul televisore c'era la videocassetta del "Nosferatu" di Murnau. Mister Hood la prese distrattamente e osserv la copertina sgargiante. "La classica storia di vampiri?" disse.
"Sto scrivendo un saggio sul "Nosferatu" di Herzog, e sto facendo un paragone tra i due," rispose subito Ali, come se ci spiegasse tutto.
Mister Hood appoggi la videocassetta senza dire niente.
L'appartamento di Ali era al dodicesimo piano di un nuovo edificio a qualche miglio dal campus. L'aveva preso soprattutto perch dava su un laghetto e colline coperte di pini, ma di notte il soggiorno sembrava un buco. Si chiese che effetto facesse a Marcus Hood, col suo elegante gessato grigio, al funzionario del Dipartimento di Stato, all'uomo di successo, al padre di Barry, mentre vi si aggirava, scrutando qua e l. "Bel posto," disse. "Immagino che viva da sola."
Ali conferm. L dentro non aveva mai vissuto con nessun altro.
Mister Hood aveva le labbra serrate e le narici tese, e respirava pesantemente. Aveva chiazze rosse in faccia anche se, come Ali, doveva reggere bene l'alcol.
A un certo punto si gir verso Ali e le disse, con noncuranza: "Sa, Miss Einhorn - Ali -, l'altro giorno ho pensato bene di leggere il diario di mio figlio. Si parla molto spesso di lei. Di lei e Barry." Fece una pausa, conservando il sorriso. "Devo credere che sia soprattutto fantasia? O solamente una fantasia? Il sogno erotico di un ragazzo? Una cosa del genere?"
Ali replic tranquilla: "Dato che non ho letto il diario, non so a che cosa si riferisca, ma penso che... s, sono sicura che deve essere qualcosa del genere. Una fantasia." Bevve un bel sorso dal suo bicchiere, tenendolo con entrambe le mani. "Barry aveva - ha - una strana immaginazione. Un'immaginazione molto vivida."
"Un'immaginazione maledettamente morbosa," disse Mister Hood con un certo fervore. "Ma abbiamo gi toccato l'argomento."
Dal quel momento le cose divennero confuse. Ali non avrebbe ricordato con precisione quanto era successo. Dovettero parlare di Barry un altro po'; poi Mister Hood si era messo ad accusare la moglie, un'alcolizzata della peggior specie, quella che non vuole essere curata: "Non so neanche dove sia! Barry cerca di uccidersi, e io non so neanche dove sia! Magari  assieme a Elise, sai che coppia!" E poi, di punto in bianco, Mister Hood scoppi a piangere e a singhiozzare, stringendo Ali tra le sue braccia.
La teneva cos stretta che Ali aveva paura di incrinarsi una costola. Faceva fatica a respirare, e cerc di liberarsi, dicendo: "Mister Hood, la prego... Mi sta facendo male... Per favore..."
Rotolarono per terra come due ubriachi. Il bicchiere di Ali cadde sul pavimento. "Lei  cos gentile, sono cos poche le persone come lei," cianciava Mister Hood, affondando la faccia contro il suo collo. "Una delle poche persone oneste che abbia mai incontrato. E cos bella..." Ali, allibita, provava al tempo stesso paura ed euforia. Cerc di liberarsi dalle sue mani, cerc di divincolarsi senza violenza, ma lui non la mollava. Il suo corpo sembrava enorme, e pulsava di dolore e di desiderio. E non la smetteva di singhiozzare, e di sussurrare, come inebetito "... cos gentile, cos bella. Che donna meravigliosa..." Aggrappandosi a lei come se stesse annegando.
Per cui Alice pens, come spesso le capitava di pensare: "Perch no"?

Nel suo bagno, alle tre e venti di notte. Si  chiusa a chiave, per sicurezza, anche se Mister Hood dorme nel suo letto e dormir ancora per un bel pezzo. Ali conosce i sintomi. Si era districata quatta quatta dalle sue braccia sudate e aveva brancolato fino al rifugio del bagno dove, nascosto dietro un flacone di Advil, c' quanto rimane di una piccola provvista di cocaina, portata dal suo amante newyorkese la settimana prima. Ha anche una piccola riserva di metedrina in cristalli, ma nel suo sconvolgimento attuale sa che potrebbe avere delle controindicazioni. "La morte, cara mia," dice saggiamente Ali, con una voce che non  la sua. Nella morsa delle braccia di Mister Hood e sotto il suo corpo che martellava disperato, Ali forse aveva avvertito una puntura di piacere, rimpiazzata quasi subito da qualcosa che turbinava nella nuca, turbinava e urlava come le centinaia di scimmie che nel finale invadevano la zattera di Aguirre. Le sente ancora, in bagno, con la porta chiusa.
Di cocaina rimangono solo pochi granuli, pensava ce ne fosse di pi. Li allarga sullo specchio, cercando di non fare caso al tremolio delle mani.
"Qual  la differenza tra qualcosa e niente"? pensa Ali. Chiude gli occhi e aspira.
Dopo qualche minuto le mani non le tremano pi. O se tremano, non se ne accorge.
Nuda sotto la vestaglia aperta, i capelli che le cadono in viso, ansimante, si inginocchia e appoggia la fronte sul bordo della vasca da bagno. "Ti salveremo, Barry..." sussurra. "Ti salveremo, Barry..."
Quando lo stringeva tra le sue braccia, sentiva il suo scheletro che vibrava dentro l'involucro della pelle. Come le vittime di Hiroshima, che pare vedessero le proprie ossa sotto la carne, nel momento dell'esplosione. Quando lo stringeva forte forte, trionfante, gli occhi chiusi.
Ali ha i seni indolenziti e non vuole ricordarsi il perch. Anche le cosce le fanno male. Sulla curva dei fianchi, pieghe di grasso che non ha voglia n di guardare n di toccare, ma che parlano comunque della sua bellezza succulenta, la bellezza di un grappolo maturo. La sua testa si sta schiarendo in fretta, grazie alla cara polverina di neve, e adesso riesce a vedere le cose con mirabile lucidit. La metedrina  utile quando non si sente se stessa, quando deve fare lezione e ha bisogno di un flash di energia per cinquanta minuti; al contrario di come la usano i ragazzini, per lei  una cosa terapeutica, un modo di onorare la propria professionalit e tornare a essere la vera Ali Einhorn. E poi un Librium o due per calmarsi, se non riesce a dormire. Ma la cocaina  davvero unica, e sta quasi piangendo di sollievo e gratitudine, appoggiando la fronte contro qualcosa di duro, bianco, freddo, solido.
"Ti salveremo, Barry... Ti salveremo, Barry..."
Sono le quattro e dieci del mattino e Ali arranca verso la camera da letto. Un uomo  steso in mezzo al letto, e ogni respiro sembra costargli fatica. Ha l'asma, un cuore che fa i capricci; un giorno morir tra le sue braccia? Le ha detto di amarla; le ha detto di non sopportare pi la propria solitudine. Pu fidarsi di lui? La voce della saggezza si fa sentire di nuovo: "Dorme il sonno misericordioso dell'oblio, 'non svegliarlo'." Ali non ha la minima intenzione di svegliarlo.
Ali  sulla soglia, a piedi nudi; gli alluci si inarcano sul pavimento. C' ancora tempo prima dell'alba. Le pareti bianche della camera da letto emanano un debole barlume, misteriosamente, come da lontano. Ali si sente bene, a dire il vero molto bene,  di nuovo padrona di s, pronta a fare delle scelte. Tornare a letto? Infilarsi a fianco di Mister Hood e cercare di dormire? O andare sul divano in soggiorno, dove non  mai riuscita a dormire? Rinunciare all'idea del sonno? Le sembra di essere ripresa da un carrello all'indietro, come Viridiana alla fine del film di Buuel. Le carte sono state date, ma che cosa dicono?



Cose fisiche.

"Buone notizie!"
Il medico sorrideva guardando in controluce una radiografia, mentre entrava nella sala d'aspetto dove Temple sedeva tremando. "Allora non  un cancro alle ghiandole linfatiche", pens Temple.
Quello di cui soffriva era... Una grave distorsione ai muscoli del collo? Uno stiramento dei legamenti? O magari un'ernia al disco? Temple ascoltava col dovuto interesse. Era abbastanza surreale che a dargli la notizia fosse Freddie Dunbar, che conosceva in quanto membro del Saddle Hills Tennis Club. Dunbar, un tennista ostinato e mediocre. Il cuore di Temple aveva accelerato il battito quando Dunbar era entrato reggendo quella che aveva creduto fosse la sua condanna a morte ("Hmmm! Le ghiandole linfatiche sembrano gonfie, non  una bella cosa," aveva mormorato con stupore, durante la visita prima della radiografia), ma adesso erano "buone notizie", non "cattive", e il cuore di Temple stava tornando alla normalit, o a quello che passava per tale. Dopotutto Temple non sarebbe morto, era solo un problema fisico.
L'ex moglie (nella parola "ex" non poteva fare a meno di vedere un che di funebre) aveva accusato Temple di non preoccuparsi affatto della propria vita. Anche se in realt si riferiva al loro matrimonio. (Era vero? Temple l'aveva negato con veemenza.) Il fatto era che, dopo i quaranta, Temple era diventato uno di quegli uomini di mezza et che si buttano nelle attivit fisiche - nel suo caso tennis, jogging, ciclismo, sci - con l'avidit della giovent, quando si crede non solo di essere immortali, ma anche di avere un'aura sacra che protegge il proprio corpo. "Io no! lo no! Nessuno mi pu fermare"! Adesso Temple aveva quarantacinque anni - anzi quarantasei: il suo compleanno era scivolato inosservato il sabato prima; aveva l'energia, l'entusiasmo e la forza di sempre - questo lo poteva giurare -, ma sembrava che capitassero tutte a lui. Senza che lui c'entrasse niente, come quando uno viene colpito da un fulmine. Prima un incidente di sci a Vail, che gli aveva fatto passare l'ultimo inverno con la caviglia ingessata; poi una caduta al tennis, contusioni e lacerazioni all'avambraccio destro. E il cuore che faceva i capricci, (una cosa da poco, ma fastidiosa). (Cosa che non aveva indicato sul modulo compilato all'accettazione. Dunbar era un traumatologo, non un cardiologo.) E quest'ultima rogna, il dolore cronico sul lato destro del collo, doveva essere colpa del tennis anche quella. Era da undici settimane che andava avanti, e non era una barzelletta.
Dunbar reggeva la lastra controluce, caso mai Temple volesse darci un occhio, discutendo del suo problema con tono ragionevole e misurato. Un tono che Temple conosceva bene perch lo usava spesso anche lui. Quello di un professionista che si rivolge a un collega. Da uomo a uomo. Il tono gentile anche se autorevole che i dottori usano in posti come quello - il padiglione nuovo di zecca della clinica di traumatologia di Saddle Hills -, per evitare che i pazienti pensino a quanto sar salata la parcella. Temple, che negli anni Ottanta era stato un agente immobiliare di un certo successo a Saddle Hills, sapeva il costo di costruzioni come quella: giardino enorme, un edificio ottagonale a due piani con un atrio, solarium, piastrelle in stile ispanico. La sala d'attesa era spaziosa e ovattata come quella di un albergo di lusso. A dire il vero Temple si era perduto appena entrato nell'edificio, ed era finito nell'ala per la fisioterapia. Quanti macchinari scintillanti! Quanta gente giovane e attraente in coda al check-in e in giro per il reparto! Dietro una lastra di cristallo brillava una piscina limpida come un'acquamarina. C'erano piante finte nei vasi, e alle pareti eleganti quadri astratti alla Frank Stella. Invisibili altoparlanti diffondevano rock melodico, e uomini e donne si concentravano a sollevare pesi e a pedalare sulle cyclette, oppure erano sdraiati su materassi e cercavano, sotto la vigile guida dei fisioterapisti, di sollevare parti del loro corpo che a Temple apparivano minacciosamente pesanti. Temple not con interesse che le fisioterapiste sembravano essere solo donne. E giovani. Indossavano eleganti pantaloni bianchi e casacche di cotone col loro nome scritto sopra il seno sinistro. Una giovane donna dai capelli ricci gli rivolse un breve sorriso mentre lo incrociava carica di asciugamani - la conosceva? Un'altra accudiva teneramente un paziente dell'et di Temple dall'aria malconcia, che stava cercando, con la faccia contratta dal dolore, di fare un piegamento; sembrava una bambola e aveva i capelli color albicocca. Ma a colpirlo fu soprattutto una moretta che, dritta come un fuso, stava massaggiando il collo di una donna che giaceva flaccidamente su una panca a pancia in gi; una ragazza carina, non bellissima, con capelli neri, mediterranei, e una pelle olivastra non proprio liscia. Il cuore di Temple fu subito suo. In America non si vedevano pi ragazze con i segni dell'acne, che fine avevano fatto?
"Capita abbastanza spesso," stava dicendo Freddie Dunbar. "Dici che hai viaggiato spesso in aereo, di recente? Secondo me, ti sei preso un virus dall'aria riciclata nell'impianto di condizionamento di un aereo. Un virus che ha colpito un muscolo del collo gi debilitato da qualche sforzo o da una posizione poco corretta. E una volta che vengono gli spasmi, come ti  capitato, ci pu volere un bel po' di tempo per guarire."
"Posizione poco corretta?" disse Temple, avvilito. Raddrizz subito le spalle e alz la testa. "Da che cosa lo deduci, Freddie?"
"Da cosa lo deduco? Lo vedo! "
Dunbar era un ometto che traboccava di energia e poteva avere qualche anno meno di Temple. Aveva occhi grigi e un sorriso affabile, anche se misurato; Temple doveva rivedere la sua opinione su di lui, nel contesto di quel lussuoso centro medico. Dunbar si sedette sul bordo del tavolo per dargli una dimostrazione pratica. "Cos  la posizione giusta, vedi? Qui dietro c' una specie di piccola curva," disse toccandosi la nuca, alzando la testa e ritraendo leggermente il mento. "E' la lordosi cervicale. E qui in basso, ce n' un'altra. Quando uno sta scomposto come te, la testa sporge in avanti, e sui muscoli del collo viene esercitata una pressione notevole. E se questi muscoli vengono colpiti da un'infezione o comunque indeboliti, il danno peggiora, e pu essere molto doloroso. Come si vede dalla radiografia, c' un nodo. Uno spasmo."
Col collo nella posizione corretta, Temple sentiva ancora pi male. Si massaggi il muscolo che gli doleva. "Un nodo," disse perplesso. "E come si fa a scioglierlo?"
"E' per questo che siamo qui," disse Dunbar, con una certa cordialit.
La visita era finita. Non sembrava essersi svolta in fretta, ma erano passati solo otto minuti. Temple aveva passato quasi tutta l'ora a tremare nel reparto di radiologia. Dunbar scarabocchi una ricetta per un rilassante muscolare. "Attento a non bere quando lo prendi. E attento quando guidi, okay? " gli disse, come se avesse bisogno di avvertimenti cos elementari - e una richiesta per il reparto di fisioterapia al piano di sotto. E Temple si ritrov a dover tornare l tre volte alla settimana, finch il dolore non fosse passato.
I due si strinsero la mano come dopo una partita a tennis, ma questa volta era come se Dunbar, il giocatore pi debole, avesse vinto. Fu solo allora che Dunbar chiese, cambiando espressione, e illuminandosi: "E Isabel? Come sta, Larry?"
"Chi?"
"Isabel... tua mo... la tua ex moglie."
"Ah, vuoi dire Isabelle." Temple pronunci il nome alla francese, come preferiva lei. E disse, freddamente: "Temo di non saperlo, Freddie. Isabelle si  trasferita a Santa Monica dopo il divorzio e si  risposata. E' da tre anni che non ci sentiamo, e da pi di cinque che non la vedo, tranne che in tribunale. E anche con mio figlio Robbie, abbiamo smesso di sentirci." Temple era scocciato. Non aveva ancora digerito la storia della posizione scorretta, e adesso non sapeva se gli scocciasse pi la domanda in s, o il fatto che Dunbar avesse aspettato fino a quel momento. Prima ancora di estrarre la carta di credito al bancone d'ingresso, sapeva gi il salasso criminale che lo aspettava: trecentotrentotto dollari di visita.
La giovane impiegata che aveva stampato la parcella gli sorrise preoccupata. "Va tutto bene, Mister Temple?"
"Grazie," rispose Temple, con un sorriso cordiale. "Sto da cani. Ho uno spasmo. Sembra una cosa erotica ma non lo . Vado sempre in giro con la testa sotto il braccio."
Scendendo le scale gli venne voglia di salire in macchina, andarsene, e chi s' visto s' visto. Trecentotrentotto dollari bastavano e avanzavano. I problemi fisici l'avevano sempre imbarazzato. Era sempre stato una persona sana e sventata; abbastanza intelligente, con la fama - in certi ambienti - di essere un furbo, e qualcosa di pi; ma non un nevrotico. Comunque si era sempre trovato a disagio a parlare di cose fisiche. Ma anche di cose "spirituali", se per quello. Come quando Isabelle insisteva perch facesse testamento. "E' una cosa che si deve fare," lo provocava. "Come morire." Sapeva come pungerlo sul vivo, quella donna. Era il suo stile. Ma Temple, in quegli anni, era stato cos impegnato a fare soldi, che aveva rimandato l'incontro con il loro avvocato finch fu troppo tardi: per cui si ritrovarono con un avvocato a testa a negoziare col coltello tra i denti lo smantellamento di tredici anni di matrimonio e di una serie considerevole di beni. Adesso che era tornato scapolo e, dal punto di vista pratico, aveva anche smesso di essere un padre, Temple continuava a non avere fatto testamento; ma intendeva pensarci presto. Almeno ai cinquanta, comunque, voleva arrivarci.
Stava sudando, col collo e la testa che gli facevano un male bestia. Non era con quell'imbroglione lindo e pinto di Dunbar che ce l'aveva, ma con la sua ex moglie Isabelle. "E che diavolo: che modo di trattare l'uomo che ti ha amata. Ero pazzo di te, e che cosa ne ho ricavato? Un calcio nei denti, uno nel collo, e uno nelle palle".

Malgrado la codeina nel rilassante muscolare, buttato gi con una lattina di birra, Temple pass una notte d'inferno. A tu per tu col proprio corpo.
Sconfitto, la mattina dopo si present al reparto di fisioterapia del Saddle Hills e, dopo quaranta tormentosi minuti di attesa, gli venne assegnata una fisioterapista. "Salve, Mister Temple. Sono Gina. Mi pu seguire da questa parte?" Intontito dal dolore, Temple la guard di traverso con la cupa neutralit di un condannato a morte che saluta il suo boia. Ma poi si accorse che era la moretta coi capelli neri che cadevano sulle spalle, la pelle olivastra e gli occhi neri dalle folte ciglia. Il nome GINA era scritto in caratteri rosa sopra il seno sinistro. Il cuore prese a battergli pi veloce. Da morire dal ridere.
Temple era un uomo assediato dalle donne. Un single benestante di Saddle Hills, New Jersey. Mica poteva innamorarsi di una fisioterapista priva di cognome.
La giovane donna fece strada a Temple, con un'andatura troppo veloce per uno trafitto da un dolore al collo come il suo. Nella palestra passarono davanti a ingegnose macchine di tortura a base di pulegge, anelli, sbarre e pedali, in cui venivano fatti accomodare uomini e donne tremanti, vittime di dolori muscolari o neurologici innominabili quanto inimmaginabili. Un giovane muscoloso stava su uno strano disco, aggrappandosi a una sbarra e cercando disperatamente di conservare l'equilibrio; un lampo di terrore gli attravers gli occhi quando le gambe gli cedettero, ma due infermieri furono pronti a prenderlo sotto le ascelle. Un altri uomo, dell'et di Temple, con una chioma folta che cominciava a stempiarsi come la sua, gemeva steso su un materasso, dopo essere caduto durante un esercizio. "Qualcosa alla schiena", pens Temple. "Qualcosa di molto brutto". E guard subito da un'altra parte.

"Da questa parte, Mister Temple. Riesce a sdraiarsi o ha bisogno di aiuto?" Gina chiuse la porta: grazie a Dio erano soli. Senza alcun aiuto Temple si arrampic e si stese su un lettino imbottito di due metri e mezzo, con un asciugamano caldo sotto la nuca, esattamente dove gli faceva male. Chiuse gli occhi, terribilmente imbarazzato. Cos, steso e indifeso, si sentiva come... evirato. Come uno scarabeo capovolto. "Che cosa stava vedendo questa ragazza, che cosa stava pensando"? Per fortuna le crisi degli ultimi mesi avevano bruciato buona parte della ciccia, alla vita e alla pancia: settantadue chili compressi in un metro e settantacinque, i muscoli della met superiore del corpo ancora belli sodi, Temple non aveva l'aspetto di un perdente, almeno sperava. Indossava una T-shirt pulita, pantaloni cachi, scarpe da jogging. Era ancora fresco di doccia e di barba, e le mascelle gli pungevano piacevolmente. Sapeva che, in posizione eretta, faceva ancora la sua figura, e nelle giornate buone gli si davano molti meno anni. Ma oggi non era una di quelle giornate. La notte prima non aveva dormito pi di due o tre ore. Aveva gli occhi rossi e cerchiati. E lo toccava nel vivo che una donna giovane, un'estranea, lo vedesse in uno stato cos debilitato.
"Mister Temple, per favore, cerchi di rilassarsi." La voce di Gina era roca, intensa e cordiale. Temple non apr gli occhi mentre lei cominciava a "stirargli" il collo, per usare le sue parole, afferrando la base della nuca e tirando prima con delicatezza e poi con pi forza. Le dita d'avorio di una donna sulla sua pelle in fiamme. Oddio. Pens a massaggiatrici e prostitute. No, no, questa qua era una terapia prescritta da Freddie Dunbar, lo specialista del collo. Era una cosa seria, ufficiale. Temple si irrigid aspettando un dolore lancinante, e quasi rimase deluso che non arrivasse. Fece una serie di respiri profondi e cominci a rilassarsi. "Adesso tiri indietro la testa, per favore. No, non cos. Pi indietro. Conti fino a tre. Su e gi, cos. Lo faccia dieci volte." Temple obbed senza discutere. Dopodich Gina cominci a massaggiare i muscoli "annodati" alla base del collo, lentamente, su entrambi i lati, gi fino alle spalle e poi di nuovo su. Ma appena tocc il muscolo leso fece scattare un dolore lancinante, e Temple grid come un animale ferito. "Scusi, Mister Temple," mormor Gina, allentando subito le dita, come pentita.
"Ero pazzo di te, e che cosa ne ho ricavato"?
Una serie massacrante di esercizi. Sempre dieci alla volta. Tirare indietro la testa, piegare il collo. Seduta sullo stomaco di Temple, in piedi, sulla schiena. Quando gemeva, Gina diceva in tono di suadente rimprovero: "E' normale che all'inizio si senta pi male. Faccia con calma." A Temple sembrava di librarsi su un'isola di dolore dalla sabbia luccicante. Una delle spiagge tropicali su cui era andato insieme alla sua ex moglie. Isabelle, che era l vicino, e non se ne sarebbe andata finch non si fosse girato a guardarla. L'odore di un flessuoso corpo femminile cosparso di crema sotto il sole. Quando apr gli occhi, Isabelle non c'era pi. Ma la sabbia luccicante c'era ancora. Un'isola di dolore da cui si gettava immergendosi nell'acqua fresca e turchese; ma poi vi tornava, il dolore l'abbagliava di nuovo, e ancora a tuffarsi in mare e a tornare a riva. Tornava sempre. Delle abili dita femminili gli stavano modellando un collare aderente attorno alla nuca, un collare in cui piano piano si rese conto che scorreva acqua calda. Un quarto d'ora. Temple sudava, ansimava; osservava il dolore che scorreva via, la tensione che si scioglieva come ghiaccio sotto il sole. Gli occhi umidi. Non stava piangendo, ma vedeva girare tutto. Ansimava di gioia e di speranza. La giovane fisioterapista vestita di bianco stava scrivendo qualcosa su un taccuino. Solo adesso Temple le diede un'occhiata: venticinque anni circa, snella, minuta, occhi neri dalle ciglia folte, nasino stretto e a punta. Non aveva una pelle perfetta, ma non si poteva dire che fosse butterata; solo dei minuscoli foruncoli vicino all'attaccatura dei capelli, come uno sfogo. Una pelle delicata, e allora? Non era la pelle cosmetizzata e priva di pori dell'incantevole Isabelle e delle sue incantevoli amiche.
"Si sente un po' meglio, Mister Temple?"
"S."
"All'inizio era terribilmente teso. Ma alla fine si  rilassato."
"S."
Temple era molto emozionato. Avrebbe voluto piangere, o ridere come un matto. Prendere la flessuosa Gina per i fianchi e stringerla tutta. La vita sembrava d'un tratto cos semplice, cos bella.

Temple usc dal centro non prima di avere ricevuto istruzioni per esercizi da fare a casa, e un appuntamento con Gina per due giorni dopo. Dentro di s aveva deciso di non tornare - ogni seduta, di cinquantacinque minuti, costava novantacinque dollari! E di certo non sarebbe tornato da Dunbar la settimana seguente, come "Freddie" voleva. Non si diventa ricchi buttando via i soldi.

Lungi dall'essere un fallito, Temple era un vincente. Lo aveva scoperto quando, con sua sorpresa, era diventato adulto. Nella vita precedente, certo, era stato povero. Inutile girarci attorno: proprio povero. Veniva da una famiglia povera, dalle campagne della Pennsylvania. Da piccolo non doveva avere visto un grande futuro davanti a s. Anche se a quell'et non se ne era reso conto. Era cos avido e pieno di speranza. "Un uomo che quando afferra una cosa, non la molla pi," diceva Isabelle. Anche se alla fine lui l'aveva lasciata andare.
La storia che Temple raccontava a se stesso e agli altri era quella di un ragazzo sognatore che, dalla sperduta Erie, andava in autostop verso il suo destino: Saddle Hills, New Jersey. Come avesse imparato il suo mestiere, che in pratica consisteva nel prendere in prestito soldi per fare soldi, non era chiaro; o non faceva parte della storia. Al suo racconto mancavano solo le illustrazioni di Norman Rockwell, e poi sarebbe potuto comparire sul vecchio "Saturday Evening Post". Faccia lentigginosa e sorriso sdentato. Ardenti occhi castani, modi franchi, virile stretta di mano. Cos ben piazzato, una volta, che le donne gli sorridevano perplesse, come se l'avessero conosciuto da qualche parte. Anche se dopo il quarantesimo compleanno succedeva sempre pi di rado: aveva cominciato a perdere i capelli, e gli erano apparse rughe profonde attorno agli occhi. A meno che non fossero donne che sapevano gi chi era, e che speravano che ricambiasse il loro sorriso.
Pi o meno nell'epoca del divorzio, Temple cominci a rendersi conto che il suo cuore faceva i capricci. Come se avesse il singhiozzo. Cos aveva cominciato a prendere medicine. Non era una cosa seria, si era pi o meno convinto. Ma poteva essere imbarazzante. Quando faceva l'amore, per esempio, mentre stava per raggiungere l'orgasmo, se entrava in circolo troppa adrenalina, rischiava di avere le fibrillazioni. Non che si morisse di queste cose - e comunque non era ancora morto! Ma un attacco poteva durare anche un'ora, e non era una bella esperienza n per Temple n per la sua eventuale partner.

"Perch? Per aiutare la gente, immagino." Alla seconda seduta, Gina parlava pi volentieri. Gli stirava il collo con energica gentilezza, lo massaggiava alla base della nuca, gli metteva attorno al collo la ciambella dentro cui l'acqua calda scorreva come una linfa vitale. ("E' stretto abbastanza? E' troppo stretto?" C'era qualcosa di fin troppo intimo, se non di erotico, nell'essere ingabbiato in quel coso. Ancora un po' pi stretto, e sarebbe diventato paonazzo.) E Temple interrogava Gina in parte per distrarsi dal dolore, e in parte perch era quello che faceva sempre quando qualcuno lo interessava ("Dove abiti? Che vita fai? Hai un segreto"?), ma soprattutto perch era affascinato dalla ragazza. La notte prima si era svegliato da un incubo tormentoso in cui gli sembrava che il dolore lo trafiggesse come grandine, e che una persona stesse silenziosa accanto al letto e lo calmasse con le sue dita d'avorio. Fresche ma forti come quelle di Gina.
"Ho deciso di diventare una fisioterapista fin... fin dalla prima media, penso," stava raccontando Gina. "La prof aveva chiesto che cosa volevamo fare da grandi e io avevo detto: 'Aiutare i malati a stare meglio.' Avevo un cugino che aveva la fibrosi cistica, e avrei voluto tanto aiutarlo a camminare! Per un po' volevo essere un'infermiera, poi un dottore. Ma neanche loro giocano un ruolo importante nella guarigione di una persona come un fisioterapista." Quanto orgoglio traspariva dietro la sua modestia.
"Giocano un ruolo". Curiosa espressione. Evocava un mondo in cui le persone giocavano ruoli uno nella vita dell'altro, senza avere vite proprie al di l di questi ruoli. "Forse c'era un motivo", pens Temple. Non si pu "essere" e basta - esistere nudi e crudi ventiquattr'ore su ventiquattro.
"Penso di non avere mai saputo quello che volevo essere," disse Temple. "Tranne essere un vincente". "E' come, come dire... innamorarsi. Le cose capitano cos." "Smettila di dire stronzate! Chi  che ha sudato sette camicie"? "E... quanti pazienti tratta ogni giorno, Gina?" Malgrado il collare bollente, Temple cercava di usare un tono indifferente.
"Dieci, a volte dodici. Dipende."
"Dieci! 'Dodici'!" Temple aveva la faccia che bruciava. Non voleva prendere neanche in considerazione l'ipotesi che questa fosse gelosia. Quando era arrivato, poco prima, aveva sbirciato per vedere il paziente delle nove: un tipo sulla trentina, grande e grosso, che portava un collare e camminava incerto con un bastone. Un bastone! Il fisico di un giocatore di football, ma una faccia cupa, ben diversa da quella che si associa a questo sport. Temple aveva subito distolto lo sguardo, rabbrividendo. "E viene qui in clinica tutti i giorni?"
Gina esit, come se le domande stessero diventando troppo personali.
"Be', s, quasi sempre. Non mi piacciono le vacanze. I pazienti devono continuare la loro cura." Parlava quasi come una macstrina.
"Echeorarifa?"
Un'altra esitazione. Sdraiato sulla schiena, Temple vedeva la ragazza solo di sguincio; i capelli neri che le ondeggiavano sulle spalle, il mento. Aveva fatto una smorfia di stizza? "Luned-mercoled-venerd dalle otto alla una; marted-gioved-sabato dalla una alle sei," disse macchinalmente.
"Quella che si dice simmetria," disse Temple, con brio forzato.
"Prego?"
Purtroppo Gina aveva tolto il collare bollente, e Temple si era messo seduto, affrontando il dolore. Adesso venivano i temuti piegamenti laterali: tirare indietro il mento, abbassare lentamente la testa verso la spalla destra, contare fino a tre; rilassarsi, tornare su, ripetere verso la spalla sinistra, da capo. Le abili dita di Gina premevano nei punti giusti, cos che Temple potesse mantenere la posizione. Non doveva avere sentito la battuta di Temple, e lui non la ripet.
Proprio come Isabelle. Come tutte le donne. Se uno cerca di generalizzare, quelle perdono il filo del discorso. Anche se si tratta di una battuta innocua.
Temple aveva cercato di non tornare. Aveva cercato. Aveva passato due notti tremende prima di arrendersi e di tornare alla clinica. L'imprevedibilit del dolore e la sua intensit l'avevano spaventato. E dall'esame della fattura aveva scoperto che anzich di "collo" si parlava di "vertebre". Ufficialmente si trattava di "lussazione alle vertebre cervicali". Era consolante.
Adesso bisognava mettersi a pancia in gi. La fronte sudata contro un asciugamano caldo. Temple si sent di nuovo avvilito. Nient'altro che un corpo, questo diventavano tutti in quel reparto. Doveva tentare delle flessioni. Che fatica. Nel collo sentiva una sbarra di dolore lancinante. Era vagamente consapevole delle flessuose cosce di Gina in pantaloni bianchi vicino al suo gomito. Gli mormorava parole di incoraggiamento come se fosse un bambino che stava imparando a farla nel vasino.
E poi di nuovo supino, ansimante. Sfiatato come un cavallo. Ma non voleva perdere il controllo, e le disse che gli sembrava di averla vista qualche sera prima, "fuori dal centro commerciale, vicino al mio cinema".
"Cinema?" La cosa sembr attrarre la sua attenzione. Come un pesciolino che si avvicinasse all'esca.
"Il Cinemapolis. Sono il proprietario."
Gina era impegnata a scrivere sul taccuino. Temple aspett la sua reazione, il suo sguardo di meraviglia. "Ehi, ma allora lei  uno importante". Era la reazione tipica, anche da parte di gente insospettabile - agenti immobiliari e investitori come Larry Temple. Per la maggior parte donne, si capisce. Come se, in quanto venditore di film - cos come altri vendevano ferramenta, steccati, pizze surgelate - Temple fosse in collegamento diretto con Hollywood. Certo, un tempo Temple era stato catturato dall'idea di proiettare i blockbuster su scala locale - e lo stesso Isabelle, per circa una stagione. Ma erano passati pi di dieci anni. Dodici per l'esattezza. E adesso Temple visitava di rado la sua multisala, e ancora pi di rado perdeva tempo a vedere film. Se ci fosse passato davanti quella sera, avrebbe visto lunghe code di ragazzi che andavano a vedere "Allarme rosso", "Duri a morire", "Congo", "Batman Forever". Meno gente per "Party Girl", ma non ci si poteva lamentare. Quanto al film russo che aveva vinto un Oscar, "Sole ingannatore", Temple era andato a vederlo il venerd prima, allo spettacolo delle sette e dieci, e c'erano tredici persone sparse nella comoda sala da centocinquanta posti.
"Davvero lei  proprietario del Cinemapolis, Mister Temple?" disse Gina con una scintilla di interesse, a meno che non fosse solo cortesia nei confronti di una persona pi anziana.
"Guardi che mi pu chiamare Larry."
Gina indic a Temple il nuovo esercizio. Tendere una striscia di gomma rosso pompiere diagonalmente, da una spalla al bacino. Avrebbe dovuto essere facile, senonch ogni volta che si muoveva, Temple sentiva un flash doloroso che gli illuminava il collo e le vertebre cervicali, come se stesse facendo una radiografia. "Ho... ho volato molto ultimamente," disse ansimando. "Los Angeles andata e ritorno. A volte per lavoro, a volte no. La mia ex moglie si  risposata e si  trasferita a Santa Monica." Udiva queste parole con una specie di orrore, come se uscissero da una macchina. "Il dottor Dunbar pensa che abbia preso un virus in aereo. Un virus che ha attaccato un muscolo del collo."
"Sono cose che si verificano." Gina parlava con solennit. Aveva detto "si verificano" come se fosse un termine medico, imparato su un libro. "Una volta che vengono gli spasmi, se il tessuto  stato sottoposto a sforzo, ci pu volere un bel po' di tempo per guarire."
"Quanto?" butto l Temple.
"Oh, non dovrei dirlo io."
"Settimane?" Silenzio. "Mesi?"
"Il dottor Dunbar dovrebbe saperlo."
Temple intu in un attimo la posizione di una giovane fisioterapista pagata a ore nella gerarchia della clinica. Non si poteva pretendere molto.
"Non parleremo mica di anni, vero?"
"Le capita alle volte di vedere qualcuno che non riesce a muovere la testa normalmente? " disse Gina a voce bassa, anche se erano da soli.
"S, e quindi?"
"Certi pensano che sia solo una cosa passeggera, e quando vanno a farsi visitare pu essere troppo tardi."
"Troppo tardi?"
"Troppo tardi per far qualcosa contro il dolore. Bisogna prenderlo finch si  in tempo."
"Prendere il dolore in tempo! Questa  un'idea".
"Ho un poveretto che viene in cura da me," disse Gina, "che ha sopportato il dolore per vent'anni. Si immagini. Pensava che se ne sarebbe andato via da solo. Adesso non c' pi niente da fare." Sospir. "E' brutto sentirsi cos impotenti."
E come sovrappensiero asciug i rivoli di sudore che scorrevano sulle guance di Temple simili a lacrime.

"Temple si librava sulla sua isola di dolore. La sabbia bianca e luccicante. Adesso ci stava steso sopra, aveva paura di muoversi. A braccia e gambe divaricate, come un bambino che si lascia cadere sulla neve. L'acqua turchese lambiva la spiaggia a pochi centimetri di distanza, ma Temple non poteva toccarla. Accanto a lui, una sagoma calda lo toccava col gomito. Una di quelle zoccole che ti provocano, ma guai se sei tu a toccare loro. Guai anche solo a guardarle.
All'improvviso stava camminando in un altro posto. Si avvicinava a una porta con la scritta CENTRO DI GESTIONE DEL DOLORE. Per quanto in sogno, era abbastanza cosciente da reagire con scetticismo. Non c'era nessun centro del genere alla clinica. Per chi l'avevano preso, per uno che si beveva qualunque stronzata"?

Non era vero che Gina fosse priva di cognome. Tant' che compariva sulla parcella: Gina LaPorta.
C'erano diversi LaPorta sulla guida del telefono. Un (o una) G. LaPorta a Saddle Hills Junction. Insonne e col collo che gli faceva un male cane, Temple prese la sua B.M.W. bianca come un fantasma e arriv davanti a quell'indirizzo: un condominio di Eldwood Avenue. Non parcheggi, ma fece lentamente il giro dell'isolato. Di notte le strade erano deserte. Era una parte della citt in cui era stato solo una volta, quando doveva decidere se investire in un condominio (cosa che per fortuna non aveva fatto). Non era da Temple comportarsi da ragazzino innamorato. Una di quelle cose che avrebbe potuto fare suo figlio Robbie, il figlio che non aveva mai capito n cercato di capire. Tanto era il cocco di mamma, e che fosse Isabelle a occuparsene. Ma Gina lo incuriosiva da pazzi. Solo curiosit, eh. Chiss se viveva con qualcuno. In questo la guida del telefono non aiutava. Aveva notato un anello alla mano sinistra, n una vera n uno dei soliti anelli di fidanzamento - era argento, con un turchese -, ma di questi tempi non si pu mai sapere. Magari era sposata. Magari aveva un bambino. "La vita fisica", che mistero! Pi misteriosa addirittura del denaro, come Temple aveva scoperto di recente.
C'erano gi gli uccelli che cantavano? Erano solo le quattro e quaranta. Su entrambi i lati della strada erano parcheggiate delle macchine, e Temple vide, o credette di vedere, la piccola Ford Escort giallo canarino di Gina. Aveva scoperto che macchina guidava parlando del pi e del meno, ed era andato a controllare nel parcheggio della clinica, sul retro. Un'utilitaria, graziosa e maneggevole. La maestosa B.M.W. intanto scivolava quasi senza rumore. Temple fin la lattina di birra tiepida che aveva tenuto tra le ginocchia per tutto il viaggio. Un po' di malinconia per la notte che finiva troppo presto. E la solita malinconia del cielo a oriente, dopo essere stati svegli, soli coi propri pensieri. Un ultimo giro attorno all'isolato.

"Ha fatto i suoi esercizi, Mister Temple?"
"Pi o meno."
"E il dolore? E' diminuito?"
"Di sicuro."
Non era del tutto una bugia. Se Temple non si muoveva di scatto, o non allungava il collo in avanti, come tendeva a fare parlando con persone pi basse, soprattutto se erano donne carine, quasi si dimenticava del dolore. Anche se era sempre l, come un segnale di tono che si irradiava nel cranio. "Sono migliorato del mille per cento," disse con troppo entusiasmo. "Grazie a lei, Gina."
Gina sbatt le palpebre, sbigottita. Aveva delle chiazze sulla faccia, come se si fosse scottata al sole.
"Be', magari solo dell'ottanta per cento," disse Temple beffardo, sfregandosi il collo.
Prima di andare al reparto, Temple aveva vagato per la clinica. Al mezzanino aveva scoperto una porta con la scritta CENTRO DI MEDICINA SPORTIVA, e alla fine di un corridoio un'altra con la scritta CENTRO DI GESTIONE DEL DOLORE. Allora era vero! Non aveva fatto altro che inventarsi ci che era reale.
Ogni volta che Temple entrava nel reparto di fisioterapia, lo trovava pi piccolo e familiare. La prima volta era rimasto abbagliato dagli specchi sulla maggior parte delle pareti, che evocavano un'infinit di macchine da tortura scintillanti e di corpi anonimi e sventurati. Anche se in realt c'erano solo venticinque macchine nere e acciaio, e sei grandi materassi sul pavimento a piastrelle senza una macchia. Oltre a nove lettini - o pi precisamente "plinti", come li chiamava Gina -, rastrelliere di manubri e palle di plastica gialla e blu di varie dimensioni. E poi la piscina acquamarina dietro la lastra di cristallo, che Dunbar guardava bramoso. Ma Dunbar non aveva ancora prescritto nessuna terapia a base di nuoto.
E poi Temple cominciava a riconoscere alcuni dei suoi compagni di sventura, e immaginava che anche loro cominciassero a riconoscere lui. Niente nomi qui alla clinica, solo facce. E sintomi. A Temple sembrava di essere in cura gi da settimane, da mesi. Anche se era solo il luned mattina della sua seconda settimana.
Al bancone d'ingresso si era guardato attorno preoccupato, non vedendo Gina. Poi si accorse che era seduta a un tavolo a scrivere; alz lo sguardo, sorrise, e Temple sent alleggerirsi il cuore. Quella mattina aveva un fermacapelli di ceramica e l'anello col turchese in mostra sul dito.
La terapia di Temple iniziava col solito stiramento e massaggio. Temple si stese sul lettino imbottito - anzi, sul "plinto" -, che adesso trovava quasi comodo. "Penso che il segreto della felicit sia semplificarsi la vita, sa?" esord. "La mia vita si  molto semplificata di recente. Quando uno  sposato e le cose vanno fuori controllo, la vita pu essere molto... complessa." Pausa. Era come se la voce di Temple gli uscisse dalla gola indipendentemente dalla sua volont. "Lei  fidanzata, Gina?"
"Fidanzata? No."
"E l'anello?"
"Non  un anello di fidanzamento. E' solo un anello." Gina fece una risata secca, come se Temple si fosse spinto troppo in l. "Adesso si alzi, per favore," disse girando attorno al plinto. "Facciamo la rotazione del collo. Tre serie da dieci." La rotazione del collo! Quando Temple si blocc per il dolore, Gina disse, con tono di rimprovero: "Questa volta giri verso il lato che le fa male. Dentro il dolore. Dovrebbe concentrarsi, o diminuire. 'Provi'." Ci prov. Non voleva deluderla. Aveva la faccia rossa come un pomodoro che sta per esplodere. Di punto in bianco disse: "Mi ha aiutato tanto, Gina. Mi ha dato speranza."
"Bene," mormor Gina imbarazzata.
Di nuovo supino. E poi bocconi, con la fronte premuta su un asciugamano. Attraverso una cortina di dolore si sorprese a dire: "La mia ex moglie non c' pi. Voglio dire,  morta." Come suonava strano e goffo dirlo.
Ci fu un momento di vuoto. "Mi spiace," mormor Gina.
"Grazie," disse Temple. Stava per aggiungere: "Quanto mi manca", ma invece disse, a mo' di spiritosa confutazione della preoccupazione di Gina: "Avevo smesso da anni di pagarle gli alimenti." Battuta infelice, ammesso che fosse una battuta. Comunque cadde in un cupo silenzio.
La terapia continuava, e Temple era di nuovo seduto. Doveva stare nella posizione giusta, ma il dolore glielo impediva. "Mia moglie  morta," ripet, assaporando le parole. "Avrei potuto andare al funerale, ma sentivo che non sarebbe stato il mio posto. La mia ex moglie, mi dimentico sempre. Due volte ex. Prima divorziata, poi morta. Tumore al pancreas. E' incredibile che una donna come lei... Avrebbe dovuto conoscerla... Io per primo non ci credevo quando l'ho saputo. E l'ho saputo che era gi all'ospedale. Ho preso il primo aereo per andare a trovarla, ma..." Che cosa diavolo stava dicendo? Perch? Dal tono neutro, pacato, sembrava che stesse discutendo un affare, e che dovesse dare l'impressione all'altra parte di avere tutto sotto controllo. Era la prima volta che pronunciava le parole: "Mia moglie  morta".
Adesso stava dicendo, con un tono pi meravigliato che mesto: "Mio figlio ha ventun anni. Ha mollato la Stanford ed  in un centro di recupero per tossicodipendenti a La Jolla, "penso". In questi cinque anni l'ho sentito solo quando aveva bisogno di soldi." Temple rise, per mostrare che non era per niente addolorato, neanche stupito.
"Mi spiace," mormor Gina un'altra volta. Non sapeva cos'altro dire e distolse lo sguardo, grattandosi un foruncolo sotto il mento.
"Spiace anche a me," disse Temple. "Ma non lascio che influenzi la mia visione della vita."
Adesso veniva il collare caldo. Il pi stretto che riusciva a sopportare. La strana sensazione di librarsi, di sentire diminuire il dolore come se gli estraessero degli aghi dalla carne. Temple cominci a parlare in modo espansivo, come se stesse levitando. La crisi era superata. "Gina, immagini uno che viene qui in clinica, come suo paziente. Viene tre volte la settimana, come gli ha detto il medico,  in una situazione disperata, lei piace a lui, e anche lui comincia a piacerle - non sto parlando di piet, intendo proprio piacerle. Se lui le chiedesse se fosse possibile vederla qualche volta, al di fuori della clinica, che cosa gli direbbe? Non pi come paziente e fisioterapista, capisce?"
Gina non rispose subito. Usc dal campo visivo di Temple, riducendosi a un'ombra indistinta. "Cos', non sar mica una storia vera?" disse con la sua risata secca.
"Mi ascolti," continu Temple. "Quest'uomo, il suo ipotetico paziente, l'ha gi vista prima di diventare un suo paziente, ovviamente senza sapere il suo nome. Magari al centro commerciale, o in citt, in qualche posto tipo Eldwood Avenue in cui era andato a vedere delle case. Episodi isolati, casuali. Non stava cercando lei, per gli  capitato di vedere lei. Un po' di tempo dopo gli viene uno strano dolore al collo, il suo medico gli dice di fare la fisioterapia, ed ecco che vede lei, cos, per caso. Adesso  in fibrillazione, ansioso. Come fa un paziente a richiedere una fisioterapista se non sa neanche come si chiama? Magari  anche contro il regolamento. E cos se ne sta zitto, ma guarda caso viene assegnato proprio a lei! E lui pensa: 'Oddio, se solo, se solo...'" Temple si ferm. Ansimava, e non voleva mandare in circolo troppa adrenalina.
Gina, invisibile, rimaneva silenziosa. A Temple sembrava di udire il suo respiro affannato.
"Ehi, dicevo solo per dire, Gina," disse. "Non c' niente di vero."
"Mi scusi, Mister Temple," disse Gina tranquilla.
Usc dalla stanza e chiuse la porta. Paralizzato dall'imbarazzo e dalla vergogna, Temple sembrava uno reduce da una caduta, che ha paura di verificare se pu ancora muoversi. Gina era andata dal direttore della clinica! Avrebbe detto tutto a Dunbar!
L'acqua bollente gorgogliava nel collare, stretto fino all'inverosimile. L'idrocollare - questo il nome esatto - costava trentacinque dollari a seduta, e durava quindici minuti. Temple chiuse gli occhi. Adesso faceva il morto, e nella sua disperazione gli sembrava che l'acqua turchese e la sabbia bianca e accecante facessero tutt'uno. "Che modo di trattare l'uomo che ti ama. Ero pazzo di te, e che cosa ne ho ricavato"?
Doveva essersi addormentato. Non sent la porta aprirsi e chiudersi alle sue spalle. Le abili dita di Gina gli slacciarono il collare. Era tornata come se non fosse successo nulla? La terapia sarebbe continuata normalmente? "Mi scusa? Mi sono un po' lasciato andare," disse Temple. Gina lo stava aiutando a mettersi seduto. Gli girava la testa. Il calore del collare gli si era irradiato in tutto il corpo. Adesso era il momento dei piegamenti. Ancora dolore: tirare indietro il mento, abbassare lentamente la testa verso la spalla destra, contare fino a tre; rilassarsi, tornare su, ripetere verso la spalla sinistra, da capo. Tre serie da dieci. La salda mano di Gina sul lato della sua testa, a premere delicatamente gi, quando Temple non ce la faceva. Lampi di dolore gli zigzagavano dentro il cranio e lungo il torace. Quasi si stupiva che non ci fosse un derisorio effetto sonoro, come in un videogame. "Tiri il collo pi indietro, Mister Temple," lo ammon Gina. "Altrimenti si pu fare male."
Temple stava riflettendo. Era uscita, e aveva pensato alla sua storia. Era una donna intelligente che sapeva distinguere tra finzione e realt. Aveva capito che Temple era una persona perbene. Animato dalle migliori intenzioni. Magari con dei problemi, ma nulla di troppo serio. Animata da una sana curiosit, poteva avere trovato il suo indirizzo sui moduli; poteva avere notato addirittura la B.M.W., e avere fatto dei rapidi calcoli. Mica si poteva darle torto - l'investimento deve sempre valere il rischio. Aveva intuito la sua gentilezza? La sua simpatia e disperazione in egual misura? Aveva intuito... Ma a Temple cominci a sfuocarsi la vista, come in un sogno esposto bruscamente alla luce del sole.
Temple si distese un'altra volta supino, senza fiato. Gina si piazz dietro di lui, massaggiandogli i muscoli delle spalle, annodati e ritorti come radici di alberi secolari. Temple sperava che non si accorgesse dei brividi di dolore, non voleva deluderla. Apr gli occhi esitante, e vide capovolta la faccia arrossata di Gina, sopra di lui. Pieghe appena percettibili attorno agli occhi, le labbra increspate. La pelle accaldata, il foruncolo sotto il mento che sanguinava. Forse non era cos giovane come gli era sembrato? Aveva trent'anni? O di pi? Temple sorrise, e gli sembr che sorridesse anche Gina, o quasi. "Sia serio, Mister Temple," gli disse severa, affondando le dita nella sua carne. "Lei sta soffrendo."



Pazza per le armi.

La prima? Facile. La semiautomatica di mia madre, una Bauer calibro .25, un'"arma di difesa" a sei colpi. Di acciaio inox con un bel calcio di avorio e una canna cos corta - appena cinque centimetri - da sembrare un giocattolo. Dopo che pap ci lasci e andammo nel Connecticut, a volte se la metteva in borsa quando usciva la sera, anche se non avremmo dovuto saperlo. Aveva il permesso solo per tenerla in casa. E la teneva in camera da letto, nel cassetto del suo comodino, in caso di intrusi. "Mamma ha paura che pap un giorno venga qui e la strangoli o qualcosa del genere," diceva sempre mio fratello. Se fosse vero o fosse solo per spaventarmi, non posso dirlo. Quando chiedevamo a mamma chi le aveva dato la pistola (ci era proibito toccarla, ma a volte potevamo vederla nel suo palmo), si metteva a ridere e diceva: "Chi credete? Vostro padre." Secondo mio fratello, invece, gliel'aveva data, o venduta, un detective privato. A quell'epoca mamma era una donna a cui gli uomini facevano volentieri dei regali, soprattutto quelli che la conoscevano da poco.

Il fucile apparteneva a mio zio Adcock, prima che diventasse un miliardario costruendo sui mille acri di Mackinac Island, e litigasse con i parenti. Era uno Springfield modello standard, calibro .22 o .30, placcato al nickel e con il calcio di acero. Era cos pesante, con quella lunga canna, da farmi barcollare. I miei cugini Jake e Midge avevano trovato la chiave della rastrelliera (era dietro un mattone del caminetto), e avevano preso il fucile. Dopo averci giocato per un po', puntandolo contro uccelli e barche a vela nel lago, mi dissero di "mirare" anch'io. Avevo paura, ma Jake insisteva. Mi sistem l'arma contro la spalla, l'indice sul grilletto, e mi aiut a tenere ferma la canna. Aveva un odore freddo e oleoso che mi sarei ricordata per un pezzo. Cos come la sensazione del calcio levigato contro la guancia. Socchiusi gli occhi puntando attraverso il mirino (che sembrava storto) le vele gonfiate dal vento. Avevo l'impressione che fossero come ingrandite. La grande barca di zio Adcock, con le vele a strisce, era riconoscibile tra mille. "Se fosse carico potresti sparare," disse Jake. "Attenta al rinculo." (Solo dopo mi accorsi che c'era una contraddizione.) Non avevo ben capito che cosa si aspettassero da me i miei cugini. Se ne stavano l, a ridacchiare. Immagino che dovevo sembrare buffa, una bambina panciuta e occhialuta, in pantaloncini e maglietta, che cercava di reggere un fucile da grandi, con le braccine che le tremavano. Non eravamo sulla spiaggia, ma su un prato di trifogli che ronzava di api. Avevo paura che mi pungessero. Quanto ai grandi, chiss dov'erano. Forse sul lago. Jake aveva undici anni, Midge nove e io ero ancora pi piccola. Li vedevo solo d'estate, nel Michigan. E quando non li vedevo, come succedeva con mamma, pap, mio fratello e immagino chiunque altro, era come se mi dimenticassi della loro esistenza. Ma quando ero con loro, avrei fatto tutto quello che volevano.

Correva voce che dopo la partita di pallacanestro, verso le quattro di mattina, due o tre macchine piene di ragazzi neri di Bridgeport fossero passate davanti ad alcune case di giocatori, a Malden Heights, e poi a quella dell'allenatore e del presidente, e avessero sparato con dei fucili a pallettoni, spaccando dei vetri. O forse erano solo dei fucili ad aria compressa. Le versioni discordavano. Quell'inverno ce n'eravamo andati da Darien per stare a casa di Mister K. ("Kaho"), un giapponese-americano di professione architetto e di vocazione cinico. Faceva ridere me e mio fratello, e metteva in imbarazzo mamma perch non le credeva quasi mai - roteava gli occhi e diceva: "Ah s? Interessante - se fosse vero." Parole che us anche a proposito delle sparatorie. (Come avevano fatto dei ragazzi neri di Bridgeport a sapere gli indirizzi? E perch mai l'avrebbero dovuto fare, visto che il Bridgeport aveva vinto il campionato?) Ormai avevo dodici anni, e portavo le lenti a contatto.

All'Hungry Horse Ranch, nel Montana, dove pap un agosto ci aveva portato per imparare a cavalcare, mi presi una cotta per Blackhawk (il suo vero nome era Ernest, ma veniva dalla Riserva), quello che si occupava dei cavalli. Lo seguivo sempre, dovunque andasse. Lo facevo per gioco, e penso senza cattiveria. Una volta lo spiai mentre sparava a delle marmotte con il Remington calibro .12 a doppia canna del padrone del ranch. Che botti faceva! Mi dovevo tappare le orecchie; era quasi "accecante". Blackhawk, in piedi e imprecante sopra una tana, non si era accorto di me. Aveva una pessima mira, e l'unica marmotta che sembrava avere ferito si era trascinata dentro una tana. E adesso ci stava sparando dentro, a pallettoni. Blackhawk stava a gambe larghe, stile cow-boy, e aveva la faccia paonazza e serrata come un pugno. Non fosse stato per il rumore, per la marmotta ferita, e per il fatto che Blackhawk poteva farmi saltare la testa se si girava di scatto e sparava come si vedeva alla tele, sarei scoppiata a ridere.

Ashley, la mia prima compagna di stanza alla Exeter, mi invit a casa sua per il giorno del Ringraziamento. Fu una sorpresa vedere quanto fosse vecchio suo padre, dato che mi aspettavo uno dell'et del mio pap. Mister D. era un membro del Congresso del Maryland, e viveva in una vecchia casa di pietra che dicevano essere stata completamente ristrutturata. Era bella, ma ricordo che le pareti bianche erano insopportabili. Al piano di sopra non c'era molto spazio; la stanza di Ashley era attaccata a quella dei genitori, e ricordo che si sentiva russare Mister D.
attraverso porte e muri, e non riuscivo a dormire. Ashley invece s (o almeno faceva finta: era il suo solito modo di fare). Allora scesi le scale al buio e andai in uno studio per cercare di leggere, prendendo quello che trovavo negli scaffali. C'era una raccolta del "Reader's Digest" vecchia e piena di orecchie, ma trovai anche "Orizzonte perduto" di James Hilton. Cominciava a piacermi, quando, dopo circa un'ora, ecco Mister D. che mi osservava, con un accappatoio blu marino e a piedi nudi. Come se per un attimo si fosse chiesto, terrorizzato, chi diavolo fossi. Il pancione avvolto nella cintura. Perch fosse sceso nello studio, non lo sapevo. Mister D. si gratt il petto e cerc di sorridere. Nella mano destra teneva quella che sembrava una pistola giocattolo. Avrebbe potuto mettersela in tasca, ma non lo fece, come se non avesse niente di cui vergognarsi. E anzi, in tono scherzoso, mi mostr la "scacciacani" - pi grande di quella di mia madre, con una canna in acciaio inox di otto centimetri: un'Arcadia automatica "da camera da letto", per usare le sue parole; una piccola arma dall'aspetto cattivo, che sembrava fatta su misura per la sua mano. Aveva un bel calcio di noce a scacchi. Mister D. mi inform anche che aveva il permesso per tenerla in casa. Nella prima camera del tamburo teneva una pallottola a salve, mi fece vedere, per spaventare l'eventuale intruso, ma nelle altre c'erano proiettili veri, con la punta cava. Ero troppo timida per chiedere a Mister D. se avesse mai sparato a un'altra persona. Dalla faccia, comunque, mi convinsi che ne sarebbe stato capace. "La vuoi tenere?" mi chiese. "Tanto c' la sicura."

A East Hampton, nella residenza estiva di mia madre, avevo sparso le mie cose sul tavolo da disegno nel portico, la radio a volume alto, e avevo una specie di presentimento; Kaho e io non ne potevamo pi delle stronzate di mamma. Io mi sto allungando sul tavolo da disegno e sento qualcosa di duro che mi preme contro il sedere (sono in calzoncini di jeans tagliati ad altezza inguinale). La prima cosa a cui penso  una pistola, non voglio che mi sparino all'osso sacro! Invece  solo Mikal con un'erezione.
"Cosa si prova? Per un uomo  come quando si spara con una pistola... prima per di essere pronti. E questa roba che ti esce fuori... Cristo, sembra una roba da film di fantascienza."
"Meno male che non sono un uomo," dissi. Ma non era vero.
Mentre facevamo i porcellini, facevo finta che fosse Blackhawk.

Che impressione! Il prof di lettere, Mister Dix, ci lesse una biografia di Hemingway dove si diceva che quando Hemingway aveva diciotto anni, alla residenza estiva dei suoi, nel nord del Michigan, a volte prendeva "un fucile a doppia canna carico" e mirava alla testa di suo padre (che, ignaro, stava lavorando nell'orto). Pazzesco! Prima Hemingway per noi era uno dei soliti vecchi barbogi che ti volevano fare leggere.

"Hai pensato di farlo? Da sola"? Charl mi pass il biglietto. Charl S., ormai giovane lesbica in fiore (i ragazzi li metteva in soggezione). "Troppo pigra. Non faccio niente da sola". Passai indietro il biglietto, e ovviamente ci beccarono.

Adrian L. non lo vedemmo pi dopo le vacanze di Pasqua. Adrian L., sedici anni, di Rye, Connecticut, era andato a casa ed era morto di un "incidente d'arma da fuoco" nel soggiorno di casa. In un quotidiano locale (preso da alcuni che erano andati al funerale), il coroner dichiarava che Adrian stava pulendo la .45 del padre (un'automatica di modello militare) quando un colpo era partito accidentalmente, trapassandogli il cervello e uccidendolo all'istante. Mister L. era stato tenente nel Vietnam ed aveva ottenuto una decorazione. Con la polizia insistette che l'arma non era mai carica, ma anche lui sostenne che il figlio non l'aveva fatto apposta. Nel caricatore c'era un colpo solo. A scuola parlammo molto di Adrian. Ritagliammo la sua foto dall'ultimo annuario. "Era uno che rispettava le ragazze. Non come certi stronzi," era il ritornello, anche se a dire il vero nessuna di noi l'aveva conosciuto bene. Era difficile, tanto era riservato. Voti alti, il classico secchione. L'ultimo semestre si era eclissato dalle attivit scolastiche e faceva un sacco di assenze. Secondo il suo compagno di stanza, se ne stava sempre in camera sua. Il padre di qualcuno (forse il mio?) osserv che per uno che conoscesse le armi, la calibro .45 modello militare  "un classico". Ci dovevano essere modi peggiori di andarsene che con un colpo di .45 nel cervello, a bruciapelo.

C'erano anche modi pi romantici, comunque. Una canzone che ascoltavamo spesso era "Teen Wedding". I matrimoni tra minorenni rimanevano fantascienza, ma ci era giunta voce di cop-piette cos innamorate da volere morire insieme. Come un ragazzo coi capelli rossi, un certo Skix (che aveva mollato la Exeter qualche anno prima e di cui nessuno si ricordava pi) che aveva sparato alla sua ragazza (una che non conosceva nessuno, della scuola pubblica di Rhineback) nella sua macchina, davanti al fiume Hudson, per poi rivolgere la pistola contro di s. Entrambi i colpi al cuore. I ragazzi che si intendevano di armi dicevano che Skix aveva usato una Crown City Condor semiautomatica .45, di propriet di uno zio. Secondo alcuni Skix abitava a Rhineback, "in una specie di castello". Un segno che un ragazzo faceva le cose sul serio era se ti torceva un polso mentre piangevi. La cosa pi sexy era se li torceva entrambi.

Circolava una nuova droga chiamata "ghiaccio", che mica tutti riuscivano a reggere. Un tipo che conobbi dopo il college, Kenny B., che lavorava per la Merryll-Lynch a Manhattan, ci faceva ridere coi racconti delle sue avventure alle superiori di Westchester County. Era cos strafatto a furia di "succhiare ghiaccio" che una mattina era andato a scuola con una carabina - una calibro .30 Safari Arms, cromata e col calcio in noce levigato che, diceva Kenny, sembrava quella che usava Wild Bill Hickox per sparare agli indiani. Quell'arma fantastica era del nonno di Kenny, che non la toccava da trent'anni. Kenny se ne stava nel parcheggio, col fucile nascosto sotto il giubbotto, guardando i ragazzi che entravano a scuola. Aveva pensato di sparare a qualcuno, preferibilmente la sua prof di matematica.
"Volevo ammazzare qualcuno. Ragazze no, comunque. Sono sicuro che non avrei sparato a una ragazza."

Alcune di noi continuavano a sentire la mancanza di Adrian. Pensavamo che non ce lo saremmo mai dimenticate. Eravamo ostinate e leali: "Lo amavo. " Vere lacrime bruciavano i miei occhi. Eravamo giovani ma presaghe. Bei tempi. Continuavamo a ricordare quelli che se n'erano andati.

Ascoltavamo i Black Sabbath ed eravamo fatte come biglie, quando entr mio padre. Non doveva tornare cos presto, ed era di pessimo umore. Gli affari andavano male, sapevamo. I pap di tutte erano incazzati e terrorizzati. Qualche mese prima mio padre era stato rapinato da quello che, secondo lui, era un "nero ispanico" armato di pistola a Philadelphia, sulla Trentesima Strada, davanti allo scalo ferroviario. Gli aveva dato portafogli, orologio e valigetta senza opporre resistenza, tremando come una foglia. Cinque secondi erano bastati per annullare il suo orgoglio di bianco, diceva. Il che non gli aveva risparmiato una botta in faccia. Cos quella primavera si era fissato col caso di Tawana Brawley. E quando vedeva la sua foto e quella del reverendo Al Sharpton sul "Times", commentava, con uno sguardo cattivo: "E chi la violenterebbe mai una come questa?"

Sul "Libro tibetano dei morti" che alcune di noi leggevano la primavera dell'ultimo anno (non che fosse tra i libri di testo!), qualcuno aveva sottolineato con inchiostro rosso: "In Occidente, dove l'arte di Morire  poco conosciuta e di rado praticata,  comune la riluttanza al passo estremo."

Si tornava da un week-end a Dartmouth. Quattro strizzati sui sedili posteriori, e tre sui sedili davanti della Lincoln nera della matrigna del fidanzato della mia compagna di stanza. Eravamo tutti strafatti. Il fidanzato, Nico W., era il figlio di un diplomatico peruviano, e la sua matrigna era americana. Nico era "americanizzato al cento per cento". Insisteva che conosceva una scorciatoia per Bellow Falls con panorama spettacolare, ma ci perdemmo tra salite e tornanti. Pioveva tanto che alla fine la strada era diventata una specie di palude. Nico stava cercando di fare inversione in due metri di spazio, e rimanemmo impantanati. Veniva gi un diluvio, e dall'altra parte della strada vedemmo una specie di roulotte con un Babbo Natale sul tetto e un'enorme parabolica. Spazzatura dappertutto e un tanfo tremendo. Era una situazione cos pessima che sghignazzavamo come delle iene. Ed ecco che Nico si gira e ci guarda con due occhi tragici, le pupille minuscole come semi di papavero. Era da due giorni che sniffava come un aspirapolvere, ed era completamente andato. Anche se era l'unico di noi che riusciva ancora a guidare. Sentimmo delle urla e vedemmo una donna in tuta da meccanico sulla porta della roulotte, che sembrava tenere in mano un fucile. Una doppietta! Puntata verso di noi! Doveva essere pazza, ubriaca o entrambe le cose. "Fuori dai coglioni, senn vi faccio saltare la testa!" Una scena da film. Solo che in T.V. era divertente, ma nella realt no. Avevamo una paura fottuta. Nico cercava disperatamente di far ripartire la macchina, ma le ruote giravano a vuoto e affondavano nel fango, e noi a gridare e a ridere che quasi me la feci addosso, anche senza quasi. Come abbia fatto Nico a portarci via da l, non lo so. Poi dissero che la pazza ci aveva scaricato la doppietta sopra la testa, ma non sono sicura di avere sentito lo sparo. Mi svegliai pi tardi, con la testa che sbatacchiava contro lo schienale, mentre Nico stava andando a tavoletta. Prima di arrivare a Bellows Falls ci perdemmo un'altra volta.

Sean abitava con degli amici in un palazzone dietro Bleecker Street. Non si dormiva molto. Era il week-end del 4 di luglio; per tutta la notte sentimmo botti e fuochi d'artificio, come se fossimo in guerra.

A Poughkeepsie passai a un semaforo con il rosso. Stavo andando al college sotto una pioggia gelida. In uno di quei momenti in cui pensi: "Se deve capitare, che capiti pure". Non usavo neanche i freni quando la macchina slittava. Dall'altro lato della strada c'era una pattuglia della polizia di stato, di cui mi accorsi troppo tardi. Accende il lampeggiante e mi viene dietro. Non ero incinta perch mi erano venute le mie cose proprio in macchina, sporcandomi il vestito e il sedile. Cos mi fermo sul ciglio della strada, tremando e piangendo, come avevo fatto per tutto il viaggio. Il poliziotto  un bianco abbastanza giovane, sembra un italiano. Ha tirato fuori la pistola! Entro in fibrillazione. Vede che sono una studentessa della Vassar, vede che sono da sola, rimette la pistola nella fondina, ma mi chiede con fare insinuante la patente, il libretto e tutto il resto, esaminandoli lungamente alla luce di una torcia. Il tutto mentre piove a dirotto. Poi mi chiede di scendere e di seguirlo fino alla sua macchina, ma questa volta sto piangendo cos forte che non riesco a capire. Ho la faccia bagnata di lacrime e il cavallo dei jeans pieno di sangue. Al poliziotto le lacrime vanno bene, ma fino a un certo punto. L'ultima cosa che vuole  un attacco di isteria. Pesto i pugni contro il volante. "Sparami! Ti odio! Tanto voglio morire!" II poliziotto mi guarda disgustato e si calma. Mi lascia andare con una multa di sessanta dollari, una nota sulla patente e un avvertimento: "Questa volta  stata fortunata, ragazza di Vassar." So che  vero.

"La fortuna  ospite fissa a casa nostra", diceva sempre pap. Forse era ironico, ma aveva ragione. Come quando mamma venne tramortita, derubata e sodomizzata, senza essere uccisa. Visto?

Ecco come andarono le cose. Mamma abitava sulla Settanta-settesima Est, vicino alla Madison Avenue, in un posto che si sarebbe detto sicuro, se a Manhattan ci fossero posti del genere. Stava tornando da una rappresentazione di "Miss Saigon" (in cui aveva contribuito con i soldi) e non era affatto ubriaca (anche se doveva aver bevuto qualche bicchiere da Joe Allen's con gli amici), aveva preso l'ascensore, era nel corridoio del nono piano, da sola (giurava!), stava aprendo la porta con la chiave, quando all'improvviso qualcuno le diede una mazzata sulla nuca, un pugno maschile. Lei cade dentro, troppo terrorizzata per gridare, e quello la riempie di botte sulla schiena, di insulti, le sbatte la testa contro il pavimento, lei sta perdendo i sensi mentre lui le rovescia la borsetta sulla pelliccia, fruga alla ricerca delle cose di valore, e purtroppo trova la "scacciacani" col manico d'avorio, e cos l'assalitore le preme la piccola canna contro la nuca, le divarica le gambe, bestemmia e suda, un puzzo infernale giura, la chiama troia e figa con un accento da negro - da caraibico, giura -, le tira su la gonna e tecnicamente la sodomizza e le fa perdere i sensi incrinandole il cranio e lacerandole il cuoio capelluto. Lei si sveglia in una pozza di sangue respirando a fatica, ma almeno  viva. E raccomanda a me e a mio fratello di non dire niente a nostro padre. La reazione di quest'ultimo: "Che cosa si aspettava? Una che vive da sola..."

Quando stavo con G. G. nel suo loft in Varick Street, gli uomini mi davano il tormento. Non solo gli sconosciuti, ma anche i cosiddetti amici di G. G. All'inaugurazione di una mostra, uno di questi mi port in un ripostiglio, mi infil la lingua in bocca e mi mise la mano sul pene che gli spuntava dalla lampo dei jeans come una terza avida mano. "Guarda la mia .44 Magnum, baby." Come battuta di un porno di serie B, sarebbe stata divertente; ma nella vita potevi solo guardarti in giro, perplessa.

C'erano questi studenti di medicina fatti di un'anfetamina che si vantavano di avere fabbricato da soli con dei becchi Bunsen. Ci stavamo raccontando storie di sesso. In quanto bionda, la gente mi ascoltava in quel tipico modo che ti mette a disagio finch non ti abitui, anche se  un errore abituarsi. Raccontavo di quando in prima elementare, a casa della mia amica Betsy, suo fratello pi grande ci fece spogliare per "esaminarci" con una torcia. Non vi dico il solletico. Mentre cercavo di vivacizzare il racconto tra le loro risa, perch alla Vassar studiavo recitazione e pare che avessi talento, d'un tratto mi ricordai che non era a casa di Betsy, e non era il fratello di Betsy, ma il mio. E non era una torcia quella che aveva usato. Era forse la scacciacani di mamma? Comunque ci aveva avvertito: "Adesso vi far il solletico."

Ne usc con un tic alla faccia e delle lesioni interne. La vista annebbiata, mal di testa, dolori alle vertebre. Non poteva dormire senza barbiturici, e quasi mai di notte. La pregammo di andare via da Manhattan. Almeno per potersi risposare. Era ancora bella, e aveva un'eleganza che ricordava quella di... fatemi pensare... di una Lauren Bacali. Non aveva ancora compiuto sessant'anni, ed era benestante. Il test dell'Aids era risultato negativo. "Non dirmi," le dissi ridendo al telefono. "Hai deciso di sostituire la pistola?" Con la sua tipica risata nervosa, mamma spieg che un suo nuovo amico, un poliziotto di Nassau County, le aveva consigliato, per la difesa personale, una Colt Detective Special calibro .38, un revolver a sei colpi pi affidabile della Bauer semiautomatica, anche se aveva una canna da scacciacani (cinque centimetri). "La prossima volta, sar pi preparata," disse mamma.

G. G. firm un contratto con la Fox per una serie di telefilm. Il pilot dovevano girarlo a L.A., e saremmo andati a stare a Pacific Palisade, nella villa faraonica di qualche produttore discografico miliardario. Sempre che ci andassi, cosa che non era sicura al cento per cento. G. G aveva una vecchia sei colpi da Far West, una .357 Magnum in acciaio inox con canna da venti centimetri. Una volta uno dei suoi amici tossici aveva cercato di fregarlo (aveva fatto un pensierino su di me? Avevo i miei sospetti). G. G. mise un proiettile nel tamburo, lo fece ruotare (aveva bisogno di olio) e disse: "Che ne dici di una roulette russa? Inizio io."

Pratica di tiro in un immondezzaio fuori Greenwich. Topi di fogna e uccellacci. Lui colp un corvo in volo e fer un animale peloso che fuggiva terrorizzato - un "procione idrofobo", a suo dire. Non era male come tiratore. Sistem le mie mani sul fucile (un Winchester calibro .22, niente di speciale) e appoggi il mio indice sul grilletto, come se non fossi stata capace di trovarlo da sola. Mi aggiust il braccio e la spalla. Sentivo il suo fiato. Raddrizz la canna. Era la nostra prima volta. Era sposato, e prendeva tutto molto sul serio. Ero pronta a recitare la mia parte di donna spaventata dal botto e dal rinculo, ma non ce ne fu bisogno. Dopo facemmo l'amore con tale violenza da farci male. Il portabagagli della sua Land Rover odorava di polvere da sparo, olio, grasso, vecchie scarpe da ginnastica e magliette sudate dei suoi figli.

La roulette russa! Non l'ho mai fatta,  una cosa da maschi. Dicono che prima devi farti un paio di tiri, e che allora non c' sballo migliore.

A casa di Scott E., quando stavamo a Malden Heights ed eravamo solo dei ragazzi. Scott fin alla Choate. Suo padre (il cui padre era stato un eroe dell'aviazione durante la seconda guerra mondiale) ci stava mostrando la sua collezione di armi. Avevo bevuto cos tante birre che ci vedevo doppio. Il tipo con cui stavo continuava a strusciarsi contro le mie tette. Scott era imbarazzato da suo padre, ma un po' ne era anche fiero. Non potevamo toccare le armi, ma potevamo chiedergli ogni genere di spiegazioni. Mi ricordo un "souvenir della Germania" e una "ferma-uomini" con una lunga canna minacciosa che sembrava di ferro. Chiesi a Mister E. se ne teneva qualcuna carica, domanda abbastanza scema, ma Mister E. disse con un sorriso malizioso: "Forse. Prova a indovinare quale." E a quel punto Scott ne fece una delle sue: di punto in bianco prese uno dei vecchi revolver, uno d'acciaio con una canna di almeno venti centimetri e delle incisioni d'argento: e prima che suo padre lo potesse fermare, fece girare il tamburo, alz il cane col pollice, se lo punt alla testa e premette il grilletto. Click.

Ero a New York e incontrai mia cugina Midge, che adesso si chiama Margery. Parlai della volta che lei e suo fratello Jake stavano giocando col fucile del padre nella loro casa estiva a Mackinac Island. Midge, o Margery, disse gelida: "Non abbiamo mai giocato con le armi di pap. Ce le avrebbe suonate di brutto." (Zio Adcock era morto di cancro l'anno prima, a Saint Petersburg. Avevo pensato di mandare un biglietto o di fare una telefonata.) Feci per ribattere, ma Midge, o Margery, volt le spalle e si allontan. Rimasi a guardarla scioccata, come se mi avesse dato uno schiaffo. Ricordavo benissimo il botto assordante del fucile. L'odore acre ed eccitante di polvere da sparo. E le vele sbatacchianti sul lago, che per una frazione di secondo sembrarono essere state colpite.

Al primo anno alla Vassar, dissi ai miei che per le vacanze di Pasqua sarei andata a sciare a Boulder con la mia compagna di stanza e i suoi, mentre poi andai con Cai nella baita del suo patrigno. Passammo quasi tutto il tempo a letto, fumati, ad ascoltare heavy metal, alzandoci pi che altro per andare al cesso. (Facevamo a gara a chi riusciva a tenerla di pi, bevendo succhi di frutta e roba del genere. All'inizio ero imbarazzata dal doverci andare cos spesso, ma sarebbe stato peggio farla a letto. Dovevo avere una specie di infezione.) Andavo in giro nuda, con un pullover sulle spalle con le maniche annodate sotto i seni. Il sole era troppo forte, e dovevamo tenere le imposte quasi sempre chiuse. Stavo frugando negli armadi quando vidi un fucile e una scatola di munizioni aperta. Un Winchester .22 che non veniva pulito da tempo, con la canna blu acciaio coperta di polvere. Su un altro ripiano c'era un revolver Sturm-Ruger a sei colpi, anche quello impolverato, con un calcio di noce e una canna di circa dieci centimetri. Era bello. Mi piaceva sentirne il peso in mano. La canna pesante, e il calcio grosso, come se stessi stringendo un'altra mano. Cai mi vide e diede fuori di matto. Come se non sapesse che in casa c'erano armi. (Cai non voleva riconoscere che sua madre avesse sposato uno schizofrenico paranoico che teneva pistole dappertutto e, in quanto avvocato penalista, aveva il porto d'armi.) "Ges, piccola, metti gi quella roba, okay?" mi disse. Io ero fumata e mi stavo godendo quell'arma fantastica. Di solito sono gli uomini che sanno quando hanno trovato l'arma fatta per loro, non le donne; in ogni caso era come se Cai fosse un terzo incomodo, un guardone che si intrometteva tra me e lo Sturm-Ruger. "Hai mai giocato alla roulette russa?" chiesi. E Cai, spaventato, ma cercando di buttarla sullo scherzo: "Che cosa ci sia di tanto divertente non l'ho mai capito." Tolsi la sicura. Volevo vedere se era carico. "Il divertimento  che hai cinque probabilit contro una. Se vinci, non ti becchi una pallottola nel cervello." Cai ribatt, come se fosse a lezione di filosofia: "Ma anche adesso non ce l'hai una pallottola nel cervello. Quindi vuol dire che hai gi vinto." "Eh no," dissi ridendo. "Vuol dire che hai perso." Cai non riusc a capire. Un ragazzo pu essere sexy e dolce ma non capire le cose.

Dopo mia madre Margery era la prima donna che conoscevo a portare una pistola in borsetta. E quando non era in borsetta, la teneva nel comodino. Era una semiautomatica Sterling Arms modello 400, nichelata, canna di otto centimetri ed elegante calcio in avorio. Mi sentivo bene a tenerla in mano. Carica e con la sicura. "Saresti capace di sparare con questa a qualcuno?" chiesi. Lei si limit a sorridere e a riprendersela.

Correva voce che Nahid A., un tipo ricco e affascinante che veniva dal Kashmir e che avevo conosciuto alla Vassar, fosse diventato un "trafficante d'armi" nel suo paese natio. Altri dicevano: "Stronzate, Nahid  un poeta."

Una notizia sconvolgente. La seppi da Charl S., che non sentivo da almeno otto anni, e mi telefon apposta. Anche se avevo gi letto il "New York Times" e avevo gi visto la T.V. A Worce-ster, Massachusetts, un'assistente sociale incinta (bianca) e il suo bambino non ancora nato erano stati "crivellati di colpi" (mentre il marito era stato solo ferito) da un aggressore nero che (secondo la testimonianza del marito) sembrava essere uno dei suoi assistiti. La defunta, che al momento della tragedia si trovava nella sua macchina, era una biondina di una ricca famiglia di Boston. Suo marito, disse Charl, non era altro che il nostro vecchio amico Nico. Nico, ferito da un'arma da fuoco! Charl sembrava su di giri. "Chi l'avrebbe detto che avrebbe sposato un'assistente sociale. Non era mica il tipo."

Circa un mese dopo Charl richiam, ancora pi eccitato. La notizia sconvolgente arrivava adesso. La moglie di Nico non era stata ammazzata da qualche disoccupato di colore, "ma da Nico stesso". Era appena stato arrestato, dopo che si era sospettato di tutti i neri di Worcester. L'avevano detto al telegiornale nazionale. "Nico aveva fatto un'assicurazione da un milione di dollari su quella poveretta appena un mese prima di ammazzarla. Non  tremendo?" Stavo cercando di rendermene conto, ma non mi sembrava neanche troppo imprevedibile. Gli dissi che non era un piano molto intelligente, quello di Nico. Pensai ai suoi occhi di velluto e alla sua strana lingua tiepida che ti guizzava in bocca come una specie di seppia.

Telefonata notturna. Era mio fratello, che stava a Palm Beach. Brutte notizie su mamma. Ma non si era appena risposata? Non doveva essere in luna di miele? L'uomo addormentato al mio fianco non si mosse. Era abituato ai miei andirivieni notturni. Sentivo gi il mal di testa che arrivava. "Aspetta," dissi, cercando di non farmi prendere dal panico. "Ne ha fatta una delle sue, vero?" "No," disse bruscamente mio fratello. "Questa volta  morta."

Una sua nota scritta a mano lasciava a me la sua Colt Detective Special. "Alla mia unica figlia. Per la sua autodifesa". Assieme a una scatola di bigiotteria (che fine avevano fatto i gioielli buoni?), a ricordi di famiglia e a un paio di milioni di dollari in buoni del Tesoro.
Quella primavera la passai a piangere. Non c'era verso di fermarmi. Come se il mio cuore fosse un blocco di ghiaccio che si stesse sciogliendo. Kaho cerc di farmi forza in ricordo dei vecchi tempi, ma mi avvert che non era pi l'uomo prestante che avevo conosciuto. Anche lui, nel frattempo aveva sposato una donna, morta in circostanze "misteriose". (Lui comunque non c'entrava!) A letto mi buttai addosso a lui a corpo morto, e gli venne un crampo alla gamba, dove premeva il mio peso. Avevamo la pelle imperlata di sudore freddo come olio per lubrificare un fucile. Piangevo. "Ti amo, Kaho. Ti ho sempre amato." Ma Kaho era imbarazzato. Era passato cos tanto tempo, disse. Il quadrante fosforescente del suo orologio baluginava debolmente nel buio come un pesce verdognolo, o come un occhio.

Si possono ordinare calci in legno di rosa, legno zebra, acero, avorio. Io l'avevo sempre desiderato in avorio. A Jackson Hole c'era un "nativo americano" (un indiano Crow, che non assomigliava per niente a Blackhawk) che intagliava calci per pistole usando un coltello che lampeggiava come se cavasse scintille dal legno. Lyle Barnfeather eseguiva ordinazioni su misura per la Smith & Wesson, aveva una lunga lista d'attesa, e ci teneva a farmi sapere che "non era a buon mercato".

G. G. torn nella mia vita. La sua carriera televisiva aveva toccato il fondo. Alle volte sembrava che mi accusasse di non essere andata con lui. Altre volte si limitava a prendere soldi in prestito. Quando lo cacciai di casa, cominci a perseguitarmi come un serial killer da telefilm. Solo che G. G. non aveva neanche la macchina. Come avrebbe potuto disfarsi del cadavere? In segreteria mi lasciava dei messaggi tipo: "Baby ti amo, per favore non farmi questo." Roba da sceneggiatura di terz'ordine, solo che non conoscevo la fine. In ogni caso, "per la mia autodifesa", avevo la Colt Detective Special di mamma.

Al poligono di Staten Island indossavamo occhiali colorati (di grigio) con nasello regolabile, e cuffie approvate dalla E.P.A. Ma il rumore rimaneva assordante. E anche se le deflagrazioni erano attutite, te le sentivi vibrare dentro. Alcuni sparavano coi mitragliatori. Sembravano martelli pneumatici. Gli brillavano gli occhi, uno lo vidi addirittura sbavare. H mio istruttore, Buzz, era paziente. Iniziammo con pistole leggere da esercitazione, e dopo qualche mese venni promossa alla Remington .44 Magnum ("la pi potente pistola esistente"). Il tiro al bersaglio, per conto mio, era come fare l'amore. A volte prendevi il centro, ma il pi delle volte lo mancavi. Non c'era nessuna logica. Il mio desiderio non entrava in considerazione. Il cuore mi batteva forte quando Buzz mi sfiorava e sentivo il suo fiato nei miei capelli. Avevo il vizio di tirarmi indietro, e di chiudere gli occhi quando premevo il grilletto. Buzz mi rimproverava gentilmente. "E' cos che la gente si fa ammazzare, nella vita vera." La sagoma umana  il bersaglio pi difficile. Chiudi gli occhi, inspiri, e spari.

Nessuno seppe dare una spiegazione soddisfacente di come fosse morta mamma. Il suo nuovo marito, che era di sette anni pi giovane, diceva di essere tornato a casa dopo due giorni di viaggio e di averla semplicemente "trovata" sul letto, semisvestita, morta da circa dieci ore, durante le quali - come potevano provare i tabulati delle telefonate - aveva chiamato sei volte, trovando sempre la segreteria. Il coroner dichiar "naturale" il suo decesso. Anche se rimaneva ugualmente "misterioso". Perch mamma avrebbe preso di giorno i sonniferi che di solito prendeva la sera? Perch, lei che badava tanto a queste cose, si era stesa stropicciando la vestaglia? Perch aveva diverse unghie spaccate, con lo smalto scheggiato, lei che ne aveva l'ossessione? Mio fratello fu pi sorpreso di me della morte di mamma. Diceva di pagare un investigatore privato. Quanto a me, ero diventata pi fatalistica, come Kaho. Stoicismo orientale.
E poi, come disse pap: "Era una tragedia annunciata. Dati i gusti di tua madre in fatto di uomini."

Mikal era tornato nella mia vita. Facevo del mio meglio per non essere felice e non nutrire speranze. Non credevo di meritare n felicit n speranza, ve lo posso giurare.

"La prima responsabilit del proprietario di un'arma da fuoco non riguarda la sicurezza, ma la cura della propria arma. Poich non esiste sicurezza senza cura adeguata". Lo imparai al poligono di tiro di Staten Island. Al loro spaccio comprai:

- bacchetta in legno per pulire la canna
- set di tre scovoli
- panni speciali per la pulizia
- cacciavite e viti
- olio per armi: detergente, lubrificante e protettivo
- specchietto con lampadina per l'ispezione della canna
- grasso graffittato antigrippante
- salvapercussore
- brunitore per metalli

La Detective Special eredit di mamma non veniva pulita da anni. Forse non era stata mai pulita. Mi tremava la mano, quando la prendevo. La tenevo sempre carica. Ma avrebbe sparato?
"Non puoi saperlo finch non  il momento. Ma ricorda: NON LASCIARE MAI IL PRIMO COLPO AL TUO ASSALITORE".

Mikal mi baci, tenendomi la testa stretta tra le mani come nessun altro aveva fatto dopo di lui. I suoi baci sembravano quelli di un bambino, ansiosi, speranzosi, privi di significato sessuale (o almeno non ancora, cosa di cui gli ero grata). "E cos la vita ha ferito anche te." Di solito per non parlavamo. Dopo tanti anni che non lo vedevo, e tanti matrimoni, era diventato magro e tutto nervi come un'anguilla. Percepivo il flusso vitale che si muoveva sotto la sua pelle. "Amore mio. Amore mio." In volto aveva rughe verticali, come scavate dalle lacrime. I capelli gli si ingrigivano alle tempie, ma conservava il suo bagliore bluastro. Era sposato, ma separato dalla moglie (mentalmente instabile con tendenze suicide), da me incontrata una volta, anni prima, e che ricordavo solo come una sagoma luminosa bionda e accecante. Era separato da questa moglie (vendicativa e incline alle minacce), ma era chiaro che si sentiva profondamente legato a lei e alla loro unica figlia, una bambina (ritardata? Handicappata?). "Non chiedermi niente. E' ancora presto." Passavamo lunghe ore stretti uno contro l'altra, guancia contro guancia. Muti. Come sopravvissuti alla disperata traversata a nuoto di una rapida. Nel cassetto del mio comodino c'era la Colt Detective Special, ancora da pulire e oliare. Mi piaceva immaginare che, quando andavo in bagno, Mikal potesse aprire per caso il cassetto e trovare la temibile "ferma-uomini". Il nuovo calcio di avorio fatto su misura, che scintillava nel buio.

Qualche volta passava a trovarmi Buzz, quello del poligono. Anche Buzz, "al momento", aveva un po' di problemi, con la moglie e la famiglia. Ma Buzz era un ex sergente dell'esercito, e da quella prospettiva vedi la realt in modo diverso. Se poi ti chiami Buzz, cominci a farlo dall'et di due anni. Comunque, vedendo com'era ridotta la Detective Special, com'era corrosa la nichelatura, sembrava che volesse piangere. Come se avesse calpestato qualcosa, e si fosse accorto che era un uccellino appena nato. "Ges Cristo. Come hai fatto. Va bene tutto, ma..." ("Va bene che sei una donna", voleva dire. Lo sapevo.) Quando gli toccai il polso, scatt come una molla. Era seriamente incazzato, per usare le sue parole. Ma ci mettemmo una pezza. Buzz era sempre impressionato a vedere la mia casa. Da vero esperto, smont il revolver su un foglio di giornale in cucina, come se fosse un'autopsia. Le sue grosse dita erano abili e, a loro modo, amorevoli. Usando gli accessori che avevo comprato al poligono, la pul, la caric, mise la sicura. "Sempre con la sicura, vedi? Quando non vuoi sparare." Pensai che fosse una specie di "koan" zen, ma non approfondii. Buzz era l'amante pi silenzioso che avessi mai avuto. Forse la parola giusta era "stoico". Quando veniva, sembrava uno che avesse pestato una puntina da disegno a piedi nudi, e non volesse n gridare n fare una smorfia. Come capivo che era venuto? Quando smetteva di fare quello che stava facendo, e rotolava dall'altra parte. Diceva che avevo davvero "classe", ma sapevo di avere perso il suo rispetto dopo che aveva visto come tenevo il revolver. Un'arma in un comodino  come un neonato nella culla accanto al letto di mamma, non si pu mica trascurare. Aveva visto dentro la mia anima. Sono cose che gli uomini capiscono.

G. G. sembrava essere scomparso. Forse la presenza di Buzz l'aveva spaventato. O forse agiva in incognito, sotto qualche travestimento.

Il sindaco (di New York e il capo della polizia avevano lanciato una campagna, in cui si chiedeva ai cittadini di "consegnare le proprie armi alla stazione di polizia pi vicina", con la promessa di "non fare alcuna domanda". La mia Detective Special adesso era cos ben pulita e oliata che per un momento pensai di consegnarla. Non so perch: forse per liberarmi da mia madre. Ma a pensarci, diventavo superstiziosa. "Appena la consegni, quella notte stessa ne avrai bisogno".

Mikal importava pellame e bigiotteria dal Marocco. O forse era solo socio di qualcuno (il suo lavoro rimaneva per me alquanto misterioso, cos come la sua vita privata). Aveva un negozio sulla Madison, all'altezza della Settantacinquesima. Uno di questi negozietti eleganti, con le robe in vetrina che sembrano pezzi del Metropolitan Museum. Ma quando ci capitavo, non c'era mai. Un giorno mi telefon, tutto agitato. La sera doveva prendere un aereo per il Marocco. Un'emergenza di lavoro. Ci potevamo incontrare a Central Park? Avrei preferito casa mia, ma Mikal aveva urna predilezione romantica per il parco. A dire il vero una volta ci avevamo quasi fatto l'amore, dietro alcune rocce. Arriv di corsa, con venti minuti di ritardo, sorridendo come un ragazzino. Aveva la pelle unta, la barba di due giorni e aveva bisogno di una doccia. Ci abbracciammo stretti stretti. Mikal poteva sentire le mie costole, e sapevo quanto gli piacevano le donne magre. Era difficile pensare che un momento cos bello non venisse filmato da qualcuno. La malinconia del crepuscolo, quando in citt si accendono tutte le luci. I fari delle macchine che attraversano Central Park, i lampioni, le luci su in alto nella Quinta Avenue. A occidente, strisce rosse in fiamme. E nuvole minacciose di pioggia nel resto del cielo. Odore di terra fredda e umida. Foglie marce, terriccio. Tronchi scintillanti. Mikal e io ci reggevamo come nuotatori che hanno finalmente raggiunto la riva, senza neanche sapere dove fossimo. "Ha voluto che ci vedessimo qui per non dovere fare l'amore. Perch il nostro addio fosse spirituale". Lo rispettai per questo, anche se morivo dalla voglia di stare nuda con lui un'ultima volta prima della sua partenza, di sentirlo dentro il mio corpo. Mikal mi baci con forza e orgoglio, mettendomi in braccio una valigetta della pelle pi morbida e pregiata che ci fosse. "Tienimi questa, tesoro, e non chiedermi perch. Ti amo." Soppesai la valigetta. Non era troppo pesante. "Che cos'?" chiesi, anche se forse gi lo sapevo. Mikal mi diede un altro bacio e mi disse: "Tesoro, lo saprai quando potr riprendermela. Quando ti potr rivedere e amare. E allora sar per sempre." Mikal stava allontanandosi. Aveva gli occhi cerchiati. Mi sembrava che mi stessero strappando il cuore. E le parole erano inadeguate. Quando fui a casa, aprii la valigetta lentamente. "Finch non lo vedo, non lo so". Ma io vidi. Avvolta in un panno di camoscio, c'era una pistola con una canna stranamente lunga, di circa venti centimetri. Non c'era bisogno di toccarla per sapere che era una Glock Hardballer 9 millimetri, semiautomatica, in acciaio inox. Era la prima volta che ne vedevo una. Era un'arma pesante, un'arma da uomini. Mi chiesi perch la canna fosse cos lunga. Immaginai che fosse stata accuratamente pulita per eliminare ogni impronta. Non mi chinai per annusarla, ma la riavvolsi nel panno. Chiusi la valigia e la nascosi in uno scaffale, assieme alle mie borse. Grazie a Mikal, ormai ne avevo una certa collezione. Ero piena anche di gioielli. Mi sentivo fiacca. In testa mi ronzava qualcosa, a meno che non fosse una sirena gi in strada. Mi chiesi se avrei mai rivisto Mikal. Forse mi avrebbe detto di raggiungerlo in Marocco. Chiss se aveva fatto qualcosa per cui avrei potuto essere interrogata dalla polizia. Mi chiesi se mi sarei sbarazzata della pistola, ma gi sapevo che probabilmente non l'avrei fatto. E come potevo, era cos bella.



Parte seconda.


L'infedele.

L'ultima volta che mia madre Cornelia Nissenbaum e sua sorella Constance videro la loro madre, prima che scomparisse per sempre dalle loro vite, fu l'11 aprile 1923.
Era una mattina di nebbia e pioggia. La stavano cercando perch era successo qualcosa di strano: non era scesa a preparare la colazione, e si erano dovute accontentare del porridge glutinoso del giorno prima, che il loro padre aveva riscaldato in fretta e furia sulla stufa, e che sapeva di bruciato. Strano sembrava anche lui, con quel suo sorriso perso nel vuoto, simile al reverendo Dieckman, quando fiero dal suo pulpito, intonava la Parola di Dio la domenica mattina. Aveva gli occhi iniettati di sangue e chiazze rosse sul volto ancora pallido per il freddo. Basette brizzolate e barba a punta anch'essa striata di grigio, ma folti capelli di un nero lucente che, pettinati all'indietro, gli si ergevano a cresta sulla fronte.
Connie si morse il labbro e trov il coraggio per chiedere dove fosse mamma. E il loro padre rispose, tirandosi su le bretelle mentre stava uscendo: "Vostra madre  dove la troverete."
Le sorelle osservarono il loro padre dirigersi attraverso il cortile fangoso verso il gruppo dei braccianti radunato all'ingresso del grande fienile. Era tempo di semina, e come sempre, a Chautauqua Valley, c'era preoccupazione per le piogge, dato che i semi rischiavano di essere spazzati via o di marcire prima di germogliare. Mia madre, Cornelia, era cresciuta convinta che le grazie e le sciagure cadessero dal cielo con pari equit, come pioggia a catinelle. C'era Dio, che dava al mondo la spinta iniziale, e a volte interveniva negli affari umani, per motivi imperscrutabili. E se vivevi in una fattoria, c'era il tempo: ogni mattina guardavi fuori dalla finestra per vedere che tempo faceva, e ogni sera cercavi di prevedere quello del giorno dopo. Si guardava sempre in cielo, col batticuore.
Quella mattina. Le due sorelle non avrebbero mai dimenticato quella mattina. Sapevano che c'era qualcosa di anormale, pensavano che mamma fosse malata. La notte avevano sentito... Che cosa, di preciso? Voci. Una voce mescolata ai sogni, e al vento. In quella fattoria, sul pendio che portava al fiume Chautauqua, c'era sempre vento - i giorni peggiori ti toglieva letteralmente il respiro! Era come uno spettro, un folletto - un essere invisibile che ti stava alle costole, a volte fin dentro casa, perfino nel tuo letto, spingendo la sua bocca (o il suo muso) contro la tua per risucchiarti il fiato.
Connie pensava che Nelia fosse una bambina sciocca a credere a queste cose. A otto anni aveva una mentalit scettica. Ma forse, ci credeva anche lei. Era piacevole solleticarsi con dei pensieri paurosi.
Connie, che aveva sempre fame, e dopo quella mattina sarebbe stata affamata per anni, sedette al tavolo coperto da tela cerata e mangi il porridge servitole dal padre, lo divor senza badare alle croste bruciacchiate, ruminando con la testa dalle trecce bionde e crespe china sulla scodella. Porridge addolcito con panna quasi acida, e con zucchero grezzo. Nelia, molto agitata, non riusc a mandare gi pi di un paio di cucchiaiate, e cos Connie trangugi anche la sua parte. Si sarebbe ricordata che parti del porridge erano bollenti da bruciarle la lingua, e altre gelate. Ma che in ogni caso era delizioso.
Le bambine lavarono i piatti nel lavandino, con l'acqua fredda, e lasciarono la pentola a mollo in acqua e sapone. Per Connie era ora di andare a scuola, ma entrambe sapevano che non ci sarebbe andata, non oggi. Non poteva uscire e fare due miglia a piedi con la sensazione che ci fosse "qualcosa di storto", n lasciare la sua sorellina da sola. E quando Nelia tir su col naso e si pul col dorso della mano, Connie le diede un buffetto sulla spalla e la rimprover: "Maialina!"
Come faceva la loro madre quando facevano qualcosa di moderatamente disgustoso.
Connie sal le scale per prima, fino alla grande camera da letto di mamma e pap in cui non potevano entrare a meno di non essere invitate, per esempio quando la porta era aperta e mamma stava pulendo o facendo il letto, e allora le chiamava sorridendo. "Venite dentro, datemi una mano". E stendere lenzuola o infilare morbidi cuscini di piume nelle federe diventava un gioco, con tutte e tre che ridevano. Ma questa mattina la porta era chiusa. E dentro non si sentiva alcun rumore che tradisse la presenza di mamma. Connie ebbe l'ardire di girare la maniglia e spingere la porta piano piano, e con loro grande sorpresa videro mamma sdraiata sul letto disfatto, seminuda, avvolta in uno scialle. Dio mio, era spaventoso vedere mamma in quello stato, ancora a letto a quell'ora! Mamma che era sempre cos piena di vita, e le tirava gi dal letto, quelle due pigrone. Mamma che non aveva pazienza per le manfrine di Connie o per i singhiozzi, i mal di pancia e le paure infantili di Nelia.
"Mamma?" La voce di Connie tremava.
"Mam-ma?" gemette Nelia.
La loro madre si lamentava e stese un braccio su uno dei cuscini stropicciati. Respirava a fatica, come un cavallo sfiatato, col petto che si alzava e scendeva visibilmente, la testa contro un cuscino, un panno bagnato sugli occhi che, come una maschera, le nascondeva met faccia. L'odore penetrante dei suoi capelli sporchi. Odori che uno si ricorda per tutta la vita. Come quello dolce e acre della stanza proibita dei loro genitori, che era fatto di borotalco, ascelle sudate, lenzuola che per quanto lavate e candeggiate non erano mai fresche. Odore di corpi. Di corpi adulti. Di stantio e di cose che fermentavano. Il tabacco di pap (si arrotolava da solo rozze sigarette di carta, e masticava il tabacco da una stecca nera come la pece), la sua brillantina, il lucido delle sue immacolate scarpe nere della domenica. (Gli stivali da lavoro e il resto lo teneva da basso, nella veranda sul retro.)
Nel comodino di fianco al letto, dietro un telo senza orlo, c'era un vaso da notte di porcellana blu, col coperchio e il bordo incurvato come un labbro. Anche le due sorelline avevano il loro vaso, anzi "vasino". Negli anni Trenta non c'erano servizi nella fattoria di John Nissenbaum, n in qualunque altra di Chautauqua Valley; e nelle case pi povere si dovette aspettare fino alla fine degli anni Quaranta, e oltre. Un centinaio di metri dietro la casa, oltre il silos, c'era il gabinetto, la latrina, la "ritirata". Ma d'inverno, col freddo, la pioggia o anche solo di notte, era un tragitto che si evitava volentieri.
Ovviamente il tanfo di urina e di escrementi doveva avere impregnato tutta la casa, dovettero ammettere le sorelle, anni dopo, quando erano ormai adulte. Ma forse era mascherato dall'odore della stalla. Non c' niente di peggio di un porcile, dopotutto.
Almeno non eravamo maiali.
In ogni caso, c'era mamma a letto. Il letto cos alto, che per arrampicarti sopra dovevi alzare un ginocchio e aggrapparti a quello che c'era a portata di mano. E il materasso di crine, cos duro e scomodo. Il panno bagnato era sempre sugli occhi di mamma, e accanto a lei, tra le lenzuola spiegazzate, c'era la sua Bibbia. A faccia in gi, con le pagine piegate. La Bibbia che la suocera, nonna Nissenbaum, le aveva dato come regalo di nozze, dato che lei non ne aveva una. Era pi piccola della pesante Bibbia di famiglia, aveva la copertina di morbida pelle avorio e pagine sottili come velina, che le bambine potevano guardare ma non girare senza il controllo materno; la Bibbia che sarebbe scomparsa per sempre assieme a Gretel Nissenbaum.
Le bambine bisbigliarono, imploranti: "Mamma? Mamma, non stai bene?"
All'inizio non ci fu risposta. Solo il respiro di mamma, rapido e irregolare. La sua pelle appena olivastra imperlata di sudore, come se fosse febbricitante. Le gambe avvolte nello scialle, i capelli sparsi sul cuscino. Videro brillare la sua croce d'oro, quasi nascosta dai capelli. (Non era solo una croce, ma anche un medaglione: quando mamma la apriva, dentro c'era una minuscola ciocca di capelli argentei appartenente a una donna che le sorelle non avevano mai conosciuto, la nonna di mamma, cui lei da piccola era stata tanto affezionata.) Ma mamma era mezza nuda! I seni pesanti e rigogliosi quasi traboccavano da una specie di fascia bianca, tondi come sacchi pieni di un liquido caldo, con i capezzoli neri e grandi come occhi. In teoria non si doveva guardare nessuna parte del corpo di una persona, ma come resistere? Il che valeva soprattutto per Connie, che ne era affascinata, sapendo che un giorno avrebbe avuto un corpo come quello di mamma. Anni prima, gelosa e atterrita, aveva sbirciato i grossi seni gonfi di sua madre quando stava allattando Nelia. Nelia che adesso aveva cinque anni e non poteva ricordarsi di essere stata allattata; e un giorno, ostinata e sdegnosa, avrebbe sostenuto di essere stata tirata su solo col biberon.
Alla fine mamma si strapp il panno dal viso. "Voi! Maledette! Che cosa volete?" E guard le figlie come se fossero delle estranee. Aveva l'occhio destro livido e gonfio, e segni rossi sulla fronte. Prima Nelia e poi Connie cominciarono a piangere, e mamma disse: "Connie, perch non sei a scuola? Non siete capaci di lasciarmi in pace? Sempre a chiamare 'mamma', 'mamma', 'mamma'." "Ti sei fatta male?" chiese Connie piagnucolando, mentre Nelia gemeva e succhiava un angolo dello scialle come una bimba smarrita. Ma mamma ignor la domanda, come faceva spesso quando pensava che non fossero affari tuoi; alz una mano come per colpirle, ma poi la lasci cadere a peso morto, come se tutta questa lagna fosse gi successa molte volte, e lei non potesse sottrarsi al suo destino. Dalle pieghe dello scialle macchiato veniva un lezzo dolciastro e rancido, come di sangue; un odore che solo qualche anno dopo le due sorelle avrebbero imparato a riconoscere, avvertendolo su di s con vergogna e disagio: il segreto dei loro corpi "in quei giorni del mese", come venivano designati con tono inevitabilmente imbarazzato.
E quindi Gretel Nissenbaum, quando scomparve dalla casa del marito, aveva le mestruazioni.
La cosa aveva qualche rilevanza?
"Nessuna", diceva Cornelia recisamente.
"Al contrario", insisteva Constance. Significava che nostra madre "non" era incinta. Che non stava scappando con qualche amante a causa di quella cosa.
Quella mattina, in casa Nissenbaum, regnava il caos. Ma raccontando l'incontro con la madre, riferendone le parole e descrivendone l'aspetto e il comportamento, le due sorelle non avrebbero mai potuto essere obiettive. Perch non ci sono parole per il caos. Perch il linguaggio degli adulti non pu esprimere lo smarrimento di due menti infantili che sbattevano come falene impazzite, non pu distinguere i fatti dall'immaginazione. Connie giurava che l'occhio di sua madre sembrava un uovo marcio, ma non sapeva dire se fosse il destro o il sinistro; Nelia, che non aveva il coraggio di guardarla in faccia, e voleva solo nascondersi tra le sue braccia e farsi coccolare, col tempo avrebbe dubitato di avere visto un occhio pesto, chiedendosi se non fosse stata suggestionata da Connie, con la sua solita prepotenza.
Secondo Connie, le ultime parole di mamma, pronunciate in tono disperato, sarebbero state: "Non toccatemi! Ho tanta paura! E probabile che debba andare da qualche parte, ma non sono pronta! Dio, quanto ho paura!" e via di questo tono, con Connie che cercava di chiederle dove, e mamma che pestava i pugni sul materasso. E Nelia si sarebbe ricordata di quanto fosse rimasta male quando mamma le aveva strappato di bocca l'angolo dello scialle, cos bruscamente! Non era pi la mamma in quel momento, era la "mamma-cattiva", la "mamma-strega".
Ma poi, esasperata, si era un po' calmata. "Su, piccole pesti. Certo che 'mamma' vi vuole bene."
E avide come gattini affamati, le sorelline si arrampicarono sul letto alto e duro, frignando e accucciandosi tra le braccia di mamma, tra i suoi capelli umidi e aggrovigliati, tra i suoi seni. Rintanandosi addosso a lei e piangendo fino ad addormentarsi, come neonate, mentre mamma avvolgeva lo scialle anche attorno a loro, come per proteggerle. La mattina dell'11 aprile 1923.

La mattina dopo, prima dell'alba, le sorelline sarebbero state svegliate dal loro padre che gridava: "Gretel? Gretel!"


2.
"... dopo lo shock iniziale, passata qualche settimana avevamo smesso di parlare di lei. Imparammo a pregare per lei, a perdonarla e a dimenticarla. Non sentivamo la sua mancanza". Cos raccontava mia madre, con la sua voce pacata e ragionevole. Una voce priva di biasimo.
Ma zia Connie mi prendeva da parte. La sorella maggiore, la pi saggia. "E' vero, non parlavamo mai di mamma in presenza di adulti, era proibito. Ma Dio, quanto ci mancava ogni ora di ogni giorno che passammo in quella fattoria".
Io ero figlia di Cornelia, ma era di zia Connie che mi fidavo.

A Chautauqua Valley nessuno sapeva dove fosse scappata Gretel, la giovane moglie di John Nissenbaum, ma tutti sapevano, o avevano un'opinione del perch se ne fosse andata.
Un'"infedele", ecco quello che era. Non aveva forse abbandonato le sue bambine, fuggendo con un uomo? Aveva ventisette anni, era troppo giovane per John Nissenbaum e non era neanche una del posto - la sua famiglia abitava a Chautauqua Falls, a sessanta miglia. Un'"adultera" che aveva tradito il marito. (Alcuni si spingevano a definirla una "poco di buono", una "sgualdrina", una "puttana".) Il reverendo Dieckman e il pastore luterano ne avevano tratto ispirazione per prediche infuocate dopo la sua scomparsa. Per quasi tutta la valle, ancora negli anni Quaranta, si continu a parlare con scandalo di Gretel Nissenbaum: una donna che aveva abbandonato il suo fedele e pio marito e le sue due figliolette, cos, da un giorno all'altro, senza motivo, scomparendo nel mezzo della notte con una sola valigia e "i panni che aveva addosso", come diceva compiaciuta ogni donna che raccontava il fattaccio.
(Zia Connie disse che era cresciuta convinta di avere visto sua madre sgattaiolare lungo il vialetto, con un mucchio di panni sulla schiena, come se stesse andando a lavarli. "Come sono impressionabili i bambini", aveva commentato con una risatina beffarda.)

Di mamma non si era saputo pi niente. E Connie si divertiva come una matta a prendere in giro Nelia, dicendole: "Mamma sta arrivando a casa"! Poteva essere Natale, Pasqua o il compleanno della sorellina, e quest'ultima, ingenua com'era, ci cascava sempre. E che risate si faceva Connie.
Be', era buffo. No?
Un altro scherzo di Connie: svegliare Nelia nel mezzo della notte, quando il vento faceva tremare le finestre e ululava nel camino come un animale in trappola. "Mamma  fuori dalla finestra"! diceva. "Il fantasma di mamma adesso viene a prenderti"!
A volte Nelia gridava cos forte che Connie doveva salire a cavalcioni su di lei e metterle un cuscino sulla faccia. Se avessero svegliato pap con quelle scemenze, l'avrebbero pagata cara.
Una volta, avr avuto dodici anni, chiesi a mia madre e a mia zia se il nonno le avesse mai picchiate o sculacciate.
Zia Connie, che era seduta in soggiorno sulla sedia di broccato viola con lo schienale alto che le era riservata, fece finta di non sentire. Idem mia madre. Zia Connie accese una delle sue Chesterfield con uno svolazzo delle unghie laccate di rosa, inspir soddisfatta una boccata, e disse, come se le fosse venuto in mente solo in quel momento: "L'altro giorno guardavo la televisione e mi sono accorta di quanto sono maleducati e stupidi i bambini che fanno vedere. E pensare che secondo loro dovrebbero essere carini. Pap non li avrebbe sopportati per un minuto." Inspir ancora. "E nessun padre di allora, per altro."
Mia madre annu lentamente, scura in volto. Questi dialoghi con mia zia sembravano sempre farle venire il mal di testa, letteralmente, ma non aveva difese. "Pap era un uomo orgoglioso," disse. "Anche dopo essere rimasto da solo."
"Hmmm! " L'imperioso mugolio nasale di zia Connie significava che aveva qualcosa da obiettare, ma non voleva sembrare troppo insistente. "Caso mai, "dopo", lo era diventato ancora di pi, Nelia." Parlava in modo insinuante, mentre mi guardava sorridente.
Come un'attrice che si rende conto di avere sbagliato la battuta, mia madre si affrett a correggersi. "Certo. Un uomo pi debole si sarebbe lasciato sopraffare... dalla vergogna e dalla disperazione..."
Zia Connie annu con decisione. "... avrebbe bestemmiato il Signore..."
"... si sarebbe attaccato alla bottiglia..."
"... come facevano in tanti, laggi..."
"... ma non pap. Aveva il dono della fede."
Zia Connie assent saviamente. Ma sempre con quello strano sorriso quasi canzonatorio. "Non c' dubbio. Fu il pi grande regalo che ci fece, vero Nelia? La sua fede."
Mia madre fece uno dei suoi sorrisi stirati, abbassando gli occhi. Sapevo che quando zia Connie se ne andava, saliva al piano di sopra, prendeva due aspirine, tirava le tende e si sdraiava con un panno umido sugli occhi, cercando di dormire. Nei suoi tratti sfumati di donna di mezza et emerse per un attimo una ragazzina terrorizzata. "Oh, certo. La sua fede."
Zia Connie rise di cuore. Le si incresparono le fossette nelle guance e mi fece l'occhiolino.

Anni dopo, rovistando soprappensiero tra le cose di mamma dopo la sua morte, avrei scoperto, in un cassetto, una busta odorosa di lavanda che conteneva una ciocca di capelli secchi, color cenere. Sulla busta, in inchiostro sbiadito, la scritta JOHN ALLARD NISSENBAUM, PADRE DILETTO, 1872-1957.
A sua detta, John Nissenbaum, il marito tradito, non aveva mai neanche immaginato che sua moglie, giovane e caparbia potesse essere inquieta e insoddisfatta. E tanto meno che avesse un amante! Con tante donne del posto che avrebbero volentieri fatto a cambio con lei (come gli era stato fatto capire quando si era fidanzato), n la sua vanit maschile, n il suo orgoglio di Nissenbaum e neanche il suo eventuale buonsenso l'avrebbero mai portato a sospettare una cosa del genere.
Bisogna sapere che i Nissenbaum erano una famiglia assai stimata a Chautauqua Valley. Tutti assieme, dovevano essere proprietari di migliaia di acri di prima scelta.
Nelle settimane, mesi e infine anni che seguirono la scandalosa scomparsa, John Nissenbaum, che come tutti quelli della sua famiglia era reticente fino all'arroganza, e orgogliosamente riservato, apr poco per volta degli squarci alla propria versione dei fatti. Per quello che poterono capire le sorelle (dato che il padre, qualche giorno dopo lo shock, smise di parlare della moglie in loro presenza), non esisteva un racconto coerente, ma bisognava ricostruirlo come una trapunta gigante cucita con un'infinit di ritagli.
Nissenbaum ammise che Gretel sentiva la nostalgia della sua famiglia, di una sorella pi grande a cui era particolarmente legata, e di cugine e amiche con cui era andata alle superiori a Chautauqua Falls; capiva che soffrisse la solitudine nella sua fattoria di duecento acri, con i pochi vicini a miglia di distanza, e il paese di Ransomville a sette miglia. (E di rado ci si spingeva pi lontano.) Sapeva, o credeva di sapere, che sua moglie nutriva quelle che sua madre e le sue sorelle chiamavano "fantasie strane", anche dopo nove anni di matrimonio, di vita in campagna e due bambine: spesso aveva chiesto di potere suonare l'organo in chiesa, ma non aveva avuto il permesso; spesso ricordava malinconica, e forse con sotterraneo rimprovero, remoti viaggi a Port Oriskany, Buffalo e Chicago, fatti prima di sposarsi, diciottenne, con un uomo di quattordici anni pi vecchio... A Chicago aveva visto commedie e musical, compreso "Watch Your Step" di Irving Berlin, con due ballerini fantastici, Irene e Vernon Castle. E non era solo il fatto che volesse suonare l'organo la domenica (sostituendo l'anziano organista che, a suo dire, suonava come un gatto in calore); era il modo in cui si comportava con il reverendo Dieckman e sua moglie. Non sopportava di invitarli a cena ogni mese, come i Nissenbaum insistevano; durante la predica, si metteva a guardare in giro, e soffocava gli sbadigli dietro la mano guantata; diceva di svegliarsi di notte piena di dubbi sull'inferno, la dannazione e il concetto stesso di grazia. E davanti all'allibito reverendo, dichiarava di "non potere accettare completamente la dottrina della Chiesa luterana".
Se ci fossero problemi di natura pi intima tra Gretel e John Nissenbaum, o altri turbamenti nella sua vita emotiva, naturalmente non erano cose di cui si parlasse a quei tempi.
In ogni caso sembrava di capire che John Nissenbaum fosse stato deluso dal fatto di avere avuto solo figlie femmine. Mentre voleva dei maschi che lo aiutassero nell'incessante lavoro nella fattoria. Dei maschi a cui lasciare la sua considerevole propriet, cos come ne avevano i suoi fratelli sposati.
La versione pi o meno ufficiale era questa: quel giorno di aprile John si era svegliato un'ora prima dell'alba, e aveva scoperto che Gretel non era a letto. L'aveva cercata e l'aveva chiamata, con crescente incredulit e preoccupazione. "Gretel? Gret-el!" Aveva guardato in tutte le stanze del piano di sopra, compresa quella delle figlie che, ancora a letto e mezze addormentate, si abbracciavano terrorizzate. Poi era sceso di sotto, ed era andato perfino in cantina, con una lampada. "Gretel? Dove sei?" Arriv l'alba, opaca e umida, e dopo essersi messo un soprabito sopra il pigiama e avere infilato gli stivali nei piedi nudi, inizi una ricognizione frenetica e metodica degli edifici attigui: il gabinetto, la stalla, il fienile, il silos dove i topi scapparono sentendo i suoi passi. Tranne il gabinetto, era improbabile che Gretel fosse andata in uno di quei posti; eppure John continuava la ricerca sempre pi spaventato, non sapendo che altro fare. Dalla casa, le sue figlie lo guardavano atterrite andare da un edificio all'altro: una figura alta, che si muoveva a scatti, e gridava, con le mani a megafono: "Gretel! Gret-el! Mi senti? Dove sei? Gret-el!" Quella voce aspra, regolare come un metronomo, che arrivava forte e chiara dappertutto, era altrettanto spaventosa, alle orecchie delle due bambine, come se il cielo si fosse aperto in due e Dio in persona stesse gridando.
(Che cosa sapevano di Dio due bambine cos piccole, di otto e cinque anni? Non poco, a dire il vero, come avrebbe raccontato zia Connie. C'era il reverendo Dieckman con la sua interpretazione baritonale del Dio dell'Antico Testamento. La cacciata dall'Eden, le disgrazie inflitte a Giobbe, il fantasmagorico roveto ardente col fuoco che grida ECCOMI: tutte cose che si erano gi impresse irrevocabilmente nella loro immaginazione.)
Solo pi tardi, quella mattina - ma qui il racconto si ingarbugliava - John aveva scoperto che la valigia di Gretel non era pi nell'armadio. E che mancavano molti vestiti. E che i suoi cassetti sembravano essere stati saccheggiati in fretta e furia. Biancheria e calze erano scomparse; e anche i suoi gioielli preferiti (era vanitosa come una bambina) non erano pi nello scrigno di cedro. E cos la spazzola cimelio di famiglia, il pettine, lo specchio. E la sua Bibbia.
Che bella pensata. E quanti commenti ci avrebbe fatto sopra la gente. Gretel Nissenbaum che scappava portandosi dietro la Bibbia.
Dovunque fosse finita.
E neanche un biglietto d'addio, dopo nove anni di matrimonio? John Nissenbaum asseriva di avere cercato dappertutto, e di non avere trovato niente. Non una sola parola di spiegazione, neppure alle sue bambine. "Tanto bastava per cancellarla dai nostri cuori".
Mentre il loro padre cercava e chiamava la moglie come impazzito, le sorelle se ne stavano abbracciate in uno stato di intorpidimento che andava oltre lo shock e il terrore. Il genitore sembrava precipitarsi contro di loro con gli occhi fuori dalle orbite, come un cavallo in fuga, cosicch loro si affrettavano a togliersi di mezzo. L'unica cosa, infatti, che si sentirono dire fu di levarsi di torno e di lasciarlo in pace. Dalla porta sul retro lo videro attaccare i cavalli al calesse, e prendere la strada sconnessa per Ransomville, dimentico di loro, come se non esistessero. Come avrebbe spiegato in seguito, biasimandosi come un peccatore pentito, in quel momento credeva ancora di trovare Gretel sulla strada, a trascinare la valigia. Gretel, che era una donna tutta nervi, pi forte di quello che sembrava, senza nessuna paura degli sforzi fisici. Una donna capace di tutto!
John Nissenbaum pens che Gretel avesse deciso di andare a Ransomville per prendere il primo treno per Chautauqua Falls. Nella sua confusione, credeva che ci fosse stata qualche discussione, altrimenti Gretel non se ne sarebbe andata; anche se non riusciva a ricordare un episodio preciso. Dopotutto Gretel aveva un "temperamento emotivo", era una "donna ipersensibile". Forse aveva insistito per andare a trovare i suoi, gli Hauser, e lui le aveva detto di no; forse sentiva la loro nostalgia, o forse era qualcos'altro. Ce l'aveva su con lui perch a Pasqua non erano andati a Chautauqua Falls, perch non vedeva la sua famiglia da Natale. Era per quello? "Non le andava mai bene niente. Chiss poi perch"?
Ma a Ransomville, nella tetra stazioncina della Chautauqua & Buffalo, non c'era traccia di Gretel, n l'aveva vista il solitario bigliettaio.
"Una donna pi o meno della mia altezza," disse John Nissenbaum, con i suoi modi formali e un po' altezzosi. "Con una valigia. Immagino con le scarpe infangate."
Il bigliettaio scosse lentamente la testa. "No, signore, non ho visto nessuna donna."
"Una donna sola." Un attimo di esitazione dolorosa. "Di... bell'aspetto, giovane. Una che..." Un'altra esitazione. "Una che non passa inosservata."
"Spiacente," disse il bigliettaio. "Il treno delle otto e venti  appena passato e nessuna donna ha comprato il biglietto."
Per quasi tutta la mattina, il 12 aprile 1923, John Nissenbaum fu visto aggirarsi avanti e indietro per la strada principale di Ransomville, con due occhi da pazzo e i capelli dritti in testa come penne. Senza cappello, in tuta da lavoro e stivali ma con un soprabito di lana buona, abbottonato storto. Scarmigliato e sconvolto, col dolore di marito tradito troppo fresco per cedere all'orgoglio; patetico, a detta di alcuni, come un cane bastonato, ma al tempo stesso speranzoso come un cucciolo mentre faceva domande in tutti i negozi, in banca, nello studio di suo cugino avvocato, perfino nella tavola calda dove le cameriere si misero a ridere appena se ne fu andato. Alla fine entr nell'atrio del Ransomville Hotel, dove la moglie del proprietario stava pulendo il pavimento con la segatura. "Mi spiace, ma apriamo a mezzogiorno," gli disse scambiandolo per un ubriaco, con l'aspetto che aveva. Ma poi lo guard meglio, e lo riconobbe, anche se non sapeva il suo nome di battesimo (John Nissenbaum non era il tipo da frequentare i bar). Tutti i Nissenbaum maschi, infatti, avevano fama di assomigliarsi come gocce d'acqua. "Mister Nissenbaum? C' qualche problema?" Ci fu un momento di imbarazzo in cui Nissenbaum la inquadr e cerc di sorriderle, facendo per togliersi un cappello che non aveva. "No, signora," mormor. "Penso di no. Ci deve essere un equivoco. Ho un appuntamento da qualche parte con Mistress Nissenbaum. Mia moglie."
Poco dopo la scomparsa di Gretel Nissenbaum cominciarono a emergere delle storie sul suo conto, da varie fonti. Quanto era stata maleducata con i Dieckman e con molti della congregazione luterana. "Una cattiva moglie. Una madre snaturata". Si diceva che avesse gi piantato una volta marito e figlie per tornare dai suoi a Chautauqua Falls, e che il povero John Nissenbaum fosse dovuto andare a riprendersela. (Non era vero, eppure col tempo anche Constance e Cornelia avrebbero finito per convincersene. E ormai anziana, Cornelia avrebbe giurato di ricordarsi le "due volte" che sua madre era scappata.) Una svergognata, una poco di buono a cui piacevano gli uomini. Una che si faceva venire i bollori "per chiunque portasse i pantaloni". O, in alternativa, "una con la puzza sotto il naso, una snob". Che aveva sposato uno che poteva essere suo padre. E peggio ancora, una con la lingua che tagliava il ferro, sboccata. Che era stata udita usare espressioni come "dannazione, porco demonio". E addirittura "balle" e "merda". Una che ti guardava negli occhi mettendosi le mani sui fianchi; una che rideva a squarciagola, e che mostrava dei denti troppo grandi per la sua bocca. Una che era fin troppo furba per non finire male, questo era sicuro. Un'"infingarda", una "traditrice". Lo sapevano tutti che civettava con i lavoranti di suo marito, e si fosse limitata a civettare - bastava chiedere in giro. Sicuramente aveva un "fidanzato", un "amante". Di certo era un'adultera. Non era forse scappata con un uomo? Per scappare era scappata, e dove poteva andare una donna da sola? Quindi "era scappata con un uomo". Chiunque fosse.
Era stato anche visto: un ferroviere della Chautauqua & Buffalo, un pezzo d'uomo coi capelli rossi che abitava a Shaheen, a dodici miglia da l. O era il piazzista di battitappeti, un tipetto coi baffetti e la parlantina sciolta che ogni tanto passava da quelle parti, ma che dopo il 12 aprile 1923 non si fece pi vedere?
Una voce pi romanzesca indicava l'amante di Gretel Nissenbaum in un ufficiale di marina trentenne di stanza a Port Oriskany. E quando era stato trasferito in North Carolina o in Florida, Gretel non aveva avuto altra scelta se non scappare con lui, tanto ne era innamorata. "Gi incinta di tre mesi".
Il romanticismo non era obbligatorio. Poteva anche darsi, ed era terribile pensarlo, che Gretel Nissenbaum fosse scappata a piedi, da sola, non per tornare a casa sua, ma semplicemente per fuggire dalla propria vita: mossa da un impulso, un bisogno, una disperazione che si doveva provare in prima persona, prima di potergli dare un nome.
Comunque, restava una domanda: dove era finita?

"Dove? Scomparsa. In capo al mondo. A Chicago, forse. O nella base navale del North Carolina o della Florida".
"La perdonammo. La dimenticammo. Non sentimmo pi la sua mancanza".

Ci che Gretel Nissenbaum lasci nella fretta della fuga. Un bel po' di vestiti e di cappelli. Un vecchio cappotto. Galosce di gomma e stivali. Sottovesti e calze rammendate. Guanti. Gli asfodeli gialli che aveva fatto con la carta crespa, per i vasi del soggiorno; ventagli dipinti a mano, tazze da t; i libri che si era portata da casa - "Le pi belle poesie di tutti i tempi, Giovanna d'Arco" di Mark Twain, "Di qua dal Paradiso" di Fitzgerald senza la sovraccoperta. Programmi sgualciti di musical, spartiti di canzoni di quando Gretel suonava il piano da piccola. (A casa Nissenbaum non c'erano pianoforti; John Nissenbaum non aveva interesse per la musica.)
Quindici giorni dopo la scomparsa di Gretel, Nissenbaum butt impietosamente questi magri avanzi in alcuni scatoloni che poi port alla chiesa luterana, "da dare ai poveri", senza chiedere agli Hauser se volessero indietro qualcosa, o alle sue figlie se desiderassero un ricordo della madre.
Ripicca? Non nel caso di John Nissenbaum. Era un uomo orgoglioso anche nella pubblica umiliazione. Era ai disegni del Signore che rivolgeva la mente, non alla "umana vanit".

Nei mesi seguenti il reverendo Dieckman inton, dal pulpito della prima chiesa luterana di Ransomville, una serie di sermoni cupi, minacciosi, vibranti di emozione. Sia il motivo, sia l'oggetto erano chiari a tutti. La congregazione era elettrizzata.
Il reverendo Dieckman, che terrorizzava Connie e Nelia sia quando sorrideva sia quando riassumeva la sua espressione arcigna, era un uomo tarchiato con un testone a cupola e occhi di ghiaccio. Anni dopo, quando videro una sua foto (assieme alla moglie, di cui era pi basso), risero nervose e incredule: era questo l'uomo che le spaventava tanto? Di fronte al quale perfino John Nissenbaum abbassava lo sguardo?
Eppure quella voce tonante, quella voce da Dio di Mos, da Dio dell'Antico Testamento, ti echeggiava dentro per ore, se non per giorni. O per anni. Ti tappavi le orecchie e chiudevi gli occhi stretti stretti.
"'E alla donna ancor disse: Io moltiplicher i tuoi affanni e le tue gravidanze; CON DOLORE partorirai i figlioli, e sarai SOTTO LA POTESTA' DEL MARITO, ed ei ti DOMINERA'.' E ad Adamo disse: 'Perch hai ascoltato la voce della tua consorte, e hai mangiato del frutto del quale io ti aveva comandato di non mangiare, maledetta la terra per quello che tu hai fatto; da lei trarrai con grandi fatiche il nutrimento per tutti i giorni della tua vita. Essa produrr SPINE E TRIBOLI, e mangerai l'erba della terra. Mediante IL SUDORE DELLA TUA FACCIA mangerai il tuo pane, fino a tanto che tu ritorni alla terra, dalla quale sei stato tratto, perocch TU SEI POLVERE, E IN POLVERE TORNERAI.'" Il reverendo Dieckman fece una pausa per riprendere fiato, come un uomo che sale una collina. Sulla sua faccia massiccia le chiazze di sudore brillavano come monete. E i suoi occhi di ghiaccio scorrevano sul gregge dei fedeli finch, come per caso, fissavano i volti - rivolti in alto ma ugualmente piccoli per la paura - delle figlie di John Nissenbaum, sedute nella panca di famiglia, nella quinta fila davanti al pulpito, tra il padre rigido e nerovestito come se fosse in lutto, e nonna Nissenbaum, anch'essa in gramaglie e con qualcosa in pi che un accenno di gobba, questa nonna tetra e ligia al dovere che era venuta a vivere con loro.
(Le due sorelle non avrebbero mai pi rivisto i loro altri nonni, gli Hauser, che abitavano a Chautauqua Falls e a cui volevano molto bene. Non li si potevano neanche nominare, come tutti quelli "della razza di Gretel". Era come se gli Hauser fossero in qualche modo colpevoli della sua fuga. Anche se ripeterono sempre di non saperne nulla, e anzi temevano che le potesse essere successo qualcosa. Ma gli Hauser erano tab. Solo quando furono grandi e se ne andarono dalla casa paterna, Constance e Cornelia poterono vedere i loro cugini; sia pure con un "perdurante senso di colpa", come confess Cornelia. "Come ci sarebbe rimasto male pap, e come si sarebbe arrabbiato, se l'avesse saputo". Le avrebbe accusate di fare "comunella col nemico". Di "tradimento".)
Alle lezioni domenicali di catechismo, Mistress Dieckman dedicava attenzioni particolari a Constance e Cornelia. Erano oggetto di una piet svenevole, come se fossero delle piccole lebbrose. La piccola Constance, grassottella e sempre con la rida-rola, e la piccola Cornelia dagli occhi tristi, frignona e malinconica. Entrambe avevano le facce e le mani rosse e irritate, perch nonna Nissenbaum le strigliava con un pezzo di sapone da bucato almeno due volte al giorno. Cornelia aveva capelli color cenere stranamente fini. Quando gli altri bambini sciamavano fuori dall'aula, Mistress Dieckman tratteneva le due sorelle per pregare con loro. Era molto preoccupata, diceva. Lei e il reverendo Dieckman pregavano per loro tutti i giorni. Non avevano pi avuto notizie della loro madre, da quel giorno? Non si era saputo niente di... di quello che intendeva fare? Estranei di passaggio alla fattoria? Cose strane? Le sorelle la guardavano senza espressione. Che la volessero prendere in giro? Mistress Dieckman si portava un fazzoletto agli occhi acquosi, sospirava come se reggesse sulle proprie spalle il peso del mondo, e diceva, in tono di velato rimprovero: "Dovete sapere, bambine, che  per un motivo che vostra madre vi ha lasciato. E' la volont di Dio, il Suo disegno. Vi sta mettendo alla prova, bambine. E tra tanti, ha voluto scegliere proprio voi. E molti di quelli che sono stati messi alla prova, ne sono usciti pi forti, non pi deboli." E sospirava un'altra volta. Le sorelline, a quel punto, dovevano rendersi conto di come Mistress Dieckman, con la sua faccia bargigliuta, il suo corpo tozzo stretto in un corsetto, le sue gambe grasse racchiuse in calze contenitive, fosse una persona pi forte, e non pi debole, in virt degli speciali disegni divini. "Imparerete a essere pi forti delle ragazze con una madre, Constance e Cornelia." (Le parole "ragazze con una madre" erano pronunciate con un curioso disprezzo.) "Lo state gi imparando: sentite la forza di Dio che scorre dentro di voi!" Mistress Dieckman stringeva le mani delle bambine cos fortemente che Connie rideva nervosamente, e Nelia strillava come se si fosse bruciata, e quasi si faceva la pip addosso.

Col tempo Nelia impar a essere orgogliosa. Invece di provare vergogna e di farsi umiliare pubblicamente (nell'unica aula della scuola di campagna, per esempio, dove certi bambini sapevano essere spietati), andava a testa alta, come suo padre. "Dio ha pensato a me. Ha voluto scegliermi. Anche Ges, il Suo unico figlio, ha subito prove crudeli. E poi  stato esaltato. Si pu sopportare qualunque degradazione. Spine e triboli. La spada fiammeggiante, e il cherubino a guardia dell'Eden".
Come potevano capirlo quelle altre, banali "ragazze con una madre"?


3.
Naturalmente Connie e Nelia avevano sentito le liti tra i loro genitori. Nelle settimane e nei mesi precedenti la scomparsa della loro madre. A dire il vero, le sentivano fin da quando erano nate. Se avessero avuto le parole per dirlo, avrebbero commentato: "Non  cos che vanno le cose tra uomo e donna"?
Connie, che aveva tre anni pi di Nelia, sapeva molte cose che la sorellina non avrebbe mai saputo. Non erano proprio parole quelle che venivano pronunciate in questi litigi, e il tono era diverso rispetto a quando pap urlava gli ordini ai suoi lavoranti. Non erano parole ma scoppi di voci. Che attraversavano l'impiantito come se la lite venisse da sotto. Che rimbalzavano sulle imposte contro cui sibilava il vento. A letto, Connie stringeva Nelia, facendo finta che fosse mamma. O che mamma fosse lei stessa. Se chiudevi gli occhi stretti stretti. Se ti tappavi le orecchie. Dopo le voci veniva sempre il silenzio. Se aspettavi. Una volta, accucciata in fondo alle scale, Connie - o Nelia? - vide atterrita la mamma che scendeva i gradini barcollando come un'ubriaca, cercando a tastoni la balaustra, con la faccia pallida come un fantasma e un bocciolo rosso in un angolo della bocca che si tamponava furiosamente. E alle sue spalle, con quel passo rapido e pesante che faceva vibrare la casa, ecco scendere un uomo dalla faccia invisibile. Accecante. Dio nel roveto in fiamme. O nella folgore. "Puttana! Torna qui! O ti devo venire a prendere? Ti rifiuti di essere una donna, una moglie"?
Una cosa che le sorelle impararono da piccole fu che se aspetti abbastanza, scappi, chiudi gli occhi e ti tappi le orecchie, allora arriva un silenzio enorme, roteante e vuoto come il cielo.
E poi c'era il mistero delle lettere. Torn fuori negli ultimi anni, prima della morte di mia madre, anche se le due sorelle non ne discutevano mai apertamente, almeno in mia presenza.
Non erano d'accordo n su chi fu la prima ad accorgersene, n quando inizi con esattezza - non prima dell'autunno del 1923, comunque. Pap, che non lo faceva quasi mai, andava a prendere la posta - di solito era il sabato - e quando tornava, lungo il vialetto, veniva spesso visto (per caso? Le sorelle non lo stavano spiando?) leggere una lettera o una cartolina, camminando con curiosa lentezza, lui che era sempre scattante e impaziente. Connie ricordava che a volte si infilava nella stalla per continuare a leggere. Era uno dei suoi posti preferiti, perch poteva masticare tabacco, sputare sulla paglia, accarezzare i cavalli con le sue mani callose, pensare ai fatti suoi. Altre volte invece tornava con la posta in cucina, e si sedeva a tavola, a bere il caffelatte e arrotolarsi una sigaretta. E Connie chiedeva, con tono indifferente: "C'era posta, pap?" E pap alzava le spalle e rispondeva: "Niente." Sparsi sul tavolo: fatture, volantini pubblicitari, la "Chautauqua Valley Weekly Gazette". Nelia non osava chiedere niente, perch temeva di lasciare trasparire l'emozione. Ma gi a dieci anni Connie sapeva essere insistente e spudorata. "Ma cos' che hai l in tasca, pap? Non  una lettera?"
E pap rispondeva tranquillo, guardandola negli occhi: "Quando tuo padre dice 'niente', vuoi dire 'niente'."
A volte gli tremavano le mani, mentre armeggiava con il sacchetto del tabacco e l'arrotolasigarette arrugginito.
Dopo la vergogna subita, e l'eco che aveva avuto, John Nissenbaum era invecchiato in modo impressionante. Aveva la faccia raggrinzita, la pelle arrossata e screpolata, finemente puntinata da quello che sarebbe stato diagnosticato (troppo tardi) come cancro della pelle. Gli occhi, incapsulati in palpebre rugose come quelle di una tartaruga, erano spesso persi nel vuoto, inquieti. Anche in chiesa sembrava spesso con la testa fra le nuvole. In quella che avrebbe potuto definirsi la sua vita pregressa, era stato un uomo rude, sanguigno, intelligente ma irascibile; adesso si stancava facilmente, e non riusciva pi a stare dietro ai suoi lavoranti, di cui si fidava sempre di meno. La barba, prima ben regolata, cresceva irregolare ed era brizzolata, e come se si formassero ragnatele. E l'alito gli puzzava di tabacco rancido, di marcio.
Una volta, vedendo una busta che gli spuntava dalla tasca, Connie si morse un labbro e disse: "E' sua, vero?"
E pap, senza perdere la calma: "Ho detto che non  'niente'. Non  di 'nessuno'."
In presenza del padre, entrambe le sorelle non osavano alludere alla madre assente se non con dei pronomi.
Pi tardi si misero a frugare, ma ovviamente non trovarono neanche la busta. Pap doveva averla bruciata nella stufa. O fatta a brandelli e buttata nella spazzatura. Comunque le sorelle rischiarono l'ira paterna avventurandosi in sua assenza fin nella sua camera da letto (si era trasferito in una stanzetta dall'aria viziata al pian terreno, sul retro); e addirittura, per quanto sapessero che era inutile, rovistando nella spazzatura appena buttata. (Come allora si faceva in tutte le fattorie, i Nissenbaum buttavano la spazzatura all'aperto, in un avvallamento del terreno.) Connie stava rivoltolando mucchi di robaccia in mezzo ai mosconi, trattenendo il fiato, quando vide qualcosa che sembrava una cartolina. No, era solo la pubblicit di un concime.
"Sei pazza?" grid Nelia. "Ti odio."
Connie si gir, con le lacrime agli occhi. "Va' all'inferno. Sono io che ti odio."
Entrambe volevano credere, o di fatto credevano, che la loro madre non scrivesse al marito, ma a loro. Anche se non poterono mai saperlo.
Un altro motivo di mistero era perch le lettere arrivassero cos di rado, e sempre e solo quando il padre andava a prendere la posta. Perch quando Connie, Nelia o zia Loraine (la sorella pi piccola di John, anche lei venuta a stare da loro) andavano a svuotare la cassetta, non c'era mai una di quelle misteriose lettere? "Solo quando ci andava pap".
Dopo la morte di mia madre, nel 1981, quando parlai pi apertamente con zia Connie, le chiesi perch non avevano mai avuto dei sospetti. Zia Connie inarc le sopracciglia disegnate con la matita, e sbatt le palpebre come se avessi detto qualcosa di osceno. "Sospetti? Perch?" Possibile che le ragazze (che non erano stupide: Nelia era la prima della classe alle superiori, in citt) non si fossero accorte dell'improbabilit di tutta la faccenda? Com'era possibile che le presunte lettere della madre arrivassero solo il sabato, solo quando il padre andava a controllare la posta? Ma come disse zia Connie, alzando le spalle, era cos, "punto e basta"; e non avrebbero neanche immaginato una situazione in cui le probabilit non fossero contro di loro, e a favore di pap.


4.
La fattoria era gi vecchia la prima volta che mi ci portarono, negli anni Cinquanta. Met in mattoni (cos logori da sembrare decolorati) e met in legno marcio. Tetto spiovente di assi, soffitti alti, angoli bui; un odore pervasivo di fumo di legna, kerosene, muffa, polvere. Con una corrente gelida che entrava dal retro, esposto a nord: dove la vista si apriva su una sfilza di campi che scendeva fino al fiume Chautauqua, dieci miglia pi in basso, come nella scenografia di un film. Mi ricordo la vecchia lavanderia con lo strizzatoio a mano; e una botola sul pavimento che portava alla cantina, con un anello di metallo a mo' di maniglia. Anche fuori dalla casa c'era un'altra di quelle botole. Il pensiero di cosa potesse nascondersi l sotto, nella cantina piena di topi, era abbastanza per fare venire i brividi a una ragazzina.
Nonno Nissenbaum, per come lo ricordo, era sempre stato vecchio. Un vecchio magro, tutto nervi, praticamente muto. La pelle screpolata, percorsa da un reticolo di capillari, con macchie rosse come di terra; e occhi ravvicinati e pieni di muco, con le pupille che sembravano fessure verticali, come quelle delle capre. Che paura mi facevano. La sordit l'aveva reso distante e stranamente imperiale, come un vecchio re quasi dimenticato. Aveva il cocuzzolo calvo e scintillante, e una frangia di cernecchi color cenere che gli cadeva sui lati e sulla nuca. E se una volta era impeccabile nel vestirsi, specialmente la domenica, adesso, si lamentava mia madre, indossava solo salopette macchiate; e per tutte le stagioni, tranne d'estate, maglie di flanella grigia, che gli ciondolavano ai polsi come una seconda pelle. Aveva l'alito che puzzava di tabacco e di denti marci, e le nocche di entrambe le mani gonfie fino all'inverosimile. Mi faceva una paura pazzesca. "Non essere sciocca," mi sussurrava mia madre, spingendomi verso il vecchio. "Tuo nonno ti vuole bene." Ma sapevo che non era vero. Non mi chiamava mai col mio nome - Bethany - ma solo "ragazza", come se non si fosse preso neanche la briga di impararlo.
Crebbi senza sapere veramente chi fosse questo vecchio, e sicuramente senza volergli un po' di bene. Non pensavo mai a lui come a "mio nonno". Le visite a Ransomville erano sporadiche, e a volte saltavano all'ultimo minuto. Mia madre era su di giri, piena di aspettative, apprensiva - e poi, chiss perch, non si partiva pi, ed eccola disperata, sconvolta, eppure in qualche modo sollevata. Adesso immagino che mia madre e la sua famiglia non fossero i benvenuti in casa di mio nonno: un vecchio solitario e amareggiato, ma pur sempre orgoglioso, e che non aveva mai perdonato alla figlia di essere andata via da casa dopo le superiori, come sua sorella Connie; di essere andata al college di Elmira invece di sposare uno del posto, un buon lavoratore meritevole di ereditare, un giorno, la fattoria dei Nissenbaum. Quando nacqui, nel 1951, la terra cominciava a essere venduta; e prima di morire nel 1957, in una casa di riposo di Yewville, nonno Nissenbaum aveva subito l'umiliazione di vedere i suoi duecento acri ridotti ad appena sette - in seguito venduti anche quelli.
Nel cimitero collinoso dietro la prima chiesa luterana di Ransomville, c' una lapide di granito nero tuttora lustra, in fondo alla fila dei Nissenbaum. Vi sono incise queste parole JOHN ALLARD NISSENBAUM 1872-1957. "Fino a quando sar con voi e vi sopporter"? Che parole crudeli, per essere di Ges Cristo! (Luca, 9, 41. N.d.T.) Mi chiesi chi le avesse scelte - di certo n Constance n Cornelia. Doveva essere stato John Nissenbaum in persona.

Gi a undici o dodici anni ero una ragazzina ostinata e curiosa, e non smettevo di interrogare mia madre sulla nonna scomparsa. "Ma mamma, dove pu essere finita? Possibile che nessuno si sia messo a cercarla"? Le risposte di mia madre erano vaghe ed evasive. Come se facessero parte di un copione prestabilito. Quel sorriso inerme e stoico. Gioiosa rassegnazione e perdono cristiano. Mia madre insegn inglese per trentacinque anni nelle scuole pubbliche di Rochester, e specie dopo avere divorziato, si irrigid in senso autoritario, calandosi ancora di pi nella parte della professoressa che non ammette altre opinioni al di fuori della propria.
Mio padre, un amministratore scolastico, ci lasci e si rispos quando avevo quattordici anni. Ero furibonda, col cuore a pezzi, confusa. "Perch? Come hai potuto tradirci"? Ma mia madre conservava la sua forza d'animo cristiana, il suo tono di orgoglio sottilmente ferito. "E' cos che si comportano le persone, Bethany. Ti si rivoltano contro, ti diventano infedeli. Meglio che cominci a impararlo adesso che sei ancora giovane".
Comunque io non smisi di insistere. Fino alla fine, quando stava cos male. Mi giudicherete cinica, spietata - ci sono abituata. Ma, Dio santo, volevo sapere che cosa era successo a mia nonna Nissenbaum, e perch nessuno sembrava avere fatto una piega dopo la sua scomparsa. Le lettere di cui parlavano mia madre e Connie erano autentiche, o erano una messa in scena del loro padre? E a che pro, comunque? "Almeno una volta dimmi la verit, mamma".
Ho quarantaquattro anni. Voglio ancora sapere.
Ma mia madre, l'intrepida insegnante, la brava cristiana, era impenetrabile. Imperscrutabile come suo padre. Capace di riassumere tutta la sua infanzia "laggi" ( cos che lei e zia Connie si riferivano a Ransomville e al loro passato: "laggi"), affermando che tali "prove" fanno parte della volont di Dio, dei suoi disegni nei nostri confronti. Una prova della nostra fede e della nostra forza intcriore. "E se non credi in Dio, che cosa ti rimane?" obiettavo disgustata. E mia madre, imperturbabile: "Ti rimane la tua forza interiore. Non basta?"

L'ultima volta che affrontammo l'argomento persi la pazienza. Forse avevo esagerato, ma lei mi disse, con un tono tagliente che non aveva mai usato: "Bethany, che cosa vuoi che ti dica? Vuoi che ti parli di mia madre e di mio padre? Ma se non li ho mai conosciuti! Mia madre lasci me e Connie quando eravamo piccole, e ci lasci sole con "lui". Fu lei a deciderlo, nel suo egoismo. Perch mai qualcuno avrebbe dovuto andare a cercarla? Era una poco di buono, un'"infedele". Imparammo a perdonare e a dimenticare. Tua zia la racconta in modo diverso, lo so, ma  una menzogna. Ero io quella che soffriva di pi, ero io la pi piccola. E nella vita il cuore ti si spezza una volta sola, lo imparerai. E poi non avevamo un minuto libero; dovevamo badare alla casa, e non avevamo tempo di piangerci addosso. Non ti immagini neanche tutto quello che c'era da fare alla fattoria. Eravamo piccole, Connie e io, ma lavoravamo come due adulte. Pap cerc di impedirci di continuare a studiare dopo le medie, figurati! Dovevamo fare due miglia a piedi per farci dare un passaggio e andare alle superiori a Ransomville; non c'erano gli scuolabus, a quell'epoca. Adesso a te sembra naturale avere tutto quello che hai e non sei mai contenta, ma per noi non era cos. Non avevamo i soldi per i grembiuli, i libri li dovevamo comprare usati, per facemmo le superiori. Io ero l'unica 'ragazza di campagna' della mia classe ( cos che mi chiamavano tutti, compresi i professori) a fare matematica, biologia, fisica e latino. Imparavo le declinazioni mentre mungevo le mucche alle cinque del mattino, d'inverno. Mi prendevano in giro, ma lo accettavo. L'unica cosa di cui mi importava era vincere una borsa di studio per andare al college e diventare un'insegnante. E per andarmene da l. Fu quello che successe: vinsi una borsa di studio, e non tornai mai pi a Ransomville, almeno per abitarci. Certo, volevo bene a pap, e gli voglio bene ancora adesso. Anche alla fattoria ero affezionata. E' impossibile non esserlo, a un posto che ti ha preso cos tanto. Ma avevo la mia vita, il mio lavoro, la mia fede in Dio, il mio destino. Riuscii perfino a sposarmi, cosa che non avevo messo in programma. Ho lavorato sodo per ogni cosa che ho avuto, e non ho avuto tempo di guardarmi alle spalle e di piangermi addosso. Perch avrei dovuto pensare a "lei"? Perch mi tormenti riguardo a una donna che mi abbandon quando avevo cinque anni! Nel 1923! Ho fatto pace col passato cos come ha fatto Connie, a modo suo. Siamo donne felici, e non abbiamo passato la vita a tormentarci. Ecco il dono che ci ha fatto Dio." Mia madre fece una pausa, ansimando. Aveva l'espressione sollevata di chi ha detto troppo ma sa che non pu pi tornare indietro. Ero ammutolita. E lei ne approfitt subito, sprezzante: "Che cosa vuoi che ammetta, Bethany? Che sai qualcosa che io non saprei? Che cos' che vuole la vostra generazione dalla nostra? Non basta che vi abbiamo messo al mondo e vi abbiamo lasciati fin troppo liberi? Dobbiamo anche sacrificarci per voi? Che cosa vuoi che ti dica? Che la vita  crudele e senza senso? Che Dio non esiste e c' solo il caso? E' questo che vuoi sentire da tua madre? Che ho sposato tuo padre perch era un debole, un uomo per cui non provavo molto, e che quando sarebbe venuto il momento non mi avrebbe fatto troppo soffrire?"
Rimanemmo a guardarci, la madre furibonda e sua figlia Bethany cos sconvolta da non riuscire a parlare. Tutte le idee che finora mi ero fatta su mia madre non valevano pi.
Una cosa mia madre non la venne mai a sapere. Nell'aprile 1983, due anni dopo la sua morte, un torrente che attraversava la vecchia propriet dei Nissenbaum strarip, facendo franare alcune decine di metri di terreno argilloso. E venne alla luce uno scheletro umano, vecchio di decenni ma praticamente intatto. A quanto pare era stato sepolto a meno di un miglio dalla fattoria.
Non era mai successo niente di cos sensazionale nella storia della contea di Chautauqua.
I patologi della polizia di stato stabilirono che si trattava dello scheletro di una donna, verosimilmente uccisa da numerosi colpi (inferti con un martello, o il lato non affilato di un'accetta) che le avevano spaccato il cranio come un melone. Assieme a lei era stata sepolta quella che sembrava essere stata una valigia, il cui contenuto - vestiti, scarpe, biancheria, guanti - ormai era quasi irriconoscibile. C'erano per dei gioielli e, ancora appeso al collo dello scheletro, una catenina con una croce d'oro annerita. Anche i vestiti della vittima erano quasi tutti fradici, cos come era capitato a un libro con la copertina in pelle - una Bibbia? - rinvenuto accanto a lei. Ai fragili polsi e alle caviglie, in parte distaccati, pendevano dei giri di filo di ferro arrugginito, che adesso se ne stavano ritorti nell'argilla rossa, come piccoli serpenti addormentati.



La sciarpa.

Una sciarpa di seta turchese, lunga e stretta, con delicati ricami in oro e argento a forma di farfalle. Da perderci delle ore a guardarla, immaginando di essere in un'altra dimensione, dove le farfalle sono vive e battono lentamente le ali.

Avevo undici anni e cercavo un regalo di compleanno per mia madre. Per mia "mamma", che nei momenti di sconforto la mia voce chiamava spesso "mammina".
Era un ventoso sabato di fine marzo, una settimana prima di Pasqua, e faceva freddo. Avevo passato in rassegna tutti i negozi in centro a Strykersville. Non Woolworth's, e tanto meno Rexall's Drugs o Norban's Discount, dove dopo la scuola scorrazzavano gruppi di ragazzine, ma posti pi "chic", dove la maggior parte di noi non metteva mai piede, e quelle poche volte con le rispettive madri.
Dopo mesi e mesi, ero riuscita a mettere da parte, in gran segreto, otto dollari e sessantacinque centesimi, che tenevo gelosamente in un calzino raggrinzito in un cassetto in camera mia. Le banconote adesso erano nella tasca della mia giacca, piegate accuratamente. "Una somma sufficiente", credevo, "per un regalo davvero speciale". Non stavo nella pelle, e gi immaginavo la sorpresa negli occhi di mia madre quando avrebbe aperto il pacchetto. Sarebbe stata la mia ricompensa. Poich non c'era niente di pi delizioso del modo in cui mamma strizzava gli occhi col suo volto senza rughe e ancora giovane (l'et dei miei genitori era un mistero che non osavo indagare, anche se erano entrambi sulla trentina, "giovani" rispetto alla maggior parte di quelli delle mie amiche) e diceva, col suo tono caldo e sommesso, come se fosse un segreto tra noi due: "Oh, tesoro, che cosa hai fatto!..."
E io volevo accendere quella luce negli occhi di mia madre, quella lieta sorpresa. E per questo volevo farle un regalo che fosse non solo una cosa comprata in un negozio, ma anche un'offerta d'amore. Un talismano. Il regalo perfetto  un incantesimo contro la sofferenza, la paura, la solitudine; contro la malinconia, la vecchiaia, la morte e l'oblio. Il regalo che dice: "Ti amo, sei la mia vita".
Che avessi otto o ottanta dollari, volevo spenderli tutti per il regalo per mia madre. Versare ogni centesimo in modo che la transazione fosse sacra. Ero convinta, infatti, che questo gruzzolo accumulato di nascosto dovesse essere sacrificato interamente all'autorit apposita, che risiedeva in uno dei negozi "chic" di Strykersville, e non altrove. E cos mi sentivo investita di una missione; avevo una luce strana negli occhi, e il mio corpicino era spinto da una bramosia che vinceva ogni mia istintiva timidezza o imbarazzo.
Ovviamente venivo vista con sospetto dalle commesse inamidate - o, meglio, dalle "signore" - che lavoravano in quei negozi, e che dovevano mantenere un certo standard. Pi erano cerimoniose, e pi erano diffidenti. Visitai parecchi negozi in uno stato di cecit e di sgomento; non facevo in tempo a varcare la soglia che una brusca domanda mi faceva capire che avevo commesso un errore: "S? Posso aiutarti?"
Alla fine mi trovai in mezzo a una serie di vetrine scintillanti in cui erano appesi, come carcasse di animali, stupendi oggetti di pelle. Il parquet scricchiolava colpevolmente sotto i miei piedi. Come avevo osato entrare da Kenilworth's Ladies Fashion, dove neanche mamma andava mai? Quale raffica di vento mi aveva spinto, come una mano maliziosa? La commessa, stretta nel corsetto, una crocchia ispida sulla nuca e una bocca vermiglia volta all'ingi, controllava ogni mio movimento tra i banconi. "Posso esserti d'aiuto, signorina?" chiese con voce fredda e scettica. Mormorai che stavo solo guardando. "Sei venuta per comprare o per guardare?" Mi sentivo avvampare come se fossi stata appesa a testa in gi. Questa donna non si fidava di me! Eppure ero una brava scolara, una di quelle che prendono sempre i voti pi alti e che sono le cocche degli insegnanti, anche se non per questo meritano di essere disprezzate. Ma qui, da Kenilworth's, sembrava che non fossi degna di fiducia. Forse sembravo vagamente una ragazza di colore, dato che avevo i capelli neri sospettosamente ricci e torti come cordicelle bagnate, e con la tendenza ad aggrovigliarsi sfidando la ragionevolezza di qualunque pettine. Avevo la pelle olivastra, non del bianco latteo che sfoggiava la commessa incipriata. Ero una ragazza povera, sgraziata, timida, e pertanto disonesta, una a cui bastava girarsi un istante che si tramutava in una piccola taccheggiatrice infingarda. Come gli zingari. Che non c'erano, nella cittadina di Strykersville, nello Stato di New York, ma se ci fossero stati, mi avrebbero subito presa per una di loro, con la mia pelle scura, gli occhi ingannatori e gli stivali di gomma malandati. Per mia sfortuna, non c'erano altri clienti in quel momento, e cos la commessa poteva concentrare tutta la sua astiosa attenzione su di me. E solo per non avere richiesto la cortesia ossequiosa con cui si serve il vero cliente. D'altra parte non ero una "cliente" ma solo un'intrusa. "Crede che sia qui per rubare", il pensiero si impose dentro di me come una notizia sentita alla radio. Che vergogna provai, e che risentimento. Eppure quanto mi sarebbe piaciuto rubare, in quel momento; far scivolare qualcosa - qualunque cosa! - nelle mie tasche: un borsellino di pelle, una borsettina con le perline, un fazzoletto di lino irlandese col pizzo. Ma non ne avevo il coraggio; ero una brava ragazza, che anche quando era insieme alle sue compagne non rubava mai neanche un rossetto da quattro soldi, un fermaglio dorato, o uno di quei portachiavi che c'erano da Woolworth's, con i volti estatici di Jane Russell, Linda Darnell, Debra Paget e Lana Turner. E cos rimasi paralizzata, sotto lo sguardo della commessa: bloccata tra la consapevolezza del mio desiderio pi profondo (fino a quel momento a me sconosciuto), e quella dell'inutilit di tale desiderio. "Vorrebbe che rubassi, ma non posso, e non voglio".
"E' per mia madre," dissi con un filo di voce. "Un regalo di compleanno. Quanto costa... questa?" Stavo guardando delle sciarpe. I prezzi di certi oggetti - i borsellini, le borse, perfino i guanti e i fazzoletti - erano cos assurdamente alti, che il mio cervello si rifiutava di registrarli. Le sciarpe, credevo, sarebbero state pi abbordabili. E ce n'erano di stupende, che guardavo a bocca aperta, quasi rapita. Bisogna sapere che non erano sciarpe pratiche e banali di flanella, come quelle che portavo per quasi tutto l'inverno, strettamente annodate sotto il mento; sciarpe che tenevano calde le orecchie e il collo, e a posto i capelli; sciarpe che nel peggiore dei casi - che era anche il pi frequente - sembravano bende avvolte attorno alla testa. Queste, invece, erano opere d'arte. Di seta, o di lana molto sottile; bizzarramente lunghe, o triangolari; o quadrate, enormi, con le frange - forse quelli erano scialli. A disegni cachemire o a fiori. Sottili come garza, decorate con giunchiglie gialle o audaci tulipani rossi, impalpabili come quei sogni di soverchiante dolcezza che, quando ci svegliamo e cerchiamo di portarceli dietro, si sbriciolano e si disintegrano come ragnatele. Alla cieca indicai - di toccarla non se ne parlava neanche - la pi bella di tutte: turchese, di seta, con un disegno delicato in oro e argento che non riuscivo a decifrare. La commessa mi scrut attraverso le lenti dei suoi occhiali bifocali e disse, in tono di rimprovero: "'Quella' sciarpa  di pura seta cinese. 'Quella' sciarpa costa..." Fece una pausa, come se si fosse accorta di me solo in quel momento. Forse aveva percepito la mia agitazione. Forse era solo piet. Forse era uno di quei momenti imprevedibili e incomprensibili che, a rari intervalli, segnano la parabola delle nostre vite con una grazia gratuita. Con un tono di voce pi sommesso e gentile, anche se con un residuo di fastidio adulto, la commessa disse: "Costa dieci dollari. Pi le tasse."

"Dieci dollari". Come incantata, cominciai a estrarre macchinalmente i miei risparmi, le sei banconote da un dollaro sgualcite e poi le monete da cinque e da dieci centesimi, d'unico quarto di dollaro e i numerosi pennies, contandoli con scrupolo come se non sapessi il totale. "... Volevo dire otto dollari," disse la commessa irritata. "E' stata ribassata a otto dollari per i saldi di Pasqua." Otto dollari! Balbettai: "La... la prendo. Grazie." Mi sentivo cos sollevata che quasi svenivo. Ma sorridevo vittoriosa. Non potevo credere alla mia fortuna anche se, con egoismo infantile, non avevo mai smesso di dubitarne.
Porsi ansiosa i miei soldi alla commessa, che tutta impettita batt il mio acquisto con impazienza, come se l'avessi messa in imbarazzo; come se dopotutto non fossi un'intrusa, l da Kenilworth's, ma una sua parente che non desiderava riconoscere. Mentre metteva la sciarpa in una scatola e la avvolgeva con fare spiccio in un'allegra carta rosa con la scritta BUON COMPLEANNO!, osai alzare il mio sguardo, e con una certa sorpresa mi accorsi che la commessa non era vecchia come pensavo - non doveva avere molti anni pi di mia madre. Aveva i capelli sottili, di un castano che si stava ingrigendo, raccolti in una crocchia arcigna; la faccia pesantemente truccata, ma non per questo carina. Quando mi porse il pacchetto in un sacchetto a strisce argentate, mi disse, corrucciata: "E' pronta da dare a tua madre. Ho tolto il prezzo."
Mia madre insiste: "A me non serve pi, cara. Ti prego, prendila tu." Stiamo rovistando armadi e cassetti della vecchia casa che presto sar venduta a estranei. "Non voglio che vada persa. Se mi dovesse succedere qualcosa," dice con la voce calma e melodiosa che maschera il tremolio delle mani.
Ogni volta che torno a casa, mia madre ha qualcosa da darmi. Oggetti un tempo preziosi, che risalgono a un passato sempre pi remoto e sfuggente. Quale sia il significato segreto di tale prodigalit da parte di una donna di ottantatr anni, non lo chiedo.
Mia madre parla spesso di "perdita". Teme la perdita di documenti, polizze assicurative, esami medici. La "perdita"  un baratro senza fondo, in cui sono gi scomparsi, a uno a uno, fratelli, sorelle, e un bel numero di amici. E pap? E' gi passato un anno? Quello che le rimane da vivere,  diventato per lei misterioso come un sogno incessante e indefinito, senza la brutale interruzione della lucidit; e ogni mattina, quando si sveglia, si chiede: "Dov' andato pap"? Allunga la mano e non c' nessuno accanto a lei. "Sar in bagno", si dice. E quasi le sembra di sentirlo. Pi tardi pensa: "E' fuori". E quasi sente il tagliaerba. Oppure pensa: "Ha preso la macchina. Ed  andato. Dove"?
"Eccola qua! Guarda!"
In fondo a un cassetto nel com della camera da letto, mia madre ha trovato quello che cercava con tanto impegno. Questo pomeriggio mi ha gi dato un anello con un'ametista, che era di sua suocera, e una presina cucita a mano, quasi impercettibilmente bruciacchiata. E adesso apre una lunga scatola piatta. In mezzo alla carta velina, c' la sciarpa di seta turchese con le farfalle pallide.
Per un attimo rimango ammutolita. Paralizzata.
Cinquantanni. Non possono essere passati cinquantanni.
"Me l'ha regalata tuo padre," dice con orgoglio. "Eravamo appena sposati. Era la mia sciarpa preferita, ma lo vedi, era troppo delicata per portarla. Cos l'ho messa via."
"Ma io ricordo che la portavi, mamma."
"Davvero?"
"Col vestito di seta beige, al matrimonio di Audrey. E... altre volte." Noto la sua espressione di allarme velato. Ogni accenno al venir meno della sua memoria la terrorizza. E' come se vedesse da vicino i disastri che la vecchiaia fa negli altri.
"Ti prego, prendila tu," si affretta a dire. "Ne sarei felice."
"Ma, mamma..."
"A me non serve, e non voglio che si perda."
La sua voce si alza quasi impercettibilmente. Una via di mezzo tra una supplica e un ordine.
Mi decido a togliere la sciarpa dalla scatola. La ammiro. In effetti l'etichetta  francese, e non cinese. In effetti il turchese non  cos brillante come lo ricordavo. Mezzo secolo! E la commessa di Kenilworth's che prima sembrava volere che la rubassi, e che poi (come avrei stabilito in seguito) me l'aveva praticamente regalata, colmando la differenza di tasca sua? E io, l'intelligente undicenne, non avevo capito quello che c'era dietro?
Mezzo secolo. Mia madre compiva trentatr anni. Aveva aperto la scatola nervosa; la carta, i nastri, la scritta argentata KENILWORTH'S sulla scatola dovevano averla messa in allarme. E poi, estraendo la sciarpa, era rimasta ad ammirarla per un momento, prima di dire: "Tesoro,  stupenda. Ma come hai..." Ma aveva lasciato cadere la domanda. Come se non trovasse le parole. O come se avesse capito che sarebbe stato indelicato fare tale domanda a una figlia di undici anni.
Il talismano che dice: "Ti amo, sei la mia vita".
Il tipo di sciarpa costosa che oggi le donne portano con negligenza sulle spalle. Chiedo a mia madre se  proprio sicura di volersene disfare, anche se so gi la risposta; ormai  arrivata a un'et in cui sa esattamente quello che vuole e quello che non vuole, cos come quello di cui ha o non ha bisogno. Gli impacci che legano alla vita.
A mo' di risposta, mi avvolge la sciarpa al collo, provando ad annodarne le estremit. E' accanto a me, allo specchio.
"Lo vedi, cara? Ti sta benissimo."



Il campo di granoturco.

"Perch nonna Wolpert mi odiava"? stavo chiedendo a mia madre. Nella confusione del sogno, c'erano un fiume in piena, un vento feroce, alti steli che si contorcevano come se fossero vivi. Prima ero al buio, nella cucina della vecchia fattoria dei Wolpert, e poi stavo correndo in un campo di granoturco, con le foglie affilate e le barbe setose che mi sfregavano la faccia sudata. "La nonna non ti odiava! Come fai a dire certe cose"! obietta mamma. E' turbata, ha uno sguardo colpevole. Cerco di nascondermi dietro di lei; devo essere una bambina piccola per aggrapparmi cos disperata alle sue gambe. "Che cosa terribile", sussurra mia madre, la sua voce confusa con le acque che ribollono e il vento. "Che bambina cattiva, a dire una cosa del genere".

E' un vecchio incubo, ne sono sicura. Era da anni, pare, che non lo facevo, da quando mia nonna era morta. D'altra parte, ormai, non credo di fare pi molti sogni. N di dormire, la notte.
"Che bambina cattiva". Di che esserne fieri, vero? Che avessi la forza di essere una ribelle. Mi piace pensare che fosse vero. Che non fosse solo un sogno.


1. "Crisi di sonno".
E' successo meno di dodici ore fa, a New York.
Quando  stato annunciato il mio nome, mi sono alzata dalla mia sedia sul palco e, sotto il bagliore delle luci delle telecamere, mi sono diretta verso il podio per il discorso, come previsto - e in un secondo, con la stessa nettezza con cui un pezzo di carne cruda viene tagliato in due da un esperto macellaio, mi sono trovata in un altro posto, nella vecchia cucina di mia nonna, e poi in un campo di granoturco, dove correvo fino a sentirmi scoppiare il cuore, e mi sono sentita calare addosso una cappa di sonno come una nuvola nera, irresistibile, come se qualcuno mi avesse messo naso e bocca in una di quelle vecchie maschere per l'anestesia. NO. NON QUI. NON ADESSO. Un rombo nelle orecchie, come se fossi in mezzo a una tempesta. In bocca un sapore di panico, acre e nero. Avevo le gambe come di piombo, ma barcollando come una sonnambula sono riuscita in qualche modo a raggiungere il podio, costringendomi a sorridere agli applausi del pubblico, cercando di tenere le palpebre aperte. Avevo percorso circa quattro metri, davanti a millecinquecento persone, ed era come se mi stessi arrampicando a mani nude sulla superficie scabra di una roccia. "Ma non mi sono arresa".
Perch fossi al Lincoln Center, perch fossi la quarta "madrina" alla diretta di un'annuale serata di premi,  troppo complicato da spiegare. Il mio ruolo non era molto importante, anche se naturalmente lo era per me e per gli organizzatori del programma. In tali occasioni arrivi due ore prima della trasmissione per provare i tuoi due minuti, che consistono pi che altro nel leggere un discorso su un telesuggeritore posto all'altezza dei tuoi occhi, a circa mezzo metro di distanza. Il telesuggeritore  una grande invenzione:  cos piccolo che anche quelli seduti in prima fila vedono solo una sottile linea orizzontale sospesa a mezz'aria, mentre gli altri non vedono niente. Una magia: parole preparate in precedenza che ti scorrono davanti, e tu le pronunci come se fossero tue. Se vi  capitato di guardare il programma, avrete visto una donna di mezza et ancora giovanile, pallida, dall'aria sgomenta, che cercava di sorridere ed esitava un momento prima di cominciare a balbettare il nome di chi aveva vinto il premio successivo, recitando titoli, fatti e date come spontaneamente, con gli occhi stranamente sgranati, fissi su di voi (ossia sul telesuggeritore piazzato a pochi centimetri sotto la telecamera). "Ma sta bene quella l"? potete avere pensato con un senso di disagio, ma tutto si  svolto in men che non si dica, la targa di bronzo  stata consegnata a un radioso uomo in smoking col pizzetto, una vigorosa stretta di mano, una fanfara, stacco sul clip di un film di circa sessanta secondi. Quando l'immagine  tornata alla diretta dal Lincoln Center, la donna pallida e sgomenta era gi scomparsa e dimenticata.
"Non mi sono arresa".
Nota: una volta che hai usato il telesuggeritore, non vorresti mai pi leggere da un pezzo di carta, tenuto in mano o appoggiato su un podio.
Nota: una volta che passi da una fase di percezione alla successiva, non vorresti tornare mai pi alla fase precedente.

Mentre me ne stavo seduta tra gli altri presentatori, tutti vestiti formalmente - in smoking gli uomini, in vestito nero le donne - non ero affatto tesa. Di solito non mi sento mai cos sicura come in queste occasioni. Se ti guardano millecinquecento persone, pi tutte quelle a casa, la loro percezione ti definisce come la tua non riuscirebbe mai. Pi persone ti guardano in un dato momento, e pi sei "reale". "Se potessi morire davanti a un pubblico, a un pubblico ampio e partecipe, non sentirei la minima paura. Sarebbe parte della rappresentazione," avevo detto una volta all'uomo con cui vivevo, o quasi. (Dato che ognuno si era tenuto il proprio appartamento, si capisce.) Aveva riso, come se avessi fatto una battuta (ne faccio spesso), ma ero anche seria, e mi sarebbe piaciuto discuterne con lui apertamente. "Quanto sia pi facile morire in pubblico che in privato". E' evidente, no? C' qualcuno che non l'abbia mai pensato?
Queste "crisi di sonno" mi assalivano senza preavviso, come svenimenti o attacchi epilettici. Ma nessun neurologo ne aveva scoperto la causa. Fin dall'et di dieci anni ero vittima di questi attacchi misteriosi che sembravano non dipendere da dove mi trovassi, che cosa stessi facendo, con chi parlassi. Comunque mi capitavano di rado in pubblico, forse perch l mi sentivo relativamente al sicuro, come ho appena detto. Una volta ebbi un attacco mentre ero in macchina sul livello superiore del ponte di Washington, e dovetti accostare subito nella corsia di emergenza; le palpebre si stavano gi chiudendo e in un attimo scivolai in un pozzo oscuro e senza fondo. Il fiume Hudson che mulinava al di sotto si confondeva col pozzo pi familiare in cui affondavo, e una voce mi consolava: "Va tutto bene. Presto sar finita". Questa crisi si esaur in due o tre minuti, ma altre duravano fino a dieci minuti, lasciandomi disorientata e confusa come se avessi dormito per giorni, o per settimane. Allora ti rendi conto di quanto il "tempo" sia solo questione di coscienza: quando non sei cosciente, il "tempo" non esiste, e giorni e settimane passano con la stessa rapidit di uno schiocco di dita. E in assenza di memoria, c' ancora l'"anima"?
Sul palcoscenico del Lincoln Center riuscii in qualche modo ad arginare la crisi con un disperato sforzo di volont. Sbarrai gli occhi, respirai cos profondamente da farmi male ai polmoni. I pugni cos stretti da affondare le unghie nella carne. L'immagine della vecchia fattoria a Chautauqua Valley, nella parte settentrionale dello Stato di New York, lontana centinaia di miglia nello spazio e trent'anni nel tempo - filari minacciosi alti due metri e terra secca che franava mentre correvo -, si sovrapponeva come un film alle immagini abbaglianti che mi circondavano. La fanfara assordante, l'applauso del pubblico. Ammiccavo per stare sveglia, scuotevo la testa, sentivo la mia voce come quella di una sconosciuta che ripetesse la mia parte, mentre leggevo con finta spontaneit dal telesuggeritore, mi giravo a porgere la targa scintillante al documentarista canadese, gli stringevo la mano, cercavo di non soffermarmi sulla sua faccia pallida come un cadavere. Un faccione gi rubizzo, ma da cui il colore era svanito come da tutto quello che mi stava attorno. Il rombo nelle mie orecchie divenne pi forte e seppi che dovevo dormire. Adesso la telecamera aveva smesso di riprenderci, e il presentatore apparve alle mie spalle, svelto e premuroso, afferrandomi un gomito e accompagnandomi gi dal palcoscenico, mormorandomi: "Tutto okay?" Domanda retorica: sapeva che non stavo bene. Il tocco di questo uomo che conoscevo appena e le sue parole preoccupate mi risvegliarono momentaneamente come un'iniezione di adrenalina. Invece di tornare al mio posto, come previsto, mi portarono dietro il palcoscenico; sembrava una cosa normale, e nessuno avrebbe fatto caso alla mia assenza, anche se la sedia sarebbe rimasta vuota per il resto del programma.
Quello che successe dopo non  chiaro, ma non importa. Appena fui al sicuro, dietro le quinte, mi sdraiai su un telo, dietro le pesanti tende antincendio. Mi sdraiai, rannicchiandomi come una bambina, e mi misi a dormire. Mi ricordo solo la sensazione che la mia coscienza venisse spenta come la fiamma di una candela. "S, cos. Cos va bene". Mi sembrava di sentire ancora voci preoccupate, qualcuno che mi toccava, che mi premeva sulla fronte un panno bagnato. E contemporaneamente ero scivolata nel sonno pi confortante, un sonno di ore compresso in pochi minuti. Quando ripresi i sensi, fu come se non fosse successo niente, o quasi niente; non ebbi problemi a rialzarmi, sorridere imbarazzata, scusarmi. Mi spazzolai il vestito, il mio vestitino elegante di velluto nero con la gonna corta, mi sistemai i capelli. Non volevo medici e non ne avevo bisogno, desideravo solo andarmene a casa; spiegai che ultimamente ero stata sotto stress, ma che non era niente. "Una crisi di sonno. Vanno e vengono, cos. Adesso sto bene."

Ore dopo, a casa, stavo ascoltando spaventata la mezza dozzina di messaggi nella mia segreteria. Amici preoccupati che mi fosse successo qualcosa. Ero commossa dalla loro premura, quasi fino alle lacrime; ma al tempo stesso mi sentivo anche in colpa, per averli allarmati. Uno di loro era l'uomo con cui avevo quasi convissuto, e che adesso non vedevo pi, o almeno non "vedevo" in quel senso. Ascoltai pi volte il suo messaggio, pensando: "Neanche questo conoscevi di me, ecco perch mi chiami adesso". Tre avevano riagganciato, e pensai che fossero i miei, ai quali la segreteria creava disagio e non lasciavano mai messaggi. A dire il vero mi telefonavano molto di rado, non volendo immischiarsi nella mia vita al di fuori di Ransomville. "Adesso ha la sua vita", diceva mia madre durante le riunioni di famiglia, come se non volesse che la sentissi; ed erano parole che suonavano stranamente, quasi con un tono di oltraggio e di rimprovero, anche se venivano pronunciate in tono concreto, oggettivo.
E' sbagliato, mi chiedo, che una figlia abbia "una propria vita", a qualsiasi et? Una figlia che vuole bene ai suoi genitori, intendo.
Ed  mai possibile? Perch che cosa significa esattamente avere "una propria vita"?
Squill il telefono. Era tardi, mezzanotte passata. Non poteva essere mia madre, pensai, perch mia madre va a letto presto, mentre mio padre spesso rimane in cucina fin dopo mezzanotte a leggere, fumare, bere birra. Ma quando alzai il ricevitore sentii la voce di mia madre e cominciai a piangere come una bambina offesa e arrabbiata. "Perch nonna Wolpert mi odiava? Lo devo sapere."

Quella notte rimasi sveglia per ore, guardando il soffitto della mia camera da letto, che al buio sembrava come immateriale. Alla fine mi arresi, andai alla scrivania e cominciai a scrivere, a scrivere febbrilmente sul mio diario, con la mia grafia da scolaretta cos coscienziosa e leggibile, ogni T con la sua sbarretta, ogni I col suo puntino, e tutte le virgole, i due punti e i punti e virgola al loro posto. Un resoconto esteso e impellente che mi fece passare indenne l'ora peggiore della notte, quella prima dell'alba.


2. "Il confine del nulla".
Ransomville, New York, dove sono nata e cresciuta, e dove vivono ancora i miei genitori e numerosi parenti, prende il nome da Joseph Edgar Ransom, che costru un mulino e uno spaccio per il commercio di pellicce sul fiume Chautauqua all'inizio del Settecento, in mezzo alla natura selvaggia. Poco si sa di Ransom se non che mor nel 1738, e che nel cimitero luterano c' una lapide consunta e coperta di muschio in ricordo dell'evento. Ransom ebbe tredici figli maschi da tre mogli diverse (il numero delle figlie rimane imprecisato; dato che non potevano portare il suo nome, non se ne teneva conto); pare che uno solo gli sopravvivesse, diventando un predicatore ambulante in una di quelle sette di protestanti scozzesi i cui capi pi infiammati erano soliti finire i loro giorni in manicomio. Cose successe tanto tempo fa, da sembrare un sogno. D'altronde certi paesaggi, specie in montagna, devono creare i propri sogni. A scuola erano appese vecchie mappe bizzarre dei "primi insediamenti" di Ransomville, ed elenchi di trib indiane da imparare a memoria. E lungo il fiume, tra i cespugli, c'erano fondamenta di pietra in rovina.
E' importante sapere dove siamo nati? Non siamo fatti semplicemente della terra che calpestiamo?
All'inizio degli anni Cinquanta, Ransomville era una prospera cittadina di provincia sul fiume Chautauqua. La popolazione aveva raggiunto un massimo di tremilasettecento abitanti, ma quando andai alle scuole superiori locali, alla fine degli anni Sessanta, quattro mulini su sei erano chiusi, e si vedevano cartelli di AFFITTASI e VENDESI sulle stazioni di servizio deserte lungo l'autostrada.
I miei nonni Wolpert vivevano in una piccola fattoria undici miglia a nord-est di Ransomville, ai piedi delle Chautauqua Mountains. Non ci si arrivava direttamente; si doveva svoltare nella strada per Church Hill, fatta di catrame che d'estate tendeva a sciogliersi, e poi fare una serie di stradine sterrate o di ghiaia. Se chiudo gli occhi riesco a tornarci, anche se non riconosco le strade giuste finch non ci passo davanti. I loro nomi sono scomparsi da tempo dalla mia memoria, o forse anche allora non sono mai esistiti. Una fattoria disordinata, con i suoi venti acri, per la maggior parte troppo rocciosi o collinosi per essere coltivati; la casa color legno umido, il fienile provato dal tempo, il silos, le varie baracche. Dietro la casa incombeva una collina simile a un pugno chiuso, che tagliava met cielo: e in certi giorni d'inverno non c'era praticamente sole. "Il confine del mondo", la chiamava mia madre, arricciando il naso. "L'inizio del nulla". Non lo diceva con recriminazione; casomai con una specie di ironia, di finto stupore che mio padre avesse passato la sua giovinezza in questo posto sperduto, che questa fosse la sua gente. Nei week-end, specialmente d'estate, ci andavamo in macchina. Era sempre eccitante attraversare le strade in mezzo ai boschi: non nella campagna addomesticata attorno a Ransomville dove abitavamo, ma nei posti pi selvaggi, verso le montagne. La chiamavamo "la fattoria di nonno", o semplicemente "la fattoria". Ero troppo piccola e sbadata per accorgermi che tali visite erano fonte di tensione per entrambi i miei genitori, e in particolare per mia madre. Dato che non si sapeva mai, in anticipo, se tutto sarebbe filato liscio, o se sarebbe stata una di quelle volte in cui nonna Wolpert si rifiutava di parlare, non guardava in faccia mia madre e si limitava a mettere i piatti sulla tavola, masticando in silenzio. Era una virago grande e grossa, con una faccia che a volte era gonfia come se avesse il gozzo. "Figurati se mamma non vuole bene a te e ai bambini. E' solo che  fatta cos, non  abituata a mostrare i propri sentimenti. Non lo  nessuno, nella sua famiglia". Quando pap diceva queste cose, mamma si girava per non farsi vedere in faccia. Da giovane aveva un viso liscio e gentile, con un nasino arricciato e mobile come quello di un coniglio. Mi faceva l'occhiolino e mi sembrava di sentire i suoi pensieri. "Che cosa? Nonna Wolpert  fin troppo chiara nel mostrare i propri sentimenti. Ti dir, guai se fosse ancora pi chiara". I miei fratelli pi grandi a volte facevano gite in bicicletta, soprattutto per pescare il pesce persico in un ruscello che scorreva nella propriet di nonno, ma quando diventarono dei teen-ager persero ogni interesse, e di rado venivano con noi in macchina. L'estate che comp tredici anni, mia sorella si rifiut di venire con noi, anche se era stata una cocca del nonno. "Oh, quel posto. Che noia. Non cambia mai."
Ovviamente cambiava. Cos come cambiavano lei e i miei fratelli, che se ne andarono da Ransomville; e i miei cugini Joey, Luke e Jake, che si arruolarono in marina uno a uno, allo scoccare dei diciassette anni; scomparivano per anni, e poi tornavano da adulti, cos che a vederli per la strada, a Ransomville, quasi non si riconoscevano. Ero alle superiori quando nonno Wolpert ebbe il primo infarto, e ora che mi diplomai era gi morto. Quando facevo il primo anno di college, nonna Wolpert mor di qualche specie di cancro (penso all'utero) su cui in famiglia nessuno volle indagare; suo figlio pi giovane, che lavorava la terra, si affrett a vendere la fattoria per andare a lavorare in fabbrica a Lackawanna; e cos non ci fu pi motivo perch ci ritornassimo.
Cose successe tanto tempo fa, che pu darsi siano un sogno. Anche se non saprei di chi.

Mentre spezzava gli steli delle zinnie per sistemarle in un vaso, capitava che mamma buttasse l, con quel suo tono fintamente svagato: "Ne sento la nostalgia, sul serio. Era sempre un'avventura andare a trovare i tuoi. E il viaggio..." Scuoteva la testa, sorridendo. "L'inizio del nulla! Ma era bello, a modo suo. E ai ragazzi piaceva, era il posto per loro. 
Tuo padre aveva un cuore grande cos, anche se a volte poteva essere un po' difficile. E tua madre..." La voce di mamma si perdeva, come una falena svolazzante. Mi aspettavo che mio padre si avvicinasse e le desse uno schiaffo, ma non lo fece mai.
"Tuo nonno ti vuole bene, tesoro. Non ti vuole fare del male, ti vuole solo fare il solletico."
Anch'io volevo bene a nonno Wolpert. Mi chiamava Grossa Miciona, ma ne avevo anche paura; non sapevo mai quando a furia di solletico mi faceva male, con le dita odorose di letame che si ficcavano tra le mie costole e mi afferravano i capelli. "Che cosa fa la mia Grossa Miciona? Che cosa dici al tuo nonno, Grossa Miciona?" Mi rideva in faccia col suo alito che sapeva di mele marce, e io mi divincolavo, strillando e ridendo, nascondendomi sotto il tavolo (cos mi raccontarono anni dopo), per uscirne carponi se nonno non si chinava a prendermi. Era un uomo massiccio; portava i basettoni e indossava salopette e maglie di flanella macchiate che odoravano di fienile; rideva in modo fragoroso e ansante, e aveva una faccia da luna piena, rugosa, abbronzata e sorridente. Mentre nonna Wolpert era silenziosa, nonno Wolpert era chiassoso come una ghiandaia - parlava, rideva, fischiava, canticchiava tra s. Parlava agli animali cos come alla gente. Impazziva per gli scherzi: per esempio, lo stavi aiutando a sparecchiare, prendevi un piatto dall'aria innocua ma che in realt era pieno d'acqua e ti ritrovavi con le gambe bagnate. Oppure aprivi la porta del ripostiglio e ti veniva addosso una scopa capovolta, e ti prendevi uno spavento. Nonno conosceva tre o quattro spettacolari giochi di prestigio con le carte che lasciavano i suoi nipoti con tanto d'occhi, e faceva scomparire le ghiande nelle sue manone nodose. "Cuc, adesso non c' pi, Grossa Miciona." Nulla lo deliziava di pi del sorrisetto di sconcerto di un bambino. Nonna Wolpert disapprovava tutte "queste stupidaggini", come le chiamava lei, e non faceva che sbuffare e arricciare il naso, ma nonno non le dava retta, oppure faceva finta di guardarsi in giro come se nonna non ci fosse o fosse invisibile, per poi chinarsi verso di me e bisbigliarmi: "Lo senti, non sta tremando il pavimento? Deve essere entrata una mucca bella grassa, ma io non vedo niente. E tu?" E io ridevo come se mi facesse il solletico. Era buffo fare finta che nonna non ci fosse.
Nonno suonava l'armonica; e gli piaceva cantare. Specialmente quando aveva bevuto. Gli piacevano i giochi d'azzardo - dadi, poker, "euchre". "Dio mi bisbiglia in un orecchio e mi dice che cosa non fare. Vede le mie carte e mi dice: 'Ehi, Wolpert, se fai quello che stai per fare, sei un vero minchione.' E cos non lo faccio." Nonno ammiccava, raccontando queste storie, eppure sembrava non esserci dubbio che credesse in quello che diceva. Di fatto era orgoglioso della sua fama di giocatore pi astuto di tutta la zona. Quando fui un po' pi grande, mi fece un certo effetto sapere che nonno Wolpert aveva molti amici ed era considerato un bell'uomo: alto, con due spalle cos, i capelli ricci e brizzolati, e due basette che scendevano fino al mento, sbucando poi sulla gola. Aveva dentoni macchiati di nicotina, e l'alito che spesso puzzava di sidro grezzo (che si distillava da solo in uno dei fienili) e di tabacco (che masticava ghiottamente in boli grossi quanto il pugno di un bambino), ma sembrava fosse secondario: Hiram Wolpert era un uomo considerato con rispetto, e non doveva disdegnare neanche correre dietro alle sottane, dal modo ribaldo con cui parlava alle donne, stuzzicandole e facendole ridere. Pi un uomo ammirava se stesso, mi resi conto, e pi veniva ammirato. E nonno Wolpert era un vero sbruffone, non aveva paura di esprimere le sue opinioni, e interrompeva gli altri quando mai avrebbe tollerato il contrario. (Tutte cose - tranne il bere - che mio padre ha in parte ereditato, anche se in scala pi piccola e pi timida.) Nonno sapeva essere un amico leale, e (si diceva) un nemico ancora pi leale. Se gli piacevi, ti amava; senn, meglio non incrociarlo. Faceva il maniscalco quando non c'era pi quasi nessuno a fare quel mestiere, e i fattori venivano da tutta Chautauqua Valley per ferrare i loro cavalli, pagandolo, a volte, con una giara di whisky, una manciata di sigari, un inutile porcellino. Una volta, si raccontava, aveva ferrato una mezza dozzina di cavalli per un fattore benestante e non aveva voluto neanche un soldo, accontentandosi di una gomma usata per il suo trattore John Deere. Nonna Wolpert l'aveva coperto di improperi: "Pensa di essere amico di tutti, lui. Da via la roba quando non ce l'ha neanche per lui."
Gli attrezzi da fabbro ferraio venivano tenuti in un capanno dietro la casa, che sapeva di umido e aveva il pavimento di terra battuta. Non seppi mai i nomi di quelle cose - una specie di caminetto rotondo fatto di strisce di metallo inchiodate assieme, un mantice a manovella che richiedeva una forza non comune, strumenti pesanti e ingombranti. C'erano un'incudine di ferro, un paio di enormi molle, un martello da otto chili con un manico ruvido e scheggiato che non riuscivo ad alzare neanche quando avevo dodici anni. Quando i miei fratelli venivano ancora alla fattoria, mio nonno lasciava che lo aiutassero, attizzando le braci, dando la forma a ferri da cavallo arroventati, schioccando la lingua e parlando ai cavalli che si adombravano per niente e dovevano essere ben legati, con il paraocchi. Anch'io pregavo di potere dare il mio contributo. Avevo paura dei cavalli, grandi com'erano, ma volevo essere coraggiosa come i miei fratelli. Cos una volta stavo accarezzando il fianco tremante e sorprendentemente peloso di una cavalla, mentre nonno le dava le spalle e, seduto su una cassetta, le teneva saldamente la zampa posteriore sinistra tra le ginocchia, e piantava i chiodi nello zoccolo; quale brivido di orgoglio provavo, finch all'improvviso la cavalla sbuff spaventata, scosse la testa girando il muso verso di me, e batt lo zoccolo anteriore sinistro, sfiorandomi il piede. Mi misi a strillare come se volesse uccidermi: "Nonno! Nonno! 'Nonno'!"
Nonno Wolpert, grugnendo e imprecando, la fece star buona con un pugno sulla testa. Ero salva; e fu un miracolo, dissero tutti, che non mi avesse spaccato il piede.
Era raro che nonna Wolpert si rivolgesse direttamente a mia madre, squadrandone la faccia tesa; ma quel giorno le parl con rabbioso disprezzo: "Quella stupidella  una 'ragazza'. Non deve fare cose da uomini in questa fattoria."

Un uomo stava facendo l'amore con me, e caddi addormentata. Una nube avvelenata mi attravers il cervello. Volevo spiegare, ma non potevo parlare. "Voglio amarti", supplicavo. "Aiutami ad amarti". Sentivo gli steli del granoturco che mi schiaffeggiavano il volto. Sentivo nonna Wolpert che sbatteva la pasta del pane sul tavolo della cucina. Le dita sporche di farina, i polsi spessi come quelli di un uomo, le cosce pesanti, e quel petto privo di bipartizione come la gobba di un cammello, che doveva essere cos pesante e scomodo da portare in giro. I suoi capelli ingrigiti e la furia compressa sulla sua faccia. Sbatteva la pasta, la lavorava e la torceva come se fosse materia vitale ancora priva di forma; e una volta cotta in teglie annerite, c'era qualcosa di grezzo e di ruvido, in quelle pagnotte integrali dalla crosta spessa, che sembrava parlare dell'anima di nonna. "Eccomi. Mangiatemi. Ma scordatevi che vi nutra".
Un uomo stava facendo l'amore con me, e caddi addormentata. Ma mi svegliai quasi subito, ridendo. "Buffo, eh?" dissi asciugandomi gli occhi. Ma ero l'unica che rideva.

Esuberanza in pubblico suggerisce felicit nel privato. O l'opposto.

"Perch nonna Wolpert ci odia, mamma"? le chiedevo in tutta innocenza quando avevo tre o quattro anni. A un'et in cui non sai ancora che cosa ti  concesso sapere e che cosa no. Rapido scambio di sguardi, espressione corrucciata di mamma. "Nessuno ci odia! Che sciocchezze dici"? Ricordo una lampada al kerosene esplosa nella cucina di nonna. Ma nessuno mi prendeva sul serio. "Un'esplosione? Non essere sciocca, uno di voi ragazzi l'ha fatta cadere dal tavolo".
Al funerale di nonna Wolpert, molti anni dopo, misi in imbarazzo la mia famiglia con una delle mie crisi di sonno. Mi croll la testa, aprii la bocca, morii. Quel sonno delizioso nel pozzo senza fondo. Forse avevo bevuto qualche bicchiere di vino rosso, anche se il funerale era alle dieci di mattina, di una mattina di febbraio buia come un crepuscolo. Avevo vent'anni, allora, o forse dieci. Avevo tre o quattro anni. Cercavo di non piangere per i pizzicotti. O cercavo di non ridere per il solletico? Cercavo di non bagnarmi le mutandine, che  la cosa pi difficile da fare quando hai tre o quattro anni e a volte anche quando ne hai dieci e non sei pi una bambina.
Nonna Wolpert aveva una faccia lucente e rugosa, perennemente arrabbiata. Dicevano che fosse miope, ma si rifiutava di andare dall'oculista e di mettersi gli occhiali. Vedeva fin troppo bene quello che le stava attorno, per Dio. Fin troppo. Non era solo la lampada al kerosene che aveva fatto esplodere, ma anche un piatto di porcellana insaponato che mi era stato strappato dalle dita per finire in mille pezzi sul pavimento. "Impedita! Guarda quello che hai fatto"! (Stavo aiutando a lavare i piatti dopo uno dei lunghi e pesanti pasti domenicali, quando l'aria era ancora pregna di odori di cibo e di nuvole di tabacco dalle pipe degli uomini.) E la volta che a mamma sanguinava il dito, il coltello sul polpastrello del pollice - com'era successo? Il modo migliore di tagliare la pasta dei tagliolini in strisce di qualche centimetro, era con un lungo coltello affilato, mosso a scatti. E poi i polli da pulire dopo essere stati spennati e bolliti sulla fiamma, con i colli penzolanti. Anche per questo c'era un trucco, ma mamma non l'aveva mai imparato. "Lascia fare a me. Dammi quel coltello". Col caldo sudava come un uomo, si asciugava bollicine oleose dalla fronte e dal labbro superiore, da cui spuntavano dei peli neri, cos radi che li potevi contare. Gli occhi, miopi o no, erano feroci come schegge di vetro che riflettono una fiamma. Il corpo come una fortezza, stretto in un busto con numerosi lacci, ganci e asole, e una "brassire" (parola esotica che solo anni dopo avrei imparato a pronunciare) che sembrava una cavezza. Le gambe carnose, pallide, con una ragnatela di vene azzurre spezzate, che dovevano essere fasciate in calze contenitive color carne. Braccia muscolose, dita tozze e forti. Un grembiule macchiato di sangue. Dato che era lei ad ammazzare le galline, e lo faceva con gusto e con orgoglio, quasi come se fosse il suo momento di svago, ordinando ai ragazzi che vedeva in giro (i miei fratelli, o i miei cugini Joey, Luke e Jake) di raccogliere un po' di galline decenti: non quelle magre, quelle pidocchiose, quelle che si erano beccate ed erano mezze spennate, ma quelle dall'aspetto sano, con creste rosse, occhi limpidi, e passo zampettante. I ragazzi prendevano le galline starnazzanti e svolazzanti e le portavano da nonna, appostata sul ceppo con la sua ascia. Che era la sua ascia personale, da non confondersi con quella di nonno, e guai se ci giocavi. Adesso era cupa in volto, quasi risentita che la povera creatura posta sul ceppo (che naturalmente sapeva molto bene quello che le stava succedendo) impazzisse dalla paura. Io vedevo i ragazzi che ghignavano e si mordevano il labbro, e poi la faccia di nonna mentre alzava l'ascia e faceva cadere la lama gi macchiata di sangue sul collo della gallina, e pensavo: "Va bene uccidere, se sei arrabbiato". Capii che questo era uno dei princpi della vita adulta.
Tranne che nell'anticamera semibuia dove eravamo invitati di rado, anche la domenica, era quasi proibito mettere piede in salotto: i bambini facevano solo confusione, e gli uomini avevano le scarpe sporche di fango e di letame (naturalmente si pulivano le scarpe prima di entrare in casa, anche se era domenica e non erano andati a lavorare nei campi, ma non importava). Sulla parete tappezzata, sopra il divano di crine duro come la pietra, c'era la foto del matrimonio di nonno e nonna. La osservavo con stupore e forse con paura: come poteva essere nonna Wolpert, quella donna giovane, con la mascella quadrata ma quasi carina? Con i solenni occhi scuri, i capelli folti e neri raccolti in una treccia avvolta a mo' di corona, accennava un timido sorriso, in un abito da sposa bianco col collo alto, pizzi, nastri, un bouquet di rose stretto nelle mani guantate di bianco; e il prestante sposo di fianco, molto pi alto di lei, il ventenne Hiram Wolpert, con uno spettacolare ciuffo nero, basette, baffi ben regolati, in abito scuro e cravatta, con un garofano all'occhiello. "Ma quella sei davvero tu, nonna?" chiesi una volta, indicando la foto. Mia madre mi diede subito uno scappellotto sulla mano rimproverandomi: "Signorina! Un po' di educazione!", ma nonna Wolpert si limit a fare una grassa risata, senza traccia di malizia. "Sono io come ero una volta. La nonna prima di diventare la nonna. Prima di diventare mamma. Quando di et era pi vicina a te di quello che adesso  tua madre." Frase che mi fece venire i brividi, perch a volte nonna usciva dal suo silenzio parlando per indovinelli. Capivi che voleva dire qualcosa, ma cosa? E aggiunse, con un lampo di soddisfazione: "Prima di diventare una vacca da latte." E rise di nuovo, vedendo l'espressione di mia madre.
Rimasi ammaliata scoprendo che la sposa nella fotografia aveva avuto un nome: Katrina. E un cognome da "ragazza", Sieboldt. Un giorno avrei saputo che Katrina Sieboldt aveva sposato mio nonno Hiram Wolpert all'et di sedici anni. Era diventata madre per la prima volta a diciassette anni (anche se il bambino, Hiram Junior, avrebbe vissuto solo pochi mesi, e il nome sarebbe passato al figlio successivo, mio padre), e di sei gravidanze note, riusc a portarne a termine quattro. Sulla trentina cominci a soffrire di "problemi femminili" (cose di cui all'epoca nessuno parlava apertamente, neanche all'interno della famiglia), e a trentotto anni era diventata nonna, e vecchia. L'estate in cui avevo dieci anni, nonna Wolpert doveva averne cinquantadue. Cinquantadue!


3. "Il campo di granoturco".
Non vidi il tutolo insanguinato. Se era sangue. Non credo di averlo visto.
Avevo dieci anni, quell'estate.
Il sabato mio padre andava alla fattoria per aiutare suo padre e Tyrone, dato che nonno Wolpert era stato operato di ernia ed era semiparalizzato. C'erano steccati da riparare, fienili da puntellare, maiali da sgozzare. E cassette e cassette di pomodori, peperoni dolci e zucchine da raccogliere e da andare a vendere a Ransomville, col camion. E campi di patate, di grano e di granoturco che aspettavano il raccolto. "Un lavoro da schiavi", diceva mio padre, anche se in qualche modo sembrava divertirsi. Durante la settimana lavorava nel negozio di ferramenta di cui era comproprietario, e la cui vetrina polverosa, per quanto possa ricordare, non cambiava mai; e non vedeva l'ora di lavorare all'aria aperta. A volte, non spesso, e pi che altro per senso di colpa o perch mio padre insisteva, mamma aiutava nonna Wolpert a fare le conserve - altro lavoro che sembrava interminabile -, e i miei fratelli avevano smesso di andare alla fattoria. "Dove sono i ragazzi?" chiedeva nonno Wolpert, come se si sorprendesse ogni volta, ma nonna Wolpert serrava le labbra e non diceva una parola, come se avesse avuto l'ennesima conferma dei suoi peggiori sospetti.
Il sabato di cui sto parlando, gli uomini erano a lavorare nei campi, e i miei cugini Luke e Jake erano entrati in cucina per bere dell'acqua ghiacciata. Abitavano a circa un miglio di distanza, e venivano in bicicletta alla fattoria per controllare le trappole che avevano messo lungo il torrente. Luke aveva quindici anni, e Jake dodici; due ragazzoni coi capelli color sabbia, e facce non propriamente intelligenti. D'estate andavano sempre in giro a torso nudo, ed erano cos abbronzati che sembravano "dei negri", diceva nonna Wolpert e non si capiva se con ammirazione o con disgusto. Io facevo di tutto per essere notata da loro, ma in genere mi snobbavano. Ma quella volta nonna disse: "Avanti, portatela con voi. Non ha niente da fare, e qui non mi serve." I ragazzi esitarono, guardandomi minacciosi. "Nessuno vi tocca le vostre preziose trappole," disse nonna, sbuffando beffarda. Parole che mi sarebbero sembrate un altro indovinello, se le avessi sentite. Ma per quanto mi ricordo, le avrei sentite solo pi tardi. N sembrarono farci caso i ragazzi. Luke borbott qualche parolaccia sotto i denti, e Jake si lament: "Ma siamo di fretta, nonna." Uscirono dalla cucina sbattendo la porta, e nonna gli grid: "I grandi uomini, loro due. E cercate di avere pi educazione, se non volete prenderle!" E spingendomi sulla spalla - mi toccava tanto raramente che quella spinta aveva l'effetto di una carezza -, mi disse: "Su, forza. Che qui per te non c' niente."
"Bene! Tanto non c' mamma", pensai.
Mia madre non mi avrebbe mai lasciato andare in giro con i ragazzi. Non le piacevano, come non le piaceva la loro madre, Dell, la sorella maggiore di mio padre. Dell e pap non si parlavano per qualche motivo cos complicato per cui non avrebbero mai fatto pace, coinvolgendo un numero sempre maggiore di parenti. Tutte cose che si leggevano sulle facce di Luke e di Jake, anche se era probabile che dei motivi della lite ne sapessero quanto me. Anni dopo, al funerale di zia Dell, avrei chiesto a mia madre che cosa diavolo ci fosse alla base di quell'ostilit durata un quarto di secolo. E mia madre avrebbe insistito di non saperne nulla. "Quei Wolpert. Lo sai che sono tutti pazzi."
S, lo sapevo.
Anche se non mi sono mai davvero resa conto di che cosa sapessi
I miei due cugini stavano camminando in gran fretta lungo un sentiero dietro i fienili. Mi sembravano dei puledri che trottavano. Non si giravano, e non intendevano aspettarmi. Forse si erano dimenticati di me e di quello che gli aveva detto nonna Wolpert. Gli corsi dietro, ma non li chiamai. Per loro ero solo una bambina: in pantaloncini, T-shirt e scarpe di tela. Con la mia pelle bianca, mi prendevo sempre delle scottature, e avevo gambe e braccia coperte da punture di insetti e graffi di rovi. I ragazzi tagliarono attraverso un campo di granoturco, file e file di steli torreggianti, foglie brune e barbe mosse dal vento; e corvi, tantissimi corvi che beccavano i tutoli caduti per terra. Avevo un po' paura dei corvi, scambiandoli per sparvieri; corvi che gracchiavano contro di noi, irritati dalla nostra intrusione, senza volare via. Quando vedevo un corvo che beccava qualcosa lungo una strada, avevo sempre paura che fosse qualcosa di morto o di brutto. E ogni volta mi pentivo di avere voluto vedere che cosa fosse. Cos adesso cercavo di non guardarli, e pensavo: "Non sono abbastanza grandi per farmi male. Non hanno il becco abbastanza affilato". Anche se temevo potesse succedere.
Di Luke e Jake vedevo solo le teste che spuntavano dall'erba alta, i capelli color sabbia. Stavano scendendo un ripido sentiero che portava al torrente. Ero sfinita. Era una torrida giornata di fine agosto. "Non ti vogliono, perch li stai seguendo"? pensai. E poi non mi interessavano, le loro trappole. Avevo gi visto le tagliole arrugginite di nonno appese nel fienile. Luke e Jake andavano a caccia di conigli, topi muschiati e procioni, e ne vendevano le pelli per pochi dollari. E non volevo neanche vedere gli animali che avevano preso, e che buttavano in un sacco di tela. Ma continuavo a seguirli. Ero eccitata, come se fosse un gioco, e forse lo era: i miei cugini volevano vedere se riuscivo a stare al loro passo, se non avevo paura. Ero andata molte volte gi al torrente, spesso con i miei fratelli. Adesso l'acqua era bassa, ma scendeva rapida e rumorosa, tra massi enormi; c'erano pozze pi profonde, dove l'acqua mulinava punteggiata di schiuma, e rapide dove il torrente sembrava dividersi in pi rivi. In una zona paludosa, poco oltre, prosperavano alte tife e ogni genere di erbe. Era una giungla. Dovunque ronzavano vespe e libellule luccicanti. I cardellini sfrecciavano nei salici vicino al torrente. Mi riparavo gli occhi dai riflessi dell'acqua, che sembravano schegge di specchi rotti. Sentivo i miei cugini che mormoravano eccitati. Li trovai accovacciati sulla riva. "Cos'? Cosa avete preso?" chiesi. Mi davano le spalle. La schiena nuda di Luke era abbronzata e umida di sudore. Jake si volt a guardarmi. Era piccoletto, bruttino, con quello che mamma chiamava il naso dei Wolpert, schiacciato e all'ins. Spesso l'avevo visto spintonato dai ragazzi pi vecchi, compreso suo fratello, e anche suo padre lo trattava come un cane. "Vieni a vedere, ficcanaso," mi disse in tono canzonatorio. Maciullato com'era, l'animale sembrava un gatto morbido, con il pelo a strisce scure. Ma aveva una coda lunga e squamosa. Un topo muschiato? Mentre Luke lo toglieva dalle ganasce della tagliola, Jake faceva finta di accarezzarlo, godendo della mia espressione di ripugnanza. Alla fine Luke butt con indifferenza il corpo inerte nel sacco. "Quanto vale? Dove li vendete?" chiesi. D'un tratto mi erano venuti i brividi, ma speravo di mostrare ai miei cugini che non avevo paura n ero disgustata. La mia era una domanda ragionevole, ma i ragazzi la ignorarono. Misero un'esca nuova - un pezzo di pera verde - e riaprirono le ganasce seghettate, per poi sistemare la tagliola vicino all'acqua. Ero colpita dalla loro seriet, dalla loro solennit da maschi adulti, cos simile a quella di mio padre quando faceva qualche lavoro manuale, con la testa china, cos concentrato da non sentire le mie domande. "Era un topo muschiato?" chiesi. "Cos'era quella povera bestiolina?" Luke e Jake andarono avanti - Luke col sacco in spalla -, e li seguii. Anche coi miei fratelli capitava spesso che non mi dessero retta. "Non vi spiace per quella bestia?" dissi in tono di sfida. "E se capitasse a voi, di venire presi in una trappola?" I ragazzi stavano guadando il torrente; il sentiero era cos invaso dai rovi che, dopo un attimo di esitazione, li seguii, trovandomi in qualche centimetro di acqua tiepida. All'inizio mi sentivo le dita viscide. Non era piacevole. Era come se avessi nelle scarpe qualcosa di disgustoso, tipo porridge o purea di patate. In ogni caso nessuno si avventurava a piedi nudi nel torrente per via delle sanguisughe - dei vermetti che ti si attaccavano alle dita -, e per le rocce taglienti o i pezzi di vetro. C'erano dei posti dove si poteva nuotare, ma non qui. "E se viene qualcuno e fa scattare le vostre trappole?" dissi ai cugini che sguazzavano davanti a me. E Luke: "Meglio che non ci provi, "quella qualcuna", senn vedr come le conciamo il suo culo magro." Jake rincar: "Vedrai come glielo rompiamo." "E come fareste a sapere chi  stato?" li provocai. "Non lo sapreste mai." I ragazzi trovarono la trappola successiva, e scoprirono che l'esca era stata mangiata, la molla era scattata, ma non c'era la preda. "Merda," disse Luke. "Cazzo!" disse Jake, imprecando come un adulto. "E' scappato!" dissi tutta contenta. "Era troppo furbo per voi." Faceva un gran caldo, ed ero stranamente eccitata, come se fosse un gioco. E mi sembrava di avere raggiunto il mio scopo, se i due mi rispondevano e mi guardavano arrabbiati. Soprattutto Luke. Lo guardavo mentre esaminava la trappola, come se non credesse ai suoi occhi, sollevandola e rigirandola nelle sue mani sporche. I lunghi capelli schiariti dal sole gli cadevano sulla faccia, e doveva continuamente scostarli. Guardavo il ciuffo di peli sotto le ascelle, le braccia muscolose, la pelle abbronzata come legno, i capezzoli scuri come more. Perch gli uomini ce li avevano lo stesso, mi chiesi, anche se non dovevano allattare? Dai loro corpi sudati si sprigionava un afrore animalesco. Mia madre prendeva in giro mio padre dicendo che i suoi parenti facevano il bagno solo una volta alla settimana "che ne avessero bisogno o meno". E a volte, a dire il vero, avevano uno strato di sporco sul dorso delle mani o sul collo, simile a un'ombra. Anche nonna Wolpert. Lo sporco era visibile soprattutto quando scorreva il sudore sopra i loro corpi, come in quel momento sulle schiene dei miei cugini. Su quella di Luke c'era un assortimento di foruncoli, alcuni grossi come pustole, e alcuni rossi come ribes, che sembravano arroventati.
Alla trappola successiva, su una riva pi alta, sentii i ragazzi mormorare sorpresi. Mi feci avanti per vedere quello che avevano trovato: un altro corpicino peloso che pendeva inerte dai denti delle ganasce - un topo muschiato, con il ventre gonfio, aperto e sanguinoso, da cui usciva una sacca dove si contorcevano degli affarini senza peli, grandi come l'unghia del mio pollice. Erano lumache? Vermi? Topi appena nati? Trattenni a stento un grido, e Luke e Jake si voltarono per guardarmi con un'espressione curiosa, quasi di vergogna. Luke si affrett a buttare la bestia nel sacco, la schiacci con un piede e sghignazz: "Non dovresti vedere certe cose, tu," disse. Si era stranamente irrigidito, e aveva la faccia tutta rossa. Ma Jake stava ridacchiando: "E gi! Mica sono cose per te." Jake allung una mano per afferrarmi il braccio, sporcandomi di sangue. Gridai. Jake mi insegu ridendo su per la collina, tra i ciottoli e la terra che franavano. Luke gli grid di lasciarmi perdere, ma un minuto dopo si mise a correre anche lui. Ci trovammo davanti a un roveto di rose selvatiche che ci sbarrava la strada, e tagliammo nel campo di granoturco. I due ragazzi urlavano e ridevano, e urlavo eccitata anch'io, perch tra i filari era come giocare a nascondino, o ad acchiapparello; uno cercava di prendermi per un braccio e l'altro cercava di afferrarmi per i capelli, ma io riuscivo sempre a sgusciare via. I ragazzi raccoglievano delle zolle e mi bersagliavano, o se le buttavano tra di loro. Ridevano come dei pazzi, anche Luke. Lo vidi correre tra gli steli, girarsi, mi aveva visto, mi misi quasi a strisciare per sfuggire, ed ecco sbucare Jake che quasi si scontrava col fratello. "Attento a dove metti i piedi, coglione! " grid Luke, dando a suo fratello una spinta che lo fece cadere sul sedere, goffo come un sacco di patate. Che ridere! Anche Luke era scoppiato a ridere, ma adesso si mise a inseguire me, battendo le mani e facendo dei versi, come se volesse spaventare un animale. Nella corsa le foglie affilate del granoturco mi graffiavano la faccia, le barbe morbide come seta mi sfregavano le guance. Il cielo velato a tratti era di un azzurro abbagliante, e da tutte le parti vedevo sbatacchiare delle ali nere, corvi che gracchiavano irritati. Girai a destra e poi a sinistra, zigzagando d'istinto; assomigliava ai giochi che facevo con i miei fratelli, un innocente acchiapparello nel cortile della scuola. Avevo la faccia infuocata, con scaglie di terra che ci si erano attaccate come zecche. Ed ecco sbucare dal nulla, davanti a me, mio cugino Luke. Era riuscito a precedermi e a tagliarmi la strada, digrignando i denti giallastri come un cane. Io mi buttai di lato, ero veloce e fuori di me come un animale selvatico, ma alle mie spalle c'era un altro ragazzo - senza camicia, la pelle scura del petto luccicante di sudore -, e per un attimo credetti che fosse un terzo ragazzo sconosciuto, non mio cugino, ma naturalmente era Jake, anche se non mi sembrava di riconoscere la sua faccia sporca e ghignante, i suoi occhi strabuzzati. Ed ecco Luke, la faccia rossa, i denti, il ghigno cattivo, con quella ruga tra le sopracciglia come veniva solo ai grandi, come succedeva a mio padre quando uno dei suoi figli faceva qualcosa che non andava. Luke fece per afferrarmi ma prese solo la mia maglietta, il collo e il colletto, e la strapp. E poi gli stavo picchiando i pugni contro il petto, ci stavamo azzuffando gi per terra, rotolandoci contro gli steli traballanti, contro i tutoli duri che mi facevano male sulla schiena e sul sedere, Luke che grugniva, che mi diceva le parolacce, che mi divaricava gambe e braccia, che mi bloccava con le ginocchia come una morsa, che mi faceva il solletico con qualcosa di duro e di ruvido, qualcosa che teneva stretto in mano, e Jake accovacciato accanto a noi, sfinito ma pazzo di gioia, che prima mi afferrava una caviglia e poi mi tirava gi i pantaloncini, ci era riuscito gi di qualche centimetro quando incontr il ginocchio di Luke. Sentivo l'odore acre e animalesco del loro sudore, e quello della mia pip, che d'un tratto me l'ero fatta addosso, urlai e diedi un calcio a Jake in basso, tra le gambe, facendolo gemere dal dolore, mentre Luke rideva come un pazzo, stuzzicandomi con quel coso ruvido e duro che non riuscivo a vedere; anche se dopo mi ero ricordata confusamente di avere visto una cosa fatta di centinaia di piccoli occhi, solo che i corvi li avevano beccati quasi tutti, file di occhi cavati, e mi stava facendo male, alle ascelle, sulla pancia, tra le gambe, tra le natiche, dove ero morbida, dove potevo perdere sangue; stavo scalciando, stavo strillando, senonch Luke aveva premuto sulla mia bocca il suo palmo salato per il sudore, la sua faccia tesa come un pugno chiuso, le mascelle serrate: vidi i suoi occhi che diventavano bianchi e urlai attraverso la sua mano piatta e dura, e in quell'istante la terra si apr, caddi in un pozzo morbido e buio, come quando mi addormentavo in chiesa, e poi la mia testa che di colpo scattava in avanti, il campo di granoturco ancora sotto il sole, sotto il sole accecante, il cielo a chiazze, ma io non c'ero, non vedevo, i miei cugini grugnivano e imprecavano, ma io non c'ero, non sentivo.

Delle favole della mia infanzia, raccolte in un libro illustrato che a furia di leggere ridussi praticamente a brandelli, quella che mi faceva pi paura era "La Bella Addormentata nel bosco". Mi lasciavo incantare dalla principessa sul letto in mezzo alla foresta, e pensavo se una cosa del genere potesse succedere anche a una bambina come me. Biancaneve si addormentava in uno dei letti dei nani ma non era vittima di una malia, tant' che si svegliava quando i nani tornavano a casa. Anche Riccioli d'Oro si svegliava quando i tre orsi la scoprivano nel lettino pi piccolo. Ma la Bella addormentata era vittima dell'incantesimo lanciato da una fata malvagia, e dormiva per anni finch non veniva svegliata da un principe, che era l'unico in grado di farlo. Odiavo "La Bella Addormentata nel bosco". Eppure la leggevo e la rileggevo, e mi perdevo nelle illustrazioni della bella principessa bionda che sembrava galleggiare nel suo letto nella foresta. Nessun'altra fiaba era cos brutta. "Perch poteva succedere davvero", pensavo. Ogni volta che andavi a dormire la sera, o ti sdraiavi per un pisolino - poteva succedere. Potevi addormentarti e non svegliarti mai. Perch non tutte le ragazze avrebbero attratto un principe. La maggior parte di noi avrebbero dormito e dormito per sempre, senza essere resuscitate da alcun bacio.

"Ehi. Svegliati. Forza."
"E dai."
Erano chini su di me e non stavano pi ridendo. I miei cugini. Luke mi stava schiaffeggiando leggermente le guance, aveva spruzzato acqua sulla mia pelle arsa, mi aveva scostato i capelli dalla fronte. Forse mi ero messa a piangere. Jake se ne stava sui talloni, con un'aria spaventata, la faccia sporca di terra, di sudore, del sangue che aveva cercato di asciugare in qualche modo. Vidi il cielo opaco e incolore dietro la testa di Luke, ma non sapevo dove fossi. Non nel campo di granoturco, dovevano avermi portata gi, fino al torrente, dove Luke borbottava qualcosa spruzzandomi l'acqua in faccia, pregandomi di svegliarmi. "Svegliati". Non avevo mai sentito tanta insistenza nella voce di un ragazzo. Luke stava cercando maldestramente di lavarmi - faccia, braccia, gambe. Come se fossi una bambina piccola, o una bambola inerte, stesa sulla schiena. Sentivo i ciottoli che mi facevano male. Ma gran parte del mio corpo era intorpidito. La pancia, in mezzo alle gambe. Mi sembrava che avessero preso dei pezzi di ghiaccio dalla ghiacciaia di nonna, e me li premessero contro, in modo da non farmi sentire niente. Jake stava piagnucolando. "Glielo andr a dire, vedrai se non andr a dire tutto, e vedrai quello che ci faranno." "Zitto, coglione," ringhiava Luke senza neanche girarsi. Luke chino su di me, a scuotermi delicatamente, come si farebbe con un bambino addormentato, per svegliarlo. "Ehi, forza. Svegliati, va tutto bene. Ti sei addormentata qui. Ti sei stancata a furia di correre, e hai preso un colpo di sole. Hai la pelle che brucia. Ti sei appisolata. Ma adesso stai bene. Okay?"
Stavo cercando di svegliarmi. Ma era come nuotare verso la superficie, col peso dell'acqua a premermi contro il petto, contro le palpebre.
Quanto and avanti, non lo seppi mai. Probabilmente non pi di dieci o quindici minuti. "Adesso glielo andr a dire," intonava una voce, e l'altra: "Ehi, forza, svegliati, va tutto bene." Avevo la maglietta umida e macchiata di terra, e poi mi ero bagnata i pantaloncini, ma Luke non sembrava schifato, e ci buttava sopra dell'acqua per mascherare l'odore. Che vergogna, altrimenti. Dieci anni e farsi la pip addosso. Avrei detto che ero caduta nel torrente mentre seguivo i miei cugini, ecco perch ero cos bagnata, e forse mi ero fatta male su una roccia, su una di quelle taglienti nel greto del torrente. E i ragazzi avrebbero confermato. Che le cose erano andate cos, e io non avrei dovuto seguirli mentre controllavano le loro trappole.
Mi misi seduta; ero tutta confusa ma ero sveglia, stavo bene. Luke mi sorrise come se avesse fatto un miracolo. Non piangevo e non sanguinavo neanche. Se piangevo, avevo smesso. Dato che volevo ancora piacere ai cugini pi grandi, non volevo che mi odiassero. E se sanguinavo, avevo smesso. Ero caduta su una roccia tagliente, una di quelle lastre di lavagna affilate come lame. Ma forse non avevo neanche perso sangue, poteva essere il sangue degli animali morti o morenti che aveva preso in mano Jake e poi mi aveva toccato. Anche se mi sembrava di ricordare, non potevo sapere. Perch ricordare non significa sapere se una cosa sia successa davvero. E' una delle leggi della vita interiore, la verit pi difficile con cui dobbiamo convivere.


4. "Il toro salta lo steccato".
"Perch nonna Wolpert mi odiava"? Avevo trentanove anni e mia madre mi stava dicendo, guardandomi negli occhi con espressione di assoluta sincerit: "Non era te che odiava quella donna. Come ti  venuta in mente una simile idea? Era tuo nonno, caso mai. Non gli perdonava di essere cos attaccato a te, di passare tutto quel tempo a giocare con te e a farti il solletico. E cos nonna Wolpert a volte era un po' brusca con te. Un po' cattiva, forse. E poi il fatto che tu andassi cos bene a scuola, sempre dieci, e lei non sapeva neanche leggere. Non era mai andata a scuola, come tutte le ragazze della sua famiglia, te lo immagini? All'inizio era semplice ignoranza contadina, e poi era diventato un motivo di orgoglio. Era "orgogliosa", quella donna. Ma forse esageri, come al solito. Tu e la tua 'psicologia sociale': prendi un'idea e cominci a giocarci e a farla diventare pi grande di quella che . Saprai tu, comunque. Per ti devo dire questo di nonna: certo, poteva essere sarcastica, cattiva, ma non solo con te, con tutti noi, anche con pap, che era il suo prediletto. Per," e qui sorrise, come se l'idea l'avesse illuminata all'improvviso, "non era mai una cosa personale contro di te. Mai."
Sorrisi a mia madre. Ero lieta che mio padre non fosse l. "Bene. Buono a sapersi."
Mia madre, che aveva passato gli ottanta. Eppure se ne stava l, elegantemente seduta sul divano, come una persona sul margine di un fiume in piena pronto a trascinarla via nell'oblio; e lei, sorridente, a immergere un dito per sentire la temperatura, come se potesse scegliere tra entrare nel fiume o rimanere al sicuro sulla riva. "Sapere le cose fa bene, immagino," disse. "Ma sono cose che ti ho sempre detto, no? Come l'altra sera, al telefono. Ci hai spaventata a morte, quando ti abbiamo vista in televisione. Non rivangare tutte quelle storie dimenticate. Abbiamo tante altre cose di cui parlare, tuo padre e io! I nipoti... La tassa sulla casa..."
"Ma perch nonna Wolpert ce l'aveva tanto su col nonno?"
"Non so," disse mamma evasivamente, con un'espressione oltraggiata, come se stesse per piangere. "Perch lo devi sempre chiedere a me? E' morta da vent'anni, quella donna. E grazie a Dio non era mia madre."
Mi sarebbe piaciuto aggiungere: "No. Eri tu mia madre".
Logica bizzarra. Un altro indovinello. Ma a che cosa serviva un indovinello, dopo tanti anni?
Eravamo nella vecchia casa a Ransomville, dopo il funerale di zia Dell. La vecchia casa che dalla strada sembra abbastanza nuova, col rivestimento di alluminio, una finestra di due metri che da sul prato, il garage nuovo costruito da mio padre. Il prato che tiene ben curato col suo assordante tosaerba John Deere, su cui si siede come se fosse un trattore. Appena tornammo a casa, mia madre si tolse la giacca di seta nero-porpora, e si liber dalle scarpe di pelle nera con un sospiro, mentre pap and a cambiarsi e a mettersi gli abiti da lavoro che gli stavano come un pigiama. Come per dire: "Un altro funerale. E anche questo  fatto. Almeno fino al prossimo".
Ovviamente era per puro caso che il mio ritorno a casa era coinciso con il funerale di zia Dell.

Dopo l'incidente al Lincoln Center che sembrava avere tanto preoccupato i miei genitori, avevo pensato di stare qualche giorno da loro. Avevo sentito un bisogno impellente e infantile di tornare a casa. Solo per qualche giorno.
"Ditemi che mi volete bene. Che mi avete sempre voluto bene.
Non sapevate. Se aveste saputo...
... Mi avreste protetto. Tu e pap".
Non che non mi sentissi bene. Il giorno dopo ero tornata subito al lavoro. Il lavoro  sempre stata la mia strategia. La crisi di sonno dietro le quinte non era niente; l'avevo gi dimenticata. La notte insonne, i deliri scritti sul diario: gi dimenticati. Quest'ultimo lo avevo buttato via qualche giorno dopo, con un certo sconcerto.
Vado a trovare i miei genitori due o tre volte all'anno. Non vanno mai via da Ransomville. A Chautauqua Valley, quelli della loro generazione di solito non usano la macchina se non per viaggi brevi. E negli aeroporti c' troppa confusione, e gli aerei sono troppo "pericolosi". Mentre a casa si  sicuri di "stare bene".
Mamma mi aveva garantito che alla fine pap e sua sorella Dell avevano fatto pace, ma ne dubitavo, a vedere la freddezza di pap con la famiglia di Dell. E i saluti corrucciati che mi riservarono. Al funerale, pi che dolore, si respirava tetraggine, amarezza. Zia Dell, da vecchia, era stata una donna intrattabile, e la sua malattia era durata a lungo. Aveva settantasette anni, ma sembrava "molto pi vecchia, poveretta", mormoravano i parenti. E tutti concordavano che era "un dono del cielo" il fatto che se ne fosse andata e finalmente riposasse.
Ai margini di questi funerali si vedono sempre giovani, parenti acquisiti, parenti maschi vecchi e rancorosi, sulle cui facce tirate o neutre si indovina il risentimento per il semplice fatto di dovere partecipare a una cerimonia deprimente, prima in una chiesa e poi in un cimitero umido. Li notai, ma non mi misi con loro; io ero la Wolpert che aveva lasciato il paese, se ne era andata via, aveva fatto quella che si dice carriera. "La Wolpert i cui genitori si lamentavano di vedere cos di rado, ma di cui non di meno erano fieri. Ha la sua vita, e l'ha sempre avuta. E' sempre stata indipendente. A chi assomiglia, non lo sappiamo".
All'arrivo delle pompe funebri del giorno prima, pap mi aveva sorpresa, e un po' innervosita, tanto era su di giri e spavaldo. Forse non odiava Dell, e forse le aveva voluto bene, anni e anni prima, quando entrambi erano giovani, belli e pieni di vita. Pap aveva bevuto troppo e stava biascicando, come faceva ormai da qualche tempo; forse  colpa della dentiera che non aderiva bene, e forse  solo un'abitudine che devo stare attenta a non prendere, dato che mi capita spesso di ereditare queste cose. Ed eccolo dare di gomito al responsabile delle pompe funebri, un uomo sulla quarantina, dicendo a voce bassa: "Mi sta prendendo le misure per una di queste, eh?" Si riferiva alla bara nera e luccicante che conteneva il cadavere della sorella. "Be',  presto, amico mio. 'Ho ancora delle cartucce da sparare'!" E vedendo la faccia di quell'altro, si mise a ridere, sibilando e sputacchiando.
Mio cugino Joey, che non vedevo da decenni e che un tempo assomigliava a Eddie Fischer, era diventato un uomo grosso, calvo e con il bastone. Mi strinse la mano - si vedeva che non era abituato a stringere la mano alle donne - e mi disse, con un sorrisetto interrogativo: "Un po' di tempo fa ho visto il tuo nome e la tua foto su qualche giornale - il "Time", forse? Ero da un medico." Luke invece non c'era. E neanche Jake, che era morto in un incidente d'arma da fuoco (in Alaska, dove si era trasferito ormai ventenne). Dove fosse finito Luke, non lo si sapeva: per un po' era stato a Pittsburgh, ma dopo il divorzio doveva essersi trasferito, e Dell aveva sofferto che avesse perso ogni contatto con la famiglia. Era Joey ad avere le notizie pi recenti su Luke, ma risalivano a tre anni prima, quando aveva avuto dei problemi di salute. Quali, non lo seppi. Capii che i miei parenti non vedevano l'ora di cambiare argomento.
"Luke  sempre stato il mio cugino preferito," dissi. "Era tranquillo. Non mi pigliava in giro." E qui mi fermai. Non potevo dire: "Era stato cos gentile, quando mi aveva svegliata". Non potevo dire: "L'altro, Jake, avrebbe potuto uccidermi, penso. Forse esagero, ma  quello che ho sempre pensato. Luke no, per".
Naturalmente, tornando a Ransomville nel corso degli anni, avevo chiesto informazioni sui miei cugini, com'era normale che facessi. Sempre in modo discreto, partendo prima dalle cugine per poi passare a Joey, Luke e Jake, in modo casuale, senza privilegiare nessuno. Una volta, una dozzina d'anni prima, mio padre not che Luke se l'era cavata abbastanza bene, tutto considerato; al che gli chiesi subito che cosa voleva dire con quel "tutto considerato", ottenendo questa vaga risposta: "Be', lo sai, dopo il congedo si era cacciato in qualche brutto guaio. Prima di sposare quella ragazza di Watertown. Non ti ricordi?" "No, pap," dissi con finta indifferenza. "Non sapevo. Che genere di guai?" Pap evit di incrociare il mio sguardo. "Esattamente non lo so. La vecchia Dell e io, non  che ci parliamo." Lasciai cadere la cosa, con un sorriso perplesso e innocente, anche se era improbabile che non ci fossero altri parenti in grado di diffondere questo genere di informazioni. Ma poi, il giorno dopo, pap aggiunse, come se l'avesse ricordato all'improvviso: "Tuo cugino Luke, sai, a quanto pare si era messo nei guai con una ragazza. A Olcott Beach. Niente processi o roba sul giornale, comunque." "Quanti anni aveva la ragazza?" chiesi. Pap non sembrava ricordarsene e si limit a mordersi le labbra, ma mia madre si affacci dalla cucina e disse: "Sono capaci di accusarti di qualunque cosa, quelle liceali. E' successo anche qui a Ransomville, ti ricordi? Non ci ho mai creduto." "Una ragazza che ha accusato Luke?" chiesi. "Quando  successo?" Pap disse, seccato: "Era alle superiori anche lui, per l'amor del cie-lo." E mia madre: "E con questo? Non ci si pu fidare mai di certe mezze calzette." "In ogni caso Luke se l' cavata abbastanza bene, ripeto," disse pap alzando la voce per troncare il discorso. "E' l'unico ragazzo di quella famiglia che mi sia mai piaciuto. E' stato un bravo marito e un bravo padre, a quanto pare." Mia madre ritorn in cucina, e pap mi ammicc giovialmente. "La gente ne dice tante di cose, lo sai. A volte possono essere vere. Ma solo a volte." L'ammiccamento mi assicurava che lui e io condividevamo una conoscenza da cui era esclusa mamma, era cos?
Dopo il funerale di zia Dell, pap entr in soggiorno sbadigliando e stiracchiandosi. Aveva ascoltato parte del mio discorso con mia madre, e disse: "Eh, tuo nonno. 'Il toro salta lo steccato'," e si mise a ridere. Gli chiesi che cosa volesse dire. E lui: "E' chiaro, no? Un toro  capace di saltare uno steccato, o anche di tirarlo gi, quando deve montare una vacca. Il vecchio Hiram era cos," e si fece un'altra risata. Mia madre si irrigid, stizzita. "Aveva un'amante? Tradiva nonna?" chiesi. "Diavolo se ne conosceva di donne. E mica solo come amiche." Mia madre si alz dal divano. "Francamente preferirei cambiare discorso. Sono cose vecchie, e neanche divertenti." "Era per questo che nonna ce l'aveva con lui? Le era infedele?" chiesi. "'Infedele' - non  la parola che avresti usato, nel caso del vecchio Hiram," disse pap, divertito. "O degli uomini della sua famiglia." "Tesoro? Vieni in cucina che prepariamo la cena," mi disse mia madre sorridendo, prendendomi per mano come se fossi una bambina. E come una bambina balzai in piedi e la seguii in cucina.
Che sicurezza, anche a trentanove anni, sentire le mani morbide e imperiose di una madre. Che conforto essere chiamate "tesoro", dopo essere state via tanto tempo.
Una cosa di cui mi sono accorta, e che mi ha un po' sorpreso,  che, invecchiando assieme, si impara ad amare di pi i propri genitori. Come se, giunti a met della nostra vita, guardandoli mentre ci guardano pieni di ansia, ci rendessimo conto di questo: "Mio Dio. Siamo nella stessa barca".


5. Un finale alternativo
A volte, quando sono mezza addormentata, ma anche quando sono perfettamente cosciente, mi vengono in mente le idee pi bizzarre. Cose che non ho mai condiviso con nessuno.
Per esempio, sogno di essere operata in segreto: mi anestetizzano la parte inferiore del corpo e mi risistemano ingegnosamente gli organi interni. Oppure - l'immagine  cos vivida che devo averla sognata pi volte - dentro di me c' una sacca piena di creaturine glabre che si contorcono.
Ma non confondo la fantasia con la realt. Nella mia professione - che ha come scopo quello di aiutare gli altri - si impara a separare la fantasia dalla realt, sia nella tua vita sia in quella altrui.
"I miei cugini sono nella cucina di nonna, stanno trangugiando bicchieri di acqua gelata, a torso nudo, sudati, e nonna gli dice, col suo tono brusco che non si capiva mai se dietro ci fosse un po' di affetto, quel poco di affetto che quella donna era capace di nutrire per degli uomini come per degli animali, compresi quelli che ammazzava: 'Adesso basta, voi due, fuori di qua,' e io sono accanto al tavolo, ad aiutare nonna a preparare il dolce che era la sua specialit (bisognava friggere nel burro delle sfoglie rotonde di pasta, grandi e sottili, poi riempirle di marmellata di ciliegie e panna acida, e cuocerle in forno), e i ragazzi corrono fuori sbattendo la porta, e chiedo: 'Dove stanno andando, nonna?' e nonna dice: 'Lasciali perdere, tu resta qui con me. Che voglia hai di andare in giro per i campi con due ragazzi pi grandi,' e cos resto in cucina con nonna, ad aiutarla a fare i dolci, per tutto il pomeriggio".
Le cose sarebbero potute andare cos. Forse dovevano andare cos. Ma come sarebbe stata allora, la mia vita?


Nel segreto e nel silenzio.

Mi stava dicendo che alla fine non ce la faceva ad accompagnarmi in macchina al colloquio. "Lo so che te l'avevo promesso, tesoro. Ma stando cos le cose, non vedo come sia possibile." Quando sento queste parole, all'inizio non ci posso credere. Ne sono ferita come pu esserlo un bambino, schiaffeggiato senza preavviso; e anche come pu esserlo una diciassettenne, toccata nell'orgoglio. Che ha voglia di piangere. "L'hai promesso! Non puoi farmi questo! Pensavo che mi volessi bene".
Era una sera di aprile. Eravamo in una delle stanze del piano di sopra. E stavamo facendo un discorso che mi avrebbe cambiato la vita, o meglio lo stava facendo pap. Era gioved sera, e mi stava informando che non poteva fare trecentoventi miglia attraverso lo Stato di New York per portarmi al colloquio alla Albany State University, dove avevo vinto una borsa di studio comprensiva di tasse, vitto e alloggio, a patto che concludessi la mia iscrizione con un colloquio - colloquio che, dopo numerose telefonate, era stato fissato per sabato mattina alle undici. Per arrivare in tempo avremmo dovuto partire alle quattro di mattina. Ma adesso pap mi stava dicendo che sabato doveva lavorare; al negozio di ferramenta c'era bisogno di lui, e visto che glielo pagavano come straordinario, non poteva rifiutare. "Stando cos le cose" significava che aveva bisogno di soldi, che la nostra famiglia aveva bisogno di soldi, e che non c'era altra scelta.
Mia madre, non poteva accompagnarmi, neanche lei. "Lo sai che non posso lasciare sola nonna per cos tanto tempo."
Le dissi che lo sapevo.
"Per favore, non guardare dall'altra parte! Sto parlando con te!"
Le dissi che sapevo che stava parlando con me.
"So che sei delusa, ma non si pu fare diversamente. Quando sarai pi grande capirai che ci sono certe cose che bisogna fare. Quella povera donna..."
Non stavo pi ascoltando. Allora non capivo quanto mia madre era terrorizzata all'idea che sua mamma potesse morire, anche se nonna aveva ottant'anni ed era malata da tempo; non capivo, al di l di tutti i rancori possibili, quanto e diverso essere una donna che ha ancora la madre, e una che non ce l'ha pi. Delle parole di mia mamma mi erano rimaste impresse solo "certe cose che bisogna fare, quando sarai pi grande capirai". La solita solfa. La litania della sconfitta che io volevo negare e sfidare. "Varr per gli altri, ma non per me".

"Ho trovato un modo per andare ad Albany senza pap. Col Greyhound."
"Cos lontano? Da sola?"
"Non sar sola, mamma. C' un'altra ragazza della mia classe..." Mi venne subito in mente il nome di una che conoscevo, non di un'amica, ma che comunque potesse esserle familiare. "... Deve fare il colloquio anche lei. L'ho saputo oggi. Neanche suo padre pu accompagnarla."
Era dalla mattina che mi ero preparata questo discorsetto. Da pronunciare senza risentimento, come un'affermazione di fatto. "Ci sono altri padri che non sono in grado di aiutare le loro figlie in momenti cos importanti. Sono cose normali, cui si rimedia in modo pratico e normale". Avevo telefonato alla stazione dei Greyhound; c'era un pullman notturno che partiva da Port Oriskany alle ventitr e dieci, faceva numerose fermate e arrivava ad Albany alle sette e cinquanta della mattina dopo. Presumibilmente, i passeggeri dormivano sul pullman.
Mia madre mi squadr. Ero effervescente, tutta sorrisi, cos diversa dalla sera prima, e da quello che provavo nel profondo. Mi aspettavo che si opponesse a una simile avventura - un viaggio lungo, di notte, in mezzo a sconosciuti, in una citt dove non conoscevamo nessuno -, e infatti fece delle obiezioni, ma senza troppa convinzione, dicendo che non le sembrava una buona idea che delle ragazze viaggiassero da sole, ma pap alz le spalle e dichiar di non avere nulla in contrario - "Che diavolo, non  mica una stupida, sapr prendersi cura di s." Era evidente che si sentiva sollevato, dato che non doveva pi sentirsi in colpa. Mi strinse affettuosamente una spalla, e mi chiam "tesoro".
E cos fu deciso.


2.
La sera pap mi accompagn in macchina alla stazione dei Greyhound. Il pullman, imponente, eruttava una nube grigiastra di gas di scarico e stava gi caricando i passeggeri quando arrivammo. Pap aveva bevuto, dopo cena, e ne portava i segni sulla faccia bella e rovinata; ma non si poteva certo dire che fosse ubriaco, era solo allegro; probabile che, tornando a casa, avrebbe fatto sosta in una delle sue bettole. Ma prima salut sua figlia, che stava andando a un importante colloquio; mi abbracci, mi diede un bacio sulla guancia bagnandomi di saliva, e mi disse: "Sta' attenta, tesoro! Ci vediamo domani!" Non c'era traccia della mia compagna, chiunque dovesse essere, ma pap non era sospettoso come mamma. E sembr bersela quando indicai una ragazza sul pullman e feci finta di salutarla calorosamente: "Ecco Barbara. Mi ha tenuto il posto."
La maggior parte dei passeggeri erano uomini che viaggiavano da soli, ma c'erano anche alcune donne che salivano all'ultimo momento. Una donna appariscente che sembrava avere venticinque anni, con capelli ondulati biondo castani, sopracciglia sottili e arcuate e la bocca scarlatta, civett: "Autista, mi aspetti, la prego!" Era evidente, infatti, che l'autista non stava partendo; e anzi le sorrise, le assicur che c'era ancora tempo, e le chiese se poteva darle una mano con la valigia.
Nella fila la precedevo di parecchie persone, e mentre cercavo un posto, dal finestrino mi accorsi che lei, passando davanti a mio padre ancora sul marciapiede, aveva incrociato il suo sguardo in modo interrogativo. Sembrava anzi che entrambi, per un momento, cercassero di ricordarsi dove si fossero conosciuti. Alla fine la donna, ticchettando sui tacchi alti, sal sul pullman, esausta, con l'aria di chi entra in un luogo pronto ad accoglierla, come un palcoscenico; dava per scontato che gli uomini la osservassero - e anche le donne -, ma stava attenta a non guardare nessuno negli occhi. Ormai di posti doppi liberi non ce n'erano quasi pi. Io avevo occupato uno degli ultimi, in fondo; mi sporsi a guardare la donna dai capelli biondo castani, sperando che si sedesse accanto a me, ma non mi aveva notato, e si era seduta accanto a uno dei passeggeri pi eleganti, che si era alzato galantemente per lasciarle il posto vicino al finestrino.
Erano tre sedili davanti a me, sull'altro lato del corridoio. E li avrei sentiti parlare per i successivi quaranta minuti, mentre il Greyhound usciva da Port Oriskany e imboccava l'autostrada. La voce dell'uomo era indistinta ma ostinata; era quasi sempre lui a parlare. Gli interventi della giovane donna erano rari, e punteggiati di risatine nervose. Mi chiesi come fosse possibile mettersi a chiacchierare cos facilmente con uno sconosciuto; c'era un che di eccitante, di rischioso e di cinematografico.
Mi ero portata dietro una raccolta delle opere teatrali di Eugene O'Neill, ed ero a met di quella pice strana e surreale che  "Lo scimmione peloso", molto diversa dagli altri testi di cui avevo cercato di venire a capo, e che mi affascinava perch credevo che un giorno anch'io avrei scritto per il teatro; ma la mia attenzione era polarizzata dalla coppia seduta pi avanti, e in particolare dalla giovane donna. Chi era? Perch viaggiava da sola di notte? Dove andava? Il pullman arrivava a New York City, e mi piaceva pensare che fosse diretta l. Aveva l'aspetto e lo stile, pensavo, di un'attrice, di una soubrette o qualcosa del genere. Mi era sembrato che avesse un profilo elegante, un naso delicato, capelli che le cadevano sulle spalle, orecchini d'oro. Indossava un soprabito blu dai riflessi iridescenti, che si era tolta cerimoniosamente per poi piegarlo e sistemarlo in alto, vicino alla valigia. Al collo aveva una sciarpa di seta alla moda, con peonie rosse su fondo crema. Ero curiosa di sapere che cosa le dicesse l'altro passeggero con tanta sollecitudine, ma il motore faceva troppo rumore; era misterioso ed eccitante, come cercare di ascoltare i miei genitori dietro una parete. Mi sembr che l'uomo le offrisse da bere da una fiaschetta o da una bottiglia avvolta in un sacchetto, e che lei declinasse pi di una volta. (L'alcol era proibito sul pullman.) Il cuore mi prese a battere pi forte. Avevo ingannato i miei genitori, e loro non l'avrebbero mai saputo. E soprattutto avrei mandato a monte i loro piani. Spesso mia madre si era lamentata che era un peccato che la mia borsa di studio ad Albany non potesse essere "incassata", che almeno sarebbe servita a pagare le spese mediche di nonna. Verso mezzanotte, la maggior parte dei passeggeri si erano sistemati per dormire; solo pochi, come me, avevano acceso la lucetta per leggere. La bionda e il suo accompagnatore se ne stavano nella semioscurit. Avevo cominciato a perdere interesse per loro, quando sentii una voce femminile scattare irritata: "Signore, la prego." E una maschile, di rimbalzo, che cercava di essere disinvolta: "Be', che c' di male?", ma la giovane donna si era gi alzata, decisa a cambiare posto. "Vada al diavolo, Mister." Afferr il soprabito e la borsa pi piccola dalla rastrelliera su in alto, e cominci a venire verso la parte posteriore. Anche l'uomo si era alzato, protestando: "Ehi, aspetti, stavo solo scherzando. Non faccia cos." Il pullman intanto stava rallentando; l'autista doveva avere visto qualcosa nello specchietto, e sembrava pronto a intervenire. La giovane donna, ansante, si ferm accanto a me, e mi guard torva. "Ti spiace?" mi chiese, e senza attendere la mia risposta - che naturalmente sarebbe stata positiva - si lasci cadere sul sedile. "Che bastardo. Che figlio di puttana." Carica di sdegno come di elettricit statica, ignorava sia gli sguardi inquisitori degli altri passeggeri, sia la sottoscritta. Mi aveva praticamente buttato addosso sia il soprabito appallottolato, sia la borsa di finta lucertola, e mi strinsi contro il finestrino. Ero lusingata che si fosse seduta accanto a me, anche se non mi aveva scelto, e non osavo parlare, per paura di essere zittita. Alla fine, vedendo che quell'altro si era calmato, si alz, ripieg il soprabito e lo mise sulla rastrelliera sopra di noi, si lisci il suo lungo e sensuale pullover d'angora, e torn a sedersi. I suoi gesti erano meticolosi, teatrali, consapevoli. "Grazie!" mi disse guardandomi di sguincio, con un sorriso tirato. "Lo apprezzo. Quel bastardo mi ha preso per qualcun'altra."
"Mi spiace."
"Non a me! Questi pullman schifosi!"
Mi sentivo un po' in soggezione. Vista da vicino, era proprio bella. Aveva una pelle liscia e compatta che sembrava senza pori, al contrario della mia; occhi dalle folte ciglia cariche di mascara; e quello sfavillio di indignazione femminile, a me accessibile solo con l'imitazione o la parodia. "Chiss che cosa mi aspettavo di trovare su un dannato pullman," stava dicendo. "Non  mica come viaggiare in prima classe. Ormai avrei dovuto impararlo." Ero tentata di dirle che non avrebbe dovuto sedersi accanto a quell'uomo, o a un uomo in generale. Invece ripetei che mi spiaceva che fosse sconvolta, ma che probabilmente adesso l'avrebbe lasciata in pace. "Non sono sconvolta, sono disgustata," ribatt. "So badare a me stessa, grazie." Ma non doveva essere un rimprovero, dato che un momento dopo mi chiese: "Che cosa leggi?" Le mostrai le pagine aperte, e strinse le palpebre, come se fosse miope. "'Lo scimmione peloso'? Ges. Mai sentito. Di cosa parla?" Cercai di spiegarle il poco che sapevo: che era una commedia ambientata su un transatlantico, dove c'era un fuochista, un uomo muscoloso chiamato Yank Smith, che era orgoglioso del suo lavoro e che mandava avanti la nave, finch... "Finch diventa uno scimmione, vero? Devono averci fatto un film, scommetto. L'ho visto, anzi. Non dirmelo," disse la donna, ridendo. Probabile che ridessi anch'io. In mezzo all'odore di borotalco e di pelle accaldata, emanava anche un certo sentore acre di whisky. "Io mi chiamo Karla, con la K. E tu?" Chiusi il libro, che adesso sembrava fonte di imbarazzo. "Io Kathryn. Con la K." Mi disse: "Io vado ad Albany, e tu?" "Vado ad Albany anch'io," dissi. "Ho degli affari importanti, e tu?" Risposi: "Anch'io, penso." Mi chiese dove abitavo e glielo dissi. E quando le chiesi dove abitava lei, mi rispose, impettita, che abitava tra una citt e l'altra. "Ma non ad Albany. Questo di sicuro." E aggiunse, con un tono abbastanza alto in modo che il suo ex accompagnatore potesse sentirla, se stava ascoltando: "Adesso  meglio che dormiamo, e speriamo che certi coglioni ci lascino in pace."
E senza aspettare la mia risposta, Karla si alz e spense la lucetta.
Tanto, avevo gi chiuso il libro. Non sarei stata capace di concentrarmi.

L'avventura di viaggiare di notte, in pullman. Essere soli, e non essere nessuno. Il brivido di questa solitudine. Strana notte insonne da emicrania. Cercavo di dormire, con gli occhi che si chiudevano su un caleidoscopio di immagini a pezzi. Pensavo: la mia testa  quella di una bambola, i miei occhi si aprono e si chiudono senza che io lo voglia. Attraverso le ciglia vedevo fari che apparivano e scomparivano come comete solitrie sull'autostrada quasi deserta. Il paesaggio, debolmente illuminato dalla luna annuvolata, era quasi tutto colline. Quando ce l'hai attorno fin dalla nascita, come me, non hai bisogno di vederlo per sapere che  l. "Come sono felice. Come sono spaventata, e felice".
Erano le tre e dieci di notte quando il Greyhound si ferm a una stazione di servizio con tavola calda aperta tutta la notte. Karla si svegli e mi diede di gomito con inaspettata premura da sorella. "Sei sveglia? Vieni, abbiamo dieci minuti." Avevo la bocca che sapeva di cartone, e avevo voglia di fare due passi, anche se la maggior parte dei passeggeri continuarono a dormire. Fu un shock sentire l'aria fredda e umida. Era l'ultima settimana di aprile, ma il vento soffiava raffiche di pioggerella ghiacciata. Dietro i lampioni alti e accecanti che illuminavano la stazione di servizio e il ristorante non c'era nulla, come sul set di un film. N Karla n io ci eravamo messe il soprabito, e corremmo infreddolite verso il ristorante. Notai che Karla era alta pi o meno quanto me, con le scomode scarpe dai tacchi alti allacciate alla caviglia. Il suo pullover rosa corallo le modellava seni e fianchi; e per accentuare la vita, portava una cintura nera e luccicante, molto stretta. La gonna, che non le arrivava alle ginocchia, era rosso scuro, di qualche fibra sintetica traslucida. "Non guardare il coglione,  come la peste," mi avvert Karla da un angolo della bocca, come una dura in un film. L'uomo accanto al quale si era seduta ci aveva precedute, e ci stava tenendo aperta la porta del ristorante, guardando Karla con due occhi da cane bastonato. Immaginai che fosse ubriaco, dalla faccia. Ma per me non era possibile ignorarlo come Karla; non potevo essere scortese. "Grazie," mormorai, mentre Karla e io entravamo.
Le labbra dell'uomo si mossero, anche se la sua faccia rimase priva di espressione. Non capii bene quello che mormor alle mie spalle. "Non far sobbalzare le tette, tesoro".
Feci finta di niente. Forse non avevo sentito bene. Meno male che non l'aveva sentito Karla.
Il ristorante era quasi vuoto, e ne era aperta solo una sezione. Dietro il bancone c'era un solo addetto, che indossava un'uniforme sporca. Karla ordin un decaffeinato - "E mi raccomando che sia decaffeinato e non caff, okay?" - e una grossa ciambella ripiena, che insistette a dividere con me - "Mica posso mangiare tutta questa roba da sola." Mangiare la ciambella sotto lo sguardo del barista e degli altri clienti era un'impresa abbastanza comica. Non avevo fame ma, incoraggiata da Karla, riuscii a mandarne gi qualche boccone. Sapeva di zucchero e di sostanze chimiche. Ci stava sorridendo anche l'autista del Greyhound. "Che notte!" esclam Karla. Anche se era a me che si rivolgeva, voleva che anche gli altri la sentissero. Eppure sembrava sincera, con la fronte liscia per un attimo solcata da rughe. Il caff, per quanto decaffeinato e allungato col latte, sembr farla rivivere; i suoi occhi verde-marrone sembravano stranamente dilatati. "Ges, Kathryn! Ho delle cose importantissime da sbrigare ad Albany e sono gi le tre e venti. Mi sembra di essere in piedi 'da giorni'." Karla non stava ferma un momento sullo sgabello: le sue gambe accavallate e le calze nere emanavano bagliori sensuali. E inizi un discorso animato con l'autista, che sembrava averla conosciuta da qualche parte, e col barista, un giovane nero o ispanico con due cerchi attorno agli occhi e una risata contagiosa. Mentre le risate si infittivano - quale ne fosse il motivo lo ignoravo, a meno che non fosse l'ex compagno di viaggio di Karla, che se ne stava tetro in fondo al bancone, escluso dalla nostra ilarit -, il barista mi chiese se ero la sorella di Karla e che cosa facevano due ragazze come noi in piena notte in un posto sperduto in mezzo al nulla. E fece un gesto eloquente con la mano, per indicare lo squallore della tavola calda, tutta plastica e frmica, grande come un magazzino ma al momento quasi tutta buia e semideserta. Vicino alla porta della toilette una solitaria donna delle pulizie stava passando lo strofinaccio. "Chiss se tutto il mondo si riducesse a questo, pensai: una donna solitaria che pulisce un pavimento sporco, a notte fonda, in mezzo al nulla". Avvertii un brivido di orrore, ma sentii che mi univo alle risate di Karla. "Abbiamo degli affari molto segreti," dissi. "E non possiamo parlare. Vero, Karla?" A civettare ero goffa come una tredicenne. E Karla non mi venne in aiuto, incupendosi come per distanziarsi dalla sorellina sventata. "Di certo non posso parlare io. Quello che mi aspetta  nero come l'inchiostro."
Mi ricordai una frase che avevo trascritto sul mio diario da un libro della biblioteca; l'autore era Thomas Mann (che conoscevo solo per sentito dire, non avevo mai letto niente di suo), ed era tratta da una lettera al figlio. "Nella vita, le avventure avvolte nel segreto e nel silenzio sono le pi belle".
"Ti spiace?"
Di ritorno sul pullman, Karla si stravacc nel posto dove stavo prima io, vicino al finestrino, e si rannicchi per dormire. Naturalmente non mi spiaceva, e se anche mi fosse spiaciuto sarei stata zitta.
Passai il resto della notte in un dormiveglia agitato da sogni confusi. Karla dormiva come una gatta; il suo respiro era profondo e regolare, come se facesse le fusa. Non ci mise molto ad appoggiare la testa contro la mia spalla; ero turbata che un'estranea potesse fidarsi tanto di me. Sul pavimento, davanti alle mie gambe, c'era la borsa di finta lucertola. Mi sarebbe piaciuto frugarci. Nella toilette, alla tavola calda, ero riuscita a intravedere, nella gran confusione, una scatola di plastica per il trucco, una boccetta di smalto rosso, il manico metallico di quello che poteva essere un coltello ma forse era solo una spazzola da quattro soldi. E poi il portafoglio, gonfio di foto e di banconote.
Nella solitudine notturna, sentivo estranei che russavano e, pi raramente borbottavano. Prima avevo detto a Karla dove stavo andando, sperando di fare colpo su di lei, ma adesso cominciavo a sentirmi in ansia. Un colloquio che avrebbe deciso il mio futuro universitario (ne ero convinta, allora) dopo una notte passata su un pullman, come una vagabonda; senza potermi neanche cambiare, dato che in borsa non avevo quasi niente. Certo, avevo in programma di usare le toilette della stazione dei Greyhound ad Albany per "rinfrescarmi" - come avrebbe detto mia madre, - e mi ero ricordata di prendere un deodorante, ma non uno spazzolino. E anche se ero tesa come la corda di un violino, temevo che per le undici di mattina, dopo una notte praticamente insonne, sarei stata esausta. "E' una follia. Come hanno potuto lasciarmelo fare? E' perch sapevano che non ce l'avrei fatta. Vogliono che mi respingano. Che stupida. Come lo scimmione peloso". Mi sembr di cadere da una scalinata e urlai. Qualcuno mi stava scuotendo la spalla. "Ehi, Kathryn, svegliati." Era Karla. Ero intorpidita e confusa. Era mattina, pi o meno: un'alba grigia e deprimente dietro i finestrini rigati di pioggia. Uscimmo dall'autostrada e attraversammo la periferia di una citt che immaginai fosse Albany. Mormorai che mi spiaceva, non mi ero accorta di essermi addormentata. "Stavi digrignando i denti," disse Karla. "Come se stessi facendo un incubo."

Alla stazione dei Greyhound, ad Albany, ebbi un altro attacco di panico. Me ne stavo sul marciapiede, senza sapere dove andare. Anche Karla si guardava in giro nervosa, come se temesse di vedere qualcuno. Sul pullman si era incipriata la faccia e si era gonfiata i capelli; malgrado la nottata, sembrava vigile e piena di energia. Assieme alla borsa di finta lucertola aveva una valigetta di plastica. "Senti, Kathryn, io sto andando in un posto. Se vuoi, puoi venire anche tu. Non so, metti che hai bisogno di lavarti..." Anche se non pensavo che fosse una buona idea, non sapevo come rifiutare. Ma Karla disse d'impulso: "Ho deciso. Voglio preparare la colazione per tutt'e due. Penso di trovare qualcosa." Io ero ancora incerta, e Karla sembrava supplicarmi. "Non mi piace stare da sola coi miei pensieri. Il resto del giorno ti sembra un deserto," aggiunse con una risatina nervosa. "Grazie," dissi goffamente, cercando di svicolare. "Ma temo di non potere." Immagino che Karla rimase impalata mentre scappavo alla ricerca di un bagno, quasi scontrandomi con gli altri passeggeri. Sapevo che mi stavo comportando in modo strano. Non vedevo l'ora di spruzzarmi acqua fresca sugli occhi, che mi bruciavano come se avessi pianto (e forse avevo pianto), e avevo un bisogno disperato di un bagno. Karla mi aveva travolto con la sua personalit, e adesso volevo solo fuggire.
Ma quando uscii traballando da un gabinetto, qualche minuto dopo, c'era Karla ad aspettarmi. Si stava lavando le mani in un lavandino, e mi sorrise nello specchio appannato come una sorella maggiore premurosa. Allora, avevo accettato il suo invito? "Prendiamo un taxi, Kathryn. Sei pallida. A che ora hai questo colloquio? Solo alle undici? Devi andarci a stomaco pieno."
Perch seguii una persona che non conoscevo, quando era evidente che non ne avevo la minima voglia, non avrei saputo spiegarlo. Sul taxi studiai nervosamente una piantina della citt che mi avevano spedito dalla segreteria del college, e dove avevo segnato con la biro rossa la stazione dei pullman e il campus, che sembrava abbastanza distante. Karla sembrava scocciata che guardassi la mappa. "Ti ci porto io. E' vicino a dove sto io. Abbiamo tutto il tempo." Era tutta animata, e mi toccava il polso con le sue unghie laccate di rosso che, notai, erano tagliate irregolarmente. Quando le dissi preoccupata che non riuscivo pi a trovare sulla piantina la strada che stavamo facendo, me la prese di mano, la pieg in qualche modo e se la infil nella tasca del soprabito. "Ecco. Non c' bisogno di agitarsi. E poi non mi piace neanche stare da sola coi miei pensieri." Non capii che cosa volesse dire, ma non ero nello stato d'animo di fare obiezioni. Mi ricordai che nel bagno della stazione dei pullman, dopo che mi ero lavata e asciugata le mani con un ruvido tovagliolo di carta, Karla me le aveva prese - le sue erano cos morbide - e me le aveva sfregate con la lozione Jergen: e adesso erano fresche e profumate come le sue, anche se non altrettanto morbide. Avevo iniziato a giocare seriamente a basket, e anche se non ero la migliore della scuola, c'era qualcosa di magnetico nell'andare sotto canestro, nel tirare, nel fare canestro - qualcosa che mi dava soddisfazione, per quanto evidentemente inutile. Ma mi erano venuti un sacco di calli alle mani. E in confronto a quelle di Karla, le mie non sembravano neanche le mani di una ragazza.
Perch seguii Karla, e perch mi trovai mezz'ora dopo a suonare alla porta di una triste villetta di mattoni - quella che Karla chiamava "casa sua" - mentre lei rimaneva nel taxi, posteggiato non di fronte ma a qualche metro di distanza; perch ero con questa donna, obbedendole docile; erano tutte domande a cui non avrei saputo rispondere, perch mi sembrava di avere la testa vuota come quella di una bambola, e minacciosamente screpolata sotto i capelli. Mentre scendevo dal taxi, Karla mi aveva messo al collo la sua sciarpa di seta. "Cos non prendi freddo!" Le sorrisi, non sapendo come reagire. Se era un regalo, non potevo accettarlo; ma se non lo era, non potevo comunque rischiare di offenderla.
Sul marciapiede esitai un momento, guardando la casa di mattoni con le quattro finestre dove le tapparelle erano abbassate, ognuna a un'altezza diversa. Una casa malconcia, in una fila di edifici simili. Karla si sporse dalla portiera del taxi per dirmi: "Va' a bussare, Kathryn. Solo per essere sicuri. Non c' nessuno, te lo giuro." Le chiesi chi poteva esserci, ma Karla insistette: "Nessuno! Ma non possiamo correre rischi."
Il misero praticello era brullo, e la veranda pendeva da un lato, eppure saltellai allegra e audace fino alla porta, con le mie scarpette piatte, decisa a fare un piacere a Karla, e senza pensare: "Dove sono, perch sono qui? Chi  questa donna"? La mattina era fredda e luminosa, il cielo a tratti era di un azzurro carico, e il sole cos abbagliante da farmi lacrimare gli occhi. Il marciapiede era bagnato dappertutto. Suonai alla porta e sentii il campanello squillare in casa, come se facesse parte di quel clima di risveglio mattutino. Ero nervosa, ma non ancora spaventata. Con le mie scarpe da brava ragazza, le calze di nylon che cominciavano a essere lise, il mio modesto soprabito blu, e la sciarpa di Karla attorno al collo, che svolazzava al vento: la sciarpa pi bella che avessi mai indossato. Una sciarpa che sembrava conferirmi un nuovo potere, strano e misterioso, una difesa contro ogni male e angoscia. Anche se ero consapevole che c'era, o ci poteva essere, un elemento di rischio in quello che stavo facendo. Suonai una seconda volta, e poi una terza, sempre senza sentire segnali di vita all'interno. La facciata era cos stretta che mi sembrava di poterne toccare le estremit aprendo le braccia. Nella villetta di fianco un cane aveva cominciato ad abbaiare istericamente, grattando le zampe contro una finestra.
Karla mi raggiunse di corsa e accenn un abbraccio. "Brava! Sei la mia salvezza." Pi tardi pensai che, nel suo stato di eccitazione, doveva essersi dimenticata il mio nome. Aveva occhi stranamente dilatati, malgrado la luce, e aveva un che di febbrile. E sembrava pi bella che mai. Aveva pensato a prendere le nostre borse e la sua valigia, e aveva gi in mano una chiave attaccata a una treccia di lana rossa, con cui apr la porta, spingendomi dentro di filato. Fummo quasi aggredite dal puzzo di chiuso e di muffa, cui si aggiungeva qualcosa di marcio, come di giornali bagnati. "C' nessuno? C' 'nessuno'?" chiam Karla, come se avesse trovato la porta aperta e fosse entrata. Tranne il cane del vicino che abbaiava, non si sentiva niente. Ma c'erano tracce di vita, e anche recenti: un paio di stivali da uomo in un piccolo corridoio che portava alle scale, una camicia a quadri buttata su una sedia, una stufetta elettrica in soggiorno, spenta. In una boccia di vetro, su un tavolo, sull'acqua sporca galleggiava un pesciolino a strisce. La cosa sconvolse tanto Karla che si copr gli occhi. Le sue labbra si mossero quasi impercettibilmente: "Bastardo."
Ticchettando sui tacchi, con le borse ancora in mano, Karla si diresse in cucina, dove un rubinetto gocciolava beffardo; l'odore di marcio era pi forte. Spalanc la porta del frigorifero e arretr subito, imprecando. Preferii non guardare dentro; cominciavo a sentirmi nauseata, oltre che sfinita; attraverso un vetro mezzo rotto sopra il lavandino indicibilmente sporco, vedevo il prato sul retro, brullo come quello davanti, pieno di immondizia. Grande pi o meno quanto una tomba. Il sole era salito, e presto avrebbe fatto caldo, tranne in quella casa fetida, dove faceva ancora abbastanza freddo perch sbuffassimo delle nuvole di vapore. Eppure neanche allora riuscivo a far funzionare la testa. "Perch sono qui? E dove mi trovo"? Perch Karla non mi dava il tempo per pensare. E quasi neanche per respirare. Guardai preoccupata l'orologio, vedendo inorridita che erano gi le nove passate. Karla lo vide e mi afferr il polso, dicendo: "Ti ho promesso che ti avrei portata io nel posto in cui devi andare, giusto? Smettila di essere assillante. Mi stai innervosendo." Karla mi fece strada al piano di sopra. Il cuore mi batteva forte. "Potrebbe essere una trappola. Non c' via d'uscita". In una stanza semibuia, che puzzava di biancheria sporca e di muffa, Karla pos la valigia su un letto disfatto, la apr e cominci a riempirla con vestiti che prendeva da un cassetto e da un armadio. "Forza, cocca, non startene l impalata, 'dammi una mano'." E cos la aiutai, maldestra e affannata, con le mani che tremavano. La stanza era piccola, e sarebbe stata tetra se non fosse stato per la tappezzeria lill, attaccata malamente alle pareti (mio padre aveva tappezzato quasi tutta casa nostra, che era di mia nonna, e sapevo che era un lavoro difficile anche per un esperto), e per le tendine di organza color crema della finestra davanti. Quelle della finestra dietro giacevano sul pavimento, assieme alle loro bacchette, come se fossero state strappate in un momento di rabbia. "Ges! Guarda qui!" disse Karla, tenendo contro di s una vestaglia di pizzo rosso, che era stata strappata quasi in due. La contempl con un sorriso di commiserazione, come se fosse una parte di s. Intanto mi era venuto un urgente bisogno di andare in bagno. Mi faceva male la vescica, e sentivo dei minacciosi brontolii nella pancia. "Non arriverai in tempo. Oppure ti andr male il colloquio. Per lavare la vergogna dovrai suicidarti". Karla decise di farsi una risata sulla vestaglia, la strapp fino in fondo e la butt sul pavimento.
Dal ripiano alto dell'armadio Karla aveva preso una scatola di cartone piccola ma pesante, e me l'aveva data da mettere in valigia. Era piena di foto, documenti, lettere. Una delle foto svolazz per terra. Feci per raccoglierla, e alzando lo sguardo vidi un uomo sulla soglia della camera da letto. Immobile.
Anche se lo guardavo, e anche se non poteva non avermi visto, sembrava non fare caso a me. Era Karla che osservava. E stava sorridendo.
Un bell'uomo, sui trentacinque, compatto e muscoloso come un peso medio; non alto, con capelli imbrillantinati color terra che facevano un'onda sulle orecchie e si diradavano sul cocuzzolo, e un'ombra di barba sulle mascelle; gli occhi arroventati come due fornelli. Avevi l'impressione che ti saresti bruciata le dita, se avessi fatto l'errore di toccarlo. Karla usc dal bagno carica di oggetti da toilette, e quando lo vide strill come un gatto cui abbiano pestato la coda, lasciando cadere tutto. "Via di qui, tu. E' una cosa tra me e lei," disse l'uomo da un angolo della bocca, senza neanche guardarmi. "Non lasciarmi sola!" grid Karla, e balbettai che non me ne sarei andata, anche se l'uomo mi spinse da parte per afferrare il braccio di Karla. Karla urlava e cercava di respingerlo, mentre lui la prendeva per le spalle e la scuoteva. Ma lei scalciava, usava pugni e gomiti, come in una danza goffa e violenta. Raccolsi una delle bacchette delle tende e colpii l'aggressore su un lato della testa. Questi si gir imprecando, e disperata lo colpii un'altra volta, sul collo. L'uomo mi strapp la bacchetta e la butt via, con la tendina ancora comicamente attaccata, e rimasi paralizzata mentre mi dava un pugno alla mascella che mi fece cadere pesantemente all'indietro. Non mi sentivo pi le gambe e rimasi l, immobile. Ero K.O., come un pugile che ha visto il colpo diretto contro di lui ma non se ne  reso conto, e adesso non sente e non vede pi niente, anche se ha gli occhi aperti, persi nel vuoto; non vede neanche le proverbiali luci nere che imitano la morte, e ora che riprende i sensi, si rende conto che nella sua vita  passato un tempo lunghissimo, anche se si tratta di pochi secondi di orologio. E penser sempre: "Sono stato a un passo dalla morte. Un altro secondo e sarei stato spacciato".
Che cosa avrebbero fatto del mio corpo, Karla e l'uomo che doveva essere il suo (ex?) marito? Ho sempre preferito non chiedermelo.
Ma le cose presero un'altra piega. Mentre l'uomo era girato verso di me, Karla estrasse un coltello dalla borsa di finta lucertola, un coltello col manico di acciaio e una lama di venti centi-metri, e cominci a colpirlo come una furia; lui esterrefatto, indietreggi dicendo: "Ges, Karla! Dallo a me!" Stava ridendo, o meglio stava cercando di ridere. Come se potesse essere ancora uno scherzo. C'era qualcosa di buffo nella furia di Karla, nel modo maldestro in cui impugnava il coltello, come avrebbe potuto fare un bambino, stringendo il manico, colpendo dall'alto in basso come le pale di un mulino; e l'uomo, che si era rimesso presto in piedi, furbo e forte com'era, doveva pensare di riuscire a toglierglielo di mano senza farsi male, anche se, mentre cercava di afferrarlo per la lama, si fer, e il sangue prese a scorrergli su entrambe le mani in rivoletti avidi e brillanti. E intanto si accusavano, si insultavano. Karla l'aveva fatto indietreggiare contro il letto; la lama lucente lo colp su una spalla, sul petto; l'uomo rovin malamente sulle lenzuola e sulla valigia aperta, cercando di ripararsi la testa con le mani e supplicandola di smettere, mentre il sangue gli sgorgava dal petto come un fiore rosso, tingendogli la camicia e il giubbotto di camoscio. "Che cosa dici adesso, eh? Ti ammazzo, io! Perch sei venuto qui? Non ci dovevi venire! Non hai diritto di essere qui! " gridava Karla. Ma vedendo quello che aveva combinato, scagli per terra il coltello insanguinato, e in un attimo la sua rabbia si trasform in orrore e pentimento. "Arnie, no... Non volevo... Arnie..." E si inginocchi accanto al letto disperata, chiedendogli se stava bene, dicendogli che l'aveva costretta lui, che le spiaceva, "ma non morirmi qui" pregava, "non morire dissanguato", singhiozzava. Nel frattempo mi ero alzata, malgrado mi girasse la testa e, a furia di tossire, avessi vomitato un rivolo bollente. Quando riuscii a parlare, dissi a Karla che chiamavo un'ambulanza, raggiunsi il telefono sul comodino, cominciai a fare il 911 quando l'uomo ferito disse a Karla: "Prendile quel cazzo di telefono," e Karla mi si avvent contro, traballando sull'unica scarpa che le rimaneva, e mi strapp la cornetta di mano, fissandomi con gli occhi dilatati. "Non  niente di grave! Non sta mica morendo! Possiamo pensarci noi! " E cos facemmo.
Obbedii a tutto quello che diceva Karla. In seguito avrei stabilito di avere agito in stato di shock. E mi sarei stupita dell'illogicit di portare in bagno un uomo che sanguinava copiosamente, senza chiamare un'ambulanza. Mi sarei chiesta se ce l'avesse fatta o fosse morto; se fossi stata testimone di un omicidio, o addirittura complice. Barcollando come degli ubriachi, Karla e io trasportammo il ferito in bagno. Ognuna di noi lo prese alla vita: non mi aspettavo che fosse cos pesante. Tra parentesi, mi girava ancora la testa, e il lato sinistro della mia faccia cominciava a gonfiarsi. "Vedrai che andr tutto bene, tesoro," farfugliava Karla. "Sono solo ferite superficiali, penso." Aveva la faccia distrutta, col trucco che le colava in rivoli impietosi; e mi accorsi che non era una mia quasi-coetanea, ma che aveva passato la trentina da un pezzo, e adesso dimostrava la sua et. Nel bagno umido e fetido, senza finestra e con un'unica lampadina nuda appesa al soffitto, il ferito si lasci cadere sul bordo della vasca da bagno, gemendo e imprecando dal dolore. Ansimava, ma sembrava incapace di prendere sul serio la cosa, tanto era irritato dal trovarsi in una posizione di inferiorit. Non seppi mai se questo Arnie fosse l'ex marito di Karla, o se fossero ancora sposati; forse c'era di mezzo anche un figlio, che poteva addirittura essere morto, dalle frasi smozzicate che dissero e da quello che riuscii a capire nel mio stato di confusione. Di certo erano amanti, anche se erano stati tanto violenti; e Karla adesso era sconvolta da quello che gli aveva fatto, dalla dozzina di graffi sulle mani, le braccia e il collo, e dai tagli pi profondi sul petto e le spalle. "Non stare l, aiutaci, per l'amor di Dio," mi ordin. Andai a prendere asciugamani, federe, addirittura lenzuola sporche. In qualche modo facemmo delle bende, cercammo di fermare l'emorragia; ma il sangue inzuppava la tela in pochi secondi, imbrattandoci le mani e schizzandoci sulle gambe. Ce n'erano macchie su tutte le piastrelle. Il ferito disse di fargli degli impacchi di acqua fredda. La sua impazienza mi ricord quella di mio padre le poche volte che gli capitava di essere malato, e mi fece capire la sua personalit. Di lui non avrei mai saputo altro. Non avrei saputo neanche il cognome di Karla. E per quanto avessimo ricevuto una sorta di battesimo di sangue, neanche Karla avrei pi rivisto dopo quella mattina, n avrei saputo pi nulla di lei.
Arnie era pallido come un cadavere, ma insisteva che Cristo santo, stava bene, che quei cazzo di tagli non erano profondi, che gli era successo ben di peggio, una volta gli avevano sparato e non era mica morto. Le fece un sorriso incerto. "Ce l'hai fatta, eh? Hai avuto le palle, eh?" E Karla si mise a piangere ancora di pi. Adesso se ne stava rannicchiata accanto a lui, abbracciandolo, con la fronte premuta contro la sua. Io ero sulla soglia, non sapendo che fare. Il cane del vicino abbaiava furiosamente dietro la sottile parete, a pochi metri di distanza. Alla fine Arnie mi guard e chiese a Karla chi fossi. "Nessuno. Un'amica," rispose. E Arnie: "Un'amica 'chi'?" E Karla, senza guardarmi neanche: "Non lo so! Nessuno!" Arnie respirava a fatica, e mi fiss torvo per un pezzo, prima di dire: "'Tu', meglio che te ne vada. Non fare nessuna cazzo di telefonata, vattene e basta." E cos feci.
In camera da letto, in mezzo alle tende, vidi la bella sciarpa di seta di Karla, e la presi. "Me la merito", pensai.


3.
Come in un incubo, erano le undici e venticinque quando finalmente mi presentai al colloquio.
Avevo dovuto fare parecchi isolati di corsa prima di trovare un telefono in un drugstore per chiamare un taxi. L'attesa era stata un tormento, e il viaggio era sembrato durare un'eternit. Al campus avevo dovuto chiedere informazioni all'entrata, e una volta raggiunto l'edificio, che era in cima a una collina, avevo passato dei minuti angoscianti nella toilette, cercando di rendermi presentabile per il colloquio con il decano; avevo il soprabito macchiato del mio vomito e del sangue di uno sconosciuto; la gonna del mio vestito blu marino era tutta bagnata davanti, ma a questo potevo rimediare girandola sul lato e coprendola col soprabito, che mi misi sotto braccio, piegato in modo da nascondere le macchie. E in una calda mattina d'aprile, sembrava normale andare in giro col soprabito sotto braccio. Naturalmente dovevo lavarmi mani e faccia; e senza togliermi le calze (ormai piene di strappi), riuscii a pulire un po' di macchie di sangue. Il lato sinistro della mia faccia era gonfio come se avessi gli orecchioni, e stava venendo fuori un brutto livido, ma anche questo mascherai (o almeno credetti) mettendomi la sciarpa di Karla, e facendo il nodo da quella parte. Nello specchio vidi una ragazza innaturalmente pallida, con le occhiaie e gli occhi arrossati, i capelli spettinati dal vento e un'espressione che poteva essere di disperazione o di vittoria. "Sono qui. Sono qui"!
Naturalmente avevo perso il mio turno, e il decano stava facendo il colloquio con altri studenti. La segretaria mi disse che si poteva spostare l'appuntamento al sabato successivo, ma obiettai che era impossibile. Guardando la mia mascella gonfia e il vestito stropicciato, la donna cerc di scoraggiarmi, ma dissi che non potevo tornare ad Albany un'altra volta. "Sono qui adesso." Dovetti essere brusca, dato che la segretaria arricci le labbra e non aggiunse altro.
"Non pu mandarmi via, ho fatto tanta strada".
Mentre aspettavo, altri studenti della mia et entravano e uscivano, guardandomi incuriositi. Camminavo avanti e indietro nel corridoio, e tornai pi di una volta nella toilette, per osservare la mia faccia, che sembrava tremolare nello specchio. La mia pelle aveva un bagliore spettrale, e gli occhi sembravano quelli di Karla, luccicanti e dilatati. E la sciarpa con le peonie rosse era cos bella - la cosa pi bella che avessi mai indossato.
Il decano ebbe tempo per ricevermi solo alle tredici e venti. E mi venne fatto notare che era un favore straordinario. Si chiamava Werner, ed ebbi cura di chiamarlo "dottor Werner", vedendolo come uno dei tanti adulti, nella mia adolescenza, che dovevano essere giudiziosamente lusingati, blanditi, sedotti. Aveva una faccia d'argilla solcata da rughe profonde, corrucciata ma gentile; sarebbe stato disposto a perdonare il mio ritardo se solo avessi potuto fornire una giustificazione, ma l'unica cosa che riuscii a dire fu che avevo preso il Greyhound a Port Oriskany ed ero stata trattenuta da cause di forza maggiore. "'Cause di forza maggiore?' Non avr avuto un incidente, Miss..." Attraverso i suoi occhiali bifocali lanci un'occhiata ai documenti sulla sua scrivania, e pronunci il mio cognome esotico con ostentata precisione. "Digli di s! Conquista la simpatia di quel bastardo"! Ma ignorai quella voce che non mi apparteneva, ringraziai il dottor Werner e gli dissi che stavo bene. "E' la prima volta che viene ad Albany?" mi chiese, come se questo potesse aiuta
re a giustificarmi, e mormorai che s, era la prima volta. Credevo di parlare normalmente, malgrado mi sentissi la mascella rigida e le gengive mi dolessero come se ogni dente avesse un ascesso. Il dottor Werner sfogli i documenti nella mia cartelletta, facendo ogni tanto delle annotazioni a penna. Lo studio era pieno di libri, ma come se avessi dei paraocchi, mi sembrava di poter vedere chiaramente solo lui. D'un tratto mi sentii stremata, e sentii l'impulso di appoggiare le braccia e la testa sulla scrivania, anche solo per un momento. Vidi muoversi le sue labbra carnose prima di sentire la domanda: "Perch pensa che potrebbe diventare una brava insegnante, Kathryn?" Solo che non ricordavo di avere detto di voler diventare un'insegnante, o che questo fosse il tema del colloquio. Digli qualcosa. "Anche solo per orgoglio, non devi fallire". E cos parlai. Prima impappinandomi, e poi con maggior sicurezza. Capii che il dottor Werner aveva notato i miei occhi dilatati e la mia mascella gonfia, ma non avevo mai avuto difficolt a esprimermi; e anche se sotto pressione potevo balbettare, non mi mancavano mai le parole - soprattutto parole adulte, elevate e astratte. Parlai di quello che finora aveva significato la mia educazione, di come mi "aveva salvato la vita, dandole uno scopo"; parlai di come i miei nonni, immigrati ungheresi, non avessero avuto l'opportunit di proseguire gli studi, dopo le elementari, e conoscessero a mala pena l'inglese; parlai dei miei genitori, cresciuti durante la Depressione, che non avevano finito le superiori. "Voglio che il mio mondo sia pi ricco. Un mondo in cui ci sia posto per i valori dell'intelletto e dello spirito." Mi sentivo le lacrime agli occhi, tanto erano commoventi le mie parole; anche se, a offrirle a un estraneo, nella speranza di conquistarne l'approvazione, provavo una profonda vergogna. Il dottor Werner annuiva, sempre corrucciato. Forse si era commosso anche lui. O era imbarazzato. "Ha sentito il tuo odore. Puzzi di sangue. Magari penser che hai le mestruazioni. Che vergogna"!
La mia voce si spense piano piano. La mascella mi faceva un male tremendo. Scambiando la mia esitazione per timidezza - e la timidezza doveva essere una delle qualit che apprezzava in una ragazza - il dottor Werner stava decidendo che gli piacevo; concluse il colloquio lodando il mio curriculum scolastico - squadernato sulla sua scrivania come le viscere di una creatura dissezionata - e le "brillanti" lettere di raccomandazione dei miei insegnanti, e mi assicur che ero proprio il tipo di ragazza motivata su cui l'universit contava per quelle borse di studio. Era finita. Il dottor Werner si alz dalla sua poltrona girevole, risultando pi basso e tarchiato di quanto credessi. Mi sorrise, mostrando le gengive rosee, e si congratul per la borsa di studio; sperava anche che sapessi che c'era molta competizione, e che c'erano solo venti posti su oltre mille richieste. Il modulo finale mi sarebbe arrivato a casa nel giro di qualche settimana. "Dottor Werner," balbettai, "forse non corrisponde proprio a verit che voglia fare l'insegnante. Che so di quello che voglio fare della mia vita." Il dottor Werner ridacchi, come se fosse una battuta, o preferisse pensarlo. Ripet che il modulo mi sarebbe arrivato a casa, e mi augur un buon viaggio di ritorno. "Allora mi avete presa? Davvero?" dissi, avvertendo un lampo di smarrimento. E cos la mia vita era decisa? Ed ero stata io a volerlo? Con impazienza appena percettibile, il dottor Werner rispose: "Certo. Il colloquio era una pura formalit." Mi porse la mano per un'energica stretta, e mi conged.
Correndo gi lungo una vertiginosa rampa di scale - cos simili a quelle del mio sogno della notte prima - mi resi conto che potevo avere ancora le mani sporche di sangue, che non ero riuscita a togliere tutte le macchie. E mi immaginavo il dottor Werner, con la faccia d'argilla contorta dal disgusto, che si guardava la mano, appiccicosa di sangue.


4.
"Ma qui non torner pi".
Ero sul pullman per Port Oriskany delle diciassette e trentacinque, da sola, con la testa appoggiata al finestrino. Sentivo le pulsazioni del dolore, ma a distanza, dato che mi ero imbottita di aspirine. Della maggior parte degli avvenimenti di quel giorno mi sarebbero rimasti solo brandelli sconnessi, come strisce di carta strappate da una parete. Come avrei giustificato la sciarpa di seta a mia madre non lo sapevo ancora, ma non ne ero troppo preoccupata. Ero in uno stato di euforia. Di certezza. Il pullman che arrancava sull'autostrada sembrava un mostro preistorico vibrante di energia. Volevo dormire, ma i miei occhi non si chiudevano. A ovest, dove sembrava finire l'autostrada, l'orizzonte ribolliva di rosso come una fornace.
"Il paesaggio si oscura rapidamente, comincio a vedere la mia faccia riflessa nel finestrino appannato, ha faccia di quello che sar da grande. E dietro di essa, le facce dei miei genitori, come distorte dall'acqua. Per la prima volta mi rendo conto che i miei genitori sono un uomo e una donna; due persone che si sono amate prima di amare me. E certo mi vogliono bene, solo che non possono proteggermi; n mi conoscono. Mi rendo conto che presto me ne andr da casa. Anzi, me ne sono gi andata".



Parte terza.


Idillio a Manhattan.

"Il tuo pap ti vuole bene,  l'unica cosa vera.
Non dimenticarlo mai, Principessa:  l'unica cosa vera nella tua vita fatta quasi solo di bugie".
Che giornata pazzesca! Mi ero svegliata prima ancora che fosse l'alba, e sembravo presagire che sarebbe capitato qualcosa di incredibile.
Avevo cinque anni, e non stavo nella pelle; quando pap venne a prendermi per la nostra "avventura del sabato", come la chiamava, aveva appena cominciato a nevicare; mamma e io eravamo alla finestra del nostro appartamento al diciottesimo piano, con vista su Central Park, quando suon il portiere. "Se avessi detto che eri malata, non avresti dovuto uscire con... lui," mi sussurr mamma nell'orecchio. Non poteva pronunciare la parola "pap", e anche "tuo padre" le faceva storcere la bocca. "Ma io non sono malata!" dissi. Cos il portiere fece salire pap. Mamma mi tenne con s alla finestra, con le mani salde sulle mie spalle, anche se ogni tanto tremavano, e il mento appoggiato alla mia testa; avrei voluto divincolarmi, ma non osavo, non volendo farle un dispiacere o farla arrabbiare. Cos restammo a guardare la neve - miliardi di fiocchi di neve che cadevano lentamente, scintillando come mica al debole sole d'inizio dicembre. Li indicavo ridendo; ero eccitata dalla neve, e dal fatto che stesse arrivando pap. "Guarda? Non  bello? La prima nevicata della stagione," disse mamma. La maggior parte degli alberi erano spogli, il vento aveva spazzato via le foglie cadute, che solo pochi giorni prima avevano colori cos belli, e adesso si vedevano chiaramente le strade che serpeggiavano nel parco; il via vai di taxi, macchine, furgoncini, calessi, ciclisti; si vedevano i pattinatori al Wollman Rink, e le gabbie nello zoo per i piccoli, che adesso era chiuso; le rocce che affioravano come montagne in miniatura; i laghetti che luccicavano come specchi poggiati per terra; il parco era ancora verde, e sembrava non finire mai; e lo sguardo arrivava fino alla sua estremit, alla Centodecima Strada (mamma me ne aveva detto il nome, ma non ci ero mai andata); fino alla croce scintillante sulla cupola della cattedrale di Saint John the Divine (che pure non avevo mai visto da vicino). Il nostro nuovo appartamento era al 31 di Central Park South, e cos vedevamo l'Hudson sulla sinistra, e l'East River sulla destra; il sole spuntava a destra, e spariva sotto l'Hudson; eravamo sospesi, diciotto piani sopra la strada; volavamo sopra Manhattan, diceva mamma; eravamo al sicuro, e non ci poteva capitare nulla di male. Ma adesso stava dicendo, con un tono triste e arrabbiato: "Preferirei che tu non uscissi, con lui. Non piangerai, vero? Non sentirai troppo la mancanza di mamma, vero?" Stavo guardando i miliardi di fiocchi di neve, e non vedevo l'ora che pap suonasse alla porta; ed ero confusa dalle domande di mamma. Non eravamo forse una cosa sola? Non sapeva gi ogni risposta alle sue domande? "Preferirei tenerti qui con me, tesoro, ma sono i termini dell'accordo. E' la legge." Queste ultime parole scivolavano con amarezza dalle sue labbra ogni sabato mattina, come se venissero dal piano di sopra. Dopodich mamma si chinava e mi dava un bacio. Mi piacevano moltissimo i suoi capelli morbidi e luminosi e il suo profumo dolce, ma volevo scappare via, e aprire la porta mentre pap stava ancora suonando il campanello, fargli una sorpresa, lui che amava tanto le sorprese; volevo dire a mamma: "Voglio bene a pap pi che a te, lasciami andare"!. Perch mamma era me, ma pap era cos diverso.
Corsi alla porta. Mamma rimase in soggiorno, davanti alla finestra. Pap mi prese in braccio. "Come sta la mia Principessa? Come sta la mia piccola innamorata?" E poi avvis educatamente mamma, che non sopportava: "Andiamo allo zoo del Bronx. Torniamo per le cinque e mezza, come stabilito." Mamma non rispose. E pap disse: "Arrivederci! Non dimenticarci! " Era tipico di lui, dire cose misteriose che ti facevano sorridere e ti lasciavano perplessa, come se non avessi capito bene, ma non osavi chiedere spiegazioni. Mamma non le chiedeva mai. Nell'ascensore pap mi abbracci un'altra volta, dicendo quanto eravamo fortunati a essere solo io e lui. Lui era il Re, e io la Piccola Principessa. A volte anche la Principessa delle Fate. Mamma era la Regina delle Nevi che non rideva mai. Pap disse che, se ne avevamo il coraggio, questo poteva essere il giorno pi felice della nostra vita. Aveva gli occhi che brillavano; non avrebbe potuto esserci un uomo pi bello e raggiante di pap.

"No, meglio che non andiamo nel Bronx. Almeno oggi." Il nostro autista, quel giorno, era un orientale con guanti, berretto con la visiera e un'elegante uniforme scura. La limousine era nera, luccicante e pi grande di quella della settimana precedente; aveva i finestrini sfumati, cos che potevi guardare fuori (ma faceva una certa paura, vedere tutto come al crepuscolo anche se c'era il sole), e nessuno poteva guardare dentro. "Cos nessun plebeo ci potr spiare!" disse pap, ammiccando. Quando passavamo davanti ai poliziotti, pap gli faceva le boccacce, tirando fuori la lingua e agitando le mani accanto alle orecchie, anche se erano solo a pochi metri; ridacchiavo, con la paura che potessero arrestarlo, ma ovviamente era impossibile. "Siamo invisibili, Principessa! Non preoccuparti."
Pap era contento, quando sorridevo e ridevo; mai e poi mai dovevo piangere. Ne aveva abbastanza di pianti, diceva. Ne aveva fin qui, e si passava un indice sulla gola, come se fosse un coltello. Aveva altri bambini, bambini grandi che non avevo mai visto; ma io ero la sua Piccola Principessa, la sua piccola innamorata, l'unica dei suoi figli cui volesse bene, diceva. E mi afferrava la mano e mi faceva il solletico a furia di baci finch squittivo di gioia.
Adesso pap non guidava pi, e doveva affittare le macchine. I suoi nemici gli avevano fatto ritirare la patente per umiliarlo, spiegava. Dato che non potevano colpirlo in cose pi importanti. Era troppo forte per loro, e troppo furbo.
C'erano sempre un sacco di cambiamenti improvvisi. Ero cos contenta di andare allo zoo, ma adesso avevamo cambiato programma. "Vedrai che ti piacer anche questo." In altre occasioni, avevamo girato il Central Park in lungo e in largo. Era pieno di sorprese, e sembrava non finire mai; ci fermavamo, camminavamo, correvamo, giocavamo; avevamo dato da mangiare alle anatre e alle oche nei laghetti; una volta avevamo mangiato fuori; e in una ventosa giornata di marzo, pap mi aveva aiutato a far volare un aquilone (che poi avevamo perso: si era rotto, e i brandelli erano volati via); e mi aveva promesso che presto saremmo andati alla pista di pattinaggio. Altri sabati, invece, con la macchina eravamo andati a nord, fino al George Washington Bridge; eravamo andati a nord, fino ai Cloisters, e a sud, fino alla punta di Manhattan, "la grande isola maledetta", come la chiamava pap. Avevamo attraversato il ponte di Brooklyn e il ponte di Manhattan. Avevamo visto la Statua della Libert e avevamo preso il traghetto. Avevamo mangiato in cima al World Trade Center, nel ristorante preferito di pap "dove si mangia in mezzo alle nuvole!". Avevamo visto "La bella e la bestia" a Broadway e il Big Apple Circus al Lincoln Center; l'anno prima avevamo visto lo spettacolo di Natale al Radio City Music Hall. Alla fine delle nostre "avventure del sabato" ero sempre stordita, euforica; un giorno avrei capito che  questo ci che significa essere "stravolti", "fatti", "ubriachi" - io ero stata ubriaca di felicit, con pap.
E nessun altro tipo di alterazione, anche in seguito, sarebbe stata simile a quella.
"Sai che cosa facciamo oggi, Principessa? Compriamo regali. Facciamo scorta di ricchezze."
"Regali di Natale?" chiesi.
"Certo. Regali di Natale, regali di ogni genere. Per te e per me. Perch siamo speciali, lo sai." Pap mi sorrise, e aspettai che mi strizzasse l'occhio, come a volte faceva perch capissi che stava scherzando (per esempio, quando telefonava mentre eravamo in macchina). Scherzava spesso, pap: era un uomo a cui piaceva ridere, diceva di s, e la vita era cos triste che se li doveva inventare lui i motivi per ridere. "Lo sai che siamo speciali, vero Principessa? E ricordati sempre che il tuo pap ti vuole bene. Tutto il resto  falso."
"S pap," dissi. Naturalmente era cos.

Dovrei raccontare le telefonate che faceva pap mentre eravamo nelle nostre limousine a noleggio.
Le parole che pronunciava erano educate, fredde, taglienti; e anche se il tono era pacato, aveva la faccia piena di rughe come un vaso con una crepa; teneva gli occhi quasi chiusi, e arrossiva come se si fosse preso una scottatura. Finch si ricordava dove si trovasse, e si ricordava di me. E allora mi sorrideva, mi faceva l'occhiolino e annuiva; mi bisbigliava qualcosa, ma continuava la telefonata. E dopo un po', diceva bruscamente: "Basta cos!", oppure: "Arrivederci!", e interrompeva la conversazione. E cos mi crogiolavo all'idea che le telefonate di pap, iniziate con tanta urgenza, potessero nondimeno finire improvvisamente con le parole magiche "Basta cos!", oppure "Arrivederci!". Parole che aspettavo sapendo che, allora, pap si sarebbe girato per sorridere "a me".
Che giornata pazzesca! Colazione al Plaza, shopping alla Trump Tower, visita al Guggenheim dove pap mi voleva mostrare un quadro che gli piaceva tanto... Eravamo gi stati al Plaza, ma questa volta pap non riusc a ottenere il tavolo che voleva, e c'era qualcos'altro che non andava. Pap fece l'ordinazione, ma poi spar (per fare un'altra telefonata? Per andare in bagno? Se glielo chiedevi, ti avrebbe risposto, ammiccando: "Io lo so, tesoro, e tu lo devi indovinare."). Portarono uova strapazzate e bacon per me, uova Benedict per pap e frittelle con la marmellata per entrambi, con lo sciroppo caldo; avvicinarono al nostro tavolo il carrello dei dolci; avevamo un sacco di vasetti di marmellata, confettura e gelatine; dai tavoli vicini ci stavano guardando, ma io ero abituata agli sguardi quando stavo assieme a pap; era come se quelle attenzioni mi fossero dovute, in quanto sua figlia. "Lasciagli dare un'occhiata," diceva lui. Quella mattina pap aveva una gran fame, e si mise un tovagliolo sotto il mento; quando vide che non mangiavo tanto, mi chiese se la roba non fosse buona; gli dissi che non avevo tanta fame, e allora mi chiese se "lei" mi avesse fatto gi mangiare; gli risposi di no, ma che mi sentivo un po' debole. "Gi, una delle tattiche della Regina delle Nevi," comment pap. Allora cercai di mangiare qualche pezzetto di frittella senza lo sciroppo. Pap appoggi i gomiti sul tavolo e mi fiss: "E se questa fosse la tua ultima colazione col tuo pap? Che vergogna!" I camerieri volteggiavano nelle loro livree abbaglianti. Il matre era vigile e sorridente. C'era una telefonata per pap, e quando torn, dopo un bel pezzo, era distratto, con la faccia rossa, la cravatta allentata. A quanto pare la colazione era finita. Pap sparse sul tavolo banconote per venti dollari, e uscimmo in fretta e furia, tra gli sguardi sorridenti di tutti. Uscimmo dal Plaza dal lato della Cinquantottesima Strada, dove ci aspettava la limousine; il silenzioso autista asiatico apr la porta posteriore, pap mi spinse dentro e si sedette accanto a me. La Trump Tower era a due passi, sulla Quinta Avenue. Prendemmo le scale mobili fino all'ultimo piano. Era tutto cos bello che pap aveva le lacrime agli occhi. Non so se ho gi detto che quella mattina pap aveva la pelle liscia e profumata di colonia; portava degli occhiali color ambra che non avevo mai visto; indossava un doppiopetto Armani gessato e un soprabito di cammello, sempre di Armani, con due spalle che lo facevano sembrare pi muscoloso di quello che era; e poi scarpe italiane nere, lucide, con un tacco che lo faceva sembrare pi alto; i capelli erano pettinati in modo che non stavano piatti ma spuntavano diritti sulla testa; e non erano di un grigio deprimente, come avrebbero dovuto essere, ma di un rossiccio delicato; com'era affascinante pap! Nelle boutique della Trump Tower mi compr un cappotto di velluto blu, una cloche e un paio di guanti di angora azzurri. "Li butti via, per favore," ordin alla commessa, riferendosi al cappotto e ai guanti che indossavo. Poi pap mi compr una bella sciarpa di seta di Herms, e un meraviglioso orologio di oro bianco con degli smeraldi, che avrebbe dovuto essere molto, molto pi piccolo per andare bene al mio polso; e poi un cuoricino d'oro "per ricordo", attaccato a una catenina. Per s pap compr una mezza dozzina di belle cravatte di seta importate dall'Italia, e un portafoglio di capretto; un pullover di cashmere importato dalla Scozia; un ombrello, una valigetta portadocumenti, una bella valigia - tutti di fabbricazione inglese - che ordin di recapitare a un indirizzo del New Jersey; e altre cose ancora, per s e per me. Pap pag tutto in contanti, con banconote di taglio elevato; non usava pi la carta di credito, diceva, perch non voleva che il governo lo controllasse; non lo avrebbero preso nella loro rete, e non sarebbe stato al loro gioco ridicolo. Nella Trump Tower c'era un caff accanto a una cascata, e pap bevve un bicchiere di vino, anche se non aveva voglia di sedersi; aveva troppa fretta, disse. E poi gi per le scale mobili fino al piano terra, dove un'arietta fredda ci rinfresc le facce accaldate. Quanto ero contenta con i miei vestiti e i miei gioielli nuovi; e se non fosse stato per pap: "Attenta, Principessa!" sarei inciampata in fondo alle scale mobili. Fuori, sulla Quinta Avenue, c'era un mucchio di gente, gente grande, grossa e scortese che andava di fretta e che non degnava di uno sguardo il mio cappotto nuovo, e mi avrebbe travolta se non fosse stato per pap che mi teneva per mano e mi proteggeva. La tappa successiva era il Guggenheim. Ci andammo a piedi, con la limousine che ci seguiva. Altra coda sulle scale mobili: ero intrappolata dietro gente grande e grossa di cui vedevo solo le gambe, la schiena del cappotto, le braccia che dondolavano; ma pap mi sollev, mi prese in braccio e mi port in una sala spaziosa, una sala grande come non ne avevo mai viste, e meno affollata. Mi accorsi che aveva le lacrime agli occhi - e le braccia gli tremavano appena - quando ci fermammo davanti a un quadro enorme, anzi, a una serie di quadri dipinti in un azzurro di sogno, con uno stagno e delle ninfee. Pap mi disse che erano di un famoso pittore francese chiamato "Mone", e che erano una cosa magica; questi quadri gli avevano fatto capire la sua anima, o quello che la sua anima doveva essere. Ma appena ti lasciavi alle spalle tanta bellezza, eri di nuovo perso in mezzo alla folla, divorato dalla folla; molti avrebbero dato "la colpa a te", ma la verit era che "non ti permettono di essere buono, Principessa. Pi hai, e pi prendono da te. Ti mangiano vivo. Sono dei cannibali".
Quando uscimmo dal museo, la neve aveva smesso di cadere. Le affollate strade di Manhattan non ne recavano pi traccia. Un sole abbagliante splendeva quasi in verticale tra i grattacieli, ma per il resto c'era solo ombra incolore, e freddo.

Prima delle cinque pap e io avevamo fatto spese da Tiffany, da Bergdorf Goodman, da Saks e da Bloomingdale's; avevamo comprato cose bellissime e costose, tutte da recapitare all'indirizzo del New Jersey "sull'altro lato del fiume Stige". Da Steuben, sulla Quinta Avenue, comprammo una statua di vetro alta una trentina di centimetri che poteva essere una donna, un angelo e un uccello; era cos luminosa che quasi non si riusciva a guardarla. "E' proprio la Regina delle Nevi! " disse pap, ridendo; e cos questo regalo venne mandato a mamma, al 31 di Central Park South. Mentre camminavamo tra i negozi sfolgoranti, pap mi teneva per mano cos che non mi perdessi; erano le cattedrali dell'America, diceva; i santuari, i reliquiari e le catacombe dell'America; se non riuscivi a essere felice in quei negozi, non potevi esserlo da nessuna parte; non potevi essere un vero americano. E mi raccontava delle storie; alcune erano favole che mi leggeva quando ero piccola piccola, quando viveva con mamma e con me, in una casa di arenaria con la porta che dava sulla strada, senza portiere e senza ascensori; alle finestre c'erano sbarre di ferro, perch nessuno potesse entrare; e c'erano anche allarmi elettronici di ogni tipo; anche gli alberi sul marciapiede davanti erano protetti da sbarre di ferro; abitavamo in una stradina tranquilla a due passi da un edificio enorme e molto importante - il Metropolitan Museum; era quando pap a volte si vedeva in televisione, o c'era la sua foto sui giornali; dicevano che ero troppo piccola per saperlo, ma io sapevo. Cos come sapevo che era strano che pap pagasse in contanti tutti i nostri regali, tirando fuori i soldi dal portafoglio o da spesse buste che aveva nelle tasche interne della giacca; era strano, perch nessun altro pagava cos, e la gente lo guardava; lo guardava come per memorizzarne la faccia; la voce imperiosa, la faccia raggiante, la consapevolezza che lui e io, sua figlia, eravamo lontani dalla grigia, triste banalit del resto del mondo; la gente guardava, invidiosa, anche se non smetteva di sorridere, oh quanti sorrisi, se pap li guardava, o gli parlava. Perch questo era il potere di pap.
Ero stordita, sfinita, febbricitante; non sarei stata in grado di dire da quanto tempo fossimo in giro per negozi; e comunque era bello essere osservata da tanti estranei, che notavano quanto fossi carina. A volte a pap dicevano: "Scusi, ma non l'ho vista in televisione?" Ma pap si limitava a ridere e passare da un'altra parte, perch quel giorno non c'era tempo da perdere.

In strada, in una delle grandi Avenue spazzata dal vento, pap chiam un taxi come un passante qualunque. Quand' che avevamo mandato via la Limousine? Non lo ricordavo.
Fu un viaggio tutto scossoni. Il sedile era strappato. Non c'era riscaldamento. Nello specchietto un paio di occhi neri acquosi guardavano pap con disprezzo silenzioso. Pap si frug nelle tasche, e alla fine trov solo una banconota da cinquanta dollari. "Tenga il resto, e grazie! " Ma anche allora gli occhi non ci sorrisero; non si potevano comprare, quelli.
Eravamo in un bar piccolo e buio sulla Quarantasettesima, vicino alla Quinta Avenue; pap ordin una brocca di vino rosso per s e una bibita per me, e and a telefonare in una stanza privata sul retro; mi addormentai, e quando mi svegliai vidi pap in piedi, troppo agitato per sedersi; aveva la faccia lucida e tesa; i capelli si erano afflosciati e gli cascavano in ciocche umide sulla fronte; e aveva le guance imperlate di sudore oleoso. Atteggi la bocca a un sorriso e mi disse: "Eccoti, Principessa! In piedi, forza! " Era gi ora di muoversi, pi che ora. Pap aveva saputo da un assistente le brutte notizie che stava aspettando. Anche se ovviamente non mi disse niente. Anni dopo avrei saputo che quel pomeriggio la procura di Manhattan aveva emesso un mandato d'arresto nei suoi confronti: alcune delle persone per cui pap aveva lavorato fino a pochi mesi prima come pubblico ministero. L'accusa era di abuso di potere in atti d'ufficio, corruzione, omissione di informazione, spergiuro, ricatto, peculato... Tutte menzogne messe in piedi dai suoi nemici, che per anni erano stati gelosi di lui e adesso lo volevano distruggere. Un giorno avrei saputo che i detective della polizia di New York erano andati nel suo appartamento (all'angolo tra la Novantaduesima Est e la Prima Avenue) per arrestarlo, e ovviamente non l'avevano trovato; dopodich erano andati a Central Park South, non trovandolo neanche l; mamma gli aveva detto che pap mi aveva portato allo zoo del Bronx, o almeno questo era il programma, e che mi avrebbe riportata per le cinque e mezza, o almeno cos aveva promesso; e se intendevano aspettarlo nell'atrio, per favore non lo arrestassero davanti alla figlia. Alcuni agenti vennero mandati subito allo zoo del Bronx. Una caccia all'uomo tra i babbuini! Che risate si sarebbe fatto pap. E in tutta Manhattan era stato diffuso l'allarme: pap era un "ricercato", ma era stato abbastanza astuto da comprarsi un nuovo soprabito da Sals, un trench Nebbia di Londra color pietra bagnata, e aveva detto al negozio di recapitare il suo cappotto di cammello al solito indirizzo del New Jersey; non solo, ma si era preso anche un cappello grigio, un paio di occhiali pi scuri con una grossa montatura di plastica nera, e un bastone nodoso, importato dall'Australia; e adesso camminava zoppicando da una gamba, tant' che lo guardavo e quasi non lo riconoscevo, e lui scoppi a ridere. Allo Shamrock Pub, all'incrocio tra la Nona e la Trentaduesima, aveva convinto ad accompagnarci una donna giovane e bionda con le trecce; la donna aveva una faccia luccicante come un tabellone, gli occhi contornati di nero, e continuava a dirmi: "Ma che bambina carina! Ma che bel cappottino!", anche se sapeva che non doveva fare domande. Mi teneva per mano facendo finta di essere mia mamma, e pap ci seguiva zoppicando, a qualche metro di distanza, cos che (se qualcuno ci osservava) non si capisse che era con noi; era un gioco, disse pap; un gioco che mi rendeva euforica e nervosa; mi era venuta la ridarella, e la bionda mi sgrid: "Shhh! Senn il tuo pap si arrabbia." Poco pi tardi la bionda era scomparsa.
Quando cammino per Manhattan, mi chiedo sempre se mi capiter mai di rivederla. "Scusi! Si ricorda, quel giorno? " Ma sono passati anni.

"Come sei stanca! " mi sgrid pap portandomi fuori dal taxi nell'atrio dell'Hotel Pierre, un bell'albergo all'angolo tra la Quinta e la Sessantunesima, proprio davanti a Central Park; pap prese una suite al sedicesimo piano; dalla finestra si vedeva l'appartamento dove abitavamo io e mamma, anche se in quel momento mi sembrava molto lontano; non mi sembrava reale avere una mamma, l'unica cosa reale era il mio pap. Una volta dentro, pap chiuse a chiave la porta e mise anche la catena. C'erano due televisioni e pap accese entrambe. Accese i ventilatori e stacc i telefoni. Con la chiavetta apr il minibar, apr una bottiglietta di whisky, la vuot in un bicchiere e lo bevve d'un fiato. Respirava a fatica, e aveva gli occhi che ballavano, come se non riuscissero a mettere a fuoco le cose. "Principessa! Tirati su, "per favore". Non deludere il tuo pap, per favore. " Ero sdraiata sul pavimento, con la testa girata. Ma non stavo piangendo. Pap trov nel minibar una lattina di succo di frutta, la vers in un bicchiere, ci aggiunse qualcos'altro e me lo diede dicendo: "Principessa! Questa  una pozione magica. Bevila! " Accostai le labbra al bicchiere ma era amaro. "Principessa, devi obbedire al tuo pap." E cos feci. Sentii qualcosa di caldo e bruciante espandersi nella mia bocca e nella mia gola, e cominciai a tossire, ma pap mi premette la mano sulla bocca per calmarmi; e ricordai quanto tempo era passato da quando ero una bambinella stupida e pap faceva la stessa cosa, mi metteva una mano sulla bocca. Adesso per non stavo molto bene, sul serio, ed ero spaventata; ma ero anche felice; ero ubriaca di felicit per tutto quello che avevamo fatto; perch non avevo mai ricevuto tanti regali; non mi ero mai resa conto di quanto fossi speciale. E in seguito, quando mi chiesero se avessi avuto paura del mio pap, avrei detto: "No! No! Neanche per un minuto. Io voglio bene al mio pap, e lui vuole bene a me". Adesso era seduto sul bordo del letto, a bere; aveva la testa china, quasi sulle ginocchia. Borbottava tra s come se fosse solo: "Stronzi! Non mi avete lasciato essere una persona onesta. E adesso volete mangiarmi vivo." Pi tardi venni svegliata da un rumore forte. La televisione? No, qualcuno che pestava alla porta. Voci di uomini. "Polizia! Apra, Mister..." e pronunciarono il nome di pap come non l'avevo mai sentito. Adesso pap era in piedi, mi aveva presa in braccio. Era arrabbiato, aveva in mano una pistola - sapevo che cosa fosse, avevo visto delle foto - tutta nera e luccicante, con la canna corta. E la agitava come se quelli dietro la porta lo potessero vedere. Aveva la faccia grondante di sudore. Non l'avevo mai visto cos arrabbiato, e gridava: "Ho qui con me mia figlia. E ho una pistola." Ma quelli continuavano a pestare sulla porta, fino a sfondarla. Pap spar un colpo in aria e mi trascin in un'altra stanza dove era accesa la televisione, col volume alto, ma la luce era spenta; mi spinse gi, ansimando; eravamo entrambi sul tappeto. Avevo troppa paura per piangere, e cominciai a farmi la pip addosso; nell'altra stanza i poliziotti gridavano che pap doveva consegnare la pistola, non doveva fare del male a nessuno, ma solo consegnare la pistola e seguirli; e pap singhiozzava e gridava: "Me la tengo io la pistola! Non andr mai in prigione, non posso! Ho qui con me la mia bambina, avete capito?" I poliziotti erano nell'altra stanza ma non si facevano vedere, e gli dicevano che sapevano che non voleva fare del male a sua figlia o a nessun altro; doveva solo consegnare la pistola e seguirli; avrebbe parlato col suo avvocato, e avrebbe sistemato ogni cosa. Ma pap piangeva, andava carponi sul tappeto cercando di tenere me e la pistola; eravamo rannicchiati nell'angolo pi buio, vicino al ventilatore; la ventola pulsava; pap mi stringeva e piangeva, sentivo il suo alito caldo in faccia; cercai di divincolarmi, ma pap era troppo forte e mi chiamava "Principessa! Principessa!" e diceva che sapeva che gli volevo bene, "vero?" La pozione magica mi aveva fatto venire sonno, non riuscivo a tenere gli occhi aperti. Ma mi ero bagnata le mutandine, avevo le gambe umide e irritate. Un uomo stava parlando a pap con una voce forte e chiara come se venisse dalla televisione, e pap stava ascoltando o almeno sembrava, e a volte rispondeva, a volte no. Non mi rendevo conto dello scorrere del tempo; solo anni dopo avrei saputo che erano passati un'ora e dodici minuti, ma allora non ne avevo idea, non ero stata sempre sveglia. Le voci continuavano a parlare, voci di uomini, una che ripeteva: "Mister..., consegni la sua arma, per favore. La butti in modo che la possiamo vedere." E pap si asciugava la faccia con la manica della camicia. Aveva la faccia rigata di lacrime come se si stesse sciogliendo, eppure la voce disse, tranquilla, cos forte che sembrava provenire da ogni parte: "Mister..., lei non  capace di fare del male a una bambina, la conosciamo, sappiamo che  una brava persona, non sarebbe mai capace di fare del male a qualcuno." E all'improvviso pap disse: "S! E' vero." Mi diede un bacio su una guancia e con una voce sonora, felice, mi disse: "Addio, Principessa." Mi allontan da lui. Si infil in bocca la canna della pistola. E premette il grilletto.
Cos fin. Come finiscono tutte le cose. Ma non ditemi che la felicit non esiste. Esiste eccome,  l. Devi trovarla, e devi tenerla stretta, se ce la fai. Non dura, ma  l.


L'avvocato.

Lo avrebbe giurato.
Era tornato alla casa nell'East End Avenue dopo le undici di sera e aveva trovato la porta aperta: dentro, sul parquet, sua madre giaceva in una pozza di nero di seppia. Sembrava essere caduta dalle scale, che erano ripide, ed essersi rotta il collo, a giudicare dalla torsione del corpo. In realt aveva anche la nuca sfondata, ed era stata randellata a morte con una delle sue mazze da golf, un ferro due, ma sul momento non se n'era reso conto.
"Nero di seppia"? Be', il sangue sembrava nero, nella scarsa luce dell'atrio. Uno scherzo che a volte gli facevano gli occhi, quando aveva studiato troppo o aveva dormito poco. Un "tic ottico". Nel senso che vedi chiaramente le cose, ma il tuo cervello le registra surrealmente come qualcos'altro. Come se nel tuo programma neurologico ogni tanto ci fosse un bip.
Nel caso di Derek Peck Junior, di fronte al cadavere scomposto della madre, era un ovvio sintomo di trauma. Di shock: il torpore viscerale che blocca il dolore di fronte all'indicibile, all'incomprensibile. L'ultima volta che aveva visto sua madre era stata la mattina, prima di andare a scuola; aveva ancora addosso la vestaglia trapuntata di raso giallo, che la faceva sembrare un uovo di Pasqua. Era stato via tutta la giornata. E poi il passaggio brusco e assurdo dal calcolo differenziale al cadavere sul pavimento, dalle battute dei suoi amici del club di matematica (un gruppo di loro si vedeva la sera per prepararsi al SAT) al silenzio profondo e terribile di casa sua, che fin da quando aveva spinto la porta misteriosamente aperta gli era sembrato ostile, un silenzio che vibrava di paura.
Si chin sul corpo, ancora incredulo. "Mamma? 'Mamma'!"
Come se fosse stato lui, Derek, ad aver fatto qualcosa di male, a essere quello che doveva essere punito.
And in iperventilazione. Il cuore gli batteva cos forte che quasi svenne. Era troppo stordito per pensare: "E se sono ancora qui? Al piano di sopra?" Aveva perso perfino l'istinto dell'autoconservazione.
E poi, in qualche modo, sentiva di esserne responsabile. Non era lei che lo faceva sentire sempre in colpa? Se in casa c'era qualcosa che non andava, gira e rigira c'entrava sempre "lui". Dall'et di tredici anni (quando suo padre Derek Senior aveva divorziato da sua moglie Lucille "e da lui"), sua madre aveva preteso che si comportasse come un secondo adulto; e crescendo era diventato alto, allampanato e ansioso, come per venire incontro a tale aspettativa. Aveva gli occhi torvi e febbrili. Il cinquantatr per cento dei compagni di Derek, ragazze e ragazzi, erano figli di divorziati, e la maggior parte concordavano che la cosa peggiore era dovere imparare a comportarsi da adulti, senza godere per di tutti i diritti degli adulti. Cosa non facile neanche per lo stoico e scafato Derek Peck Junior col suo Q.I. di 158 - giusto? - all'et di quindici anni (adesso ne aveva diciassette). Adolescente, aveva un senso di s quanto mai precario; non solo come "immagine fisica" (da piccolo sua madre lo aveva lasciato diventare grasso, cosa che rimane impressa indelebilmente nelle cellule cerebrali), ma soprattutto come "identit sociale". A volte sua madre lo trattava come un bambino, e lo chiamava il suo "piccino"; ma un minuto dopo lo rimproverava perch, come suo padre, non era capace di assumersi le proprie responsabilit.
Questa storia delle responsabilit era una spada di Damocle. Se la sentiva pendere sul capo appena sveglio, prima ancora di scendere dal letto.
Adesso, chino su di lei, tremava come una foglia al vento mentre sussurrava: "Mamma? Non mi senti? Non sarai mica..." Non poteva pronunciare la parola "morta", perch l'avrebbe fatta arrabbiare, come la parola "vecchia"; non che fosse una donna vanitosa o frivola, perch Lucille Peck non lo era, ma che fosse una vera signora lo dicevano in tanti, soprattutto le donne che non avrebbero voluto essere come lei e gli uomini che non l'avrebbero sposata neanche morti. "Mamma, non invecchiare"! Derek non lo avrebbe mai detto ad alta voce, ma tra s forse se l'era detto spesso, quest'ultimo anno, vedendo la sua faccia pallida e spavalda, dai lineamenti marcati, al sole impietoso del mattino, quando scendevano le scale insieme; o quando, in cucina, le lampade sul soffitto le gettavano delle ombre crudeli, tingendole di nero le occhiaie e i solchi sulle guance molli. Due anni prima, quando aveva passato le vacanze a Lake Placid e sua madre era venuta a prenderlo al J.F.K., Derek aveva notato atterrito le due parentesi ai lati della sua bocca, cos maternamente lieta di sorridere. Gli aveva fatto pena, ma questo era servito solo ad aumentare il suo senso di colpa. "Non devi provare piet per tua madre, coglione".
Se fosse tornato a casa subito dopo scuola. Per le quattro del pomeriggio. Invece aveva chiamato da casa di Andy, lasciando in segreteria colpevoli e affrettate parole di scusa. "Mamma? Scusa ma stasera non sono a cena. Okay? Il club di matematica, sai... Ci stiamo preparando... Non stare ad aspettarmi, grazie". Che sollievo che non avesse alzato la cornetta mentre stava parlando.
Ma era ancora viva, allora, o era gi... morta?
"Quand' l'ultima volta che hai visto tua madre viva, Derek"? gli avrebbero chiesto. Be', non  che proprio l'avesse vista. Non c'era stato contatto visivo.
E che cosa aveva detto? Un gioved mattina come tanti. Nessuna premonizione. Sole, vento, freddo. Era uscito di corsa, non prima di avere preso una Diet Coke dal frigo, cos fredda che gli aveva fatto male ai denti. Aveva confusamente intercettato un'occhiata di rimprovero della madre, nella sua vestaglia color ranuncolo giallo, mentre usciva. "Ciao mamma"! Un sorriso e via.
Il suo unico figlio che la evitava. Certo non doveva farle piacere. Era una donna solitaria e orgogliosa. Anche nelle sue attivit cos importanti: il Circolo artistico femminile, i Volontari per la pianificazione famigliare, il centro di fitness, il tennis e il golf d'estate a East Hampton, l'abbonamento al Lincoln Center. Le sue amiche erano quasi tutte donne di mezza et divorziate come lei, madri con figli che andavano alle superiori o al college. Lucille era sola. Non era mica colpa sua. Se all'ultimo anno delle superiori Derek era diventato un fanatico dei voti, ossessionato dall'ammissione a Harvard, Yale, Brown, Berkeley, lo aveva fatto solo per evitare l'imbarazzo di quelle colazioni mattutine.
Ma Dio, quanto le aveva voluto bene. Aveva. In previsione del suo brillante risultato al SAT, aveva gi pensato di portarla allo Stanhope per il brunch, e di dedicarle una giornata con visite ai musei, come non ne passavano insieme da anni.
Come era immobile, adesso. Derek non osava toccarla. Ansimava. Il nero di seppia sotto la testa contorta era colato nelle fessure del pavimento, coagulandosi. Col braccio sinistro sembrava implorare qualcuno, esasperata, la manica macchiata di rosso e il palmo aperto, con le dita adunche come artigli rapaci. Derek avrebbe potuto notare che non aveva pi il suo Movado da polso e tutti gli anelli, tranne l'opale di nonna - il ladro, o i ladri, non erano riusciti a sfilarlo dal dito gonfio? Avrebbe potuto notare l'asimmetria della rotazione dei bulbi oculari: in quello destro l'iride quasi non si vedeva pi, mentre in quello sinistro faceva capolino come una luna piena ubriaca. Avrebbe potuto notare la nuca spappolata come un melone maturo, ma ci sono cose, in una madre, che uno preferisce non vedere, per tatto e per pudore. "I capelli" - l'unica "cosa bella" che le rimaneva, diceva sempre. Un castano-argento-chiaro, un po' grezzo; una tinta naturale come quella dei corn-flakes. Le madri dei suoi compagni cercavano tutte di essere giovanili e affascinanti con tinture di ogni tipo, ma Lucille Peck non era il tipo. Lei era ancora una che non aveva bisogno del fondotinta sulle guance, almeno nei giorni buoni.
A quest'ora i capelli di Lucille avrebbero dovuto essere asciutti, dopo la doccia mattutina che Derek ricordava vagamente, dagli specchi appannati in bagno. Ansia. E i biglietti per il concerto e il balletto al Lincoln Center? Ci doveva andare con qualche amica. Ma Derek non lo sapeva. E se lo sapeva se ne era dimenticato. Come della "mazza" da golf, il ferro due. Dove era nascosta? Di sopra o di sotto? I cassetti del com in camera di Lucille erano stati saccheggiati. Ma avevano preso anche il "suo" nuovo Macintosh e l'avevano lasciato cadere davanti alla porta. Come se avessero cambiato idea. Perch cercavano solo soldi. Dei drogati, ecco perch.
"Avete sentito cos'ha combinato Booger"?
Alla fine la tocc. Tast la grossa arteria del collo. Come si chiamava, la "catoride"? La carotide? Avrebbe dovuto pulsare, ma non sentiva niente. E la pelle era fredda e vischiosa. Ritrasse la mano come se si fosse scottato.
Cristo santo. Era possibile? Lucille era davvero morta?
E avrebbero dato la colpa a lui?
"Che tipo, Booger! Proprio fuori di testa".
Inspir profondamente. Aveva le lacrime agli occhi. Doveva chiamare aiuto. Che ora era? Le ventitr e quarantotto. Il suo orologio era un Omega nero che aveva comprato coi suoi soldi, ma non si sarebbe ricordato dell'ora. Ormai avrebbe dovuto chiamare il 911. Ma se avevano strappato i fili? O se uno degli assassini era in cucina, al buio, vicino al telefono? Se volevano ammazzare anche lui?
Derek impazz dalla paura. Corse fuori e si mise a gridare, proprio mentre stava accostando un taxi su cui c'era una coppia di una certa et che abitava nella casa di fianco. Sia i due passeggeri che il tassista videro un ragazzo pallido come un cencio, con la faccia terrorizzata, con un montgomery sbottonato, che correva in mezzo alla strada gridando: "Aiuto! Aiuto! Hanno ucciso mia madre!"

"DONNA ASSASSINATA NELL'EAST SIDE
SI PRESUME A SCOPO DI RAPINA"

Nell'ultima edizione del "New York Times" del venerd, l'omicidio a colpi di mazza da golf di Lucille Peck, che Marina Dyer aveva conosciuto come Lucy Siddons, apriva con grande evidenza la cronaca locale. Marina stava sfogliando rapidamente le pagine quando il suo occhio si fiss sulla faccia (invecchiata, ingrassata, ma inconfondibile) della sua ex compagna di scuola della Finch.
"Lucy! 'No'."
Dalla posizione centrale nella parte superiore della pagina, e dall'assenza di particolari meriti civici, culturali o estetici del soggetto, era chiaro che si doveva trattare della foto di un morto. E per i lettori del "Times" l'interesse risiedeva nell'indirizzo della vittima, a due passi dalla casa del sindaco. Implicando, evidentemente, che "anche l, in un mondo ricco ed esclusivo, era possibile un destino cos crudele".
Marina Dyer lesse l'articolo in uno stato di shock, anche se con interesse professionale, dato che era una penalista. Peccato che l'articolo fosse cos breve. Cos prevedibile, poi. "Una di noi" (bianca, di mezz'et, buona cittadina, disarmata) assalita e selvaggiamente assassinata nella sacralit della propria casa; un simbolo del privilegio di classe, una mazza da golf, usata come arma del delitto. Secondo la polizia, l'intruso o gli intrusi cercavano contanti per comprarsi la droga. Un delitto tanto crudele quanto casuale; un delitto senza senso; uno dei tanti casi insoluti di effrazione nell'East End dall'inizio di settembre, anche se era il primo con un omicidio. Il cadavere era stato rinvenuto dal figlio adolescente della vittima, che aveva trovato la porta aperta, rincasando verso le undici - mentre il decesso risaliva a circa cinque ore prima. I vicini riferivano di non avere sentito rumori insoliti, ma molti parlavano di estranei "sospetti" che si aggiravano nella zona. La polizia stava "indagando".
"Povera Lucy!"
Marina apprese che la sua ex compagna aveva quarantaquattro anni, un anno (o presumibilmente qualche mese) pi di lei; che nel 1991 aveva divorziato da Derek Peck, dirigente di una compagnia di assicurazioni, attualmente residente a Boston; che lasciava l'unico figlio, Derek Junior, una sorella e due fratelli. Che brutta fine per Lucy Siddons, che nel ricordo di Marina splendeva di vita; instancabile, inarrestabile, generosa; una brava studentessa, eletta due volte rappresentante, ammirata - se non adorata - da tutti: lei che era stata cos gentile con Marina Dyer, timida, balbuziente e strabica.
E anche se entrambe vivevano a Manhattan - Marina in una casa tutta sua, sulla Settantaseiesima ovest, vicino a Central Park -, l'ultima volta che aveva visto Lucy era stato cinque anni prima, alla riunione per il ventennale del diploma; ed era passato ancora pi tempo da quando avevano fatto un discorso serio. Se mai l'avevano fatto.
"E' stato il figlio", pens Marina, chiudendo le pagine. Non lo pensava seriamente, forse, ma faceva parte del suo scetticismo professionale.

"Cazzo di un Boogerman"!
Da dove veniva? Dal nocciolo in fusione dell'universo. Dal Big Bang. Dallo sperma cosmico. Prima non c'era "niente", e poi, di colpo, tutto. Dato che tutti gli esseri viventi derivano da un'unica fonte, che si  esaurita da tempo.
Pi ti arrovellavi sulle origini, e meno ne sapevi. Aveva studiato Wittgenstein: "Su ci di cui non si pu parlare, si deve tacere" (il professore era abbastanza figo, uno giovane, laureato a Princeton). Eppure credeva di ricordare le circostanze della sua nascita. Nel 1978, alle Barbados, dove i suoi genitori erano in vacanza per la fine dell'anno. Era prematuro di cinque settimane ed era stato fortunato a sopravvivere, e nei sogni vedeva un cielo blu cobalto, file di palme con i tronchi a scaglie, uccelli tropicali con le piume di tutti i colori, una luna bianca tonda come il pancione di mamma, pinne di squali che solcavano le onde come nel videogame di "Death Raiders" su cui passava ore e ore alle medie. Notti di uragani che gli impedivano di dormire come tutti gli altri.
Ascoltava Metallica, Urge Overkill e Soul Asylum. I suoi preferiti erano quelli che non erano mai arrivati alla top ten, o che se c'erano arrivati erano subito ricaduti indietro. Ammirava i perdenti che si ammazzavano con un'overdose lanciando al mondo un ultimo VAFFANCULO. Ma non aveva fatto quello di cui lo accusavano. Assolutamente e incredibilmente fantastico. Lui, Derek Peck Junior, era stato arrestato e sarebbe stato giudicato per un crimine di cui era vittima la sua amata madre. Un crimine commesso da bestie (avrebbe scommesso sul colore della loro pelle), che non contenti le avevano spaccato il cranio come un uovo. Se solo fosse tornato a casa cinque ore prima.
Non era preparata a innamorarsi, non era il tipo da innamorarsi di un cliente, eppure era andata proprio cos. Le era bastato vederlo, sentirsi fissata dai suoi strani occhi che imploravano: "Aiuto! Salvami"!
Derek Peck Junior. era un angelo botticelliano, in parte cancellato e rozzamente ridipinto da Eric Fischi. I suoi capelli dritti, folti e unti, si dividevano in due ali simmetriche che incorniciavano la sua faccia lunga, elegante e ossuta. Aveva gambe e braccia scimmiesche e dinoccolate. Le spalle strette, il petto concavo. Poteva avere quattordici anni come venticinque. Apparteneva a una generazione distante da Marina Dyer quanto una specie diversa. Indossava una T-shirt dei Soul Asylum sotto una giacca Armani stropicciata color limatura di ferro, pantaloni Ralph Lauren a righine macchiati al cavallo, e Nike numero quarantatr. Vene azzurre gli pulsavano alle tempie. Un fighetto cocainomane che finora era riuscito a tenersi fuori dai guai, era stata avvertita Marina dall'avvocato di Derek Peck Senior, quando con discreta insistenza aveva manifestato il suo interesse alla difesa del ragazzo: probabilmente uno psicopatico matricida, che non solo pretendeva di essere innocente, ma sembrava anche crederci. Emanava un odore al tempo stesso organico e chimico. La sua pelle sembrava arroventata, del colore e della grana del porridge bruciacchiato. Aveva le narici orlate di rosso e gli occhi di un acetilene verde-giallo. Avvicinare un fiammifero a quegli occhi era l'ultima cosa che ti veniva in mente, eppure ti veniva voglia di guardarci fino in fondo.
Quando Marina Dyer venne presentata a Derek Peck Junior, il ragazzo la guard avido. Comunque non si alz, come gli altri uomini nella stanza. Invece si pieg in avanti, con i tendini del collo che si profilavano tradendo lo sforzo della concentrazione. La sua stretta di mano era prima annaspante e poi sicura e dolorosa come quella di un adulto. Senza sorridere, il ragazzo si scost i capelli dal volto, come un cavallo che scuote la criniera, e Marina sent un brivido scenderle lungo la spina dorsale. Era da tempo che non provava nulla del genere.
"Ciao, Derek," disse Marina, con la sua morbida voce da contralto che non tradiva mai le emozioni.

Era stato negli anni Ottanta, in un'epoca di scandali e di processi-spettacolo, che Marina Dyer si era costruita la fama di "brillante" penalista; e brillante lo era davvero, perch lavorava sodo e sapeva sfruttare i clich a suo favore. Come donna, aveva l'audacia di farsi largo in un ambiente dominato da uomini. E come donna dal fisico minuto - poco pi di un metro e mezzo - e dall'aria timida e insignificante, sfidava a prenderla sottogamba - cosa che era meglio non fare. Curava attentamente il proprio look, per dare l'impressione di essere indifferente alle mode, evocando un'eleganza fuori dal tempo. Portava i capelli castani raccolti in uno chignon; i suoi abiti preferiti erano Chanel di tinte autunnali e vestiti in cashmere morbidi e scuri; le giacche irrobustivano la sua figurina, e le gonne erano rigorosamente a met polpaccio. Scarpe, borse e portadocumenti erano sempre di pelle e di fabbricazione italiana, costose ma non vistose. Quando qualcosa cominciava a logorarsi, Marina ne comprava un'altra identica nel solito negozio di Madison Avenue. Anni prima si era sottoposta a un intervento per correggere il leggero strabismo all'occhio sinistro, che molti di fatto trovavano affascinante. Adesso il suo sguardo era diretto, concentrato sull'obiettivo. Occhi di un castano scuro, umidi, luccicanti, da cui a volte traspariva un certo fanatismo, ma di tipo esclusivamente professionale: un fanatismo al servizio dei clienti, che difendeva con leggendario fervore. Piccola com'era, Marina in pubblico acquistava statura e autorit. Nell'aula di un tribunale la sua voce, di solito sottile e poco distinguibile, acquistava timbro e volume. La sua passione sembrava proporzionale alla sfida di dimostrare l'innocenza del suo cliente di fronte alla giuria, e c'erano delle volte (i suoi colleghi, ammirati, ci scherzavano anche sopra) in cui la sua faccia bruttina e ascetica sembrava raggiante d'estasi come la Santa Teresa del Bernini. I suoi clienti erano martiri, i loro accusatori erano dei persecutori. Nei casi di Marina Dyer c'era un'urgenza spirituale che i giurati non sapevano spiegare, quando capitava che venissero contestati i loro verdetti. "Avreste dovuto essere l e sentirla".
Il primo caso a rendere celebre Marina fu la difesa di un membro del Congresso che era stato accusato di estorsione e di subornazione di teste; il secondo fu la controversa difesa di un "performance artist" nero accusato dello stupro e dell'aggressione di una fan drogata che si era intrufolata nella sua suite al Four Season. Poi c'erano stati un importante e fotogenico operatore di Wall Street, accusato di malversazione, frode, ostacolo della giustizia; una giornalista accusata di tentato omicidio per aver ferito l'amante (un uomo sposato) con un colpo d'arma da fuoco; e altri casi meno noti ma sempre meritevoli del suo impegno, con una forte componente di sfida. I clienti di Marina non sempre venivano assolti, ma le loro condanne, considerata la loro probabile colpevolezza, erano considerate clementi. A volte non andavano neanche in prigione, ma in centri di recupero; oppure pagavano multe, o svolgevano servizi per la comunit. E anche se Marina Dyer evitava la pubblicit, ne godeva tutti i vantaggi. Il suo onorario saliva dopo ogni vittoria. Eppure non era avida, n visibilmente ambiziosa. La sua vita era il suo lavoro, e il suo lavoro era la sua vita. Naturalmente aveva subito qualche sconfitta, all'inizio della carriera, quando a volte difendeva persone innocenti o quasi innocenti, per tariffe modeste. Con gli innocenti, rischi l'imprevedibilit delle emozioni: sono capaci di mettersi a balbettare nei momenti cruciali, sul banco dei testimoni. Rischi che si lascino trasportare dalla rabbia, dalla disperazione. Ma con dei bugiardi fatti e finiti, ti puoi affidare al loro talento di attori. Gli psicopatici sono i migliori: non solo mentono con naturalezza, ma ci credono anche.
D primo incontro di Marina con Derek Peck Junior dur parecchie ore e fu intenso e spossante. Se ne avesse accettato la difesa, sarebbe stato il suo primo caso di omicidio; questo diciassettenne sarebbe stato il suo primo assassino. E un matricidio, mica niente. Mai aveva parlato in termini cos intimi con un cliente, come con Derek Peck Junior. Mai aveva scrutato cos a lungo, in silenzio, due occhi come i suoi. La foga con cui affermava la sua innocenza era irresistibile. E la rabbia all'idea che si mettesse in dubbio la sua innocenza era ipnotica. Davvero aveva ucciso in quel modo? Violato quella legge, che era la vita di Marina Dyer, con la stessa noncuranza con cui si appallottola un sacchetto di carta e lo si butta via? La nuca di Lucille Peck era stata letteralmente spappolata da una ventina di colpi di mazza da golf. Sotto la sua vestaglia, il suo corpo nudo e molle era stato pestato, coperto di lividi, ferito; i suoi genitali ferocemente lacerati. Un delitto indicibile, la violazione di un tab. Un delitto da prima pagina di un giornale scandalistico, sensazionale anche in seconda o terza battuta.
Nel suo nuovo Chanel di un color prugna cos scuro da sembrare nero come la tonaca di una suora, con lo chignon che rendeva il suo profilo tagliente degno di una foto di Avedon, Marina Dyer studiava il figlio di Lucy Siddons. Era molto pi eccitata di quello che avrebbe voluto ammettere. "Sono inattaccabile", pensava. Ma era la vendetta perfetta.
"Lucy Siddons". La mia migliore amica. La avevo amata. La volta che le avevo lasciato un biglietto d'auguri e una sciarpa di seta rossa nell'armadietto, ed erano passati giorni prima che si ricordasse di ringraziarmi, anche se con un bel sorriso sincero. Lucy Siddons, che era cos popolare, cos imitata tra le ragazze snob della Finch. Malgrado la pelle sciupata, gli incisivi sporgenti, le cosce grosse e il passo da papera per cui veniva presa in giro tanto amorevolmente. Il segreto di Lucy era la sua personalit. Il fattore X, che o ce l'hai o non ce l'hai. E pi ti sforzi di averlo, pi lo perdi. E poi Lucy aveva un cuore grande cos. Era una devota cristiana, che veniva da una ricca famiglia episcopaliana di Manhattan celebre per le opere di carit. Le volte che la invitava a sedere al suo tavolo in mensa, mentre le sue amiche facevano dei sorrisi tirati; o le volte in cui la sceglieva nella squadra di basket, mentre le altre si lamentavano. Ma Lucy era cos buona. Non era mai a corto di carit e di piet per le reiette della Finch.
"Se ho amato Lucy Siddons in quei tre anni? Certo che l'ho amata, come nessuno dopo di lei. Ma era un amore casto e puro. Un amore perfettamente unilaterale".

La cauzione era stata fissata a trecentocinquantamila dollari, e il padre sconvolto l'aveva pagata. Dopo il successo dei repubblicani alle elezioni, tirava aria di ritorno della pena di morte nello Stato di New York, ma al momento c'era solo l'ergastolo, anche per i delitti pi atroci o premeditati. Come quello di Lucille Peck, che purtroppo aveva destato tanto clamore nei media locali. Tanto che Marina Dyer cominci a dubitare che il suo cliente potesse ricevere un giudizio equo nella giurisdizione di New York. Derek era addolorato, incredulo. "Senta, perch avrei dovuto ucciderla, ero io quello che le voleva bene!" gemeva con voce infantile, accendendosi l'ennesima sigaretta dal suo pacchetto accartocciato di Carnei. "Ero io l'unico stronzo che l'amava in questo cazzo di mondo!" Dichiarazione che ripeteva ogni volta che vedeva Marina, con gli occhi pieni di lacrime, di indignazione e infiammati di oltraggio. Degli sconosciuti erano entrati nella sua casa e avevano ucciso sua madre, e adesso davano la colpa a lui! Era incredibile! Era come se un tornado avesse fatto a pezzi la sua vita e quella di suo padre. Derek piangeva furibondo, aprendosi a Marina come se si fosse squarciato il torace per esporre il proprio cuore palpitante.
Momenti terribili che lasciavano Marina scossa per ore e ore.
Marina not tuttavia che Derek non chiamava mai Lucille Peck "mia madre" o "mamma", ma solo "lei". Quando gli aveva detto che era stata compagna di scuola di Lucille, il ragazzo sembrava non avere recepito. Aveva corrugato la fronte, grattandosi il collo. "Lucille era una ragazza straordinaria, alla Finch. Era una cara amica," ripet gentilmente. Ma Derek sembr, un'altra volta, fare finta di niente.
Il figlio di Lucille Siddons non le assomigliava per niente. Gli occhi spiritati, la faccia spigolosa, la bocca scolpita col cesello. Trasudava sesso da tutti i pori, oltre ad altri umori. E, per quanto Marina poteva constatare, non assomigliava neanche a Derek Peck Senior.
Nell'annuario dei laureati del 1970, c'erano molte foto di Lucy Siddons e di altre ragazze popolari, con le loro molteplici attivit elencate sotto le facce sorridenti; mentre sotto l'unica foto di Marina Dyer, la didascalia era breve. Naturalmente si era laureata col massimo dei voti, ma non era mai stata una ragazza popolare, malgrado i suoi sforzi. "Sto aspettando il mio momento", si consolava. "Non c' fretta".
Infatti and cos, come in una parabola sulla ricompensa e la punizione.
Derek Peck Junior recit in tono frettoloso e disinteressato la sua versione dei fatti, il suo alibi, come aveva gi fatto parecchie volte con le autorit. La sua voce sembrava uscire da un computer. Orari, indirizzi, nomi di amici che avrebbero "giurato" che era "rimasto con loro tutto il tempo"; la strada esatta che aveva fatto il taxi per portarlo a casa, attraversando Central Park; lo shock di scoprire "il corpo" ai piedi delle scale, vicino al caminetto. Marina ascoltava, affascinata. Non voleva pensare che si fosse inventato tutto ci sotto gli effetti della cocaina, e che poi gli fosse rimasto impresso indelebilmente nel suo cervello rettiliano. Anche se non si spiegava numerosi particolari sospetti, elencati nel rapporto della polizia: le calze di Derek sporche del sangue di Lucille buttate tra la biancheria sporca, la biancheria di Derek bagnata sul pavimento del bagno, dopo una doccia che lui affermava di avere fatto alle sette del mattino ma pi probabilmente aveva fatto alle sette di sera, prima di mettersi il gel sui capelli, di mettersi in tiro e di andare "down-town" a spassarsela con i suoi amici punk e metallari. E le tracce del sangue di Lucille sulle piastrelle della doccia del bagno di Derek, che si era dimenticato di pulire. E il messaggio in segreteria che affermava di avere lasciato verso le quattro del pomeriggio, mentre era possibile che avesse chiamato alle dieci, da un locale di Soho.
Contraddizioni che facevano arrabbiare Derek pi che preoccuparlo, come se rappresentassero smagliature del tessuto dell'universo di cui non poteva certo essere ritenuto responsabile. Come un bambino, era convinto che ogni cosa dovesse cedere al suo desiderio, alla sua insistenza. "E come poteva non essere cos"? Naturalmente, pensava Marina Dyer, era "possibile" che l'assassino di Lucille Peck avesse macchiato di sangue le calze di Derek e le avesse buttate tra la biancheria sporca per incriminarlo; che l'assassino o gli assassini avessero avuto tempo di fare una doccia nel bagno di Derek, lasciando in giro la sua biancheria. E non c'era alcuna prova inconfutabile per datare il messaggio su un nastro (ne erano stati lasciati cinque nella segreteria di Lucille il giorno della sua morte, e quello di Derek era l'ultimo).
L'assistente del procuratore mise agli atti che il movente di Derek Peck Junior per uccidere la madre era molto semplice: il denaro. I cinquecento dollari al mese di paghetta, evidentemente, non bastavano a coprire le sue spese. A gennaio Mistress Peck gli aveva fatto sospendere la sua carta di credito, dopo che le era arrivato un estratto conto di oltre seimila dollari; i parenti avevano riferito di "tensioni" tra madre e figlio; e secondo alcuni compagni di classe, in giro si diceva che Derek doveva dei soldi a degli spacciatori, e che aveva paura di essere ucciso. Derek aveva detto agli amici che per i diciotto anni voleva una Jeep Wrangler. Uccidendo la madre, poteva sperare di mettere le mani sui quattro milioni di dollari di eredit, sui centomila dollari dell'assicurazione sulla vita di cui era il beneficiario, sulla bella casa a quattro piani nell'East End del valore di due milioni e mezzo di dollari, sulla casa a East Hampton e altro ancora. Nei cinque giorni precedenti il suo arresto si era messo a fare spese pazze per un totale di duemila dollari, cosa che in seguito aveva attribuito allo shock. Di certo Derek non era lo studente modello che pretendeva di essere: a gennaio era stato sospeso per due settimane dalla Mayhew Academy per "motivi disciplinari", e si sapeva che lui e un altro ragazzo avevano copiato ai test per il Q.I. del nono anno. Andava male in tutte le materie, a parte il corso di estetica postmoderna, in cui film e fumetti, da Superman a Star Trek, da Batman a Dracula, venivano meticolosamente "decostruiti" sotto la guida di un professore di Princeton. Ogni tanto frequentava il club di matematica, ma non era l la sera della morte di sua madre.
Perch i suoi compagni mentivano sul suo conto? Derek era afflitto, ferito. Anche Andy, il suo migliore amico, si metteva contro di lui!
Marina dovette ammirare la reazione del suo giovane cliente al rapporto della polizia: si limit a negare tutto. E lacrime di innocenza e incredulit riempivano i suoi occhi infiammati. Il pubblico ministero era il nemico, e l'accusa era stata messa assieme in qualche modo solo per incolparlo di un omicidio irrisolto - tanto lui era un ragazzo e non si poteva difendere. D'accordo, ascoltava l'heavy metal, aveva provato delle droghe, come tutti quelli che conosceva. "Ma non aveva ucciso sua madre, e non sapeva chi fosse il colpevole".
Marina cercava di essere distaccata, obiettiva. Era sicura che nessuno, compreso Derek, sapesse quello che provava per lui. Il suo comportamento era di impeccabile professionalit, e avrebbe continuato a esserlo. Eppure pensava a lui di continuo, ossessivamente; era diventato il centro emotivo della sua vita, come se in qualche modo fosse incinta di lui, portasse dentro di s il suo spirito angosciato e pieno di rabbia. "Aiutami! Salvami"! Aveva dimenticato le manovre accorte con cui aveva fatto pervenire il proprio nome all'avvocato di Derek Peck Senior, e aveva cominciato a credere che fosse stato Derek Junior a sceglierla. Probabilmente Lucille gli aveva parlato di lei: la vecchia amica e compagna di classe, Marina Dyer, che era diventata una celebre penalista. E forse aveva visto anche la sua foto da qualche parte. Dopotutto era pi di una coincidenza. Ne era certa!
Con l'aiuto di due assistenti, Marina fece indagini, interrog i parenti e i vicini di Lucille Peck, e cominci a raccogliere un bel numero di prove; e gi pregustava il processo in cui, novella Giovanna d'Arco, avrebbe difeso il suo vessato cliente. Li avrebbero fatti a pezzi sui giornali, avrebbero subito un martirio. Ma alla fine, era sicura, avrebbero trionfato.
Era colpevole, Derek? E se s, di cosa? Se davvero non ricordava quello che aveva fatto, era ancora colpevole? "Se lo faccio testimoniare", pensava Marina, "se racconta la sua versione dei fatti come la racconta a me... come potrebbe non credergli una giuria"?
Erano passate cinque, sei, dieci settimane dall'omicidio, e come di tutte le morti, anche di quella di Lucille Peck si stava perdendo rapidamente il ricordo. L'inizio del processo era stato fissato per la fine dell'estate, e la data incombeva all'orizzonte, allettante e tormentosa come la prima di una commedia di cui si stessero gi facendo le prove. Ovviamente Marina aveva deposto una dichiarazione d'innocenza per conto del suo cliente, che si era rifiutato di prendere in considerazione qualunque altra opzione. Dato che era innocente, "non poteva" dichiararsi colpevole in cambio di un'accusa meno grave - omicidio preterintenzionale volontario o involontario, per esempio. Nell'ambiente, si era convinti che andare in giudizio con un caso del genere fosse un errore madornale, ma Marina rifiutava ogni alternativa; era incrollabile come il suo cliente, e non avrebbe accettato negoziazioni. Come linea di difesa, avrebbe confutato ogni tesi dell'accusa e smontato una per una le cosiddette "prove"; avrebbe sostenuto con passione vibrante l'assoluta innocenza di Derek Peck Junior, portandolo, come asso nella manica, sul banco dei testimoni; avrebbe accusato la polizia di incompetenza, richiamando l'attenzione sugli assassini ancora in libert. Il tutto nella speranza di conquistare la simpatia dei giurati che, come aveva imparato molto tempo prima, era un pozzo senza fondo. Non si sarebbe spinta a dire che questi fossero la quintessenza della stupidit dell'americano medio, ma certo erano curiosamente (e, per cos dire, magicamente) impressionabili, e a volte suscettibili come bambini. Erano (o volevano essere) "brava" gente: onesti, generosi, gentili, pronti al perdono; n crudeli, n pronti a condannare. Cercavano i motivi per non mandare in galera gli imputati, soprattutto a Manhattan, dove la reputazione della polizia non era proprio limpida: e un buon avvocato difensore era l per quello. E di certo non dovevano avere voglia di condannare per omicidio un ragazzo giovane, bello e orfano di madre come Derek Peck Junior.
I giurati si potevano confondere facilmente, e il genio di Marina Dyer era di tirare acqua al proprio mulino. E il desiderio di essere "buoni", ignorando la giustizia,  una delle pi grandi debolezze dell'umanit.

"Ehi, non mi crede, vero?"
Stava camminando avanti e indietro nel suo ufficio, con una sigaretta che gli bruciava tra le dita, e si ferm, fissandola con sospetto.
Marina era inquieta a vederlo incombere su di lei anzich stare seduto alla scrivania. Aveva un odore acre e caldo, di acetilene. Stava prendendo appunti anche se il registratore era acceso. "Derek, non importa quello che credo io. Come tuo avvocato..."
"No!" disse stizzito. "No! Deve credermi. 'Non l'ho uccisa io'."
Segu un momento di imbarazzo e di elaborata tensione, gravido di sviluppi. Marina Dyer e il figlio della sua defunta amica Lucy Siddons chiusi in uno studio, nell'imminenza di un temporale, con un registratore come unico testimone. Marina sapeva che il ragazzo si era messo a bere, nell'attesa snervante del processo; abitava in citt col padre, in libert su cauzione, ma non "libero". Derek Sr. le aveva fatto sapere che il ragazzo non faceva assolutamente uso di droghe. Lui aveva seguito i suoi consigli e le sue istruzioni. Ma lei gli credeva?
Marina ripet con cautela, incrociando lo sguardo del ragazzo: "Certo che ti credo, Derek." Come se fosse la cosa pi normale del mondo. "Adesso, per favore, siediti e continuiamo. Mi stavi dicendo del divorzio dei tuoi genitori."
"Perch se non mi crede lei," disse Derek, sporgendo il labbro inferiore rosso come un pomodoro sbucciato, "allora mi trovo un cazzo di avvocato che mi creda."
"Io ti credo. E adesso siediti, per favore."
"Lei, sul serio, crede..."
"Che cos'ho detto finora, Derek? Adesso siediti."
Il ragazzo la guardava dall'alto in basso. Per un attimo fu attraversato da un brivido di paura. Poi cerc a tentoni la sedia alle sue spalle. La sua faccia giovane e scavata era diventata rossa, e adesso la guardava adorante, con bramosia.

"Non toccarmi"! mormor Marina nel sonno. "Non potrei resistere".

"Marina Dyer". Nei posti pubblici la gente si girava a guardarla. Bisbigliava e la indicava. Il suo nome e la sua faccia erano stati consacrati dai media. Nei ristoranti, negli alberghi, nei congressi. O anche al New York City Ballet, dove Marina era andata a vedere il balletto cui Lucille Peck doveva andare la sera della sua morte. "E' quella l l'avvocato che... Il ragazzo che ha ucciso la madre con la mazza da golf?... Peck"?
Stavano diventando famosi assieme.

"Booger" era il soprannome con cui il ragazzo era noto nei locali tipo Fez, Duke's o Mandible. All'inizio gli rodeva il culo, ma poi aveva deciso che veniva usato con affetto, e non come insulto. ("Booger", variante di "bugger", in origine  un termine dispregiativo per indicare un omosessuale. Ma in altri contesti diventa un appellativo informale. N.d.T.) Un ragazzo bianco dei quartieri alti doveva pagare qualcosa. Doveva guadagnarsi rispetto e autorit. Era gente tosta, e ce ne voleva per fare colpo su di loro - soldi, e non solo. Un certo stile. Prima ridevano, ma adesso se ne stavano zitti. "Ha seccato la sua vecchia! Sul serio! Cazzo di un Booger. Che fuori di testa".
Una cosa che non aveva mai sognato. Come quello che era capitato a sua madre. Adesso era come se lei fosse in viaggio, a parte il fatto che non telefonava a casa. Non c'era pi rischio di deluderla.
Lui che non aveva mai creduto nella violenza, non era il suo genere. Se credeva in qualcosa era nel "passivismo". Quello che insegnava il guru indiano. "Gandhi". Che poi aveva sconfitto gli inglesi razzisti. Peccato che il film fosse troppo lungo.
Di notte non dormiva, ma di giorno s, nei momenti pi impensati. Di notte guardava la televisione o si attaccava alla play-station. A giocare a "Myst" poteva passare delle ore. Evitava i giochi violenti, che aveva ancora lo stomaco sottosopra. E alla matematica non ci voleva neanche pensare, traditori. Non aveva preso il diploma, e la classe del '95 era andata avanti senza di lui. Stronzi. Anche le ragazze che impazzivano per lui, mai che fossero a casa. Mai che gli ritelefonassero. "E' stato lui, Derek Peck! Boooogerman". Era come se avesse un microchip inserito nel cervello che gli faceva questo effetto. Non riusciva a dormire per due giorni di fila, magari. E poi crollava come un cadavere. Per svegliarsi ore e ore dopo, con la bocca secca e il cuore che martellava, la testa sul bordo del letto disfatto, le Doc Martens ai piedi, scalciando, come se qualcuno o qualcosa gli avesse afferrato le caviglie, e lui stesse impugnando con entrambe le mani un bastone invisibile, una mazza da baseball o da golf, cercando di difendersi, i muscoli contorti per lo spasmo, le vene che quasi gli scoppiavano sulla fronte - "colpisci, colpisci, colpisci! " - finch veniva nei suoi boxer Calvin Klein.

Quando usciva indossava occhiali neri, anche di notte. Si legava i capelli a coda di topo e si metteva un berretto dei Mets, rovesciato. Per il processo si sarebbe dovuto tagliare i capelli, ma era ancora presto, sarebbe stato come... arrendersi, no? Andava da solo in una pizzeria l vicino, sulla Seconda Avenue; a volte gli chiedevano di mettere l'autografo su un tovagliolo: ragazzine ridacchianti, una volta un padre con un figlio di circa otto anni, un'altra volta due donne sui quaranta-cinquant'anni, che lo guardavano come se fosse il Figlio di Sam. Non c'era problema. Una firma, "Derek Peck junior", e la data. Un bizzarro scarabocchio con la penna rossa. "Grazie"! Immaginava i loro sguardi eccitati, mentre si allontanava. Il loro unico contatto con la fama.
Il suo vecchio, e soprattutto la donna avvocato, gli avrebbero fatto un culo quadro se l'avessero saputo, ma perch dovevano saperlo? Era o no in libert su cauzione, e che cazzo.

Ormai trentenne, dopo la fine di una storia d'amore che sarebbe stata l'ultima della sua vita, Marina Dyer aveva preso parte a un avventuroso viaggio di ricerca "ecologica" alle isole Galpagos: uno di quei viaggi disperati che facciamo in momenti cruciali della nostra vita, pensando che servano a cauterizzare le emozioni, riducendo il dolore a qualcosa di banale e trascurabile. Il viaggio era stato di sicuro massacrante, e cauterizzante. E nelle isole in mezzo all'oceano Pacifico, al largo della costa dell'Ecuador dieci miglia a sud dell'Equatore, Marina era giunta ad alcune decisioni. In primo luogo non si sarebbe suicidata. Perch uccidersi da soli, quando la natura  cos lieta di farlo al posto tuo, e di inghiottirti? Le isole erano rocciose, desolate, spazzate dalle tempeste. Abitate da rettili e tartarughe giganti. Pochissima vegetazione, e uccelli marini che stridevano come anime dannate - se solo si fosse potuto credere nell'esistenza dell'anima, in un posto del genere. "In nessun mondo se non in uno escluso dalla Grazia potrebbero esistere luoghi del genere," aveva scritto Herman Melville delle Galpagos, che chiamava anche le Isole Incantate.
Una volta tornata dalla sua settimana all'inferno, come era lieta definirla, Marina Dyer, venne notato, si vot al lavoro con pi passione e ostinazione che mai. La pratica della legge sarebbe stata la sua vita, e lo scopo sarebbe stato il successo: quantificabile e indubbio. E la parte di "vita" che sarebbe stata rimasta esclusa dalla legge era secondaria. La legge era solo un gioco, naturalmente: aveva ben poco a che fare con la giustizia o la morale, con la "ragione" e il "torto", col senso comune. Ma la legge era l'unico gioco in cui lei, Marina Dyer, poteva essere una concorrente temibile. L'unico gioco in cui, ogni tanto, avrebbe potuto vincere.

Marina aveva un cognato cui non era mai stata simpatica, ma che fino a quel momento era stato cordiale e rispettoso. Adesso la guardava come se fosse una sconosciuta. "Come diavolo fai a difendere quel teppistello sadico? Come fai a trovare il coraggio di guardarti allo specchio? Ha ucciso sua madre, per l'amor di Dio!" L'aggressione inaspettata colp Marina come un pugno in faccia. Gli altri, compresa la sorella, la guardavano esterrefatti. Marina cerc di controllare la voce e di scegliere le parole. "Ma Ben, tu pensi che meriti assistenza legale solo chi  innocente al di l di ogni dubbio?" Era una risposta che aveva dato parecchie volte a quella domanda. La risposta ragionevole e convincente che danno tutti gli avvocati.
"Certo che no. Ma gente come te esagera."
"'Esagera'? 'Gente come me'?"
"Sai cosa voglio dire. Non fare la gnorri."
"Ma io non so quello che vuoi dire."
Suo cognato era una persona educata, per quanto ferme fossero le sue opinioni. Ma quella volta tronc la discussione con un gesto di stizza. Marina ci rimase male. "Ben, davvero non capisco. Sono sicura che Derek  innocente. Le prove a suo carico sono solo indiziarie. I giornali..." Ma le si spense la voce. Ben era andato nell'altra stanza.

"Marina? Non piangere.
Non l'hanno fatto apposta. Ti prego, non fare cos".
Si era nascosta nei bagni degli spogliatoi dopo l'umiliazione dell'ora di educazione fisica. Quante volte era successo. Neanche Lucy (che era una delle capitane) la voleva: era ovvio. Marina Dyer era una di quelle che venivano scelte per ultime: le ciccione, quelle con occhiali, quelle scoordinate, goffe e asmatiche; quelle che le due squadre - la rossa e la oro - si spartivano tra le risate. "E poi l'incubo della partita". Evitare di essere travolte e di venire prese a calci. Urla e risate lancinanti. Braccia che si agitavano a vuoto. Com'era duro il pavimento quando ci cadevi sopra. E le gigantesse (tra cui Lucy Siddons, una vera furia) ti calpestavano se non ti scansavi; per loro non esistevi neanche. Marina, assurdamente costretta dalla prof di educazione fisica a giocare in difesa. "Devi giocare, Marina. Devi provare. Non essere sciocca,  solo un gioco. Va' l con la tua squadra"! Ma se qualcuno le tirava la palla, le colpiva il petto, le rimbalzava dalle mani e finiva in quelle di un avversaria. E se la palla le veniva verso la testa, era incapace di schivarla, ma rimaneva impalata, stupidamente paralizzata. I suoi occhiali volavano via. Il suo strillo infantile e ridicolo. Era tutto ridicolo. Eppure era la sua vita.
Lucy, la generosa Lucy in versione pentita, andava a cercarla e la trovava chiusa a chiave in un gabinetto, a singhiozzare rabbiosa, un fazzoletto macchiato di sangue premuto sul naso. "Marina? Non piangere. Non l'hanno fatto apposta, gli sei simpatica. Torna a giocare, cosa c' che non va"? La generosa Lucy Siddons. Era quella che odiava pi di tutte.
Il venerd pomeriggio, prima del luned in cui sarebbe iniziato il processo, Derek Peck Junior croll nell'ufficio di Marina Dyer.
Marina aveva capito che c'era qualcosa di storto; il ragazzo puzzava di alcol. Era venuto col padre, ma gli aveva detto di aspettare fuori; e aveva insistito perch l'assistente di Marina li lasciasse soli.
Cominci a piangere e a farfugliare. E sotto gli occhi allibiti del suo avvocato, cadde in ginocchio sul tappeto e cominci a pestare la fronte contro il bordo ricoperto di vetro della scrivania. Piangeva e rideva. E con una voce strozzata, piena di angoscia, disse quanto gli spiaceva di essersi dimenticato l'ultimo compleanno di sua madre, che non sapeva sarebbe stato l'ultimo, e quanto ci era rimasta male lei, come se suo figlio l'avesse fatto apposta per farle un dispetto mentre non era vero, Ges se le voleva bene! Lui era l'unica persona che le voleva bene in questo cazzo di universo! E poi quella scenata pazzesca, il giorno del Ringraziamento, che lei aveva litigato coi suoi parenti, cos erano solamente lui e lei, e lei a insistere a preparare un pranzo come si deve anche se erano solo in due, e lui a dirle che era pazzesco, ma lei convinta - quando si metteva in testa una cosa non la fermava nessuno, e quella mattina in cucina lui aveva subito fiutato puzza di guai, lei aveva cominciato a bere presto e lui era andato in camera sua a farsi una canna ascoltando il walkman, sapendo che non c'era via d'uscita. E alla fine non aveva fatto il tacchino, che ce ne vuole uno da almeno dieci chili senn la carne  troppo asciutta, diceva, cos aveva comprato due anatre, s "due anatre morte", nella macelleria tra la Lexing-ton e la Sessantaseiesima, e sarebbe stato anche okay, solo che lei beveva vino rosso e rideva come un'isterica al telefono mentre preparava il ripieno speciale che faceva ogni anno, riso selvatico, funghi, olive, patate dolci, e poi la composta di prugne, la focaccia di mais, il budino di tapioca al cioccolato che doveva essere uno dei suoi dolci preferiti da quando era piccolo mentre ora solo l'odore gli faceva venire voglia di vomitare. Lui era stato di sopra finch non l'aveva chiamato gi verso le quattro del pomeriggio, e lui era sceso sapendo che sarebbe stata una rottura ma non immaginandosi fino a che punto, lei che barcollava ubriaca col trucco che le colava dagli occhi, e poi a mangiare in salotto con le candele accese, la tovaglia di lino irlandese e l'argenteria e le porcellane di nonna, e lei a insistere che le anatre le doveva tagliare lui, lui a dire di no ma non c' niente da fare, e Ges, quando pianta il coltello nel petto dell'anatra esce del sangue, un grumo di sangue appiccicoso, al che molla il coltello e scappa fuori preso dai conati, era una cosa che l'aveva fatto uscire fuori di testa, fatto com'era, e via a correre in strada che quasi lo tirava sotto una macchina e lei a gridargli dietro: "Derek, torna qui! Non lasciarmi sola"! Ma lui non ne aveva le palle e per un giorno e mezzo non si era fatto rivedere. E anche dopo lei beveva sempre di pi e gli diceva strane cose tipo che era il suo bambino e si ricordava quando lo sentiva scalciare nella pancia, quando gli parlava nella pancia per mesi e mesi prima che nascesse, quando si sdraiava e gli accarezzava la testa sotto la pelle e parlavano insieme e non si era mai sentita cos vicina a un'altra creatura, e lui era imbarazzato non sapendo che cosa dire se non che non si ricordava, era passato tanto tempo, e lei, oh s, ma sono cose che il cuore non dimentica, "nel tuo cuore sei ancora il mio piccino, ti ricordi"? E a lui ormai giravano le palle e diceva che "cazzo, no", non si ricordava un bel niente. E c'era solo un modo per fermare tutto questo suo amore, cominci a capire, ma non aveva fatto niente; aveva chiesto se poteva andare a scuola a Boston o a vivere con suo padre, ma lei aveva dato fuori di matto, "no no no" non sarebbe andato, non gliel'avrebbe mai permesso, cerc di trattenerlo di abbracciarlo di baciarlo, cos lui dovette chiudersi a chiave in camera sua e praticamente barricarsi, e lei gli tendeva degli agguati uscendo fuori dal bagno mezza nuda come se si stesse facendo una doccia e non lo mollava, e quella notte alla fine lui doveva avere dato fuori, qualcosa gli era scattato dentro ed era andato a cercare il ferro due, lei non aveva avuto tempo neanche di urlare, era successo tutto cos in fretta cos pietosamente, lui le era corso dietro e lei non l'aveva visto neanche bene in faccia. "Era l'unico modo per farla smettere di amarmi."
Marina fiss la faccia sconvolta e in lacrime del ragazzo. Il moccio gli colava dal naso. "Che cosa" aveva detto?
Anche in quel momento una parte della mente di Marina rimase distaccata, lucida. Era scioccata dalla confessione di Derek, ma poteva dirsi sorpresa} No. Un avvocato non  mai sorpreso.
"Tua madre, Lucille," disse prontamente, "era una donna forte, dispotica. Lo so, l'ho conosciuta da "ragazza". Quando entrava in una stanza, sembrava risucchiare tutto, l'ossigeno." Marina non si rendeva bene conto di quello che stava dicendo, sapeva solo che le parole le scivolavano fuori dalla bocca; e aveva la faccia raggiante. "Lucille era una presenza soffocante nella tua vita. Non era una madre normale. Quello che mi hai detto conferma i miei sospetti. Ne ho conosciute di vittime di incesto psicologico. Lo so che cercavi di sottratti al suo influsso ipnotico. Che cercavi di difendere la tua vita." Derek rimase in ginocchio sul tappeto, guardando Marina con occhi vuoti. Sulla fronte affioravano goccioline di sangue, mentre i capelli oleosi gli erano caduti sugli occhi. Era sfinito. Adesso guardava Marina come un animale che ascolta i suoni che emette la sua padrona, e anche se non capisce le parole  confortato da certe cadenze, da certi ritmi. Marina intanto incalzava: "Quella sera, hai perso il controllo. Qualunque cosa sia successa, Derek, non eri tu. "Sei tu la vittima". Ti ci ha costretto lei. Anche tuo padre  venuto meno alle sue responsabilit: ti ha lasciato con lei, solo con lei, a tredici anni. Tredici! E' questo ci che ti sei tenuto dentro per tutti questi mesi. Il tuo segreto. Non riuscivi a pensare con la tua testa, vero? Era sempre lei a parlare dentro di te, vero?" Derek annu, silenzioso. Marina aveva preso un fazzoletto di carta dalla scrivania e gli tamponava teneramente la faccia. Derek alz il volto verso di lei, chiudendo gli occhi. Come se questa loro improvvisa intimit fosse in qualche modo familiare. Marina vide il ragazzo in aula, il suo Derek: la faccia pulita e sana, i capelli freschi di taglio; a testa alta, senza astuzie o sotterfugi. "Era l'unico modo per farla smettere di amarmi". In blazer blu, con il monogramma elegante e discreto della Mayhew Academy, camicia bianca, cravatta a strisce blu. Le mani unite come un gesto di calma buddista. Un ragazzo immaturo per la sua et. Emotivo, sensibile. "Non colpevole per momentanea infermit mentale". Una visione trascendente. Marina sapeva che l'avrebbe realizzata, e che l'avrebbe fatta condividere a tutti quelli che avrebbero visto Derek Peck Junior e l'avrebbero sentito deporre.
Derek si appoggi contro Marina, china su di lui, e nascose la sua faccia calda e umida contro le sue gambe, mentre lei lo abbracciava e lo consolava. Emanava un odore acre, di bestia spaventata. Singhiozzava e balbettava: "Mi pu salvare? Non gli lasci farmi del male... Posso avere l'immunit? Se dico la verit?"
Marina lo abbracciava, con le dita sulla nuca. "Certo che ti salver, Derek. E' per questo che sei venuto da me."


L'appostamento.
"Perch vergognarsi? Io non mi vergogno.
Cosa fai, sputi giudizi? Ma va' al diavolo, va'.
Fare finta di credere che la gente non faccia queste cose, soprattutto la gente come te. Ma se questo  solo l'inizio".
Non era geloso, al massimo si sentiva solo, passando davanti alla casa, verso sera. La casa di lei, che era stata la sua fino al divorzio. Lei che aveva ottenuto l'affidamento della loro figlia, tranne le visite programmate con pap. "Tutto quello che vuoi", aveva detto lui, "se ci tieni tanto". Non era geloso della sua nuova vita (l'avevano informato degli amici, senza che lui avesse chiesto nulla), se per questo, una nuova vita l'aveva anche lui. Non era arrabbiato, non era nel suo carattere, ma era uno che era meglio non provocare, come un suo zio nel Minnesota, di cui si diceva, scuotendo la testa, che era meglio non farselo nemico, se lo si poteva evitare.
Solo che certe sere sentiva la necessit di prendere la macchina e di passare davanti alla casa. Non tutte le sere (aveva la sua vita!), ma magari due o tre volte la settimana. Faceva Ridge Road fino al vicolo cieco circa un miglio dopo la casa, andando avanti e indietro con indifferenza, in un momento in cui per strada c'erano altre macchine normali, guidate da uomini normali come sapeva di essere lui: n giovane n vecchio, poteva essere un qualunque marito-padre-proprietario della zona, che ritornava nella propria cosiddetta "casa". Tanto pi che lui era davvero uno di loro, uno "del posto". Certe sere, passando davanti all'11 di Ridge Road, le luci erano spente, o ce n'era solo una in cucina; oppure c'erano le luci accese dappertutto, lo sfarfallio bluastro del televisore e l'auto di lei (bianca e compatta) nel posto-macchina; oppure c'era solo quella della baby-sitter (verde scuro) nel vialetto, segno che non era ancora tornata dal lavoro; a volte c'erano entrambe, pi una terza intrusa e fastidiosa, una Lexus nuova che non apparteneva a nessuno di sua conoscenza: al che R. sapeva che avrebbe dovuto tornare pi tardi, verso mezzanotte, quando tutte le luci sarebbero state spente, e ne sarebbe rimasta una sola, quella bianca; e lui si sarebbe fermato davanti al vialetto, rimanendo seduto nella macchina buia a pensare: "Li sto proteggendo". Il fucile lo portava con s solo di notte. Mai di sera, quando c'era traffico.
Alla fine, la Lexus c'era quasi tutte le sere. E se ne andava sempre pi tardi.
A R. sembr che l'appostamento fosse cominciato per caso. Non l'aveva fatto con intenzione. Non era uno che programmava le cose. Non era uno che andava in cerca di vendetta. Di giustizia s, (magari - era quello che stava scoprendo). "Proteggerli. Un mio diritto". Apparteneva alla confraternita dei diseredati che avevano perduto l'amore. Aveva imparato a farsi la barba senza incrociare il proprio sguardo nello specchio. A evitare ogni riflesso sulle superfici lucide. Non era tanto in collera, quanto intorpidito. La ferita era stata cos profonda che non aveva sanguinato. E in macchina, al buio, pensando a queste cose, perdeva il senso del tempo (aveva una vita diurna, un lavoro che non aveva bisogno di ricordare), anche se era sempre vigile, in guardia, pronto a proteggere se stesso, e la donna e la bambina nella casa senza luci. "Lo sanno che pap  qui. E dove senn"?
Ogni tanto passava una macchina. I fari lo accecavano per un attimo nello specchietto retrovisore, e poi scomparivano. In quei momenti, aveva notato, afferrava istintivamente il fucile, appoggiato sul sedile del passeggero, cos che chi passava di fianco non potesse vedere. E' rassicurante, il solo fatto di tenere in mano un'arma.
Rimaneva fermo in Ridge Road finch sentiva che era ora di andarsene, che non c'erano rischi. "Come faccio a sapere quando? Non lo so". Alle prime ore del mattino, i pensieri gli venivano alla rinfusa, come pop-corn in un forno a microonde. Come faceva a sapere quello che voleva, quello che doveva fare come uomo, proprio mentre agiva, senza averci pensato prima? Si trattava di istinto? Come quei ragni velenosi dell'Amazzonia che aveva visto alla T.V., grossi come il pugno di una donna eppure aggraziati, veloci, che in un batter d'occhio saltano sulla preda (quasi sempre altri insetti, ma anche topolini appena nati, rane, e serpenti) : basta che un niente sfiori i peli, le ciglia sensibilissime di cui sono ricoperti, e quelli scattano. E se uno gli avesse chiesto come facesse a distinguere il commestibile dal non commestibile, la preda inerme dal collega predatore, che cosa avrebbe potuto rispondere, il ragno? "Come faccio a sapere quando? Non lo so, agisco e basta".

R. era un figlio d'America, un ragazzo di campagna del Minnesota; era cresciuto con le armi da fuoco. Fucili, doppiette. Mai pistole, che si tenevano nascoste e che si usavano per scopi diversi dalla caccia. Era cresciuto in un ambiente di cacciatori, anche se suo padre, preside di una scuola pubblica, non lo era. Da ragazzo era andato a caccia di cervi con i suoi cugini e i loro padri. Gli piaceva andare per boschi e per campi, anche se non aveva una grande mira e probabilmente non aveva lo spirito del vero cacciatore. Suo zio lo ammoniva: "Se vuoi cacciare, devi sapere uccidere". La verit era che voleva fare colpo sugli altri, ma non aveva particolare voglia di uccidere. Adesso non riusciva a ricordarsi se avesse mai ucciso qualcosa, anche se aveva sparato e aveva visto cervi colpiti all'impazzata, che cercavano di scappare sanguinanti. Avrebbe voluto chiudere gli occhi, invece correva e urlava assieme agli altri. Tenendosi stretto il fucile che gli aveva prestato qualcuno, la lunga canna puntata verso l'alto.
Non si era mai sentito a suo agio con quel fucile. Diceva che voleva comprarsene uno, ma non aveva mai insistito con suo padre. La cosa che gli era rimasta pi impressa era l'appostamento, il silenzio irreale del bosco prima che si cominciasse a sparare, gli stridii isolati degli uccelli su in alto, il fiato che si condensava, il batticuore. "Il solo fatto di essere l. Uno di loro". Erano ricordi vivi e graditi, anche se in realt non doveva esserci andato pi di tre o quattro volte, e sempre con uno Springfield prestatogli dal fratello pi giovane di suo padre.
Ad Axton County, settanta miglia a nord-ovest di Minneapolis. Negli anni pi importanti della sua vita. Ma non aveva mai avuto un fucile. N da ragazzo n da adulto. Finch ora, da poco divorziato, ne sent il bisogno. Compr uno Springfield calibro .22 da tiro al bersaglio, in un'altra citt. Con una sola scatola di munizioni.
"Comincia con poco, eh"? aveva detto il commesso.

Sua moglie odiava la caccia per principio. Da persona morale quale era. Per lei era solo "uccidere per sport". Parole che pronunciava con disprezzo e derisione. R., che non era un cacciatore e che non aveva mai ucciso niente nei boschi del Minnesota, si trov a difendere la caccia come se ne andasse dell'onore suo e della sua famiglia. Come se non fosse altro che uno sport, appunto; un gioco per ragazzi, e non qualcosa di profondo e misterioso. "Dammi retta, non  come dici tu. Se ascolti me... " Sua moglie ascoltava, o faceva finta. Lo aveva sempre depresso la sua ardente convinzione di essere nel giusto, e di sapere di esserlo. Col suo sorriso di sfida disse, s, d'accordo, ma come si giustificava il fatto di sparare a creature indifese, di terrorizzare degli animali? Lui aveva alzato le spalle come un ragazzo che non voleva fare del male, ma non si era reso conto del rischio. Al che sua moglie gli chiese se nella sua famiglia ci fossero mai stati incidenti con armi da fuoco. La domanda lo colse di sorpresa. No, nessun incidente. Pi tardi aveva pensato, risentito: "Non succede nulla per caso. Nulla che non vogliamo".
Quando veniva il momento di andarsene, se ne andava. Quando veniva il momento di svoltare e di tornare nel posto in cui si era trasferito, svoltava, anche se non riusciva a chiamarlo "casa". Quando veniva il momento, quando finiva l'appostamento. Quando era chiaro che "qualunque cosa dovesse succedere, non sarebbe successa quella notte", e cos poteva riporre il fucile sotto il sedile posteriore. Non era un'arma illegale, era regolarmente registrata. "Non sarebbe successo niente": il pensiero poteva venirgli dopo un'ora o due, o anche prima; e se passava una macchina (guidata da un ex vicino di Ridge Road, magari), poteva decidere di andarsene subito, per evitare che chiamassero la polizia.
Non era preoccupato che qualcuno lo riconoscesse. Aveva comprato una macchina nuova, molto diversa da quella di prima, pi o meno quando aveva comprato il fucile.
Quando l'appostamento terminava, tornava nel posto dove era andato ad abitare. Non era casa sua, e non lo sarebbe mai stata. Solo un posto a dieci minuti di macchina, quando le strade erano libere, di notte. Spesso, quando era via, se ne dimenticava. Un appartamento in affitto, uguale a cento altri. Stanze e mobili anonimi. A volte, quando dormiva sul materasso nuovo, in sogno gli sembrava di non sapere pi dov'era o quanti anni aveva, se camminava nel Minnesota della sua infanzia o se guidava in Ridge Road. Volti, posti ed eventi sembravano noti, ma erano combinati nel modo sbagliato. Lo stesso R., in quei sogni, non riusciva a riconoscersi. A volte, anzi, vedeva se stesso a distanza, come se fosse diviso in due: la persona fisica e quello che lo osservava. Ma lui dov'era? Perch era cos solo? Dov'era andata la donna che amava e che lo amava? E la bambina che gli avevano detto essere sua figlia? "Ha avuto una bambina. Complimenti"! Aveva pensato che il cuore gli sarebbe scoppiato di felicit, che non sarebbe mai stato pi infelice, che finalmente lo avrebbero invidiato; ma l'orologio continuava a ticchettare, ore giorni settimane mesi e alla fine anni, la bambina adesso aveva sei anni, e lui era invecchiato: R., il padre della bambina, era diventato R. il padre-marito-proprietario in esilio. E si svegliava sudato, gemendo, dopo un sonno ignobile. E si svegliava da solo, tra lenzuola umide e stropicciate, pieno di vergogna. In un letto che puzzava del suo corpo e al tempo stesso di nuovo. Di un nuovo a buon mercato. Si svegliava in questo appartamento spartanamente arredato, al decimo piano di un palazzo nuovo accanto a un fiume color ardesia. Sull'altra sponda c'erano altri condomini, simili a un beffardo riflesso di quello in cui stava lui. Occupava circa quattro stanze che puzzavano di vernice fresca e di cartongesso, con una moquette onnipresente che non ricordava di avere scelto, di un colore sabbia bagnata, un colore che era gi sporco. Non era una "casa", ma una sistemazione provvisoria. Provvisoria come la sua vita. Un appostamento continuo.
"Se vuoi cacciare, devi sapere uccidere".
Comunque gli piaceva la vista dal decimo piano. Gli piaceva la libert, dichiarava, prevenendo le domande dei pochi amici che gli rimanevano. E che erano ben contenti di non chiedergli come facesse a tirare avanti senza sua moglie, sua figlia, la sua casa. (Perch cos'era, quella di Ridge Road, se non la sua "casa"?) Domande che era meglio non fare, e per cui non c'era risposta. Cos lui si affrettava a dichiarare che gli piaceva la vista dal suo nuovo appartamento, e la libert che prometteva. Gli piacevano le persone che venivano a trovarlo, nella sua nuova condizione di libert. Le ragazze che si portava dietro. Adulte, come et, ma indubbiamente ragazze. Si sporgevano dal balcone in miniatura per ammirare la vista sul fiume. Si complimentavano con R. per il panorama, come se fosse merito suo. Non che lui dicesse molto. Forse non stava neanche ascoltando. Non voleva urlare: "Fuori di qui! Posso starmene benissimo da solo". Non voleva supplicare: "Ehi, ti sei innamorata di me? Guarda che sono un buon partito". Nella sua vita provvisoria al decimo piano di un condominio, spesso gli sembrava di dimenticare il significato delle parole. Come se si fosse svegliato in un paese straniero in cui si parlava una lingua simile all'inglese, ma che non sapeva o poteva imitare. In tutti gli anni in cui era stato sposato, aveva parlato senza riflettere sul significato delle parole; e adesso che non era pi sposato, quasi non riusciva a parlare della sua strana libert. Quando qualcuno gli chiedeva come stava - succedeva spesso, ed era come essere colpiti da una rosa di pallettoni -, l'unica risposta che gli veniva in mente era: "Bene"! E rilanciava subito: "E tu"? Come chiedere a un malato terminale la temperatura, il numero di globuli bianchi, le pulsazioni cardiache. Mentre faceva l'amore con una ragazza bionda, nuda e ridente, con la fronte segnata da rughe premature come se avessero passato una forchetta sull'impasto di una torta, d'un tratto aveva detto, con la massima seriet: "Senti,  perfettamente inutile. Tanto nella tua vita non cambier niente".
E un'altra volta, sentendosi in colpa per il calore e la passione di un'altra compagna notturna, aveva detto: "Qualunque cosa tu voglia da me, non ce l'ho. E' finita".
Eppure anche queste parole, pronunciate d'impulso, senza premeditazione, non erano autentiche. Erano solo parole. Recitate da R. come un attore farebbe con le battute di un copione che vede per la prima volta, e che non legger fino alla fine.

"Se siamo cos infelici forse  meglio che la facciamo finita.
Ma io non sono infelice. Che diavolo!
Mi sento soffocare. Sta suonando il telefono.
Era la cosa migliore da fare. L'abbiamo deciso assieme. Era ora. Un divorzio amichevole.
Non se ne parla neanche. La figlia va alla madre.
Se provo rancore? Non sono il tipo.
Non  il momento di piangersi addosso. Finalmente libero! Stavo soffocando.
Tutti e tre, voglio dire. Se siamo tanto infelici".

Quando era ora di andarsene, se ne andava. Quando era ora di tornare, tornava. Giubbotto, pantaloni scuri, guanti e a volte, se si ricordava, sbarbato di fresco, anche se non spesso; i capelli pettinati all'indietro, lunghi dietro le orecchie. La sera presto, non prendeva il fucile, e guidava senza fretta, anche se non troppo lentamente da farsi notare, lungo la strada dove case immerse nell'ombra si allineavano dietro file di alberi e steccati. La sua casa, quella che era stata sua, era la quarta sulla sinistra. Il lato sinistro era pi in alto, dato che avevano costruito sul fianco di una collina che sorgeva vicino alla citt, e che si fregiava del nome di "monte" anche se era solo un rilievo morenico. La strada che aveva memorizzato dopo essere vissuto all'11 di Ridge Road per sette dei dodici anni. I primi anni di matrimonio erano svaniti come un vecchio film. Quelli prima che nascesse la bambina. Mentre faceva la strada che conosceva a memoria, spesso scivolava in un sogno. Sognava di tornare a casa, come gli altri mariti-padri-proprietari di case di Ridge Road. Quando al tramonto si accendevano le luci nelle case, e i fari delle auto. Quando guidava non aveva mai fretta di accendere le luci, non voleva accelerare l'arrivo della notte. E passando davanti a casa sua (senza fermarsi, limitandosi a dare un'occhiata nel vialetto: la macchina bianca, quella verde, la Lexus), pensava a quanto fosse strano vivere proprio in una di quelle case e non in un'altra; anni prima, se avesse svoltato in un vialetto che non fosse il quarto a sinistra, avrebbe provato l'esperienza di essere non un marito-padre-proprietario, ma un estraneo, un intruso; e se avesse insistito, entrando in quella casa che non era la sua casa, sarebbe stato un uomo pericoloso, un criminale. Una logica cos semplice che uno se ne poteva dimenticare.
Il proprietario della Lexus stava imboccando il vialetto, come se ne avesse il diritto. R. non sapeva chi fosse, ed era troppo orgoglioso per chiedere informazioni. Un intruso, un avversario. L'uomo con cui sua moglie doveva avere quella che si chiama una relazione. "Dormiva con lui. Scopava con lui". Un uomo che aveva visto solo da lontano, in giacca e cravatta o con un giaccone di pelle, e che adesso stava entrando a casa di R. come se ne avesse il diritto, parcheggiando la sua macchina dietro quella bianca come se ne avesse il diritto. Un vero e proprio insulto per R., che si riteneva una persona ragionevole e rispettabile, messo di fronte a qualcosa al di fuori della sua comprensione. Dato che se questo sconosciuto, solo un anno prima, avesse imboccato il vialetto all'11 di Ridge Road, e R., sua moglie e sua figlia fossero stati dentro, sarebbe stato un intruso; sarebbe stato dovere di R. rifiutargli l'accesso, e se necessario usare la forza. Anche se, quando R. abitava in quella casa, non aveva un fucile. "Chi possiede una casa ne ha ben il diritto. Per proteggere la sua famiglia. Certo che ce l'aveva il permesso". Ecco perch era cos importante conoscere precisamente il vialetto e la casa.
Quando percorreva Ridge Road, R. controllava sempre la cassetta delle lettere. Come tutte le cassette, era sul lato opposto della strada. Il suo sguardo ci scivolava sopra finch non riconosceva la sua. Nera, semplice, funzionale e un po' provata dagli anni, contrassegnata unicamente da un grosso 11. L'aveva comprata lui, al Kmart, sette anni prima, e aveva piantato lui il paletto nel terreno sassoso. A ripensarci sentiva ancora male alle dita e alle braccia, ma era una bella sensazione. "Se davvero avesse voluto eliminarmi dalla sua vita, avrebbe cambiato la cassetta delle lettere".

Qualche settimana prima, una notte che era tornato nel suo appartamento, aveva trovato un messaggio di lei in segreteria.
"Qualunque cosa tu stia facendo ti prego di smettere
Non costringermi a chiedere un'ingiunzione del tribunale
Pensavo fossi d'accordo, perch stai
Pensavo che non fossi quel genere di
O forse s"?
La sua voce echeggiava nell'appartamento nuovo. Strano, dato che di solito le uniche voci erano quelle delle ragazze, stridule come un cartone animato. La sua voce che risent pi volte. La sua voce che era arrivato a odiare. No, ad amare. Ma in una maniera diversa, come si potrebbe amare l'unica voce che ti arriva da un tubo mentre sei sepolto sotto terra, e quel tubo  l'unico collegamento col mondo esterno, l'unica salvezza. La risent, fino a imparare a memoria quelle parole. Si chiese se le avesse preparate o se si fosse affidata all'istinto. Si chiese se l'altro, l'estraneo, fosse stato presente; magari tenendola per mano (anche se a dire il vero ne dubitava). La sua voce cos ragionevole. La sua voce cos circospetta, spaventata. (Da chi? Da R., suo marito? Avrebbe dovuto pensarci prima.) Alla fine aveva cancellato il nastro. Non sentiva il bisogno di chiamarla, e questo era un buon segno. C'era stato un periodo in cui la richiamava, lasciandole messaggi in segreteria. "Grave errore," gli aveva detto il suo avvocato, "cos adesso li terr ("e infatti era quello che aveva fatto") per usarli in tribunale contro di te; e per favore cerca di essere prudente, se non riesci a controllarti  meglio che non ti metta in contatto con quella donna."
La locuzione suonava insolita alle orecchie di R. "Quella donna". Come se sua moglie (attualmente ex moglie), dalla prospettiva di un osservatore neutrale, si riducesse a "quella donna".
L'esemplare di una specie.
Aveva smesso di andare in Ridge Road. Aveva smesso di fermarsi in fondo al vialetto. La sera presto e di notte. Aveva messo il fucile sotto chiave. Non si era messo in contatto con lei ma le aveva subito obbedito, le aveva concesso quel potere nei suoi confronti, sapendo che se ne sarebbe rallegrata. "Adesso penso che sia tutto a posto", avrebbe detto al suo amante. "Non voglio sporgere denuncia". Intanto R. si era comprato una macchina molto diversa dalla precedente, cos come quest'ultima era molto diversa da quella che guidava quando abitava in Ridge Road 11.

"Se vuoi cacciare, devi sapere uccidere". Col nuovo mese, era iniziata una nuova stagione. Aveva ripreso gli appostamenti, e si sentiva bene. Al tramonto, percorreva sempre Ridge Road. Il cuore gli batteva pi forte quando cominciavano ad accendersi le luci. Gli bast un'occhiata a sinistra, mentre passava davanti alla cassetta delle lettere (a destra), per vedere la Lexus grigio metallizzata ultimo modello, sfacciatamente parcheggiata nel vialetto. E la macchina di lei, bianca e anonima, sotto la tettoia. La macchina della baby-sitter non c'era. "E' a cena da loro. E poi"? R. continu lungo la strada suburbana, n troppo in fretta n troppo lentamente, passando davanti a case come la sua, in stile ranch, legno intonaco e mattoni, vetrate scorrevoli, parquet di sequoia, soffitti a travi, vialetti asfaltati, tettoia per la macchina, pini e alberi decidui nei due acri di giardino. Il paradiso da cui R. era stato espulso come se avesse la rabbia.
"Per favore", lei preg, "ricordiamoci di come eravamo una volta. Non sarebbe meglio cos"?
Pulendo il fucile si sentiva calmo, sicuro. Se ne prendeva cura con metodica tenerezza. Sulle parti metalliche l'olio scintillava come una pellicola di sudore. Era un odore che gli piaceva, come quello del calcio d'acero che lustrava fino a farlo scintillare. Dopodich si infilava gli aderenti guanti di pelle e puliva tutte le impronte e le macchie.
Per sicurezza, passava lo straccio un'altra volta.
"Per favore", preg lei. "S", sussurr R.
Era arrivato al vicolo cieco un miglio dopo l'11 di Ridge Road, e torn indietro. Ripassando davanti alla casa vide le luci accese in quasi tutte le stanze. Il caldo bagliore domestico che trapelava dalle vetrate, parzialmente nascosto dagli alberi. Prosegu e torn al condominio sul fiume che, come era scritto a grandi lettere, si chiamava RIVERVIEW TOWER. Ore dopo ne usc vestito di nero, con un berretto calcato sulla fronte. E questa volta aveva con s il fucile, custodito in una sacca da cui sarebbe stato tolto, nella privacy della sua macchina.
Era la fine di novembre, e la luna luccicava sopra gli alti alberi di Ridge Road. Il paesaggio era bagnato da una luce lunare fredda che lo decolorava come una fotografia in bianco e nero. E nel vialetto c'era ancora la Lexus, in bella vista. Con la piccola macchina bianca sotto la tettoia. La maggior parte delle luci erano spente, tranne quelle in cucina e sotto il portico.
"Forse tu stai giocando. Ma non io".
Se voleva che R. scomparisse per sempre, avrebbe cambiato la cassetta delle lettere dopo che lui se n'era andato via. C'era questo tacito patto tra loro.
R. spense le luci e fece inversione. Parcheggi a breve distanza dal vialetto del numero 11, non dove si era fermato l'ultima volta, ma in curva, dove la macchina era in parte nascosta dallo steccato e dai cespugli. Davanti a s poteva controllare. Contava sul fatto che il proprietario della Lexus non si sarebbe fermato per la notte. Se invece l'amante di sua moglie avesse osato rimanere fino all'alba, col risveglio del mondo suburbano, R. non avrebbe potuto continuare l'appostamento in incognito. Ma l'amante, l'avversario, di solito levava le tende per le due; a quanto pare la moglie di R. sembrava non volerlo nel letto per tutta la notte, forse per riguardo alla figlia di sei anni; o forse semplicemente perch non lo voleva tra i piedi. "Povero bastardo", lo cacciava dopo averlo usato: come fanno tutte le donne, e come lei aveva gi fatto con R.
Cos rimase in attesa.
In trance, con gli occhi aperti, ma senza vedere. Con la testa contro il sedile e una mano guantata, la destra, sul calcio del fucile. Verso le due e venti sent delle voci e una portiera che sbatteva. Ed ecco le luci posteriori della Lexus che percorreva il vialetto a marcia indietro. "E' ora. Finalmente"! R. si sent sollevato come un nuotatore che riemerge a respirare dopo un lungo tratto sott'acqua. Non gir la chiavetta finch la Lexus non fu lontana un isolato, e non accese le luci finch la Lexus non gir sulla statale.
R. segu l'auto grigio metallizzata che si dirigeva in citt, verso il fiume. Strade e incroci deserti. La Lexus andava verso un ponte. R. si manteneva a un isolato di distanza. Era facile tenere sotto osservazione l'avversario. Finch si trattava di seguirlo fino a casa, sapeva cosa fare. "E dopo"? Non ne era sicuro. Quando sarebbe stato il momento, l'avrebbe saputo. Non era uomo da tirarsi indietro dal fare quello che andava fatto, anche se per un anno o forse pi era rimasto in una specie di trance, comportandosi nel modo che sembrava "giusto", come un attore che cerca faticosamente di calarsi nella parte, anche se non ci crede. "Ma adesso ti ho beccato. Povero bastardo". Mancavano solo due incroci al ponte, alto e gobbo, che sotto la luna era un intreccio di travi d'acciaio sorrette da pilastri di pietra massicci come torri antiche. Nel suo punto pi alto sar stato quindici metri sopra il pelo dell'acqua. Di giorno era un ponte qualunque, fuligginoso e consumato dalle intemperie; di notte era una creatura fantastica che, salendoci sopra, diventava simile a una rampa di lancio. R. avvert un brivido di eccitazione. Il suo istinto di cacciatore. Le luci di posizione dell'altra macchina sempre davanti a lui, mantenendo la stessa velocit dell'avversario, quaranta miglia all'ora.
Stranamente, stava sorridendo. R., che dopo la catastrofe sorrideva cos di rado.
"Me lo merito. Mi merito qualcosa".
Si ricordava di quando, da ragazzo, veniva colpito da bizzarre esplosioni di felicit senza motivo. Quando era solo. Una volta mentre attraversava un ponte, sotto la neve, con un vento gelido; un'altra volta in un cinema, meravigliato dalla facilit con cui l'immagine passava da un uomo disperato dentro una macchina al frontale della macchina che si avvicinava, e infine a una visione dall'alto della stessa macchina. Come sembrava facile uscire da se stessi.
Peccato che invece non lo fosse. Era la maledizione dell'umanit.
R. aveva tirato un sospiro di sollievo vedendo che l'avversario non viveva dalle sue parti. E se invece avesse abitato nel suo stesso condominio, tenendo la macchina nel suo stesso parcheggio? Ma no, abitava dall'altra parte del fiume, e adesso R. lo stava seguendo lungo la sopraelevata, scorgendo con la coda dell'occhio il suo palazzo sull'altra riva, quasi tutto al buio, tranne qualche luce qua e l; quelle del suo appartamento le aveva lasciate accese, e da quella distanza erano ben visibili, al decimo piano. L'altro, l'avversario nell'auto grigio metallizzata, viveva a poco pi di due miglia dal ponte, in una zona ristrutturata lungo il fiume, dove fabbriche e magazzini in rovina erano stati restaurati e trasformati in condomini, con vetrate e balconi che davano sul fiume. Il posto si chiamava Riverside Heights. Era uno di quelli che R. aveva preso in considerazione quando si era separato.
"E' cos che viviamo. Alcuni di noi".
R. si ferm in un vialetto ombroso, con le luci spente, osservando l'avversario che parcheggiava la Lexus al secondo piano di un parcheggio ben illuminato. Di fianco c'era una fila di case a due piani, quasi tutte buie. In giro non sembrava esserci anima viva. Bidoni dell'immondizia lungo il marciapiede. Le due e cinquantacinque di notte. Se uno avesse sparato un colpo d'arma da fuoco, in un posto del genere, avrebbe dovuto fuggire subito; magari ci sarebbe stato tempo per un secondo colpo, ma non avrebbe potuto esaminare la vittima da vicino. Nelle mani guantate di R. c'era lo Springfield. Aveva tolto la sicura. Che effetto gli aveva fatto quel "click". R. aveva abbassato il finestrino e si stava sporgendo, puntando il fucile contro il bersaglio, apprezzando il peso dell'arma nelle sue mani. Premere o no il grilletto dipende solo da te. E' un modo di far tacere i tuoi pensieri. "Chi ha un fucile in mano non piglia per il culo nessuno. Neanche se stesso".
R. non era abituato al mirino. Gir l'anello di messa a fuoco finch di colpo vide il bersaglio, l'avversario, a pochi passi di distanza. Ignaro di R., stava chiudendo la portiera della sua Lexus. La sua faccia era nel centro del mirino. R. si sentiva la bocca asciutta; il cuore cominciava a martellare. Era una bella sensazione. "Se vuoi uccidere, devi sapere cacciare". O era il contrario? Not che l'amante di sua moglie, il suo avversario, aveva pi o meno la sua et; non era pi giovane, come credeva. Indossava un giaccone di pelle rossiccio, non aveva cappello, e aveva capelli color fango che si diradavano in cima. Aveva la pelle un po' rovinata, e il naso leggermente storto. Era tardi ed era stanco, forse era preoccupato per le ultime cose che si era detto con la moglie di R., dato che stai sempre male quando le parole di una donna continuano a girarti in testa. R. non voleva pensare: "Un altro divorziato come me, povero bastardo". Invece seguiva con calma il suo bersaglio, con le tacche del mirino che tremavano sulla sua faccia, la gola, la carotide, e poi il lato della testa, l'orecchio sinistro, la nuca. Strano che non intuisse la sua presenza. Gli animali selvatici invece sembrano sempre accorgersi di essere osservati, alzano la testa vigili, muovono gli occhi, drizzano le orecchie cercando di cogliere il minimo suono, vibrano le narici. "L'uomo  l'unico animale che si dimentica della morte, pu essere"? R. lasci che il suo avversario scomparisse dietro un pilastro di cemento, sapendo che sarebbe riapparso sulla rampa. Era l'unica uscita. R. stava pensando che se avesse premuto il grilletto avrebbe posto fine al suo appostamento. Una volta che avesse premuto il grilletto e il suo avversario fosse caduto, morto o ferito o ferito mortalmente, una volta che il fragore dello sparo fosse risuonato in quella quiete, R. sarebbe stato catapultato nell'azione. La prima cosa: scappare. Era sicuro che non ci sarebbero stati problemi ad andarsene da Riverside Heights. Ci avrebbe impiegato pochi secondi, a luci spente, confidando nell'illuminazione stradale e nella luna calante. Il suo piano era di sbarazzarsi del fucile (quel fucile che forse era l'unica cosa in suo possesso cui davvero tenesse), buttandolo nel fiume assieme ai guanti odorosi di polvere da sparo. E l'appostamento sarebbe finito.
Era la cosa pi dura. Rinunciare all'appostamento.
Sarebbe stato uno dei primi a essere sospettato della morte di questo sconosciuto. Non lo conosceva personalmente, ma naturalmente sua moglie - la sua ex moglie - avrebbe informato la polizia. La vita di R., cos riservata, sarebbe diventata pubblica - almeno per un po'. Eppure R. aveva fiducia in se stesso, non sarebbe mai stato incriminato. Non avrebbe avuto neanche bisogno di prendere un avvocato; quanto odiava gli avvocati che vivono delle disgrazie degli altri. Essere costretto a mentire, questa sarebbe stata la vera vergogna. Non poter dire ad altri, altri come lui: "Certo, sono stato io che ho ucciso quel bastardo che si scopava mia moglie". Perch sapeva (come sapeva chiunque) che era un atto necessario, un atto di giustizia. E invece sarebbe stato costretto a mentire. Costretto a trasformarsi in un altro, un uomo infimo, un bugiardo. E l'appostamento che era diventato la sua vita sarebbe finito.
Il suo dito si tese sul grilletto; era pronto. L'uomo col giaccone di pelle usc dal garage nel momento che aveva calcolato. Adesso era a una decina di metri da R, e camminava con decisione. La strada che stava facendo era ben illuminata, come quelle attorno al condominio di R.: in teoria doveva essere un deterrente contro i malintenzionati, dato che queste zone ristrutturate sul fiume erano circondate dalla periferia pi derelitta, dove crimini e spaccio di droga erano all'ordine del giorno. Ma R. era nascosto nell'ombra, e se l'avversario avesse guardato nella sua direzione, avrebbe visto al massimo il paraurti e il radiatore cromato di una macchina posteggiata. R. osservava il suo avversario nel mirino, centrando le tacche sulla sua fronte. "Perch dovresti vivere tu, quando non ce la faccio io"? Ancora un respiro e avrebbe premuto il grilletto. No, al secondo respiro. Ma che cosa stava facendo il suo avversario? Invece di dirigersi verso una delle villette, girandosi in modo da offrire il cuore a R., si era chinato per prendere un bidone dell'immondizia e trascinarlo goffamente dietro di s. Un bidone di plastica giallo, come ce n'erano a Riverview Tower. "Merda! Non  il momento giusto per uccidere uno".
Il "diner" vicino al ponte era aperto tutta la notte, come diceva l'insegna. R. l'aveva visto scintillare dopo la rampa. Parcheggi, chiuse la portiera ed entr. Luci abbaglianti come nello studio di un dentista, spar di plastica pieni di tagli, tavolini di frmica e foto a colori di cheeseburger giganti con patatine, hotdog e dolci. R. stava morendo di sete. Aveva una fame da lupi. Nelle orecchie sentiva un rombo come una cascata, anche se forse era solo il rock che veniva da una radio. Si sedette al bancone. I gomiti sulla superficie umida. L'adrenalina gli scorreva nelle vene come una fiamma liquida, lasciandolo sudato e tremante; ma adesso cominciava a defluire come acqua da uno scarico ingorgato, lentamente ma inevitabilmente. Erano le tre e diciassette, ed era in piedi da un pezzo. Indossava ancora i guanti, segno (credeva) che non era successo niente. R. e il suo avversario erano (ancora) vivi. Oppure era successo, ed era per quello che si sentiva cos scosso? Che aveva tanta fame, come se fosse a digiuno da pi di un giorno (e forse lo era). In uno dei spar una giovane coppia smise di parlare per osservare R. Un nero di mezza et con un'uniforme da guardia di sicurezza, seduto su uno sgabello al bancone, lo guard in tralice, con un'espressione circospetta. Nello specchio offuscato dietro il bancone c'era la faccia di un uomo, selvaggia e arrossata. La pelle era cerea, ma con delle chiazze rosse, come se avesse preso degli schiaffi. Gli occhi iniettati di sangue e dilatati. Un uomo che andava ormai per i quaranta, con un giubbotto di cotone aperto sul collo, la barba di qualche giorno che spuntava come filo spinato, grigio-argento. Nel mirino aveva visto la faccia dell'altro, fresca di rasatura, l'immagine della speranza. Capelli pettinati all'indietro, un principio di calvizie. Un buffetto per dare un po' di colorito alla faccia. "Ehi, ti sei innamorata di me? Guarda che sono un buon partito".
Dietro il bancone c'era una cameriera coi capelli color ottone e un sorriso fresco di rossetto pronta a fare gli onori di casa a R., che per la prima volta metteva piedi nell'All-Nite Bridge Diner ed era in uno stato di stravolgimento che avrebbe potuto essere frutto di alcol o di droga, anche se non sembrava. La donna porse a R. un menu macchiato e disse: "Come va stanotte, Mister?" R. si stava asciugando la faccia con un tovagliolo. Dedusse che se era l, se lasciava che tutti quei testimoni lo notassero e se indossava ancora i guanti, il suo fucile doveva essere ancora nel retro della macchina, al sicuro, chiuso nella sacca. "Non  ancora successo. L'appostamento non  finito. Non ancora"! Con un sorriso, R. disse alla cameriera: "Non sono mai stato cos felice in vita mia."


Eravamo tanto preoccupati.

Al volante della Packard Admiral 1949 nuova di zecca, pap stava portandoci a casa dalla chiesa, quando sul ciglio della strada apparve l'autostoppista. Sembrava essere balzato fuori dalle erbacce, sotto l'accecante sole domenicale; con due strani occhi fissi, e ciuffi di barba grigia simili a quelli sul muso di un cane vecchio. Indossava una salopette e una bandana rossa al collo. Un uomo di et indefinibile, anche se certo non era giovane; dalla faccia sporca, eppure con un che di familiare. Chi era?
"Guarda! Non dovremmo fermarci? Sembra cos triste," esclam mamma.
Pap stava gi rallentando per vedere pi chiaramente la faccia dell'autostoppista. Spesso, in queste stradine di campagna, poteva essere il lavorante di un vicino o il vecchio zio eremita di qualcun altro, che sarebbe stato scortese lasciarsi dietro, anche se poi ci si trovava la macchina impregnata del suo lezzo.
La Packard nuova aveva quattro porte e i sedili imbottiti. Pesante come un carro armato, e quasi militare nel colore argenteo opaco e nelle splendide finiture cromate infiammate dal sole domenicale. Non potete immaginare la gioia. Potete provarci, ma  perduta per sempre: mamma, cos carina, seduta davanti cercava di sorridere alle battute di pap (che era un bonaccione, ma aveva un senso dell'umorismo pungente) per i dieci minuti trascorsi da quando ce n'eravamo andati dalla vecchia chiesa metodista di Haggertsville, dove il nuovo pastore, il reverendo Bogard, aveva pianto un'altra volta durante il sermone, parlando delle sofferenze del Nostro Salvatore Ges Cristo e dei peccati dell'umanit (oltre che suoi), ognuno dei quali era un altro chiodo conficcato nelle mani e nei piedi sanguinanti di Cristo, un'altra spina che lacerava la Sua tenera fronte. Gli eccessi emotivi del reverendo Bogard gli conquistavano la simpatia e le lacrime della parte femminile del gregge, ma a dire il vero imbarazzavano gli uomini, e pap era un uomo impaziente, che fremeva per ogni segno di debolezza. Mamma sorrideva alle sue critiche, ma di rado lo contraddiceva, mancandole il coraggio o la prontezza di spirito, mentre con cautela toglieva i numerosi, lunghi spilloni che assicuravano il cappellino di paglia blu marino ai suoi ricci castani, per poi appoggiarlo in grembo accanto alla borsetta di paglia blu marino e agli immacolati guanti di pizzo bianco che si era messa in chiesa e poi si era tolta in macchina, come tutte le altre mogli e madri della congregazione, accompagnate dai mariti - guai a tenere i guanti bianchi della domenica un minuto in pi del necessario!
Sul sedile posteriore: Ann-Sharon, con le treccine, di otto anni; e Baby Bimmy, di tre anni.
E poi, d'un tratto, l'autostoppista. Sulla Route 33 di Haggertsville, a circa met strada da casa. Quanto era alto! Sembrava uno spaventapasseri ambulante. Aveva gli occhi ridotti a una fessura, come se la Packard fosse un carro in fiamme. Sporgendosi sopra la spalla di mamma, Baby Bimmy vide l'autostoppista alzare incerto il braccio e rivolgere un muto appello col pollice: "Aiutatemi, chiunque voi siate".
Ma pap stava dicendo: "Mai visto in vita mia."
"Ma sembra cos... triste," ribatt mamma dolcemente.
"Potrebbe essere pericoloso," disse pap. "Magari  un ubriacone. Chiss quanto puzza."
Gli stavamo passando davanti, e la barba e la bandana rossa erano gi scompigliate dalla scia della Packard che aveva sfrecciato. Ma con un tono di leggero rimprovero, rivolto solo a mamma, pap disse: "In ogni caso, cara, come puoi vedere, non c' posto per nessun altro."
Un'altra domenica, dopo la funzione, pap stava portando la famiglia a Yewville, a pranzo da nonna, il pranzo domenicale che veniva servito alla una. "Oh, guarda! Ma  una 'donna'?" La voce di mamma esprimeva, pi che costernazione o rimprovero, una lieve sorpresa, mentre da una macchia di cardi vicino ai binari una figura scarmigliata in pantaloni, camicia a scacchi strappata e scarpe da uomo senza lacci scese barcollando verso la strada, ammiccando e alzando il braccio, col pollice proteso in un gesto quasi osceno, a indicare che voleva un passaggio in citt. Aveva la faccia arrossata dal sole, e capelli crespi e stopposi color carota.
E due occhi che ardevano come carboni accesi sepolti nella carne.
"Adesso mi vede", pens Bim con un brivido.
"Non ci dovremmo fermare, caro? Deve essere disperata," disse mamma incerta. "Magari non sta bene, o..."
Pap stava rallentando, anche se non aveva intenzione di fermarsi. L'autostoppista era in mezzo alla strada e doveva scansarla.
Gli anni erano passati, e la Packard non era pi cos nuova. Ma pap non la guidava con minor orgoglio, e la teneva in "condizione A-1" lavando amorevolmente l'elegante carrozzeria argentea e lucidandola con panni di camoscio, e tenendo il parabrezza pulito malgrado le centinaia o migliaia di insetti spiaccicati sopra. Suo figlio Bim era entusiasta di aiutarlo nella pausa mattutina di certe domeniche, mentre dalla radio della Packard, al massimo del volume, le partite di baseball - i Saint Louis Cardinals! i Chicago Cubs! i New York Yankees! i Brooklyn Dodgers! i Cincinnati Reds! - venivano trasmesse cos dal vivo che trent'anni dopo Bim avrebbe giurato che suo padre l'aveva davvero portato allo stadio, e che avevano visto con i loro occhi imprese come l"home run" di Stan Musial al nono inning, o quello altrettanto formidabile di Joe Di Maggio; che anche loro avevano accompagnato con applausi impazziti Jackie Robinson che saltava come una pantera dalla prima alla seconda alla terza e poi alla casa base. Questa domenica, nella calura di agosto, l'interno della chiesetta di legno era cos soffocante che anche il reverendo Bogard, la faccia lucida di sudore, sembrava non vedere l'ora di terminare la funzione. Un inno in meno del solito. E dopo che l'organista dai capelli bianchi strimpell "Salda fortezza  il Nostro Dio" e il sudore gli disegnava sulla camicetta di rayon rosa un inquietante pipistrello ad ali spiegate sulla schiena - i fedeli furono messi in libert. Tutti a precipitarsi verso le macchine per abbassare i finestrini, in modo da godere di un'illusoria freschezza una volta in viaggio. Mentre la Packard accelerava, mamma rideva, senza fiato, cercando di tenere fermi con le mani (mani nude, dato che si era tolta subito i guanti) i capelli che le si scompigliavano. Sul sedile posteriore, Ann-Sharon e Bim, fradici di sudore nei vestiti inamidati della domenica, saltavano sulle imbottiture. "Pi forte, pap! Pi forte!"
"Ragazzi, tranquilli," disse pap con una nota di sorpresa nella voce, cercandoli nello specchietto retrovisore. "Fa troppo caldo per fare gli scemi."
"Fare gli scemi. Ma  quello che fa sempre la gente", pens Bim.
Almeno fino a quando comp tredici anni, Bim vedeva con la massima chiarezza uno stupendo stallone nero che galoppava lungo la strada, alla stessa velocit della macchina, anche se a volte un po' in avanti, con la criniera e la coda nere e fluenti; e doveva darsi un pizzicotto per rendersi conto che lo stallone non era reale, e che nessun altro, neanche quella ficcanaso di Ann-Sharon, poteva vederlo.
Anche quella domenica lo stallone stava galoppando accanto alla macchina di pap, ignari uno dell'altro, quando, alla periferia di Yewville, in quella zona di baracche vicino alla ferrovia, apparve l'autostoppista donna. A quel punto pap aveva rallentato perch il limite di velocit era di trenta miglia all'ora, e lo stallone era scomparso e dimenticato, come i sogni che si dissolvono non solo alla luce del giorno, ma anche a quella della ragione. Pap consider la donna attraverso il parabrezza, e quella gli restitu lo sguardo con uno strano ghigno da lanterna di Halloween, troppo largo per la sua faccia.
"Che brutto spettacolo," disse pap impettito. "Un'ubriacona, a quest'ora del giorno, e di domenica."
"Un'ubriacona? Oh, che peccato," disse mamma. "Allora non possiamo..."
"Certo che non possiamo," disse pap, sterzando per non investire la figura barcollante. "Non essere sciocca!"
Ann-Sharon e Bim si acquattarono, mentre la Packard passava cos vicino alla donna che questa avrebbe potuto infilare una mano nel finestrino e toccarli. E quando la macchina si allontan, con quanta rabbia si mise a gridare, agitando il pugno, facendo una O larga e furiosa con le labbra e boccheggiando come un pesce. Faceva davvero paura! Per anni Ann-Sharon avrebbe sognato quella bocca da cui uscivano dardi neri diretti contro la macchina in fuga; la Packard su cui pap, mamma, lei e suo fratello stavano andando alla casa bianca di nonna in Prospect Street dove, che fosse il giorno del Ringraziamento, Pasqua o semplicemente domenica, appena entravi nell'atrio con i vetri smerigliati, eri accolto dal profumo di pollo arrosto, tacchino, prosciutto al forno o bistecca, e ti veniva l'acquolina in bocca che quasi non riuscivi a gridare: "Nonna! Nonna! Siamo qui."

Un'altra volta. L'estate seguente. Quella volta era mamma, e non pap, a guidare la Packard. Mamma e Ann-Sharon erano sedute davanti; Bim dietro, con la spesa fatta da Loblaw's, osservava lo stallone nero che galoppava nei campi, saltava fossi e stradine, anche se quando guidava mamma lo stallone era meno veloce. Ed ecco, prima del ponte sul torrente Elk (mamma faceva la strada lunga: il traffico sulla Route 31 la innervosiva), una coppia di autostoppisti. Un giovanotto arruffato e barbuto e una giovane donna coi capelli lunghi e un fagotto color kaki (un bambino?). Se ne stavano l, ben in vista, prima della rampa, e mentre mamma si avvicinava rallentando, l'uomo tese il pollice e la guard in faccia: "Signora, ce lo da un passaggio? Dove sta andando? " Ma mamma non gli diede retta n osserv la sua spavalda compagna. L'uomo da vicino, con gli occhi selvaggi, la faccia bruciata dal sole e i denti guasti, fece un gesto osceno e avanz per sputare sul tetto della macchina, ma mamma, irrigidita dalla paura, continu a guidare, attraversando il ponte di legno a quattro miglia all'ora - la sua velocit normale per attraversare ponti del genere, in presenza o meno di un pericolo. Povera mamma! Bim vide che era pallida; aveva la fronte corrugata, ansimava, le tremava la mandibola, eppure guardava ostinatamente avanti, portando in salvo i suoi bambini.
Quando riprese fiato, disse: "A pap non diciamo nulla, d'accordo? Neanche una parola."

La gita della domenica pomeriggio. Solo mamma, Ann-Sharon e Bim. Pap non portava mai la famiglia in giro la domenica pomeriggio, perch ne aveva abbastanza di guidare la macchina cinque giorni alla settimana per andare a lavorare a Yewville (era dirigente alla Woolrich's Masonite, Inc.), nove miglia all'andata e nove al ritorno; e dopo il suo primo infarto, quello che era stato definito "silenzioso", la domenica pap se la prendeva comoda, e non andava pi neanche in chiesa. Ma a mamma piacevano quelle gite domenicali, anche se il tempo era coperto o afoso, e faceva lunghi giri senza meta nella campagna della sua infanzia, seguendo l'Elk fino al lago Nautauga, fermandosi a bere qualcosa al Tastee Freeze, per poi attraversare il ponte e tornare a casa per Canai Road. Oppure seguiva il fiume Chautauqua fino a Milburn o a Tintern Falls, passava il ponte, e tornava a casa lungo l'altra sponda del fiume. Ann-Sharon guidava lentamente, ascoltando mamma che parlava dei vecchi tempi, chi viveva dove, di chi era la data fattoria, quali sue amiche di scuola si erano sposate e dove vivevano; ma Bim, come al solito, si preoccupava per le cose pi imprevedibili - e se si fossero persi? Se avessero finito la benzina? "Non essere sciocco, Bim!" gli diceva mamma.
Pi tardi, quando erano vicino a casa, mamma diceva, come se leggesse i pensieri pi segreti di cui Bim, quando aveva nove anni, era inconsapevole: "Dovete sapere una cosa, ragazzi. Il vostro pap non  pi quello di una volta, ma presto torner a esserlo."

E poi quella domenica di maggio quando, tornando a casa dopo la sosta al Tastee Freeze, mamma decise di fermarsi nel vialetto invaso dalle erbacce di una fattoria in rovina dove una volta abitava della gente che conosceva, e tutti e tre - lei, Ann-Sharon e Bim - si misero a curiosare tra i ruderi e raccolsero un mucchio di gigli selvatici (porpora e bianchi, alti e cos profumati!), per poi vedere con sorpresa che alle loro spalle una donna si era avvicinata alla macchina: una donna robusta dalla pelle scura, di et indefinibile, con un bambino pelle e ossa che avr avuto quattro anni. La donna aveva due occhi lenti e opachi, un labirinto di rughe sulla faccia, e impastava le parole come se avesse dei ciottoli in bocca. "... Passaggio 'gnora?" sembrava dire. Mamma la guard e le disse educatamente: "Mi spiace, ma mio marito non permette che dia passaggi a sconosciuti." La donna ammicc, sorrise e ripet il suo "... Passaggio 'gnora?" Mamma prese per mano Ann-Sharon e Bim per portarli alla macchina, mentre la donna li fissava, stando sulle ceneri dove avevano lasciato cadere i gigli. "Su, venite, ragazzi," sussurr mamma, stringendoli con dita forti e gelide, mentre la donna continuava a fissarli, imitata dal bambino sdentato e coi capelli ispidi. "... Passaggio 'gnora?" gemeva la donna, indicando la macchina, mentre mamma, Ann-Sharon e Bim salivano di corsa, Ann-Sharon davanti e Bim dietro. Al terzo tentativo mamma accese il motore, ma adesso la donna si stava avvicinando, passo dopo passo, dicendo con un tono pi alto qualcosa che sembrava "Da' un passaggio 'gnora?" Alla fine la Packard part, le gomme sollevarono cenere dal vialetto, e mamma non si volt a guardare neanche una volta.

Tutte le cose finiscono, ma raramente l'ultima volta si capisce che quella sar proprio l'ultima. E infatti il pomeriggio dei gigli sarebbe stata l'ultima gita domenicale di Ann-Sharon, che era stufa di quei posti e voleva stare con i suoi amici. E presto anche Bim avrebbe deciso che c'erano cose pi interessanti delle gite con la mamma: per esempio giocare con gli amici. Mamma ci rimase male, e a volte girava da sola, senza andare lontano e senza troppo entusiasmo; e cos le gite domenicali cessarono. Alla fine anche la vecchia Packard fu ceduta per comprare una Studebacker nuova del 1958, giallo canarino. Una sera di dicembre, tornando a casa da Yewville, pap fren a un semaforo rosso all'incrocio di Transit Street, vicino alla ferrovia; e d'un tratto, dall'ombra, emerse una figura: un uomo magro e lacero dal volto seminascosto sotto un berretto di lana calcato sulla testa. Un vagabondo che mendicava un passaggio; ma pap disse: "No, spiacente." L'uomo ripet la sua domanda, che era diventata una richiesta: "Mister, ho bisogno di un passaggio! Ehi, Mister, dammi un passaggio! " Ma pap disse, a voce pi alta: "Mi spiace, no." Scatt il verde, ma proprio mentre pap premeva l'acceleratore, l'uomo afferr la maniglia della portiera, la apr, pap si allung per cercare di chiuderla, ci fu una breve lotta, l'uomo imprec e cerc di colpire pap, ma la macchina balz in avanti a scossoni, pap premette di nuovo l'acceleratore e l'aggressore dovette mollare la presa. Pap percorse a gran carriera le nove miglia di strada con la portiera che sbatacchiava: tutto questo la sera del suo secondo infarto, che fu molto grave. Quella primavera lasci il lavoro e non si riprese mai completamente: si stancava per niente, gli venivano crisi di malinconia e non fu pi "quello di una volta", anche se mamma continuava ad aspettare pazientemente che tornasse a esserlo. Pap avrebbe vissuto fino all'et di ottantatr anni e sarebbe morto un giorno che nevicava, mentre faceva un pisolino sulla poltrona.

Ann-Sharon crebbe, si fece carina, appena finite le superiori si spos, ebbe quattro figli nell'arco di sei anni, e pass tutta la vita a Yewville. Bim and al college, dove i professori lo chiamavano con un nome diverso, anche se per gli amici intimi era sempre Bim. L'ultimo anno stava tornando a casa per il giorno del Ringraziamento; in macchina erano dieci ore di viaggio, pioveva e si stava facendo buio; era una pazzia, tanto pi che la macchina gliel'aveva prestata il suo compagno di camera. Era in ritardo, e stava prendendo il sottopassaggio vicino al nuovo centro commerciale a cinquanta miglia all'ora, sollevando spruzzi d'acqua simili ad ali, quando vide, o gli sembr di vedere una figura rannicchiata l sotto. Per tutta la vita si sarebbe ricordato qualcosa di sgualcito e di luccicante (un impermeabile di plastica a buon mercato?), e una faccia pallida colta di sorpresa dai fanali della macchina. E poi, inspiegabilmente, ci fu un tonfo, la macchina sband, si sent un grido soffocato - sempre che Bim non se lo fosse immaginato - ma la macchina si era gi raddrizzata e stava sfrecciando fuori dal sottopassaggio, di nuovo sotto la pioggia battente, su un rettilineo deserto in mezzo alla campagna, e fu subito lontana.
Dodici minuti dopo, Bim entr in casa, nella sua casa, tremando e sorridendo; l'odore del tacchino arrosto che gli faceva venire l'acquolina in bocca. Erano l ad aspettarlo, e pap si alz dalla poltrona di pelle davanti alla televisione: "Bim, grazie a Dio! Eravamo tanto preoccupati."



Il persecutore.

"Dopo". Dopo lascer il suo lavoro, e forse la sua professione. Se ne andr da Detroit e troncher ogni relazione con i suoi colleghi e anche con i suoi amici, che negli anni a venire continueranno a parlare di lei con piet e stupore: "Nessuno ha saputo pi niente di Matilde? Sapete che fine ha fatto Matilde? Per l'avevamo avvertita, vero"? Appena si riprender da quello che  successo, metter in vendita la casa di sua zia (dopo averci vissuto otto anni, pensa sempre alla casa di arenaria al 289 di Springwood, Mittelburg Park, come a quella della defunta zia, e non alla propria), e accetter la prima offerta, per quanto bassa. Perch non  una donna che badi molto al denaro. N  una sentimentale. Dopo, non conceder mai pi nulla ai sentimenti: almeno questo se lo sar guadagnato.

"La pistola". Aveva gi il permesso rilasciato dalla contea quando and al Liberty Gun Shop a North Woodward - un edificio color crema in un mini-centro commerciale, tra un negozio di video porno e un take-away cinese. Il Liberty Gun Shop prometteva pistole e fucili, nuovi e usati. Il gestore si chiamava Ted - "Mi chiami pure Ted, okay"? - ma Matilde al massimo mormor un freddo "signore", come una scolaretta, mentre quello la squadrava in tutta la sua altezza. Matilde aveva il collo lungo, la testa che pendeva in avanti, e occhi di un grigio-pietra che il suo primo amante, vent'anni prima, aveva definito il colore di un rammarico senza fine - o di un declino? Doveva essere una specie di battuta. (Gioco intraducibile tra "regret" e "regress". N.d.T.) (I suoi amanti erano specializzati in goffe battute che lei non era mai sicura di capire, anche se, tanto per essere di compagnia, aveva imparato quando doveva ridere.) Il gestore vant a Matilde i pregi delle semiautomatiche con decine di colpi nel caricatore, ma Matilde insisteva per le rivoltelle pi convenzionali ed economiche. Quella che voleva era una Smith & Wesson calibro .38 usata, gi in dotazione alla polizia, e pi che sufficiente per quello che aveva in mente. Ted era deluso, si accorse. Quando impugn l'arma, scopr che era pi pesante del previsto, e dovette reggerla con due mani. Ted disse che forse non gliela doveva vendere - era contrario al suo "codice etico" vendere un'arma a chi non fosse capace di usarla. Perch un'arma te la possono prendere e usare contro di te. Perch bloccarsi con un'arma in mano pu essere pi imbarazzante dell'essere sorpresi disarmati. Perch devi essere pronto non solo a sparare ma anche a uccidere, e lei non sembrava abbastanza forte. Ma anche questa era una battuta, naturalmente. Matilde aveva estratto il libretto degli assegni. Non c'era mai stato dubbio che lei, sostenitrice del bando totale delle armi da fuoco ai privati cittadini, non potesse comprare al Liberty Gun Shop, a North Woodward, la pistola che preferiva: una Smith & Wesson sei colpi calibro .38 usata, con canna media. Pi due dozzine di proiettili. Anche se Matilde sa che se user la pistola, non ci sar una seconda volta.

"Il cuore che batte"  il suo, si capisce. Eppure negli ultimi tempi le capita spesso di sentirlo a distanza. Come uno dei tanti rumori senza nome della citt, il bombardamento incessante che senti tutto il giorno senza ascoltare, aeroplani che la notte ti passano sopra la testa, invisibili scie di suono. "Sento il battito del tuo cuore. Ges"! E si era messo a ridere. Perch poi? La stava prendendo in giro o era il contrario? Ci ha pensato spesso, Matilde. Ma non l'ha ancora capito.

"Il cuore che batte"  il suo, si capisce. Ma  anche quello di lui. "Senta, io mi chiamo" - qualcosa che suonava come "Bowe, Bowie. Mi piacerebbe rivederla. Presto. Domani? Stasera"? Sdraiata sul materasso ortopedico (Matilde da qualche anno aveva dei problemi alla schiena), gli occhi chiusi, la faccia imperlata di sudore, lo vede. La Volvo blu bagnata di pioggia con un adesivo logoro di Clinton e Gore sul paraurti posteriore. Lui  al volante, all'ingresso del garage dove Matilde lascia la macchina quando va in ufficio, lei lo vede, fa finta di non vederlo, si precipita verso l'ascensore per salire al livello C dove ha parcheggiato la macchina. E poi i suoi messaggi in segreteria - "Matilde per favore mi chiami" - col suo numero di casa e quello dell'ufficio ( un avvocato, fa il volontario per Legal Aid) che Matilde riascolta e poi cancella. "Mai pi, oh Dio. Non posso". Vede la Volvo che passa lentamente davanti al 289 di Springwood, con la facciata color vinaccia appena scrostata e la spettacolare vetrata. Lei non sta guardando, tanto meno sta aspettando, ma vede. Che cosa vuole da lei, che cosa li lega? Una specie di patto di sangue? Tra l'altro questo "Bowe o Bowie" - di nome "Jay", ma non ne era sicura - deve essere sposato, ha intravisto un anello alla mano sinistra. Ha sentito il suo respiro affannato, la sua foga. "No. Mai pi. Non posso".

"Destino". Matilde Searle si  spesso chiesta se davvero cerchiamo l'amore romantico perch pensiamo sia il nostro destino pi privato, segreto, individuale. Se l'amore romantico - ma siamo onesti, e diciamo pure il sesso - ci possa definire meglio di ogni altra cosa, come la famiglia e il lavoro. "Non ho mai saputo chi sono se non quando sono stata innamorata", ha detto Matilde, "ma non mi sono riconosciuta in me stessa, non mi sono stimata e non intendo ripetere l'esperienza".

"Stato civile". Nata l'11 novembre 1953 a Ypsilanti, Michigan. Secondogenita, e prima figlia femmina. Genitori cattolici che avrebbero sfornato - il termine  di Matilde, che l'ha usato mille volte, fin da ragazza, per ridicolizzare il loro mondo limitato - altri quattro marmocchi. "Cinque fratelli"! diceva la gente sorridendo. "Dovevano proprio piacere i bambini ai tuoi genitori"! E Matilde volgeva gli occhi al cielo e diceva, acida: "E' solo perch mia madre ci ha messo un bel po' prima di capire quale fosse la causa". (Adesso che  cresciuta, e sua madre  morta da tre armi, Matilde non fa pi battute del genere. Non scherza mai sulla famiglia.) Ma il cattolicesimo dei suoi genitori, dogmatico e indiscutibile,  stato una cappa da cui si  sempre sentita soffocare, ed  fiera di avere smesso anche solo di far finta di crederci all'et di dodici anni. Scuole pubbliche a Ypsilanti, laurea "summa cum laude" alla Michigan State University nel 1976 (in storia e politica americana). Dottorato alla University of Michigan nel 1978 (in politiche sociali). Ha lavorato a East Lansing nel centro dei servizi sociali della famiglia e dei giovani dello Stato del Michigan (1978-1982), e a Detroit, nel consultorio famigliare della Wayne County Clinic - uno degli enti statali pi mastodontici e afflitti dalla burocrazia. Matilde Searle  assistente supervisore, ma lavora anche sul campo - non segue mai meno di venti famiglie, per un totale di almeno un centinaio di individui, che spesso raddoppiano. Il suo salario annuale, stabilito dalla legge finanziaria del Michigan,  di quarantunmila dollari, e non aumenta da due anni. Nella sua cartella medica non si parla mai di "esaurimento nervoso", n si  mai saputo che abbia tentato il suicidio, come invece  capitato ad alcuni dei suoi colleghi, soprattutto donne: la Wayne County Clinic ha infatti la fama di portare all'esaurimento i suoi dipendenti, soprattutto donne, perlopi quelle che come lei lavorano al sesto piano del vecchio palazzo di mattoni tra Gratiot e Stockton Street, dove Matilde ha un ufficio ad angolo che divide con un'altra assistente sociale laureata alla Ann Arbor, di cinque anni pi giovane di lei; quella  nera ispanica, mentre Matilde  caucasica: a Detroit  una netta minoranza.

"Il persecutore". Matilde  sveglia, ma la pulsazione febbrile del suo corpo suggerisce piuttosto una paralisi onirica. Il cuore le batte piano piano, ma sempre pi forte. L'ha sentito. "E' lui". Durante la notte ha scalciato la trapunta di raso e adesso  coperta solo in parte da un lenzuolo umido che le lascia nudo il petto sudato, i seni piccoli e duri da ragazza, le clavicole cos sporgenti... E' nuda? Dov' finita la camicia da notte? Non  una donna abituata ad aspettare, eppure ogni notte  un'attesa inevitabile. Nuda, nel letto. La pistola calibro .38  a pochi centimetri, nel cassetto del comodino, che  socchiuso. "Perch devi essere pronta non solo a sparare ma anche a uccidere". E' nuda, in un bagno di sudore, ad ascoltare gli innumerevoli suoni della citt di notte, e quelli misteriosi e pi vicini della casa di sua zia; e il cuore che batte piano piano, ma sempre pi forte,  il suo e non quello di un altro, "eppure lo vede, lo sente". Sapeva che le aveva fatto la posta per settimane, sapeva anche come si chiamava: Ramos, Hector Ramos,  il marito separato di una delle sue assistite, una donna vittima di percosse che era riuscita a far ammettere al programma di difesa della Wayne County, e per questo Hector Ramos la odia, la vorrebbe morta, e Matilde lo sa bene. Per un breve periodo anche Hector Ramos  stato un suo assistito, l'anno prima, ma qualunque cosa gli scorresse nelle vene - alcol, cocaina, follia pura - era troppo forte, e non era stato capace di rimanere seduto davanti a Matilde per pi di tre minuti senza fremere e saltare in piedi, n era stato capace di fare un discorso coerente, con due occhi da matto e sputacchiando saliva, e ancor meno di riempire i moduli e di firmarli col suo nome, se non con uno scarabocchio enorme e indecifrabile. "Hector Ramos". Un uomo piccolo, smilzo, di trentun anni; muratore disoccupato, arrestato una sola volta, diciannovenne (diciotto mesi alla Michigan State Prison per "aggressione"). Occhi neri che ti guardano fissi, capelli neri oleosi. La fronte scavata da rughe profonde. Lo sguardo selvaggio e interdetto, lo sguardo antico della disperazione che Matilde ha imparato a riconoscere in tanti dei suoi assistiti, in tanti uomini per le strade di Detroit. "Pensi che non so leggere, eh? Pensi che non so le parole, eh? ", buttando i moduli sulla scrivania di Matilde. E adesso lo vede, Hector Ramos, furibondo e tradito, che si avvicina a lei, stringendo in mano qualcosa di metallico e di luccicante. Ha una giacca di finta pelle, pantaloni strappati a un ginocchio, scarpe da ginnastica come i ragazzi neri. Veloce e silenzioso come un serpente, non un insulto che possa metterla in allarme, i denti luccicanti di saliva: le salta addosso. Sono in un posto affollato, l'atrio esterno del palazzo in cui lavora, Ramos non ha ancora attraversato il metal detector, che  pi all'interno, e non  stato adocchiato dalle due guardie, due uomini dello sceriffo, e Matilde non lo vede finch non le  addosso.

"La paura della morte". In astratto,  assurda. Quante volte l'ha sostenuto Matilde? Dove non esiste coscienza, non ci pu essere dolore, affanno, umiliazione, perdita, rimpianto, paura. Dove non c' coscienza, non c' memoria. Dove non c' memoria, non c' umanit. Quando cessi di vivere, tu non sei pi tu. Eppure, cercando di schivare il coltello brandito dal folle, il dolore  cos rapido, intenso, inatteso che sembra materializzarsi nell'aria, come un rumore assordante. E il grido della donna sembra quello di un bambino: "No! Fermati! Aiuto! Non voglio morire"!

"Stato civile". A diciannove anni, al primo anno di college, aveva perso la verginit. Perso: che linguaggio bizzarro e antiquato. Perso che cosa, di preciso? In seguito, alla sua prima, vera storia d'amore, s che aveva perso qualcosa di pi tangibile, anche se indefinibile: il suo cuore? La sua indipendenza? Il suo controllo? La definizione di s? La prima vera perdita, e il senso di rabbia e di confusione che ne  derivato. Non poter essere pi cos sicura e fiduciosa. Cos certa delle cose. "S, lo so quello che sto facendo, per l'amor di Dio mi lasci in pace".

"E se" non avesse preso uno degli ascensori che scendono nell'atrio, ma avesse fatto le scale sul retro. Non sarebbe stata la prima volta: sono cinque piani, in discesa. Sarebbe uscita dalla porta sul retro, anch'essa sorvegliata dagli uomini dello sceriffo, che da su Stockton Street. E cos lo avrebbe evitato. Per quel giorno. Da quanti giorni si sforzava di non vedere quella figura al margine del suo campo visivo. Passi che facevano eco ai suoi mentre raggiungeva la macchina nel parcheggio, il sorriso rabbioso mentre gli passava davanti, ma lei continuava a non vederlo, perch era calma, decisa. Non intendeva farsi intimidire, e tanto meno spaventare. Molto prima di Hector Ramos c'erano state altre minacce contro la vita di Matilde Searle, altri persecutori che la pedinavano. "Senta, sono una professionista. So badare a me stessa".

"E se" non avesse preso uno degli ascensori che scendono nell'atrio, ma avesse fatto le scale sul retro. Quel giorno non sarebbe stata aggredita da un pazzo armato di un coltello con una lama di venti centimetri appena comprato al Kmart. E "lui" non sarebbe intervenuto per difenderla, prima ancora di sentire le grida sue e di quelli attorno. Lui, che quel giorno era l per il centro di protezione dell'infanzia, ma che di solito capitava di rado da quelle parti, non avrebbe afferrato il braccio di Hector Ramos, venendo ferito di taglio in faccia e di punta nell'avambraccio, ma riuscendo a togliergli il coltello prima ancora che le guardie tirassero fuori le pistole.

"Una cosa cos umana e cos assurda": trasformare un incidente del tutto casuale - un evento non pi significativo dello scontro di due microbi, molecole o particelle subatomiche - in un evento carico di significato.

"Una cosa cos umana e cos assurda": trasformare il suo desiderio per lei in qualcosa di pi significativo e di pi profondo del desiderio che qualunque uomo pu nutrire per qualunque donna. Perch lui si era messo di mezzo e si era macchiato di sangue, ce l'aveva sul soprabito, sulle mani: il sangue di lei e il suo. E dopo, a insistere: "Senta, ci dobbiamo rivedere, Matilde, lo sa, vero? Si chiama Matilde, no"?

"Il cuore che batte"  il suo, si capisce. Anche quando faceva l'amore, afferrando le spalle del suo amante, le reni, le natiche, muovendosi in sincrono, i suoi lombi contro quelli di lui, la pelle liscia e calda, le bocche incollate, anche allora aveva saputo distinguere i battiti del proprio cuore. Ma  passato tanto tempo.

"Paura della morte"? No, ma paura di essere indifesa, paura della violenza. Un vetro spaccato al piano di sotto, una porta forzata (quella sul retro, che gi due anni prima era stata scassinata da ignoti che avevano messo a soqquadro cucina, soggiorno e studio, prima di portare via le poche cose di valore), rumore di passi. Quante volte, anche prima dell'aggressione di Hector Ramos, si  svegliata di notte con la bocca secca per sentire al piano di sotto una specie di onda nera che stava sollevandosi per inghiottirla. Quante volte si  svegliata, tesa e vibrante come un arco che sta per scoccare la freccia. Allora non aveva una pistola nel comodino. Non ne aveva volute, di armi. Si alzava di corsa, chiudeva a chiave la porta, e chiamava il pronto intervento, se i rumori continuavano e se era davvero sveglia e non stava sognando, come succedeva spesso, anche prima dell'aggressione di Hector Ramos. Ma non ce n'era bisogno, perch non c'era pericolo. Perch quando c'era stata sul serio un'effrazione, lei non si trovava a casa. (Malgrado avesse lasciato accese le luci e la radio.) Dalla fine di settembre a novembre Hector Ramos le aveva fatto la posta,  vero, ma sempre nelle vicinanze della Wayne County Clinic o nel garage in cui parcheggiava la macchina, e non era mai stata davvero sola, sola come era adesso, nel suo letto, al primo piano della vecchia, cadente ed elegante casa di arenaria al 289 di Springwood, che aveva ereditato da sua zia.

"Una donna nuda". Si libera dalle lenzuola umide che sono impregnate del suo odore, anche se si  fatta la doccia e si  lavata i capelli prima di andare a letto. Si alza barcollando, sembra un uccello dalle zampe lunghe e sottili, un fenicottero o uno struzzo. Per guidare ha bisogno degli occhiali, soprattutto di notte. Quando le prospettive si appiattiscono, e i colori primari sfumano e si confondono. Ma a parte le occasionali emicranie, gli attacchi di insonnia e le mestruazioni irregolari,  in condizioni fisiche eccellenti. Fa quaranta miglia con la macchina per farsi visitare da una ginecologa di Oakland County, nel nord della citt. Deve andare fin laggi dopo che dei ragazzi neri, dei drogati in cerca di soldi, hanno ammazzato il suo medico il Natale scorso, nel suo studio vicino alla Wayne State University. Niente medicine adesso, neanche la pillola. Ci sono altri metodi di contraccezione, in caso di bisogno... Sta osservando qualcosa sul pavimento. Sa che cos',  solo la vestaglia fradicia di sudore che si  sfilata e ha buttato via. E' solo un mucchietto di stracci, ma continua a fissarlo.

"Rammarico senza fine. Declino senza fine". Uno degli ex amanti di Matilde, uno che non vede dal 1981, una volta disse una cosa riguardo alla nudit di una donna. Una donna nuda, vista da vicino da un uomo, ha sempre e comunque qualcosa di... inaspettato. Di prepotente. Di troppo grande.

"Quanto tempo fa". In un'altra citt, prima che Matilde fosse padrona della propria vita. In preda a un'ossessione. Ridotta dal sesso a un ricettacolo di desiderio, di smania. "Questa non sono io, Matilde Searle"! Con la macchina passava davanti alla casa del suo amante (un professore di diritto, sposato), lentamente, metodicamente: la sera, a mezzanotte - anche all'alba, qualche volta che si sentiva disperatamente sola. Non lo voleva vedere davvero (nel giro di qualche settimana avrebbe rotto una volta per tutte), e ancor meno desiderava essere vista (che vergogna sarebbe stata! Anche se era il tipo di situazione in cui al suo amante piaceva immaginare lei, la ventisettenne Matilde, misteriosa, elusiva, troppo giovane e troppo idealistica per lui), ma solo essere vicina a lui, che in quel periodo sembrava rappresentare il centro luminoso della vita di Matilde Searle. Ed  per questo che diciamo: "Non posso vivere senza di te", intendendo: "La tua vita da vita a me, che altrimenti sono un involucro vuoto, senza nome".

"Una femminista che pensa cose del genere"? Ma Matilde non pensa queste cose, n le esprime, n lo sanno quelli che la conoscono. Di certo nessuna delle sue assistite, vittime di uomini che le picchiano. La sua solitudine  la sua forza.

"Troia bianca di merda"! Hector Ramos comincia a insultarla solo dopo che gli  stato strappato di mano il coltello insanguinato, dopo che  stato messo in ginocchio dall'uomo chiamato Bowe, o Bowie. "Puttana! Stronza! Ti ammazzo"! Matilde  troppo sorpresa e sconvolta per capire quello che  successo, perch ha le mani sporche di sangue, perch ha un taglio di sei centimetri sull'avambraccio sinistro, perch sta barcollando e sta quasi svenendo sorretta da mani e braccia di sconosciuti - d'un tratto c' stata una grande agitazione, gente che urlava, le guardie che si precipitavano con le pistole in mano. Che cosa  successo, perch qualcuno avrebbe voluto fare del male "a lei"? L'uomo col cappotto cammello macchiato di sangue - sangue di entrambi - sta sorreggendo Matilde, le sorregge la testa con le sue forti dita. La borsa dove tiene il portafoglio, i kleenex, il taccuino, il pettine, la scatoletta del trucco  caduta per terra, qualcuno la raccoglie e la porge all'uomo che sta prestando aiuto a Matilde, ecco, tenga la borsa della signora, stia attento che non la rubi qualcuno. E' un nero coi capelli grigi che parla, e Matilde si sentir toccata quando le torneranno in mente le sue parole premurose: "Ecco, tenga la borsa della signora, stia attento che non la rubi qualcuno". L'aggressore che voleva (davvero?) ucciderla viene ammanettato dalle guardie, oppone resistenza, grida oscenit, cerca di scappare. Ha una faccia pi giovane di quello che ricordava Matilde, non sarebbe neanche una faccia sgradevole se non fosse deformata dalla rabbia e dal dolore mentre le guardie gli mettono le manette, dopo avergli girato le braccia dietro la schiena, come dei veri poliziotti, mentre lui urla e supplica: "No! No! No! " Matilde assiste a tutto questo, ma non  in grado di capire. Riesce a mantenere una certa calma, il suo orgoglio non le consente di cedere all'isteria o alle lacrime in questo luogo pubblico, e in ogni caso persone come lei - progressiste, colte, idealiste per temperamento e per educazione, che dedicano la propria vita all'"assistenza del prossimo", non riescono a credere che qualcuno voglia fargli del male. Impossibile!

"La pistola". Non ha mai fatto pratica. Non ha mai sparato, anche se l'arma  carica: sei proiettili nel tamburo ben oliato. Non ha mai sfruttato il buono del Liberty Gun Shop, che vale un'ora di lezione gratis al poligono di tiro di North Dexter, alla periferia di Ferndale, con un istruttore "diplomato". Ogni tanto le  capitato di prendere la pistola dal cassetto, e l'ha tenuta in mano ("Dio quanto  brutta"!) con l'aria di chi soppesa un desiderio profondo e inesprimibile. La Smith & Wesson calibro .38  opaca, bluastra, fredda. La sua superficie, un tempo probabilmente liscia,  intaccata da graffi minuti, geroglifici appena visibili. Un'arma che cela i suoi segreti - quante volte ha sparato, quanti proiettili ha conficcato nella carne, quante morti ha causato. Una statistica inaccessibile a Matilde Searle. "Perch devi essere pronto non solo a sparare ma anche a uccidere". Non ne sar capace, quando se lo trover davanti. Se mai verr. Lui, o i suoi fratelli, o i suoi cugini... Sono cos numerosi, e hanno il tempo dalla loro parte: tutte le notti in cui lei sar da sola, in attesa. Meglio non pensarci. Con una pistola in mano, non dovresti pensare. Solo che pesa sempre di pi di quello che ti aspetti. E ricominci a pensare.

"Non ha detto a nessuno della pistola". Il suo acquisto vergognoso e pratico. N ai fratelli e alle sorelle, n agli amici, che cos spesso hanno espresso preoccupazione riguardo al fatto che Matilde continui a vivere a Mittelburg Parie, in una zona "cos degradata". N alla sua collega Mariana, con cui divide l'ufficio e che possiede gi una pistola - una compatta automatica calibro .45 a canna corta, con un grazioso calcio di madreperla. N all'uomo che  intervenuto per salvarla, l'uomo di cui non riesce a ricordare il nome, Bowe, Bowie... L'uomo che continua a lasciarle messaggi in segreteria, l'uomo a cui non intende pensare. Impugna la pistola timidamente, e coglie divertita il proprio riflesso nello specchio della zia con la cornice di mogano; nell'aria la fragranza stucchevole del borotalco e dell'aroma di cedro e di naftalina del grande armadio, pure della zia. Matilde Searle, con un'arma letale tra le mani, la canna dritta tra i seni. "Sono io quella l? E' cos che sono diventata"? Non l'ha detto a nessuno, n lo dir.

"Il bacio". Alzando la pistola, Matilde avverte un senso di debolezza in fondo al ventre. Pauroso e delizioso. Che si irradia verso l'alto come un'oscura corrente sotterranea. Una sensazione familiare, cui Matilde non riesce a dare un nome, finch all'improvviso si ricorda:  quello che provava, tanti anni prima, quando un ragazzo o un giovanotto la toccava per la prima volta, quando si baciavano per la prima volta. La sensazione della bocca di un altro sulla sua, della lingua di un altro che pungolava la sua. All'improvviso, in un atto di intimit irrevocabile. E Matilde, giovane, confusa tra piacere e repulsione, eccitazione, paura e sollievo, risucchiava la lingua estranea come se non anelasse ad altro nutrimento.

"Sento il battito del tuo cuore. Ges". Nel sedile davanti della Volvo, le mani di lui la stringono goffamente. Erano reduci dal pronto soccorso del Detroit Medicai Center, dove avevano medicato, suturato e fasciato le loro ferite. Al volante c'era lui, e non la stava portando a casa come aveva suggerito, ma al parcheggio. Aveva bisogno della macchina, gli aveva detto Matilde, che il mattino dopo doveva andare a lavorare. L'uomo che era intervenuto per difenderla, l'uomo che si chiamava Bowe, o Bowie, le disse, preoccupato, che forse era meglio di no, era naturale che fosse sconvolta, Cristo, lo era anche lui, e mica voleva uccidere "lui" quel pazzo. Era un avvocato abituato a frequentare i tribunali. Un uomo, per quanto scosso come Matilde, con la parlantina sciolta e su di giri; un uomo che Matilde intuiva essere abituato all'attenzione e al rispetto del prossimo. Uno da non contraddire se volevi essere in buoni rapporti con lui; ma Matilde non cedette, gli disse di no, grazie mille, era gi stato abbastanza gentile ma stava benissimo. Cercando di guardarlo in faccia il minimo necessario, con quella garza quadrata sotto l'occhio sinistro; cercando di non incrociare il suo sguardo. Guai a guardarsi negli occhi, gi c'era una tensione palpabile tra loro. Matilde fece per aprire la portiera ma trasal dal dolore; e nella Volvo parcheggiata in Stockton Street, dietro gli uffici, alla fine perse il controllo, mettendosi improvvisamente a piangere, a singhiozzare, con la faccia finora rigida che si raggrinziva come un fazzoletto di carta. "Non mi tocchi"! pu darsi che gridasse, ma l'uomo la tocc. La abbracci. Matilde, andr tutto bene,  passata - ansimava, l'adrenalina gli pompava nelle vene, Matilde avrebbe giurato che fosse eccitato. "E poi, sento il battito del tuo cuore"! Ges. Adesso anche lei gli si era avvinghiata, non riusciva a controllare i suoi singhiozzi soffocati che erano anche una risata folle, ma quando lui cerc di baciarla, si divincol. "No".

"Non sono una vittima"! In ufficio le hanno fortemente consigliato di prendersi almeno due settimane di congedo per sottoporsi all'assistenza psicologica del caso, ma lei ha rifiutato. A parte le ferite, superficiali e non infette, Matilde  sicura di non avere subito traumi. Hector Ramos  ancora in custodia cautelare e nessuno, finora, gli ha versato la cauzione. Matilde chiama tutti i giorni la prigione e sa in tempo reale quando vengono rilasciati i sospetti, compresi quelli di omicidio. Quando tornano per le strade di Detroit, dalle loro vittime. "Ma io non sono una vittima: sono in grado di proteggermi".

"Febbre". Rimane sveglia per ore, e poi cede a un sonno agitato, scalciando le lenzuola. Rivede il coltello luccicante che cerca un'altra volta di deviare con le mani nude. Se non fosse intervenuto quell'uomo, quello sconosciuto, forse sarebbe morta. E dove sarebbe, in quel caso? Dalla finestra vede un cielo sbrindellato e luminescente, le nuvole rischiarate dalla luna come rocce screpolate. Il vento di novembre che geme. Sono solo le tre e venti. Deve solo tirare fino a mattina. "E la prossima notte? E quella dopo"? Non intende lasciare il lavoro per cui ha studiato, la professione cui ha dedicato la sua giovinezza, la sua passione, il suo cuore. Non andr via da casa di sua zia. Ma  con terrore che sente la macchina che si accosta al marciapiede - o  gi nel suo vialetto? La macchina "di lui": la Volvo. "Matilde? Voglio vederla". Matilde si avvicina con cautela alla finestra per guardare gi, ma non c' nessuna macchina, nel vialetto o in strada; va all'altra finestra, guarda fuori, ma non vede niente, non sente niente (tranne il vento che sbatte le foglie contro i vetri. E gli innumerevoli, incessanti rumori della citt). "Non pu venire qui", pensa. "Senza un invito. A quest'ora di notte. E' assurdo. E' una follia. Naturalmente". Lo sa. Eppure per un pezzo non riesce a tornare a letto, rimane a guardare la strada, gli alberi agitati dal vento, il cielo striato - una scena stranamente dilatata, come se fosse stata scossa con violenza e non fosse ancora tornata alle proporzioni normali.

"Un attacco di nervi". Quella mattina, alle otto e un quarto, lasciando la sua auto parcheggiata al livello C del garage, Matilde ha avvertito un improvviso attacco di panico - che cosa ridicola! - mentre un bicchierino da caff di plastica, bianco e luminoso, sbatacchiava spinto dal vento nella sua direzione. E ogni volta che suona il telefono,  una voce maschile. E' il tardo pomeriggio; telefona una delle assistenti al programma di protezione, per una questione che non ha nulla a che fare con Mistress Ramos: ma Matilde si irrigidisce, aspettandosi di sentire che Ramos  stato rilasciato e ha assassinato la moglie. Stringendo il ricevitore incurante delle ferite, e credendo di sentire davvero quelle parole, nel cervello che pulsa all'impazzata. Ramos, il pazzo. "Alla caccia di te, Matilde". E quella sera, come le altre volte, il telefono squilla spesso: alle nove, alle undici, alle undici e mezza. "Perch non ci vediamo per fare quattro chiacchiere, Matilde? Non intendo arrendermi". Matilde ha stracciato metodicamente tutti i biglietti che le ha lasciato in ufficio, cos come la prima sera, con le ferite ancora doloranti, aveva buttato via il biglietto da visita che le aveva dato. "No. Non posso. Non voglio".

"Ferite". Una dozzina di tagli di varia profondit su palme, nocche, polsi, avambracci. Solo due avevano richiesto i punti. Sul lato sinistro del collo il taglio le ha lasciato una specie di bruciatura di cinque centimetri, simile a una voglia o a una bocca arricciata. Matilde la guarda spesso, osservando la progressiva guarigione. E' stata una vera fortuna la sciarpa, le hanno detto all'ospedale (indossava una sottile sciarpa di cotone, annodata con noncuranza); altrimenti rischiava di venire toccata un'arteria. Matilde accarezza la crosta con i polpastrelli, la stuzzica finch non sente male, la gratta delicatamente quando prude. Sotto la ferita il sangue scorre pi veloce, febbrile.

"Rammarico senza fine". "Declino". Sono solo le quattro e dieci. Stesa sul letto, sul materasso rigido, una mano sullo stomaco che le brucia, il dorso dell'altra sulla fronte che scotta. Aveva sentito il battito del cuore di lui. La sua bocca, il calore del suo respiro, l'adrenalina. "S, ti voglio, ma che cosa significa 'voglio'"? Una donna vuole un uomo: una bocca vuole essere riempita. Ma io non voglio te, non voglio "quello". Gli occhi di Matilde, al buio, esprimono silenzioso oltraggio, l'anonimit del desiderio. "Voglio, voglio, voglio". Gira la testa per vedere l'ora: solo le quattro e undici!

"Il persecutore". La luce dei fari che scorre sul soffitto, impalpabile e passeggera come pensieri altrui. Sente i passi sotto la sua finestra, nel vialetto asfaltato tra casa sua e quella accanto. Si  assopita - un sonno agitato come vele sbattute dal vento; sul tavolino, una bottiglia di vino rosso e un bicchiere vuoto. La porta di casa  chiusa, e cos quella della camera da letto, e la Smith & Wesson calibro .38  nel cassetto del comodino, a pochi centimetri dalla sua mano. Anzi - come in un film improvvisamente accelerato, per indicare non solo la rapidit dello scorrere del tempo ma anche la sua inconsistenza - il revolver  gi nella sua mano. Fa una smorfia, ma  un dolore vigile, tonico. "Non solo per sparare, ma anche per uccidere".

"Il cuore che batte". Insopportabilmente. Pulsa ovunque, come l'aria che crepita prima di un temporale. Matilde, superata la soglia della paura, in una calma da sonnambula oltre il panico, si  messa l'accappatoio bianco e, a piedi nudi, "avanza" fino alla cima delle scale, al buio, il revolver in mano: nella mano destra, che trema, ma  sorretta dalla sinistra. I tagli coperti da croste pulsano dolorosamente, ma Matilde non se ne accorge. Il battito  cos forte che anche la vista  annebbiata, tremola come se fosse sott'acqua. Come se le vibrazioni nell'aria fossero diventate visibili, tattili. Sotto il sibilare del vento ha sentito i passi dietro casa sua, un rumore di vetri infranti. Sono le cinque e un quarto, la luna  coperta da una nube. Dopo i disordini del 1967, la zia di Matilde aveva installato un allarme, ma col tempo si era guastato, e il campanello lacerante veniva fatto scattare dal vento, da una porta che sbatteva, dagli scoiattoli sulla veranda; suonava di giorno, di notte, quando non c'era nessuno n in casa n nelle vicinanze, e la polizia aveva smesso di venire l a Mittelburg Park. E cos quando Matilde si  trasferita nella casa, non ha sostituito l'allarme, che adesso invece avrebbe fatto il suo dovere. Matilde scende le scale piano piano, puntando la calibro .38 verso un bersaglio invisibile, a mezz'aria. "Chi c'? Chi  lei? Guardi che ho una pistola", dice ad alta voce. Crede di essere padrona di s, come chi abbia provato una scena molte volte, ma la sua voce  stranamente fioca e stridula, ridotta al pigolio di un bambino, a una voce da bambola, udita in sogno. "C' qualcuno? Se ne vada! Fuori! Ho una pistola", dice pi forte. Parole che echeggiano beffarde come se fossero di un altro - "pistola stola stola". Qualcuno si  introdotto dentro la casa di Matilde, e l'ha sentita. Un intruso, ammesso che sia uno solo. Come se Matilde potesse vedere attraverso le pareti, sa che l'intruso, o gli intrusi, stanno decidendo che cosa fare: se scappare o proseguire. Sono degli sconosciuti, oppure la conoscono molto bene. Matilde ha il corpo che emana un afrore animalesco, ha la fronte appiccicosa di sudore, ma  calmissima, calma come una sonnambula, non  mai stata cos vigile, cos attenta, con le lunghe ossa friabili come vetro. Adesso si  sistemata sulle scale in modo da poter sparare attraverso la balaustra, se la porta si dovesse aprire, o scostare anche solo di un centimetro.

"Il vento". Il vento di novembre, che solleva foglie, sabbia, pezzetti di carta; che soffia le nuvole a brandelli; nel cielo che, sopra la zona industriale lungo il fiume, a ovest,  di un arancione rossiccio anche di notte;  stato il vento a confonderla, cos si dice Matilde. A piedi nudi, nel retro della casa, finalmente ha il coraggio di accendere la luce, facendo di s un facile bersaglio, se qualcuno fosse fuori. Ma con sollievo e imbarazzo vede che la porta non  stata forzata, tranne un pezzo di vetro rotto di una decina di centimetri quadrati. Forse  stato un ladro che poi ha cambiato idea, forse era gi scheggiato e il vento ha finito l'opera. Matilde illumina con una torcia il cortile sul retro pieno di rami e di detriti. Il tunnel luminoso trema, Matilde lo dirige rapidamente sull'erba bruna coperta di foglie, ma non vede niente e nessuno.

"L'alba". Alle sette e cinque il telefono inizia a suonare. Matilde non  tornata a letto ma si  fatta la doccia e si  lavata i capelli; emerge dal vapore fragrante del bagno mentre il telefono suona, suona. Una luce grigia accecante, porosa e umida, preme contro le finestre della camera da letto. Il vento si  ridotto a sbuffi capricciosi, un'altra delle giornate grigie di Detroit, opache e vuote come se il cielo fosse affondato dietro lo smog; un mondo senza gioia di nebbia e nuvole. Come se la catastrofe fosse gi successa, e un nuovo giorno piombasse all'orizzonte. Matilde ammicca alla luce, accanto al letto c' una finestra alta e stretta con la tapparella rotta, mesi fa si  incastrata proprio in alto e Matilde non l'ha fatta cambiare, quante cose dovrebbe sostituire o aggiustare nella vecchia casa, ma la sola idea di fare una lista la fa sentire sfinita. Sono le sette e cinque e il telefono suona, e chiunque chiami Matilde a quest'ora deve avere qualcosa di molto importante da dirle, a meno che naturalmente non abbia sbagliato numero. C' sempre questa possibilit, anche se si  gi irrigidita aspettandosi di sentire la sua voce, la voce che non vuole sentire, e che infatti non sentir. "Matilde? Non intendo arrendermi". Alle sette e cinque, orgogliosa di avere passato un'altra notte. La pistola di nuovo nel cassetto, il cassetto ben chiuso. "Non sarebbe pi semplice se uno credesse in Dio"? si chiede Matilde. Alle sette e cinque di questa mattina di novembre, che tra l'altro  la mattina del suo quarantesimo compleanno,  un'idea che le sembra improvvisamente da prendere in considerazione. Alza la cornetta convinta che chiunque sia dall'altro capo, che voglia o meno parlare con lei, abbia la risposta.



La vampira.

Nel mirino la testa della donna, contro luce, ondeggia come un palloncino.
Sta guardando nel buio. Verso di lui.
No. Lei non pu vedere. Di sicuro i vetri, con le tapparelle mezzo abbassate, riflettono la luce della stanza.
Lui pu vedere solo la sua faccia, il suo busto sinuoso.
Pu vedere i suoi occhi semichiusi. E nient'altro.
Mentre  inquadrata nel mirino del fucile, dal retro della casa, dove c' un dosso di terreno erboso.
In mezzo alle tacche sottili che indicano il punto letale alla base del cranio.
Il suo dito  sul grilletto.
E' sempre vista a stento, tranne adesso che si sposta dalla cucina al locale accanto. E' nella dispensa. Dove c' un secondo frigorifero e un congelatore.
Sono pieni di cacciagione. Omaggio di uno degli ammiratori di Carlin. "In segno della mia stima. Della mia ammirazione per il suo lavoro. Dio ti benedica".
Nel mirino gli occhi della donna luccicano.
Nel mirino adesso  vista dal basso. Non sar neanche a quattro metri di distanza. Eppure non ha sentito niente (in casa c' la musica ad alto volume). Non ha visto e non vedr il fiato di lui che si condensa nell'aria quasi gelida.
Stanotte non c' luna. O meglio,  luna crescente (ha controllato sul giornale), ma il cielo  coperto, e non c' niente che possa scoprire lui. Si  mimetizzato bene. Un giubbotto col cappuccio che ha comprato per questa notte. Colore della notte.
Sotto la finestra sul lato. Terreno soffice, coperto di foglie. Sa che sta lasciando delle impronte, ed  per questo che al Sears di Morgantown (non nello stesso posto dove ha comprato il giubbotto) ha preso un paio di stivali di gomma di due misure pi grandi della sua.
Li butter via a centinaia di miglia dalla casa in cui sar scoperto il cadavere e le impronte sul terreno.
Nel mirino la donna... Che cosa sta facendo? Sorride.
Sta parlando a un cellulare che tiene fermo tra spalla e orecchio. Un sorriso sensuale. Avido e maligno. Gli incisivi che luccicano di saliva.
Nel mirino sorride e va avanti e indietro indolente, parlando al telefono. Si accarezza inavvertitamente i seni. Sorride e ride. Sta parlando al suo amante. Uno degli amanti della vedova. "Dalla tua morte. Da quando ha cominciato ad apprezzare la buona tavola".
Nel mirino la testa della donna  grande come un piatto da portata. "Chiss se andr in mille pezzi", pensa. "Chiss se altri sentiranno il rumore".
A Buckhannon, nella Virginia occidentale. In una notte d'autunno senza luna.
Quanti mesi sono passati dalla morte di Carlin Ritchie non lo sa di preciso. Forse pi di un anno. Li conterebbe sulle dita, se non avesse l'indice impegnato.
Le braccia comunque gli fanno male. Non  abituato al peso di quel fucile con la canna lunga. L'ha comprato apposta per questa notte. Ma gli fanno male le braccia, le spalle, la spina dorsale e i polsi. Gli fanno male anche le mascelle, irrigidite in un rictus di cui non  consapevole; la prossima volta che si guarder allo specchio (in un motel nei pressi di Easton, Pennsylvania) vedr le rughe incise nella pelle come da un coltello. Vedr quanto  invecchiato.
Nel mirino, il busto della donna. Le spalle e i seni abbondanti. Li conosce, una volta li ha accarezzati. Sotto strati di seta, raso e mussolina indiana: quelli che Carlin, pazzo d'amore, chiamava i vestiti da zingara, le lunghe gonne che frusciavano sul pavimento. Anche a casa, da sola, ha sempre i suoi vestiti di scena. Nel mirino ride come una ragazza, avida e maliziosa, leccandosi le labbra; toccandosi inconsciamente i seni. Come se sapesse di essere osservata (anche se naturalmente  impossibile).
In T.V. sembrava che si fosse tinta i capelli di un rosso pi scuro. Ma  screziata di teatrali strisce di bianco e di argento. "Come ci si sente a essere vedova? Una vita dedicata alla sua memoria, eh"?
Eccola la sua vita, nel mirino. Andr in mille pezzi come un vaso? Sentiranno qualcosa i vicini?
Ma gli unici sono ad almeno un quarto di miglio di distanza. E stanotte c' vento. Un borbottio sordo, come un tuono in mezzo alle montagne. Non sentir nessuno.
Nel mirino sta andando verso le scale, sempre parlando al telefono. Ondeggia i fianchi. Sta ingrassando da quando  vedova, quanti chili ha gi messo su? Otto? Dieci? Non  grassa ma carnosa, imponente. Solida. Come i suoi seni. La sua pelle che scotta a toccarla! La conosce!
Il dito sul grilletto. Ancora un attimo, e sar salita, uscendo dalla sua visuale. Adesso  sul portico, ansioso. Sbircia da una finestra laterale. Rischia di essere visto. Gli stivali lasciano impronte fangose. Tocca il vetro con la canna del fucile. Il portico antiquato su cui stava disteso Carlin. "Non voglio morire. Ma sono pronto. Voglio essere coraggioso. Sono un vigliacco, ma voglio essere coraggioso. Aiutami tu". Se ci fosse la luna, in questa notte di ottobre, illuminerebbe questo lato della casa. "E' come se Dio mi tenesse d'occhio", aveva detto Carlin. "Ammesso che Dio esista, ma immagino di no".
Ed  per questo che moriamo, inquadrati o no da un mirino.


2.
Forse so che un omicidio sta per essere commesso, e forse no. Quello che voglio dire  che non so se l'assassino faccia sul serio (anche se sembra di s). La cosa fa di me un complice? Sono coinvolto, che lo voglia o no? Non intendo solo dal punto di vista del codice penale: intendo dal punto di vista morale. Qual  la cosa giusta da fare? Mettiamo che telefoni alla potenziale vittima, che cosa le direi? "Signora, lei non mi conosce", ma la sua vita  in pericolo. "C' qualcuno che la odia e che la vuole morta". Lei mi direbbe: "Cos', uno scherzo? E lei chi "? E io: "Non importa chi sono io. La sua vita  in pericolo". Entrerebbe in agitazione, ma che cosa potrei fare di pi? Come salvarla, se quello che la vuole uccidere  intenzionato ad andare fino in fondo? Di certo non potrei rivelarle il suo nome. Anche se ci fa di me un complice. E di certo non potrei informare la polizia. E comunque, merita di essere salvata una donna cos?
Mio cugino Rafe ha detto: "C' gente che merita di morire perch non merita di vivere,  semplice. Devono essere fermati prima che facciano troppi danni".
E' da meno di una settimana che so di questo potenziale omicidio. Di certo non ho cercato di saperlo. Non sono un maniaco depressivo. Sono un disegnatore di medaglie. Sono bravo, lavoro con la testa e con le mani, e quando lavoro sono concentrato come un raggio laser. Lavoro otto ore al giorno, adesso facciamo disegni tridimensionali al computer, e quando finisco, smetto di pensarci. Come staccare la spina. Ma adesso che so di questo potenziale omicidio, faccio fatica a concentrarmi sul lavoro. Faccio fatica a guidare la macchina. Anche a mangiare. A cercare di dare retta a mia moglie, di sintonizzarmi su qualcosa che va al di l dei miei pensieri. "E' una di loro, un'emissaria di Satana. Una vampira. Deve essere fermata". La mia  una vita tranquilla; siamo sposati da molti anni e abbiamo smesso di aspettarci sorprese uno dall'altra, anche se mia moglie sarebbe sconvolta se sapesse quello che penso. L'altra notte  stata la peggiore. Cercavo di dormire. Scalciavo le lenzuola come se qualcuno volesse soffocarmi, e digrignavo i molari (come facevo molti anni fa, quando i nostri due figli erano adolescenti e ci facevano fare una vita d'inferno). Cos mia moglie mi sveglia, tutta spaventata: "Tesoro, che c'? Cos' che non va?" Accende la luce, mi guarda e cerco di nascondere la faccia. So che cosa sta pensando - che devo avere avuto un attacco di cuore; suo padre  morto di infarto a circa la mia et, quarantaquattro anni. Giovane, ma non troppo. Come diceva mio padre: "Uno non  mai troppo giovane per morire". Ed  vero: il cuore mi batte cos forte che vibra il letto, sono coperto di sudore freddo, tremo per un minuto buono e non mi rendo neanche conto dove mi trovo. Ho bevuto qualche bicchiere prima di andare a letto, e ho la testa annebbiata. "Non c' niente!" le dico. "Lasciami stare."
Che cosa diavolo posso dire a mia moglie, che mi ama e che amo? Che quando mi ha svegliato ero accovacciato al buio, davanti a una casa che non avevo mai visto prima, in un posto dove non ero mai stato, spiando una donna col mirino di un fucile di precisione? Una donna a me perfettamente sconosciuta? E che il mio dito era sul grilletto del fucile? Io, Harrison Healy, che non ho mai toccato un'arma da fuoco in vita mia, e tanto meno l'ho puntata contro un altro essere vivente.


3.
Non ho chiesto io di saperlo, Dio mi  testimone. E' stato mio cugino Rafe che mi ha infettato, come se fosse una malattia.
Mi trovavo al palazzo di giustizia della contea. Ero un po' agitato, poich era la prima volta che mi chiamavano per una selezione di giurati. E in pratica, la prima persona che vedo in quella grande aula grigia dove ci hanno detto di aspettare, senza una finestra ma piena di spifferi,  mio cugino Rafe. Rafe Healy. Di due anni pi giovane di me, ma pi alto di almeno sei centimetri, e pi pesante di una decina di chili: un uomo alto, grosso, un po' trasandato, con una salopette, una barba rossiccia, una calvizie incipiente e i capelli appiccicati alla testa. Una faccia che prometteva solo guai, come diceva mia moglie. In qualunque contesto, Rafe attira l'attenzione, sia per la stazza, sia per i vestiti, sia per quegli occhi luccicanti come un faro. E' sempre sembrato pi giovane dei suoi anni, anche con quella barba e quei capelli, e malgrado la sua propensione all'alcol. E alla droga. Rafe  un artista, e come tale vuole essere trattato. Fabbrica vasi di argilla e di ceramica, tappeti e trapunte all'uncinetto. Le sue opere sono apparse su riviste e sono state esposte nei musei, perfino a New York. Suona strano che un uomo faccia trapunte, ma pare che Rafe Healy sia uno degli artisti pi in vista del settore, in tutti gli Stati Uniti. In famiglia nessuno sa da che parte prenderlo. In genere c' un certo imbarazzo. Alle volte stai facendo zapping e te lo trovi sulla P.B.S., con la sua facciona bruciata dal sole; lo stanno intervistando davanti a una trapunta che sembra un cielo stellato, e dice qualcosa di strano tipo: "Ho bisogno di parlare a me stesso mentre lavoro. Altrimenti sparirei nelle mie mani, smetterei di esistere". Mia moglie disapprova Rafe per vari motivi, e non posso dire che abbia torto. Soprattutto per la droga. Dieci o dodici anni fa eravamo in buoni rapporti, e quando lo invitavamo a cena, lui, come se niente fosse, tirava fuori una pipetta e fumava della roba dall'odore dolciastro l nel nostro salotto, e sembrava stupito quando Rosalind si arrabbiava e gli diceva di smetterla. Un'altra volta si present a cena con una donna, una "scultrice" dall'aria mascolina, che indossava una salopette macchiata come la sua, ed era sguaiata e sboccata. "Una non si comporta cos se ha un minimo di educazione," dice Rosalind. Forse  un po' gelosa di Rafe e di me, perch siamo cresciuti assieme come fratelli dopo che il padre di Rafe (che era il fratello minore di mio padre) era morto in un incidente d'auto, e sua madre non ci stava abbastanza con la testa per badargli, cos a quattro anni era venuto a stare con la mia famiglia. Io ero pi grande di Rafe e mi sentivo in dovere di proteggerlo, finch non mi sorpass fisicamente e in altri sensi, fin dalle medie. Alle superiori frequentava compagnie poco raccomandabili, e gi allora, aveva fama di essere un pazzo scatenato e un gran bevitore, uno che non si tirava indietro quando c'era da fare a botte. Nessuno, allora, avrebbe immaginato che sarebbe diventato un artista, anche se Rafe aveva un'immaginazione bizzarra, una "sensibilit" esagerata: pronto a scoppiare a piangere se qualcosa lo rattristava, cos come non ci pensava due volte a menare le mani, con la faccia rossa come un pomodoro maturo, se qualcosa lo faceva arrabbiare. A sedici anni era gi stato arrestato pi di una volta per rissa, di solito con gente pi grande in qualche locale, e i miei genitori non sapevano da che parte prenderlo, anche se gli volevano bene. Gli volevamo bene tutti, ma non era una famiglia normale ci di cui aveva bisogno. Per cui lasci la citt. Per anni vagabond tra Canada, Alaska, Oregon e California, torn a est, e in qualche modo riusc a ottenere una borsa di studio per la Shenandoah School of Arts in Virginia - quando non aveva finito neanche le superiori! Una vera sorpresa. In famiglia nessuno sapeva bene come reagire, tranne forse me. Quando ci venne a trovare gli dissi che ero orgoglioso di lui. E lui - ricordo le sue parole come se le avesse pronunciate ieri e non vent'anni fa: "Che diavolo, l'orgoglio  una brutta bestia." E mi guard in tralice come se avessi fatto una gaffe, facendogli venire in mente delle brutte cose.
Negli ultimi quindici anni, Rafe ha vissuto appena fuori citt, in una fattoria di quaranta acri. Bella ma lasciata andare, ci hanno detto (non ci siamo mai stati), in mezzo a gente che andava e veniva, altri artisti. Una specie di comune stile hippy, pare, anche se io non ci ho mai creduto - la tolleranza di Rafe per le stronzate altrui  sempre stata molto bassa. E un gran lavoratore, forse un po' fissato. Ma per essere un artista,  uno che fa sul serio. Mica deve timbrare il cartellino. E anzi, bisogna essere un po' matti per lavorare tanto, o forse a furia di lavorare tanto si diventa matti. Quello che  triste  che io abito in citt, a mezz'ora di macchina da dove abita lui, e non ci vediamo mai, e s che una volta eravamo tanto legati. Circa cinque anni fa in T.V. fecero un documentario su un famoso artista della Virginia occidentale, Carlin Ritchie, che era affetto da una strana malattia che consuma, e fu una sorpresa vedere mio cugino Rafe in una rassegna di artisti della generazione di Ritchie, sapere che era stato un suo amico, che avevano fatto la Shenandoah assieme. Mi venne un leggero capogiro a pensare a qualcosa che si poteva chiamare "storia" (anche se si trattava solo di "storia dell'arte"), e che Rafe Healy ne faceva parte (anche se solo in un settore limitato). Chiamai Rosalind, ma quando arriv, Rafe non c'era pi. "Non mi interessa quello che pensi di Rafe. E' mio cugino, e sono orgoglioso di lui." E Rosalind, che ha un faccino cos dolce e due occhi sereni, ma una lingua che taglia il ferro: "Non importa di chi sia cugino. Potrebbe essere anche mio cugino, ma  una persona pericolosa e senza morale, e non  il benvenuto in questa casa, se  a questo che vuoi arrivare." Ma poi, l'aprile di quest'anno, Rafe Healy ha ricevuto un premio alla Casa Bianca. L'hanno fatto vedere alla T.V. nazionale, ed  finito in prima pagina del nostro giornale locale. E Rosalind, come tutti gli altri, non ha potuto ignorarlo. Ma ha detto: "Erano in cinquanta a quella premiazione, quindi non devono essere andati troppo per il sottile. Non venire a dirmi che negli Stati Uniti di oggi ci sono cinquanta artisti della stessa grandezza di Rembrandt o di Picasso. E poi alla Casa Bianca la morale non l'hanno mai vista neanche in cartolina. Quindi  normale che ci fosse anche Rafe Healy." Non sono stato in grado di controbattere, ma qualche settimana fa, per il suo compleanno, in citt le ho comprato una ciotola di ceramica verde mare. Quando l'ha tolta dalla carta le sono venute le lacrime agli occhi e ha detto: "Oh, Harrison, non ho mai visto niente di pi bello." Mi ha guardato stupita, come se non mi credesse capace di scegliere qualcosa di cos bello, e mi ha dato un bacio. Quante volte ha ammirato la ciotola, l'ha mostrata agli ospiti, l'ha esaminata, scorrendo le dita sulla sigla del vasaio sul fondo, "R.H." senza identificare l'autore. Di certo non glielo vado a dire io.
Tutte queste cose mi scorrevano in testa quando vidi Rafe nella stanza in cui si sarebbero scelti i giurati: un uomo alto, grosso, con barba e capelli rossicci, una salopette macchiata non si capiva se di vernice o di concime. Gli altri possibili giurati, e le efficienti e impettite impiegate del palazzo di giustizia sembravano non sapere se prenderlo per un "freak", per una celebrit locale o per entrambe le cose. Mi aveva visto, e si avvicin a me entusiasta, stringendomi la mano cos forte che non trattenni una smorfia di dolore; se non l'avessi fermato, mi avrebbe abbracciato spaccandomi un paio di costole, sotto gli occhi di tutta quella gente. Rafe era cos contento di vedermi che in pratica stava piangendo. I suoi grandi occhi sporgenti color pietra brillavano di lacrime. Uscimmo in corridoio e prima che ci scambiassimo i soliti convenevoli, Rafe mi prese da parte, in modo che nessuno ci sentisse, e mi disse, ansimando: "Oh Ges, Harrison. Sembra di essere in prigione, qui. O all'obitorio. Ho paura. E' un brutto segno che io sia qui? Me ne voglio andare." Gli dissi: "Be', neanch'io voglio essere qui. Non lo vuole nessuno. Non per niente  un dovere dei cittadini." Ma Rafe continu, con una voce pi roca e rotta di quanto ricordassi, ma con la veemenza di sempre, come se sapesse che dentro la sua testa c'eri anche tu, e quindi non avesse bisogno di sentire quello che potevi avere da dire: "Harrison, ascolta, sono stato su tutta la notte. Mi sta per esplodere il cervello, ho bisogno di lavorare, di usare le mani. La mattina io lavoro dalle sei e mezza a mezzogiorno, e stamattina non ho fatto nulla all'idea che dovevo venire qui, non sapevo neanche se trovavo la strada, adesso sono le nove e dobbiamo stare qui fino alle cinque del pomeriggio, ho paura di esplodere,  da tutta la settimana che  cos, figuriamoci se dovessi stare seduto in una giuria, non  una cosa che possa fare in questo momento della mia vita. Oh Ges." Gemette come se sentisse un dolore fisico. Era da anni che non lo vedevo, e gi cominciavo a provare quel misto di impazienza e di affetto che ben conoscevo: per quanto lui fosse sconvolto, se riuscivi a farti ascoltare, cosa che ogni tanto era possibile, potevi sperare di calmarlo. Gli dissi: "Rafe, non  la fine del mondo, per l'amor di Dio. E' improbabile che sceglieranno proprio te, siamo in duecentonovanta e pare che non ne prenderanno pi di settanta." Rafe, stringendomi il braccio, mi port in fondo al corridoio, dove c'era una porta da usare solo in caso di emergenza come diceva una scritta. "Ho cercato di ottenere un rinvio, di farmi esonerare," disse con gli occhi che gli uscivano dalle orbite. "Ho detto che non posso essere un giurato. Che il mio credo : 'Non giudicare se non vuoi essere giudicato', e: 'Chi  senza peccato scagli la prima pietra'. Ma al telefono non sono mai riuscito a parlare con anima viva, solo voci registrate. E la tipa di l mi ha detto che se dico queste cose a qualunque giudice, mi accuseranno di oltraggio alla corte. Idem se me ne vado via come ho pensato di fare. Non mi interessa pagare i cinquecento dollari di multa, ma non voglio finire in prigione. Harrison, sento che sto per scoppiare." Rafe aveva la faccia paonazza, una vena o arteria gli pulsava sulla fronte, e sbatteva le palpebre in preda al panico. Non sapevo se ridergli in faccia o prenderlo sul serio. Era tipico di Rafe, e immagino degli artisti in generale - di trascinarti nel loro mondo, non importa quanto allucinato, finch ti sembra davvero che siano posseduti da qualcosa, che stiano soffrendo, e ti senti in dovere di aiutarli. Riaccompagnai Rafe verso lo stanzone, come se fosse un orso un po' stordito da riportare in gabbia (ci avevano chiamato, anche se dubito che Rafe se ne fosse accorto). "Andiamo, Rafe," gli dissi. "Se ce la posso fare io, ce la puoi fare anche tu. Calmati. Non puoi fare dei disegni mentre aspetti? Non puoi pensare alla tua arte?" Rafe scatt come se l'avessi insultato: "La mia arte? In un posto come questo? Dove sono detenuto contro la mia volont? Vaffanculo, Harrison. Pensavo che fossi mio amico."
Ma lasci che lo riconducessi nello stanzone, dove prendemmo dei distintivi di plastica con la scritta GIURATO da mettere sulla camicia. Io ero il giurato 121 e Rafe il giurato 93. Ci sedemmo sulle scomode sedie pieghevoli e guardammo, senza troppa attenzione, un documentario televisivo di un quarto d'ora sul sistema giudiziario della contea, che doveva essere stato fatto per i ragazzi delle medie. Dopodich una funzionaria di mezza et, che sembrava avere passato buona parte della sua vita in quello stanzone sotterraneo che sapeva di muffa, ci inflisse quaranta minuti di spiegazione su come si sceglievano i giurati. Infine ci dissero di aspettare finch chiamavano il nostro nome. La televisione venne riaccesa, a volume assordante, su quello che sembrava un talk-show del mattino. Nel frattempo Rafe ansimava senza tregua, si asciugava la faccia sudata con un fazzoletto fradicio, gemeva e si contorceva sulla sedia. Mi sembrava uno di quei bambini iperattivi per cui l'unica cura  il bromuro. Sembrava proprio sul punto di esplodere, come aveva detto lui. E se gli prendeva un colpo? Un infarto? Cominciavo a essere preoccupato. Avevo comprato il giornale, quella mattina, e cercai di leggere quello e un vecchio numero del "Time" che qualcuno aveva lasciato l, ma non potevo fare a meno di guardare con la coda dell'occhio il mio povero cugino. La vena (o arteria) sulla fronte continuava a pulsare. Mi chiesi se avesse preso qualche droga; ma in quel caso non sarebbe stato cos agitato. E di certo non aveva neanche bevuto un goccio. Era quello il problema, pensai. Qualunque cosa lo sconvolgesse (e che doveva essere pi grave della prospettiva di fare il giurato), era pura e non diluita: tanto reale quanto la febbre che gli bruciava nelle vene.
Ogni dieci minuti, Rafe saltava in piedi, diceva al funzionario del tribunale che doveva andare in bagno o andare a bere in corridoio. E dalla porta lo vedevo camminare avanti e indietro come una bestia in trappola, e guardarmi disperato. Voleva che lo raggiungessi, ma io me ne stavo dov'ero. Mi aveva gi abbastanza stressato da giovane, ma adesso ero un adulto, o almeno cercavo di esserlo.
Se siete mai stati convocati per una selezione di giurati, e se la procedura  come quella di Huron County, nello Stato di New York, saprete che l'unica cosa da fare, come ci aveva detto la signora,  aspettare. Te ne stai seduto o in piedi, e aspetti. Rilassato o agitato, aspetti. Aspetti fin quando sei ufficialmente congedato. In teoria, nel palazzo di giustizia ci sono dei giudici che stanno preparando dei processi, e una schiera di giurati deve essere a loro disposizione; ogni giurato  un'unit usa e getta, nient'altro che una targhetta e un numero. Di fatto i giudici ascoltano le istanze e discutono con gli avvocati; difensori e pubblica accusa cercano di trovare ogni genere di accordo per evitare il processo. Innocenza e colpevolezza non contano molto, se non per l'imputato. Tutti gli altri sono avvocati, e gli avvocati si portano a casa il loro stipendio. La giustizia  un'industria che funziona con la massima efficienza quando quello che succede oggi  identico a quello che  successo ieri. Immagino di sembrare un cinico, cosa che non sono, ma  quello che ho ricavato dalla mia settimana di convocazioni, e mi  stato confermato da altri che hanno fatto la mia stessa esperienza, anche se  difficile che un esterno lo possa capire. "Per deve essere divertente essere in una giuria, vedere un processo," dicono quelli che non sanno come vanno le cose. La verit  che la maggior parte dei potenziali giurati non sederanno mai in una giuria e non vedranno mai un processo. Un processo significa che gli avvocati non sono riusciti a mettersi d'accordo. Se le cose funzionassero come si deve, non ce ne sarebbero neanche, di processi. Fatto sta che i potenziali giurati vengono convocati a centinaia, fatti sedere come zombi per ore e ore, giorno dopo giorno, finch la settimana  finita e vengono mandati a casa con ringraziamenti ipocriti e la promessa che nel giro di un mese e mezzo arriver per posta la paga - cinque dollari al giorno. Forse, se Rafe avesse capito tutto questo e non avesse preso cos male la prospettiva di far parte di una giuria, non mi avrebbe fatto quella confessione, e mi sarei evitato di rodermi il fegato e di sentirmi scoppiare la testa. Perch dentro di me mi sento come un bambino appena nato che non sa assolutamente che cosa fare. Come se la mia coscienza fosse una lastra di vetro trasparente, e io non potessi verificarne l'esistenza. Come posso sapere qual  la cosa giusta da fare? Ma anche se non far niente, avr fatto qualcosa. Sono in trappola.

Alle tredici e dieci, al nostro gruppo di giurati vennero concessi quaranta minuti di pausa pranzo - e guai a tornare in ritardo. Rafe e io fummo tra i primi a uscire dal palazzo di giustizia; Rafe doveva sembrare un orso zoppo, con la sua salopette e la faccia stravolta, ma come un orso sapeva essere veloce, se aveva una motivazione. Una volta fuori scoppi a ridere. "Liberi! Finalmente possiamo respirare! Andiamo a festeggiare, amico! " Non credevo fosse una buona idea andare a bere, ma come quando eravamo ragazzi mi trovai a seguire Rafe e ad assecondare il suo entusiasmo; cos finimmo in un bar a un isolato di distanza. Rafe si scol la prima birra direttamente dalla lattina, si sfreg le nocche sugli occhi arrossati, e disse, abbassando la voce in modo che non ci potesse sentire nessuno: "Harrison, te lo devo dire. Lo devo dire a qualcuno senn esplodo." Gli chiesi di che cosa si trattasse, cominciando a essere allarmato, e Rafe si chin sul tavolo e mi disse, con una smorfia di dolore: "Non ho scelta, ma penso di essere costretto a uccidere una persona. Devo."
Non ero sicuro di avere capito bene. Feci una risata, e mi pulii la bocca. "Che cosa, Rafe?" mi sentii chiedere. Lui rimase in silenzio cos a lungo, che pensai che avesse deciso di non dirmi pi niente; ma poi mi disse, fissandomi con due occhi che, dietro la profonda tristezza abituale, brillavano di quell'eccitazione che avevo conosciuto quando eravamo ragazzi, e che ancora adesso era pericolosamente contagiosa: "C' gente che merita di morire perch non merita di vivere,  semplice. Devono essere fermati prima che facciano troppi danni."
"Gente? Quale gente?"
"Gente che  in giro dall'inizio dei tempi. Che perseguita gli innocenti. Tu credi in Satana?"
"Satana?"
"Neanch'io sono sicuro di crederci. Probabilmente no. Lo sai come ci hanno tirati su. I tuoi ci portavano alla chiesa luterana, il pastore parlava di 'Satana', ma sembrava che fosse un nome di comodo. Come quando si parla di 'morte', di 'morire', e non si ha la minima idea di ci di cui si parla. Ma io credo nel male. Credo che tra noi ci siano degli individui che sono il male, che hanno scelto il male, che magari credono in Satana, e nei loro cuori sono comunque dei suoi emissari." Rafe parlava in fretta, con un tono basso e roco, e mi stringeva il polso in un modo che mi piaceva poco, come se temeva che volessi scappare. "Io credo nei vampiri," disse.
"Che cosa, Rafe? Nei 'vampiri'!"
"Non ti senti bene? Ripeti come un pappagallo tutto quello che dico. Non parlo di vampiri veri e propri - ma di uomini e donne che distruggono gli altri. Che gli succhiano la vita. E continuano anche dopo la morte - la morte delle loro vittime. Quando uno  morto, non pu proteggere il proprio lavoro, la propria reputazione. Sto pensando a un grande artista, a uno che era mio amico e si fidava di me, e adesso che  morto non pu pi proteggersi. Ci devo pensare io." Parlava con passione, ma sembrava che avesse preparato il discorso. Non sapevo che cosa rispondere. Mi sentivo come un bicchiere vuoto che aspetta di essere riempito.
Cos Rafe cominci a parlarmi di Carlin Ritchie, morto l'estate precedente (immagino che l'avessi letto o sentito da qualche parte) nella sua casa tra le montagne della Virginia occidentale; casa che la sua seconda moglie aveva trasformato in un tempio a lui dedicato. Era morto in "circostanze sospette", e da allora la vedova stava rubando la sua arte e la sua fama, affermando di avere collaborato attivamente all'opera monumentale cui Ritchie aveva dedicato i suoi ultimi cinque o sei anni di vita; aveva fatto scomparire una dozzina di serigrafie - "la serie degli Appalachi, una delle sue opere migliori" - che nel testamento Carlin aveva lasciato a Rafe. "Me l'ha rubata! A me, che ero un amico di Carlin e gli volevo bene come a un fratello! E quella donna malvagia, quella vampira, ha impedito non solo a me, ma anche ad altri suoi vecchi amici, di vedere Carlin negli ultimi mesi di vita. Gli ha succhiato il sangue da vivo, e adesso continua dopo la sua morte. 'Janessa Ritchie', si fa chiamare. Ho cercato di ragionarci assieme, Harrison. E non sono l'unico: c' la prima moglie di Carlin, i suoi figli, i suoi parenti - tutti tagliati fuori. Lo vuole tutto per s. Per s sola. Un grande artista americano, amato dalla gente,  morto e non pu pi proteggersi. E' una cosa che mi fa impazzire. La devo fermare."
"Fermarla come?"
"Con un fucile, penso. Non sono una persona violenta, non pi di quanto lo fosse Carlin. Ma dentro di me c' come un cancro che mi divora. La vampira deve essere fermata."
Ero allibito. Sconvolto. Ma vedevo che Rafe era serio, terribilmente serio; e non sapevo che cosa dire. Negli occhi gli brillava una strana luce metallica che non ricordavo di avere mai visto. Non avevo molto appetito, e rimasi a guardare Rafe che divorava il suo panino con contorno di patatine fritte e ketchup, tuffando la testa nel piatto e affondando gli incisivi nella crosta del pane per strappare le rare fette di roast-beef.


5.
Questo  quanto mi disse Rafe, a spizzichi e bocconi, nei tre giorni successivi.
"L'ultima volta che vidi Carlin Ritchie fu a Buckhannon, nella Virginia occidentale, due mesi prima che lei lo uccidesse. Tra l'altro gli aveva gi trasformato la casa in un'attrazione turistica. E ti giuro che mentre mi stringeva le dita con la sua mano buona, la destra, con gli occhi mi diceva: 'Non sono pronto a morire, Rafe.' 'Non abbandonarmi!' Ges, se volevo bene a quell'uomo. Lo sogno sempre, anche quando al mattino ho la testa confusa. Come oggi. O ieri. "Rafe! Rafe! Non abbandonarmi, okay"?
"Fu un amico a dirmi che era morto. Un comune amico. 'Carlin  morto, lo ha ucciso lei,' gridava al telefono. Feci delle telefonate, accesi la TV, ma non c'era niente. Comprai il "New York Times", e trovai subito la notizia, in alto, a tutta pagina: L'ARTISTA 'NAIF' CALVIN RITCHIE, 49 ANNI, MUORE NELLA VIRGINIA OCCIDENTALE. Adesso era reale, e cominciai a piangere come un bambino.
"Erano stronzate che Carlin fosse un 'naf'. Era un talento naturale, non c'era nessuno altrettanto bravo a catturare il volto umano, gli occhi, l'anima. Ma aveva anche studiato. Quando aveva vent'anni c'era stato un periodo in cui si ispirava a Goya. E alla Shenandoah, quando eravamo ragazzi, Carlin era il 'classicista'. 'Non puoi superare il passato se non lo conosci.' E citava Blake: 'Conduci il tuo carro sulle ossa dei morti.'
"Come in tutti i necrologi di questo genere, alla fine si elencavano i parenti. C'erano la prima moglie di Carlin, i suoi tre figli ormai adulti, e poi 'Janessa Ritchie, la sua vedova'. La sua assassina.
"Janessa? Non  neanche il suo vero nome. Si chiama qualcosa come Agnes o Adelaide. Aveva gi almeno un matrimonio alle spalle, ed era meno giovane di quello che pensava la gente. Cosa che ho scoperto dopo, e che non ho mai detto a Carlin. Era pazzo d'amore, completamente succube, e non accettava che nessuno la criticasse: neanche un suo vecchio amico. Neanche i suoi figli. Sono loro che ci hanno rimesso di pi: quella strega lo aveva convinto a cambiare testamento, lasciando quasi tutto a lei e nominandola esecutrice dei suoi beni. Carlin non spendeva molto, i soldi non sembravano avere molta importanza per lui, se non come mezzo per alimentare la sua arte; ma qui stiamo parlando di milioni di dollari. Di decine di milioni, visto il modo in cui sta sfruttando il suo nome adesso.
"Naturalmente conoscevo la prima moglie di Carlin, non benissimo ma abbastanza, e mi consideravo un amico. Era la sua fidanzata del liceo, ed erano ancora ragazzi quando cominciarono ad avere figli. Rimasero assieme ventisei anni. Non ci credette nessuno quando si separarono, perch Carlin viveva con un'altra donna. 'Impossibile. Carlin non  il tipo,' si diceva. Ed era vero, Carlin non era il tipo. Ma "lei" s - intendo la vampira. Se ne impossess. Come se gli avesse piantato gli artigli nel cuore.
"No, non do nessuna colpa a Carlin. Credo che fosse stato come ipnotizzato. Come se fosse stato vittima di una fattura. Soffriva di S.M. - di sclerosi multipla, in caso non lo sapessi. Aveva avuto il primo attacco a ventinove anni, proprio quando cominciava a vendere i suoi lavori, a farsi un nome, a vincere dei premi. E zacchete, si ritrova su una sedia a rotelle. Senonch migliora, per un po' sta bene, ma poi ha un altro attacco, e non pu pi usare le gambe. Si mette a seguire un regime macrobiotico, migliora un'altra volta, ma che cosa sia veramente la S.M. non lo sa nessuno, come diceva Carlin. Quello che pu andare bene per una persona non funziona con un'altra; uno avvizzisce e muore nel giro di pochi anni, e un altro si rimette in piedi e tira avanti sano come un pesce per altri vent'anni: 'E' come la vita, non si possono fare programmi.' Ma Carlin fu fortunato. Penso che dipendesse dal suo carattere, dal suo cuore. Non era il tipo che si sarebbe lasciato divorare dalla malattia.
"La prima volta che sentimmo parlare di 'Janessa' fu a un festival d'arte estivo in Virginia, di cui Carlin Ritchie era un ospite d'onore. Era venuto senza sua moglie, ed era sempre circondato da ammiratori. In particolare c'era una giovane donna abbastanza strana, magra, sexy e abbastanza inquietante, che sorrideva sempre mettendo in mostra le gengive e i denti bianchi un po' sporgenti; e con due enormi occhi neri che sarebbero stati belli se non fossero stati cos strani, ti fissavano sotto le palpebre bluastre come se ti stessero memorizzando. All'inizio Carlin era imbarazzato a stare con lei, arrossiva come un innamorato, ma poi ce la present come una fotografa di New York, una molto brava. "Ah s"? pensai, e non dissi niente. La tipa sembrava avere una ventina d'anni, anche se in realt aveva passato la trentina. E lei non era minimamente imbarazzata. Mi guardava dritta negli occhi, ed emanava un odore muschiato. Infil la sua mano nella mia come una creatura viva, e la punta rosea della lingua le fece capolino tra i denti. Ges, sentii la scossa. 'Rafe Healy! E' un vero onore conoscerla.' Come se con me avesse rivelato subito la sua vera natura. Provavo ripugnanza, ma devo ammettere che allo stesso tempo mi attirava. Allora non era chiaro se Carlin facesse sul serio, se i due stessero assieme o fosse solo un'avventura. Nessuno avrebbe immaginato che Carlin avrebbe lasciato Laurette per lei, dopo tutto quello che avevano passato assieme - proprio ora che faceva i soldi ed era famoso. Osservai Carlin e la ragazza per il resto della settimana, tenendomi a distanza, cos che lui capisse che non lo approvavo. Non che sia un puritano o che abbia un cos alto concetto del matrimonio - o almeno della maggior parte dei matrimoni. Le promesse sono fatte per non essere mantenute, per quello che ne so io. Ma l'ultima sera del festival mi ubriacai e parlai a Janessa a tu per tu. 'Ricordati che Carlin Ritchie  un uomo sposato,' le dissi, 'ed  molto legato alla sua famiglia. E' stato malato, sua moglie si  presa cura di lui, e l'ha sempre aiutato prima che diventasse famoso. E hanno tre figli. Ricordatelo.' E lei, sgranando gli occhioni, mi tocc il braccio in un modo che mi fece venire la pelle d'oca e mi disse: 'Oh Rafe, lo so!' - hai capito, 'Rafe', come se mi conoscesse e mi chiamasse cos da anni - 'Carlin mi ha detto tutto di quella donna meravigliosa. Il mio primo amore, la chiama.' Janessa abbass lo sguardo e non trattenne il suo sorriso da puttanella. 'Ma sai una cosa, Rafe? Ho pensato che preferisco essere l'ultimo amore di Carlin piuttosto che il primo.'
"Con la cura che faceva, Carlin non avrebbe dovuto bere. Prima di ammalarsi ci aveva sempre dato dentro, e senza Laurette che lo controllasse, aveva ricominciato. I suoi amici erano preoccupati, ma Janessa no. Alle tre di notte passate li vidi andarsene da una festa. Carlin si appoggiava alla ragazza, che lo teneva alla vita con un braccio. Carlin era un tipo tarchiato e muscoloso, ma era la ragazza che lo teneva in piedi. Magra ma forte. E fecero in questo modo tutta la salita fino alla villetta dove dormiva Carlin. Io ero rimasto a guardarli, di nascosto, e aspettai che entrassero e che si spegnessero le luci. E non ero affatto ubriaco, anzi, non avevo toccato un goccio.
"Dopo un po' venni a sapere che Carlin si era separato da Laurette. Adesso abitava a New York con Janessa, frequentava feste e inaugurazioni, veniva fotografato da Avedon per il "New Yorker". Aveva una faccia allampanata, un po' infantile, ma aveva una sua bellezza, una sua unicit. Come quella delle "Facce degli Appalachi" che l'hanno reso celebre: facce che hanno qualcosa che ti tocca nel profondo. Alcuni dei suoi amici gli voltarono le spalle, ma non io. Gli perdonavo tutto, o quasi. E poi anch'io avevo fatto i miei casini con le donne. Chi ero per giudicarlo? Non ho mai giudicato lui - ma solo "lei". In poco tempo Carlin divorzi da Laurette e spos Janessa, e lasci che lei prendesse il controllo della sua vita, delle sue mostre, della sua corrispondenza, dei suoi soldi; si lasci convincere a comprare la casa di Buckhannon, a ristrutturarla e a ridipingerla tutta di color lavanda: il tempio in onore di Carlin Ritchie, con un minaccioso cancello di ferro e una targa di bronzo con la scritta RESIDENZA DI CARLIN RITCHIE - PROPRIETA' PRIVATA, cos che gli ammiratori potessero fotografarla dalla strada. 'Ges, Carlin,  come se mettessi in vendita te stesso, ma come fai?' gli chiesi. Non capivo davvero pi niente. E lui, imbarazzato: 'Mica  una cosa che riguarda quello che sono veramente. E' un'idea come un'altra. Come dice Janessa: La gente ama la tua arte, e quindi vuole amare anche te. Non glielo puoi mica impedire.' Gli dissi: 'In passato per glielo impedivi.' E lui, con una voce sconsolata: 'Be', il passato  passato.' Stavamo parlando al telefono; Carlin era nel suo studio, ed era l'unico modo per parlargli, anche se Janessa gli controllava sempre le telefonate, e alzava il ricevitore facendo sentire il sibilo del suo respiro. H pi delle volte, quando telefonavano gli amici di Carlin, rispondeva Janessa, e con la sua voce da finta ingenua ti diceva: 'Oh, "ciao"! Certo che so chi sei. Figurati, Carlin sarebbe contentissimo di parlarti, ma...' - per poi spiegarti che quel giorno Carlin era stanco morto, o non era riuscito ad alzarsi, o aveva dei problemi alla vista, o stava 'combattendo contro il suo demone', cio la SM. E sempre pi spesso, quando chiamavamo, ci sentivamo rispondere che 'purtroppo Carlin non poteva venire al telefono'. Anche i suoi figli, negli ultimi quindici mesi di vita del padre, si sentirono sempre rispondere con la solita formula. Eppure c'era un continuo via vai di fotografi, intervistatori, troupe televisive e video, fin dal Giappone e dall'Australia: erano sempre i benvenuti, e puoi scommettere che non mancavano mai di mettere Janessa Ritchie nel dovuto rilievo.
"Dopo avere sposato quella donna, Carlin smise di frequentare i vecchi amici, come faceva una volta. Lei lo portava a mostre, eventi mondani dove era l'ospite d'onore, cene in smoking a New York e Washington; ma mai in posti alla mano, come il festival estivo a Shenandoah. Se non era la star, Carlin non si muoveva. Lei chiedeva cachet astronomici, e lui sembrava imbarazzato e al tempo stesso orgoglioso; non aveva mai dimenticato le sue origini. Era nato in un paese a venti miglia da Buckhannon, giusto quattro case, e i suoi erano poveri; malgrado la leggenda, non aveva avuto un'infanzia felice, molto meno di me che ho perduto entrambi i genitori (anche se ho avuto dei genitori adottivi gentili e generosi, lo posso ben dire, e un vero fratello). Janessa non lasciava mai che Carlin parlasse della sua vera casa, della sua vera famiglia; doveva essere tutto artefatto, teatrale. Nelle opere migliori di Carlin c'era sempre un tono malinconico, come in Hopper, ma con pi sfumature e sottigliezza. Un che di trasognato, di riflessivo, quasi di postumo, come se quella gente e quelle localit degli Appalachi fossero scomparse per sempre, e Carlin li stesse ricordando. Ma Janessa cominci a scattare quelle foto fasulle e in posa, quelle 'immagini gemelle', come diceva lei, dei quadri di Carlin. Lui stava troppo male per impedirglielo, e dopo la sua morte lei le pubblic a fianco delle sue opere, pretendendo di avere collaborato con lui fin da quando si erano sposati. Ma il peggio doveva ancora arrivare.
"L'ultima volta che vidi Carlin in pubblico, fu a una cerimonia in pompa magna ali'American Academy, a New York. Carlin faceva parte della giuria, e io dovevo ritirare un premio. A festeggiare c'erano anche altri vecchi amici dei tempi di Shenandoah. Ma che diavolo, non riuscimmo neanche a vederlo da vicino. Ci lanciava degli sguardi malinconici, imbarazzati, ma era sulla sedia a rotelle, e Janessa lo circondava di gente ricca e importante - 'i suoi mecenati', diceva. In seguito si sarebbe saputo che stipulava contratti e vendeva i suoi quadri prima ancora che lui li avesse dipinti; gli faceva firmare dei documenti in cui la nominava suo agente, senza sapere neanche di che cosa si trattasse - aveva sempre preso sotto gamba i contratti e i soldi, peggio ancora di me. Noi intanto bevevamo champagne e guardavamo il nostro amico Carlin, con lo smoking che lo faceva sembrare imbalsamato, sulla sua costosa sedia a rotelle motorizzata, che per era sempre pilotata da quella donna. Janessa aveva un vestito di raso nero cos scollato che quasi le cascavano fuori le tette, attorno al collo giri e giri di perle che sembravano vere, i capelli rossi e lucenti pettinati all'ins, e la faccia radiosa. Era questa la seconda Mistress Ritchie? Non c'era da stupirsi che fossero i beniamini dei fotografi: il povero Carlin sprofondato sulla sedia a rotelle, con due occhiali spessi come fondi di bottiglia, la mano destra paralizzata, un sorriso pietoso, a cercare di salutare con l'altra mano i 'mecenati' che gli ronzavano attorno. Janessa aveva smesso di essere un'anoressica; aveva messo su carne, e faceva venire voglia di mangiarla. Aveva la faccia pallida come quella di una geisha e impeccabilmente truccata come una maschera - bocca scarlatta, mascara nero come inchiostro che accentuava la grandezza dei suoi occhi, sopracciglia fiammeggianti che sembravano disegnate con un pastello. Sembrava una donna senza et, come Elizabeth Taylor nelle foto che mettevano in copertina sui rotocalchi da quattro soldi. La vamp per eccellenza, totalmente fasulla, ma dotata di un fascino innegabile. Devo ammettere che Carlin sembrava abbastanza felice quella sera, sotto gli occhi vigili di Janessa, e con la testa cullata nell'incavo delle sue tette; e se ogni tanto si appisolava (dovevano essere le medicine), si svegliava con un sorriso smarrito. Alla fine mi avvicinai per stringergli almeno la mano, e mi chinai ad abbracciarlo; lui mi strinse come uno che stesse annegando, anche se la seconda Mistress Ritchie non apprezz affatto. 'Rafe! Dove sei stato?' mi disse in tono quasi di supplica. 'Perch non vieni pi a trovarmi? Che cosa aspetti! Vieni la settimana prossima. Voglio vedere che cosa stai facendo. Io sto facendo delle cose fantastiche. Ti stupir, vedrai.' E quella troia di Janessa fa un sorriso stirato e spinge via la sedia a rotelle, ringhiando: 'Mister Healy, sta affaticando mio marito. Ha preso delle medicine e non sa quello che sta dicendo. Ci scusi.' E si infil in un ascensore, cercando di impedirmi di entrare con loro. Dentro c'era Robert Rauschenberg, e appena vedeva uno famoso, Janessa sembrava subire una mutazione fisica: i suoi grandi occhi cominciavano a brillare, la sua bocca perdeva la rigidit, sembrava addirittura che le si gonfiassero le tette. Ed eccola l a fare le fusa a Rauschenberg, a dirgli quanto amava i suoi 'smisurati collage' fin da quando era una ragazza; e allo stesso tempo mi bloccava, facendo finta di non avermi visto, con Carlin che guardava la scena confuso e preoccupato. Sembrava uno sketch televisivo, ma nella realt non era molto piacevole. In ogni caso, tu mi conosci, a furia di spinte, riesco a farmi largo - non ti dico il tanfo di gardenie marce che aveva addosso. Sto cercando di parlare a Carlin, e Janessa perde il controllo, mi da uno schiaffo - giuro - e mi dice: 'Ma insomma! La smetta di molestare mio marito e di molestare me! Non la conosciamo! Guardi che chiamo una guardia se non ci lascia in pace!' E io: 'Che cazzo vuoi dire che non mi conosci? Io sono amico di Carlin. Chi cazzo sei tu, piuttosto?' Magari ero un po' ubriaco e incazzato, e il mio papillon si era sciolto, ma Janessa mi aveva provocato, e mi sarebbe piaciuto darle una lezione, senonch si mise a gridare: 'Aiuto! Polizia!' Cos tagliai la corda, mentre tutti, compreso Rauschenberg, mi guardavano come se fossi un ladro.
"Fu allora che mi resi conto che Janessa era la mia nemica giurata. E anche quella di Carlin. Anche se quel poveretto non era in grado di capirlo.
"L'ultima volta che vidi Carlin Ritchie in privato fu a casa sua, a Buckhannon. Era la seconda volta che ci andavo, e fu due mesi prima della sua morte. Mi aveva telefonato e mi aveva invitato; cercava di sembrare di buon umore, ma aveva la voce fioca, e avevo l'impressione che Janessa stesse controllando la telefonata, ma diavolo se ero contento di sentire il mio amico. E se pensavo qualcosa, era che Janessa si fosse pentita di come mi aveva trattato, e fosse preoccupata che potessi crearle delle rogne. E cos aveva dato a Carlin il permesso di invitarmi a Buckhannon. Pi o meno doveva essere andata cos, ne sono convinto. E poi stava preparando il piano per ucciderlo, e poteva avere bisogno di un testimone credibile che confermasse che il poveretto era messo male. 'Ha perso l'uso delle gambe!' gemeva con la sua vocina, come se si fosse accorta solo adesso che non poteva camminare.
"Dunque presi il furgone e andai a Buckhannon, lieto di essere stato invitato, anche se solo per una notte. E portai con me alcune delle mie nuove trapunte da mostrare a Carlin, che mi aveva sempre incoraggiato nel mio lavoro, anche se facevamo cose totalmente diverse. E cos Janessa mi apr il cancello di quella specie di baraccone da Disneyworld, che nelle interviste definiva 'un esempio di stile classico-vittoriano-fiorito della Virginia occidentale, che riproduceva esattamente la casa di famiglia di Carlin, persa durante la Depressione'. Immagino che Carlin si vergognasse di tali stronzate, ma doveva mandare gi anche quelle. Comunque, la mia nemica Janessa era diventata amica mia, almeno pareva: mi strinse con le sue braccia sode, mi stord col suo profumo, e mi baci proprio sulla bocca, con la lingua. 'Rafe Healy! Quanto ci sei mancato! Entra! Quanto puoi rimanere?' (Come se non avesse gi contrattato con me che il limite massimo era di una notte.) Sembrava che ci fosse una telecamera a riprendere la scena: ecco a voi la pi cordiale delle padrone di casa, Mistress Janessa Ritchie. Avvolta in una frusciante gonna indiana - strati e strati di seta e di mussolina che spazzavano il pavimento -, i capelli rossi che le cascavano sulla schiena, a dare il benvenuto a un artista amico del marito; una donna che aveva sacrificato la sua carriera di fotografa per accudire un marito paralitico che adorava. Che razza di idiota ero stato. E adesso mi bacia sulla bocca e mi stuzzica con la lingua, e Ges, sento un tale brivido che penso di essere disposto a perdonare tutto a questa donna. Ero stupito che tra noi non ci fosse pi la tensione di quella volta a New York, nell'ascensore, anche se col senno di poi capisco che  una strategia tipica di certi psicopatici, di quelli pi pericolosi, che sono assolutamente imprevedibili e di volta in volta cercano freddamente il modo migliore per ingannarti e manipolarti. (Il che spiega quello che dicevano i figli di Carlin: che a volte, quando riuscivano a parlare al telefono col loro padre, sentivano che gridava come una pazza, mentre altre volte era tutta smielata, a dirgli quanto le faceva piacere sentirli, e quanto sarebbe stato contento il padre di parlare con loro.)
"Questa mia ultima vista a Carlin fu un'esperienza molto dolorosa, ma anche molto forte, memorabile. Era come essere in presenza di un santo, ma un santo che era anche uno con un cuore grande cos, un amico, uno alla buona che non si rendeva conto della propria importanza. Il Carlin Ritchie che avevo conosciuto da ragazzo, alla Shenandoah, mentre ci arrabattavamo per trovare la nostra strada. Mi sconvolse vedere quanto fosse dimagrito, e come sembrasse rassegnato alla sedia a rotelle. Le gambe sembravano avvizzite, e gli stavano larghe anche le calze. Ma la mente ce l'aveva lucida. Mi disse che doveva prendere non so quale medicina e che Janessa si sarebbe arrabbiata se avesse saputo che quel giorno aveva saltato. 'Ma mi stordisce e mi impasta la lingua che non riesco neanche a parlare. Quindi al diavolo, almeno per oggi.' Passammo gran parte del tempo nella veranda, dove Carlin poteva stendersi su una poltrona di vimini. Era una tiepida sera di maggio, e Janessa si scocci che Carlin volesse mangiare qualcosa l fuori, lei che aveva preparato una cena formale in sala da pranzo. E per di pi senza polaroid. 'Non ho mai conosciuto una persona cos fissata con la posterit come Janessa,' mi disse Carlin, ammiccando. 'Mi fotograferebbe anche in gabinetto, se non chiudessi la porta.' Janessa rise, piccata, e disse: 'Be', qualcuno che pensa ai posteri ci deve pur essere. Questo qua  un archivio vivente, e tu sei Carlin Ritchie, caso mai te ne fossi dimenticato. Non sei mica 'nessuno'.' E mi lanci un'occhiata provocatoria, come se volesse alludere a me. Dopo un po' si stanc di noi ed entr in casa; dalla finestra ogni tanto vedevo che andava avanti e indietro, parlava a un cellulare, sorrideva scioccamente, ridacchiava, tanto che pensai che dovesse avere un amante, figuriamoci se non l'aveva, una donna come quella che aveva sposato un paralitico. Ma ero lieto che ci avesse lasciati soli, e notavo che lo era anche Carlin. Non diceva mai una parola contro quella donna, ma aveva un tono triste e ironico, un modo di alzare le spalle quando lei diceva qualche bestialit, cercando i miei occhi come quando eravamo ragazzi e qualche donna adulta provava a darcela a bere. Ma poi, qualche minuto dopo, parlando del suo lavoro, mi disse: 'Non so come farei ad andare avanti senza Janessa. Mi sceglie gli assistenti, mi fa da filtro con il mondo esterno.' Avrei voluto ribattere: "Perch, Laurette non era abbastanza brava"? Ma non lo feci. Sapevo che la vampira aveva affondato i suoi artigli, e che l'effetto doveva essere una specie di anestesia, di illusione rassicurante. Che  poi pi o meno lo stesso motivo per cui bevo, e quindi non dovrei giudicare. Passammo circa tre ore a parlare sulla veranda, con Janessa dentro a bollire dalla rabbia. In teoria Carlin non doveva bere, ma si scol un paio di birre, mentre io feci fuori almeno una confezione da sei. Era come se entrambi sapessimo che era l'ultima volta che ci vedevamo. Alla fine gli dissi: 'Carlin, sul serio vorrei poter fare qualcosa. Tipo, non so, donare un rene. Un trapianto di milza. Diavolo, anche met della mia corteccia cerebrale.' Carlin si mise a ridere: 'Lo so che lo faresti, Rafe, lo so.' 'E' una cosa schifosa. Dici che  destino? Non  giusto. Voglio dire, perch proprio a te?' Avevo le lacrime agli occhi. Carlin mi cerc con la sua mano buona, la sinistra, e disse, con una certa impazienza, che lui era riuscito a farsene una ragione, e che avrei dovuto farmela anch'io. 'Il mio destino  stato di essere Carlin Ritchie al cento per cento. Con tutti gli annessi e connessi.' E poi cominci a dirmi che lui e Janessa stavano cominciando a pensare a un" alternativa' per quando le sue condizioni sarebbero diventate intollerabili - cosa che avrebbe potuto succedere prima di quanto credesse. Per esempio, mettendo da parte pillole e barbiturici, all'insaputa dei medici e della sua famiglia. 'Sono battisti vecchio stile,' mi disse, 'non concepiscono che uno possa decidere la sua vita come vuole, figuriamoci la sua morte.' Ero sconvolto. 'Che cosa stai pensando di fare, Carlin?' gli chiesi. E lui, abbassando la voce: 'Non voglio essere un peso per Janessa, pi di quanto lo sia gi. Dovessi diventare incontinente, come si dice, so che cosa fare.' 'Non mi piacciono questi discorsi, Carlin. Sei giovane, per l'amor di Dio. Non hai neanche cinquantanni.' 'E' ben questo il problema, amico mio. Sono abbastanza giovane per sopravvivere un bel pezzo, come vegetale.' 'Ma hai ancora un sacco di lavoro da fare. Tonnellate di lavoro. Che cazzo mi vieni a dire, che te la vuoi filare cos?' 'Rafe, non ti ho detto quello che ho detto per sentirmi condannare da te,' mi disse con grande dignit. 'Non ti ho chiesto neanche di avere un'opinione. Te lo sto dicendo, punto e basta.' Cos rimasi l seduto, tremando. Sono una persona aggressiva, mi hanno sempre detto - parlo sempre prima di pensare. E cos cercai di accettare la cosa, di capire il suo punto di vista. Immagino di esserci riuscito. In casa - c'erano tante luci che sembrava il set di un film - Janessa stava guardando la televisione, e sembrava che stesse ancora parlando al telefono. In tono di scusa Carlin mi disse che qualche anno prima aveva pensato di chiedermi di essere il suo esecutore testamentario, in caso di morte prematura - 'Laurette ne era davvero entusiasta.' Ma adesso, naturalmente, le cose erano cambiate: aveva scelto Janessa. Deglutii, e dissi che era okay, che capivo. E Carlin, imbarazzato: 'Lo sai com' Janessa. Mi ama tanto che  un po' gelosa di me e di alcuni dei miei vecchi amici. Non posso fargliene una colpa,  un carattere passionale. E poi  un'artista. Ha rinunciato alla sua arte per stare con me.' 'Davvero?' 'E per me ha rinunciato anche alla possibilit di avere dei figli.' 'Davvero?' 'Non vuole che soffra, dice. E' terribilmente preoccupata. Quasi sta peggio lei di me.' 'E quindi  per lei che hai cominciato a fare scorta di sonniferi,' dissi con una certa cattiveria. 'Non vuoi che soffra.' Carlin ammicc come se non avesse capito bene. E io, a voce pi alta: 'E cos sta facendo le prove generali per la tua morte, eh? Ti sta facendo fretta, eh? Ha gi scelto la data?' E Carlin, pronto: 'No, mia moglie non mi sta facendo fretta a fare niente. Pensa solo al mio bene. Ma se non posso pi muovermi, mangiare da solo e controllare le mie funzioni fisiologiche, non voglio pi vivere, amico mio.' 'Ma chiss quando succeder, Carlin. Magari non succeder mai.' 'O magari il mese prossimo.' 'Potremmo scommettere, Carlin.' Carlin fin la sua birra, o almeno cerc, bagnandosi il mento. Alz le spalle. 'Okay, non voglio morire. Gi, ma sono pronto. Voglio essere coraggioso. Sono un vigliacco, lo so, ma voglio essere coraggioso. Aiutami tu.' 'Aiutarti io? E come?' Ma Carlin si limit a ridere e a ripetere quello che aveva detto,
aggiungendo qualcosa riguardo a Dio che lo teneva d'occhio. 'Ammesso che Dio esista, ma immagino di no. Una volta o l'altra dobbiamo pur crescere, no?' Mi sentivo a disagio, e avevo perso il filo del discorso. 'Be', io no. Parla per te.' E ridemmo entrambi."

A questo punto mio cugino Rafe fece una pausa. Era prossimo allo sfinimento. E anch'io mi sentivo strano, stremato dal racconto di Rafe, ma anche coinvolto. E d'un tratto un po' sospettoso.
Non eravamo pi al bar vicino al palazzo di giustizia, o nel corridoio nel seminterrato del vecchio edificio. Stavamo bevendo una birra in un bar chiamato Domino's; era la sera del nostro secondo giorno, e il nostro gruppo di giurati era stato congedato il pomeriggio, ancora una volta senza alcuna convocazione in aula. Ascoltando Rafe, in compenso, il tempo era volato. Ero cos preso dalle sue parole che pur non avendo mai conosciuto Carlin Ritchie, ormai provavo per lui una compassione che non avevo mai provato per nessuno; e dentro di me sentivo ribollire l'odio per quella donna. Capivo perch Rafe la odiasse tanto, ma non sarei arrivato al punto di volerla morta.
La sera prima ero tornato a casa dopo le sette, dopo avere fatto sosta al Domino's con Rafe, e Rosalind mi stava aspettando preoccupata. "Da quando in qua le convocazioni per le giurie durano cos a lungo? E' gi iniziato il processo?" Decisi di non dirle che avevo incontrato Rafe, e con il fiuto che si ritrovava era inutile far finta di non aver bevuto qualche birra; cos le dissi che mi avevano scelto per una giuria, che era un processo davvero rognoso, e che ci era proibito parlarne fino alla fine. "Un processo! Cos', per omicidio?" strill Rosalind. "Te l'ho detto, non ne posso parlare. Sarebbe oltraggio alla corte." "Ma tesoro, chi lo verrebbe a sapere? Lo sai che puoi contare su di me." "Lo so, ma ho dato la mia parola. Ho giurato sulla Bibbia di osservare la legge. Per cui non tormentarmi, che tanto non dir una sola parola." Mi sentivo cos agitato per tutta la storia di Rafe che non mi sembrava neanche di mentire: dentro il mio cuore c'era una verit pi profonda, il segreto che Rafe aveva deciso di condividere con me, e che non avrei rivelato ad anima viva.
Ma Rafe adesso stava alzando le spalle come faceva quando era piccolo, e sapevi che stava nascondendo qualcosa. E cos, d'istinto, gli dissi: "Rafe, fai marcia indietro un momento, all'ultima volta che sei andato a Buckhannon." "Perch? Ti ho gi detto tutto." "Sei sicuro? Per caso non  che ci sia stato qualcosa tra te e Mistress Ritchie?" "E' un'accusa offensiva," disse Rafe. "Vaffanculo." "Be', c' stato o non c' stato qualcosa? E' meglio che me lo dici." "Dirti cosa?" Rafe mi stava sfidando, ma i suoi occhi erano opachi ed evasivi, e continuai a insistere finch ammise che c'era stato qualcosa. E che non ne era fiero.

"Erano le undici di sera, e Carlin era gi sfinito. Ai vecchi tempi stava in piedi tutta la notte a parlare di arte e a bere, ma quando Janessa venne a prenderlo, vidi che stava crollando. Sulla sedia a rotelle lo port in una stanza sul retro, che era stata attrezzata per l'occorrenza. E quando torn, sospir e disse, con un sorriso che voleva essere triste: 'Poveretto. Grazie per avere fatto questo pellegrinaggio, Rafe. Sul serio.' Pellegrinaggio! Come se fossi uno dei suoi adulatori. La mandai mentalmente affanculo, e me ne sarei dovuto andare a letto anch'io (stavo al piano di sopra, in una stanza per gli ospiti), anche se mi lasciai convincere a bere un goccio con lei. 'Un bicchiere solo. In ricordo dei vecchi tempi. Non voglio che ci sia rancore tra noi.' Aveva un modo di fare civettuolo e al tempo stesso di sfida, come se sapesse benissimo quanto piacesse alla gente, e contemporaneamente quanto gliene facesse una colpa. E cos riemp due bicchieri di bourbon. Indossava un vestito trasparente color crema che sembrava una camicia da notte; aveva i capelli ricci come una ragazzina, gli occhi da civetta cerchiati di mascara, e due labbra brutte e avide ripassate col rossetto da cui non riuscivo a staccare lo sguardo. "S, sapevo che avrei dovuto andarmene via da quella casa. L'unica cosa che posso dire  che ero ubriaco e che sono stato un idiota". Janessa mi prese sotto braccio e mi mostr la casa. Si vant di essere stata lei ad avere avuto l'idea di questo 'tempio dei ricordi' per Carlin quando lui stava ancora abbastanza bene da poterlo apprezzare. 'Che diavolo, gli auguro di apprezzare ancora un sacco di cose, per moltissimo tempo,' dissi, ma non mi stava neanche ascoltando. E d'un tratto ebbi la sensazione fredda e vischiosa che Carlin Ritchie fosse gi morto e che lei fosse la vedova, la padrona del tempio, la vestale della leggenda. Esecutrice testamentaria, nonch ereditiera. Anche lei aveva cominciato a bere presto, quella sera. Mi mostr la sala delle foto tappezzata di seta porpora con dei faretti nascosti nel soffitto, piena di immagini di Carlin da quando era piccolo fino al presente (anche se non c'era traccia della prima moglie e dei figli). Un'intera parete era coperta da foto di Carlin e Janessa in posa davanti ai suoi quadri, o che stringevano la mano a personaggi importanti durante cerimonie pubbliche. La lusingai dicendo: 'Ma questo  il presidente?' E lei, mesta e compiaciuta: 'S, certo. Ma  stato a Carlin che ha fatto un sacco di feste, mica a me.' Mi venne da ridere e le dissi: 'Janessa, se non fosse stata una cerimonia pubblica, il presidente le feste le avrebbe fatte a te.' Janessa scoppi a ridere; era il tipo di umorismo che apprezzava.
"Subito dopo, le cose cominciano a confondersi.
"Voglio dire, so benissimo come sono andate a finire. Ma come siano arrivate a finire in quel modo, non riesco a ricordarlo.
"Siamo in soggiorno, quasi al buio. Ci beviamo un altro bourbon, e questa donna, calda e bella, comincia a strusciarsi contro di me, come se non sapesse quello che sta facendo. Mentre la mia parte  quella di fare finta di niente finch non  troppo tardi. Prima si lamenta che la famiglia di Carlin la sta coprendo di calunnie, poi si vanta che le opere di Carlin stanno ottenendo quotazioni sempre pi alte adesso che il loro mercato  organizzato pi professionalmente. 'Tutto grazie al mio intervento. Fosse per lui, le darebbe via gratis.' E infine si lamenta - o si vanta? - di tutta la gente che va in pellegrinaggio a Buckhannon, spesso portando doni come cuscini ricamati con versetti della Bibbia, crocifissi fosforescenti, cacciagione che Carlin  troppo gentile o troppo debole per rifiutare. 'Ne abbiamo il freezer pieno, ci credi?' Mormorai qualcosa come: 'Be', se  gente che gli vuole bene...' E Janessa cominci a lamentarsi di quanto, in mezzo a quel caos, si sentisse sola e spaventata dal futuro 'come una ragazzina'. Di quanto fosse doloroso essere la moglie di un uomo che non era pi un uomo. 'E' mio marito, ma non il mio amante. E io sono ancora giovane.' Dalle sue labbra fa capolino la punta della lingua, e d'un tratto me la ritrovo tra le braccia, ci stiamo baciando, ansimando come cani, come se non aspettassimo altro da ore, da tutta una vita, e ora niente ci potesse pi fermare. Senonch la sto respingendo, disgustato. In bocca sapeva di marcio. Il sapore che immagini abbia il sangue vecchio, rancido. Se prima ero sbronzo, adesso ero di colpo lucido e sobrio. Ero scattato in piedi e stavo andando di sopra a recuperare la mia borsa. Scendo e me la ritrovo davanti, furibonda. 'Tu! Chi diavolo ti credi di essere?' Mi diede prima uno schiaffo e poi un pugno, come un uomo. La spinsi indietro ma lei mi si scagli addosso come un gatto selvatico, graffiandomi in faccia. Avevo anche un po' paura, doveva volermi morto dopo essere stata trattata in quel modo, ma non era abbastanza forte per farmi davvero male, e non ebbe tempo di andare in cucina a prendere un coltello. Mentre mi allontanavo col mio furgone, la sentii gridare, dalla veranda: 'Stronzo! Surrogato di uomo! Non venire pi a insozzare questa casa.'"


6.
Il terzo giorno di convocazione, un mercoled, il nostro gruppo finalmente lasci il sotterraneo. Ci portarono al quinto piano, in un'aula dove si doveva dibattere un caso di aggressione aggravata. Dopo un'ora e mezza di esame preliminare vennero scelti dodici giurati e due sostituiti: il giurato 93 (Rafe Healy) e il giurato 121 (Harrison Healy) non erano stati neanche chiamati. Entrambi non avevamo fatto altro che rimanere seduti e silenziosi, Rafe cos teso che lo sentivo tremare. Alla fine ci lasciarono andare a mangiare, con l'intimazione di ripresentarci dopo quaranta minuti. Rafe mi mormor in un orecchio che ringraziava Dio che non l'avessero chiamato, che non era nello stato d'animo per rispondere alle domande di un giudice.
Volevo dirgli: "Se sei cos sconvolto da tutta questa faccenda, forse non dovresti pensare di commettere un omicidio. Forse non sei un assassino". Ma rimasi zitto. Come se non volessi interferire con quello che stava succedendo nell'anima di mio cugino: qualcosa di cos smisurato e pericoloso che io (ne ero certo) non avrei mai potuto neanche concepire; come se non avessi il diritto di intromettermi, e potessi essere solo un testimone.
Tornammo nel solito bar, e ci scolammo varie birre per calmare i nervi. Rafe tese la sua mano grande e tozza: "Ges, Harrison: sto tremando," disse. Ma si fece subito una risata. "Spero che tu non mi giudichi troppo male, per essermi comportato in quel modo. Con quella viziosa." Gli dissi, sinceramente: "Credo che tu abbia fatto la cosa giusta, ad andartene subito." "Guidai tutta la notte per tornare a casa. Ero cos disgustato di me stesso! E di lei, per avermi fatto fare quella figura da idiota. Ges, e quel sapore! Lo sento ancora, lo giuro." Rafe si pul la bocca e ordin un'altra birra, per scacciarlo; e anche a me sembrava quasi di sentire qualcosa di marcio e di sanguinolento sulle mie labbra.
Rafe continu la sua storia. Ormai era come se quelle cose le avessi vissute anch'io, almeno in parte, e non stavo nella pelle all'idea del seguito. Era come se fossi stato con lui quando apr il "New York Times" trovando il titolo: L'ARTISTA "NAIF" CALVIN RITCHIE, 49 ANNI, MUORE NELLA VIRGINIA OCCIDENTALE, e una foto di Carlin di molti anni prima. Il rapporto del coroner parlava di "complicazioni dovute alla sclerosi multipla", ma la vera causa del decesso Rafe l'aveva saputa, senza grande sorpresa, dalla famiglia Ritchie: ingestione "accidentale" di alcol e barbiturici durante un momento di crisi e di depressione. "E la sai una cosa? In quel momento Janessa non era in casa. Carlin era da solo. Per la prima volta in tanti anni, la seconda Mistress Ritchie aveva trovato il tempo e la voglia per andare a New York."
Cos l'aveva ucciso lei, e l'aveva fatta franca. Chi poteva incolparla, del resto?
"E non ti ho ancora detto della veglia funebre, Harrison. Una cosa da non crederci.
"Janessa l'aveva organizzata nella casa-tempio di Buckhannon. Ges, che accozzaglia di gente! Gi mi aspettavo che lei ci impedisse di partecipare, a me e a tutti i vecchi amici di Carlin. Invece prese una segretaria per invitarci e per far venire il maggior numero di persone possibile. Figurati che vennero invitati anche la prima moglie di Carlin e i figli. Ci fu consigliato di prendere l'aereo per Charleston, prenotare una stanza in un motel e poi noleggiare una macchina, e quasi tutti facemmo cos. Io ero sconvolto, anche se ero preparato. Dopo l'ultima visita, ormai avevo pensato che il suo destino fosse segnato. Anche se i suoi insistevano che non stava cos male, ma che era solo depresso perch non aveva potuto lavorare per qualche tempo. 'Era troppo giovane per morire. Alcuni medici gli avevano dato delle speranze. Come ha potuto fare un gesto cos disperato?' Io sapevo, ma sarei stato zitto. Io per primo mi sentivo in colpa, come se avessi tradito Carlin, lasciandolo morire con la vampira. Ed eccola l, la vedova in lutto, con la pelle incipriata bianca come un cadavere e il vestito di raso nero, completo di collarino in tinta, e i capelli screziati di argento alle tempie. Se ne stava alla porta a salutare tutti, come il matre di un ristorante. Gli occhi dilatati e la bocca rossa come una ferita. Quando mi vide, si butt tra le mie braccia come se fossimo vecchi amici. Non a caso ci stava riprendendo la videocamera di un documentarista tedesco, che a quanto pare aveva intervistato Carlin pochi giorni prima della morte. E c'erano giornalisti 'scelti' di "Vanity Fair", "People", del "New York Times", e altri che venivano dall'Inghilterra, dalla Francia, dal Giappone, da Israele. La casa era zeppa di sconosciuti. C'erano fiori dappertutto, e un sontuoso buffet era stato allestito in soggiorno, con camerieri in uniforme bianca. Ma la cosa pi scioccante, e dico sul serio, era Carlin. Il suo cadavere, intendo. Gli avevano messo lo smoking e giaceva su un copriletto di pizzo bianco sul letto matrimoniale di ottone, portato per l'occasione nel soggiorno. Erano accese decine di candele che odoravano di incenso, e attorno al letto c'era in pratica una siepe di gigli bianchi. Mi vennero i brividi a vedere il mio amico, truccato in modo da sembrare pi giovane, pi sano e pieno di vita di quanto non fosse da anni. Il cerone mascherava abilmente le occhiaie, mentre le guance scavate erano state imbellettate. Il commento preferito era: 'E' come se stesse solo dormendo, e si potesse svegliare da un momento all'altro, per dire: "Che diavolo sta succedendo"?' Lo dissi anch'io. Prima seriamente, e poi come se fosse una battuta. Ero in quello stato di ubriachezza trascendentale in cui la verit pi triste del mondo pu diventare la pi buffa. La bella vedova intanto veniva fotografata accanto al feretro, con le dita intrecciate a quelle del marito defunto. In sottofondo avevano messo una cassetta di lamentosa musica country-western. E anche Janessa scattava foto. Di tanto in tanto spariva per ritoccarsi il trucco, che era complesso ed efficace; e a un certo punto and a cambiarsi, tornando con un vestito di taffett sempre nero, ma scollato e con uno spacco vertiginoso che le arrivava a mezza coscia. Pi tardi chiam a leggere delle testimonianze 'coloro che avevano conosciuto e amato Carlin', e io fui uno di quelli che, davanti al lettone, si misero a parlare del talento, della grandezza d'animo e del coraggio di Carlin Ritchie; non riuscii a trattenere le lacrime, e non fui il solo, come se fossimo stati a una cerimonia gospel. Janessa si butt un'altra volta tra le mie braccia e mi strinse forte, affondandomi gli artigli nel collo - 'Rafe Healy! Ti ringrazio, in nome di Carlin.' La veglia continu per tutta la notte. Il guaio col dolore  che una volta raggiunto l'apice, poi comincia a ripetersi. Quello che  spontaneo diventa una recita. Arriv altra gente, sconvolta e bisognosa di dare sfogo al proprio cordoglio. Piangevano tra le braccia della vedova, e a volte anche tra le mie. Il cibo era caduto sul pavimento, ma vennero portati dei vassoi nuovi, nonch bottiglie di whisky, bourbon e vino. Carlin aveva sempre apprezzato le feste e non aveva mai lesinato sulla qualit, e sarebbe stato orgoglioso. Peccato solo che le videocamere avessero ripreso anche l'incontro tra Janessa e Laurette (che si era presentata orgogliosamente come 'Laurette Ritchie') e alcuni parenti di Carlin, dove volarono parole dure. La figlia di Carlin, Mandy, che aveva ventisette anni, si mise anzi a gridare e a prendere a schiaffi Janessa - 'Hai rubato pap! Come una ladra! Se non ci fossi stata tu sarebbe ancora vivo!' -, e dovette essere portata via di peso, in preda a un attacco isterico, e inseguita dal videomaker tedesco. Verso l'alba Janessa chiese ai vecchi amici di Carlin di tirarlo su dal letto e di metterlo in una bara l accanto. Non che ci reggessimo perfettamente in piedi, e ci metteva un po' di soggezione toccare il nostro amico morto e imbalsamato, che per sembrava dormire con le guance tinte di rosso e i capelli tirati a lucido; e poi era anche stranamente pesante. 'Amico, di che cosa ti hanno riempito? Di piombo?' dissi sotto voce. I miei amici si misero a ridere. Sudavamo come maiali, ma Carlin era gelido. Si sentiva il freddo aleggiargli attorno. Credo che risucchiasse il calore dalle nostre mani. E Janessa ci immortalava con la sua macchina fotografica. 'Va' a farti fottere, troia,  morto un uomo, che cazzo, un po' di rispetto,' mormorai. E i miei amici: 'Amen!' Ma Janessa fece finta di non sentire. E diede anzi la macchina fotografica a qualcun altro, cos da farsi riprendere accanto a noi, mentre infilava Carlin nella sua bara di mogano-argento-onice. Facemmo fatica a non scoppiare a ridere mentre ficcavamo il povero Carlin nella cassa da morto imbottita di seta. 11 toupet era andato di traverso, e Janessa lo raddrizz in fretta e furia, mentre io cercavo invano di ricordarmi quando mai avessi visto il mio amico con un parrucchino. Il funerale era previsto per le nove di mattina, ma inizi solo alle dieci e venti. Alcuni riuscirono a perdersi nel miglio di strada che c'era da casa di Ritchie al cimitero. Ma comparvero altri. Un predicatore pelle e ossa della Gospel Church of Jesus di Buckhannon, che Carlin non aveva mai conosciuto, lesse la Bibbia. Un tocco americano a uso dei giornalisti stranieri, immagino - dato che Carlin non apparteneva a una fede particolare, anche se era stato battezzato in una chiesa battista. Cercai di interrompere il predicatore ricordando le parole di Carlin - 'Credo in Dio, ma non nell'uomo che crede in Dio' -, ma tutti mi zittirono. Mi incazzai, e me se sarei andato prima che calassero la bara nella fossa, senonch Janessa mi gherm il braccio con i suoi artigli e mi tenne fermo. Da quando eravamo al cimitero mi lanciava delle occhiate; chiss, forse temeva che Carlin mi avesse parlato delle sue scorte di barbiturici, e che volessi andare a raccontarlo alla polizia. Di certo quella donna era colpevole di aiuto e istigazione al suicidio, e probabilmente sarebbe stata anche passibile di arresto per le leggi della Virginia occidentale, ma nessuno poteva provarne il coinvolgimento, e un avvocato in gamba l'avrebbe fatta scagionare senza problemi. In ogni caso il vero omicidio lo doveva ancora commettere. Quello dell'anima di Carlin. Per il momento da me voleva che restassi per il buffet dopo il funerale alla Buckhannon Inn, e che il pomeriggio tornassi a casa sua - 'Ho invitato un gruppo ristretto di amici e colleghi di Carlin. C' Heinz Mller che vuole intervistarti e finire il suo film.'
"Quando quel giorno me ne andai da Buckhannon, subito dopo il funerale, non avrei mai creduto di tornarci. Per nessun motivo.
"Ma adesso  come se Carlin stesso mi dicesse di andarci. Era lui, da ragazzo, che andava a caccia, che aveva un fucile e una doppietta.
"Tutto cominci appena qualche settimana dopo la morte di Carlin. Janessa assunse un avvocato per aggirare le ultime volont di Carlin, contestando le disposizioni a favore della prima moglie e dei figli, e rifiutando perfino di cedere i pezzi promessi ai musei della Virginia occidentale o agli amici come me. D'un tratto la serie delle serigrafie degli Appalachi che Carlin voleva darmi non si trova pi. E la gente cerca di giustificarla. 'Povera Janessa,  sconvolta dal dolore. Passa tutto il tempo a piangere.' Stronzate. Ma questo  niente. E' un comportamento meschino, crudele, calcolatore, criminale. Ma non  per questo che ti viene voglia di uccidere una persona. Almeno per quanto mi riguarda.
"Quello che non le riesco a perdonare, quello che  malvagit pura,  il fatto di essere una vampira. Di attaccarsi ai vivi e pure ai morti. Per esempio quando viene intervistata in TV da Barbara Walters. E racconta gli ultimi anni di Carlin Ritchie, e come abbia collaborato con lui praticamente in tutto. Che Carlin partiva dai suoi bozzetti e dai suoi suggerimenti. Che il loro era uno dei pi grandi amori del secolo, come quello tra Georgia O'Keeffe e Alfred Steiglitz. Opere che Carlin aveva fatto anni prima di incontrarla, che teneva nello studio e non aveva mai esposto, adesso diventavano 'frutto di collaborazione'. Janessa Ritchie era una 'coautrice'. Me la vedo sempre davanti, sul piccolo schermo, con i capelli quasi rossi striati d'argento, con gli occhi enormi pieni di lacrime, e Barbara Walters che fa finta di prendere sul serio tutte queste stronzate. E Janessa arriva perfino a leggere il diario dell'ultimo anno di vita di Carlin, che guarda caso  battuto a macchina: 'Il mio cuore  colmo! L'amore per Janessa e per la mia arte  il segno della grazia di Dio! Non morir nel dolore, ma nell'estasi del puro amore, sapendo di avere compiuto la mia missione.' E lei e Barbara Walters in pratica si mettono a frignare assieme. Ancora un po' e prendevo a calci la televisione, tanto ero incazzato.
"Incazzato, e profondamente disgustato. Di certo, la mia missione non l'ho mica compiuta.
"Adesso, lei, la invitano ovunque. 'Janessa Ritchie'  famosa quasi quanto Carlin. Mostre a Berlino, Parigi, Londra. E adesso al Whitney. Va' e vedi con i tuoi occhi. Articoli sulle riviste pi prestigiose - il "New Yorker, Mirabella", perfino "Art in America", da cui ti aspetteresti un po' pi di seriet. Nell'ambiente non siamo stati certo zitti. L'ex gallerista di Carlin ha scritto una lettera che abbiamo firmato in parecchi, e che le  stata mandata per raccomandata; ma sono tutte cose che non servono a niente. Per fermare un essere come quello bisogna distruggerlo. Cercare di ragionare con lei, supplicarla, minacciare azioni legali,  tutto inutile. Ma questa mostra al Whitney, per me,  stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Sempre di 'collaborazioni' si parla, solo che adesso ha osato firmare delle opere che Carlin non aveva n finito n firmato. E il titolo della mostra  "I Ritchie", come se lei, la donna che l'ha ucciso, la vampira, fosse allo stesso livello della sua vittima. E' un incubo. E' come se i media sapessero quello che sta succedendo, ma stessero al gioco. Janessa dopotutto ha carisma da vendere, e cos loro la possono vendere come la grande 'artista donna'.
"Naturalmente non sono stato invitato all'inaugurazione al Whitney. Ma ci sono andato lo stesso. Ho visto quello che era esposto, e sono andato dritto dalla troia, dalla ladra, dalla vedova inconsolabile che stava facendo le fusa al nuovo mercante di Carlin, uno pieno di soldi che ha una galleria a Manhattan. Lei ha un vestito di seta nera molto sexy, tacchi a spillo e calze nere;  pi rotonda, ma non grassa; ed  molto sensuale, anche se ha la pelle cos bianca che sembra un cadavere ripescato da un fiume. E la sua bocca, impiastrata di rossetto,  pi scarlatta e larga che mai. "E sento ancora quel sapore di marcio". Mi vede venire verso di lei e leggo il panico nei suoi occhi, anche se indossa subito la maschera dell'innocenza, di modo che sia io a fare la brutta figura. 'Che Dio ti maledica,' esordisco, 'come osi fare finta che queste opere siano tue? Sono di Carlin, e tu lo sai.' Lei si rivolge al suo accompagnatore con la sua vocetta da ragazzina spaventata: 'Quest'uomo  pazzo! Io non lo conosco! Mi sta minacciando da mesi!' E io: 'Non sai chi sono? Sono l'amico di Carlin. Sono qui a parlare per lui. A dire al mondo che tu sei una ladra e una traditrice. Possibile che non l'amassi neanche un po'?' Ma a questo punto sono arrivate due guardie, e vengo sbattuto fuori su Madison Avenue. E non sono cos scemo da restare l e farmi arrestare da degli sbirri veri.
"E cos me ne tornai a casa. Con la morte nel cuore. Avrei voluto commettere un omicidio l su due piedi, se solo ne avessi avuto la forza. Mi sembr di rivedere Carlin sul portico, che tremava, avvolto in una coperta leggera; che cercava di sorridermi; e mi supplicava: 'Non voglio morire. Ma sono pronto. Aiutami tu'."
Eravamo ancora al bar, ma era quasi ora di tornare al palazzo di giustizia. Rafe mi aveva mostrato un ritaglio di giornale con una foto di Janessa. Era come l'aveva descritta: piena di fascino, polposa, con due occhi e una bocca da carnivora. Mi sentii il cuore battere forte, e la rabbia di Rafe scorrermi nelle vene. "Ogni giorno  sempre peggio. E' un tormento. Non riesco pi a dormire n a lavorare. E con questa scocciatura della convocazione, della giuria e tutto il resto, mi sembra davvero che qualcuno mi stia pigliando per il culo. Qualunque imputato ha avuto il coraggio di fare quello che doveva. Ma io, finora, non ne ho avuto il coraggio."
Mi rendevo conto di quanto fosse agitato, cos pagai il conto e lo portai fuori, cercando di calmarlo mentre camminavamo all'aria aperta. Era come se fossimo stati chiusi in una cella e continuassimo a sentirci schiacciati dalle sue mura, anche se adesso eravamo liberi sotto il sole. Disse: "Forse  un segno, Rafe. Se non hai il coraggio, non vorr dire che non lo devi fare, e che ti devi dimenticare di tutta questa storia? Tanto il tuo amico  comunque morto..."
Rafe si ferm sul marciapiede e mi guard come se fossi il suo peggiore nemico. "Vaffanculo amico, che stai dicendo? Che dato che Carlin  morto, che cosa dovrei fare? Abbandonarlo?"
"No, Rafe, solo che..."
"E' una donna malvagia, lo giuro. Un'emissaria di Satana. Ne sono sempre pi convinto, Harrison. L'altra sera ero nel mio studio a cercare di lavorare, bevevo e non riuscivo a combinare niente, tanto mi tremavano le mani. E l'ho sentita ridere di me, ho visto i suoi occhi e ho sentito il sapore di quella bocca che cercava di stuzzicarmi. Mi ha preso di mira, sono sicuro. La vampira adesso ha preso di mira me."
"Rafe,  pazzesco, e lo sai anche tu. Ma ti senti? "
Eravamo sulla scalinata del palazzo di giustizia. Rafe si asciug la fronte con la manica e cerc di rassettarsi. Solo da luned, mi sembrava che fosse dimagrito. Nelle guance aveva delle rughe verticali che sembravano incise con un coltello. "Penso che tu abbia ragione. La sento anch'io la mia voce. Non  la mia. E' quella di un uomo sconvolto. E la colpa  di quella donna. Finch vivr, sar la sua vittima."


7.
"Potresti noleggiare una macchina. Due. Una dopo l'altra. La prima in un aeroporto, magari nel New Jersey. Il furgoncino potresti lasciarlo in un parcheggio. E la seconda in Pennsylvania. Per andare nella Virginia occidentale ed essere a Buckhannon al tramonto. La cosa migliore sarebbe avere il bersaglio in una casa illuminata, restando nascosti dalle tenebre. Ma attenzione: prima devi comprare una giacca scura col cappuccio, in qualunque grande magazzino, che non sia troppo vicino a casa. E stivali di gomma di due misure pi grandi della tua. E guanti. Aspetta: prima di tutto ti serve un fucile. Col mirino a telescopio. E munizioni. Al commesso dirai che ti serve per cacciare i cervi. Compralo su a nord, dove c' un sacco di gente che va a caccia. E dovrai fare esercizio. In un posto tranquillo. Magari lo faremo insieme. Non ti sto dicendo che verr con te. Ma ti posso aiutare. Magari comprando il fucile. Dandoti il mio sostegno morale. Siamo cugini, ma il nostro legame  molto pi profondo. Potresti considerarmi il tuo fratello perduto. E mi sento cos solo".
Rosalind mi svegli delicatamente. Dicendomi che stavo digrignando i denti.
"Un brutto sogno?" mi chiese. E io: "No. Non era un brutto sogno. Niente affatto."


8.
Gioved pomeriggio, alle due e venticinque del pomeriggio, finisce la fortuna di Rafe. Il nostro gruppo di giurati viene fatto salire in un'aula del sesto piano dove si deve dibattere un caso di omicidio, a quanto pare una brutta storia, con un nero corpulento, dalla faccia da cane bastonato, accusato di uxoricidio. E il giurato 93 viene chiamato. Rafe freme e fa in tempo a strizzarmi un braccio prima di alzarsi. Povero Rafe: lo stanno guardando tutti, traballa come un sonnambulo (o un ubriaco: a pranzo si  bevuto almeno sei birre, per quanto gli abbia raccomandato di andarci leggero);  il pi alto di tutti i giurati e, a giudicare dalla sua faccia paonazza, il pi timido. Indossa una salopette con cui sembra avere dormito (cosa di cui non mi stupirei), ha la barba lunga e i capelli arruffati. Sono preoccupato che passi dei guai se scoprono che ha bevuto; rischiano di considerarlo come oltraggio alla corte. Anch'io ho bevuto, ma non quanto Rafe, e mi sembra di essere perfettamente sobrio.
L'accusa  di omicidio di primo grado. Quindi si rischia la pena di morte. Che nello Stato di New York  stata rimessa in vigore qualche anno fa, con l'iniezione letale.
Mentre Rafe Healy passa davanti al banco della difesa, l'avvocato si gira a guardarlo. E' da circa un'ora e mezza che siamo qui, ed  la prima volta che quell'uomo massiccio e quasi calvo, sulla cinquantina, si mostra tanto interessato a qualcosa. Ma Rafe, che sfoggia un sorriso stordito, o meglio una piega delle labbra che potrebbe venire interpretata come un sorriso, fa del suo meglio per non guardarlo.
Non sono molti i giurati, bianchi o di colore (come ci dicono che desiderano essere chiamati adesso) che ambiscono a essere assegnati a questo processo. Da basso circolava voce che potrebbe andare avanti per settimane. Giuro che Rafe stava pregando, muovendo le labbra durante l'esame preliminare in cui i potenziali giurati vengono interrogati uno a uno, per essere congedati nella maggior parte dei casi. Adesso il giurato 93  seduto nel banco, e risponde alle domande sulla sua occupazione ("artigiano indipendente" - risposta che fa sorridere pi d'uno);  forse coinvolto in qualche modo nella causa, ha sentito parlarne o ritiene di avere buoni motivi per non far parte della giuria? Rafe fissa il giudice con aria tormentata, muovendo le labbra ma senza parlare. Ges, come mi sento imbarazzato e in pena per mio cugino; ho una paura dannata di quello che potrebbe dire. "Non posso giudicare nessuno per omicidio. Non sono la persona giusta". E' passata meno di una settimana, anche se mi sembra sia molto di pi; e se siamo giunti a una conclusione,  che ci sono circostanze in cui uccidere un altro essere umano non solo non  sbagliato, ma  anche moralmente giusto. Circostanze che la legge non prevede. Il giudice riformula la domanda, e Rafe cerca nuovamente di rispondere, ma sembra non essere in grado di parlare; ha la faccia a chiazze come se avesse un attacco improvviso di morbillo, e ha gli occhi vitrei. "Mister Healy, non sta bene? Mister Healy?" chiede il giudice preoccupato. E' un uomo di mezza et, dai modi quasi sempre cordiali, anche se ha mostrato una certa impazienza con alcuni giurati che non vedevano l'ora di tornare a casa; e adesso, con Rafe, non sa come comportarsi. Il giurato 93 sta solo facendo la commedia per farsi esonerare, o sul serio ha qualcosa che non va? Alzo la mano, come a scuola, e dico: "Mi scusi, Vostro Onore. Lui  mio cugino, ed  una persona un po'... ansiosa. E' sotto psicofarmaci. Penso che... forse... non dovrebbe essere qui." Adesso sono io al centro dell'attenzione generale.
Ma fila tutto liscio. Era la cosa giusta da dire. Il giudice mi studia per un minuto, aggrottando la fronte; dopodich mi ringrazia per l'informazione, e fa cenno a Rafe di avvicinarsi, per parlargli a tu per tu. Dopo pochi minuti (osservo la faccia seria di Rafe, e spero che non gli salti in mente di dire la verit, ma che trovi qualche scusa plausibile) il giurato 93  ufficialmente congedato per il resto della giornata.
Di fatto, l'esonero si estender al resto della settimana. La convocazione di Rafe Healy  finita, e probabilmente non verr mai pi richiamato.
Del resto, degli esami preliminari, quasi non mi accorgo neanche. Aspetto invano che chiamino il mio numero, e alle cinque e venti la giuria  formata, con dodici giurati e due riserve. Gli altri possono andare a casa.
Mi aspettavo di trovare Rafe nell'atrio, ma non lo vedo. Invece  nel parcheggio, appoggiato alla mia macchina. "Ges, Harrison! Mi hai salvato. Ti sono grato, amico." E mi abbraccia. So che ho fatto la cosa giusta, e la pi furba. Ultimamente mi pare che il cervello mi funzioni meglio, come un motore che comincia ad andare su di giri. Come se le cose cominciassero sul serio ad andare a posto.


9.
E' gioved sera, e quando torno a casa sono le venti passate. Avrei dovuto chiamare Rosalind dal bar, ma me ne sono scordato. Me la ritrovo davanti appena apro la porta. "Com' andato il processo?" chiede. E io: "Processo? Quale processo?" (Dio santo, mi ero dimenticato di quanto le avevo detto l'altro giorno.) E poi: "Ah, s. E' una bella rogna, come ti ho gi detto. Non vedo l'ora che finisca." Rosalind ha quell'espressione corrucciata che non  ancora un'accusa, ma un invito a pensare due volte prima di rispondere: "Ho letto il giornale dalla prima all'ultima riga, e non ho trovato niente di nessun processo." Comincio a perdere la pazienza: "Rosalind, ti ho gi spiegato che non posso parlarne. Non ti ricordi?" E lei: "Deve essere qualcosa di terribile, per ubriacarti tutte le sere, come non facevi da almeno dodici anni." E io: "Cos', hai tenuto il conto?" come se la sua fosse una battuta, o almeno accordandole il beneficio del dubbio. Sono in ritardo di un'ora per la cena, ma chi cazzo se ne frega, vado a prendere una lattina di birra in frigo, e Rosalind mi afferra il braccio in un modo che odio (e lei lo sa), dicendo: "Non essere ridicolo, Harrison. Possibile che tu non possa dire neanche se si tratta di un omicidio o cosa?" Sto bevendo a canna e cerco di svicolare, ma lei insiste: "Chi  la vittima? E l'accusato? E' un pervertito? Ha ucciso un bambino? E' cos? Se non vuoi dirmi niente, fammi almeno un cenno, strizza l'occhio sinistro." Sto cominciando a perdere la pazienza, e dico: "Senti, potremmo finire entrambi nei guai, se dico anche solo una parola. Non ne posso parlare neanche con gli altri giurati, prima che il giudice ci abbia dato il permesso. Non te l'ho gi spiegato? Non capisci? Violare l'ordine del giudice significa oltraggio alla corte, e si pu finire dentro." Ma lei non molla, come era solita fare con i ragazzi, e mi incazzo sul serio quando dice: "Harrison, andiamo. Strizza l'occhio sinistro se..." Al che la spingo contro il tavolo della cucina. Un breve grido di dolore e di sorpresa. Ma io esco, sbatto la porta, tremo, pronuncio tra me parole che non sono mai uscite dalla mia bocca ad alta voce, in questa casa, con questo tono, sto pensando che non ho mai messo le mani addosso a mia moglie o a qualunque altra donna, che non sono mai stato cos fuori di me, che non ho mai provato tanta rabbia, ed  una bella sensazione, forte, incredibilmente forte.



Tusk.

L'idea gli venne mentre stringeva il coltello.
"Ehi gente! Maledizione, eccomi qui"!
Quello che avrebbe fatto esattamente, l'avrebbe deciso al momento. Come in un film, quando di colpo ti ritrovi nel luogo dell'azione, e devi agire. O quando avrebbe visto la persona, o le persone. Mica per niente si chiamava "improvvisare", come nel jazz, che non stai l ore e ore sulla tastiera a fare scale, arpeggi e merdosi esercizi di Czerny, come l'aveva costretto pap nei tristi giorni prima di essere Tusk. (Alla lettera "zanna". N.d.T.)
E l'"improvvisazione" era quello per cui Tusk era - o sarebbe stato - famoso. A East Park avrebbero parlato di lui negli anni a venire. E anche a scuola. "Tusk. Uno coi controcazzi".
Il motivo esatto per cui l'avrebbero detto, dondolando la testa a significare che "mica erano cazzi", tra sguardi d'intesa e di ammirazione, Tusk non lo sapeva ancora. Ma era solo questione di tempo.
Era il coltello di pap. Preso dalla scrivania di pap. Un souvenir del Vietnam. Veniva da chiedersi quanti musi gialli avesse ucciso. Tusk ghign al pensiero. "Se fanno l'esame del D.N.A., sai che casino"!
Probabilmente sarebbe successo a scuola, o dopo scuola. Dove stava andando adesso. Mamma lo stava chiamando col suo tono ansioso, ma lui non l'aveva sentita. Era schizzato fuori come trasportato dalle sue nuove Nike. Non aveva chiuso occhio tutta la notte, carico di un'energia sessuale tutt'altro che spiacevole. Cos come era bello che fosse un giorno qualunque della settimana, un marted. Il mese non lo ricordava - aprile? Maggio? Era tutto annebbiato. Era solo il pretesto per quello che stava per succedere. Gi sentiva quello che avrebbero detto al telegiornale: "Era un marted come tanti, alla East Park Junior High, nel piccolo quartiere periferico di Sheridan Heights. Il tredicenne Tusk, che frequenta la prima superiore"... Tusk sperava solo che non rivangassero tutte le stronzate sui premi scolastici e il vecchio Roland. Comunque non c'era bisogno di fare tanti programmi. Era sicuro che sarebbe stato il coltello a dirgli che cosa fare. Quando era ancora Roland Junior, per dodici merdosi anni aveva programmato ogni cosa in anticipo. Preparato i vestiti la sera prima, calzini compresi. I compiti fatti a puntino. Senza dimenticare di lavarsi i denti, almeno dieci vigorose spazzolate per ogni lato, fino a farsi sanguinare le gengive. Quando scendeva le scale, era obbligato a calpestare ogni gradino nello stesso punto. Quando giocava a scacchi col suo amico Darian (quando erano amici), era obbligato a disporre i pezzi dalla fila dietro, come faceva pap, cominciando dal re e dalla regina. E anche per pulirsi il sedere, c'era una quantit prefissata di carta igienica, e guai a prenderne di pi. Ma adesso era Tusk, e Tusk si muoveva in un modo solo: al "fast-forward". Tutti i suoi amici sfigati (come Darian), li aveva mollati. Il suo cervello saltava. Come "Terminator 3". Spara e stop. Spara e stop. Ricarica, spara e stop. Aveva i neuroni fusi. Ma anche se a volte lo faceva, non aveva avuto bisogno di fumare o prendere della roba per arrivare fin l. La sua testa funzionava a scatti. Spara e stop. Ricarica. Tusk, il nuovo re dei videogame. Quelli pi grandi lo ammiravano. Un figo! Occhi dilatati, aria strafatta. Alcune ragazze lo ritenevano sexy. Le ore volavano in quello stato. Ed era okay. Se smetteva, si sentiva annegare nella merda, e quindi perch doveva? Una sola direzione. "Bang! Bang! Bang"! e "Blip"! sullo schermo. E la confortante esplosione che veniva dopo.
Cuc Tusk non c' pi.
"Maledizione, eccomi qui"!

Strano che un souvenir del Vietnam fosse "made in Taiwan". Acciaio inox con una lama di diciotto centimetri e un manico di qualche metallo non meglio identificato dai riflessi verdastri, a meno che non fosse una pietra. Tusk raccontava che il vecchio aveva combattuto in Vietnam, anche se in realt era nei servizi segreti e probabilmente era stato incollato a una scrivania finch non era arrivato il giorno di tornare a casa. E il coltello l'aveva comprato da qualche coglione che l'"azione" l'aveva vista sul serio. Tusk prov la lama facendola scorrere sulla sua gola. Non era sicuro che fosse abbastanza affilata. Non si poteva mandare a puttane tutto per una cosa del genere. In cucina c'era una pietra per affilare, ma meglio lasciar perdere. E se mamma lo scopriva? Un marted mattina, mentre andava a scuola? "Ehi, Roland, cos'hai in mano"? (Ges, rischiava di infilzare "lei"!)
E cos, Tusk  gi fuori.
Il coltello di pap infilato nello zaino, assieme ai compiti.
Se questo fosse un film, la scena seguente sarebbe Tusk che entra a scuola come tutte le mattine. Un mucchio di ragazzini con la testa tonda e la faccia paffuta, pi da medie che da superiori. Ma Tusk, l in mezzo, sembra un barracuda. Non  alto ma  dinoccolato, sottile come la lama di un coltello, con i capelli rossi irti come fiamme, e la faccia che brilla come se avesse la febbre. E gli occhi da predatore, che mandano bagliori verdastri nell'ombra, come il killer nel suo nuovo videogame preferito, "V.M. 18". E' su di giri, ma non per cause chimiche. E' una bomba a orologeria impossibile da disinnescare. Sono pochi quelli come Tusk, in prima superiore, e sono vestiti in stile hip-hop con T-shirt molto ampie, cos come jeans che spazzano il pavimento, ma la mamma di Tusk non gli permetterebbe mai di vestirsi come un selvaggio, come il gangster di un ghetto nero, e quindi ha su solo una T-shirt normale, jeans normali ma pieni di strappi, e le Nike nuove di pacca. Niente orecchini o piercing al naso (che la scuola comunque non permetterebbe). Niente capelli colorati da punk. Non  nel suo stile. Tusk non  n un metallaro n un fenomeno da baraccone,  il "fattore X".
Ma merda, senza telecamere uno  invisibile.
Tusk si fa largo a gomitate. Strano che tutte quelle mezze seghe non abbiano ancora imparato a tenersi alla larga. "Meno male che non c' il metal detector in questa cavolo di scuola," dice Tusk ad alta voce. Alcune ragazze ridacchiano come se fosse una battuta.

Tusk non riusciva a ricordare la combinazione di quel cazzo di armadietto, e cos si mise a pestarlo e prenderlo a calci. Lo si poteva chiedere a uno dei bidelli neri, ma l'aveva gi fatto la settimana prima, e altre volte ancora. E quindi vaffanculo. Tusk stava pensando che quasi desiderava che ci fossero i metal detector, come nelle scuole serie delle grandi citt. Cos avrebbe trovato qualche modo ingegnoso per entrare col coltello. Sarebbe stata un'ottima apertura al telegiornale: "Malgrado i metal detector della East Park Junior High, il tredicenne Tusk Landrau  riuscito a... " Dopodich la mente gli si azzera, in una lenta deflagrazione silenziosa.
Sta parlando con dei ragazzi, quando vede Alyse Renke in fondo al corridoio. E' lei. Un flash. "Infilza Alyse. Nella sua passerina". Alyse  la ragazza di Tusk, o meglio lo era stata, o stava per esserlo;  tutto l'anno che c' una specie di sintonia tra di loro che va e viene. Alyse ha quindici anni,  ripetente, e Tusk ha tredici anni, gli hanno fatto saltare un anno (alle elementari) - mamma non pensava fosse una buona idea, ma pap aveva insistito. Ma Tusk  pi alto di Alyse, e sa che lei lo considera sexy perch una volta glielo aveva quasi detto. Sexy, Alyse lo  di sicuro. E' quella che i ragazzi delle superiori chiamerebbero una "fighetta", e infatti sta sempre con loro.
Tusk tasta il coltello sotto il nylon dello zainetto, come se fosse il suo uccello segreto.

"C'era una volta in cui si chiamava Roland Junior Erano passati solo dodici mesi, ma l'unica cosa che ricordava del vecchio Roland  che era uno sfigato, un cagone, un secchione, una mezza sega. Quel coglione di Roland che si faceva il culo quadro per prendere dei voti alti, che poi il vecchio esaminava come se fossero una merda attaccata alla sua scarpa. Figliolo, tu sai, e lo so anch'io, che puoi fare di meglio.
E poi si ribattezz Tusk. Da dove venisse questo nome, non lo sapeva. Finora erano in pochi a chiamarlo Tusk, ma un giorno sarebbero stati tutti. E anche i suoi prof. (Adesso Alyse lo chiamava Tusk: avvolgendo la lingua come se stesse succhiandogli l'uccello".)
Si guardava il torace ossuto nello specchio ancora appannato dal vapore della doccia (Roland aveva l'abitudine di nascondersi nella doccia, con l'acqua pi calda possibile, rimanendoci dentro anche per pi di dieci minuti - con la porta chiusa e sotto l'acqua, le uniche voci che si sentivano erano quelle dentro la sua testa, ed era improbabile che mamma bussasse alla porta, anche se ovviamente lo faceva se ci rimaneva troppo a lungo). Che schifo la sua pelle pallida da ragazzino bianco, e i capezzoli che sembravano lamponi. E magro com'era, aveva la pancetta (evidente se si metteva di profilo e la gonfiava fuori). E dal ciuffo di peli ricci e rossicci dell'inguine gli penzolava un piccolo pene magro di cinque centimetri, che cercava di non far vedere agli altri ragazzi quando si cambiava per quelle schifose lezioni di nuoto. "Uuh, guarda! Vediamo un po' cos'ha Rollie in mezzo alle gambe"!
Ma tutto questo era prima di Tusk. In quel periodo assurdo in cui era stato Roland Junior. E Roland Senior era quello che si dice una persona "viva".

Suona la campanella per la riunione in aula magna. Tutti chiudono gli armadietti e si incamminano. Tusk si stravacca sulla sedia e lascia cadere lo zainetto. Il suo solito stile. Miss Zimbrig legge gli avvisi. Tusk  nervoso. Eccitato. Suda. Si mette le dita nel naso. Si china a toccare il coltello nascosto nello zainetto. E' il momento buono? E' irrequieto, ansioso. Se la Zimbrig dicesse: "Roland, cos'hai l dentro? Per favore portami qui il tuo zainetto". La troia ficcanaso alla ricerca di droghe si ritroverebbe sgozzata come un maiale davanti a ventisette studentelli allibiti.
"Wow, avete sentito? Stamattina Tusk Landrau ha seccato la Zimbrig in aula magna. Uba fatta fuori sul serio quella troia, l'ha aperta dalla gola all'ombelico. Col coltello del suo vecchio, quello del Vietnam. E' uno coi controcazzi, 'sto Tusk".
Senonch la Zimbrig non nota neanche Tusk. O, se lo nota, decide saggiamente di non chiamarlo a vuotare lo zainetto. La Zimbrig non ha mai conosciuto Roland Junior, dalla prima superiore lui  diventato Tusk, e certo ha capito che  meglio non rompergli le palle. Neanche scherzare con lui, come fa con alcuni degli altri duri, che sfoggiano teschi tatuati sui bicipiti. (I tatuaggi non sono permessi dal regolamento della East Park, che  una scuola pubblica, ma questi sono tatuaggi rimovibili, non quelli veri fatti con gli aghi, che sono gli unici che vorrebbe farsi Tusk. Tutto il resto sono cose da fighette.) Magari potrebbe incrociare la Zimbrig nel parcheggio dietro la scuola, e ricevere il segnale. "E' lei! Colpisci lei"! Ma Tusk dubita di riuscire a farselo venir duro per una carampana dell'et di sua madre. (Anche se l'et di sua madre  un argomento che preferisce non approfondire. Che lo imbarazza schifosamente. Nel necrologio ha letto che Roland Landrau Sr., avvocato d'affari, aveva quarantun anni quando aveva comprato la fattoria l'anno prima.) Tusk si china a controllare un'altra volta il coltello sotto il nylon. E' sempre l, e che cavolo.
Un annuncio all'altoparlante. Blahblahblah. E' incredibile quanto sembri la solita giornata di merda. Ma non si rende conto che si sta contorcendo sulla sedia come se dovesse andare in bagno, e che la Zimbrig gli manda delle occhiatacce da quando ha iniziato a mettersi le dita nel naso. E' una sua vecchia abitudine, o meglio di Roland; in passato mamma aveva biasimato quel "maleducato" di suo figlio come se facesse un torto a lei, mentre pap gli aveva mollato un ceffone per quel "brutto vizio". Come se rovistarsi nelle narici fino a farle sanguinare fosse il pi brutto e il pi sfigato dei suoi vizi. Ma adesso la Zimbrig lo sta fissando con i suoi occhiali di plastica nera. E adesso dove pulirsi le dita? La troia lo sta guardando, cos si sbriga a pulirsi sul ginocchio dei jeans, dove il moccio va a fare compagnia alle altre croste verdastre.
Suona la campanella. Fine della prima ora. Tusk si sveglia come da un sogno, e gli sembra di essere piombato in mezzo a "V.M.18", "spara stop ricarica", e sorride come se non sapesse dove cazzo . Intanto  in piedi, raccoglie lo zaino e sta uscendo dall'aula magna col suo passo strascicato, i capelli unti che gli scivolano sulla faccia, sta passando davanti a Miss Zimbrig, quando la troia gli mormora con un sorrisetto: "Prendi, Roland. Non fare complimenti." E gli offre un kleenex dalla scatola sulla cattedra. Gli altri si mettono a ridacchiare. Tusk sussulta, diventa paonazzo, ma gli hanno inculcato cos bene di essere gentile con gli adulti, che mormora: "Grazie, Miss Zimbrig!"
E prende un kleenex.

"La troia la deve pagare. Nessuno pu ridere di Tusk. Nessuno piglia Tusk per il culo. La resa dei conti  vicina"!

Di Roland Landrau Senior, Tusk si ricorda appena. Mica l'aveva conosciuto bene quando era suo pap. E' come se l'immagine fosse tutta tremolante, e anzich del sonoro ci fossero delle scariche di elettricit. O come se vedesse la scena da un telescopio. Loro tre, a tavola. Il padre sta rimproverando il piccolo Roland (tre anni? Quattro?) con accanimento quasi infantile, con i gomiti puntati sulla tovaglia (e senza accorgersi di tirarla), perch il piccolo Roland sta mangiando troppo in fretta, o sta giocando col cibo nel piatto, o sta bisbigliando qualcosa a sua madre invece di rivolgersi a entrambi i genitori, o sta parlando mentre pap sta facendo un discorso, o se ne sta zitto, con la testa china sul piatto, quando invece dovrebbe dire qualcosa. Roland Junior, che non sembrava avere mai imparato (che ragazzino deficiente! Come si fa ad avere piet di una simile testa di rapa?) che bisognava guardare pap in faccia e non farsi piccini piccini o mettersi a piangere - cosa che lo faceva arrabbiare sul serio, perch era come se accusasse pap di essere "un prepotente che si approfittava di lui". Roland Junior, che subito dopo strillava perch pap gli dava un ceffone, o lo prendeva per le spalle scuotendolo come un sacco di patate, o - la cosa che lo spaventava di pi, anche se non era la pi dolorosa - gli afferrava le guance paffute con le sue dita enormi e si chinava a urlargli in faccia a un centimetro di distanza. (Dov'era mamma? Seduta al tavolo, pallida in volto, preoccupata, a mordersi il labbro fino a smangiarsi il rossetto, una mamma cos bella e sempre fresca di parrucchiere, e non si capiva perch Roland, crescendo, avesse smesso di fidarsi di lei, della sua mamma che sosteneva che le scene in sala da pranzo non fossero mai successe, n avrebbero potuto succedere perch, spiegava a Roland: "Gran parte di quello che uno pensa gli sia successo nella vita, se lo immagina soltanto") Per non dire della volta che Roland aveva sei anni e non era pi un bambino ed era scappato da tavola mentre pap gli stava dando una lezione e lo aveva afferrato sulle scale trascinandolo gi, e sentiva i denti e il cervello sbattere da tutte le parti, e aveva tirato un respiro per gridare ma il grido non era riuscito perch era intrappolato dentro di lui come cibo masticato a met, e la faccia rossa gli si era gonfiata come un palloncino sul punto di scoppiare, gli occhi gli stavano uscendo dalle orbite ed era svenuto, e dopo era stato svegliato da uno che non aveva mai visto prima, in un posto di un bianco abbagliante dove non era mai stato, e anche se non voleva l'avevano costretto a respirare, a rimettere le cose a fuoco con gli occhi che non volevano pi vedere: la volta del suo primo "attacco di asma", come lo avrebbero definito in seguito i suoi genitori, con tono inevitabilmente grave e compreso.

Vecchie stronzate mezze dimenticate. E' come se fossero successe a un altro moccioso, a qualche sfigatello patetico, che adesso non esisteva pi.
"Ciao, Tusk."
"Ciao, 'lyse."
"Come va?"
Tusk alza le spalle. "E tu?"
Alyse alza le spalle anche lei. Jeans attillati e golfino di cotone che mette in rilievo i suoi piccoli seni a forma di pera. All'orecchio sinistro ha sei borchie scintillanti. I capelli gialli striati di nero. Gli occhi maliziosi cerchiati di mascara. Sporge le labbra e rotea gli occhi come se fosse nel primo piano di un film. "Pi o meno okay," grugnisce. "Ma anche un po' incazzata, se lo vuoi proprio sapere."
Prima che Tusk riesca a trovare una replica intelligente, Alyse prosegue dondolando il culetto che Tusk guarda con intenzioni libidinose. Prima di entrare nella sua classe, Alyse si volta, ma Tusk se n' gi andato, stringendo lo zainetto sporco, con lo sguardo perso nel vuoto.
Che sia Alyse quella giusta? E se non ci fosse altra scelta?

L'ora seguente  dedicata allo studio in biblioteca. Tusk immagina di attirare l'attenzione per il modo in cui se ne sta accovacciato davanti all'"Enciclopedia Britannica" e ad altri libri che nessuno va mai a consultare se non per qualche ricerca. Tusk sta facendo delle smorfie sfogliando l'atlante di biologia umana, quando arriva la bibliotecaria, Mistress Kottler. "Che cosa stai cercando, Roland? Ti posso aiutare?" Ma Tusk non la guarda neanche in faccia. Alza le spalle e mormora qualcosa che sembra: "Naa, sono a posto cos".
Alla fine ha trovato quello che cercava: un disegno del corpo umano con ossa, organi, arterie e nervi in evidenza. Il cuore  pi in basso di quello che uno penserebbe. E ci sono delle ossa che lo proteggono. E il collo? Con tutti quei vasi sanguigni. "Le arterie carotidi riforniscono di sangue il cervello". D'istinto Tusk individua un'arteria pulsante sul proprio collo, sotto la mandibola. La carotide  probabilmente la scelta migliore. Basta un taglio solo, al massimo due. O rigirare la lama. Se la sua vittima  Alyse Renke, sar facile da sopraffare, essendo pi alto di lei. Se invece sar un adulto, la sfida sar maggiore, ma "vuoi scommettere che per Tusk non sar un problema"?
E' solo questione di posizione e di leveraggio. E di cogliere il momento giusto. Come in "V.M. 18". Colpire di sorpresa. Fuoco rapido. "Bang bang bang! Game over".

Anche con il pap di Roland era stato un "bang! Game over". Un momento prima stava parlando al telefono, e un momento dopo era accasciato di traverso sulla sua sedia girevole dietro la scrivania, come uno sorpreso da un terremoto e paralizzato nell'attimo della prima, terribile scossa. Stava discutendo con un socio, Mister Harison? E suo figlio Roland, di dodici anni, che era al piano di sopra, nella sua stanza, a fare i compiti di algebra col computer, aveva sentito la voce di suo padre, piena di dolore e di terrore come quella di un animale ferito? "Il figlio aveva sentito suo padre che lo chiamava disperato"?
Il socio in seguito avrebbe dichiarato di avere pensato che Mister Landrau avesse riagganciato senza salutarlo. Non che Mister Landrau fosse un maleducato, ma aveva i suoi modi per esprimere impazienza o indignazione: per esempio troncare una conversazione telefonica senza convenevoli, o sbattere gi la cornetta e staccare la linea.
La sfortuna di Mister Landrau fu che a casa, nel momento del bisogno, non ci fosse nessuno (a parte il figlio). Forse avrebbe potuto essere salvato, se fosse stata chiamata un'ambulanza e fosse stato portato subito in neurochirurgia. Forse. La vedova e i parenti avrebbero avuto modo di meditarci. Ma Mistress Landrau stava facendo shopping da Lord & Taylor, e l'efficiente donna delle pulizie portoricana era andata a casa un'ora prima. E la porta della stanza di Roland Junior era chiusa. Dato che fin dalla terza media il ragazzo aveva cominciato a rivendicare il proprio diritto alla privacy. E quindi le sue parole erano plausibili. "Non ho sentito pap! Non ho sentito niente"!
A scoppiare, nel cervello di Mister Landrau, fu un vaso sanguigno indebolito. Un "aneurisma". La "dilatazione anormale di un vaso sanguigno nel cervello", spesso non diagnosticabile, e spesso fatale. Roland Landrau Senior era gi morto quando la moglie torn a casa, scoprendolo sulla sedia girevole nello studio, la cornetta sul pavimento, la faccia pallida cos contorta da essere difficilmente riconoscibile. La bocca aperta e gli occhi fissi come quelli di una bambola, troppo rotondi e brillanti per essere veri.
Al piano di sopra, chino sulla tastiera del suo computer, Roland Junior ud sua madre che gridava. Un rumore come di seta strappata dentro il suo cervello, che continuer a sentire per il resto della sua vita. Lo sa.

"Lo sai chi mi piacerebbe seccare una volta? Snyder faccia-di-cazzo."
"Wow, Tusk! Figo!"
"E' questo qua il coltello di mio padre. In pratica  come un pugnale. Ha gi su le macchie di sangue, sapete? Viene dal Vietnam. E' questo che userei. Una pistola no, perch anche se ce l'avessi, farebbe troppo rumore."
"Giusto, Tusk!"
Ma questi coglioncelli non lo stanno prendendo sul serio, se ne accorge anche lui. E' la quarta ora. Tusk si sta cambiando lentamente. Cazzo quanto odia l'ora di educazione fisica. Oggi si va fuori per i salti, dove lui  una scamorza, scoordinato come quando era Roland Junior, il timido Roland sbeffeggiato dagli altri che ridevano come iene. Se c' una cosa che odia Tusk  essere irreggimentati, come nell'esercito. "Butch" Snyder che batte le sue mani a prosciutto, gonfia le guance e con gli occhietti da checca che gli brillano grida, come se fosse chiss che cosa: "Okay, ragazzi! Andiamo, ragazzi! Tre giri di pista per riscaldarsi, ragazzi! Forza, diamoci una mossa! " Magro com', con quelle gambe e braccia lunghe, uno potrebbe pensare che Tusk abbia il fisico del maratoneta, ma il povero ragazzo non ha pi fiato dopo cinque minuti, pi lento di lui c' solo il ciccione, d'altra parte ha qualche problema al setto nasale, da piccolo soffriva di asma. Il "coach" Snyder, che  uno degli insegnanti pi popolari della East Park, cerca di essere comprensivo. Cerca di celare il suo disprezzo per i mollaccioni. Figli viziati di ricchi, che tollera se sono degli atleti che gli obbediscono, ma di tutti gli altri, fighette, teppistelli e mezze seghe, non sa che farsene, a cominciare da questo "Tusk", che vorrebbe essere un duro facendo smorfie da psicopatico che parla da solo, con la sua facciotta sempre lucida di sudore come se avesse la febbre. "Roland, passa nel mio ufficio, okay? Prima per fatti la doccia e cambiati."
Tusk  spaventato. Ma si mette a ridere e dice ai compagni che  da un anno che si fa la doccia dopo la lezione di educazione fisica, che cosa pensa Snyder faccia-di-cazzo, che siano tutti culatoni come lui?
Nella stanzetta del "coach" dietro la palestra, senza finestre, Tusk tiene lo zainetto sulle ginocchia. Cristo se ha paura. Suda e trema e quasi gli battono i denti. "E' la volta buona. Un colpo nello stomaco, perch a Snyder sta crescendo la pancia ed  quello che si merita. Grande"! In qualche modo apre la tasca, infila la mano ed  la lama che tocca per prima,  abbastanza affilata anche se magari non come un rasoio; poi afferra il manico, lo stringe nel palmo sudato. Ma il "coach" entra di corsa e gli da una pacca sulla spalla. "Okay Roland, come va?" gli chiede, come se fosse suo fratello maggiore o un tipo diverso di pap. Ma prima che possa fare qualcosa, Tusk comincia a piangere, le lacrime bruciano come acido sulle sue guance. Il "coach" arrossisce, facendo finta di non vedere, anche se  imbarazzato, eccome. Ripete: "Come va?" con un tono gentile che scombussola Tusk ancora di pi, cos si alza in piedi, con due occhi spiritati, e balbetta: "M-mi lasci solo! Lei non sa niente di me! Vaffanculo non mi tocchi mi lasci stare!" Tusk vorrebbe estrarre il coltello del Vietnam, la mano destra infilata nella tasca sta stringendo il manico liscio (il "coach" si ricorder di questo particolare, parlando del fatto), ma merda sta piangendo troppo forte, non piange cos da quando era un ragazzino, uno si dimentica quanto si possa stare "male". Il "coach" si  alzato sorpreso, sta dicendo: "Ehi Roland, aspetta..." ma Tusk  gi corso fuori, stringendo lo zainetto contro il petto, non vede dove cazzo sta andando, sta soffocando, si nasconde in uno dei cessi vicino al magazzino finch non suona la campanella della quinta ora e la via  libera, tanto il "coach" ha di meglio da fare che inseguire un adolescente in crisi.
"Avevo pensato di esonerarlo per qualche giorno, senza dire niente a nessuno dell'istituto; mi ero accorto che era turbato, ma non pensavo che fosse una cosa cos seria. E quella sera pensavo di fare una telefonata a Mistress Landrau.
S, sapevo che il padre era morto".

Quando l'aneurisma fece "bang! ", Roland Junior era nella sua stanza, che era praticamente sopra lo studio del padre. S, lo aveva sentito gridare. Gridare e basta: senza chiamare aiuto o altro. Come un animale ferito e terrorizzato. Comunque, chino sul computer e concentrato sul compito di algebra, Roland Junior, che era un dodicenne ipersensibile, non lo sent veramente. O se lo sent, non cap. Pap aveva un televisore nello studio, e a volte lo accendeva per vedere il telegiornale, e quindi forse veniva da l, il grido strozzato. "S, ho sentito. Ho sentito qualcosa. Sapevo che era pap. Sapevo che gli doveva essere successo qualcosa. Un infarto, pensai. O che stesse bruciando nei suoi vestiti, come in un film. Mi immaginavo sempre delle strane cose. Comunque sto scherzando, non ho sentito niente dal piano di sotto. La mia camera non  proprio sopra lo studio, ho studio  nell'angolo della casa, io stavo facendo i compiti. Era come se fossi paralizzato. Non ho sentito niente. Nessun rumore. Finch mamma non  tornata a casa e ha cominciato a urlare".
Roland Junior corse nel bagno della sua stanza, chiuse a chiave la porta, accese la ventola e tir lo sciacquone, premendosi i palmi sudati contro le orecchie, stringendosi la testa come in una morsa.
"No! No! No! Non ho sentito un cazzo di niente"!

Tusk, con gli occhi rossi, sta saltando la quinta ora, matematica. Sta ciondolando nel corridoio davanti all'aula dove Alyse Renke sta seguendo la lezione di scienze sociali. Passa davanti al vetro della porta in modo che Alyse possa vedere la sua faccia pallida attraverso le sue ciglia impiastrate. E' eccitato, sa che i suoi compagni stanno ridendo di lui dopo quello che  successo durante l'ora di educazione fisica. Sa esattamente chi sono. C' anche Darian Fenner, il suo ex amico ora suo nemico, che non era a lezione di educazione fisica ma  amico di uno che c'era, e poco prima Tusk ha visto entrambi che ridevano negli spogliatoi e ghignavano verso di lui. "Guarda l Tusk il duro. Come mai  cos bagnato? E' solo sudore o se le fatta anche addosso"? E' solo un caso che Darian stia seguendo la stessa lezione di Alyse, e Tusk non vuole essere distratto pensando a lui, anche se il suo ex amico l'ha tradito e merita di morire. E gi scivola in un sogno a occhi aperti e vede la scena al ralenti: lo potrebbe sorprendere nei cessi e segargli la gola fino a staccare la sua testa da sfigato dal suo corpo tozzo da sfigato, dopodich la metterebbe nella tazza, a occhi aperti. "Tusk! Che animale! Avete sentita cos'ha fatto a quello sfigato di Darian Fenner? Grande"!
Anche se alla T.V. la testa non l'avrebbero fatta vedere. Solo foto di Darian da vivo.
"Ecco quello che succede a rompere le palle a Tusk Landrau".
Tusk sta stringendo lo zainetto e non vede Alyse Renke finch non ci sbatte praticamente contro. E' tutta affannata, e dice che  uscita con la scusa di andare in bagno. Ma che cosa stanno a perdere tempo in quella fogna? "Andiamocene dall'uscita vicino alla mensa, che non se ne accorge nessuno. "

Ha sentito sua mamma che piagnucolava al telefono, che non sapeva pi che cosa fare con lui, che Roland non era pi quello di una volta, che a volte le faceva paura solo a guardarlo, e gi lacrime. Ma perch cazzo la stronza immaginava di dover "fare" qualcosa con lui? Non era mica un cane o cosa. "Non  mica lei a deciderlo. Sarebbe ora che lo capisca."
"Vero, cazzo," dice Alyse, tossendo e sbuffando il fumo della sigaretta che regge con le dita tozze dalle unghie lunghe dipinte di viola. "Mia madre dice le stesse cose. E pure mio padre. Mi stanno sempre addosso. Ma dimmi, hai mai pensato... Hai capito..." Alyse fa scorrere l'indice sulla sua gola, ghignando, "... di seccarli?"
"Chi?"
"Cio, tua madre e tuo padre."
Tusk rivolge ad Alyse un sorriso assente. Come se non avesse capito bene. "Be', mio padre, praticamente  morto."
Alyse apre la bocca impiastrata di rossetto rosa, e spalanca gli occhi carichi di mascara. Sfiora il braccio di Tusk con i suoi artigli, e gli viene la pelle d'oca. "Ges! L'avevo dimenticato."
"Fa niente."
"Tusk, mi spiace. Lo sapevo, mi sono dimenticata."
Tusk  imbarazzato, alza le spalle. "Fa niente,  okay."
"Voglio dire, merda. Lo dovevo sapere."
"Cavolo, non fare una tragedia. E' passato pi di un anno."
Tusk  sorpreso, e commosso, che Alyse Renke faccia tante scuse e sembri cos sincera, stringendosi a lui come se fosse la sua ragazza mentre costeggiano il campo da gioco della scuola per andare nel terreno paludoso che scende fino alla ferrovia e al viadotto. Non  la strada che Tusk fa di solito per andare a casa, ma conosce la zona perch ci viene spesso in bicicletta. E una terra di nessuno, tranne la strada a due corsie a est, su cui per c' sempre poco traffico. In un film, sta pensando Tusk eccitato e nervoso, ci sarebbe una panoramica di loro due che scendono lungo il pendio, in mezzo ai rifiuti sparsi come alghe attorno agli alberi tozzi e ai cespugli che cominciano a mettere gemme nell'inatteso sole primaverile. E il cielo alterna chiazze di nuvole sfrangiate e pezzi di azzurro abbagliante come se fosse dipinto. E a questo punto la macchina da presa si avvicinerebbe di colpo per dire: "Attenzione! Sta per succedere qualcosa". Perch sullo schermo ogni momento  carico di elettricit e di significato, non come la vita vera, che  cos schifosamente deprimente. Alyse sta parlando a Tusk con la sua tipica foga, si lamenta ancora dei genitori e specialmente della madre, "che secondo me ha una gelosia morbosa per la propria figlia", e di Mistress Thibaudeau, la sua prof di scienze sociali che l'ha presa di mira "e mi tratta come se fossi una ritardata", e Tusk pensa di non avere mai visto il primo piano di una ragazza cos sexy come quello di Alyse Renke, con il labbro imbronciato, gli occhi verdi sfuggenti e quel suo modo di sospirare e di respirare profondamente, con le tettine che le spuntano dal golfino color prugna, e anzi si sfregano contro di lui come l'ha vista fare con i ragazzi pi grandi che Alyse frequenta (ha sentito), a seconda che abbiano la macchina e sappiano usare un preservativo. A scuola, in mensa, se ci sono in giro altri ragazzi, Alyse fa un po' la zoccola, sghignazza, dice cazzate, e Tusk, che non ha mai la battuta pronta, rimane l come un allocco, e non sa mai se Alyse lo prende in giro, cos come non sa mai se  pazzo di lei, innamorato pazzo di lei, o se invece la disprezza, da quella zoccoletta che , e nemmeno tanto sveglia. (In seconda media, quando hanno fatto i test,  corsa voce che un certo numero di studenti, tra cui Alyse Renke, avesse ottenuto un Q.I. inferiore a 100. Roland Landrau Junior ha ottenuto 139, con una certa delusione da parte di Roland Senior che, considerato quello che aveva ottenuto alla sua et, si aspettava un punteggio superiore da parte del suo unico figlio.)
"Sai, il mio vecchio?" mormora Tusk. "L'ho lasciato morire, pi o meno."
Alyse forse ha sentito e forse no, e ammicca verso la strada come se fosse miope. C' un 7-Eleven abbastanza vicino, ma devono attraversare una zona paludosa, a rischio di bagnarsi i piedi. Mentre a fare il giro lungo la strada ci si mette il doppio del tempo. "Ah s? Troppo forte," commenta Alyse tenendosi sul vago. E' lei che fa strada, e deve aver deciso di attraversare il prato. Col sole e gli stagni ci sono insetti dappertutto che ronzano e svolazzano, nuvole di moscerini; e poi un suono trillante, come di nacchere - pulcini? Alyse ha detto di avere sete, che muore dalla voglia di bere una Diet Coke,  una capace di bersi dodici Diet Coke al giorno, e a Tusk che la guarda con gli occhi sbarrati spiega che  cos che si tiene in linea, e alza il golfino abbassando contemporaneamente i jeans attillati, solo un pochino, ma abbastanza perch Tusk veda la sua vita liscia e pallida e il piercing all'ombelico che sfoggia una pietra rossa. Alyse tiene molto a essere magra, ma non pelle e ossa come una di quelle anoressiche che fanno scappare i ragazzi. E poi ha finito le sigarette e lui non ne ha, vero? - e in questo stupido Stato (o  una legge federale?) "se sei minorenne, non puoi comprare le sigarette. Gi, perch cos non puoi fumare", dice sarcastica.
A vedere il piercing col rubino nell'ombelico di Alyse Renke, Tusk non capisce pi niente. Perde completamente la testa. Deve essere un segnale, giusto? Alyse ha portato qui Tusk Landrau perch vuole fare roba con lui, giusto? L'ha gi fatto con un sacco di ragazzi, ha sentito Tusk - Jakey Mandell, Derek Etchinson, Buddy Watts fin dalla seconda media, e poi con i ragazzi pi grandi delle superiori. E quello di adesso  il segnale che lo vuole scopare, giusto? E' il suo turno! Tusk ha paura,  eccitato, e dice, con una ridicola voce strozzata: "Ehi, 'lyse... Andiamo gi di qua, okay?" Tusk sta indicando il sottopassaggio sotto la ferrovia, un tunnel dove non passa mai nessuno, pieno di immondizia e di pozzanghere, con le pareti coperte di graffiti. Alyse lo guarda di traverso e arriccia il naso: "Eh? Perch? Ho detto che voglio una Coca." Il suo labbro inferiore sporge imbronciato. Si vede che  una ragazza abituata ad avere tutto e subito. All'attaccatura dei capelli, dove iniziano le strisce zebrate, ha una serie di foruncoli. "E dai, forza," insiste Tusk. Alyse scuote la testa, stizzita, ma nella faccia minacciosa di Tusk, nei suoi occhi arrossati come se avesse appena pianto, nei suoi occhi vecchi e giovani, "occhi diversi da quelli di tutti i ragazzi della sua et, lo giuro", vede la promessa di qualcosa di curioso, di sexy, perch bisogna ammettere che Tusk Landrau  abbastanza figo, per essere un tredicenne che solo un anno prima era uno sfigato pazzesco. Cos, d'un tratto, Alyse allunga la testa e da un bacio a Tusk -  la prima volta che lo bacia una ragazza! -, lo bacia sulle labbra secche, lieve come una farfalla, e gli si struscia contro, sussurrando maliziosa: "Okay, magari dopo. Ma prima ho voglia di Coca e patatine, okay?" Tusk ha lo sguardo perso nel vuoto, ma Alyse gli preme contro il braccio elettrizzato il suo seno sinistro, duro come una pera verde. E' la volta buona. Tusk sente un rombo nelle orecchie. Fa fatica a respirare. Asma del cazzo. No, non ha mai avuto l'asma, sta benissimo. E' sempre stato benissimo. Hanno cercato di fare di lui un handicappato, ma sta benissimo. Ce l'ha dritto come un coltello. La sua erezione  un coltello. Adesso porter nel tunnel questa troietta e la scoper fino a farle uscire il cervello dalle orbite e la pugnaler col coltello del Vietnam come ha sempre pensato di fare, e forte di questo correr con le sue Nike nuove fino alla casa coloniale bianca con le persiane verdi di Phesant Hill Lane, dove uccider sua madre nello stesso modo. Finalmente! Adesso tocca a lui! "Era solo per farla smettere di soffrire, voglio dire... Mica la odiavo, cazzo... Le volevo bene, penso - era mia mamma, no"? Tusk dovr pensare bene a cosa dire alla polizia e al suo avvocato, alla T.V. e alla stampa; probabilmente sar la sua unica occasione, e non dovr sbagliare neanche una mossa. "Ehi, Tusk? Sei fatto o cosa? Datti una mossa." Alyse Renke sta ridacchiando, Tusk vede muoversi le sue labbra rosa ma non sente quello che sta dicendo. "Alyse era la mia ragazza. L'avevo avvertita fin dall'inizio che non avrei voluto dividerla con nessuno. Volevo essere rispettato". Tusk sta stringendo il suo zainetto, e si chiede se come storia possa stare in piedi. Pensa di s. Forse. Certo, Alyse lo fa andare abbastanza gi di testa, a essere onesti. Quanto le piacerebbe baciarla, magari in un posto buio come il Cinemax. O andare a casa sua, come ha sentito che fa Jakey Mandell, il sabato. Ma Ges, quanto gli fa male l'uccello in tiro, sembra di avere un tubo di metallo nei boxer. Come fa a camminare adesso? Il suo vecchio si vergognava a parlargli di queste cose, delle "prime esplorazioni sessuali", come diceva lui, o della riproduzione della specie e del richiamo inarrestabile della natura - ma adesso come fa a camminare? Potrebbe prendere la mano tozza di Alyse e premerla contro il rigonfiamento nei suoi pantaloni, e farle sentire la sua mercanzia. La zoccoletta urlerebbe e tirerebbe via la mano come se si fosse bruciata, ma rimarrebbe anche impressionata, vero? Solo che Alyse adesso sta correndo nel prato, imprecando quando si bagna le scarpe, e Tusk  costretto a trotterellare dietro di lei, ansante e piegato in due come se avesse il mal di stomaco. "Ehi, 'lyse! Aspetta."
Merda, si sta bagnando le Nike nuove.
Sono gli unici clienti nello squallido 7-Eleven. Alyse conosce il posto e va direttamente nel retro a prendere la sua Coca. Una radio gracchiante trasmette rock degli anni Settanta; dietro il bancone un tipo grassoccio con la barba brizzolata e i pochi capelli tutti grigi, non sorride. E' una specie di hippy, ha il codino e una T-shirt dei Grateful Dead sporca e tesa contro la sua pancia da bevitore di birra, mentre la salopette lo strizza come una salsiccia. E dietro gli occhiali bifocali senza montatura ha inquadrato subito Tusk con il suo sguardo metallico. "Lo stronzo non mi ha dato scelta. Che cazzo gli avevo fatto? Nazista di merda, neanche un negro avrebbe trattato peggio". Alyse deve conoscere l'hippy grasso, o almeno fa finta, chiacchierando col suo fare da troietta e lamentandosi che non pu comprare nemmeno un pacchetto di Virginia Slims. "E chi lo verrebbe a sapere, andiamo, non c' nessun altro. Magari potrei pagare qualcosa in pi le patatine. Tusk, hai della moneta?" Ma l'hippy presta ad Alyse la stessa attenzione che uno accorderebbe a uno sciame di moscerini, e anche Tusk non le da retta, impegnato a rovistare tra gli scaffali, tra le confezioni sgargianti di Doritos, Snak-Mix, Pringles e pop-corn Miracle Micro, districandosi tra i sacchi di cibo per i cani e sabbia per i gatti. Tusk  un timido, in fondo, adesso  tutto curvo come se volesse scomparire, col petto praticamente concavo, in quella posizione che tanto faceva incazzare il vecchio - anzi, non si stupirebbe di sentire la sua voce disgustata sopra la musica. Tusk sta parlando da solo, cosa che non fa mai in pubblico, non ad alta voce, ma muovendo le labbra; la sua faccia infantile  tutta accartocciata ed  quasi sul punto di piangere. Ha le ascelle che gli prudono come se l'avessero morso delle formiche rosse. E prima ancora che l'hippy pronunci una sola parola per precipitare la sua rovina, Tusk sembra averlo gi capito. "E' lui! E' questo stronzo che stavo aspettando". "Ehi tu, ragazzo! Dico a te! Sposta il culo fuori di qui, hai capito?" dice l'hippy con una voce aspra e nasale, premendo la pancia contro il bancone. E' un tipo massiccio, muscoloso, coi peli che gli escono dalla T-shirt dei Grateful Dead. E Tusk balbetta: "C-che cosa? Ma non sto facendo niente." Anche Alyse protesta: "Tusk non stava facendo niente! Andiamo, Mister!" Ma l'hippy la ignora e dice sprezzante: "S, come quando l'altro giorno tu e i tuoi barboni di amici siete venuti qui a spaccare i sacchetti di roba, vero? A stappare le lattine e lasciarle colare sugli scaffali mentre io servivo i clienti, 'vero'?" Tusk  offeso, confuso, e scuote la testa, dicendo: "Mister, io non sono mai stato in questo negozio." Ed  vero. A Tusk trema il labbro e si annebbia la vista, ma l'hippy  furibondo e implacabile, esce da dietro il bancone agitando le sue braccia muscolose, la faccia adesso  paonazza ma gli occhi sono sempre metallici. "Ho detto fuori dal mio negozio, barboncello! Sei un ladro, un vandalo e un barbone, e se fossi il tuo vecchio mi sarei gi sparato in testa. Esci subito di qui prima che ti rompa il tuo..."
E d'un tratto l'hippy si guarda in basso, con uno sguardo di profondo stupore e meraviglia, "perch Tusk gli ha infilato una lama di diciotto centimetri nelle budella, fino al manico".
Dopodich tutto accade rapidamente.
Anche Tusk si muove rapidamente, ma  come se guardasse tutto dall'esterno. Osserva le proprie mani macchiate di sangue, estrae il coltello dal ciccione che cade in ginocchio, e lo colpisce un'altra volta. "Stronzo! Non avevi il diritto! Anch'io ho i miei diritti! Cosa dici adesso?" L'hippy  per terra, sta urlando, cerca di fermare il sangue che gli esce dalla pancia, e Tusk ansima vittorioso, si libera con un calcio,  impiastrato di sangue dappertutto - i jeans, le Nike nuove, merda! -  eccitato, spaventato - ma non tanto -, corre dietro il bancone verso il registratore di cassa, pensando: "Avr bisogno di soldi se mi devo nascondere", ma la cazzo di cassa  sigillata e non c' modo di aprirla, per quanto Tusk cerchi di tirare il cassetto spezzandosi le unghie e lasciando sul metallo impronte sanguinose e compromettenti, ma che cosa deve fare? - sta tutto succedendo cos in fretta.
E poi il ronzio nelle orecchie, come di un calabrone in trappola, che non sa da dove venga. Rock d'annata a tutto volume e qualcuno che urla. E poi Tusk si ricorda di lei, quasi con nostalgia, come se tutto fosse successo molto tempo prima e adesso si stessero allontanando alla velocit della luce, come si dice accada alle infinite particelle di cui si compone l'universo: la ragazza coi capelli zebrati. Alyse Renke. "La sua ragazza". Ha la faccia raggrinzita come una scimmia, pi per la rabbia che per l'orrore - "Che cazzo stai facendo, Tusk? Mi vuoi dire che cazzo stai facendo, brutto stronzo"? Lui aveva continuato a pugnalare l'hippy grasso finch era riuscito a estrarre la lama e affondarla nella sua carne, come se qualcosa gli stesse friggendo il cervello, finch quasi era venuto nei pantaloni, e si era girato senza fiato verso la ragazza furiosa, che per vedendo i suoi occhi vitrei era indietreggiata come se si rendesse conto solo allora della situazione - il coltello, il sangue che scorreva, l'adulto che si contorceva e mugolava ai piedi di Tusk. Tusk che adesso non sa dove sia finita, "lyse? Ehi lyse?" si sente gridare con una voce ferita, quasi come se stesse ridendo. "Ti stai nascondendo? Da me?" Ma Alyse non si vede da nessuna parte. Non  nel negozio. Dove ci sono solo Tusk e l'uomo che geme. Solo scaffali pieni di roba, file di lattine e sacchetti di plastica e in fondo un orologio pieno di insetti morti che fa le due e venticinque del pomeriggio e Tusk si ricorda di colpo che a scuola c' ancora lezione, normale che non ci siano ragazzi al 7-Eleven. C' solo l'hippy grasso, steso supino, che boccheggia e torce la gamba sinistra in una pozza di un liquido simile a vernice che riflette la luce del neon. Ma poi Tusk vede che la ragazza  fuori, sta correndo verso la strada, forse sta gridando. L'ha lasciato? Alyse Renke, la sua ragazza, sta scappando da "lui"? Quando solo pochi minuti fa lo stava baciando? E lui avrebbe fatto questo per lei? Per mostrarle che fa le cose sul serio? Tusk corre alla porta e grida disperato: "'lyse! Torna qui! Ehi..." Ma Alyse non sente, corre agitando le braccia, inciampa, arriva sulla strada, si sta avvicinando una station-wagon. E Tusk sa che si fermer.
Lo trovano dopo qualche minuto. Non  il posto che aveva programmato, e neanche il momento.
Sul retro del 7-Eleven, dietro il cassonetto colmo e maleodorante. Il coltello viscido tra le dita, mentre cerca l'arteria - come si chiama, la carotide -, nella propria gola. Goffo e affannato. "Non l'ho mai sentito chiamarmi. Non l'ho mai sentito gridare. Mai"! In lontananza il fischio di un treno. E anche il latrato ostinato di un cane abbandonato. Una sirena. Si sta avvicinando? Deve sbrigarsi. Non vuole incasinare tutto come ha fatto finora, ma si deve dare una mossa. Tornare indietro non pu, rivivere questo o qualunque altro giorno neanche, gliel'hanno detto a lezione di fisica che il sole continuer a splendere per altri cinque miliardi di anni prima di far collassare l'intero sistema solare, ma Tusk non avrebbe la forza di resistere un giorno di pi. Neanche uno! Col coltello recide l'arteria pulsante che ha individuato sotto la mandibola, una sensazione acuta e bruciante e il sangue inizia subito a sgorgare, ma il taglio non  abbastanza profondo e quindi tenta un'altra volta, usando la sinistra per tenere ferma la destra e premere con tutta la forza che gli rimane, in ginocchio, dondolando, boccheggiando, soffocato da qualcosa di caldo e di liquido. Merda, ha lasciato cadere il coltello, non c' modo di raccoglierlo in mezzo ai giornali bagnati e ai sacchetti gialli e fruscianti dei Doritos, ma eccolo, scintillante di sangue, la sua unica consolazione, lo raccoglie, lo stringe, prova di nuovo.



La fidanzata del liceo: un racconto del mistero.

Era un uomo di grande riservatezza, il cui destino sarebbe stato, anno dopo anno, di diventare una sorta di figura pubblica e di modello per gli altri. Con suo grande stupore e turbamento, si capisce. Relativamente giovane, R. aveva acquistato fama come autore di romanzi di successo non privi di qualit letterarie; il genere in cui eccelleva erano i thriller psicologici, forse perch ne rispettava la tradizione e li elaborava con infinita cura. Forti di intrecci nitidi ed essenziali, ma densi di grovigli psicologici, erano romanzi, come affermava nelle interviste, scritti frase per frase, e quindi da leggere con pari attenzione, frase per frase, come se si dovessero eseguire complessi passi di danza. R. stesso era stato sia coreografo sia danzatore. E a volte, anche dopo decenni di sforzi, perdeva il filo, e piombava nella disperazione. Poich, in una vita passata a contemplare il "mistero" (In inglese la parola "mystery", oltre che "mistero", designa il genere letterario da noi tradizionalmente definito come "giallo". N.d.T.) c'era un elemento di orrore: una inermit morbosa e viscerale che bisognava volgere in controllo, "maestria". E cos R. non si arrendeva ad alcuna sfida, per quanto ardua. "Arrendersi significa confessare la propria condizione di mortalit".
R. era una di quelle persone ammirate da molti ma che rimangono misteriose anche per i vecchi amici. Poco per volta, impercettibilmente - cos gli sembrava - era diventato un rispettato signore di una certa et; forse perch il suo aspetto ispirava fiducia. Aveva capelli chiari, sottili, color sabbia, che gli aleggiavano attorno alla testa; fronte ampia, occhi azzurri di sorprendente franchezza; era alto pi di un metro e ottanta e magro come la lama di un coltello, con arti affusolati e un'energia giovanile. Non sembrava mai invecchiare, o anche solo maturare, ma conservava un'irreale giovinezza nordica, con qualcosa di freddo e crudele in fondo agli occhi; come se, dentro di s, avesse una tundra di terrificante e algida monotonia, sovrastata dal vuoto totale del cielo artico. Uno dei misteri pi fitti che lo circondava riguardava il suo matrimonio, poich nessuno di noi, per quarant'anni, pot mai vedere sua moglie, e tanto meno esserle presentato; si presupponeva che il suo nome iniziasse con la B, dato che ciascuno degli undici romanzi di R. era dedicato semplicemente "a B."; e si riteneva che R. avesse sposato molto giovane una ragazza che era stata la sua fidanzata del liceo in una cittadina del Michigan settentrionale; che costei non fosse affatto interessata alla letteratura e tanto meno alla carriera del marito; e che non avessero bambini.
In una delle poche interviste concesse a malincuore, una volta R. ammise enigmaticamente che lui e sua moglie non avevano figli. "Questa  una delle cose che non ho commesso."
Come eravamo fieri di R., uno dei maestri del nostro campo! Quando ti parlava, ti sorrideva o ti stringeva la mano come un automa, ti sentivi un privilegiato, anche se rimaneva un lieve disagio per quel remoto bagliore artico negli occhi azzurri.

A R. veniva spesso proposto di rivestire cariche di prestigio nelle organizzazioni cui apparteneva, anche se rifiutava sempre, vuoi per modestia, vuoi per senso di inadeguatezza. Ma alla fine, a sessant'anni, cedette, e venne eletto a larga maggioranza presidente dell'Associazione degli Scrittori Americani di Gialli: la qual cosa sembr al tempo stesso toccarlo profondamente e riempirlo di inquietudine. Spesso chiam i membri dell'esecutivo per sapere se era davvero lui la persona che volevano; e ogni volta lo rassicurammo che nessuno poteva essere pi adatto.
In occasione del suo insediamento alla presidenza, R. ci promise di leggere un suo nuovo racconto scritto per l'occasione, anzich il solito discorso noioso e condito di battute poco spiritose su cui avevano ripiegato alcuni dei suoi predecessori. (L'osservazione, naturalmente, suscit alcune risate. Dato che il nostro presidente uscente, vecchio amico di R. e di molti di noi, era uno stimato gentiluomo, tra le cui qualit, tuttavia, non rientrava certo la stringatezza.)
R. sal sul palco quasi con timidezza, e affront il pubblico di quasi cinquecento scrittori di gialli e relativi accompagnatori: dritto, ancora prestante nei suoi tratti nordici, impeccabile nel suo smoking con camicia bianca di seta e gemelli d'oro. I capelli gli aleggiavano sempre attorno al capo, ma erano pi argentei di quanto ricordassimo; e la fronte sembrava pi alta, con un osso in evidenza all'attaccatura dei capelli. Anche dalla platea si vedevano i suoi inconfondibili occhi azzurri. Con una voce gradevolmente modulata e musicale, R. ci ringrazi per l'onore di averlo eletto presidente, omaggio i membri uscenti, e accenn con rammarico al fatto che "circostanze impreviste" avevano impedito a sua moglie di partecipare alla serata. "Come sapete, amici miei, non ho cercato questo onore che, come si dice,  anche un onere. Ma sento che sono molte le cose che ci uniscono, e spero di mostrarmi degno della vostra fiducia. E spero apprezzerete il racconto che ho scritto per voi." Pronunciando queste parole, la voce di R. quasi vacill, e dovette fare un momento di pausa prima di cominciare a leggere, con tono drammatico, quello che sembrava essere un manoscritto di quindici pagine.


"La fidanzata del liceo: un racconto del mistero".

"Era un uomo di grande riservatezza, il cui destino sarebbe stato, anno dopo anno, di diventare una sorta di figura pubblica e di modello per gli altri. Con suo grande stupore e turbamento, si capisce. Relativamente giovane, R. aveva acquistato fama come autore di romanzi di successo non privi di qualit letterarie; il genere in cui eccelleva erano i thriller psicologici, forse perch ne rispettava la tradizione e li elaborava con infinita cura. Forti di intrecci nitidi ed essenziali, ma densi di grovigli psicologici, erano romanzi, come affermava nelle interviste, scritti frase per frase, e quindi da leggere con pari attenzione, frase per frase, come se si dovessero eseguire complessi passi di danza. R. stesso era stato sia coreografo sia danzatore. E a volte, anche dopo decenni di sforzi, perdeva il filo, e piombava nella disperazione. Poich, in una vita passata a contemplare il "mistero", c'era un elemento di orrore: una inermit morbosa e viscerale che bisognava volgere in controllo, "maestria". E cos R. non si arrendeva ad alcuna sfida, per quanto ardua. 'Arrendersi significa confessare la propria condizione di moralit.'"

A questo apparente errore, R. si interruppe confuso, studiando il manoscritto come se l'avesse ingannato o tradito; ma un momento dopo ritrov la sua compostezza, e continu:

"'Arrendersi significa confessare la propria condizione di 'mortalit.'
Quarantacinque anni fa! Non ero ancora R., ma un quindicenne di nome Roland, che nessuno chiamava Rollie, allampanato, maldestro, con una media altissima e una quantit di foruncoli simili a grani di pepe rosso sparsi sulla fronte e sulla schiena, perso in vani sogni erotici che avevano per oggetto la mia fidanzata del liceo, una bella ragazza bionda dell'ultimo anno di nome Barbara, e che tutti, alla Indian River High School, chiamavano Babs. Adesso che non sono pi quel ragazzo, posso considerarlo senza il disprezzo che all'epoca rivolgeva contro se stesso; riesco quasi a provare piet nei suoi confronti, simpatia, se non tenerezza. O indulgenza.
La mia fidanzata del liceo era di due anni pi grande di me e, mi vergogno a confessarlo, non sapeva di essere la mia fidanzata. Aveva un ragazzo della sua et e numerosi altri amici, e non aveva idea che la osservassi in segreto, con tanta brama. E il nome Babs - un nome qualunque, eppure cos americano, legato in qualche modo a un'idea di sanit - ancora adesso mi fa venir meno dalla speranza e dal desiderio.
Al liceo, temevo gli specchi quanto i giudizi poco diplomatici dei miei compagni, poich entrambi mi facevano confrontare con una verit troppo dolorosa. Come molti adolescenti intellettualmente dotati, ero precoce dal punto di vista scolastico e ritardato da quello sociale. Nei miei sogni, ero libero dal mio corpo goffo e mi libravo nell'aria, rapido come il pensiero; mi sentivo una pura mente, uno spirito alla ricerca di qualcosa; ed era la mia carne che fuggivo, il mio fondamento, il mio desiderio sessuale ossessivo. Nella vita reale ero timido e al tempo stesso spocchioso; me ne andavo in giro impettito, sapendo di essere il figlio di un dottore in un ambiente in prevalenza operaio, anche se vedevo con dolorosa chiarezza che la cortesia dei miei compagni era tutta di facciata, che se le loro bocche sorridevano con facile condiscendenza, i loro occhi mi evitavano. "Certo, tu sei Roland, il figlio del dottore, abiti in una delle grandi case di mattoni di Church Street, e tuo padre ha una Lincoln nera nuova e luccicante, ma di te non ci importa un fico secco". Gi alle elementari avevo imparato la differenza essenziale tra essere invidiati ed essere apprezzati. Ogni volta che esplodevano risate gioiose e liberatorie, Roland, il figlio del dottore, ne era escluso. Naturalmente avevo un paio di amici, cui ero abbastanza affezionato: maschi, come me intellettuali e solitari, e inclini all'ironia, per quanto fossimo troppo giovani per afferrarne il significato pi profondo, laddove si confondevano crepacuore e indignazione. E nutrivo i miei sogni segreti, che all'inizio del mio primo anno di liceo, con allarmante precipitazione e terrificante ostinazione, dessero a proprio oggetto la bella e bionda Babs: una ragazza il cui padre, apprezzato muratore e carpentiere, aveva lavorato per mio padre. Perch la cosa mi riempisse di imbarazzo in presenza di Babs, mentre la ragazza non ci faceva neanche caso, non saprei spiegarlo.
Beati anni dell'adolescenza! Gioia per alcuni, veleno per altri. E' l'et in cui si forgia il cuore di un assassino. Per E.., nel suo smoking preso a nolo, ha l'effetto di una catarsi ricordare che quarantacinque anni prima avrebbe scambiato volentieri la propria vita privilegiata di figlio studioso e amato di un medico di provincia, destinato a laurearsi summa cum laude alla University of Michigan, con quella del fidanzato di Babs Hendrick, Hai McCreagh: un aitante giocatore di football, che risicava sempre la sufficienza e avrebbe passato i suoi giorni a lavorare in una segheria dell'Indian River. "Se io potessi essere te, e smettere di essere me". In genere cercavo di non pensare a Hai McCreagh, ma solo a Babs Hendrick; di fatto la vedevo di rado, ma quando riuscivo a incrociarla, a scuola, ero cos concentrato su di lei da trasportarla in una dimensione rarefatta, come l'esemplare di qualche creatura delicata, farfalla o uccello tropicale, da custodire sotto vetro. Vedevo muoversi le sue labbra ma non sentivo nulla. Anche quando Babs mi sorrideva e mi rivolgeva un garrulo "Ciao! ", nella tradizione delle ragazze pi in vista della Indian River High che, forse per carit cristiana, si ritenevano in dovere di non ignorare nessuno - io quasi non la sentivo, in preda al panico, e al massimo balbettavo qualcosa a scoppio ritardato. E tenevo gli occhi socchiusi, temendo di fissare troppo audacemente il suo corpo minuto e flessuoso da ballerina, le sue labbra luccicanti di rossetto rosa e i suoi occhi sorridenti: nella mia paranoia, ero convinto che gli altri potessero scoprire il mio desiderio, la mia brama tormentosa, spregevole e senza speranza. E immaginavo di sentire - e spesso, nei miei sogni febbrili, sentivo davvero - le prevedibili canzonature - "Roland? Quello l"? - e le crudeli risate adolescenziali che, a distanza di decenni, echeggiano ancora negli incubi di R., il pregiato scrittore.
Anche se di questo non posso certo dare la colpa alla ragazza. Ignorava assolutamente il potere che esercitava su di me.
"O se ne rendeva conto"?
Babs era all'ultimo anno, e io un primino; per lei non esistevo. Per vedere pi da vicino una ragazza del genere, dovetti iscrivermi alla Filodrammatica, di cui Babs era ovviamente una star. Nelle recite dirette dal nostro prof di lettere, Mister Seales, era brillante, piena di vita: una di quelle creature di fronte a cui  impossibile non sciogliersi ammirati. A dire il vero - che  quanto mi propongo in questo racconto - il talento di Babs Hendrick, probabilmente, era men che modesto, anche se rifulgeva in un contesto come quello del nostro liceo. Alla Filodrammatica ero lieto di sobbarcarmi i lavori pi ingrati, come l'allestimento di luci e scenografie; aiutavo Mister Seales a organizzare le prove; e con grande sorpresa dei miei amici, che ignoravano la mia infatuazione per Babs, passavo quasi tutto il tempo libero con quegli attori in erba, a mio agio nella mia relativa invisibilit, e lieto di lasciare ad altri le luci della ribalta.
Ero una specie di mascotte, e venni ribattezzato "Rollie". Fu un brivido. Perch anche Babs prese a chiamarmi cos. 'Rollie, tesoro?' (Con quanta disinvoltura e inconscia crudelt usava con me tali parole!) 'Potresti fare un salto a prendermi una Coca? Ecco i soldi.' E Rollie, entusiasta, volava fuori dalla scuola, andava al negozio all'angolo e tornava con la Coca per Babs. Spesso tornavo nella sala prove con la lingua a penzoloni, come un cane fedele, e un altro degli attori mi rispediva fuori, e Rollie volava un'altra volta, senza protestare, tanta paura aveva di suscitare sospetti.
Una volta udii alle mie spalle la voce melodiosa di Babs che diceva: 'Rollie! E' proprio un tesoro!'
Tra Clifford Seales e alcune delle sue studenti, in particolare la bionda ed effervescente Babs, c'era una tensione carica di sottintesi, durante le riunioni della Filodrammatica e le prove; un flusso inarrestabile di punzecchiature mordaci, con le ragazze che arrossivano e rimanevano senza fiato dalle risate, e Mister Seales (che pure era un uomo sposato, con figli gi adulti) che ghignava e si allentava il colletto della camicia. Forse non c'era nulla di esplicitamente sessuale in quell'ilarit diffusa, ma sotto l'apparenza del gioco si agitavano tensioni inconfondibilmente seduttive. La maggior parte dei membri della Filodrammatica non erano studenti qualunque, ma delle star potenziali; e Mister Seales, che aveva appena passato la cinquantina, corpulento, con la faccia segnata e gli occhiali bifocali che si accendevano quando pronunciava le battute pi audaci, non era il solito professore da liceo. Aveva un paio di baffoni rossastri e i capelli lunghi fin sotto il colletto. Da giovane aveva recitato da dilettante in una compagnia di Milwaukee, e aveva impressionato generazioni di studenti dell'Indian River, raccontando che era stato sul punto di fare (o forse aveva fatto sul serio) un provino per la Twentieth Century-Fox. E Babs stuzzicava audacemente Mister Seales sul suo avventuroso passato hollywoodiano, quando aveva fatto la controfigura di Clark Gable. (Da una certa prospettiva, e con una luce clemente, Mister Seales poteva sembrare un Clark Gable pi in carne.)
Dopo la tragedia e lo scandalo che ne segu, corse voce che Mister Seales fosse un pervertito, che insisteva perch i suoi attori, maschi e femmine, recitassero appassionate scene d'amore in sua presenza, durante le prove; e che facesse altre prove a casa sua, solo con le ragazze. Aveva 'toccato' e 'accarezzato' Babs Hendrick di fronte a testimoni, e l'aveva fatta arrossire. Si diceva anche che nella sua borsa non mancasse mai una fiaschetta d'argento piena di vodka, e che correggesse di nascosto le bibite e i caff dei suoi ignari studenti, in modo da renderli malleabili. Io ne dubitavo fortemente, non avendo mai visto nulla del genere durante i miei sette mesi alla Filodrammatica, e alla polizia di Indian River testimoniai in difesa di Mister Seales (anche se mio padre non ammetteva che dicessi alcunch di positivo riguardo a quel 'pervertito', e me la fece pagare). Eppure, se mai avevo visto Mister Seales drogare bevande, comprese le sue, in qualche modo ebbi l'idea di farlo io, tanto ero disperatamente ossessionato da Babs, tanto ero convinto (come posso spiegarlo senza assumere un tono apologetico?) della mia insormontabile inettitudine. "E infatti mai Roland si sarebbe creduto capace di commettere quello che aveva sognato; mai lui, costa suo agio nel ruolo di vittima, avrebbe immaginato di essere cos potente, cos letale".
Non usai vodka, ma una forte dose di barbiturici presi dall'armadietto dei medicinali di mia madre, che era sempre stracolmo. Era una vecchia ricetta, e contai sul fatto che mia madre, nervosa e svagata com'era, non se ne accorgesse.
Non era mia intenzione fare del male alla mia fidanzata del liceo. L'adoravo tanto che non osavo neanche immaginare di toccarla! Nei miei sogni febbrili vedevo vividamente una figura che le rassomigliava; e sotto strati di coperte, come se sperassi di nascondermi dagli occhi inquisitori di mio padre, capaci di trapassare le pareti, gemevo di angoscia e di vergogna, soggiogato dalla sua bellezza. "Ero io la vittima, non la ragazza". Desideravo liberarmi da tale ossessione morbosa, ma era sempre peggio. Mio padre (forse leggendo i miei pensieri, o identificando certi sintomi del mio comportamento) mi aveva messo in guardia con grande imbarazzo dal pericolo di certe 'pratiche immonde'. E mi aveva voltato le spalle disgustato, vedendo un'ammissione di colpa nel mio sguardo atterrito e nella mia pelle butterata. E non potevo neanche implorare piet, rivendicando la mia condizione di "vittima".
Nella vita reale, Babs Hendrick si trovava in quella che mi sembrava un'altra dimensione, inaccessibile a uno come me; potevo sfiorarla in un corridoio della scuola, o mentre scendeva una rampa di scale, o sedere dietro le quinte a venti centimetri dai suoi piedi - eppure questa distanza era un abisso. Babs era invulnerabile, impermeabile a qualunque cosa Roland potesse fare o dire. Ma sapevo anche che la mia invisibilit, in qualche modo, poteva essere una fortuna. E se, al contrario dei ragazzi pi grandi e attraenti, non avevo alcuna chance di farmi amare o anche solo notare da lei, potevo consolarmi del mio stato di pavido ma fedele bastardino. E anche quando erano altri a chiamare 'Rollie!' e a incaricarmi di qualche commissione, mi sentivo protetto dalla mia invisibilit. Durante le prove sul palcoscenico, che era pieno di spifferi, ero lieto che Babs mi mandasse a prendere il suo golfino, o il giubbotto del suo ragazzo; mi piaceva che in quel posto spoglio e privo di fascino Babs emanasse una bellezza innocente da reginetta, che ero convinto nessuno apprezzasse cos a fondo come me. In quelle occasioni potevo rannicchiarmi sul pavimento e ammirare indisturbato il suo impeccabile volto a forma di cuore e il suo corpicino flessuoso: perch era un"attrice', e non era proibito guardare Barbara Hendrick quando era un"attrice'; anzi, Babs e gli altri attori della compagnia dipendevano proprio da persone come Roland, disposte ad ammirare l'esibizione del loro cosiddetto talento: una deliziosa ironia che Roland non mancava di cogliere. E cos dedicai sempre pi tempo alla Filodrammatica e a quel discreto pallone gonfiato che era Mister Seales, in modo da acquistare la simpatia e la fiducia di tutti. Com'era tranquillo Roland, e affidabile. Non c'era nessuno come lui, neanche Mister Seales. Io ero sempre disponibile se, per esempio, Babs aveva bisogno di qualcuno che la aiutasse a provare la sua parte, dietro le quinte o in una classe vuota. 'Mamma mia, Rollie, come farei senza di te. Sei molto pi dolce e molto pi sveglio del mio fratellino.' Dato che Babs era una sua favorita, Mister Seales le aveva affidato la parte della zoppa, esangue e sensibile Laura, nello "Zoo di vetro" di Tennessee Williams: un fior di ruolo per un'aspirante attrice, ma a cui mal si adattavano l'aria di ragazza sana e felice di Babs, e la sua esuberanza infantile. La sua abilit superficiale a imparare le battute a memoria non le era di grande aiuto con il linguaggio poetico del dramma, di cui non riusciva ad afferrare tutte le implicazioni emotive. Anche Mister Seales cominciava a spazientirsi per le scenate e le crisi di pianto della ragazza, e pi di una volta la punzecchi di fronte agli altri.
Quegli altri che di l a poco sarebbero diventati 'testimoni'. Me compreso, che non ebbi altra scelta se non riferire alla polizia tutto quello che avevo sentito.
Una delle incombenze che mi toccavano pi di frequente, come ho detto, era andare al negozio all'angolo e prendere bottigliette di plastica di una bibita orribilmente gassata e dolciastra: un intruglio chimico disgustoso che secondo mio padre aveva provocato il cancro ai ratti da laboratorio e che anch'io trovavo imbevibile, per quanto gioissi a contraddire mio padre ogni volta che potevo. Il fatto che fosse in bottigliette da un quarto di litro e non in lattina, e che spesso fossi io ad aprirle e versarne il contenuto in bicchieri di carta, mi sugger un'idea che al momento mi sembr di un'innocenza da film disneyano: aggiungere qualcosa al liquido effervescente, - una pozione soporifera, come romanticamente si sarebbe potuta definire -, che avrebbe fatto addormentare di colpo Babs Hendrick, consentendo a me, per qualche prezioso minuto, di osservarla da vicino, da solo, e di vegliare su di lei; per poi risvegliarla, se necessario, e riaccompagnarla a casa.
"Babs Hendrick, riaccompagnata a casa da Roland, il figlio del dottore".
Era una delle mie fantasie erotiche preferite. Sapevo che questi sogni erano malsani e sozzi, eppure li cercavo; avrei voluto sbarazzarmene una volta per tutte, eppure li tenevo cari come una delle poche autentiche creazioni della mia vita solitaria. Da questo paradosso germogli, come un fungo velenoso, la mia coazione a scrivere, e a scrivere di argomenti ritenuti solitamente morbosi. Dalla tragedia di quell'epoca remota nacque la mia ossessione per il "mistero" come elemento basilare di tutte le forme artistiche. Dalla fissazione per la mia fidanzata del liceo, nacque la prestigiosa (e remunerativa) carriera di R., appena eletto presidente dell'Associazione degli Scrittori Americani di Gialli. E anche se R.  diventato molto pi vecchio, non  cos lontano dal quindicenne Roland che in segreto progettava la sua audace impresa. Nell'ingenuit nutrita dall'ossessione sessuale, era come se pensasse di poter portare a compimento il suo disegno senza la minima ricaduta sulla realt, senza conseguenze per s o la sua vittima.
Naturalmente, il quindicenne Roland non pensava a Babs Hendrick come a una vittima. Tanto era il suo fascino!
E cos successe come in un sogno, un plumbeo pomeriggio di marzo, in quell'interregno tra la fine dell'inverno e la primavera, quando la temperatura sembra fissa sullo zero. Le prove per "Lo zoo di vetro" erano finite verso le cinque, e Mister Seales aveva mandato tutti a casa tranne Babs, con cui si era fermato a parlare. Dopo venti minuti Babs apparve nel corridoio, asciugandosi i begli occhi: e vedendo che ero l in agguato (anche se Babs mai avrebbe pensato che il suo amico Rollie fosse capace di "agguati"), mi chiese subito se avessi una mezz'oretta per aiutarla a ripassare la sua parte.
'Ma certo,' mormor timidamente Rollie.
Babs mi fece strada dietro le quinte. Come al solito, stava in piedi mentre recitava le battute, muovendosi avanti indietro e cercando di accordare i gesti al linguaggio minimalista ma esasperatamente poetico di Tennessee Williams. Non mi guardava quasi, quando leggevo le altre battute o le suggerivo le sue; era come se fosse sola. Io ero la madre di Laura, il fratello di Laura, il suo possibile corteggiatore, ma era solo la propria immagine che osservava nel lungo specchio orizzontale. E anche in questo locale illuminato dal neon e che puzzava di chiuso, con l'arredamento disadorno e il linoleum consunto, com'era bella Babs! Molto pi bella della povera e disgraziata Laura. "La amavo, e la odiavo. In nome di tutte le Laura del mondo, e anche dei Roland".
L'altro giorno, nella mia confortevole e verdeggiante cittadina a cinquanta minuti dalla Grand Central Station, dove l'ironia della sorte ha voluto che abitassi a due passi da Church Street, ero uscito a fare la mia passeggiata quotidiana per comprare i giornali, quando la vidi. Barbara Hendrick: una graziosa ragazza bionda con i capelli ondeggianti lunghi fino alle spalle e la frangetta sulla fronte, che stava camminando con alcune compagne. Mi bloccai. Il cuore mi batteva all'impazzata. Per poco non la chiamai: "Babs? Sei tu"? Ma ovviamente, essendo una persona matura, aspettai di essere certo che la ragazza non fosse la mia perduta fidanzata del liceo: a dire il vero non le somigliava neanche. Mi voltai per celare il mio turbamento, e mi allontanai tremando. E per il resto della giornata mi confortai scrivendo questo racconto, avendo smesso da tempo di alimentare deliziosi sogni erotici sotto le coperte; le uniche fantasie che mi visitano oggi sono fredde macchinazioni professionali, dalle trame impeccabili.
Ripeto: non era mia intenzione fare alcun male alla mia fidanzata del liceo.
Nell'orgasmo, dovetti eccedere nella dose di barbiturici con cui corressi la bibita. Avevo preso un certo numero di capsule dalla riserva di mia madre, le avevo aperte e avevo versato la polvere bianca in un lembo di tela che poi, avvolto in un sacchetto di plastica, avevo tenuto in tasca per quelli che sembrarono mesi, ma forse furono solo due o tre settimane. Ma sapevo che, se fossi stato paziente, sarebbe arrivata la mia occasione - non che avessi altra scelta. E quel pomeriggio di marzo, quando Babs e io eravamo soli dietro le quinte, lontani da tutti e all'insaputa di tutti, e mi mand a prendere la bottiglia aperta che aveva nel suo armadietto, mentre lei andava in bagno, seppi che era la volta buona: ormai era diventato quasi un dovere morale. Versai la polvere bianca nell'intruglio, rimisi il tappo e lo agitai delicatamente. Babs non not alcun sapore diverso, e ne bevve dei sorsi mentre cercava di imparare a memoria le sue battute, avendo deciso che la chiave dell'eroina di Williams era la rabbia sepolta sotto strati di ciance da ragazzina, e di cui neanche l'autore si era reso conto. 'Gli storpi sono sempre arrabbiati, ci scommetto. Io lo sarei, se fossi al posto loro.'
Roland, seduto su un vecchio divano di velluto, aspettava impaziente che la pozione facesse il suo effetto, e annuiva.
Babs continu a ripetere le sue battute. Si dimenticava dei pezzi, aspettava l'imbeccata, riprendeva, gesticolava, faceva delle facce strane: pi provava la parte, e pi Laura le sfuggiva, come uno spettro beffardo. Dieci minuti passarono con esasperante lentezza; mi sentivo la fronte che grondava di sudore. Dopo un quarto d'ora Babs, pian piano, cominci a sembrare sonnolenta; e poi, d'un tratto, molto sonnolenta, mormorando che non capiva che cosa le fosse preso, che si sentiva tanto stanca e non riusciva a tenere gli occhi aperti. Rovesci la bottiglia sul tappeto gi macchiato, si accasci sul divano, e dopo un attimo stava dormendo.
All'inizio rimasi seduto immobile, senza neanche guardarla. La magia aveva funzionato! Era incredibile, ma era successo. Roland non poteva avere potere su una ragazza come Babs Hendrick, ma era successo. "Certo che ero esaltato. Ero in estasi"!
"E certo che avevo una paura folle. Poich non potevo disfare la stupida magia che avevo fatto".
Non era pi Roland, il timido secchione, ma un'altra persona, calcolatrice e quasi calma, che alla fine si mosse e si chin sulla ragazza addormentata, tremando dall'eccitazione. Nel sonno Babs era ancora pi bella; vulnerabile, cerea, dimostrava meno dei suoi diciassette anni; aveva la faccia pallida e inerte, le labbra dischiuse come un neonato; le braccia molli e le gambe divaricate come una bambola. Indossava un golfino giallo di angora con maniche corte a sbuffo, e una gonna a pieghe grigio scuro (eravamo prima dell'era dei blue jeans). 'Babs? Babs?' sussurrai, ma sembr non sentire. I suoi respiri erano profondi e irregolari, e le vibravano le palpebre. Avevo paura che si svegliasse di colpo e che vedendomi chino su di lei capisse subito quello che le avevo fatto, e si mettesse a gridare; e cosa sarebbe successo allora a Roland, il figlio del dottore? Mi azzardai a toccarle un braccio e a scuoterla delicatamente. 'Babs? Stai bene?' Finora non era accaduto nulla di veramente sospetto. A scuola i ragazzi si addormentavano spesso: in biblioteca, quando si faceva finta di studiare, ma anche in classe - c'erano certe lezioni noiose in cui a volte si appisolavano tutti. Dietro le quinte spesso andavano a fare un pisolino i giovani attori sfiniti, a loro dire, dalla tensione emotiva; e si raccontavano storie di coppie che 'dormivano' sul famigerato divano di velluto, quando potevano approfittare di qualche minuto di privacy. Babs, come i suoi amici, stava su fino a tardi, a parlare al telefono, come avevo saputo spiando i suoi discorsi; era in agitazione per la sua parte, era stanca, e quindi non era strano che, nel mezzo del ripasso che stava facendo con me, si addormentasse di colpo. "Finora non era accaduto nulla di sospetto. Finora"!
Era il comportamento di Roland che cominciava a essere sospetto. Con fare furtivo spinse una pesante poltrona di pelle contro la porta, che non aveva serratura. (Anche se erano le sei passate, era probabile che ci fosse ancora qualcuno nell'edificio.) Nella stanza senza finestre spense tutte le luci tranne una, un tubo al neon tremolante. E cominci a parlare con cautela alla ragazza addormentata: 'Babs? Babs? Sono io, Rollie.' Per lunghi, ipnotici secondi rimase a guardare l'elusiva ragazza dei suoi sogni. La sua fidanzata, che suo padre aveva cercato di proibirgli. "Pratiche immonde. Vergognose". Con audacia Roland la tocc un'altra volta, accarezzandole una spalla come in un film, e poi un braccio, e le dita fredde e molli. Adesso Roland stava ansimando, e grondava di sudore. E se si fosse avvicinato un po' di pi? E se le avesse dato un bacio? (Ma come si faceva a baciare una ragazza come Barbara Hendrick?) Solo la fronte? Si sarebbe svegliata di colpo, mettendosi a gridare? 'Sono io, Rollie. 'Ti amo'.' D'un tratto si chiese, con una fitta di gelosia, se Hai McCreagh avesse mai visto Babs in quel modo. Cos addormentata! Cos bella! Si chiese che cosa le facesse Hai, quando erano da soli nella sua macchina. Si baciavano? (Con la lingua?) Si toccavano, si accarezzavano? 'Pomiciavano'? Immaginarlo era eccitante, ma anche frustrante.
Comunque Hal adesso non era presente. Era all'oscuro di tutto. Di questa 'prova'. Non c'era pi nessun Hal. C'era solo Roland, il figlio del dottore, il ragazzo modello.
Adesso tremava come una foglia. Una pulsazione dolorosa all'inguine che cerc di ignorare, e il cuore che martellava. Era impossibile. Non poteva succedere. Avvicin le labbra alla fronte stranamente fredda e vischiosa della ragazza. Era il primo bacio vero della sua vita. La testa bionda di Babs era caduta inerte contro il bracciolo macchiato del divano, e la bocca era aperta. Le palpebre erano stranamente bluastre, e vibravano come se volesse disperatamente aprirle, ma non potesse. 'Babs? Non avere paura.' La baci sulla guancia, si chin per baciarla sulla bocca molle e indifesa, con un filo di saliva che le colava sul mento. Il sapore della sua bocca lo eccitava terribilmente. Con la lingua le lecc la saliva. "Come se fosse sangue. Il primo bacio di Roland il vampiro"! Ebbe l'impressione che gli si oscurasse il cervello. Sentiva l'impulso irresistibile di afferrarla, di stringerla. Di farle vedere chi comandava. Ma si trattenne, perch Roland non era fatto cos; era un bravo ragazzo, e non avrebbe mai fatto male a nessuno. E Babs Hendrick, sapeva,
era una brava cristiana, come lui; che cosa poteva succedere di brutto? Dato che non voleva farle del male, non sarebbe successo niente. Erano protetti. Aveva cominciato a notare il suo strano respiro, affannato, come quello di un adulto che sta soffrendo, ma non aveva voluto interpretarlo come il sintomo di qualcosa di brutto, anche se lui era Roland, il figlio del dottore (e a dire il vero, non lo era pi). Invece tremava dall'eccitazione. E la sua mano, che gli sembrava leggermente distorta come se la vedesse attraverso una lente, si allung per lisciare i capelli di Babs morbidi come seta. Le accarezz la nuca, piano piano, e poi la spalla, e il seno sinistro, delicatamente, con la punta delle dita - com'era morbido il golfino di angora; e poi raccolse a coppa la sua mano (era ancora la sua?) sotto il piccolo seno tornito, accarezzandolo con cautela, per poi stringerlo, con pi sicurezza. 'Babs! Io t-ti amo!' La ragazza gemette nel suo sonno pesante e torpido - un gemito di piacere, sembr a Roland, che stava mugolando. Ma la ragazza non si svegli: il potere di Roland, la sua vendetta, era che non si potesse svegliare; era alla sua merc, e lui sarebbe stato pietoso; era del tutto indifesa e vulnerabile, e lui non se ne sarebbe approfittato (ma ne era sicuro?), come uno dei rozzi ragazzi della Indian River avrebbe fatto al suo posto. Anche nei suoi sogni pi arditi, non aveva profanato la sua fidanzata. (O almeno non se lo ricordava.) Con una voce rotta, roca e quasi supplice, mormor: 'Babs? Non avere paura. Non ti farei mai del male. 'Ti amo'.' E di nuovo si sent oscurare e venire meno, tanto che dopo non avrebbe ricordato tutto quello che era successo - o era stato fatto succedere - in quella stanza semibuia, sul logoro divano di velluto, dove ogni cosa era percepita come attraverso una lente, che al tempo stesso ingrandiva e rimpiccioliva.

Quando Roland fu nuovamente in grado di vedere - e di pensare - chiaramente, si accorse con orrore che erano quasi le sei e mezza. E la ragazza era sempre in catalessi sul divano. Il rumore del suo respiro adesso riempiva la stanza priva d'aria. La sua testa era scomodamente appoggiata sul bracciolo macchiato, e le gambe erano flaccide come quelle di una bambola di pezza. Solo che adesso gli occhi erano parzialmente aperti, mostrando una mezza luna bianca. 'Babs? Ti svegli?' sussurr ansiosamente. Era terrorizzato: nel corridoio sentiva delle voci maschili, forse erano quelli della squadra di basket che andavano negli spogliatoi; e poteva esserci anche Hai McCreagh. Che cosa avrebbe fatto Roland - e che cosa gli avrebbero fatto - se fosse stato scoperto, barricato l dentro, con la colpa che gli si leggeva in faccia e Babs Hendrick addormentata sul sof, spettinata e con i vestiti scomposti? Con le dita tremanti Roland rimise a posto il golfino e la gonna a pieghe, piagnucolando e supplicando la ragazza di svegliarsi. Ma come la Bella Addormentata nel film di Walt Disney, Babs rimaneva inerte; era vittima di un incantesimo, e non si sarebbe svegliata "per lui".
Per la prima volta gli venne in mente che poteva averle dato una dose troppo forte. "E se non si fosse pi svegliata"? (Ma che cosa significava "troppo forte"? Met del contenuto della boccetta di capsule da sei milligrammi?)
Ormai era in preda al panico. No, era meglio non pensarci. Su uno scaffale, in mezzo a vari copioni sgualciti, trov una coperta sfilacciata con cui coprire Babs. Le rimbocc l'orlo sotto il mento umido, e le allarg i capelli a raggiera. Avrebbe dormito fino a smaltire l'effetto del sonnifero, e poi si sarebbe svegliata; se Roland - 'Rollie' - era molto fortunato, non si sarebbe ricordata di niente; in caso contrario - be', meglio non pensarci. (E infatti non ci pensava.) Quello che fece dopo, comunque, fu scappare quatto quatto, senza essere visto da nessuno. Nella stanza avrebbe lasciato acceso il neon tremolante. E sarebbe uscito da un corridoio sul retro, senza fare la strada pi diretta, che passava davanti agli spogliatoi. E cos, col cuore in gola, sarebbe fuggito dal luogo del delitto, di quello che dentro di s non riusciva ad ammettere che fosse un delitto - non ne era capace neanche adesso che aveva sessant'anni, e R. aveva da tempo sostituito sia Roland sia "Rollie". Adesso che poteva osservare il figlio del dottore attraverso la lente deformante del tempo: pallido ma apparentemente tranquillo, al sicuro nella casa di mattoni in Church Street, nella sua cameretta, immerso nei compiti di geometria alle otto e venti di sera: all'incirca l'ora in cui il cuore di Babs Hendrick cess di battere.

Quella primavera "Lo zoo di vetro" non sarebbe stato rappresentato alla Indian River High.
Clifford Seales sarebbe stato sospeso dall'insegnamento senza percepire lo stipendio, e il suo contratto sarebbe stato annullato poco dopo, mentre la polizia di Indian River indagava sulla morte per ingestione di barbiturici della diciassettenne Babs Hendrick. Anche se non sarebbero state raccolte abbastanza prove per procedere a un arresto, Seales sarebbe rimasto il principale sospettato. E nessuno dubitava della sua colpevolezza. Ancora oggi, a quarantacinque anni di distanza, se a Indian River si parla della morte di Babs Hendrick, si sentono parole di fuoco contro il suo professore d'inglese, un pervertito alcolizzato che molestava le studentesse e che aveva drogato quella povera ragazza per farle delle cose sconce. Un disgraziato che era riuscito a non finire sotto processo, anche se naturalmente la sua vita era finita: sarebbe morto di infarto pochi anni dopo, solo e abbandonato da tutti.
Signore e signori, vi chiederete: non aveva altri sospetti la polizia di Indian River? Forse s. Ma agli effetti pratici, no. Ancora oggi, le forze dell'ordine di una cittadina di provincia non hanno i mezzi per indagare su casi di omicidio in mancanza di testimoni e di informatori. La raccolta delle impronte digitali nella stanza non fu di nessuna utilit, dato che erano tutte giustificabili, comprese quelle di Seales. Il test del D.N.A. sui liquidi organici avrebbe potuto identificare il colpevole, ma a quel tempo era ancora sconosciuto. E il ragazzo, il figlio del dottore, timido e occhialuto, era solo uno dei tanti studenti, compreso il ragazzo della vittima, che vennero interrogati dalla polizia; parl in modo franco e persuasivo agli agenti, arrivando a difendere (nella sua ingenuit) il famigerato Seales, e non si comport mai in modo da dare adito a sospetti. "Uno stato di sospensione irreale. Dove l'unica emozione era lo stupore che io, Roland, avessi potuto fare una cosa del genere. Che io, una vittima, avessi avuto tanta forza"!
Se mia madre scopr la scomparsa del vecchio flacone di barbiturici, non lo disse mai a nessuno, e non ne trasse le eventuali conseguenze.
Corse anche voce (ma non se ne parl mai sui giornali, alla radio o alla televisione) che delle 'cose immonde' fossero state praticate sul corpo di Babs Hendrick prima della sua morte; cose che solo un "pervertito" poteva fare, per di pi su una ragazza in quello stato. Ma non venne arrestato nessuno, non ci fu alcun processo, e nessuna versione ufficiale.
(Che genere di 'cose immonde' fossero state fatte alla mia fidanzata, lo ignoro. Forse qualcun altro si introdusse nella stanza, nell'intervallo tra la fuga di Roland e la morte di Babs.)
Il "mistero" rimane irrisolto in tutto il suo orrore.
Vi chiederete: ha mai confessato l'assassino?
La risposta superficiale : no, l'assassino non ha mai confessato. Dal momento che era sinceramente convinto (o almeno credeva) di non essere un assassino. Era un bravo ragazzo cristiano. Ed era (ed  ancora) uno spregevole codardo. Una risposta pi complessa : s, l'assassino ha confessato, e ha confessato pi volte nel corso della sua lunga e 'prestigiosa' carriera. Ogni racconto di finzione che ha scritto  stato una confessione e un grido di giubilo. Essendosi legato cos intimamente al "mistero" nella sua adolescenza, non ha pi avuto bisogno di commettere altri atti del genere; e negli anni che sono seguiti, ha potuto diventare un poeta del crimine, lodato per il suo stile.
Signore e signori, grazie per il nuovo onore di cui mi avete gratificato.

Nel silenzio che segu, R. raccolse i fogli del manoscritto per indicare che "La fidanzata del liceo: un racconto del mistero" era finito. Noi, i suoi amici e ammiratori, eravamo storditi, sconvolti, e non sapevamo come reagire. Il racconto di R. era eccellente, la sua lettura ipnotica. Ma com'era possibile applaudire?



Bollettino di morte.

Il condannato venne portato nella stanza dai secondini, incatenato mani e piedi, ansimante e sudato: eppure aveva gli occhi che gli brillavano, un'aria di imbarazzante ottimismo. Un altro che aveva trovato la fede appena in tempo per morire da cristiano. Mi sentii sopraffatto dallo sconforto. "Basta. Non ce la faccio pi".
Ero un giornalista; anzi, pi che un giornalista, una "coscienza": il mio "Bollettino di morte" era pubblicato su diversi importanti quotidiani in tutto il Paese. Su di me gravava una responsabilit pesante come un destino. Eppure, come in un incubo reso familiare e anestetizzato dalla ripetizione, prevedevo che la "conferenza stampa" sarebbe stata mediocre come un telefilm; e, ancora peggio, che l'esecuzione, programmata per mezzanotte, sarebbe stata priva di emozioni, prevedibile. "E' gi stato tutto visto e stravisto, per di pi con interpreti migliori". Era l'inizio di settembre, faceva ancora caldo, e avevo preso l'aereo da New York a Birmingham. Dopodich avevo noleggiato una macchina - la pi economica - per fare le sessantotto miglia di strada fino al penitenziario di Hartsfree, un carcere di massima sicurezza che aveva pi o meno l'aspetto che uno si potrebbe immaginare: ostile, tetro, circondato da un muraglione spesso quattro metri. Era met pomeriggio e avevo mangiato solo quello che mi avevano servito in aereo, con un vino rosso imbevibile. E per che cosa, poi? N il mio talento di scrittore, n la mia indignazione per la barbarie dell'omicidio di stato, potevano sollevare il sordido resoconto della morte di un certo Roy Beale Birdsall oltre gli stereotipi, nel regno della metafora, del mito e della poesia. "Non c' nulla di pi deprimente di un'esecuzione in Alabama, tranne un'esecuzione in Alabama dopo un pasto in aereo in classe economica".
Era uno smacco, rispetto al lusso cui ero abituato quando mi occupavo di argomenti pi prestigiosi, prima che iniziasse la routine. Nei primi tempi del mio "Bollettino di morte", quando il mio nome a volte appariva in prima pagina e i miei pezzi erano pubblicati sui quotidiani di tutto il Paese, volavo in prima classe con doppio biglietto, in modo da avere lo spazio per appoggiare il mio materiale e per lavorare, se colto da improvvisa ispirazione. E l'avevo preso come il diritto naturalmente dovuto a un giornalista di prima classe.
Roy Beale Birdsall! Poveraccio. Un nome cos non poteva evocare la tragedia. Al massimo il pathos. Un pathos equivoco, da accampamento di roulotte o da canzone country, che i media avevano gi esaurito. E quasi mi sembrava di avere gi scritto della morte di Birdsall "sulla sedia elettrica di legno dipinta di giallo sgargiante, ancora in funzione, dopo decenni, nella prigione di Hartsfree".
Quel pomeriggio, io e pochi altri giornalisti duri di scorza ci trovavamo nel carcere di Hartsfree perch il caso Birdsall era "controverso". C'erano state irregolarit in entrambi i processi: in primo luogo era stata sollevata la questione dell'et mentale dell'imputato, e se fosse stato pienamente "compos mentis" nel confessare, sette anni prima, un duplice omicidio. (Le vittime - vicini di casa di Birdsall a Parrish, Alabama - erano stati fatte a pezzi con un'accetta; e dal momento che Birdsall era in libert sulla parola dopo essere stato condannato per furto e tentato incendio doloso, agli uomini dello sceriffo era sembrato ragionevole svegliarlo nel cuore della notte e interrogarlo. Dopodich le cose erano precipitate.) Al momento del primo arresto, Birdsall, diciannovenne, era un aitante wrestler professionista; in prigione si era trasformato in un bestione grasso e calvo di trentanove anni, con una di quelle facce raggrinzite e infantili che a volte si vedono quando ci si addormenta in uno stato di sfinimento. Aveva la fronte bassa e larga, e due occhi che avevo gi visto in altri condannati: luccicanti come quelli di un cucciolo, animati dalla speranza di stabilire un contatto con i visitatori, gli emissari del mondo esterno, che oggi erano cos pochi. (Eravamo solo in cinque. L'ultima volta che avevo fatto un servizio da Hartsfree, due anni prima, saremo stati almeno in dodici, e davanti all'ingresso c'era un gruppetto di manifestanti guidati da una suora dominicana, sorella Mary Bonaventure, cui in seguito avrei dedicato uno dei miei "Bollettini di morte" pi efficaci.)
La conferenza stampa era cominciata. Birdsall ci stava dicendo di avere "visto" Ges tre giorni prima, dopo ore che pregava in ginocchio assieme al reverendo Hank (Hank Harley, un popolare e passionario pastore battista, con una sfilza di conversioni all'ultima ora nel suo curriculum: l'avevo intervistato per "Bollettino di morte" qualche anno prima); Ges gli aveva "preso la sua povera testa fra le mani, e gli aveva lavato la faccia col balsamo di Galaad". Era tutto cos semplice, cos sincero: ti veniva voglia di credergli, anche se era pazzo. Si era messo a fissarmi, nonostante io cercassi di non guardarlo. "Come se uno come me, un giornalista, potesse salvargli la vita".
"... nel mio cuore c'erano le tenebre del peccato... ma adesso c' la luce dell'amore. Sia lodato Ges! "
La voce era nasale, da profondo Alabama; una voce che non avrebbero potuto nobilitare neanche Omero, Shakespeare e Milton messi assieme. E aveva un sorriso da brividi, mentre dondolava le spalle come un animale infastidito da uno sciame di mosche.
Era una sofferenza.
"Sia lodato Ges", annotai rapidamente nel mio taccuino. Volevo che Roy Beale Birdsall vedesse quanto stavo attento.
I tristi retroscena erano i soliti. I difensori d'ufficio di Roy Beale Birdsall per sette anni avevano presentato appello alla corte suprema e al governatore dell'Alabama per la commutazione della pena. Ogni volta c'erano stati ritardi, speranze premature, delusioni. L'ipotesi che la confessione fosse stata estorta con la forza era stata respinta, cos come la questione della sua et mentale. Birdsall in seguito aveva dichiarato di non ricordarsi di avere commesso alcun omicidio, ma ovviamente non gli aveva creduto nessuno. E per l'appello finale, l'unico argomento che poterono trovare i suoi legali fu che la sedia elettrica fosse "una punizione crudele e inusitata". Il solito argomento umanitario, che il giudice della corte suprema aveva respinto, facendo pure dell'ironia. L'"elettrocuzione pu essere esteticamente sgradevole, e pu dare fastidio a certe persone, ma devo ancora vedere le prove che sia una punizione crudele e inusitata per colui che  condannato". Anche il governatore era noto per le sue posizioni a favore della pena di morte. "Qui in Alabama non coccoliamo gli assassini e i pervertiti come fanno su a nord. La pena di morte fa parte delle nostre radici,  come se fosse una cosa sacra". L'ideologia era orribile, ma la citazione splendida. Peccato che l'avessi usata in "Bollettino di morte" cinque anni prima, quando avevo intervistato il governatore per un altro caso controverso.
L'unico elemento che poteva indurre a clemenza nel caso Birdsall, come not il mio collega Claude Dupre, era il fatto che il condannato, una volta tanto, fosse bianco. Negli ultimi anni c'era stata una lista deprimente di neri e di ispanici; e ormai avevo perso il conto tra elettrocuzioni, iniezioni letali, fucilazioni e camera a gas; tra Virginia, Florida, Oklahoma, Utah, Georgia, California, Texas e Nevada. Nella mia rubrica avevo insistito pi volte sul fattore "razziale", sulla sproporzione nel numero di maschi neri condannati a morte negli Stati Uniti, finch non esaurii anche quell'argomento. A guardarlo bene, comunque, Birdsall non era poi tanto caucasico. Forse aveva del sangue indiano che gli scorreva nelle vene. Aveva la pelle giallastra con una sfumatura di rame, e i capelli che gli rimanevano erano dritti e neri come inchiostro, dove non erano striati di grigio.
Claude stava tempestando di domande l'avvocato di Birdsall. Erano domande che avrei potuto fare anch'io, e immagino che le avessi fatte in altre conferenze stampa prima di un'esecuzione, cui era stato presente anche Claude. Claude e io eravamo vecchi amici e rivali nella cronaca delle esecuzioni capitali. Anni prima, quando studiavamo a Yale, eravamo stati abbastanza amici, coinvolti compravamo nella contestazione contro la guerra in Vietnam. Adesso, decenni dopo, eravamo nella stessa barca, o meglio nella stessa scialuppa di salvataggio. Il mio "Bollettino di morte" continuava a essere pi letto rispetto ai pezzi di un free-lance come Claude (che spesso venivano pubblicati su "The New York Review" o "The Nation"); ma negli ambienti pi intellettuali e di sinistra, Claude era uno stimato paladino delle cause perse, mentre io sembravo in difetto di identit e di spessore. Ma, cos come ci si ritrova vecchi a furia di vedersi allo specchio stanchi e logori, poco per volta mi ero reso conto di avere perso il treno della fama, assieme alla speranza di avere qualche effetto significativo sulla societ.
Claude Dupre conservava l'ostinazione giovanile e i modi caustici e indisciplinati. Era diventato un ex hippy sulla via dell'invecchiamento, con una barba spelacchiata simile a schiuma detergente, un codino che gli penzolava tra le scapole, e occhiali senza montatura alla John Lennon, con lenti bifocali. Da quindici anni portava lo stesso giubbotto di pelle nera e gli stessi scarponi da escursionista, con gli effetti prevedibili. Nel lobo sinistro brillava una borchia d'oro. Le sue spalle larghe si curvavano quando era in stato di riposo (come avevo notato sull'aereo), ma si irrigidivano quando qualcuno lo stava guardando. "Non possiamo dare l'impressione di essere sconfitti e obsoleti", aveva detto con un sorriso acido.
La conferenza stampa era agli sgoccioli. Claude Dupre era stato l'unico a non limitarsi alle domande di prammatica, indagando come al solito nel passato del condannato per scoprire, come gemme sepolte sotto poche dita di terra, la solita trafila di miseria, alcolismo, violenze e molestie negli orfanotrofi. Borbottando col suo accento nasale, Birdsall diceva, chinando gli occhi: "S, mi picchiavano e mi molestavano, tanto che poi non riuscivo a stare seduto. A dodici anni sono scappato e non sono pi tornato indietro. E cos quando Ges  venuto nel mio cuore l'altro giorno..."
Presi nota. Era mio dovere. Note inutili, per altro. Tutte cose che erano gi state dette da altri condannati. E' triste, ma in una societ capitalista, la verit va venduta come qualunque altro prodotto.
Birdsall rimase a corto di parole. Cal il silenzio. Sentii un brivido: il povero bastardo stava per essere portato via, e io non avevo fatto una sola domanda, attirandomi sguardi di curiosit e di disapprovazione da parte di Claude Dupre, come se l'avessi tradito. E cos mi trovai ad alzare la mano e a chiedere la prima cosa che mi venne in mente. "Mister Birdsall, che cosa manger stasera?" (La delicatezza era maggiore che se gli avessi chiesto: "Quale sar il menu della sua ultima cena"?) Come se avessi pronunciato una battuta imprevista e scandalosa in un copione che gli spettatori credevano di conoscere a memoria, tutti si girarono a guardarmi; ma il pi interessato era Birdsall, che si sporse in avanti, facendo tintinnare le manette. Era come se, con quella semplice domanda, avessi stabilito con lui una comunicazione misteriosa. Ma Birdsall non riusc a dire nulla di originale o di spiritoso. Con aria di scusa mormor che forse avrebbe mangiato un Big Mac, patatine fritte e ketchup, polenta integrale, una Coca e torta di ciliegia con gelato al cioccolato. Con un patetico gesto di audacia fece schioccare la lingua, ma gli si leggeva il terrore negli occhi.
Fu allora che all'improvviso, non so come, mi venne l'ispirazione. Chiesi il permesso a Birdsall di ordinare io la sua cena. "Perch non provare qualcosa di pi fantasioso, per una volta?" Claude Dupre mi stava guardando a bocca aperta; e cos Mister Jesse Heaventree, il direttore del carcere; anche se il pi allibito di tutti era Roy Beale Birdsall. La sua facciona grossolana si era animata di imbarazzo e compiacimento. Lanciandomi un'occhiata timida, disse: "Oddio, non saprei neanche che forchetta usare..." e si fece una risata. Ma non ero disposto a considerare quelle parole come un rifiuto: per quel poveraccio era l'ultima occasione di fare un pasto decente, ed era capitato a me il modo di renderlo possibile. Spesso mi hanno detto che sono uno schiacciasassi una volta che decido di fare una cosa, e a quanto pare si trattava di una di quelle volte. In tono pacato, obiettai: "Andiamo, Mister Birdsall, ha mangiato Big Mac e patatine fritte per tutta la vita, perch stasera non si concede una cena da buongustaio? Non posso dire di essere un esperto, ma qualcosa di cibo e di vini italiani lo conosco, e..." Gli occhi del condannato, fissi sui miei, cominciarono a farsi sognanti: come se guardasse attraverso di me e le mura della prigione, fino all'orizzonte. A questo punto Mister Heaventree intervenne, dicendo seccamente che il budget non consentiva raffinatezze, e che il limite massimo di spesa era di quindici dollari - il che per altro bastava a soddisfare quasi tutte le richieste. Stizzito, ribattei: "Naturalmente intendo io offrire la cena a Mister Birdsall. Vuole affidarsi a me per il menu, Mister Birdsall?"
Birdsall alz le spalle, rise e mormor qualcosa che doveva essere: "Be', mio nonno diceva che non ha mai fatto male a nessuno provare per una volta una cosa nuova."

In ogni caso bisognava ancora convincere il direttore, cos lo seguii nel suo ufficio. Non era una cattiva persona - era l da ventisei anni - e in passato l'avevo intervistato pi di una volta. Heaventree, come la maggior parte della gente del sud, era ostile con gli estranei, ma cordiale quando si arrivava a conoscerlo. "Lo Stato dell'Alabama non ha mai condannato a morte una persona innocente," diceva con un sorriso faceto. Gli chiedevo come faceva a esserne sicuro, e mi diceva: "Figliolo, 'lo so'."
Quel giorno, quando accennai al caso di Roy Beale Birdsall, che probabilmente era innocente, Heaventree disse a voce bassa, come per lusingarmi della confidenza: "E' il principio del "sacrificio", figliolo. La gente vuole essere sicura che qualcuno venga punito. E se non sempre viene punito il colpevole, perch nel cento per cento dei casi non riusciamo a trovarlo, allora viene punito chi se lo merita di pi."
"Viene punito chi se lo merita di pi", presi nota mentalmente.
"Ma perch se ne preoccupa, figliolo? Una persona istruita, un bianco come lei, non rischia certo di finire nel braccio della morte. Quindi, meglio lasciare queste cose a noi professionisti."
All'inizio Heaventree si oppose alla mia offerta: fornire un pasto speciale a Roy Beale Birdsall poteva stabilire un precedente pericoloso per gli altri ospiti del braccio della morte, che erano abbastanza numerosi. Ascoltai educatamente e ribattei proponendogli di offrire anche a lui un pasto identico a quello del condannato, ma con in pi una bottiglia di Old Grand-Dad, che sarebbe stato servito nel suo ufficio alla stessa ora in cui Birdsall l'avrebbe ricevuto nella sua cella.
E cos fu risolta la delicata questione. Ci stringemmo la mano, e Heaventree mi offr generosamente l'uso del suo telefono, dato che il tempo stringeva, come in un incubo. Erano gi le tre e trentacinque, e fra nove ore Roy Beale Birdsall sarebbe stato un cadavere arrostito, gi in corso di raffreddamento.

Mi sentivo ispirato. Anni prima avrei scritto pagine traboccanti di indignazione a difesa di una sfortunata vittima del sistema come Roy Beale Birdsall; ma adesso il mio poema sarebbe stato il menu della sua ultima cena: un'ode e un'elegia al tempo stesso, e anche una fantasia musicale. Telefonai a vari ristoranti di Birmingham prima di scegliere il Castle, un costoso quattro stelle in cui avevo pranzato un paio di volte (molti anni prima, quando il giornale mi garantiva un rimborso spese elevato per i miei viaggi nel cuore dell'America); spiegai la situazione allo chef allibito; e stabilii con lui un menu da favola, "Bando ai compromessi, e alla condiscendenza", dissi; e "niente cucina casalinga del sud"; Birdsall si era affidato a me, e io ero deciso a fare qualcosa di cui potessimo essere fieri entrambi. Da progressista, sono convinto che il cosiddetto uomo comune possa apprezzare il buon cibo e il vino al pari dell'arte e della letteratura, se gli vengono presentati nel modo giusto; se non viene fatto sentire inadeguato e ignorante. Dal momento che era il suo ultimo pasto, Birdsall avrebbe assaporato ogni boccone, con calma, al contrario di quanto doveva avere fatto per tutta la vita. Il mio unico cruccio era di non avere estorto a Heaventree il permesso per un solo bicchiere di vino... Una ridicola legge dello Stato proibiva l'alcol ai condannati, al pari di tranquillanti o sedativi di qualsiasi tipo. Ma ecco il menu che ordinai:

Vichyssoise con uova di salmone ed erba cipollina (con pane francese e burro leggermente salato) Risottino ai funghi "shiitake"
Aragosta " l'amricaine" (ossia bollita ancora viva)
Saut di piselli, cipolle al burro, carote julienne, zucchine
Insalata verde con rucola e indivia belga (condita con olio d'oliva italiano)
Dessert assortiti: mousse di cioccolato, zabaione, crpes di fragole, crme brle.

Con la mia carta di credito, feci in modo che questi due pranzi prelibati fossero preparati, impacchettati e consegnati (con un servizio di trasporto celere di Birmingham) alle cucine di Hartsfree, per essere riscaldati in tempo per il turno delle sei e mezza. Il Castle, considerata l'emergenza, raddoppi i prezzi gi altissimi. Non me lo sarei potuto permettere, ma nella mia euforia non badavo a spese.
"Tristi tempi per l'America," disse gravemente Claude Dupre. "In tutti gli Stati si scopre che i poliziotti sono razzisti, corrotti, vessano i cittadini che sono pagati per proteggere, falsificano le prove e depongono il falso in tribunale. Eppure l'opinione pubblica  sempre pi favorevole alla pena di morte. Che vergogna!"
"Eh gi," dissi, cercando di esprimere indignazione.
"'Eh gi?' E' tutto quello che sai dire?"
Nella mia testa le parole rimbombavano cos forte che era impossibile distinguerle. L'unica cosa su cui riuscivo a concentrarmi era il mio orologio - erano gi passate le sei! Claude e io stavamo bevendo nel bar quasi deserto del nostro motel, l'Holiday Inn di Hartsfree; ma non c'era nessun motivo di conforto. N nelle birre, n nell'indignazione, n nella piet: sapeva tutto di dj vu, di aria viziata. Dato che Claude continuava a rivolgermi uno sguardo di rimprovero, dissi: "Sono cose di cui abbiamo gi parlato, Claude."
Claude fece una smorfia e si tocc l'orecchino. "'Abbiamo'? E quando?"
"A Niles, nel Texas. La Pasqua scorsa. Willie Joe Rathbone, ti ricordi? Il bestione che aveva dato fuoco alla sua..."
Claude si gir irritato, ordinando un'altra birra. Quante veglie di questo tipo avevamo passato assieme, bevendo in un bar; da quanti anni. Ad aspettare l'ora in cui ci avrebbero portati nella prigione, ad assistere all'esecuzione su cui dovevamo scrivere. A volte, ma di rado, mangiavamo assieme. (In compenso Claude ci dava dentro con le birre pi di quanto ricordassi.) Eravamo intimi senza essere pi amici. O forse non eravamo mai stati amici, solo idealisti frustrati uniti dalla stessa sorte.
"Un'altra cosa," disse Claude, come se stessimo litigando, con due occhi corrucciati dietro i suoi occhialetti saccenti. "Mi sembra una follia che tu abbia ordinato quel pranzo assurdo per Roy Beale Birdsall. Aragosta! "
"Perch no? Quel poveraccio ha la sedia elettrica che lo aspetta, perch non concedergli per una volta un pasto decente?" obiettai. "E poi  aragosta  l'amricaine, non avr nessun problema a mangiarla."
"E' osceno," disse Claude disgustato. "Sta per morire. E proprio tu hai fatto in modo di celebrare la sua morte."
Avvampai come se Claude mi avesse dato uno schiaffo. "Non sto celebrando niente," dissi. "Lo sai quello che penso della pena di morte."
"Stai collaborando col sistema, stai diventando una sua quinta colonna."
"Mi spiace per quel poveraccio, che male c'?"
Ci mettemmo a discutere con sorprendente durezza. Io accusai Claude di essere geloso della mia idea di offrire a un condannato la sua ultima cena; Claude mi accus di "cafonaggine da arricchito". Claude faceva il moralista riguardo ai piaceri della tavola, soprattutto perch, ne ero convinto, non se li poteva permettere. La maggior parte dei nostri colleghi, compresi i pi giovani, erano comunque pi ossessionati di me dal cibo: impazzivano per la cucina francese, per quella italiana, per i vini; mentre io avevo cominciato ad apprezzare quelle cose poco per volta, come compensazione, immagino, delle incertezze e delle frustrazioni della mia vita professionale. "E' quello che i giornalisti hanno al posto della religione". Avrei potuto cavarmela con una battuta, se solo Claude avesse avuto il senso dell'umorismo.
Claude comunque sapeva come ferirmi: butt dei soldi sul bancone e usc, lasciandomi solo con i miei pensieri.
Da un po' di tempo, molte cose avevano cominciato a prendere una brutta piega.
Il mio Paese. Le mie idee politiche. La mia vita privata. Il mio conto in banca.
Una volta, neanche molti anni prima, quando le esecuzioni capitali erano relativamente rare e quindi avvertite con maggiore indignazione, mi sentivo investito da una vera missione, scrivendo i miei reportage contro la pena di morte. Avevo venticinque anni quando assistetti per la prima volta a un'impiccagione: nello Utah, nel 1979. Da free-lance, ero stato molto impegnato politicamente, ma non avevo mai scritto su niente di cos "reale". Non avrei mai potuto immaginare che l'impiccagione di un essere umano (in questo caso, un nero condannato per rapina a mano armata e omicidio), per quanto - come prevedibile - moralmente e fisicamente ripugnante, potesse presentare tali elementi di fascino. O che l'articolo che scrissi (pubblicato in origine su "Mother Jones"), avrebbe attirato tanta attenzione, lanciando la mia carriera. "La pi crudele delle morti: politica ed estetica dello strangolamento 'legalizzato'" - un classico.
L'anno dopo, quando lo Stato dello Utah approv una legge in cui si abbandonava la tradizione da Far West di impiccagioni e plotoni di esecuzione, per passare all'iniezione letale, ebbi motivo di pensare che fosse una risposta al mio articolo.
E cos mi buttai in questa mia nuova carriera. All'inizio quasi per caso, poi con il senso di svolgere una missione. Il mio scopo era di mostrare l'orrore della barbarie di stato, di educare i lettori, di scuotere la volubile opinione pubblica. Che fervore rivoluzionario mi animava! Arrivavo a perdere quattro, cinque chili mentre scrivevo e facevo le mie inchieste; sorretto dalla passione per la verit, e spesso dalla dexedrina, stavo in piedi due giorni di fila. Il mio stile tanto elogiato aveva come modello l'eleganza corrosiva della satira di Swift, a partire da quel capolavoro di indignazione che  l'"Umile proposta" (e che ho saputo essere del tutto sconosciuto ai miei colleghi pi giovani, con le loro lauree inutili). Ero un fanatico, un agitatore, un martire. La guerra del Vietnam finalmente era cessata. Era ora di occuparsi delle guerre interne, dei nostri orrori. Sembrava incredibile, a me e tanti altri, tra cui l'altrettanto infiammato Claude Dupre, che gli Stati Uniti fossero l'unico Paese civile che ammettesse la pena di morte - rientrata in vigore dopo che, alla met degli anni Settanta, la corte suprema aveva deciso di ridare ai singoli Stati la facolt di giustiziare persone condannate per crimini "capitali". Era un ritorno alla barbarie! E con quanta fretta certi Stati cominciarono a "riformare" le proprie leggi, a chiudere nei bracci della morte persone in genere povere, a giustiziare quasi sempre neri!
Sia chiaro, non sono un sentimentale. So che gli esseri umani hanno un fondo di malvagit, e sono capaci delle crudelt pi innominabili. So che i nostri antenati punivano con la morte anche crimini minori. Il punto, come ho sempre cercato di mettere in chiaro, non  solo che con questo sistema rischiano di essere condannati a morte degli innocenti (come  gi successo), ma che a essere aberrante  il principio stesso di un governo che esercita il potere "commettendo violenza contro uno qualunque dei suoi cittadini".
Mi sembra, o mi sembrava, lampante.
Ma dopo il mio primo apparente successo nello Utah, non riuscii a capire perch, malgrado i miei viaggi, interviste e inchieste in tutto il Paese, tante autorit mi ignorassero totalmente: rifiutando di parlare con me, dando l'impressione di non leggermi neanche. Com'era possibile, mi chiedevo nella mia ingenuit giovanile, non esercitare alcuna influenza sui casi controversi che trattavo, e cui si dava il dovuto rilievo su testate come sul "New York Times", "Newsweek", "The New Republic", e una volta persino su un giornale da supermercato come "People"? Sembrava di essere di fronte a macchine crudeli e inarrestabili. Una volta, dopo uno di questi aborti di giustizia che si concluse con l'esecuzione di un giovane ritardato nero nell'Oklahoma, ebbi un collasso e rimasi a letto per mesi, tormentato da quella che un romanziere russo dell'Ottocento avrebbe definito una "febbre cerebrale". (Dopo tre anni collass anche il mio matrimonio, che non era mai stato molto saldo - ma questa  un'altra storia.) Quando mi ripresi, comunque, rifiutai di dare retta ai consigli di amici e famigliari, e tornai a Tulsa per studiare il caso che mi aveva tanto sconvolto. Per settimane passavo dodici ore al giorno a consultare gli atti del processo e i documenti relativi, finch scoprii gli errori commessi dal difensore d'ufficio (che aveva trascurato di controinterrogare un informatore della polizia che chiaramente mentiva) e dalla pubblica accusa (che aveva "perso" una prova da cui si evinceva che l'accusato non era mai stato sul luogo del delitto). Trovai dei testimoni che la difesa aveva ignorato. E arrivai alla conclusione che il ragazzo giustiziato era sicuramente innocente. Eppure non riuscii a fare in modo che le autorit dell'Oklahoma riconoscessero le mie scoperte, e tanto meno che ammettessero la propria condotta superficiale, corrotta e criminale. Ma l'articolo di trenta cartelle dal titolo: "Nell'Oklahoma non si fa giustizia", che venne pubblicato sul "New York Times Magazine", ebbe vasta eco e molti elogi: venne ripubblicato in pi sedi, e vinse l'ambito premio Polk. Si parlava anche del Pulitzer, ma non se ne fece niente; in compenso, poco tempo dopo, mi venne offerta una rubrica su un prestigioso quotidiano della costa orientale.

Se avete mai sentito parlare di me,  certo merito del "Bollettino di morte". Quando era al culmine della popolarit, veniva stampato su quaranta quotidiani in tutto il Paese, e a volte ripreso anche dall'"International Herald Tribune". All'inizio venne anzi lanciato con grande clamore. Il mio compito non era solo di esprimere una posizione contraria alla pena capitale (posizione che il quotidiano, una roccaforte progressista, aveva spesso sostenuto in passato), ma anche di raccontare le storie dei condannati, delle loro famiglie e delle loro donne, nonch dei secondini, dei cappellani, delle guardie. Intervistavo gli psicologi dei penitenziari, le madri dei condannati, e un paio di volte anche i boia: era tutto materiale per la mia rubrica. Il direttivo del giornale, onorando una tradizione di impegno sociale, riteneva che non ci fosse abbastanza informazione sui vinti, i condannati, i reietti. E se il condannato era un ritardato mentale, se ne poteva ricavare una storia ancora pi drammatica. Avevo davanti a me i "paria", gli "umiliati e offesi" mescolati al benessere americano. Ed era mio compito escogitare i modi pi originali e "spettacolari" per portarli alla pubblica attenzione.
Per qualche mese arrivarono migliaia di lettere alla mia rubrica, con grande gioia del direttivo. Finalmente il dibattito, finalmente la "responsabilit sociale"! Ma poco per volta l'interesse scem; i lettori si scocciarono, o smisero di scrivere. La mazzata finale fu il ripristino della pena di morte nello Stato di New York, contrastata a lungo e con coraggio da un governatore progressista, ma poi imposta con il trionfo dei repubblicani alle urne. Fu uno shock, imbarazzante e deprimente. Il giornale dovette prendere atto della sua scarsa influenza, e la mia rubrica fu spostata senza troppo clamore dalla prima pagina alle pagine interne. Come un sughero che galleggia in acque agitate, cominci ad allontanarsi sempre di pi dalle sezioni importanti. All'epoca dell'esecuzione di Birdsall, in Alabama, appariva irregolarmente nella quarta sezione, vicino ai necrologi.
E anche i quotidiani che ripubblicavano i miei pezzi si erano ridotti di tre quarti.
Quella di Roy Beale Birdsall sarebbe stata la trentaseiesima esecuzione dall'inizio del mio "Bollettino di morte". Erano passati solo cinque anni, ma ero sfinito. "Basta. Non ce la faccio pi".

Alla fine, l'esecuzione di Roy Beale Birdsall da parte dello Stato dell'Alabama si svolse esattamente come previsto. Malgrado fosse un caso controverso, non ci furono proroghe dell'ultimo minuto o commutazioni di pena da parte del governatore. Non ci fu nessuna suspense, nessun accenno di speranza.
E per poco non mancai. Mi ero chiuso nella mia stanza a bere (una cosa che invano mi ero ripromesso di non fare pi), e mi ero svegliato alle undici e venti, con la testa annebbiata e in preda al panico. Mi ero precipitato alla prigione, a malincuore ero stato fatto entrare, ero stato perquisito da guardie corrucciate e condotto di buon passo nel braccio della morte, nella stanza senza finestre simile a un magazzino dove era collocata la sedia elettrica. Sentivo i prigionieri che gridavano e pestavano contro le sbarre e i muri in segno di protesta. "E' come se non riuscissero mai ad abituarsi," dissi tanto per dire qualcosa. "Gli piace fare casino, tutto qua," replic il secondino alzando le spalle.
Quando entrai nel locale per il pubblico, cominciai a tremare. Ero coperto di sudore freddo.
C'erano solo due file di scomode sedie di legno; la mia era davanti, contrassegnata dal nome del mio giornale, come se fossi sprovvisto di identit propria. Claude Dupre sedeva dietro. Tra i numerosi parenti di Birdsall, dall'aria sgomenta, spiccavano una donna abbastanza anziana e grossa, che sussurrava tra s o pregava, e un uomo tarchiato sulla cinquantina, calvo e color terra, che assomigliava abbastanza a Roy Beale Birdsall da poter essere un fratello. I Birdsall appartenevano a quella categoria di americani abbonati alla mala sorte. Ma anche di essi avevo gi scritto un mucchio di volte in passato, e avevo esaurito la mia riserva di piet.
Attraverso il vetro, tutti stavano fissando la "sedia": l'inconfondibile marchingegno giallo-mostarda, tante volte fotografato e discusso. "Un oggetto dal potere evocativo maggiore di quello del sacrificio umano di cui  lo strumento. Un prodotto unico dell'ingegno umano, mentre l'uomo  prodotto in massa dalla natura". Che cosa mi veniva in mente! Non era certo quello che potevo scrivere nel "Bollettino di morte". Questa sedia era al tempo stesso familiare e mostruosa; fatta di legno, probabile opera di un paziente artigiano, aveva un che di rustico, di casalingo, di squisitamente americano: un'innocenza alla Norman Rockwell, anche se era minacciosamente equipaggiata di cinghie, morse, elettrodi e di una specie di corona da assicurare alla testa del condannato, degna di un horror di serie B degli anni Cinquanta. "La sedia  un'icona". E la stanza crudamente illuminata  come un palcoscenico in attesa di un attore solitario.
Al di qua del vetro, gli unici rumori che si sentivano erano i respiri rochi e il ronzio di un condizionatore. Mi sentivo il fiato vischioso come muco. Nella mia stanza, oltre a bere e a camminare avanti e indietro, avevo fumato una sigaretta dopo l'altra, mettendomi nei panni di "un uomo cos sensibile alla morte imminente di un proprio simile" da non riuscire neanche a stare fermo. Chiss se Roy Beale Birdsall aveva apprezzato la sua ultima cena, o anche solo se era stato capace di mangiarla. Perch mai avevo scelto l'aragosta " l'amricaine"? Per usare una delle frasi icastiche che mi venivano in mente indipendentemente dalla mia volont, Birdsall aveva l'aspetto di uno che non aveva mai assaggiato l'aragosta in vita sua. E tanto meno le uova di salmone o il risotto. Mi stava venendo l'acquolina in bocca, che schifo. Che delusione, per, che non gli fosse stato concesso neanche un bicchiere di vino.
A mezzanotte e un minuto, la porta in fondo al locale dell'esecuzione si apr: e il segaligno reverendo Hank Harley entr reggendo una Bibbia voluminosa; lo seguiva il povero Roy Beale Birdsall, stretto tra due guardie, come un sonnambulo. Il fatto che dovesse morire con l'uniforme da carcerato - larga, colore della risciacquatura dei piatti - sembrava l'ultimo oltraggio. La testa era stata rasata brutalmente, e sembrava una palla da bowling. Aveva la faccia gonfia e arrossata, come se stesse facendo uno sforzo. E aveva manette ai polsi e alle caviglie, come una bestia. La fronte gli luccicava di sudore, eppure cercava di sorridere, stirando le labbra in modo orribile. "Sono in pace, Cristo  nel mio cuore". Chiss se mi poteva vedere. Mi avrebbe riconosciuto? Di certo non voleva guardare la sedia gialla; invece ammiccava verso il vetro, cercando i suoi parenti, che lo fissavano ammutoliti e attoniti. E poi vide me, e una luce si accese nei suoi occhi appannati, abbozz un sorriso meno rigido e cerc di alzare una mano come per fare una O con indice e pollice. "S, la cena mi  piaciuta! Era fantastica! L'ho apprezzata di cuore e la ringrazio, signore".
O almeno era quello che Roy Beale Birdsall sembrava voler dire.
Il rituale dell'esecuzione procedeva rapidamente, come un meccanismo a orologeria. E' questo l'orrore: una volta iniziato, non si ferma pi. Un uomo vivo entra in una stanza da cui uscir come cadavere. Me ne stavo seduto a osservare paralizzato ci che succedeva dietro il vetro, a meno di quattro metri di distanza. Come avevo potuto credere che la morte di Birdsall sarebbe stata solo routine? Rabbrividii quando Birdsall venne costretto a sedere sulla sedia, e gli venne assicurata al cranio la calotta metallica; quando le cinghie gli vennero strette ai polsi, alle caviglie e al petto, che si sollevava dal panico. Maniche e orli dei pantaloni vennero accuratamente tirati su, per attaccare gli elettrodi alla pelle pallida e glabra. Un secondino esperto di elettrocuzione prepar il "condannato" con la destrezza impersonale di un robot. E tutto questo mentre Birdsall cercava di conservare il suo sorriso incerto e forzato, come per assicurarci che fosse sempre padrone di s e della propria anima.
Il reverendo Hank Harley lesse la Bibbia con voce tonante, per poi chiedere gravemente se Roy avesse qualche ultima cosa da dire. Roy aveva la testa altrove e sembr non avere capito, e il reverendo dovette ripetere la domanda di rito. Birdsall fece un respiro profondo, tendendo le cinghie, e mormor con la sua voce nasale una preghiera sconnessa. Avrei preferito che proclamasse la sua innocenza e denunciasse la barbarie di cui era vittima, ma ovviamente non lo fece. "... Ges  e sar sempre la mia unica speranza, Amen..."
Subito dopo la guardia gli copr la faccia con un telo nero, proprio mentre i suoi occhi mandavano un guizzo di speranza.
Volevo gridare: "No! Fermatevi!"
Ma ovviamente rimasi in silenzio, muto, con i pugni stretti, guardando attraverso le palpebre semichiuse. D'altra parte i testimoni se ne stanno sempre seduti, silenziosi e impassibili, senza fare nulla per intervenire. Ogni volta sembra impossibile che una scarica letale di corrente venga fatta passare nel corpo di un essere umano in nostra presenza, e che nessuno intervenga: eppure  quello che avviene in caso di elettrocuzione; la cosa incredibile  che succede sempre cos, e successe anche in quella notte arroventata di settembre a Hartsfree, nell'Alabama. Dopo sette anni di attesa, la fine arriv rapida e brutale: da qualche parte, al segnale convenuto, venne abbassato un interruttore, e migliaia di volt percorsero invisibili il corpo di Birdsall; la prima scarica dur due minuti interi, centoventi secondi, uno dopo l'altro; all'inizio i pugni del condannato si serrarono e il suo corpo si irrigid, finch la vita ne col fuori e si "rilass", accasciandosi. Per Birdsall era finita, ormai se n'era andato, ma la procedura esigeva un'altra scarica, e un'altra ancora. Il battito cardiaco deve arrestarsi completamente, il cervello spegnersi del tutto. Una piccola spirale di fumo si arricciava dall'elettrodo attaccato alla gamba sinistra, la cui pelle adesso sembrava paonazza.
Altro fumo, un delicato alone bluastro, apparve attorno alla testa rigida. Lo spirito morente di Roy Beale Birdsall svaporava sotto i nostri occhi.

Davanti a me camminava di buon passo un uomo di mezza et in un logoro giubbotto di pelle, con un codino quasi tutto grigio che gli penzolava tra le scapole. Dovevamo sgombrare il pi in fretta possibile, e nessuno desiderava trattenersi. Claude Dupre sospir quando lo raggiunsi, ma non dicemmo una parola finch non fummo nel parcheggio dove, alla luce dei lampioni, sciami di falene e di insetti pi piccoli volteggiavano come molecole impazzite. Alla fine Claude mi appoggi fraternamente una mano sulla spalla e mi mormor disgustato: "Un altro! "
Gli scostai la mano delicatamente. "No. Non assomigliava a nessun altro."

La mattina dopo, sul primo volo per New York, colto da ispirazione sto battendo furiosamente la tastiera del mio portatile. "La morte  sempre originale, la morte  sempre al presente". Parler della morte di un uomo chiamato Roy Beale Birdsall sulla sedia elettrica del carcere di Hartsfree, in Alabama, con un tono, con una passione, con un convincimento tale che nessuno potr sfuggire o dimenticare le mie parole. Ne sono sicuro! La notte prima ero stato sveglio per ore nella mia stanza al motel, camminando avanti e indietro, troppo eccitato per dormire, prendendo appunti, leggendo ad alta voce dei brani, in uno stato di euforia che non provavo da anni.
E mi sorprendo a pensare, quasi di soppiatto: adesso che nello Stato di New York  stata ripristinata la pena di morte, non avr pi bisogno neanche di viaggiare.
Siamo a mille metri di altezza. Il South Carolina, comunque,  invisibile. Sotto l'aereo c' una massa opaca di nubi, simile a una rapida ghiacciata. Come sono felice di essere vivo, di tornare a casa, di scrivere con tanta risolutezza. La mia missione. "Un delicato alone bluastro... attorno alla testa rigida". Poco pi avanti, anche lui in economica,  seduto il mio vecchio compagno di studi e rivale Claude Dupre, arruffato, scomposto, con le spalle curve; sta guardando fuori dal finestrino i lembi di nuvole che scorrono veloci.



*Copland*.

Il marzo scorso per poco non venni ucciso nel *Copland*.
Adesso  giugno e me ne sto quasi sempre barricato in casa. Ho l'allarme elettronico e un sistema di sorveglianza. Ho chiesto la licenza per tenere un'arma in casa, ma mi  stata negata. (Ho fatto un'altra richiesta, e sto aspettando.) Se mi vedeste in faccia mi riconoscereste, ed  per questo che non esco quasi mai.
Forse ho smesso di essere famoso, data la velocit con cui il pubblico televisivo dimentica le cose, ma una volta lo ero, nella parte nord-est del New Jersey. Quella coperta dalla W.NET-T.V. di Newark, "L'emittente che da potere alla gente". Ogni mercoled, alle sette di sera, comparivo sul piccolo schermo. Ero S. Per tre anni ho fatto parte del team del controverso programma "La nuda verit!".
Tre anni  pi o meno il limite di tempo entro il quale i giornalisti di "La nuda verit!" scoppiano. S., invece, stava appena cominciando a fare le cose sul serio.
Pu darsi che sembri darmi delle arie. Ma sto solo cercando di rispettare la verit. La violenza che ho subito non ha lasciato segni sul mio viso, che  ancora bello e giovane, per quanto un po' insignificante. Gli sbirri che mi hanno picchiato sono stati attenti a non lasciarmi segni in faccia.
Lo so: non posso provare che fossero davvero dei poliziotti. Il fatto  che non posso nemmeno provare che il *Copland* sia un posto realmente esistente. Nemmeno se riuscissi a rintracciarlo, cosa che  improbabile. Nemmeno se rinunciassi alla sicurezza della mia casa, che fa parte delle Deer Trail Villas, un complesso residenziale di Lakeview, New Jersey, per setacciare la zona di Newark: cosa che non potrei fare per motivi tanto psicologici quanto medici.
Il fatto  che la mattina del 29 marzo dei netturbini hanno trovato in un cassonetto della spazzatura il mio corpo nudo, coperto di lividi e sanguinante da una grave lacerazione all'ano. Sono stato portato via da un'ambulanza, privo di sensi.
Per mia fortuna non erano presenti giornalisti televisivi rivali o fotografi. Mi avrebbero riconosciuto subito. I titoli sarebbero Stati impietosi: REPORTER DI "LA NUDA VERITA'!" TROVATO NUDO.
Ma ai giornali non  arrivato niente. Sono rimasto un corpo "anonimo" finch mia moglie non mi ha riconosciuto. Da allora ho tenuto un profilo basso.
Perch non ho fatto denuncia? Volete scherzare?
La prossima volta gli sbirri mi ammazzeranno. Questa volta penso fosse pi che altro per ridere. Infatti non mi hanno toccato la faccia.
Perch? Non certo per gentilezza o per piet. Per pubbliche relazioni, immagino. Perch i segni sulla faccia, in fotografia o in televisione, colpiscono molto di pi delle contusioni sul corpo, o anche delle ossa rotte. Perch la faccia  "individuale", e il corpo anonimo. I miei aguzzini sono stati molto professionali e discreti.
Poich sanno che non ho la minima voglia di mostrare in pubblico quello che hanno fatto ai miei genitali e al mio ano.
Mia moglie, M.,  rimasta scioccata dalla violenza che ho subito, ma al tempo stesso ne  stata stranamente intrigata. Mi guardava come se non mi vedesse da anni. "Povero tesoro. Sei fortunato a essere vivo."
Sottinteso: "E quindi non lamentarti come  tuo solito".
Una cosa che ho imparato facendo il giornalista in televisione  che gli esseri umani hanno una scorta limitata di piet e di seriet. Prima di "La nuda verit! " sono stato sette anni al telegiornale della notte di W.NET-T.V. Davanti alla telecamera eravamo tutti rigidi e formali, ma appena si spegneva il segnale di trasmissione, ci smollavamo e scherzavamo come degli scemi. Devo confessare che S. era uno dei peggiori. Voglio dire, uno dei pi spiritosi di tutto lo studio. Sapete quanto sia difficile tenere la bocca chiusa, se uno sa di far ridere la gente. Quindi non voglio atteggiarmi a moralista: non  nella mia natura.
Un po' di tempo fa, prima che finisse la mia carriera, mi capit di sentire mio figlio K., che ha quindici anni, che si vantava di me parlando al telefono, stravaccato sul letto con la T.V. accesa ( cos che fa con le sue fidanzate, per ore e ore; naturalmente ha una linea solo per lui): "Mio padre  okay. E' forte. E' come se avessimo la stessa et, capisci?"
Forse non dovrei, ma ne sono lusingato.

Sono un maschio caucasico sano di quarantasei anni.
Anche con i miei handicap, sembro molto pi giovane della mia et. M., mia moglie, che ha almeno quarantatr anni (lascia sempre nel vago le questioni anagrafiche), sembra una ragazza sotto i trenta.
Nessuno di quelli che conosciamo dimostra la "sua" et. E' come se il concetto stesso di "et" fosse fuori moda.
Impossibile indovinare le "et". E ancora meno risalire dall'abito al monaco.
Prendiamo S., per esempio. Ho fatto lettere classiche a Princeton e ho preso il dottorato in giornalismo televisivo alla New York University. Ma in testa non mi  rimasto quasi niente: il greco l'ho quasi completamente dimenticato, e delle tragedie ricordo solo l'atmosfera minacciosa. Da diciotto anni sono sposato con M. Abbiamo due figli, K. e sua sorella C, che ha undici anni - o forse sono gi dodici. M.  dirigente alla CitCorp Trust; che cosa faccia esattamente non lo so, ma lo fa bene. A furia di investire, abbiamo messo da parte pi di due milioni di dollari in immobili, titoli e liquidi. Il che  la media per coloro che risiedono nelle Deer Trail Villas, penso. Un milione di dollari non corrisponde pi a quello che significava per la generazione dei miei genitori: assomiglia a quello che allora erano centomila dollari.
Non conosco molto bene la mia famiglia. Non che ne sia particolarmente turbato, ma  cos. Quando ero S., il brillante personaggio televisivo, uno dei reporter di "La nuda verit! " incaricati di smascherare "corruzione, disonest e immoralit nel pubblico e nel privato" - "La nuda verit! a difesa della democrazia americana" - i miei ragazzi erano fieri di me, eppure non sono mai stato capace di interessarli, dal vivo, come il mio alter-ego televisivo. S. era una specie di gemello-rivale, che poteva contare su riprese aeree spettacolari, montaggio incalzante, e una martellante colonna sonora rock che manteneva la suspense anche quando non stava succedendo un granch. Nella vita reale, quella che vive la maggior parte di noi, quando non succede niente - cio quasi sempre -, non c' una musica di sottofondo a suggerire che presto sta per capitare qualcosa. Sia K. sia C. mi subissavano di domande sui miei casi pi sensazionali, ma si distraevano se parlavo per pi di cinque minuti di fila. Se usavo termini troppo tecnici, gli si appannavano gli occhi. La stessa M., che pure era tanto ghiotta di scandali e informazioni riservate, dava segni evidenti di noia se mi dilungavo. Ci rimanevo male, ma ci scherzavo sopra. Visto che come S. di "La nuda verit!" avevo decine di fan che mi mandavano lettere, regali e proposte di matrimonio, perch la mia famiglia non mi voleva pi bene? M. si faceva una delle sue risate (che sembrano il tintinnio di argenteria d'antiquariato), e diceva: "Perch noi siamo la tua famiglia, sciocco, e sei tu che devi volere bene 'a noi'"?
Una risposta che mi lasciava senza parole, al tempo stesso assurda e profonda.
Nella nostra casa di pietra al 9 di Deer Trail Road ci vediamo sempre di sfuggita. E' come se facessimo zapping alla televisione, e incocciassimo ogni tanto nelle nostre immagini. A volte fai una pausa e rimani a guardare per qualche secondo, o qualche minuto; ma il pi delle volte hai fretta e vai avanti, cercando qualcosa di pi interessante. Mangiamo a ore diverse, in diverse parti della casa, e la sera siamo quasi sempre in stanze diverse, chi a guardare la T.V. e chi a navigare su Internet, anche se i ragazzi naturalmente dovrebbero fare i compiti. Mia moglie si porta a casa il lavoro della CitCorp, anche se a volte in camera sua sento la televisione accesa, o almeno immagino sia la T.V. alle due di notte. Conosco ogni centimetro del corpo di mia moglie. La mattina presto, quando eravamo giovani, facevamo l'amore con grande tenerezza, e M. mi raccontava i suoi sogni - la cosa pi intima che si potesse immaginare, mi sembrava; ma da anni non me li racconta pi, forse perch ha smesso di farli, o io ho smesso di chiederglieli. So che  da un pezzo che non la vedo nuda, e sono abbastanza curioso di sapere come sia diventata. Sembra non avere messo su neanche un etto. E' cos affascinante, piena di energia, "giovane". Come S., ha fatto degli esperimenti con le tinture per i capelli, e quindi sulla sua testa non c' un filo grigio; ma non riesco a ricordarmi se ci sono sempre state le mches vinaccia in mezzo al marrone mogano, o se sono una variante recente. Naturalmente non oserei mai chiederglielo.
Cos come non andrei mai a spiarla. M. sa di essere perfettamente al sicuro quando canta sotto la doccia nel suo bagno, o quando si spoglia nella sua camera da letto vicino alla mia. Sa che non aprirei mai "per sbaglio" la porta. Sa che non mi infilerei mai nel suo letto in una crisi di "sonnambulismo".
Anche se dopo il *Copland* passer un bel po' di tempo prima che mi infili nel letto di chiunque, sonnambulismo o no.
Come la maggior parte di quelli che lavorano nei media, S. viveva a velocit doppia. Avevo una fiorente vita sessuale, a volte un po' frenetica, ma di rado con colleghe della W.NET, o relazioni serie. In genere, era con professioniste, per cui non provavo maggiore trasporto che per l'assistente del dentista che ogni sei mesi non vede l'ora di scrostarmi il tartaro dai denti. E quindi, senza coinvolgimenti personali, non c'erano mai state le premesse per quella che, tecnicamente, si definirebbe "infedelt coniugale". Tutti i miei amici sposati che lavorano alla W.NET la pensano allo stesso modo: quello che fai con una professionista  solo una transazione economica e nulla di pi, e inoltre sono esclusivamente affari tuoi e di nessun altro. In ogni caso M. assicura di preferirmi "in un ruolo sessualmente indefinito". Ossia castrato. Quando la sera facevamo vita sociale, dopo qualche bicchiere di vino la sentivo confidarsi con le amiche che, per quanto la riguardava, poteva fare a meno del sesso per il resto della sua vita - finch c'era "il suo coccolone a scaldarle il letto".
M. si riferiva a Chop-Chop, il nostro bassotto. Ma finch lascia la faccenda nel vago, non mi sento n offeso n geloso.
Mentre mi preparavo alla nostra inchiesta sulla polizia del New Jersey, forse il mio errore fu di farmi tingere di biondo platino i miei capelli castani. E di farmeli tagliare in quel modo: rasati sulla nuca, con la riga in mezzo, e due ciuffi che ricadevano sui lati. Anche ciglia e sopracciglia me le ero fatte tingere. Per tacere dei diversi piercing all'orecchio sinistro. E del colorito uniforme da mandorla tostata che avevo acquistato a furia di lampade. L'effetto era "spettacolare". (Ma gli sbirri, si sa, sono notoriamente omofobici.)
Ragazze che negli ultimi tempi sembravano non vedermi neanche, e uomini che non mi degnavano di un'occhiata, adesso si giravano tutti. E i miei capi della W.NET - compreso il miliardario che possedeva la baracca e che veniva chiamato affettuosamente "Mister Dio" - mi osservavano allibiti. Difficile credere che fossi un maschio caucasico ultraquarantenne, per di pi sposato con due figli.
Imparai che il potere sessuale  prodotto dall'occhio di chi ti guarda. Se ispiri sesso a qualcuno, non importa se uomo o donna,  tutta energia che accumuli.
Non che, con tutto questo, passassi dall'altra sponda. Anche se ne ho avuto l'occasione.
Quando M. mi vide per la prima volta nel mio nuovo look, fu turbata, e anche un po' spaventata. "Oddio, che cos'hai fatto? Ma sei proprio tu?" E arriv a toccarmi la faccia con le sue dita gelate, come una cieca. Le dissi che anche lei poteva ossigenarsi i capelli, tagliarli e farsi la lampada. "Dai, fallo anche tu." Cercando di celare il proprio disprezzo, si affrett a rispondermi: "Oh no. Perderei il rispetto dei miei colleghi. Faccio un lavoro serio, io."
Come se il mio lavoro a "La nuda verit! " non fosse serio.
Come se la democrazia americana non si basasse sulla continua rivelazione della verit.

Adesso sono in congedo per malattia, in "convalescenza".
"Almeno hai portato fuori Chop-Chop?" mi chiede sempre M. quando torna a casa dal lavoro, mai prima delle sette. Sottinteso: "Non riesco a immaginare che cosa diavolo tu faccia tutto il santo giorno, ma non intendo dire una parola". Io le rispondo sempre di s, anche se Chop-Chop al massimo lo porto dietro il garage, dove i piccoli stronzi canini si accumulano con la stessa rapidit della popolazione del Terzo Mondo.
K.  imbarazzato che il suo pap si aggiri per la casa in stampelle, e si chiuda in bagno a guaire per produrre poche pallottole da coniglio ogni due o tre giorni. Dopo lo shock, i miei capelli non sono pi biondi, ma bianchi. E li sto perdendo. I miei occhi azzurro cielo, un tempo adorati dalle donne, adesso sono di un blu maculato, come ciottoli. Neanche le lenti a contatto riesco pi a portare, e mi irritano gli occhi come se avessi un'allergia, o piangessi sempre. (Tra l'altro, piango davvero? L'altra sera ho sentito C. che chiedeva a sua madre: "Perch pap  cos triste? Perch 'piange'?" E M., in tono gentile: "Tuo padre non  triste, tesoro, e non piange. Gli uomini non mostrano mai le loro emozioni. Ha solo delle 'allergie'")
Mi deprime l'idea di avere ancora quattro decenni davanti a me. Se tutto va bene. Se non mi immischio pi con *poliziotti* vendicativi.
Mio padre, a cui pare che somigli, ha passato gli ottanta, ma "corre sempre la cavallina", come dice lui, per quanto non abbia mai potuto appurarlo. Da anche abbastanza i numeri, ma non pi di quanto facesse nel fiore dei suoi anni.
L'altro giorno leggevo sul "New York Times" una statistica sorprendente: un quinto buono dei maschi bianchi della mia generazione sono invalidi e godono della relativa pensione. Invalidit fisiche, mentali, professionali. Siamo in milioni, e saremmo una "forza politica potenzialmente assai influente", se qualcuno prendesse la briga di organizzarci. Ma chi? La maggior parte di noi non scende dal letto se non dopo che le nostre mogli sono andate a lavorare e i nostri figli sono andati a scuola - ammesso che vivano ancora con noi. E possiamo impiegare anche due ore per prepararci, fare colazione (nel mio caso corn-flakes zuccherati, latte scremato, decaffeinato e mezzo pacchetto di sigarette, che naturalmente sarebbero proibite) e guardare il telegiornale del mattino o leggere il giornale (nel mio caso il "New York Times" con i suoi molteplici inserti: comincio sempre dai necrologi, che sono i pezzi scritti meglio in assoluto, per poi passare alla sezione A - quasi tutta di politica internazionale -, alle tremende pagine locali dedicate a beghe cittadine e fattacci di cronaca nera, e poi allo sport, all'economia, alla cultura - che  quasi tutta pubblicit di film - e poi agli inserti speciali tipo scienza, arredamento, mangiare in casa e mangiare fuori, informatica - fiumi!). Ora che ho finito la colazione e le pagine del "Times" sono sparse sul pavimento attorno a me, si  fatto quasi mezzogiorno. Non mi sono ancora rasato o vestito, e mi sento come l'orologio che si scioglie nel quadro di Salvador Dali, con le formiche che ci formicolano sopra.
Comunque, quasi tutti i giorni mi sforzo di andare nel mio studio, di mettere in funzione il registratore e di parlare. Il mio terapista, il dottor A., mi ha vivamente consigliato di registrare ci che mi  successo il marzo scorso e mi ha rovinato la vita; o, per essere preciso, quello che credo mi sia successo. (Mi ritiene un bugiardo il dottor A.? Al nostro secondo incontro, notando la sua espressione incredula e disgustata, gli chiesi di punto in bianco se mi credesse. Senza esitare, mi rispose che certo, credeva che mi fosse capitato qualcosa "di natura effettivamente traumatica". S dottore, gli dissi, ma crede che sia successo come dico io, e che sia vero? E il dottor A. ripet, con la sua voce catarrosa, che s, credeva che avessi avuto un'esperienza "dai tratti inconfondibilmente traumatici". Uscii dallo studio di quel bastardo e non mi feci vedere per due settimane; dopodich decisi di rinunciare al mio orgoglio e di tornare, dato che la mia pensione di invalidit mi paga la terapia e gli antidepressivi, e vedere il dottor A. due volte la settimana mi serve a organizzare la vita come una volta faceva il mio lavoro.) Su una parete del suo studio campeggia il motto socratico: CONOSCI TE STESSO. E' una sfida, immagino.
E quindi parlo al registratore. Mi gira la testa a furia di vedere il nastro girare. A volte mi accorgo che la mia voce acquista una drammaticit televisiva, mentre mi avvicino al trauma del 29 marzo. "Sono stati dei poliziotti! Quelli a cui compriamo le uniformi, le pistole, i manganelli"! Ma in quel momento non riesco pi a trattenere gli sbadigli. Appoggio la testa sul registratore e mi sveglio un'ora dopo, con il collo e la schiena doloranti. A volte, sopraffatto dalla stanchezza, crollo sulla poltrona pi vicina, dove dormo fino al primo pomeriggio, quando mi sveglia il morso della fame, come se fossi un bimbo che vuole essere allattato. E quando mi sveglio la seconda volta, mi tengo alla larga dal registratore, se non per spegnerlo.
Mi preparo un pranzo, per quanto in ritardo. Formaggio fresco attinto direttamente dal contenitore, con contorno di germi di grano. Spero di rimediare un po' alla mia carenza di calcio. Altro decaffeinato, altre sigarette. Sono troppo agitato per sedermi. Mi aggiro per la casa. In ogni stanza in cui entro, accendo la T.V. per non sentirmi troppo solo. Non voglio cominciare a pensare a me stesso come al protagonista di una tragedia. Tipo quel vecchio rompiballe di Edipo a Colono. "Un esule, in terra straniera. Coperto di stracci. Il corpo avvizzito e scheletrico incrostato di sporcizia senza tempo. Le cavit orbitali vuote. E per pranzo, pochi avanzi".
Quando piove, non esco. Ma anche il sole  troppo abbagliante per i miei occhi, nonostante gli occhiali scuri. Ma non voglio farmi venire la paranoia di essere osservato. Videoregistrato. Le Deer Trail Villas sono un complesso residenziale privato sorvegliato da guardie. Ovviamente questi sbirri in affitto non solo proteggono i proprietari come me, ma li spiano anche. Guardie private col porto d'armi, come le nostre, sono collegate alla polizia; probabilmente la maggior parte di loro sono anzi ex poliziotti. Ogni volta che porto fuori Chop-Chop, anche se si tratta solo di andare dietro il garage, ho un'allucinazione di straordinaria chiarezza: vedo la mia sagoma macilenta nel mirino al telescopio di un fucile. E riesco ad avvertire sul grilletto il dito del killer senza volto. Se S. avesse l'integrit di quei vecchi e tragici greci, si volterebbe sereno ad affrontare la morte. Non striscerebbe invocando piet, come aveva fatto nel *Copland*. Invece sono sopraffatto da un terrore prerazionale. "No! Per favore! Non sparate!" Arranco per tornare dentro, quasi inciampo con le stampelle nel povero Chop-Chop, e appena in casa cadiamo uno addosso all'altro, uggiolando.

Chiunque sia, non ha mai sparato un colpo. Neanche per scherzo.
Mi chiedo chi l'avr vinta, alla fine lui, io no.

Anche se sembra che non siamo stati capaci di dimostrarlo a "La nuda verit!",  indiscutibile che gli sbirri del New Jersey siano pi grossi degli esseri umani normali. Anche le loro volanti sono pi grosse delle macchine normali, sono delle specie di carri armati, eppure ci stanno stretti lo stesso. Quando li vedi di pattuglia per le strade, sembra un'illusione ottica. Quando ti sono vicini, sono solo "alti" - diciamo sul metro e novanta. Un po' meno vicini, diventano almeno di due metri. E da lontano sono dei giganti. Devono pesare sul quintale. Un po' grassi, certo, ma quasi tutti muscoli, come rinoceronti. Tendono ad assomigliarsi, tutti biondi o castani, coi capelli tagliati a spazzola. Et tra i ventinove e i quarantanove anni. Facce paonazze larghe come badili. Gli hanno insegnato a sorridere e a pronunciare impassibili espressioni come "signore", "signora", "mi scusi", "grazie". E' un'esperienza raggelante vedere uno sbirro del New Jersey che distende le labbra in un sorriso, mentre i suoi occhi ti fissano come punteruoli per il ghiaccio. Alcuni hanno le fossette sulle guance. Danno l'impressione di essere dei ragazzoni ipersviluppati, che mai direbbero parolacce o tanto meno oscenit davanti alle donne. Hanno mani enormi, grandi come i piedi di persone normali. Le braccia invece sembrano delle cosce. Le teste rotonde e pesanti come palle da bowling, e i toraci che sembrano degli idranti. Eppure sanno essere velocissimi, come i rinoceronti o gli elefanti. Sono fieri delle proprie uniformi grigio-blu, degli stivali di pelle lucida, dei berretti con la visiera, dei cinturoni cui sono appesi il manganello, la pistola nella sua fondina e la trasmittente. Spesso indossano occhiali scuri. Noi cittadini abbiamo imparato a temerli, anche se continuiamo ad ammirarli. Anche gli anziani o le persone di mezza et amano pensare agli sbirri come all'autorit". Forse pensiamo che se li ammiriamo abbastanza, e rendiamo pubblica la nostra ammirazione, ci tratteranno gentilmente. Non useranno violenza contro di noi. Non ci manderanno fuori strada mentre inseguono a centocinquanta all'ora i ragazzini di Newark che rubano le macchine, e non ci crivelleranno di colpi se finiamo in mezzo a una sparatoria. Basta che siamo gentili con loro, sorridenti e timorati. Che pronunciamo le parole giuste. E che siamo del colore giusto, n nero n marrone n beige.
Naturalmente, gli sbirri pi pericolosi non sono quelli in uniforme. Sono quelli "in borghese". Sembrano persone normali! Solo che sono pi "grossi".
Questi sbirri, in borghese o in uniforme, hanno molti ammiratori tra la gente comune. Uno dei loro fan pi rumorosi  il governatore del New Jersey, che riesce sempre a farsi vedere in televisione almeno una volta alla settimana, a tessere l'elogio degli sbirri per il loro coraggio e i loro risultati nella lotta contro il crimine. E i nostri sindaci si uniscono subito al coro. Giurie composte solo da bianchi assolvono senza battere ciglio sbirri accusati di violenze razziste che possono comprendere l'omicidio - sempre ammesso che si arrivi al processo. La scusa  sempre l'uso legittimo della forza. I politici hanno una paura fottuta di farsi nemici gli sbirri. Sanno bene quale catastrofe sarebbe uno sciopero della polizia: verrebbe smascherata l'impotenza delle loro amministrazioni, come se dei paralitici venissero sbalzati dalla sedia a rotelle. Uno sciopero della polizia avrebbe conseguenze molto pi devastanti di quello di pompieri, medici o infermieri. Dato che gli sbirri potrebbero non solo scioperare passivamente, ma anche passare all'azione. Dopotutto hanno le armi, i mezzi e l'addestramento. E il gusto della violenza, che nel resto di noi non  sviluppato.
Quando viene ucciso uno sbirro, cosa che capita spesso (guerre tra narcotrafficanti? Azioni della malavita organizzata? Faide interne?), celebrano i funerali in grande stile: parate di poliziotti a cavallo e maestose processioni, inumazioni presiedute da ecclesiastici d'alto rango. Con la partecipazione del governatore, dei sindaci e di tutti i pezzi grossi. E appena finita la cerimonia, dal dolore represso si passa alla voglia di vendetta. Con la televisione che batte la grancassa.
Cos l'inverno scorso, quando "La nuda verit! " decise di iniziare un'indagine segreta sulla polizia, sapevamo di correre pi rischi del solito. Ma per S. non c'erano problemi. O almeno dissi cos. E forse lo pensai anche. Nei miei tre anni di programma, avevo fatto delle rivelazioni sensazionali. Il nostro indice di ascolto era sempre alto. Cominciavo a vedere all'orizzonte un'offerta da parte di "Sixty Minutes", con un salario triplo. "La nuda verit!" aveva denunciato associazioni umanitarie truffaldine, scandali delle assicurazioni e delle mutue a pagamento, cibi "organici" contaminati, tangenti in case di riposo, proprietari di case popolari che d'inverno lasciavano gelare i propri inquilini, quando non gli davano fuoco assieme al palazzo. Aveva portato alla luce bordelli di lusso, prostitute tossiche malate di Aids e relativi papponi, circoli di pedofili su Internet. "La nuda verit!" lavorava nel segreto pi assoluto, e la nostra squadra aveva fama di essere "inappuntabile, incrollabile e incorruttibile".
Neanche le nostre mogli sapevano ci su cui stavamo indagando. Vedendo il nuovo look fiammeggiante di S., M. aveva detto, crudelmente: "Non ti sembra di essere un po' troppo vecchio per certe cose, caro? Di qualunque cosa si tratti."
Il 10 marzo eravamo gi al lavoro, per le strade e in incognito. Il programma doveva andare in onda il 25 marzo. Come tutti i giornalisti, lavoravamo meglio se sotto pressione. Alcuni di noi agivano da soli; ma la maggior parte in gruppi di due o di tre. Ed eravamo sempre seguiti da un anonimo furgoncino, da cui riprendevano tutte le nostre mosse. Sempre che non ci portassimo dietro la videocamera, dentro il giubbotto. Bei tempi!
Ogni giorno in televisione si parlava di omicidi, stupri, rapine, incendi dolosi. Inseguimenti drammatici, sparatorie e arresti. Criminali che confessavano. Processi-spettacolo. Ma non si parlava mai dei crimini che, si diceva, commettessero gli sbirri: gli "interrogatori" di giovani neri o dalla pelle scura che venivano fermati nelle loro macchine, ammanettati, picchiati e in certi casi uccisi, con la scusa che erano "sospetti". A quanto pare la banda dei tossici ladri d'auto (tutti neri o ispanici, tutti giovanissimi) era stata estirpata da Newark; ma correva voce (e non fummo in grado di provarlo) che le loro ossa si trovassero nella calce, con le bandane dei loro "colori". Si diceva ancora che migliaia di senzatetto, molti dei quali neri, molti dei quali minorati mentali, fossero stati caricati su dei camion, e portati via. Dove, non lo sapeva nessuno. Di certo la loro presenza nel: le aree urbane si era sensibilmente ridotta. Alcuni di noi andarono nei centri di accoglienza travestiti da senzatetto: sporchi, con la barba lunga, i vestiti a brandelli, lo sguardo smarrito. Ignari impiegati o volontari ci disinfestavano assieme agli altri, e ci mettevano in fila per una ciotola di minestra tiepida e sabbiosa. Esperienze deprimenti, si capisce, ma non venimmo mai malmenati da alcun poliziotto. Forse sembravamo troppo "normali". Forse i poliziotti ci riconoscevano, malgrado i nostri travestimenti. Con i miei capelli biondo platino, la barba lunga, gli occhiali spessi come fondi di bottiglia, rabbrividendo in un impermeabile che sembrava la tenda della doccia, agli occhi di uno sbirro dovevo sembrare una spregevole checca strafatta. Ma l'unica volta che uno sbirro si rivolse a me, mentre parlavo da solo in un angolo, fu per dirmi, con impassibile cortesia: "Signore? Stanno finendo di servire il caff." Guardai di sottecchi il sorriso da squalo del giovane gigante. Quando stirava le labbra, gli occhi gli diventavano piccoli come punteruoli per il ghiaccio. Comunque stava sorridendo. Le sue mani guantate fremevano, ma non mi aveva toccato con un dito.
Un'altra volta, a Newark, ero con un collega, un nero di nome Sherwin che non aveva finito giurisprudenza a Yale. Sherwin aveva gli occhiali scuri, il pizzetto, ed era conciato come un pappone. Stavamo camminando in mezzo al traffico, ridendo come se fossimo fatti. Quale esca pi appetibile per gli sbirri locali? E infatti ci vengono incontro in coppia, le mani sui manganelli, ma sfoggiando il sorriso d'ordinanza. Uno dei due ci dice gentilmente: "Per la vostra sicurezza, sarebbe meglio attraversare una strada come questa sulle strisce, aspettando il verde." Il suo sorriso  cos lungo che sulle guance gli si aprono due fossette, come delle ferite. L'altro sbirro, pi vecchio, ci fissa con un sorriso stirato, mentre gli occhi gli si iniettano di sangue. Con voci flautate mormoriamo: "Grazie, agenti! Adesso ci proviamo!" Dopodich dico a Sherwin, deluso: "Non mi aspettavo che ci trattassero cos. Non sar esagerata questa reputazione tanto tremenda?" E Sherwin, sprezzante: "No. Abbiamo solo avuto sfiga. Siamo stati noi a non calcare la mano."
Ma anche gli altri reporter di "La nuda verit!", variamente travestiti e sparsi qua e l per il New Jersey, stavano facendo esperienze simili. E per quanto simulassimo ubriachezza in luoghi pubblici o "comportamenti sospetti", venivamo trattati con grande cortesia, come dei normali cittadini. Le nostre giornaliste, che si erano preparate a molestie sessuali, non facevano che incontrare sbirri gentiluomini. Dopo il terzo o il quarto di questi incontri, mi venne da pensare: "E se qualcuno li avesse avvertiti? Forse sanno di essere ripresi". Ma non potevo accettarlo. Perch in quel caso tutti i nostri sforzi non servivano a niente, e fin dall'inizio ci doveva essere stata una collusione tra i dirigenti della W.NET e la polizia del New Jersey. E "La nuda verit!" stava riprendendo del materiale che, quando sarebbe stato mandato in onda, avrebbe fatto proprio il gioco degli sbirri.
Comunque continuammo a fare tentativi. Sapevamo di avere preso la strada sbagliata, ma continuammo. Ricordo delle notti di marzo in cui S., col suo nuovo look, batteva da solo certe zone di periferia, sperando che succedesse qualcosa. Altre volte ero con Sherwin, Randall ed Elise: andavamo in giro a fare casino, sperando di attirare l'attenzione di sbirri brutali ma fotogenici. "Sapevamo che esistevano. Ma dove diavolo erano"? Un sabato sera io e Sherwin ci stavamo lavorando i bar gay di Hoboken, davanti all'oceano, andando in giro abbracciati lungo stradine di ciottoli, nella speranza di attirare gli sguardi predatori di sbirri di pattuglia, con l'anonimo furgoncino della W.NET che ci seguiva a mezzo isolato di distanza. Uno di noi, forse io, fece un gesto provocatorio a una volante, che inchiod immediatamente. Ci preparammo al peggio, ma tutto quello che successe fu che uno sbirro enorme (doveva essere alto pi di due metri e pesare pi di un quintale) infil il testone fuori dal finestrino e agit il suo indice grosso come una salsiccia, ammonendoci: "Ragazzi, ricordatevi il preservativo! E non prendete freddo." La volante sfrecci via e gir dietro un angolo, mentre Sherwin gridava inutilmente: "Ehi, ragazzi! Perch non ci date un passaggio?" Speravamo che facesse il giro dell'isolato, ma niente. Il furgoncino continuava a seguirci, sprecando nastro. "I bastardi lo sanno," disse Sherwin. E io: "E' impossibile. Non ci ha mai scoperti nessuno. E poi sembriamo delle checche autentiche. Lo siamo proprio." Forse ero un po' sbronzo, e avevo mandato gi un po' di roba (del genere che una volta si chiamava "speed" e adesso "cristalli") comprata in un bar. Gli occhi mi brillavano quanto gli orecchini. Non mi lavavo da giorni - faceva parte del travestimento - e il mio corpo trasudava una fragranza muschiata e carica di sessualit, che qualunque sbirro omofobico dal naso fino avrebbe potuto fiutare a dieci metri di distanza. Volevo il confronto, e che cavolo! Volevo finire in televisione ammanettato, messo in ginocchio, minacciato. Volevo che i miei diritti di cittadino venissero calpestati. Volevo essere insultato, umiliato, volevo dimostrare la mia freddezza con il naso insanguinato. La mia famiglia sarebbe stata sorpresa dal mio coraggio, orgogliosa di me, elettrizzata. Possibile che non sarebbe successo niente di tutto questo? Cominciavo ad avvertire il brivido di provocare degli sconosciuti, solo che non venivo a capo di niente. Come un fulmine che si abbattesse a terra, senza incontrare resistenza e senza fare scintille.
E gli sbirri giganteschi stipati nella loro autoblindo, per quella sera, non si fecero pi vedere.

La trasmissione del 25 marzo di "La nuda verit! " ci fece fare una figura barbina, anche nel nostro ambiente. Un'ora di banali riprese da cui gli sbirri del New Jersey venivano fuori come educati, gentili, disponibili e soprattutto non razzisti, non misogini, non violenti. Nei nostri elaborati travestimenti, noi reporter sembravamo ragazzini conciati per Halloween: ma avevamo ricevuto solo dolcetti, senza fare scherzetti.
Il compito di "La nuda verit!" era di portare alla luce la verit. E se quello era il risultato della nostra indagine, avevamo il dovere di renderlo pubblico, anche se era il contrario di quello che ci aspettavamo.
Qualche sera dopo eravamo allo Skids a bere qualcosa. Alcuni di noi erano depressi, e altri incazzati. Forse ci avevano fregati, ma non potevamo saperlo. Alcuni cercarono di fare delle battute sulle interpretazioni degli sbirri. E S., che  il pi avvilito, si vede riflesso nello specchio dietro il bancone, e sente un brivido di eccitazione. I capelli, l'abbronzatura, gli orecchini. Ma  una sensazione che svanisce presto. La mattina dopo sarebbe tornato al suo solito castano, e basta orecchini. Bevvi altri due bicchieri, e venne l'ora di andare. Proposi a una delle ragazze di accompagnarla a casa, ma aveva la sua macchina. Si mise a ridere e mi appoggi l'indice sulle labbra. "Dovresti prendere un taxi," mi disse. "Non sei in condizione di guidare." Tra l'imbarazzo generale, delle lacrime cominciarono a scendermi dagli occhi. "S. se l' presa troppo a cuore," si affrett a dire Sherwin. "Ci penso io a portarlo a casa." Ma io andai a nascondermi in bagno, e quando tornai, Sherwin non c'era pi. "Stronzo", pensai. "Hai perso anche Sherwin", Bevvi un ultimo bicchiere, e decisi di tornare a casa.
Da quando era andata in onda la puntata, avevo l'impressione di vedere pi sbirri del solito. Bestioni che straripavano dalle loro uniformi e che quasi non riuscivano a entrare nelle loro macchine. Comunque mi sembravano sempre sorridenti. Se ne stavano a distanza, le mani sui manganelli. "La nuda verit!" l'aveva reso chiaro: gli sbirri sono i migliori amici del cittadino che rispetta la legge. Incrociando una volante, quella notte, lampeggiai con gli abbaglianti, e mi sembr che anche loro rispondessero al mio saluto.
E poi ecco quello che successe.
Mi ricordo di essermi messo in coda per prendere lo scontrino al casello. Davanti a me ho almeno sette macchine, e anche le altre file sono altrettanto lunghe, ma ce ne sono un paio che si muovono pi veloci; e cos, come faccio spesso, come fanno tutti, mi infilo in un'altra fila. E all'improvviso c' una figura svettante in uniforme di fianco alla mia macchina, che batte seccamente sul finestrino. Uno sbirro. "Buonasera, signore. Prego, favorisca patente e libretto." Non era il solito ragazzone, ma un veterano che avr avuto la mia et, con la pelle rugosa e la faccia rossa come se si fosse preso una scottatura. Protestai: "Non  mica illegale cambiare fila, Cristo santo! Che infrazione ho fatto?" Lo sbirro fece finta di niente. Si stava mettendo in assetto di guerra. Una fiamma balenava nei suoi occhi a punteruolo. Gli altri guidatori, avvicinandosi a passo d'uomo al casello, ci guardavano di sottecchi. Era evidente che i miei concittadini non provavano alcuna simpatia nei miei confronti. Nessuna piet. Avevo violato una legge, ed ero nei guai. Come minimo mi meritavo una multa. Nervosamente porsi la mia patente alla mano guantata del poliziotto. Studi la foto e osserv i miei capelli platinati, corti sulla nuca e lunghi ai lati. Osserv la mia faccia abbronzata e i miei orecchini. Cercai il libretto nel cassetto e gli porsi anche quello. Avevo cominciato a tremare. Non c'era nessuna telecamera nascosta della W.NET che mi riprendeva. Con un sorriso stirato, lo sbirro stava dicendo che era meglio che lo seguissi alla centrale. Gli chiesi perch, e mi sentii rispondere che i miei documenti non erano "regolari al cento per cento". Chiesi che cosa non andasse. Ma adesso lo sbirro ha aperto la portiera, mi ha preso e mi ha sbattuto sull'asfalto. Sotto la morsa delle sue dita d'acciaio, le mie ossa sembrano compensato sul punto di spezzarsi. "Mi segua, signore. Subito." E cos questo energumeno, che  pi alto di me di quindici centimetri e pi pesante di almeno venti chili, mi costringe a raggiungere la sua volante, dove mi ammanetta dietro la schiena. Sto gemendo dal dolore, il metallo lacera i miei teneri polsi. Balbetto: "Senta, per favore. Sono un giornalista televisivo. Quello di "La nuda verit!". Abbiamo appena dedicato una puntata alla polizia. Siamo vostri amici. Non l'ha vista?" Ma adesso sono sul sedile posteriore, lo sbirro e il suo collega mi stanno riportando in citt, con la sirena accesa. Ci fermiamo davanti a una specie di magazzino senza finestre. Dove siamo, vicino al porto? Sul fiume? Vengo trascinato fuori dalla macchina. Ho una caviglia contusa, non riesco a tenermi in piedi, ma ci li fa solo arrabbiare di pi. Mi sbattono come una bambola di pezza contro un muro di mattoni. Uno dei due digita un codice su una tastiera e si apre una porta. Entriamo. Musica heavy-metal a tutto volume. C' un'insegna rossa al neon che si accende a intermittenza:

*Copland* *Copland* *Copland*

Non capisco se  un bar, un ritrovo per poliziotti fuori servizio, o una vera e propria stazione di polizia. Ci sono poliziotti dappertutto: e sono grossi, e minacciosi. La maggior parte sono in maniche di camicia. Ma hanno tutti il distintivo. Sono armati di manganelli e pistole, alcuni hanno in mano dei fucili, come se fossero appena tornati da missioni pericolose. Molti hanno occhiali a specchio. Guanti, stivali. Le cosce grosse come prosciutti sono strizzate nei pantaloni d'ordinanza. Solo le orecchie sembrano piccole, sproporzionate rispetto ai testoni. Il rumore  assordante, forse gli si sono atrofizzati gli organi dell'udito? Anche in questo posto infernale, S. cerca di ragionare, di razionalizzare. Ma *Copland* *Copland* *Copland*  pi forte di tutto. Videogame, distributori automatici, schermi televisivi. Il terrore tracima come una fogna intasata. Dappertutto ci sono sbirri che ridono. Che si sganasciano dalle risate. Vere risate da iena, risate "di pancia", contagiose. Viene voglia di ridere anche a te. Sbirri che fumano sigari e sigarette e che gridano uno all'altro. C' un enorme bancone curvo, contro cui si affollano sbirri di ogni taglia ed et. E' come un altare; ti viene voglia di accalcarti, di bere anche tu una schiumosa birra alla spina. Dal frastuono, ci deve essere anche un bowling. Con le piste lunghe come interi isolati. Da lontano vedo degli sbirri giganti che camminano goffamente, piegando le ginocchia, per non battere la testa contro il soffitto. Ed  un soffitto alto, che si perde tra nuvole bluastre di fumo. Uno degli sbirri amichevoli che sono apparsi in "La nuda verit!" - il ragazzo che era stato cos gentile con me nel centro di assistenza per senzatetto - sta portando in un locale sul retro un sospetto ammanettato: un ragazzo ispanico dalla pelle scura, che sta perdendo sangue da bocca, naso e orecchie. Alcuni sbirri sono pi stagionati, ci sono sergenti, tenenti, capitani, fieri di esibire i gradi sulle camicie. Quelli che mi hanno preso invece sono sbirri "normali", con i capelli tagliati con la macchinetta. "Perch il tuo caso non  importante. Perch tu non sei importante. Perch la tua sofferenza e la tua vita non sono importanti". Uno stivale mi assesta un calcio nel didietro e finisco faccia a terra, tossendo. Mi stanno tirando i capelli. Mi sbattono la faccia sul pavimento. Mi aprono la bocca, e mi infilano dentro un enorme cazzo di sbirro, grosso come l'avambraccio di una persona normale, con la cappella dura come il gomito di una persona normale. "Al di fuori delle telecamere non esisti. Non c' nessuna traccia". Il primo sbirro ha finito e un altro si mette a cavalcioni sopra di me. Un altro cazzo enorme mi viene spinto in bocca. Vomito addosso allo sbirro stupratore, gli ustiono il suo cazzo gonfio e gli imbratto i pantaloni grigio-blu e gli stivali lucidi. Sono un oggetto disgustoso, da disprezzare. Gemo dal dolore. Adesso non ho pi un nome, neanche "S." Gli sbirri si scatenano. Mi prendono a calci. Sghignazzano. Il neon lampeggia: *Copland* *Copland* *Copland*. Qualcuno, forse uno sbirro medico, ha il buonsenso di rovesciarmi in testa un secchio d'acqua, non  pulita ma gliene sono grato, ci vedo un po' meglio e ritorno in me. Gli sbirri si passano di mano in mano un bastone da majorette. Mi hanno strappato i pantaloni, mi hanno fatto a brandelli i boxer, e sento un dolore lacerante in mezzo alle natiche. Mi stanno infilando dentro il bastone. O forse  una scopetta da cesso col manico di legno. Ridono e gridano, e le loro facce accaldate trasudano una strana luminosit. I loro capelli a spazzola brillano di sudore, e nell'aria fumosa del *Copland* aloni raggianti tremolano come aureole attorno alle loro teste. "Siamo ancora in tempo", penso. "Vi posso perdonare. Anche adesso, vi posso perdonare. Sono un cittadino americano, sono un ottimista, vi voglio amare. Vi amo". Ma gli sbirri non mi danno retta. Sono loro a condurre il gioco, e io non c'entro niente. Sono un oggetto, come un pallone da football. Singhiozzo e striscio sul pavimento viscido di sangue. Dall'ano mi pende l'attrezzo di legno, che dondola e vacilla. Il che li diverte ancora di pi. I loro superiori, attirati dalle risate, vengono a vedere. Appaiono anche delle donne poliziotto. Sono quelle che ridono pi forte di tutti. Anche loro sono delle gigantesse. Ma hanno le unghie smaltate e ben curate. Sul pavimento c' troppo sangue, non faccio presa, non riesco neanche a strisciare. C' un acre puzzo di piscio. Di merda. Gli sbirri adesso sono incazzati, mi prendono a calci nella schiena, nello stomaco, nella pancia. Ridono, si scostano con sorprendente agilit non volendo sporcarsi troppo gli stivali lucidi.
Di quello che  successo dopo, non ricordo pi niente.
So che sono stato trovato all'alba del 29 marzo in un cassonetto di Hoboken, a quaranta minuti di macchina da casa mia. Nudo. Pestato. Violentato. Spezzato. Eppure non credo che gli sbirri volessero che morissi, o che finissi triturato da un camion dell'immondizia. Credo che sapessero che sarei stato salvato dagli operatori ecologici - altri uomini, come loro, al servizio della collettivit. Avevo perso i sensi ed ero in uno stato di shock, la mia pressione sanguigna era al minimo, ma non sono morto. Questa  la cosa fondamentale. Se gli sbirri avessero davvero voluto uccidermi, mi avrebbero ucciso, come avevano fatto con gli altri. Se avessero voluto rovinare la mia "graziosa" faccia, l'avrebbero rovinata. C'era un motivo, probabilmente una direttiva del capo della polizia che  amico di "Mister Dio", il proprietario della W.NET-T.V., e di ci sono grato.
Certo, mi lamento e scalpito. Ma dico anche "grazie".

Cos la mia carriera televisiva  finita bruscamente quando era al suo zenit. Adesso  giugno, e sto sfruttando il mio congedo abbastanza generoso. Alla W.NET mi hanno promesso che potr tornare non appena sar "pienamente ristabilito"; anche se so che non torner, e che non sar mai "pienamente ristabilito".
Ci che mi preoccupa, attualmente,  la scomparsa di Chop-Chop. Forse si  allontanato, e le guardie lo hanno abbattuto tanto per fare pratica di tiro. E poi mia moglie M. e i miei figli K. e C. non ci sono mai. Avevo l'impressione che fossero al lavoro e a scuola, ma di fatto sono sempre fuori, sia il week-end sia durante la settimana, e spesso non tornano al 9 di Deer Trail Road per giorni di fila. Sono arrivato alla conclusione umiliante che hanno un'altra casa. Su Internet ho comprato un telescopio per la visione notturna, con cui ho visto - o almeno mi  sembrato - mia moglie che si dirigeva con la sua Lexus verso un altro complesso residenziale di Lakeview, fermandosi davanti a una grande casa in stile Tudor; nel vialetto c' una macchina che non riconosco. Ma forse non  M.; le mie lenti a contatto non mi stanno pi su, e ci vedo male.
La settimana prossima  l'inizio ufficiale dell'estate. Sono ottimista. Non intendo cedere alla disperazione. Chop-Chop pu sempre tornare. Sono ancora giovane, credo.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Ringrazio gli "editor" delle seguenti riviste e antologie, in cui i racconti di questo volume sono apparsi in origine, spesso in forma lievemente diversa. (I titoli italiani di alcuni racconti sono stati cambiati con il consenso dell'Autore. N.d.T.).
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"Au Sable", in "Harper's". [Au Sable]
"Ugly", (precedentemente intitolato "Ugly Girl") in "The Paris Review". [Brutta]
"Lover", in "Granfa". [L'amante]
"Summer Sweat", in "Playboy". [Sudore estivo]
"Questions", in "Playboy". [Domande]
"Physical", in "Playboy". [Cose fisiche]
"Faithless", in "The Kenyon Review" e in "The Best American Mystery Stories 1998" e in "The Pushcart Prize: Best of the Small Presses 1998". [L'infedele]
"The Scarf", in "Ploughshares". [La sciarpa]
"What Then, My Life?", in "Fiction". [Il campo di granoturco]
"Secret, Silent", in "Boulevard" e in "The Best American Mystery Stories 1998". [Nel segreto e nel silenzio]
"A Manhattan Romance", in "American Short Fiction". [Idillio a Manhattan]
"Murder-Two", in "Murder for Revenge", a cura di Otto Penzler. [L'avvocato]
"The Vigil", in "Harper's". [L'appostamento]
"We Were Worried About You", in "Boulevard". [Eravamo tanto preoccupati]
"The Stalker", in "Press" e in "Unusual Suspects: An Anthology of Crime Stories", a cura di James Grady. [Il persecurore]
"The Vampire", in "Murder and Obsession", a cura di Otto Penzler. [La vampira]
"Tusk", in "Irreconcilable Differences", a cura di Lia Matera. [Tusk]
"The High School Sweetheart: A Mystery", in "Playboy". [La fidanzata del liceo: un racconto del mistero]
"Death Watch", in "Story". [Bollettino di morte]
"In *COPLAND*" in "Boulevard". [*Copland*].
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FINE.