ADA NEGRI.
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VESPERTINA.



1943. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO.





PREMIO MUSSOLINI della REALE ACCADEMIA D'ITALIA. 1931. Anno Nono dell'Era Fascista.



 Vespertina ; Il dono





Paolo Alberti e Catia Righi












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Indice.
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LE VIOLETTE.
DESERTO.
ESORTAZIONE.
PREGHIERA DELL'ALBA.
IL VIALE DEGLI OLMI.
IL PRATO.
LUNA SULLA CITT.
IL FIORE SUL TETTO.
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ASFALTI.
L'ACQUAZZONE.
NOTTURNO.
FRATELLI.
RAMI DI PSCO.
I FIORI DELLA VIA.
I PINI.
PENSIERO D'APRILE.
PRESAGIO.
LA ROSA GIALLA.
I CANDELABRI.
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CANZONI D'INVERNO.
BRINA E NEVE.
IL PIOPPO.
IL CALICANTO.
CHITARRA DI NOTTE.
IL FIGLIO CHE NON NACQUE.
DONATA DORME.
DONATA PREGA.
GIANGUIDO.
IL SANGUE.
LE MANI MALATE.
IL GIARDINIERE.
ILDA.
LA MONACA DI ASSISI.
SUOR LEOPOLDINA.
PIAZZA DI SAN FRANCESCO IN LODI.
LA VOCE.
AMA L'OPERA TUA.
GLORIA.
ANNIVERSARIO.
ALLA MORTE.
LA TUA FRONTE.
A UNA STELLA.
CAMPANE.
PER LA MORTE D'UN GIOVANE.
GIORNO DI MARZO.
IL SOLE SUL MURO.
I DUE ARATRI.
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ATTI DI GRAZIE.
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LE GEMME DEL GLICINE.
LE SPINE DI CRISTO.
LA MADRE.
LA TERRA.
PENSIERO D'AUTUNNO.
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FINE INdice.
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A DONATA E GIANGUIDO.
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LE VIOLETTE.
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Anche quest'anno andrai per volette
lungo le prode, nel febbraio acerbo.
Quelle pallide, sai: che han tanto freddo,
ma spuntano lo stesso, appena sciolte
l'ultime nevi; e fra uno scroscio e un raggio
ti dicono: - Domani  Primavera.
Ogni anno tu confidi al tuo tremante
cuore: -  finita: - e pensi: - Non andr
per volette: non andr mai pi
per volette - ch pass il mio tempo -
lungo le prode, nel febbraio acerbo.
Invece (e donde ignori, e da qual bocca)
una voce ti chiama alla campagna:
e vai; e i piedi ti diventano ali,
s alta  la promessa ch' nell'aria.
E per ancor dell'esili corolle
quasi senza fragranza, ma beate
d'esser le prime, avidamente schiacci
con gli steli la zolla entro le dita.
O sempre nuova, o non guarita mai
dall'inqueto mal di giovinezza,
a chi dunque darai le tue vole?
A nessuno: a te stessa: o, forse, ad una
fanciulla che ti passi, agile, accanto,
e ti domandi dove tu l'hai colte:
sola n' degna, ella che fresca ride
come il febbraio; e non si sa qual sia
pi felice, se ella, o Primavera.
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DESERTO.
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Sempre sul cuore il tuo dolor ti preme
pi grave che non sia peso di pietra.
Pure  per esso che ti senti viva:
s'egli non fosse, vano a te sarebbe
sangue e respiro, vano il mover passi
in quel deserto che t' il mondo: colmo
d'uomini,  vero; ma alla sabbia uguali
ch'or s or no mulina in groppa al vento.
Come hai fatto a restar senza nessuno
sulla terra, cos: che men solingo
 il cane a cui per via mor il padrone?
N tu ti lagni d'esserlo. Non gridi
"Son sola" per chiamar chi ti s'accosti
e t'accompagni. Forse uno verrebbe
se lo chiamassi: o, se tu andassi a lui,
nel suo sorriso leggeresti il cuore.
Ma non lo vuoi. Non credi pi. Non sai
pi abbandonarti alla tremante luce
della speranza. Ti bendasti gli occhi
per non mirarla. E pur ne soffri; e pi
nel tempo inoltri e pi t'ostini in questa
tua superba miseria, e pi comprendi
che meglio forse era non esser nata.
Ricordi, un giorno? Amavi. E se di sole
t'entrava un raggio dal balcone aperto,
eri quel raggio, fra la terra e il cielo:
se veniva improvviso a inebriarti
un effluvio di rose, ecco, e tu eri
fresca rosa olezzante in un giardino:
se a te saliva un canto, eri quel canto.
Trovassi ancora un po' d'amore sulla
tua strada, pur sapendo che non dura
amore in terra pi che in ciel non duri
la nube! Ancora illuderti potessi
d'essere creatura necessaria
ad altra creatura, e quella a te!
Posare il capo su la spalla d'uno
che di te tutto sappia, anche le colpe,
e tutto ami, anche il male, anche i crudeli
segni del tempo; e tutta ti raccolga
nelle sue braccia!
Ma non son che tardi
vaneggiamenti. Non ritorna il tempo
d'amore. E tu non hai, per te, che il peso
de' tuoi ricordi, mentre scende l'ombra.
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ESORTAZIONE.
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Se tu fossi pi buona: se accettassi
umilmente la dura volont
del tuo destino, senza urlare, senza
dibatterti: se amassi la tua vita
qual ! Non cos amaro, ogni mattino
ti sarebbe il risveglio: n s grave
quella condanna d'un novello giorno
con le fatiche sue, con le sue pene,
co' suoi disgusti, senza scampo. Docile
essere devi, e dire al cuor: - Gi troppo,
ingordo cuore, ricevesti in dono:
sii contento, sii pago, anche del pianto:
anche del male, ch pur esso  vita. -
Pensa: c' sempre in fondo all'orto il mandorlo
con la sua nevicata a mezzo aprile:
e in te il ricordo di tua madre, ch'era
come una cingallegra in vetta al ramo
pur nell'ore pi avverse; e la certezza
d'essere tu, con l'anima e col corpo
che Dio ti diede, perch tu ne faccia
testimonianza sulla terra, e a Lui
l'anima torni quando il corpo muore.
Non hai che questo: basti a te l'averlo:
gi suprema  la grazia.
Oh, se tu fossi
pi buona: se imparassi a non soffrire
che sorridendo, e ad obbedir nel tuo
patimento il tuo Dio, che da te vuole
pi serena virt quanto pi soffri.
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PREGHIERA DELL'ALBA.
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Saluta all'alba il ritornante sole
come il pi grande bene a te concesso,
o creatura: del sentirti in vita
ringrazia il giorno: il dolor vecchio e il nuovo
riprendi a lato, pallidi compagni
ma forti, e dolci della sapenza
che sol viene dal pianto; e va con Dio
per la tua strada. Qualche volto forse
incontrerai, che ti sorrida, stanco
al par del tuo, clemente al pari, quale
di chi tutto sofferse e a tutto indulge
nel mondo: basti quel sorriso a farti
lieve l'andar, sino alla prima stella.
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IL VIALE DEGLI OLMI.
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Qui ritornano a te le tue memorie.
Tu non vorresti. Non vorresti pi
ricordare. Vorresti essere in pace:
vivere il pianto o il riso del minuto
fuggente, e mai volgere indietro gli occhi:
ch ricordanza  ancor speranza, e nulla
tu speri ormai, nessuno ormai tu aspetti.
Invece, in questo estremo Autunno, caldo
come l'Estate, fra questi olmi in doppia
fila, d'oro alla cima e d'oro al piede,
ritrovata hai la via delle memorie.
Ma non ti fanno male. E son pur quelle
che ti scavaron sotto gli occhi i solchi
del pianto: che t'han resa irsuta d'odio,
contenta di vendetta: o pur prostrata
come chi non domanda che morire.
Cuori che amavi, in cui fidavi, a un tratto
diversi, accesi d'altra fiamma, e peggio,
per te, che morti: volti ove specchiasti
il tuo, scomparsi: livide catene
credute eterne, e sol dalla tenace
tua forza sciolte; ma rimasto  il segno.
Male pi non ti fanno. E tu cammini
tra esse come tra le foglie d'oro
degli olmi, che si lasciano dai rami
cader senza rumore, e in giri pallidi
sitan, prima di posarsi al suolo;
e dolci sono agli occhi, e dolci all'anima.
Foglie e memorie, insieme; e forse  questa
la pi serena via della tua vita.
Della tua vita, verso un'altra vita:
che una sola stagione abbia, ed un solo
amor che l'arda, e su lo stesso ramo
veda splendere il frutto accanto al fiore.
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IL PRATO.
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C'era un prato: con folte erbe, frammiste
a bianchi fiori, e gialli, e voletti;
e fra esse un brusio di mille piccole
vite felici; e se sull'erbe e i fiori
spirava il vento, con piegar di steli
tutto il prato nel sol trascolorava.
Io pur, tuffando i pi leggeri in quella
freschezza, e piena l'anima di fonti
canore, io pur trascoloravo al vento
che non sapea s'io fossi stelo o donna.
E volavan farfalle, uguali a petali
sciolti dai gambi; e si perdean rapiti
i miei pensieri in quell'aerea danza
ove l'ala era il fiore e il fiore l'ala.
Ma dov'era quel prato? Non so pi.
E quel vento soave, che scendea
sull'erbe folte e le corolle, a renderle
curve e beate, e me con loro, in quale
tempo io dunque l'intesi? Non so pi.
Fu un sogno, forse. E che mai altro, o vita,
chiedere a te dovrei? Vita perduta,
nella tua verit non sei che un sogno.
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LUNA SULLA CITT.
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Luna, che sorgi di su l'alte case
della citt, nell'ora in cui si placa
il tumulto dei traffici, e ai cristalli
splendon luci improvvise, e per le vie
lampade bianche sboccian tonde in fila
a farti specchio mentre in ciel cammini:
sempre sei quella ch'io, fanciulla, un tempo
miravo da' miei campi e dal mio fiume;
e m'illudea, s vasto era l'incanto,
essere tu ed io sole nel mondo.
Ora, sulla citt greve di folla,
dura d'asfalti, irta d'antenne, inferma
di rumor, di fatica, di travaglio
cupido e vano, ov'io perdei me stessa,
tu la tregua di Dio porti, ed assolvi
col tuo riso celeste ogni peccato.
E mentre guardi a noi, passi vagando
anche sui flutti del profondo mare,
sui sentieri e le vette ardue de' monti,
e su placidi laghi e lontananze
di foreste e di prati; e ovunque l'uomo
trovi; e l'illudi; ch tu sempre sei
quella; ma per ciascun sola a lui solo.
Sola a me sola, ecco, ritorni, o luna,
e nell'effuso tuo pallor m'oblio
come allora che tu m'eri custode
sull'abbandono del virgineo sonno.
Se ti son cara, questa notte almeno
la fanciulla ch'io fui veglia nel mio
sonno; e dormendo io sogni esserti accanto
fanciulla eterna nell'eterna pace.
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IL FIORE SUL TETTO.
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Ieri non c'era. Or vive, tra due vecchi
embrici. Se per poco io m'arrischiassi
sovra il muretto del terrazzo, cogliere
lo potrei. Non ardisco.  troppo bello
cos: troppo mi piace, erto sul gambo,
dalle muffe dei tegoli sgorgante
senza una fronda, ma col serto d'oro
d'un reuccio da fiaba.  un fior magato.
Il suo germe quass lo port il vento.
Il suo nome lo cantano le stelle.
Nulla sa delle selve e dei giardini
sparsi pel mondo: sta, fra tetti e cielo,
felice: al mondo unico fior si crede,
ed io l'amo per questo.
Io far di lui
voglio il mio dolce amico; e tutto dirgli
del mio cuore, e con lui ridere e piangere.
Con lui bagnarmi al lume della luna
che sugli embrici scorre come rivo
di freschissimo latte; abbrividire
alla carezza che li tinge in rosa
sul far dell'alba; immota al solleone
del meriggio sostar, che li trasforma
in colate di lava incandescenti;
gioir con i rondoni, che nel vespro
in giri e giri senza fine stridono
radendo i tetti con l'oblique penne,
e pi stridon pi impazzano, e d'un tratto
scompaiono, inghiottiti dalle prime
ombre. Con lui, sin che morr. S breve
d'un fior la vita; e, ahim! la mia s lunga.
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ASFALTI.
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L'ACQUAZZONE.
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Si spalancano in ciel, dopo lo scroscio
dell'acquazzone, ampie finestre azzurre
fra le nubi: le nubi a grado a grado
lievi e bianche si fanno, e d'oro gli orli
ne tinge il sole; e quel fiorir cilestre
fra quel bianco che palpita  s dolce
che il mio cuore col ciel torna fanciullo.
Con trasparenze di pacato fiume
l'asfalto della via specchia il remeggio
delle nubi e il seren degli spiragli
chiusi e schiusi a capriccio. Io mi smarrisco
fra due cieli; ma il basso, che a' miei piedi
si move, crso  pur da squallide ombre
nere, alla mia sorelle; e da veloci
rombanti mostri, del color del sangue.
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NOTTURNO.
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Va, nella notte, la ben chiusa macchina
sotto la pioggia diaccia, per le vie
della citt. Batte con furia, e scorre
l'acqua ai cristalli. Lucidi canali
sono le strade, interminabilmente
fuggenti verso un'invisibil foce;
fiori di fuoco su oscillanti steli
capovolti vi splendono: per tutto
 un chiamare, un soffrire, un brividire
di fiamme immerse nella liquida ombra.
Pi non ritrovo in me la mia natura
terragna. In regni acquatici m'illudo
di navigare, ove mi sien compagni
i dolci morti che l'amor non scorda:
e vado, vado lungo le fiumane
dell'oltrevita; e anch'io non son che un'ombra;
e l'oscuro vaggio  senza approdo.
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FRATELLI.
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Per l'incompiuta via, sovra il pietrisco
misto al catrame, la livellatrice
rotola, greve: sol da un lato sorgono
le case, e sfocia ancor l'altro ne' prati
senz'erba, ove s'addestrano fanciulli
liberi al calcio, con gioconde strida.
Sta la caldaia del catrame, e bolle
e avvampa, al ciglio della strada: intorno,
con spranghe e pale, i lavoranti: ignude
le braccia e il capo, arsiccio il collo e il volto
per le fiamme e pel fumo. E sulla rossa
caldaia vibra, pel soverchio ardore
del fuoco, in ridde di faville, l'aria.
Cos per miglia e miglia si dilata
la citt senza requie, o donatori
di vie. Cedono i campi ai duri asfalti,
arboree selve a umane selve. Dove
andremo, e quando avr termine e pace
l'andare? Basta a voi condurre il giorno
sul lavoro, sia pioggia o sole o vento;
e a meriggio spartir cibo e bevanda
in lieta sosta. Ed io fraterna godo
indugiarvi d'accanto, o donatori
di vie: ch non mi sento a voi diversa
se pur diversa  la fatica. E frangere
il bianco pane, e il rosso vino mescere,
ed ascoltar novelle vostre, tutte
semplici e schiette: se la moglie  sana,
se il bimbo  bello e cresce.
E sia crocchiante
il pane, gonfio di buon succo il frutto,
e generoso il vin, come il catrame
nella caldaia e nelle vene il sangue.
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RAMI DI PSCO.
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Ferma al quadrivio, mentre piove e spiove
sotto l'aspro alternar delle ventate
schioccanti come fruste sulle facce
di chi va, di chi viene, una vecchietta
vende rami di psco.
O Primavera
per pochi soldi! O riso, o tremolo
di stelle rosee su bagnate pietre!
Scompare agli occhi miei la strada urbana
con fango e folla e strider di convogli
sulle rotaie, e saettar nemico
d'automobili in corsa. Ecco, e in un campo
mi trovo:  verde, di frumento a pena
sorto dal suolo: pioppi e gelsi intorno
con la promessa delle fronde al sommo
dei rami avvolti in una nebbia d'oro:
e pschi: oh, lievi, oh, gracili, d'un rosa
che non  della terra: ch' di tuniche
d'angeli, scesi a benedire i primi
germogli, e pronti, a un alito di brezza,
a rivolar da nube a nube in cielo.
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I FIORI DELLA VIA.
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Fiori plebei, scoppianti dai capaci
canestri, a terra lungo i muri, sotto
foschi androni di porte, presso sbocchi
di strade che da voi ricevon luce
e grazia, come donne da ghirlanda:
offerti a chi ratto cammina, e spesso
non guarda; ma, se guarda, va pi lento,
col desiderio d'una rosa rossa
improvviso nel cuore!
Eccoli, i fasci
di rose, in boccio, ruvide di troppa
fronda e di spini, e in troppo avari lacci
costrette insieme. Belle le giunchiglie
gialle accanto alle brune volette:
e garofani e dalie dalle ardenti
bocche vermiglie a fianco dei narcisi
bianchi, per cui d'amaro il vento odora.
E se le spade dei gladoli a grappe
di violacciocche e al variopinto riso
degli anemoni veggo andar congiunte,
mi gonfia il petto nostalgia de' campi
ove nacqui, ove crebbi; e di quel cielo.
Fiori del marciapiede, oh, dite a me,
ove sono i giardini? Io voglio i freschi
giardini; e gli orti dalle vive siepi
di spinalba, s fradici di guazza
il mattino, che ber si pu nei calici
schiusi appena, e nel cavo delle foglie.
Che mai v'attende or qui, se non la pia
carit d'una mano che v'immerga
in un po' d'acqua, all'ombra d'una stanza
in cui morire? Morte  necessaria
pur nei giardini; ma la terra madre
l vi riceve; e al sole ed alla pioggia
serenamente vi riplasma in vita.
Io pur, recisi fiori, ebbi la vostra
sorte. Stridettero aride cesoie
sulle mie membra, a separar lacerti
e vene: avulso dal suo nido il cuore
fu: qui vivere fingo, a somiglianza
di voi, fra ignoti; ed il mio bel giardino
pi non so se fiorisca in fondo al tempo.
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I PINI.
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Stanno, immobili, i pini contro il cielo
grave di nubi, che preludia a sera.
Stan tutti in fila, sentinelle mute,
toccando terra coi pi bassi rami.
Profonde le radici han nella terra,
verso le nubi erette hanno le cime.
Oh, vaste le radici e vasto il tronco;
ma verso l'alto s'assottiglia in punta
quasi volesse trapassar lo spazio.
Oh, belli i pini immoti nel crepuscolo;
ma fuggire vorrebbero, e non sanno.
Fuggire, andare, andare in riva al mare,
far zattere dei tronchi e navigare
via per l'ondosa azzurrit del mare:
o pur, di s formando elica ed ala,
salir, salire; ed oltre il cielo fendere
altri altri cieli verso ignote stelle.
Soffrono i pini incatenati al suolo
dalle radici, che la terra nutre
per meglio averle in prigionia perenne.
Soffrono; ma non hanno, essi, la voce
pel grido, non le lagrime pel pianto.
So di alcuno fra gli uomini, che tace
cos. Ma non verr giammai divelta
la sua radice; ed il tormento  vano.
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PENSIERO D'APRILE.
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E pure  bella, anima mia, la vita:
non fosse che pei giorni in cui le foglie
giocano a quale per la prima spunti
sui rami; e tu le vedi, cos tenere
e trasparenti, che ti s'apron l'ali
nel rimirarle. Come puoi del mondo
tante cose sapere, e non sapere
come fa la fogliuzza a tornar verde
entro la scorza, ad affacciarsi, e tutta
nova ridere al sol che la richiama?
La strada lunga che t'importa, e l'essere
strappata alla speranza che pi cara
ti fu, tradita da chi pi fedele
credesti, se goder sempre t' dato
di questa gioia? E tu la sai ben certa
nel giusto tempo: ch non fu mai l'anno
senza vicenda di stagioni, e mai
fu senza fronda il giovinetto aprile.
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PRESAGIO.
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Quando avanza il febbraio, e ancor non ride
Primavera, ma pi non piange Inverno,
ti trasfiguri; e l'ansia hai della zolla
che si risveglia e riconosce il sole.
Timido  il sole di febbraio, e nudo
come un povero: pur nel suo tepore
ramo di pioppo e ramo di betulla
gi crede aver le fronde. E tu con essi
lo credi: gi le vedi: in te gi senti
gonfiare i bocci che saran domani
roseo di pschi e bianco di ciliegi:
pungere in te gi senti anche le spine
del rosaio, vermiglie come il sangue.
O fortunata, se goderti prima
puoi s gran doni, che nel chiaro aprile
saran di tutti! Gusta in tuo segreto
il sapore di latte delle gemmule
non vive ancora: pratoline e mammole
raccogli, fin che non sien nate, e mano
capricciosa le brancichi, e tallone
duro le schiacci!
Cos tu, nel tempo
della felice adolescenza, ardesti
d'amore in sogno; e quando giunse il vero
non fu s bello: o donna, e se un ricordo
or ti rivolge indietro,  di quel sogno.
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LA ROSA GIALLA.
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Come s' schiusa? In qual momento? Forse
stamane, all'alba. Nessun occhio mai
vide schiudersi un fiore: indegno  l'uomo
d'assistere a miracolo s grande
e s fugace. Era un bocciuolo: un duro
bocciuolo, ieri, in sepali costretto
d'un verde acerbo, e fra gelosi spini:
non osavi sfiorarlo: non osavi
quasi mirarlo. Ma stamane, all'alba,
mentre s'apriva, lo guard la stella
dei pastori, Lucifero, ch'estrema
ride in fondo al sereno; e poi scomparve.
Or mostra il cuor di fiamma, incoronato
di petali sfumanti in un colore
fra l'oro e l'ambra: uguali, che l'un sembra
l'altro; e l'aroma, pi che per le nari
carezza,  bacio per le labbra. Vive
essa una sua meravigliosa vita
che non comprendi, ma che senti colma
solo d'amore: canta un suo felice
canto di cui ciascun petalo  strofa,
e il profumo armonia che per le strade
dei sensi in te si fa quasi dolore.
N tu pensi di coglierla: ch il dono
pi caro  quello che la man non tocca.
Cadr, da s, tranquilla, a sera, senza
soffrire. E sboccieranno altre sul ramo;
ma non pi questa, non pi questa. Solo
una volta si vive: o donna, e tu
del tuo giorno sei gi verso la fine.
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I CANDELABRI.
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Gl'ippocastani a maggio, in fronda e fiore,
son quali immensi candelabri accesi.
A cento, a mille ardono i bianchi ceri
sui candelabri di smeraldo, eretti
verso l'azzurro a render grazie a Dio
dator d'ogni bellezza in cielo e in terra.
Ma chi li accese, i palpitanti ceri?
Chi veglia a che durin le fiamme, sino
a quando il maggio languir nel giugno?
E il dolce vento che le move, quale
musica esprime, ch'io n'ho riverenza
senza capirla? E perch mai non sono
una d'esse? Gran sorte, o Dio, risplendere
per Te com'esse mentre il maggio dura,
morir com'esse col morir del maggio.
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CANZONI D'INVERNO.
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BRINA E NEVE.
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Nel silenzio di ghiaccio, fra il candore
della ramaglia ch' tutta un rabesco
d'argento sul grigior basso del cielo,
(esili fiocchi di novella neve
danzan nell'aria, ma non toccan terra)
or s or no mi giunge un cinguetto
di passeretta. Garrulo qual filo
d'acqua fra sassi: acuto e solo, nella
immacolata fissit del giorno.
Di dove trilla? Dai bamb? Dagli aghi
del deodra, gran gigante in armi?
Che se fosse lass, sul pioppo, nera
sul bianco la vedrei, s vuota  l'aria
fra i nudi rami. Ma, se pi nascosta,
pi m' dolce l'udirla. Il suo trillare
sospeso a tratti in sorde pause, a queste
falde assomiglia, aere, che scendono,
indugiano, risalgono, scompaiono
per ritornare; ma non toccan suolo.
Sei ben tu, passeretta, o non  il mio
cuore segreto, che di freddo muore,
e si lusinga che il suo canto chiami
da mezzo il Verno la stagion dei nidi?
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IL PIOPPO.
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Sotto la brina il pioppo  di cristallo:
se lo tocchi, l'infrangi; e piomba al suolo
con tintinno di frantumate lastre.
Lo diresti un altissimo zampillo
che un incanto invetr; ma dentro  vivo,
e lo strazia desio di Primavera.
- Oh, mai pi torner la Primavera, -
pensa. - Mai pi. Son vecchio. Non mi resta
foglia sui rami, uccello che mi canti
in vetta, linfa nelle vene, strido
di cicala sul tronco. E ciascun giorno
che passa, accresce il gelo; e gi mi sento
vicino a morte. -
Ma, un mattino, il sole
rompe l'algore: scioglie in molle pianto
sugli stecchiti rami il vel di ghiaccio:
torna la linfa e il verde: giovinezza
ritorna, e n'ha s gran sorpresa il pioppo
ch'ogni sua foglia, anche se tace il vento,
trema di gioia: anche la notte, in sogno,
trema di gioia in ogni foglia il pioppo.
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IL CALICANTO.
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L'ultime piogge dell'Inverno scrosciano
oblique, sulle nevi in fango sciolte.
Piegano i fusti squallidi alle raffiche.
Piegano l'erbe al fango miste e all'acqua.
Terra che soffre, pena che mi duole
nel sangue, che m'incurva come ramo
sotto gli scrosci. E pur, nell'orto, un cespo
solo a fiorir nell'ora acerba, splende
in un gran riso di corolle gialle
fra s gran pianto.  necessario il pianto,
dunque, al fiorir del primo fiore? Nella
pioggia s'immilla il suo profumo: oh, dolce,
oh, amaro come il tuo mi fu, stagione
che mi facesti donna, aspra stagione
tutta scrosci di pianto e campanelle
di calicanto.
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CHITARRA DI NOTTE.
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Sommesso accordo, nell'oblio notturno,
mi dest, come un sogno al suo finire.
Forse  in fondo alla via: forse sul canto
della piazzetta. Sembra un rauco gemere
di colombe. Or pi presso: or pi lontano:
tace: riprende: allenta: empie la strada
di sospiri. Stanotte  luna piena,
gl'innamorati van con la chitarra
dove pi sul candor nere son l'ombre,
e le finestre spalancate al soffio
dei tigli in fiore.
Dolce sia la notte
a chi canta d'amore! Ma quei lunghi
strappi di corde turbano la mia
chiusa tristezza: mi rimembran cose
per me gi morte, cose del passato.
Il passato! Che  mai, questo passato?
Ci che non vive pi, chi m'assicura
che visse un giorno? E pure, anima mia,
pure non posso non abbandonarmi.
Non  molt'anni, era una calda notte
di luna, la via tutta una carezza
bianca, il mio bene ed io con l'ombre nostre
lungo il muro, un lamento di chitarra
nascosta dietro un'odorosa siepe
di gelsomini; e a quel lamento i suoi
baci ed il mio tremar nelle sue braccia.
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IL FIGLIO CHE NON NACQUE.
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Donna, improvviso al tuo pensier ritorna
stanotte il figlio non veduto in volto
n accostato al capezzolo: che avanti
di nascere mor dentro il tuo seno.
E ricordi il presagio che ti morse
le viscere; e lo strazio; e quell'arresto
del tempo in te, ma non per te: pel figlio:
e il tuo terrore d'affondar con lui
in un torrente fumido e vermiglio.
Fossi allora scomparsa col tuo bimbo
che in te nascosto solo tu sapevi!
Versato non avresti s gran pianti
che ne portan le cave orbite i solchi
e sei come un rottame alla deriva.
E or che torna, non puoi chiamarlo a nome
ch' senza nome: n ascoltarne il riso:
crebbe (vent'anni!) entro il soave limbo
dell'ombre: ma non ha voce n viso.
Tu ben lo sai quel viso a chi sarebbe
specchio, e qual suono avrebbe quella voce.
Viso d'amor, voce d'amor perduti
due volte. Ritrovarti ogni mattino
nella casa deserta; e in essa attendere
la tua notte deserta. - O donna, e forse
non ti parrebbe non aver pi nulla,
se in un canto una culla ti restasse
di cui dire fra te: - Fu la sua culla.
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DONATA DORME.
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Diceva, piano: - Ancora un poco: ancora
stammi un poco vicina! - E s'addorm
di colpo. Neppur odo il suo respiro.
La lampada velai, ch il lume gli occhi
non le ferisca. Come lunga l'ombra
delle ciglia sul viso: come immoto
il viso, bianco, una camelia bianca.
Abbandonate sulla coltre, nelle
maniche ai polsi chiuse, le sottili
braccia: sotto la coltre il corpicino
segnato  appena; e pi non par che viva.
Vorrei baciarla, e non ardisco. Augusta
 la serenit del suo riposo.
Schiudesse almeno un poco il labbro, all'alito
d'un sogno! Si volgesse sovra il fianco
con un sospiro! La sentissi mia
anche nel sonno, come quando al collo
mi balza; e sul mio petto  tutta un tendersi
vibratile di nervi,  tutta un frangersi
di risa, come d'onda sulla sponda!
Ma no. V' nel suo sonno un senso d'ali
remiganti lontano. Ella  partita.
Per dove? Oh, certo, l'Angelo Custode
che su lei veglia; nella buia notte
l'anima sua riporta agl'innocenti
non nati ancora, ancor sospesi in cielo;
e a quel ritorno assistono le stelle.
Poi la ridona alla sua dolce forma
quando l'alba cinguetta alla grondaia;
ed ella al cinguetto si desta, e a gara
con gli stornelli e i passeri pispiglia.
Tale sorrise a me la puerizia
felice. Io pur con l'Angelo Custode
parti nel sonno verso plaghe d'ombra
stellata; e piena l'ombra era di Dio.
Perch pass, perch sempre non dura
l'infanzia? Perch almen questa diletta
del mio sangue non pu sempre bambina
restare? Ed io non so raffigurarmi
il suo volto di donna; e forse tolto
mi sar di gioire alle sue gioie,
soffrire alle sue pene. O cuore, e tu
non chieder troppo, non stancar l'amore.
Prega, di te dimentico, su questo
sonno innocente: sol quando sarai
tutto preghiera, a te verr la pace.
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DONATA PREGA.
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Sulle mie labbra ritrov le eterne
parole ch'ella scritte aveva in cuore
nascendo. E le fu gioia, e le fu canto
ritrovarle, se ben non le comprenda.
"Ave Maria, piena di grazia". Giunge,
inginocchiata sul lettuccio, in atto
d'amor le mani, le soavi mani,
rose di macchia dalle cinque foglie:
solleva il viso immacolato al viso
della Vergine intenta al suo Figliuolo;
e prega: "Ave Maria".
Forse, pregando,
gioca; ed il gioco a' suoi quattr'anni sembra
il pi bello, perch sa di mistero.
Ma no. Qualcuno a lei risponde, ch'io
da gran tempo non odo: a Dio vicini
stanno i fanciulli, sin che splende il riso
dell'innocenza. Dietro le sue mani
giunte, non son che un'ombra. E pur mi sento
beata, se a lei, figlia di mia figlia,
oggi insegno a pregare; e la carezza
del perdono di Dio scende su me.
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GIANGUIDO.
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Magia di luminosi occhi d'amore
trasmise a te la madre: in essi  il segno
del tuo destino; e amore  il tuo destino.
Fissarli  come immergere in un pozzo
lo sguardo, quando trema in fondo all'acqua
la luna. Da s pochi anni sei nato,
sei nostro! E pur sembra lo sappia, quale
oblio ciascun di noi chieda a' tuoi occhi.
Li vela, a volte, un'ombra, languida ombra.
Li fa pesanti, a volte, una dolcezza
che preme il cuore. Li appassiona, a volte,
un fuoco per cui tutto intorno  rogo.
Che farai, bimbo, per le vie del mondo
con quegli occhi d'incanto? Quante donne
amerai, quante donne t'ameranno
con gaudio e furia, forse con peccato?
Quale t'attender meravigliosa
ventura, a' tuoi begli anni? Io di te allora
nulla vedr, nulla di te sapr.
Meglio morir, senza sapere. Troppo
mi fan paura que' tuoi occhi immensi
come l'ombra stellata in cui sprofondo
senza trovar mai terra, a notte, in sogno.
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IL SANGUE.
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Vibr, corrusco, un raggio del tramonto
sulla parete; e del suo rosso intrise,
come di sangue, il quadro di Ges
che sorge ignudo dal sepolcro: schietto
sangue di vena parve a stille a stille
gocciar dai fri delle sacre piaghe.
In quell'istante entr Donata, bimba
felice, corta zazzera fra il bruno
e il biondo, occhi color di nuvolaglia
riflessa in acqua, riso a campanello:
e mi si strinse fra le braccia, e chiese
la bambola; ma poi si volse al Cristo,
come stupita a quel vermiglio ardore;
e forse vide per la prima volta
le piaghe; e disse: - No. Non voglio il sangue.
- Bimba, - risposi -  il sangue di Ges.
Ed ella: - Amo di pi Ges Bambino
nella sua stalla, con il ciuco e il bue
che gli fan caldo, e la Madonna buona
che l'allatta, e i pastori cogli agnelli
in braccio. - E si perd fra i suoi balocchi,
e nulla finse aver veduto: intanto
indugiava sul quadro il sole estremo.
Quand'ecco, (oh, certo non credea la dolce
ch'io l'osservassi) ritta in pi la vidi
su uno sgabello al muro, con un suo
fazzolettino, teso il braccio e il capo,
tentare, invano, cancellar quei grumi
di sangue; e pi tergeva, e pi tenaci
rosseggiavano a fior delle ferite.
Tremai nel cuore: non osai turbarla
nell'innocente atto pietoso; e tacqui.
Diverr donna. Imparer, ma solo
allora, e non da me, che sulla terra
non si cancella il sangue di Ges.
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LE MANI MALATE.
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Maria Giovanna scese oggi nell'orto
pian piano; e si sdrai, con la gran chioma
nera nell'ombra, con le mani al sole.
Stese le tiene, immote, sui ginocchi.
Le scalda il sole, le accarezza, penetra
nelle torpide vene e sveglia il sangue.
Son come mani abbandonate al bacio
d'un amante, che le ami cos, squallide
cos, contorte, con le gonfie nocche
punte da occulti aghi crudeli. O sole,
non hanno, ora, che te: non le tradire.
Furono belle: le fregi la gemma
della promessa, quella delle nozze.
Guidaron, caute, i primi passi al figlio.
Colsero al figlio primule di marzo
lungo le prode. Ressero fardelli
di tenerezza. Tersero il sudore
del trapasso a malati in agonia.
S'intrecciarono, supplici, sul mento,
nella preghiera taciturna. Or nulla
possono pi: nemmen pregare. O sole,
non tradirle. D loro un po' di gioia.
Fa che s'illudan d'essere due bianchi
convolvoli, al tuo caldo alito aperti
nel giorno, e chiusi dolcemente a sera
per rivivere in te, se torni l'alba.
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IL GIARDINIERE.
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Si rincorron con grida alte e festose
le educande in giardino: a lor dai rami
cicaleccio di passeri s'accorda
e ciangotto di limpidi zampilli
dalla fontana. - Anna, Lucia, Roberta,
su, presto! Corri! - Per di qui! - No, guarda,
 da quel lato! - Dove sei, Marcella? -
Verde oro azzurro  il pomeriggio: in mezzo
ai fiori son quali farfalle in volo
le fanciulle sciamanti; e l'allegrezza
che le scatena fa pi tersa l'aria.
Tu non le ascolti e non le guardi, vecchio
giardiniere Massenzio, intento a' tuoi
rosai, con lunghe e stridule cesoie.
Tant'anni conti, quante forse hai grinze,
Massenzio, vecchio giardiniere: tutti
ti son morti: la donna, i figli, i figli
dei figli. T' rimasto il nocchieruto
scheletro gobbo; e forza e pazenza
a sarchiare, a potare, a rastrellare:
ch pi l'uomo fatica e men ricorda,
e lo ristora il sonno innanzi sera.
Null'altro serbi: molto  gi che il corpo
tuo sopravviva all'anima ch' spenta.
Giocan le bimbe a te dintorno; alcuna,
con la sua grazia garrula, t'incita
al riso; e tu pi non rammenti ormai
come si rida: pi non hai nel volto
muscoli che obbediscano al comando
della gioia. Che fai, vecchio, nel mondo,
se non sai rider coi fanciulli? Solo
quando, serena, dopo lunghe strade
di patimento, coi fanciulli torna
all'innocenza delle gioie prime,
perdonata qui in terra  la vecchiaia.
S'io giunger fino a quel tempo, (oh, meglio
ora il trapasso) almen non mi sia tolta
questa ricchezza, l'ultima rimasta
alla vita: il sorriso. E fino in punto
di morte io lo conservi, ed oltre; estremo
dono a chi mi porr dentro la bara.
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ILDA.
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Narrer d'Ilda, e narrer piangendo,
cos breve fra noi fu il suo cammino:
d'Ilda, ch'ebbe a vent'anni un bimbo bello
come la luce; e non pot nutrirlo
col suo latte, guidarne i passi primi.
Ch oscuro un male la fer nel fianco
quando il bimbo fu nato; e le sorgenti
della sua vita intossic: n valse
amor di sposo, amor di babbo e mamma,
pazienza di cure, e in lei tremenda
volont d'esser viva, a trattenerla
su questa terra ch' s cara quando
s'ama e s' amati. Breve, ahim! la storia
d'Ilda: vent'anni: un bimbo; e poi la morte.
Talvolta, nelle estenuate tregue
della febbre, tentando un implorante
sorriso, aver per breve ora il bambino
pregava. - Un poco! Appena un poco! - Ed ecco,
a lei veniva, in braccio alla nutrice
dal colmo seno, dai possenti fianchi,
tutto grazia di riccioli e di trilli
il suo tesoro. E sorrideva; ed ella
perdutamente con le ceree mani
lo vezzeggiava, coi pi folli nomi
lo chiamava; ma al petto, no: la forza
le mancava di reggerlo sul petto.
Le ricadeva allor la testa indietro
sul capezzale: - Addio, mio fiore, addio. -
E lungo e torvo e pregno di cocente
invidia era lo sguardo che di sotto
le plpebre seguiva il dipartirsi
della nutrice dai possenti fianchi
col bimbo in collo. De' suoi mali, oh, questo,
questo il pi crudo: per la creatura
nove mesi portata, essere meno
di quella donna che l'aveva in collo.
Ora ch' un'Ombra, una lieve Ombra fatta
d'aria e d'amore, le concede Iddio
star sempre, ovunque, accanto al figlio; e tale
n'ha gioia, che pietosa a lei fu morte.
Se il figlio gioca, ella ne' suoi balocchi
si trasfigura: s'egli  stanco, veglia
sul suo riposo: se nel bagno immerge
le rosee membra, o ride al babbo, o stende
la mano ai fiori del giardino, ella ella,
pur non veduta, sempre ella  con lui.
E quando, cauto, nella notte il padre
viene a spiarne il sonno, un senso strano
gli turba il cuore: di non esser solo
presso il fanciullo che s calmo posa.
C' uno sguardo, senz'occhi: una presenza,
senza corpo: un respiro, ch' celeste
sopravvivenza di materno amore.
E implora, oppresso: - Io pure, Ilda, fui tuo:
guarda anche me. - Fra babbo e mamma, intanto,
ride il fanciullo all'Angelo Custode.
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LA MONACA DI ASSISI.
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Ricordo il giorno e l'ora ed il colore
dell'aria e la colonna dei fedeli
nella strada, e la suora alla finestra.
Da San Rufino la processione
solenne andava a San Francesco: il vespro
tutti i volti accendea come lucerne,
e in quell'ardore i salmi eran pi fiamma
che canto. Sfatti aromi di corolle
calpeste si spremean densi dal suolo
d'oleandri giuncato e di ginestre
miste a fronde d'ulivo: anch'essi amore,
anch'essi luce nell'orante luce.
Stava, immota, la suora alla finestra
d'un asilo d'infermi. Umile serva
d'infermi: pur mi parve alta regina
d'un regno ove soltanto era letizia.
Sorrideva alle croci, agli stendardi,
ai ceri, ai canti. E quando, ultimo e primo,
pass, raggiando dalle mani pie
d'un mitrato vegliardo, il Sacramento,
trasumanata in volto ella si sporse
gettando fiori. Ed altri ed altri a un secchio
e manciate di petali di rosa
attingeva l presso; e li gettava:
furia di dono in lei s veemente
che sbocciati quei fiori eran dal seno.
E la pallida faccia, nel sogglo
d'essa men bianco, una magnolia aperta
era, da offrir con l'odorosa messe
sul passaggio di Dio.
Sorella, io prego
perch la morte ti trasformi in una
grande e pura magnolia, eternamente
fiorita nei sereni orti del cielo.
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SUOR LEOPOLDINA.
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Lodate, o donne, Quella che dal grembo
i suoi figli non ebbe, ma dal cuore:
dite il suo nome nelle litanie
dei santi, date a lei le fresche rose
dei giardini e dell'anima, pregate
che non scenda l'oblio sulla sua bara.
Viveva un d fra campo ed orto, in pace,
nella casa paterna: era una lieta
fanciulla, e sciacquar panni e falciar l'erba
al prato amava; ma pi amava i bimbi
chiamare a s, con essi andar per funghi
e more, e i pi piccini avere in braccio
per addormirli come fan le mamme.
Pure sapeva che giammai sarebbe
mamma: figli non han le caste spose
di Cristo. Ed ella esser voleva a Cristo
sposa fedele: quell'anello, fatto
di spini, avere al dito: in quell'amore
viver di cielo sulla terra. Amore
nato con lei, con lei cresciuto, in lei
vita pi forte della vita.
Or quando
giunse alle nozze, e chiusa ebbe la porta
del monastero fra i suoi voti e il mondo,
fu beata, e fu misera: ch serva
esser di Dio non calm in lei l'angoscia
di non essere madre; e del peccato
troppo temeva non aver perdono.
Ma un d si chiese: - Sol dal ventre i figli
nascono, forse? - Ed implor: - Signore,
concedimi che in Te madre io diventi
di creature senza madre. - E aperta
le fu una Casa; e le fu detto: - Questo
sar in terra il tuo regno. - Immensa, e bianca:
risonante di queruli vagiti
che d'ogni parte, senza tregua, pieni
di patimento, lei parean chiamare.
A loro accorse, con le braccia aperte
come ali: in loro sprofond, disparve
suor Leopoldina: tutta, finalmente:
e misera non pi: solo beata.
Erano i figli di nessuno. Tristi
femmine, con paura e con vergogna,
li avean celati entro il dolente grembo,
nella notte sbarrando insonni gli occhi
sulla minaccia che dal buio fondo
dell'essere con sordi urti batteva.
Amore? Un lampo, un riso, un bacio, un'ora
d'abbandono. E quel peso: e quell'affanno:
e il nascituro mai vedrebbe il padre,
e mai la madre. Amore? Infido gioco
per l'uomo, croce per la donna; e al figlio
la Grande Casa. Alcuna, in s ritorta,
tentato aveva soffocare in seno
il frutto, contro lui fatta feroce;
ma troppo a salde fibre avvinto il frutto,
troppo la carne, pi del cuore, umana.
Nati appena, ancor ciechi, ancor segnati
delle livide tracce d'un passaggio
che a null'altro s'uguaglia, ancor mal vivi
ma assetati di vivere, i bastardi
l'ospedale mandava alla Gran Casa.
Tutti li am, la madre-suora: in tutti
difese il soffio della vita: figli
tutti li volle della sua pietosa
verginit, non tocca pur da un'ombra.
Delle nutrici appesi alle mammelle
li mirava succhiare ella un suo latte
divino. Ogni alba la trov diritta
presso i lettucci: quant' lungo il giorno,
di su, di gi per scale e per corsie,
attenta al dolce sfaccendar dell'api
nell'arnia sacra. Nulla al suo clemente
sguardo sfuggiva: nulla al suo comando
che dal cuore e dal labbro usciva insieme.
Pronta, con le sorelle, a regger nudi
corpi di bimbi, a secondarne i lagni,
a fasciarli, a sfasciarli; e, nelle stanze
degl'infermi, a lenire i inali orrendi
del sangue infetto alla sorgente: dono
senza rimorso n piet lasciato
dai tristi padri ai tristi figli.
E il tempo
per lei fu un punto: la fatica, rivo
d'esultanza perenne; e nelle brevi
ore del sonno modulava in cuore
le ninnananne su le culle, al ritmo
sommesso e lento delle Avemarie.
Vespri, aurore, meriggi: un punto. Vecchia
divenne; e non lo seppe. Una novella
maternit l'ingagliardiva in gioia
novella ad ogni battere di lievi
nocche alla porta della Casa: sempre
giovine  chi d luce a creatura.
La sua serena et per questo solo
contava: in lei, da lei cinquantamila
infanti, accolti come fiori al ramo,
lungo il corso degli anni eran rinati.
Quanti, il domani? Altro vagire, ed altra
ansia di carit, sino alla morte.
Morte? Fra tante albe di vita, come
poteva a lei venir la morte? Venne.
Ma bella: senza patimento: un soffio:
un vacillar del corpo esile, curvo
sull'innocente ch'era giunto allora:
un repentino abbandonarsi, il primo
dopo tant'anni. Cos cadde; e assunta
fu in Dio.
Tutte le notti, alla Gran Casa
torna, di lei deserta: ad ogni culla
sosta, e sospira: con la mano, uguale
a una bianca fiammella, ai figli suoi
diletti e a quelli che verranno, il segno
fa della croce: poi dilegua in cielo.
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PIAZZA DI SAN FRANCESCO IN LODI.
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Torno a quei d, rivivo il sogno antico
nella piazza deserta.  pur quell'erba
fra pietra e pietra: quel silenzio, intorno:
a destra e a manca, quelle strette vie
piene di sole, ov'io spiavo, dalle
chiuse pusterle - un lampo era negli occhi -
meraviglie di chiostri e di giardini.
Dal vano delle due bifore ancora
sorride il cielo con pupille azzurre
sulla facciata del mio San Francesco:
sguardo di bimbo in tormentato volto
di vegliardo che tutto a me perdona.
S'entro nel tempio, presso la cappella
dei Fissiraga rivedr la panca
dov'io conobbi i rapimenti primi
della preghiera; e tra la pinta selva
delle colonne cercher la mia
Madonna, quella che adorai, che mia
soltanto fu, che nel ricordo augusta
sempre mantenni, come l sul plinto:
chiusa in un manto d'ermellino, bianca
Imperatrice al divin Figlio serva.
Ma non entro. Non oso. Ai piedi l'erba
crescere ascolto fra le pietre; e attendo
non so quale miracolo, che desti
in me l'adolescente addormentata.
Forse, piccola, rapida, col bruno
scialletto a frange, con la quadra faccia
pronta al sorriso, verso me, nel sole,
verr mia madre. Mi dir: - Non sai
ch' festa? Vieni, figlia: andiamo ai vespri. -
- S, mamma: andiamo. Il nostro dolce tempo
non  passato. Tu sei viva. Il mio
corpo ancora non sa d'essere un corpo,
come il virgulto ancor non sa qual fiore
celi. Non feci il male, non commise
il male altri per me, nessuno il piede
mi calc sopra l'anima, che illusa
s'era, per lui, di gioia. Non  vero
che adesso  tardi, che non basta ormai
quel po' d'anni o di giorni a rifar l'opra
che fu dispersa, a rimediar l'errore
che fu compiuto, a richiamar chi fugge.
Andiamo ai vespri. Della mia s dura
alla sua pena, s tenace al giogo
che a se stessa costrinse, infausta vita,
nulla io voglio rimanga in questa terra.
Sol la mia fanciullezza, sulla soglia
della mia chiesa; e tu, mamma; e nel cuore
segreto il germogliar della speranza.
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LA VOCE.
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Ero sul punto in cui son chiusi ancora
gli occhi, ma la memoria a noi ritorna,
quando una voce mi chiam nel sonno.
Voce di spazio; e pur parea venire
da una bocca vicina alla mia bocca,
e mover l'aria presso il mio respiro.
Diceva: "Ada", "Ada", soltanto, in due
note d'irresistibile dolcezza.
Oh, non del mondo. Oh, non v' pi nessuno
che mi chiami, nel mondo. Una celeste
serenit rideva in quella voce
cos mutata di quand'era in terra
a parlarmi d'amore. E nel mio sonno
io non la riconobbi; e non risposi.
Ma torner. Venuta era per dirmi
(pi vi ripenso e pi lo credo, in cuore)
che l'ora viene: ch'io sia pronta; e nulla
porti con me, fuor che l'ardore antico.
Io sono pronta. E sol per la certezza
di risentir da quella voce il mio
nome, or vivo; e seguirla. Il corpo resti,
che tanto pianse; e lo raccolga l'alba.
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AMA L'OPERA TUA.
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Ama l'opera tua. Soffri per essa
la tua pena pi bella e pi segreta.
Donale il sole de' tuoi giorni, l'ombra
delle tue notti. Non te ne distolga
altra fatica, o amor di lucro, o il duro
convincimento che, pi essa  viva,
pi sottile sar l'irrisone
dei nemici, pi stolido il silenzio
degl'ignari, pi vano il tuo sperarla
compresa, accolta, benedetta. L'uomo
ti lascia, infido, quando la bellezza
ti lascia. Il figlio - in seno prima, e poi
sulle braccia portato, e alla sua sorte,
poi, con pianti, ceduto - non lo perdi
sol se ti muore: pi lo perdi vivo,
anche se di lontano indietro volga
lo sguardo verso l'ombra della casa
ove nacque, ove crebbe, ove fu puro.
Ama l'opera tua, che unicamente
ti rassomiglia, per divine tracce
note a te sola. Unicamente puoi
far vero in essa il sogno, e sogno il vero,
e perdonare al tuo nemico, e rendere
bene per male, e accogliere in un grido
tutti i cuori viventi entro il tuo cuore.
Ama l'opera tua, ch' solo amore.
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GLORIA.
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Lasciar di te, dopo la lunga doglia
del vivere, qui in terra, una parola:
breve, sommessa, ma che tutta accolga
l'esperenza del tuo cuore, e aiuti
chi soffrir delle tue stesse pene:
e la madre al figliuolo, e alla sua donna
e ai figli il figlio la ripeta, e passi
lungo il fluire delle discendenze
come un rivo d'amore: ecco la gloria.
La pura gloria, donna, che tu ardisci
sperare. Ma saprai giungere al punto?
Saprai strappare a te quella parola
che sia quella e non altra, e in essa ognuno
ti riconosca e t'ami? E se la morte
t'avesse prima, che ti valse pianto
versato, amore amato, focolare
distrutto e ricostrutto, e l'inesausta
ricerca, entro di te, della tua parte
migliore, per levarla in alto, sgombra
d'ogni terrena impurit, qual cero
votivo offerto alla tremenda vita?
Forse morrai senza saper d'averla
detta, l'indistruttibile parola.
Morrai sola ed oscura; ed il tributo
sar - se gloria avrai - della tua gloria.
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...
ANNIVERSARIO.
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Gi cos tardi? Gi cos lontano?
Ove sono le strade che percorsi?
Ove le spighe non mietute, e i frutti
degli alberi di cui non colsi i fiori?
Ove sei, tempo verde? E tu, fluente
gioia del canto, e tu, dolor del sangue
innamorato, e tu, peso di figli
nel grembo? O dolce, nel geloso grembo,
quell'urto che dicea "mamma" gi innanzi
che tu venissi al mondo, o creatura!
E in quel lungo portare, e in quel travaglio
del partorir, quante speranze, e quale
felicit d'essere donna! E poscia
altre cure e speranze; e andare andare:
e, se stanco era il passo, andar, comunque.
E amare amare; e se l'amor falliva
al desiderio, amare amar, comunque.
Cos ancora dovr, da questo giorno
sin che avr forza: ch niun pu sottrarsi
alla vita, quand'essa non gli sembri
pi necessaria: n fermarsi al punto
ov'egli tema che la sua stanchezza
non gli consenta proseguir la strada.
Or come faccio, se non ho nessuno
che mi sostenga? Spirito, che vegli
su me dall'alto, non m'abbandonare:
ch'io pi non trovo il mio lungo coraggio,
e dai piedi fuggir sento la terra.
Cos sempre mi fossi a Te rivolta
fra tanti abbagli! Ma, se errai, ricadde
su me la colpa; e la scontai da sola.
...
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...
ALLA MORTE.
...
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...
Tu che sei certa com' certo il sole,
in qual giorno, in qual forma a me verrai?
T'aspetto, morte; ma ti temo a un punto.
Scorger, sentir la tua presenza
nell'ora a me prefissa, oppure i sensi
patimento e stanchezza avran sopiti?
So che natura gli uomini soccorre
nel passo oscuro, come gi nel primo
uscir dal travagliato alvo materno:
nascita e morte son gemelle in Dio.
Ma quale mai sar per me quel passo,
con che tormenti distaccar la carne
mi sentir dall'anima, se ancora
anima e carne conoscenza avranno
di s? Qual nome mi verr sul labbro,
qual visone innanzi alla gravezza
delle pupille, qual ritorno in cuore
all'amor della vita, ch' s breve
alla letizia, ch' s lunga al pianto?
Ma forse nulla.
La bont di Dio
discender sul mio morire. Calmo
sar il trapasso: pari a un calmo sonno.
Mi sveglier senza il mio corpo, in una
strada del cielo, incoronata d'astri.
E non pi sofferenza e non memoria
n desiderio pi. Pace soltanto.
Oh, quante volte, per le vie del mondo
tutto fuggendo, ma da me fuggire
non potendo, sul mio folle contrasto
implorai pace: invano. Or so, che in nullo
cuore vivente entra la pace: solo
passa ove tu sei gi passata, o morte.
...
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...
LA TUA FRONTE.
...
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...
A Delia.
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Vidi, stanotte, la tua fronte in cielo.
Stava la luna al punto del cammino
quando scopre met del suo bel volto:
l'arco perfetto era color di perla.
Non osavan le stelle esserle a fianco
tanto il suo chiaro lume era divino.
Ma che diceva il suo divino lume
alla tenebra nostra in esso intenta?
Vittoria sul dolor, misericordia
per il peccato, purit che tutto
purifica, certezza dell'amore
nel quale assunta l'anima  felice:
diceva quel che la tua viva fronte
sovrana, a noi, qui sulla terra dice.
Sol l'avvolgeva, a tratti, d'una nube
leggera, e per un breve attimo, il velo:
vidi, stanotte, la tua fronte in ciclo.
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A UNA STELLA.
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Nel sereno per me tu splendi sola,
come lass non fossero altre stelle:
sola fra l'altre tu mi guardi, e piangi.
Io non avevo sino ad or veduta
una stella che piange. Ad una ad una
sgorgano le tue lagrime di luce
senza cadere: ad una ad una in te
le riassorbi; e cos sino all'alba.
Se  vero che ogni spirito disciolto
dal suo peso di carne si fa stella
nel firmamento, tu chi eri, dimmi,
chi eri al tempo della triste vita?
Forse colui che pi mi am, che amai
fino a morir della sua morte, ad altri
e a me fingendo esser rimasta in terra?
Dammi un segno: ch'io legga, ch'io comprenda,
ch'io sappia. Ma che dico? Il tuo fissarmi
da s gran lontananza, e quel tuo palpito
ininterrotto, e quel tuo pianto muto,
e quell'essere, a me, solo presente
tra gli astri eterni,  il pi sicuro segno
che sei tu, che sei tu, tu, sempre mio.
Riconoscerti, gioia e rapimento
supremo: te raggiungere, fuggendo
la terra ove m' pena anche il respiro,
speranza che sorpassa ogni speranza.
Fissami, sino a scindermi dal corpo
l'anima. Un'altra stella a te d'accanto
sboccier nella notte. Oh, tutto fosse
per noi lo spazio: e noi due soli splendere
nell'ombra: e pi non esistesse il tempo.
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CAMPANE.
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Campane a gloria, in questa pia domenica
di settembre, ch' tutta voli d'api
sull'uve, e gioia d'uomini e di sole
nell'attesa che passi la Madonna.
Dov' il mio velo bianco, e dove il nastro
celeste delle Figlie di Maria?
Campane a gloria, sul villaggio adorno
di festoni vermigli a liste d'oro;
e dalla chiesa, con le oranti voci
dei fedeli, risponde un canto d'organo.
Dov' la mia veste di sposa, e dove
la mia corona, e la fiorita via?
Campane a gloria immerse nell'azzurro,
mai scender su questo azzurro l'ombra,
mai cesseranno i vostri echi nel cielo,
ch la mia grande sagra ora comincia.
Dove il manto e la croce a me promessi
per la gran sagra, o mia malinconia?
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PER LA MORTE D'UN GIOVANE.
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IN MEMORIA DI SANDRO MUSSOLINI.
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Colui che muore a' suoi vent'anni, solo
data avendo di s cara promessa,
e immacolate forze ancora in boccio
abbandona alla notte, Iddio non vuole
manchi al fiorir che l'attendeva in terra;
e ad altra messe quel fiorir conduce.
O padre, o madre: non versate il pianto
d'addio. V' un corpo, s, dentro la fossa,
da voi cresciuto; e in mille dolci modi
blandito; e invano, d'ora in ora, all'ombra
conteso. V' una pura anima, sciolta
dal corpo. Ma quei sogni, e quella fede
nell'esistenza, e quell'assiduo sforzo
del prepararsi all'avvenire, e quella
Primavera d'amore a cose ed uomini
offerta, Iddio li salva; e ne fa dono
meraviglioso ai giovani, prescelti
dalla natura a lunga et feconda.
Vostri figli essi tutti, o padre, o madre:
ch in ciascuno respira un po' di Lui
che al vostro cuore  tutto: un po' di Lui
vivente. E all'uno Egli cantar fa in seno
lieta speranza: in seno all'altro annienta
odio che striscia: e questi incita, e quelli
riplasma: chi patisce, a ben soffrire
conforta: a chi combatte, arma il coraggio:
a chi sogna la gloria, arma l'ingegno:
per vie di carit, per vie di luce
e di grandezza, a voi ritorna il Figlio.
O padre, o madre, a voi ritorna. Morte
a vent'anni  ancor vita: , pi che vita,
prodigio: ad esso guardi, in esso il vostro
cuore per alta volont si plachi.
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GIORNO DI MARZO.
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Sole di marzo, prepotente come
l'amor che arde in giovinette vene:
io nelle vene oggi non ho che sole,
e l'et mia pi bella a me ritorna.
Bianchi i terrazzi e rossi i tetti brillano
al sereno, si frange in sprazzi d'oro
nei cristalli la luce, e campanili
e ciminiere alzano laudi insieme.
Dal mio balcone io guardo il cielo, e credo
essere in cielo: sto fra i voli snelli
di lontani velvoli, traccianti
strade di libert sovra il mio capo,
e l'alare dei colombi, ch'hanno
fra gli embrici e le gronde il dolce nido.
Tessono con i palpiti dell'ali
cerulee reti nello spazio: l'ombra
del volo, a fior degli embrici, li segue.
Vengon, fidenti, al segno della mano
piena di chicchi: dn suono di nacchere
le penne scosse, e lieve ondeggia il collo
nel cangiar dei riflessi; e il rauco gemere
mi fa pensosa d'un lontano pianto
che fu ben mio, che pianto era d'amore.
Poi s'involano, a stormo; e via per l'aria
il remeggio dell'ali mi rammenta
gioia di bianche vele alla ventura
sul mare; e vo con quelle vele in sogno
sul mare; e approdo a curve spiagge ombrate
di palme; e mi sprofondo entro foreste
misterose; e di l sbocco in chiari
villaggi, ed in citt dense di folla
e traffico, brucianti nella notte
per mille e mille vorticosi giri
di fiammelle, a specchiare il firmamento:
poscia, profonde valli, aeree cime
di monti, solitudini di fiumi
senza sorgente e senza foce, ghiacci
d'un pallore di morte, immensit
della terra.
Cos, da questo mio
alto rifugio, m' capriccio e guida,
per spazar nell'universo, un volo
di colombi nell'aria senza nube.
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IL SOLE SUL MURO.
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Fu mia delizia, nell'adolescenza
fugace, con attenti occhi seguire
sulle muraglie del mio verde regno
l'alterno gioco del sole e dell'ombra.
E m'incantavo a decifrar rabeschi
di fronde, in nero sulla calce bianca
a capriccio segnati: era il mio libro
di canti e fiabe, aperto a me soltanto.
Tutto una vampa il muro a mezzogiorno
nei d sereni: volto dallo sguardo
di fiamma, che nel tempo dell'amore
io riconobbi nell'amante amato.
Ma obliqua l'ombra, serpeggiando a gradi
dal basso, esatto m'indicava il corso
dell'ore; ed io, fra me: - Non verr mai
un meriggio che sia senza tramonto? -
E quando il sole, al suo sparir, dall'orlo
della cimasa mi diceva "addio",
sempre quel dubbio m'assaliva: - O luce,
e se domani non tornassi pi? -
Fedele, ogni alba, a me torn la luce
lungo il fiume degli anni; e fu il mio bene
pi grande: il bene che non si cancella
mai, per volger di tempo e di vicende.
Desiderio non ho d'altra ricchezza,
n m'importa degli uomini; ma imploro
che sol da morte a me luce sia tolta.
E m' delizia tuttavia, sul muro
del mio terrazzo alto sui tetti, intenta
seguire, come ai fanciulleschi giorni
in cui tutto allo sguardo  meraviglia,
l'alterno gioco del sole e dell'ombra.
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I DUE ARATRI.
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Il colono che gli anni pi non conta
ma giusto orgoglio ha della sua tenace
lena all'opre dei campi, oggi ara.  tempo,
fra marzo e aprile, preparar la terra
alla smina bella del granturco,
che a settembre dar pannocchie d'oro.
Da quante Primavere egli ara il campo
per la smina bella del granturco?
Tal fu a vent'anni, tale, oggi, per lui,
la vita; e stan le grandi rughe incise
nel suo volto siccome i bruni solchi
entro la terra non scavati invano.
Va il bove, tardo. Al vomere si schiude
a ventaglio la zolla; d'ambo i lati
dolcissima sussulta, rilucendo
come il buon ferro che le affonda in seno.
Dalle nubi randage qualche goccia
cade, poi cessa: nel grigior che il verde
pi intenso rende, ampio  il silenzio: solo
lo rompe, a tratti, il rauco "Arr!" del vecchio.
Ma leva il vecchio le pupille, a un rombo
lontano. Avanza, sul suo capo, un altro
aratro. Il nuovo: quello che ara il cielo:
che ha l'ali aperte in croce, ed un fanciullo
lo guida. Splende, in baleni d'argento:
s'accompagna, dall'alto, al suo terrestre
fratello, e par che all'uno e all'altro uguale
mta sorrida all'orizzonte estremo.
Or quali messi nasceranno mai
da quei solchi lass? Messi di stelle?
O pur d'un grano eccelso, che d'azzurro
nutrisca l'uomo, e pi l'accosti a Dio?
E se i fanciulli sanno ormai l'aratro
condurre in ciel, che vale arare i campi?
Tutto vale. A ciascun la sua fatica
 sacra; e Dio l'accoglie; e non v' colpo
di zappa o colpo d'ala che non sia
atto di fede. Mentre aerei sbocchi
scopre il giovine, tu, vecchio, il tuo vecchio
campo coltiva, fino al giorno in cui
venga Colei che uguaglia ogni stanchezza:
e pur l'eroe che misur col volo
distanze d'astri, vien sepolto in terra.
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ATTI DI GRAZIE.
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LE GEMME DEL GLICINE.
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Ti ringrazio, Signore, per le gemme
del glicine, tornate col ritorno
d'aprile: s leggiadre, che mirarle
 come dire, a voce bassa, un'Ave.
Son delicati involucri, di seta
smorta, fra il grigio e l'ametista, sparsi
d'un polvero d'argento, che mi resta
sulle dita, se pur lieve li tocchi.
Crisalidi leggre, in s ravvolto
portano, chiuso ancor nel sonno, il grappo
che il sole e, pi, la maturante pioggia
di giorno in giorno scioglier dal velo.
E sar allora un pendere di spessi
corimbi dai bei chicchi voletti
pregni d'aroma dolceamaro; e un sordo
ronzio di pecchie ricercanti il nttare
nella polpa succosa; e in me beato
languor di sogni all'ombra della pergola
quando nel maggio  gi s caldo il sole.
La bambina che un d fu la sorella
di queste esili gemme, e in s ravvolta
contenne tutta la mia densa vita,
alla memoria or pu senza dolore
tornarmi. E d'esser finalmente sciolta
dal rimpianto di me, fatta novella,
ti ringrazio, Signore.
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LE SPINE DI CRISTO.
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Ti ringrazio, Signore, per le spine
delle robinie, che sol d'esse, mentre
stagion di gioia con la Pasqua viene,
miseramente son vestite: lunghe
spine selvagge, dall'acuta punta.
Tendono le robinie i rami armati
come a ferire, mentre ride in terra
Primavera con gli occhi delle mammole,
Primavera coi voli delle rondini,
Primavera s bella al suo sbocciare.
Mi sovviene, a mirarle, che di noi
chi sa celarsi una sua spina in petto
fino alla morte, senza grido o pianto
che la riveli, avr l'anima salva
nello splendore dell'eterna vita.
Nude come la Croce, ed intreccianti
con gli squallidi aculi corone
di Passone, esse mi fan pensosa
del Figliuolo di Dio grondante sangue
di sotto il serto che a Lui cinse l'uomo;
e risalgo, nel cuore, il suo Calvario.
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LA MADRE.
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Ti ringrazio, Signore, per la bella
donna che or ora mi mostr, dall'alto
d'un balcone, il suo bimbo: eran nel sole
mamma e piccino; e le due teste bionde
parean pi bionde in quell'aureola d'oro.
Chi sia colei, non so: n se ridente
trascorra a lei la giovinezza, o grave
d'affanni. So ch' donna; e che a me, donna,
il suo caro mostr, perch'io pensassi:
- Quant' bello! Non v' bimbo pi bello
nel mondo; e non v' mamma pi superba
della vita che usc dalla sua vita. -
Forse altro seppi io della vita, un giorno,
se non la figlia del mio sangue, in grembo
covata, al seno appesa? E non ritrovo
forse quella che fui, nella gentile
che mi sembr Madonna immacolata
col suo Dio fra le braccia?
Oh, pel sorriso
di lei, nell'atto dolce: pel sorriso
ch' d'ogni madre sulla terra, e fu
di me, quando la vita in me divina
rese il prodigio del materno amore,
ti ringrazio, Signore.
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LA TERRA.
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Ti ringrazio, Signore, per il campo
di terra smossa che mi sta dinanzi
grande, pacato; e per la roggia in fondo
che pigra move fra robinie spoglie.
Non altra gioia ormai chiedo a' miei occhi
(furono amati; e s brucianti ancora
son della fiamma che l'amor vi pose)
se non la vastit di questo campo
in cui le antiche messi e le future
sento, e il tenace faticar dei figli
sulle tracce dei padri: un inseguirsi
vertiginoso di millenni: un punto.
Ebbe ieri la vanga: oggi riposa,
attendendo l'aratro; e, poscia, il seme.
L'amo cos, nella sua bruna tinta
che a vespero si fa quasi vola
per un presagio di malinconia.
Terra mia, solo terra: al tatto, rude:
al cuor, soave: ricca di segreto:
colma di forze; e se fra mano un pugno
ne raccolgo, una parte di me stessa
stringere credo: la pi scura e fonda.
Terra che il ciel non specchia, ma contempla
dall'alba a sera, dalla sera all'alba.
Sa ch' lontano; ma per esso in spica
si trasmuta, in pannocchia, in frutto, in fiore;
e lo chiama, la notte, col sommesso
pregar dei grilli, ch' tutto un sospiro
sollevante il suo seno in querule onde.
Ha di mia madre il volto augusto: e serra
gelosamente in s le mie radici
come fa di quei gelsi e di quei salci
che di qui scorgo. Io gi credetti andare
verso non so che libert, per strade
senza ritorno. Ma giammai si mente
alle proprie radici; e qui soltanto
alla mia vera libert la vita
abbandono: sia terra nella terra.
E se in essa far come il buon seme
che, per rinascer nella spica, muore,
ti ringrazio, Signore.
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PENSIERO D'AUTUNNO.
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Fammi uguale, Signore, a quelle foglie
moribonde, che vedo oggi nel sole
tremar dell'olmo sul pi alto ramo.
Tremano, s, ma non di pena:  tanto
limpido il sole, e dolce il distaccarsi
dal ramo, per congiungersi alla terra.
S'accendono alla luce ultima, cuori
pronti all'offerta; e l'agonia, per esse,
ha la clemenza d'un mite aurora.
Fa ch'io mi stacchi dal pi alto ramo
di mia vita, cos, senza lamento,
penetrata di Te come del sole.
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FINE.