ADA NEGRI.
.
OLTRE.
Prose e novelle.
.
1946. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
Testo curato da: Paolo Alberti e Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
...
.
...
Indice.
...
.
...
PARTE PRIMA: 
PROSE.
OLTRE.
MORTE DEI DUE DEODARA.
FUOCO DI LEGNA.
RICORDO DI PADRE LEOPOLDO.
DON GIULIO.
IL MIO CIELO.
LA SPECCHIERA.
VOCE AL TELEFONO.
FRAMMENTI.
ORTO.
GRANO.
DUELLO.
IL CROCIFISSO ROTTO.
.
PARTE SECONDA: 
NOVELLE.
CONFESSIONE D'IGNAZIA.
UN GIGLIO.
LA DONNA DEL CORTILETTO.
FINE DI PEDRO E DI NATALINA.
DONNA ANTICA.
.
PARTE TERZA: 
VITE DI SANTE.
SANTA CATERINA DA SIENA.
MADRE CABRINI.
SANTA TERESA DI LISIEUX.
...
.
...
FINE Indice.
...
.
...
PARTE PRIMA: 
PROSE.
...
.
...
OLTRE.
...
.
...
Due volte la settimana, alle dieci del mattino, vado con Barbara all'ospedale Fatebenefratelli a trovar suo marito, che da qualche tempo vi giace infermo. Egli ha, grazie a Dio, superato la crisi pericolosa che ci aveva dato tanto pensiero; ma, debolissimo e in osservazione per lo stato un po' scosso del cuore, non potr uscir di l che fra una ventina di giorni o forse un mese. Vive attendendo la nostra venuta: quando ci s'affaccia alla soglia della sala dov'egli sta con altri sette, il suo volto olivigno, tutto ombre e scavo, sembra staccarsi dal busto sollevato fra i guanciali e la rimboccatura, per venirci incontro col sorriso dei grossi denti e degli occhi buoni.
Dopo un po', lascio che Barbara se ne stia in pace a discorrere col suo Dario (han tante cose da dirsi, marito e moglie) e mi rivolgo al vicino di destra, che  sempre solo, o a quello di sinistra, che spesso lo . Non riesce difficile barattar parola con un pover'uomo che si trovi in un letto d'ospedale senza un cane accanto, mentre i compagni (di aggravati nella sala non ce n') ascoltano, con viso tutto mutato da quel ch'era dianzi, il sommesso chiacchierio dei parenti o degli amici. Quei due  un vecchio asmatico senza ciglia, col pomo d'Adamo sporgente a mo' di gozzo, e un uomo sulla cinquantina con la fronte bassa e scura sotto selvosi capelli grigi, al quale di rado viene a far visita la moglie e sembra lo faccia per castigo, umile e stenta qual , con l'aria d'uno sgorbio mezzo cancellato  mi raccontano volentieri della loro infermit, e di questo e di quel compagno di degenza, e anche della casa e del mestiere. Il mio nome non lo sanno: il loro nome non lo so. Che importa? Anzi: cos  pi bello.
La vasta sala candida, con una intera parete a cristalli, piena di sole nelle giornate limpide, si direbbe fatta apposta perch i diversi malanni che accoglie si fondano in un solo malanno comune, pi lieve a sopportarsi perch sopportato insieme. Ciascuno fa, come pu, coraggio all'altro, e dal suo soffrire attinge coraggio per se stesso. Ciascuno conosce, dell'altro, l'arte, i casi di famiglia, il come e il perch della malattia. Le persone in visita si sorridono, si fanno cenni cortesi. Se uno sta peggio, la piet e, sto per dire, la solidariet di tutti lo circondano. Qui il male fisico non si nasconde come un segno di vergogna:  reso chiaro e scoperto come le pareti laccate d'un bianco che canta, e i finestroni che rovescian dentro la luce: oggetto d'acuto interesse e quasi titolo di nobilt.
Verso le undici e mezzo, quando s'avvicina il momento d'andarcene, Barbara ed io vorremmo dire alla suora ch' entrata, seguita da ragazzetti convalescenti, che portano cestelli di pane fresco e odoroso per il pasto del mezzod: Lasciateci qui, madre. Con quelle tonache ampie e lunghe fino a terra, e i piedi invisibili, muti nelle scarpe di panno, le monache non dnno mai il senso del passo: avanzano composte senza movimento apparente degli arti; e sorridono senza sorriso, calme e benevolenti, tutte a un modo. Madre, lasciateci qui. Invece bisogna proprio partire. Gli occhi affettuosi di Dario si oscurano, rassegnati per: il viso si fa lontano, riaffondato nel guanciale: tre giorni son lunghi e corti a passare, addio addio, arrivederci.
Nel letto d'angolo accanto alla parete a cristalli, dirimpetto al vicino di destra di Dario,  stato accolto un malato nuovo. Gli vedo sempre qualcuno intorno: due signore ben messe, un giovinetto sui quindici anni. Strano: tutti artigiani, piccoli bottegai, qui dentro: cara gente del popolo. Ma a colui glielo si legge in faccia, che appartiene a un'altra classe. Un volto di finezza eccessiva, che un male certo assai grave sta estenuando, pur non potendogli togliere la nobilt del calco: inciso da segni non dubbi di tormento spirituale, oltre che fisico. Di qui gli occhi mi appaiono incolori, quasi bianchi, irreali. Gi la larva di un volto. Non m'attento a guardar da quella parte che di sfuggita, e cautamente, per timore di ferir l'uomo con la mia curiosit: sento nei nervi, ripercossa, acuta, la reazione sempre tesa della sua sensibilit sofferente. Chi ? Come mai qui, in una sala comune? N Dario n i vicini lo sanno. M'accorgo, a un dato momento, che bisbiglia qualcosa alle due signore, accennando a me: i nostri occhi s'incontrano: non posso pi distaccare me stessa dal filo magnetico che mi lega a quelle pupille d'infermo, a quella volont d'infermo, che mi chiama. Mi chiama perch mi ha riconosciuta. Ci mi turba, mi d un senso d'umiliazione, in un luogo pieno di tante miserie. Ebbene, e quand'anche avesse egli letto qualcosa di quel che ho scritto? Che vuoi ch'io sia di diverso o da pi di te e di costoro, povero infermo, per un po' di carta stampata?
Non mi resta, d'altronde, che accontentarlo. Mi vinco, m'alzo, vado diritta da lui, stringo la sua mano scarna e madida, gli chiedo come si sente, con la naturalezza di una che gli sia amica da anni: unico modo di superare il minuto difficile. Un'espressione di gratitudine che non sapr mai descrivere gli trasfigura il viso: fingo di non avvedermene e tiro innanzi a parlargli di lui e del suo figliolo l presente, per impedirgli di parlarmi di me. Sento che patisce di doversele tener dentro, quelle parole; ma tant', non potrei sopportarle. Le due signore intanto  la moglie, la sorella  gli aggiustano i cuscini, gli porgono da bere, con atti di vigile tenerezza: il figlio giovinetto, che veste una divisa di collegiale, lo guarda incantato. Poco o nulla egli mi dice della malattia: a cenni di speranza e d'augurio scuote il capo stancamente. Non mi regge pi l'animo di rimanere. Tornerete? S, certo, torner.
Ma la domenica dopo, rientrando nella sala, Barbara ed io troviamo il suo letto vuoto. Dario ci informa subito: s' aggravato di colpo, da un'ora all'altra: lo hanno messo in una camera da solo: s e no potr durare due o tre giorni ancora, per quanto non si sappia mai fino a quando un organismo condannato possa resistere. E la mia promessa? Lui mi attendeva. Dovr dunque mancare alla mia promessa? Non sono trascorsi dieci minuti, e la madre superiora  alle mie spalle, che nemmeno l'ho sentita venire.
 Signora, il malato X*** ha chiesto se vi trovate qui. Vorrebbe vedervi. Sta male.
La seguo. Ella procede diritta e compatta come una certezza che non si discute. E questo corridoio cos lungo, cos terribilmente lustro, che non finisce mai. E i miei tacchi, che rumore vi fanno. Potessi togliermi le scarpe, camminarvi a piedi nudi.
Nella camera sta un'infermiera, in piedi, che a un cenno della superiora esce con lei. Partendo, mi avverte:  Non bisogna stancarlo.  Chiedo:  E la moglie, la sorella?  Verranno fra poco.
L'infermo ha una faccia rimpicciolita, rientrata. Una parvenza di sollievo lo rianima al mio apparire di fianco al letto. Egli dice subito, con voce bassa e un po' spezzata ma netta:
 Vi aspettavo. Grazie.
Mormoro qualche parola; ma non mi lascia finire:
  un bene che ora siate qui. Con le persone che ci amano troppo certe cose non si possono dire. A voi posso dire. Compatitemi. Ho paura della morte e so d'esser vicino a morte. Aiutatemi ad aver coraggio.
Con dolcezza gli chiedo se si  confessato e comunicato.
 S,  risponde  tutti i Sacramenti. Sono mondo e perdonato. Ma che cos' il morire? Il momento del morire? Ho paura. Aiutatemi. Voi potete.
Non m' possibile illudere questo lucido cervello con la solita misericorde menzogna della guarigione miracolosa, quando ogni speranza  perduta. L'uomo  troppo convinto d'essere al traguardo. Ma come far? Cerco in me i pensieri e le espressioni, tremando. Vengono. Subitamente il punto di morte mi si raffigura come un passo senza dolore e senza peso, il muto aprirsi d'un cancello su un giardino di cui nessuno in vita pu immaginare la bellezza, e tutto pieno d'angeli che volano sui fiori a guisa di grandi farfalle. E poi, spazio, l'assoluto dello spazio: amore, l'assoluto dell'amore. Queste cose gli dico, e altre sulla grazia e clemenza di Dio, che io stessa non ricorder, forse, domani nella lieve, trasparente forma in cui mi sgorgano: rese pi persuasive dal profondo anelito della carit. Egli ascolta, vede, sorride: se pure si pu chiamar sorriso lo stiramento delle labbra secche sui piccoli denti ingialliti. Ed  come fossimo vissuti accanto e dovessimo partire entrambi per un viaggio senza ritorno, verso un paese sconosciuto ma intravisto in splendenti miraggi. Entrambi ci sentiamo sulla soglia, separati dagli affetti terreni, perduti in un'atmosfera che non  pi della vita, non  ancora dell'oltre vita: forse dell'una e dell'altra insieme.
Rientra l'infermiera e s'avvicina, attenta e grave. Il polso e il rapido respiro del malato la preoccupano: mi prega di lasciarlo. Deve riposare. Indugio con la mano sulla fronte abbandonata, dove il sudore si rapprende in goccioline diacce. Egli non pu dir parola. Mi ringrazia, mi saluta cos, con quel docile abbandono.
Fuori, nella strada affollata, vicino a Barbara, cammino cammino ascoltando il rombo del sangue negli orecchi, il battere del cuore gonfio d'una commozione sfociante in una gioia assurda, che non mi riesce di capire n di frenare. Gioia di vita ripresa? Sicurezza nella bont della morte? Mi scampanano dentro le parole che ho dette al mio infermo: so ch'egli le va segretamente ripetendo a se stesso, come si pu farlo durante l'estatico dormiveglia degli estremi giorni. Quasi a voce alta esclamo Dio Dio Dio, senza pensare che son per strada e la strada trabocca di gente: affretto il passo, col volto teso e il mento in avanti, per seguire la mia anima che fugge dinanzi a me.
...
.
...
MORTE DEI DUE DEODARA.
...
.
...
Gi dall'altro inverno avevano incominciato a morire. Era stato un crudissimo inverno, con neve indurita sotto croste di ghiaccio, con terra ed alberi vestiti di cristallo imbrillantato: un inverno che non finiva mai: e al tardo arrivo della primavera i due deodara del cortile sterrato che un cancello separava dal giardino ci apparvero d'un colore di ruggine sporca, nelle fronde aghiformi. Colore ch'era un brutto segno di malattia e che non avevano mai avuto prima.
Qualcuno, fra noi, disse: Riprenderanno. Facemmo eco.  cos comoda, la speranza.
La primavera sfoci nell'estate, l'estate nell'autunno: alberi, arbusti e fiori, nel giardino e nel brolo, rivissero, come sempre, al modo di sempre, la vita delle stagioni. Ma i due giganteschi deodara, dai rami cos folti, robusti e lunghi che quasi invadevan dal basso l'intero cortile, di quel tristo color di ruggine non s'eran liberati pi. Nel sole di striscio, al tramonto, assumevano falsi riflessi di sangue guasto. Sulla vetta del pi alto rimaneva un ciuffo verde, solo, ad attestare una superstite, misera vena di linfa. Anche quel verde scomparve.
Pi gelido e mordente dell'altro, torn il gennaio. Sotto il candore dentato della galaverna, a quindici gradi sotto zero, i due deodara stettero con aspetto di fantasmi. La vita, che per indubbi segni si manifesta negli alberi pur dietro la fissit dell'apparenza jemale, in essi non s'avvertiva pi. Erano cadaveri vestiti di bianco, rigidi in piedi.
Siamo ormai ai primi di marzo, e la campagna persiste in un'assoluta nudit, senz'accenno di gemme. Eppure, nel sole sfacciato che della nuda terra  padrone, nel libero, pazzo mulinare del vento, ogni cosa allarga il respiro e nell'intimo si fa nuova. Brivido di gioia segreta, desiderio di fioritura pi bello della fioritura stessa, che  l l per affacciarsi. Da un terrazzo interno del fabbricato guardo i due deodara di l dal cancello, estranei a questo senso d'inquietudine, di risveglio, che commuove persino le spaccature delle pietre. Hanno perduto anche il color di ruggine: impoveriti, brunastri, gli aghi rimasti hanno incrostato di fuliggine bruciaticcia i rami, che la mancanza di fronde stacca duramente gli uni dagli altri. Dnno ancora, numerosi come sono, un'illusione d'ombra protettrice: all'ombra dei rami morti le alunne del collegio saltano alla corda, si gettano il pallone, s'inseguono in corda, agili, stridule, violente nel piacere non mai sazio del moto. I due giganti stanno in mezzo a loro, come da vivi in mezzo a tante e tante simili a loro per una serie di giorni e d'anni che si dilegua nel passato. Ma le ragazze non se ne accorgono, che non son pi vivi. Son vive loro; e basta.
La malinconia che li penetra  solenne e senza speranza. Nulla essi chiedono alle spensierate adolescenti, se non d'aversele intorno fino a che verranno abbattuti.
Quando Gina entr con le prime educande nella vecchia casa (saranno ormai pi di venticinque anni) e v'impiant il collegio, trov con letizia nel cortile sterrato ch'ella in cuor suo destinava sin dal principio ai giochi delle ragazze, i due deodara, gi anziani di mezzo secolo e sopravanzanti di molto l'altezza delle muraglie. Se li sent subito amici: cap che poteva contare sulla benefica influenza della loro massa verde. Stendevano sul recinto un velario di protezione, che il sole attraversava con lame, dischi, sfarfallamenti d'oro. Nascondevano molti nidi. Il chiacchierio dei passeri s'alternava gioioso al chiacchierio delle fanciulle, formando cori a domanda e risposta.
Circa dieci anni dopo, Gina inferm. Era nata per vivere giovanilmente in mezzo alla giovinezza, per amare le anime appena sbocciate, dirigerle, perfezionarle. Rinunciare alla propria ragione d'esistenza le parve condanna troppo grave; e, fin che pot, cerc di resistere. Ma lentamente perdette le forze. Non le fu pi permesso scender le scale, camminare nel giardino, entrar nelle aule, sostar nel cortile con le sue piccole, al rezzo dei deodara. Dallo stesso terrazzo dove ora io mi trovo, ella, distesa nella sua poltrona d'invalida, s'era ridotta a trascorrere i caldi pomeriggi d'estate con gli occhi fissi sui due alberi cari, che ne sentivano lo sguardo di l dal cancello. Le ragazze non c'erano: tempo di vacanze. Fra la donna malata e i deodara si sdipanavano silenziosi discorsi. Ella non voleva morire, ma sapeva di non poter guarire: chiedeva, forse, ad essi un poco, soltanto un poco della linfa che, vigoreggiando dalle radici alle cime, li irrobustiva per un destino di lontanissima longevit. Soli, per la loro altezza, in un vasto spazio d'aria, con le coniche vette parallele si stagliavano contro il cielo di levante, in una magnificenza di rilievo che sembrava incancellabile. La luna del plenilunio estivo, accesa, pesante, saliva adagio, apparendo e sparendo di ramo in ramo. Non brillavano ancora le stelle. I due deodara dicevano a Gina, prima ch'ella rientrasse: Non temere. Dormi tranquilla. A vegliare ci siamo noi.
Ella aveva quella visione nei dolci occhi grigi finalmente rassegnati, quando li chiuse per sempre. E molti anni ancora passarono.
Un soffio di giovinezza nuova rianim la casa dalle fondamenta al tetto: crebbe, man mano, il numero delle convittrici: a contenerle bastarono appena le aule e i dormitori: il cortile ribocc sempre pi, nelle ore di svago, della loro innocente prepotenza vitale. Quali stupendi riflessi, quale ariosa luminosit hanno i capelli delle adolescenti! Comunicano col sole. Quale irrequietudine non mai senza grazia hanno i loro moti irriflessivi e fugaci! Comunicano con le nuvole, con l'acqua e col vento.
I deodara continuavano intanto la loro esistenza apparentemente impassibile d'alberi sempreverdi, intimamente attentissima di Padri Custodi cui nulla sfuggiva, e sotto il cui tacito controllo tutto nella casa doveva passare. Spirito di amorosa fedelt emanava da essi: qualcosa di Gina in essi sopravviveva. Al disopra delle basse mura, le due vette a punta, isolate, l'una un po' meno alta dell'altra, si potevano scorgere pur da lontano; e da quelle si riconosceva il collegio, come una chiesa si riconosce dal campanile.
Senza dubbio i Padri Custodi volevan bene alle ragazze accolte nel giro della loro placida vigilanza. E ascoltavano, con pazienza e bont inesauribile, i loro discorsi. A dir vero, non sono sempre allegri i discorsi delle ragazze chiuse in collegio. A sorprendere certe confidenze susurrate a braccetto, in disparte, fra una partita di salto alla corda e una di pallacanestro, c' da rimaner pensosi. Non ci s'immagina con che occhi quelle giovinette osservino parenti e maestri: di che strane riflessioni sieno capaci i loro cervelli: quali oscuramenti gravino talvolta sulle anime loro.
Pur tuttavia, quando nel cortile si svolgevano gli esercizi di ginnastica ritmica, il fresco telone verdeoro si stendeva con delizia su gruppi di purissimi corpi piegati snodati ondeggianti scattanti in purissime pose che aderivano alle sommesse musiche d'un pianoforte interno. Ciascuna di quelle creature in boccio esprimeva, senz'avvedersene, nella grazia del gesto armonico uguale per tutte, serena consapevolezza del proprio destino di donna, fiducioso abbandono alle leggi della vita. Tra esse, la musica, l'atmosfera e gli alberi, l'accordo, nell'ora fuggitiva, poteva chiamarsi felicit.
Sanno e comprendono ogni cosa anche adesso, io penso, i due deodara: anche adesso, che sono morti.
Altrimenti, come farebbero a mantenere quel contegno paterno, e, insieme, quell'attenta rigidezza di sentinelle legate al proprio dovere? Con la differenza che, colpita, la sentinella, per morire, cade: l'albero, invece, non crolla: resta in piedi, sino a quando la scure dell'uomo non lo butti gi.
Un giorno della prossima estate  a collegio deserto  butteranno gi i due deodara. L'essere stati gli amici di Gina, i Padri Custodi del luogo: l'esserlo tuttora nella maest della morte non li pu salvare dalla condanna dell'abbattimento. Ma non si fideranno a intaccarli dalla base. Troppo alti, di mole troppo vasta: rovinerebbero, nella caduta, cancelli e muri. Uno verr a mozzarne i rami inferiori e i mediani, lasciandone tanto da poter farsene scala e salire: e di lass con prudenza mutiler il tronco pezzo per pezzo, scendendo man mano che i moncherini cadranno al suolo.
Pochissime persone saranno presenti, e nessuna pronuncier parola. I colpi della scure, i tonfi delle parti recise, qualche secco richiamo degli abbattitori saranno le sole voci nel silenzio pieno di caldo, di sole, di dissimulata tristezza. Fin che s'arriver al fittone centrale, e si cercher di divellerlo dal profondo terreno; ma questo forse si compir un altro giorno, e sar faccenda lunga e faticosa. Le radici, poi, che s'allargano serpeggiando sotterra a distanze ignorate, e forse son giunte a spingersi sotto le fondamenta della casa, rimarranno a difendere nell'oscurit la memoria dei due longevi: sino a quando la dissoluzione non le assimili all'amorfa sostanza del terreno.
Il vuoto lasciato dagli scomparsi sar entro pochi anni riempito da alberi di pi rapida crescenza, ma di meno nobile razza. Altre fanciulle faranno il chiasso o passeggeranno sottobraccio nella cerchia di pi lievi e giovani ombre. Non lo sapranno neppure, che l, per quasi un secolo, regnarono due deodara.
Io, che domani parto e so di non rivederli pi, me li imprimo ora ben bene negli occhi: spenti ma eretti nel sole di marzo che li rivela in tutta la bellezza della loro struttura. E in essi la morte mi appare grandiosa, piena di calma e di nobilt, degna sorella della vita.
...
.
....
FUOCO DI LEGNA.
...
.
...
Nella vecchia casa pavese dei due deodara io passai, gli scorsi anni, alcuni lunghi inverni. I due deodara son morti e scomparsi: il cortile sterrato dove, nella loro magnificenza, da soli formavan bosco, pare si vergogni della sua nudit. Non torno pi, l'inverno, nella vecchia casa pavese; ma, se la rivedo nel pensiero, i fantasmi dei due deodara le fanno sempre ombra.
Vi abitavo due stanze quadrate, entranti l'una nell'altra: la pi vasta, lo studio, guardava il giardino, e, di l dal giardino, la campagna distesa sino all'ultimo orizzonte. In un angolo, il caminetto. Cos lo chiamavo: a dir vero si trattava d'un di quei tali caminetti-stufa che han nome franklin: spiccante in lucido color brunastro sulla chiarissima intonacatura delle pareti. Fin dal primo mattino la fantesca vi accendeva il fuoco, adoperando, perch attecchisse, stipe e sarmenti che scoppiettavano con bizzosa allegria, e creavan ben presto vividi lingueggiamenti di fiamme. A grado a grado un tepore profumato di non so che odor di macchia si dilatava nella stanza: un senso di benessere sano e cordiale veniva a formarsi nell'atmosfera: come fosse entrato un amico con le mani tese e la parola del saluto sulle labbra. Sedevo al massiccio tavolo grezzo, ingombro di libri e carte; e incominciavo la mia giornata di lavoro.
A lato del franklin, che io m'ostinavo a chiamar caminetto (torto, in fondo, non avevo), stava una cesta colma di ramicelli secchi e di legna ben tagliata a pezzi regolari, che io aggiungevo man mano, a mantenere sempre vivo il fuoco. Mi piaceva lasciare a met i libri da annotare, le bozze da correggere, i fogli scritti, per assorbirmi nella compagnia di quei tizzi, e divertirmi a stuzzicarli con le molle. Dopo aver dato vampa, si calmavano, invermigliandosi, divenendo tutta brace con sommessi sfrigolii. Ad ogni pezzo aggiunto, la fiamma rinasceva, serpeggiava, gialloazzurra. Ma forse era pi bello quando la legna s'era gi consumata nella combustione: strane onde fra il cinericcio e il purpureo scorrevano sulla bragia: rossori e pallori su un viso commosso. E sempre quello sfrigolio intermittente, che mi arrivava all'orecchio come una confidenza detta sottovoce. Io stavo al mio tavolo con la persona rivolta al focolare: eravamo in due a far nascere la pagina scritta: la misteriosa vitalit del fuoco mi suggeriva pensieri, immagini che forse da me sola non avrei saputo trovare.
Dalle vetrate senza cortine, la luce tagliente dei giorni di sizza, quella grigia e bambagiosa dei giorni di nebbia stagnante s'affacciava stupefatta ad osservare l'angolo da cui partiva tanta gaiezza di colori e di calore. Il contrasto pi vivo, per, avveniva tra il fuoco e la neve, i giorni nei quali fioccava fitta fitta. Con occhi abbagliati la vedevo scendere tacita dal cielo alla terra, in un vertiginoso volteggiar di stellette candide; e seppelliva ogni cosa. L'aria aveva un pallore irreale. Il tempo era sospeso. Forse la notte non sarebbe venuta. Avrebbe forse continuato a nevicare cos, chi sa fin quando, in quel gran silenzio uniforme e fisso. Il mio fuoco e la neve alle vetrate si misuravano come due nemici, che non si faranno mai del male ma che pace non faranno mai. La neve cadeva, le fiamme salivano. Non cessavo d'alimentarle, per godere di quel duello.
Dove si trova un fuoco acceso  difficile non si trovi un gatto. Se il fuoco  cosa misteriosa, il gatto  il pi misterioso degli animali. La Grigetta, dal principio dell'inverno, non abbandonava pi il mio studio se non per scendere in cucina dove aveva il suo piatto e per brevi scorribande di cui serbava il segreto. La Grigetta, fra i gatti, era certo di stirpe patrizia: testa piccola e morbido corpo flessuoso, pelo corto e fitto come felpa, d'un bigio unito di nuvola temporalesca, che nella parte inferiore delle zampine sfumava in lieve argento. Accettava le carezze con degnazione, socchiudeva gli occhi trasparenti ma infidi: al prolungato lisciar della mano a poco a poco s'arrendeva, rispondendo con cozzatine e con un suo vellutato rrr, che dava sonno.
Il fuoco sembrava creato per la Grigetta, e la Grigetta pel fuoco. Confidenziali colloqui si svolgevano fra di loro, punteggiati di faville e scoppiettii. I rotondi occhi liquidi seguivano attenti il moto delle fiamme, e le riflettevano in mutevoli baleni: fremiti percorrevano leggermente, a tratti, il dorso felino, come avveniva alle braci sulle quali incominciava a formarsi un impalpabile velo di cenere. Poi la Grigetta s'addormentava.
Il fuoco, no. Vigile, partecipava alla mia vita di quelle ore, in modo sempre pi intimo e comprensivo. La felicit ch'esso mi dava rendendo pi lucide le mie idee, pi rapida la facolt d'esprimerle nella scrittura, non veniva soltanto dal calore da esso emanato. Veniva dalla sua anima. Dal volto della sua anima, ch'erano le fiamme e i tizzoni ardenti. Dalla voce della sua anima, che ravvivava la mia necessaria quiete senza turbarla. Respiravano in esso, sublimandosi nella combustione, il segreto delle radici, la forza delle piante, la virt del sole che tutto fa crescere, le essenze vegetali, i fermenti della terra. E si risolvevano in un beneficio senza l'uguale.
Lasciando libri e carte, assorta in quella contemplazione, mi accadeva, in certi momenti, di veder con la fantasia case e case sparse nell'aperta campagna: povere, meno povere: ben provvedute, anche: tutte con orto e legnaia, e un buon camino acceso in cucina o nel tinello: intorno al camino, donne in faccende, e vecchi e bimbi con visi animati dal calor della fiamma. Case e persone per incanto sparivano; non rimanevano nella pianura che quei piccoli roghi disseminati fra il bianco della neve o il fumacchiar della nebbia; e somigliavano a quello che nel mio studio splendeva. Ma io pur sapevo ch'era un gioco dell'estro: che case e famiglie esistevano in giro a quei focolari e dal loro paterno spirito ricevevano pace, riposo, consolazione; e, se qualche disgraziato batteva alla porta, veniva accolto nel cerchio luminoso. Un sogno, intanto, accarezzavo in cuore: e cio, non vi fosse casa al mondo che non possedesse un orto, una legnaia, un caminetto. Ma non pensavo ai casermoni di lusso e ai casermoni dei poveri, nelle citt ultramoderne: non pensavo che certi sogni ormai non si possono pi fare.
Cos, per me, passava l'inverno, e talvolta l'acerba primavera marzolina, nella casa dei due deodara che allora eran vivi: in compagnia d'un meraviglioso fuoco di legna che anche nell'ora in cui era spento serbava calda la cenere.
Quando vi ritorno con la memoria, mi sembra d'aver vissuto una fiaba.
...
.
...
RICORDO DI PADRE LEOPOLDO.
...
.
...
Conobbi Padre Leopoldo a Pavia, anni fa. Era monaco agostiniano, e coi fratelli del suo Ordine viveva nel convento annesso alla basilica di San Pietro in Ciel d'Oro, dove si conservano, in una monumentale arca marmorea, le ossa di sant'Agostino.
Padre Leopoldo era nativo del Messico; e non il solo, di quella regione, nel convento. Fu lui a mostrarmi le meraviglie di San Pietro in Ciel d'Oro, l'arca e l'urna sacra, la lapide di Re Liutprando, la vasta cripta nella quale un'altra urna custodisce i resti di Severino Boezio e porta a sigillo, incisa sullo zoccolo, la terzina dantesca. Era ancor quasi ragazzo: parlava con voce un po' rauca ma dolce, e con spiccato accento spagnolo. Nel suo viso rotondo, senza rilievo di linee, gli occhi oblunghi, d'un nero di smalto, mettevano uno splendore strano, magnetico.
A Pavia rimasi qualche tempo: poi ritornai alla mia casetta di Milano. Passarono mesi. Una mattina, mentre scrivevo chiusa nello studiolo, mi venne annunciato Padre Leopoldo. Nessuno pu entrare da me senza preavviso scritto o telefonico. Ebbi invece la sensazione che l'improvvisa presenza di Padre Leopoldo in casa mia fosse naturalissima; e lo accolsi come l'avessi lasciato il giorno prima.
Cosa bizzarra, egli non portava la tonaca agostiniana. Vestiva abito borghese, grigio scuro, troppo nuovo, che lo insaccava e lo rendeva pi piccolo e pi grasso. La cravatta viola amaranto era dello stesso punto di colore del fazzoletto di seta uscente per due cocche dal taschino della giacca. Inappuntabile; ma sembrava mascherato.
Lesse ne' miei occhi la muta domanda che non sapevo come formulare; e subito mi spieg che fra un mese sarebbe partito in missione pel Messico. Il Padre Priore gli aveva concesso un periodo di due o tre settimane per un giro di svago e di istruzione in Italia; perci appunto, e solo per quel tempo, indossava l'abito borghese. Poscia avrebbe fatto ritorno al convento, detto addio ai superiori e ai fratelli, e presa la via del Messico.
Quel paese  il suo paese  era allora tormentato da feroci torbidi e lotte contro i cattolici: le persecuzioni religiose assumevano il sinistro carattere della caccia all'uomo. Padre Leopoldo si vergognava di rimanersene tranquillo all'ombra del convento italiano di San Pietro in Ciel d'Oro, mentre nella sua lontana terra nativa sacerdoti e frati cristiani affrontavano pericoli di morte per mantenere vivente la parola di Ges e difendere la Croce; e sangue di martiri disseccava al sole lungo le strade. Egli doveva, voleva essere con loro.
Non m' rimasto alcun ricordo verbale delle parole, piene di appassionata e vigilata calma, che Padre Leopoldo mi disse. Ma ne conservo nella coscienza, sin che vivr, lo spirito. Il vero spirito missionario, nella sua essenzialit eroica: quantunque il giovane monaco non appartenesse ad un preciso Ordine di missionari. Mentre parlava, composto, senza gesti, con quella rauca ma dolce voce che aveva l'inalterabile monotonia dell'idea fissa, gli oblunghi occhi di smalto nero penetravano in me con la forza di convinzione che bruciava nel loro sguardo.
Il colloquio dur a lungo. Avrei voluto non finisse mai. Ma a un certo punto egli consult un piccolo orologio che aveva al polso, e si alz. Mediocre di statura e gi un po' tarchiato, rivelava una sanit fisica che gli sarebbe sicuramente stata preziosa nelle fatiche e nei rischi a cui s'avventurava: anch'essa tutta posta a servizio dell'anima. La stonatura dell'abito laico, che sulle prime mi aveva disorientata, ormai non mi turbava pi. Nella grigia e troppo nuova giacca signorile con la cravatta viola, o nella tonaca agostiniana, egli era sacro ad una bandiera invisibile, adorata, seguita, difesa a costo sia pur del martirio.
Per la giovane et avrebbe potuto essere mio figlio: confesso che provai, accomiatandomi da lui e sapendo ch'era per sempre, l'umile e superbo dolore delle mamme che sentono il figlio assai pi grande di loro. A lui per non lo dissi. Molte cose non dette stavano d'altronde tra noi: stranamente presenti e limpide, come se le nostre labbra le avessero pronunciate. Lo accompagnai sino all'uscio di scala: glielo apersi: si curv a baciarmi la mano. Figlio, figlio benedetto gridava dal fondo, in segreto, il mio cuore. Lo stretto corridoio, l'anticamera scura scomparivano: sterminati orizzonti s'allargavano intorno a noi, sopra di noi: la terra, il tempo, l'umanit, l'amore che si risolve unicamente nel sacrificio di Cristo e in quello degli uomini pronti a diffondere il suo Verbo in ogni parte del mondo.
 Addio, Padre Leopoldo. Il mondo  piccolo, il cielo  grande.
Con queste parole lo lasciai. Non l'ho pi riveduto. Non ho saputo pi nulla di lui.
...
.
...
DON GIULIO.
...
.
...
La nave-ospedale ove don Giulio  tenente cappellano sostava, in quei giorni, nel porto di Ancona: egli aveva ottenuto un breve permesso, per precipitarsi ad abbracciar la madre, poi visitar qualche amico a Milano; e mi aveva telefonato: Vengo.
Lo conoscevo solo per lettera; e da poco. Me lo figuravo, non ne sapr mai il perch, un grosso uomo di statura mediocre, fra i cinquanta e i cinquantacinque, viso largo e acceso, torace e voce autorevoli. Al trillo del campanello andai io stessa ad aprire. Nel vano apparve una figura altissima, nera, eretta come un cipresso. L'altezza ne era davvero straordinaria, e il lungo pastrano ecclesiastico che nascondeva le mostrine militari la rendeva anche pi asciutta ed essenziale. Non distinsi, sulle prime, nella penombra della soglia, che quell'altezza soverchiante, e il nero dell'abito e d'una gran barba a contrasto d'un volto di pallore assoluto. Sbito, una mano carica di volont strinse la mia, una voce calda e decisa come la mano mi diede il buongiorno; e da quella mano e da quella voce fui portata lungo il corridoio fino al piccolo studio.
Nello studio, in faccia a lui, sentii di non esser pi nulla fuor che attenzione, tensione d'animo verso quanto egli avrebbe detto. La sua presenza occupava con la propria unit tutto ci che era nella stanza. Non s'appoggiava allo schienale della poltrona: seduto, era come fosse in piedi e in procinto di mover passo. Certamente non aveva che di poco superato i trent'anni. Mai m'era sin allora accaduto di considerare in un uomo della Chiesa la bellezza fisica e l'autorit spirituale fuse in cos stretto connubio. Bellezza che esulava dall'opacit della materia: anch'essa, direi, forza e pensiero religioso: non la poteva possedere che un missionario, quel missionario: egli veniva infatti dall'Ordine delle Missioni Estere. La gran barba bruna dava risalto a linee che il misterioso Scultore di volti adeguati alle anime aveva perfezionate fino all'estremo: quella pallidezza marmorea attestava tuttavia salute e resistenza: quasi una singolare immunit dai mali di qualsiasi origine, fisica o morale.
Fu contento ch'io sbito gli chiedessi della sua nave, e con ardore cominci a parlarmene: non gi per raccontarmi di s, ma perch di essa era parte viva, e il proprio mondo d'azione era l dentro; e poi sentiva troppo ch'io volevo sapere. In breve conobbi la bella nave col sempre rinnovato carico di sofferenze e di carit: sola, con le uguali, ad accendere, indifesa, i suoi lumi nelle tenebre delle notti marine. Vissi su di essa le giornate senza riposo, tra i feriti, i medici, gli infermieri, le sorelle della Croce Rossa: giornate ad ogni minuto eroiche nel disciplinato ritmo del lavoro d'assistenza e nel rischio continuo al quale non pensa nessuno. I feriti? Ragazzi da adorare. Nel male ridiventano bambini, chiedono confessione e comunione come una grazia, promettono, se Dio li fa guarire, di non lasciarsi pi sfuggire una bestemmia, di non rispondere pi parole dure alla mamma, povera mamma, chi sa quanto piangere e quanto pregare. Durante le medicazioni stringono e arrotano i denti per non farsi veder vigliacchi. Molti di quei semplici cuori rassomigliano a libri aperti: non mancano per i taciturni, i racchiusi in se stessi, ai quali bisogna star molto da vicino senza che se ne accorgano; e ci vuol tocco di velluto. Le crocerossine? Giovani, avvezze agli agi di casa: eppure pronte ai pi umili servizi, sorridenti nelle ore pi torbide e faticose, cos infiammate della loro missione che persino il riposo necessario e prescritto sembra loro una cosa non giusta, tempo rubato. E non vorrebbero mai tornare alla casa, nella cerchia della vita comune: imparano troppo bene l'inestimabile valore d'un'esistenza donata in pieno a qualcosa ch' pi grande di essa, e la rende infinitamente pi ricca. Sulla nave-ospedale si soffrono e si godono ore sublimi: quelle, oscure, di sacrifizio, al letto dei febbricitanti o di un infermo in stato grave o di qualche disgraziato in crisi di disperazione: quelle, luminose, delle Messe e comunioni celebrate sul ponte, a mare calmo e cielo sereno. Tutti sul ponte, meno coloro che son troppo deboli per potersi alzare dal letto: tutti in preghiera, nel segno d'Italia e della Croce Rossa: la preghiera si diffonde sul mare e nel cielo, supera i confini del mondo, purifica l'orrore della guerra.
 Nessuno  morto sulla vostra nave, don Giulio?  Nessuno  ancor morto.  Vi rimarrete sino a quando si avr la pace?  Sino a quando si avr la pace.  E dopo? Che farete, dopo?  Dopo, sar come uno che abbia perduto tutte le sue ricchezze: contento per d'essere un mendicante. Ma un missionario  sempre sul punto di partire: un comando lo sbalza dall'uno all'altro capo della terra: tal sia di me.
Gli occhi di don Giulio splendevano di luce marina: le narici palpitavano a qualcosa che forse era il ricordo  o il desiderio  dei vnti del largo. Le mani invece stavano unite sulle ginocchia, serrando nell'intreccio delle lunghe dita il tesoro delle anime nelle quali l'uomo era penetrato sino in fondo.
Non rammento con che parole ci salutammo. Part d'infilata, com'era venuto. Nelle piccole stanze, la sua grande presenza rimase.
Lo rividi questa primavera, a Roma, in un salotto d'albergo. Era arrivato il giorno innanzi da Napoli, vi sarebbe ritornato il giorno di poi per riprendere la via del mare. Aveva sempre quel suo pallore assoluto: stavolta non portava pastrano, e le mostrine militari ringiovanivano l'austerit della sua persona. Seduto con le spalle alla finestra, l'acceso sole del tramonto romano gli faceva raggiera dietro il capo, mentre il viso, nella gran barba fatta pi ampia, restava un poco in ombra.
Sapeva gi che cosa gli avrei sbito chiesto: E la vostra nave, don Giulio? E i vostri ultimi viaggi?. Sapeva, anche, che in quelle domande era contenuta tutta la mia tristezza che per me fosse troppo tardi per divenire crocerossina, assistere i soldati.  E la vostra nave, don Giulio?  La nave aveva corso un assai grave pericolo: salva per miracolo. Bello sentirglielo dire, con quell'accento di distacco e di serenit. Un'altra avventura, ben diversa, di notte, al largo: grida lontane, al soccorso: il raggio geometrico dei riflettori che investe e scopre sulle acque nere una piccola imbarcazione sperduta. Due motobarche, sbito distaccate, compiono a fatica il salvataggio: la nave raccoglie cos due aviatori inglesi, naufraghi da pi giorni su quel canotto di gomma. Tutto ci raccontato a salti, affrettatamente, perch don Giulio non ha tempo di trattenersi. Ancora qualche frase rapida, fuggevole e pure singolarmente illuminante, su gli ultimi feriti a bordo: scorci d'umanit, studiati con amore, segnati con incisivo acume.  Vi dir, vi dir meglio un'altra volta, con calma. Ora sono chiamato, non posso tardare.  Si leva in tutta la sua altezza, mi saluta come se avesse da rivedermi l'indomani, se ne va.
Quand' che ha tregua, don Giulio? Egli  di coloro che sempre camminano: anche lavorando sulle anime, ch' un altro modo di camminare fino a raggiungere i mondi ignoti. Quand' che rivedr don Giulio? Non lo so; ma di rivederlo son certa. Mi comparir dinanzi all'improvviso, alto e nero come un cipresso, sicuro come un'affermazione, preciso come un comando. Non gli dir nulla di me, non avr assolutamente nulla da dirgli di me: solo ascolter lui parlarmi del carico umano e divino viaggiante sulla sua nave.
...
.
...
IL MIO CIELO.
...
.
...
Il terrazzo sul quale s'apre il mio studio , con l'orlo del muricciolo verso strada, pi alto della pendenza del tetto. Cos che, se uno s'affaccia, la via non la vede; vede i tegoli che digradano, convessi, rugosi, d'una vecchia tinta fra il bruno e il rossigno, fino alla grondaia.
Scialbato a calce, pavimentato di comuni piastrelle, il terrazzo assomiglia ad una cella vuota senza soffitto. Non ha vasi di fiori, non ha nemmeno l'ombra di un fiore, perch il sole l'arroventa per tre quarti del giorno e brucerebbe steli e radici. I due muretti laterali seguono col profilo, sorpassandola, la linea obliqua del tetto; e quando, nell'ore fra tramonto e sera, mi riposo su di una seggiola bassa nell'angolo di dove guardo verso occidente, io non vedo n le case di fronte n nulla di nulla all'infuori del cielo, che s'allarga al disopra del duro, preciso disegno geometrico fissato dal terrazzo su sfondo d'aria.
Nella stagione dei pesanti calori e dei lunghi sereni crepuscoli,  il mio rifugio, a lavoro compiuto: senso di stanchezza, senso del tempo esulano da me, in questa specie d'alto osservatorio dal quale non vedo che il cielo. Verso lo spazio celeste che m' concesso alla vista mi polarizza un potere di fissit ipnotica ogni volta rinnovato: non ricordo n voglio ricordare pi nulla: come io son sola quaggi, il mio cielo  solo, lass. Le nostre due solitudini si riconoscono, si salutano, si ricongiungono per formare, qualche ora almeno, un'unit senza peso e senza misura.
S'io mi trovassi in un giardino con folti alberi e folti cespugli, le cime di quegli alberi, le diverse forme e tinte degli arbusti e dei fiori, il getto iridato della fontana mi distrarrebbero dalla visione dell'orizzonte. Se in aperta campagna, non tanto ad esso andrebbe il mio sguardo quanto alla pi vicina e pi cordiale bellezza dei campi di frumento, dei tremuli filari di pioppi, dei boschi violacei nella lontananza. Le cose e gli esseri della terra non mi lascerebbero intatte le meraviglie del cielo. E nemmeno il mare: onde, schiume, riflessi, brividi, moto e mutamento perpetuo, incanto e tirannia del mare, perdizione degli occhi e dell'anima nel mare.
Ora, io non ho pi desiderio n di campi, n di giardini, n di mare, n di montagne. Io voglio il cielo. Da questa nuda cella scoperchiata ne posso abbracciare una parte con gli occhi, e illudermi che quella parte sia tutta per me: niente mi sfama, mi disseta, mi placa, quanto lo smarrirmi in quell'azzurro.
Ci che il mio cielo non ha in ampiezza, lo moltiplica in profondit. Pi lo contemplo e pi mi c'immergo, perdendomi in lontananze nelle quali il mio spirito naviga sicuro, come gi le avesse percorse in un tempo anteriore alla vita terrena. Non che l'azzurro sia sempre sgombro. Nuvole a volte lo velano, lo percorrono trasfigurandolo; e non v' parola che dica la grazia, la leggerezza, l'immaterialit delle nuvole: sieno esse cirri orlati del fuoco del tramonto, o cumuli nevosi simili a vette di montagne, o fluttuanti sciarpe grigio fumo e grigio argento, o mutevoli forme di bestie araldiche; e tutte camminano, si snodano, s'intrecciano, s'intendono fra loro, popolano lo spazio d'una moltitudine misteriosamente viva e silenziosa. Belle; ma assai pi bello il sereno immobile. Voli concentrici di rondini lo solcano, con stridi frenetici di gioia. Mi sono spesso chiesta se vi possa essere espressione di gioia d'una violenza pi trionfale; e mi son detta di no. A quegli stridi rispondono gli schiamazzi dei fanciulli giocanti in numerose frotte gi nella via che m' nascosta dal piano discendente del tetto: la stessa frenesia, quasi; ma priva della libert e felicit del volo. Accordi di pianoforte, querule o rauche o acute voci di radio compongono, a distanza, confuse combinazioni di suoni, piene di strappi e dissonanze, che odo senza avvertirle come in dormiveglia, e s'annullano nell'atmosfera. Il respiro della citt che si distende, smemorandosi, dopo l'estenuante giornata, mi alita intorno ma non mi sfiora, n turba affatto la tacita comunione fra me e la parte di cielo sovrastante a me.
Colloquio astratto, senza pensieri. Fino alle estreme immensurabili altezze dove arriva la massa d'aria, il mio spirito pu salire. Gli  necessario il pi assoluto abbandono; essere libero, come libero  lo spazio che lo attira e gli assomiglia: in calma, trasparenza, oblianza perfetta. Se la morte avesse un tal viso, nulla di pi dolce della morte mi sarebbe concesso dalla vita. Oltre i confini dell'azzurro, finalmente, i regni delle anime, lo svelato mistero della presenza di Dio.
Ma la vita vuole ancora ch'io viva; ed  gi molto che per queste brevi ore io m'illuda di sfuggire alla sua realt. Grado grado il mio cielo s'oscura: oscurandosi si fa pi basso e pi largo, direi pi umano, e nell'ombra si confonde con le cose della terra. Comincia, sulla citt tutta a lumi spenti, il pianto tremulo e segreto delle stelle. Sulle prime sitano a mostrarsi; poi prendon coraggio, s'infittiscono, riempiono le tenebre crescenti delle loro lagrime sospese e luminose. Quando il tempo  coperto, il buio  compatto come una muraglia, e io posso credermi cieca. E torno ad essere una povera piccola creatura di fatica e di pazienza, fra innumerevoli altre povere piccole creature che patiscono la loro pena nell'insidiosa inquietudine della notte. Ho perduto  sino all'indomani, se pure sar sereno  il mio cielo, che solo pu rapirmi a me stessa con la propria divina impassibilit. Ma l'indomani mi sembra lontanissimo: cos lontano, che temo non arrivare in tempo a raggiungerlo.
...
.
...
LA SPECCHIERA.
...
.
...
Fin che mia madre visse, la specchiera fu sua, nella camera prima comune ad entrambe poi di lei sola, dovunque abitammo: a muro sopra il cassettone e a filo col piano del mobile, ch'era della stessa misura di larghezza. Dopo la sua morte, pass nella mia: ed  come s'io avessi preso il posto di mia madre.
Risalendo sino agli anni d'infanzia, s'io vi ritorno in compagnia dei ricordi, la specchiera segue il cammino a ritroso con me: l'ho sempre veduta da che i miei occhi hanno imparato a guardare. Nella buia stanza a terreno del palazzo di Lodi, accanto alla portineria; poi  partita la nonna  al secondo piano dello stesso palazzo, in una delle due stanzette dove m'ero ridotta con la mamma, umiliava le povere masserizie con la bellezza e dignit della sua forma. Veniva infatti, non rammento per qual via, da una casa di nobili.
Di lucido noce, d'un mezzo stile Impero, senza capitelli di metalli alle colonnine laterali ma con semplici cerchi e liste di legno dorato, il vetro rettangolare gi lievemente nebbioso, aveva un che d'antico e di familiare ad un punto. Il canterano d'angolo, la tavola greggia, le sedie di paglia, la logora coperta di cotone stesa sul letto a due piazze non s'intonavano con essa. Era una gran dama decaduta, per serena, che aveva anche trovato con chi andare d'accordo: il ritratto a stampa di Giuditta Grisi che le sorrideva di fronte, non bello ma espressivo nel profilo acuto, nella scollatura magra a sbuffi alati sotto le spalle; e due altre stampe raffiguranti l'una il processo, l'altra la fuga di Felice Orsini dal carcere.
Lasciata la citt sull'Adda per il borgo sul Ticino, lo scarso mobilio ci segu: quindi a Milano. Gli anni si sovrapposero agli anni, le vicende alle vicende: venduto per pochi quattrini, donato, disperso: non ricordo: non so. Non abitavo pi con la mamma, allora (ci riunimmo, pi tardi). N mai mi riusc di sapere com'era scomparso il ritratto di Giuditta Grisi: mai ne feci richiesta, forse ignorando ch'era per non udire una risposta che m'avrebbe urtato il cuore. Similmente erano scomparse le due stampe dell'Orsini. Un giorno, tanto mai tempo dopo, nella stanza d'ingresso d'un alberghetto fra Cadenabbia e Tremezzo, credetti riconoscerne una, quella con Felice Orsini in piedi davanti ai giudici ad ascoltare la sua sentenza: nero nell'abito e nella barba, diritto, tranquillo. Ebbi un soprassalto. Distinguevo dietro il vetro, presso la piatta cornice tarlata, una macchia d'umidit che rammentavo aver sempre vista in quel punto. Gli anni perduti con tutto il loro peso mi s'avventarono incontro. In che modo la stampa si trovava l? Era proprio la mia? Ebbi la stolida impressione d'un vecchio furto. S, il furto c'era; ma non per colpa d'alcuno. Qualcosa d'essenziale m'era stato rubato dalla vita, in maniera irreparabile.
La specchiera, quella, non ci avrebbe abbandonate mai. Penso che, messa fuor della porta, sarebbe tornata indietro da s. Nel chiaro, libero appartamento milanese presso il Naviglio, dove avevo rifatto vita con la mamma, rientrando per brevi soste dai lontani paesi verso i quali mi sbalzava un'irrequietudine che in nessun luogo riusciva a placarsi, ero sicura di rivedere il mobile caro, fissato al muro sopra il cassettone, nella camera resa pi comoda e adorna. La mamma, gi innanzi nella vecchiaia, vi contemplava spesso, quasi avida, il proprio viso nel quale ogni ruga era un'attestazione della volont di vivere; e gli diceva, felice di ritrovarlo:  Buon d, Vittoria. Siamo ancor qui: viva noi. Un altro giorno  guadagnato.
Non soltanto i candidi capelli e la fronte rocciosa di lei affioravano dietro la lastra. Certi specchi son magici, e misteriosamente conservano, attraverso il tempo, per chi le sa evocare, le immagini di coloro che vi si sono mirati. Io, che a quattordici mesi ero rimasta orfana del babbo, lo riconoscevo l dentro quale era nella sua fotografia e quasi gli fossi cresciuta a fianco, con occhi scuri troppo fissi nella maschera che mentiva la forza, con la bocca sensuale e l'aria strana, un po' spavalda, preannunziante la vita breve. E la testa tutt'ossa e pelle di nonna Peppina, chiusa in una cuffietta a nastri, incantata nella pallida espressione di chi non ha memoria di nulla ed  pronto a partire per l'ultimo viaggio. E un'altra faccia, nel fondo, di sbieco, controvoglia: la faccia del figlio per cui mia madre aveva tanto sofferto; e mi sembrava ridesse, a scatti e male, come quand'egli mi diceva, se con amore o con rancore non so:  Non capisci niente, non capisci niente, la vita  questa, Dinin.
Ora che la mamma  andata a raggiungere i suoi morti, e anche la casa presso il Naviglio  stata lasciata e in queste indifferenti stanze sotto i tetti non ci sta nessuno all'infuori di me, resta pur sempre nell'angolo pi raccolto la compagna di tutto il cammino, presente come il battito del pendolo nel corridoio e del cuore nel petto.
Oltre ai volti dei consanguinei posso far risalire dalla fonda acqua del cristallo il mio delle trascorse stagioni, ad ogni stagione diverso. Ma non vorrei n saprei richiamare se non quello dell'adolescenza, tutto sguardo e attesa.
Si pu parlare in silenzio con un'immagine. Cos io parlo, dinanzi alla lastra: con mia madre il pi spesso: perch  lei la pi viva e vicina. Le chiedo:  Dov' andato a finire il ritratto di Giuditta Grisi?  Mi ascolta e non risponde. Nemmeno risponde quando le ricordo i pomeriggi festivi in cui s'andava insieme in barca sull'Adda verde e opaco sotto il ponte, imbrillantato di sole al largo, intorno alle isole; o le sere d'estate al chiosco delle angurie sui bastioni, una fetta di anguria per un soldo, e il mondo era bello.
Le creature del nostro sangue che son venute dopo, accese di vita nuova, non rivolgono gli occhi a questa specchiera. In altre luci riflettono la loro giovinezza, fiorente per altri rami. Eppure il principio della razza  qui dentro. Nello stesso modo in uno scrigno sigillato si custodiscono documenti le cui parole di verit il tempo non riesce a scolorire.
Con il volgere degli anni questa specchiera deve continuare a rimaner nella famiglia, passare in retaggio ai nipoti. Non voglio abbia un giorno a essere buttata via come roba frusta, anticaglia senza valore.  cosa pensante e ricordante, lo sar sempre.
Ma che diritto ho io di disporre oltre la misura de' miei giorni? Grossolana superbia, pretendere che l'avvenire ci obbedisca. Noi non abbiamo in terra che il nostro tempo fissato. Vivere, morire. Poi, quel che Dio vorr.
...
.
...
VOCE AL TELEFONO.
...
.
...
S'era appena taciuta la sirena del cessato allarme, dopo l'incursione del 24 ottobre. Minuto pi minuto meno, l'allarme era durato dalle diciotto alle diciannove e mezzo. Chiaro il cielo e quasi sereno al primo avviso fulmineamente seguito dagli scoppi e dai rombi: rosso e fumoso sul cortile pieno d'un acre odore di bruciaticcio, al nostro uscir dal rifugio. Risalita in casa, spalancate le persiane dello studio, dall'alto terrazzo ebbi dinanzi agli occhi pi stupefatti che atterriti uno spettacolo che non mi si partir mai pi dalla memoria, e mi tenne rigida e immobile, per non so quanto, contro il parapetto.
Per tutto lo spazio che mi si offriva alla vista, dai tetti vicini e lontani fiamme divampavano, faville e getti di fuoco salivano, misti a nuvole di fumo nero. Un incendio pi vasto degli altri sinistramente splendeva nella direzione di via Goldoni; il tetto d'un edificio crollava, s'inabissava, pezzo per pezzo, fra vampe e bragia: ciascun blocco aveva, nell'istante della caduta, l'aspetto d'un essere umano che precipiti, consapevole di morire. Era il tetto della chiesa di Santa Croce: lo seppi il giorno dipoi.
Sotto quel cielo insanguinato e quelle fiamme che lentamente diminuivano d'altezza e d'intensit, un immenso silenzio si dilatava: cento volte pi tragico del fracasso micidiale di qualche ora innanzi. S'era compiuto qualcosa di disumano; non me ne rendevo ancora ben conto; e nemmeno del mio stato d'animo. Restavo lass, ferma e diritta, sospesa a quell'orrore. La violenza delle sensazioni aveva attutito la mia sensibilit, fino a ridurmi indifferente, per lo meno nell'apparenza esteriore. Certo, paura non avevo avuto e non avevo. Nulla, nel ritmo del mio cuore, che fosse alterato. Il mio respiro era calmo; non capisco come potesse essere cos calmo. Di colpo, senza preparazione, ero stata ghermita da un vortice e sbalzata in un altro mondo: quel mondo era di rovine e di fuoco: non potevo n difendermi, n sfuggire, n salvare alcuno, n arrestare il flagello.
Perch dunque il flagello aveva rispettata la mia piccola casa, e le poche accanto ad essa? Qualcuno de' miei familiari, tornato dal di fuori, parlava, affannoso, di edifizi ridotti un ammasso di pietre, di gente sorpresa dalla morte per via, di strade coperte di calcinacci e vetri infranti, dove si camminava come si poteva, al riverbero degli incendi. Non rispondevo che con pochi monosillabi e con lenti moti del capo, sempre addossata al parapetto del terrazzo, nell'impossibilit fisica di staccarmene, fissi gli occhi sui tetti e sul cielo: il quale, incontro alla notte (a quella notte) s'appesantiva in un colore mai visto: pi sofferenza che colore. Era il mio cielo, che nelle sere estive m'era apparso cos limpido e colmo di pace; e tante volte m'aveva risposto, in colloqui di cos pura consolazione. Ora gravava su di me, con ombra e peso d'assassinio; e formava con la terra un dolore solo, nel quale il mio cuore sprofondava pur senza accelerare n rallentare i suoi battiti.
Per tre giorni (s'era guastata la linea) il telefono non funzion. Il suo silenzio prolungava per me quello che tanto m'aveva colpita la sera dell'incursione, sbito dopo il bombardamento: mutismo carico di voci segrete, tutte di strazio, di deprecazione, di minaccia, di preghiera; e impregnava l'aria d'una forza compressa che da un istante all'altro avrebbe potuto esplodere.
Dai miei di casa mi venivan portate notizie contraddittorie, rotte e sbriciolate in una confusione sommaria, n forse tutte conformi a verit. La verit nuda e cruda l'avevo purtroppo letta sul volto d'una giovine amica accorsa, ventiquattr'ore dopo, a chieder nuove di me, quantunque solo al proprio caso avesse il diritto di badare: bel volto di bionda, solitamente fresco e roseo, e divenuto quasi terreo, fissato in una strana espressione fra raccapriccio e coraggio. S'era trovata in via Pantano con la sua bimba di cinque anni, sotto l'improvvisa azione delle bombe; era fuggita non sapeva come, in un rifugio di fortuna, evitando per miracolo di rimanere sepolta sotto il franamento di una casa, e vedendo quella di faccia ridotta un rogo.
E sempre mi rivolgevo la stessa domanda senza risposta: Perch proprio la mia casa era stata risparmiata? La mia casa, la mia esistenza? Tanti pativano: privi ormai di tutto: percossi, feriti nella loro carne, o nella carne dei loro cari: da un'ora all'altra sconvolti nell'armonia della loro vita domestica. Un'altra volta sarebbe toccato a me: era giusto. Tormentose punte di pensieri mi trapassavano cervello e anima. Rovine e morti provocate da gente ignota e che ci ignora: la madre colpita mentre allatta la creatura o mentre sta per metterla al mondo, il fanciullo mentre gioca o scrive il cmpito, l'uomo nella quotidiana fatica, il focolare nella calda e sicura dolcezza della propria intimit. Macchine infernali, naviganti nell'aria a favolose altezze, contenenti ordigni d'efferata distruzione e uomini facenti parte meccanica di esse e degli ordigni, scagliano su citt inermi i loro proiettili a scopo di strage, di null'altro che cieca strage. La morte piomba dal cielo come se Dio la mandasse con i suoi fulmini; e sono invece gli uomini a usurpare il diritto di Dio. Sulla terra anche i disarmati combattono, e rimangono feriti od uccisi senza ferire e senza uccidere.
Andavo cos torturandomi dentro di me; e passarono tre lunghe giornate. Il telefono continuava a non chiamare e a non rispondere. Fatto, per se stesso, senza alcuna importanza; ma che, dopo quell'uragano e nell'ansia di notizie delle persone pi amate, mi teneva oppressa come una minaccia sempre sospesa. Il quarto mattino, di colpo, squill: cos improvviso ed acuto, che ne sobbalzai. La voce che parlava nel microfono non mi giunse chiara, sulle prime. Voce di donna anziana: recisa, leggermente rauca. Insistevo: Chi parla? Chi parla?. Sono Maura, la mamma di Alberto pronunzi pi forte la voce, attraverso il filo. Mi raccapezzai. Maura: la signora Maura, padrona del negozio di parrucchiere poco discosto dalla mia casa; brava donna, la quale, le volte che ci vado a farmi lavare i capelli, m'intrattiene con pratici discorsi assai proficui, pieni di saggezza. Di che mai mi voleva parlare, proprio allora? Dell'incursione? Qualche disgrazia, forse: chi sa. Dite dite, signora Maura. Una gran nuova, signora Ada. Ci  nato un maschio.
Un maschio, un bel maschietto, precisamente: nato alla giovine nuora della signora Maura, due giorni dopo il bombardamento, in un lettino della Maternit, senza dar troppe sofferenze alla mamma, n troppe ore di travaglio. Un florido futuro uomo, sano e ben fatto; la nonna ne  superba quasi l'avesse scodellato lei.
Chi  la signora Maura?
Una donna di buona razza popolana milanese, di modi franchi e risoluti, un po' spiccia qualche volta ma sempre sincera: instancabile in bottega, instancabile in casa: nulla conosce del mondo all'infuori della chiesa dove ascolta la Messa della domenica e qualche film del cinema pi vicino, s'intende goduto con tutta la famiglia. Rimasta, a poco pi di trent'anni, sola a dibattersi con tre ragazzi alle gonne, non si spavent di mandare avanti il negozio, dirigendo con mano ferma garzoni, aiutanti e figliolanza, fino a che il primogenito pot lavorarle a fianco, e addossarsi egli stesso la responsabilit della piccola azienda. Ma ci s'arrabatta sempre anche lei, restata, in verit, padrona dispotica. Ora egli  sotto le armi: la giovine nuora ha dato vita al primo figlio; e ce ne sar del lavoro da sbrigare, per la mamma appena rimessa e per la nonna pi che mai pronta e robusta.
Doveva essere davvero costei a rompere il silenzio del mio telefono dopo tre giorni d'oppressione, per avvertirmi ch'era nato un maschio. Senza preamboli, come un fatto pi che naturale: mentre l'aria di Milano puzzava ancora di bruciaticcio per gl'incendi da poco domati, e sulle rovine di molte case uomini faticavano a disseppellire gente e roba. Ebbene: oggi io vi dico grazie, signora Maura; e ve lo dico pubblicamente. La certezza della vita che non muore ma in eterno si trasmette e si rinnova  in un momento nel quale la mia coscienza s'oscurava in un senso di catastrofe  doveva venirmi dalla vostra voce: energica e un po' rude voce di donna che di traversie ne ha viste tante e fino all'ultimo manterr in piedi la baracca, senza perdersi a filosofare sugli avvenimenti.
Le macerie si rimuovono, le case si ricostruiscono, le industrie si rimettono in via, ogni cosa riprende il suo logico andare: tutto ci perch ci sono i bambini, perch altri bambini nascono al posto dei morti, e la catena delle esistenze ininterrotte prosegue. Son venuta da voi, signora Maura, qualche settimana dopo il vostro annunzio, e mi siete mossa incontro con fierezza cordiale di nuova nonna sul viso; ma le parole che qui scrivo non ve le ho dette, intenta com'ero a contemplare il bimbo addormentato nella culla e ad ascoltare da voi il mirifico racconto  in tutti i tempi sempre uguale e sempre diverso  della sua entrata nel mondo. Poi, s, m'avete parlato del bombardamento. Un'infamia vera; ma avr pure un termine, e i nostri piccoli questi orrori non li vedranno. Toccano a noi, intanto: come si fa? Coraggio: tiremm innanz.
...
.
...
FRAMMENTI.
...
.
...
Alla prima accensione, fatta con sarmenti secchi e sottili pezzi di legna dolce, le fiamme nel caminetto balzano pronte ed allegre, con uno scoppiettio d'annuncio, un vivido balenare, un alzarsi ed abbassarsi di lingue splendenti, un rombar dentro la cappa, che pare una minaccia e non  invece che un gioco. In questo modo il fuoco prende possesso del caminetto, della stanza e di me.
Meglio che nella stanza siano spente le lampade. Il tardo crepuscolo la fa quasi buia, e le fiamme vi gettano un bagliore disuguale e strano che si avanza e si ritira a seconda dei moti del fuoco, e trasfigura le cose intorno con il contrasto delle luci e dell'ombre.
Quando i primi sarmenti hanno attecchito, pongo ad arte sugli alari la legna grossa, il ciocco deforme dalla bruna scorza bitorzoluta. La combustione avviene con lentezza, quasi con fatica. Le fiamme decrescono, a poco a poco scompaiono, mentre il ceppo compatto, quasi nemico, s'arrende all'azione della forza che lo sgretola e lo distrugge. Viene a formarsi, tra sfrigolii sommessi che sembrano parole, l'ammasso della bragia.
Avviene talvolta che qualcuno dei tizzoni pi grandi non si sfaldi, ma arda progressivamente tutto intero, conservando intatta la propria forma. E tale rimane, fin che un colpo di molle non lo faccia ruinar nel braciere. Il quale s'accresce, s'ispessisce, emana un calore sempre pi intenso e pesante, che agisce su me come il filtro d'un sortilegio. La bragia palpita incessantemente, lievi onde purpuree passano rapide su di essa rinnovandosi di continuo;  una sostanza tutta viva e pensante, a cui parlo e che mi risponde. Io non mi sento mai sola quando sono dinanzi al fuoco. La vita del fuoco, la mia vita: l'una immersa nell'altra, senza segreti. Tutto so del fuoco, il fuoco tutto sa di me. Questo che mi riscalda non  soltanto l'amico di ora, ma di sempre: risalgo con esso a ritroso il mio lungo cammino: il cumulo rutilante della bragia ricompone nel mio ricordo l'immagine del primo fuoco di cui ebbi coscienza. Lontano nel tempo, vicinissimo nella visione, come fosse d'ieri.
Non avevo che otto anni, era un livido giorno di gennaio, e in quel giorno era morto in Italia un gran re. Chiuse le scuole per il lutto della nazione, il dover rimanere in casa, sola con la nonna, mi dava uggia e malinconia. Nella grigia stanza a terreno il freddo rattrappiva le ossa, e il focherello acceso in un angolo non lo attenuava per nulla. E s che la nonna lo aveva acceso proprio per me: lei non pativa il freddo, non se ne accorgeva neppure, e anche in quel giorno crudo se ne stava seduta lontano dal caminetto, sferruzzando l'eterna calza accanto all'invetriata interna, dalla quale si vedeva il giardino tutto aiuole di vecchia neve che aveva piantato i denti nel terreno.
La nonna portava la sua solita cuffietta nera: forse l'aveva portata anche da giovane, forse anche da giovane non aveva mai avuto freddo e non aveva mai sorriso. Io, raggomitolata su un panchettino, mi cacciavo con il capo e con le spalle il pi che m'era possibile nel vano del focolare, tormentando i pochi e magri tizzi con le molle. Avrei voluto divenire il fuoco, o che il fuoco divenisse me, s acuto era il gelo che mi fermava il sangue nelle vene. Fu, ch'io rammenti, la prima volta ch'io mi resi ragione del fuoco, e lo vidi proprio com'era, e fissai fiamma e brace come creature sorelle, in miseria al par di me, ma che mi aiutavano a soffrire la lunga intirizzita noia di quel giorno senza scuola. Il fuoco respirava. Nelle braci scoprivo bizzarre forme di volti sbito trasmutati in altri volti: nei tizzi, sagome d'animali fantastici, che in carne ed ossa non avevo mai veduti. Non ho dimenticato i colori di quel giorno: il nero della cuffietta della nonna intorno al viso di cera, nel quale nulla si poteva leggere: il rosso palpitante del mucchietto di bragia, il bianco fermo della neve di l dalla vetrata, il bruno sporco d'un muretto del giardino, reso pi sporco dal candido riflesso delle aiuole.
Malinconia d'infanzia povera, eppure gi colma, senza saperlo, di quella forza che doveva pi tardi sbocciare in veemenza di sangue e d'azione. I pochi e magri tizzi, il mucchietto di bragia a cui la bambina non riusciva a riscaldarsi rivivono ora qui, commisti al robusto fuoco che rischiara la stanza colma del mio lavoro, e m'avviluppa mi penetra mi fortifica con la sua vampa. Ma forse vorrei (s, vorrei, se ci penso bene) tornare ad essere la bambina d'allora.
Quel giorno in Italia era morto un gran re.
.
Riprendo a vagabondare, dopo anni di lontananza, nel labirinto delle viuzze che formano, con buona pace dei modernissimi, il vero viso della mia vecchia Pavia: di viuzza in viuzza, di vicolo in vicolo, camminando su aguzzi sassi fra stretti muri pieni d'archi tappati, di finestrelle a feritoia, di anditi conducenti a orti nascosti, raggiungo, in una via pi nobile ed aperta, la casa che so. Non vi ho mai messo piede e non ne conosco se non la liscia facciata a due piani; il portone basso e uno stupendo cancello interno tutto a rose di ferro battuto. S'intravede, da esso, un cortile non vasto che da un altro cancello immette in un giardino folto di conifere sempreverdi: di l dagli alberi s'eleva il massiccio stelo rosso d'una delle poche torri superstiti della citt che un giorno ne ebbe una selva. Senso di sicura pace spira di qui. Ma io volgo le spalle al portone, e guardo la via. A destra si snoda, angusta e sinuosa, salendo; a sinistra scende, allargandosi. Dirimpetto s'apre una trasversale, breve e diritta nel cui sfondo s'eleva, dietro tetti e comignoli, e come creata dall'aria, l'enorme cupola del Duomo. Superba  l'apparizione; e ha un che di magico. Ma pi mi ferma lo sguardo, perch pi vicina, la mole fra gialla e roggia della parte absidale di una chiesa sconsacrata, che con l'annesso convento e con i due muri di cinta d'un cortiletto forma angolo fra due vie.
Pi che d'una chiesa o d'un convento ha l'aspetto d'un castello senza merli e senza mastio. Fra la sua pesantezza e l'aerea levit della lontana cupola corre un accordo che forse avverto io sola. Tutta in mattone lombardo, a corpi di fabbricato d'austera solidit, basta quella mole a dare al luogo un carattere di vita perenne. Basta il suo caldo colore a riscaldare il cinereo delle case basse, addossate le une alle altre quali pecore d'un gregge. Case e acciottolato fuggono con l'apparenza ondulosa di un fiume: l'antica costruzione sacra sta e sovrasta, dominando il tempo e lo spirito.
Oggi fa freddo, nubi incombono minacciando la neve, poca gente scappa imbacuccata rasente i muri: anche l'ex-chiesa e convento intristisce in una tinta aggrondata, meditabonda. Rami spogli e neri sporgono dalla cinta del cortiletto: sembrano armi pronte a ferire. Quei rami io li ho visti fioriti nel sole, ed era un tramonto di primavera.
Tramonto d'un giorno fra marzo e aprile:  il suo ricordo, ora capisco, che m'ha condotta qui. Come adesso stavo appoggiata a un fianco di questo portone: avevo dietro a me la quiete del giardino che traspariva di l dai due cancelli, e, davanti, quella specie di fortezza che il sole radente incendiava nella parte pi alta; ma l'inflessibilit della pietra era ingentilita dalla grazia incorporea di due peschi in fiore, sovrastanti con le cime alla cinta del cortiletto segreto. La luce del tramonto li trapassava dando alla fioritura una trasparenza rossorosea talmente viva ch'io sentivo i petali respirare. Le massicce muraglie trivellate dai fri dove nidificavano i colombi eran l a proteggere la fragilit delle corolle luminose. Il resto della via stava in ombra: era dall'ombra ch'io m'abbandonavo alla gioia di quella zona di luce simile ad un immenso candelabro acceso.
Ritorner a questo posto, sul cadere d'un limpido giorno fra marzo e aprile. Vi sono gioie che si ripetono; e non  mai dagli uomini che ci vengono date.
Allora i due pschi risaranno in fiore come sempre avviene alla giusta stagione, e con le pietre, nel sole, ricomporranno il miracolo. Io mi domander (perch  impossibile che non me lo domandi) come mai avran potuto rifiorire in mezzo alle stragi che oggid imperversano sul mondo. Ma la natura, nella propria innocenza,  impassibile: sembra che dica: Uomo, sei tu che non mi meriti. I fiori si riproducono anche sotto la minaccia delle bombe. Non  male sostare un momento a mirarli anche se il cuore  oppresso. Pi belli e sicuri d'esistere nella loro vita breve, se sbocciati all'ombra di pietre rispettate dai secoli.
.
Stamattina, sul far dell'alba, qualcuno mi svegli: invisibile, ma perentorio: con voce che diceva dentro di me: Fa' presto.
Fui levata e vestita in pochi attimi: agivo senza coscienza, fra sonno e veglia. Poi lo stesso comando interno mi diresse alla balconata verso la corte e i campi; e cautamente apersi l'uscio-finestra.
Forse era l'alba che m'aveva chiamata. Perch si  cos pigri ad affrontare la luce del primo mattino? Nello spiazzo erboso le galline gi razzolavano, quiete, bonarie, con le bianche penne un po' gonfie. Sdraiato sotto una tettoia, il cane le seguiva con gli occhi in silenzio. Dopo una notte di nubi e di vento, il cielo spazzato era terso come cristallo, e appena appena sfumava in rosa sui lontani profili violacei delle montagne, lievi come residui di nuvole all'orizzonte. Le case sparse nella pianura tacevano. Anche gli uccelli tacevano. Uno stupore fisso teneva sospesa ogni cosa: stupore fatto di non so che attesa piena di brividi. Era il medesimo paesaggio, piatto e monotono, delle altre ore d'ogni giorno: pure, stranamente diverso; e mi pareva nuovo, ma irreale: aspettante un prodigio che lo dissolvesse.
Il prodigio stava invece in quella purezza e trasparenza immobile, che in nessuna altra ora del giorno si sarebbe ripetuta pi. Attonita guardavo il cielo e la terra, cos assomiglianti fra loro, cos d'accordo, forse perch mancava la presenza dell'uomo, delle sue fatiche e del suo invadente potere. Pregavo fra me che la tregua si prolungasse, pur sapendo che ciascun minuto ha il suo destino. Ma gi la luce s'andava facendo pi vicina e pi calda: udivo un rombo d'autocarro, i rintocchi d'una campana: dalla fucina d'un fabbro risuonarono improvvisi i colpi del martello sull'incudine.
...
.
...
ORTO.
...
.
...
La casa si trova sulla via del borgo che conduce alla chiesa parrocchiale:  a un solo piano oltre il terreno, ha muraglie grosse con i segni del tempo sugli intonachi stanchi, davanzali troppo alti: alle finestre del pianterreno non s'arriva che salendo sopra una sedia. Anticamente era un conventino; e una certa aria claustrale le  rimasta. I mobili son tutti di noce massiccio, con specchiere e cassettoni Impero dalla linea pesante e fredda. Nella cucina scura due panche a spalliera stanno, come nei vecchi racconti, ai lati del camino: la fante, una piccola sarda dal viso pallido, i capelli morati e gli occhi di smalto nero, in certe ore del giorno siede su quella che guarda la finestra, filando lana alla moda del suo paese, con rocca senza appoggio.
La casa ha una corte, la corte un portico a colonne sotto il quale, mi si racconta, le rondinelle venivano in molte a rifare il nido. Questa primavera son giunte assai pi tardi del giorno di S. Benedetto, e in pochissime: han sofferto della guerra anche le rondini. Ne vedo due andare e riandare instancabili dalla corte a un angolo del portico: hanno rapidi voli a sghembo, cinguettii striduli e brevi: piccole, balenanti di bianco e nerazzurro, piene di confidenza come spiriti familiari.
Il portico mi ricorda, pi in grande, quello della casa di Lodi dove ho trascorso l'infanzia e l'adolescenza: a volte ho strani oblii, mi sembra d'essere ritornata quella fanciulla e che le rondini siano le stesse d'allora: essi per non vanno mai disgiunti al senso della realt d'oggi. In luogo delle due palme dall'altissimo fusto ad anelli con un magro ciuffo alla cima, sorgenti da aiuole rotonde in mezzo alla corte, preferirei due alberi che dessero ombra, platani, pini, o ippocastani; ma toglierebbero certo la visione dell'arco, che, proprio di fronte al portico, mette nell'orto: cos che dal portone di strada uno vede d'infilata il lungo viale fra siepi di mortella che va va va sino al cancello sprangato sulla campagna. Gli architetti di un giorno sapevano il fatto loro.
Diviso dal viale in due rettangoli cinti da muretti bassi, l'orto  un vero orto-frutteto, dove i fiori sono un lusso, e non vivono che per tener compagnia ai legumi e ai frutti.
Io non ho mai, nella mia vita, posseduto un orto. Nemmeno questo  mio: fino a circa due mesi or sono ignoravo esistesse e che ci avrei potuto entrare. Ora  come fosse mio: per la prima volta in tanti anni assaporo la gioia d'un orto e capisco il calore di questo bene.
Quando ci venni, la terra era nuda, asciutta, del colore giallastro e pulverulento che ha verso la fine di marzo se il marzo  senza piogge. Gli alberi da frutto ridevano leggeri, nella prima meraviglia della fioritura: spettacolo dinanzi al quale si ritorna tutti bambini che spalancano gli occhi al racconto di una fiaba. Camminavo, stordita dal sole, fra nuvoli di pschi, albicocchi e susini dalle corolle gi stanche, spalliere di meli e peri d'una razza speciale con vividi fioretti bianco rossi appena in boccio. Quella novit di impalpabili trine che si ramificavano creando nell'aria disegni irreali agiva su me come pu agire, in sogno, una visione. Spossata per qual era nel corpo e nello spirito, per gli effetti di una troppo acuta tensione nervosa, mi stancavo presto a camminare e sedevo su una panchina in fondo all'orto, accanto a un muro che forse un giorno era stato la parete di una cappelletta; e vi rimanevo ore e ore, nel riposo che m'avevano imposto. Mio compagno di meditazione il campanile della chiesa: che si vedeva sorgere, isolato, nello sfondo, rendendo pi vasto l'orizzonte con l'altissimo stelo solitario: non aveva che due campane: ogni tanto si scuotevan da s, e mi parlavano.
Giorno dopo giorno, cadevano i labili fiori da frutto: fogliette di un verde lieve, quasi dorato in trasparenza, crescevano al loro posto, velando i frutticoli appena comparsi. Intanto i custodi della casa e dell'orto, mamma e figlio, si posero a vangare il terreno giallo, indurito dalla siccit: ne misero allo scoperto le zolle interne pi scure e pastose: seminarono, erpicarono, concimarono. Avrei voluto far come loro. Dinanzi ai miei occhi si svolgeva la loro fatica quale una serie d'atti che le necessit della natura rendevano di bellezza assoluta e pieni d'avvenire. Nel duro, gutturale dialetto del paese, raddolcito dalla cordialit cos spontanea in codesta buona gente, mi mostravano i quadrati dei fagioli, dei piselli, delle cipolle, dei porri e via: il pezzo seminato a granturco: lungo il muretto dal lato della serra, dove aranci e limoni aspettavano i primi giorni caldi per esser posti fuori al sole, arbusti aromatici di menta, di rosmarino, di lavanda: violacciocche bonarie color zafferano: un'aiuola che a suo tempo avrebbe dato grossi fragoloni. Tutto mi riusciva nuovo, mi diceva qualcosa a cui non avevo mai sin allora prestato l'anima.
Imparavo lietamente a distinguere le foglie delle patate da quelle dei piselli, gli acuti sottilissimi steli dei porri da quelli pi lunghi e robusti delle cipolle, il verde-cicoria dal verde-lattuga. Delle varie sfumature del verde la terra fulva s'andava ormai ricoprendo, le fronde degli alberi s'infoltivano: quel senso di leggerezza, di volo, proprio delle prime apparizioni di primavera, era scomparso per dar luogo a qualcosa di pi greve ma pi sostanzioso e sicuro.
Accompagnavo con tutto il mio essere il lavorio segreto dell'orto, sentivo il mio essere germogliare con gli altri germogli.
Piogge torrenziali succedettero ai giorni troppo aridi e prolungati di sole e di vento. Il terreno bevve acqua e acqua fin che ne fu sazio e la respinse, non potendone pi, in rigagnoli allegri. Il sole riapparso con un'intensit violenta e quasi estiva, lo ha ritrovato tutto diverso, intriso d'umida frescura, bruno e molle, gonfio d'esplodenti ricchezze plebee. Ai sostegni dei fagioli s'avvolgono, gi alti, i viticci fronzuti festosamente. Le lucide insalatine dicono: Cgli e mangia. L'aiuola dei fragoloni  fitta di fiori d'un bianco perlaceo, con la promessa del frutto al posto del cuore. Peri, meli, albicocchi mostrano tra il fogliame le minuscole palline acerbe. Assorbo l'inquietudine formicolante delle vite vegetali che maturano intorno a me: umili, e pur cos necessarie alla vita degli uomini. Scopro che un rustico orto, per chi lo possiede e lo coltiva da s, pu davvero formare la felicit. Le lucertoline grigie, striate d'oro scuro, che scappan fuori al sole, restano a lungo immobili come fossili sui muretti, poi guizzan via fulminee, conoscono questa felicit. Anche i bruchi: anche le raganelle; soprattutto le pigre galline color bronzo che razzolano laggi dietro un reticolato: cos placidamente terragne col loro sommesso co-co-co che concilia il sonno.
Un campo di grano limitato da file di pioppi, una risaia cinta di salici o di gelsi hanno la stessa monotona linearit di quest'orto; esso , per, pi intimo e familiare. D la medesima pacata impressione; ma il suo modo d'esistere  pi vario. A fianco dei legumi fioriscono ora le rose. A me sembrano pi belle delle rose di giardino. Scherzano, col riso cordiale di ragazze del popolo a una festa campestre in mezzo ai compagni. Sparse a capriccio qua e l in piccoli arbusti: la classica centofoglie rosea del mese di Maria, la rosa a mazzetti, la muscosa, la bianca che pi di tutte fa spicco tra i fagioli e i pomodori. Ne vedo anche una gialla, sgargiante, spampanata nell'intrico di una quantit di bocciuoli dietro la siepe di mortella: vi ronza dentro un calabrone d'un blu di gemma, che mi ricorda le ali delle libellule.
Giornata piena, oggi, per me. Di lavoro, ma segreto, tutto nei sensi e nel cervello: ricca, se pure apparentemente oziosa.
Ho seguito il corso del sole, e ascoltato crescere le umili ed utili verdure dell'orto. Ora che il sole va calando, le due campane sorelle, dall'alto del campanile cos ben piantato fra terra e cielo, si rivolgono a me, soltanto a me, con la loro voce profonda, calda di speranza. Tanta quiete  qui dentro e negli ariosi cortili rustici verdeggianti dalle chiome dei gelsi di l dai muretti, ch'io mi domando se  proprio vero che mostri volanti possano piombare dal cielo stanotte a scagliare morte e distruzione su case e teste innocenti. Mi domando se  giusto ch'io goda della bont naturale di questo rifugio mentre sotto la minaccia delle macchine diaboliche non v' pi nulla di sacro di tanta parte del mondo, e la massa dei dolori  cos sanguinosa e pesante che solo a pensarla il cuore non regge. Ma la risposta mi vien dalle cose, immagini di Dio. All'assillo roditore che non ci d tregua n giorno n notte la terra oppone l'apparente impassibilit della sua innocenza e il farmaco del suo silenzio operante. Gli uomini combattono perch sanno che la terra li perdona e li aiuta. C' sempre, anche se il resto dell'umanit si dilania, chi rimane a coltivare la terra, e, lavorando per tutti, prega per tutti.
Mentre mi perdo in questi pensieri, dalla campagna giunge con l'ombra, prima sommesso, poi pi distinto ed ampio, il coro delle rane. Non vi sono usignoli, qui: sceso il buio, solo il coro delle rane si ode. Melopea su due note, con pause e riprese, sempre la stessa: d'una malinconia che nessun'altra musica forse possiede.  il respiro notturno di queste umide pianure feconde:  anche la loro parola. Mi dice che i conflitti passano, le generazioni passano, e la terra misericordiosa rimane.
...
.
...
GRANO.
...
.
...
S, confesso che respirai di gioia quando scopersi il viottolo. Non  piacevole camminar sulla strada maestra, specie verso il tramonto: troppe biciclette di operai che tornano dagli stabilimenti, e rumorose frotte di ragazzi e sferragliare di autocarri con rimorchio tra nuvole asfissianti di nafta. Ma, cento passi lungo la siepe di rovi e di sambuco dall'acre odore che raschia la gola, ed ecco un capannone; di l dal capannone, ad angolo retto con la strada, un viottolo, quello: non pass molto che mi ritrovai in mezzo al grano, nella pi silenziosa libert, come se davvero la via maestra fosse lontana le mille miglia.
Ho sempre voluto bene alle stradette perdute fra i campi, nella pianura. Vi si procede adagio e in pace, godendo di un vasto giro d'orizzonte. Il viottolo dove m'ero infilata  ci accadde sul finire di un giorno sereno, alcune settimane fa  non si dovrebbe chiamare precisamente un viottolo. Era abbastanza largo. Terroso ed erboso nel mezzo, ma con solchi profondi ai lati, incisi dalle ruote dei carretti, dopo la prima svolta s'internava fra vive muraglie di giovani spighe; e ci mi parve una sorpresa bellissima. Il frumento era allora d'un pallido verde nei gambi, d'un verde grigiastro nelle rste, tenero e dolce a guardarsi: campi in rigoglio che si stendevano a perdita d'occhio, separati da filari di gelsi dei quali non vedevo che la parte superiore del tronco e la cupola rotonda, ricca di foglie setose e fresche. La perfetta uguaglianza delle spighe dava alla superficie dei campi una morbidezza diffusa, di schiume argentee; qualcosa d'ineffabilmente puro e leggero, che gli obliqui raggi del sole al declino non riuscivano ad appesantire ma solo a trascolorare in luminose nebbie scorrenti sulle spighe in un gran brivido.
Il maggio pass. Vennero i primi calori, le torrenziali piogge temporalesche del solstizio, seguite dalle fisse e lunghe ore solari che sono la benedizione di Dio sulle messi. Per molti giorni non mi fu possibile rivedere il mio viottolo. Vi torno oggi, e tutto mi  nuovo: per quanto vi fossi preparata, la bellezza della visione soverchia il mio spirito: queste sono le meraviglie della terra. Le stesse spighe; ma non pi quelle. I gambi assottigliati, alti fino alle mie spalle, meno compatti e pi preziosi, divenuti d'un giallo schietto e forte, reggono le rste ormai granite, gialle anch'esse con una lieve sfumatura rossiccia. Perduta la spumeggiante leggerezza della superficie, i campi splendono d'un oro uguale, metallico, senza riflessi, sicuro di s. Non  il radente sole del tramonto a illuminarli: essi medesimi traggono dalla propria sostanza, per impregnarne l'aria, una luce tutta terrestre. Papaveri scarlatti, pi bassi delle spighe, macchiano a tratti di sangue quell'uniforme giallore. Mi diverto a rasentare, camminando, le spighe: urtandosi dnno un suono secco e duro, quasi nemico. Provo a strapparne una, ma il gambo resiste, tenacissimo: chi sa sino a qual fondo  incassata la sua radice, mai riuscir a divellerlo, solo il falcetto lo recider. Quanto alla rsta in se stessa, nulla di pi armato. I lunghi aculei posti a difesa dei chicchi minacciano di ferirmi le dita con le punte erte. Questa bella e superba cosa di Dio non si pu accarezzare che strisciando con i polpastrelli dal sotto in su: nondimeno la pelle  offesa da un senso di resistenza.
Dove andr a finire il viottolo? Passa una donna a piedi nudi, che regge un enorme fascio d'erbe: mi guarda appena, dall'ombra del carico, con occhi mansueti di giovenca: mi saluta con apatia indifferente. Qualche raro campo di granturco s'alterna ai campi di frumento:  incantevole il contrasto fra la biondezza e compattezza delle spighe e il verde smeraldino delle grandi foglie ariose, dall'eleganza di zampilli, non ancora gravate dalla pannocchia. A qualche gelso  stata tolta la fronda: strano senso d'inverno viene dai rami spogli, attraverso i quali il cielo appare pi freddo e libero. Odo, da lontano, voci acute di donne, gutturali d'uomini che tornano dai lavori campestri: l'aria le porta sino a me purificate dalla distanza, senza corpo come le voci delle campane. Mentre il sole affonda, l'immobile mare del frumento cangia colore, si fa d'un altro giallo, opaco e raccolto; alzando gli occhi m'accorgo che la luna  gi comparsa nel chiaro cielo, una mezza luna color perla, cos incorporea che si pu confondere con un fiocco staccato di bianca nuvola. Le cose intorno cominciano a fissarsi nel riposo estatico che sempre la luna desta al suo sorgere.
Paesaggio? No. Non  paesaggio,  la mia terra. Vivo in essa, vive in me. Una sola cosa. Dove pi le due siepi di spighe si restringono ai miei fianchi, cresce il senso di pienezza, di consapevole terrestrit che mi penetra. Penso con desiderio ai prossimi giorni della mietitura, rivivo nella mente l'atto corale del falciare, la stanca grazia dei mannelli in croce sul terreno, gli ammassi del raccolto preparati poi per la trebbiatura; e infine il rombo della macchina rossa sotto la canicola del luglio, la pula e la paglia danzanti nell'aria, i chicchi allegri che si rovesciano dalla bocchetta, le chiamate, gli scherzi, le canzoni, la febbre solare del grano che accelera il sangue dei vecchi e dei giovani. E mi ritorna alle nari, con l'intensit aggressiva della memoria fisica, l'odore del pane caldo, di pura farina: il pi salubre e inebriante degli odori, che proviene direttamente dalla terra, dal sole e dal fuoco, e annunzia a noi la bont del cibo pi necessario, dell'unico necessario.
Mi ritorna da tempi remoti. Da quando, bambina povera, mi nutrivo solo di frutta, e d'una gran quantit di quei croccanti panini che usavano allora e costavano pochi soldi; e a quel regime crescevo magra ma robusta, e non rammento d'aver mai sofferto la fame. Qualche anno dopo, nel tempo della prima giovinezza al paese dove insegnavo ai piccoli contadini che eccetto l'abbaco e l'alfabeto ne sapevan certo pi di me, che fortuna abitare a pensione nella casa d'un fornaio, svegliarmi il mattino immersa nella fragranza del pane appena cotto e correr gi a mangiarne fin che n'ero sazia: e non so se mi desse maggiore allegria quella fragranza o il sapore della crosta bruno-dorata, della mollica sostanziosa che i denti mordevano e la gola inghiottiva con avidit ancor fanciullesca. Nel negozio brulicante d'avventori pieni di fame e di fretta, mi pigliavo poi quanti panini volevo, pagandoli una miseria, per insaccarli in un borsone di tela greggia e portarli in premio a quelli, fra i miei diavoli di scolari, che nella giornata m'avrebbero fatta disperare un po' meno. Per tal modo, l'odore del pane caldo m'accompagnava per via e nella scuola. E sempre m'accompagn, anche se non mi pareva pi d'averlo respirato, attraverso gli anni e gli eventi. Forse, rimasto in me quale elemento organico, mi salv dalla parte peggiore di me stessa, negli oscuri periodi in cui l'ordine di vita s'era sconvolto e il sangue inquieto non permetteva all'anima di riconoscersi.
Qui, coi piedi ben piantati sulla terra che mi  familiare, con il mio corpo cos vicino al grano, cos confuso ad esso che quasi mi sento io pure una spiga, capisco che, a conti fatti, molto  rimasto in me della sana ragazza che abit nella casa del fornaio, vide impastare e cuocere quel pane, ne mangi con delizia e s'imbevve fino al midollo del suo potente odore. Non son pi giorni, i nostri d'oggi, in cui si possa pensar di mettere sotto i denti quel pane. Ma torneranno.  Quando si miete?  chiedo al contadino n vecchio n giovine che viene avanti con una sua carriola cigolante ad ogni giro di ruota e la ferma dinanzi a me per lasciarmi passare. Ed  proprio come se aspettassi di essere mietuta anch'io con le spighe, per il pane di domani.
...
.
...
DUELLO.
...
.
...
Nella grande casa tranquilla tutti s'eran gi dati la buona notte. Il pianterreno, completamente buio: al primo piano, nell'ala sinistra, dietro le finestre sbarrate, qualche debole lume e sommesso bisbiglio durava ancora nei dormitori delle alunne. Fuori, la luna di mezzo febbraio scintillava nel cielo, stendeva il suo uguale chiarore come neve sull'asfalto del cortile di mezzo e lo sterrato del cortile maggiore.
M'ero messa a lavorare nel mio studio, situato all'ala destra e al quale si accedeva per una scala esterna, che l'isolava. Il secco, raschiante scricchiolo della penna era il solo rumore che udissi, con lo sfrigolar della legna accesa nel caminetto. La micina color grigio-ardesia, accucciata sulla scrivania tra fasci di carte, con le zampette nascoste sotto il ventre morbido, tutta gonfia di caldo e di pigrizia, seguiva attenta il moto della penna con occhi nei quali danzavano i riflessi del fuoco. Le cose presenti si componevano intorno a me in una quieta armonia che pareva non avesse mai a dissolversi: il pensiero viveva lontano da tutto che non fosse la propria intima visione. All'improvviso ulul la sirena d'allarme.
Ulul sei volte. Per sei volte l'aria notturna venne lacerata come viscere d'uomo da un coltello con lama aguzza a doppio taglio. La micina grigio-ardesia aguzz gli orecchi, ma rimase immobile nella sua fissit di scultura. Dopo essere stata qualche po' in ascolto, io ripresi a scrivere, non volendo perdere il filo del lavoro. Sulla piccola citt a circa trentacinque chilometri da Milano, aerei nemici avevano talvolta deviato, mai infierito. Dove si sarebbero rivolti, quella sera? Ma poteva anche essere un falso allarme.
La penna continu, tranquilla, a raschiar sulla carta. Venti o trenta minuti dopo (non erano ancor suonate le ventitr) l'uscio-finestra sul terrazzo cominci a tremare sui cardini, i vetri si misero a tintinnare come solo facevano al passaggio di pesanti autocarri. A intervalli, traballio e tintinnio si ripeterono: il pavimento ebbe, per qualche attimo, un ondeggiar leggero, quasi di terremoto ondulatorio. Tendendo bene l'attenzione, dalla stanza ermeticamente chiusa avvertii colpi lontani, ovattati dalla distanza: cos lontani che sembrava impossibile producessero un tale spostamento d'aria.
Qualcuno buss, mi chiam piano.  Dovete scendere. Sono sopra Milano. Dev'essere un fuoco terribile. Avete sentito tremar la casa? Tremano tutte, qui, specie quelle verso la campagna, come la nostra.  Non replicai. Mi buttai la pelliccia sulle spalle, chiusi l'interruttore della luce elettrica, scesi con i compagni la scala che conduceva nel primo cortile e nelle stanze terrene. Gli scalini erano in ombra; ma dalla finestrella del pianerottolo veniva a stamparsi sul muro un lucente quadrato di luna. La corte era candida come un lenzuolo. Le stanze, buie come sotterranei. Vi si camminava a lume di candela. Alla ripercussione prodotta da ogni colpo le porte si scuotevano, le maniglie urtavano contro il legno, i vetri delle finestre e i cristalli delle credenze fremevano. Tutta la vecchia casa, che pure non correva pericolo di sorta almeno in quell'ora, soffriva per l'orrore della rovina incombente sulle altre case laggi: nello scricchiolo dei mobili, nel movimento delle ombre, nell'inquietudine appiattata dietro gli usci e le pareti sentivo la sua oscura ribellione contro un potere disumano che non le riusciva di comprendere.
Le poche allieve, non pi di venti, fin dal primo sibilo della sirena erano state condotte nella cantina trasformata in rifugio: vi stavano con le istitutrici e le cameriere, al riparo dagli echi del bombardamento e dai tremiti che scotevano le muraglie. Qualcuna s'era portata libri di studio e vi si assorbiva con uno sforzo di volont: altre ridevano, scherzavano, si raccontavano storielle, incoraggiate dalle maestre che le volevano serene. Mi provai a rimaner con loro, io pure scherzando e ridendo, per alcuni minuti. Non mi ci seppi adattare. Avevo bisogno d'aria. Fu cos che risalii di volo, infilai un corridoio alla cieca e mi trovai, con altri, nel cortile maggiore, vastissimo, dove di giorno le ragazze eran solite far ricreazione. Non temevo il freddo. Era un freddo di notte limpida, pungente ma asciutto, che sferzava il sangue e lo calmava nel medesimo tempo.
All'aperto, si poteva rendersi conto della violenza del bombardamento. Riuscivamo a distinguere i sordi schianti, di una ferocia massiccia e greve, delle bombe di grosso calibro, dai colpi sonori e combattivi delle batterie contraeree. Pur soffocati dalla lontananza, agivano su di me con crudelt assai pi perturbante di quando, mesi innanzi, li avevo uditi, vicini e minacciosi, proprio sul capo, dal rifugio della mia casa di Milano. Allora era stato, per me, lo stesso che combattere, unita a uomini, donne, fanciulli che al mio fianco combattevano: il coraggio e la serenit derivavano dall'uguale pericolo affrontato insieme con quella specie di sottile ebbrezza che nasce sempre in tali momenti. L, invece, agli echi delle bombe non potevo rispondere che con moti di raccapriccio e di piet per le case sfasciate, le chiese mutilate, la gente sepolta nei rifugi sotto i crolli, le creature ferite e morte negli incendi: vergognosa di essere io stessa al sicuro.
Non si parlava che a tratti, sommessamente. Ma durante un pauroso silenzio seguito a uno scoppio, uno di noi usc a dire, con voce che non sembr la sua: Che incanto, questa luna. Ebbi sbito la sensazione che interpretasse una verit solenne. E fu come avessi scoperto in quell'istante la bellezza, la maest della impassibile notte.
Non era notte di plenilunio.
Della sfera lunare non appariva che poco pi di una met. Ma sfavillava con s meravigliosa nitidezza che il cupo azzurro quasi senza stelle ne veniva tutto rischiarato. Sulla fronte interna della casa e sui due cortili divisi da una bassa cancellata di legno l'abbaglio era cos intenso che alle masse e ai contorni dava un potere di trasfigurazione. Le siepi spoglie, gli alberi spogli del giardino s'eran coperti d'impalpabili perle e diamanti. Un pallore spettrale rendeva di marmo i nostri visi: avevamo perduto la nostra ombra. Mentre ad ogni colpo l'oscurit delle stanze rispondeva con sussulti e tintinnii, nelle somme regioni dell'atmosfera nulla dimostrava d'esserne scosso. L'efferatezza delle macchine volanti avrebbe potuto distruggere, con la sua popolazione inerme, l'intera metropoli presa di mira a poco pi di trenta chilometri da noi, senza che, sopra di noi, un fiato appannasse la trasparente purit dell'etere.
Non era, non poteva essere indifferenza. Che cosa dunque, se indifferenza non era?
Volevo conoscerlo.
Fissando lo spazio celeste, tendendo l'orecchio e l'anima all'alto silenzio ch'esso opponeva ai soffocati rimbombi, riuscii ad addentrarmi, prima con fatica, poi con respiro pi libero, nello spirito del cielo. Riuscii a comprendere che quell'impassibilit tutta luce era un'arma, la sua arma. Pi s'ostinava la gragnuola delle bombe, pi la luna si imbrillantava nel sereno intessuto d'argento, e pi la terra si vestiva di virginea bianchezza. Un misterioso duello s'andava combattendo tra le umane forze della strage e le forze angeliche. Innumerevoli legioni d'arcangeli stavano schierate lass: fissit, silenzio, splendore eccelso che tutto vedeva, tutto misurava, tutto rimandava all'inappellabile giudizio finale.
Credevo di vivere nel tempo eterno e non erano invece passate che due scarse ore. I lontani colpi, che gi s'eran fatti pi radi, cessarono. Rombi di motori ad altissima quota avvertivano che le macchine sterminatrici avevan ripreso la strada del ritorno. La citt ferita rimaneva nelle macerie, nel fuoco e nel sangue. Non lo si vedeva, noi, quello scempio, ma era come l'avessimo davanti agli occhi; e ne pativamo fino all'ossa lo spasimo, inasprito dall'umiliazione di non poter nulla per chi n'era vittima.
La luna intanto  che pur sapeva i suoi raggi scomparsi tra fumo e vampe d'incendi nella zona martoriata  percorreva imperturbabile il lucido corso assegnatole dalla legge degli astri. Il duello non era finito. Sarebbe ricominciato l'indomani. E poi un altro giorno e un altro e un altro. Fino a quando? E potevamo in coscienza domandarci quale dei due antagonisti avrebbe vinto? Tanto valeva rinnegare Iddio.
Tornammo, senza parole, a rinchiuderci nelle nostre camere. Il freddo, che dianzi ci aveva infuso un fittizio vigore, serpeggiava ora in noi con brividi che ci facevano battere i denti. Durava negli orecchi l'eco del bombardamento, negli occhi la luce soprannaturale che l'aveva sfidato. Ma io non chiusi le imposte. A lampada spenta, la volli ancora per me, quella luce, attraverso i vetri della finestra. Ad essa sola m'aggrappavo perch nella sua inflessibilit sentivo Iddio e potevo sperare nella giustizia. Tanto pregai, che alla fine caddi pregando nel sonno; e anche nel sonno, in fondo a quella parte dell'anima che non dorme mai, la preghiera continu. Fin che verso l'aurora il cielo roseo guardandomi dai vetri mi fece schiudere gli occhi sulla certezza della sua immacolata presenza.
...
.
...
IL CROCIFISSO ROTTO.
...
.
...
Questo crocifisso rotto io l'ho scoperto dentro una cassapanca in una casa d'ospiti che considero come mia: e sbito me ne son fatta un compagno e un amico.
La cassapanca, di solida quercia ma rsa dai tarli e grigia di polvere,  relegata in uno di quegli stanzoni-ripostiglio che sopravvivono nelle antiche case padronali di provincia: ingombri di mobili fuori d'uso, di attrezzi che non servono pi; e dove non entra quasi mai nessuno. Contiene un babelico ammasso di roba ripudiata: sciarpe e scialli a strappi, borsette senza cerniera, avanzi di stoffe, scatole zeppe di carte la cui scrittura  svanita col tempo, bambole senza braccia, astucci vuoti: relitti che davvero non si capisce come mai si trovino l ancora a catafascio. Per qual via, in qual modo quel crocifisso abbia potuto andar confuso con quell'ammasso di cianfrusaglie, lo ignoro. Preferisco ignorarlo: mi pare impossibile che uno butti via un crocifisso, sia pure in pezzi. Non appena mi venne fra mano, un giorno che per ozio mi ero messa a frugar l dentro, lo tolsi dal mucchio; e me lo portai nella mia camera.
La croce non arriva a due spanne di lunghezza;  di opaco legno nero, con uno spacco alla base. Il Cristo, di gesso patinato d'un color gialliccio sporco, era un povero umile Cristo di nessuna bellezza, anche prima d'esser rotto. Le gambe sono spezzate ai ginocchi, le braccia ai gomiti: visibile, nel punto delle fratture, il rozzo filo di ferro che serve da telaio. La testa, reclina, non ha pi volto.
Al posto del volto  rimasto un incavo ovale, coronato da ci che resta delle ciocche e del serto di spine.
In alto, al disotto del gancio, il cartiglio intatto, accartocciato agli angoli, con le lettere misteriose: I. N. R. I.
Ho appeso il crocifisso di fianco al letto, all'altezza della spalliera. Il muro  nudo, scialbato a calce: la camera ricorda, pi in vasto, le celle dei conventi: dalle due finestre guarda la campagna verde e il cielo. S, essa  tale che pu accogliere la malinconia di questo Cristo abbandonato, dalle membra stronche oltre ad essere confitte alla croce, e del quale  scomparsa persino la faccia. La sua figura di martire messo alla tortura anche dopo morto, sta qui dentro come se ci fosse sempre stata, come se io ce l'avessi vista sempre. Prima di incominciar la giornata, prima di porvi termine, mi raccolgo in Lui, per qualche minuto.  il mio modo di pregare. E non mai pi di qualche minuto; ma in quel brevissimo tempo riesco a sprofondare sino in fondo a me stessa, a confessarmi come solo si pu nella preghiera: guai per me se cos non fosse. Quando siedo alla scrivania dello studio che s'apre sulla camera  ugualmente chiaro e nudo,  dall'uscio aperto scorgo il crocifisso pendere alla parete, solo. Solo, con me sola. In sua presenza io so, nel modo pi assoluto, di non esistere se non in Lui: per questo, appunto, posso respirare senza inquietudine e lavorare con serenit.
I chiodi che gli trafiggono piedi e mani mi costringono a ricordare il Calvario, ponendo questo pensiero a base d'ogni altro pensiero. Ma le fratture delle gambe, delle braccia e la cancellazione del viso mantengono senza tregue dinanzi alla mia vista l'altro supplizio che ebbe principio dopo il Golgota, continu nella serie dei secoli fino ad oggi e continuer, temo, fino a quando gli uomini saranno quelli che sono. In ogni tempo e paese, con ogni mezzo di tortura, non s' mai cessato di martirizzare Cristo.
Ma che diverrebbe la terra, senza la lotta fra il bene ed il male? E non  forse la volont di Cristo, d'essere di continuo torturato nei corpi e nelle anime de' suoi fedeli e de' suoi nemici, perch dal conflitto zampilli, col sangue, la verit?
Nell'incavo che rimane al posto del volto, io posso mettere con la fantasia tutti i volti, gli infiniti volti che passano effimeri sulla terra, misteriosamente rassomiglianti fra loro, anche se diversi. Volti d'uomini sparsi nel mondo, parlanti ciascuno il proprio linguaggio, segnati ciascuno dal proprio sogno e dal proprio dolore, sospinti ciascuno dal proprio intimo scopo di vita: nati per patire, amare, odiare, confondere l'amore con l'odio, essere piccoli o grandi ma sempre con fatica e con pena, scontare, morire, rinascere in Cristo. Tanti volti, uno solo: quello di Cristo. Egli  pur sceso fra gli uomini per essere corporalmente simile a loro, salvarli e riceverne in cambio la morte umana e l'ingratitudine perpetua. Qualunque sia, l'uomo reca impresso sulla propria fronte il segno del Salvatore; ed  pur sempre crocifisso al proprio tormento, palese e nascosto, meritato o no.
Si ha spesso in bocca la parola "umilt". Ma, nella maggior parte dei casi, non  che pretesto per giustificare l'orgoglio. Se mi concentro nella contemplazione del mio Cristo mutilato, solo allora arrivo a chiarire il senso meraviglioso della parola "umilt". E mi vergogno d'averla tante volte adoperata per me stessa, nella certezza d'essere sincera: mentre non  che superbia pronta a trasalire, a torcersi sotto la menoma offesa o semplice incomprensione o mancanza di carit che mi venga dai miei simili. Non ho, per mortificarmi, che da guardare la povera santissima testa dal viso cancellato: che da toccare il filo di ferro messo a nudo dalle spezzature degli arti. E pregare; e a furia di preghiera ottener di scorgere, al posto di quel volto, l'ombra del mio.
Nessuno dei preziosi Cristi in croce di cui pittori, scultori, rafi, mosaicisti hanno arricchito chiese, palazzi, gallerie d'arte, potrebbe essere per me pi bello di questo, dare al mio cuore un pi profondo brivido. Cos ridotto, un rifiuto, un rottame, io sola ho il diritto di tenerlo, perch io sola, quale si trova, lo amo.
Mi apre gli occhi su ci che non avevo ancora ben veduto. M'insegna ci che non avevo ancora bene imparato. Contemplo in esso la crudelt d'un martirio e la carit d'un perdono che dureranno fin che duri il mondo.
Non mi separer mai da questo compagno col quale ho colloqui che soli riescono a mettermi in pace con la vita. Ho dato ordine che, quando sar morta, il crocifisso rotto mi venga posto accanto, e sia chiuso nella bara con me.
...
.
...
PARTE SECONDA
: NOVELLE.
...
.
...
CONFESSIONE D'IGNAZIA.
...
.
...
Che cosa significa amare? Essere, interamente, in un'altra creatura, e avere quella creatura interamente in noi. Io non ho amato che mio figlio. Un uomo pass nella mia vita; ma unicamente per darmi quel bambino.
Quando m'accorsi che sarei divenuta mamma, avevo pi di trent'anni. Vivevo a Milano: sola, ricca, padrona dispotica delle mie ricchezze. Rimasta orfana dopo aver compiuto l'et maggiore, non avevo avuto bisogno di tutori. Con l'ausilio d'un amministratore probo, avveduto e fedele, legato alla mia casa prima ancora ch'io fossi nata, mi occupai del mio patrimonio, che in gran parte consisteva in terreni. Mi piaceva sorvegliare, comprare, vendere, comandare: trovavo bella la mia indipendenza. Non volevo prender marito. Da piccola, alle mie bambole, delle quali mi sentivo proprio mamma di carne, non m'era mai venuto in mente di dare un babbo immaginario, inventandone il nome come facevano le mie compagne. Giovinetta precoce, nulla mi sfuggiva: troppe volte avevo visto mia madre piangere in silenzio per le infedelt (s, lo sapevo ch'era per questo) di mio padre: uomo bellissimo e volubile, che a modo suo le voleva bene. Egli era della razza di coloro che portano sempre una cintura di salvataggio per stare a galla, e rimbalzano come le palle di gomma, e finiscono con l'aver sempre ragione, specie quando hanno torto. La mamma n'era stregata. Singhiozzava di nascosto; ma a lui non sapeva che sorridere. E io, coriacea, aspra d'adolescenza, non glielo potevo perdonare, a lei, di commettere cosa che mi sembrava vilt. Ricordo d'averle detto, a sedici anni, un giorno che lo scandalo d'un certo amorazzo di pap era dilagato al punto da rendere impossibile alla mamma, verso di lui, il sorridente silenzio delle altre volte:  Ma perch non te ne vai? Io verr con te: non ti lascer andar via sola.  Ed ella a fissarmi stupefatta, con que' poveri occhi sciupati dal pianto:  Partire? Non si fa, sai, questo, non si fa nelle famiglie per bene. Tanto pi dove c' figli.
Forse mia madre mor ancor giovine per essere stata troppo per bene, e aver troppo compresso il proprio dolore senza difesa. Pure, il suo ultimo sguardo, gi lontano ma dolcissimo, pieno d'indulgenza e di perdono, pieno d'amore, fu pel marito.
Della morte di lei io soffersi assai pi che non lasciassi travedere, e in un modo complicato. Mi pareva che il mio dovere fosse quello di vendicarla: non sapevo ancora come, n quando, n su chi. Certo, non potevo sull'uomo che alla fin dei conti era mio padre, e che ella aveva adorato fino all'estremo respiro.
Esiste una legge d'equilibrio per la quale i figli, molto spesso, si sviluppano e agiscono nel senso contrario dei genitori, e compiono affermazioni di vita in aperta dissonanza con loro. Io sentivo dentro di me che non avrei mai potuto divenire un'affettuosa, sottomessa moglie; e nemmeno una moglie infedele. Essere ingannata, no: ingannare, no: sopportare, no. Una certa acerbezza di amazzone, un po' acida, un po' aggressiva, andava accentuandosi nel mio tratto. Gli uomini c'impazzivano: forse perch la frusta move il sangue. Bella ero, o dicevano ch'io fossi: pi nel movimento e nell'espressione che nelle linee. Ero anche civetta, come tutte le incapaci d'abbandono. Oltre il corteggiamento con me non s'andava, e a chi parlava sul serio ridevo sul muso.
Quando il babbo spir all'improvviso, lontano da me, fra le braccia d'una piccola guitta che gli poteva, per l'et, essere figlia, lo piansi; e mi figurai, con un rovello oscuro, quale sarebbe stato lo strazio della povera mamma, se il destino avesse voluto fosse stata lei a sopravvivergli. Rimasi sola, ricca come nelle favole. Non pass gran tempo che venni richiesta pi volte in matrimonio: uomini di cui non ricordo n la voce n il viso. Rifiutai. Mi tuffai nei libri mastri, volendo rendermi pieno conto della mia sostanza: visitai le mie tenute di campagna, ponendomi a contatto coi fattori e i contadini. Cavalcavo, giocavo a tennis, andavo pazza per la musica, e, quand'ero in citt, non mancavo a un solo concerto. Al pianoforte mi accompagnavo cantando antiche canzoni classiche; ma eran d'amore, d'amore, d'amore, e m'irritavano: le lasciavo a met, certe volte, balzando in piedi e abbassando con furia il coperchio. Nel mio bell'appartamento di Milano, al piano rialzato di un palazzo patrizio, fra corte e giardino, riunivo amiche ed amici. Grande, invero, era la mia libert. Ma nessuno osava biasimarla: dato che non me ne servivo per l'amore.
Cominciavo, per, a sentire un'impressione di vuoto: ad accorgermi della solitudine de' miei giorni, pur cos pieni di gente. Avevo compiuto i trent'anni. Marito, no, mai; ma avrei voluto, perch no?, avrei voluto un bambino. Tutto mio, senza babbo, come una volta le mie bambole. Io, sola arbitra della sua vita: io comandargli, io obbedirgli: io avviarlo verso l'avvenire. E lui, per me, tutto.
Mi venne il pensiero che avrei potuto andare addirittura a prenderne uno, al Brefotrofio; e, pi tardi, adottarlo. Ma non sarebbe, dopo, balzata fuori la madre vera, a reclamarlo, a rubarmelo? E poi, non era la stessa cosa. Mio figlio doveva essere impastato della mia carne e del mio sangue. L'ombra di quel desiderio offusc a poco a poco la schietta libert del mio vivere. Cos e non altrimenti un male subdolo s'insinua nell'organismo, lo intorbida, lo guasta.
Io non sapevo allora che il mio corpo, giunto alla maturit, obbediva, inconscio, a leggi di cui credevo poter fare a meno. Mi sentivo appesantire: pativo d'insonnia e di malinconie. Fu in quel tempo che incontrai l'uomo della cui passione non mi riusc di ridere: e s che per tant'altri l'avevo fatto. Era un avvocato celebre, sui quaranta, bell'uomo, d'una prestanza gi un po' massiccia: ora ne posso parlare cos, come d'un estraneo. Nei salotti, con mezzitoni e accordi sapienti, otteneva gli stessi successi che la sua eloquenza gli procurava nelle sale dei tribunali. Non potevo vederlo, senza pensare involontariamente alle accusate, colpevoli o no, ch'egli aveva salvate dalla galera. Possedeva un fluido, che sprigionava solo quando voleva, e col quale era sicuro di conquistare chi gli premesse: una giuria per processo d'assassinio, il pubblico d'una conferenza, un nemico, una donna. La sua volont di vincermi, la sua forza di seduzione non avrebbero forse avuto presa su di me, fino allora cos ribelle, se io non mi fossi trovata in quello stato d'oscura inquietudine fisica. Non ero pi l'Ignazia di prima. Obbedivo a un potere che, all'infuori di me, assumeva la presenza dell'uomo che mi sembrava di amare; ma in realt stava dentro di me, e mi trascinava dove voleva. Certo non giudicavo quell'uomo come lo giudico oggi. Lo subivo. Cedetti. Se ripenso a quell'avventura, mi rivedo quale ero allora, ma avvolta in una nuvola densa, carica d'elettricit. Lo strano  che mai, durante i torbidi abbandoni e le smemorate stanchezze che poi mi abbattevano, io pensai che avrei potuto avere un bambino. Agivo, se posso dirlo, come una macchina.
Tuttavia, una notte, ebbi un sogno.
Camminavo tra due file d'alberi, forse platani, forse olmi, con un fanciulletto per mano. Il viale si prolungava restringendosi, fino a perdersi nella nebbia. Di l da quegli alberi non c'era pi nulla: il mondo finiva. Per quanto cercassi, non riuscivo, nel sogno, a ricordare chi fosse il padre del bimbo. Solo sapevo che il bimbo era mio. Un intimo senso di dolcezza mi dava l'esser sicura che il bimbo era mio, uscito da me, senza memoria di peccato n di dolore. Ci si teneva per mano, e bastava: nei sogni l'attimo  lungo come l'eternit. Il risveglio mi tolse, con uno strappo duramente fisico, la vista e il contatto della creatura: ne soffersi come della mutilazione d'un arto.
L'istinto m'avverti di non raccontare quel sogno al mio amico. Egli era ammogliato, con tre figlioli. Non conoscevo la sua famiglia. Il non conoscerla metteva meno a disagio la mia coscienza: potevo illudermi che non esistesse: se si chiudono gli occhi si pu pensare ch' notte. Ma, un pomeriggio, a una festicciola di fanciulli, il caso volle ch'io m'incontrassi con la moglie del mio amico e co' suoi tre ragazzi. Era una giovine signora un po' sfiorita, ma d'una estrema finezza. Dal modo con cui vigilava i figli e ne parlava, compresi ch'ella viveva unicamente per essi: dal modo con cui mi guard quando le venni presentata, compresi che di me non sapeva nulla. Ma, se non di me, d'altre donne, prima di me passate nella vita del marito, sapeva; e tutto aveva sopportato pei figli. Di ci ebbi una specie di divinazione. Attraverso la sua pena cominciava il mio rimorso. Non m'era pi permesso tener chiusi gli occhi. Lo spalancarli su quel viso patito, disilluso e coraggioso mi faceva ripensare alla mia mamma; ma costei era pi forte. Come aveva potuto, quell'uomo, ingannare, far soffrire una donna che gli aveva dato figlioli cos belli, e portava negli occhi e nella bocca il segno delle anime fedeli? E io? Non ero una delle sue complici? Valeva la pena che avessi tanto sofferto per mia madre, tanto odiato mio padre per averla resa infelice?
Risolsi di rompere. Ma non ne avrei forse trovato subito la forza, se, proprio in quei giorni, non avessi avvertito in me strani malesseri fisici non mai provati sino allora. Mi sottoposi alla visita d'un medico, il quale non mi lasci alcun dubbio sul mio nuovo stato. Avrei avuto un bambino. Un bambino. Mi ribalen alla mente il sogno premonitore: mi rividi nel viale ombroso e solitario, col fanciullo per mano, e il senso dolcissimo di non aver che lui, e ch'egli non avesse che me. Ma il padre? Un uomo ammogliato, gi padre tre volte in faccia alla legge, e che non avrebbe potuto riconoscere la creatura. Malgrado la mia colpa, tutto non s'era forse svolto come avevo desiderato? Egli non avrebbe mai saputo nulla del fatto. Non lo amavo pi: cominciavo a veder chiaro in me stessa, a capire che non lo avevo mai veramente amato. Qualcosa dentro di me, qualcosa di nuovo, mi sottraeva al suo potere sensuale. Se non pura, mi rendeva casta e libera.
Tuttavia temevo la sua presenza, e la sua amorosa collera e la sua forza d'uomo. Temevo, soprattutto, d'essere alla fine costretta a dirgli la verit. E risolsi, sull'atto, d'andarmene.
La mia ragione di vita, ormai, l'avevo. Benedissi la ricchezza, l'indipendenza, che mi permetteva di fuggire in capo al mondo, se l'avessi voluto. Si avverava per me il destino che m'era parso folle audacia sognare: consacrarmi intera ad un figlio, senz'essere legata a un marito. Io non avevo parenti. Partii, all'improvviso, lasciando qualche frettoloso biglietto d'addio alle amiche, agli amici: in fondo, m'erano tutti indifferenti. Mi perdonassero: una prostrazione nervosa: la necessit, per guarire, d'un lungo viaggio all'estero, d'una mutazione radicale di vita. Non davo, si capisce, indirizzo: promettevo di darlo pi tardi.
Profondamente logica, nettamente crudele, la lettera che lasciai per lui. Gli parlavo  per la prima volta  di sua moglie. Gli confessavo che, dopo aver conosciuto lei e i ragazzi, avrei provato troppo grave rimorso di far loro del male. Scomparivo dalla citt, dalla patria, per lasciarlo pi libero. Ridonasse qualche dolcezza alla sua donna: non pensasse pi a me.
La verit non era tutta l. I sentimenti, sia pur sinceri, di cui mi paravo, coprivano il mio segreto, mascheravano la superbia d'un egoismo materno ch'egli non poteva sospettare. Ferito nel suo amore e fors'anche nel suo prestigio d'uomo senza scrupoli, non sapendo dove trovarmi, mi scrisse, all'indirizzo della casa di Milano, una lettera ch'ebbi il coraggio di stracciar sbito. Altre seguirono. Le ricevevo, con tutta la corrispondenza, dal mio amministratore, che, solo, conosceva il luogo del mio rifugio, e meritava la mia piena fiducia. Io nulla mai risposi. Ora che mi sentivo "in due", una specie di odio fisico era succeduto all'abbaglio amoroso. Dinanzi al mio ostinato silenzio le sue lettere si diradarono, si calmarono di tono, poi cessarono. Egli scomparve, totalmente, dalla mia vita; ed io rimasi, come volevo, sola col figlio del quale attendevo la nascita.
Non ero andata molto lontano. Avevo condotto con me una fedelissima cameriera, la mia Bernardetta: che mi stava in casa da venti anni, aveva chiuso gli occhi a mia madre e per me si sarebbe fatta mettere in carcere. Della sua discrezione ero certa. La consideravo un po' come il mio cane: n credevo, con ci, d'umiliarla. Anzi.
Inutile andare molto lontano, quando si vuole nascondersi. Basta saper scegliere bene il luogo, e non essere traditi da nessuno. Prendemmo stanza in una piccola pensione di Zurigo tenuta da una brava donna che avevo gi conosciuta quale infermiera in Italia, e giudicata persona sicura, di carattere integro. Si chiamava Frida Wethli. Pagando il quadruplo di quanto avrei dovuto, m'ero acquistato il diritto d'essere la sola ospite della piccola pensione: una villetta bianca e grigia, coi muri coperti dalle losanghe dei graticci per le rose rampicanti, nella Bergstrasse.
La professione d'infermiera, Frida Wethli aveva cessato d'esercitarla, dopo avere ereditato quella casetta. Quale ella  ora (non mi ha pi abbandonata) tale, o press'a poco, era allora: forse perch non ebbe vera giovinezza. Non sapr mai dire la serenit che mi davano la sua legnosa persona sempre in moto, la sua onesta faccia camusa, il suo sorriso che riusciva ad essere vivo e benevolente anche schiudendosi su una gelida dentiera di porcellana: i suoi radi capelli color di terra, il tocco esperto, quasi magico, delle sue mani medicali. Un giorno mi venne fatto di chiamarla Suoretta: d'allora in poi non ebbe altro nome per me. Ella non aveva mai pensato a prender marito. Per quindici o vent'anni si era dedicata ad assistere infermi. Quella paziente fatica su corpi umani era stata il suo modo d'amare, di essere femmina e madre. Di me le dissi tutto. Un bambino. Sarebbe nato nella sua casa un bambino. Questo solo, del mio racconto, parve afferrare; e, piena di gioia, mi offerse le sue cure.
Io non uscivo mai, se non nel giardino: un po' perch soffrivo di nausee e deliqui, un po' per non essere veduta da alcuno. Suoretta non diceva ad alcuno il mio nome: le lettere e i plichi dell'amministratore mi arrivavano sotto un nome falso. Fra Suoretta e Bernardetta, lontano da ogni cosa del mondo, io trascorsi i mesi della primavera e dell'estate: i pi belli della mia vita, i pi leggeri ad onta del peso che portavo: assorta nella notazione continua, ogni giorno pi interessante, dei misteriosi fenomeni coi quali in me si manifestava la grazia della maternit.
Avrei potuto essere cos curiosa di me, attenta, padrona della mia attenzione, se non fossi stata sola come una vedova? L'uomo da interpretare, da blandire, e per cui essere sempre bella, sotto pena di esser tradita: no: mi avrebbe distolta dalla felicit della mia funzione. Io non ero nata che per essere madre: solo ed esclusivamente madre. Milioni e milioni di donne concepivano, portavano, partorivano; ma io sola credevo di sapere che cosa significasse quel privilegio, quale fosse quella dolcezza. Mi consideravo sacra. Suoretta m'aveva messa nelle mani d'un medico, amico suo e ben presto amico mio: il dottor Schoop. Col suo consiglio e con l'aiuto di Suoretta, curavo la mia persona come un reliquiario. Verso il quinto mese cominciai a sentirmi benissimo: a prosperare. Era di maggio: le rosette rosse di spalliera, lungo le muraglie del villino, ridevano da pazzerelle al sole e alla pioggia: il giardino era violetto di serenelle, giallo di citisi e di ranuncoli. Aulo m'aveva gi urtato il ventre coi piedini irrequieti: la prima volta n'ero quasi uscita di me per la gioia, e Suoretta m'aveva dovuto far prendere una infusione di camomilla. Nel sonno, sognavo che l'urto misterioso dei piedini di Aulo sommoveva la terra delle aiuole, nel giardino; e faceva tremare i corimbi delle serenelle e dei citisi. La terra era me, io ero la terra: non posso descrivere la vastit, la profondit di quella sensazione, che interamente non mi possedeva se non nel sogno.
Anche il pi umile, dimesso atto della mia giornata io lo sottoponevo al pensiero di lui. Ero convinta che fino alla sua nascita nulla io avrei potuto pensare, dire o fare che non influisse su lui. Salute, carattere, tendenza, ingegno: tutto in lui dipendeva da me. La mia funzione comandava quindi ch'io stessi ben attenta a non pensare, dire, adempiere che cose alte e belle.
Suoretta sapeva di musica, e amava i concerti sinfonici. Potendo, non ne perdeva uno. Presi a uscire con lei, ad accompagnarla alla Tonhalle. Non m'importava pi d'essere chiamata col mio vero nome; e nemmeno d'esser veduta, e, nel caso, riconosciuta da qualche compatriota di passaggio. Il crescere della mia creatura dentro di me m'innalzava sopra di me, mi dava coraggio e orgoglio. Sempre pensando di farle del bene, ritornai con ardore alla musica da camera, che da tempo avevo trascurata. La mia voce s'era irrobustita, aveva acquistato un tono pi denso, pi ricco. Forse ero pazza; ma m'illudevo di non essere sola a cantare.
Non leggevo che libri di religione, di poesia e di viaggi: romanzi, no; temevo in essi un pericolo. Camminavo molto all'aria aperta. I prati e le foreste che circondano Zurigo entrarono in gioconda intimit con me e con Aulo. Aulo si preparava a nascere in perfetta intimit con le cose e le creature viventi. Non avrebbe sofferto d'essere privo del padre. Gli avrei dato il mio nome. Gli potevo dare, con la ricchezza, la pi raffinata educazione, la possibilit di viaggiare, aiutare il prossimo, vivere in un'atmosfera superiore. Sarei stata babbo e mamma, a un punto, per lui. N mai m'era venuto in mente che, invece di Aulo, avrebbe potuto essere una bambina.
Aulo nacque nell'ottobre. Gi il corredino, fiorito dalle mie mani e da quelle di Bernardetta, lo aspettava da un po': morbido ammasso di tele trinate e cifrate. Con la mia cifra. Che gioia, che superbia: la mia cifra. Soffersi molto nel metterlo al mondo. Ma sono i dolori dei quali ogni donna non ha paura, dovesse divenir madre dieci volte.
La mia carne fu in pace. La mia creatura me la tenevo al seno. Era Aulo. L'avevo fatto io, m'ero ferita per sentirlo piangere. Ma poi succhiava, e non si lamentava pi. Succhiava il dolce latte, con gli occhietti chiusi; e io ho potuto, e, s, potr patire per tutto il resto della mia povera vita; ma la soavit di quei momenti scordare non la potr. Le mie prime parole, subito dopo la sua nascita, erano state:  Dottore, ha tutte le dita ai piedini?.  Chi sa perch, una simile domanda. Forse perch bisogna camminare, camminare sulla terra. Ma non sapevo ch'egli vi avrebbe camminato per cos breve tempo.
A nessuno venne partecipata la notizia della venuta di Aulo. Mio, e basta. Fu battezzato nella chiesa cattolica; al battesimo lo port Bernardetta, tutta gloriosa di quell'onore. Il suo mondo fu composto di me, Suoretta, Bernardetta, il dottor Schoop, sua moglie e i loro due bei ragazzi, in buona compagnia col grosso cane Ciuf, un molosso grigio che, ne son certa, capiva ogni nostra parola, sia in italiano che in tedesco; e con gli uccellini, che dalle finestre volavano fiduciosi nelle stanze, per beccare le briciole. Venne l'inverno. Lo trascorsi in torpore, allattando il bambino, covandolo, godendomi i suoi primi moti e sorrisi e balbettii, nella casa ben riparata, rivestita all'interno di lucido legno, resa tiepida da patriarcali stufe di maiolica bianca a istoriette turchine. Dietro i doppi vetri, fra i quali fiorivano rossi gerani e cinerarie di velluto violaceo, vedevo cader la neve su prati e boschi in declivio. Quelle pennellate purpuree e viola su quella tacita candidezza, quel senso di caldo e di certo, quell'ingordo succhiar del piccino, mentre le sue manucce mi brancicavano il petto e il mento, eran beatitudini che mi smemoravano. Nessun dolore di nostalgia della patria, almeno per allora. Qualsiasi angolo di terra mi sarebbe stato caro, purch mi ci trovassi in libert con la mia creatura, difesa da commenti indiscreti, e al sicuro dall'uomo che mi avrebbe chiesto ci che non gli potevo pi dare. Quando Aulo ebbe compiuto l'anno e cominciato a fare i primi passi, chiamai a Zurigo Giovanni Pardi, il mio amministratore. Gli mostrai il bambino: lo vidi piangere; gli dissi, con dolcezza ma con fermezza, che fino ai diciott'anni di mio figlio non sarei ritornata a Milano. Lo raccontasse pure, a chi gli pareva, ch'ero mamma di un bel figliolo. L'unico essere che avrebbe potuto farmi del male s'era certo scordato di me.
Giovanni Pardi si trattenne circa un mese. Andava pazzo per il piccino. Mi assistette nella compera d'una vasta e solida casa sulla collina del Dolder, che io chiamai Casa Mater e riempii di cose semplici, chiare, festevoli, affinch Aulo vi crescesse felice. Suoretta, affidata la pensioncina a una nipote, venne ad abitarvi con noi.
Qualche tempo dopo seppi che il Pardi, in Italia, aveva creduto bene di annunziare a certi miei conoscenti (ma in modo vago e distratto) che mi ero sposata all'estero.
Aulo divenne un bel fanciullo: poi, un bell'adolescente. Dal padre aveva preso  o mi sembrava, e non avrei voluto constatarlo  l'impostatura delle spalle e del collo, il colore olivastro della pelle, e qualche moto nervoso, caratteristico, delle mani. Da me, il profilo, la bocca, la fronte: pi scolpiti: uguali e diversi a un tempo. Avrei dato non so che cosa, perch tutto gli fosse venuto da me.
Gi da piccino, parlava da grande. Certe sue riflessioni sorprendevano per la loro originalit. Ma non possedeva la spontanea freschezza degli altri bimbi. Pareva avesse gi vissuto altre vite, delle quali serbasse confusi ricordi. Coi pensieri, con le parole veniva da lontano: ne stupivo e ne tremavo: temevo vi ritornasse. Buono: tutto ardore di carit: regalare un balocco, un libro, un vestito a ragazzi poveri della sua et lo faceva brillare di contentezza. Volli cominciasse tardi a studiare. Imparava con facilit: quel che sapeva lo sapeva in tre lingue: italiano, tedesco, francese. Conservo interi quaderni, nei quali tenni in quegli anni nota giornaliera delle pi semplici azioni di mio figlio, de' suoi atti di gentilezza e di grazia, delle verit misteriose che gli uscivan di bocca; e anche delle rare disobbedienze, quasi sempre prodotte dalla logica d'un ragionamento interiore. Ci che durante la gravidanza avevo preparato, si compiva. La purit de' miei sentimenti era divenuta la sua purit: la voluta armonia de' miei pensieri ed atti, la sua armonia: il mio culto per la musica, la sua pi grande passione.
Pure, il fondo mi sfuggiva. Qualcosa era in quell'anima, ch'io non riuscivo a penetrare. Egli aveva silenzi che mi dannavano. Un giorno ne usc per chiedermi a bruciapelo:  Mamma, il mio babbo dov'?.  Aveva dodici anni: mi parlava del padre per la prima volta. Non ebbi il coraggio di mentire, di dirgli ch'era morto. Risposi, a voce bassa:  Tesoro. Mio tesoro. Il tuo babbo e la tua mamma sono io.  Da allora in poi, del padre non mi chiese pi nulla.
Fu verso quel tempo che la sua vocazione musicale cominci ad affermarsi, e io non potei pi considerare Aulo come parte sostanziale di me. Volli superare quell'impressione d'allontanamento, aver ragione di me stessa.
Il caso aveva condotto ad Aulo un grande maestro: il pianista Ermanno Staub. Egli non dava che concerti privati, per intenditori raffinatissimi. Non s'era mai mosso, per giri artistici, da Zurigo, sua citt nativa: gobbo, non voleva esporre (cos si diceva), sia pure a costo della fama, la sua deformit. Lezioni ne dava ben poche, non avendo bisogno di guadagnare per vivere. Ungherese per parte della madre, parente del dottor Schoop dal lato paterno, veniva con lui a suonare e prendere il t in casa nostra. Si compiaceva di udirmi cantare antiche arie italiane: s'appassion del potente istinto musicale del fanciullo: volle farsene un allievo: anzi, l'allievo: sognava di continuarsi in lui.
Gobbo; ma non piccolo di statura. La grottesca protuberanza sembrava gettata da uno scherzo della natura su quel corpo vigoroso. Regolare e marcato il viso, come spesso nei gobbi; e belli gli occhi, d'una trasparenza d'acqua limpida.
Al pianoforte era un mago. Forse Franz Liszt aveva suonato come lui. Le sue mani sulla tastiera, lunghe, flessibili, con dita sottili e divaricate, si staccavano dal corpo, vivevano d'una propria vita vertiginosa. Con tale maestro, e con l'attitudine che aveva, Aulo fece in pochi anni grandi progressi, e pot ben presto suonare con lui a quattro mani. Il bellissimo gobbo e il bellissimo giovinetto creavano insieme un'atmosfera inebriante, che nella casa non s'era mai respirata.
Ermanno Staub me lo rubava, il mio figliolo. E io, povera donna, che cosa ci potevo fare? Aulo correva festoso alla porta, quando riconosceva la scampanellata del maestro. Per lunghe ore lo studio li teneva uniti. Poi scendevano in giardino, chiassavano, giocavano alle bocce, al pallone, sino all'ora del pranzo. La seriet precoce che tanto mi aveva impensierita in Aulo era scomparsa, o pur non si manifestava che a tratti, e quando il maestro non c'era. Nello studio e nel gioco, i quarantacinque anni di Staub eran giovani ed elettrici quanto i quattordici di Aulo.
M'ero accorta d'una somiglianza, certo singolare: avevano gli stessi occhi, grigi, trasparenti. Occhi di padre e figlio.
Misteriosa paternit, che mi offendeva nell'intimo. Io, che avevo messo il mio ragazzo nell'impossibilit di conoscere il proprio padre (e, pur conoscendolo, di chiamarlo padre), dovevo accettare, per amor suo, ch'egli si accendesse di sentimento quasi filiale pel suo maestro. Dunque non  vero che solo la madre basta. Per l'equilibrio morale del fanciullo, era necessaria l'autorit di quell'estraneo. Avevo sbagliato tutto. Incominciavo a scontare.
La passione, la speranza, la certezza di Ermanno Staub si chiamarono, da quel tempo, Aulo. L'artista che s'era imposto di non esibire alle folle il proprio difetto fisico, e chi sa quanto ne aveva sofferto, sognava di condurre l'allievo a tale eccellenza, che potesse dare concerti anche in citt lontane. Trasfondersi in lui: essere, in lui, quello che la sventura non gli aveva concesso di essere.
Ma io? Io m'ero distaccata dal mondo per non respirare che coi polmoni del mio figliolo. Si trattava d'un caso speciale, d'una mamma speciale. Dove sarei andata a finire io, se mi partiva Aulo? E, d'altronde, da quando in qua le mamme impediscono ai figli di fare la propria strada?
La conseguenza di quell'intimo contrasto fu che mi attaccai ad Aulo con tenerezza sempre pi gelosa. Trascuravo me stessa: la mia persona non m'interessava che nel riflesso di lui. Lasciavo che i miei capelli incanutissero: non badavo alle piccole rughe intorno agli occhi e alla bocca, all'affloscirsi dei tessuti sotto il mento: vestivo con eleganza, ma solo di nero o di bianco. Aulo, soltanto Aulo. Non lo abbandonavo nemmeno nelle ore di studio con Ermanno Staub. Mi rincantucciavo in un angolo del salone occupato da due piani a coda: quieta quieta, con un libro o un lavoro, per contegno, fra le mani. In realt vivevo di quel tormento musicale  perch era il tormento di mio figlio  dalla prima nota all'ultima. Capace, il maestro, d'ostinarsi a far ripetere dieci, venti volte all'allievo il particolare d'un pezzo, o anche una semplice battuta: inesorabile. Ma infine veniva, dopo la fatica, la felicit d'un'esecuzione perfetta: allora era il paradiso.
Col tempo, per le lezioni  divenute vere e proprie prove di concerti  Staub prefer che il discepolo andasse da lui, alla sua casa presso la Grossmnster, nel cuore della vecchia Zurigo. Cos, divenni come tutte le mamme che aspettano, guardando le lancette dell'orologio, il ritorno dei figlioli. M'accorgevo troppo bene che Aulo era felice di prendere il vento come una vela. La vita lo attirava, la vocazione dell'arte gli dava l'inquietudine ardente delle grandi vigilie. Avevo per, io, l'intuito preciso che tutto quel fermento fosse, in lui, unito alla necessit morale di divenir "qualcuno" all'infuori di me e dell'oscura sua situazione di figlio senza padre. Pensiero che mi rodeva le viscere. A Suoretta aprivo il mio cuore: ch a tener tutto dentro di me sarei morta. Ella sapeva calmarmi con parole di cauta saggezza; e anche col gesto sempre uguale d'accarezzarmi le mani e i polsi, e pi su verso l'avambraccio, premendo col pollice e l'indice, con la sapienza metodica di chi  esperto nel fare massaggi. In fondo, chi ero io mai, se non una povera malata?
Senonch, fu lo stato fisico di Aulo che incominci a darmi pensiero. Deperiva, e non voleva convenirne. Divenuto altissimo di statura, s'era anche fatto magrissimo, con la pelle arsa, gli occhi scavati e allucinati di coloro che vivono in clima di continua febbre nervosa. Aveva compiuto i diciannove anni. Dopo un concerto dato in casa nostra per una ristretta cerchia d'amici (non suon che Schubert e Chopin: nulla di terreno nel segreto lirico di quel tocco, nella dolcezza struggente di quei trapassi), egli si sent male. Un gran brivido, un mancamento, l'arresto improvviso delle forze. Il dottor Schoop, ch'era presente, gli rimase vicino tutta la notte. Poi mand a chiamare un professore di grido. Il responso fu quello ch'io m'aspettavo, e temevo. Il passaggio dall'adolescenza alla giovinezza, sempre pericoloso, in tanta vertigine di studi e d'emozioni artistiche aveva influito sul cuore, gi per natura un po' fiacco. Quei sintomi di debolezza cardiaca vietavano, senza remissione, al giovane la carriera del concertista.
Ermanno Staub, seduto nello strombo d'una finestra, col capo grigio fra le mani, piangeva in silenzio. Coi miei occhi asciutti non potevo vedere le sue lagrime; ma le sentivo scorrere entro il nodo delle palme che gli nascondevano il viso. Cos curvo pareva pi gobbo. Piangeva come pu piangere un padre; e io ero gelosa di quel pianto.
I mesi che seguirono sono avvolti per me in una specie di nebbia rossa.
Dopo alcune settimane di assoluto riposo, Aulo era tornato al pianoforte con la passione di prima, pure diminuendo le ore d'esercizio in obbedienza agli ordini dei medici. S'era anche dato a comporre musica, per suo sollievo: cose delicate, che non gli costavano fatica: sonatine per archi. Diceva che ci lo alleviava pi d'ogni farmaco. Non parlava pi di concerti all'estero: n Staub a lui. Io mi straziavo in un contrasto d'animo di cui provavo vergogna come d'una colpa: quell'indebolimento fisico mi restituiva il figlio, tutto per me. Temevo gli occhi di Suoretta, che troppo bene leggevano nel mio volto.
Ma come avvenne che Aulo, in pochi giorni, senza nessuna causa apparente, s'aggrav e mor? Fra le braccia mi mor; e non credo abbia patito. Dio voglia che non abbia patito. Il cuore: era stato il cuore. Che cuore gli avevo fatto, dunque, io, cos superba d'averlo messo al mondo? A me sembrava che dormisse. Tante volte gli avevo visto quel viso immobile, duro, rimboccandogli le coperte, piano perch non si svegliasse. Ma quando lo baciai e lo sentii freddo, di quel gelo che  spaventosa lontananza, divenni pazza. Pazza: nel senso che rimasi straordinariamente calma. Tutto continuava come prima. Mio figlio dormiva. Il sole splendeva. Le cose erano al loro posto. Erano altre cose, era un'altra camera. Quella della casetta di Frida Wethli nella Bergstrasse, dove Aulo era nato in mezzo a tanta gioia. Aulo stava nella culla, con gli occhi chiusi, i pugnetti chiusi. Frida si moveva, agile, attenta, fra bacinelle di acqua calda, pannolini e fasce: io riposavo, ascoltando il salire del latte alle mammelle.
Il singhiozzare di Suoretta e di Staub mi strapp all'allucinazione: non a quella calma incantata. Aulo s'era fatto grande: dormiva nel letto dei suoi vent'anni: non si svegliava, ma era l. Anche alle esequie rimasi tranquilla. Lui c'era ancora. Sotto montagne di violette, in una cassa di legno e bronzo; ma c'era. Il terribile fu al ritorno. Fu la sera, la notte, il mattino seguente, senza di lui.
Era della sua persona fisica che avevo bisogno. Vederlo, toccarlo, sentirlo parlare, camminare, suonare. Mi dicevano:  L'anima sua  in cielo.  S, rispondevo:  in cielo.  Ma  cos lontano, il cielo. E mi chiudevo in camera, nella penombra. In certe grigie mezzeluci, dentro certi scorci di specchi dove la figura sembrava quella e non quella, tentavo, nel mio viso, di ritrovare il suo. Anche al camposanto, sulla tomba provvisoria, alla quale ogni giorno portavo bracciate di fiori, tentavo di ritrovarlo. I miei occhi avevano imparato a penetrare lo spessor della terra, quasi la terra e la cassa fossero aria; e scorgere lui, disteso, intatto, con la testa appoggiata al cuscino di raso viola. Non mi sarei pi mossa di l. Ma Suoretta, povera donna, ch'era divenuta la mia ombra, mi prendeva pel polso, mi riconduceva con s fino all'auto. La seguivo automaticamente, volgendomi ogni tanto indietro.
Ermanno Staub veniva ogni giorno a Casa Mater. Restava per ore e ore, non facendo motto, o parlando a monosillabi: si occupava di raccogliere le poche composizioni musicali d'Aulo, per un albo da distribuire agli amici. Non sapeva consolarmi. Il suo dolore mi pareva un furto fatto al mio. Avrei preferito non vederlo.
Forse nel desiderio di placare s e me dall'affanno, forse perch, per lui, la musica era la naturale espressione d'ogni sentimento, egli riaperse, una sera, il pianoforte. Con noi non c'era che Suoretta. Non battei ciglio. Volevo essere forte. Suon una Fuga di Bach: allora non capii nulla. Mentre le dita di Staub suscitavano dalla tastiera onde di suono, sentii d'un tratto mio figlio dibattersi nella prigione della grande cassa armonica, fra i martelletti pulsanti e i fili di rame. Voleva uscirne, non poteva. Le mani di Staub volteggiavano come fuochi fatui su quello spasimo. Alla fine, piegata in due, mi misi a urlare come una bestia martirizzata. Il colpo secco del coperchio sui tasti rispose a quegli urli: lo intesi distintamente nel mio gridare, l'odo ancora, l'udr fin che vivr. Ermanno Staub scomparve. Mi scrisse, qualche giorno dopo. Solo ad un mio richiamo sarebbe tornato. Avessi compassione di lui. Egli pure  diceva  con la morte di Aulo era rimasto senza discendenza. Solo allora mi colp il pensiero ch'egli forse mi aveva amata, senza osare di confessarlo.
Non avevo compassione. Non ero capace n di piangere n di pregare. Continuavo a vivere nella bestemmia, perch rivolevo il mio figliuolo di carne e d'ossa. Ed ecco che mi ritorn alla mente suo padre, il suo vero padre di carne. La creatrice, la responsabile, mi ero invece creduta io sola. Forse ora, nel padre, avrei potuto ritrovare qualcosa di lui: che so io? La voce, un gesto, una linea, un'espressione fugace, che me lo risuscitasse, mi desse di lui un'immagine concreta. Sapevo che l'uomo dimorava tuttora, con la famiglia, a Milano. Sarei andata a Milano. Partii col treno della notte, noncurante dello sguardo e del silenzio inquieto di Suoretta: senza dirle: Vieni anche tu. M'era necessario esser sola con la mia ossessione.
Giunsi a Milano in mattinata, senza aver chiuso occhio. Scesi a un albergo di via Manzoni: mi buttai per non so quanto tempo, forse mezz'ora, forse due ore, sul letto d'un'immensa camera verde, che aveva odor di rinchiuso e di lisoformio. Poi mi riscossi, mi lavai a grande acqua, mi rivestii, sfogliai la guida dei telefoni, trovai e chiamai il numero che cercavo. Era il numero dello studio di lui. Il caso, che sa quello che fa, volle ch'egli ci si trovasse, proprio in quel momento; e rispondesse in persona. Non riconobbe la mia voce: io, s, la sua. Quando gli dissi chi ero, e dov'ero, e che desideravo parlargli, cambi accento. Attraverso il cieco filo e la nera bocca d'ebanite, ebbi il senso fisico dell'emozione che l'aveva afferrato al petto. Tu, Ignazia! Sei tu! Ma si riprese, si domin. Sarebbe venuto da me verso le quindici: prima non poteva: doveva andare in tribunale.
Lo attesi in uno dei saloni terreni, a quell'ora quasi deserto. Mi sentivo ardere e gelare, a ondate. Non mi nascondevo l'incoerenza di ci che stavo compiendo. Tutto s'era svolto senza che realmente v'entrasse la mia coscienza di volont.
Vestivo a lutto, velata. Alzai il velo con la sinistra, mentre gli porgevo la destra, indifferente a mostrargli la mia faccia sbattuta e piena di solchi. Egli ansimava un poco, grasso e greve com'era divenuto. Il suo cranio quasi calvo era sudaticcio. Ci ritirammo in un salottino appartato, sedemmo su un divano d'angolo. Gli dissi tutto. Ancora mi domando come potei dirgli tutto cos, in poche frasi monche. Eppure s: quei venti anni si potevano riassumere in due fatti soli: la nascita d'Aulo, la morte d'Aulo.
Sul suo volto scorsi pi tristezza e piet che meraviglia. Certo molte cose di me egli aveva saputo, e da tempo: rinunziando a farsi vivo. Ma mi lasci finire, pallido e grave. Quando tacqui, mormor:  Povera donna. Che errore, che errore. Povera donna.
 Ma perch  mi chiese dopo una pausa  non mi hai chiamato a Zurigo, almeno dopo la nascita del bambino? Che diritto avevi di nasconderlo? Sarei accorso. Poi sarei tornato, a intervalli. Ti avrei ricondotta in patria, pi tardi. Le cose si sarebbero combinate in modo da non far soffrire nessuno. Non avrei tolto nulla ai miei figlioli, volendo bene al tuo.
Non diceva nostro. Diceva tuo. E continuava, con la forza persuasiva d'accento che aveva conservata intera:
 T'avrei aiutata a vivere. In ribellione contro tutti e tutto  troppo difficile vivere. E il ragazzo... Ma dimmi, dimmi come ha fatto ad ammalarsi, a morire.
Mi provai a raccontare, sommessamente. Mentre egli ascoltava, i miei occhi attentissimi ridistinsero quel suo piccolo moto del pollice sinistro: identico a un moto nervoso abituale in Aulo. E, anche, osservarono (non ero tutta sguardo che per questo) la positura con cui teneva accavallate le gambe: identica a quella abituale d'Aulo. Nella voce, specie nelle corde basse, avevo gi notato una somiglianza di timbro che, se Aulo fosse vissuto, sarebbe col tempo divenuta perfetta. M'inabissai in quel ritrovamento: ne assaporai la sensazione, il brivido corporeo. C'era una vena, bluastra, obliqua, un po' nodosa, tra la fronte e la tempia destra, che avrei giurato essere d'Aulo. Perdetti il filo: mi mor la voce in bocca. Egli credeva, io penso, mi mancasse la forza di descrivergli la fine del ragazzo: oppure, che il mio turbamento fosse un residuo del vecchio amore, contenesse l'umilt d'un rimpianto.
Invece io pativo d'un patimento che non potevo confessargli, e che fino a quell'ora m'era stato ignoto. I segni ravvisati in lui non facevano che rincrudire il mio strazio materno, senza ridarmi la creatura. Mi risultavano connaturati in un corpo greve, quasi vecchio, chiuso nell'opacit della sua logora materia: separati senza rimedio dall'altro corpo non visto, non amato, non assistito nel male di morte. Nemmeno in essi, dunque, sarei riuscita a riavvicinarmi a mio figlio.
Vedendo ch'io non riuscivo a dominare la commozione interna, e ingannandosi sulla sua vera origine, l'uomo cerc dolcemente, abilmente, di sviare il discorso. Inutile rivangare il passato. Egli era al culmine della sua carriera. Mi parl del grande processo in corso, nel quale era Parte Civile: di sua moglie: del suo maggiore, ch'era architetto e si sarebbe sposato fra breve.  E gli altri due?  chiesi con voce quasi afona. Rivedevo intanto, nella memoria, la giovine signora dal viso patito e fermo, incontrata vent'anni prima a una festa di fanciulli. Aveva saputo tollerare, lei. Aveva amato e pazientato, come mia madre. La famiglia era rimasta intatta. La famiglia...
Egli non rispose alla mia domanda. Doveva accorgersi che affogavo. Mi prese le mani:  E ora che farai? Dove andrai?.  Il suo fiato pesante mi alitava sulla faccia.  Le tue mani, le tue belle mani.  M'indurii di colpo, levandomi in piedi:  Stasera riparto, torno a casa mia.  Cap, si riprese, mut voce e modi, levandosi egli pure.  Cos presto, possibile?   necessario. Addio.  Potr rivederti, a Zurigo?  No, meglio no. Addio.
L'accompagnai fino al gran salone che metteva sull'atrio. Vidi la sua figura massiccia soffermarsi un momento sulla soglia. Nulla pi in lui di Aulo. Un estraneo. Si volse, torn ad inchinarsi, col cappello in mano: era pallidissimo.
Gente usciva, gente entrava, faceva crocchio, chiacchierando, in moto e brusio continuo. Affondata in una poltrona, guardavo senz'occhi, udivo senza orecchi. In nessun luogo si  soli come in una sala d'albergo nelle citt dove s'arriva il mattino per ripartire la sera. Un'ora forse pass, senza ch'io l'avvertissi. Mi riabbassai alla fine il velo sul viso, e raggiunsi rapidamente l'ingresso. Non sapevo dove andavo. Andavo, tra la folla. Ma di dove mi veniva il senso di liberazione che, a poco a poco, dopo quell'angoscia d'annegamento, mi rendeva pi leggera? Avevo toccato il fondo, senza morire; e ne ero risalita. L'ultima esperienza era stata fatta. Mio figlio, o qualcosa di lui, sulla terra, non l'avrei ritrovato pi. Era nell'anima mia che dovevo cercare, nell'anima mia che aveva dato alla vita l'anima di Aulo. Sino a quel giorno ero stata sorda e cieca, m'ero dibattuta nell'ombra.
Sui miei passi trovai una chiesa. Entrai: era deserta. Non feci che crollare in ginocchio sul predellino d'un banco. Ci che dissi al Signore, ci che il Signore mi rispose, rimane fra Lui e me. Da allora in poi, lo spirito di Aulo non mi ha pi abbandonata: so che sar cos, anche nella vita senza termine.
La seconda met di questa povera esistenza terrena, passata a scontare e farsi perdonare l'errore della prima: l'errore fondamentale, ch' la cagione di tutti gli altri. Son sicura che il mio ragazzo mi venne tolto a vent'anni per averlo io troppo orgogliosamente isolato nel mio egoismo materno, contro ogni legge umana. Bisogna avere il coraggio di espiare.  lui che mi dice: Ama e servi gli altri in me. Vivo sempre in Casa Mater, e Suoretta mi  sempre vicina. Nel quartiere italiano di Zurigo sta sorgendo un Ospizio di Maternit che verr dedicato al nome di Aulo: in esso, Suoretta mi aiuter a lavorare a fianco dei chirurghi, dei medici, delle monache infermiere. Amo tanto questo Ospizio ancora senza tetto, che  come lo costruissi io con le mie mani, portando le pietre, maneggiando la cazzuola. In ogni vagito di bimbo che l dentro verr al mondo, risentir il primo vagito del mio figliolo.
Ho richiamato Ermanno Staub. Non sono pi gelosa del suo dolore, perch il mio dolore , ora, troppo diverso dal suo. Dio m'ha fatto la grazia di poterlo ancora ascoltare al pianoforte, tranquilla, attenta, come quando egli suonava a quattro mani con Aulo.
UN GIGLIO
Andavo spesso a far quattro chiacchiere con Claudia Viti, nel suo negozio di mobili e oggetti antichi, sull'angolo d'una delle pi nobili e tranquille vie di Milano. M'ero presa di simpatia e anche di strana curiosit per la signora, dal giorno in cui ero capitata da lei per l'acquisto di una brocca di rame, che mi piaceva per la sua forma larga e schiacciata, quasi grottesca. Sbito avevo sentito che Claudia Viti non era una donna comune. Assomigliava a certi stipi della sua bottega; d'apparenza liscia e semplice, ma, dentro, pieni di molle segrete e di cassetti misteriosi.
La stanza a terreno, poco illuminata, tutta chiaroscuri e penombre rotte da luci verdastre di specchi e dai riflessi d'oro delle cornici, si apriva su una specie di galleria-magazzino, ingombra anch'essa di canterani e cassapanche, credenze di vario stile, piatti d'ottone e di peltro, maioliche, miniature, quadri, cristalli. La signora, seduta di solito presso l'arco che divideva il negozio dalla galleria, in una poltrona di logoro ma prezioso damasco d'un verde stinto, vi stava come in un trono adatto alla sua matura bellezza, che si sarebbe potuta chiamar zingaresca, se meno composta e sorvegliata.
Bruna olivastra, con occhi e capelli neri e un risentito profilo aquilino che la bont della stanca bocca addolciva, Claudia Viti formava parte armoniosa di quell'accolta di cose antiche, sciupate s ma di linea pura e sicura, con la forza attirante di ci che ha un passato. Portava agli orecchi, quasi nascosti dalle bande dei capelli, pendenti di piccole ma fitte granate autentiche; e, sul nero del corpetto, un medaglione pure di granate, tondo, legato in filigrana d'oro. Non le vidi mai indosso altri gioielli. Il cupo vermiglio delle granate s'accompagnava al nero ancor giovine degli occhi, che avevano la dura lucentezza dell'onice.
Ella viveva da pi di vent'anni in quel negozio d'antichit: dal marito, esperto antiquario e avveduto uomo d'affari, aveva appreso tutti i segreti del loro commercio, formandosi in materia di stili e di epoche una cultura forse un po' facile, ma sufficiente. In continuo contatto con artisti, intenditori, mediatori, arredatori d'appartamenti, gente patrizia decaduta costretta a vendere gelosi tesori di famiglia, s'era arricchita d'una vasta, complessa esperienza umana. Vicino a Claudia Viti, ragionando con lei, vivendo, per qualche ora, di riflesso, un po' della sua esistenza, mi rendevo conto d'un mondo diverso dal mio: di creature, vicende, miserie umane alle quali non avevo mai pensato.
Claudia Viti aveva due figlie.
La minore, una giovinetta di circa quindici anni, slanciata come un pioppo, era il vivente ritratto del padre, bello e robusto uomo dal sangue forte, che, a detta di sua moglie, non s'era mai lasciato sfuggire n un buon affare n un'avventura gioiosa, e dalla vita voleva e prendeva senza scrupolo tutto quel che poteva servirgli a rallegrarlo. Nella fresca e gi procace ragazza si ripetevano la cordialit e l'esuberanza del tipo. Entrava nel negozio come un colpo di vento che spalanca le porte, vi brillava come un raggio di sole, cos bionda e un po' accesa nel volto sempre illuminato di riso. Si chiamava Alessia e studiava disegno e pittura, tanto per far qualcosa: d'altri studi non ne voleva sapere: bastava d'altronde guardarla ridere e muoversi con quei rapidi scatti che rivelavano la felicit del suo sangue, per pensare, di lei, a nient'altro che a un destino d'amore.
Ben diversa da Alessia era la primogenita, Maria Teresa. Nessuno le avrebbe dette sorelle. Nessuno l'avrebbe detta figlia di quel padre e di quella madre. Le rare volte che la potevo vedere, che le potevo parlare, tentavo invano di sorprendere in lei, non fosse che in un fuggevole passaggio della fisionomia, un segno che dimostrasse la sua origine. Sempre con qualche rotolo di musica sottobraccio (si preparava per dare gli esami di pianoforte al Conservatorio), in mezzo a noi aveva l'aria di star sulle spine, quantunque assai delicata di maniere. Pi piccola e meno bella della sorella minore, con occhi chiari chiari che guardavano sempre non so cosa pi in l della persona di fronte, era di poche parole e sembrava, col pensiero, lontana le mille miglia. Non riuscivo a collegare quella perfetta dolcezza con quella gelida lontananza. Ne feci cenno, un giorno, dopo molto esitare, alla signora Claudia. La vidi impallidire: se pure era possibile scorgere il pallore su quella faccia olivastra. Certo mut espressione. Le granate dei pendenti formavano due macchie d'un rosso carico ai lati di quel viso tormentato: mi sembrava di vederle splendere la prima volta.
 Maria Teresa non  come l'altre ragazze. Vuol farsi monaca  ella mi rispose con un po' di sforzo.
Ci fu silenzio. Ebbi, durante la breve pausa, la sensazione precisa della sofferenza di quella madre, non fatta per essere madre d'una suora. Credetti giusto, poi, dire:
 Se  vera vocazione, per Maria Teresa non pu esistere altra via e nemmeno altra felicit. Voi dunque ne dovreste essere contenta. Ma  vera vocazione?
Non raccolse la domanda. Per lei, forse, era inutile. Lo capii, dopo. Scoppi tuttavia a parlare, a parlare, traendo le parole dal petto come tizzoni dal fuoco.
  tanto tempo che comprimo ogni cosa dentro di me. Non posso dir niente nemmeno a mio marito. Amiche non ne ho: d'altronde non comprenderebbero. Voi s, dovete comprendere. Il figlio, noi mamme, lo mettiamo al mondo con lo spasimo della nostra carne; non  solo con lo spirito, ma proprio con la carne che gli restiamo attaccate. Il figlio ci appartiene,  cosa e vita nostra. Di lui tutto vogliamo sapere, con lui tutto dividere, e nulla vogliamo ci resti estraneo. Vedete, Alessia  impetuosa, volubile, piena di capricci: gi mi d qualche inquietudine per certi precoci accenni di femminilit, per certi mosconi che le ronzano intorno. Ma da quando era bimba la conosco come conosco me. Dicono: tutta suo padre. Molto invece ravviso in lei di me, che gli altri non sanno. Mi risponde male, mi disobbedisce, a volte: ma mi ama: so di aver su di lei una profonda influenza. Dopo essersi un poco scapricciata, so che si trover il suo buon partito, si sposer, la vedr vivere la vita naturale della donna, e rinascer ne' suoi figli. Saremo sempre l'una per l'altra. Ma che dirvi di Maria Teresa?
Entr in quel momento un cliente. All'istante Claudia Viti si ricompose, ritrov il sorriso e la parola professionale, discusse pazientemente con lui sulla provenienza e il valore di uno specchio del Settecento.
Uscito che fu, riprese di colpo il discorso al punto preciso dov'era stato interrotto.
 Che dirvi di Maria Teresa? Quando nacque, mio marito, per festeggiare l'avvenimento, non trov di meglio che offrire, in una trattoria di moda, una cena agli amici. Tutti uomini. Allo sciampagna (cos seppi dipoi), gi tutti brilli. E gli evviva e i brindisi alla nuova nata furono quali possono uscire dalle bocche d'uomini alterati dal troppo cibo, dal vino e dai liquori. Si faccia bella! Adorabile! Diventi una delle pi affascinanti signore della citt! E via. Non posso dirvi quanto ne soffersi. Ma la bimba doveva sfatare quegli auguri. Crebbe stranamente timida, chiusa, taciturna. Da piccina non voleva balocchi; giocava sola, con immagini e statuine di santi, pezzi di stoffe tolte alle sacristie, acquasantiere: ne avevamo in magazzino una quantit. Pi grande, si costruiva altarini, nei cantucci pi appartati, respingendo Alessia che secondo lei guastava tutto; e rimaneva l presso, assorta, immobile; fino a quando la si veniva a scuotere.  Faccio la meditazione su Ges,  rispondeva alle mie rimostranze, fissandomi con occhi chiari come l'acqua. E io capivo che le facevo del male violentando cos il suo spirito innocente; ma non potevo resistere, non volevo lasciarmela portar via. Mi domandavo talvolta da che parte del cielo quella figlia mi fosse caduta. Cos mite, cos tranquilla; ma non ci amava: per lo meno, era, nel suo raccoglimento, del tutto indipendente da me e dal padre. La sua anima le bastava. Era un'anima nata adulta.
M'accorgevo che Claudia Viti raccontava pi per s che per me: cercando avidamente, nel buio dei ricordi, ragioni occulte che forse temeva le sfuggissero. Tormentava intanto con le dita una tabacchiera ovale, d'avorio scolpito a figurine, preziosa e inutile.
 La sua anima. E va bene. Che ne so io, del lavoro che si compie nella sua anima? Pure  mia figlia, l'ho messa al mondo io. Deve esser vero ci che ho letto in un libro e non ho pi dimenticato: quando Iddio pone sopra un'anima un suo segreto disegno, la fa discendere nelle viscere d'una donna che ha da diventar madre: nel corpo in cui s'incarner nascendo, quell'anima non apparterr che a se stessa e al Signore che l'ha inviata. Cos un genio pu nascere da rozza gente oscura: un santo, da gaudenti e miscredenti. L'anima di Maria Teresa era venuta a noi gi consacrata: da me madre, da lui padre, nulla aveva da imparare n da prendere. Ma, capirete bene, suo padre non ce la sente da quest'orecchio: non le permetter mai  almeno lo afferma  d'entrare in un convento: nemmeno quando sar maggiorenne. Ora ha diciotto anni. Credete che lei si preoccupi del divieto? Per nulla affatto. Quanto a me, faccia ci che vuole. Questo non sentirla mai mia, mai mai, nemmeno nel sonno! Penserete che sono gelosa di Dio. Ebbene, s, sono gelosa di Dio. So che la lotta  inutile; ma non mi posso consolare di veder mia figlia, la mia maggiore, volger le spalle alla vita domestica, alla vita terrena. Credo, vado in chiesa, osservo i precetti. E come no? Tuttavia son donna di carne e d'ossa, so cosa voglion dire l'amore, la maternit, le gioie e, s, i dolori, i necessari dolori del mondo. E lei niente, non vuol niente di tutto ci. E io non so, non posso, col mio povero spirito, arrivare a comprendere, ad amare ci che lei vuole.
Quasi si fosse sentita chiamare, Maria Teresa comparve sulla soglia del negozio. Venne a noi cauta e leggera, con le sue musiche sottobraccio. Tornava dalla solita lezione. L'aria frizzante del di fuori non le aveva ravvivato le guance: si sarebbe detta della materia dei gigli, delicata, ma dura, preziosa ma rigida. Una rosa si confessa tutta a chi la guarda, un giglio no: mai. La purit di Maria Teresa era davvero quella d'un giglio: splendente e respingente.
Ella mi salut con gentilezza composta, si lasci baciare dalla madre e la baci: com'essa se la stringeva al petto, con grazia dolce cerc di liberarsi. Per entrare un poco in confidenza con lei, mi provai a interrogarla sui suoi studi musicali. S, le piacevano tanto. Soprattutto la musica religiosa. Interpretando Corelli e Palestrina credeva di pregare. Voleva divenir buona pianista, suonare un giorno l'organo in convento.  Ti vuoi dunque proprio far monaca?  S, signora  rispose con semplicit. Non le bastava: un momento dopo aggiunse con voce pi bassa:  Proprio monaca rinchiusa, monaca di clausura. E se tuo padre non vuole? Vorr.
Poche settimane dopo, io dovetti lasciare Milano e l'Italia. Rimasi assente parecchi anni, non facendo ritorno alla mia citt che di sfuggita e solo per sistemarvi le faccende pi essenziali. Durante quei pochi e brevi soggiorni mi manc sempre il tempo di passare al negozio di Claudia Viti: d'essa e dei suoi non ebbi pi nessuna nuova. Non per questo la dimenticavo: la sua persona molle e robusta insieme, il suo volto aquilino sul quale le vecchie passioni s'incidevano unitamente al nuovo dolore materno non mi si partivano dalla memoria: dietro il corruscare sanguigno dei pendenti di granate, in penombra, rivedevo il profilo di Maria Teresa, bianco e inviolabile come un giglio.
Ripresa, alla fine, stanza in Milano, riannodate le fila del lavoro, degli interessi, delle amicizie, pensai d'andarla a visitare, con il pretesto di una cassapanca da scegliere; certa di ritrovarla seduta al suo solito posto fra negozio e galleria-magazzino, nella poltrona di damasco liso e scolorito. Ma rimasi male. La vetrina aveva in mostra calze, maglie, biancheria di lusso: credetti di sognare. La padrona al banco  una ventruta matrona dai capelli candidi  con la bonaria cortesia delle donne grasse m'inform che "gli antiquari" s'erano traslocati in un lontano quartiere; e del nuovo negozio mi diede il preciso indirizzo.
Un tass, e via.
Era uno di quei pomeriggi grigio-perla, tepidi e calmi, senza un filo d'aria, cos frequenti nell'autunno milanese. Lo rammento con tanta intensit, che mi sembra ancora di respirarlo.
Al pianoterra dell'ultimo casamento d'una solitaria strada di periferia, il negozio dei Viti non era pi quello: aveva piuttosto l'apparenza d'una raccolta di cose antiche o fabbricate sull'antico, senza carattere di vendita. Troppo chiaro lo stanzone: la vecchiezza dei mobili e dei quadri, il logorio delle stoffe, le sbreccature delle maioliche risultavan troppo allo scoperto e davano un senso di disordine, quasi di disagio e malinconia. In quella crudele assenza di penombra, Claudia Viti era anch'essa tutta scoperta nella stanchezza della figura e della fisionomia. Pochi anni erano trascorsi da quando l'avevo lasciata; e la bella donna bruna, calda d'una maturit ancor piena ed inquieta, d'un sangue tenuto a freno ma di cui non m'era sfuggita la ricchezza compressa, mi stava dinanzi quasi vecchia.
Scomparsi i pendenti e il medaglione di granate: impoveriti i capelli, che facevano pensare a fuliggine mista a cenere. Vedermi e illuminarsi di contentezza fu la stessa cosa: mi tese le mani: mai nel passato i suoi occhi mi avevano guardata con tanta bont. Com'era naturale, mi rivolse alcune domande sul mio viaggio; io per sentivo nella sua stessa effusione che ella aveva sul cuore un monte di cose da raccontarmi. Cos, rimandai a pi tardi la faccenda della cassapanca; e venni sbito al nodo. Le figliole? Alessia era quasi fidanzata: diciannove anni, pensate dunque, una vera fortuna: un giovane avvocato pieno d'avvenire, innamorato pazzo. Ma avrei dovuto vedere che meraviglia di ragazza s'era fatta. Capricciosa, eh, s, con le furbizie e le stregonerie d'una donna gi esperta. Ma buona. E lei sperava che le nozze si concludessero. Il matrimonio le avrebbe messo la testolina a posto: l'amore, la casa bella, i bambini...
 E Maria Teresa?
Cangi viso, pur senza distaccare lo sguardo dal mio; e vidi in esso qualcosa di quasi superato, una malinconia quasi serena.
 Maria Teresa? Ha preso i voti.  monaca in un convento di clausura, presso Milano.
 Ha dunque vinto l'opposizione del babbo?
 Ce ne volle. Ma non ci poteva essere opposizione che tenesse davanti a una volont cos inflessibile e nello stesso tempo cos sommessa e soave nel suo modo d'affermarsi. Come s'egli avesse ordinato alla pioggia di non cadere, al sole di non tramontare. Ma ci che davvero lo ridusse a terra furono alcune parole pronunciate nette nette, una sera di burrasca familiare, in faccia a lui, da quella figlia che gli aveva sempre parlato con tanta umilt. Babbo ella disse, e la sua voce era limpida e i suoi occhi pieni d'innocenza babbo, tu hai molto peccato. In questa casa sono stati commessi molti peccati.  necessario che qualcuno della famiglia espii con la rinunzia e la preghiera. Sono venuta al mondo per questo. Lasciami andare. E tutti gli altri? Hai pensato alle colpe di tutti gli altri?
 E lui? Cos violento?
 Tacque. Non avevo mai visto mio marito rimanere a quel modo, col respiro nella strozza. Si guardavan fisso, ed era forse il primo momento in cui s'incontravano, il padre la figlia e la figlia il padre. Io tremavo e tacevo. L'intera mia vita mi stava nelle mani come uno straccio miserabile tutto macchiato: pensavo: Anche per me, anche per me dovrai pregare, povero angelo. Dopo sei o sette giorni di silenzio aggrondato, carico di tempesta, un momento ch'eravamo soli mio marito mi disse a bruciapelo: Di' a quella ragazza che segua pure la strada che vuole; e non se ne parli pi.
 E allora?
 E allora ogni cosa mut. Io ero sbito entrata nella camera di Maria Teresa; le avevo dato la notizia con una commozione che non credevo mi venisse cos spontanea dal cuore; m'ero sentita la figliola cader fra le braccia, e le sue lagrime  le prime  bagnarmi il viso. S, da allora ogni cosa mut. Il muro che ci separava era stato tolto di mezzo. La rigidezza di Maria Teresa, senza del tutto sciogliersi (ch'era impossibile) si attenuava: alla sua solitudine spirituale ella aveva, per noi, aperto uno spiraglio. Qualche volta la sorpresi a ridere con Alessia, di piccole cose senza importanza, di niente. Non mi stancavo di seguirla mentre si moveva per le stanze, minuta e leggera, o suonava al pianoforte; ma stava poco in casa, passava lunghe ore in chiesa o all'oratorio per gli esercizi preparatri al noviziato. Quando ritornava, qualcuno entrava misteriosamente con lei: qualcuno che prima mi ribellavo a riconoscere. La sensazione dello spirito celeste di cui era colma, liberamente colma fino ad esserne beata, medicava il dolore che per tant'anni mi aveva armata contro di lei. Sempre pi mi rassodavo nella convinzione che l'anima di mia figlia s'era, per volont di Dio e contro l'ereditariet del sangue, incarnata nel corpo che da me aveva dovuto nascere: rimanendo intangibile e seguendo il suo destino, ch'era di ritornare a Dio, chiusa ancora nell'involucro terrestre. Ma non sapevo rinunziare a lei viva. Pensavo: Quando avr preso i voti, sar come non l'avessi pi. E da me, da noi, cos adorata!. Come avrei voluto, in certi momenti, essere la badessa del monastero dove sarebbe entrata per non pi uscirne!
Io non facevo motto: le stringevo con la forza una mano, e l'ascoltavo svuotarsi il cuore. Era misericordia lasciar che si sfogasse: certo con me poteva, e lo sentiva, pi che con chiunque altra. Fortunatamente non entrava nessuno.
Ella continu:
 Trascorse  e ci parve un giorno  il difficile tempo del noviziato. Venne il mattino della vestizione. Se vi ripenso, lo credo uno di quei sogni che ci trasportano in un'altra atmosfera e dai quali ci svegliamo sconosciuti a noi stessi. Ora ella si chiama suor Maria Immacolata. Ha scelto la clausura (fin da bambina l'aveva scelta) come la pi stretta forma di comunicazione col Signore, la meglio difesa contro gli assalti del mondo. Nella nostra casa c' pi bont, pi pazienza, da quando ella, per noi, ha cessato d'essere persona per non esistere che quale spirito pregante. C', per, maggiore stanchezza: sposata Alessia, forse chiuderemo il negozio. Badate bene: io non mi vanto di poter seguire e comprendere Maria Teresa nell'assoluto della sua vita mistica. Io so, ormai, ch' felice: deve bastarmi. Qualche giorno prima della vestizione, mi confess: Mamma, ho paura che Dio mi punisca togliendomi il suo Paradiso, se oso dire che la vita in convento  gi il Paradiso per me. Eppure  vero, sai. Proprio il Paradiso.
La donna si alz. Fece qualche passo, meccanicamente. Notai che le si erano ispessite le spalle, e resa pi pesante l'andatura. E tutta quella cenere nei capelli. A un tratto concluse:
 Quattr'ossa e un po' di carne che il tempo guasta, che cosa sono? Le anime vanno per la loro strada.
Non v'era pi nulla da aggiungere: pure io trovai qualche parola che fu per lei la tazza d'acqua offerta a chi ha molta sete. Sentimmo poi la necessit di mutare argomento; e io venni al discorso della cassapanca. Ella me ne mostr parecchie, fra le quali una senza intagli, nera, opaca, di sacristia: che ci ricondusse al pensiero del convento e di suor Maria Immacolata. Ma in fondo, che m'importava della cassapanca? Di quella madre m'importava che sapeva ragionare cos acutamente, e sembrava cos forte ed era invece cos debole; e, per quanto dicesse e facesse, vera consolazione non avrebbe trovato mai.
...
.
...
LA DONNA DEL CORTILETTO.
...
.
...
Ogni mattina, dalla finestra della mia camera, vedevo la donna uscire nel cortiletto, liberar le galline dal chiuso, gettar loro il becchime. Una viuzza irta di ciottoli e basse muricce di cinta separavano la mia casa da quel cortiletto e da altri due cortili rustici: li potevo dominare con lo sguardo.
Di l da essi e dalle case a cui appartenevano, s'allargava la pianura con lente ondulazioni di campi e boschi fino a raggiungere, nello sfondo, alte colline. Nelle giornate limpide, dietro le colline apparivano bianche cime di monti; ma, di solito, la foschia le nascondeva.
Terra di ampio respiro, di pacata e un po' grave bellezza: v'ero giunta da poco, per le vacanze; e ancora non m'aveva potuto dir gran cosa di s. Un paese non si consegna sbito, col primo sguardo, alla sensibilit di chi vi capita. Ci vuol tempo, per la comprensione e per l'amore.
Pi che al carattere del paesaggio, ero attenta alle figure umane: tutte, o quasi, di gente rurale per tradizione, rotta alle fatiche dei campi, chiusa ai discorsi e alle confidenze, ignara e, forse, sprezzante di consolazioni.
La donna della casa di fronte, che in apparenza non s'occupava se non delle sue galline, si poteva davvero dir sola, nel senso assoluto. In quel cortiletto nudo d'erba e di fiori, dove un fico d'angolo segnava una stretta zona d'ombra, non metteva piede nessuno, se non lei. Usciva di rado, a ore fisse, da una porticina verso i campi, che richiudeva gelosamente a chiave. Non si curava dei vicini: i vicini s'erano avvezzi a non curarla. Magrissima: un palo, sul quale le vesti s'incollavano come sul corpo d'un'annegata. Non mi riusciva di ben distinguere il viso: pareva cancellato, tanto era scialbo e grigio: dello stesso grigio dei capelli. Avevo chiesto di lei: la casetta era sua: povera, ma sua. Per anni l'avevan chiamata, in paese, Francesca della capra, in causa d'una capretta pezzata che si portava sempre con s, dovunque andasse. Poi la capretta era morta e la donna s'era messa ad allevar galline; ma il soprannome era rimasto nell'aria. Vedova da un ventennio, aveva, per sua sventura, l'unico figlio infermo di mente, ricoverato nel manicomio della vicina citt. A periodi, migliorava, mostrava di rinsavire; e scriveva alla madre implorandola di riprenderlo, con cento scuse e promesse. Illusa, trepida di speranza, la madre lo riaccoglieva con amorosa sollecitudine. Ma erano parentesi che duravan poco: la mania malinconica riprendeva il sopravvento: strani sospetti, torbide scene; e il poveretto, nato e cresciuto per la sua penitenza, glielo dovevano portar via un'altra volta.
Ci era quanto sapevo di lei. E mi spiegavo la sua necessit d'isolamento: vergogna, oltre a dolore.
Un giorno avvertii, dall'alba, un insolito rumor di sega, che dur sino al crepuscolo, con poche e brevi interruzioni. Riprese la mattina dopo, e continu. Un falegname? Non ne conoscevo, in quel giro di case. Ma veniva proprio dalla casa di Francesca; e v'era un che d'eccessivo in quel raschiare raschiar senza requie. Lui: il figlio di Francesca: pel momento dimesso dal luogo di cura. Falegname di mestiere (per quanto da un bel po' non lavorasse pi) conservava, mi dissero, in una stanzaccia a terreno, legname e arnesi dell'arte. S'accaniva ora alla sega, senza un costrutto, come avrebbe piantato chiodi o scaricato sabbia: taciturno, gi ostile alla madre dopo brevi giornate d'apparente tranquillit: gi tutto scuro di sospettose ombre.
L'invisibile presenza, denunziata dal monotono insistere della sega, esasperava i miei nervi. Non potevo pi leggere: buttavo carta e penna: non vivevo pi la mia vita, ma la vita di quei due. Mi sembrava di vedere, nell'ingombra stanzaccia dietro il cortiletto, il giovine assorto nel vano lavoro: allampanato come la madre, con la medesima scialba maschera, estraneo alle sue parole piene di trepidanza e forse di paura. Segava, segava: il rauco stridere era la sola risposta.
Ma non poteva durar cos.
M'ero risolta ad uscire pi spesso. Tornando una di quelle sere, sul primo imbrunire, da una corsa nei dintorni, trovai sulla soglia, ad attendermi, la piccola fantesca: una ragazzina di quindici anni, con una cattiva notizia sul volto pallido e spaventato. Che era dunque successo? Raccont, male, con voce un po' rotta: ella era una lontana parente di Francesca. S'erano uditi, all'improvviso, due urli uscire dalla casa di costei. Qualcuno era accorso: gi pentita di avere urlato, Francesca non aveva potuto esimersi dal confessare che il figlio le era piombato sopra di schianto e l'aveva percossa. Ferita, anche, alla fronte; ma non  nulla, non  nulla diceva: una scalfittura.
 Tu hai visto?  chiesi alla fanciulla.
No, non aveva visto. Non s'era arrischiata ad entrare. Sapeva che il maniaco l'avrebbero ricondotto via.
Intorno, tutto era stranamente deserto e calmo. La casetta di Francesca pareva disabitata. Che avrei potuto fare per lei? Niente. Non voleva niente da nessuno. Si era nascosta, come la bestia selvatica nel covo.
Risalii tardi nella mia camera. Nemmeno nell'orto avevo trovato un po' di respiro; e, a coricarmi, neanche pensarci. M'appoggiavo, immobile, al davanzale, gli occhi smarriti nel buio fitto, che della terra e del cielo senza stelle faceva un solo impenetrabile elemento. Un cane latrava in un'aia: un altro, da un'altra, gli rispondeva. Farfalle notturne, attirate dal lume della lampada bassa, venivano a sbattere contro il mio viso: mi sembravano grosse pi del vero, e sinistre come pipistrelli. Impossibile che Francesca dormisse. La lacerazione alla fronte le faceva certo molto male: doppio male, alla fronte e al cuore. Come le pesava, il cuore! M'affaticavo a misurare quel peso. La cieca natura aveva permesso un fatto mostruoso: un figlio scagliato contro la madre. Ma era infermo di mente: non aveva colpa n peccato: la prima a difenderlo, a perdonarlo era la madre stessa. Mi domandavo: Glielo avran lasciato ancora, per questa notte? E se, in un nuovo accesso, la colpisse una seconda volta? Sino ad ora inoltrata vissi, sveglia, con la notte: partecipai all'inquietudine che dava alle tenebre occhi ed orecchi: quasi nell'attesa d'un altro grido che rompesse l'aria ad un tratto. Il sonno mi afferr di colpo, mi gett sul letto come un sacco. Al mio risveglio, la nebbietta azzurrognola che fasciava le colline s'andava sfioccando ai primi raggi del sole: le rondini facevano gran chiacchierio sulle gronde e sui fili del telegrafo: lunghi muggiti venivano dalle stalle, e Francesca nel cortile, con la fronte nascosta da un fazzoletto nero, badava alle galline. Seppi di poi che il giovine era stato allontanato dal paese subito dopo la tristissima scena.
Ella, muta, opaca come sempre, aveva ripreso la propria vita di solitudine.
Pass l'estate: gi s'era giunti, in un volo, al settembre. Mi preparavo al ritorno in citt. E mi doleva d'andarmene senza che fra me e Francesca fosse scambiata neppure una parola. Ella era inaccostabile. Incuria e abbandono dovean regnare da padroni in quella casa, a giudicarne dall'esterno. Il logoro, sudicio tendaggio di canapa, che difendeva dal sole e dagli occhi altrui l'entrata della cucina, recava in basso uno strappo che d per d s'allargava sconciamente ai colpi di becco delle galline, che ci si accanivano. Spesso le pi estrose seguivano la padrona su per la rozza scala che dal cortiletto conduceva a una specie di solaio aperto come un fienile, zeppo di legna, attrezzi da campagna, sacchi vuoti, cose vecchie e miserabili. V'entravano con lei: avendo l'aria di seguire una fattucchiera che vi s'appartasse per preparar sortilegi. Non l'avevo mai scorta rivolgere il capo verso la finestra a cui stavo affacciata. Sarei partita senza poterle dire quante ore avevo trascorse al suo fianco senza ch'ella lo sospettasse; e che, una notte, avevo vegliato per lei, trepidato e sofferto com'ella trepidava e soffriva. Forse non era, il mio, che vano sentimentalismo. La vera carit  pi franca. Ma  inutile dare ci che un altro non cerca e non vuole. Poteva anche essere che, indurita dalla lunga avversit, e forse legata al figlio da segrete affinit nervose, la donna non penasse com'io credevo.
La vigilia della partenza, nel tardo pomeriggio, volli una volta ancora percorrere la bella strada che costeggia i boschi fino alla cappella di San Matteo, poi si snoda, chiara e ariosa, fra i campi. Da un lato, per pi d'un chilometro, querce druidiche, conifere e ippocastani centenari: dall'altro, e oltre il termine del bosco, campagna schietta, coi carri dell'ultimo fieno che buoi macchiati di bianco e marrone trainavano lentamente. Floride vigne: prati e prati, quali rasi, quali intatti: e dovunque il senso di riposo, di benedizione che solo il settembre pu donare, e sembra felicit; mentre, invece, le lotte, le ansie degli uomini sono pur sempre quelle dell'ieri, dell'oggi e del domani. A conferma di tale verit, vidi Francesca venire alla mia volta, diretta al paese: tornava dalla vigna o dal campo, a capo scoperto, con una grossa cesta al braccio, colma di non so che. Mai fino allora, su quella strada n su altre, l'avevo incontrata. Ci incrociammo, venti passi pi in l della cappella. Mi bast un'occhiata, da presso, per fissarmi nella memoria il suo viso, tutto ossa, grinze e cenere, ma con occhi d'un chiarissimo azzurro, senza ciglia. Ella non mi guard, o cos mi parve: erano occhi strani, perduti in qualcosa di visibile soltanto ad essi. Il corpo legnoso mi fece ripensare alle assi che suo figlio aveva segate nei giorni del ritorno: riudii nettamente il raspar della sega, sentii pure i denti della lama attraverso il cuore stanco e rassegnato della madre.  Buona sera,  dissi. Si fosse fermata! Ma rispose appena, e prosegu. Due minuti dopo mi voltai: sulla strada non c'era pi. Dove aveva scantonato? Non scorgevo viottoli laterali. Tornai sui miei passi: girai l'abside della cappella, che guarda la strada mentre la facciata  rivolta verso il bosco: entrai nel piccolo portico a colonne di granito grigio, immerso nel verde degli alberi come in una penombra d'acquario.
La donna stava l, in ginocchio dinanzi a una delle due grate parallele di fianco alla porta chiusa. Aveva posato la cesta in terra. Le sue mani secche e scure, con le dita strettamente intrecciate nella preghiera, avevano un'espressione di supplica pi intensa di quella del volto.
S, potevo, alla fine, far qualche cosa per lei, senza turbarla: inginocchiarmi all'altra grata, pregare vicino a lei. Non era necessario lo sapesse, ch'io pregavo per la sua pace. Donne eravamo, e madri: curve entrambe davanti all'immagine della Madre di tutti, che s'intravedeva sopra l'altare, dai fori della rete di ferro.
E mi sentivo, alla fine, legata da profonde radici umane al paese dal quale stavo per partire. Senso d'amore che comprendeva la terra e gli esseri, e mi consolava, cancellando in me un sottile, indefinibile rimorso. Quando Francesca s'alz, io pure mi alzai con un segno di croce; e spontaneamente ci mettemmo a camminare di pari passo, scambiando qualche parola, verso le nostre case.
...
.
...
FINE DI PEDRO E DI NATALINA.
...
.
...
Un mattino di gennaio, appena alzata, entrando dalla camera nella cucinetta che s'apriva in fondo al corridoio, Natalina vide sul pavimento (e quasi v'inciampava) il pappagallo morto stecchito, ai piedi del suo sostegno di ferro.
Da qualche giorno rifiutava gli spicchi di noce, le mandorle dolci, i chicchi di caff. Per la sera innanzi l'aveva trascorsa in compagnia della padrona, arrampicandolesi dal grembo alle spalle, sfiorandole amorosamente col becco il collo, le guance, i capelli bianchi. Quel becco arcuato, terribile, che a tutti metteva paura, diveniva di miele e zucchero su di lei.  Che c', Pedro, povero Pedro! Crr, crr. Vivevano, chiacchieravano insieme da pi di trent'anni.
Alla donna (Silvia nei registri di battesimo; Natalina per la famiglia e gli amici, essendo venuta al mondo un giorno di Natale) Pedro l'aveva portato, ai suoi bei tempi, il marito Giuliano Amori, da Rio de Janeiro dove era stato a cantare con la Compagnia del Teatro Lirico: buon comprimario, e pazzo della musica pi che della vita. Entrambi a gara s'eran divertiti a insegnargli motti e bizzarrie d'ogni colore. Ne sapeva e sciorinava a vanvera; e, in ripicco a chi lo seccava o l'inveleniva con scherzi scemi, scagliava a precipizio una gragnuola di Bicci fu! Bicci fu!; ch'era come dire:  Va al diavolo, ch' ora.
Nulla avveniva in casa, che passasse inosservato ai suoi rotondi attentissimi occhi di rubino: tutto aveva ricevuto e riceveva il suo commento gracchiante, familiare come il cuc dell'orologio a pendolo.
Ciao pap, alla morte del vecchio comprimario, mentre i necrofori portavano via a spalle la cassa e Natalina singhiozzava abbandonata su una sedia, senza aver la forza di seguire il feretro. E subito, con associazione fulminea: Ciao Rico: nel meccanico ricordo della partenza del figlio maggiore per Buenos Aires, avvenuta vari anni prima. Rico non era pi ritornato: e il padre era morto nel dolore di non rivederlo.
Scavezzacollo in patria, disadatto al lavoro regolare, disperazione della casa, e altrettanto fisso a riuscire, duro a volere, a sopportare, a faticare nel nuovo paese, Rico aveva, dopo mille vicende, trovato modo d'aprire laggi un negozio d'ordigni e gomme per automobili, che via via si era ingrandito, diventando la sua passione, il suo tiranno, la sua fortuna.
Le pene che, da vicino, aveva fatto soffrire alla madre non erano, tuttavia, state pi amare di quelle che ella pativa per lui lontano: eran diverse.
Il suo maggiore: lo aveva avuto a diciannove anni, allattato per dieci mesi. Buono in fondo, come tutti gli scavezzacolli: rassomigliante a lei, nel fisico, quanto un maschione bello, robusto, alto un metro e novanta, pu esserlo di una donnina bella, bruna, dai vivaci occhi neri. Lasciarlo partire: strappo necessario. Saperlo, pi tardi, quasi un signore; ma lontano, chi sa fin quando, forse per sempre. Gioia e affanno, da cui le pareva, a volte, d'essere soffocata. Egli aveva messo famiglia, con una argentina placida e florida: in dieci anni, cinque figlioli. Mandava fotografie, baci, tenerezze: ogni tanto, un assegno; ma tornare, per il momento, no: impossibile: neppure per pochi mesi. Desiderio della patria, della casa paterna: quanto! Ma, e il negozio? Gli affari? La concorrenza?
Dal suo alto sostegno di ferro, proprio quando il pensiero dell'assente saturava l'animo della donna e l'atmosfera della casa, Pedro scoppiava a gridare: Ciao Rico!. Ma, dopo la morte del padre e le nozze di Nora, nel silenzio della stanza dove Natalina agucchiava sola, tre saluti in fila piombavano ogni tanto di lass a renderle pi preciso e pi amaro il ricordo: Ciao Rico, Ciao pap, Ciao Nora, Norr, Norr!.
Il matrimonio di Nora era stato l'ultima mutilazione, nella vita di Natalina. Venuta dopo altre due creature morte, di vent'anni minore del primogenito, aveva di lui la robusta bellezza, ingentilita dalla grazia e flessuosit femminile, resa piccante da una punta di capriccio. La madre se la covava con passione, l'amava per due, di un amore eccessivo, fatto di carezze e rabbuffi, di tirannica sorveglianza e incomprensibili gelosie. Non sono rare, e pi nel popolo, le donne che l'amor materno lo sentono cos, come un comando fisico; e trattano i figli, di conseguenza, piccini o grandi che siano, da carne non distaccata dalla propria carne. Errore che tutte scontano; ma non se ne sanno liberare.
Nora aveva sulle prime, pensato al teatro: qualche attitudine trasmessale dal padre artista la possedeva; ma per fortuna s'era fermata a tempo. Si contentava di recitare nella vita, con fresca e giuliva maniera, che poteva sembrare spontaneit: non occupata che di s, aveva saputo creare di s un personaggio armonioso, originale in apparenza. Ma la sua verit vera, chi la poteva indovinare? Forse nemmeno lei stessa. Non certo la madre, per la quale ella era tuttora la bimba lattante: n il bravo pilota aviatore che se l'era scoperta, ghermita, sposata, con la furia d'una delle sue gare di velocit.
Natalina non aveva potuto opporsi; non ci si pu opporre al turbine che ci porta via il tetto di casa. Sapeva che, spesso, Nora "volava" col suo falco. Non le riusciva di immaginarla lass, dove non vanno per natura che gli uccelli e le nuvole: accanto a quell'uomo di specie diversa, che vedeva la vita e il mondo sotto l'aspetto dello spazio aereo. Odiava quel demonio di uomo senza radice, che sulla crosta terrestre stava come in un bivacco, e le aveva rubata la figlia proprio come il falco ruba un pulcino alla chioccia.
Nora invece, ci respirava benone, a quella vita: la parte di moglie d'asso le andava a pennello; vi trovava quel tanto di nuovo, di rischioso, di scenografico, senza cui non avrebbe potuto esser proprio lei.
Dal suo appartamentino all'ultimo piano d'un grattacielo alla periferia, sulla strada di Taliedo (lo chiamavano la carlinga), ella faceva, di rado, una breve apparizione in casa della madre, all'altro capo della citt: in una via remota dove il Naviglio non era ancora stato coperto. Recava con s qualche fiore, qualche frutto, una filza di storielle, le ultime novit del campo di volo. Tu e Pedro dovreste venire ad abitare con noi: e un bel giorno, all!, tutti in aeroplano. Ma Pedro a stridere, furibondo, arrotando l'erre, arruffando le penne: Crr, crr, bicci fu!. Se ne andasse. Ciao Nora, Norr. Li lasciasse. Era ormai di un altro mondo, lei.
Per Natalina tanto sarebbe valso morire, che adattarsi ad abitar coi figli. Era nemica degli ascensori, dei pavimenti di gomma, dei termosifoni e della radio. E poi: padrona e non serva, campasse cent'anni. Illogica, stupida: s. Ma il sangue del suo sangue, quella creatura che rassomigliava troppo all'altro lontano, l'avrebbe voluta sempre ai panni, nelle quattro vecchie stanze della vecchia via Vallone, dalle scale umide, dalle finestre aperte su bassi tetti pieni di muffa e di gatti randagi. La sua vita s'era svolta l dentro, e non poteva che finirvi: solo tremava di morirvi abbandonata.
Ed ecco che, adesso, anche Pedro veniva a mancare.
Faceva un gelo da Siberia, quella mattina di gennaio. La stufa s'era spenta, nella notte. Morta forse pel freddo, l'annosa bestia fedele le stava sotto gli occhi, in terra, con l'immobilit d'una pietra: chiusi da una membrana gialla i rotondi occhi di rubino, rigide le zampe e le penne, le fulgide penne verdi striate di rosso e di blu. Sent, la donna, in quel piccolo cadavere, qualcosa d'insormontabile. Non poteva n raccoglierlo n scavalcarlo. Non poteva nemmeno lasciarlo l. Le parve uscissero distintamente, di sotto il rostro ricurvo, le parole mille e mille volte gi udite: Ciao Rico, ciao pap, ciao Nora, Norr, Norr!. E, addossata allo stipite dell'uscio, scoppi in lagrime.
Da tempo deperiva: s'era rimpicciolita, incurvata nelle spalle, e diceva:  Mi s'accorciano le ossa.  Il cuore a volte le mancava, a volte le batteva a precipizio. Dopo la morte di Pedro peggior. Se lo vedeva intorno dappertutto: mentre cuciva o lavorava a maglia, aveva spesso l'impressione di sentirselo vicino al collo con le zampette aggrappate alla stoffa della veste. Il sostegno di ferro era rimasto al suo posto in cucina: non l'avrebbe mai tolto di l. Una piccola ombra  visibile solo ai suoi occhi  contrassegnava la piastrella sulla quale la bestia era caduta morta: passarvi la scopa e lo strofinaccio le costava uno sforzo, le faceva male.
Vincendo la stanchezza che la logorava, non smise peraltro di badare alle faccende, che aveva sempre sbrigate senza noie di fantesche. Continu il quotidiano giro mattinale per la spesa, trascinando le scarpe di panno, barattando quattro chiacchiere coi bottegai, tutti antiche conoscenze.
Vicine alle quali dare una mano o "leggere le carte", e chiedere qualche servigio, ne aveva parecchie, Dio merc: benedette le case popolari coi loro vantaggi di schietta ed umile solidariet. Ogni mattina a Messa, ogni sera a benedizione: le era cresciuto il bisogno di appoggiarsi a Dio.
La notte non dormiva quasi pi. Teneva acceso un lumino ad olio sotto una piccola immagine della Madonna; nella semiluce intersecata di rettangoli e cunei neri, l'armadio a specchio, i due cassettoni, la toletta, le sembravan gente che la guardasse. Amici della prima ora: sarebbe stata lei a lasciarli. A che pro averli salvati dalla polvere e dal tarlo, lucidati da farsene doler le mani, animati dell'anima propria per tanti mai anni che neanche li contava pi?
Sapevano ci che lei sapeva, e a modo loro le parlavano. Morta e sepolta che fosse, Nora e il suo uomo volante li avrebbero venduti, per un quattrino, a chi sa chi. Loro s'eran combinati una camera in radica e cristallo, con seggiole dalle gambe d'acciaio ricurve. La carlinga. Almeno ci nascesse un bimbo, nella carlinga. O, almeno, Rico si decidesse a mantener la promessa di condurre in Italia i ragazzi. Erano o non erano italiani? L'avrebbero pur dovuta vedere, un giorno o l'altro, la patria. E lui, come poteva starne lontano cos? Chi  che non ritorna al proprio paese? Ripeteva, fra s e s, i nomi dei cinque nipotini: Giuliano, Teresina, Assunzione, Ramiro, Silvia-Natalina. Al primogenito il nome del nonno, all'ultima il suo. Venissero, presto. Non voleva morire senza abbracciarli: non voleva essere una povera nonna mancata. Ma se Nora... oh, davvero, se Nora...
Capit, Nora: elegantissima in un impermeabile grigio, un pomeriggio di pioggia e vento. Non se l'aspettava, con quel tempo da cani. Un'improvvisata: suo marito aveva dovuto partir per Torino, pel collaudo di un nuovo tipo di macchina: tre, quattro giorni di libert.  Son qui a cena: mi vuoi? Tossiva un poco, aveva qualche brivido, la voce arrochita: insomma, un raffreddore in regola.  A cena? A dormire qui con tua madre, vuoi dire? Te la curo io la tosse; empiastri e suffumigi all'antica; vedrai.  Bene, benissimo, mammetta d'oro.
Quando Nora la chiamava mammetta d'oro, Natalina si sarebbe fatta spaccare in cento e in mille. Sbito si mise d'impegno a preparare certi intingoli nei quali era maestra. Le tornavano, d'incanto, giovinezza e salute. I neri occhi pieni di gioia materna le brillavano come nel tempo in cui il marito, ridendo, la chiamava, per la brusca vivacit del carattere, "la regina del pepe".
E fu davvero un pasto succoso, gaio, nella cucinetta calda. Quando si tratt di rigovernare, Natalina non permise che Nora toccasse neppure un piatto. Stesse queta, si riposasse. Fece tutto lei: specchiandosi in ogni terrina, in ogni tazza e posata ben lucida, con la soddisfazione delle massaie autentiche.
Lavorare; ma per qualcuno: per la figlia tornata sua, non fossero che soli tre giorni. Quello s, che era vivere.
Aveva  e le sembrava naturale  il senso preciso della presenza di Pedro. Sgargiante di colori, smeraldo, oro e porpora, la guardava dall'alto della sbarra di ferro, coi vividi occhietti fissi. Quasi gli avrebbe chiesto: Pedro, povero Pedro, vuoi la mandorla? Vuoi un chicco di caff?. Ma non osava: si tratteneva, per via di Nora, che l'avrebbe creduta pazza.
Volle la figlia nel letto matrimoniale: le applic l'empiastro di farina di lino, dopo averle fatto bere un caldissimo decotto di tiglio. E niente sonno, fino a tarda ora. Confidenze, ricordi, progetti, consigli. Felice, la vecchia: felice anche udendo parlare di viaggi aerei, di quote alte e basse, di motori e di paracadute.
Verso l'alba, come al solito, si dest. Sorrise con beatitudine al grazioso volto della sua creatura, abbandonato sul guanciale, bianco bianco fra le corte ciocche nere, al lume della lampadina notturna. Il volto di Nora, la prediletta; ma, per la madre, anche il volto di Rico; e si confondeva misteriosamente con le facce dei cinque nipotini che ella non conosceva e d'altri che sarebbero poi venuti al mondo. La discendenza.
Ponendo i piedi a terra ebbe un capogiro: un tremito alle gambe. Non vi bad. C'era avvezza da tempo. Nora dormiva d'un sonno di bimba, duro e serrato. La tosse nella notte l'aveva lasciata tranquilla, grazie al decotto e all'empiastro. Trattenendo il respiro, Natalina si vest e usc per la Messa delle sette alla chiesa di S. Vincenzo in Prato, vicinissima. Preg ardentemente, nel suo cantuccio. Quando s'alz per tornare a casa, sent che le gambe le eran divenute pesanti, di piombo. La contentezza fa dunque star male? A casa, a casa. Un buon caff l'avrebbe rimessa a posto. Arriv che Nora stava sbadigliando e stirandosi le braccia nel gran letto dov'era nata ventinove anni prima.  Nora, Noretta, fra due minuti ti porto il caff: il tempo di prepararlo.  Lo bevvero insieme a lenti sorsi, la figlia a letto, la madre seduta presso il capezzale: una bevanda da buongustai, bollente e fragrante. Parve alla vecchia venisse dalla cucina la voce chioccia di Pedro; e stridesse golosamente: Caff, caff!.
Si sentiva meglio: ristorata: aveva dinanzi a s un lungo giorno radioso della presenza di Nora:  Siamo d'accordo che resti a cuccia: almeno fino a mezzogiorno non ti muovi di l.
Pens intanto che nella fretta d'andare a Messa non s'era neppure ravviata i capelli, nascondendoli sotto una sciarpa. Ai capelli aveva sempre tenuto, unica sua civetteria in giovent e in vecchiaia: ora le si indebolivano, ed ella ne pativa. Si butt un accappatoio sulle spalle un po' curve: in piedi davanti allo specchio della toletta, sciolse le due treccine canute, si tir la chioma sotto la gola per tagliarle le punte come soleva ogni tanto, nell'illusione di rinforzarla. Dalla lastra il suo viso di settantenne segnato dalle sole rughe essenziali, bruciato dagli occhi rimasti giovani, la guard stranamente, con qualcosa di nuovo, di sconosciuto nell'espressione. E dietro ad esso, ma in un lampo, il becco ricurvo di Pedro. Con le forbici in mano, nel lieve stridio del taglio, nell'atto antichissimo di recidere il filo di vita, la sorprese la morte. Un grido:  Signore, aiutami!  a cui rispose il grido di Nora balzata dal letto. E cadde, sotto il colpo di mazza dell'emorragia cerebrale.
Due ore dopo, rigida in nero, al posto dove aveva partorito i figli, un crocefisso sul petto e la coroncina del rosario fra le dita, sorrideva con l'estatico sorriso nel quale i viventi non hanno ancora imparato a leggere. Ella, s, leggeva ormai nel grande Libro; e capiva tutti i perch. Anche quello della propria morte, cos serena e rapida, con la figlia accanto.
...
.
...
DONNA ANTICA.
...
.
...
Per andar dalla fabbrica alla casa di mamma Isidora, si doveva camminare un'ora o quasi. La strada si snodava lungo il torrente le cui torbide acque, di rado in piena, presso gli sbocchi delle tintorie affiancate agli opifici si coloravano d'oleose chiazze verdi, azzurre, violacee. A un terzo del cammino si cominciava a salire, perdendo di vista il torrente, svoltando fra noci e castagni vigorosi e folti. Da lontano a occidente, si profilava una strana catena di colline nude, d'un colore fra il giallo cretoso e il rossastro, che non aveva nulla a che fare con il resto del paesaggio, e pareva messa l artificialmente, per capriccio. Poi la salita si risolveva in un largo sentiero piano, chiuso a sinistra da un filare di acacie enormi, in primavera tutte fiori e profumo; a destra da un'alta parete scoscesa nella quale si spalancavano le mascelle d'una cava di pietre. In fondo, dove il sentiero s'internava restringendosi fra l'abitato, la casa di mamma Isidora. Per me, per, aveva principio dalla cava di pietre.
Scura e stretta l'entrata: sbito dopo lo sgabuzzino d'ingresso, una cucinona, con le pareti nere di fumo e il soffitto a travicelli quale dev'essere un'autentica cucina di paese: ma con una porta a vetri, ariosa, che metteva su un ballatoio. Da quel ballatoio, conducente per una scala esterna al cortiletto dov'era il pollaio, lo sguardo spaziava sull'ondulosa sterminata campagna che dalla catena delle colline rosse riceveva una nota di bizzarra discordanza.
Nella cucina, quando non era nell'orto, mamma Isidora la si trovava sempre. In piedi davanti al camino o alla stufa economica dove attendeva a cuocer vivande (noi nuore si andava da lei, di consueto, coi ragazzi, la domenica in mattinata, per rimanervi fino a sera), non si spostava affatto per venirci incontro. Alta, dritta, tutta in nero, ci salutava senza effusione, cavando per subito dalla tasca qualche caramella per i bambini che le si aggruppavano intorno, per nulla intimiditi da quella rigidezza. Li mandava poi presto a sciamare nel cortile, e di l, per una viottola, in un prato vicino all'orto: il quale, come spesso in quei paesi, non si trovava unito alla casa. E continuava a badare alle pentole. Una ragazzetta di servizio preparava la lunga tavola, col nostro aiuto. La chiara veranda, per due vani unita al tinello, guardava anch'essa i campi, come la cucina.
A mezzogiorno arrivavano gli uomini, dal vicino giuoco di bocce. Essi amavano, tutt'e tre, la domenica, lasciar casa, fabbrica e pensieri gi nella valle per risalire al paese della loro infanzia e raccogliersi intorno alla madre. Gaia la mensa, abbondanti i cibi preparati dalla vecchia massaia con arte gelosa e provetta. Ella non compariva a tavola che per assistere, in piedi, al pasto: nessuna esortazione era valsa a distoglierla da quella consuetudine tradizionale. Si teneva diritta dietro i figli, oppure dava alla fanticella una mano nel servizio: con un'aria, per, di regina avvezza al rispetto dei sudditi. Noi nuore, sedute: ella, in piedi; ma non c'era da sbagliarsi n da scherzare: la padrona era lei.
Non parlava che nel suo sassoso dialetto, a me quasi incomprensibile nei primi anni di matrimonio. Ma parlava poco, misurata e severa, con una singolare piega delle labbra che non capivo se nata dal disagio della dentiera o da qualcosa d'amaro ch'ella non riuscisse a mandar gi. In giovinezza, forse, era stata bella: lo dicevano la pelle rosea tuttora, il profilo fermo, gli occhi d'un azzurro che non era del tutto impallidito. Pure io mi chiedevo spesso se davvero era stata giovane: o se non era nata cos, gi vecchia, con quei tre pezzi d'uomini intorno che la chiamavano mamma. Sapevo, dalle buone cognate, che, molti anni innanzi, agli inizi dell'industria laniera intrapresa in comune dai figli, ella, gi vedova, s'era messa a lavorar con loro, attenta al rendimento dei primi quattro o cinque telai; e aveva perseverato, fino a quando s'era ritenuta utile. La rapida, crescente fortuna non le era andata alla testa. Tranquilla e contenta dell'opera, nell'abito nero consunto ai gomiti, col fazzoletto di seta nera sui capelli bianchi, col passo sicuro di chi usa le scarpe grosse, era tornata alla casa nella quale il suo uomo era morto e i ragazzi erano divenuti grandi.
I figli l'adoravano. Ella pareva non accorgersene; ma dentro di s non aveva che loro. Le due nuore venute prima di me, native di quei paesi, che potevano intenderla e discorrere con lei nel vernacolo che mi lapidava, eran nelle sue grazie assai pi di me. Io venivo da una citt a lei sconosciuta, e unicamente dalla scuola, dai libri. Nel suo aspro fondo di mezza analfabeta, nella sua sicurezza di perfetta massaia, ella non poteva che disprezzarmi, o per lo meno diffidare di me. Lo sentivo, ne soffrivo: timida e superba insieme, non facevo un passo per dissipar quella nebbia, rompere quel gelo. La tenevo alta per nel mio spirito, come avviene ai pigri di volont dinanzi a coloro che non tentennano mai.
Mamma Isidora coltivava solertemente l'orto e curava i suoi pochi campi. S'intendeva di seminagioni, sfaticava fra insalate, pomodori e fagioli, faceva fruttare anche la pi piccola zolla e si gloriava delle provviste, raccolte e custodite in granaio e in dispensa. La terra era la sua passione: solo a quel contatto trovava un po' d'allegria. Fu appunto scoprendo nel sorriso i denti falsi e piantandomi negli occhi i suoi occhi freddi ma taglienti, che un giorno mi disse a bruciapelo: La donna che non sa seminar patate non vale niente, non  una donna.
Non risposi. Che potevo dire? Tutta la dottrina libresca che possedevo andava in frantumi a quell'asserzione. Mi parve d'esser vuotata di quanto in me era di migliore. Non sapevo seminar patate. Non ero una donna.
I bambini, a suo modo, con assenza di carezze, labbra tirate, ramanzine brevi e secche, li amava. Al tempo delle castagne se li raccoglieva torno torno in cucina; e con una sua gran padella a lungo manico, dal coperchio sforacchiato a buchi regolari, faceva arrostire sulla brace i bei marroni nuovi, staccando ogni tanto la padella dal fuoco e scuotendola col braccio teso, ancor robusto. Vuotatala in ridenti piatti a fiorami turchini, la tornava a riempire: le bocche eran tante e le bruciate non bastavano mai. Il caldo aroma dava gioia e luce alla stanza: i ragazzi mangiavano a quattro palmenti: sulla rozza tavola nera brillavano bocce e bicchieri di un mezzo vinello aspretto e leggerissimo, color di rosa. Dalla porta a vetri, aperta, si vedevano sfumare le nebbie d'autunno e s'udiva il chiocciar delle galline. Nel suo regno, mamma Isidora aveva davvero l'aspetto d'una vecchia fata benefica dei tempi nei quali le fate esistevano ancora.
Cos salda nel corpo e nella volont, cos attiva nelle faccende il cui disbrigo non cedeva ad alcuno, che non potevano, per lei, pensare all'inevitabile indebolimento dei vecchi. Tutte le matine, la Messa alle sei. Tutte le sere, il rosario, in compagnia di qualche vicina, prima d'andare a letto. Il suo sentimento religioso ci malgrado non mi fu mai chiaro: se espresso in forma puramente esteriore, o radicato nel profondo. Alla fabbrica ella non scendeva pi. Chi la voleva vedere, andasse a casa sua. Non un mobile in essa era stato mutato, dal tempo delle nozze. Credenze rustiche, canterani tarlati, panconi massicci in cucina, dove una batteria di lucidissimi rami s'accendeva ai bagliori del fuoco. Nessun povero che suonasse alla porta se ne andava senza limosina: data in silenzio, per. Cos ella era: non conosceva n dolcezza n familiarit. Forse era quello il segreto della sua tenace perduranza a vivere. Passavano gli anni, e quella madre non aveva ancora trovato per me una parola materna. Era pur stata sposa anche lei: aveva pur cantato la ninna nanna sulle culle dei figlioletti. E quei suoi forti maschi, che in fondo in fondo le somigliavano, preferivan certo la madre alla moglie: troppo identico il sangue: fosse nata discordia fra "le donne", la sentenza era sicura.
Senza saperlo, ciascuno di noi, da quando  nato, coltiva in se stesso la propria morte. Mamma Isidora aveva superato in salute perfetta gli ottantadue anni; e dimenticato che si muore. La sua morte fu appunto quella che doveva essere, n pi n meno: la morte sana, il cedere improvviso di tutto l'organismo, perch la natura ha detto: basta.
Fu la morte dei longevi.
La gran vecchia croll un giorno mezzo riversa sul pancone di fianco al focolare, mentre stava mondando lenticchie. Alle grida della ragazza di servizio, la cucina fu in breve piena di gente. Senza indugio, un giovanotto si precipit in bicicletta gi alla fabbrica, con la cattiva notizia in bocca. Poco pi d'un'ora dopo, eravamo intorno a lei, figli e nuore, muti, affannati. Non ci riconobbe.
Con l'aiuto del medico la si port disopra, nel letto dove aveva dormito da mezzo secolo sotto l'oleografia d'un Cristo dal viso troppo largo, dalla barba troppo bionda, dal gran cuore sanguinante sul turchino della tunica. Svestirla fu arduo: il corpo l'era divenuto pesante e abbandonato, duro come il ferro. Aveva perduta la coscienza: visse per ancora, quattro giorni e quattro notti, povera carne senz'anima, affogata in un rantolo regolare come il battito d'un orologio.
Ci si dava il cambio al suo capezzale, noi cognate e due donne del paese. I nostri mariti s'alternavano a far la spola fra la casa e l'opificio, che non poteva restare senza la sorveglianza dei padroni: d'altronde, nella camera della madre non sapevano far nulla, finivan col rimanere immobili e sopraffatti in un angolo, umiliati alla presenza di Chi era pi forte di loro.
Ancor viva, la madre: eppure la sentivamo gi lontanissima, separata da noi. Dov'era la sua anima? Andando verso Dio si sarebbe addolcita, sciolta dalla rigidezza che mi aveva tanto fatta soffrire? Glielo chiedevo, pregando fra me e me. Nelle ore notturne rabbrividivo alla sensazione che quel rantolo meccanico penetrasse in tutte le stanze, invadesse la scala interna e il solaio. Ombre attente ed inquiete si formavano negli angoli, i vecchi cassettoni scricchiolavano, parlavano con gli armadi e le travi, si chiedevano l'un l'altro che cosa mai avvenisse l dentro. La casa antica moriva insieme con l'antica padrona.
Il mattino dopo la quarta notte, verso l'alba, il silenzio e l'immobilit di quel corpo e della casa divennero completi. Stupefazione e riposo senza misura succedettero all'angosciosa monotonia del rantolo. Era avvenuto, secondo la legge naturale, ci che doveva avvenire. Quella pacificazione diceva da s una cos alta parola che il dolore dei figli si plac in qualcosa di convinto, di religiosamente persuaso e calmo. La loro mamma s'era spenta nello stesso modo che il sole, proprio allora, s'alzava. Lavata che fu, vestita della sua miglior veste di lana nera, coi grossi chicchi d'un rosario di legno intrecciati alle mani, era pur sempre la padrona, la rispettata, temuta padrona; ma col viso disteso e raddolcito d'una che solo dopo il transito abbia visto la luce della vera bont.
Adesso mi vuoi bene, mi vuoi bene, mamma Isidora le dicevo in segreto.
Il sole era gi alto quando lasciai la camera, dalle cui finestre con le griglie accostate e i vetri aperti entrava cinguettio di passeri. Avevo bisogno d'essere sola. Nessuno fece atto di trattenermi. In pochi minuti, per la viottola di l dal cortile, mi trovai nel prato vicino all'orto. La vivida aria del marzo mi rinfresc la fronte: fu come se mi lavassi la faccia a uno zampillo di fontana. Di colpo sentii ch'era primavera e che io ero giovane. Lo sentii senza averlo pensato, con una sorpresa, un turbamento istintivo di tutto l'essere. Non tanto ci mi veniva dall'erbe nuove, punteggiate di mammole scure: n dai peschi dell'orto dov'ero entrata spingendo il cancelletto basso, e parevano fumacchi di nebbia rosa: n dal cielo percorso da piccole nubi pazze, cangianti volubilmente di forma. Era un'altra cosa. Era la novit dell'aria, la novit della terra che si svegliava, torbida d'un residuo di sonno. Appoggiata a un ciliegio ancor nudo, guardavo le acerbe fogliuzze appena spuntate sui rami della siepe, mordicchiando una margherita colta l presso. Non provavo rimorso della mia fuga dalla casa della morta. Nel luogo dove ella aveva trascorso le ore pi libere e pi sue, lavorando il proprio pezzo di terra, la sentivo, o, piuttosto, la facevo rivivere. Mi risaliva su dalla memoria la voce recisa, quasi crudele, con la quale un giorno m'aveva detto: La donna che non sa seminar patate non val niente, non  una donna. S, hai ragione, mamma Isidora. E la tenevo accanto a me, finalmente in pace con me, tra l'inquietudine felice della terra che germoglia e le folate del vento di marzo che rapiscono i pollini e li portano non si sa dove.
...
.
...
PARTE TERZA
VITE DI SANTE.
...
.
...
SANTA CATERINA DA SIENA.
...
.
...
Nella tua natura, Deit eterna, cognoscer la natura mia dice, in una delle sue preghiere, Santa Caterina da Siena. E conclude: Qual  la natura mia?  il fuoco.
Quando affermava di s tale verit, ella era giunta quasi al termine della sua brevissima e immensa attivit terrena. Interprete di Dio presso gli uomini, animatrice e illuminatrice degli uomini presso Dio, nel rogo dell'amore mistico non mai disgiunto dall'amore per l'umanit e dal desiderio della sua salvezza eterna. Caterina era arsa mille volte e da esso mille volte rinata: poteva a buon diritto affermare che l'elemento generatore della propria natura era il fuoco.
Nel fuoco bolliva il suo sangue. La parola sangue torna infatti innumerevoli volte a ripetersi nei discorsi e negli scritti della Senese. Pensare a Caterina, meditare sul miracolo della sua vita significa tuffarsi realmente tra vampe d'incendio e odore e bollore di sangue: sono le vampe inestinguibili della fede:  il sangue del sacrifizio di Cristo, che attraverso le vene della Santa si rinnova con getto perenne nelle vene dell'umanit.
Il mistero della Passione di Ges s'incarn in Caterina con certezza e potenza cos assoluta che, per quell'impulso, il suo cuore entr nella regione del Cristo, e vide: cos riuscendo, umile donna del popolo e Terziaria Domenicana, a farsi ascoltare, obbedire, temere da plebei, e gentiluomini, porporati e capitani di ventura, re e regine, eremiti e pontefici.
Quando la Divinit manda sulla terra i suoi ambasciatori, che sono i santi, li colloca nel tempo e nel luogo adatti allo sviluppo e al compimento della loro missione. Il secolo di Caterina non poteva essere che il Trecento: la sua citt natale, Siena. Il Trecento: secolo, in Italia, straziato da ferocit di bande mercenarie straniere, collisioni e guerre intestine, pestilenze e tirannie; ma illuminato da esempi di grandezza eroica, da sorgere e fiorire di comunit religiose: tutto vibrante dell'immortale sinfonia dantesca: capace di lasciar risuonare alta nello spazio una voce di temeraria libert come quella di Caterina, e di riceverla pur nei cuori pi duri. Siena: Sena Vetus Civitas Virginis, in onore della Vergine Maria: citt di mistici e di combattenti: che conserva anche ai nostri tempi incontaminata la sua struttura medievale, ed  il ritratto della Santa in ogni pietra. Dalla Cattedrale, come lei vestita di bianco e nero, alla Torre del Mangia dritta e angelica nel suo slancio come il grido della sua fede: da San Domenico scuro ed austero alla cui ombra si raccoglie, presso gli zampilli di Fontebranda, la casa dove Caterina venne sulla terra e si prepar alla santit, a Valle d'Orcia gialla di crete, grigia di cenere, povera d'acqua, con magri profili di cipressi su cieli deserti: luogo d'orazione e meditazione, d'eremiti e penitenti.
A somiglianza di molti grandi, destinati a tracciare un solco nella storia, Caterina nasce di razza popolana e di famiglia numerosa.  la ventitreesima figlia di Giacomo Benincasa, tintore nella contrada dei Tintori, e di Lapa di Nuccio Plagenti materassaio e poeta a tempo perso. Nasce gemella, il 29 marzo 1347: la sorellina Giovanna muore appena venuta alla luce, e, da allora, monna Lapa, gi anziana, cessa di aver figliuoli: quasi un'occulta legge le vieti di partorire dopo ch'ella ha donato la vita a una Santa.
Religiosissimo il padre, tutto bont e carit: violenta nei moti del carattere, tirannica la madre, piena di robustezza e sincerit plebea. Il beato Giovanni Colombini appartiene al loro parentado: precedendo Caterina di molti anni, egli ha tuttavia nelle Epistole accenti che annunciano il mondo mistico di lei. L'adolescenza di Caterina  dominata dal bisogno del raccoglimento e della preghiera, e folgorata da visioni celesti. Passando un giorno col fratello Stefano per la via detta Fossa di Sant'Ansano, vede improvvisamente nel cielo Ges Cristo in trono, circondato da angeli e dagli apostoli Pietro, Paolo e Giovanni.
L'apparizione  di tale evidenza, cos accecante ne  lo splendore, che la fanciulla si lascia cadere a terra e rompe in singhiozzi: non volendo rimanere nel mondo dopo aver veduto il paradiso. Da allora sar soltanto di Dio; e non varranno divieti, minacce, maltrattamenti  sopratutto materni  a distoglierla dalle penitenze che gi, in tanta immaturit d'anni, ella s'impone.
Dietro il velo d'una dolcezza che non  mai debolezza, una volont d'acciaio si nasconde nella giovinetta dall'apparenza delicata, che si piega a divenire in casa, per punizione, la serva, la sguattera, l'ultima dell'ultime, condannata ai pi vili uffici, pur di non contrarre matrimonio. A lungo andare, il padre, pio uomo, si move a comprensione di lei: forse lo turba un'oscura prescienza della futura grandezza di Caterina e comanda che venga lasciata in pace, libera di seguire la propria vocazione. Ed eccola sbito dar prova di singolare intuito, scegliendo non certo di entrare in un convento, ma nel terzo Ordine di San Domenico. Con atto di lucido cognoscimento di s, si rende in tal modo padrona di consacrarsi compiutamente a Dio, non vincolandosi coi voti monastici n accettando di rinchiudersi all'ombra di un chiostro, dove non potrebbe servire, com'ella intende e vuole, la causa divina. Obbedisce all'infallibile istinto che spinge la sua intelligenza verso l'imperioso dominio delle anime.
Da questa prima affermazione di se stessa in avanti, Caterina non ha un attimo di dubbio, d'esitazione, di smarrimento. Dalle diaboliche tentazioni che non mancano d'assalirla sotto forma di sogni allettatori o d'incubi terrificanti, sa prontamente difendersi, reagendo con la veemenza del suo abbandono alla Croce. E sull'alba dei vent'anni, un giorno di primavera, mentre per le vie di Siena schiamazza e folleggia il baccanale carnevalesco, nella sua cameruccia di via del Tiratoio la vergine in preghiera ha finalmente la visione delle sue nozze con Ges Cristo: che, infilandole all'anulare un anello di meraviglioso fulgore, le dice, secondo essa narra:
Io, tuo Creatore e Salvatore, ti sposo nella fede, la quale, finch tu celebri meco in cielo le tue nozze eternali, sempre conserverai illibata. E, armata con la fortezza della fede, tutti li tuoi avversari felicemente supererai.
L'anello (un diamante che significa la fede, con quattro perle che rappresentano la purit d'intenzione, di pensiero, di parola, d'azione) permane dipoi, sempre visibile, per gli occhi di Caterina, al suo dito: solo scomparendo nelle ore in cui le sembra d'avere peccato contro il suo Sposo; e non tornando a risplendere che dopo dure espiazioni e lagrime.
Cristo le  daccanto ad ogni passo, in ogni atto della nuova vita: egli solo le  maestro. Ferme come sigilli son le parole da lei rivolte all'amico e confessore carissimo, frate Raimondo da Capua: Voi potete avere la certezza che nessuna regola nella vita spirituale mi fu insegnata da uomo mortale, ma solamente dal mio Maestro e Signore Ges Cristo: il quale, o per qualche segreto impulso, oppure apparendomi e parlandomi com'io parlo a voi, m'ha insegnato sempre ci ch'io doveva fare.
Questa e non altra  la causa dell'inflessibile indipendenza di Caterina dalle convenzioni, dai superficiali doveri, dalle critiche del mondo. Il mondo la riguarda se non perch contiene innumerevoli anime da conquistare, amare, salvare. Il coraggio della sua carit non conosce limiti. Ella non teme d'inghiottire la marcia della piaga cancrenosa di cui soffre la sua malvagia nemica, la Mantellata Andrea, pur di dimostrarle che pi ne  odiata pi l'ama e pi vuole la sua eterna salute: n di porsi nel rischio d'infettarsi di lebbra, curando notte e giorno, nel lebbrosario di San Lazzaro, la vecchia Tecla, da tutti aborrita per la sua cattiveria. Non esita di donare a un medico, non avendo altro da offrirgli sull'istante, il proprio mantello nero del Terz'Ordine: eppure sa che, in Siena, solo le donne di malavita possono percorrere le vie della citt senza mantello. E alle rimostranze degli amici, che glielo riscattano, risponde: Preferisco essere senza mantello che senza carit. Durante l'imperversar della peste, ella  dappertutto: nell'ospedale, nei ricoveri, nelle pi luride case, ad assistere infermi, a confortar moribondi, a vegliare i morti. Aiuta anche a seppellire i cadaveri. Ha tre guardie del corpo, tre fedeli che non l'abbandonano nella fatica misericordiosa: padre Raimondo da Capua, l'eremita fra Santi, fra Bartolomeo Dominici.
Quel suo darsi intera nell'esercizio della piet, trascendendo la possibilit umana, culmina senza dubbio nell'episodio che della vita di Caterina  il pi conosciuto, anche perch da lei medesima raccontato in una sublime lettera, accolta in tutte le antologie: il supplizio di Niccol Toldo.
Il bello, giovine gentiluomo perugino, traboccante della gioia di vivere, dai Capi di Siena vien condannato a morte per ingiuria ai Difensori. Non vuole morire: nel carcere dove  racchiuso d in terribili escandescenze, bestemmia, impreca, rifiuta i Sacramenti. Implorata dall'amico Caffarini, Caterina accorre: con l'infelice veglia l'intera notte precedente l'esecuzione, calmandolo con la dolcezza a cui nessuno resiste, incantandolo con la visione del Cielo. Il mattino ella si trova, come gli ha promesso, ad attenderlo vicino al ceppo, nel luogo della giustizia. Suso alle nozze, fratello mio dolce: ch tosto sarai nella vita durabile. E continua la Santa, nella lettera a fra Raimondo da Capua: Posesi gi con grande mansuetudine: e io gli distesi il collo, e chinmi gi a rammentlli il sangue dell'Agnello. La bocca sua non diceva se non Ges e Caterina. E cos dicendo, ricevetti il capo nelle mani mie, fermando l'occhio nella divina bont, e dicendo: "Io voglio".
Qui Caterina vive in tragica pienezza ne' suoi due elementi: fuoco mistico e sangue rosso. L'anima si ripos in pace e in quiete, in tanto odore di sangue, ch'io non potevo sostenere di levarmi il sangue che m'era venuto addosso di lui.
La confessione si conclude con un finale degno della poesia dantesca: Ohim misera miserabile! Non voglio dire di pi. Rimasi nella terra con grandissima invidia.
Siamo nel 1377. La Santa non ha ancor che tre anni da vivere. Nella sua storia non credo che vi sia altro fatto e altro scritto che meglio spieghi una fra le sue pi alte e coraggiose sentenze: Bisogna armarsi della propria sensualit.
L'indipendenza di spirito, la dirittura umana e civile di Caterina Benincasa si affermano in special modo nella sicurezza con la quale, giovanissima, senz'altro ausilio oltre la fede militante e la purezza del proprio carattere, unite al senso dell'amicizia rarissimo in femmina, ella riesce a formare intorno a s un cenacolo di pie donne e d'uomini fra i migliori e pi intelligenti del suo tempo. Anno per anno, il cenacolo si consolida e s'allarga. Una specie di Ordine libero, fondato sulle leggi dell'amor divino, nel cui seno si medita, si prega, si digiuna, si lavora, si compiono quotidiane opere di carit cristiana. Orazione e azione. Fraternit e sacrifizio. Caterina vi domina con la potenza che direttamente le  trasmessa dal suo Signore e Maestro, e col magnetico fascino che prostra ognuno dinanzi alla Verit ch'ella rappresenta.  l'Ordine, insomma, dei Caterinati. Poche, sul principio, le donne, fra le quali la prima entrata  quella patrizia senese Alessia Saracini, che, possedendo qualche coltura, insegna un poco a leggere alla Santa analfabeta: pi tardi s'aggiunge al manipolo la madre Lapa, vinta (cos, un secolo e mezzo addietro, madonna Ortolana degli Scifi, madre di Santa Chiara d'Assisi, entrava nel chiostro delle Povere Dame in San Damiano) dall'esempio della sua creatura. Ma la Santa, d'intelletto virile, trae maggior luce dalla comunione spirituale con uomini. E quali uomini! Dal volume Mistici senesi di Piero Misciattelli, agiografo di acuta sensibilit e rara coscienza, degno d'essere meglio ricordato in Italia, apprendiamo cose di singolare interesse sugli amici e discepoli di Caterina, sulla necessit e complessit delle nozioni che le apportano. Andrea Vanni non  soltanto il pittore che lascia di lei ai posteri il pi antico e fedele ritratto: uomo politico, addetto ad ambascerie, l'informa sui retroscena della corte papale in Avignone. Messere Cristofano di Gano Guidini, notaio, la mette a conoscenza delle faccende mercantili di Siena e delle ignominie dovute a avidit di lucro. William Flete, il sapiente eremita inglese del ritiro di Lecceto, discorre con lei sulla situazione britannica in rapporto con le altre nazioni. L'incolta popolana di genio si prepara in tal guisa alle sue battaglie, arricchendo di lucide e sicure vedute il proprio cervello per natura sovrano. Discute intanto di problemi spirituali con fra Raimondo da Capua e fra Tommaso dalla Fonte: di lettere e di poesia con Stefano Maconi, Neri di Landoccio dei Pagliaresi, Anastagio di Monte Alcino, Giacomo del Pecora. Nella sua cerchia d'irradiazione respirano il Tolomei, il Salimbeni, il Saracini, il giovane mondano Francesco Malavolti sul quale maggiormente si esercita l'influenza missionaria della gran donna. Questa comunit  da lei chiamata la famiglia: i compagni chiamano lei non Caterina, sibbene Mamma. Venerabile e dolce Mamma, nostra benignissima Mamma scrive di essa il Maconi al Pagliaresi. La servono, la difendono, l'adorano: dopo la sua morte cammineranno nel suo solco: nessuno di loro ne tradir l'insegnamento e la memoria. Barduccio Canigiani non le sopravviver a lungo: morr di consunzione due anni dopo di lei. Francesco Malavolti chiuder la lunghissima esistenza nell'Abbazia Benedettina di San Mamiliano a Sassoferrato. Anch'egli grave d'anni, Stefano Maconi finir santamente, Priore nella magnifica Certosa fatta costruire presso Pavia da Gian Galeazzo Visconti: Neri di Landoccio dei Pagliaresi, in un eremo nei dintorni di Siena, Tommaso Caffarini, di tutti il pi longevo, consacrer la vecchiezza a raccogliere e riordinare le memorie di Caterina per tramandarle alla posterit.
Le lettere della Domenicana, fiumi di lava incandescente, da lei indirizzate a personaggi d'ogni classe su argomenti religiosi o politici, sempre nello stesso scopo d'additare la strada giusta verso Dio e verso il prossimo, non sono scritte di sua mano. Le detta ai segretari: spesso, due o tre contemporaneamente, arrischiando di far perdere il filo agli scriventi, ma non perdendo ella mai la febbrile lucidit delle idee, n mai piegando l'arco della resistenza. Tutte hanno lo stesso cominciamento, con rare, lievissime mutazioni solo formali: Al nome di Ges Cristo Crocefisso e di Maria dolce. Io Catarina, serva e schiava dei servi di Ges Cristo, scrivo a voi (o a te) nel prezioso sangue suo: con desiderio di... e segue l'enunciazione del soggetto, d'importanza capitale per l'anima. Tutte hanno fine con le parole: Altro non dico. Permanete (o permani) nella dolce e santa dilezione di Dio. Ges dolce, Ges amore.
Torrenti; ma ben diretti, nell'impetuoso corso, dalla logica che non falla, e arginati nell'ordine del preambolo solenne e della benedizione finale.
Caterina da Siena non  solo la pi grande Santa d'Italia: ne  anche la pi grande scrittrice: forse appunto perch non ha studiato sui libri. Obbedendo all'imperativo dello spirito, ascoltando unicamente il suo angelo, raggiunge altezze che non sembrano umane, ottiene novit tutte proprie, di contenuto e d'espressione. Apriamo, sia pure a caso, l'Epistolario o il Dialogo.  lo stesso che sollevare il coperchio d'uno scrigno colmo di gemme. Anche nei passaggi dove le ripetizioni s'accavallano, le frasi s'aggrovigliano intorno al nucleo dell'ispirazione, togliendoci il respiro, si sente che nessuna parola  inutile: che una tirannica necessit le ha imposte, fissando a ciascuna la sua ragion d'essere. All'improvviso si schiudono, tra il fittume vorticoso, oasi come questa: Conviene sentir fra le spine l'odor della rosa prossima ad aprirsi. Splendono illuminazioni come questa: La verit  la ricchezza della luce, che tace quando  tempo di tacere, e tacendo grida col grido della pazienza. Scoppiano squilli come questi: Chi non ha battaglia non ha vittoria... Al tempo della battaglia daremo la vita per la vita, il sangue per il sangue... Noi siamo comperati non di oro e di dolcezza soltanto, ma di sangue.
A frate Raimondo da Capua, cui  mancato l'ardimento di proseguire un viaggio insidiato da nemici (da Genova in Francia per missione comandatagli dal Papa), scrive intingendo la penna nell'olio bollente: Se non poteste andare diritto, foste andato carponi: se non si poteva andar come frate, foste andato come peregrino: se non ci era danari, foste andato per elemosina. E al Pontefice Gregorio XI: Non  pi tempo di dormire: perch il tempo non dorme, ma passa come il vento.
L'infaticabile incitatrice di agire, che non ha e non d tregua, possiede tuttavia, della vita intesa come sentimento e fatto religioso, un concetto sinfonico, e orchestralmente lo esprime:
Tutti gli affetti e le potenze dell'anima, regolati dalla perfezione, dnno un suono armonioso, simile alle corde d'uno strumento musicale. Le potenze dell'anima sono le grandi corde: i sensi e i sentimenti del corpo sono le corde minori; e quando tutte sono usate nelle lodi di Dio e in servigio del prossimo producono un suono simile a quello d'un organo armonioso.
La pi ardua e gloriosa attivit temporale di Caterina, strettamente legata, come sempre  di lei, alla sua attivit mistica,  l'opera compiuta per strappare alla corrotta corte di Avignone il Papa Gregorio XI, e ricondurre il Papato alla sede naturale e sacra: Roma. A testimonianza di quel periodo eroico stanno molte lettere dell'Epistolario e il viaggio di Caterina ad Avignone, dove rimane tutta l'estate del 1376.
Uomo di fiacca tempra, di poca o nulla volont, Gregorio XI deve alla ferrea eloquenza e tenacia della Mantellata l'aver posta in atto s grave risoluzione. Di ci non esiste altro esempio nella storia. Una gracile donna, nutrita d'acqua pura e d'erbe crude, stremata da veglie, orazioni, cilici, con la forza di chi non chiede nulla per s ma tutto per una grande causa, osa prospettare a un Pontefice il dovere assegnatogli dalla Divinit di cui  il mandatario in terra; e in termini tali ch'egli non pu se non obbedire. Non gi che Caterina pecchi di superbia di fronte a lui. Lo chiama babbo: bacia la polvere calcata da' suoi piedi, come l'ultima delle peccatrici. Ma Iddio parla per bocca di lei: gi l'ha segnata con le sacre stimmate: l'ispira e l'arma: ella non  che uno strumento divino, e come tale pu esigere obbedienza. Si proclama, convinta: indegna, misera miserabile; e, intanto: Su dunque, padre! E non pi negligenza. Venite a tenere e possedere il luogo del vostro antecessore e campione, apostolo Pietro: venite, e non indugiate pi. Vi prego che non siate fanciullo timoroso, ma virile. Ascoltate, ascoltate, da parte di Cristo Crocefisso e dalla mia.
Mette a rischio la propria persona, sobbarcandosi al disagevole viaggio da Siena ad Avignone, sostenendo alla corte papale i pi ardui dibattiti col Pontefice stesso e coi cardinali infidi, mentre sente pesar su di s il livore mal dissimulato dei nemici. Ma finisce con l'ottenere ci che la Volont Superiore le comanda di chiedere. A sbaraglio pi grave, anzi gravissimo, si pone pi tardi, nel dicembre del 1377, quale mediatrice tra Papa Gregorio XI in Roma e i fiorentini che l'avversano. A Firenze, dove arriva col suo seguito e rimane per alcuni mesi, scopre e conquista un'anima rara, quel Barduccio Canigiani che non l'abbandoner pi fino all'ultima ora; ma trova pure gran quantit di Ghibellini, acerrimi nemici della causa ch'ella difende. Morto improvvisamente, proprio in quel tempo, Gregorio XI, eletto Papa Urbano VI, prossimo a scoppiare lo scisma, un giorno di sommossa orde di popolo furente si scagliano verso la casa dell'ambasciatrice di Roma papale. La fattucchiera! Vogliamo la fattucchiera! Ella non si nasconde.  la, nel giardino, fra le sue donne e i suoi uomini. La speranza del sacrifizio l'esalta: morire uccisa, come una martire di Cristo, quale gloria! Imperterrita, dice al capo della masnada: Io son essa. Tolli me, e lassa stare questa famiglia. Ma tale  l'autorit che da lei emana, cos manifesto nel suo coraggio  il segno di Dio, che niuno osa toccarla. Illesa, partita poscia da Firenze per un periodo di ritiro in Siena, confessa la pi profonda umiliazione e pena per non aver potuto, col proprio supplizio, murare una pietra col sangue suo nel Corpo Mistico della Santa Chiesa.
Nessuna consolazione fuor che quella di non averne: nessuna consolazione se non la Croce.
La Santa che, prima d'insegnarla, accetta, ama, esercita questa ascetica rinunzia, e, pure essendo totalmente diversa da San Francesco d'Assisi, sa come lui uniformare la vita sulla perfetta imitazione di Ges Cristo,  degna al par di lui di ricevere la consacrazione delle Stimmate. Il miracolo avviene in Pisa, dov'ella si trova in pieno fervore d'apostolato.  la prima domenica di Quaresima del 1375: nella cappella di Santa Cristina frate Raimondo da Capua celebra la Messa: la Mantellata rapita in estasi s'abbandona riversa: il sangue della Croce le stilla dalle palme, dai piedi e dal costato, con spasimi, tremore e sudor d'agonia. Oh, ella non ignora quello che Ges le chiede, anzi, le impone, con questo segno d'amore.
In un con le trafitture delle sacre Stimmate, il Divino Maestro le affida il carico delle colpe e sofferenze di tutta l'umanit. Ella deve, per il privilegio che l'uguaglia a Cristo, addossarsi gli errori e gli orrori del genere umano; e scontarli con tormenti che la flagelleranno sino al transito. Ma patire le  gioia; e non fa che accrescere il suo impulso d'azione. Contemporaneamente alla battaglia per la sede pontificia a Roma onde Cristo  romano (i canti della Commedia si leggono nel cenacolo di Caterina), combatte quella per la Crociata contro gl'infedeli, a recupero del Sepolcro di Ges. A tal fine, oltre Gregorio XI, tempesta di lettere condottieri famosi quali Alberico da Barbiano e quel Giovanni Hawkwood detto Acuto, prode ma feroce capitano di ventura, venuto d'Inghilterra a far terrore in Italia; e non esita a chiamarlo dolcissimo fratello, come non esita a chiamare con lo stesso appellativo la belva umana che risponde al nome di Bernab Visconti. Pur che si coalizzino per restituire alla Cristianit il Sepolcro del Salvatore, condonati verranno tutti i loro crimini, che ella non giudica. L'impresa fallisce prima di incominciare, per le troppe lotte fratricide che la strozzano in germe. Caterina rinunzia alla Crociata; ma persevera nel suo combattere per la gloria della Chiesa. E anche dopo la assunzione di Urbano VI e le vergogne dello scisma con la controelezione di Clemente VII antipapa, ella non rist. Sono di questo periodo la violenta protesta ai tre cardinali traditori degni di mille morti, e le missive alla regina Giovanna di Napoli, nelle quali la vera sovrana non appare gi colei che porta la corona di gemme, ma colei che porta la corona di spine.
Mentre la voce della Santa s'innalza sempre pi concitata e dominatrice sulle coscienze, la giovine sua vita s'avvicina al termine. Ella  ormai una fiamma purissima che splende dietro un trasparente velo corporeo prossimo a sparire. Nel romitaggio dell'amico fra Santi, nero di sottili cipressi sulla collina senese, un anno e mezzo prima del trapasso, d principio e fine al Dialogo, suo testamento mistico. Opera di ispirazione essenzialmente religiosa e di mole considerevole, viene da lei dettata con incredibile velocit in cinque giorni ai segretari, senza concedere tempo al sonno n alla fame n alla stanchezza: fra il nove e il tredici d'ottobre del 1378. Appassionato colloquio fra l'anima e Dio, nella sua unit, vastit, profondit uguaglia, specie nei passaggi che trattano dell'estasi contemplativa, le pi lucide pagine di Santa Teresa d'Avila. La Spagnuola grida: Muero porque no muero. L'Italiana geme: Muoio e non posso morire.
Il pensiero fondamentale, o, meglio, il nucleo centrale del libro  la concezione del Figlio di Dio inviato dal Signore come ponte di salvezza per le anime: sotto il quale scorrono e fuggono le acque del mondo e di tutto ci ch' transitorio. Concezione grandiosa, espressa con evidenza rappresentativa allucinante. I peccatori che passano sotto il ponte vanno per lo fiume e giungono all'eterna dannazione con tutte le loro colpe. Coloro invece che, con ansietato desiderio di porsi in salvo, cercano la riva, s'attaccano al ponte e tentano di salire, tra durissime difficolt possono attraversarlo, se pure arrivano a rendersi libere dell'amor proprio e degli altri demoni tentatori. Dice la Verit eterna: Neuno pu venire a me se non per questo mezzo dell'Unigenito mio Figliuolo: perocch egli  colui che v'ha fatto la via per la quale dovete seguitare.
Taluni biografi e studiosi di Santa Caterina da Siena sostengono essere l'Epistolario il documento dell'esistenza temporale di lei, e il Dialogo quello della sua esistenza spirituale. Io ho sempre, invece, pensato che nel rogo di amore cristiano entro il quale bruci la Santa, rogo che ancora investe e perennemente investir le anime, non vi sia posto per siffatte distinzioni. Ogni pagina di Caterina pu compararsi a un arcangelo, armato di fiammeggiante spada e con aperte ali rivolto verso la luce dei cieli. E se nel Dialogo gli interlocutori son due, la Divinit e l'uomo-anima, tutti i personaggi a cui son destinate le Lettere, siano essi l'oscuro frate o il Capo della cristianit, la sorella o la nemica, la meretrice del vicolo o la sovrana in trono, il carcerato o il Re di Francia, dalla terribile logica della Senese vengono, volenti o no, trascinati, nella nudit delle loro debolezze e colpe o nell'inesorabile conoscimento del loro dovere, dinanzi al tribunale senza appello.
L'intera opera cateriniana, considerata sia negli scritti sia nell'azione, mirabilmente si concatena in un capolavoro di stile. Non cercato, n voluto, n ottenuto ad arte. Fede, genio, antiveggenza, abbandono, unit d'atti e di pensieri, rapidit fulminea concorrono a renderlo perfetto, intangibile nei secoli. Tutto quel prorompere  come la furia del mare in burrasca, che tuttavia non esorbita dalla legge immutabile del flusso e riflusso. L'euritmia che regge le tre cantiche della Divina Commedia regge similmente la costruzione mistica e storica di Caterina.
I molti che in lei non vedono se non la grandezza di un'attivit sociale straordinaria in donna sono in errore. La grandezza della Santa  tutta interiore: la sua dottrina  meditata e sofferta in ogni punto e fino all'estremo spasimo. La sua multipla possibilit d'agire pu manifestarsi con l'irruenza che sappiamo, perch originata dalla pi intensa meditazione. L'inabissamento nella preghiera e nella contemplazione del divino, senza di cui non sarebbe Santa, genera in essa l'estasi; ma dall'estasi esce in armi per l'azione eroica.
Ultimo suo messaggio al Papa Urbano VI: Siatemi tutto virile, con un timore santo di Dio: tutto esemplario nelle parole, nei costumi e in tutte le vostre operazioni. Umilmente v'addimando la vostra benedizione. Vi  netto contrasto fra l'ingiunzione perentoria e la supplice richiesta. Sintesi, quanto mai precisa, della sua sostanza spirituale: umilt senza limiti, autorit senza limiti.
A trentatr anni, et della morte di Cristo, e alla giusta ora della morte di Cristo, una domenica d'aprile Caterina spira in Roma, assistita dai discepoli. La parola con la quale esala l'ultimo fiato  sangue.
Come per tutti i grandi santi, dal momento del transito ha principio la sua vita universale nella vita degli spiriti. Sei secoli dopo, quella Roma ch'ella ha restituito alla regalit papale e quell'Italia che pur nelle tenebre del suo tempo ella previde e profet Popolo compatto e libero la proclamano Santa Patrona Nazionale.
Accanto a Francesco d'Assisi, unica degna dell'assunzione suprema: il maggior genio poetico e politico femminile della patria, posto dalla santit al servizio di Cristo.
...
.
...
MADRE CABRINI.
...
.
...
Nel paese di Sant'Angelo Lodigiano, in una casa di agiati agricoltori, il quindici luglio del 1850 nasce una bambina. Altri nove figli son nati prima di lei nel medesimo grande letto, da Stella Oldini buona e saggia moglie di Agostino Cabrini detto il Cristianone per la sua robusta piet: la bimba  la penultima della figliolanza. Ma la nascita di lei, alla quale verr imposto il nome di Francesca,  contrassegnata da un fatto premonitore. Sull'aia dietro la casa si batte il grano al sole: uno stuolo di colombe per nulla impaurite scende a beccare i chicchi. Agostino Cabrini tenta scacciarle col correggiato, cercando di non far loro del male; ma una di esse s'impiglia con le zampette nelle cinghie, non riesce a liberarsi, rimane prigioniera. Il brav'uomo impietosito la raccoglie, la porta, candida e trepida, nelle stanze interne: lo stesso giorno dopo brevissime doglie, viene alla luce Francesca. Quella colomba dopo molti anni verr dipinta, con le sue alate compagne, sul frontone della casa dove nacque e crebbe la Beata.
Francesca  settimina, come lo fu Santa Caterina da Siena.  gracilissima, e i genitori tremano per la sua salute. Vedono, con dolore sempre nuovo, quasi tutti i loro nati morire in acerba et; e han ragione di tremare. Ma la piccola, con la sorella primogenita Rosa e il fratello Giovanni Battista, sar loro conservata. Mai ella godr buona salute: la sua poca carne avr sempre l'aria di lasciar sfuggire l'anima che contiene; eppure quell'anima non si dar mai tregua, e non dar mai tregua nemmeno al corpo: tanto che un giorno, gi Madre Generale del proprio Ordine, a una delle Figlie angosciata per la persistente febbre ch'ella non cura, dir, impazientita: Di che t'impicci? A me la febbre fa bene, con la febbre lavoro meglio: dunque lasciami la mia febbre, se questa  la volont di Dio.
Francesca cresce timida e chiusa, fra lavori casalinghi ed agricoli, l'austera religiosit del padre, la pacata dolcezza della madre e la guida troppo rigida della sorella Rosa, di molt'anni maggiore di lei. Sorella Rosa non gliene perdona una: le tira e costringe con pettine e spazzola i folti riccioli biondi, perch non ne divenga vana: la sottopone a stretti esami di coscienza e a pratiche pie che pi si adattano ai grandi. Ma queste piacciono alla bambina. Scompare a volte da casa per rifugiarsi nel cantuccio pi oscuro della chiesa parrocchiale; l se ne sta in meditazione, e nessuno sapr mai quali pensieri volga nella piccola mente. I suoi larghi occhi azzurri hanno gi lo sguardo lontano di chi porta in se stesso una parola da dire.
Abbiamo i Santi che arrivano alla grazia dopo aver consumato tutto il fuoco dei sensi, percorso tutte le vie dell'errore: San Paolo, San Francesco, Sant'Agostino, Santa Margherita da Cortona, Sant'Ignazio di Loyola. Abbiamo, accanto ad essi, i Santi che fin dai primi pensieri, dai primi atti di vita si rivelano diversi da chi li circonda, respirano un'aura virginea che li difende dal male. Il male non pu colpirli. La loro purit  d'amianto. Il divino Spirito abita in essi, dalla nascita alla morte. Francesca Cabrini appartiene a quella schiera: San Benedetto, Santa Caterina da Siena, San Luigi Gonzaga, Santa Teresa di Lisieux.
Ragazzetta appena, Francesca pensa che la cosa pi attirante  conoscere, amare e salvare le anime. Si va spontaneamente formando nel suo cervello (di cui nessuno intorno a lei intuisce la precocit) un piano non ancor definito nelle basi, ma lucido nello scopo, e che possiamo chiamare missionario. Ella sa gi che non sar sola nell'azione. Avr intorno a s tante creature che con lei correranno il mondo, in cerca di anime. Dev'essere facilissimo correre il mondo. Le sembra piccolo, il mondo, in confronto al suo sogno. Ed  cos attratta da tali pensieri, che anche i suoi giochi ne sono l'espressione. Ospite a Livraga dello zio di parte materna, il sacerdote Luigi Oldini, si abbandona spesso, sulla sponda d'una roggia vicino alla casa, al proprio trastullo favorito: costruisce barchette di carta, le riempie di viole mammole appena colte, le vara nell'acqua. Parla con le violette, le incita. Sono, per lei, le suore missionarie in rotta sui mari: vanno a raggiungere le terre selvagge dove portare la parola di Ges. L'illusione, l'intensit del gioco son tali che un giorno ella cade nella roggia; e corre pericolo d'affogare. Vien salvata per miracolo, ma s'ammala di bronchite; e le rimane nel sangue un cieco terrore dell'acqua. Vincer col tempo quel terrore, attraversando ventotto volte l'oceano con le sue Figlie, per le opere delle Missioni.
A sette anni (ella stessa lo racconta, in terza persona) mossa da un'ispirazione dello Spirito. Santo, che vuole da lei qualcosa di grande, risolve di vivere nel pi completo spogliamento di s; e prega la madre di contraddirla sempre, di trattarla male, di privarla d'ogni conforto. A tredici, l'arrivo d'un Missionario a Sant'Angelo Lodigiano accende in lei la prima scintilla della vocazione; ma  ancor troppo presto, e la maggior sorella umilia nell'esile ragazzina quel sogno che le sembra troppo audace. A diciotto ottiene il diploma di maestra presso le Figlie del Sacro Cuore in Arluno: poco pi tardi la morte le toglie entrambi i genitori. Rosa, la rigida ma intelligente sua guida, non rimarr con lei che qualche anno ancora. Sentendo forse che in essa arde quel tanto di soprannaturale per cui  giusto lasciarla libera della propria strada, ella seguir il fratello Giambattista nell'America Meridionale, e lascer poi la vita a Canada Le Gomez. Francesca non tarda cos a divenire arbitra di se stessa: il che significa, nella convinzione e nel linguaggio del suo cuore, serva di Dio.
Sorella Rosa non  ancora partita e Francesca ha ventidue anni, quando le viene offerto di sostituire nella scuola elementare di Vidardo, villaggio a due chilometri circa da Sant'Angelo, la maestra ammalata. Accetta. Dovrebbe insegnarvi per un mese o due: vi rimane due anni. Questa esperienza (scuola  missione) la pone in chiarezza di spirito dinanzi alla propria ragion di vita: conquistare anime, purificarle, condurle a Dio. Ella possiede, innata, con la vocazione religiosa, quella pedagogica. Nella scuoletta di Vidardo, dove si reca a piedi la mattina per tornar a piedi la sera lungo l'ombroso vialone di platani, Francesca tenta in semplice umilt i primi passi della via che la condurr a divenire formidabile maestra delle future sue Figlie Missionarie. Chi ora passa per il vialone fra Sant'Angelo e Vidardo, non pu non credere di scorgere l'ombra della giovine Francesca Cabrini nereggiar lieve e rapida fra tronco e tronco. I paesi dove vissero i Santi recano queste impronte.
A Vidardo si fa adorare, e ottiene ci che vuole: il permesso d'impartire l'istruzione religiosa in classe, allora proibita: la fiducia dei fanciulli e dei grandi: la conversione di rudi maturi uomini lontani dalla Chiesa, fra i quali lo stesso sindaco. Non le basta. La necessit di prendere il velo diviene in lei sempre pi stringente: l'imperativo della monacazione la domina. Ha in s qualcosa di cos trascendente nel senso mistico, che il suo direttore spirituale, don Bassano Ded, tituba nel darle avvertimenti o consigli; e conclude: Va' a dirlo al tuo Ges. A Vidardo non se la vorrebbero lasciar sfuggire. D'altronde, nei conventi a cui si rivolge non l'accettano: troppo grama, troppo malaticcia: corre voce abbia avuto uno sbocco di sangue. Ma questa mezza tisicuzza dallo sguardo lampeggiante  una donna di ferro. Trova modo, con l'aiuto di don Antonio Serrati prima parroco di Vidardo, poi monsignore a Codogno, d'essere accolta in un ospizio d'orfanelle pure in Codogno, detto Casa della Provvidenza e diretto da una tal Tondini. Tristi auspici. Disordine, grettezza, assenza del vero sentimento di carit. Mal vista, mal sopportata, a stento riesce a portare un po' di luce fra le compagne e le bambine. Eppure  l che Francesca pronuncia i voti religiosi, nel 1877: unitamente a sette orfanelle ricoverate nella Casa, alle quali ha trasmesso il fuoco della vocazione. Sbito dopo, il vescovo Gelmini la nomina superiora dell'ospizio. Forse  questo il suo calvario pi duro: perch si svolge in un ambito miserabile nello spirito, pettegolo, vile, fra l'inimicizia della Tondini e delle sue vecchie accolite, che non le dnno respiro. Ma sarebbe troppo comodo aprirsi la strada fra siepi di rose. Da un piccolo quaderno d'appunti trovatole dopo la morte, si apprende che Francesca non finiva di ringraziare Iddio d'averla sottoposta a cos difficile prova, e offeriva quelle squallide pene quotidiane a Cristo, per la salvezza di tutti i moribondi della terra. Saper patire  la forza dei Santi.
La pazienza e gli sforzi della giovine superiora non riescono ad impedire che la Casa della Provvidenza venga sciolta, per volont del vescovo Gelmini. Francesca ne esce con le sette suore monacatesi con lei, pronte a seguire il suo stesso destino. Che sar di lei e di loro? Non per nulla, prendendo i voti, ella ha voluto chiamarsi suor Francesca Saverio. Il vescovo, che l'ha, da tempo, studiata a fondo, sa d'aver dinanzi una donna che mai potr essere una gregaria: prevede che con tale volont, con s alto intelletto ella arriver assai lontano; e le comanda: Tu che vuoi farti Missionaria, crea un istituto di Missionarie. Va' e fonda il tuo Ordine.
Quasi non credendo alla propria ventura, piena di gioia, pronta a tutto, suor Francesca si mette in via con le Figlie, in cerca d'una casa. La povert estrema in cui versa le sembra smisurata ricchezza.  libera nel suo lavoro, libera nel suo ardimento. Nessun ostacolo varr a trattenerla. Le sette Figlie col tempo diverranno cento e mille. La prima Casa dar vita a cento e mille. L'Ordine delle Missionarie del Sacro Cuore  fondato.
Tanti e tanti anni dopo, quando la Madre Generale Francesca Saverio Cabrini terr fra le dita le fila di sessantasette Istituti sparsi su tre continenti, torner col ricordo alle strettezze della prima Casa in Codogno. E scriver: La sera senza lume ho dovuto accompagnar ciascuna delle mie sette suore al suo posto a dormire, dopo aver mangiato sopra una panchetta, quale con la forchetta sola, quale col solo cucchiaio.
Per tutto questo continua d solo gioia e pace.
La sua fiducia nella divina Provvidenza  cieca, assoluta. Se oggi non c' pane, domani ce ne sar. A tale principio non viene mai meno. Oltre che nell'enorme sua possibilit di lavoro, che sembra attingere energia miracolosa dal corpo sempre febbricitante, ella deve a questa fiducia senza limiti l'opera universale che ha nome da lei.
Creato l'Ordine, conviene dettarne la Regola. Il compito  solenne. Con l'umilt dei fortissimi, Francesca non si fida solo di s. Chiede lume ai libri santi e ai sapienti amici ecclesiastici. Ancora non sa (o non osa pensare) che lo Spirito Santo aleggia sopra di lei, nella invisibile forma della colomba che penetr, il giorno della sua nascita, nella casetta di Sant'Angelo. La Regola viene pensata, sofferta e scritta, con lagrime e sangue:  un capolavoro di collaborazione umana e divina. La Madre e le Figlie vi si sottomettono serene.
L'influenza di lei su esse, la sua autorit  illimitata, come illimitata  la sua dolcezza. Le condurr dove vorr, e sa bene che le condurr in capo al mondo. Allo sguardo trafiggente de' suoi occhi azzurri, che una delle monache paragona a fari d'automobile, alla precisione e all'ardore della sua parola nessuna pu resistere.
Ma l'esempio e la parola non sono nulla se nella condottiera non esista e da lei non si tramandi il fluido della Grazia. Francesca porta il segno della Grazia anche nel pi umile atto. L'attributo umile conviene alla sua autorit. De' propri occulti colloqui col Grande Spirito, niente lascia trasparire, per, che non sia gi trasfigurato in preghiera o in insegnamento. Degli abbandoni mistici e delle rivelazioni che gliene vengono, custodisce, gelosa, il segreto. Una suoretta che dorme vicino a lei, destatasi una notte, vede di colpo la cella piena di luce. Grida: Madre!. La Madre  sveglia e prega. Le risponde ho veduto con calma perfetta. La luce  scomparsa; il giorno dipoi la Madre annunzia che dormir sempre sola.
Ella possiede certo una vita interna di intensissimo fuoco, di visioni celesti, di meditazioni profonde al punto che la parola di Dio diventa udibile, il volto visibile; e il contatto con l'essenza della Divinit si fa reale. Scrive, in un inno alla Santa Trinit: Il mio Dio  immortale, incircoscritto, immutabile, incomprensibile, ineffabile, inestimabile; e la sua beatitudine  eterna. In un'altra preghiera dice, anzi canta: Tu, o Amore, ami me, senza di me: ed io non posso amar Te, se non con Te.
Comunque, per arroventata che sia la sua anima nella comunione con Ges Cristo, ella  forse la Santa che meno si compiace di rivelarla, e ben poco  il tempo che concede alla solitudine con Dio. L'estasi, nella fattiva natura di lei, si trasforma in necessit di opere e in impulso inesauribile per condurle a compimento.
Lavora sulle Figlie come lo scultore che sbozza, modella, anima la creta, scalpella il marmo con mano e strumenti che non esitano e non fallano. Bada soprattutto a staccarle da loro stesse, dal pi lieve compiacimento o compatimento di loro stesse, dagli affetti familiari, da ci che prima le riguardava nella vita laica. Non ammette compromessi. Ma ha il rispetto della realt, e vuole che esse la conoscano per non spaventarsene, e se ne servano per servire Iddio e veder meglio il cielo. Le educa non gi per la chiusa esistenza nel convento, ma per il vasto, pericoloso cammino delle imprese missionarie. La scienza pedagogica in embrione nella ventiduenne maestrina di Vidardo, ora si spiega, s'impone in piena potenza e magia: ognuna delle Figlie diviene una sua creazione, nell'Ordine da lei stessa creato.
Sogna la Cina. L'ha sempre sognata. Dopo la Cina, tutti i paesi del globo. Quanto alle difficolt, non le teme. Difficolt, difficolt! Che cosa sono, o figliuole, le difficolt? Scherzi da fanciulli, ingranditi dalla nostra fantasia, non ancora abituata a fissarsi e tuffarsi in Dio onnipotente. Pericoli, pericoli! Che cosa sono i pericoli? Fantasmi che sorprendono le anime.
La Cina: terra promessa. Prima per si deve andare a Roma, per ottenere l'approvazione papale alla Regola e il permesso d'istituire una scuola e un educandato all'ombra di San Pietro. Siamo nel 1887. I colloqui iniziali col cardinale vicario Parocchi sono, a dir vero, tutt'altro che incoraggianti. Scuola? Educandato? Capitali ci vogliono. Francesca sorride: difficolt, difficolt, scherzi da fanciulli. Fa venire altre suore da Codogno, le installa in una specie di catapecchia senza mobili, con mucchi di paglia per letti. Il solito miracolo avviene: la voce si diffonde: soccorsi in denaro, masserizie, commestibili affluiscono, il principe Torlonia offre il prezzo di quattrocento metri quadrati di terreno, la catapecchia si trasforma in una comoda casa d'assistenza e di educazione.
Francesca lavora d e notte per fortificare l'opera in breve tempo: non ha che un desiderio: gettarsi ai piedi del Pontefice Leone XIII, chiedergli di lasciarla partire per le Missioni.
Leone XIII l'ha gi vagliata e giudicata. Sa tutto di lei: nel suo acutissimo intelletto comprende ch'ella  tale strumento da poter essere adoperato dalla Chiesa per conquiste straordinarie. Dal canto suo Francesca nutre per l'onnipotenza del Pontefice il pi religioso rispetto, e ogni ordine di lui non potr che esserle sacro. Da lui soltanto pu venir la parola che la spinger sulla strada definitiva. In ginocchio dinanzi al Santo Padre, osa confessargli quale felicit sarebbe per lei l'essere inviata nei pi sconosciuti paesi della Cina a convertire le anime. Ma non  ancor maturo il momento; e forse il Pontefice ha su di lei altre mire che non rivela. In un secondo colloquio la donna, che arde di troppo intenso fuoco per sapere pi a lungo attendere, gli rivolge, tremando, la domanda categorica. Ed ecco che l'Uomo di Dio le impone: Non l'Oriente, ma l'Occidente.
Il sogno di suor Francesca Saverio cade. Per essa, la Cina non deve pi esistere.  nelle Americhe ch'ella deve sbito andare; e, prima, nell'America del Nord, dove la civilt, vertiginosamente conquistata a scopo di ricchezza e di potenza,  pi diabolica della barbarie e ha estremo bisogno della parola di Dio. Istantaneo  il compiersi, nello spirito e nella volont della suora, d'un capovolgimento: il re della Chiesa ha parlato, la sua serva obbedisce. Alle Figlie comanda: Me vivente, in Cina non s'andr.
Leone 13esimo sa di mandare ad effetto un grande disegno, inviando suor Francesca Saverio Cabrini a Nuova York.  il periodo amarissimo dell'emigrazione italiana: uno dei pi torbidi, umilianti, infausti periodi che il popolo italiano, mal governato, abbandonato a se stesso, abbia dovuto sopportare. America significava ricchezza. Folle di contadini e d'operai, opache, inermi come immense gregge, attirate da miraggi di benessere, ingannate dalle abili menzogne degli accaparratori, lasciavano la casuccia rustica ma propria, il campo misero e non sufficiente alla vita ma proprio, il mestiere logorante e mal retribuito ma sempre legato al paese nativo, per affidarsi al mare. Nei bastimenti, gli emigranti erano messi a mucchio e trattati alla stregua delle bestie. Giunti alla terra sognata, trovavano malafede, tradimento, disprezzo, ostacoli d'ogni genere, aggravati dall'ignoranza della lingua straniera e dalla non confessata nostalgia della patria. I pi forti col tempo riuscivano a districarsi dal groviglio insidioso, ed aprirsi la strada verso un commercio e un guadagno sicuro. Ma le masse intristivano, schiave, nelle fabbriche, d'un lavoro meccanizzato e senza gioia, con le donne e i bimbi chiusi in formicai angusti, affollati, senz'aria, senza luce, alle prese col diverso costume e linguaggio, abbrutiti nella miseria.
La primavera del 1889, a trentanove anni, Francesca Saverio Cabrini arriva fra loro, con le Figlie: poche, in questa prima spedizione. Sbito si rende piena coscienza della necessit della propria venuta e le sfolgora nell'anima la visione del lavoro che l'attende.  sotto la protezione di Dio e del Pontefice, e sente centuplicarsi nell'intimo le forze. Gi comincia a lottare  fermissima pur sotto l'aspetto della pi deferente umilt  con monsignor Corrigan di Nuova York: il quale non la vorrebbe affatto, e sulle prime la scoraggia con larvata durezza; ma deve poi convincersi che nulla varr a piegare la tempra di acciaio di quella suorina che sembra di vetro. Larghi d'aiuto, se pur poveri, le sono invece i Padri Missionari di monsignor Scalabrini, gi laggi dall'anno avanti. Al lavoro dunque, senza paura e senza indugio.
Primo a sbocciare, in Nuova York,  un orfanotrofio. Poi sorge quello di Manresa a West Park, a due ore di treno da Nuova York. Il contatto spirituale con la popolazione  stabilito per incanto. Da ora, Francesca diviene, veramente e per sempre, Madre Cabrini, mother Cabrini, la mamma misericordiosa degli emigrati d'Italia. Una sua attenta e verace biografa, Emilia De Sanctis Rosmini, riferisce le parole d'una suora dell'Ordine, testimone nel processo di beatificazione: Se Cristoforo Colombo ha scoperto l'America, Madre Cabrini in America ha scoperto gli italiani. Nel quartiere degli emigrati, le Missionarie del Sacro Cuore diventano popolari. Si corre per le vie dietro le loro figurette nere: suora! sister!. Penetrano dappertutto, a fianco o per comando della grande Maestra: nelle case pi squallide, nei pi miserabili covi. Visitano ospedali, raccolgono vecchi e bimbi in rifugi improvvisati, trovan modo d'entrar nelle carceri, convincono gli indifferenti e i ribelli ad accostarsi all'Eucaristia. Rinnovando la carit di Santa Caterina da Siena che accolse nel grembo la testa mozza di Niccol Toldo, vegliano accanto a condannati a morte l'intera notte precedente il supplizio; e, nell'ora ultima, li accompagnano fin dove la legge lo permette: alla soglia della stanza d'esecuzione.
Il primo ospedale per italiani in Nuova York nasce dal cuore di Madre Cabrini. I suoi compatrioti non debbono pi subire l'aiuto degli stranieri: non debbono udire, dal loro letto di patimenti, altro linguaggio che il proprio, n essere assistiti da altri che da suore del loro paese: il respiro della patria deve aleggiare intorno al loro capezzale; e, se han da morire, confortarne il transito. Cos ella vuole: cos . Scrive, un giorno: La mia italianit sta nel cuore dei poveri: che sono il popolo e l'anima della mia fede. Per la vita di quell'ospedale non ci son denari, non c' quasi nemmeno l'essenziale, non c' che carit. Coraggio.  il 1892, quarto centenario colombiano: l'ospedale si chiamer Columbus Hospital. E avviene in breve per esso ci ch' avvenuto per la scuola impiantata a Roma; ma in proporzioni colossali, visto che s' in America. Offerte di letti, biancheria, mobili, strumenti chirurgici, medicinali: assistenza gratuita d'ottimi e, anche, celebri medici; e piovono dollari. Il Columbus s'ingrandisce, s'arricchisce delle esperienze e attrezzature moderne, riesce a erigersi in ente morale e a gareggiare coi migliori istituti ospitalieri degli Stati Uniti.
Non siamo che al principio. Da questa fondazione incominciano i viaggi della Madre dall'America all'Italia per consolidarvi la vecchia sede e crear case e scuole a Roma, a Genova, in altre citt: dall'Italia in America per condurvi le reclute missionarie e lanciarle dove  richiesta la loro milizia: dagli Stati Uniti al Messico, al Nuovo Messico, a Panama, al Nicaragua, al Brasile, alle Ande, in Argentina, nell'Uruguay, nel Per. Fra un viaggio di mare e l'altro, a Roma, si ritrova alla presenza di Leone XIII. Il colloquio  breve. Quando partite per l'America? Il prossimo settembre, Padre Santo. E quante? Sedici per ora, altrettante e pi per la seconda spedizione. E dove andate? Al Brasile, Padre Santo. Che campo vasto! Lavoriamo, Cabrini, lavoriamo: che poi c' il bel paradiso.
Con simile viatico Francesca  pronta a piantare i segni dell'Ordine in tutti i paesi del mondo.
Ma  nelle Americhe, specie nell'America del Nord, che la sua potenza e larghezza d'azione si afferma, e le radici del suo apostolato, ben salde nella terra, levano tronchi e rami fino al cielo. Gli americani, gente solida, pratica, tutta commercio, macchine e dollari ma anche audacia, pertinacia e rischio, voglion bene a Madre Cabrini: la sentono, l'ammirano, non tanto nel mistero della sua religiosa grandezza quanto nella dirittura del carattere, nell'inesausta capacit di lavoro, nel prontissimo intuito dell'affare. Non possono comprendere fino a che punto in essa agisca la forza superiore: la forza che sommuove i mari e le montagne e fa, perch  necessario al santo scopo, della piccola suora italiana un temibile business man. Business man, infatti: per occhi che guardano la superficie. Un avvocato di laggi dice di lei: Non ho mai visto un uomo pi abile negli affari. Un cardinale arcivescovo: Se Madre Cabrini fosse nata uomo, a quest'ora sarebbe ministro di Stato. A colpo sicuro compra terreni sui quali fa edificare palazzi, oppure acquista ville e casamenti che fa adattare a collegio, ospedale, riformatorio. Non ha che a chiedere: le banche americane la conoscono, le consentono piena fiducia, le affidano le somme che vuole. Confessa, con meravigliata ingenuit: Non so davvero come accada: non possediamo un soldo, e spendiamo milioni su milioni. Il segreto di don Cottolengo: il segreto di don Bosco.
Il sangue di Ges Cristo cementa le fondazioni: il grattacielo di Nuova York, di Chicago, di Seattle compie lo stesso pietoso ufficio del convento trecentesco di Toscana o dell'Umbria: il denaro, riscattando la propria venale origine, scorre torrenzialmente a beneficio degli spiriti: l'amore cristiano, partendo dal tumultuante cuore della Madre, passa come un vento carico di germi sui luoghi dove la volont edificatrice di lei si  fissata.
Nulla ella chiede per s: tutto per Dio. Chi ha vera carit non pretende carit. La donna che qualcuno chiam pi potente d'un generale d'esercito  una suoretta sempre malazzata, che non possiede nulla di proprio, neppure un letto fisso, dovendo per ragioni di carica, spostarsi continuamente verso i punti pi disparati. La sua casa son tutte le case da lei fatte sorgere. Si ciba come e quando pu. Quasi non dorme: talmente carichi di lavoro sono i suoi giorni, che solo poche ore notturne le rimangono per la meditazione e la preghiera. Ma esige che le Figlie godano giusto riposo e si nutrano in modo frugale ma abbondante: nel suo lucido equilibrio trova necessario ch'esse sieno anche nel fisico ben preparate alla vita pericolosa da loro liberamente scelta. E le ama. Le avesse tutte create con le proprie viscere, non le amerebbe cos, e non ne sarebbe tanto amata. Lo stampo entro il quale le plasma  perfetto. Come gi dissi, assoluto distacco, assoluta dedizione. A una novizia che arrossisce di assistenze dovute prestare a uomini infermi, e ad altre che si vergognano per certi contatti in case luride e malfamate, dice, perentoria: Convien mettersi bene in testa che la suora missionaria non  n donna n uomo:  suora missionaria. Non permette malinconie n abbandoni sentimentali: non va d'accordo con quelle che chiama Suor Dolcissima e suor Tenerissima: la vera suora non deve impietosirsi mai sopra se stessa, n conoscer le lagrime se non per asciugarle a chi le versa. Ogni cosa dev'essere pensata, preparata, compiuta con rapidit: guai a perder tempo. Ges parla e passa suol dire. In due avverbi che si inseguono come focosi cavalli lungo una pista si racchiude la sua dottrina di vita: Ardentemente, velocemente. Il segno della fugacit dell'ora e dell'impossibilit di concludere in s breve tempo quale  quello della vita terrena l'opera che ci viene imposta da Dio forma il tormento d'ogni suo attimo: in ci, vera sorella di Santa Caterina da Siena, che gridava: L'ora di ben fare  sbito. E Madre Cabrini grida: In fretta, in fretta, e allegramente, figliuole mie.
L'ansia generosa di correre correre per arrivare a tutto le d l'impulso del volo. Spessissime volte, nei discorsi, nelle lettere alle suore, nelle esortazioni durante gli esercizi spirituali, torna al concetto del volo, e l'esprime con vibrazioni di spontanea poesia. La via del cielo  tanto stretta, sassosa, spinosa, che niuno pu camminarvi sopra se non volando. Niuno pu volare senza ali, ma le ali non s'attaccano al corpo, ma solo allo spirito. Dunque lo spirito per volare deve prendere combattimento col proprio corpo. Da tali pensieri giunge alla sublime invocazione rivolta alle Figlie che si preparano alla partenza per le Missioni: Scioglietevi (cio, liberatevi da voi stesse) e mettete le ali.
Parola da molti considerata la pi grande di Madre Cabrini; ma io ne conosco un'altra pi grande, che esprime nella sua austerit la penetrazione di Cristo in Francesca e di Francesca in Cristo. Sempre ella la pronuncia, nei casi di coscienza, nelle asperit delle quali  ingombro il suo andar senza sosta. Se si potesse compendiare la vita della Beata in un motto, sarebbe quel motto: Vado a prendere ordini da Ges.
Ges soltanto. Non ha che una guida: Ges. Un padrone: Ges. Un amore: Ges. Una disciplina: il Vangelo.
L'unit della sua opera, che pure  un'immensa concatenazione di opere fondate e mantenute ovunque, abbattendo gli ostacoli presentati dalla diversit delle regioni, delle razze, dei costumi, delle credenze, dipende dall'unit costante della sua concezione religiosa. Anche per Francesca Saverio Cabrini, come per Caterina Benincasa,  nostro dovere guardarci dall'ammirare, in superficie, solo la Santa operante nella misura dell'attivit terrestre: politica e apostolica nella senese, pedagogica e apostolica nella lodigiana. Diverse per la natura del tempo in cui vivono, per l'essenza del loro genio, la struttura del loro carattere, la qualit e la portata del loro lavoro, Caterina e Francesca si rassomigliano per la passione mistica che le macera, pel fenomeno che ardentemente, velocemente trasforma l'intensit delle loro meditazioni in aperto ritmo di opere.
Senza la leva interna dell'amor sacro, dell'eroico abbandono alla volont divina, che l'una chiama Deit Eterna, l'altra semplicemente Ges, Caterina non sarebbe la nostra Santa nazionale, Francesca non sarebbe la Beata Madre Cabrini.
Un altro amore le accomuna, ch' della terra, ma pur di sacra origine: l'Italia. La pi grande donna del Trecento spende la vita per il ritorno dei Papi alla Roma di San Pietro, e, fra buio di coscienze e orrori di lotte intestine, auspica un'Italia unita ed in pace. La pi grande donna vissuta fra il secolo decimonono e il ventesimo pianta il proprio Ordine a soccorso e difesa degli emigrati della sua patria, in suolo americano; ma non  paga: in qualsiasi angolo del globo ella con le Figlie alzi le tende, impone al rispetto di tutti il nome d'Italia.
In patria, Francesca  molte volte tornata: rapidi, laboriosi ritorni, durante i quali solo la giornaliera fatica ella consente al suo amore d'italiana. Di qui, in Francia, in Spagna, in Inghilterra: e dovunque lascia il suo segno. Si direbbe ch'ella non dorma, non mangi, non preghi: la sua preghiera  nel costruire, il suo prodigarsi  un motore sempre acceso. Appunto perch non entra nel giro dell'azione, rinuncia a rivedere il natio Sant'Angelo, la casetta dei cari morti e delle bianche colombe. Nulla che sia sguardo, pur fuggevole, al passato: recisione totale. Nemmeno si conceder di morire in Italia: l'estremo respiro lo esaler nella terra delle sue pi lunghe battaglie e che per lei non fu mai terra d'esilio: gli Stati Uniti: a Chicago, il 22 dicembre del 1917, a sessantasette anni, ancor vigile nel compimento del divino servizio.
Faticosa come non mai le  stata la sua vita di generale d'esercito, in questi ultimi tempi.  del 1913 la lotta accanita per la scuola di Seranton, da cui si vorrebbero scacciar le suore. Quasi contemporaneamente, gravi ostacoli da affrontare per difendere l'asilo di Dobbs Ferry: contro i quali le discepole dnno salda prova della fortezza infusa loro dalla Madre. Lo stesso pericolo grava sull'orfanotrofio di Denver. Pi tardi, l'uragano s'addensa e s'ostina minaccioso sull'ospedale-sanatorio di Seattle: di qui ella parte senza vittoria, ma senza scoraggiamento: sa che arrider col tempo alle Figlie, quando lei sar morta.
Per la misteriosa legge ultrafisica dei privilegiati, ha sino ad ora sostenuto, in un corpo sempre debole e spesso infermo, l'energia d'un'anima atta a contenere il mondo; ma anche per la sua grama e vecchia carne  venuto il momento di cedere.
Si ritira per qualche tempo presso le suore del collegio di Los Angeles, sperando nel riposo fra quelle devote creature sue e nella mitezza del clima. Un lieve miglioramento l'illude di poter riprendere la vita battagliera, la sola ch'ella possa vivere; e accorre a Chicago, dove il novello ospedale della Missione, da poco aperto, reclama la sua presenza. L'ultimo suo gesto di business man a Chicago  la compera di un vasto podere in Parkridge, affinch le brave monache abbiano ortaggi, legumi, frutta, bestiame senza dover dipendere da nessuno. Sono gli anni della prima grande guerra. Ella ne segue quotidianamente le notizie sui giornali, col pensiero rivolto all'Italia, pregando e facendo pregare per la sua vittoria.
Il 21 dicembre passa la giornata a preparar con le Figlie scatole di confetti per l'albero natalizio dei bambini ricoverati nell'ospedale:  esausta, ma non lo dice, e prima di ritirarsi d alle suore la sua benedizione. Il mattino del 22 si fa ancor leggere i bollettini della guerra; e impartisce precise disposizioni per la comunit. Nulla d a divedere che le rimangono poche ore di vita. Verso mezzogiorno, sola in camera, sentendosi davvero morire, fa in tempo a premere il campanello. Accorre, con una suora, Madre Antonietta Della Casa, sua compagna fedelissima (che le succeder degnamente, poi, quale Madre Generale dell'Ordine) e Madre Cabrini spira nelle sue braccia, per la rottura d'una vena nella regione polmonare.
La novella della sua morte turbina dappertutto come una raffica, e getta in dolorosa stupefazione il popolo che la venera. In tutta l'America, dove esistono e anche dove non esistono le Case del Sacro Cuore, si piange su Madre Cabrini. Non tarda l'annunzio a diffondersi di l dai mari, in Italia e nelle regioni attraverso le quali ella pass col suo seme e il suo frutto. Il dolore  universale. Le esequie a Chicago e il trasporto della salma a Nuova York, poi a West Park per esservi tumulata, hanno le solennit delle onoranze regali. West Park: luogo amato: dove ventisette anni innanzi la Madre aveva posto una delle prime pietre del suo edificio e, dopo un sogno, aveva predetto: Qui sar la mia sepoltura.
Nevica, a West Park. Strade, campi, cimitero, tutto bianco. Candore di neve, candore di paramenti sacri, di bimbe e bimbe biancovestite, con gigli, solo gigli, fra le mani. Pace, finalmente, in quell'immacolata purit, per la Madre di tutti, che fu ardente come il fuoco e pura come la neve.
Troviamo, ne' suoi scritti, questo pensiero: Se il Cuor di Ges mi concedesse i mezzi per costruire un bastimento, fonderei la "Nave Cristofora" (portatrice di Cristo) e girerei tutti i mari con una comunit, piccola o grande, per andar a portare il nome di Cristo ai popoli che ancora non lo conoscono, o che l'hanno dimenticato.
Ebbene: il suo Ordine non  forse la sua Nave Cristofora? Non l'ha trovata in ciascun bastimento sul quale tante volte fece rotta per le rive delle sue conquiste spirituali? In altra pagina, pur senza concatenare, lo ammette ella medesima: Io sento che il mondo  troppo piccolo per soddisfare i miei desideri, e non mi dar pace fin che sull'Istituto non tramonti mai il sole.
Non  donna da penna: non ha mai pensato n desiderato d'esserlo: ha sempre scritto per esortazione o rimprovero a se stessa, per fissare i suoi propositi, per discorrere con Cristo liberando la piena dell'animo perduto in lui; ma soprattutto per illuminare e dirigere la coscienza delle discepole. Del nero sul bianco da lei lasciato, la massima parte  pedagogica; ma quale Maestra! V' poi un'adorabile Madre Cabrini che balza fuori dall'epistolario, pubblicato sotto il titolo Viaggi: lettere rivolte alle Figlie lontane, nella massima parte delle quali narra le peripezie delle traversate marine e di alcune rischiose peregrinazioni nelle Americhe. Buttate gi il pi spesso fra un'onda e l'altra, a matita, su ponti di navi, sono, nella loro cordiale e rapida spontaneit, specchi di freschezza. Robustamente materne, pervase d'umanissimo sapore umoresco che tradisce la lombarda di buona razza, scintillano d'improvvise luci mistiche; e in esse il vivo senso della natura non  mai se non un punto di partenza per giungere a Dio.
Una contiene questo passaggio, poesia e musica insieme: Cantammo l'Ave Maris Stella; e le onde pacifiche pareva rispondessero alle nostre voci, dando non so che chiaroscuro alle nostre modulazioni.
Tutta incantata e piena di mistero come una parabola del Vangelo  la pagina degli uccelli marini:
Tornammo fra le onde, mettendo tutta la nostra voce in canti di ringraziamento. E qui di nuovo, non so se al melodioso oppure al rauco suono delle nostre voci, accorse una grande quantit di uccelli, sempre in gran processione, che sembrava volessero nel loro muto linguaggio adorare il Dio d'amore, il Dio tre volte santo che portavamo in seno come nel proprio tabernacolo. Le sorelle, curiose, volevano saper da me che significassero quelle processioni d'uccelli; ed io risposi loro ch'erano immagini di tutte le Religiose che in questi paesi entreranno nel nostro Istituto. Ma qualche sorella, non troppo persuasa, essendo un migliaio circa gli uccelli, diceva: Non saranno piuttosto le anime che noi dovremo salvare? Io ripeteva di no: quando, a confermare l'innocente nostra ricreazione, sal a galla, come un grande esercito, una quantit sterminata d'uccelli acquatici, che certo erano molte migliaia; e allora si argoment che quelli significassero le anime che a noi sarebbero state affidate con l'andar degli anni, per condurle a salvamento. Intanto fu questo uno spettacolo nuovo, ch'io non vidi mai nei cinque viaggi di mare che ho fatto.
Benefico  il mare alla sua malferma salute e al suo animo fatto per il libero respiro; e le suscita pensieri vasti quant'esso  vasto. Figlie mie, siate pure, disinteressate, distaccate da tutto e da tutti e anche da voi stesse; e sarete allora come un vero pacifico mare.
Di ogni mezzo terrestre ella si  servita per servire il suo Padrone; ma sente ed afferma l'incalcolabile superiorit dello spirito sopra la materia:
Io corro la terra e salpo i mari, come voi vedete, con la rapidit permessa dal progresso della scienza, che provvede ogni giorno pi veloci vapori; ma, credetelo, son voli di corpi pesanti, voli limitati troppo e intorpiditi, rispetto alla rapidit con la quale lavora il Santissimo Cuore di Ges nella vigna a noi affidata.
Fosse ora vivente, viaggerebbe in aeroplano; ma parlerebbe ancora cos.
Assunta fra i Beati or son pochi anni, si sta oggi svolgendo nel seno della Chiesa il suo processo per la santificazione. Certo  che avviene di lei ci che solo si pu attribuire ai grandi Santi: quel misterioso proiettamento nelle anime, in vastit e profondit sempre pi universali quanto pi il tempo s'allontana dalla loro scomparsa corporea. Nelle Case dell'Ordine del Sacro Cuore (ve n' anche in Cina, dove, per obbedienza, ella vivente non and) la presenza di Madre Cabrini  perenne e, direi quasi, tangibile: dispone, comanda, guida, solleva. La coscienza apostolica delle sue Missionarie  un solo compatto blocco senza incrinature, quale ella lo form; e in tale purezza e fortezza si tramanda attraverso le generazioni.
V' un suo ritratto de' primi tempi in cui fu suora, il quale, se vi poso lo sguardo, m'investe come una fiamma. Volto fermo, all'erta, senz'ombre, macerato dall'arroventamento della vita interiore, della necessit d'operare che non ha ancora scoperto il suo sbocco e traluce dagli occhi dilatati e fissi, il volto dei condottieri prima della possibilit d'azione. Un altro ve n', pi conosciuto, della sua tarda maturit o, per meglio dire, della sua ultima giovinezza: il ritratto popolare delle immagini sacre. Bellissima, in questo: la testa eretta, la fronte serena e potente, le corte e larghe mani di costruttrice incrociate sul libro di preghiere. Negli occhi magnetici il senso d'un bene conquistato e sicuro, il lume della certezza e della liberazione. L'opera  compiuta. Ma fin che scorre nelle vene una goccia di sangue, conviene accompagnarla perch si rafforzi e abbia poi a vivere nei secoli.
Forse ora, pur continuando la propria missione di amore fra gli uomini, lo spirito di Madre Cabrini pu riposare, alla fine, secondo il desiderio da lei confessato e mai nella vita terrestre divenuto realt. ...in grande raccoglimento, in profondo silenzio di notte tranquilla.
...
.
...
SANTA TERESA DI LISIEUX.
...
.
...
Il 2 gennaio del 1873, da Zelia e Luigi Martin, in una modesta ma agiata casa di Alenon, nasceva una bimba che venne battezzata coi nomi di Maria Francesca Teresa. Ultima di nove figli: quattro sorelle viventi, due femmine e due maschi morti nella prima infanzia. Zelia e Luigi Martin, entrambi d'animo e di costumi profondamente religiosi, avevano sognato e pregato che la nuova creatura fosse un maschio, per farne un Missionario. Accolsero tuttavia con amor grande la bambina, dopo la quale (nata che il padre aveva gi cinquant'anni e la primogenita quattordici) altri figli non vennero pi. De' suoi tre nomi di battesimo, la piccina conserv quello di Teresa. I genitori non potevano sapere ch'ella lo avrebbe condotto alla luce della pi pura gloria, ascendendo in brevissimo tempo le ardue scale della santit; e sarebbe stata, un giorno, proclamata Patrona dei Missionari, allo stesso grado di San Francesco Saverio.
Vera e propria atmosfera di prodigio: nel senso che nessuna Santa visse di lei pi oscura e nascosta: nessuna opera, sia d'assistenza umana, sia di glorificazione del culto, nessun nuovo Ordine ella lasci legati al proprio passaggio. Nulla pot compiere, nel giro del suo esistere durato solo ventiquattro anni, dei quali gli ultimi nove trascorsi fra le mura e dietro le grate del Carmelo di Lisieux, se non gli atti di rigida obbedienza imposti ad una monaca di clausura. Nel confronto con Sante di formidabile attivit costruttrice quali Santa Caterina da Siena, Santa Teresa d'Avila, Madre Cabrini, e pur nel confronto con Chiara d'Assisi, fondatrice dell'Ordine delle Clarisse, che cosa  mai, vista in superficie, la vita terrena di Santa Teresa del Bambino Ges e del Santo Volto?
Ci malgrado, la sua fama scoppiava fulminea sbito dopo la sua morte, avvenuta il 30 settembre del 1897. Il libro di memorie Storia d'un'anima, scritto da lei per spirito di pura obbedienza e perch rimanesse ignoto fuor che alle suore dell'Ordine, reso pubblico a distanza d'un anno, dilagava rapidamente per tutta la terra, tradotto in quasi tutte le lingue: accendeva milioni di anime, entrava nel numero dei libri cristiani universali. La monacella che s'era sempre affaticata per apparire la pi umile, la pi inesistente, d'un colpo diveniva la Venerata, la Supplicata, la Taumaturga infallibile, alla cui grazia nessuno si sarebbe mai rivolto invano. E la canonizzazione della Serva di Dio Suor Teresa del Bambino Ges e del Santo Volto si celebrava fra mondiale rispondenza ed esultanza di spiriti meno di trent'anni dalla sua morte: 17 maggio 1925.
Per quale mistero di volont divina un simile appassionato accordo fra la Santa e il popolo, in misura forse non mai veduta, e con il pronto suggello della Madre Chiesa? Trascriviamo alcuni dei detti pi conosciuti, srti come fiamme dal rogo d'Amore di Teresa e che giustificano di quanto Amore fu ripagata:
Se i miei desidri verranno esauditi, il mio cielo passer sulla terra fino alla fine del mondo. Voglio passare il mio cielo a far del bene sulla terra. Lascer cadere sulla terra una pioggia di rose. Bisogner che Dio faccia nel cielo la mia volont, dato che io sulla terra non ho fatto che la sua.
E il grido sublime: S, ho trovato il mio posto in seno alla Chiesa. Nel cuore della Chiesa, mia Madre, io sar l'Amore; e cos sar tutto.
Ma non basta fermarsi alla lettera. Questi detti, rivelatori d'uno spirito che in creatura cos giovine e fragile aveva raggiunto il fondo della concentrazione religiosa, a ben meditarli sono, con molti altri, con le pi sofferte pagine della Storia d'un'anima, dell'Epistolario e di Novissima verba, il risultato della pi implacabile macerazione che volont umana, volont di ferro, abbia imposto a vita corporale e morale. Dal quindicesimo anno sino all'ultimo respiro, nella clausura del Carmelo di Lisieux dove Papa Leone XIII le aveva concesso d'entrare tre anni prima dell'et prefissa, Teresa sostenne minuto per minuto e senza tregua mai la segreta lotta fra la debolezza del tenero corpo, l'impossibilit di compiere grandi azioni a gloria di Dio, e la smisurata grandezza del suo ideale cristiano, del suo desiderio di salvare le anime.
Occulti sacrifici, eccessi di fatica fisica, costrizione di gesto e di parola, ingiustizie e umiliazioni patite in silenzio e ringraziandone il Signore, furono i gradini della scala di perfezione (non palese, ma non per questo meno dura) per giungere ad ottenere dal suo Ges ci ch'ella unicamente sognava: la salvazione delle anime di tutto il mondo. Dal suo Ges tanto amato non ebbe, nel chiostro, consolazione di visioni e parole come Angela da Foligno, d'estasi come Teresa d'vila e Caterina da Siena. Nel buio del ritiro dove la sua eccessiva umilt la rendeva incompresa dalle suore, sola col proprio Amore e senza altro appoggio che la Croce, impose all'anima di dilatarsi fino a non aver pi limite: le impose di credere quando una densa muraglia d'ombra si drizzava fra essa e l'aldil: sorella in spirito a San Giovanni della Croce, nel cui poema, scritto in carcere, I canti della Notte Oscura, ella riviveva spesso, intensamente, la tragica sublimit del proprio conflitto interiore.
Dalla prigione tenebrosa e nemica, la luce di fede che sfolgora sull'universo, l'energia spirituale che lo muove.
Confessione di Teresa:
L'amore di Ges mi prevenne sin dall'infanzia: crebbe con me: ora  divenuto un abisso, del quale mi  impossibile scandagliare la profondit.
Troviamo nell'Epistolario alcune lettere di lei alla quasi coetanea sorella Celina, che dopo la morte del padre doveva raggiungere Teresa e le sorelle maggiori Maria e Paolina nello stesso convento. Scritte fra il 1888  a quindici anni e novizia al Carmelo  e il 1894, sono forse le pi belle della Santa: testimoniano in mirabile modo, specie la quinta e la settima, di un'anima gi singolarmente matura, quantunque piena di freschezza e d'ardore; gi rivolta al suo Segno e in quello fissa: prigioniera in membra quasi ancora infantili eppure nettamente distaccata da ogni legame dell'io terreno. Senza tempo: cio, eterna nel tempo.
Tale, seguendo una precisa unit di pensiero e di convinzione, ella si rivela in altre lettere alle sorelle Paolina e Leonia, e alla cugina Maria Gurin. A questa, incerta sulla soglia della monacazione, grida, con una forza che  quasi prepotenza: Se tu non sei nulla, dimentichi forse che Ges  tutto?.
In altro luogo scrive: Desidero che le mie tenebre ottengano luce ai peccatori.
E nella Storia d'un'anima: Mi sembra che nulla ora mi vieti di volar via. Non ho pi grandi desidri, se non quello d'amare sino a morir d'amore. (Cap. IX.)
Teresa era gi mortalmente ammalata quando scriveva quelle parole. Appartengono allo stesso periodo di tempo, cio agli ultimi anni e mesi di sua vita, le dieci lettere a due giovani frati Missionari, scritte per confortarli e incoraggiarli nella via di sacrificio a cui s'erano votati. Non fosse che per quelle lettere, nelle quali non  confessata ma vive e sanguina dietro ogni riga la sua vera vocazione, che sarebbe stata di andar Missionaria nelle terre degli infedeli (le avrebbero forse concesso di partire per il Carmelo di Hanoi, ma la salute troppo scossa glielo imped), suor Teresa del Bambino Ges e del Santo Volto merita d'essere la Patrona delle Missioni.
Lavoriamo insieme per la salvezza delle anime (lettera II): non abbiamo che l'unico giorno della vita per salvarle: l'indomani di tal giorno sar l'eternit.
La sola cosa che desidero (lettera IV)  di vedere amato il buon Dio: confesso che se, nel cielo, io non potessi pi lavorare per la sua gloria, preferirei l'esilio alla Patria.
Ricorda (lettera VI) il venerato Missionario martire di Tonkino Teofano Vnard, e ne ripete, commentandoli, alcuni profondi pensieri: Ciascuna vita di Missionario  feconda di croci.  La vera felicit  di soffrire; e, per vivere, bisogna morire.
Trova espressioni d'ineffabile grandezza parlando del giovine Padre Mazel, morto di malattia poco prima d'aver raggiunto il luogo della sua Missione; e lo vede nel luminoso stuolo dei martiri di Cristo. Per lei, se non per gli altri, quel sacrificio senza gloria non  meno fecondo di quelli dei Maestri della fede che trovano il martirio predicando il Vangelo in paesi barbari.
Pagine, in cui la purit, la forza alata dell'anelito religioso non possono andare pi oltre. Il limite estremo fra la terra e il cielo  toccato.
Uno dei due fratelli spirituali della Santa sta per imbarcarsi; e, forse troppo umanamente, soffre nel dover abbandonare genitori e parenti. Teresa (lettera VII) lo rianima, lo solleva al disopra di se stesso. La vostra anima  troppo grande scrive per attaccarsi alle consolazioni di quaggi. Dove  il vostro tesoro, ivi  l'amor vostro. E l'unico vostro tesoro non  forse Ges? Non restate pi ai suoi piedi soltanto, ve ne supplico: gettatevi nelle sue braccia.
Chi non respira, in questo linguaggio, l'aria infuocata di Santa Caterina da Siena?
Teresa sa ormai d'essere prossima a morte: ne  felice; tutto  stato offerto, tutto consumato: ogni giorno che passa l'avvicina alla meravigliosa libert che l'attende da quando ella  nata. Lo annunzia (lettera IX):
Quando voi riceverete questo foglio, forse io non sar pi nulla sopra la terra. Posso dire con sicurezza: Lo Sposo  alla porta. Ci vorrebbe un miracolo per trattenermi nell'esilio, ed io non credo che Ges lo compia, perch Egli non compie mai nulla d'inutile.
Ma ha gi scritto nella lettera precedente: Ci che m'attira verso la patria del Cielo,  il richiamo di Dio:  la speranza d'amarlo, infine, come l'ho tanto desiderato:  il pensiero che potr farlo amare da una moltitudine d'anime che lo benediranno in eterno.
L'ultima lettera, brevissima,  del 14 agosto 1897, un mese e mezzo prima del transito. Non muoio, fratello: entro nella Vita. Tutto ci che non posso dirvi quaggi, ve lo far sapere dall'alto dei cieli.
Ciascuno dei Missionari sparsi lungo le strade della carit pu considerare i dieci preziosi messaggi come indirizzati a lui stesso. Ciascuno di loro, dal giorno nel quale ha pronunciato i voti a quello della morte,  accompagnato, ovunque, dall'Ombra protettrice di Teresa. Ella non si stanca di ripetere al suo spirito le misteriose parole che nel rapido giro de' suoi giorni non pot dirgli quaggi. Questo nel presente, questo nel futuro, sino a quando il mondo avr termine.
Un giorno, in uno dei lunghi e gelidi corridoi del Carmelo di Lisieux, alcune suore videro Teresa trascinarsi penosamente, appoggiandosi al muro con una mano. Gi era minata dal male che doveva condurla alla tomba, e le povere gambe quasi non la reggevano. Affettuose la rimproverarono, chiedendole perch mai, cos debole, volesse compiere quello sforzo, che il medico le aveva proibito. Con un sorriso angelico, ella rispose: Cammino per un Missionario.
Cos la ricordo e sempre la voglio ricordare: distrutta dalla malattia, vicina al trapasso, eppur capace d'imporre al proprio corpo l'unico olocausto che gli sia consentito: pochi stentati passi fuor dalla cella, allo scopo d'aiutare un lontano Missionario a percorrere con fame, sete, stanchezza e pericolo il deserto che lo dovr condurre al paese selvaggio dove lo attendono creature da salvare nel nome di Cristo.
Cos vorrei la ricordassero coloro che leggeranno queste mie povere pagine. Impossibile cmpito  fissare in breve spazio la figura di lei; forse nemmeno in ponderosi volumi. Sfugge al controllo umano.  stata chiamata la piccola Santa; ed  invece una delle pi formidabili tempre d'anima con le quali si costruiscono i Confessori di Dio.  fatta d'infinito. Non per un infinito oblioso dell'uomo e delle sue pene. L'infinito di Teresa  tutto luce e vibrazione di carit operante. Chi crede in lei (ne  pieno il mondo) pu, se la prega con assoluto abbandono, sentirsela accanto, assaporare la dolcezza e la potenza della sua protezione, essere certo che non gli mancher mai. A qualcuno che le chiese, un giorno degli ultimi di sua vita, se dal cielo avrebbe abbassato lo sguardo sugli uomini, rispose: Discender.
...
.
...
FINE.