ADA NEGRI.
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LIRICHE.
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1940 - 1942. Societ anonima La nuova Antologia, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Paolo Alberti e Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Indice.
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3 liriche del 1940.
LA CIOCCA BIANCA.
IL RISVEGLIO.
LA TUA VOCE, SIGNORE.
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8 liriche del 1942.
IL NUMERO.
PLPEBRE.
FRUTTI E FIORI.
CANZONE.
PUGNO DI TERRA.
MAGNOLIA.
FONTANA DI LUCE.
NOTTE STELLATA.
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FINE Indice.
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LA CIOCCA BIANCA.
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De' tuoi bianchi capelli, s leggeri
alla carezza e pur s folti, in uno
scrigno una ciocca serbo. Erano i miei
scuri come la notte, allor che al capo
tuo la recisi. Ed oggi, te cercando
in quella ciocca, sola cosa viva
che di te mi rimanga, io mi domando
se recisa non l'ho dalle mie tempie.
E se mi guardo entro lo specchio, e in esso
mi smarrisco, non me, ma te ravviso,
o Madre: tua questa marmorea fronte
piena di tempo, e immersa in una luce
ch' gi ormai d'altra terra e d'altro cielo.
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IL RISVEGLIO
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Senza sonno la notte e senza pace
fu. Pulsava alle tempie, ai polsi il sangue
torbido, in colpi sordi; e mi parea
rispondesse al mugghiar cupo del mare.
E tra il mugghio del mare e il martello
del sangue il mio dolor con le memorie
pi fonde in cuor si rinnovava, tutta
addentandomi dentro: ero soltanto
quel dolor, quel dolore; e il resto nulla.
Ma venne, a un tratto, verso l'alba, il sonno.
Breve esso fu, come una morte breve;
e mi svegliai che il sol, gi alto, in fasci
di raggi entrava dal quadrato azzurro
della finestra. Vi balzai. M'immersi
nella luce, non pi vita pensante,
ma solo vita: bevvi la freschezza
del mattino nel salso odor del mare,
mare e cielo divenni, e immenso riso
senza memoria.
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LA TUA VOCE, SIGNORE. Leggendo Sant'Agostino.
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Chi mi dar di riposare in Te? 
Chi mi dar che Tu m'entri nel cuore,
ed io tanto ne goda che mi scordi
i mali antichi e i nuovi, e Te soltanto
contempli e adori, unico bene? Io voglio
ascoltar la tua voce. La tua voce
vera, o Signore, prima della morte.
So ch'essa ha un'eco in ogni cosa: so
ch' nel sol che mi scalda, nelle pietre
che calpesto, nel fiore e nella fronda,
nella pioggia e nel fulmine, nell'uomo
che m' fratello e in quel che m' nemico.
Ma se Tu mi parlassi come un Padre
alla sua figlia: e mi dicessi:  Figlia,
io ti perdono!  Una sol volta, un solo
istante, udirti: annichilirmi al suono
tremendo e dolce: e non poter far altro,
o mio Dio, che morire, per udirti
sempre.
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IL NUMERO.
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Adolescente, nelle terse notti,
volevi numerar tutte le stelle;
ma a quell'immenso tremolo di luci
affaticati gli occhi
ti si chiudean con volont di pianto.
Quando intatta la neve il tuo giardino
ammantava di bianco, e le muraglie
scure parean di fronte a quel candore,
volevi numerar tutte le falde
mulinanti nell'aria in taciturna
vertigine; ma cieca
fuggir dovevi al folle abbaglio. E venne
la dura vita. Or sai
che niuno al mondo noverar pu gli astri:
o le falde di neve: o della pioggia
le gocciole: o le sabbie dei deserti.
Sola fra moltitudini, perduta
fra le stirpi sepolte e le presenti
e le future, invano
tenti il mistero penetrar del moto
che ti sospinge, e l'anima e il travaglio
degli umani, nel tempo. E soffri. E questa
pena portar sino alla morte devi.
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PLPEBRE.
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Plpebre, dolci plpebre, che un velo
calate, quand'io voglia, fra i miei occhi
e i fantasmi del mondo: per la vostra
misericordia imprigionarmi posso
entro me stessa, e nulla pi vedere
di quel che esiste, ma veder pi in fondo
o pi lontano. O plpebre, son belli
i volti amati, i fiori al sole, i campi
di spighe ondose; ma pi bello il vostro
mistero. In esso abbandonatamente
io mi sommergo; e scendo (o salgo?) al punto
ove l'umano ha termine, e il divino
comincia; e scopro eterei paradisi
che il mondo ignora; e vi vorrei per sempre
suggellate su questi occhi di carne,
per restar col mio Dio libera e sola.
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FRUTTI E FIORI.
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Or s' fatta vendemmia de' bei frutti
del psco. Tondi come rosee sfere
e vellutati come offerte guance
di bimbo, stan nelle canestre, a terra,
sull'erba: pregna l'aria  dell'aroma
inebrante, che per le narici
entra nel sangue con sapor di sole.
Spoglio ormai di sua messe  il psco antico
e solo fronda. Anch'essa il tramontano
d'Autunno rapir, nude lasciando
le rame; e pur n'ha gioia. Oh, cos lieve,
tu, giovinezza, che ravvivi il tronco
liberato, all'avvento aspro del Marzo,
dopo le nevi: cos cara, tu,
rosea nube di fior che lo rivesti
immacolata e fuggitiva; e sei
fatta di nulla come la speranza.
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CANZONE.
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Canta un fringuello
a gola perduta
nella piccola gabbia appesa al sole.
Sole di Marzo in terso azzurro: l'aria
n' resa folle, e folle  la canzone
fra le muraglie della vecchia corte
dove non sosta mai bimbo n donna.
Canta un fringuello
a gola perduta
con uno strazio che vuol esser gioia
dal carcere chiamando Primavera
come fossero suoi tutti i giardini
del mondo; ed il mio cuor canta con lui.
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PUGNO DI TERRA.
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Pugno di terra umida e grassa, stai
nel cavo delle mie piccole mani
salde a stringerti, attente a non lasciarti
sfuggire. Bene pi segreto io forse
non chiusi mai fra queste dita: fresco
alla carne ti sento, e, se pur molle,
sei denso; e, nel tuo buio, occultamente
vivo di mille vite. Un'oblosa
fragranza emani, che non  di fiore,
non d'erba, non di spica; ma ne accoglie
la dolcezza e il respiro. E m'assomigli:
come, non so: pur sento che il mio viso
 l'uguale del campo a cui ti tolsi:
cangia com'esso sotto il vento e il sole.
Pugno di terra, nulla oltre che un pugno
di terra, chiuso in fermo scrigno d'ossa
e carne: nulla sei, la vita sei.
Su te curva ed assorta, affondo in grembo
alle viscere nere, ascolto il brivido
delle fonti nascoste, i germi in succhio
gonfiarsi, le radici attortigliarsi:
gioia di fiori, maturar di frutti,
maest di foreste, oro di messi
in te posseggo. Ma non  superbia,
non  follia questo tenerti?  Schiudo,
caste, le mani; e a te rendo il tuo regno.
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MAGNOLIA.
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Batte la pioggia con tinnir di nacchere
della magnolia sulle foglie dure:
compatta e stralucente  la magnolia
sotto il lavacro; ed ogni foglia  lastra
brunita ove rimbalzano le gocciole.
S'aprono invece di tra il verde i calici
dall'aroma che sta fra amore e morte
pallidamente offerti al gran ristoro
dell'acqua, e in s l'accolgono: viventi
acquasantiere, a cui nessuna mano
attinger pel Segno della Croce.
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FONTANA DI LUCE.
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Nel Marzo ebro di sole il grande arbusto
in mezzo al prato si copr di gialli
fioretti: le novelle accese rame
salenti e ricadenti con superba
veemenza di getto dnno raggi
e barbagli a mirarle; e tu quasi odi
scroscio di fonte uscir da loro, e tutta
la Primavera da quell'aurea polla
ti si versa cantando entro le vene.
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NOTTE STELLATA.
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Nell'ombra azzurra, brulicar di stelle.
Non lume ai campi: tutto lumi il cielo.
Pi lo sguardo v'affiso, e pi s'accresce
quel tremolo, quel palpito, quel folle
moltiplicarsi d'astri; e pi m'addentro
nel mistero del fulgido linguaggio
che di sua risonanza empie gli spazi.
O stelle, e quando mai fui cos vostra
come in quest'ora?Musiche solenni
attraversano i cieli e fan canoro
l'universo: redente anime a schiere
con arcangeli e santi il Dio che i mondi
regge cantano in gloria. O stelle, io prego
che discendan le Plejadi stanotte
a raccoglier di me ci che la morte
non pu rapirmi; ed io con loro assurga
tra quel fiorire ed osannar di luci
immacolate, alla siderea gioia.
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FINE.