Axel Munthe.
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Vagabondaggio.
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Traduzione di: Gian Duli.
1933. Edizioni Corbaccio, MILANO.
Collezione I Corvi. Sezione scarlatta.
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        Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
                   Fondazione Ezio Galiano onlus
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                ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: CATIA RIGHI per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it.
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Indice.
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PRESENTAZIONE. di Gian Duli.
1. PER QUELLI CHE AMANO LA MUSICA.
2. GIOCATTOLI SOTTO IL CIELO DI PARIGI.
3. MONSIEUR ALFREDO.
4. L'ITALIA A PARIGI.
5. RAFFAELLA. 
6. MONTE BIANCO RE DELLE MONTAGNE.
7. SERRAGLIO.
8. ZOOLOGIA.
9. MEMENTO HOMO! 
10. AGITAZIONI POLITICHE A CAPRI. 
11. I CANI DI CAPRI. 
12. SUOR FILOMENA. 
13. LA SCOMPARSA DI TAPPIO.
14. LA MADONNA DEL BUON CAMMINO.
15. PORTA S. PAOLO (Il cimitero protestante di Roma). 
16. INVECE DELLA PREFAZIONE.
NOTE.
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Fine Indice.
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PRESENTAZIONE. di Gian Duli.
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Non di Axel Munthe, noto in tutto il mondo per la sua Storia di San Michele che ha avuto meritato successo anche in Italia, ma presentazione di questa opera minore da cui quella nacque, come il meriggio dall'alba e la rosa dal boccio. Per raggiungere la strada maestra, l'Autore percorse molti anni fa questo piccolo sentiero guardando lo stesso orizzonte, fermandosi ad ascoltare con la sua pensosa bont le stesse voci, annotando, forse con pi ingenua, certo con pi spontanea freschezza e quasi direi con innocenza, la vita degli umili a lui tanto cara, le bellezze della nostra terra, la poesia delle vecchie credenze, la malinconia di un canto o di un suono, di un volto di bimbo malato o di una fanciulla tradita o di un vecchio stanco che strimpella all'angolo della via.
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I lettori della Storia di San Michele ritroveranno qui molte care vecchie conoscenze: Arcangelo Fusco, lo spazzino del quartiere di Montparnasse, la famiglia Salvatore, don Gaetano, il sonatore d'organetto, con la sua povera scimmietta tisica, Monsieur Alfredo col manoscritto della sua ultima commedia sotto il braccio, e Suor Filomena e i monaci e i preti con le loro Madonne e i loro Santi e le loro reliquie miracolose, e persino i cani inobliabili con i quali l'Autore parla "come se fossero cristiani", e le stesse bambole e gli stessi cavalli di legno. E vi  ancora qui il gran sole sul golfo di Napoli, il vecchio Vesuvio che fuma la sua pipa, l'incantevole isola di Capri.
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Pi di un lettore, noi siamo certi, a lettura finita di questo libro, dovr confessare che per quanto puerile, deficiente e ingenuo sia, esso trova la via del cuore in maniera forse pi penetrante della Storia di San Michele. Perch qui vi  l'innocenza, l'impetuosit, la fede, le facili lagrime e i sbiti sorrisi della prima giovinezza: sale da queste pagine la pensosa malinconia delle cose passate, un po' logore un po' appassite come se tornassero a noi volti obliati dei primi giochi e dei primi dolori, il candore della Comunione, la voce e le mani della nostra mamma, il ramoscello di olivo benedetto sul nostro letto di bimbi, il Crocefisso tra le mani in croce della defunta giovinezza.
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Da parte mia confesso che nel porre la parola "Fine" alla traduzione di questo volume, la mia mano leggermente trema e mi scopro a ripetere mentalmente, forse in ricordo di altri versi francesi posti dall'Autore a chiusa della prefazione di una delle ultime ristampe:
La vie est brve
Un peu d'espoir,
Un peu de rve...
Et puis, bonsoir!
Gian Duli.
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L'AUTORE.
Axel Munthe (Oskarshamn, 31 ottobre 1857  Stoccolma, 11 febbraio 1949)  stato uno scrittore e psichiatra svedese.  conosciuto principalmente per essere l'autore de La storia di San Michele (1929), un racconto autobiografico romanzato della sua vita e del suo lavoro, il cui titolo si riferisce alla villa San Michele che egli si costru ad Anacapri con l'aiuto di manovali del luogo.
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VAGABONDAGGIO.
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1. PER QUELLI CHE AMANO LA MUSICA.
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L'avevo impegnato per l'anno. Veniva due volte la settimana e andava ripassando tutto il suo repertorio; e in ultimo a esecuzione finita, per la simpatia che aveva per me, suonava due volte di seguito il Miserere del "Trovatore", ch'era il suo pezzo favorito. Se ne stava l nel mezzo della strada, mentre suonava, guardando fisso la mia finestra, e quando aveva finito, si levava il cappello con un "Addio Signor!"
Ben si sa che l'organetto, come il violino, viene ad avere un tono completo e simpatico quanto pi passa il tempo. Il vecchio sonatore aveva un eccellente strumento, non del rumoroso tipo moderno che imita un'orchestra intera con flauti campane e tamburi, ma un melanconico antico organetto che poteva esprimere da un sognante mistero al gaio allegretto, e nel cui pi superbo e fragoroso tempo di marcia si sentiva un certo che di rassegnato. Nei pi teneri pezzi del repertorio la melodia, soffocata e tremolante come la voce di un vecchio cantante da strada, si arrampicava nelle canne arrugginite degli acuti, e poi c'era un tremolo nei toni bassi che sembravano singulti soffocati. Di quando in quando la voce dello stanco organetto mancava completamente; allora il vecchio si rassegnava a spostare l'indice della suonata: ma quel motivo mancato era pi commovente di qualunque musica, nel suo eloquente silenzio.  vero che l'istrumento era per se stesso molto ubbidiente, ma il vecchio certo influiva sulla tristezza che mi avvolgeva ogni volta sentivo la sua musica. Egli percorreva le vie del quartiere povero, dietro il Jardin de Plantes e spesso io durante il mio solitario vagabondaggio in quei dintorni, mi fermavo tra lo scarso uditorio di ragazzi cenciosi della strada che lo attorniavano.
Facemmo la nostra conoscenza in un'oscura e nebbiosa giornata d'autunno; sedevo su una panchina sotto gli alberi quasi scheletriti che invano avevano cercato di coprire la tristezza del luogo con un poco d'estate e ora rassegnati lasciavano cadere le foglie; e come malinconico accompagnamento ai miei cupi pensieri, il vecchio organetto nel lurido vicolo l presso tossiva l'aria dell'ultimo atto della Traviata "Addio del passato bei sogni ridenti!"(1).
Mi scossi quando la musica si ferm. Il vecchio aveva esaurito tutto il suo repertorio e dopo uno sguardo triste al suo uditorio, infagott, rassegnato, la scimmia sotto il mantello e si prepar ad andarsene. M'erano sempre piaciuti gli organetti e avevo l'udito abbastanza corretto per poter distinguere la buona dalla cattiva musica; perci andai verso di lui e lo ringraziai chiedendogli di suonare ancora, a meno che non si sentisse il braccio troppo stanco. Credo ch'egli non avesse mai sentito troppe lodi, perch mi guard con un'espressione incredula e penosa, e con timida esitazione mi domand se era uno speciale pezzo che desideravo sentire. Lasciai a lui la scelta. Dopo aver toccato alcune misteriose viti sotto l'organetto che rispose dalle sue profondit con un lamento quasi soffocato, cominci lentamente e con certa solennit a girare la manovella, e lanciandomi uno sguardo amichevole disse: "Questo  per gli amici."
Era una musica che prima non gli avevo sentito sonare, ma conoscevo bene la dolce vecchia melodia, e a mezza voce andai rievocando dalla memoria le parole che forse sono le pi belle delle canzoni popolari di Napoli:
Fenesta ca luciv' e m no' luce
Segn' ca Nenna mia stace malata
S'affaccia la sorella e me lo dice:
Nennella toja  morta e s' aterrata
Chiagneva sempre ca dormeva sola,
M dorme in distinta compagnia.
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Mentre sonava mi guardava con timido interesse, e quando ebbe finito si scoperse il capo grigio; ricambiai il saluto, e la nostra conoscenza fu fatta.
Non era difficile capire che i tempi erano duri; gli abiti del vecchio erano di dubbio aspetto, e il pallore della povert si stendeva sui suoi lineamenti disfatti dove io leggevo la lunga storia di tutta una vita di disgrazie. Veniva dalle montagne intorno a Monte Cassino, - cos mi disse, - ma di dove venisse la scimmia non l'ho mai potuto sapere.
In questo modo c'incontrammo di tanto in tanto durante i miei vagabondaggi nei quartieri poveri. Quando avevo un momento disponibile mi fermavo ad ascoltare una o due sonatine perch sapevo di far piacere al vecchio, e siccome portavo sempre in tasca uno zuccherino per qualche cane che incontravo, ben presto feci amicizia anche con la scimmia. Le relazioni tra la piccola scimmia e l'impresario erano straordinariamente cordiali bench le speranze gi fondate sulla bestiola fossero completamente fallite. Non era mai stata capace d'imparare un solo gioco, cos mi disse il vecchio. Tutti i tentativi di educazione erano stati da lungo tempo abbandonati ed essa sedeva l raggomitolata in se stessa sull'organetto, senza far niente. Il suo muso era triste come quello della maggior parte degli animali e i suoi pensieri erano lontani. Di quando in quando si svegliava dai suoi sogni e gli occhi prendevano un'espressione sospettosa, quasi maligna, quando guardava i piccoli vagabondi che si affollavano intorno alla sua tribuna e cercavano di tirarle la coda che sporgeva fuori dal costumino ricamato in oro. Con me era sempre molto amabile: lasciava confidenzialmente la sua mano rugosa nella mia e con aria assente, accettava le piccole attenzioni che le potevo offrire. Le piacevano molto le ghiottonerie e in special modo le mandorle abbrustolite.
Dal momento che il vecchio trov l'amico musicista sul balcone dell'Htel de l'Avenir, spesso venne a sonare sotto le mie finestre. Pi tardi fissammo l'accordo, ch'egli sarebbe venuto regolarmente a sonare per me due volte la settimana. La cosa pu forse sembrare strana per uno studente di medicina, ma le pretese del vecchio erano cos modeste, e poi sapete che fui sempre molto amante della musica. Inoltre, era l'unica ricreazione possibile: lavoravo duramente allora perch dovevo prendere la laurea in primavera.
Cos pass l'autunno e venne il tempo brutto. Il ricco provava i nuovi modelli invernali e il povero tremava dal freddo. Le mani bene inguantate sembravano sempre pi riluttanti a lasciare il caldo del manicotto o ad aprire le tasche per tirar fuori il denaro, e sempre pi disperata diventava la lotta per il pane nell'esistenza problematica dei poveri della strada. Di fronte alle finestre chiuse del cortile, arpisti, zampognari e violinisti, eseguivano inosservati e dinanzi alle ben chiuse finestre del cortile, i migliori pezzi del loro rpertoire: "La Bella Napoli" e "Santa Lucia", mentre le dita intirizzite pizzicavano le corde della chitarra, e la sorellina, tremante di freddo, batteva il tamburello. Invano il vecchio cantante della strada ripeteva con voce rauca "La Gloire" e "La Patrie" e invano il mio amico girava il suo pezzo "per gli amici", ch sempre pi fitti fitti cadevano i fiocchi di neve sulle umili teste scoperte, e sempre pi scarsi cadevano i soldi dentro i cappelli tesi.
Di quando in quando andavo incontro al mio amico e avevamo sempre, come prima, una gentile parola l'uno per l'altro. Ora egli era avvolto in un vecchio mantello abruzzese, e osservai che pi il freddo aumentava pi egli accelerava il tempo col quale finiva le sue melodie; verso dicembre perfino il "Miserere" veniva suonato come un "allegretto."
La scimmia ora aveva addosso qualcosa di pi pesante e il sottile corpicciuolo era avvolto in un lungo mantello come quello che usano gli inglesi; tuttavia essa era terribilmente infreddolita, e, spesso, dimenticando ogni etichetta, scivolava gi dall'organetto per scomparire sotto il mantello del padrone.
E mentre essi erano l fuori a patire il freddo, io, anzich aiutarli, me ne stavo seduto comodamente nella camera riscaldata, dimentico completamente di loro, assorto sempre pi nei miei studi per i prossimi esami. Poi un bel giorno lasciai d'improvviso il mio alloggio per sostituire un collega e mi trasferii all'Htel Dieu. Passarono settimane prima che uscissi dall'ospedale. Lo ricordo cos bene, fu il primo giorno dell'anno che c'incontrammo ancora. Attraversavo la piazza di Notre Dame, la messa era appena finita e la gente usciva dalla vecchia Cattedrale.
Come il solito, una fila di mendicanti stendeva la mano davanti alla porta implorando la carit dei fedeli. Il rigido inverno aveva aumentato il loro numero, e accanto ai comuni mendicanti, zoppi e ciechi, che stavano sempre sotto il portico, recitando ad alta voce la storia della loro sfortuna, vi era un gruppo di poveri che se ne stava silenzioso - poveri diavoli il cui pane quotidiano era stato nascosto sotto la neve e la cui superbia era stata distrutta dal freddo. All'altra estremit, a una certa distanza da tutti, se ne stava con la testa china e col cappello teso tra le mani un vecchio in cui con dolorosa sorpresa, riconobbi il mio amico col suo logoro vestito, ma senza il mantello abruzzese, senza l'organetto, senza la scimmia. Il mio primo impulso fu quello di andare da lui, ma una sensazione penosa di cui non avrei saputo dir la ragione, mi trattenne. Sentivo che il mio viso s'era fatto rosso, e non mi mossi dal mio posto. Di tanto in tanto un passante si fermava per un momento, fingeva di frugarsi nelle tasche, ma non vidi mai cadere nessuna moneta dentro il cappello del vecchio.
A poco a poco la piazza diventava deserta, e i mendicanti a uno a uno se ne andavano coi loro piccoli guadagni. Finalmente usc dalla chiesa una bambina condotta da un signore vestito a lutto; la bambina indic il vecchio, poi corse da lui per mettergli una moneta d'argento nel cappello. Il vecchio chin umilmente il capo, ringraziando, e anch'io quasi senza pensarci fui sul punto di ringraziare la piccola soccorritrice, tanto contento mi aveva reso il suo atto. Il mio amico avvolse accuratamente il prezioso dono in un vecchio fazzoletto, e piegandosi in avanti, come se avesse ancora il suo organetto da caricare sulla schiena, s'incammin.
Ero libero quella mattina, e, pensando che una passeggiatina prima di colazione m'avrebbe aiutato a togliermi un poco dall'atmosfera dell'ospedale, seguii lentamente il vecchio lungo la Senna. Una volta o due quasi lo raggiunsi e fui l l per battergli sulla spalla con il solito "Buon giorno Don Gaetano", ma senza sapermi spiegare esattamente il perch, mi trattenni lasciandolo camminare qualche passo dinanzi a me.
Un vento gelato soffiava forte contro di noi e io mi strinsi nella pelliccia. Ma in quel momento mi chiesi improvvisamente perch dopo tutto possedessi una pelliccia cos calda e morbida mentre il vecchio che camminava davanti a me portava soltanto una logora giacca. Perch c'era per me la colazione che mi attendeva, e per lui no? E perch dovevo io avere un fuoco nella mia comoda camera mentre il vecchio doveva vagare per le strade tutto il giorno in cerca del cibo e alla sera tornare nella sua miserabile soffitta indifesa contro le fredde notti invernali, e prepararsi per il giorno dopo alla lotta per il pane?
D'improvviso cominciai a capire perch ero arrossito vedendo il vecchio a Notre Dame e perch non potevo decidermi di andargli a parlare: mi vergognavo della generosit della vita verso di me e della crudezza verso di lui. Mi sentivo come se gli avessi preso qualche cosa che avrei dovuto restituirgli. Cominciai a pensare se mai questa cosa fosse la pelliccia, ma non continuai a lungo le mie meditazioni perch il vecchio si ferm a osservare la vetrina di un negozio. Avevamo appena attraversato la piazza Maubert e svoltato pel boulevard St. Germain; il boulevard era pieno di gente cos che potei andargli proprio vicino senza essere osservato. Era la vetrina di una elegante pasticceria e con mia sorpresa il vecchio entr senza alcuna esitazione. Mi posi davanti alla vetrina, fra alcuni cenciosi monelli tremanti dal freddo assorti nella contemplazione di quei dolci che per loro erano il frutto proibito, e osservai il vecchio che cautamente slegava il fazzoletto e poneva sul banco della commessa il regalo della bambina. Ebbi appena il tempo di tirarmi indietro quand'egli usc subito col pacchetto rosso in mano e s'incammin rapidamente verso il Jardin des Plantes.
Ero molto stupito per quello che avevo veduto e la curiosit mi spinse a seguirlo. Quando fummo nelle vie dietro l'ospedale della Piti, egli rallent il passo e scomparve in una lurida e vecchia casa. Aspettai fuori qualche minuto, poi mi avvicinai tentoni nello stretto e buio corridoio, m'arrampicai su per una sudicia scala e trovai una porta leggermente socchiusa. Una camera fredda e oscura, nel mezzo della quale stavano tre povere bimbe cenciose accoccolate intorno a un braciere semispento; nell'angolo, unico mobile, un letto di ferro ben pulito e in ordine con un crocefisso e un rosario appesi sul capezzale; e presso la finestra, un'immagine della Madonna ornata di vistosi fiori di carta. Ero in Italia; nella mia povera Italia esiliata. La maggiore delle sorelle, nel pi puro toscano, m'inform che don Gaetano viveva nella soffitta. Salii da lui e bussai, ma nessuno rispose, cos aprii io stesso la porta. La camera era illuminata da un fuoco vivo. Con le spalle rivolte alla porta, don Gaetano stava in ginocchio davanti alla stufa, affaccendato a scaldare qualcosa in un tegamino, vicino a lui, sul pavimento, giaceva un vecchio materasso col ben conosciuto mantello abruzzese gettato sopra, e poco pi in l, sparse su un giornale, vi erano varie ghiottonerie: un arancio, noci, uva ed anche il pacchetto di carta rossa. Don Gaetano lasci cadere un pezzo di zucchero nel tegamino, lo rimosse con un legnetto, e con voce persuasiva sentivo che diceva:
- Che bella roba, che bella roba, quanto  buono questo latte con lo zucchero! Non piangere, anima mia, adesso siamo pronto!
Un sottile bisbiglio si udiva venire di sotto al mantello abruzzese e una piccola mano nera si stendeva fuori verso il sacchetto rosso.
- Prima il latte, prima il latte, - ammon il vecchio. - Non importa, pigliane una, - aggiunse pentendosi e traendo una grossa mandorla abbrustolita dal sacchetto di carta. La piccola mano scomparve e si sent crocchiare sotto il mantello. Don Gaetano vers il latte caldo in un piattino e cautamente sollev un angolo del mantello. L sotto c'era la povera scimmietta con il respiro affannoso e gli occhi brillanti di febbre. Il suo musetto era diventato piccolo piccolo e cinerognolo. Il vecchio la prese sulle ginocchia e teneramente, come una madre, prese a versarle a cucchiaiate il latte caldo in bocca. Essa guardava con occhi indifferenti verso le leccornie sulla tavola e con aria assente lasciava che le sue dita passassero attraverso la barba del suo padrone. Era cos debole che durava fatica a tener su la testa e di quando in quando tossiva in modo che tutto il piccolo corpo le si scuoteva e con le manine si premeva le tempie. Don Gaetano scosse tristemente la testa e cautamente ripose la piccola ammalata sotto il mantello.
Un debole rossore si stese sul volto del vecchio appena mi vide. Gli dissi che casualmente mi ero trovato a passare proprio nel momento ch'egli entrava nella casa e che m'ero preso la libert di seguirlo per dargli il buon giorno e il mio nuovo indirizzo nella speranza ch'egli venisse a sonare da me, come prima. Involontariamente, mentre parlavo, guardai intorno in cerca dell'organetto e Don Gaetano che cap mi inform che non sonava pi l'organetto, ma cantava. Lanciai un'occhiata alla preziosa pila di legna vicino al caminetto, alla nuova coperta di lana che pendeva davanti la finestra a riparo dell'aria, e alle ghiottonerie stese sul giornale, ed anch'io compresi.
La scimmia era ammalata da tre settimane.
- La febbre, - spieg il vecchio.
C'inginocchiammo ai lati del giaciglio e il povero animale mi guard con muta preghiera come chiedendo aiuto. Il suo naso scottava come avviene ai bambini e ai cani ammalati. Il suo viso era aggrinzito come quello di una vecchia decrepita e gli occhi avevano un'espressione proprio umana. Il respiro era molto corto e noi potevamo sentire come un rantolo nella sua gola. La diagnosi non era difficile: la bestia era tisica. Di quando in quando si sforzava di stendere le sottili braccia come implorasse aiuto, e don Gaetano pens che faceva cos perch desiderava di essere salassata.(2) Ben volontieri avrei voluto aiutarlo, se fossi stato certo che la scimmia ne avrebbe ricavato un beneficio, bench per principio fossi ostile a questa cura; ma sapevo purtroppo quanto sarebbe stato inutile e feci del mio meglio per farlo capire a don Gaetano. Ero dolente di non sapere io stesso che cosa si potesse fare. Avevo in quel tempo un amico fra i guardiani della casa delle scimmie nel Jardin des Plantes e nella stessa notte egli venne con me a visitare la bestiola. Disse che non c'era nulla da fare, che non c'era speranza. Aveva ragione. Per pi di una settimana il fuoco brill nella soffitta di don Gaetano; poi si spense e cominci, nella casa del vecchio, il freddo, l'oscurit come prima.
 ben vero ch'egli and a disimpegnare il suo organetto e di quando in quando una moneta cadeva ancora nel suo cappello. Egli non mor di fame e di freddo: e questo era quanto chiedeva alla vita.
Cos venne la primavera e io lasciai Parigi Dio sa che cosa sar avvenuto di don Gaetano.
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2. GIOCATTOLI SOTTO IL CIELO DI PARIGI.
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A Parigi l'anno nuovo comincia con le risa dei bambini, l'alba del suo primo giorno splende di gioia sulle piccole guance rosee e paffute, e rallegrate dalla luce che emana dagli occhi ridenti dei bambini, il sipario si alza sul mondo fantastico dei giocattoli.
Questo mondo dei giocattoli  la copia fedele, in miniatura, del nostro mondo. La stessa continua evoluzione, la stessa lotta per l'esistenza si combatte l come qui. I giocattoli sorgono e tramontano proprio come gli uomini: soltanto i pi forti e i pi resistenti sopravvivono sfidando il tempo, mentre i deboli e i meno adatti vengono eliminati e scompaiono.
Alla prima categoria appartiene la bambola, il cui tipo, attraverso i secoli, s' potuto modificare, ma il cui principio  eterno e il cui spirito continua a vivere con l'eterna giovinezza degli dei. La bambola esiste da migliaia di anni;  stata trovata nelle tombe dei bambini romani, e gli archeologi delle generazioni future la ritroveranno fra gli avanzi della nostra cultura.
I bambini di Pompei e di Ercolano usavano giocare col cerchio proprio come facemmo io e voi quando eravamo piccoli; e chiss se il cavalluccio a dondolo che noi cavalcammo da ragazzi, non sia il diretto discendente di quel fiero destriero nei cui fianchi di legno i bambini di Francesco I piantarono i loro speroni. Il tamburo  pure esente da qualsiasi modificazione nel tempo; per secoli esso  stato battuto nelle veglie di Natale e Capodanno nella stanza dei bambini per le battaglie dei soldatini di piombo, e continuer a rullare fin che ci saranno bimbi che maneggino le bacchette del tamburo, e adulti a cui stordire i timpani. Il soldatino di piombo vede il futuro con calma: non si arrender fino al giorno del disarmo generale, bench l'utopia della pace generale sia ancora tanto lontana.
Nemmeno la piccola spada scomparir;  il simbolo dell'infanzia del nostro non sradicabile desiderio di combattere gli arlecchini coronati di carta dorata, dai tinnuli campanelli che sfideranno pure il tempo; essi faranno fortuna nel mondo dei giocattoli fin che ci saranno buffoni nel nostro mondo. I cavalieri gallonati, dalla grande spada pendente al fianco, le ricciute principesse dai graziosi piedini calzati con scarpe di raso, i prodi moschettieri dai grandi stivaloni coi risvolti e i grossi mustacchi, son tutti giocattoli che si mantengono ancora in buona forma nel loro mondo. La bambola giapponese  ancora giovane ma ha dinanzi a s un avvenire brillante.
Tra i giocattoli che van perdendo gradatamente terreno possiamo accennare ai frati, ai nani e ai re, un brutto augurio se ben ci pensiamo. Non vorrei far dispiacere a nessuno, ma  un fatto che la richiesta dei re  diminuita di molto in questi ultimi tempi: i miei studi sull'antropologia del giocattolo non mi permettono il minimo dubbio al riguardo; non sta a me tentar di spiegare la causa di questo strano fenomeno. Capisco bene che l'argomento  molto doloroso e non insister.
I nani, che nel nostro mondo si trovano sempre pi a disagio da quando le locomotive cominciarono ad ansimare attraverso le foreste e che hanno cercato e trovato un rifugio nel mondo dei giocattoli, nei libri illustrati e nei racconti delle fate, non saltano fuori dalle loro scatole con selvaggia energia come facevano una volta e non sanno pi ispirare terrore come un tempo. Sono dunque destinati ad estinguersi; fra poche generazioni le balie e le governanti studieranno la fisica e quindi comincer la fine dei nani e delle scatole a sorpresa! Da parte mia, mi rincresce. Ogni generazione scrive la storia della sua civilt nei libri dei suoi bambini la nostra  l'et dell'indagine scientifica.
I ragazzi d'oggi non hanno il tempo di far sogni e si muovono e vivono in un mondo di pensiero affatto diverso da quello in cui vivevamo noi. Oggigiorno il nano Tom Thumb  abbandonato a se stesso nella foresta e il povero Robinson Crosu, che ci fece cos bella compagnia da ragazzi, si sente sempre pi sperduto nella sua isola deserta col nostro comune amico Venerd e la paziente capra che abbiamo cos spesso accarezzata, nei nostri sogni. Oggi i pensieri dei bambini viaggiano con Phileas Fogg nel Giro del mondo in ottanta giorni di Giulio Verne o s'imbarcano senza paura per un viaggio nella luna con velocit accuratamente calcolata di non so quante migliaia di miglia al secondo, portando sulle spalle il sacco da montagna imbottito di scienze fisiche.
In questi tempi un piccolo futuro Edison siede pensieroso nel suo laboratorio infantile, provandosi a intontire una mosca sotto la campana di una pompa aspirante, o sta comunicando con la sorellina a mezzo di un telefono lillipuziano.
Noi non sapevamo far altro che assediare minuscole fortezze con fucili a turacciolo e guidare all'azione le nostre armate nemiche di latta, limitando la nostra inchiesta scientifica a quella incruenta vivisezione che consisteva nello sventrare le nostre bambole e fare a pezzi tutto quello che ci trovavamo dentro. I giocattoli scientifici dieci anni fa erano quasi sconosciuti, mentre ora fanno bella mostra nei negozi principali e forse formano la pi grande attrazione per i bimbi d'oggi. La tranquillit des parents et l'instruction des enfants:  la divisa di questi giocattoli. S,  ben vero che sono stati creati per l'istruzione dei bambini; ma cosa avverr della nostra immaginazione se ora perfino i regali di Natale danno lezioni di chimica e di fisica?
E tutta questa sete moderna di scienza artificiosamente spinta non distrugge quella poesia di sogni dorati che  la prima luce del pensiero nascente? Pu darsi che mi sbagli, ma mi sembra qualche volta che nei bambini ci sia ora meno sorriso di un tempo e che i visi diventino sempre pi pensosi, e se debbo essere sincero, mi tocca confessare che me ne sto piuttosto alla lontana da questi giocattoli moderni, e non ne ho mai comprato alcuno per i miei piccoli amici.
Alle convulsioni politiche che di tanto in tanto turbano la tranquillit del nostro mondo si pu far risalire l'origine del fermento politico che domina il mondo dei giocattoli: la bonaccia dopo la tempesta.
L'agitazione politica del mondo del giocattolo  sinora un argomento piuttosto trascurato; e pure esso  troppo vasto per essere trattato in queste pagine. Perci credo bene limitarmi alla politica dei giocattoli francesi dopo l'ann terrible (1870-71). La guerra tra la Germania e la Francia  passata da tempo, ma tuttavia il mondo del giocattolo risuona ancora dell'eco delle armi del 1870; si continua ancora a battagliare con indomabile ardore nel mondo lillipuziano, dove i Bismarck e i Moltke uscendo dalle fabbriche di giocattoli della Germania, combattono ad ogni Natale nuove battaglie con l'Article de Paris.
Vittoriosi per merito del loro buon prezzo, i giocattoli germanici avanzano. Dalla Foresta Nera emigrano ogni Natale milioni di buoi, di pecore, di cavalli e di cani di legno, tenendo testa alla rivale orda che discende dalle fattorie dei Vosgi (St. Clauden ecc. ecc.). Ogni Natale migliaia di bambole partono per Parigi da Amburgo, Norimberga e Berlino, per rivaleggiare con le loro colleghe francesi, e ogni Natale squadroni di soldatini prussiani, dall'elmetto a chiodo, attraversano il Reno per invadere i negozi di giocattoli e le camere dei bimbi francesi. La lotta  troppo ineguale, la concorrenza  troppo grande. Il Siebenburgen e il Tirolo possono fornirvi a scelta una bottega completa da farmacista, una drogheria ripiena di merce, o una ben provvista fattoria con raccolti ed attrezzi, mucche, pecore e capre che pascolano in prati verdeggianti, per tre franchi e cinquanta.
Amburgo offre allo stesso modesto prezzo, per l'osservatore superficiale, una bambola perfetta, una bambola con gli occhi di vetro e i capelli ricciuti, e una muta d'abiti, mentre la piccola parigina ha gi speso il doppio soltanto per il suo vestito e perci non pu consentire ad essere vostra se non al prezzo di un mezzo luigi d'oro. Norimberga vi mobilita un intero reggimento di soldatini di stagno, con le salmerie e l'artiglieria (modello Krupp), allo stesso prezzo per cui l'arsenale di giocattoli del Marais pu fornirvi soltanto un battaglione di chasseurs d'Afrique.
La prospettiva  triste: i francesi si ritirano su tutta la linea.
Ma la Francia non vuole essere disfatta. E se voi cercate di penetrare nello spirito del soldatino di stagno, vi troverete nascosto, sotto la riservatezza comandata dalla disciplina, lo stesso sogno glorioso di rivincita che ispir i volontari fatti sorgere dal nulla da Gambetta. Il soldatino di stagno francese guarda verso l'est; egli sa che  ancora impotente per arrestare l'invasione dei barbari, egli  legato all'articolo 4 del trattato di pace di Francoforte, ma aspetta il suo tempo.(3)
E la rivincita  vicina. Anche questa volta il segnale della rivolta  stato dato da Belleville, da un Gambetta nel mondo del giocattolo. Qualche anno fa un povero operaio di Belleville ebbe un'improvvisa ispirazione, un'ispirazione che da allora in poi ha originato un'armata che vorrebbe realizzare il sogno della pace eterna, e tenere in iscacco tutte le truppe riunite d'Europa, se si trattasse di una questione di numero soltanto. Ogni anno egli mette sul piede di guerra cinque milioni di soldati. L'origine di questi soldati  umile, ma era umile anche quella di Napoleone. Questi soldatini sono fatti con le vecchie scatole da sardine che, buttate via nell'immondezzaio, vengono salvate dalla distruzione dallo spazzino che le vende a uno straccivendolo di Belleville o delle Buttes Chaumont, che a sua volta le cede a uno specialista il quale le prepara per le fabbriche. I guerrieri vengono tagliati dal fondo delle scatole; i coperchi e i fianchi delle scatole vengono usati per fare cannoni, vagoni ferroviari, ambulanze ecc. ecc. Tutto ci potr sembrarvi poco importante a prima vista, ma a Belleville  stata impiantata una grande fabbrica su questo principio di utilizzazione delle scatole di sardine, che occupa non meno di duecento operai e produce ogni anno pi di due miliardi di giocattoli di latta. Visitai la fabbrica pochi giorni fa: non destando alcun sospetto, fui ammesso senza difficolt a vedere l'arsenale gigantesco coi suoi cinque milioni di guerrieri.
Il povero operaio dal cui capo balzarono fuori gli eserciti di soldatini di latta, per via delle scatole di sardine,  ora un uomo ricco, e in pi un ardente patriota, abile nel suo campo, e assai onorato dal suo paese. Dopo essersi ritirati per anni, i soldatini di latta francesi avanzano ancora una volta; gli elmetti chiodati germanici si ritirano ogni Natale dalle posizioni conquistate nelle case dei bimbi francesi, e forse  possibile che il tempo non sia lontano in cui il tricolore sventoler sopra i negozi di giocattoli di Berlino: una piccola rivincita in attesa di quella pi grande.
Son passati molti anni da quando il nemico scacci la Francia, e tuttavia Parigi  la metropoli della cultura. La concorrenza ha portato l'Article de Paris alla disfatta commerciale, e dal punto di vista commerciale le jouet Parisien non fa pi parte delle grandi potenze del mondo del giocattolo. Ma la bambola parigina non ammetter mai la superiorit della sua rivale germanica; porta lo stampo della sua nobilt sulla fronte, e pensa di poter regnare nel mondo delle bambole come prima, come prerogativa del suo grado indiscutibile e della sua eleganza artistica.
Non occorre certamente molta conoscenza umana per distinguere a prima vista la graziosa parigina col suo riso birichino da una delle apatiche bellezze di Norimberga o di Amburgo. Se vi fosse qualche dubbio, basterebbe guardarle i piedi: quelli della parigina sono piccoli e graziosi e portano sempre scarpine eleganti, mentre la Gretchen  generalmente trascurata nelle sue chaussures, proprio come da noi inglesi, per dirla franca. Quanto al resto della sua guardaroba, la Germania, nonostante la sua indennit di guerra di 5 miliardi, non  capace di produrre vestine da bambola eleganti; per queste occorrono le delicate dita di una grisette parigina.  quindi rivalso l'uso fra le bambole germaniche eleganti di importare i loro vestiti da qualche grande casa di mode parigina. Posso anche dirvi entre nous che le bambole germaniche pi distinte non soltanto si forniscono a Parigi degli abiti, ma anche delle teste. Le fabbriche di bambole tedesche che sono incapaci di produrre visi graziosi ed espressivi comperano le teste delle bambole dalle fabbriche di Montreaux e di S. Maurice, dove sono modellate da artisti di prim'ordine come Carrier-Belleuse ed altri.
Finora mi sono limitato alle classi elevate della societ bambolesca, ma anche fra le bambole agiate della media borghesia che si vendono da 10 a 15 franchi al pezzo, la differenza fra il tipo francese e quello tedesco si nota a prima vista. Poi, via via che si discende negli strati inferiori della societ della borghesia bambolesca, sempre meno chiaro diventa il tipo nazionale: scommetto tuttavia che riconoscerei la mia amica francese anche fra le bambole da cinque franchi l'una. Per stabilire la nazionalit di una bambola da un franco si deve possedere una vasta conoscenza preliminare, e molta attitudine naturale. A facilitare il compito ai futuri esploratori nelle regioni dell'antropologia ancora oscure, posso accennare ad un importante dettaglio nell'esame fisico relativo: la bambola dev'essere scossa. Se si sente qualcosa dentro, la bambola  probabilmente francese, perch le grisettes francesi che fanno queste bambole hanno l'abitudine di mettervi dentro qualche sassolino che - mi si dice - tende a sviluppare il gusto della vivisezione nelle crescenti generazioni. Scendendo gi nella serie, dove si trova il tipo di transizione darwiniano, dove la bambola  senza braccia o senza gambe, dove ogni traccia di anima  scomparsa dalla sua inespressiva faccia di legno impressa della stessa calma apatica che caratterizza le folle di marmo degli antichi, o dove un sorriso solitario e inconscio brilla sopra le rudimentali fattezze su cui la carne si  indurita, e il naso non  che una pura espressione di profilo, e negli occhi neri  ancora l'ombra dalla caotica oscurit fuori dalla quale nacque la prima bambola, in questo ambiente tutte le distinzioni nazionali cessano e la bambola embrionale vive la sua vita di arcaica semplicit indisturbata da tutte le agitazioni politiche dei paesi che le diedero i natali; la bambola  treize sous non emigra, per ragioni patriottiche e forse per mancanza di iniziativa.(4)
La sua vita  umile. Fa parte della gente disprezzata, il suo posto nei grandi magazzini di giocattoli  un angolo oscuro dietro alle altre bambole che allungano le manine giunte verso i pi ricchi compratori e coi brillanti occhi di vetro e le labbra sorridenti si attirano gli sguardi ammirati degli avventori. Ma laggi nelle strade deserte dei sobborghi, dove tutta la bottega dei giocattoli  fatta di un tavolo portatile e il pubblico consiste in una folla di monelli cenciosi, laggi la bambola  treize sous regna sovrana. E alla tremula luce della lanterna illuminante il mondo fiabesco che Natale e Capodanno rivelano ai bambini poveri, la bambola disprezzata diviene bella come una regina ed  circondata da una vera coorte di ammiratori.
E anch'io sono uno dei suoi ammiratori. Nessuna delle eleganti bellezze dei magazzini del Louvre mi ha mai impressionato, nessuna delle affascinanti coquettes del Bon March riusc a cogliermi nella rete delle sue trecce bionde, mentre confesso che i miei occhi si posano con tenera simpatia sulle grossolane fattezze della bambola  treize sous.
Ognuno ha i suoi gusti. Per me, credo sia bella; non so che farci. E ci siamo incontrati sovente: il caso mi conduce spesso sulla sua strada. Ma pensate, se ci non fosse dovuto al caso, se fosse invece la mia silenziosa affezione che cos spesso guida i miei passi verso i luoghi dove so di poter incontrare la mia prediletta! Pensate un po' se dovessi infine innamorarmi! Ad ogni modo non le ho detto nulla, n essa mi ha mai rivolto alcuna parola d'incoraggiamento o di rifiuto. Ma, come gi dissi, c'incontriamo spesso nelle case di comuni amici, specialmente a Natale e a Capodanno. La mia visita non fa molto impressione, ma quanta felicit non diffonde la bambola intorno a s! Riconoscendo che la mia parte  di second'ordine, m'inchino volentieri davanti ai pregi sociali superiori della mia compagna, e silenziosamente mi ritiro in un angolo a godermi il suo trionfo. Non so come faccia, ma appena essa ha passato la soglia di casa, sembra che la buia soffitta dove vivono i bimbi del povero, diventi pi vivace ed allegra. Una luce di gioia si sprigiona dagli occhi dei piccoli, brilla un lieve sorriso sulle pallide guance del fratellino malato, e scende come un'aureola intorno alla testa liscia della bambola. Il piccolino, strisciando carponi sul pavimento, trattiene improvvisamente i singhiozzi, dimentica d'aver freddo, dimentica d'aver fame e con raggiante gioia allunga le braccia al benvenuto e inaspettato ospite. E pi tardi, la sera, quando  ora per me d'andarmene, quando i bimbi dei ricchi hanno danzato fino alla noia intorno all'albero di Natale, quando la tromba del soldatino nella camera dei bimbi d il segnale della ritirata, e quando le eleganti bambole sono messe a dormire ognuna nel suo grazioso lettino, allora la ragazzina su nella soffitta avvolge teneramente nel misero scialle materno la sua amata bambola che non ha indosso nulla; e cos esse s'addormentano una a fianco dell'altra, la bambola  treize sous e la sua deliziosa piccola ammiratrice.
Bench sia disprezzata e messa in ridicolo da noi grandi i cui occhi sono stati sviati dalla moda moderna del realismo,  tuttavia ben vero che la bambola  treize sous nella freschezza della sua primitiva ingenuit, si avvicina molto pi all'ideale che non le costose bellezze del Louvre e del Bon March che hanno raggiunto il pi alto grado della raffinatezza. Noi grandi abbiamo perduto la facolt di capire questo, dal momento in cui perdemmo la semplicit della nostra fanciullezza, ma il nostro maestro in questa come in molte altre cose,  il bambino che ancora cammina carponi sul pavimento. Mettete una bella bambola elegante vicino a una bambola ordinaria le cui forme quasi non sono umane e vedrete che il bambino allunga le braccia verso quest'ultima. Sembra un paradosso, ma  un fatto che potete provare da voi; questi giocattoli a buon prezzo sono generalmente preferiti perfino dai bimbi dei ricchi, finch essi sono realmente bambini, e non conoscono ancora il valore del denaro. Pi tardi, quando hanno imparato a conoscere questo valore, i bimbi sono cacciati fuori dal Paradiso della Fanciullezza, i loro occhi vedono la rozzezza dalla bambola ordinaria e ci che ho detto or ora cessa di esser vero.
Ma cosa  avvenuto delle agitazioni politiche? Lontano da tutti gli uragani e le battaglie politiche i miei pensieri han deviato verso l'idilio, in soffitta, della bambola dei poveri; mi son provato a descriverla come essa mi si  spesso rivelata; ho alzato un lembo del velo dell'oblio immeritato che nasconde la sua umile esistenza lass dove essa vive, per portare gioia a coloro che il mondo abitua al dolore. E l'ho fatto per offrire un tributo di gratitudine alla gioia pura che essa ha dato cos spesso anche a me, bench io sia troppo vecchio per giocare con le bambole. Ma grazie a Dio non son troppo vecchio per osservare gli altri.
La bambola non  vecchia e la vecchiaia non la raggiunger mai; non diventer mai vecchia: muore giovane come "colui che al Cielo  caro". Muore giovane, e appena poche settimane dopo il Capodanno si avvia a quegli strani Campi Elisi dove tutto ci che sopravvive di giocattoli rotti dorme all'ombra di alberi di Natale appassiti.
 
3. MONSIEUR ALFREDO.
Non saprei dire come mi capit di entrare in quel piccolo modesto caff, n so come avvenne che durante quell'intero anno non ne frequentai nessun altro.
Penso sia stato per causa di Monsieur Alfredo che divenni un habitu di quel locale.
Evidentemente egli faceva colazione dopo di me, perch io avevo gi avuto anche il tempo di fumare un paio di sigarette quando entrava nel Caf dell'Empereur diritto ed elegante nella sua redingote strettamente abbottonata, con un manoscritto arrotolato sotto il braccio, e la capigliatura grigia riccioluta che gli incorniciava il rugoso viso infantile.
Il cameriere gli portava una tazzina di caff e poneva la scacchiera fra di noi. Monsieur Alfredo, con cortesia d'antico stampo, chiedeva notizie della mia salute, ed io, da parte mia, ricevevo assicurazioni soddisfacenti riguardo alla sua. Mi davo da fare a mettere a posto i pezzi degli scacchi, e mentre cercavo sotto il tavolo la pedina che in un modo o nell'altro cadeva sempre a terra, Monsieur Alfredo tirava fuori dalla tasca il suo pezzo di zucchero e lo metteva nella tazzina.
Giocavamo sempre due partite. Io sono stranamente sfortunato al gioco, e il vecchio, che amava gli scacchi, risplendeva di felicit ogni volta che mi dava scacco matto. Giocava molto lentamente ma con meravigliosa audacia, e anche dopo aver giocato con lui ogni giorno per molti mesi, io ero tuttavia incapace di comprendere chi di noi giocasse peggio. Quello che pi di tutto non capivo era il fatto che Monsieur Alfredo raramente o mai giocava con altro che con il re e la regina. Soltanto per caso e con riluttanza egli si serviva dei cavalli, delle torri, e degli alfieri, ma sembrava che ignorasse completamente le pedine. Non avevo mai visto nessuno giocare in quel modo, e molto spesso dovevo stare sull'attenti per non perdere.
La conversazione si aggirava sulla letteratura e soprattutto sul teatro. Monsieur Alfredo era terribilmente esigente quando si trattava d'arte drammatica e non approvava nessun'altra forma che la tragedia. Era eccessivamente difficile da contentare riguardo agli autori. In quel tempo avevo piena la testa di Victor Hugo, ma Monsieur Alfredo lo considerava eccessivamente sentimentale. Aveva una opinione migliore di Racine e di Corneille, bench mi facesse capire che li considerava mancanti di forza. Disprezzava la commedia, e rifiutava assolutamente di ammettere che Scribe, Augier, Labiche e Dumas fossero delle celebrit. Non c'era da far altro che accennare al nome di Offenbach o di Lecocq, per trasformare il normalmente tranquillo Monsieur Alfredo in un essere furioso; allora erompeva in parole italiane, lingua che non parlava mai, se non quando era fortemente eccitato. Li chiamava "birbanti" e "avvelenatori", perch avevano con la loro musica diffuso il veleno che aveva ucciso il buon gusto di un'intera generazione, ed erano loro, in gran parte, responsabili della caduta della tragedia ai nostri giorni.
Sembrava molto bene informato di tutto ci che riguardava i teatri di Parigi, di cui era evidentemente un assiduo frequentatore. Una volta o due gli proposi di andare a teatro insieme qualche sera, ma dovetti notare che Monsieur Alfredo non sembrava mai disposto a capirmi. Non appena avevamo finito di giocare la seconda partita, Monsieur Alfredo tirava fuori quattro soldi avvolti in un pezzo di carta, chiamava il cameriere, gli domandava quanto aveva da pagare e poneva i suoi quattro soldi sul tavolo. Il Caf dell'Empereur non era un posto molto dispendioso, come potete capire; sul boulevard Saint Michel vi prendevano otto soldi per una tazza di caff, mentre qui se ne pagavano soltanto quattro, se lo prendevate senza latte e senza zucchero. Monsieur Alfredo molto tempo prima mi aveva confidato la sua esperienza che lo zucchero portava via met della fragranza del caff: io invece, che non ero tanto delicato, prendevo col caff, e zucchero e latte e cognac in pi, ma non mi riusc mai una volta di far accettare, a Monsieur Alfredo un petit verre offerto da me. Mi provai invano a tentarlo con tutto quello che il caff de l'Empereur poteva offrire, ma il vecchio signore rifiut sempre con cortesia, ma con fermezza.
Sapevo che Monsieur Alfredo era un autore e che quello che portava sotto il braccio era il manoscritto di una tragedia in cinque atti. Ho sempre ammirato gli autori e gli artisti e feci del mio meglio per fargli capire che mi sentivo lusingato della sua compagnia. Gi da lungo tempo gli avevo raccontato tutto quanto riguardava me e i miei affari; ma Monsieur Alfredo dimostrava una strana reticenza in tutto ci che lo riguardava personalmente.
Qualche volta, uscendo dal caff insieme, mi provai ad accompagnarlo per un tratto; ma quando eravamo in istrada, mi augurava sempre il buon giorno, e potevo facilmente capire che non ero desiderato. Espressi anche il desiderio che mi fosse permesso di fargli una visita, ma mi fece capire che il suo tempo era molto limitato in quel momento, ed io, avendo per certo che la tragedia era la causa di tutto ci, mi guardai bene dal disturbarlo. Non veniva mai al caff che di sera, cosicch mi riposavo da solo fumando. Di tanto in tanto pranzavo con qualcuno dei miei compagni di scuola gi sul boulevards, ma da veri abitanti del Quartiere Latino, era ben raro che attraversassimo la Senna. Una sera, tuttavia, a pranzo qualcuno dei miei commensali propose di fare una scarrozzata fino al Varits per vedere "Les Brigands" di Offenbach che allora faceva furore e mi portarono con loro. Credo che tutta la platea fosse piena di studenti. Eravamo molto eccitati e applaudivamo rumorosamente come la claque che occupava la fila dietro di noi. Mi sembrava di fare un insulto al mio amico del Caf de l'Empereur, e sentii che egli mi avrebbe disprezzato se mi avesse visto in quel luogo: decisi quindi di non dirgli niente di quella serata. Ci nonostante, risi a crepapelle durante tutto lo spettacolo. Le ultime parole di una canzone erano appena finite che la claque scoppi in applausi assordanti e noi e l'intera platea seguimmo il suo esempio con gran buona volont: cos quando noi cedevamo non potendo pi muovere le braccia, la claque aveva intanto ricuperato le sue forze, e la farsa brillante veniva ancora applaudita dagli interessati spettatori della fila dietro di noi, dove un intero coro di poveri diavoli urlava "Bravo, bravo!" per comprarsi il pane il giorno dopo. D'un tratto fui sorpreso nel sentire un "Bravo, bravo!" che termin dopo gli altri. Mi voltai rapidamente, scorsi con lo sguardo la fila della claque, e con grande stupore dei miei compagni, presi il cappello e sgusciai fuori del teatro.
La piacevole musica risonava alle mie orecchie mentre ritornavo a casa, ma sentivo che le lagrime, quella sera stavano per spuntarmi negli occhi.
No, non dissi mai a Monsieur Alfredo d'essere stato a sentire "Les Brigands": non solo ma nelle nostre conversazioni, non allusi pi a Offenbach e a Lecocq, e mai pi proposi di accompagnare l'amico a teatro.
Il giorno dopo, finita la nostra partita a scacchi, seguii il vecchio sino a casa sua, tenendomi a una certa distanza. Andai da lui la stessa sera, e mentre me ne stavo contemplando la targhetta sulla porta, la portinaia apparve e m'inform ch'egli non passava mai la sera in casa. "Ero io forse uno scolaro?" Risposi affermativamente. Le chiesi s'egli aveva parecchi scolari e mi rispose ch'io ero il primo che vedeva.
Fu verso la fine d'autunno che comunicai a Monsieur Alfredo la mia irrevocabile decisione d'abbandonare gli studi di medicina per dedicarmi al teatro, e con mia grande soddisfazione egli acconsent a divenire il mio maestro di scena e di recitazione. Le lezioni mi venivano date nella mia camera a l'Htel de L'Avenir. Il metodo del vecchio era strano, e le sue teorie sul modo di recitare erano audaci come quelle che applicava giocando a scacchi. Ascoltavo con la massima attenzione tutto quello ch'egli diceva, sforzandomi pi che potevo d'imparare le regole fondamentali di comportamento ch'egli credeva bene insegnarmi. Dopo un poco acconsent alla mia richiesta di provarmi in una parte, ed essendogli ben nota la mia preferenza per la tragedia, fu deciso che sotto la direzione dell'autore stesso avrei potuto impersonare uno dei personaggi dell'ultimo lavoro di Monsieur Alfredo "Le Poignard", tragedia in cinque atti. Monsieur Alfredo stesso era il re ed io il marchese. Ammetto che il mio dbut non fu felice. Vidi che l'autore era ben lontano dall'essere soddisfatto di me, e capii che il marchese aveva fatto fiasco. Il mio secondo debutto fu nella parte del Lord inglese, nella tragedia in cinque atti, "La Vengence" ma nemmeno in questa nuova prova vi erano illusioni possibili, dato il risultato. Poi tentai la mia fortuna nella parte del Conte ne "Le secret du tombeau", ma con esito incerto. Indi discesi a tentare la parte del Visconte, e feci sforzi sovrumani per riuscirvi, ma nonostante il modo indulgente in cui Monsieur Alfredo mi segnalava le mie deficenze, non potei nascondere a me stesso il fatto che non ero adatto ad essere neppure un Visconte.
Cominciai ad avere ser dubb sulla mia vocazione teatrale, ma Monsieur Alfredo pens che la ragione del mio fiasco potesse aver origine dalla mia poca dimestichezza con l'alta societ, e dalla mia incapacit di adattarmi alle sensazioni ed ai pensieri degli alti personaggi. Aveva ragione. Era tutt'altro che facile! Tutti i suoi eroi ed eroine erano tristi per se stessi, per non dire disperati, bench abitualmente mi fosse impossibile comprendere la ragione. Amore e odio brillava in ogni sguardo.  ben vero che di regola tutto andava male per gl'innamorati, ma anche se alla fine si sposavano non sembravano per questo pi allegri. Ricordo, per esempio, il terzo atto di "Le Poignard" dove io, il Marchese, dopo aver guazzato nel sangue, riuscivo a vincere il cuore della mia bella, che da parte sua era passata attraverso fuoco e fiamma per essere mia. L'arcivescovo ci sposava al lume della luna e noi, che non ci eravamo visti da dieci anni, eravamo lasciati per un poco soli in un giardino di rose. Non v'era niente che ci potesse far paura, non era possibile che qualcuno ci disturbasse, poich in precedenza avevo passata la mia spada attraverso ogni persona adulta della commedia, ed io pensavo di essere un poco gentile con la marchesa; ma Monsieur Alfredo non trovava mai la mia voce abbastanza tragica durante i pochi brevi momenti di felicit che egli ci concedeva. (Dopo poco perivamo per un terremoto).
Ma anche quelli che scampavano a una morte violenta non stavano meglio: in ogni caso, venivano portati via nel fiore della loro giovinezza da inesplicabili malattie improvvise, che nulla riusciva a combattere. In principio provai di salvare qualche vittima, ma Monsieur Alfredo mi guardava sempre con aria stupefatta quando suggerivo che qualcuno poteva esser lasciato guarire, e conoscendo la sua teoria che il sentimentalismo era quello che guastava Victor Hugo, come poeta drammatico, cessai a poco a poco di immischiarmi nella faccenda.
Dopo ancora alcuni tentativi infruttuosi nella parte di nobile, sottoposi a Monsieur Alfredo la mia idea, cio, ch'era meglio ch'io occupassi un ruolo inferiore. Ma qui cozzavamo contro un ostacolo imprevisto: Monsieur Alfredo non scendeva mai al disotto del grado di visconte. Se per le esigenze della trama un solitario rappresentante delle categorie pi basse doveva apparire sulla scena, non appena aveva proferito una parola l'autore gli scaraventava una borsa sulla testa rimandandolo fra le quinte con un gesto imperiale delle sue maniche lucenti. Bene, buttiamo via tutti i falsi orgogli. Fu in queste parti che io finalmente trovai il mio genre; fu qui ch'io ebbi i miei soli trionfi. Senza farmi scorgere dal vecchio, mi allontanai sempre pi dal rpertoir e di tanto in tanto attraversavo il palcoscenico e con un grande inchino consegnavo un piego proveniente da qualche testa coronata, o apparivo qualche volta per portar via un cadavere. Era tutto quello che potevo fare.
Cos pass l'autunno; avevamo gi provato tragedie su tragedie e pur tuttavia Monsieur Alfredo aveva sempre una nuova tragedia sotto il braccio. Cominciai a temere che il vecchio autore si esaurisse in questa sua mania senza fine di scrivere copioni, e tentai ogni mezzo per vedere di farlo desistere e riposare un poco. Ma la cosa era impossibile. Ora egli veniva ogni giorno all'Htel de l'Avenir a trovare il suo unico e solo scolaro e confidente letterario. Il suo viso bambinesco e senza malizia sembrava divenire ogni giorno sempre pi gentile, ed io mi sentivo sempre pi attratto verso il povero vecchio fanatico da una specie di tenera simpatia.
La sua letteraria sete di sangue divenne sempre pi inesauribile.
Per Natale la sua nuova tragedia era pronta e lo stesso Monsieur Alfredo sembrava ritenerla il suo miglior lavoro. Il dramma avveniva in Sicilia, ai piedi del monte Etna, nel mezzo di un fiume di lava infocata. Nemmeno un'anima sopravviveva al 5 atto. Gli chiesi di lasciare in vita almeno il cane, un Newfoundland che, con un erede morto stretto fra i denti, aveva attraversato a nuoto il mare dal continente; ma Monsieur Alfredo fu inesorabile. Nell'ultima scena, il cane si butt nel cratere dell'Etna.
Ma, mentre la lava dell'Etna riscaldava il mondo dei sogni di Monsieur Alfredo, la neve invernale cadeva su Parigi. Tutti indossavano gi pesanti soprabiti, ma il mio povero professore girava ancora con la sua vecchia marsina, resa cos lucente dal continuo spazzolare, e tanto sdrucita dall'uso continuo. Le notti divennero freddissime ed io seguivo con triste pensiero il povero vecchio che ogni sera dal Variet si avviava a piedi verso casa.
Molte volte fui l l per toccare il delicatissimo argomento, ma ero sempre trattenuto dal sensibilissimo orgoglio col quale egli cercava di nascondere la sua povert.
Tuttavia non l'avevo mai visto di umore cos eccellente come allora; egli riponeva pi che mai una grande fiducia di successo nella sua nuova tragedia.
Era scritta per il Thtre Franais come tutte le altre. La cattiveria sistematica con cui Mr. Perrin(5) aveva rifiutato di accettare qualunque suo lavoro, l'aveva certamente fatto pensare al Thtre Odeon: ma considerando le proporzioni colossali del suo nuovo dramma, Monsieur Alfredo non poteva far a meno di offrirlo al pi grande teatro di Parigi.
Forse voi pensate che sarebbe stato mio dovere far presente a Monsieur Alfredo il pericolo dei voli della sua immaginazione, che avrei dovuto fargli capire come le sue tragedie fossero pi adatte per un altro pianeta che non pel nostro. Ma io non ne feci nulla, e son certo che voi non avreste agito diversamente se l'aveste conosciuto come io lo conoscevo, se aveste visto nei suoi occhi gentili l'ansia con cui aspettava la mia approvazione, e come il suo triste vecchio viso fanciullesco si illuminava quando mi recitava qualche passo che egli era certo mi avrebbe fatto rimanere a bocca aperta; e purtroppo, ahim, ci avveniva spesso. Ero arrivato al punto di non sentirmi il coraggio di guastare la sua gioia con una sola parola di critica. Ascoltavo in silenzio tragedie su tragedie, e non v'era alcun bisogno di simulare la seriet, poich tutto il riso che le sue pazze creazioni suscitavano in me era soffocato dalla tragica realt, la mia critica ammutoliva dinanzi alla sua assoluta miseria: il disgraziato non possedeva nemmeno un soprabito. L'unico pubblico che il povero vecchio avesse mai avuto ero io: perch dunque non dovevo applaudirlo un poco, far sentire una briciola della gioia del trionfo, a lui che la vita aveva cos atrocemente fischiato?
Un pomeriggio non venne a trovarmi al Caf de l'Empereur e invano attesi con la scacchiera pronta dinanzi a me anche il giorno dopo. L'aspettai ancora un altro giorno: e poi, spinto da penosa ansia, andai a trovarlo verso sera. Il concierge non l'aveva visto uscire e nessuno rispose quando picchiai. Rimasi l qualche momento a leggere il suo biglietto da visita inchiodato sulla porta:
MR. ALFREDO
Auteur Dramatique, Professeur
de Dclamation de Maintien
et de Mise en Scne
quindi aprii cautamente la porta ed entrai.
Il vecchietto era steso sul letto, in preda al delirio: non riconobbe l'ospite inatteso che gli stava dinnanzi guardando intorno per la vuota soffitta, fredda come le strade di fuori, poich non c'era nemmeno un focolare.
Il giorno dopo vi era un sole magnifico, e mi fu facile farlo trasportare all'ospedale l presso, dove io ero assistente. Aveva la polmonite. Furono tutti molto gentili col povero vecchio, dottori e studenti, e la buona Suor Filomena fece le cose cos per bene che gli pot far avere una camera da solo. Il delirio continu tutto quel giorno e la notte, ma verso il mattino riprese conoscenza e mi riconobbe. Allora volle subito ritornare al suo appartamento, ma si calm, quando gli dissi che era in una stanza privata e che era lontano dagli altri ammalati. Dopo un momento di esitazione domand quanto avrebbe dovuto pagare, ed io gli risposi che non credevo che l'ospedale potesse chiedergli niente. Dato che la "Socit des Auteurs Dramatiques" aveva diritto ad un letto gratis non mi sembrava giusto rifiutare di valersi di tale privilegio, poich, naturalmente, tutti sapevano chi egli fosse. Suor Filomena, che stava dietro al suo cuscino mi fece un cenno di rimprovero per la mia piccola bugia innocente, ma dall'espressione dei suoi occhi compresi bene che mi perdonava. Avevo toccato la corda pi sensibile del povero vecchio autore. Mi fece ripetere pi e pi volte, ascoltando colla pi ansiosa attenzione, ci che avevo detto riguardo alla "Socit des Auteurs Dramatiques" ed un debole sorriso di felicit si diffuse sul suo viso vecchio e smunto quando finalmente riuscii a farmi credere.
Da quel momento sembr felice e contento di tutto, tanto che non si accorse di precipitare verso la fine.
Per soddisfare il suo desiderio gli avevo fatto mettere accanto al letto un tavolino con tutto il necessario per scrivere; ma non aveva ancora provato a scrivere nulla.
Durante la notte era stato peggio; al mattino notai che Suor Filomena aveva appeso un piccolo crocefisso sopra il suo letto. Giacque tranquillo tutto quel giorno; una sola volta, mentre gli davano il brodo, domand quale fosse il pi potente veleno che esisteva, e Suor Filomena rispose che credeva fosse l'acido prussico.
Verso sera la febbre si rialz e gli occhi divennero irrequieti. Mi chiese di sedere presso di lui, e dopo avermi fatto giurare che avrei mantenuto la massima segretezza, mi rivel la trama della sua nuova tragedia nella quale il rivale propinava acido prussico allo sposo e alla sposa durante la cerimonia nuziale. Parlava rapidamente e allegramente: con lo sguardo trionfante mi domand se credevo che questa volta il Thtre Franais avrebbe osato respingere il suo lavoro, ed io risposi che certamente non avrebbe osato tanto. Il lavoro doveva essere composto rapidamente: il primo atto avrebbe dovuto esser pronto per la mattina dopo, e entro una settimana al massimo voleva mandare il manoscritto per la lettura.
Il delirio continu ad aumentare: non badava pi nemmeno alle mie risposte. Gli occhi ancora mi fissavano, ma la sua visione si allargava sempre pi poich le barriere del mondo cominciavano a cadere. Le sue parole divennero a mano a mano pi incoerenti e non potevo ormai pi seguire le sue idee squilibrate. Ma il suo viso poteva ancora esprimere ci che non gli era pi possibile dire con le parole, e con silenzioso stupore vide la Morte dargli alla fine quella gioia che la vita gli aveva negato.
Sembrava ascoltasse. Una luce splend sul viso pallido, gli occhi brillarono, e il moribondo sed sul letto con la testa eretta. Diede una scossa ai suoi riccioli grigi ed un lampo di trionfo gli brill sulla fronte. Colla mano sul cuore, l'autore morente fece un profondo inchino poich nel silenzio della notte profonda sentiva l'eco del pi dolce sogno della sua vita: sentiva il Thtre Franais scrosciare d'applausi!
E lentamente le cortine si abbassarono sull'ultima tragedia del vecchio autore.

4. L'ITALIA A PARIGI.
Vi fu un certo tempo che avevo molti ammalati da curare nel Cortile Roussel. Vi abitavano dieci o dodici famiglie, ma nessuna di esse era cos in miseria, credo, come la famiglia Salvatore. Nella camera di questa famiglia c'era cos buio che dovevano tenere acceso tutto il giorno una piccola lampada ad olio, e non vi era focolare, ma solo un braciere posto nel mezzo della stanza. Era umida come una cantina; quando poi pioveva, l'acqua penetrava nella stanza che si trovava pi di mezzo metro sotto il livello stradale.
Nonostante tutto ci, l'ambiente di quella povera stanzetta dava l'impressione di una specie di patetica lotta contro la tristezza che l'invadeva. I muri erano coperti di vecchi giornali illustrati, il letto era lindo e pulito, e dietro una vecchia tenda in un angolo era appeso in bell'ordine il piccolo guardaroba della famiglia.
Lo stesso Salvatore aveva fabbricato con ingegnosa abilit il letto della bambina con una vecchia cassa da imballaggio, e di giorno si poteva sedervisi sopra come se fosse stato un sof. La mensola d'angolo su cui tenevano l'immagine della Vergine era adorna di bei fiori colorati, e l era raccolto il piccolo tesoro della famiglia: il fermaglio dorato che Salvatore aveva regalato a sua moglie quando si erano sposati; la collana di corallo che il fratello di lei aveva portato dalla pesca dei coralli in "Barbaria" (Algeria); le due tazze dai colori smaglianti che servivano per bere il caff nelle occasioni solenni; e l vi era anche il meraviglioso cane di porcellana che una volta una grande signora aveva regalato a Concetta, e che si tirava gi solo di domenica per ammirarlo pi minuziosamente.
Non riuscii mai a capire come facesse la mamma; ma le bambine erano sempre linde e pulite nei loro abitini sempre corti, e il loro visetto luccicava tanto era lavato e pulito.
La bambina pi grande, Concetta, era stata alla scuola comunale per pi di un anno e mezzo ed era l'orgoglio di sua madre farle leggere dinanzi a me il suo libro di scuola; lei non aveva mai imparato a leggere, e bench mi si facesse credere che Salvatore leggeva molto bene, n egli n io ci azzardammo mai a mettere alla prova le sue capacit letterarie. Poi quando Petruccio non pot pi alzarsi dal letto, Concetta dov abbandonare la scuola per stare a casa col fratellino malato, mentre la mamma era lontana a lavorare nella birreria. Non poteva abbandonare il suo lavoro di lavapiatti, non solo perch le fruttava dieci soldi al giorno, ma anche perch qualche volta poteva portare a casa degli avanzi, nascosti sotto il grembiule, avanzi che non servivano a nessuno, ma coi quali ella preparava magnifiche zuppe pel suo Petruccio.
Anche Salvatore era via tutto il giorno a lavorare a Vallette. Doveva trovarsi ogni mattina alle sei al suo cantiere ed era troppo lontano per poter tornare a casa a mezzogiorno.
Qualche volta mi trovavo presente al suo ritorno dal lavoro. Egli mi guardava con orgoglio quando Petruccio gli stendeva le braccia. Allora sollevava il piccino colle sue mani callose sulle spalle robuste e teneramente appoggiava alla sua guancia abbronzata dal sole il cereo visino del piccolo malato.
Petruccio sedeva quieto e silenzioso sul braccio del padre: qualche volta gli afferrava la barba incolta con le mani sottili e Salvatore appariva felice.
- Vedete, signor dottore, - diceva, - n' vero che sta meglio stassera?
Prendeva la paga ogni sabato e spesso veniva a casa trionfante con un piccolo regalo per il bambino, e padre e madre s'inginocchiavano accanto al letto per vedere come Petruccio l'accoglieva. Ma a Petruccio, ahim, quasi nulla piaceva. Prendeva in mano il giocattolo, e questo era tutto; il suo visino era vecchio e avvizzito, i suoi solenni occhi stanchi non erano gli occhi di un bambino. Non l'ho mai sentito piangere o lamentarsi, ma nemmeno lo vidi mai sorridere, ad eccezione di una volta quando gli fu regalato un grosso cavallo col pelo; un cavallo che mandava fuori la lingua quando lo si voltava con le gambe in alto. Ma non tutti i giorni si poteva trovare un cavallo cos.
Petruccio aveva sei anni, ma non sapeva parlare. Giaceva ore ed ore tranquillo e silenzioso, ma non dormiva; i grandi occhi spalancati sembravano vedere qualcosa di l dalle anguste pareti della stanza.
Sta sempre in pensiero - diceva Salvatore. Si presumeva che Petruccio capisse tutto ci che si diceva intorno a lui: nella piccola famiglia non si faceva nulla d'importante senza prima tentare di scoprire l'opinione di Petruccio sull'argomento, e se qualcuno credeva di leggere un segno di disapprovazione sul viso del piccolo apatico non si parlava pi del progetto, e quasi sempre si scopriva in sguito che Petruccio aveva avuto ragione.
La domenica Salvatore la passava quasi sempre in casa. Qualche amico vestito a festa lo veniva a trovare, per parlare sottovoce dei salari, delle notizie del paese. A volta bevevano un litro di vino che offriva Salvatore, e giocavano una partita a scopa. Quando credevano che Petruccio volesse veder giocare, spostavano il suo lettuccio fin presso al tavolo: ma se Petruccio voleva star solo, allora Salvatore ed i suoi ospiti andavano fuori nel corridoio. Notai tuttavia che il desiderio di Petruccio di star solo di solito si verificava quando la madre era via; se essa era in casa, si vedeva chiaramente che Petruccio voleva che suo padre non uscisse, ma stesse in casa cogli altri. E in questo Petruccio aveva ragione. Salvatore non si faceva molto pregare se uno dei suoi ospiti lo invitava a bere fuori, e quando era fuori nel corridoio accadeva purtroppo spesso che finiva all'osteria. Ed all'osteria non era molto facile persuadere Salvatore a venirsene via: anche pi difficile gli era poi di tornare a casa. La moglie certo gli perdonava, gli aveva gi perdonato tante volte! Ma Salvatore sapeva che Petruccio era inesorabile, e pi la nebbia dell'ubriachezza gli confondeva le idee, pi abbattuto egli si sentiva sotto lo sguardo corrucciato di Petruccio. Con lui non si poteva fingere perch se ne accorgeva subito. Petruccio capiva perfino in quale grado di ubriachezza si trovava il padre, cos mi confid Salvatore stesso una domenica sera che lo trovai seduto nel corridoio, immerso nel pi profondo pentimento. Ahim! Salvatore quella sera aveva la parola molto incerta e non occorreva certo la perspicacia di Petruccio per capire a prima vista che aveva bevuto pi del solito. Gli chiesi se non era meglio che entrasse; egli preferiva rimaner fuori a prendere un poco d'aria; era per ansioso di sapere se Petruccio era sveglio o no, ed io gli promisi di venir fuori a dirglielo. Mi parve anche meglio che stesse un po' fuori finch la testa gli si fosse schiarita, se non per amore di Petruccio, almeno per non impressionare la moglie. Non era la prima volta che divenivo il confidente di Salvatore in una difficile situazione. Coloro che vivono a contatto colle classi povere, non possono essere troppo severi se un operaio che ha lavorato dodici ore al giorno per tutta la settimana, qualche volta si abbandona un po' al vino.  una cosa triste, ma bisogna giudicarla con un po' di bont, poich non dobbiamo dimenticare che la societ ha offerto alle classi povere ben poche altre distrazioni.
Quella sera quindi consigliai il mio amico Salvatore di star seduto fuori finch io non tornassi, ed entrai solo. In casa la moglie era seduta col bambino malato in braccio: dalla cassa a letto veniva il calmo respiro delle bambine.
Si riteneva che Petruccio mi conoscesse molto bene e mi si fosse anche affezionato, bench non me lo avesse mai dimostrato in nessun modo, n alcun simile sentimento si fosse riflesso sul suo viso. Gli occhi della madre, cos esperti in tutto, non riuscivano a vedere che non vi era anima negli occhi vuoti del bambino; le sue orecchie cos sensibili ad ogni respiro del piccolo non potevano convincerla che i suoni confusi che uscivano qualche volta da quelle labbra non si sarebbero mai risolti in un linguaggio umano. Petruccio era ammalato dalla nascita, il suo corpo era contratto, e dietro la sua fronte corrugata non vi era il pensiero. Disgraziatamente non potevo far nulla per lui; il meno peggio era sperare che lo sfortunato piccino morisse presto; e sembrava che la liberazione fosse vicina. Tanto sua madre che io avevamo capito che Petruccio da qualche tempo stava peggio; e in quella sera era tanto debole che non poteva nemmeno tener su la testa. Dal giorno prima s'era rifiutato di mangiare, e quando entrai la madre lo stava persuadendo colle pi dolci parole, che solo una madre conosce, a bere un po' di latte, ma Petruccio non ne voleva sapere. Invano la mamma provava ad avvicinargli il bicchiere alla bocca dicendogli che era tanto buono, invano si valeva della mia presenza invitandolo a bere il latte "per far piacere al signor dottore": Petruccio non ne voleva sapere. Aveva la fronte corrugata, e negli occhi uno sguardo di penosa ansia: dalle sue labbra strette non usc un suono.
A un tratto la madre diede un urlo. Il viso di Petruccio era contratto da un crampo e tutto il suo corpicino era scosso da convulsioni. L'insulto pass presto e mentre Petruccio veniva messo a letto, mi provai a calmar la madre meglio che potevo dicendole che i bambini hanno spesso simili convulsioni e che ormai non c'era pi pericolo che si ripetessero. Quando alzai lo sguardo vidi Salvatore presso lo stipite della porta. Si era fatto coraggio e barcollando si era trascinato sino alla porta, di dove, non visto da noi, aveva assistito allo spettacolo, cos impressionante per chi non vi  abituato. Era pallido come un cadavere, ed enormi goccioloni di lagrime gli scorrevano sulle guance che poco prima erano congestionate dal vino.
- Castigo di Dio! Castigo di Dio! - balbett con voce tremante, e cadde in ginocchio sulla soglia come se avesse paura di avvicinarsi al piccolo malato che agli occhi suoi sembrava il potente vendicatore di Dio.
Il piccolo inconscio aveva ancora una volta mostrato a suo padre la via giusta: Salvatore non and pi all'osteria.
Petruccio and sempre peggiorando e la mamma non abbandon pi il suo lettino. In quel tempo appena un mese dopo che essa aveva perduto il posto di lavapiatti, avvenne la disgrazia a Salvatore: cadendo da un'impalcatura si ruppe una gamba. Venne portato all'ospedale Lariboisire, e la ditta presso la quale lavorava pag cinquanta centesimi al giorno alla famiglia senza averne l'obbligo: larghezza di cui la moglie di Salvatore fu molto grata. Ogni gioved, giorno di visita all'Ospedale, andava da lui per un'ora e anch'io lo visitavo di tanto in tanto.
Passarono i giorni e la casa di Petruccio divenne sempre pi povera. Il cane di porcellana era ormai solo sullo scaffale della Madonna; e non tard molto che anche gli abiti della festa seguirono la stessa strada dei gioielli: finirono in un'agenzia di pegni. Petruccio aveva bisogno di brodini e di latte ogni giorno; anche le bambine avevano abbastanza da sfamarsi, credo, ma di che cosa vivesse la madre, non so.
Tentai parecchie volte di portare Petruccio all'Ospedale dei bambini, dove sarebbe stato molto meglio, ma come al solito, tutta la mia abilit persuasiva non riusc allo scopo. I poveri,  risaputo, non vogliono mai separarsi dai loro piccoli ammalati: le eccezioni a questa regola sono molto rare.
E cos venne il quindici del mese, il giorno temuto in cui si deve pagare il fitto del trimestre, giorno in cui l'operaio va ad impegnare il materasso, e la moglie si toglie l'anello nuziale, cosa che nella sua classe ha un valore molto diverso che nella nostra; il giorno pieno di terrori, quando innumerevoli supplicanti stanno a testa china dinanzi al loro padrone di casa, e centinaia di famiglie non sanno dove dormiranno la prossima notte.
Mi accadde di passare di l proprio quella sera e sulla porta vidi la bambina di Salvatore che piangeva tutta sola e sconsolata. Le domandai perch piangesse, ma non lo sapeva nemmeno lei; finalmente potei cavarle di bocca la causa del suo pianto.
-  perch "la mamma piange tanto" - disse.
Nel cortile m'imbattei nel mio amico Arcangelo Fusco, lo spazzino, che abitava nella porta dopo i Salvatore. Stava trascinando il letto fuori nel cortile, e non ebbi bisogno di spiegazioni per capire che egli era stato sfrattato.(6) Gli chiesi dove si sarebbe rifugiato e mi rispose che per quella notte sperava di essere accolto al Rifugio di via Tocqueville e poi si sarebbe trovato qualche altro posto. In casa trovai la moglie di Salvatore che piangeva presso il lettino di Petruccio, e sul tavolo c'era un pacco con gli abiti della famigliola. La famiglia Salvatore non aveva potuto pagare la pigione e quindi era sfrattata. Il padrone di casa era passato nel pomeriggio ad avvertire che per la mattina appresso la stanza era affittata ad altri. Le chiesi dove pensava di andare a stare e mi disse che neppur lei sapeva.
Avevo spesso sentito parlare di quel terribile padrone di casa; l'anno prima avevo visto le stesse scene dolorose quando aveva messo in istrada due povere famiglie dopo aver preso loro tutto quel poco che possedevano. Non l'avevo mai visto di persona, ma pensai che poteva essermi utile conoscerlo per i miei studi sulla natura umana. Arcangelo Fusco si offr di condurmi da lui e c'incamminammo lentamente. Per via, il mio compagno mi disse che il padrone era "molto ricco"; oltre a tutta quella casa, ne possedeva una assai grande nelle vicinanze. Ci non mi sorprese, poich sapevo da tempo ch'egli esercitava in segreto il mestiere assai lucroso di prestar denaro ai poveri. Da parte sua, Arcangelo Fusco pensava di non aver nulla da guadagnare ad incontrare il suo padrone di casa, e quando mi disse che oltre all'affitto, gli doveva anche dieci franchi, convenimmo che mi avrebbe accompagnato solo fino alla sua porta.
Un vecchio malamente vestito, dal viso gonfio e antipatico, apr la porta piano piano e dopo avermi ben squadrato, mi fece entrare. Accennai allo scopo della mia visita e lo pregai di lasciare qualche giorno di respiro a Salvatore. L'informai che lo stesso Salvatore era all'ospedale, che il bambino era moribondo e che la sua durezza verso quella povera gente era crudelt inumana. Egli mi domand chi fossi per prendermi cos a cuore le sorti di quella famiglia e quando risposi ch'ero un loro amico, mi guard, e con un viso cattivo disse che il miglior modo di provare la mia amicizia era di pagar subito il loro affitto. Sentii allora salirmi il sangue alla testa, spero e credo che ci avvenne per la rabbia che mi pervase e non per la vergogna, poich nessuno pu vergognarsi di non essere ricco. Per qualche minuto egli parl male dei miei poveri italiani usando le espressioni pi volgari: disse che erano una massa di sporchi e di ladri, che non meritavano di essere trattati come esseri umani; che Salvatore si beveva la sua settimana di paga, che lo spazzino gli aveva rubato dieci franchi, e che tutti ben si meritavano la miseria in cui vivevano. Gli domandai se questo denaro gli era urgente averlo ora, e dalla sua risposta capii che nessuna preghiera avrebbe valso. Era ricco, possedeva pi di 50.000 franchi in denaro, mi disse, e aveva cominciato con nulla.  ben triste osservare un uomo che dal nulla  salito alla ricchezza e che generalmente  crudele coi poveri: si dovrebbe pensare e sperare il contrario, ma purtroppo non  cos.
Facendo questa visita avevo l'intenzione di usare tutta la mia abilit per venire ad un accordo, ma purtroppo non ero l'uomo pi adatto a ci. Persi il controllo di me stesso e andai pi lontano di quello che intendevo. Dapprima mi rispose in modo sprezzante usando volgari insulti, poi gradualmente tacque, ascolt in silenzio finch finii per parlare da solo sfogandomi per quasi mezz'ora.
Non servirebbe a nulla ripetere qui quello che dissi allora; vi sono momenti in cui, bench sembri opportuno sfogare il proprio risentimento in parole, non  per mai bene metterle per iscritto. Tuttavia ricordo d'avergli detto che il denaro che egli aveva spremuto dai poveri era frutto del peccato; che egli doveva a questa povera gente molto pi di quanto essi dovevano a lui. E accennando al crocefisso che pendeva dal muro gli gridai che se vi era giustizia divina sulla terra, la vendetta non poteva mancare di raggiungerlo, e che nessuna preghiera avrebbe avuto il potere di riscattarlo dalla punizione che l'attendeva, poich la sua vita era macchiata dal peggiore dei peccati, e cio, dalla crudelt verso i poveri.
- E stai bene attento, vecchio vampiro! - gridai alla fine con voce minacciosa. - Il tuo denaro appartiene ai poveri, ma il tuo corpo appartiene al diavolo, e l'ora s'avvicina in cui egli richieder la sua propriet!
Mi arrestai di colpo impaurito, poich il vecchio si abbatt sulla sedia come se fosse stato toccato da una mano invisibile, e pallido come la morte mi fiss con tale terrore negli occhi che mi sentii io stesso pervadere dalla stessa sua paura. La maledizione che avevo or ora invocato su di lui mi risonava negli orecchi con un suono strano e pauroso che non riconoscevo; e mi sembrava che l in quella stanza, in quel momento di silenziosa tensione ci fosse qualcun altro oltre a noi due.
Ero tanto agitato che non ricordo come venni via di l. Quando arrivai a casa era gi tardi, ma non chiusi occhio tutta la notte. Ed anche oggi ripenso con stupore agli strani sogni ad occhi aperti che in quella notte mi riempirono di inconcepibile orrore. Sognai che avevo condannato un uomo alla morte.
Quando giunsi sul posto il mattino dopo, la sciagura mi aveva gi colpito. Sapevo bene ci che era accaduto, bench nessuno essere umano me l'avesse detto. Tutti gli abitanti del cortile erano raccolti dinanzi alla sua porta parlando concitatamente.
- Sapete, signor dottore? - mi dissero non appena mi videro.
- S, lo so - risposi, e mi affrettai alla porta di Salvatore. Mi chinai su Petruccio e feci finta di esaminare il petto. Ma ascoltavo intanto senza fiatare tutte le parole che mi diceva la donna.
Il padrone era sceso gi da loro la sera tardi, essa cominci a raccontarmi. La bambina pi piccola era scappata via e si era nascosta dietro la sedia di sua madre, e quando egli le aveva domandato perch avevano tanta paura di lui, Concetta aveva risposto, perch era stato tanto cattivo con la mamma. Era rimasto l a sedere sulla panca per lungo tempo senza dir una parola, ma non sembrava corrucciato, almeno cos era parso alla donna. Finalmente aveva aperto la bocca per dirle di non pensare all'affitto, di aspettare a pagare la prossima volta. Andando via, aveva lasciato una moneta di cinque franchi sul tavolo per comperare qualcosa a Petruccio. Fuori della porta aveva incontrato Arcangelo Fusco col suo letto caricato su di un carrettino a mano, che si preparava ad andarsene, e aveva detto allo spazzino che anche lui poteva rimanere nel suo alloggio; gli aveva pur domandato notizie sul mio conto e Fusco, che come amico mi giudicava benevolmente, non gli aveva certo parlato male di me. Quindi se ne era andato. Secondo quanto risult poi dalle indagini della polizia, contrariamente alle sue abitudini, aveva passato la sera all'osteria vicina, ed al portinaie, guardandolo rincasare, era parso che fosse ubriaco.
Nessuno sapeva che cosa fosse avvenuto poi, perch abitava solo e per paura dei ladri governava da s la sua casa; per tutta la notte le lampade erano rimaste accese in casa sua, e quando la mattina dopo nessuno lo vide scendere e si trov la porta sbarrata internamente, i vicini cominciarono a nutrire sospetti e fecero chiamare la polizia.
Era ancora tepido quando tagliarono la corda; il dottore mandato a chiamare dalla polizia dichiar che era gi morto da un paio d'ore. Non fu possibile scoprire perch si fosse impiccato. Tutto ci che si sapeva era che la sera precedente il padrone aveva ricevuto la visita di uno strano signore che era stato con lui pi di un'ora e i vicini li avevano sentiti litigare. Nessuno aveva mai visto prima lo strano signore e nessuno sapeva chi fosse.
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Il cortile Roussel appartiene ora al fratello del morto. Con mia grande gioia, il primo atto del nuovo padrone fu quello di mettere in ordine le stanze in modo da renderle pi abitabili e poi anche di diminuire gli affitti.
La famiglia Salvatore venne via da quella casa quando Petruccio mor; ma essa  ancora piena d'Italiani. Ci capito di tanto in tanto e nonostante il gran parlare che si fa della jalousie de metier, dei medici di Parigi, non ho ancora trovato nessuno che abbia cercato di soppiantarmi presso quella clientela.


 5. RAFFAELLA.
Il quadro era considerato uno dei migliori fra quelli esposti nei saloni della mostra e il nome del giovane pittore era sulle labbra di tutti.
Era sempre circondato da un gruppo di ammiratori affascinati dalla sua bellezza. Ella giaceva sopra uno sfondo di porpora e tutt'intorno al suo corpo meraviglioso era come irradiato dal sole di maggio della vita; vi era ancora qualche cosa della grazia incantevole della bambina nelle sue membra slanciate, e sembrava che un velo di innocenza la proteggesse.
Chi era questa graziosa e svelta fanciulla dalla nobile testa?
Era vero, come si mormorava, che l'originale di quel quadro portasse il nome di una delle pi grandi famiglie di Francia, che una bellezza di alto lignaggio, del sobborgo di St. Germain, avesse, all'insaputa dello stesso pittore, permesso all'artista di fissare sulla tela l'ideale ch'egli aveva tanto cercato, ma che non aveva mai trovato?
Chi era?
Il dottore era stato un poco ad ascoltare quel mormorio di lode che testimoniava il trionfo del giovane pittore, quando facendosi strada lentamente fra la folla, usc dalla sala.
Si ferm un momento ad osservare le vetture che una dietro l'altra percorrevano i Campi Elisi; poi attravers Piazza Concordia e s'incammin pel boulevard Saint Germain.
L'orologio della torre suonava le sette quando egli pass da Saint Germain des Prs, e allora acceler il passo avendo ancora molta strada da percorrere. Svolt in una delle viuzze vicino al Jardin des Plantes, ed immediatamente gli sembr di aver lasciato dietro di s Parigi.
Le strade cominciavano a diventare scure e a restringersi come vicoli, i grandi magazzini divenivano bottegucce ed i caff e i bar, bettole.
Le persone ben vestite diventavano pi rare, mentre gli abiti da lavoro si facevano sempre pi numerosi.
Erano quasi le otto, l'ora dell'inizio degli spettacoli nei teatri, gi nei luminosi boulevards, ma qui gruppi di operai si avviavano lentamente a casa dopo le fatiche di una giornata di lavoro. Sembravano stanchi e demoralizzati; il loro lavoro era arduo e pesante; gi alle sei della mattina la sirena suonava nelle fabbriche e nelle officine, e parecchi di questi operai dovevano fare un'ora di strada per recarsi al lavoro. Qua e l sostava una figura cenciosa che tendeva la mano per chiedere la carit; non portava cartelli sul petto che dicessero che era divenuta cieca, non diceva nulla della storia della sua miseria: non occorreva far ci in questi luoghi, perch quelli che le davano qualche soldo erano poveri anch'essi e sapevano la maggior parte che cosa volesse dire aver fame.
I vicoli divenivano sempre pi sporchi e fangosi e mucchi di spazzatura e di rifiuti erano abbandonati negli immondi rigagnoli. A questo non si bada, dove vivono soltanto i poveri.
Il dottore entr in una vecchia casa mezzo in rovina, e sal a tastoni fino all'ultimo gradino la scala malsicura e buia. Una vecchia lo incontr sulla porta: era atteso.
- Zitto, zitto - disse la vecchia mettendo un dito sulle labbra: - dorme. - E sottovoce la nonna raccont che cosa era avvenuto dal giorno precedente. Raffaella non aveva avuto delirio durante la notte, era stata sdraiata quasi del tutto calma l'intero giorno, di tanto in tanto aveva chiesto di vedere il suo bambino, e solo da poco si era addormentata col piccolo in braccio. Desiderava, il Signor Dottore, che la svegliasse? No, che non voleva. Egli sedette in silenzio accanto alla vecchia sulla panca. Erano buoni amici loro due, ed egli conosceva bene la triste storia della famiglia.
Erano di San Germano, il villaggio situato fra le montagne, a met strada fra Roma e Napoli, da dove vengono la maggior parte delle modelle italiane.
Erano arrivati a Parigi da appena due anni insieme a donne e a uomini del loro paese. La madre di Raffaella, colpita da "la febbre", mor all'ospedale due mesi dopo il loro arrivo, e la vecchia e la ragazza dovettero pensare ai loro casi, sole e abbandonate nella citt straniera.
Cos Raffaella divenne modella come tante altre.
Un giovane artista la ritrasse. Dipinse la sua bellissima testa di fanciulla e il suo giovane petto. In seguito togliendole la povera veste, dipinse le sue snelle membra nella loro germogliante primavera, nella pace innocente dei sensi addormentati. Era come l'alata Psiche non ancora baciata dalle labbra di Eros; era come Diana che stanca, dopo la caccia, scioglie il suo chitone e fuori d'ogni sguardo umano immerge le snelle membra nel lago nascosto nella foresta; era come la bella vezzosa Driade del bosco che si addormenta nel suo letto di fiori.
L'ultimo quadro era pronto.
La fama entr nello studio del giovane artista e ne usc una fanciulla rovinata.
Si separarono da buoni amici, egli scrisse sul muro con un pezzo di carbone l'indirizzo della fanciulla ed ella and a posare presso un altro pittore.
Cos and di studio in studio e la sua innocenza non la protesse a lungo. Un giorno la vecchia nonna buss umilmente alla porta dello studio elegante e disse singhiozzando che Raffaella stava per divenire madre. - A s! - egli la ricordava bene la bellissima fanciulla: mise qualche moneta d'oro nella mano della vecchia e promise di fare qualche cosa per lei.
E mantenne la parola.
La stessa sera propose ai suoi colleghi di fare una colletta a favore del bambino di Raffaella, presumeva che nessuno avrebbe avuto il diritto di rifiutare. E non c'era nessuno che avesse il diritto di rifiutare. Tutti diedero ci che potevano, chi pi chi meno, e pi d'uno vuot la propria borsa nel cappello che era stato fatto circolare per il bambino di Raffaella.
Il pensiero di tutti era di piet e di compassione per la bellissima fanciulla che aveva avuto una cos cattiva sorte. Pensavano che cosa sarebbe avvenuto di lei; essa avrebbe potuto naturalmente continuare a fare la modella, ma mai pi sarebbe stata come prima. Tutti gli scultori erano d'accordo che la bellissima linea delle anche non avrebbe sopportato la prova, e i pittori sapevano bene che la squisita delicatezza del suo colorito era perduta per sempre.
Certo il bambino sarebbe dato a balia in campagna e il denaro raccolto era sufficiente a tale scopo, per un anno intero. Non era nemmeno una cattiva idea quella di pregare il loro amico, dottore straniero, che aveva tanta simpatia per gl'Italiani, di volersi interessare di Raffaella. Egli poteva forse essere utile in parecchie future contingenze. E il dottore che aveva tanta simpatia per gli Italiani era andato spesso da Raffaella, specialmente negli ultimi tempi.
Raffaella era stata tanto ammalata, in preda al delirio per giorni e notti intere, e quello era il primo sonno calmo che faceva dopo tanto tempo.
No, assolutamente il dottore non desiderava svegliarla: sedeva l sulla panca vicino alla vecchia nonna, sprofondato nei suoi pensieri.
Pensava alla storia di Raffaella. Non era nuova per lui quella storia. Nel quartiere povero degli Italiani l'aveva vista ripetersi pi di una volta, l'aveva anche letta nei libri abbastanza spesso e gli sembrava che quanto vedeva accadere nella vita fosse di gran lunga pi semplice e pi triste di quello che leggeva nei libri.
Nemmeno c'era nella storia di Raffaella nulla di poco comune o di molto sensazionale, nessuna grande manifestazione di sentimenti di dolore o di disperazione, nessuna accusa, nessuna minaccia di vendetta, nessun tentativo di suicidio.
Tutto era avvenuto in modo semplice e spontaneo.
Non era con la testa eretta e gli occhi fiammeggianti che la vecchia nonna s'era presentata al vero colpevole del peccato della ragazza, ma si era fermata sulla soglia della porta in atteggiamento di umile rassegnazione e gli aveva raccontato singhiozzando la sua miseria, e dopo averlo lasciato aveva pregato la Madonna che lo ricompensasse della sua bont.
La povera vecchia aveva le sue ragioni per fare cos. Ella non poteva portare la testa alta perch la vita le aveva da tempo piegato il collo sotto il giogo del lavoro giornaliero; i suoi occhi non potevano minacciare perch avevano troppo spesso dovuto supplicare un pezzo di pane. Non sapeva come accusare, perch era sempre stata condannata alla sottomissione; non sapeva richiedere giustizia perch la vita era stata per lei una lunga sopportazione di ingiustizie.
Il sentiero della sua vita era passato attraverso tenebre e miserie: aveva visto cos poco la luce del sole della vita, e le sue idee erano divenute tanto confuse sotto la sua fronte rugosa! Era rassegnata come pu essere rassegnata una logora bestia da soma.
E il seduttore forse non era, dopo tutto, pi mascalzone di tanti altri. Aveva fatto quello che poteva per espiare una colpa che, dal suo punto di vista, non si poteva considerare troppo grave; aveva provveduto per un intero anno al bambino che egli diceva di non essere suo: che poteva far di pi?
Aveva domandato al dottore se conosceva qualche modella virtuosa ed il dottore gli aveva risposto di "no". Assolutamente non conosceva nessuna modella virtuosa.(7)
Raffaella aveva sopportato la sua degradazione come aveva sopportato la sua povert senza amarezze e senza disperazioni; piangeva qualche volta, ma non accusava nessuno, nemmeno se stessa e nemmeno colui che l'aveva sedotta.
Era rassegnata.
Gli scrittori credono che sia facile gettarsi nella Senna o prendere una dose di laudano, mentre  una cosa molto difficile.
Raffaella era una figlia del popolo, nessuna istruzione le aveva coltivato la mente con le sue ombre o le sue luci: era di natura troppo semplice per pensare a tali cose.
Lui, era stato educato e istruito, aveva proposto di mandare il bambino in campagna o di metterlo nei trovatelli, ma ella che non aveva avuto nessuna educazione non aveva trovato altra risposta se non quella di stringere ancor pi fra le proprie braccia il suo bambino.
E la nonna, che puliva le scale e trasportava carbone tutto il giorno e che aveva da cullare il bambino per tutto il resto della sera, andava a dormire stanca morta, cogli occhi mezzo chiusi, e una cordicella legata al polso per potere, di quando in quando, far dondolare la piccola culla; nemmeno poteva capire che sarebbe stato un sollievo mandar via "la piccirella".
La luce cadde sul misero letto ed il dottore guard l'ammalata. S, davvero, il quadro le somigliava molto: quel giovane pittore era certamente un abile artista.
Solo che ora il viso di Raffaella era un poco pi pallido, quell'ombra dolorosa sulla fronte probabilmente non si vedeva nel luminoso studio dove il quadro era stato dipinto, quei cerchi neri intorno agli occhi non erano forse adatti per il salon.
Ma la stessa perfezione dei lineamenti, la stessa nobile espressione della testa, la stessa morbida rotondit infantile della guancia, la stessa capigliatura ondulata intorno al bellissimo viso. S! era vero ci che si diceva. Ella portava il segno della nobilt sulla propria fronte, non quella del sobborgo St. Germain, ma quella dell'Ellade; aveva i lineamenti della Venere di Milo.
Nella piccola oscura soffitta regnava una quiete perfetta.
Il dottore osservava la giovane madre che dormiva cos tranquillamente con il suo bambino fra le braccia e osservava la vecchia che gli sedeva al fianco sgranando il suo rosario.
Con tristezza pensierosa scrut nel futuro che attendeva quelle tre persone, e dolorosamente i suoi pensieri errarono lungo la via che si presentava ai suoi poveri amici.
Ah s! Raffaella guar presto perch era piena della forza della giovent. Non fece pi la modella non potendo abbandonare suo figlio. Non si pot sposare perch la sua gente non perdona a una donna che ha avuto un bambino da un "signore".
Portando il bambino stretto al petto ella gir in cerca di lavoro, un lavoro qualunque. Le sue pretese erano molto modeste, ma le sue capacit lo erano anche pi.
Non trov lavoro.
La vecchia nonna pot lavorare ancora per qualche tempo: poi le forze l'abbandonarono e Raffaella dovette provvedere il cibo per tre bocche. Gli ultimi risparmi finirono e gli abiti della festa furono impegnati. La carit pubblica non l'aiutava perch era straniera, e la carit privata non arriv mai fino a Raffaella. Dovette scegliere tra l'indigenza e il battere il marciapiede. Poich il suo bambino era vivo, scelse l'indigenza.
La societ non la ricompens della sua scelta perch la virt soffre la fame e il freddo nei quartieri di Parigi. Ed ella fin, come tante altre, col fare la spazzina(8).
Pallido ed emaciato, il bimbo sedeva sulle ginocchia della nonna, mentre Raffaella spazzava curva le vie per cui passavano il piacere e la lussuria.
La povert aveva cancellato la sua bellezza; ella portava i segni del lavoro e delle privazioni. Il dolore aveva solcato la sua fronte, ma l'impronta della nobilt vi permaneva.
Levatevi il cappello dinanzi alla virt vestita di stracci. Essa  molto pi grande della virt del sobborgo di Saint Germain.

6. MONTE BIANCO RE DELLE MONTAGNE.
Il Monte Bianco  il re delle montagne,
Lo incoronarono tanto tempo fa.
Sopra un tronco di rocce, in un manto di nubi
Con un diadema di neve.
BYRON.
NOTA. - Questa novella pu sembrare piuttosto strana a chiunque non sia al corrente della piccola avventura che mi capit mentre discendevo il Monte Bianco, avventura che cominci in una valanga e fin felicemente in un crepaccio. Il racconto danza allegramente sulle corde di una semplice metafora, e danza sopra i precipizi. Ma sono tuttora sotto l'impressione del pauroso terrore riflesso nelle pittoresche parole del titolo, tanto ancora ammiro il furore della possente montagna di neve, che non oso toccare l'argomento colla familiarit di un reporter. Vedo che qua e l ho tentato qualche spunto allegro, ma ne  causa il dolore che sento al piede congelato. Quando prendo in giro il Monte Bianco mi viene in mente un antico bassorilievo che vidi una volta a Roma e che rappresentava un piccolo Satiro sorridente che, con una smorfia di stupore, misurava il pollice di un Polifemo dormiente.
L'ascensione del Monte Bianco  facile. Nessuno tenta il Weisshorn, Dente Bianco, o Matterhorn, a meno che non abbia occhio fermo e piede sicuro, ma tutti noi sappiamo che Tartarino di Tarascona sal sul Monte Bianco bench non ne raggiungesse mai la cima.
Sono indomabili e rivoluzionari questi monti giganti, gli eroi della invitta libert che rifiuta di essere soggiogata da chiunque, men che dal sole, superbi signori delle Alpi che sanno di essere principi del sangue. Ma il Monte Bianco  il Re incoronato dalle Alpi. Vi fu un tempo in cui era stizzoso e crudele, ma invecchiando  divenuto di cuore pi gentile, ed ora, come un venerabile patriarca, canuto Carlomagno, siede guardando con maestosa calma i suoi tre regni.
Bonariamente egli permette che i lillipuziani si arrampichino sui gradini di lucido marmo che conducono nella sua cittadella, e con regale ospitalit lascia che visitino il suo castello brillante di ghiaccio.
Ma quando i giorni d'estate cominciano ad oscurarsi verso l'autunno, egli va a dormire nel suo bianco letto reale sotto un baldacchino di nubi. E allora non vuol essere disturbato, il vecchio Re.
No, non vuole essere disturbato; lo sapevo bene. Mi ero rivolto ai suoi fiduciari e mi avevano detto che era troppo tardi per un'udienza; il Re non riceveva a quell'ora. Ero venuto di lontano col sacco da montagna sulle spalle, la testa piena di meravigliose storie sul palazzo tanto decantato, e ansioso di vedere il superbo vecchio re dei monti.
Abbastanza seccato, mi aggirai per un poco intorno ai cancelli del castello masticando fra i denti anatemi socialisti.
Avevo letto giornali radicali per tutta l'estate e non potevo tollerare di essere trattato in modo cos poco riguardoso. " destino dei grandi di dover subire lo sguardo di occhi curiosi, e infine non potr che essere rimandato indietro" pensai fra me. E via, me ne andai su con due seguaci. Forse il passo fu poco cerimonioso da parte mia, ma non sono abituato a praticare l'etichetta convenzionale di corte.
L'Estate, la bella figlia della valle, mi accompagn per un tratto. Dapprima ci si arrampic su per i pendii abbastanza agilmente, piantando bene il piede nelle fenditure della roccia; ma si capiva che essa non condivideva il mio desiderio ardente di salire fin lass a fare la visita regale. Mi ero vestito degli abiti di corte per presentarmi dinanzi al monarca grigio di ghiacci, calzando scarponi chiodati, ghette da neve, e bastone da pellegrino dalla punta di ferro, ma essa, poverina, non era proprio per niente attrezzata per tale viaggio! Il vento scoteva e batteva la sua vestina intessuta di foglie e i sassi aguzzi tagliavano le sue scarpette di velluto verde adorne di campanule e di non-ti-scordar-di-me. Ma non si diede per vinta tanto facilmente. Prima si fasci i poveri piedi di soffice muschio; poi si rappezz la vestina con foglie di felci e di ginepro, e bench avesse le dita irrigidite dal gelo, riusc con grazia ed eleganza ad intessere fra di loro un po' di minuscole campanule di erica.
E cos arrivammo fino alla sommit di una roccia, e l sulla cima ecco Cerbero, il feroce guardiano del castello, che abbaiava e mugulava, e scuoteva furiosamente la pelliccia artica facendo volare tutt'intorno enormi fiocchi bianchi. Non ho mai avuto paura dei cagnacci ringhiosi e perci salutai il vecchio Boreale col suo nome e gli domandai nella nostra lingua se non mi riconosceva, lui, il guardiano della casa della mia infanzia. Mi riconobbe anche troppo e mi si avvent addosso a precipizio: mi piant le due zampe sul petto con tal forza che quasi mi fece precipitare gi dalla roccia, e con la lingua di gelo mi lecc il viso con tanta furia da togliermi quasi il respiro. Poi ad un tratto, nel bel mezzo della sua amichevole espansione, mi morsic il naso, e, quel che  peggio, quasi me lo stacc dal viso. L'ho sempre detto io, non si  mai guardinghi abbastanza quando ci si trova davanti a cani singolari! Se c' uno che  appassionato di cani sono proprio io, ma non sapevo in qual modo trattare quel cagnaccio, perci cercai di affrettare la mia salita. Evidentemente egli credette di far parte della mia compagnia perch ci segu brontolando e ringhiando! Ma l'Estate, poverina, s'impression e confess che non osava pi proseguire. Allora ci lasciammo: essa con passo leggero e gioioso se ne ritorn gi fra il verde dei prati alpini, ed io, ravvolgendomi sempre pi nel mantello, continuai la salita. Alcuni abeti si fecero pure coraggio e, aggrappandosi al granito rugoso con braccia nodose, ci seguirono su per le rocce. L'aspro sentiero diveniva sempre pi ripido e scosceso, e le file del verdeggiante corpo di guardia che avanzava con me si assottigliavano sempre pi, finch a un certo punto anche l'ultimo di essi si ferm sotto il riparo di una roccia sporgente. Domandai se non volevano venire un poco pi avanti, ma essi, scotendo la bianca testa mi augurarono il buon cammino. E sempre pi profondamente penetrava il gelo della morte entro le vene della montagna, e sempre pi lentamente batteva il cuore della Natura, e sempre pi in alto saliva il mio passo ferrato. Ed ecco che trovai lass l'ultimo simbolo dell'Estate, il coraggioso piccolo fiore delle altitudini montane, bello come il suo nome, l'Edelweiss! Era proprio solo coi piedi nella neve; non vi era alcun essere vivente a tenergli compagnia, e tuttavia era tutto elegante nella sua vestina di lana grigia orlata di perle di ghiaccio, e guardava fieramente in faccia al sole. Anch'esso aveva un compito lass e pensai quanto era grazioso bench vestito semplicemente del suo abito casalingo, povera piccola Cenerentola fra le belle figlie dell'Estate fiorenti laggi nella valle.
Ora mi trovavo sui confini del regno dell'Eterno Inverno, e con passo fermo oltrepassai il fosso dei gelidi ghiacciai che circondavano la cittadella del re del gelo. Quivi regnava un disperato silenzio e ben sentii dentro di me che stavo per avvicinarmi ad un vero monarca. Vagai attraverso le sale deserte del castello, sul cui candido abbagliante tappeto nessun piede umano era mai passato, sotto le volte del tempio brillanti di cristalli, attraverso le quali l'organo tonava come il mugghio di un fiume sotterraneo fra gli alti colonnati le cui sommit nascoste nelle nubi sostenevano il firmamento.
Raggiunsi cos la torre pi alta del castello. La tortuosa scala che conduceva lass era scomparsa, ma noi non ci perdemmo d'animo e con la scure da ghiaccio e le robuste corde assalimmo il nido dell'Aquila Reale.
Ed eccomi faccia a faccia col Re dei Monti! Sulla fronte del Gigante stava il brillante diadema del sole, ed uno splendore di porpora ed oro, impossibile a descrivere, circondava il suo mantello regale. Nessun'eco delle valli disturbava il suo superbo riposo: triste e raccolto nella sua pace isolata, egli sedeva lass spaziando con lo sguardo sul suo regno silenzioso. In silenzio il suo corpo di guardia stava rigido intorno al suo trono, alti granatieri con l'armatura di ghiaccio dai riflessi d'acciaio sul petto di granito, e l'elmo crestato di nubi sul capo bianco di neve. Ben conoscevo la fisionomia di alcuni di loro, e salutai con riverente rispetto i giganti chiamandoli col loro nome, Schreckhorn, Wetterhorn, Finsteraarhorn, Monte Rosa, Monviso, e lei, simile a Diana, la vergine guerriera con la visiera abbassata sul bellissimo viso immacolato e la veste bianca di neve, la Jungfrau! Ed il mio sguardo si pos a lungo sul superbo guerriero ritto laggi, simile ad un Achille nella sua armatura forgiata dagli di, imporporata di sangue, il Matterhorn
Ma ad un tratto il viso del monarca si oscur ed una nube nera cal sulla sua fronte. Si lev la corona, sicch i riccioli bianchi si sciolsero al vento, e, senza degnarsi per niente di ricordare la nostra presenza, si mise in testa il berretto da notte.(9) Comprendemmo allora che l'udienza era finita.
Ma doveva essere un buon dormiente davvero per poter dormire in mezzo a quel frastuono, pensammo, poich tutto intorno a noi cominci a levarsi un fracasso infernale. La tempesta urlava sopra le nostre teste con tale furore da farci temere che il tetto del castello potesse rovesciarsi su di noi, e Boreale ululava alle nostre calcagna come un lupo affamato. Ci affrettammo a ritornare sui nostri passi attraverso il palazzo che si andava oscurando; attraversammo cortili deserti ove mani misteriose avevano cancellato ogni traccia del nostro sentiero, e vasti saloni regali, tristi come camere di morte nei loro bianchi drappeggi; passammo sotto volte lungo le quali l'organo ululava come fosse il giorno del Giudizio. Ma sembrava ci fosse qualche cosa di strano in quelle vecchie sale del castello: cominciai a temere che fossero abitate dagli spiriti. Si sentivano lamenti e gemiti; una risata stridula e sprezzante echeggi improvvisamente nell'aria, e intorno a noi volarono lunghe ombre fasciate di bianco; non si capiva bene che cosa fossero, forse fantasmi della montagna.
Finalmente raggiungemmo una grande spianata nella Le Grand Plateau, ma l'avevamo appena attraversata per met quando sentimmo uno scoppio di cannone dilaniare l'aria. Alzai lo sguardo e vidi il fumo bianco che danzava gi dal Mont Maudit e una intera montagna di proiettili si precipitava a valle su di noi colla velocit di una valanga. Sapristi! esclamammo, e via colle ali ai piedi. Poi si ud uno schianto come se il tuono fosse scoppiato sopra la nostra testa, la roccia si spalanc sotto i nostri piedi ed io precipitai gi in un abisso infernale. Tutto tacque subitamente e mi sentii preso dal freddo della morte.
Ma l'istinto di conservazione mi svegli dal mio torpore e mezzo intontito mi alzai a sedere nella bara e guardai intorno. Nello stesso istante uno dei miei compagni usc fuori dal sudario che lo ricopriva: e allora, con l'aiuto della scure da ghiaccio spaccammo il coperchio che era gi stato inchiodato sopra il corpo del mio terzo compagno. Con grande nostro stupore scoprimmo che non eravamo affatto morti. Ci trovavamo seduti in una prigione sotterranea in attesa del processo, ma eravamo gi tutti convinti di trovarci proprio nella cella dei condannati a morte. La luce del giorno ci arrivava attraverso una stretta spaccatura che si profilava sopra le nostre teste e vicino a noi si spalancava la bocca di un enorme baratro: ci sembrava di trovarci nelle prigioni Mamertine di Roma. Ci avanzava il tempo per meditare su molte cose. Protestare era inutile. Maledire il nostro destino altrettanto inutile; tutto ci che potevamo sperare di meglio era che i nostri giudici sbrigassero al pi presto possibile le formalit burocratiche.
Di tanto in tanto un bianco fantasma sbirciava attraverso l'apertura e con un sorriso di scherno buttava gi enormi mucchi di neve, e poi filava via sopra le nostre teste. "Siete ancora i Signori della Terra, voi, piccoli miserabili microbi umani?" essi urlavano cos forte che la terra trem ancora. Noi stringemmo i denti e non proferimmo parola. Alla fine montai sulle furie e urlai di rimando che anch'essi non erano che microbi. Guardai i miei compagni e tutti e tre facemmo una smorfia come per dire che bello ci pareva lo scherzo, ma il ghigno si arrest a met strada poich i muscoli del viso si erano irrigiditi nei nostri visi resi paonazzi dal gelo. Ma i fantasmi tuttavia sembrarono impauriti, ed io, chiamando a raccolta tutto il mio coraggio, continuai a gridare che era perfettamente inutile che si dessero tante arie; che c'era qualche cosa di pi alto del Monte Bianco stesso, e feci segno a una stella che proprio in quel momento ci sorrise attraverso la grigia inferriata di nebbia della spaccatura.
Mi erano appena uscite le parole di bocca che i fantasmi scomparvero ad uno ad uno ed alla luce della sera stellata vedemmo che essi erano stati trasformati in enormi blocchi di ghiaccio che, spinti dalla valanga, si erano fermati proprio sull'orlo del crepaccio. Magia, nient'altro che magia! Ma non fu la magia che ci salv quella volta, fu qualcosa d'altro: quel qualche cosa ch' anche pi alto del Monte Bianco!


7. SERRAGLIO.
Per pochi giorni soltanto!!!
BRUTO, IL LEONE DELLA NUBIA, TIGRI, ORSI, LUPI,
L'ORSO POLARE
SCIMMIE, IENE
ed altre interessanti bestie.
Il Domatore dei leoni chiamato il
RE DEI LEONI
entrer nella gabbia dei leoni alle ore 6.
Per pochi giorni soltanto!!!
I monelli si trattengono ancora un poco davanti al baraccone, bench il freddo sia intenso questa sera, perch il Re dei Leoni si  gi mostrato due volte cogli stivali da cavallerizzo ed il petto coperto di decorazioni, ed anche perch si sentono distintamente i ruggiti delle bestie feroci che stanno entro la tenda.
Sarebbe davvero un peccato perdere uno spettacolo come questo; volete che entriamo anche noi?
 proprio la moglie del Re dei Leoni questa signora che vende i biglietti e che noi ammiriamo con tutta la deferenza dovuta al suo grado. Porta grossi braccialetti d'oro attorno ai polsi robusti e in giro al berretto di pelo brilla una magnifica doppia catena d'oro. Ma le povere scimmiette che posano, incatenate, sul loro trespolo ai lati di questa signora, con una cinta di cuoio stretta al ventre, le poverine non portano nessun berretto di pelo. Hanno il viso paonazzo dal freddo e, quando saltano su e gi dal trespolo per riscaldarsi un poco, i monelli ridono e la gente del mercato si ferma a guardarle, povere inconsce pagliacce del circo messe l apposta per attirare la gente a vedere le torture degli altri loro compagni di cattivit.
Il baraccone  stipato, ed  illuminato da tante fiamme a gas che rendono l'aria irrespirabile. Lo spettacolo  gi incominciato e gli spettatori seguono da una gabbia all'altra un negro il quale, accennando con un bastone i prigionieri dietro le sbarre, ne dice con monotona cantilena l'et, il paese d'origine e la colpa di aver vissuto quella vita che Natura aveva insegnato loro a vivere.
Ho visitato parecchie volte questo circo e so a memoria la descrizione del negro. Permettete dunque che vi mostri io gli animali.
Ecco, qui in questa gabbia, pensoso sul suo ramo, voi vedete il pi superbo rappresentante del mondo degli uccelli, l'"Aquila Reale, di tre anni, catturata giovanissima". Avrete gi sentito parlare di questo rapace dalle ampie ali che si libra maestoso al di sopra delle montagne nevose. Vive lass fra le nubi splendidamente solo, solo come l'anima dell'uomo. Si costruisce il nido fra rocce inaccessibili, ed i precipizi difendono i suoi piccoli dalle insidie nemiche. "Catturato giovanissimo", ci vuol dire che il nido fu saccheggiato, la madre uccisa da una fucilata mentre si precipitava strillando a difendere il suo piccolo aquilotto, e il calcio di un fucile spezz l'ala del giovane principe mentre si difendeva per riconquistare la sua libert minacciata. Da allora, esso  qui fermo su questo ramo; durante il giorno dorme, ma tutte le notti, eterne come una vita, egli  ben desto e quando sotto la tenda tutto  silenzio si sente un pauroso lamento venire dalla sua gabbia. "Ha tre anni", ma non  lui quello che merita la nostra maggiore piet poich non avr ancor molto da vivere; l'Aquila Reale non vive a lungo in prigionia.
Ed ecco qui un "Orso". La sua gabbia  cos stretta che non pu nemmeno camminare su e gi;  seduto sulle zampe posteriori mentre sembra che sia in piedi, e dondola tristamente da un lato e dall'altro il capo pesante. Se gli offrite un pezzo di pane schiaccia il naso contro le sbarre e pian piano con gran cura prende il dono dalle vostre mani. Ha il naso martoriato dall'anello di ferro che una volta gli facevan portare, gli occhi infiammati e lagrimosi per l'eccessiva luce delle lampade a gas; ma non hanno uno sguardo cattivo questi occhi gentili e intelligenti come quelli di un vecchio cane. Ogni tanto si aggrappa alle sbarre colle sue possenti zampe e scuote inutilmente la gabbia, e tanto la scuote che i porcellini d'India che stanno al disotto corrono avanti e indietro impazziti di terrore. Oh, s, scuoti pure la tua gabbia, vecchio Bruin! Le sbarre sono d'acciaio, molto pi forti delle tue grosse zampe; tu non uscirai pi di l, e dovrai morire nella tua prigione. Tu sei un pericoloso animale da preda: vivi di bacche e di frutta e a volte, se sei minacciato dalla fame, ti sgranocchi una pecorella. L'Onnipotente Iddio non seppe far di meglio che insegnarti queste cose; ma senza alcun dubbio Egli ag da sconsigliato e tu meriti il massimo biasimo: soltanto l'Uomo ha diritto di riempirsi la pancia.
Venite a vedere questa "Iena". Il negro la sveglia con un colpo di scudiscio e l'animale tremando si va ad accucciare nell'angolo pi lontano della gabbia, mentre il negro spiega agli spettatori che la iena  nota per la sua vigliaccheria. La iena non osa assalire in campo aperto, e perfidamente attacca il prigioniero che non pu difendersi che gli indigeni hanno abbandonato nella foresta coi piedi e le mani legate; o assale la bestia da soma che la carovana ha abbandonato sfinita nel deserto dopo aver caricato su di un altro animale il peso che essa non poteva pi portare. Il negro spinge cautamente il bastone dalla punta di ferro nell'angolo dove la iena cerca di nascondersi, e gli spettatori convengono tutti che l'animale, visto cos col corpo inarcato, accucciato e gli occhi irrequieti, d un'esatta impressione di perfidia e di vigliaccheria. Pochi di questi spettatori hanno mai visto una iena prima d'ora, ma essi hanno visto dorsi ricurvi e occhi irrequieti. Neanche i morti lascia in pace la iena, dice il negro, e gli spettatori disgustati distolgono lo sguardo da cos abbietto animale.
Qui potete ammirare l'"Orso Polare". Il suo nome  stampato a caratteri cubitali, fuori, sugli avvisi; ed esso merita davvero tale distinzione poich le sue torture superano forse quelle di tutti gli altri animali. L'Orso Polare  un altro pericoloso animale da preda; si diverte a pescare un po' di pesce per suo conto lass nel Nord, dove gli uomini si danno un gran da fare per distruggere le balene con la dinamite. Le orrende sofferenze dell'animale non hanno bisogno di commenti: andiamo, avanti.
Una piccola "Scimmia del Sud Africa" ed un coniglio vivono insieme nella gabbia che segue quella dell'Orso Polare.(10) La scimmietta  stanca a morte di andar sempre su e gi dalle sbarre della gabbia e l'altalena che pende sopra il suo capo non la diverte pi. Siede triste sul pavimento della sua prigione ricoperta di paglia, in una mano tiene una carota mezzo appassita che volta e rivolta per vedere ancora se da tutti i lati ha la stessa apparenza poco invitante, e coll'altra mano gratta mestamente la schiena del coniglio. Di tanto in tanto la sua attenzione si risveglia, lascia cadere la carota, esplora attentamente con tutte due le mani qualche punto sospetto della magra schiena del compagno, gli strappa qualche ciuffo di peli che esamina attentamente. Ma si stanca presto anche del coniglio e non sa pi cosa fare. Si volta a guardare nella paglia, ma non c' niente che l'interessi all'infuori della carota; guarda intorno i muri nudi e lisci della sua gabbia, ma neanche l c' niente d'interessante. E allora non trova altro da fare che saltare ancora, per la centesima volta in un'ora, sulla sua altalena, per poi saltar subito gi a sedersi ancora vicino al coniglio. Gli spettatori questi salti li chiamano di gioia, ma la povera scimmietta sa quanta gioia vi sia a farli. Il coniglio  rassegnato. La cattivit di generazioni e generazioni l'ha istupidito, il desiderio di libert  scomparso da secoli nella sua testa degenerata di coniglio. Non spera nulla, ma non desidera nulla. Non ha passione per la compagnia; non  per niente adatto a divertire il suo irrequieto amico; ed inoltre non capisce la situazione. Ma egli ricompensa come meglio pu la scimmia amica, per i piccoli servizi che essa gli rende. E quando il gas si spegne e la fredda aria della notte entra nella tenda, allora l'animale del Nord presta la sua pelliccia alla tremante amica del Sud, e accucciati uno accanto all'altro attendono il sorgere del nuovo domani.
L'abitante di quella gabbia nell'angolo laggi non  stato nemmeno accennato sul cartellone esposto fuori. In questo momento non si vede: forse dorme nella sua scura piccola stanza da letto; ma chiunque vede quella ruota di filo di ferro capisce che l'inquilino della gabbia  uno scoiattolo. Non capisco proprio che ci stia a fare in un circo, perch su questo punto l'educazione zoologica del pubblico non ha bisogno di essere illuminata: noi tutti sappiamo cosa sia uno scoiattolo. La gente superstiziosa del mio paese dice che se uno scoiattolo vi attraversa il sentiero  cattivo presagio. Non so di dove abbiano presa tale superstizione, forse da uno scoiattolo, poich lo scoiattolo crede esattamente la stessa cosa se un uomo attraversa il suo sentiero; e purtroppo ha ben ragione di crederci. Io invece ho sempre ritenuto che sia una fortuna incontrare uno scoiattolo. Spesso, mentre vagabondavo nei boschi e mi fermavo di tanto in tanto ad ammirare con gioioso stupore le meraviglie della fiabesca natura, potei vedere di sfuggita il piccolo, agile, snello animaletto dondolarsi da un ramo frondoso, sogguardare cauto fuori dal suo piccolo nido di sterpi per vedere se qualche scolaro si nascondeva sotto una pianta. "Vieni fuori, piccolo amico", dicevo allora in lingua di scoiattolo; " proprio vero che non sono divenuto quel pessimo uomo che tutti credevano sarei divenuto quando ero a scuola; grazie a Dio, ho almeno imparato a sentire una tenera simpatia per te e per i tuoi simili".
Purtroppo, non ci insegnavano queste cose a scuola ai miei tempi; allora si scambiavano uova di uccelli con francobolli vecchi; allora si uccidevano gli uccellini con fucili grossi come noi; ed ora chi se ne sente il coraggio si faccia avanti a negare la dottrina del peccato originale. Eravamo crudeli cogli animali, come sono tutti i selvaggi. E tento ora come meglio posso di espiare i delitti di cui allora mi resi colpevole. Ma una cattiva azione non perisce mai; e ricordo macchie di sangue su dita infantili, che arrugginirono in macchie di vergogna nei ricordi d'infanzia dell'uomo. A mia vergogna debbo confessare che ho ucciso tanti uccellini, e tanti altri ne ho tenuti in prigione: son dolente di dover anche confessare di aver ucciso uno scoiattolo, di averne perfidamente saccheggiato la casa, e di aver imprigionato i suoi piccoli in una gabbia come quella che ci sta dinanzi.
Ecco, guardate! ora il piccolo scoiattolo esce dalla sua stanza da letto e comincia a far girare torno torno la sua gabbia di rete metallica. Ha fatto tale gioco migliaia e migliaia di volte e tuttavia lo fa ancora una volta. S,  proprio carino! Quando rimanevo estatico dinanzi al mio piccolo scoiattolo che correva e correva entro la sua gabbietta rotante proprio cos come fa questo ora, e a un certo punto la gabbia girava tanto rapidamente che non potevo pi distinguerne le sbarrette, pensavo allora che fosse un divertimento magnifico. Ma ora so bene perch corre e si affanna; corre sperando di raggiungere la libert; e corre finch ha forza poich neppur esso vede ormai pi le sbarre della sua gabbia girante. Corre forse per un miglio e tuttavia si trova sempre allo stesso punto rinchiuso nella stessa prigione. Questa semplice invenzione  quasi diabolicamente perfida;  la ruota di Iscion nel Tartaro del dolore in cui l'umanit ha esiliato gli animali.
Eccoci ora al "Lupo della Siberia". Il lupo, tutti lo sanno,  un animale selvaggio pericolosissimo. Quando il freddo  molto intenso e la neve molto alta, i lupi si avvicinano alle abitazioni dell'uomo, e riuniti in gruppi famelici rincorrono ogni slitta che incontrano: in qualche raro caso hanno osato perfino assalire i cavalli. Noi tutti abbiamo letto la terribile avventura del contadino russo che andava a casa attraverso i campi di neve deserti: a un tratto sent l'ansimare dei lupi dietro la sua slitta, vide brillare i loro occhi nella notte buia, e per salvare la propria vita dovette buttar loro uno dei suoi bambini.
Il negro vi dir che la bestia feroce chiusa in questa gabbia  stata catturata quand'era piccina naturalmente, la madre lupa fu uccisa mentre tentava di salvare il suo piccolo.
Il pavimento della gabbia  lucido come un parquet per il continuo andare su e gi del prigioniero che non conosce riposo. Va avanti e indietro con la testa china come in cerca di un'uscita per scappare. Non la trover mai; morir dietro quelle sbarre cos come nella sua terra natia i prigionieri muoiono in catene.
Il grosso "Pappagallo" lass nel suo trespolo mette un raggio di sole in questa scena desolante. Non occorre che io ve lo descriva poich voi conoscete bene la sua specie. Sembra che questo venga dal Nuovo Mondo, ma si incontrano molti pappagalli anche nel Vecchio Mondo.  un favorito dell'uomo che si trova in quasi ogni casa. Non  un uccello triste; non sente la catenella legata al suo piede, e non ha mai saputo di essere nato con le ali. Non  disturbato da alcuna attivit cerebrale; mangia, dorme, si rassetta il mantello di piume dai colori sgargianti e chiacchiera continuamente da mattina a sera. Se lo lasciate solo tace, perch non sa ripetere altro che quello che hanno detto altri prima di lui, e ripete con tanta abilit che spesso, quando sento qualcuno chiacchierare, debbo domandarmi se  un essere umano o un pappagallo...
Quell'animale laggi magro, striminzito, che ci guarda con occhi dolci e tristi,  il "Camoscio Svizzero".  una rarit trovarlo in un circo, poich, come ben sappiamo, il camoscio normalmente si strugge tanto durante il primo anno di cattivit da morirne. Guardando quella povera bestia sento un senso di oppressione al cuore che non potete immaginare. Ho respirato anch'io l'aria pura delle alte montagne e capisco perch la poverina in prigionia se ne muoia. Erano altri tempi quelli, povero camoscio prigioniero, quando tu girovagavi nei prati alpini fra rododendri e mirtilli; quando lass in alto sopra un precipizio, una volta vidi la tua svelta figura profilata sullo sfondo del luminoso cielo azzurro! Non occorreva, no, a te, un alpenstock per arrampicarti fin lass, dove io ammiravo il gioco aereo delle tue snelle e agili gambe fra le rocce. Fin lass nel regno dei ghiacci tu ci conducevi, in alto sui pendii del Monte Rosa ove il mio impacciato piede umano seguiva le orme delle tue piccole scarpe da montagna. Oh, s, erano altri tempi quelli, povero prigioniero! Erano tempi diversi quelli, tanto per te che per me, ed  meglio non parlarne pi.
Quello scimmione robusto e muscoloso che vedete laggi  un "Babbuino". "Maschio vecchio dell'Abissinia"  scritto sotto la sua gabbia. Se ne sta seduto, assorto, tenendo una paglia fra le dita. Di tanto in tanto d una rapida occhiata intorno, e potete essere certi che non  cos distratto come sembra. Ha l'occhio intelligente, ma cattivo; il suo possessore  un candidato alla razza umana! Quando il negro si avvicina alla sua gabbia, la bestia gli mostra una fila di denti non molto dissimili da quelli del negro stesso; la rassomiglianza familiare fra le due facce  realmente straordinaria. Il negro avverte il pubblico di non stringere la mano rugosa che il babbuino porge attraverso le sbarre. Gli d sempre una zolletta di zucchero in pi da quando mi raccont che lo scimmione morse il dito di una vecchia che lo stuzzicava colla punta dell'ombrello nella pancia. Di pi lo guardo con ammirazione perch viene da una famiglia illustre: chiss che non sia uno sfortunato discendente di quell'eroico babbuino che Brehm incontr una volta in Abissinia? Certo il negro non conosce questa avventura, perci posso anche raccontarvela. Un giorno mentre il grande naturalista tedesco viaggiava in Abissinia, si incontr con una truppa di babbuini che, forse diretti verso qualche roccia pi in alto, marciavano lungo una stretta gola. Gli ultimi babbuini non erano ancora emersi dalla gola quando i cani di Brehm e dei suoi compagni si precipitarono avanti e sbarrarono loro il passaggio. Alla vista del pericolo, gli altri bestioni che avevano gi raggiunto la roccia, discesero in massa a difendere i compagni emettendo urla cos terribili che i cani si ritrassero spaventati. Tutta la truppa dei babbuini fil quindi via in perfetto ordine, quando i cani vennero di nuovo aizzati contro di loro; tuttavia gli scimmioni riuscirono a raggiungere sani e salvi le loro rocce, meno un scimmiotto di circa sei mesi che era rimasto indietro; venne subito circondato da tutti i cani che gli si avventarono contro a bocca spalancata, ma l'animale urlando spaventato si rifugi sopra un grosso masso. Allora un enorme scimmione scese dalle rocce una seconda volta, si avanz fino al sasso dove il piccolo stava accovacciato, gli batt amorevolmente sulla spalla lo tir gi, e lo port via con s passando trionfalmente dinanzi al naso dei cani che rimasero tanto sorpresi da non pensare nemmeno ad assalirlo.
Non occorre aver letto Darwin per proclamare che questo babbuino fu un eroe.
Ho osservato che anche spettatori di cuore gentile non sembra che provino molta compassione per le scimmie prigioniere. La scimmia in un circo fa la stessa parte che Don Chisciotte nella letteratura: l'osservatore superficiale considera l'una e l'altro soltanto come elementi comici e si contenta di ridere. Ma l'osservatore profondo sa bene che quella vita segregata della scimmia non  per essa che una tragedia, cos come il libro immortale di Cervantes non  che una malinconica epopea. Egli sente con tenera emozione una simpatia crescente mescolarsi al suo pietoso sorriso di mano in mano che li conosce meglio, questi due tipi antichissimi: Don Chisciotte l'ingenuo aspirante eroe che si  attardato sulla scena quando l'epopea cavalleresca se n'era andata da un pezzo nel crepuscolo del misticismo medioevale; e lo scimmione, il fantasma che sorge dal mondo animale ormai lontano, nel cui viso peloso gi appare l'alba della formazione del Primo Uomo.
Questo babbuino a voi forse sembrer molto brutto: ma sappiamo che la definizione della bellezza fisica  un fatto squisitamente individuale, ed  molto probabile che esso, dal suo punto di vista, trovi noi molto brutti.
Non si pu far a meno ogni tanto di sorridere, quando si sta a guardarlo: cercate almeno a non farvi scorgere, poich, come tutte le scimmie, si arrabbia se ci vede ridere di lui. Questo vecchio babbuino  molto infelice, perch essendo dotato di una maggior quantit di materia cerebrale che non gli altri animali del circo, la sua capacit di sofferenza  maggiore; noi tutti sappiamo che il dolore  una funzione cerebrale. Esso solo capisce quanto sia disperata la sua situazione, e la sua irrequietudine cerebrale non gli concede nemmeno quella parziale capacit di dimenticare che  concessa a tanti altri suoi compagni di prigionia.
Ma in compenso ha una qualit che agli altri animali manca, ed  il possesso di tale qualit che lo salva dall'ipocondria:  il senso del comico. Tutti coloro che hanno avuto occasione di vedere le scimmie in compagnia, per esempio nella casa delle scimmie allo Zoo, avranno potuto constatare che la scimmia  di natura comicissima. Questo senso del comico non abbandona la scimmia nemmeno quando  chiusa in solitaria prigionia. E qualche volta dopo essere stato un po' a guardare le mosse comiche di questo vecchio babbuino, mi sono involontariamente domandato se non si prendesse gioco di me...
Il negro ha finito la sua spiegazione, ed  l'ora del pezzo sensazionale della serata. Gli spettatori si affollano dinanzi alla gabbia del leone, dividendo la loro ammirazione tra Bruto il leone della Nubia, e il domatore inerme che sta per entrare nella gabbia. Egli butta via la giubba ed eccolo dinanzi a noi in tutto il suo splendore: calzoncini rosa, il petto dagli alamari dorati coperto di decorazioni, anche queste forse provenienti dalla Nubia.  piccolo di statura, come Napoleone, ed il continuo contatto con le bestie feroci ha dato al suo viso una espressione grossolana e repellente. Puzza di brandy, per contrastare il lezzo della gabbia, e i capelli impomatati si arricciano sulla sua fronte bassa e sfuggente. Il negro gli porge una frusta; il solenne momento  giunto. Il Re dei Leoni, carponi, entra superbamente nella gabbia, e superbo schiocca la frusta sul mezzo addormentato Bruto. Il leone si alza con un cupo ruggito, e costeggiando le pareti, comincia a girare nella gabbia. Superbo, il Re dei Leoni stende la frusta per terra e Bruto, obbediente come un cagnolino, la salta annoiato.
Superbo il negro porge al suo padrone il cerchio, e Bruto stanco e seccato vi salta attraverso. Bruto  stizzito stassera; non ruggisce come dovrebbe. Tuttavia verso la fine la rappresentazione diventa un po' pi vivace, poich il Re dei Leoni con un superbo sguardo immobilizza Bruto che stava per assalirlo. Bruto non  pi ostinato e rugge molto bene ora, scoprendo le zanne giallastre. Si sente qualche grido di spavento fra il pubblico, una vecchia sviene: il domatore spara un colpo di pistola e subito nascosto dal fumo, il Re dei Leoni, in gran fretta ma sempre in atteggiamento altero, sguscia fuori dalla gabbia.
O Leone prigioniero, hai dunque dimenticato che tu stesso una volta eri un Re, che una volta tutti gli uomini tremavano al tuo avvicinarsi che nella foresta tutto era silenzioso quando la tua voce risonava imperiosa?
O decaduto monarca, svegliati dalla degradazione della tua schiavit, sorgi e combatti, e fai risonare ancora una volta il ruggito della tua voce regale!
Bruto, o Bruto, vendicatore della perduta libert, tu sei troppo superbo per essere uno schiavo. Spezza le catene che la vile astuzia umana ha legato intorno alla latente potenza delle tue zampe!
Scuoti quella tua fiammante criniera, e forte come Sansone nella tua possente collera, fai crollare le mura della prigione che ti circonda per schiacciare i Filistei qui riuniti. Per schernire l'impotenza del nemico gi tanto temuto.
Bruto, o Bruto, vendicatore della perduta libert!

8. ZOOLOGIA.
Si dice che l'amore per l'umanit sia la pi alta di tutte le virt. Io ammiro questo amore per l'umanit e so bene che  un pregio delle menti nobili. Ma l'animo mio  troppo piccolo, i miei pensieri volano troppo bassi vicino alla terra per poter mai sperare raggiungere tali altezze e debbo confessare che ogni giorno che passa mi allontano sempre pi da questo ideale elevato. Mentirei se dicessi che amo l'umanit.
Amo invece gli animali, questi poveri esseri oppressi e disprezzati, e non m'importa che la gente rida di me quando dico che me la passo meglio con loro che con la maggior parte della gente che mi capita d'incontrare.
Quando si  parlato per mezz'ora con un individuo generalmente se ne ha abbastanza, non vi pare? Io almeno dopo meno di mezz'ora, sento un gran desiderio di andarmene, e mi stupisco sempre che la persona colla quale mi sono intrattenuto non abbia cercato di andarsene molto prima di me. Invece non mi annoio mai in compagnia di un buon cagnolino, anche se non lo conosco e non ne sono conosciuto. Spesso, quando mi accade d'incontrare un cane che se ne va a spasso da solo, mi fermo e gli domand dove va e faccio quattro chiacchiere con lui; ed anche se non si parla, provo piacere a guardarlo e a cercar di capire quali pensieri lavorino nella sua mente. I cani hanno questo splendido privilegio sopra l'uomo, che non possono fingere; e il paradosso di Talleyrand, che definisce la parola un'invenzione fatta per nascondere i nostri pensieri, non pu essere applicata ai cani.
Alle volte me ne sto mezza giornata seduto in un campo a guardare le mandrie pascolare; ed osservare la fisionomia di un asinello  uno dei pi vivi piaceri di uno psicologo. Ma  specialmente quando gli asini sono liberi che sono tanto pi interessanti; un asino legato alla cavezza non  affatto cos comunicativo e naturale come quando  abbandonato a se stesso; e ci, dopo tutto, non deve molto meravigliare.
Ad Ischia, una volta, ho vissuto per molto tempo quasi esclusivamente con un asino. Fu il destino che ci avvicin. Mi ero accampato in una baracca adibita a deposito di barche gi alla Marina e l'asino abitava nella baracca vicina. Su nelle stanzette calde e soffocanti dell'albergo passavo le notti insonni, ed avevo con piacere accettato l'offerta del mio amico Antonio di occupare la sua fresca baracca mentre egli andava a pescare nella baia di Gaeta. Me la passavo comodamente in quella stamberga fra pentolini e reti da pesca; e a cavalcioni di una vecchia barca capovolta scrivevo lunghe lettere d'amore al mare. Quando veniva la sera e nella mia baracca c'era buio, andavo a letto nella mia amaca con una vela per coperta e la memoria di un giorno felice per cuscino. Mi addormentavo cullato dal mormorio delle onde e mi svegliavo col sorgere del giorno. Ogni mattina il mio vicino, il vecchio asino, veniva a trovarmi e metteva il capo solenne nella porta aperta guardandomi fisso. Pensavo sempre perch mai se ne stesse l cos fermo senza far altro che guardarmi, e non potevo trovar altra spiegazione se non quella che l'animale mi trovasse molto bello. Me ne stavo l mezzo addormentato a guardarlo; anch'io pensavo che era bello. Sembrava un vecchio ritratto di famiglia mentre se ne stava con la testa grigia incorniciata dallo stipite della porta sullo sfondo azzurro di una mattina d'estate. L fuori lo sfondo diventava sempre pi chiaro e la trasparente superficie del mare cominciava a scintillare. Ad un tratto un raggio di sole entrava danzando e mi colpiva negli occhi. Allora mi alzavo e salutavo il golfo. Non avevo nulla da fare tutto il giorno, mentre il povero asinello avrebbe dovuto essere realmente al lavoro per tutta la mattinata lass a Casamicciola. Ma, fra di noi sorse una tale simpatia che io le procurai un locum tenens e allora ce ne andammo allegramente a gironzolare tutto il giorno come veri vagabondi, lasciandoci condurre dalla strada. Qualche volta ero io che camminavo in testa coll'asinello che mi trottava tranquillamente dietro; qualche volta era lui che si era messo in mente una sua destinazione e allora naturalmente lo seguivo. Studiavo con grande attenzione l'interessante personalit che avevo incontrato cos inaspettatamente poich da molto tempo non mi ero trovato in cos simpatica compagnia. Avrei ancora molto da dire su questo argomento, ma queste ricerche filosofiche temo possano essere uno scoglio troppo arduo per molti dei miei lettori e perci ritengo sia meglio fermarsi qui.
E gli uccelli? Chi si stanca mai di loro? Sono capace di star seduto ore ed ore sopra un sasso muschioso ad ascoltare le chiacchiere di un caro uccellino, mentre non mi  possibile raccogliere i miei pensieri quando qualcuno mi parla. Avete mai notato come sia grazioso vedere un uccellino che canta il suo bel canto e tratto tratto piega la graziosa testolina come per ascoltare se qualcuno risponda laggi nella foresta? Nella tarda estate, quando la mamma deve insegnare ai suoi piccoli a parlare (non crediate che sia soltanto una questione d'istinto, poich anch'essi devono prendere lezioni per imparare il loro linguaggio canterino), avete mai osservato queste lezioni, quando la madre dalla sua sedia aerea li istruisce su un argomento o sull'altro e i piccoli, dell'et di una sola estate, balbettano con lei con le loro chiare vocine? E quando gli uccelli tacciono, non ho che da guardare gi nell'erba e nel muschio per trovare qualche altra conoscenza che mi tenga compagnia. Sopra il granoturco e le alte erbe ondeggianti vola la libellula librata su ali intessute di raggi di sole su trama fatata, e gi gi nel sentiero che serpeggia fra gli enormi steli delle erbe, una piccola formica si affatica a trasportare un minuscolo ago di pino. La strada  aspra, ora sale ed ora scende, e la formica spinge il pesante carico come una slitta dinanzi a s, ora la porta sopra le esili spalle. Tira cos forte in salita che le sue piccole gambette si irrigidiscono, ed essa ruzzola gi per la ripida discesa col suo carico stretto fra le zampe; ma non lo abbandona mai, e si affatica ad andar avanti perch ha premura di tornare a casa. Fra poco cadr la brina e allora  pericoloso trovarsi fuori nella foresta vergine ed  meglio essere a casa in pace dopo che il lavoro del giorno  finito. Ora la strada diviene collinosa, e ad un tratto un'enorme montagna ostruisce il passaggio; la formica sa bene come si chiama la montagna; io non lo so: per me ha l'apparenza di un sasso non pi grosso di un pugno. La formica si ferma improvvisamente a pensare, poi fa un segnale con le sue antenne, segnale che io sono troppo ottuso per capire, ma che altri immediatamente capiscono poich vedo due altre formiche uscire dietro una foglia secca e avanzare in suo aiuto. Le guardo mentre tengono un consiglio di guerra e le nuove arrivate con molta seriet si mettono a trascinare il "tronco" per provarne la pesantezza. A un tratto si fermano ad ascoltare: una squadra di formiche marcia poco lontano e osservo che un altro paio di formiche viene chiamato a prestare assistenza. Quindi afferrano tutte insieme il carico e trascinano su come marinai il "tronco" con un lungo e lento moto.
Capisco che il "tronco" dev'essere usato per riparare il disastro fatto da un terremoto. Quante vite di lavoratrici furono schiacciate sotto le rovine delle case? E quale potere diabolico fu mai che distrusse ci che tanto paziente lavoro aveva costruito? Non oso domandarmelo, poich chiss che non sia stato proprio un passante a divertirsi a buttar gi la loro casetta col suo bastone.
E tutte le altre minuscole creature delle quali non conosco i nomi ma il cui mondo osservo con gioia, anch'esse sono cittadine della grande societ della creazione, e probabilmente adempiono i loro doveri pubblici pi che io non adempia i miei!
Di pi, quando si giace bocconi sul terreno e si guarda dentro l'erba si finisce anche noi per diventare cos piccolini.
Ed ecco che anche a me sembra di essere nient'altro che una formica che si affatica col suo carico pesante attraverso la foresta vergine. Ora la strada sale ripida ed ora discende, ma l'importante  di non mollare. E se c' qualche altro che ci possa dare un aiuto quando la collina sembra troppo ripida e il carico troppo pesante, tutto va abbastanza bene.
Ma improvvisamente passa il destino e butta gi tutto quello che abbiamo costruito con tanto duro lavoro.
La formica si affanna avanti col suo pesante carico inoltrandosi nella foresta vergine, la via  lunga e ci vuole ancora un po' di tempo prima che il lavoro del giorno sia finito e cada la rugiada.
Ma lass in alto vola il sogno su ali intessute di raggi di sole e trama fatata.


9. MEMENTO HOMO!
Dalla lunga storia dell'evoluzione della nostra razza apprendiamo che l'et della caccia fu la pi bassa fra tutte quelle dell'uomo: lo stato puramente bruto.
La bramosia di sangue della bestia feroce si  gradualmente trasformata in un istinto subcosciente, e migliaia di anni di cultura giacciono tra i nostri antenati selvaggi che si scannavano a vicenda con le asce di pietra per un pezzo di pesce crudo, ed i cacciatori di animali del nostro tempo.
Il metodo si  perfezionato, ma il principio rimane lo stesso.  sempre lo stesso desiderio del pi forte per uccidere il pi debole che scorre nelle vene di tutte le generazioni animalesche che si susseguirono fino a giungere a noi. Poich la passione di uccidere  un innato istinto animale,  impossibile, appunto perch tale, sradicarlo dall'uomo. Ma  dovere dell'uomo conscio della sua posizione elevata di combattere questo depravato istinto della sua infanzia barbara, questo fantasma che sorge dal sepolcro ove dormono i progenitori della sua razza.
Il diritto dell'uomo di uccidere gli animali  limitato al suo diritto di difesa ed al suo diritto di esistenza.
Il primo, nei nostri paesi, pu essere giustificato soltanto in casi eccezionali; il secondo pu essere giustificato dalla nostra civilt. L'uomo colto riconosce i suoi doveri verso gli animali, in compenso delle servit che egli impone loro.
L'uccidere animali per puro divertimento  in contrasto con l'adempimento di questi doveri. La benevolenza che si estende oltre il limite della razza umana, la bont, cio, verso gli animali,  una delle pi recenti qualit morali acquisite dal genere umano; e pi questo sentimento  sviluppato nell'uomo, pi grande  la distanza che lo separa dal suo primitivo stato di barbarie.
L'individuo nel quale questo sentimento manchi pu essere considerato come un tipo di transizione fra l'uomo selvaggio e l'uomo civile.  l'anello che manca nella catena dell'evoluzione del cervello umano, dallo stato bruto allo stato colto.
L'uomo non  stato creato perch agisca come un tiranno autocrate nella grande societ che popola il mondo, ma perch si comporti come un monarca costituzionale. Vi fu un tempo che mi venne di pensare alla formazione di una repubblica, ma comprendo bene che il nostro pianeta non  ancora sufficientemente maturo per un simile esperimento di governo.
S, l'uomo  il dominatore della terra. Sempre vittorioso, egli porta la sua bandiera insanguinata per il mondo, e ormai non vi son pi limiti al suo dominio.
Ma l'uomo  un presuntuoso. Io per conto mio non credo affatto a tutte le spacconate che racconta sulla sua origine aristocratica. Tenta di farci credere d'essere un trovatello che, agli albori del mondo, venne misteriosamente deposto nella culla dell'universo, e che la sua origine sia molto pi nobile di quella di qualunque altro animale che popola la terra.
 vero che c' qualche cosa di strano in lui e che svel abbastanza presto il suo carattere imperioso ed arrogante. Gi sin da quando era un cucciolo attaccato al seno materno della natura, cacciava via le altre piccole creature della Terra e tracannava la linfa della vita a grandi sorsate. Quando ancora non sapeva muovere un passo gi graffiava in viso la sua buona nutrice e mordeva i fratelli di latte pi deboli di lui. Cos crebbe fino a divenire un vero prepotente, un bruto Protantropo che abbatteva ogni ostacolo, schiacciava qualsiasi opposizione col diritto del pi forte.
La legge selettiva della Natura gli modific l'angolo facciale rendendoglielo pi largo, la scienza gli arm il braccio.
Come potevano le zanne a falce dell'Ursus Spelaeus (l'orso delle caverne) vincere il suo tridente armato di aculei o di chiodi di legno, o irto di schegge taglienti come rasoi? Che potevano fare i canini di sei pollici del Machaerodus contro la sua scure di selce affilata? E cos questi giganti sopraffatti dall'uomo scomparvero uno dopo l'altro nelle tenebre delle et passate.
Ma la potenza dell'uomo si estese sempre pi, le sue ambizioni salirono sempre pi in alto.
Ormai la terra giace ai suoi piedi vinta ed egli si prepara ora ad assalire il cielo.
Ed  stato tanto guastato dalle sue vittorie, e cos raffinato dalla sua civilt, che torce l'aristocratico naso allorquando qualcuno gli ricorda le umili origini dei suoi vecchi antenati che gli tennero la culla, o i suoi poveri parenti che ancor oggi vagano senza un tetto e verso i quali egli  sempre tanto crudele.
Ma l'uomo non  pi tanto giovane, nessuno sa con precisione quante migliaia d'anni porti sulle spalle, ed io ritengo sia ben ora che egli rifletta un poco a tutto il male che ha fatto durante la sua lunga vita e procuri di essere un po' pi buono in questa sua tarda et.
Verr un giorno in cui l'ultimo uomo vivente cadr per non pi rialzarsi, ed un nuovo re del creato coronato di fresco salir al trono: le roi est mort, vive le roi!
Il crepuscolo dell'era millenaria scende sul sarcofago ove il defunto monarca dorme il sonno eterno nel Pantheon della Paleontologia. Una pesante coltre di polvere copre le iscrizioni che ricorda i titoli onorari del morto e le bandiere che videro le sue vittorie cadono in brandelli. Lass nel nuovo pianeta siede un professore che tiene una conferenza sui resti dei tempi preistorici e fa circolare fra l'uditorio un fragile teschio che viene attentamente esaminato dagli studenti meravigliati.  il nostro teschio, con quel retto angolo facciale e quella larga scatola cranica di cui noi andavamo tanto superbi. E il professore fa un commento casuale sull'Homo Sapiens additando il dente che ancora si vede infisso nella mandibola.

10. AGITAZIONI POLITICHE A CAPRI
Non vi allarmate, non disturberanno la pace europea.
Ahim! Vi sono macchie perfino sul sole, e nemmeno "la pi bella perla nella corona di Napoli"  completamente esente da macchie.
Nuvole di corvi volano gracchiando intorno alle rovine ove dormono memorie millenarie, piccole mani sporche rovistano fra i resti degli splendori scomparsi di giganti caduti, mani di barbari distruggono i pavimenti a mosaico sui quali risuonarono i passi di tanti imperatori. La Prosa incappucciata di buio e con le calze d'azzurro spaventa l'Idilio che l riposa sognando ad occhi semichiusi. Fauni sorridenti spostano le fronde che nascondono la fresca grotta ove la ninfa della leggenda bagna le sue membra graziose.
Capri  ammalata, Capri  infestata da parassiti com'era anche il vecchio leone. Capri  piena di... s, ma in politica bisogna essere guardinghi. Non vi dico nulla; leggete l'articolo sino alla fine e vedrete di che cosa sia piena Capri.
Eccovi seduto lass sulle rovine della Villa di Tiberio, mentre il vostro sguardo spazia sopra il mare. I vostri occhi seguono distrattamente una vela bianca lontana;  una piccola barca da pesca che se ne torna tranquillamente a casa. E i vostri pensieri vagano lontano lontano. Qui, nel suo palazzo di lucidi marmi, una volta abitava il dominatore del mondo; guardava anche lui lontano sul mare, ma i suoi occhi non erano cos sereni come i vostri poich egli temeva che ogni barca che si avvicinava potesse portare il vendicatore delle sue vittime; e quando la notte scendeva sulla baia, si tratteneva ancora quass, tremante di paura, per tentare di leggere il suo destino nelle stelle che tempestavano la volta del cielo. Nessun delitto poteva ormai pi aiutarlo a dimenticar se stesso; nessun vizio poteva ormai pi soffocare le torture dell'animo suo. Chiuso entro la sua fortezza di roccia il tristo imperatore soffriva tormenti ben pi grandi di tutte le torture che aveva inflitto alle sue vittime; da tempo il suo cuore aveva perso sin l'ultima stilla di sangue sotto la toga purpurea, ma l'anima sua continuava a vivere col suo dolore titanico. Il posto in cui voi vi trovate si chiama "il salto di Tiberio". Da qui egli scaraventava le sue vittime nel mare e laggi abbasso altri uomini giravano in barca per massacrare coi remi quelle che ancora si dibattevano nelle onde. Chinatevi sopra il precipizio e guardate le onde spumeggianti: vecchi marinai mi raccontarono che, quando la luna si nasconde dietro una nube e tutto  buio, le onde che s'infrangono sulle rocce laggi sembrano tinte di sangue.
Ma il sole illumina col suo perdono le rovine testimoni di tanto delitto, ed ora la visione del tristo imperatore scompare dal vostro pensiero. Ora tutto  silenzio e pace su alla Villa di Tiberio. Ve ne state sdraiato guardando lontano sul golfo e vi sembra che il mondo debba finire al di l delle sue belle spiagge. Gli incessanti rumori del giorno non giungono sin qui, ove tutto  in perfetta armonia nel silenzio; i vostri pensieri vagano intorno senza scopo, scherzano un momento fra i marosi presso le rocce di Sorrento, mandano un caldo saluto ai boschetti di Ischia e raccolgono qualche rosa profumata sulla verde spiaggia di Posillipo. Piano piano le vostre percezioni si attutiscono, non sentite pi il rumorio delle ruote giranti nell'officina del pensiero: oggi  giorno di riposo e la vostra anima pu sognare. Ma che cosa sognate? Non lo sapete! Dove siete? Non lo sapete! Volate sulle ali bianche dei gabbiani, via, via, lontano sopra l'immenso mare; vi librate su in alto sulle nubi luminose ove nessun pensiero pu raggiungervi.
Ahim, poverino, non siete in sostanza che un prigioniero, un prigioniero che sognava di esser libero ed  risvegliato nel pi bello dei suoi sogni dal rumore delle chiavi del carcere. Il suono di voci umane vi colpisce gli orecchi e come un uccello colpito all'ala voi precipitate a terra. Presso di voi vedete uno spilungone; dice al suo compagno che gli sembra incredibile che un uomo possa essere tanto prosaico da addormentarsi in un luogo cos "wunderbar" (meraviglioso). Ah, vi siete dunque addormentato, eh?
L'incanto  spezzato, la splendida armonia distrutta, e voi vi alzate per andarvene. Allora egli vi assale colla domanda se non credete che il golfo sia blu, e non avete ancora fatto dieci passi che egli vi attacca proditoriamente di dietro osservando che anche il cielo  blu. Pensate di spaventarlo lanciandogli occhiate feroci; macch, ho provato anch'io tante volte a fargli la faccia scura, ma ci non lo impressionava per niente. Allora provate a fingervi sordo, ma non val niente neanche questo; anzi ritiene che sia un complimento poich egli  felice di dominare la conversazione.
Il sole  alto nel cielo e questo bel giorno d'estate  tanto caldo! Venite con me, andiamo a fare un bel bagno nelle fresche acque della Grotta Azzurra. No, caro amico, non in quel posto! Perfin laggi essi ci rincorrono nuotando dietro a noi come pescicani per chiederci se sappiamo che la Grotta Azzurra  virtualmente tedesca poich fu ein deutscher che la scopr nel 1826. Scappiamocene via ai "Bagni di Tiberio", le rovine del bagno dell'imperatore, leviamoci i vestiti entro una delle fresche camerette che ancora esistono fra enormi blocchi di mura cadenti, ed immergiamoci in quell'acqua di zaffiro. Ma guardate, vedete quegli enormi buchi nella sabbia? Oh, poveri noi, scappiamocene, via amico mio. Conosco bene quelle orme, ed eccola laggi seduta, la bionda Gretchen che legge una novella di Spielhangen. Se leggeva Heine forse le perdonavo.
Ce ne ritorniamo alla Marina lungo la spiaggia e infiliamo lo stretto sentiero che s'insinua fra i vigneti e conduce al villaggio. Sfortunatamente la nuova strada carrozzabile  quasi pronta, ma noi naturalmente preferiamo la via vecchia che  molto pi pittoresca dell'altra. Sulla baia inciampiamo in cavalletti e scatole di colori posti a breve distanze gli uni dagli altri come trappole per i sognatori; vicino ad ogni trappola un dilettante siede in agguato al riparo di un grande ombrello e invoca il "der Teufel" che l'aiuti, e credo che quello li ascolti.
Desiderate fermarvi all'Albergo Pagano? S, credo che abbiate ragione; senza dubbio quello  il miglior albergo dell'isola. Il vecchio Pagano, che era una simpatica persona, mor molti anni fa, e solo noi vecchi Caprioti ci possiamo ricordare di lui. Suo figlio Alfredo, che ora dirige l'albergo,  mio buon amico; ma non ne ha colpa lui se la sua casa  diventata tanto tedesca, come se si trovasse nel cuore della "das grosse Vaterland". Ve ne sono almeno cinquanta di questi tedeschi raccolti intorno alla tavola nel grande salone da pranzo. Alla parete  appeso un medaglione di stucco del "Kaiser" ornato di lauri freschi; e se accadesse che vi facessero il complimento di prendervi per un francese  molto probabile che berrebbero un bicchiere alla memoria del 1870, come avvenne anche a me una volta. E cos invece della pace e del silenzio che desideravate tanto, durante il pranzo dovete sopportare un fracasso infernale degno di un "Kneipe" a Brema. Spinto dalla disperazione, spalancate la porta che conduce in giardino; oh, siete realmente in Italia, finalmente. Fuori, sotto il pergolato, i raggi della luna brillano fra i tralci delle viti, l'aria  dolce e morbida come una carezza e la bella sera d'estate vi canta il suo poema incantevole per compensarvi un poco dell'arida prosa che c' l dentro. Passeggiate un poco su  gi solo e tranquillo e avete appena avuto il tempo di pensare quanto siete felice di godervi questa bella pace, quando nella notte tranquilla echeggia come un grido di guerra una barbara strofa:
"Heil dir im Sieges Kranz!".
a cui qualche piccolo straccione capriota fa eco dal di fuori con un orribile coro:
"Ach! du lieber Augustin!
Augustin, Augustin!".
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Naturalmente so bene in qual modo sprezzante molti dei miei lettori delle "Lettere da una Citt dolente"(11) hanno arricciato il naso dinanzi alle descrizioni dei miei amici quaggi, monelli, vecchi frati mal vestiti, marinai mezzo morti, di fame, ecc. Ma ora posso finalmente presentarvi qualche mia conoscenza di grado un po' pi elevato e raccontarvi una storiella delle classi pi alte della societ. Mi accadde a Capri molti anni fa, e le dramatis personae eravamo il mio amico D..., io, e la defunta imperatrice Federica allora principessa ereditaria di Germania.
Il mio amico D. ed io eravamo le uniche persone indesiderabili dell'albergo in quel momento. Tutta l'enorme tavola nella sala da pranzo era occupata da tedeschi, mentre noi due eravamo relegati a un piccolo tavolino in un angolo. Di quel tavolino avevamo fatto il nostro osservatorio, lo stesso come il Professor Palmieri aveva fatto il suo sul Vesuvio. Gi da qualche giorno i nostri delicatissimi strumenti auscultatori ci avevano preannunziato che si stava preparando qualche cosa di anormale alla tavola grande. I boati da qualche sera erano pi forti che mai, il fumo si alzava in nubi pi spesse, la birra scorreva a torrenti e le facce erano divenute rosso-acceso; tutto lasciava prevedere un eruzione di patriottismo. Una sera arriv un telegramma che, fra terrificanti grida babeliche, venne letto da uno della compagnia, un viaggiatore di commercio di Potsdam che io particolarmente odiavo perch di notte russava; la sua camera era vicino alla mia e le pareti sono sottili. Il telegramma annunciava che la Principessa ereditaria tedesca, che si era fermata qualche giorno a Napoli, avrebbe visitato Capri il giorno seguente nel pi stretto incognito. Sembrava che nessuno comprendesse che la parola "incognito" voleva dire che la signora desiderava essere lasciata in pace, e durante il resto del pranzo i fedeli patriotti non fecero altro che discutere quale fosse il modo migliore per guastare la breve visita della povera principessa alla nostra isola. Prepararono immediatamente un programma completo di festeggiamenti: si sarebbe eretto un arco di trionfo, una deputazione scelta l'avrebbe investita non appena avesse posto piede sulla terra ferma, mentre il corpo principale avrebbe bloccato la via che doveva percorrere per recarsi alla piazza. Si dovevano cantare cori patriottici, leggere un discorso, e il viaggiatore di commercio di Potsdam doveva confermare in strofe di benvenuto ci che il suo viso gi esprimeva abbastanza chiaramente, e cio che la poesia non era il suo forte. Tutti i giardini di Capri dovevano essere spogliati delle loro rose, si dovevano sradicare interi cespugli ed alberi per formare l'arco di trionfo, e per tutta la notte si dovevano intessere ghirlande e cucire bandiere.
Salii nella mia stanza, mi buttai sul sof e accesi una sigaretta. E mentre me ne stavo cos meditando, mi sentii invaso da un senso di profonda compassione per la principessa ereditaria tedesca. Avevo gi avuto occasione di apprendere dai giornali che, durante il suo soggiorno a Napoli, essa aveva cercato in tutti i modi di evitare qualunque forma di riconoscimento ufficiale e di sfuggire ad ogni specie di dimostrazione in suo onore durante la sua escursione intorno alla baia. Povera Principessa! Aveva avuto la fortuna di lasciare tutta la noiosa etichetta di corte lass nella nebbiosa Berlino ed ora non le si voleva permettere di godersi un solo giorno d'estate sul golfo! Essere abbastanza ricchi per poter comprare l'intera isola di Capri, e tuttavia non potersi godere per una sola ora il dolce incanto dell'isola idilliaca! Essere destinata a cingere una delle pi superbe corone del mondo, e non avere tuttavia il potere d'impedire ad un viaggiatore di commercio di scrivere poesie! Le mie pietose riflessioni vennero a questo punto disturbate dal risuonare di passi pesanti nella stanza vicina; sembrava il rumore di zampe di cavalli; era il "Probenreiter" che cavalcava il suo Pegaso. Per tutta la notte rimasi l disteso riflettendo alla vanit della potenza terrena, e per tutta la notte il poeta laureato cammin su e gi per la sua stanza senza fermarsi mai. Una sola volta i passi si fermarono e vi fu un momento di silenzio. Lo sentii ansimare per un momento, poi una voce soffocata mormor:
Ich stehe hier auf Felsenstrand!
Ich stehe hier auf Felsenstrand!(12)
Qualche momento dopo lo sentii spalancare la finestra perch l'aria della notte potesse rinfrescare il fuoco della sua lira. Le nostre stanze davano sullo stesso balcone, ed alzando piano piano la mia persiana, potei osservarlo appoggiato alla finestra mentre la luna lo illuminava in pieno. Aveva i capelli irti e dalle labbra gli usciva un brontolio inarticolato. Disperato guard su nel cielo azzurro dove le stelle brillavano e sembrava che lo schernissero; guard gi nel giardino ove la brezza notturna frullava fra le foglie come ridendo di lui. Ma non cap di essere preso in giro finch un galletto svegliato di soprassalto laggi nel pollaio domand ad un altro gallo che ora mai fosse e poi venne a cantagli in faccia che la notte era ormai passata ed egli non era arrivato pi in l del primo verso. Allora brontol ancora una volta un lamentoso
Ich stehe hier auf Felsenstrand!
e con gran fracasso chiuse rabbiosamente la finestra. Tutti i galli di Pagano cantarono insieme "Bravo! bravo!", ma Febo, Febo Apollo, il dio del sole e dei poeti, entr nella sua stanza in quel momento ed arross di rabbia quando vide il viaggiatore di commercio maltrattare la sua lira.
Pi tardi lo sentii gridare alla cameriera che era in giro per i suoi servizi, di portargli un caff e un cognac. Si capisce che, dopo aver passato tutta la notte sulla sua "spiaggia rocciosa", doveva aver bisogno di bere qualche eccitante per tirarsi su.
Arriv tardi a colazione. Guardandolo osservai che il viso paffuto era soffuso di un interessante pallore che gli prestava un certo tono di distinzione, ed i suoi grandi occhi bovini sembravano due soli spenti sotto le spesse ciglia. Sentii che confidava al suo vicino di tavola che gli riusciva pi facile improvvisare e che non avrebbe dato via libera al suo genio finch non fosse giunto il momento opportuno. Allora brindarono alla sua intelligenza straordinaria ed egli sorrise di modestia. Non mangi nulla ma bevve molto. Al dessert aveva gi ripreso il suo colore vivace, chiacchierava con tutti con grande eccitazione e brindava alla salute di tutti. Tuttavia sembrava che non osasse rimaner solo coi suoi pensieri; non appena la conversazione cadeva intorno a lui, si abbandonava a profonde meditazioni, e un osservatore attento poteva facilmente comprendere che le rose delle sue guance nascondevano terribili spine che gli straziavano l'anima. E ne aveva ben d'onde; era gi mezzogiorno, la principessa era attesa per le quattro, ed egli era ancora l solo e abbandonato come Napoleone a Sant'Elena sulla sua Felsenstrand, scrutando inutilmente gi nell'immenso oceano della poesia per trovare anche una sola, piccola rima amica che lo potesse traghettare sulle sponde del secondo verso.
Era ormai impossibile rimanere tranquilli nelle sale dell'albergo; nel salotto facevano le prove di canti patriottici, mentre il salone era stato trasformato in una fabbrica di bandiere e di ghirlande alle quali venivano attaccati dei lunghi nastri col nome della vittima. La piazza era ornata a festa, l'arco trionfale era pronto ed era sormontato da un'aquila di cartone nero che stringeva nel becco una striscia bianca sulla quale era scritto in grandi lettere rosse: "WILLKOMMEN". Per tutta la piazza c'erano bandiere al vento e ghirlande; perfino Nicolino, barbiere e "salassatore", aveva deciso di unirsi alla triplice alleanza ed aveva esposto un'enorme bandiera tedesca dinanzi al suo salone. Io non sapevo che fare in tanta confusione e finalmente pensai di andarmene su verso la Villa di Tiberio; forse lass potevo godermi un po' di pace. Mi ero appena accomodato nel mio posto favorito fuori dal sentiero, sull'orlo dello scoglio che dominava da una parte la baia di Napoli e dall'altra quella di Salerno e il mare aperto, quando una lunga ombra mi si par dinanzi. Guardai su e vidi un patriotta che con un telescopio in mano scrutava l'orizzonte dalla parte di Napoli. Realmente si vedeva che c'era qualchecosa nel mezzo della baia, ma la foschia rendeva difficile stabilire cosa fosse. Ad un tratto gett una specie di grido di guerra ed allora due spie, che forse erano sulla cima della vecchia torre dell'orologio, si precipitarono sulla scena. Sapevo bene che cosa era quello che si vedeva laggi: era il grosso "Scoppa", il battello che tornava a casa da Napoli(13). Naturalmente mi guardai bene dal dir niente perch c'era da sperare che lo prendessero per il piroscafo atteso e se ne andassero alla Marina. Per mia sfortuna invece capirono che cos'era e si sedettero tutti e tre vicino a me mangiando panini e parlando male di Tiberio. Allora mi alzai e me ne ritornai a Capri. Sulla piazza incontrai il mio amico D... che non sembrava di buon umore neanche lui; era diretto alla Marina e mi accompagnai a lui. Laggi alla Marina tutto era tranquillo, almeno per il momento. Vecchi seduti all'ombra delle barche riparavano le reti, alcuni bambini che non avevano creduto di vestirsi pi del solito per l'arrivo della principessa, giocavano sulla spiaggia e ruzzavano sulla sabbia. Il posto di sbarco era affollato come lo  sempre quando arriva il piroscafo di Napoli: delle ragazze offrivano in vendita coralli, fiori e frutta, e un po' pi indietro pazienti asinelli gi sellati aspettavano per portare i probabili visitatori su al villaggio. Avevamo gi quasi dimenticato che esisteva sulla terra una Germania quando il mio amico, riparandosi gli occhi colla mano, improvvisamente vide che il piroscafo avvistato non era il solito battello che veniva da Napoli, ma un altro pi grande e pi veloce. Diedi un'occhiata al mio orologio; erano appena le tre. Avevo sperato di poter avere un'altra ora di respiro, e invece... Alessio aveva ragione; quello che si avvicinava non era il solito battello. Ed ora la Marina cominci a svegliarsi e la gente cominci ad arrivare da tutte le parti. Vedemmo la deputazione che si precipitava gi dalla collina seguita dal coro, ed ultimo il poeta di corte che certamente disapprovava come noi quell'inspiegabile anticipo di un'intera ora sul programma fissato per la visita. Il battello si avvicinava assai pi rapidamente del solito postale e sembrava anche che pescasse molto di pi poich si tenne pi al largo. Il momento solenne era giunto: la deputazione si era piantata sul pontile di sbarco disposta in ordine di guerra, col viaggiatore di commercio alla testa. Vedemmo parecchie persone scendere dalla scaletta del piroscafo e imbarcarsi in una barchetta che si avvicin rapidamente alla spiaggia. Il coro inton subito il canto
"Heil dir im Sieges Kranz".
Ma aveva appena finito il primo verso quando la barca si avvicin alla banchina e due signore accompagnate da un ufficiale si accinsero a sbarcare. Ma si sbagliavano della grossa se credevano fosse cosa cos facile scendere a terra; un gesto solenne ed imperioso del viaggiatore di commercio li congel sul posto mentre egli colla mano sinistra levava dalla tasca dei calzoni un foglio di carta. Mi sentii ancora preso da grande compassione per la povera principessa, ma che cosa potevo fare per lei? Non c'era pi mezzo di sfuggire alla triste sorte.
"Ich stehe hier auf Felsenstrand"
cominci il poeta, ma qui vi fu un silenzio subitaneo. Una delle signore si chin verso l'ufficiale e gli disse ridendo qualche parola, e l'ufficiale inform la deputazione che quelle due signore facevano parte del seguito della principessa e desideravano fare un'escursione su al villaggio, mentre la principessa era rimasta a bordo per fare un giro intorno all'isola. Proprio in quel momento vedemmo il piroscafo girare la prua e puntare sul lato occidentale dell'isola. Impietrita dallo stupore, la deputazione tenne un consiglio di guerra per stabilire quale fosse il miglior programma da seguire dopo tale contrattempo. Era evidente che il piroscafo si avviava a fare il solito "giro" dell'isola per ritornar poi alla Grande Marina, l'unico posto di sbarco che abbia Capri.  ben vero che c' una specie di porto anche sul lato sud dell'isola, ma  ormai caduto in disuso e la strada che di l conduce al villaggio  molto brutta e rocciosa. Perci essi decisero di attendere il ritorno del battello senza muoversi dalla loro posizione; il piroscafo non avrebbe impiegato pi di un'ora per fare tutto il giro. La deputazione si accasci con aria abbattuta sulle barche capovolte l presso, ma il poeta rimase in piedi per paura di rovinare il suo abito da sera (pensate un po': l'abito da sera e il cappello a cilindro a Capri). E vi assicuro che non correva pericolo di gelare mentre se ne stava l in piedi a prendere quel bagno di sole. Finalmente quella noiosa ora di attesa pass, e tuttavia non si vedeva ancora alcun segno del piroscafo. Aspettavano gi da due lunghe interminabili ore, quando un pescatore con tutta flemma disse che per quanto poteva capire gli sembrava che il piroscafo fosse andato alla Piccola Marina perch mentre passava in barca presso il piroscafo il canotto si staccava dal fianco della nave, e qualcuno dal ponte gli aveva domandato qual'era la profondit dell'acqua alla Piccola Marina. A questa notizia la deputazione scatt in piedi come se fosse stata punta da una vipera e si precipit sulla via di Capri scomparendo in breve dietro una nube di polvere.
Noi c'indugiammo ancora qualche poco sulla Marina e poi ci avviammo lentamente verso Capri, non seguendo la strada principale ma arrampicandoci su per il vecchio sentiero che raggiunge la strada di Anacapri un po' al largo dal villaggio: potemmo cos evitare di passare per la piazza.
Era caldo come in un giorno d'estate e ci sedemmo a riposarci fra l'erba alta. Non sapendo di che cosa parlare parlammo di politica. Il mio amico D.  un alsaziano; aveva fatto tutta la guerra franco-tedesca e non aveva proprio nessun debole per i tedeschi, e per mie ragioni private nemmeno io nutrivo molta simpatia per quel popolo. Ma eravamo nemici generosi e sentimmo tutt'e due di essere addolorati per la triste sorte della principessa, per quanto fosse tedesca al cento per cento. Si venne cos a parlare della mia avventura notturna col viaggiatore di commercio; e poich non c'era nessuno che ci potesse sentire in quel luogo solitario,  possibile che abbiamo detto qualche frizzo sul conto del poeta. Ricordo che ci provammo di portare a compimento la sua poesia e ridemmo a crepapelle recitando qualche verso che eravamo riusciti ad aggiungere alla sua vena poetica. Il mio cane riposava tra l'erba vicino a me; fece del suo meglio per seguirci nei nostri voli poetici, ma il caldo l'aveva reso indifferente alle cose letterarie e non riusciva mai a tenere aperto pi di un occhio alla volta. Dalle vecchie mura coperte d'edera dietro di noi usciva di tanto in tanto una piccola lucertola per riscaldarsi al sole. Quando vi capita di vedere una di queste lucertoline dovreste zufolare pian piano. La piccola bestiola al suono della musica si ferma e si guarda meravigliata intorno per capire di dove venga quel suono.  tanto spaventata che potete vedere il battito del cuore nell'ansimare del petto di un verde brillante, ma  tanto curiosa e tanto appassionata della musica e c' cos poca musica da poter sentire nel vecchio muro di sassi! Se volete vederla uscire dal suo nascondiglio e mettersi ad ascoltare attentamente non avete che a star quieto. Preferisce la musica piuttosto sentimentale; le piace Verdi, e spesso, quando d un concerto per le lucertole, comincio con un pezzo della Traviata. Piace tanto la musica anche a me e forse questa  la ragione che mi spinge a tentare di essere gentile verso quelle piccole appassionate di musica. Ancora non so capire come si possa avere il cuore di tener prigioniere queste eleganti, graziose bestiole che son tanta parte di un vecchio muro italiano cos come l'edera e la luce del sole.
Eppure c' un tedesco gi all'Albergo Pagano che non fa altro che andare a caccia di lucertole; le chiude entro scatole da sigari che di tanto in tanto apre per ammirare le sue prigioniere lillipuziane come un Gulliver qualunque. Siamo nemici acerrimi io e lui, perch una volta gli aprii la scatola da sigari e misi in libert tutte le sue lucertole.
Ad un tratto Tappio prese a brontolare. Guardammo su e con grande nostra sorpresa vedemmo due signore dinanzi a noi, e dietro ad esse un signore in nero che guardava fisso nello spazio. Nessuno di noi le aveva sentite salire, perci pensammo che, quando D. ed io stavamo completando la poesia del viaggiatore di commercio, esse dovevano gi trovarsi l vicino. Ci guardammo costernati, ma poi ci calmammo; non c'era nulla da temere; si vedeva bene che erano inglesi, e perci non potevano aver capito una parola di quello che avevamo detto. Una delle signore era di media et, piuttosto grassa, e portava un vestito grigio da viaggio, mentre l'altra era un'elegante signorina molto bella davvero. Guardavano laggi alla Marina, e seguendo il loro sguardo osservammo che il piroscafo della principessa era ritornato dal suo giro intorno all'isola e si era ancorato vicino al piroscafo che era arrivato da Napoli. Restammo annichiliti quando la signorina, volgendosi verso di noi, ci domand in perfetto francese quanto ci voleva per andare al villaggio. D., che era pi vicino a loro, rispose che non ci volevano pi di dieci minuti.
- Si deve proprio passare attraverso al villaggio per raggiungere la baia? - domand essa accennando alla Marina.
- S, - rispose D., - bisogna proprio passarci.
In quel momento Tappio si stiracchi e sbirci le signore sbadigliando.
- Che bel cane! - sentii dire in inglese dalla signora pi anziana alla sua compagna. Compresi immediatamente che quella signora era molto distinta ed era dotata di un buon gusto eccezionale e sentii in me l'impellente bisogno di mostrarmi gentile con lei. Non potei trovar di meglio da dirle se non che aveva scelto un brutto giorno per venire a Capri poich l'isola era divenuta preda dei barbari per quel giorno intero. Le dissi che la Principessa ereditaria di Germania era in quello stesso momento nell'isola e che, perseguitata da una deputazione e da un viaggiatore di commercio, era stata sorpresa sulla Piccola Marina e portata in trionfo in piazza. Aggiunsi che noi commiseravamo la povera principessa. Mentre parlavo notai che il viso della signorina si era atteggiato ad una strana espressione, mentre la signora pi anziana ascolt tutto il mio discorso senza che si vedesse l'ombra di un sorriso nei suoi occhi.
- Abbiamo premura di arrivare al porto il pi presto possibile, - disse. - Siamo state assenti pi di quanto volevamo.
- C' una scorciatoia che conduce alla Marina - risposi premurosamente: - anche noi siamo venuti su adesso di l; ma temo che sia una strada un po' troppo brutta per lei, signora.
- Conduce laggi la scorciatoia? - domand la signora indicandoci il porto ove i due piroscafi giacevano all'ancora.
- Oh, certamente.
- Senza obbligarci a passare attraverso il villaggio?
- Senza obbligarvi a passare attraverso il villaggio, - risposi.
Essa scambi qualche parola colla signorina e quindi disse in un certo modo brusco e autoritario:
- Siate tanto gentile da insegnarci la strada.
Le guidai gi per il sentiero alla Marina. La conversazione non fu molto vivace per via. Avevo incappato in due signore piuttosto riservate e se non fosse stato per i miei ripetuti sforzi, la conversazione sarebbe morta del tutto. Ogni tanto la signora pi giovane sorrideva fra s ed io pensavo di aver detto qualche sciocchezza. Non son mai stato un uomo di societ e non  cosa tanto facile conversare con due signore che non si sono mai conosciute.
Quando raggiungemmo il punto in cui la strada si allarga mostrai loro la Marina che si stendeva ai loro piedi e accennai che ora non potevano sbagliare strada. Vedemmo due ufficiali che andavano su e gi sul ponte di sbarco ed allora ricordai alle due signore che, se volevano vedere la principessa, non avevano che da attendere l per qualche minuto; sarebbe arrivata presto coi suoi tormentatori alle calcagna. Ma ci, mi dissero le signore, non le interessava affatto; poi mi salutarono con molta cortesia.
Mi ero appena voltato per riprendere la via del ritorno che vidi scendere a precipizio gi dalla collina due servitori ed ebbi appena il tempo di scansarli per lasciarli passare che gi eran lontani decine di metri; vennero immediatamente seguiti da un individuo lungo e smilzo colle gambe sottili e due gran baffi: ma foi! se non era un ufficiale tedesco, ne aveva tutto l'aspetto. E dopo di lui subito ecco apparire un ometto grassotto e rumoroso che mi si precipit letteralmente fra le braccia; in una mano teneva il cappello bordato d'oro mentre con l'altra si asciugava il sudore dalla fronte; balbett qualche scusa e poi riprese a ruzzolare gi dalla collina come una palla. "Perbacco - pensai tra me, - quanta gente quest'oggi su questo sentiero dove normalmente non s'incontra mai nessuno!"
D. era ancora lass sulla via di Anacapri che m'aspettava; non avevamo nessuna voglia di ritornare a Capri per il momento e decidemmo di salire ad Anacapri a trovare la bella Margherita e fermarci lass finch gi nell'isola fosse ritornata la calma... Ci sedemmo per un poco sotto la pergola a bere un bicchiere di vino bianco, poi c'incamminammo lentamente verso Capri lungo la bellissima via, ammirando il magnifico panorama della montagna coperta di mirtilli che si stendeva ai nostri piedi. Quando passammo sotto le rovine del castello di Barbarossa volgemmo lo sguardo verso la Marina e osservammo con gran piacere che ambedue i piroscafi se ne erano andati. I veri Caprioti provano sempre una certa soddisfazione a veder partire il piroscafo; a loro piace godersi da soli la loro adorata Capri; la folla rumorosa dei visitatori non fa che disturbare l'armonia della piccola isola dei sogni.
Quando arrivammo al villaggio era gi quasi scuro. La piazza era deserta; dal negozio di Nicolino, barbiere e salassatore, pendeva la bandiera tricolore leggermente agitata dal vento, mentre lass, sull'arco trionfale, l'aquila di cartone mordeva annoiata il suo "Willkommen".
All'albergo trovammo che tutti erano seduti a tavola, ma contrariamente al solito nessuno parlava. Ci sedemmo al nostro tavolino e cercammo di darci l'aria pi innocente del mondo. Al dessert qualcuno suscit alla tavola grande una chiassosa discussione per decidere chi era colpevole di una certa disgrazia terribile che sembrava fosse loro capitata durante il giorno. Mi sembr di sentire un mormorio fare il giro della tavola, a proposito di un idiota che era stato visto accompagnare due signore gi per una scorciatoia fino alla Marina, ma non mi riusc mai di sapere chi fosse. Oh, ma non importa! n io n D. ci teniamo molto a tirare in lungo questa storia. Se ci siamo comportati male, io, per la mia parte, sono gi stato sufficientemente punito. Eccomi qui in questo clima nebbioso e triste, lontano dalla mia isola adorata, mentre il viaggiatore di commercio, per quanto mi sappia, forse se la gode felice a Capri e ancora recita ai galli di Pagano il famoso verso
"Ich stehe hier auf Felsenstrand".


11. I CANI DI CAPRI.
Come gli antichi romani, i cani di Capri dedicano la maggior parte del loro tempo alla vita pubblica. La piazza  il loro Foro ed  l che essi scrivono la loro storia.
Quando Don Antonio apre la sua osteria e Don Niccolino, barbiere e salassatore, esce dal suo salone, Capri comincia un giorno nuovo. I cani compaiono da ogni punto e si avanzano lenti e solenni; ecco quello del dottore, quello del tabaccaio, quello del segretario, di l viene quello di Don Arcangelo e poi quello di Don Pietro, e cos via di seguito; quindi dopo un saluto fatto secondo le regole stabilite dalla natura, si seggono in piazza a meditare. Don Antonio mette un paio di sedie dinanzi al suo caff e, mentre qualcuno accetta l'invito di appoggiarvisi contro, altri preferiscono la gradinata della Chiesa e quel piacevole angolo presso il campanile il cui orologio tante generazioni hanno ascoltato con sempre crescente stupore poich, indomabile come il sole, spinge innanzi il tempo, ahim! non quello del sole.
I cani dell'Albergo Pagano arrivano dopo qualche momento. Si alzano pi tardi degli altri perch fanno un pranzo terribilmente pesante. Sono tutti discendenti del vecchio venerabile "Timberio"(14), il vecchio cane di Pagano che cammina un po' indietro dal resto della famiglia. Timberio ha una cataratta in un occhio, ma con l'altro osserva la vita con calma impassibile. La famiglia dei cani Pagano  sempre stata la prima a Capri, ed ora, dal giorno in cui uno dei loro padroni  diventato sindaco, si sono ancor pi rinchiusi in quell'atteggiamento riservato che hanno sempre saputo mantenere verso le classi pi basse.
Generalmente formano circolo a parte con qualche cane liberale sotto i portici del Municipio. I cani conservatori, che vennero battuti nelle ultime elezioni quando Manfredo Pagano, il candidato liberale, divenne sindaco, si raggrupparono in una minoranza ostile dall'altra parte della piazza presso i gradini della chiesa. Di tanto in tanto danno un'occhiata entro la chiesa, e si seggono con grande decoro presso la porta, come umili pubblicani, mentre di dentro c' la Messa o le "Figlie di Maria" cantano le litanie.
Verso le dieci arrivano i due cani del Cacciatore(15), la mamma e il figlio. Entrano senza esitare nell'osteria di Don Antonio. Sono nativi dell'isola ma hanno ricevuto un'educazione inglese, perci conoscono il sapore di una coscia di montone o di un pezzo di rostbeef. Anche i cani di Don Antonio conoscono un po' di queste cose, e sopravvive in essi un certo anglicismo da quando Don Antonio serv come cameriere a bordo di un piroscafo inglese. I cani tedeschi non entrano mai qui; nonostante tutti gli sforzi di Bismarck di guadagnare Don Antonio alla causa della Triplice Alleanza, non sono ben visti, ed hanno stabilito il loro quartier generale da Morgano "Zum Hiddigeigei" dove si sentono sempre abbaiare e strillare fino a tarda notte.
La mattina passa nel dolce far niente per prepararsi al lavoro del pomeriggio.  ben raro che sia accaduto qualche cosa da quando si videro ieri, ed  ben raro che il nuovo giorno possa alterare lo statu quo. Il loro viso  improntato alla pi grande calma ed una pace arcadica governa la loro vita. Tuttavia tanta calma vive sopra un vulcano, come l'estate che rallegra il Vesuvio laggi nella bruma. Di tanto in tanto il tuono rimbomba nel largo petto di Timberio Pagano quando il peloso guardiano nero dell'Htel Quisisana gli si avvicina troppo. Seduti ognuno ad un lato della farmacia, i due quadrupedi assistenti dei due medici rivali si guardano di sottecchi, e molto spesso i due cani di Don Niccolino e di Don Ciccillo (il nuovo barbiere) si azzuffano buttando all'aria ciuffi di peli strappati. Tuttavia tutto si dimentica presto e le ore passano in ritmica monotonia come le brevi onde che battono contro il bagno del vecchio imperatore. Guardano le ragazze mentre passano portando sul capo enormi pezzi di tufo, come le cariatidi dell'Erecteum: guardano i pescatori della marina che vengono a vendere la pesca della notte. Triglie dorate e grandi sgombri, o molluschi dalle conchiglie di vivaci colori, e, forse, qualche vecchia anfora romana coperta di coralli tirata su dalle reti profonde da Palamido fuori dalla sua nicchia millenaria nel fondo del mare.
Qualche volta vogliono muoversi un poco e si spingono fino al principio della strada di Anacapri a guardare con occhi attoniti il traffico delle stalle dove gruppi di forestieri attendono impazienti mentre le selle vengono poste sui dorsi sanguinanti degli asinelli, e i morsi rugginosi vengono messi nello loro bocche martoriate. "Aaaah! aaaah! avanti!" Via dunque, asinelli, via per Monte Solaro, un'arrampicata di un'ora e mezzo cogli allegri turisti. S, la strada  bella, sulla costa della montagna, coperta di mirtilli e saggine. La vista si allarga sempre pi. "Aaaah! aaaah!" Ancora una salita ed ecco i vigneti e gli oliveti sotto di voi, e lass sopra il vostro capo le rocce scoscese dominanti selvagge come sulla Via Mala delle Alpi; e il castello mezzo rovinato di Barbarossa che sta appiccicato lass sull'orlo del precipizio. A tratti si vede il golfo circondato dalla immortale bellezza della spiaggia e dalla punta ambrata di pini di Posillipo fino a dove l'occhio spazia lontano nel Mediterraneo azzurro, si scorgono sempre nuove isole sorgenti del mare. "Wunderbar! Kolossal!"
Sotto la sella le cicatrici bruciano come se fossero infocate, e la bocca fa male ad ogni stretta della briglia; su, coraggio, asinello! Lass sulla cima ci sta Padre Anselmo nella sua cappella da eremita, ed ha buon vino per le gole assetate!
Gli altri cani che non si spingono fino alle stalle, si appoggiano pensierosi contro il parapetto della piazza dove qualche marinaio guarda sul mare.
Lo sguardo vaga verso Napoli di cui si vede il profilo e il Vesuvio lontano, o volge verso il capo Sorrento da dove viene il piroscafo diretto a Capri. Ed ecco qui due ciechi, Finocchio e Giovanni, che si avanzano a tentoni attraverso la piazza verso il loro angolo solito vicino al sentiero dove sono passati migliaia di allegri turisti, dove per tanti anni sedettero col vecchio berretto da pescatore nella mano tesa e gli occhi vuoti sbarrati nell'eterna loro notte scintillante: "Date un soldo, Eccellenza, al povero cieco. La Madonna vi accompagni".
Sulla piazza i cani cominciano a svegliarsi e si avvicinano al parapetto per veder passare la nave diretta alla Grotta.  ora di scendere alla Marina per salutare i nuovi arrivati. I cani del Quisisana, del Pagano e dell'Htel de France accompagnano solenni i loro facchini fino all'arco d'ingresso nella piazza ancora adorno dello stemma dei Borboni. Asinelli sellati si avviano pure verso la Marina, e con rumorosi schiocchi di frusta i cocchieri di Felicello scendono gi per la nuova carrozzabile.
Dalla piazza guardano il piroscafo che si ancora, e le piccole barche che portano a terra i passeggeri. Quando i primi turisti arrivano in piazza sembra che i loro musi passivi si animino. Ma, ahim, sono sempre i soliti tipi, sempre le stesse matrone colossali, sui minuscoli asini, sempre le stesse "Misses" sul land di Felicello; sempre gli stessi rumorosi tedeschi dal viso di brace che stiracchiano i prezzi colle ragazze che hanno portato i loro bagagli su in citt.  ben raro che arrivi qualche cane coi forestieri, raro che ci sia qualche occasione per suscitare un po' di chiasso in un modo qualunque: apatia, nient'altro che apatia!
Ora le campane degli alberghi suonano l'ora del lunch, e se ne vanno tutti a casa. Il processo digestivo viene fatto secondo le esatte leggi fisiologiche in perfetta quiete senza alcun lavoro intellettuale il pomeriggio passa in lunghe sieste mentre il sole sale per il colle di Anacapri e lunghe ombre coprono il fianco di Monte Solaro verso la citt. L'aria  fresca e ricrea, ed essi si preparano a riprendere la vita pubblica in piazza. Arriva il secondo evento del giorno: la posta. Don Peppino Pagano, l'ufficiale postale, chiude solennemente la porta del suo ufficio ed i cani attendono ansiosi mentre il sacco postale viene aperto. Sempre lo stesso disinganno: niente lettere per loro, tutte le lettere ed i giornali sono per i forestieri degli htels! Qualche volta riescono ad arraffare un Corriere di Napoli o un Pungolo ed allora si rincantucciano in qualche angolo da soli per far credere che sanno leggere: ma anche dopo aver ingoiato il giornale ne sanno meno di prima. Perci annoiati vagano ancora per la piazza dinanzi all'osteria di Don Antonio, che ha in mostra poche fotografie sbiadite e qualche biscotto secco, mentre dentro vi  qualche filosofo inconscio; dinanzi al salone dove le mosche fanno la guardia ai sogni di Don Niccolino; dinanzi alla farmacia dove la morfina dell'ozio addormenta le idee di Don Petruccio; dinanzi alle stalle ove vengono spinti gli asinelli dopo che i forestieri son tornati dalla loro spedizione. Guardano fuori sopra il golfo dove Ischia brilla nel tramonto mentre il crepuscolo cade sul Vesuvio. La seduta del giorno si avvicina alla fine e la piazza  quasi deserta. Sul campanile d'un tratto s'ode un gran fracasso di ruote e ingranaggi finch la vecchia macchina perde la pazienza ed, afferrato un martello rugginoso, batte con tutta la sua forza sopra una campana riottosa. "Ventiquatt'ore" sbadiglia Don Niccolino, chiudendo la bottega. "Ventiquattr'ore" dicono le mosche, e vanno a dormire fra spazzole e pettini; "Ventiquattr'ore" dicono i cani, e tornano a casa colla coscienza di aver compiuto il loro dovere, per prepararsi con un sonno di 12 o 14 ore alle fatiche del giorno dopo.
Il campanile della chiesa suona l'Ave Maria ed il sole cade nel mare.
Cos ogni giorno passa uguale all'altro come i grani del rosario che passano fra le dita delle Figlie di Maria l nella chiesa. Ogni mattino riunisce i cittadini in piazza, ed ogni sera il campanile li esorta a tornare a casa a riposare. Le ombre della sera cominciano ad accorciarsi, e le pietre della piazza scottano nel bagno di sole. La pace della siesta  disturbata da sogni noiosi e Capri  presa da un irresistibile desiderio di grattarsi. Don Antonio tira le tende dinanzi alla sua osteria e l sotto vengono discusse le questioni del giorno. Poi nelle sere calde vagano per la piazza, o col naso all'aria seduti sul parapetto guardano verso il Vesuvio che stende una nube di fumo sul litorale; il vento vien da nord e tutto va bene! E preoccupati della fatica a venire se ne vanno a casa al ben meritato riposo.
La piazza  vuota; ogni tanto si sente un latrato da qualche osteria o un "Potz Donner Wetter" da qualche birreria di Hiddigeigei; poi tutto tace e solo il vecchio guardiano del campanile conta le ore ad alta voce per tenersi sveglio. Ancora per un po' la citt bianca brilla fra gli scogli, poi l'isola di Capri piomba nel buio.
Ma ecco la luna che sale su dal monte di Sorrento, ed il velo del crepuscolo scende gi dalla costa del Monte Solaro, sopra boschi di olivi, cespugli di mirtilli ed aranceti e scompare fra le onde del golfo. La notte sogna un bel sogno e l'isola incantata bella come una sirena illuminata dalla luna, sorge misteriosamente fuori dal mare. Una leggera brezza scorre sopra le acque, passa fra gli aranci in fiore, e scherza fra i teneri virgulti delle viti. Dal mare vengono voci allegre, che sembrano pi alte nel silenzio della notte, ed il viandante di Monte Solaro sente un fruscio d'ali su nello spazio illuminato dalla luna.
Quando Capri si sveglia il giorno dopo, tutti sanno che sono passate le anatre selvatiche.  venuta la primavera e la stagione della caccia comincia. La piazza  piena di cani sin dal mattino. Il solito dolce far niente  finito, i visi si rianimano e negli occhi brilla la luce di una idea.
Dinanzi alla macelleria di Maria Vacca  appesa una quaglia morta, e fuori dall'osteria di Don Antonio sono allineati tanti fucili con carniere e corni da polvere. Il Cacciatore  dall'alba nell'osteria, porta enormi scarponi da caccia e una cartucciera attorno alla vita. Guai alle quaglie che capitassero ora nella bottega di Maria Vacca: scomparirebbero nel carniere del Cacciatore. Sotto i Portici del Municipio le generazioni giovani ascoltano le storie giovanili di caccia del vecchio Timberio Pagano, quando si prendevano migliaia di quaglie al giorno, mentre su presso la chiesa i clericali ricordano con tristezza i bei tempi quando Capri aveva il suo vescovo che era mantenuto colla rendita delle quaglie; "Vescovo delle quaglie" lo chiamavano a Roma. Col passar delle ore l'eccitazione aumenta e quando il campanile annuncia che la prima giornata di caccia  finita tutti se ne vanno a casa per prepararsi pel giorno dopo. Ancora una volta l'isola  avvolta nel buio e dorme il sonno del giusto.
Sul mare vola uno stanco stormo di uccelli. Ne son caduti migliaia sulle coste africane e migliaia son caduti esausti fra le onde; altre migliaia moriranno sull'isola rocciosa che brilla laggi nell'oscurit. Protetti dall'ultima ora di buio si avvicinano all'isola e scendono silenziosi sulla costa del monte all'altezza della Villa di Tiberio dove sono tese le trappole; fra le rocce di Mitromania(16) e la piccola Marina ove sono tese le reti per imprigionarle; sulla punta del Limbo e Punta Carena dove i cani di Capri balzano di sorpresa come gatti sulla loro preda. Quando il giorno spunta su Monte Solaro e i primi raggi, ora come duemila anni fa, illuminano l'altare cadente del vecchio dio sole nella grotta di Mitromania, centinaia di uccelli, quaglie, piccioni, allodole, tordi volano nelle reti, e altre centinaia muoiono fra le roccie; ma che cosa importa al sole tutto ci? Che importa al sole se l'oscurit che egli cancella nasconde agli occhi rapaci dei cacciatori centinaia di uccelli stanchi, e se oggi la morte cammina di roccia in roccia sulla via segnata dalla sua luce brillante?
So che Natura  sorda,
che miserar non sa;
che non del Ben sollecita
Fu, ma dell'esser solo.
(LEOPARDI)
Il cacciatore  su a Monte Solaro, armato fino ai denti, e guarda con occhi di conquistatore il campo di battaglia, laggi.
Ha fatto caldo oggi; il cacciatore ha sparato un centinaio di colpi. I suoi due cani, madre e figlio, giacciono ai suoi piedi, e dietro a lui siede Spadaro con un fucile di ricambio in mano ed un enorme carniere a tracolla. Ogni tanto, madre e figlio gettano piccoli gemiti sognando uccelli in fuga, ogni tanto il cacciatore alza il fucile come per tirare a qualche uccello immaginario, ogni tanto Spadaro sembra porre nuovo bottino nel suo sacco enorme. Il silenzio scende sopra Monte Solaro. Ai loro piedi le tre rocce del Faraglione brillano d'oro e di porpora, e gli ultimi raggi del sole cadono sulle onde del golfo. Da Capri si sentono le campane degli alberghi suonare l'ora del pranzo. Le nari del Cacciatore vengono solleticate da un immaginario profumo di torte e di quaglie, e l'intero golfo sembra ai suoi occhi socchiusi un mare di puro Capri rosso. Mentre la pi modesta immaginazione di Spadaro sente i maccheroni bollire nel mormorio delle onde, di sotto, e vede il sole rosso del tramonto versare sopra di essi fiumi di salsa di pumarola(17).
Ad un tratto il Cacciatore si sveglia, si frega gli occhi, si guarda intorno, e Spadaro guarda stupito nel sacco ove trova una sola allodola. "Ohi, Spadaro, andiamocene." I cani si svegliano piano piano e la carovana si avvia verso Capri. Arrivano finalmente in piazza, stanchi, e mentre il Cacciatore si ferma in un osteria a riposare, Spadaro porta l'allodola a casa trionfante.
Cos in continue fatiche passano le giornate di caccia. Ogni mattina prima dell'alba si avviano per tentare di cogliere a volo la primavera, ogni sera si ritrovano in piazza a riposare, e spesso ci riuniamo intorno alla tavola ospitale del Cacciatore per assaporare il magnifico pasticcio di quaglie che egli suole prepararci.
Ma bench le file siano assottigliate, tuttavia la Marcia dei Diecimila avanza ancora vittoriosa. Fra poco le allodole canteranno sui campi gelati del Nord lontano, le rondinelle canteranno sotto le gronde delle casette fra i campi che per tanto tempo rimasero seppellite sotto la neve, e le quaglie canteranno la loro nota monotona nelle dolci sere di primavera.
La stagione di caccia  finita, e i cani di Capri stanno in piazza a guardare verso la parte ove fuggirono gli uccelli. Il sacro fuoco brilla sempre pi in alto sull'altare del dio Sole gi nella grotta di Mitromania, le rocce dei Faraglioni luccicano sempre pi di porpora e d'oro, e l'occhio del Cacciatore vede il golfo sempre pi color vino.
I cani liberali pensano silenziosi, alle questioni brucianti del giorno, ed i clericali ascoltano spauriti seduti sui gradini della chiesa le profezie delle fiamme del Purgatorio che i preti ogni domenica lanciano nella chiesa fresca.
La vita pubblica cessa piano piano e sembra che vi sia una reazione dopo il gran da fare della caccia. Guardano ancora l'arrivo del piroscafo e osservano con un solo occhio aperto i forestieri che arrivano fino in piazza cogli ombrelloni da pittore, il cavalletto e la scatola dei colori che un ragazzo porta sulla testa. Si riuniscono ancora dinanzi alla porta chiusa dell'ufficio postale per attendere l'apertura del sacco della posta, ma l'interesse per la vita politica si  rilassato e si sono rassegnati a non ricevere lettere. Entro la farmacia le medicine fermentano nei loro vasi, e nel salone di Don Niccolino gli affreschi viventi delle mosche adornano le pareti. Sui fianchi di Monte Solaro lo scirocco grava con pesanti nubi ed una terribile sonnolenza si stende sulla piazza. Capri comincia il suo torpore estivo.
Quando si sveglia il sole ha attenuato il suo calore e la tavola  pronta per il pranzo dei signori del creato, e per i loro cani che raccoglieranno le briciole che rimangono. Dalla pergola sopra il loro capo pendono pesanti grappoli d'uva, e fra le ombre dei boschetti d'aranci occhieggiano fichi succosi e pesche rosee. Poi giungono i baccanali della vendemmia accompagnati da canti e da giochi, colle ragazze che guardano con occhi brillanti di sotto enormi ceste di uva, mentre i piedi nudi dei pigiatori liberano la dormente farfalla del vino dalla sua crisalide schiacciata.
Di tanto in tanto sulla piazza scorre una fresca brezza, e Capri fa un bagno autunnale per lavarsi del caldo e della polvere dell'estate. I cani si salvano in tempo della violenza dell'elemento sconosciuto, ma milioni di vite oscure annegano nei fiumi che scorrono violenti sui sanguinosi campi di battaglia dell'estate, mentre i superstiti trovano il loro Monte Ararat fra le spazzole del salone di Don Niccolino.
La nebbia dello stupore si alza lentamente dal cervello dei cani che cogli occhi mezzo chiusi ricordano strani sogni di attivit e di lavoro. Don Niccolino spolvera sorridendo l'alone di mosche dal suo ritratto, e Don Petruccio, grave e penoso distilla un nuovo elisir di vita dal mixtum compositum della estate. Finocchio e Giovanni ritornano a sedersi nel loro angolo per pescare qualche soldo nel torrente dei turisti, e gli asinelli scaricano ancora carichi di forestieri in piazza. Dal Vesuvio lunghe ondate di fumo scendono sul golfo e l'estate torna ancora una volta a casa sulle ali della tramontana dopo il suo viaggio di nozze su nel Nord. Invano i Caprioti stendono le reti intorno alle spiagge dell'isola; invano i cani stanno in agguato fra le rocce; invano il Cacciatore siede in pieno assetto di caccia sulle cime di Monte Solaro e spara dietro la fuggitiva; l'estate se ne va.
Con la coda fra le gambe i cani seggono raccolti sulla piazza pensando con tristezza al loro idillio d'estate. Dall'Appennino coperto di nevi l'inverno scende sopra le acque agitate del lago nella sua nave coperta di spuma. L'uragano tuona fra le rovine della vecchia torre di guardia sul mare, la cui campana d'allarme(18) ha taciuto per tanto tempo, e fra i marosi spumeggianti il pazzo vento dei Vichingi assale le rocce di Capri. Violento come un turbine manda in pezzi le ghirlande della pergola ancora l appese dal tempo dei baccanali, e, brutale come un selvaggio, straccia la veste intessuta di foglie che serv a vestire la Driade del bosco.
Ma gi nella grotta di Mitromania il fuoco sacro brucia come al solito sull'altare del Dio persiano, ed il Dio del Giorno copre teneramente col suo scudo lucente la sua isola amata e ordina al barbaro sceso dal Nord di tornarsene sul mare. Cos il rozzo Vichingio se ne va, senza aver finito il suo cmpito, senza aver potuto rubare anche una sola rosa dal viso baciato dal sole della fanciulla, senza aver potuto prendere neppure un solo frutto d'oro dai boschi di aranci sempre verdi.
Ed appena egli ha voltato le spalle gi sull'isola le violette intrepide occhieggiano caute dai poggi e narcisi e rosmarini salgono su in alto per le ripide rive a vedere dove il cattivo crudo novembre se ne sia andato; poi dopo poco arrivano frotte di fiori bambini e si mettono a giocare all'estate fra le erbe verdeggianti.
In piazza i cani stanno come prima seduti al sole in contemplazione. Il ciclo delle emozioni della loro vita  chiuso ed ora ricominciano a voltare una nuova pagina della loro storia, pagina dopo pagina con ritmo sempre uguale. I giorni seguono ai giorni e gli anni agli anni, e presto la vecchiaia arriva e getta qualche fiore bianco di mandorlo sul loro capo. Le splendide gioie dei sensi sono attutite, i sogni giovanili vaganti per gli spazi si sono spezzati le ali contro le quattro mura della piazza, e come anatre domestiche i cani trotterellano avanti e indietro entro il loro ristretto mondo, dall'osteria di Don Antonio alla stalla di Felicello, dal salone di Niccolino alla farmacia di Don Petruccio. Di tanto in tanto il grido gioioso delle oche selvatiche che passano libere lass sopra il loro capo arriva fino in piazza, ed essi ripresi da un breve fremito di giovinezza s'avviano con passo pesante su per la via di Anacapri fin dove le loro gambe stanche sanno portarli. A tratti una lieve eco della rivoluzione del mondo giunge ai loro orecchi dietro la porta chiusa dell'ufficio postale di Don Peppino, ed essi guardano laggi in una pace di sogno la bianca Napoli i cui rumori di vita umana si perdono fra il mormorio delle onde, o il lontano Vesuvio rivoluzionario che non riuscir mai a raggiungere colla sua collera minacciosa il loro piccolo Eden.
E se ne stanno seduti nella piazza cogli occhi fissi sul fiume della vita che scorre davanti a loro. Ancora per un po' di anni, poi non si muovono pi: son come ipnotizzati. La lotta per l'esistenza  cessata, e insensibilmente scendono nel Nirvana buddista, inconsci, senza soffrire, inebriati dal sole.
 

12. SUOR FILOMENA.
Ambedue erano di servizio nel grande ospedale parigino, lei era suora di carit, lui si preparava agli esami. Ella indossava l'abito bianco delle Suore di S. Agostino; ma il suo viso delicato era ancora chiuso nella cappa delle novizie, un visino cos giovane per tutti i dolori che la circondavano.
Nessuno sapeva di dove venisse; era "Suor Filomena", ecco tutto. Pi di uno dei dottori giovani aveva fatto il possibile per tentare di sapere qualche cosa sul suo conto, ma l'unica persona che sapeva era la Madre Superiora la quale si chiudeva sempre in un misterioso silenzio quando il nome della giovane suora di carit veniva ricordato.
Era sempre Suor Filomena che nella visita del mattino, sapeva dire come aveva passato la notte un malato della corsia; sempre lei che meglio di tutti accomodava bene il guanciale sotto la testa stanca del povero malato, agitato e irritato dal dolore,  lei ancora che sapeva dire le parole di conforto quando l'operazione era prossima e il coraggio mancava.
Quando sonava il campanello notturno e il dottore di guardia veniva su irritato e pieno di sonno a vedere che cosa fosse, era sempre lei che arrivava prima, si chinava sopra il letto, raddrizzava le bende con mano leggera, o raddolciva con buone parole le pene delle notti eterne.
Una sera un ragazzo che era stato trovato privo di sensi nel mezzo della via, venne portato all'ospedale dalla polizia. Sanguinava per un'orribile ferita alla testa ed era gelato. Era un figlio della gleba, ed il povero corpicino non era difeso dai rigori dell'inverno che da pochi panni stracciati. Non appena ebbero finito di bendargli il capo, Suor Filomena lo svest in fretta e lo mise in un bel lettino caldo. Rimase svenuto per qualche tempo, poi cominci a lamentarsi e si prov ad alzare la mano al capo. Poco dopo apr gli occhi, - grandi, meravigliati occhi da bambino - e guard le cortine bianche intorno al letto, e nella corsia debolmente illuminata. Poi le piccole dita quasi congelate cominciarono a toccare la testata del lettino; quindi le due mani cercarono tastoni nel letto come se avessero perso qualchecosa. Si tranquill un poco quando gli diedero il piccolo violino che gli era stato trovato addosso e che costituiva tutto il suo bagaglio. Tenendolo bene stretto, si alz d'un tratto dal letto come se volesse scappare. Il piccolo senzatetto, abituato a vedersi scacciato da tutti, pensava probabilmente di essere in pericolo, ed ora che aveva ritrovato il suo violino, la coscienza risvegliata lo consigliava a fuggire. Ma la testa era troppo pesante e ricadde indietro sul guanciale. Nello stesso momento vide il dottore che stava ai piedi del suo letto, ed i suoi occhi spalancati e sospettosi si fermarono sul suo grembiale macchiato di sangue. Il dottore vide che si spaventava e si fece indietro. Ma Suor Filomena si chin subito su di lui ed egli si calm e la guard negli occhi con un'espressione di curiosit e di confidenza.
Il dottore ritorn nella sua stanza. Egli attraversava allora quel periodo della vita nella quale un giovane dottore si sente in dovere di non dimostrare alcun sentimento di compassione per il malato e fa il possibile per mostrarsi insensibile ed imperturbabile, quel periodo in cui l'ammalato per lui non  che una semplice figura nel libro della sua esperienza medica ed i morti non sono che elementi che servono all'anatomista per studiarli con l'occhio di un esperto... Il dottore era certo che non gli importava affatto di sapere che cosa ne fosse di quel povero ragazzo sofferente lass nella Salle St. Paul.
Ma dopo qualche momento gli avvenne di pensare che forse era meglio andare a vedere come stava il ragazzo ed accertarsi che l'emorragia fosse proprio cessata del tutto. Quando fu sulla scala si arrest d'un tratto pensando che proprio non era il caso di salire dove la sua opera non era richiesta: meglio che il ragazzo riposasse in pace. Tuttavia and su lo stesso.
L'ultimo giro della notte era gi stato fatto e la sala era immersa nel pi profondo silenzio. Si avvicin pianamente al letto del nuovo venuto. Suor Filomena era ancora l seduta; il piccolo suonatore derelitto dormiva profondamente cingendo il collo della suora con un braccio e nell'altro teneva stretto il suo violino.
Soltanto il giorno dopo il dottore cap perch non aveva saputo resistere all'impulso di andare a trovare il ragazzo quella notte. Nessuno sapeva di dove venisse poich alle domande del professore e degli studenti che circondavano il suo lettino, egli aveva risposto con uno sguardo meravigliato. Proprio nel momento in cui un assistente intelligente scriveva sulla lavagnetta appesa sopra al suo letto: Commotion crbrale, perte de parole il piccolo si mise il pollice in bocca, strizz un occhio e fece schioccare la lingua ben forte. Tutti rimasero di stucco. Ma uno fra quelli che stavano intorno al suo letto cap: aveva visto tante volte fare quel segno dalla frotta di monelli di Mergellina o di Santa Lucia.
- Tu sei italiano - gli domand.
- S, signore, vengo da Napoli - rispose il monello. Non era affatto muto, ma soltanto impaurito da tutti quegli estranei e dalla loro lingua.
Il ragazzo si era fatto un amico, un amico ben contento di poterlo curare.
La sua storia era la solita. Veniva da uno dei villaggi di montagna intorno a Monte Cassino ed aveva cominciato la vita girovagando per le strade di Napoli col violino sotto il braccio, per mangiare: poi qualche speculatore l'aveva portato a Parigi.(19)
Il ragazzo era arrivato a Parigi solo pochi giorni prima, si era perduto ed aveva vagato per le strade finch esaurito dalla fame e dal freddo, era caduto svenuto ed era stato raccolto dalla polizia.
Ma la notte invernale era stata troppo fredda per il piccolo meridionale cencioso; durante il giorno cominci a tossire: a sera venne colto da una febbre altissima e il giorno dopo sulla lavagna appesa sopra il suo letto c'era scritto Pneummanie double, e questa volta purtroppo la diagnosi era precisa.
Per tre notti Suor Filomena vegli il piccolo sonatore, che al quarto giorno mor.
Nessuno aveva chiesto di lui prima; non era di nessuno finch era in vita, ma una volta spento apparteneva, secondo le regole dell'ospedale, alla sala di dissezione. Il suo piccolo corpo non era ancora freddo che gi venivano a prenderlo per portarlo gi alla sala anatomica dove le sue misere membra sarebbero state tagliate a pezzi dai coltelli sezionatori degli studenti. Suor Filomena e il dottore erano presso il letto ed i loro sguardi s'incontrarono. Colui che non era riuscito a salvare la vita del suo piccolo amico, ne coperse ora il viso col lenzuolo e fece un cenno silenzioso all'inserviente perch attendesse a portar via il morticino; poi scese a parlare con Monsieur le Directeur. Per sua fortuna era allora nelle buone grazie della direzione e con un po' di persuasione pot ottenere quanto desiderava.
Quella sera una piccola bara usciva dai cancelli dell'ospedale; il corteo funebre non era molto lungo: solo una suora di carit ed uno studente. Il piccolo vagabondo derelitto riposava in pace col suo violino rotto fra le braccia. E di tutta la ricchezza di fiori che la lussuosa metropoli nordica prendeva in prestito dai dolci climi del sud, una sola manciata di viole aveva potuto entrare nella bara del piccolo ricciuto musicista, come un ultimo profumato saluto della sua terra natia, dove sua madre quella stessa sera, nella piccola chiesa lass fra le sue montagne, pregava la Madonna di vegliare sul suo piccolo che vagava solo solo sperduto nel vasto mondo.
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Suor Filomena si mantenne sempre silenziosa come prima; non diceva nulla ad eccezione delle poche parole che le erano necessarie per il suo servizio. Ma sembrava che fra i due amici del piccolo morto si fosse stabilito un nuovo legame. Qualche volta era lei che aveva un proteg particolare in corsia, ed allora lui provvedeva a farlo porre fra i suoi ammalati. Qualche volta era il dottore che s'interessava in modo speciale a qualcuno e sembrava allora che la buona Suora fosse ancor pi gentile con lui.
C'erano dodici suore di carit nell'ospedale. La superiora, ma mre come la chiamavano tutti, forse qualche volta aveva tentato di convertire l'assistente straniero poich sapeva che non apparteneva a quella fede per la quale ella aveva sacrificato la sua intera esistenza prendendo il velo delle suore di carit. E una volta gli aveva domandato se nella sua chiesa egli non si confessava mai e se non accendevano mai candele dinanzi all'altare della Vergine, e quando rispose di no essa scosse il capo con aria di compassione rassegnata.
Ci nonostante rimasero buoni amici ed una volta gli venne perfino permesso di suonare l'organo della cappella dell'ospedale durante una funzione religiosa per sostituire il vecchio prete organista che s'era ammalato.
In segno di gratitudine egli difendeva sempre le suore di carit durante le discussioni che avvenivano ogni giorno gi nell'ufficio del medico di guardia. La laicisation des hspitaux era la questione assorbente del tempo e tutti i grandi sacrifici che compivano le suore di carit non potevano arrestare quell'agitazione che voleva il loro licenziamento e l'esclusione di tutti i religiosi dagli ospedali. Ogni sera nella piccola cappella si cantavano i vespri per tutti quelli che vi potevano attendere, mentre ogni suora recitava la preghiera della sera nella sua corsia speciale. Molto spesso il dottore si fermava un poco su nella sala St. Paul. Non appena Suor Filomena accendeva la candela dinanzi al piccolo altare cessavano come d'incanto i lamenti e i sospiri, e un gran silenzio invadeva la sala. La suora s'inginocchiava nel mezzo e pregava colla sua voce chiara implorando la grazia di una notte tranquilla: quando chiudeva la preghiera con un'Ave-Maria tutti gli ammalati la ripetevano insieme a lei. Alcuni non potevano seguirla e di tanto in tanto qualche voce tremula finiva zoppicando la preghiera Priez pour nous pouvres pcheurs maintenant et  l'heure de notre mort. Da qualche letto non veniva altro che un flebile lamento; ma anch'esso trovava certo il modo di arrivar lass colle altre preghiere.
Suor Filomena era tanto pallida. Un giorno non fu vista durante la visita del mattino e si seppe poi che aveva avuto un'emorragia polmonare durante la notte. Ma ritorn presto al suo posto ansiosa come sempre di sacrificarsi; e notte e giorno la si vide girare per le corsie aiutando quest'ammalato o confortando quello, e non sembrava mai concedersi un momento di riposo.
Cos pass l'inverno. Le finestre rimasero aperte tutto il giorno e primavera entr nelle tristi corsie svolazzando di letto in letto, sollevando delicatamente le cortine dietro le quali giacevano gli ammalati in attesa della loro ultima speranza: l'estate.
Gi nel cortile gli alberi erano in pieno rigoglio e sulla terrazza i convalescenti allineati in lunghe file si riscaldavano al sole. C'era una grande allegria gi nella Salle de Garde dove i colleghi brindavano alla salute del neo-dottore. Ecco l sul muro il camice bianco macchiato e saturo di acido carbonico, e sul tavolo, fra mucchi di libri e di carte, ecco la sua vecchia pipa che gli aveva fatto cos buona compagnia per tante notti insonni e laboriose. Il neo-dottore sedeva a capo tavola; in tasca aveva la tanto attesa laurea, mentre su nella sua stanza la valigia era pronta per la partenza del domani. Tutti parlavano a gran voce, ma nessuno ascoltava. Il dottore riusc ad uscire dalla stanza senza farsi scorgere, ed ancora una volta si avvi per il vecchio corridoio che conduceva su alla Salle St. Paul. Si ferm sulla soglia, e di letto in letto sent correre un mormorio: "La ronda della Suora!". Ed ecco venire Suor Filomena con le lampade della notte in mano che s'avvi attraverso la sala. Egli guard il triste viso pallido e comprese allora quanto affetto egli sentiva per la suora gentile bench non le avesse quasi mai rivolto la parola. Quando essa ebbe finito il suo giro egli le si avvicin per salutarla: andava lontano lontano, e forse non l'avrebbe riveduta mai pi, ma prima di lasciarla forse per sempre voleva dirle quanto egli fosse addolorato di vederla cos pallida e sofferente, e la implorava di pensare che se continuava a preoccuparsi cos degli altri ammalati senza pensare a se stessa, sarebbe morta presto. "Sono felice cos" rispose essa semplicemente. Dimentico della severa regola del suo Ordine egli stese la mano per salutarla, ma essa non la strinse.
Fu assente per tanto tempo. Ed una sera eccolo ancora dinanzi al vecchio ospedale, che era sempre lo stesso, sempre cogli stessi dolori e le stesse sofferenze come ai suoi tempi. Era quella proprio l'ora in cui Suor Filomena usava recitare le preghiere della sera su nella Salle St. Paul, ed egli sal lass. Ma il piccolo altare era stato abbattuto, non si vedeva pi il Crocefisso, Suor Filomena era andata via, tutte le buone suore erano andate via. Uno studente che indossava la ben nota vestaglia dell'ospedale gli si avvicin; forse egli poteva dirgli quanto desiderava sapere.
- Ah, s, s, le Suore! Oh,  da tempo che sono state mandate via!...
- Proprio cos,  tanto tempo che sono state mandate via.
- E il cappellano dai capelli bianchi  ancora qui?
- Non c' nessun cappellano qui; non c' nessuna cappella; a che servirebbe? Forse voi siete stato qui prima, - disse lo studente guardando curioso il visitatore. - Dovete essere stato qui prima che io venissi.
- S, devo essere stato qui prima che voi veniste! Dev'essere stato tanto tanto tempo fa, - egli pens fra s mentre stava andandosene, poich si sentiva tanto estraneo a tutte quelle cose nuove.
Si ferm un momento in cortile a guardare la finestrina illuminata della sua vecchia stanza. Forse vi era un nuovo studente lass che s'imbottiva la testa di studi per prepararsi agli esami; e volesse Iddio che egli potesse essere capace di procedere pi innanzi nella lunga storia della sofferenza umana, pi innanzi che non fosse andato il suo predecessore fermo l nel cortile sotto la sua finestra, poich egli non pot mai andar pi in l del capitolo sull'impotenza umana; e l in quel punto fece un segno di croce...
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Fu molti anni dopo. Il dottore aveva lasciato Parigi per prendersi un po' di vacanza ed era andato a Napoli per rivedere la terra che amava tanto. Non si abbandon proprio all'ozio perch l'ozio favorisce l'ipocondria. E non si preoccup tanto di studiare; infine era in vacanza, no? Tutti gli altri scrivevano lunghe dissertazioni sul colera, ma egli non scrisse nulla poich non aveva nulla da scrivere.
E i microbi... i famosi microbi i quali per quanto piccoli siano sono tuttavia grossi abbastanza da rendere celebre pi di un dottore, oh, neanche di loro si cur tanto. Si sentiva tanta voglia di scrutarli attraverso il microscopio come di scrutare la stella lontana luccicante nella notte attraverso il telescopio. Ci che vedeva coi suoi occhi era abbastanza. E vedeva con dolore quanto terribilmente soffriva la povera gente.
Il colera infieriva, ma anche la carestia diventava sempre peggiore. Non si recava molto spesso all'ospedale dei colerosi perch quelli che vi erano ricoverati non avevano alcun bisogno di aiuto; medici migliori di lui dedicavano ad essi tutte le loro cure e le famiglie degli ammalati erano assistite per quanto possibile dalla carit pubblica. Tuttavia una sera volle recarsi all'ospedale perch aveva sentito dire che vi era una suora moribonda.
Nel corridoio incontr un medico il quale, rispondendo alla sua domanda, accenn alla porta di una stanza privata e soggiungendo "Stadium Algidum"(20) continu per la sua via.
La stanza era semibuia, due suore pregavano in ginocchio e sul letto giaceva Suor Filomena pallida come la morte. Apr lentamente gli occhi ed il suo sguardo si fiss immediatamente su di lui l al suo fianco.
- Sapevo che Lei era qui - disse, e questa volta fu lei che gli diede la mano; ma quella mano non era ormai pi la sua, non apparteneva pi alla vita, era gi fredda. Dopo un poco sembr addormentarsi, stava quieta quieta, solo gli occhi ogni tanto si aprivano per guardare a lungo e fissamente quelli che circondavano il suo letto. Verso il mattino cominci a tremare e le avvolsero il suo abito bianco intorno al corpo. Era gi tutta fredda ma dai suoi occhi si vedeva che aveva ancora la conoscenza. Muoveva le labbra, ma ormai anche la facolt della parola l'aveva lasciata. L'ombra dolorosa sulla sua fronte, che egli conosceva cos bene, scomparve a poco a poco e nei suoi occhi cominci a risplendere una gioia che questo nostro povero mondo terreno non pu dare. Poi l'anima sua prese il volo ed il suo viso assunse il dolce aspetto della morte.
E coloro che stavano intorno al suo letto sapevano che essa era felice.


13. LA SCOMPARSA DI TAPPIO.
Nella chiesa di Santa Maria del Carmine si era fatto buio. La luce di una candela cadeva qui e l sopra alcuni poverelli che avevano ancora qualche cosa da confidare alla Madre di Dio: o volevano invocare il suo aiuto in qualche disgrazia, o implorare da lei un po' di pace pel loro cuore angosciato.
Santa Maria del Carmine  la chiesa dei poveri ed i poveri sapevano bene che ora pi che mai avevano bisogno dell'aiuto della Madonna. Alcuni si erano spinti fino al Crocefisso miracoloso che la violenza umana non era riuscita a distruggere e che sapeva proteggerli meglio dello stesso San Gennaro, il santo patrono di Napoli.(21)
La maggior parte di loro si era fermata nella navata laterale, mentre altri non avevano osato oltrepassare la soglia ove, con profonda umilt, baciavano il limitare del santuario della Madre Benedetta.
Quando le campane suonarono l'Ave-Maria si alzarono tutti uno dopo l'altro e dopo un profondo inchino se ne andarono. La chiesa stava per essere chiusa ed io mi avviai lentamente gi per una delle navate. In quel momento un uomo entr: cadde in ginocchio e, mentre le sue labbra mormoravano fervide preghiere, si fece diverse volte il segno della croce e, come se fosse in preda a profonda disperazione, si chin e batt la fronte contro il pavimento di pietra. Il sagrestano si avanz per chiudere la porta e l'uomo si alz, si butt il mantello sulle spalle e usc in gran fretta. Quando passai nel punto ove egli si era inginocchiato il mio piede inciamp in qualche cosa; mi chinai e raccolsi una lunga daga calabrese che giaceva sul pavimento. Noi due eravamo stati gli ultimi ad uscire dalla chiesa, perci mi fu facile raggiungerlo sulla piazza. Egli trasal quando gli porsi l'arma e con movimento fulmineo me la strapp di mano. Il suo viso era coperto di un pallore mortale, e nei suoi occhi brillava una strana luce paurosa: fui cos colpito dal suo aspetto che non potei far a meno di dirgli che l'avevo visto in chiesa e che ero addolorato per lui. Egli mi guard con la fronte corrugata e disse a denti stretti:
- Colera in casa.
Gli dissi che ero medico e accennando alla borsa degli strumenti che tenevo sotto il braccio, gli offrii la mia assistenza se egli ne voleva approfittare. Ma egli scosse la testa e si allontan.
Mi indugiai in piazza ancora un poco pensando fra me se non fosse meglio che me ne andassi diritto a casa a dormire. Avevo avuto molto da fare per tutto il giorno e nella chiesa ero entrato solo per riposarmi un poco.
Stavo gi per avviarmi verso casa quando vidi con grande sorpresa che l'uomo del mantello veniva verso di me.
- Siete forestiero? - mi domand seccamente.
Risposi di s.
- Non avete niente a che fare col Municipio? - chiese ancora.
- Niente affatto.
- Allora volete venire con me?
Certo che volevo andare con lui. Ci avviammo gi per Via Lavinaio e voltammo in uno dei vicoli dietro la chiesina di S. Matteo: per un certo tratto capii presso a poco dov'ero, ma poi non mi raccapezzai pi e dopo tante giravolte non riuscii pi a capire in quale zona mi trovassi. Gli domandai una volta o due i nomi delle vie, ma egli non mi rispose. Era venuto buio e pensavo che ora potesse essere: nessuno di quelli che incontravamo sembravano possessori di un orologio, bench dovessi convenire che molti sembravano desiderosi di possederne uno. Nessuno ci disse male parole, anzi mi parve che qualche volta la gente ci cedesse il passo, e mi parve perfino che qualcuno facesse una specie di saluto al mio compagno, per quanto mi fosse dato di vedere alla luce incerta delle lampadine accese qua e l dinanzi ai tabernacoli della Madonna.
Passammo sotto a un archivolto ed entrammo in un vicolo cos stretto che si doveva camminare di fianco. D'improvviso il mio compagno mi chiese se sapevo dove ero ed io con perfetta sincerit gli dissi che non m'immaginavo nemmeno in quale quartiere della citt ci trovassimo. Poco dopo ci fermammo dinanzi ad una miserabile casa mezzo diroccata, e sentii che egli parlava con qualcuno che non potevo vedere. Ci che pi di tutto mi sorprese fu che non capii una parola di quello che dicevano, io che mi lusingavo di parlare napoletano meglio di molti italiani. Un uomo usc dalla casa e tutti e tre entrammo in un corridoio affatto buio, mentre dietro di noi la porta veniva chiusa a catenaccio. Il mio compagno mi prese per mano, e fu bene perch non vedevo un millimetro dinanzi al mio naso. Attraversammo un cortile, e ci fermammo dinanzi ad una entrata bassa da cui si vedeva una tenue luce attraverso gli spiragli della finestra chiusa. Pensai fra me e me che solo a Napoli o in qualche racconto melodrammatico si poteva vedere qualcosa di simile, e che l'individuo che ora si avanzava a farci lume su per gli scalini sarebbe stato un modello di prim'ordine per un brigante. Anche qui vi fu uno scambio di parole fra i due, delle quali non mi riusc di capir nulla. Colsi solo la parola "misericordia" ripetuta parecchie volte, dalla quale compresi che parlavano del nostro incontro nella chiesa; avevo potuto sapere da Cesare che "misericordia" significa "coltello" nel linguaggio della camorra. L'uomo mi alz in viso la lanterna e mi scrut fissamente, ma non potei capire se gli riuscivo simpatico perch non disse parola. Stavamo ora dinanzi ad una porta mezzo aperta; i miei compagni si segnarono ed entrammo in silenzio. Qui mi accolse il solito spettacolo: la madre giaceva prostrata dinanzi all'immagine della Madonna, torcendosi le mani dalla disperazione, e vicino ad essa un paio di donne pregavano fervidamente. Accoccolata presso il fuoco, una vecchia brontolava fra s con voce inumana una filza di parole incoerenti che sembravano piuttosto incantesimi che preghiere; seppi pi tardi che era la nonna e la si riteneva fuori di senno. Vicino al letto non c'era nessuno.(22)
Mi feci dare la lanterna dall'uomo di Santa Maria del Carmine e la luce illumin sul guanciale un viso livido di bambina. La piccola cominciava a divenire fredda e sembrava fuori dei sensi. Di nascosto le feci sotto le coperte un'iniezione di etere che la fece un poco rinvenire, e bench fosse un miglioramento momentaneo tuttavia serv a raddolcire gli occhi sospettosi che mi circondavano. La bambina cominci a lamentarsi e subito tutti si avvicinarono al letto guardando ora me ora lei. La madre, che nella sua disperazione non si era nemmeno accorta del nostro arrivo, si alz in fretta appena sent i lamenti della piccola e quasi fuori di s dalla gioia si accinse ad aiutarmi a farle massaggi colla coperta. Le frizioni non diedero alcun risultato, la bambina peggiorava rapidamente. Decisi allora di fare una speciale iniezione endovenosa che avevo esperimentato recentemente. Mentre mi accingevo alla piccola operazione, sorse nella camera una discussione vivace. Pareva che vi fossero due opinioni: la maggioranza preferiva "lasciar fare alla Madonna", ma finirono poi con l'accettare la volont della madre, che mi diede carta bianca, con le parole "Sia fatta la volont di Dio e di San Gennaro benedetto!".
Quando feci l'incisione e misi la vena allo scoperto tutti si misero a strillare alla vista del sangue, e quando nello stesso istante sembr che la piccola dovesse perire, la madre si mise a gridare disperata: "Mi muore, mi muore!". In quello stesso momento una delle donne fece segno all'immagine della Madonna: ammutoliti dal terrore, videro che la lampada vacill e si spense. Un silenzio di tomba piomb nella stanza e tutti caddero in ginocchio e si segnarono parecchie volte; solo la vecchia rimase nel suo angolo buio e, agitando la testa avanti e indietro, brontol senza posa: "Ira di Dio, ira di Dio!". La madre si precipit verso l'immagine e, prendendola con ambo le mani, url con voce quasi minacciosa:
- Perch hai fatto spegnere la lampada, Madonna Santa? Vorresti far spegnere cos la vita della piccola? e tu fai grazie? e tu sei madre di Dio? no, no, non avresti cuore, non avresti viscere di madre.
Vers dell'olio nella lampada e accese due candelini dinanzi all'immagine pregando:
- Ora te ne ho portati due di ceri benedetti, va bene cos? Sei contenta, adesso, Madonna mia?
Io ero seduto con la bambina fra le braccia e sentivo che tutti osservavano i miei movimenti con occhio selvaggio e sospettoso. Avevano interpretato lo spegnersi della lampada come un segno di morte e nessuno si azzardava pi ad aiutarmi.
Non dimenticher mai quella notte.
Le ore passarono alternate da preghiere alla Madonna e minacce rivolte a me. Io stavo seduto fissando la piccola e asciugando il sudore freddo ora dalla sua fronte ed ora dalla mia. Avevo fatto tutto ci che era in mio potere di fare e avevo persa ogni speranza. Mi aspettavo che la bambina morisse ad ogni istante e cominciai a domandarmi se non era la mia propria vita che vedevo svanire.
Finalmente la luce di un'alba fredda e grigia entr nella stanza e, se il mio orecchio non avesse sentito il debole battito del cuore, avrei creduto che la sua luce illuminasse un cadavere.
Verso il mattino sembr che avvenisse una specie di reazione nell'ammalata, il cuore cominci a battere pi forte e il polso a divenire percettibile. Cominci a lamentarsi e se aveste visto il viso della madre quando la piccola finalmente pot pronunciare le parole: "Mamma, mamma"! Ancora una volta mi ero sbagliato! la bambina ritornava alla vita.
Lasciai la casa poco pi tardi accompagnato dal padre, e dopo essere passato ancora attraverso vicoli e viuzze, ci trovammo di nuovo in Piazza del Mercato.
Gli ripetei la cura da praticare nella giornata ed egli mi guard con cos chiara simpatia che mi sentii pi che ricompensato per la mia notte insonne.
Ci incontrammo quella stessa sera come eravamo rimasti d'accordo e con mia grande gioia le sue prime parole furono:
- Sta meglio, sia benedetto San Gennaro!
Stava davvero meglio e dopo la mia visita la sera seguente potei sperare che fosse salva. L'andai a trovare per tre sere consecutive, sempre accompagnato dal padre all'andata e al ritorno; come al solito ci incontravamo in Piazza Mercato.
Non gli proposi di andarvi da solo e di giorno; ormai avevo capito perch preferiva che vi andassi quando era buio. L'ultima sera che andai a casa sua eravamo tutti amicissimi ad eccezione della vecchietta che continu a brontolare per tutto il tempo che mi fermai: "Ammazzacani" e quando me ne andai a sera tarda la madre stette sulla porta guardandomi scendere gi per i vicoli, e le sue ultime parole mi risonarono per lungo tempo negli orecchi:
- Possiate avere la pace che desiderate!
Quando salutai il padre, gli domandai quale fosse il suo nome, ed egli mi rispose: "Salvatore Trapanese". Non era affar mio come medico, ma avevo osservato che sulla tazza d'argento nella quale avevo versato la medicina della bambina non v'erano incise le iniziali di famiglia. Don Salvatore aggiunse che se mai avessi avuto bisogno di lui, la sua vita e il suo coltello erano a mia disposizione. Fece un gesto verso un angolo di via Lavinaio dove un vecchio sporco ciabattino stava seduto ad aggiustarsi un paio di scarpe e mi disse che non avevo che a rivolgermi a quello l per qualunque cosa mi occorresse. Ringraziai Don Salvatore per la sua cortesia ed egli, nella sua rozza maniera mi ringrazi della vita che avevo ridato alla sua bambina; e cos ci lasciammo.
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Questa non  una gran storia n, per altro,  quella che volevo raccontarvi dapprincipio. Visitai ancora parecchie volte quella parte della citt, ma non mi riusc pi d'incontrare Don Salvatore e dimenticai presto la strana avventura.
In quei tempi i quartieri poveri erano molto malsicuri; i giornali raccontavano quasi ogni giorno storie pi o meno paurose di furti e assassini notturni, e la Camorra sembrava esser risorta ad una vitalit che ricordava i bei tempi andati, in cui mezza Napoli era governata da quella straordinaria istituzione. A me personalmente non era mai accaduto nulla e cominciavo a dubitare che molte di quelle storie non fossero che fantasie.
Una sera, tuttavia, mentre passavo attraverso il quartiere di Vicaria mi sembr di essere seguito da un individuo dall'aspetto sospetto. Dovevo sbrigare qualche faccenda lass e l'individuo mi segu per un lungo tratto finch raggiunsi il Fondaco ove avevo molti amici; allora mi sentii un po' pi tranquillo. L trovai che l'ammalato che dovevo visitare era gi morto, perci mi fermai poco tempo, e quando venni via era gi buio; dopo pochi minuti sentii ancora dei passi furtivi dietro di me.
In simili casi l'unica cosa da fare  di tenersi liberi alle spalle, perci mi fermai parecchie volte per lasciarmi sorpassare dal nottambulo. Ma ogni volta che mi fermavo il rumore dei passi si fermava pure e se non avessi visto di tanto in tanto un'ombra scura sul muro, avrei potuto credere che quello che sentivo fosse l'eco dei miei passi. Tuttavia Tappio brontolava inquieto e quando attraversai la Piazzetta dei SS. Apostoli scopersi che sempre lo stesso uomo mi aveva pedinato per tutta la sera. Poco dopo sbucai in via del Duomo dove c' molto movimento anche di sera. Mi fermai sull'angolo a lungo per vedere se veniva avanti; ma il birbante non osava mostrarsi nella via ben illuminata. La sera dopo mi accorsi di essere ancora seguito dallo stesso individuo. Feci tutta la strada fino a casa a piedi e quando per caso guardai fuori dalla finestra lo vidi fermo sull'angolo della strada di fronte; ma ancora una volta egli manc la preda perch per tutta la sera non mi mossi di casa.
Non potevo ormai pi dubitare che l'individuo meditasse qualche cosa contro di me, perch in qualunque luogo mi trovassi me lo vedevo spuntare dappresso bench si capisse bene che cercava di fare il possibile per non farsi notare. Lo trovai perfino fuori del cimitero dei Colerosi una notte che mi ero recato laggi; i morti si seppellivano a mezzanotte e quando mi avviai verso casa era ormai mattino. Non lo vedevo mai prima di sera, durante il giorno rimaneva nascosto come fanno le bestie da preda.
Ci si abitua a tutto ed anch'io mi sarei probabilmente abituato ad avere quell'uomo sempre alle calcagna per quanto il suo aspetto fosse poco rassicurante, se poco dopo i miei sospetti non fossero stati confermati nel modo pi inaspettato.
Una sera mi trovavo sul molo ad ammirare il crepuscolo che scendeva sul golfo, mentre lass in alto sullo sfondo del cielo scuro il vecchio Vesuvio accendeva le lampade del suo faro gigantesco. Ad un tratto vidi il mio uomo venir di corsa lungo il molo, saltare in una barca e remare con furia disperata avviandosi fuori del porto. Subito dopo due carabinieri balzarono in un'altra barca e si diedero ad inseguirlo. In poco meno di un minuto pi di cento persone si erano ammassate sulla spiaggia a guardare ansiosa la caccia, ed un promettente sbarazzino vicino a me che gridava "Coraggio! coraggio!" al fuggitivo, mi disse che esso era un camorrista molto noto. In quel momento molte piccole barche ritornavano dalla pesca e si vedeva ben chiaro che facevano il possibile per intralciare la strada ai carabinieri. Uno di questi punt la rivoltella sul fuggitivo ma non aveva ancora sparato che quello si era gi buttato in mare. Si era fatto tanto buio che non potevo distinguere nulla, ma gli altri mi dissero che egli non era ferito, e che lo si vedeva nuotare verso una grossa barca che metteva vela in quel momento per andar fuori a pescare; la barca si port verso il nuotatore e sembr per un momento che potesse raggiungerla. Una volta nella barca egli poteva considerarsi salvo e, protetto dall'oscurit, avrebbe potuto facilmente sbarcare in qualche punto sulla costa; anch'io ho navigato coi contrabbandieri e so bene che i guardiacoste non soffrono d'insonnia. La gente che mi stava d'intorno non faceva mistero della sua simpatia per il camorrista, e debbo confessare che io stesso speravo che egli potesse riuscire a fuggire; temo che ci possa suonar male, ma  molto difficile che io simpatizzi colla polizia in questa parte del mondo.
Tuttavia quella volta la giustizia ufficiale la vinse; egli fu raggiunto e poco dopo sbarcarono col prigioniero. Era ammanettato ed era cos stanco dalla lunga battaglia che quasi non si reggeva in piedi fra i suoi due catturatori. La folla lo accompagn fin gi nella temuta via della prigione di S. Francesco. Io invece rimasi inchiodato sul molo perch mentre mi passava dinanzi, il prigioniero alz il capo e mi guard negli occhi con una straordinaria espressione di rimprovero.
Il giorno dopo lessi nel "Pungolo" che un pericoloso camorrista era stato arrestato sul molo dopo una lotta disperata, e che la polizia riteneva di essere finalmente sulle tracce di una banda di camorristi che avevano commesso ogni sorta di delitti.
Ero riuscito a farmi una buona clientela nei quartieri poveri della citt, perci passavo laggi la maggior parte del tempo. La mia esperienza mi aveva insegnato il modo di trattare questa gente e fra di essi mi ero fatto molti amici. Mi sembrava che in quegli ultimi tempi il circolo dei miei amici si fosse molto allargato; dovunque andassi c'era sempre qualche individuo malvestito che mi salutava, e quando tornavo a casa la sera trovavo sempre qualche sconosciuto vagabondo che mi salutava con un: "Buona sera Eccellenza!". I vetturini in Piazza Mercato cominciavano a schioccare la frusta non appena mi vedevano, gridandomi con un tono di voce che non era il solito: "Signo', vulit' a mme!" ed anche se non accettavo non si arrabbiavano. Se entravo in un'osteria, osservavo spesso che dopo un segno fatto da qualche avventore al padrone, questi mi colmava di attenzioni, ed accadde perfino che, avendomi una volta servito una bottiglia di vino, il padrone ritorn a sostituirla con una bottiglia di vino vecchio, dopo aver parlato a lungo e con gesti vivaci col mio cocchiere che stava seduto a cassetta fuori ad aspettarmi. Naturalmente ero molto lusingato da tante attenzioni, tuttavia non potevo far a meno di preoccuparmi dell'inatteso estendersi del mio circolo di conoscenze. Ma ci che mi meravigli pi di tutto fu il notare che da qualche tempo un altro individuo mi seguiva dovunque andassi. La sua apparenza era, per essere ottimisti, dubbia quanto quella del suo predecessore, e notai presto che adottava gli stessi metodi incomprensibili dell'altro nel pedinarmi.
Una volta andavo in carrozza verso Porta Capuana e il cocchiere che non ricordavo d'aver mai visto prima, mi colmava di attenzioni. Passammo davanti alle prigioni di S. Francesco e proprio mentre si oltrepassava il cancello, il vetturino mi strizz l'occhio e mi disse... Ma  meglio che traduca il suo vernacolo napoletano, altrimenti temo che non lo capireste:
-  stato a vederlo, Eccellenza? - mi chiese.
- Chi?
- Non sa, Eccellenza, che venne arrestato ed  chiuso qui dentro? Per fu colpa sua; non doveva seguirla fin gi al Molo dove Lei, Eccellenza, non ha bisogno di protezione e dove, inoltre, sapeva di poter incappare in molte guardie: lei, Eccellenza, non ne ha colpa.
- Ma, sapristi, di chi mai parlate?
- Del fratello del vostro amico, - ed ammicc nuovamente.
Era il fratello di Don Salvatore Trapanese che era stato arrestato sul Molo.
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Proprio il giorno dopo mi ammalai anch'io. Non era cosa grave, ma mi colse all'improvviso. Dovevo essere svenuto in mezzo alla via poich quando rinvenni e mi guardai intorno, mi trovai mezzo sdraiato in una carrozzella, e di fronte a me c'era una guardia dal viso di un pallore mortale, che mi guardava con un'espressione di immenso terrore. Cercai di ricordare che cosa era accaduto, e per qual delitto fossi stato arrestato; ma la mia mente era troppo in disordine ed avevo mescolato tutto insieme: la camorra, Don Salvatore, io e le prigioni di San Francesco.
- Sta un po' meglio? - mi chiese il vigile.
- S, - risposi io.
- Coraggio! Un altro poco e siamo arrivati.
Si passava per la strada Piliero e il vento del mare mi soffi sulla fronte. La mia mente cominci a rischiararsi e d'un tratto ricordai che ero dottore. Chiesi al vigile di darmi la bottiglia di etere che c'era nella mia tasca ed egli introdusse le dita nella tasca della mia giacca con ogni cautela come se avesse dovuto metterle in una fornace. Di tanto in tanto la gente si voltava a guardarci e si faceva il segno della croce mentre passavamo.
Eravamo avviati all'ospedale dei colerosi.
La mia mente ora era in ordine e mi sembrava che quell'ospedale fosse un posto poco piacevole da scegliere come meta. Ne accennai al vigile che si dimostr della mia stessa opinione. Proposi quindi di fermarci ad una piccola osteria dove io bevvi alla sua salute un bel bicchiere di cognac che mi sembr dinamite, e lui e il cocchiere si bevvero un litro di vino Assicurai il vigile che non avevo alcun bisogno di un medico poich lo ero io stesso, ed inoltre non avevo affatto il colera; ed il buon uomo mi disse che anch'egli lo aveva pensato: "Un poco di febbre soltanto".
A casa ci arrivai ma non ricordo pi nulla dopo che fui entrato. Poco dopo mi accorsi che Cesare mi metteva un po' di ghiaccio in bocca e quando aprii gli occhi vidi che la stanza era ancora illuminata dal sole presso a tramontare. Ma Cesare mi disse che non era lo stesso sole; ero stato fuori di sensi per 24 ore, egli disse; la mia memoria non aveva registrato nulla di quel periodo di tempo, e forse  bene che anche qui non ne parli. Domandai a Cesare (Cesare era il mio domestico, cameriere, cuoco e tutto ci che volete) se avevo preso il colera, e mi sembr come se qualcun altro stesse parlando, perch non riconobbi la mia voce: sembrava fessa come quella di una vecchia. Cesare rispose che non ne era certo, ma gli sembrava di s; il suo giudizio non era senza peso, poich noi due insieme avevamo visto morire di colera sua moglie e due bambini.
S, certo, poteva darsi che fosse colera, bench i sintomi non sembrassero indicarlo; ma in quei giorni tutti pensavano al colera.
Ed ero curioso di vedere che cosa sarebbe successo nella notte.
Cesare era uscito a comprare dell'altro ghiaccio ed io rimasi solo in letto. Quando la mente  stanca non si pensa che ai cattivi pensieri finch ci si prova a non pensare a nulla. Ci si sente cos stanchi e si desidera solo di stare in pace e di finirla colla vita; ma le persone paurose temono la sofferenza troppo lunga.  un errore psicologico credere che il veder morire gli altri ci abitui alla morte. Ma quando, dopo averci pensato bene, si arriva alla conclusione che forse  giunto il momento di dover lasciare questa vita, allora si vorrebbe non aver mai visto che cosa sia il morire. "Sii uomo, - diciamo a noi stessi, - e se non hai saputo vivere, dimostra almeno che sai morire!" Tuttavia l'immaginazione continua a richiamarci alla mente visioni di occhi angosciati che guardano i nostri in cerca di un po' di speranza, quando noi medici stiamo presso il morente; quelle dita rigide che stringono spasmodicamente le coperte, proprio come un uomo che sta per annegare si aggrappa ad un filo di paglia e cercano alla cieca una mano per attaccarsi alla vita; quei petti ansanti che tendono tutti i muscoli per bere ancora un po' di aria in modo da prolungare la lotta col boia che lento ma sicuro sta per strozzare la sua vittima. Ah, s, Heine aveva ragione: "Der Tod ist nichts, aber das Sterben ist eine schldliche sfindung"(23).
La finestra era aperta e dal mio letto potevo guardar fuori sul golfo. Sembrava che tutto fosse cos bello e gioioso l fuori e mi pareva che le rive si fossero abbigliate tutte a festa per dirmi addio. Ecco laggi Capri che riposava in un sonno dorato: mi pareva che fosse dura cosa dover proprio allora lasciare quella terra che io tanto amavo. Sopra il golfo c'era una nebbia leggera e sentii delle voci amiche della mia giovinezza chiamarmi per nome. Cos tutto divenne silenzio, il crepuscolo mi avvolse colle sue ombre e mi sentii terribilmente solo.
Sporsi la mano dal letto per cercare il mio cane, ma non c'era; lo chiamai per nome, ma non venne. Mi provai a pensare che fosse uscito con Cesare, e trattenni il respiro per ascoltare se veniva. La porta si aperse piano piano, e Cesare entr in punta di piedi.
- Dov'? - gli chiesi. Cesare si prov a tranquillizzarmi assicurandomi che il mio amico non poteva tardare a tornare a casa; ma lo costrinsi a dirmi la verit ed allora mi sentii proprio solo.
Cesare mi aveva visto arrivare dalla finestra e mi aveva portato disopra di peso, perch ero svenuto mentre scendevo dalla carrozza. Il cocchiere non aveva nemmeno visto il mio cane e Cesare era rimasto cos spaventato dal mio aspetto che, mi spiace a dirlo, non si era interessato di cercarlo fino a pochi minuti prima quando era sceso per mandare a chiamare il console; e non sono nemmeno certo che l'avesse mandato a chiamare per Tappio. Provai ad arrabbiarmi con Cesare ma mi sentivo cos stanco che non ci riuscii.
Il console arriv poco dopo. Era una persona molto simpatica, ma aveva completamente frainteso la situazione e sembrava che credesse trattarsi di qualcos'altro. Tuttavia, quando sent della mia perdita, mi promise che avrebbe fatto tutto quello che poteva per ritrovare il mio cane. Aggiunse che sperava di aver pi successo nella ricerca del mio cane che non avesse avuto nella ricerca di me stesso. Aveva pacchi di lettere e telegrammi per me, egli disse, e pochi giorni prima aveva ricevuto un telegramma che gli ingiungeva di trovarmi "morto o vivo"; aveva fatto del suo meglio per scovarmi ma tutte le sue fatiche non avevano avuto alcun risultato.
Per quanto triste mi sentissi, risi fra me e me e gli proposi di attendere qualche giorno ancora, prima di rispondere a quel telegramma. Cesare lo accompagn gi e sentii che gli sussurrava: - Parla col cane come fosse un cristiano.
Pi tardi nella sera ricevetti dal console due righe in cui m'informava che tutti i vigili di Napoli avevano avuto ordine di far ricerca del mio cane e che potevo sperare per il meglio.
La mia malattia dopo tutto non si dimostr cosa grave e per tutta la notte rimasi sveglio in attesa di quei sintomi ben noti che avrebbero individuato il male. Il giorno dopo mi sentii piuttosto meglio, ma ero troppo preoccupato per pensare a me stesso, come potete ben immaginare.
Forse voi ridete mentre leggete questo racconto, e se cos , potete ridere quanto vi pare. Ma vi assicuro che io non ridevo mentre giacevo l pensando al fedele amico che avevo perduto, l'amico che aveva diviso gioie e dolori con me per ben dieci anni. Forse era caduto in mani brutali che lo maltrattavano? forse era incatenato e attendeva che io andassi a liberarlo? io che non potevo nemmeno stare in piedi!
Mi ero messo in mente che se almeno avessi potuto uscire, sarei stato capace di trovarlo subito, e quasi piansi per la mia impotenza. Pregai e minacciai Cesare perch mi aiutasse a vestirmi e mi portasse gi per andare in carrozza, ma lui fece finta di non sentire quanto gli chiedevo.
In quello stesso pomeriggio il console venne a trovarmi; non aveva alcuna notizia del mio cane, ed ormai ero sicuro che per me era perduto per sempre. Il console si prov a consolarmi e mi disse che un suo collega aveva perduto il cane due volte e l'aveva sempre ritrovato, ed ora pagava cinque lire all'anno ad un camorrista per garantirsi che il cane non gli verrebbe pi rubato.
Dopo che il console se ne fu andato, tenni un consiglio di guerra con Cesare. Non avevamo mai avuta troppo fiducia nelle autorit, e Cesare nutriva un'antipatia per la polizia che superava perfino la mia. Quella sera Cesare and gi in piazza Mercato per vedere se poteva trovare il vecchio ciabattino.
Verso le undici di sera ricevetti la visita di un individuo la cui apparizione di notte nella mia camera, in qualunque altra circostanza, mi avrebbe fatto morire di spavento. Mi salut con grande familiarit e mi domand se lo riconoscevo, ma fui costretto a confessare che non avevo questo privilegio; sembrava il demonio in persona. Mi portava un saluto da Don Salvatore che non poteva assolutamente venire, ma mi assicurava che lui pure era mio buon amico. Lo ringraziai dei suoi gentili sentimenti e gli raccontai di Tappio. Vuotai tutto il contenuto della mia borsa sul letto e gli dissi che avrei regalato tutto quello che possedevo a chi mi avesse riportato il mio cane; son sempre a corto di denaro ma credo che ci saranno state almeno duecento lire. Egli mi ascolt attentamente e non dimenticher mai la sua risposta quando ebbi finito di parlare:
- Se non  morto sara 'cc domani sera!
Ebbi paura che fosse troppo ottimista, e gli dissi che sapevo bene che razza di astuti birbanti fossero quei ladri di cani. Ma quando mi rispose con grande dignit: "Sono tutti miei amici," compresi che avevo sottovalutato la sua importanza. Lo ringraziai della speranza che la sua visita mi aveva ridato ed egli prese congedo. Sulla porta si volt e invoc su di me la protezione della Beata Vergine e di San Gennaro. E in quello stesso istante improvvisamente lo riconobbi: era l'uomo che avevo visto seguire i miei passi dopo che il fratello di Salvatore era stato arrestato sul Molo!
Quella notte dormii meglio e la mattina dopo sentii che il console poteva telegrafare a casa che ero "vivo" senza tema di dover fare un'altra spesa per contraddire la notizia. Ma col passar delle ore divenni sempre pi irrequieto. Fra l'altro ricordai che proprio la sera prima che mi ammalassi, per un nonnulla ero stato piuttosto duro, per non dire ingiusto, verso il povero Tappio, e non potete imaginare come questo pensiero mi tornasse sempre in mente e come mi torturasse.
Venne la sera, e ancora niente notizie. Avevo dato ordine a Cesare di guardare in istrada, e poich ora aveva ripreso ad obbedirmi, era proprio andato e mi aveva lasciato solo. Ero cos stanco dell'attesa che caddi in una specie di torpore. Non so quanto tempo rimasi al buio, ma so come fui risvegliato. Cesare si precipit nella stanza: sentii un ansare sulla scala che mi fece venir voglia di saltar fuori dal letto e Tappio balz dentro trascinando Don Salvatore dietro di s. Don Salvatore lasci andare la corda e il mio caro e vecchio cagnone venne presso il letto. Mi pos le zampe sulle spalle e mi appoggi il capo dolcemente sul petto. Il pelo lucido era strappato e macchiato di sangue e intorno al collo aveva una grossa corda. Nessuno di noi due disse una parola, ma non avevamo mai bisogno di parole per intenderci. Si stringeva sempre pi a me finch, grosso com'era, s'arrampic sul letto: e potete essere certi che quel giorno gli permisi di farlo.
Don Salvatore rimase in piedi sulla porta. Aveva il viso pallido e patito e bench la sua giacca fosse a brandelli, si distingueva ancora il nastrino bianco che vi era cucito sopra.(24) Gli porsi la mano e lo ringraziai della gioia che mi aveva procurata. Sembrava timido e vidi che cercava di evitare il mio sguardo:
- Sono uomo di mala vita, - disse - e non sono degno di toccar la vostra mano.
Io non avevo nessuna ragione per essere severo con nessuno, ma ne avevo molta per non esserlo, gli dissi.
Poi gli diedi il denaro, ma egli lo rimise sul letto dicendo:
- Voi mi avete salvato la figliola, io ho ritrovato il cane: va bene cos!
Si butt il mantello sulle spalle e se ne and. Ma credo di dovere a Don Salvatore molto pi che il ritorno del mio cane.

14. LA MADONNA DEL BUON CAMMINO.
Il dottore l'aveva vista parecchie volte sulla porta della sua piccola cappella mentre scrutava lungo il vicolo sporco, e gi da lontano si scambiavano i saluti nella maniera comune ai napoletani agitando le mani e gridando di lontano "Buon giorno, Don Dionisio! Buon giorno, signor Dottore!"
E spesse volte aveva dato un'occhiata dentro il vecchio giardino chiostrato, colla piccola fontana arida e le poche pallide rose d'autunno sul muro del piccolo santuario. Don Dionisio gli aveva raccontato infinite volte i molti miracoli della Madonna del Buon Cammino. La Madonna del Buon Cammino se ne stava l sola, nella sua nicchia mezzo rovinata dentro la quale una piccola solitaria lampada ad olio tentava di vincere le ombre invadenti. Don Dionisio aveva tirato con grande solennit le tendine che nascondevano la sua Madonna agli occhi dei profani: e aveva messo a posto con tenerezza materna gli orli sbrindellati della sua veste che minacciava di cadere a pezzi. Il dottore aveva guardato pietoso e stupito la pallida immagine di cera dal sonno inconscio sul viso impassibile che per Don Dionisio rappresentava il pi alto grado di bellezza fisica e spirituale. "Com' bella! Com' simpatica!" esclamava guardando la sua Madonna.
Nella vecchia chiesa di Santa Maria del Carmine poco lontana, centinaia di candele votive erano accese dinnanzi agli altari e notte e giorno frotte di devoti vi si recavano per implorare la protezione della potente Madonna. Le madri si levavano l'anello dal dito per appenderlo al collo della Madonna come sacra offerta, le ragazze le file di coralli dalle trecce nere per adornare la ricca veste della statua, gli uomini forti e robusti si inginocchiavano in preghiera implorando aiuto ed assistenza.
La morte infieriva nei suburbi di Napoli. Per ben tre volte la miracolosa immagine della Madonna del Carmine era stata portata in solenne processione intorno alla piazza perch proteggesse la popolazione di Mercato dalla terribile pestilenza e si raccontavano molti miracoli di morenti che erano risorti a nuova vita dopo aver baciato il lembo della sua veste.
Il dottore aveva osservato che Don Dionisio si era rifugiato nel suo piccolo santuario scrollando le spalle in segno di disprezzo quando passava la processione di Santa Maria del Carmine, e pi di una volta l'aveva visto scuotere la testa incredulo al sentire la storia meravigliosa di qualche famoso miracolo della Madonna, meraviglie che egli sentiva dalle comari che riusciva a fermare mentre si recavano al famoso tabernacolo.
- Ma cosa ha dunque fatto per voi, la vostra Madonna, voi gente del Mercato? - egli diceva in tono di scherno. - Se  tanto miracolosa come voi dite, perch non ha salvato Napoli dal colera? E qui, nel Mercato, nel centro del suo stesso quartiere, la cui popolazione si  inginocchiata dinnanzi a lei per secoli, che cosa ha fatto essa per impedire che il malanno arrivasse fin qui? Non muore tanta gente ogni giorno intorno al suo santuario, nonostante le vostre preghiere e le vostre candele votive "Altro che la Madonna del Carmine!" Guardate invece il settore della nostra piazza: qui non c' colera, n mai verr. Mi piacerebbe sapere chi potete ringraziare per tale miracolo se non la Santa Madonna del Buon Cammino, che stende la sua mano protettrice su di voi bench non lo meritiate, bench abbandoniate il suo santuario al buio e portiate tutte le vostre offerte alle altre Madonne qualunque sia il loro nome! E tuttavia non potete vedere nella vostra cecit che la benedetta Madonna del Buon Cammino  molto pi potente di tutte le altre Madonne messe insieme: Altro che la Madonna del Carmine!
Ma pareva che nessuno desse molto peso alle querimonie del vecchio, poich nessuna candela votiva venne a togliere l'oscurit entro la cappella della benedetta Madonna del Buon Cammino, e nessun labbro mormorava il suo nome nelle preghiere imploranti aiuto e assistenza contro la terribile pestilenza. Non c'era l presso la Madonna del Carmine che sin da tempi remoti era stata la santa patrona del quartiere, che li aveva aiutati attraverso tante avversit e consolati in tanti dolori? Non c'era nella sua chiesa quel Cristo miracoloso il cui costato gocciolava sangue ogni Venerd Santo, e a cui i preti tagliavano i capelli con grande solennit ogni Natale? E se la Madonna del Carmine non era sufficiente per loro, non c'era anche la venerabile Madonna del Colera che nel 1834 salv la citt dalla stessa malattia che ora infieriva fra di loro? E nel quartiere di Porto l vicino non c'era in una sontuosa cappella la Madonna di Porto Salvo vestita di seta e broccato d'oro, pronta ad ascoltare le loro preghiere? E non c'era anche ai Banchi Nuovi la famosa Madonna dell'Aiuto che non avrebbe certamente smentito il suo nome di Ausiliatrice nell'ora del bisogno? Non avevano anche l'Addolorata vestita di un mantello di vero argento e la veste di velluto nero, le cui pieghe nessuno aveva mai baciato senza averne conforto e pace? Non avevano anche l'Immacolata le cui vesti azzurro cielo erano cosparse di stelle venute proprio dalla volta celeste? E non avevano la Madonna della Saletta coperta di una sottana rossa tinta col sangue dei martiri? E non c'era inoltre anche San Gennaro nella sua splendente cappella, lui, il santo patrono di Napoli, il cui sangue rappreso scorre ogni anno, lui che protesse la citt sua prediletta dalla peste e dalla carestia e ordin alla irrompente lava del Vesuvio di arrestarsi innanzi alle porte della citt? La Madonna del Buon Cammino! E chi ne aveva mai sentito parlare? chi ne aveva mai visto coi suoi propri occhi un miracolo fatto da lei? che razza di Madonna era quella senza candele e fiori nel suo tabernacolo, con le vesti stracciate e a pezzi? "Non tiene neppure capelli la vostra Madonna!" una vecchia grid in viso a Don Dionisio una volta con gran diletto dei passanti. L'effetto di questo rimprovero era stato terribile poich Don Dionisio era scappato infuriato entro il suo portico e non s'era fatto pi vivo per parecchi giorni.
Una sera il dottore doveva passare da quelle parti e pens di fare una visita al suo vecchio amico. Dall'interno della Cappella si sentiva Don Dionisio che cantava ad alta voce un vecchio cantico latino in onore della sua Madonna:
"Consolatrix miserorum,
Suscitatrix mortuorum,
Mortis rumpe retia;
Intendentes tuae laudi,
Nos attende, nos exaudi,
Nos a morte libera!"
Alz le cortine che chiudevano l'entrata e alla luce della piccola lampada ad olio vide Don Dionisio inginocchiato dinanzi all'immagine della sua Madonna occupatissimo a levar ragnatele da una vecchia parrucca enorme dal colore indescrivibile. La sua collera non si era ancora calmata.
- Dicono che non tiene capelli - grid non appena vide il dottore. - Mo' vogliamo vedere chi tiene i pi bei capelli. - E lanciando uno sguardo trionfante al dottore, egli pose la parrucca sulla testa pelata della sua Madonna del Buon Cammino. - Com' bella! com' simpatica! - disse, gli occhi lucidi di gioia, mentre metteva a posto meglio che poteva i riccioli arruffati sulla fronte della statua.
Quando il dottore lo lasci, Don Dionisio era pi tranquillo, e aveva ripreso di buon umore il suo posto nel piccolo portico, prontissimo all'offesa e alla difesa per amore della sua Madonna. Proprio quella sera il dottore venne informato che c'era stato un caso di colera in un fondaco vicino alla strada ove abitava Don Dionisio, ed il mattino dopo si rec a visitare l'ammalato. Mentre passava dinanzi alla cappella vide il vecchio gi sul suo portico che si fregava le mani con aria allegra, e non ebbe il coraggio di dirgli che anche la protezione della sua Madonna sembrava abbandonarli. Ma appena Don Dionisio vide il dottore agit le mani e quando era ancora poco lontano grid in modo da farsi sentire da tutta la contrada:
- Ecco il colera! Ve l'ho sempre detto!  venuto perch non avete mai voluto credere nella Madonna del Buon Cammino. Ora voi tutti vedrete che cosa capita a coloro che hanno pi fede nella Madonna del Carmine che in lei. Ecco il colera! Proprio in mezzo a noi, ecco il colera!
Il vicolo era pieno di gente impazzita dal terrore, lanciandosi fuori dalle case per andare a pregare in chiesa e dinanzi ai tabernacoli agli angoli delle strade. Qualcuno si ferm indeciso dinanzi alla cappella ad ascoltare la profezia di Don Dionisio che minacciava di morte tutti coloro che osavano sfidare le ire della benedetta Madonna del Buon Cammino. Il fondaco ove si trovava l'ammalato sembrava completamente vuoto poich tutti quelli che avevano potuto erano scappati via al primo allarme; ma il dottore guidato dal suono di voci oranti arriv finalmente in un bugigattolo buio ove la solita scena l'attendeva. Vicino alla porta qualche commare pregava con fervore; lunga distesa sul pavimento una madre si torceva le mani dalla disperazione; e in un angolo il viso livido di una bambina mezzo nascosta sotto un mucchio di stracci di coperte. La bambina era gi fredda, aveva gli occhi chiusi ed il polso appena sensibile. Ogni tanto un tremore convulso la scuoteva tutta; ma tolto questo tremito, essa giaceva assolutamente immobile e insensibile. Colera! Sopra il letto vi era un ritratto della Madonna del Carmine, e il dottore comprese dal brontolio delle donne che la miracolosa Madonna era stata portata l la sera prima. Di tratto in tratto la madre alzava il capo e guardava ansiosa il dottore, al quale sembr leggere un certo senso di fiducia in quegli occhi angosciati. Tuttavia sembrava che egli non potesse far pi nulla. Iniezioni di etere, frizioni, tutti i rimedi soliti si dimostravano insufficienti a richiamare il calore della vita, e intanto il polso diventava sempre pi debole. Il dottore not ancora con sorpresa la stessa fiduciosa espressione negli occhi della madre quando essa lo guardava, ed allora egli decise di provare il nuovo rimedio. Sapeva bene che non c'era niente da perdere, poich se fosse stata abbandonata la bambina sarebbe morta; ma da qualche tempo era stato ossessionato dall'idea che forse si poteva salvare una vita in un caso come quello. Nessuno si cur pi di ci che egli faceva: la madre giaceva colla fronte sul pavimento implorando la Madonna di prendersi la sua vita invece di quella della sua bambina; e le comari avevano cessato di pregare e discutevano eccitatamente se non fosse meglio portare qualche altra Madonna, visto che la Madonna del Carmine non voleva aiutarli nonostante tutte le loro preghiere, nonostante le candele accese dinanzi alla sua cappella, nonostante il voto fatto dalla madre di vestire la bambina coi colori della Madonna per un intero anno, purch la bambina fosse salva! La bimba era assolutamente insensibile e il dottore si pose al lavoro senza pi indugiare. Quando l'operazione fu terminata, tocc leggermente sulla spalla la madre, e mentre essa lo guardava come se quasi non capisse le sue parole, le disse che non c'era tempo da perdere se volevano provare un'altra Madonna: e perch non provare la Madonna del Buon Cammino che era poco lontana? Le sue parole furono accolte da un silenzio glaciale: era evidente che il suo consiglio non incontrava la simpatia generale. Tuttavia egli finse di credere che il loro silenzio fosse consenso e riusc a persuadere, non senza qualche difficolt, una delle comari che conosceva molto bene, ad andare a prendere la Madonna del Buon Cammino.
Don Dionisio arriv immediatamente colla sua Madonna fra le braccia. Pose la lampadina ad olio ai piedi dell'immagine e con grande fervore cominci a intonare l'inno della sua Madonna dando a intervalli un'occhiataccia all'immagine della sua potente rivale ai cui piedi la madre era ancora prostrata. Le comari riunite in crocchio sulla porta brontolavano insulti rivolti al suo idolo: "Vattene a farti un'altra gonnella, poverella! Benedetto San Gennaro, che brutta faccia le hanno dato, povera vecchia!"
Ad un tratto si tacquero e con immenso stupore volsero tutte lo sguardo verso la pallida immagine di cera che assisteva il dottore nella sua lotta per la vita della bimba. Dalle labbra strettamente chiuse della bambina era uscito un flebile lamento e gli occhi mezzo aperti si volgevano lentamente verso la Madonna del Buon Cammino. Tutte si segnarono parecchie volte; e il dottore sentiva il polso della bimba battere pi forte mentre il calore dalla vita riscaldava lentamente il freddo corpicino. Negli occhi ora ben aperti mostrava visibilmente il terrore della morte e ripeteva con voce rotta:
- Salvatemi! Salvatemi! Madonna santissima!
Con voce sempre pi risonante Don Dionisio continu il suo canto e tutti ora nella stessa stanza mormoravano il nome della benedetta Madonna del Buon Cammino. Qualche tempo dopo Don Dionisio part in trionfo dal fondaco circondato da quasi tutti i suoi abitanti. La bambina aveva ormai ripreso conoscenza e nessuno dubitava che la santa Madonna del Buon Cammino avesse compiuto un miracolo.
Il dottore rimase per un poco ancora a fianco del lettino, osservando con occhi attenti il lento ma sicuro ritorno della conoscenza nella bambina. Quando ritorn ancora a tarda sera, il miglioramento era tanto sensibile che sembrava probabile che la piccola potesse scampare alla morte. Nel fondaco e nelle casupole vicine non si parlava d'altro che del nuovo miracolo; e andando a casa il dottore vide per la prima volta la cappella della Madonna del Buon Cammino illuminata.
Non chiuse occhio quella notte poich non poteva distogliere il suo pensiero da ci che aveva visto accadere nella mattinata e poteva a fatica trattenere la sua impazienza di trovare un altro caso su cui ripetere l'esperimento.
Non ebbe molto da attendere. In quella stessa notte un'altra donna venne colpita dal malanno e quando la visit il giorno dopo era tanto peggiorata che sembrava dovesse morire ad ogni momento. Quando egli ora consigli di andare a prendere la Madonna del Buon Cammino, venne obbedito senza esitare, e mentre tutti gli sguardi erano rivolti verso Don Dionisio e la sua immagine, il dottore pot operare la sua ammalata indisturbato da qualunque sospetto o intromissione.
Anche in questo caso si ebbe una rapida reazione che divenne sempre pi evidente durante il giorno; e quella sera stessa per le strade del Mercato si sparse la voce di un secondo miracolo della miracolosa Madonna del Buon Cammino.
In tal modo cominci quel periodo indimenticabile in cui il dottore, insensibile alla fatica ed anche alla fame, si recava notte e giorno di letto in letto sorretto dalla forza di un'idea che quasi gli annebbiava la vista e metteva in pericolo il suo scetticismo.
Egli, seguito da Don Dionisio, si trovava sempre dinanzi la solita scena di una povera creatura mezza morta e per la quale sembrava che la scienza umana non potesse far nulla; e quando un'ora o due pi tardi la Madonna del Buon Cammino veniva portata in processione solenne, egli scivolava via senza farsi notare, dimentico di ogni cosa, pensando con silenzioso stupore all'improvviso e costante miglioramento che il suo rimedio aveva prodotto, un miglioramento che spesso rassomigliava molto a una resurrezione.
Ah! era andato laggi a Napoli dove sembrava che ci fosse molto da fare per aiutare altri, ma dove realmente aveva fatto molto per aiutare se stesso, dove aveva dimenticato i suoi dolori. Egli aveva avuto molto esperienza di colera, ne sapeva press'a poco quanto qualunque altro medico. Sapeva che il destino regna sopra la morte come sopra la vita. Onestamente e coscenziosamente aveva provato metodi su metodi, e aveva imparato che nonostante il Professor Koch e la sua scoperta del miracolo, la sua impotenza era enorme quando si trattava di curare un ammalato di colera. Perci aveva vagato per le strade di Napoli provando rimedi nei quali egli stesso aveva ben poca fiducia, e incoraggiando gli ammalati con parole che non venivano dal suo cuore ove non vi era che scettica disperazione.
Ed ecco ora quest'ultimo esperimento, tanto audace che aveva molto esitato prima di tentarlo, e che aveva dato come risultato una ininterrotta serie di guarigioni nel pieno di un'epidemia che dava un'enorme mortalit. Ancora una volta egli era un medico e nulla pi. Osservava ogni caso con zelo raddoppiato, non lasciava il letto dell'ammalato quasi mai, e, sempre maggiormente interessato, osservava ogni sintomo col microscopio del suo vecchio scetticismo; e tuttavia rimase l'incontestabile fatto che per una settimana intera non si verific nemmeno un caso di morte fra i suoi malati.
Aveva quasi dimenticato che Don Dionisio e la sua Madonna lo seguivano dovunque andasse; li aveva dimenticati come aveva dimenticato se stesso. Qualche volta il suo sguardo cadeva sui suoi inconsci assistenti, e non era egli certo l'uomo da invidiare al vecchio prete e alla sua Madonna quella parte di leone della sua celebrit che gli astanti accordavano ad essi senza esitare. Don Dionisio sembrava instancabile come il medico, poich anch'egli era in piedi giorno e notte con la sua Madonna. Il suo viso era raggiante di gioia e godeva in pieno il suo breve trionfo. La Madonna del Buon Cammino ora era vestita di un mantello di seta color fiamma, un diadema di enormi diamanti di vetro le circondava la fronte, e al collo portava una catena di anelli e orecchini d'oro legati insieme. La sua cappella era illuminata giorno e notte da numerose candele votive e sui muri gi cos nudi, erano ora appesi ex voto di tutte le specie, offerte di grazie per la liberazione dalla malattia o dalla morte. La cappella era sempre piena di gente, che si inginocchiava devotamente dinanzi a quella Madonna che aveva fatto tanti miracoli e che proteggeva dal terribile flagello le povere case intorno al suo santuario. Poich, con sua grande sorpresa, il dottore aveva sentito Don Dionisio lanciare la profezia che finch v'eran candele accese nella cappella della Madonna del Buon Cammino, il colera non avrebbe mai osato invadere la sua strada.
E fu proprio allora che il terrore colse i poveri di Napoli, fu allora che l'infezione rapida come il baleno scoppi in tutte le vie e i vicoli dei quartieri poveri. Fu proprio in quel momento che si videro le persone cadere per le vie come se fossero state colpite dal fulmine; che i morti e i moribondi giacevano uno vicino all'altro in ogni casa; che si dovettero usare perfino gli omnibus a cavalli per trasportare i cadaveri al Campo Santo dei Colerosi, ove ogni sera venivano calati pi di mille morti. Fu allora che mani tremule di ammalati ebbero la forza di abbattere i muri coi quali gli uomini moderni avevano ricoperto i vecchi tabernacoli sugli angoli delle strade; che la folla inferocita invase il Duomo per forzare i preti a portare gi nei quartieri dei poveri lo stesso San Gennaro. Fu allora che la paura raggiunse i limiti della pazzia, che la disperazione cominci ad ululare come la rabbia, che dalle labbra tremanti dei colpiti uscivano preghiere e maledizioni in tremenda confusione, che coltelli brillarono in mani che poco prima avevano tenuto rosari e crocefissi.
Il dottore e il suo amico continuarono le loro visite impassibili dinanzi alle crescenti terrificanti visioni che li circondavano. Ed ovunque si recavano la Morte cedeva il passo dinanzi a loro. Il dottore aveva bisogno di tutta la sua forza d'animo per persistere nel suo vecchio scetticismo; dinanzi agli occhi vedeva come un miraggio l'avverarsi dei suoi sogni pi fantastici. In quanto a Don Dionisio, la cui libert di pensiero era stata per tanto tempo ottusa, nessun dubbio disturbava mai la sua serenit, e il dottore aveva compreso che era inutile tentare di togliere al vecchio la sua incrollabile certezza nella vittoria.
L'epidemia aveva ora raggiunto il suo punto culminante, quasi ogni casa era infetta e pur tuttavia la profezia di Don Dionisio si era finora avverata, poich nella strada della Madonna del Buon Cammino nessun caso si era ancora verificato.
Una vecchia aveva informato il dottore che una donna era moribonda in uno dei bassi nella contrada Orto del Conte e che suo marito era stato avvelenato il giorno prima all'ospedale. Quella stessa sera and a trovare l'ammalata e solo con enormi difficolt pot aprirsi il passaggio attraverso la folla ostile che si era assembrata dinanzi alla casa. Qui sent che il marito era stato portato quasi per forza all'ospedale dov'era poi morto, e quando, un paio d'ore pi tardi, un'ambulanza era venuta a prendere la moglie colpita a sua volta dal flagello, la folla si era opposta al trasporto, aveva pugnalato un carabiniere mentre gli altri avevano dovuto scappare per salvarsi. Come al solito, i poveri dottori erano le vittime dell'ira popolare, e intorno a s egli sentiva gli insulti ben noti di assassino e di avvelenatore.
Tutti i tentativi che egli fece per indurre la folla alla ragione e rendersela amica non approdarono a nulla, perci il dottore decise di attendere l'arrivo di Don Dionisio. Non appena arriv il vecchio tutta l'attenzione della folla si accentr immediatamente su di lui e sulla sua Madonna, e tutti caddero in ginocchio pregando fervidamente e senza pi curarsi n dell'ammalato n del dottore. La donna era gi nello "stadium algidum" ma, il polso era ancora sensibile. Ben sicuro del fatto suo, il dottore cominci il suo lavoro. Aveva appena finito che il polso dell'ammalata cominci a indebolirsi, e proprio mentre Don Dionisio annunciava con voce trionfante che il miracolo era compiuto, l'ammalata entr nello stato comatoso e con gran fatica il dottore pot mantenere il cuore in azione finch Don Dionisio e la sua Madonna furono usciti fuori dalla casa in salvo, seguiti dalla folla salmodiante in processione solenne. Pochi minuti pi tardi il dottore scivol via come un ladro e corse a precipizio fino all'angolo del Duomo dove sapeva che sarebbe stato in salvo.
Quella stessa notte altri tre suoi ammalati morirono. Il giorno seguente fece il possibile per evitare che Don Dionisio lo seguisse, ma tutto fu vano. Tutti gli ammalati che visit e cur in quel giorno morirono sotto i suoi occhi.
La forza che l'aveva sostenuto durante tutti quei giorni meravigliosi l'aveva ormai abbandonato, ed egli alla sera si avvi a casa stanco morto insieme a Don Dionisio che gli camminava a fianco. Si diedero la buona notte dinanzi alla Cappella della Madonna del Buon Cammino ed alla tremula luce che brillava dinanzi al suo tabernacolo il dottore vide un pallore mortale coprire il viso dell'amico. Il vecchio barcoll e cadde colla Madonna in braccio. Il dottore lo port di peso nella cappella e lo depose sul suo letto di paglia posto in un angolo dietro una cortina; pose bene a posto la Madonna del Buon Cammino sul suo sostegno e vers un po' d'olio per la notte nella lampada che pendeva sopra il di lei capo. Don Dionisio fece cenno con la mano che voleva essere pi vicino a lei e il dottore trascin il lettino fino ai piedi dell'immagine. "Com' bella! Com' simpatica!" disse con voce flebile; giaceva immobile e silenzioso nel suo lettino cogli occhi fissamente intenti sulla sua adorata Madonna. Il dottore si ferm al suo capezzale per tutta la notte, mentre l'ammalato divenne sempre pi debole, e poi pian piano divenne freddo. Le candele votive ad una ad una si impicciolirono, tremarono nell'ultimo soffio e poi si spensero mentre le ombre scendevano sempre pi profonde nella Cappella della Madonna del Buon Cammino; finch tutto si fece buio e solo la vecchia lampadina ad olio gett la sua luce tremula sulla pallida immagine di cera dal sorriso inconscio sul viso impassibile.
Il giorno dopo il dottore svenne per la via, fu raccolto e portato all'Ospedale dei Colerosi. Invincibile come il Destino, la Morte spazz via tutti gli abitanti della via della Madonna del Buon Cammino e di vicolo del Monaco. Il nome del vicolo del Monaco riemp Napoli di terrore e attraverso le notizie dei giornali divenne noto in tutto il mondo come il posto ove il colera infier in tutta la sua virulenza.(25)
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La piccola cappella buia che aveva ospitato la confusa devozione del vecchio visionario  stata rasa al suolo dal nuovo ordine di cose che finalmente ha conquistato anche Napoli e il vicolo del Monaco non esiste pi. Don Dionisio scese inconscio dal confuso mondo immaginario della sua superstizione entro l'oscurit impenetrabile della grande fossa lass nel Camposanto dei Colerosi.
Quell'altro, lo sciocco che aveva per un momento creduto di poter comandare la Morte e ordinarle di fermarsi nella sua marcia trionfale, quell'altro vive ancora, ma la sua mente  oscurata per sempre dalla triste visione della realt. E anche lui cadr, anche lui, entro la grande fossa dell'oblio. E di tutti quelli che vissero e soffrirono nel vicolo del Monaco niente pi rimarr, niente pi.
Dietro una cortina in qualche piccola cappella buia c' la Madonna del Buon Cammino dal sorriso inconscio sul viso impassibile.


15. PORTA S. PAOLO (IL CIMITERO PROTESTANTE DI ROMA).
"Si potrebbe innamorarsi della morte per essere sepolti in luogo cos delizioso".
SHELLEY.
Le camelie sorridono nel loro triste splendore, fra lauri e caprifoglio, il mirto  in fiore e le rose graziose intessono ghirlande intorno ai cipressi. Fra l'erba alta si ergono i gigli ed i narcisi e lass nel cielo il tordo canta il saluto della sera d'estate al giorno cadente.
O bel giardino a cui il viandante volge i suoi passi, sono i papaveri dell'oblio che crescono fra le tue rose,  la pace del paese dei sogni che stormisce fra i tuoi cipressi ombrati?
Ma non vedi tu le croci bianche fra le foglie ed i fiori, non vedi le colonne di marmo spezzate laggi mezzo nascoste dall'edera? Chinati sotto i rami che hanno intessuto la rassegnazione degli anni sopra le tristi parole scritte sulla pietra, guarda gi fra i gigli e le viole ed osserva che fioriscono sopra a sepolcri!
Il suolo che tu calpesti  sacro; qui vivono le memorie di coloro che una volta erano uomini.
Da lontano lontano vennero sin qui questi silenziosi dormienti, i cui pensieri alati avevano spaziato sul vasto mondo prima che si raccogliessero qui nel riposo eterno.
Molte terre li nutrirono, vie diverse li condussero lungo la vita su per vette radiose o gi per valli nascoste nell'ombra, verso il trionfo della felicit, o li piegarono sotto il peso del dolore, finch raggiunsero la loro meta, la pianura immersa nella notte, in cui le vette e le valli si appiattiscono nel buio uniforme, dove i gioiosi canti della vittoria non risuonano mai pi, dove il pianto del dolore si fonde nel silenzio.
E si posarono qui uno di fianco all'altro a dormire. Il lauro che cresce sopra il loro capo corona tanto le urne coperte dal lauro della Fama quanto l'umile cumulo ove l'erba cresce selvaggia. Dai cipressi ombrosi scende la notte dell'oblio tanto sul nome che la storia ha scolpito nel marmo quanto sull'ignoto le cui opere sono da tempo dimenticate.
Forse la luce di un affetto caro s'indugia ancora presso la rozza croce di legno quando gi l'imponente mausoleo giace avvolto nell'oscurit dell'oblio, forse fra le erbe selvagge e i fiori di campo l'amore ancora sospira nella notte calma con un profumo di violette, quando gi da tempo le rose fragranti sono cadute nel sonno della dimenticanza.
Le iscrizioni dicono chi furono coloro che vennero portati qui dalla morte ed il viandante pensoso legge i loro nomi. Legge l'anno in cui fu dato loro un nome; legge l'anno in cui il nome fu loro tolto; ma di quali gioie e di quali dolori sia colmo il vano fra quelle date egli nulla sa.
Molti di quelli che giacciono sotto queste croci erano artisti.
Pieni d'entusiasmo e di gioia vennero qui, invocando la Citt Eterna come la loro gran madre. E Roma li accolse nelle sue grandi braccia, educ le loro anime nei suoi profondi pensieri, e raccont loro fra le rovine dell'anfiteatro Flavio e i palazzi imperiali sul colle Palatino, la sua orgogliosa storia e le leggende scolpite nei lucidi marmi dell'Ellade.
Qui essi inseguirono i loro pi bei sogni. Qui furono consacrati Militi della Luce all'altare dell'Eterno Ideale, qui proprio in questa Roma dove Michelangelo innalz la sua immensa cupola sopra il terreno sacro all'arte antica, e Raffaello risvegli l'amore della bellezza dall'ali di farfalla dal lungo sonno medioevale nel mattino primaverile della Rinascenza.
E quando sognavano di aver quasi raggiunta la meta ed avevano gi allungato le mani verso la Dafne alata dei loro ideali, allora le braccia flessuose si cambiavano in tristi cipressi in cui non pi batte un cuore sotto la corteccia scura; e non al fastoso Campidoglio della Fama, ma al silenzioso Camposanto dell'oblio la Morte li condusse.
Vennero qui giovani. Il loro sole aveva appena raggiunto il fastigio del mezzogiorno quando il buio li colse, i loro pensieri erano appena sbocciati nella primavera, che la Morte avvolse il suo freddo mantello intorno al loro corpo. Ma non piangete pel vostro destino, Voi che moriste cos giovani! Poich il mattino  il pi bel momento del giorno, e le pi belle rose della vita adornano i riccioli della primavera. La sera porta con s i segni del dolore, e l'autunno porta l'ora della partenza quando le rondini della gioia se ne vanno.
Voi dormite nel sepolcro reale di un mondo perduto nel Panteon dell'anima umana, il vostro riposo  protetto dalle mura cadenti dell'antica Roma, e al di l, lontano, la campagna stende i suoi silenzi intorno ai vostri sogni.
Voi dormite in terra pagana e un soffio dei Campi Elisi mormora fra i cipressi che vegliano i vostri sepolcri, l'imperitura bellezza dell'Ellade e di Roma vela la triste maest della morte.
La morte non  quello scheletro che minaccioso vaga di casa in casa nel crepuscolo del paganesimo, che nella notte medioevale danza la famosa Danza della Morte intorno alle orgie delle sale festive e negli affreschi delle mura dei conventi e colla falce in mano fa la guardia presso la tomba del Rinascimento. La Morte  un grazioso fanciullo dai riccioli coronati di fiori e la fronte coperta di sogni, bello come il Genio dell'Amore. Con atto gentile egli spegne la luce della vita nella face accesa che calpesta coi piedi.
Il sepolcro non  l'oscuro luogo della corruzione profanata dalla decomposizione del corpo, ma  l'urna in cui giace la memoria di un'anima umana.
Ed al viandante piace soffermarsi fra le tombe di Porta S. Paolo. E l'estraneo tra l'incessante folla del giorno cerca rifugio tra di voi, silenziosi stranieri, che ora e per sempre siete rimasti nella vecchia Roma. Da lungi pensieri amici giungono al vostro dolce Camposanto dove l'oblio e la pace vivono fra i cipressi e le rose.
Il crepuscolo dei sogni avvolge Roma e lo splendore dell'antichit brilla sulle rovine solenni. Come il bassorilievo di un vecchio Sarcofago, l'estate d'Italia veglia il riposo degli stranieri.


16. INVECE DELLA PREFAZIONE.
Chi ha scritto questo libro non  uno scrittore. La sua vita appartiene alla realt e non gli lascia il tempo di perdersi in fantasie; inoltre per pi di vent'anni ha riservato i suoi migliori pensieri e i suoi sforzi a quella arte che ha il suo miglior pubblico fra i farmacisti. Egli sa bene che vi  "troppo Ego nel suo Cosmo", che c' troppo dello stesso autore in queste pagine. Onestamente egli ha fatto del suo meglio per rimediare a questi difetti, ma non vi  riuscito; il lettore si prover invano dal primo capitolo fino all'ultimo a scuotere via questo vago personalismo.
Ora desidero raccontarvi un piccolo incidente della mia carriera professionale che, molto m'indusse a pubblicare questo libro. Un giorno trovai seduta nel mio gabinetto una signorina che teneva un enorme pacco sulle ginocchia. Le domandai che cosa potevo fare per lei, ed essa cominci a raccontarmi una lunga storia di dolori. Disse che non poteva interessarsi di nulla, nulla la divertiva e che tutto e tutti l'annoiavano a morte. Essa poteva avere tutto ci che voleva, ma non sapeva desiderare nulla, non sentiva il desiderio di andare in nessun luogo.
La sua vita passava nel lusso ozioso, inutile a se stessa e agli altri, mi disse; i suoi genitori l'avevano portata da un dottore all'altro: uno le aveva ordinato di andare in Egitto, dove aveva passato tutto un inverno; un altro l'aveva mandata a Cannes, un terzo, in India, dove aveva acquistato una grande villa, e in Giappone, paesi che aveva visitato col suo bel Yacht.
- Ma voi siete il solo medico che mi abbia fatto del bene - disse. - Nell'ultima settimana mi son sentita felice come non mai. Lo debbo a voi e son venuta a ringraziarvene.
Cominci a sciogliere il suo pacco ed io la guardai meravigliato mentre ne levava bambole su bambole e senza cerimonie le metteva in fila sul mio tavolo fra le mie carte e i miei libri. Erano dodici bambole in tutto. Alcune erano vestite di bei vestitini fatti da sarte; altre erano pronte per un viaggio di mare, con vestiti blu e berretti da marinai; altre ancora portavano vestiti di seta ricamati e cappellini dalle grandi penne di struzzo; ed alcune sembravano uscite dal salotto di una regina.
Sono abituato a ricevere gente strana, e osservai qualchecosa che luccicava nei suoi occhi.
- Vede dottore - disse con voce incerta. - Credevo di non potere mai essere utile a nessuno. Mandavo elemosine agli istituti di beneficenza quando ero a casa, ma tutto quello che dovevo fare era firmare un assegno, e confesso che non provai mai alcuna gioia nel far ci. Giorni fa m'accadde di leggere il vostro articolo sui "Giocattoli" in una vecchia rivista Blackwood's Magazine, e da quel giorno ho lavorato mattina e sera a vestire queste bambole per regalarle ai poveri di cui parlavate negli articoli. Le ho vestite io con le mie mani, e mi sono sentita stranamente felice di farlo.
Ed io, che avevo dimenticato quella piccola scappata dalle fatiche del mio lavoro di ogni giorno, guardai quel dolce viso sorridente fra le lagrime, guardai le bambole che mi fissavano con uno sguardo di approvazione fra le mie medicine sul tavolo; e per la prima e l'ultima volta in vita mia sentii in me la gioia ineffabile del trionfo letterario, per la prima e l'ultima volta sentii quella mistica potenza di poter commuovere.
La sua carrozza attendeva alla porta, ma noi la mandammo via, feci salire la gentile donatrice e alcune sue bambole in una carrozza pubblica, e mi ricordo che andammo a trovare Petruccio. Compresi dalla sua timidezza che era la prima volta che entrava nella casa di un povero. Regal ad ogni bambina una bambola magnifica od arross di gioia quando vide i visi splendenti delle sorelline, e sent la povera madre mormorare: "Dio vi benedica".
Non pass nemmeno una settimana che ricomparve con un'altra dozzina di bambole e altri dodici bambini poveri dimenticarono tutte le loro miserie. Per Natale feci preparare una grande festa nel quartiere del Jardins des Plantes, dove vive la maggior parte degli italiani, e l'albero di Natale era carico di bambole di tutte le specie.
Continu ancora a portarmi bambole su bambole, finch non sapevo pi che cosa farmene poich avevo pi bambole che ammalati. Tutte le sedie e i tavoli della mia stanza erano occupati da bambole e la gente mi chiedeva di mostrar loro "i miei cari bambini", e quando rispondevo che ero scapolo e bambini non ne avevo, non mi credevano. Se debbo dirvi la verit quando giunse la primavera la mandai a St. Moritz per cambiar aria. Da allora non l'ho pi vista, ma se mai le capitasse di leggere questo libro essa comprender che furono lei e le sue bambole che per prime mi fecero pensare di pubblicarlo.
Niente  cos contagioso come il successo. Tempo fa ricevetti una lettera da un signore sconosciuto che si diceva sindaco di una grande citt; diceva che dopo aver letto un articolo intitolato "Per coloro a cui piace la musica", aveva revocato l'ordine che proibiva ai suonatori d'organo di girare per la citt, ed aveva detto ai suoi bambini di dar sempre un soldo al vecchio suonatore perch "forse era Don Gaetano". Confesso ch'io mi sentii molto lusingato da tale lettera e certo anche il buon Sindaco ha contribuito a farmi pubblicare questo libriccino.
Ho atteso invano una lettera dai tedeschi di Capri. Quando ricever una lettera da loro la mia felicit sar allo zenit e ricadr nel silenzio felice.
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FINE.
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NOTE.
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(1) Tutte le frasi e parole in corsivo sono in italiano nel testo. (N. d. T.).
(2) In Italia le infime classi sociali usano ancora i salassi per ogni genere di disturbi, e questo trattamento vien praticato anche agli animali. So di una scimmia che a Napoli fu salassata due volte. (N. d. A.).
(3) I giocattoli tedeschi pagano, dal 1871, soltanto 60 frs. di dogana per ogni 100 Kg. (N. d. A.).
(4) La bambola  treize sous  un tipo caratteristicamente parigino: appartiene alla famiglia del poupos, e viene fatta usualmente di cartapesta o di legno. Dopo aver fatta la testa, la potenza creativa dell'artista si ferma d'improvviso: il resto del corpo  soltanto un abbozzo e si perde in un oblungo caos. (N. d. A.).
(5) Allora Direttore del Th. Fr. (N. d. A.).
(6) In simili casi il padrone di casa pu sequestrare tutto tranne il letto e le coperte. (N. d. A.).
(7) Per dieci anni fui il confidente, l'amico, il medico di molte italiane povere di Parigi, la maggior parte delle quali sono modelle. Durante questi anni vidi e assistetti a cose terribili. Nove anni di Roma hanno reso l'evidenza anche pi conclusiva. Delle modelle inglesi non so nulla e non ho nulla da dire. (N. d. A.).
(8) Il porto di rifugio di molti naufraghi che ancora possono e vogliono lavorare. Gli spazzini di strada a Parigi sono in gran parte Italiani. (N. d. A.).
(9) Il met son bonnet  la comune e abbastanza caratteristica espressione usata dalle guide per indicare la piccola nube che improvvisamente copre la sommit del Monte Bianco, sicuro presagio di tempesta. Si vede molto bene da una certa distanza. (N. d. A.).
(10) Forse voi non sapete che nei circhi si usa tenere un coniglio nella gabbia della scimmia perch l'uno riscaldi l'altra. (N. d. A.).
(11) Letters from a Mourning City, di Axel Munthe. (Londra, 1899).
(12) Eccomi qui su una spiaggia rocciosa!
(13) Il vecchio mezzo di comunicazione tra Capri e Napoli, al quale disgraziatamente ora  stato sostituito un brutto vaporino.
(14) Scrivo come parlano qui, non l'italiano, ma il dialetto di Capri. Il vecchio imperatore che visse nell'isola per undici anni non lo chiamano mai Tiberio qui, ma "Timberio". (N. d. A.).
(15) Il nostro amico il vecchio G. per quindici anni ornamento e delizia della Piazza di Capri, sempre gaio, sempre assetato, sterminatore di quaglie e di bottiglie di vino, ora riposa nel tranquillo campicello vicino a Capri ove il verde cupo dei lauri e dei cipressi spicca tra gli ondeggianti rami del suo albero favorito: la vite. Il vecchio Spadaro  ancora vivo e vi narrer tutto ci che concerne il suo compianto padrone. (N. d. A.).
(16) Pochi stranieri visitano la grotta di Mitromania, il cui nome pu darsi derivi da Magnum Mitrae Antrum.  orientata ad Est ed i primi raggi del sole illuminano le sue tenebre. Si sa da scavi fatti l che una volta, il vecchio, pur sempre giovane dio sole, era adorato in questa grotta. (N. d. A.).
(17) Pumaroli - Pomidoro, il frutto favorito degli italiani del Sud, il principale ingrediente di ogni vivanda, che attenua la monotonia dei maccheroni. (N. d. A.).
(18) La campana che sonava per avvisare le spiagge del golfo dell'avvicinarsi dei pirati. (N. d. A.).
(19) Ogni anno questi mercanti di schiavi venivano a Napoli, sceglievano le loro vittime fra le frotte di monelli straccioni che vagavano per le strade, e li mandavano a Londra o a Parigi per speculare sulla loro miseria: generalmente finivano cantatori di strada o modelle. (N. d. A.).
(20) La caratteristica del colera, stato algido, quando il corpo  diventato freddo.
(21) Il sagrestano racconta che quando Alfonso d'Aragona assedi Napoli nel 1439, una pallottola, passando attraverso la finestra sopra all'altare, stava per colpire il crocefisso quando l'immagine chin il capo e la palla s'incastr nel muro. In quello stesso istante il fratello di Alfonso sul campo degli assedianti fu colpito al capo da una pallottola e cadde mortalmente ferito.
(22) I Napoletani rifuggono dal toccare i moribondi tranne che non sia assolutamente necessario: stanno nella stanza ma sempre ad una certa distanza dal letto.
(23) La morte  niente, il morire e un'invenzione ignominiosa.
(24) Quando un bambino cade ammalato, i genitori per ottenerne la guarigione fanno il voto di portare per un certo numero d'anni i colori della Madonna, e niente al mondo pu indurli a toglierseli prima dello scadere del termine. Marrone con bordi bianchi  il colore della Madonna del Carmine, bianco con bordi rossi quello della Madonna della Saletta, ecc. ecc.
(25) Quasi gli abitanti del vicolo morirono. Un rapporto ufficiale del tempo dice che in un'ora solo si verificarono pi di trenta casi. (N. d. A.).
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FINE.