Tommaso Moro.
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L'UTOPIA.
O la migliore forma di repubblica.
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Traduzione e cura di Tommaso Fiore.
1942. Giuseppe Laterza & Figli Editori, ROMA - BARI.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Qui il famosissimo libro scritto nel 1516 da Sir Thomas More, 1478 - 1535, Cancelliere d'Inghilterra, il cui nome fu italianizzato in Tommaso Moro, che fece e fa ancora parlare di se a distanza di secoli.
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INDICE.
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Scheda biografica di Thomas More.
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Introduzione. di Tommaso Fiore.
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Tommaso Moro saluta Pietro Gilles.
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Relazione dell'eccellentissimo Raffaele Itlodeo sulla miglior forma di repubblica.
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LIBRO PRIMO.
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LIBRO SECONDO.
Delle citt, e di Amauroto espressamente.
Dei magistrati.
Arti e mestieri.
Dei rapporti fra cittadini e cittadini.
I viaggi degli Utopiani.
Sugli schiavi.
La guerra.
Religioni degli Utopiani.
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FINE Indice.
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SCHEDA BIOGRAFICA di Thomas More.
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1474. John More, magistrato di piccola nobilt, sposa (24 aprile) Agnes Granger, che in sette anni (1475-1482) gli dar alla luce sei figli.
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1477. Da quelle nozze, secondogenito dopo la sorella Joan, il 7 febbraio 1477 (o 1478) nasce a Londra Thomas More.
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1490. More entra come paggio in casa di John Morton, cancelliere d'Inghilterra e futuro cardinale, per impararvi la disciplina e le buone maniere.
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1492. All'Universit di Oxford segue gli studi di umanit.
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1493. Nel New Inn di Londra inizia lo studio del diritto.
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1496. Si trasferisce (12 febbraio) da New Inn al pi prestigioso Lincoln's Inn, perfezionando la sua preparazione giuridica. Vi rester fino al 1500.
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1497. Muore (primo settembre) Henry Abyngdon, organista del re, e More compone tre epigrammi funebri in suo onore (nn. 159, 160 e 161), altri due suoi epigrammi (nn. 273 e 274) appaiono a stampa ad Anversa in una grammatica latina per fanciulli intitolata "Lac puerorum". Si tratta delle sue prime composizioni databili.
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1499. Nel giugno Erasmo sbarca in Inghilterra, dove si tratterr fino al gennaio 1500. In agosto More lo conduce a rendere omaggio al principe Enrico (il futuro Enrico Ottavo), allora in et di otto anni, al quale entrambi i visitatori offrono versi. Inizia da quell'incontro la loro fervida amicizia.
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1501. Assiste nella cattedrale di San Paolo alle fastose nozze (14 novembre) tra il principe di Galles Arturo e l'infanta Caterina d'Aragona, che descrive nella sua prima lettera superstite. Ammesso alla professione forense, d lezioni di diritto a Furnival's Inn, una scuola dipendente da Lincoln's Inn; assolver tale incarico fino al 1517. Prende stanza presso la Certosa di Londra, dividendo la severa vita dei monaci, per saggiare la propria vocazione ascetica.
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1502. Approfondisce lo studio del greco e gareggia con William Lily nel tradurre in versi latini diciotto carmi tratti dall'"Anthologia Planudea"; col titolo di "Progymnasmata" li pubblicher nel 1518 in apertura della raccolta dei propri "Epigrammata".
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1503. La regina Elisabetta muore di parto (11 febbraio) in et di 37 anni; More detta in inglese un'elegia di compianto ("A Ruefel Lamentation") sui mali del tempo. Thomas Granger, nonno materno di More, assume (11 novembre) la carica di sceriffo di Londra.
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1504. Si apre (21 gennaio) la sessione del Parlamento; More vi siede alla Camera dei Comuni. Dopo l'ottobre (e non oltre il gennaio 1505) sposa la diciassettenne Jane Colt, figlia maggiore di un gentiluomo di campagna dell'Essex; ha deciso di rinunciare al monastero per timore di cedere alla concupiscenza. La coppia si installa nel sobborgo di Bucklersbury sul Tamigi, nella casa detta "The Barg"e (La scialuppa), dove More abiter fino al 1524.
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1505. Probabilmente il primo gennaio offre quale strenna la propria versione inglese della biografia di Giovanni Pico della Mirandola (dettata dal nipote Gianfrancesco) all'amica d'infanzia Joyce Lee (Leigh), che ha preso a Londra il velo delle clarisse. La versione sar poi stampata a Londra intorno al 15 10. Erasmo sosta per qualche mese in Inghilterra, ospite di More, e gareggia con lui nel tradurre alcuni dialoghi di Luciano; al secondo si debbono le versioni del "Cinico", dell'"Incredulo", del "Negromante" e del "Tirannicida"; a quest'ultimo testo More allega di suo una confutazione accademica. Circa in settembre nasce la primogenita Margaret, la prediletta Marget o Meg, colta, affettuosa e devota (m. 1544), che viene allattata da mother Giggs insieme con la sorella di latte Margaret Giggs, che More crescer in casa propria come una figlia.
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1506. More dedica (aprile) la propria versione di Luciano al prelato e diplomatico Thomas Ruthal (m. 1523), che sar dal 1509 vescovo di Durham; insieme alle traduzioni di Erasmo, quelle di More vedono la luce a Parigi, il 6 novembre, dai torchi di Josse Bade. Nasce la seconda figlia Elizabeth.
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1507. Fino al 29 settembre More  "pensioner" di Lincoln's Inn, dove assume poi funzione di "butler" (maestro di casa). Nasce la terza figlia Cecily.
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1508. Probabilmente nell'autunno compie il suo primo e breve viaggio sul continente, dove visita le Universit di Parigi e Lovanio, interessandosi ai programmi e ai metodi didattici.
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1509. Muore a Richmond (21 aprile) Enrico Settimo; l'incoronazione di Enrico Ottavo e di Caterina d'Aragona (sposi il 1 giugno) ha luogo a Westminster il 24; More detta per l'evento un "Carmen gratulatorium" in cinque componimenti latini (nn. 19-23). In agosto, reduce dall'Italia, giunge in Inghilterra Erasmo, il quale, ospite in casa di More, vi compone l'"Elogio della follia". In settembre More rappresenta i negozianti di Londra (la "Mercers' Company", che il 21 novembre lo accoglier fra i suoi membri) nelle trattative con la citt di Anversa. Nasce John, quarto ed ultimo figlio, l'unico maschio, che morir nel 1547.
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1510. More rappresenta la City di Londra (21 gennaio) nel primo Parlamento convocato da Enrico Ottavo. E' chiamato (3 settembre) alla carica di vice-sceriffo di Londra; sieder ogni gioved mattina per giudicare le cause spicciole del tribunale municipale. E' nominato docente (22 ottobre) a Lincoln's Inn per il ciclo di lezioni autunnale. Il cognato John Rastell (marito della sorella Elizabeth) stampa a Londra la versione di "The Life of John Picus Erle of Mirandula".
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1511. Dai primi d'aprile Erasmo  daccapo ospite di More, cui dedica (9 giugno) l'"Elogio della follia", destinato a vedere la luce ad Anversa l'anno seguente. Tra il luglio e l'agosto muore, a soli 23 anni, la moglie Jane; dopo un solo mese di vedovanza, certo spinto dalla necessit di affidare a cure responsabili i suoi quattro bambini, si accasa con la quarantenne Alice Middleton, da due anni vedova di un "mercer" londinese, che ha con s una figlia grandicella. Continua i corsi autunnali a Lincoln's Inn.
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1512. Nel febbraio-marzo  daccapo deputato di Londra ai Comuni nel secondo Parlamento di Enrico Ottavo.
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1513. E' chiamato (13 settembre) a far parte di una commissione incaricata di provvedere al restauro del ponte di Londra. Inizia la stesura della "History of King Richard Third", cui non dar l'ultima mano e che vedr la luce postuma nel 1641.
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1514. Raggiunge a Lincoln's Inn (primo novembre) il massimo grado accademico di "lent reeder".
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1515. Chiamato a far parte (7 febbraio) della missione diplomatica inglese incaricata di negoziare nei Paesi Bassi il rinnovo dei patti commerciali, More figura fra i destinatari delle istruzioni regie (7 maggio). Partito da Londra il 12, insieme al segretario personale John Clement, giunge a Brugge il 17 e l, poco pi tardi, rivede Erasmo. Nelle pause delle difficili trattative ha occasione di recarsi per consultazioni a Magonza (primo luglio), a Tournai, e di visitare a Malines (agosto) Hironymus Busleyden, nella sua splendida casa-museo.
In settembre soggiorna ad Anversa presso Pieter Gilles, segretario della citt, e in quello scenario colloca il dialogo del libro secondo di Utopia, vergato appunto in quei mesi. Tornato a Brugge, il 20 ottobre vi data la lunga lettera polemica diretta a Martin van Dorp in difesa di Erasmo. Bench compreso nella rinnovata commissione regia del 2 ottobre, More non attende la firma del nuovo trattato politico e commerciale fra Inghilterra e Borgogna (sottoscritto soltanto il 24 gennaio 1516); il 23 ottobre aveva lasciato Brugge, il 24 era a Gravelines, diretto a Calais per l'imbarco verso la patria.
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1516. Scrive ad Erasmo (febbraio) di aver ricusato una pensione regia, che avrebbe compromesso la sua indipendenza professionale al servizio della "Mercers' Company". Nel primo semestre stende il libro 1 di "Utopia". E' nominato (10 giugno) consigliere legale della Commissione annonaria di Londra. Nuova sosta a Londra di Erasmo (dal 20 giugno), sempre ospite di More, che lo accompagner sulla via del ritorno fino a Rochester (21 agosto). In vista della pubblicazione, il 3 settembre, spedisce ad Erasmo il testo compiuto di "Utopia", distinta ancora con il titolo originario "Nusquama"; il 2 ottobre l'amico gli assicura il proprio interessamento per la stampa. Affidata al tipografo-editore Thierry Martens di Lovanio, l'"Utopia" vede la luce nel dicembre.
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1517. Il 4 gennaio un esemplare di "Utopia" a stampa  nelle mani di Lord Mountjoy, a Tournai. Nel marzo More  chiamato a far parte della commissione di vigilanza su pesi e misure e di quella delle decime. Una deliberazione regia (26 agosto) designa More con due colleghi (che tutti insieme il re qualifica "our counciliours") a rappresentare l'Inghilterra in una controversia con la Francia per questioni di pirateria. La missione conduce More a Calais ai primi di settembre; dal 29 di quel mese corre lo stipendio di 100 sterline annue assegnatogli quale consigliere reale. Thomas Lupset cura a Parigi la seconda edizione di "Utopia" impressa (ottobre?) da Gilles de Gourmont. More rientra a Londra (20 dicembre).
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1518. Johann Froben stampa a Basilea (marzo) la terza e definitiva edizione di "Utopia", che reca in calce, con autonomo frontespizio, l'edizione principe degli "Epigrammata". Dal 5 marzo More risulta al servizio del re, quale membro del Consiglio privato, e al cadere d'aprile Erasmo gli scrive col rammarico di vederlo allontanato dagli studi e dagli amici. More si dimette (23 luglio) dalla carica di vicesceriffo.
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1519. Scrivendo ad Ulrich von Hutten (23 luglio), Erasmo delinea un affettuoso e lusinghiero ritratto di More. Gli eredi di Filippo Giunta ristampano a Firenze (luglio) la versione di Luciano e l'"Utopia".
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1520. E' chiamato (8 aprile) a far parte della commissione incaricata di ricevere l'imperatore e di rinnovare il trattato commerciale con l'Impero; muove da Greenwich (21 maggio), al seguito del re, per incontrare a Dover Carlo Quinto; si imbarca (31 maggio) col re per l'incontro con Francesco Primo di Francia (campo del Drappo d'oro, 7-24 giugno). Designato (10 giugno) a trattare gli accordi commerciali con le citt anseatiche, si reca a Brugge (25 luglio), dove incontra Erasmo e Vives. Froben stampa a Basilea (dicembre) l'edizione definitiva degli "Epigrammata".
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1521. E' nominato (2 maggio) cancelliere dello Scacchiere e vice-tesoriere d'Inghilterra; il suo stipendio annuo ascende ora a 173 sterline;  insignito del titolo di cavaliere, che lo autorizza a portare la collana d'oro con le S intrecciate e la rosa araldica dei Plantageneti. La figlia Margaret, sedicenne, sposa (2 luglio) William Roper (1496-1578), un giovane avvocato destinato a scrivere la prima e pi sensibile biografia di More. E' chiamato (25 luglio) a far parte di una missione diplomatica, che sbarca a Calais il 2 agosto e raggiunge Brugge il 14; l si intrattiene con Erasmo, Vives e Gaspare Contarini; trascorre parte di settembre a Calais e il 14 ottobre  rimandato in Inghilterra per riferire al re.
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1522. Convalescente da un'epidemia, riceve in dono dal re (8 maggio) la tenuta di South nel Kent. Recita a Londra (6 giugno) l'orazione ufficiale di benvenuto all'imperatore Carlo Quinto. Intraprende, in gara con la figlia Margaret, un trattato ascetico su "The Four Last Things", che lascer incompiuto e verr pubblicato postumo nel 1557.
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1523. Con lo pseudonimo Ferdinandus Baravellus firma (13 febbraio) la dedica di una sua polemica "Responsio" contro Lutero; l'opera avr una seconda edizione in settembre, con un'aggiunta di 60 pagine, sotto il nuovo pseudonimo di Gulielmus Rosseus. E' eletto (15 aprile) "speaker" della Camera dei Comuni nel quarto Parlamento di Enrico Ottavo.
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1524. Si installa, prima dell'ottobre, nella sua nuova, grande casa di Chelsea sul Tamigi.  nominato (10 giugno) "high steward", cio patrono e censore, dell'Universit di Oxford.
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1525. Recita a Windsor (6 giugno) l'orazione di benvenuto al nuovo ambasciatore di Venezia Lorenzo Orio. Negozia e conclude (28-30 ago sto) la tregua con la Francia. Si celebrano (29 settembre) le nozze simultanee della figlia Elizabeth con William Daunce e della figlia Cecily con Giles Heron, di cui More era tutore dal marzo 1523 e che per la sua fedelt al cattolicesimo finir sul patibolo nel 1540; lo stesso giorno assume le funzioni di cancelliere del ducato di Lancaster. E' nominato (novembre) "high steward" anche dell'Universit di Cambridge.

1526. Ai primi dell'anno Margaret Giggs (1505-1570), figlia adottiva di More, sposa John Clement (m. 1572) gi precettore nella sua casa. Lascia (24 gennaio) l'ufficio di cancelliere dello Scacchiere. Rientra (14 luglio) da una breve missione diplomatica in Francia. Il re gli concede (19 novembre) una prebenda ecclesiastica a Westminster. Giunge ospite a Chelsea il grande pittore Hans Holbein, che ritrarr l'intero gruppo di famiglia e fisser le sembianze di More in una celebre tavola.
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1527. E' nominato (25 aprile) membro della commissione destinata a negoziare la pace con la Francia; al seguito del card. Wolsey, lascia Londra (3 luglio), sbarca a Calais (11 luglio), sosta ad Amiens e a Compigne e il 24 settembre si imbarca per il rimpatrio. Il re gli rivela (ottobre) la propria decisione di ottenere il divorzio; More si schermisce, sostenendo che si tratta di un affare da teologi e da canonisti.

1528. Il vescovo di Londra Cuthbert Tunstall incarica More (marzo) di confutare le tesi dei riformati. Recita a Greenwich (29 dicembre) l'orazione di benvenuto per il nuovo ambasciatore veneto Ludovico Falier. Fa restaurare a sue spese una cappella nella chiesa d'Ognissanti a Chelsea.
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1529. Insieme a Tunstall  designato (30 giugno) a rappresentare l'Inghilterra alla conferenza di Cambrai con la Francia; lasciata Londra il primo luglio, il 4  a Calais e il 5 a Cambrai, dove il 3 agosto viene firmata la Pace delle Dame; il 20 More ne d relazione al re. John Rastell stampa a Londra (giugno) il "Dialogue Concerning Heresies". William Rastell (1508-1565), figlio del precedente, pubblica a Londra (settembre) "The Supplication of Souls". Caduto in disgrazia il card. Wolsey, More riceve a Greenwich (25 ottobre), dalle mani del re, il Gran sigillo e diventa cancelliere del regno; il suo stipendio sale a oltre 400 sterline annue. All'apertura del Parlamento (3 novembre) presiede "ex officio" la Camera dei Lords. Il figlio John sposa Anne Cresacre (1511-1577).
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1530. Rivede e completa il "Dialogue Concerning Heresies", in vista di una
 nuova edizione. Ai primi di dicembre si spegne il padre, John More.

1531. William Rastell pubblica (maggio) la seconda edizione del Dialogue contro le eresie. Nasce a Chelsea (8 agosto) il nipote e figlioccio Thomas More (m. 1606).
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1532. Adducendo a pretesto la cattiva salute, l'eccesso di lavoro e il compenso insufficiente, si dimette (16 maggio) dalla carica di cancelliere e il 19 consegna al re il Gran sigillo; in realt, non si sente di appoggiare la condotta del sovrano nella questione del divorzio. Pubblica presso W. Rastell la prima parte (libri I-III) della "Confutation" delle tesi dell'eretico William Tyndale. Sottoscrive (7 dicembre) "A Letter Impugning the Erroneous Writing of John Fryth", in difesa della transustanziazione, che W. Rastell stamper pochi mesi dopo. Costruisce la tomba di famiglia nella chiesa di Chelsea e vi trasporta i resti della prima moglie; un affettuoso epitaffio esprime la volont di riposare accanto alle sue due consorti.

1533. Il nipote Rastell pubblica (aprile) la diffusa "Apology" con cui More respinge le accuse di aver usato eccessiva durezza nella repressione dell'eresia. Anna Bolena viene incoronata regina a Westminster (l' giugno): More si esime dall'assistere alla cerimonia. Al cadere dell'anno ancora il Rastell stampa "The Debellation of Salem and Bizance" contro gli errori dottrinari di Christopher Saint-German. Inizia (settembre) la stesura di "The Answer to a Poisoned Book [...] Named the Supper of the Lord", opera di John Frith; Rastell lo dar in luce l'anno seguente. Lo stesso Rastell stampa la seconda parte (libri IV-Ottavo) della "Confutation" di Tyndale.

1534. Ha gi redatto (marzo) una buona met del "Treatise on the Passion", che apparir in luce postumo nel 1557. Invitato a prender posizione netta nella controversia sul divorzio reale, si presenta (13 aprile) al palazzo arcivescovile di Lambeth e rifiuta di sottoscrivere l'Atto di successione (votato dai Lords il 23 marzo), non per la parte che legittima la successione dei discendenti dalle nuove nozze del re, ma per il preambolo che proclama la supremazia sovrana sulla Chiesa d'Inghilterra e instaura, di fatto, lo scisma.
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Viene carcerato (17 aprile) nella Torre di Londra; ammalato, sofferente, ma sereno,  confortato dalle affettuose visite della figlia Margaret; compone vari scritti di meditazione e di ascesi religiosa. Nel corso di quattro drammatici interrogatori (30 aprile, 7 maggio, 3 e 14 giugno) tiene testa con pacata fermezza alle minacce e alle blandizie dei giudici asserviti al monarca. Viene condannato a morte (Westminster, primo luglio) sotto l'imputazione di aver parlato del re in modo malizioso, traditoresco e diabolico.
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Scrive (5 luglio) l'ultima lettera a Margaret, benedicendo tutti i suoi cari. Il 6 luglio, alle 9 del mattino, viene decapitato sulla Tower Hill per gentile concessione del re, che gli risparmia l'impiccagione inflitta ai traditori; la sua testa mozzata viene esposta sul Ponte di Londra, rimpiazzando quella del cardinale John Fisher, che era stata troncata il 22 giugno.
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Un'ondata di sdegno e di commiserazione corre l'Europa: una "Expositio fidelis" del suo comportamento e del supplizio patito con inflessibile animo circol largamente, a partire dal 23 luglio, sotto il nome sibillino di Philippus Montanus, che cela forse quello illustre di Erasmo; largamente nota fu anche la lettera di eguale argomento spedita il 9 agosto dal cardinale Niccol Schnberg al card. Marino Caracciolo. Vari scritti ascetici vergati da More in carcere videro la luce postumi. Nel 1889 papa Leone Tredicesimo lo beatific e nel 1935 (19 maggio), quarto centenario del supplizio, Pio Undicesimo lo proclam assunto fra i santi.
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INTRODUZIONE. di Tommaso Fiore.
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Nessuno  divino che non sia umano, nessuno  umanissimo che non sia divino.
MARSILIO FICINO.
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Appare la prima volta il nome del Moro in bocca a Erasmo, sulla fine del 1499, 
fra quel gruppo di umanisti che, per purgare le scorie del passato, erano 
ispirati dal Colet alla religione universale del Ficino (1). Non aveva che 21 
anni, allorch veniva accolto con ammirazione in una larga cerchia di studiosi, 
da padre Grocyn, dal medico Linacre, dal futuro direttore della scuola di San 
Paolo, Lily, a tanti altri, il Tilly, il Latimer, Thommaso Wilson, sino 
all'arcivescovo Fisher e a politici quali Pace, Tunstall, Elyot. Eccolo dunque 
inserito nella battaglia europea guidata da Erasmo, e poi da Bud e Lefvre, da 
Reuchlin, dal Vives; a pro dell'umanesimo, la duplice "renascentia" delle 
lettere e del cristianesimo, secondo la nota espressione del Burdach (2).
Veramente il Moro, per tradizioni familiari, era stato avviato alla legge e da 
fanciullo educato in casa del cardinale Morton, gran cancelliere, alla 
discussione degli affari pi gravi. Ecco come nell'umanesimo port una sua 
particolare esperienza, di professore di diritto a Furnival's Inn, deputato, 
sottosceriffo, cio difensore dei diritti di Londra, e avvocato. Il 1501 vien 
pregato dal Grocyn di commentare in San Lorenzo il "De civitate Dei", e lo fa 
senza sottigliezze teologali, nello spirito storico del Colet. Uomo dei suoi 
tempi, rivolge per la sua ammirazione al Savonarola e poi al Pico; di 
quest'ultimo traduce la vita e ne accetta l'indirizzo senza servilismo.
Ed ecco nella primavera del 1504 il difensore di Londra intoppare nella prima 
disavventura col governo: il ministro lo chiama un ragazzo imberbe per aver 
osato di risponder picche a una richiesta di pecunia da parte del re. E il bel 
risultato fu che dal regale sdegno fu costretto a ritirarsi a vita privata; 
peggio, suo padre, membro della commissione creata per il sussidio, venne messo 
in prigione, di dove lo trasse una multa. Nulla di strano che il Moro si 
sfogasse in epigrammi fra morali e politici. Ce n' uno, "Quis optimus 
reipublicae status", che svolge la polemica antimonarchica ed  quasi un primo 
abbozzo del l'"Utopia". Non gli mancava certo il buon umore, dotato naturalmente 
com'era di uno spiritaccio mordace e fantasioso, e volentieri levava il pelo a 
frati e uomini di chiesa mondani e ignoranti.
L'avvento di Enrico Ottavo, marzo 1509, riapr al Moro la professione e la 
carriera, e al gruppo umanistico la spinta a osare. In un suo carme al re 
troviamo quello che sempre chiedono i popoli: fine del regime di terrore con 
l'annesso spionaggio, dominio della legge, libert commerciale e conseguente 
politica tributaria, indipendenza della magistratura e promovimento della 
cultura.
L'autunno dello stesso anno vien fuori l'"Encomium Moriae" ed  dedicato al 
Moro: proprio in casa di costui, Erasmo redige il manifesto di quel 
cristianesimo umanistico che il Voltaire del Cinquecento veniva elaborando, 
quasi un presentimento dell'illuminismo. Il noto giudizio  del Dilthey (3). E 
non  un caso. L'abate Bremond, che sa tante cose, assicura che non basta parlar 
di collaborazione da parte del Moro: costui ha voluto tirar qualche colpo a 
lato del suo amico. Vi sono pubblicazioni di lui che raggiungono la "Moria" 'per 
caustica malizia e spirito aggressivo' (4). Ma c' ben altro! Il Moro si assume 
la responsabilit di quella spassosa denuncia contro il farisaismo ecclesiastico 
che  l'"Elogio della pazzia", e ne scrive una lunga lettera a un teologo 
tedesco, il Dorp, che oscillava fra le varie tendenze del tempo (5). E' 
difficile trovare pagine pi erasmiane di queste: lo stesso attacco contro 
dialettici e teologi, contro il principio di autorit negli studi, la stessa 
difesa delle lettere classiche e della loro utilit per gli studi civili e 
sacri, le stesse schernevoli accuse contro la scolastica, di assurdit, 
vaniloquio, immoralit, indifferenza ai veri problemi di religione, d'inutilit, 
d'ingombrante onniscienza e cialtroneria... E qui l'aneddoto esilarante del 
teologo che, a sostegno delle sue tesi non esita a citar dal Vangelo e dalla 
Bibbia testi mai esistiti: il teologo  come un gallo che canta nel suo 
immondezzaio e fuor di l non  buono a nulla.
Il re intanto nel 1512 riprende la vecchia politica, la Francia era suo 
patrimonio ed eredit! L'anno seguente il Colet predica in presenza del re, 
attacca il modo brigantesco di far la guerra. Il Moro intanto lavora a una 
esposizione storica dei suoi tempi, e bersaglio  sempre la tirannide, non 
quella in astratto, della tradizione classica, ma della monarchia inglese n pi 
n meno. L'eroe  Hastings, stoicamente drappeggiato: il nobile va a morte 
innocente, con orgoglioso disprezzo della morte. Anche la druda regale trova 
grazia presso il nostro, perch ingiustamente perseguitato, e non  la prima 
volta che egli sente il fascino della bellezza (6).
Due anni dopo che la guerra  finita,  difficile, fra Moro ed Erasmo, trovare 
chi la detesti di pi, ne parli con maggiore orrore. Nell'estate del 1515 il 
primo si trova in missione nei Paesi Bassi, e cos pot buttar gi il primo 
libro dell'Utopia, il paese che secondo il nome non esiste. In quei giorni 
trovavano grande accoglienza in Inghilterra le "Epistolae obscurorum virorum" 
dell'Hutten. Allora Erasmo, anche per suggestione dell'"Utopia", manda in giro 
per l'Europa la sua "Querela pacis" e mette mano a raccogliere le sue 
meditazioni politiche nella "Institutio principis christiani", dedicandola al 
giovine signore dei Paesi Bassi, il futuro Carlo Quinto.
La precettistica erasmiana risponde ad esigenze morali eterne, anche se noi 
abbiamo sistemato diversamente i rapporti fra morale e politica;  largamente 
accettata.

"La monarchia temperata  la forma preferibile di governo. E' il consenso che fa 
il principe. I doveri fra principe e popolo sono mutui. Se non puoi difendere il 
regno senza violar la giustizia, senza versar molto sangue umano e offender la 
religione, abbandonalo piuttosto e dimettiti. Un buon principe non deve 
assolutamente intraprendere una guerra, se non dopo aver cercato tutti i mezzi 
possibili per evitarla".

Poi  quistione di tassare non i poveri ma i possidenti, non i beni necessari 
alla vita ma il lusso; di praticare una politica finanziaria onesta, di 
prevenire il delitto piuttosto che punirlo. Ed ecco, alla fine dello stesso 
1516, vien fuori a Lovanio l'"Utopia", e la cura Erasmo in persona.
La prima cosa che colpisce in questa scoperta di terre ignote  l'interesse per 
le cose pratiche, particolare del Moro. Chi non guarda con ammirazione, chi non 
vanta anche oggi le sue sorprendenti divinazioni? La condizionalit della pena, 
le citt-giardino, le incubatrici artificiali, i concorsi di giardini, 
l'eutanasia, il lavoro obbligatorio, le sei ore di lavoro, perfino la politica 
coloniale dei mandati, della Societ delle nazioni. Questo ed altro ancora. Ma 
sono conquiste del comunismo, disse spiattellatamente il Moro..
Inutile scandalizzarsi, inutile attenuarlo o saltarlo, come dentro una sala di 
nudi procaci. C' poi chi riguarda l'"Utopia" come un sereno gioco dello 
spirito (7)! Certo, si tratta di un gioco terribilmente serio, bisogna capirlo.
In linea con gl'ideali idillici del Rinascimento, che poi sfoceranno in Rousseau 
e oltre, c' il sogno di una societ perfetta, sotto la guida di un principe 
filosofo, e l'ha attuata questa volta Utopo, per la felicit umana, per mezzo di 
una costituzione che  la migliore possibile, veramente repubblicana, da 
assicurare la pratica delle pi alte virt. Tutti i beni siano posseduti in 
comune, ha fissato la legge, allo scopo di uccidere la vecchia bestia della 
superbia. Dunque la propriet privata, "voil l'ennemi"! Dove c' la propriet 
privata, dovunque si commisura una cosa col danaro, non  possibile che tutto si 
faccia con giustizia e tutto fiorisca, per lo Stato. Invece in quella terra 
felice, tolta di mezzo la povert, ognuno accetta senza difficolt il lavoro 
obbligatorio, per sei ore, a servizio dello Stato, senza per stancarsi, come 
una bestia da soma. Non manca l'obiezione aristotelica dell'interesse privato, 
e la presenta l'amico Pietro Gilles; ma lo scopritore e relatore, Itlodeo in 
persona assicura che in Utopia si realizza pienamente l'ideale dell'uomo, la 
virt, la vita dello spirito, la libert, la cultura, in breve tutte le cose 
nelle quali l'umanesimo erasmiano ripone la felicit della vita. Il libro si 
chiude col noto scherzo delle perle, nonch dell'oro abbandonato ai vasi 
immondi, e poi ci esilara una fantasia di sapore aristofanesco. Come Bacco 
nell'inferno, cos ambasciatori bardati di oro vengono scambiati per valletti e 
schiavi, e tutti ne ridono.
Continuavano dunque in pieno Rinascimento i dibattiti medievali sulla propriet 
privata, come contraria alla santit? Mai pi; ma il Moro, una volta messosi a 
sanar le piaghe d'Europa offrendole un ideale assoluto, spirito com'era 
consequenziale all'estremo, non pu torcer l'occhio dallo specchio delle 
origini, il cui fascino stava per riaccendersi vivacemente in Europa, e sarebbe 
stato la vita in comune degli apostoli, dopo il paradiso terrestre e l'et 
dell'oro. Era questo il famoso stato di natura, e si trovava in accordo con la 
ragione platonica, e cristiano era parso a San Clemente e a Sant' Ambrogio. Non 
era ancora scoppiato l'incendio luterano, non ancora Carlo Quinto aveva 
minacciato quel cesarismo contro cui si sarebbe coalizzata l'Europa. Era dunque 
quello il tempo perch l'Utopia bandisse il nuovo verbo, la nuova legge di vita!
Pi sorprendente  la sistemazione razionalista ed eudemonistica della cultura, 
che regge il nuovo Stato. A parte la rivelazione cristiana, che  fuor di 
discussione, qui  gi religione far bene al proprio simile, anzi  questa la 
pi alta forma d'umanit; qui lo studio del vero  di per se stesso come una 
forma di culto accetta a Dio, e insomma anche i princpi religiosi si trovano 
sottoposti alla ragione. Tocca infatti alla ragione unificare le varie credenze 
e risultato ne  la religione della natura, assai vicina al cristianesimo. 
Dunque, nel pi profondo spirito del Ficino, di Pico e del Colet, si celebra 
l'uomo, contemplatore pieno di curiosit e di zelo, solo essere capace di sl 
gran cosa qual  il pensiero; per l'uomo Dio ha fatto questa macchina del 
mondo e l'ha esposta all'osservazione di lui, come fanno gli altri artisti di 
loro quadri e statue.
Non si tratta per di semplice indagine; la natura, sollevata ormai dalle 
bassure del peccato,  anche regola di vita, "naturam sequi". E non si perita di 
aver come fine il piacere, anche quello fisico, salute, bellezza, forza, 
snellezza. Siamo lungi dalle lascivie del Rabelais! Questa in Utopia  la 
creazione pi alta della ragione, e d luogo a un culto unificato, senza per 
questo si vietino altre credenze. Qual  la vera religione? Non lo sappiamo, 
risponde con Utopo Moro stesso, che tiene presenti le grandi dispute del 
neoplatonismo. La natura del divino  superiore alle capacit dell'intelligenza 
umana. Costringere con la forza o con le minacce ad una fede piuttosto che 
all'altra  una cosa mai vista, "insolens", e sciocca, "ineptum". Ne sua 
cuiquam religio fraudi sit, nessuno sia molestato per le sue idee religiose!
Per conchiudere, questa coordinazione di ragione, natura, piacere e Dio , pi 
che altro, una cultura e bisogna guardare al suo insieme come moto di libert. 
Perci non si pu sostenere, senza equivoco, che il Moro stette per l'autorit 
e la disciplina (8), come noi intendiamo queste cose. N poteva riuscire il 
tentativo dell'Oncken e del Ritter, di trovar il demonico della potenza 
nell'"Utopia" (9). A parte il trascendentismo, che  il segno del tempo, non so 
chi pi del Moro sia stato pi parlamentare, antibelliasta, egualitario e 
antiformalista, per osservazioni e indirizzo suo personale, oltre che per 
ragioni storiche. Questa fedelt del politico alla ragione, al diritto e alla 
moralit, segna il contributo da lui dato in seno all'umanesimo alla civilt 
moderna.
Non ebbe il Moro, bisogna rassegnarsi, quella tremenda gravit e seriet dei 
fondatori di Stati, dei politici che il moto della storia chiama a risolvere 
crisi particolari col necessario ardire; nulla per  pi alieno dal loro animo 
quanto il cinismo. Ricorda piuttosto quegli onesti reggitori che, in tempi 
normali, amministrano scrupolosamente la giustizia, aborrono dai torbidi, 
favoriscono gli studi e l'elevazione sociale, predicando con l'esempio e 
vantandosi magari di non aver mai torto un capello a nessuno, di non aver 
aumentato un soldo di tasse... E si capisce che, chiamato per la propria pratica 
commerciale il 1518 nel Consiglio privato del re e 2 anni dopo alla segreteria 
dello Scacchiere, abbia lasciato fama leggendaria di rettitudine, che trapass 
nei racconti popolari.
I tempi si son fatti grossi e di aderire a Lutero non  neppur il caso di 
parlarne, n per lui, Moro, n per Erasmo, si sa, e nemmeno per Colet, lontani 
come sono da un acceso agostinianismo. E poi si tratta, per essi, di riordinare 
la Chiesa, non di sovvertirla, nei modi tradizionali del concilio. Che vuol dire 
della ragione, della discussione. Anche nei rapporti con la monarchia il Moro 
non cangia, non  per la guerra contro la Francia, che s'inizia il '22. Ed  pi 
che mai per la difesa del parlamento. Il re ha bisogno l'anno dopo di 8 mila 
sterline, non un soldo di meno, e il nuovo "speaker", Moro, non  preoccupato 
che delle libert parlamentari: Che ognuno possa liberamente e senza paura 
sgravar la propria coscienza ed esprimere coraggiosamente il suo avviso in ogni 
evenienza (11). Cos suona la sua supplica al re, che  di ben altro parere. Lo 
sa bene il Moro: Se la mia testa, dice in casa, potesse fargli guadagnare un 
castello in Francia, egli non esiterebbe a farla cadere (12). Mi sembra si 
possa sottoscrivere il giudizio del Chambers, che, perfin nell'epoca 
elisabettiana, quest'uomo resta l'ideale inglese, qual  anche oggi, pi che 
mai, di uno statista intrepido, "bluff", onesto, simpatizzante e pieno d'umore.
Sempre, nei momenti di crisi, si son trovati uomini, di eccezionale elevatezza e 
moderazione, per far da pacieri! Ma gi, dopo il sacco di Roma, dopo il convegno 
di Barcellona, 1528, dove il secondo papa Medici leg le fortune della sua 
famiglia col Cesare fiammingo, la monarchia inglese si gitt a quella guerra 
contro la Spagna che, a giudizio comune, avrebbe schiuso al paese la via 
all'espansione e all'impero. Moro si occupava del divorzio dalla regina 
spagnuola e il re lo volle allora stesso al cancellierato. La quistione del 
divorzio, portata dinanzi al papa, fatalmente si trasforma in una lotta 
d'influenze politiche. Che cosa fare?
Il concetto del cancelliere  cristallino.

"Poich Sua Altezza - scriveva al re - si  appellata dal papa al concilio, si 
guardi bene da ogni misura che rovinerebbe non solo l'autorit della sede 
apostolica ma anche quella della Chiesa universale. Nel prossimo concilio 
generale pu accadere che il papa presente sia deposto e un altro messo al suo 
posto, con cui il re possa intendersi meglio. Giacch, sebbene io, per me, 
ammetta la preminenza del papa, pure non ho mai creduto che questi fosse 
superiore al concilio generale".

Erano idee di un parlamentarista, per usare un termine moderno: si trattava di 
salvare il principio gelasiano dei due poteri, nel rispetto della "Magna 
Charta", che garantiva la libert della Chiesa. E il concilio costituiva la base 
indiscussa dell'edificio ecclesiastico, "the general Council of Christendom", il 
consenso dell'universalit dei fedeli. Quanti spiriti superiori, anche 
nell'apertura del concilio di Trento, molti anni dopo, lavorarono 
coscienziosamente, cattolici e protestanti, a salvare insieme l'unit e la 
libert della Chiesa!
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Ma gi dal febbraio 1531 il parlamento, su proposta dello stesso arcivescovo 
Warham, accettava che il re fosse capo della Chiesa. E nel maggio '35 la 
monarchia si sostituisce senz'altro al papato nella direzione della Chiesa 
nazionale: tale  l'Atto di supremazia. L'ironia della storia volle che proprio 
il pi gentile degli umanisti, uno dei pi arditi sognatori di libert, il 6 
luglio 1535, testimoniasse col suo sangue di quella libert che, due secoli 
dopo, avrebbe impresso di s il popolo e la nazione d'Inghilterra, avviando 
l'umanit tutta a destini migliori. Ci che ieri era Utopia oggi  storia, in 
gran parte.

"Thomas Morus grand personnage
sur l'chafaud reut la mort:
sous un tyran, tout homme sage
doit attendre le mme sort."
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Tommaso Fiore.
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NOTA. L'edizione critica presa a base della traduzione italiana  quella della DELAOURT (Droz, Parigi 1936), alla quale si rinvia per la storia delle edizioni dell'"Utopia".
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NOTE al testo dell'introduzione.
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Nota 1. ALLEN, "Opus epistolarum Erasmi", Oxford 1906, 1 n. 118.
Nota 2. "Riforma Rinascimento Umanesimo", trad. it., Firenze 1935, pp. 80-1 e 108.
Nota 3. "L'analisi dell'uomo e l'intuizione della natura", trad. it., Venezia 1927.
Nota 4. "Le bienhereux T. More", Paris 1930.
Nota 5. op. cit., 4 n. 1044, con la bibliografia, pp. 1245.
Nota 6. ALLEN, op. cit., 4 n. 1211, p. 525.
Nota 7. La frase  del BRIE, "Th. More, der Eitere" in Englichen Studien, 1936, p. 71.
Nota 8. REBORA, "San Tommaso Moro e l'Italia", in "Civilt italiana e civilt inglese", Firenze 1936.
Nota 9. "Die Utopia des Th. Morus und das Macht-problem in der Staatslehre", prefazione dell'Oncken alla trad. del Ritter nei Klassichen der Politik, 1922, pp. 23 sgg.
Nota 10. ALLEN, op. cit., 7, n. 1904, p. 8.
Nota 11. CHAMBERS, "Th. More", London 1938, pp. 200 sgg.
Nota 12. Lettera di Moro al Cromwell, del 1534, in "Works", ed. 1557.
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TOMMASO MORO SALUTA PIETRO GILLES (1).

Mi vergogno quasi, mio carissimo Pietro, di mandarti, a distanza di un anno circa, questo libretto sulla repubblica di Utopia, che tu certo ti aspettavi entro un mese e mezzo, ben sapendo che in questo lavoro io mi trovavo libero dalla fatica dell'invenzione e non dovevo preoccuparmi punto come dar ordine alla materia: il mio compito si limitava ad esporre ci che insieme con te sentii ugualmente narrare da Raffaele.
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N c'era di che affaticarsi nell'elocuzione, dacch la sua parola non pot uscire con ricercatezza, essendo anzitutto improvvisata alla svelta e poi di uno che non conosceva il latino con la stessa perfezione del greco; senza dimenticare che, quanto pi le mie espressioni si accostavano all'abbandono della sua semplicit, tanto pi sarebbero state vicine alla verit, della quale unicamente mi preoccupo, com' mio dovere.
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Con questo acquisto, caro il mio Pietro, posso confessarti che mi  stato tolto tanto lavoro, che quasi quasi nulla mi  rimasto da fare; altrimenti la ricerca dell'argomento e la disposizione avrebbero imposto a una intelligenza non spregevole e non del tutto incolta non poco tempo e studio. Ch se poi si fosse richiesto che la cosa fosse scritta in stile eloquente, non secondo verit soltanto, io non avrei potuto mai e poi mai compierla, con tutto il tempo e con tutto lo studio.
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Ma ora che eran levate tutte le preoccupazioni per cui ci sarebbe stato da versar tanto sudore, e non restava che trascrivere, cos, alla buona, ci che avevo udito, era sparita ogni difficolt.
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Eppure a condurre a termine questa cosa cos facile, una difficolt c'era, checio per le mie faccende il tempo mi era ridotto a men che nulla. Continuamente in tribunale, ora a trattar cause, ora ad assistervi, ora a comporre liti da conciliatore, ora, come giudice, a pronunziar sentenze; continuamente in visite, ora da uno per dovere, or da un altro per affari; continuamente fuor di casa tutta la giornata a disposizione degli altri o, quel poco che avanza, per i miei; per me, cio per gli studi, non resta nulla. In realt, tornato a casa, mi tocca conversar con mia moglie, far la voce grossa coi figli, parlare con chi ci serve; e tutte queste son faccende belle e buone, dacch bisogna pur che tu le faccia, di ci non c' dubbio, a meno che in casa non voglia trovarti come un forestiero di passaggio.
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Insomma bisogna pur adoprarsi a rendersi molto amabile con quelli che ti sono compagni della vita, te li abbia forniti la natura, o dati il caso, o scelti tu stesso; purch tu non li guasti con la tua affabilit o, a via di condiscendenza, non ne faccia, di sottoposti, padroni.
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In mezzo a queste occupazioni che ti vado dicendo, mi scappan via i giorni, i mesi, gli anni. Quando dunque prendo la penna in mano? Gi..., non ti ho detto nulla sinora del sonno e nemmeno del vitto, che per molti fa perdere non meno tempo del sonno, il quale alla sua volta fa perdere quasi met della vita. Io invece non dispongo, per me, che del tempo che rubo al sonno e al vitto. Troppo poco!
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Ma  pur qualcosa! Cos son riuscito una buona volta, se pur lentamente, a finir l'"Utopia" e te la mando, Pietro carissimo, perch tu la legga e mi faccia sapere se mai mi  sfuggito qualcosa. Vero  che da questo lato io sono ben sicuro di me... - oh, se anche per ingegno e cultura io fossi qualcosa, com' vero che la memoria non mi ha abbandonato in ogni tempo! - ma non son cos sicuro del fatto mio da credere che qualcosa non mi sia potuto sfuggire.
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Infatti il giovinetto mio, Giovanni Clemens, che, come sai, si trov presente insieme con noi, - io non permetto che si assenti da conversazioni da cui si possa ricavar qualche frutto, ch da questo tenero seminato, che gi comincia a fiorire in latino e in greco, spero di ricavar quando che sia un eccellente ricolto, (2) - mi ha cacciato in un gran dubbio. Per quanto ricordo, Itlodeo narrava che il ponte ad Amauroto che  gettato sull'Anidro, ha 500 passi di lunghezza ma il mio Giovanni mi dice che bisogna toglierne 200: l'ampiezza del fiume a quel punto non abbraccia pi di 300 passi.
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Ti prego ora di cercar di ricordartene. Se tu sei d'accordo con lui, anch'io non ti dico di no e penser di aver sbagliato; ma se tu stesso non riesci a richiamar la cosa alla memoria, scriver, come ho fatto, ci che a me par di ricordare, facendo di tutto acciocch nel libro non vi sia nessun errore e, se qualcosa non  sicuro, potr dir delle inesattezze senza volerlo, non gi mentir di proposito. Preferisco essere un galantuomo, anzich un uomo di mondo.
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Vero  che sarebbe facile rimediare a questo male, se a Raffaele stesso ne domandassi o tu in persona o piuttosto per lettera; e devi pur farlo, anche per un altro scrupolo che mi  venuto, non so se pi per colpa mia o tua o di Raffaele. In qual parte del nuovo mondo si trovi Utopia, n a me  venuto in mente di domandare, n a lui di dire. Darei non so quanto perch la cosa non ci fosse fuggita, ch mi vergogno quasi di ignorare in qual mare sia l'isola di cui ho esposto tante cose!
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Perch poi ci sono parecchi, ma uno soprattutto, un religiosissimo professore di teologia, che brucia dal desiderio di approdare in Utopia, non per vana passione e curiosit di osservare novit, ma per incoraggiare e propagare la nostra religione, che vi ha avuto felici inizi (3).
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E per farlo convenientemente, ha deciso di adoprarsi per esservi mandato dal Papa, anzi di esser creato vescovo di Utopia, senza farsi scrupolo di ottener con suppliche una tale prelatura: santa , a suo modo di vedere, una tale ambizione, prodotta non da considerazione di onori o di guadagno, ma da riguardo per la religione. Per tali motivi ti prego, mio carissimo Pietro, d'interrogare Itlodeo o di persona, se non ti  di disturbo, o per lettera, perch in questa mia opera nulla ci sia di falso, nulla manchi di vero.
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Non so se non sarebbe meglio mostrargli il libro stesso. Un altro infatti non sarebbe quanto lui capace di correggerlo, se vi sono errori, e lui stesso non potrebbe eseguir ci meglio che leggendo a comodo ci che ho scritto. Senza dire che in tal modo potresti capire se accolga con piacere o lo disturbi che io metta per iscritto 
queste materie. Se infatti ha stabilito lui di affidare alle lettere le sue fatiche, non avrebbe piacere che lo faccia io; e certo non vorrei, divulgando la repubblica di Utopia, appropriarmi io lo splendore e la leggiadria di una storia cos nuova.
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Sebbene..., a dir vero, nemmeno io ho fissato meco stesso se fare davvero questa pubblicazione. Cos vario infatti  il gusto dei mortali, cos bisbetica l'indole di alcuni, cos sconoscente l'animo e cos inetto il giudizio, che verso costoro si trova non poco meglio, pare, chi si lascia andar al proprio genio allegro e gioviale, anzich chi si cruccia di pensieri per pubblicar qualcosa che riesca di utile o di diletto a uomini; che invece mostrano nausea e non provano riconoscenza.
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I pi non sanno di lettere, molti le disprezzano, e il barbaro respinge come durezza tutto ci che non  barbaro, chi ha un po' di gusto disprezza come volgare tutto ci che non brulica di parole in disuso, a taluni piace solamente l'antico, alla maggior parte soltanto il suo. Costui poi  cos nero che non ammette scherzi, colui cos insipido da non tollerare arguzie.
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Vi  chi  cos camuso che fugge dinanzi a ogni naso, come dinanzi all'acqua chi  morso da un cane arrabbiato; altri son cos mutevoli che seduti, son di un parere, in piedi di un altro. Altri ancora se ne stanno per le osterie, fra un bicchiere e l'altro, a dar sentenza sugli ingegni degli scrittori, condannandoli con grande autorit, come meglio piace, ognuno secondo i suoi scritti, e quasi spennacchiandone la capigliatura, mentre essi se ne stanno al sicuro e, come si dice, "xo blous" (4), giacch sono cos lisci e ben rasi da non posseder nemmeno un pelo di galantuomo, con cui afferrarli.
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Vi son poi alcuni cos sconoscenti che, pur dilettandosi straordinariamente dell'opera, non per questo ne vogliono pi bene all'autore, non dissimili da ospiti sgarbati che, pur accolti signorilmente a un sontuoso banchetto, se ne tornano alfine sazi a casa, senza sentir riconoscenza per chi li ha invitati. Va' ora a dare un banchetto a gente di palato sl fine, di gusti cos diversi, di animo cos memore e grato!
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Tuttavia, Pietro mio caro, fa' quanto ti ho detto con Itlodeo, pur riserbandoci in seguito di consultarci una seconda volta. Quantunque..., se la cosa si fa col suo piacere, una volta che, finita la fatica di scrivere vedo al fine di che si tratta, per quel che resta della pubblicazione seguir il consiglio degli amici e soprattutto il tuo. Addio, dilettissimo Gilles, a te e alla tua ottima consorte, e voglimi bene come al solito, dacch lo te ne voglio anche pi che al solito.
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Tommaso Moro.
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NOTE.
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Nota 1. PIETRO GILLES, nato ad Anversa verso il 1486, mor il 1533. Umanista e autore di versi latini, fu amico di Erasmo ed attraverso Erasmo conobbe Tommaso Moro.
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Nota 2. Il Clemens, discepolo del Lily, fu preso in casa dal Moro, di cui educ i figli; poi coadiutore di Colet e insegnante di greco a Oxford; studi da ultimo medicina a Lovanio. Venuto in Italia collabor alla prima edizione di Galeno, presso Aldo Manuzio, il 1525. Mor in esilio il 1572, nei Paesi Bassi, rimanendo fedele al cattolicesimo.
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Nota 3. Che un tal buon uomo sia esistito realmente e che sia stato il colto e pio curato di Croydon (dal 1497 al 1538), chiamato Rowland Phillips,  tradizione raccolta circa un secolo dopo. Vedi l'ed. LUPTON dell'"Utopia", Oxford 1895, p. 7, n. 1.
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Nota 4. Fuor di tiro. Lo d Erasmo negli "Adagia. Extra telorum jactum" (p. 351 a, ed. 1629).
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RELAZIONE DELL'ECCELLENTISSIMO RAFFAELE ITLODEO SULLA MIGLIOR FORMA DI REPUBBLICA (1) PER OPERA DELL'ILLUSTRE TOMMASO MORO CITTADINO E VISCONTE DI LONDRA FAMOSA CITTA' D'INGHILTERRA (2).
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LIBRO PRIMO.
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Avendo di recente l'invittissimo re d'Inghilterra Enrico Ottavo, ornato di tutte 
le doti di principe eccellente, avuto quistioni di non poca importanza col 
serenissimo Carlo principe di Castiglia (3), m'invi nelle Fiandre come 
ambasciatore, a trattarle e comporle e con me, con lo stesso mandato, 
l'incomparabile Cuthbert Tunstall (4), che il re poco fa, con generale 
soddisfazione, ha nominato vicecancelliere (5). Nulla dir dei meriti di costui, 
non gi che io tema poco imparziale la testimonianza dell'amicizia, ma perch la 
sua virt, la sua dottrina sono superiori a ogni esaltazione e troppo conosciute 
e famose, perch ne abbia bisogno; a meno che io non voglia, come si dice, far 
luce al sole con la lucerna.
A Bruges, come d'accordo, ci vennero incontro i delegati dal principe a questa 
faccenda, tutti uomini eccellenti, tra i quali, capo e testa di essi, 
l'onorevole governatore della citt stessa; ma bocca e cuore ne era Giorgio di 
Theimsecke, sindaco di Cassel (6), facondissimo e per natura e per studio, 
dottissimo di leggi e straordinariamente abile, sia per innata acutezza che per 
pratica quotidiana, a trattar di affari. Ma poich, dopo una o due sedute, non 
ci trovammo d'accordo su alcuni punti, quelli si licenziarono da noi per un 
certo tempo, recandosi a Bruxelles a informarsi del buon volere del loro 
principe, mentre io frattanto, come portavano i miei casi, mi recai ad Anversa.
Mentre mi trattenevo ivi, venne spesso a farmi visita, tra gli altri, ma pi 
gradito di tutti, Pietro Gilles, un giovane anversese di gran riputazione e 
situazione presso i suoi, degno di ancora maggior grado, per essere non so se 
pi colto o ben costumato. E' infatti non solo molto buono ma anche molto 
istruito, di animo aperto con tutti, ma poi, verso gli amici, di cuore s 
gentile e cos affettuoso e leale, di sentimenti cos sinceri, che  difficile 
trovar altrove uno o due uomini da metter a paragone con lui, quanto ad 
amicizia, sotto tutti i punti di vista. Di rara modestia, nessuno pi di lui 
rifugge da ogni belletto, nessuno possiede una semplicit pi savia; cos 
gioviale inoltre nella conversazione, cos faceto senza veleno che la sua dolce 
compagnia e la sua piacevole favella alleviarono in me in gran parte il 
desiderio troppo vivo (mancavo ormai da casa da pi di quattro mesi (7)) di 
rivedere i domestici lari, mia moglie e i miei figli. Or m'avvenne un giorno di 
andare a messa in quella bellissima opera d'arte che  la collegiata di Nostra 
Sigora, cui frequenta una gran folla. Finita la funzione, m'apparecchiavo a 
tornarmene all'albergo, quando scorsi il mio amico a colloquio con un 
forastiero, gi volto a invecchiare, dalla faccia adusta, dalla barba lunga, che 
con una certa trascuratezza si lasciava pendere da una spalla il cappotto e al 
volto e al portamento si dimostrava un padrone di mare. Mi vide appena Pietro, 
che mi si appress e salut e, mentre cercavo di rispondere, mi trasse un po' in 
disparte, e - Vedi costui? - mi dice, indicandomi quello con cui l'avevo visto 
parlare. - Proprio lui stavo per condurti a casa per la pi breve.
Mi sarebbe giunto molto gradito - dissi io - per amor tuo.
Anzi - rispose - per se stesso l'avresti avuto caro, se lo conoscevi: non c' al 
mondo oggi nessun uomo che ti possa fare relazioni cos ampie su uomini e terre 
conosciute; tutte cose di cui ti so molto ghiotto.
Non mi sono sbagliato - diss'io: - a prima vista mi sono accorto che  un 
padrone di nave.
Anzi - replic - ti sei sbagliato, e non poco:  andato per mare, certo, ma non 
come Palinuro, sibbene come Ulisse, anzi come Platone.
Infatti questo Raffaele, come si chiama, di cognome Itlodeo (8), che non  
ignaro di latino e conosce benissimo il greco (ha studiato questo pi di quello 
per essersi dato tutto alla filosofia, onde s'accorse che in latino ben poco 
esiste di qualche pregio in questo campo, se ne togli qualcosa di Seneca e di 
Cicerone), lasciato ai fratelli tutto il patrimonio che aveva in patria (egli  
del Portogallo), per bramosia di andar osservando il mondo tutto si un ad 
Amerigo Vespucci, n pi lo lasci nei tre ultimi viaggi, dei quattro che fece 
(e le relazioni sono ormai a mano di tutti (9)), salvo che dall'ultimo viaggio 
non torn seco lui. Infatti cerc e ottenne a viva forza dal Vespucci di far 
parte anch'egli di quei ventiquattro che rimasero laggi, nel castello, 
all'estremo limite dell'ultimo viaggio. Vi rimase dunque, per ubbidire al suo 
talento, pi sollecito di viaggiare che della propria tomba; ch spesso aveva in 
bocca: Chi non ha tomba  coperto dal cielo e Uguale  sempre la via per 
arrivare in cielo, da qualunque punto si parta (10). Senonch avrebbe pagato 
caro questo suo umore, se la Provvidenza non lo avesse benignamente aiutato. 
Comunque, dopo la partenza del Vespucci, con cinque compagni del castello si di 
a percorrere molte regioni ed ebbe poi la straordinaria ventura di approdare a 
Taprobana, donde giunse a Caliquit (11) e trovate quivi opportunamente delle 
navi portoghesi, se ne torn all'ultimo, contro ogni speranza, in patria.
Questo mi raccont Pietro, onde io molto lo ringraziai della cura da lui messa a 
procurarmi di conversar con tal uomo, col quale sperava che mi sarebbe stato 
gradito parlare. Poi mi rivolsi a Raffaele e, salutatici l'un l'altro e 
scambiati quei convenevoli soliti fra forastieri in un primo incontro, ci 
volgemmo verso casa mia e ivi, nel giardino, ci ponemmo a conversare su di un 
mucchio di zolle erbose a mo' di panca. Ci narr dunque in qual modo, dopo la 
partenza del Vespucci, lui e i compagni rimasti al castello cominciarono a 
frequentare la gente di quel paese e a insinuarvisi con lusinghe e cos a 
esserne trattati non solo senza danno ma con dimestichezza e anche ad uno di 
quei principi (ora mi sfugge il nome suo e del suo paese) riuscirono graditi e 
cari. La liberalit di costui, aggiunse, a lui e ai suoi cinque compagni aveva 
fornito viveri e mezzi a sufficienza oltre ad una fidatissima guida (per acqua 
viaggiavano su zattere, per terra su carri), per accompagnarli da altri 
principi, cui si presentavano con le migliori raccomandazioni. Cos viaggiando 
per giorni e giorni, trov castelli e citt e interi Stati con popolazioni 
numerose, le cui costituzioni non erano le peggiori di questo mondo. Sotto 
l'equatore infatti, per quanto spazio abbraccia di qua e di l l'orbita del 
sole, giacciono vasti deserti, bruciati sempre dal cielo infocato: ovunque 
nudit e triste aspetto, tutto vi  orrido e incolto, vi abitano solo belve e 
serpenti o anche uomini, ma pi selvaggi delle belve e non meno nocivi. Ma via 
via che si esce di l, tutto a poco a poco si addolcisce, il clima si fa meno 
aspro, il suolo dolcemente verdeggiante, la natura delle bestie pi mite. Alla 
fine si scoprono popolazioni, luoghi forti, citt, che fanno per terra e per 
mare continui commerci non solo fra loro e coi vicini, ma anche con popoli posti 
a gran distanza.
Ebbe cos modo di osservare da ogni parte molte terre: non c'era nave che 
apparecchiasse per qualsiasi viaggio, in cui non prendesser posto, con piacere 
di tutti, lui e i suoi compagni. Le navi da essi vedute nei primi paesi erano, 
narrava lui, a fondo piatto e spiegavano vele di papiro cucito o di vimini e 
altrove di pelli; trovarono poi carene con le chiglie a spina, vele di canapa e 
tutto insomma come da noi. I nocchieri avevano pratica di mare e di cielo. Ma 
egli diceva di esser entrato straordinariamente nelle loro grazie, insegnando 
loro l'uso della calamita, che prima ignoravano affatto, e per questo di solito 
non si affidavano al mare che d'estate, e con gran paura e mai alla leggera in 
altre stagioni. Ora invece, che han fiducia in quel minerale (12), sfidano il 
maltempo senza pi tremare, anche se non senza pericoli; ch potrebbe darsi che 
quanto si credeva sarebbe loro riuscito di gran vantaggio, diventi causa, per 
loro imprudenza, di grandi sventure. Sarebbe per troppo lungo esporre ogni cosa 
che diceva d'aver visto in ognuno di quei luoghi, e poi non  compito di 
quest'opera, e fors'anche sar in altro luogo da me narrato quanto specialmente 
torni utile non ignorare, vale a dire, in primo luogo, quei provvedimenti di 
saggezza e di prudenza che ebbe ad osservare presso popoli raccolti in vita 
civile. Di tali provvedimenti infatti noi gli facevamo domande infinite, 
com'egli con pi piacere ne ragionava, senza gi occuparci di quei mostri, che 
sono per noi tutt'altro che straordinari (13). Non c' quasi luogo, infatti, 
sulla terra, dove non si trovino Scille e Celeni rapaci e Lestrigoni 
divorapopoli e altrettali orrori prodigiosi; ma non in ogni luogo si possono 
incontrare cittadini con sani e savi ordinamenti. Del resto, a quel modo che, 
presso quei popoli da lui scoperti, annot molte leggi piene di sciocchezze, 
cos ne osserv non poche che ben potrebbero fornirci un modello atto a 
correggere gli errori di queste nostre citt e nazioni, delle regioni e dei 
regni; ma di ci, come dicevo, debbo far menzione altrove. Pel momento  mia 
intenzione di esporre solamente ci che narrava degli usi e delle istituzioni 
degli abitanti di Utopia, senza omettere per la conversazione, a mezzo della 
quale via via si giunse a far menzione di quella repubblica.
Infatti Raffaele pass in rassegna con gran sagacia errori di qui ed errori di 
laggi, non pochi certo in quei luoghi e nei nostri, e poi i pi saggi 
provvedimenti adottati sia presso noi che presso loro, dimostrando di possedere 
usi e istituzioni di ciascun popolo, come se fosse vissuto sempre in qualunque 
luogo era approdato. Pietro allora, pieno di ammirazione esclam:
- Mi sorprende, Raffaele mio, che tu non ti ponga a! seguito di qualche re: non 
ne conosco nessuno cui tu non riusciresti assai gradito, adatto qual sei, con 
codesta tua conoscenza e pratica di luoghi e di uomini, non solo a dilettare, ma 
anche a istruire con esempi e aiutar di consiglio. In tal modo non solo 
provvederesti benissimo alle tue faccende, ma potresti esser di grande aiuto ad 
avvantaggiare tutti i tuoi.
- Per quel che riguarda i miei, - rispose - non me ne turbo molto, ch mi pare 
di aver fatto discretamente il mio compito verso di essi. Ho distribuito, ora, 
mentre sono ancor sano e pieno di salute e per di pi giovane, a parenti ed 
amici, quei beni che gli altri non abbandonano, se non quando son vecchi e 
malati... Anzi anche allora li abbandonano di mala grazia. Credo perci che 
della mia bont debbano essere contenti e non pretendere o aspettare che, per 
loro, io mi faccia servo di re.
- Piano! piano! - esclam Pietro. - Io voglio parlare di servigio, non di 
servit.
- Si tratta di una sola sillaba di differenza! - replic l'altro.
- Chiamala come tu vuoi, - insist Pietro - ma per me penso che questa proprio  
la via con cui tu potresti non solo avvantaggiare gli altri in pubblico e in 
privato, ma anche rendere pi felice il tuo stato.
- E come lo farei pi felice, - disse Raffaele - per la via da cui abborre il 
mio carattere? Ma ora io vivo a mio talento; cosa questa che tocca, credo a ben 
pochi avvolti nella porpora cortigianesca! Ce ne sono abbastanza, di uomini che 
vanno a caccia di amicizie di potenti, perch tu non creda gran danno se manca 
loro la compagnia di me e di uno o due a me simili.
- E' evidente, - intervenni io a questo punto - che voi signor Raffaele, non 
siete bramoso di ricchezze n di potenza; e io certo non provo minor rispetto e 
reverenza verso un uomo che abbia il vostro animo, che verso chiunque dei pi 
potenti. Ma fareste cosa degna di codesto animo s generoso e veramente 
filosofo, se vi disponeste a prestare, sia pure con qualche vostro disturbo, il 
vostro talento e la vostra attivit alla cosa pubblica. N mai potreste farlo 
con si gran vantaggio, che se faceste parte del consiglio di qualche gran re e 
gli consigliaste, come ne son sicuro, il retto e l'onesto. Dal capo dello Stato 
infatti, come da sorgiva perenne, sgorga in mezzo al popolo tutto un torrente di 
ogni sorta di beni e di mali. E voi possedete una scienza cos perfetta e s 
gran pratica inoltre di affari, che anche con una sola delle due cose potreste 
rendervi un ottimo consigliero di qualsiasi re.
- Vi sbagliate, - mi rispose quegli - doppiamente vi sbagliate, mio caro Moro, 
sia quanto a me, sia quanto alla cosa in se stessa. Non ho le qualit che mi 
attribuite, ma, dato pur che le avessi e a perfezione, e se anche facessi guerra 
alla mia pace, non per questo se ne avvantaggerebbe la cosa pubblica. Anzitutto 
la maggior parte dei capi di Stato si occupano tutti pi volentieri di cose 
militari che di buone imprese di pace (e io n ho pratica di guerre n ne voglio 
sapere) e mettono molto pi zelo a cercar come acquistare, bene o male, nuovi 
regni, che a ben reggere quelli acquistati. E poi non c' nessuno di quelli che 
fan da consiglieri a re, che delle due l'una, o non sia tanto addottrinato e 
realmente saggio da non aver bisogno di approvare i consigli altrui, ovvero che 
tale non si creda per trovar piacere ad approvarli. Salvo che di solito gli uni 
e gli altri prestano assenso alle proposte pi assurde, e in tal modo si rendono 
sottoadulatori (14) di quegli adulatori che essi pi cercano di conciliarsi con 
l'adulazione, in vista del favore del principe. E certo, per naturale 
disposizione, ogni uomo si compiace dei frutti del proprio ingegno: al corvo 
sorride il proprio corviciattolo, alla scimmia piace il suo scimmiotto. Ch se 
uno, in quella compagnia di invidiosi dell'altrui o vantatori del proprio, 
adduce qual che fatto dei tempi antichi da lui letto o una cosa vista in altri 
luoghi, allora gli ascoltatori si comportano come se pericolasse tutta la loro 
fama di dottrina ed essi debbano senz'altro, dopo ci, passar per imbecilli, a 
meno che non siano capaci di trovar nelle altrui scoperte qualcosa da apporre a 
magagna. In mancanza d'altro: 'Come noi la pensavano i nostri antenati...'  
questa la loro scappatoia: 'Piacesse a Dio che noi uguagliassimo la loro 
saggezza!' A questi detti si tengono paghi, come se avessero fatto una 
conclusione straordinaria! Come se il mondo vada alla rovescia, qualora uno si 
trovi in qualche cosa pi colto dei suoi antenati! Ora, quando questi antichi 
avevano preso degli ottimi provvedimenti, noi siamo lieti di lasciarli in 
abbandono; se invece a qualche cosa noi si poteva provvedere con pi saggezza, 
ci attacchiamo subito a quel pretesto degli antichi, senza lasciarcelo 
strappare. In giudizi di tal fatta, orgogliosi, inetti, bisbetici, mi sono 
imbattuto spesso, e una volta anche in Inghilterra
- Di grazia, siete stato nel mio paese? chiesi io.
E lui:
- Ci sono stato, anzi ci son rimasto parecchi mesi, non molto dopo quella 
sconfitta, con cui fu schiacciata la sollevazione degl'Inglesi dell'ovest contro 
il re, miserevolmente uccisi (15). E di molto son debitore, mio caro Pietro 
(Moro queste cose che sto per dire le conosce bene), a quell'uomo venerando per 
autorit e ancor pi per saggezza e virt, che fu l'arcivescovo di Canterbury e 
cardinale Giovanni Morton, che allora era anche cancelliere d'Inghilterra (16). 
Era di mediocre statura, che per non cedeva all'et, per quanto avanzata; il 
suo volto ispirava reverenza, non timore; non intrattabile, ad abboccarsi con 
lui, ma tuttavia serio e grave. Si divertiva certe volte a rivolgere a chi lo 
supplicava qualche apostrofe un po' rude, senza danno per, ma solo per provare 
di che natura, di quale intrepidezza ognuno sapesse far mostra, e di questa 
virt si compiaceva, a lui conforme, purch non vi si mescolasse sfacciataggine, 
e altamente la pregiava come adatta agli affari. Era nel parlare elegante ed 
efficace, possedeva gran conoscenza del diritto, ingegno senza pari, memoria 
straordinaria, che aveva del miracolo; qualit che, singolari per natura, 
accrebbe con lo studio e con l'esercizio. E il re, a quanto pareva, aveva la pi 
gran fiducia nei suoi consigli; egli era un gran sostegno dello Stato, 
allorquando io mi trovavo l; poich, lanciato, sin quasi dalla prima 
giovinezza, dalla scuola senz'altro in corte, e poi per essersi trovato tutta la 
vita in mezzo ai pi gravi negozi, sbattuto di continuo dalla mutevole marea 
della fortuna, aveva acquistato fra molti e grandi pericoli quella conoscenza 
del mondo, la quale, cos appresa, difficilmente si cancella.
Or avvenne che un giorno, a caso trovandomi io a tavola da lui, vi si trovasse 
anche un laico, perito nelle leggi del vostro paese, il quale, cogliendo non so 
quale occasione, prese a lodare con grande zelo la rigida giustizia allora 
esercitata contr'ai ladri. Costoro, andava ripetendo, vengono impiccati, a 
volte, fino a venti a uno stesso patibolo; e perci, pur sfuggendo ben pochi 
all'estremo supplizio, tanto pi si maravigliava, aggiungeva, per qual tristo 
destino tanti ladri andavano in giro dovunque.
- Niente da maravigliarsi: - intervenni io allora osando parlar liberamente 
innanzi al cardinale - una tal punizione da una parte  ingiusta, dall'altra non 
 di alcun vantaggio pubblico: per punire il furto  troppo crudele, ma  
insufficiente a porvi freno. N poi un semplice furto  s gran delitto, che si 
debba colpir nel capo, n esiste pena tanto grande che impedisca di rubare chi 
non ha altro mezzo per cercarsi da mangiare. In questa faccenda mi pare che non 
solo noi, ma buona parte del mondo facciamo come quei cattivi maestri, che 
preferiscono picchiare i ragazzi anzich istruirli. Si stabiliscono infatti, per 
chi ruba, pene gravi, pene terribili, mentre meglio era provvedere a qualche 
mezzo di sussistenza, acciocch nessuno si trovasse nella spietata necessit, 
prima, di rubare, e poi di andare a morte.
- A ci, - egli soggiunse, - si  provveduto abbastanza: ci sono infatti arti 
manuali, c' la lavorazione dei campi, con cui ben potrebbero procacciarsi da 
vivere, se non preferissero esser delinquenti, cos per proprio impulso.
- Piano, piano! - diss'io. - Mettiamo da parte, anzitutto, quelli che tornano a 
casa dalle guerre esterne o civili, mutilati; come poco fa, presso voi altri, 
dalla battaglia di Cornovaglia e, non molto prima, dalla guerra di Francia (17). 
Costoro sacrificano le loro membra per il re o per lo Stato; ma poi la debolezza 
impedisce loro di riprendere il mestiere di prima, come l'et di impararne un 
altro. Lasciamo stare costoro dico, dacch le guerre vanno e vengono a 
intervalli disuguali. E consideriamo invece ci che non passa giorno che non 
accada.
C' dunque un s gran numero di nobili, che non solo vivono in ozio essi, a mo' 
di fuchi, delle fatiche altrui, degli affittuari per esempio, e li scorticano a 
sangue per accrescere le proprie rendite (questa  l'unica economia che 
conoscono, ma prodighi poi sino a cadere in miseria), ma anche si trascinano 
attorno un codazzo interminabile di sfaccendati, che non appresero mai l'arte di 
guadagnarsi il pane. Senonch, se avviene che il padrone se ne va da questo 
mondo, ovvero se si ammalano essi, vengono immediatamente messi alla porta, ch 
li mantengono pi volentieri a non far nulla anzich malati; senza dire che 
spesso l'erede di chi  morto non  pi capace li per l di mantenere ancora la 
servit del padre. Ma quelli intanto son presi da una fiera fame, se non si 
danno fieramente a rubare. E che altro potrebbero fare? Quando hanno sciupato, 
ad andare a zonzo, il vestito e la salute, non osano i nobili tenerli seco, cos 
emaciati dalle malattie e coperti di cenci. Molti nemmeno potrebbero prenderseli 
i contadini, ben sapendo che chi  stato allevato mollemente nell'ozio e nelle 
delicature, avvezzo, con una scimitarra a fianco e con uno scudo, a guardare i 
vicini con faccia da scioperato e disprezzar tutti a paragone di se stesso non  
per nulla adatto a servir fedelmente a un povero, con uno zappone in mano o una 
marra, per una scarsa mercede e un misero vitto.
- Al contrario, - replic lui - son questi gli uomini che dobbiamo proteggere. 
In essi infatti consistono le forze e il nerbo degli eserciti, poich costoro, 
molto pi degli operai e dei contadini, hanno animo elevato e generoso, se 
bisogna far guerra e combattere.
- Sicuramente, - diss'io - potete dire d'un sol tratto che per la guerra bisogna 
proteggere i ladri. Non ne soffrirete mai mancanza, senza dubbio, finch avrete 
costoro... Anzi, i briganti pure sono soldati non privi di valore, come i 
soldati non sono i briganti meno attivi, tanto queste due professioni van 
d'accordo tra loro. Codesta piaga per, se  frequente tra di voi, non  di voi 
soli, anzi appartiene all'incirca a tutti i popoli. La Francia poi  infestata 
da un'altra peste pi pestifera: infatti tutto il paese  ripieno di uomini 
assoldati per la guerra, assediato da uomini pagati anche in pace (se  pace 
quella), presi con lo stesso criterio con cui voi altri qui avete pensato di 
mantenere a vostro sostegno dei fanulloni. In ci  riposta la salvezza dello 
Stato, come  parso a questi maestri di pazzia (18): se cio si tien sempre 
apparecchiata una difesa robusta e salda, di veterani in ispecie, ch non si 
fidano affatto di coscritti senza pratica; con la conseguenza che devono andar 
in cerca sempre di nuove guerre, per non aver soldati non pratici, o devono 
ammazzar gratis la gente, perch (come dice argutamente Sallustio (19)) durante 
la pace le mani e l'animo non facciano la ruggine. Quanto per sia dannoso 
allevare siffatte belve, non solo l'ha appreso, con danno suo, la Francia, ma lo 
dimostra l'esempio dei Romani, dei Cartaginesi, degli Assiri e di molti altri 
popoli, a cui gli eserciti sempre apparecchiati han distrutto, secondo che si 
offrivano le occasioni, non solo gli imperi, ma anche le campagne e sino alle 
stesse citt. Ma che tutto ci non sia assolutamente inevitabile,  evidente 
anche dal fatto che nemmeno gli stessi soldati francesi, esercitatissimi nelle 
armi sin dalla prima et, si vantano troppo spesso, messi a paragone coi vostri 
coscritti, di esserne usciti vincitori, per non dir di pi e aver l'aria di 
volervi adulare. Per neppure i vostri, che siano operai di citt o rozzi 
contadini, hanno, pare, gran paura di sfaccendate guardie nobilesche, a meno che 
alle loro forze e al loro coraggio non corrisponda il fisico, o che il loro 
ardire sia spezzato dalla miseria. Tanto  lontano il pericolo che quelli, il 
cui fisico forte e robusto (i nobili non si degnano di guastare se non uomini 
scelti) langue ora nell'ozio o s'infiacchisce in faccenduole quasi da femmine, 
si ammolliscano quando, per vivere, abbiano appreso una onesta arte e si 
esercitino in lavori da uomini. Comunque sia, mi pare che non giovi affatto allo 
Stato, in vista di guerre che non avreste mai, se non quando le vorrete, 
mantenere una turba senza fine di tal razza, che  una minaccia per la pace; 
cosa, questa, di cui si dovrebbe far tanto maggior conto che della guerra.
Ma non  questa la sola cosa che costringe a rubare: ce n' un'altra, che , 
credo, particolare a voi soli.
- E qual  mai? - intervenne il cardinale.
- Le vostre pecore - diss'io - che di solito son cos dolci e si nutrono di cos 
poco, mentre ora, a quanto si riferisce, cominciano a essere cos voraci e 
indomabili da mangiarsi financo gli uomini, da devastare, facendone strage, 
campi, case e citt. In quelle parti infatti del reame dove nasce una lana pi 
fine e perci pi preziosa, i nobili e signori e perfino alcuni abati, che pur 
son uomini santi, non paghi delle rendite e dei prodotti annuali che ai loro 
antenati e predecessori solevano provenire dai loro poderi, e non soddisfatti di 
vivere fra ozio e splendori senz'essere di alcun vantaggio al pubblico, quando 
non siano di danno, cingono ogni terra di stecconate ad uso di pascolo, senza 
nulla lasciare alla coltivazione, e cos diroccano case e abbattono borghi, 
risparmiando le chiese solo perch vi abbiano stalla i maiali; infine, come se 
non bastasse il terreno da essi rovinato a uso di foreste e parchi, codesti 
galantuomini mutano in deserto tutti i luoghi abitati e quanto c' di coltivato 
sulla terra (20). Quando dunque si d il caso che un solo insaziabile 
divoratore, peste spietata del proprio paese, aggiungendo campi a campi, chiuda 
con un solo recinto varie migliaia di iugeri, i coltivatori vengono cacciati via 
e, irretiti da inganni o sopraffatti dalla violenza, son anche spogliati del 
proprio, ovvero, sotto l'aculeo di ingiuste vessazioni, son costretti a 
venderlo. Insomma, in un modo o nell'altro, vanno via quei disgraziati, uomini, 
donne, mariti, mogli, orfani, vedove, genitori con bambini e con una famiglia 
pi numerosa che ricca, ch l'agricoltura richiede molte mani; vanno via, dico, 
dai loro noti lari abituali, senza trovar dove ricovrarsi, gettando via a vil 
prezzo, una volta che cacciati bisogna essere, la loro povera roba che, anche a 
poter aspettare chi la comprasse, non si venderebbe per molto. E una volta che 
in breve, con l'andar di qua e di l, hanno speso tutto, che altro resta loro se 
non rubare per essere di santa ragione, si capisce, impiccati o andar in giro 
pitoccando? Sebbene... anche in questo secondo caso vengono, come vagabondi, 
gittati in carcere, perch vanno attorno senza lavorare. Vero  che, per quanto 
essi si offrano di gran cuore, non c' nessuno che li prenda a servizio. Dove 
nulla si semina, nulla c' da fare pei lavori dei campi, a cui erano stati 
abituati. Un solo pecoraio o bovaro, se pure,  sufficiente per quella terra 
serbata a pascolo, mentre per coltivarla, per potervi seminare, occorrevano 
molte mani.
E' questa la ragione perch in molti luoghi i viveri diventano molto pi cari; 
anzi  cresciuto anche il prezzo delle lane, tanto che non le possono 
assolutamente acquistare i pi poveri tra i vostri artigiani, che se ne solevano 
far pannilani; e anche per questa ragione pi numerosi sono gli uomini 
ricacciati dal lavoro nell'ozio. Dopo l'aumento dei pascoli, una quantit 
innumerevole di pecore fu portata via da un contagio (21): come se Dio volesse 
punire la cupidigia dei padroni, penetr fra le bestie la peste, che sarebbe 
stato pi giusto scagliare su di essi in persona. Ma se anche dovesse crescere 
al massimo il numero di tali bestie, non per questo ne diminuisce il prezzo; se 
non formano monopolio nelle mani di uno solo (non  uno solo a vendere), sono un 
oligopolio, un accaparramento di pochi, perch generalmente son venute nelle 
mani d'una oligarchia, e d'una oligarchia di ricchi. Nulla costringe costoro a 
vendere a forza quando loro non piaccia, e non piace prima di poterlo fare al 
prezzo che vogliono. Anche per le altre bestie, omai, la stessa causa fa s che 
rincariscano allo stesso modo, e ci anche di pi si verifica pel motivo che, 
distrutte le fattorie e scaduta l'agricoltura, non c' chi si curi di 
allevamento: quei ricchi non allevano anche grosso bestiame come allevano le 
pecore, ma comprano per nulla i vitellini altrove, striminziti, per ingrassarli 
nei loro pascoli e rivenderli a gran prezzo. Per credo che, per questo motivo, 
il danno di una tal situazione non si avverte ancora interamente. Sinora infatti 
soltanto in questi luoghi dove vendono fan salire i prezzi; ma poi, quando una 
buona volta avranno portato via da ogni dove le bestie pi presto che non 
possano rinascere, allora s che diminuiranno a poco a poco le riserve dei 
luoghi di accaparramento, e per necessit si avr anche qui a soffrire una 
straordinaria carestia. In tal modo, ci che rendeva questa vostra isola 
sommamente fortunata, torna a vostra rovina, per la malvagia avarizia di pochi 
senza coscienza. Questa carestia di viveri  il motivo per cui ognuno manda via 
da casa sua quante pi persone  possibile. E a che, di grazia, se non a 
mendicare, o, ci che  pi facile persuadere a spiriti fieri, a fare i 
briganti?
Senonch a questa povert, a questa miserevole indigenza si aggiunge un lusso 
inopportuno. Non solo chi  a servizio di nobili, ma anche operai, ma starei per 
dire anche gente di campagna, ogni classe infine, ostenta una pompa sfacciata 
nelle vesti, un lusso eccessivo nel tenor di vita. Ora, bettole, taverne, 
bordelli e, nuovi bordelli, spacci di vino e birrerie, e poi tanti giochi 
immorali, giochi d'azzardo, carte, bossoli, pallone, bocce, disco, non sono uno 
spreco di danaro? Non manda questo per la pi breve chi vi  dedito a rubare in 
qualche luogo?
Allontanate queste varie pesti perniciose da voi, stabilite che le fattorie e i 
villaggi dei contadini o siano rifatti da chi li distrusse, o sian lasciati a 
chi vuol rimetterli a posto e rifabbricarli; ponete un freno a codesti 
accaparramenti da parte dei ricchi, a questa loro licenza, quasi di monopolio. 
Si tenga meno gente in ozio, si rifaccia l'agricoltura, si rinnovi la 
lavorazione della lana, ci sia qualche onesta occupazione in cui possa pi 
utilmente esercitarsi codesta turba di sfaccendati. E' la miseria che li ha resi 
ladri sinora, e quelli che intanto son vagabondi o servi in ozio, tra breve 
saranno evidentemente ladri gli uni e gli altri. Se non mettete rimedio a tali 
mali,  vano vantar la giustizia esercitata a punir furti, giustizia pi 
appariscente che giusta o utile. Poich, quando lasciate che costoro siano 
educati molto male e i loro costumi sin dalla giovinezza si corrompano a poco a 
poco, si devono punire,  evidente, allorch, fatti uomini, commettono quelle 
infamie che la loro fanciullezza annunziava... Ma che altro con ci fate, di 
grazia, se non crear dei ladri per punirli voi stessi?
Ora, sin da quando io parlavo, quell'uomo di legge, tutto attenzione, si era 
disposto intanto a tener un discorso e aveva fissato seco di seguire 
quell'usanza di chi disputa, che pi che contraddire ripete con eccessiva 
intelligenza, tanto buona parte delle lodi che gli danno le ripone nella 
memoria.
- Egregiamente - disse - avete parlato: non c' dubbio, per esser voi un 
forastiero, si sa che avrete potuto sentir qualcosa di tali faccende, piuttosto 
che possederne esatta conoscenza: lo far chiaro io, in breve. Anzitutto 
ricapitoler ci che avete detto, poi mostrer in quali cose vi siete lasciato 
infinocchiare dall'ignoranza delle nostre cose, in ultimo demolir, polverizzer 
tutti i vostri argomenti. Per cominciare dunque dal primo punto che ho promesso, 
parmi che quattro...
- Non pi, - interruppe il cardinale: - mi pare che vogliate rispondere per le 
lunghe, se cominciate cos. Pel momento vi dispensiamo dal fastidio di 
rispondere, rinviando per il vostro compito tale e quale al vostro prossimo 
incontro, che vorrei venisse domani, se nulla impedisce voi o questo Raffaele.
Ma intanto sarei molto lieto di sentir da voi, mio caro Raffaele, perch credete 
che il furto non va punito con l'estremo supplizio e qual altra pena 
stabilireste voi, che sia pi vantaggiosa al pubblico. Che si debba permetterlo, 
nemmeno voi lo pensate. Ma se ora, anche attraverso la morte, tanta gente si 
spinge a rubare, una volta assicurata la vita, come vorreste voi, qual paura 
potrebbe esser di freno ai malvagi? Certo, dall'addolcimento della pena si 
crederebbero invitati al male, come da un premio...
- Sotto ogni rispetto - risposi io - mi pare, dolcissimo padre, che non sia 
assolutamente giusto toglier la vita a un uomo perch ha tolto del danaro, se  
vero che neppure con tutti i beni della fortuna, pare, si pu far nulla che 
valga la vita di un uomo (22). Se poi dicono che con tal pena si paga non il 
danaro, ma l'offesa alla giustizia e la violazione delle leggi, in tal caso io 
direi con pi ragione: "summum ius, summa iniuria". Non si deve consentire a 
disposizioni di leggi cos draconiane che, in ogni piccola disubbidienza in cose 
di nessun conto, diano mano alla spada, n a massime cos stoiche da considerare 
uguali tutti i peccati, come se non ci fosse differenza alcuna fra uccidere un 
uomo o involargli del danaro. Fra queste due cose non c' nessuna somiglianza, 
nessuna parentela, se l'equit ha qualche valore. Dio ha proibito di uccidere, e 
noi con tanta facilit uccidiamo per la sottrazione di un po' di danaro? Ch, se 
si volesse intendere che  vero che per ordine di Dio  stata vietata ogni 
facolt di uccidere, salvo per il caso che la legge umana imponga di uccidere, 
che mai si opporrebbe acciocch allo stesso modo stabilissero gli uomini che 
bisogna permettere lo stupro, l'adulterio, lo spergiuro? Giacch, avendoci tolto 
Iddio il diritto di dar morte non solo agli altri ma anche a noi stessi, ammesso 
il caso che, per un accordo fra gli uomini, si stabilisca di sgozzarsi a vicenda 
secondo determinati princpi, e che ci abbia tanta forza da sciogliere chi 
accetta detto accordo dal vincolo di quel precetto divino, in modo da levar di 
mezzo, senza alcuna eccezione da Dio prevista (23), quelli cui la sanzione umana 
comanda di uccidere, in tal caso non avrebbe il precetto divino forza giuridica 
solo in quanto lo consente il diritto umano? Cos evidentemente accadr che allo 
stesso modo, in tutte le cose, saranno gli uomini a stabilire sino a che punto 
convenga osservare le prescrizioni divine. Da ultimo, la legge mosaica, per 
quanto ferocemente spietata, per esser stata fatta contro schiavi e schiavi 
cocciuti, punisce il furto con un'ammenda, non con la morte. Bisogna dunque 
credere che Dio, nella sua nuova legge di bont, per cui comanda qual padre a 
figli, non ci abbia voluto lasciare maggior libert di infierire gli uni contro 
gli altri.
Son questi i motivi per cui non credo lecito uccidere. Quanto poi sia pazzesco 
ed anche dannoso allo Stato punire allo stesso modo un ladro e un omicida, non 
c' nessuno, credo, che non lo sappia. Quando infatti una malandrino vedesse 
che, condannato per furto, non corre minor pericolo che se fosse convinto anche 
di omicidio, da questa sola riflessione si sentir spinto ad ammazzare colui, 
che altrimenti avrebbe soltanto svaligiato, e ci pel fatto che non solo, se  
sorpreso, non corre maggior pericolo, ma anche che, a uccidere, c' maggior 
sicurezza, maggior speranza di non esser scoperto, una volta levato di mezzo chi 
poteva denunziarlo. A questo modo, quando cerchiamo di atterrire con troppa 
crudelt i ladri, li lanciamo allo sterminio dei galantuomini.
Quanto poi alla solita questione, qual pena possa essere pi adeguata,  facile, 
a parer mio, scoprire questa che far peggio di ora. Ma perch non ammettere che 
il mezzo migliore per punire tali delitti sia quello cos a lungo adottato 
anticamente dai Romani, che pur s'intendevano di reggere Stati? Da costoro i 
colpevoli di grandi delitti eran condannati, per sicurezza, ai ferri a vita 
nelle cave di pietra o nelle miniere.
Vero  che a me, per quel che riguarda questa materia, nulla pi piace della 
disposizione che, viaggiando nella Persia, ho visto adottata da quelli che son 
chiamati comunemente Polileriti (24), una popolazione non piccola n male 
ordinata e, tranne che ogni anno paga un tributo al re dei Persiani, libera e 
lasciata alle proprie leggi. Del resto, pel fatto che si trovano lungi dal mare, 
avvolti quasi da ogni parte da monti, vivendo paghi dei prodotti della loro 
terra, che non ne  punto avara, non vanno spesso da altri popoli, n questi da 
loro, e parimenti, giusta le antiche tradizioni, non cercano nemmeno di slargare 
i lor confini, salvo per che da ogni offesa nemica li difendono facilmente sia 
le loro montagne, sia quel tributo che pagano al sovrano di cui son feudatari. 
In tal modo, liberi del tutto da servizio militare, se la vivono non tanto fra 
splendidezze quanto comodamente, e pi felici che famosi o noti, non essendo ben 
conosciuti, credo, neppur di nome, se non dai vicini.
Orbene, presso costoro, chi  condannato per furto, restituisce il maltolto al 
padrone, non gi al re, come s'usa altrove, il quale, a parer loro, ha tanto 
diritto alla cosa rubata quanto il ladro stesso. Se questa non si trova, se ne 
preleva il valsente dai beni del ladro (25), lasciando il resto interamente alla 
moglie e ai figli, e lui vien condannato ai lavori. Per, a meno che il furto 
non avvenga con particolare ferocia, non stanno chiusi nell'ergastolo n portano 
catene, ma vengono occupati nei lavori pubblici, liberi e a pi sciolto. Se si 
rifiutano o mostrano fiacca, non li puniscono coi ferri quanto li stimolano a 
staffilate: se invece lavorano alla svelta, non son maltrattati, ma solo, per la 
notte, dopo l'appello nominale, vengono chiusi in dormitori, n altro disturbo 
hanno in vita, se non di lavorare sempre. Infatti son mantenuti senza dure 
privazioni e a spese dello Stato, visto che servono al pubblico; per dove in un 
modo, dove nell'altro. In qualche luogo si provvede loro dai proventi 
dell'elemosina, mezzo, questo, che, per quanto precario, pure, per essere il 
popolo compassionevole, non ce n' uno pi copioso; altrove vengono a tale scopo 
devolute entrate dello Stato e ci son luoghi dove si paga a tal uso un tributo 
personale. In altri luoghi poi non eseguiscono nessun lavoro pubblico, ma, 
quando un privato ha bisogno di operai, va a prenderne uno in piazza per quel d 
a giornata, con salario fisso, un po' inferiore a quello che avrebbe pagato per 
un uomo libero, ed  lecito adoprar la sferza a punire l'infingardaggine dello 
schiavo.
Con questo sistema non si d mai il caso che manchino di lavoro, anzi, oltre a 
guadagnarsi il vitto, ognuno apporta qualcosa ogni giorno all'erario. Portano 
tutti abiti dello stesso colore, riservati per loro, e capelli non rasi, ma 
tagliati un po' sopra le orecchie, una delle quali vien mozzata un poco. Gli 
amici possono offrir loro da mangiare e da bere e anche da vestire, sempre per 
del loro colore, ma il dono di danaro si paga con la vita e da chi lo d e da 
chi lo riceve; n minor rischio corrono ad accettar danaro da un condannato 
uomini liberi, per qualsiasi motivo, e ugualmente gli schiavi (cos infatti 
chiamano i condannati) a toccare armi (26). Ogni paese li marca di un segno suo 
particolare, che  delitto gittar via, come pure lasciarsi vedere fuori del 
proprio territorio o a confabulare con schiavi di altro paese. E progettar la 
fuga non  meno rischioso della fuga stessa: per chi venga scoperto a parte di 
tali piani c' la morte, se schiavo, la schiavit, se libero; come per l'opposto 
si premia chi denuncia, con danaro se  libero, con la libert se schiavo (27). 
Se poi sono stati soltanto a conoscenza della cosa, l'uno e l'altro trovano 
perdono e impunit, e ci perch non abbia talora a presentarsi come pi sicuro 
ostinarsi in un malvagio disegno anzich pentirsene.
Ecco dunque qual  la legge in tale materia e qual ne  la disposizione, cui 
accennavo. E' facile vedere quanta umanit e quali vantaggi abbia in s: giacch 
non colpisce se non per distruggere le colpe ma salva gl'individui e li tratta 
in modo da forzarli ad essere buoni e risarcire col resto della vita tutto il 
male arrecato prima. Non c' poi alcuna paura che tornino alle antiche loro 
abitudini: i viaggiatori stessi volendo recarsi in qualche luogo, con 
nessun'altra guida si sentono pi sicuri che con questi schiavi che cambiano via 
via ad ogni regione. Nulla infatti posseggono, in nessun luogo, che possa 
spingerli a commettere furti: non armi alle mani, il danaro non sarebbe che un 
segno di colpa, pronta  la punizione per chi  sorpreso e non ci sarebbe 
speranza alcuna che fuggano in qualche luogo. E come potrebbe mai sfuggire, 
nascondendo la propria fuga, uno che non veste in nulla come tutti gli altri? A 
meno che non voglia andar nudo... Ma anche in tal caso lo tradirebbe l'orecchio. 
Resta alfine il pericolo che s'accordino per congiurare contro lo Stato... Come 
se potesse un gruppo di vicini alzare il cuore a tanta audacia, senza prima aver 
saggiato ed eccitato la servit di molte regioni! Ma essi son lungi le mille 
miglia dalla possibilit di cospirare, se non  loro lecito neppur 
d'incontrarsi, di parlarsi, di salutarsi a vicenda; e perch poi si avrebbe da 
credere che debbano senza paura affidare ai loro un piano, che taciuto pu esser 
di danno, ma se poi  rivelato pu recare il maggiore dei beni? Nessuno invece 
perde mai del tutto la speranza che con l'obbedienza, con la rassegnazione, col 
dar buona speranza di una condotta irreprensibile in avvenire, possa riottenere 
quando che sia la libert: ogni anno ne liberano un certo numero, per la 
sottomissione mostrata (28).
Questo diss'io, aggiungendo che non vedevo il motivo per cui non si potesse 
anche in Inghilterra impiantare un tal sistema, con molto maggior frutto di 
quella giustizia tanto esaltata da quel giureconsulto. E allora lui, l'uomo di 
legge:
- Mai - disse - si potrebbe stabilire codesto metodo in Inghilterra, senza 
trascinare il regno nel pi grande pericolo. E ci dicendo scosse la testa, 
storse le labbra e cos stette zitto; e tutti i presenti approvavano il suo modo 
di vedere.
Allora il cardinale: Non  agevole indovinare, - mi disse - senza prima aver 
fatto la prova, se la cosa andrebbe a finir bene o male. Tuttavia se, quando  
pronunziata una sentenza di morte, il re ne sospendesse pel momento l'esecuzione 
e mettesse a prova questa nuova forma di repressione, abolendo per il diritto 
di asilo, allora, nel caso che si dimostrasse utile coi fatti, sarebbe giusto 
adottarla. In caso contrario, a eseguire anche con ritardo la condanna a morte 
gi pronunziata, non ci sarebbe minor vantaggio per lo Stato n maggior 
ingiustizia che nell'immediata esecuzione. Che pericolo ne potrebbe nascere, 
nell'intervallo? Anzi a me pare che non sarebbe male poter usare lo stesso 
trattamento anche ai vagabondi: tante leggi abbiamo sinora emesso contro 
costoro! Ma il risultato  sempre zero.
Quando il cardinale ebbe detto le stesse cose che tutti, finch le dicevo io, 
avevano accolto con disprezzo, non ci fu uno che non cominciasse a portarle a 
gara alle stelle, soprattutto le sue idee sui vagabondi, che era la parte da lui 
aggiunta.
Ora, quel che venne dopo non so se sarebbe meglio passarlo sotto silenzio: si 
tratta di cose da ridere. Le narrer tuttavia; non erano da biasimare e in parte 
entravano nell'argomento (29).
C'era l un parassita che voleva mostrare di far il buffone e lo faceva s bene 
da parere uno scemo vero e proprio, tali essendo le arguzie con cui cercava di 
suscitar le risa che si rideva pi spesso di lui che dei suoi motti. Talora per 
ne imbroccava qualcuna non del tutto senza senso, tanto per non smentire il 
detto che, qualche volta, a via di colpi tentati, si fa diciotto con tre dadi. 
Costui dunque, avendo un convitato detto che col mio discorso si era omai 
provveduto egregiamente ai ladri, come pure dei vagabondi si era preoccupato il 
cardinale, e non rimaneva dunque ora se non che lo Stato pensasse a quanti dalle 
malattie e dalla vecchiaia erano gettati nell'indigenza, incapaci di procurarsi 
di che vivere col lavoro:
- Lasciate fare a me - soggiunse - far in modo che anche questa faccenda 
s'aggiusti. Il mio pi vivo desiderio  di levarmela dinanzi agli occhi, questa 
razza di uomini, tanto mi hanno non di rado annoiato, chiedendomi danaro coi 
loro supplichevoli piagnistei. Vero  che con me non strillavano mai cos bene 
da cavarmi il becco d'un quattrino. Delle due l'una mi succede sempre, o che non 
voglio dar nulla, quando ne ho, o non ho da dar nulla, quando vorrei (30). Ora 
perci cominciano a metter giudizio: quando mi vedono passare, per non sprecare 
il fiato, mi lasciano andare senza aprir bocca; tanto son sicuri che da me non 
c' nulla da sperare, n pi n meno che se fossi un prete. Ecco dunque la legge 
che io farei: che per mio ordine tutti questi mendicanti siano distribuiti e 
classificati fra i conventi dei benedettini, e vi diventino conversi o laici, 
come li chiamano; allo stesso modo le femmine vi stiano come monache. Questo  
il mio ordine.
Sorrise il cardinale, approvando lo scherzo, mentre gli altri lodavano la cosa 
come seria. Ma un monaco teologo, a questo motto contro preti e frati; spian il 
viso e cominci anche lui a scherzare, mentre prima, di solito, era grave sino 
al cipiglio.
- Ma a questo modo - intervenne il frate - non ti sbrighi affatto dei 
mendicanti, se non provvedi prima anche a noi frati.
- Ma vi  stato gi pensato - rispose il buffone. - Il cardinale infatti ha 
provveduto egregiamente a voi altri, stabilendo che si metta un freno a tutti i 
vagabondi e siano messi a lavorare; giacch voi altri siete i pi gran vagabondi 
del mondo.
A quest'uscita, gli astanti rivolsero gli occhi al cardinale, ma, vedendo che 
non se ne dava per inteso, cominciarono tutti ad approvare di gran voglia. Non 
per il frate, ch, morso in maniera cos pungente, non c' da meravigliarsi che 
si sdegnasse e si arrovellasse sino ad abbandonarsi a vituperi, chiamando il 
nostro uomo furfante, malalingua, cicala, figlio della perdizione, tirando in 
ballo insieme terribili minacce dalla Sacra Scrittura. Allora il buffone, 
buffoneggiando sul serio, ch omai aveva buon gioco:
- Non t'arrabbiare, - disse, - mio caro frate; imperocch  stato scritto: 
"Nella vostra pazienza possederete le anime vostre" (31).
- Ma questo non  arrabbiarsi, forca, - replic il frate (ricordo bene le sue 
precise parole) - o per lo meno non  peccato. Poich dice il salmista: 
"Adiratevi e non peccate" (32).
Il cardinale allora lo avvis con dolcezza di moderare i suoi trasporti, ma il 
frate continuava:
- Non parlo, monsignore, se non per onesto zelo, com' mio dovere. Giacch gli 
uomini santi furono sempre animati da onesto zelo, onde si dice: "Lo zelo della 
tua casa mi divora" (33); e in chiesa si canta: "Gli schernitori di Eliseo, 
mentre sale alla casa del Signore, sentono lo zelo del calvo" (34); come forse 
lo prover questo beffeggiatore, buffone e ribaldo.
- Forse - disse il cardinale - lo fate con buona intenzione; ma a me pare che 
agireste non so se pi santamente, certo pi saviamente, a comportarvi in modo 
da non entrare in una ridicola gara con un uomo stolido e ridicolo.
- No, monsignore, - insist il frate - non farei pi saviamente. E' stato 
infatti il sapientissimo Salomone in persona a dire: "Rispondi allo stolto 
secondo la sua stoltezza" (35). E proprio cos faccio io ora, facendogli vedere 
la fossa in cui cadr, se non ist molto attento. Se infatti molti schernitori 
di Eliseo, che era un unico calvo, sentirono lo zelo del calvo, quanto pi non 
sentir un unico schernitore lo zelo di molti frati, fra i quali vi sono molti 
calvi? E abbiamo anche una bolla del papa, in virt della quale tutti coloro che 
canzonano noi sono scomunicati.
Ma il cardinale, quando vide che la cosa non finiva pi, fatto con un cenno 
allontanare il parassita, cambi opportunamente discorso e dopo poco si lev da 
mensa, licenziandoci, per andare a porgere orecchio alle faccende dei suoi 
dipendenti.
Ecco, caro signor Moro, con che lungo discorso vi ho importunato: mi sarei per 
vergognato di tirarla in lungo cos senza le vostre appassionate richieste e le 
vostre dimostrazioni che della nostra conversazione non volevate perdere 
un'acca. Certo avrei potuto essere pi conciso, ma non potevo fare a meno di 
esporla, perch si giudichi di coloro che quando parlavo io, avevano rigettato 
le mie idee, ma invece proprio essi le applaudirono tali e quali, appena mostr 
di non disapprovarle il cardinale. Furono costoro a spingere la loro adulazione 
sino a lisciare il parassita per quelle sue baggianate che il suo padrone, cos 
per ischerzo, non condann. Potete ora pensare che conto farebbero i cortigiani 
di me e dei miei consigli!
- Mi avete recato - diss'io - il pi straordinario piacere, signor Raffaele mio, 
ve lo assicuro; tanta  la saggezza e la festevolezza insieme di tutte le vostre 
parole. Mi  parso inoltre, in questo tempo, di ritrovarmi in patria, non solo, 
ma, al lieto ricordo del cardinale, nel cui palazzo sono stato allevato da 
piccolo, di esser tornato fanciullo. Pel fatto poi che voi serbate un culto cos 
vivo per la memoria di tale uomo, non potete credere quanto, ottimo signor 
Raffaele, mi siate diventato, a questo titolo, pi caro. E s che prima mi 
eravate per altri rispetti assai caro! Non potrei del resto mutare in alcun modo 
la mia opinione sul vostro conto e non pensare che, se voi vi poteste indurre a 
non sdegnare le corti dei re, potreste coi vostri consigli recar grandissimo 
bene all'universale. Perci non incombe dovere maggiore di questo su voi, cio 
su ogni galantuomo. Se  vero che afferma il vostro Platone che gli Stati solo 
allora saranno felici, quando diventeranno re i filosofi ovvero i re si daranno 
alla filosofia (36) dove se ne va a finire questa felicit, se i filosofi non si 
degnano almeno di dare ai re il loro avviso?
- Non sono di animo cos insensibile, - mi rispose - che non lo farebbero 
volentieri (anzi molti l'han fatto con la pubblicazione di libri), se coloro che 
detengono l'autorit suprema fossero disposti a dar retta a buoni suggerimenti. 
Ma non c' dubbio che Platone previde chiaramente che, a meno che i re non 
studino filosofia, non si dar mai il caso che approvino del tutto i consigli di 
chi fa il filosofo, cos imbevuti come sono di malvage opinioni e corrotti sin 
da bambini; Platone stesso ne fece anche lui prova con Dionisio (37). Credete 
voi che, qualora io proponessi a qualche re delle sagge decisioni, sforzandomi 
di strappar dal suo cuore quei semi perniciosi di mali non mi caccer via 
immediatamente o non mi render oggetto di scherni?
Ors, immagina che io mi trovi presso il re di Francia, e stia a sedere nel suo 
consiglio, in una stanza appartata e segreta, dove il re in persona presiede a 
una corona di finissimi politici. La quistione trattata con grande impegno e 
passione  questa: con quali arti, con quali macchinazioni conservare Milano e 
riprendersi quella Napoli che sempre fugge via, poi com'egli abbatta Venezia e 
assoggetti l'Italia tutta (38); in seguito come riduca in suo potere i 
Fiamminghi, il Brabante e da ultimo tutti i Borgognoni e altri popoli via via, 
il cui regno ha gi invaso da un pezzo il cuor suo. E qui l'uno vuol persuadere 
che bisogna fare alleanza con Venezia, salvo a mantenerla in tempo solo che 
torni a proprio vantaggio, e che bisogna stabilire i piani d'accordo e insieme 
con essa, anzi lasciarle addirittura una parte della preda, da riprendersi poi a 
cosa fatta; un altro propone di assoldare Tedeschi, un terzo di adescare con 
danaro gli Svizzeri, un altro di propiziarsi la divinit nemica dell'Imperatore 
con lo scongiuro dell'oro. Frattanto a uno pare opportuno che cerchi una 
composizione col re d'Aragona, abbandonandogli come prezzo di pace il regno di 
Navarra che non gli appartiene (39); mentre un altro propone di irretire il re 
di Castiglia con speranze di matrimonio e intanto cercar di trarre al proprio 
partito alquanti nobili di corte con buone pensioni. Viene intanto il maggiore 
dei nodi: che fare dell'Inghilterra; ma tuttavia con essa bisogna trattar di 
pace e stringere coi pi saldi vincoli quest'unione sempre vacillante. Si 
chiamano dunque amici gli Inglesi, per poterli meglio guardar con sospetto come 
nemici. Bisogna perci tener pronti come posti avanzati gli Scozzesi, che spiino 
la prima occasione e, se poco poco si muovono gl'Inglesi, lanciarli 
immediatamente contro (40) e a tale scopo mantenere in segreto qualche nobile 
esule (non si pu farlo alla scoperta per via dei trattati), il quale avanzi 
pretese al trono (41). Si terr in pugno, con tal mezzo, il re, di cui c' poco 
da fidarsi.
Ora, mentre si macchinano s grandi cose, mentre tanti grandi politici fanno a 
gara a presentare i loro piani in vista della guerra, se dovessi levarmi a 
parlare io, uomo da nulla, che dovrei dire? Ben potrei proporre di dare 
indietro, esponendo l'idea che non c' da occuparsi dell'Italia, ma  meglio 
starsene a casa propria, ch gi di per s il solo regno di Francia  troppo 
grande per venir governato da uno solo, onde il re non si creda in dovere di 
pensare ad aggiungervi altre terre... E a sostegno potrei sottoporre alla loro 
attenzione le decisioni degli Acor (42), una popolazione che si trova a sud-est 
dell'isola di Utopia, i quali una volta fecero una guerra per ottenere un altro 
regno al loro re, che lo pretendeva come dovutogli in eredit per via di 
cognazione (43). E ben lo conquistarono, ma si accorsero subito che, a 
conservarlo avevano fastidi non meno che per conquistarlo, poich sempre 
ripullulavano nuovi germi di ribellione all'interno o di invasioni dal di fuori 
e cos bisognava sempre portar le armi fra i nuovi sudditi, o contro o a favore 
di essi, senza poter mai licenziare l'esercito. Era insomma una spoliazione dei 
cittadini, il danaro fuggiva all'estero, per un po' di gloriola altrui si 
versava il proprio sangue... N la pace offriva meno pericoli: in paese i 
costumi corrotti dalla guerra, il brigantaggio un eccesso diffusosi ovunque, 
l'audacia cresciuta per via dei continui ammazzamenti, e ogni legge in 
dispregio, ch il re, diviso fra le cure dei due regni, poteva meno badare 
all'uno o all'altro. Fu allora che gli Acor, vedendo che non c'era altro modo 
di metter fine a tanti mali, vennero nella deliberazione di invitare con molta 
umanit il re a serbare quale dei due regni volesse, ch pi di uno non avrebbe 
potuto, essendo essi fin troppi per esser governati da mezzo re, quando nessuno 
vorrebbe avere un mulattiere a servizio di due padroni. Cos dunque quel fior di 
re fu costretto a lasciare il nuovo regno a un suo amico, che ne fu anche 
scacciato dopo un po' di tempo, e a star pago al suo di prima... Ma io potrei 
anche mostrare al nostro re che tutta quanta la sua passione per le guerre, che 
dovranno, per amor suo, sconvolgere tanti paesi, quando ben bene abbia svuotato 
l'erario e disfatto il popolo, c' il caso che si risolva per la Francia in pura 
perdita. Ma quando io gli avessi cantato tutto ci e poi che pensi a render 
felice il regno dei suoi avi, lo abbellisca quanto meglio pu, lo renda quanto 
pi fiorente  possibile, ami i suoi e si lasci amare da essi, viva insieme con 
essi e comandi senza asprezza e lasci stare gli Stati altrui, dacch ci che gli 
era toccato era grande abbastanza e di troppo, con quali orecchie, caro Moro, 
credete che sarebbe accolta questa mia esortazione?
- Non molto favorevoli, certo - risposi io.
- Possiamo dunque continuare - rispose. - Facciamo il caso che dei consiglieri 
discutano con un re qualsiasi, escogitando artifici per ammucchiar tesori. C' 
uno che propone di elevare il valore della moneta sopra la pari, quando deve 
pagare, e viceversa abbassarlo al di sotto, quando avr da raccoglier danaro, e 
ci allo scopo di poter saldare molto con poco e ricever molto invece di poco 
(44). Ma c' un altro che propone di fingere una guerra: con tal pretesto si 
raccoglie un'imposta, per poi, quando piaccia, celebrar la pace coi riti pi 
solenni, per abbagliar gli occhi del popolino, da buon re, che, naturalmente, ha 
voluto risparmiare il sangue dell'umanit (45). C' un terzo che gli reca in 
mente alcune leggi tarlate, senza pi vigore per lungo abbandono, che nessuno 
rispetta perch nessuno sa della loro esistenza: si facciano dunque pagare le 
multe corrispettive (46), ch non ci sono entrate pi sicure n pi onorevoli di 
quelle che portano in faccia la maschera della giustizia. Da un altro gli vien 
consigliato di emanare, con minacce di grandi pene pecuniarie, una gran quantit 
di divieti, specie di natura tale che il popolo abbia interesse ad abrogarli, e 
poi in seguito il re s'accordi, per danaro, con quelli i cui interessi la 
proibizione danneggia. In tal modo non solo attira a s il favor popolare, ma 
ricava anche un doppio profitto, sia colpendo coloro cui la brama di guadagno ha 
tratto nella rete, sia che ad altri venda privilegi a prezzo tanto pi elevato, 
si sa, quanto pi buono  il re, che, non senza suo rammarico, tollera contro il 
bene pubblico qualche interesse privato, ma non certo per poco danaro. E c' 
infine uno che vuol indurlo a legare a s i giudici del reame, i quali a ogni 
occasione difendano i diritti della corona. Bisogna perci chiamarli a palazzo, 
invitandoli a discutere in sua presenza delle cose sue...: in tal modo non ci 
sar causa cos evidentemente ingiusta che qualcuno di essi, o per mania di 
contraddizione, o per vergogna di ripetere ci che altri ha gi detto, o per 
ottenere il favore del monarca, non trovi qualche crepaccio per cui sparare una 
falsa accusa... In tal modo una cosa per s evidente si riesce a metterla in 
discussione per opera di uomini di legge, ognuno dei quali ha la sua opinione, e 
vien revocata in dubbio la verit, e opportunamente si d con ci appiglio al re 
di interpretar la legge a suo vantaggio. Cos nessuno - vergogna o paura che sia 
- oserebbe pi opporsi. In tal modo senza pi scrupoli la sentenza vien poi rsa 
nelle dovute forme... E pu mancar pretesto a chi decide in favore del principe? 
Gli basta che dalla sua stia l'equit, ovvero la parola della legge, ovvero il 
senso alterato della scrittura, o infine, ci che per giudici timorati di Dio  
superiore ad ogni legge, l'indiscussa prerogativa reale... Tutti d'accordo 
accettano il detto di Crasso, che non c' danaro che basti a un re, cui incomba 
mantenere un esercito (47), e che poi il re, anche a volerlo a tutta possa, non 
pu far male: tutte le cose infatti son propriet di lui, anche gli stessi 
uomini, e ognuno possiede in proprio solo quanto non gli toglie la benignit del 
re. Anzi che gli altri posseggano il meno possibile  interesse capitale del re, 
la cui sicurezza poggia sull'esigenza che il popolo non si abbandoni, per via di 
ricchezze e libert, a ogni sfrenatezza; queste infatti mal sanno sopportare 
ordini duri e ingiusti, mentre invece la miseria e il bisogno fiaccano gli animi 
e li fan rassegnati, togliendo agli oppressi ogni generoso spirito di rivolta...
A questo punto io mi leverei a sostenere che tutti questi consigli sono per un 
re ignobili e dannosi. Non solo il suo onore, ma la sua sicurezza si fondano sul 
benessere del popolo pi che sul suo proprio: i popoli si scelgono i re nel loro 
interesse, non per quello del re (48); vale a dire per poter essi, con le 
fatiche e con lo zelo di lui, vivere agevolmente, sicuri da offese. Perci tanto 
pi che della propria tocca al principe occuparsi della salute pubblica, non 
diversamente da un pastore, il cui dovere , in quanto pecoraio, di mantener le 
pecore pi che se stesso... Quanto poi all'opinione che la miseria del popolo 
vuol dire tranquillit e sicurezza, i fatti stessi dimostrano che si sbagliano 
di grosso... Dove infatti si trovano pi risse che fra pezzenti? E chi si augura 
rivolgimenti con pi passione che quelli scontenti dello stato presente? O chi, 
infine, dimostra pi audacia e violenza a tutto sconvolgere, nella speranza di 
arraffar qualcosa, di cui non ha nulla da perdere? Ch, se qualche re fosse in 
disprezzo o in odio ai suoi, tanto da non poterli altrimenti tenere a dovere che 
procedendo fra offese, saccheggi e confische e riducendoli in miseria, meglio 
varrebbe per lui abdicare che conservare il regno con tali modi di agire, con 
cui conserverebbe il trono, ma non la maest di re. Non  dignit regale 
esercitare il proprio dominio su straccioni, ma piuttosto su popoli grassi e 
felici; la qual cosa ben senti quell'uomo di animo grande, sublime, che fu 
Fabrizio, l dove rispose che preferiva comandare a ricchi anzich esser ricco 
lui (49). Diguazzare, soli, fra i piaceri e le delizie, quando tutti gli altri 
d'intorno gemono lamentandosi, vuol dire, non c' dubbio, esser custode di un 
carcere, non di un regno. Infine, un medico che non sappia curare una malattia 
se non con un'altra malattia, sarebbe un ignorante, un guastamestieri..., e cos 
chi non sa raddrizzare la vita sociale altrimenti che togliendo gli agi dalla 
vita, confessi pure che non sa comandare a uomini liberi... Pensi piuttosto ad 
abbandonare la sua indolenza o piuttosto la sua albagia tirannica, colpe queste 
che rendono odiosi e contennendi i re ai popoli; viva del suo senza mal fare, 
conguagli le spese all'entrate, ponga freno al male, prevenga, educando bene i 
suoi, il delitto, anzich lasciarlo diffondere per punirlo in seguito. E non 
richiami a casaccio leggi cadute in disuso e nulle, soprattutto se, per essere 
da gran tempo morte, non se n' mai sentito bisogno n mai esiga, sotto pretesto 
di delitto, una penalit pi elevata, che un giudice non permetterebbe fra 
privati, come iniqua e cavillosa.
E qui potrei additar loro una legge dei Macarii, che anch'essi non stanno troppo 
lontano da Utopia, il re dei quali nel giorno in cui sale al trono, fatti grandi 
sacrifici, si obbliga con giuramento a non serbar nell'erario in ogni momento 
pi di mille libbre di oro, o argento in equivalenza. Questa legge, si dice, fu 
fatta da un ottimo re, che ebbe pi a cuore il bene della patria che le proprie 
ricchezze, a mo' di freno e ostacolo a smisurati ammassamenti di danaro da 
ridurre il popolo in miseria. Una tal riserva d'oro, diceva il re, pu bastare 
sia che il re abbia a lottare contro dei ribelli, sia il regno contro incursioni 
nemiche; senza dire che ha il vantaggio di non suscitare appetito o dar modo di 
togliere la roba agli altri. E questo fu il vero motivo per cui fu fatta la 
legge; e inoltre poi egli credette di provveder in tal modo acciocch non 
mancasse il danaro circolante per gli scambi quotidiani; in terzo luogo, quando 
il re deve versare ci che avesse accumulato al di l dei limiti di legge, non 
cercher tutti i mezzi per violare il diritto altrui. Un re di tal fatta sar il 
terrore dei delinquenti e l'amore dei galantuomini... Or dunque, se io gettassi 
loro sul viso queste e simili riflessioni, mentre essi inclinano 
appassionatamente dalla parte opposta, non racconterei una favoletta a sordi?
Sicuro, - diss'io - sordi come campane; ma non me ne maraviglio, perdiana! A dir 
vero, non si devono, mi sembra, lanciare proposizioni che si  sicuri non 
saranno mai accolte, n dar consigli in tal senso. A che infatti potrebbe 
giovare un discorso cos straordinario, o in che modo insinuarsi nel cuore di 
gente prevenuta, in cui stanno radicate convinzioni opposte? Fra giovani amici, 
in conversazioni familiari, non dispiace questa maniera di filosofare da 
accademie...; ma nei consigli dei prncipi, dove si trattano con grande autorit 
affari della pi estrema importanza, non c' posto per tali cose...
- Questo  proprio ci che vi dicevo - replic lui - che presso i principi non 
c' posto per la filosofia.
- Anzi, il posto c' - diss'io - ma non per codesta filosofia accademica, che 
s'illude che qualsiasi cosa convenga in qualsiasi luogo... Esiste invece 
un'altra filosofia, pi socievole, che conosce bene il proprio palcoscenico e sa 
adattarvisi e, nel dramma che si d, fare acconciamente la propria parte con 
grazia e dignit. Questa dovete adoprare. Facciamo il caso che, mentre si 
rappresenta una commedia di Plauto, e gli schiavi scambiano motti come ragazzi, 
vi affacciaste sulla scena vestito da filosofo, per mettervi a declamare quel 
brano dell'"Ottavia" (50), in cui Seneca redarguisce Nerone...: non era meglio 
fare una parte muta, anzich con quelle stonature produrre un guazzabuglio di 
tragedia e commedia? Mescolando infatti elementi estranei, anche se ci che 
s'introduce  pi bello, si guasta e si sconvolge il soggetto. Qualunque sia la 
commedia che si ha tra mano, la si rappresenti quanto meglio si pu, senza 
scompigliarla tutta pel solo fatto che ce ne viene in mente un'altra pi 
spiritosa. Lo stesso  dello Stato, lo stesso delle consultazioni dei prncipi. 
Se non si possono sradicare del tutto i pregiudizi e gli errori, se non si pu 
rimediare come si vorrebbe ai vizi correnti e tollerati, non per questo bisogna 
lasciare il paese nell'imbarazzo n, pel fatto che non si possono fermare i 
venti, abbandonar la nave dello Stato in mezzo alla tempesta. E d'altra parte, 
nemmeno introdurre a forza discorsi insoliti e stravaganti, che si sa non 
avranno alcun peso presso chi ha idee opposte; ma per vie oblique bisogna 
adoprarsi in ogni modo a condurre le cose, per quanto uno sa e pu, 
acconciamente, in modo da render quanto meno dannoso sia possibile ci che non 
si pu cangiare in bene. Che tutto stia bene non si pu ottenere, se tutti non 
sono buoni; e questa  cosa a cui ho rinunziato... per un po' di anni.
- Ma a questo modo - replic Itlodeo - non si otterrebbe altro che, mentre io 
cerco di rimediare all'altrui pazzia, diverrei io stesso pazzo furioso insieme 
con loro. Se voglio dire la verit,  necessario che parli nel modo che ho 
detto. Del resto, non so se sia da filosofo dire il falso; certo non  mia 
abitudine. Sebbene... quel mio discorso, ammesso pure che riesca sgradito forse 
e molesto, non vedo perch debba sembrare stravagante sino all'incongruenza... 
Se narrassi ci che Platone immagina nella sua Repubblica, o ci che fanno nella 
loro gli abitanti di Utopia, questo sl che, per quanto sia meglio, non c' da 
dubitarne, potrebbe sembrare disadatto, perch mentre la propriet, da noi,  
privata, dei singoli, 11 invece tutto  in comune.
D'altra parte che cosa avrebbe in s il mio discorso di sconveniente o che non 
debba dirsi in ogni luogo, se non che non pu far piacere a quelli che han 
stabilito fra loro di buttarsi a precipizio per la via opposta, perch li 
richiama mettendo loro il pericolo sotto gli occhi? Certo, se si dovesse tacere 
come stravagante e assurdo tutto il male prodotto dalla curruttela umana, e che 
par cosa innaturale, bisognerebbe tener occulta la maggior parte degli 
insegnamenti di Cristo, che questi viet di nascondere, ordinando anzi di 
predicar pubblicamente di sui tetti anche ci che lui avesse bisbigliato 
all'orecchio dei suoi (51). Ora, la maggior parte delle massime cristiane sono 
in contrasto coi costumi di costoro molto pi che non le mie parole. Senonch 
questi falsi predicatori, nella loro astuzia, seguendo, credo, quel vostro 
consiglio di prudenza, visto che gli uomini mal sopportano di adattare i loro 
costumi alla legge di Cristo, han piegato la sua dottrina, come una squadra di 
piombo, ai costumi di quelli, in modo da accordarvela bene o male, si capisce! 
Che cosa ci han guadagnato? Solo che gli altri possono esser malvagi con pi 
tranquillit di coscienza... E altrettanto ci guadagnerei io, non c' dubbio, 
nei consigli dei prncipi. Poich delle due l'una: o io non la penso come loro e 
sarebbe lo stesso che non pensassi affatto, o la penso come loro, e in tal caso 
mi farei, come dice Micione in Terenzio, promotore di pazzia (52). Quelle vie di 
traverso non vedo a che mirino, se pensate che bisogna batterle per ottenere 
che, non potendosi fare perfette tutte le cose, almeno si maneggiano con 
abilit, s da renderle il meno possibile dannose. Ma non  questo il luogo di 
dissimulare, e d'altra parte non  lecito farsi conniventi: qui si dovrebbe dare 
aperta approvazione ai peggiori consigli, si dovrebbe sottoscrivere a decisioni 
quanto mai funeste. Chi poi approvasse a denti stretti inique misure, sarebbe 
tenuto in conto di spia e quasi anche di traditore.
E poi non si d occasione alcuna o modo di poter fare un po' di bene, a trovarsi 
in tale compagnia. E' pi facile che guastino un fior di galantuomo anzich 
correggersi essi, perch, frequentando questi malvagi, o ci si corrompe, o la 
propria probit, il proprio disinteresse fa da paravento alla pazza malvagit 
altrui. Tanto  lontano il caso di potere, per quelle vie traverse, mutar nulla 
in meglio! Ed  questa la ragione per cui Platone, con una splendida 
similitudine, spiega perch giustamente i filosofi debbono astenersi dal 
partecipare alla vita pubblica. E' come se vedessero, dice, la gente sparsa in 
una piazza bagnarsi a un acquazzone dietro l'altro, e non riuscissero a 
persuaderla a lasciar la piazza e rientrare in casa; in tal caso, sapendo che 
niente otterrebbero a uscire loro se non di inzupparsi insieme con gli altri, se 
ne stanno chiusi in casa: quando non possono rimediare all'altrui pazzia, si 
devono contentare di starsene al sicuro almeno essi (53).
Sebbene, a dir vero (ma volete che vi si schiuda apertamente, caro signor Moro, 
ci che racchiude il mio animo?), io sia convinto che, dove c' la propriet 
privata, dovunque si commisura ogni cosa col danaro, non  possibile che tutto 
si faccia con giustizia e tutto fiorisca per lo Stato. A meno che non pensiate 
che si agisca con giustizia l dove le cose migliori vanno nelle mani dei 
peggiori furfanti, o che lo Stato fiorisca dove tutti i beni son distribuiti fra 
un esiguo numero di cittadini. Ma nemmeno costoro stanno bene da ogni punto, 
quando gli altri tutti vivono nella miseria (54)...
E' questo il motivo per cui spesso in cuor mio ripenso alle istituzioni 
prudentissime e giustissime degli Utopiani, presso i quali lo Stato  regolato 
cos bene e da cos poche leggi, che non solo vi  onorato e ricompensato il 
merito, ma anche l'uguaglianza  stabilita in modo che ognuno ha in abbondanza 
di ogni cosa. E poi alle costumanze di costoro vo' d'altra parte paragonando 
tanti altri popoli (che sempre legiferano, senza che ce ne sia mai uno fra tutti 
con buone leggi), presso i quali ci che ognuno acquista  da lui dichiarato 
propriet privata; ma le loro leggi, fatte sempre pi numerose di giorno in 
giorno, non riescono a fare che uno possa ottenere o difendere o distinguere a 
sufficienza dall'altrui ci che ognuno a sua volta chiama propriet sua privata: 
come dimostrano agevolmente quei processi senza fine che sempre rinascono e mai 
si decidono... Or quando, dicevo, vado fra me considerando questi fatti, 
giustifico Platone, e meno mi sorprende il suo disdegno di dar leggi a popoli 
che si rifiutavano a spartire per legge tutti i beni fra tutti ugualmente (55). 
Era facile antivedere a quell'uomo sapientissimo che la sola ed unica via alla 
salvezza dello Stato  d'imporre l'uguaglianza, la quale non so se possa mai 
mantenersi dove le cose sono propriet privata dei singoli. Ciascuno infatti, 
sotto determinati titoli fa sue quante pi cose pu e, per quanto grande sia il 
numero dei beni, pochi son quelli che se li dividono tutti fra loro, lasciando 
agli altri la miseria. E in generale avviene che ricchi e poveri dovrebbero 
scambiare la propria sorte fra di loro, poich i primi sono rapaci, malvagi e 
disutilacci, mentre i secondi al contrario son uomini di moderazione e di cuor 
semplice, e con la loro attivit quotidiana si dimostrano pi benefici allo 
Stato che a se stessi.
Tanto io son pienamente convinto che non  possibile distribuire i beni in 
maniera equa e giusta, o che prosperino le cose dei mortali, senza abolire del 
tutto la propriet privata! Finch dura questa, durer sempre, presso una parte 
dell'umanit che  di gran lunga la migliore e la pi numerosa, la 
preoccupazione dell'indigenza, col peso inevitabile delle sue tribolazioni. E' 
sicuro che far sparire del tutto la miseria non  possibile; ma ben la si 
potrebbe alleviare un pochino, bisogna ammetterlo. Evidentemente si potrebbe 
stabilire che nessuno possgga al di l di una determinata quantit di terra, e 
fissare per legge la ricchezza in danaro di ognuno; come si potrebbe per legge 
evitare che un principe sia troppo potente o un popolo troppo insolente, poi che 
non si aspiri alle magistrature per mezzo di brogli o di danaro, n che si 
rendano necessarie grandi spese a chi le occupa, giacch diversamente gli si 
porge occasione a rifarsi economicamente per mezzo di frodi e rapine, e si sente 
poi il bisogno di dar quelle cariche a ricchi, mentre dovrebbero esser rivestite 
dai saggi. Con tali leggi, allo stesso modo come corpi sfigurati da malattie si 
ristorano un po' per mezzo di continui palliativi, si potrebbero addolcire anche 
questi mali e attenuare; ma di guarirli del tutto, riducendoli in buona 
complessione, non c' speranza assolutamente finch ognuno possiede le cose in 
proprio. Anzi, mentre si cerca di curare un membro del corpo, si irrita la piaga 
di un altro, e dal rimedio per uno ha origine la malattia di un altro, per la 
buona ragione che non si pu dar qualcosa a uno senza togliere la stessa a un 
altro.
- Ma io - risposi - son del parere opposto, che  impossibile viver bene dove 
tutto sia in comune. In che modo infatti ci sarebbe abbondanza di tutto, se 
ognuno (56) si sottrae al lavoro? Non  di sprone infatti il pensiero del 
proprio guadagno. Ognuno sa di poter contare sul lavoro altrui e ci lo rende 
infingardo. Ma poi, quando si fosse incalzati dalla miseria, quando quel poco 
che si  ottenuto non lo si pu conservare come proprio con nessuna legge (57), 
non si cade di necessit in sconvolgimenti e uccisioni senza fine? Soprattutto 
quando ai magistrati si  tolta ogni autorit, ogni rispetto... Ma qual posto 
possono fare a tali sentimenti uomini che non riconoscono alcuna differenza fra 
loro? Io per me non saprei nemmeno immaginarlo.
- E di ci non mi maraviglio - replic lui: - nessuna visione di uno Stato 
siffatto conforta il vostro spirito, ovvero ve ne fate un'idea falsa. Ma se voi 
foste stato meco a Utopia e aveste osservato coi vostri occhi, dimorando ivi, i 
costumi e le istituzioni di quei popoli, come ho fatto io, che vi son rimasto 
pi di cinque anni, e non me ne volevo mai tornare, se non fosse stato allo 
scopo di far conoscere quel nuovo mondo, confessereste allora di non aver mai 
trovato in nessun luogo un popolo con una buona costituzione politica, tranne 
che l.
- Ma - intervenne Pietro Gilles - non vi sar facile persuaderci che in quel 
nuovo mondo si trovi un popolo con una costituzione migliore che in questo mondo 
che conosciamo. Poich qui da noi gl'ingegni non sono inferiori e gli Stati 
credo che siano ben pi antichi che laggi; e poi una pratica secolare ha 
trovato moltissime comodit per la nostra vita... Per non aggiungere quelle 
scoperte fatte quasi per caso, nei nostri paesi, alle quali nessun genio poteva 
bastare da solo...
- Per quel che riguarda l'antichit di quegli Stati - rispose - vi potreste 
pronunciare con pi esattezza, se aveste esaminato le loro storie; alle quali se 
bisogna prestar fede, ci furono prima citt presso di loro che uomini presso di 
noi. E ci che sinora o il genio ha trovato o il caso fatto scoprire, pu 
trovarsi sia l che qui. Sono pero convinto che, come noi li superiamo in 
ingegno, cos siamo da essi lasciati molto indietro per ardore e attivit. Prima 
infatti, narrano i loro annali, che sbarcassimo col noi, che essi chiamano gli 
Oltrequinoziali, non avevano mai sentito parlare delle nostre cose, tranne che 
una volta, mille duecento anni fa (58), una nave fu da una tempesta spinta 
all'isola di Utopia e vi fece naufragio. E vi sbarcarono dei Romani e degli 
Egiziani, che poi non se ne allontanarono pi.
Notate ora che vantaggio seppero con la loro attivit ricavare quei popoli di 
Utopia da quest'unica occasione. Non c'era, nei limiti dell'Impero romano arte 
alcuna di qualche vantaggio, che essi non abbiano o appreso dagli stranieri 
approdati, ovvero scoperto da s, accogliendo per da essi i primi germi 
dell'indagine: di tanto vantaggio riusc loro quest'unico approdo col di pochi 
dei nostri! Ma se, per qualche caso analogo, prima di ora qualcuno di essi  mai 
approdato qui, nel vecchio mondo, la cosa si  interamente cancellata dalla 
nostra memoria, allo stesso modo forse come si sperder presso i posteri anche 
il ricordo che una volta io sono stato col. E mentre essi, incontratisi una 
sola volta appena coi nostri, si appropriarono di tutte le nostre scoperte 
utili, penso che ci vorr molto tempo prima che noi accogliamo qualcuna delle 
loro istituzioni pi perfette. E questa  la gran causa, credo io, perch, pur 
non essendo noi inferiori a loro per ingegno e per mezzi, tuttavia il loro Stato 
 governato pi saggiamente del nostro e fiorisce pi felicemente.
- Dunque, caro signor Raffaele, - dissi allora io - descriveteci quest'isola, ve 
ne preghiamo e scongiuriamo. E non siate breve, ma spiegateci a parte a parte 
campi, fiumi, citt, uomini, costumi, istituzioni, leggi, in una parola tutto 
ci che credete che vogliamo conoscere. E riflettete: noi vogliamo conoscere 
tutto ci che non sappiamo ancora.
- Non c' cosa che farei con pi piacere - rispose lui. - Ho tutta la materia 
presente. Ma c' bisogno d'un po' di tempo.
- In tal caso - diss'io - rientriamo prima in casa, a desinare. Poi prenderemo 
il tempo che abbisogna, a nostro piacere.
- E sia! - disse lui.
Cos entrammo dentro e facemmo una buona colazione. Dopo il pasto, tornammo al 
luogo di prima e ci sedemmo sugli stessi seggi. Si dette ordine ai servi che 
nessuno ci disturbasse, e allora Pietro Gilles e io pregammo Raffaele Itlodeo di 
ammannirci ci che aveva promesso. Egli dunque, quando ci vide tutti attenti e 
bramosi di sentire, raccoltosi per poco in silenzio e meditabondo, incominci in 
questi termini.
...
.
...
NOTE.
.
Nota 1. Vero  che questa repubblica  retta da un re, cio da un filosofo, come 
quella di Platone. Ma poi ci dice egli stesso: Descripsi vobis quam potui 
verissime eius formam reipublicae, quam ego certe non optimam tantum, sed solam 
etiam censeo, quae sibi suo iure possit reipublicae vindicare vocabulum. 
"Utopia", pp. 201-2. E dunque  Stato libero o repubblica.
Nota 2. Questo  il titolo autentico dell'opera: solo nell'edizione del 1565 
("Latina Opera") il titolo diventa "Utopia sive sermo, quem Raphal", eccetera, 
acquistando dopo Moro la parola 'Utopia' tale celebrit, da indicare da sola 
questo trattato.
Nota 3. Il futuro Carlo Quinto, allora, per la morte del padre, sotto la tutela 
del nonno, Ferdinando il Cattolico, per i suoi possedimenti spagnoli.
Nota 4. Quest'inglese (1474-1559), che tutti i contemporanei dicono pio e colto, 
fu della cerchia di Erasmo e di Moro (aveva studiato leggi in Inghilterra e in 
Italia) e partecipe dei loro sentimenti di libert. A suo merito si pu 
ricordare che, vescovo di Durham dal 1530, pur cattolico e antiprotestante, non 
adopr mai la pena di morte contro gli eretici.
Nota 5. "Scriniis praefecit", in inglese "Master of Rolls", alta funzione 
giudiziaria di chi suppliva il cancelliere nelle sue funzioni giurisdizionali, 
nella High Court Chancery.
Nota 6. Ora in Francia, nel dipartirnento del Nord. Il Theimsecke, nato a 
Bruges, consigliere nel Gran Consiglio di Malines verso il 1500 ha lasciato una 
storia dell'Artois.
Nota 7. L'ambasciata lasci l'Inghilterra il 12 maggio 1515, perci l'incontro 
sarebbe avvenuto nel settembre.
Nota 8. Da "ythlos" ciarla e "diein" distribuire (distributor di ciarle), 
o piuttosto ardere: "der glbende Phantast", il brillante visionario come 
intende H. BROCKAUS, "Die Utopia-Schrift des Th. Morus", Leipzig 1929, p. 5. 
Secondo lui, Itlodeo sarebbe l'arcivescovo di Bari Stefano Gabriele Marino, 
probabile autore della relazione sul M. Athos al concilio Lateranense, e futuro 
cardinale e consigliere di Carlo Quinto, che pu aver avvicinato Moro e la sua 
cerchia.
Nota 9. Il quarto viaggio del Vespucci ebbe luogo dal maggio 1503 al giugno 
1504. La relazione "Quattuor Americi Vesputii navigationes" fu pubblicata il 4 
settembre 1507 a Saint-Di, dopo la "Cosmographiae Introductio".
Nota 10. La prima sentenza in Luc., "Phars.", 7, 819; la seconda  attribuita ad 
Anassagora: vedi Cicerone, "Tuscolanae", 1, 104. Doveva essere un'espressione 
frequente sulle labbra di Moro stesso, se il genero Roper narra che in carcere, 
alla moglie corrucciata, rivolse sorridendo la stessa domanda: Non  questa 
casa altrettanto vicina al cielo che la mia? "Life of Sir Thomas More", London 
1882, pp. 824.
Nota 11. Oggi Calicut, sulla costa del Malabar, dov'era approdato Vasco de Gama 
il 1498.
Nota 12. Ho reso alla lettera, ma si tratta della calamita, cio dell'ago 
calamitato, conosciuto da gran tempo e cominciato a usare dai naviganti, per la 
sua popolarit, alla fine del secolo Quindicesimo.
Nota 13. Il Moro si ride delle narrazioni di viaggi, che allora si 
moltiplicavano dopo il "Viaggio d'oltremare" (1357-71) di Giovanni di 
Mandeville, in gran parte favoloso, ma molto letto a quei tempi, dopo le recenti 
scoperte.
Nota 14. Cio adulatori di secondo grado: "supparassitantur", dice il testo, ed 
 termine plautino ("Miles Gloriosus", 2, 3, 77).
Nota 15. Si tratta della sconfitta dei ribelli di Cornovaglia il 1497 a 
Blackheath.
Nota 16. Il Morton (1420-1500), arcivescovo di Canterbury l'86, l'anno dopo 
"Lord Chancellor" e poi cardinale (la sua punizione appunto volevano i ribelli) 
era riuscito a metter termine alla guerra delle due rose con la restituzione 
della corona a Enrico Settimo. In casa del Morton appunto crebbe il giovine 
Moro, che conserv di lui sempre un vivo ricordo.
Nota 17. Carlo Ottavo di Francia acquist la Bretagna, sposando la duchessa 
Anna. Per rappresaglia Enrico Settimo d'Inghilterra sbarc a Calais, il 1492, e 
assal Boulogne ma presto si ritir.
Nota 18. Il testo ha "morosophi", stoltamente sapienti o sapientemente 
stolti, termine creato da LUCIANO, "Alex.", 40, e che  un richiamo all'"Elogio 
della Pazzia" erasmiano.
Nota 19. "Catil.", 16.
Nota 20. Questo dei danni recati all'agricoltura dalla pastorizia non era 
lamento nuovo a quei tempi, n fin allora, in Inghilterra: dopo le guerre 
civili, la vita rinasceva con nuovi bisogni e chiedeva nuovi mezzi.
Nota 21. Probabilmente, nella siccit del 1506.
Nota 22. E' l'interpretazione di Ralph Robinson, il primo traduttore inglese 
(1551), citato da J. H. LUPTON (nell'edizione delle "Opere" del Cola, Cambridge 
1867-76, p. 60) e dal GRUNEBAUM-BALLIN, nella sua edizione (Paris 1935, p. 69).
Nota 23. "Sine ullo exemplo Dei" semble signifier "sans aucun exemple donn par 
Dieu", sens assez peu satisfaisant, car il serait trop ais d'allguer des cas 
o Dieu chtie de mort ceux qui ont pech. M. DELCOURT, "L'Utopie ou le trait 
de la meilleur forme de governement", Paris 1936, p. 68, n. Nemmeno traducendo: 
senza alcuna punizione da parte di Dio si dice nulla: come se Dio sanzionasse 
il mal fare degli uomini. La Delcourt propone di intendete eccezione, da 
"eximo".
Nota 24. "Polys" e "Lros", molto cicaleccio: forse perch inesistenti fuori 
da questo discorso.
Nota 25. Non vi sono evidentemente, tra i Polileriti, disgraziati costretti a 
rubare per fame, come del resto non vi esiste, si vede, vagabondaggio e 
disoccupazione.
Nota 26. More ne parat pas s'apercevoir que les Polylrites connaissent la 
peine capitale. Le systme entier, qui est clment, ne tient que si l'on punit 
svrement ceus qui le compromettent. DELCOURT, op. cit., p. 72, n. 1.
Nota 27. More ne semble pas voir que ce systme encouragerait les dlations, 
les accusations mensongres et la provocation  l'vasion. DELCOURT, op. cit., 
p. 72, n. 3.
Nota 28. La riduzione della pena, qui preconizzata, in ricompensa della buona 
condotta, fu introdotta nel diritto penale inglese il 1853, e poi negli altri 
Stati.
Nota 29. Tutto questo brano per, sul buffone e l'uomo di chiesa, non fu pi 
creduto lecito dopo la Riforma e fu espurgato nell'edizione dell'"Utopia" di 
Colonia, 1629, juxta indicem librorum expurgatorum cardinalis et archiepiscopi 
Toletani correcta.
Nota 30. Quippe semper alterum evenii etcetera. For ever more the one of 
thies two chaunced: cos, semplicemente, intende il Robinson, citato in LUPTON, 
op. cit. p. 74. Ma la DELCOURT, p. 76, n. 3 dell'op. cit., propone di intendere 
"alterum" nel significato che ha nel linguaggio augurale, cio come qualcosa di 
sfavorevole, come un cattivo presagio; ma cos se ne va tutta l'arguzia.
Nota 31. "Luca", 21, 19.
Nota 32. "Ps.", 4, 5.
Nota 33. "Ps.", 49, 9 ("Vulg." 68, 10).
Nota 34. "2 Reg.", 2, 24. Le parole sono dell'inno di Adamo di San Vittore, "De 
Resurrectione Domini: Irrisores Helisaei - dum conscendit domum Dei - zelum 
calui sentiunt". Il frate satireggiato dice per "zelus calvi", come se fosse 
neutro, e subito dopo adopera "ribaldus" che  parola del Medioevo (nel secolo 
Dodicesimo i ribaldi sono soldati, ma poi diventano mascalzoni, allo stesso 
modo come "latro" presso Plauto  soldato mercenario, ma un secolo dopo  
masnadiere, assassino, ladrone). Il curioso si  che, per queste parole, Moro fu 
accusato di non saper scrivere il latino. Mori solecismi ac barbarismi aliquot 
foedissimi scriveva il BRIXIUS nel suo "Antimorus" (Parigi 1519, f. 7, 5.). Per 
tutte le polemiche col francese, vedi la lettera di costui a Erasmo, in ALLEN, 
op. cit. 4, n. 1045 e la risposta di Moro, n. 1087; poi n. 1093, n. 1096, n. 
1117.
Nota 35. "Proverbi", 26, 5. Vero  che prima, 4, i "Proverbi" dicono al 
contrario: Non rispondere allo stolto secondo la sua stoltezza per non renderti 
eguale a lui. Insomma per Moro quei proverbi non provano niente.
Nota 36. La citazione dalla "Repubblica", 5, 473  fatta a memoria e non dal 
testo, ma dalla traduzione del Ficino.
Nota 37. E' noto che Dionisio cerc di farlo ammazzare e, in mancanza di ci, lo 
fe' vendere schiavo in Egina.
Nota 38. Si ricordi che l'"Utopia"  del 1516, quando, morto da poco Ferdinando 
il Cattolico, era salito al trono di Spagna il nipote Carlo, il quale solo 
quattro anni dopo doveva essere imperatore col nome di Carlo Quinto. E' questo 
l'anno della pace di Noyon (13 agosto); l'anno prima, colla battaglia di 
Marignano (13-14 settembre), Francesco Primo si era di nuovo impadronito del 
milanese; ma il regno di Napoli restava sempre alla Spagna: Luigi Dodicesimo se 
l'era lasciato togliere dal suo alleato, Ferdinando il Cattolico, il 1503.
Nota 39. Lo aveva incorporato nel regno di Castiglia Ferdinando il Cattolico il 
15 giugno 1515, in seguito a cessione del re di Francia, che non ne era il 
padrone, come fa notare il Moro.
Nota 40. Cos precisamente aveva fatto il 1513 il re Giacomo di Scozia, mentre 
Enrico Ottavo guerreggiava in Francia.
Nota 41. L'ultimo pretendente era stato Perkin Warbeke, sedicente duca di York e 
figlio di Edoardo Quarto, assassinato il 1483: fu naturalmente sostenuto dal re 
di Francia, Carlo Ottavo, e anche dalla vedova di Carlo il Temerario, Margherita 
di York.
Nota 42. Cio senza paese, inesistenti, n pi n meno che l'Utopia.
Nota 43. E' stato il diritto vigente in Europa sino alle grandi guerre di 
successione. Qui si allude alla guerra dei cento anni: Edoardo Terzo 
d'Inghilterra pretendeva al trono di Francia, per esser nipote di Filippo il 
Bello.
Nota 44. Erano i mezzi adoperati da Edoardo Quarto (1461-83), Enrico Settimo 
(1485-1509) e Enrico Ottavo (1509-47).
Nota 45. Riguardo a questo si ricorda la breve guerra di Enrico Settimo in 
Francia cui si  accennato sopra, pretesto per nuovi contributi.
Nota 46. Anche qui gli storici inglesi fanno il nome di Enrico Settimo e dei 
suoi ministri Empson e Dudley, nonch dello stesso cardinale Morton, tanto 
esaltato dal Moro, che non ebbero scrupoli per strappar danaro in ogni modo a 
vantaggio della Corona. TREVELYAN, "History of England", London 1937, pp. 275-6.
Nota 47. Veramente in PLINIO ("Hist. Nat." 33, 10)  detto: M. Crassus negabat 
locupletem esse nisi qui reditu annuo legionem tueri posset.
Nota 48. Opportunamente il LUPTON, op. cit., pp. 92 e 95 ricorda che il Moro  
autore di audaci epigramrni politici, come "Populus consentiens regnum dat et 
aufert e Quid inter Tyrannum et Principem".
Nota 49. Veramente la cosa viene da Valerio Massimo (4, 5) attribuita a M. Curio 
Dentato.
Nota 50. Atto Secondo. Si ricordi che il Moro ebbe un vero talento di attore, a 
detta del genero Roper, e grande piacevolezza sulla scena negli anni giovanili, 
ROPER, op. cit., p. 5.
Nota 51. Quod in aurem locuti estis in cubiculis, praedicabitur in tectis, 
"Luca", 12, 3.
Nota 52. "Adelphi", 1, 2, 65.
Nota 53. Il filosofo,  detto nella "Repubblica", 6, 496 d-e, se ne rimane 
tranquillo ad attendere alle cose sue, come chi, sorpreso da un temporale, si 
ripara sotto un muricciolo dal polverone e dalla burrasca sollevata dal vento; e 
vedendo gli altri traboccare di iniquit,  lieto al pensiero che puro da 
ingiustizia e da opere empie vivr la sua vita tenera e se ne distaccher con 
bella speranza, sereno e ben disposto (trad. L. Sartori).
Nota 54. Nec illos habitos undecumque commode ceteris vero plane miseris.
Nota 55. DIOGENE LAERTIO, "De vitis Philosophiae", 3, 23; AEL., "Var. Hist.", 2, 
42. Ambedue per parlano di uguaglianza di leggi, non di beni.
Nota 56. "Quolibet" hanno le prime due edizioni; la terza corregge "unoquoque".
Nota 57. "Nec... nulla.. lege" della prima edizione  corretto poi "nec ulla 
lege".
Nota 58. Cos arriviamo al 315 dopo Cristo, sotto Costantino. Perch Moro abbia 
scelto questa data non  molto chiaro.
...
.
...
LIBRO SECONDO.
.
L'isola di Utopia nella sua parte di mezzo, dov' pi larga, si stende per 200 
miglia e per gran tratto non si stringe molto, ma poi da ambo i lati si va a 
poco a poco assottigliando verso due capi, che, piegandosi, come tracciati col 
compasso, per 500 miglia di perimetro, danno all'insieme la forma di una luna 
nuova. Le due punte separa per 11 miglia, poco pi poco meno, un braccio di mare 
che vi scorre in mezzo, per slargarsi in una immensa distesa, da ogni parte 
protetta da alture contro i venti e calma pi spesso che in furia, a mo' di gran 
lago, formando cos, di quasi ogni insenatura di quelle terre, un porto pel 
quale passano navigli in ogni senso, con gran vantaggio degli abitanti. Non  
per senza rischi l'imbocco, qua per causa di bassifondi, l di scogliere, salvo 
che, nel centro all'incirca, una ne emerge, e perci non  pericolosa, e sopra 
vi si rizza una torre, occupata da una guarnigione; ma tutte le altre, che 
restano celate a fior d'acqua, costituiscono un'insidia. Essi soli conoscono i 
passaggi, perci non senza ragione un forastiero, soltanto con la guida di un 
pilota del paese, pu penetrare sin dentro all'insenatura; anzi a mala pena vi 
entrerebbero senza rischio gli abitanti stessi, quando non indicano loro la via 
certi segnali di sul litorale, con lo spostar dei quali si farebbe correre una 
flotta nemica, per quanto numerosa, verso la propria rovina. Dall'altro lato 
dell'isola i porti non sono rari, ma in nessun luogo si trovano approdi non 
rafforzati da natura o da arte, in guisa che un pugno di difensori basterebbe a 
tener lontane immense forze. Del resto, com' tradizione e come dimostra da s 
l'aspetto del paese, una volta questa terra non tutta era circondata da mare; ma 
Utopo, che conquistandola dette nome all'isola, chiamata prima Abraxa (1), e che 
ne condusse le popolazioni rozze e selvagge a quello stato di civilt e cultura 
in cui superano ormai quasi tutti gli uomini del mondo, impadronitosene appena, 
al primo sbarco, con la vittoria, fe' tagliar la terra per 15 miglia dalla parte 
dov'era unita al continente e vi trasse il mare all'intorno. Alla quale opera 
non solo costrinse quelli del luogo, ma vi aggiunse anche tutti i propri 
soldati, affinch i primi non se l'avessero a offesa, e con l'assegnare i lavori 
fra tanta gente ottenne che l'impresa fosse compiuta con straordinaria rapidit 
e che i vicini, i quali da principio ne ridevano come di cosa pazzesca, fossero 
colpiti insieme da stupore e terrore.
L'isola possiede 54 citt (2) ampie e magnifiche, quasi tutte uguali per lingua, 
usanze, istituzioni e leggi; identico  anche il piano di tutte e, per quanto 
consente la posizione, anche l'aspetto; di queste le pi vicine stanno a 24 
miglia l'una dall'altra, ma nessuna  tanto isolata che in un giorno da essa non 
si possa arrivare a piedi ad un'altra citt. Ogni anno da ciascuna tre cittadini 
vecchi e sperimentati, per trattar degli affari comuni dell'isola, si radunano 
ad Amauroto (3), la quale, per esser posta al centro dell'isola e trovarsi pi 
comoda pei deputati di tutte le regioni,  la prima citt dello Stato e la 
capitale. Le terre sono state cos ben distribuite fra le citt che ognuna, in 
qualsiasi punto, misura non meno di 12 miglia di territorio e taluna, in qualche 
punto, anche molto di pi, cio l dove le citt si trovano pi lontane fra 
loro: nessuna desidera accrescere il proprio territorio (4), perch essi, di 
quel che posseggono, si considerano coltivatori piuttosto che padroni.
Hanno in campagna case acconciamente distribuite per tutti i poderi, fornite 
degli utensili da lavoro, e vi si recano a turno i cittadini ad abitarvi. La 
famiglia agricola non  fatta di meno di 40 persone, tra uomini e donne, oltre a 
due servi della gleba, e a capo vi son messi padri e madri di famiglia gravi e 
attempati; a ogni 30 famiglie poi  preposto un filarco. Da ogni famiglia ogni 
anno tornano in citt 20 di essa, quelli cio che han finito due anni in 
campagna, e al loro posto sottentra dalla citt un ugual numero di nuovi venuti, 
per esservi ammaestrati da quelli che vi son rimasti gi un anno e perci son 
pi esperti di lavori agricoli, l'anno seguente essi faranno alla lor volta da 
istruttori agli altri, acciocch, se tutti sono ugualmente novizi e ignari di 
agricoltura, della loro inesperienza non ne risenta il raccolto. Ma sebbene ci 
sia questa pratica di rinnovare i lavoratori di campagna anno per anno, perch 
nessuno sia costretto contro voglia a continuare pi a lungo un vita troppo 
aspra, tuttavia molti, che son presi naturalmente da passione per tutto ci che 
 campagna, ottengono di restarvi pi di un anno. Gli agricoltori dunque 
coltivano la terra, nutrono animali, fanno legna e trasportano tutto in citt, 
per terra o per mare, come pi torna comodo, poi allevano polli in numero 
infinito con un mirabile procedimento: non sono infatti le galline a covar le 
uova, ma essi, tenendole a una data temperatura costante, danno loro la vita e 
le fanno schiudere, e i pulcini, appena rotta la scorza, riconoscono gli uomini 
invece delle madri e tengon loro dietro (5). Cavalli invece ne allevano ben 
pochi e pi focosi del solito, non per altro che per esercitare la giovent a 
cavalcare. Infatti tutte le fatiche della coltivazione o dei trasporti le 
sopportano i buoi, che, dicono essi, se la cedono ai cavalli in vivacit, 
tuttavia li vincono in resistenza e non sono esposti, si crede, a tante 
malattie, poi si mantengono con minor consumo di lavoro e di spesa ed inoltre, 
quando non posson pi lavorare, servono alfine di cibo. Non seminano che ci che 
 necessario per il pane, ch per bevanda usano vino d'uva o di mele o pere (6), 
e non di rado acqua pura; spesso anche vi fan bollire miele o liquirizia, di cui 
hanno non poca quantit. Sebbene sappiano per esperienza, e lo sanno con 
assoluta certezza, il consumo di ogni citt e di ogni contado, tuttavia seminano 
molto pi grano che non occorra ai loro bisogni e allevano molto pi bestiame, 
per poterne distribuire ai vicini. Per quel che poi sia loro necessario e che 
non si trova in campagna, vanno a prendere ogni arnese dalla citt e senza 
permuta l'ottengono facilmente dalle autorit cittadine; ogni mese infatti si 
radunano ivi in gran numero a celebrarvi una festa. Quando si appressa il giorno 
di mietere, i filarchi degli agricoltori indicano alle autorit qual numero di 
cittadini devono mandar loro, e tali gruppi di mietitori, arrivando sul posto al 
momento giusto, con una sola giornata di sereno hanno bell'e tagliato quasi 
tutto il raccolto.
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Delle citt, e di Amauroto espressamente.
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Chi conosce una sola citt le conosce tutte, tanto sono interamente simili tra 
loro, per quel che consente la natura del luogo: perci ne dipinger una 
purchessia, non importa quale. Ma che citt potrei preferire ad Amauroto? 
Nessuna ne  pi degna, ch le altre ad essa fanno omaggio come a sede del 
senato, n ce n' alcuna che io conosca meglio, per esservi vissuto ben cinque 
anni continui.
Amauroto dunque  posta sul dolce declivio di un'altura ed  di forma quasi 
quadrata: infatti nella sua larghezza, cominciando da poco sotto la cima del 
colle, si stende per due miglia sino al fiume Anidro sulla cui sponda si allunga 
un po' di pi. L'Anidro sorge a 80 miglia sopra Amauroto, da fonte modesta, ma, 
accresciuto dall'incontro di altri fiumi, tra cui due non mediocri, proprio 
dinanzi alla citt raggiunge l'estensione di 500 passi e, slargandosi subito 
dopo ancor pi, percorre altre 60 miglia ed  accolto dall'Oceano. Per tutto 
questo tratto che si trova tra citt e mare, e anche varie miglia pi a monte, 
con rapida corrente il flusso della marea succede per sei ore continue al 
riflusso, sicch il mare penetra in dentro per ben 30 miglia, occupando con le 
sue onde l'intero letto dell'Anidro e ricacciandone le acque, le quali 
s'impregnano, anche un po' pi su, di salsedine; poi, a poco a poco, rifatto 
dolce, il fiume attraversa nella sua purezza la citt e cos schietto e 
inalterato, alla sua volta, nella bassa marea risospinge l'acqua gi sino alla 
foce. La citt per mezzo di un ponte, non con pilastri di palafitte ma tutto in 
pietra con splendidi archi,  collegata con la riva opposta, nel punto pi 
distante dal mare, fin dove le navi possano senza impaccio arrivare attraverso 
tutta la lunghezza della citt. Hanno poi un altro corso d'acqua, non certo 
grande, ma straordinariamente tranquillo e piacevole, che sorgendo dallo stesso 
monte ov' posta la citt, nella sua discesa le scorre per mezzo e si mescola 
con l'Anidro. La sorgente onde ha origine tal fiume, e che sgorga un po' fuori 
la citt,  stata dagli Amaurotani cinta di difese e congiunta con la capitale, 
acciocch, se le piomba addosso qualche schiera di nemici, non possa fermarla o 
deviarla e nemmeno inquinarla. Di l l'acqua  portata in ogni senso per mezzo 
di tubi di cotto ai quartieri pi bassi, e, dove il terreno non lo consente, 
servono lo stesso vaste cisterne, che raccolgono le acque piovane.
Questa piazzaforte  cinta da mura alte e larghe, con numerose torri e 
rivellini, e le mura sono alla lor volta circondate per tre lati da un fossato 
asciutto, ma largo e profondo, difeso da siepi spinose; nel quarto il fiume 
stesso fa da fossa. Le piazze son tracciate in modo acconcio sia pei trasporti 
che contro i venti, le case in nessun modo misere, e se ne vedono per file 
lunghe, che si stendono per interi quartieri, con le facciate fronte a fronte, 
separate da vie larghe 20 piedi. Alle spalle di dette case sono attaccati, per 
tutta la lunghezza dei quartieri, grandi giardini, cui tutto intorno altre case 
s'addossano, chiudendoli. Non c' casa che non abbia porta dinanzi, verso la 
strada, e di dietro verso il giardino, e queste sono a due battenti e s'aprono 
facilmente a una semplice spinta e si richiudono da s, ch entra chi vuole, 
tanto manca in ogni luogo la propriet privata! Anche le case infatti le mutano 
ogni 10 anni, tirando a sorte. Di questi giardini poi fanno gran conto; in essi 
hanno vigne, frutti, erbaggi e fiori, con tanta bellezza e cura che in nessun 
luogo ho visto nulla di pi produttivo o di pi appariscente. Nel che la loro 
passione  tenuta accesa non solo dal loro proprio piacere, ma anche dalle gare 
fra quartiere e quartiere a chi meglio coltiva il proprio giardino; e certo in 
tutta quanta la citt difficilmente si pu trovare occupazione pi vantaggiosa, 
sia quanto al diletto, sia quanto ai bisogni di tutti; laonde di nessuna cosa 
pi che di tali giardini pare che si sia occupato il fondatore dello Stato.
E' tradizione infatti che detta citt l'abbia disegnata in tutta la sua 
configurazione Utopo in persona, sin dal bel principio, ma abbia lasciato ai 
suoi discendenti la cura di abbellirla e perfezionarla, al che previde che non 
sarebbe bastata l'et di un sol uomo. Infatti nei loro annali, che abbracciano 
1760 anni di storia sin dall'occupazione dell'isola e vengono redatti con gran 
cura e conservati religiosamente, si trova scritto che le abitazioni in 
principio erano basse e quasi capanne e tuguri, fatte come vien viene, d'ogni 
sorta di legno, con pareti spalmate di loto e tetti a punta, coperti di paglia. 
Ora invece ogni palazzo di forma mirabile,  a tre piani, con le pareti esterne 
fatte di pietre, di pietra lavorata o mattoni, mentre nell'interno il vuoto  
riempito di rottami; i tetti si stendono orizzontalmente, coperti di un battuto 
che non costa nulla ed  fatto in modo da essere incombustibile e da superare il 
piombo nella resistenza alle intemperie. Difendono dal vento le finestre coi 
vetri, di cui fanno ivi grandissimo uso, a volte anche con un lino sottile, 
spalmato di olio traslucido o di ambra, ci che evidentemente ha due vantaggi, 
perch in tal modo si fa passare pi luce e si fa entrare meno vento.
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Dei magistrati.
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Ogni 30 famiglie si eleggono ogni anno un magistrato che chiamano, secondo la 
loro lingua antica, sifogranto, con la moderna filarco; a ogni 10 sifogranti con 
le loro famiglie si mette a capo uno, detto una volta traniboro e ora 
protofilarco. Tutti i sifogranti poi, in numero di 200, dopo aver giurato di 
eleggere chi giudicano pi utile, scelgono con voto segreto un principe, e 
propriamente uno dei 4 candidati che il popolo designa loro: infatti ogni quarta 
parte della citt ne presceglie uno che poi raccomandano al senato. La carica di 
principe dura ininterrottamente tutta la vita, a meno che non sorga sospetto che 
aspiri a farsi tiranno. I tranibori vengono scelti anno per anno, per non sono 
mutati senza buon motivo, e tutte le altre magistrature sono annuali. Ogni tre 
giorni i tranibori e talora, se il caso lo richiede, pi spesso, si riuniscono 
nel Consiglio del re, per deliberare di faccende pubbliche e, se vi sono, ch ve 
ne sono proprio poche, risolvono rapidamente quistioni private. Accolgono sempre 
in senato due tranibori, ma non gli stessi ogni volta, ed  buon provvedimento 
che nulla si decide, riguardo lo Stato, di cui non si sia discusso in senato tre 
giorni prima di ogni deliberazione. E' delitto capitale decidere di cose 
pubbliche fuori del senato o dei comizi del popolo, e ci fu stabilito,  
tradizione, acciocch non riuscisse facile a una congiura di prncipi e 
tranibori di mutare la forma di governo, opprimendo il popolo con la tirannia. 
Perci dunque ogni faccenda giudicata importante  deferita all'assemblea dei 
sifogranti, i quali, dopo averne messo a parte le proprie famiglie, deliberano 
tra di loro, presentando poi una proposta al senato. A volte invece si ricorre 
alla consultazione di tutta l'isola. Ch anzi il senato ha anche l'uso di non 
discutere, lo stesso giorno che vien fatta, una proposta, ma di rimandarla alla 
seduta seguente, perch nessuno metta fuori a casaccio le sciocchezze che gli 
vengono in bocca e debba poi ingegnarsi a difendere le proprie conclusioni 
anzich gli interessi dello Stato, in tal modo preferendo che ne soffra la 
comunit anzich la propria riputazione, e ci per falso pudore fuor di luogo, 
per non parer cio di aver poco badato in sul principio, mentre in principio 
doveva badare a parlar dopo riflessione, anzich presto.
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Arti e mestieri.
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C' un'occupazione comune a tutti indistintamente, uomini e donne, 
l'agricoltura, e nessuno n' eccettuato. In questa sono ammaestrati tutti dalla 
fanciullezza, un po' imparandone le regole a scuola, un po' condotti come per 
isvago nelle campagne pi vicine alle citt, dove non stanno a guardare 
soltanto, ma vi metton mano, ad ogni occasione di esercitare i muscoli. Ma oltre 
all'agricoltura che, come ho detto,  comune a tutti, ognuno apprende un 
mestiere, un'arte qualsiasi, come sua particolare: in genere o la lavorazione 
della lana, o si occupano a tessere il lino, o l'arte di muratore, di fabbro, di 
falegname; non vi sono l altri lavori che occupino un numero di uomini 
notevole. Poich le vesti, la cui forma  unica per tutta l'isola, salvo che si 
distingue alla foggia il sesso come anche un celibe da un ammogliato, ed  
identica sempre per tutta la vita, ma non manca di grazia a vedersi e segue bene 
i movimenti del corpo ed  adatta per l'estate e per l'inverno; le vesti, dico, 
ogni famiglia se le fa da s. Ma delle altre arti anzidette ognuno ne apprende 
qualcuna, e non solo gli uomini, ma anche le donne: queste del resto, come pi 
deboli, fanno cose pi leggere, lavorano in genere la lana e il lino; agli 
uomini sono affidati gli altri mestieri pi pesanti. Nella maggior parte dei 
casi ognuno  educato nell'arte paterna, cui i pi sono naturalmente inclinati; 
ma se qualcuno per temperamento  portato ad altro, passa per adozione in una 
famiglia che fa il mestiere per cui egli ha passione, e non solo il padre, ma 
anche i magistrati s'adoprano acciocch entri a servizio di un padre di famiglia 
serio e galantuomo. Anzi, se qualcuno, gi padrone di un mestiere, ne vuole 
apprendere in seguito un altro, gli  concesso allo stesso modo: quando avr 
conseguito l'uno e l'altro, eserciter quello che pi gli piace, a meno che la 
citt non abbia bisogno di uno dei due.
La principale e quasi unica occupazione dei sifogranti  di aver cura e badare 
che nessuno se ne stia senza far nulla, in braccio alla pigrizia, ma attenda 
ognuno al suo mestiere con sollecitudine, senza per stancarsi, come una bestia 
da soma, a lavorare ininterrottamente dalla mattina per tempo fino a sera tardi, 
ch sarebbe una pena che nemmeno uno schiavo. Tale per pi o meno  la vita 
degli operai in ogni paese, tranne che in Utopia! Qui dividono il giorno in 24 
ore eguali, compresavi la notte, e non danno pi che 6 ore al lavoro, 3 prima di 
mezzod, dopo le quali vanno a colazione, e quando, dopo tavola, han riposato 2 
ore pomeridiane, ne danno ancora 3 altre al lavoro, chiudendo col pasto 
principale (7). Segnando l'una da mezzogiorno, vanno a letto verso le otto e il 
sonno richiede 8 ore: tutto il tempo che passa fra il lavoro e il sonno o i 
pasti  lasciato al piacere di ognuno, non gi perch lo sciupi in lascivie o 
nell'infingardaggine, ma perch quanto  libero da lavoro manuale lo spenda 
bene, secondo i suoi gusti, in qualche occupazione prediletta. Questi intervalli 
i pi li impiegano in studi letterari; c' l'uso infatti di tenere ogni giorno 
lezioni pubbliche, prima di far giorno, cui sono costretti a intervenire 
soltanto quelli espressamente prescelti per gli studi; ma vi affluiscono uomini 
e insieme donne di ogni condizione, in gran folla, ad udire questa e quella 
lezione, secondo le loro inclinazioni. Tuttavia uno, se preferisce consumare 
perfino questo tempo nel suo mestiere, come avviene comunemente di molti, il cui 
animo non si solleva ad alcuna speculazione scientifica, nulla glielo vieta, 
anzi viene anche lodato, come utile allo Stato.
Dopo il secondo pasto passano un'ora a svagarsi, d'estate nei giardini e 
d'inverno in quelle sale comuni dove mangiano, e quivi fanno musica o si 
distraggono conversando. I dadi non sono nemmeno conosciuti e cos tutti i 
giochi di tal fatta, insipidi e rischiosi; del resto praticano due giochi, non 
dissimili dai nostri scacchi: il primo  la battaglia dei numeri, in cui un 
numero rapisce l'altro, nel secondo le virt contendono contro i vizi, facendo 
avanzar le loro truppe. In quest'ultimo bellamente si mostra l'anarchia che 
regna tra i vizi e il loro accordo contro le virt; ugualmente qual vizio sia 
opposto a ognuna delle virt, con quali forze i vizi attacchino allo scoperto, 
con quali macchinazioni assalgano di fianco e con quali scorte le virt spezzino 
le forze dei vizi con quali arti sfuggano ai loro tentativi, infine in qual modo 
l'una delle due parti s'impadronisca della vittoria.
Ma a questo punto bisogna esaminar pi precisamente una quistione, perch non 
cadiate in errore. Potreste infatti immaginare, pel fatto che stanno al lavoro 6 
ore al giorno solamente, che ne debba seguire qualche scarsezza delle cose 
necessarie. Ben lungi da ci, anzi queste 6 ore sono non solo sufficienti, ma 
anche di troppo per produrre in abbondanza tutto ci che si richiede, sia pei 
bisogni che pei comodi dell'esistenza; e anche voi lo comprenderete, riflettendo 
fra di voi quale gran quantit di gente viva senza far nulla presso gli altri 
popoli. Anzitutto quasi tutte le donne, che sono la met di tutto l'insieme o, 
se in qualche luogo le donne si danno da fare a lavorare, ivi per lo pi gli 
uomini russano al loro posto. Oltre a ci, dei sacerdoti e dei cosiddetti 
religiosi, oh che gran folla! E che sfaccendati! Poniamo ora tutti i ricchi, 
specie i proprietari di poderi, che chiamano comunemente gentiluomini e nobili; 
poi mettete nel numero il loro servidorame cio tutta quella colluvie di 
spadaccini e di scioperati; aggiungete infine quei robusti e gagliardi pezzenti, 
che coprono col pretesto di malattie la loro indolenza, e vedrete che molto pi 
pochi che non credevate son coloro dal cui lavoro risultano le cose tutte di cui 
si servono i mortali. Ponderate ora dentro di voi fra questi stessi quanto pochi 
siano quelli che si occupano di un mestiere indispensabile, se  vero che, dove 
tutto si misura col denaro, si devono necessariamente esercitar molte arti del 
tutto senza senso e superflue, a servizio soltanto del lusso e del capriccio. 
Infatti, se questa stessa quantit di gente che ora lavora venisse distribuita 
fra un piccol numero di mestieri, qual  quello richiesto con vantaggio dai 
bisogni naturali, i prezzi evidentemente sarebbero anche troppo bassi perch gli 
operai se ne potessero assicurare di che vivere... Ma se tutti costoro che ora 
sono distratti in opere inoperose (8) e per di pi tutta la gran quantit di 
uomini infiacchiti dall'ozio e dal dolce far niente, ognuno dei quali dei 
prodotti del lavoro altrui consuma quanto due lavoratori, venissero tutti quanti 
assegnati ai lavori, e a lavori utili, comprendete agevolmente quanto poco tempo 
sarebbe sufficiente e di troppo a provvedere a tutto ci che giustamente 
richiedono i bisogni e le comodit della vita e, aggiungete pure, i piaceri, 
almeno quelli veri e naturali.
Ora proprio questo rendono evidente i fatti di per se stessi in Utopia. Quivi 
infatti, in tutta la capitale con l'annesso contado, di tutta la popolazione 
maschile e femminile, appena 500 sono quelli cui, pur in et e forze bastevoli 
al lavoro, si concede l'esenzione. Fra costoro i sifogranti, quantunque liberi 
per legge da lavoro, tuttavia, per loro conto, non vi si sottraggono, per poter, 
col loro esempio, pi facilmente piegar gli altri al lavoro. Godono della stessa 
esenzione anche quelli cui il popolo, dietro istanza dei sacerdoti e votazione 
segreta dei sifogranti, concede licenza di attendere per sempre agli studi. Ch 
se qualcuno di essi vien meno alle buone speranze che ha dato di s,  
ricacciato fra gli operai e, al contrario, non  raro il caso che un manovale 
dia le sue ore di ozio con tanto impegno alla letteratura e tanto vi progredisca 
con la sua diligenza che, tolto al suo mestiere, venga promosso nella categoria 
degli uomini di lettere. Di tra questi studiosi vengono scelti gli ambasciatori, 
i sacerdoti, i tranibori e da ultimo il principe, che nella loro lingua di prima 
chiamano barzane, in quella moderna ademo (9). E se tutto il resto del popolo, o 
quasi, non se ne sta in ozio ed  occupato in arti redditizie,  facile 
computare quale somma producano di lavoro ben fatto in ben poche ore.
Ma a tutto questo che son venuto dicendo bisogna aggiungere il vantaggio che gli 
Utopiani, nella maggior parte dei mestieri pi indispensabili, han bisogno di 
minor lavoro degli altri popoli. Infatti anzitutto non c' luogo sulla terra, in 
cui la costruzione o riparazione di fabbricati non richieda l'opera continua di 
tanti e tanti operai, e ci per la bella ragione che ogni figlio, con scarso 
spirito economico, lascia a poco a poco andare in rovina ci che suo padre ha 
costruito. Ben potrebbe, quasi senza spesa, mantenerlo...; ma no,  il suo erede 
che sar costretto, con gran dispendio, a rifar tutto daccapo. Avviene anzi non 
di rado che una casa a uno  costata un occhio, e un altro, nella sua 
raffinatezza, non ne fa alcun conto e l'abbandona e la lascia andar gi, e cos 
ne costruisce un'altra altrove, con spesa non minore. In Utopia invece, dove 
tutto  ben disposto e lo Stato  in ordine, ben di rado succede che uno vada in 
cerca di una nuova area per porvi casa, ivi non solo si provvede rapidamente ai 
guasti, via via che si presentano, ma si ovvia anche a quelli possibili. Cos 
avviene che con pochissima fatica le costruzioni vi durano molto a lungo, e gli 
operai di tal fatta a volte non hanno gran che da fare; salvo che intanto non 
venga loro ordinato di piallar legname in bottega o squadrar pietre e 
approntarle, acciocch, se capita una fabbrica, possa elevarsi al pi presto.
Vedete appunto per vestirli quanto poco ci vuole! Anzitutto, quando stanno al 
lavoro, indossano senza ricercatezza pelli o cuoio, tali che durano sette anni; 
quando poi vengon fuori in pubblico, per coprire quella rozzezza, metton sopra 
una clamide, e per tutta l'isola  identica di colore, quello naturale. Pertanto 
non solo qui di pannilani ne bastano molto meno che dovunque altrove, ma sono 
anche molto pi a buon mercato. Pel lino poi si richiede minor lavoro, e perci 
 di uso pi frequente, ma come nel lino non si bada che alla sua bianchezza 
solamente, cos nella lana soltanto alla nettezza; la gran finezza di filo non 
vi  punto apprezzata. Da ci avviene che in ogni altro paese non bastano a un 
uomo quattro o cinque toghe all'anno, di lana, di vari colori, e altrettante 
tuniche di seta e, se uno  raffinato, nemmeno dieci; mentre ivi ognuno si 
contenta di un solo abito, e per due anni, di solito. Non c' infatti motivo per 
chiederne di pi; ad averli, non sarebbe meglio riparato dal freddo, n parrebbe 
in nulla pi elegante.
Dunque, se c' abbondanza di ogni cosa, perch tutti si esercitano in mestieri 
utili e vi basta anche minor lavoro, avviene molto naturalmente talvolta che 
un'immensa moltitudine venga convocata a rifar le strade pubbliche quando son 
guaste; ma molto spesso anche, quando non c' bisogno neppure di tal lavoro, 
viene ordinata ufficialmente una diminuzione di ore lavorative. Le autorit 
infatti non occupano contro loro voglia i cittadini in lavori superflui, dacch 
i princpi di questa repubblica han di mira anzitutto l'ideale di richiamar 
tutti i cittadini, quanto pi tempo  possibile, per quel che consentano le 
necessit pubbliche, dalla servit del corpo alla libert dello spirito e della 
cultura. In ci infatti consiste, secondo loro, la felicit della vita.
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Dei rapporti fra cittadini e cittadini.
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Ma  giunto, parmi, il momento di spiegare come i cittadini agiscano gli uni con 
gli altri, quali ne siano i vicendevoli rapporti e in che modo vengano 
distribuiti i beni fra di essi. Essendo dunque la citt composta di famiglie, le 
famiglie sono per lo pi formate secondo vincoli di sangue: le donne infatti, 
appena sono in et da marito, sposandosi passano in casa dei mariti, i figli 
maschi invece e via via i nipoti rimangono in casa, ubbidendo al pi anziano 
tranne che per vecchiaia non sia debole di senno, nei qual caso lo sostituisce 
chi segue negli anni. Ma perch una citt non diventi spopolata o cresca 
eccessivamente, si provvede acciocch nessuna famiglia (e ogni citt ne 
comprende 6000, senza il contado) abbia meno di 10 o pi di 16 giovani; ch dei 
ragazzi non si fissa limite. Ed  facile serbar questa misura, col trasferire 
presso famiglie che ne manchino i giovani in soprannumero di famiglie troppo 
fornite. E se talora una citt nel suo totale sovrabbonda di giovani, vanno 
questi a riempire i vuoti di altre loro citt. Quando poi per tutta l'isola ne  
venuta su una gran massa pi del giusto, allora da ogni luogo si trascelgono 
cittadini cui mandano a fondare una colonia, con le loro stesse leggi, nel 
continente pi vicino, dove ci sia terra di troppo per gl'indigeni e non 
coltivata, e vi assumono anche, con la terra, gl'indigeni, qualora vogliano 
vivere con loro. Uniti dunque con costoro, quando lo vogliano, in una comunanza 
di istituzioni e di vivere sociale, facilmente si fondono in uno, e ci con gran 
vantaggio d'ambedue i popoli: infatti con le loro disposizioni rendono doviziosa 
quella terra che agli altri poco prima pareva scarsa e ingrata. Quelli poi che 
non accettano di vivere secondo le leggi loro, li respingono via via dal paese 
che essi stessi si attribuiscono e, qualora si oppongano, fanno loro guerra: 
stimano infatti giustissimo motivo di guerra che un popolo abbia una terra e non 
se ne serva, anzi la tenga come vuota ed inutile senza permetterne l'uso ed il 
possesso ad altri, che pure, secondo i dettati di natura, han bisogno di 
ricavarne il nutrimento.
Ch se poi avvenisse per qualche caso che qualche citt di Utopia scarseggi di 
abitatori, tanto da non potersene supplire da altre parti dell'isola senza 
alterare la quantit normale di ognuna (il che si dice sia avvenuto due volte 
soltanto da che mondo  mondo, pel diffondersi di una crudele pestilenza), la si 
ripopola con cittadini tornati indietro da una colonia:  infatti preferibile, 
per loro, la perdita delle colonie alla decadenza di qualcuna delle citt 
dell'isola.
Ma torniamo alla vita in comune dei cittadini. Come ho gi detto, il pi anziano 
 a capo della famiglia e servono le mogli ai mariti e i figli ai genitori e in 
tutto i minori ai pi grandi. Ogni citt  divisa in quattro parti eguali, e al 
centro di ogni parte c' mercato di tutte le cose; quivi, in determinati locali 
si portano i prodotti di lavoro di ogni famiglia e nei magazzini vengono 
ripartite separatamente le varie specie di prodotti. Da qui attinge qualsiasi 
padre di famiglia tutto ci di cui lui o i suoi abbisognano e, senza danaro, 
senza prestazione alcuna, ottiene tutto ci che chiede. E per qual motivo gli si 
dovrebbe rifiutare qualcosa, quando c' abbondanza di tutto non solo, ma non c' 
paura che qualcuno chieda pi del bisogno? E perch supporre che possa chiedere 
il superfluo chi  sicuro che non gli mancher mai nulla? E' la paura di venir a 
mancare, evidentemente, che rende bramosi e rapaci, e ci  dei viventi di ogni 
sorta, mentre, fra gli uomini, ci  prodotto soltanto dall'orgoglio tirannico, 
che mette la propria vanagloria nel superare gli altri ostentando il superfluo. 
Ma nelle istituzioni degli Utopiani non c' posto alcuno nemmeno per l'ombra di 
tale colpa.
Ai mercati anzidetti vanno aggiunte altre piazze, dove si portano non solo 
erbaggi, frutta e pane, ma anche pesci e quanti sono quadrupedi o uccelli da 
mangiare, da luoghi adatti della periferia, dove si possono nettare di ogni 
umore e sozzura alla corrente. Di qui trasportano le bestie uccise e ripulite 
per mano di schiavi, ch non permettono ai propri cittadini di avvezzarsi a 
scannare animali: pratica, questa, la quale, essi pensano, spegne nell'uomo la 
piet, che  il sentimento pi umano della nostra natura. E nemmeno lasciano 
introdurre in citt cosa alcuna sudicia o immonda, dalla cui putrefazione l'aria 
contaminata potrebbe diffondere la peste. Inoltre ogni rione ha alberghi 
spaziosi posti a egual distanza fra loro, ognuno riconoscibile dal proprio nome: 
quivi abitano i sifogranti, e a ogni albergo sono assegnate 30 famiglie, vale a 
dire 15 per lato, che ci vengano a prendere i pasti. I dispensieri di ciascun 
albergo a ora fissa vengono al mercato a prendervi i cibi, pel numero delle 
persone da essi indicato. Ma il primo pensiero  pei malati, che vengono curati 
in pubblici ospedali. Ne hanno quattro, di ospedali, nell'mbito della citt, un 
po' fuori le mura cos vasti da sembrare tante piccole citt, sia perch 
qualsiasi gran numero di malati non vi si trovi troppo stretto e perci a 
disagio, sia perch quelli affetti da tal morbo che suol diffondersi da uno a un 
altro per via di contagio possano esser tenuti isolati ben lungi da ogni 
compagnia umana. Questi ospedali sono s ben forniti e ripieni di tutto ci che 
possa conferire alla buona salute, e vi si usa un'attenzione cos delicata e 
zelante, e cos continua  l'assistenza dei medici pi esperti che, se nessuno 
ci vien mandato contro voglia, nessuno quasi si trova in quella citt che in 
cattive condizioni di salute, non preferisca restare a letto ivi anzich a casa 
sua. Quando il dispensiere dell'ospedale ha fatto l'acquisto dei cibi secondo le 
prescrizioni dei medici, distribuiscono via via quanto c' di meglio fra i vari 
alberghi proporzionatamente al numero di quelli che vi abitano, salvo che si ha 
riguardo al principe, al pontefice, ai tranibori e anche agli ambasciatori e a 
tutti gli stranieri, dato che ve ne siano, ch ve ne sono di rado e in piccol 
numero, e per costoro, quando arrivano, ci sono anche alloggi preordinati e ben 
forniti.
Negli alberghi anzidetti, a ora fissa, di colazione o di pranzo, se ne d avviso 
a suon di tromba e s'aduna tutta quanta la sifograntia, a meno che non si 
trovino all'ospedale o a casa; per quanto a niuno si vieti, dopo che  stato 
provveduto per gli alberghi, di acquistare in piazza dei cibi per casa sua. 
Nessuno infatti, si sa, farebbe ci senza motivo. A nessuno infatti  vietato di 
prendere i pasti a casa, ma nessuno lo fa con piacere, ch non  ritenuta cosa 
bella, anzi  una pazzia travagliarsi a preparare un pasto peggiore, quando lo 
si trova bell'e pronto, fine e sontuoso, in un albergo cos vicino. In tali 
alberghi, se vi sono servizi un po' pi penosi e bassi, si addossano agli 
schiavi, ma al compito di cuocere e preparare i cibi e infine di apparecchiare 
tutta la tavola adempiono le donne, cio le madri di famiglia, a turno. Si sta 
seduti a due o tre tavole, secondo il numero di quelli che desinano, gli uomini 
posti dalla parte del muro, le donne internamente, acciocch, nel caso che 
venisse loro qualche disturbo, come capita di solito alle incinte, si possano 
alzare senza disturbar la fila, o di l possano recarsi dalle nutrici.
Queste stanno in disparte insieme coi lattanti, in una sala da pranzo a ci 
destinata, dove non mancano mai fuoco e acqua pura e per nemmeno culle per 
potervi adagiare i piccoli o, volendo, liberati dalle fasce, rinfrancarli presso 
il fuoco, lasciandoli ai loro giochi. Ogni madre allatta la sua prole, tranne 
caso di morte o di malattia che lo impedisca; accadendo ci, le mogli dei 
sifogranti si dnno a cercare una nutrice, ci che non  difficile: le donne 
infatti che possono farlo, a nessun compito si offrono con pi piacere che a 
questo, ch tutti lodano assai quest'opera di bont e chi  allevato riconosce 
per madre la nutrice. In questa stanza delle nutrici si fermano tutti i 
fanciulli che non hanno finito il primo lustro; i rimanenti non ancora puberi, 
nel qual numero contano quelli che, dell'uno o dell'altro sesso, non sono in et 
da nozze, porgono in tavola; o quelli che per et non sono ancora in forze, 
assistono lo stesso e senza aprir mai bocca: ragazzi e ragazze si nutrono 
soltanto di ci che vien loro porto da chi siede, senza che abbiano alcun altro 
tempo separato per desinare. In mezzo alla prima tavola, che  il luogo pi 
elevato e da cui si guarda tutta l'adunanza (poich si trova di traverso nella 
parte pi alta della sala da pranzo) sta seduto il sifogranto con la moglie, cui 
si aggiungono due dei pi anziani, ch ce ne vanno quattro per ogni tavola. Se 
in quella sifograntia si trova un tempio, seggono a tavola, per presiedere, il 
sacerdote e la moglie, insieme col sifogranto. Da ambo i lati vengon posti i pi 
giovani, poi di nuovo i vecchi, e cos tutta la casa: non solo stanno uniti tra 
loro i coetanei, ma sono mescolati con quelli da loro diversi, e quest'usanza, 
dicono, si tramanda acciocch la gravit dei vecchi e la riverenza per essi, 
visto che a tavola non si pu fare o dir nulla senza che da ogni lato se ne 
accorgano i vicini, freni nei giovani una sconveniente libert di parola o di 
gesto. I piatti son serviti non gi via via dal primo posto, ma le vivande pi 
delicate si portano ai pi anziani prima, che hanno un posto distinto, poi si 
somministrano a tutti ugualmente. Le ghiottonerie poi, che non son tante da 
potersene distribuire a sufficienza a tutta la casa, dai vecchi vengon 
distribuite a loro arbitrio a chi siede vicino: in tal modo, se si continua ad 
onorare i pi grandi di et, il beneficio anche ne viene pur a tutti ugualmente.
Cominciano ogni desinare o colazione con qualche lettura che torni utile ai 
costumi, per per breve tempo, perch non annoi; da questa gli anziani 
introducono nobili discorsi, che non siano per uggiosi e senza spirito. Ma non 
occupano tutto il desinare con lunghi discorsi (10), anzi stanno volentieri a 
sentire anche i giovani e li stuzzicano a bella posta per mettere a prova 
l'indole e le capacit di ognuno, le quali si rivelano nella libert della 
tavola. Pi breve  un po' la colazione, il desinare pi lungo, ch a quella 
segue il lavoro, a questo il sonno e il riposo notturno, che essi giudicano pi 
vantaggioso alla buona digestione. Nessun desinare passa senza musica e infine 
non mancano frutta e dolci, bruciano profumi e spargono odori, insomma nulla 
trascurano che possa allietare il convito. Sono infatti un po' proclivi da 
questo lato, talch pensano che nessun genere di piacere  vietato, se non ne 
viene alcun male.
Cos dunque vivono insieme in citt, ma in campagna, dove si sta pi isolati gli 
uni dagli altri, ognuno mangia a casa sua; infatti a nessuna famiglia manca 
nulla pel vitto, ch da esse viene tutto ci di cui si nutrono i cittadini.
...
.
...
I viaggi degli Utopiani.
...
.
...
Ma se uno  preso dal desiderio di vedere amici che stanno in altra citt o 
anche la citt stessa, ne ottiene senza difficolt il permesso dai sifogranti e 
dai tranibori, a meno che non l'impedisca qualche necessit. Cos viene inviato 
insieme qualche gruppo, con una lettera del principe attestante la concessione 
del permesso, dove  fissata anche la data del ritorno. Vien dato un carro con 
uno schiavo dello Stato, per guidare i buoi e occuparsene: del resto, a meno che 
nella compagnia abbiano donne, il carro vien rimandato, come un peso e un 
impaccio. Per tutto il viaggio nulla si portano seco, ma nulla manca loro, 
perch dovunque sono a casa loro; ma se si fermano nello stesso luogo pi di un 
giorno, ognuno vi esercita il proprio mestiere e son trattati con grande umanit 
dagli operai della stessa arte. Se uno va in giro senza permesso fuori del 
proprio paese, qualora venga sorpreso senza il rescritto principesco, trattato 
con disonore,  ricondotto come disertore e severamente punito; se lo tenta di 
nuovo vien punito di schiavit. Ma pu uno esser preso dalla voglia di andar di 
qua e di l per le campagne del suo paese, e allora, avendo il permesso del 
padre di famiglia e l'assenso della moglie, nulla glielo vieta. Per in 
qualunque villa arrivi, non gli vien dato alcun cibo prima che abbia eseguito la 
sua quantit di lavoro antimeridiano, o quanto si suol compiere ivi prima di 
desinare: a questa condizione, uno pu andare dovunque entro il territorio della 
propria citt, ch cos sar utile a questa non meno che se vi restasse dentro.
Vedete omai come in nessun luogo c' libert di non lavorare o pretesto a non 
far nulla, non fiaschetterie, non birrerie, non bordelli, non inviti a 
corruttela, non case di appuntamento e di mal affare: il vivere sotto gli occhi 
di tutti rende necessario o il consueto lavoro o un riposo onesto. Risultato di 
tali costumi  di necessit l'abbondanza di tutto, e poich questa viene 
equamente nelle mani di tutti, non c' da maravigliarsi che nessuno sia povero, 
nessuno mndichi. Quando nel senato di Amauroto, dove, come ho detto, si adunano 
ogni anno tre membri da ogni citt, s' appurato che cosa si trova in 
sovrabbondanza in ogni regione e poi in qual luogo il raccolto  stato troppo 
deficiente, la floridezza dell'uno soccorre alla povert dell'altro, e fanno ci 
gratis, senza nulla ricevere in cambio da quelli a cui danno. Ma, come han dato 
del proprio a una citt qualsiasi senza nulla richiedere, cos ricevono quanto 
loro abbisogna da un'altra, cui non han sacrificato nulla. In questo modo tutta 
l'isola  come un'unica famiglia.
Ma dopo che si  abbastanza provveduto a se stessi (il che non reputano di aver 
fatto prima di essersi dato pensiero di tutto un biennio, a causa dei rischi 
dell'anno seguente), di quel che resta, grano, miele, lana, legno, cocco, 
porpora, pelli, cera, sego, cuoio ed anche animali, ne esportano in gran 
quantit in altre regioni, e di tutto regalano un settimo ai poveri del paese e 
il resto vendono a prezzo moderato. Da questo commercio riportano in patria non 
solo le merci di cui abbisognano (che  quasi nulla, se ne togli il ferro), ma 
in pi un'enorme quantit di oro e di argento e, per la lunga pratica di tal 
cosa, c' dovunque ormai, pi che non si possa credere, abbondanza di tali 
ricchezze. Perci ora fan poco conto se vendere a contanti o a dilazione e aver 
crediti per una parte di merci straordinariamente grande, ma aprendoli non 
badano mai, nella stipulazione come d'uso degli strumenti, al credito dei 
privati, ma a quello dello Stato. La citt, quando giunge il giorno della 
scadenza, esige il credito dai debitori privati e lo versa nell'erario, godendo 
dell'usufrutto del danaro, sino a che non venga richiesto dagli Utopiani. Questi 
per la maggior parte non lo richiedono mai, poich sottrarre ci che loro non 
serve a coloro cui serve non reputano giusto. Del resto, se si presenta il caso 
di doverne prestare a un altro popolo, allora s che lo richiedono, ovvero 
quando c' una guerra da fare; ch a tale scopo soltanto conservano tutto quel 
tesoro che hanno in pace, per una difesa in estremi pericoli o in casi 
improvvisi, soprattutto per assoldare stranieri con grosse paghe (costoro 
espongono ai rischi di guerra pi volentieri dei propri concittadini), ben 
sapendo che con gran danaro si possono per lo pi comprare sinanco i nemici, che 
o a tradimento o anche a bandiere spiegate vengono alle mani tra di loro. Per 
tal motivo conservano un tesoro inestimabile, tuttavia non a mo' di tesoro, ma 
lo hanno nel modo che mi vergogno proprio di narrare, per paura che il mio 
discorso non ottenga fede, e tanto pi ho motivo di temere, in quanto ho 
coscienza, se non l'avessi visto di persona, con quanta difficolt sarei stato 
indotto io stesso a credere all'esposizione di un altro. E' inevitabile che 
quanto una cosa ripugna ai costumi degli ascoltatori, tanto  lungi dall'ottener 
fede da essi; sebbene un giudice accorto forse sgraner meno gli occhi, dacch 
le loro istituzioni sono cos a fondo diverse dalle nostre, se anche l'oro e 
l'argento viene adoperato pi secondo le loro vedute e le loro usanze che le 
nostre; giacch, non usando essi moneta, riservano questa per quei casi che ben 
possono darsi, ma che anche pu darsi che non accadano mai.
Intanto hanno l'oro e l'argento, donde quella si fa, in conto tale che nessuno 
li apprezza pi che non richieda la natura. E chi non vede quanto per natura 
sono inferiori al ferro? Tanto che, senza questo, per diana, i mortali non 
possono vivere, n pi n meno che senza fuoco o senz'acqua, mentre intanto 
all'oro e all'argento nessuna utilit ha concesso la natura, di cui non possiamo 
agevolmente fare a meno, se non fosse che la follia umana ha dato valore alla 
rarit; ch anzi, come madre affettuosissima, ha messo all'aperto ci che ha di 
meglio, come l'aria l'acqua e la terra stessa, mentre ha riposto assai lontano 
le cose vane e di nessun vantaggio. Questi metalli dunque non vengono da essi 
chiusi in qualche torre; se lo facessero, il principe e il senato potrebbero 
cadere in sospetto, tanta  la stoltezza dello zelo popolare, di ingannar con 
uno stratagemma il popolo per godere con essi di qualche vantaggio personale. E 
se ne fabbricassero coppe e altri oggetti di tal genere lavorati da orefici, se 
venisse mai una circostanza tale da doverli rifondere per dar le paghe ai 
soldati, comprendono che di mal animo se li lascerebbero togliere, una volta che 
han cominciato a trovarvi gusto.
Per ovviare a ci han trovato un mezzo che ben s'accorda con le altre loro 
istituzioni, ma da quelle di noi altri, che facciamo s gran conto dell'oro e lo 
teniamo chiuso con tanta cura,  lontano le mille miglia e perci non  
credibile se non per chi ne fa esperienza. Poich, mentre mangiano e bevono in 
vasi di creta o di vetro, bellissimi senza dubbio, ma di nessun valore, dell'oro 
e dell'argento, non negli alberghi comuni soltanto, ma anche nelle case private, 
fanno comunemente vasi da notte o destinati agli usi pi vili, e inoltre si 
formano con gli stessi metalli anche catene e grossi ceppi per legare schiavi. 
In ultimo a quelli resi infami da qualche delitto pendono dagli orecchi 
cerchietti d'oro, oro cinge le dita, collane d'oro circondano il collo e infine 
anche il capo  stretto in oro. Cos in tutti i modi cercano presso di loro di 
far avere in ispregio l'oro e l'argento, e in tal modo si ottiene che questi 
metalli, che gli altri popoli in genere non si lascerebbero strappare con minor 
dolore delle proprie viscere, se anche, presso gli Utopiani, qualche circostanza 
richiedesse di portarglieli via tutti in una sola volta, a nessuno parrebbe di 
aver subto la perdita di un soldo solo. Di pi colgono perle sulle spiagge, 
anzi su certe rocce anche diamanti e granati (11); ma tuttavia non ne vanno in 
cerca, e solo quando li trovano, li puliscono. E con questi adornano i loro 
bambini, che, come nei primi anni della puerizia si vantano di tali ornamenti e 
ne vanno superbi, cos, appena appena grandicelli, allorch comprendono che tali 
inezie servono solo a ragazzi, li abbandonano, senza che di ci li avvisino i 
genitori, ma perch se ne vergognano da s; non diversamente dai nostri ragazzi 
che, cresciuti negli anni, gettano via noci, ciondoli e bambole. Pertanto queste 
usanze s diverse dagli altri popoli producono negli animi sentimenti parimente 
diversi, cosa che non mi divenne mai cos evidente come a proposito degli 
Anemolii (12).
Vennero costoro ad Amauroto mentre mi ci trovavo io e, poich venivano a 
trattare di grandi faccende, li aspettavano al loro arrivo tre cittadini per 
ogni citt. Senonch tutti gli ambasciatori dei popoli vicini ivi sbarcati in 
precedenza ben conoscendo i costumi degli Utopiani, sapevano che presso costoro 
non sono punto in onore abiti fastosi e la seta vi  disprezzata e l'oro  segno 
d'infamia, e perci usavano venire con l'abito pi modesto possibile. Gli 
Anemolii invece, che abitavano troppo lontano e di rado avevano relazione con 
essi, apprendendo che tutti vestivano allo stesso modo e anche rozzamente, nella 
credenza che in Utopia non si possedesse ci che non s'adoprava, con pi 
orgoglio che saviezza stabilirono di presentarsi, per magnificenza di 
apparecchio come delle divinit, e abbagliare la vista dei miseri isolani con lo 
splendore dell'abbigliamento. Fecero ingresso dunque tre ambasciatori, con cento 
del seguito, tutti con vesti variopinte e per lo pi di seta ma essi, gli 
ambasciatori, rivestiti di oro, ch erano nobili nel loro paese; grandi collane, 
orecchini d'oro oltre a ci anelli d'oro alle mani e per di pi catenine sospese 
al berretto, che riscintillavano di perle e pietre preziose; adorni, in breve, 
di tutte le cose che presso gli Utopiani formavano tormento per schiavi, infamia 
per disonorati, bazzecole per bambini. E valeva proprio la pena di vedere in che 
modo levavano la cresta quando paragonavano i propri abbigliamenti con gli abiti 
degli Utopiani, ch il popolo si era riversato per le piazze. E d'altra parte 
non dava meno piacere considerare quanto si erano quelli ingannati nelle loro 
speranze e nella loro attesa, quanto erano lungi da quel successo che credevano 
di ottenere. Agli occhi di tutti gli abitanti di Utopia, era chiaro, se ne togli 
ben pochi che per buoni motivi avevano visitati altri popoli, tutto quel lusso 
di corredi pareva una vergogna, e mentre salutavano i pi infimi servitori 
scambiandoli per padroni, lasciarono invece passare gli ambasciatori stessi 
inonorati, ritenendoli degli schiavi, per via di quelle loro catene d'oro. 
Avreste anzi visto ragazzi, che ormai avevano gettato via pietre preziose e 
gemme, a trovarle ora attaccate ai berretti degli ambasciatori, rivolgersi alle 
madri, dando loro di gomito: Ve', mamma, che gran poco di buono dev'essere 
quello l, che usa ancora perle e pietruzze, come un ragazzetto! E allora la 
madre rispondere con la maggiore seriet: Taci, figlio; sar, credo, qualche 
buffone dell'ambasciata. Trovavano altri da ridire su quelle catene d'oro, come 
poco pratiche: tanto sottili che uno schiavo le spezzerebbe senza difficolt, 
tanto lente che se le potrebbe levare quando ne avesse voglia e sciolto e libero 
fuggir via dove gli piace.
Senonch gli ambasciatori, dopo che, trattenendosi ivi uno o due giorni, ebbero 
visto oro in si gran quantit tenuto in si poco pregio, anzi vituperato non meno 
che presso di loro veniva onorato, e oltre a ci, per le catene e i ceppi di un 
unico schiavo fuggito, pi oro messo insieme che non ne comprendesse 
l'abbigliamento intero di loro tre, cadute loro le penne, abbandonarono con 
vergogna tutta quell'eleganza, di cui si erano cos arrogantemente pavoneggiati, 
soprattutto dopo che, parlando con gli Utopiani, ne appresero i costumi e le 
idee. Costoro si stupiscono che esista qualche mortale cui diletti l'incerto 
splendore di una piccola gemma, di una perla, quando pu contemplare qualche 
stella e anche lo stesso sole, o che ci sia qualcuno si stolto da credersi pi 
nobile ai propri occhi per un filo di lana pi sottile, se  vero che questa 
stessa lana, per quanto sottile sia il filo che d, l'ha portata un volta una 
pecora, che pure con ci  rimasta sempre pecora. Ugualmente stupiscono che 
l'oro, di sua natura cos inutile, sia ai nostri giorni, su tutta la terra, 
stimato tanto che l'uomo, in grazia del quale e a cui vantaggio ha ottenuto quel 
valore, venga stimato molto meno dell'oro stesso: talch un qualsiasi zoticone, 
che pu avere meno intelligenza di un ceppo ed essere disonesto non meno che 
sciocco, tiene tuttavia in servaggio molti uomini e sapienti e buoni, e ci pel 
solo fatto che ha avuto in sorte un buon monticello di monete d'oro; ma se 
qualche fortuna, qualche mutamento di leggi, il quale non meno della fortuna 
stessa sconvolge le cose, le fa passare da quel padrone nelle mani del servo pi 
spregevole e pi buono a nulla di casa, dovrebbe il primo, poco dopo, 
naturalmente, scendere, come un'appendice e un contentino del danaro, a servire 
il proprio servo. Del resto molto pi stupiscono della detestabile pazzia di 
quelli che tributano onori poco men che divini a tali cui non son debitori di 
nulla n sottoposti, non per altro riguardo che sono ricchi, e ci quando li 
sanno si tirati e avari che sono arcisicuri che, finch quelli sono in vita, 
nemmeno un soldino verr mai loro da quella si gran massa di danaro.
Siffatto modo di pensare han tratto parte dall'educazione, per essere allevati 
in uno Stato le cui istituzioni son ben lontane da tal genere di sciocchezze, e 
parte dalla cultura scientifico-letteraria. Infatti, per quanto non siano molti 
di ogni citt quelli che, dispensati dai lavori, vengono destinati alla sola 
istruzione, quelli cio in cui sin dalla fanciullezza trovarono un'indole 
egregia, un ingegno straordinario e animo propenso agli studi, tuttavia tutti i 
ragazzi apprendono le lettere, e buona parte del popolo, maschi e femmine, per 
tutta la vita, consacrano agli studi letterari tutte quelle ore che, come ho 
detto hanno libere dal lavoro. Apprendono il sapere nella loro lingua; non  
infatti povera di parole, n aspra all'orecchio, n c' alcuna che renda meglio 
il pensiero;  la stessa in generale che, un po' guasta e dove in un modo dove 
in un altro, si stende per una larga zona in quella parte del mondo.
Di tutti i nostri filosofi, i cui nomi van gloriosi in questa parte del mondo, 
nemmeno la fama di uno purchessia era giunta ivi prima del mio arrivo, e 
tuttavia nel campo della musica e della dialettica, nelle scienze matematiche e 
in geometria han fatto quasi le stesse scoperte che i nostri antichi. Vero  
che, come quasi in tutto sono all'altezza degli antichi, cos restano molto 
inferiori alle invenzioni dei dialettici moderni. Infatti nessuna regola hanno 
scoperta di quelle che nei "Parva Logicalia" qui comunemente si apprendono dai 
ragazzi sulle restrizioni, le amplificazioni, le supposizioni e altrettali 
sottilissime escogitazioni. E poi son tanto lungi dall'esser riusciti a 
penetrare entro l'intenzione seconda, che fra essi nessuno c' che abbia potuto 
vedere quel cosiddetto uomo in s ovvero universale, sebbene, come sapete sia 
proprio un colosso e pi grande di qualsiasi gigante e noi poi ce lo mostriamo a 
dito (13). Sono per dottissimi quanto al corso degli astri e al moto delle 
sfere celesti, anzi si sono fabbricati anche strumenti di varia forma, per mezzo 
dei quali comprendono con maggiore esattezza i movimenti e la posizione del sole 
e della luna e cos degli altri astri, che si veggono sul loro orizzonte. Del 
resto, non vaneggiano di amicizie e inimicizie di pianeti, in una parola di 
tutta quell'impostura del profetare il futuro dagli astri. Presagiscono piogge, 
venti e le altre mutazioni di tempo da certi segni osservati per lunga pratica; 
ma quanto alle cause di tutti questi fenomeni e al flusso del mare e alla sua 
salsedine e insomma all'origine e alla natura del cielo e del mondo, in parte ne 
parlano nello stesso modo dei nostri antichi filosofi, in parte, come sono in 
disaccordo quelli, cos anch'essi, nelle nuove spiegazioni che presentano, non 
sono d'accordo con tutti gli antichi e nemmeno tra di loro in nessuna cosa.
Nel campo della filosofia riguardante l'etica quei popoli fanno le stesse 
dispute che noi, sui beni dell'anima e del corpo e su quelli esteriori, e poi se 
il nome di beni convenga a tutti questi ovvero alle sole doti dell'anima. Discutono 
anche sulla virt e sul piacere, ma il primo e principale problema per essi  in 
che cosa la felicit umana consiste e se in una ovvero pi cose. Nel che 
veramente mi pare che pieghino troppo dalla parte che rivendica il piacere, in 
cui ripongono tutta o la maggior parte della felicit umana. E, per vostra 
maggior meraviglia,  nella religione che cercano il sostegno a una morale cos 
voluttuosa, e s che quella  grave e severa e quasi burbera e aspra. Mai 
infatti disputano di felicit senza unire alcuni princpi tratti dalla religione 
con la filosofia che si fonda sulle spiegazioni: senza quelli credono che per la 
vera ricerca della felicit la ragione di per s sia manchevole e fiacca. Tali 
principi sono: l'anima  immortale e nata per bont di Dio alla felicit; dopo 
questa vita per le nostre virt e buone azioni  assegnato il premio, per le 
nostre colpe il castigo. E sebbene queste credenze siano proprie della 
religione, pensano tuttavia che  la ragione quella che ci conduce ad ammetterle 
ed a crederle; se le leviamo di mezzo, nessun uomo sarebbe sl stupido, 
sostengono essi arditamente, da non credersi lecita la ricerca del piacere a 
dritto o a rovescio, badando solo che un piacere minore non ne impedisca uno 
maggiore, o a non cercarne uno che poi a sua volta abbiamo a ripagar col dolore. 
Sarebbe poi pretta pazzia, essi pensano, seguire una virt rigida e difficile, 
non solo rinunziando a ogni dolcezza della vita, ma abbracciando anche 
spontaneamente il dolore, se non se ne dovesse aspettare alcun frutto; e quale 
pu essere il frutto, se dopo morto, dopo aver passato cio tutta la vita senza 
alcuna dolcezza, il che vuol dire infelicemente, non se ne ottiene nulla? Solo 
che la felicit, a loro modo di vedere, non  posta in qualsiasi piacere, ma 
soltanto in quello buono e onesto; alla felicit infatti, come a bene supremo,  
spinta la natura umana dalla virt stessa, alla quale soltanto  data in 
retaggio la felicit, a detta degli avversari stessi. Definiscono infatti virt 
vivere secondo natura, giacche a questo noi siamo stati da Dio conformati; e che 
poi segue la guida della natura colui che nel bramare o fuggir le cose obbedisce 
a ragione. La ragione infine accende anzitutto i mortali ad amare e venerare la 
maest divina, cui siamo debitori non solo della nostra esistenza, ma anche di 
poter ottenere la felicit, in secondo luogo ci insegna e ci spinge a vivere 
quanto meno  possibile in affanno e lietamente nel massimo grado, e ad offrirci 
a tutti gli altri come collaboratori, conforme ai vincoli di natura, per 
raggiungere lo stesso scopo. Infatti non  mai esistito un seguace della virt 
cos duro e rigido, uno spregiatore del piacere tale che t'imponga fatiche, 
veglie e miserie, senza ordinarti insieme di alleviare, per quanto un uomo pu e 
deve le miserie e le sventure altrui, e che in nome dell'umanit non creda 
sommamente lodevole per un uomo esser di salvezza e di sollievo agli altri, 
visto che  sommamente umano (e non c' virt pi particolare all'uomo) 
addolcire le pene altrui e toglier loro ogni amarezza e restituire la vita alla 
gioia, cio al piacere. Sarebbe straordinario forse che la natura spingesse 
qualcuno a rendere lo stesso servigio a se stesso? Giacch o la vita lieta, cio 
nei piaceri, non  buona, e in tal caso non solo non devi assistere nessuno per 
quella, ma ritrarne tutto il meglio che puoi, come da danno mortale ovvero, se 
non solo ti  lecito, ma sei in dovere di procurarla agli altri, come buona che 
, perch non farlo a te stesso tra i primi, una volta che  conveniente che tu 
sia favorevole a te non meno che agli altri? Infatti, se la natura ti esorta ad 
esser buono verso gli altri, non per questo ti comanda di essere con te stesso 
spietato e inflessibile. Dunque la gioia nella vita, dicono gli Utopiani, cio 
il piacere, ci viene imposto dalla natura stessa, come fine di tutte le azioni, 
e vivere secondo i dettati di natura vien definita la virt. Or quando la natura 
invita i mortali ad aiutarsi l'un l'altro per una vita pi lieta (e ben fa ad 
agire cos, ch non c' nessuno cos al di sopra del destino del genere umano da 
essere a cuore lui solo alla natura, la quale invece porge il seno ugualmente a 
tutti quelli che abbraccia nella comunanza della stessa forma), evidentemente ti 
comanda con insistenza di badare a non assecondare il tuo vantaggio, in modo da 
procurar danno agli altri.
Bisogna dunque rispettare, cos si pensa in Utopia, non solo i patti che si 
fanno fra privati, ma anche le leggi pubbliche sulla distribuzione dei beni 
della vita, cio sulla materia del piacere, promulgate secondo giustizia da un 
re buono, ovvero sancite con unanime consenso dal popolo, quando non sia 
oppresso da tirannia n raggirato dall'astuzia. Cercare il proprio vantaggio, 
senza violar queste leggi,  saggezza, cercar poi quello di tutti  religione. 
Ma andare a spezzare il piacere altrui pur di conseguire il proprio  
ingiustizia veramente. Invece togliere qualcosa a te stesso da dare agli altri, 
ecco proprio il compito dell'umanit e della bont, perch ci non toglie mai 
tanto quanto d. Infatti non solo si  ricompensati dal ricambio del bene, ma la 
stessa coscienza d'aver fatto il bene, col ricordo dell'affetto e della 
benevolenza dei beneficati, reca pi piacere all'animo che non sarebbe stato il 
piacere fisico cui hai rinunziato. Da ultimo, cosa questa cui la religione 
agevolmente persuade l'animo umano a consentir volentieri, un piccolo e rapido 
piacere viene da Dio ricompensato con un godimento immenso e che non avr mai 
fine. E' questa pertanto la ragione per cui, tutto ben esaminato e considerato, 
le nostre azioni tutte, si pensa in Utopia, e fra queste anche le virt stesse, 
hanno alfine di mira il piacere, come loro scopo e felicit.
Chiamano piacere ogni moto o stato del corpo o dell'anima, in cui, guidati da 
natura, sentiamo diletto a trovarci; e a ragione aggiungono che esso  
un'inclinazione della natura. Infatti tutto ci che  naturalmente lieto e cui 
ci si volge, ma non per mezzo di ingiustizia, e non ci fa perdere altra gioia 
maggiore, n gli succede affanno, vien cercato non soltanto dal sentimento, ma 
anche dalla retta ragione: cos tutte le cose che fuori della natura con accordo 
senza fondamento i mortali immaginano dolci, come se fosse in lor potere cambiar 
le cose con le parole! non solo pensano gli Utopiani, non apportano nulla alla 
felicit umana, ma le sono di grandissimo ostacolo anche pel fatto che, una 
volta radicate nell'uomo con questa falsa opinione di piacere, ne guadagnano 
quasi tutta l'anima, perch non vi sia posto in nessun punto alle gioie vere e 
schiette. Sono infatti di numero straordinario le cose che, pur non avendo in 
s, per propria natura, dolcezza alcuna, anzi, non poche, anche moltissima 
amarezza, per mala lusinga di malvage passioni, non solo son tenute pei pi 
grandi piaceri, ma anche messe in conto delle ragioni principali della vita.
In questo genere spurio di piaceri van messi quegli uomini sopra ricordati che 
da se stessi si credono tanto migliori quanto migliore  il loro vestito. Nel 
che commettono due errori, e infatti non si sbagliano meno a credere migliore il 
proprio abito che migliori se stessi. Perch infatti, se guardi all'utilit di 
un vestito, la lana di filo pi sottile sarebbe migliore di quella pi grossa? 
Purtuttavia costoro, come se eccellessero non per un'illusione ma per natura, 
alzano la cresta e credono che ne venga anche a loro non poco pregio, onde come 
di diritto richiedono, pel loro abito pi elegante, quegli omaggi che, con un 
vestito pi modesto, non avrebbero osato sperare e si stizziscono che si passi 
loro dinanzi senza troppo curarli. Ma questo stesso preoccuparsi di vane e 
inutili onoranze non  anch'esso segno della stessa ignoranza? Che piacere vero 
e naturale reca, che uno scopra il capo e pieghi il ginocchio? Forse che questo 
ti guarir dei dolori alle gambe o allevier la frenesia del tuo cervello? In 
questa specie di piacere imbellettato  una maraviglia quanto soavemente 
impazziscano quelli che, credendosi nobili, si lusingano e si applaudono di 
esser nati da tali antenati, le cui lunghe generazioni sono state ritenute 
ricche (ch altro ora non  la nobilt), specie di poderi, e non si credono meno 
nobili di un pelo, anche se i loro antenati non ne hanno lasciato niente o se 
essi stessi si son mangiata l'eredit. Fra codesti stolidi van contati quelli 
che, come ho detto, si lasciano prendere da pietre preziose o da perle, e si 
credono diventati di, in certo modo, se riescono ad acquistarne una 
straordinaria, soprattutto di quelle che pi si apprezzano ai loro tempi, ch 
non tutte n in ogni tempo ha valore la stessa specie. Ma non le acquistano se 
non senza castone e nude, anzi neppure cos, a meno che il venditore non abbia 
giurato e non offra garanzia che la pietra, che la perla  vera: tanto si 
preoccupano che una falsa, invece di una vera, inganni la loro vista! Ma perch 
dovrebbe darti meno diletto a guardarla una pietra artificiale, se il tuo occhio 
non la distingue da una vera? L'una e l'altra dovrebbero per te avere lo stesso 
valore, n pi n meno, per bacco, che ad un cieco! E che dire di quelli che 
accumulano beni superflui, per dilettarsi non gi di far uso dei loro tesori, ma 
di conservarli? Ne ricevono un piacere verace, o piuttosto si lasciano illudere 
da un piacere immaginario? O quelli che, per un'altra specie di stortura, 
nascondono l'oro, in modo da non aver pi a servirsene e forse neppure a 
vederlo, e, per paura di perderlo, lo perdono? Che cos'altro significa sottrarlo 
ai propri bisogni e forse a quelli di tutti i mortali, per affidarlo alla terra? 
Eppure tu, dopo aver seppellito il tuo tesoro, esulti di gioia, come se ormai 
non avessi pi pensieri! Ma se qualcuno te lo ruba, e tu, senza nulla sapere del 
furto, venga a mancare dieci anni dopo, per tutto quel decennio in cui tu 
sopravvivesti alla perdita del danaro, che importa che ti fosse stato sottratto 
o lasciato l? In un caso o nell'altro te n' venuto lo stesso vantaggio, n pi 
n meno. A queste soddisfazioni cos sciocche, gli Utopiani aggiungono il gioco 
dei dadi, la cui follia conoscono per fama, non per pratica, e in aggiunta 
l'andare a caccia e l'uccellare. Infatti che piacere racchiude gettar dei dadi 
sul tavoliere? L'hai fatto tante volte che, se anche ci fosse del piacere, a via 
di ripeterlo frequentemente, non ne poteva sorgere saziet? E che dolcezza ci 
pu essere a sentir latrare e ululare i cani? Non se n' piuttosto disturbati? O 
perch si ha pi senso di piacere quando un cane insegue una lepre, che se un 
cane insegue un altro un cane? Evidentemente nei due casi  la stessa cosa che 
si fa: si corre, infatti, se ti diletta la corsa. Ma se ti tiene l la speranza 
di un'uccisione, l'attesa di veder sbranare sotto i tuoi occhi, ti dovrebbe 
piuttosto muover piet guardare una lepricciuola fatta a pezzi da un cane, un 
essere debole da uno pi forte chi nella sua timidezza fugge da chi  
inferocito, un povero innocente alfine da una bestia crudele. Pertanto gli 
Utopiani lasciano ai beccai (alla cui arte attendono, come si  detto sopra, per 
mezzo di schiavi) tutto quest'esercizio del cacciare, come cosa indegna di 
uomini liberi: sostengono infatti che la caccia  la parte pi bassa della 
macelleria, mentre gli altri rami di questa sono pi utili e meno spregevoli, 
come quelli che tornano di molto maggior giovamento e ammazzano, s, gli 
animali, ma solo per necessit laddove invece il cacciatore non cerca 
nell'uccisione e nello squartamento di un misero animaletto che il piacere. 
Questa indegna voglia di contemplare il sangue, anche nelle bestie stesse, 
sorge, a loro modo di vedere, da disposizione a crudelt, o alla fin fine nella 
crudelt va a sfociare, con l'uso continuo di un piacere cos selvaggio. Dunque 
questi svaghi e quant'altri vi si assomigliano (e sono infiniti), se pure il 
volgo dei mortali li ritiene piaceri, tuttavia quelli di Utopia apertamente 
ritengono che, non contenendo la loro natura nessuna dolcezza, col vero piacere 
non hanno proprio a far nulla. Infatti, bench comunemente colmino di diletto i 
sensi (nel che pare consista l'effetto del piacere), non perci cambiano idea 
quei popoli; non  infatti in causa la natura della cosa stessa, ma la 
corruttela della vita umana, per la cui colpa succede che si accoglie come dolce 
l'amaro, non diversamente da donne incinte quando al loro gusto corrotto la pece 
e il sego dnno di miele pi del miele stesso. Eppure il giudizio guasto da 
malattia o da abitudine non pu cangiar natura alle altre cose, e nemmeno al 
piacere.
Dei piaceri che ammettono come veri formano varie specie, giacch alcuni ne 
attribuiscono all'anima, altri al corpo. All'anima danno l'intelligenza e la 
dolcezza che genera la contemplazione del vero; a cui va aggiunto il dolce 
ricordo della vita ben vissuta e la speranza non dubbia di un bene futuro. I 
piaceri fisici son divisi in due specie: la prima  quella che riempie i sensi 
di evidente dolcezza, e ci si verifica a volte col rinvigorire i sensi esauriti 
dal calore insito in noi (infatti si rid loro cibo e bevanda), a volte allorch 
si emette quanto il corpo contiene in sovrabbondanza, al che si d occasione 
quando liberiamo il corpo dagli escrementi o generiamo o alleviamo il prurito di 
qualche parte della pelle strofinandoci o grattandoci. A volte poi sorge il 
piacere senza dover rimettere alcuna cosa manchevole alle nostre membra, n 
toglierne ci che impaccia; ce n' cio uno che molce nondimeno i nostri sensi, 
ma con una forza segreta o in un modo evidente e li fa vibrare e li attira a s, 
com' quello che nasce dalla musica. Una terza forma di piacere fisico vogliono 
che sia quello consistente nello stato di quiete e di equilibrio del corpo, che 
 evidentemente la buona salute per ognuno, senza malattie che disturbino, 
giacch questa, quando non sia attaccata da alcun dolore,  di per se stessa un 
godimento, anche se non  influenzata dall'intervento di un piacere dal di 
fuori. Infatti, sebbene meno si mostri e meno conceda al senso che lo stimolo 
selvaggio a mangiare e a bere, pure, malgrado ci, molti la ritengono il pi 
grande dei piaceri, e in generale tutti gli Utopiani mostrano che  grande e 
come fondamento e base di tutti i piaceri, come quella che sola rende tranquilla 
e desiderabile la vita umana, e senza di cui non resta in nessun luogo posto 
alcuno per nessun piacere. Infatti la mancanza assoluta di dolore  da essi 
chiamata insensibilit, non piacere, a meno che ci sia la buona salute. Non  da 
oggi che  stata presso di essi condannata la teoria di quelli che ritenevano 
che una salute stabile e mai turbata (ch anche di questo problema si  discusso 
con ardore) non debba perci stimarsi piacere, per la ragione che non se ne pu 
sentir la presenza senza qualche sensazione esteriore (14); ma al contrario ora 
quasi tutti son d'accordo che la salute riesce di piacere principalissimamente. 
Giacch infatti, dicono essi, nella malattia si trova il dolore, inconciliabile 
nemico del piacere, non meno che la malattia lo  della salute, perch 
all'opposto non dovrebbe il piacere inerire alla quiete della salute? Non 
importa nulla per tal quistione l'affermare che la malattia  dolore o che alla 
malattia  inerente il dolore; nell'uno e nell'altro caso infatti il risultato  
lo stesso. Giacch, se la buona salute  di per se stessa un piacere o produce 
di necessit piacere, come il calore  generato dal fuoco,  chiaro che, in un 
caso e nell'altro, l'effetto si  che a quelli che hanno immutabilmente una 
buona salute non pu mancare il piacere. Inoltre mentre ci nutriamo, essi 
dicono, di che altro si tratta se non che la buona salute, la quale cominciava a 
indebolirsi, combatte a tutt'uomo contro la fame, con l'aiuto del cibo? Or 
mentre a poco a poco si ri, quello stesso ritorno al solito vigore somministra 
quel piacere che cos ci ristora. La salute dunque, la quale si rallegrava della 
lotta, non si rallegrer ora anche a vittoria conseguita? Ma, dopo aver alfine 
riottenuto fortunatamente la forza di prima, unico obbietto di tutta la lotta, 
rester immediatamente inebetita, senza riconoscere il proprio bene e stringersi 
ad esso? Si dice che la buona salute non si avverte... Ma ci  lontano le mille 
miglia dal vero, pensano gli Utopiani. Chi infatti, se  sveglio, non avverte di 
esser sano, se non chi non lo ? Chi si lascia prendere da s grande 
insensibilit o letargia da non riconoscere che la salute gli  gradita o 
dilettevole? E il diletto che altro  se non, con altro nome, il piacere?
Abbracciano dunque quelli di Utopia anzitutto i piaceri dell'animo, che 
giudicano primi primissimi, e parte di questi principalmente credono che muova 
dall'esercizio delle virt e dalla coscienza di vivere rettamente. Tra i piaceri 
che accorda il corpo danno la palma alla salute. Infatti il bere e il mangiare 
con le loro attrattive, e tutto ci che produce lo stesso genere di diletto, 
vanno cercati, a parer loro, ma solo in vista della buona salute; infatti non 
danno di per s gioia, ma in quanto si oppongono all'insinuarsi sotto sotto del 
male. Perci, per chi ha senno, come bisogna pi stornar le malattie che bramar 
le medicine, pi respingere i dolori che accogliere il rimedio, cos sarebbe 
meglio non soffrir penuria anche di tal sorta di piaceri, anzich provarne la 
soddisfazione (15). Ch se invece c' chi si ritiene felice per questo secondo 
genere di piaceri, dovrebbe di necessit ammettere che toccher alfine il cielo 
col dito se gli capita di passar tutta la vita fra una fame continua, fra la 
sete e il prurito a mangiare, a bere, a grattarsi e a stropicciarsi. Ma chi non 
vede che sconcezza ci sarebbe? Non solo, ma anche una miseria. Insomma sono 
questi i piaceri pi bassi di tutti, perch non schietti e puri; non vengono 
mai, infatti, se non uniti a dolori opposti: col piacere di mangiare,  
evidente, s'accoppia la fame, ma non a condizioni di parit: infatti quanto pi 
 violenta, produce anche un dolore pi lungo, giacch nasce prima del piacere, 
non solo, ma non si estingue se non quando muore insieme il piacere.
Di siffatti piaceri, dunque, in Utopia si pensa che non c' da far gran conto, 
se non quanto necessit richiede; ne godono per lo stesso e riconoscono grati 
la bont di madre natura che attira anche con dolci attrattive i suoi parti a 
ci che si doveva fare s spesso per necessit. Quanto infatti non sarebbe stata 
uggiosa la vita se, come le altre infermit che ci tormentano pi di rado, 
dovevamo respingere anche questa malattia quotidiana della sete e della fame per 
mezzo di succhi amari e medicine? Per coltivano volentieri la bellezza, la 
forza, l'agilit, come doni particolari della natura e fonti di gioia; anzi 
anche quei piaceri che penetrano attraverso le orecchie, gli occhi e il naso, e 
che la natura volle come propri e peculiari dell'uomo (infatti nessun'altra 
specie di viventi solleva lo sguardo alla forma e alla bellezza del mondo, n  
sensibile alla leggiadria dei profumi, se non per scegliere i cibi, n distingue 
fra i diversi suoni armonici o disarmonici), sono, dicevo ricercati anch'essi 
come balsami soavi della vita. In tutti per osservano il criterio che il 
piacere minore non ne impedisce uno maggiore o che generi talora dolore, 
conseguenza necessaria, pensano essi, se  disonesto. Ma non apprezzare la 
bellezza nel suo splendore, ma logorar le proprie forze fisiche e mutare 
l'agilit in abbandono, o estenuare il corpo a via di digiuni o rovinarsi la 
salute respingendo gli altri allettamenti della natura (tranne il caso che uno 
trascuri questi suoi vantaggi per procurar pi appassionatamente il bene altrui 
o dello Stato e si aspetti da Dio, in luogo di queste sue pene, un piacere 
maggiore), e insomma tribolar se stessi per una vana ombra di virt, col 
vantaggio di nessuno, ovvero allo scopo di avvezzarsi a sopportare con pi 
coraggio avversit che forse non capiteranno mai, tutto ci  l'estremo della 
pazzia, a loro modo di vedere, e segno di animo spietato verso se stessi e del 
tutto ingrato verso la natura, ai cui benefizi si rinunzia, come per disdegno di 
esserle in nulla debitori (16)
Tale  il loro modo di vedere sulla virt e sul piacere, e non se ne pu trovare 
un altro pi vero, essi credono, per mezzo della ragione umana; solo una 
religione mandata dal cielo potrebbe istillare nell'uomo qualcosa di pi santo. 
Ma in ci se la pensino bene o male, non ci consente il tempo di esaminar con 
esattezza, e neppure  necessario: il mio compito  di esporre le loro 
istituzioni, non gi anche di difenderle. Del resto, stiano comunque queste 
dottrine, ho la ferma convinzione che non si trova in nessun luogo della terra 
un popolo pi straordinario, n una repubblica pi felice. Sono di corpo agile e 
vigoroso e di pi forza che non prometta la loro statura, che pur non  bassa, 
e, anche avendo un suolo non dovunque fertile e un clima non del tutto sano, con 
una vita ben regolata si difendono contro l'aria e con la loro attivit risanano 
la terra, in modo tale che in nessuna parte del mondo c' un prodotto di messi o 
di bestiame pi abbondante n si vedono corpi di uomini pi vigorosi, soggetti a 
meno malattie. Pertanto si pu ivi osservare la diligenza con cui regolano le 
opere che comunemente fanno gli agricoltori, per aiutar con la loro arte e col 
loro lavoro una terra troppo ingrata per natura, non solo, ma vi si vede 
strappar in un luogo con le mani un bosco sin dalle radici e ripiantarlo 
altrove: in ci il criterio non  quello della produttivit, ma del trasporto, 
affinch la legna si trovi pi vicina al mare, ai fiumi o alle citt stesse, ch 
minore  la fatica di portar lontano per terra delle messi anzich della legna. 
La gente  alla mano, gentile e attiva; le piace il riposo, ma quando c' 
bisogno, sopporta bene le fatiche; negli altri casi per non ne va affatto in 
cerca; nelle occupazioni dell'intelligenza  instancabile.
Appena seppero da noi della letteratura e della scienza dei Greci (in quella 
latina, toltine gli storici e i poeti, pareva che non avrebbero trovato gran che 
di buono),  mirabile con quanto zelo s'adoprarono ad apprenderle essi stessi, 
nelle nostre traduzioni. Sul principio dunque facevo delle letture, pi per non 
dar l'impressione di volere scansar fatica che per speranza di vederne qualche 
frutto, ma, subito dopo i primi passi, la loro diligenza ci fe' subito capire 
che dovevamo adoprar la nostra e non a vuoto. Infatti cominciarono a copiar le 
lettere nella loro forma con tanta facilit e a pronunciare le parole con tal 
prontezza e ad impararle a mente cos agevolmente e a ripeterle con tanta 
fedelt che a noi parve miracolo senonch la pi parte di quelli che, non per 
proprio culto soltanto, ma per ordine anche del senato, si assunsero tali studi, 
appartenevano ai letterati ed erano d'ingegno elettissimo e di et matura. 
Pertanto in meno di un triennio non c'era parola che ignorassero, e leggevano i 
buoni scrittori senza inciampo, se non intoppavano in errori di stampa. Di tali 
letterature s'impadronirono pi facilmente, come posso congetturare, anche per 
una certa lor parentela con esse. Sospetto infatti che quel popolo discenda dai 
Greci, perch la loro lingua, sebbene nell'insieme sia persiana, serba non pochi 
segni del greco nei nomi dei magistrati e delle citt. Posseggono ora di mia 
mano (poich stando per partire la quarta volta, caricai sulla nave, per tutta 
merce, un discreto fardello di libri, ch avevo stabilito meco di non tornarmene 
mai pi, piuttosto che venir via s presto) la maggior parte delle opere di 
Platone, pi di una di Aristotile e ugualmente Teofrasto, "Delle piante", ma 
mutilo, me ne rincresce, in pi punti. Il libro infatti l'aveva trovato una 
scimmia, ch durante il tragitto era tenuto senza cura, e la bestia, saltellando 
su e gi per gioco, ne strapp e lacer alcune pagine qua e l. Fra quelli che 
scrissero di grammatica, posseggono solo il Lascari, ch non avevo portato meco 
Teodoro n alcun dizionario, tranne Esichio e Dioscoride. Hanno molto cari gli 
opuscoli di Plutarco e sono innamorati anche dei graziosi scherzi di Luciano. 
Fra i poeti posseggono Aristofane, Omero ed Euripide, poi Sofocle 
nell'edizioncina di Aldo Manuzio; fra gli storici Tucidide e Erodoto, senza dire 
di Erodiano. Anzi, in medicina, il mio buon amico Trizio di Apina (17) aveva 
portato seco alcuni opuscoletti di Ippocrate e la "Microtechne" di Galeno (18) 
libri che hanno in gran pregio, perch, per quanto meno di tutti i popoli 
abbiano essi bisogno della medicina, non c' luogo dove sia pi in onore, anche 
pel fatto stesso che la conoscenza di essa mettono tra le parti pi belle e pi 
utili del sapere scientifico. Scrutando poi con l'aiuto delle scienze i segreti 
della natura, par loro di ricavarne un ammirabile piacere, non solo, ma di 
ingraziarsi sommamente l'autore e artefice di essa, il quale, facendo, a parer 
loro, questa macchina del mondo perch la vedesse l'uomo, solo essere capace di 
s gran cosa, l'ha esposta all'osservazione di lui, cos come fanno gli altri 
artisti; ragion per cui ha pi caro uno che sia contemplatore pieno di curiosit 
e di zelo e ammiratore dell'opera sua, anzich chi, come una bestia senza 
intelligenza, dinanzi ad uno spettacolo cos grandioso e mirabile resti senza commuoversi, come uno stupido, e non se ne occupi.
.
L'ingegno pertanto degli Utopiani, esercitandosi in tali studi, mostra 
attitudini sorprendenti alle scoperte tecniche, che promuovano i comodi e 
l'economia della vita. Due per ne devono a noi altri, la stampa e la 
fabbricazione della carta, per non a noi esclusivamente, ma anche a se stessi 
in buona parte. Mostrando infatti noi a loro i caratteri a stampa in libri del 
Manuzio fatti di carta e parlando un po' della materia per fabbricar la carta e 
della possibilit di imprimere le lettere, senza veramente spiegare, giacch 
nessuno di noi era molto esperto nell'una o nell'altra arte, afferrarono 
immediatamente la cosa con grande acume e, mentre prima scrivevano solo su 
pelli, su corteccia o papiro, immediatamente cercarono di far la carta e 
stampare e, se sul principio non andavano molto avanti, poi, a via di provare e 
riprovare, riuscirono in poco tempo a tutto, col risultato che, se vi erano 
manoscritti di scrittori greci, non sarebbero mancati libri a stampa. Ora, non 
hanno nulla pi di quel che ho ricordato, ma ci che avevano ormai  a stampa e 
diffuso in migliaia di copie.
In Utopia viene accolto a braccia aperte chiunque vi arrivi per osservare il 
paese, se lo raccomandano attitudini speciali d'intelligenza per cui vada 
famoso, ovvero esperienza di molti paesi in seguito a lunghi viaggi, sotto il 
qual titolo fu gradito il nostro arrivo, ch volentieri stanno a sentire ci che 
succede pel vasto mondo. Ma per ragion di commercio non sono molto frequenti gli 
approdi. Che cosa infatti vi importerebbero se non ferro, ovvero ci che ognuno 
preferirebbe portarsi indietro, oro e argento? Anche le cose che si potrebbero 
esportare dal loro paese, credono pi saggio trasportarle fuori essi stessi, 
piuttosto che vengano a prenderle gli altri, allo scopo di conoscere meglio 
popoli stranieri d'ogni parte e di non abbandonar nell'obblio la pratica e la 
conoscenza delle cose di mare.
...
.
...
Sugli schiavi.
...
.
...
Come schiavi in Utopia non si hanno n i prigionieri di guerra, a meno che non 
l'abbiano mossa essi, n i figli di schiavi, n infine quanti si possono 
acquistare fra gli schiavi di altri popoli, ma o quelli la cui scelleraggine 
finisce in schiavit o la cui colpa, il caso  molto pi frequente, commessa in 
citt straniere destina all'estremo supplizio. Di questi molti se ne chiedono e 
menano via, a volta per poco prezzo, pi spesso anche gratis. Queste varie 
specie di schiavi sono addetti ai lavori forzati e a vita, ma quelli paesani li 
trattano pi duramente, come gente perduta pi degli altri e meritevole di pi 
gravi punizioni perch, pur essendo egregiamente avviati a virt da una 
splendida educazione, non poterono tuttavia frenarsi dalla colpa. Un'altra 
categoria di schiavi si ha quando i giornalieri di un altro popolo, laboriosi ma 
poveri, se ne vengono da loro a servire di propria iniziativa. Li trattano 
umanamente e quasi con la stessa dolcezza dei cittadini, salvo che s'impone loro 
un pochino pi di lavoro, visto che vi sono avvezzi; se uno poi vuole andarsene 
via, cosa che non accade spesso, non lo trattengono a forza e non lo rimandano a 
mani vuote.
I malati, come dicemmo, li curano con grande affetto e non lasciano proprio 
nulla che li renda alla buona salute, regolando le medicine e il vitto; anzi 
alleviano gl'incurabili con l'assisterli, con la conversazione e porgendo loro 
infine ogni sollievo possibile. Se poi il male non solo  inguaribile, ma d al 
paziente di continuo sofferenze atroci, allora sacerdoti e magistrati, visto che 
 inetto a qualsiasi compito, molesto agli altri e gravoso a se stesso, 
sopravvive insomma alla propria morte, lo esortano a non porsi in capo di 
prolungare ancora quella peste funesta, e giacch la sua vita non  che 
tormento, a non esitare a morire; anzi fiduciosamente si liberi lui stesso da 
quella vita amara come da prigione o supplizio, ovvero consenta di sua volont a 
farsene strappare dagli altri: sarebbe questo un atto di saggezza, se con la 
morte troncher non gli agi ma un martirio, sarebbe un atto religioso e santo, 
poich in tal faccenda si piegher ai consigli dei sacerdoti, cio degli 
interpreti della volont di Dio. Chi si lascia convincere, mette fine alla vita 
da s col digiuno, ovvero si fa addormentare e se ne libera senza accorgersi; ma 
nessuno vien levato di mezzo contro sua voglia, n allentano l'affetto nel 
curarlo. Morire a questo modo, quando lo hanno convinto della cosa,  onorevole; 
altrimenti chi si d morte per motivi non giusti agli occhi dei sacerdoti e del 
senato, non lo ritengono degno di esser seppellito o cremato, ma viene 
ignominiosamente gettato senza tomba in qualche pantano.
La donna non va a nozze prima dei diciott'anni, l'uomo se non ne sono passati 
pi di altri quattro ancora. Se l'uno o l'altra, prima del matrimonio, vengono 
convinti di segreta lussuria, sono gravemente puniti e si vieta loro il 
matrimonio per sempre, a meno che la grazia del principe non perdoni loro il 
fallo; ma il padre di famiglia e la madre, nella cui casa  stato commesso lo 
sconcio, sono esposti a gran disonore, come per aver poco diligentemente badato 
al proprio compito. Questa mala azione  punita con tanta severit in previsione 
che, se non sono diligentemente allontanati dalla Venere vaga, ben pochi si 
unirebbero in matrimonio, nel quale bisogna pur passare tutta la vita, lo 
veggono, con una sola persona e sopportare in pi le molestie che la cosa porta 
seco.
Ma d'altra parte nella scelta delle mogli seguono con rigida severit un'usanza 
che , a parer mio, la cosa pi sciocca, e ridicola quanto mai. La donna 
infatti, vergine o vedova che sia, vien mostrata nuda al pretendente da parte di 
una grave e onesta matrona, e a sua volta un uomo dabbene alla fanciulla 
presenta nudo il pretendente. Ora, rinfacciando noi loro un tal costume e 
deridendolo come una sciocchezza, quelli invece facevano le maraviglie della 
stoltezza straordinaria degli altri popoli tutti, i quali, mentre per l'acquisto 
di un cavalluccio, dove si tratta di pochi soldi, sono cos guardinghi da 
rifiutarsi di comprarlo, anche se generalmente nudo, a meno che non gli si tolga 
la sella e se ne strappi ogni gualdrappa, per tema che sotto quelle coperte non 
si nasconda qualche piaga, invece nella scelta della moglie, dalla qual cosa ne 
seguir o piacere o disgusto per tutta la vita, si comportino con tanta 
leggerezza che, stando il resto del corpo tutto avvolto da vesti, giudicano 
tutta quanta una donna a mala pena dallo spazio di una mano (nulla infatti si 
pu osservare se non il volto), e la leghino a s, non senza gran rischio di 
fondersi male, se qualcosa in seguito non piaccia. Non tutti gli uomini infatti 
sono cos saggi da guardare ai soli costumi e, anche nei matrimoni di quegli 
stessi che sono saggi, alle virt dell'animo aggiungono pur qualcosa anche le 
doti fisiche: certo, sotto l'involucro di quei vestiti pu star nascosta una s 
orribile bruttezza da alienare del tutto dalla moglie l'animo di uno, allorch 
ormai non pu pi separarsi corporalmente. Siffatta bruttezza se sopraggiunge 
per qualche accidente a nozze gi fatte, ognuno si deve sopportare la propria 
sorte; ma prima, bisogna provvedere per legge acciocch nessuno cada in inganno: 
cosa questa cui si dov attendere con tanto maggior cura, in quanto i soli 
Utopiani, fra tutte quelle contrade della terra, son paghi di una sola moglie e 
spesso ivi nulla spezza il matrimonio fuor della morte, a meno che non sia in 
questione un adulterio o una penosa inadattabilit di temperamento. Naturalmente 
a chi  offeso, chiunque sia dei due, il senato concede di cambiar coniuge, ma 
l'altro trascina la vita disonorata e insieme celibe per sempre. Altrimenti, 
ripudiare la consorte contro sua voglia, pur non avendo essa niuna colpa, pel 
fatto che le  capitata una disgrazia nel fisico, non  permesso in nessun modo: 
 una crudelt infatti, a parer loro, abbandonare uno allorquando ha bisogno di 
conforto, e oltre a ci la vecchiaia, che non solo apporta malattie, ma  una 
malattia di per se stessa, non starebbe pi tranquilla e sicura della parola 
data. Accade del resto talora che, non accordandosi i caratteri dei due coniugi, 
questi si trovano altri con cui sperano di vivere pi dolcemente e, separatisi 
di buon accordo contraggono nuovi matrimoni, non senza per il consentimento del 
senato, il quale non permette il divorzio se non dopo diligente istruttoria, 
fatta sia dai propri membri, sia a mezzo delle loro mogli. Anzi nemmeno in tal 
modo lo permette facilmente, per la ragione che sanno che non  affatto utile, a 
rinsaldar l'amore coniugale, far sorgere facilmente speranze di nuove nozze. Chi 
profana il matrimonio  colpito dalla pi dura schiavit, ma gli offesi, se 
erano sposati, possono, volendo, ripudiare ambedue i due adulteri e, o unirsi 
fra loro in matrimonio, o altrimenti con chi credono. Ma se l'uno o l'altro, che 
ha ricevuto il torto, persiste ad amare il proprio coniuge, pur cos indegno, 
non gli vieta la legge di restar unito con lui, purch voglia seguirlo nella 
condanna all'ergastolo; e cos avviene talora che il pentimento dell'uno e le 
sollecite premure dell'altro muovono a piet il principe, ottenendo di nuovo la 
libert. Ma a chi  recidivo per tale delitto  inflitta la morte. Per le altre 
colpe la legge non ha prestabilita nessuna pena determinata, ma, a seconda che 
par grave o meno, il senato fissa la pena. Le mogli le puniscono i mariti, i 
figli i padri, a meno che non abbiano commesso tale enormit che, nell'interesse 
della vita morale, debbano esser puniti dallo Stato. In genere i delitti pi 
gravi vengono puniti con la disgrazia della schiavit, visto che ci vien 
considerato non meno penoso per chi delinque e di pi vantaggio per lo Stato, 
anzich correre ad ammazzare i colpevoli e levarseli immediatamente dinanzi, e 
ci perch col lavoro giovano pi che con la morte, e poi col loro esempio 
allontanano maggiormente gli altri da simile vergogna. Ch se si ribellano a tal 
trattamento o recalcitrano, allora alfine li scannano come bestie selvagge, cui 
non pu frenare n carcere n catena. Invece a quelli che accettano la loro pena 
non vien tolta ogni speranza: domati infatti da lunghi mali, se fanno scorgere 
di essere pentiti, s che la colpa dispiaccia loro pi della punizione, a volte 
per intervento del principe, a volte per deliberazione del popolo, viene 
mitigata o condonata la servit. Spingere a fornicazione  motivo di accusa, non 
meno che fornicare, se  vero che in ogni azione disonorante la volont precisa 
e decisa  per essi uguale all'azione: infatti ci che all'azione  mancato non 
deve, a parer loro, tornar di vantaggio a quello, da cui non dipese affatto che 
mancasse qualcosa.
Molto si compiacciono di buffoni e, come  gran disonore usar loro villania, 
cos a nessuno si vieta di prender piacere delle loro scempiaggini: cosa, 
questa, che si crede di gran vantaggio per i buffoni stessi. Non vanno certo 
affidati a uno cos severo e scontroso, che non c' atto o motto che lo faccia 
ridere, e ci per paura che sian trattati con poca bont da chi non sa ricavarne 
n vantaggio n svago; mentre poi l'unica capacit di costoro  questa di 
svagare gli altri. Beffare uno storpio o un mutilato  tenuta una vergogna, una 
sconvenienza, e non per chi  deriso, ma per chi beffa, il quale riprende da 
stolto come un difetto ci che l'altro non poteva evitare. E come non conservar 
la bellezza nativa  ritenuto pigrizia e indolenza, cos chiedere aiuto al 
belletto  per essi un'affettatezza disonorante: per pratica infatti sanno 
quanto raccomandi le mogli ai mariti non tanto la grazia della bellezza quanto 
la bont dei costumi e il rispetto. C' infatti chi si lascia adescare dalla 
sola bellezza, ma nessun uomo resta legato alla donna se non per le virt e 
l'obbedienza di questa. Non soltanto allontanano dalle scelleraggini con le 
punizioni, ma invitano a virt proponendo anche onoranze. E' per questo che in 
piazza mettono statue a uomini famosi e straordinariamente benemeriti dello 
Stato, a ricordo di grandi imprese e insieme perch per i posteri la gloria dei 
propri antenati sia di sprone e incentivo a virt. Chi si mostra ambizioso di 
cariche perde ogni speranza di ottenerle. La vita sociale si svolge alla buona, 
ch nessun magistrato  borioso e terribile: padri son chiamati e tali si 
dimostrano, ed  reso loro il dovuto onore solo da chi vuole, non gi che lo si 
imponga anche a chi non vuole. Nemmeno il principe in persona si distingue per 
veste o diadema, ma da un mazzo di spighe in mano, allo stesso modo come insegna 
del pontefice  un cero, che gli viene portato innanzi.
Hanno ben poche leggi, ch pochissime sono bastevoli a uomini cos organizzati; 
anzi  questo che rimproverano prima di tutto agli altri popoli, che cio 
infiniti volumi di leggi e di esposizioni non bastano. Invece il loro pensiero  
che somma ingiustizia  legare uomini con leggi o troppo numerose per esser 
lette, o troppo oscure per potersi da chiunque capire. Oltre a ci non ammettono 
assolutamente avvocati, che trattino cause con astuzia, o discutano 
cavillosamente di legge: pensano infatti che sia utile che ognuno tratti la sua 
causa da s e dica al giudice le stesse cose che voleva dire al suo difensore. 
In tal modo ci saranno meno giri e rigiri e pi facilmente si caver di bocca la 
verit, ch, parlando uno da difensore non ammaestrato a imbellettamenti, il 
giudice pondera accortamente ogni cosa e, contro i raggiri dei furbi, viene in 
soccorso delle nature pi ingenue: ci che  difficile eseguire per gli altri 
popoli, in mezzo a s gran cumulo di leggi intricatissime. Del resto in Utopia 
ognuno  esperto di legge: sono infatti ben poche, come ho detto, e poi le 
interpretazioni, quanto pi sono semplici, pi vi sono ritenute giuste. E' 
chiaro che, essendo tutte le leggi, essi dicono, promulgate solo allo scopo di 
ricordare a ognuno il proprio dovere, un'interpretazione troppo sottile serve di 
avviso a ben pochi, ch pochi sono quelli che la capiscono laddove il senso pi 
semplice e pi ovvio  a portata di tutti. Altrimenti, per quel che riguarda la 
folla, che poi costituisce il maggior numero e pi ha bisogno di correzione, 
nulla pu importare che non si facciano assolutamente leggi o che, fattele, si 
interpretino in senso da non potersi squarciare da alcuno, se non con grande 
ingegno e attraverso lunghe dispute, da non poter giungere a investigarlo il 
senno grossolano della folla e non vi possa bastare la sua vita, occupata a 
procurarsi da mangiare.
Indotti da queste virt, i popoli vicini, quelli almeno che sono liberi e 
dispongono di s (ch molti gi da tempo ne liberarono gli Utopiani dalla 
tirannia), chiedono loro dei magistrati, alcuni ogni anno, altri per un lustro, 
e quando lasciano il governo, li riaccompagnano a casa con lodi e onori, e di 
nuovo ne riportano seco dei nuovi. Tali popoli certo provvedono nel miglior modo 
alla salvezza dello Stato. Se la salvezza o la rovina di esso dipende dai 
costumi dei magistrati, chi avrebbero con maggior accorgimento potuto scegliere, 
se non uomini cui nessun prezzo potrebbe allontanare dal retto (giacch, 
ritornandosene tra breve, non servirebbe a nulla) e che, per essere sconosciuti 
ai cittadini, nessuna colpevole partigianeria per alcuno, nessuna rivalit pu 
far deviare? Quando questi due mali i favoritismi e la cupidigia decidono dei 
giudizi, immediatamente ne  spezzata la giustizia, il nerbo pi saldo dello 
Stato. I popoli che chiedono agli Utopiani chi li governi li chiamano alleati, 
gli altri, da essi beneficati, amici.
Con nessun popolo per stringono trattati, quali gli altri popoli fanno, 
disfanno e rifanno. A che pro infatti i trattati, dicono essi, come se la natura 
non unisca abbastanza gli uomini gli uni con gli altri? Se c' chi non fa nessun 
conto della natura, si pu credere che si curer di parole? A tal modo di vedere 
sono indotti assaissimo dal fatto che in quelle zone trattati e patti tra 
prncipi sono con poco buona fede osservati. In Europa infatti, specialmente 
nelle regioni dove regnano la fede e la religione di Cristo,  dovunque santa e 
inviolabile la maest dei trattati, parte per la stessa giustizia e bont dei 
prncipi, parte per riverenza e timore dei sommi pontefici, i quali, come non 
c' cosa cui s'impegnano che non mantengano religiosissimamente, cos impongono 
a tutti gli altri prncipi di immolarsi in ogni modo alle loro promesse, e 
quelli che tergiversano ve li sospingono con la censura e la severit pastorale. 
A ragione pensano che parrebbe una grande sconcezza, se mancasse la fede ai 
trattati di quelli che hanno il nome peculiare di fedeli (19). Invece in quel 
nuovo mondo, che non allontana dal nostro mondo l'equatore, quanto il contrasto 
della vita e dei costumi, non si nutre alcuna fiducia pei trattati: quanto pi 
numerosi, quanto pi solenni sono i riti con cui un trattato  avviluppato, 
tanto pi presto  sciolto, col trovarsi un raggiro fra quelle parole che pure 
stendono con tanta abilit; talch mai essi possono venir obbligati con vincoli 
s saldi che non vi sfuggano per qualche verso ed eludano insieme il trattato e 
la fede data. Ora, se una tale scaltrezza, anzi frode e inganno, si verificasse 
in contrattazioni private: ' un sacrilegio, una cosa degna della forca', 
griderebbero con severo cipiglio, a tale scoperta, quei medesimi, si sa, che si 
vantano seco stessi di aver dato quel suggerimento ai prncipi. Da ci nasce che 
tutta quanta la giustizia sembri solo una virt per plebi, ignobile, accoccolata 
sotto la maest dei re, a gran distanza; o che almeno ve ne siano due, di 
giustizie, una a piedi, carponi, che conviene al volgo e in nessun luogo pu 
saltar le sbarre e da ogni parte  legata da molte catene; l'altra, la virt dei 
prncipi, la quale, com' pi augusta di quella del popolo, cos  di gran lunga 
pi libera, talch a lei  lecito tutto ci che le piace. Tali costumi, dicevo, 
dei prncipi, che ivi osservano cos male i trattati, son forse il motivo per 
cui gli Utopiani non ne stringono affatto. Cangerebbero parere, forse, se 
vivessero qui. Senonch a loro pare che, anche se fossero bene osservati, brutta 
usanza  stata quella venuta su di consacrare a ogni costo trattati, come se 
popoli, cui separa per breve spazio una collina soltanto o un ruscello, non 
fossero l'uno all'altro legati da nessuna alleanza di natura! Da ci avviene che 
si reputano tra loro nemici e avversari per nascita e, se non ci sono dei 
trattati a vietarlo, muovono a ragione gli uni a danno degli altri; anzi, anche 
quando i trattati son bell'e fatti, non se ne rinsalda l'amicizia, ma resta la 
libert di far preda, in quanto inavvertitamente, nella stesura dei testi, nulla 
 stato incluso, fra le clausole contrattuali, che prudentemente proibisca di 
predare. Il loro pensiero invece  che non bisogna ritenere avversario nessuno, 
da cui non sia partita qualche offesa, che la parentela della natura tiene le 
veci di alleanza, e che meglio e pi saldamente si legano fra loro gli uomini 
con sentimenti amichevoli anzich con trattati, con lo spirito anzich con 
parole.
...
.
...
La guerra.
...
.
...
Il "bellum", la guerra, come cosa veramente belluina (20) - sebbene nessuna 
specie di belve la pratichi cos di frequente come l'uomo -  profondamente 
detestata in Utopia, dove, contro l'uso di tutti i popoli, nulla si reputa cos 
inglorioso quanto la gloria acquistata con le guerre. Perci, per quanto si 
addestrino di continuo in esercizi militari, e non gli uomini solo, ma anche, in 
giorni stabiliti, le donne per non trovarsi, al bisogno, disadatti alla guerra, 
non intraprendono questa da sconsiderati, ma o per difendere il proprio 
territorio, o per ricacciare nemici che abbiano invaso le terre di amici, o per 
piet di un popolo oppresso da tirannide, allo scopo di liberarlo con le proprie 
forze (e lo fanno per filantropia) dall'oppressione e dalla schiavit. Vero  
che donano il loro aiuto ad amici, non sempre acciocch questi si possano 
difendere, ma talora anche per rendere le offese patite e vendicarle. Ci poi 
fanno solamente nel caso che siano stati consultati essi, allorch la cosa  
impregiudicata e, trovandosi giusto il motivo, chiesto e non ottenuto 
risarcimento, bisogna punire invadendoli i responsabili della violenza. E non si 
decidono a ci solo ogni volta che i nemici fan preda a mezzo di scorrerie, ma 
molto pi ostilmente quando i loro commercianti, dove che sia, o per colpa di 
leggi ingiuste o per cavillosa distorsione di leggi buone, son vittima, sotto 
color di giustizia di ingiusti raggiri. N fu altra la causa della guerra che, 
poco prima del nostro tempo, combatterono gli Utopiani a favore dei Nefelogeti 
contro gli Alaopoliti (21), se non l'offesa arrecata, protestando un loro 
diritto (come a loro pareva), presso gli Alaopoliti a mercanti dei Nefelogeti. 
Certo, o diritto o violazione di diritto, fu punita con una guerra s terribile 
che aggiungendosi alle forze e agli odii particolari di ognuna delle parti anche 
l'adesione e i mezzi delle nazioni circonvicine, ne rimasero indeboliti popoli 
fiorentissimi, o fortemente prostrati, sinch al pullulare di sempre nuovi mali 
pose alfine termine l'asservimento degli Alaopoliti e la loro resa ai Nefelogeti 
(ch non per s lottavano gli Utopiani), popolo che, quando gli Alaopoliti 
fiorivano, non era certo da paragonarsi con loro. Gli Utopiani puniscono i 
torti, anche finanziari, fatti ai loro amici, pi aspramente che non i propri; 
cos, se per inganno perdono dei beni, sempre che non abbiano subto violenza n 
offese nei corpi, spingon gli sdegni solo fino a rompere i rapporti con quel 
popolo, finch non dia soddisfazione. Non gi che curino i cittadini meno degli 
alleati, ma sopportano pi facilmente di perdere il danaro proprio che quello di 
costoro, per la buona ragione che i commercianti loro amici, rimettendoci del 
proprio, sentono grave la ferita del danno, i propri concittadini invece non 
perdono se non del tesoro dello Stato e di quanto inoltre era in abbondanza e di 
soverchio in patria, se no, non sarebbero stati costretti a esportarlo. Da ci 
avviene che la perdita passa inosservata dai singoli e sarebbe perci troppa 
crudelt, a parer loro, vendicare tal danno con la morte di molti, mentre 
nessuno da esso ha da temere disturbo nella vita o nel tenor di vita. Del resto 
se uno di essi, dove che sia, vien reso inabile o ucciso per offesa altrui, sia 
che ci avvenga per opera di privati o di uno Stato, assodata la cosa per mezzo 
di ambasciatori, non accettano altra soddisfazione che la consegna dei 
colpevoli, se non, intimano guerra immediatamente. Se son loro consegnati, li 
puniscono di morte o di schiavit.
Una vittoria sanguinosa suscita tra gli Utopiani rincrescimento non solo, ma 
anche vergogna: a loro sembra ignoranza pagar troppo caro una merce, per quanto 
di pregio. Vincendo con arte o inganno i nemici e schiacciandoli, se ne gloriano 
largamente e ne menano trionfo per ordine dello Stato e rizzano il trofeo, come 
per una splendida azione: si vantano infatti di aver agito virilmente e 
valorosamente solo allorquando vincono nella maniera con cui nessun animale 
potrebbe, eccetto l'uomo, vale a dire con le forze dell'ingegno. Ch con quelle 
del corpo, essi dicono, lottano gli orsi, i leoni, i cinghiali, i lupi, i cani e 
le altre bestie, la maggior parte delle quali, se ci vincono in forza e 
accanimento, son tutte a noi inferiori per l'ingegno e la ragione. In guerra la 
mira degli Utopiani  di ottenere ci per cui, se l'avessero ricevuto prima, non 
avrebbero mosso guerra, ovvero, se la cosa non  possibile, menano s aspra 
vendetta dei colpevoli, che la paura li distolga in avvenire dal ritentare. Tali 
sono gli scopi che si propongono e cercano di raggiungere rapidamente, in modo 
per da preoccuparsi di evitare i pericoli pi che di conseguir fama o gloria. 
Perci, subito dopo la dichiarazione di guerra, fanno appendere segretamente e 
contemporaneamente nel paese nemico, sui punti pi visibili, dei foglietti, cui 
d autorit il bollo dello Stato, promettendo grandi premi a chi toglie di mezzo 
il principe avversario, poi fissano premi minori ma pur rilevanti, per ogni 
testa di coloro i cui nomi proscrivono in questi stessi affissi, e son di quelli 
che, dopo il principe stesso, giudicano promotori dei piani contro di loro. 
Qualsiasi somma prestabiliscano per l'uccisore, la raddoppiano per chi avr 
ricondotto loro vivo qualcuno di quelli che han proscritto, anzi allettano 
finanche costoro con le stesse ricompense, e l'impunit per giunta, contro i 
loro compagni. Da ci avviene in un momento che i nemici prendono in sospetto 
tutti gli altri uomini e che anche fra loro stessi n si fidano bene n son 
fedeli e vivono sempre in grandissima paura e fra pericoli non minori ch 
ripetutamente  avvenuto, come tutti sanno, che buon numero, e il principe tra i 
primi,  stato tradito proprio da coloro in cui pi avevano riposto speranza. 
Tanto  facile spingere a qualsivoglia delitto con regali! A tali regali gli 
Utopiani non mettono limite: sanno bene a qual rischio spingono gli altri e 
s'adoprano acciocch alla gravit del pericolo corrisponda la grandezza dei 
favori; perci non solo promettono un'immensa quantit di oro ma anche assegnano 
in perpetuo poderi con grandi rendite in localit ben sicure, presso amici, e 
con la fede maggiore mantengono le promesse. Di questa maniera di mettere 
all'incanto i propri nemici e di comprarli, che gli altri condannano come 
crudelt di animo ignobile, essi se ne fanno gran merito, come saggi che 
giungono al termine delle pi grandi guerre senza alcuna battaglia affatto, o 
come umani e pietosi che, con la morte di pochi colpevoli, riscattano numerose 
vite di innocenti, che sarebbero morti in battaglia, parte di tra i loro, parte 
di tra i nemici. La loro piet si volge alle folle immense che si assumono le 
guerre, non per di loro iniziativa, ma vi sono spinte dalle furie dei prncipi.
Qualora la cosa in tal modo non andasse avanti, disseminano e alimentano germi 
di discordie, col trarre il fratello del principe o qualche altro nobile a 
sperare d'impadronirsi del regno. Nel caso che le fazioni interne siano fiacche, 
sollevano i popoli che confinano coi loro nemici e li aizzano, scavando qualche 
antico pretesto, quali non ne mancano mai ai re. Quando han promesso aiuti per 
la guerra, mandano danaro con profusione, ma dei concittadini sono avarissimi, 
ch li hanno tanto cari e tanto fra di loro si apprezzano, che non darebbero 
volentieri uno solo dei loro per il principe nemico. Invece l'oro e l'argento, 
riposto proprio a tale uso solamente, non dispiace loro di cacciarlo: anche a 
dispensarlo tutto, non vivrebbero meno comodamente (22). Anzi, oltre alle 
ricchezze di casa, ne posseggono anche fuori un infinito tesoro di cui, come ho 
detto, sono loro debitori moltissimi popoli: cos assoldano per la guerra 
soldati da ogni parte, specialmente dagli Zapoleti (23). E' questo un popolo che 
sta a 500 miglia da Utopia, verso est, di rozzi e selvaggi campagnoli, i quali 
preferiscono i boschi e gli aspri monti tra cui sono stati allevati: razza dura, 
resistente al caldo, al freddo, alle fatiche, che non si occupa di agricoltura e 
poco pensa ad abitazioni e vestiti, ma solo all'allevamento del bestiame. Vivono 
in gran parte di cacce e di rapine, nati solamente alla guerra, e vanno in cerca 
di occasioni per farne e, trovatala, la abbracciano con gran piacere: cos, 
usciti di casa in gran numero, si offrono per poco a chiunque faccia incetta di 
soldati. Non conoscono altr'arte, se non questa con cui si cerca la morte, e 
sono di chi li assolda e per costui combattono con impegno e con fede 
incorrotta. Per non si legano per un tempo determinato, ma entrano in ballo a 
condizione di poter il giorno dopo passare al nemico con una paga pi alta, 
salvo dopodomani per un lieve aumento a tornare un'altra volta indietro. Di rado 
sorge guerra in cui buona parte di essi non si trovi in ambedue gli eserciti: 
accade pertanto ogni giorno che uomini legati da vincoli di sangue o che, 
assoldati dalla stessa parte, erano grandi amici poco dopo, separati fra schiere 
avverse, si azzuffano da nemici e, dimentichi di parentela, incuranti di 
amicizia, si trafiggono fra loro, da nient'altro spinti a mutua strage, se non 
che sono assoldati da prncipi avversi, per una monetuzza. Vero  che di questa 
fanno s gran conto che, per l'aggiunta di un soldarello alla paga giornaliera, 
s'inducono facilmente a mutar parte. Tanto rapidamente si sono imbevuti di 
avarizia! Ma a che cosa serve loro questo? Ci che cercano col sangue, lo 
sciupano via via in dissolutezze, che sono pur un'infamia! Or questo popolo va 
in guerra, a favor degli abitanti di Utopia, contro chiunque, ricevendone un 
soldo quale in nessun altro luogo: giacch quivi si va in cerca sia di gente 
dabbene con cui aver rapporti, come di questi depravati, da portare alla loro 
rovina. Quando c' bisogno, li spingono con grandi promesse ad affrontare i 
maggiori pericoli, ma ben pochi di essi per lo pi ritornano a chieder che le 
mantengano; ai superstiti vien pagato lealmente ci che si  promesso, per 
accenderli a simili prove di ardimento. Non importa niente agli Utopiani di 
perderne molti; pensano anzi di rendersi sommamente benemeriti del genere umano, 
se purgano il mondo di tutta quella orribile feccia di scellerati.
Dopo costoro, si servono delle milizie di quei popoli pei quali impugnano le 
armi, e poi di truppe ausiliarie degli altri amici, a cui da ultimo aggiungono i 
propri concittadini, mettendo uno di questi, di riconosciuto valore, a capo di 
tutto l'esercito. Sotto costui ne mettono due altri, che per devono restare 
cittadini privati finch il capo  sano e salvo; se  preso o ucciso, uno dei 
due gli succede come per eredit, e a costui, secondo il caso, anche il terzo, 
acciocch (tanto sono mutevoli le sorti della guerra!) per la mancanza di un 
capo non si trovi tutto l'esercito a mal partito. Da ogni citt si fa leva di 
quelli che danno liberamente loro nome, ch nessuno  costretto contro voglia al 
servizio militare fuori del suo paese:  loro convinzione che, se uno per natura 
 troppo timido, non solo non far nulla di animoso lui, ma disseminer anche la 
paura fra i suoi compagni. Del resto, se qualche guerra minaccia la patria, 
gl'imbelli di tal fatta, purch fisicamente vigorosi, li imbarcano mescolandoli 
a quelli migliori, o li dispongono su per le mura qua e l, donde non ci sia 
luogo a fuggire: in tal modo la vergogna dei loro, la presenza del nemico, il 
togliersi ogni speranza di fuga vincono la paura e spesso l'estremo bisogno 
diventa valore.
Ma come a una guerra di fuori nessuno di essi  trascinato contro voglia, cos 
non vietano che le donne accompagnino di loro iniziativa i mariti a fare il 
soldato, anzi ve le esortano e spingono lodandole; cos, partendosi per la 
guerra, le schierano ognuna col marito nella stessa fila, poi intorno a ogni 
uomo si stringono i figli, i consanguinei, i parenti, perch pi da vicino si 
sostengano fra di loro quelli che pi la natura spinge a porgersi aiuto insieme. 
Gran disonore  che il marito torni senza la moglie o che il figlio se ne venga 
dopo aver perduto il padre: da ci nasce che, quando, resistendo i nemici, 
vengono alle mani essi proprio, si battono in lunga e sanguinosa battaglia sino 
allo sterminio. E' chiaro che, se in tutti i modi s'adoprano a non trovarsi 
nella necessit di combattere in persona, purch facciano la guerra, in loro 
vece, schiere di assoldati, nel caso che non possano evitare di entrare in 
battaglia, combattono con tanto ardimento quanto prima, potendo, prudentemente 
vi si rifiutavano. Non  al principio dell'attacco che si accendono, quanto 
pigliano a poco a poco vigore col tempo e resistendo, e l'animo  saldo a 
lasciarsi annientare prima di voltar le spalle. Ognuno infatti  senza timore 
sui mezzi di sussistenza in patria, sparito ogni pensiero tormentoso per i 
propri di casa: preoccupazioni, queste, che dovunque spezzano gli animi pi 
nobili; e ci sublima il combattente e lo rende sdegnoso di esser vinto. C' poi 
la balda sicurezza che d il conoscer l'arte della guerra e il valore 
accresciuto da una retta maniera di pensare, a cui sin dalla fanciullezza sono 
informati con la cultura e le buone istituzioni: per questo non ispregiano la 
vita fino a gettarla alla leggera, n la curano all'eccesso, s che, quando 
l'onore comandi di esporla, le si aggrappino avidamente e vilmente.
Quando arde al massimo la battaglia, una schiera di giovani, accordatisi a 
morire, muovono in cerca del generale nemico e lo assaltano apertamente e lo 
aggrediscono con insidie, a lui mirando sia da presso che da lungi: lo si 
attacca con una squadra a mo' di cuneo, lunga e sempre nuova, ch giovani 
freschi succedono ininterrottamente al posto di quelli stanchi, talch  raro il 
caso che quegli non muoia, se non si salva fuggendo, o non venga vivo nelle mani 
dei nemici. Se la vittoria sta dalla loro parte, non c' caso che si lancino a 
far strage: preferiscono catturare anzich uccidere chi fugge, n si danno mai 
all'inseguimento senza conservare una sola schiera in fila e ferma; talch se, 
vinti in ogni parte, han conseguita la vittoria soltanto con le ultime truppe, 
lasciano piuttosto sfuggire i nemici tutti, anzich inseguirli abitualmente 
mentre fuggono, scompigliando cos le proprie file. Ricordano bene che non una 
sola volta  successo che, vinta e messa in fuga la massa di tutto il proprio 
esercito, allorquando esultanti per la vittoria i nemici li inseguivano nella 
loro ritirata qua  l, pochi di essi, che stavano di riserva a spiar 
l'occasione, aggredendoli all'improvviso, divisi e qua e l sparpagliati e senza 
pensieri, nella sicurezza d'aver vinto, mutarono le sorti dell'intera battaglia 
e, strappando dalle loro mani una vittoria cos sicura e indubitata, i vinti 
vinsero alla loro volta i vincitori.
Non  facile dire se siano pi astuti a preparar insidie o pi prudenti ad 
evitarle: crederesti che si preparino a fuggire; viceversa, quando prendono 
questa decisione, ti pare che non ci pensino affatto. Se invero si sentono 
troppo serrati o dal numero o dalla posizione, allora rimuovono il campo di 
notte, marciando in silenzio, ovvero sfuggono al nemico con qualche stratagemma, 
o si ritirano in pieno giorno, ma cos lentamente, cos bene in fila, che riesce 
non meno pericoloso assalirli in ritirata che nell'avanzata. Fortificano il 
campo con la pi estrema diligenza, con una trincea molto profonda e larga, 
rigettando indietro il terreno scavato, n a ci si servono dell'opera di 
braccianti: sono i soldati stessi che la fanno con le loro mani, e tutto 
l'esercito sta al lavoro, tranne quelli che fan la guardia armati dinanzi alle 
trincee, per ogni caso improvviso. E cos, con lo sforzo di tanti, grandi 
fortificazioni, che abbracciano un vasto spazio, si compiono pi presto che non 
si creda. Per respingere i colpi, fanno uso di scudi molto saldi, che per non 
impacciano nei movimenti e nei gesti, tanto che nemmeno nuotando ne provano 
disturbo: fra gli altri esercizi militari infatti s'avvezzano a nuotare con 
tutte le armi. Da lontano usano giavellotti che lanciano gagliardamente e senza 
sbagliare; da vicino poi non spade, ma scuri mortifere pel filo e pel peso, sia 
che colpiscano di punta che di taglio. Inventano macchine con grande 
applicazione, ma, una volta fatte, le tengono nascoste assai accuratamente, 
perch, messe fuori prima del bisogno, non siano piuttosto di scherno che di 
utile, e nel costruirle badano soprattutto che siano facili a trasportare e 
maneggevoli a volgere in giro.
Una volta fatta tregua, la osservano con scrupolo, s da non violarla nemmeno 
assaliti. Le terre di nemici non le devastano, n bruciano le messi anzi cercano 
quanto  possibile di non rovinar queste calpestandole con uomini e cavalli, 
pensando che cresceranno per loro vantaggio. Non fanno male a nessuno che sia 
senz'armi, se non  una spia, e proteggono le citt arresesi, come nemmeno 
quelle espugnate distruggono, ma fanno morire chi si opponeva alla resa, 
mettendo in schiavit gli altri difensori, senza toccare tutta la folla di chi 
non combatte. Se trovano che qualcuno si  adoprato a persuadere la resa, gli 
assegnano parte dei beni dei condannati; il resto, venduto all'asta, vien dato 
agli ausiliari, ch per s nessuno prende nulla dalla preda. E del resto al 
termine della guerra, accollano le spese non agli amici per cui le han fatte, ma 
ai vinti, e sotto questo titolo si fanno avere in parte danaro, che mettono in 
serbo per tali bisogni di guerra, in parte poderi, da tenersi per sempre in quel 
paese, di non piccola rendita. Entrate di tal fatta posseggono ora presso molti 
popoli, le quali, sorte a poco a poco, per vari motivi, ammontano a pi che 
700000 ducati, e vi mandano col nome di questori alcuni cittadini a viverci 
splendidamente, facendovi la parte di magnati: molto per ne resta da metter 
nell'erario, a meno che non preferiscano prestarlo a quello stesso popolo, e 
spesso glielo lasciano finch  necessario;  raro il caso che richiedano tutto 
il danaro. Di tali poderi assegnano parte a quelli che, per loro esortazione, 
affrontano imprese rischiose, quali son quelle che ho mostrato sopra. Se qualche 
principe prende le armi contro di loro, preparandosi ad invadere la loro 
giurisdizione, immediatamente gli si fanno incontro con grandi forze fuori del 
paese: non fanno infatti la guerra nelle proprie terre senza buon motivo, n si 
danno necessit s gravi da costringerli a far entrare nella loro isola milizie 
altrui in aiuto.
...
.
...
Religioni degli Utopiani.
...
.
...
Varie sono le religioni non soltanto attraverso l'isola, ma anche per le singole 
citt, ch alcuni venerano come dio il sole, altri la luna, altri un'altra delle 
stelle erranti. C' chi riverisce non come dio soltanto, ma anche come sommo 
dio, qualche uomo, la cui virt o gloria risplendette una volta. Ma una parte, 
che  la maggiore di gran lunga e insieme molto pi saggia, nulla di questo 
ammette, ma che vi sia una divinit non conoscibile, eterna, immensa, 
inspiegabile, che supera la capacit dell'intelligenza umana, diffusa in tutto 
questo universo pel suo influsso, non gi corporalmente:  questa che chiamano 
padre. A lui attribuiscono l'origine, la crescita, i progressi, le vicende, come 
le vediamo, e la fine di tutte le cose, e non pongono ad altri onori divini. 
Anzi, tutti gli altri, sebbene abbiano credenze diverse, pure son d'accordo con 
costoro a credere nell'esistenza di un unico essere supremo, cui siam debitori 
della creazione dell'universo e della provvidenza, e tutti nella loro lingua 
patria lo chiamano in comune Mitra. Il disaccordo sta in ci, che chi lo dice 
una cosa e chi un'altra; ognuno per ammette, checch sia per lui l'essere 
supremo, che  la stessa natura senz'altro, al cui solo potere e alla cui maest 
viene attribuito, per consenso universale dei popoli tutti, l'insieme di tutte 
le cose. Del resto, a poco a poco, tutti si staccano da quella variet di 
superstizioni, per fondersi in quell'unica religione che pare superi le altre in 
ragione, e non c' dubbio che gi da tempo le altre sarebbero sparite se, ad 
ogni disgrazia toccata per caso a uno allorch si propone di cambiar fede, il 
timore religioso non l'avesse spiegata come un intervento del cielo, non un 
avvenimento casuale, come se cio la divinit, il cui culto si voleva 
abbandonare punisse quella decisione come un'empiet contro di essa.
Ma quando appresero da noi il nome di Cristo, la sua dottrina, i costumi, i 
miracoli e la costanza non meno mirabile di tanti martiri, il cui sangue, sparso 
spontaneamente, attrasse alla propria fede popoli cos numerosi per lungo e per 
largo, non si pu credere con quanta inclinazione, con quanta affezione 
anch'essi vi aderirono, sia che a ci li ispirasse pi intimamente Dio, sia che 
paresse il Cristianesimo molto vicino alle dottrine prevalenti presso di loro; 
per quanto io direi che a ci fu di non lieve spinta l'aver appreso che Cristo 
approv la vita in comune e i suoi e che questa ancor si pratica presso 
associazioni schiettissime di cristiani (24). E' certo, qual che si sia stato il 
movente, che non pochi entrarono nella nostra religione e furono purificati 
dalle sacre acque.
Ma poich fra noi quattro (ch tanti solamente eravamo rimasti, essendo due 
usciti di vita) nessuno, per disgrazia, era sacerdote, gli Utopiani, pur 
iniziati al resto, non hanno ancora ricevuti i sacramenti, che presso di noi i 
sacerdoti soltanto amministrano. Si rendono ben conto della cosa e nulla 
vorrebbero pi vivamente; anzi anche di questo discutono a tutta possa tra di 
loro, se cio senza licenza del pontefice dei cristiani possa ottenere carattere 
sacerdotale chi da essi fosse scelto fra i loro. E stavano per delegare uno a 
questo ufficio, ma, allorquando io me ne partii, non l'avevano ancora scelto. 
Perfino coloro che non accettano il cristianesimo, non ne distolgono alcuno, non 
combattono chi vi si inizia; senonch uno solo tra i nostri seguaci fu in mia 
presenza punito. Costui, da poco ricevuto il battesimo, malgrado che cercassimo 
di dissuaderlo, parlava in pubblico sull'adorazione di Cristo con pi zelo che 
prudenza, e cos prese a scaldarsi sino a vantare il nostro culto su tutti gli 
altri non solo, ma a condannarli tutti uno dopo l'altro, schiamazzando che non 
sono che empiet e chi li pratica  uno scellerato e un sacrilego, da dannare al 
fuoco eterno. Dunque, mentre da un pezzo si dava a tali manifestazioni, lo 
arrestano e menano via, accusandolo non gi di disprezzo per la loro religione, 
ma di eccitamento a sedizione, e per condanna lo mandano in esilio, visto che 
fra le pi antiche disposizioni di Utopia si trova che a nessuno sia di 
pregiudizio la propria religione.
Utopo infatti, sin dal bel principio, avendo sentito dire che, prima della sua 
venuta, continuamente gli abitanti erano stati in lotta per motivi religiosi, e 
compreso che un tal fatto, che cio ogni partito combatteva per la patria, ma 
tutti in generale erano in disaccordo, gli aveva fornito l'occasione di vincerli 
tutti, una volta conseguita la vittoria, sanc anzitutto che ognuno potesse 
seguire la religione che pi gli piacesse: chi poi vuol trarre gli altri dalla 
sua, pu adoprarsi solo a rinsaldar la propria senza passione, con serene 
dimostrazioni, non gi a distruggere crudelmente le altre, qualora non convinca 
con la persuasione, e non pu adoprar la violenza e deve guardarsi dagl'insulti; 
chi suscita controversie religiose, senza tolleranze  punito di esilio o di 
schiavit. Queste istituzioni fond Utopo, non mirando solo alla pace, che 
viene, com'egli vide, profondamente sconvolta dalle continue contese e dagli 
odii insanabili, ma perch pens che tali princpi servono gl'interessi della 
religione stessa, sulla quale egli non os fissar nulla sconsideratamente, non 
sapendo se, per ottenere una gran variet e molteplicit di culti, non sia Dio 
stesso a ispirare a chi una cosa, a chi l'altra. Certo, pretendere con la 
violenza e con le minacce che ci che tu credi vero sembri tale a tutti 
ugualmente,  un eccesso e una sciocchezza. Ch se poi una sola religione  vera 
pi che tutte le altre, e queste sono tutte quante senza fondamento, pur previde 
agevolmente che, a condurre la cosa con ragione e moderazione, alfine la forza 
della verit sarebbe una buona volta venuta fuori da se stessa per dominare 
(25); se invece si lottava con armi e sollevazioni poich i pi tristi sono 
sempre i pi ostinati, la religione migliore e pi santa sarebbe stata 
schiacciata dalle pi vuote superstizioni, come mssi tra spine e sterpi (26). 
Perci mise da parte tutta questa faccenda e lasci libero ognuno di ci che 
volesse credere, salvo che religiosamente e severamente viet che nessuno 
avvilisse la dignit della natura umana fino al punto da credere che l'anima 
perisca col corpo o che il mondo vada innanzi a caso, toltane di mezzo la 
provvidenza, e questa  la ragione per cui credono che, dopo la vita presente, 
per le colpe siano fissati dei tormenti e per la virt stabiliti dei premi, e 
chi la pensa diversamente non va messo neppure nel numero degli uomini, come 
colui che abbassa la natura elevatissima dell'anima sua alla vilt del 
corpiciattolo delle bestie. Tanto son lungi dal porre fra i propri concittadini 
chi, se la paura glielo consentisse, non farebbe nessun conto di tutte le loro 
disposizioni e costumanze! Si pu infatti dubitare che non cerchi di eludere 
segretamente e con astuzia le leggi pubbliche della patria, o di abbatterle a 
viva forza, pur d'ubbidire in privato alla propria cupidigia, colui pel quale 
non c' altro da temere al di l delle leggi, non c' pi da sperare al di l 
del corpo? Per tal motivo, se uno ha tale temperamento, non lo si mette a parte 
di alcun onore, non gli si affida alcuna magistratura, non vien preposto ad 
alcuna funzione pubblica. Cos dunque  messo in non cale, come di natura fiacca 
e vile. Del resto, non lo condannano ad alcuna pena capitale, ch  loro 
convinzione che non  in potere di nessuno credere a quello che gli piace; ma 
neppure lo costringono con minacce a nasconder il proprio animo, e nemmeno 
ammettono belletti e bugie, che, come vicinissime all'inganno, hanno in odio 
straordinario. Gli vietano per di sostenere le proprie opinioni, ma soltanto 
presso il volgo, ch, altrimenti, presso sacerdoti e uomini gravi, in disparte, 
non solo lo consentono, ma ve li spingono pure, fidando che una buona volta 
quella pazzia ceda alla ragione (27). Vi sono poi altri, che non son pochi, e a 
cui nessuno mette ostacoli, come quelli che non son privi del tutto di ragione e 
non sono corrotti, i quali, per un difetto opposto, credono che anche le anime 
dei bruti sono immortali, sebbene non si possano paragonare alle nostre per 
dignit, n siano nate a pari felicit. Insomma tutti in generale gli Utopiani 
son persuasissimi e sicurissimi che la felicit futura sar cos 
incommensurabile, che piangono per le malattie altrui, non gi per la morte di 
alcuno, a meno che non lo vedano in affanno, perch strappato alla vita contro 
sua voglia. E' chiaro che questo  per loro un pessimo augurio, come se l'anima, 
disperata pei rimorsi, tema, come per un segreto preavviso, il risultato di una 
punizione imminente. E inoltre non credono punto gradito al Signore l'arrivo di 
uno che, chiamato, non accorre volentieri, ma si lascia trascinare contraggenio 
e contrastando. Quelli dunque che si trovano ad assistere ad un tal genere di 
morte, ne restano sgomenti e portano il morto a seppellire mesti e in silenzio; 
poi, dopo aver pregato Dio che, propizio a quell'anima, perdoni benignamente 
alla sua insufficienza, ne ricoprono il cadavere di terra.
Chi invece si diparte da questa vita allegramente e pieno di buona speranza, 
nessuno lo piange, ma ne accompagnano cantando il funerale e, raccomandatane 
sentitamente l'anima al grande Dio, all'ultimo ne cremano la spoglia con pi 
rispetto che dolore, e sul posto rizzano una colonna, incidendovi i meriti del 
defunto. Tornati poi a casa, ne passano in rassegna i costumi e le azioni, e non 
c' parte della sua esistenza che tornino a considerare con piacere e pi spesso 
che la sua lieta fine. Serbar cos memoria della probit stimano che formi pei 
vivi il pi efficace incitamento a virt, come credono pei morti il culto pi 
gradito: a tali discorsi sul loro conto assistono i morti stessi,  questa la 
loro ferma opinione, sebbene non si possano vedere, per la debolezza della vista 
dei mortali. Non converrebbe infatti alla loro sorte di beati non godere della 
libert di recarsi dove vogliano, e sarebbe da ingrati non serbar desidero di 
rivedere i loro amici, cui li aveva legati, finch vissero, mutuo amore ed 
affetto; sentimenti, questi, che, al pari di tutti gli altri beni, s'accrescono 
anzich diminuire dopo la morte, suppongono essi. Credono dunque che i morti 
s'aggirano fra i viventi, a osservar le loro parole e le loro azioni, ed  per 
questo che metton mano a quel che han da fare con pi ardire e sicurezza, come 
sorretti da tali protettori, e la credenza che i loro antenati son l presenti 
li distoglie da azioni disonoranti, anche se nascoste.
Non si occupano affatto, anzi li canzonano, di auguri e divinazioni vane e 
superstiziose, che sono in gran considerazione presso altri popoli. Ma 
s'inchinano adorando dinanzi ai miracoli, che si producono senza che la natura 
ci metta mano, come dinanzi a opere e prove dell'intervento della divinit; e 
dicono che di tal sorta ivi se ne verificano spesso, e talora, in mezzo alle 
grandi crisi, per mezzo di suppliche pubbliche, li implorano da Dio con fede 
sicura e li ottengono. Forma di culto a Dio accetta stimano la contemplazione 
della natura e la gloria che ne proviene. Vi son per di quelli, e non son pochi 
certo, che, a ci indotti dalla religione, trascurano gli studi letterari, non 
si occupano affatto di cognizioni scientifiche, senza per questo darsi per nulla 
all'ozio;  loro convinzione che con la sola vita attiva e col prestar 
cortesemente servigio agli altri si assicurano la futura felicit dopo morte. 
Alcuni pertanto servono a malati, altri riparano strade, nettano fossati, 
rifanno ponti, scavano zolle, sabbia, pietre, abbattono e tagliano alberi, 
carreggiano legna, mssi o altro in citt, e non soltanto per lo Stato, ma anche 
pei privati la fanno meno da domestici che da schiavi (28), Qualsiasi lavoro 
infatti si presenti aspro, difficile sporco, da cui i pi si allontanano per 
fatica, per uggia, per nausea, se l'assumono essi interamente con piacere e 
allegrezza; cos, mentre procacciano riposo agli altri, essi stanno 
continuamente in faccenda e travaglio, senza per questo farsene merito, senza 
schernire la vita altrui, senza esaltar la propria. E quanto pi si rendono 
schiavi degli altri, tanto pi son tenuti in onore presso tutti. Tuttavia di 
costoro vi sono due categorie. L'una  fatta di celibi, che non solo si 
astengono del tutto dai piaceri dell'amore, ma anche dal mangiar carne, alcuni 
anche da ogni sorta di animali e, respinti del tutto come nocivi i diletti della 
vita presente, aspirano solo alla futura con veglie e sudori, e pur sempre 
ardenti, sempre vigorosi, per la speranza di ottenerla tra breve. Ma ce n' 
un'altra, di uomini che non desiderano meno lavorare, ma preferiscono il 
matrimonio, i cui conforti non disprezzano, e si credono in debito di tale opera 
alla natura e di figli alla patria. Non hanno ripugnanza per nessun piacere, 
purch non li allontani dal lavoro, ed amano le carni dei quadrupedi anche pel 
motivo che con tale cibo si credono pi robusti per qualsiasi fatica. Questi gli 
Utopiani giudicano pi sensati, quelli pi santi e, pel fatto che preferiscono 
il celibato al matrimonio e una vita di travagli a quella tranquilla, li 
canzonerebbero se volessero cercar giustificazioni, ma, ora che confessano di 
esser guidati da motivi religiosi, li pregiano e venerano: a nulla infatti 
badano pi attentamente quanto a non esprimere niente di azzardato su qualsiasi 
religione. Tali son dunque coloro che, con nome speciale, chiamano butreschi 
(29) nella loro lingua, che si potrebbe tradurre religiosi.
Ci sono in Utopia sacerdoti di eccezionale santit e perci proprio pochi; e 
infatti in ogni citt non ne hanno pi di tredici, quanto  il numero delle 
chiese, a meno che non si vada in guerra. In tal caso infatti, partiti sette di 
essi con l'esercito, altrettanti si sostituiscono per un momento; ma quando 
ritornano, riottiene ognuno il posto di prima: quelli in soprannumero, sino a 
che, morti i primi, succedano loro in ordine, restano frattanto al seguito del 
pontefice, giacch uno  a capo di tutti gli altri. E' il popolo che li elegge 
e, come per gli altri magistrati, con voto segreto, per evitar passioni di 
parte: una volta scelti, vengono consacrati dai colleghi. Presiedono ai riti 
sacri, si occupano delle credenze e son come censori di costumi, e gran vergogna 
 ritenuto che uno, come se la sua vita fosse poco lodevole, venga da essi 
chiamato e rampognato. Del resto il loro compito  proprio di consigliare e 
ammonire (quello invece del principe e degli altri magistrati  di arrestare e 
mandare in giudizio gli autori di delitti), salvo che allontanano dalle sacre 
funzioni coloro che scoprono ostinati nel male, e non c' pena che susciti pi 
terrore. Infatti non solo vengono colpiti da somma infamia, ma son anche 
tormentati da segreti terrori religiosi, senza che alla lunga sian sicuri 
neppure nei loro corpi, giacch, se non fanno vedere ai sacerdoti di esser 
prontamente pentiti, arrestati, pagano dinanzi al senato la pena della loro 
empiet. Oltre a ci i sacerdoti educano i ragazzi e i giovani, e non si pu 
dire che si diano maggior cura delle lettere che dei costumi e delle virt: 
s'adoprano infatti, con ogni solerzia, a istillar nell'animo dei piccoli, ancor 
teneri e cedevoli, idee senz'altro giuste e utili per conservar la loro 
repubblica. E quando tali idee sian penetrate addentro nei fanciulli, non li 
abbandonano una volta fatti uomini, per tutta la vita, ed  pur questo un grande 
aiuto da essi arrecato per difendere la stabilit dello Stato! Questo non va in 
ruina se non con la corruttela, e questa ha origine dalle idee sbagliate!
I sacerdoti (a meno che non siano femmine, ch nemmeno quel sesso viene escluso, 
ma pi di rado, e non viene scelta se non chi  vedova e avanzata negli anni) 
prendon moglie tra le pi elette del paese. Non c' infatti magistrato cui si 
porti maggior rispetto in Utopia, sino al punto che, se anche si macchiano di 
qualche azione disonorevole, non sono sottoposti a giudizio pubblico: solo a Dio 
vengono abbandonati e alla loro coscienza, non credendosi lecito toccar con mano 
d'uomo colui che, per quanto colpevole,  stato in maniera cos singolare 
consacrato a Dio, come un'offerta. Questo costume  pi facile per essi seguire, 
in quanto che i sacerdoti son cos pochi e scelti con tanta cura: non avviene 
facilmente che chi, per essere ottimo tra i buoni,  stato elevato a s alta 
dignit, avuto riguardo soltanto alla sua virt, precipiti nella corruzione e 
nel vizio. Ch se anche accadesse senz'altro molto di pi, data la instabilit 
della natura umana, tuttavia, pel loro esiguo numero, e non essendo forniti di 
nessun potere, oltre all'onore, non ci sarebbe da temer da parte loro nulla, 
certo, che spinga alla rovina lo Stato. Il motivo perch ne hanno s scarsi e 
pochi di numero, si  che, mettendono molti a parte, non ne abbia a scadere la 
dignit di tutto l'ordine, che ora trattano con tanta reverenza; soprattutto che 
non  facile, a parer loro, trovar in gran numero preti cos buoni da esser 
degni dell'alto seggio, pel quale non basterebbero virt mediocri.
La considerazione di cui godono in patria non  maggiore di quella di cui godono 
presso i popoli stranieri, e si ved agevolmente donde, anche a parer mio, ci  
noto. Allorquando gli eserciti lottano in battaglia, essi, in disparte, ma non 
proprio lontano, stanno in ginocchio vestiti dei sacri arredi e, tendendo le 
mani al cielo, implorano anzitutto la pace, poi che i loro vincano, ma senza 
troppo sangue per gli uni e per gli altri; e quando i loro vincono, si lanciano 
in mezzo all'esercito, impedendo che s'incrudelisca contro chi fugge, e basta 
vederli e invocarne la presenza per aver salva la vita: il solo contatto con le 
loro vesti svolazzanti difende anche le rimanenti fortune da ogni offesa di 
guerra (30). Per la qual cosa presso tutti i popoli di ogni parte si ha per essi 
tanta venerazione e di tanto ne  cresciuta la loro verace grandezza che spesso 
hanno ottenuto pei concittadini da parte dei nemici non minor salvezza che pei 
nemici da parte dei concittadini: a volte, la cosa  ben nota, piegando 
l'esercito dei loro, quando pi non c'era da sperare e si volgeva in fuga e i 
nemici si precipitavano a far strage e preda, l'intervento di questi sacerdoti 
interruppe il massacro e, separati i due eserciti, fu composta la pace, fissando 
eque condizioni. Infatti non c' stato mai un popolo sl selvaggio, crudele e 
barbaro, presso cui il corpo di quelli sia stato tenuto sacrosanto e 
inviolabile.
Celebrano come giorno di festa il primo e l'ultimo del mese e dell'anno allo 
stesso modo, dividendo in mesi, delimitati dal giro della luna, in modo tale che 
il giro del sole regoli l'anno. I primi del mese chiamano nella loro lingua 
cinemerni, gli ultimi trapemerni (31), parole che suonerebbero primifesti e 
finifesti nella nostra lingua. Vi si osservano santuari splendidi, come quelli 
che non solo costarono molta fatica, ma, ci che era necessario per esser s 
pochi, son capaci anche di una folla immensa. Son per tutti un po' oscuri, per 
consiglio dei sacerdoti, si dice, perch pensarlo che troppa luce disperda i 
pensieri, mentre a una luce pi moderata e come incerta gli animi si raccolgono 
e il sentimento religioso s'intensifica. Ma poich non tutti hanno la stessa 
fede e tuttavia le forme di essa, per quanto varie e molteplici, per diversa via 
s'incontrano tutte nello stesso ed unico fine, cio nel culto dell'essere 
divino, per tal motivo nelle chiese nulla si vede o si ode che non combaci 
manifestamente con tutte quante le fedi in comune. Se vi son riti particolari ad 
ogni setta, ognuno li osserva nelle pareti domestiche; quelli pubblici vengon 
fatti con tal disposizione da non togliere assolutamente nulla ad alcuno dei 
privati. Pertanto nessuna immagine di di si vede in chiesa, acciocch ognuno 
abbia la libert di concepire come voglia Dio secondo il pi alto sentimento 
religioso; per nessun nome particolare di Dio invocano, ma quello di Mitra 
soltanto, con la qual parola tutti si accordano in un'unica essenza della maest 
divina, qual che si sia. E non si formulano preghiere che non possa pronunziar 
chiunque senza offesa per la propria setta.
S'adunano dunque in chiesa a sera nei giorni finifesti, ancora a stomaco 
vuoto, per ringraziar Dio di aver passato felicemente l'anno o il mese di cui 
quella festa  l'ultimo giorno; e il giorno seguente, che  primifesto, 
affluiscono di mattina in chiesa per invocar insieme fausto e felice successo 
all'anno o al mese che segue, e a cui danno inizio con quella festa. Ma prima di 
recarsi in chiesa, i giorni finifesti, in casa, le mogli gettandosi ai piedi 
dei loro mariti, i figli a quelli dei genitori, si confessano in peccato o di 
qualche colpa o di aver fatto con poca diligenza il dover loro, e chiedono 
perdono del mal fatto: in tal modo, se qualche piccola ombra di avversione aveva 
offuscata la casa, ne vien rimossa con tal riparazione, che tutti intervengono 
al sacrificio con animo puro e sereno. Poich di parteciparvi con animo in 
disordine si fanno scrupolo, e perci, quando han coscienza di provar odio o ira 
contro qualcuno, non si presentano al sacrificio se non dopo essersi 
riconciliati e con sentimenti purificati, per tema di una rapida e terribile 
vendetta da parte di Dio.
Ivi giunti, gli uomini s'adunano dalla destra dell'altare, le donne in disparte 
dalla sinistra; e poi si dispongono in modo che di ogni famiglia i maschi si 
fermano dinanzi al padre di famiglia e il gruppo delle femmine resta chiuso 
dalla madre di famiglia. Si mira con ci a che il portamento di ognuno sia, fuor 
di casa, sorvegliato da chi li regge ed educa in casa con la sua autorit; ch 
anzi si bada anche attentamente che ivi i giovani stian frammischiati ai pi 
grandi, acciocch i piccoli, affidati ai piccoli, non passino a distrarsi 
fanciullescamente quel tempo, in cui pi dovrebbero impregnarsi di timor 
religioso verso i celesti, timore che costituisce il maggiore e quasi unico 
sprone a virt. Nessun animale viene sgozzato nel sacrificio, n s'illudono che 
si rallegri di sangue e di stragi quella divina bont, che ha largito la vita 
agli animali, appunto perch vivano. Bruciano incenso e altri profumi egualmente 
e portano inoltre ceri in gran numero, non perch ignorino che ci nulla 
conferisce all'essere divino, come del resto neppure le stesse preghiere degli 
uomini, ma piace loro questa forma di culto inoffensiva, e poi a questi profumi, 
a questi lumi ed anche alle altre funzioni gli uomini si sentono, non so come, 
sollevare e si innalzano con pi ardore ad adorare Dio. Di bianchi camici sta 
velato il popolo in chiesa, i sacerdoti ne indossano di variopinti, splendidi 
per forma e lavoro, ma non di materia altrettanto preziosa: non sono infatti 
ricamati in oro, n smaltati di pietre rare, ma lavorati con pelli di uccello 
screziate, cos abilmente e con tanta arte, che nessuna materia, per quanto 
preziosa, avrebbe uguagliato il valore del lavoro. Inoltre in quelle penne e 
piume di volatili, in quella disposizione prestabilita di esse, che si distingue 
su per le vesti sacerdotali, dicono esser contenuti dei simboli misteriosi, la 
cui spiegazione, tramandata con ogni diligenza per mezzo dei sacrificanti, 
conoscendosi, richiama alla mente i benefizi di Dio all'uomo, la divozione che 
in cambio si deve a Dio e i doveri anche fra uomini e uomini.
Appena il sacerdote cos adorno si presenta fuor del sacro recesso, tutti 
immediatamente s'inginocchiano in segno di reverenza, fra un silenzio cos 
generale e profondo, che questo stesso spettacolo suscita un terrore, come se l 
presente ci fosse la divinit; poi, dopo esser rimasti un po' a terra, si alzano 
a un segno dato dal sacerdote. Cantano allora le lodi a Dio, cui si mescolano 
musici strumenti, di forma in gran parte diversa da quelli che si vedono nel 
nostro mondo: la maggior parte superano molto in dolcezza quelli da noi usati, 
talch alcuni non son nemmeno da paragonarsi ai nostri. Ma in una cosa gli 
Utopiani ci sono senza dubbio di gran lunga superiori, ed  che tutta la loro 
musica, sia che si suoni con strumenti, sia che la modulino con la voce umana, 
imita e rende con tanta perfezione le passioni naturali, e il suono si adatta sl 
bene all'argomento, o che l'orazione sia di uno che supplica, o sia pur lieta, 
addolcita, sconvolta, lagrimosa, irosa, e la forma della melodia riproduce sl 
bene il sentimento di ogni situazione, che gli animi degli uditori ne restano 
mirabilmente tocchi, compenetrati ed infiammati. Da ultimo sacerdote e popolo 
parimenti recitano, con formule fisse, preghiere composte in modo che ognuno 
possa in privato riferire a se stesso le espressioni pronunziate da tutti 
insieme. Fra l'altro, ognuno riconosce Dio come autore sia della creazione che 
del governo del mondo e inoltre di tutti gli altri beni; perci gli rende grazie 
di tanti benefizi ricevuti e in particolare di esser capitato in tale 
repubblica, che  la pi felice, e di aver avuto in sorte tal religione, che 
spera sia di tutte la pi vera. Che se in ci si sbagliasse e se ce n' un'altra 
che sia superiore in parte e a Dio pi gradita, prega la sua bont che faccia in 
modo che lo riconosca anch'egli, ch egli  pronto a seguire, in qualsiasi 
direzione Dio lo conduca. Se poi invece questa forma di repubblica  la 
migliore, come la sua religione  la pi perfetta, in tal caso implora che 
conceda a lui fermezza e conduca tutti gli altri mortali alle stesse forme di 
vita e allo stesso modo di pensare a proposito di Dio, a meno che in questa gran 
variet di religioni non ci sia qualcosa che soddisfi ai suoi impenetrabili 
voleri. Chiede infine a Dio di accoglierlo nel suo seno con una morte agevole, 
ma non osa fissare se presto o tardi: per quanto, purch ci avvenga senza 
offesa della maest divina, gli sarebbe molto pi gradito al cuore giungere a 
Dio dopo aver incontrata la morte pi dolorosa, anzich esser tenuto troppo 
tempo lungi da lui, con una lunga vita felicissima. Dopo aver detta questa 
preghiera, di nuovo si curvano a terra e poco dopo si rialzano, per andare a 
tavola, e il resto del giorno lo passano in giochi e in esercizi militari.
...
.
...
Vi ho descritto quanto pi schiettamente ho potuto la forma di quello Stato, che 
io certo giudico non soltanto ottimo, ma l'unico che possa a buon diritto 
attribuirsi il nome di repubblica. Altrove, si sa, mentre si parla ovunque dei 
diritti dello Stato, non si occupano che di quelli privati; qui invece, dove non 
esiste nulla di privato, si occupano sul serio delle faccende pubbliche. E ci 
avviene a buona ragione in entrambi i casi. Altrove infatti ben pochi son quelli 
che ignorano che, se non pensan loro, a parte, ai loro casi, per quanto fiorisca 
lo Stato, morranno di fame, e perci necessit li spinge a pensare a far conto 
di s piuttosto che del popolo, cio degli altri: qui invece, dove ogni cosa  
di tutti, nessuno dubita che, purch si pensi a tener ben colmi i granai 
pubblici, non mancher a nessuno nulla di privato. La distribuzione dei beni non 
vi  fatta con gretto malanimo, nessuno vi  povero, nessuno mndica e, sebbene 
nessuno non abbia nulla, tutti per son ricchi. E qual maggior ricchezza vi pu 
essere che, tolta ogni preoccupazione, vivere con animo lieto e sereno? E non 
trepidare pel proprio vitto, non tormentarsi per le richieste lamentose della 
moglie, non temer la povert pel proprio figlio, non essere in ansia per la dote 
alla figlia, ma star senza pensieri pel vitto e la felicit propria e di tutti 
di casa, moglie, figli, nipoti, pronipoti, nipoti di nipoti e quanto pu esser 
lunga la serie dei discendenti che un nobile si ripromette. E che dir poi che si 
provvede, non meno che a chi ora lavora, anche a chi faticava una volta, ma ora 
non  padrone di nulla?
E qui vorrei che osasse qualcuno, con questo senso di equit, paragonare la 
giustizia di altre genti, presso le quali possa io morire se scorgo qualche 
piccol segno di giustizia e di equit. Che giustizia  mai questa che un nobile 
qualsiasi, un commerciante di danaro (32), un usuraio, un altro qualsiasi infine 
di quelli che non fanno nulla o, ci che fanno,  di tal fatta che non  
necessario gran che allo Stato, ottenga di vivere tra delicatezze e splendori, o 
col non far nulla, o con lavori inutili; laddove intanto un manovale, un 
cocchiere, un falegname, un contadino, con un lavoro gravoso e ininterrotto che 
nemmeno un mulo, ma necessario, tanto che senza di esso neppure un anno potrebbe 
durare lo Stato, si procacciano tuttavia un vitto cos stentato, menano una vita 
s miserabile? Ben preferibile sembra la condizione delle bestie da soma: il 
lavoro di queste non  cos continuo, n il vitto cos orribile, anzi per esse  
molto pi gradevole, n hanno intanto paura del futuro. Soffrono invece questi 
uomini che il loro lavoro sia inutile e senza vantaggio, come li ammazza il 
pensiero dell'indigenza per la vecchiaia: il loro guadagno quotidiano  infatti 
troppo scarso per poter bastare per lo stesso giorno; tanto  lungi dal crescere 
e dal rimanerne d'avanzo un pochino, da mettere ogni giorno da parte pei bisogni 
della vecchiaia. Ora, non  forse un'ingiustizia, un'ingratitudine, che lo Stato 
ai cosiddetti nobili, ai mercanti di danaro e agli altri di tal fatta, 
sfaccendati, o piaggiatori soltanto, e inventori di vuoti diletti, sia prodigo 
di tanti doni; mentre invece a contadini, a carbonai, a manovali, a cocchieri e 
a fabbri, senza dei quali lo Stato non esisterebbe affatto, non provvede 
amorevolmente, ma dopo aver abusato, finch erano in fiore, delle loro fatiche 
giovanili, quando ormai, schiacciati dagli anni e dalle malattie, hanno bisogno 
di ogni cosa, esso, immemore di tante veglie e dimentico di tanti e sl grandi 
servigi ricevuti, nella sua nera ingratitudine li ripaga con la morte pi 
misera? Senza dire che di ci che ogni giorno  assegnato alla povera gente i 
ricchi, o con soperchierie di privati o addirittura a tenor di legge, estorcono 
qualcosa quotidianamente: per tal modo, ci che prima sembrava ingiustizia, 
ricompensare malissimo chi pi si  reso benemerito della societ, per man di 
costoro  - orribile stortura! - col solo bandire una legge diventata giustizia.
Esaminando adunque e considerando meco questi Stati che oggi in qualche luogo si 
trovano, non mi si presenta altro, cos Dio mi aiuti! che una congiura di 
ricchi, i quali, sotto nome e pretesto dello Stato, non si occupano che dei 
propri interessi. E immaginano e inventano ogni maniera, ogni arte con cui 
conservare anzitutto, senza paura di perderlo, ci che hanno disonestamente 
ammucchiato essi, e in secondo luogo come serbar per s, al prezzo pi basso 
possibile, ci che a fatica producono tutti i poveri, volgendolo a proprio 
utile. Queste subdole disposizioni i ricchi stabiliscono che vengano osservate 
in nome dello Stato, cio anche in nome dei poveri, e cos diventano legge! Ma 
questi uomini immoralissimi, che con insaziabile cupidigia si dividono tra loro 
i beni che sarebbero bastati a tutti, oh come son lungi tuttavia dalla felicit 
della repubblica di Utopia! Una volta tolta di mezzo da questa, insieme con 
l'uso, ogni cupidigia di danaro, di qual immenso cumulo di molestie ci si 
libera, qual selva di scellerataggini viene schiantata dalle radici! Chi ignora 
infatti che soperchierie, truffe, ladronecci, risse, sconvolgimenti, alterchi, 
sedizioni, assassinii, tradimenti, avvelenamenti, cui i supplizi s'affannano 
ogni giorno a punire anzich raffrenare, una volta tolto di mezzo il danaro se 
n'andrebbero anch'essi? Che, insieme col danaro, sparirebbero contemporaneamente 
anche paure, preoccupazioni, affanni, fatiche e veglie? La povert stessa anzi, 
che  l'unica, pare, ad aver bisogno di danaro, levato di mezzo assolutamente il 
danaro, diminuirebbe via via anch'essa.
Per maggiore evidenza, riandate col pensiero a qualche anno di scarsa raccolta e 
di carestia, in cui la fame si port via molte migliaia di uomini: io sostengo 
che, alla fine di quella scarsezza, rompendo i granai dei ricchi, si sarebbe 
potuto trovare tanto grano quanto, distribuito tra quelli che consunse la 
macilenza e la fame, non avrebbe fatto avvertire a nessuno quella sterilit del 
clima e del suolo. Sarebbe tanto facile acquistare il vitto, se quel fortunato 
danaro non ci precludesse la via, esso solo, all'acquisto del vitto! Eppure  
stato inventato, si sa, proprio per schiudere l'accesso al vitto! Anche i ricchi 
hanno sentimento di questo, non ne dubito: non ignorano quanto sarebbe 
preferibile la condizione di non mancar di nulla del necessario, ed essere 
strappati a tante sciagure, a quella di abbandonar molte superfluit, trovandosi 
come assediati in mezzo a grandi ricchezze! Per me, non mi nasce neppure il 
dubbio che, sia per calcolo dell'interesse di ognuno, sia per l'autorit di 
Cristo salvatore, il quale, per la sua sapienza sl grande, non poteva ignorare 
ci che meglio conviene e, buono qual era, non poteva volere se non il meglio, 
tutto il mondo sarebbe stato gi da un bel pezzo tratto alle leggi di questa 
repubblica, se non vi si opponesse soltanto la superbia o prepotenza tirannica, 
quella malvagia bestia, maggiore di tutte e madre di ogni rovina. Questa 
commisura la propria felicit, non gi dal proprio vantaggio, ma dal danno 
altrui, e non vorrebbe neppur salire al cielo, se non le restassero infelici da 
dominare e calpestare Di tali miserie si forma, perch se ne adorni, la sua 
felicit! E se dispiega i suoi grandi mezzi,  per torturare l'indigenza, per 
promuoverla! E' un serpente dell'inferno insinuatosi nel cuore dei mortali, un 
pesce remora che li trascina indietro o trattiene, perch non scelgano la via 
verso una vita migliore!
Certo  troppo penetrata addentro negli uomini perch si possa facilmente 
strapparla via. Gli  per questo che io mi rallegro che una tal forma di Stato 
che augurerei volentieri a tutti, sia almeno toccata agli Utopiani! Costoro, 
seguendo tale indirizzo sociale, han messo le basi di uno Stato che  destinato 
a vivere non solo felicissimo, ma anche eterno, per quanto a uomini  lecito 
prevedere per congettura. Estirpati infatti in patria sino alle radici sia gli 
altri vizi che l'ambizione e le lotte di parte, nessun pericolo minaccia che 
sian travagliati da discordie domestiche, le quali, anche da sole, bastano a 
rovinare la potenza di molte citt eccellentemente difese. Ora per che  
assicurata all'interno la concordia e robuste sono le istituzioni, nemmeno 
l'astio di tutti i re vicini potrebbe scrollare o turbare l'impero di Utopia. E 
s che spesso per lo passato ci si son messi, sebbene sempre siano stati 
respinti
Quando Raffaele ebbe ci esposto, mi vennero in mente, fra i costumi e le leggi 
di quel popolo, non poche disposizioni che parevano quanto mai assurde, non solo 
sul modo di condur la guerra, ma sul culto e sulla religione, come pure sugli 
altri loro princpi, ma soprattutto proprio su ci che forma pi che mai il 
massimo fondamento di tutta la loro organizzazione sociale, cio la vita e i 
beni in comune, senza alcuno scambio di danaro. Con questa sola cosa si 
rovescerebbe dalle basi ogni nobilt, ogni magnificenza e splendore e maest, 
che formano, secondo l'opinione pubblica, la bellezza e l'ornamento dello Stato 
(33). Tuttavia lo vedevo stanco dal narrare, e non capivo bene se avrebbe potuto 
sopportare che si votasse contro di lui, soprattutto che ricordavo che aveva 
rimbrottato alcuni, proprio pel motivo che temevano di non esser giudicati 
abbastanza dotti se non trovavano qualcosa da ridire sulle scoperte altrui. 
Lodai perci le istituzioni di quei popoli e la sua esposizione e, presolo per 
mano, lo menai dentro a pranzo; non senza aver prima detto che bisognava trovar 
altro tempo per ripensare pi a fondo a tali argomenti e discorrerne con lui 
abbondantemente. Oh se ci succedesse! Ma intanto, se non posso aderire a tutto 
ci che ha detto un uomo, del resto indiscutibilmente assai colto e insieme 
molto esperto delle cose umane, non ho difficolt a riconoscere che molte cose 
si trovano nella repubblica di Utopia, che desidererei pei nostri Stati, ma ho 
poca speranza di vederle attuate.
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FINE DELLA RELAZIONE FATTA DI POMERIGGIO DA RAFFAELE ITLODEO SULLE LEGGI E LE ISTITUZIONI DELL'ISOLA DI UTOPIA DA POCHI SINORA CONOSCIUTA PER OPERA DELL'ILLUSTRE E DOTTISSIMO SIGNOR TOMMASO MORO CITTADINO E VISCONTE DI LONDRA.
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FINE.
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NOTE al testo.
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Nota 1. Cio su cui non piove, parrebbe, "brektos"; ci che concorderebbe con  Anidro, il fiume senz'acqua: cos il LUPTON, op. cit., p. 118, n. 1.
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Nota 2. Come l'Inghilterra ha 54 contee.
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Nota 3. Che vuol dire la citt oscura, ignota, da "amayrs".
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Nota 4. "At hinc" [cio dalla propriet privata] "hodie pestis rerum prope omnium, dice qui la nota marginale del Moro.
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Nota 5. L'idea delle incubatrici si trova in PLINIO ("Hist. Nat.", 10, 54) e nel  citato "Viaggio d'oltremare" del Mandeville; ma l'uso se n' diffuso  recentemente.
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Nota 6. Cio sidro di mele o di pere.
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Nota 7. E veramente il testo dice che c' prima il "prandium", o colazione, e poi la "coena", cio il desinare o pranzo del pomeriggio secondo l'uso dei Latini; i traduttori invece, tutti, rendono inesattamente il primo con desinare, il secondo con cena. Il senso  chiarissimo in base a quanto dice pi oltre: Prandia breviuscula sunt, cenae largiores; quod labor illa, bas somnus et nocturna quies excipit.
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Nota 8. At si isti omnes quos nunc inertes artes distringunt... Nessun traduttore ha affrontato queste due difficolt. La DELCOURT, op. cit, p. 116, n. 2, spiega "distringere" con "tenir oisif". Pi vicino mi pare il Grunebaum-Ballin: perdent leur temps dans des mtiers de luxe. Ma il giovine filosofo Moro si compiaceva di sottigliezze, quali questo "oxymoron", "artes inertes", e tutta l'"Utopia" riscintilla di rarit e preziosit di lingua e di stile, in mezzo ad apparenti abbandoni.
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Nota 9. Ademo  senza popolo, per la solita antifrasi, come Anidro eccetera.
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Nota 10. "Longi logi", come in PLAUTO, "Menaechmi", 768.
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Nota 11. Il testo dice: "pyropos", e tutti intendono pietre preziose sebbene tal senso sia ignoto agli antichi. In inglese "pyrope" indica una specie di granato e cos anche piropo in italiano.
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Nota 12. Cio i ventosi, da "nemos", vento, cio i vanitosi.
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Nota 13. I "Parva Logicalia" formavano l'ultimo capitolo delle "Summulae" di Pietro Ispano, che fu poi Papa Giovanni Ventunesimo (morto il 1277), opera che comunque fu il primo tentativo di aggiungere qualcosa, pi grammatica che filosofia, all'"Organon" aristotelico; senonch il Moro ne rideva, nella famosa lettera al Dorp, dicendo che si chiamavano cos perch contenevano poca logica, e con lui ne ridevano Erasmo e Hutten. L'"intentio prima" , nella filosofia scolastica, l'apprendimento dell'oggetto in s, la "secunda" consiste nel collocarlo nella sua specie.
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Nota 14. "Motu quopiam extrario", legge la DELCOURT, op. cit., p. 150 ma il testo del LUPTON, op. cit., p. 205, ha "contrario", a causa dell'opposizione di cui si parla subito dopo.
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Nota 15. Insomma  meglio non soffrire, rimanendo in equilibrio perfetto di sanit, anzich dover provvedere a ristabilire l'equilibrio, giacch uno squilibrio  sempre prodotto di dolore, per esempio la fame, la sete eccetera. Cos  di tal sorta di piaceri, cio quelli fisici perci la sanit  il maggiore di essi.
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Nota 16. Questo brano, osserva la DELCOURT (p. 154, n. 1 dell'op. cit.) condanna l'ascetismo cristiano o stoico, come fine a se stesso.
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Nota 17. E' un nome per beffa, ricavato da MARZIALE (14, 1, 7): sunt apinae tricaeque et siquid vilius istis, cio bazzecole, cose da nulla. In Cicerone per "tricae" significa raggiri. PLINIO narra ("Nat. Hist.", 3, 104): Diomedes ibi [in Apulia] delevit duas urbes, quae in proverbi ludicrum vertere, Apinam et Tricam. Sicch il nome sarebbe come Trappola di Roccacannuccia.
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Nota 18. Il vero titolo  "Techne iatrik", che nel Medioevo era conosciuta sotto il nome di "Tegnum" o "Aficrotegnum" ("Microtechnum"), per distinguerla dal "Megalotegnum", ovvero "therapeutiks methdon bibla id'".
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Nota 19. Dicono i commentatori che  questa la satira del machiavellismo del tempo e soprattutto della politica di papa Giulio Secondo. Il Moro sembra aver dimenticato che nel primo libro ha discorso senza veli di ironia, della politica del tempo, con appassionato sdegno ben altrimenti efficace; ma, quando scriveva questo secondo libro, non aveva ancora pensato il primo.
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Nota 20. E' l'etimologia delle "Cornucopiae" del Perotti (1513).
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Nota 21. Cio gli abitatori di nuvole contro i cittadini ciechi o, secondo altri, senza popolo ovvero erranti: interpretazioni che danno tutte un'arguta antifrasi.
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Nota 22. Il Moro attinge alla realt europea del suo tempo (pratica dell'assassinio e della corruttela), nonch a certe tradizioni inglesi (orgoglio eccessivo, spirito anticaporalesco e commerciale):  la stessa realt che guarda ed esamina Machiavelli nel "Principe", con interessi molto diversi.
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Nota 23. Che vuol dire che facilmente vendono se stessi o facilmente comprati:  una vivace pittura degli Svizzeri, dopo la battaglia di Marignano (1515).
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Nota 24. Si tratta qui del comunismo degli Apostoli e dei veri ordini religiosi; e l'eco delle dispute dei due secoli precedenti, fra l'altro di Wicleff e dei Lollardi, non era del tutto spenta. Dice il testo: quanquam hoc quoque fuisse non paulum momenti crediderim quod Christo communem suonem victum audierant pracuisse et apud Rermanissimos christianorum conventus adhuc in usu esse.
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Nota 25. Dice la DELCOURT, op. cit., p. 187, n. 2: Cela est exactement la position de More lui-mme, qui, en 1515, accordait  chacun une complte libert de conscience, tant il tait convaincu du triomphe certain, automatique du Christianisme. La rupture luthrienne l'a oblig de changer ses mthodes, probablement sans branler son optimisme profond.
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Nota 26. Il testo, ob vanissimas inter se superstitiones, ut segetes inter spinas et frutices (ediz. DELCOURT, p. 188), pare corrotto; il primo "inter" par nato da un parallelismo col secondo. Bisogna perci tradurre come se non ci fosse "inter se", come fanno il Robinson (LUPTON, op. cit., p. 274), e il GRUNEBAUM-BALLIN (op. cit., p. 218).
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Nota 27. E' questa la famosa tolleranza del Moro, affermata, come si vede, molto recisamente, tranne per quel che sono le sue preoccupazioni trascendenti. Ma come si comport il Moro come cancelliere? Fu tollerante o intollerante? Il problema, che diventa in tal modo politico,  un nuovo problema, e si sa che il Moro stette per la reazione cattolica con coscienza tranquilla, ma con animo violento contro Lutero e i suoi seguaci. I testi riguardanti tale azione sono molti e vari, e oscillano fra un'estrema indulgenza e un'estrema severit.
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Nota 28. Un tal ordine di frati s'era diffuso allora anche in Inghilterra: i Fratelli della vita comune, che non mendicavano, ma lavoravano per vivere. Alla loro scuola pass i primi anni Erasmo, a Deventer.
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Nota 29. Che pu dire in greco molto devoti, da "bou" prefisso aumentativo, e "Threskuo", osservo il culto.
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Nota 30. Si cita a questo proposito l'"Esodo", 17, 1, dove Mos prega per la vittoria sugli Amaleciti e si tende anche a vedere qui una satira di papa Giulio Secondo, il nuovo Giulio Cesare.
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Nota 31. E' verisimile che la parola richiami volutamente "kynemerins", il giorno mensile del cane, a rigore, la notte fra il vecchio mese e il nuovo, nella quale si metteva del cibo ai crocicchi, e l'abbaiare dei cani veniva inteso come segno dell'approssimarsi di Ecate. Confronta TEOCR., "Idyll.", 2, 35, 36. Del pari "trarpemerins" indicherebbe il giorno di passaggio, o l'ultimo giorno del mese. LUPTON, op. cit., p. 289, n. 1.
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Nota 32. "Aurifex"  l'orefice e cos traducono tutti, anche il Robinson (LUPTON, op. cit., p. 301), anche il GRUNEBAUM-BALLIN (op. cit., p. 236). Ma la DELCOURT (op. cit., p. 203, n. 1) osserva finemente: Aurifex n'a pas ici son sens ancien d'orfvre, mais, comme "foenerator", il dsigne celui qui fait commerce d'argent.
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Nota 33. More dsavoue sa propre cration: cette prcaution figure dans presque toutes les Utopies anciennes (DELCOURT, op. cit., p. 207 n. 3). E certo questa sconfessione pu essere opera di prudenza. Ma  altrettanto certo che la "forma mentis" del Moro  espressa dall'Utopia.
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FINE.