Attilio Momigliano.
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L'Innominato.
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1913. Formiggini Editore, GENOVA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
            Fondazione Ezio Galiano 
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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POCHE NOTE SULL'AUTORE.
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Attilio Momigliano (Ceva, 7 marzo 1883. Firenze, 2 aprile 1952)  stato un critico letterario italiano.
Fu allievo di Arturo Graf e insegn storia della letteratura italiana dapprima presso il Liceo classico Cavour e il Liceo Gioberti di Torino, poi all'Universit di Catania, quindi a Pisa e infine a Firenze. Accolse nel suo metodo critico i principi dell'estetica crociana, pur perseguendone uno personale volto a una forte, e al tempo stesso pacata, tensione morale.
Il 10 aprile 1910 fu iniziato in Massoneria nella Loggia "Vittorio Alfieri" di Asti, presso la quale fu anche elevato ai gradi di Compagno d'arte e di Maestro nello stesso giorno della sua iniziazione.
Momigliano fu tra i firmatari nel 1925 del Manifesto degli intellettuali antifascisti, redatto da Benedetto Croce. Nel 1938, a seguito delle leggi razziali fasciste, venne espulso dall'Universit di Firenze. Nel 1944 si salv dalla persecuzione razziale trovando ospitalit presso l'ospedale di Sansepolcro, grazie all'aiuto offertogli dal direttore, Raffaello Alessandri e da alcuni amici.
Da Sansepolcro, come afferma Amedeo Benedetti, Momigliano e la moglie fuggirono il 18 agosto 1944, e solamente nell'aprile 1945 poterono rientrare a Firenze.
Fu autore di molti saggi ed inoltre della Storia della letteratura italiana in tre volumi e di un commento alla Divina Commedia (1945-1947).
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L'INNOMINATO.
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Ad ARTURO GRAF e a RODOLFO RENIER.
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Capitolo 1.
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Il posto dell'Innominato nei Promessi sposi, e il suo significato. La presentazione dell'Innominato; il suo dominio sul castello e sulla vecchia. I segni del travaglio dell'Innominato nel suo ritratto; il senso e la musica dell'ignoto nella pi grande pagina del Manzoni. Il fascino di Lucia su' suoi oppressori; il suo arrivo al castello: l'avanzarsi della carrozza; il tramonto. Che cosa  Lucia per l'Innominato. L'oppressore dinanzi alla vittima: "Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia!". Il voto di Lucia. Intanto l'Innominato si pente. L'universalit di questa tragedia; la sua potenza poetica, logica e morale. L'alba. Nella conversione dell'Innominato la cupezza  temperata dall'ispirazione morale. Il silenzio dell'Innominato di fronte al Borromeo; la natura muta della tragedia dell'Innominato. Il ritorno al castello; le pi belle parole dell'Innominato. La fine della tragedia. La grandiosit morale della figura dell'Innominato dopo la conversione. Le imperfezioni di un capolavoro. L'Innominato e il conte del Sagrato.
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Balza fuori dalle pagine sul terribile signore, ferreamente concatenate, martellate fra un'atmosfera di fumo e di bagliori, una statua di bronzo in cui ogni nervo  teso da una volont infallibile: ne costituiscono lo sfondo i delitti di un secolo di arbitrii.
L'Innominato  un facinoroso che riesce a sollevarsi sopra una turba vasta di facinorosi. Campeggia nella sua presentazione una volont che cerca gli ostacoli per superarli. Ogni azione, ogni sentimento irraggiano da essa; e intorno ad essa il Manzoni, colla stessa potenza di concentrazione con cui ha fatto derivar da un solo punto la complessit delle anime di don Abbondio e di Gertrude quando ne tracciava ai lettori la formazione, raggruppa in una falange serrata e sempre pi incalzante gli atti della vita dell'Innominato. Egli lotta contro le leggi, contro qualunque forza, impone la complicit ne' suoi misfatti, si fa arbitro degli affari altrui: persino il bene lo fa per volont di dominio, non per altro. Dominare: ecco lo scopo; calpestando o sollevando, questo non importa.
Un tal uomo doveva trovare il suo ambiente ideale in quella societ dove poteva dominare chi metteva su tutto il proprio arbitrio: e quindi anche l'antagonista perfetto di don Abbondio, l'Innominato. Di queste, che sono le due maggiori anime create dal Manzoni, la prima prepara la seconda e le d rilievo. L'ambiente descritto per rendere evidente la condizione della vita di don Abbondio, serve gi per giustificare d'un tratto, appena ci si presenta, il carattere dell'Innominato.
Con lui culminano le infamie descritte nei Promessi Sposi: la prepotenza capricciosa di don Rodrigo, la gelida ferocia del padre che obbliga la figlia a monacarsi, il pervertimento di Gertrude, le arti dei ministri della giustizia per far trionfare l'iniquit, ora che siamo dinanzi all'Innominato il quale si aderge su tutta quella malvagit, ci paiono quasi altrettanti gradini costruiti per salire a quell'altezza: ci sembra che l'intera iniquit del secolo metta capo all'Innominato; sicch egli, divelto da quell'ambiente, perderebbe gran parte della sua vita. Il posto suo nei Promessi Sposi  molto pi largo di quello che egli occupa nella faccenda del matrimonio: l'Innominato  la pi grande manifestazione concreta dell'iniquit contemporanea.
Eppure arriva il momento che quest'empiet non  pi nulla. Qui  la profondit della catastrofe di quella vita: un'et di ferocia sfrenata, di arbitrii senza limiti, una tremenda negatrice della legge morale, sente, sopratutto coll'Innominato (ma anche con Ludovico, con Gertrude, anche, sebbene pi oscuramente, con don Rodrigo) che nessuna potenza umana vale contro quella legge: e vi si piega. Il centro dell'ispirazione religiosa del romanzo  in questa tragedia dell'Innominato, che  pure quella a cui volge nella fantasia cristiana del Manzoni tutta un'et iniqua.
La grandiosit dell'anima dell'Innominato deriva anche da questo posto centrale che essa occupa nei Promessi Sposi, dalle ombre che la preparano, dalle ombre e dai lampi che si lascia dietro nel resto del romanzo: in lui convergono la malvagit e la fede del capolavoro, e in lui si risolve il conflitto di queste due forze animatrici del romanzo.
Ma lo spirito dell'Innominato ha una grandiosit anche pi vasta che quella che gli deriva dal suo significato storico: l'Innominato e l'eterna coscienza umana che si libera dai male.
Tutto ci egli non potrebbe essere, se non fosse anzitutto un individuo vivo in s indipendentemente dal simbolo storico o universalmente umano, se il primo simbolo irraggiante dall'ambiente che lo circonda e gli d risalto, e il secondo irraggiante dai moti della sua anima liberi da ogni determinazione storica, non derivassero da un individuo gi di per s stesso vivo.
Esaminando la sua esistenza e la sua conversione vedremo dai netti contorni di un individuo diffondersene altri pi larghi, nel cui fluttuare incerto la fantasia compone un aspetto di un'intera et e un atteggiamento dell'anima di ogni tempo.
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Gi fra i contemporanei, attorno all'onnipotente che don Rodrigo fa complice del suo disegno salgono i vapori della leggenda: fra la nebbia di cui lo cinge l'immaginazione spaventata, i contorni della sua figura si sfumano e il colore s'infosca. La sua immagine, senza nome, senza cognome, senza titolo, passa nei libri del tempo e non c' chi non la riconosca: ora i secoli han tolto anche la possibilit di dare un nome all'indomabile signore, ed hanno accresciuto il mistero. La sua vita, dalla giovinezza alla vecchiaia,  tutta una striscia di sangue. Non vale che egli sia costretto ad uscir dallo stato dopo aver seminato davanti a s lo sgomento: nell'assenza contrae nuove relazioni spaventose. Tornato in patria, si ritira in un castello dove anche i ragazzi sono omicidi. Intorno a lui nascono racconti popolari; il suo nome significa "qualcosa d'irresistibile, di strano, di favoloso". Per tutto si sospetta che abbia collegati e sicari; a ogni delitto oscuro si mormora il suo nome; e il sospetto accresce il terrore.
Questo  l'Innominato.
Un titolo che suggellasse pi paurosamente il mistero di questa presentazione, non si poteva trovare. Di questa figura leggendaria nulla pi ci stupir; il nostro animo  gi pronto a aderire interamente anche al miracolo della conversione, perch l'Innominato nella nostra fantasia  gi fuori della piccola realt comune. Nessuno stupore, se quest'anima che ha domato tutti, doma anche s stessa. Quest'uomo che, scelta una via, va fino in fondo, e nessuno gli sa resistere, potr ben ravvedersi e annunciarlo con tanta risolutezza a' suoi bravi e non temere che i malvagi osino far quello che non han mai osato i buoni: discutere la sua condotta.
Dopo una preparazione cos terribile, sentiamo gi che questo personaggio quando verr in scena, ci far subito un'impressione enorme. Di mano in mano che avanziamo nella lettura, l'Innominato ci s'ingrandisce e ci s'infosca dinanzi: vediamo la sua ombra distendersi su tutta la societ del tempo.
Il Manzoni, sebbene qualche volta l'artista si lasci sopraffar dallo storico, fa di lui un ritratto morale serrato, che  gi quasi un ritratto fantastico: il terrore dei contemporanei ci fa gi sorger davanti allargata dal suo incombere sull'ambiente del tempo, non pi limitata dai ristretti contorni umani, la sua tenebrosa, indefinibile figura.
Quest'indeterminatezza la rende pi potente e concorre a far accettar la conversione. Il Manzoni evita di darci immagini concrete dei delitti dell'Innominato: il concreto ci ispirerebbe un irrimediabile disprezzo e renderebbe artisticamente assurda la redenzione.
Il capitolo XIX si chiude con una frase precisa, efficacissima perch separata con un taglio netto dalla presentazione generale: "Una mattina, don Rodrigo usc a cavallo, in treno da caccia, con una piccola scorta di bravi a piedi; il Griso alla staffa, e quattro altri in coda; e s'avvi al castello dell'innominato". Segue una pausa solenne: il lettore s'arresta un momento a fantasticare: il castello gli s'innalza gi davanti per la forza stessa dei dati ragionativi che il Manzoni gli ha fornito. Questo  uno dei capitoli meglio troncati dei Promessi Sposi: si sente di passar dal ragionamento alla rappresentazione; l'interruzione brusca fa presentir la continuazione terribile.
L'Innominato vive sull'alto d'una valle angusta e uggiosa, sovra un poggio che continua, dopo un mucchio di massi e dirupi e un andirivieni di tane e precipizi, in un'aspra giogaia. In fondo un rigagnolo che scorre sopra ciottoloni; da ogni parte, tranne che da una, macigni, erte impervie e nude. Dall'alto del castellaccio il signore domina "come l'aquila dal suo nido insanguinato": ma nessuno osa passare neppur nella valle. Vediamo il deserto lugubre che il signore ha fatto intorno a s. Ha scelto a sua dimora un luogo che  come la sua anima fatta concreta. "Non vedeva mai nessuno al di sopra di s, n pi in alto": solitudine superba come quella del suo spirito. Un uomo di quella fatta non lo potrei immaginare in un altro ambiente: i1 Manzoni ha trovato l'unico adatto a lui. La sicurezza terribile del castello che sovrasta alla valle,  come la sua volont che domina sul suo tempo. "Si raccontavano le storie tragiche degli ultimi birri" che s'eran lasciati vedere in quei dintorni; "ma eran gi storie antiche": breve e cupo: si rabbrividisce al mistero di quei fatti pi che per un lungo racconto. La chiusa della descrizione, netta aspra - "e nessuno de' giovani si rammentava d'aver veduto nella valle uno di quella razza, n vivo, n morto" - suggella meravigliosamente la pittura di quella solitudine: ne proietta l'ombra minacciosa anche sulla giustizia del tempo, e con la sua concisione suscita nella fantasia un lavoro cupo.
Del nome del luogo, nulla: pare che perfino la storia abbia avuto paura di proferirlo: come per i1 padrone. Resta solo un soprannome quello della taverna, e accresce le tenebre: la Malanotte.
La pagina che rimartella cos cupamente su quella solitudine,  finita. Qualche particolare soverchio diminuisce l'evidenza pittorica a questo paesaggio come a quello del primo capitolo; ma  ottenuto l'effetto che importava di pi: un vago orrore di quella dimora. Sarebbe facile trovar somiglianze notevoli colla descrizione del lago: l'intromissione dannosa della notizia storica fra particolari descrittivi(1); qualche periodo a scatti, a proposizioni ellittiche(2); in generale l'osservazione ordinata e minuta invece dell'unico sguardo complessivo, parecchie notizie e poche immagini, qualche particolare ben colto in un insieme che non si vede. Il primo capoverso poteva esser concentrato in un periodo; nel secondo la descrizione si compenetra coll'anima dell'Innominato, e quindi il difetto rappresentativo scompare; nel terzo l'osservazione sulla "voce pubblica, che talvolta ripete i nomi come e vengono insegnati, talvolta li rif a modo suo" in s  superflua, ma dando al periodo una pi lunga sospensione, serve a render pi cupo il nome di Malanotte che lo conclude.
L'interno del castello non  meno pauroso: andirivieni di corridoi bui, sale tappezzate d'armi e vigilate; qua e l accenni a scalette, fughe di stanze, inferriate, feritoie: non una descrizione continuata, ma particolari sparsi, quel tanto che basta per trattener la fantasia in mezzo all'orrore.
Altrettanto spaventoso  l'ambiente umano che l'Innominato s' creato dintorno. Il Manzoni lo descrive ora con tinte terribili, ora con un realismo che si accorda con quelle; ma in nessun punto riesce a far veder cos bene la forza colla quale l'Innominato ha informato di s luoghi e anime, come l dove mette in scena la vecchia serva. Questa figura, non abbastanza notata,  fra le migliori dei Promessi Sposi, pur cos fugace com': senza dubbio il Manzoni la scruta pi a fondo che certe donne delle quali parla pi a lungo: per esempio Agnese che  pettegola, piccina, un po' egoista, e s'avvicina in questo alla vecchia, da cui resta invece un po' lontana per la vivezza delle caratteristiche individuali. La vecchia  il riflesso dell'Innominato in un'anima servile; conoscendo lei, si pu capire chi  il suo padrone. Il formarsi di quello spirito  tracciato con una mezza pagina che  fra le pi penetranti e le pi evidenti delle creazioni psicologiche del Manzoni. L'Innominato  l'unica potenza che quella donna, nata e cresciuta nel castello, conosca: quello che ha veduto in tutta la sua vita, le toglie la possibilit di immaginare un uomo pi forte e pi alto. La descrizione piuttosto ragionativa della formazione di quell'anima,  conclusa e rinforzata colla potenza fantastica di una storia accennata appena, ma con rapidit e particolari scultoriamente terribili; essa aggiunge un lampo ai cupi bagliori che emanano dalla persona dell'Innominato: "Ragazza gi fatta, aveva sposato un servitor di casa, il quale, poco dopo, essendo andato a una spedizione rischiosa, lasci l'ossa sur una strada, e lei vedova nel castello. La vendetta che il signore ne fece subito, le diede una consolazione feroce, e le accrebbe l'orgoglio di trovarsi sotto una tal protezione". Il modo come l'anima di quella donna diventa cosa dell'Innominato , con breve e fosca giustificazione psicologica, reso in un capolavoro: l'influenza ereditaria - quella donna era figlia d'un custode del castello -; la vita condotta in quell'ambiente; il nascere dell'ammirazione e della sommissione; l'oscurarsi del sentimento morale e il crescer della devozione fino a veder nella volont del signore una specie di giustizia fatale; il manifestarsi della ferocia quando il padrone vendica il marito di lei; il rinchiudersi del suo spirito nel tetro e angusto mondo del castello, tanto da non saper quasi pi altro di un pi vasto mondo che quanto ne echeggia l dentro; quella stizza e quella pigrizia sviluppatesi nella sua vita chiusa e sottomessa: tutto questo  concentrato, collegato, graduato con una sapienza e con una vigoria tali che noi vediamo il plasmarsi di quello spirito, e il modo come esso si determina ci appare inevitabile.
La vecchia  una delle figure pi vive del romanzo, anche nel suo aspetto di caricatura orribile; il Manzoni, con misura talora finissima, ne accenna qua e l alcuni tratti, che servono a mantenerla nitida nella fantasia(3) e formano un'immagine che, mentre si adatta pittorescamente a quello spirito, sta bene nell'ombra del castello, fra tanti ceffi, accanto al cipiglio dell'Innominato. Mento appuntito, occhi infossati: in quel luogo, dopo quella vita, non potremmo immaginare una faccia diversa. Non  una delle qualit meno notevoli dell'arte del Manzoni la rispondenza fra l'anima e la fisonomia d'una persona. D rilievo alla caricatura fisica quella spirituale, dipinta colle parole della vecchia, incerte sempre fra la paura dell'Innominato da una parte, e dall'altra l'egoismo, la stizza e l'invidia per Lucia trattata cos bene: non c' una frase, non c' un'interiezione che non lumeggino contemporaneamente il suo spirito e la sua figura. Pi parcamente sono rappresentate la loquacit da comare e la pigrizia; ma a proposito di quest'ultima non si pu non ricordar le parole: "Siete voi che lo volete. Ecco, io vi lascio il posto buono: mi metto sulla sponda; star incomoda per voi", dove, con una comicit degna di don Abbondio venuto apposta, a cavallo, per liberar Lucia, si mescolano coll'apparenza del sacrificio la pigrizia e l'egoismo soddisfatti.
Nulla prova meglio della vecchia il dominio spirituale dell'Innominato. Ma essa ha una relazione anche pi stretta con lui: sotto l'impronta del padrone si vede in lei il fondo originale diverso su cui quell'impronta s' stampata; la sua miseria spirituale, il suo egoismo freddo non mai frenato da un sentimento pi nobile, fanno grandeggiare anche pi in tutto l'episodio, il padrone dimentico d'ogni piccino interesse personale. Dopo che questi le ha comandato di far coraggio a Lucia, la serva domanda: "Cosa le devo dire?" Domanda meravigliosa: ci cala nel profondo di due anime. Anche l'Innominato avrebbe potuto farla a s stesso: la vecchia  nuova a queste cose, e anche lui; ma l'Innominato si stupisce di quelle parole: sembra che solo allora si accorga a quale vita ha costretto la vecchia: ma la nobilt nativa del suo spirito e quella che la nuova preoccupazione vi aggiunge, lo fanno prorompere con un impeto cos spontaneo quale non anima nessuna delle sue parlate: "Cosa le devi dire? falle coraggio ti dico. Tu sei venuta a codesta et, senza sapere come si fa coraggio a una creatura, quando si vuole! Hai tu mai sentito affanno di cuore? Hai tu mai avuto paura? Non sai le parole che fanno piacere in que' momenti?" Che abisso tra lui e la vecchia, che a Lucia sapr soltanto ripetere, in dieci modi diversi, quel miserabile e comico: "Ho ordine di trattarvi bene e di farvi coraggio!" e, piena di uno zelo ridicolo, non aiutato dall'intelligenza, spinta dalla paura di non mostrarsi abbastanza obbediente, sapr soltanto sforzarsi di trovare una frase di conforto, e far eco alle parole del signore: "Coraggio, coraggio, ve lo dice lui, che non vuol farvi del male".
La gentilezza ispirata all'Innominato dal sorgere d'un sentimento buono nella sua anima non volgare, diventa nella vecchia un'ipocrisia. Dopo un discorsetto pettegolo e loquace per indur Lucia a mangiare, vedendo che le sue parole sono inutili, si risolve di mangiar lei, come se ci fosse forzata, mentre  cos felice che le insistenze fatte per dovere siano state vane! Tutto questo dialogo  lungo; ma vi spicca bene e con fine comicit il contrasto fra Lucia e la vecchia che, incapace della nobile squisitezza dell'Innominato, comprende cos poco la condizione della rapita da farle dei lunghi discorsi materiali e precisi, ed ha per lei una compassione verbosa, volgare, quasi crudele(4).
Eppure c' un momento in cui anche la vecchia sente una potenza misteriosa, che agisce su lei quasi come sull'Innominato: quando Lucia invoca la sua piet in nome di Maria Vergine: "Quel nome santo e soave, gi ripetuto con venerazione ne' primi anni, e poi non pi invocato per tanto tempo, n forse sentito proferire, faceva nella mente della sciagurata che lo sentiva in quel momento, un'impressione confusa, strana, lenta, come la rimembranza della luce, in un vecchione accecato da bambino". Una vita nuova entra, invisibile, nel castello: la potenza delle cose grandi si abbatte anche sulla piccola anima della vecchia. L'immagine  una di quelle che sono, pi che un confronto, la cosa stessa; quell'"impressione confusa, strana, lenta" sembra accennare ad un risveglio di cui l'anima non s'accorge ancora se non per lo stupore che glie ne nasce dentro: ma l'illuminarsi di quella coscienza s'arresta a questo punto, e il lettore fermatosi un momento a immaginar quel barlume che diventa luce, non  pi condotto a ripensarvi mai. Solo glie ne resta nella fantasia una suggestione indefinita, che lo prepara allo stenebrarsi dell'anima dell'innominato.
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Quando abbiamo meditato su quel che il Manzoni per aumentarne la vigoria descrivendone l'influenza, dice della fama, dell'ambiente e delle persone colle quali l'Innominato vive, abbiamo gi profondamente scolpita nella fantasia l'immagine di quell'uomo dalla volont straordinaria e dalla forza morale strapotente. Se anche il Manzoni avesse descritto quel dominio senza parlar dell'Innominato, il suo entrare in scena non sarebbe che il concretarsi e il determinarsi meglio d'una figura che era gi l'anima nascosta delle cose e delle persone di quell'ambiente. Il contegno riguardoso dei potenti, il terrore degli abitanti dei dintorni, la valle inaccessibile, i luoghi innominati, i bravi, la vecchia sottomessa e crudele, sono gi una parte del signore.
Don Rodrigo va a chiedergli aiuto. Prima di comparirgli dinanzi, deve disarmarsi e passar per sale ben custodite; quando gli  davanti, l'Innominato gli guarda le mani e il viso: sono tocchi finissimi che, come molti altri del romanzo, potrebbero passare inavvertiti, ma cooperano all'effetto complessivo. Si sente un disagio che  la prima preparazione dello stato d'animo necessario alla resipiscenza: il sospetto  un tormento, e l'Innominato  spinto alla conversione anche per liberarsene. Dopo questi accenni, il suo ritratto acquista un denso significato spirituale.
Esso  perfettamente quello a cui eravamo preparati. "Era grande, bruno, calvo; bianchi i pochi capelli che gli rimanevano; rugosa la faccia; a prima vista, gli si sarebbe dato pi de' sessant'anni che aveva: ma il contegno, le mosse, la durezza risentita de' lineamenti, il lampeggiar sinistro, ma vivo degli occhi, indicavano una forza di corpo e d'animo, che sarebbe stata straordinaria in un giovine". Non poteva esser che grande e bruno. Tutto quel che c' di pi psicologicamente significativo nel suo aspetto,  rapido, forte, proprio quel che confusamente si attendeva. "Il lampeggiar sinistro, ma vivo degli occhi": vediamo, sotto le abitudini malvage, il fondo nobile di quella figura. La presentazione  anzi pi augusta che terribile: ci si sente il Manzoni gi avviato a redimer quell'anima; ma pi lo si sente nei particolari cos profondamente poetici che preparano il travaglio solenne di quella notte in cui si conclude una lunga vita spaventosa: "calvo, bianchi i pochi capelli che gli rimanevano; rugosa la faccia; a prima vista, gli si sarebbe dato pi de' sessant'anni che aveva".  l' et che l'uomo si volge indietro e guarda: il Manzoni non si ferma ancora; ma stampa nella fantasia del lettore quella vecchiezza augusta; siamo lontani dalla "canizie vituperosa" del malvissuto che voleva impiccare il cadavere del vicario. Gi in questo momento l'Innominato  un vecchio che nessun onest'uomo insulterebbe: presentiamo d'esser dinanzi ad un'anima che una preoccupazione misteriosa e profonda rende rispettabile. Emana da quella figura qualcosa di augusto che per ora non ci sappiamo ancora spiegare: vediamo gi nella rada canizie e nella persona solitamente accasciata, il segno d'un'angoscia che ci fa pensare. "A prima vista, gli si sarebbe dato pi de' sessant'anni che aveva": una cura segreta ha steso un velo su quella "forza di corpo e d'animo, che sarebbe stata straordinaria in un giovine"; gi per riconoscerla occorreva un secondo sguardo: il signore terribile non era pi quello d'una volta; al primo vederlo dopo averne sentito parlar tanto, si sarebbe rimasti un po' delusi.
Per rilevar tutto questo bisogna calcare: il Manzoni suggerisce appena, pi che altro con una musica grave, solenne, che  come il preludio misterioso d'una tragedia. Che poesia dell'indefinibile, che senso profondo del significato spirituale delle cose materiali c' in questo ritratto! La tragedia di quell'anima  gi in potenza in quella persona; non si potevano rilevar meglio le impercettibili tracce fisiche di una cura che sta appena nascendo e resta ancora quasi inavvertita a colui stesso nel quale sorge.
Cos ci viene dinanzi l'Innominato, e noi cominciamo a vederlo operar direttamente proprio nel momento pi grave della sua vita, in quello in cui la sua anima spiega tutte le sue potenze. In ci  la grandezza maggiore di questa figura, nell'esser colta in un fatto in cui si manifesta tutta.
Il suo ritratto  gi animato dal travaglio dello spirito; sicch noi cerchiamo subito nei suoi primi atti i segni della lotta. L'Innominato, spinto dall'abitudine, dal presentimento che l'esitazione l'avrebbe condotto al rifiuto, dallo stimolo con cui la costanza di fra Cristoforo doveva naturalmente pungere la sua volont ombrosa, si assume l'impresa con una furia singolare. Poi rimane solo; e allora comincia quella miracolosa rivelazione di un'anima, che  nella nostra letteratura senza un possibile confronto nemmen lontano. Con che angoscioso senso del futuro ignoto, con che indefinita suggestione lirica procede la rappresentazione di quella coscienza! Nessun'anima in tutta la nostra poesia  cos penetrata d'infinito, messa cos tragicamente, e con cos poche parole, di fronte al mistero dell'eterno.
La prima pagina di quest'analisi  la migliore che il Manzoni abbia scritto: il suo sentimento religioso, in tutta la sua profondit, in tutta la sua sgomentante poesia dell'avvenire occulto e interminabile, la sua convinzione - diventata fantasma - dell'eternit d'una vita, la sua vera grande lirica sacra bisogna cercarla non negli Inni sacri ma qui. Una pagina sola basta a mostrar come nasca in un'anima traviata il senso d'una sovrapotenza misteriosa. Il miracolo d'un'arte che illumina ogni angolo di quell'anima, spiega come si possa scambiare per rappresentazione d'una semplice evoluzione psicologica quella che, senza dubbio, per molti segni, il Manzoni riteneva una prova della forza divina. Fantasticamente la rappresentazione  cos piena, cos convincente che nemmeno un lettore irreligioso non ne resta insoddisfatto. Non c', anzi, lettore irreligioso, e forse io sono uno, che di fronte a quella pagina non senta lo sgomento dell'ignoto: tanto sicuramente il Manzoni discende negli abissi pi nascosti di quell'anima e vi sorprende i moti pi occulti, quelli che nascono in ognuno almeno una volta nella vita, e in alcuni si perdono, in altri si allargano fino a dominarli tutti.
Dapprima il Manzoni  un po' preoccupato di notar l'inizio impercettibile del rivolgimento, e insiste un po' monotonamente in distinzioni e correzioni(5): ma, nel complesso, come sono rilevati il leggero senso di peso che l'anima avverte gi ma non sa ancora spiegare, l'inquietudine vaga che  il primo principio della resipiscenza, il sorgere lento e inconscio delle grandi rivoluzioni dello spirito, l'importanza che hanno questi piccoli segni come annunzi del futuro! Vi si aggiunge, ed  una divinazione, il risorgere d'un sentimento primordiale di quell'anima una volta buona, il ritorno lento della fine della vita verso il suo principio innocente, e la spiegazione, che c'infonde gi l'inquietudine del mistero, del perch ora quel sentimento rinascesse mentre in quel tempo lontano era stato facilmente ricacciato: "Una certa ripugnanza provata ne' primi delitti e vinta poi, e scomparsa quasi affatto, tornava ora a farsi sentire. Ma in que' primi tempi, l'immagine d'un avvenire lungo, indeterminato, il sentimento d'una vitalit vigorosa, riempivano l'animo d'una fiducia spensierata: ora all'opposto i pensieri dell'avvenire eran quelli che rendevano pi noioso il passato". C' una grande sapienza psicologica diventata una grande intuizione artistica. Ora la medesima ragione d'un tempo - il pensiero dell'avvenire - rende pesante quel sentimento di ripugnanza: la vita terrena non ha pi dinanzi la continuazione, ma la fine: "Invecchiare! morire! e poi? -". Quattro parole, tutta la miseria di quella vita spensierata del presente e del futuro, tutto il vuoto pauroso d'un avvenire di cui nessun vivente fu mai esperto; la preoccupazione  comune, ma l'intensificazione tragica, la sintesi miracolosa della vanit del tutto di fronte ad un interrogativo,  del Manzoni. Si vede quell'anima gi cos prepotente, cos sicura - ora tanto pi impotente, incerta:  vissuto come se non dovesse morire, come se nulla gli fosse sopra; non ha mai sentito il dominio dell'intangibile sul tangibile: la sua potenza ora, di fronte a quella breve domanda, non  pi nulla. La sua vita tramonta, ed egli vede che c' al di l, al di sopra, qualcosa che la annienta. Tragedia tanto pi angosciosa quanto pi egli s' innalzato sopra la folla. "- Invecchiare! morire! e poi? -": son quattro parole, ma paiono tanto lunghe! Hanno un'eco infinita nell'anima. Ci si sente il tedio interminabile, sempre pi pauroso, di quei giorni che s'accumulano uguali, senza fine, e uno tramonta e un altro sorge e tramonta, e l'uno va dove va l'altro, e non si sa dove tendono, dove portano: e l'anima giace. Queste cose stesse il Manzoni le poteva sentir di s: ci si scorge il sentimento iniziale della sua conversione. Chi non ha sentite queste cose, non le pu scrivere cos.
Assistiamo allo sgomento di quell'anima che s'accorge di venir mutando, e non vorrebbe - perch i nuovi sentimenti la spaurano -, e non pu resistere - perch ci che ha dentro,  pi forte della sua volont che nulla di quel che c' fuori ha potuto domare. Il Manzoni coglie quest'uomo avvezzo ad un'altra vita, in lotta inutile di fronte alla nuova: "E, cosa notabile! l'immagine della morte, che, in un pericolo vicino, a fronte d'un nemico, soleva raddoppiar gli spiriti di quell'uomo, e infondergli un'ira piena di coraggio, quella stessa immagine, apparendogli nel silenzio della notte, nella sicurezza del suo castello, gli metteva addosso una costernazione repentina"; "gli metteva addosso una costernazione repentina": ha la mossa d'un colpo d'artiglio subitaneo, nel buio. Come arriva improvvisa quell'immagine della morte, pur dopo una cosi lunga sospensione! L'abbiamo attesa paurosamente, ed ora che viene - pure attesa - ci d un brivido: come un nemico aspettato a lungo fra le tenebre, con terrore, che ci d un tuffo al sangue quando, finalmente, ci  sopra. Un suono di mistero, un orrore passa attraverso quelle parole: leggendole non si pu non aver nella voce un tono di sgomento che vien su dal profondo; ognuna di esse si lascia dietro come un cupo commento musicale; par di sentire un accordo di violini indeterminatamente prolungato e disteso da un altro accordo pi lontano e pi grave.
"Non era la morte minacciata da un avversario mortale anche lui; non si poteva respingerla con armi migliori, e con un braccio pi pronto": il Manzoni insiste a dipinger negativamente quella morte, sicch quando la dipinge, pi breve, positivamente, con queste cinque parole: "veniva sola, nasceva di dentro", ci si allarga nell'anima lo sgomento, come se quella morte l'avessimo dentro anche noi. "Veniva sola": "sola"; nudit terribile; sentiamo un gelo improvviso, come se nel silenzio, fra il nero vaneggiar d'una notte profonda, ci avesse sfiorati un'ombra. E tutto, sino alla fine del periodo, ci d il brivido dell'ignoto, l'immagine dell'ineluttabile, come nessun nostro sentimento reale ce li ha mai dati: "era forse ancor lontana, ma faceva un passo ogni momento; e, intanto che la mente combatteva dolorosamente per allontanarne il pensiero, quella s'avvicinava". "Quella s'avvicinava": dopo la prima parte del periodo, sospeso come in un'ansia di lotta, quest'ultima, tanto pi rapida, tanto pi sicura, quanto pi l'altra era stata lenta e pesante, suona come uno squillo di campana a morto: "quella" ha un'intensit di suono straordinario(6); quando il periodo  chiuso, un'onda sonora se ne diffonde e riempie la pausa di sgomento. L'onnipotente, non vinto da nessun nemico esterno,  annichilito dal nemico che gli nasce dentro. Per la vigoria fantastica di questo passo, l'invisibile diventa visibile, ma come un oggetto che si presenti, piuttosto che dinanzi ai nostri occhi, dinanzi al nostro sentimento: noi non diamo nessuna forma materiale a questa morte che avanza inevitabile; ma ne sentiamo tanto pi la potenza.
Il Manzoni vede la grandiosit del rivolgimento in un'anima cos singolare: "ora, l'essere uscito dalla turba volgare de' malvagi, l'essere innanzi a tutti gli dava talvolta il sentimento d' una solitudine tremenda". Non abbiamo solo il malvagio che si pente, abbiamo quel malvagio, l'Innominato, l'uomo che era solo nel delitto; ed ora  solo nello sgomento: e sentiamo anche la musica di quell'orrore. Lo sgomento solito del malvagio che  scosso, s'ingigantisce in quest'anima fortissima. Prima l'esempio del secolo feroce lo rassicurava; ora sente che egli solo dovr rispondere de' suoi delitti: contro la giustificazione storica sorge la coscienza eterna; l'Innominato si sente tratto fuori del suo secolo e condotto, solo, in cospetto d'uno spirito che non conosce contingenze particolari di tempo. In questo punto, pi che in altri,  evidente l'universalit dell'Innominato. Ora  solo dinanzi a Dio: "ora, in certi momenti d'abbattimento senza motivo, di terrore senza pericolo, gli pareva sentirlo gridar dentro di s: Io sono per". "In certi momenti d'abbattimento senza motivo, di terrore senza pericolo": sempre quella morte nuda, lo spirito che sorge invisibile e inerme. L'angoscia d'un sentimento che ha una ragione inafferrabile eppure non si pu scacciare - la pi terribile delle angosce sentimentali, la pi profonda delle condizioni psicologiche, quella in cui l'anima  pi divina, in cui l'anima stessa  Dio -  sentita con tale immediatezza, che quelle poche parole hanno la stessa nudit deserta, lo stesso colore uniforme e imprecisabile di quel sentimento, e generano in chi ne vuole spiegar l'effetto la stessa impotenza di chi lo prova. L'Innominato  diventato di fronte a s stesso un mistero, sente in s una grandezza infinita, confusa, qualcosa, nel profondo, che rinnega tutta la sua vita materiale di prima: si vede crescer nell'intimo, dominato da un muto stupore, un'altr'anima ancora ignota che ingrandisce, si compenetra colla prima e la dissolve.
"Quel Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava di negare n di riconoscere, occupato soltanto a vivere come se non ci fosse ora in certi momenti di abbattimento senza motivo, di terrore senza pericolo, gli pareva sentirlo gridar dentro di s: Io sono per": Dio domina in tutto il periodo, e resta unico, sicuro terribile, alla fine. "Io sono per": qui i capolavori di sintesi s'incalzano come non mai. Tre parole: l'affermazione della propria esistenza e la contrapposizione a tutta la vita dell'Innominato; ma pi del significato, colpisce il suono che si prolunga anche dopo che il periodo  chiuso. Un sentimento s' divincolato a lungo nell'anima dell'Innominato fra altri che questi gli opponeva, e se n' disgroppato e si erge contro tutti gli altri, abbattuti, contro il passato vicino e lontano, e guarda, sicuro: "Per": c' la lotta e la vittoria, tutta l'augusta maest dell'impero del divino su chi lo nega. "Per": il periodo  schiantato, il reo annichilito; lo vediamo chino, gli occhi sperduti, davanti al fantasma che gli si  levato sopra e gli ha fatto il vuoto nell'anima superba e feroce.
Questo seguito di sette periodi, dominati da immagini che intensificano tutte straordinariamente la loro potenza tragica nella chiusa, questi sette rintocchi che suonano nell'anima buia dell'Innominato, sono il pi alto capolavoro del Manzoni.
Qui egli  giunto al culmine della sua analisi: dopo, il tono si abbassa, ma la chiaroveggenza psicologica e artistica non vien meno. L'Innominato non vuol manifestar la sua inquietudine: anzi la maschera "con l'apparenza d'una pi cupa ferocia"; quella preoccupazione gli sembra ancora una debolezza: i primi effetti della resipiscenza in un uomo che del male s' fatto una regola di vita, son sempre questi. Prima peccava per abitudine, ora per proposito: ma appunto in questo  il principio della rigenerazione, perch non  perfetto malvagio se non chi pecca con assoluta spontaneit. Nel proposito del male si avverte il repugnar della coscienza; l'ostinazione non  che paura di non poter seguir la via nuova che si disegna all'orizzonte. I grandi rivolgimenti ci disorientano: qualcosa di noi ci sfugge; pensiamo con sgomento a quel che saremo fra breve, all'io che s'avanza e che non conosciamo ancora, e cerchiamo di convincerci che nulla  mutato in noi.
L'Innominato nell'assumersi l'ultima impresa si mostra pi risoluto del solito, appunto per questa lotta fra il passato effimero e il futuro eterno.
Per tutto ci  bastata una pagina, la pi grande che la potenza morale abbia ispirata ad un poeta italiano.
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Lucia  rapita. Mentre essa prega nella carrozza con tanto fervore "Colui che tiene in mano il cuore degli uomini, e pu, quando voglia, intenerire  pi duri", l'Innominato aspetta "con un'inquietudine, con una sospension d'animo insolita".  una delle rispondenze che sono frequenti in quest'episodio, e ne costituiscono la parte soprannaturale; il Manzoni con questi accenni sobrii rende il miracolo pi convincente e ad un tempo pi misterioso; cio si prepara con un altro mezzo la giustificazione del mutamento dell'Innominato. Ma quest'altro mezzo, con molta finezza,  gi adoperato nella descrizione del ratto di Lucia, interposta abilissimamente fra l'esame della coscienza dell'Innominato e l'arrivo della vittima al castello. Perci non e possibile studiare il processo della conversione senza fermarsi anche sul ratto.
Lucia, richiesta dalla monaca di andar dal padre guardiano, ha un presentimento confuso della disgrazia: ma non sa resistere a Gertrude; e ubbidisce, con una rassegnazione descritta con tanta piet, con tanta delicatezza, con una forza tragica cos misurata, che una simpatia profonda predispone il lettore ad accogliere con pieno assentimento estetico e sentimentale la liberazione che la compensa dell'insidia. Quest'assentimento ha una preparazione anche pi persuasiva nell'atteggiamento della monaca: "Quando Gertrude, che dalla grata la seguiva con l'occhio fisso e torbido, la vide metter piede sulla soglia, come sopraffatta da un sentimento irresistibile, apr la bocca, e disse: "sentite, Lucia!".  il punto sublime della scena: dinanzi a quell'umilt rassegnata e tremante, ci che vi  di buono in fondo all'anima di Gertrude, prorompe; l'impeto istintivo vince la dissimulazione e toglie alla monaca la freddezza della riflessione.
Questo rende anche pi naturale l'incertezza dell'Innominato di fronte a Lucia. Gertrude e l'Innominato esitano dinanzi a lei; e il Nibbio prova per lei una ruvida compassione. Il fascino che esercita la debolezza indifesa, la sua potenza di commozione, che sono il motivo principale delle scene del castello, quando siamo giunti a queste non ci riescono pi nuovi: la nostra mente ci  gi avvezza e li accetta gi con assoluta convinzione. Persino le frasi che scavano pi addentro nel cuore dell'Innominato: - "Non torna conto a uno che un giorno deve morire di far patir tanto una povera creatura", "Dio perdona tante cose, per un'opera di misericordia!" -, sono gi preannunciate da quella che Lucia dice al Nibbio: "Ricordatevi che dobbiamo morir tutti, e che un giorno desidererete che Dio vi usi misericordia". Sicch, per queste e per altre rispondenze meno notevoli colla storia della conversione, e per l'innocenza di Lucia che non sospetta mai la causa del suo ratto e a cui il Manzoni con una delicatezza poetica toglie, nel tumulto di quel giorno, la calma necessaria per insistere nel ricercarla, l'animo nostro  gi, incoscientemente, predisposto ad ammirar senza discussione l'atteggiamento di Lucia durante la notte, la sua parola elevata e potente, il suo fascino sull'Innominato.
L'avanzarsi della carrozza che porta la vittima, d all'oppressore un'agitazione indomabile; il suo io d'una volta combatte coll'io nuovo che s'avanza: l'Innominato non pu aspettare "oziosamente quella carrozza che veniva avanti passo passo, come un tradimento, che so io? come un gastigo". In quella carrozza egli sente in confuso, non un oggetto che s'avanza, ma un'oscura forza morale che gli viene contro. La carrozza  diventata qualche cosa di vivo: siamo di nuovo, dopo una lunga pausa, di fronte ad una di quelle figurazioni fantastico- spirituali che rendono cos prodigioso quest'episodio. In esso la forza spirituale ha l'evidenza d'una creatura viva, il senso della presenza indubitabile di ci che non si vede, e della sua misteriosa forza,  d'una vigoria singolare. La vita dello spirito vi diventa cos intensa da sembrar quella d'una creatura fatta non solo d'anima, ma di corpo, con in pi la paurosa imprecisabilit di quel corpo: siamo continuamente dinanzi ad una presenza che sfugge ai sensi, ma che l'anima avverte con paura.
Uno spirito divino entra in quell'oggetto che s'avanza, e gli toglie i contorni e lo confonde nell'inafferrabile: la carrozza non  pi che un'ombra, colla quale si avvicina ineluttabilmente l'onnipotenza, non pi nascosta nell'anima dell'Innominato, ma quasi concretata.
Anche il cielo della sera e del mattino seguente non  pi il cielo che noi guardiamo tutti i giorni:  un'irradiazione dello spirito nell'aria. Mandata la vecchia incontro a Lucia, l'Innominato "si ferm alquanto alla finestra, con gli occhi fissi a quella carrozza, che gi appariva pi grande di molto"; - sembra di vedere ingrandirsi l'immagine del suo delitto - "poi gli alz al sole, che in quel momento si nascondeva dietro la montagna; poi guard le nuvole sparse al di sopra, che di brune si fecero, quasi a un tratto, di fuoco. Si ritir, chiuse la finestra, e si mise a camminare innanzi e indietro per la stanza, con un passo di viaggiatore frettoloso", Altro capitolo troncato meravigliosamente: restiamo l a meditare e presentiamo segretamente qualche cosa di straordinario. Il paesaggio  intonato all'anima, come quello, ben diverso, della chiusa del capitolo seguente: c' una grande poesia suggestiva in questa conversione inquadrata fra due cieli: ci si sente la partecipazione della divinit al miracolo. L'Innominato guarda il cielo: il Manzoni non dice con qual animo, e non si poteva dire; dentro gli si agita un'onda di pensieri che vengono senza parole. Ma io nel silenzio del Manzoni sento quell'onda: l'Innominato, attonito, guarda il cielo, coll'anima lontana, perduta in regioni che essa non conosce e da cui non si pu trar fuori. Quando siamo dominati da un sentimento indeterminato e potente, abbiamo tutti di questi momenti assorti, nei quali ci si legge in volto che guardiamo e non vediamo e che dentro di noi non c' nessun pensiero formato, ma un fluttuar vasto che ci fa il volto attonito e ci tiene fisi, come se sentissimo che quanto avviene dinanzi a noi ha un segreto rapporto con quel che ci si forma dentro. "Si ferm alquanto alla finestra, con gli occhi fissi a quella carrozza, che gi appariva pi grande di molto; poi gli alz al sole, che in quel momento si nascondeva dietro la montagna; poi guard le nuvole sparse al di sopra, che di brune si fecero, quasi a un tratto, di fuoco". La carrozza serba la sua animazione potente in questo periodo che la introduce fra uno spettacolo cos augusto e d alle parole che le si riferiscono un suono ampio, solenne, pieno d'un terrore ignoto. Il Manzoni allarga fantasticamente i suoi contorni fino a darle l'incommensurabilit d'una cosa spirituale: sentiamo che essa occupa misteriosamente tutta l'anima dell'Innominato fisso al tramonto. Apparentemente i suoi sguardi sono meccanici; ma una forza interna li dirige. Dire che cosa questo passo suggerisce, non  facile, perch ci getta in uno stato d'animo imprecisabile, come fa la poesia pi alta, e precisar col commento  gi togliere quella suggestione e violar l'intenzione dell'autore: ma non c' chi non veda nell'uomo incatenato davanti allo spettacolo di quel tramonto mutabile, una fosca vicenda di bagliori e di tenebre, non c' chi non senta in quel cielo e in quel suo cangiarsi, una forza spirituale che opera occulta, il lampeggiar d'una potenza nascosta, e, nel mistero che il periodo ha anche nel suono, la preparazione d'un grande avvenimento dello spirito.
Cessata la contemplazione, l'Innominato "si ritir, chiuse la finestra, e si mise a camminare innanzi e indietro per la stanza, con un passo di viaggiatore frettoloso". Non  pi espresso nessun pensiero, nessun sentimento dell'Innominato: la sua anima  scesa in una plaga pi profonda, invisibile a lui e a chi lo osserva; della sua coscienza s'intravvede solo quel che pu trasparire dal corpo, non pi padrone di s, guidato da cause ignote, diventato la forma materiale di un'anima che si travaglia nelle tenebre, lo strumento e l'estrinsecazione d'un miracolo. Quel corpo che cammina col passo d'un viaggiatore frettoloso,  l'anima stessa.
Il silenzio fatto sul sentimento dell'Innominato  d'una grandiosit suggestiva che nessun commento pu esaurire.
Intanto la carrozza si avvicina.
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Con essa  penetrata nella valle una potenza che agisce su tutti. In quest'episodio Lucia  trasfigurata:  entrata in lei una forza che illumina i cuori e li spetra e, influendo anche sugli altri, aumenta la sua influenza sull'Innominato. Lucia ha fatto compassione al Nibbio: "Compassione! Che sai tu di compassione? Cos' la compassione?" dice il signore. Egli, come gi di fronte alla vecchia che non sapeva come avrebbe dovuto far coraggio a Lucia, pu misurare un'altra volta, in confuso, con un effetto grandissimo sulla sua nuova coscienza, la rovina che ha fatto in tante anime: ma qui gli si desta contemporaneamente nel cuore la curiosit di conoscere come una donna ha potuto produrre un effetto cos singolare: far compassione al Nibbio!; e questa curiosit gli cresce nell'animo il senso indistinto d'una potenza che gli viene incontro dall'esterno e lo invade, indefinita ma indiscacciabile, come una gran nebbia illuminata da una luce nascosta, che non si pu chiudere in pugno, ma  sempre l, indissolvibile. L'Innominato tenta di scacciar quella potenza, e pensa al modo di allontanar Lucia: come poco prima, pronunziando di quelle parole che vengon fuori senza che chi le proferisce sappia dire perch gli son nate dentro, aveva detto alla vecchia, con una speranza ancora inconscia: "In quella carrozza c'.... ci dev'essere.... una giovine". Mentre parla col Nibbio, si vede ch'egli ha vergogna di fronte al suo io d'una volta, come se questo lo rimproverasse d'una vilt insolita; oramai la sua malvagit non  pi che un impegno, e tutta la sua anima le si stende sopra per soffocarla: "Va di corsa a casa di quel don Rodrigo che tu sai. Digli che mandi.... ma subito subito, perch altrimenti...." A questa fretta cos significativa segue subito il pentimento: l'irreparabilit d'una decisione gli si presenta per la prima volta nella vita. "Ma un altro no interno pi imperioso" di quello che gli era risonato nella mente quando aveva pensato di far condurre la carrozza da don Rodrigo, "gli proib di finire". Nei momenti tragici la voce dello spirito assume questa sicurezza e questa forza imperiosa, e squilla pi distinta e pi terribile che un suono materiale. L'Innominato  in ira con s e con don Rodrigo. Si sente dentro un viluppo che non sa ancor districare: e pensa.
Nonostante la sua incertezza, nell'Innominato  gi avvenuto un altro cambiamento: quella potenza che da qualche tempo gli era presente e inafferrabile ora la vede oscuramente in Lucia. La morte che veniva sola, ha ceduto il posto a quella donna, nella quale egli sente in confuso la possibilit di perdersi e di salvarsi. Trapasso psicologico profondo e evidente: il suo stato d'animo aveva bisogno d'un'occasione per precisarsi: l'occasione  il ratto. Perch l'Innominato si convertisse, occor- reva che in lui ci fosse meno buio, che quella forza diventasse meno astratta, meno paurosa, ma pi certa e assolutamente inevitabile: e prese la forma di una povera contadina tormentata; forma tanto pi misteriosa, tanto pi augusta, quanto pi umile. Ci che l'Innominato aspettava,  avvenuto. Di qui l'evidenza fantastica che assume ora quella potenza, e la perfetta giustificazione artistica e psicologica dell'innalzarsi di Lucia.
A molti accade almeno una volta nella vita che una persona si presenti come la determinazione di una potenza, di cui sentivano prima in s la forza nascosta, e di cui attendevano con inquietudine una manifestazione materiale: questo  il caso dell'Innominato. Ora Lucia  come l'immagine dell'orrore dei suoi delitti e insieme, pi misteriosamente, l'immagine d'una calma ancora solo promessa.
Egli sente -  la prima volta - che a quest'ultimo delitto  rimasta estranea la sua conscia volont, che ha promesso a don Rodrigo perch questo  il suo "destino". E misura gi bene la gravit di quel peccato, se cerca con rabbia accanita il modo di farsi pagar caro quel servizio: ammenda perfettamente adatta ad un uomo vissuto di violenza. Ma questo pensiero non pu persistere: la sua anima  tutta dominata da Lucia. Vuol vederla. Resiste un momento: qualcosa lo avverte che sta per fare un gran passo; si sente debole di fronte a quella prova. Ma  un'ossessione; bisogna che ceda.
E va da Lucia.
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Atti e parole rivelano la sua irrequietudine e la sua stizza contro s stesso: ma la vittima, tremante, annichilita, lo vince; sicch nei discorsi di lui suona fra il vecchio tono di comando una gentilezza nuova. Questa, che gi ci aveva colpito quand'egli parlava di Lucia colla serva, ora  rinforzata dal fascino di quella donna che, rincantucciata, smarrita, diffonde intorno a s, nonostante la paura fisica, una sicurezza ben pi grande dell'In- nominato che le  ritto dinanzi, dominatore nel suo castello inespugnabile. Lucia lo prega in nome di Dio; e l'Innominato che da quest'invocazione si sente ravvivata la forza ignota che gli viene - contro il suo volere -ingigantendo nell'anima, s'adira come chi ascolta una verit che gli pare ingiusta, ma a cui l'intimo del suo spirito aderisce: "Dio, Dio, sempre Dio: coloro che non possono difendersi da s, che non hanno la forza, sempre han questo Dio da mettere in campo, come se gli avessero parlato. Cosa pretendete con codesta vostra parola? Di farmi...? e lasci la frase a mezzo". Mentre s'abbandona al suo impeto, il pensiero gli si fissa su Dio, e quanto pi inveisce, tanto pi gli cresce la paura; involontariamente la confessione, anzi la constatazione inopinata della paura, dello stato d'animo di tutti quei giorni, gli vien su dal profondo: se non che quella parola - paura - lo atterrisce gi prima che sia pronunziata, ed egli si ferma sgomento a considerarne l'immagine dentro di s. Questa sospensione  meravigliosa. Del primo periodo della parlata non si pu dire altrettanto: l'intuizione psicologica vi  rimasta un po' grezza: pi che uno stato d'animo, abbiamo dinanzi lo studio di uno stato d'animo; son cose che l'Innominato poteva intravvedere, pi che dire, sono una traduzione troppo precisa della sua stizza. Ma senza questo periodo, la sospensione non varrebbe nulla. Lucia ha sentito che l'Innominato  scosso, e continua con una frase che  l'ultima e pi vigorosa spinta alla conversione: "Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia!". Questa promessa  il centro della conversione, e giunge potentissima, anche per la preparazione che ha gi nelle parole rivolte al Nibbio. Lucia non sa che lunga risonanza avr nell'anima procellosa dell'Innominato, che luce getti sulle onde buie che attraversano in silenzioso tumulto il suo spirito. Sono le parole che l'Innominato attendeva perch ogni vergogna d'abbandonarsi al pentimento cedesse, l'assicurazione aspettata che la sua lunga vita di ferocia potesse redimersi. L'Innominato non dimentica pi il loro suono; se lo sente echeggiar dentro come se un'altra altissima voce avesse parlato per bocca di Lucia. Essa gli d proprio l'incoraggiamento che gli occorreva. Come poteva essa conoscere lo stato d'animo dell'Innominato? Eppure la sua esclamazione  piena della coscienza di quello stato. In questo punto la figura di Lucia tocca la sua maggiore altezza lirica: le ragioni della psicologia cedono a quelle d'un dominio pi vasto, e il mistero penetra, solenne, per bocca d'una contadina, levata da quella frase ad un'altezza sovrumana. All'arte giova quest'incoerenza psicologica: arrivati a questo punto, si ha un fremito, come se l'umile Lucia fosse d'un tratto investita d'una potenza superiore. In nessun altro episodio del romanzo  trasformato in tanta poesia il concetto vivificatore di tutta l'opera.
Questi capitoli sono la pi efficace trasformazione fantastica dell'idea direttiva che la forza dell'umilt supera la violenza: nessuna prova migliore ne abbiamo che quest'episodio, dove la pi umile creatura del tempo vince la pi forte. Per ci e per il suo valore artistico, esso  il vero centro dei Promessi Sposi.
Lucia continua: "Non torna conto a uno che un giorno deve morire di far patir tanto una povera creatura". Non possiamo sottrarci nemmeno qui al senso d'un'onniveggenza divina che penetra d'un colpo nel pi segreto d'un'anima. Miracolo che non ha apparenze immaginose, ma  tanto pi grande e suggestivo.
Quando il padrone se n' andato, la poveretta domanda alla vecchia: "Chi  quel signore?" Domanda naturalissima, perch Lucia non lo poteva sapere: eppure dopo la frase onniveggente: "Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia!", questa domanda  una stonatura: ci riporta dal mondo del miracolo al limitato mondo della realt. L'alternativa del significante e del trito  frequente nel Manzoni; ma pi spiace vederla nella parte migliore del suo capolavoro. Quanto avrebbe giovato qui una maggior condensazione! E quanto avrebbe giovato anche ridurre la pagina e mezzo seguente! quantunque sia ben ritratto lo smarrimento di Lucia dominata dalla paura irragionevole ma naturale che qualcuno entri - come se potesse ancora difendersi contro altre malvagit - e quantunque il contrasto fra lei e la vecchia le illumini meglio entrambe: la vecchia che, fredda nel cuore, ha delle circostanze la visione netta, minuta, fotografica che ne hanno le anime volgari, dentro le quali la realt non si annebbia, perch in esse non c' altro che la realt, non c' il pensiero o il sentimento che la trasformi; Lucia che, sconvolta, se la vede fluttuare intorno fra un muto turbinar di fantasmi. Ma il valore del contrasto non basta a salvare il complesso: qui alla grande arte dell'intuizione inconscia  sostituita l'osservazione che si trova sopratutto colla pazienza, e la caricatura cercata con finezza - che  uno dei lati evidenti dell'arte del Manzoni, e non dei migliori. Noi stiamo assistendo a un dramma: il po' di commedia che vi s'intercala, rompe l'unit della nostra impressione e irrita il nostro interesse.
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Lucia vaneggia e non ha di chiaro nell'anima altro che la fiducia in Dio: "Ma il Signore lo sa" che io sono qui. Parole da collegarsi a "Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia!", per osservare con quanta misura, ma con quanta sicurezza il Manzoni abbia veduto in questa tragica notte la mano di Dio movere l'una verso l'altra due anime.
Quando tutto nel castello  silenzio, allora Dio vi domina veramente; e ispira la preghiera di Lucia, mentre sconvolge il cuore dell'Innominato.
Nel silenzio la scena diventa pi tetra: queste ultime pagine del capitolo sono le pi cupamente romantiche del Manzoni. Il mistero in cui si trova avvolta Lucia, rapita da un innominato, per una causa ignota, trasportata in un luogo sconosciuto, qui diventa pi fantastico: il Manzoni ci insiste di pi. Le ore che passa il pentito nella taciturna e tenebrosa solitudine del castello, sono le pi terribili che possa vivere un'anima.
La Lucia di questa notte non  pi quella solita: si sente sempre meglio che  l'operatrice d'un miracolo. E sopratutto in questo passo: "tutt'a un tratto si risent, come a una chiamata interna, e prov i bisogni di risentirsi interamente, di riaver tutto il suo pensiero". Anche la nitida descrizione dei particolari della scena (il russar della vecchia, gli ultimi guizzi del lucignolo) accresce la solennit: la realt materiale non ci si stampa mai cos precisa nella fantasia come quando  la scena d'un fatto di un'importanza spirituale straordinaria. Ma qui questo chiarore fioco che appare e scompare, ha anche qualcosa d'indeterminato: c' in esso una rispondenza indefinibile collo stato d'animo di Lucia; risentiamo un'altra volta, sebbene meno vivamente che nella scena del tramonto, la poesia profonda della materia che vive della stessa vita dello spirito.
Dopo la confusione dell'incubo. Lucia acquista una grande chiaroveggenza: "Ma in quel momento, si ramment che poteva almen pregare, e insieme con quel pensiero, le spunt in cuore come un improvvisa speranza". "Di mano in mano che la preghiera usciva dal suo labbro tremante, il cuore sentiva crescere una fiducia indeterminata". Che musica lenta e sicura! Lucia sente che l'Innominato intanto si torce nell'angoscia e attende l'alba della liberazione. Quell'"indeterminata"  una delle migliori espressioni manzoniane del sentimento religioso: v' un'oscura coscienza del miracolo che si compie, una comunione indefinita, ma certa, dell'anima credente con Dio.
Lo stato che precede il voto e quello che lo segue per la loro indeterminatezza, sono molto pi poetici che le parole precise del voto, cos poco spontanee in bocca di Lucia, cos fredde per l'abbondanza delle figure retoriche.
Il voto d alla vittima "una pi larga fiducia". "Le venne in mente quel domattina ripetuto dallo sconosciuto potente, e le parve di sentire in quella parola una promessa di salvazione". Nella delicatezza con la quale il Manzoni ha velato le circostanze del miracolo e le misteriose relazioni fra le parole e gli atti di Lucia e quelli dell'Innominato, c' una forza straordinaria d'arte suggestiva: aleggia invisibile uno spirito divino che fa comunicar silenziosamente la vittima e l'oppressore, e mentre calma Lucia, infonde la speranza nell'Innominato: "I sensi affaticati da tanta guerra s'assopirono a poco a poco in quell'acquietamento di pensieri; e finalmente, gi vicino a giorno, col nome della sua protettrice tronco tra le labbra, Lucia s'addorment d'un sonno perfetto e continuo": proprio allo spuntar di quell'alba promettente sorge nell'Innominato una fiducia nuova. Di fronte a questa rispondenza non possiam sottrarci all'impressione che quella preghiera purifichi definitivamente la coscienza del reo. In tutto quest'episodio le due anime sono in una cos continua relazione l'una coll'altra, che non  possibile separarle; Lucia  come l'ispirazione dell'Innominato: perci s'innalza di tanto, pur non essendo veramente un'altra dalla solita.
Qui mancano quasi affatto le minuzie abbastanza frequenti nel Manzoni; Lucia  lasciata nell'indeterminato, perch le si veda meglio dietro l'irradiazione di Dio. Leggendo questo capitolo nessuno pensa pi che essa  un'umile contadina lombarda: la sua figura trascende ogni determinazione di tempo, di luogo, di persona, non  pi che una potenza occultamente affascinante.
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Mentre Lucia veglia, l'Innominato non trova posa. Quando le tenebre aggiungono un brivido all'ignoto e l'anima  pi sola, nella notte, fra un tramonto che annuncia una tempesta e un'alba che promette una giornata serena, l'Innominato, gi inquieto, si travaglia procellosamente e si libera: meravigliosa pienezza di corrispondenza fra l'universo e un'anima. Tutto gli tace dintorno, nella rocca impenetrabile. Ora, dopo la descrizione del signore fra i servi proni, che ubbidiscono e non discutono, e si movono soltanto a un suo cenno, il Manzoni concentra la sua attenzione solo sull'Innominato: eppure omai intorno a lui il castello  cos vivo nella nostra fantasia, che nel silenzio della notte decisiva l'ambiente materiale e umano, nato da lui e che scomparirebbe con lui, sembra partecipare al chiuso tumulto della sua anima, travagliarsi con lui per rinnovarsi.
Egli ha sempre quelle parole di Lucia nell'orecchio; fugge sempre se stesso, ma, sentendosi crescer dentro quel nemico inerme e invincibile, continua a tormentarsi per scoprir tutta la sua anima nuova, incerto fra una tenue speranza, il terrore e lo stupore di quel che accade dentro di lui: "Io?.... io non son pi uomo, io?" La memoria dei delitti d'un tempo, anzich aiutarlo a perseverar nell'ultimo, gli desta "una non so qual rabbia di pentimento." Questo, in un uomo come l'Innominato, non pu essere un mesto e calmo ripiegarsi dell'anima sopra se stessa: l'io facinoroso d'una volta riga di rabbia il pentimento dell'io nuovo. Ma l'Innominato, prima avvolto nell'ombra da una potenza misteriosa, ora  dominato tutto da Lucia, che gli toglie il sonno come un'immagine presente e parlante: - Tu non dormirai -, ma pure gli addolcisce il pentimento, poich essa  ad un tempo la sua condanna e il suo perdono.
Lucia, rapita, rannicchiata in una stanza del castello, tien fisso a se il pensiero dell'Innominato. Quell'uomo che ha vissuto sempre agendo pi che pensando, ora non pu pi nascondere con occupazioni pratiche l'ozio della sua anima e soffocarne lo scontento: "ci che altre volte stimolava pi fortemente i suoi desideri, ora non aveva pi nulla di desiderabile": la mutazione  colta nella sua essenza e nella sua terribilit; sgomenta vedere che il sentiero della nostra vita s' perduto, se ne cerca un altro e non si trova.  una disperazione che agghiaccia. "Il tempo gli s'affacci davanti vto d'ogni intento, d'ogni occupazione, d'ogni volere, pieno soltanto di memorie intollerabili; tutte l'ore somiglianti a quella che gli passava cos lenta, cos pesante sul capo". Peggio di tutto, il desiderio che cade: penso che cos' la vita senza il tormento del desiderio, e rivivo le mie giornate pi spaventose, quando tutto  senza colore e l'anima aderisce al fango che allaga il mondo sotto il grigio che si discioglie. La vita s' fatta deserto; tutto  impallidito, svalutato, annullato: il criterio con cui si giudicavano i beni della vita,  caduto: nulla pu abbattere di pi. Tutte le anime che pensano, hanno avuto uno di questi mo- menti in cui il fervore di ieri  sembrato follia, ogni entusiasmo, ogni odio, ogni regola di giudizio, ogni cardine morale o immorale della vita, nudi di senso: c' nelle parole del Manzoni una forza suggestiva che risveglia in ciascuno di questi lettori la sua particolare tragedia intima: queste anime sentono il gelo dell'ora dell'Innominato e si rivedono inerti dinanzi allo scolorarsi del tutto e del tempo. Non ha vissuto chi non ha sentito almeno una volta "tutte l'ore somiglianti a quella che gli passava cos lenta, cos pesante sul capo" e non si arresta dinanzi all'umanit terribile della tragedia muta che si allarga nel profondo di quello spirito, e non si china sotto il peso di quell'ora che nel periodo del Manzoni  veramente una massa infinitamente grave che passa con una lentezza mortale.
La sensazione che d quest'immagine, appartiene al dominio della poesia pi alta;  una divinazione di suoni che scorano e angosciano: non vediamo nessun'immagine precisa, ma sentiamo agitarsi dentro di noi un'onda confusa di fantasmi, che ci domina l'anima pi oscura, quella di cui i moti si manifestano con parole che hanno il loro valore espressivo non nel significato ideale, ma nel suono e nel tono. Siamo in quegli abissi dell'anima, dove penetra sovrana la musica e la poesia non trova immagini definite da formare, ma suoni da infondere in immagini per suggestionar l'anima e annegarla in profondit musicali.
Questa  una delle maggiori bellezze della conversione dell'Innominato come della poesia leopardiana: sentiamo la musica della disperazione in quell'anima che si trasforma. Bisogna leggere ad alta voce per sapere cosa diventi in certi passi di questo episodio la parola del Manzoni, come sia perpetuato nella musica angosciosa un travaglio che, per l'altezza con cui  concepito, trascende i limiti d'una religione determinata e diventa la tragedia eterna di un'anima che cerca la sua via.
Il padrone non trova pi comandi da dare a' suoi malandrini; l'idea di rivederli  un nuovo peso: ora essi sono come l'immagine dei suoi rimorsi.
L'Innominato, oppresso da quel vuoto, ripensa a Lucia, il raggio che riappare, sempre pi luminoso, fra le tenebre di quella notte. Man mano che, guidato da quell'immagine, si profonda nell'investigazione di se stesso, la coscienza gli si rischiara, il passato gli appare pi illogico. Decide di liberar Lucia. "E la promessa? e l'impegno? e don Rodrigo?.... Chi  don Rodrigo?" Domanda naturalissima: eppure  come lo scoprirsi d'un orizzonte; quanti di questi riguardi noi abbiamo che, se appena ci riflettessimo su, ci riempirebbero di stupore! Perci una domanda cos semplice sembra una scoperta.
L'Innominato, indotto da quel primo introdursi della logica nella sua vita, continua a cercar le ragioni della sua condotta. Dopo il primo passo, tutti gli altri seguono naturalmente; cos, mentre cade la vita del passato, sorge incrollabile quella del futuro. L'esame psicologico  altrettanto evidente quanto acuto: si vede, sotto il fantasma poetico, il pensiero poderosamente logico del Manzoni. Anche qui, nel suo capolavoro, si conferma la natura essenziale del suo ingegno: una fantasia che lavora sopra uno scheletro indistruttibile di pensiero. Con che evidenza precisa denuda l'illogicit di quella vita, svela il movente meccanico di quell'esistenza scellerata!(7) Qui non  pi veramente l'Innominato che pensa, ma il Manzoni che gli penetra dentro e ne mostra l'anima al lettore. Quest'intrusione diminuisce la potenza tragica, ma , di per s, meravigliosa per la precisa concentrazione. Del resto la tragedia ricompare subito: "Indietro, indietro, d'anno in anno, d'impegno in impegno, di sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza: ognuna ricompariva all'animo consapevole e nuovo, separata da' sentimenti che l'avevan fatta volere e commettere; ricompariva con una mostruosit che que' sentimenti non avevano allora lasciato scorgere in essa. Eran tutte sue, eran lui: l'orrore di questo pensiero, rinascente a ognuna di quell'immagini, attaccato a tutte, crebbe fino alla disperazione". Quelle ripetizioni, quel periodo cos inesorabilmente, cos desolatamente uguale,  come un'onda infinita di rintocchi lenti e lugubri su un mare senza stelle; un'agonia spirituale che al sentimento appare interminabile: si sente la musica di quella vita cos sinistramente uniforme, che risuona nell'anima dell'Innominato, come in un cielo di tenebre, vuoto, senz'astri. 
Si accompagna coll'effetto della musica, e lo accresce, una grandiosa e paurosa indeterminatezza di fantasmi: rivediamo nell'enumerazione uniforme tutta la vita dell'Innominato trasformata dal suo nuovo stato d'animo, resa desolatamente monotona dallo spirito che nel lavorio febbrile di quella notte la guarda in una sintesi terribile, da un solo punto di vista, collocandosi, per condannarla, nell'eterno, e non vede, nella serie interminata, sotto l'apparenza cos varia, altro che una macchia di sangue che s'allarga via via. "Di sangue in sangue": non abbiamo davanti un'immagine distinta, ma un rosseggiar confuso e sconfinato, il rinnovarsi continuo di quella macchia, l'ossessione di quell'uniformit, dove l'Innominato deve scorgere l'agitarsi d'innumerevoli fantasmi. Quelle quattro parole sono un sunto miracoloso di questo lungo periodo della prima redazione, che pure aveva una potenza singolare, e non di questo solo: "E qui cominciarono a schierarsi dinanzi alla sua memoria tutti quelli ch'egli aveva cacciati fatti cacciare dal mondo, dal primo ch'egli, essendo ancor giovanetto, aveva passato con una stoccata, per una rivalit d'amore, fino all'ultimo, che aveva fatto scannare, per servire alla vendetta d'un suo corrispondente; tutti coi loro volti, nell'atto del morire, e quelli che egli non aveva veduti, ma uccisi soltanto col comando, la sua fantasia dava loro i volti e gli atti". Qui il Manzoni pot temere d'esser teatrale ma non avrebbe avuto ragione: ad ogni modo "di sangue in sangue"  senza dubbio migliore, perch non  solo un fantasma pi ricco di suggestione, ma  anche una voce di condanna, uguale, insistente, che in quel periodo non c'era. La forza morale vi s' accresciuta di molto: si vede con una lucidezza perfetta la trasformazione delle antiche scelleratezze di fronte all'anima nuova dell'Innominato: par di averle dinanzi smascherate, denudate da quella nuova coscienza che penetra nell'intimo delle cose e ne svela l'essenza eterna, al di l dell'apparenza che una ragione passeggera giustificava. Quelle scelleratezze "eran tutte sue, eran lui": e come se egli scoprisse in se stesso un mostro che gli  cresciuto dentro ignorato e gli s' compenetrato in ogni membro, e, cos trasformato, cos due in uno, si sentisse consumato da se stesso; l'orrore di quest'identit si ripete, sempre colla medesima potenza, per ognuna di quelle innumerevoli immagini che si ridestano. L'Innominato pensa ad uccidersi: ma "al momento di finire una vita divenuta insopportabile, il suo pensiero sorpreso da un terrore, da un'inquietudine, per dir cos, superstite" - come trovare un sentimento pi pauroso? vedere in se stesso, immobile, morto, una cosa sola viva: il terrore del futuro - "si slanci nel tempo che pure continuerebbe a scorrere dopo la sua fine. S'immaginava con raccapriccio il suo cadavere sformato, immobile, in balia del pi vile sopravvissuto; la sorpresa, la confusione nel castello, il giorno dopo: ogni cosa sottosopra; lui, senza forza, senza voce, buttato chi sa dove. Immaginava i discorsi che se ne sarebber fatti l, d'intorno, lontano; la gioia de' suoi nemici. Anche le tenebre, anche il silenzio, gli facevan veder nella morte qualcosa di pi tristo, di spaventevole; gli pareva che non avrebbe esitato, se fosse stato di giorno, all'aperto, in faccia alla gente: buttarsi in un fiume e sparire". Non c' ancora la convinzione che l'al di l esiste perch la nostra vita non pu essere un breve episodio dalla triste fine; ma c' gi una tormentosa coscienza della nullit della vita considerata come una serie limitata di anni: basta fare un passo per giungere alla concezione d'una seconda, illimitata e inestimabile vita. Come si passi dall'uno all'altro di questi stati, per quale angosciosa forza di sentimento ci si avvicini al pensiero dell'oltremondo, il Manzoni lo ha segnato in questi periodi con una vigoria insuperabile.
La morte ancora indeterminata dei giorni innanzi, che "veniva sola", che "nasceva di dentro", ora si stampa con forme concrete nell'immaginazione dell'Innominato eccitata dalla febbre della notte travagliosa: la sua sorte gli si precisa nelle sue circostanze e ne' suoi effetti. Da quando il Manzoni  sceso per la prima volta nell'anima dell'Innominato, ad ora, il mondo interno del peccatore si  venuto disviluppando dal caos: i suoi sentimenti ora son quelli di prima, ma pi netti e pi consci. Ora egli vede "il suo cadavere sformato, immobile, in balia del pi vile sopravvissuto", "ogni cosa sottosopra; lui, senza forza, senza voce, buttato chi sa dove": quel se stesso, che non  pi nulla, disteso dinanzi a lui stesso ancor vivo e forte, lo avvilisce, gli fa vedere, come non l'ha vista mai, l'inutilit della sua vita malvagia: lui che, vivo,  una cos triste potenza, morto non  pi nulla: "senza forza", quella che lo ha innalzato, "senza voce", quella che ha tonato tante volte. Dunque cos' stato egli finora? Questa domanda vien su confusa, ma inevitabile, dal fondo di quello spirito che guarda lo spettacolo di s oltre la morte. Le tenebre e, anche qui, il silenzio, gli rendono pi spaventosa la meditazione. Nelle tenebre sente qualcosa di cui non  padrone; nel silenzio, nella solitudine, una presenza misteriosa: "gli pareva che non avrebbe esitato, se fosse stato di giorno, all'aperto, in faccia alla gente": non ha ancora la certezza dell'oltretomba, ma preferisce al lasciare il proprio cadavere "in balia del pi vile sopravissuto", "buttarsi in un fiume e sparire": sente che la sua onnipotenza  un episodio effimero, che quando egli fosse morto, essa crollerebbe d'un colpo, che essa non gli varrebbe una sepoltura rispettosa, che qualcosa di lui sopravvivrebbe, che egli soffrirebbe per l'oltraggio dei soggetti d'una volta. Da questo al sentirsi immortalato dalla colpa per espiare eternamente, non c' che un passo.
Mentre  "assorto in queste contemplazioni tormentose", gli balena il pensiero: "- Se quell'altra vita di cui m'hanno parlato quand'ero ragazzo, di cui parlano sempre, come se fosse cosa sicura; se quella vita non c'; se  un'invenzione de' preti; che fo io? perch morire? cos'importa quello che ho fatto? cos'importa?  una pazzia la mia..... E se c' quest'altra vita....! -" Passaggio meravigliosamente necessario. L'anima dell'Innominato sale: questa conversione  tutta un'ascensione d'uno spirito; gli si risvegliano dentro una dopo l'altra le preoccupazioni pi gravi della vita:  fermata in queste pagine la pi universale e la pi alta delle tragedie umane.  
Il terrore in questa notte cresce come una fiumana livida che si gonfia senza posa. Man mano che la coscienza dell'Innominato si profonda, la sua angoscia si fa pi opprimente: una logica di un'evidenza inesorabile lo serra in un cerchio di ferro sempre pi breve; eppure la potenza fantastica e sentimentale  sempre grande: anzi la logica la accresce. Essa si fa vita, sentimento, immagine confusa e terribile: il sentimento religioso non ha mai assunto un'apparenza cos potentemente inconfondibile come in questa tragedia. "E se c' quest'altra vita....! - A tal dubbio, a tal rischio, gli venne addosso una disperazione pi nera, pi grave dalla quale non si poteva fuggire, neppur con la morte. A questo punto la conclusione  diventata inevitabile: il cerchio s' venuto restringendo, escludendo ogni scampo tranne quello pi nobile: "Tutt'a un tratto gli tornarono in mente parole che aveva sentite e risentite, poche ore prima: - Dio Perdona tante cose per un'opera di misericordia! -" In questa notte s' svolto nel pensiero dell'Innominato un ragionamento ben saldo: ma il suo sentimento, il suo terrore, lo hanno compenetrato d'un'accensione cupa: sicch in questa pagina la logica appare come un'armatura d'acciaio che arde sotto una veste flammea. Il ragionamento s' diretto con una fatalit che si presentiva fin da quando Lucia la pronunci, ma con una logica inaspettata, verso quella frase, che  per la notte dell'Innominato come un faro inestinguibile tra la nera furia delle acque. Lucia lo redime, ma una Lucia dentro la quale palpita la divina anima di Maria. Le sue parole "non gli tornavan gi con quell'accento d'umile preghiera, con cui eran state proferite; ma con un suono pieno d'autorit, e che insieme induceva una lontana speranza:" si sente il suono quasi immateriale d'un avvertimento di cui l'anima non sa precisar l'origine; si sente l'afflato divino, il miracolo lasciato in una penombra piena di fascino.
A questo pensiero cessa il delirio febbrile dell'Innominato, ed egli, quasi calmo, si fissa colla mente in Lucia. La sua riconoscenza per lei che gli ha ridata la vita con quelle parole,  tanta, che aspetta "ansiosamente il giorno, per correre a liberarla". 
Il passato sta per esser redento: ma il futuro ? "E poi? che far domani?" "Che far doman l'altro? Che far dopo doman l'altro? E la notte? la notte, che torner tra dodici ore!". Se la sente gi di nuovo addosso. Come riempire il tempo, ora che il sistema passato di vita  caduto? Come passar la notte quando, nella vasta solitudine piena di silenzio, l'anima si ripiega su se stessa e le tenebre s'affollano di rimorsi? "E la notte? la notte che torner tra dodici ore!". In certi momenti "si proponeva d'abbandonare il castello", (quante forme paurose di delitti fra quelle ombre!) "e d'andarsene in paesi lontani, dove nessun lo conoscesse, neppur di nome; ma sentiva che lui, lui sarebbe sempre con s": si vede lo strazio di quello spirito che vuol distruggersi e sa che non potr mai, che gli rimarr sempre dentro la memoria del suo io abbominevole d' una volta, che lui - anche trasformato - sar sempre la continuazione di quell'io, l'autore di quei delitti. Quanto pi si profonda nel passato e nell'avvenire, tanto pi gli penetra addentro la convinzione che egli deve trasformarsi completamente e risarcire il passato con tutte le sue forze.
Di fronte al pensiero del suo io peccatore eternamente vivo nella sua coscienza, lo colgono gli ultimi ondeggiamenti; poich nulla  pi faticoso e pi doloroso che la rinuncia a tutt'una vita: in certi momenti "gli rinasceva una fosca speranza di ripigliar l'animo antico, le antiche voglie". "Fosca!". Che concentrazione lirica! Si rivede quella vita di delitti, si penetra nel sentimento che anima quella speranza, nata dalla disperazione di poter mai condurre la vita buona che ora sembra l'unica vita vera; si sente insieme la ripugnanza e l'attrazione, lo spasimo di quella lotta.
A momenti temeva il giorno, a momenti "lo sospirava, come se dovesse portar la luce anche ne' suoi pensieri. Ed ecco, appunto sull'albeggiare, pochi momenti dopo che Lucia s'era addormentata", pochi momenti dopo che Lucia s' era sentita "entrar nell'animo una certa tranquillit, una pi larga fiducia" e le era parso di sentir nel "Domattina ci rivedremo" dello sconosciuto potente "una promessa di salvazione", "ecco che, stando cos immoto a sedere, sent arrivarsi all'orecchio come un'onda di suono non bene espresso, ma che pure aveva non so che d'allegro. Stette attento, e riconobbe uno scampanare a festa lontano; e dopo qualche momento, sent anche l'eco del monte, che ogni tanto ripeteva languidamente il concento, e si confondeva con esso. Di l a poco, sente un altro scampano pi vicino, anche quello a festa: poi un altro. Che allegria c'? cos' hanno di bello tutti costoro? - Salt fuori da quel covile di pruni; e vestitosi a mezzo, corse a aprire una finestra, e guard. Le montagne eran mezze velate di nebbia: il cielo, piuttosto che nuvoloso, era tutto una nuvola cenerognola; ma, al chiarore che pure andava a poco a poco crescendo, si distingueva, nella strada in fondo alla valle, gente che passava, altra che usciva dalle case, e s'avviava, tutti dalla stessa parte, verso lo sbocco, a destra del castello, tutti col vestito delle feste, e con un'alacrit straordinaria".
Il rasserenarsi dell'Innominato, come per un pudore religioso che innalza la fede e le d una grandezza pi indeterminata,  attribuito all'alba festosa non meno che alla preghiera di Lucia: ma le due cause si uniscono grandiosamente, e la luce che si fa in Lucia e quella che si fa nel cielo si espandono entrambe, mosse da una potenza infinitamente buona, nello spirito dell'Innominato. 
Si rischiara l'anima e la valle. Il cielo non  bello, ma promette una bella giornata: come l'anima dell'Innominato. Di rado il Manzoni fu cos parco e cos suggestivo, mai cos etereo, cos indefinitamente lirico; non ebbe mai come qui quella facolt sovrana del poeta di vedere e suggerire, senza guastarle esprimendole, la segreta affinit fra un'anima e il mondo, e le misteriose influenze dell'uno sull'altra. Bastano questo passo e la fine del capitolo antecedente per mostrar che il Manzoni fu tra i nostri poeti uno di quelli che ebbero pi profondo e pi religioso il sentimento della natura, che in questa sentirono meglio Dio.
Che musica d'indeterminata speranza in questo risveglio del mondo! Il cielo, i monti, gli uomini(8) partecipano alla redenzione di un'anima. C' nel quadro un'armonia cos spontanea che sembra l'alito d'un dio creatore d'un sogno sovrumano; il paesaggio ha l'indefinitezza dell'anima dell'Innommato che passa dalla burrasca alla calma; il suono delle campane ha la stessa indefinitezza dolce del paesaggio: suono, paesaggio, anima, sono una cosa sola; li innalza il medesimo soffio spirituale. Siamo lontani dalla natura decorativa dei romanzieri miserabili.
C' una pienezza di spirito cos grande nel movimento della folla vestita a festa, fra la luce che sorge una giocondit cos intima, cos grandiosa nel suo crescendo, che in quel chiarore che aumenta a poco a poco, in quella gente alacre e concorde, si vede anche l'anima dell'Innominato che si schiara e concorde con s e pi leggera, scote lungi da s il ricordo di quelle ore che gli eran passate "cos lente, cos pesanti sul capo". "Il signore rimase appoggiato alla finestra, tutto intento al mobile spettacolo. Erano uomini, donne, fanciulli, a brigate, a coppie, soli; uno, raggiungendo chi gli era avanti, s'accompagnava con lui; un altro, uscendo di casa, s'univa col primo che rintoppasse; e andavano insieme, come amici a un viaggio convenuto". 
Leggendo questa pagina, come si sente la comunanza di suggestivit che pu aver la poesia colla musica!
Questo spettacolo di serenit e di libera espansione dello spirito era quel che ci voleva per far vedere all'Innominato quello che avrebbe potuto essere anche lui, per fargli sentire anche pi acuto il bisogno di abbandonar la sua solitudine disperante, di rientrar nel mondo, da cui colla sua malvagit s'era relegato trovando nella sua stessa scelleratezza la sua punizione, di viver concorde con quegli uomini, come questi fra loro, di sentir, ridiscendendo fra i vivi, l'anima loro e la sua vibrare nella medesima letizia, come quelle voci serene di campane che venivan gi dall'alto, vicino e lontano. Infatti egli non pu staccarsi da quella vista: "Guardava, guardava; e gli cresceva in cuore una pi che curiosit di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa".  gente che va a vedere il cardinal Federigo: combinazione felice che finisce d'aiutar la conversione. Tutto quanto pu indurre l'Innominato al ravvedimento,  concentrato con un'evidenza artistica che lascia nell'anima un senso di armonia perfetta, quella pienezza di soddisfazione che toglie al lettore la freddezza necessaria per cercar la verosimiglianza.
L'impressione finale della conversione  quella d'un cielo di tenebre che, dopo un lungo tumulto, s'illumina a poco a poco da tutte le parti. Dall'ultima disperazione  nata, inevitabile l'unica speranza; dall'oscurit pi densa  sorta la luce. Il passaggio dal terrore della notte alla fiducia dell'alba,  d'una soavit che cresce fino ad una gioia contenuta e a cui contribuiscono pi motivi, come in una sinfonia che comincia con una nota sommessa, emersa limpida da un tumulto di suoni, e s'allarga a mano a mano in un coro di cento voci serene destate e commosse da quella prima nota;  come se, dopo un orrendo fragor di nubi cozzanti, scenda fra il silenzio della campagna esterrefatta un primo raggio di sole, e poi, a poco a poco, dalle cose che quell'unico raggio ha animate, si diffonda la luce di mille vite risorte. C', nell'ultima pagina, dal risonar della frase di Lucia al ritornar della sua immagine, allo spuntar dell'alba animata da tanta allegrezza umana, un crescendo di luce e di musica cos spontaneo che ha del divino: in quell'alba passa veramente il soffio del Dio che sperde ogni tempesta.
Anche il castello si svolge, sereno, da' suoi foschi vapori: la sua immagine sinistra dilegua nell'orizzonte cenerognolo, fra il chiarore crescente, dinanzi alla folla gioconda, che par liberata anch'essa e non pensa omai pi a quel fantasma.
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Il romanticismo fosco di quest'episodio  finito e dissolto in una luce quasi serena. Osservo che il capolavoro del Manzoni  proprio riuscito questo episodio che tanti elementi rendono tenebroso: una vita d'infamie; una rocca sogguardante da una valle tetra, quasi inaccessibile, abitata da bravi rapaci e da una vecchia strega; intorno, il silenzio e il terrore di piccoli e di grandi; per tutto - nel castello, nella valle, lontano ancora - il mistero d'un signore spaventoso che non ha nome; infine un ratto fra luoghi orribili, e, nel silenzio cupo del castello, una notte piena dei pi alti terrori: fra questi non  nemmeno il pi grave l'idea del suicidio, ma il pensiero in- definitamente lugubre del futuro che prolunga la sua ombra nell'eternit.
Questo  il capolavoro del romanticismo tetro italiano.
 notevole che il culmine della sua arte il Manzoni l'abbia raggiunto non curandosi troppo di uno dei canoni della sua estetica. Le pagine che riguardano l'Innominato sono pi misurate, ma non meno terribili che la morte di don Rodrigo e l'episodio di Gertrude nella prima stesura del romanzo. Sono tre deviazioni da quella sua regola, specialmente le due ultime: per fortuna non tutte gli parvero gravi. Nemmeno per un uomo cos coerente come il Manzoni, la teoria estetica si accorda sempre in tutto con l'arte. Occorre per riflettere che il non essersi perfettamente attenuto ad una sua norma artistica giova questa volta ad un'altra sua norma, cio a quel legame infrangibile che v' per lui fra l'arte e la morale, poich la terribilit della figura dell'Innominato aumenta di molto il valore morale della sua conversione: proprio come pensava il Manzoni, che "la rappresentazione dei dolori profondi e dei terrori indeterminati  sostanzialmente morale". Ma bisogna ancora osservare che qui gli elementi romantici non di rado sono accennati pi che svolti, che il romanticismo  nella sostanza pi che nelle tinte, perch il Manzoni - quasi vedesse il pericolo - di rado fu cos temperato come in questi capitoli, e perch il problema spirituale che lo occupa, ha, in fondo, per la sua natura, per la certezza della soluzione a cui mira, una solenne serenit che si cela sotto una superfice tempestosa e impedisce di soffermarsi molto sulle circostanze paurose fra cui si risolve.
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L'Innominato, saputo dove s'avvia quella gente festosa, decide di andare anche lui dal cardinale. Veniamo senz'altro alla sua visita, poich la prima pagina di questo nuovo capitolo, pure essendo qua e l acuta, ha del trito e del fiacco. L'Innominato ha un'aria insolita ed  senza il suo solito seguito: eppure fa ancora su la folla un'impressione straordinaria, per quell'aspetto augusto che anche prima faceva indovinare in lui una superiorit morale. Tra la moltitudine vigorosamente fermata in un quadro di meraviglia silenziosa e sgomenta, spicca la caricatura del cappellano crocifero impaurito, un altro don Abbondio nelle osservazioni e nei gesti, piccinamente egoista, pettegolo, timido, gretto, ridicolissimo in confronto colle due anime eroiche del cardinale e dell'Innominato, e cos incapace di comprender l'eroismo di Federigo da sminuirlo pure ammirandolo.
Durante questa preparazione della visita, il Manzoni interrompe l'analisi diretta del protagonista: ma noi sentiamo nel silenzio dell'Innominato il lavorio chiuso dell'anima che si trasforma: degli sguardi che gli si rivolgono, egli non s'accorge;  tutto fisso dentro se stesso.
Quando  dinanzi al Borromeo, la pittura dell'anima che si divincola, ricomincia. La lotta che gli toglie la parola e che rivela tutto a Federigo, apre il colloquio con un'altra prova della lucidezza colla quale il Manzoni vedeva la complessit dell'Innominato. Lo straziano il desiderio d'un sollievo al suo tormento e la vergogna di venir "a implorare un uomo": fra questo combattersi d'una coscienza nuova e d'un orgoglio superstite e, per la natura di quello spirito, incancellabile anche ora, l'Innominato non trova parole e quasi non ne cerca. Questo silenzio  una divinazione: qualunque frase sarebbe stata insufficente: l'Innominato  in uno di quei momenti in cui si sente la meschinit della parola come mezzo espressivo delle pi nascoste profondit dell'anima, e si  certi che quella non occorre per svelarle. L'Innominato  cos interamente lui come se fosse solo davanti a se stesso: noi siamo interamente noi dinanzi ad una persona solo quando siamo dominati da un sentimento potentissimo, di fronte al quale l'anima dimentica le convenzioni e le frasi obbligate: perci l'Innominato non parla.  venuto forse coll'intenzione di dir qualche cosa, ma ora sente pi di quando era ancora nel castello(9), che quel che gli si agita dentro, non si pu dire. Questo primo colloquio muto dell'Innominato e del cardinale,  la parte divina del loro incontro: nel silenzio si comunicano, coll'eloquenza che hanno solo i sentimenti inespressi, il tumulto interno dell'uno e la maest pia dell'altro; quel tumulto commove la maest del cardinale, e la maest del cardinale si stende su quel tumulto.
Nei grandi momenti della vita questi colloqui muti sono gli unici possibili. L'Innominato "alzando gli occhi in viso a quell'uomo, si sentiva sempre pi penetrare da un sentimento di venerazione imperioso insieme e soave, che, aumentando la fiducia, mitigava il dispetto, e senza prender l'orgoglio di fronte, l'abbatteva, e, dir cos, gl'imponeva silenzio". Peccato che quando il cardinale ha cominciato lui a parlare, l'Innominato sia contento che egli abbia "rotto il ghiaccio":  una volgarit da poco, ma in questo momento bisognava evitarla.
L'aspetto santo di Federigo rinforza nell'Innominato la coscienza della propria colpa, e quindi favorisce il pentimento e la confessione. Ma l'Innominato  ancora in uno stato d' animo al quale pi che le parole si addice il silenzio: par di averne la prova nel fatto che le sue parole sono molto inferiori alla rappresentazione che il Manzoni fa del suo animo: c' qualcosa di troppo, di non perfettamente spontaneo. Del resto in tutto l'episodio dell'Innominato il suo silenzio  molto pi grande che i suoi discorsi: la sua  una tragedia muta, e ogni parola la deforma.
Invece la rappresentazione del suo sentimento, del suo trasmutarsi continuo, anche qui, di fronte al cardinale,  mirabile. Il cardinale lo ha vinto, tanto che di fronte a lui che gli ricorda le sue colpe, l'Innominato si scuote e rimane "stupefatto un momento nel sentir quel linguaggio cos insolito, pi stupefatto ancora di non provarne sdegno, anzi quasi un sollievo". L'Innominato aveva bisogno di sentire il suono del suo abbominio, come tutti abbiamo bisogno d'uno stimolo materiale per levarci da uno stato angoscioso, tutti preferiamo al silenzio delle pi cupe tragedie dell'anima, il tumulto, pure tragico, pure doloroso, ma che ha almeno qualcosa di sensibile e quindi di meno misterioso e di meno pauroso. Quando un uomo ha perduto una persona amata, nulla lo angoscia pi del silenzio che gli si fa attorno dagli amici che non osano parlargli della sventura, e nulla lo solleva pi della parola coraggiosa ed animata di chi gliene discorre a lungo: cos la sventura gli diventa tangibile, gli si limita nel senso di quelle parole, gli diventa meno tenebrosa, meno agghiacciante. Qualcosa di simile accade a quel pentito. Il lungo discorso impetuoso del cardinale che gli precisa cos bene la capacit della sua anima,  quel che occorreva all'Innominato. Egli aveva bisogno che il silenzio procelloso del suo spirito terminasse in un discorso concreto; e un soliloquio non poteva bastare allo sfogo: ma quel silenzio non lo poteva romper lui che non sapeva umiliarsi e si vedeva dentro ancor troppo buio; occorreva proprio la delicatezza del cardinale, perch l'Innominato orgoglioso si confessasse in colpa senza sentirsi umiliato. Il valore di questo colloquio nel complesso dell'episodio consiste appunto nel render pi piena e pi dolce la resipiscenza, e sopratutto nel rivelar quest'aspetto della condizione d'animo del reo che ha bisogno di sentir la sua lotta muta sciogliersi in un fiotto di parole chiare, erompere sonante, come un fiume che esce finalmente alla luce dopo aver premuto a lungo in silenzio le viscere cieche della terra: senza quest'incontro una parte di quell'angoscia - quel silenzio infrangibile - ci sarebbe sfuggita.
Qui  la profondit di ci che il Manzoni fa passare in questo momento nell'anima dell'Innominato.
Mentre il cardinale parlava, "la faccia del suo ascoltatore, di stravolta e convulsa, si fece da principio attonita e intenta; poi si compose a una commozione pi profonda e meno angosciosa; i suoi occhi, che dall'infanzia pi non conoscevan le lacrime, si gonfiarono; quando le parole furon cessate, si copr il viso con le mani, e diede in un dirotto pianto, che fu come l'ultima e pi chiara risposta". Questo pianto  un conforto indicibile, come le lacrime che succedono al dolore chiuso d'una grande sventura.
In confronto con questi silenzi e con questo pianto, quasi tutte le parole dell'Innominato assumono un leggero colorito retorico: la sua tragedia si svolge in una regione troppo inconscia perch egli possa aver quel tanto di lucidit che  necessario per pronunziar parole, sia pure commosse: il suo  pi sentimento che pensiero, e non pu quindi esprimersi bene con parole. 
Il capitolo continua con una mescolanza di solenne e di trito, con una serie di preoccupazioni materiali, piccine in confronto colla tragedia spirituale che  finita. Riappare troppo presto il fondo minuto sul quale si eleva la parte immortale dei Promessi Sposi. L'essenza dell'episodio oramai  completamente manifestata, lo scopo  pienamente raggiunto: mostrare nell'Innominato, come dice Federigo, "un segno della" "potenza e della" "bont" divina, mostrar che cosa Dio potesse fare di quella "volont impetuosa", di quella "imperturbata costanza, quando l'avesse animata, infiammata d'amore di speranza, di pentimento". Non si potrebbe con parole pi precise che queste del Manzoni stesso, indicare con quanta chiarezza egli vedesse il problema spirituale che s'era posto.
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Dopo il silenzio dell'Innominato dinanzi al cardinale la luce della creazione si spegne. Ma qualche lampo pi o meno frequente ne balena ancora nelle pagine successive. L'Innominato, uscito, si china davanti a la folla: il Manzoni fa un quadro grandioso noi sentiamo la solennit di quella conversione compiuta quasi tra la folla e conosciuta subito dalla medesima moltitudine che tanto lo aveva temuto. Il ritorno al castello  pieno d'un silenzio procelloso, che si colorisce di comico passando nella fantasia paurosa di don Abbondio; lo sbalordimento di aver tante iniquit da riparare, e l'ansia di rimediarvi continuano bene la pittura di quell'anima. Smontato dalla mula l'Innominato dice alla donna venuta per rincorar Lucia alcune frasi delicate, risolute, convinte. Poi vanno tutti dalla prigioniera, in silenzio: son due parole, ma ci fanno ridiscender nell'anima dell'Innominato, e non dell'Innominato soltanto. Quand'egli entra, Lucia fa un atto di terrore: l'Innominato "abbass gli occhi, stette ancora un momento immobile e muto; indi rispondendo a ci che la poverina non aveva detto, " vero," esclam: "perdonatemi!". Lucia non parla, l'Innominato accenna appena: ma come sono densi questi sottintesi! che pentimento profondo in quelle tre parole! - una di quelle frasi brevi che sono le sole adatte a esprimere una folla di pensieri e di sentimenti.  la brevit che trovano tutti coloro che hanno troppe cose da dire. Sono le pi belle parole dell'Innominato. Com' attillata in confronto la risposta alle espressioni di riconoscenza di Lucia! "Dio le renda merito della sua misericordia!" "E a voi, cento volte, il bene che mi fanno codeste vostre parole".
Quando Lucia parte, l'Innominato l'aiuta ad entrar nella lettiga sorreggendole il braccio "con una certa gentilezza quasi timida": come vien fuori l'Innominato nuovo! Che senso profondo di rimorso c' ancora nel modo com' compiuto quest'atto! Con che felice brevit  espressa la dolorosa coscienza di non meritar che questa gentilezza sia accettata!
La nativa altezza morale di quel signore si conserva e risplende anche pi dopo la conversione. Quando annuncia il suo mutamento ai bravi,  grande nel bene com'era stato nel male: la sua figura immobile a cavallo, il suo comando tonante, la sua testa che passa tutte quelle della brigata, sono tocchi epici che danno una forma concreta alla sua volont imperiosa, onnipotente, e rendono sempre pi evidente l'immagine che ci siamo formata della forza morale con cui l'Innominato ha stravolto la sua anima. "Al suo apparire, cess subito un gran bisbiglio che c'era; tutti si ristrinsero da una parte, lasciando vto per lui un grande spazio della sala: potevano essere una trentina": sentiamo il silenzio, la di- stanza che la sua volont riempie e mantiene. "L'innominato alz la mano, come per mantener quel silenzio improvviso":  epico anche nel gesto. Fa un discorso breve, risoluto, tagliente; l'annunzio  senz'ombra di vergogna: l'Innominato  un uomo che fa tutto a testa alta, anche ora. Nonostante qualche giro di frase non spontaneo e inutile, quel discorso scolpisce la sua volont inflessibile. I bravi possono non consentir con lui, ma non osano rompere il silenzio: l'imperio antico, la franchezza naturale con cui ha annunziato il mutamento meraviglioso, tolgono loro la parola; tanto che sembra diminuir l'effetto l'altra ragione della loro acquiescenza: l'aver egli detto cose che gi erano nel fondo del loro spirito.
Assicuratosi che nel castello tutto  quieto, va nella sua camera, e prima di coricarsi s'inginocchia per pregare. "Trov in fatti in un cantuccio riposto e profondo della mente, le preghiere ch'era stato ammaestrato a recitar da bambino; cominci a recitarle; e quelle parole, rimaste l tanto tempo ravvolte insieme, venivano l'una dopo l'altra come sgomitolandosi". Un'occasione favorevole fa risalire alla memoria ci che pareva sommerso per sempre: l'intuizione psicologica  acuta ed  trasfusa in un'immagine evidente. La preghiera gli fa provare un misto di sentimenti che il Manzoni esamina bene, sopratutto quando rileva fra questi "un inasprimento di dolore al pensiero dell'abisso" che l'Innominato ha messo fra il tempo dell'innocenza e questo ritorno alla vita onesta: noi sentiamo la bont di quel dolore ed il conforto che ne viene a quella coscienza rinnovata. Finita la preghiera, l'Innominato s'addormenta.
Lo storico scrupoloso soggiunge che il Ripamonti e il Rivola accennano appena alla conversione: la gran tragedia finisce in un tono smorzato; e non  male: ma sarebbe stato pi grandioso e forse meglio non preoccuparsi di quella piccolezza storica. E certo sarebbe stato meglio tralasciar le chiacchiere bonarie degli ultimi tre periodi del capitolo.
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Cosa notevole, l'Innominato continua a vivere nel suo castello, nonostante i ricordi che questo gli deve destare:  un'altra prova di quella volont incrollabile, che si manifesta in tutta la sua vita e lo fa rispettar da tutti cos prima della conversione come dopo. Nel nuovo periodo della sua esistenza dimostra un'umilt singolare: ma "in quell'abbassamento volontario, la sua presenza e il suo contegno avevano acquistato, senza che lui lo sapesse, un non so che di pi alto e di pi nobile; perch ci si vedeva, ancor meglio di prima, la noncuranza d'ogni pericolo": c' una rara nobilt morale in questa figura. Talora qualche minuzia ci spiace(10): ma in queste pagine gli effetti della conversione dell'Innominato su ogni classe di persone, sono osservati con molta grandiosit morale e con la pienezza serrata e potente dei migliori passi ragionativi del Manzoni. Non un motivo di quella venerazione  dimenticato, e tutti son collocati al loro posto e concatenati in una maglia compatta. Un soffio di religiosit che passa per queste pagine nascosto e potente, d a quell'umilt che vince ogni cuore, un fascino vasto e solenne; ricordiamo il terrore che l'Innominato incuteva nella sua prima vita, e troviamo queste nuove pagine non meno efficaci di quelle. Mai fu descritta un'umilt tanto augusta. L'Innominato pentito non occupa nella societ un posto pi piccolo di quando la dominava tutta; il suo castello, pieno d'una quiete inerme, non  meno maestoso e sicuro di quando la paura lo circondava di silenzio.
Quando calano i lanzichenecchi, l'Innominato ridiventa uomo di guerra, e provvede a chi si rifugia presso di lui; onnipresente e instancabile, diffonde intorno a s un'aura di nobilt che fa chinare ogni testa. La sua figura domina anche allora tra la folla straordinariamente. Ma anche allora egli mantiene il proposito di non portare armi: ci si sente un pentimento profondo, chiuso, senza parole, che innalza smisuratamente questo spirito, se si fa astrazione dalle minuzie fra le quali in questa pagina del Manzoni  soffocato qualche tratto grandioso. Di indovinato le ultime pagine dell'episodio hanno sopratutto quel pentimento che  di fatti e non mai anche di parole: c' in esse intera l'anima muta dell'Innominato. Tutti ne sentono il fascino: gli uomini che andavano a ricoverarsi nel suo castello, e "lo avessero gi visto, o lo vedessero per la prima volta lo guardavano estatici, dimenticando un momento i guai e i timori che gli avevano spinti lass; e si voltavano ancora a guardarlo, quando, staccatosi da loro, seguitava la sua strada". Rileggete questo passo nel contesto, non staccato come lo devo riferir qui: il capitolo finisce con quel periodo: il silenzio che segue, sembra accompagnar la figura severa che s'allontana. Si sente tornare per un momento la potenza dei grandi capitoli, si rivede tutta, in un attimo, rievocata da una sola frase, quella figura dall'inesauribile, misteriosa potenza morale.
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Naturalmente non tutto in quest'episodio ci soddisfa: ci urtano qualche rara incoerenza, qualche sostituzione della psicologia alla rappresentazione, e sopratutto qualche minuzia. Il monologo del signore dopo che ha congedato il Nibbio, non  tutto necessario, ed ha una certa asprezza che non si conf coll'impressione augusta che quella figura ci deve lasciare in tutto l'episodio; la descrizione cos particolareggiata del pavimento illuminato dalla luna appesantisce il periodo, non soddisfa del tutto, quantunque, considerata a s, con la sua minuzia renda bene l'insistenza meccanica colla quale, mentre la nostra anima profonda  immersa in un sentimento, la nostra anima superficiale fissa gli oggetti che le stanno dinanzi; il dialogo della notte fra Lucia e l'Innominato  un po' lungo, e le parole del signore: "- Oh perch non  figlia d'uno di que' cani che m'hanno bandito!" "che ora godrei di questo suo strillare", sono una riflessione del Manzoni trasposta in bocca dell'Innominato, e inopportuna anche in persona dell'autore; i monologhi del signore che s' ritirato nella sua camera, in principio sono sovrabbondanti: vi manca la concentrazione significativa; le pagine che seguono alla conversione, sono non di rado estenuate dalla minuzia: penso ai periodi saltellanti dove si enumerano i piccoli atti del padrone tornato al castello per liberar Lucia, che impacciano tanto quella grande figura; al regalo di cento scudi, a tutti i particolari che, per esser troppo precisi e pratici, per non aver nessun significato spirituale nuovo, abbassano quel personaggio. Di esso nella fantasia doveva rimanerci solo quella tragedia muta. Anche il dialogo lo rimpiccinisce: l'Innominato e uno di quegli uomini che non sappiamo immaginar nell'atto di discorrere: quando nel castello parla di Lucia ad Agnese le sue parole, bench delicate, sono impari al suo sentimento; che  uno di quelli che richiedono il silenzio, specialmente in quest'uomo. L'Innominato dopo la conversione resta un'altissima creazione soltanto quando, chiuso nella sua augusta condizione spirituale, si mantiene parco di parole e di atti.
Su questi difetti non mi sono fermato durante l'esame, perch essi non turbano sensibilmente l'impressione generale.
Ma  forse inutile notar le imperfezioni d'un capolavoro: senza di queste esso non potrebbe esistere: un capolavoro vive non solo per i suoi pregi, ma anche per i suoi difetti. Se si togliessero questi, molti di quelli scomparirebbero. L'artista era cos e non poteva far diversamente, anche se qualcuno gli avesse additato i difetti. Nella mente del poeta c' fra imperfezioni e pregi una dipendenza preordinata, che  impossibile sciogliere; i capolavori, molte volte abbarbicati fra gli errori, non se ne possono sradicare senza che muoiano: gli errori sono il loro cemento. All'occhio del critico che si accontenta dell'analisi ogni grande intuizione  frammentaria: ma all'occhio di chi sale dall'analisi alla sintesi, i frammenti si compongono in una viva unit; ci che veduto da vicino  trito e insignificante, guardato dall'alto scompare e si fonde nel tutto indistruttibile, come le asperit d'una catena di monti, contemplate dalla vetta, si sommergono nella maest solenne, uguale, infinita della distesa azzurra e silenziosa.
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La minuta era molto inferiore. Nella prima stesura c'era un gran materiale confuso, qualche lampo e molta nebbia. Lavorando a chiarirsi nella fantasia questa figura, il Manzoni dovette sentire che lavorava attorno alla sua creazione maggiore: l'episodio dell'Innominato  l'unico che egli non si sia accontentato di rifar due volte, ed  quello che dal lungo lavoro balz fuori pi largo, pi sintetico, meno intralciato dalle minuzie. Par di vedere uno scultore che si affatica a liberar la statua dal tumulto del masso informe e cancella a grandi colpi i lineamenti inutili. I contorni, l'ambiente, la vecchia prolissa e volgare, i bravi, i loro discorsi soffocavano un po' il protagonista: c'era troppa ostentazione di brigantesco. Nell'ultima redazione ne  rimasto quel che basta per colorir meglio l'Innominato. Non sempre il Conte del Sagrato  vinto dal suo immortale successore: ma  inevitabile che in un abbellimento generale qualche piccola bellezza vada perduta. Per esempio il periodo "l'immagine di Lucia non l'aveva mai abbandonato nel suo giro: ma quando egli si trov solo nella sua stanza, senza pi nulla da fare che d'ascoltare i suoi pensieri, e di dormire, se avesse potuto, quella immagine pi viva, pi potente si pose a sedere nella sua mente, e vi stette", nonostante qualche sforzo d'espressione sembra che talora abbia maggiore evidenza fantastica e dia a quell'imma- gine una potenza pi assediante che nella stampa. Ma nel complesso fra il Conte e l'Innominato c' un abisso: nel primo, come fu gi notato bene, la nobilt  soffocata da negoziazioni dei delitti che lo avviliscono irrimediabilmente, e dall'ostentazione d'una ribalderia volgarmente provocante e d'una ferocia resa troppo concreta dagli aneddoti; il sorgere dell'io nuovo  osservato con poca finezza; i passaggi dall'uno all'altro stato d'animo sono verbali pi che psicologici, non bene graduati; le intuizioni profonde stonano, tanto sono soverchiate dallo scherzo superficiale; le mosse sono trasandate e brigantesche, anche in momenti gravi: i discorsi - talvolta le chiacchiere - del Conte, il brio insultante che sfoggia con Federigo, potrebbero sembrare una parodia delle meditazioni dell'Innominato. Il tono predominante della minuta, confrontato col capolavoro, ci sembra indelicato, inverecondo, direi: manca quasi affatto il pudore di quella tragedia: il Manzoni ha molto meno rispetto del Conte che dell'Innominato. La conversione del primo  veramente quella d'un ribaldo volgare; quella del secondo no. La notte del Conte non ha potenza suggestiva: in essa di solito le parole hanno il loro significato materiale e non altro. Il reo ha una preoccupazione spirituale molto meno profonda dell'Innominato, un pensiero troppo vicino ai particolari materiali della vita quotidiana; si converte col senso preciso della realt con cui preparerebbe un'impresa della quale potesse prevedere ogni minimo accidente; si converte quasi per un proposito: non ci si sente l'aderire dell'anima; considera se stesso con molto minor larghezza dell'Innominato, con un'ansiet troppo discontinua; pi che agitato, sembra sotto l'azione d'un eccitante: manca la seriet sostanziale. La conversione del Conte del Sagrato trasformandosi in quella dell'Innominato assume il carattere d'una tragedia eterna, universale.
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Capitolo 2.
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L'elemento soggettivo nel significato spirituale di quest'episodio. La storia sentimentale della conversione del Manzoni si indovina nella decennale formazione dell'Innominato attraverso gli Inni sacri, Ermengarda, Napoleone, Adelchi, il Carmagnola, Ludovico: La storia intellettuale della conversione del Manzoni si ricostruisce colle Osservazioni sulla morale cattolica, che sono il sostrato speculativo della creazione dell'Innominato. Il posto dell'Innominato nell'operosit artistica del Manzoni.
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Quest'episodio  il capolavoro del Manzoni ed , colla poesia di Dante e del Leopardi, il capolavoro dell'arte italiana che si esercita sui pi grandi problemi dello spirito. Mi pare impossibile che in questa profondit di psicologia che diventa profondit d'arte, non vi sia un'esperienza personale come nella Divina Commedia e nella lirica del Leopardi. Il Manzoni deve aver lavorato sulla propria anima trasferendola nella vita d'un prepo- tente e colorandola di quella vita. Non mi sembra che l'oggettivit dell'arte si possa affermare in altro senso che in questo: il fatto materiale che forma il tema, pu essere inventato; il significato spirituale del fatto deve necessariamente scaturire dall'intima vita dell'artista. Quando il poeta crea, sensazioni che forse nel momento in cui le aveva provate non aveva avvertite, gli tornano alla mente limpide per essersi nel lungo intervallo liberate dalla nebbia di ogni elemento soggettivo, e fluiscono nella sua creazione: sicch i critici ed egli stesso possono illudersi che ad essa non contribuisca l'esperienza personale. Ne fosse o no conscio il Manzoni, scrivendo quelle pagine eterne gli salirono su dagli oscuri abissi dell'anima sensazioni e sentimenti che erano gi stati suoi e a cui la fantasia, come accade negli spiriti sensibili, aveva dato una forza superiore a quella che poteva derivar loro da cause reali.
Ve n' un segno nella lunga e occulta preparazione del capolavoro, nel ritorno insistente dei motivi che dovevano poi costituir l'episodio: non ritorniamo su un motivo che non abbia un'origine profonda nell'anima nostra.
 inutile cercar nei documenti finora conosciuti della vita del Manzoni, accenni significativi al lato sentimentale della sua conversione, che gi altri pens dovesse concorrere a fargli immaginar l'Innominato: qualche fredda e generica frase di pentimento in alcune lettere,  troppo poco per farci veder l'affannoso rivolgimento della sua anima. Invece l'ipotesi che la storia dell'Innominato e di Lucia riproduca in fondo quella del Manzoni e della moglie,  attraente ed ha certo una parte di vero. Si direbbe che egli tenesse chiuso dentro di s il suo travaglio per esprimerlo poi in un capolavoro. Infatti siamo di fronte ad uno di quei rivolgimenti che un'anima grande esprime solo per s nella sua autobiografia o in un'opera d'arte, e difficilmente pu rivelare in una lettera che, per quanto alta,  sempre un po' vicina alla realt materiale.
La storia sentimentale della conversione del Man- zoni non  documentabile, ma si pu indovinare dalla sua opera di poeta; la parte che essa ebbe nella sua vita,  rivelata dal ritorno, forse inconscio, ma insistente, di quell'idea nella sua arte. Che cosa dovette essere per lui la conversione, non lo vediamo nel tempo in cui essa si viene operando, ma nel lungo solco che, avvenuta, lasci poi nella sua coscienza, tanto lungo da fargli maturar per parecchi anni attorno ad essa il suo capolavoro.
Con l'aiuto degli scritti filosofici del Manzoni  stata costruita lucidamente la storia intellettuale di questa conversione; ma la storia sentimentale, che  la pi intima, si cela pi gelosamente nell'opera del Manzoni, sotto le apparenze oggettive dell'arte. La conversione, essendo religiosa, non pu non essere anche sentimentale, pure in un uomo come il Manzoni, che del resto, non dimentichiamolo, ha dato una prova di un sentimento religioso incomparabilmente intenso, non negli Inni sacri ma nella notte dell'Innominato; credo anzi che in chiunque, anche nel dialettico Manzoni, il primo impulso ad una conversione religiosa debba esser sentimentale. Per il Manzoni esso non si pu documentare, perch i sentimenti - e sopratutto quelli indeterminati e ancora inafferrabili - sfuggono pi che le idee all'osservazione soggettiva, e perch il Manzoni, che non fece mai poesia soggettiva, doveva naturalmente rifuggire dal lasciar testimonianze precise e dirette di quei suoi sentimenti, come di molti altri, in lettere o confessioni o opere d'arte. Ma per quanto pudore abbia un poeta a rivelar la sua vita interna, non pu impedire che essa penetri in forma indiretta nei suoi lavori. Questo accadde al Manzoni. L'episodio dell'Innominato rappresenta il lato sentimentale di quella conversione, di cui le Osservazioni sulla morale cattolica rappresentano invece - con maggior precisione e verit soggettiva - il lato intellettuale: il capitolo terzo delle Osservazioni e la sua appendice costituiscono lo scheletro logico di quell'episodio sentimentale; le pagine migliori sull'Innominato sono quel ragionamento trasformato in sentimento, meglio, quel tratto della Morale Cattolica  la giustificazione del sentimento cristiano che, sorto molti anni prima nell'anima del Manzoni, affacciatosi molte volte nella sua opera d'artista, trov poi la sua piena espressione nella crisi dell'Innominato. I Promessi Sposi rispecchiano un momento della conversione del Manzoni antecedente a quello delle Osservazioni; queste sono il ragionamento che viene a rinsaldare il sentimento e a giustificarlo, come accade spesso; quindi l'origine psicologica delle Osservazioni  posteriore a quella de l'Innominato. L'elaborazione sentimentale e fantastica che mette capo all'Innominato, comincia cogli Inni sacri, poco dopo l'atto materiale della conversione: i documenti di un serio lavorio ragionativo sul problema religioso anteriore al 1810, anzi al 1806 -  del 30 ottobre la lettera tutt'altro che da ateo a Ignazio Calderoni - non scoterebbero la mia opinione, che anche prima di essi l'anima del Manzoni fosse stata commossa da un sentimento indefinibile che dovette esser lo stimolo iniziale della conversione.
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Alcuni precedenti dell'Innominato nell'opera del poeta rilevarono qua e l i critici: ma credo si possa anche mostrare che ci fu, pi che qualche accenno, un lavorio lungo, intimo e inconscio, che si concluse con l'episodio esaminato. La conversione  una delle idee ricorrenti dell'opera del Manzoni: si vede che essa era stata il fatto capitale della sua vita. Meditando sulla sua opera anteriore ai Promessi Sposi, mi sono arrestato sovente dinanzi a idee simili a quelle del capolavoro: talora si tratta di affinit lontane, sperdute fra diversit profonde; ma anche queste affinit che fra due autori diversi non avrebbero significato, nel medesimo scrittore hanno la loro importanza: basta il fatto che quelle idee sian tornate pi volte nella mente del Manzoni, per indicare una preoccupazione dello spirito, un avviarsi ancora inconsapevole verso quella meta. 
La prima oscura origine dell'Innominato deve risalire al tempo in cui il Manzoni si sente ritornare alla fede: il primo de' suoi inni sacri, "La risurrezione", si chiude gi col motivo della redenzione; il poeta, descrivendo la gioia dei buoni per la risurrezione di Cristo, pensa d'improvviso all'empio e gli fa sperar la salvazione per opera della fede. Fra dieci anni quest'idea scolorita diventer il gran quadro dell'alba allietata da spiriti festosi, dinanzi ad un'anima torbida ma gi vicina a Dio.
L'idea della redenzione diventa il fondo del "Na- tale": il peccatore gravato "all'imo D'ogni malor",
Onde il superbo collo
Pi non potea levar,
fra un decennio non sar pi una figura generica di malvagio superbo, ma l'Innominato.
La redenzione si colorisce gi di qualche tinta tragica ne "La Pentecoste" e comincia ad arrestar pi lungamente il pensiero del Manzoni. La buona novella diffonde nelle anime oneste una
Nova, ai terrori immobile
E alle lusinghe infide,
Pace, che il mondo irride,
Ma che rapir non pu:
fra breve l'Innominato, con rabbia impotente, irrider Lucia che invoca Dio e, prigioniera nel castello terribile,  ben pi tranquilla di lui: poi, solo nella sua stanza, egli rivede Lucia che ha irrisa perch ha invocato Dio, "non come la sua prigioniera, non come una supplichevole, ma in atto di chi dispensa grazie e consolazioni":
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Pace, che il mondo irride,
Ma che rapir non pu.
Il Manzoni invoca lo Spirito Santo: "Discendi"
Propizio a chi T'ignora;
Scendi e ricrea: rianima
I cor nel dubbio estinti;
E sia divina ai vinti
Mercede il vincitor;
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Scendi bufera ai tumidi
Pensier del violento;
Vi spira uno sgomento
Che insegni la piet.
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Gli ultimi settenari sono un precisissimo annunzio del modo come avverr la conversione dell'Innominato; c' gi, condensata in quattro versi dove la tragicit non  meno forte di quanto sia profonda la psicologia, la tempesta spirituale di quella notte. Siamo giunti ad un chiaro germe del capolavoro.
Cos abbiamo visto perdurare per parecchi anni, attraverso a tre degli Inni sacri, quell'idea, e venirsi trasmutando in un fantasma abbastanza determinato.
Ma intanto il Manzoni s' anche fermato, oltre che sull'idea della redenzione, su altre che concorrono pure a formar l'episodio dell'Innominato, e sempre negli Inni sacri. Ne "La Passione" dice di Giuda che ha tradito Cristo:
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simile quell'alma divenne
Alla notte dell'uomo omicida:
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una notte paurosa di rimorsi, ancora indeterminatissima, si affaccia gi alla fantasia del Manzoni.
Nel "Nome di Maria" l'effetto benefico dell'invocazione della Vergine ci richiama alla visione consolatrice de la notte dell'Innominato, e sopratutto ci fa presentir la pace che attinger Lucia dalla sua preghiera alla Madonna. Ricordo solo la strofe pi significativa:
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La femminetta nel tuo sen regale
La sua spregiata lacrima depone,
E a Te, beata, della sua immortale
Alma gli affanni espone.
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C' gi in questi versi la Lucia cos umile e cos elevata di quella notte.
Non uno degli Inni sacri  estraneo alla concezione del nostro episodio: ripeto, in tre di essi ritorna l'idea d'un'anima che si redime.  naturale che questa fosse cos presente al Manzoni, quando scriveva quegli inni sentendo di fare ammenda del suo passato; naturale forse anche in qualunque poeta che tratti quegli argomenti: ma non  un caso che vi ritornino certe immagini che giacquero a lungo nel fondo del suo spirito e si svilupparono, dopo in oscuro lavorio, in una creatura viva. Lo sgomento di quel che egli avrebbe potuto essere non convertendosi, gli si presenta pi volte, finch, quand'egli ha esaurita la meditazione sui due differenti periodi della sua vita, assume, dopo parecchi anni, una forma netta e tragica, gli si stacca dall'anima in figura dell'Innominato.
Con "La Pentecoste" siamo giunti al tempo in cui il travaglio della mente intorno a quel problema s' intensificato e l'idea, rimuginata, s' fatta fantasma: sono press'a poco del medesimo tempo del reo spaventato de "La Pentecoste", Napoleone ed Ermengarda che muoiono in pensieri religiosi, Adelchi dallo spirito tormentato, e poi fra Cristoforo, l'Innominato, Gertrude. Napoleone, Ermengarda, Adelchi, fra Cristoforo metton capo tutti all'Innominato: la preoccupazione del destino dell'anima ritorna, variamente, in questi cinque personaggi, nel medesimo periodo di tempo, quello della massima operosit artistica del Manzoni. Si vede, da tale concentrazione, che questo fu il problema pi grave che occupasse mai il suo spirito, quello che attrasse pi fortemente anche la sua fantasia di artista.
Ermengarda muore rinunziando, solo allora definitivamente, ad ogni pensiero terreno:
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Moriamo in pace.
Parlatemi di Dio: sento ch'Ei giunge.
Solo allora si stacca dalla terra, e la sua faccia esanime si ricompone placidamente.
Cos
Dalle squarciate nuvole
Si svolge il sol cadente,
E dietro il monte imporpora
il trepido occidente:
Al pio colono augurio
Di pi sereno d.
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 il tramonto dell'Innominato, con una suggestione meno indefinita. Si sente, leggendo le parole di Ermengarda e il coro, la stessa altissima ispirazione religiosa della conversione del signore.
Chiare affinit ci sono fra l'Innominato e Napoleone. Queste due figure che superano la levatura comune e nelle quali il Massimo Fattore volle
...
Del creator suo spirito
Pi vasta orma stampar,
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a un certo punto della vita subiscono un gran rivolgimento nella loro potenza, e sentono che sopra questa ce n' un'altra, infinitamente pi vasta. La potenza di Napoleone cade, quella dell'Innominato si trasforma: Napoleone
sparve, e i d nell'ozio
Chiuse in s breve sponda;
l'Innominato si raccolse in s. L'uno e l'altro si profondarono nel loro passato e ne sentirono il peso per diverse cause terribile.
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Come sul capo al naufrago
L'onda s'avvolve e pesa,
L'onda su cui del misero,
Alta pur dianzi e tesa,
Scorrea la vista a scernere
Prode remote invan;
Tal su quell'alma il cumulo
Delle memorie scese!
...
Per l'Innominato "quelle tante" scelleratezze "che erano ammontate" "nella sua memoria" erano "come il crescere e crescere d'un peso gi incomodo". La maest di queste due figure di fronte al passato , in condizioni diverse, similmente tragica:
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Oh quante volte, al tacito
Morir d'un giorno inerte,
Chinati i rai fulminei,
Le braccia al sen conserte,
Stette, e dei d che furono
L'assalse il sovvenir!
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Quell'assalse che  cos evidente nella sua materialit, ci richiama all'Innominato che non rievoca le scelleratezze passate, ma se le sente tornar davanti, contro la sua volont. I ricordi li premono entrambi, per diversa ragione dolorosi: Napoleone  rinchiuso nella solitudine di Sant'Elena, l'Innominato nelle tenebre silenziose del suo castello:
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E ripens le mobili
Tende, e i percossi valli,
E il lampo de' manipoli,
E l'onda de' cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir;
...
"il tormentato esaminator di s stesso" "si trov ingolfato nell'esame di tutta la sua vita. Indietro, indietro, d'anno in anno, d'impegno in impegno, di sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza": c' in questi due passi un'onda di ricordi simile nel ritmo incalzante, tragico, e nella sintesi concisa. Per Napoleone quelle ore di ricordi sono come quella che all'Innominato "passava cosi lenta, cos pesante sul capo". La medesima elevatezza morale, la medesima angoscia d'un'anima non volgare, ci arresta dinanzi ad entrambi. I ricordi opprimono Napoleone:
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Ahi! forse a tanto strazio
Cadde lo spirto anelo,
E disper; ma valida
Venne una man dal cielo,
E in pi spirabil aere
Pietosa il trasport;
E l'avvi, pei floridi
Sentier della speranza,
Ai campi eterni, al premio
Che i desiderii avanza,
Ov' silenzio e tenebre
La gloria che pass.
...
anche cosi risorge l'empio del romanzo: abbiamo qui, in altro soggetto, la sintesi del rivolgimento dell'Innominato e del pi alto dei sentimenti che egli prova di fronte alla sua potenza passata: la piccola anima umana che si prosterna, dopo una vita superba, dinanzi all'infinito. Napoleone, tormentato dal rimpianto, muore confortato da Dio:
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Il Dio che atterra e suscita
Che affanna e che consola,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui pos.
...
 il Dio che rialza l'Innominato e gli rischiara l'anima. La tragedia, pur fra diversit cos notevoli,  notevolmente simile: c' la stessa pensosa maest dei personaggi circondati dalla stessa solitudine morale, lo stesso spirito elevatamente religioso, la stessa coscienza che ogni potere materiale  vano. Napoleone , fra tutte le creature del Manzoni, la pi vicina all'Innominato; e forse, poich cos profondamente si trasformano gli stimoli della realt nella fantasia d'un artista, non  stata inutile per la creazione maggiore del Manzoni la silenziosa tragedia di Napoleone.
Adelchi ci richiama, anche per antitesi, all'Innominato. L'uno  uomo di volont e d'azione, l'altro di meditazione e di pensiero: ma un nobile travaglio interno, bench nato da cause differenti, li avvicina nella nostra fantasia. Adelchi si rammarica della vita a cui  obbligato:
...
Pur mi parea che ad altro io fossi nato,
Che ad esser capo di ladron;
Il mio cor m'ange, Anfrido: ei mi comanda
Alte e nobili cose; e la fortuna
Mi condanna ad inique; e strascinato
Vo per la via ch'io non mi scelsi, oscura,
Senza scopo; e il mio cor s'inaridisce,
Come il germe caduto in rio terreno,
E balzato dal vento.
...
Il disgusto della vita che conducono, il vederla cos inutile, il vuoto che si sentono dentro, ravvicinano l'Innominato e Adelchi: ma la propria condotta l'uno l'ha voluta e l'altro l'ha subita e il dolore dell'uno  tragico, quello dell'altro  elegiaco. Dinanzi all'estrema rovina Adelchi pensa di morire:
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Tu, brando mio, che del destino altrui
Tante volte hai deciso, e tu, secura
Mano avvezza a trattarlo.... e in un momento
Tutto  finito. Tutto? Ah sciagurato!
Perch menti a te stesso? Il mormoro
Di questi vermi ti stordisce; il solo
Pensier di starti a un vincitor dinanzi
Vince ogni tua virt; l'ansia di questa
Ora t'affrange, e fa gridarti:  troppo!
E affrontar Dio potresti? e dirgli: io vengo
Senza aspettar che tu mi chiami; il posto
Che m'assegnasti, era difficil troppo;
E l'ho deserto !
...
Anche l'Innominato, sul punto "di finire una vita divenuta insopportabile", pensa: "E se c' quest'altra vita...!" Ma in lui questi medesimi sentimenti son divenuti pi forti e pi angosciosi. L' inutilit della potenza terrena di fronte allo spirito insoddisfatto  la situazione fondamentale di Adelchi e dell'Innominato. Nell'estremo colloquio col padre, Adelchi dice:
...
Allor che a questa
Ora tu stesso appresserai, giocondi
Si schiereranno al tuo pensier dinanzi
Gli anni in cui re non sarai stato, in cui
n una lagrima pur notata in cielo
Fia contra te, n il nome tuo saravvi
Con l'imprecar de' tribolati asceso.
Reggere iniqui
Dolce non ; tu l'hai provato: e fosse;
Non dee finir cos? Questo felice,
Cui la mia morte fa pi fermo il soglio,
Cui tutto arride, tutto plaude e serve.
Questo  un uom che morr.
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Sono, con altro tono, per altre cause, le grandi preoccupazioni dell'Innominato, lo stesso suo desiderio d'innalzar la propria vita con pensieri eterni.
La medesima inquietudine lampeggia appena nel Carmagnola:
...
Quand'io non era ancora
Pi che un soldato di ventura, ascoso
E perduto tra i mille, ed io sentia
Che al loco mio non m'avea posto il cielo,
E dell'oscurit l'aria affannosa
Respirava fremendo, ed il comando
S bello mi parea..... chi m'avria detto
Che l'otterrei, che a gloriosi duci,
E a tanti e a cos prodi e cos fidi
Soldati io sarei capo; e che felice
Io non sarei perci!
...
Nell'idea della potenza che non rende felici, v' una nostalgia della fede che ci trasporta nell'ambiente spirituale dell'Innominato ed  l'unico motivo altamente poetico di questa tragedia, quando si eccettui il coro, animato anch'esso, nelle ultime due strofe, e specialmente nella penultima, dal medesimo spirito che dett la conversione dell'Innominato:
Beata fu mai
Gente alcuna per sangue ed oltraggio?
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Torna in pianto dell'empio il gioir.
Ben talor nel superbo viaggio
Non l'abbatte l'eterna vendetta;
Ma lo segna; ma veglia ed aspetta;
Ma lo coglie all'estremo sospir.
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Dopo Adelchi, nella mente del Manzoni, il fastidio d'una vita non abbastanza elevata s impersona in Ludovico. Ci che questi prova prima dell'accidente che lo induce a farsi frate,  appena un accenno di quanto prover l'Innominato; la causa occasionale del mutamento della sua vita , come ne lo scellerato signore, un delitto, non cominciato ma compiuto; la maggiore spinta viene anche a lui dalla vittima: per Ludovico la vista del nemico ucciso "fu una rivelazione di sentimenti ancora sconosciuti. Il cadere del suo nemico, l'alterazione di quel volto, che passava, in un momento, dalla minaccia e dal furore, all'abbattimento e alla quiete solenne della morte, fu una vista che cambi in un punto l'animo dell'uccisore": pensiamo alla terribilit augusta del mondo spirituale dell'Innominato. I due colpevoli si pentono: ad entrambi, specialmente al maggiore, costa quest'umiliazione: quanto a Ludovico "il sospetto che la sua risoluzione fosse attribuita alla paura, l'afflisse un momento; ma si consol subito, col pensiero che anche quel in- giusto giudizio sarebbe un castigo per lui, e un mezzo d'espiazione". Ludovico va a chieder perdono in mezzo a una gran folla, e la domina tutta col suo contegno nobile e sicuro: la sua figura a la moltitudine ci richiama al quadro de l'Innominato fra la turba raccolta nella casa dov' Federigo. Dopo il perdono, fra Cristoforo sente una tranquillit simile a quella de l'Innominato a la fine della sua gran giornata: e ambedue, convertiti, conti-nuano a condurre una vita energica, diretta al bene.
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Tutto questo lavorio fantastico che fa capo all'Innominato, ha per sostrato speculativo alcune delle Osservazioni sulla morale cattolica, che in parte precedono e in parte accompagnano le fasi di quell'elaborazione artistica. Il Sismondi porse al Manzoni l'occasione di insister su questa che era gi una sua preoccupazione, e forse di render pi saldo lo scheletro logico della sua creazione. Gi allora gli dominava la mente il problema che torna in Adelchi, nel Carmagnola, nell'Innominato, dell'uomo "circondato da quelle cose, in cui il mondo predica essere la felicit, e stupito ogni momento di non trovarsi felice, disingannato degli oggetti, da cui sperava un pieno contento, e ansioso dietro altri oggetti, de' quali si disinganner quando gli abbia posseduti" (cap. VI); gi pensava al motivo fondamentale che pu spingere alla conversione: "quanto pi l'uomo conosce che debole, che incerto, che sproporzionato assegnamento possa fare sulle sue proprie forze, e insieme sa, e crede che gli , non gi permesso, ma comandato di sperare; tanto pi si sente mosso a volgersi e, direi quasi, a buttarsi, con un lieto abbandono, da quella parte dove tutto  forza, tutto  fedelt, tutto  previdenza, tutto  assistenza" (cap. 8, paragrafo 2): "La Religione, in ogni momento che l'uomo ricorra ad essa, lo consola col fargli conoscere ch'egli  in tempo di cominciare la sola via necessaria alla vera e perpetua felicit(11)". Allora il Manzoni aveva gi come il presentimento del fervore di bene che prende l'Innominato dopo il colloquio col cardinale: "chi s' sentito dire dal ministro del Signore, che  assolto, si trova come ristabilito nel retaggio dell'innocenza, e principia di nuovo a battere quella strada con alacrit, con tanto pi di fervore quanto pi si rammenta che frutti amari ha colti in quella del vizio, quanto pi sente che gli atti e i sentimenti virtuosi sono i mezzi che la religione gli presenta per crescere nella fiducia che le sue tracce su quella trista strada siano cancellate. La religione ha ricevuto dalla societ un vizioso, e le restituisce un giusto: essa sola poteva fare un tal cambio. Chi avrebbe tentato, chi avrebbe pensato d'istituire de' ministri per aspettare il peccatore, per invitarlo, per insegnar la virt per richiamare a quella chi ricorre a loro, per parlargli con quella sincerit che non si trova nel mondo, per metterlo in guardia contro ogni illusione, per consolarlo a misura che diventa migliore?" (cap. III,  3). Gi allora il Manzoni rifletteva sulle condizioni del pentito: quando l'uomo riconosce i suoi falli, ne  dolente, li detesta, e, ci che viene di conseguenza, propone di non commetterne pi; quando propone di ritornare a Dio per que' mezzi che, nella sua misericordia, Dio ha instituiti a ci; quando propone di soddisfare alla giustizia divina, di rimediare, per quanto pu, al mal fatto, allora non  pi, per dir cos, lo stesso uomo, non  pi ingiusto; tanto  vero che, non solo del peccato in generale, ma de' suoi propri in particolare, ha un sentimento dello stesso genere che ne ha Dio, fonte d'ogni giustizia" (cap. VIII,  2). Sentiva gi, in astratto, la grandezza morale dell'Innominato pentito. Naturalmente poi aveva gi nell'animo le ragioni che dovevano giustificar la riabilitazione dell'Innominato per opera del pentimento e quel che di miracoloso ci doveva esser nella sua conversione: "La contrizione riconcilia a Dio"; "il ritorno a Dio  un dono singolare della sua misericordia" (cap. VIII,  2). Ma gli balenava gi anche di quando in quando, pur mentre scriveva quell'opera faticosa, l'immagine del peccatore che si stordisce fra le colpe e cerca invano di restar sordo alla voce del bene: "L'uomo caduto nella colpa ha pur troppo una tendenza a persisterci; e l'essere privato del testimonio della buona coscienza l'affligge senza migliorarlo. Anzi  una cosa riconosciuta, che il reo aggiunge spesso colpa a colpa, per estinguere il rimorso". "Il rimorso, quel sentimento che la religione con le sue speranze fa diventar contrizione, e che  tanto fecondo in sua mano,  per lo pi sterile o dannoso senza di essa. Il reo sente nella sua coscienza quella voce terribile: non sei pi innocente; e quell'altra pi terribile ancora: non potrai esser pi". Qui l'idea e la potenza fantastica ci richiamano l'Innominato che "si proponeva d'abbandonare il castello, e d'andarsene in paesi lontani, dove nessun lo conoscesse, neppur di nome; ma sentiva che lui, lui sarebbe sempre con s": e il passo delle Osservazioni ci spiega il perch l'Innominato non possa esser veramente tranquillo finch il cardinale non ha rafforzato colla religione il suo rimorso. Le Osservazioni continuano: il reo "riguardando la virt come una cosa perduta, sforza l'intelletto a persuadersi che se ne pu far di meno, che  un nome, e che gli uomini l'esaltano perch la trovano utile negli altri, o perch la venerano per pregiudizio; cerca di tenere il cuore occupato con sentimenti viziosi che lo rassicurino, perch i virtuosi sono un tormento per lui. Ma, per lo pi, quelli che vanno dicendo a s stessi che la virt  un nome vano, non ne sono veramente persuasi: se una voce interna annunziasse loro autorevolmente che possono riconquistarla, la crederebbero una verit, per dir meglio, confesserebbero a s stessi d'averla, in fondo, creduta sempre tale. Questo fa la religione in chi vuole ascoltarla: essa parla in nome d'un Dio che ha promesso di buttarsi dietro le spalle le iniquit del pentito: essa promette il perdono, e offre il mezzo di scontare il prezzo del peccato. Mistero di sapienza e di misericordia! mistero che la ragione non pu penetrare, ma che tutta la occupa nell'ammirarlo; mistero che, nell'inestimabilit del prezzo della redenzione, d un'idea infinita e dell'ingiustizia del peccato e del mezzo d'espiarlo, un'immensa ragione di pentimento e un'immensa ragione di fiducia" (cap. VIII,  3). Quando il Manzoni scriveva questo capitolo sulla penitenza, aveva gi nella mente lo schema logico e qualcuno dei fantasmi che costituirono poi l'Innominato. Date maggior determinatezza e maggior consistenza fantastica a questa pagina, ed avete la conversione in tutte le sue fasi: l'Innominato stretto da tanti impegni che non pu pi "tirarsene indietro"; l'Innominato che maschera l'inquietudine della coscienza "con l'apparenze d'una pi cupa ferocia"; l'Innominato che si sente gridar dentro da una potenza sconosciuta: "Io sono per", e dinanzi a Lucia vorrebbe persuadersi che Dio non esiste: "Dio, Dio, sempre Dio: coloro che non possono difendersi da s, che non hanno la forza, sempre han questo Dio da mettere in campo, come se gli avessero parlato"; l'Innominato che si sforza di persuadersi che si pu far di meno della virt, e gli rinasce "una fosca speranza di ripigliar l'animo antico, le antiche voglie"; l'Innominato invaso da "una non so qual rabbia di pentimento"; l'Innominato a cui una voce interna annunzia che pu riconquistar la virt: "Tutt'a un tratto, gli tornarono in mente parole che aveva sentite e risentite, poche ore prima: - Dio perdona tante cose, per un'opera di misericordia! - E non gli tornavan gi con quell'accento d'umile preghiera, con cui eran state proferite; ma con un suono pieno d'autorit, e che insieme induceva una lontana speranza"(12). Quella pagina delle Osservazioni ci fa anche comprendere che l'Innominato "in fondo ha sempre creduto la virt una verit". Nella Morale cattolica le accensioni sono rare, e quasi tutte sono un presentimento della creazione finale. Quella pagina prelude non soltanto alla profondit psicologica del romanzo, ma anche alla terribilit di quella lotta interna resa fantastica da un'arte potente.
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Ora possiamo immaginar nel complesso il travaglio della fantasia del Manzoni tesa inconsciamente verso la creazione dell'Innominato, e, considerando tutte le sue opere poetiche di questo periodo nell'insieme del lavorio artistico, come una cosa sola che si viene a poco a poco ampliando, vedere, con l'imprecisione a cui ci obbliga la natura di questa ricostruzione, il formarsi e il delinearsi di quella figura nel pensiero del Manzoni. Naturalmente il suo spirito oltrepassa la verit autobiogra- fica; move da essa, ma ci medita sopra colla fantasia ingrandendo sopratutto la tragicit della lotta per il ritorno alla fede: sicch di reale non resta pi che il fondo, il sentimento altissimo delle ultime necessit dello spirito. Il Manzoni elabora fantasticamente il suo stato psicologico. Egli move dalla riflessione sulla propria anima che si redime ("La risurrezione"), poi se ne allontana spingendo agli estremi l'orrore dello stato di peccato ("Il Natale"); l'immagine di uno spirito reo gli si precisa a poco a poco nella fantasia; egli ne sente sempre pi le tempeste ("La Passione"), e nel medesimo tempo vede diffonderglisi dentro una misteriosa luce serenatrice; mentre in quest'anima si fa pi cupo lo sgomento del passato, sorge dallo stesso sgomento la luce ("La Pentecoste"), e l'anima, spinta dal suo rimorso, incitata dal sorriso della divina difenditrice dei peccatori ("Il nome di Maria"), si solleva. Dinanzi al reo si schiude un cielo pieno di promesse ("Ermengarda"). Ma fin qui s' agitato nella fantasia del poeta uno spirito dai contorni indefiniti: pi che un certo spirito, il Manzoni ha avuto dinanzi lo spirito che si divincola dal male. Ora esso prende una fisonomia sua, si riveste d'una nobilt singolare, quella del Manzoni, a cui si aggiungono altre determinazioni irreali. Muore Napoleone: e il poeta che finisce cos spesso di convergere colla coscienza verso quella meditazione, trascina anche quella grande realt storica nell'oscuro ribollir della sua fantasia intorno a quel punto. Sorge cos la figura d'un potente che s'accorge d'una potenza maggiore della sua e che annulla la sua, un uomo dinanzi al quale la forza terrena si svalora: chiuso tutto in se stesso, egli medita sulla nuova, invisibile potenza, e le giace davanti annichilito ("Napoleone"). Un disgusto invincibile lo prende della vita che ha condotto: e desidera di morire; ma il pensiero di ci che lo attende dopo la sua inutile vita, lo spaura ("Adelchi"). L'unico scampo  cedere agli incalzanti avvertimenti della coscienza: il sacrificio  duro, ma solo per esso l'anima si rasserena (Osservazioni, "Ludovico", l'"Innominato").
Lo spirito che dapprima non aveva altro di vivo che un generico pensiero di redenzione, diventa cos un complesso di elementi a cui occorre soltanto l'intensificarsi e il raccogliersi dell'operosit fantastica per formare un'anima ben determinata, spinta dalla nativa nobilt a divincolarsi da un passato infame.
L'Innominato  l'espressione pi intensa del senso tragico della nullit umana da cui vennero fuori il Carmagnola, Adelchi, Ermengarda, Napoleone. Cos la rinnovata fede del Manzoni diede il suo frutto artistico migliore solo dopo pi che un decennio di maturazione, dopo che l'idea della redenzione era apparsa, in forme diverse, in quasi tutte le sue grandi opere, e ci aveva impresso, sola o con altri elementi, un suggello di alta religiosit. Intorno all'idea della conversione il Manzoni s'aggir, finch quel problema fu esaurito e lo ebbe liberato concretandosi in una persona, nella cui contemplazione finalmente l'anima s'acquetava. Dopo i Promessi Sposi egli non torn pi su quel motivo: esso gli si rivolse nella mente finch, fattosi pi vasto e pi compatto, unitosi con altri meno strettamente legati colla sua storia sentimentale e pi liberamente creati dalla sua immaginazione, divenne un fantasma via via pi preciso, il capolavoro della sua arte, nato dal fatto fondamentale della sua vita.
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Capitolo 3. 
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Il valore di questa creazione: la potenza morale e fantastica; la convergenza degli affetti; la luce che s'irradia dall'Innominato su tutto il romanzo; l'Innominato fra le altre figure dei Promessi sposi; la sua indeterminatezza lirica.
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L'episodio dell'Innominato  opera del genio, mentre una parte dei Promessi Sposi - macchiette, quadretti di genere, piccoli particolari comici o caratteristici - deriva da una facolt osservatrice acuita dall'abitudine, e succede malamente all'intuizione quando essa viene a mancare. Nella conversione dell'Innominato la potenza dei fantasmi morali e religiosi rafforza di molto quella dei fantasmi materiali, che nell'arte manzoniana di solito non sono i pi vivi; tutti poi agiscono gli uni sugli altri, sicch ne risultano la creazione d'un'anima che unisce alla paurosa indeterminatezza d'un mistero travaglioso l'evidenza d'una figura ben definita, e la creazione d'un'immagine fisica che ha la potenza suggestiva d'un'anima.
Il complesso fa un'impressione incancellabile, per una convergenza d'elementi tanto pi stupenda in quanto non vi si tradisce alcuna ingegnosit costruttrice: l'aspetto pauroso del castello e la sua solitudine, che  come l'immagine di quella solitudine morale; l'aria di leggenda e il silenzio di cui la paura lo circonda; il titolo di "innominato" che diffonde la tenebra su tutto; la grandezza spaventosa dell'uomo, che rende meraviglioso eppure inconfutabile il pentimento; la conversione che, accadendo nel momento pi grave della vita - nel principio della vecchiezza - rivela ci che quell'anima ha di pi profondo; l'inserzione dell'episodio nel centro del romanzo, il quale culmina con esso, e per esso si avvia alla soluzione; il concentrarsi intorno a questo reo delle forze morali del racconto; l'esser l'Innominato la figura che rivela meglio la coscienza delittuosa del secolo e quella che, posta cos a mezzo del romanzo, lo domina pi vastamente e concreta meglio in s il dominio che pur su quella coscienza delittuosa serba la forza eterna dello spirito il quale non conosce impedimenti di contingenze storiche; e, diffuso su tutti questi elementi, un senso dell'ignoto che mette i brividi anche a chi non  religioso ed  espresso con una brevit non manzoniana, con una musica indefinita che  il linguaggio dello spirito smarrito che cerca s stesso.
In nessun altro punto dei Promessi Sposi c' tanta concentrazione di effetti, tanta vigoria penetrante di religiosit come qui. Anche i capitoli antecedenti, riletti dopo la storia dell'Innominato, si illuminano di una luce nuova e paion convergere verso quel punto; sicch si ritrova un germe di verit nella vecchia esagerazione che le vicende dell'Innominato dovessero costituire il nucleo del capolavoro. Anche quando, a tante pagine di di- stanza, apprendiamo che la monaca s' pentita, riviviamo quest'episodio e risentiamo il fascino della fede innocente di Lucia che abbatte le forze pi perverse del romanzo - l'Innominato e Gertrude -. L'Innominato si converte; la monaca che gli ha tenuto mano - pure, non in conseguenza di questo solo delitto, ma dopo che il Manzoni ha raccontato questo tacendo degli altri posteriori; il Nibbio prova compassione. Don Rodrigo e il Griso sono travolti dalla peste. Di Egidio non sappiam nulla: ma egli non  rappresentato di fronte a Lucia, e del resto dopo il rapimento  avvolto nell'oblio, come un'anima insignificante che la giustizia di Dio non cura perch non  elevata dal tormento spirituale che solleva non solo l'Innominato ma anche Gertrude, come un'anima che la Provvidenza cancella perch non ne pu trar nulla di buono. Se pensiamo a tutto questo, vediamo quanto  grande nel romanzo la forza dell'innocenza di fronte al delitto: una povera contadina muta tre malvagi e ne annulla tre altri. E questa potenza di Lucia si fa evidente solo a cominciare dall'episodio dell'Innominato.
Ma quel signore , oltre che una grande figura storica impregnata della filosofia religiosa del suo creatore, un'eterna figura umana; , pi ancora che una creatura perfettamente individuata, un gran problema trasformato in una lirica.  molto diverso dalle creature precise del Manzoni, che partecipano talora della macchietta. Fra le anime interamente serie del romanzo le pu stare accanto, e ad una certa distanza, solo Gertrude, per il soffio tragico che la investe e per la complessa gravit del suo tormento spirituale. C' qualcosa dell'Innominato che noi non conosciamo: le possibilit della sua anima. Ci appare come una grande potenza indefinita: ogni volta che tentiamo di fissarne i contorni, questi ci sfuggono.  una di quelle anime che la meditazione critica non esaurisce mai, perch il poeta ne sa irradiare un'atmosfera suggestiva, dentro la quale c' la possibilit d'infiniti fantasmi. Quando l'atmosfera si rischiara e si posson cogliere troppi contorni precisi, la figura si sminuisce, non  pi lei: ecco il trito. L'Innominato  una delle poche creazioni di ogni tempo, in cui si vede la grandezza indeterminata dello spirito incoercibile negli stretti limiti di parole precise, una di quelle in cui s'intravvedono con pi profonda poesia suggestiva gli abissi imperscrutabili dello spirito e la sua potenza che soverchia ogni potenza.
Don Abbondio  pi popolare e pi ammirato, perch  pi popolare la commedia che il dramma, perch il timido curato  meno ricco di seriet umana, perch la sua rappresentazione  cos diffusa che possiamo ricrearcelo intero nella fantasia senza sforzi di meditazione. L'Innominato  pi dantesco, pi concentrato: colto nel punto della vita in cui Guido da Montefeltro, esperto di tutte "le coperte vie", si "rende", "pentuto e confesso", rappresentato nello scoramento di Adriano V che vede che  salito quanto poteva e "l non si quetava il core", si accompagna nella nostra fantasia a quelle due figure eterne di convertiti, e ce ne sviluppa pi largamente, con pi oscura e pi suggestiva forza tragica, il conflitto intimo risoluto dalla fede. Dietro gli si levano, pallide ombre, il Carmagnola e Adelchi.
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Novembre 1911. Giugno 1912.
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FINE.
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NOTE.
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(1) "il fondo  un letto di ciottoloni, dove scorre un rigagnolo o torrentaccio, secondo la stagione: allora serviva di confine ai due stati". Cfr.: "Lecco, la principale di quelle terre, e che d nome al territorio, giace poco discosto dal ponte, alla riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando questo ingrossa: un gran borgo al giorno d'oggi, e che s'incammina a diventar citt".
(2) "Quella che guarda la valle e la sola praticabile; un pendio piuttosto erto, ma uguale e continuato; a prati in alto; nelle falde a campi; sparsi qua e l di casucce". Cfr.: "Il lembo estremo tagliato dalle foci de' torrenti,  quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vigne, sparse di terre, di ville di casali; in qualche parte boschi, che si prolungano su per la montagna".
(3) "Il Nibbio s'era tirato indietro; e la vecchia, col mento sullo sportello, guardando Lucia, diceva: "venite, la mia giovine, venite, poverina; venite con me, che ho ordine di trattarvi bene e di farvi coraggio". "Al suono d'una voce di donna, la poverina prov un conforto, un coraggio momentaneo; ma ricadde subito in uno spavento pi cupo".
Com' suggerito quel ceffo! E come ci torna poi alla fantasia, richiamato da qualche parola dispregiativa inserita abilmente dal Manzoni nella descrizione della terribile notte! "Seggiolaccia.... covo.... rodendosi.... brontolando.... mangiare avidamente.... russare lento, arrantolato, ecc." N  senz'effetto il non aver essa altro nome che "la vecchia".
(4)  Come diventa crudele il pensiero di compassione nel tono di queste parole! "Venite a letto: cosa volete far l, accucciata come un cane? S' mai visto rifiutare i comodi, quando si possono avere?".
(5) "Non dir pentito, ma indispettito"; "cominciava a provare, se non un rimorso, una cert'uggia delle sue scelleratezze"; "quelle tante ch'erano ammontate, se non sulla sua coscienza, almeno nella sua memoria".
(6) La prima edizione aveva "ella": non c' pi la risonanza lugubre.
(7) "Quel volere, piuttosto che una deliberazione, era stato un movimento istantaneo dell'animo ubbidiente a sentimenti antichi, abituali, una conseguenza di mille fatti antecedenti".
(8) Quanto agli uomini cfr. quel che dice poi Federigo all'Innominato nel cap. 23: "Quell'anime son forse ora ben pi contente, che di vedere questo povero vescovo. Forse Dio, che ha operato in voi il prodigio della misericordia, diffonde in esse una gioia di cui non sentono ancora la cagione".
(9) "Cosa gli dir? Ebbene, quello che, quello che.... Sentir cosa sa dir lui, quest'uomo!".
(10) V. il periodo "Questa era tale, che spesso quell'uomo si trovava impicciato", e quello seguente (cap. XXIX).
(11)  Frammenti, dubbii, e pensieri relativi alla II parte della Morale Cattolica, in Opere inedite o rare, III, 337.
(12) Per veder bene la corrispondenza, si confrontino ordinatamente tutti questi passi con le frasi che ho sottolineate citando quella pagina del  3 del cap. 8. Si cominci il confronto da "L'uomo caduto nella colpa".
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FINE.