Pietro Metastasio.
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SONETTI.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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L'AUTORE.
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Pietro Metastasio (3 gennaio 1698, Roma - 12 aprile 1782, Vienna), pseudonimo di Pietro Antonio Domenico Bonaventura Trapassi,  stato un poeta, librettista, drammaturgo e presbitero italiano.  considerato il riformatore del melodramma italiano.
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SONETTI.
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Sogni e favole io fingo; e pure in carte
Mentre favole e sogni orno e disegno,
In lor, folle ch'io son, prendo tal parte,
Che del mal che inventai piango e mi sdegno.
Ma forse, allor che non m'inganna l'arte,
Pi saggio io sono?  l'agitato ingegno
Forse allor pi tranquillo? O forse parte
Da pi salda cagion l'amor, lo sdegno?
Ah che non sol quelle ch'io canto o scrivo
Favole son: ma quanto temo o spero,
Tutto  menzogna, e delirando io vivo!
Sogno della mia vita  il corso intero.
Deh tu, Signor, quando a destarmi arrivo,
Fa ch'io trovi riposo in sen del Vero!
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Del mio Giove terren ministro all'ira,
Terror di tanti regni, augel reale,
Tu, ben lo puoi, portami tu su l'ale
Dov'Encelado oppresso in van s'adira.
Fra quella, ch'ivi a vera gloria aspira,
Di pastori e d'eroi schiera immortale,
Fatto parte di lor, con arte eguale
Apprender voglio ad animar la lira.
Non mi sdegnar: pari  il tuo stato al mio;
Siam servi insieme; e, se tu reggi il tuono,
Io n'affatico a superar l'oblio.
N fia vano il viaggio. A pi del trono
Riporterai tu nuovi strali, ed io
Inni pi colti al nostro nume in dono.
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Da folto bosco al chiaro d nemico
Spesso industre cultor elegge e toglie
Pianta che, trasportata in colle aprico,
Vuol che feconda in sua stagion germoglie.
Questa ad altra s'innesta, e nuove spoglie
Veste merc del ministerio amico;
Onde ammira in se stesso il tronco antico
I nuovi frutti e le straniere foglie.
Comprendi, eccelsa donna, i detti miei?
Il cultore  colui che ne governa;
La selva  il mondo; e l'arboscel tu sei.
Fortunato arboscel, cui non alterna
L'anno ineguale i d felici e rei,
Cui ride il ciel con primavera eterna!
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Onda che senza legge il corso affretta,
Bench limpida nasca in erta balza,
S'intorbida per via, perdesi o balza
In cupa valle a ristagnar negletta.
Ma se in chiuso canal geme ristretta,
Prende vigor, mentre se stessa incalza:
Al fin libera in fonte al ciel s'innalza,
E varia, e vaga i riguardanti alletta.
Ah quell'onda son io che, mal sicura
Dal raggio ardente o dall'acuto gelo,
Lenta impaluda in questa valle oscura.
Tu, che saggia t'avvolgi in sacro velo,
Quell'onda sei che cristallina e pura
Scorre le vie per cui si poggia al cielo.
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Fola non  la viva face e pura
Che su la destra ad Imeneo risplende;
Alti sensi ravvolge, e di natura
Spiega gli ordini arcani a chi l'intende.
Fiamma  la vita; e con egual misura
Dagli avi ai padri, a noi da lor discende,
Da noi ne' figli; e si propaga e dura,
Come da face accesa altra s'accende.
Qual fu la face ond' la vostra erede,
Ognun lo sa; come risplende in voi,
Felicissimi sposi, ognun lo vede:
E vede ognun che, rispondendo poi
A quel che preced quel che succede,
Dagli eroi non verranno altro che eroi.
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Lungi i coturni: ah respiriamo ormai
Dal tragico sudor, Vergini amiche:
Fra i dubbi eventi e le sventure antiche
Assai si palpit, si pianse assai.
Recatemi la cetra: io la temprai
Spesso con voi su le pendici apriche
Del sacro monte; e delle mie fatiche,
Vostra merc, non vergognoso andai.
Se al maggior uopo or m'assistete appieno,
Trivulzi fra lo stuol degli avi suoi
Collocher d'eternit nel seno.
Stil che resista a celebrar gli eroi
Suggeritemi dunque, in premio almeno
Degli anni miei sacrificati a voi.
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Dal primo d che del Fattore eterno
Usc di man questa terrestre mole,
Nacque l'invidia; e vide nuovo il sole
Di sangue satollar l'odio fraterno.
Propagata  la peste: e tal governo
Fa pur di noi contaminata prole,
Che, in vece d'allegrarsi, ognun si duole
De' pregi altrui come di proprio scherno.
Ma quando tu degli avi tuoi su l'orme
E premi aduni e merito verace,
Come fuor del suo stil l'invidia dorme!
Deh l'arte ond'ella e s'avvilisce e tace
Insegna al mondo: e alle tue sagge norme
L'agitata virt dovr la pace.
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Nudo al volgo profan mai non s'espose
Da' saggi il vero; e se talor fu scritto,
In favole la Grecia, e lo nascose
In caratteri arcani il sacro Egitto.
Non la celebre nave Argo compose;
Non tentarono i Minii il gran tragitto:
Finto il vello di Frisso e finte cose
Son l'accorta Medea, Giasone invitto.
La prudenza colei, questi il valore,
L'invidia il drago, e le dorate spoglie
L'acquisto son di meritato onore.
Tu le ottenesti, e nell'auguste soglie,
E da cesarea man; quanto splendore,
Signor, quante tue lodi il dono accoglie!
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Leggiadra rosa, le cui pure foglie
L'alba educ con le soavi brine,
E a cui le molli aurette mattutine
Fero a vermiglio colorar le spoglie,
Quella provvida man che al suol ti toglie
Vuol trasportarti ad immortal confine,
Ove, spogliata delle ingiuste spine,
Sol la parte miglior di te germoglie.
Cos fior diverrai che non soggiace
All'acqua, al gelo, al vento ed allo scherno
D'una stagion volubile e fugace;
E a pi fido cultor posta in governo,
Unir potrai nella tranquilla pace
Ad eterna bellezza odore eterno..
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Queste, che in dono il mio signor mi manda
Tazze che asconde in sen barbara spoglia
Atte alla nera oriental bevanda
E al biondo umor della cinese foglia,
Gloriosa mercede e memoranda
Sono al desio d'onor che in me germoglia;
E il dono istesso un non so che tramanda
Che il tardo ingegno a nuove imprese invoglia.
Or lascia l'Emo pur, lascia il Pango
Per l'aureo vello, e va del Fasi al lido
Col tuo Giason, ch'io non t'invidio, Orfeo.
Gran prede anch'io di riportar mi fido:
N varco a conquistarle il vasto Egeo,
Non le Cicladi spesse o il mar d'Abido.
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Di queste tazze al barbaro ornamento,
Della spoglia all'insolito lavoro
Ben si ravvisa, e al variato argento,
Qual fosse un tempo il possessor di loro.
Con queste il Trace alle rapine intento,
Qualor l'ire sprezz d'Austro e di Coro
Scorrendo per l'instabile elemento,
Dall'infame sudor prendea ristoro.
Ed ora a me, dopo s gran viaggio,
Del castalio licor ministre sono,
Se  ver, dotto Semiro, il tuo presaggio.
Ah voglia il Ciel che de' miei carmi il suono
Divenga tal, che non ne senta oltraggio
Il vaticinio, il donatore e il dono.
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Questo fiume real, che le bell'onde
Da illustre deriv limpida vena,
Non scorre aperti campi o valle amena,
Ma fra concavi sassi il corso asconde.
Cos non teme il sol se i rai diffonde
E fa dell'ampia Libia arder l'arena;
N l'intorbida mai turgida piena
Di sciolto gel che le campagne inonde:
E pago d'esser s tranquillo e puro,
Ogni aprico sentier posto in oblio,
Va sol noto a se stesso, agli altri oscuro,
Spiegando col sommesso mormorio,
Che ad unirsi egli va lieto e sicuro
All'immenso Oceno onde partio.
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Vieni, di veste florida e gioconda,
Dolce Imeneo, cantando, il sen coperto;
Scuoti la face, e con l'usato serto
D'amaraco festivo il crin circonda.
Vieni qui, dove il biondo Tebro inonda
Gl'illustri campi per cammino incerto,
Due grand'alme a legar, pari al cui merto
L'arsa non vede o la gelata sponda.
La gloria le educ, l'onor nutrille,
E imprese Amor, ch'or ne trionfa e ride,
Da s bell'esca a suscitar faville.
Chi nascer da lor, se non si vide
Nascer da Pelo e Teti altri che Achille,
N da Giove ed Alcmena altri che Alcide?
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Eccelso eroe, che dal roman Pastore
Chiamato fosti, a pro de' figli sui,
A parte della gloria e del sudore
Ch'ei lieto spande a benefizio altrui;
Fra voci di contento e di stupore
Odo anch'io pur da lungi i merti tui;
Ma ben certo non son se pi splendore
Da te l'ostro riceva, o tu da lui.
Or la nave di Pier scorra veloce
Gli ampi regni del mar, dei flutti infidi
L'ire sprezzando e d'Aquilon feroce;
Ch, posta in cura a condottier s fidi,
Andr di Cristo a inalberar la Croce
Su i divisi dal mondo ultimi lidi.
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D'Italia onor, non che del suol natio,
Figlie di semidei, madri d'eroi,
Dive dell'Adria, che accendete in noi
Di gloria e di virt nobil desio:
Questo consacra a voi l'ingegno mio
Non tardo frutto de' sudori suoi.
Picciolo  il dono a paragon di voi;
Tutto  per quel che donar poss'io.
Stupor gi non pretendo e meraviglia
Destar nell'alme; il fece in miglior guisa
Penna a cui troppo mal la mia somiglia.
Mi basta sol che, in riveder divisa
Dal frigio pellegrin la tiria figlia,
Dica alcuna di voi: 'Povera Elisa!'
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Non delle nozze il favoloso nume
Col finto serto e la sognata face;
Non lei, che figlia delle salse spume
Finse la Grecia garrula e mendace;
Ma te d'intorno alle reali piume
Io solo invoco, o santo Amor verace;
Te, per cui prendon gli astri ordine e lume,
E stan le sfere e gli elementi in pace.
E voi, sposi felici, a pro di noi
Rendete ormai del glorioso seme
Superba Italia per novelli eroi.
Contenderem con bella gara insieme;
Noi riponendo ogni speranza in voi;
Voi superando ognor la nostra speme.
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Questo  l'eccelso e fortunato legno,
Ministro a noi della celeste aita,
Su cui morendo il vero Sole, in vita
Ridusse l'uomo, e franse il giogo indegno.
Questo  l'invitto e bellicoso segno
Che contro al suo nemico ogni alma invita,
Acci di lui trionfatrice ardita
Passi all'acquisto del promesso regno.
L'arbore  questa ond'ogni spirto imbelle
Raccoglie ardire, e appresso al primo Duce
Vola sicuro ad abitar le stelle.
Questa  la chiara inestinguibil luce
Che al porto, in faccia ai nembi e alle procelle
La combattuta umanit riduce.
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Ben lo diss'io che da feconda stella
Scendeva, illustri sposi, il vostro amore;
Non parla in van col suo presago ardore
Qualor ne' labbri miei Febo favella.
Ecco la prole avventurosa e bella
Che, la madre imitando e il genitore,
Porta nel volto e chiuder nel core
L'ardir di questo e la belt di quella.
Gi l'Italia, d'eroi nutrice e madre,
La finge adulta, e in marzial periglio
Pugnar la vede e regolar le squadre:
N sa dir se con l'armi e col consiglio
Doni pi gloria a s gran figlio il padre,
O pi ne renda a s gran padre il figlio.
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Questa, che scende in bianca nube e pura,
 la madre d'Amor, figlia dell'onde,
Che vien fra l'ombre della notte oscura
Del nobil letto ad onorar le sponde.
Ecco i suoi figli in fanciullesca cura:
Chi tenta se al desio l'arco risponde;
Chi d'occultarsi per ferir procura;
Chi fra' candidi lini un dardo asconde.
Ecco le Grazie in ogni lato intese,
Co' fior raccolti in su l'idalia riva,
A sparger dolci risse e care offese.
Ma chi piange cos? La sposa arriva.
Semplice! Il pianto tuo, le tue difese...
Ma il semplice son io: ride furtiva.
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Illustre mano, a esaminare eletta
La spoglia onde superbo  il nostro niente,
Qual di te man pi fida e pi perfetta
L'orme segu che le segn la mente?
Vedete come il breve acciar lucente
Nelle latebre pi riposte affretta,
Dove la morte squallida e dolente
L'amaro d del suo trionfo aspetta.
Ah se m'additi quanto il nodo  frale
A cui s'attiene il fil de' giorni miei,
Il cor m'ingombri di terror mortale!
Ma quel che puoi se mostri, e quel che sei,
Veggo che al fato il tuo saper prevale,
E acquisto pi valor che non perdei.
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Questa, nata pur or qui presso al polo,
Mia prole ch'io consacro al soglio ibero,
Raccogli, o Carlo, ed a prostrarti al suolo
Le insegna, ospite, amico e condottiero.
Pensa che il suo destin fido a te solo;
Che sei dell'opra eccitator primiero;
E che appreser gemelli a sciorre il volo
La tua voce in Parnaso e il mio pensiero.
Pensa che, quando te l'Italia ostenta
Per onor dell'armonica famiglia,
L'onor de' carmi un tuo dover diventa.
E se questo dover non ti consiglia,
Grato l'amor del padre almen rammenta,
E del padre l'amor rendi alla figlia.
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Che speri, instabil dea, di sassi e spine
Ingombrando a' miei passi ogni sentiero?
Ch'io tremi forse a un guardo tuo severo?
Ch'io sudi forse a imprigionarti il crine?
Serba queste minacce alle meschine
Alme soggette al tuo fallace impero;
Ch'io saprei, se cadesse il mondo intero,
Intrepido aspettar le sue ruine.
Non son nuove per me queste contese:
Pugnammo, il sai, gran tempo; e pi valente
Con agitarmi il tuo furor mi rese:
Ch dalla ruota e dal martel cadente,
Mentre soffre l'acciar colpi ed offese,
E pi fino diventa e pi lucente.
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Gli armonici principii, onde le liete
Celesti sfere, variando aspetti,
Impongono e di moto e di quiete
Arcane leggi ai sottoposti oggetti,
Con s bell'arte, o Gasparini, avete
Voi ne' musici numeri ristretti,
Che in noi calmare ed eccitar sapete
Con soave vicenda i nostri affetti.
Quando ai neri d'Averno antri discese,
Con arte tal l'innamorato Orfeo
Il duol (cred'io) dell'alme ree sospese.
Con arte tal d'un crudo re poteo
L'ire sedar, quando la man distese
Su l'auree corde il pastorello ebreo.
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Quanto ingiusto, o miei fogli,  il Ciel con noi!
Dolce  la vostra,  la mia sorte amara:
Sol tocca a me tutto il sudore, e poi
Tocca a voi soli ogni merc pi cara.
Stanca in voi la mia Nice i lumi suoi;
A me d'un guardo  la mia Nice avara:
Mille affetti nel cor prova per voi,
A provarne un per me mai non impara.
Chiama oscuri i miei sensi, i vostri intende:
Voi seco ognor, raro son io con lei:
Amor vanta per voi, del mio s'offende.
E vuol ch'io scriva! e di mia mano, oh di!
Che aggiunga a' miei rivali ancor pretende
(Quasi pochi io ne soffra) i versi miei.
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Non pi , Nice, qual pria, da quel momento
Ch'io ti vidi e t'amai, penso e ragiono:
Gi sprezzator d'ogni grandezza, or sento
Ch'odio il destin perch negommi un trono.
Per cento (il so) serve province e cento
Miglior non diverrei di quel che or sono;
Ma un impero io potrei (che bel contento!)
Offrirti allor, cara mia fiamma, in dono.
Ah del mio core almen, del mio pensiero
L'impero accetta, e non mirar ch'ei sia
Troppo scarso per te povero impero;
Ch se fosse real la sorte mia,
Avresti allor pi vasto regno,  vero;
Ma pi tuo, ma pi fido ei non sara.
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Quando d'avverso Ciel stimai rigore
Che un trono abbian negato a me gli di,
Bella cagion de' dolci affetti miei,
Fu deliro amoroso, e n'ho rossore.
Ch reso oggetto ancor del tuo favore
D'un regno io donator, creder potrei
Qual son io ripensando, e qual tu sei,
Gratitudine in te, ma non amore.
No, dello stato mio, di, non mi sdegno:
Miglior sperarlo ad un mortal non lice,
E l'umil sorte mia n' appunto il pegno.
Nice m'ama, io lo so; n amar pu Nice
Altro in me che me solo. Ah che a tal segno
Non rende un trono il possessor felice!
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 ver, la pace mia, Nice, ho smarrita;
Pi nasconder non so l'animo oppresso:
Unica del cor mio cura gradita,
Temo di tua costanza, io lo confesso.
M'inganner: ma che vuol dir, mia vita,
Quel vederti per tutto Aminta appresso?
Quell'esser tu sempre al suo fianco unita?
Quei lunghi sguardi e quel parlar sommesso?
M'inganner: segni d'amor fra voi,
Bench il paiano a me, quei non saranno;
Ma (oh Dio!) furon gl'istessi un d fra noi.
Ingannarmi vorrei; ma in tanto affanno
Se tu veder, se tu lasciar mi puoi,
Ah Nice, io son tradito, io non m'inganno.
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Vedete l quella selvetta a cui
Folta siepe di rose il varco infiora,
Rose che paion degne al guardo altrui
Che il crin se n'orni in sul mattin l'Aurora?
Ah niun col rivolga i passi sui,
Ch niuno illeso indi torn fin ora.
Il so ben io, che per error vi fui:
Ne campai per ventura, e tremo ancora.
L'albergo del Piacer sembra all'aspetto:
Ma non vanta terren di Colco il lido
D'erbe nocenti al par di questo infetto.
Tutto avvelena in quel soggiorno infido:
Sempre augelli notturni ivi han ricetto:
E le serpi pi ree vi fanno il nido.
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Oh qual, Teresa, al suo splendor natio
Nuovo aggiunge splendore oggi il tuo nome!
Ecco a seconda del comun desio
Le orgogliose falangi oppresse e dome.
Di guerra il nembo impetuoso e rio
Sveller parea gli allori alle tue chiome:
Tu in Dio fidasti, augusta donna; e Dio
In favor tuo si dichiar: ma come?
Il sol non s'arrest nel gran cimento:
Il mar non si divise: il suo favore
Non cost alla natura alcun portento.
Il Senno, la Costanza ed il Valore
Fur suoi ministri; e dell'illustre evento
Ti di il vantaggio e ti lasci l'onore.
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Paride, in giudicar l'aspra che insorse
Nota contesa in fra le de maggiori,
S'abbagli di Ciprigna ai bei splendori,
E dal suo labbro il frigio incendio scorse.
Ma del trono d'Assiria allor che sorse
La gran moglie di Nino ai primi onori,
Con tal senno altern l'armi e gli amori,
Che all'Asia di stupor materia porse.
No, non han solo in due leggiadre stelle
Tutte le donne il pregio lor racchiuso;
N l'unico lor vanto  l'esser belle:
Ch vide il Termodonte a maggior uso
Troncar Pentesilea la mamma imbelle,
Ed in asta cangiar la rocca e il fuso.
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La vecchia fama a cui pi f non dassi,
Ch'altri su l'Ebro o su le sponde ismene
Le fiere umanizz, di vita ai sassi,
Favola fu dell'ingegnosa Atene.
Ma fede in avvenir chi volga i passi,
O benfici Augusti, a queste arene
Al portento dar; per voi dirassi
Che la menzogna or verit diviene.
Ecco, vostra merc, dove potranno
Depor (taccia la Grecia i sogni suoi)
La natia ferit quei che verranno.
Ecco i sassi, da cui le ignote a noi
Et future ammiratrici udranno
Di voi parlarsi: e che diran di voi!
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Oh speme, oh gloria del romano Impero
Che al gran tempio di Pier volgi le piante,
Giunto alle soglie venerate e sante
T'arresta nel regal portico altero.
Qua Costantin, che attonito il destriero
Ferma al fulgor che gli balena innante:
Mira il Magno col, che trionfante
Rende al Tebro la calma, i dritti a Piero.
Se il simulacro lor tuo sguardo alletta,
Sappi che Roma non ammira in vano
In te d'entrambi la piet ristretta.
Atto ha il grand'atrio a la gran piazza il vano
Altra a capir marmorea immago eretta
Al terzo difensor del Vaticano.
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...
FINE.