GIACOMO MATTEOTTI.
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RELIQUIE.
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1946. Dall'Oglio, editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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        Testo fornito dal Progetto Manuzio.
           Associazione Culturale "Liber Liber".
              http://www.liberliber.it/
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Presentazione.
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Il Deputato Giacomo Matteotti, nel suo celebre ed ultimo discorso alla Camera dei Deputati del 30 maggio 1924, ebbe il coraggio di denunciare con dovizia di particolari, come i fascisti avessero impedito il libero svolgimento delle ultime elezioni attraverso violenze, soprusi ed intimidazioni, chiedendo quindi alla Giunta delle elezioni di annullare in toto il falso risultato elettorale ottenuto dai fascisti.
A riprova dell'evidente clima di sopruso e violenza di stile fascista, il 10 giugno 1924, appena 10 giorni dopo, una squadraccia rap ed uccise Matteotti.
La prima edizione di questo testo risale al 1925, quindi poco tempo dopo il suo barbaro assassinio politico.
Questa seconda edizione, che qui si propone, risale al 1946, e fu pubblicata da Dall'Oglio Editore, nella Collezione Confessioni e battaglie. Raccoglie gli scritti di Giacomo Matteotti e, come  chiaro dalla prefazione di Claudio Treves, il titolo Relique  un aperto riferimento, quasi religioso, al martirio di Matteotti, che  puntualmente descritto in un altro testo del suo compagno di partito Giuseppe Emanuele Modigliani.
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RELIQUIE.
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Prefazione di: CLAUDIO TREVES.
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NELLE SACRE SCRITTURE DEVE RICERCARSI LA VERIT NON L'ELOQUENZA.
L'Imitazione di Cristo. Libro 1, Capitolo 5.
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Reliquie sacre del pi generoso apostolato conchiuso, come doveva, al martirio, queste pagine avranno i loro lettori pi veri e pi degni nell'avvenire, quando tutti i germi avranno maturato e le messi biondeggeranno fitte ed opime nei campi. Allora il commento degli storici dir a tutti gli uomini liberi il valore di ogni pagina, di ogni passo, di ogni linea di questo libro; quando ogni proposizione ed ogni documento in esso contenuto contribu alla sentenza di morte ed affrett il cammino al Golgotha. Noi oggi siamo troppo sotto l'evento e parte dell'evento per poter dire senza taccia di passione ci che  intuizione profonda dei pi. Ma il fatto possiamo gi pronunziarlo nella sua verit etica e storica. Queste pagine uccisero il loro Autore e lo immortalarono. Queste pagine ammutolirono il loro Autore e parleranno come testimoni dei tempi nel tempo. Non  questa l'eterna sorte gloriosa di coloro che preferirono rinunziare alla vita che rinunziare alla missione? Non  questo il fallimento eterno che colpisce i folli uccisori che credono di spegnere, coi corpi, le idee? Il fascismo esce tutto confutato in queste pagine perch il rinforzo dialettico della loro ragione, il ribadimento dell'argomentazione, cui non resiste pi,  proprio la morte dell'Autore. Coteste palinodie avrebbero potuto essere false, se a dimostrarle vere non era il sangue puro, il sangue innocente barbaramente versato. Ecco il sigillo supremo della verit: la quale rivivr e fiammegger con tanto splendore quanto pi noi ci allontaneremo da essa, e l'episodio si fonder nel poema che canter la nostra oppressione e la nostra liberazione.
Sfogliate questo libro del sacrifizio, questo libro dell'ut unus moriatur pro populo.  la contestazione assidua appassionata quotidiana della menzogna che  tanto pi tale quanto pi  potente. Il fascismo  chiamato giorno per giorno a rendere conto delle sue affermazioni e delle sue proposizioni; a dare giustificazione di s di fronte ai suoi stessi propositi originari, cos stranamente obliati e rovesciati nel suo svolgimento successivo. Ci che ne emerge lampante  l'inversione audacissima onde il fascismo ha potuto far credere di essere un movimento restauratore dell'ordine e dell'autorit, di avere debellato i fautori di divisioni e di tumulti, mentre di tutte le pi disperate imprese del tormentoso dopo guerra, dalla rivolta contro gli esercenti allo impossessamento delle fabbriche e dei campi, fu sobillatore, apologista, o addirittura iniziatore, e delle forze organicamente avverse agli eccessi delle lotte delle classi per il loro proprio contenuto di idee e di sentimenti, le quali in fatto contennero e imprigionarono i trasporti del massimalismo - vogliamo dire il socialismo democratico e il sindacalismo riformista - esso, il fascismo, fu nemico implacabile e persecutore furente. E come si  visto di poi, non vi fu ingenua esorbitanza di folle accese che non sia stata cento volte superata dagli "illegalismi" enormi, premeditati ed organizzati. Il normale sedarsi dei furori come il naturale sistemarsi della finanza pubblica nel dopo guerra non  stato tanto avvantaggiato dal fascismo, quanto da esso ostacolato e minorato. I vanti fascistici sono illusioni che lavorano sul ricco fondo dei preconcetti che il Nostro aveva impreso sul giornale dei socialisti unitari, La Giustizia, a rovesciare col semplice e irresistibile richiamo dei testi e delle autentiche memorie della parte avversa. Ecco la molestia che era divenuta intollerabile alla superbia dei vincitori. Ecco i frammenti, gli episodi, i confronti da cui si leva l'accusa al dominio per i suoi inganni, le sue menzogne, le sue offese. Ecco disegnarsi le stazioni del Calvario. Ecco il Cristo alla colonna. Qui  il discorso ultimo, il discorso sul misfatto elettorale. Il testo ufficiale spiega e illumina. Il Predestinato parla fra la siepe dei nemici furenti, ossessionati. In ogni interruzione, in ogni "incidente" - come si dice - sibila, balena la minaccia mortale. L'Intrepido continua. Il suo verbo  preciso, severo, oggettivo, senza frangie, senza retorica: fatti e fatti. I rei mugghiano: non c' la prova nell'incarto. Ma la prova  nella stessa assenza di prova nell'incarto. La prova  nell'evento del risultato,  nel silenzio delle vittime terrorizzate.
Perch  cos "cos non deve essere", il discorso  il discorso ultimo. Il libro  conchiuso perch  conchiuso un destino. Il discorso resta la reliquia delle reliquie. Un testamento di fede e di valore epico; un gesto convinto e voluto di rinunzia; un appello consapevole del martirio.
Non c' grandezza pari a questa grandezza. Si dice che soltanto le religioni diano l'assoluta spogliazione dell'egoismo, il cupio dissolvi nell'eterno e nel divino. Il socialismo  adunque una religione. Queste reliquie non formano dunque un libro di cronaca e di critica politica, ma un libro delle ore su cui si eserciter la devozione dei fedeli, un psalterio per l'edificazione delle anime.
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CLAUDIO TREVES.
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AVVERTENZA.
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La maggior parte degli scritti di Giacomo Matteotti raccolti in questo volume sono stati pubblicati dal quotidiano "La Giustizia", dall'epoca della marcia su Roma fino al suo assassinio. Non abbiamo soltanto pensato, riproducendoli, di rendere omaggio alla memoria di un combattente valoroso, caduto tragicamente nella guerra implacabile che sosteneva contro il regime della dittatura fascista. Come la sua precedente pubblicazione "Un anno di dominazione fascista" e come i suoi discorsi parlamentari, la cui pubblicazione  gi preannunciata, siamo sicuri che questa raccolta degli scritti di Giacomo Matteotti contribuir notevolmente non soltanto a far conoscere la combattivit e l'ingegno dello scomparso, ma anche a fornire gli elementi obiettivi per giudicare l'opera e i risultati del governo fascista.
L'ardente passione politica, che animava Giacomo Matteotti, non gli impediva di riconoscere che la lotta contro gli avversari ha maggior efficacia e valore quando si basa su dati di fatto ed  rafforzata da solidi argomenti. L'attivit giornalistica di Matteotti era severamente inspirata a questo concetto. Basta osservare le date in cui apparvero i suoi articoli, per avere la prova che egli attendeva a criticare gli atti e le riforme del governo fascista quando si sentiva in grado di portare degli argomenti e non soltanto delle parole.
Contro la dittatura fascista Giacomo Matteotti apriva quelle ostilit che dovevano costargli la vita con l'attacco alla concessione dei pieni poteri richiesta dall'on. Mussolini. Concessi i pieni poteri malgrado la tenace opposizione socialista, la collaborazione alla "Giustizia" diventa pi rara. Riprende invece e si intensifica quando appaiono i primi provvedimenti economici e finanziari e le nuove riforme fasciste. Infatti figurano in questa raccolta in maggior numero gli articoli che trattano argomenti economici e finanziari. Per quanto destinati al quotidiano, questi articoli si leggono ancora con vivo interesse, perch dimostrano l'abilit, la seriet e la sicura competenza con cui il Matteotti affrontava questi argomenti difficili e ostici ai pi. L'intonazione polemica  sempre vivace, ma la esposizione delle ragioni della opposizione alle riforme fasciste risulta costantemente chiara e convincente.
Eppure Giacomo Matteotti non "limava" i suoi articoli. Molti degli articoli che compaiono in questa raccolta giungevano in redazione copiati a matita su foglietti di tutte le dimensioni perch erano stati buttati gi in treno. Altri furono scritti o terminati in redazione, dove giungeva magari stanco e assonnato per aver viaggiato la notte e lavorava in fretta per riprendere nuovamente un altro treno. E al giornale si preoccupava soltanto di chiedere una "penna dura".
Insieme agli articoli di carattere economico, abbiamo creduto opportuno raccogliere anche alcuni scritti polemici efficacissimi che apparvero firmati con lo pseudonimo di "Magi" durante l'ultima campagna elettorale.
Giacomo Matteotti aveva pensato fin dai primi del 1923 ad apprestare documenti per la lotta anche contro i capi del fascismo. La scoperta di una sua circolare, con cui sollecitava la raccolta degli articoli scritti nei settimanali sovversivi da molti degli attuali capi fascisti, gli attir attacchi violentissimi da parte della stampa fascista. Senza scomporsi per le minaccie, Matteotti rispondeva assumendo la responsabilit della circolare, rivendicando il "pieno diritto di ogni cittadino di ricostruire, attraverso pubbliche documentazioni, tutto il pensiero politico passato e presente degli uomini di ogni partito, tanto pi che questo diritto  largamente esercitato dagli stessi nostri avversari. So bene, - soggiungeva - che una simile rivendicazione dei propri diritti espone oggi ad incidenti ed inconvenienti; ma non sono disposto ad ammettere che per questo io debba rinunciarvi".
Ma quando, durante la campagna elettorale, i fascisti ripresero con accanimento a ripetere contro il partito socialista le vecchie accuse relative alle violenze ed ai disordini avvenuti negli anni 1919-20, Giacomo Matteotti ebbe la felicissima idea di andare a rileggere pazientemente le raccolte del "Popolo d'Italia" di quegli anni e pot raccogliere tali elementi da dimostrare che il fascismo nel 1919-20 aveva superato in demagogia anche il bolscevismo pi acceso.
Ad ogni accusa dei fascisti e ad ogni deformazione degli atteggiamenti socialisti, Giacomo Matteotti opponeva delle "rievocazioni" fasciste del '19 e del '20, alle quali gli avversari non sapevano pi rispondere. Egli document che durante i moti per il caro-viveri, come per le varie occupazioni di fabbriche, i fascisti furono d'accordo con i... sovversivi e cercarono anzi di sopravanzarli. Ma la dimostrazione pi decisiva della spudoratezza con cui i fascisti avevano sfruttato le mutate situazioni nel paese riusc a darla riproducendo un giudizio del "Popolo d'Italia" favorevole alla famosa amnistia nittiana per i disertori, che poi invece divenne il cavallo di battaglia contro Nitti e contro la democrazia.
L'ultima volta che l'on. Matteotti interloqu nella discussione alla Carnera dei Deputati - qualche giorno dopo il discorso qualificato "provocatore" e pochi giorni prima di essere trucidato - fu appunto per ricordare al Presidente del Consiglio la sua approvazione alla pi tardi deplorata amnistia ai disertori.
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Col breve trafiletto sul "discorso provocatore" (scritto dallo stesso Matteotti e telefonato a Roma) e col resoconto dell'ultimo "incidente" Matteotti-Mussolini, abbiamo voluto chiudere questa raccolta degli scritti del Martire.
Questo libro  cos - completamente - un "corpo di reato": del "reato" che commise Giacomo Matteotti ponendosi fieramente, senza un istante di tregua, contro i "dominatori" e perseguendoli inesorabilmente con le sue critiche.
Era un avversario terribile perch era instancabile, perch era intelligente, perch sapeva la condanna che pesava su di lui e non cedeva e non temeva... Aveva scelto un'arma che vale pi della violenza: il documento. L'ira si  scatenata contro di lui per l'impotenza a distruggere i suoi "documenti".
"Ora mi fate le congratulazioni - diceva dopo il discorso del 5 giugno, prevedendo la vendetta - ma fra non molto in quest'aula farete la mia commemorazione funebre".
Giacomo Matteotti  stato infatti massacrato, ma rimangono questi suoi "documenti" e rimane la sua Idea.
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MARIO GUARNIERI.
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1. LA DEMAGOGIA FASCISTA NEL 1919-20.
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Gli scritti di questa prima parte furono dal compianto on. Giacomo Matteotti pubblicati, a firma "Magi", ne La Giustizia di Milano dell'11, 12, 14 e 17 febbraio, 16, 18 e 19 marzo 1924.
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LA DEMAGOGIA FASCISTA.
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Il Corriere Italiano (giornale fascista) pubblica una pretesa cronaca della "attivit delittuosa dei sovversivi nell'anno 1919", la quale dovrebbe naturalmente giustificare la reazione di oggi.
Il giornale fascista ci invita a nozze. Noi vogliamo proprio controllare insieme con lui i fatti e i commenti di quel periodo di tempo. E per oggi ci fermiamo al primo trimestre del 1919.
I fatti di attivit delittuosa sovversiva, elencati dal Corriere fascista nel primo trimestre 1919, sarebbero 16; ma tre di essi (17 e 31 gennaio) sono riunioni e ordini del giorno di industriali e dell'Unione Nazionale... che non dovrebbero avere nulla a che fare con i sovversivi.
Altri tre si riferiscono a un ordine del giorno del gruppo socialista, che domandava l'apertura della Camera (14 gennaio), un discorso Treves contro gli imperialisti dell'Intesa, e un discorso Turati "che si dice ammiratore dell'America e simpatizzante per Bissolati (22 gennaio)".
Non comprendiamo quale fosse in queste manifestazioni l'attivit delittuosa, a meno che non fosse delittuoso anche il numero unico del Popolo d'Italia, intitolato cos: "Diamo il benvenuto al Profeta dei popoli [Wilson]" (5 gennaio).
Altri due si riferiscono ai "furti ferroviari". Ma  il Popolo d'Italia medesimo che, nel numero del 20 gennaio 1919, afferma che i mali ferroviari dipendono pi dalle cose che dal personale, e che il 4 aprile afferma che solo la trentesima parte dei ferrovieri sono socialisti, e che l'8 gennaio appoggia le richieste dei ferrovieri medesimi.
Un'altra "attivit delittuosa dei sovversivi" sarebbe stata quella dei sussidi per la disoccupazione (31 gennaio 1919). Ma in quell'epoca il Popolo d'Italia non aveva niente da obiettare in contrario; anzi il Popolo aggiungeva che occorrevano soprattutto quei "lavori pubblici", che poi venne di moda denigrare.
Altre tre delittuose attivit si riferiscono all'"amnistia militare" (3 febbraio 1919). Ma, guarda caso, in quel tempo il Popolo d'Italia, giornale indubbiamente fascista, applaudiva al decreto di amnistia che comprendeva anche i disertori per due volte, e i disertori non dei reparti di prima linea in faccia al nemico; e dichiarava quel decreto "soddisfacente per la coscienza nazionale" e pacificatore!
 invece completamente falso l'altro fatto ricordato, che cio il 16 febbraio 1919 un corteo abbia percorso le vie di Milano al grido di "Viva i disertori". Il Corriere della Sera del giorno seguente non faceva alcun cenno di un fatto simile, e aggiungeva anzi che il corteo si svolse in buon ordine. Il Popolo d'Italia  anche costretto a riconoscere che la manifestazione si svolse "ordinatissima", e solo dopo qualche giorno affermava che vi era un gruppo di fanciulle, con un cartello: "libert ai disertori", per invocare probabilmente quell'amnistia, che il giornale di Mussolini dichiarava "soddisfacente".
L'elenco del Corriere fascista ricorda infine 4 casi di sciopero: una mezza giornata nelle officine Romeo di Milano, uno generale di 24 ore a Trieste, lo sciopero dei metallurgici liguri, e quello dei contadini novaresi.
Neanche a farlo apposta, era proprio il Popolo d'Italia di Mussolini e del fascismo, che in quel tempo appoggiava quasi tutti gli scioperi e le agitazioni operaie, anche contro l'avviso e l'atteggiamento... della Confederazione del lavoro!
Era proprio il Popolo mussoliniano che l'8 gennaio 1919 appoggiava l'agitazione dei metallurgici genovesi, cos come quella dei ferrovieri; e il 15 gennaio quella dei postelegrafonici; e che il 25 gennaio proclamava la vittoria dello sciopero tranviario genovese; e che il 24 gennaio e seguenti esaltava lo sciopero dei fonditori, contro la Confederazione che era per l'accordo, e che l'8 febbraio 1919 raccontava le gesta di Rossoni e dello sciopero dei fonditori, durato pi di un mese, per la protesta di lavorare non pi 48 ore settimanali (come consentivano i "pompieri" e i "traditori" della Confederazione) ma solo 44.
Era il Popolo, fascista, che due mesi dopo esaltava e magnificava lo stesso sciopero agrario novarese (30 marzo 1919), che oggi regala ai delinquenti sovversivi.
Continui, continui il Corriere Italiano fascista la documentazione della delinquenza del 1919; ma stia attento a non ritrovarsi poi tutti i delinquenti in casa!
Noi continueremo, sulla traccia dei documenti "fascisti" di allora, a sgonfiare la leggenda nella quale troppa gente ha creduto e crede, e sulla quale altra gente ha fatto la sua fortuna.
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IL FASCISMO E GLI SCIOPERI.
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I delitti attribuiti ai sovversivi sono di tre categorie. Prima: scioperi: tramvieri e secondari, metallurgici, camerieri, maestri tra il maggio e il giugno; e metallurgici ancora nel luglio 1919. Ebbene, manco a farlo apposta, quasi tutti quegli scioperi ebbero l'appoggio di elementi fascisti.
Il primo aprile il Popolo d'Italia appoggia lo sciopero dei lavoranti indumenti militari a Torino; il 3 aprile l'Unione Sindacale, appoggiata dai fascisti, conduce lo sciopero delle maglieriste e dei ceramisti a Milano. Il 20 aprile lo stesso giornale appoggia lo sciopero di Bergamo, e non si oppone a quello dei capitecnici. Il 4 maggio proprio il giornale di Mussolini scriveva, a proposito dello sciopero dei secondari, che oggi  indicato come delitto sovversivo, le seguenti parole: "Convinti che gli scioperanti hanno ragione, promettiamo loro il nostro disinteressato appoggio... Noi deploriamo altamente, e ci meravigliamo che il Ministro Bonomi non sia andato incontro a questa massa imponente di ferrovieri".
A proposto dei metallurgici era proprio il Popolo d'Italia che, il 6 maggio 1919, rilevava che il segretario Falchero della Federazione si dichiar contrario; ma che "la massa non lo segu".
Sempre lo stesso giornale appoggiava allora lo sciopero dei fornai veneziani; ed elogiava la solidariet nello sciopero degli impiegati delle opere pie di Venezia (12 maggio 1919).
Dello stesso sciopero dei camerieri, oggi indicato come delitto sovversivo, il Popolo d'Italia riconosceva allora che i dirigenti socialisti erano contrari, mentre il giornale fascista affermava che "le richieste del personale erano ragionevolissime, e che il loro movimento non doveva essere guardato con sospetto" (7 giugno 1919).
Infine il deplorato sciopero dei maestri era anche appoggiato dal giornale fascista, che allora definiva "velenose" le opposizioni del Corriere della Sera, deplorevoli i Direttori che non partecipavano e la Tommaseo che nicchiava. "La Nazione - catechizzava allora il fascismo - segue dovunque con grande simpatia lo sciopero dei maestri, che il Governo poteva evitare" (12 giugno 1919).
E quanto allo sciopero dei metallurgici, esso ebbe pi tardi l'adesione dell'Unione Sindacale; poich l'unico dissenso era intorno al momento pi opportuno di ingaggiare la lotta.
Quanto agli incidenti, conflitti, ecc., avvenuti nello stesso periodo di tempo, notiamo che di alcuni, i pi lievi, che si sarebbero svolti contro oratori fascisti, manca alcuna precisa documentazione. In tutti gli altri, che sono di una certa gravit, e che sono descritti dai giornali del tempo,  da notare, quali che ne siano stati i particolari, che si chiudevano quasi tutti proprio a danno di quei sovversivi, cui oggi fa comodo di attribuirli. (Cos le agitazioni del 15 aprile a Milano, che si chiudono con un certo numero prevalente di morti e feriti lavoratori, e con l'incendio dell'Avanti! Cos il 10 giugno a Tradate, dove il morto  un lavoratore. Cos il 22 luglio a Varese, dove il morto  sempre un lavoratore. Cos il 13 luglio a Rossiglione, dove i due morti sono stati tutti e due lavoratori. Cos il 12 agosto a Galliate, dove i morti sono tre lavoratori).
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I MOTI PER IL CAROVIVERI.
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Ma la somma pi imponente e pi grave di fatti, in quel periodo di tempo.  quella che si riunisce intorno ai "moti per il caroviveri". Orbene, per la preparazione spirituale di quei moti,  tempo di ricordare anche quello che vi abbia contribuito il fascismo.
Chi era che il 10 giugno 1919 lanciava le seguenti parole: "Le casse sono vuote. Chi deve riempirle? Non noi che non possediamo case, automobili, banche, miniere, terre, fabbriche. Chi pu deve pagare. Chi pu deve sborsare. Non si liquida la situazione spaventevole del dopo guerra, se non si ricorre a misure radicali... O i beati possidenti si esproprieranno, o noi convoglieremo le masse dei combattenti verso questi ostacoli e li travolgeremo. Noi intraprenderemo una propaganda indiavolata..."?
Non noi, crediamo. Ma proprio l'on. Mussolini, a Milano.
E quando scoppiano i primi movimenti in Liguria, ecco i titoli e i commenti del giornale fascista: "La protesta di Genova... Per i pescicani affamatori ci vuole il plotone di esecuzione" - proprio quello stesso che oggi occorre per Don Sturzo, Albertini, Turati, ecc.! - (14 giugno 1919).
"La causa remota e il principio dei moti di Spezia sono i pescicani...  una protesta violenta, ma prevedibile e spontanea contro l'immonda gena di chi ha speculato sul sangue di un popolo in pena" (16 giugno). "L'agitazione (a Livorno)  necessarissima per colpire l'ingordigia degli affamatori" (16 giugno). "A Bergamo, continua la caccia agli affamatori e noi non possiamo che approvare quanto  stato fatto" (sempre dal Popolo d'Italia, 22 giugno 1919). "In Romagna il popolo  insorto energicamente contro la venalit degli speculatori... Il movimento iniziato per virt della generosa e fiera Romagna accenna a estendersi... Si dilata l'insurrezione contro i primi e diretti responsabili della insostenibile situazione... Non  il partito socialista quello che ha provocato e diretto queste dimostrazioni. A Imola (5 morti) sono state le frazioni minoritarie con grave disappunto del Comune socialista e della Camera del lavoro confederale. Per nostro conto affermiamo esplicitamente la giustizia fondamentale della protesta popolare. Essa  proporzionata agli eccessi degli affamatori" (Popolo d'Italia, 4 luglio 1919).
Anzi Mussolini - che riservava allora tutti i suoi fulmini contro lo sciopero dimostrativo del 20-21 luglio, che si svolse per contro in forma civile e ordinata quasi dappertutto - si compiaceva specialmente che anche le cooperative non fossero state risparmiate dai tumultuanti, e dileggiava i dirigenti del Pus (partito socialista) che non si erano messi alla testa del movimento, se non anche il D'Aragona, che allora apertamente invece dichiarava gli scioperi e i ribassi del 50 per cento cause di maggiori mali. Il Comitato centrale dei Fasci il 5 luglio 1919 metteva anzi il suo sigillo, "proclamando la sua illimitata solidariet con il popolo insorto contro gli affamatori, plaude alle requisizioni, ecc.".
Ma oggi, a tre anni di distanza, fa comodo assai rovesciare la verit; e il giornale fascista romano descrive quei moti come "delitti dei socialisti - contro i quali dovette reagire il patriottismo fascista".
Si pu essere pi onesti e patriotti di cos?
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L'AMNISTIA AI DISERTORI.
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Uno degli argomenti preferiti dai nuovi patriotti  l'amnistia data ai disertori nel 1919. Per quest'atto nefando, Lodovico Mortara, primo presidente della Cassazione,  stato licenziato; un Presidente del Consiglio  posto al bando dalla vita politica, e cento altri fatti di reazione sono giustificati.
Ma nel 1919, quando quelle amnistie venivano emanate, quando nel crogiolo ardente delle passioni e dei sentimenti del dopo-guerra i provvedimenti erano richiesti, pensati e dettati, quale era il pensiero e l'atteggiamento dei fierissimi attuali custodi del pi puro interesse nazionale?
Eccolo. L'abbiamo gi accennato e ora lo precisiamo. La prima amnistia del febbraio 1919, la quale comprende i disertori, escludendone per quelli da reparti di prima linea, i disertori per la terza volta nonostante ammonimento, e quelli assenti pi di 15 giorni,  annunciata dal Popolo d'Italia, giornale di Mussolini, con questo grande titolo su 6 colonne: "La grande amnistia militare della pace e della vittoria".
Al testo del decreto, sullo stesso giornale, segue poi una breve nota che incomincia cos: "Non  un commento. Non  una critica. Pacificazione sociale? S. Tutela del diritto dei morti? S. Vendetta delle regioni invase? S. Infatti i disertori in faccia al nemico, i traditori e i latitanti sono esclusi. Il re non  stato che un interprete del sentimento nazionale", e conclude senz'altro: "Nel complesso questo decreto soddisfa le esigenze della coscienza nazionale". Il consenso al decreto di amnistia per i disertori  dovunque chiaro ed evidente.
Ma un sofista potrebbe obiettare che altro  il decreto del febbraio, altro  quello del settembre 1919, che allargava maggiormente i cordoni dell'amnistia. Crede per il sofista che l'atteggiamento del Popolo d'Italia, cio del giornale di Mussolini, dei produttori e dei combattenti, sia stato diverso rispetto a codesto secondo decreto, poi divenuto titolo d'infamia? Affatto, affatto!
Il titolo col quale il Popolo d'Italia del 3 settembre annunciava il nuovo decreto  simile: "La nuova amnistia per i reati militari. L'esclusione dei vili passati al nemico", e pi oltre non vi appone che una protesta, perch vi sono inclusi... gli scioperanti del 20-21 luglio.
E il giorno seguente, a mente pi fredda, e a considerazione pi maturata, il giornale commenta: "Data l'ampiezza dell'amnistia, non  utile trattenerci sui singoli casi. Il concetto che ha informato i decreti  stato quello di raggiungere la pacificazione sociale senza menomare i diritti e i doveri di conservazione della Patria. Sono stati esclusi dal beneficio i vili passati al nemico, i contravventori alle leggi annonarie. Vale a dire che il governo ha tenuto presente che la nazione pu essere tradita in due modi: disertando il proprio posto di combattimento, od affamandola".
Segue quindi una filippica contro gli affamatori, proprio tal quale avrebbe fatto un bolscevico, e quindi: "Concludendo: l'amnistia  condizionata... Ci per i disertori all'interno che non possono lagnarsi per il loro trattamento. Altri rilievi non  il caso di fare", tranne il lamento che vi sia compreso anche "il vilissimo Fassina" di Milano. (Cfr. Popolo d'Italia, 4 settembre 1919).
Nulla pi, nulla meno.
Nei giorni seguenti, grandi adunate dei Fasci; ma senza accenni all'amnistia, tranquillamente accolta. Solo dopo due o tre anni essa  divenuta un comodo pretesto a violenze e un demagogico bersaglio di fulmini e saette.
Come si spiega? Attendiamo risposta.
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I CONFLITTI POST-BELLICI.
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Ancora oggi dunque si ricordano gli incidenti o i conflitti dell'immediato dopo guerra, e senz'altro, senza vaglio e senza critica, s'attribuiscono e si intitolano i delitti dei sovversivi, anzi, pi precisamente, dei socialisti.
Persino quando, come avveniva anche allora nella pi parte dei casi, i morti erano dalla parte dei presunti sovversivi, persino per quei casi il titolo dei giornali fascisti reca: delitti dei sovversivi: sono i sovversivi che costringono naturalmente gli altri, o la forza pubblica, a far uso delle armi...
Anche a Lainate, in Lombardia, il 1 settembre 1919. Anche allora si disse che i carabinieri, assaliti dalla teppa socialista, erano stati costretti a far uso delle armi, a tirare fucilate contro i sovversivi, e a ucciderne tre. Ma, per fortuna, c' un testimone. Un testimone del tempo, autentico, vero, indiscutibile, inattaccabile. Esso ha reso la sua deposizione il 4 settembre 1919 davanti a tutta l'Italia: "La versione data sull'eccidio di Lainate  la versione dell'autorit, per il salvataggio del responsabile. Il fatto  questo: una piccola comitiva di dieci persone, reduci da un modesto simposio,  mitragliata a bruciapelo e ha lasciato sul selciato tre morti. Si trattava di donne, di un vecchio, di un reduce mutilato, e tutti si erano riuniti per celebrare un fidanzamento. Gente campagnola, posata e innocua".
La colpa  invece tutta del brigadiere dei carabinieri: "Si tratta di vedere se il brigadiere ha agito in istato di pazzia o di coscienza; nel primo caso manicomio criminale, nel secondo condanna dura... L'odio alle istituzioni  alimentato da questi eccidi, non gi dalla propaganda dei socialisti...".
Ma via! Chi dice questo sar un socialista; che valore ha codesta testimonianza?
Un valore piccolo, ma perentorio. Il testimone  MUSSOLINI. Le parole sono nel suo articolo di fondo, nel Popolo d'Italia, intitolato: "Dopo l'eccidio di Lainate. Bisogna punire i colpevoli!".
Peggio ancora, anzi. In quel tempo il Popolo d'Italia, giornale fascista, accusava Turati di essere "amico del carabiniere Nitti", il quale carabiniere Nitti "aveva osato di difendere i carabinieri anche dopo l'eccidio di Lainate" (Popolo d'Italia, 10 settembre 1919).
Cos, proprio cos, stavano allora le cose.
Ma oggi la leggenda ripetuta dalla gente per bene  questa: nel 1919 i socialisti assalivano i carabinieri e li uccidevano; e i capi socialisti, anche Turati, s, anche lui, eccitavano le masse...
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SCIOPERI FERROVIARII E POSTELEGRAFONICI.
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E passiamo ora al 1920, verificando tutte le novelle fasciste intorno alle "Barbarie dei rossi",(1) non sui deplorati e mendaci giornali bolscevichi, ma su quel vaso di ogni virt che  il Popolo d'Italia.
Il 1920 si apre con i grandi scioperi degli addetti ai servizi pubblici, che avanzano domande di aumento.
Delitti dei rossi? Obiettivamente dovremmo considerare una quantit di cose, tra le quali gli sbalzi dei valori della moneta. Ma qui basta citare dal Popolo d'Italia.
Scrive Mussolini il primo giorno dell'anno nuovo: "La bellicosit innata si  spostata dalle trincee sulle piazze e nelle citt...", e pi innanzi il fascista Aristide Contessi: "Noi postelegrafonici vogliamo la lotta ad oltranza per la perequazione degli stipendi, l'aumento di indennit notturna e di straordinario, il raddoppiamento del caroviveri, la concessione indennit residenza e il riconoscimento dei diritti di carriera". E pi oltre: "Noi gridiamo il nostro diritto contro i falsimonetari del patriottismo e i pescicani di guerra... soltanto nella pura dottrina sindacale  la voce rivoluzionaria dell'avvenire...".
Dalle province il giornale fascista annuncia seriamente: "La manifestazione degli impiegati doganali, che si sono astenuti dal servizio,  riuscita veramente plebiscitaria...  l'indice pi sicuro della perfetta disciplina di classe di codesti funzionari (Domodossola)" (Popolo d'Italia, 1 gennaio 1920).
Il numero del 9 gennaio  tutto dedicato alle richieste dei postelegrafonici e ferrovieri: "Negli articoli che pubblichiamo pi oltre, le ragioni degli impiegati sono difese con vigore e con evidenti basi di diritto... Noi auguriamo che si trovi la via dell'accordo".
Nel giorno medesimo il Fascio di Milano "formula il seguente voto di simpatia per i postelegrafonici attualmente in agitazione... e fa voti che il Governo risolva una buona volta con larghi criteri la situazione giuridica ed economica degli statali, in modo da evitare cause di indisciplinati movimenti, originati da bisogni non soddisfatti e improrogabili".
E il Popolo d'Italia rincalzava per i ferrovieri: "Se l'accordo fallir per l'intransigenza del Sindacato, noi ci schiereremo contro il Sindacato; se per l'intransigenza del Governo, noi ci schiereremo a fianco dei ferrovieri contro lo Stato... Noi esortiamo il Governo ad accettare quei postulati..." (11 gennaio 1920).
Il Fascio ferrovieri di Roma "denuncia le sperequazioni sancite dal Governo... delibera di sostenere con tutti i mezzi le proteste e gli interessi degli organizzati" (Popolo d'Italia, 14 gennaio).
Scoppiato lo sciopero, i Fasci milanesi "riconoscono nel complesso la legittimit delle richieste della massa, ma deplorano lo sciopero in considerazione del momento delicatissimo" (trattative per Fiume).
E Cesare Rossi spiega che il Fascismo  divenuto contrario agli scioperi soprattutto perch "la classe lavoratrice si  legata al partito socialista" (17-22 gennaio 1920), cio per ragioni di bottega.
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LE FERROVIE AI FERROVIERI.
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Ma l'Unione Italiana del Lavoro, amica dei fascisti, appoggia lo sciopero (16 gennaio) e Agostino Lanzillo, candidato fascista nel listone e ras di tutte le Calabrie, chiedeva a gran voce "le ferrovie ai ferrovieri" e soggiungeva: "Dobbiamo guardare con simpatia alla lotta delle due vaste categorie di impiegati dello Stato... Lo sciopero  proclamato per ragioni economiche e all'insaputa del Partito socialista... La cosa  provata dalle dichiarazioni del Partito, dal malumore dell'Avanti!, e dall'indignazione dei deputati socialisti (contro gli scioperi). D'Aragona entra in scena solo alla fine. Lo sforzo del Partito e della Confederazione  di lasciare i ferrovieri in loro bala... I due scioperi, ferroviario e postelegrafico, sono i primi che possono indicarsi, dopo tanto tempo di preponderanza politica socialista, come concepiti e attuati all'infuori della tirannica volont del Partito... Ci che d il Governo (come stipendio agli impiegati)  carta falsa, col diminuire il valore della moneta... Le giornate della violenza operaia hanno un valore rinnovatore" (Popolo d'Italia, 24 gennaio 1920).
E mentre Turati organizza a Milano un convegno contro le violenze e la scioperomania (20 gennaio), mentre Treves scrive un articolo contro lo sciopero ferroviario, e mentre Turati nega lo sciopero nei servizi pubblici, Cesarino Rossi afferma la legittimit dello sciopero nei servizi pubblici e con Mussolini disapprova lo sciopero ferroviario per le speciali circostanze per le quali "anche moltissimi socialisti" erano contrari (27-29 gennaio).
Ma Scalzotto, il ferroviere dei fascisti, dichiarava: "Lo sciopero ferroviario, n politico, n economico, fatto dal Sindacato all'infuori dei partiti, non  altro che un atto di coscienza dei dirigenti ferroviari... Il Partito socialista si  interessato all'agitazione per quel minimum che era doveroso a un partito estremista; ma oltre la affermazione platonica di solidariet si  ben guardato da altre affermazioni" (Popolo d'Italia, 3 febbraio 1920).
Oggi, invece, la storia si racconta alla rovescia: i Turatiani, organizzatori del convegno milanese del 19 gennaio 1920 contro il massimalismo verbale e scioperaiolo, sono diventati i nemici della Nazione; e i sindacalisti-anarcoidi-fascisti del 1920 sono diventati i salvatori!
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ALTRI SCIOPERI.
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Il libercolo fascista segna a carico dei rossi: "4 febbraio 1920, sciopero tessile nel Bergamasco".
Manco a farlo apposta, il Popolo d'Italia del tempo narrava invece che gli scioperanti erano delle leghe bianche, che assaltarono anche la casa di un ingegnere socialista, e che i socialisti facevano... i krumiri. (Popolo d'Italia, 5-6 febbraio 1920).
Il 18 febbraio 1920, sempre il Popolo d'Italia scriveva sull'agitazione metallurgica: "Gli industriali non si capisce a cosa tendano; pare vogliano trascinare gli operai allo sciopero... Questa loro cocciutaggine...", e pi tardi: "La cocciutaggine del Mazzonis (industriale) non deve prolungare oltre i gravi disagi di oltre 4000 famiglie, e porre a repentaglio la vita di una citt come Torino. Il suo contegno  vivamente biasimato anche da molti industriali" (Popolo d'Italia, 21 febbraio 1920).
E per lo sciopero nelle secondarie: "La vertenza pendeva specialmente sulla R. M. da accollare al personale, e sulle tabelle che, secondo il Governo, annullerebbero quasi tutti i diritti acquisiti con l'anzianit di servizio"; e, riprodotte quindi largamente tutte le motivazioni dei ferrotramvieri, conclude: "Se le cose stanno come affermano costoro,  certo che la causa dei tranvieri merita ogni maggiore considerazione e il pi caldo appoggio" (Popolo d'Italia, 24 gennaio 1920).
Lo stesso giornale, il 12 marzo 1920, riproduceva nuove ragioni di agitazione dei ferrovieri, e commentava: "Se le cose stanno in questi termini, non c' dubbio che i ferrovieri hanno ragione".
Quando scoppiava lo sciopero generale a Parma, il Popolo d'Italia ne appoggiava le ragioni (20 marzo 1920) e, durante lo sciopero agrario sindacalista di Parma, deplorava "gli agrari cocciutamente irremovibili, e i bolscevichi che provocano gli scioperanti e sono messi in fuga dai sindacalisti" (24-25 marzo).
Il 30 marzo 1920 riprendeva l'agitazione postelegrafonica, e l'associazione di seconda categoria, diretta da fascisti, minacciava "una nuova e pi violenta forma di agitazione estrema"; mentre il fascista Contessi protestava che "il caroviveri non  una invenzione dei socialisti... ma siamo tutti malcontenti".
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CONTRO L'ORA LEGALE E CONTRO LO STATO.
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Il libercolo di propaganda fascista ricorda, per, tra gli scioperi pi disastrosi e ingiustificati, quelli contro "l'ora legale". Ma era allora Mussolini che anarcheggiava con queste parole in un articolo di fondo: "Io sono contro l'ora legale. Parto dall'individuo e punto contro lo Stato... Se la rivolta contro l'ora legale fosse il supremo tentativo di rivolta dell'individuo contro la coercizione dello Stato, un raggio di speranza filtrerebbe nell'animo nostro... Abbasso lo Stato sotto tutte le sue specie; lo Stato di ieri e di domani; lo Stato borghese e quello socialista" (Firmato: Mussolini: Popolo d'Italia, 6 aprile 1920).
Il ferroviere fascista avvertiva alla stessa data: " bene che l'opinione pubblica si prepari a una nuova e probabilmente pi grave agitazione dei ferrovieri... Occorre riferire gli stipendi alla lira-oro" (Popolo d'Italia, ibid.).
E mentre i postelegrafonici di Milano scioperavano, il giornale di Mussolini commentava favorevolmente: "Questo sciopero ha un carattere locale di protesta, ma  pure una significativa espressione dello stato d'animo di una massa che  stanca di attendere gli studi e le modifiche dei ministri" (10 aprile 1920).
Il giornale fascista era per in dissenso col postelegrafonico fascista Contessi che voleva lo sciopero; e preferiva protestare contro l'on. Candiani, di cui "non riesce a spiegare la resistenza opposta allo sciopero dei vetturini" (Popolo d'Italia, 21 aprile 1920). Perfino quello!
Nella primavera 1920 fiorivano gli scioperi dei contadini, oggi deploratissimi dal libercolo fascista. Ma allora Mussolini, il Salvatore, aveva anche per essi una parola e un fiore: "I contadini che oggi si agitano per risolvere il problema terriero, non possono essere guardati da noi con antipatia. Commetteranno degli eccessi, ma vi prego di considerare che il nerbo delle fanterie era composto di contadini" (Popolo d'Italia, 25 maggio 1920).
Anche Cesarino Rossi, fascista, allora commentava: "Non sconsigliamo a priori l'esercizio della lotta di classe e l'azione diretta quando il proletariato si trovi ad urtare contro l'opposizione assoluta del padronato e dello Stato"; quasi nello stesso tempo in cui Buozzi, socialista unitario, con ben altri discorsi, reagiva coraggiosamente nel discorso di Genova contro gli scioperi, e chiedeva agli operai di lavorare (26 maggio 1920).
Mussolini si compiaceva allora di insinuare: "L'Avanti! deve essere compreso tra i giornali che non approvano lo sciopero dei ferrovieri. Leggetelo attentamente... Sono doccie fredde sugli entusiasmi scioperaioli" (Popolo d'Italia, 23 giugno 1920); o si divertiva a rilevare lo sciopero dei tramvieri contro l'Amministrazione socialista di Verona, o a eccitare i tranvieri avventizi in soprannumero licenziati dal Comune di Milano (Popolo d'Italia, 31 gennaio, 28 agosto 1920) o a montare gli estremisti contro i ragionevoli reazionari della Confederazione del Lavoro!
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CONTRO GLI ECCIDI.
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Lasciamo un momento gli scioperi, e veniamo al piatto forte della attuale propaganda fascista.
Il libercolo enumera, nel periodo di un anno, nel 1920, pi di cento morti, vittime della barbarie e della bestialit dei rossi.
Abbiamo voluto controllare tutti i cento casi, nei quali dovrebbe stare la profonda ragione della reazione fascista con tutte le sue migliaia di morti dal 1921 al 1924. E abbiamo fatto il controllo, non sui giornali socialisti, notoriamente bugiardi e fuori della legge, ma sullo stesso Popolo d'Italia, e sul Corriere della Sera, citato dai fascisti.
Ebbene, le povere vittime sono per la massima parte appartenenti proprio a quella stessa massa, a quegli stessi bolscevichi, che poi si pretese di punire in ragione del cento per uno.
Ecco qua i fatti dell'opuscolo fascista:
9 gennaio 1920. - Conflitto a S. Cesario di Modena tra dimostranti e carabinieri. Un ferito grave e altri meno gravi. (Tutti i feriti appartengono a dimostranti. Cfr.: Corriere).
21 febbraio. - Conflitto a Castelfranco tra carabinieri e socialisti. Due feriti. (I feriti sono Mariotti e Cerri, socialisti. Cfr.: Popolo d'Italia).
26 marzo. - A Barengo: uccisi un soldato e due scioperanti.
5 aprile. - Conflitto tra carabinieri e scioperanti a Decima di Persiceto: 5 morti e numerosi feriti.
Delitto dei rossi? Ah, no, falsari!  lo stesso Popolo d'Italia che allora ben diversamente raccontava: "Un brigadiere dei carabinieri ribalt il tavolo sul quale si trovavano gli oratori... ne succede un tafferuglio... e quindi lo stesso brigadiere spara contro la folla".
Tutti i morti e tutti i feriti appartengono ai dimostranti. Non dunque delitto dei rossi; ma delitto contro i rossi; ma vittime rosse, poveri ignoti contadini, ai quali nessuno dedicher un ricordo!
Ed era lo stesso Mussolini che allora scriveva: "Il conflitto di Decima  il pi grave. Grave per il numero dei morti. Grave soprattutto perch non giustificato dal contegno della folla comiziante. Il brigadiere meglio avrebbe fatto a non interrompere gli oratori". Ed era lo stesso Mussolini che riconosceva ai socialisti di "essere sulla via della saggezza" perch non proclamarono lo sciopero (Popolo d'Italia, 9 aprile 1920).
19 aprile. - A Raiano: tumulti contro le imposte (che c'entrano i rossi?). Ucciso il Commissario regio, e due contadini dimostranti.
1 maggio. - A Pola, conflitto: due morti e parecchi feriti. (I morti sono quattro dei dimostranti. Cfr. Popolo d'Italia e Corriere).
1 maggio. - A Torino: una guardia uccisa, due dimostranti uccisi.
A Imola, conflitto: un morto e due feriti (il morto  uno dei dimostranti; cfr.: Corriere).
A Livorno, un morto (il socialista Mazzantini; cfr.: Corriere).
A Biella, un morto (l'operaio dimostrante Antonio Sassone; cfr.: Corriere).
Possiamo riconoscere tutto quello che si vuole, eccessi e brutalit nelle folle; ma almeno si aggiunga che le folle hanno scontato il loro male immediatamente. I morti sono per la maggior parte dei loro. La repressione non  mai mancata. E non si aggiungano nuovi e continui delitti contro coloro che hanno gi troppo espiato!
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I "DELITTI DEI ROSSI".
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Il libercolo fascista per continua imperterrito: "delitti dei rossi: anche lo scontro tra la Guardia Regia e nazionalisti a Roma, con gli otto morti del 24 maggio 1920!".
Eppure, si sa, i socialisti sono sempre i provocatori, anche quando il Popolo d'Italia raccontava: "Abbiamo assalito il corteo socialista e portata via la bandiera" (27 maggio 1920); oppure a Trieste: "Alcuni socialisti che inneggiavano alla repubblica bolscevica furono malmenati" (Popolo d'Italia, stessa data); oppure a Spezia: "A quelli del Fascio salt il ticchio di dimostrare che i proletari hanno paura del bastone, e non appena uno dei nostri si mise a sparare colpi di pistola a girandola, scapparono tutti" (Popolo d'Italia, 1 giugno 1920). Esercitazioni di gioco!
9 giugno 1920. - A Trento: sciopero, un morto e quattro feriti. Oggi si dice: "delitto dei rossi!". Ma allora, allora no, i falsari erano pi cauti. Allora il giornale di Mussolini narrava proprio il contrario col seguente titolo: "I carabinieri sparano sulla folla a Trento. Due morti e tre feriti", e, narrato il fatto, concludeva: "Tutti deplorano che i carabinieri abbiano sparato senza un preciso motivo che giustificasse la reazione, tanto pi che la popolazione trentina  calma e rispettosa dell'ordine e dell'autorit" (Popolo d'Italia, 10 giugno 1920).
E finiamo, per oggi, con i moti di Ancona. Gravissimi. Molti morti.
Il 30 giugno Mussolini scriveva: "La rivolta di Ancona  a fondo anarchico, con adesione degli elementi repubblicani delle Marche e della Romagna [Mussolini conosce bene l'ambiente, fin dai tempi della settimana rossa, quando egli dirigeva l'Avanti!, e i rossi disarmavano i generali]. Tra repubblicani e anarchici c' sempre stata corrispondenza di amorosi sensi... Questo moto ha cacciato nell'imbarazzo crudele i socialisti... Il partito non ha osato unirsi al movimento... E la Confederazione si  schierata contro" (firmato: Mussolini; cfr.: Popolo d'Italia).
Ma oggi tutto fa mazzo.
I socialisti, e pi particolarmente quella canaglia degli unitari, sono i responsabili di tutti gli assassini e di tutti gli scioperi del 1920.
Lo dice l'Ufficio di propaganda fascista, in un milione di copie.
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IL "GIOLITTISMO" MUSSOLINIANO.
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Nella primavera del 1920 il Ministero Nitti, dopo un inutile rimpasto, cadde per la opposizione irreducibile dei socialisti, cui si unirono i popolari.
Sorge Giolitti.
Quale poteva essere il contegno dei patriotti fascisti, di fronte al parecchista di Bulow, di fronte al condannato, in effige, alla fucilazione nella schiena; di fronte - aggiungiamo noi, pi precisamente - a colui che, dopo Caporetto, mentre Turati raccoglieva la frase: "Anche la nostra Patria  sul Grappa", non seppe trovare altro accento che il freddo richiamo dei ministri alle loro "terribili responsabilit"?! Avverso, inesorabilmente?
Main; di ben altro si preoccupava allora il fascismo! E il giorno dopo il discorso-programma di Giolitti, ecco il titolo, su sei colonne: "Il discorso Giolitti. Un programma di saggia amministrazione e di necessarie audaci riforme". (Popolo d'Italia, 25 giugno 1920).
Il Ministero Giolitti presentava allora quei provvedimenti finanziari (nominativit dei titoli, confisca dei sovraprofitti, aggravamento delle tasse di successione, revisione dei contratti di guerra) che, un anno o due dopo, tutti gli organi e organetti della reazione fascista qualificarono come distruttivi della economia nazionale, demagogici, imposti dalla canea socialista e bolscevica, ecc., ecc. Ma allora, nel 1920, quando Giolitti li faceva votare, cosa ne pensavano il fascismo e Mussolini, il Salvatore d'Italia?
Ecco: "Tranne qualche indeterminatezza per ci che riguarda il problema adriatico, per tutto il resto il discorso Giolitti coincide quasi letteralmente coi postulati fascisti... Fine dei decreti-legge [come ora!]. Sviluppo delle cooperative... Vasta autonomia ai Comuni... Quanto ai provvedimenti di ordine finanziario, i Fasci chiedevano fin dal marzo 1919 la confisca dei sovraprofitti, la leva dei patrimoni, la tassazione delle eredit, la revisione dei contratti di guerra, la nominativit di tutti i titoli. Giolitti ha ricordato le automobili. Non dimentichiamo i pianoforti [non scherzava l'amico!]. Il programma di Giolitti  all'altezza della situazione,  in relazione con le imperiose necessit del momento"! (Firmato: Mussolini, in Popolo d'Italia, 25 giugno 1920).
E aveva ragione Mussolini. Ripetutamente nel 1919, e poi nel 1920, il 10 febbraio, il 26 marzo, il 20 aprile, e pi formalmente infine il 3 luglio 1920, in migliaia di opuscoli ufficialmente editi dai Fasci, e firmati da Mussolini, Farinacci, Pasella, Bolzon, Rossi e compagni, il fascismo e Mussolini (edizione 1920) avevano reclamato: "a) una forte imposta straordinaria sul capitale, a carattere progressivo, che abbia la forma di vera espropriazione parziale di tutte le ricchezze (fabbriche, titoli, terra ai contadini); b) il sequestro di tutti i beni delle Congregazioni religiose; c) la revisione di tutti i contratti di guerra e il sequestro dei profitti di guerra; d) la tassazione onerosa delle eredit".
Oggi quei provvedimenti sono chiamati bolscevichi, demagogici, rovinosi, ecc. Allora erano l'appannaggio del Fascismo! Anzi i socialisti erano dipinti dai fascisti come coloro che avversavano tali misure!
Chi era allora amareggiato dalla confisca dei sovraprofitti? Lo diceva il Popolo d'Italia del 25 giugno 1920: l'on. Matteotti che aveva certo dei profitti di guerra da conservare [gi: tre anni di soldato semplice, e due di sorveglianza speciale!]. Chi temeva allora la imposta sul capitale? Gli on. Modigliani e D'Aragona, che notoriamente possedevano molte ville... a Lunate nel Pozzo!
L'Agenzia Volta e il Popolo d'Italia raccontavano allora che "una forte corrente del gruppo socialista era contraria alla nominativit...; e specialmente i molti pescicani che avevano biglietti da mille e tessera socialista" (8 luglio 1920).
"I socialisti manovrano alla Camera contro i progetti che colpiscono il capitale..." (Popolo d'Italia, 9 luglio 1920).
"Le sospette eccezioni di Modigliani, Matteotti e compagni contro la nominativit dei titoli... e contro gli altri provvedimenti finanziari che essi [i socialisti!] dicono demagogici" (Popolo d'Italia, 10 luglio 1920).
E Mussolini finalmente insorgeva e poneva il suggello alla verit fascista di allora, che  naturalmente il contrario della verit fascista di oggi: "Le opposizioni pi tenaci ai provvedimenti fiscali di Giolitti sono partite dai banchi dei socialisti" (firmato: Mussolini, in Popolo d'Italia, 24 luglio 1920).
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CONTRO L'AUMENTO DEL PREZZO DEL PANE.
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Bene, bene, si pu dire quello che si vuole; ma in fondo Giolitti ha il merito di avere ristabilito il prezzo libero del pane e risanato il bilancio, contro l'ostruzionismo e l'opposizione dei socialisti.
Lasciamo andare che il famoso ordine del giorno Casalini sul pane non aveva mai chiesto il danno del bilancio, ma anzi ne aveva chiesto il pareggio con la tassazione progressiva dei redditi, dei consumi di lusso e dei sovraprofitti. I fascisti, allora, che ne pensavano?
Documenti.
Parla Mussolini: "Il nostro pensiero sulla questione del prezzo del pane  molto semplice e chiaro. Paghi chi pi ha, e si lasci l'attuale prezzo per i non abbienti" (Popolo d'Italia, 8 giugno 1920).
N pi, ne meno.
Scalzotto, che era pi ragionevole, sosteneva invece una tesi pi vicina a quella dei socialisti temperati: "Panificazione statale a mezzo di panifici comunali con vendita di prodotti sottocosto" per le classi pi povere (Popolo d'Italia, 9 giugno 1920).
Ma il Fascio di Milano era pi preciso e deciso: "Il Fascio ritiene che per le classi lavoratrici e impiegatizie non debbono essere aumentati gli attuali prezzi del pane e della pasta; e che il deficit deve essere attenuato da misure fiscali e da eccitamenti alla produttivit" (Popolo d'Italia, 12 giugno 1920). Una vera parafrasi del superato e famigerato ordine del giorno bolscevico!
Pi tardi, Mussolini ribadisce: "O due tipi di pane a prezzi diversi: o due prezzi politici per lo stesso tipo di pane" (Popolo d'Italia, 31 luglio 1920).
 inutile, o avversari, volere rinchiudere il vostro fascismo mussoliniano nelle rigide linee di un programma. Esso era demagogico nel 1920; reazionario nel 1923. Secondo le opportunit, e il vento. Marinaru sugnu!
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DURANTE L'OCCUPAZIONE DELLE FABBRICHE.
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Qual  stato l'atteggiamento di Mussolini e dei fascisti, durante l'occupazione delle fabbriche? Contro questa, che  oggi considerata come la massima manifestazione del bolscevismo postbellico, che cosa fecero gli attuali salvatori d'Italia?
Noi non ripeteremo qui l'abusato ricordo della profferta Mussolini a Buozzi, albergo tal dei tali, in Milano, settembre 1920. Il marinaio sentiva il vento.
E non ci attaccheremo neppure alle parole riassuntive con le quali Mussolini si presentava agli operai di Monfalcone: "Durante la vertenza dei metallurgici, io mi sono schierato dalla parte dei lavoratori, e ho subito gridato ai padroni: dite cosa inesatta se dite di non potere aumentare i salari! E in conclusione, dei 7 franchi chiesti dagli operai 4 sono stati accordati" (Popolo d'Italia, 26 settembre 1920).
Si sa che, nelle sintesi e nei discorsi, si pu essere imprecisi. Ma, anche nel dettaglio,  certo che Mussolini e il fascismo hanno dimostrata tutta la loro benevolenza agli occupatori delle fabbriche, trascurando i piccoli inconvenienti quotidiani, per afferrare il senso pi alto della battaglia.
Ed era logico che cos fosse.
Il primo esperimento di occupazione delle fabbriche era stato fascista, o quasi fascista: a Dalmine, nel marzo 1919, il Popolo d'Italia annunziava che "2000 operai avevano occupato lo stabilimento... issando il tricolore dell'Unione Sindacale sul pennone dell'officina Franchi e Gregorini" e ne seguiva simpaticamente la gesta "simpatica e originale", fino a tal punto che il Duce medesimo partiva da Milano e andava tra gli operai, a esaltarne l'esperimento (Cfr. Popolo d'Italia, 16, 19, 20 marzo 1919).
E sotto gli auspici di Rossoni e compagni, l'Unione Italiana del Lavoro "affermava che l'esperimento di Dalmine ha un valore altissimo, come indice della potenziale capacit del proletariato di gestire direttamente la fabbrica" (Popolo d'Italia, 1 aprile 1919).
D'altronde anche le cause dell'agitazione metallurgica avevano il benevolo appoggio del giornale fascista. Si sa del resto che, per un certo tempo, la tattica fascista (contrariamente a quella di Turati e compagni) fu questa: "Quando una categoria operaia  impegnata in una lotta aspra di carattere economico, noi non ci sentiamo autorizzati ad assumere un atteggiamento di ostilit, anche se i dirigenti ci sono odiosi e il momento inopportuno" (Popolo d'Italia, 9 settembre 1919).
Nella fattispecie poi, Buozzi e la Fiom erano decisamente simpatici a Mussolini, e fin dai primi scambi di note tra Federazione operaia e Federazione industriale, il giornale fascista dichiarava: "Dobbiamo aggiungere, per la verit, che la nota della Fiom era molto pi elaborata e dimostrativa di quella degli industriali... La Fiom ha dichiarato ripetutamente di non desiderare lo sciopero. Altrettanto dovrebbero proporsi gli industriali e trovare quella linea mediana che..." (Popolo d'Italia, 10 agosto 1920).
Si sa che Mussolini si  sempre preoccupato della produzione, e quando trov l'articolo di un ingegnere che dimostrava che in Italia la metallurgia e la meccanica avevano molto margine di lavoro, egli fu contento di obiettarlo agli industriali pessimisti, che non mollavano. L'ingegnere per si affrett ad avvertire che il giornale fascista aveva sbagliato: il suo articolo era vecchio di un anno.
E Mussolini non si scompose, e ribatt anche al tecnico: "Non accetto pienamente il suo punto di vista... Stiamo male a carbone, d'accordo. Ma se la diplomazia italiana non ha saputo migliorare la nostra situazione carbonifera, la colpa  forse degli operai? C'erano forse a Spa i rappresentanti degli operai? [Notate la profondit dell'argomento ripetuto poi in altra sede dall'amico Barberis]...  vera anche la fiacca degli operai. Ma, al congresso di Genova, Buozzi [socialista unitario!] tenne un linguaggio che potrebbe chiamarsi fascista contro lo scioperaiolismo... Lo sciopero non lo desiderano e non lo vogliono gli operai; ma non devono, con ripulse pregiudiziali, desiderarlo o volerlo nemmeno gli industriali" (firmato: Mussolini, in Popolo d'Italia, 11 agosto 1920).
La rottura avvenne, per, ugualmente e il Popolo d'Italia constatava riassuntivamente
"1) Da parte operaia si vuole evitare lo sciopero.
"2) La Fiom  disposta a un contratto duraturo.
"3) La Fiom si rende conto della crisi e si disinteressa delle industrie parassitarie per la Nazione.
"4) La Fiom era disposta ad accettare aumenti possibili.
"5) Gli industriali rispondono con pregiudiziali tardive.
"6) Il rappresentante industriale non si convince.
"7) Le trattative sono sospese; ma vi  un Ministero del Lavoro" (Popolo d'Italia, 15 agosto 1920).
Cominci allora l'ostruzionismo nelle fabbriche. La forma di lotta non piacque troppo a Mussolini; ma nonostante questo: "Il nostro atteggiamento piuttosto benevolo per le masse non deve sorprendere. Noi restiamo dei produttivisti. Finch l'agitazione dei metallurgici non esorbita dai suoi limiti economici e non degenerer in violenze, noi la seguiremo con simpatica attenzione" (Mussolini, in Popolo d'Italia, 26 giugno 1920). E appoggiava la proposta Salmoiraghi.
I tempi stringevano per; e dall'ostruzionismo, in seguito alla serrata dello stabilimento Romeo, gli operai, per timore di restare fuori dal lavoro, passarono alla occupazione: "L'occupazione non diede luogo a notevoli incidenti, se si toglie qualche fermo di dirigenti generalmente temporaneo, dovuto al dubbio, confermato dai fatti, che i dirigenti indispensabili al lavoro lasciassero la fabbrica" (cos commentava il Popolo d'Italia, 1 settembre 1920).
Michele Bianchi dubitava: "Il nostro atteggiamento  stato fin dal primo momento improntato a simpatia per le masse... ma la presa di possesso  un errore formidabile, salvo che non intendano di servirsene come pedina per un sommovimento politico... Ma Buozzi, Colombino, Guarnieri hanno una mentalit troppo realistica...", sono troppo prudenti, e non ne faran nulla! (Popolo d'Italia, 2 settembre 1920).
Dalla incertezza contrario-favorevole dei fascisti, gi alcuno dubitava che essi si volessero mettere contro gli operai, e attaccare gli stabilimenti. Mai pi! Fino al 1920, cio fino a quando le illusioni estremiste erano in pieno, non ci pensarono i fascisti. Ci pensarono pi tardi, quando quelle erano svanite, il pericolo scomparso, e gli operai in ritirata spontanea. "La voce che i fascisti vogliano attaccare gli stabilimenti,  semplicemente idiota. Finch la vertenza non esorbita dai limiti di un contrasto di interessi per scivolare in un assoluto bolscevico, i fascisti non hanno motivo di cambiare il loro atteggiamento che  stato di simpatia verso le richieste delle maestranze. Questa  la verit. Tutto il resto  fandonia" (Popolo d'Italia, 5 settembre 1920).
E, durante l'occupazione, pur protestando contro le violenze ai capitecnici che non volevano restare, pur ammonendo gli operai che i fascisti non consentirebbero un allargamento della occupazione verso maggiori orizzonti, i Fasci ufficialmente "ritengono che le condizioni dell'industria non diventino catastrofiche per l'accettazione almeno parziale dei miglioramenti chiesti dagli operai" (7 settembre 1920).
Infatti la Confederazione tendeva pi che mai a restringere l'occupazione a puro scopo economico, delineando la possibilit di trattative; e Mussolini commentava: "La conclusione sar transattiva... Sembra che gli industriali siano disposti a concessioni... Perch non farle prima?  giusto che gli industriali chiedano il previo sgombero; ma non si pu pretendere che gli operai abbandonino le fabbriche senza garanzie" (Popolo d'Italia, 10 settembre 1920).
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IL CONTROLLO SULLE FABBRICHE.
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La Confederazione del Lavoro poneva infatti allora come obiettivo della lotta: il controllo delle fabbriche; e Mussolini commentava: "Postulato fascista [quanti mai diversi postulati ha avuto il fascismo!]  la gestione sindacale delle industrie dei servizi pubblici... Ma con gradualit... Ora nell'ordine del giorno della Confederazione del Lavoro per il controllo delle aziende, sono rispettate le leggi della gradualit... Noi siamo favorevoli. Gli industriali possono accettare. Sono contrari gli estremisti che vorrebbero invece la dittatura... Ma gli italiani non sono russi" (Popolo d'Italia, 14 settembre 1920).
Contro la Confederazione del Lavoro, che dava un preciso e limitato obiettivo alla lotta, si scatenarono infatti allora le opposizioni di sindacalisti e anarchici, che favoleggiavano di conquista integrale, dando luogo frattanto a quegli episodi violenti che, per fortuna, di fronte alla vastit del movimento, furono assai rari.
La Confederazione riusciva ciononostante a imporre le sue direttive e a vincere. E noi seguiamo i commenti dei fascisti: " stata una affermazione del nuovo diritto degli operai, la prima affermazione concreta di un nuovo rapporto giuridico... Di tutto ci nulla ha compreso l'Avanti! che nei primi giorni della occupazione tenne un contegno assai riservato e discreto...  la classe operaia che opera da s, fuori dalle formule del Partito... Qui niente Stato, niente Dittatura... La vittoria della Confederazione del Lavoro... la concezione del divenire operaio attraverso lo sforzo spontaneo e creativo... pegno della realistica visione degli interessi proletari. Ci fa bene sperare per il sollecito riassetto della nostra vita economica" (Lanzillo, in Popolo d'Italia, 17 settembre 1920).
E Michele Bianchi aggiungeva: "A una svolta della storia! La vittoria ottenuta dalla Confederazione  una vittoria in pieno. La storia del movimento operaio internazionale non registra nulla di simile... La classe operaia italiana  posta all'avanguardia...  la partecipazione diretta ed effettiva del mondo operaio alle industrie... Gli industriali la sconfitta l'hanno voluta, provocata quasi... La speranza  ora che la C. G. L. sappia imporre la necessaria disciplina" (Popolo d'Italia, 21 settembre 1920).
E la Confederazione non mancava alla fiducia, se un mese dopo, lo stesso giornale riproduceva a grandi caratteri "Un appello della Fiom agli operai: Lavorate e producete con la massima intensit!" (Popolo d'Italia, 28 ottobre 1920). Anzi, il giornale di Mussolini trovava addirittura che "dal conflitto esce vinto il massimalismo, che fa capo alla Direzione del Partito... Tutti devono riconoscere che si deve alla Confederazione del Lavoro se si  evitata al paese la guerra civile" (Popolo d'Italia, 21 settembre 1920).
Fin che Mussolini pone il suggello: "Quella che si  svolta in Italia  stata una rivoluzione, anzi una fase della rivoluzione iniziata da noi, nel maggio del 1915. Non c' stata lotta per le strade, non barricate. Ma un rapporto giuridico plurisecolare  stato spezzato. L'operaio conquista il diritto di controllare l'attivit economica nella quale egli ha parte... Dal punto di vista poliziesco Giolitti ha ragione. Si poteva evitare l'invasione delle fabbriche? Forse. Ma chi pu asseverare che la maniera forte non avrebbe scatenato un incendio infinitamente pi pericoloso da domare?..." (Popolo d'Italia, 28 settembre 1920). Cos nel 1920.
Ma nel 1923 o nel 1924 tutta la nuova demagogia fascista e reazionaria e i libercoli di propaganda fascista non hanno parole sufficienti contro l'occupazione delle fabbriche; e una delle prime preoccupazioni del Governo fascista  stata quella di seppellire la magnificata conquista sindacale del Controllo sulle aziende.
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GLI ECCIDI.
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Ritorniamo agli eccidi, a quelli che il libercolo di propaganda fascista oggi vuol fare passare in blocco come barbarie dei rossi; ma che le cronache del tempo, anche fasciste, dissero in molta parte: eccidi proletari.
Narra il libercolo: "1 luglio 1920 - Conflitto a Gioia del Colle tra proprietari e contadini: 4 morti, 2 moribondi, 7 feriti".
Ma perch non aggiunge che tutti i morti sono contadini, uccisi a fucilate dai proprietari? Eppure cos  scritto anche nel Corriere, dal quale il libercolo toglie la notizia.  vero che nei giorni successivi i contadini ritorsero l'aggressione e risposero con nuovi deplorevoli eccessi (regolarmente puniti); ma la verit per il 1 luglio  intanto una sola: eccidio proletario.
"14 luglio - Gravi tumulti a Trieste: due morti e 25 feriti. L'albergo Balkan  distrutto".
Barbarie dei rossi anche codesta? No. Leggete il Popolo d'Italia: "In seguito ai fatti di Spalato... sono i fascisti triestini che assaltano il Consolato slavo... Inseguono cittadini croati e slavi... Assalgono negozi jugoslavi... e appiccano il fuoco all'Htel Balkan... Totale: 3 morti e 30 feriti".
E Mussolini commentava: "Trieste che non dimentica, chiamata dai fascisti, risponde superbamente e procede a quel repulisti che noi abbiamo invocato" (Popolo d'Italia, 14 luglio 1920).
"14 luglio - Conflitto tra leghisti e carabinieri a Orciano Pisano: un morto e due feriti". Delitto dei rossi?
Io leggo esterrefatto il Popolo d'Italia in data 16, e trovo: "A Orciano Pisano, 1 leghista ucciso e 4 contadini feriti... dai carabinieri". Cos come alla stessa data, ad Angri, "un carabiniere spara e uccide un tranviere e ferisce una fruttivendola".
Seguono i fatti di Roma: "un morto e molti feriti". Noi ammettiamo che anche qui vi possano essere stati degli eccessi della folla. Ma basta leggere il Popolo d'Italia per farsi un'idea della cosa: "Qualche tranviere che ha assunto un contegno provocatore,  stato bastonato... L'on. Pagella fu urlato... Lo Stagnetti  stato cacciato gi dal tram a pugni e bastonate... Sardelli malmenato e contuso... Un centinaio di tranvieri feriti e contusi... L'on. Bacci bastonato" (Popolo d'Italia, 21 luglio 1920).
E poi, come titolo: "Deputati socialisti e tranvieri bastonati dalla folla". Oggi il libercolo narra: ufficiali aggrediti e percossi dalla folla. Ma allora invece raccontava: "Gli ufficiali si lanciarono di corsa contro i tranvieri... Un sottotenente di fanteria improvvisava un comizio" (Popolo d'Italia, 22 luglio 1920).
E pi tardi la lettera di uno di quelli che andarono a incendiare la tipografia dell'Avanti!: "Eravamo tutti ufficiali, arditi e fascisti" (Popolo d'Italia, 27 luglio 1920).
"26 luglio - Conflitto a Randazzo tra contadini e carabinieri: 7 morti".
Delitto dei rossi? No; erano i contadini che tumultuavano per la distribuzione della pasta. I militi spararono: i sette morti, tutti contadini (cfr.: Popolo d'Italia, 27 luglio 1920); cos come appartengono ai dimostranti i due morti di Ospitale Modenese (cfr.: Popolo d'Italia, stessa data).
"Anche a Millesimo e a Savona, deplorevoli conflitti tra folla e forza pubblica e arditi". Ma i morti [perch non aggiungerlo?] sono quattro della folla [Rupinone, Capoforno, Jari, Pittamiglio] (cfr.: Popolo d'Italia, 4 agosto 1920).
"10 agosto - Conflitto tra guardiani e leghisti a Medicina, con 4 morti". Ma perch non aggiungere che tre dei morti appartengono pure ai leghisti, come risulta dallo stesso Popolo d'Italia?
"23 agosto - Conflitto a Poggibonsi: un morto e tre feriti". Completiamo per il racconto del Corriere: il morto e i tre feriti sono socialisti.
"7 settembre - Sciopero a Trieste, con gravi conflitti". Qui le versioni dei fatti sono molto divergenti e confuse. L'unico che pu raccontare la verit  l'on. Alessandri, amico dell'on. Mussolini, che allora, secondo le notizie del Popolo d'Italia, si trovava tra gli scioperanti, per una sua particolare avversione al Parlamento.
Seguono quindi immediatamente le pi grandi agitazioni per l'occupazione delle fabbriche. "I due primi morti - dice il libercolo fascista - sono a Torino, durante l'aggressione di alcuni operai contro l'ing. De Benedetti". La notizia va semplicemente completata cos: "L'ing. De Benedetti imbraccia un fucile e uccide due degli operai: Van Dick, calzolaio, da Bruxelles, e Gatti da Barletta" (cfr. Popolo d'Italia, 14 settembre 1920).
Ma evidentemente, l'agitazione metallurgica e l'occupazione delle fabbriche nell'estate-autunno del 1920 non sono tali da essere ricordate nell'episodio. Se in principio sono uccisi i due operai, a Torino; se dopo qualche giorno  ucciso l'operaio Agrati, a Milano; se, ancora a Torino, sono uccisi gli operai Faccio e Silvestri; e, d'altra parte, nella deviazione anarcoide avversa alla Confederazione del Lavoro, sono uccise tre guardie regie e Scimula e Sonzini, tutto ci rientra piuttosto nell'episodio, mentre: "Quella che si  svolta in Italia [in quel periodo]  stata una rivoluzione, anzi una fase della rivoluzione iniziata da noi [fascisti] nel maggio 1915" (Mussolini, in Popolo d'Italia, 28 settembre 1920).
E, come tale, va riguardata nel suo complesso.
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L'INIZIO DELLA GUERRA CIVILE.
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Abbiamo documentato, sulla storia del giornale di Mussolini, come durante il 1919-1920, se vi sono stati dei demagoghi, eccitatori di moti e di saccheggi, esaltatori di scioperi e di occupazioni, essi si trovassero pi nelle file fasciste che non nelle socialiste e, meno che tutto, tra i dirigenti del Partito Unitario.
Ma interessante  ancora vedere come andarono le cose alla fine del 1920, sempre sulla scorta del Popolo d'Italia.
Anzitutto, alla fine del 1920, la massa lavoratrice italiana aveva ormai ritrovato se stessa. L'illusione bolscevica, pi verbale che di fatto, non era durata che sedici mesi, dagli eccitamenti fascisti ai saccheggi per il caroviveri del luglio 1919, allo sbocco finale dell'occupazione delle fabbriche, esaltata dagli stessi fascisti nel settembre 1920.
Cadute le fantasie intorno alla Russia, comprese le esperienze degli scioperi, creato intorno a Turati un forte nucleo di socialisti, rivendicanti la tradizione del Partito in un grande Convegno a Reggio (ottobre 1920), era orientata a destra la stessa maggioranza del Partito socialista, che si preparava a staccarsi dai comunisti nel gennaio successivo.
Non siamo noi ad affermarlo.  Mussolini che documentava: " onesto aggiungere che da tre mesi a questa parte, e precisamente dal referendum per l'occupazione delle fabbriche e dal ritorno dei missionari in Russia [Colombino, Serrati, D'Aragona, ecc.], la psicologia della massa operaia italiana si  profondamente modificata. La famosa ondata di svogliatezza e di pigrizia appare superata. Sintomo certissimo di questo stato d'animo  la relativa facilit con la quale, in questi tempi, sono stati raggiunti accordi dopo trattative pacifiche nelle grandi categorie dei tessili e dei chimici...  indubitato che se la classe operaia italiana continuer a offrire questo spettacolo di laboriosa operosit e disciplina, non le potr essere negata una partecipazione pi o meno vasta al governo della Nazione"! (firmato: Mussolini, in Popolo d'Italia, 31 dicembre 1920).
Da tre mesi, cio dall'ottobre 1920; poich, infatti, anche allora il Popolo d'Italia aveva notato: "Per fortuna il buon senso non difetta in Italia, e gi da tempo la incomposta ambizione degli estremisti aveva ricevuto una ben dura lezione sia nel Partito, sia nel voto della Confederazione del Lavoro, e nel referendum... Come nel 1892 il Partito Socialista si liberava a Genova dagli anarchici, cos tra qualche mese si liberer dai comunisti..." (ibid., 27 ottobre 1920).
Giustissimo. Or come si spiega che, proprio mentre il bolscevismo si eliminava da s, proprio mentre tutte le organizzazioni proletarie ritornavano nella buona tradizione, - proprio allora, dopo superato il pericolo - proprio allora, dopo avere eccitato tutte le illusioni per due anni - proprio allora il fascismo scagliava alla guerra civile le sue "bande di guerrilleros" come le chiamava Mussolini, "col piombo e con la fiamma"? (Popolo d'Italia, 19 ottobre 1920).
Come si spiega?
Se la massa aveva ritrovato se stessa, se le organizzazioni abbandonavano "il massimalismo di guerra, per ritornare al vecchio socialismo in buona fede", come dichiarava di desiderare Mussolini (17 ottobre 1920), se dunque l'Italia si stava salvando da se stessa, come mai, per salvarla di pi o per rovinarla, i fascisti la lanciarono nella guerra civile, distruggendo, incendiando, assassinando, per tre anni, con freddo proposito?
Come si spiega?
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2. I PIENI POTERI E LA POLITICA FINANZIARIA.
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Gli articoli e le note raccolti in questa seconda parte videro la luce ne La Giustizia di Milano del 19 novembre, 3 e 22 dicembre 1922; 16 gennaio, 4 e 22 febbraio, 9 marzo, 5, 15, 17 e 25 maggio, 6 giugno, 15 luglio, 1 settembre, 18 e 28 ottobre, 8, 10 e 16 novembre, 12 e 22 dicembre 1923; 9 gennaio, 28 febbraio, 1, 4, 6, 13 e 30 marzo e 2 aprile 1924. Gli studi: "Smontature finanziarie", "La serie dei disavanzi italiani", "Dopo un anno di dominazione fascista", apparvero in Critica Sociale, a. 33, N. 20 e 22, e a. 34, N. 1.
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LA RAGIONE DEI PIENI POTERI.
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La dittatura in atto vuole avere dalla Camera non solo il voto di maggioranza, ma anche la delega per la dittatura, cio l'esercizio provvisorio a tutto il 30-6-'23 e i pieni poteri tributari a tutto il 31-12-'23 o '24.
Quella accolta di uomini mediocri, che il dittatore ha messi intorno a s, come in certe compagnie drammatiche, ha fatto presto a stamburare gli imparaticci delle economie, del pareggio, della forza nazionale, del passaggio di servizi alla industria privata. Ma quando si  trattato di concretare, di tradurre in provvedimenti positivi quella accozzaglia di diverse aspirazioni o illusioni onde risulta il fascismo, nessuno dei signori Ministri ha saputo fornirci nemmeno un canovaccio degno di discussione. Quando si  trattato di risolvere il problema burocratico e il problema tributario, invece di annunciare la risoluzione di questioni ormai da troppo tempo discusse e controverse, il Governo non ha saputo dire altro che questo: io far domani, e lasciatemi fare quello che vorr, senza un'indicazione preventiva, senza un controllo successivo!
Poteva il Governo fin dal suo inizio abolire qualche Ministero, sopprimere tanti inutili sottosegretariati, ridurre il personale dei Gabinetti al minimo necessario, e indicare una serie di altre economie burocratiche gi mature nella coscienza comune. Invece no, nulla di tutto questo - lo stesso Governo che mantiene Ministri, sottosegretari, gabinetti, e che promette posti ai disoccupati ex combattenti o squadristi, domanda, per le economie che non sa descrivere, pieni poteri.
Veramente per la riduzione e la semplificazione burocratica i pieni poteri ci sono gi. Dalla legge 13 agosto 1921, prorogata al 30 giugno 1923, era delegata al Governo la facolt di legiferare a sua posta nella materia; e la Commissione parlamentare che gli  stata messa accanto, non aveva altro potere che di vedere i decreti prima che fossero pubblicati e dare un semplice parere: non era che un mezzo di controllo e di anticipata pubblicit, per impedire che passassero inavvertiti eventuali arbitri del potere esecutivo.
Pieni poteri dunque, ma secondo un determinato indirizzo (semplificazione dei servizi) e con un osservatorio elettivo (la Commissione; la quale in fatto nulla intralci dell'opera di riforma e di semplificazione, anzi la stimol continuamente, richiese quasi sempre riduzioni e tagli maggiori di quelli proposti dal Governo, e nella stessa riforma giudiziaria tenne ferma l'abolizione di molte circoscrizioni giudiziarie, fino alla proposta, difesa dalla minoranza, di abolire le quattro Corti regionali di Cassazione e parecchie Corti di Appello).
Perch allora il Governo vorrebbe liberarsi anche della Commissione parlamentare? Evidentemente e unicamente per accentuare la propria capacit di arbitrio e sottrarsi ad ogni controllo.
Ma assai pi grave e insopportabile  la richiesta del Governo dei pieni poteri in materia finanziaria.
In nessun Parlamento d'Europa, crediamo, mai certo in Inghilterra, in Francia, nel Belgio, in Germania, sono stati dati al Governo i pieni poteri in materia tributaria. I Parlamenti traggono anzi la loro origine proprio dal concetto di limitare i poteri del Principe o del potere esecutivo, nel prelevamento delle imposte.
Ma non  tanto il motivo formale, costituzionale, che c'importa, quanto la sostanza delle cose. Nei pieni poteri burocratici c' almeno una linea, un indirizzo (la semplificazione) e una limitazione risultante dalla stessa resistenza burocratica che deve cooperare alla formazione dei decreti, e dalla inevitabile volont espansiva dei Governi.
In materia tributaria, invece, nulla sarebbe detto o determinato; cio, arbitrio pieno e sconfinato in una materia che tocca direttamente tutti i cittadini contribuenti.
Nessuno saprebbe a quale scopo, con quale indirizzo.
Mentre noi, che siamo accusati di negativismo, di antinazione, di ignoranza demagogica, ecc., abbiamo, anche poco tempo fa, dettagliatamente esposto un nostro preciso programma finanziario - i presenti rinnovatori della Nazione non hanno ancora precisato nulla e pretendono che la gente giuri senz'altro su quello che domani potranno sognarsi di fare. I concetti generici di aliquote basse, ma di accertamenti giusti, senza evasioni, senza frodi, sono stati da noi, non dai fascisti, tradotti in formule concrete.
In sostanza, dunque, i pieni poteri si domandano per questo: la risoluzione del problema finanziario esige capacit, cognizione, precisa direttiva politica - il Governo attuale non brilla di competenze tecniche, e ha interesse a mantenere quell'equivoco politico sul quale ha fondato le sue fortune - quindi esso chiede che la dittatura gi conquistata con la violenza, sia confermata dal voto pi abbietto e avvilente che un Parlamento possa dare - per mantenersi altrettanta libert politica di ricatto o di oppressione tributaria sui diversi ceti sui quali la Dittatura intende giocare e mantenersi.
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COME PU DIVENIRE ATTIVA LA GESTIONE PRIVATA DEI PUBBLICI SERVIZI.
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L'on. Tangorra, Ministro del Tesoro, richiesto di dimostrare la affermata incapacit degli Enti pubblici a gestire i grandi servizi, rispose indicando la passivit di oltre un miliardo nelle Ferrovie dello Stato. Ma con la stessa ragione ed efficacia, un oppositore avrebbe potuto dimostrare la incapacit delle Societ private a gestire le industrie, indicando... il disastro assai pi grave delle societ private Ansaldo!
Evidentemente non  con codesti argomenti che si definisce la questione. Un esempio di cattiva gestione non dimostra che un sistema di gestione sia senz'altro da rigettare.
Diciamo anzi di pi: l'azienda privata  sempre e necessariamente attiva. Quando essa non  attiva, fallisce; o si scioglie o gliene succede un'altra che dal fallimento della prima trae la prima delle proprie attivit.
Ma l'attivit dell'azienda privata non equivale necessariamente a una gestione economica socialmente o, mettiamo pure, razionalmente attiva. Si pu avere un'azienda privata che distribuisce alla fine dell'anno un dividendo dell'8 o del 10 per cento ai suoi azionisti, ma che economicamente non  utile, in quanto il peso delle sue passivit  sostenuto da altri, o l'utile degli azionisti  procurato a danno di altri cittadini.
Cos una gestione privata di telefoni o di ferrovie potr essere rappresentata attiva, in contrapposto a una gestione pubblica passiva; ma ci non vuol dire senz'altro che per i cittadini - non per gli azionisti! - quella sia economicamente pi utile o meno costosa o dannosa di questa. Quando, in certi specchi diffusi dalla propaganda delle societ telefoniche private, si dimostra che di due equivalenti reti telefoniche, una privata e una statale, la prima  attiva e la seconda passiva, la dimostrazione non conclude - perch l'attivo degli azionisti privati pu essere ugualmente pagato alle spalle dei cittadini, come un volgarissimo deficit di azienda pubblica!
Infatti, spesso la societ privata raggiunge necessariamente il suo pareggio e il suo vantaggio ai danni dei seguenti elementi
A) del consumatore. - Ognuno che si trovi per sua disgrazia dentro i confini di una rete telefonica privata, sa che il servizio  deficiente quanto quello di Stato. Impianti spesso insufficienti, fili troppo sottili o comunque inadatti, personale che non risponde per il sovraccarico di lavoro, deficiente protezione delle linee, interruzioni per ritardi nelle riparazioni, ecc. In questi elementi vi pu essere un risparmio economico di personale, di materie, di capitali per la Societ, ma ai danni del consumatore, che altrettanto fieramente protesta contro lo Stato, quanto pi tace verso il privato.
Le societ private assumono poi volentieri i servizi redditizi dei grandi centri o delle linee pi frequentate, ma rifiutano energicamente di estenderli ai centri minori, dove farebbero molto comodo ai cittadini, ma dove l'intensit del servizio e i proventi sono proporzionatamente assai minori e quindi gli utili verrebbero decurtati. Gli Enti pubblici provvedono invece per definizione anche alle localit pi povere e inadatte, integrandone la deficienza e compensando la perdita di un luogo con i vantaggi di un altro.
Le industrie private non hanno altri limiti nella fissazione del prezzo dei loro prodotti, che quelli della concorrenza. Anzi, anche alla concorrenza cercano di ovviare, innalzando barriere doganali o trustandosi in regime quasi di monopolio. Cos mediante gli alti prezzi esse si garantiscono la copertura anche di esagerati costi di produzione e portano il bilancio all'attivo.
Lo Stato, invece, che gestisce le poste o le ferrovie, non segue con le tariffe l'aumento dei costi di produzione, ma vi resta spesso al disotto, per favorire la ripresa dei traffici, ecc. Quindi, mentre negli ultimi tempi l'industria privata si  garantita i suoi utili moltiplicando i prezzi degli oggetti fino al 1000 per cento, e quindi ha chiuso il suo bilancio in attivo, ma ai danni del consumatore - lo Stato ha chiuso i suoi bilanci in passivo, ma ha aumentato le tariffe ferroviarie e postali soltanto del 200 per cento, alleggerendo cos di altrettanto il bilancio economico dei consumatori.
Oppure, quando i servizi pubblici passano a una societ privata, lo Stato si preoccupa ugualmente di garantire il buon mercato o il buon servizio al consumatore; ma allora la Societ privata si rivale immediatamente verso lo Stato, chiedendogli di compensarla con maggiori sussidi, come vedremo nel terzo caso.
B) del personale. - Le Societ private, quando non si sono trovate di contro la resistenza del personale organizzato, si sono procurate gli utili, sfruttando il personale medesimo, o con trattamenti insufficienti o con un sopralavoro o negando pensioni, indennit di licenziamento, ecc., onde derivava poi la denutrizione e la miseria del popolo italiano, o la necessit per lo Stato di ripararvi con soccorsi, con asili, ecc. Invece le gestioni pubbliche hanno tenuto maggior conto delle necessit umane, hanno quindi speso di pi finanziariamente, ma economicamente forse la Nazione vi ha guadagnato.
Ci non vuol dire naturalmente che le aziende pubbliche debbano servire a comodo del personale. Lo Stato, o il Comune, quanto meglio trattano il personale, tanto maggiore rendimento devono pretendere. Se nell'ultimo tempo la disciplina era rilassata o il rendimento scarso, ci non pu significare una incapacit perpetua; ma era la conseguenza di un periodo transitorio perturbato dalla guerra e dal dopoguerra, dalle grandi immissioni di nuovo personale non pratico, non controllato, dai mutamenti continui di una economia in rivolgimento. Un dirigente di servizio pu e deve pretendere uguale rendimento e uguale buona amministrazione, sia che esso dipenda da una Societ privata, della quale gli azionisti spesso neppure lo conoscono, sia che dipenda dallo Stato, di cui i cittadini sono tutti interessati al servizio pi buono e pi economico. Infine la gestione statale della posta, per es., non impedisce che certi minori servizi si siano dati in appalto a cottimo; cos per i piccoli posti telefonici si potrebbe imitare le Societ private che li dnno a chi ha gi un altro reddito o servizio.
C) degli Enti pubblici. - L dove un servizio pubblico, per speciali ragioni (geografiche, commerciali, economiche, ecc.) non si presenta molto redditizio, le Societ private esercenti raggiungono ugualmente il pareggio o l'attivo... chiedendo il sussidio dello Stato, dei Comuni o delle Province.
Non vi  quasi servizio automobilistico, non servizio telefonico, non ferroviario, non marittimo, privato, che non abbia sussidi dal Comune, dalla Provincia, da uno o due Ministeri, per l'impianto e per l'esercizio, una volta tanto e poi di seguito ogni anno. Poi ancora la Societ guadagna alle spalle dello Stato, quando ne assume il servizio gi impiantato o migliorato, alle condizioni pi lievi, come si pretende ora per le Ferrovie, e quando se lo fa riscattare dopo averlo lasciato andare in malora (ricordiamo le ferrovie dell'Adriatica, Mediterranea, Sarde, ecc.).
Oppure ancora quando la collettivit chiede un miglioramento di impianti, o di servizi, o quando il personale avanza una richiesta, o quando avviene qualche fatto eccezionale (guerra, terremoto, crisi, ecc.), le Societ ne profittano ancora per chiedere altri sussidi eccezionali.
Ecco come le Societ private chiudono sempre l'esercizio in attivo.
Ma per la collettivit l'esercizio rimane ugualmente, se non anzi maggiormente, passivo, poich  essa che paga la differenza.
Le ferrovie dello Stato hanno pi di un miliardo di passivo; ma le ferrovie e le tramvie private, attive per gli azionisti, gravano ugualmente per centinaia di milioni sulla collettivit. La marina  quasi tutta privata, ma costa centinaia di milioni allo Stato. I telefoni dello Stato in qualche luogo sono attivi; quelli delle Societ sono attivi per gli azionisti, ma sono passivi sempre per tutti gli Enti pubblici che li devono sussidiare.
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C'ERA BISOGNO DEI PIENI POTERI TRIBUTARI? A PROPOSITO DEI PROPRIETARI AGRICOLTORI.
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I giornali pubblicavano l'altro giorno, e per la decima volta, la seguente notizia, di ispirazione governativa: "Il Ministero intende sopprimere tutte le soprastrutture di guerra, in materia di imposte dirette (imposte sui proventi degli amministratori e dirigenti, contributo dei dieci centesimi di guerra, imposta sui profitti di guerra, imposta sull'aumento del patrimonio, ecc.) riordinando contemporaneamente le tre imposte dirette fondamentali ed istituendo la complementare progressiva sul reddito. La riforma sarebbe attuata per gradi, entro il 1923, cio prima della scadenza dei pieni poteri".
Ora  da avvertire che ci che sopra  indicato come futura opera dittatoria del Ministero,  gi legge da qualche anno!
L'"imposta sui profitti di guerra"  cessata col 1920; e non rimangono che da eseguire i pagamenti dei ritardatari e degli ostruzionisti. Non c'era bisogno dei pieni poteri, per farla finire!
"Imposta sugli aumenti di patrimonio", come sopra.
"Contributo di guerra", come sopra.
"Dieci centesimi di guerra": non  una imposta da abolire, ma una modificazione di aliquote o di percentuale della imposta originaria.
"Riordinamento delle tre imposte dirette - istituzione della complementare - unificazione delle altre minori imposte sugli amministratori ecc.", anche tutto questo  gi fatto e ordinato col decreto-legge 24 novembre 1919, n. 2162 - e per metterlo in esecuzione non vi era bisogno n dei pieni poteri, n di nuove leggi; ma semplicemente di ordini interni gi di spettanza del potere esecutivo.
L'unica disposizione concreta finora annunciata, oltre quella che colpisce alcune categorie di salari operai,  quella riguardante la tassazione dei proprietari conduttori dei propr fondi.
Anche questa per, per essere attuata, non aveva bisogno n di leggi nuove, n di pieni poteri. Essa  decretata fin dal novembre 1919; e non c'era che da metterla in esecuzione presso le agenzie delle imposte.
Se fino ad oggi  rimasta ineseguita, la colpa non  dei socialisti, che ormai sono responsabili di tutti i mali; ma proprio di quei ceti agrari, di quella destra parlamentare, di quei cosidetti liberali, dai quali il fascismo ha avuto il massimo sussidio, se non l'origine.
Nel 1912 noi applicammo per i primi, nei nostri Comuni, la tassa di esercizio ai proprietari conduttori dei propri fondi. Chi insorse allora contro? Proprio quei giornali e quei partiti che oggi tessono l'apologia del provvedimento governativo, compresi in essi i clericali.
Nel 1918-19, dopo la firma dell'armistizio, noi proponemmo in "Critica Sociale" tutta una serie di misure tributarie, semplificative ed efficienti per lo Stato; prima tra tutte quella dei proprietari agricoli. Nel 1920, quando si colpirono i sovraprofitti, noi chiedemmo alla Camera che, per equit, come si tassavano gli affittuari, cos si tassassero anche i proprietari agricoli che profittavano pi di 20 mila lire annue. Ma anche allora l'opposizione e l'ostruzionismo vennero dagli stessi ceti clerico-agrario-liberali.
Obiettavano, in genere, che il proprietario paga gi le imposte e le sovrimposte sui terreni e che quindi la nuova imposta sarebbe stata un gravoso duplicato.
Ci obiettava nel 1920 il prof. Einaudi che, per applicare l'imposta anche ai proprietari coltivatori, si sarebbe dovuto aumentare... il numero degli agenti delle imposte.
Obietta ancora oggi la Confederazione agraria che, con ci, si aggrava la pressione fiscale sull'agricoltura, e che prima si devono cercare altre fonti.
Ma tutte codeste obiezioni sono inconsistenti e irrazionali.
Non si tratta n di duplicazioni n di aggravamento. Le imposte restano quelle medesime; le aliquote inalterate. Si tratta soltanto di comprendervi una categoria che fino ad oggi sfuggiva; si tratta di una pura e semplice opera di perequazione e di giustizia; di abolire un privilegio per il quale una delle categorie meno bisognose di cittadini ha sottratto allo Stato, solo nell'ultimo decennio, qualche miliardo, che naturalmente hanno dovuto o dovranno pagare gli altri cittadini.
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ALIQUOTE ED ESENZIONI DA IMPOSTA.
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Mentre la tassazione sui salari, appena annunciata  stata anche decretata e applicata, la tassazione dei proprietari coltivatori  per la ennesima volta annunziata, ma tarda sempre ad essere applicata e decretata.
Mentre la tassazione sui salari  peggiorata in confronto al Decreto Soleri, perch non si colpisce soltanto il soprasalario, cio quella quota di salario che eccede il normale necessario alla vita, ma tutto il salario di qualunque entit, gi per la tassazione dei proprietari agricoli si annunciano aliquote di imposta minori del normale.
Sono anche codesti piccoli, ma certi segni della politica di classe, e reazionaria, del Governo attuale.
Per quali ragioni il coltivatore proprietario debba essere colpito con altezza di imposta minore del coltivatore affittuario, assolutamente, altrimenti non si comprende. Abbiamo gi dimostrato come i due redditi sono perfettamente eguali; essi sono quelli derivanti dall'esercizio dell'agricoltura, al di l del reddito dato dalla nuda terra al proprietario. Se mai, anzi, dovrebbe considerarsi minore o meno gravabile il reddito dell'affittuario, che  soggetto a maggiori spese, ai rischi o ai danni dei traslochi, ecc.
Il Governo invece, pur promettendo di attuare finalmente l'abolizione del privilegio dei proprietari, attenua il provvedimento per tenersi buoni gli agrari; e promette loro il privilegio di una aliquota minore, ultimo omaggio alla antica politica della destra latifondista, di cui gli innovatori vogliono essere invece i continuatori.
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Significa forse, questa nostra critica, che noi siamo per le alte aliquote di imposte sui redditi, contro le basse aliquote?
No; affatto. Noi siamo per le basse aliquote; ma purch siano egualmente basse per tutti, e purch su redditi sicuramente accertati.
Noi siamo contro le basse aliquote riservate solamente ai ricchi o ai proprietari. Se rimangono alte per gli affittuari e per i pi poveri, ugualmente alte domandiamo per lo meno che siano anche per i proprietari. Il primo fondamento della finanza pubblica deve essere la giustizia.
Attualmente gli affittuari sono colpiti da una aliquota che sta tra il 17 e il 20 per cento; pi un altro 3 o 4 per cento per le eventuali sovrimposte locali; pi la tassa esercizi e rivendite che potr dare al massimo un altro 5 oppure 6 per cento. Totale: dal 25 al 30 per cento.
Sarebbe ora giusto che i proprietari, per lo stesso reddito, inerente all'esercizio dell'agricoltura, pagassero invece soltanto per esempio il 10 o il 12 per cento? Evidentemente no. Dovrebbero tutti pagare lo stesso.
Se si vogliono e si possono ribassare le aliquote o percentuali, si ribassino per tutti. Noi stessi, di fronte alle aliquote complessive statali provinciali e comunali che risultano dai progetti Meda-Tedesco-Soleri, e che salgono fino al 50-60 per cento, abbiamo affermata ripetutamente la loro intollerabilit. Ma per tutti; non per i proprietari ricchi soltanto. E dopo che i redditi siano accertati conforme realt, non conforme le pi arcaiche risultanze catastali.
In questo modo soltanto tutti saranno interessati egualmente a non aggravare troppo le tasse, e ad accertare per contro i redditi pi rigorosi.
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Quanto dar l'applicazione della R. M. sui proprietari coltivatori?
Si  parlato di miliardi o di pochi milioni. Tutti calcoli fondati sulle nuvole. Per un calcolo approssimativamente esatto, dovremmo conoscere: a) quanto dia la R. M. applicata a tutti gli altri coltivatori agricoltori; b) qual' la proporzione dei terreni condotti direttamente dai proprietari, in confronto degli altri.
Non conosciamo il primo elemento, per la insufficienza deplorevolissima di statistiche tributarie. Le statistiche sono il primo elemento di qualsiasi riforma finanziaria; e, ripetiamo ancora una volta,  deplorevolissimo che si lascino sorpassare i dati dell'ultimo censimento senza valersene.
I redditi di R. M. accertati per tutte le industrie e commerci in Italia sono quasi 3 miliardi nel 1922. Evidentemente la cifra  inferiore di gran lunga alla realt. Quale sia la quota-parte della industria agricola, non  possibile calcolare.
Neppure vi sono statistiche agrarie che ci diano proporzioni sicure intorno alla conduzione dei terreni.
Molto approssimativamente direi che la tassazione dei proprietari coltivatori, con le aliquote e gli accertamenti vigenti, dar allo Stato pi di 100 milioni. Con aliquote pi basse e razionali, ma con accertamenti pi rigorosi e sicuri, e comprendendovi tutti i casi analoghi, si potrebbe anche arrivare ai 2 o 300 milioni.
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Di fronte all'annunciata tassazione dei proprietari agricoltori, qualcuno, anche dei nostri compagni, ha chiesto la esenzione, o almeno una diminuzione per i piccoli proprietari.
Il concetto  giusto, in quanto discende dal criterio pi generale della progressivit, e dall'altro che il piccolo pezzo di terra  da considerarsi quasi come uno strumento di lavoro, cos come la piccola casa pi che un capitale rappresenta un mezzo necessario di vita.
Ma bisogna applicare il concetto con la maggiore razionalit e avvedutezza, per non fare confusioni, doppioni e per non compromettere tutto un migliore sistema.
Anzitutto sarebbe ingiusto ammettere una esenzione soltanto o maggiore per i piccoli proprietari, e non per i piccoli affittuari, per le stesse ragioni di uguaglianza prima accennate.
In secondo luogo, tutte le esenzioni o diversit di aliquote complicano talmente le operazioni, che talora vengono a costare pi della utilit che rendono, o fanno trascurare altri elementi pi importanti. Le esenzioni oggettive impediscono anche quell'esatto censimento di tutte le ricchezze e di tutti i redditi che  il primo fondamento di una buona finanza (ricordiamo, per esempio, quella dei patrimoni sotto le 50 mila lire).
 assai meglio unificare tutte le esenzioni, progressivit, ecc., in una unica imposta, di indole personale, la complementare. Quindi alla base tutte le imposte reali, oggettive, sui beni mobili e immobili, sui redditi, misti o di puro capitale o lavoro con aliquote basse, semplici e uniche; sopra di esse la complementare, che si asside sulla somma famigliare delle precedenti, con aliquote fortemente progressive, esenzioni e detrazioni.
In tale modo soltanto, si grava meno su colui che ha una scarsa somma di redditi, quali essi siano; e non su chi ne ha molti, per quanto piccolo sia ciascuno, come invece avverrebbe con le empiriche proposte esenzioni singolari e oggettive. Sarebbe ingiusto applicare una forte aliquota del 25 per cento a chi ha un solo reddito agricolo di 12.000 lire, ed esentare o diminuire l'aliquota al 10 per cento per chi avesse, per esempio, sette redditi da duemila lire ciascuno.
Perci non aderiamo alla proposta esenzione parziale, per insistere nella richiesta di tutto un sistema pi compiuto e razionale.
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L'ABOLIZIONE DEI RUOLI APERTI.
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Il Governo ha dichiarato di abolire i ruoli aperti per gli impiegati e di ritornare ai ruoli chiusi.
La dichiarazione ha un valore assai relativo, perch non oggi eravamo in regime perfetto di ruoli aperti, n ieri n domani ebbimo o avremo ruoli perfettamente chiusi.  probabilmente una dichiarazione generica per coloro che non sanno quale sia l'essenza e quali gli accidenti dell'uno dell'altro sistema.  la dichiarazione di coloro che, tanto per fare, con estrema leggerezza e improvvisazione disfano quello che ieri  stato fatto, senza accorgersi che i maggiori danni al buon rendimento della Amministrazione sono venuti non tanto da questo o quel sistema, quanto dai continui mutamenti di sistemi e di organici, e dalle continue incertezze e aspettative del domani.
In ogni mutamento le spese di solito si accrescono, perch nessuno retrocede dai diritti acquisiti, altri avanzano. E nel tramesto sono pi di solito le scorie, gli arrivisti che sanno riuscire all'arrembaggio del nuovo posto migliore, mentre i migliori e pi modesti rimangono sacrificati nell'ombra.
Ma appunto per ci il mutamento  voluto per facilitare al Governo quello scopo che esso si propone, cio non tanto di migliorare l'Amministrazione, quanto di fascistizzarla; non tanto di diminuirne il numero degli impiegati, quanto di eliminarne ad arbitrio, senza garanzie legali e senza limiti oggettivi (vedi art. 2, 3, 4, 5 e 8 del Decreto), i meno graditi, per assumerne di nuovi (vedi le nuove ammissioni di personale nelle ferrovie, i 22 vice-prefetti, i nuovi prefetti, la nuova guardia, ecc.).
Non vi  quindi luogo a valutazione economica o finanziaria del provvedimento governativo, perch si tratta invece dell'attuazione di una volont e di fini meramente politici e dispotici; contro i quali sarebbe anche vana una opposizione, se questa sarebbe non discussa, ma - come dice il Presidente del Consiglio - inesorabilmente schiacciata.
Perci, a puro scopo di studio, come sempre fu fatto in tempi analoghi ai nostri, noi discuteremo invece... con Luigi Luzzatti, che dei ruoli chiusi si  fatto sostenitore.
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Se fosse vero quel che l'on. Luzzatti afferma, che con i ruoli chiusi (cio con le promozioni e gli aumenti di stipendio subordinati alle vacanze che si verificano nei posti superiori, per morte, collocamento a riposo o altre promozioni o rimozioni) si compensa il merito e il lavoro, si contiene la spesa in giusti limiti, si evitano i favoritismi; mentre con i ruoli aperti (cio con la possibilit di aumentare lo stipendio pure restando nello stesso grado o posto) si progredisce senza far nulla, si creano sperequazioni, sperperi, ecc. - noi sottoscriveremmo senz'altro alla sua sentenza.
In realt per il giudizio dell'on. Luzzatti scambia l'accidentale con il sostanziale dei due sistemi. L'Austria imperiale e la Germania avevano ruoli aperti, e non soffrivano di quei mali cos gravi di cui invece soffriva l'Amministrazione italiana rimasta a ruoli quasi chiusi fino alla fine del 1919. L'amministrazione postelegrafica era a ruoli quasi aperti anche avanti la guerra, e pure dava allo Stato un discreto profitto.
All'abolizione dei ruoli chiusi si addivenne proprio per togliere di mezzo la spinta all'industria degli organici, che vi era essenzialmente connessa, cio la creazione di sempre nuovi posti superiori, nella quale soltanto gli impiegati ponevano la speranza di un miglioramento delle loro condizioni. I ruoli aperti dovevano eliminare tali inconvenienti, i conseguenti favoritismi, ecc.; e se non vi sono riusciti del tutto, ci dipende esclusivamente dalla imperfezione del sistema adottato, e dalla brevit dell'esperimento, nel quale quindi parve prendere sopravvento sul definitivo l'elemento accidentale del mutamento (che, ripetiamo,  sempre costoso e dannoso, anche quando  fatto in meglio) e del tempo, in quanto si trattava di passare dallo stato di guerra a quello di pace, e di contemperare le esigenze degli impiegati reduci di guerra e degli avventizi assunti nel tempo di guerra.
Nei ruoli chiusi l'impiegato, per migliorare la sua condizione, deve contare quasi esclusivamente sulla morte del superiore o sulla creazione di nuovi posti superiori. Coi ruoli aperti si vuole assicurare all'impiegato un progresso economico di carriera, corrispondente al progredire dei bisogni della famiglia, senza bisogno di passare a posti superiori, o anche rimanendo in quello inferiore dove l'impiegato ha gi acquistato maggior perizia.
Importa forse questo e necessariamente che l'aumento di stipendio si verifichi automaticamente, senza alcuno sforzo dell'impiegato, per la semplice anzianit? No, affatto. Automatico era per caso negli ordinamenti approvati da tutti gli ultimi Governi borghesi; ma anche nelle ultime proposte della minoranza socialista per la riforma della burocrazia abbiamo costantemente richiesto, come condizione per la concessione degli aumenti periodici, l'accertamento positivo del buon rendimento e della attivit costante dell'impiegato, e a un certo punto, anzi, ancora la prova di una maggior capacit acquisita nella esperienza della funzione.
Cos da una parte sarebbe garantito all'impiegato il progresso economico, dall'altra per quello stesso mezzo l'Amministrazione si garantirebbe l'attivit degli impiegati, senza la dimostrazione della quale non si conseguirebbero gli aumenti.
Niente automatismo quindi, niente inerzia e tanto meno favoritismo. Il favoritismo e l'inerzia sono facili in una amministrazione chiusa che continua, come l'italiana, a tenere una classifica manifesta degli impiegati, e una segreta magari opposta alla prima; sono facili in un ordinamento dove il progresso dell'impiegato  subordinato non al merito e al lavoro, ma all'eventualit del posto nuovo o vacante e alla servilit verso il segreto classificatore; sono facili dove ancora non  sancito il principio della responsabilit, soffocato dalla gerarchia passacarte, che trova i suoi ultimi anelli nell'inframmettenza del ministro, del sottosegretario e dei gabinettisti. Non sono facili in un vero sistema a ruoli aperti, con controllo aperto delle classifiche, colla responsabilit, con gli esami per il passaggio di grado, e la partecipazione efficiente della collettivit impiegati all'ordinamento e alla disciplina dei servizi.
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Questo insegnano il faticoso studio, l'esperienza e la comparazione.
A nulla giovano i pieni poteri e la comparazione. I pieni poteri della guerra militare hanno disordinato l'amministrazione. I pieni poteri della guerra civile vi porteranno dentro di nuovo la paura, lo spionaggio, il favoritismo politico; non mai l'ordine, l'iniziativa, la cosciente disciplina del lavoro.
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IL BILANCIO 1923-24.
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Sono stati finalmente pubblicati gli ultimi bilanci di previsione per il 1923-24.
Il Governo fascista, altrettanto scorrettamente quanto un qualsiasi Governo liberale, ha finto di presentare i bilanci, conforme prescrive la legge, il 25 novembre 1922. In realt invece, e con la abituale complicit della Presidenza della Camera, non presentava che una copertina falsa; e nel ritardo della presentazione sorpassava poi ogni volgare Governo del passato. Ci dimostra come sia assai facile predicare il ripristino della legge e della disciplina agli altri, ma difficile praticarlo per proprio conto.
Comunque, sono ora codesti i veri Bilanci, secondo i quali sia prevedibile e limitabile in cifre l'azione del Governo nel prossimo anno?
Mah! Come col Governo fascista che doveva restaurare l'ordine, tutto  rientrato nella certezza dell'arbitrario, cos sembra che anche i Bilanci non rappresentino pi che una finzione contabile, rovesciabile ogni giorno con un Decreto, o con gli atti prima ancora che con i decreti.
Dopo pi di due mesi di ponzamento governativo, si aveva diritto di aspettare e di credere che il risultato delle elucubrazioni e di tutte le promesse distribuite a larga mano al pubblico italiano, fosse riassunto e giudicabile attraverso i capitoli e le cifre del Bilancio.
Invece codesti non sono pi certamente i Bilanci che aveva preparato il Ministero Facta, perch ci son passati di mezzo tre mesi di modificazioni fasciste. Ma non sono neppure i bilanci del Governo fascista, perch questo si  affrettato a dichiarare che si riserva ancora di modificarli largamente.
Cos, con l'attuale Governo che doveva ripristinare la legge e l'ordine, due sole cose sono abbandonate all'arbitrio e sottratte ad ogni limite e garanzia legale: la vita e la libert personale dei cittadini - l'uso del pubblico denaro. Duecento anni di sforzi e di evoluzione eran costati all'Europa occidentale il raggiungimento e il controllo di quei limiti e di quelle garanzie. Essi sono oggi distrutti in Italia; e la buona stampa si dichiara soddisfatta, perch, come nell'aulico buon tempo antico, essa ha fede nelle buone intenzioni del Governo paterno che le permette di vivere e di prosperare.
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Fingiamo comunque anche noi che codesti Bilanci siano i veri e i validi; e ragioniamone come se fossimo ancora dei rappresentanti della Nazione, che esercitano il loro diritto e il loro dovere del controllo del pubblico erario.
Una prima e fondamentale osservazione si applica ai Bilanci presentati: essi non fanno alcun passo innanzi verso quella che dovrebbe essere la mta della finanza italiana, cio il pareggio del bilancio.
Bilancio, anche etimologicamente, dovrebbe voler dire "equivalenza della somma delle entrate e della somma delle spese".
Il Governo fascista invece presenta per il 1923-24 un bilancio con
un supero di spese sulle entrate effettive di 2904 milioni pi una somma di nuovi debiti da accendere per pareggiare il movimento di capitali, pi nuovi debiti per costruzioni ferroviarie, 
pi il disavanzo delle ferrovie, che il Governo prevede in 654 milioni ma che, se non aiuta la ripresa dei traffici o se non si lascer deperire il materiale o l'esercizio, sar probabilmente maggiore.
In luogo del pareggio,  dunque prevedibile un deficit di oltre quattro miliardi, pi il disavanzo ferroviario.
Sono tre anni che noi chiediamo ai successivi Governi un'azione energica per il pareggio del bilancio. Dalla maggioranza conservatrice ci si  sempre risposto evasivamente, o con finzioni attenuatrici. Oggi quella stessa maggioranza sostiene un governo che mostra di insorgere contro il passato, per restaurare l'erario. Ma il primo atto contabile che esso compie,  di presentare un bilancio in disavanzo, come un qualsiasi volgarissimo e nefandissimo Governo liberale-democratico!
Peggio anzi - perch il bilancio 1923-24 segue dopo otto mesi di governo, e nessun altro Governo avr avuto tanto tempo dinanzi a s - perch ormai sono passati cinque anni dalla cessazione della guerra, e due o tre dalla conclusione dei trattati, e sono quindi cessate tutte le spese straordinarie, riducendo ormai il fabbisogno allo stretto necessario permanente d'ogni giorno - perch bastava ormai anche solo seguire il modesto decrescere dei bilanci passati, per raggiungere o avvicinarsi almeno al pareggio.
Da tre anni noi deploravamo l'inerzia dei Governi che non sapevano risanare la nostra finanza, ma comunque, in realt, anche la loro azione o inazione aveva dato i seguenti risultati progressivi: Bilancio 1920-21, disavanzo milioni 17.400; 1921-22 disavanzo 8.000; 1922-23 disavazo 4.200, pi il disavanzo ferroviario.
Vengono i fascisti; fanno una rivoluzione, per ristabilire, dicono, l'autorit della legge e le finanze statali, e - invece di continuare almeno la progressione diminutiva da 17, a 8, a 4 a due miliardi - annunciano, almeno per ora, un altro disavanzo 1923-24 di milioni 4.193, pi il disavanzo ferroviario, cio non solo non si consegue l'auspicato pareggio del bilancio, ma si segna un arresto, cio un regresso nell'avviamento al pareggio.
Ah, non per questo...! Per arrivare a questo non vi era veramente bisogno di tanti discorsi, di tanta carta, di tante squadre... n di tanti morti! Bastava anche, non dico Nitti col quale le entrate ordinarie raddoppiarono, non dico Giolitti che tolse di mezzo i sei miliardi del pane; ma bastava anche Facta.
A meno che, ripeto, gli attuali Bilanci non siano che una finzione sulla quale vantare poi le economie. O a meno che il Presidente del Consiglio non si sia riservati da trenta a cento anni di governo, appunto per diluire in essi la grande opera!
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Anche l'esame dettagliato dei diversi capitoli del Bilancio non offre argomento a migliori induzioni.
Le spese effettive, che nel preventivo 1921-22 erano previste in milioni 24.497 e nel 1922-23 in milioni 18.525, sono previste per il 1923-24 in milioni 17.907, sempre senza contare le ferrovie: cio per la prima volta dopo la guerra e dopo la svalutazione della moneta, diminuirebbero appena in ragione del 3 per cento.
 vero che noi abbiamo dimostrato a suo tempo come le previsioni 1922-23 non fossero sufficienti, e come, tenuto conto dei progetti approvati e attuati, si dovessero aumentare nella parte permanente di altri 1300 milioni. Ma da una parte la stessa dimostrazione e deplorazione potrebbe gi ripetersi per il bilancio fascista, nonostante la sempre minore sopportabilit di tali variazioni, dopo che il potere d'acquisto della lira si  quasi stabilizzato e sono cessate le cause eccezionali.
D'altra parte il bilancio 1923-24, non per sforzo o per capacit di questo governo, ma quasi esclusivamente per scadenza o cessazione di servizi o di spese gi predisposte o dichiarate straordinarie, sopporta i seguenti minori pesi:
Diminuzione pensioni di guerra milioni 305. Diminuzione ricostruzioni e risarcimenti danni di guerra 420. Cessazione spese di cambio per acquisti esteri 500. Cessazione straordinarie militari di guerra 102. Cessazione equo trattamento tramvie, ferrovie 376. Cessazione sussidi e sovvenzioni marittime 608. Sospensione versamenti alle Casse Assicurazioni 90. Totale minori impegni: milioni 2401.
Cio il bilancio 1923-24 profitta, senza suo merito o sforzo, di una congiuntura di cessazione o diminuzione di spese eccezionali, che supera i 2400 milioni e anzi comprendendovi altre minori economie (diminuzione sussidi a case popolari, cessazione costruzioni marittime, per ferrovie, ecc.) tocca i 2 miliardi e mezzo. Per questo solo fatto quindi le spese dovrebbero scendere dai 18 miliardi e mezzo del 1922-23 (rettificati 19,8) a 16 miliardi nel 1923-24 (rettificati 17,3), dimezzando conseguentemente il disavanzo.
Invece nel bilancio fascista le spese sono diminuite in complesso solo di mezzo miliardo, e il disavanzo aumenta in luogo di diminuire.
Incapacit? inganno? mala amministrazione?
Se si tiene conto di alcune circostanze obiettive che ancora portano aumenti (es.: aumento del debito) e che resistono anche ai pi possenti "alal", no, o almeno non assolutamente.
Se invece si confronta con tutti gli stamburamenti, le promesse, i giuramenti, le sparate e gli spari, s, almeno per ora e almeno in parte.
Vi sarebbe quindi una sola differenza: nei tempi di democrazia ognuno preferiva additare il male e tacere il miglioramento - in regime di dittatura la critica tace e i servi esaltano anche il pi piccolo bene, o convertono addirittura il male in bene.
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IL CARROZZONE ANSALDO.
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Il commento al carrozzone Governo-Ansaldo non pu limitarsi ai principii teorici della questione. Certo  una meraviglia vedere il Governo di coloro che predicavano l'astensione pi assoluta dello Stato da ogni intervento in materia privata economica, impegolarsi come non mai da nessun altro fu fatto, nella pi mastodontica e discussa delle aziende private.
Certo lo spettacolo morale di un economista - che ha sempre predicato il liberalismo, fingendosene un mezzo di lotta contro il socialismo, e che oggi rinnega tutto se stesso e accoglie il carrozzone purch il Governo, cio, l'autore, "dichiari, anche senza darne pubblica dimostrazione, che ha scelto il minore di due danni" -  il pi pietoso che si possa immaginare, il segno pi chiaro del livello cui pu scendere la gente in tempo di dittatura. Tutti pronti ad applaudire il padrone, sia quando predica bianco, sia quando opera nero, e a trovare che nell'uno e nell'altro caso la sua opinione  quella della Nazione!
Ma occorre pi oltre esaminare i dati pratici della combinazione, almeno fino a dove essi sono noti, e non tenuti nascosti al pubblico che pur di essa paga il saldo in centinaia di milioni.
Intorno al punto ottavo dei sovraprofitti e imposte liquidate in 55 milioni - e quando pagabili? - l'on. Einaudi assicura che "i Governi precedenti avevano gi ridotto la somma a 50 milioni". Non sappiamo donde il professore, partigiano del segreto in materia di imposte, abbia tratto le sue notizie. Certo  che inizialmente si parlava di 200 milioni, e che l'entit degli affari compiuti da Ansaldo, nel periodo 1915-1920, misurabile a miliardi, farebbe supporre una cifra di gran lunga superiore. Incerto  invece se "tutti" i Governi precedenti avessero gi dichiarata la riduzione a quella cifra, o se non si tratti di parole personali di qualche ministro, comunque ad esse indotto, e se altri non abbia invece recisamente negato consimile riduzione.
Certo , soprattutto, che non ai ministri per ragioni pi o meno politiche o polite spetterebbe la transazione, ma agli organi dell'Amministrazione per ragioni economiche, e che quindi la prima forma  necessariamente sospetta e degna, in tempi normali e di legge, di essere dimostrata. Certo pare, infine, che nessun ministro aveva finora prospettata la riduzione a 50 milioni pi il sussidio ai "Battisti", cio ai sei piroscafi per passeggeri e merci costruiti dall'Ansaldo.
Quant' il sussidio promesso?
Il punto 2 del concordato attribuisce ai piroscafi "Battisti" il sussidio Ciano; ma il punto 3 parla di proroga dei termini del decreto Belotti. La differenza  assai notevole perch l'uno porta forse 350 lire per tonnellata, l'altro 900; e quindi l'importo varierebbe in complesso di circa 25 milioni. Ma nessuno degli acuti critici della economia o della finanza italiana si preoccupa di simili bazzecole, quando esse dipendono dalla volont del Governo fascista: se questo non d i 25 milioni in pi,  bene; se li d,  bene anche; e in ogni caso a priori si pu essere certi che li d o non li d, secondo l'esclusivo interesse nazionale!
Teniamo comunque per base del nostro ragionamento la ipotesi pi lieve e migliore: che si applichi cio esclusivamente il Decreto Ciano.
In tal modo il sussidio  il seguente:
a) per lo scafo, tonn. 8340 x 55 lire-oro = lire-oro 458.700;
b) per macchine, caldaie, ecc., secondo tipo, possiamo calcolare da 280 a 300 mila lire-oro, circa.
Totale: da 738 a 758 mila lire-oro cio una media di tre milioni lire-carta per ogni piroscafo. I piroscafi tipo Battisti sono sei; dunque diciotto milioni di lire-carta.
Sono cio, e sempre nella migliore ipotesi, 88 milioni che lo Stato regala alla Societ privata Ansaldo, in aggiunta a quelli da essa non pagati per sovraprofitti! Nella peggiore ipotesi, con l'applicazione retroattiva del decreto Belotti, si arriverebbe a oltre sette milioni per piroscafo.
Un comunicato "da fonte autorizzata" si  fatto premura di affermare che il sussidio per i piroscafi "rientra nelle sovvenzioni normali e che non altera il decreto Ciano". La frase sembra volutamente equivoca, perch effettivamente il sussidio  di importo uguale a quello dei Decreti-legge; ma il punto discusso  se i piroscafi avrebbero avuto diritto a quel sussidio; ed  evidente che no, se il Governo stesso ha sentito il bisogno di porre in essere un'apposita clausola contrattuale, con modificazione di termine; e se il decreto Ciano  dato per sospingere alla costruzione dei piroscafi, mentre dei "Battisti" uno naviga gi e altri due sono quasi finiti.
A proposito poi dei "Battisti", noi vorremmo chiedere al Governo cos sollecito in regalare milioni dei contribuenti ai privati capitalisti, se almeno quei piroscafi meritavano un particolare trattamento come campioni della nuova e migliore marina italiana, che dovrebbe campare non di sussidi e protezioni, ma della capacit di concorrenza con le altre nazioni del mondo.
Le pubblicazioni-rclame per il varo del "Battisti" e del "Sauro", annunziavano, se non erro: Stazza lorda 6500, Potenza cavalli 6400, Velocit nodi 16. Ora invece ci troviamo di fronte a un capovolgimento di dati e la Stazza, cio il volume, cio il dato secondo il quale lo Stato paga il sussidio,  montato a 8240 tonnellate, la Potenza a oltre 7000 cavalli, mentre la Velocit sembra sia precipitata sotto i 15 nodi. Ne sa nulla il Governo?
Ed  vero - domandiamo al Governo che paga col denaro degli italiani, non alla Societ privata che  padronissima in caso di sbagliare, purch paghi di tasca propria -  vero che, in conseguenza di quei mutamenti o di altri errori, il "Battisti" minacciava di capovolgersi se non si aggiungevano 1800 tonnellate di zavorra? Noi speriamo che il Governo sia in grado di smentire la notizia, poich altrimenti non si saprebbe comprendere n il sussidio a un'organizzazione industriale cos deficiente, n come lo Stato, per tenere alta la bandiera nazionale, paghi per navi che portano in giro zavorra al posto delle merci. N ci soffermiamo per oggi sugli altri punti del concordato, anche nella speranza che il Governo voglia dare ai contribuenti maggiori chiarimenti.
Neppure per oggi domanderemo se le settanta - o novanta? - locomotive in pi assegnate per la riparazione ad Ansaldo, siano state assegnate conforme criterii di convenienza e di concorrenza economica, o per un privilegio di cui il peso dovr gravare sull'azienda ferroviaria, cos come potrebbe avere mai concepito il pi deplorato dei passati Governi liberali.
Ci soffermiamo piuttosto ancora un minuto sull'affare Cogne-Ansaldo e sui 70 o 72 milioni che lo Stato dovrebbe apportare alla Azienda.
Qualcuno si  rallegrato che il Governo fascista, rinnegando i principii dai quali sembrava sorto, abbia accolto cos in pieno il principio dello Stato che interviene, anzi dello Stato azionista. Io trovo invece, nella compromissione di questo principio, il pericolo maggiore.
Tutta la cana dei falsi liberisti - cio di quelli che sono tali quando si tratta di avvantaggiare il capitalismo a danno dei lavoratori, ma che sanno anche consentire al protezionismo e all'interventismo, quando questi giovano a qualche categoria di capitalisti - ha potuto gridare contro tutti gli interventi degli Enti pubblici nell'economia privata, prendendo pretesto da alcune non felici applicazioni del tempo di guerra o dalla incapacit degli uomini che vi furono preposti.
Se oggi lo Stato compie un ulteriore esperimento, ma non a scopo economico bene determinato, bens a scopo di salvataggio politico, ne sortir un altro fallimento, dal quale la massa degli orecchianti indurr un'altra volta il fallimento dei pi alti principii collettivi. Io sono lieto di un esperimento statale, comunale, collettivo, quando  affidato a buone mani, quando ha scopi sicuri e convenienti di utilit collettiva, quando  onestamente concepito e condotto. Se no, no; meglio niente.
Il comunicato ufficioso ne assicura che lo Stato "entra col solo apporto di capitale liquido". Noi ci domandiamo se codesto non sia anche il solo capitale liquido della Societ; e se rimarr, nel futuro, limitato a codesto solo apporto di 70 milioni. Se la Cogne  un'impresa utile e conveniente, come mai non trova altri capitalisti che la finanzino?
Se si trattasse di finanziare un'impresa di lavoratori altrimenti boicottati nel loro sforzo dal capitalismo geloso; o se si trattasse della intuizione di un nuovo progresso industriale, misconosciuto dal capitalismo inerte: allora, avanti! Ma se si tratta unicamente di gettar denaro a favore di privati azionisti, che hanno tentata una vana speculazione, o che non hanno saputo mai organizzare bene una industria: allora no. E il comunicato ufficioso che parla di "difesa nazionale", di "conservazione di impianti" e simili, quello soltanto lascia sospettare.
Anzi  tutta la combinazione Ansaldo che cade sotto quel sospetto e in quel difetto. L'esame dei singoli punti o particolari potrebbe essere anche migliore di quello che noi o altri hanno cercato di raffigurare; ma tutta la questione sta appunto in questo: se quello che vi era di buono e di vitale, nella macchinosa azienda Ansaldo, non avrebbe potuto essere altrimenti utilizzato che con il carrozzone, che costa milioni allo Stato e che salva, prima e pi delle industrie dell'economia nazionale, gli interessi di privati capitalisti e di pi o meno onesti mediatori...
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UN BILANCIO RISANATO IN REGIME DI LIBERT.
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In Inghilterra il Ministro del Tesoro ha annunciato alla Camera un risparmio di 100 milioni di sterline (cio oltre 2 miliardi di lire oro) nel bilancio in corso, che saranno devoluti ad ammortamento dei debiti. Per l'anno 1923-24 ha annunciato un bilancio in pareggio, pure riducendo di qualche poco le imposte sulla birra, le tariffe postali e telefoniche e le imposte dirette in proporzione di un decimo, e dedicando altri 40 milioni di sterline ad ammortamento debiti.
Non  ora semplice confrontare, specialmente nelle attuali condizioni, i bilanci di diverse nazioni. Per l'Inghilterra soprattutto occorre tenere presenti la grande ricchezza privata, la ripresa dei commerci, la restaurazione del valore monetario, la diminuzione di prezzi in parecchi consumi, ecc. Ma a parte quelli che sono i caratteri particolari del paese, vi sono altri elementi dai quali risulta che il pareggio del bilancio  anche la conseguenza di una vigorosa ed accorta politica finanziaria, di uno sforzo tributario e di una distribuzione di carichi e di spese, che fanno onore ad una nazione, e dimostrano la capacit, se non la superiorit, di un libero regime rappresentativo in un paese civile.
In Italia, i Governi del tempo di guerra, sostenuti dai precursori del fascio, mentre il Parlamento non funzionava, e tutto avveniva come oggi a colpi di decreto - hanno mostrato di non avere alcuna coscienza delle possibili conseguenze finanziarie, e non hanno sollecitato alcun sacrificio corrispondente nei cittadini. Ancora alla fine della guerra, nel 1918-19, mentre i prezzi erano gi quadruplicati, le imposte non erano salite che a 4 miliardi e mezzo di lire, cio poco pi del doppio dell'anteguerra; e quindi il disavanzo saliva ad altezze fantastiche.
In Inghilterra, alla stessa epoca, mentre il potere di acquisto della sterlina era appena dimezzato, lo sviluppo delle imposte passava da 163 anteguerra a ben 785 milioni di sterline, in maniera da coprire tutta la spesa ordinaria, se non quella straordinaria di guerra.
Quindi l'Inghilterra, nel 1920 e nel 1921, non aveva bisogno di aumentare che di un terzo le sue imposte, cio da 785 a 1000 milioni di sterline, per portare il suo bilancio in pareggio, e per iniziare la politica degli sgravi subito dopo le prime e pi gravi manifestazioni della crisi economica postbellica (1921-22).
In Italia, invece, lo Stato doveva compiere tutto lo sforzo degli aumenti tributari negli anni dopo la guerra, portando le sue imposte da 4.400 milioni di lire a 10.800 nel 1921-22, proprio nel bel mezzo della crisi economica, quando il contribuente era preoccupato dalle perdite pi che dai profitti. E i Comuni, sorti dalle elezioni del 1920, erano accusati di dilapidazione anche quando si limitavano a porre le spese in relazione al mutato potere d'acquisto della lira, cessando la politica nefasta suggerita dai decreti governativi, di provvedere con debiti anche alle spese ordinarie e al pagamento degli stipendi.
Cos in Inghilterra una classe dirigente severa e conscia pensava prima a pagare tutte le imposte necessarie al pareggio, e quindi a ridurle in diretta relazione con la riduzione delle spese, sempre attraverso la libera discussione e per mezzo degli eletti rappresentanti.
In Italia l'ignoranza diffusa permetteva alla demagogia pi volgare di attribuire ai provvedimenti del dopoguerra le colpe e le conseguenze della guerra, scambiava gli aumenti delle spese con l'adattamento al mutato valore della lira, assoldava gli pseudo-scienziati che parlavano di nominali aliquote fantastiche, invece di spiegare la sostanza delle cose e perseguire le sperequazioni e le evasioni; e infine i ceti pi egoisti trovavano nel fascismo l'organizzatore dell'assalto ai comuni, come se quello bastasse ad abolire le tasse.
In seguito ai due movimenti, quello parlamentare in Inghilterra, quello antiparlamentare in Italia, noi avremo nel bilancio 1923-24 queste cifre: nell'Inghilterra, imposte ordinarie 708 milioni di sterline, con una notevole diminuzione sull'anno precedente; in Italia, imposte ordinarie 11 miliardi e mezzo di lire, con un notevole aumento sull'anno precedente, nonostante tutte le illusioni diffuse... dalle squadre d'assalto.
Mentre poi in Inghilterra, cio in regime di libert, le imposte del 1923-24 si divideranno cos: dirette sulla ricchezza, milioni di sterline 414; indirette e sui consumi, milioni di sterline 294; in Italia nel 1923-24 avremo: dirette, milioni lire 3.300; indirette sugli affari 1.300; sui consumi 7.000.
L'Inghilterra, sempre per via parlamentare, ha operate economie per 75 milioni di sterline nelle previsioni 1922-23, per 87 conforme la Commissione Geddes, per altri 85 con le previsioni 1923-24, tagliando specialmente negli armamenti, raggiungendo il pareggio e diminuendo il debito.
In Italia, come dal 1915 al 1920 si era continuato a spendere male mediante i pieni poteri e i decreti, cos si ricominciava nel 1921 a chiedere e ottenere i pieni poteri per la burocrazia senza saperne usare. Nel 1922 il Governo fascista ottiene ancora pi larghi poteri per introdurre economie; ma esso non li ha adoperati finora che per sostituire un servizio di sicurezza con una milizia di partito, per licenziare il personale che non si professa fascista, creando commissari e generali fascisti, per abbandonare spese di istruzione e previdenza aumentando quelle per gli armamenti e la Libia; e, mentre si rinvia la promessa del pareggio al 1924, si continua ad accumulare centinaia di milioni di debiti ogni mese.
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Da questo breve esame ci sarebbe assai facile concludere per la superiorit del regime libero e rappresentativo in un paese civile. Ma noi vogliamo ammettere che anche quello assoluto possa raggiungere lo stesso fine del pareggio e del risanamento finanziario; che, ad ogni modo, sono una necessit di vita, dopo le distruzioni della guerra, alla quale tutti i popoli e tutti i governi dovranno, presto o tardi e pi o meno bene, arrivare.
Ora, se i fascisti affermano che l'Italia vi pu arrivare solo con un Governo assoluto, tanto vale affermare la inferiorit civile dell'Italia in confronto degli altri paesi, che vi sono arrivati anche in regime di libert. E inversamente permette un altro corollario: che solo un paese meno civile pu desiderare o tollerare un Governo assoluto.
...Locch dovrebbe sembrare eresia... almeno ai nazionalisti.
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LA REALT.
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La esposizione finanziaria dell'on. De Stefani(2)  sufficientemente modesta per smontare certe esagerazioni e certe millanterie che piacciono a una speciale mentalit fascista; non  abbastanza rigorosamente precisa nelle previsioni perch vi si possa adagiare con fiducia; ed  manchevole nel rappresentare un'opera o un piano di opere specificatamente efficaci per la restaurazione finanziaria italiana.
Le promesse di un rapido pareggio a data fissa, i tagli di scure audaci e le semplificazioni mirabili negli ordinamenti amministrativi, i miglioramenti dell'economia politica e i formidabili agguerrimenti militari; tutto quel certo armamentario di aspirazioni e di illusioni, spesso contraddittorie, di cui una parte del pubblico pareva pascolarsi, si smonta, beneficamente, nella esposizione realistica delle cifre enunciate dal Ministro delle Finanze. I bilanci non sono una lirica, ma una cosa positiva.
La cifra che dovrebbe riassumere l'opera del Governo fascista al 30 giugno 1924 sarebbe la seguente: il deficit ridotto a un miliardo e 187 milioni.
Un anno e mezzo fa, un altro Ministro del Tesoro annunciava il deficit ridotto a due miliardi e 952 milioni per il 30 giugno 1923, scendendo dalle altezze dei 16 o degli 8 miliardi degli anni precedenti. Il progressivo miglioramento non avrebbe quindi in s nulla di prodigioso: esso corrisponderebbe al passo normale col quale ci siamo allontanati dalle distruzioni di guerra verso il riassestamento di pace.
 vero che alle previsioni De Nava non corrisposero i fatti, e che il disavanzo fu di parecchio maggiore (anche allora fummo noi quasi soli a prevederlo, contro il coro di elogi di quegli stessi che ora ripudiano tutti i Governi passati!); ma neppure le previsioni De Stefani hanno per ora la sanzione probatoria di un consuntivo; e alla stregua della realt corrispondono piuttosto a una promessa o a una speranza che non a un fatto. Se esse si avvereranno, tanto meglio. Sarebbe ben meschino colui che augurasse il fallimento dell'Italia, perch il partito che  al Governo non  di suo gusto!
Certo, nelle previsioni dei primi anni dopo la guerra erano assai maggiori le incertezze e gli errori, anche perch restavano enormi perdite di spese straordinarie da liquidare, e le oscillazioni dei prezzi gravissime. Ma nemmeno le previsioni attuali, che pure appartengono al periodo della stabilizzazione, ci sembrano tranquillanti del tutto.
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IL DISAVANZO EFFETTIVO.
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Anzitutto il disavanzo si riduce a 1.187 milioni mediante un'operazione di credito, di cui qui non contestiamo la opportunit, ma che consiste in questo: diminuire il carico del bilancio, peggiorando la situazione patrimoniale, cio facendo un debito. Per questa via diventa meno difficile l'assestamento di qualsiasi bilancio.
Si tratta dei risarcimenti dei danni nelle terre liberate. Nell'ultimo esercizio erano stanziati in bilancio per questo titolo 1100 milioni. Nel bilancio fascista saranno invece stanziati solo 76 milioni, perch invece di dare denaro ai danneggiati, il Governo consegner loro un titolo, cio delle cambiali ammortizzabili in 25 anni. In tal modo i bilanci futuri saranno caricati della spesa, e il bilancio fascista mostra di avere ridotto il disavanzo da effettivi pi di due miliardi a poco pi di un miliardo.
In un altro dei suoi rimedi l'on. De Stefani ripete un procedimento uguale e contrario. Egli annuncia un risparmio di 78 milioni nell'acquisto dei tabacchi, cio riduce la spesa di bilancio a soli 422 milioni. Ma in che modo ha egli scaricato il bilancio 1923-24? Caricando una maggiore spesa sul bilancio 1922-23, dove con suo medesimo decreto 18 marzo 1923, n. 698, ha aumentato da 400 a 510 milioni per acquisto tabacchi e si  cos procurate le scorte da consumare "nell'anno primo dell'era nuova".
Altri 870 milioni che occorrono per spese straordinarie ferroviarie ed elettrificazioni, l'on. De Stefani conta di procurarsele con debiti, di cui non si  tenuto conto nel calcolo del disavanzo reale, ma che in fatto graveranno la situazione patrimoniale.
Se noi sommiamo insieme solo codeste tre prime osservazioni, il disavanzo annunciato in poco pi di un miliardo appare gi superiore ai tre miliardi, in quanto a saldare le entrate con le spese 1923-24 occorreranno appunto pi di tre miliardi di indebitamento.
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IL DISAVANZO FERROVIARIO.
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Ma all'infuori di codesti minori e visibili ripieghi contabili, pi gravi considerazioni sorgono su due punti fondamentali della nostra situazione finanziaria: le ferrovie e l'esercito.
Per le ferrovie, il Ministro delle Finanze annuncia la riduzione del deficit a soli 374 milioni. Noi auguriamo di cuore che l'annuncio si avveri, poich con esso si sarebbe fatto il pi notevole passo verso il pareggio, tanto pi che gi nell'esercizio in corso il deficit appare ridotto a meno di un miliardo.
Ma dell'annuncio il Ministro scarica testualmente la responsabilit sulle spalle dell'on. Torre, messo improvvisamente a capo, non si sa bene se dell'azienda ferroviaria o del solo personale. E se poi dall'altro lato l'on. Ministro dei LL. PP. continua a consegnare il patrimonio ferroviario a privati, che godono forse la fiducia del ministro, ma che allo Stato non presentano che una garanzia di quattrocentomila lire, c' veramente di che rimanere assai assai perplessi.
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LE SPESE PER L'ESERCITO.
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Per l'esercito il Ministro Facta aveva prevista una spesa di 1.714 milioni, escludendo i carabinieri, prevedendo una forza di 215 mila uomini, e con una certa parsimonia nelle spese.
Il Governo fascista annuncia una riduzione di 152 milioni nelle spese militari. Non sappiamo quante si applichino alla guerra. Ma addirittura inesplicabile resta come con una spesa sufficiente appena per 215 mila uomini, il Governo fascista potr invece attuare la ferma di 18 mesi, che significa una pi forte presenza di uomini alle armi, e quell'armamento bellico che fino a pochi mesi fa ci era stato descritto come l'elemento indispensabile di una Nazione forte!
Nella invincibile contraddizione dei due termini, che il Ministro delle Finanze non spiega, sorge il dubbio che proprio il Governo fascista sia destinato a perpetuare nel nostro paese quella condizione di cose, tanto rimproverata ai passati Governi democratici, per cui si mantenevano quadri di esercito che erano mere parvenze, senza sostanza e capacit nel momento del pericolo.
Ed in proposito non si pu tacere un rilievo politico. L'on. De Stefani, costretto ad animare con qualche sprazzo politico la sua esposizione, ha detto - a proposito delle spese militari - che esse "per la loro entit finanziaria e per il loro significato politico costituiscono il consueto bersaglio della decadente democrazia".
Ma, subito dopo, ha soggiunto che si  voluto "conciliare le necessit della difesa e dell'ordine pubblico con le condizioni economiche e finanziarie della Nazione e dello Stato", riconoscendo la "interdipendenza tra forze economiche e forze militari, che  il naturale presupposto perch si abbia un risultato massimo, non effimero, nell'efficienza bellica della Nazione".
Ebbene: ma che cos' questo se non il succo del calunniato concetto democratico contrapposto al concetto della elefantiasi militarista ed imperialista?
Neppure le previsioni per l'aeronautica si adeguano agli annunciati sviluppi e autonomie dell'arma aerea.
E meno che tutti ci persuadono i 25 milioni annunciati per la Milizia fascista, quando per solo inizio, in questo esercizio, si sono gi spesi 47 milioni!
Altri rilievi particolari sulla formazione e sulla valutazione del bilancio potremmo fare, e dovremo quando avremo sott'occhio il testo dei bilanci. Ma il gi detto  sufficiente a riproporre la domanda che riassume la prima nostra impressione sul discorso De Stefani: "Dov' l'opera originalmente, caratteristicamente fascista?".
Il Governo fascista si vanta di avere tassati cinquantamila nuovi contribuenti per la Ricchezza Mobile. Ma codesto non  se non lo sviluppo dell'opera intelligente e tenace, gi iniziata dal Direttore generale delle Imposte Dirette sotto i precedenti Ministeri.
L'on. De Stefani si vanta di avere bloccate le sovrimposte comunali. Ma codesto non  che un letto di Procuste, facile ad attuare in un'epoca di prezzi stabilizzati o discendenti, ma che in ogni caso o danneggia o avvantaggia disordinatamente le Amministrazioni comunali - fino a darci il singolare spettacolo dei fascisti di Milano, che una volta appoggiavano i ricorsi Stucchi contro la sovrimposta, e ora sono lieti di farli respingere per avere margine di spendere per le necessit del Comune!
Anche l'iniziata revisione dei redditi agrari, che noi sollecitammo un anno fa nella Relazione sull'Entrata, non  stata praticamente felice in rapporto ai proprietari coltivatori. E, dopo ci, quali sono le economie? Quali le radicali riforme tributarie, per le quali si vollero i pieni poteri?
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IL PROGRAMMA.
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Sono passati sei mesi dall'inizio del regime fascista; cio poco meno di quanti n'ebbero rispettivamente Nitti, Giolitti, Bonomi e Facta per sentirsi dichiarati, in tempi non certo meno dubbiosi e gravi, inabili a ogni riforma amministrativa.
Tutti sono proni ai voleri fascisti. Un programma pi delineato si poteva attendere.
 vero che l'on. De Stefani si riserva l'avvenire, ma egli non ci anticipa una chiara indicazione dei suoi propositi. Eppure, chi va "dal caos al sistema" dovrebbe avere un programma.
Siamo perfettamente d'accordo con l'on. De Stefani che in questa materia non vi sono miracoli da fare o da attendere; e che vi sono resistenze vincibili solo col tempo. Ma vi  un punto che riguarda proprio il Ministro del Tesoro. Non si tratta delle riparazioni tedesche, che il Ministro delle Finanze continua a contare per un miliardo, non ostante le delusioni di quest'anno e non ostante che egli abbia abbandonato la questione economica al criterio politico del Ministro degli Esteri.
Non si tratta neppure della "Cassa" - di cui non comprendiamo perch il Governo si affanni a controllare (e qualche giornale ad esaltare) i 278 milioni alla chiusura del passato esercizio, con i 1.522 milioni odierni. Lo stato della Cassa di un determinato momento non vuol dire niente, per se stesso, e pu accordarsi con le pi opposte condizioni finanziarie.
La Cassa pu alimentarsi nei modi pi diversi: e dalla "Gazzetta Ufficiale" risultavano come fondo di Cassa pi di tre miliardi, tanto al 30 giugno 1922, quanto al 31 ottobre 1922, quanto al 31 marzo 1923.
Si tratta invece del Debito Pubblico.
Come diceva la Giustizia nei suoi specchietti pubblicati avanti l'esposizione finanziaria, il Debito Pubblico nei primi nove mesi dell'esercizio in corso non  aumentato che di uno o due miliardi. Il Debito Pubblico Italiano di 94 miliardi (oltre i 22 miliardi-oro di debito estero)  certamente assai grave: non cos grave per come sarebbe per lo Stato, nell'ipotesi indesiderabile della lira equivalente a 50 centesimi-oro, come era stata annunciata dall'on. Mussolini.
Ma la parte veramente pericolosa del Debito Pubblico  quella stagnante dei 25 miliardi di Buoni a breve scadenza, che in qualsiasi momento di crisi potrebbero essere gettati sul mercato e costringere ad inflazioni o svalutazioni.
Ora, la prima e pi grande opera di un Governo forte e capace dovrebbe essere il pi rapido consolidamento di questo debito fluttuante, convertendolo cio in rendita perpetua, o in Buoni a lontana scadenza.
Invece il Governo non sembra averla intesa o volerla fare. Ha attuato appena l'emissione di Buoni novennali gi preparata dai precedenti Ministeri, e forse l'ha peggiorata annettendovi i Buoni gi poliennali, invece di Buoni ordinari. Ma nulla di pi.
Eppure questo era veramente il "suo" compito. Anche con tre miliardi di disavanzo fra 1923-24, il Governo sarebbe benemerito della Patria se riuscisse a darle sicurezza finanziaria di fronte ai suoi creditori.
E quello sarebbe veramente un Governo forte, che riuscisse a persuadere i cittadini obbedienti, che l'appoggiano, a consolidare il loro credito verso lo Stato; non gi quello che sente il bisogno di minacciare ad ogni momento nei giornali e nei discorsi le minoranze, che apertamente adempiono al loro obbligo di controllo, di critica e di opposizione civile.
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CONTRO IL DAZIO SUL GRANO.
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Alla Commissione doganale l'on. Baranzini, popolare, ha proposto pochi giorni fa il ripristino del dazio sul grano, in via progressiva.
La maggioranza della Commissione concluse la discussione, approvando il ripristino del dazio in L. 2 oro, cio 8 centesimi al kg., dal 1 luglio 1923 in poi. Parlarono e votarono contro i soli socialisti.
Ora - secondo un comunicato - la Commissione deve interpretare il proprio deliberato e decidere se le 2 lire oro debbano intendersi definitive, o se siano il primo passo per arrivare fino alle lire 7,50 oro, cio 30 centesimi al chilo, o per stabilire una scala mobile.
Il comunicato  inesatto.
Tale veramente era stata la proposta di qualche deputato, al quale venne il timore che la fissazione del dazio in lire due oro rimanesse definitiva e impedisse un successivo aumento fino alle antiche sette e cinquanta. Ma altri deputati, e particolarmente il gruppo dei socialisti unitari, chiesero ed ottennero invece che tutta la discussione sul dazio si rinnovasse, e la deliberazione fosse presa ex novo.
Conviene infatti ricordare che la deliberazione per le due lire fu accolta dalla maggioranza dopo che apparve in pericolo la primitiva proposta Baranzini, del ripristino progressivo fino a sette e cinquanta. Poich questa proposta sarebbe rimasta in minoranza, i proponenti la ridussero al solo primo gradino delle due lire, raccogliendo cos i voti della maggioranza. Sarebbe ora inammissibile che, costituita cos una maggioranza, si riprendessero le mosse dalla proposta di ripiego, per arrivare ancora alla primitiva proposta di ripristino progressivo integrale, per via di... interpretazione?
La questione  dunque aperta.
E i socialisti unitari si batteranno decisamente contro ogni e qualsiasi dazio.
Anzitutto il proposto dazio di due lire oro, cio di 8 lire carta dal 1 luglio 1923, non  sorretto neppure dalle solite motivazioni di incoraggiare alla estensione della cerealicoltura; poich per questo raccolto quello che  stato  stato, e il dazio non significherebbe altro che un grazioso regalo di 90 o 100 milioni di lire oro largito dai consumatori ai produttori, e una tassa di 40 milioni pagata dai consumatori allo Stato.
Ma neppure negli anni seguenti la economia nazionale ha nulla da guadagnare dal ripristino. In Italia la cerealicoltura  gi troppo estesa in confronto del territorio. Noi abbiamo bisogno di intensificarla, di migliorarla, non di estenderla dove  antieconomica.
Produrre per estensione tanto grano quanto basta all'alimentazione italiana,  una chimera che si sposta di anno in anno, via via che il consumo aumenta. Per la eventuale difesa nazionale non importa tanto di produrre, quanto di avere scorte sufficienti per un anno.
In Italia la cerealicoltura  troppo estesa in terreni inadatti, dove l'inerzia dei dazi protettori ha impedito la sapiente sostituzione di altri prodotti. Vi  una grande zona italiana, che pu produrre benissimo il grano in concorrenza con l'estero e con un'utile rotazione agraria. Ve n' un'altra dove, per quanto la cerealicoltura sia costosissima, essa continuer perch serve alla stretta alimentazione famigliare e assorbe un lavoro famigliare che altrimenti andrebbe perduto. Tra le due, vi  una terza zona dove la cerealicoltura  sempre pi antieconomica, e favorisce l'inerzia di iniziative o di sistemazioni agrarie, che richiedono studio, sforzo o intervento della collettivit.
I latifondisti del meridione, e gli agrari pi ignoranti del settentrione, chiedono il dazio sul grano per averne di contraccolpo l'aumento del prezzo dei terreni.
I contadini invece non vi hanno nessun interesse in quanto hanno del grano solo quanto serve per la loro famiglia, indipendentemente dal prezzo. Gli operai ne sarebbero nettamente danneggiati, poich la maggior spesa per il pane taglierebbe il loro salario, senza speranza prossima di rivalsa sull'industriale. Gli impiegati, i lavoratori intellettuali, i professionisti, tutti i ceti medi ne sarebbero direttamente danneggiati.
Noi siamo quindi nettamente contro il ripristino del dazio sul grano.
Le pretese dimostrazioni, con le quali ci si vuol fare vedere un eccessivo costo di produzione, non ci commuovono. Esse variano da terreno a terreno, appunto secondo la sua altitudine, e non possono mai isolarsi da un ciclo completo di rotazione agraria.
Neppure ci persuade l'arguta osservazione che, di fronte agli 8 centesimi di dazio, assai pi oggi si paga a tutti gli speculatori e intermediari tra il grano e il pane (mulini, fornai, rivenditori, ecc.) e che i primi si potrebbero compensare con una riduzione sui secondi. Neghiamo i primi, e mozziamo le unghie ai secondi. Ma nessuno pu credere che agli speculatori si mozzino le unghie con i calmieri e con i decreti. Il municipio fisser un calmiere e il padrone di forno aumenter con l'acqua il peso del pane malcotto.
Solo enti cooperativi controllati dai consumatori potranno eliminare le speculazioni sul pane. Ma le cooperative sono state incendiate, e gli speculatori trionfano.
Opponiamoci almeno frattanto alla prima speculazione sul grano, che si tenta di ripristinare col dazio a vantaggio dei pi retrogradi agrari.
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RIVEDENDO I CONTI.
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Abbiamo sfogliato negli ultimi giorni gli allegati alla esposizione finanziaria De Stefani. Voluminosi nelle apparenze, essi non portano per nella sostanza una luce maggiore sugli accertamenti e le previsioni di bilancio e di disavanzo.
Ne riportiamo per alcuni rilievi che mutano l'apprezzamento dei passati disavanzi.
Secondo l'allegato 103, il disavanzo del 1920-21 appare superiore ai 14 miliardi; ma di essi quasi 6 non rappresentavano che sistemazioni contabili risalenti al tempo di guerra e non importanti alcun movimento di denaro; e altre notevoli somme effettivamente spese si riferivano esclusivamente a straordinari impegni di guerra. Per modo che il disavanzo effettivo, riguardante la sola gestione propria dell'anno 1920-21, andrebbe ridotto al disotto della met dei detti 14 miliardi.
Secondo l'allegato 108, il disavanzo del 1921-22 appare superiore ai dodici miliardi, ma di essi pi di 10 sono semplici contabilit di guerra; e l'allegato 103 avverte che col 1921-22 si considera "avvenuta la sistemazione di tutte le liquidazioni di guerra". Computando invece i debiti accesi nel movimento di capitali, il disavanzo arriva a 5 miliardi e 265 milioni.
Secondo l'allegato 110, il disavanzo del 1922-23 previsto in meno di quattro miliardi, ammonterebbe invece in realt a 4 miliardi e 552 milioni, "prescindendo per dagli effetti dei provvedimenti recenti, che portano riforme nell'Amministrazione dello Stato e negli ordinamenti tributari".
Di modo che il confronto dei disavanzi della vecchia Era, quando si riducano nelle loro proporzioni reali, e si sgombrino dal carico eccezionale e transitorio delle spese di guerra, contabilizzate o pagate in ritardo, non presentano pi quelle fantastiche differenze con i disavanzi previsti della nuova Era.
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Ma qual  il disavanzo effettivo annunciato per l'anno primo della nuova Era, cio per il 1923-24?
 strano come quasi tutti i giornali, tra i due dati contenuti nel testo scritto dell'esposizione finanziaria (cio disavanzo effettivo 2616 milioni; disavanzo reale 1187 milioni) abbiano preferito mettere in rilievo soltanto quest'ultimo, che non  affatto confrontabile con i precedenti, e sottaciuto il primo, che ha valore reale in se stesso e nei confronti. Evidentemente il miracolismo fascista non poteva credere nemmeno al suo Ministro, che il disavanzo dovesse salire ancora a pi di 2 miliardi e mezzo, dopo tanti anni dalla guerra, dopo cessate tutte le spese straordinarie di guerra e dopo le gesta violente del fascismo.
Ma il calcolo del disavanzo deve essere ripetuto con assai maggior precisione, sia pure con le stesse cifre governative, ma non secondo denominazioni tecniche variamente discutibili, bens secondo questo preciso criterio: "qual' la somma dei debiti che si prevede di contrarre nel prossimo esercizio, per saldare la differenza tra le spese e le entrate del 1923-24?".
 questo il metodo pi onestamente ammesso anche dal Ministro De Nava, quando nel disavanzo volle calcolata quella parte del Movimento capitali, che era da coprirsi con nuovi debiti.
Ora la somma  la seguente: il disavanzo reale annunziato dal ministro, cio milioni 1187; titoli di debito per le terre liberate, da pagarsi in 25 anni, per milioni 1500; debiti da accendersi per costruzioni di strade ferrate in Sicilia e secondo la legge 1908 (cap. 277-278) 300; debiti da accendersi per spese straordinarie stanziate nel bilancio delle ferrovie e del tesoro (cap. 228) 770; debiti da accendersi per spese di elettrificazione (cap. 293) 100; anticipazione della Cassa Depositi e Prestiti per opere varie e debiti minori (cap. 294 e segg.) circa 100; spese straordinarie militari di cui la nota 35 del discorso ministeriale 100; Totale milioni 4057.
Cio - anche accettando come reali tutte le cifre annunciate dal Ministro, e tutte le economie e limitazioni in materia di ferrovie, di esercito, ecc., e tutti gli aumenti di imposte, con i suoi stessi dati insomma - il disavanzo effettivo, l'indebitamento previsto per il 1923-24,  di 4 miliardi, cio press'a poco quanti se ne saranno fatti nel 1922-23!
Ora  vero che nel futuro esercizio saranno consegnati ai danneggiati dalla guerra 1500 milioni di titoli, invece dei 1100 milioni di carta moneta previsti nel passato esercizio (e non so quanto i danneggiati ne saranno pi lieti!); ma, di contro, almeno 700 milioni di spese straordinarie di guerra venivano a cessare automaticamente nel futuro esercizio [300 milioni di sussidi marittimi del cessato decreto De Nava (cap. 95), milioni 335 di cessate pensioni arretrate di guerra (cap. 196-199), pi di 70 milioni per trasporto salme dei caduti e altre spese straordinarie militari (cap. 65 e 67) ecc.]. E se  vero che il debito pubblico  leggermente aumentato,  per diminuito in parte l'interesse che lo Stato paga.
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LO SCANDALO DEGLI ZUCCHERI.
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Per la terza volta il Governo si  rifiutato di discutere intorno al trattamento fiscale degli zuccheri nel 1922-23.
Nell'ultima discussione sulle tariffe doganali, di fronte a un ordine del giorno riguardante precisamente gli zuccheri, i Ministri che pure si sono tanto diffusi a rispondere su altre materie, hanno stranamente taciuto.
Finalmente, di fronte alla richiesta di discutere una interpellanza sugli zuccheri nella seduta di luned, il Governo si  chiuso ancora in un mutismo assoluto.
La stampa ufficiosa, tanto presta alle apologie e alle difese ministeriali, anche essa non dice una parola sulla dolce materia.
Eppure il Governo era stato con tutta precisione indicato come corresponsabile di una perdita valutabile in parecchi milioni, a danno della Nazione, e a vantaggio di piccoli gruppi capitalistici interni o stranieri.
L'ostinato silenzio diviene la conferma indubitabile del danno e della responsabilit.
 veramente strano come in Italia gli zuccherieri hanno sempre trovato Governi pronti ai loro interessi.
Per la campagna del 1922-23 cominci il ministro Soleri a emettere un decreto conveniente in ogni ipotesi agli zuccherieri. Di fronte agli inasprimenti del cambio che li avvantaggiava pi che mai, la Commissione finanza e tesoro richiamava espressamente il ministro Bertone a provvedimenti che attenuassero il dazio o aumentassero la sola tassa di produzione interna.
Ma il ministro Bertone, senza rispondere ai richiami della Commissione parlamentare, con un nuovo arbitrio del potere esecutivo, concludeva con gli zuccherieri un contratto, merc il quale concedeva, in cambio di un calmiere interno, il mantenimento di una tale protezione doganale agli zuccherieri, da convertirsi in un assoluto monopolio del mercato italiano.
La conseguenza fu immediata: in Italia non entr pi zucchero estero, sebbene fosse in quel tempo assai pi a buon mercato del nostro. E i nostri richiami al Governo precedente e all'attuale, che ha mantenuto in vigore quel singolare regime, furono sempre vani.
Solamente quando dopo parecchi mesi il prezzo dello zucchero estero cominci a salire rapidamente, solamente allora il Governo italiano si  accorto che il monopolio minacciava di lasciare senza zucchero i cittadini italiani, e che occorreva lasciare entrare zucchero straniero. Solamente, cio, nel momento nel quale anche agli zuccherieri italiani conveniva di adeguare i prezzi interni agli esterni, o di nascondere il proprio prodotto per venderlo pi tardi a prezzo pi elevato!
Ora due sono le ipotesi:
O in Italia "vi sono" scorte sufficienti di zucchero per arrivare fino al prossimo raccolto - e allora noi ci troviamo di fronte a una "frode" o a un tentativo di frode, ai danni dei cittadini italiani, costretti prima a pagare i prezzi di monopolio interno e ora a pagare i pi cari prezzi dell'estero.
O le scorte "non vi sono", ed  vera la cifra lasciata diffondere anche dal Governo, di una insufficienza di 360 quintali, che ora bisogner importare dall'estero a prezzi assai pi cari di quelli che erano possibili otto mesi fa, anche abbandonando ogni introito di dogana - e noi ci troviamo di fronte a una perdita secca per la Nazione, Stato e cittadini, valutabile in parecchie decine di milioni, che pagheremo in pi all'estero, e che non scompariscono neppure ricorrendo alla Germania.
In ogni caso io accuso i Ministri Bertone e De Stefani di avere danneggiata la Nazione.
Essi hanno l'obbligo di presentare le loro discolpe.
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DATE A CESARE QUEL CHE  DI CESARE.
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I parvenus della politica e della finanza fascista continuano a diffondere comunicati mirabolanti e a incorniciarli sotto i titoli pi fantastici dei giornali.
L'ultimo diffuso  quello che esalta i 1800 milioni di maggiori entrate nell'anno 1922-23, quasi come segno della prosperit del Paese e della capacit fascista; ma se il Governo avesse pubblicato semplicemente, come solevano fare i precedenti Governi, uno specchietto di cifre precise, il popolo italiano avrebbe appreso
1) Che le entrate sono state maggiori non rispetto all'anno precedente 1921-22, ma rispetto soltanto a quelle cifre molto ipotetiche e abbastanza poco fondate - come affermava recentemente, e quando gli faceva comodo, lo stesso Ministro delle Finanze - che erano inscritte nei bilanci di previsione.
A tale stregua sarebbe stato molto pi prospero l'altro anno, il 1921-22, che diede nientemeno che quasi 2 miliardi e mezzo di entrate pi del previsto; e nessuno allora, pi onestamente, ne men tanto scalpore!
2) Le entrate possono dirsi veramente in aumento quando esse sono maggiori di quelle accertate nell'anno precedente. Dopo la guerra, gli aumenti sono stati sempre fortissimi, come dimostra il seguente specchietto in milioni di lire.
Ora se, come annuncia il comunicato ministeriale, le entrate del 1922-23 sono giunte invece a 12.781 milioni, ci significa non che vi  stato un aumento fortissimo da esaltare, ma anzi un primo arresto nel modulo dell'aumento, ridotto nell'ultimo tempo a soli 111, dico centoundici milioni, di cui la met sono dovuti a quell'alto segno di prosperit e progresso che rappresenta l'aumento delle... giocate al lotto!
3) Ma anche se vi fosse stato in quest'ultimo anno un maggiore aumento, e poich in ogni caso anche una entrata di quasi tredici miliardi rappresenta comunque un notevole risultato tributario - la questione ulteriore e conclusiva  la seguente: Vi ha in questo fatto alcuna influenza o alcun merito il Governo fascista?
E rispondiamo, con precisione aritmetica e documentabile: nessuno, assolutamente nessuno.
Aritmeticamente e documentabilmente.
Quali sono infatti gli aumenti vantati dal comunicato governativo?
a) "La previsione delle imposte dirette - dice il comunicato governativo -  stata superata di un miliardo e 28 milioni". Orbene, il superamento  tanto poco un merito o una conseguenza del governo fascista che noi, un anno fa, allo stato degli atti e delle leggi, lo prevedevamo matematicamente. Il comunicato governativo, il quale dice che in questo campo "si prevedevano le contrazioni pi notevoli", mente. Si legga infatti a pag. 21 e a pag. 28 della Relazione che, per incarico della Commissione di Finanza e Tesoro, io ebbi l'onore di presentare un anno fa alla Camera e che pure tendeva volutamente al pessimismo; ed ivi  scritto testualmente che le imposte dirette straordinarie nel 1922-23 avrebbero "di poco superate le previsioni" e che in quelle ordinarie si avrebbe avuto "una eccedenza di proventi di pi che otto o 900 milioni in confronto delle previsioni"; cio in complesso precisamente quel miliardo che si  realizzato.
Ci dimostra documentariamente non tanto che noi indovinassimo il futuro, ma questo precisamente: che le leggi, le disposizioni, l'opera delle agenzie delle imposte allora in atto, e non alcuna novit posteriore pi o meno fascista, assicuravano gi allora allo Stato quell'introito. Aliquote, accertamenti, ruoli, tutto l'armamentario che doveva dare quel provento superiore di un miliardo a tutto giugno 1923, era infatti gi tutto allora predisposto; e i fascisti non vi hanno nessun merito, nessuna influenza.
b) Il secondo dei maggiori aumenti constatato dal comunicato governativo riguarda, per 428 milioni, le imposte di fabbricazione, tra le quali il solo zucchero ha contribuito con un supero di 384 milioni.
Orbene, anche per esse, non solo la citata relazione della Commissione F. T. prevedeva un anno fa che "le previsioni sarebbero state largamente coperte"; ma il grosso dell'aumento dato dallo zucchero proviene da due elementi assolutamente estranei e anteriori alle gesta del Governo fascista: e cio l'aumento della tassa da 245 a 300 lire il quintale che fu decretato nell'agosto 1922; e l'aumentata produzione delle bietole e dello zucchero coltivati, raccolti e fabbricati, se Dio vuole, prima della marcia su Roma!
c) Restano quindi ormai solo poco pi di trecento milioni di aumenti da dimostrare per completare i vantati 1800 milioni; e quando diremo che di essi un centinaio sono dovuti al lotto e ai tabacchi, un altro centinaio al vino raccolto... nel 1922, ci sar pi che sufficiente, senza inseguire ad una ad una tutte le altre variazioni, per concludere come abbiamo cominciato:
e cio che l'esaltazione dei 1800 milioni di aumento nelle entrate, siccome di un'opera fascista, rappresenta un bluff dei pi fantastici, che si potrebbe accreditare solo presso un popolo pi ignorante e meno civile di quello che per fortuna ancora non  l'italiano.
Il popolo si vergogna piuttosto di questo Governo e dei suoi comunicati.
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LA TASSA DI SUCCESSIONE ABOLITA.
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Il decreto governativo abolisce dunque la tassa di successione dentro i limiti pi stretti della famiglia, fino ai fratelli e zii, e la riduce a pi lievi aliquote per gli altri gradi di parentela.
Fascisticamente - dice il Ministro De Stefani.
Cervelloticamente - ripetiamo noi - perch al contrario il programma fascista del 1920, stampato e firmato da Mussolini, Pasella e compagni, proponeva a grandi caratteri "una tassazione gravosa delle eredit", cio ancora pi gravosa di quella allora in vigore. Di fascista nel provvedimento non c' che questo: che riesce gradito alle classi ricche che hanno alimentato il fascismo; e che tutta la stampa ufficiosa e i turiferari lo elogiano cos come elogierebbero l'opposto se il Governo avesse deliberato l'opposto!
Quanto al merito del provvedimento, dobbiamo riconoscere che le aliquote italiane erano tra le pi alte di Europa. Ma non  giusto dare ad intendere che esse rappresentassero un'attuazione del programma dei socialisti. Aliquote alte furono approvate negli ultimi anni in quasi tutti gli Stati civili (Francia, Germania, Inghilterra); e in Italia furono proposte da Giolitti nel 1920, proprio allo scopo di vincere la sollevazione popolare del dopoguerra; e i deputati socialisti proposero allora ulteriori misure soltanto per attuare il programma della Direzione Massimalista, che esigeva dal Gruppo "progetti e proposte socialiste di impossibile attuazione in regime borghese", e quindi a puro scopo dimostrativo.
Ma le aliquote allora approvate regolarmente non erano le ultime vigenti; erano parecchio pi basse. Esse furono aggravate improvvisamente il 18 dicembre 1920, sotto la spinta di una dimostrazione di combattenti, e nonostante che proprio il gruppo socialista esprimesse in quella stessa sera a mezzo dell'on. Casalini tutte le proprie riserve e diffidenze contro provvedimenti economico-finanziari cos improvvisati e irrazionali, fino a suscitarci contro, anche allora, l'accusa di "antipatriottismo" da parte di qualcuno oggi convertito al fascismo.
D'altra parte le aliquote erano alte solo apparentemente. Gi quelle altissime che, tra lo scandalo universale, parvero salire con tutte le addizionali fino al 102 per cento, erano soltanto sulla carta, mai applicate e mai applicabili, poich avrebbero dovuto concorrere per esempio i casi rarissimi di erede, gi ricco per conto proprio, non parente entro il sesto grado, e di quota ereditaria di venti milioni; e tutte le altre aliquote si applicavano a valori patrimoniali assai inferiori al reale, per la insufficienza degli accertamenti e la frode abituale specialmente dei beni mobili. Se infatti il patrimonio privato italiano non arriva a 400 miliardi e se esso trapassa in un periodo devolutivo, supponiamo di 30 anni, il fatto che il provento della tassa di successione non raggiungeva i 300 milioni annui, significa che il tasso medio effettivo pagato non arrivava al 4 per cento.
Perci i socialisti in Italia non si sono fatte illusioni sulle aliquote alte; e in questa, come in altre materie tributarie (vedi mia relazione sull'Entrata), insistettero piuttosto sull'accertamento rigoroso delle imponibili. Invece l'on. De Stefani stabilisce addirittura la abolizione della tassa colla sua riduzione, mentre impedisce la entrata in vigore del Decreto Meda, che provvedeva a un razionale e pi sicuro accertamento periodico dei redditi personali.
Potremmo comprendere l'abolizione di una tassa quando il bilancio fosse florido, o per maggiori altri vantaggi. L'Inghilterra, dopo avere raggiunto il pareggio nel suo bilancio postbellico, e dopo avere iniziato l'ammortamento del suo debito interno ed estero, si  permessa bene il lusso di ribassare contemporaneamente la tassa sul reddito e la tassa su qualche consumo popolare. L'Italia, invece, che ha ancora un deficit di oltre 3 miliardi e che continua ad aumentare il suo debito pubblico estero ed interno, abolisce una tassa la quale non  gravosa che per i ricchi possidenti, mentre mantiene per esempio una tassa di tre lire al chilo per lo zucchero...
Comprenderemmo che si abolisse una tassa come il dazio consumo, in quanto  costosa al punto che forse un quarto del suo provento  assorbito dalle spese di gestione; e distoglie molti agenti da altri lavori produttivi e inceppa i commerci. Ma la tassa di successione, che male ha fatto all'on. De Stefani, per diventare l'oggetto delle sue stravaganze neofasciste? Nessuno ne domandava l'abolizione; ed  veramente inconcepibile fare getto di una tassa, pagata volentieri, proprio in tempo di deficit.  vero che l'onorevole De Stefani ha potuto trovare nelle vecchie storie che la tassa successoria non  sempre esistita; ma nella storia egli pu trovare allora ogni pi fantastico e assurdo esperimento. La scienza delle finanze  legata intimamente allo stupidissimo secolo XIX; e prima di questo egli trover la mancanza della tassa di successione, ma proprio contemporaneamente alla esistenza di altri tipi d'imposta pi legati a un sistema economico ancora feudale.
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Le evasioni e la remora al risparmio e all'accumulo, che il Governo protesta contro la tassa di successione, si possono ripetere contro una quantit di altre imposte. La Ricchezza Mobile non stimola certamente l'industria; la tassa sui biglietti ferroviari non stimola i trasporti; ma nessuno propone per questo solo di abolirle.
Si tratta piuttosto di intendere e sorvegliare codesto delicato rapporto di utilit maggiori o minori; non di stroncarlo con una stravaganza da laboratorio.
Frattanto, nella certa attesa che un altro ministro delle Finanze revochi tra qualche anno la cervellotica abolizione, dal provvedimento attuale, avremo solo in realt queste conseguenze: - sottrazione all'erario, defatigato e deficiente, di oltre 200 milioni di lire all'anno, che con aliquote minori ma con accertamenti rigorosi potevano anche raddoppiarsi - sostituzione eventuale di essi con tasse sui salari o su qualche consumo - terno al lotto gratuito per gli eredi ricchi che divengono tali tra il 9 luglio 1923 e, poniamo, il 1 gennaio 1925, e iniquo contrasto con gli antecedenti e con i successivi - incitamento alle frodi per chi potr sostituire un trasferimento di propriet passata, con successive donazioni gratuite tra parenti - rivoluzione continua negli uffici tributari - caduta di un altro elemento incentivo all'accertamento reale del reddito effettivo personale, al quale soprattutto mirava la finanza moderna.
 EMPIASTRI PER LA FINANZA LOCALE
Dopo un anno di ponzamento, e dopo tanti anni che si chiedono provvedimenti per la finanza dei Comuni e delle Province, finalmente il solito comunicato-rclame (esso espone infatti di solito elogi o scopi, in luogo di dare le norme oggettive) del Consiglio dei ministri annuncia provvedimenti.
Riassumiamoli: 1) Proroghe di anteriori provvedimenti, dati da anteriori Governi. Alcuni di essi sono stati tante volte criticati e ritenuti insufficienti; ma il Governo fascista, dopo averli prorogati l'anno scorso, li riproroga quest'anno.
2) Sostituzione della tassa esercizio con una sovrimposta su alcuni redditi colpiti dalla imposta di R. M. erariale. Possiamo essere facilmente d'accordo intorno ad alcuni difetti della vecchia tassa esercizio; ma essa aveva almeno due pregi: della oggettivit e della autonomia comunale, che, sviluppati, potevano farne un'ottima imposta. Il Governo fascista preferisce ritornare invece al progetto del Governo Bonomi, che la abolisce in parte (in parte continua una meschinetta tassa di patente), per sostituirla con un'empirica sovrimposta alle tassazioni dello Stato. Nulla  detto nel Decreto intorno alla distribuzione della imposta nel caso di aziende collocate in diversi Comuni, ma facenti capo a una sola ditta altrove residente, e dubitiamo che si ripeter l'attuale confusione o assorbimento da parte dei centri maggiori a danno dei Comuni rurali.
3) Contributo alla manutenzione stradale da parte degli utenti, fino a un terzo della spesa. Anche codesto cerotto, copiato dal progetto Soleri-Bonomi, potrebbe essere utile a supplire le attuali insufficienze della fondiaria, o della sovrimposta di R. M. Ma se la sua applicazione dovr farsi sul serio, esso dar luogo a tali e tante controversie da non averne idea: come misurare esattamente l'uso maggiore o minore che questa o quella ditta fa delle strade? quali utenti saranno compresi, e quali esclusi? qual' la spesa da computare? tutta quella stanziata in bilancio? e non apparir tutta l'ingiustizia di un'industria tassata con parecchie migliaia di lire, perch pesante e sebbene meno redditizia, in confronto di un'altra non tassata per quanto assai pi ricca? Vedremo intorno a questa curiosa imposta accendersi liti violente specialmente in certe zone d'Italia.
4) Contributo di miglioria. Imposta utilissima, che consiste nel colpire di tassa i beni immobili avvantaggiati da lavori e da servizi pubblici.  diffusissima nei paesi tedeschi e inglesi; e noi l'abbiamo pi volte sollecitata. Il Governo fascista sembra averne copiata la insufficiente regolamentazione dal progetto Soleri; e non si sa perch vi abbia associata l'abolizione della tassa sulle aree fabbricabili, che in Italia era veramente mal regolata, ma che poteva essere riformata utilmente, anzich sacrificarla al nuovo contributo per un cervellotico rapporto.
5) Tassa sulle rivendite alcooliche. Anche questa  una imposta speciale abbastanza buona ed esattamente eguale a quella proposta da Soleri-Bonomi.
E basta!...
Si tratta cio, in riassunto, della ricopiatura fedele di due o tre proposte contenute nel progetto Bonomi-Soleri, le quali, se possono dare qualche maggiore introito in parecchi Comuni d'Italia, in molti altri e nel complesso sono assolutamente insufficienti e ai bisogni pratici annuali e a una ricostruzione sistematica della finanza locale.
Dopo un anno di ponzamento, cio dopo tanto tempo quanto non ne ha avuto nessuno degli aborriti Governi precedenti, nemmeno l'attuale ha saputo dare nulla che indichi almeno un criterio dell'auspicata riforma tributaria. Cerotti sopra cerotti, in attesa che, come dice il comunicato ufficiale, "la nuova classe dirigente si formi", cio che... "coloro che sono andati al potere senza sapere, si informino, imparino e finalmente decidano, e eventualmente si rimangino anche il gi deciso...". Eppure le necessit dei Comuni non sono frattanto sparite.
Tutta la canea degli interessati e la balorda schiera dei pappagalli urlavano e ripetevano nel 1920 e 21 che, se le tasse comunali erano aumentate, tutta la colpa era dei socialisti, che dilapidavano il bene pubblico e volevano la espropriazione della borghesia. Nessuno cercava di ricordarsi che se era vero che le imposte comunali erano pi che triplicate o quadruplicate in confronto dell'anteguerra, anche la lira era ridotta a un quarto del valore di anteguerra, cos che l'aumento era solo apparente, se non anzi insufficiente di fronte alla quantit di debiti arretrati lasciati dalle Amministrazioni comunali precedenti nel tempo di guerra.
Se fosse stato vero che gli aumenti dipendevano esclusivamente dalla diabolica intenzione bolscevica, noi avremmo dovuto vedere con l'anno 1924, cio al cadere di quasi tutte le amministrazioni socialiste, arrestarsi, se non diminuire, la somma delle imposte.
Ora, invece, le statistiche ufficiali ci informano che la somma delle imposte comunali e provinciali ha continuato a salire continuamente anche nel 1922, nonostante che non solo siano scomparsi i socialisti, ma che il potere di acquisto della lira si sia, dopo il 1920, quasi stabilizzato.
Notiamo tra tutte la famigerata sovrimposta fondiaria che, nel 1921, non era dunque ancora arrivata a quadruplicarsi, nonostante i socialisti e nonostante che la lira fosse scesa ad un quarto del suo valore. Per quell'aumento cittadini italiani hanno ucciso altri cittadini italiani sulle piazze e sono stati poi assolti... per fine nazionale.
Nel 1922, spariti i socialisti da quasi tutte le Amministrazioni locali, essa continua a salire fino oltre il quadruplo, avviandosi al quintuplo. Ma i morti giacciono, e gli esecutori sono finalmente divenuti... consiglieri comunali!
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SMONTATURE FINANZIARIE UN CONFRONTO TRA I BILANCI DI DOPOGUERRA E L'ATTUALE.
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I miracolisti del fascismo esaltano il bilancio dello Stato presentato per il 1923-24. Essi credono, o fanno vista di credere, di ravvisare nelle sue cifre e nel confronto con l'immediato dopo-guerra, la antitesi tra fascismo e... bolscevismo, tra rovina e ricostruzione della Nazione.
"Il disavanzo che nel 1920-21 - essi dicono - era salito all'enorme cifra di oltre 17 miliardi,  ridotto dal fascismo a 2 miliardi e mezzo. La spesa annua salita oltre i 36 miliardi,  ridotta a 18, sostituendo finalmente il regime dell'economia a quello della dilapidazione. E l'oppressione tributaria, inaugurata dalla demagogia postbellica, deve naturalmente attenuarsi, se invece di quasi 19 miliardi di entrate ora basteranno poco pi di 15 e mezzo".
A togliere valore alla grossolana tesi fascista basterebbe forse ricordare che i malfamati Governi del dopoguerra hanno avuto tutti, e per diverse ragioni, la pi irreducibile opposizione dei socialisti, o bolscevichi che fossero; mentre erano appoggiati proprio da quei ceti, da quella classe, da quel... Senato, che oggi sostengono il fascismo. Oppure basterebbe ricordare che i disavanzi e le spese enormi sono stati la precisa e necessaria conseguenza della guerra cara ai nazionalfascisti. Ma queste obiezioni potrebbero sembrare di natura troppo semplicisticamente polemica e politica; e le affermazioni concitate e ingiuriose, le insinuazioni della stampa pi diffusa e sussidiata dai gruppi che della guerra hanno profittato, hanno mostrato purtroppo di avere pi presa sui cervelli dei ceti medi, che non il ragionamento.
Vorrei perci attenermi esclusivamente alle cifre. Vorrei prendere in considerazione l'ultimo e pi bolscevico degli anni del dopoguerra (1920-21). Vorrei considerarne le entrate e le spese, quali risultano tutte, e indubitabili ormai, dal conto consuntivo(3); e metterlo a confronto con le previsioni fasciste per il 1923-24, cio con le stesse loro pi rosee ipotesi, senza tener conto che la realt pu (come spesso  avvenuto) modificarle in peggio.
Anche su tali basi numeriche di confronto io sono certo di dimostrare che l'antitesi che i fascisti vantano fra i bilanci passati e l'attuale e la presunzione loro di aver risanato le finanze dello Stato non sono che una favola per gli ignoranti; - che la deflazione della entrata e della spesa non  un miracolo fascista; ma rappresenta in gran parte l'automatica conseguenza della cessazione degli eccezionali provvedimenti dipendenti dalla guerra.
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Le cifre di partenza sono esatte ma le cifre globali poco o nulla dicono. Occorre scomporle negli elementi dai quali risultano.
Le spese del 1920-21 sono salite, secondo il consuntivo 1920-21, a pi di 36 miliardi; ma quante di esse non erano spese dell'anno, sibbene liquidazione di spese o di impegni assunti nei precedenti anni di guerra? Quante erano spese eccezionali di guerra, che per questa solo loro qualit erano da considerarsi cessanti, e non rinnovabili nel 1923-24, anche se quest'anno non fosse caduto nell'era fascista?
Ne diamo un primo elenco, che non pretende di essere completo. Sono gi dunque per questo solo titolo (spese eccezionali di guerra) quasi undici miliardi di lire in pi, che l'anno 1920-21 dovette sopportare per la guerra, e che l'anno 1923-24 non aveva pi da sopportare, qualunque fosse il regime vigente, sgravando cos automaticamente il bilancio di una somma corrispondente, fuor di ogni merito o colpa di Governo.
Ma, accanto a queste, anche altre spese, se non furono vere e proprie spese di guerra, trassero per ugualmente origine, occasione o inizio dalla guerra, e possono comunque riguardarsi di carattere eccezionale, e quindi non ripetibili nei seguenti bilanci; o erano spese di cui era automaticamente predeterminata o prevista la cessazione o diminuzione negli anni successivi. Ora, aggiungendo alle spese eccezionali di guerra prima elencate, quest'altra somma di spese, in parte pure originanti dalla guerra, e tutte cessate o destinate a cessare o diminuire per la loro stessa natura transitoria o per provvedimenti anteriori al Governo fascista, noi abbiamo un totale di Spese eccezionali o transitorie a carico del 1920-21 di circa milioni 21.090
contro una spesa a carico del 1923-24 di 2.297 con una differenza di milioni 18.793.
Cos dunque, per i soli fatti sopraccennati, che sono quasi tutti fuori della volont, capacit o attivit fascista, la spesa dello Stato doveva ridursi di parecchio pi che 10 miliardi nel 1923-24 in confronto del 1920-21.
Quella deflazione del bilancio da 36 a 18 miliardi, che i ciarlatani e i miracolisti cercano di attribuire a merito fascista,  esuberantemente spiegata, anzi resa necessaria, da quella progressiva cessazione di fatti eccezionali, quasi tutti dipendenti dalla guerra, che si sarebbe quasi automaticamente verificata con qualsiasi Governo cui presiedette il guardiano di Pinerolo.
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Sgombrato cos il terreno da quella pi grossolana apparenza che poteva indurre in inganno i semplici, e stabilito che, per le sole eccezionali ragioni indicate, il bilancio 1923-24 avrebbe dovuto automaticamente ridursi a molto meno di 18 miliardi di spesa, in confronto dei 36 del 1920-21, senza merito o colpa del Governo vigente - passiamo a considerare pi oltre, in cifre pur sempre abbastanza sintetiche, come si possano confrontare le residue spese di carattere pi normale compiute nel 1920-21 con i 18 miliardi che ha stanziati il Governo fascista per il 1923-24, e se in ci almeno si possa riscontrare alcuna rilevante economia e utilit.
Poich abbiamo gi accennato ai due miliardi e un quarto delle terre liberate, delle loro ferrovie e amministrazioni, dei sussidi a costruzioni navali, traffico marittimo e ferrovie secondarie, proseguiamo ora nell'esame dei singoli bilanci.
Di tutto questo gruppo di aumenti o diminuzioni il Governo fascista non ha alcuna colpa n merito: essendo aumentati i debiti, esso ha dovuto ingrossare la somma degli interessi, cos come  automaticamente aumentata e dovr poi diminuire la somma delle pensioni (l'economia sull'aliquota interessi risale a un ministero precedente, e dipende del resto dalle condizioni del mercato; le annunciate riforme delle pensioni non hanno avuto finora alcuna attuazione di pratica portata); le spese per acquisto di saccarina sono gi cessate da due anni con la cessazione dello zucchero di Stato; la coniazione di monete fu un fatto transitorio; la cessazione della spesa per il monopolio dei fiammiferi ha il suo corrispondente in una cessazione di entrata; le allocazioni per il lotto, l'acquisto dei tabacchi e i rimborsi di imposta hanno un valore puramente ipotetico nel preventivo, o corrispondente di solito all'entrata nel consuntivo; e la nuova spesa per il provveditorato generale non rappresenta un maggiore carico, perch le corrisponde un'entrata coi diversi Ministeri, quasi come partita di giro.
Variazioni effettivamente dipendenti dall'azione governativa potrebbero aversi invece nelle rimanenti categorie dello stesso Ministero.
Quella del disavanzo ferroviario, ridotto da pi di 1 miliardo a 374 milioni, sarebbe finalmente la prima economia, attribuibile in parte (in parte dipende dal minor costo del carbone, dalle minori riparazioni dei carri, ecc.) all'azione del Governo fascista. Ma meglio che nel preventivo, essa potr essere riscontrata e valutata, in s e nelle conseguenze, soltanto quando l'esercizio sar esaurito. Nella Guardia di finanza si ha invece un aumento di spesa; cos come un leggero aumento si ha nel complesso delle altre spese d'amministrazione, ordinarie e straordinarie, in cui si riassume tutta l'attivit burocratica e amministrativa del Ministero pi importante, che incassa i tributi e provvede alla gestione finanziaria dello Stato.
Nei bilanci degli Esteri, delle Colonie, dell'Istruzione, della Giustizia e dell'Interno, eccettuate le spese eccezionali sopra ricordate e quelle per la Regia Guardia e Milizia Nazionale di cui parleremo poi, vi sono differenze minime, dunque: nei bilanci degli Esteri, dell'Istruzione e della Giustizia si pu dire che la spesa rimanga inalterata.
Naturalmente, oltre l'aspetto economico, dovrebbe considerarsi l'aspetto morale; se cio sia per essere anche eguale il modo e il risultato della spesa; ma questo non pu esser fatto, e anche allora con una certa difficolt, che ad esercizio esaurito. Frattanto  certo che le somme effettivamente spese nel 1920-21 non sono superiori a quelle preventivate (salvo complicazioni!) per il 1923-24.
Le spese per le carceri aumentano di molto; diminuiscono invece, di altrettanto e pi, quelle per la beneficenza e per l'igiene, sulle quali principalmente si  economizzato per ridurre anche le altre spese ordinarie e straordinarie del Ministero degli Interni.
Qualche maggiore variazione si ha forse in un altro gruppo di capitoli riguardante le spese di pubblica sicurezza.
I primi due capitoli segnano una diminuzione complessiva di circa 150 milioni nei corpi armati di P. S. Come tutti sanno per, essa non dipende da una amministrazione pi economica: bens dallo scioglimento di un corpo avvenuto per ragioni politiche, e dalla sua sostituzione con una assai numerosa milizia di partito; sulla qual cosa, cos come sull'efficienza dell'attuale ordinamento rispetto alle esigenze della sicurezza pubblica, il giudizio esorbita dal campo economico per divenire tutto politico.
L'Esercito e la Marina, dopo tanti discorsi sulla loro insufficienza, sulla necessit di riforme e di nuovi ordinamenti e armamenti, restano invece, almeno sulla carta delle previsioni, quasi allo stesso punto del 1920-21, con un aumento notevole soltanto per l'aeronautica.
Una diminuzione complessiva di 54 milioni  segnata invece per le Colonie. Ma la sua effettiva attuazione dipende da alcuni elementi incerti che solo a fine esercizio potranno ritenersi definiti; e se a carico dell'esercizio 1920-21 restavano le conseguenze della guerra europea, su quello in corso potranno gravare gli effetti di una politica di conquista.
E veniamo all'ultimo gruppo di Bilanci di natura pi economica e sociale.
In questo gruppo soltanto si avverte una sensibile economia di quasi mezzo miliardo. Si potrebbe notare anche qui che l'economia  soltanto sulla carta delle previsioni, e che gi negli ultimi giorni sono stati annunziati decreti di maggiori spese, in seguito al fatto che il Presidente del Consiglio, viaggiando, si  accorto che vi sono case da costruire, acquedotti da fabbricare, vie da aprire, ecc., e che quindi occorre rinunziare ad alcune delle vantate economie. Ma quale che sia alla fine il risultato, il fatto  che le economie non riguardano in complesso spese burocratiche o dilapidatorie per loro natura, ma quasi esclusivamente spese di ricostruzione economica: sono 36 milioni in meno per l'acquedotto pugliese, 38 per le case popolari cui si dice che basteranno i residui degli anni scorsi, 150 per le ricostruzioni rese necessarie dal terremoto, delle quali pare si cominci a ricredere necessario il ripristino, 120 per gli Istituti nazionali di assicurazione sociale, che ora si sospendono ritenendo sufficienti i fondi gi costituiti, ma che gi prima si capitalizzavano - non si consumavano - dagli stessi Istituti che poi sono tutt'uno con lo Stato.
Nell'amministrazione postelegrafica, pure con gli annunciati licenziamenti, l'economia prevista in confronto del 1920-21 non  che di 19 milioni su quasi novecento di spesa.
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Sommando ora i diversi gruppi ricostituiamo i due bilanci confrontati, e vediamo nelle conclusioni confermata la asserzione preposta a questa breve disamina, e cio che la pretesa antitesi fascista tra gli anni della dilapidazione e quello della ricostruzione  il prodotto di un equivoco che le cifre riescono facilmente a dissipare.
Ci non significa per noi, naturalmente, che nel 1920-21, n nel 1919-20, n negli anni precedenti, si sia amministrata ottimamente la finanza dello Stato. Potremmo anzi ricordare le nostre critiche di allora, quando coloro, che oggi trovano obbrobriosi quei Governi, li esaltavano o li appoggiavano. N le nostre considerazioni vorrebbero significare, per converso, che tutte le proposte del bilancio fascista siano da ripudiarsi. No, neppure questo certamente.
Abbiamo voluto soltanto contribuire alla smontatura di una favola diffusa, per la quale il regime della violenza vorrebbe camuffarsi come il regime dell'unica possibile salvazione, e richiamare alla realt quella parte del popolo italiano che tanto  facile talora alla esagerazione critica come alla adulazione inconsiderata, con poco equilibrio e con poca dignit.
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Per completare la visione del bilancio italiano non sar inopportuno concludere queste note con un analogo confronto sintetico delle entrate nelle stesse annate.
Anche in questo campo il fascismo si era procurato adesioni, proclamando la necessit di alleviare il peso dei tributi; e naturalmente non ne fece quasi nulla.
Se la entrata dai 18.820 milioni del 1920-21 scende ai 15.565 del 1923-24, ci non  dovuto ad attenuazione di imposte, ma esclusivamente alla scomparsa delle entrate eccezionali di guerra.
Infatti per il gruppo delle entrate straordinarie esse, come si vede, quasi tutte cessate automaticamente, o per provvedimenti anteriori al Governo fascista, o, ad ogni modo, indipendenti dalla sua attivit. Anche la imposta sui sovraprofitti di guerra, reclamata ufficialmente dai Fasci nel 1920 e rinnegata pi tardi, non ha avuto alcuna mutazione nel suo corso, se non l'esaurimento naturale conseguente alle leggi e alle norme gi dapprima emanate.
Nei rimanenti gruppi di Entrate invece le variazioni sono non di una attenuazione tributaria, ma si trovano in questo specchio i chiari segni di uno sviluppo e aggravamento tributario, quale era del resto necessario a un migliore equilibrio del bilancio, e quale era stato predisposto da leggi e provvedimenti quasi tutti anteriori al Governo fascista, senza sua colpa, come senza suo merito.
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SMONTATURE FINANZIARIE.
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La "Gazzetta Ufficiale" ha pubblicato uno specchietto contabile sugli impegni di bilancio al 30 settembre; e l'ufficio stampa del Governo ha voluto dimostrare ancora una volta di meritare le molte decine di migliaia di lire che a suo favore si stornano nel bilancio italiano, intessendo le solite lodi. Le quali raggiungono questo solo risultato: di celare la piccola particella di bene sotto un tale cumulo di esagerazioni, da mettere piuttosto in rilievo tutte le inesattezze e le insufficienze.
In sostanza, che cosa contiene lo specchietto? La somma delle somme impegnate dai diversi Ministeri negli ultimi tre mesi, in confronto delle somme stanziate in bilancio. La legge di contabilit prescrive che gli impegni e i pagamenti in un anno non possono mai superare i fondi stanziati per ogni articolo; ma potrebbe darsi che un ministro esaurisse i suoi fondi subito nei primissimi mesi, e poco gli restasse nei mesi seguenti, cos da avere bisogno poi di nuovi stanziamenti. Lo specchietto deve dimostrare che ci non avviene e che rimane il margine.
In ci  la sua utilit; e ciascun ministro dovrebbe averlo tenuto presente per suo conto, anche se non era pubblicato, cos come usano fare anche molte amministrazioni locali con apposito registro. Ma i tromboni del Governo hanno voluto invece vedervi un'infinit di altre cose: la sorveglianza sulla pubblica spesa, le economie, il miglioramento della situazione, l'opera fascista, ecc., ecc.
Chiacchiere!
Per avvertire se un ministro o un Governo rimane entro i limiti della spesa segnata dalla legge di bilancio, il confronto andrebbe fatto anzitutto tra la primitiva previsione in bilancio e il limite di spesa attuale. Invece lo specchietto parte subito da una cifra alterata, e cio dal primitivo stanziamento pi le ulteriori disposizioni del potere esecutivo che l'hanno modificato. Infatti il bilancio De Stefani, presentato nel maggio 1923, poneva come limite di spesa effettiva ordinaria la somma annua di 12.941 milioni, mentre lo specchio parte da una cifra gi maggiore, poich la spesa prevista in bilancio  stata gi aumentata di parecchi milioni!
Non solo. Ma mentre nello specchio  tenuto conto benissimo di alcuni decreti che hanno aumentata la spesa, noi crediamo di poter aggiungere che di alcuni altri decreti gi firmati entro settembre e portanti ulteriori maggiori spese, non  stato ancora tenuto conto. Citiamo tra gli altri quello per i 200 milioni di maggiori spese per l'Esercito.
Gli ufficiosi aggiungono che tra poco saranno istituite presso ogni Ministero le Commissioni di sorveglianza sugli impegni, le quali avranno la virt, ecc., ecc. Ma di chi saranno composte codeste Commissioni? Del ministro, del direttore generale e simili. Ma allora chi sorvegliano? Se stessi e i loro subordinati! E allora dov' la garanzia, l'antitesi, il controllo?! Non si tratta che di un atto interno dell'amministrazione.
Se mi si dicesse che la Corte dei Conti tiene il registro degli impegni e li confronta; o se mi si dicesse che la Commissione permanente di finanza riceve il dettaglio dei documenti, allora s vedrei un controllo sulla spesa o sugli impegni. Ma di questi controlli pare invece che il Governo fascista voglia disfarsi, diminuendo i poteri della Corte, e avendo cessato di inviare alla Commissione di finanza perfino quei prospetti di variazioni agli stanziamenti di bilancio, che prima essa riceveva e che le permisero in tante occasioni di opporsi alle prodighe cedevolezze dei diversi Ministeri.
Quanto alla situazione finanziaria, la tabella pu dare qualche elemento di conoscenza, ma tutt'altro che conclusivo come pretendono i comunicati elogiativi. Che in un trimestre si sia stati dentro i limiti del quarto dello stanziamento di un anno,  buona cosa; ma ci non esclude, come  del resto anche per il vecchio specchio della situazione del Tesoro, che impegni maggiori sorgano o si rimandino nei seguenti trimestri.  ottima cosa sapere che la Amministrazione della guerra o dei lavori pubblici si mantiene nei limiti dei dodicesimi assegnati (come noi chiedevamo in una non antica discussione in Commissione di finanza, e come allora i commissari fascisti rifiutarono!) ma non  definitiva per i risultati del bilancio.
La parte straordinaria specialmente pu accumularsi o rinviarsi nelle quantit pi diverse e nei mesi pi lontani, sconvolgendo ogni valore delle somme.
Un esempio  nella stessa tabella attuale, poich da essa risulta che mentre la annuale spesa prevista  di 19.386 milioni, nel primo trimestre si sono gi impegnati 5.734 milioni, cio pi di un quarto!
Diremo noi per questo, che si  ecceduto e che le cose vanno male? No, perch la ricerca del dettaglio pu avvertirci che vi  una quota di spesa straordinaria (il traffico marittimo) concentratasi nel primo trimestre; e la ragioneria, per permettere le pacchiane argomentazioni degli ufficiosi, ha dovuto ricorrere alla piccola furberia di isolarla in una categoria speciale.
Concludendo: la nuova tabella trimestrale  un utile elemento di conoscenza e, esaurite le spese di guerra, dimostra fin d'ora una certa normalizzazione, ma non pu servire a induzioni sulla situazione, se non integrata da altri dati, e con quella prudenza che non  propria dei commentatori ufficiali e ufficiosi, e non servir di controllo ai soli organi che possono esercitare un controllo effettivo sui poteri esecutivi, se non quando questi ritorneranno a funzionare in piena efficienza e forniti di quegli elementi che finora il Governo fascista, per la sua stessa natura dittatoriale, ha cercato di diminuire e di sottrarre.
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DENARO PUBBLICO A MARE.
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(A PROPOSITO DI ECONOMIE E DI CONTROLLI)
L'on. Luzzatti ricordava - in un suo articolo - le glorie della Giunta del Bilancio per la economia dello Stato. In tempi pi recenti anche la Commissione di Finanza aveva iniziata un'opera fervida di attivit, opponendo una resistenza accanita a Governi e a categorie interessate e dilapidatrici del bene pubblico.
Ma da un anno a questa parte anche il suo presidente, che tanto aveva contribuito a quel risveglio, si  appisolato. Il Governo fascista non desidera di essere controllato, e la maggioranza dei deputati dorme tranquilla. I richiami dei deputati socialisti non bastano a svegliare i dormienti.
Eppure, se dapprincipio molti poterono illudersi che il nuovo Governo dovesse tagliare nel vivo delle spese inutili, subito di poi e chiaramente apparve come esso tagliasse certamente in certe categorie di spese, e licenziasse operai e impiegati non graditi, dal Presidente della Cassazione fino all'ultimo usciere, ma allargasse immediatamente i cordoni per le persone, i gruppi e le categorie che ne avevano favorito l'ascesa.
E tutte le forme pi arbitrarie di decreti-legge, di convenzioni e sovvenzioni, che tanto erano state rimproverate ai Governi passati, si ripetono ora, e anzi si moltiplicano.
Unica differenza, questa: che - mentre in regime di democrazia ogni fatto del genere suscitava discussioni e opposizioni, promovendo volta a volta il controllo e lo scandalo - in regime di dittatura tutto si compie alla chetichella, e chi ardisce la critica  senza dubbio... un antinazionale.
Diamo un esempio, per oggi.
Tutti ricordano il chiasso fatto intorno ai sussidi straordinari per i costruttori navali. I progetti del ministro Alessio non arrivarono in porto. I progetti del ministro De Vito non arrivarono in porto. I progetti Belotti furono vivamente discussi dalle Commissioni. La Commissione di Finanza dava parere negativo su uno di essi, e ammetteva l'altro solo parzialmente e con qualche riduzione. Il Parlamento compieva in sostanza il suo dovere.
Ma il potere esecutivo insisteva e venne davanti alla Commissione per chiedere di potere emanare i progetti per decreto. La Commissione di Finanza ancora una volta si oppose e ritenne che in ogni caso la cifra dovesse essere ridotta.
Il ministro Belotti emana egualmente, il 29 settembre 1921, il suo decreto che assegna 125 milioni ai costruttori navali, in ragione cio di 900 lire per tonnellata, cio pi di quanto sarebbe costato allo Stato il comprare e tenere come proprie quelle stesse navi!
Le critiche continuarono ancora per qualche tempo, ma poi tutto fin e si sperava che coi 125 milioni fosse seppellita la cosa.
Ma viene finalmente il Governo fascista, che restaurer l'Erario, che mozzer le unghie ai rapinatori, ecc., ecc.
Ed eccoti infatti il 22 marzo 1923 un primo piccolo decretino, modesto modesto, che, come dice la "Gazzetta Ufficiale", si limita a "modificare la dicitura dell'art. 4 del decreto Belotti". Oh, inezia! Invece di "31 dicembre 1923", sia detto "31 dicembre 1924"
Cio, invece di rientrare nel diritto al sussidio eccezionale ed enorme le sole navi costruite entro il '23, vi si ammettono anche quelle da completare entro il '24. Un'inezia, una dicitura che costa allo Stato fior di milioni, senza averne in cambio alcun vantaggio.
Poi viene il colpo pi grosso.
Il 14 giugno 1923 il Governo fascista emana un altro decreto col quale si aumentano di altri "55 milioni" i sussidi concessi dal decreto Belotti.
La Corte dei Conti si rifiuta di registrare questo decreto, come gi si era rifiutata di registrare quello della dicitura. Ma il Governo persiste, e impone la registrazione con riserva.
Mentre la Commissione di Finanza aveva opinato, due anni prima, che la somma di 125 milioni era eccessiva, e che doveva in ogni caso essere ridotta, il Governo fascista, quello che deve restaurare l'Erario, porta la spesa a "180 milioni".
I proprietari dei cantieri si fregano allegramente le mani; e pensano che non invano essi hanno speso e sperato nella nuova e giovanile classe dirigente!
Anzi, la assemblea generale della "Cosulich" ci comunica che un altro lieto evento si  frattanto maturato. La marina mercantile ex austriaca vantava dei danni di guerra; e il Governo italiano indugiava a risarcirli; anzi, dice la Relazione della sopradetta Societ: "i passati Governi, pur riconoscendo la portata economica e politica del problema, non seppero venire ad alcun risultato".
Ma finalmente, continua la Relazione, "venuto al potere il Governo nazionale, i nostri (?) deputati hanno prospettato il problema generale a S. E. il Presidente del Consiglio, il quale diede disposizioni perch si venisse a una sollecita definizione della vertenza. Merc il successivo, assiduo intervento dei nostri deputati, si giunse finalmente a un accordo in base al quale la nostra Societ dovette rinunciare al diritto al risarcimento dei danni di guerra, ottenendo in cambio dal Governo per la durata di 35 anni un mutuo di 55 milioni al tasso del 4%".
Noi non aggiungiamo una parola...
Evidentemente la restaurazione dell'Erario  in marcia, il costume politico  migliorato, Acerbo pu celebrare le economie, e la maggioranza della Commissione di Finanza, divenuta improvvisamente fascista, pu continuare a dormire...
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RIFORMA BUROCRATICA.
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Non vi abbiamo comunicato finora le nostre impressioni sull'annunziato nuovo ordinamento burocratico per due semplici motivi: 1) che questo sistema delle notizie-sondaggio, un giorno lanciate, il giorno dopo ritirate, non  il pi adatto per fondarvi sopra una discussione seria; 2) che le notizie finora conosciute sono troppo insufficienti per prestarsi ad una valutazione precisa.
Poich, per, notizie e commenti continuano, cerchiamo di riassumerne il contenuto:
1) I ruoli aperti sono mantenuti. - Otto mesi fa ne fu annunziata la abolizione deliberata dal Consiglio dei ministri, esaltata dalla solita stampa. Noi soli allora (vedi Giustizia del 4 febbraio) ci opponemmo nettamente, ed oggi il Governo sembra riconoscere che avevamo ragione. Unica differenza sembra che sia la riduzione del numero degli scarti e degli aumenti e ci in correlazione con il ripristino di alcuni gradi, come gi era avvenuto col precedente Governo.
2) Ripristino di alcuni gradi negli impiegati di concetto (vicesegretari, consiglieri, ispettori generali). - La nuova riforma accentua cio il movimento iniziato dal precedente Governo per aumentare i gradi. In realt alcuni di questi gradi non possono corrispondere affatto ad una diversa funzione; e l'aumento di essi come tali non farebbe che complicare la burocrazia dei passaggi. Solo se essi si concepissero come puro elemento di carriera per sospingere l'impiegato a perfezionarsi - come indica la relazione della minoranza socialista della Commissione per la burocrazia - potrebbe avere una utilit.
3) Equiparazione dei ranghi fra le diverse carriere. - In un certo senso essa si aveva anche con l'ultimo ordinamento, con tentativi di avvicinarli tutti a un'unica tabella generale. Ma, naturalmente, vi sono differenze che non possono cancellarsi. Anche l'equiparazione coi gradi militari, che era tipica in Austria, era fatta in grosso modo anche dagli impiegati che paragonavano i propri stipendi in ragione dei titoli, degli anni, ecc., ecc. Ma tutto ci  pura forma esteriore; la sostanza sarebbe di sapere se si vuole o no imporre uno sviluppo di funzioni e di gerarchia eguali a tutte le carriere; e questo sarebbe veramente ridicolo, di pensare che la gerarchia di un reggimento potesse ripetersi per l'Amministrazione delle Finanze, e quella delle Finanze ripetersi tra gli insegnanti della pubblica istruzione. Nulla, cio, di nuovo e di importante dice quell'equiparazione formale: tutto dipender invece dal numero che gli organici assegneranno a ciascun grado in ciascuna carriera, e quindi dalle probabilit di avanzamento, ci che  ancora ignoto.
4) Stipendi. - Gli stipendi della categoria da 12.000 lire in su sono tutti e sicuramente aumentati, qualche volta anche largamente. Gli stipendi delle altre categorie sono aumentati nei minimi, ma diminuiti nei massimi, cosicch le conseguenze saranno personalmente diverse. Ma nessun apprezzamento preciso pu esser fatto se non si sappia che cosa avviene del caro-viveri, se ed in quale misura vi viene conglobato. Tutto dipende da questo, e nella peggiore ipotesi gli impiegati delle categorie inferiori sarebbero danneggiati parecchio.
5) Inquadramento. - Ma anche avessimo complete tutte le notizie precedenti, ancor poco sarebbe noto per valutare, poich la questione risolutiva  quella dell'inquadramento. Come saranno gli impiegati attualmente in servizio inseriti nei nuovi quadri? Quanti saranno i segretari e i vicesegretari? Quanti i consiglieri o i capisezione? Poich tutta la questione  qui. Le tabelle e ci che finora  stato annunciato, sono delle pure astrazioni: l'importante  come si applicano;  l che comincia la lotta delle categorie e appariranno quelle che sanno far meglio a gomito.
Per ora, dunque, niente di nuovo sostanzialmente e di pi preciso.
Nell'attesa sta avvenendo quello che  sempre avvenuto in tutte le cosidette passate riforme della burocrazia: un rimescuglio generale nel quale - come diceva la gi citata relazione socialista - i gruppi pi pronti all'arrembaggio si fanno innanzi attraverso le disposizioni transitorie e cento ammennicoli, e i poveri Cristi, che non hanno un santo protettore, sono sempre sacrificati.
E alla fine: un aumento nelle spese generali dello Stato. Proprio come nel vecchio regime.
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CIRCOLAZIONE CARTACEA E GOVERNO FASCISTA.
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I lettori di Giustizia ricordano certamente l'Italie de Mussolini, il numero unico organizzato in Francia per celebrare l'apologia dell'anno fascista, a probabili spese del bilancio italiano.
Esso si  gi reso celebre per quel piccolo "errore di stampa" col quale aveva scambiato il deficit di un anno passato con quello da venire.
Ma in quelle tre o quattro colonne nelle quali esso riassumeva l'apologia finanziaria del fascismo, c' ancora una piccola miniera di inesattezze, le quali avranno dato alla facile ironia francese argomento di sorriso intorno alla seriet statistica degli ufficiosi italiani.
A un certo punto si vuole, per es., dimostrare che il Governo fascista ha ridotto la circolazione fiduciaria da diciotto a sedici miliardi; l'ha ridotta cio, aggiunge anche un altro apologista nei "Quaderni" pubblicati dalla Casa editrice del partito nazionale fascista, "di oltre 2 miliardi, ossia di 300 milioni al mese, mentre i Governi precedenti impiegarono quasi due anni per ottenere una contrazione di un miliardo e mezzo".
Ci permettiamo di rettificare con i dati ufficiali.
La circolazione fiduciaria italiana raggiunse il suo massimo nel dicembre 1920 con 19 miliardi e 732 milioni. In un anno, cio fino al novembre 1921, essa fu ridotta di poco pi di un miliardo e 88 milioni.
Poi venne a fine dicembre 1921 il crack della Sconto, con la immediata conseguenza di un nuovo rialzo a 19 miliardi e 209 milioni.
Dopo questa data ricomincia il progressivo riassorbimento della circolazione; e noi mettiamo qui di fronte, mese per mese, quella che  stata, senza miracoli e senza esaltazioni, in mezzo alle difficolt politiche e con alle spalle la minaccia della guerra civile fascista, nell'ultimo anno dell'Era vecchia; e quella che  stata nel primo anno dell'Era nuova.
La tabella dunque ci dice che nei primi mesi del 1922 fu riassorbito pi di un miliardo e mezzo di circolazione. Nei mesi seguenti ne furono rimesse fuori alcune centinaia di milioni, in corrispondenza col minorato gettito dei Buoni del Tesoro.
Nel 1923, cio nei mesi di Governo fascista, la media differenza con i corrispondenti mesi del 1922  inferiore al miliardo; negli ultimi mesi a noi noti, di giugno, luglio, agosto,  addirittura inferiore al mezzo miliardo.
La quale cosa denota che permane quella leggera tendenza alla diminuzione, che si  manifestata dal 1920 in poi, e che pu essere apprezzata come un indice di progressivo miglioramento, contribuente alla stabilizzazione della valuta italiana. Ma smentisce i miliardi del miracolismo fascista. I quali miliardi sono stati messi insieme con questi mezzucci: prendendo per confronto il mese peggiore del 1922 e quello migliore del 1923, e poi omettendo - involontariamente s'intende! - i 263 milioni di biglietti da 25 lire, che prima si intitolavano alle Banche e ora si intitolano allo Stato, ma che non per questo sono scomparsi!
Che diranno in Francia intorno ai metodi delle ufficiose statistiche del nostro Paese?
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Dalla osservazione del passato, pi ci preme per arrivare ai metodi e alla visione dell'avvenire.
Il fascismo proclamava - pare - la necessit di rendere la economia privata indipendente dallo Stato. Orbene, mai come in questo momento l'intervento politico  divenuto costante e pericoloso.
Se la circolazione per conto dello Stato  fortemente diminuita in seguito alla cessazione delle spese eccezionali conseguenti alla guerra, la circolazione per conto del commercio continua ad eccedere e a dipendere dal meno chiaro politicantismo.
Lo Stato, o per meglio dire, singoli uomini di Governo, possono intervenire a salvare o questa o quella Banca, non secondo criteri di economia, ma di politica.
Si  costituito un Consorzio valori che prima aveva limitata facolt di attinger fondi alla Banca d'Italia. Oggi, per decreto del Governo fascista, questa facolt  divenuta illimitata fino a sorpassare il miliardo; e i cittadini non hanno modo di controllare come e a vantaggio di chi tale facolt venga esercitata.
Sono i privati - si dice - che devono assumere industrie, non lo Stato. Ma intanto  lo Stato che anticipa un giorno 55 milioni alle industrie triestine, un altro giorno 8 milioni a una industria fiumana, o una settantina a un gruppo ex-Ansaldo, o un centinaio a uno lombardo, o 100 milioni alla Societ Italiana per le Mediterranee, ecc.
Con quali mezzi, con quali compensi, per quali motivi, dietro quali intermediari?
Nessuno sa... e quando nessuno sa tutti mormorano.
Il fatto  che mai come in questo momento lo Stato  intervenuto nell'economia privata, e gli scopi politici prevalgono su quelli dell'utilit economica, senza alcun controllo.
Mentre si discute per settimane intorno ai limiti di un bilancio di trecento milioni, in Italia il potere esecutivo dispone a suo talento di parecchi miliardi di carta moneta, dai quali pur dipende la fortuna della nazione!
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LA SERIE DEI DISAVANZI ITALIANI.
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Nel numero unico di una rivista francese, L'Italie de Mussolini, organizzato dai diversi Uffici Stampa che sono stati recentemente aggiunti... al Bilancio italiano,  riprodotta in un quadro sintetico la serie degli ultimi disavanzi dei bilanci italiani: quasi 23 miliardi nel 1918-19, pi di 17 nel 1920-21, quasi 16 nel 1921-22, e solamente poco pi di quattro e mezzo nel 1922-23, poco pi di due e mezzo nel 1923-24.
Vedete - vorrebbero significare queste cifre - prima del fascismo il bilancio italiano continuava a presentare disavanzi enormi, di poco inferiori a quelli del tempo di guerra, ma, appena arriva il Governo fascista, si compie il miracolo, e in pochi mesi tutto si riduce a una differenza di poche centinaia di milioni, destinate presto a scomparire.
Alla facile e comoda leggenda, noi abbiamo gi dedicata una parte delle nostre Smontature(9), quando abbiamo raffrontato, analiticamente, le spese effettuate nel 1920-21 con quelle previste nel 1923-24, dimostrando che - a parte le spese di natura eccezionale e dipendenti dalla guerra, pagate in gran copia nel 1920-21, e automaticamente venute a cessare negli anni seguenti - nelle rimanenti categorie non vi erano che minime differenze tra le somme spese nell'Era antica e quelle previste per il secondo anno dell'Era nuova. E potremmo, oggi che  uscito il Consuntivo 1921-22, ripetere l'istruttivo confronto analitico anche per quell'anno.
Ma vogliamo qui piuttosto restare alla sintesi, e trattenerci sul punto che pi impressiona, le cifre dei disavanzi.
S, la serie dei disavanzi effettivi  quella indicata nel numero unico fascista (e pu essere perdonato anche il piccolo artificio del compilatore, che, per accrescere il contrasto delle tenebre e della luce, fors'anco per paura di macchiarsi di... nittismo, ha omesso la cifra del disavanzo del 1919-20, che fu inferiore agli 8 miliardi)(10). Ripetiamo qui, pi precisamente, le cifre delle entrate e uscite e del disavanzo negli ultimi bilanci.
Queste sono, dunque, le cifre; ma bastano pochi dati per togliere il significato che si pretende di attribuir loro e per illuminarne la vera portata.
Infatti, nell'anno 1920-21 il disavanzo super effettivamente i 17 miliardi; ma, tra le molte centinaia di capitoli onde si compone quel bilancio, basta estrarne tre(11), per mutarne la valutazione.
I tre capitoli di spese eccezionalissime si riferiscono dunque alle spese militari fatte per la guerra, di cui gli impegni e i pagamenti non si esaurirono naturalmente tutti il giorno dell'armistizio, ma, anche in conseguenza dei difetti della contabilit complicata con quella dei paesi Alleati, si protrassero fino a tre o quattro anni dopo; e si riferiscono al conto pane, al conto, cio, per la vendita del pane a prezzo politico, iniziata in tempo di guerra e cessata al principio del 1921, con la legge Giolitti.
Ora,  vero o non  vero che quei tre capitoli di spese erano di natura tutta eccezionale, fatti per la guerra o in conseguenza della guerra, e destinati a cessare in breve tempo con la estinzione degli impegni assunti per quelle circostanze eccezionali, assai prima e indipendentemente dalle vicende politiche del 1922 e seguenti? Senza dubbio: nessuno potrebbe negarlo.
Quindi, per giudicare quella che  l'opera o il merito del Governo fascista in confronto dei precedenti, o in confronto di quegli altri stupidissimi che sarebbero seguiti senza la marcia su Roma,  giusto o non  giusto tenere da parte quelle spese eccezionalissime, gi destinate a cessare, che i Governi precedenti avevano ereditate dal passato come un debito che essi estinsero o fecero cessare? Senza dubbio,  giusto.
E allora, si debbono sottrarre quei 12 miliardi di spese eccezionalissime dai 17 miliardi del disavanzo effettivo del 1920-21, e si avr cos la somma del vero ed effettivo disavanzo di quegli esercizi; e sar questa la somma che dovremo confrontare con le somme del disavanzo degli anni seguenti, per apprezzare l'attivit, in questo campo, dei Governi che tennero il potere nei due successivi periodi.
Tutti sanno che queste spese per la massima parte non furono affatto consumate nell'anno 1921-22; ma sono di parecchi anni anteriori. Di esse anzi una gran parte - oltre 10 miliardi e seicento milioni, come attesta lo stesso allegato 108 alla Esposizione finanziaria De Stefani - non importa movimento di denaro, ma costituisce una semplice "regolarizzazione contabile", che alcuni decreti fuori termine dello stesso ministro De Stefani(12) trovarono comodo scaricare sulle apparenze del 1921-22, piuttosto che su quelle della propria gestione. Esse non devono quindi avere peso nel confronto; cosicch se, dai quasi 16 miliardi del disavanzo 1921-22, si sottraggono i 12 e mezzo sopra elencati, il disavanzo del 1921-22, da porre a confronto con quelli del 1922-23 e 1923-24, si riduce ad assai minore cosa(13).
Dalla quale tabella ancora una volta e definitivamente si deduce che la diminuzione progressiva dei disavanzi, per quanto dipende dall'opera dell'ultimo Governo, NON  quella mirabolante che parte dai 16 o 17 miliardi del 1920-22, per precipitare ai 3 o 4 del 1922-24; ma si riduce (depurata delle spese eccezionali e di guerra, venute a cessare o per forza naturale di cose o per opera dei passati Governi) dai 5,2 miliardi del 1920-21 e dai 3,3 miliardi del 1921-22, a circa 3,5 del 1922-23 e ad oltre 2,8 del 1923-24, salvo quelle rettifiche che per questi due ultimi anni dovranno apportarsi nel consuntivo.
La quale progressione lentamente discendente, se pu essere apprezzabile,  normale continuazione di un processo iniziato gi prima dell'Era nuova, ed  perci ben lontana da quel miracolo di cui parla la leggenda fascista, facendo chiaro assegnamento sull'ignoranza e sulla credulit del pubblico: sopra tutto  tutt'altro che tale da meritare che divampasse prima l'incendio di una guerra civile, e che le fosse poi sacrificata la libert politica del popolo italiano.
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LA SITUAZIONE FINANZIARIA ED ECONOMICA.
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Poich siamo certi di far cosa grata al Ministro delle Finanze, e a costo di provocare per contro i comizi e le ire di Giunta e Mussolini junior, scriviamo poche note sul discorso al Senato.
Anzi, piuttosto che sul discorso, io vorrei trattenermi sulle cifre allegate e sui documenti; poich in questi soltanto mi trovo a mio agio tra cose gi note o vere o previste - mentre quando si passa ai discorsi, gi sorgono le prime nebbie - cos come quando si arriva ai comunicati apologetici degli uffici stampa fascisti (pagati a carico del bilancio statale) incomincia a imperversare l'inesattezza tendenziosa, se non il falso.
Il Ministro annuncia che il disavanzo dell'esercizio decorso si limita a 3041 milioni.
Noi ne siamo soddisfattissimi, poich esso in tal modo rappresenterebbe il progressivo miglioramento sul disavanzo degli anni precedenti, il quale, (diminuito dei quattro capitoli di spesa concernenti le spese straordinarie di guerra per l'esercito e per la marina, e i gi cessati approvvigionamenti) erasi rivelato della seguente entit: 1920-21 disavanzo depurato 5.249 milioni; 1921-22 3.255 milioni.
Avremmo per desiderato di conoscere come ai tre miliardi si sia arrivati, in confronto dei quattro e mezzo previsti da De Stefani nel maggio di questo anno. E abbiamo cercato invano negli Allegati una qualsiasi dimostrazione numerica, che sarebbe stata molto pi utile di tante altre gi altrimenti note; e che ci avrebbe potuto chiarire, per es., se e quanti altri debiti siano stati accesi nella categoria del movimento capitali, oltre che per le spese effettive.
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BILANCIO IN CORSO.
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Nulla di nuovo  detto nel discorso, e nulla negli allegati, che non sia gi contenuto nelle interessanti tabelle della "Gazzetta Ufficiale". Ogni ulteriore interpretazione  altrettanto "arbitraria presso la stampa", quanto  incontrollabile presso il Ministero.
Il fatto resta quindi questo solo, che il disavanzo annunziato dalla stampa fascista in 1187 milioni, ammesso dal Ministro in 2616,  ora dalla tabella della "Gazzetta Ufficiale" aumentato espressamente a 2858 milioni, in conseguenza di alcune centinaia di milioni di maggiori spese che il Governo fascista ha fatto per decreto legge, contro il voto del Senato - e di ci si  certamente dimenticato l'interpellante sen. Rava.
Di fronte all'aumentato disavanzo stanno per, secondo la stessa tabella, oltre due miliardi e mezzo di disponibilit fino al 30 giugno 1924. Ma  curioso notare che di esse un terzo  dato proprio da quei Ministeri della Guerra e della Marina, che invocano nuovi e maggiori fondi; e un miliardo  disponibile presso quel Ministero delle Finanze, che nei mesi da luglio a ottobre ha impegnato 46 milioni in pi di quelli che gli erano assegnati. Si chiedono spiegazioni.
 PREVISIONI PER IL 1924-25.
Il Ministro prevede per il futuro esercizio una riduzione del disavanzo a soli 700 milioni.
Notizia lietissima. Ma che manca, sia nel discorso sia negli allegati, di qualsiasi documentazione. Una sola cosa  certa: che nei settecento milioni non  compresa la quota di spesa per la ricostruzione delle terre liberate, spesa che si pu supporre di 1000 oppure di 1500 milioni - anche se  fatta mediante obbligazioni.
 certo che il disavanzo italiano sparir col cessare delle ricostruzioni, colla risoluzione dei debiti interalleati, e con il riaccertamento e la contrazione delle pensioni di guerra: ma  inutile anticipare l'evento con una finzione contabile che migliora il bilancio aggravando il patrimonio dello Stato.
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DIFESA NAZIONALE.
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Quando nello scorso maggio l'on. De Stefani annunci la spesa dell'esercito ridotta a 1471 milioni, io rilevai la "invincibile contraddizione" tra la riduzione e il vantato programma militare.
I fatti sono venuti a darmi ragione fin troppo presto; poich gi nel settembre scorso sono stati aggiunti 200 milioni, e ora si fanno intravedere altri aumenti. Il Ministro mette innanzi un pretesto: "le circostanze internazionali". Ma  un pretesto, perch, come abbiamo detto, nel primo quadrimestre, nonostante quelle circostanze e la stessa Corf, la Guerra e la Marina impegnarono 264 milioni in meno di quelli disponibili.
Dunque non sono le circostanze.  l'ordinamento;  la ferma di 18 mesi;  quella enorme e antiquata intelaiatura che si vuole mantenere, che costa enormemente, e che impone sacrifici troppo gravi, oppure assorbe le pi imprescindibili spese per l'armamento moderno.
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COMUNICAZIONI E LAVORI PUBBLICI.
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Sono annunciate liete novelle per i disavanzi delle Poste e delle Ferrovie, che rapidamente diminuiscono.
Gli allegati e le cifre in proposito sono troppo squallidi per potervi dedicare un esame serio, all'infuori ed oltre il rilievo dei licenziamenti per persecuzione politica, e della mostruosit di una polizia di partito.  notevole che le poste stiano arrivando agli stessi risultati, senza copiare tale enormit; e che tutte e due vi arrivino senza cedere, o prima di cedere tutto all'industria privata - proprio come noi dicevamo.
Occorrerebbero inoltre dati sul minore costo e migliore qualit del carbone, sul deperimento del materiale, e sull'esaurimento delle scorte, che per certe materie  stato confessato dallo stesso Commissario per le ferrovie.
Per i lavori pubblici sono state anche annunziate in bilancio notevoli restrizioni; ma da alcuni mesi  tale una pioggia di Commissioni locali fasciste, e quindi di ordini di Mussolini, e di promesse e di impegni anche a carico di futuri lontani bilanci, che nessuno sa pi nulla e gli allegati sono eloquentemente zitti.
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TESORO, BANCHE, CIRCOLAZIONE.
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Comodamente generico  stato il Ministro in materia di Banche, sussidi agli industriali, ecc. Eppure l'opposizione ve l'aveva numerose volte richiamato con appunti specifici. Vuol dire che vi torneremo sopra.
Frattanto il Ministro riduce a un miliardo, i due miliardi vantati dalle agenzie e dagli uffici stampa fascisti, all'interno e all'estero, nella contrazione della circolazione.
Rilegga per meglio la tabella a pagina 14, l'on. Ministro, si persuada che  ora di smetterla con i confronti artificiosi al 31 ottobre 1922 quando imperversavano per le strade le bande fasciste, faccia un ulteriore sforzo per quei poveri abbandonati 261 milioni di biglietti da venticinque, e si convinca che la diminuzione  forse di appena 700 milioni, cio inferiore a quella conseguita in precedenti periodi.
A forza di battere, il Ministro si  anche persuaso ch'era ora di chiudere gli sportelli a nuovi Buoni ordinari del Tesoro.  arrivato tardi, dopo avere dato lo spettacolo di una cassa pletorica, che continuava inutilmente e dannosamente a emettere centinaia di milioni di Buoni. Ma, insomma,  arrivato.
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LA SITUAZIONE ECONOMICA.
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Il Ministro ha concluso con la esaltazione della resurrezione economica del Paese.
S, i profitti dei capitalisti aumentano e sono esonerati da tasse, sia come titoli, sia quando sono ereditati. In Borsa i titoli rialzano; e vi  chi guadagna anche quando ribassano, come quelli della Banca d'Italia. Le statistiche sono chiare ed ampie.
Ma una sola statistica il Governo fascista non riproduce: quella degli stipendi, dei salari dei lavoratori, e quella dell'emigrazione operaia.
S, i profitti crescono e sono esenti da imposta - ma i salari diminuiscono, gli stipendi delle categorie professionali e impiegatizie inferiori diminuiscono, e pagano imposte che prima non pagavano, e si vedono licenziati o ridotte le provvidenze assicurative e tutelatrici del lavoro.
Molte grandi ditte liquidano ormai assai facilmente le loro imposte straordinarie - ma i piccoli agricoltori pagano per essi assai maggiori aggravi.
I commercianti e gli speculatori realizzano nuovi guadagni - ma li pagano tutti la piccola borghesia dei professionisti, degli impiegati, gli artigiani, gli operai, dei quali  distrutta ogni difesa pubblica e cooperativa. Sono aperte le porte d'Italia al capitale straniero - ma sono aperte anche per la povera carne italiana che emigra.
S - l'Italia continua a ricostruire la propria finanza e la propria economia devastate dalla orribile guerra, e minacciate da nuovi conflitti - ma ormai una sola classe in Italia ne paga le spese: quella degli umili, dei piccoli, dei lavoratori.
Quella che non  rappresentata dal Governo di Mussolini.
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PROFITTI DI CONGIUNTURA E PROPRIET QUIRITARIA.
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Il Ministro delle Finanze ha annunciato il disavanzo del 1922-23 ridotto a 3 miliardi. Noi abbiamo ricordato che anche i disavanzi del 1920-21 e del 1921-22, depurati dei quattro capitoli delle spese straordinarie di guerra e degli approvvigionamenti gi cessati da pi di due anni, erano ridotti rispettivamente a 5 miliardi e un quarto, e a 3 miliardi e un quarto, cosicch il disavanzo del 1922-23, per quanto semifascista, non rappresenta che una pi tarda progressione discendente verso il pareggio.
Il fascismo al potere  stato, in finanza, il profittatore della congiuntura per la quale le spese eccezionali di guerra e di dopo-guerra, ancora gravanti per 12 miliardi sugli anni antecedenti, sono cessate tutte nel 1922.
Ma il Ministro delle Finanze ha celebrato invece al Senato il "successo e l'esperienza fascista" per avere ridotto il disavanzo del 1922-23 dai 4 miliardi previsti dall'on. Peano, ai 3 constatati dall'on. De Stefani; e lo ha indicato come "il risultato e il documento della saviezza politica della rivoluzione ricostruttrice".
Il ministro fascista esagera! Noi gli abbiamo gi chiesto i documenti, le prove della sua asserzione. Ma, anche senza aspettarli, ve n' uno che prova tutto il contrario. Prova anzi che, anche in questo tempo, il fascismo non  che un profittatore di congiunture.
Infatti, nelle previsioni 1922-23, il capitolo "cambio dei certificati doganali" (cio la differenza tra il dazio nominale carta e quello reale in oro, che  pagata dalle merci che entrano in Italia) era segnato in 250 milioni, fondandosi sulle medie degli anni immediatamente seguenti alla guerra.
Invece, con la introduzione della tariffa doganale Alessio del 1921, i dazi essendo tutti applicati in oro, l'entrata per questo capitolo ascese a pi di un miliardo nel 1921-22, e a milioni 1.208 nel 1922-23, cio novecentocinquantotto milioni pi del previsto. Proprio quei novecentocinquantotto milioni, che bastano a far discendere il disavanzo da 4 a 3 miliardi!
Senza colpa e senza merito del fascismo! Il quale profitta semplicemente della congiuntura di una tariffa gi andata in vigore due anni prima, e dei cambi malvagi che, fortunatamente, non hanno obbedito alle intimazioni dell'on. Mussolini che li voleva dimezzare!
 stato gi ricordato che l'abolizione della tassa di successione contrasta direttamente col programma fascista del 1920, firmato da Mussolini, Farinacci, Rossi, ecc., nel quale si invocava - ed era proprio il tempo della pi grave tariffa Giolitti! - la "tassazione onerosa delle eredit" oltre la imposta straordinaria sul capitale (pag. 15). Ma si tratta di errori giovanili di tre anni fa.
Pi interessante  invece ricordare l'evoluzione del pensiero dell'on. Ministro delle Finanze. Il quale, nella sua relazione al Decreto che abolisce la tassazione dell'eredit, vanta il provvedimento come una eccezione che "si stacca da quello che  l'indirizzo universale nel tempo nostro" in corrispondenza della singolarit del programma fascista.
"Il fascismo -  scritto nella relazione al Decreto Reale -  anche e soprattutto imperniato sul rispetto della famiglia, e sul rispetto della propriet romana... Noi ritorniamo, per certi aspetti e salve le differenze dei tempi, alla mentalit quiritaria... Il patrimonio famigliare viene considerato intangibile".
Pensieri cos profondi e tremendi non possono esser sorti improvvisamente nella mente di uno studioso come l'on. De Stefani. Essi devono certamente essere passati per il vaglio di una considerazione scientifica. E ne ho trovate le origini nelle prime manifestazioni fasciste del ministro delle Finanze.
Diceva infatti l'on. De Stefani nel suo discorso del 4 maggio 1921 al Teatro Nuovo di Verona: "Io non concepisco il diritto di propriet come lo concepivano i romani. Io considero il diritto di propriet come un semplice fatto di gestione e basta...  ora di finirla con certi privilegi. Il diritto di propriet, cos come era concepito dai romani,  oggi un privilegio che non deve pi essere".
Egli diceva cio perfettamente... l'opposto di quello che, come ministro, poi ha scritto e attuato! E poi ci si venga a raccontare che non esistono un programma e una mentalit fascisti, atti a ricostruire moralmente e materialmente l'Italia...
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LA RIFORMA TRIBUTARIA.
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I sistemi del nuovo regime sono veramente curiosi. Prima che un provvedimento sia deciso, nessuno ne sa niente,  esclusa ogni pubblica discussione, sia degli incompetenti, sia dei competenti, sia degli autorizzati, sia dei non autorizzati. Soli riescono a sapere qualcosa, a formulare i loro voti e a farli pervenire, alcuni gruppi capitalistici maggiormente interessati - come  avvenuto anche per l'attuale riforma tributaria.
Dopo la decisione, i giornali e gli interessati sono costretti a discutere non su un provvedimento preciso e regolarmente emanato; ma sul comunicato apologetico e incompleto che di quel provvedimento vorr dare l'Ufficio stampa fascista pagato a spese dello Stato. La "Gazzetta Ufficiale" tace, e gli italiani leggeranno magari in febbraio, ma con la data di dicembre, i provvedimenti che solo entro dicembre il Governo era autorizzato ad emanare.
L'ultima riforma tributaria, annunciata dal Governo, ritorna in sostanza ai decreti pubblicati da Nitti nel novembre 1919. Quindi si spiegano gli spari di un mese fa intorno alla sua casa.
Che essa sia un "coronamento" dei provvedimenti fin qui emanati dal Governo, o una "degenerazione" secondo l'opinione dei conservatori, o una "resipiscenza" secondo i democratici, noi non vogliamo qui giudicare. Perch per noi non esiste e non  mai esistito un programma fascista; esiste un metodo, che  la violenza o la minaccia della violenza, a servizio di alcuni ceti e gruppi e persone. Il resto  tutto affidato agli Dei o al Fato; e tra i tanti colpi di testa o d'assaggio, vi  anche la resurrezione della riforma Meda-Nitti.
 LA COMPLEMENTARE.
La riforma Meda poggiava in sostanza su questi concetti: vi sono tre sole imposte oggettive e reali, cio sui terreni, sui fabbricati, sui redditi mobiliari; e sulla somma delle tre specie di redditi appartenenti a ciascuna persona, si asside una imposta personale progressiva. Tutta la evoluzione della scienza finanziaria democratica italiana aveva preparato tali concetti che dovevano avere attuazioni dopo la guerra, e che noi stessi sollecitavamo dalle colonne della Critica Sociale nell'inverno 1918-19.
Il ministro fascista, l'abolitore di quell'altra imposta personale globale che  la tassa di successione, improvvisamente vi si acconcia, e arriva a riconoscere nella imposta complementare personale "l'avvicinamento all'ideale dell'equit tributaria"... proprio come un democratico dello stupidissimo secolo oltrepassato.
La renitenza antica rimane vivace soltanto nei particolari. Cos sono esclusi dalla tassazione gli incrementi di patrimonio con argomenti cos leggeri, quanto era del resto scarsa la preparazione all'applicazione. Sono esclusi gli accertamenti indiziari, e le Societ per azioni, per modo che ancora una volta una gran parte della ricchezza mobiliare - e precisamente quella dei grandi gruppi plutocratici che pi riescono a influire sui Governi e sugli Stati moderni - sfuggir anche a questa tassazione, lasciando cadere tutti i pesi sulle classi e sui ceti pi mansueti e meno scaltri.
In tal modo la complementare annunciata... per il 1925 si avvicina di pi a quell'aborto di complementare che  gi in vigore dalla fine della guerra, che rende allo Stato quasi 150 milioni annui, e che forse ha partorito la nuova complementare... per non ripetere la corbelleria dell'abolizione della tassa di successione.
Anche le aliquote della nuova complementare (dall'1 al 10%) sono quasi eguali a quelle della complementare in vigore (dall'1 all'8%); ma pi lentamente crescenti le prime, poich solo i redditi da 200 mila lire in su portano aliquote superiori al 5%. Tanto pi forte  quindi lo sgravio in confronto della complementare Meda che arrivava a un massimo quasi astratto del 25%, e che, praticamente, ai redditi inferiori alle 20 mila lire applicava aliquote variabili dall'1 al 7%.
Oggi  di moda qualificare come "demagogiche" le aliquote alte; cos come nel 1919-20 tutti i partiti, compreso il fascista, l'agrario, il conservatore, parlavano di "decimazioni" o di "confische" del capitale o dei profitti. Ma qui la questione  un'altra, e rimane quale noi la ponevamo nel 1918-19: aliquote alte nelle imposte normali (terreni, fabbricati e R. M.) e basse nella complementare, voglio dire scarsa progressivit, anzi progressivit a rovescio, per il fatto che gi con le tasse sui consumi i ceti inferiori pagano pi dei superiori, e perch anche la massima parte delle imposte normali sono facilmente ripercosse, scaricate dal capitalista sul lavoratore, operaio, debitore, imprenditore, affittuario, mutuatario, obbligatario, ecc.
Noi preferiamo invece, per la ragione contraria, una lieve imposta oggettiva sui terreni, fabbricati e sulla ricchezza mobile, ridotta magari al 10 o 12% per tutti; e un'altra imposta complementare fino al 25%, perch questa soltanto non pu essere facilmente scaricata sui debitori e sugli inferiori, rende progressiva la tassazione, e colpisce di pi i redditi in quegli accumuli di cui  dimostrato che  minore la produttivit.
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FABBRICATI E TERRENI.
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Il Governo fascista non  riuscito a sistemare la difficile questione degli estimi catastali e imponibili, che sono a base delle imposte immobiliari.  ricorso sia per i terreni, e peggio ancora per i fabbricati, a metodi empirici; che moltiplicano per es. per 11/2, per 21/2, per 31/2 e per 4 l'imponibile vigente per i fabbricati, secondo la data dell'ultima revisione. Ne verranno delle sperequazioni enormi; cio rimarr quel difetto fondamentale delle nostre imposte dirette, che  il pi insopportabile per il contribuente moderno.
Il Governo pretesta lo stato anormale degli affitti vincolati; ma noi avevamo gi indicato un metodo col quale il proprietario avrebbe pagato l'imposta per la quantit di affitto ricevuto, e il possessore del locale per la differenza di affitto pagata in meno e quindi da lui goduta.
Per i terreni non  chiarito affatto quello che avvenga. Col riferire gli estimi al periodo 1912-14 mi pareva che il Ministro avesse attuata in modo pratico la mia proposta della base aurea dell'estimo, moltiplicabile poi per il diverso valore della moneta. Ma delle aliquote e dei coefficienti di moltiplicazione, nulla  detto. Viviamo in regime paterno.
E frattanto ognuno far o non far induzioni proprie, e ne avremo nuove ragioni di sperequazione e di incerte valutazioni nei contribuenti e negli stessi accertatori.
 SOVRIMPOSTE COMUNALI.
In questa materia il Ministro continua a procedere a tentoni, nel modo pi empirico e inconsiderato. In tal modo egli segue la tendenza dell'Amministrazione centrale che ha sempre sconosciute e contrastate le necessit locali; e se non fosse, fortunatamente o sfortunatamente, un'epoca di stabilizzazione di prezzi, di Commissari Regi e di dittatura locale extralegale, tutti a quest'ora vedrebbero quale sia lo stato di confusione in cui versano i comuni.
Gi il vantato blocco delle sovrimposte  la prima fonte di sperequazione fra i fortunati Comuni che avevano toccate le vette del dispendio, e gli sfortunati parsimoniosi vincolati dalla loro stessa prudenza. Ma ora poi, a quel che dice il comunicato ministeriale, avremo dei casi come il seguente:
In un Comune oggi si paga 100 di imposte fabbricati allo Stato, e 700 agli Enti locali: mentre nell'anteguerra si pagava 200 tra Stato ed Enti locali; con un aumento complessivo eguale alla svalutazione della moneta. Ora il blocco delle sovrimposte ferma i 700 degli Enti locali, ma moltiplica supponiamo per 3,5 in media l'estimo dei fabbricati, e quindi porta forse a 300 l'imposta erariale; totale 1000, che  gravoso per i contribuenti, pur non dando nulla al Comune.
Anche la tassa di famiglia  convertita in una sovrimposta alla complementare, o in tassa sulla spesa. Qui il discorso da fare sarebbe lungo; ma mancano anzitutto i dati precisi. Tra gli altri questo: oggi i Comuni ricavano dalla tassa di famiglia forse 175 milioni; affinch una sovrimposta del 20% ne ricavi altrettanti pur non essendo applicata dappertutto nel massimo, bisogna che la complementare renda allo Stato almeno otto o novecento milioni. Quanti ne calcola il Ministro?
E che valore ha un'imposta sulla spesa vincolata a singoli indici obiettivi, quali le vetture, i cani, i pianoforti e simili? In Francia la tassa porte e finestre o non rendeva, o toglieva l'aria ai cittadini...
Anche in questa materia dobbiamo aspettare purtroppo fin che la novella classe dirigente, armata di moschetti e digiuna di conoscenza, avr appreso quello che era e pu essere il Comune italiano...
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LA RELAZIONE FERROVIARIA DELL'ON. TORRE. UN CASTELLO CHE SI SMONTA.
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Sono state diramate tre colonne di commenti e di cifre sulla Relazione ferroviaria 1922-23, per celebrare i miracoli di Torre.
Senza entrare per ora in particolari, a noi bastano pochi grandi numeri, desunti dalla stessa Relazione, e confrontati con quelli della Relazione dell'anno pi bolscevico, il 1920-21, per smontare il castello. Cio proprio nel primo tempo dell'amministrazione fascista si  speso di pi che nell'anno bolscevico per eccellenza. Pare impossibile; ma  proprio cos;  scritto proprio cos nella Relazione!
Ma come si spiega? Non  forse vero che sono stati licenziati tanti agenti? S, ma la Relazione avverte che una parte di essi sono stati licenziati solo alla fine dell'anno, che a molti di essi si dovette dare la pensione, e quindi vi fu un certo compenso.
E poi,  vero che il personale  diminuito di molto. Ma solo quello avventizio. Il personale stabile, a ruolo,  invece aumentato.
Sotto il Governo fascista si sono licenziati,  vero, moltissimi ferrovieri che erano stabili, con un grave carico di pensione; ma, invece di sfollare i ruoli, essi sono stati aumentati. Ben 15.952, dico quindicimilanovecentocinquantadue, avventizi sono passati in ruolo, in pianta stabile, nel 1922-23, per ordine di quel Governo fascista che si vanta di avere menato l'ascia nel campo della burocrazia! Cio i licenziamenti sono avvenuti, non tanto per sfollare, quanto per soddisfare le vendette politiche.
Abbiamo infine questo risultato nel personale: che mentre la paga media per agente ferroviario era nel 1920-21 di lire 9.553, e tutti urlavano contro lo scandalo; ora nel 1922-23 essa  salita a 10.837, cio ad una altezza che non era mai stata raggiunta nelle ferrovie italiane; e ci certo non per colpa dei piccoli gradi, che si sono anzi visti diminuire gli stipendi.
b) altre spese, meno il carbone, comprese le complementari e accessorie (forniture, acquisti, manutenzioni, indennizzi, rinnovamenti materiale, lavori, ecc.):
Ecco finalmente l'unica spesa che  veramente diminuita: il carbone, il solo carbone.
Ecco finalmente il punto nero delle ferrovie: quest'anno abbiamo risparmiato di solo carbone pi di mezzo miliardo. E il Governo fascista non vi ha proprio nessun merito n colpa, poich sono i prezzi del carbone che da 417 lire per tonnellata, quali furono nel 1920-21, sono discesi a sole 190, cio meno della met.
Se nel 1922-23 il prezzo del carbone fosse stato eguale a quello del 1920-21, il disavanzo delle ferrovie avrebbe raggiunto, anche col Governo fascista, il miliardo e mezzo, cio la cifra pi alta di tutti gli anni passati!
Anche il consumo del carbone  diminuito in confronto dell'anno antecedente, ma  aumentato in confronto del 1920-21.  indubbiamente aumentato il rendimento, ma per ragioni prevalentemente materiali: mentre infatti la Relazione 1920-21 deplorava l'impiego del carbone tedesco con percentuali elevate di ceneri, impurit e quindi difficolt di condotta e di marcia, la Relazione del 1922-23 pu vantare raggiunta "una migliore utilizzazione di quello, e una successiva predominanza del carbone di Cardiff, che permise di migliorare il servizio e di diminuire il consumo" (pag. 80).
E in questo veramente Mussolini non ha altro merito, che di avere a suo tempo favoreggiato l'invasione francese della Ruhr, la quale ci imped di ricevere la solita quota di carbone tedesco in conto riparazioni!
Entrate.
Sono aumentate da poco pi di tre miliardi nel 1920-21 a 3.177 milioni nel 1922-23.
Il numero dei viaggiatori non  per stagnante.
Il carico delle merci  aumentato sia nella media giornaliera dei carri caricati con merci e bestiame, sia in quella delle tonnellate di merci accettate per il trasporto. Ma l'aumento era gi precedente e dipendente da fatti economici di altra natura.
Infatti le due medie erano state rispettivamente durante il Governo dalle cifre si evince cio il modulo d'aumento  forse piuttosto diminuito in confronto del tempo di Facta, nonostante tutti sappiano che costui non brillava certo come il miglior modello di governo!
Concludendo: sarebbe ora che le bubbole fasciste intorno alle ferrovie, cos come intorno alla finanza dello Stato, cessassero, per permettere una pi equa valutazione dei fatti.
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SUL RISANAMENTO FINANZIARIO DUE DOMANDE ALL'ON. DE STEFANI.
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L'on. De Stefani ha allegramente telegrafato ai veneti di avere in 13 mesi risanato le finanze dello Stato.
Noi gli poniamo due sole domande:
 vero o non  vero che se il 1922-23 fosse caricato di quei 12 miliardi di spese straordinarie di guerra e di approvvigionamento che sono stati caricati sul 1921-22, anche il 1922-23, cio il primo anno fascista, avrebbe avuto un disavanzo superiore ai 15 miliardi come gli anni antecedenti?
Ed in particolar modo  vero o non  vero che, se il carbone fosse costato nel 1922-23 tante lire per tonnellata quante ne costava nel 1920-21, il disavanzo ferroviario nel 1922-23, cio per il primo anno fascista, sarebbe stato pi alto di tutti gli anni dopo la guerra?
E che quindi il risanamento finanziario per opera fascista  una storiella per la quale un centimetro quadrato di verit  coperto da 12 metri quadrati di bubbole?
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UNA RISPOSTA E DUE DOMANDE SEMPRE APERTE.
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Il Governo fascista a mezzo del Popolo d'Italia tenta di rispondere alle due domande che noi abbiamo poste al Ministro delle Finanze; e cio se sia vero che, togliendo i dodici miliardi di spese straordinarie di guerra, anche il conto del 1921-22 si riduceva a tre miliardi di disavanzo come il 1922-1923; e se sia vero che con un prezzo del carbone eguale a quello del 1920-21 il deficit ferroviario del 1922-23 sarebbe stato maggiore di quelli precedenti del dopo guerra.
La prima risposta del Popolo d'Italia ammette intanto che il deficit del 1921-22 va ridotto a soli sette miliardi; mentre per il resto non si trattava che di una regolazione contabile. Benissimo! Era tempo che fosse detto! Ora provvedano il fascismo e l'Ufficio stampa a correggere tutti i falsi degli opuscoli fascisti all'interno e all'estero.
Ma non basta: agli innocui miliardi delle regolazioni contabili il Popolo d'Italia deve aggiungere: 600 milioni di Sezione approvvigionamenti che appartenevano ad anni anteriori e tre miliardi e mezzo di spese straordinarie di guerra, ecc. Totale, dodici miliardi, i quali lasciano quindi sempre integra la nostra domanda:  vero o non  vero che detraendoli dal 1921-22 riducono quel disavanzo a solo tre miliardi, quasi quanti nell'anno fascista?
La seconda risposta confonde i termini della questione per non rispondere, cio confonde gli anni. Ora noi ripetiamo la domanda precisa all'on. Torre ed all'on. De Stefani:  vero o non  vero che, se il prezzo del carbone nel 1922-23 fosse stato di 417 lire la tonnellata come nel 1920-21, il deficit delle ferrovie dello Stato nel primo anno fascista 1922-23 sarebbe stato di quasi un miliardo e mezzo, cio superiore a quelli di tutti gli anni precedenti? La risposta  quindi ancora da dare!
Per rivalsa il Popolo d'Italia vuol contrapporre una sua domanda: se sia vero che l'on. Matteotti nel 1922 prevedeva pi di cinque miliardi di disavanzo e dieci di residuo passivo.
Benissimo. E il disavanzo si ridusse a tre, non per opera del Governo fascista, ma per una maggiore entrata di un miliardo nelle dogane, dove non era calcolato il cambio dell'oro stabilito con le tariffe del 1921, e per la maggiore entrata di un miliardo nella ricchezza mobile, anche questa in base a bilanci preparati dai precedenti ministeri indipendentemente dal Governo fascista.
Quanto al residuo passivo la materia  sempre rivedibile; ma il Ministero delle Finanze non ha che da rileggere se stesso: e ancora al 30 giugno 1923 vi erano undici miliardi da pagare.
Chiaro e semplice.
E ritorniamo quindi ad aspettare la risposta alle nostre due prime domande!
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DUE DOMANDE SEMPRE APERTE.
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L'on. De Stefani ha parlato e riparlato.
L'on Torre ha parlato e riparlato.
Ma nessuno dei due ha ancora risposto alle nostre domande di molti giorni fa. Ha tentato una risposta il Popolo d'Italia; ma alla replica si  fermato ed ha taciuto. Noi insistiamo.
 vero o non  vero che, sottratti i 12 miliardi che si riferivano a spese di guerra o ad anteriori approvvigionamenti, anche il bilancio del 1921-1922 si era chiuso con 3 miliardi di disavanzo, cio poco pi di quanti il primo anno fascista 1922-1923?
 vero o non  vero che, se nel 1922-1924 il carbone fosse costato quanto nel 1920-1921, il disavanzo delle Ferrovie dello Stato sarebbe stato il pi grosso di tutti gli anni del dopoguerra?(16).
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IL PREZZO DEL PANE.
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Il prezzo del grano ha oscillato negli ultimi mesi tra 85 e 100 lire il quintale, secondo i cambi e le qualit.
Ma il prezzo del pane  rimasto fermo ai 180 centesimi al chilo. (Ve n' veramente anche a 160; ma in questo  tanta la quantit della mollica e dell'acqua, che le proporzioni di prezzo ivi peggiorano proprio a danno dei consumatori pi poveri). Come si spiega?
Si sa che a un chilo di grano corrisponde all'incirca un chilo di pane. Le spese di macinazione e panificazione non superano i cinquanta centesimi, tenendo conto del sottoprodotto, crusca, che oggi si rivende a buoni prezzi.
Quindi il prezzo di un chilogrammo di pane di buona qualit, e in forme abbastanza piccole, avrebbe dovuto stare, nella media degli ultimi mesi, al di sotto dei 150 centesimi al chilo, cio trenta centesimi meno del prezzo al quale  stato effettivamente venduto.
Se si calcola che almeno 30 milioni di quintali di pane in un anno sono comprati alla bottega dai cittadini italiani (operai, impiegati, professionisti, piccoli reddituari, pensionati, ecc.), ne risulta che costoro pagano in un anno, senza accorgersene, una tassa di poco inferiore al miliardo di lire a una piccola categoria di speculatori (proprietari di molini e di forni).
Si protesta tanto, quando si paga qualche milione all'agente delle tasse; e nessuno protesta, nessuno si accorge di codesta enorme tassa invisibile e ignobile che si paga alla speculazione.
Una volta le Cooperative, le imprese municipali, i calmieri, il controllo delle organizzazioni, avevano incominciato a porre un freno variamente efficace a quelle speculazioni.
Ma ora, col fascismo, tutto  caduto. Si torna indietro, al di l dello stupidissimo secolo. Si ciancia di liberismo e di libera concorrenza. In realt il fenomeno economico che domina la vita moderna  invece il trust, tacito o espresso.
E il fascismo lo favorisce, perch da esso trae la sua pi grande ragione di vita. A Roma, per esempio, secondo le statistiche del Corriere Italiano, la quota proporzionale pi alta di soci fascisti  data proprio dai grossi esercenti.
Essi trovano infatti che nessun altro regime meglio favorisce i loro interessi e le loro tranquille speculazioni, in confronto di quello fascista. La massa dei consumatori  ritornata il gregge obbediente che si lascia tosare in ogni stagione; e lo Stato segue rigidamente la concezione mussoliniana dell'astensione da ogni intervento... che possa favorire i ceti inferiori. Tutto al pi, in tempo di elezioni, si fa finta di arrotare gli occhi contro i proprietari di case; ma dopo che un altro e assai efficace decreto ha sancito la libert... di aumentare gli affitti.
I lavoratori italiani hanno appreso dal socialismo a riunirsi in organizzazioni di categoria e a chiedere pi equi salari; e l'insegnamento  rimasto, anche dopo la sconfitta nostra sotto la violenza fascista. Ma non hanno ancora appreso l'altro e pi difficile insegnamento, che  quello di difendersi dalla speculazione dei prezzi, favorita dai Governi di reazione, e dai Commissar regi dei Governi fascisti.  inutile tenere alti i salari, quando gli aumenti di salario sfumano subito negli acquisti delle merci necessarie alla vita!
Conviene reagire.  necessario che si formi una nuova coscienza cittadina e di classe.
Per rivendicare insieme il pane a giusto prezzo contro gli speculatori, e la libert garantita dalle leggi contro l'arbitrio della fazione dominante.
Pane e libert! Sono ancora i termini ai quali si riducono le rivendicazioni popolari in un tempo nel quale la reazione ha risospinto la civilt italiana indietro d'oltre cinquant'anni.
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UN ALTRO DISCORSO AI SUDDITI.
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Il discorso De Stefani [detto alla Scala il 30 marzo 1924] non ha portato niente di sostanzialmente nuovo, n sulla situazione attuale n su quella avvenire.
Certamente, la situazione finanziaria attuale si pu considerare buona; ma per due elementi obiettivamente estranei all'opera governativa.
1) La cessazione delle spese straordinarie di guerra e approvvigionamento... - Quelle spese ingrossavano i passati disavanzi di oltre 12 miliardi all'anno; e quindi i confronti tra il 1921-22 e gli anni seguenti dovrebbero essere fatti sulla base dei rimanenti 3 miliardi di disavanzo, e non sugli altri che appartenevano al passato.
La cessazione di quelle spese straordinarie e oltrepassate fu compiuta sotto i Ministeri passati. Nessuno di noi poteva per precisarlo, perch i documenti inerenti vennero pubblicati un anno pi tardi. Di qui il dissenso costante tra i Ministri del dopo-guerra, che manifestarono un certo ottimismo, per semplice impressione, senza documentarlo, e la Commissione Finanziaria che, in mancanza di documenti, aveva tutte le ragioni di essere pessimista.
Il fatto  che, senza quelle spese, anche nel confusionario 1921-22 il disavanzo fu di 3 miliardi, cio poco pi di quanti nel primo anno fascista.
2) L'incremento delle entrate, in confronto delle previsioni. - Altri due miliardi di miglioramento nel disavanzo vennero dai risultati delle entrate. E anche codesti non dipendono affatto da opera fascista. Un miliardo di maggiori entrate, che noi non conoscevamo nel 1922, cos come non lo conosceva l'on. De Stefani, che era con noi membro della Commissione di Finanza, si rivel nelle entrate doganali: con la tariffa del 1921 il dazio era fissato in oro, e mentre per il cambio dell'oro si prevedevano 250 milioni, in realt se ne incassarono 1200; e di essi beneficiano i resoconti del Governo fascista, mentre si tratta di un fatto di Governi precedenti. Anche quest'anno il Governo fascista aveva previsto 500 milioni; ma, anche per i cambi elevati, si sono gi incassati 680 milioni in soli sette mesi.
Ugualmente la R. M. ha reso un miliardo pi delle previsioni. L'onorevole De Stefani se ne fa un merito anche per il 1923, avvertendo che "senza tener conto delle nuove categorie, i percettori di redditi mobiliari imponibili passarono da 47 mila nel 1922, a 107 mila nel 1923". Ora tutti sanno che i ruoli di un anno sono preparati in generale alla fine dell'anno antecedente. Essi sono il risultato di un lavoro lungo di revisione gi iniziato fin dal 1921 e continuato nel 1922 dall'Amministrazione finanziaria, in correlazione anche con la stabilizzazione dei valori. Al Governo fascista non rimane che il merito di avere proseguito su quella via.
Quindi, se il discorso De Stefani voleva essere un discorso esatto, e non di pura propaganda elettorale, doveva distinguere quali erano le conseguenze dell'opera propria dall'antecedente.
Tutti i fatti pi importanti (diminuzione del disavanzo - stabilizzazione dei cambi - miglioramenti di corsi - arresto del debito pubblico) erano gi potenzialmente in atto.
L'attuale Governo ha certamente il vanto di avere tassato i salari, di avere tassati gli agricoltori diretti, di avere abolito la tassa di eredit, di avere riformato la tassa sugli scambi, di avere naturalmente proceduto nella semplificazione delle improvvisazioni di guerra inadatte a un tempo normale - ma non pi di ci.
Quanto alle spese, noi aspettiamo ancora una dimostrazione di quanto le abbia diminuite il Governo fascista. Da un anno e mezzo non si fa che parlare di economie; ma la massima parte sono pura fantasia.
Io ho pubblicata una tabella dalla quale risultava che il complesso delle spese per i Ministeri degli Esteri, Istruzione, Giustizia, Colonie, Esercito, Marina, Industria, Lavoro, Agricoltura, Lavori Pubblici; Poste (eccettuate quindi la amministrazione finanziaria e le spese di guerra, o altre eccezionali transitorie)  stato di poco pi che 6 miliardi e mezzo nel Consuntivo 1920-21, ed  di 6 miliardi e duecento milioni nel preventivo 1923-24 - con una economia quindi di poco pi di 300 milioni.
Ma se si tiene conto che poi, nello stesso 1923-24, sono stati pubblicati decreti che aumentano tutti gli stanziamenti per parecchie centinaia di milioni, specialmente in quei lavori pubblici dove prima, incoerentemente, si era fatta la pi forte riduzione fascista; e si proiettano spese pi o meno elettorali, fino al 1934 - io mi domando dove sono andate a finire le economie!
Dati sicuri per ora non si hanno. Il Ministro non ne d che qualcuno nel suo discorso.
Egli ci racconta, per esempio, che i posti di organico del personale civile e militare sono diminuiti di 25 mila. Ma anche gli uscieri sanno che quei posti erano gi prima in gran parte vacanti.
Egli racconta che nelle Ferrovie si  diminuito di pi che altrettanto il numero degli agenti. Ma si guarda bene dal raccontarci che il numero degli impiegati stabili  invece aumentato; e che, mentre si cacciavano i sovversivi, si stabilizzavano 16 mila altri al loro posto.
Egli racconta, in fine, che la spesa per gli impiegati, su 4859 milioni,  stata diminuita di... 297 milioni!
Quale sia poi l'opera futura, il programma futuro del Governo, non risulta dal discorso De Stefani.
Programmi, niente; fatti. I programmi legano, costringono a essere coerenti e fermi, ad avere una visione del futuro, ad esporla al pubblico controllo, ad attuarla.
Sono dunque un impaccio. Tanto in politica, come in finanza.
Quindi in finanza potremo, col De Stefani del 1921, protestare contro la "propriet quiritaria", e nel 1923 ristabilirla; oppure restringere i lavori pubblici nel 1923 e poi allargarli nel 1924; o con Mussolini predicare la confisca del capitale nel 1920, e nel 1924 limitarsi al 2 per mille... per le spese elettorali.
E domani?
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3. POLITICA ESTERA.
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Gli scritti di questa terza parte videro primamente la luce ne La Giustizia di Milano dell'11 gennaio, 30 maggio e 31 ottobre 1923.
Lo studio: L'Italia nel contrasto per le riparazioni apparve invece in Critica Sociale, a. 33, N. 6.
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CONTRO LA NUOVA VIOLENZA.
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Quando queste nostre note appariranno nel rapido precipitare degli eventi, la Francia avr forse gi gettato il dado ed il Governo d'Italia avr preso posizione.
In Occidente, la questione avrebbe dovuto rimanere tutta ed esclusivamente sul terreno economico. La Germania accett di venire all'armistizio affidandosi ai punti di Wilson, che escludevano le indennit punitive ed imponevano soltanto le riparazioni dei danni ai popoli civili. In un primo tempo il calcolo di questi danni fu tutto arbitrario ed incerto; la spada del vincitore vi incluse anche le pensioni militari ed i sussidi - quasi cento miliardi marchi oro - portando cos la cifra totale delle pretese ad oltre 200 miliardi. La Commissione delle riparazioni liquid la somma a carico della Germania in 132 miliardi di marchi oro, che il Convegno di Spa distribu fra gli alleati.
La Germania ha sempre contestato la inclusione qualitativa e la quantit dei danni; ha chiesto che si considerassero nel conto economico anche le consegne di navi, il bacino della Sarre, passato in propriet della Francia non certo per ragioni etniche, i beni coloniali, ecc.; ha dimostrato di non potere pagare neppure le rate annuali in corso.
A questo punto l'opinione pubblica non soltanto degli Stati neutrali e degli stessi ex-belligeranti comincia a riconoscere che il gravame sui tedeschi  eccessivo. L'America e l'Inghilterra sono preoccupate dalla difficolt di collocare la loro produzione, la mano d'opera disoccupata fino a che persistono le controversie sulle riparazioni ed i conseguenti squilibrii nel mercato monetario; e la prima delibera di ritirare le sue truppe dal Reno, e la seconda propone una forte transazione. L'Italia, preoccupata del carico che porta sul suo bilancio e sul suo patrimonio il debito estero, propone anch'essa, sia col precedente Ministero, sia con l'attuale, una transazione che riduce a poco pi di un terzo il reale debito tedesco e compensa la differenza con la cancellazione dei debiti interalleati.
Ma il Governo francese no; esso persegue un fine che non  finanziario n economico, per quanto presentato sotto queste apparenze; ma principalmente politico. Come tutte le minoranze, che pretendono di dominare con la forza sopra una maggioranza ed hanno paura della libert che permetterebbe la reazione od il giusto equilibrio, esso tende a mantenere in atto la sua dominazione sopra il popolo vinto. E preferisce che la pretesa delle riparazioni sia eccessiva, affinch l'esecuzione non favorisca il ritorno all'equilibrio economico; ma, se  eseguita, s'inanisca l'obbediente esecutore, e se non eseguita, dia il pretesto a misure militari che soffochino l'avversario o promuovano la formazione dello Stato cuscinetto per la scissione della patria tedesca.
Il Governo tedesco si mette quindi a sua volta su una prima via di resistenza politica. Dal disaccordo dell'Intesa prende motivo per ritardare le consegne; stacca artificialmente la finanza pubblica dalla economia nazionale privata, e dimostra cos la sua impossibilit attuale a pagare, nemmeno quanto aveva pi liberamente accettato: la ricostruzione delle terre devastate.
La Francia ha finalmente in mano il pretesto formale per allargare la sua zona di occupazione militare e toglie alla Germania il focolare delle sue industrie: il bacino carbonifero della Ruhr.
Ora come deve trovarsi una Nazione che non aveva un secondo fine politico manifesto o nascosto?
Poniamoci sul terreno esclusivo dell'interesse, senza appellarci ai nostri princip ideali, n a quelli democratici, n a quelli che sollecitarono prima la guerra e poi la conclusione dell'armistizio o dello stesso Trattato di Versailles, che non consentirebbe tale sorta di rappresaglia. Poniamoci pure sul terreno esclusivo dell'interesse nazionale, purch non sia quello di una categoria ristretta di rapinatori, che sono interessati nelle Creusot o nelle prospettive di accordi renani.
Dalla conquista francese della Ruhr pu alcun popolo aspettarsi vantaggi? Dalla Germania non sarebbero da aspettarsi certo altri pagamenti in conto riparazioni. Le sue industrie, ferrovie, riscaldamento, ecc., prima della guerra assorbivano quasi 140 dei 190 milioni di tonnellate di carbone prodotte entro i confini. Diminuita della Slesia, della Sarre e di altri territori e deperiti gli impianti, essa non poteva ormai produrre che un massimo di 115 milioni, dai quali gli Alleati vogliono prelevarne pi di 20 in conto riparazioni. Per quanto, quindi, i tedeschi cercassero di supplire con lignite, essi potevano soddisfare il bisogno solo comprando dalla Polonia. E se ora la Germania perdesse anche il ricco bacino della Ruhr, dovrebbe o lasciar chiudere le sue industrie e cessare ogni esportazione, od aggravare con acquisti all'estero quello sbilancio commerciale delle importazioni che  una delle prime ragioni materiali della sua impossibilit a pagare.
D'altro canto diverrebbe la Francia la monopolizzatrice del carbone, che le nostre ferrovie e le nostre industrie aspettano: e noi abbiamo gi cominciato a sapere cosa significhi il monopolio francese del ferro e della ghisa.  noto ancor di pi come la Francia, con le stesse sorgenti di ferro di cui disponeva la Germania, non abbia saputo cavarne che una quantit molto inferiore a prezzo non migliore. Assai peggio certamente sar nel bacino della Ruhr, con una popolazione esclusivamente tedesca, alla quale gi si comincia a minacciare la fame se non lavora quanto l'invasore pretende.
Del resto tutto l'acutizzarsi del contrasto politico di risentimenti franco-tedeschi e tensioni franco-inglesi, sempre pi gravi ragioni ha dato all'America per non finanziare l'Europa in armi, convergendosi a tutto danno economico nostro, dei neutrali, della ripresa dei traffici e dell'opera di pace.
L'Italia  uno Stato che vive essenzialmente di rapporti internazionali e non possiamo accordarci alla formula politica di quei circoli francesi i quali, dalle fortunate condizioni e dalle mirabili qualit del popolo francese, vorrebbero trarre argomento per perseguire il sogno di una egemonia che provvede tutto a se stessa ed imporre con la forza la inviolabilit dei termini entro i quali un egoismo nazionalista pretenderebbe di vivere anche a danno di tutti gli altri. Anche se questo dovesse farsi sul compenso di un contratto politico, crediamo che l'interesse italiano mal provvederebbe a se stesso con la conquista violenta di un vantaggio singolare ed immediato, piuttosto che agevolando lo sforzo di tutti i popoli per quel complesso di vantaggi e condizioni pi generali, che costituiscono il clima naturale del nostro sviluppo e della nostra prosperit.
Noi non crediamo per ci ancora alla notizia data da alcuni giornali francesi, che il marchese Della Torretta abbia garantito al Governo di Poincar l'appoggio dell'Italia per l'avventura renana, o che il Governo italiano abbia preventivamente dichiarato di esservi disposto pur di averne un certo compenso.
Mentre sull'Italia grava sempre la questione del debito in oro verso l'Inghilterra e gli Stati Uniti, mentre l'Oriente prepara ogni giorno sorprese, minaccie e pericoli e mentre il mare, il grano ed il carbone permangono le nostre condizioni di vita, nessuno potrebbe a cuor leggero contribuire a rompere od abbandonare tutto un sistema internazionale di forza o di accordi, dal quale solo, per ora, possono dipendere la pace e la ripresa.
Nessuno dovrebbe incoraggiare n formalmente n tacitamente l'avventura francese, e tanto meno parteciparvi, per costituire nel cuore d'Europa un piccolo gruppo isolato di forze, che pretendono di mantenersi con la rivoltella puntata alle tempie dei popoli vicini.
L'Italia avrebbe in questo, come in altri momenti, il suo pacifico compito da assolvere.
Sollecitare, volere prima di tutto la concordia degli Alleati ed associati. Abbandonare ormai tutte le cifre fantastiche e le ingiuste inclusioni. I veri danni di guerra che la Germania ha sempre - almeno verbalmente - dichiarato essere pronta a pagare sono oggi assai pi facilmente e direttamente calcolabili dall'iniziata opera di ricostruzione delle terre devastate. Tutti i belligeranti dovrebbero ritenere titolo di gloria partecipare all'opera di ricostruzione per non aggravare la devastazione finanziaria. L'America e l'Inghilterra dovranno contribuire rinunciando ai loro crediti; la Francia, l'Italia ed il Belgio hanno gi sofferto sulle loro terre quanto si pu dalla guerra soffrire. La Germania darebbe alle terre devastate il capitale ed il lavoro per risorgere.
L'Italia anche qui potrebbe fare da mediatrice. L'ostruzionismo tedesco si giustifica di fronte alla continua incertezza, alla continua minaccia. Nessuno pu lavorare volentieri col pensiero che le pi arbitrarie quote del proprio prodotto gli siano domani sottratte dall'oppressore. Cos come, dalla parte opposta, il disagio francese si acuisce nella profonda differenza fra la somma delle riparazioni diluita in dieci anni e quella immediatamente necessaria per la ricostruzione delle terre devastate. Ma fissata ed accettata la cifra dentro i limiti del reale e del possibile, sarebbe facile far convergere l'interesse di tutte le parti nel pi rapido pagamento e nella liberazione dei debiti.
La nota di Balfour ha gi dichiarato che l'Inghilterra non avrebbe preteso dagli Alleati pi di quello che l'America da essa. L'America non potr pi non considerare suo interesse la cancellazione del rimanente, dirimendo cos le controversie che le ultime proposte inglesi avevano sollevato fra gli Alleati.
Allora le riparazioni che la Germania potr pagare non saranno pi consumate, come fino ad oggi e come sarebbe domani, nel mantenimento dei reggimenti di negri sulle rive del Reno, ma nell'effettiva ed economica ricostruzione delle case, delle officine, delle fattorie devastate in Francia ed in Italia, nell'assicurazione di quella pi modesta ma pi duratura contribuzione di carbone, che naturalmente loro occorre per alimentare i loro trasporti, le loro industrie in concorrenza viva e benefica con quelle degli altri Stati pi fortunati, e che pu aiutare a ristabilire il pareggio finanziario e commerciale.
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L'ITALIA NEL CONTRASTO PER LE RIPARAZIONI.
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La rottura dell'Intesa, e quindi la separata occupazione della Ruhr,  avvenuta proprio quando le diverse tesi alleate sulla questione delle riparazioni e dei debiti stavano convergendo. Per lo che  da ritenere che essa sia stata determinata da prevalenti scopi politici, anzich dal fine economico delle riparazioni. D'altra parte, ogni ritardo nella definizione economica della questione rappresenta per se stesso un danno per l'Europa, e per l'Italia in particolare, peggiore di qualunque pi sfavorevole risoluzione positiva. Anzi la posizione attuale dell'Italia - non aderente all'Inghilterra, verso la quale rimane debitrice di una forte somma in oro; non utilmente partecipante all'avventura della Ruhr, perch la Francia vi pu perseguire fini di imperialismo politico-economico, a noi non comuni n convenienti; e non pi percipiente dalla Germania mutilata le prime quote di riparazioni -  la pi difficile fra tutte.
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Per dimostrare le premesse di queste proposizioni giovano alcune notizie di fatto.
La Commissione delle riparazioni aveva fissato nel 1921 la somma dovuta dalla Germania in 132 miliardi di marchi oro; e quando oggi si parla di ridurre la somma a una cinquantina di miliardi, vi  una parte dell'opinione pubblica che vivamente si allarma del confronto, del salto tra le due quantit.
Ma vi  un primo errore da rimuovere. I 132 miliardi sono in valore nominale, non attuale. Una somma dovuta oggi non  uguale ad un'altra, di eguale ammontare, che sia per dovuta tra venti anni.
Dei 132 miliardi, 50 sarebbero in Buoni di serie A e di serie B da emettersi subito, per fruttare un interesse del 5 per cento e per essere ammortizzati in 36 annualit: valgono quindi realmente e attualmente cinquanta miliardi(17). Gli altri 82 miliardi, Buoni di serie C, dovrebbero essere emessi quando la Commissione stimi la Germania in condizione di assumersene il servizio. Se si suppone che la Germania non possa pagare pi di tre miliardi annui di marchi oro, la emissione non potrebbe attuarsi che dopo ammortizzati i primi cinquanta, cio nel 1958: ma 82 miliardi da emettersi nel 1958 equivalgono a poco pi di 14 emessi oggi; per valer 20 o 30 dovrebbe verificarsi la pi ottimistica ipotesi, che gi tra dieci o vent'anni la Germania possa pagare pi di quattro miliardi oro all'anno.
Anche dunque nel primo giudizio della Commissione, e con una valutazione puramente economica estranea a interferenze politiche, i 132 miliardi nominali si riducono a 64 attuali (se non anche a parecchio meno, per la considerazione che l'interesse del 5 per cento  forse insufficiente).
Il cmputo e la riduzione corrispondono, per fortuna, anche a un pi giusto criterio nel merito della questione. I 132 miliardi sono stati calcolati dalla Commissione sui conti presentati dalle diverse nazioni (per oltre 200 miliardi!) e comprendenti le pensioni ai militari e i sussidi alle famiglie, oltre i danni materiali arrecati ai privati nelle zone devastate dalla guerra. Ma il Trattato contemplava propriamente e solo "i danni alle popolazioni civili", non le pensioni e i sussidi; cos che la riduzione dei 132 miliardi a 50 corrisponderebbe forse anche alla vera somma dei danni materiali arrecati ai privati nelle zone devastate della Francia, del Belgio e dell'Italia: al fabbisogno per le ricostruzioni.
A codesta riduzione per, purtroppo, i Governi alleati, che avevano illuso le rispettive nazioni con fantastiche indennit tedesche, non arrivarono che dopo alcuni anni e attraverso la resistenza tedesca ai pagamenti da farsi alla scadenza di ogni rata.
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Anche pi lentamente andava maturando presso i Governi la questione dei debiti interalleati, e anch'essa solamente per la resistenza, anzi per la impossibilit, dei debitori a pagare.
L'Italia doveva quasi 20 miliardi di lire oro all'Inghilterra e America; la Francia 25; il Belgio 4. L'Inghilterra, creditrice di 25 miliardi dai tre alleati, ne doveva a sua volta 21 all'America; la quale cos ne aspettava dall'Europa pi di 45.
L'impossibilit del pagamento suggerisce ai debitori che si tratta di debiti e di spese fatte nell'interesse comune della stessa guerra; e che chi pi ha preso a prestito, forse pi ha dato di sangue.
Nel concetto pi equo di un consorzio generale di tutti i belligeranti per riparare ai danni della guerra, appare chiaro che ogni Stato, vincitore o vinto, pagher le proprie spese per le pensioni militari e simili. Francia, Belgio, Italia hanno avuto le proprie terre devastate dalla guerra. L'Inghilterra e l'America, che non hanno sofferto invasioni, contribuiscono condonando i debiti di guerra. La Germania, che ha portato la guerra in casa altrui, contribuisce risarcendo i danni ai privati che hanno sofferto per l'invasione.
Il primo documento nel quale l'unione delle due questioni, riparazioni e debiti, e la riduzione delle riparazioni a somma pi reale e corrispondente ai veri danni risarcibili, assumono forma concreta,  il piano esposto da Loucheur nel dicembre 1921 nella conversazione con Lloyd George ai "Chequers", in Londra:
"I Buoni A e B, riuniti in una sola categoria (di 50 miliardi di marchi oro), siano versati ai paesi che hanno subito danni materiali.
"I Buoni C (degli ottanta miliardi nominali), distribuiti secondo le percentuali di Spa, potrebbero servire a regolare i debiti interalleati, e quindi potrebbero essere annullati".
Pi tardi  ancora la Francia che, come risulterebbe dal "Temps" del 27 agosto 1922, aveva preparato un piano pi concreto:
"La Germania dovr, dal 10 agosto 1922, 50 miliardi coll'interesse del 5 per cento, ammortizzabili in 25 anni, per due terzi in natura e per un terzo in denaro. La spartizione tra gli alleati sar fatta nel seguente modo: il 10 per cento all'Inghilterra, che non ha avuto danni materiali, invece del 25 stabilito a Spa; e il rimanente tra le nazioni devastate, in ragione delle spese necessarie alla ricostruzione.
"I rimanenti miliardi, nominalmente dovuti dalla Germania, servirebbero a compensare prima e contemporaneamente i debiti alleati intereuropei; poi gli americani. Praticamente, cio, si annullerebbero".
Praticamente, l'Italia ne avrebbe quindi avuto l'annullamento del debito estero di 20 miliardi lire oro, e una somma annua non bene determinata, ma sufficiente alla ricostruzione delle terre liberate.
L'Inghilterra non accett il primo piano e non ricevette il secondo, anche perch, preoccupata delle richieste americane di pagamento dei suoi debiti, non si sentiva di dichiarare frattanto annullati i propr crediti.
A codesto concetto rispondeva la nota Balfour del 1 agosto 1922, che fu molto criticata in Francia, in Belgio e in Italia, ma che invece avrebbe dovuto essere meglio accolta, come il primo passo ufficiale verso la revisione dei debiti. La nota, infatti, riconosceva "che i prestiti furono consentiti, non a profitto di uno Stato, ma per un fine comune a tutti"; soltanto, siccome "la politica delle remissioni non pu essere continuata se non quando  accettata da tutti", l'Inghilterra affermava che essa "non aveva intenzione di domandare ai suoi alleati pi di quello che le era necessario per pagare i suoi creditori, cio l'America".
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Il piano italiano, presentato da Mussolini a Londra nel dicembre 1922, riproduce in sostanza i piani francesi sopra indicati. Riduce anch'esso le riparazioni effettive ai 50 miliardi marchi oro, e dedica i buoni C al regolamento dei debiti alleati verso l'Inghilterra e delle riparazioni dovute da Austria, Ungheria, Bulgaria, annullandoli praticamente. Non  chiaro se le riparazioni gi pagate siano comprese nella somma fissa, o escluse. Mancano poi nel piano italiano, oltre il regolamento dei debiti verso l'America, le condizioni di ammortizzo e di redimibilit del debito tedesco. Dal silenzio sulla ripartizione, sembra che intenda mantenere il concordato di Spa.
Quindi l'Italia avrebbe dalla Germania 5 miliardi di marchi oro, cio 25 miliardi di lire carta. Annullato il debito inglese, resterebbe impregiudicato il debito italiano verso l'America (originariamente 8 miliardi di lire oro, cio 32 miliardi di lire carta).
L'Inghilterra non ha accettato di discutere sul piano del Governo italiano, per le stesse obiezioni che essa ha sempre mosso alla Francia. Poich, cio, anche per preoccupazioni di indole bancaria internazionale, essa vuole essere pronta a pagare il debito americano, non vuole in tal caso abbandonare tutti i suoi crediti europei. Poich essa poco attende dalle riparazioni tedesche, perch il meglio l'ha forse gi avuto, e pi spera dalla ripresa dei rapporti commerciali anche per attenuare la sua disoccupazione, ritiene che il criterio di gran lunga prevalente nel fissare la somma delle riparazioni debba essere quello della possibilit tedesca di pagare e della necessit di ristabilire il credito tedesco.
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Il piano inglese presentato da Bonar Law a Parigi fissava quindi i seguenti punti:
La somma che la Germania deve, per qualsiasi obbligazione, dal 1923,  di 50 miliardi mk. oro, da emettersi subito, coll'interesse del 5 per cento, rimborsabili alla pari nel 1954, redimibili anche subito al 50 per cento del valore nominale, o al 76 per cento nel 1931.
L'interesse non  pagato nel 1923-26, ed  ridotto al 4 per cento nel 1927-1930 (quindi i cinquanta miliardi di valore nominale si riducono a 39 e mezzo di valore effettivo), ma in compenso degli interessi differiti, si emetteranno, nel 1933, altri 17 miliardi di buoni, con l'interesse del 5 per cento, rimborsabili nel 1965 (in valore attuale equivalgono a 10 e mezzo miliardi marchi oro), anch'essi redimibili a condizioni poco diverse. Un tribunale potrebbe tra dieci anni ridurne l'importo.
"Dei primi cinquanta miliardi, 40 sono distribuiti conforme le convenzioni di Spa, e gli altri dieci vanno alla Commissione per le spese d'occupazione, per il debito belga, e per altri conguagli.
"I debiti interalleati europei sono cancellati, contro l'abbandono dei 1200 milioni di fr. oro depositati dalla Francia in Inghilterra, e dei 500 depositati dall'Italia; e contro il passaggio dall'Italia all'Inghilterra di 1 miliardo e mezzo di buoni della prima serie.
"I buoni della seconda serie (17 miliardi) sono distribuiti in proporzione dei debiti che gli Stati alleati hanno verso l'America".
Contro il piano inglese, che pure si avvicinava ormai tanto ai piani degli alleati, si scatenarono le critiche dei delegati francese e belga. Invece di rilevare le differenze a scopo di conciliarle, ciascuno si accaniva ad accentuarle per arrivare alla rottura.
Anche il delegato italiano Della Torretta che, dopo le critiche francesi, aveva chiesto altre ventiquattr'ore per studiare il piano inglese, non si interpose affatto per conciliare o avvicinare, ma prese la parola una sola volta, ed esclusivamente per allineare una serie di critiche di indole prevalentemente giuridica o generica, senza mai tenere conto della ripetuta dichiarazione inglese che ammetteva la discussione sulla sua proposta e la possibilit di modificarne i particolari.
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Eppure il piano inglese, per quanto divergente in alcuni punti, era in altri assai vicino al piano francese, e non opposto agli interessi italiani. Le stesse maggiori divergenze intorno alla moratoria e ai pegni per i prossimi anni si sarebbero accomodate automaticamente non appena, fissato il programma, si fosse dato finalmente alla Germania un vero interesse alla pi rapida esecuzione dei suoi impegni.
In particolare, il delegato del Governo italiano non fece che assumere le cifre contrapposte dal Governo francese, accusando l'Inghilterra di voler ridurre il credito italiano da 16-17 miliardi marchi oro a poco pi di due, mentre il debito verso l'Inghilterra discenderebbe soltanto da 13 a pi di 2 miliardi lire oro.
In realt, invece, il credito attuale italiano per le riparazioni non , per quanto sopra abbiamo spiegato, che di 6 o 7 miliardi; e temo che il 25 per cento a noi assegnato rispetto agli Stati ex-austriaci quasi nulla vi aggiunga, per ragioni di fatto e per altri disgraziati concordati. Con la riduzione proposta dall'Inghilterra, l'Italia avrebbe:
a) 1/10 dei primi 40 miliardi = 4 miliardi. Di questi 1,1/2 andrebbero all'Inghilterra; ne resterebbero quindi 2,1/2, i quali in valore attuale, come abbiamo indicato in nota al piano inglese, equivalgono a 2 miliardi marchi oro, cio 10 miliardi lire carta. La Germania ha veramente la facolt di pagare subito, con una riduzione del 50 per cento, ma anche in tale poco verosimile caso l'Italia incasserebbe 1250 milioni di marchi oro, cio 6250 milioni di lire carta. D'altra parte per l'Italia abbandonerebbe i suoi 500 milioni di lire oro all'Inghilterra; cosicch il suo attivo resterebbe precisamente di otto miliardi lire carta nel primo caso, o di 4,25 nel secondo caso, essendo, nell'un caso e nell'altro, estinto il debito verso l'Inghilterra. Rimarrebbe, inoltre, la eventualit di riavere qualcosa sui 10 miliardi, cio il 20 per cento, lasciati in riserva alla Commissione;
b) pi di 1/6 dei secondi 17 miliardi; ci che darebbe in valore nominale altri 3 miliardi, in valore attuale 1750 milioni marchi oro, cio 7 miliardi lire carta.  per vero che di essi un tribunale arbitrale potrebbe sancire la riduzione o la cancellazione; ma  allora presumibile che sia ridotto di altrettanto o annullato anche il debito verso l'America, il quale ammonta a 8 miliardi di lire oro, pi gli interessi.
Se poi si tiene conto, come sembra che nessuno abbia fatto, che il piano inglese, a differenza dell'italiano, calcola i cinquanta miliardi dovuti dalla Germania, non per le sue obbligazioni iniziali, ma per quelle che le rimanevano al 31 dicembre 1922, e che quindi alla somma proposta sono da aggiungersi, per un calcolo esatto, i versamenti gi fatti in denaro o in natura, i quali restano acquisiti a vantaggio di chi li ha ricevuti, cos come i beni di Stato ex-austriaci da noi ricevuti, il piano inglese non sarebbe dovuto apparire ai nostri delegati cos spregevole e rigettabile. La discussione sui punti particolari avrebbe poi permesso di migliorare le condizioni, sia in rapporto alla maggiore incognita del diritto americano, sia in rapporto ai 500 milioni oro che l'Italia ha depositati ma non prestati all'Inghilterra, se  vero che, a differenza dell'oro prestato dalla Francia, l'Italia non ha mai percepito per essi neppure un centesimo di interessi.
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Si spiega forse quindi come il Governo francese, il quale persegue il fine politico di indebolire a tutti i costi la Germania e di costituire il monopolio industriale ferro-carbone, abbia trovato nel piano inglese l'occasione per affermare un pi forte dissenso, rompere gli accordi ed invadere la Ruhr.
Non si comprende invece come l'abbia seguto l'Italia, che nella questione delle riparazioni non ha che uno scopo economico, di portata ben limitata, che dalla occupazione della Ruhr, o da ulteriori complicazioni politiche, non pu aspettarsi che il fallimento totale o parziale delle sue aspettative, e che ha un prevalente interesse all'annullamento dei crediti inglesi o americani.
Tanto meno spiegabile e approvabile  il contegno della Delegazione italiana - negativamente critico di fronte alle proposte inglesi, e passivamente inerte di fronte al pericolo della rottura e dell'invasione, in quanto ogni ritardo a una pacifica soluzione rappresenta per l'Italia una perdita secca.
Si pu comprendere e si comprende l'atteggiamento del Governo francese, il quale persegue un evidente scopo politico mantenendo occupate le provincie del Reno, e continuando a tenere in armi 800 mila uomini; e prende perci pretesto da una inadempienza di forse meno che 100 milioni d'oro, per travolgere l'Europa nell'avventura della Ruhr.
Ma che l'Italia non abbia neppure tentato di trattenerla, non si spiega, non si giustifica.
Si dice che nel 1919-20 la Germania offrisse 100 miliardi di indennit; pare certo che nel 1921 ne abbia offerti 50. Ma ogni giorno che passa, con la occupazione militare, con la disorganizzazione della finanza, con le anomalie dell'industria e di tutta la economia, le possibilit di pagamento rapidamente diminuiscono, anche al di l di quella che pu essere stata la naturale cattiva volont dei Governi.
Anche coloro i quali ammisero facilmente dapprima che, nel consorzio degli ex-belligeranti, la Germania dovesse assumersi la parte delle ricostruzioni, hanno dovuto oggi chiedersi se i danni apportati alla economia tedesca dalle occupazioni, dalle restrizioni, dalle limitazioni non andassero a superare i danni delle devastazioni belliche. Il distacco della Ruhr  poi il disastro, l'anemizzazione pi profonda. L'avventura francese, anche trionfante, non compenser mai la spesa e i danni dell'occupazione.
L'Italia rischia non solo quel poco che potrebbe ancora avere di riparazioni, ma compromette, come l'Inghilterra, il risorgimento dei suoi commerci. Una nazione che importa il doppio di merci di quelle che esporta, ha un primo e supremo interesse di promuovere, con la ripresa normale degli scambi, la diminuzione dei prezzi. Una nazione che abbisogna di carbone non potr mai credere di avere difeso il suo interesse col mandare tre ingegneri nella Ruhr, ad assistere, parzialmente complici (o sospettati tali), ad uno stato di cose che paralizza l'escavazione ed esportazione del carbone.
Noi crediamo che non solo non si sia sufficientemente pensato alla pace d'Europa, ma neppure all'interesse dell'Italia.
 DEBITI E RIPARAZIONI
La questione dei debiti interalleati e delle riparazioni  una delle pi vitali per il nostro bilancio. Si pu dire che da essa dipendano la pi o meno rapida capacit di assestamento e la possibilit del pareggio.
Il nostro debito verso l'Inghilterra e gli Stati Uniti ascende ormai, con gli accumulati interessi, a 23 miliardi oro; equivale, cio, all'incirca al nostro debito interno in lire carta; e tutti e due insieme assorbirebbero forse pi di un terzo della totale ricchezza nazionale. Se noi dovessimo pagare regolarmente i soli interessi dell'uno e dell'altro, non basterebbero i due terzi di tutte le imposte italiane, che gettano circa 11 miliardi all'anno.
Le riparazioni tedesche dovute all'Italia, secondo le conclusioni della Commissione e il concordato di Spa, ammontano nominalmente a poco pi di 13 miliardi marchi oro; ma poich la maggior parte di essi sarebbe da emettere solo tra molti anni, il valore effettivo ed attuale si riduce a poco pi di 6 miliardi. Non basta: la Germania ha dichiarato la sua impossibilit a pagare i pretesi 132 miliardi, e ne ha offerti ultimamente 30 (che in valore attuale si riducono per a 20) e gli stessi alleati hanno ridotto tutti i loro progetti al disotto dei 50 miliardi, sui quali la quota italiana rimane sempre del dieci per cento.
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Di fronte a tale situazione, qual  l'atteggiamento assunto dal Governo italiano?
Seguendo la Francia, esso ha rifiutato di trattare sulla base del piano Bonar Law, che ci riconosceva all'incirca 3 miliardi mk. oro - ma continua d'altra parte ad attendere dall'Inghilterra la remissione del suo credito.
Per le riparazioni ha consentito alla Francia la invasione della Ruhr; e mentre la Francia afferma che l'abbandoner solo quando si sar assicurati i suoi 26 miliardi, noi abbiamo avuto queste conseguenze: aumento dei prezzi del carbone da importare - diminuzione delle quantit di carboni forniteci dalla Germania - diminuzione quotidiana della capacit tedesca per ulteriori pagamenti.
Per il debito americano, il Governo italiano afferma di "volere far fronte all'impegno", purch si concedano agevolazioni. Supponendo che le agevolazioni consistano in un interesse del 3 per cento e un ammortamento cinquantennale, noi dovremmo pagare una quota annua iniziale di quasi mezzo miliardo oro, cio due miliardi di lire carta!
Tutto sommato, le conseguenze per il nostro bilancio sarebbero quasi intollerabili: o il disavanzo perpetuato, o una politica di tali restrizioni di spesa o gravezze di imposta, da isterilire ogni possibilit di progresso economico.
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Perci assai nettamente il Senatore Albertini, in un suo recente articolo (20 maggio), pone la tesi della impossibilit di pagamento agli Stati Uniti. Egli ammette che gli Stati Uniti si vogliono dissociare dalle conseguenze finanziarie della guerra, cos come si sono dissociati da Versailles. Ma - egli dice - se gli Stati Uniti affermano che la Germania non pu pagare le riparazioni, nemmeno dovrebbero domandare a noi il pagamento del nostro debito; o, se lo esigono, allora lascino libero l'ingresso ai soli mezzi di cui disponiamo: le nostre merci e la nostra emigrazione.
Il ragionamento  solido e rigoroso. Ma si presta a due eguali ritorsioni da parte del creditore: 1) Siete disposti dunque anche voi, italiani e francesi, a rinunciare alle riparazioni tedesche? - 2) Se non potete pagare i vostri debiti, perch continuate negli armamenti? Volete forse pagarli coi debiti che vi condoniamo? Questo chiedeva infatti recentemente il senatore americano Borah in una lettera a un amico di Francia; e questo sente il Sen. Albertini, quando deplora l'ipnotizzazione della delegazione italiana nei fini territoriali adriatici a danno delle convenzioni economiche.
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Pi completamente investe la questione un articolo dell'on. Paratore nella "Nuova Antologia", che porta ricchezza di dati finora ignoti. (Tra gli altri, per es., la rivendicazione di un credito italiano di quasi un miliardo verso gli alleati anglo-franco-ceco-slovacchi, che hanno avuto truppe in territorio italiano. Non sar male ricordarlo al Governo francese, che ama sempre di farci apparire tra i suoi debitori!)
L'on. Paratore insiste da una parte che la Germania ci paghi terre devastate e pensioni di guerra; chiede dall'altra agli Stati Uniti e Inghilterra che rinunzino ai loro crediti, perch fanno parte di quel formidabile pool nel quale durante la guerra ciascun alleato mise dentro o le sue ricchezze o le vite dei propri soldati. L'America e l'Inghilterra hanno tratto dalla guerra sufficienti vantaggi economici e politici, per chiedere dell'altro alle nazioni che si sono pi impoverite di beni e di sangue.
Se, comunque, esse insistessero, converrebbe ripiegare sulla proposta di Baruch, secondo la quale dovrebbe annullarsi tutta la parte del debito che fu spesa in America o in Inghilterra per la causa comune (munizioni, alimentazione militare o sottocosto, interessi, ecc.), e vivere soltanto quella devoluta ad acquisti che possono rappresentare un vantaggio economico per il debitore (tabacchi, lana, motoaratrici, ecc.), cio non pi di 4 miliardi e mezzo di lire oro.
Evidentemente la tesi dell'on. Paratore  ancora quella di un Ministro del Tesoro, che vuole presentarsi alle trattative con tutte le carte in mano, tutto chiedendo e su nulla ancora cedendo.
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Ma, allo stato delle cose, sembra a noi che sia tempo di arrivare pi rapidamente alle ultime conclusioni; e presentare insieme ci che si chiede e ci che si cede, allo scopo di saldare quel vincolo tra debiti e riparazioni, che  nel nostro interesse e che possa avvincere tutta l'opinione pubblica mondiale. Altrimenti, finiremo per escluderci proprio dagli accordi che altri sapranno pi presto concludere.
Ritorna, perci, come pi conveniente il piano tracciato dall'internazionale socialista:
a) le pensioni di guerra non rientrano nelle riparazioni. Ogni paese provvede alle proprie. Cos cade ogni pretesa inglese di ulteriori indennit;
b) solo le terre devastate devono essere risarcite dalla Germania: sono quasi 90 milioni di fr. in Francia, 12-14 in Belgio, 10 in Italia. Non molto pi di 30 miliardi di marchi oro, in valore attuale, oltre il gi pagato;
c) remissione assoluta dei debiti interalleati.
Al piano aderirono i laburisti inglesi, che possono diventare tra breve partito di governo; aderisce la socialdemocrazia tedesca, che ha sospinto il Governo alla prima offerta e ora alla seconda; aderiscono i socialisti francesi, che deplorano l'insana avventura della Ruhr; aderiscono i belgi, che premono sul loro Governo per addivenire alle trattative.
Aderiscono pure i socialisti italiani, constatando anche che le conseguenze sul nostro bilancio sarebbero le seguenti: 1) cancellazione della spesa di 1100 milioni, stanziati in lire carta, ma esigibili in oro, per interessi debiti esteri; e cancellazione dell'entrata incerta per riparazioni; 2) sostituzione della Germania all'Italia nel carico per le terre liberate, valutato quest'anno in 1500 milioni.
Sarebbe cio con tale operazione il disavanzo ridotto effettivamente (e non apparentemente come nei calcoli De Stefani) di oltre un miliardo e mezzo, e portato il bilancio italiano verso l'effettivo pareggio.
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INSEGNAMENTI TEDESCHI.
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Pochi giorni fa, quando fu annunziata la fine della resistenza passiva nella Ruhr, i turiferari del fascismo presero nuova occasione per esaltare il lungimirante capo del Governo italiano, che aveva aderito moralmente alla invasione francese con l'invio degli ingegneri, e che aveva ripetuto sempre alla Germania l'imposizione pregiudiziale di abbandonare ogni resistenza. E a noi - belanti pacifisti, che avevamo deprecata l'azione francese, che avevamo deplorata la rottura franco-inglese nelle precedenti Conferenze di Parigi e di Londra, assistite dalla inerzia e dall'insipienza del rappresentante italiano, che avevamo tentato perfino di tracciare le basi finanziarie di un accordo sulle riparazioni col consenso dei socialisti di tutte le nazioni interessate - a noi fu ripetuto, ancora una volta, che solo la forza e il nazionalismo pi acceso sono destinati al trionfo.
Ma oggimai la violenza francese sta dando i suoi frutti. La Germania minaccia di sfasciarsi, e riappaiono gli antichi Staterelli; cade cio la Germania capace di risorgere economicamente e di assumere un qualsiasi debito per le riparazioni, e sorgono i successori che, imitando gli Stati successori dell'Austria, e appoggiandosi politicamente a destra o a sinistra, alla Francia, alla Russia o... al fascismo, pensano di sottrarsi ad ogni obbligazione.
Se ne accorgono perfino i nazional-fascisti italiani e gli estremisti conservatori inglesi, che dopo avere attizzato il fuoco antitedesco, vi vedono bruciare dentro anche tutte le loro aspettative; e non resta che il gruppetto dei nazionalisti francesi, felici di avere sacrificato anche le case e i territori da ricostruire, se possono portare ancora innanzi i confini della Francia pi grande, sottomettervi il coke della destra col ferro della sinistra del Reno, e mantenervi l'esercito pi numeroso e minaccioso che mai l'Europa abbia visto in tempo di pace.
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Ai Governi di Germania democratici o socialdemocratici, che tentarono le vie dell'accordo, che si assunsero la grave responsabilit di firmare a Versailles o di ordinare la fine della resistenza passiva, i Governi dell'Intesa non lasciarono mai tregua; nessuna umiliazione parve mai sufficiente.
Dopo avere affermato, come ragione principale della guerra europea, l'abbattimento dell'imperialismo prussiano, tutti gli Stati vincitori si sono comportati in modo da togliere ogni risorsa e ogni credito al nuovo regime democratico pacificatore, e da avvalorare la risorta propaganda dei Ludendorff, dei militaristi, dei revanchisti tedeschi e le speranze di una dittatura imperialista.
I giornali fascisti italiani, a dimostrazione di un assai pi pericoloso internazionalismo di tutti i capitalismi e nazionalismi, sono perfino arrivati alla balorda apologia di Hitler, il Mussolini della Baviera, il quale dovrebbe ricostituire in Germania l'abbattuto regime della forza e delle baionette, e riconquistare gli antichi confini... eccettuato naturalmente il Brennero, come lo stesso Hitler ha assicurato agli stessi acutissimi giornalisti.
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I patriotti siedono naturalmente soltanto a destra. Quando si tratta di iniziare e di preparare una guerra, o di provocarla, sono gli elementi di destra che si fanno avanti, gli Hohenzollern in Germania, gli Absburgo in Austria, ecc. Ma quando si tratta di chiamare tutta la Nazione ai maggiori sacrifici di una guerra che si prolunga e grava su tutti i cittadini, allora si fa posto volentieri a qualche ministro socialista, magari senza portafoglio.
Ma soprattutto quando si tratta di riprendere uno Stato sconfitto, di subire un trattato di pace, di cessare una resistenza divenuta impossibile, di riparare le devastazioni e la disillusioni di una guerra, allora largo, largo posto ai lavoratori, ai socialisti.
Cos in Germania, e cos anche altrove; per superare la tempesta prima, e per avere pi tardi la comodit di confondere le cose e far dimenticare al popolo sofferente, che la causa prima di tutte le sofferenze  stata proprio la guerra e la politica bellicosa dei nazionalisti. Se la Germania geme sotto l'oppressione francese, se la denutrizione aumenta, se il marco precipita, la colpa non  di chi ha voluta la guerra, ma - dicono... in Baviera - dei marxisti che si sono sobbarcati a reggere lo Stato vinto ed oppresso, o che l'hanno comunque sostenuto.
Cos in Germania come in qualche altra nazione, dove l'aumento dei prezzi, il caro-vita, la svalorizzazione della lira, l'insistenza dei disavanzi, ecc., furono allegramente rappresentati come una colpa dei socialisti all'opposizione, anzich come le conseguenze di una guerra lunga, penosa e non sempre ben condotta.
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Quelli che siedono a destra sono tutti patriotti. Ah s, veramente! Sono essi costretti a formare i Comitati di resistenza interna per mandare i concittadini in trincea; sono essi che devono denunciare i disfattisti; sono essi che devono predicare la necessit di ogni sacrificio pur di combattere e continuare la guerra.
Ma quando si  trattato di pagare, la Destra tedesca fermamente si  rifiutata. I grandi industriali e gli agrari non vollero pagare. Stinnes era disposto perfino a trustarsi con i capitalisti francesi, ma non a farsi decimare dalla Repubblica tedesca.
E quando  venuta l'ora pi grave, l'ora pi triste della Germania, allora la Destra, patriotta s, nazionalista s; ma al diavolo la disciplina nazionale, al diavolo l'Impero! Pur che si salvi la propriet, rompiamo la grande patria tedesca: viva il separatismo, viva la Baviera, abbasso la Germania!
 toccato allora e ancora una volta ai disprezzati internazionalisti di salvare la nazione;  toccato allora e ancora una volta ai senzapatria e ai malnutriti di Aquisgrana, di Wiesbaden e di altri siti, di difendere l'unit della Patria; non quella di cui si profitta o in cui si sfrutta, ma quella che avvince in una sola sorte tutti i lavoratori di una stessa terra, rovinati dal nazionalismo interno che li spinse alla guerra, oppressi dal nazionalismo straniero che li ha vinti, insidiati ancor una volta dal capitalismo interno, che vuole unicamente salvare se stesso, rigettando tutto il danno sui ceti inferiori.
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4. LA CAMPAGNA ELETTORALE
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Gli scritti raccolti in questa parte videro primamente la luce in Echi e Commenti del 1 marzo 1924, nella Giustizia di Milano del 19 e 30 marzo e del 15 aprile 1924.
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LA CAMPAGNA ELETTORALE.
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Il Partito Socialista Unitario nega a queste elezioni alcun valore di consultazione della volont popolare.
Gi la legge elettorale (di cui il Governo ottenne la approvazione dal Parlamento inscenando dimostrazioni violente di piazza e di gabinettisti)  una mostruosit, che consente al Presidente del Consiglio di nominare personalmente i due terzi dei deputati, anche se i fascisti ottenessero solo il 25 per cento dei votanti. Ma poi  tutto un ambiente di dittatura e di violenza quello nel quale le elezioni devono svolgersi.
Milizia nazionale, pubblica sicurezza, prefetti, e tutto l'apparato dello Stato sono al servizio aperto e chiaro del partito dominante. Le ultime amministrazioni comunali, che non erano fasciste, sono state sciolte e sostituite da Commissari regi e prefettizi; cosicch anche i seggi elettorali saranno tutti composti di partigiani del Governo. Nessun ricorso sar possibile contro qualsiasi violenza usata dai fascisti nelle elezioni, perch le Corti d'Appello non sono che incaricate di raccogliere e sommare le cifre, quali sono inviate dalle singole sezioni; e l'unico giudice rester la Giunta delle Elezioni... che sar l'emanazione di quegli stessi 356 deputati che il Presidente ha personalmente nominato!
Fuori, per le strade, nessuna libert, nessuna possibilit di propaganda. I comizi elettorali si svolgono... senza comizi. Nessun partito di opposizione ha fino ad oggi tentato un pubblico comizio, perch, specialmente in certe zone, ci varrebbe ad esporre gli ascoltatori e gli oratori a sicure violenze. Nelle sole citt sono state tenute delle riunioni private, e parecchie di queste sono state invase dalla violenza fascista. Perfino le formalit legali, che in ciascuna delle 15 circoscrizioni italiane devono precedere alla presentazione delle liste, in quasi met delle circoscrizioni furono turbate dalla violenza, con invasione degli studi notarili, spari attorno alle case dei candidati, bandi e percosse ai firmatari.
Un candidato, il socialista Piccinini,  gi stato ucciso l'altro ieri nella sua casa.
Le opposizioni esistono (si pensi che la stampa di opposizione vende pi di un milione di giornali ogni giorno, nonostante che in molte zone i giornali avversari al fascismo siano interdetti o incendiati!), ma non possono manifestarsi; e tanto meno gli elettori delle piccole citt e delle campagne potranno liberamente votare. Le elezioni amministrative - le quali dnno continuamente questi risultati: o il 100 per cento degli elettori votano per il fascio, o l'80 per cento degli inscritti non va a votare - sono un sicuro sintomo, anche quando non sono precedute da manifesti, che portano per simbolo: il manganello per chi non vota per il fascio.
In tale condizione di cose il Partito Socialista Unitario ha ritenuto, nel suo Consiglio nazionale riunito a Milano, che l'unica tattica da adottarsi sarebbe la astensione. Meglio, prima ancora dell'astensione, sarebbe l'unione dei partiti che rivendicano quel minimo di libert, di democrazia, di legalit, premesse indispensabili di uno Stato moderno e di una civile elezione.
Ma il Governo ha ripetutamente dichiarato che coloro che presentassero lista per tutta la Nazione, sarebbero da considerarsi "nemici", e che se esso non raggiungesse il consenso della maggioranza, terrebbe ugualmente il potere con la forza.
I partiti di democrazia e di libert, per riunirsi quindi in un unico cartello contro il fascismo, e per sostenere la volont della maggioranza del popolo italiano, avrebbero dovuto essere anche pronti ad ingaggiare la guerra civile, la lotta di forze contro il fascismo!
Questo spiega immediatamente come i partiti di opposizione non abbiano potuto bloccarsi, come avrebbe voluto il Partito Socialista Unitario; e come forse anche essi non abbiano finora potuto dichiarare l'astensione.
Se l'astensione dovesse essere veramente attiva, essa assumerebbe tutti i caratteri di una votazione positiva contro il fascismo, e darebbe luogo alle stesse, se non forse a pi gravi e universali, violenze.
Cos, all'ultimo, anche il Partito Socialista Unitario ha dichiarato di partecipare alla lotta elettorale; ma non per vincere, non per contarsi, ch il fascismo ai lavoratori non lo permette; ma semplicemente per dichiarare di essere presente.
Il Partito Socialista Unitario, nei suoi giornali, nel suo manifesto, e pi recentemente con una sua pubblicazione tutta documentata: "Un anno di dominazione fascista", ha dimostrato come l'opera del Governo fascista sia stata dannosa alla Nazione. Quello di cui il Governo fascista si vanta: il risanamento finanziario, era gi in atto da s.
Per tutto il resto il Governo fascista ha, secondo i socialisti, dato assai pi danni: nelle scuole ha portato la baraonda, escludendo quasi 20 mila alunni dalle scuole secondarie, e cedendo a cottimo, abbandonandole ai preti, come merce senza valore, molte scuole primarie; nell'economia, intervenendo a gettare centinaia di milioni di denaro pubblico a favore di gruppi industriali cari al fascismo, o favorendo speculazioni; nella finanza, sollevando da imposte le ricche eredit, per gravare il peso sui salari e sui consumi; nella politica operaia, diminuendo con la legge le gi conquistate 8 ore, e distruggendo con la violenza o con l'intervento diretto dei Prefetti ogni libera organizzazione di lavoratori; nella burocrazia, aumentando di quasi 200 milioni la spesa, e aumentando lo stesso numero del personale nei due ministeri tenuti da Mussolini, ecc.
Nella stessa politica estera, i socialisti unitari trovano che i fatti corrispondenti al programma fascista (primitiva adesione all'invasione della Ruhr, occupazione di Corf, lotta contro la Societ delle Nazioni), sono stati dannosi all'Italia, mentre furono vantaggiosi quelli che il fascismo una volta negava e i socialisti o i rinunciatari sostenevano (accordo con la Jugoslavia).
Ma soprattutto i socialisti unitari si oppongono anche in questa lotta elettorale al Governo, e ne sopportano gli urti e le violenze dichiaratamente maggiori che contro tutti gli altri, per il concetto di libert e di democrazia. Essi credono fermamente che non vi possano essere n elezioni, n Governo civile e moderno senza libert. Essi deplorano che il popolo italiano, solo fra i popoli civili, debba essere considerato come suddito, da guidarsi con la minaccia del bastone. Essi si rifiutano di sancire la violenza di una fazione dominante, sia essa comunista, sia essa fascista.
Perci, se l'astensione generale non sar possibile, essi parteciperanno alla lotta elettorale, a puro scopo di affermazione ideale, per rivendicare quella Libert che  incisa nell'alto del loro contrassegno illuminato dalla luce del socialismo.
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MANIFESTI FASCISTI.
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Il fascismo al potere dispone di molto denaro. Esso lancia manifesti figurati e a colori per tutta l'Italia. Uno rappresenta la lira, che prima discendeva e oggi sarebbe in aumento. Noi apriamo le statistiche e leggiamo
Media cambio sull'oro; cio lire carta necessarie per comprare 100 franchi oro: Durante il Ministero Nitti 340; Durante il Ministero Giolitti: (luglio 1920 - giugno 1921) 460; Durante il Ministero Bonomi: (luglio 1921 - febbraio 1922) 440; Durante il Ministero Facta (marzo 1922 - ottobre 1922) 400; Durante il Ministero Mussolini (novembre 1922 - giugno 1923) 400; (luglio 1923 - marzo 1924) 445;
Le statistiche dicono dunque tutto il contrario del manifesto fascista. La lira saliva di valore da Giolitti a Bonomi e a Facta. La lira torna a scendere di valore, proprio col Ministero Mussolini.
Non discutiamo ora delle cause. Lungo sarebbe. Anzi aggiungiamo che noi siamo ottimisti nelle previsioni.
Il fatto per  che il manifesto fascista dice perfettamente il contrario della verit.
I fascisti inondano le strade e i treni della raccapricciante figurazione dell'assassinio Berta, a Firenze.
Sarebbe assai facile sorpassarli sullo stesso terreno.
Ci pu essere nulla di pi tremendo e raccapricciante dell'assassinio dei cittadini nelle loro case, nei loro letti, davanti alle donne e ai bimbi? Ebbene, quello  stato fatto soltanto dai fascisti agrari. In una sola provincia, e in 5 mesi, 5 casi; con questo di peggio, che gli assassini cosidetti comunisti o teppisti andarono tutti in galera; gli assassini fascisti restano impuniti quando non sono glorificati, e vengono assolti se son processati.
Il 27 febbraio 1921, dodici fascisti armati si presentano di sera alla casa di Fioravante Rizzieri, contadino, a Salara e lo uccidono davanti alla moglie e al figlio.
Il 12 marzo 1921, una banda armata e mascherata di fascisti arriva con camions di notte nel Comune di Pincara, assale la casa di Gheraldini Luigi, contadino, e lo uccide davanti alla moglie e al figlio.
Il 12 aprile 1921, una banda armata e mascherata di fascisti arriva in camions di notte nel Comune di Boara, assale la casa di Masin Luigi, contadino, e lo uccide nel suo stesso letto, davanti alla moglie e a cinque bimbi.
Il 4 maggio 1921, una banda armata e mascherata di fascisti si presenta di notte alla casa dell'operaio Fonsatti Ermenegildo, ad Ariano Polesine, minaccia l'incendio, lo costringe a scendere sulla strada e a bastonate gli spezza il cranio davanti alla moglie e tre figli.
Il 16 giugno 1921, un gruppo di fascisti assale la casa di Fei Andrea, contadino, a Canaro, mentre egli tiene tra le braccia una bambina, e lo uccide.
Dovremmo raffigurare tutto ci in manifesti?
Ah no! basta. Barbarie siffatte disonorano veramente l'Italia nel mondo!
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LA SITUAZIONE ELETTORALE.
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Il Partito Socialista Unitario ha presentato le sue liste, forse voter, avr magari dieci o dodici deputati nel futuro parlamento; ma non per questo accredita la finzione elettorale, cui guarda con sdegnata mortificazione.
L'elezione vorrebbe essere il mezzo per conoscere ed attuare la sovranit del popolo, quindi il momento pi alto della libert e della dignit di una nazione. Invece il fascismo la dichiara come il pi "trascurabile" e "sgradevole episodio". Esso rivendica continuamente, anche nei discorsi del Capo del governo, di essersi costituito "al di fuori di tutti i partiti e del parlamento" e di non rinunciare mai a tale sua posizione. Esso dichiara - nei discorsi di Mussolini - di porre a vigilare i seggi elettorali la Milizia armata fascista, anche se essa  esclusa dalla legge, e promette "piombo" a chi volesse abolito quel corpo costituito senza una legge.
Se qualunque altro partito o coalizione potesse per avventura raggiungere una maggioranza contro il fascismo, non avrebbe altro da fare che dimettersi immediatamente, come  avvenuto ad alcune poche amministrazioni comunali che sono state elette in contrasto col fascismo.
Niuno ha assicurato con chiarezza agli elettori italiani la piena libert del voto, ed il rispetto di quello, qualunque fosse per esserne il risultato. Nessuno. Nessuno la garantisce, sebbene, a detta del fascismo, mai come ora lo Stato sia forte e temuto.
Certo vi sono nel fascismo coloro che vorrebbero ritornare alla legalit. Ma sono in maggioranza coloro che la negano risolutamente, per principio e per netta affermazione antidemocratica. E fra i due rimane arbitro il Presidente del Consiglio, il quale desidera che all'estero appaia una sembianza di legalit, ma che all'interno permanga se non la violenza in atto, una violenza potenziale, una minaccia "contro coloro che furono generosamente risparmiati dal fascismo nella sua marcia su Roma", perch solamente cos il fascismo ha una maggioranza e pu mantenere il potere, contro tutti i malcontenti. (Vedi: Gerarchia, fascista).
Il ritornello  questo: "La rivoluzione fascista  in atto; essa continua nei suoi sviluppi; guai a chi la tocca".
Per ci stesso il Partito Socialista Unitario non considera queste elezioni che come una fase della violenza fascista, alla quale non  possibile resistere con l'arma legale del voto, che  a priori spezzata ed avvilita.
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 superfluo, al punto in cui siamo, documentare questa situazione. In molti luoghi i candidati (uno dei quali fu ucciso) non possono circolare nel collegio nonch stabilmente dimorarvi. Da altri luoghi, chi vi abitava fu bandito. Parliamo degli unitari, e si pu dire altrettanto degli altri partiti di opposizione.
I comizi? Fa eccezione, tosto confermata... dalla regola, il discorso Turati a Torino; in espiazione, 8 giorni dopo Gonzales era impedito di parlare e percosso a Genova. Per il discorso Amendola, tenuto in breve cerchia d'amici, vi fu la mobilitazione delle camicie nere di Campania; Bonomi parl in un banchetto privatissimo, e vigilato con cospicuo apparato di forze.
Giornali? Manifesti? Taluni si stampano; non c' (e questo  il peggio) una legge proibitiva. Ogni gruppo locale pu vietare, o bruciare, o "misurare" la stampa d'opposizione. D'altronde le tipografie rifiutano esse, per legittimo timore di danni, di stampare le nostre pubblicazioni, come gli attacchini professionali rifiutano affiggerle; come i proprietari di locali non li concedono ai comizi.
Non parliamo della condizione dei singoli elettori, nelle campagne e nei piccoli centri; gran parte delle limitazioni ch'essi patiscono alla loro libert, restano ignote perch essi hanno anche il dovere di tacerle dopo averle subte!
Sarebbe ridicolo obiettare che anche in altri tempi vi furono violenze elettorali, e che anche oggi vi sono casi di violenze contro fascisti. I pochi casi di vendetta personale, inutile e disperata, sono doppiamente puniti, dai tribunali dopo e dai fascisti prima, con rappresaglie, incendi e violenze al cento per uno; mentre i fascisti sono tutti impuniti, anzi esaltati.
Violenze elettorali nel 1919? Il fatto  che nessun ricorso elettorale per violenze fu presentato nel 1919 contro i socialisti, che pure erano minoranza. Si ebbero solamente episodi tumultuari nei pubblici comizi, di indole affatto occasionale, non preorganizzati. L'unico, che in quell'occasione assold un corpo armato di legionari, fu Mussolini. E nel 1921, i soli che ebbero le elezioni invalidate e annullate per violenze, furono ancora alcuni deputati fascisti, che oggi il Presidente del Consiglio rielegge.
Ma oggi la violenza  "sistema" della fazione dominante, senza neppure la possibilit della denuncia e del ricorso, perch l'Autorit  al servizio del Partito che  anche Governo, e la Giunta delle elezioni sar in grande maggioranza fascista.
E codesto "sistema" non  valso nemmeno a togliere di mezzo gli altri pi miti e fraudolenti di Governi precedenti. E, per il Meridionale, meno accessibile alla violenza, abbiamo visto in pochi giorni pubblicati tanti Decreti-Legge di Lavori pubblici fino alla somma di un miliardo in dieci anni (vedi Gazzetta Ufficiale, marzo 1924); per Roma vediamo il convegno dei Sindacati fascisti, a spese dei Comuni e delle Ferrovie dello Stato; per le Societ industriali commerciali e bancarie vediamo spontaneamente imposta la tassa del 2 per cento del capitale azionario a favore del fondo elettorale fascista; per i preti e i vescovi vediamo, in tempo elettorale, raddoppiate o quasi le rendite a carico dello Stato, da quello stesso Partito fascista che ieri proclamava, in linea di principio, l'abolizione delle mense vescovili come "spesa parassitaria".
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Quando noi concentriamo le nostre critiche su questa pregiudiziale della libert, ci si risponde chiedendoci un programma.
Il Partito Socialista Unitario non abbisogna di nuovi programmi. Per primo, tre anni fa, alla Camera, l'onorevole Turati presentava un programma di ricostruzione economica dell'Italia, che allora un giornale fascista chiamava mirabile; due anni fa il sottoscritto stendeva la Relazione al bilancio dell'entrata, con un dettagliato programma tributario, mentre Treves e Modigliani in numerose occasioni delineavano la nostra politica estera, ribadita nei convegni internazionali a difesa della pace e del nostro Paese, e mentre la Confederazione del lavoro elaborava il programma sindacale.
Anche oggi noi riaffermiamo come pregiudiziale la necessit di un regime rappresentativo, espresso dalle libere maggioranze. Quindi, anche oggi ci proporremmo l'assoluto pareggio del bilancio fuor delle spese straordinarie di guerra, anche di contro ai pessimismi giolittiani; e vorremmo l'istruzione elementare e popolare assicurata a tutti gli italiani che oggi ne sono privi; una istruzione media e superiore rigorosamente selezionatrici dei migliori, non dei pi ricchi; una grande politica di lavori pubblici coordinata a fini nazionali di produzione agricola e industriale; una leva militare brevissima con istruzione post e premilitare generale, e la difesa del paese fondata sulla preparazione economico-industriale; lo sviluppo dei liberi sindacati operai, fino ad avere capacit di assumere e condurre le aziende nell'interesse di tutta la Nazione, col controllo dei consumatori; il rafforzamento e completamento della Societ delle Nazioni contro tutti gli imperialismi...
Ma mette conto di esporre alcun programma di fronte a un Governo che professa di averne uno solo: tenere il potere; di fronte a un Partito che non ha altro pensiero che quello che sorge via via dalla mutevole mente del suo capo? Che valgono i programmi, di fronte a un Partito al governo, che ieri diceva tassazione onerosa sull'eredit, e oggi l'abolisce; che ieri domandava la revisione dei contratti di guerra, e subito di poi l'ha soppressa? Di fronte a una parte che ti risponde: "Noi siamo la Nazione, tutti gli altri sono antinazionali, quindi noi soli abbiamo diritto di comandare"? Che elezioni sono queste, dove i 390 candidati, eletti da Mussolini, neppure vi sanno dire sicuramente se essi vorranno o no riformare la Costituzione?
Codeste non sono elezioni. Il Partito Socialista Unitario vi ha partecipato esclusivamente perch i suoi dirigenti non possono confondersi nella marea dei fuggiaschi e delle schiene ricurve davanti al dominatore.
Ma non pu parlare di una sua attivit elettorale, non pu parlare seriamente di elezioni.
Unico logico atteggiamento, abbiamo gi detto, sarebbe stata un'astensione generale.
Ma fu primo il partito comunista a rompere la possibilit di un accordo, e gli oscillanti massimalisti tosto lo seguirono. Il fascismo trova nel suo avversario, che gli somiglia, un naturale alleato. Se il Comunismo non ci fosse, il Fascismo lo inventerebbe, perch esso  il pretesto alla sua Violenza e alla sua Dittatura: esso  lo spettro, di fronte al quale le classi medie e produttrici subiscono la violenza e la dittatura attuali.
I due sistemi oligarchici si giustificano e si "tengono" a vicenda, fino a quando il popolo italiano lavoratore, come ogni altro popolo civile, non acquister dignit e forza sufficiente, per negare ad essi l'arbitrio di dominare e di opprimere, e per rivendicare a s il proprio diritto di decisione, secondo la volont delle maggioranze liberamente espressa.
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L'EQUIVOCO DEL CONTRASSEGNO E LE SCHEDE ANNULLATE?
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Nella sola provincia di Milano risultano annullate pi di 30.000 schede; nella Lombardia quasi 100.000; e nelle altre circoscrizioni un diverso numero ancora non fissato.
Di chi sono quelle schede?
L'on. Mussolini le addiziona senz'altro ai voti fascisti, per poterne ingrossare la cifra dei milioni.
Noi, che non abbiamo da arrotondare cifre, cerchiamo di fare un po' di conti pi esatti sulla carta, con una deduzione e una induzione
1) Tutti i seggi, meno in poche citt, erano composti di fascisti o filofascisti. In pochi seggi abbiamo avuto rappresentanti di lista. In pochi vi sono stati magistrati autentici e capaci di imporre la loro opinione imparziale.
 quindi probabile che tutte le piccole inesattezze delle schede di opposizione siano state rilevate per annullarle; mentre quelle anche gravi, delle schede fasciste, non siano state neppure contestate.
Una riprova di questa deduzione si ha nel fatto singolarissimo che le schede annullate in Lombardia sono quasi centomila, mentre quelle annullate, per esempio, nelle fascistissime Puglie, sono pochissime; e nessuno oser affermare che gli elettori pugliesi abbiano con la matita e con i giornali una maggiore dimestichezza dei lombardi.
2) In particolare il Partito Socialista Unitario ha avuto una grande quantit di schede annullate, perch, mentre il nome segnato nelle preferenze era di qualcuno dei nostri candidati, il contrassegno segnato era quello della falce e martello dei comunisti, o della falce, martello e libro dei massimalisti.
A Milano Turati, a Livorno Modigliani, a Venezia Mulatti, nel Veneto Matteotti, a Udine Cosattini, e dappertutto parecchi altri dei nostri raccolsero migliaia di voti, annullati perch nella stessa scheda era tagliato il contrassegno massimalista o comunista. A Mantova si calcola che avremmo avuto un terzo di pi dei voti, senza questo equivoco. Tali schede sono state annullate, e giustamente secondo la disposizione della legge. Ma, moralmente, sono quelli tutti voti nostri.
In parecchie plaghe e in molti strati di popolazione, noi unitari non siamo riusciti a far conoscere il nostro contrassegno. Fissato all'ultimo momento, appena due mesi fa, esso fu diffuso unicamente da qualche giornale. Non comizi, non manifesti murali, non volantini; in certi luoghi perfino interdetta e sequestrata la corrispondenza privata! Cos, per molti, il nostro contrassegno rimase ignorato; cos come, per alcuni,  perfino ancora ignorata la nostra espulsione dal partito, un anno e mezzo fa, dato che, dopo la marcia su Roma, alcune zone ebbero addirittura la interdizione di comunicazioni col rimanente mondo politico.
Rimase per quei lavoratori fisso l'antico contrassegno, conosciuto nelle pi libere elezioni del 1919 o del 1921, e associato ai nomi e alle direttive dei nostri migliori rappresentanti.
Cos, abbiamo avuto molte altre migliaia di voti annullate. Cos - ci consentano il rilievo, puramente obiettivo, i massimalisti e i comunisti - cos abbiamo anche regalate parecchie migliaia di voti unitari alla lista comunista o alla massimalista.
Quella stessa ignoranza del contrassegno mutato, che si  manifestata nei voti preferenziali, deve essere supposta anche in quelli puri e semplici, senza preferenza. La proporzione delle schede preferenziate a quelle pure  forse di uno a cinque; quindi ogni mille voti Turati, ogni mille voti Modigliani, annullati per quel motivo, possiamo calcolare altri 4 o 5 mila voti validi donati, per non conoscenza del nuovo simbolo, alle due liste proletarie.
Ma di codesti non ci doliamo; perch dovrebbero concorrere, speriamo, nella lotta contro il fascismo.
Ci doliamo di quelli a noi annullati, cos come di quelli a noi sottratti per violenza o per frode, e - pi esattamente - diciamo che essi si sommano tutti moralmente al quasi mezzo milione di voti che sono stati assegnati alla lista socialista unitaria, una realt e una forza che il fascismo non pu distruggere n disconoscere e che riporter l'Italia sulle vie della libert e del socialismo.
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5.
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L'AZIONE PARLAMENTARE.
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Gli scritti di questa V parte sono desunti: il discorso parlamentare dal resoconto stenografico, quale si legge negli Atti della camera dei Deputati, tornata del 30 maggio 1924; i rimanenti scritti dalla Giustizia di Milano del 4, 5, e 10 giugno 1924.
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L'ULTIMO DISCORSO.
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PRESIDENTE. - Ha chiesto di parlare l'onorevole Matteotti. Ne ha facolt.
MATTEOTTI. - Noi abbiamo avuto da parte della giunta delle elezioni la proposta di convalida di numerosi colleghi. Nessuno certamente, degli appartenenti a questa Assemblea, all'infuori credo dei componenti la Giunta delle elezioni, saprebbe ridire l'elenco dei nomi letti per la convalida; nessuno, n della Camera n delle tribune della stampa. (Vive interruzioni alla destra e al centro).
LUPI. -  passato il tempo in cui si parlava per le tribune!
MATTEOTTI. - Certo la pubblicit  per voi un'istituzione dello stupidissimo secolo XIX. (Vivi rumori. - Interruzioni alla destra e al centro).
Comunque, dicevo, in questo momento non esiste da parte dell'Assemblea una conoscenza esatta dell'oggetto sul quale si delibera. Soltanto per quei pochissimi nomi che abbiamo potuto afferrare alla lettura, possiamo immaginare che essi rappresentino una parte della maggioranza. Ora, contro la loro convalida noi presentiamo questa pura e semplice concezione: cio, che la lista di maggioranza governativa, la quale nominalmente ha ottenuto una votazione di quattro milioni e tanti voti... (Interruzioni).
Voci al centro. - Ed anche pi!
MATTEOTTI. - ...cotesta lista non li ha ottenuti, di fatto e liberamente, ed  dubitabile quindi se essa abbia ottenuto quel tanto di percentuale che  necessario (Interruzioni - Proteste) per conquistare, anche secondo la legge, i due terzi dei posti che le sono stati attribuiti! Potrebbe darsi che i nomi letti dal Presidente sieno di quei capilista che resterebbero eletti anche se, invece del premio di maggioranza, si applicasse la proporzionale pura in ogni circoscrizione. Ma poich nessuno ha udito i nomi, e non  stata premessa nessuna affermazione generica di tale specie, probabilmente tali tutti non sono, e quindi contestiamo in questo luogo e in tronco la validit della elezione della maggioranza (Rumori vivissimi).
Vorrei pregare almeno i colleghi, sulla elezione dei quali oggi si giudica, di astenersi per lo meno dai rumori, se non dal voto. (Vivi commenti - Proteste - Interruzioni alla destra e al centro).
MARAVIGLIA. - In contestazione non c' nessuno, diversamente si asterrebbe!
MATTEOTTI. - Non contestiamo...
MARAVIGLIA. - Allora contestate voi!
MATTEOTTI. - Certo sarebbe maraviglia se contestasse lei!
L'elezione, secondo noi,  essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non  valida in tutte le circoscrizioni.
In primo luogo abbiamo la dichiarazione fatta esplicitamente dal Governo, ripetuta da tutti gli organi della stampa ufficiale, ripetuta dagli oratori fascisti in tutti i comizi, che le elezioni non avevano che un valore assai relativo, in quanto che il Governo non si sentiva soggetto al responso elettorale, ma che in ogni caso - come ha dichiarato replicatamente - avrebbe mantenuto il potere con la forza, anche se... (Vivaci interruzioni a destra e al centro - Movimenti dell'onorevole presidente del Consiglio).
Voci a destra. - S, s! Noi abbiamo fatto la guerra! (Applausi alla destra e al centro).
MATTEOTTI. - Codesti vostri applausi sono la conferma precisa della fondatezza del mio ragionamento. Per vostra stessa conferma dunque nessun elettore italiano si  trovato libero di decidere con la sua volont... (Rumori, proteste e interruzioni a destra). Nessun elettore si  trovato libero di fronte a questo quesito...
MARAVIGLIA. - Hanno votato otto milioni di italiani!
MATTEOTTI. - ...se cio egli approvava o non approvava la politica o, per meglio dire, il regime del Governo fascista. Nessuno si  trovato libero, perch ciascun cittadino sapeva a priori che, se anche avesse osato affermare a maggioranza il contrario, c'era una forza a disposizione del Governo che avrebbe annullato il suo voto e il suo responso. (Rumori e interruzioni a destra).
Una voce a destra. - E i due milioni di voti che hanno preso le minoranze?
FARINACCI. - Potevate fare la rivoluzione!
MARAVIGLIA. - Sarebbero stati due milioni di eroi!
MATTEOTTI. - A rinforzare tale proposito del Governo, esiste una milizia armata... (Applausi vivissimi e prolungati a destra e grida di "Viva la milizia").
Voci a destra. - Vi scotta la milizia!
MATTEOTTI. - ...esiste una milizia armata... (Interruzioni a destra - Rumori prolungati).
Voci. - Basta! Basta!
PRESIDENTE. - Onorevole Matteotti, si attenga all'argomento.
MATTEOTTI. - Onorevole Presidente, forse ella non mi intende; ma io parlo di elezioni. Esiste una milizia armata... (Interruzioni a destra) la quale ha questo fondamentale e dichiarato scopo, di sostenere un determinato Capo del Governo bene indicato e nominato nel Capo del fascismo e non, a differenza dell'Esercito, il Capo dello Stato. (Interruzioni e rumori a destra).
Voci a destra - E le guardie rosse?
MATTEOTTI. - Vi  una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse. (Commenti). In aggiunta e in particolare... (Interruzioni), mentre per la legge elettorale la milizia avrebbe dovuto astenersi, essendo in funzione o quando era in funzione, e mentre di fatto in tutta l'Italia specialmente rurale abbiamo constatato in quei giorni la presenza di militi nazionali in gran numero... (Interruzioni - Rumori).
FARINACCI. - Erano i balilla
MATTEOTTI. -  vero, on. Farinacci, in molti luoghi hanno votato anche i balilla! (Approvazioni all'estrema sinistra - Rumori a destra e al centro).
Voce al centro. - Hanno votato i disertori per voi!
GONZALES. - Spirito denaturato e rettificato!
MATTEOTTI. - Dicevo dunque che, mentre abbiamo visto numerosi di questi militi in ogni citt e pi ancora nelle campagne (Interruzioni), gli elenchi degli obbligati alla astensione, depositati presso i Comuni, erano ridicolmente ridotti a tre o quattro persone per ogni citt, per dare l'illusione dell'osservanza di una legge apertamente violata, conforme lo stesso pensiero espresso dal presidente del Consiglio che affidava ai militi fascisti la custodia delle cabine (Rumori).
A parte questo argomento del proposito del Governo di reggersi anche con la forza contro il consenso, e del fatto di una milizia a disposizione di un partito che impedisce all'inizio e fondamentalmente la libera espressione della sovranit popolare ed elettorale e che invalida in blocco l'ultima elezione in Italia, c' poi una serie di fatti che successivamente ha viziate e annullate tutte le singole manifestazioni elettorali. (Interruzioni - Commenti).
Voci a destra. - Perch avete paura! Perch scappate!
MATTEOTTI. - Forse al Messico si usano fare le elezioni non con le schede, ma col coraggio di fronte alle rivoltelle. (Vivi rumori - Interruzioni - Approvazioni all'estrema sinistra).
E chiedo scusa al Messico, se non  vero! (Rumori prolungati).
I fatti cui accenno si possono riassumere secondo i diversi momenti delle elezioni. La legge elettorale chiede... (Interruzioni - Rumori).
GRECO. -  ora di finirla! Voi svalorizzate il Parlamento!
MATTEOTTI. - E allora sciogliete il Parlamento.
GRECO. - Voi non rispettate la maggioranza e non avete diritto di essere rispettati.
MATTEOTTI. - Ciascun partito doveva, secondo la legge elettorale, presentare la propria lista di candidati... (Vivi rumori).
MARAVIGLIA. - Ma parli sulla proposta dell'onorevole Presutti.
MATTEOTTI. - Richiami dunque lei all'ordine il Presidente!
La presentazione delle liste - dicevo - deve avvenire in ogni circoscrizione mediante un documento notarile a cui vanno apposte dalle trecento alle cinquecento firme. Ebbene, onorevoli colleghi, in sei circoscrizioni su quindici le operazioni notarili che si compiono privatamente nello studio di un notaio, fuori della vista pubblica e di quelle che voi chiamate "provocazioni", sono state impedite con violenza. (Rumori vivissimi).
BASTIANINI. - Questo lo dice lei!
Voci dalla destra. - Non  vero, non  vero!
MATTEOTTI. - Volete i singoli fatti? Eccoli: ad Iglesias il collega Corsi stava raccogliendo le trecento firme e la sua casa  stata circondata... (Rumori).
MARAVIGLIA. - Non  vero. Lo inventa lei in questo momento.
FARINACCI. - Va a finire che faremo sul serio quello che non abbiamo fatto!
LUSSU. -  la verit,  la verit!...
MATTEOTTI. - A Melfi... (Rumori vivissimi - Interruzioni). A Melfi  stata impedita la raccolta delle firme con la violenza (Rumori). In Puglia fu bastonato un notaio. (Rumori vivissimi).
ALDI-MAI. - Ma questo nei ricorsi non c'! In nessuno dei ricorsi! Ho visto gli atti delle Puglie e in nessun ricorso  accennato il fatto di cui parla l'on. Matteotti.
FARINACCI. - Vi faremo cambiare sistema. E dire che sono quelli che vogliono la normalizzazione!
MATTEOTTI. - A Genova (Rumori vivissimi) i fogli con le firme gi raccolte furono portati via dal tavolo su cui erano stati firmati.
Voci. - Perch erano falsi.
MATTEOTTI. - Se erano falsi, dovevate denunciarli ai magistrati!
FARINACCI. - Perch non ha fatto i reclami alla Giunta delle elezioni?
MATTEOTTI. - Ci sono.
Una voce dal banco delle Commissioni. - No, non ci sono; li inventa lei.
PRESIDENTE. - La Giunta delle elezioni dovrebbe dare esempio di compostezza! I componenti della Giunta delle elezioni parleranno dopo.
Onorevole Matteotti, continui.
MATTEOTTI. - Io espongo fatti che non dovrebbero provocare rumori. I fatti o sono veri o li dimostrate falsi. Non c' offesa, non c' ingiuria per nessuno in ci che dico; c' una descrizione di fatti.
TERUZZI. - Che non esistono!
MATTEOTTI. - Da parte degli onorevoli componenti della Giunta delle elezioni si protesta che alcuni di questi fatti non sono dedotti o documentati presso la Giunta delle elezioni. Ma voi sapete benissimo come una situazione e un regime di violenza non solo determinino i fatti stessi, ma impediscano spesse volte la denuncia e il reclamo formale.
Voi sapete che persone, le quali hanno dato il loro nome per attestare sopra un giornale o in un documento che un fatto era avvenuto, sono state immediatamente percosse e messe quindi nella impossibilit di confermare il fatto stesso. Gi nelle elezioni del 1921, quando ottenni da questa Camera l'annullamento per violenze di una prima elezione fascista, molti di coloro che attestarono i fatti davanti alla Giunta delle elezioni, furono chiamati alla sede fascista, furono loro mostrate le copie degli atti esistenti presso la Giunta delle elezioni illecitamente comunicate, facendo ad essi un vero e proprio processo privato perch avevano attestato il vero o firmati i documenti!
In seguito al processo fascista essi furono boicottati dal lavoro o percossi. (Rumori - Interruzioni).
Voci a destra. - Lo provi.
MATTEOTTI. - La stessa Giunta delle elezioni ricevette allora le prove del fatto.
Ed  per questo, o onorevoli colleghi, che noi spesso siamo costretti a portare in questa Camera l'eco di quelle proteste che altrimenti nel Paese non possono avere alcun'altra voce ed espressione. (Applausi dell'estrema sinistra).
In sei circoscrizioni, abbiamo detto, le formalit notarili furono impedite colla violenza, e per arrivare in tempo si dovette supplire malamente e come si pot con nuove firme di altre provincie. A Reggio Calabria, per esempio, abbiamo dovuto provvedere con nuove firme per supplire quelle che in Basilicata erano state impedite.
Una voce dal banco della Giunta. - Dove furono impedite?
MATTEOTTI. - A Melfi, a Iglesias, in Puglia... devo ripetere? (Interruzioni - Rumori).
Presupposto essenziale di ogni elezione  che i candidati, cio coloro che domandano al suffragio elettorale il voto, possano esporre, in contraddittorio con il programma del Governo, in pubblici comizi o anche in privati locali, le loro opinioni. In Italia, nella massima parte dei luoghi, anzi quasi da per tutto, questo non fu possibile.
Una voce. - Non  vero! Parli l'onorevole Mazzoni. (Rumori).
MATTEOTTI. - Su ottomila comuni italiani, e su mille candidati delle minoranze, la possibilit  stata ridotta a un piccolissimo numero di casi, soltanto l dove il partito dominante ha consentito per alcune ragioni particolari o di luogo o di persona. (Interruzioni - Rumori).
Volete i fatti?
La Camera ricorder l'incidente occorso al collega Gonzales.
TERUZZI. - Noi ci ricordiamo del 1919, quando buttavate gli ufficiali nel Naviglio. Io, per un anno, sono andato a casa con la stessa pena di morte sulla testa!
MATTEOTTI. - Onorevoli colleghi, se voi volete contrapporci altre elezioni, ebbene io domando la testimonianza di un uomo che siede al banco del Governo, se nessuno possa dichiarare che ci sia stato un solo avversario che non abbia potuto parlare in contraddittorio con me nel 1919.
Voci. - Non  vero! non  vero!
FINZI, sottosegretario di Stato per l'interno. - Bianchi! Proprio lei ha impedito di parlare a Michele Bianchi!
MATTEOTTI. - Lei dice il falso! (Interruzioni - Rumori). Il fatto  semplicemente questo, che l'onorevole Michele Bianchi con altri teneva un comizio a Badia Polesine. Alla fine del comizio che essi tennero, sono arrivato io e ho domandato la parola in contraddittorio. Essi rifiutarono e se ne andarono e io rimasi a parlare. (Rumori - Interruzioni).
FINZI, sottosegretario di Stato per l'interno. - Non  cos!
MATTEOTTI. - Porter i giornali vostri che lo attestano.
FINZI, sottosegretario di Stato per l'interno. - Lo domandi all'onorevole Merlin che  il pi vicino a lei! L'onorevole Merlin cristianamente deporr.
MATTEOTTI. - L'on. Merlin ha avuto numerosi contraddittor con me, e nessuno fu impedito e stroncato. Ma lasciamo stare il passato. Non dovevate voi essere i rinnovatori del costume italiano? Non dovevate voi essere coloro che avrebbero portato un nuovo costume morale nelle elezioni? (Rumori) e, signori che mi interrompete, anche qui nell'assemblea? (Rumori a destra).
TERUZZI. -  ora di finirla con queste falsit.
MATTEOTTI. - L'inizio della campagna elettorale del 1924 avvenne dunque a Genova, con una conferenza privata e per inviti, da parte dell'onorevole Gonzales. Orbene, prima ancora che si iniziasse la conferenza, i fascisti invasero la sala e a furia di bastonate impedirono all'oratore di aprire nemmeno la bocca. (Rumori - Interruzioni - Apostrofi).
Una voce. - Non  vero, non fu impedito niente. (Rumori).
MATTEOTTI. - Allora rettifico! Se l'onorevole Gonzales dovette passare 8 giorni a letto, vuol dire che si  ferito da solo, non fu bastonato. (Rumori - Interruzioni). L'onorevole Gonzales, che  uno studioso di San Francesco, si  forse autoflagellato! (Si ride - Interruzioni).
A Napoli doveva parlare... (Rumori vivissimi - Scambio di apostrofi fra alcuni deputati che siedono all'estrema sinistra).
PRESIDENTE. - Onorevoli colleghi; io deploro quello che accade. Prendano posto e non turbino la discussione! Onorevole Matteotti, prosegua, sia breve, e concluda.
MATTEOTTI. - L'Assemblea deve tenere conto che io debbo parlare per improvvisazione, e che mi limito...
Voci. - Si vede che improvvisa! E dice che porta dei fatti!
GONZALES. - I fatti non sono improvvisati! (Rumori).
MATTEOTTI. - Mi limito, dico, alla nuda e cruda esposizione di alcuni fatti. Ma se per tale forma di esposizione domando il compatimento dell'Assemblea... (Rumori) non comprendo come i fatti senza aggettivi e senza ingiurie possano sollevare urla e rumori.
Dicevo dunque che ai candidati non fu lasciata nessuna libert di esporre liberamente il loro pensiero in contraddittorio con quello del Governo fascista e accennavo al fatto dell'onorevole Gonzales, accennavo al fatto dell'onorevole Bentini a Napoli, alla conferenza che doveva tenere il capo dell'opposizione costituzionale, l'onorevole Amendola, e che fu impedita... (Oh, oh! - Rumori).
Voci a destra. - Ma che costituzione! Sovversivo come voi! Siete d'accordo tutti!
MATTEOTTI. - Vuol dire dunque che il termine "sovversivo" ha molta elasticit!
GRECO. - Chiedo di parlare sulle affermazioni dell'onorevole Matteotti.
MATTEOTTI. - L'onorevole Amendola fu impedito di tenere la sua conferenza, per la mobilitazione, documentata, da parte di comandanti di corpi armati, i quali intervennero in citt...
PRESUTTI. - Dica bande armate, non corpi armati!
MATTEOTTI. - Bande armate, le quali impedirono la pubblica e libera conferenza. (Rumori).
Del resto, noi ci siamo trovati in queste condizioni: su 100 dei nostri candidati, circa 60 non potevano circolare liberamente nella loro circoscrizione!
Voci di destra. - Per paura! Per paura! (Rumori - Commenti).
FARINACCI. - Vi abbiamo invitati telegraficamente!
MATTEOTTI. - Non credevamo che le elezioni dovessero svolgersi proprio come un saggio di resistenza inerme alle violenze fisiche dell'avversario, che  al Governo e dispone di tutte le forze armate! (Rumori).
Che non fosse paura, poi, lo dimostra il fatto che, per un contraddittorio, noi chiedemmo che ad esso solo gli avversari fossero presenti, e nessuno dei nostri; perch, altrimenti, voi sapete come  vostro costume dire che "qualcuno di noi ha provocato" e come "in seguito a provocazioni" i fascisti "dovettero" legittimamente ritorcere l'offesa, picchiando su tutta la linea! (Interruzioni).
Voci di destra. - L'avete studiato bene!
PEDRAZZI. - Come siete pratici di queste cose, voi!
PRESIDENTE. - Onorevole Pedrazzi!
MATTEOTTI. - Comunque, ripeto, i candidati erano nella impossibilit di circolare nelle loro circoscrizioni!
Voci di destra. - Avevano paura!
TURATI FILIPPO. - Paura! S, paura! Come nella Sila, quando c'erano i briganti, avevamo paura. (Vivi rumori a destra - Approvazioni a sinistra).
Una voce. - Lei ha tenuto il contraddittorio con me ed  stato rispettato.
TURATI FILIPPO. - Ho avuto la vostra protezione a mia vergogna! (Applausi a sinistra - Rumori a destra).
PRESIDENTE. - Concluda, onorevole Matteotti. Non provochi incidenti!
MATTEOTTI. - Io protesto! Se ella crede che non gli altri mi impediscano di parlare, ma che sia io a provocare incidenti, mi seggo e non parlo! (Approvazioni a sinistra - Rumori prolungati).
PRESIDENTE. - Ha finito? Allora ha facolt di parlare l'onorevole Rossi...
MATTEOTTI. - Ma che maniera  questa! Lei deve tutelare il mio diritto di parlare! Io non ho offeso nessuno! riferisco soltanto dei fatti: Ho diritto di essere rispettato! (Rumori prolungati - Conversazioni).
CASERTANO, presidente della Giunta delle elezioni. - Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. - Ha facolt di parlare l'onorevole presidente della Giunta delle elezioni. C' una proposta di rinvio degli atti alla Giunta.
MATTEOTTI. - Onorevole Presidente!...
PRESIDENTE. - Onorevole Matteotti, se ella vuol parlare, ha facolt di continuare, ma prudentemente.
MATTEOTTI. - Io chiedo di parlare non prudentemente, n imprudentemente, ma parlamentarmente!
PRESIDENTE. - Parli, parli.
MATTEOTTI. - I candidati non avevano libera circolazione... (Rumori - Interruzioni).
PRESIDENTE. - Facciano silenzio! Lascino parlare!
MATTEOTTI. - Non solo non potevano circolare, ma molti di essi non potevano neppure risiedere nelle loro stesse abitazioni, nelle loro stesse citt. Alcuno, che rimase al suo posto, ne vide poco dopo le conseguenze. Molti non accettarono la candidatura, perch sapevano che accettare la candidatura voleva dire non aver pi lavoro l'indomani o dover abbandonare il proprio paese ed emigrare all'estero. (Commenti).
Una voce. - Erano disoccupati!
MATTEOTTI. - No, lavorano tutti, e solo non lavorano, quando voi li boicottate.
Voci di destra. - E quando li boicottavate voi?
FARINACCI. - Lasciatelo parlare! Fate il loro giuoco!
MATTEOTTI. - Uno dei candidati, l'onorevole Piccinini, al quale mando a nome del mio gruppo un saluto... (Rumori).
Voci. - E Berta? Berta?
MATTEOTTI. - ...conobbe cosa voleva dire obbedire alla consegna del proprio partito. Fu assassinato nella sua casa, per avere accettata la candidatura nonostante prevedesse quale sarebbe stato per essere il destino suo all'indomani. (Rumori).
Ma i candidati - voi avete ragione di urlarmi, onorevoli colleghi - i candidati devono sopportare la sorte della battaglia e devono prendere tutto quello che  nella lotta che oggi imperversa. Io accenno soltanto, non per domandare nulla, ma perch anche questo  un fatto concorrente a dimostrare come si sono svolte le elezioni. (Approvazioni all'estrema sinistra).
Un'altra delle garanzie pi importanti per lo svolgimento di una libera elezione era quella della presenza e del controllo dei rappresentanti di ciascuna lista, in ciascun seggio. Voi sapete che, nella massima parte dei casi, sia per disposizione di legge, sia per interferenze di autorit, anche in seguito a tutti gli scioglimenti di Consigli comunali imposti dal Governo e dal partito dominante - risultarono composti quasi totalmente di aderenti al partito dominante.
Quindi l'unica garanzia possibile, l'ultima garanzia esistente per le minoranze, era quella della presenza del rappresentante di lista al seggio. Orbene, essa venne a mancare. Infatti, nel 90 per cento, e credo in qualche regione fino al 100 per cento dei casi, tutto il seggio era fascista e il rappresentante della lista di minoranza non pot presenziare le operazioni. Dove and, meno in poche grandi citt e in qualche rara provincia, esso sub le violenze che erano minacciate a chiunque avesse osato controllare dentro il seggio la maniera come si votava, la maniera come erano letti e constatati i risultati.
Per constatare il fatto, non occorre nuovo reclamo o documento. Basta che la Giunta delle elezioni esamini i verbali di tutte le circoscrizioni, e controlli i registri. Quasi dappertutto le operazioni si sono svolte fuori della presenza di alcun rappresentante di lista. Veniva cos a mancare l'unico controllo, l'unica garanzia, sopra la quale si pu dire se le elezioni si sono svolte nelle dovute forme e colla dovuta legalit.
Noi possiamo riconoscere che, in alcuni luoghi, in alcune poche citt e in qualche provincia, il giorno delle elezioni vi  stata una certa libert. Ma questa concessione limitata della libert nello spazio e nel tempo - e l'onorevole Farinacci, che  molto aperto, me lo potrebbe ammettere - fu data ad uno scopo evidente: dimostrare, nei centri pi controllati dall'opinione pubblica e in quei luoghi nei quali una pi densa popolazione avrebbe reagito alla violenza con una evidente astensione controllabile da parte di tutti, che una certa libert c' stata.
Ma, strana coincidenza, proprio in quei luoghi dove fu concessa a scopo dimostrativo quella libert, le minoranze raccolsero una tale abbondanza di suffragi, da superare la maggioranza - con questa conseguenza per, che la violenza, che non si era avuta prima delle elezioni, si ebbe dopo le elezioni.
E noi ricordiamo quello che  avvenuto specialmente nel Milanese e nel Genovesato ed in parecchi altri luoghi, dove le elezioni diedero risultati assai poco soddisfacenti in confronto alla lista fascista. Si ebbero distruzioni di giornali, devastazioni di locali, bastonature alle persone. Distruzioni che hanno portato milioni di danni... (Vivissimi rumori al centro a destra).
Una voce a destra. - Ricordatevi delle devastazioni dei comunisti!
MATTEOTTI. - Onorevoli colleghi, ad un comunista potrebbe essere lecito, secondo voi, di distruggere la ricchezza nazionale, ma non ai nazionalisti, n ai fascisti come vi vantate voi!
Si sono avuti, dicevo, danni per parecchi milioni, tanto che persino un alto personaggio, che ha residenza in Roma, ha dovuto accorgersene, mandando la sua adeguata protesta e il soccorso economico.
In che modo si votava? La votazione avvenne in tre maniere: l'Italia  una, ma ha ancora diversi costumi.
Nella valle del Po, in Toscana e in altre regioni che furono citate all'ordine del giorno dal presidente del Consiglio per l'atto di fedelt che diedero al Governo fascista, e nelle quali i contadini erano stati prima organizzati dal partito socialista, o dal partito popolare, gli elettori votavano sotto controllo del partito fascista con la "regola del tre". Ci fu dichiarato e apertamente insegnato persino da un prefetto, dal prefetto di Bologna: i fascisti consegnavano agli elettori il bollettino contenente tre numeri o tre nomi, secondo i luoghi (Interruzioni), variamente alternati in maniera che tutte le combinazioni, cio tutti gli elettori in ciascuna sezione, uno per uno, potessero essere controllati e riconosciuti personalmente nel loro voto.
In moltissime provincie, a cominciare dalla mia, dalla provincia di Rovigo, queste metodo risult eccellente.
FINZI, sottosegretario di Stato per l'interno. - Evidentemente lei non c'era! Questo metodo non fu usato!
MATTEOTTI. - Onorevole Finzi, sono lieto che, con la sua negazione, ella venga implicitamente a deplorare il metodo che  stato usato.
FINZI, sottosegretario di Stato per l'interno. - Lo provi.
MATTEOTTI. - In queste regioni tutti gli elettori...
CIARLANTINI. - Lei ha un trattato; perch non lo pubblica?
MATTEOTTI. - Lo pubblicher quando mi si assicurer che le tipografie del Regno sono indipendenti e sicure (Vivissimi rumori al centro e a destra); perch, come tutti sanno, anche durante le elezioni, i nostri opuscoli furono sequestrati, i giornali invasi, le tipografie devastate o diffidate di non pubblicare le nostre cose. (Rumori).
Voci. - No! No!
MATTEOTTI. - Nella massima parte dei casi per non vi fu bisogno delle sanzioni, perch i poveri contadini sapevano inutile ogni resistenza e dovevano subire la legge del pi forte, la legge del padrone, votando, per tranquillit della famiglia, la terna assegnata a ciascuno dal dirigente locale del Sindacato fascista o dal fascio. (Vivi rumori - Interruzioni).
SUARDO. - L'onorevole Matteotti non insulta me rappresentante; insulta il popolo italiano ed io, per la mia dignit, esco dall'Aula. (Rumori - Commenti).
La mia citt in ginocchio ha inneggiato al Duce Mussolini; sfido l'onorevole Matteotti a provare le sue affermazioni. Per la mia dignit di soldato, abbandono quest'Aula. (Applausi - Commenti).
TERUZZI. - L'onorevole Suardo  medaglia d'oro! Si vergogni, on. Matteotti. (Rumori all'estrema sinistra).
PRESIDENTE. - Facciano silenzio! Onorevole Matteotti, concluda!
MATTEOTTI. - Io posso documentare e far nomi. In altri luoghi invece furono incettati i certificati elettorali, metodo che in realt era stato usato in qualche piccola circoscrizione anche nell'Italia pre-fascista, ma che dall'Italia fascista ha avuto l'onore di essere esteso a larghissime zone del meridionale; incetta di certificati, per la quale, essendosi determinata una larga astensione degli elettori che non si ritenevano liberi di esprimere il loro pensiero, i certificati furono raccolti e affidati a gruppi di individui, i quali si recavano alle sezioni elettorali per votare con diverso nome, fino al punto che certuni votarono dieci o venti volte e che giovani di venti anni si presentarono ai seggi e votarono a nome di qualcheduno che aveva compiuto i 60 anni. (Commenti). Si trovarono solo in qualche seggio pochi, ma autorevoli magistrati, che, avendo rilevato il fatto, riuscirono ad impedirlo.
TORRE EDOARDO. - Basta, la finisca! (Rumori - Commenti).
Che cosa stiamo a fare qui? Dobbiamo tollerare che ci insulti? (Rumori - Alcuni deputati scendono nell'emiciclo).
TORRE EDOARDO. - Per voi ci vuole il domicilio coatto e non il Parlamento! (Commenti - Rumori).
Voci. - Vada in Russia!
PRESIDENTE. - Facciano silenzio! E lei, onorevole Matteotti, concluda!
MATTEOTTI. - Coloro che ebbero la ventura di votare e di raggiungere le cabine, ebbero, dentro le cabine, in moltissimi Comuni, specialmente della campagna, la visita di coloro che erano incaricati di controllare i loro voti. Se la Giunta delle elezioni volesse aprire i plichi e verificare i cumuli di schede che sono state votate, potrebbe trovare che molti voti di preferenza sono stati scritti sulle schede tutti dalla stessa mano, cos come altri voti di lista furono cancellati, o addirittura letti al contrario.
Non voglio dilungarmi a descrivere i molti altri sistemi impiegati per impedire la libera espressione della volont popolare. Il fatto  che solo una piccola minoranza di cittadini ha potuto esprimere liberamente il suo voto: il pi delle volte, quasi esclusivamente coloro che non potevano essere sospettati di essere socialisti. I nostri furono impediti dalla violenza; mentre riuscirono pi facilmente a votare per noi persone nuove e indipendenti, le quali, non essendo credute socialiste, si sono sottratte al controllo e hanno esercitato il loro diritto liberamente.
A queste nuove forze che manifestano la reazione della nuova Italia contro l'oppressione del nuovo regime, noi mandiamo il nostro ringraziamento. (Applausi all'estrema sinistra - Rumori dalle altre parti della Camera).
Per tutte queste ragioni, e per le altre che di fronte alle vostre numerose sollecitazioni rinunzio a svolgere, ma che voi ben conoscete perch ciascuno di voi ne  stato testimonio per lo meno (Rumori) ...per queste ragioni noi domandiamo l'annullamento in blocco della elezione di maggioranza.
Voci alla destra. - Accettiamo. (Vivi applausi a destra e al centro).
MATTEOTTI. - Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l'autorit dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti voi s, veramente, rovinate quella che  l'intima essenza, la ragione morale della Nazione. Non continuate pi oltre a tenere la Nazione divisa in padroni e sudditi, poich questo sistema certamente provoca la licenza e la rivolta.
Se invece la libert  data, ci possono essere errori, eccessi momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli correggere da s medesimo. (Interruzioni a destra).
Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da s e deve essere governato con la forza. Molto danno avevano fatto le dominazioni straniere. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l'opera nostra.
Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranit del popolo italiano al quale mandiamo il pi alto saluto; e crediamo di rivendicarne la dignit, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni. (Applausi all'estrema sinistra - Vivi rumori)(18).
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UN INCIDENTE MATTEOTTI - MUSSOLINI NELLA SEDUTA DEL 4 GIUGNO 1924.
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Durante il discorso dell'on. Facchinetti, ad un accenno all'amnistia concessa ai disertori nel 1919, l'on. MATTEOTTI interruppe:
"Il decreto di amnistia ai disertori fu approvato in massima nel '19; anche il Popolo d'Italia, organo personale dell'on. Mussolini...
MUSSOLINI. - Non  vero! Non  vero!
MATTEOTTI. - Vi abbiamo pubblicato i brani del vostro giornale e ve li ripubblicheremo testualmente.
MUSSOLINI, rilevando alcune interruzioni dell'onorevole Matteotti su taluni atteggiamenti che avrebbe assunto nel 1919 il Popolo d'Italia, dichiara di rivendicare la piena responsabilit di tali atteggiamenti. Teme per che l'on. Matteotti abbia inteso giocargli un brutto tiro, riferendosi ai discorsi violentissimi che egli pronunci in pi occasioni contro l'amnistia dei disertori, discorsi nei quali egli and al di l di certi limiti che oggi per debito di coscienza non potrebbe mantenere. Deve del resto ricordare che nel '919 egli fu l'unico uomo politico, e il Popolo d'Italia l'unico giornale, che ebbero il coraggio di difendere quel gen. Graziani che fu chiamato nelle giornate di Caporetto il fucilatore. Questo ha voluto dichiarare perch nel '19 egli era perfettamente al suo posto (Vivi applausi).
MATTEOTTI. - Per quanto si riferisce alle recenti dichiarazioni dell'on. Mussolini, ne prendo atto, ma resta confermato che approv l'amnistia ai disertori attraverso gli articoli del Popolo d'Italia, che sono stati riprodotti dal nostro giornale.
MUSSOLINI. - Ne avete pubblicat soltanto alcuni.
MATTEOTTI. - Che vuole? Che noi pubblichiamo l'edizione completa dei suoi lavori?
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L'ULTIMO APPELLO PER IL PARTITO SOCIALISTA UNITARIO.
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Da molte Sezioni e da molti lavoratori e compagni sono giunte in questi giorni manifestazioni di plauso e di consenso all'opera del Gruppo Parlamentare Socialista Unitario.
La Segreteria  lieta di tali manifestazioni perch suonano concordia precisa di intenti tra il gruppo, il partito e le masse lavoratrici, e perch in tal modo si conferma il mandato che i lavoratori hanno dato ai nostri rappresentanti in Parlamento.
Ma non basta.
Non basta plaudire ai nostri deputati. Non basta soprattutto attendere da essi che facciano per gli altri quello che dai loro banchi non possono ottenere.
Il Parlamento  ottima tribuna per la manifestazione delle nostre idee in contrasto con quelle della fazione dominante; e per illuminare la pubblica opinione sulla verit delle cose. Ma sarebbe vano purtroppo attendere dall'attuale Parlamento pi di tanto in questo momento. Se, come noi diciamo, il regime attuale  di dittatura, non  possibile attendere la salute dagli organi e dalle persone stesse della dittatura.
Piuttosto i compagni, i lavoratori di tutta Italia raccolgano la parola e l'esempio dei compagni in Parlamento, profittino dei nuovi semi sparsi largamente tra il pubblico, e insistano e intensifichino l'opera loro nelle citt e nelle campagne, chiamando intorno alla bandiera riconsacrata del socialismo e insegnando la dignit della resistenza all'illegalismo. Trasformino cio gli applausi e le parole in azione.
Allora dall'azione di tutti trarranno pi fede e pi forza i compagni deputati; cos come hanno dimostrato di trarla dallo sforzo e dal sacrificio elettorale dei lavoratori che per essi hanno votato.
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EPILOGO.
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Il primo dei due scritti di questo epilogo fu pubblicato ne La Giustizia del 1 maggio 1923, a logica protesta contro l'abolizione della festa del primo maggio, decretata dal governo fascista; il secondo apparve nella Critica Sociale, a. XXIV, n. 1.
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UN'ALTRA FESTA DA ABOLIRE: LA FESTA DELLO STATUTO.
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Non basta abolire la festa del Primo Maggio. C' un'altra festa ormai da abolire.
Come, dopo vinto il proletariato in due anni di lotta, la democrazia costituzionale rese le armi al fascismo in otto giorni, cos, dopo il primo maggio, pu essere cancellata dal calendario anche la festa dello Statuto.
Lo Statuto per lo meno  gi decaduto in Italia. I professori d'universit che ci esaltarono la magnanimit del Re concedente, e la fine dei tempi dell'arbitrio, non hanno pi voce per ricordarsene.
L'art. 24 dello Statuto garantiva a tutti i cittadini "i diritti civili e politici e l'ammissibilit alle cariche civili e militari".
Ma il partito fascista al potere licenzia dalle Amministrazioni i cittadini socialisti e costituisce, accanto all'esercito, un nuovo esercito, tutto suo, obbediente personalmente al capo del fascismo, costituito di tutti fascisti e solo di fascisti. Cio, come in Russia, un partito armato si accampa in Italia come in un paese di conquista, e reclama da tutti gli altri l'obbedienza pi assoluta.
L'art. 26 "garantisce la libert individuale". Ma sembra in facolt di ciascun direttorio locale fascista di decretare il bando a chicchessia, di assalire i viaggiatori nei treni, ecc.
Lo stesso art. 26 ammette "l'arresto solo nei casi e nelle forme di legge".
Ma qualunque camicia nera, anche non irreggimentata nella milizia, si  assunta il potere della legge, anche per puri motivi di persecuzione politica.
L'art. 27 assicura: "Il domicilio  inviolabile. Niuna visita domiciliare pu aver luogo se non in forza della legge".
Ma il domicilio dei lavoratori e dei socialisti  aperto a chiunque di giorno o di notte vi s'introduca, terrorizzando donne e fanciulli. Niuno oser farne denuncia. Nessuno oser punire la violazione.
L'art. 28 garantisce "la libert di stampa ".
Ma nell'attuale regime un Questore pu minacciare punizioni ai giornali che osino pubblicare certe notizie. E ogni dirigente di fascio pu minacciare la distruzione della tipografia se il giornale segue certe direttive; minacciare la vita dei redattori se accentuano il tono; bruciare le copie che contengono un articolo sgradito; imporre il licenziamento di un direttore o di un redattore, ecc.(19).
Art. 29: "Tutte le propriet sono inviolabili, senza alcuna eccezione".
Ma il nuovo regime permette un'eccezione per i beni collettivi dei lavoratori, cooperative, case del popolo e simili. Esse possono essere minacciate, accaparrate, incendiate, tenute in possesso dai fascisti, senza risarcimento o pagamento, per diritto di conquista.
L'art. 32 (" riconosciuto il diritto di adunarsi pacificamente, e senz'armi, uniformandosi alle leggi")  ormai sostituito dal seguente:
"I socialisti non possono tenere riunioni pubbliche. Per le riunioni private, sono soggetti all'accusa di complotto e all'incarceramento; quanto meno potranno essere perquisiti e inquisiti. I sindacati operai si riuniscono solo secondo il beneplacito fascista, e purch non prendano deliberazioni sgradite al fascismo. Qualche eccezione potr essere sopportata nelle pi grandi citt; ma nelle campagne anche l'incontro di tre persone  immediatamente soggetto a repressione fascista".
Non importa continuare la enumerazione degli articoli; e non ricorderemo quelli che riguardano le prerogative della Camera, del Senato o del re. Ognuno  padrone di rinunciare alle sue cose.
Ma resta il fatto che la rivoluzione fascista ci riporta pi indietro del 1848 o della rivoluzione francese.
La borghesia, che ha rinunziato alle libert per paura del bolscevismo verbale, vi ha rinunziato definitivamente, rinnegando tutte le ragioni di progresso civile ed economico che un secolo fa l'indussero al movimento opposto? E poich si potrebbe dimostrare che vi ha rinunziato proprio quando il proletariato aveva gi abbandonate le inutili esagerazioni, e che la rinunzia lede anche i suoi stessi interessi, baster la vilt a perpetuarne la nuova schiavit a una fazione? Quest' il problema di oggi.
I lavoratori, che in altri tempi hanno aiutato la prima borghesia a conquistarsi la sua libert, hanno appreso in questo tempo che la libert politica  la prima loro necessit; che dovranno essi diventarne i difensori diretti.
Frattanto il Governo pu preparare un altro decreto: "In seguito all'abolizione e proibizione del Primo Maggio, anche la festa dello Statuto  abolita".
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DOPO UN ANNO DI DOMINAZIONE FASCISTA.
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La giustificazione del rivolgimento fascista era presentata in questo duplice scopo: ristabilire l'autorit dello Stato e della legge, che si diceva diminuita dal bolscevismo prima e dalle bande armate del fascismo poi, soverchianti la debolezza del regime democratico; - restaurare la finanza e la economia nazionale, portate sull'orlo del fallimento.
Se i due scopi siano stati perseguiti o raggiunti - in modo da giustificare l'assalto violento del fascismo, che port la Nazione al rischio di una guerra civile e comunque limit la libert e le garanzie dei cittadini -  oramai tempo, dopo un anno, di constatare.
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Mai come in questo periodo di tempo la legge  divenuta una finzione, che non offre pi nessuna garanzia per nessuno. La libert personale, di domicilio, di riunione non sono pi regolate dallo Statuto, e neppure dai soli capricci della polizia, ma continuano ad essere alla merc di qualsiasi capo fascista. Ottanta cittadini italiani sono stati in quest'anno uccisi impunemente dai cittadini che godono il privilegio fascista, e le stesse esecuzioni sommarie, pubblicamente organizzate e condotte, non hanno avuto alcuna sanzione, non che di condanne, neppure di procedimenti giudiziarii. Migliaia di cittadini sono stati bastonati, percossi, feriti; centinaia di domicilii invasi o devastati, senza che la polizia se ne sia mai accorta.
La libert di stampa dovrebbe essere garantita dallo Statuto, ma non passa settimana che un giornale non sia o soppresso illegalmente dai Prefetti e dai Questori, o assalito e devastato da fascisti, o per lo meno pubblicamente minacciato di violenza, non tanto per avere commesso reati, ma semplicemente per avere esercitato opera legittima di opposizione.
Lo Stato ha finito per perdere ogni autorit. Esso  sostituito o asservito al partito dominante. I Prefetti non decidono autonomamente, ma sono chiamati a rapporto o ricevono ordini da individui fascisti, che non occupano alcun posto superiore nella gerarchia statale. La polizia  esercitata non a vantaggio della Nazione, ma del partito al potere, il quale  anzi entrato addirittura, tutto armato, a costituire esso la polizia.
Nessun cittadino sente sopra di s la vigilanza di uno Stato; ognuno sente solo la minaccia di un partito che  padrone dello Stato, cosicch chi  membro del partito crede se stesso lo Stato; chi  avverso al fascismo,  costretto a confondere lo Stato nella sua avversione contro il partito dominante.
E i liberi Comuni italiani sono tutti in mano a Commissarii regi o alla discrezione del locale capofascista.
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Ma la soppressione delle civiche libert, la confusione della legge con l'arbitrio, dello Stato col partito, hanno essi almeno servito per quella restaurazione economica e finanziaria che doveva salvare l'Italia dal baratro?
Guardiamo alle cifre, agli indici dei fatti economici e finanziarii pi importanti dell'anno fascista, confrontati con quelli degli anni antecedenti.
I cambi, sui quali si erano fatte concepire tante speranze, segnavano nei mesi di gennaio-settembre 1922, cio nel vecchio regime, una media di 20,8 per New York. Sono peggiorati nell'anno fascista con una media di 21,7, che negli ultimi due mesi si  aggravata ancora intorno ai 23. Certo vi contribuisce quella irresoluzione delle questioni internazionali, che turba ancora l'Europa, ma che la turbava anche coi precedenti Governi, e che non pot essere migliorata dal consenso di Mussolini alla invasione della Ruhr.
La bilancia commerciale, che dava nei primi 9 mesi del 1922 una importazione di 11.163 milioni, una esportazione di 6349 e quindi un deficit di 4814, ha dato nello stesso periodo del 1923 un aumento di 1512 nelle importazioni, un aumento di 976 nelle esportazioni, e quindi un maggior deficit di 536 milioni. Ma nei mesi di ottobre e novembre vi  gi un miglioramento, che meglio corrisponde al progressivo miglioramento del dopoguerra(20).
Miglioramenti e peggioramenti sono comunque contenuti entro limiti assai ristretti e dipendono spesso da cause niente affatto connesse con la politica pi o meno fascista (raccolto del grano e delle barbabietole, terremoto giapponese che fece elevare i prezzi della seta, ecc.).
 vero che la disinvoltura del Governo fascista  arrivata perfino a vantare come proprio merito il raccolto granario di 54 milioni di quintali nel 1923. Ma quando si pensi che nel 1921 (cio in pieno bolscevismo) se n'erano avuti quasi altrettanti (52,4) e subito avanti la guerra 58 (1913), si vede bene che il vanto non regge.
 pi vero che i Depositi presso Banche e Casse di risparmio sono nell'ultimo anno saliti da 28 a 32 miliardi, ma  anche vero che nei due anni antecedenti 1920-21 e 1921-22, quantunque la lue democratica non fosse ancor stata vinta, detti depositi erano pur saliti da 20 a 28 miliardi.
Pi vero  che i titoli in Borsa, sia di Societ private, sia di Stato, sono saliti di valore e assai pi che negli anni anteriori. Ma, a parte che ci non muta la reale e sostanziale ricchezza italiana,  vero altres che, contemporaneamente al salire dei valori capitalistici, si ha, col trionfo del fascismo nelle diverse zone d'Italia, la diminuzione dei salari e degli stipendi del lavoro, in quote variabili dal 10 al 25 per cento.
Ci dimostrerebbe pi esattamente che col fascismo quasi nulla  mutato nella economia italiana, e sono semplicemente continuati il moto di miglioramento e l'opera di ricostruzione di quello che la guerra ha distrutto. Di nuovo c' questo solo: la ricostruzione avviene ora quasi tutta a spese delle classi inferiori e a vantaggio delle pi ricche.
La sostanza intrinseca, in altre parole, non  mutata: la economia italiana  intrinsecamente sana ed  in progresso.  mutata soltanto, col fascismo, la distribuzione, nella quale si sono avvantaggiati i capitalisti e gli speculatori a danno dei proletari e della piccola borghesia.
Tanto maggiore danno hanno avuto le classi inferiori dal periodo fascista, quanto pi si  accentuato il caro-vita. L'indice Bachi, che era a 708 nel 1922,  salito a 725 colla media del 1923. Invano nel 1920-21, quando i prezzi si pareggiavano alla svalutazione della moneta, si  dato ad intendere che il carovita era da attribuirsi all'ingordigia degli operai. Ora invece si addimostra in pieno che, diminuiti pure i salar, la speculazione dei produttori e degli affaristi e la protezione loro concessa dallo Stato riescono a mantenere i prezzi ad uguale e maggiore altezza, a danno di tutti i consumatori italiani.
I fascisti vantano anche una sensibile diminuzione del numero dei disoccupati. Ma  stato omesso di aggiungere che sono variati i metodi e gli organi di rilievo, che in certe zone sono escluse dal rilievo categorie intere di disoccupati perseguitati, e che, infine e soprattutto, si ha ora, rispetto al periodo antecedente, un numero doppio e pi che doppio di emigrati, che non trovano pi lavoro in Italia o dovettero lasciare ad altri il proprio posto, perch non vollero piegarsi al giogo fascista.
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Del resto, perch la economia italiana avrebbe dovuto avvantaggiarsi per l'avvento del fascismo? Certo si sarebbe avvantaggiata per la cessazione delle bande armate, che nel 1921-22 occupavano una parte del paese, togliendo ogni forza alla autorit dello Stato. Ma, poich questo non avvenne, e le bande non fecero che divenire milizia di partito accampata nello Stato, la politica interna non miglior se non trasformando la rissa in istato di terrore.
Avrebbe dovuto migliorare per il liberismo doganale? No, perch anche questo fu promessa vana, che parve divenire realt solo per poche voci secondarie della tariffa, mentre furono decisamente respinte tutte le pi radicali proposte socialiste e liberiste relative alle grandi categorie dei prodotti tessili e dei grani, del legname e dello zucchero, della metallurgia e dei prodotti alimentari, ecc.
Avrebbe dovuto migliorare per la completa astensione dello Stato da ogni intervento nella economia privata, come predicava Mussolini, modello 1921? Mai no; poich non mai come in questo tempo il Governo  intervenuto sotto ogni forma nei fatti economici: dal salvataggio della Ditta Ansaldo all'interessamento... per la Scala; dal prestito di 138 milioni a favore di industriali ex-austriaci alla compera delle Raffinerie fiumane; dal salvataggio del Banco di Roma alla stipulazione del patto tra armatori e marinai; dal regalo dei 55 milioni ai cantieri navali all'assunzione in economia dei lavori della direttissima Firenze-Bologna...
Lo Stato si astenne dall'intervento solamente quando tale astensione poteva giovare a singole categorie di capitalisti, a danno degli altri italiani: cos come quando sospese il calmiere sugli zuccheri per far guadagnare quasi 50 milioni agli speculatori, o cedette la costruzione delle ferrovie siciliane, con convenzioni deplorevoli, agli amici del ministro; o strozz l'inchiesta sulle spese di guerra, o quella sulle industrie; o tent di cedere le ferrovie ai privati, e ci rinunzi poi solo per la resistenza di un ras localmente interessato; o lasci decadere le assicurazioni sociali, facendo loro mancare il sussidio dello Stato e il sussidio dei datori di lavoro; o abol le imposte sull'eredit e sui titoli industriali; o respinse dalle scuole pubbliche 18 mila giovani che volevano imparare.
In tutto il resto non  visibile alcun vantaggio per la economia nazionale; nazionale, ripeto.
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Della finanza abbiamo gi parlato ampiamente nelle pagine precedenti; nelle quali abbiamo dimostrato che i disavanzi del 1920-21 e del 1921-22, quando siano depurati delle spese di guerra che fino a quel tempo si trascinavano, si riducono rispettivamente a cinque miliardi e un quarto, e a tre miliardi e un quarto; e quindi non contrastano affatto, anzi sono in perfetta serie coerente con il disavanzo dell'anno semi-fascista 1922-23, accertato in 3041 milioni(21) e con quello dell'anno fascista 1923-24 previsto in milioni 2616, ma gi aumentato, secondo i dati ministeriali, a 2913 milioni.
Di pi abbiamo anzi dimostrato(22) che il vantato bilancio 1923-24 pone somme di stanziamenti, per i diversi Ministeri, suppergi eguali a quelle effettivamente spese nel 1920-21, cio nel deploratissimo periodo demo-bolscevico. L'unica differenza consisteva nella diminuzione di 500 milioni nel gruppo lavori pubblici, agricoltura, industrie, poste; ma essa si va celermente coprendo con i decreti legge del Governo fascista che, dopo cinque mesi, ha gi ordinato 371 milioni di maggiori spese sul bilancio 1923-24 e ha gi preordinato spese sui bilanci futuri fino al 1928. Del resto, dove potrebbero realizzarsi economie, se per la burocrazia, ch'era rappresentata come la foresta da disboscare con l'ascia, si andranno a spendere forse cento milioni pi che non negli anni precedenti?
Certo, qua e l si sono fatti dei tagli, si sono diminuite le scuole, aboliti i sussidii per le assicurazioni sociali, diminuiti gli stanziamenti per le bonifiche, ecc.; ma, tutte insieme, codeste pi discutibili riduzioni non basteranno neppure a compensare le maggiori spese per l'esercito, indispensabili, non tanto per un efficace armamento e preparazione bellica, quanto per mantenere un'intelaiatura antiquata ed enorme e una ferma di 18 mesi, che non rispondono pi agli interessi della Nazione e alle esigenze di una moderna difesa.
Una falcidia vera si  fatta nel numero dei ferrovieri. Ma in questi licenziamenti, cos come in quelli compiuti in minor numero in altre aziende statali e locali, specialmente in quelle delle ferrovie secondarie e dei tram, non  stato guida l'interesse del servizio, sibbene il rancore, la vendetta personale, la persecuzione di parte.
Quali saranno i frutti non sappiamo.
L'Alto Commissario delle ferrovie ha disseminato pi male parole che cifre. Il Ministro dei LL. PP., interrogato sugli abusi dei biglietti e dei treni gratuiti per fascisti, e su quel novissimo organo di spionaggio e di persecuzione politica che  la milizia ferroviaria fascista, non ha saputo rispondere. Poche cifre ha pubblicato soltanto il Ministro delle Finanze, dalle quali risulterebbe che la spesa per le ferrovie nell'esercizio 1922-23  diminuita di 200 milioni nella parte ordinaria, ma  aumentata di 500 nella straordinaria, cui non bastano a far fronte i 143 milioni di maggiori entrate. (Le poste presentano un andamento inverso: 100 milioni di minori spese straordinarie e 50 di maggiori spese ordinarie, contro 60 di maggiori entrate). I quali dati non bastano a un giudizio, se non si conoscono i particolari, se non si conosce lo stato patrimoniale e quello delle scorte, se non si sa a quante riparazioni e deperimenti di guerra era gi stato provveduto negli anni decorsi, se non si conoscono le differenze nelle qualit e nel prezzo del carbone, ecc.
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Come nella economia  stata distrutta ogni difesa del consumatore contro la speculazione; come nella finanza si  esentato da tributo il capitale ereditato e il capitale mobile, per decurtare invece del 10 per cento il salario degli operai, cos in tutto il trattamento verso le classi operaie la dominazione fascista ha dimostrato il suo indirizzo reazionario.
Ma il peggio  la ipocrisia demagogica con la quale tale politica  coperta dagli antichi sindacalisti, blanquisti, antimilitaristi, rivoluzionari, che ora tengono i primi posti nella dominazione fascista.
Mentre si distruggono meditatamente le organizzazioni libere del lavoro o si nega loro ogni libert, si finge un sindacalismo fascista che arriva fino alle invasioni di terre o di fabbriche appartenenti a quei datori di lavoro... che non sussidiano abbastanza largamente la locale cassa fascista. Mentre si annuncia di voler sancire per legge la conquista delle otto ore, si pubblicano leggi e regolamenti che consentono infinite eccezioni alla regola delle otto ore e che a nessun operaio italiano hanno dato un miglioramento, ma a molti padroni hanno dato il mezzo o il pretesto di un peggioramento nell'orario di lavoro.
Mentre si preannunzia la sostituzione di una rappresentanza del lavoro ai vecchi organi costituzionali, si sono distrutte di fatto, a una a una, tutte le migliori conquiste della legislazione operaia. Al modo stesso che, mentre davanti ai giornalisti stranieri si fa l'apologia della stampa, viceversa, appena essi sono partiti, si assaltano e devastano le redazioni dei giornali o se ne sequestrano e distruggono le copie per impedirne la vendita.
Nel nome della Patria si riducono in servit i tre quarti degli Italiani e si lascia che, sotto la etichetta del bene della Nazione, la nuova classe dirigente soddisfaccia interessi personali, sfoghi rancori, vendette o meschine ambizioni.
E per trastullare il popolo asservito, si torna a largirgli, come nei tempi corrotti di schiavit politica, lo spettacolo di feste, parate, cortei, gesti retorici e cerimonie.
Di modo che, anche se l'Italia potr superare brillantemente la prova finanziaria ed economica di questo periodo, ne rimarr come conseguenza pi grave e pi dolorosa un ritorno addietro di pi che trent'anni nella educazione civile e politica, e nella formazione del carattere morale del popolo italiano.
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APPENDICE. NOTA BIOGRAFICA.
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Giacomo Matteotti nacque a Fratta Polesine il 22 maggio 1885 da ricca famiglia oriunda del Trentino.
Studi al ginnasio-liceo "Celio" di Rovigo e poi all'Universit di Bologna, dove si laure giovanissimo in giurisprudenza. Frequent i corsi e lo studio di Alessandro Stoppato: era laboriosissimo. Frutto di quel tempo, fu un volume di molto pregio, pubblicato dall'editore Bocca: "La recidiva. Saggio di revisione critica con dati statistici".
Anche qui precisione e cifre, passione umanistica, concezione socialista della vita sociale e del fenomeno della delinquenza. Non si possono leggere senza commozione le due dediche:
"Alla memoria di Matteo, fratello mio e amico, che con occhio affettuoso protesse il crescere di queste pagine e non pot vederne il compimento".
"Con animo grato al prof. Alessandro Stoppato, che mi fu sempre e benevolmente prodigo di incoraggiamento e consigli".
Dediche le quali attestano l'affettuosit delicata e la nobilt del suo cuore. N qui si arrest la sua attivit nel campo penalistico. Amico del prof. Florian, egli collabor con notevoli articoli e recensioni alla "Rivista di diritto e procedura" da questi diretta.
Matteotti era un seguace della scuola criminale positiva, con qualche sfumatura originale; naturalmente concepiva la delinquenza come triste fiore che nasce prevalentemente dal terreno dei fattori economici e sociali.
Pi tardi disert quel campo, tutto assorbito dagli studi e dall'opera politica, per il proletariato, per il socialismo. Ma il valore del suo intelletto, e di quella sua attivit metodica e consapevole, rifulse degnamente anche nel campo giuridico.
Fin da giovinetto si sent attratto alla politica e si inscrisse nel Partito Socialista. Era gi socialista il fratel suo maggiore dottor Matteo - uno studioso di problemi sociali, autore di opere sulla disoccupazione, ecc. - il quale, insieme a Tullio Maniezzo e ad Emilio Zanella, lo inizi alla vita politica.
"Aveva visto, ancora ragazzo - ha scritto in "Libert" un giovane socialista che lo conobbe da vicino - le schiere numerose dei contadini del suo Polesine, tormentati dalla miseria e dalla pellagra, costretti dalla fame ad emigrare a migliaia ogni anno per l'Argentina e per il Brasile, donde giungevano poi lacrimevoli notizie del loro atroce sfruttamento e delle loro sofferenze. E aveva pensato che la vita non poteva essere una palestra di facili onori, ma un continuo sforzo di elevazione morale in cui i meglio agguerriti dovessero porgere ai pi deboli e miseri l'ausilio e il conforto della propria solidariet. E cominci cos a interessarsi e ad appassionarsi alla questione sociale, e dall'esame attento e meditato della vita e della storia fu condotto ad abbracciare la fede socialista.
"Entrato nel Partito, non fu di quelli per cui l'iscrizione ad una milizia  una formalit cui non risponde nessun impulso di una passione interiore, nessuna coscienza di responsabilit o di dovere. Al suo Partito, all'Idea che esso rappresentava, dette il suo ingegno di studioso, la sua passione di apostolo, la sua opera di propagandista, di organizzatore.
"Il movimento cooperativista, le Leghe, la Camera del Lavoro di Rovigo, le Sezioni politiche nel Polesine vissero e si svilupparono del suo impulso e della sua opera. Ma ci che sovrattutto rimane dell'opera sua - anche oggi, dopo la calata dello schiavismo fascista - fra i contadini del Polesine,  il patrimonio di educazione umana e socialista che Giacomo Matteotti ha donato ad essi, imprimendo nelle coscienze il bisogno profondo dell'elevazione morale, culturale, civile che non and mai disgiunta, nella sua opera di propagandista e di organizzatore, dall'elevazione materiale ed economica dei lavoratori. Ci che egli ha lasciato di se stesso nel Polesine, insieme agli anni migliori della sua giovinezza,  quanto di pi bello possa donare un uomo alla gente della sua terra: una maggiore confidenza nella vita, una pi severa speranza nel domani dei miseri, ch' la ragione stessa della vita".
Aveva esordito come amministratore comunale a Villamarzana nelle funzioni di Sindaco e fu poi, prima e dopo la guerra, consigliere comunale e assessore a Fratta Polesine ed in un'altra decina di comuni della provincia: Rovigo, Lendinara, Badia, San Bellino, ecc. Partecip assiduamente ai lavori del Consiglio Provinciale di Rovigo come consigliere per il mandamento di Occhiobello: "leader" della minoranza socialista. Ricopr la carica di presidente della Deputazione provinciale nel breve periodo di amministrazione socialista nel 1914.
Nel periodo della neutralit Egli combatt vigorosamente l'idea dell'intervento dell'Italia nella conflagrazione europea. Al Consiglio Provinciale pronunci un discorso contro la guerra il 5 giugno 1916. che gli valse la denunzia e la condanna per disfattismo. Fu poi assolto in Cassazione dove, col patrocinio di G. Guarnieri-Ventimiglia, sostenne la tesi della immunit dell'oratore in sede di Consiglio Provinciale.
Malgrado fosse riformato, venne richiamato sotto le armi, fece il soldato semplice per tre anni, compiendo rigidamente il proprio dovere e affrontando serenamente tutte le persecuzioni. Fu anche internato a Campo Inglese per i suoi precedenti politici.
Finita la guerra, torn al suo Polesine, nel quale vide raccogliersi attorno al vessillo delle Leghe che egli aveva fondate, del Partito che aveva alimentato della sua fede, una schiera sempre pi numerosa di gregarii fiduciosi e aspettanti. Egli inizi un'opera multiforme, poderosa, per incanalare queste masse, in cui demagogiche promesse di governanti avevano suscitato una irrequieta impazienza e una messianica attesa. Cerc di disciplinare queste forze, di dare un ritmo tranquillo alla loro azione, di rivolgerle ad uno sforzo di progressiva elevazione.
Nel 1919 entr nel Consiglio Provinciale di Rovigo e, quasi contemporaneamente, fu fatto sindaco nel comune di Fratta, dove diresse anche l'assessorato delle Finanze e della Istruzione. Istitu biblioteche e scuole, inizi una riforma tributaria diretta ad alleviare ai pi poveri il peso delle imposte indirette, applic norme di austera finanza per assicurare il pareggio.
Scrisse anche, e pubblic nella "Critica Sociale" e altrove, parecchi saggi sulla finanza comunale, tracciando un piano completo di riforma; tratt il problema della autonomia dei Comuni, di cui fu uno dei pi caldi fautori. Costituita la Lega dei Comuni socialisti, Egli fu chiamato a comporre, con Zanardi e con altri, il Comitato direttivo; e vi port un contributo cospicuo di fede, di attivit, di competenza...
Nello stesso anno 1919 fu eletto per la prima volta deputato per il collegio di Rovigo-Ferrara, e fu poi rieletto nel 1921 nel collegio di Padova-Rovigo. Alla Camera cominci subito a farsi conoscere coi suoi discorsi in materia finanziaria. Particolarmente apprezzati furono quelli pronunziati attorno alle proposte tributarie dell'on. Giolitti, nei quali il ragionatore e l'idealista appaiono mirabilmente fusi nello sforzo di accostarsi ad una soluzione giusta ed equilibrata del problema.
Membro della Giunta del Bilancio e poi della Commissione di Finanza, stese parecchie relazioni, tra cui quella al Bilancio dell'Entrata del 1922; e fu tra i pi rigidi difensori dell'Erario in materia di spese e della libert in materia doganale. Delle Sue relazioni pi d'una fu giudicata dal Loria cospicuo documento di profonda preparazione e di alta seriet scientifica.
Apparteneva all'ala destra del Partito e prese parte attiva ai Congressi socialisti.
Quando il fascismo si scaten nella Valle Padana fu tra i primi esponenti ad essere colpito. L'opera che aveva esplicata per la difesa e la evoluzione dei lavoratori della terra aveva provocato contro di Lui l'odio degli agrari. Nessuna minaccia e nessun pericolo potevano per trattenerlo dal compiere il proprio dovere di socialista. Nel gennaio 1921, alle prime notizie dell'arresto dei dirigenti delle organizzazioni operaie di Ferrara, accorreva ad assumere la dirigenza della Camera del Lavoro e ad assistere i lavoratori. Le dimostrazioni ostili e le violenze non lo distolsero dal suo posto. Fu bandito dal Polesine e per rivedere la vecchia madre e confortare i compagni era costretto a travestirsi per fare qualche visita rapida e nascosta.
Il giovane scrittore di "Libert" ricorda di averlo visto "una notte alla stazione di Padova, nel pi oscuro infuriare della reazione antiproletaria, circondato da un gruppo di contadini polesani che si erano recati fin l per avere una sua parola, per riavere da lui una nuova speranza. Lo sguardo di quel gruppo di gente umile, sgomentata dai colpi incessanti della reazione pi brutale, raccolta intorno al loro "Giacomo", l'espressione di confidenza e di fiducia segnata sui volti di quei lavoratori, non  dimenticabile. Se ne andarono con pi confidenza nella propria sorte, nella sorte del Socialismo, nella forza indomabile dell'Idea. Cos Giacomo Matteotti recava, con la semplicit umana del fratello, le sempre nuove energie della sua fede ai lavoratori, seminando negli animi le sempre rinnovate speranze nella liberazione".
Durante la campagna elettorale del '21 aveva fissato il suo "quartier generale" ancora a Padova in una stanzetta dove, tra un letto e una cucina economica, tra poche carte, allacciava i rapporti con i rari socialisti della provincia che resistevano alla bufera.
Il dottor Giuseppe Giordani ha raccontato ne "La Giustizia" una visita fatta a Matteotti in quel suo povero "quartiere generale":
"Mi ero fatto presentare a Lui - ha scritto il Giordani - perch, sapendo che nel mio Polesine non era possibile distribuire le schede, volevo offrirmi per tentar di raggiungere questo scopo; ero studente, allora, e mi sembrava "ingiusto" che ad un Partito, anche se non era il mio, si negasse la libert di propaganda.
"Egli mi accolse gentilmente e freddamente. Mi fiss un poco con quei suoi occhi azzurri, poi mi parl brevemente, in poche parole nude mi espose la situazione, mi consigli sul da farsi: su un foglietto tracci l'itinerario, scrisse i nomi fidati, i paesi; mi confid il suo pseudonimo - Orazio - che era anche la parola di riconoscimento, e con una stretta di mano mi conged.
"Ricordo che me ne uscii tra stordito e scontento. Mi aspettavo l'entusiasmo, le belle frasi, l'ambiente fervido di calore, e avevo trovato in una piccola stanza disadorna un uomo freddo, pochi ordini precisi.
"Ma Matteotti, anche poi, l'ho sempre conosciuto ed amato cos. Senza parole grosse, senza lodi per se stesso e per gli altri. Come Egli lavorava, cos gli altri dovevano fare, militi di una stessa milizia senza orpelli e senza vanit. Nel silenzio e nelle opere egli sentiva la spontaneit e la sincerit della fede.
"Poi gli fui vicino nelle ore pi belle della mia vita, quando dietro di Lui incalzava la canea incosciente e vile dei randellatori e dei sicari. Sfuggiva ad appostamenti, ad imboscate, svelto ed audace. E quando era preso, umiliava ed inferociva i suoi aggressori con la Sua fierezza. Dormiva di qua e di l, tutte le notti in un posto nuovo. E ogni mattina pareva pi alacre al suo dovere".
Quando si costitu il Partito Socialista Unitario, Egli ne divenne il segretario e si dedic con attivit meravigliosa alla organizzazione del partito.
"Temperamento di combattente armato di ingegno e di dottrina - ha scritto Oddino Morgari in un commosso "profilo" pubblicato da "Echi e Commenti" - era l'animatore: agiva, si affaticava per tutti.
"Si rintanava nell'indecente lillipuziano locale dove  di casa in Roma la Direzione del Partito Socialista Unitario, ridotto dal fascismo in condizioni di miserabilit, e vi lavorava gratuitamente, quale Segretario, quattordici ore per giorno, l'inverno senza stufa e col pastrano indosso.
"Quindi rientrava in seno alla famiglia, al qual proposito diceva talvolta agli intimissimi: "Appena giungo in casa, non faccio che buttarmi sul tappeto e gioco coi miei bambini". Erano tre, e tutti assai piccini, fra i sei mesi e i quattr'anni. Matteotti li adorava, come era anche innamoratissimo della propria donna, che custodiva per s, interamente estranea alle cose politiche.
"A Camera aperta passava le sue giornate entro il palazzo di Montecitorio, operando e spingendo. Fare, fare, fare: era la sua febbre. Qua e l per le sale l'osservatore poteva raccogliere dei dialoghi caratteristici. Un deputato faceva notare a Matteotti:
"- Sei un dispettoso!...
"- Che t'ho fatto?
"- Son qui che fumo un mezzo toscano, una delle poche felicit della vita, e vuoi mandarmi in biblioteca per farvi delle ricerche.
"Tre o quattro "compagni" poltrivano da un quarto d'ora nella "farmacia", ragionando della politica corrente, vano approssimarsi dei passi rapidi e concitati.
"- Arriva la "tempesta" - esclamavano.
"Arrivava Matteotti, che non poteva tollerare i colleghi inattivi".
La sua attivit alla Camera  stata suggestivamente rievocata anche da Giovanni Zibordi, il quale scriveva ne "La Giustizia":
"Non so perch, ossia lo so benissimo, quante volte guardavo Matteotti, con quella sua esilit piena d'energia e quella sua agile risolutezza di mosse, pensavo a un "espada" spagnolo, di quelli che in membra snelle hanno muscoli d'acciaio, nervi saldi e impavido cuore, e col gioco della sottilissima lama abbattono la grossa e cieca furia del toro.
"Giacomo Matteotti alla fede profonda e irrobustita di dottrina, univa la passione della lotta, l'amore della politica, non quella dei corridoi dove (come tutti i parlamentari veri) non si fermava mai, ma quella dell'Aula e degli Uffici, dell'aperta battaglia, del contraddittorio di idee.
"Amava la sua fede e i suoi principii, e poi amava altrettanto la lotta per i suoi principii e per la sua fede. Non son due cose che si trovino spesso insieme. C' di coloro che aman la politica per la politica, e la battaglia per la battaglia. Le idee non sono che un pretesto per giostrare. Essi sono i partigiani, non i politici. C' degli altri che, col cuore e con la mente, col sentimento e con la dottrina, possiedono e amano profondissimamente la loro fede, ne conoscono i principii e le ragioni e i modi di difenderla, ma o per indole o per apatia non sanno combattere per essa.
"Gli avversari li prediligono e li onorano col titolo di "miti idealisti". Infatti, se tutti fossero come loro, ogni principio rimarrebbe perpetuamente allo stato di perfetto ideale...
"Quando le due cose - l'amor vero della fede, e l'amor nativo della lotta - si fondono, allora si ha l'uomo politico formidabile, il "matador" del Parlamento e del partito, il combattente instancabile, colui che ha in s la sorgente inesauribile della idea, e la energia perenne del gusto di battersi; colui che trova gioia l dove gli altri trovano stanchezza e tedio; colui pel quale  un piacere ci che a tanti  un penoso dovere.
"Ed ecco Matteotti nell'arena del Parlamento, alacre, pronto, preparato, vigile, schermidore diritto e valente, sempre armato di documenti e di dati, di raziocinio e di botte a tempo e di risposte a tono.
"Irritante? S, aveva una voce acuta che non si arrotondava in molli svolgimenti per ovattare una frecciata, e un modo di parlare in cui volentieri serpeggiava la ironia del ragionatore verso il rtore, del competente verso l'orecchiante. Naturale che i molti rtori orecchianti lo trovassero provocatorio...
"Era un lottatore audace in tutti i sensi buoni della parola: audace anche nel saltar sopra a certi ostacoli convenzionali davanti a cui la maggior parte degli uomini si arrestano".
Agile, energico, resistentissimo alla fatica, Matteotti attese in questi ultimi mesi a un lavoro enorme: alla Camera, nelle Commissioni parlamentari, nella segreteria del Partito, nella stampa socialista, nelle organizzazioni. La dittatura fascista fu da Lui combattuta in tutti i campi con attacchi incalzanti. Ovunque si recasse e venisse scoperto - fosse solo o con la famiglia - era certo di andare incontro alle violenze fasciste. Dopo il grave incidente occorsogli nel Polesine (i fascisti lo trasportarono su un camion e poi l'abbandonarono in aperta campagna) dovette ancora sloggiare da Varazze con la famiglia. Fu allontanato anche da Siena. Durante la campagna elettorale ebbe pure diversi incidenti in Sicilia.
Ma la persecuzione fascista non serviva che a stimolare la sua avversione al regime e la sua attivit. Gli negavano il passaporto ed Egli varcava ugualmente la frontiera di contrabbando, felicissimo di riuscire a viaggiare anche senza passaporto.
L'ultimo suo viaggio lo fece in aprile. Fu al Congresso socialista di Bruxelles, dove venne accolto col pi vivo entusiasmo. Parl brevemente, ma seppe incisivamente esprimere la volont dei socialisti italiani di riconquistare la libert per il loro grande paese.
"L'anima dei lavoratori italiani - disse in quell'occasione il nuovo Martire del socialismo -  con noi. Ma se l'anima  con noi, il corpo non ci appartiene. Lo Stato dominatore ha reso impossibile qualsiasi manifestazione di indipendenza. Senonch, per riconquistare la nostra libert, noi non chiediamo alcun aiuto dall'estero. Colui che non sa riconquistare da se stesso la sua libert non ne  degno.
" collo spettro del bolscevismo che il fascismo  riuscito ad ottenere l'adesione completa della borghesia italiana. Ma non  vero che il fascismo abbia salvato l'Italia dal bolscevismo. Il proletariato italiano, dopo un periodo di comprensibile smarrimento, si era gi rimesso sulla buona via fin dal settembre 1920, mentre la cosidetta marcia su Roma  dell'ottobre 1922.
"Senonch, all'infuori dell'esperienza puramente italiana, c' nel fascismo qualcosa di internazionale. Il giorno in cui, dopo la guerra, la borghesia  stata chiamata a pagarne le spese, essa si  ribellata ed ha cercato il suo sostegno nella dittatura...
"Difendete le vostre libert con tutta la vostra energia. Marciate avanti con la pi grande speranza per il Socialismo. Voi cos ci aiuterete. Se la democrazia europea progredisce, noi progrediremo pure. Il nostro proletariato conserva nel suo cuore il suo attaccamento al nostro ideale. Il proletariato italiano non sar pi domani il proletariato che spera, ma sar al vostro fianco pi solido, pi possente che mai, sulla via della libert e del Socialismo!".
Da Bruxelles si rec a Londra dove ha sede l'Internazionale socialista, e rientr poi in Italia da Modane. Il commissario di P. S. aveva ricevuto l'ordine di sottoporlo a uno speciale interrogatorio e lo invit a scendere dal treno.
Tranquillamente Matteotti rispose: Se ha l'ordine di arrestarmi, faccio scaricare i bagagli e scendo, altrimenti no.
Il Commissario rispose che doveva solo sapere come aveva varcata la frontiera e per quale ragione si era recato all'estero. Matteotti rispose che aveva passato il confine di contrabbando, perch gli era stato negato il passaporto, e che si era recato all'estero per i suoi doveri di segretario del Partito. Il funzionario comprese che non c'era altro da apprendere e lo lasci rientrare in Italia.
L'ultimo scherzo giocato da Giacomo Matteotti - che spesso si trasformava in uno "scugnizzo" vivacissimo - avvenne in occasione dei funerali di Eleonora Duse ad Asolo, dove Egli si era recato. Per tornare in serata a Milano sal su un "camion" della milizia spacciandosi per un attore drammatico. Raccontando la sera stessa la sua avventura rideva come un fanciullo.
Questo era l'Uomo, che sapeva di arrischiare la vita e che a un altro Eroe - a Raffaele Rossetti - diceva freddamente: "Gli Italiani sono stati troppe volte ingannati dai capi nei quali essi avevano posta la propria fiducia; oggi essi sono disposti a credere soltanto a chi mostra loro il proprio sangue".
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IL RITO DELLA PATRIA.
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Discorso pronunciato dall'on. Filippo Turati, il 27 giugno 1924, nella riunione delle Opposizioni Parlamentari.
Vorrei che a questa riunione non si desse il nome logoro, consunto - specialmente qui dentro - di "commemorazione".
Noi non "commemoriamo". Noi siamo qui convenuti ad un rito, ad un rito religioso, che  il rito stesso della Patria. Il fratello, quegli che io non ho bisogno di nominare, perch il Suo nome  evocato in questo stesso momento da tutti gli uomini di cuore, al di qua e al di l dell'Alpe e dei mari, non  un morto, non  un vinto, non  neppure un assassinato. Egli vive, Egli  qui presente, e pugnante. Egli  un accusatore; Egli  un giudicatore; Egli  un vindice.
Non il nostro vindice, o colleghi. Sarebbe troppo misera e futile cosa. Egli  qui il vindice della terra nativa; il vindice della Nazione che fu depressa e soppressa; il vindice di tutte le cose grandi, che Egli am, che noi amammo, per le quali vivemmo, per le quali oggi pi che mai abbiamo, anche se stanchi e sopraffatti dal disgusto, il dovere di vivere. E il dovere di vivere  anche, e soprattutto, il dovere di morire quando l'ora lo comanda.
Di morire per rivivere; di morire perch tutto un popolo morto riviva; di morire perch il nostro sangue purifichi le zolle, le sacre zolle della Patria, che alla Patria - se le fecondi sudore di servi - procacciano messi avvelenate.
E questo vivo, che  qui accanto a me, alla mia destra, ritto nella sua svelta figura di giovane arciere, di cui voi vedete il sorriso, di cui voi scorgete il cipiglio - perch non  un'allucinazione, perch li vedete, perch non vi inganno - questo vivo, questo superstite, questo ormai immortale e invulnerabile, fatto tale dai nemici nostri e d'Italia; questo vivo, nell'odierno rito,  trasfigurato.  Lui ed  tutti.  uno ed  l'universale.  un individuo ed  una gente.
Invano gli avranno tagliuzzato le membra, invano (come si narra) lo avranno assoggettato allo scempio pi atroce, invano il suo viso, dolce e severo, sar stato sfigurato. Le membra si sono ricomposte. Il miracolo di Galilea si  rinnovato. A che le vane ricerche, o farisei d'ogni stirpe? A che gli idrovolanti sul lago, a che il perlustrare la macchia, il frugare nei forni?
L'avello ci ha reso la salma. Il morto si leva.
E parla. E ridice le parole sante, strozzategli nella gola, che furono da uno dei sicari tramandate alle genti, che son Sue quand'anche non le avesse pronunciate, che son vere se anche non fossero realt, perch sono l'anima Sua; le parole che si incideranno nel bronzo sulla targa che mureremo qui o sul monumento che rizzeremo sulla piazza a mnito dei futuri:
"Uccidete me, ma l'idea che  in me non la ucciderete mai... La mia idea non muore... I miei bambini si glorieranno del loro padre... I lavoratori benediranno il mio cadavere... Viva il Socialismo!".
 qui trasfigurato, o colleghi. E di ci il mio egoismo si duole, il mio piccolo egoismo di individuo, di fratello maggiore, di anziano, di padre; ch Egli non  pi soltanto il mio figliolo prediletto. L'uomo di parte, l'assertore nobile ed alto di un'idea nobilissima, quegli che fu, per noi socialisti, tutto in una volta, il filosofo, il finanziere, l'oratore, l'organizzatore, il commesso viaggiatore, l'animatore sovratutto, il pensiero insomma e l'azione congiunti - anche l'azione pi umile che altri sdegnava - l'unico, l'insostituibile; colui che, come gi Leonida Bissolati pel Cremonese, travolto dalla sublime follia dell'amore dei suoi contadini, del suo proletariato polesano, per esso aveva rinunziato indifferente agli agi e alla tranquillit della vita, alla seduzione degli studii cari in cui pi eccelleva, e di s e della sua giovinezza poteva dire col poeta della Versilia:
e tutto ci che facile allor prometton gli anni,
io 'l diedi per un impeto lacrimoso di affanni,
per un amplesso aereo in faccia a l'avvenir;
e per questa sua passione divorante, gelosa, era l'esule in patria, il bandito dalla sua terra, il maledetto dai parassiti della sua terra, il profugo eterno, sempre presente soltanto dove l'ora del periglio battesse la diana; quest'uomo, questa figura cos staccata e viva su lo sfondo verde e bigio di questo singolare paesaggio politico, non sparisce, no, non scolora - ma si riaffaccia oggi in troppo pi ampia cornice.
Quello che era cosa nostra,  divenuto anche la cosa vostra, l'uomo di tutti, l'uomo della storia. E, ingrandito cos, quasi  tolto a noi, come alla famiglia dolorante, perch  divenuto un simbolo.
Il simbolo di un oltraggio che riassume ed eterna cento e cento mila altri oltraggi, tutti gli oltraggi fatti ad un popolo; la figura che compendia tutti gli altri trucidati e percossi per lo stesso fine, da Di Vagno a Piccinini, agli infiniti altri oscuri; il simbolo di una stirpe che si riscuote; il simbolo di un passato che si redime, di un presente che si ridesta, di un avvenire che si annunzia; della immortale democrazia, della indefettibile giustizia sociale, che si rimettono in cammino; dell'Italia che, dopo una parentesi di spaventoso Medio Evo, risale nella luce dell'et moderna, rientra tra le genti civili.
Il simbolo e la Nemesi: la Nemesi augusta, o signori, che  della storia. Cerchi il Magistrato le colpe e le ferocie secondarie e minori; incalzi gli esecutori codardi e i mandanti immediati; cmpito anche questo altamente rispettabile e necessario. Frughi e tenti di sventare la congiura degli intrighi, di snodare il groviglio dei silenzi comprati o ricattati, le mendicate omert, e il tagliaborse che si annida nell'assassino. Tutta questa  la cronaca.
La Nemesi vola pi alto.
Essa addita il grande mandato; il mandato che erompe da pi anni di violenze volute, di violenze inanellate alla frode, di consenso cercato ed irriso; dal sarcasmo di una pacificazione, proclamata a parole e impedita e violentata nei fatti; dall'incitamento perenne alla soppressione del pensiero libero e di chiunque lo incarni, la quale  soppressione della vita, della Patria, della civilt. Addita il mandato che scese dall'istrionismo bifronte, che adesca insieme e minaccia, che offre il ramo d'olivo ed affila nell'ombra i pugnali. Addita il mandato che sal dalle vilt incommensurabili, dalle fughe abbiette, dagli obliqui fiancheggiamenti, dai silenzi complici, dalla corruzione demagogica esercitata su anime semplici, talvolta generose ed eroiche, persino di combattenti insigni od oscuri, i quali in buona fede hanno creduto che un regime di minaccia e di prepotenza potesse essere ricostruttore, che la pi immonda cure potesse germogliare la rigenerazione del Paese, che gli errori e le colpe fugaci di una massa illusa (e non cerchiamo illusa da chi; e non domandiamoci se veramente esistano le colpe di un popolo) dovessero espiarsi, non col richiamo severo alla ragione, ma con la catena dei delitti, con la tregenda delle sopraffazioni esercitate su quel popolo; col dileggio di ogni umana dignit; con la tragedia del terrore, accoppiata alla coreografia di vetusti trionfi mal redivivi.
Lo credettero in buona fede; alcuni - sempre pi radi - lo credono ancora.
Ma per poco, ormai. L'oscena leggenda  sfatata. Giacomo Matteotti l'ha dispersa; l'ha dispersa per sempre. L'edificio dell'iniquit e dell'ipocrisia crolla da ogni parte.
Ah! s. I masnadieri avevano bene scelto, avevano mirato giusto, sopprimendo il nostro migliore. Mirando al suo cuore, sapevano di mirare al nostro cuore. Ma ignoravano la sanzione inesorabile che fu sempre nelle vicende del mondo.
Ignoravano - fu confessato - che il delitto era soprattutto un errore. Che la vittima sarebbe stata il giustiziere. Che la coscienza di un popolo, che ha millenni di storia e di gloria, si assopisce, si comprime, ma non si spegne. Che i morti non pesano soltanto, ma sopravvivono.
Giacomo Matteotti vince morendo e ci accompagna e ci guida. Se commemorazione  questa, se questo  un lugubre rito, non  l'epicedio del suo tumulo ignorato, non  la riconsacrazione di una salma che non pu riapparire e che pi  presente quanto pi  assente e celata.
Altro  oggi il funerale. Altri sono i morti.
L'edificio dell'iniquit e dell'ipocrisia crolla da ogni parte. Neppure la speculazione ultima e pi scaltra ed audace - quella sulla nostra speculazione - ha alito e ali per reggersi. Lo sguardo vitreo della vittima illumina un panorama d'infamia che i pi non sospettavano ancora. Ove la sua ombra si leva, ivi si stende attorno la solennit del deserto.
Noi parliamo da quest'aula parlamentare, mentre non vi  pi un Parlamento. I soli eletti stanno sull'Aventino delle loro coscienze, donde nessun adescamento li rimove sinch il sole della libert non albeggi, l'imperio della legge non sia restituito e cessi la rappresentanza del popolo di essere la beffa atroce a cui l'hanno ridotta. Le futili contese tacciono fra essi, e una grande unit si costituisce fra essi tutti e fra essi e l'anima della Nazione.
Quella, che fu la maggioranza,  ridotta a un reparto di milizia, cui  intimato di obbedire in silenzio, perch ogni sua parola la disgregherebbe.
I due tronconi non si saldano. E i politici gi si domandano se vi sia pi un Governo, se vi possa essere pi un Governo. Se vi  per l'Italia; se vi  per il resto del mondo.
Ma un paese moderno non vive senza queste due cose che vennero meno: un Parlamento rispettato e libero; un Governo legale e non sospettato.
Signori, dall'eccidio di Giacomo Matteotti la nuova storia d'Italia incomincia. A noi un solo cmpito: esserne degni.
Eppure, neppure questo ci consola. Perch, se un eccidio, e il pi brutale degli eccidii, era necessario, una cosa non era necessaria: che colpisse Lui. E, se parve, come ho detto, ch'egli fosse il pi designato perch era il pi forte e il pi degno, dice l'effetto che non sempre  profetessa la malizia dei masnadieri.
Lui giovane, Lui forte, Lui armato di tutte le armi civili, Lui temerario nel coraggio, Lui che si fece volontario della morte - questo fanciullo dagli occhi pieni di bont, che tutti ci rimbrottava ed a tutti indulgeva, perch tutti sapeva comprendere e sapeva la inanit delle prediche contro la umana fralezza; Lui, figlio di una madre antica, che geme; Lui, sposo di una sposa giovane, che paventa di smarrire il senno; Lui, padre di tre teneri bimbi, virgulti inconsci, che un giorno metteranno le spine, verso i quali Egli aveva tenerezze di madre, come, nell'intimit della casa felice, pareva un figlio alla sposa.
No! inferocire su questo idillio non era necessario! Altrove poteva la sorte cieca e maligna eleggere il suo strumento di pace e di giustizia. E questa vecchia carcassa di chi oggi vi parla, che la vita ha tutta ormai spesa e che il proprio inverno avrebbe barattato con gioia per salvarvi la primavera superba del nostro eroe,  oggi dilaniata dal rammarico, direi dal rimorso, di non averlo vigilato abbastanza, di non essersi imposto, col peso della anzianit a cui forse Egli avrebbe obbedito, alle sue gagliarde imprudenze...
Lasciate, o colleghi, ch'io cessi queste parole, cos mpari, e che il singhiozzo minaccia di rompere; ch'io dimentichi dove siamo e donde parliamo; ch'io mi inginocchi idealmente accanto alla salma del figliuolo prediletto, e gli carezzi la fronte e gli chieda perdono della mia, della nostra indegnit e gli dica tutta la gratitudine nostra, la gratitudine di tutto un popolo.
E gli giuri, a nome di voi tutti, che la Sua ombra, presto, sar placata.
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FILIPPO TURATI.
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FINE.
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NOTE.
(1)	La pubblicazione con cui il Matteotti polemizzava era un opuscolo elettorale dell'Ufficio Stampa del P. N. F., diffuso nel paese a milioni di copie. (N. dell'E.).
(2)	Fatta al Teatro alla Scala di Milano, il 13 maggio 1923 (N. dell'E.).
(3)	Ho assunto per confronto il 1920-21, non solo per la considerazione politica che dal 1921 in poi il Governo Giolitti si orient verso il fascismo e ne ebbe i voti; ma anche per la considerazione pratica che  l'ultimo di cui conosciamo i risultati precisi.  infatti deplorevole che, mentre col 1920-21 si erano fatti considerevoli passi innanzi nella pubblicazione del Consuntivo, ora si torni a perseverare in un ritardo ormai non pi giustificabile con le circostanze eccezionali di guerra, e, dopo pi di un anno, ancora non sia noto il Consuntivo 1921-22.
(4)	La somministrazione del pane a prezzo politico inferiore era stata iniziata durante la guerra. L'o. d. g. Casalini esigeva che, prima di modificarla, si tassassero i ricchi in generale, e in particolare i profittatori di guerra.
	La cessazione della spesa per il grano fu deliberata e attuata dal Ministero Giolitti nel 1920-21.
(5)	In conseguenza della guerra si dovettero riparare i danni fatti nelle terre invase, ripartendone il carico in alcune annualit; e l'esercito assunse la provvisoria riattazione e amministrazione ferroviaria e civile. Per la sua stessa natura questa non potrebbe essere confrontata con quella di un periodo normale ed  cessata subito dopo. La ratizzazione delle riparazioni non  elemento importante rispetto alla economia della esecuzione che rimane retta dalle stesse norme e che sar esaurita in un paio d'anni. La soppressione del Ministero T. L. era gi deliberata.
(6)	In seguito alla distruzione in guerra di una parte del naviglio mercantile, con vari decreti erano stati stabiliti forti sussidi di costruzione, con scadenza al 30 giugno 1921. Successivamente sono stati concessi altri sussidi minori. Pure in seguito alle condizioni eccezionali della marina sovvenzionata in conseguenza della guerra, lo Stato aveva assunto provvisoriamente il carico della gestione. Per le norme dell'equo trattamento, nelle ferrovie secondarie e tramviarie lo Stato concorreva con sussidi tratti per la maggior parte da sovratasse sui trasporti che vedremo nell'entrata; i quali cessarono col gennaio 1922. Anche l'aggio sui vaglia internazionali ha perduto la sua configurazione in seguito alla Convenzione di Madrid dell'altro anno. Il monopolio sul caff, istituito dal Ministro Meda,  cessato pure fin dal marzo 1922, come era gi prima cessato quello sulle lampadine elettriche.
(7)	Consiglio il lettore a non tentar di trarre da questa classifica nessuna illazione sui vari generi di imposte, primo perch questa  la classifica ufficiale, inesatta per molte categorie; secondo perch anche in questa materia sarebbe indispensabile scendere a pi minuti particolari.
(8)	Vedi nota precedente.
(9)	Vedi Critica Sociale, 16-31 ottobre 1923, pag. 314 [qui dietro, pag. 106.138]. A proposito di quell'articolo vanno corretti due errori: a pag. 315 [e qui dietro, a pag. 108.140 e segg.], in luogo di "acquisto palazzi Venezia e Caffarelli", andava scritto "acquisto Palazzo Vidoni" in cambio del Caffarelli; e nell'ultima tabella nei 1.166,1 e 864,3 milioni attribuiti ad "Entrate diverse (non tributarie)", devono invece comprendersi anche le quote di cambio per i dazi, rispettivamente ascendenti a 369 e 500 milioni.
	[*] La doppia numerazione si riferisce all'edizione cartacea (il primo numero) ed a quella elettronica (il secondo, cliccabile). Nota per l'edizione elettronica Manuzio.
(10)	Pi curioso ancora.  notare che, se il disavanzo effettivo del 1919-20 fu di 7.886 milioni, quello "reale" - cio compilato col metodo singolare che l'on. De Stefani e la sua stampa hanno usato per dare ad intendere che il Ministero Nazionale aveva ridotto il deficit a soli 1187 milioni! - non solo scompariva, ma si convertiva in un avanzo reale di 9.080 milioni. Scherzi del linguaggio contabile nella categoria "Movimento di capitali", per il quale i miliardi raccolti da Nitti con la sottoscrizione del Consolidato, come i 1500 milioni di obbligazioni De Stefani per le Terre Liberate, sono considerati "attivit". Perci nei nostri conti ci atteniamo per ora alle sole "Spese e entrate effettive" escludendo il Movimento capitali, proprio, del resto, come fa il compilatore del numero unico fascista.
(11)	Oltre questi capitoli anche altri minori - come si pu vedere nelle nostre precedenti Smontature - si riferiscono a spese eccezionali di guerra, e dovrebbero essere dedotti. Ma qui li omettiamo, per maggiore semplicit, sia in uscita sia in entrata.
(12)	Decreto Ministeriale 7 maggio 1923 numero 8142, che attribuisce al bilancio 1921-22 il carico degli 8 miliardi approvvigionamenti; decreto-legge 18 febbraio 1923 n. 618 per le spese di guerra, ecc.
(13)	Il giusto fondamento del nostro computo  confermato, ad litteram, dallo stesso Allegato 108 alla Esposizione De Stefani, dove la Amministrazione, proprio in riferimento al conto 1921-22 scrive: "La cifra del disavanzo in sede di accertamento definitivo risulta attenuta. Infatti, ove si tolgano le partite concernenti semplici regolazioni contabili, valutate in 10 miliardi e 610 milioni, il disavanzo scende a due miliardi e 59 milioni...: calcolati per i debiti accesi nel Movimento Capitali per 3205 milioni, il disavanzo sale a 5.265 milioni"; cio il Governo stesso riconosce che il vero disavanzo spettante al 1921-22 supera di poco i 5 miliardi.
	Da parte nostra, mentre abbiamo omesso, per le ragioni sopra notate, i Movimenti di Capitale in entrata e in uscita, scontiamo anche i milioni effettivamente spesi per approvvigionamenti per il 1921-22, perch la spesa era cessata per legge di un Governo passato; e cos anche quelli delle spese militari straordinarie, in quanto sono anch'esse conseguenze eccezionali di guerra automaticamente cessate. Le rimanenti spese normali per l'Esercito e la Marina, qui perci non computate, gravano infatti per 2.360 milioni nel 1921-22, per 2.000 nel 1920-21, analogamente ai 2.150 milioni gravanti sul 1923-24.
(14)	Il disavanzo probabile del 1922-23, secondo le rettifiche De Stefani del maggio scorso, sale dalla previsione di 2.762 milioni a un accertamento di 4.453; ma non abbiamo ancora documenti per avvertire quanti di essi siano ancora eccezionalmente dovuti agli ultimi strascichi delle spese straordinarie di guerra (forse qualche centinaio di milioni ancora). Quindi il disavanzo accertato del 1922-23, depurato di quei residui di spese eccezionali potr essere uguale o superiore a quello del 1921-22. Il disavanzo probabile del 1923-24 deve essere anch'esso fin da ora aumentato di 200 milioni di spese per l'Esercito, stabilite con decreto del 6 settembre 1923, n. 2204.
(15)	Vedi nota precedente.
(16)	La risposta a queste due domande non  mai venuta. (N. dell'E.).
(17)	Eccetto che non si consideri che il tasso dello sconto dovrebbe elevarsi al 7 od 8%, ch allora anche codesta somma si ridurrebbe a effettivi 35-40 miliardi.
(18)	A proposito di questo discorso, che la stampa ufficiosa chiam "provocatore", l'on. Matteotti pubblic ne La Giustizia del 4 giugno 1924 la seguente noterella sotto il titolo: "Discorso... provocatore":
	"Dal resoconto stenografico della seduta di venerd risulta che il testo del discorso Matteotti sulle elezioni occupa poco pi di quattro pagine del resoconto medesimo; ci equivale ad un discorso che normalmente si pronuncia in 20-25 minuti.
	"Se esso  durato un'ora e mezza, tutta l'aggiunta  dunque dovuta alle interruzioni fasciste della maggioranza.
	"E poich nessuna parola del discorso esce fuori dal tema elettorale, e non v' contenuta alcuna aggettivazione fuori della schematica riproduzione dei fatti,  dimostrato alla luce meridiana che tutto il tumulto dipese dalla settariet e dall'intolleranza della maggioranza e dalla incapacit del presidente".
(19)	Quando l'on. Matteotti scriveva queste pagine, il regime non aveva ancora promulgato il decreto-bavaglio che aboliva la libert di stampa. (N. dell'E.).
(20)	Del resto il deficit della bilancia era gi nel 1922 largamente ricoperto da altre partite, per modo che il prof. Jannaccone pot calcolare un supero attivo di oltre 200 milioni, non ostante i torbidi dell'anno decorso.
(21)	Dal precedente Ministro Peano il disavanzo era veramente previsto in 4 miliardi, ma egli non aveva potuto tener conto di 1208 milioni entrati per il cambio oro dei certificati doganali, invece dei 250 previsti, e della entrata di oltre 2,02 miliardi per R. M., superiori di oltre 1.050 milioni alla cifra preventivata. Nessun merito alle due maggiori entrate potrebbe arrogarsi il fascismo, poich la prima dipende dalla tariffa Alessio del luglio 1921, e la seconda dai ruoli dei contribuenti che l'Amministrazione aveva gi preparati sotto il vecchio regime.
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FINE.