Laura Mancinelli.
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Raskolnikov.
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1996. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
COLLEZIONE: Nuovi coralli. 
ISBN 88-06-13999-1.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Raskolnikov  un pianista tanto colto e geniale quanto pasticcione nelle piccole cose della vita pratica, Arianna  un'intellettuale romantica con una passione per i libri di Primo Levi. Un incontro casuale su un treno e le loro vite si intrecciano...
Il nuovo romanzo di Laura Mancinelli  appunto la storia dell'amicizia di due single nella Torino dei nostri giorni. Un balletto di equivoci, situazioni buffe, mondanit, che ha le movenze di una commedia brillante hollywoodiana ma non rinuncia a porre domande importanti. Al decadentismo estetizzante di Raskolnikov, Arianna contrappone l'esigenza di una profonda moralit dell'arte e della vita. Il suo interesse per Primo Levi, una sorta di basso continuo, d uno spessore di riflessione e di emozioni anche quando il libro sembra percorrere i sentieri della leggerezza pi svagata.
Riuscir Arianna a far trovare a Raskolnikov il filo del dolore che lega gli uomini fra loro, le loro storie, le loro esperienze creative? Una serata Primo Levi in un teatro di provincia sar, nell'ultimo capitolo, il banco di prova per Arianna: la verifica della capacit di trasmettere il suo entusiasmo agli amici, al pubblico dello spettacolo, ai lettori.
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L'AUTRICE.
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Laura Mancinelli (Udine 18 dicembre 1933, Torino 7 luglio 2006), dopo un soggiorno di quattro anni a Rovereto dove visse la prima infanzia, la famiglia si trasfer a Torino.  
Figlia di un impiegato della Banca dItalia e di una insegnante di matematica delle Superiori, consegu la maturit al liceo classico "Cavour" di Torino. 
All'Universit di Torino, dove conobbe Claudio Magris, studi letteratura tedesca con il professor Leonello Vincenti. 
Si laure nel 1956 in lettere moderne con una tesi dal titolo Conrad Ferdinand Meyer, poeta epico lirico. Negli anni seguenti il dottorato insegn per tredici anni nella scuola media, continuando sempre a interessarsi e a lavorare sulla cultura tedesca medievale. Negli anni settanta lasci la scuola media per insegnare filologia germanica all'Universit di Sassari, dove conobbe il collega ispanista Cesare Acutis. A Sassari si ferm due anni poi, chiamata a Venezia dal germanista Ladislao Mittner, nel 1976 ottenne la cattedra di storia della lingua tedesca all'Universit Ca' Foscari. Nellanno accademico 1980-1981 fece ritorno a Torino e alla sua cattedra di filologia germanica che tenne fino al 1994. 
E' stata una germanista, medievista, traduttrice e scrittrice italiana, ha scritto numerosi saggi di storia medievale e romanzi storici. 
Ha pubblicato presso Einaudi: Il messaggio razionale dell'avanguardia, I dodici abati di Challant, Il fantasma di Mozart, Il miracolo di santa Odilia, Gli occhi
dell'imperatore, I tre cavalieri del Graal, Raskolnikov, Il mistero della sedia a rotelle, Killer presunto e Persecuzione infernale, (questi ultimi costituendo tre episodi dei Casi del capitano Flores), Il principe scalzo.
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Raskolnikov.
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Indice.
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Porto Maurizio
Sor Trepizze
Lo scippo
La valigia di Arezzo
La tastiera insanguinata
Il mulino abbandonato
La cena degli equivoci
La doccia
Nello studio del pittore
Il mostro di Cavagnolo
Frassineto o Saliceto?
Le rane
La concomitanza
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Fine Indice.
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Porto Maurizio.
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Aguzzava lo sguardo nel tentativo di scorgere il titolo
del libro che leggeva la donna seduta di fronte,
mentre il treno arrancava verso il colle di Cadibona.
In realt non gli importava niente di che cosa leggesse
quella signora, ma si era intestardito a scoprire il titolo
del libro, o almeno l'autore, perch lei lo copriva
con le mani, quasi apposta.
La donna infatti si era accorta che l'uomo che le
sedeva di fronte piegava la testa ora a destra ora a sinistra,
evidentemente allo scopo di decifrare il titolo del libro che lei leggeva. E allora, senza uno scopo
preciso, cos per gioco, lo teneva coperto con le dita
della mano che reggeva il volume. E si accorgeva con
un certo divertimento dispettoso che lui intensificava
gli sforzi, pur senza volerlo dare a vedere, e si irritava
che questi venissero vanificati da poche dita
sottili, quante bastavano a reggere una piccola edizione
economica quasi priva di peso.
Poi entr nello scompartimento il controllore e lei,
per prendere il biglietto dalla borsetta, pos malignamente
il libro chiuso dalla parte della copertina,
non ricordando per che sul risvolto posteriore c'era
il ritratto dell'autore.
- Ah! Primo Levi! - disse l'uomo quando il controllore
se ne fu andato. - E che cosa legge di Primo
Levi?
Ormai il gioco era stato interrotto e non c'era pi
alcun gusto di continuarlo.
- Se questo  un uomo, - rispose lei. -  una rilettura,
e neanche la prima. Lo rileggo ogni tanto.
- Dovrei rileggerlo anch'io, - disse l'uomo. - L'ho
letto a scuola tanti anni fa. Ricordo che mi fece una
grande impressione, ma ero troppo piccolo per capire.
Purtroppo sono un cattivo lettore.
- Che cosa vuol dire?
- Leggo poco. E quasi sempre cose di musica. Mi
occupo di musica.
Lei lo guard con curiosit. Probabilmente si stava
domandando che cosa facesse di preciso uno che
si occupa di musica, e dovette concludere che il signore
che le sedeva di fronte era un musicologo. Ma
non chiese niente, un po' perch era piuttosto riservata,
abituata a fare lunghi viaggi in treno senza dire
una parola, un po' perch aspettava la seconda
mossa del signore che le sedeva di fronte. Infatti quello
domand:
- Scende a Savona?
- No. Scendo a Porto Maurizio.
- Ah! che paese carino! Va a fare gli ultimi bagni?
Era la fine di settembre e il tempo si manteneva bello.
- Forse, se sar possibile. In realt vado a trovare
i miei ricordi d'infanzia.
L'uomo sorrise e lei pot notare che aveva un sorriso
bellissimo.
- Saranno ricordi piacevoli, - disse. - Mi sembra
il luogo ideale per trascorrerci la propria infanzia.
- Veramente, - disse lei scuotendo la testa, - la
mia infanzia l'ho vissuta a Torino. A Porto Maurizio
andavo un mese o due d'estate, da mia zia. Ma sono
ricordi molto belli.
Lui sorrideva assorto guardando fuori dal finestrino.
Stava forse cercando di immaginare i ricordi
di lei? Adesso non gli dico pi niente, pens la
donna.
-  una bella idea, - continu lui, - fare un viaggio
per andare a ritrovare i propri ricordi.
Tocc a lei sorridere a questo punto:
- In realt vado a trovare una coppia di amici che
sono l in vacanza. Con l'occasione riscoprir i miei
ricordi. Forse le avevo dato una risposta troppo fantasiosa.
- Beh, delle volte sono le pi vere.
Di fare i bagni a Porto Maurizio non se ne parl
nemmeno. Il tempo era cambiato quella notte stessa,
e una pioggerella sottile si impadron del cielo e cominci
a inzuppare la terra. Lei, in piedi su uno scoglio
piatto, guardava assorta il mare grigio.
Chiss se anche in quelle estati lontane pioveva?
Qualche volta forse. Ma il ricordo era di sole e di bonaccia,
di lunghe calure vissute tra spiaggia e mare,
giornate che si aprivano con una corsa zoccolante gi
per la lunga scala che dal paese porta alla marina, e
si chiudeva con una sosta alla fontana del Sonetto,
dove i bambini alla sera andavano con un fiasco per
mano a prendere l'acqua buona, quella da mettere in
ghiacciaia per berla a tavola, tanto gelata che faceva
appannare il bicchiere. Il lungo crepuscolo estivo si
fondeva a poco a poco con le luci dei lampioni, mentre
ognuno aspettava il suo turno di riempire i fiaschi
ascoltando le chiacchiere delle donne che raccontavano
gli avvenimenti della giornata. Succedeva sempre
qualcosa degno di essere raccontato, una lite tra
vicini con minacce ferali, un bambino che beveva lisciva
mentre la madre civettava col portalettere, il
solito vitello che nasceva con due teste... ma dove andavano
a finire tutti quei vitelli con due teste?
Poi si tornava a casa commentando le vicende udite
senza sospettare che fossero in parte inventate o
ingrandite dall'immaginazione di quelle povere donne
che, sfacchinando tutto il giorno tra la casa e i magri
orti della collina, non facevano che pensare alla
conversazione serale alla fontana del Sonetto, il momento
pi bello della giornata, momento di riposo
nel fresco della sera, e di affermazione personale per
chi aveva qualcosa da raccontare.
Qualche volta la giornata cominciava con un gran
colpo di fortuna: quando Giuseppe invitava lei e suo
cugino a pescare i polpi. Lo diceva la sera prima, perch
in tal caso dovevano essere al porto alle cinque
del mattino, prima che il sole penetrasse nell'acqua e
la rischiarasse tutta. Pare che in quel momento i polpi
escano dalle loro tane tra gli scogli stiracchiando i
tentacoli e siano ancora un po'addormentati e facile
preda dei pescatori. Allora con una barchetta, remando
silenziosamente, si percorrevano le scogliere,
soprattutto quelle del porticciolo. Il cugino remava e
Giuseppe esplorava il fondo con la testa infilata in
una latta di conserva, la cui base, tagliata via con l'apriscatole,
era stata sostituita da un vetro fissato con
il mastice. Lei, la ragazzina, aveva il compito di tenere
a bada i polpi pescati e rintuzzare i tentativi di
fuga dalla cesta in cui venivano incarcerati. Quando
andavano a pescare con Giuseppe, la zia metteva la
sveglia in camera e ordinava di andarsene senza far
rumore e senza sbattere la porta.
Giuseppe era pi grande di loro, e se li invitava
era solo perch aveva bisogno di qualcuno che remasse
in silenzio, senza muovere l'acqua, e il cugino
in questo era molto bravo. Qualche volta li compensava
con un polpo, che la zia poi cuoceva facendolo
diventare tutto rosso. Giuseppe era uno dei tanti figli
dell'Adelina, non si sa quanti fossero. L'Adelina,
una donnetta magra magra, era sempre affannata a
guadagnare qualcosa per dar da mangiare ai figli. Non
si  mai saputo se avesse o no un marito. Nessuno se
l' mai chiesto. Aveva invece un padre, un vecchietto
che girava sempre con una bicicletta a mano, che
aveva le gomme legate con lo spago. Nessuno ricordava
di averlo mai visto montarla. Lo chiamavano
Trent'anni di navigazione, perch l'unico discorso
che faceva era una specie di lamentazione per essere
stato trent'anni in navigazione e non avere ora
n una pensione n un sussidio. Era diventata la sua
idea fissa, non parlava d'altro, e forse non ne sarebbe
stato nemmeno pi capace.
Quando andavano a pescare con Giuseppe, verso
le otto tornavano a casa a far colazione, perch tanto
a quell'ora i polpi si erano svegliati del tutto e non
stavano li imbambolati ad aspettarsi una fiocinata in
testa, tanto pi che la fiocina di Giuseppe era un forchettone
dalle punte aguzze, che lui stesso aveva rese
acuminate e taglienti con la pietra da arrotino.
Quei giorni la colazione piaceva ai due in modo particolare:
mentre il cugino prendeva il suo banalissimo
caffellatte, lei si forniva di pane raffermo dalla
dispensa, lo spruzzava di qualche goccia d'acqua se
era troppo secco, e lo inondava di olio, quel saporito
olio delle colline di Porto Maurizio il cui gusto le era
rimasto per sempre nel palato e che cercava di ritrovare
ogni volta che poteva. Come la pizza Landrea,
o all'Andrea forse, dal nome di qualche pizzaiolo pioniere,
fatta di sola pasta, olio e olive nere. Era rimasta
un mito, come molte cose di quelle estati a Porto
Maurizio, dove non era mai pi tornata, un po' perch
la vita la trascinava altrove, un po' perch temeva
di non ritrovare nulla di quello che amava. Anche
la zia non c'era pi, e da parecchi anni.
La giornata, cominciata con la discesa della lunga
scalinata che portava alla marina, terminava con la
faticosa risalita per tornare in paese: Salita al Paradiso
si chiamava. O  forse uno scherzo della memoria?
Salivano lentamente, sbandando con gli zoccoli
e sbatacchiando a destra e a sinistra il gamellone
vuoto gettato con mala grazia in una borsa di tela.
Quando scendevano al mattino, invece, il gamellone
era oggetto di tutte le loro cure. Lo portavano a
turno, facendo bene attenzione a tenerlo orizzontale
e a non inciampare con gli zoccoli nei larghi gradini
acciottolati. Era pieno di pastasciutta infatti, che
la zia aveva cotto al mattino e abbondantemente irrorato
di quel sugo denso che sapeva fare cos bene,
coi pomodori maturi dei terrazzi di quelle colline assolate,
spicchi d'aglio vaganti e molto basilico grossolanamente
spezzettato e gettato nel sugo all'ultimo
momento, quando dava sul fuoco gli ultimi sussulti
di bollore.
Era il loro pranzo, e lo divoravano dal gamellone
stesso, con due forchette che tenevano sempre nella
cabina in spiaggia e pulivano sommariamente dopo
aver mangiato. Si sedevano sulla panca di legno in
fondo alla cabina col gamellone in mezzo. Il cugino
segnava con la forchetta il confine divisorio delle parti
spettanti a ciascuno, pi grande la sua, perch era
un uomo e diceva che doveva mangiare pi di una
donna. Lei non protestava, ben conscia della sua abilit
di scalzare dal di sotto la rocca avversaria sottraendo
spaghetti al commensale senza che quello se
ne accorgesse.
Accadeva qualche volta che verso sera, quando i
clienti paganti disertavano le barche e si apprestavano
a tornare a casa, il bagnino concedesse loro una
barca gratis, per mezz'ora o un'ora. Allora andavano
lungo la costa verso ovest, che era alta, rocciosa e piena
di cose interessanti, anfratti, spiaggette, piccole
cale. Ma il polo che li attirava era il convento dei frati
cappuccini, alto sulla scogliera e fornito di una scaletta
scavata nella roccia che portava al mare. L, verso
il tramonto i frati facevano il bagno, e loro andavano
a spiarli per vedere le loro barbe allargarsi
sull'acqua intorno alla testa galleggiante, barbe grige
e bianche per lo pi, ma sempre molto abbondanti,
ricce e lunghissime. E quando uscivano dall'acqua i
frati le strizzavano accuratamente prima di infilarsi
il saio sui mutandoni bagnati.
Oggi quelle gran barbe non ci sono pi, e pochi
frati portano il saio. Il mondo perde di spettacolarit,
e d'altra parte nessun bambino oggi correrebbe a
spiarli quando fanno il bagno per vedere le loro barbe
spandersi sull'acqua. Per quei due, allora, era una
grande avventura.
Con la risalita della lunga scala e il gamellone sbatacchiato
contro il bordo degli scalini, la giornata non
era affatto finita. C'era appena il tempo di cenare che
bisognava correre all'osteria di Garibaldi. Nell'osteria
non ci entravano neppure, ma si infilavano di soppiatto
nella porticina che, per una stretta scala, portava
all'appartamento della famiglia, e dalla camera
da letto passavano al poggiolo. Qui, seduti per terra
sulla pietra, attendevano l'ultimo, supremo dono della
giornata. Il poggiolo dell'oste Garibaldi dava sull'area
del cinema all'aperto, su un lato, piuttosto
vicino allo schermo, per cui le figure, soprattutto
i primi piani delle facce, risultavano fortemente allungate.
Inoltre i gestori del cinema avevano avuto
cura, nella loro avarizia, di recingere lo spazio con
cannicciate, perch dalle case prospicienti, che erano
tutte a un solo piano, non si potesse assistere al
film. Ma il figlio di Garibaldi con una canna aveva
aperto una fessura nel baluardo protettivo, l'aveva
allargata con cura giusto quanto bastava perch le loro
tre facce, ammucchiate strettamente l'una sull'altra,
potessero vedere il film. Lo stesso avevano fatto
da tutti gli altri poggioli. La cannicciata era piena di
buchi, e i buchi pieni di facce. Ma i proprietari del
cinema non se ne accorsero mai.
Una variante alle giornate di spiaggia erano le giornate
in collina, sui sentieri tra i rovi di quelle aspre
terrazze dove magri alberelli fornivano una messe incredibile
di piccoli fichi neri, dolcissimi, che venivano
mangiati con tutta la buccia perch a sbucciarli
non ci sarebbe rimasto niente. Di solito venivano abbandonati
agli uccelli perch non valeva la pena raccoglierli:
nessuno li avrebbe comprati. I due non si
stancavano di mangiarli contendendoli alle vespe,
graffiandosi mani e gambe sui rami stenti e bitorzoluti,
scacciando i passeri che svolazzavano preoccupati
intorno alla loro cena predata. Poi c'erano le more
di rovo, piccole e polverose, buone perch bottino
di quella caccia insensata. Insensata, perch i fichi
che la zia metteva in tavola la sera, erano molto pi
grossi e succulenti, e loro due, con la pancia piena di
fichi selvatici, li guardavano svogliatamente, aspettando
che la cena finisse per correre all'osteria di Garibaldi
o alla fontana del Sonetto.
Poi veniva l'autunno, e lei ritornava alla sua citt
subalpina, e non avendo di meglio da fare studiava
il latino, la storia, persino la matematica, qualche
volta.
Si guard attorno cercando di dove venisse la voce
che l'aveva chiamata. Perch non c'era che lei su
quello scoglio, sotto l'ombrello color fucsia che la riparava
dalla pioggia. Infine lo vide, che si arrampicava
faticosamente tra gli scogli, scivolando sulle pietre
bagnate. Non pot trattenere una risata.
- Perch non  venuto dal sentiero? Non penser
che io abbia fatto tutta quella fatica per arrivare fin
qui.
- Non sapevo che ci fosse un sentiero. L'ho vista
di lontano, o meglio, ho visto l'ombrello rosa, e mi
son detto: non pu essere che lei. E sono arrivato come
ho potuto.
Era arrivato infatti, dopo aver superato l'ultimo
tratto di roccia frangiflutto. Aveva ancora il fiato
grosso.
- Bel posto, - disse dopo aver ripreso fiato. - Ma
non  un po' umido e malinconico?
- Forse, - rispose lei pensierosa. - Ma non capisco
una cosa: nei miei ricordi d'infanzia, non c'erano
mai giornate cos. C'era sempre il sole, e il mare
era sempre azzurro.
-  uno scherzo della memoria. Le giornate di
pioggia sono sempre esistite. Altrimenti vivremmo in
un deserto.
- Giusto! Come il Sahara! - disse lei e scoppi di
nuovo a ridere. Aveva una risata piena e sonora, e
lui, che era musicista, la not con piacere.
- Sul treno non ha mai riso. Come mai oggi ha voglia
di ridere?
- Beh, mi ha divertito vederla spuntare tra le rocce...
e anche il vederla qui. Di dove viene?
- Da Albenga. Sono l per qualche giorno in casa
di amici. Oggi pioveva, e mi son detto: Vado a Porto
Maurizio. Vuoi vedere che trovo quella signora del
treno sulla riva, sotto la pioggia? E infatti l'ho trovata.
- S, ma adesso ce ne andiamo via di qui perch
c' troppa umidit. Ho un appuntamento con i miei
amici al caff della piazzetta. Venga con me, cos vi
presento. Ma... giusto: non sappiamo nemmeno chi
siamo. Io mi chiamo Arianna. E lei?
- Sergej Raskolnikov. Ma non  il mio vero nome.
- Non si preoccupi: anche Arianna non  il mio vero
nome.
- E non sono neppure russo... - aggiunse lui.
Il caff della piazzetta era deserto perch turisti
non ce n'erano con quel tempo, e la gente del luogo
ci andava solo la sera per bere un bicchiere di vino e
fare due chiacchiere. Gli amici di Arianna erano seduti
a un tavolino e leggevano il giornale.
- Anna e Nando, - disse Arianna presentandoli a
Raskolnikov, il quale, conscio della difficolt del suo
nome, si present da solo.
Ordinarono una bottiglia di cortese come aperitivo.
- Nando, andrai lo stesso a dipingere ulivi con questo
tempo? - chiese Arianna.
- Se la pioggia continua cos, ci vado. Se aumenta,
no, perch non saprei come fare.
- Se ci vai, vengo anch'io, cos ti riparo, - disse
Arianna accennando al suo ombrello color fucsia, che
stava aperto sotto il portico davanti al caff.
- Posso venire anch'io? - chiese Raskolnikov.
- Per non ho ombrello.
- Le dar il mio, - disse Anna. - Con questo tempo
non ho nessuna intenzione di venire a scarpinare
su per le colline. Me ne resto in albergo e al massimo
far una passeggiata in citt.
Cos al pomeriggio i tre si avviarono avventurosamente
per un sentiero che si arrampicava fra due terrazzi
della collina, con un muro a secco a sinistra e
una spalliera di rovi sulla destra. Arianna e Raskolnikov
camminavano sotto gli ombrelli aperti, e Raskolnikov
ogni tanto allungava una mano a raccogliere
una mora bella nera, lucida di pioggia. Nando
che sfidava le intemperie perch odiava gli ombrelli,
a un certo punto disse:
- Perch tenete ancora gli ombrelli aperti? Non
piove pi.
Era vero. Chiusi gli ombrelli, apparve sulle loro teste
uno squarcio di cielo sereno, d'un pallido azzurro
ancor traversato di striature grige. E anche il mare,
basso e lontano, s'illuminava qua e l di azzurro
assediato dal grigio.
Si fermarono a guardarlo in silenzio, prima di riprendere
a salire per il sentiero che diventava sempre
pi simile a una mulattiera.
- Su questo sentiero una volta, - disse Arianna, -
abbiamo trovato un somaro legato a un albero con un
sacco sul dorso. Il suo padrone doveva essere sceso a
quelle case laggi, - e indicava un gruppo di casupole
di pietra. - Volevamo vedere che cosa c'era nel sacco
e ci abbiamo fatto un buco. Erano carrube. Ce ne
siamo riempiti le tasche, ne abbiamo date anche al
somaro, cos il suo carico pesava di meno, e siamo
scappati di corsa su per il sentiero. Era meno faticoso
a quei tempi. Che sia diventato pi ripido?
Tutti sorrisero. Poi, giunti a una svolta riparata
verso la valle da un muretto di pietre, si fermarono
e vi si sedettero.
- Certo che era meno faticoso, una volta. Pensate
che quando sono stato a Roma per qualche tempo, e
avevo ventidue anni, andavo spesso a Ostia in bicicletta
per dipingere in riva al mare, e alla sera me ne
tornavo a Roma sempre in bicicletta, con il mio cavalletto
ripiegato sul portabagagli. - Tacque, con lo
sguardo perso sul mare, sorridendo a quel ricordo lontano.
- E arrivato a Roma andavo dal Bruschettaro
e mangiavo tre pizze, una dietro l'altra. Mi chiamavano
Sor Trepizze.

 Sor Trepizze.

Ma quelle rondini, erano forse impazzite? E vero
che settembre volgeva alla fine, tra piogge insistenti
e inusitati grigiori; ma volevano partire per la loro
migrazione con una simile burrasca?
Nando guardava il cielo solcato da voli veloci di
rondini, pi frequenti e impazienti del solito, proprio
come quando si preparano alla partenza, e ripiegava
il cavalletto che aveva portato in riva al mare, raccoglieva
colori e pennelli nella cassetta, in fretta, perch
ricominciava a piovere sulla spiaggia bagnata e
sul mare grigio di quell'autunno maligno.
Era venuto a Ostia per dipingere tra le rovine della
citt romana, e invece era finito in riva al mare,
sulla sua bicicletta attrezzata con portacavalletto e
portacassetta, e si era messo a dipingere l, sulla spiaggia
deserta. Gli piaceva il mare d'autunno, o d'inverno,
quando la riva derelitta  piagata da tracce della
festosit estiva, pezzi di cartelloni pubblicitari,
qualche legno di barca sfasciata, uno zoccolo abbandonato.
E gli piaceva soprattutto in quei pomeriggi
nuvolosi, quando la tristezza del tramonto veniva sopraffatta
e neutralizzata dal grigiore del cielo senza
luce. Si era messo a dipingere quel mare verdastro,
con onde lontane, e mentre dipingeva immaginava di
non essere a Ostia, a due passi da Roma, su una costa
mediterranea, ma su un mare settentrionale, il
Baltico per esempio, che aveva visto una volta in gennaio,
con la sua luce spenta intrisa di malinconia. O
un altro mare del nord.
Pensava al pittore Munch, ai suoi mari freddi, a
quel settentrione che si sente anche se non appare,
che vive nell'aria, nell'impasto dei colori. Lui lo sentiva
nell'animo. Non perch era piemontese e il vitalismo
romano gli era estraneo, ma perch amava
quel fondo di malinconia che ristagnava nel suo animo,
e lo accompagnava sempre, ogni giorno.
Mentre tratteggiava sulla parte destra del quadro
la grande figura di Munch in atto di salutare il suo
mare o un gran volo di gabbiani, si immaginava nei
panni del pittore norvegese, un signore anziano con
barba e cappello, lui che anziano non era di certo, la
barba non l'aveva mai portata e il cappello neppure.
Fu distolto dai suoi pensieri dal grido delle rondini,
dal loro svolare eccitato. S, stavano veramente
preparandosi alla partenza. Forse aspettano il
vento propizio, - pens, - una bella tramontana che
le aiuti a sorvolare il mare fino alle coste dell'Africa.
Ma fin che dura questo scirocco... E per loro forse
era gi tardi. Anche per lui si faceva tardi. Imbruniva,
e doveva tornare a Roma con la sua vecchia bicicletta.
Sent improvvisamente che era tempo di tornare
a casa, nella sua citt del nord, al suo autunno
torinese.
E aveva fame, perch quando andava fuori Roma
a dipingere saltava il pranzo. La ciriola imbottita di
lardo pepato che si era fatta preparare all'osteria del
Bruschettaro era stata digerita da un pezzo.
Mentre pedalava vigorosamente verso la citt pensava
sorridendo che era venuto a Roma per dipingere
tra le rovine, o in qualche colorita via romana, o
di fronte a un palazzo illustre. E invece aveva cominciato
subito a gironzolare per le borgate, a dipingere
gli orti suburbani, qualche capanna di legno,
o una panchina con un barbone addormentato. E poi
la campagna dei dintorni, stoppie, canneti... nemmeno
i resti dell'acquedotto antico non aveva mai dipinto.
Eppure... sorrideva pedalando verso la citt, eppure...
qualcosa aveva imparato l a Roma, forse a riconoscere
se stesso attraverso il contrasto, il suo riserbo,
le sue freddezze. Neppure a Roma era mai riuscito
a dipingere il tramonto, anzi, a Roma meno che
a Torino, proprio perch erano pi belli, pi accesi,
pi aggressivi.
Il giorno che riuscissi a dipingere un tramonto, -
pensava, - il giorno che il tramonto non mi facesse
pi soffrire... Ma questo non era accaduto. Anzi,
distoglieva gli occhi dai colori del tramonto quando
era bello. Quello di oggi, s, lo poteva accettare, non
pareva neanche un tramonto, cos senza luce, senza
colori. Poteva guardarlo e non stare male. E anche il
mare, grigio verdastro, sotto il cielo di piombo e la
spiaggia color seppia.
Era arrivato in citt, e pedalava ora verso il mercato
dove stava l'osteria del Bruschettaro, il ristoratore
della sua fame giovanile e gagliarda.
- La solita pizza per cominciare? - Lui aveva risposto
di s. Intanto, seduto in capo a un lungo tavolo
fiancheggiato da panche, tirava fuori di tasca i
suoi ultimi soldi. Accidenti! Gli era rimasto ben poco.
 vero che era il suo ultimo giorno a Roma e per
fortuna il biglietto di ritorno lo aveva gi comprato,
anche per il trasporto della bicicletta. Ma... e intanto
contava e ricontava i soldi... Le solite tre pizze non
ci stavano, no, non ci stavano proprio. Avrebbe potuto
rinunciare alla mezzetta di vino... eh no! Quel
vinello gentile non l'avrebbe sacrificato. Ci usciva
una pizza sola, pazienza! e qualche bruschetta, ma
senza aglio perch l'aglio non lo sopportava.
- Metto in forno la seconda, - diceva l'oste portandogli
una pizza bollente su un tagliere tondo di
legno. E gi stava correndo verso la gran bocca del
forno.
- Ehi, ehi! - gli grid lui. - Basta una, questa
sera!
- Come sarebbe? - L'oste era ritornato al tavolo
e si era seduto di fronte a lui. - Una sola? Ma  la
prima volta! Noi qui, sa, - e avvicinava la testa con
gesto confidenziale, - l'abbiamo soprannominata Sor
Trepizze, perch ne mangia sempre tre, e anche perch
non sappiamo il suo nome. O non sta bene di stomaco
oggi?
- No no, di stomaco sto bene. Anzi... Ma  di questi
che non sto bene, - e tirava fuori il portafoglio. -
Sono gli ultimi, e tre pizze, come vede, non ci stanno.
Per fortuna ho gi il biglietto per il ritorno, e domani
mattina parto. Torno a casa.
- E proprio perch parte deve mangiare le sue tre
pizze, o vuol viaggiare a pancia vuota? Col rodimento
nello stomaco? Partire da Roma a pancia vuota? Non
s' mai visto! - E rivolto al garzone, gridava: - Inforna
un'altra pizza e prepara la terza! - e poi girandosi
verso il cliente: - E le faccio assaggiare anche queste
capoccette di funghi alla brace, che vedr che se
le ricorda finch campa, e un po' di pecorino romano
alla fine, per rifare la bocca. Anzi, se permette,
col pecorino romano le faccio compagnia. Ragazzo!
Porta un'altra mezzetta, e un bel cacio pecorino, che
m' venuta fame anche a me!
- Ma non posso pagare tutta questa roba, - diceva
il pittore sollevando gli occhi dalla prima pizza,
gi finita, - le ho ben detto che tutto quello che ho
 qui - e indicava i soldi sul tavolo.
- E allora? Non posso offrirle un po'di pecorino?
O non sono forse il Bruschettaro, come lei  Sor Trepizze?
Sor Trepizze, pensava guardando le spiagge romane
in fuga davanti al finestrino del treno che lo riportava
a casa, a Torino, ai suoi Lungop di barriera,
malinconici sempre, anche con il pi splendido sole,
di una malinconia incrostata sulla superficie delle
cose, fusa nell'aria, una malinconia che si respira dall'infanzia
e si metabolizza nel modo di pensare, parlare,
dipingere. Amava quella malinconia, non poteva
farne a meno, non poteva vivere senza di essa.
Il Bruschettaro no, non doveva conoscerla, aveva
respirato un'altra aria, lui. Non era di casa a Roma
la malinconia, si sentiva dalla cadenza della parlata,
che aveva la stessa espansivit del gesto, la cordialit
regale di chi ha alle spalle una grande storia. Il
Bruschettaro era un principe. E come un principe offriva
al giovane pittore col borsellino vuoto capoccette
di funghi e pecorino, e beveva con lui come solo i signori
sanno fare.
Non sapendo come sdebitarsi il pittore gli aveva
regalato un disegno che aveva fatto in un uliveto della
campagna romana. Un tronco di ulivo, vecchio e
tormentato, che lo aveva colpito per quella sua corteccia
antica, percorsa da licheni verdastri e gallerie
scavate da insetti, segnata da insulti del tempo, un
colpo di roncola, un morso di capra.
Il Bruschettaro aveva guardato il disegno con attenzione
mentre lui spiegava che aveva fatto diversi
di quegli schizzi perch voleva lavorarci sopra a casa,
nel suo studio, voleva fare dei quadri a olio, con
quei tronchi d'ulivo.
-  un tronco d'ulivo, s, vedo che  una corteccia... -
diceva il Bruschettaro quasi soprapensiero,
- ma a me sembra la storia di una vita, con le sue ferite,
le rughe, i segni del tempo. Io la vedo cos. Bravo
sor Trepizze! - e gli batteva una mano sulla spalla
ridendo con quel suo riso da principe del sangue.
Il sor Trepizze, il giovane pittore, lo guardava con i
suoi occhi azzurri pieni di meraviglia e quasi non credeva
alle sue orecchie.
-  proprio quello che pensavo disegnando! Il soggetto
era un tronco d'ulivo, ma con la mente immaginavo
quella che sarebbe stata la mia vita, un giorno
che fossi vecchio, se potessi distenderla e raccontarla
su un foglio di carta.
Il Bruschettaro lo aveva guardato con occhi seri,
questa volta, senza ridere:
- Anch'io ci ho letto la mia vita, di quando sar
vecchio. - E poi rivolto al garzone: - Ragazzo! Porta
un'altra mezzetta, ma di quello pi buono, quello
del prete!
Era stato il commiato dalla Roma dei suoi anni giovani,
quando con i pochi soldi che aveva poteva concedersi
tre pizze prima di andare a letto, tre pizze dal
Bruschettaro, e una mezzetta di vino. Ed era vissuto
un mese a Roma come un estraneo per capire, il
giorno della partenza, quell'anima di principi che non
perdono il loro splendore neppure quando maneggiano
la pala del forno o preparano capoccette di funghi
con aglio e prezzemolo in grandi teglie di ferro.
Lo splendore, - pensava, - di chi sa anche fissare
gli occhi nel tramonto, che  come sfidare Dio, con
la certezza che il sole, domani, sorge ancora.
 
Lo scippo.

- L'hai pi visto quello strano tipo che si fa chiamare
Raskolnikov? - chiese Nando ad Arianna mentre
camminavano sotto i portici di via Po in direzione
della Gran Madre di Dio.
- No, ma aveva detto che sarebbe tornato a Torino
qualche giorno dopo di noi. Un giorno o l'altro si
far vedere. Tu dove sei diretto?
Si erano incontrati per caso sotto i portici e avevano
proseguito insieme verso la collina.
- Vado alla libreria qui all'angolo, - rispose Nando.
- Anch'io, - disse Arianna: - ho ordinato dei libri
e vado a vedere se sono arrivati.
Spinsero la porta del vecchio negozio ottocentesco
ed entrarono. Un gruppo di persone stava chiacchierando
animatamente di qualcosa che aveva tutta
l'aria di essere un fatto strano. Colsero qualche parola
come uno scippo, s, proprio uno scippo, e
udirono fare il nome di Raskolnikov.
- Che cosa  successo? - chiese Arianna, -  stato
scippato qualcuno?
- Ma no! - disse il proprietario della libreria, - figurati
che  stato lui a compiere lo scippo, il maestro
Raskolnikov! Cos almeno si dice in giro. Tutti ne
parlano, ma io non ci credo, - e si allontan scuotendo
la testa.
Eppure quella storia dello scippo continuava a circolare
sempre pi insistente tra i frequentatori delle
librerie e delle sale da concerto. Possibile? Una persona
cos riservata come il maestro Raskolnikov! E
altri: Incredibile! Come si pu scippare un concerto?;
Il maestro Raskolnikov ha scippato un concerto?
E a chi? A un concertista tedesco, pare, venuto
apposta da Berlino.
Si diceva che il concertista tedesco fosse ripartito
subito per Berlino, senza neppure toccare la tastiera.
Incredibile! Ma i meglio informati dicevano che no,
la tastiera l'aveva toccata, ma poi chiss che cosa 
successo... Sar successo - aggiungeva qualcuno
malignamente - che quel Raskolnikov gli avr detta
una parolina, magari in quel tono sottilmente diabolico
che sa tirar fuori ogni tanto... Impossibile! -
interveniva qualcun altro. - Il maestro Raskolnikov
 persona straordinariamente corretta, e schiva, uno
che ama suonare soprattutto a casa sua, per pochi
amici, o anche da solo, come quando si rifugia in quella
casetta in montagna e suona per larici e abeti. Figuriamoci
se ha scippato un concerto a un altro. A
un berlinese poi!
E su queste divergenze di opinioni intorno alla correttezza
del maestro Raskolnikov i discorsi si interrompevano,
perch l'abbassarsi delle luci nel foyer
annunciava l'inizio del secondo tempo. Intanto Raskolnikov
era scomparso dalla circolazione. Questo
peraltro non avrebbe dovuto stupire nessuno: Raskolnikov
amava scomparire, soprattutto quando era
coinvolto in qualche pettegolezzo. Ma questa volta
la prolungata assenza dalla citt unita all'inquietante
storia dello scippo assumeva una tinta vagamente
fosca. Lasciate il vostro nome e numero di telefono,
e sarete richiamati, continuava a ripetere la sua
segreteria telefonica. Ma erano passati gi parecchi
giorni, e nessuno era stato richiamato. La ridda di
ipotesi aumentava insieme a una morbosa curiosit:
tutti quelli che lo conoscevano, e non erano pochi,
cominciavano a dividersi in due partiti avversi, innocentisti
e colpevolisti. Questi ultimi ritenevano
che non osasse pi farsi vedere in citt per via dello
scippo.
Chi soffriva di pi per l'assenza del maestro erano
le giovani signore della buona societ, che solevano
coccolarselo con squisiti pranzetti, gareggiando
in abilit gastronomica, non senza qualche segreto ricorso
alle pi note rosticcerie cittadine. Medaglioni
alla Voronoff, asparagi alla Bismarck e crostate con
gelatina al limone ammuffivano nei frigoriferi: non
si poteva invitare a cena il maestro perch il maestro
non c'era.
- E chiss quando si far rivedere! - dicevano i
soliti pessimisti.
E invece il maestro ricomparve, improvvisamente,
un mercoled. Fece il suo ingresso nella sala dell'auditorium,
sorridendo come al solito, prodigo di
galanterie e baciamano. Ma quanto a parlare, non
parlava. Dello scippo, naturalmente, perch di tutto
il resto era dispostissimo a parlare, come sempre. Ma
se qualcuno si azzardava anche solo a dire la parola
scippo, si irrigidiva in volto, e fulminando lo sprovveduto
con una occhiataccia, diceva:
- Scippo? Quale scippo? - E girando sui tacchi
scompariva tra la folla.
E qualcuno cominciava gi a dubitare che lo scippo
ci fosse realmente stato, mentre le voci intorno a
questa vicenda tendevano a smorzarsi, come sempre
avviene in questi casi, per mancanza di nuova esca.
Ma ecco che a un certo punto la curiosit intorno
a questo fatto si riaccese. Qualcuno sapeva. Qualcuno
aveva visto, udito, e ora parlava.
Si cominci a sapere che lo scippo era realmente
avvenuto, ed era avvenuto in una citt del Veneto,
in una villa palladiana dove si svolgeva una cerimonia
accademica, con molti invitati, autorit, stranieri
richiamati dal fatto culturale. A coronamento della
cerimonia doveva aver luogo il concerto del maestro
K., venuto apposta da Berlino.
Cerimonia e concerto si svolgevano in una splendida
sala affrescata da Gianbattista Tiepolo, e pare
che proprio gli affreschi del Tiepolo siano stati il
movente dello scippo. Pare che il maestro Raskolnikov,
a giustificazione del suo comportamento, abbia
detto:
- Non avevo mai suonato in una sala affrescata da
un Tiepolo. Avrei preferito Giandomenico, ma pazienza...
Sar per un'altra volta.
Ma vediamo come si svolsero i fatti. La cerimonia
procedeva secondo le regole prestabilite: discorsi, fiori
alle signore, battimani. Ora il pubblico pregustava
il concerto del pianista berlinese che vedeva in programma
musiche di Chopin e Debussy e che era atteso
con un senso di gran sollievo dopo tutti quei discorsi
alcuni dei quali, bisognava riconoscerlo, proprio
melensi.
Ed ecco che, al momento di annunciare il concerto,
l'organizzatore dovette confessare che il pianista
berlinese, ahim, era scomparso. Un mormorio di
rammarico percorse la sala, e qualcuno tra i pi impazienti
faceva gi l'atto di alzarsi per andarsene.
- Ma attenzione, vi prego, - diceva l'organizzatore
cercando di sopraffare con la sua voce di persona
educata e corretta il brusio della sala. - Vi prego, un
attimo di attenzione! Il concerto avr luogo ugualmente.
Per nostra fortuna abbiamo in sala tra di noi
il maestro Raskolnikov, il quale con grande cortesia
si  offerto di improvvisare per noi il concerto previsto.
Suoner per noi Chopin e Debussy. Prego,
maestro, - e cos dicendo presentava al pubblico plaudente
un Raskolnikov pi scarmigliato che mai, ma
tutto sorridente.
Il concerto di Raskolnikov fu splendido, applauditissimo,
e si ud qualcuno mormorare: meno male
che quell'altro se n' andato... Raskolnikov aveva
suonato con eccezionale partecipazione, e non poteva
essere altrimenti, dal momento che suonava
sotto gli affreschi di Gianbattista Tiepolo, e proprio
a quello scopo aveva compiuto lo scippo... anche se,
come ebbe a dire, avrebbe preferito Giandomenico.
Ma sentiamo come si sono svolti i fatti, secondo il
racconto di due testimoni oculari, marito e moglie,
amici del maestro, recatisi in quella citt del Veneto
per fargli compagnia, e che avevano seguito la scena
dello scippo appoggiati al davanzale esterno di una
finestra della sala, a cui erano saliti arrampicandosi
su un glicine.
- Ma questo - disse Cristina guardandosi attorno
nel parco, - non  un suono di pianoforte?
- S, certo. E giurerei che  la mano di Sergej.
Ma... ma la villa  chiusa. Ci avevano detto
che la avrebbero aperta poco prima della cerimonia.
E Luigi si guardava attorno nel parco come se il
suono di pianoforte potesse venire da qualche altra
parte che non fosse la villa. Il che era inverosimile.
Erano arrivati in anticipo e avevano approfittato
per fare una passeggiata nel parco, un giardino all'italiana
ricco di spazi erbosi e basse siepi di mortella
che disegnavano aiuole in cui radi elegantissimi alberi
non impedivano, anzi parevano esaltare, la vista
delle Prealpi gi rilevate dal sole del tramonto.
- S, - disse Cristina,  proprio Sergej che suona,
riconosco la sua mano. Ma come avr fatto a
entrare?
- Gli avranno aperto la porta.
Lei gli diede uno sguardo lievemente sarcastico:
- Infatti. Non pensavo che avesse scalato un muro
della villa. Non ne sarebbe capace. Ma perch gli
hanno aperto? Non  mica lui che deve fare il concerto,
 quel tedesco... Come si chiama? Quello col
nome strano.  Ma ascolta un po'? Questa non  pi
la sua mano! E la mano di un altro!
- S, la mano di uno sconosciuto, - convenne Luigi,
- un po' pi pesantina, direi, e legata...
Si fermarono ad ascoltare attentamente: non c'era
dubbio, era un'altra mano.
Quasi senza pensarci Luigi disse:
- Che abbia una doppia personalit?
- Questo  certo. Ma che abbia un doppio paio di
mani, no. Senti? Ora suonano due mani, dico due, e
non sono le sue.
- Che si fa? - chiese Luigi guardando la villa. - Si
va a vedere?
- Certo.
- Ma solo se la porta  aperta, - aggiunse Luigi, -
non intendo arrampicarmi a una finestra per vedere
chi  che suona.
Altro sguardo sarcastico di Cristina: - Tanto non
ne saresti capace...
Si erano avviati verso la scala di marmo che portava
all'ingresso. Ed era chiuso.
- Ci sar una porticina laterale. Andiamo a vedere,
- disse lui.
- Non ricordo che ci fosse un altro ingresso, ma
facciamo pure il giro della villa.
E si avviarono lungo il perimetro della costruzione
settecentesca, semplice ed elegante, a pianta rettangolare.
Quando passavano sotto una delle finestre
del salone sentivano distintamente il suono del pianoforte,
che altrimenti veniva assorbito dal muro,
spesso, rivestito di marmo bianco. - Ecco,  di nuovo
lui, - disse Cristina fermandosi ad ascoltare. - E
suona Debussy.
Stavano fermi tutti e due col naso in aria. Si udivano
anche delle voci che discutevano, ma le parole
giungevano confuse.
- Questo  sempre Debussy, ma chi suona non 
pi Sergej. Sai che ti dico, Cristina? Non  uno sdoppiamento
di personalit: l dentro ci sono due uomini
diversi.
- Gi, - rispose lei, sempre un po' sarcastica, - e
uno parla con un forte accento tedesco.
- Il concertista di Berlino! Ma di che staranno discutendo
? Ora quelle mani non suonano n Debussy
n altra musica. Fanno esercizi di allargamento.
Ma che cosa  venuto in mente al nostro amico? Di
dare lezioni al concertista?
- Strano, lui cos schivo...
Intanto camminavano lungo il perimetro della villa
soffermandosi sotto le finestre, di dove provenivano
ora parole, ora suoni di tastiera variamente usata.
I due non sapevano proprio che cosa pensare. Percorrendo
il lato occidentale, che era in parte coperto
da un antico glicine, poterono cogliere alcune parole.
Era Sergej che parlava:
- No, no, signore. Io sono entrato qui solo per la
curiosit di provare il pianoforte. Mi sono fatto aprire
dal custode mentendo,  vero, ho detto che ero il
concertista, e che quindi dovevo assolutamente provare
lo strumento e l'acustica della sala per sapermi
regolare coi pedali... ma la mia era solo curiosit.
Quando vedo un pianoforte, non resisto alla tentazione
di provarlo, e capir, non avrei potuto farlo
quando fosse gi entrato il pubblico.
E una voce pi giovane, con forte accento tedesco,
diceva:
- Anch'io mi sono fatto aprire dal custode dicendo
che ero il concertista...
- Oh bene, - ridacchi Raskolnikov, - avr pensato
che era in programma un pezzo a quattro mani!
- S, signore, - diceva la voce tedesca esitando, -
ma quando ho sentito suonare lei ho pensato che io...
be', forse non so suonare.
- Ma per carit, - diceva generosamente la voce
di Raskolnikov, - non dica questo. Stavo soltanto
strimpellando, cos, per saggiare la resa dello strumento.
- Se questo era strimpellare... - diceva la voce tedesca,
- e poi, vede, ho un dolore qui, alla base del
polso, che a tratti si estende a tutta la mano destra e
mi blocca completamente il quarto dito. Deve essere
una tendinite, e proprio adesso non ci voleva.
- Una tendinite? Non penso, - rispondeva Raskolnikov,
- e neppure un reumatismo, mi creda.
- Che cosa  allora? Che cosa devo fare?
- Anzitutto non andare da un medico. Io l'ho visto
seduto al pianoforte prima, e mi permetta di dirle
che la sua posizione  sbagliata. Da una posizione
errata possono anche derivare dolori al polso e alla
mano.
- La posizione delle mani, intende?
- Non solo la posizione delle mani.  tutta la posizione
del corpo che  sbagliata. La prego, si sieda
nuovamente al piano, e le far vedere.
A questo punto Luigi e Cristina allungarono il passo
per trovare la porta secondaria che cercavano: non
volevano perdersi la scena. Ma si ritrovarono in breve
davanti alla scala di marmo. La porta secondaria
non c'era. Si guardarono in faccia in silenzio, poi corsero
indietro fino al glicine e cominciarono a scalarne
il tronco.
La scalata non fu difficile perch il tronco era contorto
e offriva numerosi appoggi. L'impedimento pi
grande erano le masse di fogliame, che l'autunno non
s'era ancora portato via.
- E se ci vedono? - mormor Luigi.
- Difficile. Io sono vestita di giallo e posso mimetizzarmi
nel fogliame.
- Ma io non sono vestito di giallo, - mormor Luigi,
che immaginava gi il suo abito nero da cerimonia
bersagliato da fotografi importuni.
- Al massimo ti chiederanno spiegazioni. Non stiamo
rubando nulla.
Cristina era gi arrivata al davanzale e, sistemati
bene i piedi su un tronco trasversale, vi si appoggiava
coi gomiti. Dopo qualche istante anche Luigi riusc
a farsi una buona posizione sul glicine, e lasci cadere
lo sguardo all'interno del salone. Le finestre erano
state aperte per dare aria alla sala che, evidentemente,
restava chiusa per il maggior tempo dell'anno.
Sotto di loro era il pianoforte. Sergej Raskolnikov
stava in piedi accanto al concertista seduto sul panchetto.
- Se vuole, la ascolto. Riprovi col Notturno di
Chopin, - diceva.
Il concertista suon le prime note del Notturno,
poi abbandon desolatamente le mani sulla tastiera.
- La prego, non faccia cos. Capita a tutti,  capitato
anche a me, - insisteva Raskolnikov con tono
indulgente.
- Non posso suonare, - diceva il concertista scuotendo
il capo. - C' qualche cosa che si blocca, qui,
vede... - e alzava la mano destra indicando un punto
sotto il polso.
- Qui, ha detto? - chiese Raskolnikov prendendogli
la mano.
- Ahi! - url il concertista.
- Vedo che le fa molto male.
- Ma se non  una tendinite, che cosa ? Che cosa
devo fare? - la voce del concertista suonava angosciata.
Raskolnikov si sedette su una poltrona accanto al
pianoforte.
- Si tolga dalla mente che sia una tendinite. - La
voce del maestro saliva chiara e decisa ai due che si
affacciavano all'alta finestra, quasi facessero parte
degli affreschi di Gianbattista Tiepolo.
-  tutta la posizione del suo corpo che  sbagliata.
Intanto il modo di stare seduto: vede, lei si insacca
sul panchetto. E questo le impedisce di sfruttare
il peso del corpo sulla tastiera. Poi la posizione
delle mani. E questo  un lungo discorso. Ecco, mi
lasci un attimo il posto. Vede? il busto deve stare
eretto e mai in tensione, rilassato, pronto a proiettare,
scaricare il peso sulla tastiera quando occorre, per
aiutare le mani a far suonare tutto lo strumento.
E mentre diceva questo le note del Notturno di
Chopin riempirono la sala fino al soffitto. I due sul
davanzale si guardarono in silenzio e sorrisero.
- Questa  musica, - mormor il concertista quando
il pianoforte tacque.
- La prego, - lo interruppe Raskolnikov, - stiamo
parlando solo di tecnica. Quanto all'interpretazione...
- Ha ragione, la tecnica  il primo punto. Mi rendo
conto che la mia  tutta sbagliata.
- E sono questi errori di impostazione che le provocano
dolori ai polsi e impedimenti al movimento
delle mani. Anche l'estensibilit della sua mano 
scarsa. Eppure ha delle mani grandi.
- Pensa che potr correggere questi miei errori?
- Senza dubbio, - rispose Raskolnikov, - ma occorre
un lavoro lungo e paziente. Sono cose che non
si correggono solo sapendo dove  l'errore. Occorre
conquistare la posizione giusta, del corpo, delle mani,
affinch le dita agiscano con tutta libert e non si
avverta lo sforzo. Capisce? E un lavoro di anni.
- E adesso che cosa faccio? - la voce del concertista
era incrinata.
- Non so che cosa dirle. Suoni come pu, e che
Dio la aiuti, - rispose Raskolnikov facendo l'atto di
andarsene.
- No, maestro, non se ne vada, la prego, - e cos
dicendo tratteneva per un braccio Raskolnikov che
si stava avviando verso la porta. - Io non posso suonare...
- Non so che cosa dirle, ragazzo mio. Confidi nell'incompetenza
musicale del pubblico...
- Piuttosto di suonare male, non suono. E poi so
che nel pubblico ci sono fini intenditori, il nostro
console generale e altri appassionati. E poi, se la mano
mi si blocca di colpo, come  gi successo... No,
no, non suono. Ora vado a scusarmi con l'organizzatore.
In quel momento un forte cigolio annunci che gli
uscieri spalancavano la porta di ingresso e il pubblico
affluiva tra le file delle poltrone. Nessuno riconobbe
il concertista che, ancora in giubbotto e stivali,
se la svignava rapido tra la folla guadagnando la
porta di ingresso.
- Scendiamo, - disse Luigi. - Non sarebbe niente
bello che qualcuno ci sorprendesse qui sul glicine.
Scesero, si spolverarono gli abiti e andarono a
prendere posto nella sala per vedere che cosa sarebbe
successo.
- Vedrai che al momento del concerto ci manderanno
via, - disse Cristina.
- E la figura? Molta gente  venuta qui per sentire
il concerto, non per la cerimonia.  vero che il posto
 bello, e valeva la pena di vederlo. Guarda la luce
del tramonto che entra da quella finestra sopra il
pianoforte, proprio quella dove eravamo noi.
- E Raskolnikov? - chiedeva Cristina. - Dove 
andato a finire?
- Ma... Ecco l'organizzatore. Sta dicendo che c'
una variazione nel programma... Allora il concerto
si fa.
- Il tedesco ci avr ripensato. Forse Raskolnikov 
riuscito a convincerlo... Guarda, spengono le luci nella
sala. Ma come, anche sopra il pianoforte? Che strano!
Tolgono pure il leggio... Ma che storia  questa?
In quel momento uno scroscio di battimani accolse
l'ingresso di Raskolnikov che in giacchetta grigia
e ravviandosi con le mani i capelli scarmigliati si inchinava
al pubblico e si sedeva al pianoforte.
E il Notturno di Chopin riemp la sala del Tiepolo
debolmente illuminata dalla luce rossa del tramonto.

 La valigia di Arezzo.

- Non mettermi troppe cose nella valigia, che ad
Arezzo far un caldo bestiale. - Disse Raskolnikov,
che allora non si chiamava ancora cos, a sua madre
affaccendata a stipargli nella valigia un paio di maglioni.
- S, far caldo, ma alla sera in agosto fa fresco.
Vorrai ben avere un po' di ricambio, no?
- Ricambio? Ma non crederai che debba fermarmi
tutto il mese? Non penserai per caso che venga
ammesso al Corso? Quello, come mi sente toccare la
tastiera, mi caccia a pedate. E tanto meglio, sai, perch
non ho nessuna voglia di stare un intero mese a
sgobbare e sudare con quel caldo... Non vedo l'ora
di tornarmene qui in montagna, a farmi le mie vacanze
come Dio comanda. Anzi sai che cosa ti dico?
Quasi quasi non ci vado neppure a tentare l'ammissione
a quella masterclass, che tanto non mi importa
niente.
Sua madre lo guard fingendo meraviglia, ma non
si meravigliava affatto: era sempre stato cos quel suo
figliolo. Quando doveva fare l'esame di maturit avevano
dovuto spingerlo in strada con la forza, perch
si rifiutava di presentarsi dicendo che tanto lo avrebbero
bocciato; al momento del diploma in Conservatorio
era dovuto intervenire il suo maestro con tutto
il suo affetto, che non era poco. Adesso doveva presentarsi
ad Arezzo per fare la prova di ammissione al
Corso di perfezionamento di Arturo Benedetti Michelangeli.
Figuriamoci se sua madre non si aspettava
le bizze dell'ultimo minuto. Si sarebbe meravigliata
del contrario. Ma finse tuttavia un certo stupore:
- Sergej, la tua domanda  gi stata accettata, non
vorrai fare la brutta figura di non presentarti.
- La brutta figura la faccio se mi presento, - brontolava
lui tutto accigliato.
- E poi ormai abbiamo comprato il biglietto... -
incalzava la madre tanto per dir qualcosa. E lui:
- Il biglietto ce lo facciamo rimborsare, e domani
mattina, invece di fare una levataccia per andare a
prendere quel maledetto treno, mi sdraio a leggere
poesie sotto un abete, che ne dici?
La madre chiuse la valigia e disse perentoria:
- Allora buonanotte, Sergej; ci salutiamo domani
mattina -. E usc chiudendosi la porta alle spalle.
Quando venne il suo turno di sedersi alla tastiera,
si accorse che aveva le mani sudate, e un leggero tremito
come di febbre gli percorreva le gambe. Gett
un rapido sguardo al volto del maestro e lo trov impenetrabile.
Va' all'inferno, disse tra s. Si sedette
e suon. Come? Non avrebbe saputo dirlo, ma sentiva
dentro di s ira e ribellione contro quell'uomo
che era sempre stato il suo idolo e ora causava in lui
tanta sofferenza e angoscia. Ma chi era in fondo?
Uno come tutti gli altri, un comune mortale, anche
se si chiamava Benedetti Michelangeli.
Fin il pezzo di prova, si alz e, accennato un
trattenutissimo inchino all'indirizzo del maestro, usc
chiudendosi alle spalle la porta pi silenziosamente
che poteva. Mentre suonava non se ne era reso conto
ma, ora che tutto era finito e poteva respirare con
sollievo, sent quanto gli era pesata l'atmosfera di
quello studio disadorno, quasi monacale, in cui l'unico
arredamento era una lunga tenda viola. Quello
era lo studio di Michelangeli.
L'anima meridionale di Raskolnikov si ribell: Io
me ne vado, - disse tra s, - non aspetto neanche di
sentirmi dire che non sono ammesso. Me ne torno a
casa e dimentico questa brutta avventura.
Sal nella sua camera, rifece la valigia che aveva disfatto
la sera prima, e intanto pensava: Poveretti i
miei! Chiss come saranno delusi di vedermi tornare
con le pive nel sacco. Ma io le pive le lascio qui,
non me le faccio mettere nel sacco da questa gente
piena di superbia. E intanto la sua rabbia cresceva,
con quell'aria da padreterno, che mi guarda senza
vedermi, e non ha fatto neanche un cenno di assenso
quando ho finito di suonare. Suono da cane? E ditemelo
subito, che cambio mestiere fin che sono in
tempo. Non ho mica sposato il pianoforte, io! La vita
 piena di mestieri, un pezzo di pane sar capace
di guadagnarmelo. Cos dicendo sfogliava nervosamente
l'orario ferroviario e si accorgeva che il primo
treno utile partiva di l a un paio d'ore. Se ne usc
per la citt a fare una passeggiata per far giungere
l'ora della partenza. Cos almeno mi vedo un po' di
Arezzo.
Ma non vide niente. Sentiva un nodo stringergli
la gola e un peso orrendo nel petto. Cammin a caso
per un'ora circa, poi torn in albergo a prendere la
valigia. Chiuse la porta della camera alle sue spalle e
s'avvi a scendere le scale.
In quel momento incontr Michelangeli che saliva.
Si schiacci contro il muro per farlo passare,
e aveva intenzione di salutarlo con un secco Buonasera
che invece non venne fuori. Michelangeli
si volt a guardarlo, guard la valigia, e chiese:
- Dove vai con quella valigia?
- Parto. Ho capito che non...
- Sei un imbecille, - disse Michelangeli. - Torna
nella tua stanza e disfa quella valigia. Se vuoi, mi
prendo cura di te -. E sal le scale senza voltarsi a
guardarlo.
Sergej Raskolnikov obbed. Torn in camera e apr
la valigia. Ne tolse il pigiama, due camicie, alcune altre
cose. Faceva tutto come un automa. Arrivato al
ncessaire da bagno si arrest di colpo, spalanc gli
occhi, lo gett in aria come una palla e url:
- Ma allora ho superato la prova!
La prova con gli altri candidati sarebbe continuata
tutto il giorno seguente, e la sera dell'indomani i
candidati che erano invitati a fermarsi per partecipare
alla masterclass sarebbero stati ospiti a cena del
maestro, come era scritto nel programma del corso.
Sergej aveva davanti a s tutta una sera libera e ne era
felice. Usc a passeggiare per Arezzo che il sole era ancora
alto, ma un'aria fresca percorreva le vecchie vie
della citt spazzando dal cielo ogni residuo della calura
diurna che era stata, come pareva ora a Sergej
afosa e stagnante. Il cielo tersissimo s'insinuava tra i
tetti di vecchie tegole e fra i muri di mattoni, acquistando
una pastosit tendente al violetto, come in un
affresco di Piero della Francesca, mentre cipressi sottili
svettavano le loro cuspidi di antica verzura.
Il profumo dei cipressi, - disse tra s camminando
svagato per le vie di Arezzo, - il profumo dei pini.
Dove s'apriva un piccolo spazio tra palazzi e case
c'erano dei pini che salivano ad allargare lo scuro
ombrello fra i tetti e i muri. Profumo di cipressi, -
continuava a pensare seduto nella chiesa di San Francesco
davanti ai dipinti di Piero, - o forse mirra e cinnamomo.
Guardava le vesti e le acconciature dei
personaggi inginocchiati davanti alla croce ritrovata.
Profumi fatti con l'olio degli olivi che occhieggiavano
tra la folla regale che accompagnava la regina di
Saba.
- Profumo di rosmarino! - grid Sergej avvicinandosi
alle logge del Vasari che delimitavano la piazza
centrale nella parte pi alta ed esercitavano su di
lui un fascino misterioso. Da alcune tabelle aveva letto
che li si annidavano uffici amministrativi dell'universit;
ma altre porte che aveva visto chiuse nella
prima rabbiosa passeggiata per Arezzo, ora si erano
aperte generosamente lasciando fuoriuscire tutta
una fioritura di tavoli coperti con tovaglie quadrettate
e di sedie di legno da vecchia trattoria un poco
paesana. Di li veniva, ora ne era sicuro, il profumo
di rosmarino che aveva interrotto i suoi vaneggiamenti
olfattivi tra mirra e cinnamomo.
Si avvicin cautamente, come se avesse paura di
sentirlo svanire, o trasformarsi in odore di trementina
o qualcosa del genere. No, resisteva, ed era proprio
rosmarino, anche se misto, ma questo non gli dava
alcun fastidio, a un penetrante profumo di vino
e... pareva, di ginepro. Annus a lungo, ripetutamente,
poi entr nella porta che si apriva nel loggiato
fra i tavoli apparecchiati.
Era una trattoria, annidata in uno spazio antico
di mattoni a volta, fresca come una cantina bench
i fuochi dovessero essere accesi nelle cucine.
Quand'ebbe appurato che il profumo veniva da uno
stufato di cinghiale che stava ultimando la sua cottura
negli antri pi segreti del locale, chiese un quarto
di vino bianco fresco e and a sedersi a un tavolo
sotto il portico. Tutta la piazza di Arezzo digradava
ai suoi piedi, e le sue dita, pur immobili, suonavano
la Ciaccona di Bach, suonata durante la prova mentre
la sera si annunciava nell'accendersi di rosso dei
muri delle case e delle tegole dei tetti.
Venne una donnina silenziosa e gli pos davanti,
insieme al vino, un piatto di salumi dal color rosso
scuro, profumati di un acuto sentore appetitoso. Allo
sguardo interrogativo di Raskolnikov, disse:
- Prosciutto di cinghiale, signore E disparve.

Trent'anni dopo.
Le tue note tacciono. Taceranno per sempre. Tu
sei nel silenzio. Sei nella morte. E solo adesso io, che
per trent'anni ti ho venerato come maestro, posso
darti del tu. Prima me l'impediva l'antico pudore del
discepolo, il sapere che tutto quello che imparavo da
te era un tuo dono, una parte di te, della tua vita che
tu alienavi, un gesto di grazia. Un atto d'amore.
Non ho mai capito se mi amavi: il tuo volto, la tua
bocca non me lo hanno mai detto. Io si. Ti ho amato
fin dal primo giorno che ti ho ascoltato, a Torino,
e poi veduto ad Arezzo, alla prova di ammissione. Allora
veramente ho creduto di odiarti, vittima della
mia alterigia. Ma il mio odio, l'ho capito subito dopo,
era il risvolto negativo dell'amore. Ti ho amato
e venerato come padre e maestro, adempiendo in tal
modo il comandamento di Dio. E questo anche
quando alla gioia della presenza, della frequentazione
quotidiana, si  sostituita la tristezza della lontananza,
dell'assenza, interrotta solo da brevi visite,
rare, sempre pi rare, perch tu non amavi che si
rompesse la malinconica perfezione della tua solitudine.
Ora che sei veramente solo, nel silenzio della morte,
ho osato infrangere il tuo divieto. Ti vedo sereno
nel tuo pallore, bianche le mani intrecciate al rosario.
Bianche e immote. Non suoneranno pi. Che cosa
 della tua musica? Dei suoni e della vita che quelle
mani traevano dal silenzio? Tu l'hai sempre detto:
la musica nasce dal silenzio. Ma ora che il tuo silenzio
 perfetto e non pu essere rotto da alcun suono,
che cosa  rimasto di tanta potenza interiore?
Una s grande carica vitale pu andare perduta?
Lo scrittore, morendo, lascia il suo messaggio nei suoi
libri, il pittore nei suoi quadri, lo scienziato nelle sue
teorie. E l'esecutore di musica?
Guardo le mie mani e mi domando: potranno in
piccola parte raccogliere la tua eredit? Le mie e quelle
di alcuni allievi? Allievi che ora sono famosi, hanno
avuto successo. Hanno compiuto il dovere di non
lasciarti morire del tutto. E io?
Guardo le mie mani e vedo che tremano. Sento
che a loro incombe lo stesso dovere, il dovere di far
sopravvivere quello che a chi resta  concesso di far
sopravvivere di un grande che  morto. Le mie mani
tremano, e anche il cuore trema: di emozione e di
paura. Ma come io potr, ti prometto di non lasciar
cadere da queste mie mani l'eredit che mi hai lasciato.
Ogni nota che suoner sar dedicata a te, e se in
qualche modo tu puoi ascoltare, ti prego di non giudicarmi
secondo la tua misura, ma di applicare ai miei
suoni quell'indulgenza che sempre applicasti quando
eri vivo; allora sentir vicino a me la tua presenza,
l'anima del Maestro, sempre, finch vivr.
E tu non sarai del tutto morto.
 
La tastiera insanguinata.

- Dieci copie? - chiese il libraio meravigliato.
- Perch ne vuole dieci copie?
- Cos, - rispose Arianna sorridendo. - Per Natale
regalo agli amici una copia di quel libro. Se non
lo hanno letto, lo leggono, se lo hanno dimenticato,
lo rileggono. Ma  possibile che non lo abbiano mai
letto.
- Non si pu mai dire, - mormorava il libraio impacchettando
i libri, - non si pu mai dire. E poi ha
ragione. Dovremmo rileggerlo tutti un libro come
questo. Anche se non lo abbiamo dimenticato, ci si
scopre sempre qualcosa che ci era sfuggito. Scommetto
che una copia  per Raskolnikov.
- Certo, ha detto che voleva rileggerlo, cos  obbligato
a farlo. Glielo lascio in Conservatorio, perch
non conosco il suo indirizzo.
- E poi a casa sua non c' mai, - aggiunse il libraio.
-  sempre da un'altra parte.
Arianna usc dalla libreria con il suo pacchetto contenente
dieci copie di Se questo  un uomo.
In effetti Raskolnikov conosceva molto bene l'arte
di scomparire dalla circolazione. Si era nel cuore
dell'inverno, era caduta molta neve, e Arianna pens
che fosse andato in montagna a sciare: non sapeva,
lei, che Raskolnikov era uomo di passioni brucianti
ma brevi, e che dopo aver sciato con grande
foga nella prima giovinezza, aveva messo gli sci in
soffitta, e per sempre. Ma in montagna c'era andato,
perch gli piaceva molto starsene in una certa casetta
nascosta tra larici e abeti, solo, a suonare su un
piccolo pianoforte verticale, un po' duro, che era l'ideale
per tenere in esercizio le mani. In quella casa,
chiss perch, suonava di preferenza Mozart, e gli
piaceva suonarlo a luci spente, nella saletta del pianterreno,
dove arrivava il debole riflesso della neve, e
quando c'era la luna, la sua luce d'alabastro. In pubblico,
Mozart non lo suonava mai. Almeno da molti
anni.
Ma totalmente solo non era in quel paese di montagna.
C'erano Luigi e Cristina, persone gentili e discrete,
con cui aveva preso l'abitudine di cenare la
sera. E infatti, una di quelle sere giunsero a cercare
il loro amico.
I riquadri della finestra illuminata si disegnavano
sulla neve che circondava la casa, ma nessun suono,
nessun rumore proveniva dall'interno. Luigi e Cristina,
guidati dal chiarore lunare, si avvicinarono lungo
il sentiero spalato di recente, che correva tra i giovani
abeti del giardino, e sbirciarono cauti nella saletta
a pianterreno. Il pianoforte era aperto, ma il
pianista non c'era. Girarono l'angolo e raggiunsero
la porta, anch'essa a vetri quadrettati: era chiusa solo con
la maniglia, ed entrarono.
Nella sala tutto era in ordine, se non che alcuni fogli
di musica erano sparsi sul pavimento, come se
qualcuno li avesse lasciati cadere uscendo in gran fretta.
Null'altro.
Ma sulla tastiera aperta c'erano evidenti tracce di
sangue.
I due si guardarono sgomenti. Pareva loro gi strano,
che l'amico non fosse andato a incontrarli, come
era solito fare, lungo la strada, per decidere dove andare
a cenare, se da loro, o da lui, o in qualche trattoria
del paese. Era una specie di rito, quell'incontrarsi
a met strada, discutere un po', e dirigersi poi
verso il luogo dove avevano deciso di cenare. Un'abitudine
presa senza volerlo, a cui non avevano dato
alcuna importanza fino a quel giorno. Anche quella
sera avevano notato l'assenza del pianista solo dopo
che avevano superato di un bel tratto il punto in cui
erano soliti incontrarsi.
- Avr voluto esercitarsi le mani sulla tastiera pi
del solito.
Oggi voleva provare quell'adagio di Mozart, - aveva
detto Luigi. E lei aveva assentito quasi distrattamente.
Ma quando erano giunti in vista della casetta del
pianista, erano stati colpiti dal silenzio che la circondava.
Nessuno suonava il pianoforte.
- Forse ha pensato di prepararci lui la cena, - disse
Luigi. - Ci star cucinando qualcuna delle sue specialit.
Cristina era un po' scettica: - Vuoi dire quelle sue
tagliatelle al limone? In effetti non erano propriamente
cattive.
Ma quando si trovarono nella saletta deserta e videro
i fogli sul pavimento e il sangue sulla tastiera,
rimasero senza parole. Chiamarono, cercando per
tutta la casa. Nulla. Il pianista non c'era.
Luigi e Cristina perdevano raramente la calma.
Quel giorno, tuttavia, la persero. Dopo aver chiamato,
prima sottovoce, come chi pensa che la persona
cercata sia nella stanza accanto, poi ad alta voce,
come chiama chi non trova chi cerca, dopo aver aperto
tutte le porte e guardato in tutte le stanze, in tutti
gli angoli, persino nel giardino attorno alla casa,
quando si ritrovarono nella saletta del pianoforte, si
fissarono con occhi sbarrati, e dissero:
- Non c'.
- Non tocchiamo nulla e chiamiamo la polizia, -
disse lei.
- Riflettiamo ancora un momento, - disse lui.
- Esaminiamo, senza toccarli, questi fogli di musica.
Si chinarono sui fogli sparsi per terra, ci girarono
attorno, poi si rizzarono e dissero a una voce:
- Mozart.
Lui si sedette sul divano e si gratt leggermente la
testa. Era perplesso:
- Credi che c'entri?
- Chi?
- Mozart. Voglio dire che sia lui la causa di questa
strana situazione.
- In qualche modo forse s.  difficile che lui non
ci abbia nulla a che fare. Ma a questo punto mi pare
che a noi non resti che telefonare alla polizia. Povero
Raskolnikov!
- Perch povero? Pensi che gli sia accaduto qualcosa
di brutto?
- Di terribile, direi. Scomparso lasciando tracce di
sangue sulla tastiera e la musica di Mozart sparsa sul
pavimento. Lui non avrebbe mai gettato Mozart sul
pavimento.
- Rapito forse? Hai notato se sui fogli di musica
ci sono tracce di sangue?
- Dalla parte che si pu vedere non ce ne sono, -
rispose lei.
- E sui mobili, i muri, le suppellettili?
Girarono alquanto per la stanza esaminando tutto
accuratamente, tenendo le mani dietro la schiena
per evitare di toccare, senza volerlo, qualche cosa.
Tracce di sangue non ce n'erano.
- Dunque solo sulla tastiera, - disse lui. - Credi
proprio che sia il caso di chiamare i carabinieri?
- O la polizia, o quelli che risponderanno alla chiamata.
Non possiamo certo tornarcene a casa facendo
finta che non sia accaduto niente. Raskolnikov 
scomparso, renditene conto, e in modo violento. Non
 semplicemente andato a comprare il latte, - lei si
stava un pochino eccitando, - altrimenti avrebbe, se
non altro, chiuso la porta e spento la luce. E non
avrebbe insanguinato la tastiera.
- Certo, - rifletteva lui, - per andare a comprare
il latte, anche ammesso che uno se ne ricordi all'ultimo
momento, e esca in fretta facendo inavvertitamente
cadere i fogli di musica, non c' bisogno di insanguinare
la tastiera -. Ma a quel punto Luigi fu folgorato
da una improvvisa scoperta: - Raskolnikov
non beve latte!
Cristina lo guard con occhi pieni di disapprovazione
e non disse nulla. Prese il telefono e fece il numero
del pronto intervento.
In attesa dei carabinieri stavano seduti nella saletta,
muti, con lo sguardo incerto tra i fogli sparsi
sul pavimento e la tastiera insanguinata, quando la
porta a vetri si apr e Raskolnikov apparve pestando
i piedi sullo stuoino per farne cadere la neve. Li
guard sorpreso, ma non cos stupito come loro guardavano
lui.
- Di dove vieni? - lo invest bruscamente Luigi.
- Da fuori, - rispose Raskolnikov. - E voi? Voglio
dire, come mai siete qui? e perch avete buttato
la mia musica per terra?
- Noi? Siamo venuti a chiamarti per andare a cena.
Non c'eri. In casa non c'era nessuno; e abbiamo
trovato tutto cos come tu vedi.
- Tutto cos? - Raskolnikov rifletteva perplesso
guardando il pavimento. - Quei fogli stavano sul mio
scrittoio.
- Allora non li hai gettati tu per terra? - chiese
Cristina con tono inquisitorio.
Raskolnikov guard prima lei, poi lui, con aria esitante,
e alla fine disse:
- Che cosa vi fa pensare che sia improvvisamente
impazzito?
I due, che dopo averlo visto comparire sull'uscio
avevano effettivamente pensato che fosse impazzito,
tacquero con aria colpevole. Poi Cristina, ripresa la
padronanza di s che le era abituale, aggiunse, sempre
con tono inquisitorio:
- E il sangue sulla tastiera?
Raskolnikov sgran gli occhi: - Sangue dove?
- Sulla tastiera. Vieni e guarda, - e cos dicendo
gli indicava i tasti d'avorio striati qua e l di sangue.
Raskolnikov guard la tastiera del suo pianoforte,
si guard il dito mignolo della mano destra e, portatolo
alla bocca, lo succhi ripetutamente.
- Quel sangue  mio, - disse. - Mi si deve essere
sollevata un poco l'unghia del quinto dito mentre mi
esercitavo a fare i glisss. Suonavo al buio, e per questo
non me ne sono accorto.
- Ma la luce era accesa, - disse Cristina sempre
pi inquisitoria.
- L'ho accesa prima di uscire per prendere le chiavi
della porta.
- Ma la porta era aperta.
- Avr dimenticato di chiuderla, - disse Raskolnikov
tranquillamente. N la cosa sorprese i suoi due
amici, come non avrebbe sorpreso nessuno che lo conoscesse
da vicino. Raskolnikov infatti era capace di
cercare il suo orologio per tutta la casa e uscire brontolando
nella notte con una torcia elettrica per vedere
se mai lo avesse perso in giardino. Tranne scoprire
poi che l'orologio era dove naturalmente doveva
essere, e cio al suo polso. Tutti e tre dovettero
fare la stessa riflessione sulla distrazione del pianista,
anche lo stesso Raskolnikov, il quale infatti aggiunse
con un certo dispetto:
- Per non mi avete ancora detto perch avete gettato
la mia musica sul pavimento.
I due risposero insieme: - Non l'abbiamo gettata
noi, abbiamo trovato tutto cos.
Raskolnikov li guard dubbioso, poi chinandosi e
afferrando alcuni fogli disse:
- E allora che cosa aspettiamo a raccoglierla?
I due gli furono sopra con un balzo e lo immobilizzarono.
- Non bisogna toccare niente! Abbiamo chiamato
i carabinieri.
Raskolnikov li guard pallido d'ira e grid:
- Siete impazziti? Che cosa gli racconto ai carabinieri?
Che mi sono graffiato un dito esercitandomi
nei glisss e un colpo di vento ha sparso per terra
i fogli di musica? Devo finire in caserma perch mi
sono dimenticato di chiudere a chiave la porta di casa
e sono uscito lasciando la luce accesa?
- Un momento, - intervenne Luigi, che durante
tutto il dialogo aveva riflettuto a fondo sulla situazione:
- Non  tutto cos chiaro come tu dici. Intanto,
per commettere tante distrazioni in una volta devi
essere uscito in gran fretta, e non per venire incontro
a noi, perch non sei venuto sulla nostra
strada.
- Infatti, - grid Raskolnikov piuttosto alterato.
- Sono corso a comprare il latte prima che il negozio
chiudesse. E sapete perch? Volevo farvi una bella
fonduta. Per festeggiare il compleanno di Mozart.
Oggi, infatti,  il compleanno di Mozart.
I due tacquero umiliati. Non solo avevano frustrato
le gentili intenzioni del loro amico, ma avevano
anche dimenticato il compleanno di Mozart.
In quel momento si ud salire lungo la strada la sirena
dell'auto dei carabinieri.
Fu una decisione repentina. I due lo spinsero fuori
della porta dicendogli:
- Nasconditi nel bosco, non c' altro da fare. Il
brigadiere non crederebbe mai al tuo racconto. Ricomparirai
quando ti verremo a chiamare noi. - E lo
spingevano oltre i margini del suo giardino, che non
aveva recinzione e confinava con una boscaglia di ginepri
e abeti. Poi scompigliarono le tracce nella neve
e tornarono in casa ad aspettare i carabinieri.
- Possiamo raccogliere i fogli di musica? - chiesero
al brigadiere che era venuto a indagare sulla scomparsa
del pianista. L'appuntato intanto aveva fotografato
tutto, pianoforte, pavimento, pareti, divano,
poltrone eccetera. Aveva prelevato anche un campione
di sangue dalla tastiera per l'analisi del gruppo
sanguigno.
- E anzitutto per stabilire se si tratta di sangue
umano o sangue d'animale, - disse con aria compiaciuta
il brigadiere. - Sapete, non bisogna mai trascurare
nulla: quando scompare un uomo, un pianista
di fama, il caso  molto delicato.
Il brigadiere acconsent che i due amici raccogliessero
i fogli di musica, poi spense la luce, chiuse
la porta con la chiave che consegn all'appuntato e
appose alla porta i sigilli.
Luigi e Cristina rimasero soli, al buio, fuori della
casa e si guardarono preoccupati:
- Che ne facciamo di Raskolnikov? Non possiamo
lasciarlo morire assiderato nel bosco: non ha neppure
il cappotto.
Aspettarono di udire la sirena della camionetta allontanarsi,
poi si inoltrarono furtivamente nel bosco
chiamando sottovoce:
- Sergej... Sergej...
Finalmente udirono un fruscio che usciva da una
macchia di ginepri, e vi si diressero sempre chiamando
in un sussurro il nome dell'amico.
- Delinquenti! - la voce era indubbiamente la sua
ed era irritatissima. - Sciagurati, tiratemi fuori da
questa buca! Sto morendo congelato.
Non fu affatto facile per i due tirarlo fuori di l,
prima di tutto perch un uomo di un metro e ottanta,
anche se non grasso,  pesante. Ma soprattutto
perch l'oggetto del loro soccorso non perdeva occasione
per alternare agli insulti qualche graffio e persino
un paio di morsi.
- Scusa, Sergej, - obiett Luigi con la massima calma
possibile. - Non era necessario che ti nascondessi
in quel buco.
- Non mi ci sono nascosto, ci sono caduto. E tutto
per colpa vostra. E adesso, - continu Raskolnikov
scuotendosi la neve di dosso e agitando le braccia intirizzite
dal freddo, - la fonduta potete scordarvela.
Non ve la faccio. E addio compleanno di Mozart.
Fu Cristina a parlare per prima tenendolo sottobraccio
e dirigendolo fuori del bosco:
- Sai, dobbiamo dirti una cosa, Sergej: questa notte
sar meglio che tu dorma a casa nostra.
- Non ci penso nemmeno. Voglio andare a casa
mia e starmene solo. Solo con Mozart. Suoner un
po' per riconciliarmi con l'esistenza e poi mi seppellisco
sotto la mia termocoperta...
- Non potrai andare a casa tua, Sergej: i carabinieri
ci hanno messo i sigilli.
- I sigilli? E perch? - intanto erano giunti davanti
alla porta della casa e Raskolnikov guardava tristemente
la saletta buia e i sigilli incollati sull'uscio.
- Stanno facendo un'inchiesta e quindi nessuno
deve entrare a toccare e alterare le prove, - disse Luigi
prendendolo sotto braccio dall'altra parte e pilotandolo
verso la strada. Raskolnikov era tanto sbalordito
che non oppose resistenza.
- Un'inchiesta su che cosa? - chiese debolmente.
- Sulla tua scomparsa, no?
- Ma io non sono scomparso; sono solo caduto in
un buco mentre scappavo nel bosco.
- Certo, certo. Ma perch scappavi nel bosco? -
insinu Cristina.
- Perch me l'avete detto voi! Anzi mi ci avete
trascinato con la forza, e solo perch avevo dimenticato
la luce accesa e la porta aperta.
- Bravo! E ti pare che il brigadiere creder una
cosa simile? E poi dimentichi la tastiera insanguinata.
- Ve l'ho detto. Facendo i glisss mi sar sollevato
un'unghia dal polpastrello. Ero al buio e non me
ne sono accorto. Non sarebbe la prima volta che mi
succede.
- E vuoi che quelli ci credano? Intanto devono prima
stabilire se ssangue umano o no.
- Come no? E il mio!
- S, ma loro non lo sanno.
- Non glielo avete detto? - chiese Raskolnikov cominciando
a intuire il peggio.
- Come potevamo dirglielo se tu eri scomparso e
noi eravamo in ansia per la tua sorte?
Raskolnikov si ferm bruscamente in mezzo alla
strada e li guard accigliato:
- Comincio a pensare che siate pazzi, due pazzi furiosi.
Luigi ricorse nuovamente a tutta la sua flemma:
- Caro Sergej, a questo punto poco importa se siamo
pazzi oppure no. Torneremo su questo argomento
in tempi pi tranquilli. Sta di fatto che per ora non
puoi entrare nella tua casa. O vuoi forse infrangere i
sigilli?
Era la verit, e Raskolnikov dovette rassegnarsi ad
accettare l'ospitalit dei suoi amici non avendo altro
tetto sotto cui ripararsi. Va da s che, malgrado questi
facessero di tutto per ridargli il buonuomore, di
tutto, persino una splendida pasta alla Carbonara, Raskolnikov
rimase cupo e accigliato tutta la sera, rispondendo
con eloquenti colpi di tosse alle loro
espressioni di gentilezza e affetto.
Il giornale del giorno dopo riportava in prima pagina
la foto del noto pianista Sergej Raskolnikov con
un breve annuncio della sua misteriosa scomparsa.
Seguivano dettagli a pagina cinque. Qui, la porta
aperta, la luce accesa, la tastiera insanguinata e i fogli
sparsi sul pavimento suggerivano un'orribile tragedia.
Il dilemma era semplice, ma in ogni caso agghiacciante:
rapimento o follia?
Quando Luigi rincas col giornale comprato insieme
alla spesa quotidiana, era sinceramente stupito:
non si aspettava tanto rilievo nella cronaca. Anzi,
non ci aveva pensato per nulla. E ora rincasava
stupito e imbarazzato. Ne parl con Cristina, sottovoce,
mentre nella stanza accanto l'irritatissimo Raskolnikov
stava ancora combattendo con le coperte
troppo corte del divano-letto su cui aveva passato la
notte: dormito, non si poteva dire.
E quando entr in salotto affermando perentoriamente:
Me ne torno a casa mia, i due non trovarono
di meglio che mostrargli la sua foto sul giornale.
La guard mantenendo un lungo silenzio carico di
sdegno. Poi disse:
-  orribile. Chi gliel'ha fornita?
Era chiaro che gliel'avevano fornita loro, Luigi e
Cristina, per accreditare il racconto della scomparsa
del pianista. Dissero con aria colpevole:
-  la prima foto che ci  venuta in mano. Non
c'era molto tempo per cercarne una migliore.
- Traditori! Cos trattate gli amici? - E sventolava,
stropicciandolo tutto, il foglio di giornale con il
suo ritratto. - Non solo mi trascinate nella cronaca
nera, contro la mia volont, ma mi fate passare per
un mostro nasuto e capelluto! Ma perch mai il destino
vi ha messo sulla mia strada?
Le recriminazioni del pianista, a onta della loro legittimit,
furono interrotte dalla sirena dei carabinieri
che si avvicinava inequivocabilmente alla casa.
I due spinsero l'infelice nella sua cameretta, gli intimarono
di tacere qualunque cosa accadesse, e andarono
ad accogliere il brigadiere.
Il brigadiere fu molto cortese, come era sua abitudine
quando aveva a che fare con gli intellettuali,
per altro rari nel paese: preg Luigi e Cristina di seguirlo
in caserma per una identificazione: avevano
trovato il celebre pianista nelle vesti di uno squilibrato
che vagava nella neve nei pressi dell'abitato,
con l'evidente scopo di rubacchiare qualcosa.
- Avr avuto un'amnesia, - disse il brigadiere con
fare comprensivo. - Succede spesso quando nevica
tanto. Forse si  perduto e non trova pi se stesso.
Luigi e Cristina, bench scettici, seguirono il brigadiere
in caserma. Naturalmente non poterono dare
neppure un saluto all'amico recluso per rassicurarlo
in qualche modo.
L'infelice Raskolnikov rimase solo, chiuso nella
sua stanzetta dove gli era stato imposto di far finta
di non esserci qualunque cosa accadesse. Non accadde
nulla, almeno esteriormente. Molto invece accadde
nell'animo dell'infelice recluso, dove mille pensieri
contrastanti cozzavano tra di loro come guerrieri
impazziti in una assurda battaglia.
Quello, il mio doppio, entrer nella mia casa, si
sieder al mio tavolo, dormir nel mio letto e... - qui
il cuore gli veniva meno per l'angoscia - suoner sul
mio pianoforte!
Come spesso accade, l'animo esulcerato si compiaceva
di orride immagini per soffrire di pi, e pi
profondamente: Metter le sue dita sulla mia tastiera...
Raskolnikov si guardava le mani nella penombra
(non doveva accendere la luce), mani belle e
grandi, le dita ben curate, come si conviene a un pianista.
Poi, sobbalzando all'idea, gridava, ma sottovoce,
perch non doveva farsi udire dai vicini: E
magari non sa neanche suonare, pester sui tasti, far
delle dissonanze insopportabili!
A questo punto Raskolnikov si gettava disperato
sul letto affondando la faccia nel guanciale. Non poteva
gridare la sua disperazione perch nessuno doveva
udirlo, povero Papageno con la bocca sigillata
da un invisibile lucchetto di raccomandazioni e divieti.
Ma perch tutti ce l'hanno con me? Anche
Mozart mi ha abbandonato, mormor nelle pieghe
del guanciale.
Passarono minuti lunghissimi, numerosissimi, incalcolabili:
passarono trentotto minuti. La porta si
apr e Luigi e Cristina entrarono chiamandolo con
voce trionfante:
- Sergej!  tutto a posto! Non lo abbiamo riconosciuto.
Non ti somigliava neanche, in fondo. - Era
Cristina che parlava con quel suo tono rassicurante,
quello che dice sempre che tutto  a posto, che non
 successo nulla, che si pu proprio stare tranquilli.
Raskolnikov usc dalla sua tana, scarmigliato, buio
in volto. E disse:
- E adesso?
Gi. E adesso? Che non lo avessero riconosciuto
come il vero pianista scomparso, non risolveva nulla.
Soprattutto perch lui non era affatto scomparso.
Era l, ma non doveva esserci, doveva essere scomparso,
e possibilmente in modo tragico. Se quello che
avevano trovato non era stato riconosciuto dai suoi
amici, ne avrebbero trovato un altro, e poi un altro
ancora, i carabinieri erano esperti in questo genere
di ritrovamenti, fino al momento in cui avrebbero
trovato quello buono, pi furbo o meno intronato degli
altri, che avrebbe preso il suo posto.
E lui? Il vero Raskolnikov? Doveva sparire per
davvero? E andar dove? E diventare chi?
Tutte queste cose non furono neppure dette tra lui
e i suoi amici, ma mutamente espresse dal suo volto
accigliato e insieme smarrito.
Luigi infatti, dopo averlo guardato a lungo in
silenzio, e aver letto nel suo sguardo tutte queste
cose, dopo aver riflettuto come era sua abitudine,
disse:
- Sai, Cristina, dobbiamo aver combinato un
guaio. E pensare che dovevamo festeggiare il compleanno
di Mozart.
E rimasero tutti e tre pensosi, con lo sguardo fisso
al pavimento.
-  strano, - disse a un tratto Cristina, - che tutto
questo pasticcio sia accaduto per il compleanno di
Mozart. Ho sempre pensato che le sue ricorrenze fossero
al riparo da ogni incidente.
Raskolnikov sollev la testa e la guard perplesso:
anche lui stava pensando la stessa cosa.
Ma la situazione si aggrovigli ulteriormente quando
sul giornale del mattino dopo comparvero i risultati
delle analisi fatte sul sangue trovato sulla tastiera:
non era sangue umano, ma con ogni probabilit
di felino.
Raskolnikov leggeva e rileggeva l'articolo senza potersi
convincere. Se quel sangue non era suo, se non
era uscito di sotto l'unghia del dito mignolo mentre
si esercitava nei glisss, e l'unghia infatti appariva
leggermente sollevata, che cosa ci faceva un gatto sulla
sua tastiera? Perch voleva presumere che si trattasse
di un gatto, e non di un felino pi grosso, tigre
o pantera, ch in tal caso il guaio sarebbe ancora pi
serio: tasti sfondati, martelletti strappati...
Ma da quel momento le notizie si susseguirono con
ritmo incalzante: non c'era solo sangue di felino sulla
tastiera, ma anche di canide. Su quella tastiera doveva
essersi svolta una battaglia, una lotta feroce tra
un cane e un gatto. E tutto questo sembrava non aver
niente a che fare con la scomparsa del pianista, mentre
poteva rendere ragione dei fogli di musica sparsi
sul pavimento.
La cattura di una volpe che si aggirava attorno alla
casa del pianista, parve fornire una soluzione al mistero:
la lotta era stata tra un gatto e una volpe. Ci
che restava del tutto oscuro, - disse il brigadiere, che
veniva sollecito a portare le ultime notizie, - era chi
dei due avesse avuto la meglio.
- Ma come sono entrati quegli animali nella tua
casa? - indagava Cristina mentre porgeva a Raskolnikov
una tazza di tisana.
- E che ne so io? - rispose quello sgarbatamente.
- Io ero scomparso, no? - e si dava platealmente dei
pugni in testa. - Se me ne fossi restato tranquillo in
casa ad esercitarmi nei glisss invece di andare a comprare
il latte per farvi la fonduta, tutto questo non
sarebbe accaduto. E ora sarei in pace nella mia casa,
n avrei mai permesso a un felino e a un canide di azzuffarsi
sulla mia tastiera.
- Ma, a proposito, non  oggi il ventisette di gennaio
? - disse Cristina come facendo una scoperta.
Luigi prese il giornale che era l accanto sul tavolo,
e disse: -  oggi. E allora?
- Allora il compleanno di Mozart  oggi, non l'altro ieri!
Raskolnikov s'era sbagliato! Ecco perch 
andato tutto di traverso.
Raskolnikov la guardava sbalordito:
- Vuoi dire che ho sbagliato la data, e tutto questo
pasticcio  successo per il mio errore?
- Non so, - rispose Cristina, - ma certo non  bello sbagliare il giorno del compleanno, soprattutto di
Mozart. Sai che non lo avrebbe sopportato.
Rimasero tutti in silenzio, anche Raskolnikov, colpito
dal fatto che aveva sbagliato il giorno del compleanno
di Mozart, cosa per altro non inspiegabile
dal momento che sbagliava anche il giorno del suo
compleanno. Tuttavia era profondamente turbato.
Dopo un lungo silenzio, Luigi disse:
- Comunque sia, dobbiamo cercare una via di uscita
per il nostro amico: non  comodo restare scomparsi
troppo a lungo.
E la via fu trovata, dopo molte discussioni, proposte
e controproposte. La discussione si svolse in
realt tra i soli Luigi e Cristina perch Raskolnikov
era troppo sconvolto per prendervi parte efficacemente.
Alla fine i due si rivolsero a lui e dissero:
- Ecco che cosa dobbiamo fare: ti portiamo in caserma
e diciamo che tu sei il pianista scomparso. Noi,
i tuoi migliori amici, ti abbiamo trovato che vagavi
nella neve, colpito da inspiegabile amnesia. Non ricordi
dove  la tua casa, non ci hai neppure riconosciuti.
Ma noi, i tuoi amici, siamo certi che non appena
rimetterai le mani sulla tastiera, ritroverai te
stesso. Tu non devi dire niente, ricordare niente. Devi
fingerti mentecatto e tutto andr bene.
Raskolnikov rispose: - I mentecatti siete voi.
Comunque facciamo come volete. Tanto non mi importa
pi di niente. Purch possa tornare a casa mia.
Fecero come avevano stabilito. In caserma Raskolnikov
si comport benissimo. Quando gli chiesero
che cosa era successo dopo che era uscito di casa,
disse che non lo sapeva, ed era vero. Alla domanda
come pensava che fossero entrati felini e canidi in casa
sua per azzuffarsi sulla tastiera, rispose stringendosi
nelle spalle. Anche quella era una risposta vera.
Con l'auto dei carabinieri fu portato davanti alla
sua casa. Gli chiesero se la riconosceva, ed egli fece
cenno di si con la testa. Tolsero i sigilli e gli misero
in mano la sua chiave chiedendogli se era in grado di
aprire. Raskolnikov prese la chiave, la infil nella serratura
e apr la porta. Il brigadiere ammicc all'indirizzo
di Luigi e Cristina, e disse sottovoce:
- Pare che si stia riprendendo.
Lo fecero sedere davanti al pianoforte e gli chiesero
gentilmente se volesse suonare qualche cosa. Raskolnikov
disse con voce cupa:
- Non prima che abbiate pulito via il sangue dei
felini e canidi: mi fa ribrezzo.
Trovarono che era una richiesta giusta e pulirono
bene la tastiera. Raskolnikov si sedette e suon l'adagio
di Mozart. Il brigadiere approv compiaciuto,
e sentenzi:
- Schubert, non  vero?
Raskolnikov lo guard con disprezzo, ma non disse
niente. Temeva di ricadere nelle mani della giustizia.
Tent alcuni glisss e vide che sull'avorio dei
tasti restavano delle piccole tracce di sangue. Sorrise
tra s e pens: E la solita lesione del quinto dito.
Altro che sangue di felini e canidi! Ma non disse
niente, neppure ai suoi amici. Se lo tenne per s e si
divertiva a sorridere in silenzio.
Finalmente fu lasciato solo nella sua casa, affidato
alla responsabilit di Luigi e Cristina, che dovettero
firmare una dichiarazione in cui si impegnavano
ad assisterlo e si rendevano garanti di tutte le sue
azioni future.
Quanto a lui, Raskolnikov, pot riprendere la sua
vita di sempre, accettando l'assidua sorveglianza degli
amici, che lui quotidianamente ricattava con richieste
le pi capricciose possibili, che potevano andare
dai bucatini all'amatriciana agli scampi in salsa
rosa.
Quando incontrava per strada qualcuno che lo conosceva,
gli bastava stralunare un po' gli occhi e lasciar
pendere la mandibola, cosa che, dopo un po' di
allenamento, gli riusciva magnificamente. La gente
si allontanava scuotendo la testa e mormorando: Povero,
giovane, guarda che gli  successo per un colpo
di neve...
Rimase irrisolto il mistero dei felini e canidi in lotta
sulla tastiera: la gente ne parl a lungo in paese, e
forse ne parla ancora. Raskolnikov ne sorrideva tra
s. Ma un mistero era rimasto anche per lui:
Sar vero, - si chiedeva, - che tutto questo  accaduto
perch ho sbagliato la data del compleanno di
Mozart?
E quando la luna faceva brillare cristalli di neve
sui rami degli abeti era incline a pensare che doveva
essere proprio cos.

 Il mulino abbandonato.

Accadde che un giorno un celebre editore torinese,
famoso per la raffinatezza e l'eleganza dei suoi
cocktail a base di Veuve Clicquot, in occasione dell'apertura
del Salone del Libro volle offrire agli amici
suoi e della casa editrice un rinfresco fuori del comune.
Li invit infatti, col solito inappuntabile biglietto,
in un mulino fuori uso nella periferia nord
della citt. Qualcuno, particolarmente esperto di archeologie
torinesi, ne conosceva l'esistenza e, se pur
con qualche perplessit, vi giunse senza troppa fatica.
Qualcuno giunse dopo molte peripezie e due ore
di ritardo. Qualcuno non giunse mai.
Chi vi giunse si trov di fronte a un'altra inattesa
difficolt. Il ricevimento aveva luogo all'ultimo piano,
come cortesemente avvertivano alcuni valletti,
privi di livrea ma non del sussiego che competeva al
loro ruolo. L'ultimo piano - poteva essere il terzo o
il quarto - era comunque altissimo, dal momento che
i mulini, come ognuno sa, non hanno normali stratificazioni
di piani come le case di abitazione; per giunta
la scala che portava lass era straordinariamente
ripida e con gradini alti e stretti. Chi giungeva con
qualche ritardo trovava l'impresa di salire ancor pi
disagevole per un continuo flusso di persone che scendevano,
forse dopo aver consumato la giusta dose di
salatini e di bevande, ma pi plausibilmente, a giudicare
dalle loro espressioni, per aver rinunciato all'impresa
a met scala.
Ma chi, tenace e perseverante, giunse al salone del
rinfresco, spinto dall'ondata in arrivo, si trov, quasi
senza volerlo, di fronte a un lungo tavolo carico di
cibi e bevande, dietro il quale, difesi dal privilegio
del tavolo stesso che per la sua pesantezza nessuno
poteva, nonch travolgere, spingere all'indietro, stavano
dei mescitori in camicia bianca e panciotto rosso.
Mescevano un unico vino, dolcetto della tenuta
di San Giusto, in bicchieri di vetro spesso, di quel tipo
che si usava un tempo nelle osterie di paese, e il
tavolo era coperto di grandi ceste di verdure colorate
e freschissime, sedani rapanelli cipollotti primaverili,
verdi lattughe frastagliate inframmezzate di
grappoli di pomodorini primaticci. Tra una cesta e
l'altra stavano acquattati grandi taglieri con salami e
salsicce di vario colore e spessore, intere forme di parmigiano
variamente intaccate e sminuzzate, nonch
altri formaggi che in Piemonte chiamano tome e
di cui ogni valle vanta un primato assoluto.
Lo spettacolo era superbo, tanto superbo quanto
inatteso. Le signore, quelle che per non portare tacchi
altissimi erano riuscite ad arrampicarsi fino a quel
nido d'aquile, allungando due dita dalle unghie affilate
e laccate, si vedevano mettere in mano una spessa
fetta di salame da un affettatore di professione, e
allungandone altre due, dell'altra mano ovviamente,
se le vedevano caricare di un grosso bicchiere di vino
denso e scuro. Scrittori, letterati e intellettuali, di
quelli abituati a masticare una tartina solo per accompagnare
lo champagne, affondavano titubanti
una mano in una cesta di verdure alla ricerca di un'innocua
costa di sedano e la ritiravano immancabilmente
stringendo una cipolla. Perch va detto che
tutte queste operazioni, tra la gente di mondo, si fanno
senza prestarvi eccessiva attenzione, con nonchalance,
che si capisca che uno non  andato li per mangiare.
Indubbiamente chi era costretto a rosicchiare la
cipolla consegnatagli dalla sorte, poteva allungare una
mano a una grande cesta piena di pane casereccio e
di grissini rubat, a patto di avere ancora una mano
libera, il che non era, perch avendo preso un bicchiere
di vino e una cipolla, o se si vuole una fetta di
salame o un pezzo di formaggio, di mani non ce n'erano
pi. E allora si poteva vedere qualche anziano
noto scrittore, smaliziato e consumato nel mestiere,
volgersi al retrostante pi vicino e chiedergli con accattivante
sorriso: Mi regge un attimo il bicchiere?,
e poi velocissimo con la mano libera afferrare
qualcosa e cacciarsela in bocca prima che il vicino importunato
gli restituisse con malagrazia il bicchiere
per aver disponibile la sua mano.
Infatti in quel salone, dalle cui finestre, se qualcuno
avesse guardato, si vedeva gran parte dell'arco
alpino fino al limite orientale del Monte Rosa, non
c'era n un tavolino n una sedia. Ciascuno era costretto
a stazionare sui propri piedi, e qualche volta
sui propri tacchi alti, e tenere nelle mani le vettovaglie
che si era procurato. Era tuttavia libero di spostarsi
nell'ambito del salone, che per non era cos
grande da permettere a tutti di muoversi, anche perch
in simili circostanze pare che la gente si sposti a
fiumane: nella fattispecie le fiumane avevano due direzioni,
verso il banco della mescita e al contrario, in
allontanamento dallo stesso: quest'ultima fiumana
probabilmente spinta via e scacciata dal banco dai
nuovi arrivati anelanti ai rinfreschi. Chi ha studiato
il meccanismo delle invasioni barbariche succedutesi
dai primi secoli dell'impero romano fino all'et, pi
o meno, di Carlo Magno non poteva non cogliere l'affinit
tra quegli spostamenti di masse e questi, certamente
pi limitati.
Questi devono essere i Longobardi, pens
Arianna sentendosi sospingere da un gruppo di persone
che parlava con forte accento milanese.
E mentre l'ondata dei nuovi venuti la allontanava
di forza dal banco, da cui era riuscita ad afferrare,
senza volerlo, due cipollotti rosa dalla lunga coda, vide,
levata al di sopra delle teste, una grande mano
che remigava vanamente nell'aria con l'evidente scopo
di giungere ad appropriarsi di qualcosa. La riconobbe
e vi depose una delle sue cipolle e nello stesso
tempo disse, augurandosi di non avere sbagliato
mano:
- Vuoi una cipolla?
Dall'altra parte, attraverso uno spessore indefinibile
di persone, una voce disse:
- Ohib! Chi mi ha messo in mano una cipolla?
E in risposta giunse un'altra domanda:
- Non sei Raskolnikov?
- S. E tu chi sei?
- Sono Arianna! - grid lei. Ma uno scoppio di
voci che si festeggiavano in saluti dovette coprire la
sua voce, perch la mano continuava ad agitarsi ad
di sopra delle teste altrui sventolando la cipolla, e una
voce gridava:
- Chi sei? Non ho capito niente!
Lei vide mano e cipolla allontanarsi, chiaramente
sospinte insieme al loro proprietario da una nuova
ondata di gente, e pens con una certa malinconia:
Addio Raskolnikov! Spero che almeno la cipolla
ti piaccia. Ma o non gli piaceva, o non riusciva a tirar
gi il braccio per mancanza di spazio. Infatti si
vide a lungo quella cipolla svolazzare sopra le teste
della gente con la sua coda verde, una cometa di
nuovo genere, pens sorridendo Arianna. E come
fosse una cometa cerc di raggiungerla attraverso la
calca.
Spingendo e sgomitando, un po' perch era piccola
e minuta, un po' perch forse la gente cominciava
a diradarsi, stanca forse di stazionare sui propri piedi,
riusc a raggiungerlo proprio nel momento in cui
Raskolnikov aveva conquistato una porzione di davanzale
di una finestra e ci si sedeva sopra. Oltre alla
cipolla aveva un bicchiere di vino e in tasca una
fetta di pane. Lei stringeva in una mano alcune fette
di salame. Si divisero le derrate guardando il cielo che si incupiva di viola sopra le Alpi Graie, solcato
da residue strisce rosate.
In quel momento, insinuando la sua sottigliezza
tra la folla e reggendo un bicchiere nella destra, giungeva
Nando, che si sedette accanto a loro nel vano
della finestra. Tenne le spalle al vetro e a quello che
si vedeva al di l, cio al tramonto.
- Guarda, Nando, - disse Raskolnikov non sapendo
dell'invincibile sofferenza che provava il
pittore di fronte a quello spettacolo, - guarda che
bello!
- Scusami, ma non posso, - rispose Nando. - Se
riuscissi a guardare un tramonto senza star male, sarebbe
come riuscire ad accettare tutto il bene e il male
della vita senza soffrirne. A proposito, sai Arianna
che rileggere quel libro mi riesce pi duro delle altre
volte?
- Anche a me, - disse lei. - Eppure l'ho letto molte
volte. Ma non mi ha mai fatto star male come adesso.
Forse perch siamo pi consapevoli?
- Non credo. Ho l'impressione che sia qualcosa
fuori di noi che ci fa soffrire quella lettura.  vero,
siamo pi vecchi di qualche anno. Ma non credo che
noi siamo cambiati. Tu che ne pensi, Sergej?
- Io lo sto rileggendo per la prima volta da quando
me lo hanno fatto leggere a scuola, quindi  come
se lo leggessi solo ora. E credevo che la mia impressione
fosse dovuta alla novit della lettura. Confesso
che ho dovuto fare un certo sforzo per non smettere
dopo le prime pagine. Sono proprio un cattivo
lettore.
- Non sei un cattivo lettore, Sergej, - disse Arianna.
- Il fatto  che a tutti costa fatica non dimenticare.
Una fatica sempre maggiore a mano a mano che
i fatti diventano lontani nel tempo.
-  come tenere aperta una ferita che tende a rimarginarsi,
- disse Nando, - eppure bisogna tenerla
aperta, per non rischiare di dimenticare.
Raskolnikov guardava pensieroso i due amici. Si
era infatti chiesto perch Arianna gli avesse regalato
proprio quel libro che era, come aveva detto Nando,
una ferita aperta nella coscienza, anche nella sua; eppure
sapeva bene che lui non aveva nessuna responsabilit
in quella tragica vicenda, come non ne avevano
Nando e Arianna, se non altro per obiettive ragioni
di et. Essi non erano colpevoli.
Veramente non erano colpevoli?
Arianna guardava assorta il cielo che si tingeva di
grigio violaceo fra strisce di nubi nere, mentre Nando,
con le spalle ostinatamente rivolte al tramonto,
teneva lo sguardo a terra, come riflettendo.


La cena degli equivoci.

La colpa fu tutta della CRT, Cassa di Risparmio
di Torino, che regalava ai suoi clienti delle agendine
tascabili in cui i giorni di sabato e domenica erano ristretti
in un unico spazio. Per le necessit bancarie,
infatti, quel centimetro e mezzo per i due giorni era
pi che sufficiente, essendo le banche in Italia, in
quei due giorni, tutte rigorosamente chiuse. Ma per
le necessit mondane del maestro Raskolnikov la situazione
era tutt'altra. Il sabato e la domenica erano
giorni di plurimi impegni mondani, sovrapponentisi
e accavalcantisi a tal punto che si rendeva necessaria
una scelta oculatissima, in vista delle priorit e dell'importanza
dell'occasione mondana, nonch del
piacere della compagnia.
Il problema si rivel in tutta la sua gravit il sabato
prima di Pasqua, in cui si accumularono e sovrapposero
manifestazioni pubbliche e inviti privati, che
Raskolnikov aveva diligentemente annotati nell'apposito
spazio della sua agenda. La vigilia di quel sabato
fatale si consult con Arianna sull'opportunit
delle scelte:
- Tu che inviti hai?
- Uno pubblico, uno semipubblico e uno privato.
Un concerto di Pasqua con brindisi augurale alla fine,
ma  fuori citt e non ho voglia di andarci.
- Questo ce l'ho anch'io, - disse Raskolnikov.
- Per la cena ho due inviti.
- Io uno solo: da Luigi e Cristina.
- Ce l'ho anch'io. Per ne ho anche un altro, che
forse  giunto prima. Infatti l'ho scritto a matita, e
ricordo bene che in quei giorni non riuscivo a trovare
la mia penna a sfera. Se l'ho scritto prima vuol dire
che  precedente, quindi ci devo andare.
- Peccato, - disse lei. - Le cene di Luigi e Cristina
sono sempre cos simpatiche, e poi ci sono tanti
amici...
- Lo so, e mi spiace molto. Ma capisci, se ho accettato
prima l'altro invito, come faccio ora? Anche
gli altri sono persone simpatiche, vecchi amici... Sai
che cosa faccio? Vado a cena da quelli, poi verso le
undici passo a salutarvi e sto un po' con voi da Luigi
e Cristina.
- Bene. Ma riuscirai davvero a venire?
- Puoi dubitarne? - chiese Raskolnikov risentito.
Infatti non venne. Lo aspettarono chiacchierando,
mangiando e bevendo, fino all'una di notte. Poi
la compagnia si sciolse.
- Non sar riuscito a sganciarsi, - disse qualcuno.
- O gli altri lo interessavano pi di noi, - disse
qualcun altro pi maligno.
Le cose invece erano andate ben diversamente.
Alle otto e mezza in punto una vistosa pianta di
azalee usciva faticosamente da una BMW grigio scura
parcheggiata davanti a una elegante palazzina. Una
mano, facendosi strada tra fiori e foglie suonava il
campanello, e la pianta scompariva nel portoncino di
legno scolpito per essere depositata nelle mani di una
cameriera alquanto stupefatta.
- Buonasera, - disse Raskolnikov, - sono forse in
anticipo? - La faccia della cameriera dietro le azalee
era atteggiata, ora, a estrema costernazione.
- In anticipo, signore? Per che cosa? - chiese la
cameriera attraverso il fogliame.
- Ma... per la cena, no? Sono stato invitato a cena.
- La voce di Raskolnikov cominciava a denunciare
una certa agitazione.
- Oh! Signore! - disse la cameriera posando fiori
e foglie su un tavolino. La cena  domani sera. I signori
sono usciti, in casa non c' nessuno. - E Raskolnikov vide
finalmente il volto della cameriera
contratto in un'espressione di grande disappunto. O
forse era stato lo sforzo di reggere l'enorme pianta?
- Domani sera? - e intanto Raskolnikov estraeva
dalla tasca della giacca un'agendina, quella della
CRT, Cassa di Risparmio di Torino. - Ohib, forse
ha ragione, - continuava decifrando faticosamente le
parole scarabocchiate parte a matita, parte a penna,
nello stretto spazio riservato al sabato e alla domenica.
- Forse ha ragione. La mia agenda ha un unico
spazio per due giorni, oggi  sabato... l'invito a cena
 per domenica, lei dice, cio domani?
- S, signore. Mi dispiace.
-  colpa dell'agenda, - diceva concitatamente Raskolnikov
agitando il libriccino sotto il naso della cameriera.
- Mi scusi,  colpa dell'agenda -. E riprendeva
l'ascensore per andarsene.
Salito in macchina, pur continuando a mandare
improperi all'agenda, pens che poteva ancora rimediare
la serata andando a casa di Luigi e Cristina, dove
erano riuniti diversi amici. Attravers tutta la citt
per portarsi nel quartiere precollinare, si ferm davanti
a un telefono pubblico, esamin il contenuto
del borsellino e trov un'unica moneta utile per l'apparecchio.
Consult l'elenco telefonico, e fece il numero.
Dir che c' stato un equivoco e se non disturbo,
mi unisco a loro, - diceva tra s mentre la cornetta
dava il segnale che il telefono era libero. - Saranno
tutti l che cianciano e non sentono lo squillo
del telefono, pens mentre l'apparecchio continuava
a dare il segnale che la linea era libera. Possibile?
A quel punto gli venne in mente che Luigi e Cristina
avevano traslocato qualche mese prima, e quindi
il numero del telefono era cambiato. Sulla guida
risultava quello vecchio.
Niente paura, - si disse Raskolnikov. - Cercher
un bar o qualcosa del genere dove mi vendano dei
gettoni o mi lascino fare una telefonata.
Risal in macchina e incominci a percorrere metodicamente
le strade della zona precollinare dove,
come tutti i torinesi ben sanno, non esistono bar, n
caff, n locali pubblici.  un quartiere molto discreto
e silenzioso dove  difficile, dopo le otto di sera,
incontrare anche solo un viandante. Guard l'orologio:
erano le nove e mezza.
Avranno gi mangiato tutto, fu il suo primo
pensiero. Ma poi gli venne in mente che Cristina faceva
sempre dei pranzi abbondanti e Luigi, suo marito,
si lamentava che dopo una cena con gli amici
gli toccava di mangiare avanzi per una settimana.
Qualcosa per me  rimasto di sicuro, pens.
Fu in questi pensieri che vide risplendere nella notte
i lampioni di un locale pubblico. Pizzeria recitava
l'insegna a colori vivaci in cui dominava il rosso,
del pomodoro chiaramente. Apri la porta e fu investito
da un'ondata di vapore caldo profumato di
origano. Si accorse che aveva fame. Ma resistette.
Non aveva nessuna voglia di mangiare una pizza solitaria
in una sera in cui aveva ben due inviti a cena.
No, uno, dal momento che l'altro era per il giorno
dopo. Si fece strada tra una folla vociante che aspettava
il suo turno di sedersi a tavola, e che lo guardava
in cagnesco per quel suo sgomitare verso il banco
dei pizzaioli.
Quando l'ebbe raggiunto e cortesemente ebbe
chiesto dove era il telefono e se gli vendevano dei
gettoni, alcuni energumeni dalla faccia paonazza che
stavano dietro il banco a manipolare pizze gli gridarono
che avevano ben altro da fare che vendere gettoni
telefonici. Uno, il pi scalmanato, agit persino
verso di lui un mestolo grondante salsa di pomodoro.
Raskolnikov si ritrov in strada, spinto dalle urla
dei pizzaioli innervositi e dei clienti in attesa che avevano
creduto in un proditorio tentativo di sorpasso.
Dio, che gente!, mormor Raskolnikov risalendo
in macchina e ricominciando a girare per le strade
della collina. Cercava qualcuno a cui chiedere, se
non altro, se c'era un bar nelle vicinanze. E chi andava
a spasso con quel buio, all'ora di cena e della telenovela
? Finalmente vide una signora che trotterellava
dietro un grosso cane al guinzaglio.
Meno male!, si disse e accost dolcemente al
marciapiedi. Apr lo sportello dicendo: - Signora,
un'informazione per favore... - Fece appena in tempo
a richiudere lo sportello che una massa di carne pelosa
si schiacci ringhiando contro il finestrino, liberata
dal guinzaglio, mentre l'anziana signora gridava:
- Aiuto! Aiuto! Vada via, mascalzone!
Raskolnikov ripart senza capire perch fosse un
mascalzone. Cap tuttavia che ormai non gli restava
che tornare a casa e cercare in frigorifero qualcosa da
mangiare.
Ieri Arianna deve avermi dato un tortino di carciofi
fatto da lei. Mi consoler con quello. Arianna
infatti aveva sempre paura che Raskolnikov quando
restava solo in casa la sera non avesse nulla da mangiare,
e fosse costretto a cenare con un vasetto di senape
o qualcosa di simile. Il che per altro era accaduto
pi di una volta.
Giunto a casa apr fiducioso il frigorifero:
Cara Arianna, - pens, - cos sollecita delle mie
necessit di sopravvivenza, e sorrideva con una certa
aria di compatimento. Estrasse delle lattine di birra,
altre di coca cola, una grossa scatola contenente
dieci vasetti di spezie diverse e un pacco di salviette
di carta con le stelle di Natale. Guard in tutti i ripiani,
in tutti gli angoli. Estrasse una bottiglia di spumante
e mentre si accingeva ad aprirla gli venne in
mente che la sera prima aveva cortesemente declinato
l'offerta del tortino di carciofi dicendo che sarebbe
invecchiato in frigorifero perch lui, per la sera
dopo, aveva due inviti a cena.
Lo spumante fece pum! mentre metteva sul fuoco
una pentola d'acqua per cuocersi della pasta. Prese
un fascio di spaghetti, lo guard stretto nel pugno
e si chiese: Basteranno? Meglio metterne due.
Quando furono cotti e cerc di costringerli in un piatto
mentre quelli facevano di tutto per espandersi al
di fuori, gli venne in mente che le sue mani, vere mani
di pianista, avevano un'apertura superiore alla norma.
Ma c'era un altro problema: per condirli non
trov altro che una bottiglietta di olio di peperoncino,
quello che in certi paesi del Sud chiamano olio
santo. Li irror abbondantemente di olio santo.
E mangi con rabbia e gran bruciore una quantit
di spaghetti sufficiente per quattro, e diceva tra s:
Meno male che c' questa bottiglia di spumante
che mi consola, meno male. Ma far la mia protesta
alla Cassa di Risparmio, per quelle maledette agendine
della micragna!

 La doccia.

- Ti abbiamo aspettato fino a tardi l'altra sera, ma
non sei venuto, - diceva Cristina disponendo sulla
tavola gli antipasti. Raskolnikov, che seguiva l'operazione
con grande interesse, rispose:
- Sapessi che cosa mi  capitato! Se vuoi dopo ti
racconto tutto.
- Perch dopo?
- Perch  una storia lunga e penosa: ti basti sapere
che sono stato scambiato per uno stupratore di
vecchiette e minacciato da pizzaioli inferociti con mestoli
pieni di salsa di pomodoro. Ma adesso, - aggiunse
con gli occhi fissi a un gran piatto di peperoni
rossi arrostiti ordinatamente distesi insieme a filetti
di acciuga dissalati, - adesso non  il momento
di riandare a pene perdute ma di occuparci del bene
presente -. E cos dicendo affondava la posata di servizio
nel vassoio di peperoni e se ne serviva abbondantemente.
- Sapete, - aggiungeva a titolo giustificativo, - che
l'altra sera, con due inviti a cena, sono rimasto digiuno
? E ho dovuto colmare il digiuno con una mastellata
di spaghetti conditi con olio santo?
Arianna che gi conosceva tutta la storia, ridacchiava
tra s. Luigi lo guardava attento, mentre Raskolnikov,
divorati i peperoni, si impadroniva del tagliere
col salame:
- Ma Sergej, da quella sera famigerata non hai pi
mangiato?
Raskolnikov alzava gli occhi dall'assicella su cui
aveva cominciato a tagliare grosse fette di salame, e
guardava Luigi con sguardo interrogativo. Luigi aggiunse:
- S, perch non ti ho mai visto cos affamato.
- Hai ragione. Me ne sono accorto anch'io. Pensa
che delle volte mi alzo di notte per farmi un panino
col salame. Non mi era mai successo prima. Ho l'impressione
che sia la lettura di quel libro che mi ha regalato
Arianna, quello di Primo Levi.
- Anche tu stai rileggendo Se questo  un uomo?
- chiese Cristina che stava trafficando in cucina.
- Ho regalato una copia di quel libro a tutti i miei
migliori amici, - precis Arianna. - E l'ho fatto apposta
per costringervi a rileggerlo.
Luigi, che stava versando nei bicchieri dei commensali
il nobile barbera di Agliano, rest con la bottiglia
sospesa a mezz'aria. - Hai ragione, - disse dopo
aver riflettuto. - Non sono passati molti anni da
quando Primo Levi si  ucciso e, se si prescinde dalle
graduatorie di vendita, ho l'impressione che il
mondo si stia dimenticando di lui.
- Il mondo siamo noi, Luigi, - disse Arianna molto
seriamente; - o almeno anche noi.
- Come vi spiegate il suo suicidio? Ammesso che
di suicidio si tratti... - chiese improvvisamente Raskolnikov.
Tutti lo guardarono stupiti: erano convinti
che l'argomento non lo interessasse a fondo. - Come
vi spiegate, - continu, - che un uomo che ha avuto
la forza di sopportare quello che ha sopportato lui,
crolli di fronte a un qualche evento della vita, sia pur
doloroso o tragico, e si uccida?
Rimasero a lungo in silenzio, poi Arianna disse:
-  vero. Era un esempio di forza per tutti. Il suo
sguardo era lo sguardo di chi ha visto fino in fondo
l'amaro della vita, e tuttavia riesce ad amarla. Ispirava
serenit in chi lo guardava...
- Non si pu mai sapere perch un uomo si uccide, -
disse Cristina. - E forse non dobbiamo nemmeno
chiedercelo.  come voler carpire un segreto,
e l'animo umano  pieno di misteri.
- S, ma io sono rimasta sempre con un pensiero, -
riprese Arianna, - e ora devo esprimerlo, anche
perch cos capirete perch vi ho regalato quel libro.
Vi ricordate che qualche tempo fa da qualcuno fu
messo in dubbio che i Lager nazisti fossero veramente
esistiti e si cerc persino di far credere che erano
un'invenzione, una montatura delle sinistre? Allora
Primo Levi, che dopo la sua testimonianza su
Auschwitz aveva scritto di altre esperienze di vita,
pi serene, come La tregua, La chiave a stella o Il sistema
periodico, quasi potesse anche lui abbandonarsi
ai ricordi come tutti gli uomini... be' allora dovette
ritornare alla tremenda esperienza del Lager e scrivere
I sommersi e i salvati. Ritornare su quella vicenda,
e scriverne per difenderla dalla menzogna, gli deve
essere costato una grande sofferenza -. Fece una pausa
come riflettendo, poi aggiunse: - Ecco, credo che
questo non sia in qualche modo estraneo al suicidio...
Capite? Era come se qualcuno volesse cancellare una
parte della storia, proprio quella parte che Primo Levi
aveva voluto affidare alla memoria, minacciando
persino una maledizione biblica se questa memoria
fosse venuta meno. E stava per venir meno. Ricordate
le sue parole?
- Quelle che ha premesso al suo libro, in forma di
versi? - chiese Cristina.
- S, quelle. Con la maledizione biblica a chi avesse
dimenticato.
Tutti tacquero, ripensando le parole di Primo Levi,
assorti nel turbamento che quelle parole avevano
suscitato. Poi Cristina disse:
- Su ragazzi, ora vi porto la pastasciutta -. Spar
in cucina e ne riemerse dopo un attimo con una bella
zuppiera tra le mani piena di tagliatelle al sugo, un
sugo di pomodoro semplice, ma che aveva qualcosa
di inconfondibile: il sugo di Cristina. E cominci a
riempire i piatti.
- Dev'essere proprio quello che sognava Primo Levi
nelle notti di fame ad Auschwitz, - fece in tempo
a dire Raskolnikov. Poi il suono dominante fu quello delle forchette che avvolgevano le spesse tagliatelle
grondanti pomodoro.
Ci fu, ma meno vivace delle altre volte, la solita
gara per appropriarsi del fondo della zuppiera, in cui
le tagliatelle potevano avere, s, il difetto di essere
pi frantumate, ma avevano il vantaggio di essere pi
generosamente immerse nel pomodoro. Arianna, contro
le sue abitudini, non partecip alla gara.
La cena si svolse con la solita piacevolezza, forse
disseminata di inusuali pause di silenzio.
- Hai qualche concerto in programma? - chiese
Cristina a Raskolnikov al momento del commiato.
- S, uno ad Aosta la settimana prossima, - rispose
Raskolnikov.
I capperi piantati come alabarde sui bign ripieni
di maionese al tonno avvizzivano lentamente al calore
del termosifone, tristemente si arricciavano le
striscioline di speck sui piccoli canap tostati e vistosamente
rinsecchivano le fettine di salmone sulle
tartine al salmone. Gli ospiti che attendevano il maestro
Raskolnikov per un aperitivo prima del concerto
guardavano assetati le bottiglie di spumante nei
contenitori di ghiaccio e sbirciavano di soppiatto l'orologio
da polso.
Era tardi, era molto tardi. Mancava poco pi di
mezz'ora all'inizio del concerto, e il pianista non arrivava.
Ormai, - pensava qualcuno particolarmente
assetato e goloso di quelle ghiottonerie salate, -
per il drink non ci sar neppure tempo, si dir buona
sera, bene arrivato, che piacere rivederla maestro,
e poi via, bisogner correre all'auditorium.
Bene arrivato, ma a chi? Non arrivava nessuno.
L'organizzatrice del concerto, che aveva invitato gli
ospiti pi importanti a bere qualcosa a casa sua,
guardava ormai angosciata la grande pendola che stava
per battere le otto e mezza. Il concerto era previsto
per le nove.
- Signori, - disse a un tratto, - il maestro Raskolnikov
aveva promesso di essere qui non pi tardi delle
otto. Sono le otto e mezza e io comincio a preoccuparmi.
Le sue parole fecero cessare il brusio che riempiva
il salotto, e nel silenzio improvviso la pendola
batt le otto e mezza. Fu come un segnale sinistro.
Tutti cessarono di pregustare lo spumante e le tartine
salate, e l'assenza del maestro si impose con la sua
fredda realt.
Si intrecciarono tra gli ospiti i discorsi pi diversi:
Dev'essere successo qualcosa, diceva qualcuno,
che sia accaduto un incidente?, troppi autotreni
su questa strada, diceva un altro scuotendo la testa,
e i camionisti francesi corrono come pazzi. Il mormorio
confuso di questi discorsi, fatti dapprima a
mezza voce, si fece sempre pi forte fino a riempire
come un rombo tutto lo spazio.
L'organizzatrice e padrona di casa chiese il silenzio
alzando la mano:
- Temo che sia successo un imprevisto, - non volle
dire incidente, - certamente qualcosa ha impedito
al maestro di arrivare in tempo e persino di avvertirci.
Penso che si debba fare qualcosa.
Allora tutti fecero una loro proposta: chi suggeriva
di telefonare al pronto soccorso della citt, chi all'ACI,
chi ai pompieri. Ma che c'entravano i pompieri?
Mentre il brusio ricominciava a invadere la sala,
solitario con il suo squillo gallinaceo suon il telefono.
Una voce di donna, chiaramente turbata, annunci
che il maestro Raskolnikov era nell'impossibilit
di recarsi ad Aosta, per un incidente occorsogli. Alla
domanda se le condizioni del maestro fossero
preoccupanti, la voce di donna, sempre turbata, rispose
che no, si poteva presumere che l'incidente non
avrebbe avuto conseguenze, ma purtroppo il maestro
non poteva giungere in tempo ed era costretto a rinunciare
al concerto.
Mormorii di delusione misti a parole di apprensione
riempirono il salotto, e mentre gli ospiti si avviavano
alla porta con un'ultima occhiata malinconica
ai salatini, qualcuno disse distintamente:
- Quegli autotreni francesi! L'ho sempre detto
io...
Gli autotrasportatori non c'entravano per niente.
Il maestro Raskolnikov non era stato vittima di un
incidente stradale, ma di un incidente di doccia.
Era una doccia come tutte le altre. Non una doccia
scozzese o finlandese, ma una semplice doccia, in
cui girando una manopola si poteva avere acqua calda,
fredda, oppure miscelata. E fu cos che la utilizz
il maestro Raskolnikov, per lavarsi, rinfrescarsi e tonificarsi,
prima di partire in macchina per la citt dove
avrebbe tenuto il suo recital. E fu cos che, sciacquatosi
bene del sapone che lo ricopriva, chiuse il rubinetto
dell'acqua, si sgrond un po' e, pregustando
l'energico massaggio con il lenzuolo da bagno che lo
attendeva l fuori sullo sgabello laccato di rosso, afferr
la maniglia per spingere la porta in duplice battente
di spesso cristallo e... aprirla, cos come si aprono
certe cabine telefoniche.
Ma la porta non si apr. Sergej Raskolnikov rest
un attimo perplesso chiedendosi il perch di quella
resistenza passiva, a cui non era abituato, dal momento
che quella era la doccia del suo bagno, della
sua casa, che usava tutti i giorni, e che non aveva mai,
fino a quel giorno, opposto alcuna resistenza al suo
muto comando di apertura. Infatti di dove poteva nascere
una tale opposizione? Era una porta, e non poteva
nutrire alcun astio verso di lui. Non ce n'era motivo.
Diede quindi una pi energica spinta alla maniglia,
sicuro che avrebbe sentito le ante di cristallo cedere
compiacenti al suo comando. Ma non fu cos. Le ante
non cedevano e la porta non si apriva.
Prima ancora di rendersi conto di quanto gli stava
accadendo, sent un brivido gelargli le membra.
Un brivido di terrore? Terrore di essere imprigionato
nella doccia? O forse, semplicemente, di freddo?
Il calore dell'ultima sciacquata se ne stava andando,
e lui era l, bagnato, senza alcuna possibilit
di asciugarsi e prigioniero di una porta che non voleva
aprirsi.
La guard con odio, mormorando anche qualcosa
di irripetibile contro di lei, e fu allora, mentre la voleva
soltanto misurare con lo sguardo per comprenderla
tutta nella sua riprovazione, fu proprio allora
che not qualcosa di strano, di anormale. Gli parve,
ma non era esperto di tali cose, che qualche aggeggetto
fosse fuoriuscito dalla sua sede, che certe rotelline
non corressero pi nel loro binario. In alto,
dove solevano scorrere dolcemente in una loro scanalatura.
Era un piccolo particolare tecnico, ma gli parve
tremendo. Cap che la porta si era rotta e le antine
di cristallo non si sarebbero aperte.
Subito un senso di colpa gli port alla memoria il
suo trionfale ingresso nella doccia, ultimo atto dei
suoi preparativi per la partenza, e il gesto esuberante
con cui aveva tirato a s la maniglia per chiudere
la doccia. Troppo esuberante, decisamente troppo,
tanto da provocare la fuoriuscita delle rotelline dal
loro binario. Ora, troppo tardi ahim, capiva la sua
dissennata mancanza di misura.
Rompere il cristallo? E con che cosa? Era un cristallo
spesso, e lui non aveva nella doccia che la saponetta
e la spugna. Non utilizzabile per un'azione
di forza contro il cristallo. Il pugno? Neanche pensarci,
si sarebbe ferito, e forse in modo irreparabile.
Oltre ai brividi che lo stavano mordicchiando su
tutta la superficie della pelle bagnata, lo fer brutalmente
l'idea che il tempo passava, e lui doveva partire
per Aosta, dove il pubblico attendeva il suo concerto.
Ma sarebbe mai uscito da quella doccia? Se
avesse gridato aiuto, sono rimasto prigioniero della
mia doccia, a parte il fatto che chi l'udisse si metterebbe
a ridere, il guaio era che nessuno mai lo udirebbe.
Il bagno era senza finestra e collocato nella
parte pi interna dell'appartamento.
Non c'erano speranze. Nessuno avrebbe mai udito
la sua invocazione di soccorso.
Alz gli occhi in alto ed ebbe un fremito di gioia.
La doccia, in alto, era aperta. Si vedeva bene il soffitto
sopra l'apertura di quella trappola sgocciolante,
un bel riquadro rosa sopra i due metri e trenta di pareti
di cristallo.
Due metri e trenta? E come si arrivava lass? Come
faceva a uscire da quel parallelepipedo liscio e scivoloso?
Allung le mani in alto stirando il corpo in
tutta la sua altezza. Dopo alcuni infruttuosi tentativi
riusc ad afferrarsi al margine superiore della doccia,
ma appena appena, con la punta delle dita. E poi?
Quando tent di issarsi puntando i piedi sulle pareti
come ricordava di aver visto fare al cinema, riusc
soltanto a compiere qualche vano sgambettamento.
Rimpianse di non aver fatto pi ginnastica nella
sua vita. Con gli estensori, per esempio.
Guard tristemente lo sgabello laccato di rosso con
il suo asciugatoio sopra, bello caldo perch lo aveva
messo vicino al termosifone, e sent ancor pi pungenti
i morsi di freddo sulla pelle.
Una grande compassione per se stesso lo invase.
Che fine insensata!
Morire chiuso nella doccia di casa propria, di freddo,
di fame... Lo avrebbero trovato l un giorno, chiss
quando, dopo lunghe ricerche nelle vie della citt,
nei fossi lungo l'autostrada... S, perch lo attendevano
ad Aosta e si sarebbero chiesti come mai il concertista
non arrivava, anzi era sparito, cos, inspiegabilmente,
qualche ora prima del concerto.
Qualche ora? Forse ormai mancava poco al concerto.
E lui aveva assicurato che sarebbe arrivato almeno
un'ora prima, per incontrare gli organizzatori,
bere un aperitivo... Ma che ora era? Da quanto tempo
era chiuso nella doccia? L'angoscia gli aveva fatto
perdere la nozione del tempo.
Si raggomitol sul fondo, per sentire meno il freddo,
pensava, ma in realt perch s'era arreso al fato.
Sentiva che in quella doccia si compiva il suo destino.
- Sergej, Sergej! Ma dove ti sei cacciato? - Quasi
non riconobbe la voce di Arianna, tanto era oppresso
dalla sua sventura.
- Sono qui! Nel bagno, nella doccia! - grid tuttavia
in risposta al richiamo salvatore.
E lei arriv, con gli occhi pieni di angoscia, poi stupore,
e poi irrefrenabile riso. Rideva ancora mentre
incollava l'orecchio al cristallo per capire meglio quello
che lui confusamente diceva: di chiamare in tutta
fretta un esperto in ferramenta, che stava morendo
di freddo, e soprattutto... soprattutto di gettargli l'asciugatoio
dentro il parallelepipedo. Come? Ma dal
di sopra, no?
E mentre lei ripetutamente saltava tentando i lanci
sopra il bordo della doccia, finch alla fine ci riusc,
lui continuava a vociferare che, a parte il freddo,
non voleva farsi trovare dai soccorritori con le mani
incrociate davanti alle nudit anteriori.
Quando, come Dio volle, dopo affannosa ricerca
di soccorsi, materializzatisi finalmente in un volonteroso
esperto in ferramenta, e un lungo trafficare attorno
alle ante riottose, che furono infine tolte dalla
loro sede, il maestro Raskolnikov usc dalla doccia castamente
avvolto nel suo asciugatoio color fucsia come
in uno stravagante sudario, all'incontenibile risata
di lei rispose ringhiando:
- Non vedo proprio che cosa ci sia da ridere! Decisamente
non era di buon umore.
- E poi, - continu senza aspettare la risposta di
lei, - ormai sar troppo tardi per andare ad Aosta.
Occorre un'ora e mezza di viaggio in autostrada.
Lei smise di ridere e guard l'orologio da polso:
era veramente troppo tardi.
- Che si fa? - chiese Raskolnikov sempre avvolto
nel sudario color fucsia.
- In ogni caso sar meglio che prima ti vesta, - disse
lei uscendo pudicamente dal bagno.
Quando Raskolnikov ricomparve pettinato e vestito,
il suo umore era migliorato. Gli era persino venuto
in mente che forse doveva ringraziare Arianna
per averlo liberato dalla doccia.
- Non ricordavo di averti dato un appuntamento
per andare ad Aosta, - disse a titolo di blando ringraziamento.
- Per fortuna me ne ricordavo io. Ma adesso che
si fa?
- Sai che si fa? - disse lui lasciandosi andare in
una poltrona. - Telefoni ad Aosta per dire che non
posso andare a suonare perch sono malato.
- Perch devo telefonare io? Telefona tu. Non basta
che ti abbia salvato dalla doccia? Devo anche dire
menzogne per conto tuo?
- Ma ragiona, ti prego. Ti pare possibile raccontare
che sono rimasto chiuso nella doccia e per quellodevo rinunciare al concerto?
- Mi sembra possibilissimo, tant' vero che  accaduto.
- Non ti rendi conto che mi coprirei di ridicolo?
Potrebbero persino annunciarlo al pubblico: Il concerto
del maestro Raskolnikov non pu avere luogo
perch il maestro  rimasto chiuso nella doccia di casa
sua. Sarebbe una risata generale.
Lei riflett, e parve convincersi. Ma perch doveva
telefonare lei? Non poteva sbrigarsela da solo?
- Perch la mia malattia sia pi convincente. Capisci,
se non posso neppure telefonare, vuol dire che
sono gravemente malato.
Lei riflett ancora, poi sollev il ricevitore. Ma al
momento di fare il numero chiese bruscamente:
- Ma che malattia hai? Devi avere una malattia
grave e improvvisa, altrimenti avresti potuto avvertire
prima.
Questa volta fu lui a riflettere.
- Hai ragione. Un infarto? No no, porta male, mi
verrebbe paura. Con gli infarti non si scherza. Una
febbre improvvisa, ecco, un attacco di febbre del fieno.
Oppure un'influenza! Telefona che sono vittima
di una feroce influenza.
Lei scosse la testa. - L'influenza non  cos repentina
da non poter essere avvertita un paio d'ore
prima. Ti rendi conto che tra poco pi di mezz'ora
la gente comincer ad affluire nell'auditorium?
- Ma allora che cosa diciamo? Che disdetta! Uno
non fa in tempo a rallegrarsi di essere stato salvato
da morte sicura nella doccia, che gi deve angustiarsi
per un'altra faccenda. Sai che ti dico? Beviamoci
sopra. E intanto si alzava, prendeva dal frigorifero
una bottiglia di leggero vino bianco e ne versava due
dita in due bicchieri. Toccarono i bicchieri e tornarono
a pensare.
L'idea della malattia non funziona, - disse lei.
- Se non vuoi una malattia grave e repentina, bisogna
pensare qualcosa d'altro. Nulla ti scuserebbe per
non aver avvertito prima. A meno che, - e intanto
alzava un dito per segnalare un'idea nuova, - a meno
che non accampiamo una frattura. Quella pu arrivare
in qualsiasi momento.
- Nemmeno per sogno, - rispose Raskolnikov,
- porta male. Nomini la frattura e quella viene.
- Be'... si potrebbe inventare una frattura piccola,
una fratturina: per esempio, sei caduto e ti sei rotto
un polso.
- Per un pianista non  una frattura piccola, al contrario.
- Un dito...
- Peggio! Per un pianista potrebbe essere fatale.
Niente frattura.
- Allora in campo di malattie non ti resta che un
improvviso mal di pancia, con relativa...
- Vedo con amarezza che ti prendi gioco di me.
E Raskolnikov fece gli occhi tristi, un certo suo
sguardo sconsolato che era una delle sue armi pi sicure,
e disse:
- Ti prego, aiutami.
E lei lo aiut, telefonando ad Aosta e inventando
una vaga storia, un incidente... dove? SI, sull'autostrada.
No, no, nulla di grave, ma intanto erano bloccati l,
s un piccolo trauma, ma si stava gi riprendendo.
Chi? Ma il maestro Raskolnikov naturalmente!
L'incidente del maestro Raskolnikov fu la classica
goccia che fece traboccare il vaso: il giorno dopo gli
automobilisti di Aosta inscenarono una dimostrazione
contro i camionisti francesi. Fu una dimostrazione
in grande stile: blocco del traffico, corteo autorizzato,
distinti professionisti che marciavano reggendo
striscioni con scritte come. L'autostrada non
 un circuito automobilistico, Rispetta la vita degli
altri e, richiamo sommamente patetico, Anche
noi abbiamo figli. I camionisti francesi, fermi in lunghe
file sulle corsie di emergenza per lasciar passare
il corteo che occupava il centro della strada si guardavano
stupiti e qualcuno chiedeva perplesso: - Che
cosa abbiamo fatto?

 Nello studio del pittore.

- Sei stato molto gentile, Nando, a invitarci qui
nel tuo studio, - disse Arianna, guardandosi attorno
con curiosit ogni volta rinnovata, bench nello studio
del pittore fosse quasi di casa. Ma il cavalletto riservava
sempre una sorpresa.
Quel giorno in cui per la prima volta c'era andata
in compagnia di Raskolnikov, sul cavalletto stava una
citt immaginaria, come potrebbe essere una citt del
Nord: case con tetti aguzzi e intelaiature di legno a
vista, finestre piccole coi vetri quadrettati, e un riflesso
luminoso che, salendo dal basso, lasciava intuire
la presenza di un canale. Ma un cielo fermo e
duro contrastava con la grazia accentuata dell'architettura
e avvalorava l'ipotesi che si trattasse di una
citt fredda e ostile.
- Che cosa hai in mente, Nando? - chiese Arianna
distogliendo lo sguardo dalla tela.
- Non lo so ancora.  un'idea che mi  venuta rileggendo
il libro che mi hai regalato, e ripensando anche
a certe citt della Germania dove si trovano case
come questa. Ricordo che l per l mi avevano colpito
per una certa loro grazia civettuola, ma quando
avevo cominciato a disegnarle, l sul posto, avevo
avuto l'impressione che mancasse qualcosa. Ora forse
ho capito che cosa manca: il calore del cielo, quello che
rende belli i Sassi di Matera e umana la sua
gente. Guarda, - e cos dicendo tirava fuori un acquerello
rappresentante uno scorcio dei Sassi, aspri
e scoscesi, ma ai quali una doratura di sole dava il
senso giusto della vita. - Vedi, - continuava il pittore,
- questo manca nelle citt del Nord, - e indicava
col dito la luce che faceva brillare l'orlo delle pietre
nude.
- Capisco, - disse Arianna, - qui il clima atmosferico
diventa un clima umano. Tutto sommato si
preferirebbe vivere qui.  questo? - chiese sollevando
una tela appena abbozzata che stava appoggiata
a terra ai piedi del cavalletto. Era una citt, o
meglio un groviglio di mura grige, forse di fabbriche,
sormontate da filo spinato. Un cantiere in costruzione
pareva, mai finito e gi vecchio, tutto scrostato e
sporco. Una fabbrica in cui nessuno avesse mai lavorato,
eppure gi in rovina. Un'altissima ciminiera
spargeva nel cielo una nuvola di fumo giallastro.
Arianna guard Nando e vide la sua faccia contratta
in una smorfia dolorosa.
- Credo di aver capito, - disse, - perdonami se involontariamente
sono stata causa di questo lavoro.
So che ti costa sofferenza.
La faccia di Nando si distese in un sorriso:
- Involontariamente, Arianna? Non barare. Tu
volevi farmi fare questo lavoro e ci sei riuscita. E forse
un giorno te ne sar grato. Ti confesso per che
talvolta mi sento scoraggiato: non so se ce la far ad
arrivare in fondo.
Allora parl Anna, che era stata in silenzio fino a
quel momento:
- Ce la farai Nando, ce l'hai sempre fatta.
- Vi dispiace spiegare qualcosa anche a me? - intervenne
Raskolnikov. - Mi pare di aver capito che
queste due tele...
- Che non sono ancora finite... - puntualizz
Nando.
- ... abbiano qualcosa a che fare con il libro che
Arianna ha regalato a voi, a me, a Luigi e Cristina e
forse anche a qualcun altro. O mi sbaglio?
- Non ti sbagli affatto, - disse Arianna, - e quindi
hai capito tutto.
- Vi dispiace se riprendiamo questo discorso un'altra
volta? - chiese Nando, - quando forse avr le
idee pi chiare?
- Hai ragione, - disse Arianna, e si diresse verso
il fondo dello studio, dove alcune grandi tele stavano
appoggiate contro il muro, l'una a ridosso dell'altra.
- E queste che cosa sono?
Anna sorrise mentre aiutava Nando a disporle in
modo che si potessero vedere:
- Sapeste come sono vecchi questi quadri! Sono
dipinti giovanili, di quando Nando aveva poco pi
di vent'anni... Non ci conoscevamo ancora a quei
tempi.
- Ci conoscevamo, ci conoscevamo, - diceva Nando
con aria sorniona, mentre terminava di disporre
le tele. - Io almeno ti conoscevo. Ti vedevo passare
sotto il balcone nella via dove abitavo, e mi chiedevo
chi fosse quella ragazza dai capelli rossi. Chi mi
avesse detto allora...
- Io non ho mai avuto i capelli rossi, - disse Anna
quasi risentita. Li avevo biondi.
- Io dal balcone li vedevo rossi, - ribad Nando.
- Sar, - ammise Anna, - non  poi cos importante.
Volevo dire che questi tronchi d'ulivo sono un
tema antico per Nando. E ogni tanto ci ritorna sopra.
Anche quest'estate, a Porto Maurizio...
- Gi, c'eravamo anche noi: ti ricordi Sergej, in
settembre...
- S, certo, quando ci siamo arrampicati sulla collina
sopra Porto Maurizio, - disse Raskolnikov, - dove
Nando aveva scoperto quegli ulivi vecchissimi, con
i tronchi sforacchiati.
- Quando mi trovo in zona di ulivi sento il bisogno
di tornare a dipingerli.  come se scrivessi una
nuova pagina della mia vita.
- Pensate, - aggiunse Anna, - che aveva cominciato
a dipingerli nella campagna romana, quando era
ancora il sor Trepizze...
- Anna, ti prego, lascia stare quella vecchia storia...
- Ad ogni modo, - disse Arianna, -  chiaro che
in questi tronchi tu dipingi la tua vita, o la vita in genere,
come tu la vedi. Vecchie geografie di antichi licheni,
itinerari tormentati di tarli e altri corroditori
della corteccia, qualche lacerazione dolorosa, come
l, dove il tronco appare addirittura strappato, e si
divide in due branche, tese verso l'alto come due
braccia.
Nando guardava in silenzio; poi disse:
- Ci sono momenti terribili, nella mia vita, e in
quella di tutti. Momenti in cui pare di non poter fare
altro che alzare le braccia al cielo, sperando che
qualcuno raccolga la nostra invocazione... o anche
senza sperare.
- S, - disse Arianna, - e ci saranno sempre.
Raskolnikov stava curiosando tra certi cartoni abbozzati
con rapidi segni di matita.
- Oh, che bello! - esclam estraendone uno dal
mucchio. V'era disegnata una giovane pianta, o meglio
un giovane tronco, perch la fronda si intuiva appena
fuori dello spazio del quadro. Era un tronco sottile
e diritto, non ancora intaccato n da insetti, n
da morsi di animali, n dagli insulti del tempo. La radice,
fortemente espansa sul terreno, pareva presagire
lo sforzo di dover resistere a tutto quello che la
lunga vita dell'albero avrebbe riservato al giovane
tronco.
- Qualche volta, - comment Nando, - si  indotti
a sperare, a essere ottimisti anche senza esserne convinti.
Anna and verso un piccolo frigorifero e ne trasse
una bottiglia di vino, dicendo:
- Beviamo a questa piccola speranza in germoglio.
La speranza, anche se piccola, anche se tanto celata
che nessuno la vede e non ci accorgiamo di nutrirla
in noi,  la cosa pi importante, capace di tenerti in
vita contro ogni logica.
- Cos doveva accadere in Lager... - disse Arianna.
- Sai, - diceva Raskolnikov mentre si avviavano
verso l'automobile, - mi  venuta un'idea.
Arianna lo guard interrogativamente in silenzio.
Lui continu:
- Quel tronco d'ulivo, con i due rami protesi come
due braccia verso l'alto a chiedere aiuto... mi ha
fatto venire in mente un concerto di Mozart, quell'anelito
alla salvezza, quella volont di non morire,
di aggrapparsi a qualunque cosa pur di non soccombere...
- Come di un naufrago che aneli alla riva, per non
essere sommerso, - continu Arianna.
Rimasero un momento in silenzio, poi Raskolnikov,
che si era frugato a lungo nelle tasche, disse:
- Devo tornare nello studio: ho dimenticato le
chiavi.
E risalirono insieme la ripida scaletta che immetteva
nello studio del pittore. Raskolnikov prese le
chiavi della macchina dove le aveva dimenticate, e
disse a bruciapelo al pittore:
- Tu, Nando, stai preparando una mostra in memoria
di Primo Levi, non  vero?
Nando lo guard stupito senza rispondere.
Raskolnikov continu:
- S, le citt del Nord, quei muri calcinati, la ciminiera,
sono immagini dei Lager. Anche i tronchi
di ulivo vi hanno il loro posto: sono le vite segnate
di chi ha sofferto dentro e fuori dei Lager.  cos?
- Forse, - si limit a rispondere Nando.
- E allora, - disse Raskolnikov, - che cosa ne direste
se in questa circostanza io suonassi qualcosa di
Mozart?
Tutti furono entusiasti della proposta di Raskolnikov,
e subito si misero a progettare il dove e il
quando del concerto.
- Quando avr fatto il mio concerto di Casale, -
disse Raskolnikov, - studier a fondo un programma
per questa mostra.

 Il mostro di Cavagnolo.

- Per favore, dove siamo qui? - chiese Raskolnikov
entrando dal buio della notte nella luce al neon
del bar.
Il barista sollev dal banco, su cui stava scrivendo
dei conti, una faccia larga e bianca. Guard in silenzio
lo sconosciuto che vi si era appoggiato, poi disse:
- Cavagnolo.
- Ah, ah! Cavagnolo! - ripet Raskolnikov rivolgendosi
con un cenno d'intesa ad Arianna. - Il paese
del mostro. Il famigerato mostro di Cavagnolo!
E rivoltosi di nuovo al barista, chiese:
- Lei se lo ricorda, vero? Il mostro di Cavagnolo?
La faccia larga e bianca lo guard ancora a lungo
in silenzio, poi disse:
- No.
Allora Raskolnikov si rivolse di nuovo alla sua
compagna:
- Ma tu, tu lo ricordi il mostro di Cavagnolo?
Lei scosse la testa ridendo, e rispose:
- Abbi pazienza Sergej, me lo sar dimenticato!
Non mi pare di aver mai sentito parlare di nessun mostro
di Cavagnolo.
Bevvero una birra al banco. Ma Raskolnikov non
poteva darsi pace.
- Ascolti, - disse al barista, - sar stato sette o otto
anni fa; era uno, un contadino, credo, che ha ammazzato
una donna, o due, o tre, non mi ricordo; e
poi ne ha seppellito i cadaveri fatti a pezzi sul ciglio
della strada, molto sommariamente, tanto che con i
primi acquazzoni sono riemersi nel fango...
La faccia larga e bianca si distese in un sorriso risolutorio:
- Ah! - disse, - io sono qui da un anno soltanto.
I due uscirono e si avviarono alla macchina parcheggiata
sull'altro lato della strada. Ma in mezzo alla
via, nella deserta ora notturna, campeggiava la camionetta
dei carabinieri di pattuglia. Fu un attimo,
una frase che sfior appena il cervello di lei e usc
dalle labbra quasi senza che se ne avvedesse, per
scherzo:
- Sergej, perch non chiedi ai carabinieri? Se c'
stato veramente un mostro di Cavagnolo, loro non
possono ignorarlo -. Non aveva mai pensato che lui
l'avrebbe fatto.
E invece lo fece. Non aveva terminato la frase che
lo vide appoggiato alla camionetta dei carabinieri,
con la testa dentro al finestrino. Ne prov un brivido
di angoscia.
- Vieni via, Sergej, ho detto per scherzo, - mormorava
lei tirandolo per la giacca. - Vieni, che  molto
tardi.
Ma lui stava gi raccontando dei cadaveri seppelliti
sommariamente sul ciglio della strada, non sapeva
bene se interi o fatti a pezzi. Ecco, di questo non
era proprio sicuro.
- Sar stato sette o otto anni fa, - continuava agitando
la testa dentro al finestrino, - fu un evento memorabile,
ne scrissero tutti i giornali. Possibile che
non ne abbiate sentito parlare?
La sua voce assumeva un tono quasi offeso. I due
carabinieri si guardarono dubbiosi. Poi uno disse:
- Signore, io sono qui da dieci anni, e non ho mai
sentito parlare di questo mostro di Cavagnolo.
- Neanche se fosse di Moransengo? Forse potrei
sbagliare il nome della localit -. Moransengo era un
paesetto a circa dieci chilometri.
Altro sguardo silenzioso tra i due tutori dell'ordine.
Poi quello che aveva parlato prima, disse:
- Neanche di Moransengo. Me ne ricorderei.
- E se fosse di Odalengo? - Altro paesetto a pochi
chilometri.
Questa volta lo sguardo che si scambiarono i due
carabinieri fu pi lungo e pi intenso.
Poi la faccia del carabiniere parlante disse:
- Scusi, signore, ma lei sa che ora ? E l'una di
notte passata. Noi dobbiamo finire il nostro giro e
poi ce ne andiamo in caserma. Riprendete il vostro
viaggio. Dove siete diretti?
- A Torino, - rispose Sergej ritirando la testa dal
finestrino.
- Allora buon viaggio e buona notte -. Ingranarono
la marcia e partirono.
Anche Sergej Raskolnikov e la sua amica salirono
in macchina e presero la strada per Torino.
Ma i carabinieri avevano cambiato idea. Infatti
erano fermi sulla statale e aspettavano proprio loro.
Chiesero i documenti, girarono pi volte intorno alla
macchina, fecero aprire il portabagagli.
- Che cosa c' in quella cartella? - chiesero.
- Spartiti, potete controllare Controllarono.
Erano proprio fogli di musica. Se li passarono, forse
con un dubbio inconfessato che fossero codici cifrati.
Ma non dissero nulla. Quello che aveva sempre
parlato, chiese:
- Di dove venite?
- Da Casale. E ora torniamo a Torino.
- A quest'ora? Non  un po' tardi?
Fu lei a rispondere, convinta come era che la sua
dialettica fosse pi esauriente.
- Il maestro Raskolnikov, - e indicava col mento
Sergej che stava al volante, - ha fatto un concerto alla
Filarmonica di Casale. Il concerto  finito alle undici
circa, poi c' stato un brindisi, un po' di convenevoli,
e siamo ripartiti da Casale che la mezzanotte
era passata da un pezzo. Ecco perch siamo qui a Cavagnolo a quest'ora.
- Va bene, - disse il carabiniere che parlava. - Ma
perch vi siete fermati proprio qui? - Forse andava
affiorando nel suo cervello qualche ricordo di romanzi
polizieschi, per esempio che il delinquente 
sempre costretto, suo malgrado, a tornare sul luogo
del delitto.
- Perch vi siete fermati a Cavagnolo? - la domanda
era formulata, questa volta, in tono perentorio.
- Per bere una birra, - rispose lui. - Abbiamo visto
un bar illuminato, e ci siamo accorti che avevamo
sete.
La risposta era plausibile, e il carabiniere parlante
stava per convincersi che in quei due, tutto sommato,
non potevano celarsi due delinquenti. Ma fu proprio
allora che, facendo un ultimo giro intorno alla
macchina, gi pronto a dire Va bene, andate pure,
il carabiniere vide qualcosa di molto sospetto: un vestito
da uomo, giacca, pantaloni e camicia, appeso a
un attaccapanni all'interno dell'automobile.
- E questo che cos'? - Il tono non lasciava dubbi.
Era inquisitorio.
- Un vestito di ricambio, - rispose pronto Raskolnikov.
- Un vestito di ricambio? Ma quando siete partiti
da Torino?
- Alle cinque del pomeriggio, - ribatt Raskolnikov,
che cominciava a sentirsi irritato.
- E per stare fuori una sera, lei deve cambiarsi? -
chiese il carabiniere con tono insinuante.
- S, perch dovevo suonare. Quello  un abito
nero.
- E anche la signora si  cambiata? - Il tono ormai
era pi che insinuante.
- No, - rispose lei, - perch io non dovevo suonare.
- E che cosa faceva allora?
- Giravo le pagine dello spartito sul leggio.
- Ah ah! Lei girava le pagine sul leggio... - il tono
del carabiniere era sarcastico. - E per girare le pagine,
non aveva bisogno di cambiarsi...
- Infatti, - disse Arianna cercando di mantenersi
calma. - Non avevo alcun bisogno di cambiarmi. Il
musicista  lui, - e indicava il suo compagno al volante.
Il quale, con decisione inopportuna, accese il
motore.
- Alt! - intim il carabiniere. - Non ho detto che
potete andarvene. Anzi, seguitemi in caserma. Prima
per passiamo in quel bar, dove avete sostato per
bere una coca cola. Era una trappola, quella della coca
cola, ma Sergej non ci cadde:
- Era una birra, signor carabiniere.
- Appuntato, prego, - corresse il milite.
Il barista non dimostr nessuna sorpresa nel veder
rientrare quei due accompagnati dai carabinieri. Sollev
la solita faccia larga e bianca, e li guard in silenzio.
- Voi accomodatevi l, - disse il carabiniere parlante
ai due, indicando loro un tavolino in un angolo.
E si mise a interrogare il barista. Il quale sembr
aver trovato, tutt'a un tratto, una verve eccezionale.
Lei, che allungava l'orecchio dal suo angolino, ne colse
questa frase:
- ... s, una telefonata... diceva che era andato tutto
bene, alla perfezione. A chi? questo non lo so. Ma
sembrava molto ansiosa di tranquillizzare qualcuno.
Poi vide che il barista chiedeva qualcosa accennando
a loro due, ma non cap la risposta.
In caserma furono fatti sedere davanti a un tavolo su cui erano stati ammucchiati gli spartiti, l'abito
scuro e tutto quanto era parso utile alle indagini. Il
carabiniere non parlante si era seduto alla macchina
da scrivere. Raskolnikov e la sua amica si guardavano
interrogativamente. A un tratto lui ebbe una folgorazione,
si alz e raggiunse quello che dettava passeggiando
per la stanza.
- Guardi che se  per via dello scippo, non l'ho mica
fatto apposta. E stato un caso, strano, ma sempre
un caso.
Il carabiniere che passeggiava dettando si ferm
bruscamente; e guardando Raskolnikov negli occhi,
disse:
- Quale scippo?
Raskolnikov si morse la lingua. Per l'ennesima volta
nella sua vita doveva rimpiangere di aver parlato
senza riflettere.
- Be'... quello a Casale... col gancio dell'attaccapanni.
- Col gancio dell'attaccapanni? Ma chi l'ha fatto
questo scippo?
Raskolnikov ebbe un momento di esitazione. Ma
capiva bene che ormai doveva dire tutto. Rispose:
- Io.
- Lei ha compiuto uno scippo? E lo confessa cos,
come fosse una cosa da nulla?
- Le ho gi detto, signor carabiniere, cio scusi...
signor appuntato, che non l'ho fatto apposta.  successo
per caso, perch... perch il centro storico di
Casale  chiuso al traffico automobilistico fino alle
otto di sera. E noi siamo arrivati prima delle otto.
Il carabiniere lo guard con faccia severa. Poi
disse:
- E siccome il centro storico  chiuso al traffico fino
alle otto della sera, lei ha dovuto compiere uno
scippo?
- Non dovuto, signor appuntato. Eh no! Io non
ho detto dovuto. E perch mai avrei dovuto? Non
avevo nessun bisogno di compiere uno scippo.  stato
un caso, mi pareva di averglielo gi detto. E quasi
potrei dire che non sono stato io, ma il gancio dell'attaccapanni.
- Il gancio dell'attaccapanni?
- S. Perch  stato il gancio dell'attaccapanni che
si  insinuato nella maniglia della borsetta, sa, una
di quelle maniglie lunghe che servono per portare
la borsetta sulla spalla. Io non me ne sono neppure
accorto.
- E allora come fa a saperlo? s, dello scippo.
- Perch ho sentito un urlo. La signora che  con
me lo pu testimoniare, l'ha sentito anche lei.
- Ma chi ha emesso l'urlo?
- La signora, naturalmente.
- Quella che era con lei? - chiese l'appuntato indicando
Arianna.
- Ma no! Perch avrebbe dovuto urlare? Quell'altra,
quella della borsetta.
- Ho capito, quella che aveva subito lo scippo.
- Esatto.
- E poi che cosa avete fatto?
- Ci siamo voltati e abbiamo visto la borsetta appesa
al gancio. L per l non capivamo come ci fosse
andata. Poi abbiamo visto la signora tutta spaventata...
- E allora? - incalz l'appuntato.
- Ci siamo messi a ridere.
- Che vi siate messi a ridere non  affatto rilevante,
e neppure gentile.
- Anche la signora della borsetta si era messa a ridere.
- Ma gliela avete restituita?
- Certo. Non siamo mica dei ladri.
- E non ha sporto denuncia? Intendiamoci, la signora
che aveva subito lo scippo.
- No. Rideva anche lei.
L'appuntato riflett a lungo, poi fece l'atto di rivolgersi
al verbalizzatore, ma gli dovette venire in
mente qualcosa:
- Un momento! Ma voi perch andavate in giro
per le strade di Casale con un attaccapanni? - Il tono
inquisitorio si era fatto duro. Raskolnikov guard
il milite con aria stupita:
- Ma signor carabiniere... scusi, appuntato! Non
vorr che mi cambi in automobile! Non sono mica
uno zingaro. Sull'attaccapanni c'era il vestito nero,
ecco, questo qui, - e indicava il mucchio stazzonato
sul tavolo. - Mi sono cambiato nello spogliatoio della
Filarmonica. Perch sa, signor appuntato, - e qui
il tono di Raskolnikov era quasi insolente, - in quei
posti li c' sempre un camerino per gli artisti.
L'appuntato guard severamente il suo interlocutore,
poi si rivolse al verbalista, che fino a quel momento
aveva scritto affannosamente tutto il colloquio
tra l'appuntato e il fermato:
- Stracci questo verbale. Chiudiamo qui la storia
dello scippo, e torniamo al mostro di Cavagnolo. E
di qui in poi, verbalizzi tutto, parola per parola.
Raskolnikov intervenne puntigliosamente:
- Guardi che potrebbe anche essere Moransengo,
le ripeto, o anche Odalengo. Non mi ricordo esattamente:
 una storia molto vecchia. Io comunque avevo
chiesto a voi solo una conferma, perch la signora
che  qui con me  piuttosto scettica...
- Che cosa ha detto che ? - L'appuntato sembrava
folgorato da un nuovo sospetto.
Allora intervenne lei:
- Il maestro ha voluto dire che io non credo a quella
vecchia storia, perch non mi ricordo di averne mai
sentito parlare. Anche il barista di Cavagnolo non ne
sapeva niente. E allora, quando ho visto la camionetta
di pattuglia, ho detto al maestro: perch non
chiedi ai carabinieri? Ma era una battuta, l'ho detto
per scherzo. E invece lui... - e gett un'occhiataccia
al suo compagno.
L'appuntato la squadr un attimo con sguardo indagatore,
poi disse:
- Giusto lei, signora. Ci risulta che al bar di Cavagnolo
ha fatto una telefonata. Sembrava ansiosa di
tranquillizzare qualcuno.
- Certo. Ho telefonato alla madre del maestro per
dirle che il concerto era andato bene e che saremmo
tornati molto tardi. Che andasse tranquillamente a
dormire.
- Ah! - disse l'appuntato, ed era come se avesse
detto che una frottola simile non l'avrebbe mai bevuta.
- Ha telefonato alla mamma... - aggiunse ironico.
Arianna si strinse nelle spalle e non disse nulla.
- Dunque, - riprese l'appuntato, - vediamo di far
chiarezza. Voi vi siete fermati all'una e mezza di notte
a Cavagnolo perch avete visto un bar aperto.
Giusto?
- Giusto, - risposero gli inquisiti.
- E perch vi siete fermati? - incalz il milite puntando
l'indice sui due.
- Perch avevamo sete, - risposero quelli a una
voce.
- No! Eh no, miei cari! - e l'appuntato scuoteva
l'indice da destra a sinistra in segno di diniego. I due
si guardarono in silenzio, e l'inquirente prosegu:
- La verit  che voi vi siete fermati per aver notizie
del mostro di Cavagnolo.
- No, - intervenne lei decisamente, - tant' vero
che non sapevamo neppure come si chiamasse il paese.
Il maestro, entrando nel bar chiese dove eravamo,
lo ricordo benissimo.
L'inquirente sorrise con finta indulgenza:
- Lei pu anche ricordarlo benissimo, signora. Ma
a me, che sono del mestiere, questi trucchetti non
sfuggono. Quando si vuole avere un'informazione su
un'azione delittuosa a cui siamo... ehm... diciamo
interessati, si fa sempre finta di cadere nell'argomento
per caso. Per caso, mi ha capito, signora? Naturalmente
non alludo a lei. - E intanto guardava Raskolnikov
socchiudendo gli occhi intenzionalmente.
- Che cosa intende dire? - chiese questi cominciando
a preoccuparsi.
- Vuol dire, - e qui l'appuntato fece una pausa che
poteva essere intesa in molti sensi, - vuol dire, caro
signore, che lei voleva notizie su questo mostro di
Cavagnolo, o di un altro paese della zona che lei finge
diabolicamente di non ricordare, e parla di un delitto
commesso molti anni fa, non  vero?
-  verissimo. Ma non  vero che fingo di non ricordare
il luogo, n quanti anni sono passati. Non me
ne ricordo per davvero. E pare che nessuno se ne ricordi.
L'appuntato con un balzo fu in piedi di fronte a
Raskolnikov:
- Certo che nessuno se ne ricorda! E sa perch?
Perch il delitto non  stato commesso un anno fa, o
due, o dieci. Il delitto  stato commesso adesso.
E puntando l'indice sul petto di Raskolnikov, disse
lentamente, scandendo bene le sillabe:
- E non  stato ancora scoperto.
Raskolnikov guard la sua compagna; lei guard
lui. Non riuscivano a capire dove l'inquirente volesse
arrivare.
- Ma se non  ancora stato scoperto, - disse Raskolnikov,
- io come faccio a saperlo?
L'inquirente lo guard con aria trionfante: aveva
incastrato il suo uomo:
-  proprio quello che intendo chiedere a lei? Come
fa a saperlo? C' una sola risposta, e una sola persona
a conoscenza di un delitto che non  ancora stato
scoperto. E lei sa chi  questa persona?
- Quello che l'ha commesso, - disse candidamente
Raskolnikov.
- Era quello che volevo sentirle dire, signor maestro.
Come vede,  caduto in trappola da solo. E adesso
la prego di lasciare da parte tutte le sue astuzie, e
di raccontare per filo e per segno come si sono svolti
i fatti. Cominciando da: luogo preciso, ora, movente,
se ce l'ha. E se non ce l'ha... - l'inquirente
aveva di nuovo puntato l'indice contro Raskolnikov,
quasi premendoglielo sul petto, - e se non ha un movente...
avr un mandante. A chi avete fatto quella
telefonata?
Raskolnikov si stava guardando attorno con l'aria
di chi non ha capito niente, domandandosi di quali
fatti dovesse parlare, quali moventi o, in alternativa,
mandanti. Ma l'inquirente incalzava:
- Non ha bisogno di riflettere, signor... Raskolnikov, -
disse dopo aver sbirciato i documenti aperti
sulla scrivania. - Non ha bisogno di riflettere perch
si tratta di fatti accaduti oggi e di cui lei non pu
essersi dimenticato. E soprattutto non venga fuori
con la storia della telefonata alla mamma,  troppo
vecchia!
- Chi? Mia mamma? - chiese Raskolnikov sempre
pi disorientato.
- No! La storia! - url l'inquirente che ormai aveva
perso la pazienza. - Non perdiamo altro tempo:
racconti tutto per filo e per segno.
Raskolnikov si raschi la gola per prendere tempo,
e cominci:
- Siamo partiti da Torino alle cinque del pomeriggio:
sapevo che era molto presto dal momento che
il concerto era fissato alle otto e mezza. Ma io sono
sempre un po' nervoso quando devo suonare, come
tutti d'altronde, e non riesco a stare fermo a casa.
Inoltre era una bella giornata e durante il viaggio ci
siamo goduti il tramonto, anche se, ovviamente, stava
alle nostre spalle, dato che viaggiavamo da ovest
a est.
- Lasci stare il tramonto. Lei ha ammesso che era
nervoso. Perch?
- Perch dovevo suonare, gliel'ho gi detto.
- Ma allora, - e qui l'inquirente socchiuse gli occhi
con fare volpino, - se doveva suonare, dov' lo
strumento?
- Lo strumento? - fece Raskolnikov sorpreso.
- Ma...  l, alla Filarmonica.
- Non se l' portato da casa, il suo, personale, come
fanno tutti i professionisti? - E in questa domanda,
apparentemente banale ma intrisa di sottile
veleno, l'inquirente alludeva ai professionisti del crimine,
quelli che viaggiano con un astuccio che pare
racchiudere un violino, e invece...
- Ma signor appuntato! - disse Raskolnikov,
- Io suono il pianoforte!
L'appuntato inghiott l'amaro di una sconfitta. Ma
non era che un dettaglio.
- Prosegua, - disse asciutto.
- Proprio perch siamo partiti presto, siamo arrivati
a Casale troppo presto.
- Ovvio, - disse l'inquirente. - Prosegua.
- E il centro storico era ancora chiuso al traffico.
Ho dovuto parcheggiare nel piazzale e portarmi il vestito
appeso all'attaccapanni fino al palazzo della Filarmonica.
 uno splendido palazzo, lo conosce?
- No, ma non importa. Prosegua. E lasci stare la
storia dello scippo, non  rilevante. E lasci stare anche
il concerto. Che cosa  avvenuto dopo?
- Un drink.
- Un cosa?
- Hanno offerto un rinfresco, come si usa fare.
- Lasci stare anche il rinfresco. Venga al dunque.
- Siamo ripartiti dopo la mezzanotte, e siamo arrivati
a Cavagnolo. Ed eccoci qui.
- Lei vuole prendermi in giro! - L'inquirente era
diventato improvvisamente furioso. - Come sarebbe
a dire eccoci qui. Vuol rendersi conto che non ha
detto nulla di quello che vogliamo sapere? Che cosa
avete fatto a Cavagnolo?
- Bevuto una birra, - rispose Raskolnikov allibito.
- E prima? - url l'inquirente.
- Niente! Perch non eravamo a Cavagnolo.
- Lei continua a prendermi in giro! Vuol rendersi
conto che io non sto scherzando e che lei  in un
guaio serio?
- Io? E perch? - chiese Raskolnikov forse con
eccessivo candore.
A quel punto, mentre l'appuntato era balzato in
piedi e si stava avvicinando minacciosamente a Raskolnikov,
suon il telefono sul tavolo del verbalizzatore.
- Signor appuntato,  per lei. Un contadino dice
di aver visto un vagabondo aggirarsi con una vanga
sul ciglio della strada e... - ma gi l'appuntato si era
incollato la cornetta all'orecchio e faceva segno all'altro
di dargli carta e penna. Ascolt in silenzio, reggendo
la cornetta con la sinistra e scrivendo appunti
su un blocco con la destra. Solo alla fine chiese:
- Che ora era? - e poi: - Come quando! Quando
ha visto il vagabondo... poco fa? Mezz'ora circa. E
il cadavere? Coperto da terriccio e foglie secche... E
il vagabondo? Ah, lo sta portando qui nel suo camioncino,
chiuso nello spazio per i cani. Non se lo
faccia scappare! Le veniamo subito incontro!
E al verbalizzatore:
- Resti di guardia a questi due. Io torno a Cavagnolo.
I due restarono soli con il verbalizzatore, che li
guardava muto non sapendo esattamente come dovesse
fare loro la guardia. Sembravano due persone
tranquille, diverse, tanto per intenderci, da quelle
che si vedono in televisione, che di punto in bianco
tirano fuori mitra e pistole e capovolgono in un baleno
la situazione.  pur vero, pensava il carabiniere,
che questi due non sono mica stati perquisiti.
Eh no, l'appuntato non ci ha pensato. Forse perch
hanno quest'aria cos per bene, da intellettuali.
Ma si sa che gli intellettuali al giorno d'oggi...: forse
dovrei perquisirli io. Li perquisisco? E se quelli di
colpo si trasformano in pistoleri? Non sarebbe il primo
caso. E la prima pallottola me la becco io. Eh no!
Per lo stipendio che mi danno... Sono tranquilli? Lasciamoli
tranquilli, e che se la veda l'appuntato con
i suoi intellettuali. Io, tanto per fare qualcosa mi rivedo
il verbale.
E il verbalizzatore si mise a correggere il verbale
che, a giudicare dall'uso frequente di gomma e pasta
bianca, doveva essere pieno d'errori. I due tacevano.
Un po' perch non sapevano che cosa dire, un po'
perch temevano che parlando avrebbero dato esca
a nuove incomprensibili indagini. A un tratto lui disse
sottovoce:
- Meno male che hai telefonato alla mamma, almeno
sa che non deve aspettarci.
Al loro sussurro il verbalizzatore alz sospettoso
la testa dal suo verbale, e stava per chiedere qualcosa,
quando la porta s'apr ed entr l'appuntato seguito
da due uomini, uno dei quali piuttosto male in
arnese. Si rivolse al verbalizzatore e gli disse perentorio:
- Stracci tutto il verbale. E scriva: il giorno... data
di oggi... alle ore tre antimeridiane, appena fuori
dell'abitato di Cavagnolo, su segnalazione del signor...
lei poi dar le sue generalit, abbiamo arrestato...
altre generalit, intento a sotterrare sul margine
della strada statale il corpo esanime di una donna
dall'apparente et di... ecc. ecc., questo lo
metteremo dopo. Alla mia tempestiva analisi il corpo
risultava ancora caldo, segno evidente che la morte
era sopravvenuta da poco. Ah voi! - si interruppe
rivolgendosi ai due che sedevano in silenzio, - questo
vi scagiona, anche perch l'assassino, cio
l'individuo sorpreso a sotterrare il cadavere, ha confessato
il delitto e anche il movente. Sono due barboni
che hanno avuto un diverbio per ragioni di interesse.
Una spinta, una brutta caduta... e via. Potete
andarvene.  chiaro che con il delitto di Cavagnolo
non avete niente a che fare. Ecco, qui ci sono i vostri
documenti, il vestito, la musica... tutto quanto.
Buona notte.
E i due si ritrovarono sulla strada, buia e deserta,
stanchi e infreddoliti. Il bar era spento e chiuso.
- Accendi il riscaldamento, per favore, - disse lei
con voce stanca. - Ho freddo.
La leggera foschia che li aveva accompagnati nelle
prime ore della notte si condensava in goccioline
di pioggia. Solo quando, dopo i primi chilometri, il
riscaldamento interno cominci ad asciugare i vetri,
i vestiti, e riscaldare gli animi, lei parl:
- Sergej, ma che cos' questa storia?
- Quale storia?
- Quella del mostro di Cavagnolo! Come facevi a
conoscerla prima? S... prima che accadesse.
- Ma per carit! Quella  un'altra storia, una storia
vecchia, come ho cercato di far capire a quelle teste
di pietra. Non ha nulla a che fare con la storia di
questa notte. E poi ti pareva un mostro, quello? Un
povero barbone che aveva bevuto un bicchiere in pi,
ha litigato, uno spintone... e buona notte. Eh! ce ne
corre tra quello e un mostro!
- Ora per la dimentichi, questa storia del mostro.
Che o non  mai esistito ed  frutto della tua immaginazione,
o  cosa tanto vecchia che se ne  persa
addirittura la memoria. Tu invece faresti bene a ricordarti
che stavi per passare un brutto guaio per la
storia del mostro di Cavagnolo.
- Dimenticarla? Fossi pazzo. Non ci penso nemmeno.
Domani mattina, questa mattina per essere pi
precisi, vado alla Stampa. Ho degli amici l, e forse
ci sar qualcuno con un po' pi di cervello o di memoria.
Voglio proprio vedere se sono io che mi invento
le cose! E appena avr ricostruito la storia del
mostro torno da questi... ehm... smemorati e gliela
sbatto sotto il naso. Voglio farmi una bella risata, voglio
farmi... che quelli quasi quasi pensavano che me
la fossi inventata io la storia del mostro.
Lei lo guard profondamente delusa:
- Non avevi detto che dopo questo concerto di Casale
avresti dedicato tutto il tuo tempo libero alla preparazione
del concerto per Primo Levi? E adesso ti
vuoi buttare in un'impresa senza senso come la ricerca
di un mostro che forse non  mai esistito.
- Ma capisci che sono stato preso per un visionario?
- disse lui. - Nessuno, neanche tu, mi ha creduto.
- Ti rendi conto, - continu lei, - che la cosa non
ha nessuna importanza? Che sia esistito o no un mostro
di Cavagnolo non cambia proprio niente. E se
tu adesso ti metti a perdere il tuo tempo con quella
stupida storia, e magari anche a cacciarti nei guai, ebbene
io... io...
E, per la prima volta nella sua vita, Arianna rimase
senza parole.

 Frassineto o Saliceto?

- Per la miseria, - brontol Raskolnikov ingranando
la marcia per ripartire. - Potrebbero essere pi
generosi di indicazioni stradali in queste campagne.
Si era fermato infatti per leggere alcuni cartelli indicatori,
ma ne era rimasto deluso.
- Per favore! - grid a un contadino che passava
con una zappetta in spalla, - vado bene per Frassineto?
Il contadino lo guard stralunato:
- Non c' nessun Frassineto da queste parti.
- E Saliceto?
- Ma lei dove vuole andare? - chiese il contadino.
- Non mi ricordo esattamente il nome del paese.
Frassineto o Saliceto, o qualcosa di simile.
Si ud una risata chioccia che veniva dal sedile posteriore:
era Luigi che sghignazzava alla sua solita maniera.
- E cos ci inviti nella villa di un tuo amico e non
sai nemmeno in che paese abita!
- Vedrai che lo trovo, lo giuro sulle mie mani.
Era il giuramento pi solenne che Raskolnikov potesse
fare, dal momento, essendo pianista.
Invece non lo trov. Le ombre dei pioppi ai lati
della strada si allungavano invadendola quasi tutta,
i campi in lontananza prendevano sfumature violette,
l'aria si tingeva di rosa, e Raskolnikov ancora guidava
la sua vecchia BMW per strade polverose e deserte,
interrogando i pochi passanti, i quali non avevano
mai sentito quei nomi strani e, dopo esserseli
fatti ripetere pi volte, scuotevano la testa desolati.
A un tratto ferm l'auto davanti a un'osteria che aveva
alcuni tavolini fuori sotto una pergola di glicini.
- Faccio un ultimo tentativo, - disse scendendo,
- e se neppure qui conoscono Frassineto o Saliceto
rinunciamo alla visita e ci fermiamo a bere qualcosa.
I tre occupanti della BMW scesero stiracchiandosi
e dissero a una voce:
- Speriamo che anche questo tentativo fallisca,
- e si sedettero all'ombra del glicine su delle vecchie
sedie impagliate.
Dopo qualche minuto Raskolnikov usc dall'osteria
e si sedette in silenzio insieme agli altri. Tutti lo
guardarono attendendo il verdetto: era evidente che
Raskolnikov era infuriato.
- No, - disse dopo un lungo silenzio in cui si era
placata la sua ira. - Nessuno conosce questi paesi.
Non li hanno mai sentiti nominare.
Poi, con un'improvvisa inversione di rotta, se la
prese con gli amici lontani che andavano ad abitare
in paesi sconosciuti e fuori del mondo. Le sue recriminazioni
furono interrotte dall'oste che port in tavola
una bottiglia di vino e quattro bicchieri. E rientr
nell'osteria in silenzio. Fu un gesto magico: Raskolnikov
riemp i bicchieri di un barbera giovane
tutto saltellante. E bevvero.
Non so se fossero presi dal sapore gentile di quel
vino vispo e vivace, o dalla magia dell'ora crepuscolare
che velava ogni cosa: certo  che nessuno parlava.
Gli occhi erano perduti nell'orizzonte che si tingeva
di arancione e poi di rosso, su cui si stagliavano
sempre pi nette le sagome dei pioppi.
Quando il rosso divenne violetto, l'incanto dell'ora
si trasform in cupa tristezza. Allora Arianna
parl:
- Quando ero in ospedale, dal mio letto vedevo
ogni sera questa metamorfosi dei colori del cielo. Arrivata
a questo punto, accendevo la luce e il cielo
scompariva nel buio. E insieme scompariva la sofferenza
di quell'ora terribile.
- Guarda, - disse Cristina, - le luci del tramonto
sono state messe in fuga da questi cos! - e indicava
quattro assurdi lampioncini giapponesi, che si erano
accesi ai quattro angoli della pergola.
- E sapete che cosa facciamo adesso? - disse Raskolnikov,
- ordiniamo pane e salame e un'altra bottiglia
di vino, cos passiamo la serata in questo posto
di cui non sappiamo neppure il nome.
- Questa, - aggiunse Luigi, -  la migliore idea che
potesse venirti.
- Quando mi imbottisco un panino col salame, -
disse Arianna infilandone una fetta tra due pezzi
di pane, - mi viene sempre in mente Primo Levi e il
suo Se questo  un uomo. Vi ricordate i desideri morbosi
di quelli che erano rinchiusi in Lager, i loro sogni
di cose da mangiare, gigantesche pastasciutte, immense
polente, abbuffate di povera gente affamata?
- Quella era una fame che nessuno di noi ha mai
conosciuto, - interloqu Cristina, - fame senza speranza.
- Certo non  quella che si prova durante un viaggio
in treno, quando il treno ritarda e tu stai fermo
in aperta campagna, magari in mezzo alle risaie, e vedi
il sole tramontare e pensi che a quell'ora dovresti
essere gi a casa tua, a cena con i tuoi... - aggiunse
Luigi.
- Quella era una fame che riassumeva in s la costrizione
della prigionia, la mancanza di libert,
la lontananza forzata dalla famiglia, dalla casa, dagli
amici, persino dai ricordi, che servivano solo a
rendere pi insopportabile la realt... - continu
Arianna.
- E la paura del domani, di ci che poteva accadere
in qualsiasi momento, la violenza senza motivo,
la brutalit, l'impotenza a reagire.
- C' solo un ricordo che agisce positivamente, che
aiuta a sopravvivere, - aggiunse Cristina. - Vi ricordate
il canto di Ulisse? Vi ricordate come Primo Levi
ne ricerca i versi nella memoria per dirli al ragazzo
francese che era quel giorno suo compagno di
corve? Come si chiamava il ragazzo?
- Pikolo, - disse Raskolnikov, che aveva appena
letto quel passo del libro. - Fatti non foste a viver
come bruti, ma a seguir virtute e canoscenza, - recit
Raskolnikov. Poi subito si arrest in cerca dei
versi seguenti. - E poi? - chiese agli altri.
- Anche tu hai dimenticato i versi, - disse Arianna,
- e anch'io. Forse tutti dimentichiamo i versi, ma
non il significato di quella pagina, in cui Primo Levi
sembra voler suggerire che l'arte pu vincere tutto,
la fame, la paura, la disperazione persino...
- Allora perch poi si  ucciso? - chiese Luigi.
- Quando tutto doveva essere superato, anche il
ricordo? - aggiunse Cristina.
- Forse certi ricordi non si superano mai, - disse
Arianna pensosa. - Forse puoi illuderti di averli superati,
vinti, sepolti nel passato, ma per qualche causa
accidentale sono pronti a balzar fuori e aggredirti.
E se in quel momento non sei abbastanza forte...
- E forse ci sono cose che neppure l'arte pu sconfiggere, -
aggiunse dopo un breve silenzio.
- E quando le falsificazioni di certa stampa negarono
l'esistenza dei Lager e Levi fu moralmente costretto
a riprendere la penna per testimoniare ancora
una volta la verit, deve essere stato sopraffatto
dai ricordi e la sua coscienza ne fu travolta, - disse
Cristina.
- Ne I sommersi e i salvati parla proprio di coscienza, -
disse Arianna. - La sua coscienza gli rimprovera
di essersi salvato. Ne prova un senso di colpa.
- Questo non posso capirlo, - intervenne Raskolnikov,
- di che cosa pu essere colpevole uno nelle
sue condizioni? Lui era una delle vittime di quella
folle violenza.
Tutti tacquero, chiedendosi in silenzio quello che
Raskolnikov aveva espresso con la sua domanda. Fu
Arianna a rompere il silenzio:
- Credo, - disse, - che Primo Levi a quel punto
del suo saggio fosse giunto molto vicino a scoprire
una grande verit. Lui non era colpevole per essersi
salvato, come non lo sono tutti quelli che sono sfuggiti
alla morte in Lager. Non  anzi neppure una questione
di colpa.  qualcosa che va al di l dell'individuo.
Non so come dire, forse  una questione di coscienza
collettiva.
- Come se quel fatto orrendo che fu il Lager pesi
sulla coscienza di tutti indistintamente, colpevoli o
innocenti, persino delle vittime, - aggiunse dopo una
pausa di silenzio.
-  cos indubbiamente, - disse Cristina, - lo si
intuisce dalle sue stesse parole. Per non capisco il
perch.
Ci fu un lungo silenzio, durante il quale ognuno
rifletteva su questa domanda. Poi Arianna riprese:
- Se questo non fosse vero, ogni uomo sarebbe nella
vita veramente un individuo, un essere isolato,
concluso in s e nelle sue azioni. Con la sua morte
tutto di lui finirebbe, il bene e il male. Ma non deve
essere cos. Le sue azioni non sono chiuse in lui, ma
si estendono alla vita degli altri, si intrecciano con
quelle degli altri, sotterraneamente e palesemente.
Per esempio, se tu dai una spinta a un altro e lo fai
cadere, agisci con violenza nella vita di quella persona,
e senza dubbio sei responsabile delle conseguenze.
Ma c' un altro modo, molto pi grave, di interferire
nella vita degli altri, sotterraneo, invisibile, ma
non meno diffuso. Pu essere una parola detta senza
riflettere, o una parola attesa e non detta; pu essere
uno sguardo, un gesto. Si pu negare l'influenza
di una parola scritta?
- S, - disse Luigi, - ma tornando al fenomeno dei
Lager, che responsabilit poteva averne chi non li ha
voluti, chi ne fu addirittura vittima?
Disse questo guardando Arianna, da cui evidentemente
attendeva una risposta. Ma Arianna taceva
pensosa. Tutti avevano gli occhi rivolti a lei. Infine
si decide a parlare:
- Vi ricordate quel che racconta Platone, delle anime
che prima di prender corpo umano sulla terra venivano
immerse nel fiume Lete, perch dimenticassero?
Che cosa dovevano dimenticare? Non certo le
loro colpe perch non potevano averne ancora commesse.
E il battesimo nel Giordano che operava San
Giovanni nel Vangelo? E il battesimo dei neonati nel
culto cristiano? Da quale colpa si viene liberati con
questo atto lustrale?
- Dal peccato originale, dice la dottrina cattolica,
- rispose Luigi.
- Ma il peccato originale lo hanno commesso Adamo
ed va, - disse Raskolnikov, - mica noi.
- Infatti, - disse Arianna. - Non  una colpa
nostra. Ma fa parte del bagaglio che ereditiamo nascendo,
di una memoria inconscia di cui non siamo
responsabili, ma che ci rende molesta l'esistenza. In
altre parole noi veniamo al mondo con un fardello di
esperienze non fatte da noi, ma che pesano comunque
sulle nostre spalle. Tutto quanto di male e di bene
si compie nel mondo, resta in noi.
- Hai detto di bene e di male: quindi c' anche
qualcosa di positivo in questo fardello che ci viene
appioppato al momento della nascita, - disse Raskolnikov.
- Certo  la nostra cultura, in cui si assommano
tutte le azioni, buone e cattive, o neutre, che si compiono
nella vita. Anche le pi piccole, quelle apparentemente
pi insignificanti.
- Ma di queste non si  responsabili come individui, -
insist Raskolnikov.
- Responsabili no, - disse Arianna, - ma ognuno
di noi pu goderne il beneficio o sentirne il peso, se
ha sensibilit per farlo. E non solo delle azioni passate,
ma anche delle presenti. Il Lager pesa nella memoria
di Primo Levi, non certo come responsabilit
o colpa, che non ha commesso, ma come un macigno
che pu rendere intollerabile la vita.
- E che non si pu dimenticare, anche se ci si illude
di aver dimenticato, - disse Cristina.
- Gi, - riflett Luigi, che era rimasto in silenzio
per tutto quel tempo. - Primo Levi deve essersi illuso
di essere diventato un uomo come tutti gli altri,
con le normali esperienze di tutti, di un qualsiasi lavoratore,
come il Faussone della Chiave a stella, con
i ricordi belli e meno belli che hanno tutti gli uomini,
e poi improvvisamente...
- Improvvisamente qualcosa squarcia il velo sottile
che nasconde quel passato, il ricordo orribile a
cui non si vorrebbe pi pensare.
- E ha dovuto scrivere, disperatamente, quel libro
triste che  I sommersi e i salvati, tornare a rimestare
in quella materia disumana. E forse non ha retto a
questa nuova prova che la vita gli imponeva.
I quattro lampioncini giapponesi foravano appena
il buio ormai vincitore sul crepuscolo, misera immagine
dell'arte umana di fronte all'oscurit di una notte
senza luna.
Raskolnikov e i suoi amici ebbero un brivido di
smarrimento, poi li accolse materno il grande abitacolo
della BMW.

 Le rane.

- Perfetto! - giubil Raskolnikov guardando l'orologio.
Erano le sei in punto e aveva appena parcheggiato
l'automobile nel piazzale della stazione, lato
via Sacchi, quando si ud il fischio del treno in arrivo.
Si precipit all'interno della stazione e vide
subito svolazzare i capelli biondi di Georg Maag, che
scendeva dal treno Stoccarda-Milano. Abbracci, convenevoli,
informazioni reciproche sulla salute di familiari
e amici.
- Caro Georg, - disse Raskolnikov prendendo il
bagaglio del viaggiatore, - se non hai impegni particolari
per questo pomeriggio di agosto, sono in grado
di offrirti una splendida esperienza estiva. Sei mai
stato nelle risaie del Vercellese?
Qualsiasi piemontese si sarebbe allarmato di fronte
a questa proposta, ma per il professor Maag, docente
di romanistica a Stoccarda, Vercelli era solo un
quadratino sulla carta geografica, e d'altra parte l'amico
Raskolnikov era un illustre pianista che a Stoccarda
aveva riscosso un caloroso successo con la sua
esecuzione dei corali di Bach trascritti per pianoforte
da Busoni. Di conseguenza il professor Maag aveva
in lui piena fiducia.
- No, - rispose l'ignaro. - Le ho solo viste dal treno
venendo da Milano.
- E hai sentito gracidare le rane?
- No, i finestrini erano chiusi perch nella carrozza
c'era l'aria condizionata.
- Allora, - disse Raskolnikov raggiante, - ti porto
a mangiare le rane. Conosci le rane?
- S, certo. C' una famosa fiaba di un principe
trasformato in rana da un sortilegio. Una fiaba trascritta
dai Grimm.
- La conosco anch'io, - disse Raskolnikov, - ma
ora ti chiedo di dimenticare le rane letterarie. Intendo
portarti a gustare uno dei piatti pi rari e favolosi
della cucina piemontese: rane fritte in pastella. Hai
mai mangiato rane fritte in pastella?
Il professor Maag non aveva mai mangiato rane
fritte in pastella.
- Allora ci buttiamo subito sulla strada delle risaie, -
disse Raskolnikov frenando a stento l'entusiasmo.
- Tra l'altro potrai vedere uno degli spettacoli pi
belli di queste terre: il tramonto in risaia.
E Raskolnikov apr cortesemente la portiera arroventata
della sua BMW per far accomodare il professor
Maag. Va detto che il professor Maag, dopo
aver compiuto un viaggio di alcune centinaia di chilometri
in una carrozza con l'aria condizionata spinta
al massimo, probabilmente con termostato non
funzionante, ed essendone uscito surgelato, prov
quasi piacere a infilarsi tra le lamiere roventi della
BMW. Ah! Il sole d'Italia, pens sentendo con
piacere che i suoi piedi intirizziti cominciavano a sgelarsi.
Il professor Maag amava molto l'Italia, e in particolare
il Piemonte, perch era studioso di Cesare Pavese
e Beppe Fenoglio. Chiese infatti:
- Come mai non ho letto di rane fritte n in Pavese
n in Fenoglio?
-  chiaro, Georg. Pavese e Fenoglio parlano di
Langhe, se mai di Monferrato e al massimo di Torino.
Il regno delle rane sono le risaie del Vercellese! -
grid Raskolnikov lanciando la sua BMW sulla superstrada
di Chivasso. - Le senti? Le senti gracidare?
E qui le risaie cominciano appena. Sentirai quando
ci saremo proprio in mezzo!
Georg Maag ascolt il gracidio delle rane mentre
tirava fuori di tasca un fazzolettone a quadretti azzurri
e incominciava ad asciugarsi il sudore che gli
scorreva dal collo. I suoi piedi si erano ormai scongelati
e cominciava a soffrire il calore che imperversava
sull'asfalto della strada moltiplicato dallo specchio
d'acqua delle risaie. Ormai c'erano in mezzo.
- Le senti? Le senti? Siamo nel cuore del Vercellese,
e si sente come questo mondo  dominato dai
piccoli cantori della risaia! - diceva Raskolnikov ormai
preda di una crisi lirica. - E guarda gli aironi che
volteggiano nel cielo, tuffando ogni tanto il loro lungo
becco nella vegetazione della risaia per cogliere un
ranocchio, che ahim sar sottratto alla nostra frittura!
Pazienza! Ce ne sono tanti!
Il professor Maag si era aperto la camicia, e si
asciugava ora il sudore che scendeva a rivoli sul
petto.
- Si ha un bel dire, - continuava imperterrito Raskolnikov,
- che le rane sono buone anche in umido
o in frittata: quando avrai assaggiato le rane fritte in
pastella dovrai ammettere con me che non esiste modo
migliore di cucinarle. Purch siano, si intende, i
nostri ranocchietti di risaia e non quelle bestie gigantesche
che oggi si importano dalla Cina, che paiono
cosce di polli allevati in acqua dolce.
Il professor Maag aveva ormai rinunciato a detergersi
il sudore e lo lasciava ruscellare per tutto il
corpo.
- Sono come una nuvola leggerissima, - continuava
Raskolnikov, - in cui cercheresti invano di distinguere
ossa e carne. Si mangia tutto, indistintamente,
e tu senti in bocca un sapore simile a quello
del granchio di mare, ma pi delicato, con un pedale
di calamaro o meglio di scampo, - la citazione del
pedale gli veniva dalla sua professione di pianista, -
e guai a spruzzarle di limone, come qualcuno fa! Si
altera quell'impareggiabile gusto delle rane fritte in
pastella.
Il professor Maag, con quella nuvola di rane che
gli si agitava davanti agli occhi sopportava stoicamente
il sudore, a cui si era aggiunta l'afa inconfondibile
delle risaie. Il cielo era fermo e grigio sopra di
loro, l'aria immobile creava ogni tanto riflessi d'acqua
sull'asfalto della strada, il miraggio noto nei deserti
caldi come fata morgana.
- Dovrebbe essere l'ora del tramonto, - diceva Raskolnikov
guardando il cielo inesorabilmente grigio,
- ma oggi c' un po' di foschia, e poi non mi ricordavo
che in agosto le risaie sono ricoperte dal verde
del riso, e non danno luogo a quei magnifici riflessi
degli altri mesi in cui sono coperte di acqua.
Il professor Maag rinunci senza difficolt ai riflessi
sull'acqua, e chiese con voce spenta.
- Ma dove andiamo?
- A Buronzo, nel cuore vero delle risaie! - grid
tutto entusiasta Raskolnikov. E infatti di li a poco
lasci la strada principale e svolt in una stradetta
pi piccola, in cui a stento si sarebbero incrociate due
macchine. - A Buronzo c' un tale che alleva rane,
le migliori rane del mondo, i nostri eccellenti ranocchi
di risaia! Sai che anche a Mozart piacevano le rane
fritte?
Il professor Maag sorrise confortato e riprese ad
asciugarsi il sudore.
Finalmente Raskolnikov ferm la macchina davanti
a un cancello chiuso, su cui un'insegna recitava:
Da Gino. Cucina tipica vercellese. Oltre il cancello
si vedevano, sotto una pergola d'uva americana,
alcuni tavoli di legno con le seggiole capovolte sui
piani dei tavoli. Strana, inquietante visione, dal momento
che era l'ora di cena.
Raskolnikov cerc un campanello. Non lo trov.
Suon allora una campana di bronzo sopra il cancello,
la suon a lungo, disperatamente. Apparve infine
un omino; a torso nudo, sudato e stralunato, che
guard interrogativamente i due, a turno, ora l'uno,
ora l'altro.
- Come mai  chiuso? - chiese Raskolnikov.
-  sempre chiuso in luglio e agosto, - rispose l'omino.
- Ma  impossibile! - grid Raskolnikov. - Il mio
amico  venuto apposta da Stoccarda per mangiare le
vostre rane fritte, e voi avete chiuso! - e indicava il
professor Maag, il quale avendo ormai messo fuori
uso il fazzolettone a quadri azzurri, si asciugava il sudore
con le pezzuole profumate offerte dalla Compagnia
dei Vagoni Letto.
L'omino valut con un'occhiata il professor Maag,
poi ritenne di dover spiegare:
- Quando le rane gracidano non si possono mangiare,
sono cattive. Non le avete sentite gracidare
lungo la strada? E poi fa troppo caldo per cucinare.
E fece l'atto di andarsene.
Raskolnikov lo trattenne con un'invocazione:
- Non se ne vada, la prego! Questo significa che
non avete niente da darci da mangiare?
- Non cuciniamo nemmeno per noi, - disse l'omino.
- La prego, non ci lasci qui fuori, - la voce di Raskolnikov
aveva il tono della supplica. - Ci dia almeno
un bicchiere di vino e un pezzo di pane.
- Vi porto quello che ho, - disse l'omino. E aperto
il cancello si accinse a tirare gi due sedie dal tavolo
pi vicino.
I due amici vi si lasciarono cadere privi di volont.
Ma il loro sgomento scomparve quando videro ricomparire
l'omino con due bottiglie di vino bianco
dal vetro tutto appannato e due bicchieri che depose
sul tavolo.
- Non posso darvi che pane e salame, - disse voltandosi
per tornare alla cascina che si intravvedeva
tra gli alberi.
-  meglio che niente, - disse Raskolnikov.
- Oh certo! - aggiunse Georg Maag schiaffeggiandosi
il collo aggredito dalle zanzare.
E l'omino ricomparve con un tagliere su cui stava
adagiato un grosso salame; nell'altra mano teneva una
forma di pane.
- I piatti, - disse, - non posso darveli perch non
c' nessuno che li lavi.
Deposto il tutto sul tavolo stava per andarsene,
quando si volse di nuovo verso il tavolo dicendo:
- Posso darvi ancora questo, - e frugatosi in tasca
ne entrasse uno zampirone e lo pos sul tavolo.


La concomitanza.

- Sai,  arrivato Georg, - diceva al telefono Raskolnikov.
- Si ferma qualche giorno. L'ho ospitato
a casa mia a Villafranca.
- Quando  arrivato? - chiese Arianna.
- Ieri pomeriggio, col treno di Stoccarda.
- E l'hai portato subito a casa tua a Villafranca?
- Be' veramente no. L'ho portato nel Vercellese a
mangiare le rane.
- In questa stagione? Le rane in agosto non si possono
mangiare: gracidano.
- Infatti. Abbiamo mangiato pane e salame. Ma
io credevo che proprio quando si sentono gracidare
si potessero mangiare. Credevo che il loro gracidio
annunciasse la loro presenza gastronomica.
- Presenza s, ma non gastronomica. Quanti giorni
si ferma Georg?
- Fino alla fine del mese.
- Perfetto! - grid Arianna. - Cos potr darci una
mano a preparare la commemorazione di Primo Levi.
Come vanno i pezzi pianistici di Mozart?
- Li sto studiando. Ma siamo proprio convinti di
quello che vogliamo fare? In fondo siamo quasi degli
sconosciuti, e non abbiamo denaro. Solo la sala di
palazzo Ottolenghi ci  stata assicurata gratis. E il-
resto?
- A questo provveder la nostra inventiva.
- Arianna, ho paura.
- Tu pensa a Mozart. Al resto provvediamo noi.
- Arianna, te lo dico per la prima e l'ultima volta.
Ho paura che alla commemorazione di Primo Levi la
sala sia vuota e che tutto finisca in un fiasco. Sai, la
gente  pi attratta da cose frivole, sfilate di moda,
assaggi di vini, presentazioni di libri di barzellette...
- S, lo so. Ma non preoccuparti. Non avremo la
sala vuota: te lo prometto.
- E in che modo? Come sar possibile?
- Utilizzeremo al meglio l'inventiva del nostro
amico Georg. Ho gi un piano in mente...
Qualche giorno dopo il professor Georg Maag
usciva dalla tipografia Fratelli Scarrone con un voluminoso
pacco sotto il braccio. Raskolnikov lo aspettava
con la sua BMW. Partirono subito alla volta di
Asti. Il mattino dopo gli astigiani che si fossero svegliati
al primo canto del gallo avrebbero potuto vedere
il professor Maag incollare diligentemente i suoi
manifesti estraendoli dal voluminoso pacco della tipografia
Scarrone. Ma non li incollava negli spazi
vuoti, li incollava sopra altri manifesti, tutti quelli
che annunciavano una manifestazione mondana in
concomitanza con la commemorazione di Primo Levi.
Percorreva metodicamente le vie di Asti, con gli
occhi attenti ai manifesti che annunciavano sfilate di
moda, inaugurazioni di mostre, sagre di ballo liscio,
ecc. Guardava attentamente data e orario, e se erano
in concomitanza con la commemorazione di Primo
Levi, rapidissimo estraeva dal pacco un manifesto
autoadesivo e zac... ce lo applicava sopra. Se non
erano in concomitanza, li lasciava sopravvivere.
Le vie di Asti apparivano di conseguenza costellate
di manifesti quasi tutti manomessi, che annunciavano
in maniera criptica o una grande sagra del
barb... con degustazione, ma nessuno riusciva a leggere
l'ora e il luogo, o una Sfilata di modelli autunno-inverno
al P... con rinfresco finale, ma anche
qui l'indirizzo era accuratamente coperto, e chi
cercava di staccare con le unghie quanto sopra era
stato incollato non poteva che constatare la tenacia
della colla.
- Ma chi sar mai quel bastardo... - brontolava
qualcuno che nel vano tentativo di grattare il manifesto
sovrapposto s'era spezzato un'unghia.
Il bastardo autore dell'impresa passeggiava frattanto
per il centro di Asti allo scopo evidente di controllare
l'efficacia della colla, che, prevenuto da una
telefonata di Arianna, s'era portato appositamente
da Stoccarda.
Arriv sferragliando la BMW di Raskolnikov.
- Ebbene? - chiese sporgendo il capo dal finestrino.
- Tutto okay, - rispose il professor Maag schiacciando
sotto il tallone la sigaretta che stava fumando.
Apr la portiera della macchina e sal. - Oggi 
sabato, - aggiunse, - domani  domenica e non
avranno il tempo di ripristinare i manifesti. Per domani
sera la citt non offre altro.
E la BMW ripart alla volta di Villafranca, dove
in casa di Raskolnikov attendevano Arianna e
Nando.
La domenica sera gli astigiani hanno l'abitudine di
uscire a fare un giro per la citt, dare uno sguardo alle
vetrine dei negozi, per poi finire al cinema o al ristorante.
Ma se la citt offriva qualcosa di gratuito,
vuoi la presentazione di un vino con possibilit di degustazione,
vuoi una sfilata di modelli con rinfresco
finale, non se la lasciavano sfuggire, perch in tutte
quelle manifestazioni si finiva con lo sgranocchiare
pane e gorgonzola con un bicchiere di barbera.
- Vediamo un po' dove possiamo finire la serata,
- diceva un signore grasso alla moglie appesa al suo
braccio. E sbirciava intanto i muri delle vie. - Ma
chi  questo Primo Levi? Ah! Ecco qua: Sagra del
Liscio. Che ne diresti di fare quattro salti per farci
venire appetito? Vediamo un po'... - e intanto
inforcava gli occhiali. - Ma dov' questa Sagra del
Liscio? Non si capisce niente. Qui c' di nuovo quel
tipo con la barba... Andiamo avanti, ci sar un altro
manifesto.
E c'era infatti un altro manifesto che prometteva
a caratteri cubitali la Sagra del Liscio, con gara finale
di barzellette.
- Eh, ma questo  troppo! - esclam il signore
grasso, - c' di nuovo quel tipo con la barba che copre
tutto!
Intanto la moglie appesa al braccio cominciava a
traballare sui tacchi alti:
- Senti un po', - disse perentoria al marito, - o ce
ne torniamo a casa o andiamo in questo posto qui dove
c' il tipo con la barba. Se  un teatro ci saranno
almeno delle poltrone.
E questo era il discorso che faceva la maggior parte
della gente quella domenica sera.
Luigi e Cristina, arrivati a palazzo Ottolenghi con
molto anticipo, furono colpiti dal silenzio che regnava
sulla bella scalinata. Si guardarono dubbiosi: la
porta della sala era aperta, quindi se ci fosse stata una
folla si sarebbe sentito almeno un certo brusio. Il silenzio
indicava che non c'era nessuno. Infatti, una
volta entrati, videro Nando seduto nell'ultima fila di
poltrone con la testa appoggiata a una mano. Arianna
guardava con aria assorta i quadri di Nando, i
tronchi di ulivi con le loro cortecce ferite, le case linde
delle citt del Nord sotto il loro cielo di piombo,
i muri calcinati sormontati da filo spinato...
Non c'era nessun altro. Il pianoforte era chiuso e
il maestro passeggiava nervoso in una sala attigua.
Georg Maag cercava di confortarlo:
-  ancora presto. A questo tipo di manifestazioni
la gente  abituata a venire in ritardo. Vedrai che
andr tutto bene.
Poco dopo giunsero infatti il signore grasso con la
moglie appesa al braccio. Diedero un'occhiata distratta
all'intorno e si lasciarono cadere in una poltrona.
Altri, in coppia e non, seguirono il loro esempio.
Poi qualcuno si alz per osservare i quadri appesi
alle pareti. Qualcuno prese uno dei programmi
sparsi per la sala e lo lesse.
Intanto la sala si andava animando: si cominciarono
a distinguere nella folla quelli che vi erano venuti
proprio per il ricordo di Primo Levi, persone anziane
che lo avevano conosciuto, studenti che avevano
letto i suoi libri, qualche personaggio politico...
In breve tempo la sala era piena, tutte le poltrone erano
occupate e molta gente, in piedi, osservava i quadri
di Nando commentandoli a bassa voce. Molti li
guardavano in silenzio, con sguardo attento ed espressione
consapevole.
A un tratto le luci si spensero e un faro illumin
Arianna in piedi accanto al pianoforte, la quale si limit
a leggere la poesia che Primo Levi aveva premesso
al suo libro Se questo  un uomo.
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Considerate se questo  un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un s o per un no
Meditate che questo  stato
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
Un silenzio pieno di meditazione segu le parole di
Arianna. Poi si ud qualche timido applauso, che divenne
sempre pi nutrito fino a coinvolgere tutti i
presenti. Quando il faro che illuminava Arianna si
spost sul pianoforte, l'applauso cess, apparve lo
strumento aperto, e alla tastiera sedeva Raskolnikov.
Nel silenzio si levarono le note dell'Adagio di Mozart,
quello in si minore, K. 540.
...
.
...
FINE.