AGAZIO LOIERO.
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Una vita senza domande  una vita di ignoranza.
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Discorso in occasione della consegna del Premio Socrate.
2020. Rubbettino Editore, Viale Rosario Rubbettino, 10, Soveria Mannelli (CATANZARO).
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Intervento effettuato da Agazio Loiero il 2 dicembre 2019 dopo aver ricevuto il primo premio Socrate alla scrittura in Roma, Centro Studi Americani, via Michelangelo Caetani, 32.
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Dedica.
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A tutti i direttori che mi hanno spinto a scrivere sui giornali che dirigevano. 
In ordine cronologico:
Piero Ardenti (Il Giornale di Calabria),
Nino Calarco (La Gazzetta del Sud),
Paolo Cabras (Il Popolo),
Mario Pendinelli (Il Messaggero),
Giulio Anselmi (LEspresso),
Furio Colombo e Antonio Padellaro (LUnit),
Rocco Valenti (Il Quotidiano del Sud),
Roberto Napoletano (Laltra voce dellItalia).
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Ringrazio prima di tutto la giuria e il suo presidente, Cesare
Lanza, che ha inteso assegnarmi il primo premio Socrate per
la scrittura, ringrazio il pubblico, che ha fatto la scelta di essere
presente malgrado il cattivo tempo che imperversa su Roma.
Ringrazio anche il Centro Studi Americani che ci ha offerto
questa splendida sala. Sono davvero lusingato dellattenzione
che mi  stata tributata. Confesso di non avere mai ricevuto,
nei molti anni di impegno alla macchina da scrivere prima e al
computer poi, un premio per le cose che ho scritto. Tanto che
qualche volta, quando uno dei miei non molti lettori, particolarmente
legato a me, notava che, nella regione dove abito, si
consegnava un premio giornalistico, mi domandava come mai
io non ne meritassi mai uno. Lo danno a tutti tranne che a te?
 uningiustizia sibilava sdegnato il mio amico del cuore. Laffetto,
si sa,  cieco. Inutile dire che in questi casi mi schermivo
con il paradosso di Leo Longanesi, cui ricorrono solitamente gli
scrittori sventurati. Esso suona, pi o meno, cos: I premi non
solo bisogna rifiutarli, ma anche non meritarli. Oggi, grazie alla
vostra generosit, amici della giuria, questo, come dire, vulnus 
stato riparato. A Longanesi, vi assicuro, non ricorrer mai pi.
Quando si dice la coerenza.
Come abbiamo concordato con il Presidente della giuria, in
questo mio intervento mi occuper, ovviamente da dilettante, di
scrittura, della lingua e poco di politica, anche se sono convinto
che questultima, di tanto in tanto mi prender la mano, perch
bisogna ammettere che, per chi ne coltiva la passione, la politica
conserva una sua proditoria capacit dinsinuarsi furtiva tra le
righe di un discorso, senza lasciare scampo. Accenner anche
allo scenario internazionale e finir per occuparmi del Paese,
che nel cuor mi sta, che  ovviamente lItalia.
Sono contento che questo premio sia intestato a Socrate. So
di dire una banalit. Ho sempre amato il filosofo ateniese che,
nel primo anno in cui si studia filosofia dopo linsopportabile
retorica dei sofisti, si staglia quasi allimprovviso dinanzi allo
studente in tutta la sua gigantesca dimensione di pensatore.
Socrate fa domande di continuo  si autodefinisce un tafano,
uno tra gli insetti pi fastidiosi che si conoscano, perch  afferma
 una vita senza domande  una vita di ignoranza, priva
di morale. Andando indietro nel tempo, ricordo che il professore
di filosofia, con quel fascino discreto che quasi sempre, in
passato, emanava dalla sua figura, afferm che la vita e la morte
di Socrate assomigliavano alla vita e alla morte di Ges Cristo.
Un motivo in pi per amarlo, pensai distinto. Entrambi sono
condannati a morte, dopo un sommario processo (quello a Ges
 stato un processo ancora pi sommario di quello di Socrate)
perch portatori di idee rivoluzionarie per la loro epoca. Entrambi
non hanno scritto nulla e sono stati i propri discepoli a
tratteggiare la loro vita in opere immortali. Entrambe le morti
sono apparse a posteriori necessarie. Albert Camus, del quale
ricorrono questanno i 60 anni dalla sua scomparsa, ha scritto:
Perch un pensiero cambi il mondo  necessaria che cambi la
vita di chi lha espresso. Come dargli torto?
Due sole parole sul libro che ho scritto presso leditore Rubbettino.
Si tratta di 15 profili di uomini pubblici non necessariamente
politici, da DAlema a Travaglio a Grillo a Crozza, il
quale ultimo, come sanno alcuni amici qui presenti,  un comico
che trovo geniale. Veniamo dunque al tema del premio che,
com stato detto,  la scrittura. Esso richiama una concomitanza
temporale di forte sapore patriottico e letterario. Nel 2021
faranno 700 anni dalla morte di Dante. LItalia vive nel mondo
anche grazie a una tradizione artistica a cui il poeta fiorentino
confer unoriginaria impronta. Vi si faccia caso. Dante con la
sua Commedia penetra nei nostri discorsi senza che noi ce
ne rendiamo sempre conto. Il suo linguaggio poetico segna da
secoli la vita degli italiani. Mi limito a un paio di esempi. Il ver9
so sanza nfamia e senza lodo che noi esprimiamo in forma
pi contemporanea in senza infamia e senza lode ha sempre
rappresentato un marchio popolare che molto spesso affibbiamo
ad una persona mediocre, che per quieto vivere, di fronte a
una contesa, si ritrae. Anche se il sommo poeta, sofferente per
il lungo esilio, lus nel Canto terzo dellInferno in forma infinitamente
pi impietosa di quanto non facciamo oggi noi. Ancora.
Si prenda il tenero verso che d inizio del Canto ottavo del
Purgatorio: Era gi lora che volge il disio che gli italiani pi
eruditi utilizzano per tratteggiare la malinconia che infonde un
giorno che muore. Si tratta in entrambi i casi, come si vede, di
un lessico particolare che noi inseriamo nelluso corrente come
non ci capita con nessun altro autore della nostra letteratura.
Di tali risorse discorsive siamo debitori al genio di Dante. Oggi
la nostra dolce lingua, che molti stranieri ci invidiano, appare
alquanto degradata. La societ italiana si  negli ultimi decenni,
sul piano culturale impoverita e la lingua, come sempre capita,
 la spia inconfondibile del decadimento di una comunit. Le
conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. I dati Invalsi degli
ultimi anni sono scoraggianti. Nella mia Calabria un bambino
su due non  in grado di comprendere il significato di un testo
scritto. Pochi leggono perch oggi non si contrae pi la passione,
che dico, il vizio della lettura che i giovani della mia generazione
contraevano in famiglia, se avevano avuto la fortuna di nascere
in una casa fornita di libri, a scuola quando tale fortuna era loro,
per un destino ingiusto, negata. La semplificazione prodotta
dallimmagine ha purtroppo relegato negli ultimi decenni la
lettura in un cantuccio. Confesso che quellalfabeto simbolico
che si gode in solitudine, ha cominciato a stregarmi con continuit
fin dalladolescenza. Ricordo con leggera emozione ancora
oggi, dopo tanti anni, quel fruscio delizioso della pagina sfogliata
che un tempo interrompeva la maest del silenzio della
sera. Sensazioni che oggi arricchiscono la vita di una sparuta
minoranza. Nei nostri giorni vissuti a ritmo serrato  di moda un
linguaggio sbrigativo. Arrivano messaggi sul cellulare in cui la
x si utilizza al posto di per. La punteggiatura  praticamente
bandita.  mutato lo stesso sistema di vita. E soprattutto  mu10
tata la scuola. Non esiste la scuola severa che moltissimi anni fa
ho conosciuto a Santa Severina, lincantevole paese dove sono
nato. Una scuola che lasciava comunque nella psicologia dello
studente una traccia profonda. Lo stesso uso della memoria,
imposto dai programmi scolastici del tempo, appare anchesso
oggi bandito. Ricordo che il sesto libro dellIliade, in cui Omero
descrive il tenero incontro sulle porte Scee di Ettore e Andromaca,
accompagnata dalla nutrice che porta in braccio Astianatte,
lho imparato a memoria in terza media in una competizione
ruggente a cui partecip tutta la classe. Allepoca lIliade, che
era considerato un poema pi difficile dellOdissea, si studiava
in terza, mentre questa in seconda.
In quarto ginnasio una dolce e lungimirante insegnante, di
nome Almina, la quale insegn in quella classe per meno di un
anno, propizi il mio primo incontro con Dante. Lesse e spieg,
terzina dopo terzina, in un silenzio attonito, lintero Canto ventiseiesimo dellInferno, quello di Ulisse. Si sofferm sul valore simbolico
di quel viaggio senza ritorno. Lo colleg al supremo valore della
conoscenza. Indugi non poco su lorazion picciola, su lalto
passo, su quellinebriante desiderio di nova terra, tutti elementi
che costruirono nella mia mente uno spazio magico. Quei versi,
introiettati in profondit, emersero successivamente in mio aiuto
dal fondo di una memoria sconosciuta in alcuni passaggi delicati
della mia vita. Furono una spinta a capire di pi, a osare di pi,
ad aprirmi al mondo. E soprattutto rafforzarono dentro di me
lo stimolo alla lettura, che, come ho appena accennato, mi ha
sempre tenuto compagnia, anche quando, successivamente, le
giornate affannate della politica, avrebbero dovuto sconsigliarla.
La lettura anzi in certe occasioni difficili diventava una terapia.
Un remedium solitudinis un rimedio alla solitudine, come
afferma un grande scrittore italiano, nel senso che ci spinge alla
solitudine ma ci affranca dalla solitudine. Nella scuola doggi
tutto sembra cambiato. I genitori talvolta corrono in aiuto del
figlio e contro il professore malvagio ricorrono al Tar. Quando
leggo una notizia del genere mi assale un trasalimento. Il mio
ricordo  inteso nel senso pi tenero delletimologia di questa
parola, che viene da cor-cordis che in latino, com a tutti voi
noto in questa sala, significa cuore  il mio ricordo, dicevo, vola
per un irrefrenabile contrappasso a quella lettera, cos carica di
gratitudine, che Camus scrisse al suo professore dopo aver ricevuto
il premio Nobel per la letteratura. Nel mio piccolo ho avuto
anchio nelle tre classi della media uninsegnante leggendaria  si
chiamava Olga ed aveva gli occhi azzurri  la quale mi ha insegnato
tutto, un po anche lo stile, che di solito non si trasmette,
soprattutto mi ha insegnato a scongiurare il fuori tema che nella
scuola del tempo non era solo un errore da sottolineare con la
matita blu, ma un sacrilegio. Per un ragazzo nato in una casa
senza un libro quellinsegnante insinuatasi di soppiatto nella mia
vita fin per cambiarne il corso. Quel che ho amato e soprattutto
quello che non ho amato, nel corso della mia esistenza, lo devo
al sentimento del mondo che quella donna riusc a instillarmi
dentro. Dipende di sicuro da questo se, bench morta da alcuni
decenni, non passa mese che non compaia discreta nella mia
memoria. Con la stessa frequenza di mia madre.
Riprendiamo adesso il filo rosso della scrittura, intesa come
valore, come valore nazionale. NellOttocento, allepoca dellunit
nazionale, in Italia se si eccettua la citt di Roma e la Toscana,
si parlava dappertutto il dialetto. Ci non di meno la lingua italiana,
grazie a quella minoranza colta che la parlava e la scriveva
tramandandola, ha unificato il Paese pi di quanto non abbiano
fatto Garibaldi e Cavour. Almeno questo  il parere di storici
di qualit. Voglio ricordare alle persone colte di questa sala che
Dante nelle notti inquiete del suo lungo esilio, dellItalia traccia
nel Canto nono dellInferno addirittura i confini, quando ancora il
nostro Paese, era diviso in tanti piccoli stati, istituzionalmente
insignificanti. Anche se alcuni di essi distribuivano al mondo
tesori darte e talvolta prestavano con le loro banche denaro
a nazioni importanti.  dunque un vero peccato che oggi, in
unepoca in cui litaliano lo parliamo tutti, si registri un forte degrado
della nostra lingua. Basta andare sui social per rendersene
conto. Si tratta di un regno a parte, largamente maggioritario,
dove si coglie una vita ridotta a frammenti, carica di tensioni,
emotivit, rancore, strafalcioni. Stereotipi che si consolidano,
menzogne innumerevoli che rimbalzano indisturbate sui media.
Di l dellAtlantico Il Washington Post ha certificato, nel senso
che non sono state contraddette dallautore, che in un anno e
tre mesi Trump ha pronunciato sui social 3001 bugie. Nel migliore
dei casi la storia nei prossimi decenni sar scritta sulle
menzogne. Il Presidente americano ci offre loccasione di gettare
uno sguardo sulla scena internazionale. Viviamo un momento
difficile. Le democrazie sono diventate pi deboli, spesso si
tratta di democrazie apparenti. Finanche quella inglese e quella
statunitense, che hanno invece una solida tradizione alle spalle,
in questa fase storica non sembrano scoppiare di salute. Il neoliberismo
impera. Le disuguaglianze sono drammaticamente
in crescita. Un po di numeri che solitamente non ingannano.
Met della popolazione del pianeta non usa internet. Oxfam,
una organizzazione benefica che ha sede a Londra, afferma che
gli 8 uomini pi ricchi della terra posseggono la ricchezza della
met della popolazione pi povera del pianeta. Luno per cento
della terra accumula ricchezze quanto il restante 99 per cento.
In 50 anni la popolazione  raddoppiata. Siamo oltre 7 miliardi
e 600 milioni di persone. Entro il 2050 saremo 9 miliardi e 800
milioni. La domanda di cibo sar maggiore del 46 per cento
rispetto a quella di oggi. Il 17 per cento della popolazione (quella
dellOccidente, cio noi) consuma l80 per cento delle risorse
del pianeta. Tutto questo accade mentre in unaltra parte della
terra centinaia di milioni di persone vivono con un dollaro al
giorno. Ogni tanto questi uomini affamati sbirciano in qualche
televisione di un luogo pubblico quello che lOccidente spende
per il cibo del cane e del gatto e il loro desiderio di far parte
di questo paradiso diventa irrefrenabile. Chi fermer questa
massa di disperati? Ed  giusto lasciarla annegare nel nostro
mare? Azzardo una previsione. Se continueremo a chiuderci
nei nostri bastioni sono convinto che, tempo pochi decenni, i
muri, le banche, le strutture borghesi dellOccidente saranno
tutti travolti. Fare i conti con questa realt difficile per noi non
 solo un dovere etico ma anche una convenienza. Nessuno
pretende che si accolgano tutte le persone che bussano alle nostre
porte. Non saremmo in grado di farlo. Ma c bisogno di
unEuropa in grado di fronteggiare con investimenti imponenti e
soprattutto con un radicale mutamento culturale questo mondo
senza speranza. Bisogna tener conto che lemigrazione di massa,
ovunque abbia luogo,  un problema, quasi sempre  il prodotto
della povert. Anchio sono stato, da giovane, un emigrante. E
chi lo  stato si porta dentro lantica ferita anche se la vita  stata
successivamente generosa con lui. Un regista italiano di qualit
che vive nel Nord dellEuropa ha richiamato molti mesi fa alla
mia memoria un verso di Orazio nel quale mi ero imbattuto
alluniversit allesame di latino: Quelli che attraversano il mare
cambiano il cielo, non lanima. Lo trovo ancora oggi, come mi
capitava nella stagione della giovinezza, struggente.
Eppure anche su di un tema come questo lItalia si divide.
Salvini, sfruttando alcune nostre paure, fa scuola e raccoglie
seguaci in zone del Belpaese che, se la memoria ci aiutasse almeno
un po, dovrebbero apparire vietate alla visione del mondo
leghista. Gli italiani che comprendono il fenomeno dellimmigrazione
in tutta la sua complessit sono solo il 20 per cento.
Non di pi. Pazienza. Ancora una volta, in forma consolatoria,
ci viene in soccorso Camus, con una frase lapidaria: Il senso
della vita  resistere alla moda del tempo.
Per onest devo aggiungere che nel Sud dellItalia il fenomeno
migratorio  vissuto diversamente di quanto non capiti al
Nord. Dalle mie parti, eccettuato il caporalato che  quasi sempre
gestito dalla criminalit, esiste spesso una diffusa condivisione
del dramma dellimmigrazione. Un fenomeno altamente positivo
come quello di Lucano a Riace farei fatica a considerarlo
ubiquitario. Difficile immaginarlo a Busto Arsizio. C una ragione.
Il Mediterraneo  sempre stata una terra di profughi e
laccoglienza, di conseguenza,  stata praticata sempre, fin dalla
notte dei tempi. Gi molto prima della nascita di Cristo, dietro le
spoglie del viandante che bussava inatteso alla porta, la leggenda
voleva che si nascondesse un dio. Anzi, non un dio qualsiasi, ma
addirittura Zeus. A quelluomo cencioso e macilento si offriva
cibo, acqua, un vestito. E lo si invitava sempre a non restare timido
sulluscio, ma ad entrare in casa. Ancora oggi una tradizione
sedimentata nei secoli, si esprime dalle mie parti con un verbo
dialettale, ma in forma chiaramente esortativa: Trasti, trasti
che significa entrate. Lo ricorda spesso Ilario Ammendolia,
una figura di qualit della Locride. Il motivo  semplice. Quella
mitologia pagana dellaccoglienza, cui ho appena accennato, con
lavvento di Cristo, ha assunto di fatto il valore di un precetto.
Ero forestiero e mavete accolto recita il Vangelo di Matteo.
Lasciamo adesso da parte il passato e torniamo allattualit.
Dunque, dicevo, unumanit disperata e aggiungo straripante
bussa alle nostre porte, unumanit tanto disperata da compiere
ogni settimana il gesto pi disperato che si conosca. Alcuni genitori,
seguiti dallintera famiglia, attraversato il Sahara e arrivati
in Libia, spingono uno dei propri figli  almeno uno - di 4-5
anni a intraprendere da solo lultimo tratto di mare fino alle
nostre coste, su di un gommone stracolmo, dove non c pi
posto per nessuno. Un gommone che ha molte probabilit di
fare naufragio. Sono questi I bambini non accompagnati di
cui spesso si legge nelle cronache degli sbarchi.
Questa voglia di mischiarsi si verifica a Sud. Un po pi a
Nord, per, lOccidente ricco si chiude in una solitudine globale.
Una recente ricerca sforna numeri da capogiro: tra gli europei le
famiglie costituite da una sola persona sono raddoppiate negli
ultimi 50 anni. Milano  al 40%, Parigi al 50%, Stoccolma al
60%, se andiamo fuori Europa, per esempio a Manhattan siamo
al 90%. Quanto pensate che tale ulteriore squilibrio del mondo
sia destinato a durare?
Lho fatta lunga, scusatemi. Una battuta sulla politica di casa
nostra. In questi ultimi anni alcuni solchi si sono accentuati. Tra
citt e campagna, tra centro e periferia, soprattutto tra Nord e
Sud. Nel Nord si vive bene, nel Sud si arranca. Disoccupazione
giovanile, spopolamento, povert, dispersione scolastica sono
diventati una piaga aperta. Un recente rapporto sui giovani
totalmente inattivi del Sud, effettuato dallUnicef e ricordato
dal suo Presidente nazionale Francesco Samengo, mostra dati
sconvolgenti. Quella Repubblica, una e indivisibile, vergata
allarticolo 5 della nostra Costituzione, (di cui lex Presidente
della Consulta, Cesare Mirabelli, che vedo in sala, ha scritto tante
volte) la mitica unit, realizzata grazie al sacrificio di tanti patrioti
dell800, che la ponevano dinanzi a tutto, anche alla stessa
libert, appare ormai in frantumi. Almeno per chi sa leggere la
trama storica del nostro Paese. Se il governo non fosse caduto
ad agosto, sarebbe gi operante lautonomia differenziata che
avrebbe fatto saltare il fondo perequativo su cui a stento si regge
oggi lintero Mezzogiorno. Sulla condizione di questo Sud che
oggi, nellindifferenza generale, si sfalda, la Lega ha esercitato
un ruolo non secondario. Il resto lo hanno fatto la classe dirigente
del Mezzogiorno, spesso inadeguata allaltezza della sfida
posta dal territorio e le varie mafie che, dopo avere devastato
le regioni di provenienza, stanno infestando lItalia del Nord e
mezza Europa, finendo per consolidare alcuni terribili stereotipi
a danno dellintera societ meridionale. Quella che delinque e,
ingiustamente, quella che non delinque, per fortuna ancora in
larga maggioranza.
Quando mi capita di pensare a quei patrioti, ai quali ho
appena accennato, ma anche agli uomini del dopoguerra che
elaborarono la nostra Costituzione, a De Gasperi, a Moro, a
Nenni, a Mancini, a Togliatti, ad Amendola, a Saragat, a La
Malfa e li metto a confronto con gli uomini del nostro tempo
mi assale un fiotto di nostalgia. Laltra sera leggevo in un libro
una frase di De Gasperi, che ho sempre considerato un gigante
della politica. La frase  la seguente: Reggere uno Stato implica
un forte rapporto con Dio. Avete capito bene ha detto con Dio.
L per l ho avuto un brivido. Eppure quella frase, per quanto
forte, mi pareva congrua sulla bocca di quelluomo austero. Poi,
per quei percorsi naturali della mente, che utilizza a proprio
piacimento e spesso in forma coercitiva la categoria del confronto,
ho provato a porre la stessa frase in bocca a un uomo di
questa stagione politica. Confesso di avere avvertito un senso
di smarrimento, ma non di disperazione. Quando la situazione
politica diventa troppo difficile, la scelta si riduce a una sola:
battersi con coraggio perch le cose cambino.
...
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...
FINE.