JAMES JOYCE.
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ESULI.
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Titolo originale: Exiles. 1915.
Traduzione di: Carlo Linati.
1961. Edizioni Il saggiatore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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PRESENTAZIONE. a cura di Giacomo Debenedetti.
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Esuli  l'unica opera teatrale dello scrittore irlandese James Joyce, scritta nel 1915 mentre viveva a Trieste quando aveva appena terminato Dedalus e si accingeva a mettere mano a Ulisse. Lo stile e la struttura dell'opera in tre atti,sono chiaramente ispirati al teatro di Ibsen, di cui Joyce era un grande estimatore, mentre la trama  liberamente ispirata a I morti, il racconto conclusivo di Gente di Dublino, e ad alcuni elementi autobiografici.
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Stroncata da critica e pubblico, la rappresentazione fu un clamoroso insuccesso ed Esuli viene generalmente considerato il lavoro meno riuscito di Joyce; rimane per un quadro significativo delle contraddizioni vissute da uno scrittore, Richard Rowan, nei suoi legami affettivi. Il titolo mette in evidenza il tema del ritorno in patria di un figliol prodigo, uno tra i tanti che, a cavallo del diciannovesimo e ventesimo secolo, d voce a una terra che cerca di sottrarsi al suo ruolo subalterno rispetto allInghilterra.
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L'AUTORE.
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James Augustine Aloysius Joyce, noto semplicemente come James Joyce (Dublino, 2 febbraio 1882  Zurigo, 13 gennaio 1941),  stato uno scrittore, poeta e drammaturgo irlandese. Bench la sua produzione letteraria non sia molto vasta,  stato di fondamentale importanza per lo sviluppo della letteratura del ventesimo secolo, in particolare della corrente modernista. Soprattutto in relazione alla sperimentazione linguistica presente nelle opere,  ritenuto uno dei migliori scrittori del ventesimo secolo e della letteratura di ogni tempo.  Il suo carattere anticonformista e critico verso la societ irlandese e la Chiesa cattolica traspare in opere come I Dublinesi o Gente di Dublino e soprattutto in Ritratto dell'artista da giovane, conosciuto in Italia anche come Dedalus.  Il suo romanzo pi noto, Ulisse,  una vera e propria rivoluzione rispetto alla letteratura dell'Ottocento.
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PERSONAGGI.
RICCARDO ROWAN, scrittore.
BERTA.
ARCHIE, il loro bambino di otto anni.
ROBERTO HAND, giornalista.
BEATRICE JUSTICE, sua cugina, maestra di musica.
BRIGIDA, vecchia domestica della famiglia Rowan.
UN PESCIVENDOLO.
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ESULI.
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A Merrion e Ramelagh, sobborghi di Dublino. Estate del 1912.
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ATTO PRIMO.
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La stanza di soggiorno nella casa di Riccardo Rowan
a Merrion, sobborgo di Dublino. Sul davanti, a destra,
un caminetto con basso parafuoco. Sopra la mensola
del camino uno specchio con cornice dorata. Dietro,
verso il fondo, una porta a due battenti che conduce
alla sala da pranzo e alla cucina. Nella parete di fondo,
a destra, un piccolo uscio che d nello studio. A sinistra
di questo, una credenza e sopra di essa, appeso alla parete
e incorniciato, il ritratto a carboncino di un giovane.
Pi in l, a sinistra, una porta a vetri che conduce
in giardino. Nella parete di sinistra una finestra che d
sulla strada. Pi avanti, nella stessa parete, una porta
che d accesso all'atrio e alla parte superiore della
casa. Tra finestra e porta, piccola scrivania a ridosso
del muro. Accanto, una sedia di vimini. Nel mezzo della
stanza una tavola tonda con sedie intorno ricoperte di
un panno verde sbiadito. A destra, sul davanti, un tavolino
con servizio per fumatori; accanto ad esso una sedia a 
sdraio e un divano. Stuoie davanti al caminetto, al
divano e alle porte. Pavimento di legno. La porta a vetri
che d sul giardino e l'altra a destra hanno portiere
di trina, mezzo sollevate. Il vetro inferiore della finestra
 rialzato, e sulla finestra pendono pesanti tende di velluto.
La persiana esterna  calata fino al livello del vetro
inferiore.  un caldo meriggio di giugno e la stanza
 invasa da una molle luce che a poco a poco dilegua.
Brigida e Beatrice Justice entrano dalla porta di sinistra.
Brigida  una donna attempata, di bassa statura e
capelli grigio ferro, Beatrice una sottile figura di donna
bruna, sui ventisette anni. Indossa un abito ben tagliato,
blu marino, un cappello di paglia nera, semplice ed elegante,
ha una piccola borsetta a busta.
BRIGIDA: La signora e il signorino Archie sono al
mare. Non vi aspettavano. L'avete scritto che ritornavate,
Miss Justice?
BEATRICE: No, sono arrivata poco fa.
BRIGIDA (additando la sedia a sdraio): Accomodatevi,
intanto andr ad avvertire il signore che siete qui. 
stato lungo il viaggio?
BEATRICE (sedendosi): Da stamattina.
BRIGIDA: Il signorino Archie ha ricevuto la vostra cartolina
con la veduta di Yougal. Sarete stanca, lo credo bene.

BEATRICE: Oh, no... (Tossisce piuttosto nervosamente)
Archie ha fatto un po' d'esercizi di piano durante la
mia assenza?
BRIGIDA (ridendo di cuore): Esercizi, figuriamoci!
Proprio Archie! Adesso va pazzo per il cavallo del
lattaio. Avete avuto bel tempo laggi, Miss Justice?
BEATRICE: Piuttosto umido, direi.
BRIGIDA (comprensiva): Guarda un po'. Anche qui minaccia
di piovere. (Si avvia verso lo studio) Andr ad
avvertirlo che siete qui.
BEATRICE: Rowan  in casa?
BRIGIDA (additando): Sta nel suo studio. Rompendosi
la testa su una di quelle cose che scrive. Ci fa mezze
le notti. (Avviandosi) Vado a chiamarlo.
BEATRICE: Non disturbarlo, Brigida. Se non tardano
molto, posso star qui ad aspettarli, finch tornano.
BRIGIDA: Ho visto mentre entravate che c'era qualche
cosa nella cassetta delle lettere. (Va alla porta dello
studio, discosta un poco il battente e chiama) Signor
Richard, c' qui Miss Justice, per la lezione del signorino
Archie.
(Riccardo Rowan entra dallo studio e avanza verso
Beatrice tendendole la mano.  un giovane alto, di
statura atletica, dall'aria un poco stanca. Capigliatura
e baffi bruni e fini. Porta occhiali. Indossa un negligente
vestito di lana bigia.)
RICCARDO: Ben tornata.

BEATRICE (si alza, gli stringe la mano, arrossendo un
poco): Buongiorno, Mr. Rowan. Non volevo che Brigida
vi disturbasse.
RICCARDO: Disturbarmi? Per carit.
BRIGIDA: Signore, c' qualcosa nella cassetta delle lettere.
RICCARDO (trae di tasca un piccolo mazzo di chiavi e
gliele d): Tieni. (Brigida esce dalla porta di sinistra,
la si ode aprire e chiudere la cassetta. Breve pausa.
Rientra, portando due giornali.)
RICCARDO: Lettere?
BRIGIDA: No, signore. Soltanto questi giornali italiani.
RICCARDO: Mettili sulla mia scrivania, per piacere.
BRIGIDA (gli rid le chiavi, porta i giornali nello studio,
rientra e si allontana per la porta a battenti di
destra.)
RICCARDO: Prego, sedetevi. Berta sar qui a momenti.
(Beatrice torna a sedersi sulla sdraia, Riccardo si
siede presso la tavola.) Gi cominciavo a pensare che
non sareste pi tornata. Sono dodici giorni dall'ultima
volta che siete stata qui.
BEATRICE: Non lo credevo neanch'io, e invece eccomi qua.
RICCARDO: Avete ripensato a ci che vi ho detto l'ultima
volta?
BEATRICE: Molto.
RICCARDO: Avreste dovuto saperlo prima. Lo sapevate?
(Beatrice non risponde.) Mi giudicate male?
BEATRICE: No.

RICCARDO: Pensate che mi sia comportato... indegnamente,
con voi? No? O con altri?
BEATRICE (lo guarda con triste perplessit):  una domanda
che mi sono rivolta anch'io.
RICCARDO: E la risposta?
BEATRICE: Non ho saputo rispondere.
RICCARDO: Se fossi pittore, se avessi detto che avevo
un album di vostri ritratti, la cosa non vi sarebbe parsa
strana, no?
BEATRICE: Non  esattamente la stessa cosa, direi.
RICCARDO (sorridendo leggermente): Non proprio. Vi
ho anche detto che non vi avrei mostrato ci che ho
scritto, se non quando me l'avreste richiesto. Vero?
BEATRICE: E io non ve lo richieder.
RICCARDO (piegandosi in avanti, appoggiando i gomiti
sui ginocchi e giungendo le mani): Avreste piacere
di leggere quelle cose?
BEATRICE: Molto.
RICCARDO: Perch parlano di voi?
BEATRICE: S. Ma non soltanto per questo.
RICCARDO: Perch le ho scritte io? Per questo? Anche
se ci che vi troverete  qualche volta crudele?
BEATRICE (timidamente): Questo rientra nella vostra
mentalit, dopo tutto.
RICCARDO: Allora  questa ad attrarvi. Non  cos?
BEATRICE (esitante, lo fissa un momento): Perch credete
che io sia venuta qui?
RICCARDO: Perch? Per molte ragioni. Per dare lezione
ad Archie. Ci conosciamo da tanti anni, dalla fanciullezza, 
Roberto, voi, ed io, non  vero? Voi vi siete
sempre interessata di me, prima che andassi via e
mentre ero via. Poi le lettere che ci siamo scambiate
sul mio libro. Adesso  pubblicato. E io sono qui.
Forse immaginate che qualcosa di nuovo si vada accumulando
nel mio cervello; forse vi pare che dovreste
saperlo.  questo il motivo?
BEATRICE: No.
RICCARDO: E quale allora?
BEATRICE: Non avrei avuto altro modo di vedervi. (Lo
fissa per un attimo, poi si volge bruscamente.)
RICCARDO (dopo una pausa ripete con esitazione):
Non avreste avuto altro modo di vedermi?
BEATRICE (d'un tratto confusa): Avrei fatto meglio ad
andarmene. Non tornano. (Si alza) Mr. Rowan, devo
andarmene.
RICCARDO (tendendo le braccia): Ma voi scappate.
No, restate qui. Spiegatemi che cosa vogliono dire
quelle vostre parole. Vi faccio paura?
BEATRICE (tornando a sedersi): Paura? No.
RICCARDO: Avete un po' di fiducia in me? Non vi pare
di conoscermi un poco?
BEATRICE (ancora timidamente): Difficile conoscere
uno che non sia noi stessi.
RICCARDO: Difficile conoscermi? Vi ho mandato da
Roma i capitoli del mio libro, man mano che li andavo
scrivendo, e lettere, poi, lettere per nove lunghi
anni. Be', otto.

BEATRICE: Gi, ci volle quasi un anno perch mi arrivasse
la vostra prima lettera.
RICCARDO: E voi m'avete risposto subito; e da allora
m'avete seguito nella mia lotta. (Congiunge le mani
gravemente) Ditemi, Miss Justice, non vi siete accorta
che ci che voi leggevate era scritto per i vostri occhi?
Che eravate voi a ispirarmi?
BEATRICE (crollando il capo): A questo non occorre
che io risponda.
RICCARDO: E perch?
BEATRICE (dopo una breve pausa): Non so dirvi. Dovete
interrogarmi voi, Mr. Rowan.
RICCARDO (con impeto): Non esprimevo in quelle lettere,
in quelle pagine, nel mio carattere e nella mia
vita medesima qualche cosa che era pure nella vostra
anima e che voi non potevate o per orgoglio o per disprezzo...?
BEATRICE: Non potevo?
RICCARDO (chinandosi verso di lei): Non potevate
perch non osavate ...  questo il perch?
BEATRICE (assentendo): S.
RICCARDO: Per timore degli altri o per mancanza di
coraggio?
BEATRICE (sommessamente): Di coraggio.
RICCARDO (lentamente): E cos, voi mi avete sempre
seguito, avendo anche in cuore orgoglio e disprezzo?
BEATRICE: E solitudine. (Volge la faccia, china il
capo fra le mani. Riccardo si leva, va lentamente alla
finestra di sinistra. Guarda fuori per qualche momento,-
poi torna verso di lei, rasenta il divano, le si siede
accanto.)
RICCARDO: Lo amate ancora?
BEATRICE: Non so.
RICCARDO: Era questo a rendermi cos esitante verso
di voi, allora, quantunque sentissi che vi interessavate
a me, che ero qualcosa nella vostra vita...
BEATRICE: S, lo eravate.
RICCARDO: Eppure questo ci divideva. Sentivo di essere
una terza persona. Tutti, sempre, per quanto ricordo,
pronunciavano insieme i vostri nomi, Roberto,
Beatrice. Pareva a me, pareva a tutti che...
BEATRICE: Siamo primi cugini. Nulla di strano che
fossimo spesso insieme.
RICCARDO: Egli m'ha raccontato della segreta promessa
che vi siete scambiati. Roberto non ha segreti
con me. Immagino che lo sappiate.
BEATRICE (impacciata): Quel che avvenne... fra noi...
 stato tanto tempo fa. Ero una bambina.
RICCARDO (sorride con malizia): Una bambina? Ne
siete sicura? La cosa avvenne nel giardino di sua madre.
No? (Accenna al giardino) Laggi. E voi saldaste,
come si dice, la vostra fede con un bacio e gli regalaste
anche la vostra giarrettiera. Permettete che vi
ricordi tutto questo?
BEATRICE (con un certo riserbo): Se credete che ne
valga la pena...
RICCARDO: Credo che non l'abbiate dimenticato.
(Stringendosi adagio le mani)  qualcosa che non riesco
a capire. Pensai pure che, dopo la mia partenza...
Ne avevate sofferto?
BEATRICE: Sapevo bene che un giorno o l'altro ve ne
dovevate andare. Non ho sofferto; soltanto ero mutata.
RICCARDO: Verso di lui?
BEATRICE: Ogni cosa era mutata. La sua vita, il suo
spirito, perfino, parvero mutare, dopo di allora.
RICCARDO (meditando): S, l'ho capito che eravate
cambiata, quando mi  giunta la vostra prima lettera,
dopo un anno; e dopo la vostra malattia, anche. Me lo
dicevate nella vostra lettera.
BEATRICE: Quella malattia mi aveva ridotto quasi in
punto di morte. Mi fece vedere le cose sotto un altro
aspetto.
RICCARDO: E cos, a poco a poco,  nata tra voi una
certa freddezza, non  vero?
BEATRICE (socchiudendo gli occhi): Ma non cos, d'un
tratto. Io vedevo in lui un pallido riflesso di quello
che eravate voi; poi scomparve anche quello. Ma a
che serve parlarne ora?
RICCARDO (con impeto rattenuto): Ma che cos' che
sembra tanto tormentarvi? La cosa non pu essere
cos tragica.
BEATRICE (calma): Oh, niente affatto tragica. A poco
a poco star meglio, mi dicono, facendomi pi adulta.
Visto che non sono morta, dicono, riuscir probabilmente
a vivere. Ho riavuto vita e salute... quando non
so pi che farmene. (Calma e amara) Sono convalescente.
RICCARDO (con delicatezza): E non c' niente nella
vita che possa darvi pace? Dev'esserci, basta trovarlo.
BEATRICE: Se nella nostra religione ci fossero dei conventi,
forse l. Cos almeno mi pare, qualche volta.
RICCARDO (scuote il capo): No, Miss Justice, nemmeno
l. Voi non potete dare liberamente tutta voi stessa.
BEATRICE (guardandolo): Proverei.
RICCARDO: Provereste, gi. Vi sentivate attratta verso
di lui, mentre il vostro animo si sentiva attratto verso
il mio. Con lui vi siete tirata indietro. E anche con
me, in altro modo. Non potete dare liberamente tutta
voi stessa.
BEATRICE (giungendo appena le mani):  una cosa
terribilmente difficile, Mr. Rowan... dare liberamente
tutti se stessi... ed essere felici.
RICCARDO: Ma vi accorgete che la felicit  la miglior
cosa, la pi grande che ci possa toccare?
BEATRICE (con fervore): Vorrei potermene accorgere.
RICCARDO (piegandosi indietro, le mani intrecciate
dietro il capo): Oh, se sapeste quanto soffro in questo
momento! E anche per ci che succede a voi. Ma, pi
di tutto, per quel che succede a me. (Con amara veemenza)
E come vorrei che mi fosse concessa ancora
quell'asprezza d'animo della mia povera mamma!
Perch qualche aiuto, dentro di me o fuori di me, debbo
trovarlo. E voglio trovarlo.

(Beatrice si alza, lo guarda intensamente, poi va verso
la porta del giardino. Si volge indecisa, lo fissa
ancora, poi torna indietro, si appoggia alla sedia a
sdraio.)
BEATRICE (sommessa): Ha chiesto di voi prima di morire,
Mr. Rowan?
RICCARDO (assorto nei propri pensieri): Chi?
BEATRICE: Vostra madre.
RICCARDO (riprendendosi, la fissa intensamente per
un attimo): E cos i miei amici di qui hanno anche
sparso la voce... che lei mi abbia mandato a chiamare
prima di morire e che io non ci sia andato?
BEATRICE: S.
RICCARDO (freddamente): Non l'ha fatto.  morta
sola, senza avermi perdonato, confortata dai riti di
Santa Chiesa.
BEATRICE: Mr. Rowan, perch mi parlate in questo
modo?
RICCARDO (si leva e passeggia nervosamente): E ci
ch'io soffro in questo momento voi direte ch' il mio
castigo.
BEATRICE: Vi ha scritto? Voglio dire, prima...
RICCARDO (fermandosi): S. Una lettera di ammonimento,
per ingiungermi di farla finita col passato e di
ricordarmi le ultime parole che mi aveva dette.
BEATRICE (dolcemente): E la sua morte non v'ha toccato,
Mr. Rowan?  una fine. Tutto il resto  cos malcerto.

RICCARDO: Finch  stata viva, sempre si  tenuta
lontana da me e dai miei. Questo  certo.
BEATRICE: Da voi e da...?
RICCARDO: Da Berta e da me e dal nostro bambino. E
cos ho aspettato la fine, come dite voi; ed  venuta.
BEATRICE (coprendosi il volto con le mani): Oh, no.
No. Sicuramente.
RICCARDO (impetuoso): Forse che le mie parole possono
offendere il suo povero corpo che sta corrompendosi
nel sepolcro? Pensate ch'io non abbia piet
del freddo e sterile amore che mi portava? Ho lottato
contro il suo spirito mentre lei viveva e fino all'ora
della sua amara morte. (Si preme le mani contro la
fronte) E ancora adesso combatte contro di me... qua
dentro.
BEATRICE (c. s.): Oh, non parlate cos!
RICCARDO: Mi cacci di casa. Per causa sua fui ridotto
a vivere per anni ed anni in esilio e in miseria, o
quasi. Non ho mai accettato i soldi che mi mandava a
mezzo della banca. E ho anche aspettato, non che lei
morisse, ma che desse un segno di comprensione per
me, suo figlio, sua carne e suo sangue; e non  mai
venuto.
BEATRICE: Nemmeno dopo Archie?
RICCARDO (rudemente): Il mio bambino, dite? Un figlio
del peccato e della vergogna! Parlate sul serio?
(Lei alza il viso e lo guarda) C'erano qui le buone lingue
pronte a spifferarle ogni cosa, ad avvelenare ancor
peggio, contro me e contro Berta e contro il nostro 
scomunicato e sbattezzato figlio, il suo animo risecchito.
(Tendendo le mani verso Beatrice) Non la
sentite beffarmi mentre parlo? Dovreste riconoscerne
la voce, come no? la voce che vi chiamava nera protestante
, figlia dell'apostata. (Con subitaneo dominio
di s) Una donna ragguardevole, comunque.
BEATRICE (debolmente): Adesso, per lo meno, siete libero.
RICCARDO (assentendo): Gi, non poteva cambiare le
clausole del testamento di mio padre n vivere in
eterno.
BEATRICE (giungendo le mani): Ora se ne sono andati
tutti e due, Mr. Rowan. Tutti e due vi volevano bene,
credetemi. I loro ultimi pensieri sono stati per voi.
RICCARDO (avvicinandosi, le sfiora leggermente le
spalle, e indica il disegno appeso alla parete): Lo vedete
l, sorridente e benvestito? I suoi ultimi pensieri!
Ricordo la sera che  morto. (Un attimo di pausa, poi
riprende con calma.) Ero un ragazzo di quattordici
anni. Mi chiam accanto al letto. Sapeva che avevo
desiderio di andare a teatro, a sentire la Carmen. Disse
a mia madre di darmi uno scellino. Lo baciai e
uscii. Quando tornai a casa, era morto. Furono quelli i
suoi ultimi pensieri, per quanto mi risulta.
BEATRICE: Quell'asprezza d'animo che chiedevate...
(Si interrompe.)
RICCARDO (senza badarle):  quello l'ultimo ricordo
che ho di lui. Non ha qualcosa di dolce e di nobile?

BEATRICE: Mr. Rowan, qualcosa vi sta sul cuore per
farvi parlare cos. Qualcosa vi ha cambiato dal vostro
ritorno, tre mesi fa.
RICCARDO (tornando a guardare il disegno; calmo,
quasi gaio): Forse mi aiuter lui, il mio babbo sorridente
e garbato. (Si sente bussare alla porta d'ingresso
a sinistra. Riccardo improvviso) No, no. Non quello
che sorride. La vecchia madre. La sua tempra, mi
occorre. Me ne vado.
BEATRICE: Qualcuno ha bussato. Sono di ritorno.
RICCARDO: No, Berta ha le chiavi. Dev'essere lui. Sia
chi vuole, comunque, io me ne vado. (Esce rapido da
sinistra, poi rientra bruscamente con un cappello di
paglia in mano.)
BEATRICE: Lui, chi?
RICCARDO: Oh, forse Roberto. Io esco dal giardino.
Non mi sento adesso di vederlo. Ditegli che sono andato
alla posta. Arrivederci.
BEATRICE (con crescente ansiet): Proprio Roberto
non volete vedere?
RICCARDO (calmo): Per ora no. Questi discorsi mi
hanno turbato. Ditegli di aspettare.
BEATRICE: Ritornerete?
RICCARDO: Forse. (Esce svelto dalla parte del giardino.
Beatrice fa l'atto di seguirlo, ma si ferma dopo
pochi passi. Brigida entra dalla porta a battenti di
destra ed esce da sinistra. Si sente aprire la porta
dell'atrio. Dopo qualche istante, Brigida rientra con
Roberto Hand.  un uomo fra i trenta e i quaranta, di
media statura e piuttosto tarchiato. Il suo viso  sbarbato
e di mobili tratti. Capelli e occhi scuri. Carnagione
pallida. Portamento e linguaggio piuttosto dimessi.
Indossa un vestito da mattino color blu scuro e
tiene in mano un gran mazzo di rose ravvolte nella
carta velina.)
ROBERTO (andando verso Beatrice con la mano tesa,
ch'essa prende): Cara cuginetta. M'ha detto Brigida
ch'eri arrivata. Non ne sapevo nulla. Avevi mandato
un telegramma a mia madre?
BEATRICE (guardando le rose): No.
ROBERTO (seguendo quello sguardo): Stai ammirando
le mie rose. Le ho portate alla padrona di casa. (Con
tono critico) Temo che non siano belle.
BRIGIDA: Oh, sono magnifiche. La signora ne sar entusiasta.
ROBERTO (depone con cura il mazzo su una sedia in
un canto): C' nessuno qui?
BRIGIDA: S, signore, accomodatevi. Saranno di ritorno
da un momento all'altro. C'era qui il padrone. (Si
guarda attorno, poi con un mezzo inchino esce dalla
destra.)
ROBERTO (dopo breve pausa): Be', come stai, Beatty?
Tutti bene laggi a Yougal? Noiosi come al solito?
BEATRICE: Stavano bene, quando sono partita.
ROBERTO (cerimonioso): Oh, mi dispiace tanto di non
aver saputo del tuo arrivo, sarei venuto ad incontrarti
alla stazione. Perch non mi hai avvertito? Hai sempre
un certo strano modo di fare, no, Beatty?

BEATRICE (stesso tono): Grazie, Roberto. Ma sono
abituata ad andare e venire da sola.
ROBERTO: No, intendevo dire che... Oh, be', sei arrivata
nel tuo solito modo. (Un rumore giunge dalla finestra,
poi la voce di un bambino che chiama: Mr.
Hand! Roberto si volge) Perbacco, anche Archie sta
arrivando nel suo solito modo! (Archie si arrampica
nella stanza per la finestra aperta di sinistra. Poi
balza in piedi. Tutto acceso in volto, anelante.  un
ragazzo di otto anni, in calzoncini bianchi, giacchetta
di lana, berretto. Porta occhiali;  molto vivace.
Parla con lieve accento forestiero.)
BEATRICE (andando verso di lui): Bont divina, Archie,
che succede?
ARCHIE (senza fiato): Eh, ho fatto di corsa tutta la strada.
ROBERTO (sorride e gli tende la mano): Buona sera,
Archie. E perch hai corso tanto?
ARCHIE (stringendogli la mano): Buona sera. Vi abbiamo
visto sull'imperiale del tram e io ho gridato: Mr.
Hand! Ma voi non mi avete visto. Invece noi vi abbiamo
visto, mamma e io. Lei sar qui a momenti. Io
ho corso.
BEATRICE (tendendogli la mano): Ah, povera me!
ARCHIE (stringendole la mano un po' timidamente):
Buona sera, Miss Justice.
BEATRICE: T' spiaciuto che non sia venuta venerd
scorso per la lezione?
ARCHIE (dandole un'occhiata e sorridendo): No.

BEATRICE: Contento?
ARCHIE (pronto): Ma oggi  troppo tardi per la lezione.
BEATRICE: Nemmeno corta corta?
ARCHIE (soddisfatto): S.
BEATRICE: Ma adesso devi studiare, Archie.
ROBERTO: Sei stato al mare?
ARCHIE: S.
ROBERTO: Hai imparato a nuotar bene, adesso?
ARCHIE (appoggiandosi alla piccola scrivania): No.
Mamma non mi lascia andare dove  profondo. E voi
nuotate bene, Mr. Hand?
ROBERTO: Oh, splendidamente! Come un sasso.
ARCHIE (ride): Come un sasso! (Indicando all'ingi)
Cos?
ROBERTO (indicando): S, ingi, dritto gi. Come lo
dite in Italia?
ARCHIE: Questo? Gi. (Indicando all'ingi e all'ins)
Questo  gi e questo  su.1 Volete parlare con pap?
ROBERTO: S, sono venuto a trovarlo.
ARCHIE (andando verso lo studio): Vado ad avvertirlo.
 l che scrive.
BEATRICE (calma, guardando Roberto): No,  fuori. 
andato a portare qualche lettera alla posta.
ROBERTO (senza dar peso): Be', non importa. Se  andato
solo alla posta l'aspetter.
1 Gi e su: in italiano nell'originale, per suggerire il breve passato
italiano del ragazzo. (N. D. T.)

ARCHIE: Mamma sta arrivando. (Guarda dalla finestra)
Eccola. (Archie corre fuori dalla porta di sinistra.
Beatrice va lentamente verso la scrivania. Roberto
rimane in piedi. Breve silenzio. Archie e Berta
entrano dalla porta di sinistra. Berta  una giovane
signora, di bell'aspetto, occhi grigioscuri, espressione
tranquilla, lineamenti morbidi; il suo tratto  cordiale
e controllato. Indossa un vestito color lavanda
e tiene i guanti color crema attorcigliati al manico
del parasole.)
BERTA (stringendo la mano di Beatrice): Buona sera,
Miss Justice. Vi credevamo ancora laggi, a Yougal.
BEATRICE (idem): Buona sera, Mrs. Rowan.
BERTA (piegando la testa): Buona sera, Mr. Hand.
ROBERTO (inchinandosi): Buona sera, signora.2 Pensate
un po'. Finch non l'ho vista qui, non sapevo
nemmeno che fosse tornata.
BERTA (ai due): Non siete venuti qui insieme?
BEATRICE: No. Io sono arrivata per prima. Mr. Rowan
stava uscendo e mi ha detto che voi sareste rincasata
fra breve.
BERTA: Sono assai spiacente; se mi aveste scritto o
mandato a dire una parola stamane dalla cameriera...
BEATRICE (ride nervosamente): Sono arrivata solo
un'ora e mezzo fa. Avevo pensato di mandare un telegramma,
ma poi sembrava troppo tragico.
BERTA: Ah? Arrivata solo adesso?
2 In italiano nell'originale. (N. D. T.)

ROBERTO (allargando le braccia, mellifluo): Mi ritiro
dalla vita pubblica e privata. Suo primo cugino e giornalista,
non so nulla dei suoi spostamenti.
BEATRICE (senza rivolgersi direttamente a lui): I miei
spostamenti non sono di grande interesse.
ROBERTO (stesso tono): Gli spostamenti di una signora
interessano sempre.
BERTA: Ma sedete, prego, dovete essere assai stanca.
BEATRICE (viva): Affatto. Sono venuta, anzi, per la lezione
di Archie.
BERTA: Non ne parliamo nemmeno, Miss Justice, dopo
il lungo viaggio che avete fatto.
ARCHIE (pronto, a Beatrice): E poi non avete nemmeno
portato la musica.
BEATRICE (un po' confusa): Proprio me ne sono dimenticata.
Ma abbiamo il vecchio pezzo.
ROBERTO (pizzicando l'orecchio ad Archie): Birbante,
vuoi marinare la lezione, eh?
BERTA: Non importa la lezione; adesso sedetevi a prendere
una tazza di t. (Va verso la porta di destra)
Chiamo Brigida.
ARCHIE: La chiamo io, mamma. (Fa per muoversi.)
BEATRICE: No, grazie, Mrs. Rowan. Archie, preferirei
proprio...
ROBERTO (tranquillamente): Bene, veniamo ad un
compromesso. Si dia ad Archie una mezza lezione.
BERTA: Ma la signorina dev'essere molto stanca.
BEATRICE (pronta): No, per niente. In treno, pensavo
alla lezione.

ROBERTO (a Berta): Ecco quel che si dice essere di
coscienza, Mrs. Rowan.
ARCHIE: Alla mia lezione, Miss Justice?
BEATRICE (con semplicit): Sono dieci giorni che non
sento pi il suono di un pianoforte.
BERTA: Oh, benissimo. Quand' cos...
ROBERTO (nervoso, gaio): Ci sia concesso il pianoforte,
in qualunque modo. So che cos'ha Beatty
nell'orecchio in questo momento. (A Beatrice) Devo
dirlo?
BEATRICE: Se lo sai...
ROBERTO: Il rantolo dell'armonio nel salotto di suo padre.
(A Beatrice) Confessa.
BEATRICE (sorridendo): S, mi par di sentirlo.
ROBERTO (torvo): Anche a me. La voce asmatica del
protestantesimo.
BERTA: Non vi siete divertita laggi, Miss Justice?
ROBERTO (intervenendo): Proprio no, Mrs. Rowan. Va
l in ritiro, quando in lei prevale la tendenza protestante:
il cupo, l'arcigno, il rigoroso.
BEATRICE: Vado a trovare mio padre.
ROBERTO (continuando): Ma poi, vedete, torna qui da
mia madre. L'influsso del pianoforte viene dal nostro
ramo della famiglia.
BERTA (esitante): Allora, Miss Justice, se volete suonarci
qualche cosa... Ma non state ad affaticarvi con
Archie.
ROBERTO (dolcemente): Su, Beatty,  proprio quello
che tu desideri.

BEATRICE: Se Archie viene con me.
ARCHIE (stringendosi nelle spalle): Ad ascoltare, s.
BEATRICE (lo prende per la mano): E anche per una
piccola lezione. Corta corta.
BERTA: E poi verrete a prendere il t.
BEATRICE (ad Archie): Andiamo. (Beatrice ed Archie
escono insieme per la porta di sinistra. Berta va verso
la scrivania, si leva il cappello e lo depone col parasole
sul tavolo. Poi togliendo una chiave da un piccolo
vaso, apre il cassetto della scrivania, ne toglie
un foglietto, richiude. Roberto, in piedi, la guarda.)
BERTA (andando verso di lui col foglietto): Ieri sera
m'avete messo questo foglietto nelle mani. Che significa?
ROBERTO: Non lo sapete?
BERTA (legge): C' una parola che non ho mai osato
dirvi. Che parola?
ROBERTO: Che mi piacete pazzamente. (Breve pausa.
Prende il mazzo di rose dalla sedia. Fievole suono
del pianoforte nella stanza di sopra) Le ho portate
per voi. Volete accettarle?
BERTA (prendendole): Grazie. (Le depone sulla tavola,
e torna a spiegare il foglietto) Perch non avete osato
dirmelo ieri sera?
ROBERTO: Non ho mai potuto n parlarvi, n starvi accanto.
Troppa gente sul prato. Desideravo che meditaste
su quelle parole, e cos mentre stavate per andarvene,
vi ho dato il biglietto.
BERTA: Ma adesso avete osato dirmelo.

ROBERTO (si strofina leggermente gli occhi con la
mano): Voi passavate. La via era invasa da una luce
crepuscolare. Potevo scorgere la massa verdecupa degli
alberi. Voi passavate, oltre. Eravate come la luna.
BERTA (ride): Perch come la luna?
ROBERTO: Con quel vestito, quel corpo snello, quei
piccoli passi uguali. Ho visto la luna passare nel crepuscolo,
mentre voi passavate e scomparivate alla
mia vista.
BERTA: Avete pensato a me, la notte scorsa?
ROBERTO (avvicinandosi a lei): Sempre io penso a
voi... come a qualche cosa di squisito, di lontano... la
luna... o qualche musica profonda.
BERTA (sorridendo): E la notte scorsa, che cos'ero?
ROBERTO: Sono stato sveglio quasi tutta la notte. Mi
pareva di sentire la vostra voce. Di vedere il vostro
viso nell'ombra. I vostri occhi... Ho bisogno di parlarvi.
Volete ascoltarmi? Posso parlare?
BERTA (sedendo): Dite pure.
ROBERTO (sedendo accanto a lei): Siete di malumore?
BERTA: No.
ROBERTO: Pensavo di s. Quei miei poveri fiori li avete
buttati l, cos bruscamente.
BERTA (prende il mazzo dalla tavola e se lo accosta al
viso): Cos volete che li tratti?
ROBERTO (osservandola): Anche il vostro viso  un
fiore... ma pi bello. Un fiore selvaggio, sbocciato su
una siepe. (Accostandosi a lei con la sedia) Perch
sorridete? Per le mie parole?

BERTA (posandosi i fiori sul grembo): Mi domando se
questo  ci che dite... alle altre.
ROBERTO: Quali altre?
BERTA: Le altre donne ... Ho sentito dire che avete tante
ammiratrici.
ROBERTO (involontariamente): Ed  per questo che
anche voi...?
BERTA: Ma le avete, no?
ROBERTO: Amiche, s.
BERTA: E anche a loro parlate cos?
ROBERTO (offeso): Come potete farmi questa domanda?
Che razza d'uomo credete che io sia? E allora perch
mi ascoltate? Non vi andava che vi parlassi cos?
BERTA: M'avete detto delle cose molto graziose. (Lo
fissa un istante) Vi ringrazio di averle dette, e pensate.
ROBERTO (piegandosi verso di lei): Berta!
BERTA: Ebbene?
ROBERTO: Ho il diritto di chiamarvi per nome. Dai
vecchi giorni... nove anni fa. Allora eravamo Berta e
Roberto. Perch non potremmo chiamarci cos anche
adesso?
BERTA (pronta): Oh, s. Perch no?
ROBERTO: Berta, voi sapevate. Fin da quella sera che
sbarcaste al molo di Kingstown. Allora tutto mi ha
riassalito. E voi lo sapevate. Voi ve ne siete accorta.
BERTA: No. Non quella sera.
ROBERTO: Quando?

BERTA: La sera che sbarcammo, mi sentivo molto stanca
e in disordine. (Scuotendo il capo) Non ho notato
nulla in voi quella sera.
ROBERTO (sorridendo): Ditemi che cosa avete visto
quella sera... la vostra prima impressione.
BERTA (aggrottando le sopracciglia): Eravate l, volgevate
le spalle al pontile, parlavate con due signore.
ROBERTO: S, con due brutte signore di mezz'et.
BERTA: Vi riconobbi subito. E notai ch'eravate diventato
grasso.
ROBERTO (le prende le mani): E questo povero e grasso
Roberto, dunque... vi dispiace proprio tanto? Non
credete a niente di quello che dice?
BERTA: Suppongo che gli uomini parlino cos alle donne
per cui provano attrattiva o ammirazione. Che cosa
volete che io creda?
ROBERTO: Tutti gli uomini, Berta?
BERTA (con improvvisa tristezza): Credo proprio.
ROBERTO: Anch'io?
BERTA: S, Roberto. Anche voi, credo.
ROBERTO: Tutti, allora... Senza eccezione? O con una
sola eccezione? (Con voce pi bassa) O anche lui...
anche Riccardo...  come tutti noi, almeno in questo?
O  diverso?
BERTA (guardandolo negli occhi): Diverso.
ROBERTO: Ne siete proprio sicura, Berta?
BERTA (un po' imbarazzata cerca di ritrarre le mani):
Vi ho risposto.

ROBERTO (impetuosamente): Berta, posso baciarvi la
mano? Permettetemelo. Posso?
BERTA: Se lo desiderate. (Roberto si porta lentamente
la mano di lei alle labbra; d'un tratto ella si alza, poi
sta in ascolto) Avete sentito la porta del giardino?
ROBERTO (alzandosi): No. (Breve pausa; si ode fievole
il suono del pianoforte dalla stanza di sopra. Roberto
implorante) Non partite, Berta. Ormai non dovete
pi partire. La vostra vita  qui. Sono venuto anche
per questo, oggi... per parlargli... per indurlo ad
accettare questo lavoro. Deve accettarlo. E voi dovete
persuaderlo. Avete tanta influenza su di lui!
BERTA: Volete che lui rimanga qui.
ROBERTO: S.
BERTA: E perch?
ROBERTO: Per voi, Berta, perch voi siete infelice via
di qui, lontana. E anche per lui. Perch deve pur provvedere
al suo avvenire.
BERTA (ridendo): Vi ricordate quello che vi ha detto,
quando gli avete parlato ieri sera?
ROBERTO: Di che?... (Ripensando) Ah, s. Ha citato il
Pater noster a proposito del pane quotidiano. Ha risposto
che preoccuparsi del proprio avvenire  distruggere
la speranza e l'amore nel mondo.
BERTA: Non vi pare che sia un uomo strano?
ROBERTO: In questo, s.
BERTA: Un poco... pazzo?
ROBERTO (accostandosi): No. Non lo . Forse lo siamo
noi. Insomma, voi...?

BERTA (ride): Ve lo domando perch siete intelligente.
ROBERTO: Voi non dovete partire. Non vi permetter
di partire.
BERTA (fissandolo): Voi?
ROBERTO: Questi occhi non devono andar via. (Le
prende le mani): Posso baciarvi gli occhi?
BERTA: Fate.
ROBERTO (la bacia sugli occhi; poi le passa una
mano sui capelli): Piccola Berta!
BERTA (sorridendo): Ma non sono poi tanto piccola,
no? Perch mi chiamate piccola?
ROBERTO: Piccola Berta! Ci abbracciamo? (La cinge
con le braccia) Guardami ancora dentro gli occhi.
BERTA (lo fissa): Vedo le piccole macchie d'oro. Tante
ne hai!
ROBERTO (rapito): La tua voce! Dammi un bacio, un
bacio con la tua bocca.
BERTA: Prnditelo.
ROBERTO: Ho paura. (La bacia sulla bocca, poi
l'accarezza a pi riprese sui capelli) Finalmente ti
tengo fra le mie braccia!
BERTA: Sei contento, adesso?
ROBERTO: Fammi sentire le tue labbra sulle mie.
BERTA: E allora sarai soddisfatto?
ROBERTO (mormorando): Le tue labbra, Berta!
BERTA (chiude gli occhi e lo bacia rapidamente): L.
(Mettendogli le mani sulle spalle) Perch non dici:
grazie?

ROBERTO (sospirando): La mia vita  conchiusa... finita.
BERTA: Oh, non dire cos proprio adesso, Roberto.
ROBERTO: Finita, finita. Volevo che terminasse e che
fosse stato cos.
BERTA (preoccupata, ma con tono leggero): Pazzo che
sei!
ROBERTO (stringendola a s): Finire tutto questo... la
morte. Cadere da un grande, alto scoglio, gi, gi a
picco nel mare.
BERTA: Roberto, via...
ROBERTO: Ascoltando musica, nelle braccia della donna
che amo... il mare, la musica e la morte.
BERTA (lo guarda per un attimo): La donna che ami?
ROBERTO (concitato): Ho bisogno di parlarti, Berta...
Da solo a sola... non qui. Verrai?
BERTA (a occhi bassi): Anch'io ho da parlarti.
ROBERTO (con tenerezza): S, s, cara, so. (La bacia
ancora) Ti parler; ti dir tutto, allora. Ti bacer, allora,
lunghi lunghi baci... quando verrai da me... lunghi
lunghi dolci baci.
BERTA: Dove?
ROBERTO (con impeto di passione): Sui tuoi occhi,
sulle tue labbra, per tutto il tuo corpo divino.
BERTA (discostandosi un po' confusa): No, dicevo,
dove vuoi che ci troviamo?
ROBERTO: A casa mia. Ma non in quella di mia madre.
Ti scrivo l'indirizzo. Verrai?
BERTA: Quando?

ROBERTO: Stasera, tra le otto e le nove. Vieni. Ti
aspetter questa sera. E ogni sera. Vuoi? (La bacia
appassionatamente, tenendole il capo fra le mani.
Dopo qualche istante lei si svincola, egli siede.)
BERTA (ascoltando): Aprono la porta.
ROBERTO (intensamente): Ti aspetter. (Prende il foglietto
di sulla tavola. Berta si allontana da lui lentamente,
Riccardo entra dal giardino e viene avanti togliendosi
il cappello.)
RICCARDO: Buonasera.
ROBERTO (alzandosi, con nervosa cordialit): Buonasera,
Riccardo.
BERTA (presso la tavola, prendendo le rose): Guarda
che belle rose mi ha portato Mr. Hand.
ROBERTO: Ho paura che siano avvizzite.
RICCARDO (improvviso): Scusatemi un momento. (Si
volge ed entra rapido nello studio. Roberto toglie
una matita di tasca, scrive poche parole sul foglietto,
poi lo d lestamente a Berta.)
ROBERTO (rapido): L'indirizzo. Prendi il tram a Landsdown
Road e di' che ti facciano scendere qui.
BERTA (prendendo il foglietto): Non prometto nulla.
ROBERTO: Ti aspetter. (Riccardo rientra dallo studio.)
BERTA (avviandosi): Vado a mettere in fresco queste
rose.
RICCARDO (dandole il cappello): Vai pure, e appendi
per favore il mio cappello in anticamera.

BERTA (prendendo il cappello): Cos vi lascio ai vostri
discorsi. (Si guarda attorno) Non vi occorre nulla?
Sigarette?
RICCARDO: Grazie, ne abbiamo.
BERTA: Allora, posso andare? (Esce da sinistra col
cappello di Riccardo che depone nell'atrio. Ma rientra
subito, si ferma per un attimo presso la scrivania,
rimette il foglietto nel cassetto, lo rinchiude e ripone
la chiave. Poi prende le rose e s'incammina verso destra.
Roberto la precede e le apre il battente. Essa
s'inchina ed esce.)
RICCARDO (additando la sedia vicina al tavolino di
destra): Il posto d'onore.
ROBERTO (sedendo): Grazie. (Passandosi una mano
sulla fronte) Dio mio, che caldo fa oggi. Il calore mi
d fastidio agli occhi. Il riverbero.
RICCARDO: La camera  abbastanza scura, mi sembra,
con le persiane abbassate. Ma se vuoi...
ROBERTO (subito): Non occorre. So da che proviene.
 il lavoro di notte.
RICCARDO (sedendo sul divano): Devi proprio?
ROBERTO (sospira): Eh, s. Ogni notte devo rivedere
una parte del giornale. Poi ho i miei articoli di fondo.
Stiamo andando verso momenti difficili. E non solo
qui.
RICCARDO (dopo una breve pausa): Hai notizie?
ROBERTO (mutando tono di voce): S. E ho da parlarti
seriamente. Oggi per te pu essere una giornata decisiva...
o piuttosto, stasera. Ho visto stamane il vicecancelliere. 
Ha grandissima stima di te, Riccardo.
Dice che ha letto il tuo libro.
RICCARDO: L'ha comprato, o l'ha preso in prestito?
ROBERTO: Comprato, spero.
RICCARDO: Mi fumo una sigaretta. Ormai, trentasette
copie vendute a Dublino. (Prende una sigaretta dalla
scatola che  sul tavolo e l'accende.)
ROBERTO (mite e scoraggiato): Be', per il momento la
partita  chiusa. Oggi hai la tua maschera di ferro.
RICCARDO (fumando): Dimmi tutto.
ROBERTO (rifacendosi serio): Riccardo, sei troppo diffidente.
 un tuo difetto. Mi ha garantito che ha per te
la massima stima possibile, come tutti d'altronde. Sei
la persona che ci vuole per quel posto, dice. Anzi, ha
dichiarato che, se si far il tuo nome, lui si impegner
con tutte le sue forze per appoggiarlo in Senato e io...
agir per conto mio, beninteso, con la stampa e in privato.
Ritengo che sia un dovere pubblico. La cattedra
di Letteratura Romanza ti spetta di diritto, come studioso
e come esponente letterario.
RICCARDO: E le condizioni?
ROBERTO: Condizioni? Parli del futuro?
RICCARDO: Parlo del passato.
ROBERTO (bonariamente): Quell'episodio  gi bell'e
dimenticato. Fu un atto impulsivo. Tutti siamo impulsivi.
RICCARDO (lo guarda fisso): Lo chiamavi un atto di
follia, allora... nove anni fa. Dicevi che mi stavo legando
una pietra al collo.

ROBERTO: Avevo torto. (Dolcemente) Ecco come stanno
le cose, Riccardo. Tutti sanno che alcuni anni fa
sei fuggito con una ragazza... come dire... una ragazza
che non era precisamente della tua condizione. (Affettuosamente)
Scusami, Riccardo, questo non  il mio
modo di pensare, n di parlare. Sto semplicemente
esprimendomi come la gente di cui non condivido le
opinioni.
RICCARDO: Scrivendo uno dei tuoi articoli di fondo,
insomma.
ROBERTO: Mettiamo pure. Allora la cosa fece colpo.
Una scomparsa misteriosa. Il mio nome fu mescolato
nella faccenda, come quello, lasciamelo dire, d'una
brava persona. Naturalmente si diceva che io avevo
agito per un senso sbagliato di amicizia. Be', tutto
questo  cosa nota. (Con qualche esitazione) Ma non
 noto quel che accadde dopo.
RICCARDO: No?
ROBERTO: Beninteso,  cosa che riguarda te, Riccardo.
Comunque adesso non sei pi giovane come allora.
L'espressione  perfettamente nello stile dei miei articoli
di fondo, no?
RICCARDO: La tua intenzione , o non , che io dia
una smentita a quel mio passato?
ROBERTO: Ora io penso al tuo avvenire, al tuo avvenire
qui. Capisco il tuo orgoglio, il tuo senso della libert.
Capisco anche il loro punto di vista. Ma un modo
di risolvere la cosa c', ed  questo: evita di contraddire
tutte le voci che ti possono giungere su quanto 
accaduto... o non  accaduto dopo la tua partenza. Per
il resto, lascia fare a me.
RICCARDO: Tu permetterai che circolino tutte quelle
dicerie?
ROBERTO: S, se Dio m'aiuta.
RICCARDO (osservandolo): In omaggio alle convenzioni
sociali?
ROBERTO: In omaggio a qualcosa di pi... alla nostra
amicizia, la nostra amicizia di sempre.
RICCARDO: Grazie.
ROBERTO (leggermente ferito): E ti dir tutta la verit.
RICCARDO (sorride e s'inchina): Sentiamola, per favore.
ROBERTO: Non soltanto per il tuo bene. Anche per il
bene di... chi ora condivide la tua vita.
RICCARDO: Ah! ... (Schiaccia, premendola appena, la
sigaretta nel portacenere, poi si china in avanti strofinandosi
lentamente le mani) Perch, anche per il
suo bene?
ROBERTO (si china egli pure in avanti, tranquillo):
Riccardo, sei sempre stato giusto con lei? Dirai che
ha scelto liberamente. Ma era veramente libera di scegliere?
Era una ingenua ragazza. Ha accettato tutto
quello che tu le hai proposto.
RICCARDO (ride):  il tuo modo di dirmi che lei proponeva
ci che io non avrei accettato.
ROBERTO (annuisce): Ricordo. E lei venne via con te.
Ma fu proprio di sua libera scelta? Rispondimi con
tutta franchezza.

RICCARDO (si volge a lui, calmo): Ho scommesso su
di lei contro tutto ci che tu dici o puoi dire, e ho vinto.
ROBERTO (assentendo ancora): S, hai vinto.
RICCARDO (si alza): Scusa se mi sono dimenticato.
Vuoi del whisky?
ROBERTO: A chi sa aspettare, arriva tutto.
RICCARDO (va verso la credenza e ne riporta un piccolo
vassoio con caraffa e bicchieri che depone sulla
tavola. Torna a sedersi sul divano, distendendovisi)
Mi fai il favore di servirti da te?
ROBERTO (si serve): E tu? Sempre incorruttibile?
(Riccardo annuisce) Dio buono, quando penso alle
nostre nottate selvagge di tanti anni fa... le chiacchierate
interminabili, i progetti, le baldorie, le bisbocce...
RICCARDO: Nella nostra casa.
ROBERTO:  mia, sai, adesso. L'ho sempre tenuta,
quantunque ci vada di rado. Quando hai voglia di venirci,
avvertimi. Qualche sera devi farlo. Rinnoveremo
gli antichi tempi. (Alza il bicchiere, e beve) Evviva!
RICCARDO: Non era soltanto una casa di bisbocce; doveva
essere il cuore di una nuova vita. (Meditativo) E
in nome di quella, ci erano rimessi tutti i nostri peccati.
ROBERTO: Peccati! Bere e bestemmiare (indicando):
io. Bere e far l'eretico, ch'era assai peggio (indica anche
stavolta): tu... sono questi i peccati che vuoi dire?
RICCARDO: Questi e altri.

ROBERTO (ilare e inquieto): Le donne, dici? Io non ho
rimorsi di coscienza. Forse ne hai tu. Per quei frangenti,
avevamo due chiavi di casa. (Malizioso) Ne hai
tu, di rimorsi?
RICCARDO: La cosa era perfettamente naturale per te?
ROBERTO: Per me  perfettamente naturale baciare una
donna che mi piace. Perch no? Quella donna per me
 bella.
RICCARDO (giocherellando col cuscino del divano): E
tu baci tutto ci che per te  bello?
ROBERTO: Tutto... se  cosa che si possa baciare.
(Prende di sul tavolino una pietra piatta) Questa pietra,
per esempio.  cos fredda, cos levigata, cos delicata,
come un tempio femminile.  silenziosa, sopporta
la nostra passione, ed  bella. (Se la accosta
alle labbra) E cos io la bacio perch  bella. E che
cos' una donna? Un'opera della natura, anche lei,
come un sasso o un fiore, o un passero. Un bacio  un
atto di omaggio.
RICCARDO:  un atto di unione tra l'uomo e la donna.
Anche se spesso siamo spinti a desiderare dal senso
della bellezza, te la senti di dire che quel che desideriamo
 proprio il bello?
ROBERTO (premendosi la pietra sulla fronte): Oggi, se
mi costringi a pensare, mi fai venire il mal di testa.
Non posso pensare, quest'oggi. Mi sento troppo naturale,
troppo ovvio. Tutto sommato, anche nella pi
bella delle donne, che cosa ci seduce di pi?
RICCARDO: Che cosa?

ROBERTO: Non le qualit che lei pu avere e le altre
non hanno, ma proprio quelle che ha in comune con
loro. Voglio dire... le pi comuni. (Rovescia la pietra,
se la preme sull'altra tempia) Voglio dire il calore che
emana dal suo corpo quando lo si stringe, il movimento
del suo sangue, la rapidit con cui, digerendo,
essa trasforma ci che mangia in... ci che non si nomina.
(Ridendo) Sono molto ovvio, quest'oggi. Ma
non ti ha mai colpito quell'idea?
RICCARDO (secco): Parecchie idee colpiscono un
uomo che ha vissuto nove anni con una donna.
ROBERTO: Gi. Lo credo... Questa bella pietra fredda
mi fa bene.  un fermacarte o un rimedio per il mal di
testa?
RICCARDO: Berta l'ha portata a casa un giorno dalla
spiaggia. Dice anche lei che  bella.
ROBERTO (posa gentilmente la pietra): Ha ragione.
(Alza il bicchiere e beve. Una pausa.)
RICCARDO:  tutto qui ci che volevi dirmi?
ROBERTO (subito): C' dell'altro. Il vicecancelliere mi
incarica di invitarti a cena in casa sua questa sera...
Sai dove sta? (Riccardo accenna di s.) Pensavo che
potessi averlo dimenticato. Pranzo privatissimo,
s'intende. Desidera di ritrovarsi con te e ti invita molto
calorosamente.
RICCARDO: L'ora?
ROBERTO: Le otto. Ma se gradisci diversamente, per
lui qualunque ora va bene. Insomma, Riccardo, devi
andarci. Ecco tutto. Sento che questa sera rappresenter 
il momento decisivo della tua esistenza. Cos potrai
continuare a rimanertene qui e lavorare e pensare,
ed essere amato ed onorato... in mezzo alla nostra
gente.
RICCARDO (sorridendo): Gi mi par di vedere, di qui
a cent'anni, per lo meno due inviati che partono per
l'America a raccogliere fondi per la mia statua.
ROBERTO (con amabilit): Una volta ho fatto un piccolo
epigramma sulle statue. Ce ne sono di due tipi.
(A braccia conserte sul petto) Quella che dice:
Come far a scendere?, e l'altro tipo (allunga il
braccio destro, volgendo il capo)  quella che dice:
Ai miei tempi la concimaia era cos alta.
RICCARDO: Per me la seconda, prego.
ROBERTO (pigramente): Vuoi darmi uno di quei tuoi
lunghi sigari? (Riccardo sceglie un virginia da una
scatola sulla tavola, poi glielo spunta e glielo d. Roberto,
accendendo) Questo sigaro mi europeizza. Se
l'Irlanda vuol diventare una nuova Irlanda, deve prima
europeizzarsi. E tu sei qui per questo, Riccardo.
Verr il giorno in cui avremo da scegliere tra l'Inghilterra
e l'Europa. Io, gi, sono un discendente di bruni
stranieri: per questo mi piace venire qui. Potr dire
una sciocchezza. Ma in quale altro luogo in tutta Dublino,
io posso trovare un buon sigaraccio, come questo,
o una tazza di caff nero? L'uomo che beve caff
nero, sar il conquistatore d'Irlanda. Ed ora, voglio
prendermi una mezza sorsata di quel tuo whisky, Riccardo,
per mostrarti che non ho nessun malanimo.

RICCARDO (addita): Srviti.
ROBERTO (versa): Grazie. (Beve, poi continua sullo
stesso tono) E allora tu stesso, il modo come te ne stai
l in panciolle su codesto divano; allora la voce del
tuo bambino... e Berta medesima. Mi permetti di
chiamarla cos, Riccardo? Voglio dire, come vecchio
amico tuo e suo.
RICCARDO: E perch no?
ROBERTO (con animazione): Tu possiedi quell'indignazione
furente che lacer il cuore di Swift. Tu sei
caduto, Riccardo, da un mondo superiore, e sei pieno
di sdegno furente, quando scopri che la vita  vile e
ignobile. Mentre io... posso dirtelo?
RICCARDO: Di' pure.
ROBERTO (malizioso): Io, invece, vengo su da un
mondo pi basso e sono pieno di meraviglia quando
scopro che il popolo possiede ancora qualche virt di
redenzione.
RICCARDO (si siede bruscamente e appoggia i gomiti
sulla tavola): E mi sei amico, allora?
ROBERTO (gravemente): Mi sono battuto per te mentre
eri assente. Mi sono battuto per farti ritornare, mi
sono battuto per conservarti il tuo posto qui. E mi batter
ancora per te, perch ho fede in te. La fede di un
discepolo nel suo maestro. Pi di questo non posso
dirti. Ti potr parere strano... Dammi un cerino.
RICCARDO (accendendo un cerino e porgendoglielo):
C' una fede ancora pi strana che la fede del discepolo
nel suo maestro.

ROBERTO: Ed ?
RICCARDO: La fede di un maestro nel discepolo che lo
tradir.
ROBERTO: Davvero che la Chiesa, Riccardo, ha perduto
in te un teologo. Ma mi pare che tu guardi troppo
addentro alla vita! (Si alza e tocca il braccio di Riccardo)
Stai allegro. La vita non lo merita.
RICCARDO (senza alzarsi): Te ne vai?
ROBERTO: S. (Si volge poi con tono amichevole) Allora
siamo intesi? Ci ritroviamo stasera dal vicecancelliere.
Io ci capiter verso le dieci. Cos avrete circa
un'ora per voi. Mi aspetti, fin che arrivo?
RICCARDO: Sta bene.
ROBERTO: Un altro cerino e sono a posto. (Riccardo
accende un altro cerino, glielo porge, poi si alza anche
lui. Archie entra dalla porta di sinistra seguito da
Beatrice.)
ROBERTO: Fammi i tuoi rallegramenti, Beatrice. Ho
battuto Riccardo.
ARCHIE (va alla porta di destra e chiama): Mamma.
Miss Justice se ne va.
BEATRICE: Per che cosa mi debbo congratulare?
ROBERTO: Per una vittoria, naturalmente. (Ponendo
leggermente una mano sulla spalla di Riccardo) Il discendente
di Archibald Hamilton Rowan  rientrato
in patria.
RICCARDO: Io non sono un discendente di Hamilton
Rowan.

ROBERTO: Non importa. (Berta entra da destra con la
coppa delle rose).
BEATRICE: Come? Mr. Rowan...?
ROBERTO (volgendosi a Berta): Riccardo stasera va a
pranzo dal vicecancelliere. Si manger il bue grasso:
arrosto, spero. E l'anno prossimo vedremo il discendente
dell'omonimo eccetera, su una cattedra di questa
Universit. (Stende la mano) Addio, Riccardo. Ci
rivediamo stasera.
RICCARDO (gli stringe la mano): A Filippi.
BEATRICE (stringendogli lei pure la mano): Accettate i
miei pi vivi complimenti, Mr. Rowan.
RICCARDO: Grazie, ma non gli credete.
ROBERTO (vivamente): Credimi, credimi. (A Berta)
Buonasera, Mrs. Rowan.
BERTA (stringendogli la mano candidamente): Vi ringrazio
io pure. (A Beatrice) Non vi fermate per il t,
Miss Justice?
BEATRICE: No, grazie. (Si congeda) Debbo andarmene.
Buonasera. Addio, Archie. (Si avvia.)
ROBERTO: Addio,3 Archibald.
ARCHIE: Addio.4
ROBERTO: Aspetta, Beatty, che ti accompagno.
BEATRICE (uscendo da destra con Berta): Oh, non
t'incomodare.
3 In italiano nell'originale. (N. D. T.)
4 In italiano nell'originale. (N. D. T.)

ROBERTO (seguendola): Come cugino, permetti che
insista. (Berta, Beatrice e Roberto escono dalla porta
di sinistra. Riccardo si ferma irresoluto accanto alla
tavola. Archie va presso la porta che conduce
nell'atrio. Poi ritornando dal padre, lo tira per una
manica.)
ARCHIE: Oh, pap.
RICCARDO (assente): Che c'?
ARCHIE: Debbo chiederti una cosa.
RICCARDO (sedendo all'estremit del divano, lo guarda):
Che cosa?
ARCHIE: Potresti chiedere alla mamma di lasciarmi
uscire domattina col lattaio?
RICCARDO: Col lattaio?
ARCHIE: S, col suo barroccio. M'ha detto che quando
saremo fuori, sulle strade dove non c' gente, mi lascer
guidare. Il suo cavallo  una brava bestia. Posso
andarci?
RICCARDO: S.
ARCHIE: Allora chiedilo anche alla mamma, vuoi?
RICCARDO (d un'occhiata alla porta): Glielo chieder.
ARCHIE: Il lattaio mi ha detto che mi mostrer le mucche
che ha nel pascolo. Lo sai quante ne ha?
RICCARDO: Quante?
ARCHIE: Undici. Otto rosse e tre bianche. Ma una 
ammalata adesso. No, non  ammalata.  caduta.
RICCARDO: Mucche?

ARCHIE (con un gesto): Eh, non tori. Perch i tori non
danno latte. Undici mucche. Devono dare una quantit
di latte. Come fa la mucca a dare il latte?
RICCARDO (gli prende le mani): Chi lo sa. Lo capisci
tu che significa dare una cosa?
ARCHIE: Dare? S.
RICCARDO: Mentre tu hai una cosa, questa pu esserti
presa.
ARCHIE: Dai ladri? No?
RICCARDO: Ma quando tu la dai, ecco, l'hai data. Nessun
ladro te la pu rubare. (Abbassa il capo e si preme
la mano del figliuolo sulla gota) E allora  tua per
sempre, quando l'hai data. Sar tua per sempre. Ecco
che significa dare.
ARCHIE: Pap?
RICCARDO: Eh?
ARCHIE: Come pu un ladro rubare una mucca? Tutti
lo vedrebbero. Di notte, forse.
RICCARDO: Di notte, gi.
ARCHIE: E ci sono ladri anche qui come a Roma?
RICCARDO: Povera gente ce n' dappertutto.
ARCHIE: E hanno il revolver?
RICCARDO: No.
ARCHIE: Coltelli? Hanno coltelli?
RICCARDO (severamente): S, s, coltelli e revolver.
ARCHIE (staccandosi da lui): Di' quella cosa alla mamma,
adesso. Guarda, viene.
RICCARDO (fa per alzarsi): Va bene.

ARCHIE: No. Stai l seduto, pap. Aspetta a domandarglielo
quando rientra. Io non voglio trovarmi qui; andr
in giardino.
RICCARDO (rimettendosi a sedere): Bene, vai.
ARCHIE (lo bacia in fretta): Grazie. (Fugge rapidamente
dalla porta di fondo, che d nel giardino. Berta
entra da quella di sinistra, s'accosta alla tavola, le
si ferma accanto e accarezza i petali delle rose, guardando
Riccardo.)
RICCARDO (osservandola): Ebbene?
BERTA (assente): Ebbene. Dice che gli piaccio.
RICCARDO (appoggia la gota sulla mano): Gli hai
mostrato il suo biglietto?
BERTA: S. Gli ho domandato che cosa significava.
RICCARDO: E che cosa ha detto che significava?
BERTA: Ha detto che dovevo saperlo. Gli ho detto che
potevo intuirlo. Allora lui mi ha dichiarato che gli
piacevo tanto. Che ero bella... e via discorrendo.
RICCARDO: Da quando?
BERTA (di nuovo assente): Da quando... che cosa?
RICCARDO: Da quando ha detto che gli piaci?
BERTA: Da sempre, ha detto. In ogni caso, da molto
prima che tornassimo. Ha detto che con quest'abito
color lavanda somigliavo alla luna. (Fissandolo) E
con lui hai discorso... di me?
RICCARDO (mellifluo): Abbiamo fatto i soliti discorsi.
Non di te.
BERTA: Era molto nervoso. Te ne sei accorto?

RICCARDO: S, me ne sono accorto. Che altro ti ha
detto?
BERTA: Mi ha chiesto di dargli la mano.
RICCARDO (sorridendo): In matrimonio?
BERTA (sorridendo): No, soltanto da tenere.
RICCARDO: E tu?
BERTA: S. (Strappando qualche petalo) Poi si  messo
ad accarezzarmi la mano e mi ha chiesto di lasciargliela
baciare. L'ho lasciato fare.
RICCARDO: Ah!
BERTA: Poi mi ha chiesto se poteva abbracciarmi ... almeno
una volta... E poi...
RICCARDO: E poi?
BERTA: Mi ha stretta per la vita.
RICCARDO (fissa per un attimo il pavimento, poi torna
a guardarla): E poi?
BERTA: Mi ha detto che ho dei begli occhi, e mi ha
chiesto di baciarli. (Con un gesto) Io ho detto: Fate.
RICCARDO: E l'ha fatto?
BERTA: S. Prima l'uno poi l'altro. (D'improvviso scatta)
Dimmi, Dick, ti inquietano queste cose? Perch ti
ho detto che la cosa non mi garba. Mi pare che tu voglia
soltanto far credere che non ci badi. Io non ci
bado.
RICCARDO (tranquillo): Lo so, cara, ma adesso, io,
come te, voglio scoprire ci che egli intende di fare,
quello che sente.
BERTA (puntando il dito verso di lui): Ricordati, sei tu
che mi hai permesso di andare avanti. Io ti ho raccontato 
tutto, per filo e per segno, da quando  cominciato.
RICCARDO (come sopra): Lo so, cara... E poi?
BERTA: M'ha chiesto un bacio. Gli ho detto: prendetevelo.
RICCARDO: E poi?
BERTA (strizzando una manciata di petali): M'ha baciata.
RICCARDO: Sulla bocca?
BERTA: Una o due volte.
RICCARDO: Baci lunghi?
BERTA: Discretamente. (Ripensa) S, l'ultimo.
RICCARDO (si stropiccia leggermente le mani, poi):
Con le labbra? O... in altro modo?
BERTA: S, l'ultimo.
RICCARDO: E ti ha chiesto che lo baciassi?
BERTA: S.
RICCARDO: E tu?
BERTA (esita un poco, poi guardandolo fisso): S. L'ho
baciato.
RICCARDO: In che modo?
BERTA (alzando le spalle): Oh, senza malizia.
RICCARDO: Eri eccitata?
BERTA: Be', puoi immaginartelo. (Accigliandosi improvvisamente)
Non molto, non ha belle labbra... Tuttavia
ero eccitata, naturalmente. Ma non come con te,
Dick.
RICCARDO: E lui?

BERTA: Eccitato? S, credo. Sospirava. Era tremendamente
nervoso.
RICCARDO (chiudendo la fronte fra le mani): Capisco.
BERTA (appressandosi al divano e fermandosi accanto
a lui): Sei geloso?
RICCARDO (c. s.): No.
BERTA (tranquillamente): Lo sei, Dick.
RICCARDO: Ti dico di no. Geloso di che?
BERTA: Che m'ha baciata.
RICCARDO (guardandola):  tutto qui?
BERTA: S, tutto qui. Tolto che mi ha chiesto se volevo
trovarmi con lui.
RICCARDO: In qualche luogo all'aperto?
BERTA: No, a casa sua.
RICCARDO (sorpreso): Laggi da sua madre?
BERTA: No, in una casa che ha lui. Mi ha scritto l'indirizzo.
(Va alla scrivania, prende la chiave dal vaso di
fiori, apre il cassetto e torna a lui col bigliettino.)
RICCARDO (quasi tra s): Il nostro villino.
BERTA (gli tende il biglietto): Qui.
RICCARDO (legge): S. Il nostro villino.
BERTA: Il vostro...?
RICCARDO: No, il suo. Lui lo chiama il nostro. (Guardandola)
Il villino di cui ti ho parlato tante volte, del
quale avevamo una chiave per ciascuno, lui ed io.
Adesso  suo. Quello dov'eravamo soliti passare le
nostre notti burrascose, chiacchierando, bevendo, facendo
progetti... allora. Notti burrascose, s. Lui e io
insieme. (Getta il foglietto sul divano, poi si leva d'un
tratto) E qualche volta io solo, (la fissa) ma non completamente
solo. Te ne ho parlato. Ti ricordi?
BERTA (colpita): Proprio l?
RICCARDO (si allontana da lei di qualche passo poi si
ferma, pensoso, il mento sulla mano): S.
BERTA (riprendendo il foglietto): E dove si trova?
RICCARDO: Non lo sai?
BERTA: Mi ha detto di prendere il tram a Landsdown
Road e di chiedere al conduttore di farmi scendere l.
...  un luogo malfamato?
RICCARDO: Oh no, son villini. (Ritorna al divano e si
siede) Che risposta gli hai dato?
BERTA: Nessuna risposta. Lui ha detto che avrebbe
aspettato.
RICCARDO: Stasera?
BERTA: Ogni sera, ha detto. Tra le otto e le nove.
RICCARDO: E per questo stasera io debbo andare a
quel colloquio... io, il professore. Per la nomina che
debbo elemosinare. (Guardandola) Il colloquio  stato
combinato da lui per stasera. Tra le otto e le nove.
Curioso, vero? La stessa ora.
BERTA: S.
RICCARDO: Ti ha domandato se avevo qualche sospetto?
BERTA: No.
RICCARDO: Ha fatto mai il mio nome?
BERTA: No.
RICCARDO: Nemmeno una volta?
BERTA: No, per quanto ricordo.
RICCARDO (scattando in piedi): Oh s!  ben chiaro!
BERTA: Che?
RICCARDO (camminando a grandi passi in qua e in
l): Un mentitore, un ladro e un pazzo! Chiaro. Un
volgare ladro! Che altro? (Con un'aspra risata) Il mio
grande amico! Un patriota anche! Un ladro...
nient'altro! (Si ferma, si ficca le mani in tasca) Ma
anche un pazzo!
BERTA (guardandolo): Che vuoi fare?
RICCARDO (sbrigativo): Seguirlo, trovarlo, parlargli.
(Calmo): Poche parole. Ladro e pazzo.
BERTA (getta il biglietto sul divano): Capisco tutto!
RICCARDO (volgendosi): Eh?
BERTA (con calore): L'opera di un demonio!
RICCARDO: Lui?
BERTA (con dispetto): No, tu! L'opera di un demonio
per metterlo contro di me, come hai tentato di mettere
contro di me il mio bambino. Con la differenza che
non ci sei riuscito.
RICCARDO: Come? In nome di Dio, come?
BERTA (infuriata): S, s. Proprio cos. Tutti se ne sono
accorti. Ogni volta che tentavo di rimproverarlo per
una minima cosa, tu insistevi nella tua pazzia parlandogli
come fosse un uomo maturo. Guastandolo, povero
ragazzo, o tentando di farlo. Poi, si capisce, io
ero la madre snaturata, e soltanto tu gli volevi bene.
(Con crescente concitazione) Ma non sei riuscito a
metterlo contro di me... contro sua madre! E tutto
questo perch? Perch il ragazzo ha troppo temperamento.
RICCARDO: Ma io non ho mai tentato una cosa simile,
Berta. Tu sai ch'io sono incapace d'essere severo con
un bambino.
BERTA: Perch tu non hai mai amato nemmeno tua madre.
Una madre, quale che sia,  sempre una madre.
Non ho mai sentito di un essere umano che non amasse
la madre che l'ha messo al mondo. Eccetto te.
RICCARDO (avvicinandosi calmo): Berta, non dire
cose che poi ti dispiacer di aver detto. Non sei contenta
che mio figlio mi voglia bene?
BERTA: Chi glielo ha insegnato? Chi gli ha insegnato a
correrti incontro? Chi gli diceva che gli avresti portato
a casa dei giocattoli, quando te ne stavi a bighellonare
senza un perch, dimenticandoti completamente
di lui... e di me? Io. Io gli ho insegnato ad amarti.
RICCARDO: S, cara. Lo so che sei stata tu.
BERTA (quasi in lacrime): E poi tu cerchi di mettermi
tutti contro. Vuoi tutto per te. Devo sembrare falsa e
crudele a tutti, fuori che a te. Perch tu approfitti della
mia ingenuit, come hai fatto... la prima volta.
RICCARDO (violentemente): E hai il coraggio di rinfacciarmelo?
BERTA (fronteggiandolo): S, ce l'ho. Adesso come allora.
Perch sono ingenua, tu credi di poter fare di me
ci che ti piace. (Gesticolando) Raggiungilo, dunque.
Insultalo. Umilialo davanti a te; fa che mi disprezzi, va.

RICCARDO (dominandosi): Tu dimentichi ch'io t'ho
sempre lasciato la pi completa libert, e te la lascio
ancora.
BERTA (sprezzante): Libert!
RICCARDO: S, completa. Ma lui deve sapere che so.
(Pi tranquillo) Gli parler con calma. (Supplichevole)
Berta, credimi, cara! Non  gelosia. Avete la pi
perfetta libert di fare quello che volete... tu e lui. Ma
non cos. Non ti disprezzer. Tu non vuoi ingannarmi,
o far finta di ingannarmi... con lui, vero?
BERTA: No. (Guardandolo dritto negli occhi) Chi  di
noi due che inganna?
RICCARDO: Di noi? Tu e io?
BERTA (in tono calmo e risoluto): So perch mi hai lasciato
quella che tu chiami la pi completa libert.
RICCARDO: Perch?
BERTA: Per avere tu la pi completa libert con... quella
ragazza!
RICCARDO (seccato): Ma, Dio buono, tu l'hai sempre
saputo. Non l'ho mai nascosto.
BERTA: S, invece. Credevo che tra voi due si trattasse
di una specie di amicizia... Fino a quando siamo tornati,
e allora ho visto.
RICCARDO:  cos, Berta.
BERTA (crolla il capo): No, no.  molto di pi; ed ecco
perch mi hai lasciato la pi completa libert. Tutte
quelle cose che tu passi la notte a scrivere (accennando
allo studio) l dentro... su di lei. E tu la chiami
amicizia.

RICCARDO: Credimi, Berta cara, come io ti credo.
BERTA (con gesto impetuoso): Lo sento, lo so. Che altro
c' tra voi se non amore?
RICCARDO (calmo): Tu ti sforzi di cacciarmi in testa
questa tua idea, ma ti avverto che le idee io non le
prendo da nessuno.
BERTA (con ardore):  cos!  cos, ed ecco perch tu
permetti a Roberto di continuare. Naturale! Questo
non ti offende. Tu ami lei.
RICCARDO: Amore! (Allarga le braccia con un sospiro
e si allontana da lei) Con te non posso ragionare.
BERTA: Non puoi, perch la ragione l'ho io. (Seguendolo
per qualche passo) Prendiamo una persona qualsiasi:
che direbbe?
RICCARDO (volgendosi): E credi che me ne importi?
BERTA: Ma importa a me. Che direbbe lui se lo sapesse.
Tu che parli tanto dei nobili sentimenti che hai per
me, e poi ti esprimi cos con un'altra donna. Potrei capire
se lo facesse lui, o altri, che sono falsi e simulatori.
Ma tu, Dick! Perch non lo dici a Roberto, allora?
RICCARDO: Fallo tu, sei vuoi.
BERTA: Lo far. Lo far certamente.
RICCARDO (con freddezza): Lui ti far capire.
BERTA: Lui non parla diverso da quel che fa. A suo
modo,  onesto.
RICCARDO (prende una delle rose e la getta ai piedi
di Berta): E come no?  l'onore in persona.

BERTA: Canzonalo come ti pare. Io, di quella storia, capisco
pi di quanto credi. E anche lui. Scrivere per
anni quelle lunghe lettere, tu a lei... e lei a te! Per
anni. Ma, da quando sono tornata, capisco... molto
bene.
RICCARDO: Tu non capisci. E nemmeno lui capirebbe.
BERTA (ridendo con aria di scherno): Naturalmente.
N lui n io possiamo capirlo. Solamente lei pu. Perch
 una cosa cos profonda!
RICCARDO (stizzito): N lui, n tu e nemmeno lei.
Nessuno di voi.
BERTA (con grande amarezza): Lei s. Lei lo capir,
sciagurata. (Si volge e va al tavolino di destra. Riccardo
trattiene uno scatto. Breve pausa.)
RICCARDO (gravemente): Berta! Stai attenta prima di
parlare cos!
BERTA (volgendosi irritata): Non voglio dir nulla di
male! Di lei posso capire pi di te, perch sono una
donna. Sinceramente, posso. Ma quel che dico  vero.
RICCARDO: Ma  generoso? Pensaci.
BERTA (accennando al giardino):  lei che non  generosa!
Ricordati di quanto ti dico.
RICCARDO: Che cosa?
BERTA (gli si avvicina, poi in tono pi pacato): Tu hai
dato molto a quella donna, Dick, e lei pu esserne anche
meritevole. E pu anche capirlo, so che  una
donna fatta cos.
RICCARDO: Lo credi?

BERTA: S, ma credo anche che da lei, in compenso, tu
riceverai ben poco. Da lei o da chiunque altro della
sua cricca. Ricordati delle mie parole, Dick. Perch
lei non  generosa e nessuno di loro lo .  tutto sbagliato
quello che dico? Tutto?
RICCARDO (cupo): No. Non tutto. (Essa si china, raccoglie
da terra la rosa e la rimette dentro il vaso. Lui
la guarda. Brigida appare sulla porta a battenti di
destra.)
BRIGIDA: Signora, il t  servito.
BERTA: Bene.
BRIGIDA: Il signorino Archie  in giardino?
BERTA: S, chiamalo. (Brigida attraversa la stanza ed
esce verso il giardino. Berta va verso la porta di destra.
Vicino al divano si ferma e prende il foglietto.)
BRIGIDA (dal giardino): Signorino Archie! Venite a
prendere il t.
BERTA: Devo andare l?
RICCARDO: Vuoi andare?
BERTA: Voglio capire quali sono le sue intenzioni.
Devo andare?
RICCARDO: E perch me lo chiedi? Decidi tu.
BERTA: Tu mi dici di andare?
RICCARDO: No.
BERTA: Mi proibisci di andare?
RICCARDO: No.
BRIGIDA (dal giardino): Presto, signorino Archie! Il t
vi aspetta. (Rientra, attraversa la stanza ed esce per
la porta a battenti. Berta ripone il foglietto nella 
cintura del vestito, poi va lentamente verso destra. Vicino
alla porta si volge e si ferma.)
BERTA: Dimmi di non andare, e non andr.
RICCARDO (senza guardarla): Decidi tu.
BERTA: Se vado, non mi disapprovi?
RICCARDO (vibratamente): No, no! Non ti disapprover.
Sei libera. Non posso disapprovarti.
(Archie appare sulla porta del giardino.)
BERTA: Non ti ho ingannato. (Esce per la porta a battenti.
Riccardo rimane in piedi vicino alla tavola. Archie,
quando la madre  uscita, accorre a lui.)
ARCHIE (vivo): Be', gliel'hai chiesto?
RICCARDO (trasalendo): Che?...
ARCHIE: Posso andare?
RICCARDO: S.
ARCHIE: Domattina? Ha detto di s?
RICCARDO: S. Domattina. (Cinge con un braccio le
spalle del figlio e lo guarda con affetto.)
...
.
...
ATTO SECONDO.
...
.
...
Una stanza nel villino di Roberto Hand a Ranelagh.
A destra, sul davanti, un piccolo pianoforte nero
con un pezzo di musica aperto sul leggio. Pi indietro
un uscio che conduce alla porta di strada. Nella parete
di fondo una porta a due battenti, parata di tendaggi
scuri, che d in una stanza da letto. Presso il piano
un'ampia tavola su cui sta posata un'alta lampada a
olio, con un grande paralume giallo. Alcune sedie con
federe presso la tavola. Un tavolino da gioco pi avanti.
Alla parete di fondo uno scaffale con libri. A quella di
sinistra, nel fondo, una finestra che guarda sul giardino
e pi avanti una porta con un piccolo atrio, che mettono
anch'essi nel giardino. Poltrone qua e l. Vasi con pianticelle
nel portico e presso la porta a battenti. Sulla parete
molti disegni in bianco e nero, incorniciati.
Nell'angolo di destra, verso il fondo, una credenza e nel
mezzo della stanza, a sinistra della tavola, aggruppati,
una pipa turca, una bassa stufetta a petrolio, spenta,
una seggiola a dondolo.
La sera del medesimo giorno, Roberto Hand  seduto
al piano in abito da sera. Le candele sono spente, ma 
accesa la lampada sulla tavola. Roberto suona sottovoce
sui bassi le prime battute del canto di Wolframo,
nell'ultimo atto di Tannhuser. Poi smette e, appoggiando
il gomito sull'orlo della tastiera, rimane in atto
pensoso. Poi s'alza. Estrae uno spruzzatore da dietro il
piano e si aggira qua e l per la camera, spargendo
nell'aria getti di profumo. Aspira lentamente l'aria, poi
ripone lo spruzzatore dietro il piano. Si siede su una
scranna presso la tavola e, lisciandosi accuratamente i
capelli, sospira una o due volte, quindi si mette le mani
nelle tasche dei pantaloni, si stende all'indietro, allunga
le gambe, e aspetta. Si sente bussare. Roberto si alza
precipitosamente.
ROBERTO (esclamando): Berta! (Si precipita fuori dalla
porta di destra. Si odono voci confuse di saluto,
dopo pochi istanti Roberto rientra seguito da Riccardo
Rowan che veste di lana grigia come prima, ma
tiene in una mano un cappello di feltro scuro,
nell'altra un ombrello.)
ROBERTO: Prima di tutto, permetti che deponga questa
roba. (Prende cappello e ombrello, li porta nell'atrio,
rientra offrendo una sedia) Eccoti qua.  una fortuna
che tu mi abbia trovato. Perch non me l'hai detto
quest'oggi? Sei sempre stato un demonio in fatto di
sorprese. Chi sa, forse tutte quelle mie rievocazioni
del passato erano troppo forti per il tuo sangue selvaggio.
Guarda che esteta sono divenuto. (Fa cenno
alle pareti) Il pianoforte  una novit, dai tuoi tempi.
Quando sei arrivato, stavo strimpellando Wagner. Per
ammazzare il tempo. Sono pronto per la contesa.
(Ride) Stavo appunto domandandomi come sarebbero
andate le cose fra te e il vicecancelliere. (Con esagerata
apprensione) Ma ci vai con codesto abito? Be',
non ci far caso, direi. Ma che ore sono? (Trae l'orologio)
Gi le otto e venti. Cspita!
RICCARDO: Hai un appuntamento?
ROBERTO (ride nervosamente): Sei sospettoso, per!
RICCARDO: Allora posso sedermi?
ROBERTO: Naturalmente, naturalmente. (Siedono) Per
qualche minuto, almeno. Poi potremo uscire insieme.
Non  che il tempo stringa. Ha detto dalle otto alle
nove, vero? Che ora , a proposito? (Sta per guardare
di nuovo l'orologio, poi si trattiene) Le otto e venti, gi.
RICCARDO (infastidito, cupo): Anche il tuo appuntamento
era per la stessa ora. Qui.
ROBERTO: Quale appuntamento?
RICCARDO: Con Berta.
ROBERTO (lo fissa): Ma sei pazzo?
RICCARDO: O lo sei tu?
ROBERTO (dopo una pausa): Chi te l'ha detto?
RICCARDO: Lei. (Breve silenzio.)

ROBERTO (a bassa voce): S. Pazzo devo essere stato.
(Rapidamente) Riccardo, ascoltami.  un grande sollievo
per me che tu sia venuto qui... il massimo sollievo.
Ti assicuro che da quest'oggi non faccio che pensare
e pensare come posso troncare la cosa senza parere
uno sconclusionato. Un gran sollievo! Avevo anche
pensato di mandare una parola... una lettera, poche
righe. (Improvviso) Ma era troppo tardi... (Si passa
una mano sulla fronte) Lascia che ti parli francamente,
che ti dica tutto.
RICCARDO: So tutto. E da parecchio tempo.
ROBERTO: Da quando?
RICCARDO: Da quando la cosa  incominciata fra te e lei.
ROBERTO (di nuovo rapidamente): S, sono stato pazzo.
Ma fu pura leggerezza. Riconosco che averle
chiesto un appuntamento qui, per stasera,  stato un
errore. A te posso spiegare ogni cosa. E lo far. Sinceramente.
RICCARDO: Spiegami qual'era la parola che tu desideravi
tanto di dirle e non hai osato. Se puoi, o se vuoi.
ROBERTO (abbassa gli occhi, poi solleva il capo): S,
voglio. Ammiro profondamente la personalit della
tua... di... tua moglie. Ecco la parola. Posso dirla. Non
 un segreto.
RICCARDO: E allora, perch hai voluto farle la corte in
segreto?
ROBERTO: La corte?

RICCARDO: Le profferte che le rivolgevi a poco a
poco, giorno dopo giorno, le occhiate, le parole sommesse.
La corte, insomma.5
ROBERTO (meravigliato): Ma come sai queste cose?
RICCARDO: Me le ha dette lei.
ROBERTO: Oggi?
RICCARDO: No, volta per volta, man mano che accadevano.
ROBERTO: Tu sapevi? Da lei? (Riccardo annuisce) Ci
hai sorvegliati tutto questo tempo?
RICCARDO (freddamente): Sorvegliavo te.
ROBERTO (presto): Volevo dire, mi sorvegliavi. E non
hai detto mai una parola. Sarebbe bastato che aprissi
bocca... per salvarmi da me stesso. Tu mi mettevi alla
prova. (Torna a passarsi la mano sulla fronte) Ed era
una terribile prova; anche ora. (Con disperazione) Ma
via,  passata e mi servir di lezione per tutta la vita.
Tu adesso mi odierai per ci che ho fatto e per...
RICCARDO (calmo, guardandolo): Ho detto che ti odio?
ROBERTO: No, forse? Lo devi.
RICCARDO: Anche se Berta non me l'avesse raccontato,
l'avrei saputo lo stesso. Non ti sei accorto che,
quando sono tornato a casa oggi, sono entrato d'un
tratto nel mio studio?
ROBERTO: S, ricordo.
5 In italiano nell'originale. (N. D. T.)

RICCARDO: Per darti il tempo di ricomporti. Mi faceva
male vedere i tuoi occhi. E anche quelle rose. Non
so perch. Un gran mazzo di rose sbocciate.
ROBERTO: Pensavo di dovergliele portare. Che c'era di
strano? (Guarda Riccardo con espressione crucciata)
Erano forse troppe? O troppo sfiorite, troppo comuni?
RICCARDO: Per questo non ti ho odiato.  stato l'insieme
della cosa a rattristarmi tutt'a un tratto.
ROBERTO (a se stesso): E dire che questo  vero, che
sta accadendo... fra noi! (Per qualche momento, lo
fissa in silenzio, come inebetito; poi, senza volgere il
capo, continua) E anche lei voleva mettermi alla prova;
compiere su di me un esperimento per amor tuo.
RICCARDO: Tu conosci le donne meglio di me. Dice
che provava compassione per te.
ROBERTO (rimuginando): Mi compativa, perch non
sono pi... un amante ideale! Come le mie rose. Comuni,
sfiorite!
RICCARDO: Come tutti gli uomini, tu hai un pazzo
cuore vaneggiante.
ROBERTO (lentamente): Bene, finalmente hai parlato.
Hai scelto il momento opportuno.
RICCARDO (chinandosi): Non cos, Roberto, fra noi
due. Anni, tutta una vita di amicizia. Pensaci un momento.
Da quando eravamo bambini, ragazzi... No,
no, non cos... come ladri... di notte. (Guardandosi intorno)
E in un luogo come questo. No, Roberto, non 
da gente come noi.

ROBERTO: Che lezione! Riccardo, non ti so dire che
sollievo  per me che tu abbia parlato... che il pericolo
sia passato. S, s. (Con una certa diffidenza) Perch...
anche tu correvi un po' di pericolo, se ci pensi
bene. Non ti sembra?
RICCARDO: Quale?
ROBERTO (stesso tono): Non so. Voglio dire, se tu non
avessi parlato. Se tu avessi continuato a sorvegliare,
ad aspettare finch...
RICCARDO: Finch?
ROBERTO (coraggiosamente): Finch fossi arrivato al
punto che lei mi piacesse sempre e sempre pi (perch
ti garantisco che  solo una delle mie idee sventate),
lei mi piacesse profondamente, la amassi. Allora,
tu avresti parlato, come hai parlato adesso? (Riccardo
tace, Roberto prosegue con pi baldanza) Sarebbe
stata una cosa ben diversa, ti pare? Perch allora,
forse sarebbe stato troppo tardi; mentre adesso non
lo . Che cosa avrei potuto dirti allora? Ti avrei detto
semplicemente: tu sei il mio amico, il mio caro, grande
amico. Mi dispiace tanto, ma io l'amo. (Con improvviso
gesto di fervore) L'amo e far di tutto per togliertela,
perch l'amo. (Si fissano in viso l'un l'altro
per alcuni momenti in silenzio.)
RICCARDO (calmo): Questo  un linguaggio che ho
sentito sovente e nel quale non ho mai creduto. Togliermela.
Per furto o con violenza? Per furto non potevi
perch in casa mia le porte sono aperte, e nemmeno
con violenza, se nessuno ti resisteva.

ROBERTO: Tu dimentichi che il regno dei cieli ammette
la violenza; e il regno dei cieli  come una donna.
RICCARDO (sorridendo): Continua.
ROBERTO (timidamente, ma con coraggio): Pensi di
avere dei diritti su di lei, sul suo cuore?
RICCARDO: Nessuno.
ROBERTO: Per quello che hai fatto per lei? Tanto  stato!
E non pretendi nulla?
RICCARDO: Nulla.
ROBERTO (dopo una pausa, si d con la mano un colpo
sulla fronte): Che sto dicendo? O che sto pensando?
Vorrei che tu mi rimproverassi, mi maledicessi,
mi odiassi come merito. Tu ami questa donna. Ricordo
tutto quanto mi hai detto tempo fa.  tua, opera
tua. (Improvvisamente)  stato questo, anche, a trascinarmi
verso di lei. Tu sei cos forte, che mi attiri anche
attraverso di lei.
RICCARDO: Io? Sono un debole.
ROBERTO (con entusiasmo): Tu, Riccardo? Sei l'incarnazione
della forza!
RICCARDO (porge le proprie mani): Senti queste
mani.
ROBERTO (prendendogliele): S. Le mie sono pi robuste.
Ma la forza che intendo io  un'altra.
RICCARDO (tetro): Credo che tu voglia tentare di sottrarmela
con la violenza. (Ritira lentamente le mani.)
ROBERTO (rapidamente): Momenti di pura follia,
quelli in cui sentiamo un'intensa passione per una
donna. Non vediamo pi nulla. Non pensiamo pi a
nulla. Tranne che a possederla. Sar brutale, bestiale,
tutto quello che vuoi.
RICCARDO (con una certa timidezza): Temo che questo
violento desiderio di possedere una donna non sia
amore.
ROBERTO (impaziente): Nessun uomo  mai vissuto
sulla terra, che non desiderasse di possedere  dico
nella carne  la donna che ama.  legge di natura.
RICCARDO (con sprezzo): E a me, che importa? L'ho
votata io questa legge?
ROBERTO: Ma se tu ami... che altro  per te amore?
RICCARDO (con esitazione): Desiderare il suo bene.
ROBERTO (con calore): Ma la passione che notte e
giorno ci infiamma di possederla... Tu la senti come
me. E non  ci che ora hai detto.
RICCARDO: Hai tu... (Si ferma per un attimo) Hai tu la
luminosa certezza che il tuo sia proprio il cervello, a
contatto del quale il suo deve pensare e capire, che il
tuo sia proprio il corpo, a contatto del quale il suo
deve sentirsi stimolato? Hai in te questa certezza?
ROBERTO: E tu?
RICCARDO (turbato): Un tempo s, l'ho avuta, Roberto:
una certezza luminosa come quella della mia stessa
esistenza, o almeno un'illusione altrettanto luminosa.
ROBERTO (con prudenza): Ed ora?
RICCARDO: Se tu avessi questa certezza, e io potessi
accorgermi che l'hai... anche adesso...
ROBERTO: Che faresti?
RICCARDO (calmo): Me ne andrei. Tu, non io, le saresti
necessario. Tornerei solo, com'ero prima di conoscerla.
ROBERTO (si strofina nervosamente le mani): Un simpatico,
gentile carico di coscienza per me!
RICCARDO (senza ascoltarlo): Oggi, quando sei venuto
a casa, hai incontrato mio figlio. Me l'ha detto lui.
Che sentimento hai provato?
ROBERTO (subito): Di piacere.
RICCARDO: Nient'altro?
ROBERTO: Nient'altro. Salvo che ho pensato due cose
in una volta. Sono fatto cos. Se vedessi il mio migliore
amico disteso nella cassa da morto e la sua faccia
avesse un'espressione comica, non potrei trattenermi
dal ridere. (Con un piccolo gesto di disperazione)
Son fatto cos. Ma soffrirei anche, profondamente.
RICCARDO: Hai parlato di coscienza... Archie ti 
sembrato soltanto un bambino... o un angelo?
ROBERTO (scuotendo il capo): No. N un angelo, n
un anglosassone. Due cose, debbo dire, per le quali
ho pochissima simpatia.
RICCARDO: Proprio mai? Neppure... di fronte a lei?
Dimmelo. Voglio sapere.
ROBERTO: Dentro di me, provo qualcosa di diverso.
Credo che nel giorno del Giudizio (se  vero che verr),
quando ci troveremo tutti radunati, l'Onnipotente
ci parler appunto in questo modo. Noi gli diremo che
abbiamo vissuto castamente con una sola creatura.

RICCARDO (con amarezza): Mentire con lui?
ROBERTO: O che abbiamo cercato di farlo. Ed Egli ci
dir: Stolti! Chi v'ha detto che dovevate prodigarvi
ad un solo essere? Eravate fatti per prodigarvi a molti,
liberamente. Con le mie dita, ho scritto questa legge
nei vostri cuori.
RICCARDO: Anche nel cuore della donna?
ROBERTO: S. Possiamo chiudere il nostro cuore a un
affetto che sentiamo profondamente? Dobbiamo chiuderlo?
Lo deve la donna?
RICCARDO: Ma noi parlavamo d'unione dei corpi...
ROBERTO: L'affetto tra uomo e donna deve arrivare a
quella. Se la sopravvalutiamo,  perch abbiamo la
mente contorta. Oggi per noi essa non ha maggiore
importanza che qualsiasi altra forma di contatto... che
un bacio.
RICCARDO: Se non ha nessuna importanza perch ti
senti insoddisfatto, finch non hai raggiunto quello
scopo? Perch stasera stavi qui ad aspettare?
ROBERTO: La passione tende ad arrivare pi in l che
pu; ma, che tu mi creda o no, io non avevo nessuna
intenzione... di raggiungere quello scopo.
RICCARDO: Raggiungilo, se puoi. Io non user contro
di te nessuna delle armi che il mondo mi mette nelle
mani. Se la legge che le dita di Dio hanno scritta nei
nostri cuori  quella che tu dici, anch'io sono una
creatura di Dio. (Si alza e per qualche momento passeggia
avanti e indietro in silenzio. Poi si dirige verso 
l'atrio, e s'appoggia allo stipite. Roberto lo osserva.)
ROBERTO: Questo l'ho sempre sentito. In me e negli
altri.
RICCARDO (assente): S?
ROBERTO (con gesto vago): E riguardo a tutti. Anche
una donna ha diritto di far le sue prove con molti uomini,
finch trova l'amore. Un'idea immorale, forse?
Ci volevo scrivere un libro. L'ho cominciato...
RICCARDO (c. s.): S?
ROBERTO: Perch ho conosciuto una donna che mi pareva
facesse cos... mettesse in atto quell'idea nella
sua vita personale. E mi ha interessato moltissimo.
RICCARDO: Quando  accaduto?
ROBERTO: Oh, non di recente. Quando voi eravate via.
(Riccardo si stacca abbastanza bruscamente dallo
stipite e si rimette a passeggiare avanti e indietro.)
ROBERTO: Come vedi, sono pi onesto di quanto tu
pensassi.
RICCARDO: Vorrei che tu non avessi pensato a quella
donna in questo momento... chiunque fosse, o sia.
ROBERTO (disinvolto): Era ed  la moglie di un agente
di cambio.
RICCARDO (volgendosi): Lo conosci?
ROBERTO: Intimamente. (Riccardo torna a sedersi al
posto di prima e si china in avanti, il capo tra le
mani. Roberto avvicina un po' la propria sedia) Posso
farti una domanda?
RICCARDO: Di' pure.

ROBERTO (con qualche esitazione): Ti  mai accaduto
in questi anni... intendo dire quando eri lontano da lei,
magari, o durante i tuoi viaggi... di... tradirla con
un'altra? Tradirla voglio dire, non col sentimento. Fisicamente,
insomma... Ti  mai accaduto?
RICCARDO: S, m' accaduto.
ROBERTO: E che hai fatto?
RICCARDO (c. s.): Ricordo la prima volta. Rincasai.
Era di notte: la mia casa silenziosa. Il bambino dormiva
nella sua culla. Anche Berta dormiva. La destai e
le dissi tutto. Piangevo vicino al suo letto, e le lacerai
il cuore.
ROBERTO: Oh, Riccardo, perch l'hai fatto?
RICCARDO: Di tradirla?
ROBERTO: No. Di raccontarglielo, di svegliarla per
raccontarglielo. Era questo a lacerare il suo cuore.
RICCARDO: Doveva sapere come sono.
ROBERTO: Ma tu non sei quello.  stato un momento
di debolezza.
RICCARDO (soprappensiero): Ed andavo alimentando
la fiamma della sua innocenza con la mia colpa.
ROBERTO (bruscamente): Oh, non parlare di colpa n
di innocenza. Sei stato tu a farla quella che . Una
strana e meravigliosa personalit... ai miei occhi, almeno.
RICCARDO (cupamente): O l'ho uccisa.
ROBERTO: Uccisa?
RICCARDO: Nella verginit della sua anima.

ROBERTO (impaziente): Tanto meglio. Che sarebbe divenuta
lei, senza di te?
RICCARDO: Ho tentato di darle una nuova vita.
ROBERTO: E ci sei riuscito. Una nuova e splendida
vita.
RICCARDO: Ma vale quello che le ho tolto? La sua
adolescenza, le sue risate, la giovane bellezza, le speranze
del suo giovane cuore?
ROBERTO (decisamente): S. Lo vale perfettamente.
(Guarda Riccardo per qualche momento, in silenzio)
Se tu l'avessi trascurata, avessi vissuto disordinatamente,
l'avessi portata via, cos lontana, solo per farla
soffrire... (Si interrompe. Riccardo solleva il capo, e
lo guarda.)
RICCARDO: E se fosse cos?
ROBERTO (leggermente confuso): Sai che qui si sono
fatte delle chiacchiere sulla tua vita all'estero... una
vita disordinata. Gente che ti ha conosciuto o incontrato,
o sentito parlare di te a Roma. Pettegolezzi bugiardi.
RICCARDO (freddo): Continua.
ROBERTO (ride un po' aspramente): Perfino io, talvolta,
pensavo a lei come ad una vittima. (Con dolcezza)
E naturalmente, Riccardo, io ho sempre sentito e saputo
che tu eri un uomo di grande ingegno... e qualcosa
di pi che ingegno. E questa era la tua giustificazione...
efficace, a mio modo di vedere.
RICCARDO: E non hai pensato che forse proprio adesso...
in questo momento... la sto trascurando? (Stringe 
le mani nervosamente, poi si china protendendosi
verso Roberto) Posso continuare a tacere. E lei ti si
potrebbe abbandonare... completamente, e chi sa
quante volte.
ROBERTO (indietreggiando d'improvviso): Mio caro
Riccardo, caro amico mio, ti giuro che non saprei farti
soffrire.
RICCARDO (seguitando): Potresti allora capire
nell'anima e nel corpo, in mille forme, e sempre con
turbamento, ci che un vecchio teologo, Duns Scoto,
credo, chiamava la morte dello spirito.
ROBERTO (con impazienza): Morte. No, affermazione!
Una morte! Il supremo istante della vita, da cui deriva
tutta la vita a venire, la legge eterna della natura stessa.
RICCARDO: E quell'altra legge di natura, come tu la
chiami: il cambiamento. Che accadr quando tu diventerai
nemico suo e mio, quando la sua bellezza, o
ci che ora ti sembra tale, ti avr ormai tediato, e il
mio affetto per te ti sembrer falso e odioso?
ROBERTO: Ma questo non accadr mai. Mai.
RICCARDO: E ti rivolterai perfino contro te medesimo
per avermi conosciuto o esserti destreggiato con noi
due.
ROBERTO (grave): Ma questo non sar mai, Riccardo.
Rassicrati.
RICCARDO (con disprezzo): Che ci accada o no, poco
m'importa... C' ben altro che mi fa assai pi paura.

ROBERTO (scuote il capo): Paura, tu? Non ti credo,
Riccardo. Da quando eravamo ragazzi, ho seguito il
tuo modo di pensare. Tu non sai che cosa sia paura
morale.
RICCARDO (mettendogli una mano sul braccio):
Ascoltami. Lei  morta.  distesa sul mio letto. Io
guardo il suo corpo che ho tante volte tradito, e cos
ignobilmente. E amato, anche, e sul quale ho pianto.
Ed io so che il suo corpo mi  stato lealmente sottomesso.
A me, a me soltanto lei ha offerto... (Ha uno
schianto e si volge, incapace di proseguire.)
ROBERTO (piano): Riccardo, non tormentarti. Non occorre.
Lei ti  sempre fedele, corpo ed anima. Di che
hai paura?
RICCARDO (si volge a lui, quasi con violenza): Non 
questa la paura. Ma di dovere allora rimproverarmi di
aver preso tutto per me, tutto quanto perch non potevo
sopportare che lei desse ad altri ci che era in sua
facolt, e non mia, di dare; perch ho accettato da lei
la sua fedelt e ho reso la sua vita pi povera d'amore.
Questa la mia paura. Di frappormi tra lei e qualche
momento di vita che potrebbe essere suo, tra lei e te,
tra lei e chiunque altro, tra lei e qualunque altra cosa.
Questo non voglio farlo. Non posso, n voglio. Non
oso. (Si abbandona sulla sedia senza fiato, gli occhi
sfavillanti. Roberto si alza con calma, e si pone dietro
la sua sedia.)
ROBERTO: Dammi retta, Riccardo. Ci siamo detti tutto
quello ch'era da dire. Il passato  passato.

RICCARDO (rapido ed aspro): Aspetta. Una cosa ancora.
Perch anche tu mi devi conoscere come sono...
adesso.
ROBERTO: Ancora? C' altro ancora?
RICCARDO: Ti ho detto che oggi, nel vedere i tuoi occhi,
ho provato una grande tristezza. Ho sentito che la
tua umilt, la tua sottomissione ti univano a me in una
specie di fraternit. (Si volge un poco verso di lui) E
allora mi sono reso conto di tutta la nostra comunanza
di vita nel passato, e ho desiderato di gettarti le braccia
al collo.
ROBERTO (profondamente e subitamente commosso):
 nobile, da parte tua, Riccardo, perdonarmi cos.
RICCARDO (lottando contro se stesso): Ti ho detto che
non volevo vederti commettere nulla di falso e di ipocrita
contro di me... contro la nostra amicizia, contro
di lei; che tu me la rubassi subdolamente, segretamente,
vilmente... nel buio, di notte... tu, Roberto, il
mio amico...
ROBERTO: Lo so. Ed era nobile, da parte tua.
RICCARDO (fissandolo con sguardo fermo): No, non
nobile. Ignobile.
ROBERTO (con un gesto involontario): Ma come? Perch?
RICCARDO (torna a volgersi, poi con voce pi bassa):
Questo  ci che debbo dirti. Perch nel profondo del
mio ignobile cuore, io desideravo avidamente di essere
tradito da te e da lei... nel buio, di notte, segretamente,
vilmente, subdolamente. Da te, che sei il mio
amico migliore, e da lei. Desideravo con passione,
ignobilmente, di essere disonorato per sempre
nell'amore e nel piacere, di essere...
ROBERTO (chinandosi un poco, pone la mano davanti
alla bocca dell'amico): Basta. Basta. (Toglie la mano)
Ma no. Va avanti.
RICCARDO: Di essere per sempre una svergognata
creatura e di ricostruire la mia anima sulle rovine della
mia vergogna.
ROBERTO: E per questo volevi che lei...
RICCARDO (con calma): Lei ha sempre parlato della
sua innocenza, come io ho sempre parlato della mia
colpa, umiliandomi.
ROBERTO: Per orgoglio, allora?
RICCARDO: Per orgoglio e per ignobile desiderio. E
per una ragione ancora pi profonda.
ROBERTO (con decisione): Ti capisco. (Torna a sedere
al posto di prima, e si mette a parlare d'improvviso
accostando la propria sedia) Non pu essere che noi
ci troviamo ora e qui in presenza di un momento che
liberer entrambi... me quanto te... dagli ultimi vincoli
di ci che si chiama morale. La mia amicizia per te
mi ha posto dei vincoli.
RICCARDO: Ben leggeri, a quanto pare.
ROBERTO: Ho agito nel buio, in segreto. Non mi accadr
pi. Hai il coraggio di lasciarmi agire liberamente?
RICCARDO: Un duello... fra noi?

ROBERTO (con fervore crescente): Una battaglia fra le
nostre anime, per diverse che siano, contro tutto ci
che v' di falso in loro e nel mondo. Una battaglia
della tua anima contro lo spettro della fedelt, della
mia contro lo spettro dell'amicizia. Tutta la vita  una
conquista, la vittoria dell'umana passione sulle imposizioni
della vilt. Vuoi, Riccardo? Hai questo coraggio?
Anche se questo polverizza fino all'atomo la nostra
amicizia, anche se frantuma per sempre l'ultima
illusione della tua vita? Un'eternit era prima che noi
nascessimo, un'altra succeder dopo che saremo morti.
Solo il momento accecante della passione... passione
libera, senza vergogna, irresistibile...  questa
l'unica apertura dalla quale ci sia dato di fuggire la
miseria di ci che gli schiavi chiamano vita. Non 
questo il linguaggio della tua giovinezza, che tante
volte ho ascoltato da te, proprio qui, nel luogo dove
ora sediamo? Sei forse cambiato?
RICCARDO (passandosi una mano sulla fronte): Gi. 
il linguaggio della mia giovinezza.
ROBERTO (con ardente intensit): Riccardo, tu mi hai
condotto a questo punto. Tanto lei che io non abbiamo
ubbidito che alla tua volont. Tu, proprio tu hai risvegliato
quelle parole nel mio cervello. Le tue stesse
parole. Vogliamo? Liberi? Insieme?
RICCARDO (dominando l'emozione): Insieme, no.
Combatti la tua battaglia da solo. Non sar io a liberarti.
Lascia che, da me, io combatta la mia.
ROBERTO (si alza deliberato): Allora, tu mi permetti?

RICCARDO (si alza anche lui, calmo): Liberati. (Si
sente bussare alla porta dell'atrio.)
ROBERTO (trasalendo): Che ?
RICCARDO (calmo): Berta, evidentemente. Non le hai
chiesto di venire qui?
ROBERTO: S, ma... (Guardandosi attorno) Allora me
ne vado, Riccardo.
RICCARDO: No, me ne vado io.
ROBERTO (disperato): Riccardo, ti supplico, lasciami
andare. Tutto  finito. Lei  tua. Tienila con te, e perdonatemi,
tutti e due.
RICCARDO: Forse perch sei cos generoso da consentirmelo?
ROBERTO (acceso): Riccardo, se parli cos, mi fai sdegnare
contro di te.
RICCARDO: Sdegno o no, non voglio sfruttare la tua
generosit. Tu le hai chiesto di venire qui, stasera, da
sola. Sbrigatevela tra voi.
ROBERTO (subitamente): Apri la porta. Andr ad
aspettare in giardino. (Va verso l'atrio) Spiegale tu,
Riccardo, meglio che ti riesce. Io non posso vederla
adesso.
RICCARDO: Te l'ho detto. Me ne vado. Se vuoi, aspettala
pure l fuori. (Esce dalla porta di destra. Roberto
esce frettolosamente dall'atrio ma torna subito indietro)
Un ombrello! (Con gesto subitaneo) Oh! (Torna
a uscire dall'atrio. Si sente aprire e chiudere la porta
d'entrata. Riccardo entra seguito da Berta che indossa 
un vestito bruno e porta un piccolo cappello rosso
scuro. Non ha n ombrello, n impermeabile.)
RICCARDO (gaiamente): Ben tornata nella vecchia Irlanda!
BERTA (seria e nervosa):  questo il luogo?
RICCARDO: S. Come sei riuscita a trovarlo?
BERTA: L'ho detto al vetturino. Non mi andava di farmi
indicare la strada. (Guardandosi attorno con curiosit)
Non mi stava aspettando? Se n' andato?
RICCARDO (addita il giardino): Ti aspetta l fuori. Era
qui quando sono venuto.
BERTA (dominandosi): Lo vedi? Alla fine, ci sei venuto.
RICCARDO: Supponevi che non l'avrei fatto?
BERTA: Lo sapevo, che non saresti riuscito a star lontano
di qui. Vedi, che hai un bel fare, ma sei come tutti
gli altri uomini. Dovevi venir qui. Sei geloso come gli
altri.
RICCARDO: Sembri un po' irritata di trovarmi qui.
BERTA: Che  accaduto fra di voi?
RICCARDO: Gli ho detto che sapevo ogni cosa, che sapevo
da tempo. Mi ha domandato come. Ho risposto
che l'ho saputo da te.
BERTA: Mi odia?
RICCARDO: Non posso leggergli in cuore.
BERTA (si siede desolata): S, mi odia. Crede che mi
sia fatta gioco di lui... che lo abbia ingannato. Sapevo
che sarebbe stato cos.

RICCARDO: Gli ho detto che tu sei stata sincera con
lui.
BERTA: Non lo creder. Nessuno lo crederebbe. Toccava
a me di dirglielo, per la prima. Non a te.
RICCARDO: Lo credevo un qualsiasi ladruncolo, pronto
a usare anche la violenza contro di te. Ti dovevo
pur difendere da questo.
BERTA: Mi sarei difesa da me.
RICCARDO: Ne sei sicura?
BERTA: Bastava che gli dicessi che tu mi sapevi qui.
Ora non potr scoprire pi nulla. Mi odia e ne ha il
diritto. L'ho trattato in modo indegno, vergognoso.
RICCARDO (le prende le mani): Berta, guardami in
viso.
BERTA (volgendosi a lui): Ebbene?
RICCARDO (la fissa negli occhi, poi lascia ricadere le
sue mani): Non posso leggere nel tuo e nemmeno nel
suo cuore.
BERTA (fissandolo ancora): Non potevi rimanere via di
qui. Non ti fidi di me? Lo vedi, sono perfettamente
calma. Avrei potuto nasconderti tutto.
RICCARDO: Ne dubito.
BERTA (con un lieve cenno del capo): Oh, assai facilmente,
se avessi voluto.
RICCARDO (cupo): Forse adesso ti dispiace di non
averlo fatto.
BERTA: Forse s.

RICCARDO (brusco): Quanto sei stata sciocca a dirmi
tutto! Sarebbe stato cos carino se me l'avessi tenuto
segreto.
BERTA: Come fai tu, vero?
RICCARDO: Come faccio io, s. (Si volge per andarsene)
Addio, per ora.
BERTA (si alza, preoccupata): Te ne vai?
RICCARDO: Si capisce. La mia parte qui  finita.
BERTA: Vai da lei, immagino.
RICCARDO (stupito): Da chi?
BERTA: Da quella gentildonna. Immagino che sia tutto
combinato in modo che tu non perda l'occasione di
incontrarla e di fare una conversazione intellettuale.
RICCARDO (con uno scatto di aspra collera): Il diavolo,
incontrare!
BERTA (si toglie gli spilloni dal cappello, si siede):
Bene. Puoi andartene. Adesso so che cosa mi rimane
da fare.
RICCARDO (ritorna da lei, le si avvicina): Tu non credi
una parola di quanto dici.
BERTA (calma): Puoi andartene. Perch non vai?
RICCARDO: Allora se sei venuta qui da lui e l'hai spinto
cos oltre,  per colpa mia, non  vero?
BERTA: C' una sola persona in tutta questa faccenda
che non sia scema. E quella sei tu. Io lo sono, nonostante
tutto, e lui anche.
RICCARDO (continuando): Se  cos, tu l'hai trattato
veramente in modo indegno e vergognoso.

BERTA (indicando Riccardo): S. Ma  colpa tua. E
adesso la far finita. Io sono semplicemente un balocco
nelle tue mani. Non hai rispetto per me. E non ne
hai mai avuto perch ho fatto quello che ho fatto.
RICCARDO: E lui, ha rispetto?
BERTA: Certo. Di tutte le persone che ho incontrato
dopo il mio ritorno,  il solo che ne abbia. Eppure sa
ci che gli altri sospettano soltanto. Perci gli ho voluto
bene dal primo momento, e gliene voglio ancora.
Bel rispetto ha quella donna per me! Perch non hai
chiesto a lei di venir via con te nove anni fa?
RICCARDO: Lo sai perch, Berta. Domandalo a te stessa.
BERTA: S, lo so. Tu sapevi la risposta che avresti ricevuta.
Questo il perch.
RICCARDO: Non questo. A te non lo domandai nemmeno.
BERTA: Gi. Ma tu sapevi che, richiesta o no, sarei partita
lo stesso. Io le faccio, le cose. Ma se faccio una
cosa, posso farne due. Visto che ho la nomea, posso
averne i vantaggi.
RICCARDO (con crescente agitazione): Berta, io accetto
quel che sar. Mi sono fidato di te per il passato,
mi fider ancora.
BERTA: Per valertene contro di me. Per lasciarmi allora.
(Quasi con passione) Perch dunque non mi difendi
contro di lui? Perch te ne vai adesso senza dirmi
una parola? Dick, in nome di Dio, dimmi che cosa
vuoi che io faccia.

RICCARDO: Non posso, cara. (Lottando con se stesso)
Te lo dir il tuo cuore. (Le prende le mani) Io provo
dentro di me una gioia selvaggia nel guardarti, Berta.
Ti vedo come sei. Che io sia apparso per primo nella
tua vita, o comunque prima di lui... pu non significare
nulla per te. Tu puoi esser sua pi che mia.
BERTA: Non lo sono. Soltanto ho simpatia anche per lui.
RICCARDO: E io pure. Puoi essere sua e mia. Avr fiducia
in te, Berta, e anche in lui. Lo devo. Non posso
odiarlo dal momento che le sue braccia ti hanno stretta.
Tu ci hai riavvicinati. Nel tuo cuore c' qualcosa di
ancor pi saggio della saggezza medesima. Che sono
io, per proclamarmi signore del tuo cuore o del cuore
di una qualsiasi donna? Amalo, Berta: sii sua; concediti
a lui, se lo desideri... o se puoi.
BERTA (come trasognata): Ebbene, rester.
RICCARDO: Arrivederci. (Abbandona le mani di lei ed
esce rapidamente da sinistra. Berta rimane seduta.
Poi si alza e va timidamente verso l'atrio. Indugia
presso di quello poi, dopo qualche perplessit, chiama
in direzione del giardino.)
BERTA: C' qualcuno l?... (Nello stesso tempo si ritrae
verso il centro della stanza. Poi torna a chiamare,
come prima) C' qualcuno l? (Roberto appare sulla
porta spalancata che conduce al giardino. Il soprabito
abbottonato, il bavero rialzato. Si appoggia leggermente
con le mani allo stipite, attendendo che Berta lo scorga. 
Berta, nell'accorgersi di lui, indietreggia.
Poi rapidamente) Roberto!
ROBERTO: Sei sola?
BERTA: S.
ROBERTO (guardando verso la porta di destra): E lui
dov'?
BERTA: Se n' andato. (Nervosamente) Mi hai fatto
paura. Da dove sei sbucato?
ROBERTO (con un cenno del capo): Di l fuori. Non te
l'ha detto che ero l fuori... ad aspettarti?
BERTA: S, me l'ha detto. Ma ero tutta impaurita, qui
sola. Con la porta aperta, ad aspettare. (Va alla tavola
e posa una mano su un angolo) Perch stai cos sulla
porta?
ROBERTO: Perch? Anch'io ho paura.
BERTA: Di che?
ROBERTO: Di te.
BERTA (abbassa gli occhi): Mi odii adesso?
ROBERTO: Ti temo. (Intrecciando le mani dietro il
dorso, con calma ma con una punta di sfida) Temo
qualche nuova tortura... qualche nuova insidia.
BERTA (c. s.): Di che cosa mi rimproveri?
ROBERTO (avanza di qualche passo, si ferma, poi concitatamente):
Perch mi hai spinto cos oltre? Un
giorno dopo l'altro, sempre pi. Perch non mi hai
fermato? Avresti potuto... bastava una parola. Ma
nemmeno una parola! Io ho dimenticato me stesso,
lui. Tu te ne accorgevi. E ch'io mi stavo rovinando ai
suoi occhi, perdendo la sua amicizia. Questo volevi
da me?
BERTA (alzando gli occhi): Non mi hai mai interrogata.
ROBERTO: A che proposito?
BERTA: Se lui aveva dei sospetti... o sapeva.
ROBERTO: E tu me l'avresti detto?
BERTA: S.
ROBERTO (esitando): E a lui hai confessato... ogni
cosa?
BERTA: S.
ROBERTO: Dico... i particolari?
BERTA: Tutto.
ROBERTO (con un sorriso forzato): Capisco. Volevi
fare un esperimento per amor suo. Su di me. Perch
no? Pare ch'io fossi un ottimo soggetto. Per, era un
po' crudele, da parte tua.
BERTA: Cerca di capirmi, Roberto. Devi cercare.
ROBERTO (con gesto cortese): Bene, mi prover.
BERTA: Perch te ne stai cos presso la porta? Mi innervosisce
guardarti.
ROBERTO: Sto cercando di capire. E perci ho paura.
BERTA (tendendo la mano): Non devi averne.
ROBERTO (avanza rapido verso di lei e le prende la
mano. Poi con diffidenza): Usavate ridere di me... insieme?
(Lasciando ricadere la mano) Ma ora debbo
star buono, se no tornerete a ridere di me... stanotte.
BERTA (dolente, gli pone una mano sul braccio):
Ascoltami, ti prego, Roberto... Ma tu sei tutto bagnato,
inzuppato! (Gli passa la mano sulla giacca) Povero
caro! L fuori, alla pioggia, tutto questo tempo.
Non ci avevo pensato.
ROBERTO (ridendo): Gi, non hai pensato al tempo
che fa.
BERTA: Ma sei davvero inzuppato. Devi cambiarti la
giacca.
ROBERTO (le prende le mani): Dimmi,  piet allora,
quella che provi per me, come lui... come Riccardo...
dice?
BERTA: Per favore, Roberto, cambiati la giacca, visto
che te lo chiedo. Rischi di prenderti un tremendo raffreddore.
Via, ti prego.
ROBERTO: E che vuoi che importi, adesso?
BERTA (guardandosi intorno): Dove li tieni i tuoi vestiti?
ROBERTO (indica la porta di fondo): L dentro. Credo
di aver qui una giacca da camera. (Malizioso) Nella
camera da letto.
BERTA: Bene, va a mettertela.
ROBERTO: E tu?
BERTA: Ti aspetter qui.
ROBERTO: Me lo ordini.
BERTA (ridendo): S, te lo ordino.
ROBERTO (subito): Allora ubbidisco. (Va rapidamente
verso la camera da letto, poi si volge) Non te ne vai,
eh?
BERTA: No, ti aspetto. Ma fa presto.
ROBERTO: Un momento solo. (Entra nella camera da
letto, lasciando la porta aperta. Berta si guarda attorno 
con curiosit, poi d un'occhiata indecisa verso
la porta di fondo. Roberto, dalla camera da letto)
Te ne sei andata?
BERTA: No.
ROBERTO: Io sono qui al buio. Devo accendere la lampada.
(Lo si sente sfregare un fiammifero, posare un
paralume di vetro su una lampada. Una luce rosea
trapela dalla porta. Berta d un'occhiata al suo orologio
da polso, poi siede presso la tavola. Roberto,
come prima) Ti piace quest'effetto di luce?
BERTA: Oh, s.
ROBERTO: Lo puoi ammirare di dove sei?
BERTA: Benissimo.
ROBERTO: Era destinato a te.
BERTA (confusa): Non son degna nemmeno di questo.
ROBERTO (chiaro, acre): Pene d'amore perdute.
BERTA (alzandosi nervosa): Roberto!
ROBERTO: Che c'?
BERTA: Vieni qui, presto! Presto!
ROBERTO: Sono pronto. (Compare sulla soglia, indossando
una giacca di velluto verde scuro. Scorgendo
l'agitazione di lei, le si avvicina rapidamente.) Che
c', Berta?
BERTA (tremando): Avevo paura.
ROBERTO: Di star sola?
BERTA (gli afferra le mani): Sai quel che voglio dire.
Ho i nervi sconvolti.
ROBERTO: Perch io...?

BERTA: Promettimi, Roberto, di non pensare a una cosa
simile. Mai. Se appena mi vuoi bene. In quel momento
mi  sembrato...
ROBERTO: Che idea!
BERTA: Ma promettimelo, se mi vuoi bene.
ROBERTO: Se ti voglio bene, Berta! Prometto. Certo
che prometto. Ma tu tremi tutta.
BERTA: Fammi sedere un po'! Passer subito.
ROBERTO: Mia povera Berta, siedi, siedi qui. (La conduce
ad una sedia presso la tavola. Lei si siede. Lui
rimane in piedi al suo fianco. Dopo una breve pausa)
Passato?
BERTA: S.  stata cosa di un attimo. Ero molto stupida.
Avevo paura di... Volevo vederti accanto a me.
ROBERTO: Paura di... di quello a cui mi hai fatto promettere
di non pensare?
BERTA: S.
ROBERTO (vivamente): O di qualcosa d'altro?
BERTA (sconsolata): Roberto, avevo paura di qualcosa.
Non so bene di che.
ROBERTO: E adesso?
BERTA: Adesso sei qui. Ti vedo.  passata.
ROBERTO (con aria rassegnata): Passata. Gi. Pene
d'amore perdute.
BERTA (guardandolo): Ascoltami, Roberto.  cosa su
cui bisogna che mi spieghi. Non potrei ingannare
Dick. Mai. In nulla. Gli ho raccontato tutto quanto...
fin da principio. Poi la cosa  andata sempre pi
avanti; e ancora tu non m'avevi parlato n chiesto nulla.
Mi occorreva che tu lo facessi.
ROBERTO:  questa la verit, Berta?
BERTA: S. Mi urtava che tu potessi pensare che io ero
come... come le altre donne che tu probabilmente hai
conosciute a quel modo. Credo che anche Dick abbia
ragione. A che pro tenere dei segreti?
ROBERTO (teneramente): Eppure i segreti possono essere
molto dolci. O forse no?
BERTA (sorride): S, lo so che possono. Ma vedi, io non
saprei tenere nulla di segreto a Dick. E poi, con che
vantaggio? Alla fine, le cose si risanno sempre. Non 
meglio che la gente sappia?
ROBERTO (tenero e un po' timido): Come hai potuto,
Berta, raccontargli tutto? Come? Proprio tutte le cose
che ci sono state tra noi?
BERTA: S, tutto quello che m'ha domandato.
ROBERTO: E ti ha domandato... molto?
BERTA: Tu sai com' fatto. T'interroga su tutto. Da
cima a fondo.
ROBERTO: E anche dei nostri baci?
BERTA: Naturalmente. Gli ho detto tutto.
ROBERTO (scuote lentamente il capo): Straordinaria
piccola creatura! Non avevi vergogna?
BERTA: No.
ROBERTO: Nemmeno un po'?
BERTA: No. E perch?  cos terribile?
ROBERTO: E come l'ha presa? Dimmi. Voglio sapere
tutto, anch'io.

BERTA (ride): Lo eccitava. Pi del solito.
ROBERTO: Perch?  ancora cos eccitabile?
BERTA (maliziosa): S, molto. Quando non  perduto
dietro la sua filosofia.
ROBERTO: Pi di me?
BERTA: Pi di te? (Riflettendo) Come potrei rispondere?
Lo siete tutti e due, direi. (Roberto si volge da un
lato e d un'occhiata attraverso l'atrio passandosi
pi volte pensosamente la mano nei capelli. Berta lo
interroga gentilmente) Sei di nuovo in collera?
ROBERTO (contrariato): Tu lo sei con me.
BERTA: No, Roberto. Perch dovrei esserlo?
ROBERTO: Perch ti ho chiesto di venire in questo luogo.
Ho cercato di prepararlo ad accoglierti. (Indica
vagamente qua e l) Un senso di pace.
BERTA (toccando la sua giacca): Ed anche questa avevi
preparato! La tua graziosa giacca di velluto.
ROBERTO: Anche questa. Non far misteri con te.
BERTA: Mi fai pensare a qualche personaggio di un
quadro. Mi piaci cos... Ma davvero non sei in collera
con me?
ROBERTO (tristemente): No.  stato un errore da parte
mia, chiederti di venire qui. Me ne sono accorto
quando ti ho guardata dal giardino e ho visto ch'eri
tu... proprio tu, Berta... qui in questa stanza. (Disperato)
Ma che altro avrei potuto fare?
BERTA (tranquillamente): Perch? Perch altre sono
state qui?

ROBERTO: S. (Si  scostato da lei di qualche passo.
Un colpo di vento fa vacillare la fiamma della lampada
sul tavolo. Egli abbassa un poco il lucignolo.)
BERTA (seguendolo con lo sguardo): Ma io questo lo
sapevo prima di venir qui. Non ho nessun rancore
contro di te, per questo.
ROBERTO (alzando le spalle): E perch dovresti averne,
tutto sommato? Non hai neppure rancore contro di
lui... per la stessa cosa... o anche peggio.
BERTA: Te le ha dette, di s, queste cose?
ROBERTO: S. Me ne ha parlato. Tutti qui ci confessiamo
a vicenda. Non ci badare.
BERTA: Cerco di dimenticarmene.
ROBERTO: Non ti addolora?
BERTA: In questo momento, no. Non mi va di pensarci,
ecco tutto.
ROBERTO: Ti pare che sia qualcosa di puramente sensuale?
di poca importanza?
BERTA: Non mi addolora... in questo momento.
ROBERTO (guardando verso di lei, al disopra delle
proprie spalle): Ma esiste qualcosa che ti farebbe
molto dispiacere e che non cercheresti di dimenticare?
BERTA: Che cosa?
ROBERTO (volgendosi verso di lei): Se non si trattasse
di un fatto puramente sensuale con questa o quella
donna... e per pochi momenti. Se si trattasse di un
rapporto delicato e spirituale... esclusivamente con
una persona... una donna. (Sorride) Ma forse, nello
stesso tempo, anche sensuale. Prima o poi, ci si arriva
sempre. E in questo caso, cercheresti di dimenticare e
di perdonare?
BERTA (giocherellando col braccialetto): A chi?
ROBERTO: A chiunque. A me.
BERTA (calma): Vuoi dire a Dick.
ROBERTO: Ho parlato per me. Ma, insomma, lo faresti?
BERTA: Credi che mi vendicherei? Non  forse libero
anche Dick?
ROBERTO (indicando verso di lei): Questo non ti viene
dal cuore, Berta.
BERTA (con orgoglio): E invece s; che sia libero anche
lui. D'altronde, lui mi lascia libera.
ROBERTO (con insistenza): E lo sai perch? E lo capisci?
E ti piace? E vuoi esserlo? E ti rende felice? E ti
ha resa felice? Sempre? Questo dono di libert che ti
ha fatto... nove anni or sono?
BERTA (guardandolo con occhi spalancati): Ma perch
mi rivolgi tutte queste domande, Roberto?
ROBERTO (stringendole le due mani): Perch io avevo
allora per te un'altra offerta... una semplice, comune
offerta... a modo mio. Se ti interessa di sapere quale,
te la dir.
BERTA (guardando l'orologio): Il passato  passato,
Roberto. Ma adesso credo che devo andarmene. Sono
quasi le nove.
ROBERTO (impetuosamente): No, no. Non ancora. Ho
ancora una confessione da farti, e noi abbiamo diritto
di parlare. (Passa davanti alla tavola rapidamente,
poi siede accanto a lei.)
BERTA (volgendosi verso di lui, pone la mano sinistra
sulla sua spalla): S, Roberto. Lo so che mi vuoi
bene. Non occorre che tu me lo dica. (Teneramente)
Non occorre che tu mi confessi altro, stasera.
(Dall'atrio entra una raffica di vento, con uno stormire
di foglie. La lampada ha un rapido lappolare. Berta
indica al disopra delle spalle di Roberto) Guarda!
 troppo alta. (Senza alzarsi, egli si china verso la tavola
ed abbassa ancora un poco il lucignolo. La
stanza rimane semibuia. Dalla porta della camera da
letto, la luce penetra pi forte.)
ROBERTO: S' alzato il vento. Bisogna chiudere la porta,
BERTA (ascoltando): No, sta ancora piovendo.  stata
solo una raffica.
ROBERTO (sfiorandole le spalle): Dimmi se l'aria 
troppo fredda per te. (Fa per alzarsi) Debbo chiudere?
BERTA (trattenendolo): No, non ho freddo. E poi adesso
me ne vado, Roberto. Debbo andare.
ROBERTO (risolutamente): No, no. Niente debbo, in
questo momento. Siamo stati lasciati qui soli per questo.
E tu ti sbagli, Berta. Il passato non  passato. 
qui presente adesso. Il mio sentimento per te  lo stesso
di allora, perch allora... tu lo disprezzavi.
BERTA: No, Roberto. Questo no.
ROBERTO (continuando): S. E per tutti questi anni, ho
continuato a sentirlo senza capirlo ... Fino a oggi. Anche
quando vivevo... quella specie di vita che sai e
alla quale preferisci non pensare... quella specie di
vita a cui mi hai condannato.
BERTA: Io?
ROBERTO: S, quando tu hai disprezzato il semplice,
comune dono ch'io avevo da offrirti... e hai invece accettato
il suo dono.
BERTA (guardandolo): Ma tu non avevi mai...
ROBERTO: No. Perch avevi scelto lui. Me ne ero accorto.
Me ne ero accorto fin da quella prima sera che
ci siamo trovati insieme tutti e tre. Perch hai scelto
lui?
BERTA (chinando il capo): Non  cos l'amore?
ROBERTO (continuando): E tutte le sere, quando noi
due... lui e io... venivamo su quell'angolo di strada per
incontrarti, me ne accorgevo e lo sentivo. Ti ricordi di
quell'angolo, Berta?
BERTA (c. s.): S.
ROBERTO: E lo sentivo quando tu e lui vi allontanavate
per la vostra passeggiata e io proseguivo la mia
strada da solo. E quando mi parlava di te e mi diceva
che sarebbe andato all'estero... allora, pi che mai.
BERTA: Perch allora pi che mai?
ROBERTO: Perch allora mi sono reso colpevole del
mio primo tradimento verso di lui.
BERTA: Ma che dici, Roberto? Il tuo primo tradimento
verso Dick?
ROBERTO (annuisce): E non l'ultimo. Egli parlava di te
e di s; e come sarebbe stata la vostra vita insieme...
libera, e via di seguito. S, libera! Non ti chiese nemmeno
di partire con lui. (Amaramente) Non te lo chiese.
E tu partisti lo stesso.
BERTA: Volevo stare con lui. Tu sai... (Leva il capo e lo
fissa) Sai come eravamo allora... Dick e io.
ROBERTO (senza ascoltarla): Io lo consigliai di andarsene
solo... di non prenderti con s... di viver solo, per
vedere se quello che provava per te fosse soltanto un
sentimento passeggero capace poi di rovinare la tua
felicit e la sua carriera.
BERTA: Ah, Roberto. Questo non era gentile per me da
parte tua. Ma ti perdono perch pensavi alla sua e alla
mia felicit.
ROBERTO (chinandosi verso di lei pi dappresso): No,
Berta. Non ci pensavo. E quello fu il mio tradimento.
Io pensavo a me stesso... e che forse tu ti saresti allontanata
da lui, e lui da te, quando se ne fosse andato.
E allora ti avrei offerto il mio dono. Sai qual ,
adesso. Il povero, comune dono che gli uomini offrono
ad una donna. Non il migliore, forse. Migliore o
peggiore... sarebbe stato tuo.
BERTA (scostandosi da lui): Ed egli non accett il tuo
consiglio.
ROBERTO (come prima): No. E la notte che siete fuggiti
insieme... Oh, quella  stata per me la felicit!
BERTA (stringendogli le mani): Calmati, Roberto. Lo
so che mi hai sempre amata. Perch non hai cercato
di dimenticarmi?
ROBERTO (sorride amaramente): La felicit di quando
sono tornato dalla banchina e ho visto in distanza il
piroscafo tutto sfavillante che scendeva gi per il nero
fiume, ti portava via da me. (In tono pi calmo) Perch
hai scelto lui? Non mi volevi assolutamente
bene?
BERTA: S. Ti volevo bene perch eri suo amico. Spesso
si parlava di te. Molto spesso. Ogni volta che gli
scrivevi, o gli mandavi giornali o libri. E ti voglio
bene ancora, Roberto. (Guardandolo negli occhi)
Non ti ho mai dimenticato.
ROBERTO: Nemmeno io. Sapevo che ti avrei riveduta.
Lo compresi la notte della tua partenza... che saresti
tornata. E per questo ho scritto e mi sono adoperato
per rivederti ancora qui.
BERTA: Ed eccomi qui. Avevi ragione.
ROBERTO (lentamente): Nove anni. Nove volte pi
belli!
BERTA (sorridendo): Ma sono ancora io? Che vedi tu in
me?
ROBERTO (contemplandola): Una strana e bella signora.
BERTA (quasi disgustata): Oh, ti prego, risparmiami
questi appellativi.
ROBERTO (seriamente): S, anche pi. Una giovane e
bella regina.

BERTA (ridendo, improvvisa): Oh, Roberto!
ROBERTO (abbassando la voce e chinandosi sempre
pi verso di lei): Ma non lo sai che sei una splendida
creatura? Ma non lo sai che hai uno splendido corpo?
Splendido e giovane?
BERTA (gravemente): Un giorno sar vecchia.
ROBERTO (scuote il capo): Non so immaginarmelo.
Stasera sei giovane e bella. E stasera sei tornata a me.
(Con passione) Chi sa quello che sar domani? Pu
darsi che io non ti riveda mai pi, non ti veda mai pi
come adesso.
BERTA: Ne soffriresti?
ROBERTO (guarda intorno a s la stanza senza rispondere):
Questa stanza e quest'ora erano fatte per la tua
venuta. Quando te ne sarai andata... tutto sar andato.
BERTA (ansiosa): Ma potrai rivedermi ancora, Roberto...
Come prima.
ROBERTO (la guarda intensamente): Per far soffrire
lui... Riccardo?
BERTA: Non soffre.
ROBERTO (chinando il capo): S, soffre.
BERTA: Sa che noi ci vogliamo bene.  forse un delitto?
ROBERTO (alzando il capo): No, non lo . E perch
non dovremmo volerci bene? Lui non sa ancora qual
 il sentimento. Ci ha lasciati qui soli, di sera, a
quest'ora, appunto perch anela di sapere... anela di
essere liberato.
BERTA: Da che?

ROBERTO (le si fa pi accosto e le stringe il braccio
mentre parla): Da ogni legge, Berta. Da ogni legame.
Per tutta la vita ha aspirato a liberarsi. E ha spezzato
tutte le catene, tranne una, e quell'una tocca a noi infrangerla.
Berta... Tu e io.
BERTA (quasi in un soffio): Ne sei sicuro?
ROBERTO (ancora pi appassionato): Io sono sicuro
che nessuna legge fatta dall'uomo  sacra di fronte
all'impulso della passione. (Quasi con impeto) Chi ci
ha creato soltanto per uno solo?  un delitto contro il
nostro essere seguire un'altra strada. Non v' legge di
fronte all'impulso. Le leggi sono per gli schiavi. Oh
Berta, di' il mio nome. Fa che io lo senta dire dalla
tua voce. Dolcemente!
BERTA (dolcemente): Roberto!
ROBERTO (le cinge le spalle con le braccia): Il nostro slancio verso la giovent e la bellezza  la sola cosa che non morir. (Additando l'atrio) Ascolta!
BERTA (impaurita): Che?
ROBERTO: Il cader della pioggia. Pioggia estiva sulla terra. Pioggia notturna. Oscurit, ardore, diluvio della passione. Stanotte la terra  adorata, adorata e posseduta. Le braccia del suo amante la cingono tutta: ed essa tace. Parla, amore!
BERTA (si piega subitamente in avanti e tende l'orecchio): Zitto!
ROBERTO (ascolta, sorride): Nulla. Nessuno. Siamo soli. (Una raffica di vento irrompe attraverso l'atrio, con un fruscio di foglie scosse. La fiamma della lampada vacilla.)
BERTA (additando la lampada): Guarda!
ROBERTO: Non  che il vento. Ci viene abbastanza luce dall'altra camera. (Allunga le mani attraverso la tavola e spegne la lampada. Dalla porta della camera da letto la luce taglia il punto dove essi siedono. La stanza  completamente al buio) Sei felice? Dimmelo.
BERTA: Adesso me ne vado.  tardi. Non chiedere di pi.
ROBERTO (accarezzandole i capelli): Non ancora, non ancora, dimmi: mi ami un poco?
BERTA: Ti voglio bene, Roberto. So che sei buono. (Facendo l'atto di alzarsi) Sei contento?
ROBERTO (trattenendola, le bacia i capelli): Non te ne andare, Berta. C' tempo. Ami anche me? Ho aspettato tanto tempo! Ci ami tutti e due... lui e me? S. Berta? La verit! Dimmela. Dimmela coi tuoi occhi. O con le parole! (Berta non risponde. Nel silenzio, si sente cadere la pioggia.)
...
.
...
ATTO TERZO.
...
.
...
La stanza di soggiorno nella casa di Riccardo Rowan,
a Merrion. La porta di destra a due battenti 
chiusa, e cos pure quella che conduce al giardino. Le
tende di velluto verde sono scostate davanti alla finestra
di sinistra. La stanza  in penombra.  prima mattina
del giorno seguente.
Berta siede vicino alla finestra e guarda fuori attraverso
le tende. Indossa un'ampia vestaglia color zafferano.
I suoi capelli sono allentati sulle orecchie e annodati
al collo. Tiene le mani intrecciate sul grembo. Il
suo viso  pallido e tirato. Brigida entra dalla porta a
battenti di destra con una granata e uno strofinaccio.
Sta per attraversare la stanza ma, scorgendo Berta, si
ferma d'un tratto e istintivamente si segna in fronte.
BRIGIDA: Alla grazia, che ora, signora! Mi avete fatto
prendere uno spavento. Come mai, su cos presto?

BERTA: Che ora ?
BRIGIDA: Le sette passate, signora.  un pezzo che
siete su?
BERTA: Abbastanza.
BRIGIDA (avvicinandosi):  stato un brutto sogno a
svegliarvi?
BERTA: Non ho dormito tutta la notte. Cos mi sono alzata
per vedere il levar del sole.
BRIGIDA (aprendo la porta verso il giardino): Fa un
bel mattino, dopo tutta quella pioggia che  venuta
gi. (Volgendosi) Ma dovete essere stanca morta, signora.
Che dir il padrone quando sapr che avete fatto
una cosa simile? (Va alla porta dello studio e bussa)
Signor Riccardo!
BERTA (guardandosi attorno): Non c'.  uscito un'ora fa.
BRIGIDA: Uscito? Andato sulla spiaggia?
BERTA: S.
BRIGIDA (va verso di lei e si appoggia sulla spalliera
di una sedia): C' qualcosa che vi agita, signora?
BERTA: No, Brigida.
BRIGIDA: Ecco, non dovete.  sempre stato cos; andava
a gironzolare di qua e di l, solo solo. Una strana
sagoma, il signor Riccardo, e lo  sempre stato Ma
non c' ombra in lui che io non conosca, questo  certo.
Siete preoccupata perch ormai passa mezza la
notte l (indica lo studio) coi suoi libri? Lasciatelo
solo. Torner a voi. Pensa che siete voi a far splendere
il sole, signora, ne sono certa.
BERTA (amaramente): Quel tempo  passato, Brigida.
BRIGIDA (con aria confidenziale): E a me piace ricordarlo,
quel tempo. Quando veniva a farvi la corte.
(Siede accanto a Berta e parla a bassa voce) Lo sapete
che, di voi, veniva a raccontare tutto a me, e niente
a sua madre, che Dio l'abbia in gloria? Delle vostre
lettere e di tutto quanto.
BERTA: Delle mie lettere a lui?
BRIGIDA (compiacendosi): Sicuro. Mi pare ancora di
vederlo, seduto sul tavolo di cucina, che dondola le
gambe e fila chiacchiere a non finire su di voi e su di
s e sull'Irlanda e su ogni genere di diavolerie! A una
vecchia ignorante come me. Ma lui  sempre stato
cos. Per se doveva incontrarsi con qualche pezzo
grosso, quello che la vinceva in imponenza era lui.
(Guarda improvvisamente Berta) Che? Piangete adesso?
Per carit, non piangete. Torneranno ancora i bei tempi.
BERTA: No, Brigida, quel tempo viene una volta sola
nella vita. E il resto dell'esistenza non vale che per ricordarselo.
BRIGIDA (sta silenziosa per un momento, poi affettuosamente):
La vorreste una tazza di t, signora? Vi farebbe bene.
BERTA: S, la prenderei. Ma il lattaio non  ancora arrivato.
BRIGIDA: No. Il signorino Archie m'ha raccomandato
di svegliarlo prima che arrivi. Deve andare a fare una
corsa sul suo carro. Ma una tazza di latte m' rimasta
da ieri sera. In un batter d'occhio faccio bollire il bricco.
Volete anche un uovo?
BERTA: No, grazie.
BRIGIDA: Una bella fetta di pane tostato?
BERTA: No, Brigida, grazie. Solo una tazza di t.
BRIGIDA (varcando la porta a battenti): Faccio in un
momento. Ma prima devo svegliare il signorino Archie,
altrimenti saranno strepiti!
(Esce dalla porta di sinistra. Dopo qualche istante,
Berta si alza e va verso lo studio. Apre la porta e
guarda dentro. S'intravede una piccola stanza in disordine
con molti scaffali di libri e una grande scrivania
sparsa di fogli, sulla quale posa una lampada
spenta e davanti a cui  disposta una sedia imbottita.
Berta rimane per un po' sulla soglia, poi richiude la
porta senza entrare nello studio. Ritorna alla sua sedia
presso la finestra e si siede. Archie, vestito come
nel primo atto, entra dalla porta di destra, seguito da
Brigida.)
ARCHIE (s'avvicina alla mamma e le porge la gota):
Buongiorno, mamma!
BERTA (baciandolo): Buongiorno,6 Archie! (A Brigida)
Gli hai messo un'altra maglia sotto questa?
BRIGIDA: Non ha voluto, signora.
ARCHIE: Non ho freddo, mamma.
BERTA: Te l'ho pur detto che dovevi metterla.
ARCHIE: Ma dov' che fa freddo?
6 In italiano nell'originale. (N. D. T.)
BERTA (si toglie di capo un pettine e gli ravvia i capelli
all'indietro sulle tempie): Hai gli occhi ancora pieni
di sonno.
BRIGIDA: Ieri sera  andato a letto subito dopo che eravate
uscita, signora.
ARCHIE: Lo sai, mamma, che il lattaio mi lascer guidare?
BERTA (si rimette il pettine in testa e improvvisamente
lo abbraccia): Ma guardalo, quest'omaccione che guida
i cavalli!
BRIGIDA: Be', va pazzo per i cavalli, in ogni caso.
ARCHIE (ormai sicuro di s): Lo far filare. Mi vedrai
dalla finestra, mamma. Con la frusta. (Col gesto di
far schioccare la frusta, grida con quanta voce ha in
corpo) Avanti!7
BRIGIDA: Che? Battere quel povero cavallo?
BERTA: Vieni qua che ti pulisco la bocca. (Estrae il
fazzoletto dalla tasca della vestaglia, lo umetta con
la lingua e gli terge la bocca) Sei tutto una patacca e
una frittella, mio piccolo porcellone!
ARCHIE (ripete ridendo): Patacca? Che  una patacca?
(Si ode tintinnare un recipiente da lattaio sul davanzale
della finestra.)
BRIGIDA (scosta le tende e guarda fuori): Eccolo!
ARCHIE (rapidamente): Aspetta. Sono pronto. Ciao,
mamma! (La bacia in fretta e si volge per andarsene)
E papalino  gi alzato?
7 In italiano nell'originale. (N. D. T.)

BRIGIDA (lo prende per un braccio): Muoviti, adesso.
BERTA: Bada, Archie, non star fuori troppo, o un'altra
volta non ti lascio pi andare.
ARCHIE: Va bene. Guarda dalla finestra e mi vedrai.
Ciao. (Brigida ed Archie escono dalla porta di sinistra.
Berta si leva e scostando ancor pi le tende si
sofferma nello strombo della finestra a guardar fuori.
Si sente aprire la porta dell'atrio; poi un piccolo rumore
di voci e recipienti di latta. La porta si richiude.
Poco dopo, si scorge Berta che agita allegramente le
mani in atto di saluto, Brigida entra e guarda fuori,
dietro di lei, al di sopra delle sue spalle.)
BRIGIDA: Guardatelo l seduto! Serio da mangiarselo!
BERTA (ritraendosi all'improvviso): Vieni via dalla finestra.
Non voglio esser veduta.
BRIGIDA: Perch, signora, che c'?
BERTA (andando verso la porta a battenti): Dille che
non sono ancora alzata, che non sto bene. Non voglio
veder nessuno.
BRIGIDA (seguendola): Ma chi c', signora?
BERTA (fermandosi): Aspetta un momento. (Sta in
ascolto. Si sente bussare alla porta dell'atrio. Berta si
ferma esitante per un attimo, poi) No, di' che ci sono.
BRIGIDA (dubbiosa): Qui?
BERTA (in fretta): S. Di' che mi sono appena alzata.
(Brigida esce dalla sinistra. Berta va verso la porta
del giardino e cincischia nervosamente i tendaggi,
come per accomodarli. Si sente aprire la porta
dell'atrio. Poi Beatrice Justice entra e, poich Berta
non si volge subito, si ferma esitante sulla porta di sinistra.
 vestita come nel primo atto e tiene in mano
un giornale.)
BEATRICE (s'inoltra rapidamente): Scusatemi, signora
Rowan, se vengo cos di buon'ora.
BERTA (volgendosi): Buon giorno, Miss Justice. (Va
verso di lei) C' qualcosa di nuovo?
BEATRICE (nervosa): Non so.  quello che desideravo
sapere da voi.
BERTA (fissandola con curiosit): Ma siete tutta affannata.
Non vi sedete?
BEATRICE (sedendo): Grazie.
BERTA (sedendo di fronte a lei e additando il giornale):
C' qualcosa nel giornale?
BEATRICE (ridendo nervosamente apre il giornale):
S.
BERTA: Su Dick?
BEATRICE: S. Eccolo. Un lungo articolo, un editoriale,
di mio cugino. C' dentro tutta la sua vita. Volete
leggerlo?
BERTA (prende il foglio e lo apre): Dov'?
BEATRICE: Nel centro.  intitolato: Un insigne irlandese".
BERTA:  favorevole... o contrario a Dick?
BEATRICE (con calore): Oh, favorevole! Potete leggere
ci che dice del signor Rowan. E so che Roberto si
 trattenuto in citt fino a notte inoltrata per scriverlo.
BERTA (nervosamente): S? Ne siete certa?

BEATRICE: S. Fino a molto tardi: l'ho sentito rincasare.
Eran passate le due da un pezzo.
BERTA (osservandola): Vi siete spaventata? Dico, di essere
risvegliata a quell'ora notturna.
BEATRICE: Ho il sonno leggero. Ma mi sono resa conto
che tornava dalla redazione e allora... m' venuta
l'idea che avesse scritto un articolo sul signor Rowan
e che appunto per questo rientrava cos tardi.
BERTA: Come siete stata pronta nell'intuirlo!
BEATRICE: Be', dopo quello ch'era successo nel pomeriggio
di ieri... insomma quanto aveva detto Roberto,
che il signor Rowan aveva accettato quel posto. Era
semplicemente naturale che io pensassi...
BERTA: Ah, s. Naturalmente.
BEATRICE (precipitosa): Ma non  stato questo ad agitarmi.
Per, subito dopo, ho sentito rumore nella camera
di mio cugino.
BERTA (ansante, spiegazza il giornale tra le mani): Dio
mio! Che c'? Ditemi.
BEATRICE (osservandola): Perch questo vi sconvolge tanto?
BERTA (lasciandosi ricadere, con un riso forzato): S,
naturalmente,  molto stupido da parte mia. Ho i nervi
sossopra. E per di pi ho dormito male. Per questo
mi sono alzata cos presto. Ma ditemi, dunque: che
cosa succedeva?
BEATRICE: Non era che il rumore della sua valigia
strascicata sul pavimento. Poi lo sentii che passeggiava 
per la stanza, fischiettando. Poi chiudere a chiave
la valigia e legarla con le cinghie.
BERTA: Se ne va.
BEATRICE: Fu questo a mettermi in apprensione. Temevo
avesse avuto un litigio col signor Rowan e che
poi l'avesse attaccato nel suo articolo.
BERTA: Ma perch avrebbero dovuto litigare? Avete
notato qualche cosa fra di loro?
BEATRICE: Mi  parso di s. Una certa freddezza.
BERTA: In questi ultimi tempi?
BEATRICE: Anche parecchio prima.
BERTA (distendendo il giornale): Ne sapete la ragione?
BEATRICE (esitante): No.
BERTA (dopo una pausa): Be', ma se l'articolo gli  favorevole,
come dite, non hanno litigato. (Riflette un
momento) E scritto la notte scorsa, per di pi.
BEATRICE: S. Ho comprato subito il giornale per vedere.
Ma allora perch egli parte cos a precipizio?
Ho l'impressione che tra loro due sia successo qualche
cosa che non va.
BERTA: Ne sareste addolorata?
BEATRICE: Molto addolorata. Voi capite, signora Rowan.
Roberto  mio primo cugino, e io sarei molto afflitta
se avesse trattato male il signor Rowan, adesso
che  tornato, oppure se avessero avuto un grave dissidio,
soprattutto perch...
BERTA (giocherellando col giornale): Perch?

BEATRICE: Perch  stato sempre mio cugino a insistere
col signor Rowan per indurlo a tornare. E questo
mi sta sulla coscienza.
BERTA: Dovrebbe stare sulla coscienza del signor
Hand, no?
BEATRICE (con incertezza): E anche sulla mia. Perch...
sono stata io a parlare a mio cugino del signor
Rowan quand'era assente e, fino a un certo punto,
sono stata io...
BERTA (annuisce leggermente): Capisco. E questo vi
pesa sulla coscienza. Soltanto questo?
BEATRICE: Credo.
BERTA (quasi giocosamente): Si direbbe addirittura che
siete stata voi, signorina Justice, a far tornare in Irlanda
mio marito.
BEATRICE: Io, signora Rowan?
BERTA: S. Voi. Con le lettere che gli scrivevate e poi
col parlarne a vostro cugino, come accennavate poco
fa. Pensate di essere voi la persona che l'ha fatto tornare?
BEATRICE (arrossendo improvvisamente): No. Non
potrei pensare una cosa simile.
BERTA (la osserva per un istante, poi volge il capo):
Sapete che mio marito scrive molto da che  ritornato?
BEATRICE: Ah s?
BERTA: Non lo sapevate? (Additando lo studio) Passa
l dentro gran parte della notte a scrivere. Tutte le notti.

BEATRICE: Nel suo studio?
BERTA: Studio o stanza da letto. Chiamatela come volete.
Dorme l dentro, su un divano. L ha dormito
pure la notte scorsa. Posso mostrarvelo, se non ci credete.
(Si alza per avviarsi verso lo studio.)
BEATRICE (accenna rapidamente ad alzarsi, poi fa un
gesto di rifiuto): Vi credo, naturalmente, signora Rowan,
dal momento che me lo dite.
BERTA (tornando a sedersi): Sicuro, sta scrivendo; e
dev'essere su qualcosa ch' entrato nella sua vita, di
questi ultimi tempi, da quando  tornato in Irlanda. Vi
risulta che nella sua vita sia successo qualche mutamento?
(La guarda fissamente scrutandola) Vi risulta,
o ne avete l'idea?
BEATRICE (rispondendo con fermezza): Signora Rowan,
non  una domanda da rivolgere a me. Se, dopo
il suo ritorno, qualche cambiamento s' prodotto nella
sua vita, siete voi a doverlo sapere o intuire.
BERTA: Potreste saperlo anche voi altrettanto bene.
Siete cos intima in questa casa.
BEATRICE: Non sono la sola persona che sia intima qui.
(Per qualche minuto si guardano a vicenda, freddamente
e in silenzio. Berta mette in disparte il giornale
e si siede su una poltroncina pi presso a Beatrice.)
BERTA (posando una mano su un ginocchio di Beatrice):
E cos voi mi detestate, signorina Justice?
BEATRICE (con sforzo): Detestarvi? Io?

BERTA (insistendo, ma dolcemente): S. Sapete che
cosa significa detestare una persona?
BEATRICE: Ma perch dovrei detestarvi? Non ho mai
detestato nessuno.
BERTA: Avete mai amato qualcuno? (Le mette la mano
sul polso): Ditemi. S?
BEATRICE (anch'essa dolcemente): S. In passato.
BERTA: Non ora?
BEATRICE: No.
BERTA: Potete dirmelo... sinceramente? Guardatemi.
BEATRICE (guardandola): S, posso.
(Breve pausa. Berta ritrae la mano, e volge il capo
con un certo imbarazzo.)
BERTA: Avete detto poco fa che c' un'altra persona intima
di questa casa. Intendevate vostro cugino. Si
trattava di lui?
BEATRICE: S.
BERTA: Non l'avete dimenticato?
BEATRICE (tranquillamente): Ho cercato di farlo.
BERTA (stringendosi le mani): Voi mi odiate. Credete
che io sia felice. Se sapeste quanto vi sbagliate.
BEATRICE (scuotendo il capo): Non mi sbaglio.
BERTA: Felice! Quando non comprendo nulla di quello
ch'egli scrive, quando non posso aiutarlo in nessun
modo, quando a volte non posso nemmeno intendere
la met delle cose che mi dice! Voi potevate e potete.
(Eccitata) Ma io temo per lui, temo per tutti e due!
(Si alza improvvisamente e va alla piccola scrivania)
Roberto non deve partire cos. (Toglie dal cassetto un
blocco di carta da lettera e scrive poche righe in
gran furia) Non  possibile!  impazzito, per fare una
cosa simile? (Volgendosi a Beatrice)  ancora in casa?
BEATRICE (guardandola con stupore): S. Gli avete
scritto di venire qua?
BERTA (alzandosi): Naturalmente. Ora mander Brigida
con questo biglietto. Brigida! (Esce rapidamente
per la porta di sinistra.)
BEATRICE (inseguendola istintivamente con lo sguardo):
Allora  vero! (D un'occhiata attraverso la porta
dello studio di Riccardo, poi affonda il capo fra le
mani. Ma tosto si domina, prende il giornale dalla
scrivania, lo apre, trae dalla borsetta un astuccio e,
inforcati gli occhiali, si china, legge. Riccardo Rowan
rientra dal giardino,  vestito come prima, ma
porta un cappello floscio e un bastone sottile. Si ferma
sulla soglia, osservando per un istante Beatrice.)
RICCARDO: Ci sono i diavoli (indica in direzione della
spiaggia) laggi. Li ho sentiti garrire dal momento
dell'alba.
BEATRICE (balza in piedi): Signor Rowan!
RICCARDO: Ve lo garantisco. L'isola  piena di voci.
C' anche la vostra. Altrimenti non vi potrei vedere
, ha detto. E la sua. Ma, vi garantisco, sono tutti
diavoli. Ho fatto il segno della croce capovolto, e
questo li ha ridotti al silenzio.
BEATRICE (balbettando): Sono venuta qui cos presto,
signor Rowan, perch... per mostrarvi questo... Roberto
l'ha scritto... su di voi... stanotte.
RICCARDO (si toglie il cappello): Mia cara signorina
Justice, voi mi avete detto ieri, credo, perch venivate
qui e io non dimentico mai nulla. (Va verso di lei,
tendendole la mano) Buongiorno.
BEATRICE (bruscamente si toglie gli occhiali e gli
porge il giornale): Sono venuta per questo.  un articolo
su di voi. L'ha scritto Roberto stanotte. Volete
leggerlo?
RICCARDO (inchinandosi): Leggerlo subito? Certamente.
BEATRICE (lo guarda desolata): Oh, signor Rowan, mi
tortura guardarvi.
RICCARDO (apre il giornale e legge): La morte del
molto Reverendo Canonico Mullhall.  questo?
(Berta appare sulla porta di sinistra e si ferma ad
ascoltare. Riccardo volta pagina) Ah, ecco, qui. Un
insigne irlandese. (Comincia a leggere con voce
piuttosto alta ed aspra) Uno dei vitali e principali
problemi che la nostra patria deve affrontare riguarda
il suo atteggiamento verso quelli tra i propri figli che,
avendola abbandonata nell'ora del bisogno, sono stati
richiamati a lei oggi, alla vigilia della sua vittoria tanto
lungamente attesa, a lei, che nella solitudine e
nell'esilio avevano finalmente appreso ad amare.
Nell'esilio, abbiamo detto, ma conviene distinguere.
C' un esilio economico ed un esilio spirituale. Ci
sono quelli che l'hanno abbandonata per cercarsi il
pane di cui gli uomini vivono, e altri, anzi i suoi figli
prediletti, che l'avevano abbandonata per cercare in
altri paesi quel cibo spirituale, mediante cui una nazione
di esseri umani si mantiene in vita. Coloro che
rammentano la vita intellettuale della Dublino di dieci
anni fa, hanno molti ricordi del signor Rowan. Qualcosa
dell'ardente indignazione che lacerava il
cuore... (Alza gli occhi dal foglio e scorge Berta sulla
porta. Depone lentamente il giornale e la guarda.
Lungo silenzio.)
BEATRICE (con sforzo): Vedete, signor Rowan? Il vostro
giorno  finalmente spuntato. Anche qui. E vedete
che in Roberto avete un amico fervente, un amico
che vi capisce.
RICCARDO: Avete notato la piccola frase in principio
Quelli che l'hanno abbandonata nell'ora del bisogno
? (Guarda Berta cercando di scrutarla, poi si
volge ed entra nello studio chiudendo l'uscio dietro di s.)
BERTA (parlando quasi soltanto a se stessa): Per lui ho
abbandonato ogni cosa, religione, famiglia, la mia
stessa pace. (Si abbandona pesantemente su una poltrona.
Beatrice le si accosta.)
BEATRICE (stancamente): Ma voi non sentite anche
che le idee del signor Rowan...?
BERTA (amara): Le idee, le idee! Ma la gente di questo
mondo ha, o presume di avere altre idee. E lo sopportano 
a dispetto delle sue, perch sa fare qualcosa. Io,
no. Io non sono niente.
BEATRICE: Voi state al suo fianco.
BERTA (con amarezza crescente): Ah, che assurdit, signorina
Justice! Io sono soltanto una cosa che lo impaccia,
e mio figlio ... il grazioso nome che qui danno
a questi ragazzi. Ma credete forse che io sia una
pietra? Credete che non veda queste cose nei loro occhi
e nel loro contegno, quando hanno a che fare con me?
BEATRICE: Non lasciatevi umiliare da loro, signora Rowan.
BERTA (altezzosa): Umiliarmi? Sono molto orgogliosa
di me stessa, se volete saperlo. Che hanno mai fatto
quelli per lui? Io ne ho fatto un uomo. Che cosa sono
tutti loro nella sua vita? Non pi che fango sotto le
sue scarpe. (S'alza e passeggia su e gi concitatamente)
Egli pu disprezzarmi, anche, al pari di loro...
adesso. Voi pure potete disprezzarmi. Ma nessuno di
voi riuscir ad umiliarmi.
BEATRICE: Perch mi accusate?
BERTA (andando impetuosamente verso di lei): Oh,
soffro tanto! Scusatemi se sono cos aspra. Ho bisogno
che siamo amiche. (Le tende le mani) Volete?
BEATRICE (prendendole le mani): Con gioia.
BERTA (guardandola): Che adorabili lunghe ciglia avete!
E i vostri occhi hanno un'espressione cos triste.
BEATRICE (sorridendo): Ci vedono molto poco. Sono
molto stanchi.
BERTA (con calore): Ma belli. (La abbraccia e con calma
e la bacia. Poi si scosta da lei, un po' vergognosa.
Brigida entra dalla sinistra.)
BRIGIDA: L'ho consegnato a lui, personalmente, signora.
BERTA: Ha mandato una risposta?
BRIGIDA: Stava uscendo allora di casa. E mi ha incaricato
di dirvi che sarebbe stato qui dopo di me.
BERTA: Grazie.
BRIGIDA (andandosene): Adesso, signora, lo volete il
t e il pane tostato?
BERTA: Per ora no, Brigida. Dopo, forse. Quando viene
il signor Hand, fallo entrare subito.
BRIGIDA: S, signora. (Esce dalla sinistra.)
BEATRICE: Adesso me ne vado, signora Rowan, prima
che lui arrivi.
BERTA (un po' timidamente): Allora siamo amiche?
BEATRICE (con lo stesso tono): Cercheremo di esserlo.
(Volgendosi) Mi permettete di uscire in giardino? In
questo momento non vorrei incontrare mio cugino.
BERTA: Ma naturalmente. (Le prende la mano)  cos
strano che abbiamo potuto parlarci cos, adesso. Ma
io l'ho sempre desiderato. E voi?
BEATRICE: Anch'io, credo.
BERTA (sorridendo): Perfino a Roma. Ogni volta che
uscivo a passeggio con Archie mi accadeva di pensare
a voi, a come dovevate essere, perch di voi avevo
notizie da Dick. E guardavo varie persone che uscivano
dalle chiese o passavano in carrozza, e pensavo
che forse vi somigliavano. Perch Dick m'aveva detto
che eravate bruna.
BEATRICE (di nuovo nervosa): Davvero?
BERTA (stringendole la mano): Arrivederci, dunque...
per adesso.
BEATRICE (svincolando la mano): Buongiorno.
BERTA: Vi accompagner fino al cancello. (L'accompagna
fuori per la porta a battenti. Se ne vanno attraverso
il giardino. Riccardo Rowan entra dallo studio.
Si ferma presso la porta, guardando verso il
giardino. Poi si volge, va al tavolino, prende il giornale
e legge. Berta dopo qualche momento riappare
sull'entrata e si ferma a guardarlo, finch ha finito.
Egli depone il giornale e si volge per rientrare nello studio.)
BERTA: Dick!
RICCARDO (fermandosi): Ebbene?
BERTA: Non mi hai parlato.
RICCARDO: Non ho nulla da dirti. E tu?
BERTA: Non desideri sapere... quello che  accaduto la
scorsa notte?
RICCARDO: Tanto non lo sapr mai.
BERTA: Te lo dir, se me lo chiedi.
RICCARDO: Me lo dirai. Ma io non lo sapr mai. Mai,
in questo mondo.
BERTA (andando verso di lui): Ti dir la verit, Dick.
Come te l'ho detta sempre. Non ti ho mai mentito.
RICCARDO (stringendo i pugni in aria, con passione):
S, s. La verit! Ma io non la sapr mai, ti dico.
BERTA: Perch, allora, m'hai lasciata la notte scorsa?
RICCARDO (amaramente): Nell'ora del bisogno.
BERTA (minacciosa): Tu mi ci hai spinta. Non perch
mi ami. Se tu mi avessi amata e avessi conosciuto ci
che  amore, non mi avresti lasciata. Mi hai spinta,
pensando solo a te stesso.
RICCARDO: Non mi sono fatto da me. Sono quel che sono.
BERTA: Per aver sempre questo da gettarmi in faccia.
Per rendermi umile davanti a te, come hai fatto sempre.
Per essere libero tu. (Indicando in direzione del
giardino) Con lei! Quello  il tuo amore! Ogni parola
che dici  menzogna.
RICCARDO (cercando di dominarsi):  inutile che io ti
chieda di ascoltarmi.
BERTA: Ascoltarti! Lei  la persona fatta per ascoltarti.
Perch vuoi perdere il tuo tempo con me? Parla con lei.
RICCARDO (annuisce): Capisco. L'hai cacciata via da
me come hai allontanato da me tutti gli altri... ogni
amico che avessi, ogni essere umano che cercasse di
accostarsi a me. Tu la odii.
BERTA (con impeto): Lascia stare! Credo che tu l'abbia
resa infelice, come hai reso me, come hai reso infelice,
e hai ammazzato, la tua povera mamma. Massacratore
di donne! Questo  il tuo nome.
RICCARDO (si volge per andarsene): Arrivederci!8
8 In italiano nell'originale. (N. D. T.)

BERTA (concitatamente):  una persona delicata e nobile.
La apprezzo molto.  tutto quello che io non
sono... per nascita e per educazione. Tu hai cercato di
rovinarla, ma non ci sei riuscito. Perch lei  quella
che ci vuole per te... cosa che io non sono. E tu lo sai.
RICCARDO: Ma perch diavolo vai parlando di lei?
BERTA (stringendo le mani): Come vorrei non averti
mai incontrato! Come maledico quel giorno!
RICCARDO (amaramente): Ti sono di ostacolo, vero?
Ti piacerebbe esser libera, adesso. Non hai che da dirlo.
BERTA (con orgoglio): In qualunque momento tu voglia,
io son pronta.
RICCARDO: Per poterti incontrare liberamente col tuo
amante?
BERTA: S.
RICCARDO: Tutte le notti?
BERTA (fissando lo sguardo davanti a s e parlando
con veemente passione): Incontrare il mio amante!
(Tende le braccia davanti a s) Il mio amante. S. Il
mio amante! (Scoppia repentinamente in lacrime e si
lascia cadere su una sedia coprendosi il volto con le
mani. Riccardo le si avvicina lentamente e le tocca
una spalla.)
RICCARDO: Berta... (Lei non risponde) Berta, sei libera.
BERTA (respinge la mano di Riccardo e balza in piedi):
Non mi toccare! Sei un estraneo per me. Tu non capisci
nulla di me... niente di ci che c' nel mio cuore,
nella mia anima! Un estraneo! Io vivo con un estraneo!
(Si sente bussare alla porta dell'atrio. Berta s'asciuga
in fretta gli occhi col fazzoletto e s'accomoda la veste
sul davanti. Riccardo tende l'orecchio per un istante,
la fissa acutamente, poi si volge e rientra nel suo studio.
Roberto entra da sinistra.  vestito di scuro e
porta in mano un cappello bruno alla tirolese.)
ROBERTO (chiudendo lentamente la porta alle proprie
spalle): Hai mandato a chiamarmi?
BERTA (si alza): S. Sei pazzo, a pensar di partire in
questo modo... senza nemmeno venir qui... senza dir nulla?
ROBERTO (inoltrandosi verso la tavola su cui sta il
giornale e dandogli un'occhiata): Ci che ho da dire,
l'ho detto l.
BERTA: Quando l'hai scritto? La notte scorsa... dopo
che me n'ero andata?
ROBERTO (con garbo): Per essere precisi, ne ho scritto
una parte... nella mia testa... prima che te ne andassi.
Il rimanente... la parte peggiore... dopo. Molto pi tardi.
BERTA: E hai potuto scrivere la notte scorsa?
ROBERTO (alza le spalle): Oh, sono un animale bene
ammaestrato, io! (Le si fa pi vicino) Dopo, ho trascorso
una lunga notte a vagabondare... in redazione,
nella casa del vicecancelliere, in un locale notturno,
per le strade, in camera mia. La tua immagine era
sempre davanti ai miei occhi, la tua mano nella mia
mano. Berta, non dimenticher mai la notte passata.
(Depone il cappello sul tavolo, le prende la mano)
Perch non mi guardi? Non posso toccarti?
BERTA (additando lo studio): Dick  di l.
ROBERTO (lasciando cadere la mano di lei): Quand'
cos, bambini, fate i buoni.
BERTA: Dove conti di andare?
ROBERTO: Fuori. Cio da mio cugino, Jack Justice,
alias Doggy, nel Surrey. Ha una bella casa di campagna
e c' aria buona.
BERTA: Perch te ne vai?
ROBERTO (la guarda in silenzio): Non l'indovini?
BERTA: Per me?
ROBERTO: S. Non  piacevole per me restare qui, proprio
adesso.
BERTA (siede con aria sconsolata): Ma questo  crudele
per te, Roberto. Crudele per me e anche per lui.
ROBERTO: Ti ha domandato... che cosa  successo?
BERTA (congiunge le mani disperata): No. Rifiuta di
farmi domande. Dice che non sapr mai nulla.
ROBERTO (annuisce gravemente): In questo, Riccardo
 nel giusto.  sempre nel giusto.
BERTA: Ma, Roberto, tu devi parlargli.
ROBERTO: Che ho da dirgli?
BERTA: La verit. Ogni cosa.
ROBERTO (riflette): No, Berta. Sono un uomo che parla
ad un altro uomo. Non posso dirgli tutto.
BERTA: Allora creder che tu te ne vada perch temi di
incontrarti con lui dopo la notte scorsa.
ROBERTO (dopo una pausa): Bene. Non sono davvero
pi vile di lui. Lo vedr.
BERTA (si alza): Vado a chiamarlo.
ROBERTO (afferrandola per le mani): Berta! Che  accaduto
la scorsa notte? Qual  la verit che debbo dirgli?
(La fissa appassionatamente negli occhi) Sei stata
mia in quella sacra notte d'amore? Oppure l'ho sognato?
BERTA (sorride debolmente): Ricorda il tuo sogno su di
me. Hai sognato ch'io fossi tua la notte scorsa.
ROBERTO: E questa  la verit... un sogno? Questo gli
debbo dire?
BERTA: S.
ROBERTO (le bacia le mani): Berta! (Con voce pi
commossa) In tutta la mia vita soltanto quel sogno 
vero. Il resto l'ho dimenticato. (Torna a baciarle le
mani) E ora posso dirgli la verit. Chiamalo. (Berta
va all'uscio dello studio di Riccardo e bussa. Nessuna
risposta. Bussa di nuovo.)
BERTA: Dick! (Nessuna risposta) Il signor Hand  qui e
desidera parlarti, salutarti. Parte. (Nessuna risposta.
Picchia forte sul battente e chiama con voce spaventata)
Dick, rispondimi! (Riccardo Rowan entra dallo
studio, avanza subito verso Roberto, ma non gli tende
le mani.)
RICCARDO (calmo): Ti ringrazio per il tuo cortese articolo
su di me.  vero che sei venuto a dirmi addio?
ROBERTO: Non c' nulla da ringraziarmi, Riccardo.
Ora, come sempre, sono tuo amico. Ora pi che mai.
Mi credi, Riccardo? (Riccardo si siede e affonda il
volto nelle mani. Berta e Roberto si guardano l'un
l'altra in silenzio, poi essa si volge e silenziosamente
se ne va via dalla destra. Roberto avanza verso Riccardo
e si ferma presso di lui, posando le mani sullo
schienale della sedia, guardandolo. Lungo silenzio.
Si sente il grido di un pescivendolo che passa per la via.)
PESCIVENDOLO: Aringhe fresche della baia di Dublino!
Aringhe fresche della baia di Dublino! Aringhe
della baia di Dublino!
ROBERTO (calmo): Riccardo, ti voglio dire la verit,
mi ascolti?
RICCARDO (alza la faccia e si appoggia all'indietro
per ascoltare): S. (Roberto siede su una sedia accanto
a lui. Si sente, pi lontano, il grido del Pescivendolo.)
PESCIVENDOLO: Aringhe fresche! Aringhe della baia
di Dublino!
ROBERTO: Ho perduto la partita, Riccardo. Questa  la
verit. Vuoi credermi?
RICCARDO: Ti ascolto.
ROBERTO: Ho perduto. Lei  tua come lo era nove
anni fa, quando l'hai incontrata la prima volta.
RICCARDO: Quando l'abbiamo incontrata la prima volta,
vuoi dire.
ROBERTO: S. (Abbassa lo sguardo per alcuni istanti)
Posso continuare?
RICCARDO: S.
ROBERTO:  andata via. E io sono rimasto solo... per la seconda volta. Sono andato in casa del vicecancelliere, ho cenato. Gli ho detto che tu eri indisposto e che saresti andato da lui un'altra sera. Ho snocciolato epigrammi vecchi e nuovi... quello delle statue, tra gli altri. Ho bevuto un bicchiere di chiaretto. Poi sono andato in redazione e ho scritto il mio articolo. Poi...
RICCARDO: Poi?
ROBERTO: Poi sono andato in un locale notturno. L c'erano uomini... e anche donne. O almeno sembravano tali. Ho ballato con una di loro. Poi mi ha chiesto di accompagnarla a casa. Posso seguitare?
RICCARDO: S.
ROBERTO: L'ho accompagnata a casa in carrozza. Abita vicino a Donnybrook. Nella carrozza si  avverato ci che il sottile Duns Scoto chiama la morte dello spirito. Posso seguitare?
RICCARDO: S.
ROBERTO: Lei si mise a piangere. Mi raccont che era la moglie divorziata di un avvocato. Le offrii una sterlina, allorch mi disse che era a corto di denaro. Ma lei non la prese e piangeva a calde lacrime. Poi bevve dell'acqua di melissa da una boccetta che aveva nella borsa. La accompagnai alla porta di strada. Poi, a piedi, rincasai. In camera mia, mi sono accorto di avere la giacca tutta macchiata d'acqua di melissa. Ieri non avevo fortuna nemmeno con le giacche: era gi la seconda. Allora mi  venuta l'idea di cambiarmi e di partire col piroscafo della mattina. Ho preparato la valigia e mi sono messo a letto. Parto col prossimotreno, vado da mio cugino, Jack Justice, nel Surrey. Forse per una quindicina di giorni. Forse per pi. Sei seccato?
RICCARDO: Perch non sei partito col piroscafo?
ROBERTO: Sono rimasto addormentato.
RICCARDO: Sicch te ne andavi senza salutare... senza venire qui?
ROBERTO: S.
RICCARDO: E perch?
ROBERTO: La mia storia non  delle pi simpatiche, no?
RICCARDO: Per sei venuto.
ROBERTO: Berta mi ha mandato a chiamare con un biglietto.
RICCARDO: E se no...?
ROBERTO: Se no, non sarei venuto.
RICCARDO: E non ti  saltato in mente che se te ne andavi senza passare di qui, io avrei interpretato la cosa... a modo mio?
ROBERTO: S, ci ho pensato.
RICCARDO: E che cosa desideri allora ch'io creda?
ROBERTO: Desidero che tu creda che ho perso la partita. Che Berta  tua, adesso come nove anni fa quando tu... quando noi... l'abbiamo incontrata per la prima volta.
RICCARDO: Vuoi sapere quello che ho fatto io, invece?
ROBERTO: No.
RICCARDO: Sono tornato subito a casa.
ROBERTO: Hai sentito tornare Berta?
RICCARDO: No. Ho scritto tutta la notte. E riflettuto, anche. (Addita lo studio) L dentro. Prima dell'alba sono uscito a passeggiare in lungo e in largo sulla spiaggia.
ROBERTO (crollando il capo): Soffrendo. Torturandoti.
RICCARDO: Ascoltando voci dentro di me. Le voci di
coloro che dicono d'amarmi.
ROBERTO (additando la porta di destra): Quella. E la mia?
RICCARDO: E un'altra ancora.
ROBERTO (sorride e si sfiora la fronte con l'indice della destra): Vero. La mia interessante ma un po' melanconica
cugina. E che ti dicevano quelle voci?
RICCARDO: Mi dicevano di disperare.
ROBERTO: Bel modo di dimostrarti il loro amore, direi! E tu dispererai?
RICCARDO (alzandosi): No. (Un rumore alla finestra.Si vede il viso di Archie schiacciato a un vetro. Poi lo si sente chiamare.)
ARCHIE: Aprite la finestra! Aprite!
ROBERTO (guarda Riccardo): Hai sentito anche la sua voce, Riccardo, con le altre... laggi sulla spiaggia? La voce del tuo bambino. (Sorride) Ascolta! Come  piena di disperazione!
ARCHIE: Aprite la finestra, per favore! Aprite!
ROBERTO: Forse, Riccardo,  l la libert che noi cerchiamo... Tu in un modo, io in un altro. In lui, non in noi. Forse...
RICCARDO: Forse...?
ROBERTO: Ho detto forse. Ma direi quasi certamente se...
RICCARDO: Se che cosa?
ROBERTO (con un mezzo sorriso): Se fosse mio. (Va
alla finestra e l'apre. Archie s'arrampica dentro) Be', come ieri?
ARCHIE: Buongiorno, signor Hand, (Corre da Riccardo e lo bacia) Buon d, babbo.
RICCARDO: Buon d, Archie.
ROBERTO: E dove siete stato finora mio giovane messere?
ARCHIE: Fuori col lattaio. Ho guidato il suo cavallo. Siamo andati a Booterstown. (Si toglie il berretto e lo getta su una sedia) Ho molta fame.
ROBERTO (prendendo il proprio cappello dal tavolo): Addio, Riccardo. (Porgendogli la mano) Al nostro prossimo incontro!
RICCARDO (si alza e gli tocca la mano): Addio. (Berta appare sulla porta di destra.)
ROBERTO (la intravede: ad Archie): Prendi il berretto. Vieni con me. Ti comprer un dolce e ti racconter una storia.
ARCHIE (a Berta): Posso, mamma?
BERTA: S.
ARCHIE (prende il berretto): Pronti.
ROBERTO (a Riccardo e a Berta): E un addio a babbo e mamma. Ma non un grande addio.
ARCHIE: Mi racconterete una storia di fate, signor Hand?
ROBERTO: Una storia di fate? E perch no? Sono una specie di tua buona fata. (Escono insieme per la porta a battenti, attraversano il giardino. Quando si sono allontanati, Berta raggiunge Riccardo e gli mette un braccio intorno alla vita.)
BERTA: Dick caro, lo credi ora, che ti sono stata fedele? La notte scorsa e sempre?
RICCARDO (cupo): Non domandarmelo, Berta.
BERTA (abbracciandolo pi stretto): Lo sono stata, caro. Certamente mi credi. Mi son data a te... tutta. Ho lasciato tutto per te. Tu m'hai presa... e tu m'hai abbandonata.
RICCARDO: Quando t'ho abbandonata?
BERTA: Mi hai abbandonata: e io ho aspettato che ritornassi a me. Dick, amore, vieni qua, vicino. Siediti. Come devi essere stanco. (Lo sospinge verso il divano. Egli si siede, quasi si sdraia, appoggiandosi sulle braccia. Lei si mette sulla stuoia davanti al divano, tenendo le mani di Riccardo) S, amore, ti ho aspettato. Dio, quanto ho sofferto allora... quando stavamo a Roma! Ricordi la terrazza della nostra casa?
RICCARDO: S.
BERTA: Io mi sedevo l, aspettando, con quel povero bambino coi suoi balocchi, aspettando finch si fosse addormentato. Vedevo i tetti della citt e il fiume, il Tevere, si chiama cos?
RICCARDO: S, il Tevere.
BERTA (accarezzandosi la guancia con la mano di lui) Era incantevole, Dick, ma era cos triste. Ero sola, Dick, dimenticata da te e da tutti. Mi sembrava che la mia vita fosse finita.
RICCARDO: E non era cominciata.
BERTA: E stavo a guardare il cielo, cos bello, senza una nuvola, e la citt che tu dicevi cos antica; e allora mi veniva in mente l'Irlanda e pensavo a noi due.
RICCARDO: A noi due?
BERTA: S. Noi due. Non passa giorno senza che io veda noi due, te e me come eravamo quando ci siamo incontrati. Non c' giorno della mia vita, ch'io non veda questo. Non ti sono stata fedele in tutto quel tempo?
RICCARDO (con un sospiro profondo): S, Berta. Eri la mia sposa in esilio.
BERTA: Dovunque tu vada, io ti seguir. Se vuoi partire in questo momento, io verr con te.
RICCARDO: Rimarr.  ancora troppo presto per disperare.
BERTA (accarezzandogli di nuovo la mano): Non  vero che io volessi allontanare tutti da te. Volevo avvicinarvi l'uno all'altro... te e lui. Parlami. Dimmi tutto il tuo cuore. Quello che senti e quello che soffri.
RICCARDO: Sono ferito, Berta.
BERTA: Come ferito, amore? Spiegami quello che vuoi dire. Mi sforzer di capire tutto ci che dici. In che modo ferito?
RICCARDO (svincola la propria mano, prende il capo di lei, si ritrae all'indietro e la fissa lungamente negli occhi): Ho nell'anima la profonda, profonda ferita di un dubbio.
BERTA (immobile): Dubbio su di me?
RICCARDO: S.
BERTA: Sono tua. (Sussurrando) Dovessi morire in questo momento, sono tua.
RICCARDO (fissandola ancora e parlandole come ad un'assente): La mia anima si  ferita per te... la profonda ferita di un dubbio che non si potr mai rimarginare. Non potr mai sapere, mai in questo mondo. Non voglio n sapere n credere. Non mi importa. Perch non ti desidero nella cecit della fiducia. Ma nell'inquieto, vivo, tagliente dubbio. Tenerti avvinta, senza legami, nemmeno d'amore, essere congiunto a te in corpo ed anima nella pi estrema nudit... a questo io anelavo. Ed ora sono stanco. Per qualche tempo.
Berta. La mia ferita mi affatica. (Si stende stancamente sul divano. Berta tiene stretta ancora la sua mano e gli parla sommessamente.)
BERTA: Dimenticami, Dick. Dimenticami, e torna ad amarmi come in principio. Voglio il mio amante. Per incontrarlo, andare a lui, consegnarmi a lui. Te, Dick. Oh, mio strano selvaggio amante, ritorna a me!... (Chiude gli occhi.)
...
.
...
FINE.