Roger Hobbs.
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L'ombra.
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Titolo originale: Ghostman.
Traduzione di: Alfredo Colitto.
2013. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
Collezione Einaudi. Stile Libero Big.
ISBN 978-88-06-21255-1.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Il mio nome non  Jack. E non  neanche quello che compare sulle me patenti, sui miei passaporti e sulle mie carte di credito. Vivo solo, dormo solo, mangio solo. Non mi fido di nessuno. Quando comincio a ricevere messaggi da gente che non conosco, infilo l'hard disk nel microonde, faccio la valigia e ricomincio da capo. Quando una rapina a mano armata in un casin di Atlantic City finisce in un bagno di sangue, all'uomo che ha organizzato il colpo non rimane che rivolgersi a Jack.
Jack  quello che in gergo si definisce un'ombra: un uomo privo di un'identit, che ripulisce le scene dei crimini senza lasciare traccia. Un mestiere da professionisti, spesso rischioso. Ma mai come questa volta. Perch sulle sue tracce c' l'FBI, e qualcuno che vuole approfittare dell'occasione per regolare conti antichi, facendo sparire l'Ombra. Una volta per tutte. L'ombra, scritto da un esordiente di ventidue anni scoperto dall'editor di Raymond Carver e Cormac McCarthy, best-seller negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, acclamato dai critici,  stato venduto in sedici paesi. I diritti cinematografici sono stati acquistati dalla Warner Brothers.
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Alcuni giudizi.
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Il debutto di un autore di grande talento. Michiko Kakutani, The New York Times.
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Hobbs  un esordiente che scrive con la padronanza di un veterano. The New York Times Book Review.
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L'ombra  un capolavoro. The Guardian.
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L'AUTORE.
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Roger Hobbs era uno scrittore americano, nato il 10 giugno 1988 a Boston, Massachusetts, Stati Uniti e morto per overdose il 14 novembre 2016, Portland, Oregon, Stati Uniti a soli 28 anni.  stato autore di Ghostman and Vanishing Games. Nel 2011, Hobbs ha venduto i diritti di adattamento al suo film di fantascienza Ghostman alla Warner Brothers. Nel 2014, Hobbs  stato nominato per l'Edgar Award come miglior primo romanzo da un autore americano. 
Leditore Knopf ha rilasciato queste dichiarazioni:  una perdita scioccante e tragica. Roger ha ottenuto un tale livello in cos poco tempo, e il suo futuro era senza dubbio indirizzato verso risultati straordinari che ora non conosceremo mai. Come amico sono doppiamente devastato.
Leditore Bill Scott-Kerr ha detto che  troppo sconvolgente pensare a quello che sarebbe riuscito a realizzare, lui che era un nuovo grande talento della scene letteraria gialla. Il suo esordio, Lombra, uscito in Italia per Einaudi nel 2013, Hobbs lo scrisse durante il suo ultimo anno al college, diventando il pi giovane vincitore di un CWA Ian Feling Steel Dagger. Successivamente vinse molti altri riconoscimenti, come il Maltese Falcon Award, in riferimento al capolavoro di Dashiell Hammett, ancora una volta come pi giovane di sempre.
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L'ombra.
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Prologo.
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Atlantic City, New Jersey.
Hector Moreno e Jerome Ribbons erano seduti in macchina
al pianterreno del parcheggio dell'Atlantic Regency
Casin. Tiravano cristalli di anfetamina servendosi di una
banconota da cinque arrotolata, un accendino e un pezzo
di pellicola di alluminio. Avevano trenta minuti.
Ci sono tre modi di rapinare un casin. Il primo  entrare
dalla porta principale. Negli anni Ottanta funzionava, ora
non pi tanto.  proprio come una rapina in banca: due tizi
entrano con il viso coperto e le pistole in mano, puntando
il ferro sulla bella ragazza dietro la cassa. Lei comincia a
piangere e a supplicare, e il manager consegna loro i mazzi
di banconote. I due escono dalla stessa porta da cui sono
entrati, salgono in macchina e si allontanano. Funzionava
perch il buon senso diceva che una sparatoria sarebbe costata
al casin pi del denaro perso nella rapina. Ma i tempi
cambiano. I cassieri ora sono addestrati. Il servizio di sicurezza
 pi aggressivo. Appena scatta l'allarme silenzioso,
cosa che succede sempre, cominciano ad arrivare uomini
armati. Ti lasciano uscire, ma fuori dalla porta ti aspettano
in quaranta, pronti ad abbatterti, con AR-15 e fucili a pompa.
Non c' pi un buco di due minuti, come in passato.
Il secondo modo  quello di prendere le fiches. Scendi
in ascensore fino ai tavoli della roulette dove si gioca
forte, estrai la pistola e pianti un proiettile in mezzo al doppio
zero. Al rumore dello sparo tutti scappano, soprattutto
il croupier. I ricchi non sono coraggiosi, e gli impiegati
ancora meno. Mentre loro si disperdono, tu apri una borsa
e ci getti dentro tutte le fiches. Pianti un altro paio di
proiettili nel soffitto, per far capire che fai sul serio, poi
tagli la corda a tutta velocit. Sembra un sistema stupido,
ma funziona. Dal momento che non stai creando problemi
alle casse, il tempo di reazione  pi lungo. Gli uomini
della sicurezza non ti aspettano fuori, come nel primo
esempio. Puoi davvero arrivare al parcheggio, e da li sulla
strada. Ma resta il problema di cosa fare con le fiches. Se
ne prendi troppe, diciamo per un valore di un milione di
dollari o pi, il casin adotter fiches con un disegno diverso,
e ti ritroverai con una borsa piena di inutili pezzi
di plastica. Non solo. Ormai la tecnologia sta rendendo
obsoleto questo stratagemma. Alcuni casin inseriscono
dei microchip nelle loro fiches, e cos possono rintracciare
quelle che tu hai rubato. Nel giro di sei ore sarai ricercato
da Las Vegas al Principato di Monaco, e di nuovo ti
ritroverai in mano dei pezzi di plastica senza valore. E se
per qualche motivo non si verifica nessuna di queste due
possibilit, il meglio che puoi sperare  vendere le fiches
al mercato nero. Ma naturalmente dovrai venderle come
minimo alla met del loro valore nominale, perch nessuno
corre il rischio di andare a cambiarle se questo non significa
raddoppiare l'investimento. In poche parole, le fiches
non ti portano da nessuna parte.
Infine, il terzo modo di rapinare un casin consiste nel
rubare i soldi mentre sono in transito, bloccando uno dei
furgoni blindati che li trasportano. I casin spostano una
quantit di contanti, persino pi delle banche. Sapete,
di solito non tengono pile di banconote da cento chiuse
in un caveau, come si vede nei film. Ci sono piccole casseforti
disseminate in tutto il casin, non un grande locale
con dentro centinaia di milioni. I casin si comportano
come tutte le altre grandi istituzioni: quando hanno
troppi contanti, li inviano in banca in un furgone portavalori.
Quando non ne hanno abbastanza, fanno la stessa
cosa in senso contrario. Due o tre consegne al giorno,
tutto compreso.
Rapinare un furgone portavalori, tuttavia, non  facile.
Quelli di oggi sono delle specie di carri armati pieni
di soldi. E neppure rapinare la banca che invia il denaro
 un'opzione praticabile, perch le banche hanno una sicurezza
ancora migliore dei casin. Per avere successo,
bisogna agire nel momento in cui gli uomini sono impegnati
a caricare o scaricare il denaro dal furgone. E loro
te lo rendono addirittura pi facile. Molti casin non
hanno un garage speciale per i furgoni blindati, perch 
poco pratico. Il furgone parcheggia accanto a uno degli
ingressi posteriori, uno diverso tutte le volte. Le guardie
aprono il portello e trasferiscono i soldi all'interno, attraverso
le porte a vetri. Questo  il momento d'oro per il
rapinatore professionista. Per sessanta secondi, almeno
due volte al giorno, in uno spazio aperto davanti a tutti
transita un bottino maggiore di quello che potresti raccogliere
in cinque o sei banche. Tutto ci che deve fare
una squadra di professionisti  superare lo sbarramento
di due o tre uomini armati e poi fuggire prima che arrivi
la polizia. Facilissimo. Naturalmente bisogna conoscere
il momento esatto della consegna e l'ingresso che il furgone
user, ma non  troppo complicato. Procurarsi le
informazioni  la parte facile. La fuga  la parte difficile.
Se riesci a prendere i soldi e a sparire in due minuti,
sei diventato ricco.
Jerome Ribbons guard il suo Rolex d'oro. Le cinque
e mezza del mattino. Alla prima consegna mancava ancora
mezz'ora.
Ci vogliono mesi di preparazione per rapinare un casin.
Per fortuna, Ribbons l'aveva gi fatto in precedenza.
Era gi stato condannato due volte a Philadelphia. Non
era un buon curriculum, in realt, ma significava che aveva
un valido motivo per cercare di non farsi prendere: la terza
volta rischiava la condanna a vita. Ribbons aveva la
pelle color carbone e dai vestiti occhieggiavano i tatuaggi
blu che si era fatto nella prigione di Rockview. Negli anni
Novanta aveva scontato cinque anni per rapina a mano armata
a una filiale della Citibank, ma da quando era uscito
aveva fatto altri quattro o cinque lavoretti in banca e non
lo avevano mai beccato. Era grande e grosso, alto almeno
un metro e ottanta e parecchio pesante. Rotoli di grasso
gli sporgevano dalla cintura, e il viso era tondo e liscio come
quello di un bambino. Poteva sollevare bilancieri da
duecento chili in palestra, o da trecento dopo un paio di
piste di coca. Era in gamba nel suo lavoro, a dispetto di ci
che diceva la sua fedina penale.
Hector Moreno era il classico soldato. Un metro e sessantotto,
un quarto del peso di Ribbons, capelli corti come
l'erba del deserto e le ossa sporgenti sotto la pelle color
caff. Nell'esercito era diventato un buon tiratore, e non
batteva quasi mai le palpebre, eccetto quando gli prendeva
il tic. Al suo attivo aveva un congedo con disonore,
ma nessuna condanna penale. Era tornato a casa e aveva
passato un anno a tagliare carne a Boston, e un altro facendosi
pagare la protezione dagli spacciatori a Las Vegas.
Quella era la sua prima rapina, perci era nervoso. Per tenersi
su aveva tutta una farmacia dentro la Dodge: pillole,
polvere e sigarette. Voleva farsi passare la strizza con le
anfetamine. Per lui, le droghe non erano mai abbastanza.
Lui e Ribbons avevano ripassato il piano una quantit di
volte, per prepararsi, ma Moreno aveva bisogno di altro.
Tir una buona parte di un cristallo di anfetamina con un
rumore risucchiante. Gli si inumidirono gli occhi. Era roba
preparata da un suo amico in un camper a ovest della
contea di Schuylkill. Bassa qualit, ma non gli importava.
Voleva solo aumentare la concentrazione, non sballarsi e
andare fuori di testa prima della rapina.
Ribbons guard di nuovo l'orologio. Ventiquattro minuti.
Nessuno dei due disse nulla. Non ce n'era bisogno.
Moreno tir fuori un pacchetto di sigarette e se ne accese
una, poi pass la pellicola di alluminio a Ribbons ed
espir due boccate in rapida successione.
Ribbons prepar la bocca con un sorso di bourbon. L'anfetamina
era forte e acida. Intrappol con calma la goccia
sulla pellicola tra le dita callose. Non era la prima volta,
per lui. L'anfetamina dava una bella sensazione, ma nulla
in confronto alla scarica di adrenalina di quando aveva
la maschera sul viso e la pistola puntata. Era quella, la
sensazione che preferiva.
Moreno lo osservava, fumando la sua sigaretta e bevendo
qualche sorso di sciroppo per la tosse. Il suo cuore salt
un battito. Tanti nel suo vecchio quartiere avrebbero
pagato una cifra per uno sballo del genere, ma ormai nessuno
si faceva pi di sciroppo per la tosse, solo lui. Ti fa
vedere le cose come quando hai la febbre alta. Vedi Dio
che ti attende all'uscita del tunnel. Nessuno gli aveva mai
parlato delle difficolt respiratorie o delle allucinazioni
provocate dal principio attivo dello sciroppo, quando entra
nel flusso sanguigno con la forza di una palla da biliardo.
Moreno ascoltava la radio e aspettava.
A un tratto gett la sigaretta fuori dal finestrino e disse:
- Hai gi scelto la casa?
- S. Una casa vittoriana blu, in un bel posto vicino
all'acqua. In Virginia.
- Cos'ha detto la donna con cui hai parlato?
- Che ormai tanti vendono e pochi comprano. Il contratto
non sar un problema.
Restarono in silenzio per un po', ascoltando le notizie
sul traffico alla radio. Non avevano nulla di cui parlare,
nulla di cui non avessero gi parlato mille volte, davanti
a tazze di caff e mappe e monitor di computer. Ora non
c'era altro da fare che ascoltare le notizie sul traffico.
Avevano pianificato quel lavoro con molto anticipo, anche
se forse dire che l'avevano pianificato non era la verit.
L'uomo che aveva avuto l'idea era lontano pi di quattromila
chilometri, seduto accanto al telefono a Seattle, in
attesa di fare una telefonata. Era lui il coordinatore. Le
rapine spesso sono operazioni solitarie che non decollano
mai. Un paio di tossici cercano di ripulire una banca e finiscono
dentro per anni. Un lavoro con un coordinatore 
diverso. Sono quei lavori di cui senti parlare al notiziario
una volta e poi mai pi. Quelli che partono bene e proseguono
bene. Quelli con un piano da rispettare, scelta precisa
dei tempi e finale di partita. L'uomo che aveva preparato
il piano sapeva ogni cosa e dirigeva tutto. Ribbons e
Moreno preferivano non pronunciare il suo nome. Come
tutti, del resto.
Portava sfortuna.
Moreno e Ribbons non erano scemi. Sapevano dove si
trovavano le telecamere di sorveglianza, conoscevano il furgone
blindato dentro e fuori. Degli autisti e dei manager
del casin sapevano nomi, abitudini, curriculum, numeri
di telefono, fidanzate. Sapevano cose di cui non avrebbero
avuto bisogno, perch faceva parte del piano. Un milione
di cose potevano andare storte, e l'idea era quella di controllare
il caos, per non esserne risucchiati. Adesso era il
momento delle notizie sul traffico.
Dopo venti minuti, il telefono di Ribbons squill. Un
trillo acuto, ripetuto due volte. Una suoneria specifica, abbinata
a un numero specifico. Non c'era bisogno di rispondere,
sapevano entrambi cosa significava. Si scambiarono
un'occhiata. Ribbons dirott la chiamata alla segreteria
telefonica, rimise le droghe al loro posto sotto il sedile e
guard l'orologio per la terza e ultima volta. Mancavano
due minuti alle sei.
Il conto alla rovescia era iniziato.
Ribbons prese un passamontagna di cotone dal comparto
portaoggetti, lo indoss e se lo aggiust sul viso. Moreno
fece la stessa cosa. Ribbons colleg i cavi sotto il cruscotto
e accese il motore. Sul pavimento c'era un gil tattico KDH
Vertex di livello quattro, disegnato per fermare proiettili
di fucile sparati da una distanza di quindici metri. Ribbons
lo indoss. Lui era l'uomo di punta. La sua pancia debordava
sotto il gil. Sul sedile posteriore, sotto una coperta,
c'era un fucile da caccia Remington 700 a cinque colpi,
modificato con mirino laser e silenziatore da otto pollici e
mezzo AWC Thundertrap. Era l'arma di Moreno. Accanto
al Remington, c'era un kalashnikov automatico modello AK-56, con tre caricatori da trenta proiettili blindati da
caccia grossa. Ribbons prese l'AK, inser un caricatore, tir
indietro la leva e si volt verso Moreno.
- Sei pronto? - chiese.
- Sono pronto, - fu la risposta.
Scese di nuovo il silenzio. Le luci del parcheggio tremolarono
e si spensero. Non c'era bisogno di lampioni, dopo
l'alba. La Dodge Spirit era piena di macchie di ruggine.
Davanti a loro, visibile dal lato opposto della strada, c'era
l'ingresso laterale del casin dove si sarebbe fermato il furgone
portavalori. La pioggia sul parabrezza faceva un effetto
caleidoscopico agli occhi di Ribbons.
Novanta secondi prima dell'arrivo del furgone, Moreno
scese e prese posizione dietro uno sbarramento stradale.
L'aria salmastra aveva smangiato il cemento fino alle sbarre
di ferro. Moreno guard le telecamere di sorveglianza
del Regency. Inquadravano una zona lontana da lui. Tempismo
perfetto. La sicurezza del casin era buona, ma non
abbastanza. Moreno aveva testato gli angoli ciechi delle
telecamere alcune settimane prima. A nessuno importa
davvero cosa succede in un parcheggio alle sei del mattino.
Moreno sistem il fucile sul blocco di cemento. Tolse
il cappuccio al mirino, tir la leva che azionava il carrello
e inser il colpo in canna.
Poi dall'auto scese anche Ribbons, mentre le telecamere
erano ancora spostate, e si nascose dietro la colonna pi
vicina, un altro punto cieco. Cominci a respirare rapidamente,
per sciogliersi ed essere pronto a correre. Nelle sue
manone il kalashnikov sembrava un giocattolo. Lo teneva
stretto al petto. Cominci ad avvertire la nausea, una sensazione
familiare. Nervosismo. Non era drammatico come
quello di Moreno, ma tornava sempre, tutte le volte.
Sessanta secondi.
Ribbons cont i secondi a mente. Il tempismo era della
massima importanza. Avevano l'ordine di non muoversi
fino al momento esatto. Il sudore gli rendeva scivolose
le dita all'interno dei guanti.  difficile sparare con precisione
indossando guanti di lattice, ma gli ordini erano
di non toglierli per tutto il giorno. Ribbons era immobile
come un Buddha dietro la colonna, che era un po' troppo
stretta per nasconderlo del tutto. Non aveva neppure lo
spazio per tirare indietro la manica e guardare l'orologio.
Perci si concentr sul respiro, dentro e fuori, dentro e
fuori. I secondi passavano nella sua testa. Gocce d'acqua
cadevano dalla pensilina di cemento.
Alle sei esatte, il furgone della Atlantic Armored super
il semaforo verde all'angolo e svolt nella strada. Il conducente
e la guardia indossavano uniformi marroni. Il furgone
era alto tre metri e pesava quasi tre tonnellate. Era
bianco, con il logo della Atlantic Armored su entrambe le
fiancate. Entr nella zona di carico e scarico del casin, fermandosi
sotto l'insegna del Regency. Ribbons non riusciva
a udire quasi nulla, a parte il rumore del proprio respiro.
I furgoni blindati non sono mai facili. Mettono soggezione.
Non solo per i motivi pi ovvi, come i sette centimetri
e mezzo di blindaggio testato dal National Institute of
Justice, o le gomme rinforzate con quarantacinque strati di
kevlar DuPont, o i finestrini in policarbonato trasparente,
capaci di fermare un intero caricatore di proiettili blindati
da dieci millimetri. No, i pericoli maggiori in un furgone
blindato sono all'interno. Le guardie, per esempio, sono
armate e addestrate. Nel furgone ci sono telecamere che
registrano tutto. Ci sono sedici feritoie per permettere alle
guardie di sparare agli aggressori. E per finire, ci sono
delle placche magnetiche nella cassaforte. Quando il pacco
contenente il denaro viene separato dalla placca, parte
un timer. Se il conto alla rovescia si esaurisce, alcuni
pacchetti di inchiostro nascosti in mezzo ai soldi esplodono
e rovinano le banconote. Ma per un coordinatore con
una squadra e un piano, tutte queste preoccupazioni sono
marginali. C' sempre un punto debole. In quel caso,
ce n'erano due. Il primo era il pi ovvio: nulla resta per
sempre dentro un furgone blindato. Basta aspettare che le
guardie aprano i portelli e scendano, e tutti i blindaggi,
le telecamere e le placche magnetiche non significano pi
nulla. Il secondo punto debole invece  diverso.  molto
pi cruento.
Uccidi le guardie, e il bottino  tuo.
C'erano due uomini, entrambi nell'abitacolo anteriore:
il conducente e l'addetto alla consegna del denaro. Avevano
un paio d'anni di esperienza, o cos diceva la ricerca
effettuata su di loro. Uno aveva famiglia, l'altro no. Appena
il furgone si ferm, scesero. Chiusero le portiere e
un uomo in completo nero, con una calvizie incipiente e un
cartellino sul petto, usc dal casin e and loro incontro.
Era il manager del caveau. Sui quarantacinque, fedina penale
pulitissima, neppure una multa per divieto di sosta.
Tir fuori di tasca una chiave e la consegn all'addetto ai
soldi. Naturalmente, pur con la fedina penale immacolata,
non gli era permesso entrare nel furgone. Non vi era mai
entrato in dieci anni. L fuori il denaro era gestito solo
dagli agenti in divisa, lui l'avrebbe gestito dentro il casin.
Mentre aspettava sul marciapiede si sfreg le mani.
Trenta secondi.
L'autista prese un'altra chiave dalla cintura e la consegn
al suo compagno, il quale apr la serratura del portello
posteriore e sal sul furgone. Dentro, c'era una cassaforte
magnetica incastonata nella fiancata e coperta da un ulteriore
strato di blindaggio in ceramica a prova di proiettili.
La chiave delle guardie apriva una serratura, e quella del
manager apriva l'altra. Nessuno aveva mai rapinato prima
un furgone della Atlantic Armored. Offrivano il servizio
migliore, per banchieri paranoici e hotel che valevano molto
pi di un'intera flotta di furgoni blindati. La sicurezza
era un grosso affare in quella citt. L'oggetto in questione
era un pacco contenente dodici chili di banconote
da cento confezionate sottovuoto, nel nuovo stile con lamine
metalliche di sicurezza che attraversavano il pacco
al centro. Il blocco era suddiviso in mazzi da cento chiamati
strisce, per via della striscia di carta color senape
che legava ogni mazzo per rendere pi facile il conteggio.
Ogni striscia valeva diecimila dollari. In quei dodici chili
di denaro c'erano centoventidue strisce, cio un milione
e duecentoventimila dollari, compressi fino alle dimensioni
di una grossa valigia.
La guardia stacc il denaro dalla piastra magnetica, lo
infil in una borsa blu di kevlar che prese da un cassetto
e assicur la borsa a un carrello agganciato alla fiancata.
Indoss un paio di occhiali da sole e spinse il carrello
sull'asfalto, manovrandolo con attenzione.
Dieci secondi.
Appena la guardia usc dal furgone, l'autista sfoder
una Glock 19, tenendola puntata in basso lungo il fianco,
la procedura standard per quel tipo di consegne. Aveva
un'aria annoiata. Quella era la prima consegna del giorno,
ce ne sarebbero state altre dieci, avanti e indietro da
vari casin. Aggiust la presa sull'arma, tenendo il dito
lontano dal grilletto. Il suo compagno chiuse il furgone e
restitu la chiave al manager, il quale l'agganci alla cintura.
L'autista scrut il parcheggio, poi si volt, fece due
passi verso la porta del casin e segnal agli altri due di
seguirlo con i soldi.
Era il momento. Ribbons diede il segnale.
Il fucile di Moreno rincul. Lo sparo non fu silenzioso,
ma attutito, come quello di una rivettatrice. Il proiettile
colp l'autista sotto l'attaccatura dei capelli, dietro l'orecchio.
Gli attravers la testa e usc dal naso. Sangue e cervello
macchiarono il marciapiede. Moreno non attese di
veder cadere il corpo. A quella distanza, conosceva la traiettoria
dei proiettili. Espulse il bossolo e in una frazione
di secondo cambi bersaglio, come se si fosse allenato tutta
la vita. Il manager fu il successivo, perch era il pi vicino.
Il proiettile lo colp allo sterno, attraversando il cuore. Il
terzo bersaglio era gi in movimento.
L'addetto ai soldi corse verso il furgone. Inciamp sul
marciapiede, si gett a terra e allung una mano verso la
fondina della Glock. Moreno lo segu con il mirino, poi
premette il grilletto. Lo manc di una trentina di centimetri.
L'agente si mise al coperto. Moreno fece un segnale
con la mano a Ribbons. Non aveva pi la possibilit di
colpire la guardia, da quell'angolazione.
Ribbons emerse dal suo nascondiglio, si port il kalashnikov
alla spalla e cominci a pisciare proiettili in modalit
automatica. Gli spari risuonarono nel silenzio del mattino
come un martello pneumatico in piena notte. Le porte a
vetri del casin andarono in frantumi sotto l'urto di una
raffica di trenta proiettili. Per beccare il terzo uomo ci voleva
la legge dei grandi numeri. La maggior parte dei colpi
andarono a vuoto, ma uno and a segno, piantandosi nella
spina dorsale dell'agente, sotto il cuore. L'uomo si contorse
sull'asfalto. Dentro il casin, qualcuno cominci a urlare.
Ribbons scavalc la barriera di cemento tra il parcheggio
e la strada e corse verso il furgone. Espulse un caricatore,
ne prese un altro e lo inser. In entrambe le direzioni non
c'era traffico. Era troppo presto. Teneva il fucile puntato
con una mano sola, nel caso qualcuno fosse uscito dal casin
tentando di arrivare ai soldi per primo. Si chin, senza
mai staccare gli occhi dalla porta, e con la mano libera
cerc di sganciare la borsa, che era legata al carrello tramite
larghe e semplici fibbie di nylon. Ma non aveva considerato
la difficolt di usare una mano sola, con i guanti
di lattice, nel calore di luglio, con un quarto di grammo di
anfetamina in corpo. La mano gli tremava.
Moreno sorvegliava la strada attraverso il mirino. Dai,
dai, dai.
Poi scatt l'allarme.
Una sirena altissima con luci lampeggianti nell'atrio
dell'hotel, pensata per incendi e terremoti. Ribbons sobbalz,
poi spar una raffica sulle porte a vetri per scoraggiare
chi avesse pensato di uscire. Il rinculo del fucile gli
spinse il braccio in alto e i proiettili spaccarono alcune finestre
e la R di Regency nell'insegna al neon. I bossoli
d'ottone tintinnarono sul marciapiede. Ribbons grid. Il
rinculo gli aveva quasi spaccato la mano. Quando riprese
il controllo dell'arma, per la rabbia diede un calcio alla
borsa. Vaffanculo. Punt il kalashnikov contro l'ultima
fibbia di nylon e la fece saltare.
A pochi passi di distanza l'agente steso sulla schiena
emetteva dei suoni gorgoglianti, e seguiva Ribbons con lo
sguardo. La spuma insanguinata che gli usciva dalla bocca
si raccoglieva intorno al viso come un'aureola.
Ribbons prese la borsa dalla cinghia rotta e se la gett
in spalla. Passando accanto alla guardia in fin di vita, abbass
il fucile e gli piant una breve raffica in testa.
In lontananza si sentivano le sirene della polizia, attirate
dalla sparatoria. A giudicare dal suono erano a otto
isolati. Tempo di reazione trenta secondi, a partire da ora.
Ribbons corse alla massima velocit verso il parcheggio.
Tremava, nonostante la manciata di barbiturici che aveva
preso. Aveva uno sguardo folle, come un guerriero selvaggio.
Ancora non c'era traffico. La fuga era facile.
Moreno gli fece un gesto con la mano aperta. Corri pi
veloce, grassone del cazzo.
Appena furono a portata di voce, Ribbons grid: - La
polizia arriva da nord. Apri quella cazzo di macchina e
scappiamo!
Erano a meno di sei metri l'uno dall'altro. Ora le telecamere
non importavano pi. La sicurezza non avrebbe
potuto identificarli, con i passamontagna. Corsero verso
l'auto. Ribbons salt la barriera di cemento e Moreno,
gi seduto al volante, gli apr la portiera. Tutto il lavoro
era durato meno di mezzo minuto. Ventisei secondi,
stando al Rolex di Ribbons. Era stato facile: corri,
prendi i soldi e scappa. Moreno aveva un sorriso idiota
stampato in faccia. Pensava che tutto sarebbe andato in
modo perfetto. Ma nessuna rapina  perfetta. C' sempre
un problema.
Come per esempio l'uomo seduto in macchina dall'altro
lato del parcheggio, che li osservava attraverso il mirino
del fucile.
Per Ribbons tutto accadde in modo indistinto. Stava
salendo in macchina, a un tratto ud lo sparo; Moreno era
stato colpito. Ci fu uno spruzzo di nebbia rosa. Pezzi di
cervello e di osso lo colpirono come schegge di granata.
Ribbons non ebbe il tempo di pensare. Sollev il kalashnikov
e sput piombo alla cieca in direzione dello sparo. Vide
lampi di luce uscire da una delle auto dietro di lui, ma
prima di identificare il punto con precisione aveva finito
i proiettili. Scese dalla Dodge, espulse il caricatore e ne inser
un altro. Non aveva ancora portato il fucile alla spalla
quando un altro proiettile fece esplodere il parabrezza.
Ribbons mir verso il lampo e apr il fuoco. Il proiettile
successivo lo manc di poco. Gir intorno all'auto per arrivare
al sedile del conducente, sparando brevi raffiche.
Un proiettile lo prese al petto, colpendo una placca in ceramica.
Fu un colpo potente che lo fece barcollare, ma
quasi non lo sent. Si rimise in sesto e continu a sparare.
Un altro proiettile lo prese alla spalla. Fu un dolore acuto,
immediato. Url. Aveva finito i colpi.
Bestemmi e lasci cadere il fucile ormai inutile. Tir
fuori una Colt 1911 da dietro la schiena e spar con una
mano sola, a braccio teso, senza mirare a un bersaglio. Il
passamontagna si era spostato e gli tappava un occhio.
Ribbons sparava due colpi alla volta, era un fuoco di copertura.
Un proiettile sparato da un fucile colp la colonna
alle sue spalle, sollevando una piccola tempesta di polvere
di cemento e intonaco. Con la mano libera Ribbons tir
via il cadavere di Moreno dal sedile. C'era materia cerebrale
sparsa su tutto il cruscotto.
Un altro proiettile colp il bagagliaio. Ribbons lo ud
rimbalzare nello chassis. L'auto era ancora in moto. Ingran
la retromarcia, con la portiera aperta, che si chiuse
di scatto non appena prese velocit. Si volt e spar attraverso
il lunotto. Lo specchietto retrovisore esplose a trenta
centimetri dalla sua testa. Scappa, idiota.
La Dodge sbatt contro la fila di auto alle sue spalle,
causando una pioggia di scintille. Mezzo accecato dal sangue
e dal passamontagna, Ribbons spost il cambio automatico
su drive e part a razzo in discesa verso l'ingresso
del garage. A quell'ora del mattino non c'era l'impiegato
in cabina, il che era un bene perch Ribbons non
vedeva dove andava. La Dodge schiant la macchina dei
biglietti, spazz via la cabina e usc sbandando su Pacific
Avenue. Pass un semaforo rosso e schizz verso Park
Place, in contromano. Ribbons, abbassato sul volante,
pest sull'acceleratore a tavoletta. I cerchioni mandarono
scintille sull'asfalto. Le sirene che lo stavano accerchiando
ora distavano solo pochi isolati, e rischiavano di diventare
un problema. Quando si strapp il passamontagna, sul
cruscotto cadde una pioggia di gocce di sudore. Guard
alle sue spalle. Dal lunotto posteriore non si vedeva ancora
niente. Prosegu zigzagando, sempre a tutta velocit,
lungo gli ampi boulevard di Atlantic City. Moreno aveva
pianificato perfettamente la fuga, ma il piano era andato
in malora in dieci secondi esatti.
Ribbons gir il volante e attravers un parcheggio e poi
un vicolo. In meno di dieci minuti, marca e modello della
sua auto sarebbero stati diramati a ogni auto di pattuglia
nel raggio di settanta chilometri. Doveva nascondere
la macchina, il denaro e doveva nascondersi anche lui
prima di essere raggiunto dalla polizia. Ma per farlo doveva
acquistare un po' di vantaggio. Solo quando svolt
su Martin Luther King Boulevard si rese conto del sangue
che gli inzuppava i vestiti sotto il giubbotto antiproiettile.
Si tocc la ferita alla spalla. Malgrado il giubbotto lo avesse
rallentato e deformato, il proiettile aveva attraversato
ventisette strati di kevlar e gli si era piantato nella carne.
Non faceva troppo male, grazie alle anfetamine e all'eroina
di Moreno. Ma sanguinava troppo. Doveva lavare e
bendare la ferita, se voleva restare vivo. Per curarla a regola
d'arte bisognava aspettare. Per forza.
Il cellulare squill. Di nuovo la suoneria speciale. La
persona che lo stava chiamando tollerava poco i ritardi,
ancora meno l'incompetenza e per nulla i fallimenti.
La sua reputazione si basava sulla paura, una paura totalizzante
che spaventava gli agenti federali e rendeva obbedienti
come scolaretti persino assassini e stupratori. I
suoi piani erano precisi e si aspettava che fossero portati
a termine con precisione. La possibilit di fallire non era
oggetto di discussione. Nessuno che Ribbons conoscesse
lo aveva mai deluso. O almeno, nessuno era rimasto vivo
per raccontarlo.
Ribbons guard il telefono, incuneato sotto il sedile,
poi allung una mano e rifiut la chiamata.
Cerc di concentrarsi sulla via di fuga, ma gli venne in
mente solo la sua casetta blu vicino all'acqua. Attraverso
la nebbia della droga, poteva quasi sentirne l'odore, la sensazione
della vernice scrostata sotto le dita. La sua prima
casa. Tenne quell'immagine nella mente come una coperta
intorno al dolore del proiettile nella spalla. Poteva farcela.
Doveva farcela. Doveva.
Le sei e due minuti del mattino, cazzo.
Le sei e due minuti, e la polizia pattugliava gi le strade
alla sua ricerca. Le sei e due minuti, e la notizia del colpo
era gi arrivata alla polizia stradale e all'FBI. Quattro morti,
pi di un milione di dollari rubati. Oltre cento bossoli
sull'asfalto. Un titolo da prima pagina.
Le sei e due minuti del mattino, e la polizia aveva gi
svegliato i suoi detective.
Ci vollero altre due ore perch qualcuno svegliasse me.
 
Capitolo 1.

Seattle, Washington.
Il trillo acuto di un'e-mail in arrivo mi risuon come
una campana nella testa. Mi svegliai di colpo, ansimando,
e allungai una mano verso la pistola. Mentre gli occhi si
adattavano alla luce dei monitor di sorveglianza, guardai
verso il davanzale dove avevo poggiato l'orologio. Il cielo
era ancora nero come l'inchiostro.
Presi la pistola da sotto il cuscino e la misi sul comodino.
Respirai.
Quando mi ricomposi, guardai i monitor. Non c'era
nessuno nel corridoio, nessuno nell'ascensore, sulle scale
o nell'atrio. L'unica persona sveglia era il guardiano notturno,
che sembrava troppo assorbito nella lettura del suo
libro per notare qualcosa. Il mio era un vecchio palazzo di
dieci piani, e io stavo all'ottavo. Era un posto stagionale,
in cui solo la met delle stanze erano occupate tutto l'anno,
e nessuno degli occupanti si alzava presto. Tutti dormivano
ancora oppure erano via per l'estate.
Il mio computer trill di nuovo.
Faccio il rapinatore da quasi vent'anni. La paranoia fa
parte del lavoro, cos come la pila di passaporti falsi e di
banconote da cento sotto il cassetto in basso del com.
Ho cominciato quando non avevo ancora vent'anni. Rapinai
alcune banche perch pensavo che fosse eccitante.
Non sono il pi fortunato di tutti e probabilmente neppure
il pi intelligente, ma non sono mai stato catturato n
interrogato, e nessuno mi ha mai preso le impronte digitali.
Sono bravo in quello che faccio. Sono sopravvissuto
perch sto molto attento. Vivo solo, dormo solo, mangio
solo. Non mi fido di nessuno.
Ci sono una trentina di persone al mondo che sanno della
mia esistenza, e di questi forse non tutti credono che io
sia ancora vivo. Amo la privacy, per necessit. Non ho un
numero di telefono e non ricevo posta. Non ho un conto
corrente e non ho debiti. Pago tutto in contanti, se possibile,
altrimenti uso una serie di carte di credito aziendali
Visa nere, ciascuna di una compagnia off-shore diversa.
Inviarmi un'e-mail  l'unico modo per contattarmi, ma la
risposta non  garantita. Cambio l'indirizzo ogni volta che
cambio citt. Quando comincio a ricevere messaggi da
gente che non conosco, oppure se i messaggi smettono di
contenere informazioni importanti, infilo l'hard disk nel
microonde, faccio la valigia e ricomincio da capo.
Il computer trill di nuovo.
Mi passai le dita sul viso e presi il laptop dalla scrivania
accanto al letto. C'era un nuovo messaggio. Prima di
raggiungermi tutte le mie e-mail vengono reindirizzate da
diversi servizi anonimi. I dati passano da server situati in
Islanda, Norvegia, Svezia e Tailandia, prima di essere divisi
e inviati a caselle di posta di tutto il mondo. Chiunque
provi a rintracciare l'IP non sapr mai qual  quello
vero. Quella e-mail era arrivata al mio primo indirizzo offshore
a Reykjavik due minuti prima, dove il server l'aveva
criptata con la mia chiave privata a 128 bit. Da li era stata
inoltrata a un altro indirizzo registrato sotto un nome diverso.
Poi a un altro indirizzo, e a un altro ancora. Oslo,
Stoccolma, Bangkok, Caracas, San Paolo. Una lunga catena
con una copia in ciascuna casella. Citt del Capo, Londra,
New York, Los Angeles, Tokyo. Adesso era irrintracciabile,
privata e anonima. Prima di arrivarmi, aveva fatto
due volte il giro del mondo. Si trovava in tutte le caselle,
ma solo il mio codice era in grado di decrittarla. Potevo
sentire l'hard disk che ripartiva e la CPU che si metteva al
lavoro. Le cinque del mattino.
Fuori, il cielo era deserto, eccetto per alcune luci sui grattacieli,
che sembravano costellazioni nella nebbia. Luglio
non mi  mai piaciuto. Nel posto da dove vengo, l'estate
 calda in modo intollerabile.
La notte prima i monitor di sorveglianza si erano oscurati
per alcuni secondi, e avevo dovuto passare due ore a
controllarli. Aprii una finestra e vi sistemai accanto il ventilatore.
Sentivo l'odore del porto commerciale: vecchie
navi da carico, spazzatura e acqua salata. Oltre la ferrovia
la baia si estendeva come una gigantesca macchia d'olio.
A quell'ora del mattino, solo una mezza dozzina di fanali
fendevano le tenebre. I pescherecci puntavano i riflettori
sulle reti, e i primi traghetti erano in partenza dal porto.
La nebbia copriva il cielo dall'isola di Bainbridge fino alla
citt, dove la pioggia si fermava e il treno merci delle 5,07
proiettava un'ombra lungo i binari in direzione est. Presi
l'orologio dal davanzale e me lo misi al polso. E un Patek
Philippe, non sembra chiss cosa, ma segner ancora l'ora
esatta quando tutte le persone che ho conosciuto saranno
morte e sepolte, i treni avranno smesso di correre e l'erosione
avr trasformato la baia in mare aperto.
Il programma di decrittazione mand un suono. Fatto.
Cliccai sul messaggio.
L'indirizzo del mittente era stato oscurato da tutti i
reindirizzamenti, ma capii subito di chi si trattava. Delle
trenta persone che sapevano come contattarmi, solo due
conoscevano il nome che compariva nella riga dell'oggetto
e solo di uno sapevo per certo che fosse ancora vivo.
Jack Delton.
Il mio nome non  Jack. Non  neppure John, George,
Robert, Michael o Steven. Non  nessuno dei nomi che
compaiono sulle mie patenti di guida, passaporti o carte di
credito. Il mio vero nome non  da nessuna parte, eccetto
forse su un certificato di laurea e su un paio di attestati
scolastici nella mia cassetta di sicurezza. Jack Delton era
uno pseudonimo che avevo usato per un lavoro, cinque
anni prima, abbandonandolo subito dopo. Il nome lampeggiava,
con accanto un piccolo segno giallo: significava
che era urgente.
Aprii il messaggio.
Il testo era brevissimo: Per favore chiama immediatamente.
Seguiva un numero di telefono con un prefisso.
Lo fissai per qualche secondo. Di solito, se ricevo messaggi
del genere, non penso neppure di comporre il numero.
Il prefisso era lo stesso di dove mi trovavo io. Le conclusioni
possibili erano due: o il mittente aveva una fortuna
straordinaria, oppure sapeva dove mi trovavo. Considerato
chi era il mittente, la seconda era la pi probabile. C'erano
pochi modi in cui poteva averlo scoperto, e nessuno era
semplice o economico. Di solito, la possibilit che il mio
rifugio fosse noto bastava a farmi fuggire subito. La mia
politica  di non chiamare mai numeri che non conosco.
I telefoni sono pericolosi. Rintracciare un'e-mail criptata
attraverso una serie di server anonimi  difficile, invece
rintracciare qualcuno tramite il suo cellulare  facilissimo.
Ci riesce persino la polizia normale, quel tipo di polizia
che non deve occuparsi di persone come me. Quelli come
me hanno diritto al trattamento completo: FBI, Interpol,
servizi segreti, i quali hanno stanze piene di agenti per
questo tipo di cose.
Fissai a lungo il nome lampeggiante. Jack.
Se la mail fosse stata di chiunque altro, a quel punto
l'avrei gi cancellata, insieme a tutti gli altri messaggi, e
starei gi disabilitando la casella di posta. Se quella mail
fosse stata di chiunque altro, starei gi distruggendo il computer,
preparando la borsa da viaggio e acquistando un biglietto
aereo per la Russia. Sarei scomparso in venti minuti.
Ma la mail non era di chiunque altro.
Solo due persone al mondo conoscevano quel nome.
Mi alzai e andai al cassettone accanto alla finestra. Spinsi
da parte un mazzo di banconote e un blocco giallo pieno di
appunti. Quando non lavoro, traduco i classici. Presi una
camicia bianca da un cassetto, un completo giacca e pantaloni
grigi dall'armadio e una fondina di pelle da sopra il
cassettone. Da una scatola in alto pescai un revolver cromato,
un Detective Special con la guardia del grilletto e
il cane limati. Lo caricai con proiettili calibro trentotto a
punta cava. Quando fui vestito e a posto, presi una scheda
internazionale prepagata, la attivai e composi il numero.
Il telefono non squill neppure, fui subito in linea.
- Sono io, - dissi.
- Sei un uomo difficile da trovare, Jack.
- Cosa vuoi?
- Voglio che tu venga al mio club, - rispose Marcus. - E
prima che tu me lo chieda, sei ancora in debito con me.
 
Capitolo 2.

Il Five Star Diner odorava di sigarette e dopobarba fin
dalla strada. Era incuneato come un cassonetto della spazzatura
tra il vicolo posteriore di un ristorante e un pornoshop,
nella parte alcolica di Belltown, a un isolato dallo
Space Needle e poco lontano da South Lake. Sotto il lampione
era parcheggiato un branco di motociclette. L'interno
era illuminato dal debole bagliore dei neon e di un
juke-box pieno di CD lucenti. La porta era aperta. Anche
a quell'ora, il caldo non era diminuito.
L'autista del taxi si ferm davanti all'ingresso. In confronto
ai posti dove ho lavorato, tipo Las Vegas o San Paolo,
i brutti quartieri di Seattle sembrano luoghi immacolati.
Ma quello faceva eccezione. Il vicolo sembrava un ricovero
di senzatetto: pieno di coperte e bottiglie, emanava
odore di birra rancida e olio da motori. Pagai la corsa infilando
i soldi nell'apposita fessura, attraverso la parete di
plastica che isolava l'autista, e quello ripart senza perdere
un secondo, non appena ebbi i piedi sull'asfalto e le mani
lontane dalla portiera.
Percorsi il vicolo ed entrai dalla cucina. Il Vve Star  un
posto pubblico, bene o male, ed  difficile fare qualcosa
di veramente brutto a qualcuno in un luogo in cui ci sono
potenziali testimoni. Marcus stava cercando di dirmi che
non voleva uccidermi. Se avesse voluto farlo, non si sarebbe
disturbato a mandarmi un messaggio. Mi avrebbe
cercato di persona, mi avrebbe messo un cuscino in faccia
e mi avrebbe sparato, come faceva ai tempi. Incontrarci
l era come stare sul marciapiede davanti a una stazione
di polizia. C'era una logica contorta, che mi dava un motivo
di tranquillit.
Marcus non aveva mai ucciso nessuno nel suo ristorante,
prima di allora.
Ciononostante, aveva delle buone ragioni per farmi
fuori. Un lavoro che avevamo fatto insieme era andato in
malora, portandosi dietro la sua reputazione. Dalla sera
alla mattina, Marcus era passato da coordinatore di colpi
di livello internazionale a piccolo boss della droga. Prima
poteva scegliere i migliori operatori del mondo. Ora per
farsi proteggere doveva contrattare con delinquenti da
strada. Dopo quel lavoro, credevo che non avrebbe mai
pi voluto vedermi. Credevo che mi avrebbe sparato, prima
di mandarmi una e-mail. Ma in qualche modo sapevo
che quel momento sarebbe arrivato. Ero in debito con lui.
L'uomo di guardia sul retro mi aspettava. Grosso, con
dei jeans tagliati, fiss con attenzione la mia nuova faccia
prima di lasciarmi passare. Annu come se mi avesse riconosciuto,
ma sapevo che non era cos. Ho cambiato aspetto
cos tante volte che ho dimenticato qual  quello vero. La
reincarnazione pi recente era capelli castani color caramello,
occhi nocciola e la pelle diafana di chi trascorre troppo
tempo in casa. Non tutto  chirurgia plastica. Lenti a contatto,
perdita di peso e tintura per capelli possono cambiare
un uomo meglio di un'operazione da cinquantamila
dollari, e questa  solo una parte. Se impari a cambiare
la voce e il modo di camminare, puoi diventare un altro in
dieci secondi. L'unica cosa che non si pu cambiare, ho
scoperto,  l'odore. Lo puoi mascherare con whisky, profumo
e creme costose, ma il tuo odore resta il tuo odore.
Me lo ha insegnato chi mi ha fatto da mentore. Io avr
sempre questo odore di pepe nero e coriandolo.
Superai il capocuoco, che era in pausa e stava fumando
una sigaretta senza filtro, usando la base di una lattina come
posacenere. Passai anche accanto al cuoco messicano
addetto alle fritture, che mi gett un'occhiata e poi distolse
lo sguardo. La cucina odorava di cilantro, chorizo, uova
fritte e burro salato. Attraversai le doppie porte che dalla
cucina immettevano nel ristorante. Marcus mi aspettava
nell'ottavo spar, sotto una insegna al neon della Bud
Light, davanti a un piatto intatto di uova e prosciutto, con
una tazza di caff.
Parl solo quando mi fui avvicinato.
- Jack, - disse.
- Credevo che non ti avrei pi rivisto, - risposi.
Marcus Hayes era alto e secco, sembrava il presidente di
un'azienda di computer. Era magro come uno stelo e sembrava
a disagio nella propria pelle. I criminali di maggior
successo non hanno la faccia da criminali. Indossava una
camicia oxford blu scuro e occhiali trifocali spessi come
fondi di bottiglia. I suoi occhi funzionavano male da quando
aveva passato un periodo in un campo di lavoro sullo
Snake River in Oregon. Le iridi erano di un blu spento e
pi chiaro intorno alle pupille. Aveva solo dieci anni pi di
me, ma sembrava molto pi vecchio. I palmi delle mani parevano
cuoio vecchio. Ma il suo aspetto non mi ingannava.
Marcus era l'uomo pi brutale che avessi mai conosciuto.
Scivolai nel spar sedendomi di fronte a lui, e guardai
sotto il tavolo. Niente pistole. Non mi hanno mai sparato
da sotto un tavolo, ma sarebbe stato facile, soprattutto
per uno come lui. Basta una P220 o un'altra piccola pistola
con silenziatore. Proiettili subsonici. Uno alla pancia,
l'altro al cuore. Uno dei cuochi mi avrebbe tagliato testa
e mani, avvolto in sacchi della spazzatura e gettato nella
baia. Come se non fossi mai esistito.
Marcus stir le dita, irritato. - Non insultarmi, Jack.
Non ti ho fatto venire qui per ucciderti.
Dissi: - Pensavo di essere bruciato con te. Credevo che
non avresti mai pi voluto lavorare con me.
- Allora ti sei sbagliato.
- Questo l'ho capito.
Marcus non disse nulla. Non ne aveva bisogno. Lo guardai
negli occhi. Tese il palmo aperto sul tavolo e scosse la
testa con aria delusa.
- I proiettili, - disse.
- Non conoscevo le tue intenzioni.
- I proiettili, per favore, - ripet Marcus.
Obbedii lentamente. Presi il revolver dalla fondina con
due dita, per mostrargli che non intendevo usarlo. Sganciai
il tamburo e spinsi fuori tutti i proiettili a punta cava,
mettendoli sul tavolo accanto al piatto di Marcus. Tintinnarono
come posate e rotolarono fino a fermarsi, a mezza
strada tra lui e me.
Rimisi la pistola nella fondina.
- Di cosa si tratta? - chiesi.
- Conoscevi Hector Moreno?
Annuii lentamente, con espressione neutra.
-  morto, - disse Marcus.
Non ebbi nessuna reazione. Non era una sorpresa. Sapevo
che Moreno era candidato a una morte prematura dalla
prima volta che l'avevo visto. Ero in un bar a Dubai, un
paio di anni prima. Stavo bevendo un succo d'arancia prima
di tornare a casa. Era un posto di classe, pieno di tizi in
giacca e cravatta. Moreno mi si avvicin da dietro, in un
completo Armani gessato. Fumava sigarette elettroniche,
due boccate alla volta. Nella sua parlata si mescolavano
parole che non capivo, forse in arabo o in persiano. Quando
finimmo di parlare si accese una pipa di crack dietro la
baracca del parcheggio. I suoi vestiti odoravano di coca e
gli vedevo il cuore battere sotto le costole. Era un soldato
come io ero Babbo Natale.
- Cosa c'entro io? - chiesi a Marcus.
- Lo conoscevi bene?
- Abbastanza bene.
- Quanto bene?
- Come conosco te, Marcus. E so che mi hai fatto venire
qui per dirmi qualcosa, non per farmi parlare di un
tossico che ho incontrato durante un lavoro.
- Piano, Jack. Moreno stamattina si  beccato un proiettile
in testa e merita il nostro rispetto. Era uno di noi, e lo
 rimasto fino alla fine.
- Il giorno in cui rispetter un assassino come Moreno,
mi beccher anch'io un proiettile in testa.
Restammo in silenzio per qualche secondo. Marcus aveva
gli occhi stanchi. Dalla sua tazza di caff non si sollevava
vapore, accanto non c'era nessun bricco di panna,
o bustine di zucchero aperte. Dentro la tazza, scorgevo
anelli marroni e una macchia nera a met. Quel caff era
stato versato almeno tre ore prima. Nessuno ordina un
caff alle tre del mattino.
- Di cosa si tratta?
Marcus mise una mano in tasca e tir fuori un fascio di
banconote da venti spesso come un libro, fermato da elastici
di gomma. Lo pos sul tavolo e disse: - Stamattina il colpo
che avevo studiato con Moreno  andato storto. Cadaveri
dappertutto, il bottino non si trova, i federali sono a caccia.
- Cosa vuoi da me?
- Voglio quello che sai fare meglio, - disse. - Voglio
che tu faccia sparire il problema.
 
Capitolo 3.

Cinquemila dollari non sembrano cinquemila dollari.
Mai, neppure dopo averli contati due volte, come di sicuro
aveva fatto Marcus. Cinquemila dollari sembrano solo
un fascio di carte verdi spesso sei centimetri, lungo venti
e largo quindici. Potrebbero essere duemila dollari o ventimila.
A un certo punto il cervello non riesce pi a contare
in fretta, e sembrano solo un sacco di soldi.
Marcus li fece scivolare verso di me, attraverso i proiettili
sul tavolo.
Io li guardai e dissi: - Con tutto il rispetto, Marcus, non
mi alzo dal letto per meno di duecentomila.
- Questa non  un'offerta di pagamento, Jack, sono soltanto
i soldi per le spese. Farai questo lavoro perch sei in
debito con me. Da cinque anni.
Non potevo ribattere nulla, e non ero sicuro di volerlofare.
Marcus mi raccont tutto. Cominci trenta minuti prima
del colpo e and avanti come se stesse narrando un incontro
di boxe, un pugno dopo l'altro. C'era qualcosa di
sincopato nel modo in cui raccontava, come se avesse imparato
a parlare leggendo telegrammi o ascoltando segreterie
telefoniche automatiche. Una serie di fatti, senza pause
per respirare. Disse: - Immagino che tu non abbia saputo
ancora nulla di tutto questo, perch qui  ancora presto.
Ma a Est  su tutti i notiziari. Quattro morti, compreso
Moreno. L'obiettivo era un trasferimento di denaro da
una banca a un casin. Facile, come puoi immaginare. Un
lavoro da trenta secondi. Credevo che neppure due idioti
come lui e il suo socio potessero mandarlo a puttane.
Dovevano solo evitare alcune telecamere, spaventare un
paio di guardie giurate, prendere i soldi e tagliare la corda.
Dopo aver seminato la polizia, dovevano recarsi in un
box magazzino a nord della citt, chiamarmi e aspettare
che si calmassero le acque. Doveva essere il colpo pi facile
del mondo.
- Invece Moreno si  beccato un proiettile, - dissi.
- E io non ho mai ricevuto la telefonata.
- Perch ti sei servito di Moreno? Posso immaginare
che il suo socio non fosse molto meglio di lui.
- Erano entrambi sacrificabili.
Ci pensai su. - Quant' il bottino?
- Un milione e passa in banconote da cento. La cifra
precisa dipendeva dalle entrate del casin. Il primo fine
settimana di luglio, prima consegna della giornata, direi un
milione e due, un milione e tre. Abbastanza per rimpinguare
la riserva di contanti dopo i pagamenti della notte.
- Come sai che Moreno si  fatto sparare?
Marcus accenn al televisore nell'angolo. - Uno dei due
rapinatori  stato ucciso. Un bianco. E il partner di Moreno
era nero. Hai mai visto in tiv una foto segnaletica
di uno dei tuoi compagni?
- S.
- Io ne ho viste due.
- Quando era previsto il colpo?
Marcus guard l'orologio, un Patek Philippe, come il
mio. - Quasi quattro ore fa.
Posai una mano sui soldi. - Vuoi il mio consiglio? Aspetta.
Quattro ore non sono nulla. Quattro ore dopo il mio
ultimo colpo, avevo avuto appena il tempo di riprendere
fiato, figuriamoci fare telefonate. Ero a Las Vegas, inseguito,
ricercato. Non sapevo chi era morto e chi era stato
preso, non sapevo chi aveva i soldi. Non sapevo nulla.
L'unica cosa che avevo in mente era arrivare alla casa
sicura e restarci finch si fossero calmate le acque. E nel
caso tu pensassi che quei reporter televisivi sappiano cosa
 successo, non lo sanno. Moreno potrebbe essere vivo e
in ospedale, e magari in cella per le undici. Nessuno sapr
nulla di certo almeno fino a mezzogiorno, e tu non potrai
fare nessuna mossa fino a quando il casino non si sar calmato,
probabilmente non prima di domani. Se ti preoccupa
la possibilit che quel nero...
- Ribbons. Jerome Ribbons.
- So che pensi che Ribbons possa fare il furbo e svanire
con i soldi, ma devi aspettare un po'. Se ci vai gi troppo
duro potrebbe pensare che vuoi ucciderlo perch ha mandato
a puttane il colpo, e allora rischia di non volersi far
vedere mai pi.
- Questa non  una faccenda che pu aspettare, - disse
Marcus. - Il pacco rubato da Moreno  molto pericoloso.
C' una scadenza di quarantotto ore.
- I soldi sono pericolosi?
- S. I contanti. I maledetti contanti non segnati, con i
numeri di serie autentici della Federal Reserve. Inviati specificamente
da Washington alla succursale di Philadelphia
della Federal Reserve per essere distribuiti tra i casin del
New Jersey. Il problema  il pacco di soldi, Jack.
- In che senso?
- Contiene ancora la carica esplosiva federale.
 
Capitolo 4.

Carica esplosiva federale.
Tre parole che nessuno vorrebbe udire.
Soprattutto io, che non mi ero mai dovuto occupare del
problema. Quelle parole sono come una perversa battuta
alla fine di quella storia assurda che  la sicurezza bancaria.
Hanno a che fare con il modo in cui la Federal Reserve
trasporta i contanti. Una volta che la Zecca di Stato a
Washington finisce una stampata di banconote, le passa
in una macchina che le divide in mazzi da mille, ciascuno
a sua volta suddiviso in mazzetti da cento. Alla fine, le
banconote vengono avvolte nel cellofan sottovuoto, per
facilitare il trasporto. La Federal Reserve stampa mezzo
miliardo di dollari tutti i giorni. Spendono milioni solo
per il cellofan, perch a volte un carico pu pesare anche
cinquecento tonnellate. La confezione sottovuoto riesce
a ridurre il volume di un quarto, garantendo un trasporto
pi efficace. Dopo essere stato confezionato, il denaro
viene caricato su camion, che lo portano al Tesoro, dove
uno scanner convalida i numeri di serie. Quindi i camion
lo trasportano in una delle undici banche che costituiscono
la spina dorsale della Federal Reserve. Le banche scannerizzano
le banconote una seconda volta, poi le caricano
su altri camion e le distribuiscono a banche pi piccole in
tutto il mondo, le quali, quando le ricevono, le passano
allo scanner per la terza volta. Infine aprono il cellofan e
diffondono i contanti tra la popolazione. Ma non si tratta
solo di inflazione. I federali sostituiscono le banconote
vecchie con altre nuove, perci la quantit di denaro
in circolazione resta pi o meno la stessa, aggiunti o tolti
alcuni punti percentuali all'anno. Le vecchie banconote
sono ritirate dalle banche pi piccole, inviate alle banche
grandi, riportate al Tesoro, triturate e bruciate. Un ciclo
completo.
Per quelli come me, un carico da sessanta tonnellate di
banconote da cento nuove sembra troppo bello per essere
vero. Questo perch, almeno per ci che mi riguarda, 
troppo bello per essere vero. Nessuno ha mai provato a rapinare
un camion federale, perch nessuno  cos stupido.
Non  possibile riuscirci. Il motivo  che al governo non
importa nulla di cosa succeda ai contanti mentre sono in
movimento. Lo proteggono con guardie armate, camion
civetta e tutto il resto, ma se per caso i cattivi avessero
davvero una possibilit di farla franca, la banca distruggerebbe
l'intero carico. In breve, la Federal Reserve paga al
governo circa dieci centesimi per ogni banconota stampata,
il che copre i costi di carta e inchiostro. Se il denaro viene
bruciato, la banca perde solo la carta. Ordina dell'altro
denaro alla zecca, e intanto le banche pi piccole devono
arrangiarsi per un altro po' con le banconote vecchie. Invece,
se il denaro viene rubato e i banditi riescono a fuggire,
ogni singolo dollaro perso contribuisce ad aumentare
l'inflazione. Certo, un paio di miliardi di dollari non
sono chiss cosa, comparati con il PIL totale della nazione,
ma anche il pi piccolo aumento nell'inflazione danneggia
la credibilit del sistema monetario americano. La notizia
della rapina arriverebbe da Boston al Bangladesh in dieci
ore. E se si sparge la voce che c' un buco nel sistema,
tutti i criminali vorranno provare ad assaltare la Federal
Reserve. Basterebbe un solo scivolone, e lo Zio Sam si troverebbe
a dover affrontare un'emergenza di tipo nuovo.
Perci, a quel punto, entra in gioco la carica esplosiva
federale.
In pratica si tratta di una bomba a inchiostro sistemata
dentro il denaro che esce da Washington. Ogni duecento
banconote viene inserito un congegno esplosivo sottilissimo,
quasi invisibile, composto da tre parti. Un pacchetto
di inchiostro indelebile, una batteria che diventa anche
carica esplosiva e un localizzatore GPS che fa da detonatore.
Mentre i federali trasportano il denaro verso le banche
che rappresentano la spina dorsale del sistema, il pacco
di soldi avvolti nel cellofan  poggiato contro una placca
elettromagnetica. La placca  un caricabatterie wireless,
come quelli dei telefoni cellulari. Appena il denaro viene
staccato dalla placca, le batterie dei congegni esplosivi nascosti
tra i soldi cominciano a esaurirsi. Se si esauriscono
del tutto, il denaro esplode. Se il cellofan viene tagliato
troppo presto, il denaro esplode. Se il localizzatore GPS si
collega al satellite sbagliato, il denaro esplode.
I grandi magazzini spesso mettono degli antifurto magnetici
sui vestiti costosi. Se una ragazzina scema cerca di
rubare un vestito di Vera Wang da Nordstrom, il piccolo
pezzo di plastica rotondo attaccato al vestito emette un
segnale radio che fa squillare l'antifurto all'uscita, perch
le barre di rilevamento ricevono l'informazione che un
vestito che non  stato pagato  in movimento. Se questo
non basta a fermare la ragazzina, in fondo al vestito c' un
pacchetto contenente inchiostro indelebile, che esplode a
una distanza di circa mezzo metro dalla porta. Cos il vestito
 rovinato e la ladra viene fermata. I grandi magazzini
lo fanno perch se un vestito viene rovinato in questo
modo, possono chiedere il rimborso del prezzo pieno, pi
il danno e le spese legali, al taccheggiatore. Inoltre, l'idea
di un vestito esplosivo  un forte deterrente. Per il denaro
si applica lo stesso principio. Se viene rubato, parte
un timer. Se un manager qualificato non lo scannerizza
con un codice particolare entro un tempo specifico, di
solito un paio di giorni, il denaro va in malora. La carica
esplosiva federale  il bacio della morte.
Le banche normali usano la stessa tecnologia, ma senza
il GPS. Se entri in una banca e chiedi di consegnarti
i soldi, come ho fatto io decine di volte, a volte anche l
troverai pacchetti di inchiostro nascosti. Di solito sono
programmati per esplodere entro due minuti, cos quando
esci il denaro esplode e la polizia sa che deve cercare il
tizio coperto di inchiostro indelebile. Questo sistema pu
essere neutralizzato in parte dividendo il denaro in diverse
borse di plastica, cos se un pacchetto di inchiostro esplode
non rovina tutto il bottino. Ma quelli dei federali sono
diversi. Sono tutti collegati tra loro. Immaginate cosa
potrebbe succedere se il camion avesse un guasto, o se la
placca elettromagnetica smettesse di funzionare. Pensate
a tutto il tempo che quel denaro passa nel deposito, appena
uscito dalle rotative mentre qualcuno completa la parte
burocratica. Pensate al tempo che un paio di uomini forti
ci mettono a caricare e scaricare cento milioni di dollari
da un camion all'altro. Il sistema  lento. Perci il timer
federale  settato sulle quarantott'ore. In parte a causa di
inefficienze del sistema, in parte perch quarantotto ore 
la finestra temporale massima entro cui le forze dell'ordine
possono riuscire a prendere i criminali e a rintracciare
il denaro usando il GPS.
Deglutii. Dissi: - Che diavolo ci faceva del denaro federale
in un casin?
- Entrava in circolazione, - rispose Marcus. - In una
settimana, un casin in media muove pi soldi di una mezza
dozzina di banche. Ormai pochi vanno in giro con denaro
contante, ma i clienti di un casin comprano fiches
di plastica e si aspettano di incassare le vincite in contanti.
Tutti i caveau delle banche di Atlantic City messi insieme
non possono competere con un casin come il Regency in
un week-end come questo. Perci il casin  stato classificato
come banca. Pu ritirare il denaro direttamente dalla
Federal Reserve, perch nessuna banca privata sarebbe in
grado di soddisfare il suo bisogno di contanti. Nel Regency
ci sono cento sportelli bancomat e trenta sportelli cassa.
L'equivalente di dieci banche. Ed  cos da due anni.
- In che modo pensavi di aggirare il fatto che i soldi
potevano essere rintracciati? Mandando in crash il GPS?
- Con una borsa rivestita di piombo. Il sistema pi banale
del mondo.
- E la carica esplosiva?
- Questo non  un problema tuo.
- Col cazzo che non lo .
- I soldi mi servivano per un affare di droga, - disse
Marcus.
- Questo non spiega nulla.
- Il timer di quarantott'ore  partito alle sei sulla costa
Est. Io avevo programmato di liberarmene per le sei
di luned. Li adesso sono quasi le dieci del mattino. Questo
significa che mi restano meno di quarantaquattro ore
per risolvere il problema, altrimenti sono un uomo morto.
- Come pensavi di fare?
Marcus mi fiss come se fossi quello che non capisce
mai la barzelletta.
Le persone come lui fanno cose del genere tutti i giorni.
Nulla va storto. Era logico che Marcus avesse usato la sua
parte per concludere un affare. Non  solo una questione di
denaro buono,  anche il modo pi rapido e facile di spacciare
merci rubate. Ovvio che Marcus ci avesse pensato.
- Rispondi alla mia domanda, - dissi.
- Non mi hai capito, Jack -. Parlava lentamente. - Avremmo
usato i contanti per un affare di droga.
Silenzio.
Tolsi le mani dal tavolo.
- Non avevi nessuna intenzione di disinnescare la carica
esplosiva, - dissi. - Avresti dato i soldi in pegno a qualche
povero bastardo che non sapeva cosa stava accettando.
Un acquisto di droga  semplice proprio come sembra.
Una persona porta la droga, l'altra il denaro. E si fa uno
scambio. Raramente  pi complicato di cos. Io ho concluso
il mio primo affare del genere a quattordici anni.
Misi un nichelino sulla panchina del parco; lo spacciatore
mi lasci in grembo una bustina e si allontan. Un gioco
da ragazzi, appunto.
L'affare di Marcus non era diverso, era solo pi grande.
Con un milione di dollari in contanti, Marcus e i suoi due
tirapiedi potevano comprare un'auto piena di prodotto a
un prezzo riservato ai grossi trafficanti. Con un milione
di dollari si acquista una quantit di acido puro sufficiente
a riempire una bottiglia. Un milione in eroina riempie
il bagagliaio di una macchina. La coca occuperebbe anche
il sedile posteriore. Per la marijuana ci vorrebbe un
camion. Il venditore non avrebbe perso tempo a controllare
il denaro impacchettato sottovuoto. Lo avrebbe preso
e se ne sarebbe andato.
Boom.
Trenta ore dopo, ci sarebbe stato un trafficante di droga
in meno in citt. Una volta che la carica fosse esplosa,
il fornitore di Marcus si sarebbe ritrovato con diecimila
o pi banconote da cento del tutto inutili, pi un segnalatore
che lo indicava come un faro al governo federale. I
trafficanti al livello di Marcus possono permettersi di perdere
un milione di dollari se le cose vanno a puttane, ma
pochi trafficanti sopravvivono a uno sciame di elicotteri
pieni di agenti dei servizi segreti. Marcus non aveva derubato
il casin perch voleva i soldi. L'aveva fatto perch
voleva un'arma.
Il suo obiettivo non era derubare un casin; era derubare
un cartello della droga.
- Stai scherzando, vero? - dissi.
Marcus si spinse avanti di pochi centimetri. - Per te
 solo un lavoro di pulizia. Non deve importarti in che
guaio mi trovo io. Non ti pago per il colpo. Non ti pago
per metterti in lotta con i casin. Voglio pagarti per avere
la certezza, la certezza totale, che Ribbons mi chiami, che
non si faccia prendere dalla polizia e che consegni il denaro
nel punto concordato prima che scadano le quarantott'ore.
Tu sei la mia assicurazione sulla vita, Jack.
- Sei completamente pazzo.
- Sai quante persone fumano cristalli di anfetamine
nel Nordovest degli Stati Uniti? - disse Marcus. - Tutti.
La domanda  enorme. I cristalli puri vanno da sessanta a
novanta al grammo. Met rispetto alla cocaina, ma il volume
d'affari  cinquanta volte superiore. E sto parlando
di metanfetamine di media qualit. Costano il doppio che
oltre confine. Significa un prezzo cinquanta volte superiore
ai costi di produzione. Pensa al profitto. Solo con
questo affare, con un grande concorrente in galera o peggio
a causa dei soldi macchiati, potremmo realizzare profitti
a otto cifre. Avviare cinque o sei laboratori. Essere
presenti in ogni angolo di strada da qui a San Francisco. I
centomila dollari che ho pagato a Moreno, in sei mesi possono
diventare un'attivit da settantacinque milioni. Sto
parlando di metterci a posto per sempre. Guarda quello
che hai davanti a te e immagina di averne delle montagne.
Gettai una lunga occhiata ai contanti.
- Per me  uguale se vuoi comprare la metanfetamina
pronta o vuoi preparartela da solo, - dissi. - Io non tratto
droga. Conosci le mie regole. Lavoro solo per soldi in
contanti o per l'arte, e basta. Senza eccezioni.
- Cosa ti fa credere di avere una scelta?
- Il fatto che mi lascerai uscire di qui vivo, e sar ancora
in debito con te.
Marcus si morse il labbro e mi rivolse un'occhiata gelida.
- Ho un jet che ti aspetta per portarti ad Atlantic City.
Quando arrivi, delle persone che conosco ti aiuteranno a
scegliere ci che ti serve. Se non vuoi trattare l'affare per
me, trova i soldi e chiamami, da l in avanti mi arrangio
io. Ma ho bisogno che questo casino sia sistemato prima
che scadano le quarantotto ore. Non ho intenzione di andare
in galera perch Moreno si  fatto sparare, e non mi
interessa cosa ne sar di te dopo. Puoi sparire, come preferisci.
Fa' questo per me e siamo pari, capito?
Marcus mi guard, guard i soldi davanti a me. Con
un dito spinse un proiettile, che rotol verso di me e mi
cadde in grembo.
Strinsi le labbra.
- Non mi piace la tua nuova faccia, - disse Marcus.
- Troppo innocente.
Rimisi il proiettile sul tavolo.
- Perch sei un uomo morto, se il denaro esplode?
Marcus rest in silenzio per un attimo. Udii i rumori
della cucina. Il caff colava dal filtro nella caffettiera dietro
il banco. Le parole di Marcus furono asciutte come pietre,
come se avessero risucchiato tutta l'umidit dell'ambiente.
Disse: - L'affare l'ho concluso con il Lupo.
 
Capitolo 5.

Pacific City, Oregon.
Voglio chiarire una cosa. Io disprezzo Marcus con tutto
me stesso. Ma aveva ragione. Ero in debito con lui.
Era successo quasi cinque anni prima, durante un lavoro
che chiamavamo Operazione cambio asiatico. Marcus
aveva invitato sette di noi in un resort in Oregon, per
proporci un colpo. Era un lavoro enorme per una somma
enorme, perci voleva una squadra scelta. Io ero nel ramo
da quando avevo quattordici anni, ma non avevo mai ricevuto
una proposta del genere. Era la prima volta, in realt
l'unica, in cui interrompevo il mio rigoroso anonimato.
Marcus mi aveva fatto arrivare un messaggio, tramite uno
dei miei indirizzi e-mail, che indicava una latitudine e una
longitudine in mezzo ai boschi, e andai all'incontro senza
sapere nulla del lavoro. Non avevo idea di cosa lui avesse
pensato per me. Ci andai per un solo motivo: il messaggio
diceva che sarebbe stata presente anche la mia mentore.
Angela. Quando la mia limousine si ferm all'hotel, lei mi
aspettava, fumando una sigaretta accanto a una colonna
di mattoni coperta di edera. Non la vedevo da sei mesi.
Le sorrisi dal finestrino.
Il resort era piccolo e circondato dalla foresta, ma sembrava
molto lussuoso e Marcus aveva prenotato tutte le
stanze. Il vecchio edificio in mattoni aveva l'aria di essere
stato una scuola, in passato. Le stanze avevano vere
chiavi, non tessere magnetiche, e i bagni erano in fondo al
corridoio. Era come tornare indietro nel tempo. Quando
scesi dalla limousine, non capii se Angela fosse contenta
di vedermi o ce l'avesse con me. Mi prese sottobraccio e
sorrise in quel suo modo furbo, accompagnandomi nella
lobby. Era impossibile decifrare la sua espressione. Angela
era quel tipo di donna capace di tirarsi sempre fuori da
tutto con le parole, anche dalle sue stesse emozioni. Era
un'attrice e una truffatrice geniale. Aveva almeno dieci
anni pi di me e le piaceva chiamarmi ragazzo.
Andammo direttamente nella sua suite, senza dire una
parola. Appena chiusa la porta, Angela pass le dita tra i
miei nuovi capelli e disse che anche dopo tutti quei cambiamenti
ricordava ancora il mio viso. Avevamo fatto l'amore
una volta sola, quando io ero ancora nuovo nel circuito
bancario e lei era eccitata per una truffa riguardante strumenti
finanziari di investimento del valore di cinquecentomila
dollari. Era stato un suo errore, diceva.
Ci sedemmo ai due lati opposti della stanza e parlammo
per un po'. Faticavo ad abituarmi alla sua nuova voce, ma
l'odore era lo stesso di sempre. Sigarette e passion fruit.
Arriv la sera e Marcus ci fece avvisare che ci aspettava
intorno al focolare esterno. Si present solo con il nome.
Marcus. In piedi accanto ad Angela, ascoltai il suo discorsetto
da imbonitore. Angela fumava una sigaretta dopo l'altra
e mi sussurrava all'orecchio nomi e specialit dei rapinatori
intorno a noi, indicando ciascuno con la brace della sigaretta.
Un giovane biondo e ben vestito di nome Alton Hill era
il timoniere, cio l'uomo che avrebbe guidato l'auto della
fuga. Era in grado di guidare qualsiasi cosa avesse le ruote e
un motore. Dall'accento sembrava californiano. La sua voce
aveva un tono strano, che non quadrava con il suo aspetto
preciso e professionale. Portava un paio di logori guanti da
pilota in pelle, e ascoltava Marcus con aria distratta.
Quello accanto a lui era Joe Landis, uno scassinatore
specializzato in casseforti. Era basso e minuto, con lenti
a fondo di bottiglia. Era texano, ma non me ne sarei accorto
se Angela non me l'avesse detto. Al giorno d'oggi,
uno scassinatore specializzato  qualcosa tra il programmatore
di computer e l'esperto di demolizioni. Esistono
ancora dei tizi capaci di trovare una combinazione servendosi
solo dell'udito e dei polpastrelli, ma sono una razza
in estinzione. Oggi quel lavoro si fa con un computer, un
cavo a fibre ottiche, un trapano e della nitroglicerina fatta
in casa, chiamata zuppa. Gli scassinatori dilettanti di
solito diventano sordi prima di imparare. Joe se ne stava
in disparte ed evitava di incrociare gli sguardi degli altri.
Accanto a lui c'era una truffatrice cinese, esperta in
acquisizioni illecite, di nome Hsiu Mei. Aveva pi lauree
che spazio sul muro per appenderle, mi disse Angela,
ed effettivamente Hsiu aveva l'aspetto un po' stropicciato
dell'accademica. Ma era molto bella. La pelle era color
guscio d'uovo e i capelli neri sembravano cos morbidi
che un colpo di vento avrebbe potuto portarli via. Parlava
una mezza dozzina di lingue e stava prendendo appunti
su un taccuino. Immaginavo che fosse il nostro controller
e interprete.
Poi c'erano un paio di criminali italiani di basso rango
per il ruolo di manovali, come si diceva in gergo. Si chiamavano
Vincent e Mancini. Erano fratelli, mi disse Angela.
Non sembravano dei duri, ma quelli come loro spesso
non lo sembrano. Fanno del male alla gente per lavoro.
Erano bassi e snelli, con quel look mediterraneo imbrillantinato,
cravatte verdi orrende e un linguaggio corporeo
da cattivi. Se ne stavano l'uno di fronte all'altro davanti
al fuoco, a gambe larghe e braccia conserte. Vincent parlava,
Mancini ascoltava.
E poi c'eravamo noi.
Non c' una definizione precisa per quello che facciamo,
ma ci piaceva definirci ombre. Angela e io ci occupavamo
di sparizioni. Io ho aiutato a scomparire forse un
centinaio di rapinatori, nel corso degli anni. Non si tratta
solo di travestimenti e passaporti falsi e certificati di nascita
rubati. Si tratta soprattutto di credibilit. Un'ombra
deve avere fiducia nel modo in cui agisce, parla e si comporta.
Puoi essere il ricercato numero uno dell'FBI, la tua
foto pu essere esposta in tutti gli uffici postali da Bangor
a South Beach, ma se sai comportarti come se fossi un altro
e hai i documenti per provarlo, potresti vivere su Park
Avenue e nessuno ti noterebbe. La gente vede ci che tu
vuoi che veda.
Angela e io eravamo impostori professionisti.
Lei aveva cominciato come attrice a Los Angeles. Era
molto brava, ma questo non le garant il successo sullo
schermo. La sua era una patologia. Non recitava, si trasformava
nel personaggio. E i direttori del casting la odiavano
per questo. Un uomo pu cavarsela, passando da un
personaggio all'altro, una bella ragazza no. Veniva scritturata
per fare la moglie trofeo, e appariva come una ragazzina.
Il suo primo successo lo ottenne facendo la spia
aziendale. Riusc a farsi assumere come segretaria di un
manager in una grande compagnia aeronautica. E le diedero
centomila dollari per rubare i progetti di un jet militare
e consegnarli a un'altra compagnia. Dopo di allora
non fece altro che rubare. Quando ebbe fatto abbastanza
soldi cominci a crearsi dei ruoli personali. Si svegliava la
mattina e sceglieva chi voleva essere quel giorno. Quando
ci incontrammo, si fingeva un'agente dell'FBI per poter
derubare un'organizzazione di contraffattori. Mi convinse
con l'inganno ad aiutarla, e da quel momento diventai
il suo apprendista.
Oggi sono il migliore nel mio campo. Posso rapinare
una banca e scomparire in due giorni, senza che nessuno
si accorga di nulla. Potrei entrare anche nel Congresso, se
volessi. Ma per quanto bravo io sia come ladro e mentitore,
non posso reggere il confronto con Angela. Lei mi ha
insegnato tutto quello che so.
La guardai gettare il mozzicone di sigaretta e schiacciarlo
nella terra umida. Bevvi un sorso di bourbon e continuai
ad ascoltare la sua voce nel mio orecchio.
Quando l'incontro fin, Angela mi prese sottobraccio
e mi condusse nella foresta dietro l'ultima capanna. Camminammo
per un tempo interminabile, finch le mie pupille
diventarono grandi come piatti. L in mezzo era cos
buio che mi sembrava di avere gli occhi chiusi. L'unica
luce era quella della luna dietro le nubi. Dopo pi o meno
mezzo chilometro, Angela si ferm e si volt, fissandomi
come se volesse dirmi qualcosa. Rest a lungo in silenzio,
ma quando parl lo fece con la sua vera voce. La voce che
usava solo con me.
- Cosa ci fai qui? - chiese. Mi guard e scosse la testa.
- Cosa ti ha detto per convincerti a venire?
- Nulla. Mi ha comunicato solo il luogo.
- Pensavo di averti insegnato a non accettare mai un
lavoro prima di avere tutte le informazioni. Pensavo di
averti insegnato a non fidarti di un estraneo, soprattutto
se quell'estraneo sta progettando un colpo. Pensavo di
averti insegnato la prudenza.
- Me l'hai insegnata, infatti.
- Allora cosa ci fai qui?
Non risposi. Pensavo fosse ovvio. La fissai a lungo negli
occhi. Era bruna, allora, con capelli corti alla maschietta
e un rossetto color arancia rossa. Indossava un vestito da
quattromila dollari e un paio di orecchini di diamanti che
nessuna donna aveva indossato da duecento anni a questa
parte, perch li aveva rubati in un museo. Dire che era
bella significava non aver capito. Lei era tutto ci che tu
volevi fosse. Restai a guardarla finch sospir e mi prese
di nuovo sottobraccio. Quando arrivammo in albergo i
nostri vestiti erano coperti di fango. Mi accompagn alla
porta della mia stanza e mi diede la buonanotte in corridoio.
Ascoltai i suoi passi sulle scale. Fu cos che cominci
l'Operazione cambio asiatico.
Ci mettemmo al lavoro la mattina dopo.
All'epoca, Marcus era la persona per cui valeva la pena
lavorare. Non era ancora un boss dei cartelli. Era una
mente, un coordinatore. Come Mozart componeva musica,
Marcus componeva rapine. Erano grandi e belle e
fruttavano quantit incredibili di denaro. Cinque anni fa,
chiunque avrebbe desiderato partecipare a uno dei suoi
colpi, perch tutto ci che toccava si trasformava in oro.
C'era un lato oscuro anche allora, comunque. Avevo
sentito dire cosa accadeva a chi si rivelava una delusione
per lui. Ma erano solo voci. Mentre avevo visto con i miei
occhi cosa accadeva a quelli che avevano successo. Diventavano
ricchi. Molto ricchi.
Due giorni dopo Angela e io eravamo con gli altri su
un volo privato da Los Angeles a Kuala Lumpur, in Malesia.
L'aereo era di Marcus, ma lui non era venuto con
noi. Avrebbe diretto tutta l'operazione da Seattle, via telefono
satellitare. Se ne stava nel retro del suo ristorante
come Giulio Cesare, ma noi non ci lamentavamo. Ci
avrebbe resi ricchi.
Fui io a mandare tutto in malora.
 
Capitolo 6.

Il volo per Atlantic City dur cinque ore.
L'aereo era un Cessna Citation Sovereign, un bimotore
grosso modo delle dimensioni di un tir con rimorchio, con
un'autonomia di tremila miglia. Quando arrivai in aeroporto
era gi pronto a partire, e non ci fu nessun controllo di
sicurezza. L'uomo all'ingresso ci fece segno di entrare non
appena vide la limousine di Marcus. Ci fermammo accanto
all'aereo, io salii a bordo e strinsi la mano ai piloti, ma
non perdemmo tempo in presentazioni. Il fattore tempo
era cruciale. Cinque minuti dopo eravamo gi in volo, con
duemilacinquecento miglia davanti a noi.
Io avevo in spalla una borsa di nylon nera. Marcus mi
aveva dato il tempo di andare a prendere alcune cose nel
mio appartamento. Nella borsa c'erano la mia Colt trentotto
con il cane segato. Uno spazzolino da denti. Il ncessaire
per la rasatura. Trucco. Tintura per capelli. Guanti di
pelle. Una manciata di passaporti, patenti di guida, carte
d'identit di diversi stati. I cinquemila dollari che mi aveva
dato Marcus, pi tre carte Visa nere aziendali con un
nome diverso su ciascuna. In fondo c'era una copia logora
delle Metamorfosi di Ovidio, tradotto da Charles Martin.
Io viaggio sempre leggero.
Ero contento di salire su quell'aereo. Da molto tempo
non avevo un lavoro del genere. Sono piuttosto schizzinoso.
Quando non lavoro, il tempo sembra trascorrere in una
nebbia. I giorni si confondono. Poi le settimane, come in
un registratore quando si preme avanzamento rapido.
Siedo alla scrivania del mio appartamento, di fronte alla
finestra, e guardo sorgere il sole. Rileggo i classici greci
e latini e li traduco su un blocco giallo, a volte anche in
tedesco o in francese. Alcuni giorni non faccio altro che
starmene seduto a leggere. Le mie traduzioni vanno avanti
per centinaia di pagine. Eschilo, Cesare, Giovenale, Livio.
Le loro parole mi aiutano a pensare. Quando non lavoro,
non ho parole mie.
Quello era ci che stavo aspettando: un lavoro che per
una volta non fosse noioso.
L'interno del Cessna era molto bello. Non avevo mai
volato prima su quel modello, ma era simile agli altri jet
privati su cui ero salito. Aveva un muso come il becco di
un uccello da preda e due grossi motori sotto la coda. Il
decollo fu come un giro sulle montagne russe, ma una volta
saliti in quota il volo fu tranquillo e con un livello minimo
di rumore. C'erano otto sedili, pi due per i piloti,
e il costo era poco sotto i venti milioni di dollari. Per un
prezzo del genere, ogni sedile era di prima classe. C'era
un bar ben fornito sul retro della cabina, un televisore a
schermo piatto in alto, sintonizzato su un canale di notizie,
un telefono satellitare accanto alla macchina del caff
e una connessione wireless a Internet. Quando il copilota
venne ad avvisarmi che potevo togliermi la cintura e alzarmi,
andai a farmi un caff. Mi sentivo ancora a disagio. In
quei cosi si riesce appena a stare in piedi.
Mi portai la cuccuma di caff al mio sedile, me ne versai
una tazza e lo bevvi. Me ne versai un'altra e aprii il libro.
Qualcosa mi innervosiva, ma non riuscivo a capire cosa.
Dopo una ventina di minuti, sul televisore apparve il
sottotitolo Sparatoria al Regency, e alzai il volume.
L'annunciatrice non fece i nomi delle vittime, ma sullo schermo
comparve una foto di Moreno in tuta mimetica verde
oliva, seguita da un paio di inquadrature scioccanti della
torre del Regency e di una fila di proiettili nel cemento.
Il team televisivo trasmetteva dalla Boardwalk, la famosa
strada pedonale in legno. Potevo intuire dove era avvenuto
il colpo dalla folla di curiosi sullo sfondo. La reporter disse
che i morti erano quattro, tra cui uno dei rapinatori, e
aggiunse che secondo la polizia altri due rapinatori erano
in fuga. Avevo sospettato che ci fosse una terza persona,
quando Marcus mi aveva raccontato l'accaduto, e ora ne
avevo la conferma. La donna disse che i rapinatori avevano
dimostrato una conoscenza dettagliata delle procedure di
sicurezza, e che l'indagine era gi a uno stadio avanzato.
Poi apparve la foto segnaletica di Jerome Ribbons.
Per poco non rovesciai il caff. La foto era di qualche
anno prima, ma si trattava al cento per cento di lui. Ricercato
per essere interrogato, diceva la didascalia. Il nome
di Ribbons era in stampatello in basso sullo schermo,
accanto al numero da chiamare. Avevano scoperto la sua
identit in meno di quattro ore. Merda.
Premetti pausa e fissai la foto per un paio di secondi.
Ribbons era circa quattro anni pi giovane di adesso,
fissava l'obiettivo con uno sguardo truce e teneva tra le
mani un cartellino con un numero. Era grosso, grasso, con
un viso da ragazzo e una folta barba. Era chino in avanti
come un orso bruno, con la bocca aperta. Aveva gli occhi
iniettati di sangue e l'aria esausta. La foto era stata scattata
dal dipartimento di polizia di Philadelphia, perci non era
in divisa da detenuto. I tatuaggi sull'unica mano visibile e
sul collo raccontavano una storia. Sul polso c'era un cervo
stilizzato. Dal numero di corna si deduceva che aveva
scontato cinque anni di galera. La pistola tatuata sotto il
mento invece diceva che era, o era stato, affiliato a una
gang. Il naso rotto non era mai stato rimesso a posto bene,
e le nocche erano piene di cicatrici.
Mi sembrava di averlo gi visto, ma non ricordavo dove.
A meno che Ribbons non avesse combinato un vero casino
sulla scena del crimine, dovevano aver trovato il suo
nome quando avevano controllato le impronte digitali di
Moreno. Ribbons era probabilmente uno dei complici abituali
di Moreno. E non ci era voluto molto per confrontare
la sua foto segnaletica con i video della sorveglianza.
Le sue dimensioni e la sua storia lo rendevano pressoch
inconfondibile. Non ci sono in giro molti ex detenuti alti
un metro e novanta, con cervi tatuati sul polso. Era abbastanza
per dare la sua foto ai media. A met pomeriggio,
chiunque avrebbe saputo di Jerome Ribbons e si sarebbe
guardato intorno, cercandolo.
Guardai l'orologio. Ancora tre ore all'atterraggio. Il mio
lavoro sarebbe stato una sfida difficile.
Premetti di nuovo play e mi versai un'altra tazza di
caff. Il servizio era quasi finito, e quando torn in onda,
quaranta minuti dopo, non c'era nulla di nuovo. Provai a
pensare a tutte le cose che potevano essere successe dalle
sei del mattino. L'indagine doveva essere diventata
enorme, poich qualsiasi crimine che riguardi la Federal
Reserve  un incubo dal punto di vista della giurisdizione.
La polizia avrebbe inviato i propri detective perch
c'erano stati dei morti. Lo sceriffo avrebbe mandato degli
uomini perch c'erano dei rapinatori in fuga. L'FBI avrebbe
inviato degli agenti perch le rapine in banca sono un
crimine federale. Probabilmente c'erano dentro persino i
servizi segreti, perch sono autorizzati a indagare sui crimini
contro il Tesoro. E infine le banche della Federal
Reserve avevano il proprio servizio di sicurezza, detto TEA,
Treasury Enforcement Agents, il cui compito era occuparsi
di crimini come quello. In quel momento ad Atlantic City
dovevano esserci almeno venticinque uomini in completi
scuri da pochi soldi.
E Ribbons era ancora uccel di bosco.
Mi chiedevo perch non avesse chiamato Marcus.
Quando non ti fai vedere o non chiami dopo un colpo,
vuol dire che sei svanito. Svanire e scomparire nel nostro
gergo sono due cose molto diverse. Una squadra scompare
dopo un colpo in modo che nessuno dei membri sia
catturato. Un uomo solo svanisce per salvaguardare solo s
stesso. Svanire  uno dei peccati capitali nella professione
del rapinatore di banche. Qualsiasi cosa succeda, non importa
quanto sia complicata la situazione, non devi svanire,
e non devi assolutamente svanire con il bottino. Se il
piano dice di trovarsi nel tale magazzino, vai in quel magazzino.
Se il piano dice registrati in un motel, tu ti registri
in un motel. Se svanisci da solo, tutto il piano di fuga
va a farsi benedire, e questo  il primo passo verso la cattura
dell'intera banda. Quasi sempre, se per caso hai una
brutta sensazione prima del colpo, hai tutto il tempo di
rinunciare e di tornartene a casa. Puoi dire ai tuoi compagni
che non te la senti e chiamarti fuori. Ma non appena
il lavoro parte, tutti ci sono dentro fino al collo. I professionisti
prendono molto sul serio questo punto. Per alcuni
 una questione d'orgoglio. Alcuni morirebbero piuttosto
che svanire, e di fatto molti sono morti.
Quindi forse Ribbons era morto.
O forse la reputazione di Marcus stavolta gli aveva giocato
contro.
Marcus era noto per comportarsi in modo orribile, barbaro,
con chi falliva. Quella reputazione lo aiutava a tenere
in mano le redini, certo, ma potevo capire se uno come
Ribbons avesse deciso di tagliare la corda. Avevo sentito
la storia di un esperto di elettronica che aveva dimenticato
di disattivare l'allarme di una banca. Quattro degli uomini
preferiti di Marcus si erano beccati cinque anni ciascuno.
Marcus era andato a casa del tizio e gli aveva fatto
mangiare un intero barattolo di noce moscata in polvere,
mettendogliela in bocca a cucchiaiate. Non sembra una
brutta cosa, se non sapete che la noce moscata contiene
miristicina. Un cucchiaino va bene, un barattolo no. Poche
ore dopo, il tizio cominci ad avere conati a secco. Poi gli
vennero mal di testa e dolori al corpo, come dopo una rissa
tra ubriachi in un bar. Dopo un'altra ora le pulsazioni
accelerarono e le mani cominciarono a tremare in modo
incontrollabile. Ci vollero sette ore prima che iniziassero
le allucinazioni. Fuori di testa, con la febbre alta, si tolse
tutti i vestiti e si gratt il viso fino a coprirsi di sangue.
Un viaggio con la noce moscata pu durare anche tre
giorni. Alcune persone lo trovano piacevole. Per molti 
un inferno in terra. In alcune versioni della storia, Marcus
lascia al tizio una pistola e un proiettile, perch possa suicidarsi.
In altre, il tizio si amputa la lingua con un morso
e soffoca nel suo stesso sangue.
Se Ribbons immaginava di ricevere un trattamento del
genere, era logico che non avesse chiamato.
 
Capitolo 7.

Spensi il televisore e restai in silenzio per qualche istante,
chiudendo gli occhi e pensando a Ribbons, che era finito
in un mare di guai. Quando riaprii gli occhi, cominciai
a trasformarmi in un'altra persona.
La trasformazione per me  sempre stata la cosa pi facile
del mondo. Sganciai la cintura di sicurezza e presi la
borsa dal comparto sopra il sedile. Nella tasca laterale c'erano
tre passaporti usati, e dietro ciascuna copertina c'era
la patente di guida abbinata a quell'identit. Tre uomini
di et diverse, ciascuno con il suo aspetto, la sua carriera,
il suo stile di vita. Nessuno di loro mi somigliava, ma non
era un problema. Non sarei andato io ad Atlantic City. Ci
sarebbe andato uno di loro.
Jack Morton era il pi anziano dei tre, e una delle identit
che mi piacevano di pi. Lo avevo modellato su uno dei
miei professori preferiti al college, e non avevo mai avuto
problemi con lui. Aveva una personalit buona, forte, nobile.
Quando fingevo di essere Morton la mia voce si faceva
profonda e i miei movimenti pi lenti e considerati.
Era gentile, con le idee chiare e la risposta pronta. La sua
voce era come cera fusa. Posai il suo passaporto sul tavolino
a scomparsa e misi via gli altri due. Era lui il mio uomo.
Anche se dalla data di nascita sul passaporto risultava
che avesse cinquantasei anni, Jack Morton di anni ne
aveva appena due. Lo avevo creato pezzo per pezzo nel
corso di sei mesi, tra un lavoro e il successivo. Avevo gi
sistemato i suoi documenti ufficiali. Da qualche parte conservavo
copia del suo certificato di nascita e di quello di
laurea. Aveva studiato lingue antiche all'Universit del
Connecticut a Stamford con discreti risultati. Ora lavorava
come investigatore per le compagnie assicurative. Mi
piaceva perch a differenza di altri miei nomi e identit,
aveva una fedina penale immacolata. Era un brav'uomo
che a volte faceva il gioco duro. Fissai la sua foto finch
i miei muscoli si rilassarono lentamente nella forma della
sua faccia. Potevo sentire la mia espressione cambiare per
adattarsi al suo aspetto. Le mie pulsazioni diminuirono e
le mani si contrassero nella tensione della mezza et.
 difficile invecchiare di vent'anni in venti secondi.
Presi un lungo respiro, esalai lentamente, e divenni un
uomo di cinquantasei anni.
Ora dovevo adattare i miei colori a quelli di Morton.
Tolsi le lenti a contatto castane e le sostituii con lenti celesti
prese dal mio kit, che conteneva anche uno specchietto
per il trucco. Accentuai le curve del viso con una matita
e aggrottai la fronte per far risaltare le rughe. Appianai i
tratti di matita con il pollice finch si adattarono perfettamente
ai lineamenti del viso. Con una minima quantit di
fondotinta scuro su collo, guance e fronte, in due minuti
creai l'impressione di avere il volto segnato di un uomo
di vent'anni pi vecchio di me.
- Mi chiamo Jack Morton, - dissi con la sua voce, per
fare un po' di pratica.
Dopodich mi occupai dei capelli. Ci sono centinaia di
prodotti per cambiarne il colore, ma io ne ho selezionati
solo alcuni. Per me sono importanti la rapidit e la semplicit.
Non avevo il tempo o lo spazio per lavarmi i capelli e
lasciar riposare la tintura per un'ora. Mi bagnai la testa nel
lavandino e con il pettine applicai una tintura istantanea,
che scur i miei capelli biondi in un castano scuro e spento.
Quando la tintura ebbe fatto presa, aggiunsi un po' di grigio
per un effetto sale e pepe, infine mi sistemai con le mani
per avere una pettinatura poco curata. Adattai al colore
dei capelli anche le sopracciglia, con pochi tocchi di matita.
- Mi chiamo Jack Morton, - dissi di nuovo. - Sono un
investigatore assicurativo di Harper e Locke. Sono nato a
Lexington, Massachusetts.
Avevo in borsa anche diverse paia di occhiali. Provai
alcuni stili diversi. Le montature in metallo erano troppo
trendy. Le lenti tonde troppo fuori moda. Neppure un paio
di occhiali spessi dalla montatura nera andavano bene. Mi
decisi per dei bifocali rettangolari, che mi scivolavano un
po' gi dal naso. Mi guardai allo specchio. Avevo un'aria
da professore. Mi legai un pezzo di filo interdentale intorno
all'anulare e tirai fino a interrompere la circolazione.
Secondo la storia personale di Morton che io stesso avevo
scritto, era divorziato da circa un anno. Quando tolsi
il filo, sul dito c'era il segno dell'uomo sposato.
Per completare il travestimento avrei dovuto cambiare
orologio. Nessun investigatore assicurativo indossava
un Patek Philippe cos costoso. Inoltre non era saggio rischiare
che qualcuno lo riconoscesse. Tuttavia era l'unico
orologio che avevo portato, e ci ero affezionato. Lo tirai
indietro sul polso per nasconderlo sotto il polsino.
La combinazione di quegli sforzi mi aveva trasformato
in un uomo del tutto anonimo. Somigliavo a migliaia di
altri americani bianchi di mezza et. Et media, peso medio,
altezza media, reddito medio. Gli unici tratti distintivi
erano il vestito e l'orologio, entrambi cari. Ma potevo
spiegarli. Alla mia et, fare attenzione al look  parte
del lavoro.
Arrivammo all'aeroporto internazionale di Atlantic City
verso le quattro del pomeriggio, ora locale. Misi il mio
orologio avanti di tre ore mentre i carrelli sobbalzavano
sulla pista. L faceva ancora pi caldo. Trentadue gradi, e
non sembrava che dovesse rinfrescare tanto presto. Persino
i facchini sulla pista avevano le camicie legate alla testa.
Con quell'umidit, la citt era bollente. Il pilota rest
a bocca aperta quando mi vide, ma non fece commenti sul
mio nuovo aspetto. Mi dett il suo numero di telefono
e mi disse di chiamarlo quando il carico fosse stato pronto.
Gli diedi una pacca sulla schiena e scesi la scala. Il catrame
della pista mi si attacc alle suole.
Prima di tutto dovevo noleggiare un'auto. Poi mi servivano
diversi cellulari prepagati, un posto dove alloggiare
e qualcosa da mangiare. Ma ci avrei pensato dopo aver
trovato l'uomo che mi avrebbe aiutato.
Presi il mio telefono internazionale e feci il numero di
Ribbons. Sapevo che lui non chiamava nessuno, ma forse
a una chiamata avrebbe risposto. Il suo cellulare aveva un
prefisso della Virginia, fatto un po' insolito ma non troppo.
La gente ormai possiede i numeri pi diversi. Feci squillare
e quando scatt la segreteria telefonica ero gi a met
strada verso il banco dell'autonoleggio. La voce elettronica
mi disse di lasciare un messaggio dopo il bip.
Io dissi: - Telefona a casa immediatamente. Pap non
 arrabbiato, vuole solo avere tue notizie.
Chiusi la comunicazione e guardai il display. Il numero
di Ribbons ormai era scritto sulla scheda dati del telefono.
Tolsi la batteria, distrussi la scheda e gettai il telefono in
un bidone della spazzatura. Ne avevo un altro nella giacca,
ma era l'ultimo.
L'agente federale mi aspettava ai piedi della scala mobile.
 
Capitolo 8.

Io non cerco mai di sfuggire agli agenti federali. Scappo
dalla polizia, perch in quel caso ho una possibilit di
farcela. Ma fuggire da un federale  come nascondersi in
un labirinto. Se sei bravo puoi far durare un po' la caccia,
ma alla fine il minotauro ti prende. I federali non fanno
casini. Trovano sempre le persone che cercano, perci 
meglio assicurarsi che non ti cerchino mai.
L'unica soluzione era stare al gioco. Non rallentai il passo,
non accelerai. Mi appoggiai al nastro della scala mobile
e mi lasciai portare verso la donna.
Sapevo chi mi stava aspettando. Aveva il tailleur spiegazzato
e i bordi delle ballerine consumati. Di carnagione
bruna, era snella ma non troppo magra. Aveva le curve al
posto giusto e un'aria di severa intelligenza. Immaginai
che fosse una nuotatrice. I capelli castani ricci erano raccolti
sulla nuca. Efficiente.
Mi sbarr il passo, mostrandomi un distintivo in pelle
a portafoglio. All'interno c'era un piccolo scudo d'oro
con un'aquila e le parole Federal Bureau of Investigation.
- Lei  il passeggero del Citation Sovereign? - chiese.
- S.
- Posso scambiare due parole con lei?
- Di che si tratta?
- Conosce un uomo di nome Marcus Hayes?
Non risposi subito. Mi sarei allontanato immediatamente,
se lei non fosse stata cos carina. - Mi spiace, - risposi.
- Deve aver sbagliato persona. Non conosco nessuno con
quel nome.
-  appena sceso dal suo aereo, perci io scommetterei
che lo conosce.
- Vorrei vedere di nuovo il suo distintivo.
- Mi mostri un suo documento e io le mostro il mio.
Ci pensai un attimo.  per affrontare momenti come
questo che le persone hanno patenti di guida false. Gli
agenti di viaggio di solito le guardano distrattamente, e i
normali poliziotti non hanno l'addestramento per distinguere
i falsi di alta qualit, perch ogni stato ha le proprie
caratteristiche di sicurezza. Ma Jack Morton era pulito.
Probabilmente, il rischio nel mostrare a quella donna la
sua patente di guida era lo stesso che se avessi rifiutato di
mostrargliela. Era infatti nel mio pieno diritto andarmene
senza continuare la conversazione, ma mi sarei reso
sospetto.
Presi la patente dal portafoglio. Lei la guard, poi guard
me. La corrispondenza era perfetta. La foto sembrava
scattata oggi. Se aveva capito che era un falso, dalla sua
espressione non si notava.
Mi restitu la patente, poi sfil dalla cintura il distintivo
e me lo porse. Era un sottile portafoglio in pelle, con
il distintivo dorato e un tesserino identificativo protetto
da una foderina in plastica. Rebecca Lynn Blacker. Un
metro e sessantasette, occhi chiari, pelle ambrata, poco
pi di trent'anni. Tirai fuori il tesserino dalla plastica e lo
sfregai tra le dita. Sembrava autentico.
Alzai lo sguardo.
- Va bene, - dissi.
Lei se lo riprese. - Signor Morton,  arrivato da Seattle,
giusto?
- S.
- Ha sentito della rapina al blindato di stamattina?
- Mentre ero in aereo ho visto il notiziario che ne parlava.
- Io no. Ho ricevuto una telefonata. Sono in ferie, capisce?
Mi stavo facendo le mie due settimane a Cape May.
Stamattina mi ero appena alzata e stavo per andare a correre
in spiaggia, quando mi chiama prima l'agente speciale
dell'ufficio FBI di Trenton, poi la polizia di Atlantic City.
Salgo in macchina e ci metto tre ore per tornare qui. Un
traffico pazzesco. Niente caff, neppure il tempo per una
doccia. Guido e spero che la polizia risolva tutto prima del
mio arrivo, ma quando mi trovo sulla scena la polizia non
ha in mano nulla. Due tizi in fuga e nessuna pista per trovarli.
Allora comincio a fare telefonate. E indovini cosa
scopro? Che poche ore dopo l'inferno di Atlantic City, il
nostro ufficio di Seattle ha scattato alcune foto dell'incontro
tra un uomo sconosciuto e un notorio coordinatore di
rapine. Un'ora dopo l'incontro, il secondo uomo ha fatto
preparare un Cessna Sovereign e lo ha mandato proprio
qui. Questo non  un grande aeroporto, Jack. Questa citt
non ospita jet privati tutti i giorni.
- Un uomo sconosciuto?
- Maschio caucasico sul metro e ottanta, trentacinque
anni circa, capelli e occhi castani.
- Allora  evidente che non si tratta di me.
- Le ho fatto una domanda su Marcus Hayes.
- Mi sembra di capire che sia un uomo che ama il gioco
d'azzardo.
Lei scosse la testa, con una specie di mezzo sorriso. - Cosa
 venuto a fare qui, signor Morton?
- Sono in vacanza.
- Lei  venuto a fare pulizia per conto di Hayes.
- Non sono qui per conto di nessuno, - risposi.
- Ascolti, io la capisco. Quando Hayes dice di saltare,
la gente salta. Ho letto il fascicolo: estorsione, omicidio,
droga, rapine in banca in varie nazioni. Se un uomo del
genere mi dicesse di fare qualcosa, potrei cominciare a
pensare di non avere scelta. Ma vuol sapere una cosa? Ho
scoperto che do il meglio di me quando lavoro per i fatti
miei. E questo fine settimana sono qui da sola. Se fossi in
lei, starei fuori da questa storia, signor Morton. Io sono
piuttosto brava in ci che faccio.
Mi porse un biglietto da visita con un paio di nomi sconosciuti
e il suo in fondo. - Nel caso voglia tirarsene fuori,
mi faccia uno squillo.
 
Capitolo 9.

L'uomo promesso da Marcus se ne stava appoggiato al
muro sotto il gate degli arrivi. Un giovane nero con il gel
nei capelli e un completo costoso. Aveva in mano un pezzo
di carta con scritto Jack. Avrei potuto scambiarlo per
un autista di limousine, se non fosse stato per gli occhiali
dalla montatura dorata e lo sguardo nervoso. Non mi vide
finch non gli fui quasi addosso.
Mi avvicinai e dissi: - Sono l'uomo che stai aspettando.
- Piacere di conoscerla, signore -. Aveva la voce morbida
come seta. Ci stringemmo la mano e ci avviammo.
- Chi sei? - chiesi.
- Sono qui per aiutarla in qualsiasi cosa desideri.
- Bene.
- Ha mai usato prima il nostro servizio?
- No.
- Di qualsiasi cosa abbia bisogno, noi gliela forniamo.
La sua privacy  della massima importanza per noi. Nulla
di ci che chieder potr mai essere ricondotto a lei. Ogni
prova del nostro rapporto sar distrutta non appena pagher
il conto. Non teniamo i dati dei nostri clienti e non
facciamo domande.
- Sei il mio uomo in trincea, insomma.
- Esatto, signore. Il suo datore di lavoro ha chiamato e
mi ha detto che lei preferisce che non le chieda il suo nome.
- Bene. Il tuo invece posso saperlo?
- Alexander Lakes.
- Non  quello vero, dico bene?
- Non lo , infatti. Io come devo chiamarla?
- Va bene signore.
- D'accordo, signore.
- Anche Ulysses pu andare.
- Un nome che suona falso come pochi.
- Ho un debole per il personaggio.
- C' un personaggio con quel nome?
- SI. Creato da Omero. E da James Joyce, anche. Non
leggi?
- Solo i giornali.
Ci avvicinammo agli sportelli delle agenzie di autonoleggio.
Sapevo che Alexander mi avrebbe portato ovunque
volessi andare, ma avevo bisogno di un mezzo mio. Suonai
il campanello per richiedere il servizio. Quando arriv la
donna con i moduli, feci un gesto ad Alexander. Lui mi
guard, poi tir fuori la sua patente e riemp i campi del
modulo. Era mancino e scriveva con la precisione di un
chirurgo. Il suo corsivo era perfetto. Pag per tre giorni
di noleggio con una carta oro. Nel portafoglio scorsi due
foto sbiadite dei suoi figli.
Mentre ci dirigevamo verso il parcheggio, mi disse: - Ci
siamo presi la libert di prenotarle una stanza al Chelsea.
Conosciamo il personale. Il suo nome, qualunque esso sia,
non finir sul registro e non ci sar nessun documento che
terr nota della sua presenza. Tutte le spese saranno inoltrate
a noi. La stanza  prenotata a nome di Alexander Lakes.
- E io quando devo pagarvi?
- Mi chiami quando sta per partire e prendiamo un appuntamento.
Se non  possibile, posso accordarmi per il
pagamento direttamente con il suo datore di lavoro.
- Accettate la Visa?
- Solo contanti o bonifico bancario.
- Bene.
Attendemmo finch un ragazzo si avvicin a bordo di
una Honda Civic azzurra, un modello di un paio di anni
prima, con un navigatore GPS integrato nel cruscotto. Il
ragazzo scese e mi consegn le chiavi.
Alexander disse: - Poteva prendere qualsiasi auto volesse,
lo sa, vero?
- Questa va bene.
In passato guidare un'utilitaria mi infastidiva. Ora non
pi. Le auto costose si fanno notare, una caratteristica
controproducente. Quando noleggi un'auto per un lavoro,
 meglio che sia invisibile. Me l'ha insegnato Angela.
E non c' quasi nulla di pi invisibile di una Honda Civic.
La Honda la pubblicizza come unica e giovane, ma non 
nessuna delle due cose. E economica e diffusissima. Ce ne
sono decine di varianti sulla strada, e nessuno  in grado
di distinguerle. Questo mi piace. La Civic non ha forme
strane, colori sofisticati o altre curiosit. E un'utilitaria
economica d'importazione. Pura e semplice.
Mi voltai verso Alexander. - Sei venuto qui in macchina?
- S.
- Allora torna con la tua. Ho bisogno di alcune cose il
pi presto possibile: cellulari prepagati, un set di grimaldelli,
un coltello, un cambio di vestiti e uno slimjim. Sai
cos', vero?
- Una striscia di plastica per scassinare le portiere delle
auto, giusto?
- Preferisco la definizione ingresso senza chiavi.
- Mi dia un'ora. Quando arriva in albergo ci sar gi
tutto.
- Hai un telefono?
- S.
- Dammelo.
Tir fuori dalla tasca dei pantaloni uno smartphone nero,
con i tasti disegnati sul touch screen. Lo presi, controllai
le ultime chiamate effettuate e non vidi numeri sospetti.
Me lo infilai in tasca.
Lakes mi guard. - Ha appena rubato il mio telefono?
- Cos so che ti fidi di me.
- E?
- E ho bisogno di un telefono con un numero locale.
- Allora dovrebbe usare il mio numero di lavoro.
Mi mostr un biglietto con sopra nome e telefono.
Executive Concierge Services. Memorizzai il numero
e gli restituii il biglietto.
- Non mi serve, grazie, - dissi.
Salii in macchina e chiusi la portiera. Alexander Lakes
rest un attimo a guardarmi, prima di dirigersi verso il terminal.
Lo vidi svoltare l'angolo in una Mercedes nera. Era
un nuovo modello con i finestrini oscurati, che sembrava
un fermacarte lucidato. Lo seguii fuori dall'aeroporto
sulla strada per il centro, fino a quando dovetti svoltare
verso le pianure salate. Alexander era l'assistente perfetto.
Usava le parole del proprio datore di lavoro quasi meglio
di lui. Anzi, di sicuro meglio.
Il tempo intanto passava.
Avevo ancora trentasette ore.
 
Capitolo 10.

Seguii la vecchia statale a due corsie fino alla Route 30,
attraverso le pianure salate, dalla parte in cui la baia di
Absecon si insinua negli acquitrini come la vena di un tossico.
La strada per Atlantic City somiglia all'accesso per entrare
a Las Vegas. Deserta, punteggiata da cartelloni pubblicitari
di casin, come quelli che ricordavo dall'infanzia. La
palude accanto alla strada mi ricordava il deserto: piatta,
calda e vuota. Per chilometri non c'era nulla di pi alto dei
cespugli. Le torri dei casin brillavano all'orizzonte come
miraggi. La Honda affrontava il tragitto senza problemi.
Superai un cartellone con scritto The Atlantic Regency:
un mondo a parte.
Avvicinandomi alla citt, l'aria si fece salmastra. Accesi
al massimo l'aria condizionata e seguii le istruzioni del
navigatore. Marcus aveva menzionato un box magazzino,
a nord della citt. I due rapinatori dovevano aspettare li
che si calmassero le acque e chiamarlo. Quel box, se esisteva,
sarebbe stato la mia prima fermata. Dovevo almeno
questo a Ribbons. Non tutti quelli che non telefonano dopo
un colpo intendono svanire. A volte dnno spiegazioni
ragionevoli per il loro silenzio, e non si tratta per forza di
menzogne. I telefoni si scaricano, i numeri possono andare
perduti. O la persona si trova intrappolata in un luogo
dove non c' campo.  improbabile, dopo mesi di accurata
pianificazione, ma sono cose che succedono. Se il cellulare
si era rotto durante la sparatoria, o se lui se n'era liberato
in un momento di panico, Ribbons poteva comunque essere
arrivato al magazzino. E forse si trovava ancora l,
a pregare che Marcus inviasse uno come me, e non qualcuno
con un paio di pinze e un barattolo di noce moscata.
Meritava di essere trattato come un innocente. Almeno
per il momento.
Vidi l'insegna del magazzino da una distanza di oltre
mezzo chilometro, brillava come un punto all'orizzonte.
Si trovava in una zona precaria, tra la periferia cittadina
e le inabitabili paludi salate, che separava la citt dal resto
della terraferma. Era un posto dall'aria malandata, che
affittava spazi di stoccaggio a privati. I box erano vecchi
container da carico piazzati in mezzo alla palude e circondati
da una recinzione in filo spinato alta quasi cinque metri.
Nel parcheggio sterrato c'era l'ufficio del manager, un
prefabbricato intonacato. L'insegna era su ruote. Parcheggiai
e scesi. Fu come entrare in un bagno turco. L'odore
dell'acqua stagnante e dei container arrugginiti mi diede
alla testa. Prima di aver attraversato il parcheggio, avevo
gi la camicia zuppa di sudore.
Per un colpo, i magazzini di quel tipo rappresentano la
soluzione a una quantit di problemi. Certo, se cominci a
dormirci dentro la direzione se ne accorge, ma sono perfetti
per la privacy e si trovano in fretta. Con cento dollari
noleggi trenta metri quadri per un mese. Basta pagare
l'affitto, e puoi tenere nel tuo box quello che ti pare. Di
solito ti chiedono di mostrare la patente e ti fanno firmare
un foglio con scritto che non farai un uso illegale del
tuo spazio, ma a parte questo non possono fare molto per
impedirtelo. Se hai bisogno di un posto in cui nasconderti
per alcune ore, un magazzino del genere batte qualsiasi
motel. Da dietro il filo spinato guardai le file di container
rugginosi. Mi bast per capire che Ribbons non era l. Vedere
la tua faccia sui notiziari cambia tutto. Subito pensi
al ragazzo dall'aria annoiata che ti ha fatto firmare il
modulo un paio di mesi prima, e ti chiedi se si ricorda
di te. Quel posto sarebbe sembrato troppo poco sicuro a
Ribbons. Ormai era la paranoia a decidere per lui.
Ma Ribbons in quel magazzino aveva un box.
Valeva la pena controllare.
Ignorando l'ufficio del manager, mi diressi al cancello.
C'era una scatola elettrica sulla porta, con un tastierino numerico
standard. Bastava inserire quattro numeri e potevi
entrare anche se il gestore non c'era. Provai con 4444,
nell'eventualit che non avessero cambiato i codici di fabbrica.
Ma non funzion. Non mi piaceva l'idea di dovermi
arrampicare sul recinto e passare attraverso le spirali di
filo spinato al nichel cromo. Guardai di nuovo la tastiera.
Presi la chiave della macchina. Tolsi l'anello con il logo
dell'agenzia di noleggio e lo gettai via. Senza il portachiavi,
mi bastava tenere la mano intorno alla parte elettronica
e poteva passare per una chiave qualsiasi. Tornai alla
macchina, presi il contratto di noleggio dal comparto portaoggetti
e con l'unghia tolsi la graffetta che univa i fogli.
Me la feci scivolare in tasca e rimisi a posto le carte. Poi
mi diressi verso l'ufficio del gestore.
Se vuoi convincere qualcuno a lasciarti entrare in una zona
riservata, devi dare l'idea di averne diritto. Per accedere
a un conto cifrato in una banca svizzera, per esempio, devi
portare con te un rettangolo di oro puro da un'oncia
perch, come parte del codice di accesso ai loro conti cifrati
le banche svizzere usano mattoncini d'oro. Non importa se
l'oro che hai in mano  solo piombo con un po' di vernice
dorata sopra e un adesivo olografico. Basta che sembri vero.
Quindi, se volevo convincere qualcuno ad aprirmi quel
cancello, dovevo dare l'impressione di avere la chiave di
uno dei container. Lui non doveva vedermi mentre la usavo,
e non doveva neppure accertarsi che fosse una delle sue
chiavi: doveva solo sapere che io l'avevo. A volte un singolo
dettaglio  tutto ci che serve, per un travestimento.
Il ragazzo dietro il bancone doveva avere diciotto anni,
con una pelle color torta alla zucca e una divisa sporca.
Era seduto su una sedia e guardava la tiv. Mi vide
entrare ma non si alz.
- Il cancello non funziona, - gli dissi.
Il ragazzo non mi guard nemmeno. - Ha inserito i numeri
correttamente?
- Certo, - dissi, con una sfumatura di rabbia.
- Quale cancello ha usato?
- Quello anteriore.
- Riprovi. Io l'ho usato proprio stamattina.
- Ho detto che ci ho appena provato e il cancello non
funziona.
Il ragazzo sospir e mi guard. Non mi riconobbe, ovviamente,
ma non parve porsi il problema. Sembrava solostufo di dover fare le stesse cose ogni santo giorno. Mi
fece segno di seguirlo, uscimmo e andammo al cancello,
dove io, con aria irritata, indicai il tastierino con la chiave
che avevo in mano. Poi, come se avesse a che fare con un
ritardato, il ragazzo inser i numeri uno alla volta, ripetendoli
ad alta voce come per aiutare il mio cervello bacato
a ricordarli. Il cancello emise un ronzio e si apr. Fissai il
ragazzo con uno sguardo scioccato, come se mi avesse fregato
con un trucco, poi presi un'espressione imbarazzata.
Mi concentrai sull'emozione e mi sentii arrossire.
- Ricorda il codice d'accesso al suo spazio? - chiese.
Gli mostrai la chiave della macchina, lasciando sporgere
dalla mano solo i denti.
Lui annui e disse: - Se lo scriva, il codice del cancello,
capito? La prossima volta non se lo dimentichi.
Quando fu sparito alla mia vista e io ebbi superato il
cancello, mi misi in tasca la chiave e mi incamminai lungo
la corsia tra i container, finch trovai quello con il numero
ventuno dipinto sopra. Il box di Moreno e Ribbons.
Un numero fortunato, il ventuno. Le porte erano chiuse
da una catena con un lucchetto marca Medeco a doppio
cilindro, probabilmente fornito dal gestore.
Non c'era traccia di Ribbons. Guardando il lucchetto,
pensai che forse non era mai venuto l, forse non ne aveva
mai avuto l'intenzione. Per quanto ne sapevo, Ribbons e
Moreno potevano aver deciso fin dall'inizio di non recarsi
al luogo dell'appuntamento con Marcus.
Presi la graffetta metallica, la raddrizzai e la piegai fino
a lasciare delle piccole sporgenze sulla punta. Mi tolsi
il fermacravatta per usarlo come strumento di torsione.
Mi chinai per guardare meglio il lucchetto. Non fu facile
da aprire, tra il caldo e il fatto che non avevo gli strumenti
adatti, ma in un paio di minuti ci riuscii. Rovistai tra i
cilindri con la graffetta e la torsi con il fermacravatta finch
il lucchetto si apr. Lo gettai a terra e tirai la catena
in modo da liberare le porte e poter abbassare la maniglia
che le manteneva chiuse.
C'era qualcosa di strano in quel container. A giudicare
dall'aspetto del lucchetto, non era venuto nessuno da
parecchio tempo. Almeno una settimana. Qualsiasi cosa
avessi trovato all'interno, sarebbe stata obsoleta o irrilevante.
Comunque, valeva la pena provare. Ribbons doveva
pur essere da qualche parte, e ogni piccolo dettaglio
poteva servire.
Aprire le porte fu come strisciare un coltello su una lavagna.
Tirai dal centro, con tutte e due le braccia. Usc un
fiotto d'aria calda come da un asciugacapelli. Ci misi alcuni
secondi per adattarmi al buio e alla puzza di ruggine.
Era vuoto.
Quasi vuoto.
Le dimensioni di un modulo container variano a seconda
del carico per cui sono costruiti. Si misurano in TEU,
ovvero Twenty-foot Equivalent Unit. Ogni TEU pu contenere
quasi trentasette metri cubi di materiale. Quelli
che di solito si vedono nei porti misurano due Teu. Dodici
metri di lunghezza, due e cinquantacinque di altezza
e due e quaranta di larghezza. Furono progettati dai
militari durante la Seconda guerra mondiale, per spostare
facilmente enormi quantit di materiale tra navi, treni e
camion. Ora sono universali.
Quello in cui mi trovavo era quasi del tutto vuoto. Non
c'era un'auto di riserva, qualcosa che facesse pensare a
un nascondiglio temporaneo, e neppure pezzi di equipaggiamento
abbandonati. Niente piani attaccati alle pareti,
sacchi a pelo, mappe piene di linee a pennarello. Controllai
due volte, ma non trovai neppure le tracce di nessuna
di quelle cose.
In quei settantacinque metri cubi di spazio, c'era solo
uno zaino, anzi, uno zainetto, poggiato contro la parete
sinistra.
E naturalmente non c'era nessuno.
Per un attimo pensai che lo zaino contenesse qualcosa
di pericoloso, tipo gli aghi usati di Moreno, o magari una
trappola contro gli intrusi. Considerai anche la possibilit
che contenesse il bottino, ma non sono cos fortunato.
O cos stupido.
Sciolsi i lacci dello zaino.
Niente aghi. Niente trappola.
Qualcosa di completamente diverso.
 
Capitolo 11.

Una pistola.
Non una pistola qualsiasi. In cima allo zaino c'era una
mitraglietta Uzi piccola come una pistola, con un rozzo mirino
in ferro e il calcio pieghevole segato. La camera di
scoppio non odorava di polvere da sparo e la canna era ancora
lucida, dentro e fuori. Non era stata usata di recente,
o forse era nuova. Era montata e si trovava nella custodia
in plastica di fabbrica. Sotto c'erano tre caricatori di riserva
e una scatola di munizioni da poco prezzo. Ancora pi
sotto trovai una striscia di banconote da venti, una piccola
borsa ermetica piena di pillole, un cellulare, un paio di
brochure e un accendino. Frugai sul fondo e nelle tasche
laterali, ma non trovai altro.
Quello era un pacco d'emergenza.
Un pacco d'emergenza  la prima precauzione di un criminale.
Io ne ho diversi, nascosti in giro per il mondo. Nel
caso in cui tutto vada a puttane senza speranze, il pacco 
l di riserva. Lo rifornisci con l'essenziale e lo nascondi in
un posto sicuro. Cos, quando sei nella merda, non devi
preoccuparti di trovare le cose di prima necessit. I pacchi
migliori sono molto piccoli. Il pi vicino, per me, era sul
tetto di un edificio nel West Side di Manhattan, appeso a
un cavo dentro una vecchia canna fumaria murata. Conteneva
diecimila dollari, varie carte di credito, un passaporto
pulito e una Beretta. Il pacco di Ribbons conteneva un
quinto dei soldi e il doppio di potenza di fuoco, pi delle
pillole che non riuscii a identificare. Nessuno prepara mai
un cambio di vestiti.
Posai la pistola mitragliatrice sul pavimento. Era un
vecchio modello di Micro-Uzi, probabilmente risaliva a
prima che l'acquisto di armi da guerra fosse proibito. Le
munizioni erano russe, nove millimetri parabellum. Poggiai
la scatola sopra la pistola. I contanti in fondo allo zaino
erano stinti e fradici di umidit. Le banconote erano di
qualche anno prima. Quelle cos vecchie  facile che siano
contraffatte. Le sfogliai. Niente filigrana, stampa a colori,
striscia di sicurezza. Perci il Tesoro ne cambia cos spesso
il disegno. I falsari cercano di tenersi aggiornati, ma ci
mettono qualche anno. E quando ci riescono, lo stile  di
nuovo cambiato. Per quelle banconote, la differenza era
nella carta filigranata. La cartamoneta autentica  una
mistura unica ricavata da cotone e poliestere, prodotta in
una fabbrica specifica in Massachusetts. E ci che d alle
banconote quell'aspetto soffice e vagamente inamidato.
Tecnicamente,  pi un tessuto che una carta. I falsi non
dnno la stessa sensazione tattile. Sfregai la banconota
tra le dita e la comparai con una delle mie. Non sono un
esperto, ma mi sembrava autentica.
Presi l'accendino e le diedi fuoco. Il bordo si anner,
bruciando in circoli neri che emettevano una fiamma arancione.
Il denaro buono brucia con una fiamma arancione.
Quello falso  stampato su carta normale, che brucia
con una fiamma rossa. Agitai la banconota per spegnerla
e misi il resto del mazzo accanto alle munizioni. Banconote
autentiche.
Guardai le brochure. La prima era un pieghevole a colori
di un'agenzia immobiliare nazionale. Era stato aperto
e chiuso cos tante volte che quando lo aprii i fogli si
staccarono. Conteneva alcune foto di vecchie case in stile
vittoriano, ma nulla di specifico. C'era anche una ricevuta
di una stazione di servizio di Ventnor: trenta dollari di
benzina senza piombo. La data non si leggeva. Li rimisi
entrambi nello zaino. Nulla di utile.
Aprii la busta delle pillole. L'annusai. Erano compresse
bianche, preparate in una fabbrica. Questo non vuol
dire molto. Anche molte medicine illegali sono prodotte
in fabbrica. Ci sono interi complessi industriali, in Sudamerica,
che producono un falso OxyContin, un narcotico
antidolorifico. Ma quelle pastiglie non erano Oxy.
Odoravano di clinica, come un pavimento di ospedale.
Potevano essere metanfetamine, ma anche aspirine. A
quanto potevo dedurre, uno di quei due soffriva di fortissime
emicranie.
Infine presi il cellulare. Era un modello ormai passato di
moda. Premetti il tasto verde e scoprii che era carico: il
display si accese subito. Quando spar il logo e si accese lo
schermo, cercai i contatti in rubrica, ma la lista era vuota.
Guardai le chiamate recenti: c'era una serie di chiamate
perse da un numero privato, a cominciare da quella mattina,
ma neppure un messaggio in segreteria. L'unica chiamata
effettuata da quel telefono risaliva a una settimana
prima. Un numero con il prefisso di New York.
Misi via il telefono, presi quello che mi aveva dato
Alexander, lo accesi e digitai il numero di Marcus.
Una voce rispose al primo squillo. - Five Star Diner.
- Voglio parlare con lui.
- Prego?
- Digli di rispondere, altrimenti vado al casin.
- Un attimo.
Chiusi la porta del box. A meno che qualcuno venisse
a prenderlo, lo zainetto sarebbe rimasto li fino alla scadenza
dell'affitto. Probabilmente altri tre mesi. Mi chiesi
cosa sarebbe successo, a quel punto. La polizia scopre
continuamente dei nascondigli di armi, ma di rado succede
per caso. Il box sarebbe stato circondato di nastro giallo,
e dei tizi in divisa nera si sarebbero grattati la testa. Pensai
di prendere i soldi, ma non ne valeva la pena. Quel pacco
d'emergenza apparteneva a qualcuno. Moreno o Ribbons,
probabilmente. O forse Marcus, visto che era lui che doveva
aver pagato il materiale. C'era ancora una possibilit
che Ribbons si facesse vivo, anche se diminuiva man
mano che il tempo passava. Se fosse venuto l, era meglio
che trovasse il telefono.
Marcus mi rispose un secondo dopo. - Cosa c'? - disse.
- Sono arrivato ad Atlantic City senza problemi, ma
Ribbons non  mai venuto al magazzino. Nessuno  stato
qui da mesi. Il lucchetto era coperto di polvere.
- Vuole svanire. Probabilmente non  andato all'appuntamento
perch sapeva che era il primo posto in cui
l'avrei cercato.
- S, lo capisco, - dissi. - Ma c' qualcosa di strano. C'
un solo pacco d'emergenza.
- E allora?
- Loro erano due. Nessuno condivide lo stesso pacco
d'emergenza.
- Quindi dov' l'altro?
- Volevo chiederlo a te, - dissi.
- Come faccio a saperlo? - rispose Marcus. - Nessuno
dice a nessuno cosa c' nel suo pacco d'emergenza, meno
che mai al coordinatore. E tu dovresti saperlo meglio
di chiunque altro.
- Allora torniamo indietro. Mi hai detto come doveva
finire la fuga, ma non come doveva cominciare. Se le cose
fossero andate secondo il piano, mi hai detto, loro si
sarebbero nascosti qui ad aspettare che si calmassero le acque.
Ora devi dirmi cosa doveva succedere prima. Ribbons si
sarebbe liberato dei vestiti e dell'arma, giusto? E l'auto
della fuga? Certamente doveva liberarsi anche di quella.
Era obbligato a farlo. Forse dopo pochi isolati. Al notiziario
hanno trasmesso una descrizione della macchina, ma
non sembra che nessuno l'abbia ancora trovata.
- Dovevano bruciarla, questo era il piano. A quest'ora
doveva essere solo un blocco di lamiere carbonizzate.
- E dopo? Dovevano rubarne una per strada, con una
intera flotta di auto bianche e nere che li inseguiva? Devi
dirmi di pi.
- La fuga  l'unica parte del lavoro che non ho pianificato
di persona. Ho lasciato questa responsabilit a Moreno.
Era lui il timoniere.
- Devo sapere tutto quello che sai tu.
- Moreno doveva cambiare la prima auto con un'altra
che avevano gi rubato e nascosto da qualche parte. Dovevano
bruciare la prima e arrivare con la seconda al box
dove ti trovi ora. I dettagli li ho lasciati a loro.
- Ti ha detto dove aveva intenzione di liberarsi della
prima auto?
- In un edificio vuoto, in un piccolo aeroporto dismesso,
a circa dieci isolati dal casin. L'idea era che dentro un
edificio abbandonato l'auto poteva bruciare per ore prima
che la polizia la trovasse.
- Bene, - dissi. -  abbastanza per poterci lavorare.
Riattaccai e tolsi la batteria con la mano libera. Schiacciai
con la scarpa il cellulare e lo allontanai con un calcio.
Uscii dal cancello, tornai in macchina, accesi il motore e
partii. Cominciava a scendere l'umidit del pomeriggio,
e la luce riflessa dall'asfalto biancastro illuminava i parabrezza
delle auto che venivano in senso opposto. Di nuovo
sulla statale, cercai di mettere insieme una strategia di
ricerca. Volevo esaminare la fuga di Ribbons un passo alla
volta. Se fossi riuscito a ricrearla, magari avrei potuto
trovarlo vivo.
Guardai l'orologio.
Ancora trentasei ore.
 
Capitolo 12.

L'Atlantic Regency Casin fu la prima cosa che riconobbi
all'orizzonte. Sembrava incombere sulla strada come un
obelisco gigante in vetro. Era impossibile non vederlo. Con
i suoi venti piani e una torre radio pi alta degli altri hotel,
era uno dei pi grandi hotel-casin della nazione. Un
trionfo dell'ingegneria moderna, pensai. La torre aveva
la forma di un cavallo bianco degli scacchi. Solo due anni
prima, al posto di tutto quel complesso da un miliardo
di dollari non c'era altro che delle trappole per turisti in
riva al mare. Dovevano aver lavorato giorno e notte, per
costruirlo cos in fretta. L'insegna era visibile a chilometri
di distanza.
Io mi sento pi a mio agio con l'architettura che con la
gente. Le persone possono annoiare. Un edificio ben disegnato
sa come mantenere i suoi segreti. Pensate alle mura
di Troia. Nessun esercito poteva penetrare all'interno, ma
un semplice trucco con un cavallo pieno di soldati nascosti
aveva reso inutile tutta quella potenza.
Avvicinandomi, cominciai a sentire l'oceano sulla pelle.
Girai dietro la Boardwalk, verso gli ingressi posteriori del
casin. Poco dopo passai dalla scena del crimine. Girai in
tondo in cerca di parcheggio. Tutta la zona era delimitata
dal nastro della polizia, e tutti gli isolati intorno erano stipati
di auto. Le troupe televisive sembravano aver messo
su un campo permanente. I furgoni di tutte le succursali
tiv nel raggio di centocinquanta chilometri erano parcheggiati
uno dietro l'altro, con accanto sedie a sdraio aperte.
Cameramen con gli occhiali da sole sorseggiavano bibite
all'ombra, e c'era un mare di altra gente. La folla che avevo
visto al notiziario era un po' diminuita a causa del caldo
pomeridiano, ma intorno all'area delimitata c'erano ancora
parecchi curiosi che allungavano il collo. Un agente in
divisa stava cercando di convincerli ad andare via. La R di
Regency sopra l'ingresso era esplosa, in cima a una linea
di fori di proiettile sul muro. Tra poco la polizia avrebbe
dato al casin l'autorizzazione per cominciare a ripulire,
e la mattina dopo quei buchi sarebbero scomparsi. Al momento,
tuttavia, la scena del crimine sembrava ancora un
campo di battaglia, anche se i cadaveri erano stati rimossi.
Trovai uno spazio per parcheggiare a un paio di isolati
di distanza, e tornai indietro a piedi. Vedere il posto in
cui Moreno e Ribbons si erano messi al lavoro mi avrebbe
permesso di ricostruire nella mia mente il loro piano
di fuga. Ripercorrendo i loro passi, forse avrei visto ci
che avevano visto loro. Avrei immaginato i loro pensieri.
Superai i giornalisti e passai sotto il nastro giallo. Il poliziotto
mi guard. Io tirai fuori il portafoglio dalla tasca
interna della giacca e glielo mostrai, con un'aria come se
non potesse fregarmene di meno. Non somigliava affatto
a un tesserino della polizia, ma la parte pi importante del
mio lavoro  la fiducia in s stessi. Se ti comporti come
chi fingi di essere, le persone trovano il modo di crederci.
Il poliziotto mi fece cenno di passare senza neppure degnarmi
di una seconda occhiata.
Le porte del casin sotto l'insegna erano chiuse e coperte
di cellofan trasparente. La scena aveva un'aria stranamente
vuota. Al momento del crimine, la zona doveva
essere relativamente tranquilla, ma non cos tanto. Dal
parcheggio erano state rimosse tutte le auto e le macchie
di sangue lavate con una pompa a pressione. Sembrava un
villaggio fantasma. Il parcheggio era di quelli all'aria aperta,
in cemento, dove puoi salire dieci piani e parcheggiare
sul tetto, se ti va. La cabina dei biglietti era stata schiacciata
e intorno c'era un nastro di altro tipo. Cominciai a
vedere la rapina che andava a rotoli, partendo dai lampi
del fucile mitragliatore di Ribbons. Non somigliava in
nulla al semplice piano descritto da Marcus. Quella era
stata una battaglia, non una rapina. Moreno era rimasto
indietro con il fucile da caccia. Guardai il punto in cui si
era nascosto. Alle sei del mattino il traffico doveva essere
minimo, quasi inesistente. Ribbons era l per l'aggressione
a mano armata. Moreno aveva tentato di uccidere le
guardie in silenzio ma non ci era riuscito. I proiettili avevano
lasciato buchi nell'asfalto. Una delle guardie doveva
essere ancora viva quando Ribbons aveva aperto il fuoco.
Non c'era un altro motivo per sparare tanti colpi. Vidi il
punto in cui Ribbons aveva ucciso l'ultimo uomo. Fuoco
automatico a bruciapelo. Il sangue era stato ripulito, ma i
proiettili avevano scalzato un pezzo di asfalto, raggruppati
tutti nello stesso punto. Era stata un'esecuzione.
Scavalcai la barriera di cemento ed entrai nel parcheggio.
Capii subito dove avevano parcheggiato la loro auto.
I vetri rotti non c'erano pi, ma restavano i buchi dei
proiettili nelle colonne intorno e le strisce nere lasciate
dagli pneumatici. Mi misi nel punto in cui doveva trovarsi
la macchina ed esaminai uno dei buchi nel pilastro.
Era almeno un calibro trenta. Qualcuno era nascosto l ad
aspettare Ribbons e Moreno. Qualcuno seduto dalla parte
opposta del parcheggio, li osservava attraverso il mirino
telescopico di un fucile potente. Il proiettile era penetrato
nel cemento almeno cinque centimetri.
Un cecchino.
Marcus non aveva menzionato un cecchino, ma il notiziario
che avevo visto sull'aereo parlava di un terzo uomo.
Aveva sparato da trenta metri, da un lato all'altro
del parcheggio. Con un fucile del genere, era come sparare
ai pesci in un barile. Era logico che avesse ucciso Moreno
al primo colpo. A quella distanza, un tiratore addestrato
non poteva sbagliare. Tutti gli altri proiettili, tuttavia,
testimoniavano che il cecchino non doveva essere molto
esperto. E aveva compensato la mancanza di abilit con il
numero dei proiettili.
Quello che non capivo erano i tempi.
Il terzo uomo aveva sparato a Ribbons e a Moreno solo
dopo che la rapina era stata compiuta. Una persona normale
sarebbe intervenuta subito. Cristo, anche un criminale
che volesse vendicarsi di loro gli avrebbe sparato prima,
perch per un criminale non c' nulla di peggio che
lasciarsi dietro un gran numero di cadaveri. Pensai che forse
il terzo uomo aveva avuto bisogno di qualche secondo
per preparare il fucile. E forse quando aveva trovato una
buona linea di tiro la merda era gi schizzata fino al soffitto.
Forse non sapeva esattamente cosa sarebbe successo.
Forse il fucile era scarico e si trovava nel bagagliaio quando
Moreno aveva esploso il primo colpo. Ma nessuna di
quelle spiegazioni mi sembrava buona.
Il cecchino doveva sapere cosa sarebbe successo. Quali
probabilit c'erano che si trovasse per caso nel posto giusto
al momento giusto, con l'arma giusta? Doveva conoscere
in anticipo il piano di Marcus. Come diavolo poteva essere
accaduta una cosa simile? In passato era successo solo
una volta, ed era stato per colpa mia.
Si, quella era un'azione premeditata. Efficiente. Forse
anche personale. Qualcuno sapeva in anticipo del colpo,
si era sistemato in un posto con l'angolazione giusta e aveva
aspettato il momento per sparare il primo colpo. Qual
era l'obiettivo? Non lo sapevo, ma potevo immaginarlo. Il
terzo uomo voleva i soldi che Moreno e Ribbons avevano
appena rubato. Era un doppio colpo. Loro due facevano il
lavoro sporco, e il terzo sarebbe fuggito con il bottino. Mi
chiesi se l'uomo avesse inseguito Ribbons. Probabilmente
no. Troppo rischioso. Una volta che Ribbons era uscito dal
parcheggio, il cecchino aveva gi perso la sua occasione.
Inseguirlo durante la fuga non faceva parte del suo piano.
Se ci avesse messo troppo, o se qualcosa fosse andato
storto, si sarebbero fatti prendere entrambi. I poliziotti
erano a una certa distanza, ovvio, ma dopo una sparatoria
del genere tutte le auto di pattuglia nel raggio di diversi
chilometri avrebbero ricevuto un codice tre. Inseguire
Ribbons, per il cecchino significava abbandonare la via di
fuga che aveva pianificato per s. Anche i migliori piloti
al mondo non avrebbero corso quel rischio.
Alzai gli occhi verso le telecamere di sorveglianza. Erano
vecchie di diverse generazioni. Avevo gi visto dei video
ripresi da telecamere di quell'epoca. Le targhe sarebbero
sembrate macchie di Rorschach. L'ultima volta che avevo
controllato, i notiziari non avevano detto nulla su un
eventuale ritrovamento del terzo uomo. Forse non avevano
ancora trovato neppure la sua auto. Se era cos, doveva
aver pianificato la propria fuga come Ribbons e Moreno.
Anzi, meglio, visto che la sua faccia non era nei notiziari.
Chiusi gli occhi e cercai di ragionare con la sua testa. Diventai
lui per un momento, vivendo attraverso i suoi sensi.
Sentii la scarica di adrenalina, il peso del fucile contro
la spalla. Immaginai di trattenere il respiro mentre inquadravo
nel mirino la testa di Moreno. Immaginai di contare
i battiti e di compensare lo spostamento dovuto al vento
dell'oceano. Immaginai di attendere il momento esatto,
dopo il ritorno di Ribbons nel parcheggio. Immaginai la
pressione sul grilletto, seguita dal rinculo contro la spalla,
lo spruzzo di nebbia rosata mentre Moreno si accasciava sul
volante. Immaginai cosa avrei pensato in quel momento.
Nella mia mente c'era una parola sola.
Uccidi.
Restai l ancora un attimo, poi aprii gli occhi e battei le
palpebre. Uscii dal parcheggio e mi diressi verso la Board-
walk, scivolando sotto il nastro giallo, oltre il poliziotto.
Mi mescolai al traffico pedonale. Un uomo in calzoncini
di jeans strappati su un risci mi suon il clacson. Per dieci
dollari, offriva un servizio taxi lento e costoso. Non faceva
per me. Attraversai la folla, mescolandomi a un mare
di luminosi colori estivi. Divenni invisibile. Gettai la prima
occhiata all'oceano. Le acque agitate erano come una
gigantesca macchia di petrolio contro le dune di sabbia.
Quando risalii in macchina, accesi il GPS e attesi che rilevasse
la mia posizione. Guardai con attenzione la mappa
e la feci scorrere usando il tasto con le freccette. Quella
zona era un incubo per una fuga. Una facciata del Regency
dava sull'oceano, davanti ad altre due c'erano altrettanti
casin e di fronte alla quarta passava una grande arteria
che a sua volta immetteva in una strada pattugliata, con
una barriera di pedaggio ogni pochi chilometri.
Memorizzai la mappa mentre la muovevo. Io non sono
un timoniere. Posso guidare bene, se mi trovo a doverlo
fare, ma pianificare una via di fuga non  mai stato uno
dei miei talenti. C'era una quantit di informazioni che
un timoniere avrebbe voluto conoscere, per pianificare la
fuga, ma io non ne avevo il tempo. Continuavo a pensare
alla traccia che mi aveva dato Marcus. Un aeroporto. Io
ero atterrato all'Atlantic City International, a una trentina
di chilometri dalla citt, oltre le pianure salate. C'erano
diverse piste fuori uso, da quelle parti, ma erano troppo
lontane perch un timoniere ragionevole le prendesse
in considerazione, soprattutto nella prima auto. Se quella
era una fuga con due auto, dovevo cercare qualcosa entro
dieci isolati, come aveva detto Marcus. Feci scorrere la
mappa con attenzione.
Ho letto da qualche parte che in realt la memoria fotografica
non esiste. Nessuno ricorda tutto perfettamente,
e chi sostiene di si mente. Tuttavia, le persone possono
ricordare molto di pi di quello che pensano. I poeti greci
memorizzavano poemi epici di centinaia di pagine, e non
erano persone speciali. Lo facevano nello stesso modo in
cui io imparo a memoria le mappe. E il modo che mi ha
insegnato Angela. Lentamente e con un sacco di pratica.
Vidi espandersi nella mia mente tutte le rotte possibili,
come i rami di un albero.
Dopo circa una decina di isolati trovai qualcosa di promettente.
Era una strada che per un tratto correva parallela
alla spiaggia, poi svoltava in uno dei quartieri pi poveri
della citt. Nel punto in cui finiva, sulla mappa compariva
uno spazio vuoto. C'era segnato un campo da baseball, e
nient'altro. Lo fissai e cominciai a immaginare la torre di
controllo, le piste e il parcheggio. Era stato un piccolo aeroporto,
una volta. Adesso era una zona morta di edifici
abbandonati, a pochissima distanza dal centro.
Tracciai la rotta e ripassai a mente tutte le svolte. Erano
meno di cinque minuti, con poco traffico. Tre minuti,
guidando come se avessi il diavolo alle calcagna. Forse il
terzo uomo si era messo all'inseguimento. In tal caso, poteva
essere gi arrivato a Ribbons prima di me.
E io sarei incappato in una sorpresa alquanto spiacevole.
 
Capitolo 13.

Kuala Lumpur, Malesia.
Il nostro aereo atterr alle cinque del pomeriggio, e la
citt era bollente. Ricordo benissimo quella sera. Era inverno,
il sole era appena sopra l'orizzonte, sul punto di
sparire nell'oceano, e inondava la citt di una luce rosso
sangue. Avevamo seguito il sole per quasi tutte le trenta
ore del volo. Lo avevo osservato dal finestrino sopra l'ala
dell'aereo.
Marcus ci aveva fornito nuovi passaporti. Il mio era
statunitense, a nome di Jack Delton. Non sembrava assolutamente
un falso. Persino la laminatura sembrava autentica
al tatto. Sarebbe stato il mio documento di identit
principale, durante la mia permanenza nel paese. Naturalmente
avevo portato anche un altro passaporto, ma lo
avrei tenuto solo per questioni di emergenza.
Passammo tutti la dogana senza chiasso. Fuori, ci aspettava
una limousine bianca. Marcus aveva preparato ogni
cosa in anticipo, il che era un bene, perch io non parlavo
una sola parola di malese e non possedevo nemmeno un dollaro
in valuta locale. Mi ero affidato completamente a lui.
Non avevo idea di quanti guai questo mi avrebbe procurato.
La Malesia era diversa da qualsiasi posto avessi mai visto.
Mentre andavamo verso l'hotel, osservavo le strade
dal finestrino. La citt era piena di ricchezza e cultura,
ma dispersiva. Il distretto finanziario aveva grattacieli
alti come montagne, accanto a spazi aperti di terra e cespugli.
Nei parchi c'erano fontane illuminate come a Las
Vegas, ma la periferia era povera come le baraccopoli di
San Paolo. Le torri Petronas dominavano costantemente
il paesaggio. Erano illuminate da riflettori che riverberavano
sulle nuvole. Sono il loro simbolo, immagino, come
l'Empire State Building, il Golden Gate Bridge e l'insegna
di Hollywood per noi. Dovunque guardassi, le vedevo,
splendenti in lontananza.
Quando arrivammo all'albergo, ero esausto. La differenza
di fuso orario rispetto a Los Angeles era di nove ore, e
durante tutte le trenta ore del volo non avevo chiuso occhio.
La nostra suite al Mandarin Oriental era grande come
una casa. Entrai e mi tolsi le scarpe quasi con un solo movimento.
C'era un cesto di frutta con un biglietto di benvenuto
personalizzato, ma io pensavo solo al caff. Andai
direttamente nella piccola cucina, in cerca di una caffettiera
per il caff americano, mentre gli altri si dirigevano nel
soggiorno e si servivano qualcosa da bere al bar. Guardai
i super grattacieli illuminati, fuori dalla vetrata a parete.
Era gi sceso il buio e le luci sembravano costellazioni.
Avevo appena trovato la caffettiera e messo il caff nel
filtro, quando sentii Angela avvicinarsi alle mie spalle. Il
rumore dei suoi tacchi sulla moquette mi paralizz, ricordandomi
la prima volta che ci eravamo incontrati.
Quando Angela mi prese sotto la sua protezione, avevo
ventitr anni. Non ero una persona molto attenta, anzi
non ero quasi una persona. Ero solo un ragazzo di Las
Vegas che non voleva pi avere a che fare con la societ.
Non avevo un talento o una personalit particolare. Avevo
passato un paio d'anni al St John's College di Annapolis,
in Maryland, ma non avevo fatto amicizia con nessuno.
Uscito dal corso, ero privo di ambizioni e di spinta. Quando
conobbi Angela, sognavo rapine in banca sulle panchine
del parco e dormivo sul sedile posteriore della mia auto.
Commettevo una quantit di errori da dilettante. Angela
mi insegn a eliminarli. Mi aiut a tagliare i legami con il
mondo normale. Mi addestr a essere attento e a vivere
come un fantasma. Una notte, scald una padella sul fornello
finch divenne arancione, poi mi disse di mordere la
mia cintura. Con il suo aiuto, premetti i polpastrelli contro
il metallo incandescente, uno alla volta, pi volte, finch
si form un tessuto cicatriziale e le impronte digitali
si cancellarono per sempre.
- Fai un caff a quest'ora? - mi chiese.
- Non riesco a dormire.
- Allora per me due di zucchero, grazie.
Si sedette sul divano di fronte al cucinino. Mi sentivo i
suoi occhi addosso. Versai l'acqua nella caffettiera e premetti
il bottone. L'acqua cominci a bollire e a gocciolare
dal filtro. Lei rest in silenzio, io restai a guardare il caff
finch la luce si spense. Aprii due bustine di zucchero per
lei, poi versai il caff in due tazze di ceramica. Girai lo
zucchero nella sua con il manico del cucchiaino.
- Sei molto silenzioso, - disse Angela.
- Non sono mai stato in questa citt.
- No, - disse lei. - C' un altro motivo.
Le porsi la tazza e mi sedetti vicino a lei, sulla sedia
davanti alla scrivania, accanto alla finestra. Angela fece
ruotare il caff nella tazza, guardandolo come se dovesse
leggervi il futuro.
- Quanto sai di Marcus? - chiese.
- So che si occupa di lavori enormi. So che tutti con lui
diventano ricchi.
- Ma sai qualcosa su di lui? Una cosa qualsiasi?
- No, - risposi. - Ma so pochissimo anche di te, nonostante
ti conosca da quasi otto anni. Sai qualcosa che
io non so?
- So che Marcus  molto intelligente.
Assentii. - Sembra avere tutto sotto controllo. Mi piace.
Sembra che sappia quello che fa.
- Ma tu non sai se lo sa davvero.
- Hai ragione, non lo so.
Angela sporse le labbra in fuori e pos la tazza sulla
scrivania accanto a noi. Accavall le gambe e si morse il
labbro. Si prese il suo tempo, come se non sapesse cosa
dire o come dirlo.
Alla fine disse: - Sono stata io a parlargli di te.
Restai in silenzio.
Lei aggiunse: - Aveva detto che voleva delle opzioni,
cos gli ho dato il tuo indirizzo e-mail. Per pensavo che
non saresti venuto. Pensavo che non avresti neppure preso
in considerazione la proposta. Il modo in cui scegli i lavori
non  normale. Ti ho visto rifiutare cose che altri avrebbero
considerato l'occasione della loro vita. Pensavo che
Marcus ti avrebbe inviato un messaggio e tu non avresti
neppure risposto. Saresti stato da qualche parte nel Mediterraneo,
immerso nella lettura dei tuoi libri o intento
a fare schizzi di antichi affreschi romani, in attesa che si
manifestasse qualcosa di pi interessante.
- Invece sono qui, - dissi.
- Gi. E io non so esattamente cosa provo al riguardo.
Abbassai gli occhi sulla tazza e non dissi nulla. Angela
mosse i piedi sulla moquette, come se stesse pensando a
qualcosa di troppo grande per poterlo tradurre in parole.
Restammo in silenzio per qualche secondo. Lei era persa
nei propri pensieri.
Finalmente disse: - Disegnami una banconota da un
dollaro.
- Cosa?
- Intendo adesso. La miglior banconota da un dollaro
che puoi disegnare.
-  un discorso ipotetico, o vuoi davvero che lo faccia?
- Voglio che tu lo faccia davvero. Probabilmente vedi
banconote da un dollaro decine di volte al giorno. Dovresti
conoscerle come il palmo della tua mano. Non deve essere
perfetta, voglio solo che me ne disegni una.
- Perch?
- Consideralo parte della tua educazione.
- Non sono un granch, come falsario.
- Non ti ho chiesto di copiare una banconota, ma di disegnarla.
- Qual  la differenza?
- Si tratta del dollaro che hai in testa, - disse lei. - Non
di quello che hai davanti. Diciamo che  un esercizio di
percezione. Voglio vedere quello che ricordi, non quello
che vedi. Io posso guardare una mappa e memorizzarla in
un istante. Non  un talento che ho dalla nascita. Ho imparato
a farlo. Ho studiato i labirinti finch sono stata
in grado di copiarli dopo aver dato loro solo un'occhiata.
Sembra facile, ma non lo . Voglio che tu faccia la stessa
cosa, cominciando con una banconota da un dollaro. Guarda,
ho persino una penna del colore giusto.
Apr la borsa e prese un pennarello verde a punta fine.
Lo mise sulla scrivania accanto al blocco di carta fornito
dall'hotel. La fissai. Lei mi fiss.
- Va bene, - dissi.
Presi il pennarello e cominciai con un rettangolo, lungo
due volte e mezzo la larghezza. Pensavo che fosse facile.
Chi non sa com' fatta una banconota da un dollaro?
Ma mentre cercavo di ricostruirla nella mente, cominci
a disperdersi. C'erano moltissimi dettagli. Ricordavo lo
schema generale. Disegnai il numero uno ai quattro angoli.
Ricordavo che quello in alto a sinistra era circondato
da un disegno floreale, e gli tracciai un circolo intorno.
Quello in alto a destra era circondato da una specie di
scudo, e aggiunsi quel dettaglio. Misi un ovale al centro e
disegnai un ritratto semplificato di Washington, aggiungendo
sopra le parole The United States of America.
Sotto il ritratto scrissi One Dollar. Presi il foglio e lo
mostrai ad Angela.
- No, - disse lei. - Prova di nuovo.
Guardai il disegno cercando di capire dove avessi sbagliato,
poi strappai un altro foglio.
Cominciai con lo stesso rettangolo, perch sapevo che
le dimensioni erano grosso modo giuste. Disegnai i numeri
agli angoli, con un circolo intorno a quello in alto a sinistra
e un quadrato intorno a quello in alto a destra. Sistemai al
posto giusto l'ovale con il ritratto e le scritte sopra e sotto.
Ricordai inoltre che in alto c'erano le parole Federal
Reserve Note, e le scrissi. Poi c'erano dei sigilli ufficiali
a destra e a sinistra, quindi disegnai dei cerchi dai due lati
del ritratto. Sotto la parola America misi una fila di
numeri a caso, e sotto la parola United scrissi Questa
banconota  un titolo legale per tutti i debiti, pubblici e
privati. Disegnai uno scarabocchio sotto ogni sigillo, nel
punto in cui erano apposte le firme.
Angela mi interruppe prima che finissi. - Non ci sei
ancora.
Appallottolai il foglio e ricominciai da capo.
Disegnai il rettangolo. Misi i numeri ai quattro angoli.
Lei mi ferm subito.
- No, - disse.
Allontanai il foglio con un gesto brusco. - Cosa vuoi
da me?
- Voglio insegnarti una cosa.
- Cosa credi che questo possa insegnarmi?
- Devi imparare a pensare a ci che credi di sapere.
La fissai con rabbia per un attimo. Mi morsi il labbro.
Angela prese un dollaro dal portafoglio e me lo pos
sulla scrivania. Era una banconota nuova, sembrava appena
stampata.
La fissai.
Era in bianco e nero. Solo il numero di serie e i sigilli
del tesoro erano verdi. Non riuscivo a smettere di guardarla,
perso in quel bianco e nero.
- La memoria  una cosa strana, - disse Angela. - Ricordiamo
che i dollari americani sono verdi, anche se la
parte frontale delle banconote non lo . Ma non  questa
la lezione.
Io fissavo ancora la banconota.
- La lezione riguarda la fiducia, - disse lei.
Prese il pennarello verde, si alz e si allontan. Il suo
caff divent freddo sulla scrivania e ci rest fino al mattino
dopo, quando finalmente ebbi la forza di volont di
buttarlo via. La banconota da un dollaro ce l'ho ancora
da qualche parte. La tengo come un promemoria, anche
se non so bene di cosa.
Il giorno dopo ci mettemmo al lavoro.
 
Capitolo 14.

Atlantic City.
Attraversai il cuore della citt seguendo la rotta breve
e piena di svolte che, secondo la mia ricostruzione, doveva
aver seguito Ribbons. Potevo vederlo guidare davanti
a me, spingendo al limite l'auto truccata, fino a far uscire
fumo dal cofano, mentre lo chassis traballava. Lottava con
il volante. I cerchioni mandavano una pioggia di scintille.
C'erano perdite di liquido di raffreddamento e olio. Ma
Ribbons andava avanti. Doveva farlo, era l'unico modo
per evitare di finire in galera.
Uscire dal quartiere dei casin fu come cadere dal bordo
della terra. Dalla parte della Boardwalk la citt era piena
di negozi e di attivit. A cinque isolati di distanza, sembrava
di essere in un paese del terzo mondo. In tre minuti
di macchina passai da attici da cento milioni di dollari
a una baraccopoli degradata. Quel non-quartiere somigliava
alla bocca di un tossico strafatto di crack. Le case
a schiera sembravano denti marci con grossi spazi vuoti
tra l'uno e l'altro.
Oltrepassai un recinto rotto che delimitava il campo
aereo abbandonato. Il posto non era un granch, avrei
potuto superarlo senza vederlo, se non l'avessi cercato specificamente.
L'unico rumore, oltre ai grilli, era quello del
motore della Civic. Vidi un edificio grande come uno stadio
da baseball, con porte e finestre sbarrate da assi di legno.
Superai un altro recinto arrugginito che separava la
pista d'atterraggio da quello che era stato il parcheggio
dell'aeroporto.
In un'altra epoca, ci sarebbero stati controlli di sicurezza
e riflettori e telecamere a circuito chiuso ogni venti
metri. Ora, l'unica luce veniva dalla piccola insenatura alla
fine della pista, dove i casin gettavano lunghe ombre.
Nel punto dove sorgeva la torre di controllo, restavano
solo pezzi di tubi e blocchi di cemento, tra i quali crescevano
erbacce marroni.
Il motore cominci a raffreddarsi con un ticchettio.
Scesi e annusai l'aria.
Il posto era pi piccolo di quanto avessi immaginato.
In parte era stato riqualificato e in parte no. Alcuni punti
somigliavano quasi a un giardino pubblico, mentre altri
erano puro degrado urbano. Mucchi di immondizia, detriti
industriali. Auto bruciate e mobili pieni d'acqua. C'erano
acri di edifici vuoti e blocchi di cemento ricoperti di
vernice spray, che erano stati strappati via da squadre
di recupero materiali ma poi erano rimasti li. Nel recinto
c'erano buchi abbastanza grandi per entrare in macchina,
ma io entrai a piedi. La natura aveva iniziato a riprendersi
la terra. Le strade per i camioncini carichi di bagagli e
le buche per le luci di atterraggio adesso erano strisce di
terra e fosse nel cemento. La pista era ridiventata un campo,
e la vernice si era scrostata da tempo. Immaginavo che
di tanto in tanto l'area fosse pattugliata dalla polizia, ma
non vidi segni di attivit recente. I cartelli che vietavano
il passaggio erano consunti e coperti di scritte indecifrabili.
C'erano carrozzerie di auto bruciate e mucchi di mobili
rotti. Era una specie di discarica non ufficiale. Al centro
stava un gruppo di edifici abbandonati. Due cassonetti
della spazzatura rossi e i pali di una rete da calcio, lasciati
inspiegabilmente di lato sul terreno, montavano la guardia
alla pista d'atterraggio pi lontana.
Il primo edificio, probabilmente un hangar, era chiuso
dall'esterno con una catena che doveva aver respinto molti
delinquenti da strada. C'era un lucchetto a combinazione,
a quattro cilindri, che univa due anelli. Il lucchetto e
la catena erano arrugginiti insieme.
Il secondo hangar sembrava uguale. I due erano separati
da un mucchio di rifiuti, che puzzava di marciume e
di escrementi di animali.
Mi avviai verso il terzo hangar.
Ma in quel momento lo udii.
Un suono acuto, a met tra uno stridio metallico e lo
squillo di un campanello. Era debole, riuscii appena a sentirlo
al di sopra del vento.
Restai in ascolto, ma udivo solo il battito del mio cuore.
Poi il vento aument di intensit e la puzza dei rifiuti
mi invest con forza. Mi guardai intorno, nel caso ci fosse
qualcuno. Mi mossi lentamente, molto lentamente, verso
il punto da cui mi sembrava fosse arrivato il suono. Voltai
l'angolo, tornando verso il secondo hangar. L'edificio
aveva doppie porte scorrevoli come quelle di un granaio,
disegnate per aprirsi al centro. Ai tempi d'oro dell'aeroporto,
l'hangar doveva aver protetto dagli elementi una
mezza dozzina di aerei privati. Ora era solo un magazzino
rugginoso. Guardai da vicino la catena che teneva insieme
le due porte.
Era stata spezzata in due punti.
Le porte erano appena socchiuse. L'interno era nero
come la pece. Si vedevano delle impronte di pneumatici.
Fresche. Le aggirai. In quel momento mi si ferm il cuore.
Sangue.
Rappreso sulla maniglia della porta c'era un grumo rosso
a forma di pollice, spalmato in modo disuguale. In alcuni
punti si era seccato e cominciava a scrostarsi.
Aprii la porta del tutto.
 
Capitolo 15.

Dentro c'era l'auto della fuga.
Era una Dodge Spirit bianca del '92. Almeno, era stata
bianca prima di sbattere qua e l ed essere crivellata di
proiettili di fucile. C'erano crepe a ragnatela sul parabrezza,
dove i proiettili avevano attraversato il vetro lasciando
circoli perfetti. Le macchie di ruggine sulla carrozzeria
erano cos profonde che la vernice cominciava a venire
via, e tutte e quattro le gomme erano a terra. Sembravano
strisce di carta avvolte intorno al mozzo.
Il vecchio hangar pareva una caverna. Ai tempi in cui
l'aeroporto funzionava, un hangar di quelle dimensioni
poteva ospitare quattro aerei da turismo, oppure un solo
Cessna a cinque obl, grande la met del Sovereign di
Marcus. Ora il pavimento d'acciaio era coperto di sporcizia
e vetri rotti, e il sottile strato isolante sulle pareti marciva
dall'interno. L'acqua formava pozzanghere sotto i lucernari
senza vetri. Quando il campo aereo aveva chiuso i battenti,
l'amministrazione cittadina doveva aver recuperato tutto
il materiale utile. Anche il plexiglas. Era il posto perfetto
in cui Ribbons poteva liberarsi dell'auto ricercata e prenderne
un'altra nascosta in precedenza. Era un magazzino
sporco e trascurato, ma a meno di cinque minuti dal
Regency. E io avevo fatto il percorso con molto traffico.
Camminai con attenzione intorno alle impronte nella
polvere, dove gli pneumatici di due auto avevano portato
dentro un po' di terra dal campo. Le tracce in entrata
dovevano essere quelle della Dodge di Ribbons. Le altre,
quelle dell'auto con cui si era allontanato. Guardai dentro
la Dodge dal parabrezza mezzo frantumato. C'erano
fori di proiettili dappertutto. Grossi, di fucile. La fodera
del sedile del conducente era inzuppata di sangue fino al
pavimento. Il sangue era penetrato nelle fibre, come una
tintura permanente. In buona parte era ancora semicoagulato,
denso e scuro. E impressionante la velocit con cui il
sangue penetra e si rapprende. E difficile rimuoverlo. Deve
essere lavato con acqua fredda e candeggina. Una volta ho
dovuto farlo, dopo un colpo. Mi sporsi per guardare oltre
il sedile del conducente. L'interno era sporco di materia
cerebrale e frammenti di osso. In alcuni punti quella roba
era cos spessa che sembrava finta.
Le gocce di sangue raccontano una storia, e non sono
difficili da leggere, se sai cosa cercare. Moreno doveva
trovarsi dentro la macchina quando gli avevano sparato.
Le gocce sul parabrezza erano sottili, larghe meno di un
millimetro, il che suggeriva che la testa di Moreno era vicina
al volante, e l'impatto era venuto da dietro. Seguii
l'angolazione dello schizzo fino alla zona di convergenza.
Il proiettile gli era entrato in testa da dietro, aveva attraversato
il cervello ed era uscito dalla fronte. Era lo schizzo
tipico di un forte impatto, ma nulla che suggerisse sanguinamento
secondario. Il proiettile l'aveva ucciso all'istante.
Grosso calibro. Buona mira.
Guardai anche il sangue di Ribbons. Malgrado il casino,
potevo distinguere di chi era quale sangue. Quello
di Ribbons aveva un aspetto diverso. Le gocce erano pi
grandi. Sette millimetri di larghezza, e raggruppate. Formavano
una macchia sul lato sinistro del sedile, dall'altezza
della spalla fino a terra. Non era lo schizzo di sangue
da una ferita d'arma da fuoco. No. Era sanguinamento
secondario, che doveva essere iniziato dopo l'impatto del
proiettile. Ribbons evidentemente si era liberato del corpo
di Moreno, ma prima di salire al volante si era beccato
a sua volta un proiettile. Mi guardai intorno, ma non riuscii
a trovare lo schizzo della ferita di Ribbons, quindi gli
avevano sparato mentre era fuori dall'auto.
Mi misi nella sua posizione, chiusi gli occhi e mi sentii
invadere dal suo dolore e dal suo panico. Correva per puro
istinto. Il piano di fuga era l'unica cosa che conosceva.
Era l'unica cosa di cui si fidava.
Battei le palpebre e controllai con attenzione la macchina.
C'erano le tracce di un grimaldello tra il finestrino
e la guarnizione, dove uno dei due aveva forzato la serratura.
L'auto era rubata, perch sapevano di doversene
disfare quasi subito. Accanto alle macchie di sangue, nel
vano portaoggetti c'era una bottiglia di bourbon di pessima
qualit. Vuota.
Dovetti coprirmi il naso con una manica. L'odore
nell'auto era terribile.
Era come se la puzza fosse spinta dentro da un condizionatore.
Aveva qualcosa di solforico. Di chimico, come
benzina mescolata ad acetone per unghie. Sangue e materia
cerebrale non hanno quell'odore. Puntai la luce del
cellulare all'interno dell'auto, dal finestrino. Tra i sedili
anteriori c'era una piccola borsa di pelle. Moreno ne aveva
sotto il braccio una uguale, quando ci eravamo conosciuti
a Dubai. Non gli avevo chiesto cosa contenesse, perch lo
sapevo: un cucchiaio piegato, un accendino, un pezzo di
carta stagnola e una pipa di vetro. Era un kit per fumare
cocaina e cristalli di anfetamina. Moreno, mi avevano detto,
preferiva lasciarla vaporizzare e poi aspirarla attraverso
una banconota arrotolata. Quando non stava fumando o
bevendo, si grattava la piaga sulla faccia. Quando l'avevo
conosciuto, grattava e grattava e grattava.
Ma l'odore non era quello.
L'odore della pasta di coca  astringente e vagamente
metallico. Avevo frequentato abbastanza tossici e delinquenti
per saperlo, anche se mi ero sempre rifiutato di
provarla di persona. Quell'odore era diverso. Era qualcosa
di peggio.
Girai intorno alla macchina. L'odore era pi forte vicino
al bagagliaio. Sul mozzo della ruota c'era una macchia
di sangue, con alcuni pezzetti di cranio e cervello sul
cerchione. Cristo. Visualizzai Ribbons in preda al panico,
che gettava il corpo di Moreno sull'asfalto e ingranava
la retromarcia. Gli era passato sulla testa, schiacciandola.
Il bagagliaio era chiuso. Ci misi un po' a trovare la leva
di apertura. Dentro c'era una borsa nera piena di scatole
di munizioni vuote. Le scatole erano tagliate, come se
fossero state aperte con un tagliacarte. C'era un proiettile
intatto. Lo esaminai: un 7,62 x 39 millimetri, con l'anima
d'acciaio, quasi certamente per l'AK-47 di Ribbons. Forse
lo aveva dimenticato nella fretta, o magari gli era caduto
mentre ricaricava. Me lo misi in tasca, poi aprii il comparto
della ruota di scorta, per vedere se l'odore veniva da l.
No. Esaminai il sedile posteriore.
Sotto il sedile c'era una valigetta in pelle morbida che
conteneva ulteriori munizioni. Con la mano protetta dal
guanto, passai un dito sul parabrezza, lungo le crepe. Mi
tolsi il guanto sporco di terra e residui di sangue. I due
proiettili erano penetrati nell'imbottitura e dovevano essere
dentro i sedili, a meno che non li avessero trapassati
del tutto.
Mi spostai di alcuni passi e provai la portiera del passeggero.
Non era bloccata. Nel comparto portaoggetti trovai
una busta di plastica contenente una mezza dozzina di
flaconi di medicine. Lessi i nomi: hemostabil, ibuprofene,
destrometorfano, diazepam, fenobarbital. Ne riconobbi
alcuni. L'ibuprofene era il principio attivo di molti antidolorifici.
Il destrometorfano era un sedativo della tosse.
Gli altri due erano barbiturici, probabilmente per calmare
i nervi e attutire l'effetto delle anfetamine. Tutti insieme,
quei medicinali somigliavano al cocktail da combattimento
usato dai soldati ribelli in Sudamerica. Dietro le pillole
c'era un flacone spray con l'etichetta QuikClot. Era un
marchio che conoscevo, ne avevo sentito parlare durante
la Seconda guerra del Golfo. I soldati lo spruzzavano sulle
ferite per fermare la perdita di sangue. Salv centinaia
di vite, cos fu impiegato anche per gli emofiliaci. Ora
 disponibile per chiunque, basta sapere dove cercare. E il
cerotto del futuro. Un cerotto spray.
Ribbons doveva essere sceso dall'auto per dare una sistemata
d'emergenza alla sua ferita. Ma le ferite da arma
da fuoco sono difficili. Perdono molto sangue. Se era
intelligente, Ribbons ci avrebbe ficcato dentro qualcosa
di morbido, un pezzo di tessuto ma anche un pezzo di
panino da hamburger, legando poi la fasciatura con una
striscia della sua camicia o con una pellicola plastificata.
Con il QuikClot e un kit di pronto soccorso anche minimo,
poteva essere rimasto cosciente per ore dopo essere
stato ferito.
Aprii la borsetta di pelle tra i sedili e trovai ci che mi
aspettavo: un cucchiaio piegato, che emanava un odore come
di aceto, e un paio di aghi nuovi. Un flaconcino di anfetamina,
di un colore rosato. Toccai con la punta di un dito
l'anfetamina e l'assaggiai. Era adulterata con un sapore
alla fragola. Ribbons e Moreno dovevano essere tutti e due
fatti e fuori di testa, quando avevano cominciato la rapina.
Notai una Colt 1911 sul pavimento del sedile posteriore.
Mi introdussi a met nell'auto e guardai il lunotto
posteriore frantumato. Ribbons doveva aver sparato con
la Colt a qualcosa alle sue spalle. Chi lo inseguiva? I poliziotti
o il cecchino? Oppure aveva sparato nella decina di
secondi prima di riuscire ad accendere il motore?
Quell'odore tremendo mi impediva quasi di pensare.
Udii un altro bip, stavolta molto vicino.
Presi il cellulare e composi il numero di Ribbons. Premetti
il tasto di chiamata, e un secondo dopo dalla portiera
del conducente si alz un suono tra un campanello e uno
stridio metallico. Il suono echeggi tra le pareti dell'hangar.
Trovai il telefono, un vecchio modello a conchiglia, sotto
il sedile insanguinato. Venti chiamate perse da un numero
privato. L'ultima chiamata accettata risaliva alle cinque
del mattino. Una chiamata rifiutata alle cinque e mezza e
un'altra alle sei meno due minuti. C'erano decine di sms.
Dicevano tutti: Pap ha bisogno di te e provenivano
tutti da un numero privato. La lista dei contatti era vuota.
L'ultima chiamata ricevuta era la mia.
Scesi dall'auto e tornai al bagagliaio. L'odore disgustoso
mi distraeva. Mi inginocchiai e con la luce del cellulare
esplorai lo spazio sotto la carrozzeria, coprendomi la bocca
e il naso con una manica. Quando guardai, mi si appannarono
gli occhi, poi vidi la fonte dell'odore.
Mio Dio.
 
Capitolo 16.

Sotto la macchina c'era una tanica da venti litri di carburante.
Il tappo era rotto e il liquido si era raccolto in
una larga pozzanghera. Sulla tanica c'era il simbolo giallo
del pericolo. Capii subito cos'era. Nafta. Ricavata da petrolio
e catrame di carbone. Estremamente infiammabile.
Stava evaporando lentamente sotto la Dodge.
E doveva essere li da pi di dodici ore.
Quando ero agli inizi, facevo le mie rapine in banca con
chi capitava. Conoscevo un timoniere molto schizzinoso
e pulito. Teneva sempre a posto i capelli con quel gel che
si vendeva in barattolini rotondi. Era uno che amava le
cose lucide e lisce. Auto lucida, capelli lucidi, eccetera.
Aveva una Shelby GT500 argentata, cos ben conservata
che sembrava uscita da una macchina del tempo. Aveva
un motore splendente come una fede matrimoniale e la
vernice dall'aspetto fresco di una recluta dell'esercito.
Amava quell'auto. Dopo un colpo in banca a Baltimora,
in cui l'avevo aiutato facendo la parte del cliente ricco,
stavamo fuggendo con seicentomila dollari in titoli al portatore,
ma la polizia riusc a scoprire dove avremmo sostituito
la macchina usa e getta con la GT500. Una volta
dentro la GT, il timoniere non esit. Parcheggi nel primo
spazio utile e and a piedi da un droghiere, mentre
io rubavo un'altra macchina dal parcheggio di un albergo.
Compr una tanica di nafta con una carta di credito
prepagata, senza che la ragazza dietro il banco facesse
una piega. Vuot la tanica nell'auto dal finestrino, gett
dentro un fiammifero acceso e si lasci alle spalle l'unica
cosa che amava. L'auto bruci completamente: carrozzeria,
motore, sedili. Quando arrivarono i poliziotti era
ridotta in cenere. Il cruscotto nuovo, i parafanghi vintage,
i sedili in pelle personalizzati. Avevamo abbastanza soldi
da comprare un'intera flotta di GT500, ma mi disse che
nuova non era mai la stessa cosa. La nafta le aveva bruciato
l'anima.
Feci tre passi indietro. Il mio timoniere lo chiamava
fluido incendiario.
Mi allontanai in fretta dai gas tossici. Una volta all'esterno,
presi un lungo respiro. Avevo visto cosa era capace di
fare quella roba. I bossoli dei proiettili si fondevano. I cadaveri
bruciavano fino a incenerire anche le ossa.
Considerai l'idea di tornare indietro e finire il lavoro
che Ribbons aveva cominciato. Bastava una scintilla per
far scomparire ogni traccia di prove. Un fuoco d'artificio
degno della festa dell'indipendenza. Le droghe si sarebbero
vaporizzate. I proiettili si sarebbero fusi come lega per saldature
sulla carrozzeria. Tutto l'hangar sarebbe bruciato.
Ma quello era il punto.
Li dentro c'erano alcune prove che non quadravano.
Quell'auto raccontava una storia, e finora mi aveva fatto
capire lo stato mentale di Ribbons, i suoi problemi fisici
e i suoi piani di fuga. Ma c'era dell'altro. A quale tipo di
macchina appartenevano le impronte di pneumatici che
si dirigevano fuori? Inoltre, gettare il fiammifero significava
attirare istantaneamente la polizia. E io avevo ancora
qualcosa da fare, l.
Perch Ribbons non aveva dato fuoco alla macchina?
Era arrivato fino a versare il fluido incendiario, perch
non aveva completato l'opera? Non ci sarebbe voluto
molto, doveva solo accendere un fiammifero. Certo, poteva
essere un'operazione difficile per uno che indossava
i guanti, era in preda a uno shock settico da ferita di
proiettile e tremava sotto l'effetto delle anfetamine, ma
ciononostante non era impossibile. Forse Ribbons ci aveva
provato, pensai. I fiammiferi non sono cos affidabili
come si crede. Otto volte su dieci, si spengono prima di
toccare terra. E qualche volta, anche se restano accesi abbastanza
da incendiare il carburante, non succede nulla.
Una volta ho visto un tizio gettare una sigaretta accesa
in un bidone di benzina. Si spense sfrigolando, come lui
aveva previsto. Il fuoco ha bisogno di carburante e di
ossigeno. I carburanti liquidi, specialmente all'interno
di contenitori, spesso non hanno a disposizione abbastanza
ossigeno da accendersi con una piccola fiammella.
Ma quell'ipotesi non mi convinceva. Se Ribbons era abbastanza
in s da essere arrivato fin l, avrebbe fatto di
tutto per incendiare la Dodge. Le prove dentro la macchina
erano la sua condanna. Cristo, anche se avesse finito
i fiammiferi, avrebbe potuto accendere la nafta con
la fiammata di uno sparo del suo kalashnikov. Doveva
essere accaduto qualcosa che non sapevo.
Presi uno dei miei telefoni e fissai la tastiera per alcuni
secondi. Il numero mi torn in mente, un effetto di memoria
muscolare.
Executive Concierge Services.
La risposta arriv quasi immediatamente. - Parla
Alexander Lakes.
- Ho bisogno di un timoniere.
- Come, scusi?
- Mi serve qualcuno che conosca le auto. Fornite direttamente
i servizi oppure lavorate su commissione?
- Collaboriamo con diversi meccanici, in citt. Se mi
dice dove...
- Non mi serve un meccanico, ma un timoniere. Non
voglio qualcuno in grado di riparare un cambio difettoso,
ma qualcuno capace di osservare delle tracce di pneumatici
nel fango e dirmi da quale auto provengono. Deve essere
un tipo discreto, che non faccia domande e che preferisca
essere pagato in contanti. Qualcuno che conosca le macchine
come le sue tasche.
Lakes rest in silenzio per un paio di secondi.
Poi disse: - Possiamo fornire quello che chiede.
Restai in ascolto mentre si spostava in un'altra stanza.
Per il tipo di lavoro che svolgo, i nomi e numeri di telefono
che conosco a memoria riempirebbero una sola pagina
di una rubrica. Quando mi serve qualcuno, mi affido
a intermediari.  molto pi sicuro, la maggior parte delle
volte. Udii un verso di grilli in lontananza, poi Lakes torn
in linea.
- C' un uomo di nome Spencer Randall, con il quale
ho gi lavorato. Ha guidato in situazioni d'emergenza per
alcuni nostri clienti. Molto professionale e discreto. E uno
dei migliori piloti che abbia mai trovato.
- Conosce le auto?
- Meglio di chiunque altro.
-  in citt?
- Ha una concessionaria nel Delaware.
- Non c' nessuno pi vicino? Il Delaware  troppo
lontano.
- Come le ho gi detto, non teniamo liste di clienti.
Solo di risorse.
- Randall  l'unico che avete? - chiesi.
- Purtroppo s. Se mi d qualche ora...
- Voglio il numero.
Sullo sfondo udivo il ronzio di un computer e il suono di
un televisore a basso volume. Mi sembrava di sentire anche
dei bambini che giocavano. Lakes mi dett il numero lentamente.
Mi bast ascoltarlo una volta sola. Chiusi la comunicazione
e composi il numero di Randall. Sette squilli.
Quando qualcuno rispose, udii il rumore di un negozio
di auto. L'uomo dall'altra parte si schiar la gola. - Qui
Spencer Randall. Chi parla?
- Mi chiamo Jack, - dissi.
- Come posso aiutarti, Jack?
- Ho bisogno di un timoniere.
L'uomo rest in silenzio per un attimo. Timoniere 
un termine che, nel gergo della malavita, deriva dai primi
tempi dei rapinatori di banca professionisti, ancora prima
di Dillinger e dell'Impresa Chicago. Fu coniato da
un tedesco di nome Herman Lamm, il primo coordinatore
di colpi. Era un ex militare, che progettava le rapine
come operazioni tattiche. Prima di lui le rapine in banca
erano lavori confusi, sanguinosi e improvvisati. Fu lui a
scegliere di chiamare chi guida l'auto della fuga come un
capitano di marina chiama l'uomo che pilota la sua nave.
All'epoca, la parola conducente era ancora associata a
cavalli e carrozze.
- Come hai avuto questo numero? - chiese Spencer.
- Da un certo Lakes. Lo conosci?
- S, lo conosco.
- Mi hanno detto che sei in Delaware.
- A Wilmington, per la precisione. Ho un negozio.
- Io sono ad Atlantic City. Ti dar mille dollari per
un'ora del tuo tempo, ma deve essere adesso.
- Voglio prima conoscere le circostanze.
Riflettei su cosa dirgli, poi spiegai:
- Credo sarebbe meglio che le vedessi di persona.
- Allora la mia risposta  no. Non prendo nessun lavoro
senza avere prima tutte le informazioni. Non dovrei nemmeno
parlarne al telefono. Cristo, non ti conosco. Non conosco
la tua voce. Per quel che ne so io, potresti mettermi
a fare da esca per qualcosa.
- Nulla del genere.
- Allora di cosa si tratta?
- Ti chieder di guardare una cosa e dirmi di cosa si
tratta. Per te non ci sar nessun pericolo.
- Voglio pi di mille dollari. Tu quanto ci guadagni da
questo lavoro?
- Nulla.
- Stronzate. Nessuno lavora gratis.
- Infatti io sono nessuno. E adesso o mai pi, Spencer.
- Voglio cinquemila dollari. E niente fughe dalla polizia.
Se vedo dei lampeggianti, accosto e mi fermo. Per quanto
ne voglio sapere, si tratta di un lavoro legale.
- Tremila.
- Affare fatto. Dove ci vediamo?
Guardai l'orologio. - Al cinema vicino all'aeroporto.
All'uscita di Pleasantville. Non puoi sbagliare. Tra un'ora.
- Io sono a tre ore di distanza.
- Sei un timoniere. Non mi serve un autista della domenica.
Appesi e gettai il telefono. Prima non ci avevo fatto
caso, ma ora sentivo odore di carburante anche all'aria
aperta. La nafta evapora completamente. Alcune persone
la usano come sverniciatore. Ma ci mette un po'. Soprattutto
se si tratta di una tanica da venti litri. Tornai verso
i cassonetti e schiacciai il telefono con la scarpa. Si spezz
a met nella polvere e l'acido della batteria schizz fuori
come ketchup da una bustina.
Era ora di andare. Un'ora di tempo, tremila dollari e un
telefono per avere un timoniere. Non male, pensai.
Mi diressi di nuovo verso la mia auto. Guardai l'orologio.
Le nove di sera, ancora trentatre ore.
Poi notai una Suburban nera che mi aspettava.
 
Capitolo 17.

Era ferma dall'altra parte della strada, accanto al defunto
stadio da baseball. Prima non c'era. Il muso sporgeva
da dietro un cassonetto, sembrava un elefante nascosto
dietro un albero. I finestrini erano oscurati, e la
griglia frontale sembrava stringere tra i denti il logo della
Chevrolet.
A quel punto era ufficiale.
Mi trovavo sotto sorveglianza.
Non ci sono abituato. Inseguito, questo s. Ma non sorvegliato.
Nessuno dovrebbe sapere chi sono. Tutto ruota
attorno a questo. Non c' nulla che possa far risalire a
me. Niente telefoni, case, fidanzate, mutui, collegamenti.
La polizia poteva inseguirmi per qualche isolato nei trenta
secondi subito dopo una rapina, o un agente dell'interpol
tracciare una delle mie identit da una citt all'altra per
un po' di tempo, ma quelli come me non vengono mai pedinati.
Non  cos che funziona.
Allora quella gente come diavolo mi aveva trovato?
Salendo in macchina, sistemai lo specchietto per guardare
meglio. La Suburban era a una cinquantina di metri
alle mie spalle. Niente targa anteriore, tracce di fango sugli
pneumatici. Restai soprappensiero per qualche secondo.
Non conoscevo le tecniche per seminare un pedinatore.
Avevo visto dei timonieri sfuggire a inseguimenti della polizia
in cinquanta modi diversi, e ne ricordavo qualcuno,
ma quella era una cosa del tutto diversa. Seminare qualcuno
che ti pedina  una cosa lenta e spontanea, non veloce
e coreografica.
All'inseguimento dopo una rapina hai avuto il tempo di
prepararti. Conosci ogni strada della citt, e hai provato
la rotta un centinaio di volte. Sei rimasto seduto su una
sedia pieghevole a lato della strada, cronometrando gli intervalli
tra le auto. Nel caso di un pedinamento, invece, si
trattava di improvvisare.
Partii con calma, come se non li avessi visti, e svoltai
a sinistra. Cercai di guidare in modo normale, ma era pi
difficile di quanto pensassi. Continuavo a guardare lo
specchietto. La Suburban usc dal parcheggio e si immise
nel traffico dietro di me. Lasci un paio di macchine
tra noi, una mossa intelligente. Di solito non facciamo
attenzione a qualcosa che si trovi cos lontano alle nostre
spalle. Nello specchietto vedevo solo il portabarca
sul tettuccio.
Attraversai il ponte e il parco, tornando verso il Regency.
Pi andavo verso il centro, pi il traffico aumentava. Sulla
spiaggia stava scendendo la sera. La gente si preparava a
tornare a casa o a uscire. Trovavo file di almeno otto macchine
a ogni semaforo. La Suburban diminu la distanza
e si spost sulla corsia per svoltare, in modo da tagliare
la fila. Era gente in gamba. Pensavano che a un semaforo
sarei potuto capitare all'inizio della fila e passare con
il rosso prima del loro arrivo. Se fossero restati due macchine
indietro, non avrebbero potuto raggiungermi. Mentre
da vicino, se fossi passato col rosso, l'avrebbero fatto
anche loro.
Continuai a guidare, seguendo i cartelli per l'Atlantic
City Expressway. Attraversai il centro, superai il Regency,
presi la statale e salii sulla rampa per Philadelphia. Il SUV
si tenne un po' indietro nel traffico, lasciando di nuovo
aumentare la distanza. Due auto tra noi. Mi spostai sulla
corsia di sinistra. Si spost sulla corsia di sinistra. Aumentai
la velocit. Aument la velocit.
Presi un altro telefono e digitai il numero di Lakes.
- Executive Concierge Services, - rispose lui.
- Sono io. Ho bisogno di un'altra macchina.
- Qualcosa non va con la Civic?
- No, - dissi. - Ho solo bisogno di cambiare la macchina
con una diversa. Prima , meglio .
- Perch?
- Credevo fossi il tipo che non fa domande.
- Mi scusi, signore. Le procuro subito l'auto.
- Voglio una Chevrolet Suburban nera. Il nuovo modello.
E possibile?
- Certo, signore. Vuole che ci incontriamo da qualche
parte?
- No, - dissi. - Lasciala nel parcheggio del Chehea. 
importante che sia nera, capito? Metti dentro la chiave e
il resto delle cose che mi hai procurato. Io verr a prenderla
quando sar pronto.
- Dovr restituire la Civic, naturalmente.
- Puoi ritirarla dietro il cinema di Pleasantville. La parchegger
vicino all'uscita di emergenza. Sai dove trovare
la chiave. Dopo che l'hai presa, non voglio pi vederla.
Riportala al concessionario e distruggi i documenti della
transazione. Prendi la nuova auto da un altro concessionario,
con un'altra identit. Capito tutto?
- Sarebbe molto pi facile per me, - disse Lakes, - se
lei mi dicesse cosa sta succedendo.
- Hai capito male. Sei tu che devi rendere facili le cose
a me, non il contrario.
Chiusi la comunicazione.
Guardai lo specchietto. La Suburban se la prendeva comoda.
Mi seguiva con calma. Stavo elaborando un altro
piano per seminarla. Una cosa che avevo gi fatto una volta,
mentre fuggivo dalla polizia a Las Vegas. Aveva funzionato,
ma per poco non mi ero ammazzato. Comunque,
valeva la pena tentare.
Rallentai fino a ottanta all'ora e mi spostai sulla corsia
esterna. La Suburban fece la stessa cosa. Attraversammo
le pianure salate e continuammo cos per alcuni chilometri,
attraversammo Pleasantville e ci trovammo nella pineta.
L'uscita per l'aeroporto era ancora pi avanti. Volevo
aspettare fin quando l'avessi vista. Dai, dai, dai.
Il cartello che segnalava l'uscita apparve in lontananza.
Senza mettere la freccia, girai di scatto il volante a destra.
La mia auto attravers tutte e quattro le corsie con
un'unica, pericolosa manovra. Allo stesso tempo, schiacciai
l'acceleratore a tavoletta. Schizzai in avanti con il motore
al massimo dei giri, e riattraversai un'altra volta le quattro
corsie verso l'uscita. Alle mie spalle esplosero clacson e
stridii di freni. Una Mazda verde fece un testacoda e and
a strisciare contro il guardrail, con una pioggia di scintille.
La Suburban usc dalla sua corsia e poi si perse.
Imboccai l'uscita per l'aeroporto a tutta velocit.
Girai nello svincolo a quadrifoglio come una pallina
da flipper. La strada in fondo alla rampa era deserta, cos
schizzai sotto il cavalcavia, ripresi lo svincolo e tornai
sulla statale nella direzione opposta. Non toccai neppure
una volta il freno.
Continuavo a guardare lo specchietto. Quando, dopo
due minuti buoni, non vidi riapparire la Suburban, tirai
il fiato e diminuii la velocit. Presi un'uscita pi avanti e
percorsi diverse strade secondarie prima di fermarmi in
una stazione di servizio alla periferia della citt.
Parcheggiai sul retro e attesi a fari spenti, osservando la strada.
Le auto passavano veloci. Per una decina di minuti attesi
di veder ricomparire la Suburban, ma non la vidi.
Riaccesi il motore e mi diressi verso il cinema.
 
Capitolo 18.

Il cinema era quel tipo di posto che fa i popcorn in
vasche da cinquanta litri. Aveva sedici sale e una decorazione
rossa tutto intorno all'esterno intonacato. Sembrava
pi un magazzino che un cinema. Di fronte, dall'altra
parte della strada, c'erano un parcheggio e un centro
commerciale. Eravamo a meno di quindici chilometri da
Atlantic City, oltre le pianure salate. Il parcheggio era
pieno zeppo.
Ormai era passata una mezz'ora da che non vedevo pi
i miei pedinatori.
Il sole al tramonto illuminava le nuvole a ovest di sfumature
porpora e rosa acceso. Anche li tra i pini si sentiva
il vento dell'oceano. Nella mappa della citt che avevo in
testa, quello era l'unico grosso cinema in quella parte del
New Jersey. Feci il giro del parcheggio, in cerca di qualsiasi
veicolo che potessi riconoscere. Quando fui soddisfatto,
andai a parcheggiare la Civic vicino alle uscite di
emergenza. Era un posto tranquillo, c'eravamo solo io e
i cassonetti dei rifiuti. A sinistra, l'asfalto finiva in una
terra di nessuno di immondizia e pini selvatici. La luce
era abbastanza da dare una sfumatura azzurrognola alla
mia faccia. Spensi il motore e aspettai.
Angela mi aveva presentato il mio primo vero timoniere
quando avevo ventitr anni. Le avevo parlato del tizio tirato
a lucido con la Shelby, e mi aveva detto che non avrei
mai dovuto fare nulla del genere. Nessun vero professionista
usa la sua auto per una fuga. Pochi giorni dopo, mi
fece conoscere Salvatore Carbone. Aveva una settantina
d'anni, ma il fisico di una trivella. Era sul metro e sessantacinque
e pesava oltre novanta chili, senza neppure un
grammo di grasso. Aveva il torace largo come una porta,
le braccia come prosciutti e l'aria di poter sfondare un muro,
se avesse voluto. Ci stringemmo la mano nel retro del
suo negozio di ricambi per auto, sulla Cinquantatreesima
Ovest. Salvatore accese un sigaro e mi port all'interno.
Al centro c'era una vecchia berlina fastback arrugginita e
mi disse di mettermi al volante. Sal accanto a me sul sedile
del passeggero chiedendomi di portarlo a fare un giro.
Quando gli risposi che non mi aveva dato le chiavi mi diede
uno scappellotto in testa. Prese un coltellino, lo inser
al posto della chiavetta d'accensione e lo gir finch i cilindri
si ruppero e il motore si accese. Da allora in avanti,
mi insegn tutto quello che un vero timoniere deve sapere.
Mi spieg come progettare una via di fuga. Come rubare
le auto che mi servivano. Come individuare le auto senza
insegne della polizia e come liberarmi di loro a un semaforo.
Non diventai mai abbastanza bravo da essere un timoniere,
ma non era quello l'obiettivo. Imparai a capire
quali capacit dovevo cercare.
Se ora avevo fortuna, Spencer avrebbe avuto quelle
capacit.
Attesi al buio, con un occhio all'orologio e l'altro alla
strada. Il sole tramont e si accesero i lampioni, che proiettavano
ombre profonde tra i pini. Dieci minuti dopo una
Camaro ultimo modello entr nel parcheggio. E un'auto
che resta attaccata alla strada come una lumaca, e si muove
con il silenzio di un felino. Era cos pulita che si sarebbe
potuto mangiare sui cerchioni. I finestrini erano oscurati
e mancava la targa frontale. Percorse il parcheggio, poi
svolt sulla striscia d'asfalto davanti a me e lampeggi.
Io accesi il motore, cos avrebbe visto le mie luci di posizione.
Guardai l'orologio. Ci aveva messo sessantasette
minuti a percorrere centododici chilometri sulla costiera
atlantica. Era in ritardo.
Un quarto alle dieci, avevo ancora trentadue ore.
La Camaro si avvicin e si ferm a una quindicina di
metri da me, sotto la luce di un lampione. Ne scese un uomo
allampanato, con un completo nero di ottimo taglio.
Era lungo e secco, sul metro e ottantacinque, con il naso
grosso e guanti da guida in pelle nera che lasciavano scoperte
le nocche. Era piuttosto bello, forse anche troppo.
I denti, quando sorrise, erano brillanti come la griglia della
sua auto. Le spalle non erano larghe ma trasmettevano
forza. Somigliava un po' a James Dean.
Scesi dalla Civic e gli andai incontro. Lui mi guard
come se non fossi esattamente il tipo di persona che si
aspettava. Disse: - Sei quello con cui ho parlato al telefono,
giusto?
- S. Ti aspettavo entro un'ora.
- Mi sono fermato per un hamburger.
- Dici sul serio?
- No. Ho trovato un ingorgo sul ponte. Ho dovuto tenere
i centotrenta per tutta la strada fino a qui, stronzo
incontentabile.
Immaginai che fosse una battuta di spirito.
- Hai qualcosa per me, o mi hai fatto violare le leggi sul
traffico di tre stati senza motivo?
Presi il mazzo di contanti che mi aveva dato Marcus ed
estrassi tremila dollari. Feci due passi avanti e glieli diedi,
a mo' di stretta di mano.
Lui li cont rapidamente. Quando cap che c'erano tutti,
li infil nella tasca posteriore dei pantaloni. Poi guard
la mia macchina e fece una smorfia.
- Dimmi che  uno scherzo, - disse.
-  un'auto a noleggio.
- Non vorrai che lavori su quella, spero.
- Devi lavorare su una cosa che ho trovato a un paio di
chilometri da qui. Non dovrai parlare a nessuno di quello che vedrai, hai capito? Ti ho pagato per il tuo tempo e
per il tuo silenzio.
- Sono il maestro del silenzio, non ho bisogno che mi
spieghi queste cose.
- Ne sono certo.
Spencer annu, come se fosse una tiritera gi sentita.
- Voglio che tu dica che hai capito, - dissi.
- Ho capito, ho capito.
- Bene. Prendiamo la tua Camaro.
- E abbandoni qui questa cagata di macchina?
Tornai alla Civic e presi la mia borsa da viaggio ventiquattrore.
Bloccai le portiere, mi chinai e feci scivolare la
chiave sotto la gomma anteriore destra, infilando la parte
metallica nei solchi del battistrada.
- Questa  l'idea, - dissi.
Spencer annu. L'interno della sua auto sapeva di deodorante
e di bibite energetiche. Sul pavimento c'erano
varie lattine schiacciate. Dovetti spingerle da parte per salire
a bordo. Spencer si allontan dal cinema guidando in
modo lento e metodico, come se pensasse di dover fuggire
da un momento all'altro. Quando tornammo sulla statale
si mise subito in corsia di sorpasso e schiacci a tavoletta.
L'accelerazione mi spinse contro il sedile, ma il brivido di
quando sei un passeggero non  lo stesso di quando sei al
volante. Le luci della citt scorrevano accanto a noi, illuminando
il mio riflesso nel parabrezza.
- Sei stato seguito? - domandai.
- No. Perch me lo chiedi?
Non risposi.
Ci volle quasi un quarto d'ora per arrivare, e io parlai
solo per dare indicazioni sulla strada. Da Pleasantville alla
Route 30, poi lungo Pacific fino all'aeroporto abbandnato.
Parcheggiammo dietro gli alberi all'esterno del recinto, in
un punto nascosto per chi guardasse dalla strada. Spencer
scese per primo. Prese una cassetta di attrezzi dal bagagliaio,
si guard intorno con espressione disgustata e s'incammin
al mio fianco, dicendo: - E ora cosa devo fare?
- Due cose. Prima devi dirmi tutto ci che puoi su un
vecchio catorcio che  stato abbandonato qui dentro. Poi
voglio che tu veda delle tracce di pneumatici e mi dica
quale auto le ha lasciate.
- Di che tipo di catorcio stiamo parlando?
- Di una Dodge Spirit del '92. Coperta di liquido infiammabile.
- Fantastico. C' altro che dovrei sapere?
- S. L'auto  piena di sangue.
Attraversammo il recinto e la pista, dirigendoci verso
gli hangar in rovina. Era buio, ormai, ed era pi difficile
trovare la strada. Spencer rimedi estraendo il suo BlackBerry
e scuotendolo in modo che si accendesse il display,
illuminando il terreno davanti a noi con un bagliore verdastro.
Arrivammo alla porta dell'hangar e l'aprii per farlo
passare. L'odore di sangue e nafta lo invest immediatamente.
Sul suo viso pass una strana espressione, tra orrore
e consapevolezza. Sangue e ottani.
- Mio Dio, - disse.
- Ora capisci quello che intendo?
- Questa  l'auto della sparatoria al Regency.
- Da' un'occhiata in giro e dimmi quello che vedi.
- Solo guardare questa macchina mi rende un complice.
- Cosa ti aspettavi?
- Si tratta di roba seria.
- Non lamentarti. Tanto eri gi un complice dal momento
in cui hai accettato i miei soldi. E comunque al massimo
puoi beccarti una condanna per aver omesso di denunciare
il fatto. Praticamente nulla.
Spencer mi guard, scosse la testa e si prepar a entrare.
Mi consegn il BlackBerry, si tolse la cintura, pos la
cassetta degli attrezzi e infine si leg un fazzoletto intorno
al naso e alla bocca, come un graffitaro da strada.
- Perch tutte queste precauzioni?
- Ti  mai capitato di lasciare aperta la valvola di una
tanica di benzina in una giornata calda? - disse.
- No.
- Il caldo fa evaporare la benzina e altri liquidi infiammabili.
I fumi si mescolano all'aria e se fa abbastanza caldo
possono prendere fuoco. Si chiama punto di ignizione.
Una tanica di benzina lasciata in un garage in una giornata
calda rappresenta un grosso rischio. Qualsiasi cosa pu
servire a darle fuoco. Hai mai sentito di quella donna che
ha fatto esplodere una stazione di servizio perch parlava
al cellulare? Bene,  una bufala, ma io non ho intenzione
di verificarlo a mie spese.
Fin di legarsi il fazzoletto al volto e cominci a respirare
attraverso quel filtro. Quando vide tutto il sangue dentro
la macchina si ferm un attimo. Tutti lo fanno. Noi abbiamo
dentro un sacco di sangue, e quando esce dal corpo
non ha un bell'aspetto. Spencer si muoveva lentamente,
come un artista. Era un buon timoniere, l'avevo gi capito.
Cammin con attenzione intorno alle impronte di pneumatici
ed esamin le scanalature. Pass un dito sul vetro del
finestrino, giusto per avere una sensazione tattile. Era una
sorta di saluto. Nonostante i fumi di nafta, lui con l'auto
costruiva un rapporto, come un'altra persona farebbe con
un cavallo, con una pistola, o con un computer. Quando
si sent pronto, si mise in ginocchio e guard sotto la macchina.
Lavorava in fretta, ma con attenzione. Avvicinandosi
di pi, trattenne il respiro.
I timonieri pensano in modo diverso dalle altre persone.
Pensano in termini di automobili. Per loro, l'auto 
una valuta. Comprare una casa costa due, o sei o dieci auto.
Il cibo per un anno  il costo di un'auto ristrutturata.
Un pasto  il valore di un quarto di serbatoio di benzina.
Perci quando Spencer si acquatt a terra, guard sotto la
macchina e disse: - Dovresti lasciare che bruci, - io capii
esattamente cosa intendeva dire.
La Dodge non poteva essere pi compromessa di cos:
sangue, prove materiali, e naturalmente marca, modello e
targa ormai ricercati. Osservai Spencer mentre tracciava
linee nella sua mente, ricostruendo la traiettoria dei proiettili
che avevano sfondato il parabrezza e di quelli sparati
attraverso il lunotto posteriore. Io avevo guardato gli
schizzi di sangue, lui guardava i danni all'auto. Batt due
volte le nocche sul blocco motore. Il suono non gli piacque.
Si volt verso di me. - Cosa vuoi che ti dica?
- Prima di tutto, dov' andato il conducente.
- Non molto lontano, con tutto questo sangue.
- Questo lo sapevo gi.
Lui indic i segni degli pneumatici. - La Dodge entrando
ha lasciato tracce di fango, l'auto che  uscita invece no.
Quindi era qui in attesa. C' un filo di sangue che conduce
dalla portiera del conducente a un punto da questo lato
dell'hangar. Da qui, direi che l'uomo se ne sia andato su
un'auto di media cilindrata, probabilmente una berlina,
carico moderato, con le gomme leggermente consumate.
- Riesci a dire tutto questo da qui? - chiesi.
- Gi.
Fece due passi verso di me e schiocc le dita come se
volesse ordinare una birra. Voleva indietro il suo BlackBerry.
Sul display c'era la foto di una donna nuda stesa sul
cofano di una Ferrari gialla. Spencer lo apr e scatt una
foto delle tracce di pneumatici all'ingresso dell'hangar. La
esamin con attenzione. La ingrand al massimo, finch
io non fui pi in grado di distinguere le impronte dei copertoni
dal fango intorno. In due minuti, usando solo una
foto, la sua memoria e una connessione a Internet, aveva
ristretto il numero di possibilit a tre. Dopo cinque minuti,
aveva una corrispondenza probabile al settanta per
cento. Dopo dieci minuti, al novanta per cento. Era un
computer umano.
Alla fine disse: - Il tuo uomo  uscito di qui su una
Mazda MX-5. Questi sono di sicuro gli pneumatici di serie.
Annuii. Una Mazda MX-5  una classica auto da fuga.
Ha un soprannome, Miata. Ha un'accelerazione decente
e spazio per due, ma soprattutto ha una cosa che auto meno
buone non hanno: una notevole tenuta di strada. Pu
svoltare un angolo a una velocit che manda gli occupanti
a sbattere contro i finestrini, ma le ruote non cedono di
un centimetro. Pu evitare auto che le tagliano la strada e
manovrare nel traffico meglio di macchine che costano ottantamila
dollari in pi. E questa  un'ottima cosa. In una
fuga, la manovrabilit  molto pi importante della velocit.
Spencer si allontan dalle tracce, si tolse i guanti e disse:
- L'unico problema  che di Miata ce ne sono in giro
centinaia di migliaia. Escono continuamente nuovi modelli,
e va avanti da non so pi quanti anni. Ce ne possono
essere migliaia solo in questa parte del New Jersey.  una
delle auto sportive pi popolari di tutti i tempi.
- Non c' nulla di pi specifico che puoi dirmi?
- Ti ho detto tutto quello che so.
- Cosa pensi del tizio al volante, allora? Credi che fosse
inseguito?
- Di sicuro ha sparato un bel numero di proiettili attraverso
il lunotto posteriore. Ma non posso dire nulla
di certo, se non che ci sono stati molti urti e una dozzina di
spari. Quando sei venuto, le porte dell'hangar erano aperte
o chiuse?
- Chiuse.
- Quindi non lo inseguivano, direi.
- Perch allora non ha incendiato la macchina? - dissi.
- Se  riuscito a gettare la nafta sotto la Dodge, come mai
non le ha dato fuoco?
- Lo ha fatto, - rispose Spencer. - Guarda.
Ci allontanammo di qualche metro, abbastanza da sentire
ancora l'odore dei vapori di nafta. Spencer si sedette
sui calcagni e io lo imitai. Prese una piccola torcia elettrica,
di quelle da portachiavi, e la punt sotto la Dodge. Guardai
con attenzione. Accanto alla tanica c'era una cordicella,
quasi un filo, sommersa nella nafta. Spencer la illumin
con la torcia. Era piuttosto lunga, ma non raggiungeva le
estremit della macchina.
- Vedi quella? - disse. - E una miccia. Non come quelle
per la dinamite, ma simile. Fatta in casa, forse con carta
igienica intrisa di zolfo. Vedi che un capo  bruciato?
Il tuo uomo l'ha accesa, ma si deve essere spenta prima
di dare fuoco al carburante. Credo che volesse guadagnare
qualche minuto prima dell'incendio, nel caso qualcuno
notasse il fumo.
- C' altro?
Spencer scosse la testa, strinse i denti e indic l'auto.
Non c'era nient'altro.
- Va bene, - dissi. - Se non puoi dirmi altro, dammi un
passaggio fino alla Boardwalk e sei libero.
- Tutto qui?
- Un'ultima cosa.
- S?
- Hai una sigaretta?
Mi lanci una strana occhiata. Tir fuori dal taschino
della camicia un pacchetto di Parliament e me ne offr
una. Me la infilai tra le labbra, Spencer prese una scatola
di fiammiferi e me l'accese.
Aspirai una lunga boccata.
- Grazie, - dissi. - Posso avere anche i fiammiferi?
- Certo -. Me li diede e rest li a guardarmi con un'espressione
che non riuscii a decifrare. Dopo un attimo disse:
- Jack non  il tuo vero nome, dico bene?
- Che cos' un vero nome?
Lui annu, per mostrare che mi capiva. Sembrava sul
punto di aggiungere qualcosa, poi si avvi verso la sua auto.
Io lo seguii con lo sguardo finch scomparve nel buio.
Prima o poi, qualcuno avrebbe trovato la Dodge, e quel
posto sarebbe diventato un covo di poliziotti. Avrebbero
trovato le stesse cose che avevo trovato io: le impronte,
il sangue, le droghe, i bossoli. Controllai tutto un'ultima
volta. Poi aprii la scatola di fiammiferi e vi infilai la sigaretta
consumata a met. Avrebbe bruciato ancora per un
paio di minuti, poi la brace avrebbe toccato le teste dei
fiammiferi, accendendoli tutti di colpo. Spostandomi con
attenzione, posai la scatola al bordo della pozzanghera di
nafta. Mi ero allontanato di un centinaio di metri quando
successe. L'esplosione echeggi sul canale.
Guardai l'orologio. Le undici di sera.
Ancora trentun ore.
 
Capitolo 19.

Il Chelsea Hotel era in centro, davanti all'oceano.
Spencer mi lasci a quattro isolati di distanza e io mi allontanai,
cercando di individuare la Suburban nera. Le
luci delle auto di passaggio sembravano fondersi insieme.
Presi delle scorciatoie attraversando altri hotel e casin,
tanto per stare sul sicuro. Nessuno mi seguiva.
Il Chelsea aveva un'atmosfera anni Sessanta. L'insegna
sul tetto era illuminata da riflettori viola, e all'interno i
bar e i tavoli da biliardo avevano gli stessi colori. L'atrio
era ammobiliato in modo signorile e trascurato. Mi piaceva.
Era un posto che sarebbe piaciuto a mio padre, se
fosse stato ancora in vita.
Per forza d'abitudine, controllai la posizione delle telecamere
di sicurezza. C'erano, ma si trattava di modelli
poco sofisticati. Vidi il gruppo di monitor incastonati
sotto la facciata di marmo. Qualit minima: niente database
delle riprese, n sorveglianza ventiquattr'ore su
ventiquattro. Quelle telecamere sembravano essere li solo
per rispettare i termini dell'assicurazione. Mi avvicinai al
banco. L'impiegato era un asiatico abbastanza anziano da
camminare con un bastone. Dissi di chiamarmi Alexander
Lakes. Il vecchio guard un monitor per un secondo, poi
torn a guardare me. Mi consegn una tessera magnetica
con il numero di una stanza al terzo piano. Da sotto
la scrivania estrasse anche la chiave del minibar, e sorrise,
come se fosse una cosa da nulla. Io ricambiai il sorriso
senza parlare.
Quando entrai nella stanza, trovai un grande sacchetto
di carta con sopra un biglietto dell'Executive Concierge
Services. Prima di fare qualsiasi cosa, chiusi le veneziane
della finestra. A volte  meglio lasciarle aperte, per poter
vedere se c' qualcosa in arrivo. Altre volte, meglio chiudere
tutto. Una persona appostata da qualche parte con
un binocolo pu vedere ogni cosa. Quelli di fuori hanno
sempre un vantaggio. Loro guardano dentro, tu vedi
fuori. Guardare e vedere non sono la stessa cosa. La cosa
migliore  avere delle tende spesse con strette fessure sui
lati, troppo strette per vedere qualcosa da fuori, ma abbastanza
larghe per guardare da dentro. Questo  un vantaggio.
Non che una stanza d'albergo sia il massimo della
sicurezza. Di solito si tratta di un sarcofago di cemento
di otto metri cubi, con un'unica uscita. La mia era al terzo
piano, una buona scelta. Angela mi aveva insegnato a
non prendere mai una stanza sopra il decimo piano o sotto
il secondo. Il decimo  troppo in alto per un camion dei
pompieri, e il secondo  abbastanza basso per qualcuno
che si arrampichi dall'esterno.
Accesi la tiv e mi sintonizzai su un notiziario. In quel
momento passavano le notizie estere. Chiamai il servizio
in camera e ordinai una bistecca ben cotta senza nessuna
salsa e una caraffa di caff. Abbassai il volume al minimo
e aprii il pacco ai piedi del letto. Gettai il biglietto
nel cestino.
C'era un cambio di vestiti. Un completo giacca e pantaloni
di Hugo Boss, una camicia bianca e una cravatta blu.
Sotto i vestiti c'erano un set di grimaldelli in un fodero
di pelle, lo slimjim che avevo chiesto e una grossa chiave
elettronica con il logo della Chevrolet. In fondo al pacco
una pila di telefoni cellulari prepagati con relativi caricabatterie.
Tutto ci che avevo chiesto, e nient'altro.
Infilai tutto nella mia borsa ventiquattrore, e mi sedetti
sul letto ad aspettare la cena. Guardai le notizie della rapina.
Stavolta non trasmisero la foto di Ribbons ma quella
di Moreno, con in sovrimpressione il numero telefonico
per le segnalazioni. Mostravano anche delle riprese della
zona effettuate da un elicottero, e persino qualcuna proveniente
dalle telecamere di sorveglianza. In bianco e nero
e sgranate. Non era molto, ma trovai ci che cercavo:
un'immagine di Ribbons che sparava con il passamontagna
in testa, e un'altra del cecchino nel parcheggio, che
confermava la mia teoria. Il terzo uomo era gi sul posto
e li aspettava. Il video mostrava un uomo dentro un'auto,
forse una Nissan, con i vetri oscurati. Vidi i lampi del
fucile fuori dal finestrino del conducente. Alzai il volume
e ascoltai. Il veicolo del terzo uomo era stato recuperato,
disse la voce, a quattro isolati dalla scena del crimine, in
un parcheggio per soste lunghe. Era stato rubato alcuni
giorni prima e ripulito con attenzione.
Nemmeno una parola sui due sospetti in fuga.
Arrivarono la bistecca e il caff. Voltai la ricevuta al contrario
e, con la mano sinistra, firmai Alexander Lakes,
nella stessa grafia perfetta che ricordavo dall'aeroporto.
E pi facile copiare una firma al rovescio, non so perch.
Mangiai la bistecca e bevvi il caff guardando il notiziario
di un altro canale, ma non vidi nulla che non avessi gi
visto. Poi andai a depositare il vassoio fuori dalla porta.
Fatto questo, tornai in camera e bussai alla porta che mi
divideva dalla stanza successiva, la 317. Nessuno rispose.
Composi il numero della reception.
Rispose un uomo. Gli dissi: - Mia moglie sente un rumore
strano.
- Qual  la sua stanza?
- La 316.
- E il rumore da dove viene?
- Dalla stanza accanto, secondo lei.
- A sinistra?
- No, a destra. La 317. Dice che le sembra di sentir
grattare.
- Ne  sicuro? Posso mandare qualcuno di sopra, se vuole.
- Mi dica solo se c' qualcuno in quella stanza, e vado
io a parlargli.
Ci fu una pausa in cui lo sentii battere su una tastiera.
- Mi dispiace, ma quella stanza  vuota.  certo che
non si tratti della 315?
- Mia moglie ha parlato della 317, ma non si preoccupi,
 una cosa da nulla. Grazie.
Riattaccai. Presi i miei grimaldelli e forzai la serratura
della porta divisoria. L'altra stanza era immersa nel buio,
il letto era fatto. Un singolo da una piazza e mezza. Portai
l tutte le mie cose e chiusi la porta. Presi uno dei cellulari
e impostai la sveglia per quattro ore dopo. Aprii la
mia borsa e presi la pistola. Controllai che fosse carica. Il
tamburo gir, con un morbido clic ogni volta che il fermo
toccava un proiettile.
Alcuni rapinatori prendono una quantit di precauzioni
prima di andare a dormire. Ho incontrato uomini che
stendono sul pavimento intorno al letto dei fogli di giornale,
cos da sentire avvicinarsi eventuali passi. Altri dormono
solo seduti in poltrona. Io ho le mie regole, ma nulla
di cos drastico. Sotto il cuscino tengo la mia pistola, carica
e con la sicura. Di fianco al letto, le scarpe con i lacci
allentati, per poterle infilare in un attimo. I vestiti per
il giorno dopo li stendo accanto a me sul pavimento. La
borsa  pronta accanto alla porta e la luce del bagno resta
accesa, in modo da evitare il buio totale. Non mi tolgo il
trucco, n l'orologio. Voglio essere pronto a partire, e un
po' di macchie in faccia importano poco.
Se qualcuno venisse a uccidermi mentre dormo, non
riuscirei a opporre molta resistenza. Ma se dovessi fuggire,
potrei essere fuori dalla porta in dieci secondi. Queste
sono le mie priorit. Naturalmente, una volta qualcuno ha
davvero cercato di uccidermi nel sonno. Successe a Bogot.
Mi svegliai e sopra di me c'era un uomo con un coltello.
Gli sparai due volte prima che mi tagliasse la gola. Quella
volta fui fortunato, ma non si pu contare sulla fortuna, e
dubito che sar cos fortunato una seconda volta.
Ero ancora un po' su di giri per via del caff, cos presi
dalla borsa la mia copia delle Metamorfosi e lessi per qualche
minuto. Capisco perfettamente il latino, ma mi piace
leggere nuove traduzioni, per vedere le scelte che ha effettuato
il traduttore. La traduzione possiede una finezza
che mi ricorda il mio lavoro. I traduttori prendono una
storia scritta da un altro e la rendono con parole loro. In
un certo modo, io faccio la stessa cosa. Angela non l'ha
mai capito. Ho provato a spiegarglielo, ma lei ha uno spirito
troppo rapido per comprenderlo. A lei basta lo spazio
di un respiro per assumere una nuova identit. Per me 
un lavoro di traduzione.
Misi il libro nella borsa e la pistola sotto il cuscino.
Mi infilai sotto le coperte e chiusi gli occhi. Non ricordo
nemmeno di essermi addormentato. Angela mi prendeva
in giro perch dormo cos bene. I miei ultimi pensieri
erano su noi due in quell'hotel in Oregon, con i rumori
della foresta e lo scoppiettio del fuoco in basso. Se sognai
qualcosa, non me lo ricordo.
Ricordo benissimo, invece, il rumore terrificante che
mi svegli.
 
Capitolo 20.

Kuala Lumpur.
La prima mattina dell'Operazione cambio asiatico,
Angela attravers il corridoio che separava la sua stanza
dalla mia, nella nostra suite, e mi svegli. Prese l'orologio
dal mio comodino e me lo mise accanto all'orecchio.
Quando suon mi svegliai di soprassalto. Angela criticava
sempre il mio sonno troppo profondo. Lei dormiva in
tirate da un'ora, seguite da camminate avanti e indietro
per la stanza e da qualche sigaretta. Per me, dormire era
come cadere in coma.
- La riunione  tra un'ora, - disse.
Ci misi qualche istante a svegliarmi e a capire dov'ero.
Angela era gi vestita e perfettamente truccata. Indossava
un tailleur blu giacca e pantaloni, con un distintivo che
riportava il logo dell'albergo. Il Mandarin Oriental, Kuala
Lumpur. Il nome sul distintivo era Mary. Con la divisa addosso
era molto convincente, malgrado fosse una bianca in
una citt asiatica. Aveva l'ombretto spesso di una cameriera
d'albergo esausta, e le scarpe consumate. Guardai fuori
dalla finestra. Il sole si rifletteva gi sui grattacieli accanto.
Spensi la sveglia.
Angela era di una bellezza energica. Era un'attrice, aveva
studiato recitazione al college. Io all'universit non avevo
fatto altro che leggere e tradurre classici greci e latini. Non
ero neppure mai andato a teatro, perch l'idea stessa della
recitazione mi era estranea, all'epoca. Non desideravo
ricevere attenzione, desideravo l'anonimato. Volevo solo
fare le mie traduzioni ed essere lasciato in pace. Angela
cambi tutto. Mi insegn che, diventando nessuno, potevo
essere chi volevo. Fu lei a darmi una vera istruzione.
Copiai firme finch riuscii a imitare la calligrafia di chiunque.
Imparai a trasformare i muscoli della laringe in modo
da poter riprodurre qualsiasi voce. Studiai le differenze di
postura e sintassi. Ma soprattutto, Angela mi insegn che
non dovevo essere perfetto, dovevo essere convincente.
Una volta mi diede un distintivo giocattolo da poliziotto e
mi disse di prelevare una prova dalla scena di un crimine.
Io superai il nastro giallo, presi un bossolo con un paio di
pinzette, lo infilai in una busta di plastica e mi allontanai.
Fu uno degli ultimi test. Cos capi che ero pronto.
Quel mattino mi sedetti sul bordo del letto. Lei mi guard
a braccia conserte, poi dichiar che andava a preparare
il caff. Quando uscii dalla doccia, mi mise in mano una
tazza di caff, senza panna, senza zucchero, e mi disse di
darmi una mossa.
Non le era mai piaciuto aspettare, per nessun motivo.
La videoconferenza con Marcus ebbe luogo nella stanza
principale della suite. Al centro del tavolo c'erano dodici
piccole chiavi dorate. Ciascuno di noi doveva prenderne
due, eccetto il timoniere Alton Hill il cui unico compito era
la guida. Nessuno sapeva a cosa servissero, ma dovevamo
tenerle con cura e portarle sempre con noi per tutta la durata
dell'operazione. Nella sala c'era un grande televisore
a schermo piatto, con una telecamera verde collegata tramite
un cavetto. All'epoca, le videoconferenze via Internet
erano molto meno comuni di adesso. Ricordo di essere
rimasto affascinato, vedendo il viso di Marcus muoversi
a scatti sul monitor. Dove si trovava lui, a quasi diecimila
chilometri di distanza, era met pomeriggio, eppure sembrava
proprio accanto a noi. Mentre descriveva il lavoro ci
raccogliemmo intorno al tavolo. Per riuscire nell'impresa,
dovevamo cominciare subito. Niente domande, niente interpretazioni
personali. La sua voce aveva un tono pratico.
Parlava lentamente, per evitare che ci sfuggisse qualcosa.
- Tra due settimane, - disse, - ognuno di voi avr due
milioni e mezzo di dollari in pi.
Il bottino era costituito da una quantit di valuta straniera
mista per il mercato del cambio, il cui valore variava
a seconda di chi chiedeva cosa e a quale ora del giorno.
In liquidi, si trattava di diciassette o diciotto milioni di
dollari. Yen, baht, yuan, ringgit, e cos via. Nonostante i
traveller's cheque e le carte di credito, enormi somme di
contanti arrivavano oltremare ogni mese.
Il nostro obiettivo era un'azienda di cambio con sede
in Germania. Inviava tutti i contanti in valute asiatiche a
Kuala Lumpur, all'equivalente finanziario di una pesa pubblica,
prima di distribuirli di nuovo alle economie locali.
In un ufficio della Bank of Wales, nella torre di Jalan
Ampang, il denaro era contato e custodito temporaneamente
nel caveau, poi veniva impacchettato e inviato in
aeroporto con furgoni blindati, da dove ripartiva per le nazioni
d'origine. I furgoni non spostavano mai in un colpo
solo un valore superiore a un paio di milioni di dollari, e
non facevano mai consegne pi frequenti di una ogni sessanta
minuti, sempre allo scoccare dell'ora. Il caveau era
di alto livello, e all'interno c'era una cassaforte diversa per
ogni consegna della giornata. Ciascuna era controllata da
un proprio timer; quindi, anche penetrando nel caveau, si
potevano prelevare solo due milioni di dollari. Per appropriarci
di tutto il carico avremmo dovuto essere creativi, e
fare ci che i rapinatori di solito considerano un suicidio:
trapanare tutte e dodici le serrature, il che significava assumere
il controllo della banca.
Per almeno un'ora.
I colpi di questo genere sono molto rischiosi. E molto
rari. La maggior parte delle rapine in banca sono di una
semplicit estrema. Una persona entra in una banca, con
cappuccio e occhiali da sole, e porge al cassiere un biglietto
in cui gli chiede di consegnare i soldi. L'impiegato gli d
tutti i contanti che ha in cassa, e il rapinatore esce. Ormai
non ci sono pi le guardie, quindi  davvero cos semplice.
Il problema  che in questo modo non si guadagna molto.
Allo sportello di cassa puoi trovare dieci o quindicimila
dollari, non di pi. Se vuoi soldi veri, devi prendere il
controllo della banca, con maschere, pistole, tempi sincronizzati.
Ma il rischio  molto maggiore. Se entri armato,
hai solo due minuti per uscire. Anche se non hai ancora
preso i soldi, dopo due minuti devi essere fuori, perch
quello  il tempo minimo in cui la polizia pu organizzare
una reazione, se qualcuno ha attivato un allarme silenzioso.
A ogni secondo in pi, le possibilit di finire in galera
aumentano di dieci volte. Se resti dentro cinque minuti,
la rapina  andata male. Dopo dieci minuti,  fallita senza
rimedio. Se resti trenta minuti o pi, quella rapina sar
l'ultima della tua vita.
Ed era proprio ci che volevamo fare noi. Per poter
penetrare nel caveau, dovevamo restare dentro almeno
un'ora, forse pi.
C'erano diversi problemi da risolvere. Il primo era il
contenimento del danno. Assumere il controllo significa
prendere ostaggi. Gli ostaggi devono essere sorvegliati
tutto il tempo, altrimenti uno di loro potrebbe decidere
di fare l'eroe. Se questo succede, qualcuno pu farsi male.
Se qualcuno si fa male, altri potrebbero decidere di fare
gli eroi. E cos le persone cominciano a morire. Nessuno
di noi voleva uccidere persone innocenti il cui unico errore
era trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Avevamo bisogno di un uomo, o forse due, nel ruolo
di baby-sitter.
Il secondo problema era il luogo. La banca si trovava in
un grattacielo, al trentesimo piano. Appena scattato l'allarme,
la sicurezza al pianterreno avrebbe disattivato tutti
gli ascensori, impedendoci di uscire. Anche se fossimo
riusciti ad arrivare lass con maschere e pistole, la probabilit
di restare intrappolati era elevata.
Il terzo problema era la fuga. Jalan Ampang, una delle
strade pi importanti della citt, ha nove corsie e attraversa
mezzo chilometro di grattacieli, ristoranti e alberghi. Alle
cinque del pomeriggio sarebbe stata piena di traffico e di
pedoni, il che voleva dire anche di poliziotti. C'era una
superstrada a solo un isolato a nord del nostro obiettivo,
ma la prima rampa di accesso si trovava quattro isolati a
ovest. Per non parlare del fatto che se fossero scattati gli
allarmi, in un'ora la polizia malese avrebbe avuto tutto il
tempo di preparare posti di blocco in attesa dei militari
con gli elicotteri.
Infine, anche se in qualche modo fossimo riusciti a sfuggire
ai poliziotti, avremmo dovuto portare i soldi fuori dal
paese. Diciassette milioni di dollari in valute straniere di
valore relativamente basso potevano pesare da dieci a venti
tonnellate. Sto parlando di pacchi di denaro grandi come
balle di fieno. Se li avessimo caricati su un jet in attesa, il
peso avrebbe impedito all'aereo di decollare.
La voce di Marcus era fredda come la pietra mentre
spiegava il progetto, passo dopo passo. Present tutti i
problemi e tutte le soluzioni, una dopo l'altra. Angela si
sbagliava su di lui. Marcus non era intelligente. Un cane
pu essere intelligente, o un bambino che gioca a scacchi.
Anche un uomo che compila da solo la dichiarazione dei
redditi  intelligente.
Marcus era un genio.
Vincent, la lingua lunga del gruppo, disse a voce alta,
per farsi sentire da tutti: - Come diavolo faremo a spostare
tutti quei soldi?
- Non li sposterete, - rispose Marcus. - Non lasceranno
mai l'edificio.
 
Capitolo 21.

Atlantic City.
Mi svegli un rumore proveniente dalla stanza che mi
aveva riservato Lakes.
Appena lo udii spalancai gli occhi, con le pulsazioni accelerate.
Scattai a sedere e restai immobile, concentrando
tutte le energie del mio corpo nell'ascolto. Trattenendo il
respiro, estrassi la pistola da sotto il cuscino.
Era un rumore che suggeriva un movimento pesante,
come quando si trascina sul pavimento una grossa scatola
di cartone. Gli alberghi moderni hanno pareti spesse e
isolate. Sono passati i tempi in cui si batteva il pugno sul
muro per far tacere la coppia di amanti nella stanza accanto.
Adesso i muri contengono un doppio strato di schiuma
isolante, che assorbe tutti i rumori prodotti nella stanza,
come in uno studio di registrazione. Perci, visto che potevo
udirlo, il rumore nella stanza accanto doveva essere
cinque o sei volte pi forte.
Scesi piano dal letto e indossai i pantaloni. Mi infilai
la pistola in tasca e presi uno dei bicchieri che il personale
aveva lasciato sul cassettone. Mi avvicinai in silenzio
alla porta che mi separava dalla stanza 316 e vi premetti
contro il bicchiere, per ascoltare meglio. Le pareti potevano
anche essere a prova di suono, ma le porte no. Ci fu
un momento di silenzio teso, in cui udii solo il battito del
mio cuore e il ticchettio quasi impercettibile dell'orologio.
Attesi che il suono si ripetesse, per avere la prova che non
lo avevo sognato.
Si ripet.
Qualcuno stava spostando i mobili. Udivo grugniti di
sforzo e lo strisciare del letto sopra la moquette. La voce
era femminile. La udii anche imprecare, mentre spingeva.
Una bella voce, profonda, come quella di una cantante.
Sentii il fruscio delle lenzuola tirate via e il tonfo del materasso
rivoltato. Borbottava tra s mentre lavorava, ma i
suoni risultavano indistinti.
Avrei scommesso qualunque cosa che era l'agente
dell'FBI.
Sapevo esattamente cosa stava facendo.
Una perquisizione.
Rebecca Blacker stava rivoltando la mia stanza come
un calzino, in cerca di un nascondiglio. Sentii che toglieva
i quadri dal muro e li gettava sul letto. Un attimo dopo
apr l'armadio e spinse di lato tutte le grucce di metallo.
Attesi di udire che altro avrebbe fatto, ma per un minuto
buono non successe nulla. La sentivo parlare, ma non
distinguevo le parole. Mi chiesi se con lei ci fosse qualcuno,
ma decisi di no. Altrimenti avrei sentito anche la voce
dell'altra persona.
Doveva essersi fatta dare una chiave magnetica alla
reception. La polizia ha bisogno di un mandato per
perquisire una stanza solo se il direttore dell'hotel nega
il permesso. E i direttori lo negano di rado. Le irruzioni
della polizia fanno male agli affari, ma la reputazione di
proteggere i criminali fa ancora pi male. Almeno negli alberghi
di un certo livello.
Feci attenzione a non fare alcun rumore. Posai il bicchiere
e mi diressi alla porta che dava sul corridoio, con
una lentezza glaciale. Appoggiai l'occhio sinistro allo
spioncino e guardai a destra e sinistra fino a dove riuscivo
a vedere.
I federali hanno la tendenza a lavorare in gruppo. Anche
se un caso viene assegnato a un singolo agente, a volte
questi viene affiancato dalle polizie locali. Mi aspettavo
quasi di vedere, davanti alla porta della 316, un agente in
uniforme, un tizio in tuta da ginnastica con un distintivo
da detective, o un uomo in giacca e cravatta e il distintivo
dell'FBI. Ma ebbi fortuna.
La donna era sola.
In corridoio c'erano solo un carrello del servizio in
camera con i coperchi di metallo rovesciati e un paio di
piatti sporchi. Per il resto, il corridoio sembrava deserto.
Guardai a destra e a sinistra per quanto me lo permetteva
lo spioncino.
Sapevo cosa avrei dovuto fare. Se Angela fosse stata
presente, mi avrebbe detto di prendere la busta con gli
oggetti che avevo ricevuto e tagliare la corda. Mi avrebbe
detto di camminare con calma verso le scale di emergenza
e di scendere al piano terra. Da l, bastava tagliare
attraverso le cucine per arrivare al garage e alla mia auto.
Angela mi avrebbe gridato che ero stato uno stupido
a lasciar prenotare la stanza da un servizio di concierge.
Lei sarebbe scattata in azione nel momento stesso in cui
avesse sentito il rumore.
Ma Angela non c'era.
E io ero curioso.
Indossai lentamente la camicia nuova, giacca e cravatta,
il che non fu facile a luce spenta. Mi passai le dita tra
i capelli un paio di volte, per non avere l'aria di essermi
appena alzato dal letto, afferrai la ventiquattrore e uscii.
Il corridoio era vuoto, e la porta della stanza 316 era
chiusa. Mi avvicinai e cercai di sbirciare dallo spioncino,
ma non funzionano da fuori verso dentro. Riuscii a vedere
solo la macchia indistinta del colore delle tende.
Tornai nella 317 e strappai una pagina dal bloc-notes
dell'hotel. Vi scrissi sopra il numero di uno dei miei cellulari
prepagati e aggiunsi: Con i complimenti di J. Morton.
Tornai in corridoio e appoggiai il biglietto sul carrello del
servizio in camera, sopra la ricevuta. Rimisi i coperchi sui
piatti e spinsi il carrello davanti alla 316. Aprendo la porta,
la donna non avrebbe potuto evitare di vederlo.
Mi diressi verso gli ascensori, tirai fuori la chiave magnetica
e la spezzai in due. Poi proseguii fino alla porta
che immetteva sulle scale e scesi facendo i gradini due alla
volta. Quella donna non abbandonava i miei pensieri.
Conosceva il mio viso, certo, ma anch'io conoscevo il suo.
E conoscevo anche il suo nome e il numero del distintivo.
Mi bastava trovare un computer e avrei saputo tutto di
lei. Qualcosa dentro di me voleva scoprirlo.
Mi chiesi quanto ci avrebbe messo Rebecca Blacker a
trovare altri elementi su di me. Presto avrebbe controllato
le telecamere di sorveglianza e avrebbe visto cosa avevo
fatto. Quel che mi disturbava era come fosse arrivata fin
l. Alexander Lakes mi aveva detto che tutti i servizi svolti
per mio conto sarebbero rimasti privati. Evidentemente,
non era vero. L'agente era riuscita a scoprire dove alloggiavo,
quindi Lakes aveva un grave problema di sicurezza.
Presi un telefono e digitai il suo numero.
Squill.
Tre volte.
Al quarto squillo lui rispose.
- Pronto? - Udii un fruscio di lenzuola. La voce era
assonnata.
- Mi hai dato una stanza bruciata, - dissi.
- Chi parla?
- Chi credi che sia? Mi hai dato una stanza bruciata al
Chelsea. In questo momento l'FBI  l e sta buttando gi
anche i muri.
- Ulysses.
Arrivai in fondo alle scale e individuai l'uscita per il sotterraneo.
Era strutturata in modo da far scattare l'allarme
antincendio, se aperta da dentro. Incastrai il telefono
tra guancia e spalla, presi il mio coltellino e lo infilai tra i
contatti dell'allarme. Aprii piano la porta con la spalla e
tenni l il coltello fin quando non si richiuse.
- Siamo in piena notte, - disse Lakes. - Come sa che
si tratta dell'FBI?
- E un'agente che ho incontrato al mio arrivo. Ha detto
che avevo interrotto la sua vacanza.
- Una donna? Come si chiama?
-  un'agente federale. Il nome non importa.
A quell'ora di notte, le luci del parcheggio erano spente
e si sarebbero accese solo se azionate dai sensori di movimento.
L'unica illuminazione fissa era data delle luci di
emergenza alla base delle scale. Presi di tasca la chiave che
Lakes mi aveva lasciato e cominciai a premere il bottone
che sblocca le portiere. Mentre camminavo, tutto attorno a
me presero ad accendersi le luci. A circa met del parcheggio
sentii un bip e vidi lampeggiare le frecce di un'auto. La
Suburban che Lakes mi aveva promesso era parcheggiata
vicino all'uscita. Era esattamente il tipo di macchina che
volevo. Nuova, nera, tre quarti di tonnellata con trecento
cavalli e cerchioni cromati.
- Signor Ulysses, la prego di accettare le mie scuse. Posso
trovarle un'altra stanza al Caesars, stavolta una stanza
totalmente pulita.
- No.
- Ho un contatto in un motel alla periferia della citt.
 un indiano meraviglioso, sono certo che far con totale
discrezione tutto quello che gli chieder.
- Da ora in avanti, a prenotarmi le stanze ci penso da
solo.
- Ne  sicuro?
- Ti sembro confuso?
- No, signore. C' qualcosa che posso fare?
- Vediamoci al ristorante tra Maryland e Arctic tra venti
minuti. Dobbiamo parlare.
Salii in macchina. Guardai a destra e a sinistra. Controllai
gli specchietti. Diedi un'occhiata alla fila di macchine
alle mie spalle per accertarmi che fosse tutto a posto. Ingranai
la retromarcia.
E restai paralizzato.
Chiusi la comunicazione con Lakes senza un'altra parola.
Spostai il retrovisore per guardare meglio.
Nella fila dietro di me, a due auto di distanza, c'era di
nuovo la Suburban nera.
 
Capitolo 22.

Era la stessa di prima. Finestrini oscurati, sospensioni
basse. Il parafango anteriore e i cerchioni cromati. Guardando
con attenzione ne fui certo. Era la stessa macchina
che mi aveva seguito all'uscita dal vecchio aeroporto.
Niente targa frontale.
Che figlio di puttana.
Nella luce smorzata del parcheggio, distinsi all'interno
due persone. Nient'altro che sagome scure contro
uno sfondo ancora pi scuro. Solo il bagliore verdastro
dell'insegna che segnalava un'uscita, sopra di loro,
permetteva di sapere che si trovavano li. Erano visibili
a pezzi: la luce riflessa dai capelli, la massa opaca di un
torso, la forma di un braccio. Sembravano fatti di fumo.
Probabilmente mi aspettavano da ore. Dovevano aver
scoperto dove alloggiavo e avevano parcheggiato l sotto,
ascoltando i ticchettii del motore che si raffreddava.
Tenendo d'occhio le uscite. Niente radio, niente caff,
niente chiacchiere. Erano seduti l, immobili, in attesa
del mio ritorno.
Strinsi le mani intorno al volante. Com'erano riusciti a
trovarmi? Avevo preso delle precauzioni. Li avevo seminati
sulla statale. Avevo cambiato macchina. Avevo trascorso
buona parte della notte nella Camaro di Spencer
deodorata al pino. Anche se mi avessero ritrovato quando
ero tornato all'hangar, poi ero andato al Chelsea a piedi,
seguendo un intricato percorso tra casin affollati e alberghi
di lusso. Non era possibile che mi avessero seguito.
Strinsi le mascelle, come se mi avessero tirato un pugno.
Chi diavolo erano quei tizi?
Restarono perfettamente immobili per quasi un minuto,
come cacciatori che hanno individuato la preda. Io rimasi
immobile a mia volta, con gli occhi fissi sullo specchietto.
Stavolta seminarli sarebbe stato molto pi difficile, ne ero
certo. In un parcheggio, in piena notte, con pochissime
automobili in giro. Tutti i trucchi che conoscevo dipendevano
dal traffico. Se per strada non c' nessuno, per seminare
qualcuno ci vuole un intervento divino. Ogni tua
mossa pu essere seguita. Mi avevano messo all'angolo, e
lo sapevano. In quella situazione non dovevano fare quasi
nulla. Potevano semplicemente mettersi di traverso davanti
all'uscita, e fine della storia.
Continuai a non muovermi, osservandoli. Una goccia
d'acqua cadde dai tubi in alto e lasci una lenta traccia sul
parabrezza.
Mi si affollarono in testa una dozzina di possibilit diverse.
Accendere il motore, accelerare al massimo e provare
a batterli in velocit. Tornare in albergo e cercare di
seminarli a piedi. Uscire dal parcheggio lentamente, fingendo
di non averli notati, e poi fare del mio meglio una
volta in strada. Tutte quelle possibilit sembravano sbagliate.
Guardai l'orologio. La lancetta dei secondi viaggiava
a scatti attorno al quadrante.
Le due di notte. Ancora ventotto ore.
Quando ero entrato nel parcheggio, si erano accese le
luci. Ovunque andassi si accendevano dei faretti. Rilevatori
di movimento. Se funzionavano come pensavo, dopo
un breve periodo di inattivit si sarebbero spenti. E allora
il parcheggio si sarebbe ritrovato al buio pesto, eccetto per
le insegne che segnalavano le uscite. Questo mi avrebbe
dato qualche secondo di vantaggio, per mettere in moto
e partire prima che loro potessero reagire. Ovviamente,
sarebbe bastato fare i primi tre metri perch i faretti si
accendessero di nuovo. Ma quel vantaggio poteva essere
sufficiente.
Infilai la chiavetta di accensione e la girai nella posizione
che accendeva il quadro. Il display del computer di bordo
si accese di un bagliore bluastro. Girai anche l'interruttore
che controllava i fanali. Spensi tutto quello che poteva
essere spento. Frecce, luci di posizione, il display del computer.
Tutto. Guardai di nuovo l'orologio.
Qualunque momento era buono.
La prima luce, accanto alla porta da cui ero entrato, si
spense. Un secondo dopo si spense la successiva, poi altre
due, poi una fila di tre. Tutto il processo sarebbe durato
una ventina di secondi, pensai, perch tanto ci avevo
messo ad arrivare alla macchina. Feci il conto alla rovescia
sul mio orologio.
Dieci secondi. Il parcheggio stava tornando a immergersi
nelle tenebre.
Cinque secondi.
Tre.
Due.
La luce sopra la mia auto si spense con un secco clic.
Uno.
Buio totale. Respiravo profondamente, con calma. Accesi
il motore. Ai due alle mie spalle le luci rosse posteriori
dovettero sembrare un razzo di segnalazione.
Ingranai la retromarcia, accelerando a tavoletta. Le gomme
stridettero mentre facevo una manovra da kamikaze,
ingranavo la marcia avanti e ripartivo. Le luci reagirono
con lentezza. Ero gi avanti di cinque o sei metri quando
si accesero. Accelerai sulla rampa che portava al piano terra
e tagliai due angoli pericolosi. Nella cabina del custode
non c'era nessuno, il che era un bene, perch non avevo
intenzione di fermarmi.
Tuttavia non riuscii a procurarmi il vantaggio che speravo.
Le luci posteriori quando avevo acceso il motore avevano
allertato i due nell'altra Suburban, i quali reagirono
con prontezza. Proprio mentre uscivo sulla strada con una
sbandata, udii il ruggito dell'altra Suburban alle mie spalle.
Ormai non c'era pi spazio per fingere. Non gli importava
pi di seguirmi lentamente. Volevano fermarmi. Udii
lo stridio dei freni quando anche loro uscirono in strada.
Ero circa quindici metri avanti.
Spinsi l'acceleratore al massimo. Ingranai le marce mentre
svoltavo, superando un semaforo rosso tra Pacific e
Chelsea. Era una curva bastarda che mi proiett attraverso
tre corsie di traffico leggero. La Suburban corresse la
rotta e mi venne dietro.
Quei due non erano poliziotti, questo era certo. E volevano
me.
Seguii la mappa che avevo in testa. Prendendo a sud
su Pacific sarei uscito a ovest su Providence. L c'era un
parcheggio che potevo attraversare per arrivare pi in
fretta su Atlantic. Da Atlantic ad Albany. Da Albany a
O'Donnell. Ancora alcuni isolati, poi la rampa per la superstrada.
C'erano pi di trecento strade in citt e io le
avevo memorizzate tutte.
Tutti i miei sensi erano al massimo. Udivo il rumore
delle gomme, il battistrada che si aggrappava alle piccole
asperit dell'asfalto. Sentivo l'odore dei gas di scarico.
Uscii su Atlantic con una sbandata e cambiai direzione.
All'inizio il traffico leggero mi era sembrato un problema,
ma ora che il pedinamento era diventato un inseguimento
in piena regola, era un vantaggio. Percorremmo una decina
di isolati, attraversando tutti i semafori rossi che c'erano.
Da un crocevia emersi accanto a un cartellone pubblicitario
del Regency e imboccai il cavalcavia per la statale. Il
rumore del motore soffocava i clacson delle auto che sorpassavo
al doppio del limite di velocit, una cosa da pazzi
in New Jersey. Mi incuneavo nel traffico come se le altre
macchine fossero ferme.
La Suburban, tuttavia, guadagnava terreno. Mi urt
da dietro e provai la brutta sensazione di sentire le ruote
scivolare fuori controllo sull'asfalto. Sbandai tra due corsie,
evitando per poco di scontrarmi con un'altra macchina.
Pensai per un attimo di ingranare la marcia pi alta e
di cercare di batterli in velocit, ma l'idea svan in fretta.
Avevamo lo stesso motore, e loro conoscevano la macchina
meglio di me. Mi avrebbero raggiunto in pochi minuti.
Si affiancarono, suonarono il clacson e sterzarono nella
mia corsia, tentando di gettarmi fuori strada. Io schizzai
in avanti, e per poco non feci un testacoda nella corsia
d'emergenza. La Suburban mi sorpass, poi rallent. La
persona sul sedile del passeggero mi faceva dei gesti, indicando
il ciglio della strada. Volevano che accostassi. L'urto
successivo mi sbalz quasi contro il guardrail.
Alla prossima uscita mancavano diversi chilometri, e
ormai era chiaro che a quei bastardi non interessava pi
pedinarmi. Non avevo scelta. O accostavo, o mi avrebbero
spinto fuori strada.
Accesi le doppie frecce, diminuendo la velocit. Entrai
nella corsia di emergenza e loro mi seguirono. Continuai a
rallentare fino a fermarmi. Si fermarono anche loro.
Silenzio.
Per un attimo non successe nulla. Restai fermo senza
spegnere il motore e senza togliere il piede
dall'acceleratore. Loro accesero gli abbaglianti, in modo che non vedessi
nello specchietto cosa stavano facendo. Ascoltai il
rumore delle auto che ci passavano accanto, e quello dei
grilli nella foresta di pini alla mia destra. Adesso era un
gioco di attesa.
Presi la pistola dalla fondina e la misi sotto una coscia.
Pochi secondi dopo, un uomo scese dalla portiera del
conducente. I suoi stivali facevano crocchiare la ghiaia, come
se avesse un paio di speroni. Dopo qualche metro
lo misi a fuoco. Basso, capelli biondo platino, pelle color
porcellana. Camminava impettito, come se si avvicinasse
per avvisarmi che avevo le gomme sgonfie. Vidi che aveva
il numero 88 tatuato sul collo. Da dove vengo io, l'88
 un codice. E l'equivalente numerico di HH, perch l'acca
 l'ottava lettera dell'alfabeto. E hh, un'abbreviazione
comune in tutte le patrie galere: significa Heil Hitler.
Il biondo buss con le nocche al mio finestrino e mi indic
di abbassare il vetro.
- Vorremmo scambiare due parole, - disse.
Io non risposi. Tenni le mani sul volante.
Estrasse una piccola pistola da una fondina alla cintura.
Un movimento fluido. In un solo rapido gesto, aveva
allungato la mano, estratto la pistola e me l'aveva puntata
contro attraverso il vetro. Non avrei avuto neppure il tempo
di pensare di prendere la mia arma che mi sarei ritrovato
con un proiettile in testa.
- Due parole, per favore, - disse.
Volendo, potevo schiacciare l'acceleratore e schizzare
via a razzo. Potevo passargli sul piede prima che riuscisse
a premere il grilletto. La Suburban ha un bello scatto,
per essere un'auto cos grossa, e io avevo ancora la marcia
innestata e il motore acceso. Ora che avesse capito cosa
stava succedendo, i suoi proiettili avrebbero colpito solo
vetro e aria. Forse avrebbe avuto il tempo di spararne
tre, tutti probabilmente fuori bersaglio, e io sarei gi stato
lontano, con un vantaggio sufficiente a seminarli. Volendo,
potevo partire in quel preciso momento. Ma a cosa
sarebbe servito?
Non avevo ancora idea di chi fossero quei tizi.
Abbassai il finestrino e lui mi fece cenno di scendere.
Lentamente, tolsi la chiavetta dall'accensione e aprii la
portiera. Feci scivolare il revolver lungo la coscia e me lo
infilai in tasca. La mossa riusc, perch il biondo non disse
nulla, n mi perquis. Rest a poca distanza, con la pistola
puntata verso di me. Quando fui fuori, chiuse la portiera
e mi indic la sua Suburban con la canna della pistola. Il
suo fiato sapeva di aglio e sigarette al mentolo. Cammin
alle mie spalle, apr la porta posteriore del lato passeggero
e mi indic di salire.
Appena lo feci, l'uomo sul sedile anteriore si volt e mi
punt in faccia un fucile a canne mozze. Un tizio grosso il
doppio dell'altro, con lo stesso tatuaggio. Una scarica di
proiettili da caccia triplo zero a quella distanza mi avrebbe
staccato la testa.
- Avete preso l'uomo sbagliato, - dissi.
Il biondo chiuse la portiera e risal in macchina. - No, -
disse. - Niente affatto.
- Sono qui in vacanza. Sono un investigatore assicurativo.
- Sappiamo chi sei.
- Ne dubito.
- Sei stato nel container di Ribbons, ieri. Non sei un
agente assicurativo. E non sei nemmeno un poliziotto.
Restai in silenzio.
- Sei l'uomo di Marcus, - continu il biondo.
- Non sono l'uomo di nessuno.
Lui non disse nulla. Ingran la marcia e ripart. Guidava
con attenzione e precisione, per non farmi venire la
voglia di provare a sopraffarli. Avvertivo il peso della pistola
in tasca.
- Perch volete parlarmi? - chiesi.
Il biondo fece una risatina di scherno. - Hai un appuntamento,
- disse.
 
Capitolo 23.

Il viaggio sul sedile posteriore della loro auto per fortuna
fu breve. Mi portarono lungo la statale, attraverso le pianure
salate. Mentre procedevamo, li osservai con attenzione.
La luce riflessa dei fanali si mescolava al bagliore del computer
di bordo sul cruscotto, dando a ogni cosa una strana
sfumatura biancastra. Il biondo aveva occhi del colore di
una vecchia macchia di ruggine, e braccia che sembravano
scolpite nel legno. L'altro aveva gli occhi azzurri e i capelli
rossi ed era probabilmente dieci anni pi giovane del biondo.
Era anche molto pi alto. Non smise di fissarmi per tutto
il viaggio, senza neppure battere le palpebre. Sulle nocche
aveva un tatuaggio con la scritta Fourteen Words: Quattordici
parole. Una volta qualcuno mi aveva spiegato cosa
significava. Aveva a che fare con i bianchi e i loro figli.
Non ricordavo le parole esatte, ma era qualcosa del tipo:
Dobbiamo assicurare un'esistenza al popolo dei bianchi e
un futuro ai bambini bianchi. Le parole esatte variavano
a seconda della prigione in cui eri cresciuto.
A un tratto tir fuori di tasca un vecchio cellulare prepagato.
Compose un numero ma non riuscii a vedere quale.
Teneva il telefono accanto al viso, senza per distogliere
gli occhi dai miei. Disse poche parole, a voce cos bassa
che non riuscii a sentirle. Comunque sapevo che stava informando
il suo datore di lavoro che mi avevano trovato.
Stava chiedendo cosa dovevano fare adesso.
- Cosa volete da me? - chiesi.
- Silenzio, - m'intim il biondo.
Poi usc dalla statale, svoltando su una stradina sterrata
che portava nella estesa e vuota palude. Proseguimmo
altri dieci minuti in quella zona disabitata. Le gomme affondavano
nel terreno sabbioso, e il SUV sobbalzava avanti
e indietro. Procedevamo con una lentezza esasperante.
Eravamo nel mezzo del nulla, prossimi alla bocca della
baia di Absecon. Vedevo ancora la torre del Regency brillare
in lontananza, ma i rumori della statale e della civilt
erano svaniti. Ora sentivo solo il vento che soffiava sugli
acquitrini.
Ci fermammo.
Aspettammo qualche minuto a motore acceso. Il buio
intorno a noi era inquietante. Ascoltavo il respiro dei due
uomini di fronte a me. Chiusi gli occhi, chiedendomi cosa
sarebbe successo.
Stavano aspettando l'ordine di uccidermi?
Scacciai quel pensiero non appena si present alla mia
mente. Se fosse stata quella la loro intenzione, non mi
avrebbero fatto salire sul sedile posteriore. Ci sarebbe
voluta troppa fatica a pulire. Mi avrebbero messo nel bagagliaio,
perch pulire il bagagliaio  molto pi semplice.
Il biondo mi avrebbe piantato un coltello tra le costole
appena sceso dalla mia macchina. Poi mi avrebbe trascinato
fino alla sua Suburban, caricandomi nel bagagliaio.
E ora sarei gi stato in quattro pezzi, separati lungo la
spina dorsale e lo stomaco e avvolti in sacchi della spazzatura
o qualcosa di simile. Se mi volevano morto, non
si sarebbero presi tutto quel disturbo. Non avrebbero
corso il rischio di lasciarmi vivo. Ogni minuto in cui ancora
respiravo, c'era la possibilit che potessi cambiare le
carte in tavola.
Poi dei fanali lampeggiarono alle nostre spalle. Mi voltai,
riparandomi gli occhi con la mano, e vidi avvicinarsi
un'altra Suburban nera. Ci mise cinque minuti buoni a
coprire la distanza che ci separava, poi si ferm su un lato
della strada sterrata, accanto a noi.
Il biondo non si volt neppure a guardarmi. Premette
il bottone che sbloccava la mia portiera e disse: - Scendi.
Aprii e scesi. Il sentiero tra le due auto era scavato da
profondi solchi di copertoni. In ogni direzione si vedevano
chilometri di acquitrino, e la vista fino alla statale non
era interrotta da nulla di pi alto di un cespuglio.
Guardai il mio riflesso ingrandito nel finestrino oscurato
e aprii la portiera posteriore del secondo veicolo, dalla
parte del passeggero.
L'uomo che mi aspettava all'interno aveva tratti molto
scuri. Capelli scuri, pelle scura, occhi scuri. Sopracciglia
come bachi da seta. Sembrava uno di quei tizi che si vedono
nei notiziari, nel palazzo di qualche emirato del petrolio,
mentre fanno affari con gli arabi o comprano carri
armati dai russi. Certamente non sembrava un trafficante
di anfetamine. Il suo completo antracite doveva costare
almeno ventimila dollari. Ma la cosa che pi colpiva in
lui erano gli occhi. Anche nella luce forte dell'abitacolo,
sembravano pezzi di ghiaccio nero.
Sapevo esattamente chi era.
Avevo sentito una quantit di storie su di lui, nel corso
degli anni. In alcune era un barbaro, in altre un uomo sofisticato.
Ma una storia in particolare mi aveva impressionato.
Me l'aveva raccontata Marcus in persona, durante
il nostro incontro in quell'hotel in Oregon, cinque anni
prima. Dopo aver fatto le sue scelte, Marcus si appoggi
al tavolo dove erano seduti alcuni di noi e ci parl di un
uomo che conosceva. Erano stati amici d'infanzia, disse.
Erano usciti con le stesse ragazze, avevano frequentato
le stesse scuole. Mangiato negli stessi ristoranti. Quando
andavano ancora a scuola, l'altro aveva cominciato a spacciare
cocaina. Poco tempo dopo aggred il suo fornitore e
lo spinse in un magazzino abbandonato. In pieno giorno,
senza maschera. Lo colp con una chiave inglese, poi con
del nastro adesivo gli fiss sulla testa un sacchetto di plastica.
Non voleva soffocarlo, perch nel sacchetto c'erano
dei buchi per l'aria. Attese che l'uomo rinvenisse, quindi
appoggi il beccuccio di una bomboletta di vernice spray
viola su uno dei buchi. Spruzz e spruzz, finch la pallina
di metallo cominci a sbatacchiare nella bomboletta ormai
vuota. La vernice entr nel sacchetto e i vapori entrarono
nei polmoni dell'uomo, finch non riusc pi a gridare.
Nelle vernici c' parecchia roba pericolosa, tipo butano,
propano, solventi industriali, metalli pesanti. Tutto ci
entr nel flusso sanguigno del prigioniero, attraversando
evidentemente anche la membrana cerebrale. L'uomo sopravvisse,
ma quando usc dall'ospedale era in grado solo
di stare seduto, sbavare e fare piccoli respiri. Era diventato
cieco e aveva bisogno della dialisi. Era un messaggio
vivente, semplice e brutale, per i boss del cartello. Se quel
ragazzo avesse voluto, avrebbe potuto gestire un impero
con una bomboletta di vernice viola.
E fu proprio quello che fece, per i successivi quarantanni.
Il suo nome era Harrihar Turner, ma nessuno lo chiamava
cos. Aveva un altro nome, che solo pochi trafficanti
di droga osavano pronunciare. Un nome che nessuno dimenticava,
dopo averlo udito.
Il Lupo.
 
Capitolo 24.

- Mi chiedevo quando ci saremmo incontrati, - disse
il Lupo, mentre mi accomodavo accanto a lui sul sedile
posteriore. Malgrado il calore estivo, l dentro sembrava
inverno. L'aria condizionata era a una temperatura polare.
Il Lupo non era armato, non ne aveva bisogno. Il tizio
con il fucile a canne mozze era nell'auto accanto, e non
c'era nessun posto in cui fuggire. Anche l'autista probabilmente
aveva una pistola. Guardai il Lupo come se non
avessi nulla da dire.
- Non sei come mi aspettavo. Da ci che avevo sentito,
pensavo fossi molto pi giovane.
- Non so cosa ti aspettassi, - risposi. - Io sono quello
che sono.
Lui annu, con aria significativa. - Tu sai chi sono io,
vero?
- S. Ti chiami Harry Turner.
Cadde un silenzio improvviso. Non si aspettava quella
risposta.
- Chi te l'ha detto? - chiese alla fine.
- L'ho sentito dire.
- Da Marcus.
- L'ho sentito dire.
- Chi te l'ha detto ha ragione, quello  uno dei miei
nomi. Ma non mi piace. Harry  una versione corrotta del
mio vero nome, Harrihar. Sai cosa significa? E un nome
indiano, uno dei nomi di Krishna, un avatar di Vishnu, il
quale, secondo alcune sette,  il dio supremo della religione
ind. Vishnu  il preservatore, il protettore dell'universo,
onnisciente e onnipotente. Harry non richiama questo significato,
non ti sembra?
- Immagino di no.
- Ma forse mi conosci anche con un altro nome. Qualcosa
che si ricorda pi facilmente.
- Ti chiamano il Lupo.
- Bene -. Si spost in avanti sul sedile. - Almeno hai
capito chi sono.
- Come mi hai trovato?
- Non crederai sul serio che te lo dica. Ti basti sapere
che posso seguirti dappertutto.
Storsi il naso.
- Tu sei l'ombra agli ordini di Marcus, dico bene? Lo
so. Lo vedo sulle tue mani. I polpastrelli sono lisci come
la pelle del tuo naso.
- Non lavoro per Marcus, - ribattei.
Lui sorrise. - Certo. Sei un free lance, lavori solo per
te stesso, giusto?
Non dissi nulla.
Il Lupo continu: - Guardi i notiziari? A casa mia c'
sempre un televisore acceso. Mia moglie mi d il tormento
per questo. Ogni volta che entro in una stanza lo accendo,
e a volte dimentico di spegnerlo. E quasi un'abitudine
inconscia. Faccio colazione e guardo il notiziario. Vado
al lavoro e guardo il notiziario. Parlo al telefono e guardo
il notiziario. Non ci faccio nemmeno pi caso, ma mia
moglie s. Quando parliamo l'ascolto, ma ascolto anche le
notizie. Lei se la prende. Ma devo farlo, capisci? Non sai
mai cosa sta per succedere. In questo momento, potrebbe
essere la storia di una ragazza scomparsa da qualche parte,
e posso allontanarla dalla mia mente come se non l'avessi
neppure sentita. Tra un'ora, sar un'altra cosa. Potrebbe
essere una storia che cambier il corso della mia giornata,
o magari della mia vita.
Sai, una volta sono comparso anch'io nei notiziari.
Non hanno mostrato la mia faccia, n pronunciato il mio
nome, ma la notizia aveva a che fare con uno dei miei affari.
Una bambina si era allontanata dai genitori ed era
scomparsa per alcuni giorni. Fu ritrovata, svenuta, in un
terreno abbandonato vicino a una delle mie officine meccaniche.
All'inizio sembrava in perfetta salute, poi si resero
conto che qualcosa non andava. La sua vista era sfocata.
Le fecero le analisi del sangue e scoprirono che era
stata esposta a dosi massicce di idrogeno fosforato. Il che
era strano, perch non c'erano palline al fosfuro di alluminio,
capisci? - veleno per topi - nel posto in cui l'avevano
trovata. C'era solo un odore di pesce marcio. Il giornalista
era perplesso. Quello che non sapeva era che nel seminterrato
di quell'officina meccanica c'era un laboratorio
per la produzione di anfetamine. La notte prima i vapori
erano stati espulsi da un tubo nel terreno abbandonato.
La ragazzina giocava da quelle parti e ne aveva respirato
abbastanza da svenire. Nel laboratorio nessuno se n'era
accorto, cos avevano finito di cucinare le anfetamine.
I fumi svanirono, ma la ragazzina era ancora l, a meno
di cinque metri dal tubo di ventilazione. Se i giornalisti
avessero scoperto il tubo, avrei perso circa un quarto di
milione di dollari.
Perci, appena udii la notizia, salii in macchina e guidai
fino al terreno abbandonato. Da l cominciai a girare
per il quartiere finch trovai la casa della bambina. Parcheggiai
in fondo alla strada ed entrai dalla finestra. Andai
nella stanza dei genitori e li stordii con una pistola
elettrica. Poi andai nella stanza della piccola e le dissi di
non urlare. Lei pianse, ma rispett l'ordine e non emise un
suono. Era cos spaventata che non riusciva quasi a muoversi.
Riusciva solo ad ansimare e piangere in silenzio. La
presi in braccio e la portai in cucina. La misi seduta sul
piano di lavoro accanto al lavello. Versai un bicchiere di
latte e glielo diedi. Lei lo bevve. Il bicchiere successivo
conteneva del liquido per la pulizia degli scarichi. Mescolato
al latte ha la consistenza giusta. Lei ne bevve la met
prima di fermarsi perch le erano uscite delle vesciche
sulla lingua. Allora le chiusi il naso e la costrinsi a ingurgitare
il resto. Ci mise venti minuti a morire, tossendo e
vomitando sangue mentre l'acido le scioglieva gli organi
interni. Dopo un po' smise di piangere. Rest seduta li a
guardarmi, con quegli occhioni castani, respirando a fatica.
Poi si accasci di lato e non si svegli pi. Il viso coperto
di sangue, gli occhi sanguinanti, il cervello dissolto.
Lasciai il suo corpo accanto all'armadietto aperto dei prodotti
chimici. In seguito, i notiziari non dissero pi neppure
una parola sull'officina meccanica.
- Perch mi hai raccontato questa storia?
- Perch sono stato io a far uccidere Moreno, - disse il
Lupo. - E se tu non mi porti il denaro della rapina di questa
mattina, uccider anche te.
 
Capitolo 25.

L'auto era silenziosa, eccetto per il vento del mare che
frustava il vetro. Le luci della statale proiettavano lunghe
ombre attraverso i pini, a ovest. Atlantic City rumoreggiava
in lontananza.
Avevo la gola secca.
Il Lupo disse: - Atlantic City  mia, Ombra. Sono al corrente
di ogni oncia di marijuana e di ogni dose di metanfetamina
che viene spacciata qui. Sapevo da mesi di Moreno
e Ribbons. Parlavano con le stesse persone con cui parlo io.
Spendevano soldi nei miei casin. Avevano stanze nei miei
complessi residenziali. Parcheggiavano le auto agli angoli
delle mie strade. Marcus deve essere un idiota, se pensa di
poter fare un colpo nella mia citt senza che io lo sappia.
- Marcus aveva di sicuro intenzione di pagarti con una
parte del bottino, - dissi. - E un coordinatore da quasi
vent'anni.
- Lo so. Ma sapevo anche cosa stavano rubando quei
due. Come credi che Marcus abbia saputo tutti i dati su
quella consegna? Credi che abbia avuto una visione in sogno?
No, ha parlato con persone che parlavano con altre
persone che sapevano. E credimi, ognuna delle persone
che sapevano conosceva anche me.
- Ma se sapevi in anticipo del colpo, perch hai lasciato
che Moreno e Ribbons proseguissero? Perch sparargli
dopo che avevano rubato i soldi?
Il Lupo sospir. - Questo  il problema, con voi ladri.
Non sopportate la complessit.
Restammo in silenzio per qualche secondo.
Poi dissi: - Spiegami esattamente quello che vuoi.
- Voglio offrirti un accordo, - rispose. - Un affare.
Prendi il bottino del casin e mettilo sull'aereo di Marcus
luned mattina. I satelliti avranno il tempo di individuarlo,
poi la carica federale esploder.
- Cos Marcus si beccher cinquant'anni. Per uno della
sua et,  una condanna a morte.
- Ora cominci a capire. Se Marcus pu usare il denaro
come arma, posso farlo anch'io.
Mi schiarii la voce. - E per me quale sarebbe l'affare?
Lui fece un gesto verso le pianure salate. - Non ti seppellir
l fuori.
- Non  una grande offerta. Se non mi uccidi tu lo far
Marcus, anche dalla galera. Ci sono persone importanti
coinvolte nelle sue operazioni. Non lavoro per lui, ma
non sono stupido.
- S, lui prover a ucciderti, ma considera la tua situazione
attuale. L fuori, il vento dell'oceano fa un sacco
di rumore. Di notte a volte le raffiche ululano tra le
canne della palude. Sembrano urla umane, dice la gente.
Alcune persone che vivono ai bordi della citt giurano
che nelle pianure salate ci sia qualcuno che grida come
un pazzo. L'effetto  cos convincente che a volte dei
turisti chiamano la polizia. E quando la polizia risponde
che si tratta del vento, non ci credono. Escono in piena
notte, in salopette e magliette da spiaggia, cercando la
persona che urla. Ma non trovano mai nessuno, perch si
tratta davvero del vento. Le vere urla non arrivano cos
lontano. Qui fuori, un grido si sente al massimo a una
quindicina di metri.
Non dissi nulla. Il rumore del vento contro i finestrini si
mescolava a quello del condizionatore dentro la macchina.
- In un modo o nell'altro, - disse il Lupo, - mi aiuterai.
- Se fai quello che dico, ti metter sul mio libro paga.
Faremo un sacco di soldi insieme. Se invece sceglierai di
non tenere conto delle mie parole, questa sar la tua ultima
conversazione. Ti uccider solo per mandare un messaggio.
Sarai seppellito qui, sotto una duna di sabbia, cos
quando cambier il tempo di te resteranno solo i denti
e quell'orologio costoso che hai al polso.
Guardai dal finestrino l'altra Suburban nera, dove i
due uomini fissavano il vuoto, forse ascoltando il vento.
- Non ho ancora i soldi, - dissi.
Il Lupo volt la testa di una frazione di grado verso di
me. - Certo che non li hai, - disse. - Se li avessi, non saresti
ancora qui. Quello che non capisco  perch Marcus
abbia mandato qui uno come te per trovare il bottino, e
non un esercito di suoi uomini.
- Posso trovare i soldi, ma devi lasciarmi andare.
- Cos potrai lasciare la citt e scomparire? Niente da
fare, Ombra. Tu sei addestrato a sparire. Praticamente 
il tuo lavoro. Se accetti l'accordo, non ti allontanerai da
me per le prossime trenta ore. Andremo a prendere i soldi
insieme, in compagnia dei miei uomini. Per te  l'unico
modo di uscire da questa palude in un pezzo solo.
- Come faccio a sapere che non mi sparerai in testa non
appena ti avr mostrato dove si trova il bottino?
- Perch so riconoscere un uomo in gamba, quando ne
vedo uno. E comunque per oggi ho gi versato abbastanza
sangue.
- Non so perch ma non ci credo.
- Allora mettiamola cos: se fai ci che dico vivrai almeno
finch l'avrai fatto. Pu essere qualche ora, qualche
giorno, qualche anno, ma  comunque un po' di tempo in
pi. Se non lo fai, sarai morto entro mezz'ora, giusto il
tempo che ti ci vorr per scavarti la fossa.
- Credimi, - dissi. - So che  un buon affare, ma non
ho ci che cerchi, e non c' speranza di trovarlo se tu mi
stai con il fiato sul collo.
- Non cambier la mia offerta.
- Peccato, allora non posso accettarla. Se mi offri dodici
ore di tempo, affare fatto. Odio Marcus come lo odi tu,
ma non posso darti qualcosa che ancora non ho.
- Non ti credo.
- E ne hai motivo. Io sono un mentitore di prima classe.
Ma non mi importa che tu mi creda o no. Tutta questa
storia mi annoia.
- Ti annoia. Io ti minaccio di morte e tu ti preoccupi
della noia.
- Tu no?
Aprii la portiera, scostandola appena un filo.
- Sai cosa significa scendere da questa macchina,
Ombra?
Annuii. - Correr il rischio delle dune di sabbia. Contattami
quando avrai una proposta pi interessante.
Il Lupo non disse nulla. Scesi dall'auto e sbattei la
portiera. Lui mi fiss dal finestrino, come se fossi un
rompicapo di cui non aveva la soluzione. Forse pensava
che bluffassi. O forse bluffava lui e non si aspettava che
andassi a vedere le sue carte. In ogni modo, disse al suo
autista di mettere in moto. La sua macchina fece inversione
e si avvi lentamente verso la statale, lasciandomi
in compagnia dei due di prima.
Guardai l'orologio. Le tre e un quarto del mattino.
Ancora ventisette ore.
 
Capitolo 26.

Guardai la sua Suburban ondeggiare lungo la pista,
schizzando fango ogni due metri. La pianura era piena di
pozzanghere. Si udivano i grilli in lontananza. L'erba della
palude sembrava gridare.
Sapevo che non mi conveniva cercare di fuggire.
Non puoi fuggire da uno shotgun, un fucile a canne mozze.
Un Magnum calibro dodici, doppio zero, da tre pollici
e mezzo, spara da otto a dodici palle di piombo a circa
millequattrocento chilometri all'ora. E a poca distanza dal
fucile i proiettili cominciano ad allargarsi in una piccola rosa
mortale. Ognuno  largo otto millimetri e mezzo e pesa
come una moneta da cinque centesimi. Ne basta uno per
far esplodere il cervello di un uomo. Insomma, fuggendo
non avrei concluso nulla.
E non c'era nessun posto dove nascondersi. C'era una
foresta di pini a sei o sette chilometri verso ovest, e un
paio di gigantesche pale eoliche a est, a una quindicina di
chilometri. Ma tutto intorno a noi il paesaggio era piatto
come un deserto. Inoltre loro avevano un'auto. Se anche
fossi riuscito a portarmi fuori tiro, potevano semplicemente
accendere il motore e investirmi. Anche su quel terreno
accidentato, non ce l'avrei fatta.
Guardai la Suburban del Lupo svoltare sulla strada asfaltata,
in lontananza. L'aria sapeva di acqua salata. Inspirai
ed espirai lentamente.
Udii la portiera dell'auto aprirsi alle mie spalle. Mi voltai
e vidi scendere il biondo. Rest immobile e batt le
palpebre. La sua espressione diceva che l'idea di spalare
un metro di terra paludosa per coprire la mia fossa dopo
avermi ucciso non gli sorrideva. L'altro scese subito dopo,
con un'espressione diversa. Aveva gli occhi spalancati
e le sopracciglia lucide di sudore. Si port lo shotgun alla
spalla e lo punt su di me.
- Mi dispiace, - disse il biondo.
Io non dissi nulla. Non mi mossi.
Lui and dietro il SUV e apri il bagagliaio premendo un
bottone. Dentro c'erano attrezzi di tutti i generi: nastro
isolante, cavo, seghetto, corda. Torn con in mano un badile.
Un manico di legno con una pala arrugginita in cima.
Era lungo almeno un metro e mezzo, e sporco di fango
secco dall'ultima volta che lo avevano usato. Il biondo si
ferm davanti a me e lo gett ai miei piedi.
Io lo guardai.
- Non ho intenzione di raccoglierlo, - dissi.
Non volevo neppure toccarlo. Un badile non  una buona
arma. Certo, se lo usi per colpire qualcuno puoi ammazzarlo,
ma il punto  che non puoi colpire qualcuno con
un badile. E troppo goffo e pesante. Ci vuole un sacco di
tempo per sollevarlo e proiettarlo in avanti. E se per caso
manchi il bersaglio, la forza del colpo ti trascina in avanti,
e ci vuole ancora pi tempo per fermarlo e provare di
nuovo. Magari alcune persone sarebbero restate paralizzate
ad aspettare, ma non quei due. Mi avrebbero sparato
ancora prima che finissi di sollevarlo.
Li guardai.
- Hai fatto la tua scelta, amico, - disse il biondo.
Ascoltai l'urlo del vento e gettai di nuovo una lunga occhiata
alle torri dei casin in lontananza.
- Mettiamola cos, - prosegu il biondo. - Scava, e vivrai
un po' pi a lungo. Se ci metti due ore, saranno due
ore di vita in pi. Non voglio mentirti, non avrai nessuna
opportunit di scappare. Ma se scavi avrai almeno il tempo
di pensare. Di riconciliarti con Dio, o quello che ti pare.
- Come ti chiami? - chiesi.
I due si scambiarono un'occhiata. L'altro strinse pi
forte il fucile, come se temesse che potesse sfuggirgli.
- Visto che sto per morire, - dissi, - vorrei almeno conoscere
i vostri nomi.
Il biondo era riluttante. Dopo un attimo di silenzio disse:
- Mi chiamo Aleksei.
L'altro allora disse: - Martin.
- Aleksei, Martin. Io ho del denaro.
- Pensi davvero di potertela cavare cos?
- Vorrei almeno non scavarmi la fossa, - dissi.
Misi una mano in tasca. Aleksei si port la mano alla
cintura, dove teneva la pistola. Era una Ruger LCP. Fatta
di quel metallo leggero che si usa per gli aerei. Era cos piccola
che avrebbe potuto tenerla nel taschino della camicia.
- Lentamente, - disse.
Presi duemila dollari in banconote nuove, legate insieme
da strisce di carta color senape. Le sollevai in modo che le
vedessero bene, poi le gettai sul terreno tra noi.
- Lasciatemi andare, - dissi. - E vi dar dieci volte questa
cifra. E nella borsa che ho in macchina. Ho anche un
mucchio di telefoni cellulari. E tutto vostro.
- Non puoi comprarci, - disse Aleksei.
Tesi la mano sinistra. - Vi chiedo solo di guardare il
mio orologio.
I due fecero un passo avanti. Sollevai entrambe le mani
a palmi in su.
Aleksei tese la mano, aspettando che mi togliessi l'orologio
per darglielo. Poi fece un altro passo avanti, come
pensando che volessi fare il difficile.
E questo fu il suo errore. Adesso eravamo a meno di un
metro di distanza.
E tra noi c'era il badile.
Pestai la pala di metallo con tutta la forza e il manico si
sollev di scatto. Lo afferrai con entrambe le mani, proiettandolo
come una mazza. La lama colpi la mandibola
di Aleksei, che si chiuse di scatto tagliandogli un pezzo di
lingua. Lasciai la pala, avanzai di un passo e gli afferrai il
braccio destro. Gli torsi il polso fin quasi a spezzarlo. Lui
grid di dolore. Estrassi di tasca la mia pistola, gli passai
un braccio intorno al collo e gli piantai la canna contro la
tempia. Fu facilissimo trasformarlo nel mio scudo umano.
Guardai Martin e dissi: - Gettalo a terra.
Lui sembrava confuso, come se non avesse ancora capito
bene l'accaduto. Strinse la sua arma con maggior
forza. Trascorsero alcuni secondi. Aleksei si dibatteva
contro di me, con il sangue che usciva dalla bocca e colava
sul mento. Feci un passo a sinistra e lo shotgun segu
il movimento.
- Tu getta a terra la pistola, - disse Martin.
- Niente da fare.
Martin mi guard, guard il mio revolver, poi il suo
amico.
-  una cosa che so fare bene, - dissi. - Se non metti
gi quel fucile, sparo ad Aleksei attraverso la bocca. A
questa distanza, il proiettile uccider anche te prima che tu
riesca a trovare la linea di tiro che cerchi. E quello che stai
facendo, vero? Cerchi un punto scoperto?
Il cervellino neonazista di Martin stava facendo gli
straordinari. Potevo quasi vederlo. Stringeva e allentava
le dita paffute intorno al calcio gommato dello shotgun.
Aveva le mani bagnate come la palude intorno. Una riga
di sudore si era formata lungo le Quattordici parole sulle
sue nocche.
Aleksei emise un suono gorgogliante. Ora il sangue gli
stava scendendo in gola.
Ci fu un'altra raffica di vento.
Dissi: - Togli i proiettili. Adesso.
Lui punt il fucile di lato e azion il carrello a pompa.
Il caricatore si apr ed espulse una cartuccia rossa. Martin
ripet il gesto ed espulse un'altra cartuccia. Continu a
pompare finch tutti e sei i proiettili furono sul terreno.
Volt lo shotgun per farmi vedere che la camera di scoppio
era vuota, e lo gett sul ciglio della strada. Mi fiss con le
mani lungo i fianchi. Potevo sentirlo respirare.
Annuii.
- Bene, - dissi. Poi gli puntai alla testa la mia pistola e
gli feci saltare il cervello.
Il proiettile lo colp alla guancia sinistra, sotto l'occhio.
Attravers il palato e usc alla base del cervello, dove si incontrano
tutti i nervi. Sangue e materia cerebrale e schegge
d'osso macchiarono la sabbia alle sue spalle. Il suo corpo
cadde come un sacco di piombo.
Lasciai andare Aleksei. Barcoll in avanti, cercando di
recuperare l'equilibrio. Ma prima che facesse due passi,
lo colpii dietro la testa con il calcio della pistola, e cadde
a faccia in avanti nel fango. Il colpo doveva avergli danneggiato
il cervello, perch ebbe degli spasmi per qualche
secondo, poi si spense come una luce.
Feci un respiro profondo.
Nessun essere umano sano si diverte a uccidere, ma
non  neppure cos brutto come si dice. La gente sostiene
che uccidere sia la sensazione peggiore che si pu provare.
Che sia come se qualcosa dentro di te morisse. Per me non
era mai stato cos. L'unica sensazione era una pressione
nel petto, come un forte bruciore di stomaco. Respirare
diventava difficile, i colori si facevano pi nitidi. I miei
problemi sembravano pi semplici e i miei pensieri pi
veloci, a causa dell'adrenalina. Tutto ci passava; bastava
che mi fermassi qualche minuto. Dovevo solo pensare
a qualcos'altro e concentrarmi sul compito attuale. Non
c'era nessuna vergogna, in quello.
Quegli uomini erano armi.
Non avevo mai pensato di lasciarli vivi. La piet sarebbe
stata un errore. Se fossero restati vivi e in grado di maneggiare
un'arma, il Lupo me li avrebbe mandati addosso
di nuovo. E anche senza il Lupo, forse mi avrebbero dato
la caccia lo stesso, perch li avevo battuti. Alcune persone
non sanno perdere. L'idea della vendetta rimbalza
loro nella testa come un proiettile subsonico calibro ventidue,
troppo lento per poter uscire. Mi avrebbero inseguito
finch fossi morto, o fossero morti loro. Da vivi, e
sulle proprie gambe, erano armi.
Perquisii Aleksei. Gli tolsi la Ruger dalla cintura e arretrai
un po' il carrello, solo per controllare che ci fosse
il proiettile in canna e poi lanciai l'arma nella palude. Il
passaporto era nella tasca interna. Aleksei Gavlik. In
tasca aveva anche il portafoglio, il cellulare e le chiavi della
Suburban. Gli presi le chiavi e controllai la rubrica del
telefono. Accanto ai numeri non c'erano nomi, ma nelle
ultime dieci ore aveva effettuato pi di quindici chiamate
a un numero con il prefisso di Atlantic City. Il Lupo. Memorizzai
il numero, poi spezzai in due il telefono e gettai
anch'esso nella palude.
Mi avvicinai a Martin e feci la stessa cosa. Nel portafoglio
c'era la patente di guida con un indirizzo di Ocean
City. Oltre allo shotgun e a un altro mazzo di chiavi, aveva
un piccolo coltello a serramanico attaccato alla cintura.
Raccolsi i duemila dollari che avevo gettato a terra, gli
diedi una spolverata e me li rimisi in tasca.
Aleksei gemette e riprese a muoversi. Le gambe lottavano
inutilmente con il fango.
Gli andai alle spalle e gli sparai in testa. Asciugai uno
schizzo di sangue sulla mia cravatta e mi allontanai. Sbloccai
il tamburo e feci cadere tutti i proiettili in un fosso. Poi
smontai il calcio e le guancette gommate. Tolsi il cane e la
molla che lo azionava, gettandoli lontano. In meno di un
minuto, la pistola era divisa in otto piccoli pezzi. Gli altri
li avrei gettati lungo la statale. La polizia avrebbe impiegato
mesi a trovarli e a metterli insieme.
Chiusi il portellone della Suburban, salii e feci retromarcia
fino a trovare un posto in cui fare inversione. Poi
mi diressi verso la statale, ascoltando il tranquillo ronzio
degli insetti.
 
Capitolo 27.

Kuala Lumpur.
Ogni colpo in banca comincia nello stesso modo. Dopo
aver saputo da Marcus cosa rubare e come, dovevamo
andare a ispezionare il luogo. Una cosa che pu essere rischiosa
quanto la rapina stessa. Ci vogliono decine di ore
per preparare bene un colpo. Devi conoscere ogni centimetro
della banca in questione, dalla porta fin dentro il
caveau. Devi imparare a memoria i nomi di tutti i cassieri,
il numero di distintivo di tutte le guardie, e tutti i nascondigli
possibili su ogni piano dell'edificio. Le porte a
vetri dispongono di chiusure elettroniche? Il caveau ha un
meccanismo di chiusura a tempo? Quando va a prendere
un caff il direttore, e come lo prende?
Devi sapere tutto.
Perci devi entrare in banca e dare una buona occhiata.
Venti minuti non bastano. Un paio di giorni ci si avvicinano
di pi. Questo periodo di osservazione pone al rapinatore
professionista una serie di problemi. Prima di tutto, devi
avere un motivo per trovarti l. Gli impiegati tendono a
notare una persona che entra in banca, si guarda intorno
per un'ora e poi se ne va senza richiedere alcun servizio.
E anche se riesci a sfuggire all'attenzione degli impiegati,
ci sono le telecamere. Certo, non sono una minaccia immediata,
perch entrare in banca e guardarsi intorno non
 un reato. Ma dopo la rapina le telecamere possono rivelarsi
un grosso problema. Gli investigatori esaminano le
riprese delle settimane precedenti, in cerca di qualcuno
che corrisponda alla descrizione del rapinatore. Se trovano
una corrispondenza, possono trasmettere la foto ai
notiziari e tu ti avvicini di un passo alla cattura. Perci,
se volevamo dare un'occhiata ravvicinata all'interno della
nostra banca, dovevamo farlo con l'aspetto di persone
diverse da noi.
Era il momento delle ombre.
Hsiu Mei era il nostro controllore. Sarebbe restata nel
furgone, con una connessione wireless ai nostri auricolari.
Se avessimo avuto bisogno di farci tradurre qualcosa
l'avrebbe fatto, ma il suo compito principale era guidarci.
Aveva guardato e riguardato gli schemi dell'edificio, bevendo
una caraffa dopo l'altra di t verde da un bicchiere
di polistirolo.
Saremmo entrati Angela e io.
Trascorremmo ore preparando i travestimenti. Angela
era radiosa, con un vestito estivo Gucci, bracciale di platino
con pietre costose, tacchi all'ultima moda e borsetta
intonata. Non somigliava affatto alla donna che avevo
visto la sera prima. L'Angela di adesso era vent'anni pi
giovane e vari milioni di dollari pi ricca. Le sue lenti a
contatto erano di un verde quasi fosforescente, e i capelli
erano lunghi, neri, e perfettamente lisci. Le labbra erano
color sangue; insomma sembrava uscita direttamente da
una rivista. Non era pi Angela, era Elizabeth Ridgewater,
ereditiera del New England.
Io invece indossavo un semplice completo nero con cravatta
scura, in uno stile ormai passato di moda. Il trucco
mi faceva sembrare dieci anni pi vecchio e il castano scuro
dei capelli mi dava un'aria minacciosa. Lavorai sul mio
viso fino ad avere uno sguardo perennemente accigliato.
Mi chiamavo William Gold, ero la guardia del corpo della
signora Ridgewater.
Angela mi incaten al polso una valigetta Halliburton.
Era in alluminio leggero, con dentro strati di protezione
in gommapiuma. Quando la sollevai sentii qualcosa di piccolo
ma pesante che si spostava all'interno.
- Andiamo, - disse Angela.
Scendemmo dal furgone ed entrammo in banca attraverso
le porte girevoli. Lei camminava avanti, naturalmente.
Si muoveva con la grazia e la sicurezza di una donna che
pu permettersi di comprare tutto ci che cattura la sua
attenzione. Io la seguivo a testa bassa, con un paio di RayBan
scuri sugli occhi. La gente ci guardava, una cosa che
mi fa sentire a disagio, anche quando sono travestito. Mi
trovo meglio quando fingo di essere una persona qualsiasi.
L'edificio si chiamava National Exchange Tower. Un
grattacielo di trentacinque piani con un eliporto in cima.
Mentre percorrevamo l'atrio, eseguii un rapido esame del
pianterreno. Nessuna porta richiedeva codici d'accesso o
tessere magnetiche, e non c'era un metal detector all'ingresso,
come oggigiorno accade in alcuni palazzi. Vedendoci
andare verso gli ascensori, gli impiegati della reception non
ci chiesero nulla. Uno ci guard e annui, e questo fu tutto.
Solo la parte alta dell'edificio apparteneva alla banca.
Passando, guardai l'elenco degli affittuari accanto alle porte
dell'ascensore. Al pianterreno c'era l'atrio con la reception.
Ai primi due piani c'erano gli uffici gestionali del palazzo:
amministratori, supervisori, personale della sicurezza
e delle pulizie. Al terzo e al quarto c'era uno studio legale,
e gli otto piani successivi erano occupati da una grande
azienda di costruzioni. Il tredicesimo piano mancava,
mentre i piani dal quattordici al ventuno appartenevano
alla Petronas National Oil Company. Il ventitr e il ventiquattro
erano in ristrutturazione, e al venticinque c'era
una qualche start up. Gli ultimi piani, dal ventisei al trentacinque,
erano quelli della banca.
E solo uno di essi ospitava il caveau.
La maggior parte dei piani della banca non erano di alcun
interesse. Due erano dedicati ai call-center del servizio
clienti, e gli altri cinque erano uffici di manager. Il
piano con il caveau era l'ultimo.
Il trentacinquesimo piano era il deposito principale della
valuta straniera, ed era quello di cui avremmo dovuto assumere
il controllo. Stando a ci che dicevano gli schemi,
lass a parte il caveau c'erano soltanto alcuni manager, delle
cassette di sicurezza e quasi diciotto milioni in contanti.
Appena entrati in ascensore, premetti il pulsante del
cronometro sul mio orologio. Con una pianta accurata
dell'edificio e il timer, potevamo calcolare la velocit degli
ascensori. Conoscendo la velocit degli ascensori, potevamo
stimare i tempi di chiamata in modo da azzerare i
ritardi. Quando l'ascensore part con un sussulto, Angela
mi rivolse uno sguardo preoccupato.
- Ansioso? - chiese.
Scossi la testa. - Mai divertito tanto in vita mia.
Ci mettemmo due minuti a raggiungere l'ultimo piano.
Osservammo i numeri cambiare sul display, in silenzio.
Quando finalmente si aprirono le porte, ad accoglierci c'era
un manager della banca. Cercai lo sguardo di Angela ma
lei mi ignor. Doveva esserci un sensore che segnalava a
quelli dell'ultimo piano quando un ascensore era diretto l.
L'uomo davanti a noi non poteva essere una coincidenza.
L'ultimo piano sembrava una normale banca, a parte
il fatto che si trovava a trentacinque piani da terra. Gli
ascensori si aprivano su una sala di sei metri per nove,
arredata solo con alcuni divani di fronte alla finestra. Dalla
parte opposta c'erano gli sportelli degli impiegati, separati
l'uno dall'altro da lastre di plexiglas, e varie doppie porte
che immettevano nel retro. Oltre gli sportelli, vidi alcuni
cubicoli e in fondo un ascensore di sicurezza e la massiccia
porta rotonda del caveau. Il look spartano faceva parte
dell'estetica del posto, pensai. Niente fronzoli, solo affari.
Il manager strinse la mano ad Angela e ci salut in malese.
Lei rispose in inglese. - Vorrei delle informazioni per
noleggiare una cassetta di sicurezza.
Non ci volle altro per catturare l'attenzione dell'uomo.
Sorrise, ripet il saluto in inglese e ci chiese di seguirlo in
ufficio. Angela sembrava il tipo di donna che non ama perdere
tempo, e lui doveva averlo capito subito. Ci condusse
attraverso una delle doppie porte, oltre vari uffici, fino al
suo. Quando ci fummo accomodati, io sollevai la valigetta
di alluminio e Angela apr le manette che l'assicuravano al
mio polso. Io non dissi una parola. Meno parlavo, meglio
era. Sembrava quasi che avremmo potuto concludere lo
scambio senza che nessuno pronunciasse una sola parola.
- Mentre mi trattengo in citt, - disse Angela, - ho bisogno
di una cassetta di sicurezza per custodire un oggetto
che per me ha un valore particolare. Se posso chiedere,
vorrei sapere che tipo di sicurezza offrite.
-  venuta nel posto giusto, glielo assicuro. Offriamo
una vasta gamma di cassette di sicurezza protette dalla
migliore tecnologia disponibile in Asia.
- Mi hanno detto che offrite anche cassette di sicurezza
all'interno del caveau.
-  vero, ma quelle sono riservate ad aziende clienti che
desiderano proteggere beni del valore di cinque milioni di
sterline inglesi o pi. Le cassette di sicurezza private che
si trovano in una stanza separata proprio di fronte al caveau
sono pi che sufficienti a soddisfare i suoi bisogni,
glielo assicuro.
- Penso che nel mio caso potreste fare un'eccezione.
Angela apr la valigetta per mostrare al manager di cosa
parlava. Dentro c'era una pietra delle dimensioni di una
falange umana. Era rossastra, ma troppo chiara per essere
un rubino. Si trattava di un diamante rosso, il colore pi
raro del mondo. Era stato trovato trecento anni prima in
India, e posseduto nel corso del tempo da due re europei,
tre principesse, due sceicchi e tre miliardari. A un'asta,
sarebbe stato quotato oltre i quattordici milioni di dollari.
Sembrava una goccia di sangue solidificata.
Era il diamante della corona del Kazakistan.
Ovviamente non era quello vero, custodito ad Abu
Dhabi, dietro un vetro antiproiettile spesso cinque centimetri.
Ma era un ottimo falso, realizzato con uno zircone
trattato al cerio, per dargli la stessa rara sfumatura di
rosso dell'originale. Chiunque, con una lente da gioielliere
e qualche anno di esperienza, avrebbe capito che non
si trattava del vero diamante della corona del Kazakistan,
ma li dentro non sarebbe stato un problema. La valigetta
era piena di documenti falsi: assicurazione, provenienza,
valutazione. La pietra doveva solo sembrare autentica, e
lo sembrava al cento per cento.
Il manager spalanc gli occhi per un attimo, ma si controll
subito. Immagino facesse parte del suo lavoro mostrare
indifferenza verso i beni che gli veniva chiesto di
proteggere. Il minimo accenno di cupidigia avrebbe potuto
allarmare un potenziale cliente. Era importante fare
tutto secondo i crismi, con pochissime variazioni. Guard
Angela e me, poi si accomod meglio sulla sedia.
- Sono disposta a pagare quello che serve per tenerlo al
sicuro, - disse Angela. - A condizione che possiate offrire
il livello di sicurezza al quale sono abituata. In passato ho
gi avuto problemi con le banche malesi.
Stava giocando una partita delicata. Doveva convincere
il manager a lasciarci entrare nel caveau senza poi noleggiare
davvero una cassetta di sicurezza. Volevamo che
fosse lui alla fine a rifiutare l'incarico cos da rimanergli
meno impressi nella memoria. Se invece lui avesse accettato
l'offerta e noi avessimo fatto marcia indietro all'ultimo
minuto, dopo la rapina la nostra visita gli sarebbe sembrata
sospetta e sarebbe stata una traccia per trovarci. Il tono di
Angela era gentile e pretenzioso in parti uguali. Sembrava
allo stesso tempo abbastanza desiderosa di essere trattata
con un occhio di riguardo, e abbastanza arrogante da meritarsi
un rifiuto.
Mentre lei e il manager parlavano del caveau, io memorizzavo
la posizione delle telecamere. In tutta la banca erano
disseminate piccole cupole nere sui soffitti, in modo da
garantire la molteplice copertura di ogni singolo centimetro
quadrato. Ce n'era una sopra ogni sportello, un'altra dietro,
una sopra ogni postazione di lavoro e altre quattro
davanti al caveau. L'unico posto non coperto era il bagno
degli impiegati, che si apriva sulla parete in fondo.
Mi scusai e andai in bagno per curiosare meglio. Appena
fuori dall'ufficio sussurrai: - Telecamere.
Hsiu Mei rispose, attraverso il ricevitore che avevo
all'orecchio: - Da' un'occhiata all'ascensore di sicurezza
nella stanza sul retro.
Era accanto al caveau, ed era molto diverso dall'ascensore
in cui eravamo saliti. Aveva pesanti porte d'acciaio,
e un sistema di chiamata di alto livello. La persona all'interno
poteva comunicare con l'esterno attraverso un sistema
di telecamere a circuito chiuso. Passandovi accanto,
lo osservai bene.
- Accesso a doppia chiave, serratura magnetica, - mormorai.
- Ges, - disse Hsiu. - E il caveau?
- Tripla chiave, - dissi. - Apertura e chiusura a tempo,
combinazione mista in tre parti.
Hsiu imprec in cinese. Quel caveau era un mostro.
Aveva i componenti di sicurezza di varie aziende leader,
tutti insieme. Prima di attirare qualche sospetto, ripresi a
camminare. Quando tornai nell'ufficio del manager, Angela
stava chiudendo la trattativa. Avevamo ottenuto buona
parte di ci che volevamo. L'ideale sarebbe stato riuscire
a farci mostrare il caveau, ma sapevamo che non sarebbe
successo. Un manager di piano come lui poteva anche approvare
l'accesso, ma il direttore del caveau ce lo avrebbe
rifiutato. Non potevamo avvicinarci a quel caveau a meno
di aprire un conto, e quella era un'operazione troppo
rischiosa. Angela ringrazi il manager, assicur di nuovo
la valigetta al mio polso, mi prese sottobraccio e mi condusse
fuori. Sembrava delusa e frustrata.
Quella parte, scoprii dopo, non era una finta.
In ascensore, premette il bottone che chiudeva le porte,
poi fece il giro della cabina, osservando le luci. La maggior
parte degli ascensori non dispone di telecamere, ma
Angela controll che non ce ne fosse qualcuna nascosta.
Quando fu certa che nessuno ci osservava o registrava le
nostre parole, si appoggi alla barra di ottone sulla parete
in fondo e mi sussurr all'orecchio: - Questa banca  una
trappola mortale.
- Mi piace, - dissi. - Hai visto il caveau?
- Un Diebold classe 2, con una chiave a tempo tripla.
Significa che tre manager devono inserire simultaneamente
tre codici diversi, noti soltanto a loro, in momenti specifici
del giorno noti soltanto a loro, e dopo averlo fatto
la porta comunque non si apre: parte un timer che la apre
un'ora e mezza dopo. S, l'ho visto, quel caveau del cazzo.
- Mi divertir un sacco a penetrare l dentro.
- Non succeder, perch noi adesso molliamo tutto. Se
il caveau da solo non fosse un problema abbastanza grosso,
dopo aver preso il denaro ci troveremmo ad appena un
isolato da una stazione di polizia e a soli cinque minuti di
macchina dal quartier generale del PGK, le forze speciali
antiterrorismo. Questo significa elicotteri e squadre d'assalto.
Tipi con passamontagna nero e tuta antiproiettile
che scendono lungo corde da roccia, come nei film. Saremo
in manette prima ancora di toccare la porta di quel
caveau. Oppure saremo morti.
Io dissi: - Pensavi che rubare quasi diciotto milioni di
dollari sarebbe stato facile?
- Pensavo che sarebbe stato possibile sopravvivere. Ora
so che non  cos.
Scossi la testa.
- Dobbiamo ritirarci da questo lavoro, - disse Angela.
- Svanire. Andare a Praga, prendere una suite al Bosco lo
e restarci per un mese.
- E dove sarebbe il divertimento, in questo?
- Non partecipo a un colpo per divertimento, - rispose
lei. - Lo faccio per diventare ricca e vivere una vita normale.
- Sai quanto  noiosa la normalit? - replicai. - Io vivo
per sfide come questa.
- Cos ci faremo uccidere.
Scossi la testa e dissi: - Se succeder, vorr dire che
doveva andare cos.
 
Capitolo 28.

Atlantic City.
Guidai in silenzio per un po'. Ero a met strada verso
Hammonton quando vidi la mia Suburban abbandonata
sul ciglio della strada. Era una fortuna che la polizia non
l'avesse ancora notata, e fatta portare via da un carro attrezzi.
Mi fermai e ascoltai il rumore delle auto che sfrecciavano
nella direzione opposta e il basso frinire dei grilli.
La statale era ancora deserta, a quell'ora di notte.
Angela diceva sempre di avere una serie di regole, per
sopravvivere da ombra. Tra queste, ce n'erano solo tre che
non aveva mai infranto e mai cambiato. Io li chiamavo i
tre comandamenti, come se ci fossero stati dati da Dio
in persona. Primo: non uccidere a meno che tu non abbia
altra scelta. Secondo: non fidarti di nessuno se non sei assolutamente
costretto a farlo. Terzo: non fare mai un patto
con la polizia.
L'ultimo era un precetto pratico. Il lavoro della polizia
non consiste nel lasciare impuniti i criminali. Per quanto
possa essere corrotto, un poliziotto ha comunque giurato
di proteggere e servire il popolo e le leggi della sua
giurisdizione. Chiamatemi cinico, ma un giuramento 
un giuramento. Non puoi stringere un accordo con qualcuno
che ha giurato di fregarti. In altre parole, la polizia
 il nemico, e non ci sono parole, soldi o droghe in grado
di cambiare questo fatto. E non sempre il problema
 il poliziotto.
A volte il problema sono le persone con cui lavori.
C' un termine, per il delinquente che parla con la polizia.
Ce ne sono molti, in realt. Infame, spia, topo di
fogna. In alcune parti del mondo, basta chiedere che ore
sono a un cosiddetto tutore dell'ordine per guadagnarsi
un viaggio in ospedale a opera dei propri soci. Nessuno 
pi disprezzato di chi fa l'informatore della polizia. Una
persona che svanisce dopo un colpo ha la possibilit di redimersi,
se lavora duramente. Un infame che firma un accordo
con la polizia far meglio a tornare a casa e ficcarsi
la pistola in bocca. Il programma di protezione testimoni
non vale la carta su cui  stampato.
I coordinatori sono noti per vendicarsi di chi li tradisce.
Alcuni non uccidono subito l'infame. Gli uccidono prima
tutta la famiglia, tanto per attirare la sua attenzione.
Mandano un tizio con un assortimento di coltelli a lavorare
sulla madre dell'infame. Poi gli uccidono la fidanzata.
Poi i fratelli, le sorelle. I figli.
Poi il tempo scade.
Non riuscivo a smettere di pensare a Rebecca Blacker.
Rivedevo l'eye-liner nero che le macchiava la parte inferiore
delle palpebre, i capelli arruffati sulle spalle. Rividi
anche la foto sul distintivo, che ritraeva una donna molto
pi giovane. Piena dell'eccitazione, dell'ansia, del terrore
della giovent. La Rebecca che avevo conosciuto invece
era calma, fredda, stanca. Ormai era una persona diversa.
Mi chiedevo quanto ancora avrebbe giocato con me
prima di provare a farmi fuori; o se invece non ci stesse
gi provando.
Con la manica della giacca pulii il volante del SUV, la leva
del cambio e la maniglia della portiera, dentro e fuori.
Poich Aleksei e Martin mi avevano fatto sedere dietro,
ricordai di pulire le impronte anche dalle maniglie delle
porte posteriori. Mi tolsi giacca, cravatta e camicia, che erano
macchiate di sangue, e le gettai sul sedile insieme agli
ultimi due pezzi del revolver.
Tornai al mio SUV; indossai una camicia nuova, che presi
dalla mia borsa, e mi rimisi la giacca del vestito. Quindi
aprii il bagagliaio della Suburban di Aleksei e Martin
per vedere se c'era ancora qualcosa che mi potesse essere
utile. Oltre a un secondo badile, un pezzo di tubo di gomma
per annaffiare, due tute felpate, una matassa di filo di
ferro sottile, tronchesi, pinze, una scatola di sacchi neri
grandi, una sega, del nastro adesivo e un martello. A un
osservatore ingenuo, potevano sembrare normali attrezzi
da casa. Ma il filo di ferro  molto migliore della corda per
legare una persona. I sacchi neri a doppio strato possono
contenere venti chili di carne umana senza fuoriuscite di
liquido. Il tubo di gomma da giardino fa pi male di una
mazza da baseball, se sai come usarlo. E con una sega si
possono fare un sacco di cose.
Era un kit da tortura.
Presi i pantaloni della tuta e li strappai in mezzo, poi
strappai una delle due met. Raddrizzai un pezzo di filo di
ferro di una settantina di centimetri, e gli avvolsi in cima
il pezzo di tuta come una specie di bandiera.
Avrei anche potuto ripulire il SUV e lasciarlo tra i pini.
La polizia lo avrebbe trovato, restituendolo probabilmente
al proprietario. Se invece avessi voluto fare un po'
di soldi, ero certo che Alexander Lakes avrebbe potuto
indicarmi una decina di negozi dove venderlo senza che
nessuno mi chiedesse nulla e dove entro la mattina dopo
sarebbe stato smontato pezzo per pezzo. Ma non volevo
il sistema sicuro.
Volevo mandare un messaggio.
Svitai il tappo del serbatoio sulla fiancata, poi infilai il
filo di ferro con il tessuto intorno, finch lo sentii toccare
il fondo. Non c'era molta benzina nel serbatoio, per fortuna.
Meno benzina significa pi ossigeno. Tirai fuori lo
straccio inzuppato, lo arrotolai intorno al cavo e lo rimisi
nel serbatoio. Poi accesi con l'accendino il pezzo di cotone
che sporgeva e aspettai di vederlo annerirsi.
Tornai all'altra Suburban, la aprii con il telecomando,
salii a bordo, misi in moto e uscii sulla statale con le quattro
frecce accese, perch gli altri automobilisti mi vedessero
arrivare. Guardai l'orologio. Erano esattamente le
quattro del mattino. Ancora troppo presto perch le compagnie
di autonoleggio fossero aperte. Avevo bisogno di
cambiare macchina, se non volevo farmi trovare. Il Lupo
avrebbe sguinzagliato uomini in tutta la citt, alla ricerca
di una Suburban nera con quel numero di targa. E dovevo
presumere che la conoscessero anche i federali. Se Rebecca
aveva trovato la mia stanza d'albergo, aveva di sicuro
schedato anche la mia auto. Quante auto a noleggio potevano
esserci, nel garage del Chelsea? Dieci? Una ventina?
Di sicuro non di pi.
Alle mie spalle, il tessuto di cotone bruciava lentamente,
e le fiamme scendevano piano nel serbatoio. I vapori di
solito non prendono fuoco da soli, ma la benzina liquida
mista a ossigeno  infiammabile. Lo straccio doveva bruciare
fino in fondo al serbatoio.
Mi ero allontanato di un centinaio di metri quando la
fiamma raggiunse il carburante. Il serbatoio esplose e i tre
quarti di tonnellata del veicolo fecero un salto di mezzo
metro a sinistra. Un secondo dopo il fuoco si comunic alla
plastica e ai tessuti dell'abitacolo, e la macchina si incendi.
Avrebbe bruciato per ore, se nessuno l'avesse spenta. Era
un'auto da ottantamila dollari, completamente accessoriata,
ma tra poco sarebbe stata solo un mucchio di lamiera.
Le fiamme illuminavano i pini come un fal gigantesco, e
il fumo invadeva la strada. Guidai finch le luci danzanti
alle mie spalle furono solo un bagliore in lontananza. Ormai
l'unico odore che riuscivo a sentire era quello salmastro
dell'oceano.
Stavo per diventare un infame.
 
Capitolo 29.

La statale in direzione della citt era deserta come il
Sahara. I fari della Suburban illuminavano solo l'asfalto
e le linee gialle di mezzeria. Di lato scorrevano i cartelloni
pubblicitari dei casin. A cento chilometri all'ora sembravano
mescolarsi insieme, come in un film accelerato. Il
vento forte soffiava contro il parabrezza cartacce e sabbia.
Avevo percorso circa sei chilometri quando squill uno
dei miei cellulari. Era nella borsa che avevo lasciato sul sedile
del passeggero. Lo pescai li dentro e guardai il numero.
Era quello sul biglietto da visita di Rebecca Blacker. Aprii
il telefono e lo incastrai tra la guancia e la spalla.
- Ci ha messo parecchio, - dissi.
- Jack Morton, sei una vera rottura di palle, lo sai? -
rispose lei, abbandonando ogni formalit. - Ho perquisito
quella stanza per due ore, prima di trovare il biglietto.
- Stavo cominciando a pensare che non l'avessi visto, -
risposi, nello stesso tono. - Ma non dormi mai? Mi aspettavo
che mi chiamassi domattina.
- Dormir quando sar tornata alle mie vacanze.
- Posso chiederti perch hai perquisito la mia stanza?
- Ho trovato l'auto della fuga, - disse. - Ho pensato
che tu ne sapessi qualcosa. Speravo di trovare qualcosa che
ti collegasse a quell'auto.
- Non so di cosa parli.
- Certo, come no, - ringhi Rebecca.
- Cosa  successo?
- La polizia di Atlantic City l'ha trovata due ore fa. O
meglio, ha trovato ci che ne resta. E esplosa in un edificio
del vecchio aeroporto. Qualcuno l'ha coperta con abbastanza
carburante da incendiare anche l'hangar. Restano
solo un po' di lamiere contorte e un paio di pezzi fatti
di un materiale a prova di calore. Ci  voluta un'ora solo
per identificare marca e modello.
- Un lavoraccio.
- Sai, Jack, - disse lei, - ho visto un mucchio di auto
bruciate dopo una rapina, prima d'ora, ma nessuna che
abbia preso fuoco da sola diciassette ore dopo il colpo.
- Quindi pensi che qualcuno sia arrivato prima di te.
- Due persone. Abbiamo trovato delle impronte fresche
sulla scena. Per caso porti il quarantaquattro di scarpe?
- Preferisco gli scarponcini, in realt. Sostengono meglio
la caviglia.
- Se vuoi fare lo spiritoso, mi procurer un mandato
d'arresto.
- Non credo proprio, - replicai. - Non hai nulla sul
mio conto.
- Allora dammi qualcosa, - disse Rebecca. - Sei stato
tu a lasciarmi questo numero, e mi rifiuto di credere che
l'abbia fatto solo per farmi incazzare. Volevi che ti chiamassi.
Dimmi perch.
- Stai rintracciando questa chiamata?
- Cosa?
- Questo telefono ha un GPS incorporato, - spiegai.
- Ormai ce l'hanno tutti. Il chip ogni quindici secondi manda
un segnale che comunica la sua posizione, con un margine
di errore di una decina di metri. Questo significa
che dovresti sapere dove mi trovo. Insomma, sei un'agente
federale, no?
- Vuoi che sappia dove ti trovi?
- Voglio che tu sappia dove sono stato. O meglio, dove
 stato questo telefono nell'ultima ora circa. Se torni
abbastanza indietro nel tempo, scoprirai che non mi sono
neppure mai avvicinato alla tua scena del crimine.
- Faresti prima a dirmelo tu, dove sei stato.
- Ero lontano, sulla statale. Ma ti serviranno le coordinate
precise.
- E cosa ci facevi sulla statale?
- Sono uscito a fare un giro.
- Alle tre del mattino.
- Mi piace l'aria notturna. Fa bene ai polmoni.
- Hai trovato qualcosa di interessante?
- Rintraccia le coordinate, per favore.
- Lo fai per aiutarmi, - chiese Rebecca, - o solo per
rompermi le palle?
- Nessuna delle due. Ti sto dicendo che sono andato a
fare un giro in macchina e ho lasciato il telefono acceso.
- Sei davvero irritante.
- Vuoi sapere dov'ero o no?
- Quello che voglio sapere  il tuo numero di scarpe.
- Quarantatre e mezzo. Pianta larga.
Ci fu una pausa in cui la sentii respirare, a un ritmo
rapido, come se da mesi, o forse anni, non si prendesse
il tempo di fare un respiro profondo. Udivo le sue dita
battere su una tastiera. Poi disse: - Dobbiamo vederci.
- Parlare con me al telefono  un problema?
- Preferirei parlare faccia a faccia.
- Mi hai appena detto che potresti procurarti un mandato
d'arresto a mio nome. Preferisco mantenere le distanze,
per il momento.
- Non sei tu il mio obiettivo. Marcus Hayes pu rapinare
anche Fort Knox, per quello che me ne frega. Non sarei
io a occuparmi del caso. Quello che voglio sono le persone
che hanno scatenato il bagno di sangue di questa mattina,
cos potr tornarmene a Cape May e salvare ci che resta
di queste due settimane di merda. E considerando quella
Dodge bianca incendiata, credo che tu mi debba un favore.
- Ti ho gi detto che non so nulla di quella storia.
- Vuoi che faccia un giro sulla statale, s o no?
- Va bene. Troviamoci alla caffetteria dell'hotel tra
un'ora. Quello  un posto che non chiude mai.
- Quale hotel?
- Lo sai benissimo, - dissi. - Quello dove hai passato
la notte a spostare i mobili.
- Senza risultato, oserei dire. Non hai neppure tolto il
cioccolatino dal cuscino.
- A proposito, come hai fatto a trovare quella stanza?
- Te l'ho detto, - rispose Rebecca. - Sono brava nel
mio lavoro.
- A dopo.
- Ci vediamo l tra un'ora.
Chiusi la comunicazione, tolsi la copertura posteriore
del telefono ed estrassi la batteria. Sotto c'era la Sim card,
con il numero telefonico e le registrazioni di tutte le chiamate.
La presi e la spezzai in due tra le dita, poi gettai i
pezzi dal finestrino. Guardai l'orologio. Le quattro e un
quarto del mattino.
Ancora ventisei ore.
 
Capitolo 30.

Dopo aver superato Mays Landing, presi un altro telefono,
composi il numero di Marcus e aspettai, mentre
il display da nero diventava verde. Un uomo di Marcus
rispose prima del terzo squillo, come se fosse li ad aspettare
la chiamata. Guardai l'orologio. A Seattle era quasi
l'una e mezza di notte. Marcus doveva essere a letto, ma
il suo uomo era sveglio e pronto. La ricezione tuttavia non
era buona.
- Qui il Five Star Diner, - disse.
- Passami lui.
- Chi parla?
- Nessuno.
Segu un silenzio mentre l'uomo portava il telefono in
un'altra stanza. Quelli come Marcus possono permettersi
un collaboratore con l'accento del Midwest che filtri
tutte le telefonate. La voce di quel tizio era come sciroppo
per la tosse. Il ristorante aveva tre linee telefoniche, a
quanto ne sapevo, e tutte erano gestite nello stesso modo.
Il tizio rispondeva dicendo il nome del locale e, se
non riuscivi a convincerlo in trenta secondi o anche meno
dell'importanza della tua chiamata, quello riattaccava e
addio speranze di parlare con il capo.
Marcus venne al telefono pochi secondi dopo. Sembrava
stanco, ma dalla sua voce traspariva qualcos'altro. Era
spaventato.
- Pronto? - disse.
- Marcus, sono io.
- Jack. Sono ore che cerco di contattarti. Cosa  successo?
- Dimmelo tu. Credi che non sappia che hai provato a
incastrarmi?
Lui rest in silenzio. Io imboccai l'uscita che mi avrebbe
riportato attraverso la pineta. Marcus tratteneva il fiato.
Poi disse: - Non so di cosa parli.
- Il Lupo conosceva il tuo piano gi da molto prima che
Ribbons e Moreno si avvicinassero al Regency. Ora, tu sei
troppo intelligente per sottovalutare un uomo come lui,
quindi, o hai da guadagnarci qualcosa che mi sfugge, oppure
sei molto pi stupido di quanto pensassi.
- Non  possibile, - rispose lui. - Non poteva conoscere
il piano.
- Ho parlato con lui di persona. Ha cercato di uccidermi.
- Jack, il Lupo sta tirando a indovinare. Deve per forza
essere cos. Se davvero avesse saputo che progettavo di
fregarlo con la carica esplosiva federale nei soldi, perch
non ha fatto nulla? Perch ha lasciato entrare Ribbons e
Moreno in citt? Poteva ammazzarli appena arrivati. Piantare
loro un proiettile in testa ancora prima che attraversassero
la pineta.
- Ha detto che pensava di fare il doppio gioco con te.
Voleva che fossi tu ad avere i soldi quando la carica sarebbe
esplosa, cos ne avresti pagato le conseguenze. Ma tu
sapevi che ci avrebbe provato, dico bene? Stavi lavorando
per ottenere qualcos'altro.
- Cosa diavolo ha fatto il Lupo?
- Non hai visto i notiziari? Non hai sentito che c'era
un terzo uomo a sparare? Il Lupo mi ha detto che era uno
dei suoi.
Ci fu un silenzio all'altro capo della linea.
- L'hai incontrato, - disse Marcus.
- S, te l'ho detto.
- Cristo, - disse Marcus. - Lavori per lui.
Sbuffai.
Marcus prosegu: - Forse il Lupo sta ascoltando questa
telefonata. E ti suggerisce cosa dire, parola per parola.
Cosa ti ha offerto?
- La tua testa su un vassoio. Ma non ho accettato.
- Dovrei riattaccare.
- Ascolta bene, - dissi. - I notiziari del mattino parleranno
di un doppio omicidio. Due uomini del Lupo, nelle
pianure salate, si sono beccati un colpo in testa. Dovrebbe
essere una prova sufficiente della mia lealt. Questa linea
 pulita. Siamo solo tu e io. Ma se non cominci a parlare,
non ti prometto che i nostri rapporti resteranno amichevoli.
Se non mi dici tutto, non avr nessun motivo per difendere
i tuoi interessi,  chiaro? Non ha senso dovere un
favore a un uomo morto.
Marcus non disse nulla.
- Tu sei un uomo morto, - proseguii. - Lo capisci, vero?
Scommetto che se il Lupo non riesce a mandarti in galera
con la trappola dei soldi, cercher di farti fuori. Perch 
questo che vuole, Marcus. In questo momento, io sono la
migliore possibilit che hai di fermarlo. Se parli.
- Non ti ho incastrato, Jack.
Marcus respir a fondo, poi espir ansimando, come
se avesse un attacco di panico. Lo ascoltai, pensando a
come gli piacevano i giochetti. Non era il tipo d'uomo
che va in panico quando viene scoperto a mentire. Era
un mentitore calmo e composto. Un giocatore di poker
di prim'ordine. Quella scena era o perch pensava di avere
davvero qualcosa da perdere, o semplicemente per fare
effetto su di me. Anche il modo in cui respirava poteva
far parte del gioco.
- Ecco il mio problema, - dissi. - Se il cecchino era un
uomo del Lupo, perch ha sparato subito? Perch non ha
aspettato che si allontanassero dal casin, prima di prendere
loro i soldi? Bastano una ventina di minuti per raddoppiare
le sue chance di successo e limitare quelle di essere
scoperto dalla polizia. Quindi, o mi ha mentito il Lupo, o
lo stai facendo tu.
- Non so cosa vuoi che ti dica, - replic Marcus. - Davvero
non lo so.
Io mi battei il telefono sulla tempia, un gesto di frustrazione.
Marcus mi stava provocando, e lo sapevamo
entrambi. Quella conversazione era come un mattone sullostomaco.
- Va bene, - dissi. - Ma prima che questa faccenda sia
finita me lo dirai.
- Hai i soldi, almeno?
- No. Ribbons  ancora uccel di bosco.
- Come cazzo  possibile?
- Credo sia morto.
- Cosa?
- Era ferito, - dissi. - Ho trovato la Dodge bianca
che hanno usato. Le parti che non erano inzuppate di
nafta o crivellate di proiettili erano coperte di sangue.
Non sono un esperto di ferite da arma da fuoco, ma immagino
che nessuno possa sopravvivere a lungo, dopo
aver perso una tale quantit di sangue. Visto che non si
 fatto sentire, penso che sia morto. Se invece  ancora
vivo, non gli resta molto tempo. Dobbiamo controllare
ospedali e obitori.
- Ribbons non andrebbe mai in ospedale.
- Sta morendo.
- Non gliene importa. Ha gi commesso due crimini
gravi. Se lo prendono la terza volta, andr in galera a vita.
Niente libert condizionata dopo vent'anni, niente sconti
di pena, neppure per buona condotta. Quelli come lui
preferiscono morire dissanguati per strada che morire
in prigione -. Marcus si interruppe. - Cosa stai pensando?
- Che allora forse Ribbons si  nascosto da qualche parte,
sperando di superare l'emergenza. Poi, quando l'effetto
delle droghe  svanito e si  reso conto della gravit
delle ferite, era troppo tardi. Capisci, come un vecchio
cane che si nasconde in un sottoscala per morire in pace.
Ma non sono certo che non chiamerebbe mai un'ambulanza.
Ho conosciuto tante persone che a parole erano disposte
a morire piuttosto che finire in galera, ma erano
tutte spacconate.
Marcus rest in silenzio.
- Voglio sapere se sai dove potrebbe essere andato. In
qualche posto importante per lui, o in un posto dove restarsene
nascosto per un po'. E non parlarmi di motel.
Uno che perde sangue in quel modo non pu andare in
nessun motel.
- Forse  tornato al rifugio.
Il rifugio  dove un uomo dorme la notte prima di un
colpo.  diverso dal posto in cui il colpo  in programma.
Nessuno caga dove mangia. I rapinatori nel rifugio non
mangiano, non bevono, non parlano, non puliscono le armi.
Non fanno altro che andarci a dormire. Un rifugio 
fatto in modo da poter essere abbandonato in trenta secondi
netti, in caso di necessit. I rapinatori non fanno
stronzate, nel rifugio. Lo rispettano.  un posto in cui
pensano di non tornare mai pi. Ma di solito non pensano
neppure di beccarsi una pallottola durante la rapina.
- Hai l'indirizzo? - chiesi.
Marcus me lo dett lentamente, come se pensasse che
volessi scriverlo. Io lo ripetei, per controllare di aver capito
bene.
- Cosa faccio riguardo al Lupo? - chiesi.
- Non farti uccidere.
- Non  quello che intendevo dire. Voi due ora siete
in guerra, te ne rendi conto, no? Devi ucciderlo, o lui uccider
te.
- Tu occupati di farmi avere quei soldi, - disse Marcus.
- Se la carica esplode, non c' modo di fermare tutta questa
faccenda. A me stesso ci penso io, tu pensa al tuo incarico.
- Capito.
Restammo entrambi in silenzio per qualche secondo.
Poi dissi: - Marcus, se scopro che hai cercato di fregarmi
in un modo qualsiasi, o anche che hai solo pensato
di farlo, ti trover e ti uccider. Spero che tu lo capisca.
Premetti il tasto per chiudere la comunicazione e gettai
il telefono dal finestrino. Fu risucchiato dal vento, colp
il finestrino posteriore, poi rimbalz sul ciglio della strada,
dove esplose in una dozzina di pezzi. Imprecai tra me.
 
Capitolo 31.

Il posto era un ristorante che occupava un edificio indipendente,
cibo americano, insegna al neon con una tazza
di caff fumante. Si apriva su uno spiazzo di cemento
deserto, di fronte a un centro commerciale abbandonato.
Attraverso le vetrate si vedeva tutto ci che succedeva
all'interno. Un uomo in cappello da cuoco stava ungendo
la graticola, e l'unica cameriera riempiva la macchina del
caff dietro il banco. Due clienti stavano riprendendosi
dalla sbronza seduti in un spar accanto alla porta, e un
garzone stava lavando il pavimento intorno a loro, con
un paio di cuffie stereo in testa.
Alexander Lakes era seduto in fondo.
Cercava di mantenere un'aria tranquilla, ma si vedeva
che era nervoso. Teneva la schiena dritta come un'asse di
legno, e si guardava in giro come aspettandosi che qualcuno
gli saltasse addosso. Sul tavolo c'era un ghirigoro di
macchie di caff.
Nonostante sembrasse attento, non mi vide entrare.
Quando spinsi la porta, facendo suonare un campanello,
non alz neppure lo sguardo, e sobbalz quando gli posai
la mano sulla spalla.
- Aspetti da molto? - chiesi.
- Pi di due ore. Dov'era sparito?
- Ho avuto dei problemi.
Lui guard la mia camicia. - Cosa  successo al vestito?
- L'ho rovinato.
Mi sedetti di fronte a lui. Lakes prese la tazza di caff
con la destra e abbass la sinistra sotto il tavolo. Aveva
gli occhi accesi.
- Cosa c'? - chiesi.
- Temevo che volesse uccidermi, per via della stanza
bruciata.
-  per questo che mi stai puntando contro una pistola
sotto il tavolo?
Lakes mi guard senza sapere cosa dire. Il ragazzo che
lavava il pavimento arriv accanto a noi. I bassi che uscivano
dalle sue cuffie facevano un rumore graffiante. Le
luci al neon illuminavano ogni pi piccola imperfezione
della sua divisa.
Lakes aspett che passasse oltre. Poi udii il cane della
pistola che si abbassava, e il clic della sicura inserita. Sollev
con discrezione una piccola automatica da sotto il tavolo
e la rimise sotto la giacca.
- Come lo sapeva? - chiese.
- Appena mi sono seduto hai abbassato la mano sinistra
e hai preso la tazza di caff con la destra. All'aeroporto ti
ho visto scrivere: sei mancino. Perci avresti dovuto bere
il caff con la sinistra. Invece la tua mano dominante
era sotto il tavolo e all'altezza dell'ascella non si notava
nessun gonfiore. Mi hai visto entrare ma hai fatto finta di
nulla. Avevi un'aria nervosa, e ho immaginato che avessi
una pistola.
- Era solo una precauzione, - disse lui.
- Sei ancora dalla mia parte?
- Dipende. Ha ancora intenzione di pagarmi?
- Pensavo di s, - dissi. - Ma quella pistola  stata una
sorpresa.
- Consideri la mia posizione. Dovevo farlo. Marcus
Hayes non ha la reputazione di uno che perdona e dimentica.
Temevo che dopo il caff volesse farmi ingoiare un
barattolo di noce moscata, e non intendevo permetterlo.
- Quello  il sistema di Marcus, - dissi. - Non il mio.
- E come faccio a saperlo? Non conosco lei o la sua reputazione.
Non so neppure il suo nome.
- Ma ora sai una cosa sul mio conto: io non uccido nessuno
senza un motivo serio. Il problema che mi hai creato
all'hotel non  abbastanza grave.
- In dieci anni non era mai successo, - disse Lakes.
- Cosa?
- Nessuno prima d'ora era penetrato in uno dei miei
posti sicuri. Avevamo un curriculum impeccabile.
- E stavolta cosa  successo?
- Il mio uomo all'hotel se l' fatta sotto. Mi ha detto
che  arrivata l'FBI, con la descrizione di un uomo bianco
di cinquantacinque anni, alto un metro e ottanta, sugli ottanta
chili di peso. Lo hanno minacciato di rimpatriarlo,
se non avesse parlato. Lui temeva che gli togliessero i figli.
- Quella descrizione si adatta a chiunque. Poteva negare
e la legge sarebbe stata dalla sua.
- Come ho detto, - spieg Lakes, - ha avuto paura.
Presi i duemila dollari e li misi sul tavolo, accanto alla
scatola dei tovagliolini e alla bottiglia del ketchup. Le
banconote da venti erano ancora un po' sporche di terra
della palude.
Lakes le guard, poi guard me. - Lei non  vecchio
come vuol sembrare, vero?
- Quanti anni mi di?
- Difficile a dirsi. Adesso sembra pi giovane di quando
 arrivato in citt.
Indicai il soffitto. - Sono le luci al neon.
Lui non disse nulla.
- Allora, ecco cosa devi fare, - dissi. - Prendi i soldi e
procurami dei rapporti della polizia. Prendi la Suburban che
ho parcheggiato qui davanti e toglila di mezzo. Noleggiami
un'altra macchina, un'utilitaria di basso profilo, come la
prima. Comprami un nuovo vestito e una pistola piccola
e affidabile, con un numero di matricola pulito oppure
limato. Nulla che possa ricondurre a te, capito? Ti chiamo
tra qualche ora, e dovr essere tutto pronto.  chiaro?
- A cosa le servono i rapporti della polizia?
- Non deve interessarti. Procurami quelli dell'ultima
settimana. Rapine, furti, omicidi, eccetera. Qualsiasi poliziotto
corrotto o avvocato potrebbe procurarmeli in trenta
secondi. Voglio sapere tutto ci che sanno loro.
- Cerca qualcosa in particolare?
- S, - risposi. - Ma non te lo dico. Non mi fido di te.
Lakes annu brevemente e guard di nuovo i soldi. La
faccia di Andrew Jackson gli restitu lo sguardo. Nessuna
banconota stampata negli Stati Uniti ha una faccia sorridente.
Sono tutti mortalmente seri. Solo Jackson almeno
sembra guardare proprio te. I suoi occhi ti seguono da ogni
angolazione, come quelli della Gioconda.
- Non  abbastanza, - disse.
- Il denaro  per i rapporti, non per te. Con duemila
dollari dovresti poter comprare qualsiasi poliziotto.
- Capisco, ma lei deve rendersi conto che ho gi speso
parecchio. Dopo il problema dell'hotel - che non le far
pagare - al momento sono fuori di parecchio. Quattrocento
dollari qui, seicento l. Alla fine  una bella somma. E
per essere sincero, non sono sicurissimo che alla fine sar
pagato. Lei potrebbe semplicemente sparire.
- Ho un buon credito, - dissi. - Sarai pagato.
Lakes scosse la testa. - Lei non ha nessun credito. Non
ha neppure un nome.
- E allora? Se dovessi sparire, manda il conto a Marcus.
Forse non ti fidi neppure di lui, ma almeno lo conosci.
Dovrebbe bastare, no?
Lui annu, fissando il mazzo di banconote sul tavolo.
- Dammi le tue chiavi, - dissi.
- Non ho intenzione di consegnarle la mia macchina.
Non mi ha ancora restituito il cellulare.
- L'ho distrutto.
Tesi la mano, il palmo in alto.
- Ha chiesto un'auto, - disse Lakes. - E gliela procurer,
in due ore al massimo. Qualsiasi modello voglia. Ma
non le dar la mia.
- Non posso aspettare due ore. Ho bisogno di un'auto
adesso, qui. O mi di la tua, o esco e la rubo.
- Niente da fare.
- Sei stato tu a procurarmi gli attrezzi. Sai che posso
farlo.
- S, ma qui non parliamo di una Accord del '94, che
pu rubare chiunque. Questa  una Bentley.
- Non hai scelta Lakes. Dammi le chiavi. Ora.
- Non la ruber. Non pu.
- Allora chiamiamo Marcus e spieghiamogli il problema.
Lui ci pens su per un secondo. Poi prese di tasca un
mazzo di chiavi, le mise sul tavolo, ne tolse una e la spinse
verso di me. Sopra c'era una B alata. Il simbolo della
Bentley.
- Prima eri venuto con una Mercedes, - dissi.
- Una  per il lavoro, l'altra  per il tempo libero.
- E questa qual , delle due?
- Provi a indovinare, cazzo.
- Te la riporter tutta intera Mi alzai.
Lakes mi tocc un braccio. - Sa, hanno trovato una delle
auto usate per la fuga, dopo il colpo di questa mattina.
- Dove l'hai sentito?
- Al notiziario. Era stata incendiata. Credono sia una
Dodge. Ci sono volute due autopompe per spegnerla. Dicono
che qualcuno  arrivato sul posto prima dei poliziotti.
Non i rapinatori, qualcun altro. Hanno trovato delle
impronte fresche che non corrispondono a quelle sulla
scena del crimine.
- Interessante.
- Se fossi in lei, - disse Lakes, - me ne starei nascosto
per un po'. Vada in un motel fuori citt. Si faccia qualche
ora di sonno. Lasci calmare le acque. Non so cosa stia facendo
ma se fossi al suo posto mi comporterei cos.
Presi le chiavi della Suburban e le misi sul tavolo accanto
al caff di Lakes. Lui le guard appena, poi torn
a fissare me.
- Ti chiamo tra tre ore, - dissi. - Procurami quei rapporti,
e liberati della Suburban. Non voglio vederla mai pi.
Lakes non disse un'altra parola. Mi tenne gli occhi addosso
finch non fui uscito. Guardai l'orologio. Le cinque
di mattina.
Ancora venticinque ore.
 
Capitolo 32.

Genting Highlands, Malesia.
Ora, per spiegarvi come mai sono finito in questo casino,
devo parlare del mio errore che mise fine alla carriera
di Marcus come coordinatore di colpi, mi lasci in debito
con lui e quasi mi cost la vita.
Dobbiamo partire dai fucili a canne mozze.
I nostri manovali, Vincent e Mancini, si rifiutavano di
lavorare senza quelle armi. E non c'era modo di convincerli.
Se dovevano entrare in una banca, dicevano, l'avrebbero
fatto solo portando sotto i soprabiti degli shotgun
a pompa calibro dodici, carichi a pallettoni doppio zero.
Marcus prov a dire loro che in Malesia era molto pi facile
trovare due vecchi fucili d'assalto russi che due shotgun
calibro dodici. Ma non ci fu nulla da fare. Perci avevamo
bisogno di un armaiolo.
Liam Harrison era il nostro uomo.
Era un grassone di ascendenza australiana, con la testa
rasata ma coperto di peli sul resto del corpo. Aveva una
reputazione mediocre: nel giro era noto per procurare pi
problemi di quanti ne risolvesse. Le sole raccomandazioni
su di lui provenivano da amici di amici e da sentito dire
risalenti ad alcuni anni prima.
Avevamo appuntamento sulle Genting Highlands, delle
colline a circa cinquanta chilometri da Kuala Lumpur, poco
dopo l'alba. Di quella parte del lavoro ci occupammo solo
in tre: Hsiu Mei per eventuali traduzioni, io per controllare
le armi e condurre lo scambio, e Mancini per sorvegliare
la busta di carta con il denaro nel caso fossero sorti
problemi. Pi di un rapinatore  morto perch non c'era
una persona a guardia dei soldi durante uno scambio teso.
Vidi Harrison dopo una curva, su quella strada di montagna.
Era appoggiato a una vecchia mg Montego bianca,
dietro una macchia di alberi, con l'aria di uno che aspetta
da ore. Sudava da tutti i pori. Indossava pantaloni corti al
ginocchio, sandali sporchi di quel fango che non si toglie
mai e una maglietta degli AC/DC che aveva un gran bisogno
di una lavata. In mano aveva una busta aperta di croccantini
di soia verde. Sotto l'elastico degli shorts si notava la
sagoma di una grossa pistola.
Accostammo e scendemmo lentamente dall'auto. Lasciai
la portiera aperta e guardai a destra e a sinistra, nel
caso Liam si fosse portato dietro qualcuno. Restammo un
po' indietro, senza avvicinarci troppo per non dare l'impressione
che volessimo sopraffarlo. Harrison non si spost
di un centimetro.
- Vi eravate persi, o cosa? - disse.
- Le strade da queste parti sembrano tutte uguali, - rispose
Hsiu.
- Siete in ritardo di dieci minuti.
- Ci dispiace averti rovinato i progetti per la colazione,
- disse Hsiu. - Odio quei croccantini.
- Un gusto acquisito. Vogliamo parlare d'affari?
- Vuoi farlo qui?
-  un buon posto, state tranquilli. La polizia raramente
arriva fino a queste strade di campagna. Qui si incontrano
soltanto i locali e qualche turista in escursione. Non c'
una pompa di benzina o un ristorante nel raggio di dieci
chilometri. Se qualcuno vede qualcosa non parla, e anche
se dovesse parlare, quando arriver la polizia noi ce ne saremo
andati da un pezzo.
- Bene, - replic Hsiu. - Come vuoi procedere?
- Apro il bagagliaio e voi potete guardare dentro. Le armi
sono scariche e le munizioni nascoste. Scegliete quello che
volete, poi parliamo di prezzi. Qualcuno di voi  armato?
Hsiu mi guard e io guardai Mancini. Scossi la testa.
Niente pistole.
- Vi credevo dei ragazzacci, - disse Harrison. - Il mio
ferro vi crea problemi?
- No, se lo tieni nei pantaloni e non fai movimenti bruschi,
- rispose Hsiu.
Harrison le rivolse un sorriso lascivo, poi gir intorno
alla Montego e infil la chiave nel bagagliaio. Lo apr e
fece un passo indietro, per lasciarci guardare.
La scelta non era la migliore che avessi mai visto, ma
neppure la peggiore. C'era un mucchio di vecchi shotgun
a pompa con graffi bianchi sul metallo intorno al mirino e
al punto di innesto del caricatore.
- La specialit del giorno, - disse Harrison, -  un Benelli
SuperNova a pompa, calcio tattico nero a pistola. E
quasi tutto in plastica ma con lo scheletro in acciaio. Leggerissimo
e durevole. Puoi lasciarlo cadere, sfregarlo nella
sabbia, e continua a sparare.
Alzai una mano per farlo tacere, e presi uno dei fucili a
canne mozze. Lo aprii e guardai all'interno. Il caricatore
aveva spazio per quattro colpi. Non era il massimo. Alcuni
shotgun arrivano fino a otto. Era un oggetto massiccio,
fatto di una plastica che al tatto sembrava gommata.
Erano tanto grossi che Harrison doveva tenerli di traverso
nel bagagliaio. Naturalmente Mancini lo avrebbe accorciato
presto, tagliando il calcio e le canne con un seghetto
da gioielliere. A lavoro finito, il fucile sarebbe entrato in
una valigetta.
Feci scattare i meccanismi e ascoltai il rumore. Hsiu
guard prima me, poi Mancini. Tutti e due assentimmo,
in segno di approvazione. Allora lei chiese: - Quanto?
- Tremila e cinque l'uno.
Mancini apr la borsa di carta e prese un fascio di ringgit.
Cominci a contare le banconote. Quando ne ebbe contate
diecimilacinquecento le pass a Hsiu, la quale le diede a
Harrison. Era tutto organizzato in modo che Harrison non
arrivasse mai a meno di due metri dalla borsa con i soldi.
- Munizioni? - chiese Hsiu.
- Ho dei proiettili Magnum doppio zero da due pollici
e mezzo, compressione di fabbrica. Una scatola da venti
costa cinquecento.
- Ne vogliamo due scatole.
- Allora chiudete i fucili nel bagagliaio della vostra auto.
Poi vi dar le munizioni. Capito?
Hsiu mi gett un'occhiata. Annuii, presi dal bagagliaio
i tre shotgun dall'aspetto migliore e li portai alla nostra
macchina, tenendoli tra le braccia come se fossero legna
da ardere. Li posai di lato nel bagagliaio e lo chiusi. Per
tutto il tempo mi sentii gli occhi puntati addosso.
Qualcosa non andava.
Non ho le premonizioni, ma sono in grado di avvertire
il pericolo. E un istinto che ogni ombra possiede, perch
gran parte del lavoro consiste nel sapere quando ritirarsi.
Avevo gi abbandonato dei lavori per la sensazione che
ci fosse qualcosa di storto, e ora avevo esattamente quella
sensazione. Sapevo che Harrison stava preparando un
trucco. Non sapevo quale, per, e non avevo su Mancini
e Hsiu abbastanza ascendente per dire loro di andarcene
in fretta quando tutto sembrava procedere cos bene. Perci
mi appoggiai al bagagliaio e attesi, con i sensi all'erta,
cercando di calmarmi. Strinsi i pugni.
Mancini cont altre banconote per le munizioni. Le
pass a Hsiu come aveva fatto prima. Harrison le prese
e se le ficc in tasca senza ricontarle, poi apr la portiera
del passeggero della Montego e prese due scatole marroni.
Me le gett una alla volta. Io le afferrai e le misi sul
sedile posteriore. Ne aprii una per verificare che fossero i
proiettili giusti, poi feci un cenno di assenso.
Harrison mi punt contro un dito. - Tu sei l'ombra,
vero?
- No, - risposi. - Sono solo un portaborse.
- Sul serio? I portaborse che conosco non si occupano
di rapine.
- Cosa ti fa credere che stiamo organizzando una rapina?
- Ho sentito dire che tu sei l'uomo giusto con cui parlare
di passaporti.
- Hai sentito male.
- Davvero? Mi hanno detto che voi avete i migliori lavori
disponibili sul mercato, con ologrammi autentici e
tutto. Ho sentito dire che i vostri passaporti potrebbero
ingannare persino l'agenzia passaporti.
- No, - risposi. - Non sono cos perfetti.
- Di, - disse Harrison. - Fammelo almeno vedere.
Volevo solo farlo tacere. Parlargli mi piaceva ancora
meno che fare affari con lui. Tutto in quell'uomo mi disgustava.
Il suo lavoro, il suo aspetto, il suo fiato, il suo
accento. Volevo solo tornare in citt e andare avanti con
il piano. Insomma, non stavo riflettendo. Ero distratto
dalla mia strana sensazione allo stomaco.
Presi il passaporto a nome di Jack Delton dalla tasca
della giacca e glielo passai. Lui sfreg la laminatura per
controllarne la consistenza, poi lo apr alla pagina con la
mia foto e la scrut con attenzione, guardando anche me
per confrontarmi con la fotografia.
- Ottimo lavoro, - disse. - Si pronuncia Dalton o Delton?
- Delton. Jack Delton.
- Dove l'hai preso?
- Da un coordinatore. Hai finito?
Harrison mi riconsegn il passaporto, poi strizz l'occhio
e fece il gesto con i pollici alzati, come se fossimo appena
diventati grandi amici. - Certo, - disse. - Abbiamo finito.
Se vorrai vendermi uno di questi, fammi uno squillo, okay?
- S, d'accordo.
Lo tenni d'occhio mentre risalivo in macchina. Poi sal
Mancini e infine Hsiu. Prima di chiudere la portiera lei
fece un saluto a Harrison, come per dire:  stato un piacere
fare affari con te. Lui ricambi, poi con il pollice e
l'indice fece il gesto della pistola, la punt contro di noi,
abbass il pollice e mormor: - Bang.
Io non riuscivo a liberarmi della sensazione di aver fatto
qualcosa di terribilmente sbagliato, ma non capivo cosa.
Mettemmo in moto. Hsiu fece un sospiro di sollievo,
Mancini apr e chiuse i pugni varie volte, per calmarsi. Io
respirai a fondo e trattenni il fiato. Anch'io ero contento
che fosse finita. Forse un po' troppo contento.
Fu allora che compresi.
Mi sentii sprofondare. Capii esattamente cosa c'era di
sbagliato nel quadro, e la sensazione fu quella di un proiettile
che ti entra nel cranio e lo fa esplodere, uscendo dall'altra
parte. Imprecai tra me. Se fossi stato pi intelligente, avrei
capito molto prima qual era il problema. Cristo, adesso era
cos ovvio. Cercai di mantenere la calma.
- Aspettate un attimo, - dissi, toccando Hsiu sulla spalla.
- Torno subito.
Scesi dall'auto, riparandomi gli occhi dal sole con una
mano. Quando mi vide tornare verso di lui, Harrison scese
e mi squadr, gridando: - Problemi?
- No, - gridai di rimando. - Voglio solo chiederti una
cosa.
Coprii rapidamente la distanza tra noi. Harrison si appoggi
alla Montego, posando la busta di croccantini sul
cofano. Accenn un sorriso.
- Cosa c'? - chiese.
- Voglio che tu mi chiarisca una cosa.
- Io non concedo rimborsi, se si tratta di questo.
- No, niente del genere.
Continuai a camminare fino a trovarmi a pochissima
distanza da lui. Harrison mantenne la posizione, e disse:
- Be', credevo fosse tutto a posto.
- Solo una domanda, - dissi.
- Va bene. Di che si tratta?
- Come sapevi che avevo con me un passaporto?
Non aspettai la risposta. Prima che potesse reagire, scattai
in avanti e gli tolsi la pistola dalla cintura. Eravamo
a meno di trenta centimetri l'uno dall'altro, e quando gli
puntai la pistola vidi chiaramente l'espressione nei suoi
occhi. Cerc di riprendersi l'arma, ma era troppo tardi.
Sollevai il cane, gli spinsi la canna nel punto tra la pancia
e le costole e schiacciai il grilletto. Era cos vicino che sentii
l'odore del suo fiato, mentre gli sparavo.
Barn!
Il proiettile lo sollev da terra. Cadde e rotol lontano
da me. Raggiunse la piccola scarpata sul ciglio della
strada e rotol fino in fondo. Dalla pistola si sollev fumo
e odore di cordite. Gli uccelli si alzarono in volo dagli
alberi intorno.
Fu rapidissimo. Un momento Harrison era appoggiato
alla sua auto, e il momento dopo era a faccia in gi nel
ruscello, con un proiettile nella pancia. Ebbe alcuni spasmi,
poi rest immobile. L'acqua intorno a lui si tinse di rosso.
I miei compagni non ci misero molto a reagire. Mancini
apr il bagagliaio e afferr uno shotgun, tutto in un unico
movimento fluido. Con una mano prese un proiettile
dalla scatola, inserendolo nel fucile, e con l'altra abbass
e alz il meccanismo a pompa per mettere il colpo in canna.
Quando il mio udito torn normale, Mancini era tre
metri dietro di me, con il fucile puntato al centro esatto
del mio corpo.
Hsiu ci mise qualche secondo di pi. Scese di corsa dalla
macchina e si ferm a poca distanza da Mancini. - Che
diavolo hai fatto? - grid con voce stridula.
Io tenni la quarantaquattro Magnum appesa a un dito,
infilato nella guardia del grilletto, perch vedessero che non
ero impazzito. Con l'altra mano tolsi la busta di croccantini
dal cofano, mi voltai lentamente. Non dite un'altra
parola, segnalai, con un dito sulle labbra.
Poi, davanti ai loro occhi, tirai fuori dalla busta un microfono
wireless.
Harrison aveva registrato ogni parola della nostra conversazione.
La cosa che non mi quadrava era come mai non
si fosse mai messo in bocca un croccantino, e ora lo sapevo.
Nella busta c'era un microfono grande come un portafoglio,
assicurato all'interno con del nastro adesivo. Non
era la migliore tecnologia del mondo, ma a quella distanza
probabilmente aveva trasmesso ogni parola che avevamo
detto. Lo gettai a terra e lo schiacciai con la scarpa. Hsiu
e Mancini erano sempre pi a disagio.
Dissi: - Siamo appena stati fregati da un poliziotto sotto
copertura.
 
Capitolo 33.

Atlantic City.
Mentre guidavo, i primi raggi di luce cominciarono a
spuntare da dietro i grattacieli. Non era un'alba maestosa,
di quelle che si vedono nei dpliant delle agenzie di
viaggi. Era piuttosto come un faro molto lontano, la cui
luce diventava sempre pi forte. La nebbia del mattino
era spessa e aveva coperto ogni cosa di rugiada salmastra.
La mia pelle emanava un odore di sangue secco.
La Bentley di Lakes era una Continental nuova, verniciata
interamente di nero, con gli interni in pelle color
panna. Un giocattolo veloce e costoso, con il computer di
bordo incastonato al centro del cruscotto, che controllava
ogni cosa. Appena accesi il motore part la musica impostata
da Lakes. Le quattro stagioni di Vivaldi. Il motore
ronfava come un gatto.
Rinnovai il trucco sul viso nel parcheggio del Chelsea. Se
Lakes aveva notato la differenza, Rebecca Blacker avrebbe
capito tutto in un secondo. Comunque non ci volle molto.
Tutti i cambiamenti importanti del mio travestimento
erano ancora al loro posto: capelli, colore degli occhi, occhiali,
voce, modo di camminare. Dovevo solo risistemare
le rughe e il colore del viso. Quando ebbi finito, mi sentivo
come nuovo. Non ero del tutto convincente, senza il
completo scuro, ma era il meglio che potevo fare.
Dieci minuti dopo, parcheggiai in strada di fronte
all'hotel e inserii nel parchimetro abbastanza monete per
una mezz'ora. La caffetteria nel lounge del Chelsea si stava
preparando all'ora di punta delle colazioni. Rebecca mi
aspettava vicino al banco, seduta in una poltroncina di pelle
con le gambe accavallate e il viso rivolto verso la porta.
Aveva l'aria di credere che sarei arrivato in ritardo,
cosa che effettivamente era vera. La sigaretta che aveva
in mano era ridotta al filtro. Mi vide immediatamente e
sollev una mano, come temendo che non l'avessi notata.
Gett la cicca nella tazza del caff e disse: - Devo dire
che mi sorprende che tu sia venuto, Jack.
Io non dissi nulla e mi sedetti sulla poltrona di fronte
a lei.
- Niente giacca e cravatta, stavolta? - chiese.
- Il vestito  in lavanderia. Non c' una legge che vieta
di fumare nei locali pubblici?
- Ce n' una anche contro le rapine a mano armata, ma
non serve a fermare i rapinatori.
Mi fiss e prese un'altra sigaretta. Se non avessi saputo
che era stata in piedi tutta la notte, non l'avrei mai indovinato.
La giacca era un po' stropicciata sui gomiti e la
camicetta era aperta sul collo fino al secondo bottone, ma
i suoi occhi erano attenti e il trucco era perfetto. Doveva
esserselo rifatto da poco. I capelli mossi le ricadevano
sulle spalle. L'uomo al banco fece per avvicinarsi, ma lei
lo allontan con un gesto.
- Sono stata nel posto sulla statale che mi hai indicato,
- disse. - Hai l'abitudine di incappare in brutta
gente, lo sai? L'auto che hai incendiato appartiene a
Harrihar Turner.
- Non so di cosa tu stia parlando, - replicai.
- Sto cominciando a stancarmi di sentirtelo ripetere.
Scossi la testa. Non mi avrebbe tirato fuori un'ammissione.
Rebecca sospir. - Hai idea di chi sia Harrihar Turner?
- E quello che chiamano Lupo, se non sbaglio.
- Esatto. Il Lupo, come fosse una specie di titolo nobiliare.
Gli piace credere di essere il capo di questa citt e forse
ha ragione. Abbiamo provato a inchiodarlo per omicidio,
anfetamine, eroina, prostituzione minorile e una dozzina
di altre cose, ma nessuna accusa ha retto. Se ne va in giro
per la citt come fosse il sindaco.
- Un delinquente della peggior specie, quindi.
- Gi, ma pieno di soldi. Ho perso molti testimoni a
suo carico.
- Il sistema della giustizia al lavoro.
Lei rispose con una specie di ringhio.
Dissi: - Dovresti cercare di capire se  collegato a quella
rapina di cui mi hai parlato. Per un uomo del genere sarebbe
facile progettare un colpo a un casin.
- Questa tua idea  fondata su qualcosa?
-  solo l'opinione di un cittadino interessato.
- Piantala.
- Non ti ho promesso nulla, - dissi. - Se pensi che sia
venuto a consegnarti la soluzione del caso in un pacco regalo,
ti sbagli. Sto solo dicendo cosa farei se fossi al tuo
posto. Voglio darti un motivo per lasciarmi in pace.
- Intendi un motivo per non sbatterti dentro.
Annuii. - Anche quello.
Rebecca si fece indietro sulla poltrona. - Per come la vedo
io, stai cercando di spostare l'attenzione. Mi di questa
roba su Harry Turner perch lasci in pace Marcus Hayes,
ma sai che non lo far.
Scossi la testa. - Ti sbagli. Io spero che tu li prenda entrambi.
Spero che tu prenda tutte le persone coinvolte in
questa rapina e le sbatta in galera per sempre. Se questo
Lupo  cattivo la met di quanto dici, una condanna a vita
 il minimo che merita.
Lei fece una smorfia. - Certo.
- Ma devi cercare nel posto giusto. Prima hai detto che
Marcus Hayes pu rapinare anche Fort Knox, per quello
che te ne importa. Invece del Lupo t'importa, eccome. Se
potrai inchiodarlo per questa storia, sar un bel colpo per te.
- E dove dovrei guardare, uomo del mistero?
- Trova il terzo uomo, il cecchino, - dissi. - Questo ci
dar qualcosa di cui parlare.
Scese il silenzio. Rebecca Blacker mi fiss dritto negli
occhi e soffi una boccata di fumo. Sapeva che non mi
avrebbe tirato fuori altro. Stavo camminando sul filo del
rasoio. Lei sapeva che ero coinvolto in qualche modo, ma
non avrei detto nulla che potesse incriminarmi. Dovevo
mantenermi pulito. Rebecca lo capiva. Se voleva il mio
aiuto, doveva stare al gioco, le piacesse o no. Mi guardava
come le madri guardano i figli quando vogliono farli tacere.
Alla fine disse: - Chi sei, realmente?
- Ne abbiamo gi parlato, no?
- Certo.
- E te l'ho gi detto.
- No, mi hai raccontato una storia, - rispose. - Una
storia falsa.
- Sono quello che ho detto di essere. Soltanto un tizio
in vacanza.
- Non sono costretta a sopportare queste stronzate, lo
sai?
- Lo so. Ma io sono qui e tu sei qui, e questo deve pur
significare qualcosa.
- Infatti. Significa che io so ci che stai cercando di fare,
- disse lei. - E non  l'unica cosa che so.
- Che altro pensi di sapere?
- So che sei qui con uno scopo che non vuoi dirmi. Forse
si tratta di qualcosa che non hai detto neppure a Marcus.
Sai pi di quanto dici, molto di pi.
- Ti ho gi detto chi sono.
Rebecca annu di scatto, come per dire che ne aveva
abbastanza di quella frase. Io stavo giocando con lei, e
lei giocava con me. Per un attimo brevissimo vidi la stanchezza
nei suoi occhi. Gett nella tazza la seconda cicca,
facendola sfrigolare.
- So che non ti chiami Jack Morton, - disse poi. - E
posso provarlo.
 
Capitolo 34.

Il suo sguardo fisso su di me sembrava quello di una
giocatrice di poker in cerca di un segno rivelatore. Voleva
mettermi alla prova, scoprire se mentivo. La macchina del
caff emise un suono, alcune persone con le valigie uscirono
da un ascensore. L'albergo cominciava a svegliarsi. Un
uomo vestito di pelle si sedette al tavolo accanto al nostro
e apr una copia del Wall Street Journal. Il personale
del turno mattutino stava cambiando i fiori al banco della
reception.
- Non sai di cosa parli, - dissi.
- L'ufficio di Seattle ha inviato alcune foto dell'uomo
che ieri  stato visto incontrarsi con Marcus Hayes. Somiglia
a te. Molto. Forse era un po' troppo grande per essere
tuo figlio, ma poteva essere un nipote o un fratello minore.
Cos ho preso il numero della tua patente e ho lanciato
una ricerca, per vedere se avevi un parente di quell'et.
Non solo non l'ho trovato, ma non ho trovato neppure te.
Lo stato di Washington non ha mai rilasciato una patente
a un uomo con il tuo nome e la tua foto. L'indirizzo riportato
sul documento  un terreno abbandonato vicino a
Tacoma. Quindi la tua patente  falsa, e io credo che tutta
la tua identit sia falsa.
- Devi aver inserito male il numero della patente.
- Lo ricordavo benissimo, - ribatt. - Possedere una
patente falsa  un crimine. Inoltre, tu l'hai usata per
mentire a un'agente federale. Qualcuno si becca vent'anni, per
cose di questo tipo.
- Io no.
- Cosa te lo fa pensare?
- Il fatto che tu non abbia ancora nulla su di me.
Lei non batt neppure le palpebre.
- Tu ricordi che io ti ho mostrato la patente, - dissi. - Ma
non  quello che ricordo io. Non ricordo di averti mostrato
nulla. Anzi, credo che la patente di cui parli non sia
mai esistita. Puoi perquisirmi e non la troverai da nessuna
parte. Sei pazza se pensi di potermi arrestare per questo.
Rebecca Blacker non disse nulla. Prese il pacchetto di
sigarette dal tavolo e ne tir fuori un'altra. Guardai dentro
la sua tazza. C'erano gi una mezza dozzina di cicche.
Disse: - Insomma, immagino di non avere nessun motivo
per chiederti chi sei realmente.
- Se ti dicessi il mio vero nome, non mi crederesti neppure
tra un milione di anni.
- Mettimi alla prova.
Scossi la testa. - Ascolta, volevi vedermi di persona
per un motivo, o solo per parlarmi di un'auto incendiata?
- Volevo proporti un accordo, - disse.
Mi chinai in avanti.
- Se dovessi sbilanciarmi, direi che stai cercando i soldi.
E sai una cosa? Finora sei la persona con maggiori
probabilit di trovarli. Ma se li trovi non potrai usarli in
nessun modo, e sai perch? Quel denaro contiene abbastanza
esplosivo da uccidere chiunque provi a prenderlo.
Marcus te l'ha detto?
Restai in silenzio.
- Sono soldi inutili, Jack. A meno di non avere i codici,
non potrai prendere neppure una singola banconota senza
distruggere tutto il carico. Anche se sei quello pi vicino
a trovare il bottino, non ti servir a nulla. Perci, ti propongo
un accordo. Se trovi quei soldi, mi chiami e mi dici
dove sono. Io li prendo, dopodich tu puoi sparire come
se non fossi mai stato qui. Ti lascer fuori dall'indagine.
Dir che ho ricevuto una segnalazione anonima, e il tuo
nome non verr neppure menzionato. Cos io avr quello
che mi serve e tu avrai la possibilit di andartene con la
vita e la reputazione intatta.
- Non ho una reputazione, - ribattei. - Qualcuno me
l'ha appena detto.
- Alla tua et, con le tue capacit? Io scommetto di s.
Scossi la testa. Quello era il paradosso principale della
mia professione. Ero noto come il migliore nel mio campo,
ma nessuno mi conosceva. Sorrisi e lasciai che pensasse
ci che voleva.
- C' un'altra cosa, - disse. - Una cosa a cui non riesco
a smettere di pensare da quando sei arrivato, ma ogni
volta che provo a trovare una spiegazione logica, non arrivo
da nessuna parte.
- Di che si tratta?
- Perch hai fatto atterrare il jet di Marcus all'aeroporto?
Restai in silenzio.
Blacker prosegu: - Dopo una rapina del genere, dovevi
sapere che nugoli di poliziotti avrebbero controllato ogni
volo. Se volevi arrivare in incognito, potevi dire al pilota
di atterrare a Philadelphia, o persino a Newark. Per poi
venire qui in macchina o in treno. Ci avresti messo qualche
ora in pi, certo, ma nessuno avrebbe battuto ciglio,
vedendoti qui. Saresti stato completamente solo e anonimo.
Invece sei atterrato proprio al centro del formicaio.
Perch l'hai fatto?
Continuai a mantenere il silenzio.
- Credo che tu volessi essere visto. Volevi che qualcuno
sapesse della tua presenza. Non qualcuno in generale,
ma l'FBI. Volevi che noi sapessimo di te. Ma non capisco
perch. Cosa puoi averne ricavato?
- Te.
Mi diede un'occhiata perplessa.
- Ho ricavato te, - dissi. - Appena quell'aereo  atterrato,
tu hai cominciato a pensare a come Marcus possa essere
implicato in questa faccenda. Ora stai pensando anche
al Lupo. Stai collegando i puntini.
- E perch dovresti volere questo?
- Perch, come ho gi detto, non sono qui per conto
di Marcus.
- Allora perch sei qui?
- Per lo stesso motivo per cui vengono tutti, - risposi.
- Mi piace il gioco d'azzardo.
 
Capitolo 35.

Uscendo dal Chelsea restai abbagliato. Il sole era salito
in fretta e la nebbia si stava diradando. Tutta la Boardwalk
stava tornando ad animarsi e i turisti cominciavano a uscire
in spiaggia. Camminai sulle assi di legno fino a trovare un
locale aperto dove fare colazione. Era praticamente un buco
nel muro, con il menu scarabocchiato sui vetri e sulla porta.
Ordinai quattro uova e un caff e mi sedetti fuori a guardare
la gente. Bevvi quattro tazze di caff e provai a pensare.
Angela e io andavamo spesso in caffetterie su strade affollate
a osservare i passanti. Ci sedevamo a un incrocio e
li guardavamo attraversare. A volte prendevamo appunti,
e dopo parlavamo di quelli che avevano colpito la nostra
attenzione. Annotavamo liste di particolari che avevamo
notato. Come muovevano le mani mentre parlavano, come
camminavano. Com'erano vestiti. L'obiettivo era vederli
com'erano realmente, quando non sapevano di essere osservati.
Una persona in un caff  invisibile, - diceva Angela.
- Tutti vedono ma nessuno guarda davvero.
Stavo cercando gli uomini del Lupo.
Era solo questione di tempo prima che mi trovassero
di nuovo. Anche un idiota a quel punto avrebbe capito
cos'era successo a Martin e Aleksei, e il Lupo non era stupido.
Doveva aver gi inviato degli uomini a cercarmi. Mi
guardai intorno per assicurarmi che non ci fosse nessuno
a portata d'orecchio. La Boardwalk era piena di rumori
di fondo. Tra gli schiocchi dei risci sulle assi di legno, le
sirene delle giostre e la musica ad alto volume che usciva
dai negozi, l'uso di microfoni direzionali sarebbe stato impossibile.
Io volevo che loro mi trovassero. Volevo fargli
sapere che non avevo paura e che non intendevo cedere.
Aprii un telefono nuovo e feci il numero di Alexander
Lakes. Rispose al primo squillo.
- Ho quello che hai chiesto, - disse subito, a mo' di
saluto.
- Quando hai smesso di darmi del lei?
- Da quando hai rubato la mia macchina.
- Ah.
- Ho il numero di telefono di un contatto al dipartimento
di polizia. Un uomo corrotto e circospetto al massimo
grado. Preferisce trattare con le persone alle proprie
condizioni. E cauto proprio come te.
- Questo contatto ha un nome?
- No.
- Neppure un nome falso?
- Sembri sorpreso. La met delle persone con cui lavoro
non usano il loro vero nome, compreso te. Questo tizio
semplicemente non usa nessun nome. Lavora in modo
rapido e pulito e un nome non gli serve.
- Come fai a sapere che  un poliziotto, allora? E che
ha davvero accesso alle informazioni che voglio?
- Ha gi ottenuto risultati in passato. Devi fidarti di lui.
- Non sono un fan della fiducia. Come si fa pagare?
- Ho lasciato i soldi in un posto prestabilito mezz'ora
fa. Lui li prender quando si sentir pronto.
Guardai l'orologio. Erano quasi le sette, evidentemente
avevo fatto una lunga colazione. Era gi un orario possibile
per chiamare un poliziotto che fa il turno di giorno.
- Come devo procedere?
- Chiama il numero. Risponder una segreteria telefonica.
Dopo che lui avr controllato, ti mander un SMS con
un altro numero da chiamare, che trasferir la chiamata
a un telefono via Internet, molto difficile da rintracciare.
In quella telefonata ti dir quello che vuoi sapere. Parlerete
solo al telefono,  inutile chiedere di incontrarlo. Per i
soldi che hai pagato, ti conceder cinque minuti. Poi chiuder
la comunicazione, che tu abbia finito o no.
- Davvero un tipo prudente.
- E un poliziotto corrotto. Conosce tutti i modi in cui
pu essere scoperto.
Lakes mi diede il numero. Lo imparai a memoria e glieloripetei, mentre lasciavo due banconote da venti sul tavolo.
Poi dissi: - Questo tizio  pronto a parlare adesso?
Se dorme non mi serve a niente.
-  sveglio. E sempre sveglio.  il poliziotto corrotto
pi lavoratore che abbia mai visto.
- Speriamo che non ridiventi onesto proprio ora.
- Ti ho procurato una Honda Accord, - disse Lakes.
- Di che colore?
- Rossa.
- Il rosso non  un colore di basso profilo.
- In confronto al nero mezzanotte personalizzato della
coup sportiva da centomila dollari in cui viaggi adesso,
questa  un mantello dell'invisibilit, cazzo.
Tornai dove avevo parcheggiato la Bentley e presi un
altro telefono, pur restando in linea con Lakes. Feci il numero
che mi aveva dato. Rispose la classica voce meccanica
femminile, dicendo di lasciare un messaggio dopo il bip.
Terminai la chiamata prima che partisse la registrazione.
Accostai l'altro telefono all'orecchio e dissi a Lakes: - Ho
chiamato il tuo uomo. Quanto dovr aspettare per l'SMS?
- Non molto, credo. Deve prima trovare un computer.
- Capisco.
- Troviamoci al ristorante. Ci scambieremo di nuovo
le auto.
- Potrei metterci un po', - replicai. - Devo prima controllare
un appartamento nella zona delle case popolari.
- Fa' in modo che nessuno rubi la mia macchina.
Riattaccai.
Due secondi dopo l'altro telefono emise un hip e lo aprii.
Il messaggio veniva da un numero privato, e consisteva in
otto lettere a stampatello con due trattini nel mezzo. Digitai
sulla tastiera T9 del telefono i numeri corrispondenti
alle lettere, mettendo degli zeri al posto dei trattini. Lui
rispose al secondo squillo.
- Pronto? - la voce era profonda, rimbombante e metallica.
Stava usando un distorsore vocale.
- Mi hanno detto che hai delle informazioni.
- Esatto.
- Sto indagando sul furto di una Mazda Miata ad
Atlantic City. Caso irrisolto, il furto  avvenuto durante
le ultime due settimane.
Segu un silenzio strano, come se fosse caduta la linea
ma non esattamente. Credo fosse un effetto del distorsore.
Un distorsore vocale abbassa la voce umana di varie
ottave. I modelli economici aumentano anche il rumore di
fondo, provocando una interferenza continua. I migliori,
come quello che usava lui, tagliano del tutto i rumori di
fondo e trasmettono solo silenzio.
La voce dall'altra parte disse: - Ci sono due corrispondenze.
- Sentiamo.
- Una Miata verde del 2009, furto denunciato otto giorni
fa a Margate, e una Miata bianca del '92, scomparsa ieri
dalla Borgata in centro.
La seconda auto non era quella giusta. Troppo vecchia
per le tracce di pneumatici che avevo visto all'hangar, e
anche la data non quadrava.
- Dimmi della prima.
- Mazda Miata, 2009. Verde bosco. Targa del New
Jersey, x, z, v, nove, tre, h. Risulta scomparsa da un parcheggio
vicino Jerome Avenue Park, otto giorni fa alle undici
del mattino. Era stata vista per l'ultima volta la sera
prima intorno a mezzanotte.
- Bene, - dissi. - Puoi cancellare il file della denuncia?
- Fatto. Ma  sempre possibile trovare in archivio la
denuncia cartacea. C' altro?
- Si, un'ultima cosa.
- Spara.
- Il nome della persona che ha denunciato il furto?
- Ah, certo, - disse la voce. - Un tizio di nome Harry
Turner.
 
Capitolo 36.

Merda.
Moreno e Ribbons avevano rubato una delle auto del
Lupo per usarla come seconda macchina di fuga. Perch
diavolo avrebbero dovuto farlo? Non aveva senso. La mia
mente si sforzava di trovare una spiegazione, ma nessuna
sembrava plausibile. Avevano pensato di depistare la
polizia? Sarebbe stata un'idea molto stupida. Era stato
Marcus a ordinare loro di rubarla? Non credo. Non serviva
a nulla, eccetto a far incazzare il Lupo ancora di pi.
Mah.
Girai un po' senza meta, per schiarirmi le idee, prima
di prendere la direzione in cui era scomparso Ribbons.
Continuai a masticare l'informazione che avevo ricevuto.
Non aveva n capo, n coda.
Ero immerso nei miei pensieri quando notai nel retrovisore
una Mercedes bianca. I finestrini erano oscurati,
ma con il sole forte riuscii a distinguere la sagoma di un
solo uomo, con la testa stranamente bassa e le mani a ore
tre e undici sul volante. Non riuscivo a vederlo in faccia,
ma non ce n'era bisogno. Sapevo che era uno degli uomini
del Lupo.
Che rapidit. Mi aspettavo di avere ancora un paio d'ore,
prima che mi trovassero. Ma ero contento che fosse successo.
Finch continuava a mandarmi addosso i suoi uomini,
significava che stavo seguendo la pista giusta.
Lasciai che la Mercedes mi seguisse da un capo all'altro
della citt, tenendosi a due auto di distanza. Io andavo a
sud, lui andava a sud. Io svoltavo a sinistra, lui svoltava
a sinistra. Per facilitarlo, andavo piano e mettevo sempre
la freccia prima di girare. Superai la periferia e proseguii
lungo la costa. Svoltai su una strada a due corsie che serpeggiava
tra acquitrini inabitabili, punteggiati da stretti
canali. C'erano poche auto in giro, ma la Mercedes mi segu
ugualmente. Dopo qualche minuto, eravamo gi nel
mezzo del nulla. Le altre macchine erano sparite, e restavamo
solo lui e io. Eravamo a circa centocinquanta metri,
e accanto a noi ora c'era solo l'oceano. Per lui era facilissimo
seguirmi senza perdermi di vista, ma io non intendevo
seminarlo.
No.
Volevo fargli qualche domanda.
Naturalmente sarebbe stato molto pi facile se avessi
avuto ancora la pistola. Per non parlare del fatto che era
pieno giorno e chiunque poteva vederci. Non c'erano altre
macchine in vista, ma di giorno era sempre possibile
che passasse qualcuno. Era un problema. Il mio piano necessitava
di alcuni requisiti. Se qualcosa fosse andato storto,
l'ultima cosa che volevo era che un buon samaritano
chiamasse il 911 e tutta la faccenda si concludesse con un
inseguimento della polizia. Cristo, anche in condizioni
ideali il trucco che avevo in mente era pericoloso. Volevo
che nessuno si facesse male. O almeno, nessuno che fosse
estraneo a quella faccenda.
Guardai l'orologio. Le otto meno un quarto. Stavamo
facendo quel gioco da quasi un'ora.
Tolsi il piede dall'acceleratore e rallentai.
Il trucco era semplice: ora che eravamo le uniche due
auto sulla strada, se io mi fossi fermato all'improvviso,
per esempio per un guasto al motore, la Mercedes bianca
avrebbe dovuto fare una scelta. Superarmi e proseguire,
il che significava lasciarmi indietro e forse perdermi di vista,
oppure fermarsi, il che li, nel mezzo del nulla, significava
che avremmo avuto un contatto di qualche tipo. In
un modo o nell'altro, intendevo parlare con il conducente
di quella macchina.
Andai avanti piano per un minuto circa. La strada era
liscia e piatta. Quando il tachimetro arriv sotto i quindici
all'ora, accesi le quattro frecce, schiacciai il freno e mi
fermai al centro della strada. Il motore cominci a raffreddarsi
con un ticchettio.
La Mercedes apparve da dietro la curva. Era il momento
della verit: l'uomo al volante doveva scegliere se proseguire
o no. La Mercedes si avvicinava, diventando pi
grande nello specchietto. Aveva deciso di non fermarsi. Si
era spostato tutto a sinistra per darmi spazio, ma invece
di rallentare stava accelerando per sorpassarmi. Quando
si affianc, suon il clacson, come per dire: Vaffanculo,
stronzo.
In quel momento schiacciai a tavoletta.
Una Bentley Continental ha una potenza di cinquecentosessanta
cavalli e un motore turbo. Lanciata al massimo
pu raggiungere circa i trecento all'ora. Perci, quando
premetti l'acceleratore, praticamente decoll. Sterzai
bruscamente, come se volessi speronare la Mercedes. Il
conducente si spavent, sterz a destra per evitare l'urto
e and a sbattere contro il guardrail della corsia di sinistra,
che dava sull'oceano. L'auto rest sospesa su due
ruote per un attimo, poi sfond il guardrail, cappott e
cadde in acqua.
Mi fermai sul ciglio della strada e scesi.
 
Capitolo 37.

Kuala Lumpur.
I primi giorni dopo aver ucciso Harrison furono duri.
Uccidere un poliziotto  una delle cose peggiori che possano
capitare durante un colpo. I tutori dell'ordine non
risparmiano sforzi per assicurare alla giustizia chi uccide
un loro collega. Gli omicidi che coinvolgono dei poliziotti
vengono risolti. Punto. Ogni criminale con un po' di
cervello lo sa.
Naturalmente, non sapevamo per certo che l'uomo che
io avevo ucciso fosse davvero un poliziotto. Era un bianco,
quindi era poco probabile che fosse un agente sotto copertura
della polizia malese, la Royal Malaysian Police.
Ma poteva essere un agente dell'interpol, un informatore
pagato, persino un collaboratore dell'FBI. E se lo era,
eravamo nei guai. Appena un cadavere con un distintivo
tocca terra, l'unica cosa intelligente da fare  scappare e
nascondersi per tutto il tempo che serve.
E fu proprio quello che facemmo.
Scappammo.
Tutta la squadra entr in silenzio radio meno di quattro
ore dopo la sparatoria. Tenevamo tutti un telefono
acceso nel caso Marcus chiamasse, ma non dovevamo contattare
nessun altro per nessuna ragione. Era un protocollo che
avevamo deciso di seguire nel caso accadesse una
cosa del genere. Saremmo rimasti nascosti in citt per sei
giorni. Se Marcus ci avesse contattati per portare avanti
il progetto del colpo, avremmo proceduto come da istruzioni.
In mancanza di sue notizie, avremmo abbandonato
tutto e lasciato il paese. Durante quei sei giorni, comunque,
dovevamo restare del tutto fuori dal radar. Avremmo
lasciato i nostri rifugi solo per procurarci cibo e acqua,
nient'altro. Niente telefonate, Internet, shopping, conversazioni.
Non avremmo parlato con nessuno, scritto a nessuno.
Non avremmo lasciato traccia della nostra esistenza.
Dimenticare di portarsi un rasoio nel rifugio voleva dire
non farsi la barba.
Ci riunimmo per l'ultima volta al Mandarin Oriental il
pomeriggio dopo l'uccisione di Harrison. Era ancora giorno,
ma pioveva a dirotto tanto che sembrava gi notte.
Alton Hill era seduto su un divanetto nell'angolo, e riempiva
il suo zaino d'emergenza di mazzette da cinquanta
dollari. Tutti gli altri, me compreso, erano al tavolo delle
videoconferenze, a discutere sul da farsi. Quando descrissi
ci che era successo sulle colline, ci furono molti cenni
d'assenso. Tutti convennero che avevo fatto la cosa giusta,
anche se in modo un po' precipitoso. Riguardo al piano,
avremmo mantenuto un atteggiamento aperto. Tra sei
giorni ci saremmo trovati per rimetterci al lavoro, oppure
saremmo partiti per varie destinazioni, su voli separati, e
non ci saremmo mai pi rivisti.
Alla fine della riunione, ci misi meno di trenta secondi
a prendere la mia roba e a lasciare l'albergo. La pistola era
sotto il cuscino, la borsa da viaggio era gi pronta accanto
alla porta. Me la gettai in spalla e uscii senza voltarmi
indietro. Angela prese l'ascensore con me e osservammo
i numeri dei piani calare sul display. Ero nervoso perch
non eravamo riusciti a contattare Marcus. Non smettevo
di pensare a quella storia della noce moscata. Angela mi
tocc una mano. Ci guardammo. Una volta arrivati al piano
terra, saremmo stati di nuovo due estranei, ma per un
attimo fummo soltanto noi stessi. Lei mi sorrise e disse:
- Questa rapina significa davvero molto per te?
- Significa tutto, - risposi.
- Allora sono con te. Ti aiuter, a qualsiasi costo.
Dopo quelle parole, non c'era altro da dire. Avevamo
bisogno solo del silenzio. Al pianterreno, la porta
dell'ascensore si apr con un trillo.
Per recarmi al mio rifugio feci un lungo giro. Presi un
taxi e mi feci portare lungo la Jalan Ampang fino al centro,
dove si unisce con la Jalan Gereja. La mia stanza era
in un posticino dietro una lavanderia con l'insegna dipinta
a mano. Entrando, posai la borsa accanto alla porta e la
pistola sotto il cuscino, poi mi sedetti sul bordo del letto
e fissai il muro forse per un'ora. Guardai la luce diminuire
finch la stanza fu immersa nel buio. Ascoltai le gocce
d'acqua formarsi sul bordo del soffione della doccia e poi
cadere. Il rifugio era vuoto, spartano e povero. Era tutto
ci che volevo e nulla che non volessi. Chiusi gli occhi e
mi lasciai scivolare nel sonno.
Un rifugio  pi che un posto dove nascondersi.  un
posto dove ci si prepara mentalmente prima di un colpo.
Ciascuno ha il suo sistema. Alcuni sono cos stressati che
si ammalano. Passano la notte a tossire e vomitare, giurando
a Dio che non faranno mai pi un'altra rapina, ma
quando si svegliano il mattino dopo, sono calmi e rilassati.
Altri coltivano la rabbia. Passano la notte a pensare al
padre violento, alla ex moglie infedele, o a qualche altra
cosa che li fa incazzare. Cos al momento della rapina sono
talmente furiosi che non gli importa se devono far del
male a qualcuno per ottenere ci che vogliono. Altri ancora
riempiono interi taccuini di elenchi di cose che desiderano
acquistare, perch la loro molla  l'avidit. Alcuni
meditano. Il risultato  lo stesso. Tutti trovano un modo
di affrontare la paura, per arrivare pronti al momento di
cominciare il lavoro. Il rifugio  una difesa mentale, oltre
che fisica.
In quei sei giorni io tradussi L'Ars amatoria di Ovidio su
un blocco giallo. Quando ebbi finito rilessi pi volte la mia
traduzione. Era forzata e poco elegante. Avvicinai l'accendino
all'angolo del bloc-notes e guardai il fuoco consumare
le parole. Poi gettai le ceneri nel cestino. Le mie traduzioni
non erano mai scorrevoli come avrei voluto. Per quanto
ci provassi, non riuscivo a sentire mie le parole che usavo.
Vivevano nel momento in cui le pensavo, e morivano non
appena le trasferivo su carta.
Il sesto giorno ricevetti un SMS da Marcus. Solo un contrattempo,
- diceva. - Siate pronti a muovervi venerd.
Sorrisi. Ricordo il sollievo che provai nel leggere il messaggio.
Ci che era accaduto nelle Genting Highlands mi
imbarazzava, e il fatto che il colpo fosse ancora in piedi
mi fece sentire meglio.  stato solo un contrattempo, mi
dissi. Ho fatto la cosa giusta. E lo penso ancora. Uccidere
Harrison era l'unica cosa da fare.
Non fu quello il mio errore.
Il mio errore fu non assicurarmi che fosse morto.
 
Capitolo 38.

Atlantic City.
La Mercedes adesso era soltanto un mucchio di metallo
schiacciato, immerso nell'acqua bassa accanto alla riva.
Le ruote posteriori giravano nell'aria, ad angoli strani. Se
non fosse stato per l'odore acre di olio per motori e gomma
bruciata, poteva sembrare che fosse l da tempo. Sembrava
gi appartenere a quella spiaggia. La stretta striscia
di sabbia tra la strada e il mare era disseminata di rocce e
detriti vari. Bottiglie di Coca-Cola, pacchetti di sigarette,
borse di plastica. Le onde sbattevano contro il relitto
della Mercedes sollevando schiuma bianca e spazzatura.
Mi riparai gli occhi con una mano dal bagliore dell'oceano,
e guardai la linea sottile di costa all'orizzonte, dai moli
della lontana Boardwalk fino alla riva nebbiosa pi a nord.
Gli spruzzi delle onde rendevano l'aria salmastra. Nessuno
passava su quella spiaggia da molto tempo. Volendo,
potevo semplicemente allontanarmi. Se il tizio sulla Mercedes
non avesse ripreso i sensi, potevano passare giorni
prima che qualcuno trovasse quel rottame.
Ma il tizio riprese i sensi. E cominci a gridare.
Non come forse immaginate voi, per. Non aveva abbastanza
aria per quello. I suoni che emetteva somigliavano
pi a un gorgoglio disperato. Il fatto era che l'auto
era atterrata con le ruote all'aria e la testa era al livello
dell'acqua bassa, cosicch ogni volta che arrivava un'onda
l'interno del veicolo si allagava. L'uomo gridava perch
non riusciva a respirare. Se l'avessi lasciato in quel modo,
sarebbe annegato in pochi minuti.
Scesi dalla scarpata ed entrai in acqua. La portiera del
conducente era bloccata. Piantai un piede nella sabbia e
l'altro contro lo specchietto di sinistra, e tirai forte. La
portiera si apr a met, poi si blocc nella sabbia.
L'uomo era appena cosciente. Era a testa in gi, e la cintura
di sicurezza gli impediva di spostare la testa dall'acqua.
Allungai una mano e sbloccai la fibbia. Cadde in avanti,
dibattendosi come un pesce preso all'amo. Lo afferrai per
il colletto e gli tenni la testa fuori dall'acqua. Da un taglio
sopra l'occhio sinistro gli scorreva sangue sul viso. Si
era ferito con una scheggia di vetro. Aveva una caviglia
rotta, la vedevo incuneata a un angolo innaturale tra l'acceleratore
e il pavimento. Lo afferrai meglio e lo trascinai
nell'acqua bassa fino alla spiaggia.
Fu allora che mi accorsi della pistola.
Sotto la giacca aveva una Beretta nove millimetri con
silenziatore. Appena lo lasciai andare cerc di prenderla.
Alz il braccio in un ampio arco e afferr il calcio che
sporgeva dalla fondina, ma non riusc a tirare fuori l'arma.
Il silenziatore da quindici centimetri era troppo lungo
per permettergli un movimento fluido mentre era steso
sulla schiena.
Lo colpii con i pugni uniti al plesso solare. Rantol e si
pieg in due. Le sue braccia persero forza. A quel punto
la pistola usc dalla fondina, ma l'allontanai con un calcio.
Lui cerc di raggiungerla e, per tutta risposta, gli pestai
la caviglia rotta.
Lanci un grido inumano.
Gli girai intorno, raccolsi la Beretta nella sabbia, la puntai
a poca distanza dalla sua faccia e premetti il grilletto.
Lo sparo fu come un colpo di frusta, seguito dal clic ciac
del carrello che arretrava ed espelleva il bossolo.
L'uomo smise di lottare. Cadde di nuovo sulla schiena,
contorcendosi dal dolore. Toss e toss, sputando acqua salata
e sangue finch non riusc di nuovo a respirare bene.
Ma non poteva parlare. Una scheggia di vetro gli aveva
tagliato la lingua proprio nel mezzo. Il sangue schiumoso
gli gocciolava da un angolo della bocca e dalle labbra.
L'uomo del Lupo era un bianco grande e grosso, ma il
giubbotto di pelle non bastava a dargli un'aria da duro. Gli
occhi celesti e la faccia rotonda erano quelli di una persona
debole di carattere. Sembrava pi un tizio in vacanza che
il membro di una violenta gang di trafficanti di droga. Lo
afferrai per il colletto ma il giubbotto si strapp a met, e
sotto vidi i tatuaggi da galeotto. Segni sbiaditi neri e blu.
Era coperto di segni distintivi di varie gang, alle quali doveva
essersi affiliato con il sangue a Marienville, alla Ely
State Prison, o da qualche altra parte. Sulla spalla sinistra
c'era una svastica nera non pi grande di un dollaro d'argento.
Accanto aveva un cuore sanguinante da cui spuntavano
quattro lacrime. Smisi di provare a spostarlo e lo
lasciai ricadere sulla sabbia.
Restammo in silenzio per qualche secondo. Dall'oceano
soffiava la brezza portando le grida dei gabbiani. L'uomo
sembrava piangere sangue. Gli scendeva dalle sopracciglia
sulle guance e sul collo, e andava a inzuppargli la camicia.
Sput un dente e del catarro misto a sangue.
- Sai, - dissi, - amo i momenti come questo.
L'uomo chiuse gli occhi. Io mi accovacciai accanto a
lui, in modo da potergli parlare. Gli afferrai la faccia e la
girai verso di me. Forse stava piangendo, ma era difficile
capirlo, in mezzo a tutto quel sangue.
- Mi senti? - dissi. - Amo i momenti come questo. Te
lo leggo in faccia. Mi stai guardando con un'intensit che
probabilmente non hai mai messo in nessuna cosa tu abbia
fatto, in tutta la tua vita. Sei totalmente immerso nel
momento, perch hai paura che ti uccida.  una situazione
che mi trovo a vivere raramente. Non ti preoccupi
dell'estratto conto della carta di credito, del mutuo, o di
quante sigarette ti restano prima di dover comprare un altro
pacchetto. No, in questo preciso momento, ogni fibra
del tuo essere  concentrata su di me e su questa pistola.
Gli battei piano la punta del silenziatore sul petto. Respirava
come una macchina. Stava iperventilando. Il suo
unico occhio buono era spalancato e concentrato sul mio
viso come un laser. Credo che non avrebbe potuto smettere
di guardarmi neppure se avesse voluto.
Gettai un'occhiata alla macchina distrutta e all'oceano.
L'aria odorava di sale e benzina. Inspirai dal naso, assaporandola.
Mi ricordava qualcosa, ma non sapevo esattamente
che cosa. Espirai e tornai a guardare l'uomo del Lupo.
- Ho solo una domanda, - dissi. - Penso che tu sappia
qual .
- Un segnalatore, - disse lui, con il sangue che gli sfuggiva
tra i denti. Mosse una mano verso una tasca. Vedendo
che non intendeva estrarre un'altra arma, lo lasciai fare.
Prese un cellulare nero, ancora acceso. Sul display c'era
parte di una mappa, con una freccia blu che indicava esattamente
il punto in cui ci trovavamo.
- Da dove arriva il segnale? - chiesi.
- Da te.
-  uno dei miei telefoni?
- Ti hanno messo un segnalatore.
Gli presi di mano il telefono e lo spostai in giro. La
freccia non si mosse. Doveva essere un segnalatore GPS,
il che significava che il segnale poteva venire pressoch
da qualsiasi parte. Il Lupo poteva averlo infilato nei miei
vestiti o in uno dei miei cellulari. Avevo visto dei segnalatori
piccoli come bottoni. Quelli professionali non hanno
neppure bisogno di ricarica. Possono andare avanti per
settimane con una batteria come quelle per gli apparecchi
acustici, e individuare una localit poco pi grande
di una poltrona. Sospirai e tornai a puntare la pistola sul
petto dell'uomo.
- Non ti uccider, - dissi. - Ma non sbagliarti su di me.
Ho gi ucciso gente come te e non ci perdo il sonno. Se ti
lascio vivo  per ringraziarti. Vedi, quando sono arrivato
qui, ieri, temevo che questo lavoro fosse troppo semplice.
Prima di scendere dall'aereo pensavo che avrei trovato subito
i soldi della rapina, e che non avrei avuto l'occasione
di divertirmi un po'.  stato un bene che siate arrivati
voi. Senza di te, in particolare, non mi sarei goduto questo
momento. I colori sono pi brillanti, l'aria ha un sapore
migliore. Persino la sabbia trasmette una bella sensazione.
Nessuna droga d sensazioni del genere.
Gli premetti la pistola sullo sterno con una mano e gli
tastai le tasche con l'altra. Aveva un altro cellulare e un
portafoglio di pelle. Il nome sulla patente era John Grimaldi,
era alto un metro e ottanta e risultava residente a
Ventnor, una zona della citt non particolarmente raccomandabile.
La patente era stata rilasciata diversi anni
prima. Nella foto era quasi bello. Presi la patente e gli
gettai in grembo il portafoglio.
- Loro mi stanno ascoltando? - chiesi.
- Non lo so.
- Spero di s, - dissi. - E se non mi ascoltano loro, spero
che lo faccia tu, John. C' un motivo per quello che ti
sto dicendo. Il Lupo ti trover, e vorr sapere cosa ti ho
detto. Voglio che tu gli riferisca alcune cose. Devi fargliele
capire,  chiaro? Io non appartengo a nessuno. Non sono
un uomo di Marcus e non diventer un uomo del Lupo.
Sono qui solo perch ho passato gli ultimi sei mesi fissando
il muro nel mio appartamento, in attesa che si presentasse
qualcosa di interessante. Una cosa come questa. Io
vivo per momenti cos. Perci se il Lupo vuole smettere
di perdere i suoi uomini uno alla volta, deve lasciarmi in
pace o farmi un'altra offerta. Ma stavolta sar meglio che
sia un'offerta interessante.
John mi fiss terrorizzato con l'occhio buono. Annu
con un'ansia disperata.
- Spero che lo ricorderai, John, - dissi.
Guardai l'orologio, gli poggiai la canna della pistola su
un ginocchio e premetti il grilletto. Il silenziatore produsse
un piccolo tonfo che riverber sull'acqua. John sbatt
un paio di volte la palpebra dell'occhio buono, poi svenne.
Presi il suo telefono e lo gettai nell'oceano. Quindi risalii
la scarpata fino alla Bentley, portando con me la pistola.
Guardai l'orologio. Le otto del mattino.
Avevo ancora ventidue ore.
 
Capitolo 39.

Per lavarmi, presi una stanza in un piccolo motel alla periferia
della citt. L'impiegato mi guard appena. Quando
mi diede la chiave era ancora mattina, molto prima dell'ora
solita dei check-in. Quel posto mi avrebbe assicurato qualche
ora di privacy.
Nella mia professione, dopo un paio d'anni i motel diventano
una specie di seconda casa. Ti abitui ad alcune
cose. La bibbia di Gedeone  sempre nello stesso posto.
Le lenzuola sono sempre della stessa qualit. Le stanze
all'inizio hanno un odore di pino e di pulito, ma presto
tornano al loro naturale odore muscoso e di sporco. Quella
stanza odorava di ammoniaca. Presi un lungo respiro
dal naso, chiusi le persiane e misi la catena alla porta. Era
come tornare a casa.
Quando fui certo di essere solo, tirai fuori i miei cellulari.
E facile controllare se a un telefono  stato aggiunto
un segnalatore GPS. Se  un congegno fisico, lo si trova
subito, perch dentro un telefono non c' molto spazio libero.
Se si tratta di un software,  semplice disattivarlo.
Una volta tolta la batteria, si spegne tutto. Per prima cosa,
controllai il menu di ciascun telefono per vedere se il
GPS di fabbrica fosse spento. Lo era in tutti. Poi li aprii
per controllare se fossero stati manomessi. Rimossi le batterie,
le Sim card, le antenne, le memory card. Non trovai
nulla fuori del normale, e rimisi tutto a posto. Mi stesi sul
letto e cominciai a pensare. Era evidente che non era cos
che mi avevano trovato.
Aprii il rubinetto della doccia per creare un po' di rumore
di fondo. L'acqua usciva dai tubi con una specie di
basso gemito. Accesi il televisore con il volume al massimo.
Non pensavo che la cimice che mi avevano messo addosso
avesse anche l'audio, ma preferivo non rischiare.
Dopo ci che era successo con Harrison nelle Genting
Highlands, cinque anni prima, l'idea dei microfoni nascosti
mi dava gli incubi.
Controllai la mia borsa ventiquattrore e i vestiti. Uno
degli uomini del Lupo poteva avermi messo un segnalatore
addosso senza molta fatica. Davanti allo specchio del
bagno, passai al setaccio i miei abiti. Mi tolsi la cintura,
esaminando la fibbia. Rovesciai le tasche, vuotai la borsa,
sfogliai la copia delle Metamorfosi. Nulla.
Mi guardai a lungo allo specchio. Dopo due giorni con
poco cibo e niente riposo, cominciavo a sentirmi vecchio
come il mio aspetto. Jack Morton aveva visto un po' troppa
azione, ultimamente. Era ora di cambiare. Pulii la condensa
dallo specchio. Il vapore stava sciogliendo il trucco.
Mi spogliai e mi feci una lunga doccia calda. Il braccio
che avevo stretto intorno al collo di Aleksei era pieno di
lividi, che stavano gi diventando neri al centro.
Mi asciugai, presi il mio kit da trucco e misi sullo specchio
del bagno la carta d'identit che avevo portato via
all'uomo della Mercedes. Mi concentrai per un po' sul suo
viso e cercai di imitare la sua espressione a met tra sicura
e timorosa. Aveva gli occhi infossati e un pallore quasi
da foto in bianco e nero. Malgrado vivesse in una citt di
mare, non aveva il minimo accenno di abbronzatura. Sembrava
perso, in qualche modo.
Dissi, con la sua voce: - Ti hanno messo un segnalatore.
Ripetei la frase due volte, perfezionandola. Dopo qualche
secondo, sentii l'et scivolarmi di dosso. Feci un respiro
e mi sembr pi profondo. Raddrizzai le spalle e i
miei occhi divennero pi brillanti. Le giunture persero il
tremore artritico e il sorriso si liber del carattere che gli
avevo dato. Aprii e chiusi le mani finch le sentii di nuovo
giovani. Quando parlai, avevo il morbido accento di
Atlantic City. Dissi: - Mi chiamo John Grimaldi.
La tavolozza di John virava al nero. La giacca di pelle
nera gli dava l'aria di uno che  diretto al club. Era un tipo
che voleva essere alla moda, e pazienza se per questo
doveva lavorare di pi. Con un po' di tintura e una buona
quantit di gel, mi tinsi i capelli di nero e li lisciai per
bene. Con la matita da trucco mi disegnai anche l'attaccatura
dei capelli un po' a punta sulla fronte.
- Mi chiamo John Grimaldi, - dissi. - Ma puoi chiamarmi
Jack. Sono di Atlantic City, New Jersey. Faccio un
sacco di cose, sai?
Rivestendomi, continuavo a pensare alla cimice. Finch
il segnalatore restava attivo, ero in pericolo. Stavolta gli
uomini del lupo non avrebbero avuto l'ordine di seguirmi
a distanza di sicurezza, ma quello di uccidermi. Non importava
quanto fosse anonimo quel motel. Se mi avessero
rintracciato l, ero un uomo morto.
Mi venne in mente un unico posto in cui non avevo ancora
guardato.
Richiusi tutto nella ventiquattrore e lisciai le pieghe dei
vestiti che indossavo. Lasciai la chiave della stanza sotto
lo zerbino e mi avvicinai alla Bentley.
 facile rintracciare un'automobile. Quasi tutte ormai
hanno un GPS di fabbrica, che permette al proprietario di
ritrovarle in caso di furto. Ma anche se questa opzione viene
disabilitata, un segnalatore aggiunto, come il Lojack,
pu essere molto difficile da trovare. Si tratta di oggetti
minuscoli, e in una macchina ci sono centinaia di nascondigli
possibili. Prima di salire sulla Bentley, passai le dita
sotto i paraurti e lungo la griglia. Poi controllai sotto i sedili,
nel comparto portaoggetti, nel bagagliaio.
Trovai il segnalatore solo quando mi inginocchiai a
terra e guardai sotto la carrozzeria. Una scatola bianca di
circa cinque centimetri per sette, attaccata con il mastice
nell'alloggio della ruota. L'esterno era in gomma antiurto
e c'era un led che emetteva una luce verde. Maledizione.
Alexander Lakes mi aveva venduto. Imprecai e scossi la
testa. Doveva aver messo un segnalatore su ciascuna delle
auto che mi aveva dato. Per questo il Lupo mi aveva trovato
cos in fretta. Pi ci pensavo, pi aveva senso. Ovvio
che Lakes lavorasse per il Lupo. Tutti in quella fottuta
citt lavoravano per lui.
Staccai il congegno dallo chassis con un coltello. Era
molto leggero. Infilai il coltello in una fessura della scatoletta
e spinsi, finch la luce verde si spense. Poi guardai
l'orologio. Le undici. Ero rimasto al motel per tre ore.
Ancora diciannove ore.
 
Capitolo 40.

Kuala Lumpur.
Non avevo idea del disastro in cui si sarebbe trasformata
la rapina. Non ricordo molto di ci che accadde
nei giorni prima del colpo, ma ricordo che mi sentivo fiducioso
e spaventato allo stesso tempo. La paura  parte
del lavoro, ovviamente. Chi non ha paura di entrare
in una banca con un fucile in mano  un pazzo. Ma tutti
noi l'avevamo gi fatto prima, perci pensavo di sapere
in cosa mi stavo mettendo. Pensavo di conoscere la routine.
Pensavo di conoscere la banca e le persone con cui
lavoravo. Pensavo di conoscere i rischi implicati dall'errore
che avevo commesso.
Invece non ne avevo idea.
Alle sette del mattino, il giorno del colpo, il timoniere
pass a prendermi con un vecchio furgone in un punto
prefissato, non lontano dal mio rifugio. Le scritte sulla
fiancata erano in un misto di malese, inglese e arabo, con
l'indirizzo di una ditta di pulizia vetri di Subang Jaya. Gli
addetti alla pulizia delle finestre di solito circolano liberamente
nei centri urbani. I gestori di parcheggi e le guardie
giurate negli edifici li trattano con indulgenza, perch nessuno
vorrebbe lavorare appeso a un cavo a quaranta piani
d'altezza, pulendo vetri tutto il giorno. Quando aprii le
porte posteriori e salii dietro, Alton mi fece un cenno con
la sigaretta tra le labbra. I suoi guanti neri scricchiolavano
sul volante.
Quello era il piano: il timoniere sarebbe passato a prenderci
in posti diversi della citt, avremmo fatto il lavoro,
poi avremmo lasciato immediatamente il paese. Dopo il
problema con Harrison l'esito era molto pi in dubbio,
ma eravamo disposti a correre il rischio. Ci volle un'ora
per prendere a bordo tutti. Angela ci aspettava al punto
di carico dietro il Crowne Plaza. Vincent e Mancini erano
a una fermata dell'autobus nella zona finanziaria, sotto
un cartellone che pubblicizzava un telefono cellulare. Joe
Landis e Hsiu Mei stavano facendo colazione in una caffetteria
fuori citt al limitare del bosco.
Tutti erano ottimisti, eccetto Angela. Di solito lei ribolle
di energia prima di un colpo, ma quella volta no. Era
fredda e distante, guardava fuori dal parabrezza e masticava
una gomma alla nicotina. Io desideravo parlarle pi di
ogni altra cosa, ma sapevo che non era il momento adatto.
Aveva bisogno di silenzio.
Quando ci fummo tutti, ci fermammo in un punto deserto,
lungo la strada dietro l'edificio della Bank of Wales,
e cominciammo a prepararci. Vincent, Mancini e io saremmo
entrati travestiti da guardie giurate. Avevamo occhiali
scuri e berretti con il logo di una compagnia di furgoni
portavalori. Infilammo le divise sopra i nostri vestiti. Ce
le saremmo strappate di dosso in ascensore, e in meno di
venti secondi avremmo avuto un altro aspetto al momento
di uscire dentro la banca. Mancini aveva una fondina in
nylon per il fucile a canne mozze. Lo prese dalla borsa,
inser nel caricatore quattro cartucce rosse doppio zero,
poi infil l'arma nella fondina, accanto a una bandoliera
con piccole ma potenti bombe lacrimogene. Quando ebbe
indossato l'uniforme, sembrava che sotto non portasse
nulla. Prese una scatola di proiettili e ne infil un po'
in ogni tasca.
- Quanto ancora dobbiamo aspettare? - chiese Hsiu.
- Non hai un orologio?
- Voglio dire, - si corresse lei, - che cosa stiamo aspettando,
esattamente?
Angela si sporse in avanti e indic il telefono satellitare
sul cruscotto.
Non so quanto tempo restammo l, ma di sicuro ci sembr
pi di quanto fosse in realt. Sentivamo i nostri odori.
Brillantina e benzina, sigarette e alcol, chiodi di garofano,
coriandolo e pepe nero. E ogni pi piccolo rumore risultava
amplificato, in un posto cos stretto. Alton prese
una sigaretta, ma Joe Landis lo ferm mettendo una mano
sull'accendino.
- Hai idea di quanta nitroglicerina ci sia dentro questo
furgone?
Il timoniere fece una smorfia e gett la sigaretta spenta
dal finestrino. - Stai dicendo che non posso fumare finch
non avremo finito?
- Tieni, - disse Vincent. - Abbiamo qualcosa per te.
Mancini sfil di tasca una piccola fiala e vers circa un
quarto di grammo di cocaina sulla scatola dei proiettili.
divise in varie righe con la punta del mignolo e aspir la
prima. Poi tocc a Vincent, a Joe e ad Alton. Io restai ad
ascoltare i loro rumori finch non ebbero finito.
Il telefono satellitare sul cruscotto squill e vibr. Nessuno
rispose. Lo lasciammo squillare. Era Marcus, che ci
comunicava che ora era e quanto tempo avevamo prima
del punto di non ritorno. Se ci fosse stato un problema
qualsiasi, avremmo potuto rispondere alla chiamata e dirglielo.
Se fossimo stati in ritardo, lui avrebbe riadattato
la tabella di marcia. Quando il telefono smise di squillare,
sapevamo quanto tempo ci restava.
Due minuti esatti.
Alton mise in moto e part. La banca era a meno di
quattrocento metri. Dopo l'esplorazione condotta da me
e Angela, avevamo deciso di entrare attraverso l'ascensore
di sicurezza. Trenta secondi dopo, il nostro furgone
scese lungo la ripida rampa che immetteva nel parcheggio
sotterraneo del grattacielo. L'uomo alla sbarra ci fece segno
di passare senza neppure pensarci. I pulitori di vetri
passano sempre.
Scendemmo fino al secondo piano sotterraneo e ci fermammo
in uno spazio buio a una cinquantina di metri
dall'ascensore di sicurezza. Spegnemmo tutte le luci e nel
furgone si fece buio pesto. Ora dovevamo aspettare l'arrivo
del primo furgone portavalori della giornata. Il mio
orologio al tritio splendeva di un blu inquietante.
Un minuto.
Avevo fatto le mie ricerche. Quell'ascensore era una
specialit del posto. Poich il caveau si trovava al trentacinquesimo
piano, era complicato per la banca gestire le
consegne di denaro. La soluzione che avevano trovato era
un ascensore dedicato. Invece di far parcheggiare i furgoni
blindati in strada, con le guardie che avrebbero dovuto
trasportare i sacchi nell'atrio e prendere gli ascensori
normali, sui quali poteva salire chiunque, i furgoni arrivavano
nel seminterrato e i soldi venivano inviati su attraverso
quell'ascensore speciale. Era un sistema sicuro,
naturalmente. Il pozzo dell'ascensore era pieno di sensori
di movimento, perci nessuno poteva nascondersi sopra la
cabina. Inoltre si fermava solo al secondo piano interrato e
al trentacinquesimo, il che restringeva molto l'accesso. La
cabina era di acciaio temperato e conteneva un telefono
satellitare d'emergenza, che nel caso di una fermata inattesa
si collegava direttamente con la Royal Malaysian Police.
Il sistema aveva due cavi al cromo ad alta resistenza, una
chiusura di sicurezza magnetica e quattro freni d'emergenza
manuali, cos nessuno poteva introdursi nell'ascensore
e prendere i soldi. Infine, la soluzione migliore di tutte:
un impiegato della banca in cima e uno dei portavalori in
basso dovevano guardarsi attraverso una telecamera a circuito
chiuso e strisciare le loro tessere identificative nello
stesso momento esatto. Nessuno sarebbe potuto entrare,
se non la squadra delle consegne e il manager del caveau.
Avevo visto i progetti. Era uno degli ascensori pi sicuri
al mondo.
Ma quel giorno, sarebbe stato il nostro biglietto d'ingresso.
Il furgone era buio e soffocante. Joe batteva le unghie sul
fodero dei suoi grimaldelli. Era nervoso. Lo eravamo tutti.
Trenta secondi.
Sentimmo arrivare il blindato. Alzai la testa e guardai
dal finestrino di venti centimetri quadrati che si trovava
sul portello posteriore.
Era un modello vecchio, economico, con lo chassis di un
pick-up Ford F-550. Il parabrezza era diviso in due lastre
di vetro antiproiettile, e tutto il furgone aveva un rivestimento
d'acciaio spesso un centimetro abbondante. Nelle
fiancate e nelle portiere c'erano feritoie per sparare, anche
se non molte. Gli pneumatici erano a prova di buco,
ma non abbastanza da fermare un colpo di shotgun. Negli
Stati Uniti nessuna banca che si rispetti avrebbe usato
un veicolo simile, ma quella era la Malesia. Era il meglio
che erano riusciti a trovare. All'epoca, le consegne di
contanti non erano gestite con la tecnologia di adesso. In
cinque anni cambiano molte cose. Non c'erano le placche
magnetiche, n i segnalatori GPS, n le telecamere a colori
che rendono i furgoni blindati di oggi cos impenetrabili.
L'unica tecnologia di quel furgone era una radio nell'abitacolo,
quindi il veicolo poteva sparire per una mezz'ora
senza sollevare sospetti.
Dentro c'erano tre uomini: un autista, un addetto alla
consegna del denaro e una guardia. L'autista sarebbe rimasto
al volante, con il motore acceso, nel caso fosse stato
necessario allontanarsi in fretta. L'addetto ai soldi
avrebbe scaricato il denaro su un carrello, e la guardia gli
sarebbe stata accanto con l'arma sfoderata, per prevenire
qualsiasi problema. Avevamo fatto le nostre ricerche su
di loro. L'autista era l'elemento nuovo della squadra. Faceva
quel lavoro da meno di sei mesi e non aveva mai sparato
fuori dal poligono. Aveva i capelli cortissimi, come
una recluta di primo pelo. L'addetto ai soldi, invece, era
un professionista. Niente moglie o fidanzata, non vedeva
spesso la famiglia. Negli ultimi cinque anni non aveva fatto
altro, apparentemente, che consegnare denaro da una banca
all'altra. La guardia che lo proteggeva era il pi giovane
di tutti, ma aveva pi esperienza dell'autista.
Il veicolo si ferm, l'autista innest il freno a mano e lasci
il motore acceso. La guardia apr la portiera del passeggero
e scese. And sul retro del furgone e buss due volte
con le nocche. L'addetto ai soldi apr i portelli dall'interno
e gli gett ai piedi una grossa borsa blu, piena.
Dieci secondi.
Sentivo il ticchettare del mio orologio che scandiva il
tempo. Angela ansimava, accanto a me. Non era nervosa,
respirava in quel modo per ossigenare il sangue, cos da
essere pronta quando fosse arrivato il momento. Io tenevo
gli occhi incollati al furgone e all'ascensore.
L'addetto pass altre due borse di denaro alla guardia,
e l'uomo le impil l'una sull'altra. L'addetto spar
per un attimo alla vista e torn spingendo in modo impacciato
un carrellino gi dal furgone. L'autista si accese
una sigaretta e si chin in avanti per regolare l'aria condizionata,
quindi apr appena la portiera e mise fuori la
testa, per vedere a che punto erano gli altri due. Un attimo
dopo, l'addetto ai soldi salt gi con qualcosa che
non mi aspettavo: un grosso fucile mitragliatore nero
con mirino reflex, portato a tracolla sulla schiena. Non
l'avevamo previsto.
Cinque secondi.
Era un maledetto G36. Dopo gli elicotteri della polizia,
un'arma del genere era l'ultima cosa che volevamo vedere.
In poco pi di due secondi, poteva sparare trenta proiettili
Nato, in grado di trapassare i nostri giubbotti antiproiettile
di seconda mano e uscire senza fatica dall'altra parte.
Se non avessimo fatto ogni cosa alla perfezione, qualcuno
sarebbe morto. Trattenni il fiato.
Tempo scaduto.
Angela diede il segnale.
Vincent e Mancini saltarono a terra dal retro imbracciando
i fucili a canne mozze. Caricarono il blindato come
giocatori di football, gridando ordini alle guardie. Mancini
corse verso l'addetto ai soldi e Vincent verso l'autista.
Prima che avessero capito cosa succedeva, i nostri manovali
gli avevano gi puntato in faccia le armi.
- Non muovetevi! - grid Vincent in inglese, e subito
dopo in un malese sgrammaticato, per assicurarsi che
avessero capito. Premette la canna dello shotgun contro
la tempia dell'autista. L'uomo lasci cadere la sigaretta e
alz le mani immediatamente.
Gli altri due non si arresero cos facilmente. Mancini
aveva due bersagli e una sola arma, e l'addetto ai soldi aveva
il fucile d'assalto sulla schiena. Mancini si avvicin e
punt lo shotgun sulla guardia. L'altro ne approfitt per
cercare di afferrare il fucile a tracolla, ma prima che ci riuscisse
Mancini si spost a distanza ravvicinata e lo colp
in faccia con il calcio dello shotgun. Il naso dell'addetto
ai soldi esplose in un torrente di sangue, e l'uomo barcoll
all'indietro. Il fucile scivol sotto il furgone. L'altra guardia
alz le mani.
Hsiu e io saltammo gi dal nostro furgone.
Il compito di Hsiu era facile. Doveva tenere gli uomini
in ostaggio. Quando si pensa a degli ostaggi, la maggior
parte della gente immagina corde e manette, ma si tratta
di misure molto rozze per neutralizzare qualcuno. Pensate
quanta corda avremmo dovuto portare per legare una
trentina di persone, o anche soltanto quei tre. Hsiu aveva
una soluzione elegante. Un iniettore a pressione. E uno
strumento a forma di pistola, che invece di sparare proiettili
usa un getto ad alta pressione per iniettare le medicine
attraverso la pelle senza bucarla. Niente ago, niente sangue.
Il prodotto attraversa il derma e arriva all'istante nel
flusso sanguigno. Non c' bisogno di cambiare aghi, non
c' rischio di trasmettere l'Aids, non  necessario pulire
lo strumento dopo l'uso. L'iniettore a pressione semplicemente
funziona.
Hsiu corse dove Vincent aveva bloccato l'autista, gli
punt la pistola a pressione sotto il mento e premette producendo
un lieve rumore di aria compressa. In due secondi
il tranquillante fece effetto, e l'autista si irrigid come
se gli avessero sparato in testa. Un momento era cosciente,
il momento dopo era in coma. Il suo corpo penzolava
fuori dalla portiera.
Hsiu lanci l'iniettore a Mancini, il quale lo premette
sulla fronte dell'uomo col naso fratturato, sparandogli la
medicina in mezzo agli occhi. L'uomo barcoll e cadde a
terra. Mancini gett a me l'iniettore. Io presi per il colletto
il terzo uomo, lo spinsi contro la fiancata del furgone,
gli tolsi la pistola dalla cintura con la mano libera, e la
gettai lontano.
Tutto questo aveva richiesto quindici secondi.
Gli premetti l'iniettore contro il punto morbido del collo,vicino alla giugulare, e dissi: - Non voglio farti del
male, se non sono costretto. Voglio solo il denaro della
banca, che  assicurato. Non ti succeder nulla di male se
farai tutto quello che dico.  chiaro?
Lui mi fiss con un'espressione vuota.
- Qual  il nome del manager di turno oggi? - chiesi.
Lui cominci a blaterare in malese qualcosa che non
capii. La sua voce aveva un timbro stridulo che ricordava
il verso di una foca. Gli battei la testa contro il furgone,
per schiarirgli le idee. Fece una smorfia e chiuse gli occhi.
- So che parli inglese, - dissi.
- Ha detto che non vuole morire, - tradusse Hsiu.
- Allora deve comportarsi in modo da non farsi ammazzare,
- replicai. - Il nome del manager. Adesso.
Il giovane si irrigid. Era paralizzato dalla paura. Glielo
leggevo negli occhi, mentre mi fissava. Non aveva l'aria
di uno che pensava di stare per morire. Sembrava piuttosto
non aver compreso ci che gli stava accadendo. Fissava
l'iniettore che tenevo in mano come se lo vedesse in
un sogno.
Lo spostai dal collo al punto tra le sopracciglia.
- Ultima possibilit, - dissi.
- Si chiama Deng Onpang.
- Di che colore  la tessera d'accesso, oggi?
- Rossa.
- Grazie, - dissi.
Premetti il grilletto e gli sparai il tranquillante in mezzo
agli occhi, con il solito rumore di aria compressa. Lui barcoll
in avanti, toccandosi la fronte. Era sorpreso di non
essere morto. Un secondo pi tardi gli cedettero le ginocchia
e si accasci. Lo afferrai per impedirgli di battere la
testa e lo adagiai sul pavimento. Era gi andato.
Gli presi dalla cintura le tessere d'accesso e trovai quella
rossa. Non solo avevamo la stessa et, ma anche altezza
e peso erano simili. Gli presi il cappellino con il logo
dell'azienda e me lo misi in testa. Con la divisa addosso,
gli somigliavo parecchio. Il trucco era stato facile. Si trattava
soprattutto degli occhi. Avevo usato matita e nastro
adesivo per imitare la forma generale, e abbassai la visiera
del berretto per coprire i punti meno somiglianti. Avevo
usato un'autoabbronzante per adattare anche il colore della
mia pelle al suo. I capelli erano tinti di nero. Ci sarebbe
voluto un ottimo osservatore per notare le differenze. Ora
dovevo solo ingannare il manager dall'altra parte della televisione
a circuito chiuso.
Era il mio momento finalmente e dovevo convincere
Deng Onpang di essere la stessa guardia che lui vedeva
quasi tutti i giorni da tre anni, perch le porte dell'ascensore
si aprissero. Era il mio momento. Cercai di tenere a
mente il tono di voce del giovane, per non sbagliare davanti
al microfono. Con cappello e divisa potevo somigliargli,
ma ora dovevo muovermi e parlare come lui. Feci
un respiro profondo.
Premetti il bottone di chiamata. Il piccolo monitor accanto
all'ascensore si accese, mostrando il viso di un signore
attempato in giacca e cravatta. Lo salutai con una
frase in malese che avevo praticato almeno un migliaio di
volte, per pronunciarla con l'accento giusto.
- Kantung-kantung, - dissi. Significa borse.
- Quanto, questa volta? - rispose l'altro in inglese, con
tono allegro.
- Non lo so. Le borse sono chiuse e il foglio ce l'ha il
mio autista.
- Come sta sua moglie?
- Ci sono stati tempi migliori, - risposi.
Sollevai la tessera rossa e Deng Onpang fece lo stesso.
La strisciammo nello stesso momento.
- L'ascensore sta arrivando. Ci vediamo presto.
- Bene, - risposi. - Siamo pronti.
 
Capitolo 41.

Atlantic City.
Mi stavo dirigendo verso l'indirizzo che mi aveva dato
Marcus, quando uno dei telefoni cominci a squillare.
Allungai una mano sul sedile del passeggero e lo ripescai.
Il display non mostrava il numero del chiamante, bens la
scritta FBI in lettere blu. Aprii il cellulare e lo incastrai tra
guancia e orecchio.
- Si? - dissi. - Sei tu?
- Pronto, chi parla? - disse Rebecca Blacker.
Merda. Avevo dimenticato di essere passato alla voce
di John Grimaldi.
- Sono io, - risposi, riprendendo la voce di Jack Morton.
- La tua voce sembrava diversa.
- Conosci gli effetti di una bella doccia, no?
- Meglio di chiunque altro, - replic. - Ma ora sei nei
guai, Jack.
Non l'aveva detto in tono minaccioso, o serio, ma con
una specie di eccitazione, come se avesse appena fatto una
mossa astuta a scacchi. E da come l'aveva detto, compresi
che era lei la causa dei guai di cui parlava. La sua voce
aveva perso i toni bassi da fumatrice.
- La buona notizia  che mi rivedrai, - disse. - La cattiva
 che il dipartimento di polizia di Atlantic City ha appena
emesso un mandato di cattura a tuo nome.
- Cosa? E su quali basi?
- Sei ricercato in relazione a un doppio omicidio avvenuto
la notte scorsa. Nelle pianure salate sono stati trovati
due cadaveri con ferite da arma da fuoco. Entrambe
le vittime hanno ricevuto un proiettile in testa, uno dei
due quasi a bruciapelo. Lavoravano entrambi per la stessa
compagnia alla quale apparteneva l'auto che mi hai mandato
a ritrovare ieri notte. Perci, per estensione, tu sei
collegato ai due omicidi.
Sbuffai, sprezzante. - Basta cos poco, al giorno d'oggi,
per emettere un mandato di cattura? Io non sono neppure
mai entrato nelle pianure salate.
- Questa  una cosa seria, Jack. Hai ucciso tu quegli
uomini?
- Non mi piace uccidere, - risposi.
Rebecca si batt il telefono in testa. - Non importa se
il mandato non regger, - disse. - Il punto  che se voglio
trovarti ti trover. Ci saranno uomini che ti cercano
in ogni aeroporto e su tutte le strade. Entro tre ore ogni
auto della polizia avr una tua foto. Dopo altre tre ore,
ogni agente di polizia in sei stati conoscer la tua faccia.
- E dove diavolo l'hanno presa, una mia foto?
- Dalle telecamere dell'aeroporto.
Sorrisi. Rebecca Blacker stava giocando bene le sue
carte. Probabilmente era stata lei a richiedere il mandato.
Negli Stati Uniti la polizia deve avere una dichiarazione
giurata che provi una causa probabile, prima di poter
emettere un mandato d'arresto. Lei era l'unica che poteva
aver scritto una dichiarazione del genere, suggerito di
cercare la foto tra le riprese delle telecamere dell'aeroporto,
avermi messo in relazione con gli omicidi, o sapere che
mi trovavo ad Atlantic City. Mi aveva fatto inserire nella
lista dei ricercati cos non avrei avuto altra scelta che giocare
a modo suo. Era in gamba, dovevo ammetterlo. Ora
aveva qualcosa con cui minacciarmi se non avessi collaborato
alla sua indagine.
- Allora hai avuto sfortuna, - dissi. - Jack Morton ha
gi lasciato la citt.
- Stronzate.
- Va bene, mi hai incastrato, - dissi. - Ora cosa vuoi?
-  mio dovere chiederti dove ti trovi.
- Non te lo dir.
-  mio dovere chiederti anche di costituirti.
- Un'idea che mi piace ancora meno dell'altra. Basta con
la recita, va bene? Hai un mandato d'arresto a mio nome.
Congratulazioni. Ora hai la posta per giocare. Ma se volevi
davvero che la polizia mi trovasse, perch non hai fatto
una triangolazione su questo numero, invece di chiamarmi?
Sei una donna intelligente. Non mi avresti telefonato
se non volessi propormi un accordo. Quindi proponilo.
- Come sai che non ho gi triangolato il tuo telefono?
Guardai il cielo dal parabrezza. - Non sento gli elicotteri,
- risposi.
- Potrei aver chiamato delle auto di pattuglia.
- Vorrebbe dire che non ti stai impegnando.
- Va bene, ecco l'accordo. Voglio che tu venga all'ufficio
locale dell'FBI, immediatamente. Se mi fornirai tutto
l'aiuto di cui ho bisogno per risolvere il caso del Regency,
in cambio far in modo che i due cadaveri nelle pianure
salate vengano considerati come legittima difesa. Se non
fai come dico, ti troverai addosso una condanna per due
omicidi di primo grado.
- Non mi vedrai mai dentro una cella, - dissi. Non intendevo
sembrare presuntuoso, ma mi usc d'impulso e me
ne pentii subito. Intendevo solo dichiarare come stavano
le cose. Non ero mai stato arrestato prima, e di sicuro non
sarei finito in galera perch la polizia mi cercava sulla base
di un mandato poco plausibile. Se Rebecca voleva vedermi
in manette, avrebbe dovuto mettermele di persona.
- Spero che tu capisca in cosa ti stai mettendo, - disse
Rebecca.
- La polizia non mi spaventa.
- Non parlo della polizia. Le vittime appartenevano
all'organizzazione criminale di Harrihar Turner. Stamattina
pensavo che tu avessi solo bruciato una delle sue auto.
Ora i suoi uomini cadono come mosche. Hai un'idea
di cosa abbia fatto quell'uomo in passato?
- Ho sentito alcune storie, - dissi. - Come potresti far
cadere l'accusa e ridurre tutto a legittima difesa?
- Quei due in passato sono gi stati sospettati di aver
sepolto qualcuno nelle pianure salate.
- Allora immagino di non essere costretto a darti nulla.
- Se vieni qui, posso proteggerti.
- Sono lusingato, - dissi. - Ma me la cavo bene da solo.
Ti chiamo pi tardi e potremo vederci. Ma non entrer in
una sede dell'FBI e non ho intenzione di costituirmi. Sono
soltanto un cittadino interessato.
- Non pi. Ora sei un ricercato.
- E devo ringraziare te per questo. Fai emettere mandati
d'arresto per tutti gli uomini che incontri?
- Solo per quelli che voglio accalappiare.
- Bene, - conclusi. - Ci sentiamo dopo.
- Se non mi chiami, per te sar un inferno.
Gettai il telefono dal finestrino, oltre il guardrail. Dannazione,
Rebecca Blacker era in gamba. Guardai l'orologio.
Mezzogiorno.
Ancora diciotto ore.
 
Capitolo 42.

I quartieri di case popolari non sono stati progettati per
sembrare quello che sono, ma per sembrare qualsiasi altra
cosa: zone residenziali, complessi edilizi, edifici di appartamenti,
eccetera. Un appartamento in un edificio di propriet
del governo  un buon affare, quando l'alternativa
 una baracca, anche se privata. Ma una casa popolare 
sempre una casa popolare. Basta avvicinarsi e si sente la
puzza. L'isolato di edifici governativi tutti uguali era separato
dal resto della strada da una fila di bassi pini e da
un parco giochi con trucioli di legno al posto della sabbia.
Poco pi avanti, un cartellone pubblicitario per prestiti
veloci ombreggiava una fila di cassonetti della spazzatura.
Qualcuno aveva rotto tutti i lampioni. Spesso un brutto
quartiere di giorno ha un'aria normale, ma la gente che
ci vive sa cosa vi succede. Il parco giochi era vuoto come
una zona di guerra.
Il rifugio di Ribbons era un hotel economico accanto a
una pizzeria. L'insegna, di fronte ai bidoni della spazzatura,
era stata dipinta dalla stessa mano che aveva dipinto
quella della pizzeria. Hotel Cassandra, tiv a colori, tariffe
settimanali. A quanto potevo vedere, non c'era nessuna
reception. Sulla porta erano incastonate fessure per la
posta con dei nomi scritti a mano. I graffiti sulle pareti
imbiancate sembravano arte moderna di dubbio gusto. Le
finestre al pianterreno avevano le sbarre.
Anche i delinquenti ricchi si servono di rifugi economici.
I poveri riescono a mantenere l'anonimato meglio dei
ricchi. I padroni di casa dei poveri non chiedono buste paga,
referenze, foto tessera in doppia copia. Vogliono solo
denaro contante e due settimane di anticipo.
Entrai.
La stanza di Ribbons era al primo piano, dopo una breve
rampa di scale e un corridoio polveroso con una lampadina
fulminata. Il suo numero era inchiodato proprio sopra
lo spioncino. Intorno alla serratura c'erano delle fessure:
qualcuno con un cacciavite molto lungo e una notevole forza
muscolare aveva cercato di forzare la porta. Il legno intorno
alla serratura aveva ceduto per primo, poi la spranga
di metallo era uscita dalle sue guide. Tutto si schianta, se
si applica abbastanza forza. Feci un passo indietro.
La polizia non apre le porte con cacciaviti di novanta
centimetri. Quando arrivano con un mandato di perquisizione
e la persona non  in casa, entrano con una chiave
di riserva che si sono fatti dare da un vicino o dal padrone
di casa. In mancanza di quell'opzione, a volte usano un
estintore o un ariete per sfondare la porta, ma lo fanno solo
come ultima spiaggia, e comunque la porta si spacca in
modo diverso. No, non era stata la polizia a forzare quella
porta. Qualcun altro era arrivato prima di me.
Guardai a destra e a sinistra lungo il corridoio. Aprendo
una porta sprangata con una leva si produce un sacco
di rumore. Abbastanza da attirare l'attenzione delle stanze
vicine. In quella dall'altra parte del corridoio sentivo
un televisore acceso. Ormai nessuno chiama pi la polizia.
Si sa che non serve.
Estrassi la pistola di John Grimaldi e controllai il silenziatore,
poi spinsi lentamente la porta con il piede sinistro.
Gir pigramente sui cardini, con un suono simile a
unghie su una lavagna. Scrutai l'interno prima di entrare.
Dopodich esplorai la stanza principale, poi il bagno e la
cucina. Non c'era una stanza da letto. La stanza principale
aveva una brandina pieghevole davanti al vecchio televisore
a colori. Le sbarre verticali alle finestre proiettavano
lunghe ombre sul pavimento. Controllai anche l'armadio
a muro e il frigo.
Non c'era nessuno.
Riposi la pistola e chiusi la porta.
Ribbons era stato meticoloso. Immaginavo che il suo rifugio
fosse un casino di rotoli di carta, contenitori di pizza
e lattine di birra. Invece era tutto vuoto e pulito come la
cella di una prigione. Le pareti erano nude e i vestiti erano
dentro una piccola borsa da viaggio Samsonite nera sul
pavimento. Le lenzuola erano arrotolate ai piedi del letto e
la spazzatura era in sacchi chiusi e legati accanto alla porta.
Il posto puzzava di ammoniaca e Lysol, come se fosse
stato appena pulito. Cominciai la perquisizione. Tolsi le
lenzuola dalla branda, tirai fuori tutti i cassetti dall'armadio.
Andai in cucina. C'era un fornello elettrico accanto
al frigo e una padella nell'acquaio, con accanto due scatole
vuote: brodo di pollo con pasta. I cassetti della cucina
erano tutti vuoti. Niente posate, a parte una forchetta,
un coltello e un cucchiaio. Poi passai al bagno. Accanto
al lavandino c'era una scatola piena di lamette, ma niente
rasoio o schiuma da barba. Nella doccia c'era un pezzo di
sapone nuovo. Sotto il lavandino trovai un flacone di detergente
e due rotoli intonsi di carta igienica. Sullo specchio,
incastrata tra il vetro e la cornice, vidi la foto di una
donna nera anziana, probabilmente la madre di Ribbons,
e il biglietto da visita di un agente immobiliare, con sopra
un numero in inchiostro blu. Lo presi e lo girai. Sul retro
c'era scritto: Blue Victorian, Virginia.
I drogati conoscono ogni sorta di possibili nascondigli.
I negozi specializzati vendono barattoli che sembrano normali
articoli casalinghi, ma contengono comparti segreti.
Ho visto flaconi di schiuma da barba realmente pieni di
schiuma, ma con un doppio fondo per nascondere la cocaina.
Un appartamento  una miniera di nascondigli. Dietro
il frigorifero. Sotto il cassetto delle verdure. Nello sciacquone
del water. Dentro un lampadario. Feci un inventario
e verificai punto per punto. Tornai nella stanza principale
e controllai la borsa da viaggio di Ribbons. Non provai
neppure a cercare la combinazione del lucchetto. Misi la
borsa sul letto e tirai la cerniera fino a romperla.
Dentro trovai un revolver Colt trentotto di scarsa qualit.
Un vecchio modello, nero opaco, con il cane limato.
Le chiamano pistole da cuscino. Il cane deve essere limato
per bene, per evitare che si agganci a qualche filo di
tessuto del cuscino, con il rischio di farti saltare la testa
mentre dormi. Il calcio era avvolto in due strati di nastro
adesivo. Sotto le finiture si vedeva la ruggine dovuta ad
anni di incuria. I numeri di serie erano un ricordo lontano.
Aprii il tamburo a sei proiettili e gettai i bossoli nella
spazzatura. Accanto alla pistola c'era un cilindro nero del
diametro di una lattina di Coca-Cola e lungo il doppio.
Era pesante, con quattro grossi fori, tre da un lato e uno
dall'altro. Lo riconobbi immediatamente.
Era un silenziatore Uzi.
In realt un vero silenziatore non esiste, perch una
pistola fa sempre rumore. I gas in espansione che spingono
il proiettile rompono il muro del suono all'uscita dalla
canna. Il silenziatore ne raffredda e assorbe una parte,
cos lo sparo fa meno rumore. Anche un ottimo silenziatore,
comunque, non produce quel piccolo rumore simile
a uno sputo che si sente nei film. Somiglia pi a un colpo
di frusta, o a un elenco del telefono che cade sul pavimento.
Lo scopo di un silenziatore non  tanto quello di
ammazzare qualcuno senza rumore, ma di evitare che chi
spara diventi sordo.
Sotto il silenziatore c'erano vari vestiti. Una felpa e
i pantaloni di una tuta. Un berretto di lana. Maglietta
e pantaloncini da basket. Un paio di scarpe da ginnastica
consumate. Due paia di jeans. Chiusi la borsa e diedi
un'altra occhiata all'appartamento. Niente telefono, niente
computer. Niente soldi. Niente borsa di effetti personali.Controllai le tasche dei vestiti, trovandole tutte vuote.
Ribbons rispettava il suo rifugio.
Ma non ci aveva vissuto a lungo. Persino i criminali pi
incalliti appendono poster alle pareti e tengono uno spazzolino
da denti di riserva in una tazza vicino al lavandino.
Ribbons non aveva neppure tirato fuori i vestiti dalla borsa.
L'aveva lasciata pronta accanto al letto, per potersene
andare senza perdere un secondo.
La sua casa somigliava alla mia.
Presi un cellulare e composi un numero. Premetti il tasto
verde ma non ci fu nessuno squillo. Apparve il segnale
di numero inesistente. Controllai di aver digitato bene.
Sembrava che il suo agente immobiliare non volesse essere
trovato. Stavo per rimettere in tasca il telefono, quando
mi colp un pensiero.
 difficile descriverlo. Stavo per uscire dall'appartamento
di Ribbons senza avere nulla in mano, e un attimo dopo
mi apparve nella mente una sorta di rapida proiezione
di diapositive. Piccoli pezzi di informazioni apparivano e
scomparivano cos in fretta che facevo fatica a ricordarli.
La mappa della citt che avevo imparato a memoria. Le
pasticche e i soldi nello zaino d'emergenza di Ribbons. I
telefoni prepagati. Il cucchiaino piegato da eroinomane
nella Dodge. I numeri scritti sul retro del biglietto da visita
dell'agenzia immobiliare. La Uzi e il suo silenziatore
lasciati in due posti diversi. La storia della bambina raccontata
dal Lupo. Virginia.
Feci il numero di Marcus.
Il telefono squill e rispose la familiare voce del Midwest.
- Qui il Vive Star.
- Qui l'ombra. Sto cercando Marcus.
Udii rumore di passi e tintinnio di stoviglie mentre l'uomo
portava il telefono in un'altra stanza. Quando finalmente
Marcus parl, dalla voce mi sembr che fosse sul
punto di crollare. - Jack? - disse.
- Marcus. So dove sono i soldi.
 
Capitolo 43.

Ecco come gli spiegai la faccenda. Ogni casa in vendita
negli Stati Uniti ha un numero. Non solo un indirizzo
stradale, ma una specie di codice, detto MLS, acronimo di
Multiple Listing Service. Quando un agente immobiliare
mette una casa sul mercato, le viene attribuito un numero a
sei o sette cifre che permette a ogni altro agente degli Usa
di vederla nel database. Per esempio, un agente immobiliare
che vive a Philadelphia pu vedere le case in vendita
ad Atlantic City senza doverci andare di persona.
Tuttavia, da quando l'economia  andata in malora, sul
mercato ci sono centinaia di migliaia di case che nessuno
vuole. Tutti vendono e nessuno compra. Questo vale soprattutto
per le case pignorate. Restano l con il loro cartello
In vendita per qualche anno, poi cominciano a marcire.
E una casa abbandonata  il posto perfetto per nascondersi
dopo una rapina. Le persone che ci vivevano sono andate via
da tempo, e dopo un certo periodo  quasi impossibile che
qualcuno venga a vederla per comprarla. Pu essere difficile
trovarne una con poco preavviso, ma  facile se conosci
la persona giusta: un agente immobiliare o un impiegato di
banca disposto ad affittarla in nero per un breve periodo.
Le sette cifre sul retro di quel biglietto da visita non
erano un numero di telefono. Erano il codice di una casa.
E Virginia non  solo uno stato,  anche il nome di una
strada di Atlantic City.
- Ma hai qualcosa che comprovi questa tua teoria? -
chiese Marcus.
- Vado a controllarla subito.
- Non voglio promesse. Voglio sentire che hai trovato
i soldi e poi voglio sentire il motore del jet sulla pista.
- Non ci vorr molto, - dissi. -  il tipo di posto dove
andrei anch'io, dopo un colpo.
- Ma tu non sei Ribbons. Tu sei in gamba.
- Non c' bisogno di ricordarmelo.
Udii che si mordeva il labbro. Poi disse: - Il Lupo ti ha
dato altri problemi?
- Da qualche ora non pi.
- Fammi sapere se succede qualcosa. Voglio chiudere
con la costa orientale appena possibile.
- Ho capito.
Chiusi il telefono, tolsi la batteria e la gettai in un bidone
della spazzatura lungo il corridoio. Spezzai a met il
telefono e gettai i pezzi in uno scolo.
Risalii in macchina, misi in moto e accesi il navigatore
sul cruscotto. Volevo essere certo di dove stavo andando.
Premetti i tasti e scrutai la citt dall'alto. Guardai
Virginia Avenue in lungo e in largo, poi presi un altro
telefono dalla borsa e lo accesi. Appena il display si illumin
feci il numero del Lupo. Lo udii squillare. Una,
due, tre volte.
- Pronto?
- Pronto, chi parla?
Non era il Lupo. Era una voce spessa e rauca. C'era poco
campo. Attesi che la connessione migliorasse, ma rest
uguale. Sentivo solo il rumore della mia macchina e il
brontolio di quella voce maschile.
- Chi cazzo ? - disse la voce.
- Sono l'ombra. Voglio parlare con il Lupo.
- Lui non vuole parlare con te. E quando ti trova ti
spacca tutte le dita con un martello.
- Vuole parlarmi, credimi.
- Sei un morto che cammina, lo sai?
- S. Ma sono un morto ricco.
Silenzio.
Il tizio rifletteva, ansimando al telefono. Un attimo dopo
sentii il rumore del microfono sfregato contro un tessuto.
Pochi secondi dopo il telefono cambi di mano con
un suono secco e udii un altro respiro.
- Cosa vuoi? - disse il Lupo.
- Voglio proporti un accordo.
 
Capitolo 44.

Nel silenzio che segu, udii qualcuno che parlava a bassa
voce. La connessione era pessima e non riuscivo a distinguere
le parole, ma sembrava che il Lupo parlasse con
qualcun altro nella stanza, tenendo coperto il telefono
con una mano.
Poi torn in linea e disse: - Evidentemente hai fretta
di morire, Ombra.
- Posso dirti quello che ho in mente?
- No, stronzo. Credi di poter uccidere due dei miei uomini
e mandarne un altro in ospedale, distruggermi due
auto e uscirne vivo? Hai commesso il tuo ultimo errore.
Ti getter io stesso nella palude salata.
- Come ho gi detto, voglio proporti un accordo.
- Hai dieci secondi. Poi appendo e dico ai miei uomini
di portarmi il tuo cuore in un barattolo da conserva.
- Ho qualcosa che vuoi anche tu, e voglio offrirti la possibilit
di prenderlo. Devi fare un patto con me, altrimenti
dovrai affrontare serie conseguenze. Se lavori con me,
vinci. In caso contrario, perdi.
- Cosa ti fa pensare che stringer un accordo con te,
dopo quello che hai fatto?
- Perch io so dove sono i soldi, e tu sei un uomo intelligente.
- Un uomo intelligente ti pianterebbe un proiettile in
mezzo agli occhi senza perdere tempo, - disse il Lupo.
- Saprebbe che sei troppo pericoloso e ti toglierebbe di
mezzo prima che tu uccida qualcun altro.
- Allora ti dar un altro motivo.
- Quale?
- Vuoi distruggere Marcus pi di quanto tu voglia punire
me. E io sono la tua migliore possibilit di riuscirci.
- Sei convinto di un sacco di cose, Ombra.
- Ma non mi sbaglio.
Ci fu un altro breve momento di silenzio. Nonostante
il linguaggio violento, il Lupo era un uomo razionale e intelligente.
I commenti al vetriolo gli servivano per prendere
tempo e pensare. Sapeva che avevo ragione. Non ero io
il suo problema pi grande. Se fosse riuscito a inimicarmi
Marcus, avrebbe dimenticato in un secondo di aver perso
tre uomini e due macchine.
- Hai una voce diversa, - disse il Lupo.
- L'ho cambiata.
- Bene. Dimmi cosa vorresti.
- Duecentomila dollari in contanti o in titoli al portatore.
Lui represse una risata. - Sei fuori di testa, stronzo.
- Questa  la mia offerta.
- Hai un concetto troppo alto di te. Potrei essere disposto
a lasciarti in vita, in cambio della testa di Marcus,
ma nient'altro.
- Minacciandomi di morte non arriverai da nessuna parte.
Mi sono liberato dei tuoi uomini senza problemi. E non
credo che riusciresti a prendermi neppure se mettessi sulle
mie tracce tutti gli uomini della tua organizzazione. Perci,
se vuoi Marcus fuori dai piedi, devi pagarmi duecentomila
dollari. Altrimenti seppellisco i soldi, lascio esplodere la
carica in un buco da qualche parte e me ne vado come se
non fosse successo niente. Questa  la mia offerta.
- Preferisco vederti morto.
- Allora non abbiamo altro da dirci. Manda i miei saluti
a Marcus dalla galera. Far in modo che il colpo al
Regency sia attribuito a te.
- E come credi di riuscirci?
- Posso nascondere il denaro in un posto molto importante
per te. Cos, quando esplode, i poliziotti caleranno
sulla tua organizzazione come angeli nel giorno
del giudizio.
- Credi di potermi ricattare?
- S, - risposi. - Credo di s.
Il Lupo rest in totale silenzio, cosa strana per lui. Non
aveva solo smesso di parlare, ma anche di respirare.
- Pronto? - dissi.
- Te ne do centomila.
- Duecento. E meno di un quinto del bottino totale.
Non costringermi a fare il duro, Harry. Io non ho un problema
al mondo. Ho gi preso i soldi. Non provocarmi.
-  una minaccia?
- Dipende dalla tua controproposta.
- Posso darti cinquantamila dollari stasera, e altri cinquantamila
luned. Darti di pi sarebbe sconsiderato.
- Col cazzo, - dissi. - Io non resto in questo buco di
merda fino a luned. Duecentomila stasera o me ne vado.
- Le banche sono chiuse, Ombra. Non posso prendere
i soldi finch non aprono. Non tengo somme del genere
in casa.
- Davvero? Saresti il primo narcotrafficante della storia
senza soldi in casa. Sai che i colombiani devono addirittura
costruire delle case per immagazzinare i contanti? Hai
sentito il mio prezzo. Ora basta con le stronzate.
- Centocinquanta stasera, ma niente di pi. Se vuoi di
pi, va' all'inferno.
Restai in silenzio per qualche secondo.
- Va bene, posso accettare, - dissi.
Il Lupo emise un suono a met tra un sospiro e un grugnito.
- Vieni alla mia suite al Regency tra qualche ora. Ti
aspetter con i soldi.
- Hai una suite al Regency? Che coincidenza.
- Sembra che non ti fidi di me.
- Il tuo uomo ha appena detto che vuoi rompermi tutte
le dita con un martello. Certo che non mi fido. Non mi
fiderei nemmeno a chiederti che ora .
- Possiedo uno strip club abbandonato, all'angolo tra
Kentucky Avenue e Martin Luther King Boulevard. Possiamo
incontrarci l.
- Il posto lo scelgo io, - dissi.
- Le cose che puoi negoziare sono finite, Ombra, - disse
il Lupo. - Smettiamola con questo gioco, okay? Faremo
il nostro affare come dico io oppure niente. Se credi
di avermi intimorito ti sbagli di grosso. Porta il bottino al
mio club, da solo, o la prossima volta mi vedrai attraverso
una nuvola di vernice spray e un sacchetto di plastica.
Allora, accetti o non accetti?
Restai in silenzio, solo per farlo aspettare.
- Hai fatto un affare, - dissi poi.
 
Capitolo 45.

La casa di Ribbons era una villetta nella parte nord di
Virginia Avenue, a quindici isolati dalla Boardwalk. Non
ci volle molto per trovarla. Sapevo che non poteva essere
a pi di venti isolati dal Regency e sapevo dove cercare. Il
quartiere era stranamente carino. Se ci fossi passato per
altri motivi, non avrei mai immaginato che Ribbons fosse
finito l. La strada era larga e senza buche, le siepi di conifere
accanto al marciapiede frusciavano al soffio della
brezza. Era un quartiere dove viveva gente con lavori veri.
Gente che aveva l'assicurazione sanitaria, i contributi
per la pensione, i bambini che giocavano in cortile. Ribbons
si era nascosto in piena vista. Aveva scelto un posto dove
nessuno sarebbe andato a cercare un tossico fuori di testa
con uno o pi proiettili in corpo.
Guidai su e gi lungo la strada, finch individuai la casa
vittoriana blu. Parcheggiai dal lato opposto della strada
e quando scesi strinsi gli occhi per ripararmi dal sole. La
casa in s era orrenda. Una volta doveva essere stata una
grandiosa villa estiva, ma della bellezza passata non restava
nulla. La porta d'ingresso aveva una lastra di compensato
inchiodata sopra, cos come quasi tutte le finestre.
Un grande cartello Vendesi in legno era piantato
sul prato dietro la cassetta della posta, ma stava marcendo
per l'erosione salina ed era coperto di graffiti, tanto che il
nome dell'agenzia era illeggibile. La vernice della casa era
scrostata quasi del tutto, e le finestre al primo piano erano
rotte e aperte agli elementi. Emisi un fischio basso.
Era il posto perfetto per nascondersi.
Io sono un intenditore di nascondigli. E quello era ottimo.
Prima di tutto, era una casa privata, quindi protetta
per legge contro le perquisizioni. Ribbons poteva
stare li per giorni e nessuno l'avrebbe notato. Inoltre, non
c'era una pista di documenti che conducesse fin li. L'unica
persona che poteva collegare Ribbons a quella casa era
l'agente immobiliare che aveva pagato sottobanco per avere
l'indirizzo. Terzo, non quadrava con il suo profilo. Era
in un quartiere un po' troppo bello per attrarre da parte
della polizia quel tipo di attenzione che poteva rovinare
tutto. Era davvero perfetto.
E la Mazda Miata verde bosco del 2009 era parcheggiata
fuori.
Quella macchina aveva passato un inferno. I fanali anteriori
erano spaccati, e sulla fiancata sinistra c'era un'ammaccatura
lunga come una scrivania. Era nascosta a met
dai cespugli, e messa in modo che la targa non fosse rivolta
verso la strada. Sul finestrino dalla parte del conducente
vidi piccole tracce di sangue. L'auto era li, ma Ribbons
no. Era almeno riuscito a entrare. Anche a me avrebbe
dato molto fastidio crepare in una macchina giapponese.
Mi avvicinai e diedi un calcio alla porta, abbastanza forte
da spaccare la serratura. Praticamente la porta si sollev
dai cardini. Con altri due calci cedette e si apr.
Come ho detto, una volta doveva essere stata una bella
casa. La carta da parati era costosa, con un disegno a fiori,
foglie e frutti. Lungo i soffitti, si snodavano in tutte
le direzioni modanature a stucco color prugna raffiguranti
viticci. Tutto molto signorile, ma le pareti erano scure,
con macchie marroni e infiltrazioni di umidit, e le luci
erano tutte rotte. In un angolo qualcuno aveva scritto con
la vernice spray: Nulla  pi forte dell'abitudine.
Dentro era buio e caldo e umido e marcescente. Un
pulviscolo fitto indugiava nell'aria, e gli occhi ci misero
qualche secondo ad adattarsi al buio. Sollevai l'interruttore
della luce pi vicino, ma non successe nulla.
C'era una pista di sangue scuro secco sulla moquette.
Appena vidi il sangue, sentii anche l'odore. Un misto
di pesce marcio, escrementi e polvere da sparo. Le gocce di
sangue si infittivano verso il centro della casa, lungo un
breve corridoio e oltre un armadio a muro e un bagno. Era
come se qualcuno avesse dipinto una lunga striscia rossa
sul pavimento.
Ribbons.
Il kalashnikov era poggiato contro lo stipite della porta.
La camera di scoppio era sporca di sangue e coperta di
residui di polvere da sparo. Lungo la pista insanguinata
erano disseminate varie altre cose. Un guanto di lattice.
Il caricatore di una Colt 1911. Un proiettile calibro 7,62.
Un passamontagna nero.
Lui era l.
Ed era ancora vivo.
 
Capitolo 46.

Quando lo trovai, Ribbons sembrava pi un cadavere
che un essere umano. Aveva gli occhi appannati e il respiro
corto. Il petto che saliva e scendeva era l'unico segnale
che fosse ancora vivo. La voce era un sussurro roco.
- Acqua, - disse.
Era poggiato contro una parete del soggiorno, in una
pozza di sangue. Il giubbotto di kevlar e la felpa erano inzuppati.
Il viso era livido e i piedi gonfi. Aveva un'espressione
pacifica, ma dagli occhi gocciolava un pus verdastro.
Il proiettile lo aveva colpito una quindicina di centimetri
sopra l'ombelico, bucando il giubbotto antiproiettile.
Altri due colpi erano rimasti bloccati nel kevlar. I pezzi
di piombo schiacciati sporgevano dalle placche in titanio.
Una lunga striscia di sangue correva lungo il muro dove
Ribbons era caduto, finendo nella sua posizione attuale. Il
sangue stava diventando nero, da quanto era secco.
La maggior parte delle persone che si beccano un
proiettile nel petto non sopravvive pi di un quarto d'ora.
L'acido cloridrico presente nello stomaco passa nel sangue,
causando uno shock che uccide in fretta. La vittima va in
coma e muore pochi minuti dopo. Il proiettile di Ribbons
evidentemente non aveva raggiunto lo stomaco. Il giubbotto
l'aveva rallentato a sufficienza, e si era fermato nello
strato di grasso senza raggiungere gli intestini. Era ancora
incastrato nell'addome, e penetrava sempre pi a fondo
man mano che lui respirava.
Forse venti ore prima un chirurgo molto bravo avrebbe
potuto salvarlo. Adesso no. Il suo viso aveva gi perso
colore. E la materia che gli si formava ai lati degli occhi
era un segno di infezione. Cos come il suono che usciva
dai suoi polmoni. Ora, Ribbons stava solo aspettando di
morire.
- Poliziotto? - mormor.
- No, - dissi. - Mi ha mandato pap.
- Acqua, - disse di nuovo. - Per favore.
Io restai immobile.
- Acqua.
Guardai lungo il corridoio. Mi dissi che stavo cercando
i soldi, ma non era cos. Se i soldi fossero stati nel corridoio,
li avrei visti prima.
- Acqua, per favore.
Il viso di Ribbons era rigato di sangue secco e le sue
mani ne erano piene. Le labbra erano asciutte come sabbia.
Mi fiss negli occhi, e il suo sguardo era fermo. - Per
favore, amico.
- Dove hai messo i soldi, Ribbons?
- Per favore.
- Prima i soldi.
Lui non disse nulla. Mosse le dita e indic il corridoio.
Mi alzai e seguii il gesto, fuori dalla stanza, lungo il corridoio,
verso la porta d'ingresso, spingendomi pi a fondo
in quella casa silenziosa. La stanza da letto aveva ancora
una rete e un cassettone, ma si sentiva il vuoto. Le ombre
mi mettevano a disagio. Ribbons non aveva mai avuto la
possibilit di vivere l. Quel posto non aveva un'anima.
Mi inoltrai nel buio a tastoni. Dalle crepe nel compensato
sopra le finestre la luce entrava come raggi laser. In
lontananza udivo le auto che passavano sulla statale.
I soldi erano nell'armadio a muro.
Seppi di cosa si trattava senza bisogno di aprire la borsa
di nylon blu macchiata di sangue. La presi e mi avviai
verso l'uscita, ma mi fermai prima di arrivarci. Dal punto
dove si trovava, Ribbons riusciva appena a sollevare la testa
per guardarmi. Era come se fosse schiacciato dal peso
di mille mattoni, e ogni pi piccolo movimento richiedesse
uno sforzo monumentale. Le sue labbra si muovevano,
ma senza emettere suono. Pregava, forse.
- Acqua, - disse.
- Va bene, ora ti porto l'acqua.
Lo lasciai solo per un minuto. La cucina era a due porte
di distanza, accanto alla sala da pranzo. Aveva anche un
angolo per la colazione. Mi inoltrai nel buio, aprii il rubinetto,
che emise dei borbottii, poi usc l'acqua. Aprii i
cassetti ma erano tutti vuoti. Misi le mani a coppa e le riempii
d'acqua. Tornai alla stanza sul retro. Ribbons contrasse
le dita, vedendomi.
- Per favore, - disse.
Imprecai e mi inginocchiai accanto a lui, nella pozzanghera
di sangue e vomito. Gli tenni le mani vicino alle labbra
e lui bevve, facendosi gocciolare l'acqua sul mento. Bevve
avidamente e ne chiese ancora. Feci un altro viaggio andata
e ritorno dalla cucina. Non dicevo nulla, lo guardavo
bere e basta. Quando fin restammo in silenzio per un po'.
La vecchia casa emetteva cigolii e sussurri. Lui cercava di
tenere gli occhi fissi su di me.
Poi disse: - Buco.
- S, - replicai. - Un proiettile ha bucato il kevlar. Stai
morendo.
Lui scosse la testa. Contrasse di nuovo le dita. Seguii il
suo sguardo fino a una borsa nera in un angolo, fuori dalla
sua portata.
- Buco, - sussurr.
Tirai la borsa verso di me. Dentro c'erano tre caricatori
pieni per il fucile mitragliatore, una scatola di guanti in
lattice e una siringa. Con un gesto lento e doloroso lui
indic la tasca laterale. Dentro c'era una busta di plastica
di quelle per congelare i cibi, chiusa con un legaccio. Dentro
la busta, qualche briciola di una sostanza marrone, che
sembrava pasta da dolci.
- Buco, - ripet Ribbons.
Stavo guardando mezzo grammo di eroina.
- Per favore, - disse lui.
Ci sono poche cose al mondo che odio pi dell'eroina.
La odio pi della gente che vende i bambini ai pervertiti.
Pi di uccidere una donna, pi della sensazione che mi
prende quando sono restato solo per troppo tempo e devo
guardarmi allo specchio ed esercitarmi finch le mie parole
suonano di nuovo umane. Ma adesso eccola l. Nelle
mie mani.
Ribbons mi stava chiedendo di ucciderlo.
Un buco di eroina gli sarebbe stato fatale. Aveva perso
troppo sangue, il suo organismo non lo avrebbe sopportato.
Una dose normale gli avrebbe fatto un effetto doppio,
come bere una intera bottiglia di tequila dopo aver donato
il sangue. Anche una piccola quantit di roba poteva causargli
un'overdose, o come minimo rallentargli il respiro.
Ribbons sarebbe soffocato sotto il suo stesso peso. Se lo
avessi lasciato li a sanguinare sul pavimento, forse sarebbe
andato avanti altre sei o sette ore. Se gli avessi iniettato
l'eroina, sarebbe morto in pochi minuti. O secondi, se
avessi sbagliato la dose. E ovviamente l'avrei sbagliata.
Non avevo mai preparato una dose di eroina nella mia vita.
Ribbons non mi tolse di dosso gli occhi iniettati di sangue
neppure per un momento. Respirava con un orribile
suono gorgogliante.
- Se ti do questa roba, - dissi, - non servir ad attutire
il dolore. Hai perso troppo sangue. Sarai morto ancora
prima che io tiri fuori l'ago.
La sua voce era un sussurro roco. - Per favore, amico.
Presi la pistola col silenziatore e gliela puntai alla testa.
A quella distanza un solo proiettile avrebbe messo fine
alle sue sofferenze, prima che si rendesse conto di cosa
stava accadendo. Sarebbe morto all'istante. Premetti
la canna nel punto morbido in mezzo agli occhi, per fargli
capire cosa gli stavo offrendo.
Ribbons scosse la testa.
- Per favore, - mormor. - Buco.
Esitai. Piantargli un proiettile in testa per me non era
un problema, ma quello che chiedeva s. Avevo gi ucciso
delle persone, sapevo come sarebbe andata. Il grilletto
avrebbe opposto resistenza, poi avrebbe ceduto, il cane
avrebbe colpito il proiettile, la canna avrebbe emesso un
latrato e il cervello di Ribbons sarebbe schizzato sul muro.
Come premere un interruttore. Non l'avrebbe neppure
sentito. Un'overdose mortale era tutta un'altra cosa.
Non sapevo quanto tempo ci sarebbe voluto. Non sapevo
quanta roba dargli. Non me la sentivo. Mi dissi che non
volevo incasinare tutto, ma non era il vero motivo per cui
non volevo farlo. Non era affatto il vero motivo.
Mia madre era morta di overdose da eroina.
Ribbons sussurr qualcosa di incomprensibile. Il rumore
mi strapp ai miei pensieri. La pozza di sangue intorno
a lui si stava allargando. Prima non si notava, ma si
allargava di una frazione di centimetro ogni pochi minuti,
come una perdita d'acqua da un tubo. Le sue labbra si
muovevano ma non ne usciva alcun suono. Forse parlava
con qualcuno che non era l con noi. Forse stava dicendo
addio a s stesso.
Ansimava: dentro e fuori, dentro e fuori.
Presi la busta di eroina dal pavimento.
Nella borsa grande, accanto alle munizioni c'erano un
cucchiaio e un pacchetto di tamponi di ovatta. Misi la
siringa, l'eroina e i batuffoli sul pavimento accanto a
Ribbons. Presi un po' della sostanza marrone, la misi sul
cucchiaio e vi versai sopra qualche goccia d'acqua dal lavandino.
Poi accesi un accendino e tenni il cucchiaio sopra
la fiamma. L'acqua cominci a bollire quasi subito, e
l'eroina si sciolse. Tolsi il cucchiaio dalla fiamma, strappai
un po' di cotone da un tampone e lo misi nel cucchiaio.
Infilai l'ago nel cotone e aspirai la soluzione con la siringa,
usando il pezzetto di cotone come filtro. Espulsi le bolle
d'aria e guardai Ribbons, che apriva e chiudeva la bocca
come un pesce fuor d'acqua.
Non dissi nulla.
Mi tolsi la cintura e mi avvicinai a lui.
Mi infil il braccio destro tra le gambe. Il sangue che
aveva sulle mani mi macchi i pantaloni, penetrando fino
alle ginocchia. Gli arrotolai la manica e gli strinsi la cintura
sul braccio, come un laccio emostatico. Picchiettai l'interno
del gomito fino a far apparire le vene sotto la pelle.
Aveva delle piste di buchi lungo tutto il braccio fino alla
spalla. Ci misi quasi un minuto a trovare una vena utile.
Se avessi sbagliato gli avrei iniettato la droga nel muscolo,
e sarebbe morto in modo pi lento e pi doloroso, con un
bruciore tremendo finch l'overdose non l'avesse ucciso.
Gli infilai la siringa nel braccio. L'ago penetr di lato
fino a incontrare una piega scura dove si vedevano tracce
di altre iniezioni. Tirai indietro leggermente lo stantuffo.
Un po' di sangue entr nell'ago e si mescol al liquido
marrone, formando una specie di fiore.
- Per favore.
Non riuscii a pensare a nulla da dire.
Spinsi lo stantuffo. La superficie della pelle divenne
rossa. Quando la siringa fu vuota, la estrassi dalla vena
e la posai sul pavimento. Slegai la cintura dal braccio di
Ribbons. Era fatta.
 difficile guardar morire un uomo. Pochi secondi dopo,
Ribbons cominci a sentire l'effetto. Il dolore scomparve
dal suo viso. Spalanc gli occhi, come se si stesse svegliando,
ed emise qualcosa che sembr un sospiro di sollievo.
Per un attimo, solo per un attimo, tutto il dolore spar. Le
pupille si restrinsero come punte di spillo e la testa scatt
all'indietro. Ribbons fiss il soffitto con un'intensit tale
che sembrava stesse vedendo Dio in persona. Il momento
pass. Il suo viso divenne rosso e le palpebre si chiusero
di nuovo. Perle di sudore si formarono su tutta la pelle.
Pochi minuti dopo si irrigid contro il muro. E cominci
l'attacco. Chiuse gli occhi, la testa ricadde sul petto. Gli
venne la schiuma alla bocca. Il suo respiro si fece sempre
pi lento, finch smise di tremare. Era morto.
Ero inginocchiato nel suo sangue.
Tornai alla porta e presi la borsa. Dentro c'erano poco
pi di un milione e duecentomila dollari, quaranta segnalatori
GPS e settanta pacchetti di inchiostro esplosivi.
Uscii di casa e mi diressi verso la Mazda Miata nel vialetto.
Guardai l'orologio. Le quattro del pomeriggio.
Ancora quattordici ore.
 
Capitolo 47.

Kuala Lumpur.
L'ascensore di sicurezza della banca si apr davanti a noi.
Appena entrammo, Hsiu prese una bomboletta di vernice
spray nera dalla borsa, l'agit e diresse uno spruzzo verso
la telecamera. Non importava se la sicurezza si fosse accorta
del black-out, perch una volta strisciata la carta niente
poteva fermare l'ascensore. E noi ormai eravamo dentro.
Non sprecammo tempo. Una volta neutralizzata la telecamera,
Vincent, Mancini e io ci sedemmo a terra e ci
cambiammo. Ciascuno di noi aveva un travestimento diverso.
Mancini indossava una vecchia giacca militare verde
e un passamontagna nero in microfibra per coprirsi il volto.
Vincent portava una parrucca blu, una felpa con cappuccio
e una maschera da Ronald Reagan. Io ero in camicia
nera, giacca marrone e maschera da carnevale. Angela
aveva un tailleur pantalone blu e una maschera da hockey.
Joe Landis una maschera da saldatore con gli occhialoni e
Hsiu aveva in faccia una copertura di plastica trasparente
che rendeva confusi i suoi lineamenti. Durante l'esplorazione,
avevamo calcolato di raggiungere l'ultimo piano in
due minuti e venti secondi. E ci mettemmo la met del
tempo a indossare i nostri costumi.
Tutta quella mascherata da Halloween aveva un senso.
I rapinatori che indossano travestimenti sgargianti sono
pi difficili da ricordare di quelli vestiti in modo semplice.
Le maschere e le giacche danno agli ostaggi qualcosa
da guardare. Se il rapinatore indossa qualcosa di colorato
e pacchiano, gli ostaggi non ricorderanno altro. Perci,
una volta gettato via il costume, non resta nessun ricordo
dell'uomo. Senza il suo travestimento, il rapinatore  solo
un viso tra i tanti nella folla.
Indossai un paio di guanti bianchi di lattice. Tutti dovevamo
indossare i guanti, anche se Angela e io non avevamo
le impronte digitali. Non volevamo lasciare neppure
un atomo di tracce biologiche, neppure qualche macchia
informe. L'unica eccezione era Joe Landis, il nostro scassinatore,
perch non poteva lavorare sulla cassaforte con i
guanti. Ci vuole una grande capacit per aprire il caveau di
una banca, e non intendevamo ostacolarlo in nessun modo.
Al posto dei guanti aveva un flacone di ammoniaca da
spruzzare su tutto ci che avrebbe toccato. Il risultato sarebbe
stato lo stesso. Mentre infilavamo i guanti, Landis
attaccava un tubo di ossigeno a una lancia termica lunga
un metro e ottanta.
Vincent mi diede un colpetto sul braccio e mi tese il
calcio del fucile d'assalto G36 che avevamo portato via alla
guardia. Lo presi e me lo gettai a tracolla sulla schiena.
Lui mi sorrise da dietro la maschera da Reagan e tir indietro
il carrello del suo fucile a canne mozze. Mancini mi
fece il gesto con i pollici alzati e grugn con entusiasmo.
Erano pronti. Pronti a ballare.
Mi voltai e mi morsi il labbro, osservando i numeri
dei piani salire sul pannello di controllo. Venticinquesimo
piano. Ventisei. C'era un piccolo scampanellio ogni volta
che cambiava il numero. Ventisette. Ventotto. Ventinove.
Mi sudavano le mani sotto i guanti. Mi vengono sempre
i tremori prima di entrare in una banca. Chiusi gli occhi
e provai a concentrare tutta la rabbia che avevo. Ceravamo
quasi.
Bing.
L'ascensore si ferm con un sobbalzo e le porte si aprirono.
Una giovane impiegata ci aspettava. Alz gli occhi
e rest paralizzata dalla paura, lasciando cadere i fogli che
aveva in mano. Non ricordo molto di lei, ma non dimenticher
mai il suo urlo. Nulla di particolarmente memorabile,
una specie di guaito acuto che finiva in un singhiozzo
isterico. Ma fu la sua tempestivit a spiazzarmi. In genere,
durante una rapina, ci vogliono alcuni secondi prima che
qualcuno lanci un grido. A volte scende addirittura un silenzio
di tomba, perch tutti sono troppo scioccati e impauriti
per muoversi. Ma non quella volta. Appena si aprirono
le porte dell'ascensore, quella donna cominci a gridare.
L'afferrai per i capelli e la gettai contro lo sportello della
cassa.
Fu una cosa utile, in un certo senso. In Malesia ci sono
quindici lingue principali, ma quell'urlo le trascendeva in
blocco. Tutti, dentro la banca, capirono all'istante cosa
stava accadendo, anche se forse non avrebbero capito quello
che stavo per dire. Spianai il mio fucile mitragliatore e
sparai una raffica contro il soffitto, urlando: - Nessuno si
muova! Questa  una rapina!
Dopodich successero un sacco di cose tutte insieme.
Vincent salt sul bancone, scavalc il vetro antiproiettile
e punt lo shotgun contro gli impiegati, ordinando loro
di allontanarsi dalle postazioni di lavoro e di non toccare
i soldi. Sotto il bancone c'erano i pulsanti degli allarmi
silenziosi, e anche se gli impiegati non avrebbero avuto il
coraggio di premerli, restavano gli allarmi passivi dentro
i cassetti del denaro. Bastava estrarre qualche banconota
e l'allarme scattava.
Allo stesso tempo, Mancini cominci ad avanzare da dietro,
puntando lo shotgun e radunando la gente al centro.
Arrivato all'uscita d'emergenza che dava sulle scale, l'apr,
estrasse una granata lacrimogena dalla bandoliera e la gett
oltre la porta. In venti secondi il pozzo delle scale si riemp
di gas per almeno due piani. Senza ventilazione, il lacrimogeno
sarebbe rimasto li per un'ora rendendo praticamente
impossibile salire le scale senza una maschera antigas. Per
ulteriore sicurezza, Mancini chiuse la porta con una pesante
catena da bicicletta. Impossibile entrare e uscire.
Hsiu si ferm nell'atrio e premette i pulsanti di chiamata
degli altri quattro ascensori. Due erano gi al piano
e si aprirono subito. Mise una striscia di nastro adesivo
sulle fotocellule che controllavano la chiusura delle porte.
In quel modo le porte restavano aperte e l'ascensore non
poteva partire, a meno di essere sbloccato dai pompieri.
Per gli uomini della sicurezza sarebbe stato difficile anche
disabilitarli o scavalcare i circuiti. Hsiu spruzz della vernice
nera anche sulle telecamere all'interno degli ascensori.
Deng Onpang, il manager, era nel suo ufficio dietro il
cubicolo di vetro. Angela lo prese per il colletto prima che
riuscisse ad alzarsi e gli sbatt la testa contro il bordo della
scrivania. Lui cadde a terra, stordito. E il trattamento che
chiamiamo schiarire le idee. Se pensiamo che una persona
possa darci dei problemi, tipo cercare di premere un
allarme, partiamo subito con una botta in testa. Cos non
solo il tizio capisce che facciamo sul serio, ma resta anche
scombussolato e incapace di pensare in modo razionale. Un
uomo con una concussione alla testa non fa nulla. Appena
Deng fu a terra, Angela gli apr la camicia e gli strapp dal
collo le chiavi del caveau. Sapendo che sotto la sua scrivania
c'era un pulsante d'allarme, lo trascin fuori dall'ufficio
per il colletto e lo gett sul pavimento dell'atrio.
Anche Joe non perse tempo. And dritto alla porta del
caveau nell'angolo sudest, vicino al cuore del grattacielo.In meno di venti secondi era gi in ginocchio e stava
estraendo l'equipaggiamento dalla borsa. C'era un altro
manager del caveau a un metro da lui, ma era contro il
muro, paralizzato dalla paura. Mancini gli fece cenno con
la canna dello shotgun di stare indietro.
Io saltai sulla scrivania pi vicina e dissi: - Non siamo
qui per i vostri soldi. Vogliamo solo il denaro che c' nel
caveau. E assicurato, quindi non perderete nulla. Se obbedirete
alle mie istruzioni, non vi sar fatto alcun male.
Ora, a terra!
Hsiu ripet l'ordine in malese, anche se non era strettamente
necessario. L'inglese  una lingua franca in molti
campi, compreso quello bancario. Sapevamo che tutti gli
impiegati ne avevano almeno una comprensione generale.
La traduzione serviva ad assicurarci che non mancassero
di capire qualche passaggio chiave, nella confusione
del momento.
Puntai il fucile verso i clienti e quasi tutti obbedirono
al mio comando. Con un fucile automatico in mano non
c' bisogno di essere particolarmente minacciosi.  il fucile
stesso a parlare. Mi guardarono terrorizzati, alzarono
le mani e si inginocchiarono lentamente. Quando clienti
e impiegati furono quasi tutti sul pavimento, mi occupai
dei dispersi. Andai nei cubicoli di vetro e tirai fuori gli
ultimi tre impiegati da sotto le loro scrivanie. Due erano
asiatici, uno inglese. Li gettai sul pavimento con gli altri.
Tornai negli uffici e controllai di nuovo, nel caso ci fosse
qualcun altro nascosto. Strappai dal muro i cavi dei telefoni
sulle scrivanie. Diedi il segnale a Vincent, il quale
scese dal bancone e spinse anche i cassieri e il manager del
caveau insieme al resto della folla. Gli ostaggi erano tutti
ammucchiati insieme in un angolo. Mancini li scrut uno
per uno. Bastava solo che se ne stesse l con lo sguardo
truce. Erano docili come agnelli.
Uno per uno, li perquisii in cerca di armi nascoste, cominciando
da Deng Onpang. Con un piede, gli tastai tasche,
spalle e caviglie. Poi passai agli altri, uno alla volta. Il
tempo era di cruciale importanza, e tutto il processo dur
meno di un minuto. Complessivamente, avevamo tredici
ostaggi: due cassieri, altri sei impiegati, due clienti e i tre
uomini del furgone blindato i cui corpi avremmo dovuto
poi portare via. Nessuno era armato, ma tutti avevano
portafogli e cellulari.
- Tirate fuori i vostri telefoni e togliete le batterie, -
dissi. - Fate scivolare i telefoni nell'angolo. Non provate
a chiamare nessuno o a mandare messaggi. Stiamo disturbando
la connessione wireless, quindi non funzionerebbe e
avrebbe il solo risultato di farci arrabbiare. Fatelo adesso.
Hsiu mi fece eco in malese.
Tenni d'occhio gli ostaggi mentre sfilavano di tasca i
cellulari. In realt non avevamo un disturbatore di frequenze,
ma affermare il contrario serviva a renderli pi docili.And quasi tutto bene. Uno dei manager disse qualcosa
in malese che Hsiu tradusse come: Non ce l'ho. Mi
insospettii e gli controllai le tasche, ma non trovai nulla.
Allora dissi a Mancini di iniettargli un tranquillante. Non
volevo correre rischi. Schiacciai con il tacco tutti i cellulari
e li calciai in un angolo.
- Via libera, - dissi.
Angela torn dall'ufficio di Onpang: - Via libera.
Hsiu e Vincent, da dietro lo sportello di cassa: - Via
libera.
Mancini mi guard e sollev entrambi i pollici. Via
libera.
Sorrisi. La banca era nostra. Feci un respiro profondo
e guardai dalla finestra. Le torri Petronas brillavano in
lontananza. Guardai l'orologio. Eravamo l dentro da sessantacinque
secondi. La parte facile era fatta. Respirai a
fondo di nuovo ed espirai lentamente. Avevo le pulsazioni
accelerate e dovevo tenerle sotto controllo.
Poi la donna ricominci a urlare.
Era al centro del gruppo, a quattro zampe. Le lacrime
si mescolavano con il mascara in grosse gocce nere che le
scendevano sul mento e le sporcavano il tailleur. Le tremavano
le braccia e il viso aveva un'espressione di dolore
terribile. Un filo di sangue le colava dall'attaccatura dei
capelli. Mi dispiaceva per lei. Non volevo, ma una parte di
me all'improvviso si sent orribilmente in colpa. Distolsi lo
sguardo e cercai di non sentire le sue grida, ma non ci riuscii.
Disturbava la mia concentrazione. Mi sembrava che le
sue grida fossero rivolte a me, quasi come se gridasse il mio
nome. Chiesi a Mancini di passarmi l'iniettore, in modo
da poterla stordire con della droga nel collo. Dieci secondi
dopo era addormentata, ma questo non cambiava nulla.
Mi sentivo in colpa ma provavo anche un'altra emozione.
Un senso di potere.
 
Capitolo 48.

Atlantic City.
In piedi accanto alla Miata che Ribbons aveva rubato,
mi chiesi quanto ci sarebbe voluto prima che qualcuno
scoprisse il cadavere. L'odore era gi atroce, ma la gente
forse non avrebbe fatto caso alla puzza che usciva da una
casa come quella. L'agente immobiliare che aveva venduto
l'indirizzo a Ribbons magari avrebbe trovato il corpo
durante una visita di routine, ma con un po' di fortuna ci
sarebbe voluta qualche settimana. Per allora i tessuti molli
avrebbero gi cominciato a putrefarsi e il viso sarebbe
stato irriconoscibile.
Ripensai alla richiesta di Ribbons. Tutto quello che voleva
era un'ultima dose di eroina. Desideravo giudicarlo
spregevole, ma non ci riuscivo. Anch'io ho una dipendenza,
ugualmente distruttiva.
Mi fermai davanti alla Mazda rubata. Quando aprii la
portiera, l'odore mi diede la nausea. Somigliava a pesce
o carne marcia. Mi ripresi e respirai a fondo. Il sedile era
inzuppato del sangue di Ribbons, ormai secco e annerito
dopo due giorni sotto il sole estivo. Vedevo i punti in cui
lo spray coagulante aveva funzionato e quelli dove era stato
inutile. Chiusi l'auto e la lasciai l.
Risalii sulla Bentley di Lakes. Non ero sicuro che non
ci fossero altri segnalatori, ma era comunque meglio
dell'alternativa. Gettai la borsa di nylon sul sedile del
passeggero.
Prima di fare qualsiasi altra cosa, dovevo nascondere
i soldi. Avevo minacciato il Lupo di metterli in un posto
che riconducesse a lui, ma non avevo intenzione di farlo
davvero. Il bluff avrebbe funzionato lo stesso. Ora che il
denaro era nelle mie mani, il rischio era che potesse esplodere
in qualsiasi momento. Esplorai a mente la mappa della
citt mentre guidavo. Presi la strada lungo la costa, immaginando
diversi nascondigli e pesando i pr e i contro.
Ero quasi arrivato alla Boardwalk quando il cielo cominci
a scurirsi con brontolii di tuono. Stava arrivando una
tempesta. Nuvole rossastre lanciavano lampi sull'oceano.
L'umidit stava condensandosi in una pioggia acida. Un
minuto dopo, grosse gocce cominciarono a cadere sul parabrezza,
e si scaten il temporale. Guardai il cielo plumbeo
e azionai i tergicristalli.
Scelsi una striscia di spiaggia abbandonata a sud della
citt, vicino alla baia di Absecon. Era un luogo un po' troppo
roccioso per piacere ai bagnanti, a met tra una spiaggia
e una scogliera. Una curva secca sulla strada spostava
il traffico lontano da quegli scogli mortali.
Nascondere il denaro in un posto del genere presentava
diversi vantaggi. Primo, la spiaggia era abbastanza lontana
dai luoghi battuti, quindi il rischio che, nelle prossime
ore, qualche passante trovasse per caso la borsa nascosta
tra le rocce, era minimo. Secondo, la marea stava calando,
quindi era impossibile che la borsa venisse accidentalmente
spazzata via dalle onde. Terzo, se la bomba alla fine fosse
esplosa, preferivo che accadesse dove non avrebbe fatto del
male a nessuno. Non avevo intenzione di nasconderla in un
posto dove potesse trovarla un bambino. Soprattutto perch
si trattava di una bomba impossibile da disinnescare.
Appena sceso dall'auto ero gi bagnato fino alle ossa.
Mi gettai in spalla la borsa blu ed estrassi un cellulare.
Composi uno dei numeri di Marcus per mandargli un SMS.
Andata male, diceva.
Gettai il telefono dietro le dune di sabbia, oltre un cartello
che segnalava di stare lontani dalla spiaggia. Il vento
mi investiva con una forza incredibile. Frustava i miei capelli
prima in una direzione, poi nell'altra. Dopo una trentina
di metri emersi dalla spiaggia cespugliosa e mi trovai
davanti alle onde. Non era quel buio che sembra inchiostro,
era un buio come se qualcuno avesse spento le luci
del mondo. L'aria era spessa come zuppa. Per orientarmi
sulla sabbia usai il riflesso delle luci della citt sull'oceano.
Arrivai al bordo di una delle dune pi grandi e mi fermai.
Il mare era deserto. La marea era alta e si avvicinava
una tempesta. Le nuvole del pomeriggio erano state risucchiate
nel fronte della tempesta. Costellavano la riva pezzi
di legno e spazzatura, lattine di birra e fuochi d'artificio
spenti. Una coperta azzurra da bambino. Una tanica vuota
da tre litri.
A una trentina di metri alla mia sinistra, nell'acqua c'era
una barriera di rocce frangiflutti, destinata a smorzare la
forza delle onde che entravano nel porto. L'acqua sbatteva
contro le rocce con forza tale da lasciarle nude e pulite.
Da bambino sognavo di vedere l'oceano. Se cresci a Las
Vegas non impari mai ad associare la sabbia e l'acqua. Mi
sposto in giro per il mondo dall'et di vent'anni. Non mi
sono mai fermato in un posto per pi di un anno, da quando
ho smesso di usare il mio vero nome. Mi  mancata la
sabbia. Riflettei per un momento su dove sarei voluto andare
dopo quella faccenda. Di sicuro non potevo tornare
a Seattle. Pensai al deserto. Se avessi trovato un lavoro da
quelle parti, sarebbe stato come tornare a casa.
Incastrai la borsa blu tra due rocce. Era al sicuro dall'acqua
che ribolliva in basso, ma nascosta alla vista di un osservatore
casuale. Se alla fine il denaro fosse esploso, le
banconote macchiate sarebbero state trascinate via dal
mare e lavate dalle onde. Prima di andarmene, presi un
altro cellulare e scattai una foto ai soldi, per provare che
li avevo trovati. Il Lupo mi avrebbe chiesto di darglieli in
anticipo. Invece gli avrei dato una foto.
Tornai lentamente alla macchina. Feci il numero delle
informazioni e chiesi gli elenchi delle compagnie al porticciolo
locale. Ci misi un po' a trovare quello che cercavo,
ma alla fine chiamai una ditta, la Atlantic Maritime
Adventures. L'uomo che mi rispose disse: - Come posso
aiutarla?
- Vorrei acquistare una barca, - risposi. - Accettate
pagamenti in contanti?
 
Capitolo 49.

Alexander Lakes mi aspettava al ristorante. Aveva un
aspetto peggiore dell'ultima volta che l'avevo visto, dodici
ore prima: gli occhi erano iniettati di sangue e il viso era
segnato da rughe di stress. Aveva una barba di due giorni
e una macchia di caff sulla cravatta. Quando mi vide si
mosse appena. Sollev una mano dal tavolo e mi fece un
gesto di saluto.
Il locale era quasi vuoto. Ormai stava arrivando la sera
e l'atmosfera era diversa. La pioggia batteva contro le
vetrate. Degli hamburger friggevano sulla piastra e dalla
macchina del caff salivano sbuffi di vapore. Il cuoco mi
guard fisso quando gli passai accanto. Non capii perch.
Forse gli ricordavo qualcuno che aveva gi visto.
Quando mi avvicinai al tavolo, Lakes disse: - Sembri
diverso.
Scrollai le spalle e risposi: - Me lo dicono tutti, oggi.
- No, voglio dire che sembri una persona diversa. Ti
ho riconosciuto a fatica.
- Spero che tu abbia portato quello che ti ho chiesto.
Dalla borsa piena di vestiti accanto a s sollev una camicia
bianca, ancora nel cellofan. Sotto la camicia c'erano
un completo Calvin Klein nero, una cravatta rossa, e
una cintura.
- E la pistola? - dissi.
- Un revolver calibro trentotto, come quello che avevi
prima. Ho graffiato l'interno della canna e limato il numero
di serie, quindi  a posto.  un modello economico e fa
un sacco di rumore, ma fa anche un bel danno.
La mise sul tavolo per farmela vedere. Non era molto
meglio di quella che avevo portato via a Grimaldi, ma in
una situazione d'emergenza poteva andare.
- Va bene, - commentai.
Mi sedetti al tavolo di fronte a lui. Lakes si spost, come
se avesse paura. Sul tavolo c'erano gli anelli lasciati da
una tazza di caff e un piatto con un hamburger mangiato
a met. Non aveva quasi toccato il cibo: la carne era diventata
marrone al centro, e dura ai bordi. Sembrava che avesse
preso una dozzina di caff. Tutte le scatolette di panna
monoporzione vuote erano ammucchiate accanto alla bottiglia
del ketchup. Doveva aver passato li tutta la giornata.
- Da quanto tempo sei qui ad aspettare? - chiesi.
Lui guard l'orologio. - Circa dodici ore. Quando hai
detto che ci avresti messo un po', pensavo un'ora o due.
- Hai una macchina per me?
- Tu hai la mia Bentley?
-  qui fuori.
Mise una mano in tasca e prese una chiave elettronica,
con il portachiavi di una compagnia di noleggio. La spinse
verso di me attraverso il tavolo. Si muoveva con una strana
mescolanza di stanchezza e terrore. Gli tremava un po' il
braccio. Io presi la chiave e la infilai in tasca.
-  una Accord rossa, parcheggiata un po' pi avanti, -
disse Lakes. - E registrata a nome di Michael Hitchcock,
perci se ti fermano devi fingere di conoscerlo. Merda,
con la tua nuova faccia potresti fingere di essere lui. E un
bianco di trentacinque anni, capelli castani.
- Ci sono novit?
- Un mandato d'arresto a tuo nome, ma probabilmente
lo sai gi. La tua faccia era su tutti i notiziari. L'hanno
presa dalle telecamere dell'aeroporto. Un primo piano di
te che parli con una tizia dell'FBI. Hanno trasmesso anche
la tua altezza, peso e data di nascita. Mi ero preoccupato,
ma inutilmente, immagino. Non sembri pi neppure
la stessa persona. Che diavolo  successo?
- Mi sono dato una sistemata prima di venire. Ho fatto
una doccia.
- Una doccia dagli strani effetti.
- Non vedo l'ora di indossare il mio vestito nuovo.
Lakes annu. - A essere sinceri, ne hai un gran bisogno.
Indic con un cenno del capo il televisore sopra il banco
del bar. C'era una pubblicit dell'Atlantic Regency, a
volume spento, ma compresi il messaggio. Lui aveva passato
le ore a guardare la mia faccia apparire continuamente
sullo schermo, e temeva che sarei stato catturato. Ora
avevo una faccia diversa. Un sacco di gente ha dei problemi,
con queste cose.
Restammo in silenzio per un po', e lo guardai bere nervosamente
dell'altro caff e giocherellare con il bottone
centrale della giacca. Aspettava che dicessi qualcosa, ma
io me la prendevo comoda. Lui mi aveva venduto al Lupo.
Volevo tenerlo sulle spine.
Presi il revolver, controllai che ci fossero tutti e sei i
colpi, poi lo rimisi sul tavolo, con la canna verso Lakes.
E tirai fuori il segnalatore che avevo tolto dalla Bentley.
L'espressione di Lakes cambi in un attimo. Rest paralizzato
con la tazza a met strada tra il tavolo e la bocca.
Quando la mise gi e mi fiss, era nel panico. Sapeva cosa
aveva fatto, e sapeva cosa avrei fatto io. Mi aveva dato
macchine con segnalatori che rivelavano la mia posizione.
Nel mio lavoro, un tradimento del genere di solito merita
un proiettile in testa.  qualcosa di imperdonabile.
Lakes deglut a secco.
- C'era uno di questi in ogni macchina che mi hai dato?
- chiesi.
Non rispose. Era come un daino abbagliato dai fari di
un'auto. Capivo perch non volesse rispondere. Se avesse
mentito e io l'avessi scoperto lo avrei ucciso. Se avesse detto
la verit, si sarebbe incriminato da solo e l'avrei ucciso.
Qualsiasi cosa dicesse, per lui sarebbe finita male.
- Se esco e vado a guardare sotto la Accord che mi hai
procurato, - chiesi, - trover uno di questi?
Lakes non disse nulla, ma annu.
- Hai dato al Lupo tutti i dettagli, vero?
Lui non si mosse.
Sospirai. Misi la mano destra sul revolver, e con la sinistra
lo coprii con i tovaglioli. Il ristorante era silenzioso, e
seduti in quel spar in fondo eravamo quasi invisibili. Tirai
indietro il cane e il tamburo scatt con un morbido clic. Il
proiettile a punta cava da centotrenta grani era in canna.
- Avrei dovuto saperlo, - dissi. - Sei l'unico a offrire
servizi del genere, in questa citt, e il Lupo  l'unico distributore.
Avrei dovuto capire che o lavoravi per lui, oppure
eri un incompetente. E stato un errore mio fidarmi di te.
Lakes guard la pistola e non disse una parola.
- Puoi parlare, - dissi. - Non ti uccider senza prima
aver ascoltato la tua versione. In realt, ora che so che lavori
per l'altra squadra, il nostro rapporto  pi forte. Ho
buoni motivi per tenerti vivo. Naturalmente per ho buoni
motivi anche per tenere questa pistola puntata contro di te.
Lakes rest ancora in silenzio.
- Hai mai sentito la frase: Fledere s nequeo superos,
Acheronta movebo? - chiesi.
Lakes scosse la testa e mormor: -  latino?
- Gi.  latino.
- Mai sentita prima.
- Vuoi sapere cosa significa?
Lui fiss i tovaglioli e disse: - Non ne sono sicuro.
- Ma devi saperlo, credimi.
- Va bene. Cosa significa?
- Una quantit di cose. La prima volta che l'ho letta
ero un ragazzo. All'epoca leggevo tutto ci su cui riuscivo
a mettere le mani. Ogni volta che nello scaffale del supermercato
appariva un libro nuovo, lo compravo. E se non
avevo i soldi ne leggevo quanto potevo mentre ero in fila
alla cassa. A volte urtavo qualcuno, perch avevo sempre
il naso in un libro. Ma pur leggendo tanto, non avevo mai
trovato un libro che mi piacesse davvero. La maggior parte
erano buoni. Appassionanti, romantici, veri, o facevano
paura, ma nessuno mi soddisfaceva del tutto. Mancava
sempre qualcosa. Lessi tutti i romanzi letterari. L'arcobaleno
della gravit di Thomas Pynchon, I figli della mezzanotte
di Salman Rushdie. Il nome della rosa. Nessuno mi
emozionava davvero. Poi un giorno qualcuno mi diede una
copia dell' Eneide. Conosci la storia dell' Eneide?
Lakes scosse la testa.
- E di Troia hai sentito parlare? L'Iliade, l'Odissea. Il
cavallo di Troia, i mostri marini, e tutto il resto?
- S, quella roba so cos'.
- L'Eneide  un poema epico sulla fondazione di Roma.
 una specie di sequel dell'Iliade e dell'Odissea. Narra di
un giovane di nome Enea che fugge da Troia dopo la conquista
della citt da parte degli invasori greci. Con ci che
resta del suo ppolo, attraversa il Mediterraneo. Vive delle
avventure, si innamora, combatte i cattivi, ha esperienze
soprannaturali. Fa tutto quello che a me da ragazzo piaceva
leggere. Mi sembrava di essere io Enea. Anche i miei
veri genitori, come i suoi, non facevano parte della storia.
Come lui, mi sentivo destinato a qualcosa di grande. Come
lui, ero stufo della vita quotidiana. E come lui, non ero un
bravo ragazzo. Almeno, non nel senso tradizionale. Enea
doveva fare delle brutte cose, per arrivare dove voleva.
- Sapevi il latino da cos piccolo?
Scrollai le spalle. - Alcuni ragazzi fanno collezione di
modellini di aerei. Io leggevo in latino. Non  troppo difficile
da capire. Mi piaceva leggere e volevo essere Enea.
Ma vedi, Enea conosceva il suo destino, perch glielo aveva
rivelato un profeta. Io invece non sapevo cosa mi sarebbe
successo. Molto spesso, avevo l'impressione di non essere
destinato a nulla. Mi sembrava di non esistere, eccetto
quando leggevo quel libro. L'unico altro momento in cui
mi sentii pi vivo fu la prima volta che spaccai la testa a
un uomo e lo rapinai in pieno giorno.
- Perch mi stai raccontando queste cose?
- Voglio farti capire perch sto facendo questo, e voglio
che tu lo racconti al Lupo. Pensi che riuscirai a ricordarlo?
Lakes non disse nulla.
- Flectere si nequeo superos, Acheronta movebo, - dissi.
-  una citazione dall' Eneide. Ed  anche il mio motto
personale. Ricordo che quando lessi questo verso per la
prima volta, pensai: Ecco quel che mi mancava. Quel
singolo verso riassumeva tutto ci che io avevo provato
fino ad allora. Fece sparire tutta la rabbia, la confusione,
la disperazione. Diede un senso a tutti i miei problemi. E
da allora me lo ripeto spesso, come un mantra.
Lakes si morse l'interno di una guancia. - Ma non mi
hai ancora detto cosa significa.
- Significa: Se non puoi ottenere il paradiso, scatena
l'inferno.
 
Capitolo 50.

Lakes mise le mani sul tavolo, a palmi in gi. Sudava.
Le sue mani lasciarono un'impronta umida sul laminato.
Quando lo avevo incontrato per la prima volta, sembrava
un tipo disinvolto, ma adesso tutto era diverso. Una
pistola puntata pu fare quell'effetto. Una grossa goccia
di sudore gli scese lungo un lato della fronte e poi sulla
guancia.
Spostai leggermente la pistola a sinistra, indicandogli
di alzarsi. Lakes scivol fuori dal spar con una grazia attenta.
Tenni la pistola puntata contro di lui tutto il tempo.
Se avesse voluto tentare qualcosa, l'avrebbe fatto ora. Era
in piedi, io ero seduto e la pistola era alla sua portata. Se
avesse voluto davvero sfuggirmi, l'avrebbe afferrata. Un
uomo pi coraggioso di lui l'avrebbe fatto. Lui no. Rest
accanto al tavolo con un'espressione nervosa.
- Paga le tue consumazioni, - dissi. - E lascia una bella
mancia.
Lakes prese un fascio di banconote, ne tolse alcune da
venti e le lasci accanto al piatto. Il suo viso stava diventando
di un rosso acceso. Potevo solo immaginare cosa gli
passava per la mente.
Con una mano continuai a tenerlo sotto mira, e con
l'altra presi i vestiti che mi aveva portato. Misi la giacca
sul braccio armato, nascondendo la pistola. Lakes fece un
passo indietro per lasciarmi uscire.
Uscii con calma dal spar, attento a non dargli nessuna
opportunit. Mossi la pistola verso la porta. - Cammina,
- dissi.
Il cuoco ci rivolse un'altra occhiata sospettosa, ma lo
ignorai. In un ristorante come quello succede di tutto. Per
quanto ne sapeva lui, stavo riaccompagnando a casa il mio
amico stanco. Le occhiate sospettose non significano un
cazzo. Aprii la porta per Lakes e squill il campanello. Lui
usc senza fare movimenti bruschi.
- Cosa vuoi farmi? - chiese, una volta fuori.
Lo spinsi avanti. - Cammina.
Ci avvicinammo alla Bentley in un silenzio quasi totale.
Dall'altro lato della strada c'era un banco di pegni che
aveva ancora le luci accese. L'aria della notte era fresca,
ma Lakes sudava nel suo completo di seta.
- Ci uccider entrambi, - disse.
- Io aspetto da anni di essere ucciso da Marcus.
- Io parlavo del Lupo. E lui che ci uccider.
- Ammazzer te, forse. Io ho stretto un accordo con
lui. Gli consegner il bottino del casin in cambio di una
fetta della torta.
- Il Lupo ha fatto un accordo?
- Non avrai pensato che volessi andarmene a mani vuote,
vero?
- Credevo lavorassi per Marcus, - rispose Lakes.
- Non lavoro per nessuno.
Lui scosse la testa. - Il Lupo non fa accordi, - disse.
- Ti uccider. Se vai da lui senza i soldi, ti torturer finch
gli dirai dove sono. Comincer con una bomboletta di
vernice spray e un accendino.
- Non mi presenter a mani vuote, - dissi. - Ho questa
pistola.
- Non ce la farai mai.
- Non sono stupido. So che cercher di fregarmi.
- Se mi lasci andare, posso depistarlo, - si offr lui. - E
intanto tu potrai fuggire.
- S, come no.
Aprii il bagagliaio della Bentley. Avevo foderato l'interno
con sacchi neri della spazzatura, attaccati con il nastro
adesivo. Sacchi neri e nastro adesivo sono elementi
fondamentali in ogni crimine di una certa importanza. In
quel caso, servivano a contenere l'odore. Un cadavere pu
imputridire per mesi in un bagagliaio pieno di sacchi della
spazzatura, prima di attirare l'attenzione.
Lakes sobbalz quando vide l'interno del bagagliaio. Mi
aspettavo che tentasse la fuga, o che mi tirasse un pugno
e provasse a prendermi la pistola. Ma ho imparato che la
paura fa strani scherzi. Anche davanti a una morte certa,
alcuni individui non riescono a combattere.  come se fossero
congelati. Semplicemente non ce la fanno. A Lakes
stava succedendo proprio cos. Gli manc il fiato e i suoi
piedi restarono incollati al cemento.
E non gli avevo ancora fatto nulla.
In realt non volevo ucciderlo. Cristo, non volevo nemmeno
fargli del male. Volevo solo spaventarlo a morte. 
vero, mi aveva venduto al Lupo, ma senza il suo aiuto non
sarei mai arrivato dov'ero. Inoltre, l'assassinio a sangue
freddo non  il mio genere. Non uccido se non sono costretto
a farlo. Regola numero uno.
- Ti prego, - supplic Lakes. - Far qualsiasi cosa.
- Immaginavo che l'avresti detto, - replicai. - E infatti
c' ancora una cosa che voglio che tu faccia.
Lo afferrai per il collo e gli sbattei la testa contro il paraurti,
producendogli un taglio sulla fronte. Lui scatt indietro,
stordito. Appena un po' pi forte e sarebbe svenuto.
Lo afferrai per il colletto e per la cintura e lo gettai
di testa nel bagagliaio. Dopo un colpo del genere, non
oppose nessuna resistenza. Il bagagliaio era piccolo e lui
era grosso, ma riuscii a sistemarlo. Gli piegai le ginocchia
contro il petto e gli lasciai le braccia intorno al viso. Lakes
si dondol avanti e indietro, per quello che gli consentiva
lo spazio, e rest con la faccia coperta. Era un tipo molle
come burro.
Chiusi il bagagliaio e guardai l'orologio. Le sette meno
un quarto.
Ancora undici ore.
 
Capitolo 51.

Kuala Lumpur.
L'elicottero della polizia arriv da est e pass sopra le
nostre teste, con un rimbombo ritmico di eliche. Dalla finestra
con il vetro oscurato lo osservai scendere finch fu
basso contro il sole al tramonto: un piccolo apparecchio
con contrassegni brillanti, per renderlo maggiormente visibile.
Era una versione ridotta del modello Twin Squirrel
della Eurocopter. Dietro la sbarra erano seduti due cecchini
in divisa da combattimento nera. Mi fissarono con
i loro occhialoni a visione notturna.
L'elicottero si libr per un attimo fuori dalla finestra
davanti a me, poi si allontan. Fece otto volte il giro
dell'edificio, prima di andarsene. Ma fu subito sostituito
da un altro elicottero identico. Notai i numeri sulla
coda. La Royal Malaysian Police disponeva solo di sei
elicotteri in tutto il paese, e per noi avevano mandato i
due pi nuovi.
Dentro la banca era scesa una quiete strana. Avevamo
spostato gli ostaggi nella stanza dietro gli uffici, e iniettato
loro abbastanza tranquillanti da tenerli addormentati
per qualche ora. Gli unici suoni erano il sibilo acuto della
lancia termica e lo sbattere incessante delle pale degli elicotteri.
Guardai fuori dalla finestra. Trenta piani pi in
basso, la polizia aveva delimitato un perimetro di tre
isolati, con grossi fuoristrada Unimog e transenne gialle di
legno. Al di l del perimetro, tutto il centro era bloccato
da un traffico pazzesco.
Eravamo dentro da quarantasette minuti.
Il motivo, naturalmente, era proprio alle mie spalle, dietro
due porte a doppia chiusura e una lastra di plexiglas
antiproiettile. Joe cercava da tre quarti d'ora di forzare
quella dannata porta, e solo adesso cominciava ad avvicinarsi
al risultato. Ovviamente, i caveau richiedono una
notevole professionalit. Anche i migliori scassinatori al
mondo tendono a evitarli. Joe lavorava a grande velocit,
ma tutti noi speravamo che andasse un po' pi veloce.
Mentre lui trapanava, le forze di polizia fuori si facevano
sempre pi numerose, e noi potevamo solo stare a guardare.
Ce lo aspettavamo e avevamo preso una quantit di
precauzioni. Sapevamo che i poliziotti sarebbero arrivati:
in una rapina da un'ora circa, l'intervento della polizia 
ovvio. Se avessimo avuto fortuna, l fuori ora ci sarebbero
state un paio di auto di pattuglia e qualche decina di
agenti armati. Invece c'erano gli elicotteri e un esercito
di uomini delle forze speciali che stavano preparando
barricate intorno all'edificio. A quel punto era solo una
questione di fortuna.
Il rumore della lancia termica riempiva l'aria. Io non so
aprire una cassaforte, ma so come si fa. Per aprire un caveau
di quel tipo, bisogna immettere tre codici diversi in
tre diversi quadranti in un momento specifico. Ogni codice
 composto da tre numeri tra uno e ottanta. Quindi
il codice completo del caveau consisteva di nove numeri
tra uno e ottanta, immessi in un ordine particolare e in un
momento preciso. Ci significava cento trilioni di combinazioni
possibili. Provandole a mano, immettendo un numero
ogni cinque secondi, per indovinare la combinazione
ci sarebbero voluti cento miliardi di anni. L'et dell'universo
 solo di quattordici miliardi di anni.
Joe Landis ci riusc in quarantotto minuti.
Us una lancia termica, una telecamera a fibra ottica e
un congegno d'ascolto simile a una scatola nera. La lancia
era un tubo di un metro e ottanta attaccato a una bombola
di ossigeno puro, che, una volta acceso, bruciava a
una temperatura di ottomila gradi. Joe l'aveva usata per
bucare la porta in corrispondenza della serratura. Poi, appena
calata la temperatura, aveva introdotto nel foro la
fibra ottica, per osservare i meccanismi di apertura e chiusura.
La scatola nera gli permetteva di udirne gli scatti
con precisione sovrumana, in modo da poter individuare
il leggerissimo clic degli ingranaggi che andavano a posto
al punto giusto. Con quegli strumenti, Joe aveva osservato
ogni quadro numerico, individuando le tacche aperte e
allineandole. Dopodich aveva proceduto a ritroso per ricavare
la combinazione. Naturalmente doveva stare attento
ai clic fantasma e ai codici antipanico, ma sapeva come
aggirarli. Era il migliore che avessi mai visto.
A un tratto, le sue parole furono musica per le mie orecchie:
- Ragazzi, siamo dentro.
Non doveva dire altro per farci arrivare di corsa. Lo
guardai mentre immetteva i codici, la fronte sudata ma le
mani ferme. Ruot un disco avanti e indietro e di nuovo
avanti, poi pass ai due successivi. Quando inser l'ultimo
codice, ci fu un clic. Fece girare la leva e la porta si
apr lentamente.
Bingo!
L'interno del caveau aveva le dimensioni di un ufficio,
ed era pieno di denaro fino all'altezza della coscia. Ringgit
rosa, yuan viola, baht di un blu verdastro, rupie azzurre,
riel arancioni, dong verdi, kip grigi... Un arcobaleno
di contanti. I caveau in s, tuttavia, sono sempre un po'
deludenti. Una volta passata l'eccitazione di vedere tutti
quei soldi, la stanza dei contanti  solo una cassetta di sicurezza
di grandi dimensioni.
Non perdemmo tempo. Avevamo calcolato cinque minuti
per prendere i soldi, ma ce la facemmo in quattro e
mezzo. Dovevamo essere prudenti. Aprendo le gabbie dei
contanti controllammo che non ci fossero trappole. Alcuni
pacchi di soldi avevano cariche a inchiostro nascoste
che sarebbero esplose non appena il denaro fosse stato a
pi di dieci metri dall'edificio. Erano delle esche. Prima
di prendere i soldi, dovevamo estrarre le cariche. Tuttavia,
a differenza delle cariche esplosive federali usate negli
Stati Uniti, quei pacchetti di inchiostro erano grossi e
facili da individuare. La loro presenza ci costrinse a sfogliare
ed esaminare tutte le banconote prima di prenderle,
ma si trattava di un inconveniente, non di un deterrente.
Ci volle solo un minuto in pi.
Una volta trovati e rimossi tutti i pacchetti di inchiostro,
rompemmo le sottili strisce verdi che tenevano insieme
i mazzetti e le gettammo via. Le strisce non erano
una minaccia immediata, ma potevano causare problemi in
seguito. Ogni striscia recava impresso il nome della banca,
ed era quindi una prova che il denaro proveniva da
quella rapina. Dopo averle rimosse, nulla avrebbe potuto
collegare i soldi al colpo, eccetto la nostra cattura con il
bottino in mano.
L'elicottero torn a volare sopra di noi. Mi chiedevo
quanto ci sarebbe voluto perch inviassero una squadra
lungo le scale con armature antiproiettile e fucili d'assalto.
A Hsiu tremavano le mani, mentre riempiva un sacco
nero di banconote da mille ringgit.
- Pensiamo di fare qualcosa per quello?
- Per quello cosa?
- L'elicottero, - disse lei.
- Il nostro programma di fuga  saltato, - dissi. - Non
possiamo andarcene dal tetto. Qualcuno chiami il timoniere.
Vincent mi raggiunse da dietro, mi batt su una spalla
e mi porse la nostra unit radio Motorola. Ovviamente
la polizia stava tenendo sotto controllo tutte le frequenze,
ma questa radio era equipaggiata con un dispositivo di codifica
digitale a 256 bit che rendeva tutte le trasmissioni
criptate con un rumore bianco. I poliziotti potevano origliare
nelle nostre precise frequenze senza arrivare a sapere
che eravamo proprio l. Premetti il tasto di chiamata.
- Pulizia finestre?
- S, prego, - disse Alton.
- La nostra uscita dal tetto  saltata, dobbiamo passare
al piano B. Prendi il furgone blindato. Dobbiamo andarcene
travestiti da guardie. Se siamo bravi, nessuno ci
riconoscer.
- Cos ci mettiamo in pericolo. E solo questione di minuti
prima che la polizia capisca che abbiamo usato l'ascensore
di sicurezza. Potrebbero arrivare in garage da un momento
all'altro e trasformare questo posto in un tiro a segno.
- Dobbiamo rischiare, - dissi. - Tieni il furgone pronto a
partire appena le porte dell'ascensore si aprono, d'accordo?
- Sbrigatevi.
- Roger, - dissi, e lanciai la radio a Vincent.
- E adesso che cazzo facciamo? - chiese Hsiu.
- Un versamento, - disse Angela.
E tir fuori le due chiavi dorate che Marcus aveva dato
a ciascuno di noi.
Servivano ad aprire delle cassette di sicurezza.
Ricordate che il manager della banca aveva proposto ad
Angela una cassetta di sicurezza personale fuori dal caveau
a un prezzo fortemente scontato? Mesi prima del colpo,
attraverso una delle sue aziende off-shore, Marcus aveva
affittato in quella banca dodici cassette di sicurezza, tra
le pi grandi disponibili. Le cassette erano affittate legalmente,
con i documenti in regola, sotto diversi nomi falsi
controllati da Marcus. In quel momento, le cassette erano
vuote. E noi le avremmo riempite. Questo era il piano.
Invece di portarci dietro il bottino, avremmo riempito
fino all'orlo tutte le cassette di sicurezza di Marcus e ce
ne saremmo andati. Anche quando una banca viene derubata,
 vietato aprire come se niente fosse le cassette di
sicurezza per controllare se  stato portato via qualcosa.
Quelle cassette sono private e la banca non ha alcun diritto
di sapere cosa c' dentro. A meno di un ordine del
tribunale, le cassette rimangono comunque chiuse, anche
dopo una rapina. Se avessimo messo tutti i soldi l dentro,
saremmo potuti tornare tutti qualche anno dopo sotto
nuove identit e prendere il denaro del tutto legalmente.
Ovviamente il venti per cento sarebbe andato a Marcus,
ma non importava. Solo per aver pensato a quel piano ci
aveva resi tutti ricchi.
Era geniale.
E quelle cassette di sicurezza erano grandi. Sessanta
centimetri di larghezza, altri sessanta di profondit e novanta
di lunghezza. Con dodici cassette, si parlava grosso
modo di quattro metri cubi e mezzo di spazio. Alla capacit
massima, stavamo parlando di oltre tre milioni di banconote.
Significava una cifra tra i trenta e i cinquanta milioni
di dollari, in banconote non rintracciabili e con i numeri
non in sequenza. Sorrisi mentre tiravo fuori la chiave
di tasca. I soldi si sarebbero spostati di cinque o sei metri.
 
Capitolo 52.

Atlantic City.
Gli uomini del Lupo mi aspettavano nello strip club
abbandonato, come stabilito. Non si facevano notare, ma
sapevo che c'erano. Vedevo i loro gomiti e il fumo delle
loro sigarette dalle fessure nel compensato che copriva
le finestre. Sentivo anche il loro odore, un misto di Old
Spice, olio per armi e mentolo. Uno dei SUV neri del Lupo
era parcheggiato a due isolati di distanza, tra una rete di
recinzione e un parcheggio deserto. Lo avevo visto mentre
mi avvicinavo.
Il club abbandonato era una reliquia dei tempi peggiori
di Atlantic City. L'insegna era coperta di graffiti fino a essere
diventata illeggibile. E le lastre di compensato sopra
le finestre avevano gi cominciato a marcire. Dall'asfalto
nel parcheggio spuntavano le erbacce e i muri erano invasi
dai rampicanti. Anni, o forse decenni prima, quello era
stato un bel locale. Le luci al neon sotto la pensilina erano
rotte. Il semaforo all'angolo lampeggiava sul rosso.
Parcheggiai sulla strada e scesi sbattendo la portiera,
cos mi avrebbero sentito arrivare. Alzai anche una mano
per farmi vedere. La pioggia mi gocciol lungo il palmo,
raccogliendosi sul polso. Quando fui a portata di voce, infilai
la mano in tasca e impugnai il revolver.
Stavo attraversando la strada quando un tirapiedi del
Lupo usc ad accogliermi. Lo raggiunsi nel parcheggio, fermandomi
a circa tre metri da lui.
Era un uomo snello, con una felpa nera e il cappuccio
abbassato. Uno skinhead con la testa completamente rasata,
sopracciglia comprese. Sulla fronte aveva un tatuaggio
con due martelli intrecciati. Mi rivolse un sorriso sdentato.
Alla cintura portava una grossa pistola automatica Baby
Eagle. Sollev il cappuccio e indic la pistola.
- Tira fuori la tua arma, - disse, con voce un po' farfugliante.
- Hai cinque secondi.
Tolsi la mano dalla tasca e gli mostrai i palmi. Scrollai
le spalle.
Estrassi la pistola, tirai indietro la leva, aprii l'alloggiamento
e buttai fuori il proiettile. Gli mostrai lo spazio
vuoto e il caricatore, affinch sapesse che l'arma era inoffensiva,
poi gettai entrambi per terra davanti a noi. Mi
rimisi la mano in tasca e alzai le spalle.
- Dov' il Lupo? - chiesi.
- Ti sta aspettando, - rispose il tipo. - Adesso voglio
l'altra arma.
Tirai fuori la mano di tasca, gli mostrai i palmi vuoti e
alzai di nuovo le spalle.
- Ecco qua, - dissi.
Lo skinhead mi fiss con sospetto, poi si avvicin a passi
lenti, come se camminasse sott'acqua. Spinse di lato il mio
braccio e mi tast finch trov il rigonfiamento; quindi
allung una mano dietro la mia schiena e tir fuori il revolver.
Me lo punt contro e continu a perquisirmi con
la mano libera, per accertarsi che non avessi altre armi. Il
suo fiato odorava di sigarette e anfetamine.
Lo guardai male, mentre la pioggia mi gocciolava sul
collo.
Lui fece un passo indietro, tenendomi sempre d'occhio.
Apr il tamburo del revolver e rilasci l'espulsore. I proiettili
caddero e si sparsero sull'asfalto.
- Ora sei tu l'unico ad avere una pistola, - dissi.
Mi sorrise con i denti storti, estrasse la Baby Eagle dalla
cintura ed espulse il caricatore. Tir indietro il carrello,
espellendo anche il colpo in canna. Poi sollev il caricatore
perch lo vedessi bene, e con il pollice rilasci i proiettili,
che caddero a terra uno alla volta.
Clic, clic, clic.
I proiettili rotolarono nelle crepe dell'asfalto. Io non
dissi nulla, non mi mossi neppure. Ci fissammo come pistoleri
in un vecchio western. Una raffica di vento mi soffi
la pioggia in faccia.
Il Lupo usc dal locale. Il suo completo chiaro era asciutto
nonostante il temporale. L'acqua gocciolava dalla pensilina
tutto intorno a lui.
- Entra, - disse. - Parliamo.
Il club era un colabrodo. Dai buchi sul soffitto a ogni
passo venivano gi degli spruzzi come rubinetti aperti.
Dopo tanti anni di abbandono, non si formavano neppure
pi le pozzanghere sul pavimento, e l'acqua cadeva
direttamente nelle fondamenta, attraverso larghi buchi
dove il pavimento aveva ceduto. All'interno c'era un altro
uomo del Lupo, in piedi in un angolo. Era stretto in
un grosso bomber.
Il Lupo indic alcune sedie pieghevoli arrugginite. Erano
di metallo, di quelle cinesi da pochi soldi. Accanto alle
sedie, una lastra di compensato poggiata su un secchio di
vernice rovesciato serviva da tavolo.
- Siediti, - disse il Lupo.
Presi una sedia e osservai con attenzione il tizio col
bomber. Non vidi armi, ma c'erano un sacco di posti in
cui avrebbe potuto nascondere un coltello o una piccola
Ruger come quella che aveva Aleksei nelle pianure salate.
- Siediti, - ripet il Lupo.
Mi sedetti e lui mi rivolse un sorriso strano. Si accomod
di fronte a me, tese un braccio e schiocc le dita. L'uomo
alle sue spalle apr il bomber, prese una '357 Magnum
a tamburo e gliela mise nella mano aperta. Era una pistola
enorme, lunga come la gamba di un neonato e potente
come un piccolo fucile. Una Taurus modello 65 ad azione
singola. Pesava circa un chilo e poteva sparare sei colpi in
meno di dieci secondi, nelle mani di un tiratore in gamba.
La guardai, poi guardai il Lupo. - Credevo fossimo qui
per fare un patto, - dissi.
Lui sorrise di nuovo in quel modo strano. Sollev la pistola,
apr il tamburo ed espulse i proiettili, facendoseli
cadere in mano. Erano cos grossi che non produssero il
solito suono tintinnante, ma un rumore sordo. Pallottole
del genere potevano fare nella carne buchi della grandezza
di due pugni. Con la punta di un dito il Lupo ne fece
rotolare uno sul tavolo verso di me.
- Voglio vedere il bottino del Regency, - disse.
Magnum in latino significa grande. Presi il proiettile
e lo rigirai tra le dita. Era un semirivestito a punta cava,
lungo come il mio mignolo. Eccessivo, proprio come la pistola
disegnata per spararlo. Lo posai in piedi sul tavolo.
- Io voglio prima vedere i miei soldi, - dissi.
- Prima tu, - disse il Lupo. - Non devi darmeli tutti,
voglio solo la prova che li hai.
Feci una smorfia e diedi un colpetto al proiettile, che
rotol di nuovo verso il Lupo. Lui lo prese prima che cadesse
dal tavolo.
- Che tipo di prova vuoi? - chiesi. - Sai che non li ho
portati con me. Quando sar certo della tua buona fede,
ti dir dov' il bottino e potrai farci quello che vuoi. Fino
ad allora non far nulla.
- Hai mai giocato alla roulette russa? - chiese il Lupo.
Non risposi.
- A me piace giocare d'azzardo, - disse. - E anche a
te, stando a ci che mi hai detto. In questo tamburo a sei
colpi inserisco un solo proiettile, senza sapere in quale camera
di scoppio si trova. Cos, quando premo il grilletto,
la pistola pu sparare o non sparare.  una questione statistica,
capisci? La prima volta che premo il grilletto ho una
probabilit del sedici per cento di farti saltare la testa. La
seconda volta, la probabilit sale al venti per cento. Poi al
venticinque, al trentatre, e infine al cinquanta. Insomma,
ogni volta che giochi, le tue probabilit di sopravvivere
diminuiscono.
Inser il proiettile nell'arma, poi chiuse il tamburo e lo
fece ruotare. Alz il cane, mi punt la pistola alla testa.
E premette il grilletto.
 
Capitolo 53.

Il tamburo gir, il cane ricadde e la pistola produsse il
suono metallico di uno sparo a vuoto.
Clic.
Il Lupo ruot di nuovo il tamburo e alz il cane. Quindi
pos la pistola sul tavolo. Io ascoltavo l'acqua gocciolare
sul cemento. Normalmente, con una pistola di quelle
dimensioni, si riesce a vedere facilmente dove si trova il
proiettile. Ma non in una stanza buia dove l'unica luce arrivava
attraverso le crepe nel compensato sopra il finestrino.
- Hai detto che volevi qualcosa di interessante, - disse
il Lupo. - Eccolo. Dimmi dove sono i soldi e andremo
insieme a prenderli. Ti dar la tua parte e poi ognuno per
la sua strada.
- Sappiamo entrambi che mi ucciderai non appena avrai
messo le mani sul bottino.
- Non ne sarei cos sicuro, se fossi in te. Potrei ucciderti
anche adesso.
Mi punt di nuovo la pistola alla testa e premette il grilletto.
Vidi il tamburo spostarsi e il cane ricadere.
Clic.
Presi il mio cellulare, aprii la foto della borsa blu e la
mostrai al Lupo. Credevo che quel momento sarebbe arrivato
in circostanze diverse. Il Lupo non voleva solo una
prova che io avessi i soldi. Voleva mostrarmi di essere disposto
a metterli a rischio in una partita di roulette russa.
- Sono questi? - disse. - Hai visto che non era difficile?
- Ora sai che ho i soldi, - ribattei. - Voglio vedere la
mia parte.
- Sei intelligente, Ombra, ma non abbastanza furbo.
Ho ancora nove ore per metterti sotto torchio. Posso farti
parlare, se voglio.
- Lo credi davvero? Io no. Sai che non sono n debole,
n stupido.
- Ho i miei sistemi.
Scossi la testa. - La tua pistola non mi fa paura.
Lui la sollev e disse: - No, questa  solo per divertirmi
un po'. Quando arriver il momento parlerai, ma non
perch alla fine parlano tutti. Lo farai perch preferirai
stare al mio gioco, piuttosto che startene seduto ad aspettare
che ti uccida. Parlerai perch non hai altra scelta.
Mi punt di nuovo la pistola in faccia e premette il grilletto.
Clic.
La pos sul tavolo tra noi. Io non dissi nulla e fissai il
mio riflesso sulla canna.
Il Lupo disse: - Parlerai perch, dopotutto, ti interessa
pi vivere che essere pagato.
-  l'esatto contrario, - replicai.
Il Lupo fece scrocchiare le dita e intrecci le mani sul
tavolo.
- Sei tu quello che vuole vivere, - spiegai. - E io sono
quello che vuol essere pagato. Se devo morire qui e ora, per
me va bene. Non mi conosci, ma io faccio quello che faccio
perch non trovo un modo pi interessante di passare
il tempo. Se tu dovessi torturarmi o uccidermi, non direi
una parola. Ma dopo avermi ucciso avresti un grosso problema.
Solo io so dove ho nascosto i soldi. Chi pu sapere
dove e quando esploder? Potrebbe essere in una delle tue
case sicure, o in uno dei laboratori dove lavorano i tuoi ragazzi.
In tal caso, dopo l'esplosione quel denaro sar subito
collegato a te. E andrai in galera per rapina aggravata.
- S, come no, - disse lui.
Scrollai le spalle. - Alla fine, credo ti interessi di pi
stare fuori di prigione che cercare di far parlare me. Anche
se non credi che abbia nascosto i soldi in un posto che
ti creer dei problemi, fare un patto con me ti conviene
comunque. Ti costa molto meno che correre di nuovo il
rischio con quella pistola.
Il Lupo mi fiss in perfetto silenzio. Era calmo e inespressivo
come una statua.
- Marcus voleva far ricadere tutto su di te, Harry, -
proseguii. - Lui ha sempre un secondo fine, e tu ci sei cascato
in pieno. Mi ci  voluto un po' per mettere insieme
tutti i pezzi, ma alla fine ho capito. Vedi, Marcus sapeva
che qualcuno ti avrebbe avvertito del colpo. E sapeva che
saresti stato cos stupido e orgoglioso da cercare di
appropriarti del bottino. Mandando due idioti a rapinare
il Regency, ti ha praticamente costretto a intervenire. Marcus
voleva che tu uccidessi Moreno e Ribbons. Voleva che
prendessi tu i soldi. Voleva che provassi a usarli contro di
lui. Cristo, ha persino ordinato a quei due di rubare una
delle tue auto, solo per farti incazzare. Appena tu avessi
avuto i soldi, lui avrebbe detto a tutti, nel giro, che stavi
cercando di fregare il cartello. Vedi, nessuno pu rubare del
denaro federale e uscirne indenne. Neppure Marcus, uno
dei pi grandi coordinatori di rapine al mondo. E tu pensavi
di poterlo fare? Sei solo un piccolo trafficante, Harry.
Fingi di essere potente, ma sei nelle mani del cartello. Per
uno come te, la reputazione vale molto pi di un camion
pieno di anfetamine. Se Marcus dicesse che sei corrotto
e le notizie dei telegiornali confermassero le sue parole, il
cartello non toccherebbe pi i tuoi soldi. In realt, non c'
neppure bisogno che il bottino del Regency sia nascosto in
qualche luogo collegato direttamente a te. Probabilmente
basta che il denaro esploda in qualsiasi punto nei dintorni
di Atlantic City, perch tu venga implicato nella rapina.
La polizia ti star addosso e la tua reputazione sar rovinata.
Il tuo nome sar in cima alla lista di tutti i detective
per i prossimi vent'anni. Tutti i tuoi soldi diventeranno
sospetti. Ogni trafficante di droga al mondo ti conoscer
come l'uomo che ha rubato i soldi federali. La tua unica
possibilit di evitare tutto questo  trovare quel denaro
e portarlo il pi possibile lontano da qui. Cos quando
esploder potrai attribuire tutta la faccenda a qualcun altro.
Se non lo fai, il cartello ti far a pezzi. In poche parole, se
non concludi un accordo con me, la tua carriera  finita.
Il Lupo prese dal tavolo la .357 Magnum, me la punt
alla testa e premette il grilletto. Il cane ricadde e ci fu
un altro clic a vuoto.
Io non mi mossi, non battei ciglio.
Dissi: - Voglio i miei centocinquantamila dollari.
Il tizio con il bomber si mosse, a disagio. Sembrava avere
all'improvviso tutti i muscoli contratti.
- Se mi uccidi, - aggiunsi, - perderai tre volte tanto.
Quando i cartelli si passeranno la voce che hai rubato del
denaro federale, sia pure per vendetta, non farai pi affari
con nessuno. Ma possiamo ancora vincere, tutti e due.
Dammi quello che voglio e io far sparire il tuo problema
prima del sorgere del sole.  la tua unica possibilit di
uscirne senza macchia. Lo scambio  centocinquantamila
dollari per un milione e due.
Il Lupo apr il tamburo della pistola e inser un altro
proiettile. Lo fece ruotare, tir indietro il cane e fece fuoco.
Clic.
- Stai mettendo alla prova la tua fortuna, - dissi. - Ogni
volta che premi quel grilletto corri il rischio di far saltare
la tua, di testa. Non puoi costringermi a parlare n ad abbassare
la cifra. Perci accetta l'accordo.
Il Lupo pos la pistola sul tavolo. Gli trem un angolo
della bocca, una volta sola. Fu una breve indicazione dei
suoi pensieri, che dur solo un istante.
- Va bene, - disse. - Ecco la mia offerta, e farai meglio
ad accettarla perch non otterrai di meglio. Forse non mi
va di uccidere te, ma posso ammazzare quella bella agente
dell'FBI con cui collabori. Dammi i soldi o lei sar morta
entro l'alba.
 
Capitolo 54.

- Fa' quello che ti pare, - dissi. - Le mie condizioni
non cambiano.
Allungai lentamente una mano sul tavolo e presi la '357
per la canna. Era pesante, come se a una normale pistola
qualcuno avesse legato un mattone. Il tizio col bomber
reag estraendo una corta automatica in fibre plastiche
dalla tasca posteriore dei pantaloni e puntandomela contro.
Era una calibro ventidue, con la canna pi corta di
una carta di credito. Estremamente imprecisa, ma a quella
distanza sarebbe stato impossibile mancare il bersaglio.
- Vacci piano, Ombra, - disse il Lupo.
- Voglio solo mostrarti quanto me ne frega delle tue
minacce, - dissi.
Nella pistola adesso c'erano due proiettili, quindi le
probabilit erano diverse. Feci ruotare il tamburo e mi
puntai la canna alla tempia. Premere il grilletto fu facile
come strappare della seta. Il cane ricadde e non successe
nulla.
Clic.
Lo feci di nuovo. Sentii il suono della camera di scoppio
che si allineava, quello del cane che ricadeva e la pressione
sul grilletto.
Clic.
L'espressione del Lupo cambi. Era a disagio, sembrava
incerto, cominciava a pensare che forse mi sarei fatto
saltare le cervella solo per dimostrargli che potevo farlo.
Cambi posizione sulla sedia.
Premetti un'altra volta il grilletto.
Clic.
Posai la pistola e mi rivolsi al tirapiedi in bomber. Anche
lui sembrava nervoso. - Prima di giocare ancora, - dissi,
- posso scroccarti una sigaretta?
Lui annu e sorrise. Dovevo averlo impressionato. Avanz,
tenendomi sotto mira con l'automatica, e fece uscire
una Marlboro dal pacchetto. Prese uno Zippo e si chin per
accenderla. Io mi infilai la sigaretta tra le labbra, aspettando
che si avvicinasse ancora. Aspirai due boccate, poi afferrai
la Magnum, gliela spinsi sotto il mento e feci fuoco.
Bang.
Il latrato della pistola risuon attutito, come se avessi
sparato attraverso un cuscino. Il proiettile usc da un buco
a stella dietro la testa, portandosi dietro pezzi di cervello.
I gas di espansione gli strapparono la carne dal cranio,
schizzando dappertutto sangue e frammenti d'osso.
Rovesciai con un calcio il tavolo addosso al Lupo. Lui
cadde all'indietro, e si trov sotto la lastra di compensato.
Non volevo fargli del male, solo tenerlo fuori gioco mentre
mi occupavo dei suoi uomini. Ruotai su me stesso e puntai
la pistola contro lo skinhead. Schiacciai il grilletto diverse
volte, ma non accadde nulla. Uno dei due proiettili
forse era a salve, oppure era troppo bagnato per sparare.
Lo skinhead fece un sorriso diabolico e mi caric. Non
era armato, ma neppure io lo ero. Mi fece volare di mano
la pistola con un gesto come per scacciare una mosca. Lo
colpii forte di sinistro ma era come picchiare un blocco di
cemento. Era stato scolpito in prigione da qualcuno non
troppo preoccupato delle rifiniture. I miei primi pugni
furono inutili. I suoi no. Incassai un pugno al corpo che
mi tolse il fiato. Pochi centimetri pi in alto e mi avrebbe
spaccato le costole. Non cercai di bloccarlo e lo attaccai
con tutta la forza che avevo. Misi a segno un uppercut e
sentii fratturarsi la mascella. I suoi denti traballarono. Un
altro sarebbe morto, dopo un pugno del genere, ma lui non
sembr neppure scosso. Sorrise, come per dire: E tutto
qui quello che sai fare? poi mi pass un braccio intorno
al collo e mi sbatt contro il muro, cos forte da produrre
una crepa nell'intonaco. Cominci a stringere. Lo colpii
quattro o cinque volte al petto, ma non fece una piega.
Strinse pi forte, togliendomi ossigeno al cervello, e la mia
vista cominci ad appannarsi.
Gli diedi una gomitata dall'alto verso il basso nella parte
interna del braccio, colpendolo proprio sotto la vena dove
si iniettava la roba. Sentii un osso spezzarsi. Moll la
presa e si stacc da me barcollando.
Lo colpii subito con un diretto al naso, frantumando la
cartilagine. Mi sbucciai la pelle delle nocche, macchiandogli
il viso di sangue. Doppiai con un diretto lungo, pesante
come un treno merci, sbucciandomi anche l'altra mano.
Lo skinhead si lanci avanti come se volesse mettermi lo
sgambetto, ma ormai avevo troppo vantaggio. Gli piantai
un colpo di gomito sul cranio, nel punto di giunzione delle
placche ossee. Lui cerc di allontanarsi, stordito. Gli saltai
addosso e gli strinsi un braccio intorno al collo, premendogli
allo stesso tempo il gomito dell'altro braccio dietro
la testa, tra la colonna vertebrale e il cranio. Mi bastava
mantenere la presa per dieci secondi, non di pi. Quella
stretta toglie il sangue al cervello, ed  pi rapida del soffocamento.
E come premere a lungo l'interruttore di un
computer. Pochi secondi dopo, la macchina si spegne.
Lo skinhead barcoll per la stanza, cercando di liberarsi.
Mi sbatt di nuovo contro il muro, ma non riusc a farmi
mollare la presa. Il sangue dalle ferite sulle mie mani gli
gocciolava in testa e gli scendeva negli occhi. Non riusciva
a emettere suono. Boccheggi come un pesce, poi si irrigid
e cadde in avanti. Lo lasciai andare sul pavimento come
un sacco pieno di sassi. Si sarebbe svegliato tra qualche
ora con il peggior mal di testa della sua vita.
Nel frattempo, il Lupo era uscito da sotto il compensato
e stava cercando di raggiungere l'automatica di plastica
che il morto aveva lasciato cadere. Mentre stava per afferrarla
corsi da lui e gli diedi un calcio alla mano. La pistola
scivol sul pavimento e and a finire in un buco. La sentimmo
cadere nell'acqua di sotto con un tonfo.
Il Lupo mi fiss, scuotendo la mano che avevo calciato,
e cerc di dirigersi verso la porta, ma gli bloccai la strada
e si ferm. Il suo completo chiaro era tutto rovinato. Lo
afferrai per il colletto e dissi: - Dammi un buon motivo.
- Centocinquantamila dollari, - riusc a dire. - Nella
mia stanza, in hotel. Tra un'ora. Se non  abbastanza per
te, allora va' all'inferno.
- Qual  il numero della stanza?
-  la suite dell'attico, - rispose. - Niente scherzi, stavolta.
Lo lasciai cadere sul pavimento e uscii.
 
Capitolo 55.

Kuala Lumpur.
La fuga and male fin dal momento in cui si aprirono le
porte dell'ascensore. Appena arrivammo al secondo piano
sotterraneo, fui colpito da un'ondata gigantesca di luce e
rumore. Non sapevo esattamente cosa mi stava succedendo,
ma una cosa la sapevo: era una maledetta trappola
della polizia.
Non so come fosse successo. Subito prima di salire in
ascensore, Alton ci aveva dato il via libera: niente poliziotti
nel garage. Erano barricati fuori, di sicuro, e sulla strada
tutto intorno all'edificio, ma il nostro piano era sgombro.
Per qualche motivo, nel successivo minuto e quaranta
la situazione era cambiata.
Ora mi trovavo a fare da bersaglio a una granata.
Lo scoppio non mi gett a terra, ma mi accec. Non riuscivo
n a vedere n a sentire. Mi accorsi che qualcuno mi
afferrava per le spalle e mi trascinava fuori dall'ascensore.
Mi accorsi di avere il pavimento del garage sotto gli stivali.
Infine mi resi conto degli spari, all'inizio con un rumore
soffocato, che poi divenne un rombo deciso. Ricominciai
a vedere qualcosa: dal fondo del garage provenivano dei
violenti flash d'arma da fuoco. Un plotone di agenti della
Royal Malaysian ci stava sparando addosso da dietro una
barricata di auto della polizia. I flash illuminavano l'angolo
come stelle in esplosione. Una granata di gas lacrimogeno
provoc nuvole di denso fumo giallo.
Presi il fucile d'assalto G36, lo puntai dal fianco e sparai
una raffica alla cieca contro la barricata. Il rumore somigliava
a un martellare ritmico di bassi, piuttosto che allo
schiocco secco degli spari. Mi voltai. Era Hsiu a tenermi
per la spalla. Il furgone blindato era a pochi passi di distanza.
Stavamo correndo. Sperai con tutto me stesso che
Alton non fosse stato colpito.
Vidi cadere Joe Landis. Si becc un proiettile in testa,
due passi davanti a me. Pi che cadere, si accasci, trascinato
a terra da tutto il pesante equipaggiamento che portava
sulla schiena. Prima che potessi fare una cosa qualsiasi
era gi morto. Il suo corpo era carico di nitroglicerina.
I due fratelli italiani uscirono dopo di noi dall'ascensore,
anche loro talmente carichi da sembrare degli orsi bruni.
Sollevarono i fucili a canne mozze e aprirono il fuoco
contro la barricata della polizia. Sparavano cos in fretta
che i bossoli rossi si scontravano in aria gli uni con gli altri.
La polizia aveva bloccato l'uscita del garage. Dovevano essere
arrivati all'ultimo momento sui loro camion fuoristrada
Unimog. Non riuscivo a vederli tutti ma da quella distanza
scorgevo due uomini in berretti neri acquattati sul cassone
del secondo camion. Sparavano raffiche continue con delle
mitragliette MP5A2. Un proiettile centr lo zaino di Angela.
Avevo esaurito il caricatore. Lo espulsi e ne cercai un
altro sotto la camicia. Prima di poter tirare la molla di carico,
avvertii un pugno potente al petto. Ero stato colpito.
Il proiettile mi tolse il fiato e barcollai all'indietro. Non
riuscivo a respirare. Poi fui colpito altre due volte, in rapida
successione. Ero rallentato dall'equipaggiamento sulla
schiena e ancora sotto shock per il primo colpo. Caddi a
terra. Rotolai sul pavimento per alcuni secondi, inspirai
con tutta la forza ma non successe nulla. I miei polmoni
non lasciavano entrare l'aria. Era come se avessi una persona
seduta sul petto.
Mi salvarono Hsiu e Vincent. Arrivarono da dietro, mi
afferrarono per le spalle e mi trascinarono al furgone. Vincent
mi caric sul retro e tir dentro anche i soldi, mentre
Mancini, inginocchiato accanto a noi, sparava dal portello
posteriore. Mi prese il G36 dalla spalla e spar alle guardie
una serie di colpi singoli e precisi. Cambiava bersaglio come
se sparasse alle bottiglie in un poligono di tiro. Quando vide
che io ero a posto, picchi due volte sul tettuccio, chiuse
il portello e il blindato part con uno stridio di gomme.
Attraverso il finestrino interno all'abitacolo scorsi Alton.
Sterz bruscamente a sinistra e io andai a sbattere contro
la parete destra. Angela mi si avvicin, scavalcando le
borse degli equipaggiamenti. Stava per dire qualcosa ma
non fece in tempo.
Il furgone invest i fuoristrada della polizia. Erano mezzi
vecchi, che non sopportarono l'impatto. Si schiacciarono
contro il frontale del blindato e furono trascinati due
o tre metri nel garage, per poi essere proiettati in direzioni
diverse.
Un furgone blindato normalmente ha sedici feritoie,
che sembrano fessure di cassette della posta. Si aprono
dall'interno con una maniglia e sono appena larghe abbastanza
per la canna di uno shotgun. Il principio  che
dall'esterno, per infilare un proiettile in una fessura cos
piccola, bisogna mettersi proprio davanti, altrimenti 
quasi impossibile.
Nelle porte posteriori ce n'erano due.
Mancini ne apr una. Mir con cura e spar una serie
di colpi contro il cadavere di Joe. Alle nostre spalle udii
l'impatto di due auto che si scontravano e poi un botto
fortissimo. La nitroglicerina che Joe portava addosso era
esplosa. L'onda d'urto si propag attraverso il pavimento.
Lo spazio buio, illuminato dai lampi degli spari, si riemp
dell'odore di polvere da sparo bruciata e di frammenti di
cemento, cos fitti che sembravano fumo. Dal G36 uscivano
bossoli a pioggia. Mancini allung una mano, prese un
caricatore dal mio gil e lo inser nel fucile.
Io vivevo in un universo parallelo di dolore. Mi contorcevo
sul pavimento del furgone, facendo respiri brevissimi.
Riuscivo appena a vedere. Tutto era buio. Mi tolsi il
berretto che avevo preso all'autista del furgone e mi artigliai
il petto fino ad aprire la camicia. Sotto c'era il gil
tattico con due placche in titanio disegnate per fermare
l'impatto di fucili mitragliatori. Nella placca sinistra erano
incastonati tre proiettili nove millimetri a punta cava,
che avevano penetrato il kevlar appena sopra il cuore. Ne
tolsi uno. Sembrava un fungo.
Angela mi grid qualcosa all'orecchio, ma non la udii.
L'unica cosa che sentivo era un trillo acuto, come un allarme
antincendio dentro la testa. Lei mi tocc le orecchie
e i suoi guanti si sporcarono del sangue che mi colava dai
padiglioni auricolari nel colletto della camicia.
Angela continu a gridare, finch riuscii a udirla.
- Un proiettile ha trapassato il giubbotto? - diceva.
- Non lo so, - risposi. - Non riesco a respirare.
- Mantieni la calma, - mi grid all'orecchio. - Ti sei
beccato tre proiettili e una flashbang. Non vedo sangue,
quindi dovresti essere a posto. Forse qualche costola rotta,
ma questo  tutto.
Una granata flashbang emette un suono diecimila volte
pi potente di una fucilata e un lampo di luce splendente
come il sole. Usa magnesio e nitrato d'ammonio, e chi ne
viene colpito desidera essere morto. Mi sembrava di nuotare
in un rumore di fondo. Era come se avessi un'emicrania
estesa su tutto il corpo.
Angela estrasse una fiala di cocaina dal giubbotto, se ne
vers un po' in mano e poi mi sfreg la mano su bocca e
naso. Sentii subito la fresca sensazione di intorpidimento
della droga. Respirai. Il dolore al petto diminu e riuscii
a mettere a fuoco le immagini. Tutto ci che vedevo in
bianco e nero apparve in Technicolor. Angela mi indic
con l'altra mano e disse: - Pensi di essere a posto?
Annuii.
Ero pi che a posto. Mi sentivo un dio ferito.
Lei mi tolse il palmo dalla bocca. Prese una radio da
qualche parte e me la spinse in faccia. Ci misi un attimo per
riconoscerla, fatto di coca com'ero. Era il grosso scanner
della polizia che portava Hsiu.
- Ha appena detto il tuo nome, - disse Angela.
- Cosa?
- Questo affare ha appena pronunciato il tuo nome.
Stanno arrivando gli elicotteri, e sulle frequenze della polizia
strillano il tuo nome come se fossi tu il capo di tutto.
- Non capisco, - replicai.
- Cristo! - Angela mi spinse di nuovo la radio vicino
alla faccia. - Come cazzo fanno a sapere di Jack Delton?
All'inizio non capii di cosa parlasse. Ero ancora stordito,
non riuscivo a concentrarmi su nulla, a parte il rumore
degli spari di Mancini. Ci misi un po' a mettere insieme i
pezzi. Quando compresi l'enormit dell'errore che avevo
commesso spalancai gli occhi. Finalmente avevo riconosciuto
l'errore che mi avrebbe tormentato per i successivi
cinque anni. Continuavo a udire la frase di Angela.
Come cazzo fanno a sapere di Jack Delton?
In quel momento lo capii.
 
Capitolo 56.

Atlantic City.
Risalii in macchina e partii. Appena uscito su Kentucky
Avenue presi un cellulare dalla borsa, lo accesi e composi
il numero di Rebecca Blacker. Il telefono squill e squill,
ma nessuno rispose.
Il Lupo finalmente aveva accettato le mie condizioni:
centocinquantamila dollari puliti contro un milione e
duecentomila dollari sporchi. Naturalmente non mi fidavo
di lui. Eccetto ammazzarlo, gli avevo fatto di tutto.
Avevo ucciso tre dei suoi uomini, mandandone altri
due all'ospedale. Si trattava di persone sostituibili, certo,
ma  raro che una gang subisca perdite cos pesanti in un
periodo cos breve. Lui sarebbe stato sotto pressione per
farmela pagare, in un modo o nell'altro. Se volevo uscirne
vivo, dovevo sparire in fretta. E non avevo neppure
preso in considerazione quello che lui poteva fare a
Rebecca Blacker. Imprecai e gettai il cellulare sul sedile
del passeggero.
Guardai l'orologio. Erano appena passate le nove di sera.
Ancora nove ore.
Mi diressi a nord, lungo la baia di Absecon, di ritorno
verso il centro di box a noleggio nelle paludi. La pioggia
diminu di intensit e poi smise del tutto, lasciando pozzanghere
nel cemento. L'aria non sapeva pi di sale, ma aveva
un odore fresco e pulito, come una doccia dopo l'allenamento
in palestra. Le pozzanghere si seccarono in fretta.
Il calore stava tornando. Anche all'ombra, il termostato
sulla parete dell'ufficio del gestore del magazzino segnava
pi di trentacinque gradi. Il posto era chiuso per la notte,
ma c'era un cancello per permettere ai clienti di accedere
ai loro box quando volevano. L'accesso ventiquattro ore
su ventiquattro  fondamentale per quel tipo di attivit.
Digitai sul tastierino il codice che il ragazzo aveva inserito
per aprire la serratura.
Una volta dentro il container, vuotai lo zaino. Caddero
a terra le scatole di munizioni, il fodero, le parti della Uzi,
il mazzo di banconote da cinquanta e le pasticche bianche,
oltre al telefono che Ribbons non aveva potuto usare.
Estrassi la Uzi dalla custodia. Era un'arma robusta, e
sembrava ben pulita e oliata, malgrado il tempo trascorso
li dentro. In caso di necessit, avrei potuto sparare anche
con una mano sola.
Mi inginocchiai e inserii i proiettili nei caricatori.
C'erano tre caricatori in totale, con venticinque proiettili
ciascuno. Una Uzi spara circa mille colpi al minuto. Anche
un semplice tocco sul grilletto manda una sventagliata di
piombo tale da vuotare un caricatore. E dopo il rinculo, la
precisione va a farsi benedire. Avrei dovuto sparare raffiche
brevissime. Tre caricatori pieni sembravano tanti, ma
non lo erano. Voleva dire tre piccoli tocchi del grilletto, o
tre secondi di pura furia. Come alla roulette, diversificare
le puntate  l'unico modo per vincere.
Ci misi cinque minuti buoni a riempire i caricatori. Ne
inserii uno nel calcio e mi misi in tasca gli altri due. Prima
di infilarmi la Uzi nella cintura controllai che la sicura
fosse a posto. La giacca non la copriva del tutto, ma
un osservatore distratto non l'avrebbe notata. Quando
uscii dal magazzino mi vidi riflesso nel parabrezza della
Bentley: un uomo con molto sonno arretrato, una barba
di tre giorni e un completo costoso da cui spuntava una mitraglietta
con silenziatore.
Risalii in macchina e ripartii.
Ero appena uscito dal parcheggio quando uno dei cellulari
nella ventiquattrore vibr. Lo tirai fuori, tenendo il
volante con l'altra mano. Il numero era quello di Rebecca
Blacker. Premetti il tasto verde.
- Dimmi che stai bene, - dissi.
- Io sto benissimo, - rispose. - Sei tu che mi preoccupi.
Passai a tutta velocit accanto al posto in cui le pale
eoliche ruotavano giorno e notte le loro eliche alte venti
piani. I miei fari erano l'unica luce, a parte il bagliore
distante dei casin. Ero a due minuti dalla spiaggia dove
avevo nascosto i soldi. Potevo prenderli e tornare in citt
in meno di venti minuti.
- Ho appena incontrato il Lupo, - le dissi.
- Lo ammetti, finalmente?
- S. Stai rintracciando la chiamata?
- Cosa?
- Stai rintracciando questa telefonata? Rispondi s o no.
- Non vedo cosa importi.
- Sto tornando dal casin, - dissi. - E mi serve il tuo
aiuto.
 
Capitolo 57.

Arrivai all'Atlantic Regency venti minuti dopo. Non ero
tranquillo. Anche se avessi trovato i miei soldi avvolti in
un pacco regalo, quel posto non era sicuro. C'erano ancora
buchi di proiettili accanto alla porta laterale, e una guardia
giurata che faceva circolare le persone.
Odio tornare sulla scena di un crimine, persino quando
si tratta di un crimine che non ho commesso io. Richiama
i peggiori stereotipi sulle persone che lavorano nel mio ramo.
Solo i criminali pi superbi e orgogliosi tornerebbero
indietro per compiacersi di ci che hanno fatto. Per me, 
imbarazzante. Un ladro deve fare il suo lavoro e sparire.
Girare intorno alla scena del crimine serve solo ad aumentare
le possibilit di finire in galera.
Feci scivolare la Uzi sotto la patta della borsa di nylon
blu. Adattai la tracolla alla spalla e provai a estrarre l'arma
alla maggiore velocit possibile. Immaginando che la
suite dell'attico fosse in stile presidenziale, avrei trovato
cinque o sei stanze da letto, un ampio soggiorno e una sala
da pranzo, forse anche una cucina. Il denaro sarebbe stato
in una cassaforte dentro l'armadio a muro della stanza
da letto principale. Feci qualche rapido calcolo. Potevo
trovarmi davanti fino a sei o sette uomini. Il Lupo aveva
perso cinque uomini, ma qualcosa mi diceva che non
avrebbe avuto problemi a procurarsi dei volontari. Era
pi facile che restasse senza armi, piuttosto che senza gli
uomini per imbracciarle.
Scesi dall'auto. Il Regency era illuminato a festa, nonostante
fossero le dieci di sera di domenica. Udivo fin dalla
strada la musica e le suonerie delle slot-machine. Per i
casin di Atlantic City quella era l'ora di punta. Guardai
l'orologio.
Ancora otto ore.
Attraversai il casin diretto verso l'hotel. Non c'erano
metal detector, perci non ebbi problemi a far passare la
pistola con la borsa a tracolla. Portare quei soldi nel posto
a cui appartenevano era una stranezza che mi eccitava,
in un certo senso. Era quasi come rubarli di nuovo,
semplicemente passando davanti ai tavoli del black-jack.
Cominciavo a capire perch ad alcuni piace tornare sulla
scena del crimine. Era come essere l'unico vedente in una
stanza piena di ciechi. Sapevo cose che gli altri non potevano
nemmeno immaginare.
Al banco della reception c'erano tre impiegate, con una
fila di clienti davanti. Mi misi in coda dietro un gruppo di
turisti in camicie hawaiane. Quando arriv il mio turno
rivolsi alla donna il miglior sorriso che riuscii a trovare,
date le circostanze, e dissi: - Mi  stato detto di ritirare
la chiave magnetica di una stanza.
- In quale stanza alloggia?
- Faccio parte del gruppo dell'attico.
- Il nome sulla prenotazione?
- Turner, - risposi.
Controllai per istinto gli addetti alla sicurezza, poi osservai
il soffitto in cerca di telecamere. Ce n'erano troppe
per contarle. La mia faccia doveva essere stata ripresa da
almeno sei o sette obiettivi. La receptionist mi stamp una
tessera e me la consegn con un sorriso.
Salii in ascensore fino all'ultimo piano. C'era un'unica
camera, e un lungo corridoio che conduceva a una doppia
porta in mogano. La suite dell'attico. Strisciai la tessera
magnetica ed entrai.
La porta si apriva su un atrio in stile antica Roma. Al
centro c'era un laghetto, in mezzo al quale si innalzava
una statua in gesso di Giunone. Il soffitto era sostenuto da
massicce colonne doriche, e gli affreschi sulle pareti evocavano
l'antichit. I pavimenti erano in marmo bianco e
nero, con altre porte in mogano sui lati. Era proprio il tipo
di posto che poteva piacere al Lupo. Ogni particolare era
stravagante fino a diventare pacchiano. Le decorazioni in
foglia d'oro e stucco davano alla suite un'aria di soldi facili
e grottesca ostentazione.
Dietro il laghetto c'erano due uomini in completo scuro.
Non somigliavano agli altri gorilla del Lupo. Erano ben
vestiti, con le mani curate e un buon taglio di capelli. Gli
abiti erano confezionati su misura. Entrambi portavano
occhiali con la montatura d'oro e non sembrarono sorpresi
di vedermi. Uno era accanto alla statua, con una borsa
nera posata sul pavimento davanti a s. L'altro era poco
lontano, con una Beretta nove millimetri al fianco. Quando
entrai la sollev e me la punt alla testa.
- Sono venuto per fare uno scambio, - dissi.
 
Capitolo 58.

Kuala Lumpur.
Liam Harrison non era morto.
Avevo solo creduto che lo fosse. Del resto, presumerlo
mi era sembrato ragionevole. Non ci sono molti giubbotti
antiproiettile in grado di fermare un proiettile quarantaquattro
Magnum sparato a bruciapelo. Cristo, anche se
avessi saputo che indossava l'antiproiettile, avrei creduto
ugualmente di averlo ucciso. La forza di quella pallottola
avrebbe dovuto spezzargli le costole, schiacciandogli i
polmoni.
Abbastanza per ammazzarlo due volte.
Non so dirvi quante volte ho rivisto quel momento nella
mia mente. A volte, le notti in cui non riesco a dormire,
la scena si ripete in loop. Mi sembra di essere ancora steso
sul pavimento di quel furgone blindato, con le narici
piene di coca e tre proiettili nel petto. Sono anni, ormai,
che ripenso a quel momento. Forse, se fossi stato pi attento,
mi sarei risparmiato un sacco di guai. Avrei salvato
Joe Landis. E anche Jack Delton.
Nel corso degli anni, ho provato a trovare giustificazioni
per quell'errore. Come potevo sapere che Liam Harrison
era sopravvissuto al nostro incontro e che era stato in grado
di identificarci? Ma poi considerai la cosa dal punto di
vista di Marcus. Lui non poteva permettersi di tollerare
il fallimento. In un colpo, anche il pi piccolo errore pu
avere conseguenze inimmaginabili. Se Marcus mi avesse
rivisto, avrebbe dovuto uccidermi. Era l'unico modo in
cui funzionava il sistema.
La semplice azione di aver mostrato il passaporto a un
poliziotto sotto copertura aveva rovinato l'Operazione
cambio asiatico. Dopo tutte le mie preoccupazioni, il colpo
non era fallito perch Marcus aveva cercato di incastrarmi,
perch avevamo pianificato male qualche dettaglio o
perch avevamo fatto il passo pi lungo della gamba. No,
era andato in malora a causa di un giubbotto antiproiettile,
un passaporto falso e una busta di croccantini di soia.
Sbattei la porta del mio rifugio e la chiusi a chiave.
Un rapinatore non dovrebbe tornare al rifugio dopo il
colpo, se non in situazioni d'emergenza. E quelle lo erano.
Dopo la nostra fuga sanguinosa nel furgone blindato,
tutta la citt ci cercava. La stanzetta dietro la lavanderia
era l'unico posto che conoscevo in cui nascondermi per
qualche ora. Sapevo benissimo di non poterci restare a
lungo. La polizia stava gi mettendo insieme i pezzi. Misi
la catena alla porta e cominciai a pensare a tutta velocit.
Serviva un nuovo piano. Subito.
Nel rifugio non avevo lasciato granch. Sapone e rasoio
c'erano ancora, naturalmente, ma avevo gettato via i vestiti
di ricambio e vari effetti personali. Andai nella stanza
da letto e accesi la radio, sintonizzandola sulle notizie locali.
Accanto alla radio misi lo scanner di frequenze della
polizia e accesi anche quello. Volevo sentire le notizie, ma
avevo bisogno di essere informato in tempo reale anche su
ci che sapeva la polizia.
La fuga ormai era andata a puttane. Se la polizia sapeva
di Jack Delton, doveva gi aver controllato chi era arrivato
con lui all'aeroporto, ed emesso mandati di cattura a nostro
nome. Le nostre identit erano bruciate. Tutte, non solo la
mia. Ci sarebbero stati poliziotti ad attenderci in ogni punto
di uscita dal paese: aeroporti, stazioni ferroviarie, autostrade,
porti. Se sapevano chi eravamo, ci avrebbero catturato
di sicuro. L'aeroporto ormai era una trappola mortale.
Non saremmo arrivati neppure alla porta d'imbarco, prima
di essere bloccati. L'unica nostra possibilit, dopo la fuga
dalla banca, era separarci e prendere ciascuno la sua strada.
Significava che non avrei pi rivisto Angela, ma non
avevo il tempo di pensarci. L'ultima volta che la vidi fu
dentro quel furgone blindato.
Prima di tutto dovevo cambiarmi. Liberarmi dell'uniforme
non era abbastanza. Dovevo fare in modo di non
somigliare in nulla all'uomo che era entrato in quella banca.
Deng Onpang si sarebbe ricordato di me, ma non era
quello il problema peggiore. La mia faccia era su tutte le
telecamere di sicurezza, e tra mezz'ora al massimo sarebbe
apparsa su tutti i notiziari nazionali.
Poi dovevo cambiare anche il mio aspetto generale. Se
volevo riuscire a lasciare il paese, non dovevo richiamare
in nessun modo la persona che aveva rapinato la banca.
Dovevo diventare un altro. E dovevo farlo adesso.
Come terza cosa, avevo bisogno del mio pacco d'emergenza.
Si trovava a quasi un chilometro da li, in un vicolo dietro un ristorante specializzato in piatti di pesce kan
bakar, nel mercato di Pasar Seni. Dentro c'erano diecimila
dollari, ventimila ringgit, una pistola calibro nove, due
cellulari prepagati, due carte di credito, una patente di
guida nuova e un passaporto colombiano a nome Manuel
Sardi. Valutai nei particolari strategie di avvicinamento e
di ricerca, vie d'uscita, rotte delle auto di pattuglia. Una
volta preso il pacco d'emergenza, non ci sarebbe stato spazio
per nessun errore.
Mi spogliai, restando in mutande e canottiera. Gettai
i vestiti dalla finestra, e li guardai cadere due piani pi in
basso. Liberarmene in quel modo era meglio che gettarli
nella spazzatura. In quella parte della citt, se li sarebbe
presi qualche barbone nel giro di poche ore. Cos, se nel
mio rifugio fosse arrivata la polizia, i vestiti incriminanti
non sarebbero stati nel cassonetto della spazzatura ad
aspettare di venire recuperati. Con una mossa mi sganciai
il giubbotto antiproiettile. Faceva un male cane.
Toccai i punti in cui ero stato colpito, dove si stavano
formando tre grossi lividi neri. Era un miracolo che non
avessi neppure una costola rotta. Controllai di non sanguinare
da nessuna parte. Dopodich gettai il giubbotto
sul letto. Il kevlar pu fermare un proiettile e impedire
un'ustione ma, se non  trattato con il silicone, non  in
grado di fermare un coltello. Estrassi le placche di ceramica
e le buttai fuori dalla finestra; quindi con un coltello da
cucina tagliai il giubbotto in una mezza dozzina di pezzi.
Quando ebbi finito, aveva l'aspetto di uno zaino lacerato.
Gettai i pezzi pi grossi fuori dalla finestra e i pi piccoli
nel wc, tirando lo sciacquone.
Andai al lavandino e infilai la testa sotto il rubinetto.
Sfregai e sfregai fino a togliere del tutto il trucco e la tintura
istantanea. Poi, con lo stesso coltello di prima, mi tagliai
i capelli. Non avevo il tempo di fare un buon lavoro.
Afferrai quelli che sporgevano dietro la testa e li tagliai
con pochi colpi di coltello. Quando li ebbi accorciati abbastanza,
mi insaponai la testa e mi rasai completamente
il cranio. A volte le persone sono riconoscibili dai capelli.
Un cranio rasato spariglia le carte. Non somigliavo in nulla
al ragazzo che aveva rapinato la banca.
Le notizie alla radio e le comunicazioni della polizia captate
dallo scanner non erano buone. Hsiu non era riuscita
ad allontanarsi neppure trenta metri dal furgone, prima che
la prendessero. L'avevano stordita con il gas lacrimogeno.
Era caduta in posizione fetale e non si era mossa finch
non era arrivata l'ambulanza. Alton Hill aveva cercato di
rubare una macchina fuori dal suo rifugio e si era beccato
due proiettili da un poliziotto. Vincent e Mancini erano
riusciti a fuggire tra le maglie della rete, ma poi erano
stati fregati dai loro passaporti. Al controllo di sicurezza
dell'aeroporto risultarono associati a Jack Delton, e furono
arrestati subito.
Di Angela nessuna notizia.
Mi tolsi dal collo le due chiavi della cassetta di sicurezza.
Le fissai a lungo. Altri membri della squadra erano gi
stati catturati. La polizia avrebbe notato le chiavi che portavano
al collo e avrebbe cercato anche le mie. Gettarle
via significava rinunciare a quasi due milioni di dollari, ma
non avevo scelta. Quei soldi erano gi persi nel momento
in cui si erano aperte le porte dell'ascensore.
Gettai le chiavi nel water e tirai lo sciacquone.
Poi avvicinai l'accendino al passaporto di Jack Delton e
guardai le pagine plastificate che si accartocciavano e annerivano.
Meno di un'ora dopo la rapina, Jack Delton era
morto. Solo l'ombra sopravviveva.
Aprii la porta e uscii senza voltarmi.
Presi la metropolitana. Salii sul primo treno, in una direzione
qualsiasi, scesi due fermate dopo e presi un treno
in un'altra direzione. Era il modo in cui Angela mi aveva
addestrato a fuggire. Scambiai i vestiti che indossavo
con altri, in un negozio di roba di seconda mano, e cambiai
aspetto con l'aiuto di uno specchietto da tasca mentre
aspettavo un altro treno. Manuel Sardi e Jack Delton erano
due esseri umani molto diversi tra loro. Manuel non parlava
una parola di inglese, e preferivo cos. Quell'identit
mi permise di prendere un taxi. Diedi al tassista una manciata
di ringgit per farmi portare a Port Dickson, cos da
uscire dalla rete della polizia locale. Da l presi un autobus
per Johor Bahru. Mi recai al porto e acquistai una barca in
contanti, per attraversare lo stretto di Johor ed entrare a
Singapore. Poi, sempre con la barca, arrivai all'aeroporto,
dove comprai un biglietto di sola andata in classe economica
sul primo volo per Bogot, in Colombia. Una volta
arrivato, feci quello che so fare meglio: sparire dal radar.
Viaggiai per il mondo senza mai restare nello stesso posto
per pi di sei mesi. Diventai un vero fantasma, perch se
Marcus mi avesse trovato avrei dovuto rispondere non solo
dei miei errori, ma anche di quelli di Angela. Dopotutto,
eravamo i due fortunati che non erano stati presi, e sapevo
che un giorno avremmo dovuto pagare i nostri debiti.
Per qualche mese provai a rintracciare Angela, ma naturalmente
non ci riuscii. Afferrare un'ombra  come
cercare di afferrare il fumo. Passavo intere giornate ad
aspettare un messaggio da lei in una delle mie caselle di
posta anonime. Ma non arriv mai.
In realt, non so neppure pi se Angela sia ancora viva.
 sempre stata la pi intelligente. Se avesse voluto sparire
per sempre, sapevo che non avrei potuto far nulla per
fermarla. Nei cinque anni seguenti, passai giornate intere
percorrendo a piedi la citt in cui mi trovavo in quel
momento, sperando di vedere il suo viso. La vedevo dappertutto,
perch poteva essere chiunque. Mi pareva che mi
osservasse. Che se solo fossi stato abbastanza in gamba, un
giorno sarei uscito e l'avrei trovata ad aspettarmi, con una
sigaretta e un mezzo sorriso.
Poi, cinque anni dopo quella rapina, Marcus mi aveva
svegliato con un'e-mail.
 
Capitolo 59.

Atlantic City.
La porta della suite si chiuse da sola alle mie spalle. Mi
avvicinai cautamente all'uomo con la Beretta. Avevo le
mani alzate, per evitare che mi sparasse, poi per afferrai
la Uzi sotto la patella della borsa e gliela puntai contro.
Lui vide il gesto ma non fece nulla, nonostante mi tenesse
sotto mira. Nessuno di noi voleva che lo scambio si trasformasse
in uno scontro a fuoco.
Il Lupo aveva provato e riprovato a fregarmi e aveva fallito
tutte le volte. Se non era un idiota, doveva aver detto
ai suoi uomini di non fare scherzi. E, a quanto pareva, era
proprio cos. Il tizio con la pistola non sembrava nervoso.
Aveva l'espressione vuota, spassionata, di chi ha gi fatto
cose del genere. Persino il Lupo non sarebbe scampato
senza danni da una sparatoria nell'attico di un casin. Bastava
un solo proiettile, e nessuno di noi tre sarebbe uscito
vivo da quella stanza. La polizia avrebbe reagito in fretta.
Perci, immaginavo che il tizio con la Beretta non intendesse
fare fuoco a meno che non cominciassi io. Tenni la
Uzi puntata e girai intorno alla statua.
- Chi sei? - mi chiese lui.
Doveva aver visto la mia faccia sui notiziari. Adesso avevo
una faccia diversa e la cosa evidentemente lo lasciava
perplesso. Ma ero certo che avrebbe capito. Non potevamo
essere in molti ad andarcene in giro con un milione e due
in una borsa di nylon foderata di piombo. E, con una Uzi
puntata in faccia, ero certo che avrebbe capito in fretta.
- Sono l'ombra, - dissi. - Dov' il Lupo?
L'uomo con la borsa disse: - Il signor Turner non desiderava
presenziare alla transazione. Mi prega di dirti
che, se dovesse mai rivedere la tua faccia, ti pianter un
proiettile in testa.
Annuii e non dissi nulla, muovendomi verso di lui. Quando
ebbi messo la statua tra me e l'uomo con la pistola, mi
fermai. Lui si spost leggermente per tenermi sotto mira.
Se le cose si fossero messe male, volevo avere almeno un
minimo di copertura.
Lasciai la borsa con il bottino, che cadde sul pavimento
con un tonfo sordo. Afferrai la Uzi con entrambe le mani,
tenendola puntata contro il tipo con la Beretta. L'altro uomo
guard prima me, poi la borsa ai miei piedi.
-  quello che hai promesso? - chiese.
- S. Te lo mostrerei, ma aprire la borsa potrebbe far
esplodere i pacchetti di inchiostro o azionare i segnalatori
GPS.
- Posso verificare, - disse lui. - Abbiamo uno scanner.
Tir fuori un grosso aggeggio elettronico delle dimensioni
di un'etichettatrice. In alto aveva un touch screen
blu, e sulla parte frontale un laser simile al telecomando
di un televisore.
Spinsi i soldi verso di lui con il piede.
L'uomo apr leggermente la borsa, punt dentro il laser
e attese alcuni secondi. Il congegno emise un trillo piacevole
e lui lo ripose. Annu. - Tutto a posto.
- Voi avete quello che mi  stato promesso?
- S.
- Mostramelo.
Lui si chin e apr la cerniera della borsa nera. Poi la gir
verso di me mostrandomi i mazzi di banconote da cento
che la riempivano. Erano del tipo vecchio, di quelle con
l'immagine ovale di Benjamin Franklin sul davanti, ma
senza la striscia olografica di sicurezza al centro. Le mazzette
erano tenute insieme con elastici e graffette invece
che strisce di carta, il che indicava che non erano banconote
fresche di banca. Erano perfette per i miei scopi, ma
dovevo prima assicurarmi che fossero pulite.
Dissi: - Prendi un mazzo dalla terza fila dall'alto.
Lui mi guard, perplesso, poi obbed. Spinse da parte
i mazzi in cima alla borsa e ne estrasse uno dal centro.
Lo sollev per farmelo vedere. Davanti e dietro c'erano
due banconote da cento. Ci pass sopra il dito come su un
mazzo di carte, in modo che vedessi che ogni biglietto
era stampato. Era la prova che la borsa non era piena di
carta straccia. Tutti e quindici i mazzi da diecimila dollari
erano composti di banconote da cento.
- Togli l'elastico, - dissi, - e lasciami vedere tutto il
mazzo.
Lui obbed anche a quella richiesta, sventagliando le
banconote tra le mani e mostrandomi i marchi. Erano tutte
banconote da cento. I numeri di serie a lato del ritratto
iniziavano ciascuno con lettere diverse, il che significava
che provenivano da succursali diverse della Federal Reserve.
Non erano consecutivi. Riuscii a vedere anche il fantasma
della filigrana sulla destra. Annuii. Era tutto a posto.
Dissi: - Chiudi la borsa e spingila verso di me con un
piede.
Lui chiuse la cerniera, prese la borsa e fece per portarmela,
ma lo fermai.
- Con il piede, - dissi.
Quello con la Beretta si mosse appena un po' a destra.
Cos non riuscivo a tenerli d'occhio entrambi, e feci un
passo indietro per ampliare il mio angolo visuale. Tentai
di tenere la Uzi puntata contro l'uomo con la pistola, ma
l'altro era troppo vicino. Per un attimo pensai a una soluzione
violenta, poi quello con i soldi si ferm e pos la
borsa ai suoi piedi. La fece scivolare sul marmo e la vidi
fermarsi davanti alle mie scarpe.
- Un'altra cosa, - dissi. - Nel bagagliaio della mia
Bentley, parcheggiata al quarto piano nel garage qui sotto,
ho messo una cosa che appartiene al Lupo. Andate a
prenderla quando avrete un po' di tempo.
Mi accovacciai molto lentamente e presi la borsa con
la mano libera. L'uomo armato abbass la pistola. Calciai
verso di loro il bottino e indietreggiai verso la porta, mi
appoggiai con la schiena alla maniglia e l'aprii. Un secondo
dopo ero fuori. Tutto era andato bene. Era stato
un affare pulito.
A parte il fatto che nel taschino della giacca avevo il cellulare
con una chiamata aperta a Rebecca Blacker.
Tirai fuori il telefono e chiusi la comunicazione. Lei era
in linea da quando l'avevo chiamata dopo l'incontro con
il Lupo. Ogni quindici secondi il GPS del telefono inviava
un segnale, cos sarebbe stata in grado di individuare il
punto esatto in cui mi trovavo, e dove, per estensione, si
trovava anche il bottino della rapina al Regency. Non solo le avevo appena fornito prove sufficienti per incastrare
il Lupo, ma le avevo anche consegnato il bottino della
rapina e i due tipi nella suite. Tutto ci non sarebbe stato
possibile se Rebecca Blacker non avesse emesso un mandato
di cattura su di me. Non sono mai stato un esperto di
giurisprudenza, ma dopo un po' di rapine in banca qualcosa
ho imparato. Quando i poliziotti hanno buoni indizi
su dove si possa trovare un fuggitivo, non hanno bisogno
di un mandato di perquisizione per buttare gi una porta
e mettersi a cercarlo. Gli basta avere un buon motivo per
credere che il fuggitivo sia davvero l. In una situazione
del genere si parla di fondato motivo, perch se dovessero
aspettare di ricevere il mandato, il fuggitivo potrebbe gi
aver preso il volo. Quando Rebecca Blacker aveva emesso
il mandato su di me, mi aveva costretto alla fuga, e il
segnale GPS del mio cellulare bastava come causa probabile
per andare a cercarmi nella suite del Lupo. Una volta
fatta irruzione nell'attico, secondo la legislazione avrebbe
potuto impossessarsi di qualsiasi prova avesse trovato.
Quindi anche nel caso di prove non legate alla mia cattura,
la legge le consentiva di farne uso. Le avevo dato tutto
quel che le serviva per mettere insieme le accuse. Nel
giro di venti minuti, il bottino sarebbe stato poggiato su
una placca magnetica e chiuso nel deposito delle prove, e
il Lupo avrebbe avuto alle costole la polizia e l'FBI. E io?
Andato, per sempre.
Mi gettai in spalla la borsa con dentro i centocinquantamila
dollari e sorrisi.
 
Capitolo 60.

Mentre mi dirigevo verso il porticciolo feci un'ultima
chiamata. Digitai il numero di Marcus e lasciai squillare a
lungo, prima che arrivasse qualcuno a rispondere.
- Five Star, - disse una voce.
- Voglio parlare con Marcus.
- Mi dispiace, ha sbagliato numero.
- Sono l'ombra, - dissi.
L'uomo ci mise pi del solito a portare il telefono a
Marcus. Laggi dovevano essere circa le otto di sera. Sentii
il rumore di una lavastoviglie industriale. Marcus fu in
linea un attimo dopo. Non disse nulla, ma i rumori di fondo
cambiarono e riconobbi il suono del suo respiro pesante.
- Ho trovato i soldi, - dissi.
Lui rest un attimo in silenzio, poi rispose: - Non c'
abbastanza tempo per spedirli a Seattle.
- Lo so.
- Cosa pensi di fare?
- Il tuo pacco  stato consegnato al destinatario originale
in tempo utile, questa mattina, - dissi. - Ribbons 
morto e la pista  fredda. Una volta spariti i soldi, nessuno
sar in grado di ricondurre questo colpo a te. Mi sono
occupato anche del Lupo.
- Cosa? - disse Marcus. - Cosa ne hai fatto del denaro
federale?
- Non sar un problema. L'ho consegnato al Lupo nel
corso di uno scambio. La polizia dovrebbe arrestarlo con
il bottino nel giro di un'ora.
- E come cazzo sei riuscito in un'impresa del genere?
- Non c' bisogno che tu lo sappia.
- Sei certo che non ci saranno problemi per me?
- S, - risposi. - Adesso siamo pari?
- S, - disse Marcus. - Siamo pari.
- Bene, - dissi. - Perch ora chiudo la chiamata. Dopodich
far in modo di sparire. Tu non mi cercherai e
non mi troverai. Non riconoscerai la mia faccia, non sarai
in grado di distinguere la mia voce. Non saprai cosa faccio
o da dove vengo, dimenticherai la storia che abbiamo
in comune. Dal momento in cui metter gi il telefono,
saremo dei completi estranei, come se non ci fossimo mai
incontrati. Quindi, anche se le nostre strade dovessero incrociarsi
di nuovo, se per caso dovessimo vederci su un
aereo o su un treno della metropolitana, tu guarderai da
un'altra parte e io sparir. Hai capito?
- Jack...
- Hai capito?
Lui tard a rispondere. - Ho capito, - disse poi.
Non aspettai che mi salutasse. Appena pronunci quelle
parole chiusi il cellulare e tolsi le batterie. Spezzai in due la
Sim card e gettai separatamente le due parti dal finestrino.
Guardai l'orologio. Le undici meno un quarto
Ce l'avevo fatta con sette ore di anticipo.
Atlantic City non  un bel posto per una fuga rapida.
Colpa della geografia. La citt si trova su un pezzo di costa
a forma di mezzaluna separato dal resto della terraferma
da chilometri e chilometri di inabitabili pianure salate e
paludi marine. Quando sei sulla Boardwalk, Atlantic City
pu sembrarti il centro del mondo, ma in realt  alquanto
inaccessibile, in confronto alla maggior parte delle altre
citt. Ci sono solo cinque modi per entrare o uscire. Il
primo  dirigersi a nord sulla statale che attraversa la baia
di Absecon. Non  una buona idea. Il secondo  prendere
una delle tre autostrade che attraversano le pianure salate.
Tutte e tre sarebbero state piene di poliziotti. Il terzo
 andare verso sud attraverso un intrico di strade private
che passano per canali intercostieri. Il quarto modo  il treno.
Non pensavo di provarci. Anche con un nuovo aspetto
e una nuova identit, non potevo rischiare che qualcuno
riconoscesse la mia faccia in mezzo a una folla.
Perci avevo deciso di utilizzare il quinto modo.
Andarmene in barca.
Ne avevo acquistata una per telefono poche ore prima:
sessantamila dollari con una Visa nera. Se c' una cosa che
ho imparato nella mia vita di criminale,  che tutto, ma
proprio tutto,  in vendita, basta trovare il prezzo. Il solo
costo della barca si portava via parte del denaro che avevo
sottratto al Lupo, ma il denaro non  mai la cosa pi
importante. Io vivo per l'adrenalina, non per i soldi. Se
tutto fosse andato bene, avrei trascorso le due settimane
seguenti navigando tranquillamente verso Cuba, fermandomi
solo per rifornirmi di cibo e carburante. Una volta
arrivato, avrei affondato la barca e cominciato a creare da
zero una nuova identit. Avrei fatto quel che facevo sempre:
sarei scomparso.
Quando arrivai, un paio d'ore dopo per essere sicuro di
non avere inseguitori, Rebecca Blacker era appoggiata a
una colonnina vicino alla barca. Aveva una strana espressione
e un sorriso storto. Fece un passo indietro quando
mi vide e grid: - Da questa parte!
Le feci un gesto di saluto e mi incamminai.
La barca era proprio sotto di lei. Era un vecchio motoscafo
d'altura Carver da trenta piedi, costruito negli anni
Ottanta. Come minimo. Il ponte di coperta era chiuso da
una zanzariera e a poppa sventolava una consunta bandiera
americana. Lo scafo sporco era bianco panna, e i vetri
oscurati cominciavano a mostrare i segni del sole. Si chiamava Palinurus.
Quando le fui accanto, Rebecca disse: - L'ho preso. Il denaro della rapina  stato trovato nella sua stanza, meno di un'ora e mezza fa. E se non era abbastanza per metterlo dietro le sbarre, abbiamo anche trovato uno dei suoi uomini chiuso nel bagagliaio di una Bentley nel parcheggio. Il tipo se l' fatta letteralmente addosso e intende deporre su tutte le attivit del Lupo in cambio dell'immunit e del servizio di protezione testimoni. Devo averlo spaventato per benino.
- Come mai tu non sei l?
- Volevo vederti, - disse. - Almeno una volta, prima che tu vada via.
- Ora siamo pari? - chiesi. Rebecca annu e guard il mare.
Gettai la borsa nera dal molo dentro lo yacht. - Come hai saputo della barca? - chiesi.
- Come ho gi detto, sono brava nel mio lavoro. Ma non devi preoccuparti, non cercher di fermarti.
Non risposi, mentre abbassavo la scaletta che scendeva sul ponte della barca.
- Un'ultima cosa, - disse. - Dimmi un'ultima cosa prima di salpare; poi non ti rivedr mai pi.
- Che cosa?
- Non mi hai mai detto il tuo nome, Jack.
Le sorrisi. - Puoi chiamarmi Ombra, - risposi.
Senza un'altra parola, scesi nello yacht e sciolsi le cime di ormeggio. Rebecca mi osserv ancora per qualche minuto, poi si incammin lungo il molo. Salpai alcuni minuti dopo, appena dopo l'una di notte.
Il mio corpo liber un'ondata di endorfine che mi fece quasi piegare le ginocchia. La prima boccata di vera aria di mare la respirai quando fui tre miglia al largo. Mi lasciai praticamente cadere sul sedile del capitano e chiusi gli occhi per un istante. Ero stato in movimento per quasi due giorni pieni, ma nonostante la tremenda stanchezza sentivo in tutto il corpo un brivido di eccitazione. Non era per via della borsa piena di soldi ai miei piedi. Era l'estasi del lavoro. Mi fece tornare in mente la sensazione squisita di rapinare una banca, o di essere innamorato per la prima volta. Mi sentivo potente, vivo. Dio, era bellissimo.
Adesso, mi restava una sola cosa da fare. Sparire.
...
.
...
FINE.