Ieri e oggi. La profezia. Solo lui sapeva, di Michele Serra.

Nessun altro avrebbe potuto pronunciare quella frase ed essere credibile. Noi tutti, le prove, dobbiamo umilmente cercarle.
Il citatissimo Io so, ma non ho le prove, scritto da Pasolini per il Corriere della sera il 14 novembre del 1974, viene chiamato in causa quasi sempre come esempio inarrivabile di coraggio intellettuale; e  stabilito quel livello, effettivamente di fiammeggiante, scandalosa potenza emotiva  serve per dire che dopo sono andati sempre scemando lautonomia e il vigore di un ruolo, quello dellintellettuale, via via sbiadito per opportunismo o debolezza di pensiero.
A rileggere oggi, quasi mezzo secolo dopo, quello e altri celebri elzeviri (la scomparsa delle lucciole, contro i capelli lunghi) ho rivissuto lemozione che, ventenne, insieme a tanti altri, provavo leggendo il Pasolini polemista. Ma ho anche inquadrato un poco meglio, credo, il valore e la seduzione di quella voce. Era una voce di scrittore, una voce di artista. Pasolini poteva permettersi quel volume e quel tono non perch fosse un intellettuale, come ce nerano e ce ne sono tanti, anche di buon livello e forte tempra; ma perch era uno scrittore come ce ne sono pochi, con una disperata dedizione alla parola come esperienza fisica ben prima che sociologica o politica. Anzi: nessuna parola, detta da lui, avrebbe potuto avere un significato sociologico o politico, se non fosse stata, a produrla, lesperienza fisica.
Nella nota introduttiva agli Scritti Corsari, scritta pochi mesi prima di morire, il Pasolini polemista rimanda il lettore alle sue poesie: Allopera che il lettore deve ricostruire mancano del tutto dei materiali fondamentali. Mi riferisco soprattutto a un gruppo di poesie italo- friulane. Citare la propria poesia come elemento di spiegazione della propria battaglia culturale non  certo tipico dellintellettuale, e anzi pu suonare riduttivo, distraente, narcisistico.  invece non solo concesso ma necessario, nel caso di Pasolini, spiegare il lavoro intellettuale con lintuizione poetica, anzi come intuizione poetica.
Il suo strumento conoscitivo era la sua esistenza, scrive Alfonso Berardinelli nella prefazione agli Scritti Corsari, tutto per lui era questione personale, questione di vita o di morte. Nessun distacco intellettuale, nessuna oggettivit, nessuna di quelle sfumature, di quei grigi che costituiscono, nel discorso intellettuale, una inevitabile tassa da pagare alla complessit del mondo. Era la deformazione tendenziosa  cito sempre Berardinelli  a dare una straordinaria efficacia e coerenza provocatoria ai suoi discorsi. Sparisce ogni gioco di sfumature, di attenuazioni, correzioni, incisi, luci e ombre. Se dava limpressione di scrivere di getto, senza calcoli e ripensamenti, era perch gli urgeva esprimersi ben al di fuori e al di l del dibattito, e ben dentro il proprio doloroso sentimento del mondo. Anche per questo lo si ammir come un unicum, un grande isolato: perch lo era.
Dunque, come potrebbe Pasolini essere paradigma di coraggio intellettuale, essendo stati semmai il coraggio fisico e lurgenza artistica (lurgenza di scrivere) a renderlo pi forte dello scandalo, dei vergognosi sarcasmi, delle inimicizie editoriali (tante, e fonte di polemiche feroci, vedi quella con Calvino), fino a farlo morire in quel luogo e in quel modo, testimone fino allultimo di se stesso, della propria angoscia, del terrore che fosse perduta, assieme alloggetto mitico del suo amore, il Popolo, lumanit intera?
Per dire Io so, nel 1974, bisognava essere Pasolini. In bocca ad altri quellazzardo, quella lucente furia, sarebbero sembrati ridicoli o inverosimili, o peggio ancora insignificanti. Con ben maggiore coscienza, e malinconia, possiamo dirlo oggi, nellepoca in cui io so, ma non ho le prove,  diventato il dilagante logo della presunzione social, del popolino spietato e feroce che pasolineggia a buonissimo mercato, senza mai rischiare niente, senza metterci niente di davvero personale. Non c nessun dolore, nessun sacrificio, nessuna cicatrice nei tanti io so che formano nellaria stormi di pregiudizio, di superficialit malata, di odio facile. Per permettersi il lusso di dire io so senza prove, per mettere nero su bianco parole conquistate dallalto di una solitudine unica, e dal basso di una rischiosa promiscuit, bisognerebbe essere Pier Paolo Pasolini. Oppure tacere: ci sono tante altre cose da fare, nella vita, che Dire la Verit.
Se lopzione, invece,  non tacere, le prove bisogna umilmente cercarle, bisogna studiare e bisogna leggere, confrontarsi, sbagliare e accorgersi di avere sbagliato. Bisogna essere insomma, ognuno nel suo, un intellettuale. Fare lavoro intellettuale. In questo senso Pasolini fu, senza volerlo, cattivo maestro. Illuse e illude molti che fosse possibile avere la sua stessa voce. Quanto ai buoni maestri forse  vero che ce ne sono pochi. Ma pochissimi, mi pare, sono i buoni allievi: sono troppo impegnati, in massa, a dire io so, per avere la pazienza di ascoltare.