Arturo Graf.
...
.
...
Miti.
...
.
...
1899. Direzione della Nuova Antologia, ROMA.
ESTRATTO DALLA NUOVA ANTOLOGIA, Fascicolo 16 agosto 1899.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico. Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/.
...
.
...
Indice.
...
.
...
1. Silvano.	
2. La Najade.	
3. Narciso.	
4. Ercole.	
5. Persefone.	
...
.
...
Fine Indice.
...
.
...
Dolce, da pianta vetusta coglier flori novelli.
...
1. Silvano.
.
Silvano siede sull'erba, appi d'un rovere, e ascolta le voci onde s'avviva la solitudine. Come freme tutto all'intorno il bosco penetrato dai zeffiri! Come susurrano e cantano l'acque fra i muschi! Gli uccelletti, guizzanti di ramo in ramo, empiono l'aria di un cos dolce e festivo concento che in udirlo ogni cuor s'innamora.
Ben conosce Silvano quelle voci diverse, e ancora le pi lievi ed incerte che si destano negli occulti seni del bosco, e lungo le ripe di lucido stagno, circondato di canne tremanti, e in mezzo a ripide balze sassose, vedove d'acque e di verde: lenti sospiri che non sai d'onde esalino, mormorii subitani e fugaci, balbettamenti confusi, come di parole che non possan formarsi.
A tutte Silvano aveva porto infinite volte l'orecchio; e quando l'alba diffonde ne' cieli il pallor vago della prima luce: e quando a mezzo il giorno sfolgora il sole nell'alto ed empie l'aria di fiamme; e quando s'imporpora l'occidente e s'allungano l'ombre: e quando ride serena la luna, e insinua tra le fronde oscure i suoi candidi raggi.
Sempre quella inesausta armonia della viva natura eragli stata di somma dolcezza; e sguita ad essere, salvo che finalmente a quel dolce si mesce alcuna stilla d'amaro. Che non  dato anche a lui di cooperare a produrla quella cara armonia e di unire la sua voce alla voce di tutte le cose? Ben egli tent di farlo; ma il suono che gli ruppe dal petto fu cos rauco e stridente che la viva natura ne parve atterrita, ed egli si sent tutto riempiere di vergogna. Pi non os da quel giorno muover la voce, e in mezzo alla solitudine se ne stette in silenzio, ascoltando; ma il desiderio antico tuttavia lo punge e il rincrescimento lo rode.

 un mattino di primavera, sereno e giocondo. Susurra la selva penetrata dai zeffiri, sonano l'acque fuggenti sotto al verde, cantan gli uccelli, che vanno a ruota per l'aria, o si celan tra i rami. Non fu mai pi dolce e pi giuliva armonia. Silvano siede sull'erba, appi d'un faggio. Egli ascolta, come suol fare; ma il suo volto  pi ilare dell'usato, son pi lucenti i suoi occhi, e ogni ombra di rammarico par dileguata dall'anima sua. Di sotto al bruno mantello egli trae ridendo un nuovo e incognito arnese. Sette lucide canne, diverse di lunghezza e di spessore, sono cos collegate che, di sopra, tutte si pareggiano, di sotto, formano scala. Silvano accosta quell'arnese alle labbra, soffia in un de' bocciuoli e ne fa sgorgare un suono limpido e grato; soffia negli altri, e altri suoni ne trae, quali pi acuti, quali pi gravi, e tutti diversi, bench tutti dolci egualmente; trascorre con maestria dal primo all'ultimo bocciuolo, dall'ultimo al primo, salta da questo a quello, e l'aria s'empie d'un melodioso garrito, tenero, sospiroso, tremolo, gajo, che molce gli orecchi e scende al cuore.
Ammutoliscono tutt'a un tratto gli uccelli, ammutoliscono l'acque, ammutoliscon le fronde: stupita e ammaliata, la natura ascolta Silvano.


 2. La Najade.
Sotto il ciglio della rupe scura, entro un cratere profondo, l'acqua dormiva, tutta raccolta in sua gelida limpidezza, d'un color cupo di zaffiro nitente. Da un incavo dell'orlo una lucida vena prorompea gorgogliando, si frangeva tra' sassi, e sinuosa fuggiva in mezzo all'erbe. Tutto intorno infoltiva la selva, antica e verde, rigogliosa ed augusta, non violata mai dalla scure, solo qua e l attraversata da un acceso raggio di sole.
La Najade ignuda, co' lunghi capelli disciolti e notanti, giaceva immersa nel puro lavacro, e l'acqua, commossa dai battiti del suo cuore, a sommo leggiermente tremava. Dal fondo guardava la Najade il soprastante macigno, da cui stillavano, folgorando nell'ombra, frequenti gocce d'umor cristallino; guardava i dilicati virgulti del capelvenere, che molli molli oscillavano al vento; ascoltava il canto leggiero dell'onda che fuggiva, e il cinguettio degli uccelletti che si posavan sul margine a bere; e se un raggio di luna scendeva dall'alto nell'acqua, e tutta l'asserenava di candida luce, la Najade per gaudio rideva. Tal era sua vita; ed ella non d'altro avea cura, dacch la sua vita era disposata a quell'onda, che per occulti meati rampollava dal sassoso grembo della terra. Pi d'un cacciatore assetato, scorto dalla sponda nel cupo il velato candore della forma virginea e lo scintillio de' grand'occhi, aveva, acceso di sbito desiderio, sparso voti e preghiere; ma non mai per voce che la pregasse, lev la ninfa fuori dell'onda la candida faccia.
Un mattino d'estate, l'ombre tacevano intorno e l'aria, per la gran caldura, affogava. A un tratto son nel bosco, da lungi, un latrar concitato di cani, il quale approssimandosi crebbe, e di l a pochi istanti un cacciatore irruppe balzando presso la fonte; ma, poich conobbe smarrita la traccia della fiera fuggente, ristette dal corso e fece tacere i segugi. Era egli in sul fiore della giovinezza, e cos bello e gagliardo come pu essere un giovine iddio; ma tutto trafelato per la fatica, molle di sudore e macchiato di polvere. Gett l'arco e le frecce, nud gli omeri e il petto, e accostato allo specchio dell'acqua il volto, bevve avidamente a gran sorsi, e refriger con delizia le carni riarse; poi, senza far lunga dimora, ritolse l'armi, si spinse novamente nel viluppo del bosco e disparve.
La Najade aveva contemplate dal fondo quelle divine fattezze, e prima uno stupore quasi pauroso la vinse: poi un desiderio repentino, igneo, violento, le addent il cuore, le corse per tutte le membra, e cos ignuda com'era, la fece avventar fuor dell'acqua, sulla invida sponda. Volse l'occhio in giro: il giovine cacciatore era sparito, e solo s'udiva in distanza il latrato dei cani. Senza esitare un istante, senza pi quasi aver sentimento di s, si spicc dalla rupe, e tutta stillante d'acqua, co' capelli che le scendevan da tergo, si mise di corsa sull'orme dello sconosciuto. Err lung'ora pel bosco, usci ne' campi soleggiati, calc ghiareti di fiumi, salse colli aridi e aspri, si smarr in recondite valli, sempre sperando di raggiungere colui che sempre le dileguava dinanzi. Si sentiva lacerare dalle spine e dai sassi i teneri piedi, ardeva di sete entro la gran vampa del sole; ma non perdeva speranza, n cessava dal corso. Oscuratasi l'aria, pi non ud l'abbaio dei cani, pi non iscerse l'orma agognata, ma vag nullameno l'intera notte, per luoghi impervii ed ignoti, sotto il raggio della placida luna, chiamando colui di cui non sapeva il nome, invocando l'aurora che potesse farle ritrovar la sua traccia.
Tre d si travagli in cotal modo, e sempre invano. Al cadere del terzo, disperata, esausta, morente, si ritrov entro il bosco, nel luogo medesimo ond'erasi mossa, accanto alla fonte. E allora vide che le ingorde divinit sotterranee eransi bevuta tutta l'acqua, e che intorno alla fonte disseccata inaridivano l'erbe, e conobbe di dover tosto anch'ella morire. E sedutasi sulla ruvida sponda, cominci a piangere dolcemente, aspettando la fine, mentre tutto intorno sospirava la selva, commossa dal vento. Ma allora Artemisia, l'agile dea faretrata, regina delle ninfe, si mosse a compassione della piangente, e comparendole all'improvviso dinanzi, tutta nitida e luminosa nel mezzo dell'ombra, le disse: "Delle tue lagrime si rinnovi la fonte, s che tu viva". E la fonte a poco a poco si rinnov delle lagrime della Najade, e, come prima, da un incavo dell'orlo una lucida vena cadde gorgogliando tra' sassi e corse sinuosa tra l'erbe. E la Najade si ricover nel suo virginale ricetto, e si scord del suo errore, e, come per addietro, visse tutta chiusa nell'azzurro grembo dell'acqua, che raccolta in sua gelida limpidezza, dormiva sotto il ciglio della rupe scura.

 3. Narciso.
L'acqua scaturisce dalla rupe sonando, precipita pel verde pendio, e giunta a una piccola conca di zolle, si raccoglie e si spiana, formando un nitido specchio che ridette l'azzurro del cielo. Candidi fiori e vermigli stelleggiano il margine erboso. Frondeggia all'intorno la selva e dolcemente sospira.
Narciso, posto un ginocchio in terra, curva su quello specchio il bellissimo volto e gli omeri ignudi. Giacciono accanto a lui i dardi impennati ed acuti, l'arco ricurvo, la faretra di lucido avorio. Egli contempla estasiato la propria bellezza e a se stesso sorride.
Invano il zeffiro vagante gli accarezza, come per farlo risensare, le chiome. Invano fugge l'onda mormoreggiando, come per avvertirlo del fuggir della vita. I fiori candidi e vermigli tendono verso lui le corolle olezzanti, e chiedono d'esser colti: egli non sente il loro fiato soave, non vede i colori. Alcune allodole trillano alte nel sol mattutino; un usignuolo gorgheggia tral verde: egli non ode il tenero canto, non ode il festivo. Viene dal bosco una voce tremante di donna innamorata che dice: "Narciso, che fai? Non conosci il mio amore? Ardo nell'aspettarti sotto l'ombra dei faggi. Vieni fra le mie braccia. Narciso non mi lasciar morire!" Egli non volge la fronte, non ascolta il dolcissimo invito, l'appassionata querela.
Passano l'una dopo l'altra le ore, declina il giorno, si spande su tutte le cose la notte cerulea, e Narciso non si riscuote, e Narciso non leva lo sguardo. Al fioco baglior delle stelle egli vagheggia la propria sua ombra, che appena si scerne sullo specchio dell'acqua, e attende il solo che novamente l'avvivi e la dipinga. Ed ecco il sole rifolgora in cielo, e Narciso vie pi s'affascina dell'amor di se stesso. Invano il zeffiro lo accarezza e lo ammonisce l'onda. Invano olezzano i fior e cantari gli uccelli. Invano quella voce di donna, fatta pi lamentevole e fioca, lo accusa e lo prega. Egli non ode pi nulla; egli non vede pi che se stesso. Per lui il mondo ha cessato di esistere.
All'accendersi della quarta aurora Narciso  pur sempre nella postura medesima, curvo sullo specchio dell'acqua, immobile come una statua. Ma lo specchio dell'acqua riflette un volto pi pallido che la cera, una bocca contratta, uno sguardo spento. Vaga il zaffiro intorno, mormora l'onda, olezzano i fiori, cantano gli uccelli: tutta la natura vive; ma Narciso  morto.

4. Ercole.
Ercole sedeva su una balza sassosa dell'Olimpo, senza compagnia, in disparte, avvolto nella fulva pelle del leone nemeo, con le mani appoggiate alla clava sterminatrice di mostri. Egli malvolentieri si tratteneva nell'aurea dimora dei numi, la quale risplende sopra le nuvole, in cima al monte vietato ai mortali. Erangli troppo a fastidio i lunghi diverbii di Giunone e di Giove, le strepitose bravate di Marte, le plateali scede e gl'improperii di Momo, la zerbineria d'Apollo, la saccenteria di Minerva, le frasche di Venere, il continuo banchettare, l'ozio interminabile, il riso inestinguibile. Non bene intendeva a che servisse la provvidenza del suo gran genitore, e parevagli strano che con tanto popolo di numi le cose del mondo andassero tuttavia cos male.
Sedeva egli adunque solo solo in disparte, e guardava in gi la pianura, verde di boschi e di colti, serpeggiata di chiare acque correnti, e pi oltre il lucido mare, su cui vagavano alcune vele fucate; e ricordandosi del tempo passato, quand'egli non anche era ascritto all'ordine dei numi, gioiva placidamente in cuor suo dei fruttiferi travagli e delle strenue imprese degli uomini.
Volle il caso che capitasse da quella banda il coro delle nove muse, le quali, inghirlandate di fiori, e assai leggiermente vestite di tuuiche sottili di vario colore, se ne andavano a diporto per le pendici del monte, e cinguettando a gara o ridendo, e canterellando tutte insieme alcuna volta, e ancora intrecciando qualche nuova e galante carola, sfogavano l'umor gajo e passavano il tempo. Com'ebbero scorto il buon Ercole, il quale se ne stava seduto a bell'agio, senza punto muoversi, in sembianza d'uomo astratto e fantastico, sostarono alquanto da lungi, l'una all'altra accennandolo, e non troppo sommessamente cominciarono a motteggiarlo e a deriderlo. Ed Erato, per la prima, si burl di quella cervice taurina e di quell'ispida cuticagna; poi Tersicore disse che avrebbe voluto vedere quelle membra cos sode e massicce, sgropparsi e molleggiare nelle lascivie d'una danza jonica. Euterpe not con una smorfia che il pelliccione leonino era spelacchiato in pi luoghi e contrastava al decoro delle fogge divine. Talia contraffece il volto imbronciato dell'eroe; Calliope la voce rauca ed il rotto parlare; Clio ne ricord la demenza e il furore; Polinnia fece motto di non so che amorose e conjugali sventure; e da ultimo, per concludere, tutte d'accordo lo dissero uno zotico e uno stravagante, senza finezza e peregrinit di pensiero, senza copia e venust di parola, senza ornamento d'arti culte e leggiadre, e, insomma, pi somigliante a una bestia che a un dio.
Ud alcuno di quegl'improperii l'eroe, e alquanto volgendo all'indietro il capo, e un poco aggrottando le ciglia, disse: "Cicale, chetatevi. Vantisi ognuno di quello ch'ei pu, e con la propria gloria si rimanga. Non sortimmo, io e voi, i medesimi officii. Io, avendo sdegnato di seguitare il Piacere, sostenni tutto il tempo della mia vita terrena asprissime fatiche, purgai la terra di mostri, punii i mancatori di fede, i ladri, gli omicidi, edificai citt, instituii le nobili gare d'Olimpia, avvinsi Cerbero e soggiogai l'inferno. Anche gravi colpe commisi, ma da me medesimo le espiai, e sempre dopo feci tutto il mio potere, perch regnassero nel mondo la giustizia e la pace. Perci gli uomini mi chiamano il Propugnatore e il Soccorritore, innalzano templi al mio nome, e mi porgon preghiere non dettate dalla paura. Voi, linde ed assettatuzze, vi rimenate a guisa di cutrettole in mezzo allo sciame degli dei, e senza fine sonando, cantando e ballando, ne rallegrate le mense e ne ingannate gli ozii. Andate dunque in buon'ora all'officio vostro, e fate che gli dei non s'annoino di soverchio e non vi sgridino".
Le muse, ch'erano in fondo buone figliuole, udito quel discorso, si vergognarono molto, e stettero pi giorni come smarrite. Poi, una notte, mentre tutti gli altri numi dormivano, e sole intorno alle porte adamantine vigilavano l'Ore dal pi leggiero, tennero conciliabolo, e dopo breve dibattito vennero in una concorde risoluzione, di visitare a quando a quando la terra, di fare anch'esse qualcosa in pro dei mortali, e di meritare per tal modo da loro gratitudine e lode.
Chiesta a Giove la necessaria licenza, e ottenutala, effettuarono senz'altro indugio il loro divisamento: e Calliope insegn agli uomini come degnamente si celebrino con le parole i magnanimi fatti e le virt degli eroi; Polinnia a sciogliere inni sonanti in onor dei numi, e di chi, nelle gare d'Olimpia, vincesse il tripode di bronzo, o la corona d'olivo e la palma; Erato a modulare teneri canti d'amore; Melpomene a vestir di bellezza le pi luttuose sciagure; Talia a mordere i vizii lepidamente; Clio a serbare fedele memoria delle cose passate; Euterpe a destare negli strumenti la vibrante anima del suono; Tersicore a sciogliere e aggarbare la persona nelle studiate volte del ballo; Urania a osservare il corso degli astri; e tutte insieme a condur vita pi ordinata e meno ingioconda. Allora diventarono sacri i gioghi dell'Elicona e del Parnaso, sacre le fonti Ippocrene e Castalia, e sugli altari delle muse fumarono incensi, e in onor delle muse sonarono canti e si celebrarono giuochi.
Ed Ercole, fabbro di citt e sterminatore di mostri, contese ad Apollo il nome di Musagete.

5. Persefone.
Sul trono erto e funereo Persefone siede, al fianco di Pluto, re dell'inferno, dio della morte, quegli che in perpetuo tiene schiave le anime, e non lascia che mai pi riveggano la cara luce del sole. La pallida faccia di lei biancheggia fra la nerezza delle chiome disciolte; un cerchio d'oro lucente cinge il fronte e le tempie; copre una porpora oscura le membra divine. Pluto a mala pena si scerne dalle tenebre che gli si addensano intorno e sulle quali egli regna; con uno scettro di ferro accenna a uno stuolo di silenziosi ministri i suoi voleri e mai non profferisce parola.
Smisurate rupi s'accavallano in giro, s'intraversan nell'alto, formano una immensa caverna, dove non scende mai raggio di cielo: dall'un dei lati si spalanca una spaventosa voragine, la terra squarciata lascia veder le sue viscere, appare l'ultimo fondo d'abisso. Acque furenti balzan gi di dirupo in dirupo e con fragore di tuono precipitano nel profondo; passano con sibili acuti, con rugghi sonori, subitane folate di vento.
Persefone siede, immobile, rigida, muta, in cospetto della immane ruina. I suoi grand'occhi, lucenti nell'ombra, non veggono. Il suo pensiero fende le volte di duro macigno, e fuggendo il carcere tenebroso, erra sotto il sole, nel mondo lieto dei vivi. Ella rivede la sua terra natale, cui circonda sereno il mare, copre sereno il cielo. Ecco i floridi campi di Enna, ecco il picciol lago di Pergo, simile a una gemma turchina tral verde: scorre mormorando da un lato il fiumicello d'Imera; azzurreggiano in lontananza i colli Erei.  la primavera;  un dolce mattino di maggio: zeffiri odorosi e leggieri aleggiano intorno; i prati sono tutti dipinti di fiori; gli uccelletti gorgheggiano fra i rami. Persefone ridiventa fanciulla. Ella  in mezzo alle sue compagne, pi ch'esse tutte festosa e ridente. Non desiderio la turba, non timore l'affanna. Bene ha udito parlar dell'amore; ma non sa troppo che sia; e immagina solo sia cosa gioconda, la quale si piaccia dei fiori e della pura luce del sole e della carezza dei zeffiri. Intanto, con le vaghe compagne, va scernendo fiore da fiore e intrecciando corone... Ma d'improvviso trema e si squarcia la terra, ingombra l'aria una tetra caligine, e sopra un carro tirato da tenebrosi cavalli che soffiano fuoco, appare agli occhi della smarrita il rapitore divino...
La visione dilegua. Le volte di duro macigno s'inarcan nell'alto. Persefone china la fronte, spinge gli sguardi al cupo del baratro, contempla il suo regno. Fochi vermigli divampati nel bujo, illuminano l'orror dei tormenti che mai non han fine. Tratto tratto un immenso frastuono, formato d'urli di rabbia, d'angosciosi guaiti, d'imprecazioni disperate, vien su da quel fondo e vince il rombo dell'acque e dei venti.
Persefone inorridisce. Ah, regnare sopra tanto dolore e tant'odio! Regnare senza mai potere aprir l'animo alla piet, senza udir mai una parola di riconoscenza e d'amore! Regnar sull'inferno! Persefone si sente bruciare le tempie da quel cerchio d'oro che simboleggia il suo regno. Persefone vorrebbe piuttosto essere un'umile ancella fra gli uomini che regina di cotal regno. Persefone rinunzierebbe al nome di dea, e alla luttuosa immortalit di cui fu fatta partecipe, pur di tornare a coglier fiori sulle rive del lago di Pergo, in compagnia delle sue tenere amiche, sotto la cara luce del sole.
...
.
...
FINE.
