Yael Goldstein.
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Preludio.
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Titolo originale: Ouverture. 2007.
Traduzione di: Paolo Antonio Livorati.
2007. Adriano Salani Editore, MILANO.
PONTE ALLE GRAZIE..
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Improvviso parecchio, suonando col violino la melodia di un pezzo pensato per un'orchestra al completo, ma l'essenza c' tutta (...) e io sono dentro a un brano come non lo ero da anni. (...) E il suono di mia figlia e mi ci prostro davanti senza difese e senza opporre resistenza. (...) La mia intera vita si  fatta strada fra queste ricche e grandi melodie, perch dopotutto che cos' la mia vita se non le persone e le cose che ho amato, nel bene e nel male?
Ogni suo concerto  un evento. Ogni sua nota  carica di una passione e di una sensualit che incantano i teatri e deliziano la critica. Natasha Darsky  la violinista pi famosa dopo Paganini.
In una scena musicale ammorbata da un virtuosismo freddo e sterile, il suo archetto ipnotizza il pubblico perch fa cantare le corde di una vita piena, sempre vissuta fino in fondo, nel bene e nel male. Un'infanzia segnata dalle implacabili tirate del padre - un illustre gallerista capace con una sola parola di determinare il successo o il fallimento di un artista - e dal legame sempre pi forte con la madre, che al matrimonio ha sacrificato il proprio talento di pittrice, e che guarda i primi passi musicali della piccola Tasha con la segreta speranza che la portino lontano. Una giovinezza passata tra lo studio del violino, l'incredula scoperta delle proprie doti di compositrice e la grande passione per Jean Paul, un acclamato giovane compositore dalla cui ombra alla fine Tasha scapper, terrorizzata dall'idea di rivivere il fallimento della madre e decisa a diventare la migliore violinista del mondo. Una maturit, infine, segnata dal difficile rapporto con la figlia, un prodigioso talento musicale che riuscir a concepire e a scrivere la musica che Tasha era stata in grado solo di intuire.
Strabiliante opera prima, Preludio presenta in una prosa limpida e appassionata un seducente viaggio all'interno del genio artistico e della creativit, visti sotto la lente screziata dell'insidioso legame tra madri e figlie.
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L'AUTRICE.
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Yael Goldstein si  laureata a Harvard e da tempo pubblica saggi e racconti su riviste e antologie. Questo  il suo primo romanzo.
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PRELUDIO.
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A mia madre, per un grado di generosit in arte e in amore che io posso solo sperare un giorno di eguagliare.
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Sono seduta sul divano e il giornalista mi osserva nervoso, battendo il piede fuori tempo rispetto al ritmo di salsa che scende lungo le scale. Ha la faccia di uno che si  precipitato
qui direttamente dalla redazione del giornalino scolastico, il pomo d'Adamo che guizza dal collo delicato e i grandi occhi azzurri spalancati per l'ardente curiosit, in un ovale liscio e pallido come il guscio di un uovo. Ma dalla serie di ritagli che mi ha mostrato come referenze sembra che abbia pi esperienza di quanto non sembri a prima vista: fino a poco fa era redattore capo della sezione cultura dello Yale Daily News e da quando ha finito l'universit, lo scorso giugno, ha avuto piccoli incarichi da freelance un po' dappertutto, dal Village Voice a People. E specializzato nei profili di artisti, come mi ha fatto sapere nel momento stesso in cui gli ho aperto la porta, cacciandomi in mano i due pezzi che ha scritto per Entertainment Weekly, in realt, i nomi in quegli articoletti non mi dicono nulla, ma ho preferito tenermelo per me. Questo ragazzo e io abbiamo un tenue legame e ci tengo a farlo sentire a proprio agio:  il figlio del cugino del fratello di Dio solo sa chi, lungo una linea che va a finire a Robert Masterson, mio mentore ai tempi dell'universit.  lui l'unico motivo per cui ora si trova seduto qui, a vivere quello che ha definito gi diverse volte come il giorno pi incredibile della sua carriera.
Da mezz'ora ormai mi sta rimpallando le solite domande e io cerco di rispondergli pi generosamente che posso, ma  faticoso riuscire a essere allo stesso tempo sincera e interessante e non vedo l'ora che l'intervista finisca. 
Purtroppo per sento che si sta tenendo in caldo un'ultima domanda, quella che nella sua mente metter l'intervista, fra le decine che ho rilasciato quest'anno, fra le migliaia nella mia carriera, un gradino sopra le altre. Gi so che la domanda sar cretina - lo sono quasi sempre quando vogliono essere incisive, quindi sono nervosa e imbarazzata per lui. Per mi sento ancora peggio quando, dopo una lunga pausa, dice con una voce fin troppo alta: Secondo lei, c' stato un singolo aspetto nella sua vita - tra una parola e l'altra mordicchia la matita -
un aspetto o un avvenimento, oppure... be', s, un aspetto che  stato decisivo? Quello che, diciamo cos, l'ha resa ci che  oggi, la violinista pi famosa dopo Paganini?
Io proprio non mi paragono a lui replico, perch  vero, ma anche perch la domanda mi infastidisce. Non tanto per la supposizione che possa esserci una risposta, cosa che attribuisco all'inesperienza come giornalista, quanto per il tono con cui la pone. Vi noto una sfumatura indagatrice ma ruffiana che mi fa pensare, giusto per un attimo, di essermi sbagliata su questo ragazzo.
Ma il pubblico fa il paragone da decenni, no? Fin dai tempi di Vienna... balbetta lui, togliendosi dalla fronte la frangetta tagliata male. Quando si riporta la mano in grembo noto che delle perle di sudore gli sono spuntate sul polso, nientemeno.
No, non da Vienna. Sicuramente non da cos presto addolcisco il tono, sentendo un'ondata di tenerezza salirmi dentro alla vista di quei polsi ossuti.
E allora qual  stato... s, insomma, quale direbbe che sia stato l'elemento decisivo, sempre che ce ne sia uno? Secondo lei c' stato?
Guardo le gocce di sudore, il piede che ora tiene il tempo in battere, la frangetta molle che  ricaduta sugli occhi incollati ai miei e poi afferro il pensiero pi distinto  che in quel momento passa in mezzo ai frammenti logici  assortiti che ho in testa. Le mie relazioni sentimentali rispondo.
Le sue relazioni sentimentali ripete lui. Lo sguardo si  distolto dal mio e non riesco a riprenderlo. Ho cercato di dargli una mano e adesso annaspa, proprio come me.
Ci salva una voce che rimbomba gi dalle scale mischiandosi al ritmo della salsa. Che risposta strana dice la voce, come una campanella che si sforzi per suonare scontrosa.
Talmente strana che se non ti conoscessi direi che per una volta sei davvero sincera. Sarebbe pazzesco.
E Alexandra? domanda il giornalista, voltando la testa col movimento di un bambino che ha appena individuato nella vetrina di un negozio il giocattolo che ha intenzione di chiedere.
S,  Alex, mia figlia rispondo, proprio mentre lei si presenta indolente al fondo delle scale.
Non sapevo che fosse qui esclama il ragazzo, rimbalzando lo sguardo tra me a lei. Potremmo... sarebbe possibile parlare anche con lei? Io sono un grande fan, di tutte e due. Le prime registrazioni che avete fatto insieme sono tra le mie preferite. Da ragazzo vi ho anche visto eseguire il duetto di Van Rheede a Bruxelles.
Bel fiuto che hai, penso. Non ti sei chiesto da dove venisse la salsa? Per, dato che Alex mi sta fissando con gli occhi ridotti a due fessure, dico subito: Non credo. Non abbiamo molto tempo. Come le ho gi detto, ho un appuntamento per pranzo.
Allora soltanto qualche altra domanda a lei. La sua voce  petulante, aggressiva, ma per quanto mi riguarda lui non  pi qui. Tutta la mia attenzione  andata ad Alex, a quegli occhi come due fessure e a ci che possono significare.
Volevo chiederle di Jean Paul Boumedienne sento il giornalista dire, proprio mentre sto valutando tra me e me cosa passi per la mente ad Alex. A quel nome mi blocco, sorpresa ma non ancora stordita. Le parole Jean Paul Boumedienne, scandite nel tono acuto del giornalista, echeggiano intorno a noi nella stanza e in un primo momento ho lo strano sospetto che non le abbia davvero pronunciate.
L'ho immaginato, penso. Un'allucinazione uditiva per le troppe notti in bianco.  vero, ho dormito a malapena da quando qualche settimana fa Alex si  presentata inattesa e furibonda alla mia porta. Comunque mi volto automaticamente a guardarla, aspettandomi gli stessi indecifrabili occhi a fessura.
 quando vedo che sono diventati febbrili, bianchi e atterriti che me ne rendo conto.
Il suo rapporto con lui insiste il giornalista e il suo viso, che ora fissa Alex e non me, non mi sembra pi cos giovane.
Non crede, forse, che possa essere quello l'elemento decisivo che l'ha resa ci che ?
Vorrei chiedergli: Come le  venuto in mente di collegare quel nome al mio?
Vorrei chiedergli: Cosa le fa credere di avere il diritto di saperlo?
Soprattutto vorrei gridare ad Alex: Perch mi guardi cos?, ma lui sta gi rispondendo alla meno pressante delle mie domande.  stato Robert Masterson a suggerirmi di chiederglielo. Mi ha detto che tutto  iniziato da Boumedienne.
Lo guardo abbastanza a lungo per vedere le sue labbra sottili scandire le parole, poi giro la testa di scatto giusto in tempo per scorgere il piede sinistro di Alex che segue veloce il resto di lei fuori dalla porta.
Chiedigli se vuole un caff, penso. Chiedigli se vuole dell'acqua.
Tienilo a bada, tienilo all'oscuro.
A pochi passi da me, il giornalista se ne sta seduto rigido come un palo e anche senza guardarlo so che nella sua mente sta analizzando la scena:  successo qualcosa o no?
Mi piacerebbe avere anch'io lo stesso dubbio, ma non  cos. Qualcosa  successo eccome. Solo non so cosa. Niente di nuovo, in realt: con Alex  stata una lunga serie di non-so-cosa.
Cerco di formare le parole che dovrei dire ora, la frase perfetta che sgonfi gli ultimi due minuti, che lo faccia uscire da casa mia. Traggo un respiro profondo e chiudo gli occhi, ma ci che vedo  il viso di Jean Paul: occhi nero-blu dalle palpebre pesanti, labbra sottili impercettibilmente curvate in punti inaspettati. Tenebrosamente bello. E sgradito.
Apri gli occhi, mi ordino, ma non voglio. Non voglio vedere la faccia da ragazzo del giornalista invecchiata dalla curiosit, n la blanda stanza beige che ci sta intorno, una stanza di un tale buon gusto da non rispecchiare evidentemente il gusto di una persona reale. Non voglio alzare con grazia i piedi dalla moquette spessa e bianca per rannicchiarmi sulla poltrona fingendo intimit, per nascondere il fatto che la risposta che sto per dare non  affatto una risposta. Ho la strana impressione che ci che voglio davvero sia spalancare gli occhi e trovarmi di fronte la casa di arenaria rossa dei miei, nel West Village, negli anni sessanta. Voglio vedere la stretta scalinata interna, zeppa di libri, le decine di quadri che si contendono lo spazio sulle pareti; quando guardo verso la sala da pranzo voglio vedere i rossi, i blu e gli ori che mi piovono sulle mani dalle vetrate colorate in alto.
 ci che dovrei vedere, perch  l che sono. Il giornalista
 a un paio di metri da me, rigido e in attesa sulla poltrona
Eames foderata del crema pi insipido, ma io sono lontana
decenni, sotto una cascata di colori, mentre traccio delle
linee su un foglio.  un peccato che il giornalista non possa
essere l con me, perch probabilmente questo  quanto di
pi simile a una risposta io possa dare alla sua domanda. 
iniziato tutto cos, con me seduta a un tavolo recuperato
dalla Queen Mary originale, le mie dita di bambina di cinque
anni animate da sfumature vivaci, ma non dal talento. A
essere davvero animato, invece,  il soggiorno al piano di
sotto, che si agita sotto la mia sedia, con il legno e il vetro che
scricchiolando e tintinnando esprimono la loro disapprovazione
per i piedi di mio padre che pestano il pavimento in
una delle sue tirate. Ondate leggere di jazz vi si mescolano in
sottofondo e a puntellare il tutto c' la voce estaticamente
violenta di lui. Mia madre mi gironzola intorno leggera, le
braccia profumate di fiori vicine a me, la mano pallida come
uno spettro che ogni tanto si abbassa verso il mio lavoro, ma
pianissimo, quasi impaurita di toccare il foglio che sto diligentemente riempiendo di rette e di curve, nonostante ci
siano sue tele sparse per tutta la casa. Sento sbattere una
porta e un uomo piccolo di statura sfreccia in fondo alle
scale, entrando e uscendo dal mio campo visivo in un istante.
Subito dopo mio padre arriva nella sala da pranzo. Ci
fissa per un secondo come per identificarci, poi dice con
marcata soddisfazione: Non penso che faremo pi da agenti
a Milton, prima di scivolare via sulla sua elegante collera.
Io sto cercando di catturare tutto quanto nel mio disegno,
ma mi ci arrabbio e basta, perch non ho idea di come uno
possa catturare qualcosa in un disegno, perch non sono
brava con le matite e perch ci che voglio in realt  fare
qualcosa che suoni come tutto ci che ho appena sentito. Mi
volto verso mia madre e le chiedo come si possa mettere il
suono in un'immagine. La settimana dopo mi fanno iniziare le lezioni di violino.
Ho questa scena davanti per il tempo di un respiro, uno
soltanto, profondo, dentro e fuori. Apri gli occhi, penso di
nuovo, ma mi concedo un'ulteriore battuta di silenzio a palpebre
chiuse, perch un ricordo ne ha scatenato un altro e
ora ho sei anni e sono ancora in piedi molto dopo l'orario in
cui dovrei andare a letto, mentre galleggio per il mondo in
penombra, fatto di fumo di sigarette e di bicchieri che tintinnano, che si  materializzato nel nostro soggiorno. Corpi
grandi e ben vestiti occupano tutto lo spazio e mi passano
accanto sballottandomi o peggio ancora si fermano a farmi
domande per poi ridere delle mie risposte perfettamente sensate.
Desidero ardentemente andarmene, ma temo anche il
momento in cui verr mandata in camera e perci mi tengo
ben vicina a mio padre, che so essere solo vagamente consapevole
della mia presenza. Da dietro la sua gamba sinistra lo
osservo pontificare allegramente su semplicit sulla tela,
arte genuina e sul portare una buona volta il sublime in
questo merdaio di mondo davanti a delle persone che lo
venerano perch si sono arricchite grazie a lui. Mio padre ha
un talento enorme nello stroncare artisti e movimenti e
anch'io so bene che la tendenza che quella sera ha definito
sublime diventer criminalmente naif il mese dopo.
D'altronde  lui il famoso Abe Darsky che aveva dichiarato
la morte dell'espressionismo astratto pochi mesi dopo aver
aperto una galleria che avrebbe dovuto esserne l'epicentro. E
lo stesso Abe Darsky che aveva passato l'infanzia sognando
di diventare un artista, ma che non aveva mai sentito il bisogno
di cimentarsi nel disegno o nella pittura fino a quando
non si era iscritto a un corso d'arte al suo primo anno alla
Columbia. Dopo due frustrantissimi giorni passati a fare
schizzi lenti e maldestri, si era dichiarato indegno di proseguire
e si era dedicato alla missione di stabilire chi invece lo
fosse davvero. Il giorno del ventunesimo compleanno aveva
aperto la sua prima galleria, tenuta in piedi dal patrimonio
che suo padre aveva accumulato brevettando un nuovo rivoluzionario
meccanismo per gli sciacquoni e dalla parallela
forza catalizzante del proprio fascino. La galleria era stata un
enorme successo non tanto per le opere che lui aveva incluso
nella prima mostra, quanto per tutte le altre, acclamatissime,
che aveva rifiutato dichiarando che sarebbero migliorate di molto se appese faccia al muro.
Tutte queste storie per me sono leggende; mio padre stesso
 ancora una leggenda, mentre gli sto aggrappata alla
gamba e lo ascolto sproloquiare davanti ai suoi ospiti. Sono
l'unica persona che lo prenda sul serio quando, come fa spesso,
dichiara: A pensarci  buffo che se il mio vecchio non
avesse inventato un modo geniale per tirare lo sciacquone,
l'arte americana sarebbe ancora nel cesso del mondo. Che
mio padre (insieme a mia madre, che lui chiama il mio cervello
per gli affari) sia responsabile di tutta l'arte decente nel
paese non  affatto difficile da credere: basta ascoltare il brutale
rombo della sua voce, ipnotico e terrificante. Cos terrificante
che standomene proprio al di sotto, sentendo la forza
della vibrazione che attraversa il suo corpo e si scarica nella
gamba cui sono aggrappata, provo il bisogno urgente di sapere
dov' mia madre. I miei occhi vagano per la stanza in cerca
di lei che brilla sullo sfondo, mentre riempie bicchieri e distribuisce
sorrisi, lei stessa un'incandescente opera d'arte, la perfetta
padrona di casa, ma che allo stesso tempo si chiede, dietro
quel suo viso docile, se il marito debba davvero esagerare
a quel punto, perch non pu pensare seriamente che Michelangelo
e Leonardo fossero pallidi precursori di De Kooning.
Lo so perch me lo dice pi tardi, mentre mi rimbocca le
coperte, in quel modo leggero e delizioso che ha di dirmi
delle cose impossibili da intuire, come se invece le sapessi gi.
Il mio sguardo  ben allenato a individuare anche solo un
centimetro di lei da qualsiasi distanza, quindi mi ci vuole
solo un attimo per capire che non c'. Mi faccio strada fra
una selva di gambe verso il corridoio e poi su per le scale,
arrampicandomi verso la stanza mansardata al quinto piano,
che di l a poco diventer camera mia, ma che in quel
momento  ancora il suo studio. Che io sappia di dover
andare proprio l  strano, perch non ricordo neanche
quand' stata l'ultima volta che lei ha usato quello spazio.
Per lo so e ci vado e la sorprendo a fissare una tela vuota,
con le mani abbandonate lungo i fianchi, cinque dita lunghe
e ingioiellate che tengono stretto un pennello inzuppato di
rosso scuro.  la luce, secondo me dice senza voltarsi. La
vedo di profilo. La luce in questa stanza  impossibile. Il
baccano dai piani inferiori scuote i tubetti di colore sul pavimento
e dopo un attimo aggiunge: O forse  il rumore. A
quel punto si volta e il suo viso assume l'espressione che
precede un comando, cos mi preparo a essere spedita a
letto senza tanti complimenti. Invece mi propone: Perch
non vai a esercitarti col violino? La trovo la cosa pi divertente
che abbia sentito da un bel po', una battuta fantastica
anche se non la capisco bene; ci facciamo una risata insolitamente
isterica prima di ridiscendere alla festa, dove mio
padre la sta cercando tutto affannato da quando qualcuno
gli ha chiesto dettagli sui profitti dell'ultimo trimestre.
La mia mente fa uno scatto in avanti, settimane, mesi, non
so di preciso; ora vedo un logoro sof marrone coperto da
una fodera di plastica che col caldo si attacca alla parte di
sotto delle mie gambe. Nell'aria c' una forte puzza di cavoli
e dappertutto foto di visi sorridenti, cos tanti che nemmeno
la signora Blau, la mia nuova maestra di violino (che ha
sostituito la signora Peacocke, gentile ma non molto dotata),
riesce pi a ricordarsene i nomi, anche se mi ha gi ripetuto
diverse volte che, chiunque siano, vuole bene a tutti quanti.
Ci avvolge il suono pi straordinario che io abbia mai sentito,
pompatoci addosso dal suo giradischi. Pazzesco che tu
non abbia mai sentito la Quinta ha riso lei prima, nell'alito
il profumo dell'appiccicoso dolcetto ungherese che ci siamo
divise. Poi  arrivata una musica che non ha niente a che
vedere con quella che ascoltano i miei, sequenze ondeggianti
di suoni che si muovono come se fossero vivi, senza un
tema, senza uno schema evidente. Solo pochi minuti prima
mi vergognavo di non aver mai sentito questa importantissima
quinta musica, scritta da un uomo a quanto pare molto
famoso, ma in quel momento non c' pi spazio per la vergogna.
Mi sento come in uno di quei sogni in cui scopro una
nuova fantastica ala in casa mia o un parco di divertimenti
nel cortile. So di voler rimanere in questa parte di me per
sempre, ma ho paura perch mi rendo conto che potrei non
essere mai pi capace di tornarci da sola, che questa fantastica
ala, la migliore della casa, dove esiste una simile musica,
potrebbe non essere affatto in me, ma solo sognata, mirabilmente,
attraverso un nome altrettanto sognante che suggerisce un'onda lunga e sinuosa, bee-too-ven.
Quella notte, nella mia nuova minuscola camera rosa e oro
al quinto piano, mi rigiro fra le lenzuola, cercando di ricordarmi
ogni nota di quella musica, di non perderne nemmeno
un frammento, perch senza mi sento persa. Sotto, mio
padre sta di nuovo spargendo tutto intorno il suo elegante
disprezzo, gridando di idioti e di buzzurri, attribuendo
tutti i mali del mondo alla mancanza di sensibilit artistica
nel volgo; io vengo pervasa dal tipo di terrore che probabilmente
assale un calvinista quando contempla la possibilit di
non essere fra i predestinati. Sentendo i miei parlare incessantemente
dell'immortalit del tale e della divinit del talaltro,
ho elaborato una metafisica che richiederebbe una partitura
di Wagner. Ho preso il culto pagano della bellezza che
praticano i miei e l'ho confuso quanto basta con il retaggio
ebraico che i miei nonni tentano di infilare nelle fiabe che mi
leggono la sera, per arrivare a un'immagine del mondo in cui
il Popolo Eletto  un gruppo composto da tutti i grandi pittori,
da certi compositori d'avanguardia e da una manciata di
scrittori. Tutte queste persone non hanno vincoli temporali,
non hanno limiti spaziali e sono dotate di certi poteri sovrumani,
come la capacit di portare il sublime in questo merdaio
di mondo. Sono anche tutte immortali, si capisce.
Ovviamente io desidero pi di ogni altra cosa di far parte del
Popolo Eletto, cos che mia madre possa adorarmi in quel
modo speciale in cui adora i suoi clienti e mio padre non sia
mai costretto a rovesciare disprezzo su di me, ma anche perch
mi sono convinta, ancora pi di quei due fanatici, del
valore speciale di un simile gruppo. La musica come quella
di Beethoven me lo dimostra, tenendomi sveglia e pervasa
dal terrore. Mi chiedo come e quando sapr se lascer un
segno nel mondo. Che cosa posso fare per essere certa di riuscirci?
Che cosa mi succeder se non ci riesco?
Ed  cos che  iniziato tutto.
Ora che il giornalista se n' andato, nell'appartamento c'
una calma inquietante. Comincio a camminare avanti e
indietro ripetendo quello che negli ultimi anni  diventato
una specie di mantra: non correrle dietro. E un mantra di
provata saggezza. Per essere sicura di non averne l'ennesima
dimostrazione mi costringo a rimettermi seduta sul divano,
dove, in mancanza di qualcosa di meglio da fare, scivolo di nuovo nel passato.
I ricordi vengono a galla e poi nuotano via, ormai meno
distinti, mescolandosi e fondendosi, ambigui come musica.
Vedo una ragazzina dalle dense lentiggini che potrebbe
rispondere o meno al nome di Becky Hobbs, un nome che
sale verso di me insieme al suo viso; vedo aule scolastiche,
mense, cortili, ma soprattutto lunghi pomeriggi nell'appartamento
della signora Blau, l'unico posto a parte casa mia in
cui mi piaccia davvero stare. Ricordo bene quei pomeriggi e
la straordinaria vertigine del lasciare che la bellezza pi pura
al mondo mi scorresse attraverso le braccia e le dita per esplodere tramite il mio violino.
La musica mi sgorg da dentro come il disegno non era
mai riuscito a fare, in modo naturale, appagante. Era quasi
troppo piacevole, troppo divertente, per sembrare proficuo.
Al contrario i miei si convinsero che era decisamente
proficuo, soprattutto quando cominciai a vincere una serie
di concorsi per giovani violinisti, piazzandomi perfino al
primo posto, a soli dieci anni, nel concorso per nuovi talenti
della New Jersey Symphony Orchestra, battendo decine
di musicisti che avevano il doppio della mia et. Mio padre
rimase talmente colpito da quella vittoria in particolare che
decise di ritirarmi da scuola a undici anni.  da criminali
sprecare giorni e giorni a studiare geografia e aritmetica
quando hai un dono del genere mi disse mentre mi lamentavo
di quanto mi sarei sentita sola. La solitudine  un sentimento
che ti conviene imparare a conoscere bene comment.
Una persona che non abbia familiarit con i contorni
della solitudine non ha contorni lei stessa. Mia madre
disse: Un giorno ci sarai grata per questa decisione. Avrei
scoperto solo pi tardi che la fine della mia frequenza scolastica
formale era curiosamente coincisa con un aspro litigio
fra mio padre e il preside della scuola (cos rozzo da
dichiararsi un fan di Andy Warhol), ma anche, e forse
soprattutto, con un marcato calo nelle finanze familiari.
Cos, a partire dagli undici anni, passavo le mattine di
luned, mercoled e venerd con mia madre, a studiare storia,
letteratura e latino. Il marted e il gioved arrivava Dan
Bryson, un giovane dottorando in fisica alla Columbia, a
insegnarmi matematica e scienze. I pomeriggi, invece, erano dedicati alla musica.
Proprio per via di quei pomeriggi di musica, specialmente
i miei marted alla Juilliard, non dovetti mai familiarizzare
con gli stimolanti contorni della solitudine. Conobbi
tutto un gruppo di nuovi amici a cui piaceva fare cose strane
e divertenti, come passare ore in metropolitana solo per
osservare la gente oppure mettersi a cantare con i musicisti
al parco di Washington Square. Fra loro il mio preferito era
Julius Rassner, un ragazzino magro e brufoloso di cui rimasi
timidamente innamorata dai dodici ai quindici anni. La
sua abilit al piano era eguagliata soltanto da quella
nell'inventare appellativi ridicoli per s (fra i quali secondo me il migliore era Il Terrificante Mingherlino), Un giorno,
mentre stavamo percorrendo senza meta la metropolitana, a
soli pochi mesi dal mio ingresso alla Juilliard, appoggiai il
palmo sudato della mia mano contro il suo. Ci tenemmo
cos per ore, con le mani schiacciate e nascoste fra i nostri
corpi per non farci vedere da nessuno. Non parlammo mai
di quel nostro romantico incontro e non lo ripetemmo mai
pi, ma da l in avanti tra noi ci fu un legame speciale e mi
sentii tranquilla nel confidargli certe cose.
Pi precisamente, sentivo il bisogno di confidargliele di
tanto in tanto, nella speranza che una confessione portasse
ad altre. Quella del nostro reciproco amore, tanto per
cominciare. Perch non era forse reciproco? Non ricordava
con dolcezza la sensazione della mia mano appicicaticcia?
Fu per questo che alla fine confidai proprio a Julius il colpevole
segreto della mia giovane vita, cio che suonare il violino
non aveva mai placato il timore di non essere all'altezza.
Nell'arco di sette anni, la signora Blau mi aveva insegnato
a fare musica con tutta me stessa. Mi interrompeva di
continuo a met di un pezzo per farmi domande, nel suo
accento ungherese, del tipo: Cos'hai provato quando hai
suonato quel movimento? Le prime volte, se il pezzo era
allegro dicevo di aver provato gioia, se era triste malinconia,
ma lei scuoteva la testa e diceva: Tu, tu, non il violino. Per
mesi, forse anche per anni, non ebbi idea di che cosa volesse
dire con quella storia del tu, tu, non il violino. A un
certo punto, per, cominciai a fare pi attenzione a ci che
succedeva dentro di me mentre suonavo, al di l della concentrazione sulla tecnica e dei tenui sentimenti che il pezzo
evocava al livello pi ovvio. Mi resi conto con sorpresa che
quando suonavo il violino quel luogo nella mia mente che
avevo scoperto per la prima volta ascoltando la Quinta di
Beethoven si riempiva di immagini intense. Non ci misi
molto a intuire che quando facevo caso a quelle immagini la
mia musica cambiava. Dopo un'esecuzione particolarmente
stratificata di un concerto di Dvorak, la signora Blau fece
con la testa un cenno di approvazione e disse: Ora il violino
inizia a sentire quello che senti tu. Quella sera tornai a
casa sentendo di poter trasformare in musica ogni pi piccolo suono al mondo.
Credetti a quella corroborante illusione per anni, eppure
qualcosa mi martellava ancora dentro con insistenza. Lo
stesso qualcosa che non aveva potuto essere espresso con
matite e pennelli non era stato espresso neanche con il violino.
Lo confidai a Julius un giorno, dopo aver fatto rifornimento
di bibite dal frigo di casa sua, una meraviglia piena
di liquidi zuccherini. Mi ero offerta di aiutarlo mentre gli
altri nostri amici si abbronzavano sul terrazzo in cima al
palazzo dove lui abitava, nell'Upper East Side. Cercavo
sempre di trovarmi da sola con lui. Julius spost delle lattine
dall'incavo di un braccio a quello opposto e poi disse,
corrucciando le folte sopracciglia: Perch non scrivi della
musica tua? Sentii il mondo acquistare una stupenda nuova prospettiva.
Fino ad allora non mi era mai passato per la testa che la
gente normale potesse scrivere musica. Alcuni, come per
esempio lo stesso Julius, seguivano corsi di composizione, s,
ma ci si poteva mettere semplicemente a scrivere un concerto
o una sonata o un rond nello stesso modo in cui ci si
metteva a imparare a memoria le capitali degli stati o a risolvere
divisioni complesse? Era qualcosa a cui anch'io potevo ambire?
Per l'estate seguente, quella dei miei quattordici anni,
passata a padroneggiare il concerto per violino di Mendelssohn
e a pensare continuamente a Julius, ero riuscita con la
pura forza di volont a scrivere diversi pezzi che il mio
nuovo insegnante di composizione alla Juilliard defin
considerevolmente promettenti, tra cui un brano dodecafonico
che aveva mostrato a sua volta al proprio insegnante,
Milton Babbitt, l'indiscusso padre della dodecafonia
in America, per dimostrare che l'idea, per quanto ormai
datata, rimaneva comunque viva anche fra i giovani talenti
emergenti. Comporre, per, non era divertente come suonare.
Riuscivo molto raramente a dominare sul serio le confuse
volute di suoni che da lontano sembravano cos allettanti,
almeno non abbastanza da buttarle fuori come qualcosa
che avesse una forma e un peso ben definiti. Cercare
a tentoni delle note nella mia mente era come cercare a tentoni
un sogno ai primi accenni del risveglio. Tuttavia, fintanto
che lo facevo il rombo che avevo in testa si zittiva e cos continuavo.
L'estate in cui compii quindici anni mi guadagnai un
posto alla Tanglewood, in teoria per studiare il violino,
anche se per me lo strumento era solo un mezzo che giustificava
il fine, un modo per restare a contatto con la musica
finch non avessi imparato come essere musica. Passai tutta
la stagione a bigiare le esercitazioni di violino per pedinare
il compositore Gunther Schuller. La mia speranza era che
mi notasse e mi chiedesse, di sua spontanea volont, se per
caso non avessi qualche mia partitura da mostrargli. Naturalmente
non mi not affatto e tutto ci che invece ottenni
quell'estate fu di trasformarmi, crescendo di botto in tutte le
direzioni come un qualsiasi virgulto del rigoglioso fogliame
del Berkshire. Fu uno sviluppo di cui avrei fatto volentieri a
meno. Detestavo il mio nuovo corpo, con tutti quei suoi
contorni ingombranti e cos lontani da quelli di una Twiggy.
Detestavo il fatto che i ragazzi mi fissassero e le ragazze
facessero domande a cui non sapevo rispondere. (Com' che
ti  successo cos in fretta? Come si fa per accelerare la metamorfosi?
Saperlo!) Detestavo essermi trasformata nel giro di
un mese da quella che suonava il primo violino a quella con
le tette grosse. Detestavo il fatto che se proprio doveva succedere,
pure cos in fretta, fosse successo a centinaia di chilometri
da casa e circondata da altri ragazzini. D'altra parte,
passando vicino a specchi, finestre e laghetti non riuscivo a
fare a meno di buttare lo sguardo verso il mio riflesso e
meravigliarmi che quelle forme fossero le mie: forme che
reclamavano attenzione, che prendevano arditamente spazio
al mondo. Il mio sembrava un corpo che non aveva
paura di niente. Sembrava un corpo che voleva cose che non
sapevo ancora nominare, cose molto pi pericolose che non
stringere di nuovo la mano di Julius Rassner, fino ad allora
la mia pi alta aspirazione erotica.
Mio padre fu il primo a vedermi scendere dalla corriera
trascinando una piccola valigia, il mio violino e il corpo di
una pin-up anni cinquanta: la sua solita elegante noncuranza
gli svan dal viso in un istante. Ma come sei carina fu
tutto ci che riusc a dire, con un debole sorriso. Ormai
anche mia madre mi aveva visto bene e mi avvolse nelle sue
braccia pallide, che non sembravano pi ampie abbastanza
da tenere fuori il resto del mondo.
Mentre ci abbracciavamo notai che ero diventata pi alta
di lei: non pi di tre o quattro centimetri, ma l'equilibrio
della nuova proporzione sembrava sbagliato. Ero abbastanza
convinta che agli occhi dei miei fossi io a sembrare sbagliata.
Avevano buon diritto di aspettarsi che mi ritrovassi
con un fisico come quello di mia madre, con linee lunghe e
nette, oppure che non crescessi per niente. Non avevo dato
loro nessun motivo di temere che un giorno avrei messo su
quella forma profondamente anacronistica. Probabilmente
la consideravano una brutta opera d'arte.
Il giorno dopo, nei camerini dei grandi magazzini di
Bonwit Teller, mia madre aspett fuori, cosa che non aveva
mai fatto. Per quanto fossi lieta di essere lasciata sola con le
mie mostruosit, provai anche una fitta di abbandono,
come se fossi stata espulsa di botto dall'infanzia. Mentre
valutavo le sporgenze dei miei fianchi in una gonna che
avrei proprio voluto mi donasse un po' di pi, sentii che mi
faceva uno dei suoi splendenti sorrisi, le labbra rosso sangue
ancora in grado di stringere una sigaretta, gli occhi
accesi da un lieve conforto in cui avvilupparmi. La guardai
speranzosa, in attesa che mi dicesse come vedere il tutto
nella luce pi favorevole.
Lo so che sei furiosa inizi, appoggiandomi una mano
sul braccio. E che detesti questi cambiamenti. Ma un giorno,
tesoro, questo tuo corpo ti piacer... Si ferm, rise, si
tir indietro i capelli lucenti e soffi via un anello di fumo.
Fino ad allora, per, stai attenta. Un corpo come il tuo  molto... esplosivo.
Mi strinse veloce il braccio e poi usc. Se prima ero furiosa,
lo diventai dopo le sue parole. Non posso dire che non
mi fossi mai arrabbiata con lei in precedenza, ma  ci che
ricordo. Era come se in me fosse nata una nuova sensazione,
un opprimente, sporco, fastidioso, bollente miscuglio di
rabbia, vergogna e risentimento. Come faceva a sapere che
un giorno avrei amato quel corpo? Perch non mi aveva preparato
al suo arrivo? E perch rideva? Era un complotto
contro di me, mia madre e la mia carne insieme. Avrei voluto prenderla a schiaffi.
Pi tardi quel pomeriggio, mentre il taxi si faceva strada
a passo d'uomo in mezzo al traffico, ripensai con pi calma
a ci che mi aveva detto, rigirandomi in testa le sue parole.
Esplosivo. In che senso? Non dava una buona impressione,
ma neanche cattiva. Esaltante, rischioso. Magari persino
bohmien, da spirito libero, com'erano i miei e i loro amici.
Ma per chi poteva essere un pericolo? Per me? Per loro?
Di certo per Dan Bryson, il mio insegnante privato di lunga data.
Dan Bryson in un marted mattina di settembre: libri di
fisica, algebra e biologia in mano, sorriso goffo in faccia, inevitabilmente qualche aneddoto sulle sue vacanze estive (ore
e ore passate sulla sua tesi: Il dottorato non  poi sto sballo che ti fanno credere... eh, eh) tenuto diligentemente da
parte nel cervello e pronto ad allentare la sempre imbarazzante
tensione del rivedersi. Fu impreparato alla mia trasformazione
quanto lo ero stata io. Devi aver passato un'estate
fantastica comment, trovando che in qualche modo fosse
la cosa adatta da dire, prima di farsi prendere da un attacco
di tosse, il viso paonazzo e non certo per via delle vetrate
colorate. Mentre si lanciava verso il tavolo, il massiccio libro
di fisica gli scivol dalla mano sudata e gli cadde sull'alluce.
Mia madre, che fin l era rimasta nell'altra stanza e aveva
fatto finta di niente, incroci il mio sguardo e mi fece l'occhiolino.
Esplosivo.
Mi piacque il modo in cui Dan Bryson mi tratt a partire
da quel giorno. Non pi come una bambina, ma come una
sua pari. No, quasi una sua superiore. E tutto per via del
mio corpo, una massa informe e sgraziata? Forse. Avrei
voluto chiederlo a mia madre, ma ogni volta che mi preparavo
ad affrontare l'argomento tornava quella sensazione
fastidiosa e bollente e per riprendermi avevo assolutamente bisogno di pensare ad altro.
Mi venne anche da chiederle perch su Julius Rassner il
mio corpo sembr avere avuto l'effetto opposto. Durante il
nostro emozionato ricongiungimento (emozionato da parte
mia, probabilmente non dalla sua) mi guard appena e mi
tratt con strana condiscendenza, spiegandomi nei minimi
dettagli i concetti pi elementari mentre mi raccontava del
suo internato alla Carnegie Hall, come se io non conoscessi
la musica tanto quanto lui. Il giorno dopo telefon per dirmi
che durante l'estate ero cambiata, che ero diventata un'altra
persona o che forse era lui a essere cambiato, ma comunque
non potevamo rimanere amici. Per l'inizio del semestre alla
Juilliard si era trovato un nuovo gruppo di amici con cui
vagare senza meta nella metropolitana di New York.
Fu pochi giorni dopo quella telefonata, la pietra sopra tre
anni di timido desiderio, che presenziai all'inaugurazione di
un'importante mostra alla galleria dei miei. Mi sentivo tradita
e colpevole, seducente e disgustosa. La mattina, mentre me
ne stavo sveglia nel letto a pensare a Julius, tutte queste emozioni
contrastanti si erano coagulate in un unico grande desiderio:
portare il resto di me al livello del mio corpo, diventando
adulta in ogni aspetto. Un'adulta era il tipo di persona a
cui non importava di essere stata respinta dall'uomo dei suoi
sogni: un'adulta avrebbe semplicemente brillato di fronte a
una delusione amorosa perch apprezzava ci che mia madre
chiamava indipendenza, forse persino gradendo la sua solitudine
alla maniera di mio padre. Cos quella sera mi comportai
da adulta imbrattandomi coi trucchi dal suo beauty e
svolazzando per le sale ben illuminate con una sigaretta spenta
in una mano e un Martini intatto nell'altra, commentando
vagamente le opere esposte e cercando di apparire il pi possibile
indifferente nei confronti dei mesi passati alla Tanglewood,
ma allo stesso tempo riuscendo a piazzare in ogni conversazione
un riferimento alle mie attivit estive; gettavo
all'indietro i capelli, sporgevo le labbra ed ero cos incantata
dalla mia abilit nel farmi passare per una del bel mondo che
non mi sembr strano quando un famoso pittore rappresentato
dai miei, un uomo considerato fra gli artisti migliori del
suo tempo - un tempo sicuramente molto lontano -, pass
due ore a chiedermi che cosa ne pensassi della pop art. Non
mi insospettii quando abilmente mi guid lontano dalla folla,
verso una delle salette in fondo alla galleria che i miei usavano
come magazzino. Da idiota ingenua e vogliosa di fare
buona impressione qual ero, trovavo perfettamente normale
che lui volesse concentrarsi sulle mie chiacchiere in modo pi
approfondito: non succedeva tutti i giorni, ragionavo orgogliosa,
che arrivasse una rappresentante della cultura giovanile
in grado di esporre i punti di vista della propria generazione
in modo tanto eloquente. Ero convinta di fornirgli intuizioni
inestimabili sul pubblico di domani.
Fu soltanto quando port il suo viso vecchio ma bello
cos vicino al mio da farmi vedere le rughe che gli increspavano
la pelle intorno agli occhi e alla bocca, con i suoi folti
capelli bianchi che mi solleticavano la cima della fronte, che
intuii che ad attrarlo non era stata la mia analisi di Claes
Oldenburg. Avrei dovuto essere disgustata davanti a un
uomo ben oltre la sessantina, un esponente rispettato della
comunit artistica, nonch un aperto oppositore della corruzione
nel settore pubblico, che ci provava con una quindicenne,
ma non lo fui. Non ero propriamente eccitata,
nemmeno felice, ma volevo che andasse avanti. Appoggiandomi
a una pila di grandi tele in attesa di essere spedite a un
cliente in California, tutto ci a cui riuscivo a pensare era:
Sto per essere baciata dall'uomo che ha dipinto Uccello con
linee. Lui per non mi baci. Anzi, si stacc e usc bruscamente
dalla saletta. Io me ne andai dal ricevimento di l a
pochi minuti, dopo averlo visto con un braccio intorno a
una donna pi vicina alla sua et.
Nel tardo pomeriggio seguente, tornata a casa dalla lezione
con la signora Blau, trovai un messaggio che mi aspettava
sul tavolo della cucina. La nostra governante, la settima
di una serie infinita di parenti croati di una delle scoperte
dei miei, vi aveva scarabocchiato: Le lezioni d'arte continuano,
seguito da un indirizzo. Mentre leggevo quello strano
biglietto, mi sorpresi a pensare, come se fosse la cosa pi
naturale del mondo: Allora  oggi che bacer l'uomo che
ha dipinto Uccello con linee. Un'ora dopo ero sulla metro,
in direzione Uptown, bardata con un paio di vecchi jeans in
cui riuscivo ancora a entrare, una camicetta stile zingara con
le perline che avevo comprato qualche giorno prima per
accomodare le mie forme incontenibili e appena un tocco
del caratteristico rossetto rosso fuoco di mia madre. Mentre
esaminavo il mio inconsueto riflesso nei finestrini bui e
sporchi della carrozza, mi chiesi se lui sapesse quanti anni
avevo e nel caso, se ci non lo rendesse un po' un pervertito.
Tuttavia erano domande difficili da prendere sul serio
quando la mia mente era impegnata a immaginare le stesse
mani che avevano dipinto quelle enormi tele dalle luminescenze
scure allungarsi verso di me.
L'indirizzo si rivel quello del suo studio, un loft cavernoso
e pieno di finestre, cosparso di strumenti di pittura e tele
parzialmente dipinte. Quando bussai, lui mi grid di accomodarmi.
L'attimo in cui lo vidi persi qualsiasi parvenza di
autocontrollo. Se ne stava in mezzo alla stanza a fissare una
tela, nudo se non per un asciugamano blu scuro in vita.
Aveva un fisico sorprendentemente muscoloso. La transizione
dal Terrificante Mingherlino a lui non avrebbe potuto essere pi brusca.
Gli ci vollero diversi secondi per voltarsi dalla tela verso
di me, che me ne stavo incerta a qualche metro dalla porta;
quando alla fine mi guard fu con la stessa minacciosa intensit
di concentrazione che aveva concesso alla sua opera.
Stavo iniziando a pensare di aver frainteso terribilmente il
suo messaggio, che non volesse farmi venire qui, anche se a
quel punto non riuscivo a immaginare che cosa volesse in
realt, quando lui fece un sorriso timido e alz i palmi verso di me in un gesto di resa.
Di fronte a te, Tasha, devo guardare le mie opere con umilt disse. E lo sai perch?
Io scossi la testa.
Perch non riuscirei mai a dipingere niente di tanto
bello quanto sei tu in questo momento, neanche se ci provassi
tutta la vita. Che d'altronde  ci che ho fatto finora.
Per me creare il sublime  un tormento quotidiano, per te  solo questione di esistere.
Una parte di me pensava a quanto la frase fosse una massa
di clich, inattesi perch venivano da un artista i cui dipinti
mostravano un'originalit e una misura maestose, ma il resto
stava festeggiando la scoperta che qualcuno, quel qualcuno
in particolare, mi trovasse bella.
Quanti anni hai, Tasha? mi chiese poi, ignaro della
rivoluzione che stava scoppiando dentro di me.
Sedici risposi, anche se al mio compleanno mancavano ancora diversi mesi.
E perch sei qui?
Perch pensavo mi avessi invitata. Sentii di nuovo
un'ondata di panico. Avevo frainteso il messaggio, leggendovi
ci che avevo voluto credere io?
Lui rise, una risata secca e rauca che mi ricord il rumore
della sabbia cotta dal sole che scricchiola sotto le scarpe.
S, lo so che ti ho invitata, ma perch sei venuta? Non ti
spaventa un vecchio laido come me?
Non mi spavento facilmente. Riuscii a dire la mia battuta
con la sensualit noncurante di un personaggio di Marlene Dietrich.
No, certo che no.
E non ti vedo vecchio mi ricordai di aggiungere.
Per lo sono insistette lui, le sopracciglia alzate come per sfidarmi a ribattere.
Aveva iniziato a venirmi incontro, l'asciugamano che
ondeggiava minaccioso, anche se per fortuna continuava a
tenere la presa sui suoi fianchi. Pensai di scappare, ma mi
trovai inchiodata saldamente al pavimento.
I suoi capelli argento erano bagnati (e il dettaglio era un
sollievo, perch suggeriva che l'asciugamano non faceva
parte di una messa in scena perversa) e lisciati all'indietro
dalla fronte generosa, esponendo in tutta la loro severit i
tratti segnati dal tempo. Notai per la prima volta che la
bocca e il naso gli davano un'aria crudele mentre gli occhi
sembravano miti ed era l'effetto di questi segnali opposti,
presenti insieme sullo stesso viso, a renderlo tanto sexy.
Stavo per accennarlo, ma poi ci ripensai.
Entra, Tasha. Lo disse come se mi fossi appena presentata
sulla porta. Voglio mostrarti che cosa stavo dipingendo oggi.
Mi guid fino a dove se ne stava quando ero arrivata, di
fronte a un quadro che era molto pi piccolo delle sue tele
che avevo gi visto, con linee non altrettanto pulite e colori
molto pi stridenti.
Mi piace dissi con sincerit.  diverso dalle cose che
fai di solito, ma mi piace.
Ottimo, perch l'hai ispirato tu.
Dovevo essere sembrata scossa, perch lui rise di nuovo,
la sua risata calda e strozzata che in quel momento mi fece
pensare invece a due corpi scaldati dal sole che si strusciavano
delicatamente uno contro l'altro, un'immagine che mi
fece arrossire.
L'ho iniziato quando sono rientrato la notte scorsa.
Volevo dipingere qualcosa come te... incerta ed esuberante allo stesso tempo.
Senza sapere in che altro modo ribattere, la mia mente
torn alla sua vecchia modalit da ragazzina precoce e mi
venne da chiedergli se un dipinto che voleva essere come me
non andasse contro gli ideali che proprio lui aveva esposto
in un articolo decenni prima, quelli di un'arte che si definisse
da s, che non mirasse a rappresentare niente al di fuori
di se stessa. Non ero sicura: gli avrebbe fatto piacere la mia
erudizione o sarebbe rimasto deluso dalla mia incompetenza
nel riconoscere quanto fossero fluide le leggi della creativit?
Decisi saggiamente di abbandonare l'argomento.
Mi piacerebbe ritrarti una volta o l'altra mormor. Le
parole suonarono come se le avesse dette pi a se stesso che a me.
Non sapevo che facessi ancora delle cose realistiche.
Aggiunsi ancora nella speranza che rimanesse colpito da
quanto approfonditamente conoscessi la sua storia, ma lui
non sembr esserlo e io cominciai a provare la frustrante
impressione di aver sbagliato tutto. Senza sapere bene che
cosa stessi facendo, mi sporsi in avanti e diedi uno strattone
all'asciugamano. Lo scampolo di spugna blu mi rimase in
pugno, lasciando lui nudo, eretto e sorpreso. Anch'io ero
sorpresa, sia per la mia spregiudicatezza sia per ci che questa
aveva rivelato. Prima di allora non avevo mai visto un
corpo maschile nudo e mi aspettavo qualcosa di pi simile
alle pallide versioni di marmo che conoscevo bene per le
tante visite al Metropolitan, ma credo di aver dissimulato
molto bene la mia repulsione per quanto fosse colorito e
vivo il punto essenziale. Gli ci vollero diversi secondi per
recuperare la calma e poi il suo sorriso sardonico ritorn,
ora tinto da un'ombra di quello che pareva quasi rispetto.
Chi sei tu, Natasha Darsky, sedici anni? E com' che esisti e sei nel mio studio?
Prima che potessi rispondere (e non ero sicura di doverlo fare), lui era sparito in un angolo lontano della sala. Torn con indosso dei pantaloni.
Hai fame? chiese, prendendo una camicia da un cestino
vicino alla parete dalle alte finestre ad arco. Perch
quando sei arrivata stavo per andare a prendere qualcosa al cinese.
Nel tempo che impiegai a dire: Va bene lui era gi mezzo fuori dalla porta.
Mi aggirai un po' per l'ampio spazio, ispezionando ogni
opera in corso, cercando di pensare a dei commenti di sbalorditiva
profondit da buttargli l quando fosse tornato.
Dovevano esserci almeno trenta quadri su cui stava lavorando
contemporaneamente. Dopo aver guardato due volte
ogni tela, fermandomi pi a lungo a fissare quella ispirata da
me, un'onda vivace e incollerita di blu, verde e nero che non
mi sembrava n incerta n esuberante, mi sedetti per terra,
appoggiai la testa a una delle finestre alte fino al soffitto e
rimasi a guardare il traffico rallentato sulla Columbus Avenue.
Lui rimase fuori pi di un'ora, ma io non venni mai
sfiorata dal sospetto che potesse non tornare. Tuttavia,
quando rientr, lui non sembr aver avuto la stessa fiducia
in me. Ah, ci sei ancora disse vedendomi, enfatizzando
l'ancora. Poi per quando si sedette per terra accanto a me
e inizi a sistemare in mezzo a noi i cartocci bianchi sembr
abbastanza contento di avermi l. Mi fermai quasi fino alle
dieci di sera. Restammo seduti vicino alle finestre, a mangiare
cibo cinese scadente e a parlare di arte, musica e politica.
Lui si mostr interessato a ci che avevo da dire, perfino
rispettoso delle mie opinioni in campo musicale; cos, quando
ci salutammo, mi sentii soltanto leggermente delusa del
fatto che l'unica volta che mi aveva toccato fosse stato per
caso, passandomi una bustina di salsa per l'anatra.
Fuori la notte era lieve, intima e non minacciosa.  cos
che ci si sente a essere adulti, pensai, imitando l'andatura
sinuosa di mia madre. Era solo la mia immaginazione o
stavo davvero brillando nei finestrini sporchi della metro?
Sulla soglia della casa di arenaria dei miei, per, mi ritrasformai in una bambina terrorizzata. Sentivo mia madre
piangere e mio padre gridare senza alcun piacere selvaggio
nella voce. Che  successo?, mi chiesi per un disperato istante
o due, prima di rendermi conto di essere io la causa di
quel pandemonio. I miei mi concedevano un mucchio di
libert: dopo le lezioni di musica, le giornate erano mie e le
potevo passare come preferivo. Ma non ero mai stata fuori
fino a cos tardi. Mia madre non si preoccupava mai di niente
se non in presenza di un valido motivo, ma una volta che
il motivo si presentava lei automaticamente dava per scontato il peggio.
Mi intrufolai per la porta, annunciando piano che ero tornata.
Entrambi i miei genitori mi furono davanti immediatamente.
Te l'avevo detto che stava bene disse mio padre,
che poi scomparve di nuovo su per le strette scale. Stavo
per chiamare la polizia mia madre sussurr col fiatone,
come sempre quando si arrabbiava, il viso rigido e segnato
dalle lacrime, le braccia goffamente in avanti, indecisa se
essere desiderosa di abbracciarmi oppure no. Ero sicura
che ti fosse successo qualcosa. Per un attimo mi sentii colpevole
tanto da non poterlo quasi sopportare e poi, senza
preavviso, la colpa svan lasciandomi risentita e addolorata.
Non sono una bambina misi in chiaro, cercando di ritrovare
la padronanza di me che avevo scoperto ore prima
quello stesso giorno. E invece s ribatt lei tagliente,
arrabbiata come non l'avevo mai vista. Arrabbiata con me,
cosa che non accadeva mai. Corsi su per quattro rampe di
scale fino alla mia camera, ma dopo essere rimasta distesa
sul letto per un po' non riuscii pi ad alimentare la rabbia e
ritornai alla colpa. Ridiscesi le scale furtiva e sotto ritrovai
mia madre seduta sul divano, lo sguardo fuori dalla finestra.
Mi raggomitolai fra le sue braccia profumate e lei appoggi
il mento sulla mia testa. Sedute cos, io dimenticai che cosa
mi avesse attirato di un loft chiazzato di vernice e di una
notte stranamente lieve e non minacciosa.
Il mattino dopo per mi svegliai ricordandomi quell'attrazione
con una forza che mi prendeva da dentro. Andai di
nuovo l e di nuovo mi fermai per ore, anche se quella volta
lui si allarm nel vedermi. Ci tornai la settimana dopo e continuai a farlo. Non fui mai ufficialmente invitata, ma nemmeno
fui mai accolta con qualcosa che non fosse un'ospitalit
entusiasta. E poi se non altro mi resi utile. Imparai a
pulire a fondo i pennelli e a tirare le tele, mettendomi anche
a raccogliere e buttare via i cartocci ancora pieni di cibo
cinese che altrimenti sarebbero rimasti in giro per settimane.
A volte lui mi permetteva di sedermi e parlargli mentre
dipingeva, ma altre volte esigeva silenzio e cos, se non avevo
piccole faccende da eseguire, sedevo sul pavimento e mi
appoggiavo alla finestra con in mano dei fogli pentagrammati
e cercavo di comporre. Da lui lavoravo bene: stargli
vicino mi rendeva cos freneticamente felice che anche la
mia musica saltava di gioia quando lui si avvicinava. Riuscivo
a scavare nella mia mente e tirarvi fuori le note quasi con
la stessa facilit con cui riuscivo a lanciarle dal mio violino.
Ogni tanto mi chiedeva di canticchiare ci che avevo
composto; lui non sapeva leggere la musica, cosa che trovavo
incredibile. Una volta mi lasci canticchiare un intero
rond mentre lui ritoccava la piccola tela che diceva ispirata
da me. Quel momento mi colp come carico di un'intensa
sensualit, ma poteva essere stata soltanto la mia immaginazione.
Il fatto che ancora evitasse di toccarmi era una fonte costante di irritazione.
Non so come, ma mi ero messa in testa che avessimo una
relazione, una di quelle particolarmente caste. Julius Rassner
era il ricordo insignificante di un'emozione insignificante,
a confronto di ci che provavo ora. Morivo dalla
voglia di dirlo a mia madre, perch la pensavo abbastanza
bohmien da non preoccuparsi del fatto che sua figlia avesse
perso la testa per un uomo anziano. Per ogni volta che
meditavo di confessarglielo, decidevo che era troppo
rischioso. E se mi avesse proibito di rivederlo? Proprio
come ero allegramente convinta di trovarmi in una relazione
torrida ma innocente, ero anche sicura che mia madre
non avesse idea di ci che facevo alle sue spalle.
Naturalmente mia madre un'idea ce l'aveva. Si era accorta
dei cambiamenti nella mia camminata, nella mia parlata,
nel mio sguardo. Pochi giorni dopo il mio sedicesimo compleanno,
che avevo festeggiato risciacquando pennelli e
buttando via cartocci, si decise ad affrontare la questione.
Ci che credeva di sapere era quasi la verit, la verit in
tutto meno un piccolo dettaglio: diede la colpa al povero
Dan Bryson, il dolce, goffo, timido e licenziato in tronco
Dan. Per qualche ignoto motivo lui prese con garbo il licenziamento, senza nemmeno perorare la causa della propria
innocenza. Lo seppi per sentito dire, perch solo mio padre
era presente, ma immagino che al posto suo non avrei voluto
tirare la corda con la possibilit di dover affrontare una
simile rabbia: meglio tacere e sparire. Comunque fu una
fortuna per me. Decisi che l'equivoco doveva reggere,
anche se speravo che Dan potesse ricevere qualche ricompensa
in cambio. Tentai di negoziare con Dio una tesi di
dottorato brillantemente valutata e un posto da professore
in un'universit prestigiosa come premio per il suo sacrificio.
Se mia madre aveva disapprovato con una tale veemenza
un mio legame con un ventenne, ragionai, chiss quale
irreparabile danno ne sarebbe derivato se avesse scoperto
che in realt frequentavo un sessantenne. Se lo avesse saputo...
che cosa sarebbe successo? Mi avrebbe odiato? Mi
avrebbe considerato indegna delle sue costanti cure? Una
cosa era certa: se lo avesse saputo, non mi avrebbe mai pi permesso di rivederlo.
Dopo il pasticcio con Dan Bryson persi il coraggio di continuare
con l'inganno, ma finii soltanto per precipitare ancora
pi a fondo nella mia infatuazione. Sapevo di essere sporca,
vergognosa e cattiva: avevo fatto del male a Dan, avrei
potuto farlo al mio grande artista, ma peggio ancora avevo
ferito mia madre. Sapevo che una brava persona non faceva
cose alle spalle di altri. Una brava persona doveva essere
aperta e sincera e cominciare a passare i pomeriggi dando
una mano in galleria, studiando violino e scrivendo musica
nell'innocenza della propria camera. Allora fu ci che mi
obbligai a fare. Praticamente non pass giorno in cui non
immaginassi di tornare di corsa in quel folle studio pieno di
vernici: quanto sarebbe stato sorpreso lui di rivedermi,
dopo un'assenza tanto lunga e inspiegabile! Per pi di un
anno mi addormentai stringendo ritagli di sue opere presi
da cataloghi e cacciati in una scatola da scarpe che tenevo
sotto il letto. Mi ero persuasa che anche lui si struggesse per
me e che ogni notte condividessimo gli stessi pensieri nello
stesso momento. Che lui non avesse mai fatto nessun tentativo
di scoprire perch fossi sparita dalla sua vita era soltanto
un'ulteriore prova della nostra connessione psichica;
nemmeno una volta mi pass per la mente che fin dall'inizio
potesse essere stato indifferente alle mie visite.
Dato che il legame pi tangibile lasciatomi dai giorni passati
nel suo studio erano i molti brani che avevo iniziato l,
se non altro la mia composizione procedeva bene. Componevo
di notte, pensando a lui, nello stesso modo in cui altre
adolescenti avrebbero potuto fare le ore piccole a scrivere
poesie d'amore lacrimevoli, anche se il paragone, formulato
da altri, mi avrebbe mortificata. Non pensavo che la mia
musica riguardasse lui e nemmeno i miei sentimenti per lui.
Soltanto, esservi dentro era un modo per rimanere nel suo
studio e quindi la mia musica era un luogo dove volevo essere,
non pi una minaccia ma un conforto. Il mondo intero
era confortevole, una grande sala d'attesa per la mia felicit,
perch avevo formulato un piano infallibile: compiuti
diciott'anni mi sarei presentata nel suo studio e avremmo
reso esplicita la nostra implicita relazione amorosa.
Per quanto vedevo c'era un solo grosso ostacolo che si
poneva fra me e quel felice sviluppo: l'improvvisa insistenza
di mio padre, poco dopo il mio diciassettesimo compleanno,
perch iniziassi a fare domanda alle universit. Aveva deciso
di allontanarmi per punirmi per la mia cattiva condotta?
Avevo dato troppi problemi? Quale che fosse il motivo, non
avrei voluto andare all'universit nemmeno se non fossi
stata innamorata. Nessuno dei miei genitori aveva una laurea
e tutti e due si erano sistemati benissimo. E in ogni caso
il mio posto era alla Juilliard. Avevo sempre pensato che una
volta arrivata a diciott'anni sarei passata dal corso pomeridiano
al conservatorio. Per era mio padre quello che avevo
contro e cos persi: da l a poco stavamo compilando moduli,
andando a colloqui e infine facendo le valigie.
Tre settimane prima della mia partenza, un giorno mio
padre mi chiese di andare con lui in macchina nel New Jersey,
per consegnare un quadro a casa di un cliente. Mia
madre non poteva venire per il solito motivo: anni prima un
famoso astrologo l'aveva presa da parte a una festa e le
aveva predetto, senza che gli fosse stato chiesto, che sarebbe
morta su un'autostrada interstatale. Da allora non aveva
pi attraversato un confine in macchina. Mio padre detestava
guidare da solo, cos lo accompagnai, come facevo spesso.
Per l'ennesima volta, quindi, andai nel New Jersey con
lui. Sono certa che parlammo delle virt del fotorealismo o
delle implicazioni dell'insulsaggine di Richard Estes. Sono
certa che rimase in silenzio e imbronciato per parte del viaggio:
da quando mi era spuntato il seno ogni tanto si comportava
stranamente in mia presenza e dopo il pasticcio con
Dan Bryson per mesi aveva dato l'impressione di non sopportare
la mia vicinanza. Ormai la fase di massimo odio era
passata da quasi un anno, ma qualche volta tornava a galla,
anche solo per pochi istanti di disagio.
Sulla via del ritorno non c'era traffico. Fu quella la cosa
scioccante: era l'ora di punta, ma non c'era traffico e cos
arrivammo a casa un'ora prima del previsto e ci imbattemmo
in una scena in cui altrimenti per sole tre settimane non
mi sarei mai imbattuta. Un uomo in piedi sul tappeto persiano
rosso e arancione del salotto, con un bicchiere di whisky
mezzo pieno in mano; mia madre ferma tra lui e la porta,
bloccata a met di un passo; la colpevolezza che rabbuiava
pesantemente entrambi i loro visi; e la rabbia composta su
quello di mio padre.
La prima emozione che provai alla vista della scena,
incredibilmente, fu la gioia: un riflesso nel vedere per la
prima volta in quasi due anni l'uomo che amavo. Proprio l,
in piedi sul tappeto persiano rosso e arancione del salotto,
con un bicchiere di whisky mezzo pieno in mano. Eccolo l,
in carne e ossa, in casa mia, fuori dalla mia mente. Il mio grande artista.
Poi arrivarono i pensieri terrorizzanti, in rapida successione.
Primo, che fossimo stati scoperti, che Dan Bryson avesse
investigato fino a scoprire la verit, in un estremo tentativo
di riabilitarsi; oppure che colui che occupava il mio cuore
fosse stato sopraffatto dal senso di colpa e avesse confessato
tutto. Secondo, che non fossimo stati noi quelli che erano stati scoperti.
Mio padre schizz su per le scale, tenendo ben rigida la sua
schiena fluidamente elegante. Mia madre lo segu ancheggiando, i passi leggeri e briosi come sempre.
Io rimasi inebetita sotto un dipinto di Barnett Newman che
occupava tutta la parete. Poi il mio grande artista incroci il
mio sguardo e in un attimo fu con me nell'anticamera dall'alto
soffitto. Era l, come lo era stato ogni notte nella mia mente,
il suo corpo vicino, l'alito che sapeva di scotch. Il cuore mi
batteva all'impazzata, gli occhi mi bruciavano per le lacrime
che stavo ricacciando indietro e le voci dei miei filtravano
attutite dal soffitto. A parte quello, per, era proprio come
nelle mie fantasie. Mi strinse nel nostro primo vero abbraccio,
premendosi con delicatezza contro di me, ma era pi l'abbraccio
di un padre che quello di un amante. Il suo viso era
vicino al mio orecchio e quando inspir sentii i miei capelli sul
lato della testa tremare verso la sua bocca aperta. E poi spar.
Il bicchiere era sul pavimento, nel punto esatto dov'era stato
lui; non l'avevo notato appoggiarlo e la cosa mi turb.
Restai ad ascoltare il suono attutito delle voci irate dei
miei, poi mi ritrovai a correre, il calore dell'aria contro il
viso, i capelli che mi si attaccavano alla fronte e mi sbattevano
negli occhi. Lui aveva un passo veloce e disinvolto, ma
non poteva competere con le mie giovani gambe lanciate di
corsa e presto lo raggiunsi. Stava per fermare un taxi.
Aspetta gli gridai, ansimante, sudata, il respiro ridotto a un sibilo.
Lui si volt e mi osserv con quello sguardo distaccato
che allora capii non esprimeva brama, ma semplice fastidio.
Mi osserv, ma non so che cosa vide.
Tu e mia madre? fu tutto ci che riuscii a proferire.
Lui sembr sbalordito, anche se non troppo preoccupato;
lo vedevo frugarsi in una tasca, forse per cercare i soldi
per il taxi. Poi la consapevolezza della situazione gli si allarg
sul viso e lui fece scoppiare la sua risata sardonica. S, ci
vediamo di nascosto da tuo padre, certo. Ma non nel modo divertente.
Non nel... ripetei le sue parole, cercando di dare loro
una forma che potessi comprendere.
Non vuole pi vendere la mia roba. Ormai saprai come
funziona con lui, no? Scosse la testa irritato. Mi ha dato
corda pi che a tanti altri, ma sai bene quanto me che non
sono in linea con i princpi che lui oggi considera sacri e che
demolir domani. Quel dittatore del cazzo riesce a toglierti
tutta la creativit se lo lasci fare. Cristo, guarda tua madre.
Devo aver sussultato a quelle parole, perch qualcosa di
orrendamente simile alla compassione gli pass per gli
occhi. Allora disse: Ho sentito che andrai a Harvard.
Gi.
Niente male. Ricordati di scrivermi. E perch hai smesso di venire, poi?
Da anni tenevo pronta la risposta perfetta che avevo
costruito per l'occasione, ma quello non era il modo in cui
la domanda avrebbe dovuto essere posta, non lo era neanche
lontanamente. Cos, invece di dirgli che il nostro amore
doveva essere tenuto nascosto fino al mio diciottesimo compleanno
- che, per inciso, avevo lasciato passare il mese
prima senza dare ascolto alle mie sempre pi particolareggiate
fantasie di inammissibili passioni -, mi limitai a stringermi
nelle spalle, cercando (e fallendo miseramente, ne
sono sicura) di sembrare indifferente quanto lui.
Be', allora scrivimi se ti ricordi ripet. Il braccio gli si
alz di nuovo per fermare il taxi che arrivava a tutta velocit
verso di noi e che sband bruscamente verso il marciapiede.
Con l'altra mano si allung e mi tocc leggermente la
spalla, dicendo: Abbi cura di te, ragazzina prima di salire in macchina.
Lasciai che il bruciore di quel ragazzina mi attraversasse
pi volte il corpo. Quando cominciai a tornare verso casa
mi sentivo un metro pi piccola.
Rientrata nella palazzina di arenaria stavo salendo le
scale, ascendendo verso le voci attutite dei miei, quando
notai la piccola tela appesa fuori dalla sala da pranzo, in una
minuscola rientranza parzialmente celata alla vista. Era di
mia madre, che dopo averla finita aveva dimenticato come si
dipingeva. Non somigliava per niente a nessun'altra opera in
casa nostra. Mi chiesi per la prima volta perch mio padre le
avesse permesso anche solo di appenderla, bench in una
rientranza seminascosta; era l'esatto opposto delle opere che
lui patrocinava nelle sue tirate. Era scuro e rarefatto, quasi
monocromatico, qualsiasi emozione un sussurro appena
udibile. Ritraeva un cantiere navale al tramonto. I colori
erano s sottili, ma anche viscerali: c'erano il grigio scuro
dell'oceano, la schiuma bianco sporco di onde quasi verticali- onde arrabbiate, acqua piena di carattere - e il marrone
putrescente della banchina. Degli uomini si affrettavano con
un'urgenza minimizzata fra gli imponenti scafi arrugginiti
che erano ornati di alghe e sporcizia, caricando e scaricando
Dio sa cosa, davvero, ma con un'aria importante e spensierata
allo stesso tempo. E in un angolo c'era una ragazzina.
Una volta che la si notava, tutte le linee nel dipinto puntavano dritte verso di lei.
Avrei voluto tirare gi il quadro a forza. Era evidentemente
la cosa migliore che mia madre avesse mai realizzato e
guardandolo mi sembr di sentire tutti insieme gli spettri
che agitavano gli incubi di mia madre, la tristezza dietro il
suo sorriso splendente, il ghigno compiaciuto dietro la rabbia
di mio padre e il mio desiderio per un vecchio laido che
alla fine mi aveva considerato solo una ragazzina.
Mi trovavo faccia a faccia col fallimento, cos in quel preciso
istante giurai che non mi avrebbe mai toccato.
Me ne andai da New York in un luminoso mattino di citt e
nel tardo pomeriggio arrivai in un luogo grigio e indifferentemente estraneo. La mia nuova casa sembrava un vecchio
manicomio inglese che avevo visto una volta in foto, la scena
dominata dagli austeri edifici di mattoni rossi contro un
cielo cupo e granuloso.
Un manicomio per matti privilegiati pensai ad alta
voce, ma mio padre era impegnato a cercare un parcheggio e mi ignor.
Mi aveva ignorato da quando eravamo partiti da New
York, perso in qualche recente indignazione estetica che io
mi rifiutai di assorbire. Ero lieta della sua distrazione. Ero
lieta che mia madre fosse a casa, timorosa di sfidare il destino
in autostrada (me la immaginavo ancora ferma sul marciapiede,
a sfregarsi via il mascara dagli occhi), che casa mia
fosse solo un ricordo, che il mio grande artista non mi amasse,
anche se non amava nemmeno mia madre, non in quel
modo, il che, dovevo ammetterlo, mi sollevava non poco.
Durante il viaggio continuai a ricordare a me stessa quanto
fossi grata per tutto ci, sia per la piccola tregua sia per gli
sproporzionati scoppi d'ira, arrivando perfino a crederci.
Probabilmente mi stavo soltanto riprendendo dalla delusione
amorosa, ma mi immaginai come se mi stessi riprendendo
dalla mia stessa storia: da ogni crisi familiare, ogni sproloquio
di mio padre, ogni quadro lasciato incompleto da
mia madre, ogni notte in cui ero stata tenuta sveglia dallo
spettro della mia indegnit cosmica. Ero decisa a scrollarmi
di dosso tutte le vestigia della mia vita fino a quel punto. Ero
lieta di avere quell'opportunit per ricostruirla.
Almeno era quello che mi dicevo. In realt ero desolata,
una sensazione che peggiorava di minuto in minuto, mentre
si rafforzava la consapevolezza che avrei davvero vissuto in
un altro luogo. Era un concetto rivoluzionario, quasi oltre la
mia comprensione, che da quel momento in poi la mia vita
si sarebbe svolta l: non sotto i rossi, i blu e gli ori delle vetrate
colorate nella sala da pranzo, non sulle strette scale zeppe
di libri e di tele, non nella mia camera rosa e oro densa di
fantasie sulla musica e sulle relazioni con geni iconici e
anziani, ma sotto quel cielo cupo e granuloso, fra quegli
austeri edifici di mattoni rossi, lontana dai miei, dal mio
grande artista e da tutto il resto che mi ancorava alla realt,
permettendomi di vivere nel mio strano, isolato e ossessionato
mondo senza notare che era proprio l che mi trovavo.
Salendo le scale del mio dormitorio con la sfilza di valigie
preparate da mia madre, accanto alla figura ansimante in
completo di lino che era mio padre, sentivo studenti stringere
facilmente amicizie nei corridoi, musica rock arrivare dal
cortile erboso di sotto, genitori che venivano frettolosamente
rimandati a casa e capii di essere entrata in un mondo
dove non mi sarebbe pi stato concesso il lusso, incurante e
beato, della non appartenenza. Rimpiansi profondamente di
aver chiesto una camera singola, che gi mi sembrava l'unica
zona silenziosa del campus. Mi vergognavo del silenzio
della mia camera.
Quando mio padre tir dentro l'ultima valigia e disse che
era ora di congedarsi, io piansi. Lui sfugg al mio abbraccio,
mi diede qualche pacca affettuosa sulla testa, mi fece l'occhiolino
e se ne and con un frettoloso In bocca al lupo.
Nemmeno la sua eleganza fu sufficiente a dissimulare il fatto
che stesse scappando.
Stordita, scesi per l'incontro di orientamento, un discorso
pomposo e autocelebrativo che nominava di continuo la
comunit di Harvard, di cui l'oratore (un qualche vecchio
preside di facolt rimbambito) voleva che fossimo tutti
parte attiva. Il sentirmi dire che ora avevo il privilegio di
diventare una componente di questo mondo, che lo volessi
o no. mi rese soltanto pi sola e triste, ma ricordai a me stessa
che quello era il preludio a grandi cose, alla mia ricostruzione.
Un ritornello cui trovavo sempre pi difficile credere
tra la folla di studenti che sembravano gi conoscersi tutti o
quantomeno sapere meglio di me come trovarsi bene con degli estranei.
Passai il resto della giornata rinchiusa nella mia camera,
con la scusa di voler disfare subito i bagagli, quando in realt
ci che volevo era non farmi notare come l'unica tipa strana
che se ne stava in disparte in un angolo dello Harvard Yard.
Fu quindi con una gioia quasi folle che il mattino dopo,
entrata nella mensa delle matricole, intravidi qualcuno che
conoscevo. Minuscola, bionda e carina, Amy Wyatt procedeva
nella fila per i cereali con la stessa studiata grazia che
avevo ammirato per tre estati a Tanglewood. Amy era la stella
dei flautisti della nostra fascia di et, nonch la stella del
tennis e, pi semplicemente, la stella in generale. Era una di
quelle persone che sembrava non piacere a nessuno, ma vicino
a cui tutti volevano essere, probabilmente perch emanava
un senso di investitura grande quanto la tenuta della sua
famiglia nella campagna di Westchester o probabilmente
perch aveva abbracciato cos tante cause, come femminismo,
marxismo e un insolito vegetarianismo militante (a
Harvard pi avanti avrebbe fondato un movimento chiamato
Vegitas), che era difficile parlare liberamente senza
offenderla in qualche modo, ma altrettanto difficile non
ammirare qualcuno che si impegnava cos profondamente su
cos tanti fronti. Guardandola versarsi con disgusto cucchiaiate
di cornflakes nella scodella, non pensai a niente di tutto
ci. Il fatto che avessi riconosciuto quella ragazza e che lei mi
avrebbe riconosciuto a sua volta era cos rilevante da non
permettere ad altri pensieri di affollarmi la mente.
Mi posizionai vicino all'arcata tra le file per il cibo e i
tavoli. Fingendo di ispezionare un bancone pieno di frutta
con la stessa meticolosit di un Amy Wyatt, attesi che lei si avvicinasse vezzosa.
Tasha Darsky! strill raggiungendomi. Ma sei tu?
Mi voltai e le feci il mio sorriso pi accattivante. Ma dai... Amy Wyatt! Ciao!
Non avevo idea che ci fossi anche tu qui tub lei, mentre
il suo sorriso pi accattivante metteva in ridicolo il mio.
Dov'eri l'estate scorsa? Ci mancavi in giro per i boschi.
Mi strinsi nelle spalle, cercando di non indulgere nei
ricordi di giorni afosi passati a sognare un vecchio che metteva
colori su tela. Le raccontai invece dei miei progressi
nella composizione, del modo in cui la musica si era sciolta
dentro di me due anni prima. Non mi pareva valesse la pena
passare del tempo sul violino quando c'era musica che doveva essere scritta, spiegai.
Lei sembr sorpresa da quell'affermazione, ma anche colpita
e quasi in una reazione diretta mi chiese se stavo per
fare colazione con qualcuno. Be', allora vieni con noi
disse quando risposi di no. Inizi a camminare e con una
mano mi fece cenno di seguirla. Mi mossi grata, tenendo in
mano una banana e rendendomi conto con uno sgomento
famelico che nell'agitazione non avevo preso altro. Temendo
di perderla, le rimasi attaccata mentre procedeva per il
labirinto di tavoli e ammirai di nuovo la grazia dei suoi
movimenti, pi un aleggiare che un camminare. Con un
mormorio di soddisfazione appoggi il vassoio di fronte a
un ragazzo blandamente bello che avrebbe potuto essere il
fratello di met dei maschi che si aggiravano per la mensa.
Stava parlando con due persone, un ragazzo trasandato con
stile e dall'aspetto semitico e una ragazza, l'unica grassa che
avessi visto nel campus fino a quel momento.
Lei  Tasha Darsky e loro sono Graham Rockwell, Ari
Ben Haar e Adrian Brown disse Amy, indicandoli con il
suo mento adorabilmente appuntito.
Graham mi aveva degnato appena di un'occhiata e stava
ormai lasciando vagare lo sguardo per la mensa in cerca di
qualcosa di pi interessante, ma gli altri due mi sorrisero calorosamente.
Graham e io siamo cresciuti come vicini di casa. Siamo
praticamente parenti.
Scivolai impacciata sulla sedia vicino a quella di Amy e
piazzai la mia misera banana, il pi discretamente possibile,
di fronte a me sul tavolo.
Graham  uno scrittore aggiunse Amy. La sua bravura
ha dell'incredibile.
Graham fece vagare lo sguardo di nuovo su di me e senza
un briciolo di autoironia mi disse che al momento stava
distillando il suo primo libro.
Ari  il compagno di stanza di Graham continu le presentazioni
Amy mentre spalmava delicatamente del burro
sul pane tostato. E uno scultore. Adrian invece  la mia, di
coinquilina. Una poetessa. E la nostra Tasha dichiar con
seriet, cercando di evitare lo sguardo di divertimento imbarazzato,
ma non dispiaciuto, che noi tre talenti minori ci stavamo
scambiando  una bravissima violinista, che di recente
 diventata anche compositrice.
Sorrisi a ognuno a turno, sentendomi intimidita e allo
stesso tempo importante per essere stata descritta come un
qualcosa di tanto preciso quando non ero nessuno. Mi chiesi
se gli altri provassero la stessa sensazione. Mi chiesi se io
piacessi loro. Mi chiesi se li avrei mai pi rivisti. Ovviamente
non mi pass per la testa che in quel gruppetto avrei
potuto trovare quella nuova casa in cui per giorni avevo svogliatamente creduto.
Venne fuori che la mia nuova casa non era un luogo, ma
un momento, quel momento alla fine del giorno quando ci
riversavamo indolenti in camera di uno o dell'altro, troppo
stanchi per studiare o leggere o stare distesi sui nostri letti a
interrogarci sul senso della vita. Nel giro di pochi minuti dal
ritrovo la nostra indolenza spariva e cominciavamo a urlare
come pazzi sulla futilit di una nuova etica nell'arte postmoderna
o sulla morte della musica atonale o sulla responsabilit
dell'artista di mirare al bene. Nessuno di noi aveva
ancora scoperto l'ironia, non nel suo senso pi profondo e disperato.
Naturalmente non era soltanto l'ispirazione dell'entusiasmo
reciproco a risvegliare i nostri sensi intorpiditi dallo
studio, ma anche una buona dose di sostanze stupefacenti,
ottenute per lo pi tramite l'unico non artista nel nostro
gruppo, un ragazzo di nome Gregory Mandell che aveva
contatti misteriosi e ben forniti gi al MIT. Dato che quasi
mai condividevo gli aspetti psicotropi del divertimento dei
miei amici - volevo avere pi controllo sulle mie facolt, non
meno - per qualche tempo mi beccai il poco spiritoso
soprannome di anti-Gregory.
Quanto a lui, si era unito al gruppo alla fine della prima
settimana di corso. Immigrato di recente dalla Russia, era un
genio della matematica, con cui Amy doveva assolutamente
fare amicizia per la sua abitudine di mimare le trame dei
romanzi russi quando era fatto. Il giorno dopo Gregory,
Amy trov Michael O'Shea nel suo stesso corso di narrazione
descrittiva. Era il nono di dieci figli di una famiglia cattolica
irlandese di South Boston, suonava anche lui il violino e
aveva l'obiettivo, che allora sembrava irrazionale, di diventare
direttore della Filarmonica di New York entro i trentanni.
Quel giorno stesso i nostri raduni a tarda sera iniziarono sul serio.
Nonostante le ore passate insieme quel primo semestre,
io continuavo in segreto a sentirmi terrorizzata sia da Amy
sia da Graham. Non c'era argomento, per quanto oscuro,
anche inventato sui due piedi, su cui Amy non avesse gi
un'opinione netta. Graham poi aveva quell'atteggiamento
sprezzante tipico di chi  stato in collegi di lusso, derivato
secondo me dal sapere che qualsiasi guaio avesse combinato,
i soldi e il potere di suo padre l'avrebbero salvato. Aveva
una pesante dipendenza dalla cocaina, era sessualmente
promiscuo come se per lui fosse un dovere e parlava
costantemente come se stesse imitando qualcuno di molto,
molto pomposo. Il fatto che io piacessi a entrambi rimaneva
un po' un felice mistero, su cui ritenevo fosse meglio non
investigare. Ma piacevo loro, eccome: durante la vacanza di
met trimestre, Graham arriv perfino a confessarmi che
ero l'unica persona oltre a Amy a cui si fosse mai sentito
vicino, cosa che per parecchi giorni mi port a sentirmi triste
per lui, prima di intuire che probabilmente l'aveva detto
solo perch era fatto. Anche Gregory era quasi sempre
schizzato per via delle droghe, ma comunque non sembrava
particolarmente interessato a nessuno di noi a parte Graham,
che continuava a tollerarne la presenza solo perch
significava coca a prezzi scontati. Non riuscii mai a conoscerlo bene.
Con gli altri tre, per, mi sentivo a mio agio come mai
prima con gente della mia et. Michael, Adrian e Ari, al contrario
del mio giro alla Juilliard, non erano aggressivamente
strambi: erano bizzarri, certo, ma non si trattava di un atteggiamento
costruito. Non mi sentii mai obbligata a fare colpo
su di loro, eppure loro facevano costantemente colpo su di
me. Quando Ari raccontava di come, durante i suoi due anni
di servizio militare come addetto agli armamenti in Israele,
aveva imparato a riconoscere le sculture nascoste nelle formazioni
naturali di roccia o quando Adrian rideva sinceramente
della propria tragica infanzia (il padre alcolizzato si
era schiantato in macchina contro un albero quando lei
aveva otto anni, lasciandola con la madre a tirare avanti a
malapena), io non pensavo Dio santo, la mia vita  ben insulsa
in confronto alla loro, come facevo quando Graham o Amy
raccontavano dei loro tanti risultati, ma soltanto Ehi, questa
gente  molto pi concreta di me. Mi facevano venire voglia di
sentirmi anch'io pi concreta, anche se ero abbastanza sicura
che macchinare dichiaratamente per diventare pi concreta
mi ponesse di diritto nella categoria delle frivole.
A volte, nel bel mezzo di un nostro ritrovo (mentre Gregory
stava mimando con accuratezza uno dei suoi romanzi
russi, Michael dirigeva energico un'orchestra invisibile e il
resto dei presenti discuteva enfaticamente ad alta voce di
vizi e virt del serialismo di Stockhausen o degli esperimenti
di Ligen su struttura e densit, con Boulez a tutto volume
sullo stereo), io strisciavo in un angolo della stanza e assistevo
alla scena da l, convinta che non ci fosse di meglio nella
vita. In quei momenti mi sentivo come se fossi nata, a diciott'anni, sul lato est dello Harvard Yard.
Nello stesso periodo in cui i miei nuovi amici mi aiutavano
ad allargare la mia idea di vita sociale, avevo anche trovato
una nuova insegnante di violino che allargava il mio
repertorio. La signora Blau si era fatta rendere un vecchio
favore dalla leggendaria maestra Annabelle Scherr e ottenuto
che ci vedessimo una volta alla settimana nella casa poco
illuminata di quest'ultima, a East Cambridge. All'inizio non
ero stata troppo entusiasta dell'idea, preoccupata che continuare
a studiare sul violino mi distraesse dalla composizione,
ma nemmeno una come me aveva la faccia tosta di snobbare Annabelle Scherr.
Le mie prime lezioni con quella forza della natura di uno
e quaranta per quaranta chili furono tremende. Uno sgradevole
odore di gulasch permeava le stanze anguste e infestate
di velluto e dorature; la sua ungherese austerit contrastava
in modo allarmante con l'ungherese benevolenza da nonna
della signora Blau. Sotto il suo sguardo implacabile, per, la
mia mano sinistra cominci a migliorare esponenzialmente e
il mio timbro si arricch. Camminando svelta nelle fredde
serate di Cambridge, dopo le mie lezioni, spesso ricadevo
nella mia illusione infantile di poter trasformare in musica
ogni pi piccolo suono al mondo. Tuttavia, una volta in
camera, mi ricordavo che il mio problema era creare musica,
gloriosa o meno; era solo quella di altri a fluire esuberante
da me. Continuavo a sentire musica nella testa, quasi sempre,
ma quando la inseguivo con carta e matita tendeva a
evaporare. Ero tornata nella mia vecchia condizione, incapace
di tradurre la mia musica mentale in note reali. La frustrazione
per questo regresso e la chiara implicazione che i
miei due fecondi anni si fossero retti su qualcosa di tanto
melenso come una cotta mi sconvolsero talmente che spesso
terminavo in lacrime i miei tentativi di scrivere, circondata da fogli strappati.
Una sera, dopo aver iniziato e strappato tre tentativi nel
giro di due ore, crollai esausta sul letto e presi una vecchia
copia del Crimson, il giornale degli studenti, che doveva
essere l abbandonata da settimane. Circondata dall'ignominioso
tappeto di carta straccia, in mezzo a cui avevo appena
finito di abbandonarmi al mio capriccio, non ancora ripresa
dai miei futili sforzi, vi lessi un nome e tutti i miei pensieri
vennero catalizzati all'istante: Robert Masterson.
L'articolo era un profilo dei venti professori pi eccentrici
attualmente in cattedra a Harvard, quelli da evitare e
quelli da frequentare. Robert Masterson era il numero due
della lista, che suggeriva anche di frequentarlo e di tenerselo
stretto a tutti i costi se si aveva una qualche ambizione
musicale. Il suo seminario avanzato di composizione era
brutale, avvertiva il profilo, ma c'era la possibilit che l'alchimia
funzionasse se si partiva dai giusti elementi chimici.
La concorrenza per un posto era spietata: ogni anno, su una
trentina di richieste Masterson sceglieva cinque studenti.
Proprio l, seduta in mezzo a una nevicata di fallimento,
seppi che doveva scegliere me.
Allora era inaudito che una matricola facesse richiesta,
figuriamoci che ottenesse un posto, ma io ero convinta che
l'ammissione a quel seminario fosse l'unico modo per salvarmi
dalla rovina artistica. Non dissi mai ai miei amici perch
ero cos caparbiamente determinata a entrarvi: credettero
che dimostrassi soltanto il tipo di nobile arroganza che
fingevamo di condividere e mi incoraggiarono caldamente.
Amy inizi perfino a parlare della nostra grandiosa crociata per il seminario.
Mi tormentai per due settimane su quale partitura sottoporre
al suo giudizio e alla fine decisi per un rond che stavo
scrivendo come saggio finale per il mio corso intermedio di
composizione. Anche se ne ero ferocemente insoddisfatta, il
mio professore l'aveva definito meravigliosamente lirico e
densamente interessante, perci pregavo che Masterson
concordasse con quel giudizio. Per fortuna sembr farlo (o
se non altro vi vide qualcosa di promettente), perch quando
i nomi furono affissi su una bacheca nella sede del dipartimento
di Musica il mio era fra i prescelti.
Per festeggiare, quella sera gli amici mi portarono fuori a
cena nella nostra taverna italiana preferita. Bevemmo troppo
vino rosso e ci stordimmo di ottimismo sul nostro futuro
collettivo: sono abbastanza sicura che quella sia stata la sera
in cui concepimmo la nostra idea di Scuola degli Illuminati,
che avrebbe rivoluzionato tutte le arti, con ognuno di noi a
guidare il movimento nel rispettivo campo. Ne avremmo
parlato nel corso degli anni e anche se alla fine non tirammo
fuori nemmeno il seme di un'ideologia riuscimmo comunque
a scrivere le prime tre parole del nostro manifesto: Noi,
gli artisti... Solo Amy lo prese sul serio. Dopo la cena tutti
erano stanchi per il vino e volevano rientrare presto, tranne
Adrian e naturalmente me, ancora stimolata dal trionfo.
Passeggiammo chiacchierando noi due sole lungo le spettrali rive del fiume Charles fino all'alba, confidandoci cose che
nessuna di noi aveva mai rivelato ad altre persone e sentendoci
libere proprio per quello. Penso di non essermi mai pi
sentita leggera come quella notte, ebbra delle prospettive
per il futuro e anche dell'ipnotica parlantina di Adrian.
Ero convinta che quello fosse l'inizio di tutto, che la mia
nuova vita fosse cominciata a gonfie vele e che non l'avrei
abbandonata per niente al mondo. Ovviamente per non
potevo immaginare Jean Paul. E se  per questo, neanche Masterson.
 facile immaginare come un antenato di Robert Masterson
potesse aver ottenuto quel particolare cognome per le sue
future generazioni. Se il Masterson originale somigliava al
suo discendente, era un uomo imponente in ogni particolare
- aspetto, voce, comportamento e talenti, tanto per dirne
solo qualcuno - e irradiava appunto un senso di maestria,
proprio come altre persone potevano irradiare paura o arroganza.
Il Masterson che conobbi era un uomo notevolmente
alto, quasi due metri, nonch eccezionalmente corpulento.
Il suo viso avrebbe potuto essere bello, ma sembrava
incompiuto: quella mancanza di contorni definiti mi diede
sempre l'impressione di una statua che non fosse stata scolpita
fino in fondo. Per il viso incompiuto non faceva che
rafforzare la sua generale aura di abilit risoluta e onnicomprensiva,
in un modo che lineamenti davvero belli non avrebbero potuto fare.
Come tanti degli uomini impassibilmente sicuri di s che
ho conosciuto, Robert Masterson era venuto al mondo con
tutti gli svantaggi possibili. Era uno di sei figli e come i suoi
fratelli e sorelle era stato spinto a lasciare le superiori-, per
dare una mano ai genitori nel loro negozio di alimentari. Lui
invece, testardamente, era rimasto a scuola, aveva vinto una
borsa di studio per il football all'Universit dell'Illinois e si
era lanciato nella sua carriera di preminente musicologo.
Aveva continuato con un dottorato di ricerca alla Columbia,
tra lo stupore dei suoi, poi aveva passato qualche periodo
come associato in atenei di prim'ordine, per ottenere infine
la cattedra a Harvard a soli trentacinque anni. Quando lo
conobbi, dieci anni dopo, era universalmente considerato il
migliore nel suo campo e aveva tutti i riconoscimenti per
dimostrarlo. Ognuno dei quattro libri che aveva scritto era
entrato istantaneamente tra le letture imprescindibili per gli
studiosi e ogni movimento a cui regalava un sorriso veniva
preso sul serio dall'ambiente musicale. Aveva anche composto
diversi lavori originali e tutti avevano ricevuto attenzioni
positive. Uno di questi era stato addirittura diretto da Pierre
Boulez in un piccolo concerto al Greenwich Village a cui ero
stata col mio primo amore, Julius Rassner. All'epoca io non
avevo idea di chi fosse Masterson, ma sarei poi stata orgogliosa
di quella prima convergenza nelle nostre vite e mi premurai
di farlo presente a chiunque frequentasse il seminario.
Naturalmente tutti i suoi studenti lo idolatravano, ma la
sicurezza di s che aveva accompagnato un successo senza
fatica lo aveva reso un insegnante che incuteva terrore.
Quando sedeva a capo del grande tavolo del suo seminario,
a criticare il nostro lavoro come se non fossimo presenti,
sono certa che non fossi io l'unica ad augurargli anche un
solo fallimento significativo, un qualche errore di giudizio in
pubblico che lo rendesse pi comprensivo nei confronti dei
nostri fragili ego. Non era un sadico, ma non si faceva scrupoli
a dire che qualcosa faceva schifo quando lo pensava; e
purtroppo qualsiasi lavoro prodotto dai suoi studenti era
uno schifo in confronto a Mahler, il suo parametro per tutto ci che era degno.
Dopo una settimana gi rimpiangevo di essere stata
ammessa al suo seminario e mi chiedevo come fare a uscirne.
Iniziavamo ogni lezione dissezionando il lavoro di uno
studente, iniziando dalle partiture con cui ci eravamo conquistati
il diritto di stare l seduti a farci umiliare; anche se
Masterson doveva almeno all'inizio aver notato qualcosa di
lodevole nei brani, non ne dava il minimo segno durante le
lezioni. Non diceva mai esplicitamente che un brano era
spazzatura, ma una volta messi sulla bilancia i commenti
positivi e quelli negativi la conclusione naturale da trarre era
che non avrebbe mai dovuto essere stato scritto. Ero l'ultima
della lista, sarebbe cio toccato a me durante la terza settimana
di corso. Passai quelle tre settimane in uno stato di crescente isteria.
Il pezzo che mi aveva fatto finire in quel supplizio di
corso era un rond in stile neoclassico, scarno nonch, al
mio orecchio, vuoto. Mi veniva in mente un milione di cose
crudeli da dire al riguardo anche senza l'aiuto di Masterson,
ma ci non rendeva meno terrorizzante la prospettiva di
sentirle dire a lui. Anche se il brano era solo un lavoro fra
tanti e in teoria il principio dietro le critiche fosse quello di
aiutarci a conseguire un enorme miglioramento durante il
semestre, nella mia mente udire Masterson distruggerlo
sarebbe stato come udire Dio dichiararmi assolutamente
fuori dalla sua grande lista dei degni.
Il giorno in cui tocc a me arrivai in classe con l'aria della
vittima di un atto di cieca violenza. Non dormivo da due
notti, non mi ero presa la briga di fare la doccia e mi tenevo
in piedi a fatica perch le mie ginocchia non riuscivano pi
a stare ferme. Non ricordo come fossi entrata, ma ricordo di
essermi ritrovata seduta al mio solito posto, fissando intontita
quell'opera incompiuta del viso di Masterson.
Riuscii a malapena a sentirmi mentre leggevo borbottando
la presentazione del mio lavoro, scritta la sera prima; in
pi mi persi del tutto i commenti dei miei compagni. Ci
facevamo sempre commenti incoraggianti: tra noi si era sviluppata
una specie di cameratismo, come tra soldati. Eravamo
uniti dalla paura di un attacco da parte di un potentissimo
nemico comune. Non appena la voce di Masterson
cominci a rimbombarmi nelle orecchie, per, udii ogni parola distintamente.
Le sue critiche arrivarono veloci e decise e anche aggettivi
come stantio e ampolloso fecero la loro comparsa. Non
era peggio di ci che aveva detto dei lavori degli altri e sentirmelo
dire a proposito della mia musica non fu cos atroce
come mi aspettavo. Gli aggettivi negativi bruciarono, ma mi
trovai a essere d'accordo con la maggior parte di quello che
diceva senza esserne distrutta. Dopotutto, probabilmente
anch'io detestavo quel pezzo. Quel giorno me ne sarei andata
felice dalla classe, sentendomi matura per aver sopportato
bene delle critiche severe e sollevata per non essere stata
definita una ciarlatana o un'assoluta vergogna per la tradizione
musicale. L'avrei pensato anche se lui non avesse scioccato
l'intero corso finendo su una nota insolitamente positiva.
Nonostante le mie riserve su quest'opera, soprattutto
per quanto riguarda i contrastanti temi terzo e quarto, troppo
contorti - e voglio di nuovo ricordarvi, speriamo per l'ultima
volta in questo semestre, che brutto non equivale a
interessante -, sono lieto di dirvi che abbiamo appena analizzato
quello che a mio parere  il primo lavoro salvabile
dall'inizio del corso. Il tema principale  addirittura incantevole
e parti dell'armonizzazione rasentano l'ottimo. Lavorandoci
sopra parecchio, potremmo avere tra le mani un delizioso rond.
E poi, senza un sorriso o ulteriori congratulazioni, pass
a discutere il saggio critico che ci aveva dato da leggere la
volta prima. Mentre farneticava sul contrappunto, non ero
io l'unica a non ascoltare nemmeno una sua parola: ognuno
di noi si guardava intorno cercando di interpretare le
espressioni degli altri. Dovevano essere invidiosi, felici, amareggiati,
cortesi? Io cercai di evitare i loro sguardi, incapace
ormai di nascondere la mia estasi.
Pi avanti quella settimana, nell'euforia del mio trionfo,
decisi di andare a parlare a Masterson durante l'orario di
ricevimento. In teoria la mia intenzione era discutere il
nuovo pezzo su cui stavo lavorando per il suo corso, un'aria
per uno dei monologhi di Medea nella tragedia di Euripide.
Il compito era scrivere una qualsiasi forma di musica usando
il contrappunto e un passaggio in particolare mi aveva
sempre dato l'impressione di essere stato scritto proprio per
il contrappunto: O Giustizia di Giove! O Giove! O Sole!
Or s, vittoria de' nemici nostri avremo, amiche, e gi ne
siamo in via. Speme ho, s, che que' tristi pagheranno la giusta
pena... In realt ero perfettamente cosciente che stavo
andando nell'ufficio di Masterson soprattutto nella speranza
che lui mi dispensasse altre lodi. Fin da quando aveva
definito salvabile il mio rond avevo lavorato bene come non facevo da mesi.
Considerata la sua aura mitica all'interno del dipartimento,
mi sarei aspettata una lunga fila di studenti e quindi
fui sorpresa di trovare il corridoio deserto. Seppi solo
dopo che chiunque sarebbe stato troppo spaventato per
presentarsi senza un invito, il che probabilmente spieg
perch lui parve sinceramente stupito di vedere una matricola
sulla porta dell'ufficio. Avevo interrotto un attento
esame di quella che sembrava una partitura e che lui mise
subito da parte sulla scrivania. Mentre toglieva una pila di
libri dall'unica altra sedia nella stanzetta minuscola e disordinata,
io stavo a guardare impietrita e mi chiedevo come
avessi potuto pensare che venire a parlare a Masterson fosse una buona idea.
Bene, signorina Darsky, che cosa posso fare per lei?
chiese quando entrambi fummo seduti, io con l'aria rigida e
impacciata dell'ansia e Masterson stranamente rilassato. Mi
chiesi se stesse usando quel tono, che a me sembrava la
parodia di un tentativo malriuscito di mostrarsi paziente,
per mascherare quanto fosse irritato da quell'impiccio.
In presenza di Masterson tutti assumevamo molto consciamente
la sua parlata lenta e ponderata, che nella nostra
ignoranza consideravamo l'essenza della sicurezza di s, ma
che era soltanto l'accento dell'Illinois rurale che si portava
dietro dall'infanzia. Fu quindi nella sua voce, ma a un volume
troppo alto, che gli spiegai la mia idea per il compito
successivo. Mentre parlavo lui guardava distratto fuori dalla
finestra, annuendo ogni tanto, anche se a intervalli che non
avevano nessun rapporto con le parole che mi uscivano di
bocca nel mio mastersonese senza maestria. Una volta detto
tutto ci che avevo da dire, rimanemmo seduti in silenzio
per parecchi secondi, ad ascoltare - io, almeno - il debole
rumore dei gessetti sulle lavagne che arrivava dal corridoio.
Poi lui si volt verso di me con uno sguardo inespressivo e
in sei parole localizz precisamente il punto debole del mio concetto.
Queste due melodie suonano malissimo insieme.
Io annuii solennemente, tentando di abborracciare una
risposta matura e professionale, ma continuando invece ad
annuire e ricomponendomi per quello che sapevo sarebbe
stato di sicuro un commiato senza parole. Tuttavia, con un
gesto secco della mano, mi fece cenno di restare seduta.
Ha fatto bene a passare oggi. Stava di nuovo guardando
fuori dalla finestra, parlando come se io scrivessi sotto dettatura.
Mi bloccai a mezz'aria, sospesa un centimetro sopra lo
scomodo sedile di legno. Qualcuno dei fogli che avevo frettolosamente
radunato per la mia fuga scivol via dal mio
grembo quasi scomparso. Mi chinai, valutai che forse era
meglio non raccoglierli ancora e mi rimisi a sedere.
Sono un vecchio amico di Annabelle Scherr. Non lo sapeva, vero?
Lasciai andare un breve respiro. Ognuna delle ipotesi che
avevo azzardato era istantaneamente scomparsa.
No, infatti dissi. Per non mi sorprendeva. Ero sicura
che tutte le grandi personalit nel campo della musica si
conoscessero bene, proprio come i miei sembravano conoscere
tutti nel campo dell'arte.
Mi allung i fogli che stava esaminando quando ero
entrata e io li guardai titubante. Mi chiedevo se potesse
farmi un favore per suo conto.
Il mio primo pensiero fu che mi volesse chiedere di portarglieli,
una possibilit che mi infastid (per quanto potesse infastidirmi
qualcosa di relativo a Masterson) perch non avevo
in programma di tornare da lei per un'altra settimana e non
avevo voglia di farmi una volta in pi tutta quella strada.
 una partitura su cui ho lavorato spieg.
Vuole che gliela porti?
No, l'ha gi vista. Sar eseguita per la prima volta a casa
mia, fra tre settimane. A una festa di compleanno.
Forte. Era una parola che non avevo mai usato prima e
che rimase sospesa nell'aria come una stridente indicazione della mia inettitudine.
S, sono certo che lo sar, sempre che io riesca ad aggirare un ostacolo non indifferente.
Restai col fiato sospeso, con un sorrisino fatuo a tremolare
nervoso il proprio contrappunto alla mia testa che non
riusciva a non annuire. Sorrisi e gesti deferenti e una voce
mastersoniana che pronunciava a volume troppo alto la
parola forte si combinarono nella mia mente per dipingere
un autoritratto di incomparabile insulsaggine.
Come forse ha notato, il pezzo  un concerto per violino
e io avevo in mente Annabelle come solista. So che non si
esibisce pi, ma pensavo che per un'occasione privata, per me... ma lei ha detto no.
Vuole che le parli? Mi sembrava un'idea insensata.
Evidentemente tale sembr anche a lui, perch rise. Era
la prima volta che lo vedevo ridere; riusc a farlo senza un sorriso.
No, no. Grazie, ma no. Piuttosto pensavo che potesse
sostituirla.
Ma io non credo che... Non preferirebbe qualcun
altro? Nella sorpresa abbandonai la sua parlata e le parole
mi uscirono alla solita impulsiva velocit.
Se c' una cosa per cui mi fido di Annabelle  il suo giudizio
su un violinista. Mi ha detto che  lei, signorina Darsky,
la donna che ci vuole per questo concerto. Ovviamente la pagher.
Diedi una scorsa alle pagine, principalmente per distogliere
lo sguardo da quelle iridi azzurre assurdamente pallide.
La parte, valutai mentre voltavo le pagine, non sembrava
troppo complicata: tre settimane sarebbero state sufficienti
per impararla senza penalizzare lo studio. La sola cosa
che pensavo avrebbe potuto soffrirne era la mia nascente
ode alla vendetta.
L'unico problema  la mia aria. Speravo di dedicarle il grosso del tempo.
Le conceder volentieri una proroga, visto che mi sta
facendo un favore. Dicendo questo allung un braccio dietro
la testa e senza voltarsi estrasse un libro da uno scaffale
basso. Era uno dei suoi testi, Suono e sensibilit in epoca
classica. Io pensai che me lo volesse dare, ma invece, dopo
una veloce occhiata al dorso, lo appoggi semplicemente
sulla scrivania, preparandosi a riprendere i suoi pi importanti doveri di accademico.
Meditai sulla proposta per diversi altri secondi, conscia
che volesse liberarsi di me e rendendomi conto che non c'era
verso di poter rifiutare una richiesta di Robert Masterson.
Certo, perch no? Mi chinai per raccogliere i fogli
ancora sparpagliati sul pavimento che ci divideva.
Molto bene. Senza alzarsi, mi afferr la mano in una
stretta vigorosa. Affare fatto, allora.
Bene ripetei, sentendomi importante perch avevo
siglato con Robert Masterson un accordo vantaggioso per
entrambi. Sapevo che a quel punto dovevo andarmene e
d'altronde non c'era nulla che desiderassi di pi, ma invece
rimasi l, paralizzata dall'idea che ora ci fosse qualcosa di
tangibile a collegarmi alla pi grande mente musicale che
conoscessi, come pure dall'idea che uscendo avrei potuto
interrompere quel legame. Riuscii a costringere le gambe a
portarmi fuori dall'ufficio solo quando lui inizi a sfogliare
il libro che aveva in mano, comportandosi come se io me ne
fossi gi andata. Allora scappai e corsi fino a casa, stringendomi lo spartito al petto.
Pi tardi quella sera, quando misi lo spartito sul leggio e
cominciai a suonare, vidi che Annabelle mi aveva proposto
con cognizione di causa. Non era soltanto perch voleva rifilare
l'impegno all'ultima allieva rimastale. O magari era proprio
per quello, ma al di l di ci era evidente quanto fossi
adatta alla musica di Masterson. Tendevo a suonare ogni
nota in modo lento e prudente, nel timore costante di farmela
scappare senza esplorarne tutte le implicazioni. Uno
stile che non si adattava a certi brani: in quella che era probabilmente
una situazione insolita per una maestra di giovani
violinisti, Annabelle spesso mi gridava di smetterla di fare
cos tanta attenzione a ogni suono. Per il mesto e pensieroso
concerto di Masterson, tuttavia, era perfetto.
Anche se avevo accettato di aiutarlo soltanto perch non
sapevo dire di no al mio professore-semidio, finii per amare
quella musica. Mi piaceva il modo in cui quello stile palesemente
romantico nascondeva sotto i suoi accordi caldi
qualcosa di peculiarmente moderno. Mi piacevano le cadute
intermittenti nell'atonalit e il disincanto che trasmettevano.
Mi piaceva il modo in cui, man mano che scendevo
nei dettagli, appariva sempre pi chiaro che lo stile romantico
era una semplice facciata dietro la quale il brano tentava
di nascondersi, che le cadute nell'atonalit erano le
opportunit date al pubblico di vedere oltre le artificiali
illusioni romantiche, fino alla vera musica che vi stava
sotto. Avevo la strana sensazione di voler proteggere quella
partitura e arrivai a pensare che appartenesse a me tanto quanto a Masterson.
A volte sembrava appartenere pi a me che a lui. A volte
dimenticavo che fosse stato lui a scriverla. Era difficile far
quadrare la vulnerabilit della musica con l'uomo impenetrabile
e sicuro di s che teneva il mio seminario e ogni tanto
si informava su come procedesse il mio pezzo, solo per poi
ignorare la mia risposta. Far quadrare quella discrepanza
divenne una mia piccola ossessione. Cercavo di strappare
delle informazioni ad Annabelle, ma lei ricacciava indietro
le mie domande con la stessa velocit con cui io riuscivo a buttargliele l.
 sposato?
S.
E sono felici?
Come faccio a saperlo?
Be', sembrano felici?
Sembrano sposati.
Qualche giorno prima dell'esibizione, tutto l'ensemble si
ritrov a casa di Masterson per provare. Io stavo attentissima
a cogliere i segnali di un matrimonio in crisi, ma sua
moglie non c'era e la casa grande e ben arredata non rivelava
altro che una considerevole ricchezza. Dalla famiglia di
lei? mi chiesi. Si  venduto a un matrimonio senza amore?
I componenti dell'ensemble erano tutti adulti e sembravano
conoscersi tutti fra loro; credo fossero tutti amici di
Masterson. C'erano alcuni volti famosi nel gruppo e io rimasi
in disparte a origliare ci che questi dicevano, non prima
di aver fatto il giro della stanza per ispezionare le fotografie
presenti, che, con mio grande disappunto, rappresentavano
tutte Masterson con vari musicisti piuttosto che con altri
membri della famiglia. Mettere insieme i frammenti di
chiacchiere sulla musica che fluttuavano per la stanza mi
distrasse dalla preoccupazione che aveva acquistato slancio
per tutto il giorno: come mi sarei sentita se Masterson avesse
cercato di correggermi il fraseggio, l'intonazione o qualsiasi
altra delle variabili cruciali che dentro di me, fin nelle
ossa, sapevo essere giuste? Sarei stata capace di scivolare
comodamente nella musica sapendo che lui l'avrebbe ascoltata
sentendosi in diritto di alterarla?
La risposta alla fine fu s. Con tutto l'ensemble alle
spalle, mi sentii pi radicata che mai nel pezzo. Ogni volta
che evadevo in una di quelle incantate e febbrili fantasticherie,
lo sentivo come un trionfo personale sui musicisti seduti
dietro di me. Quando arriv il momento della mia ultima
cadenza ero cos piena del bisogno di continuare tenacemente
la mia lotta che invece di suonare la sequenza breve e
tecnicamente impegnativa che Masterson aveva inserito per
me, improvvisai un appassionato e disperato frammento di
note glissate e di cadenze. Quando il resto dell'ensemble
rientr, mi fu chiaro e doloroso come non mai quanto malamente
il violino avesse perso la battaglia.
Sotto la direzione di Masterson suonammo la partitura
diverse volte, concentrandoci principalmente sull'apertura,
dove il fraseggio delle percussioni non gli sembrava giusto.
Quando smettemmo per la cena mi resi conto che non aveva
detto una parola sul mio modo di suonare: nessuna correzione
e nessun suggerimento, ma nemmeno lodi. Nel frattempo
gli altri musicisti mi stavano intorno e si stavano complimentando
per la mia soprannaturale maturit, la mia sensibilit,
la mia capacit interpretativa. Quelli pi anziani mi davano
pacche affettuose sulle spalle e le donne mi chiamavano
cara scuotendo la testa in segno di ammirazione. Sapevo di
dover essere contenta, ma invece mi sentivo ferita. Mi ero fissata
su Masterson, che gironzolava in fondo alla stanza, parlando
con l'avvizzito contrabbassista. Non riuscivo a togliermi
dalla testa il fatto che ero appena stata lui e tuttavia, nonostante
l'intimit, lui mi notava a malapena.
Avevo altre cose da studiare per l'indomani e decisi di
non fermarmi per il buffet che la governante aveva preparato,
anche se molti fra i musicisti cercarono di farmi cambiare
idea.
Mentre stavo uscendo, Masterson arriv a salutarmi.
Un'improvvisazione notevole disse rigido.
Grazie risposi nel mio miglior mastersonese. Mentre
richiudeva la porta mi chiesi perch avesse scelto di commentare
quel particolare aspetto della mia esecuzione e mi
obbligai ad accantonare l'idea che volesse ricordarmi di chi era la musica.
Nelle due sere successive non provai per niente. Ogni
volta che iniziavo a suonare mi immaginavo Masterson freddo
e ingrato sulla soglia e rimettevo via il violino. Il giorno
del concerto fui tentata di darmi malata, ma alla fine mi
imposi di andarci. Non era il momento di fare la bambina
viziata. E in ogni caso volevo suonare un'altra volta quella
musica come avevo fatto due giorni prima, persa nella battaglia, lottando su ogni singola nota.
Quando arrivai, la governante cerc di guidarmi verso il
ricevimento, ma io le chiesi di portarmi in un punto tranquillo.
Con i rumori della festa che mi raggiungevano attutiti,
mi sedetti nel grandioso salotto con i posti vuoti dei
musicisti sistemati alle mie spalle e rividi diverse volte i
passaggi pi difficili della partitura. Per stasera questa
musica  mia pensai gettandomi nelle note e quando
musicisti e ospiti iniziarono a entrare ero arrivata a crederlo,
almeno abbastanza da godermi la mia esecuzione. Quella
volta improvvisai due delle tre cadenze, l'ultima per
quasi un minuto e mezzo. Quando giungemmo alla battuta
finale il pubblico esplose e Masterson si precipit davanti
a noi per godersi i suoi allori, sorridendo a tutti denti come un ragazzino.
Quando la folla cominci a defluire io riposi il mio violino,
ancora persa nella musica. Alzando gli occhi fui sorpresa
di vedere che ero sola nella stanza. Stavo cercando di
ricordarmi che cosa avessi fatto della mia giacca quando
Masterson rientr. Fece un cenno con la testa nella mia direzione
e io risposi nello stesso modo, sentendo il mio corpo
irrigidirsi in quella modalit pietrificata di movimenti
incompleti, sorrisi ebeti e continuo annuire. Poi il processo
si invert. Ebbi la palpabile sensazione della prudenza che si
dissolveva e dell'impetuosit che prendeva il sopravvento,
l'irresistibile desiderio di non annuire, di non sorridere, di
non parlare ad alta voce col suo accento, ma di fare l'esatto
opposto. Masterson stava andando verso il carrello dei liquori, ignorandomi.
Buon compleanno. Mi esaltai al suono della mia incauta voce.
Lui fece di nuovo un cenno col mento senza alzare lo
sguardo, continuando a versarsi da bere. Ci serv solo a rafforzare
la mia perversa risolutezza.
Potrebbe anche dirmi grazie.
Per gli auguri o per l'esecuzione? Si volt verso di me
e mi fiss con le iridi azzurro chiaro. Il suo tono era gradevole.
Ne fui delusa.
Per tutte e due le cose, direi.
Be', allora grazie, per tutte e due le cose. Venne verso
di me, tenendo in mano un bicchiere di un liquore denso
come sangue. Sembrava volesse oltrepassarmi per tornare
alla festa, invece si ferm a pochi centimetri da me, tagliandomi
la strada verso la porta.
Con la mia via d'uscita bloccata, l'impulso di avventatezza
inizi a svanire e mormorando un rispettoso Prego cercai
di scappare. Avevo appena girato con cautela intorno alla
sua imponente figura quando lui ripet Grazie, stavolta
con pi decisione e in tono di rimprovero piuttosto che di
gratitudine.
Volevo sorridere, ma non ci riuscii e mi limitai ad annuire.
Vuole dello sherry? chiese.
Senza darsi la briga di attendere la mia risposta mi allung
il suo bicchiere, poi attravers la stanza e si vers un altro
denso rivolo di liquore dalla scintillante boccia di vetro. Io
lanciai uno sguardo nervoso verso la porta, indecisa se volere
che un altro ospite ci disturbasse o se sperare ardentemente
che nessuno lo facesse. Lui teneva il bicchiere con
tutte e due le mani, facendolo sparire fra le sue dita mastodontiche;
io avvolsi la destra con la sinistra per tenere il mio nello stesso modo.
Si sieda mi ordin.
Lo feci meccanicamente, senza nemmeno disturbarmi a
controllare se ci fosse una sedia pronta a prendermi. Per fortuna
c'era. Lui mi si sedette vicino e bevve un lungo sorso;
io imitai il gesto. La dolcezza dello sherry mi si attacc alla
gola. Per un po' bevemmo in silenzio. Continuai a osservarlo con la coda dell'occhio, notando che nemmeno una volta
guard nella mia direzione. Cercai di inventarmi una battuta
di congedo riconciliatoria che mi rimettesse al mio posto
prima che lo facesse lui, ma l'alcol cominciava a fare effetto
su di me mentre i minuti passavano senza parole. La mia
maniacalit si rifece viva. Iniziai a pensare all'uomo che scriveva
musica tragica, nascosto da qualche parte dentro la
colossale figura che mi era seduta accanto. L'artista nascosto
non era mai sembrato cos prossimo a emergere quanto in
quel momento. Poteva benissimo essere la mia ultima occasione per trovarlo.
Qualche attimo dopo essermi versata le ultime goccioline
di sherry sulla lingua, mi feci coraggio, chiusi gli occhi e
lasciai volare fuori le parole. Perch ha voluto far debuttare il pezzo alla sua festa?
Spalancai le palpebre, aspettandomi non so che cosa ma
trovando il solito sguardo indifferente di Masterson.
Lo fissai dritto negli occhi, nel tentativo di convincere me
stessa che fossi coraggiosa - o stupida - quanto sembravo e
continuai: Voglio dire, proprio con sua moglie presente.
Non ho mai sentito un pezzo tanto negativo nei confronti dell'amore.
Fu in quel momento che mi resi conto di non aver visto
sua moglie nemmeno di sfuggita e me ne dispiacqui. C'era?
Doveva esserci stata, per forza. Non che importasse. Volevo
soltanto una reazione alle mie parole. Volevo che si alzasse
in modo cos minaccioso da sembrare alto tre metri, un solido
muro di pietre. Immaginai che aprisse la bocca e che sparasse
piccoli massi grigi contro di me, riconducendomi
all'obbedienza. Mi tenni forte, ma lui sprofond nella sedia e scosse la testa.
Non lo so. Perch sta facendo cos l'impertinente davanti a un uomo che evidentemente la terrorizza?
Posai sulle sue iridi azzurro chiaro degli occhi altrettanto risoluti.
Perch sono una cretina?
Idem. Fece un'espressione vagamente simile a un sorriso,
con le labbra che andavano in fuori ma non in alto. Per
esser un'espressione non esprimeva granch, ma mi colp
come promettente e in qualche modo adulatoria.
Non sono sicura di avere capito ammisi.
Be', neanch'io, ovvio.
Rise e quel sorriso divenne carino, con la felicit che filtrava
dagli angoli alzati, risistemando miracolosamente i
tratti incompiuti del suo viso, completandoli in modo da
renderlo bello, anche se solo per poco. Poi per scomparve
e gi pochi secondi dopo non ero pi convinta di averlo
visto davvero. Per essere sinceri disse nel suo migliore
mastersonese, cos lento e ponderato da suonare quasi
infantile, non credevo che qualcuno riuscisse a sentire che
ero... ehm... negativo nei confronti dell'amore, come ha
detto, solo ascoltando la musica.
L'ha sorpreso che ci sia riuscita io? Ero orgogliosa di
aver superato le sue aspettative, da brava bambina precoce.
Devo ammetterlo, mi ha colpito sentirglielo suonare la
prima volta. Ho visto subito che aveva capito tutto di me.
 per questo che si  comportato tanto da coglione?
Uno strano senso di intimit si era insinuato nella conversazione
tramite le sue labbra all'ins.
Non direi di essermi comportato da coglione.
Ma  quello il motivo?
 possibile.
Valutai attentamente la sua ammissione.
Non avrebbe dovuto metterlo nella sua musica se non
voleva che si sapesse.
Forse no, ma che cosa diceva Schonberg? La cosa meravigliosa
della musica  che in essa si pu raccontare tutto e
allo stesso tempo non rivelare i propri segreti.'
Per me si sbagliava.
Per me non aveva previsto Natasha Darsky.
Sentii lo sherry salirmi lento per le guance e guardai altrove,
distogliendo gli occhi dai suoi per la prima volta da
quando era iniziato quell'esaltante scambio. Prima che riuscissi
a guardarlo di nuovo, lui si alz e in quello che mi sembr
un solo fluido movimento fugg dalla stanza.
Mi spiace gridai, ma lui era gi sparito.
Il giorno dopo a lezione non ci fu segno che tra noi fosse
successo qualcosa fuori del normale. Lui non evit n cerc
il mio sguardo, fu d'accordo coi miei commenti quando
erano validi e dissent quando non lo erano. Rimbalzai tra il
sollievo e l'acuta delusione e in entrambi gli stati trovai
impossibile concentrarmi. Tuttavia, quando la lezione fin,
Masterson mi chiese di fermarmi.
Mentre gli altri studenti uscivano ordinati, lanciando un
assortimento di sguardi comprensivi e invidiosi nella mia
direzione, io mi mossi nervosa e scomoda sulla mia sedia,
sistemando e risistemando libri e impilando fogli. Quando
fu uscito l'ultimo, Masterson marci deciso verso la porta, la
chiuse e come per un'ulteriore precauzione vi appoggi il
suo notevole peso.
Ha trovato noiosa la lezione di oggi?
No, per niente. No. Mi morsi l'interno del labbro e
tenni gli occhi fissi sul tavolo, stranamente terrorizzata che i
nostri sguardi si incrociassero, come se lui potesse distruggere
qualcosa di cruciale e prezioso in me.
Sembrava annoiata. Senza guardare, intuivo dal suo
tono che stava sorridendo, in modo leggero ma espressivo.
Alzai gli occhi.
Mi spiace. Mi colp il fatto che quella fosse stata l'ultima
cosa che gli avevo detto la sera prima e arrossii all'innesto
del passato recentissimo nel presente.
Non fa niente. Guardava oltre la finestra dietro di me
e sembrava essersi dimenticato della mia presenza.
Voleva parlare della proroga? chiesi alla fine.
Cosa? Avvolse le sue braccia poderose allo schienale di
una sedia.
Me la concede, vero? Mi venne in mente che avrebbe
potuto ritirare l'offerta perch mi ero comportata male. Ne
sembrava capace.
S, certo. Gliel'avevo gi detto. Rabbrividii all'irritazione
nella sua voce. Lui lasci andare la sedia e si raddrizz,
tutti i suoi due metri che mi fissavano dall'alto in basso.
A me pare, signorina Darsky, che la mia colpa sia l'essere
stato scortese.
Cercai di obiettare, ma lui alz una mano e mi zitt.
Ieri sera continu, lei aveva ragione. Ci che ha fatto
per il mio concerto... Di nuovo agit impaziente la mano,
come se sapessimo entrambi ci che intendeva, anche se io
ne avevo solo una vaghissima idea; e se nell'aria c'era un
complimento, avrei voluto che fosse pi chiaro.
Non c' di che. Ci vollero tutte le mie forze per impedire
alla mia voce di tremare.
No, non  vero. Lei ha suonato con una cura e una sensibilit
straordinarie. Oserei dire che abbia suonato meglio
di quanto prevedessi. A quelle parole alz un sopracciglio,
quasi con aria cospiratoria. Per grazie di avermi perdonato.
Vorrei invitarla a pranzo, come ulteriore atto di gratitudine.
Un altro corso rumoreggiava fuori dalla porta. Io feci per
alzarmi.
 in ritardo per un'altra lezione? chiese lui guardandosi
l'orologio.
No, per oggi ho finito.
Allora non potrebbe esserci un momento migliore per
pranzare.
Qualche minuto dopo eravamo seduti nella principale sala
da pranzo ufficiale del circolo docenti. Lungo il cammino mi
ero chiesta se sarebbe stato come la sera prima, con l'intimit
che si era insinuata col suo sorriso espressivo, ma non fu
cos. Naturalmente per tutto il pasto parlammo di musica.
Musica senza rischi, di altri compositori, per la precisione
quella di Charles Wuorinen. Avrebbe potuto essere una cosa
piacevole, dato che lui prendeva molto sul serio tutto ci che
dicevo, ma invece mi sembr un esame. Lo stavo passando a
pieni voti, ma era sempre un esame. Io piluccai la frutta nel
mio piatto. Lui torn al buffet quattro volte.
Dovetti lottare con me stessa per non rimanere delusa al
termine della lezione successiva, quando fra di noi non successe
niente di insolito. Dovetti combattere con me stessa
anche durante quella dopo ancora. Non so che cosa mi fossi
aspettata, ma nel dipartimento giravano voci sommesse sui
prescelti fra i prescelti, i pupilli di Masterson che apparivano
pi o meno una volta ogni dieci anni. Probabilmente speravo
in un'investitura ufficiale, ma alla terza lezione mi
dimenticai di aver mai voluto qualcosa di speciale e tornai a
essere grata soltanto di aver ottenuto un posto nel seminario.
La mia aria sulla Medea stava prendendo forma e anche
in queste prime stesure riuscivo a intuire che era la mia
opera migliore. In pi c'era l'accenno di un nuovo uomo
nella mia vita, uno studente del terzo anno di nome Peter
che avevo conosciuto tramite Amy. Eravamo usciti due volte
a bere un caff e avevo perfino immaginato, con titubanza,
di andarci a letto.
Fu proprio appena prima del mio terzo appuntamento
con Peter - cena e cinema seguiti come minimo, ne ero
abbastanza sicura, da una lunga sessione di petting - che
finii la mia aria. Ne ero sorprendentemente soddisfatta. Non
era grande musica, ma era musica vera, musica nel senso pi
corposo, e non vedevo l'ora di mostrarla a Masterson.
Anche se era il tardo pomeriggio di un venerd, decisi di fare
un salto al dipartimento di Musica e infilarla sotto la sua
porta: magari ci sarebbe passato nel fine settimana e l'avrebbe
trovata. L'edificio sembrava deserto e cos stavo praticamente
correndo per i corridoi, canticchiando la mia musica,
quando mi scontrai con una tremenda massa che, quando
feci un passo indietro, si rivel essere Masterson.
Mi guard a malapena mentre balbettavo le mie scuse, ma
quando gli mostrai i fogli che tenevo in mano accett volentieri
di ricevermi nel suo ufficio. Mi sedetti sull'altra sedia,
mentre lui si appoggi pesantemente alla scrivania e senza
una parola inizi a leggere lo spartito. Cercai di distrarmi
fissando fuori dalla finestra, che per dava su un cortile
interno vuoto. Gettando occhiate furtive a Masterson, non
riuscii a non notare che il suo umore non migliorava man
mano che sfogliava le pagine. Cercai di rivolgere i miei pensieri
a che cosa avrei indossato quella sera.
Mentre rimbalzavo indecisa tra i jeans e una gonna e pensavo
con agitazione alla possibilit che, qualunque cosa
avessi scelto, qualcun altro me l'avrebbe tolta, sentii Masterson
dire: Meglio.
Meglio di salvabile'?
Diciamo soltanto meglio'. Sorrise. Buono, volendo.
E poi, solo per un attimo, mi guard in un modo particolare.
Forse non c'era niente nello sguardo in s - un riflesso
del sole che tramontava, un ricordo che gli passava per la
testa -, ma mi ricord il modo in cui il mio grande artista mi
aveva guardata quando aveva detto di volermi dipingere e
fece rabbrividire il mio corpo di un'aspettativa che dovevo
ancora scrollarmi di dosso del tutto. Quando mi alzai, le
ginocchia non erano proprio salde come avrei voluto. Anche
se desideravo che Masterson dicesse di pi sul mio pezzo,
intuivo che avrei dovuto aspettare i commenti scritti. In ogni
caso si stava facendo tardi: dovevo vedermi con Peter meno
di un'ora dopo. Uscendo offrii la mano a Masterson, cosa
che mi sembr normale finch non la vidi l sospesa in
mezzo a noi. Lui sembr sorpreso, ma poi mi diede una
stretta salda, che io ricambiai. Sapevo che dopo di ci avrei
dovuto mollare, ma non volevo. Forse la mia riluttanza
aveva a che fare con quel particolare sguardo, anche se
avrebbe potuto benissimo essere la mia solita paura di troncare
ogni legame, per quanto sottile, che potevo aver stabilito
con quel grande uomo. Mantenni la stretta. Stavo giusto
pensando che non c'era un modo elegante per porre fine a
quel momento, quando lui mi tir a s. Sentii le sue labbra
sulle mie. Fu una cosa veloce e non appena ci staccammo mi
ritrovai terrorizzata, assalita da tutte le possibili implicazioni
di ci che era appena successo. Ero cos nervosa che
quando sentii le sue enormi mani insinuarsi dietro la mia
testa e guidarmi di nuovo verso il suo viso, pensai che forse
mi volesse umiliare, che all'ultimo momento si sarebbe tirato
indietro e avrebbe riso, per poi dirmi che ero una stupida
poco attraente.
Fu la sua lingua a convincermi che non mi stava prendendo
in giro: tracci leggera i contorni delle mie labbra prima
di tuffarsi a riempirmi la bocca. Poi le sue mani scesero sui
miei fianchi e mi tirarono decise verso di lui.
Quando ci staccammo sembr essere passato parecchio
tempo. Le labbra mi formicolavano. Ero sicura ci fosse qualcuno.
Poi and alla finestra e staba guardando fuori.
Volevo chiedergli cosa dovevo dire, ma tutto ci che riuscii a fare fu chiedere quando sarebbero stati pronti i giudizi scritti.
Lui non rispose, cos me ne andai.
Quel luned Masterson non si present a lezione. Una segretaria
del dipartimento entr a dirci che in pratica i motivi
dell'assenza non erano affari nostri. Tuttavia per l'edificio
gi correvano le voci: aveva una figlia malata di leucemia e
le sue condizioni erano peggiorate. Che ci potesse spiegare
il suo pessimo umore il venerd pomeriggio, che potesse
spiegare perfino la cosa bizzarra che aveva fatto, non mi
sfugg, ma ero in una tale confusione da non pensare troppo
agli eventi di tre giorni prima. Per tutto il fine settimana
mi ero tenuta strettamente concentrata sullo studio e sull'evitare
Peter, a cui da vigliacca avevo dato buca. Trascinai
quel volontario intorpidimento per tutta la settimana.
Per il luned seguente mi ero quasi convinta che il bacio
non fosse mai avvenuto. L'imperturbabile presenza di
Masterson alla cattedra del seminario lo rese facile da credere.
Era impossibile che quel tizio mi avesse tirata a s, mi
avesse tenuta stretta e appoggiandosi a una scrivania, con
me su di lui, avesse tenuto una gamba fra le mie. Era impossibile.
E se anche lo avesse fatto, be'... mio Dio, se lo avesse
fatto! Quell'uomo mi aveva baciato? Me? Tasha Darsky?
Quella sciocca ragazzina? Passai quasi tutta la lezione a
guardare gli altri studenti intorno a me e a immaginare quale
sarebbe stata la reazione di ciascuno se avessero saputo.
Dopo la lezione uscii in fretta dall'aula, ma lui riusc a
raggiungermi nel corridoio. Non mi sorprese che fossimo
soli, il corridoio deserto come non l'avevo mai visto in un
pomeriggio di corso. Ero quasi convinta che lui riuscisse a
controllare quel genere di cose.
Immagino... inizi.
Certo lo interruppi io.
Certo cosa?
Che non l'ho detto a nessuno.
No, non pensavo che...
Mai.
No, certo.
Poi camminammo in silenzio. Uscimmo dall'edificio avvicinandoci
ai confini del campus, dove lo Harvard Yard toccava
l'elegante quartiere residenziale di Cambridge. Avrei
voluto staccarmi e tornare al dormitorio, ma non sapevo
come. I capannelli di studenti si diradarono, poi sparirono.
Svoltammo per diverse vie alberate. Continuammo a rimanere
in silenzio, ma poi ci fermammo davanti a una grande casa
in stile Tudor che impiegai parecchi secondi a riconoscere.
Ti va di restare un po' qui con me? chiese. La sua voce
era debole e implorante. Suonava come il padre di una bambina
malata: forse le voci erano vere. Lo seguii all'interno,
chiedendomi perch lo stessi facendo.
Lui mi port nel suo studio, che aveva pannelli di legno
alle pareti e ricche rifiniture in pelle. Mi sedetti su una poltrona
profonda e raccolsi il libro appoggiato su un bracciolo.
Era un'altra delle sue prime opere. Trovai strano che
sembrasse leggere sempre i suoi stessi libri.
Nulla ti sconcerta, eh? chiese lui, entrando nei miei
pensieri oziosi.
Se ne stava alla finestra e guardava fuori. Sembrava essere
una delle sue posizioni preferite. Nel tono aveva un'aria
di sfida, quindi decisi di non rispondergli.
Mi spiace per tua figlia dissi invece.
Lui mi lanci un'occhiata di disgusto prima di rivolgersi
di nuovo verso la finestra. Poi si gir e venne verso di me. Io
rimasi ferma, pensando che forse avrei dovuto andarmene,
ma lui mi tir a s, stavolta con molta meno esitazione. Pur
avendo paura, non mi pass per la testa il fatto di potere,
volendo, sciogliermi dall'abbraccio; e comunque in me c'era
una vocina palpitante che diceva: Lui ti vuole. Forse mi
gratificava semplicemente scoprire che ad almeno un vecchio
genio piacevo, ma la cosa molto pi esaltante era un'altra:
sentivo che per quanto spaventata fossi io, il mio corpo
non lo era. Mia madre aveva ragione: questi bozzi di materia
che avevo su di me erano esplosivi. Di sopra, dietro alle
spesse tende di velluto che la moglie aveva scelto per tenere
lontani gli sguardi indiscreti dei vicini, il mio corpo si liber
facilmente dei vestiti. Fui sorpresa da quanto facilmente e
forse lo fu anche lui. Sembrava pensare che sapessi ci che
stavo facendo e cos lasciai che si illudesse. Fui lieta che non
vedesse la mia smorfia di dolore.
Dopo, distesi sopra le lenzuola, a parecchi centimetri di
distanza l'una dall'altro, lui disse: Dio santo, sei qualcosa di
speciale.
Cercai inutilmente di intuire cosa fosse quel qualcosa
per tutta la settimana seguente, in cui lui non si fece sentire.
Pensai di raccontare ai miei amici l'accaduto, ma alla
fine non lo feci. Poteva essere una botta e via, un suo errore;
avrei solo finito per mettermi in imbarazzo. Quando
per lui mi raggiunse dopo il seminario successivo e mi
accompagn di nuovo a casa sua, pensai che forse invece
stavamo diventando veri amanti, di quelli che si legano
profondamente, per quanto sia sbagliato, finendo prima o
poi per lasciarsi in una scena fradicia di pioggia e di rimpianto.
Sai mi disse mentre ci rivestivamo, stavo per dire che
tu sai tirare fuori un uomo che non sapevo fosse in me, ma
sinceramente non so se lui ci sia in tua assenza. Credo che tu
metta in me qualcosa che  tutto tuo, come hai fatto col mio
concerto. Tu mi trasformi.
Io risi pensando che fosse il complimento pi carino che
avessi mai sentito e in risposta lui defin il nostro fare l'amore
un amplesso ispirato.
Al nostro incontro successivo feci una domanda terribile.
Poniamo che non ci fosse Jennifer. Eravamo distesi
supini sul letto, coi nostri fianchi che si sfioravano appena.
Poco prima mi ero meravigliata, come avevo gi fatto in
tante altre occasioni, che anche dal suo corpo, come da tutti
gli altri, emanasse calore. Sembrava una cosa troppo
vulnerabilmente umana per uno come lui. Sentiresti ancora di
dovere qualcosa a Marilyn?
Ci che intendevo era se si fosse sentito in obbligo verso
la moglie se non avessero mai avuto una figlia, cio se credeva
nell'indissolubilit del sacro legame del matrimonio. Lui
invece pens che gli stessi chiedendo che cosa avrebbe fatto
nel caso probabile che sua figlia fosse morta. Ebbe un tale
attacco d'ira che temetti mi gettasse fisicamente fuori di
casa, nuda, ma riuscii a spiegarmi nonostante la sua invettiva.
Mentre andavo verso la porta - da sola, perch lui era
ancora svestito a letto - mi disse: Ma non ti spaventa proprio
niente? in un tono talmente maligno che mi parve possibile
che spaventarmi fosse stato il suo scopo fin dall'inizio.
Quando tornai a trovarlo il sesso fu violento e doloroso; me
ne andai pochi secondi dopo che lui fu rotolato via da me.
La stessa sera chiamai Adrian e le chiesi di passare.
Non andarci mai pi a letto mi disse quando le raccontai
ci che era successo negli ultimi tempi. Ma sapevo di non
poterlo fare, nemmeno se mi avesse odiato.
Mi si spezzerebbe il cuore le dissi.
Be', ovvio che spezza il cuore concord Adrian come
una vera poetessa. Tutto ci che  legittimamente romantico
lo fa. Ma tu dovresti comunque denunciarlo all'amministrazione
e farlo subito buttare fuori a calci in culo.
Che quello che facevamo andasse contro le regole non mi
era nemmeno passato per la testa, ma in quel momento lo
presi come una prova che dopotutto lui tenesse a me. Altrimenti
perch avrebbe rischiato la carriera? Decisi di essere
pi comprensiva verso il mio complicato e inquieto amante,
ma non ne ebbi l'occasione. Il luned successivo lo aspettai
un quarto d'ora dopo la lezione, e dato che non si fece vivo
andai a casa sua da sola. Lui apr la porta con in mano i commenti
scritti alla mia aria.
Scusa se la critica mi ha preso cos tanto tempo disse.
Mia figlia non sta bene, lo sai.
Mi fece accomodare nel suo studio e restammo seduti per
un po' a discutere la mia ode alla vendetta. Gli era piaciuta
molto, comment nel suo vecchio modo inespressivo.
Trovava che promettesse bene, che io promettessi molto bene.
Quando mi riaccompagn alla porta mi disse: Vediamoci la
prossima settimana nel mio ufficio per parlare del tuo progetto
finale e chiuse prima che potessi rispondere.
Senza preavviso ero stata degradata (oppure promossa?)
da amante di Masterson a sua nuova pupilla. La trasformazione
fu cos veloce, cos fluida, che mi venne difficile credere
che per tre settimane fossimo stati altro che studente e
insegnante. Nel mio lento ritorno al campus lungo i viali
alberati, quasi mi convinsi che era andata cos: forse era solo
quello che succedeva tra studenti e insegnanti, il modo in
cui andava il mondo, senza altri significati. Quando pochi
minuti dopo mi accasciai sul letto di Adrian e diedi libero
sfogo a quell'ipotesi, lei mi fiss con gli occhi spalancati per
un po' prima di riflettere: Un giorno capir una volta per
tutte se sei patologicamente ingenua o solo innaturalmente
depravata. Un po' tutt'e due, mi sa.
Qualunque cosa fossi, non ero pi degna di essere nascosta
dietro spesse tende di velluto. Di l a poco Masterson e
io cominciammo a vederci due o tre volte la settimana, nel
suo ufficio, nel caff, passeggiando per il campus: non
importava dove, dato che non facevamo altro che parlare di
musica, soprattutto mia. Cominciavo a essere nota nel
dipartimento proprio come ci che solo un mese prima
avevo voluto essere pi di ogni altra cosa: l'ultima scoperta
di Masterson, la prescelta fra i prescelti. Avrei dovuto esserne
felice e in parte lo ero. Certo, un cauto apprezzamento
artistico mi era pi utile delle frasi romantiche e il mio lavoro
migliorava costantemente. Per era impossibile ignorare
il rifiuto che aveva accompagnato questa elezione. Mi sembr
di tornare ai tempi del mio grande artista e cos, invece
di accettare lieta quella situazione che sotto sotto preferivo,
mi ritrovai a cercare di sedurlo con sottigliezza ogni volta
che ci incontravamo, appoggiando la mano sulla sua,
lasciando cadere i capelli sul suo braccio quando esaminavamo
insieme uno spartito, facendo attenzione a dove cadeva
ogni sguardo che mi lanciava (mai nei punti giusti,
comunque). Una volta dissi scherzando che non stavamo
seguendo il copione delle relazioni complicate e che nella
nostra situazione le coppie ogni tanto tendevano a perdere
il controllo e a tuffarsi fra le lenzuola per un po' di spasso
nostalgico. Lui mi guard con sincero stupore e disse: E
secondo te era una relazione?
L'ultimo giorno di corso i miei amici e io tornammo nello
stesso ristorante italiano in cui avevamo festeggiato la mia
sudata ammissione al seminario di Masterson. Passai la serata
a cacciarmi spaghetti in bocca con aria tragica e a chiedermi
se Masterson avesse mai davvero tenuto a me. Sulla strada
di casa Adrian mi prese da parte.
Mettitelo in testa, Tasha mi disse nel suo tono delicato
ma fermo, mentre gli altri andavano avanti senza di noi.
Devi usare lui come lui ha usato te. Pu renderti grande,
Tasha. E se va avanti cos lo far.
Quella sera, invece di studiare per il mio primo esame,
iniziai a rielaborare la mia aria su Medea. Adrian aveva
ragione: invece di sabotare quell'opportunit, dovevo sfruttarla
il pi possibile. Anche se finii per sacrificare a quello
sforzo la preparazione per gli esami, riuscendo ad abbassarmi
la media da 3,9 a 2,8 su scala 4, quando finalmente tornai
alla casa di arenaria rossa dei miei ero sicura che Masterson
avrebbe premiato la mia aria con un aggettivo pi lusinghiero
di salvabile. Di sicuro quell'etichetta si era dimostrata
sempre meno gratificante con l'uso.
Passai la maggior parte dei tre mesi successivi a prendere
il sole sulla spiaggia vicino alla nostra nuova casa estiva negli
Hamptons, leggendo i romanzi di Agatha Christie e rifinendo
gli altri due brani che avevo composto per il seminario di
Masterson. Alla fine di agosto tutti e sei i miei amici vennero
a trovarmi per una settimana e, anche se mi irrit l'opinione
troppo alta che si fecero dei miei, compensarono
riempiendomi la testa di cose non pi impegnative di cosa
avremmo cucinato per cena, su quale spiaggia saremmo
andati e chi dei nostri compagni di corso andasse a letto con
chi. Quando in autunno tornai all'universit mi ero quasi
ripresa, anche se la mia serenit fu messa alla prova dall'unica
busta che mi attendeva nella mia cassetta della posta al
dormitorio: un invito a una festa in giardino dai Masterson.
Secondo Adrian, che con Amy era diventata la mia compagna
di stanza alla Adams House, non sarei assolutamente
dovuta andare. Le diedi ragione. Nell'attimo in cui avessi
visto Robert Masterson circondato da moglie e amici adoranti
avrei buttato all'aria tutti i progressi fatti.
Il giorno della festa, tuttavia, qualcosa mi obblig a essere
presente. Non sono mai riuscita a smettere di credere che
la misteriosa forza che mi guid dai Masterson quel pomeriggio
fosse in qualche modo in combutta con un certo convinto
sostenitore di forze inspiegabili e connessioni cosmiche,
un certo devoto dell'inevitabile e dell'inesorabile.
Fu a quella festa che udii per la prima volta il nome di
Jean Paul.
* * *
Da ore vado avanti e indietro fra il sof e la porta, aspettando
che suoni il telefono pur sapendo che non suoner.
Quando finalmente fermo i piedi, mi stupisco che le finestre
siano scure e la stanza sia in penombra. Allora vado fuori,
dove le strade sono piene di pendolari che si soffiano nei
pugni chiusi gi coperti dai guanti, sgomitando in cerca di
un posto qualsiasi in cui ripararsi dal freddo. Riesco a fermare
subito un taxi; un gran colpo di fortuna, considerata la
giornata, ma sono troppo sovrappensiero per rendermene
conto. Dico all'autista di portarmi a Morningside Heights.
Adrian, che non  cambiata di una virgola in tutti questi
anni da quando la conosco, corpulenta e incapace di invecchiare,
 sorpresa di vedermi e cos capisco immediatamente
che Alex non  l e che ho fatto un errore.
Entra mi dice, invitandomi con un cenno della mano nel
piccolo e disordinato appartamento che mi ha sempre depresso
e che ora mi deprime ancora di pi, dato che minaccia di
intrappolarmi quando mia figlia potrebbe tornare a casa da un
momento all'altro. Aggiro con cautela le scatole che attendono
di essere svuotate da quasi quindici anni, supero le piante
morte, attraverso il pavimento di linoleum marrone segnato
da macchie che sembrano sangue ma che molto probabilmente
sono caff e lascio il mio soprabito - fa un caldo soffocante
- su una poltrona sotto le finestre alte e protette da inferriate,
che fanno entrare una quantit sorprendentemente misera
di sole nella casa di una poetessa famosa per le sue descrizioni
della fisica e della metafisica della luce.
Alex  a casa da qualche settimana dico mentre mi siedo.
Sul serio? Si vede che  ferita perch nessuno si  premurato
di informarla.  meraviglioso. Era da un sacco di
tempo che non passava.
 un modo educato di mettere la cosa, anche se non mi
aspetterei niente di diverso da Adrian. Fino al suo ritorno,
tre settimane fa, era da quasi un anno che non vedevo mia
figlia. Per la maggior parte di quel periodo non ho neanche
avuto un modo per contattarla: diceva di non avere il telefono,
cosa che, trattandosi di Alex, non sorprende. La immaginavo
gi nella blanda piattezza dell'indiana, in qualche
squallida stanzetta senza riscaldamento (una stanza senza
telefono non poteva avere il riscaldamento, no?), tutta infagottata
in maglioni e sciarpe per ripararsi dal freddo, ma
ignara del gelo, tutta presa dai suoi crescendo di melodia.
Mi chiamava una volta alla settimana - morivo sempre dalla
curiosit di sapere da dove, anche se non gliel'ho mai chiesto -,
ma erano conversazioni brevi ed evasive che per lo pi
consistevano in lei che mi diceva di essere al lavoro su qualcosa
di meravigliosamente nuovo, ma rifiutandosi di rivelare
altri dettagli.
Adrian si china a sgombrare il sof e mentre alza una
spessa risma di fogli manoscritti dice: L'ultima fatica di
Graham. Guardate quanto sono bravo, Parte IV. Tutti e due
insegnano al master in Belle Arti della Columbia e se non
avessero un'amicizia di cos vecchia data sarebbero acerrimi
nemici. In circostanze normali farei una battuta sulla grafia
allegramente incomprensibile del nostro compagno di universit,
ma invece dico: Allora non l'hai vista...
Non che lo sospetti, ovvio, ma una volta questo era un
rifugio per Alex, un luogo in cui scappava negli anni tempestosi
della prima adolescenza, ai primi sintomi di insofferenza
nei miei confronti. Non so dove sia. Pensavo potesse
essere qui da te.
Adrian scuote la testa e sta evidentemente immaginando
una delle aspre e veloci scaramucce che una volta erano
comuni e che, almeno a lei, non causavano troppe preoccupazioni,
dato che la sua domanda successiva : Cos' che
l'ha fatta tornare?
Ripenso alla sera, tre settimane fa, in cui ho alzato la cornetta
e ho sentito la sua voce, strozzata da un singhiozzo soffocato,
dire: Torno a casa. Ripenso a come ho detto:
Vengo a prenderti sentendo di poter volare lungo i cavi
con la pura forza del mio desiderio di essere con lei. E ripenso
a come lei ha risposto: No, sono qui. Sto salendo.
Pochi minuti dopo entrava lieve dalla porta, con un aspetto
pi magro, pi pallido, stanco, i lunghi capelli biondi sudici
sotto un berretto di lana rosicchiato dalle tarme. Mi ha
lanciato un'occhiata tragica, magnifica e travolgente quanto
quelle che esibiva sul palco; in quell'occhiata ho visto ogni
fase della sua vita e avrei voluto prendere tutte quelle Alex
e metterle in un posto segreto, dove cercare di farle crescere
da capo. C' qualcosa che non va? Vuoi parlarne? ho
chiesto e lei ha risposto: No, non credo mentre stava gi
scappando su per le scale con la sua valigetta, sbattendo poi
forte dietro di s la porta della stanza.
Non lo so dico ad Adrian con sincerit. Qualcosa l'ha
turbata.
 l'et, forse commenta lei.
Dici? Mi chiedo se qui il cellulare prenda e se Alex stia
cercando di chiamare.
Diciassette anni? Certo. Non  un bel periodo. Sei
all'universit, lontano, ti senti indipendente e poi di colpo,
zac, sei a casa per Natale e tua madre ti tratta come se avessi
ancora nove anni.
Non la tratto come se avesse nove anni. Armeggio col
cellulare che ho in tasca e controllo che abbia la vibrazione
inserita nel caso non lo senta suonare.
Be', lo so. Tu non sei mai stata cos, naturalmente. Sto
solo parlando di com' quell'et. Per qualcuno. Non ti
ricordi?
Adrian si alza per preparare del t - lo fa senza chiedere
ogni volta che passo di qui, non ho mai avuto il coraggio di
dirle che il t non mi piace - e mentre traffica in cucina io
penso alle lunghe notti che ho passato in bianco da quando
Alex  tornata, chiedendomi che cosa l'abbia rimandata da
me. Valuto come potrebbe reagire Adrian se le rivelassi che
ci che ho fatto durante quelle notti per tenermi la mente
occupata  stato cercare di ricostruire l'ultimo brano di musica
che Alex mi ha fatto sentire, a un concerto di studenti lo
scorso marzo. Adrian si metterebbe a ridere, ne sono sicura,
dicendomi che non tutto nella vita  nascosto in uno spartito,
anche se in questo caso particolare si sbaglierebbe.
Fin dal primo ascolto, quella musica di Alex mi ha scombinato.
Anzi, le note mi erano sembrate esposte in maniera
nauseante, come uova sul ventre molle di una creatura marina.
Avrei voluto afferrarle mentre volavano per la sala e
cacciarmele nella borsetta, cosa che naturalmente allora era sembrata
una reazione ridicolmente esagerata.  stato solo nelle
ultime settimane, con Alex chiusa a chiave in camera, tornata
a casa senza spiegazioni, pi arrabbiata col mondo e con
me di quando era partita in fretta e furia per l'universit, che
ho iniziato a prendere sul serio quella mia reazione iniziale.
Forse c'era davvero qualcosa di nauseante in quella musica.
Forse  stato quel qualcosa a spingerla verso casa.
Adrian torna con due tazze fumanti, muovendosi con la
leggerezza vezzosa che una volta mi sembrava in netto contrasto
col suo fisico robusto, prima di capire quanto ci stesse
bene. Ne appoggia una sul tavolino da caff, proprio
sopra al manoscritto di Graham. Due grossi spruzzi scappano
dall'orlo e inzuppano le pagine. Mi porge l'altra chiedendomi:
Scusa, ma cos'hai detto che l'ha fatta scappare di
casa stavolta?
Non ho detto niente.
Mi rendo conto di essere reticente, ma se preferisco non
raccontare ad Adrian che stavo cercando di riportare a galla
una musica che ricordo appena, ancora meno voglio dirle
che ora so quanto avevo ragione di sospettare che racchiudesse
i segreti di mia figlia. Credo di averne avuto la conferma
ieri sera. Alex e io avevamo appena finito una delle
nostre cene tese e silenziose quando  successo. Io ero distesa
sul sof a rivedere una partitura e lei era seduta al piano.
Da quando era tornata vi si era seduta pi volte, ma non
aveva mai toccato i tasti e quindi non mi aspettavo nulla.
Avvertivo semplicemente la sua presenza, l seduta come al
solito, immersa in un silenzio che emanava dritto da quegli
occhi socchiusi, sfidandomi a sbirciare. Cos anch'io me ne
stavo in silenzio, con la voglia di abbracciarla e di rifare il
mondo per lei, sapendo che non c'era niente che lei volesse
di meno del mio interesse nella sua nuova vita, una vita che
era inviolabilmente sua e solo sua.
Stavo fingendo di essere completamente assorbita dallo
spartito che avevo davanti e cos non l'ho vista posizionare le
mani sui tasti n chiudere gli occhi per vedere le note che
tiene al sicuro nella sua mente. Anche quando la musica 
partita, all'inizio non ho alzato lo sguardo. Mi sono nascosta
dietro lo spartito e l'ho lasciato cadere molto sottilmente solo
dopo parecchie battute. Poi per non ho pi resistito, mi
sono alzata e sono andata a mettermi dietro di lei per poter
vedere le sue lunghe dita volare per la tastiera. Traevo un
grande piacere dalla sicurezza di quelle mani, sicure dato che
coprivano a malapena un quarto di ottava ciascuna, nonch
dal suono che generavano, quel qualcosa di meravigliosamente
nuovo su cui deve aver lavorato per tutti questi mesi.
In realt quello che stava facendo non era poi cos nuovo e
anzi era familiare in modo inquietante, ma ci riusciva con
una tale magistrale finezza che era gi arrivata a met prima
che mi accorgessi di quanto fosse realmente familiare.
Ci verso cui aveva arrancato senza successo in quel
brano precedente, l'aveva raggiunto ora con un effetto sbalorditivo:
in venti minuti di musica aveva spremuto melodia
da accordi dissonanti e li aveva fatti vorticare in una raffinata
mancanza di controllo, da un caos atonale a un apice
melodioso e sublime. Era riuscita a fare ci che solo una
persona prima di lei aveva osato tentare; l'ho udito in quel
capolavoro come se fosse presente l, in quella stanza con
noi. Jean Paul ci stava parlando direttamente per mezzo dei
trucchi e delle tecniche che Alex aveva preso in prestito.
Fin dalla prima nota  stato il suo suono a provocarmi dalla
musica di mia figlia e io lo sapevo, davvero, lo sapeva la
musicista che c' in me, lo sapevo nello stesso modo in cui
so suonare una fuga di Bach. Tuttavia, anche se la musicista
poteva averlo sentito mesi fa nell'eco delle sue idee, ieri sera
la mia parte materna non riusciva a credere che quell'uomo
avesse trovato il modo per entrare nella vita di mia figlia.
Deve esserci una qualche spiegazione per come lei si sia
imbattuta da sola nei suoi trucchi e nelle sue tecniche.
Quello della composizione d'avanguardia  un ambiente
ristretto e il conservatorio di Bloomington  uno dei suoi
pochi centri, quindi  naturale che l sia entrata in contatto
con la musica di Jean Paul; tra gli insegnanti devono
esserci per forza dei suoi allievi, persone che conoscono
bene lui e ancora meglio la sua musica. S,  talmente possibile
da essere inevitabile, mentre l'alternativa non lo .
Quell'uomo, con i suoi concetti di bellezza nella musica
talmente rigidi da poter essere definiti follia e una follia talmente
musicale da poter quasi essere definita bellezza, non
ha contagiato mia figlia. Ci sono cos tanti modi in cui riesco
a immaginarlo rendere la vita impossibile a una giovane
musicista che non posso permettere neanche la minima
probabilit che lui entri nella sua vita, non posso permettere
che la piccolezza dell'universo della musica d'lite la soffochi
a quel modo. Quando Alex ha fermato le mani sulla
tastiera, ho lasciato che i miei pensieri si sciogliessero in
una cascata di lodi. Lei mi ha dato corda un minuto o due
e poi  di nuovo fuggita di sopra e ha chiuso la porta con
un botto meno forte del solito.
Rimasta sola, sono crollata e ho cominciato a chiedermi:
l'ha conosciuto? E se s,  al corrente del fatto che una volta
lo conoscevo anch'io? Sapevo di non poterglielo chiedere,
non ancora; allora ho scacciato quei pensieri e avrei potuto
liberarmene per sempre se questo pomeriggio un giornalista
pasticcione e ficcanaso non avesse fatto l'unico nome che
non avrebbe dovuto fare.
Tasha? insiste Adrian e io mi rendo conto di non aver
nemmeno preso la tazza dalla sua mano tesa verso di me. 
stata una brutta lite?
Una lite? No, non abbiamo litigato.
Mentre prendo la tazza e la tengo in equilibrio sulle
ginocchia, cerco di valutare che cosa dire ad Adrian, ma
tutto ci a cui riesco a pensare  Jean Paul e non posso dire
il suo nome finch non scopro quale legame abbia con Alex.
Oh, allora  stato... Adrian si blocca, confusa ma restia
ad approfondire. Per qualche motivo la pazienza implicita
nelle sue parole mi fa capire che non posso rimanere qui
seduta un minuto di pi.
Devo andare. Metto il t, che non ho toccato, vicino al
suo, sul manoscritto bello inzuppato di Graham. Ormai
potrebbe essere tornata a casa.
Sulla porta lei mi d una pacca affettuosa sul braccio e
dice: Dalle un bacio da parte mia.
Sto per scivolare fuori quando mi rendo conto che c'
un'altra informazione che potrei dare ad Adrian, un'altra
persona che posso incolpare per la fuga di mia figlia. Dopotutto
 stato Robert Masterson che ha trovato normale indirizzare
un giornalista verso ferite ancora aperte del mio passato.
Sentendomi sollevata nel renderne partecipe almeno
lei, dico: Ci credi che questo casino  scoppiato per via di
una cosa detta da Masterson?
Ci credo. Lo enuncia come il verso conclusivo di una
delle sue poesie di amori tormentati, prima di lasciar richiudere
la porta.
Sono appena scesa in strada che mi squilla il cellulare. La
voce all'altro capo  indistinta e impiego un momento a riconoscere
il sussurro di mia madre. E da un'ora che provo a
chiamarti. Dove sei stata? Alex  qui. La sua voce  ruvida
e affaticata. Dice che domani torna nell'indiana. Cos' successo?
Ancora una volta fermo senza difficolt un taxi, ma il traffico
 insopportabilmente lento e mentre torniamo al West
Village a passo d'uomo perdo la battaglia con me stessa e
cado di nuovo nei ricordi.
* * *
Il giorno della festa dai Masterson mi svegliai al suono di
mitragliate contro il soffitto inclinato della mia nuova stanza
nel dormitorio. Cercai con gli occhi il lucernario che lasciava
entrare le uniche tracce del mondo esterno e identificai come
pioggia il rumore incriminato. Guardando le gocce d'acqua
spandersi e disperdersi pensai: Bene, un motivo in pi per
non andare e mi girai dall'altra parte. Distesa nel letto, per,
mi sentivo irrequieta. Quando udii Adrian e Amy lasciare
insieme il nostro appartamento discutendo se la mensa servisse
ancora la colazione, schizzai fuori dalle lenzuola, mi
infilai qualcosa addosso e uscii dalla porta a tempo di record.
Iniziai la lunga camminata verso casa di Masterson con un
ombrello traballante in una mano e le tre partiture su cui
avevo lavorato tutta l'estate sotto l'altro braccio.
Arrivai in una casa piena di professori zuppi e musoni che
si scambiavano battute amare sul fascino di una festa in giardino
che si teneva al chiuso e andai dritta al bar, dove chiesi
un bourbon, come mia madre faceva sempre in occasioni
simili. Per un po' vagai per le stanze con la mia bevanda tossica,
timorosa di unirmi a qualsiasi conversazione, poi ritornai
al bar per scambiare il mio bourbon con qualcosa di
bevibile. Fu mentre aspettavo il mio nuovo drink - un Martini,
che si rivel anch'esso troppo forte per me - che finalmente
mi imbattei in Masterson. Si mostr felice di vedermi
e usando almeno dieci volte la parola studentessa mi present
all'affascinante moglie, una classica laureata del Radcliffe
College che non somigliava affatto a come appariva
nelle foto sul cassettone, ma molto a come io l'avevo immaginata
prima di vedere quelle stesse foto: pi giovane dei
suoi quarantaquattro anni, ma in modo che se fosse stata
giovane quanto sembrava non avrebbe portato bene la sua
et. I capelli neri e ben acconciati erano pesantemente
spruzzati di grigio, rughe sottili le segnavano i grandi occhi
verdi e il fisico snello aveva perso affilatura intorno alla vita.
Si vedeva, soprattutto dal portamento, che una volta era
stata estremamente bella e io dovetti fare un grande sforzo
per soffocare il timore di aver dovuto reggere l'impossibile
confronto con la sua versione pi giovane. Anche se era
affabile, perfino cortese, intuii un'anima fredda. Non mi
piacque e ancora meno mi piacque il fatto che Robert si
fosse fatto cos pochi problemi nel presentarci. Cos quando
entrambi si scusarono per andare a salutare un altro ospite,
decisi che mi ero fermata abbastanza.
Stavo andando al guardaroba per prendere il mio impermeabile
quando incrociai l'unica altra presente a cui andasse
di parlarmi. Era una dei musicisti dell'esibizione per il
compleanno di Masterson, che aveva suonato il flauto con la
Boston Symphony Orchestra per trent'anni. La prima volta
che ci eravamo viste avevamo fatto una lunga conversazione
sulla malaugurata preferenza che suo nipote undicenne
aveva per il rock rispetto alla vera musica. Si era fatta
l'idea - sbagliata - che la mia giovane et mi rendesse
un'esperta di ragazzini.
Gi te ne vai? chiese appoggiandomi sul braccio una
mano che emanava una piacevole fragranza di rose appassite.
Credo di s.
Ma non puoi proprio, mia cara. Rest attaccata all'incavo
del mio braccio, come se sapesse che avrei afferrato il
cappotto non appena si fosse voltata. Ti perderesti l'esibizione.
L'esibizione? Sull'invito non c'era niente al riguardo e
sentii il mio stomaco chiudersi al pensiero che non mi fosse
stato chiesto di partecipare.
Oh, sai mi disse avvicinandosi con fare cospiratorio,
quel giovane compositore che  arrivato per studiare con
Robert.
Per studiare con Robert? esclamai. Era la seconda volta
di seguito in cui ripetevo una sua frase e desiderai potermi
rimangiare non solo quelle parole, ma l'intera conversazione.
Ormai ero obbligata a restare. Non avrei potuto certamente
andarmene sapendo che un ultimo arrivato stava cercando
di rubarmi Masterson. Non adesso che ero finalmente
riuscita a dare una buona forma a quei tre brani. Dovevo
rimanere per una ricognizione.
Nel terrore di trovarmi di nuovo alla deriva nella sala, mi
attaccai alla mia amica il pi a lungo possibile, cercando di
ricondurla sul tema del nipote, ma alla fine mi venne rubata
da uno dei miei professori. Mi avvicinai timorosa ai margini
di qualche conversazione, ma non riuscii mai a entrarvi
del tutto. Cos dopo un po' mi arresi e mi avventurai nella
biblioteca, dove i quattro musicisti stavano preparando gli
strumenti. Presi un posto in prima fila e cercai di dare al mio
viso un'espressione che suggerisse che mi piaceva proprio
starmene seduta l da sola.
Gli altri ospiti non impiegarono molto ad arrivare, un po'
alla volta. Tra i primi ci furono Robert e la moglie. Lui si
sedette accanto a me.
Allora sei rimasta, Tasha. Bene. Ti piacer disse, prima
di rivolgersi all'uomo seduto nel posto direttamente dietro al
suo e attaccare una conversazione sul Sirius di Stockhausen.
Quando pochi minuti dopo inizi, la musica non mi piacque
per niente. Non sapevo che cosa pensarne. I suoni
erano strani e difficili da capire, una densa polifonia che si
trastullava ai limiti dell'ascoltabilit. Avrei potuto anche
smettere di farvi caso, archiviando la musica come l'ennesimo
tentativo ultra-intellettualizzato di creare originalit
senza musicalit, se non fosse stato per la mia convinzione
che quei suoni insoliti non cogliessero del tutto nel segno,
che ci fosse qualcosa di grosso che per un pelo eludeva la
loro presa. In circostanze normali avrei potuto trovarlo esaltante:
la possibilit di un suono del tutto diverso era la mia
ultima ossessione, nutrita dai miei amici progressisti e un
suono verso cui si stavano ancora tendendo le mani alla
cieca, poi, era pi nuovo del nuovo. Tuttavia, dati i commenti
palesi e ad alta voce che mi volavano intorno, era
chiaro che per il resto del pubblico, per Masterson soprattutto,
il Qualcosa di Davvero Grosso era chiaramente alla
portata di quel giovane compositore. Invece di essere esaltata,
quindi, ero indignata.
Concentrai il mio invidioso disprezzo sull'oboista, perch
era piccolo e ferino, proprio il tipo di persona che sembrava
poter venire sopravvalutato nella propria epoca e dimenticato
dalla posterit. Avevo deciso su quella base che fosse
il compositore, ma dopo l'esecuzione, quando andai a fargli
le mie congratulazioni, in parte sperando che si rivelasse
immediatamente un ciarlatano, lui corresse il mio sbaglio.
Non era stato lui a scrivere quella musica, mi disse con un
basso tono nasale che non fece altro che acuire il mio desiderio
che le cose stessero altrimenti. Jean Paul Boumedienne
- davvero non ne avevo mai sentito parlare? - era il compositore.
E dov'era questo Jean Paul? Anche se a quanto
pareva la festa era in suo onore - davvero? - non ci aveva
onorati della sua presenza.
Tornai offesa al bar. Contavo di rintracciare la mia borsa,
che durante l'esecuzione avevo notato essere sparita, per poi
battere veloce in ritirata. Mi sentivo allo stesso tempo abbattuta
e trionfante: trionfante perch ero l'unica che avrebbe
potuto inchiodare quel ciarlatano per ci che era e abbattuta
per lo stesso motivo. Dio santo, Masterson aveva organizzato
la festa in suo onore. In suo onore! Per un tizio di cui
fino a quel giorno non avevo mai sentito parlare. Giurai che
non avrei fatto nessuno sforzo per cercare questo Jean Paul,
che lo avrei completamente ignorato se si fosse mai degnato
di presentarsi a un evento.
Masterson per mi aveva notato mentre parlavo all'oboista
e doveva aver pensato che anch'io fossi diventata subito
una fan, come tutti gli altri. Lo udii arrivarmi alle spalle mentre
mi guardavo intorno stizzita alla ricerca della mia borsa.
Ti  piaciuto? chiese.
S, bellissima festa. Tenni la testa bassa, scrutando il
tappeto persiano in cerca di uno scampolo di seta indiana.
Intendevo la musica.
Fece uno dei suoi sorrisi espressivi. Era da mesi, molti
mesi, che non ne vedevo uno. Non mi fece nessun effetto e lo
ammisi a me stessa con una stupita fitta di malinconia per la
perdita.
Ti andrebbe di conoscerlo? Stavo ancora formulando
la risposta al suo primo quesito, cercando di ottenere un
giusto equilibrio fra cattiveria e malafede, quindi il secondo
mi colse di sorpresa. Si vedeva che Robert era convinto di
farmi una gentilezza e allora dissi: Certo quando in realt
pensavo: No.
Ti chiamo in settimana. Mentre usciva dalla sala fece
un cenno con la mano verso un tavolino in un angolo, dove
la mia borsa giaceva in mezzo a una pila di tovagliolini da
cocktail usati. Possiamo andare a pranzo. Solo io e i miei
due studenti preferiti.
Afferrai la borsa ed ero gi fuori dalla porta quando mi
resi conto che avevo ancora con me gli spartiti su cui avevo
sgobbato tutta l'estate. Mi venne da tornare indietro per
darli a Masterson, ma l'idea di rientrare era troppo sgradevole.
Cos incassai la testa fra le spalle per ripararmi dalla
pioggia e corsi fino a casa.
Nei giorni seguenti frequentai solo le lezioni che volevo,
lavorai sulla mia nuova musica e cercai di far passare almeno
una giornata senza udire il nome che aveva iniziato a suonare
alle mie orecchie come dei chiodi su una lavagna. Jean
Paul Boumedienne. Non si poteva mettere piede nel dipartimento
di Musica senza udirne il nome. Ci che a quanto
pareva era iniziato durante l'estate come un mormorio era
diventato un frastuono dopo la festa dai Masterson. Solo
camminando per i corridoi avevo gi saputo che due anni
prima si era laureato presso l'ottimo ma alquanto eccentrico
dipartimento di Musica di Yale. La presi come un'ulteriore
scusa per denigrare del suo lavoro: Yale era il tipo di
ambiente dove erano gi tutti presi da Glass, Reich, Nancarrow
e Partch, compositori che noi a Harvard consideravamo
ancora anti-intellettuali dalle trovate fini a se stesse. Sapevo
che dopo Yale aveva studiato nella sua Francia, al Conservatorio
di Parigi; che era a Harvard per studiare con Robert,
l'augusto compositore di Polifonia in Do, opera che su Jean
Paul aveva fatto un'impressione grandiosa. Credevo che a
Harvard ci volesse qualcosa di pi di un promettente specializzando
per scatenare la fantasia del corpo insegnante, ma
il dipartimento era rapito. Tutto questo baccano conferm
la mia idea di Jean Paul come uno straordinario promotore
di se stesso, qualcuno che non mi sarebbe piaciuto per niente.
Mi ero fatta un'immagine precisa di chi rivaleggiava con
me per la considerazione di Masterson: ambizioni enormi,
minimo talento, massima capacit di crearsi contatti. Ero
sicura di poterlo fiutare in mezzo a una folla.
Quando Masterson mi invit a pranzo con Jean Paul in un
piccolo ristorante francese nel centro di Boston, fui sconvolta
nello scoprire che non era per niente come l'avevo immaginato.
Era affabile, facilmente imbarazzato, schivo: qualit insolite
in uno abituato a farsi pubblicit senza ritegno. Forse ancora
pi sconcertante era la sua completa dissomiglianza con
l'oboista sottomisura il cui aspetto continuavo ostinatamente
a collegare a quello di Jean Paul. Il suo viso era una perfetta
miscela di chiaro e scuro, severo e delicato, con i dolci tratti
francesi della madre che si fondevano con quelli bruni e algerini
del padre. Fui colpita in particolare dagli occhi, di un blu
cos scuro da sembrare quasi nero e che risaltavano in sonnolenta
sfida sotto palpebre spesse. E anche dalle labbra, che
erano pallide e sottili alle estremit, ma che al centro si curvavano
impercettibilmente fino a una carnosit piena. E forse
anche dalla mascella forte, dal naso prominente e fiero, dai
capelli spessi e scuri. Ci che mi colp di pi, tuttavia, fu la sua
aria inconfondibilmente tragica, non tanto quella di chi era
disperato, ma quella di chi si aspettava che la disperazione lo
ghermisse, di chi sapeva che alla fine l'infelicit avrebbe travolto
la sua vita e che era solo una questione di tempo prima
che ci accadesse. Mi ero aggregata nella speranza di smascherare
Jean Paul per il ciarlatano che era, ma fui ammutolita da
quell'aspetto solenne per cui provai quasi un sacro rispetto.
Parlai a malapena, soddisfatta di poter restare a guardare.
Dopo quel primo incontro, non vidi Jean Paul per due settimane.
Ogni tanto lo cercavo quando ero nel dipartimento
di Musica o mentre attraversavo il campus, ma non c'era
mai. Robert organizz anche il nostro secondo incontro.
Jean Paul aveva scritto un altro pezzo, che sarebbe stato eseguito
davanti ai docenti del dipartimento e a ospiti scelti.
Stavano mettendo insieme un'orchestra e c'era bisogno di
un primo violino. Naturalmente Robert sugger me.
Quando entrai nell'ufficio e lo trovai seduto sull'unica
altra sedia (da cui si alz per cedermi il posto), fui di nuovo
sorpresa da quanto fosse attraente, perch nel frattempo
nella mia immaginazione avevo lentamente cominciato a
sminuire il suo aspetto. Durante quel secondo incontro,
per, fu Robert ad avere la mia piena attenzione. Si comportava
in un modo che in altre persone avrei potuto definire
smaccato e che mi fece sentire imbarazzata per lui. Se non
altro fu ci che dissi a me stessa. Buttava l parole che gli
avevo sentito usare di rado per descrivere l'opera di una
persona vivente: parole come ispirato, rivoluzionario e
capolavoro. Avrei voluto che salvabile spuntasse almeno
una volta. Non capivo perch pensasse di dovermi convincere
della bont del lavoro: di sicuro sapeva che non gli
avrei mai rifiutato niente di ci che mi avesse chiesto. Provavo
il forte e pericoloso impulso di dirgli di tagliare corto.
Ovviamente risposi che sarei stata lieta di partecipare.
Dov'era lo spartito? Quando ci sarebbe stata la prima
prova? Poi tornai di corsa in camera, chiusi di botto la porta
e aprii la cartellina di Jean Paul strappandola. Il nuovo
pezzo era simile a quello che avevo sentito alla festa, ma stavolta
era arrangiato per un'orchestra completa. Di nuovo
giocherellava con la polifonia e il contrappunto in modi
strani, creando una specie di illusione uditiva per cui, pur
sembrando in superficie musica atonale, arrancava lenta e
non del tutto convincente verso una soluzione tonale. Analizzando
la partitura per conto mio, ebbi nuovamente la
convinzione che fosse sulle tracce di qualcosa di grosso.
Pi avanti nella settimana, dopo che avevo cominciato a
imparare la mia parte, decisi di accodarmi, cio di provare a
comporre un pezzo usando il suo metodo. Se fossi riuscita a
portare lo stile di Jean Paul alla sua conclusione logica,
Masterson avrebbe dovuto per forza rimanerne colpito. Iniziai
il progetto dando per scontato che l'avrei abbandonato
presto, ma alla fine mi ci volle solo un pomeriggio per trincerarmi
nella rigorosa logica del lavoro. Gi poco tempo
dopo passavo le serate cercando, senza riuscirvi, di obbligare
sequenze atonali a trasformarsi in tonali.
Rendendomi conto di quanto fosse difficile, il mio rispetto
per l'ambizione di Jean Paul cresceva veloce e i nostri
regolari contatti alle prove mi obbligavano anche a riconoscere
che l'uomo che stavo diabolicamente tentando di deporre
era un santo. Non che la cosa mi facesse vergognare e desistere
dal mio intento. Era un direttore dalla pazienza quasi
innaturale, non alzava mai la voce e interveniva solo per lodare,
anche la sezione di fiati che tutti trovavano penosa. In pratica
l'unico modo che avevamo per conoscere l'opinione che
quel benevolo capo si era fatto del nostro stile era guardarlo
negli occhi, che erano tanto pi luminosi quanto meglio suonavamo,
cos che nelle poche occasioni in cui interpretavamo
alla perfezione lui sembrava davvero malato.
Per giunta era tutt'altro che avaro di lodi, specialmente nei
miei confronti. Straordinario, Natasha, straordinario diceva
ogni volta che gli passavo accanto per uscire. Una volta,
mentre ero impegnata in un a solo, si inginocchi davanti a
me cos vicino che rischiavo di cavargli un occhio con l'archetto.
Mozzafiato disse quando l'orchestra riprese. Lo
suoni meglio di quanto io l'abbia scritto. Era allo stesso
tempo la cosa pi raccapricciante e pi sexy che potessi
immaginare da un uomo, anche se quando quella sera a letto
vi ripensai, il momento prese un'aura romantica.
Noi dell'ensemble eravamo per la maggior parte studenti
non laureati (c'erano solo due specializzandi) e tutti a parte
me erano membri della Harvard-Radcliffe, l'orchestra ufficiale
dell'universit. Io avevo rifiutato di entrarvi, nonostante
la campagna di Amy, perch non mi consideravo una violinista,
ma una compositrice. Essendo l'unica studentessa
del primo livello nell'ensemble di Jean Paul a non far parte
della Harvard-Radcliffe, mi sentivo un po' un'estranea e di
solito mi dileguavo subito dopo le prove invece di andare
con gli altri a mangiare un boccone. Correvo a casa e sgobbavo
sulla mia composizione ispirata da Boumedienne. Tuttavia
una sera Amy, che era nella miseranda sezione di fiati,
mi convinse a seguirli. Era stata una giornata piovosa e
deprimente, ma col buio erano arrivati il sereno e il freddo;
uscire con un branco di giovani musicisti esuberanti era una
prospettiva molto pi invitante di chiudermi in una stanza
poco illuminata con una matita e della carta da musica.
Ovviamente l'argomento della conversazione durante il
nostro pasto a base di hamburger e patatine fu Jean Paul.
Seduti intorno ai tavolini di formica che avevamo unito, a
scambiarci pettegolezzi sul nostro maestro, dubbi ma faticosamente
guadagnati (Lo sapevate che suo padre era una
specie di agente segreto?; Avete sentito che ha un'intonazione
cos perfetta da avere un nome specifico?), divenne
chiaro che la stragrande maggioranza delle donne e anche
parecchi fra gli uomini avevano per lui una profonda infatuazione.
A quanto pareva non era un segreto nel gruppo,
ma nessuno si era preso il disturbo di informarmi. Non che
ne fossi sorpresa: probabilmente lo sarei stata del contrario.
Per mi prese anche un altro tipo di reazione. Quando
Amy, l'unica ragazza oltre a me a non dichiarare la cotta, ci
prese in giro dicendo gongolante che non c'era verso che
Jean Paul potesse interessarsi a qualcuno non laureato,
tanto meno a quelli seduti al nostro tavolo, mi sentii offesa
non poco.
 davvero assurdo immaginare che possa essere interessato
a una di noi? le chiesi pi tardi, col tono pi indifferente
possibile, mentre io e lei camminavamo su Massachusetts
Avenue per tornare al nostro dormitorio.
Che possa chi? disse Amy dopo un attimo confuso, con
una sfumatura di irritazione nella voce.
Jean Paul.
E quando mai ho detto che non potrebbe? La sfumatura
si era evoluta in una piena irascibilit, ma per Amy l'irascibilit
era naturale quanto respirare.
Stasera. Tipo un'ora fa.
Pensavo che per te fosse un ciarlatano sopravvalutato'.
Potrei essermi sbagliata.
Cristo santo... svegliate i cani, Tasha si sta dando alla
caccia sbott alzando gli occhi al cielo. Dio mio, a volte
sai essere presuntuosa come pochi.
Il giorno dell'esibizione arriv e pass senza troppa fanfara.
Suonammo un venerd pomeriggio, in un'aula ad anfiteatro,
davanti a quaranta spettatori entusiasti fra professori
e relativi coniugi. Fu solo fissando Jean Paul dall'estremit
opposta del buffet di formaggi e vini del ricevimento
post-concerto che mi resi conto di come la fine delle prove
avrebbe significato la fine dei nostri contatti regolari.
Rimasi sveglia tutta la notte a finire la mia composizione
e telefonai all'appartamento di Jean Paul non appena fuori
mi sembr ragionevolmente chiaro; alla donna - la sua
ragazza? - che mi rispose lasciai un messaggio per lui, dicendo
che poteva chiamarmi quando gli era pi comodo, poi mi
buttai grata sul letto. Mi svegliai nel tardo pomeriggio stretta
da un'acuta sensazione di perdita e vagai verso la camera
di Adrian, sperando che non ci fosse per poterle fregare i
suoi dischi di Joni Mitchell senza che nessuno se ne accorgesse.
Lei per era seduta sul letto con Amy. Cercai di comportarmi
come se fossi venuta a cercare loro e non della
musica su cui immusonirmi.
Buongiorno, regina dei sogni disse allegra Adrian. Mi
chiamava spesso in quel modo, di solito riferendosi alle mie
speranze sempre pi ambiziose, alludendo invece di tanto in
tanto, come in quel caso, alla mia tendenza a dormire fino a
ben oltre l'ora di pranzo.
Buongiorno.
Hai fatto tardi osserv senza una briciola di curiosit.
Adrian non faceva mai domande personali e si aspettava la
stessa cortesia.
Amy invece ne faceva sempre.
Pu avere avuto a che fare con un giovane francese
sexy? Nel chiederlo mi sorrise dispettosa.
Ho finito quel brano su cui stavo lavorando. Mi sforzai
di mostrarmi perplessa.
Jean Paul ha telefonato stamattina disse Adrian.
S? Per cosa?
Ha detto solo di richiamarlo.
Amy si era voltata e stava sfogliando rumorosamente una
pila di fogli sulla scrivania di Adrian. Dalla sera in cui mi
aveva dato della presuntuosa, i nostri rapporti si erano incrinati.
L'idea che potesse pensare che tentassi di sedurre Jean
Paul solo per dimostrare che ero capace di una tale impresa
smorz un po' la mia allegria, ma dur solo finch non sentii
la voce di lui all'altro capo della cornetta.
Parlo con Jean Paul? chiesi, pur sapendo che era lui.
Sarebbe stato difficile non riconoscere il suo strano accento,
un miscuglio di New England e Sud della Francia, che arrivava
basso e sussurrato.
S.
Ciao, sono Tasha Darsky. Giusto per via delle mie coinquiline,
che ascoltavano dall'altra stanza, aggiunsi: Mi hai
chiamato stamattina.
Ah, s, Natasha. Ciao. Mi fa piacere sentirti.
Piacere mio. Ehm... volevo dirti... ho scritto qualcosa
che pensavo potrebbe piacerti. Pensavo che forse potresti
dargli un'occhiata. Nel dire ci abbassai la voce, nella speranza
che le mie coinquiline continuassero a illudersi che mi
avesse chiamato prima lui. Mi usc una versione meno roca
e pi insipida della sua voce. Mi fece pensare al mio
mastersonese senza maestria.
Davvero? Non sapevo che anche tu scrivessi musica.
Cercai di non lasciarmi turbare dalle sue parole, ma mi piaceva
immaginare che quando Jean Paul e Robert erano
insieme la mia musica fosse citata ogni tanto; mi sembrava
giusto, dato che quando eravamo soli Robert e io la musica
di Jean Paul veniva nominata ogni due minuti.
A volte risposi sommessamente, quando l'arguzia
sfrontata e arrogante che avrei tanto voluto tirare fuori in
quel momento mi lasci a piedi.
Be', meraviglioso. Mi piacerebbe darci un'occhiata. Non
 che sei libera stasera? Io sono al campus, comunque.
Ero libera anche subito, ma non volevo dargli l'impressione
di essere il tipo di ragazza che il pomeriggio del sabato
non aveva ancora impegni per la sera.
Stasera ho da fare mentii. Che ne dici di domani
pomeriggio?
Domani pomeriggio devo portare mia madre all'aeroporto.
Facciamo la sera?
Sua madre! La donna al telefono!
Ci accordammo per vederci la sera dopo in un fumoso
caff seminterrato che Robert e io frequentavamo spesso.
Fu Jean Paul a suggerirlo e mi sentii tradita dal fatto che ne
conoscesse l'esistenza.
Quando arrivai lui stava gi aspettando al mio tavolo preferito,
l'ultimo nell'angolo in fondo a destra.
Questo  il mio tavolo preferito esordii infilandomi
sulla panca di fronte a lui.
Anche il mio comment sorridendo. Dio mio, quel sorriso.
Mi fece dimenticare subito il fastidio per la consapevolezza
che il tavolo fosse il preferito di entrambi perch lo era
di Robert.
Allora, dov' questa tua musica? chiese e io mi resi
conto che gli avevo sorriso pi a lungo del dovuto.
Tirai fuori una cartellina. Era la stessa in cui lui mi aveva
dato la sua partitura. L'avevo riutilizzata come atto simbolico,
anche se non sapevo di preciso che cosa dovesse simboleggiare.
Lui sfogli le pagine pensieroso e poi inizi a leggere
attentamente, prima scorrendo il pezzo fino alla fine e poi
muovendosi pi lentamente per i fogli. Notai le sue dita spostarsi
inavvertitamente sul tavolo, premendo tasti immaginari
allo stesso modo in cui le mie premevano corde immaginarie
quando leggevo della musica che prendevo sul serio.
 buono disse.
Davvero?
S, molto. Suppongo di dover dire che ne sono onorato,
no? Sei la mia prima studentessa.
Io arrossii.
Tu sembri capire le mie idee.
Annuii, anche se non le capivo bene quanto avrei voluto
e non pensavo che le capisse granch nemmeno lui. Avevo
scritto un pezzo nel suo stile, ma era venuto fuori senza
cogliere nel segno, proprio come quello che aveva scritto lui.
Non ero stata in grado di fare il passo decisivo verso ci
intorno a cui stavamo girando, qualsiasi cosa fosse.
Anche se mi sa che dovrei dire le nostre idee. Una volta
che usi un'idea in musica, appartiene a te come a chiunque
altro.
Ci mi sembr nobile, come se stesse estendendo lo spirito
dell'impegno scientifico al campo estetico.
A me per piacerebbe essere una tua studentessa. Vorrei
che mi insegnassi. Quando iniziai a dirlo ero assolutamente
sincera: volevo che mi portasse ovunque stesse
andando, volevo che diventassimo una cooperativa il cui
fine fosse produrre grande arte. Tuttavia nel tempo che
impiegai a finire quella dichiarazione mi stavo gi odiando e
ancora di pi odiavo lui perch si mostrava lusingato. Era
saltata fuori di nuovo la vecchia gelosia, la parte di me che
voleva essere, come minimo, qualcosa di meglio che non la
meno promettente fra i pupilli di Masterson.
Gli fui grata quando non rispose direttamente, ma si lanci
invece in un monologo sulla sua Idea. Aveva chiamato il
suo metodo Tonalit Sublimata, mi disse, pronunciando le
parole come se fossero piani per un attacco nucleare. Come
avevo sospettato, stava cercando - ma ancora senza grossi
successi, come si affrett a sottolineare - di trasformare
musica atonale in qualcosa di organicamente tonale, di
plasmare il caos in ordine, le idee grezze in determinazione.
L'aspetto cruciale, dichiar, era l'impercettibilit di tale trasformazione:
l'avrebbe usata per imporre uno stato di incertezza
all'ascoltatore, per fare in modo che ripensasse il proprio
approccio alla musica.
La maggior parte della gente non fa caso alla musica
quando la ascolta mi disse, gli occhi che brillavano del
loro innaturale bagliore. Quasi tutti lasciano vagare la
mente. Lasciano che la musica li porti in luoghi extramusicali,
luoghi che con la musica in s non hanno niente a che
vedere. Iniziano a pensare a ci che la musica evoca in loro,
emozioni, immagini, storia, episodi della loro vita. Ma
come scrisse Stravinskij, se la musica sembra esprimere
qualcosa,  soltanto illusione, non realt'. Incredibile, no?
Ci a cui la maggior parte della gente fa caso quando ascolta
musica  un'illusione!
La sua mascella si strinse provocatoriamente, come se mi
stesse sfidando a prendere le difese di questo stato di cose.
Io annuii solidale, cercando di mostrarmi indignata quanto
lui. Anzi, ero davvero indignata. Anche se mi ero sempre
trovata in disaccordo con quella famosa frase di Stravinskij,
anche se avevo sempre pensato che ci che rendeva la musica
tanto straordinaria fosse la sua capacit di trasferire la
vita interiore di una persona nella mente di un'altra solo
cogliendo le note giuste, mi ritrovai angosciata dal fatto che
la massa ignorante trascurasse palesemente la musica in
favore dell'extramusicale e guardai impaziente verso Jean
Paul per raddrizzare quel torto. Probabilmente ero stata
condizionata tutta la vita a mostrarmi sensibile alle tirate di
argomento artistico, perch fin l le parole di Jean Paul
erano state soltanto una variazione sul vecchio tema di mio
padre, il grosso dell'umanit  fatta di inguaribili pallosi.
Io voglio obbligare la gente ad ascoltare la mia musica, a
fare caso ai suoni in s e non a ci che questi evocano nel
loro subconscio. Voglio che si chiedano a che punto siamo
con quella musica, se innanzitutto siamo da qualche parte,
se siamo ancora dov'eravamo cinque secondi fa, se sentono
ci che dovrebbero sentire o se sono confusi. Non potranno
dare per scontati questi suoni.
Gli chiesi se per lui la musica seriale fosse sulla strada giusta,
dato che era priva di elementi espressivi drammatici. La
miscela di compassione e delusione che gli attravers il viso
mi fece ripromettere di pensarci bene prima di fare altre
domande. Mi chiesi dove fosse finito l'affabile direttore che
non alzava mai la voce. Tuttavia non mi mancava: quel nuovo
Jean Paul faceva pi paura, ma era molto pi stuzzicante.
La dodecafonia ha soltanto sostituito il culto dell'espressione
con quello della matematica spieg.  vero che la
matematica  alla base della musica.  presente, s, quindi in
un certo senso il culto della matematica non  cos inesatto
come il culto dell'espressione. Ma in un altro senso  molto
peggio. Comporre musica basata su princpi matematici 
come mettersi a scrivere un romanzo e invece di preoccuparti
della storia che racconti, oppure se racconti una storia
o meno, ti interessassi soltanto a quante lettere ci sono in
una parola, in una riga, in una pagina. In qualsiasi libro ci
sar quest'elemento... ci sar un certo numero di lettere, di
parole, di pagine, s... ma prenderlo volontariamente in
considerazione quando stai scrivendo, a parte qualche eccezione,
 assurdo. Il senso del libro  la storia. Il senso della
musica  il suono. L'unica cosa che importa  come la percepisce
l'orecchio umano. Ciascuno dei suoni e il rapporto
fra loro, ecco cos' importante, ecco cos' la musica. S,
ammetto che si possa dare una descrizione matematica dei
suoni e del rapporto fra loro, ma chi se ne frega? Si pu
anche descrivere matematicamente una storia, ma cos si
perde il senso della narrazione. Idem con la musica. Se pensi
ai numeri non la stai nemmeno ascoltando. Capisci quello
che voglio dire?
Io annuii entusiasta, anche se ero tentata di mostrare la
mia approvazione in modo molto pi drammatico: gridare
S! a pieni polmoni inginocchiandomi davanti a lui fu il
mio primo istinto. Nel breve tempo in cui gli ero stata seduta
di fronte, in qualche modo mi ero fatta contagiare dal suo
fervore: il cuore mi batteva forte, mi sentivo rossa in viso, gli
occhi mi bruciavano per il calore che sembravo emanare in
quantit innaturali. Se qualcun altro mi avesse proposto
questa teoria sulla musica, avrei riso o avrei fatto la faccia
torva, a seconda dell'umore, ma poich veniva da Jean Paul
e in quella maniera, con un furore splendente e ottimista, mi
ritrovai a gridare silenziosamente S! a ogni cosa che lui
dicesse.
Ormai volevo senza mezzi termini diventare la sua studentessa.
Volevo dirgli che credevo in ogni sua parola, che
all'inizio non avevo capito la sua idea ma che ora era tutto
chiaro ed era meraviglioso e giusto, che lui sarebbe stato la
salvezza della musica e che io l'avrei aiutato in ogni modo mi
fosse stato possibile. Per non ce la facevo a interrompere i
fluidi ondeggiamenti delle sue parole. Invece lo lasciai andare
avanti, avanti per due ore, a parlare del culto dell'espressione
e del culto della matematica e della soluzione offerta
dalla Tonalit Sublimata. La sua energia era incontenibile, il
suo entusiasmo inesauribile. Ebbi l'impressione che avrebbe
potuto andare avanti all'infinito se non avesse notato
l'orologio al muro e non si fosse reso conto di essere in ritardo
di venti minuti per una cena.
Mi accompagn fuori mentre ancora parlava della sua
Idea, la nostra Idea, senza nemmeno disturbarsi per dirmi
ciao quando ci dividemmo. Fin la frase, disse un Bene!
soddisfatto come se avesse appena mangiato l'ultimo boccone
di un buon pasto e se ne and nella direzione opposta
alla mia.
La mattina dopo mi svegliai gi elaborando due o tre timidi
giri di frase da usare nella nostra conversazione successiva,
paletti ben nascosti per guidarci verso argomenti pi
personali (Ma cos' di preciso che non riesce a venire
espresso nella tua musica, Jean Paul?). Quando per quella
sera lui chiam, inaspettatamente e meravigliosamente,
io quasi non riuscii a inserirmi nel discorso, figuriamoci a
deviarne il flusso. Lui cominci immediatamente col suo
zelo religioso: il senso della musica, il significato del suono,
il mondo che la sua Idea stava aprendo. Ho qualcosa che
potrai trovare interessante esord quella sera. Nella storia
ci sono pochi esempi di compositori che dichiarino apertamente
che la loro opera - e naturalmente mi riferisco ai
lavori puramente orchestrali - significhi una cosa o un'altra.
Quelle parole diedero il via a una conversazione che
continu per settimane, iniziando sempre intorno alle ventitr,
finendo sempre un'ora o due dopo, rimanendo sempre
strettamente legata all'argomento musicale, in particolare
alla Tonalit Sublimata. Non che conducesse le conversazioni
in modo dispotico o che non sapesse ascoltare.
Niente affatto. Si era messo in testa che ci che io pensavo
del suo lavoro fosse terribilmente importante. Stavo perfino
diventando parte del fluido ondeggiare delle sue parole,
infiammata dall'estatica fiducia che tributava alle cose che
dicevo; iniziavo a credere che fossimo sulle tracce di un
suono che avrebbe fatto la storia. Noi. Insieme. Un collettivo
il cui scopo era produrre grande arte. Allora perch
mai avrei dovuto portare il discorso su film, infanzia e libri
preferiti?
Amy e Adrian erano sicure che Jean Paul e io fossimo sul
punto di spostare le nostre discussioni tra lenzuola sfatte e
io non cercai di correggerle. A volte mi dicevo che non mi
importava se tra noi fosse nato qualcosa di apertamente
romantico, che mi bastava essere la persona di cui voleva
conoscere il parere, la sua socia. Se non altro, i nostri contatti
avevano un effetto meraviglioso sul mio lavoro. Anche
se non stavo tentando di nuovo di comporre secondo le sue
regole severe, ero impegnata su diversi altri pezzi - quasi
tutti per un seminario personale con Masterson - e ciascuno
scorreva con quella disinvoltura vertiginosa e ispirata che
non avevo pi provato dai giorni in cui mi struggevo per il
mio grande artista. Anche se mi preoccupavano le implicazioni
di tutto ci sulla mia profondit artistica, non si poteva
negare che scrivessi meglio quando il mio pubblico era
una sola persona. E al contrario del mio grande artista, Jean
Paul era una musa a pieno titolo o lo sarebbe stato se solo
gli avessi fatto ascoltare qualcosa. Continuava a chiedermi
su che cosa stessi lavorando, ma io avevo paura di mostrargli
il risultato non ancora rifinito dei miei sforzi.
Anche Jean Paul mi disse che non aveva mai lavorato
meglio. La mie opinioni, diceva, avevano in s una correttezza
rivelatrice: riusciva a capire che erano giuste nel momento
stesso in cui le esprimevo e mentre le meditava continuavano
ad aprirsi nuove spire di profondit. (Jean Paul parlava
cos: dette da lui non sembravano assurdit.) Essere trattata
come un oracolo musicale era pi divertente che comporre,
ma era anche vero che credermi dotata di poteri oracolari
sgrav lo scrivere musica dal dolore acuto dell'autoflagellazione.
Nelle settimane seguenti al nostro appuntamento
in quel caff iniziai a passare le giornate in funzione
delle sue telefonate. Facevo sempre in modo di tornare in
camera in tempo per rispondere, anche nei fine settimana.
Di solito uscivo di nuovo quando riagganciavamo, dato che
coi miei amici continuavamo a incontrarci tutte le sere per
discutere con fervore su qualsiasi cosa, dall'arte alla politica
al posto migliore per farsi una pizza intorno a Harvard
Square nel doposerata, ma per allora ero quasi sempre troppo
distratta per fare caso a ci che succedeva intorno a me.
Rimanevo persa nelle sue parole - e anche nelle mie - e
l'unico momento in cui prendevo parte attiva in una conversazione
diretta era quando potevo portarla verso la Tonalit
Sublimata. Fortunatamente i miei amici avevano un'elevata
tolleranza per quel particolare tema: erano attratti da qualunque
movimento teso a rinnovare radicalmente, specie da
quelli con pretese di purismo. In poco tempo diventammo
una specie di gruppo di discussione per le teorie di Jean
Paul, in cui generavamo le nostre idee su di esse e davamo
loro giustificazioni.
Ci sono dei legami con il formalismo nelle arti visive
not Ari Ben Haar, il nostro scultore, la prima sera in cui
sollevai l'argomento. Portare l'attenzione sui materiali per
potersi concentrare sull'arte in quanto tale.
Anch'io lo avevo pensato, ma avevo troppa paura di farlo
presente a Jean Paul: non ero sicura che gli andasse di vedere
paralleli fra il proprio lavoro e quello di chiunque altro.
A Jean Paul comunque piaceva farsi raccontare le idee
che tiravamo fuori nelle nostre frenetiche discussioni. Diceva
cose come: S, continua a meditarci sopra, Tasha. I tuoi
pensieri mi stupiscono sempre.
Fu per via di quelle osservazioni che mi sentii in diritto di
considerarmi sua socia. Pensarlo rendeva pi tollerabile il
fatto che non l'avessi pi visto da quel giorno al caff pi di
un mese prima e che a lui non sembrasse importare se mi
avrebbe rincontrato di persona o meno. Io ci tenevo molto a
rivederlo e ogni volta che uscivo di casa i miei occhi lo cercavano
costantemente. Lui per non era mai in giro. Ogni
tanto buttavo l dei motivi per cui avremmo dovuto incontrarci,
con uscite come: Ah, mi piacerebbe dargli un'occhiata
o Potresti suonarlo per me una volta o l'altra, cos posso
farmi un'idea migliore?, ma lui trovava sempre un modo
per esaudire le mie richieste al telefono, tenendo la cornetta
vicino al pianoforte, descrivendo nei dettagli ci che credevo
di aver bisogno di vedere con i miei occhi e cos via.
Basandomi sulla sua riluttanza a vederci e sul totale insuccesso
dei miei tentativi di incontrarlo anche solo per caso,
iniziai a pensare che, tolto un viaggio ogni tanto fino all'ufficio
di Masterson, Jean Paul non uscisse mai di casa, una
casa che mi immaginavo minuscola, cos stipata di libri e di
carta da musica da non potersi sedere o muoversi senza calpestare
qualcosa di valore artistico o intellettuale. Mi piaceva
immaginarlo come un genio recluso e lo dissi persino ai
miei amici come se fosse una verit assodata. Amy aveva
idee molto precise sulle responsabilit dell'artista nei confronti
della societ ed essere un recluso mal vi si adattava,
ma tutti gli altri erano d'accordo nel pensare che quell'esilio
auto-imposto impreziosisse il suo romanticismo.
Avrei potuto andare avanti per sempre a credere che Jean
Paul fosse un monaco in clausura nel suo santuario dedicato
alla purezza del suono se non mi ci fossi imbattuta, un
mercoled sera di novembre insolitamente caldo, nel ristorantino
italiano che i miei amici e io frequentavamo. Ero l a
cena con Michael O'Shea, il ragazzo di Boston che sognava
di arrivare a dirigere in un futuro non troppo lontano la
Filarmonica di New York. Mi stava raccontando dell'ultima
ragazza che stava cercando di portarsi a letto, la numero
diciotto, come si era premurato di ripetere diverse volte. La
seduzione era la sua nuova forma d'arte e in quel campo era
persino pi dotato di quanto non lo fosse nella musica.
Ero cos presa dalla tensione della sua storia, con gli
incontri per caso, le ambigue uscite al cinema, il contatto
accidentale con un ginocchio che diventava lo sfiorare una
coscia, che non notai Jean Paul entrare e divenni cosciente
della sua presenza solo quando la sua voce bassa e sussurrata
vag verso di me. Era seduto al tavolo vicino, ma tra noi
c'era una colonna che bloccava la visuale, motivo per cui non
lo avevo notato. Non avevo idea se lui mi avesse visto o meno
e in condizioni normali mi sarei avvicinata per fare in modo
di s: era da pi di un mese che aspettavo una coincidenza
simile ed era accaduta proprio quando portavo il paio di
jeans che mi stava meglio. Il problema era che seduta di fronte
a lui c'era una donna che, purtroppo per Michael e per la
sua storia, la colonna non nascondeva affatto.
Sembrava dell'et di Jean Paul, alta, bionda, con un
accento del Sud maledettamente dolce a cui veniva data
un'incredibile quantit di spazio. Entrambi parlavano piano
- sussurri da innamorati? - e io riuscivo a intuire soltanto
frammenti sparsi di frasi. Jean Paul non si stava infervorando
sullo stato della musica; quello sarei stata in grado di sentirlo.
Di certo stavano parlando proprio di quegli argomenti
personali verso cui avevo tentato inutilmente di dirigere le
nostre conversazioni: udii Parigi una volta e pi tardi lo
udii distintamente dire film notevole. Si capiva che era
rilassato e ammaliante, il Jean Paul che aveva diretto l'orchestra
con gentilezza e brio, non quello rabbioso e ostinato che
avevo imparato a conoscere. Dall'altro lato della colonna
arrivavano parecchie risate soffocate.
Se Michael aveva notato che non lo ascoltavo pi non lo
diede a vedere. Quando fin la sua storia cenammo in silenzio
finch non gliene venne in mente un'altra. Non tentai
neanche di seguirlo. C'erano domande urgenti che mi martellavano:
da quanto tempo andava avanti con quella donna?
Ce n'erano altre? C'erano state delle donne nel suo appartamento,
nel suo letto, mentre mi faceva le sue lezioni al telefono?
(Scusami un secondo, Holly, ma devo chiamare una
mia studentessa e immaginavo lei rotolarsi nel letto e avvolgere
nel lenzuolo un fisico scintillante.) All'inizio cercai di
soffiare sul fuoco della mia rabbia per il tradimento di Jean
Paul, per come mi aveva preso in giro spacciandosi per un
fanatico solitario quando in realt era un dongiovanni, ma mi
venne difficile ignorare la verit: che lui non mi aveva mai
fatto credere niente. Non avevamo mai parlato d'altro che di
musica. Mi ero messa in testa di inventargli un mondo e mi
ero fabbricata una sua vita facendomi guidare pi che altro
dall'arroganza, concludendo che fosse un eremita dal semplice
fatto che non volesse incontrarmi.
La mia autostima stava precipitando quasi con la stessa
velocit con cui stava sparendo il mio vino e non ci volle
molto perch non rimanesse altro che un po' di sedimento.
Toccai il fondo quando lei si alz per incipriarsi il naso
(ero stupita che qualcuno usasse davvero quell'espressione,
ma dovetti ammettere che detto dalla sua voce suonava
seducente) e vidi che era snella e fine, con quelle linee nette
che non avevo mai smesso di considerare pi giuste delle
mie curve esagerate. Mi sentii tremendamente e oscenamente
formosa, con una voce gracchiante e fragorosa e un talento
insipido. Come avevo potuto anche solo sperare che Jean
Paul mi amasse, quando al mondo c'erano donne come
quella? Quando Michael decise di ordinare un'altra bottiglia
di rosso della casa, quasi lo baciai.
Ci stavamo scolando quella seconda bottiglia, con Michael
che blaterava ancora con sempre meno lucidit, quando Jean
Paul e la sua amica si alzarono per andarsene. Io mi nascosi
dietro il mio grande calice di vino, ma lui non sbirci nemmeno
nella nostra direzione.
Quella sera chiam come al solito alle ventitr. Speravo
non lo facesse, un po' perch avrebbe confermato che i
recentissimi eventi per lui erano stati un'anomalia e un po'
perch ero ubriaca e aggressiva. Per sapevo anche che se
non avesse telefonato il dolore mi avrebbe distrutto.
All'altro capo della cornetta la sua voce sembrava normale
e lui non not la durezza della mia. Si lanci subito nel
soliloquio sul suono. Io lo lasciai fare per una decina di
minuti, lasciando per la prima volta che le sue parole mi
sfiorassero senza che vi facessi caso.
Penso mi stesse raccontando ci che una volta Webern
aveva detto su Brahms, quando gli ordinai: Ma piantala
una buona volta!
Scusa? Sembrava pi confuso che offeso.
Perch mi parli sempre di musica?
Non capisco.
 una domanda. Per te. E non riguarda la musica.
Sei arrabbiata con me?
Perch dovrei?
Non ne ho idea. Pensi che non abbiamo discusso abbastanza
del tuo pezzo? Aspettavo di parlartene. Ce l'ho sul
mio letto e contavo di riprenderlo fra poco. Volevo solo
sgombrare la mente dal mio lavoro.
Ah, allora mi metto comoda.
Ma che cos'hai? Mi sembri ubriaca. Sei ubriaca?
Ormai nel suo tono si erano insinuati orrore e offesa.
Pu darsi.
Allora ci risentiamo domani.
Aspetta!
E perch?
Perch. Ti ho chiesto una cosa importante.
Mi hai chiesto perch parlo sempre di musica.
Ti ho chiesto perch con me parli sempre di musica.
Con te, certo. Per non mi va di parlare di niente se sei
ubriaca. Sembrava arrabbiato, persino triste, ma ci non
fece che accrescere la mia voglia di tenerlo al telefono.
Non sono ubriaca mentii.
Credo sia meglio sentirci domani sera.
No!
S.
Ti ho visto stasera! gridai giusto nel caso che lui avesse
gi allontanato la cornetta dall'orecchio. Poi lo sentii respirare
all'altro capo.
Jean Paul? Pensavo di averlo assordato.
Ci sono.
Scusa se ho alzato la voce.
Anch'io ti ho vista. Solo non pensavo che tu avessi visto
me.
Perch non sei venuto a salutarmi?
Potrei farti la stessa domanda.
Io non risposi.
Non so bene che cosa stia succedendo. Tacque un
secondo. E mi fa un po' paura.
Paura? Per cosa?
Lui mi ignor.
Dimmi la verit... sei ubriaca?
Un pochino, forse.
Allora non penso che dovremmo fare questa conversazione
adesso.
Quale conversazione?
Quella... quella che credo che stiamo per fare.
Stiamo per fare una conversazione? Il cuore mi batteva
forte. Poteva darsi, poteva anche darsi, che fosse un'ottima
cosa.
Non lo so. Sarebbe meglio riattaccare. Possiamo parlare
domani sera.
E domani sera faremo quella conversazione o parleremo
solo di musica?
Questo non lo so.
Non posso pi parlarti solo di musica. Non immaginavo
avrei detto una cosa del genere finch non mi usc di
bocca, ma una volta detta sapevo che era vero. Non ce la
facevo pi a essere soltanto la persona di cui voleva conoscere
il parere. Dovevo essere qualcosa di pi o niente.
Perch ti comporti cos? Sembrava soffrire.
Cos come? Cosa sto facendo di tanto orribile?
Tacque di nuovo, a lungo, respirando pi pesantemente.
Temevo di averla fatta grossa: forse lui prima non aveva idea
di che cosa intendessi e ora l'aveva capito. Ero convinta che
mi avrebbe sbattuto il telefono in faccia.
Vieni da me disse. Devo vederti.
Presi un taxi fino all'indirizzo che mi aveva dato, cercando
di non pensare alla conversazione appena fatta o a ci che
sarebbe successo una volta arrivata. Avevo la netta sensazione
che si stesse mettendo bene, ma volevo stare attenta a
non frantumare le mie speranze.
Il suo appartamento era met di una grandiosa vecchia
casa vittoriana che era stata divisa in due, niente affatto il
tipico alloggio da dottorando che mi ero aspettata. Da fuori
sembrava spazioso e carino, con pannelli di legno alle pareti
e caminetti in ogni stanza. Lui mi stava aspettando sulla
porta.
Quando entrai fece un movimento come se volesse toccarmi,
ma poi si ritrasse. L'appartamento era l'esatto incrocio fra
la promessa della facciata e l'immagine che avevo avuto in
mente fino ad allora: eleganza da New England d'altri tempi,
stipato di libri e fogli dappertutto, con al centro uno splendido
Steinway che saliva come una scogliera dal mare. Andai
istintivamente verso il piano e passai delicatamente le mani
sulla tastiera.
Era di mia madre quando era piccola disse. Se ne stava
a un paio di metri da me. Ero lieta di essermi rimessa la
camicetta scollata dietro che portavo a cena.
 magnifico.  qui che componi? Mi voltai per guardarlo,
le mie dita ancora sul piano. Il contatto mi faceva sentire
pi sicura.
S.
Fece qualche passo verso di me.
Che c'? domandai. Sembrava sul punto di dire qualcosa.
Niente. Solo  strano vederti qui.
Ma tu volevi vedermi qui? Sentivo che stavo arrossendo
mentre lo chiedevo e ne ero contenta. Non volevo sembrare
troppo sfrontata, dopo la figura che avevo fatto al telefono.
S. Fece un altro passo, poi si ferm di nuovo.
E allora perch non me l'hai mai chiesto? Io sarei venuta
subito.
Mi mossi io verso di lui. Indietreggi.
Tasha disse tenendo una mano aperta di fronte a s,
come per proteggersi, che cosa stiamo facendo di preciso?
Be', pensavo... sei tu che mi hai chiesto di venire qui.
Perch lo hai fatto? Un secondo prima mi sentivo la pi
irresistibile delle seduttrici, subito dopo mi sentii respinta
come una studentella ubriaca.
Perch mi hai detto che ci tenevi a me. Non  quello che
mi hai detto?
Ho fatto male? La voce mi usc pietosa e implorante.
No, hai...  solo che rende difficile desiderare da lontano.
Desiderare da lontano? E perch dovresti desiderare da
lontano?
Non  ci che si fa da queste parti... desiderarti? Stava
sorridendo, ma non sembrava particolarmente felice.
Non capisco.
Non possiamo metterci insieme disse con tono pragmatico,
guardando oltre me verso il piano. Non sarebbe giusto.
Nei confronti di chi? chiesi. Ero ancora sotto l'effetto
del vino e nella testa passai in rassegna, intorpidita, le possibilit.
Ne trovai una: era quella giusta.
Di Robert, ovviamente.
Abbassai lo sguardo, sentendo un'ondata di vergogna
sommergermi. Non sapevo bene di cosa mi stessi vergognando.
Semmai era Robert quello che doveva vergognarsi.
Capisci ora? chiese.
Io feci segno di no con la testa, ma non riuscivo ancora ad
alzare gli occhi.
Lo sentii arrivarmi vicino, sentii la sua mano allungarsi e
rimettermi dietro l'orecchio una ciocca ribelle. Io gliela
presi e la tenni per un secondo prima di lasciarla andare.
 lui che ha chiuso la storia con me dissi. Stavo sbirciando
tra i capelli e notai un'espressione sorpresa scendergli
sul viso. Mi resi conto di aver rivelato troppo.
Non importa. Ho sentito come parla di te.
No, ti sbagli. Avrei voluto riprendergli la mano, ma non
ne ebbi il coraggio. Sono una sua studentessa. Una noiosa
studentessa come tante. Non  come fra noi due. Con lui
non ho niente che somigli alla nostra musica.
Allora la nostra musica ti piace ancora, eh? Sorrise e io
ricambiai, senza essere sicura se qualcosa fosse stato risolto
o meno. Rimanemmo cos per un po', guardandoci incerti,
poi lui mi chiese se volessi della cioccolata calda. La sua
cucina era intima e linda e noi ci annidammo a un capo dello
stretto tavolo di legno, abbastanza vicini da sentire l'una il
calore della tazza dell'altro. Ci fermammo l per il resto della
notte a parlare di film, libri, quadri, Parigi, New York, i miei
amici: di tutto tranne che di musica.
Quando la mattina dopo me ne andai, eravamo entrambi
impacciati, goffi nel salutarci: non riuscivamo a credere di
avere passato tutta la notte soltanto a chiacchierare e a bere
cioccolata calda. Quella mattina le lezioni furono una sofferenza
e avevo la smania di tornare nel calore disordinato
della sua casa signorile, chiedendomi se l'avrei spaventato
presentandomi senza preavviso nel pomeriggio. Per la fine
dell'ultima lezione, per, avevo gi superato il timore di spaventarlo:
avevo bisogno di vederlo. Andai a casa sua di corsa
e appena apr la porta io capii dal sorriso timido che mi salut
che anche lui mi aveva pensato altrettanto intensamente.
Eppure di nuovo non si lasci nemmeno toccare, facendosi
da parte mentre tentavo di sfiorarlo passando per l'uscio.
Andammo dritti al piano e ci rimanemmo per ore, giocando con alcune delle idee di cui avevamo parlato nell'ultimo
mese. Lui esegu l'inizio del suo nuovo pezzo e poi ascolt,
con un'attenzione che non avrei mai osato sperare, mentre
io suonavo quello su cui stavo lavorando. Mi diede alcuni
consigli che seppi immediatamente essere giusti. Dopo ordinammo
una pizza e ci sedemmo per terra vicino al piano, a
mangiare e a parlare della nostra infanzia.
Incredula sia di poter offrire qualcosa di tanto personale
alle orecchie di Jean Paul, sia del fatto che non le conoscesse
ancora, gli raccontai della casa di arenaria rossa, piena
fino a scoppiare di arte e di ambizioni smisurate; di mio
padre e della sua elegante collera, dei suoi gusti rigidi ma
sempre mutevoli, della fortuna che suo padre aveva accumulato
con un nuovo rivoluzionario meccanismo per gli
sciacquoni; gli dissi della mia brillante madre, del suo talento
nel riuscire a vendere bene e di come aveva dimenticato
di saper dipingere, nonostante le decine di tele che ricoprivano
le pareti e quel capolavoro solitario appeso, in uno spavaldo
contrasto rispetto a ogni corrente che mio padre avesse
mai reputato degna, in una minuscola rientranza seminascosta;
gli dissi perfino del mio grande artista. Raccontandogli
tutto ci, pensai che la mia vita suonasse interessante, ma
sembr vergognosamente insulsa nel momento stesso in cui
Jean Paul inizi a narrare la sua. Come tutto ci che lo
riguardava, anche il suo passato era notevole.
Suo padre, Anton Boumedienne, era un indipendentista
algerino e un comunista; sua madre, Franoise de Rochert, era
la rampolla di un'antica famiglia francese famosa per i vigneti
e per la distilleria di cognac. Si erano incontrati alla Sorbona,
innamorati a prima vista e sposati in capo a tre mesi. Fu solo
dopo la cerimonia che Franoise port a casa quel marito
rivoluzionario, per fargli conoscere i suoi genitori. I vecchi aristocratici
non riuscivano a capire perch la pianista delicata e
dalle buone maniere che avevano per figlia avesse scelto di
passare il resto dei propri giorni con un pied noir armato; per
quanto li riguardava, non avevano troppa voglia di passarci
del tempo insieme. Jean Paul non fu molto chiaro nello spiegare
se ci fosse avvenuto per un ordine diretto o per la sensibilit
della madre, ma quella fu la prima e l'ultima volta in
cui i de Rochert videro Anton Boumedienne.
Quando Anton fu costretto all'esilio all'inizio degli anni
cinquanta, un periodo in cui molti indipendentisti algerini
espatriavano o si davano alla macchia, i Rochert furono ben
contenti di sistemare la giovane famiglia - madre, padre e Clarisse,
la sorella maggiore di Jean Paul - lontano, negli Stati
Uniti. Franoise era felice nella loro nuova casa nel Connecticut,
dove impartiva lezioni di piano ai bambini della zona, ma
Anton era impaziente di tornare sul campo di battaglia. Quando
nel novembre del 1954 il Fronte di Liberazione Nazionale
dichiar guerra alla Francia con una spettacolare serie di
attacchi simultanei a edifici governativi, basi militari, stazioni
di polizia e infrastrutture pubbliche, Franoise implor il
marito di rimanere negli Stati Uniti a fare da padre alla loro
bambina, ma Anton non seppe resistere al richiamo della rivoluzione.
Franoise e Clarisse tornarono con lui in Francia, ma
si separarono a Parigi; lui rimase l per unirsi al FLN, loro due
continuarono verso le rive dello Charente e la splendida quiete
dei vigneti di famiglia. Anche se Anton e Franoise ormai
vivevano separati, continuarono a vedersi sporadicamente,
facendo viaggi brevi e furtivi verso localit a met strada. Fu
durante uno di quegli incontri che venne concepito Jean Paul.
Nei suoi primi anni di vita fu cresciuto principalmente
dalla madre e dai nonni, ma vide anche il padre in modo pi
o meno regolare, passando dei fine settimana entusiasmanti
a Parigi, finch nel 1962 Anton non rimase ucciso nello
scoppio di un ordigno rudimentale, tre mesi prima che l'Algeria
ottenesse l'indipendenza. Nel Cognac e poi a Parigi,
Franoise insegn pianoforte al conservatorio e si dedic
all'istruzione dei figli. Tutto era piacevole e comodo per loro
nella capitale, ma Franoise era preoccupata per il futuro
dei bambini. Temeva che fossero bollati dalla reputazione
del padre, ben noto all'opinione pubblica come la mente
dietro numerosi attacchi terroristici, anche se a me Jean
Paul giur implausibilmente che Anton non aveva mai
avuto direttamente a che fare col terrorismo. Se da una
parte lei non poteva sopportare il pensiero di trasferirsi di
nuovo, dall'altra non vedeva un futuro per i figli in Francia.
Quando raggiunsero l'et delle superiori, sped prima una e
poi l'altro in collegio negli Stati Uniti e fu cos che Jean Paul
fin prima alla Exeter e poi a Yale.
Quando penso a mia madre penso alla musica mi disse
quel giorno. Aveva insegnato a suonare il piano a lui e a sua
sorella mentre insegnava loro a parlare. Ma quando penso
a mio padre penso alla passione. Penso alla voglia di rendere
perfetto il mondo, invece di adattarsi alle restrizioni dei
suoi difetti. Vedo mia madre qualche volta all'anno, ma mio
padre tutti i giorni.
Con quella storia melodrammatica appiccicata addosso al
genio meditabondo che avevo davanti, la mia infatuazione
per lui tocc l'apice. Jean Paul si trasform da grande musicista
con idee rivoluzionarie a grande rivoluzionario con idee
musicali. Non lo vedevo pi nei termini di un Mahler o di
uno Schonberg, ma in quelli di un Gandhi o di un King, di
qualcuno che avrebbe annunciato un mondo nuovo.
Decidemmo di fare una passeggiata per combattere gli
effetti soporiferi della pizza, della stanza in penombra e
della cadenza sognante di voci che tornavano a ricordi lontani.
Avevamo appena preso i cappotti quando ci gettammo
contemporaneamente l'uno addosso all'altra.
Quando le nostre bocche si unirono il suo sapore mi fu
cos familiare che pensai di averlo potuto forse intuire dal
suo alito mentre sedevamo vicinissimi davanti al piano, ma
anche la sensazione delle sue mani che mi tenevano la nuca,
che mi scivolavano lungo la schiena fino alla vita, che avanzavano
lente verso i miei seni, sembr non essermi mai stata
estranea. Anche quando mi tolse la camicetta e inizi a sbottonarmi
i jeans non mi sembr che stesse accadendo niente
di nuovo. E anche se un Jean Paul svestito era uno spettacolo da vedere - la pelle scura che spiccava contro il pavimento
di legno duro, i muscoli che si tendevano con grazia, i
tratti deformati e tuttavia resi pi attraenti dall'intensit -,
non mi venne da pensare a come il mio corpo nudo potesse
venire percepito da un uomo simile. Finimmo per fare
l'amore l sul pavimento, a qualche metro dalla porta d'ingresso.
Dopo restammo l distesi fra i nostri vestiti appallottolati,
a parlare dell'idea e della rivoluzione che noi due
avremmo scatenato. E poi facemmo di nuovo l'amore.
Il mattino dopo mi svegliai sul pavimento, sola, avvolta in
un cappotto di lana. Stavo radunando i miei vestiti quando
lui mi venne incontro a grandi passi, un'espressione allarmata
sul viso.
Te ne stai andando? Sei in ritardo? farfugli, non pi il
Casanova dalla prosa forbita della sera prima. Ho preparato
delle frittelle.
Frittelle? ripetei come se non avessi mai sentito prima
quel termine.
S. La sua voce era solenne. Non potei fare a meno di
ridere e lui mi segu; ridemmo cos per un po', tenendoci la
pancia per l'assoluta comicit della parola frittelle seguita
da s.
Durante la colazione decidemmo che avrei dovuto dire a
Robert che io e Jean Paul stavamo insieme. Era ci che
avrebbero fatto delle persone mature e in ogni caso lui non
aveva certo diritto di obiettare. Andai al suo ufficio pi tardi
quel pomeriggio. Proprio come mi aspettavo, lui reag con
totale indifferenza.
Cos', vuoi la mia benedizione o roba del genere? chiese
fissandomi impassibile dopo che, tutta tesa, avevo finito
il mio discorso.
No. Be', non so. Pensavamo che magari volessi saperlo.
Che ti posso dire? Ottimo. Come la prima volta in cui
mi aveva ricevuto, mentre parlavamo prendeva libri dagli
scaffali e li esaminava.
La sua reazione mi colp come un ulteriore segno della
sua trascendenza, del suo status di orecchio puramente
obiettivo che in tre occasioni aveva vacillato fingendo di
essere del tutto umano.
Quanto sei ingenua sospir Jean Paul quando gli esposi
la mia interpretazione quella sera, a cena. Oggi sentivo
benissimo quanto mi odiasse. Era tangibile.
Quando la mattina dopo incontrai Robert, mi sembr pi
freddo del normale. Un mese prima l'idea che potesse essere
geloso di me mi avrebbe entusiasmata, ma ormai non mi
importava pi. Non sentivo nemmeno la fitta di insicurezza
che avrei dovuto provare - non mi chiesi se fosse quello il
motivo per cui aveva dedicato cos tanto tempo alla mia
musica - perch il mio lamentoso ego era stato placato.
Dopotutto Jean Paul mi aveva scelto, cos intensamente che
poco dopo parlava gi come se l'indistruttibilit del nostro
legame fosse un assioma, come l'immoralit del genocidio o
la desiderabilit della gioia, troppo fondamentali per essere
messi in discussione. Questioni tipo quando Jean Paul
sarebbe tornato a Parigi, dove avrei passato le vacanze
invernali, perfino quali corsi avrei scelto per la primavera o
ci che avrei fatto la sera partivano sempre dall'Assioma di
Noi Due, secondo cui l'unica cosa non sacrificabile era la
solidit della nostra unione. Dato che non riuscivo a immaginare
un uomo migliore a cui legare il mio destino, l'assioma
mi sembrava meraviglioso.
Ancora pi meraviglioso fu il modo in cui Jean Paul ricorse
con sempre maggiore frequenza a me come guida per la
musica. Anche se continuavamo a vederci regolarmente con
Masterson, lui era fermamente convinto che il nostro maestro
ci detestasse e che avremmo dovuto cominciare a farci
da mentori a vicenda. Discutevamo il nostro lavoro durante
la cena, lo analizzavamo lavando i piatti, lo sezionavamo
stesi a letto la sera e suonavamo sempre, facendo scorrere le
dita sulla tastiera, sul tavolo, sul sof, su di noi vicendevolmente,
cercando ciascuno di costringere l'altro a udire ci
che non riuscivamo ancora a tradurre in suoni. Anche se
Jean Paul era sempre un passo avanti, sia nello sviluppo sia
nell'applicazione delle idee, non vidi mai noi due come
guida e discepola o come maestro e allieva, ma come un
sodalizio, perch era quello che aveva detto lui. Chiamava la
sua musica la nostra musica, le sue idee le nostre idee e
il suo talento il nostro talento. Non mancai di notare
come non definisse mai la mia musica come nostra, ma
immaginai che fosse solo perch io non stavo ancora lavorando
secondo le regole che avevamo attentamente stabilito
insieme. Era innegabile che dedicasse ai miei spartiti una
grande attenzione e grazie alle sue cure la musica continu
a fluire da me con relativa facilit. Masterson defin addirittura
buono uno dei pezzi.
A qualche mese dall'inizio della nostra relazione, subito
dopo gli esami invernali, Jean Paul mi butt l la proposta di
trasferirmi da lui. Era a met mattinata, appena prima che io
dovessi uscire per andare a lezione, mentre mi stavo mettendo
un paio di jeans. Mi bloccai a fissarlo con una gamba infilata
e l'altra no.
Perch no? chiese vedendo che continuavo a fissarlo,
perplessa su come interpretare l'offerta: non si adattava alla
mia idea dell'esperienza universitaria. Sei sempre qui. Perch
sprecare tempo prezioso separati quando potremmo
lavorare alla nostra musica insieme?
Ma a me il dormitorio piace piagnucolai, in realt perplessa
sul perch la sua offerta non mi avesse reso euforica.
Sarebbe divertente disse lui alzando le spalle. Potrai
ancora uscire con i tuoi amici, se  questo che ti preoccupa.
Quando per mi trasferii effettivamente, qualche settimana
dopo, smisi di partecipare ai loro incontri a tarda sera. Ad
andare e tornare ci voleva troppo tempo e i loro strani orari
mi sfasavano rispetto alla scaletta di Jean Paul. Lui ogni
tanto mi incoraggiava a raggiungerli, ma credo che sotto
sotto fosse contento che non lo facessi. Non era mai stato
bravo a nascondere quanto trovasse ridicoli i miei amici, che
prendevano cos sul serio se stessi e i propri destini artistici.
Io non condividevo la sua disapprovazione (anzi, non pensavo
che si prendessero sul serio pi... be', pi di Jean Paul,
per esempio), ma non volevo nemmeno fargli pensare che
mi piacessero troppo: temevo che ci facesse sembrare ridicola
anche me.
Di l a poco iniziai a non vedere quasi pi nessuno a parte
Jean Paul, se non a lezione. Andavo ancora a studiare violino
da Annabelle una volta alla settimana, ma passavo quelle
lezioni da sorda, concentrata soltanto a cancellare il lato
espressivo da ogni spartito. Che cosa stai facendo a questa
musica? mi gridava nel suo accento ungherese, ma io nemmeno
la sentivo mentre correvo fuori dalla porta, verso casa.
Non capii mai bene perch volesse continuare a vedermi.
Ogni settimana speravo che la lezione potesse essere l'ultima,
ma non avvenne mai: la vecchia befana era testarda nel
tenermi come allieva quanto lo era in tutto il resto.
Anche se ogni tanto mi trovavo ancora a pranzo o a cena
con i miei amici, quelle uscite si diradarono vistosamente col
passare del semestre primaverile. Non volevo attardarmi al
campus pi del dovuto: tornare alla nostra casa era una tentazione
troppo forte. Mi piaceva come, anche dallo sgabuzzino
al piano di sopra che avevamo trasformato nel mio studio,
dove mi chiudevo tutti i pomeriggi a studiare per i corsi
e a perfezionare la composizione, sentissi il pavimento
vibrare per la forza con cui Jean Paul colpiva i tasti. A volte
scendevo senza fare rumore e lo guardavo a lungo comporre:
pur tenendo gli occhi aperti non mi not mai. Quando lo
interrompevo, per quanto bene stesse lavorando, era sempre
contento di vedermi, entusiasta di condividere i suoi
progressi e di sentire i miei pareri.
Non che la nostra vita fosse tutta basata sulla musica.
Mantenuti dal patrimonio della sua famiglia, cenavamo in
locali costosi e andavamo a feste, a teatro e naturalmente ai
concerti. Mi insegn a cucinare e parecchie sere alla settimana
preparavamo insieme dei ricchi banchetti francesi. E
facevamo l'amore costantemente, freneticamente, come se
fosse quella la nostra condizione naturale e ogni periodo che
trascorrevamo separati fosse un'amputazione.
Fummo cos felici insieme nei mesi tra gennaio (quando io
mi trasferii da lui) e maggio (quando partimmo per le vacanze
estive) che posso individuare con precisione le uniche due
occasioni in cui mi sentii insoddisfatta. La prima fu il fine settimana
in cui portai Jean Paul a casa dai miei per presentarglieli.
Quando mio padre e mia madre mi chiesero di raggiungerli
a New York per un'inaugurazione particolarmente
importante stavamo insieme solo da tre mesi, ma decisi di
portarlo comunque. Ritenevo fosse ora che si conoscessero.
Non mi preoccupava il grande evento perch sapevo che ai
miei Jean Paul sarebbe piaciuto tantissimo e che lui avrebbe
ricambiato. Tuttavia finirono per piacersi al di l di ogni previsione.
Nell'attimo stesso in cui varcammo la porta fu chiaro
che l'intesa sarebbe stata perfetta. Oh, Barnett Newman!
Lo rappresentate voi? chiese con disinvoltura Jean Paul
come saluto, notando il dipinto grande quanto la parete.
Mia madre, che mi sembrava, molto pi di quanto non
ricordassi, la versione emaciata di una fatalona anni quaranta,
mi prese da parte mentre eravamo ancora nell'ingresso.
 incredibile sussurr. Perch non me l'avevi detto?
Che domanda, tanto tu non mi dici mai niente! Ma quel
ragazzo  divino, Tasha. Sembra una stella del cinema. Tu,
piuttosto... disse scorrendo con gli occhi il mio nuovo fisico.
Ne discuteremo pi tardi. Ma lui... ! E per di pi un fan
di Barnett Newman! Bello e colto.
Le feci notare che non aveva detto che l'artista fosse di
suo gusto.
Fammi il piacere rise, ma si capiva che stava valutando
il mio commento. A tavola cerc di carpirgli i suoi gusti artistici.
Guarda caso erano quelli giusti, ma anche se non lo
fossero stati non avrebbe importato. Come me, anche i miei
si innamorarono di Jean Paul per via del suo furore.
Hai un senso del sublime davvero acuto! dichiar mio
padre quella sera, dopo che Jean Paul aveva fatto la sua predica
senza essere in alcun modo inibito dal fatto di trovarsi
di fronte i genitori della sua ragazza. Lui non fece una piega
e invece sorrise beato. Non sapevo se dovessi sentirmi sollevata
o preoccupata.
I tuoi sono interessantissimi mi disse pi tardi quella
sera. Ti somigliano tanto. Non mi avevi mai detto che tuo
padre era deciso a diventare un pittore.
Be', per non ha mai dipinto niente. Eravamo comodamente
distesi sul mio stretto letto, dove i miei, da bravi spiriti
liberi, avevano voluto che passassimo la notte.  stato
alla Columbia solo tre giorni prima di scoprire che preferiva
analizzare l'arte piuttosto che realizzarla.
 precisamente ci che trovo cos affascinante del loro
modo di pensare insistette Jean Paul, rotolando su un fianco
per guardarmi in viso. Hanno questo talento unico nel
vedere e capire l'arte.
Tre giorni passarono cos, in una reciproca dimostrazione
di affetto, con lodi sussurratemi ogni volta in cui mi ritrovavo
da sola con uno o con gli altri (Tua madre ha un orecchio
notevole,  cos passionale! Ma com' a... no, non
dirmelo). Naturalmente io ci sguazzavo: le tre persone pi
importanti nella mia vita si volevano bene, quasi quanto io
ne volevo a loro. Tuttavia qualcosa in quel fine settimana mi
mise anche a disagio. Pi si costruivano reciprocamente
intorno un muro di mito, pi evidenti mi apparivano i loro
difetti. In mia madre mi assalirono le tracce della segretaria
che era quando Nonno Darsky ne not la bellezza, perfettamente
accessoriata da un cognome ebreo, tra le sue legioni
di impiegate e la port a casa per farle conoscere il figlio. La
sentii ricadere nel suo accento di una volta, pesante e tinto
di aringa. Mi irritai al volume dei suoi sospiri, ai gesti plateali
che faceva con le mani quando parlava, alla salda fede nell'astrologia
che non si sentiva in dovere di nascondere agli
ospiti. In mio padre vidi la grandiosit, la pomposit, la vena
di crudelt e il profondo abisso di disprezzo, non del tutto
celato dai suoi modi impeccabili. Pregai che Jean Paul non
cominciasse anche lui a notare tutto ci. E Jean Paul? Che
cosa notavo in lui?
Appena prima di ripartire per l'aeroporto, la domenica
mattina, mia madre mi prese da parte.
Non avrei mai pensato che ci saresti riuscita, Tasha. Non
pensavo proprio che avresti trovato qualcuno degno di te.
Ma l'hai trovato.  come se foste fatti l'uno per l'altra.
Per tutto il tragitto del ritorno mi risuon in testa. Fatti
l'uno per l'altra. Sia Jean Paul sia i miei sembravano pensarlo.
Anch'io, certo, ma un nascente disincanto mi rodeva, proprio
ai margini della mia coscienza. Quando guardavo a noi
due con i loro occhi, qualcosa non quadrava. Io non riuscivo
a capire, o non volevo capire, che cosa fosse di preciso.
Il secondo episodio in cui ricordo di essermi sentita a disagio
si verific qualche giorno dopo quel viaggio. Tornai a casa
dai corsi un pomeriggio e trovai Jean Paul che piagnucolava:
Mi metteranno in croce, Tasha! Mi metteranno in croce!
mentre ripassava il primo movimento del pezzo composto
per la festa in giardino. Stava cercando di scegliere due opere
da far eseguire alla Cleveland Symphony Orchestra per la
loro nuova serie di concerti di compositori emergenti. All'inizio
il compito gli aveva dato una gioia puerile: per giorni
aveva saltellato per il dipartimento, scoppiando di orgoglio
per l'onore di essere fra i tre artisti scelti e l'unico sotto i trentanni.
Quel mattino per si era svegliato di pessimo umore e
aveva dichiarato, mentre eravamo ancora a letto, che tutto ci
che aveva scritto fino ad allora era solo ciarpame senza valore.
Da quel momento si era lanciato in una routine a cui
ormai mi ero abituata: le mani facevano uscire la musica dai
tasti a carezze, mentre la bocca le inveiva contro.
Gli piacer, fidati dissi.
Allora sono degli imbecilli! Picchiett delicatamente
un breve e adirato frammento di melodia.
Be', allora sono imbecille anch'io gli gridai di rimando,
non perch fossi arrabbiata - e come potevo esserlo? - ma
perch la melodia era ormai un caos martellante.
Lui smise di suonare per alcune battute, mi lanci uno
sguardo severo e poi torn a una variazione del suo primo
tema.
 solo perch sei innamorata di me. Anche se sembrava
provare un piacere perverso a insultare se stesso, non tollerava
denigrazioni nei miei confronti, soprattutto se ero io
a farle. Si infastidiva se dicevo anche soltanto che un certo
vestito non mi donava. Perdeva le staffe ogni volta che
accennavo di dover perdere il peso che avevo messo su nelle
nostre sostanziose cene; mi diceva che mia madre voleva
farmi diventare uno scheletro come lei e quando osservavo
che la bilancia non mentiva, dimostrava una tale esasperazione
che mi chiedevo se non fosse convinto di essere in
possesso di una verit pi profonda del fatto oggettivo. Tu
sei quanto di pi lontano ci sia da un imbecille.
Si era messo a suonare in silenzio e il viso aveva ripreso
l'aria da estasi ubriaca che significava che si stava di nuovo
godendo la sua musica. Io mi sentii riempita da quell'espressione
gioiosa, dai suoni straordinari che ci aleggiavano intorno
e dai toni melliflui del pomeriggio primaverile, provando
qualcosa che posso solo descrivere come un senso di completezza.
E tuttavia quello stesso senso di completezza mi
fece pensare a ci che aveva detto mia madre - che eravamo
fatti l'uno per l'altra - e mi spinse a chiedermi, solo per un
attimo, se il nostro essere complementi perfetti non smentisse
l'affermazione che fossimo uguali.
Quella fu l'ultima volta in cui ebbi un pensiero simile. Un
mese dopo la fine dell'anno accademico Jean Paul e io mollammo
la casa signorile per l'estate e passammo un mese e
mezzo con i miei negli Hamptons, seguito da un altro mese
e mezzo nei vigneti della sua famiglia. Entrambi i soggiorni
furono un assoluto successo. Negli Hamptons, Jean Paul e
mio padre passarono quasi tutti i giorni andando in giro per
antichit e giocando a golf, mentre mia madre e io prendevamo
il sole. La sera Jean Paul e io andavamo a sederci sulla
spiaggia e alternavamo lo scrivere e il fare l'amore con fluidit,
come se fossero due parti dello stesso esercizio. Quando
ce ne andammo passammo melodrammaticamente in
rassegna le cose che ci sarebbero mancate: i frutti di mare,
la spiaggia, i furori di mio padre che sembravano comici ora
che avevo qualcuno con cui riderne, l'eccentrica calorosit
di mia madre che sembrava molto pi nobile ora che qualcun
altro ne aveva confermato la forza terapeutica. Ma l'appagamento
ci segu nel Cognac.
La tenuta dei de Rochert sulle rive del Charente sembrava
uscita da un film, con scaloni grandiosi, pasti cerimoniosi,
domestici, cavalli e una famiglia raffinata che vi presiedeva
come benevole divinit. I nonni di Jean Paul erano cos
vecchi da non sembrare quasi vivi e durante le stantie cene
cerimoniose mi divertivo a chiedermi se ci fosse qualche
domestico incaricato di spostarli per casa come statue, perch
non li si vedeva mai in movimento. La madre, invece,
non stava mai ferma: slanciata ed elegante con i suoi neri
capelli corti, il fisico compatto e i tailleur firmati, correva
continuamente a Parigi a presenziare a eventi mondani o a
organizzare serate di beneficenza. Quando era a casa preparava
i corsi che teneva ancora al conservatorio o si muoveva
da una parte all'altra per sistemare particolari impercettibili
di qualche stanza, mentre discuteva ininterrottamente di
qualsiasi argomento elevato si potesse immaginare, di solito
in francese, anche se ogni tanto mi faceva la cortesia di passare
all'inglese: si rifiutava di credere che il mio vocabolario
fosse all'altezza del mio accento, cosa che, per quanto giustificata,
mi faceva andare su tutte le furie. Gli unici momenti
in cui sentivo Jean Paul tacere era in sua presenza. Non fu
mai calorosa nei miei confronti, ma neanche fredda e ci
facemmo diverse chiacchierate su Jean Paul e sulla musica,
chiacchierate che pensavo potessero costituire le fondamenta
per una futura vicinanza. Come a Long Island, lui e io passammo
la maggior parte del tempo a fare musica e a fare
l'amore, anche se in quell'occasione componevamo al pianoforte
a coda in quella che non riuscivo mai a chiamare la sala
ricevimenti e rimandavamo la collaborazione pi fisica fino
al momento in cui non ci trovavamo fra le spesse pareti di
camera sua. Negli ultimi tre giorni della nostra permanenza
ci raggiunse Clarisse, la sorella maggiore di Jean Paul, con le
sue tre bambine, arrivando in auto da Orlans; sotto la loro
influenza atletica ed esuberante imparai ad andare a cavallo,
a pigiare l'uva e a verificare la chiarezza del cognac.
Trascorremmo le ultime settimane dell'estate di nuovo
nella sua casa signorile, ridipingendo tutte le stanze in colori
vivaci, perch avevo letto da qualche parte che stimolavano
la creativit. Avevo fatto talmente l'abitudine alla nostra vita
agiata che fui sinceramente sorpresa quando una sera Jean
Paul mi ricord che le lezioni sarebbero riprese entro pochi
giorni e che sarebbe stato meglio iniziare a dare un'occhiata
al libretto dei corsi. Mi sembr ingiusto che quella stagione
dovesse finire, ma l'estate si tramut senza sforzo nell'autunno,
mentre noi continuavamo a crogiolarci nella nostra musica,
nella nostra vita e in ci a cui eravamo destinati, e mentre
io continuavo a credere spensieratamente nel nostro genio.
Probabilmente si sarebbe trattato di musica, vita e destino
per sempre, proprio come insisteva risoluto Jean Paul, se io
non avessi avuto un momento di debolezza nelle prime ore
di un piovoso giorno di novembre, che per caso era anche il
nostro anniversario. Appena a ridosso dell'alba, alcune note
mi si erano materializzate in testa svegliandomi da un sonno
agitato ed ero saltata fuori dalla pila di coperte per metterle
su carta prima che svanissero. Dato che il mio studio-sgabuzzino
era solitamente freddo e aveva il soffitto che perdeva,
perci inutilizzabile col brutto tempo, mi sistemai nell'asciutta
comodit della cucina. Mi sentivo piena di dolori e forse
anche un po' febbricitante (gi in partenza era stata probabilmente
la febbre a svegliarmi e non le note), ma per quasi
un'ora combattei la stanchezza e i brividi nelle ossa, vagando
tra il tavolo e il pianoforte nella stanza accanto, guardando la
pioggia creare e disfare forme sui vetri delle finestre, cercando
di estrarre la forma che invece speravo di avere dentro.
Era da mesi che non scrivevo qualcosa che mi piacesse e
quelle note erano sembrate molto promettenti. Alla fine per
dovetti ammettere che quella non sarebbe stata la nottata in
cui avrei sconfitto il mio blocco. Con un certo sollievo decisi
di farmi una tazza di cioccolata calda e poi tornarmene a
letto. Fu mentre bevevo la cioccolata, godendomi il debole
bruciore che portava per tutto il mio corpo in preda ai brividi,
che notai la grafia di Jean Paul spuntare da sotto la mia
risma di carta da musica ancora intatta.
Mi piace pensare che in condizioni normali avrei soffocato
la mia curiosit per rispetto delle sue cose private, ma non
so se sia vero. In quel momento la stanchezza e la voglia di
distrazione bastarono a convincermi che se non avesse voluto
farmi vedere che cosa aveva scritto non avrebbe lasciato
in giro la sua lettera.
Tirai fuori dalla pila di carta il foglio blu (rubato dal mio
cassetto) e vidi che la lettera era indirizzata a sua madre. Per
chiss quale motivo lo presi come ulteriore giustificazione
per continuare a leggere. Qua e l feci fatica col francese, ma
capii buona parte del contenuto, soprattutto perch ero gi
a conoscenza delle notizie: la musica che stava scrivendo, la
commissione per la Boston Symphony Orchestra che sembrava
potesse realizzarsi, l'anniversario che avremmo festeggiato
quella sera. Fu subito dopo che ebbi scoperto dove
intendeva portarmi a cena (non era il posto che mi aspettavo
e ne fui delusa) che la lettera prese una piega pericolosa
nel parlare di me. Appoggiai il foglio e sciacquai la tazza, ma
ripassando accanto al tavolo mentre andavo verso la porta
non riuscii a resistere. Rimasi in piedi, fingendo di non
volerlo fare, ma continuai a leggere.
Sono davvero contento che ti abbia fatto piacere parlare al telefono
con Tasha e ti assicuro che a lei ha fatto altrettanto piacere, se
non di pi. Voleva anche chiederti com' andata l'esibizione di
Nicole e se  riuscita a vincere il primo premio. A proposito, hai
ragione quando dici che Tasha  una persona che sa entrare molto
in sintonia: credo sia la qualit che ammiro di pi in lei e che ci
rende una coppia cos perfetta.  ci che la rende una violinista
tanto straordinaria e che la rende inestimabile per la mia evoluzione.
A volte penso che sia in grado di capire ci che scrivo
meglio ancora di me e questo mi aiuta a migliorare la volta successiva.
Per ogni tanto mi fa sentire anche triste per lei.
Poi il discorso si spostava su uno dei suoi cavalli preferiti che
doveva essere abbattuto. Io tornai al paragrafo che parlava di
me e rilessi l'ultima frase diverse volte, nella speranza di trovare
un errore nella mia traduzione. Triste per me? E perch
avrebbe dovuto sentirsi cos? Non poteva essere perch pensava
che il mio talento consistesse solo nella comprensione,
vero? Che chiamasse la sua musica nostra non perch avessimo
parti uguali nel crearla, ma perch gli dispiaceva che io
non riuscissi a scrivere un lavoro soddisfacente per conto
mio? Non poteva essere, ne ero sicura, ma pi rileggevo il
paragrafo, pi quella conclusione mi sembrava inevitabile.
Il mattino dopo, al risveglio, scoprii che i miei brividi notturni
erano effettivamente febbre alta. Jean Paul avrebbe
voluto restare a casa per prendersi cura di me, ma lo convinsi
a passare tutto il giorno all'universit per lasciarmi dormire
e perfino, anche se mi ci volle un po' di insistenza, ad
andare con qualche amico del dipartimento di Musica a
cena e al concerto i cui biglietti avevamo comprato mesi
prima. Non volevo essere costretta ad affrontare le sue premure
quando tutto ci che sentivo risuonarmi in testa era la
sua voce che diceva: Per ogni tanto mi fa sentire anche triste
per lei. Lasciai il mio regalo per lui - un volume rilegato
delle opere che aveva scritto fino ad allora - sul tavolo
della cucina e gli feci credere di essere addormentata quando
venne in camera per ringraziarmi. Nascosi sotto una pila
di carte nel mio studio il suo regalo per me: sempre il volume
rilegato delle opere che aveva scritto fino ad allora. Nessuno
dei due parl mai della coincidenza.
Per le quarantott'ore che dur, fui sinceramente grata alla
febbre. Dormii per la maggior parte del tempo un sonno
senza sogni, ma ogni volta che mi svegliavo ripassavo la' lettera
nella testa, esagerandola ai due estremi, prima rendendola
pi innocua possibile e poi pi dolorosa e viceversa.
Gli sforzi per darle un'interpretazione benevola non erano
semplici e cos iniziai a tramare la fuga e la vendetta: sarei
scappata non appena fossi guarita, cancellando ogni mia
minima traccia mentre lui era a un seminario; sarei sparita
senza fare rumore mentre lui credeva dormissi al suo fianco;
avrei finto di andare a casa per un po' e non sarei mai pi
tornata; e in ognuna di quelle fantasie alla fine avrei scritto
il brano musicale pi commovente che si fosse mai sentito e
glielo avrei dedicato. Presto per la rabbia e la voglia di vendetta
si consumarono e fui soltanto triste. D'altronde poteva
fare a meno di notare una cosa ovvia, quando proprio la
perspicacia faceva parte del suo dono prodigioso? E potevo
io dargli colpa per essersi tenuto per s quelle opinioni poco
lusinghiere? Perspicacia e gentilezza erano sue parti essenziali,
ci che me lo faceva amare troppo per poter scappare.
E dopotutto non l'avevo sempre saputo? Sapevo di non
essere come Jean Paul. Lo sapevo ed ecco perch mi fu cos
facile capire ci che intendeva nella lettera, per quanto le
sue parole avessero potuto sembrare ambigue ad altri.
Nel tempo che la mia temperatura impieg a tornare normale
ero pronta a fingere di non aver mai visto la lettera.
Esteriormente tornai a mostrarmi affettuosa e felice. E quasi
sempre ero affettuosa e felice, anche se non passava giorno
in cui non pensassi:  triste per me perch non ho quello
che ci vuole. Avevo smesso del tutto di dubitare della mia
interpretazione delle sue parole. Pi ci pensavo, pi mi sembrava
ovvio non solo che l'avesse detto, ma che avesse ragione.
Che cosa avevo mai realizzato da sola? Niente di cui
valesse la pena parlare. Senza un Noi non ero una compositrice
e cos decisi di smettere di torturarmi inseguendo fili
di note che non portavano da nessuna parte. Nel mio laboratorio
di composizione presi un incompleto, sapendo
benissimo che ci mi avrebbe costretto ad accettare un'insufficienza
rischiando di dover ripetere il mio terzo anno.
Tuttavia ripetere un anno sembrava meglio che fingermi
qualcosa che non ero.
Per soffocare il suono delle mie idee musicali che invocavano
una dedizione pi profonda iniziai a esercitarmi continuamente
al violino. Di sera, a letto, continuavo a suonare
mentalmente un pezzo finch non mi addormentavo. Era
per l'espressione della musica, non il suo puro suono
astratto, a darmi pi conforto e non riuscivo pi a convincermi
che quella non fosse una componente fondamentale
del motivo per cui scegliessi la musica che sceglievo. Proprio
per questo il dogmatismo di Jean Paul cominci a infastidirmi,
anche se cercavo di dirmi il contrario. Quando lui
inveiva, mi trovavo a contraddirlo silenziosamente. Come
fai a essere tanto sicuro che ci sia una e una sola cosa che la
musica  e dovrebbe essere? Guarda caso la musica evoca
emozioni per tutti, quindi chi sei tu per dire che non dovrebbe
farlo? Non feci mai queste obiezioni ad alta voce, ma
forse il mio viso parlava da s o forse lui notava dal mio
modo di suonare che non accettavo pi le sue teorie. In un
modo o nell'altro, presto le diatribe smisero di fluire liberamente
per casa.
Oltre al ritorno dell'espressione nelle note, qualcos'altro
inizi a cambiare nella mia musica. Col mio violino cominciai
ad affrontare Jean Paul. Dirgli che cosa avevo visto
sarebbe stato troppo per me: l'idea di dare voce a quelle
parole, di vederlo compatirmi... era molto meglio fingere
che non fosse mai successo. Per battermi contro di lui nella
mia musica era facile. Non solo facile, ma anche esaltante.
Ogni compositore era Jean Paul, ogni brano una battaglia.
Queste note sono anche mie, affermavo da dentro lo spartito;
appartengono anche a me e sto creando. Presto non riuscii
pi a suonare senza che la battaglia avesse luogo e anche da
Annabelle la cosa doveva venire fuori. La prima volta che
successe, mi era diventata cos naturale che non mi accorsi
nemmeno di ci che avevo fatto finch non terminai il breve
brano del concerto di Mendelssohn che avevo preparato per
la lezione. L'espressione sul viso di Annabelle mi fece venire
in mente un'innamorata respinta che vedesse l'amato tornare
strisciando umilmente.
Lo sapevo che c'era qualcosa di notevole che attendeva
di uscire da te mormor. Lo sapevo che era solo questione
di tempo. Suonalo di nuovo, per favore.
In poco tempo, su richiesta di Annabelle, cominciai ad
andare da lei tre volte alla settimana invece di una e a gradire
le lezioni invece di temerle.
Jean Paul non comment mai il fatto che fossi tornata
seriamente al violino, nemmeno per lamentarsi del mio suonare
incessante che gli rendeva difficile lavorare a casa.
Senza una parola di protesta, inizi semplicemente a comporre
in universit. Il suo silenzioso adattamento mi fece
male quasi quanto il contenuto della lettera. Lo presi come
indizio che fosse lieto di vedermi concentrata su quello che
considerava il mio vero talento, lieto che mi fossi rivolta a
obiettivi meno ambiziosi e alla mia portata, ambizioni che
non avrebbe nominato per non imbarazzarmi. Un pomeriggio
mi ricordai una cosa che aveva detto di mio padre, definendolo
affascinante come me, un talento unico nel
vedere e capire l'arte. S, certamente era lieto che, proprio
come mio padre tanti anni fa, avessi capito ci per cui ero
tagliata e ci per cui non lo ero. Trascorsi il resto della giornata
nel mio sgabuzzino, tenendo il broncio. Non riuscii
nemmeno a toccare il violino.
Fu pi o meno in quel periodo che Annabelle mi propose
di partecipare a un concorso internazionale. All'inizio
respinsi l'idea, che per divent sempre pi sensata man
mano che lei la ripeteva. Da bambina avevo preso parte a
diversi concorsi minori e mi ero piazzata sorprendentemente
bene. Andando all'universit, per, avevo deciso di
lasciarmi alle spalle cose simili: i concorsi erano per i virtuosi
e io non avevo nessuna intenzione di diventarlo. Tuttavia
ormai non facevo altro che suonare il violino e cos
diventava logico convogliare tutti quegli sforzi verso una
meta.
Il giorno in cui scoprii di aver passato la prima scrematura
del concorso di Vienna rimasi in giro fino a tardi, a pensare
al modo migliore per dire a Jean Paul che non avrei passato
le vacanze invernali rintanata con lui nella casa in campagna
a bere la sua deliziosa cioccolata e a recensire le sue
grandiose composizioni; sarei invece andata in Europa a
dimostrare il mio vero talento di fronte a una giuria di illustri
personalit. Sapevo che avrebbe voluto aiutarmi negli
esercizi e venire con me in Austria per accompagnarmi al
piano. Sapevo anche che non volevo coinvolgerlo.
Quando partiamo? fu la sua reazione, prevedibilmente
entusiasta, quando tornai a casa e lo trovai che mi aspettava
davanti a un souffl malriuscito.
Fu dura cacciare fuori le parole: Non partiamo. Parto.
Ma non posso accompagnarti al piano? In piedi nel
mezzo del soggiorno, con il suo incoraggiamento ancora
debolmente aggrappato ai lineamenti del viso, sembrava
ben pi ferito di quanto non mi fossi aspettata e quasi mi
manc la risolutezza. Non ti  permesso di portartene
uno?
Preferirei farlo da sola. Gli appoggiai la mano su un
braccio. Mi capisci?
Lui si strinse nelle spalle. Certo. Ovviamente. Devi farlo
da sola.
Non poteva per avere capito che volevo che se ne stesse
a casa perch ero mortificata. Non poteva certo sapere che
detestavo il suo essere fiero di me, perch la sua soddisfazione
per la mia tecnica mi ricordava i miei limiti. Se la mia
scelta continu a dargli fastidio, lui non lo diede a vedere e
anche se l'avesse dato a vedere non sono sicura che me ne
sarei accorta, perch mi immersi anima e corpo nella preparazione.
I due mesi successivi furono un piacevole vortice di pratica:
per me, l'equivalente di otto settimane di fila in una
fumeria d'oppio. Dovevo preparare un gran numero di
pezzi, molti dei quali di un livello tecnico pi avanzato di
quello a cui ero abituata. Specialmente per il turno preliminare,
che si basava sul virtuosismo, con molti movimenti
ultra-veloci dell'archetto, il mio punto debole. Annabelle e
io passammo ore solo per scegliere il capriccio di Paganini e
la fuga di Bach che presentassero le difficolt minori per me.
Contro il suo parere, decisi per la Fuga della Sonata in Do
maggiore e per il difficile Capriccio n. 4, perch li trovavo i
pi interessanti e reputavo che fossi pi propensa a provarli
senza sosta, come feci. L'ultima parte del turno preliminare
era il pezzo commissionato apposta per il concorso, un
frenetico brano di sei minuti scritto da un compositore olandese
di nome Ebels.
Grazie alla pedagogia esperta di Annabelle riuscii a mettermi
in tasca tutti e tre, guadagnando in precisione e velocit
in modo continuo, anche se non proprio esponenziale. Ci
mi permise di concentrarmi nel resto del tempo sui pezzi che
contavo potessero farmi vincere, nel caso fossi stata tra i
dodici fortunati che avrebbero passato il turno preliminare.
Per le semifinali preparai la Sonata n. 3 di Beethoven e i Palpiti
di Paganini e Kreisler, che eseguivo da anni e avevo portato
anche a qualche concorso in passato. Era per sui pezzi
per il turno finale, il segmento concertistico, che mi sentivo
pi sicura. Avevo scelto il Concerto n. 3 di Mozart e il Concerto
per violino e orchestra in Mi minore di Mendelssohn, due
tra le mie opere preferite, per la quota data nel concorso
all'austriaco e ai romantici. Annabelle e io eravamo concordi
sul fatto che se fossi arrivata alle finali avrei avuto una seria
possibilit di piazzarmi, anche soltanto sulla base del mio
Mozart. Pochi giovani violinisti avevano la pazienza per dare
ai suoi Concerti la sottigliezza di inflessione che richiedevano,
ma la pazienza era proprio ci che a me non mancava.
Durante quei due mesi vidi Jean Paul a malapena. Passavo
met del tempo da Annabelle e l'altra met nel mio sgabuzzino
a strimpellare e a cercare senza troppa convinzione
di non farmi buttare fuori dall'universit per scarso rendimento.
All'inizio Jean Paul tent di organizzare le sue giornate
secondo la mia nuova erratica scaletta perch potessimo
almeno cenare e dormire insieme, ma nel giro di poco
tempo io cominciai a mangiare mentre suonavo e a sonnecchiare
a brevi tratti. Non so se usassi quella mia immersione
nel violino come una scusa per evitarlo o se fossi sinceramente
troppo occupata per vivere una vita normale. Probabilmente
ero lieta di non dover decidere quale delle due
opzioni fosse pi probabile. Di nuovo Jean Paul non si
lament e ogni volta che ci incrociavamo mi chiedeva come
stesse andando la preparazione, in un modo che, lo sapevo,
significava che da ci che sentiva stava andando davvero alla
grande e che lui ne era fiero.
Durante quel periodo ci fu una sola eccezione al nostro
generale allontanamento e fu nella settimana precedente la
prima lettura completa del pezzo che gli era stato commissionato
dalla Boston Symphony Orchestra. L'aveva sparato fuori
in un tempo da record anche per i suoi standard - ventotto
minuti di musica in meno di un mese - e secondo me era il
suo lavoro migliore. Anche lui la pensava cos ed era il motivo
per cui era tanto ansioso per come sarebbe stato accolto.
Vagava per l'appartamento come posseduto, il viso contorto
in un continuo urlo silenzioso, l'orgogliosa schiena curva
sotto il peso della sconfitta. Mi bast strappare gli strati delle
varie emozioni che mi erano cresciute intorno e che ci avevano
fatto allontanare - la colpa, l'inferiorit, le ombre residue
di rancore - per sentire i nostri interessi fondersi di nuovo. In
quei sette giorni tornai a una scaletta pi umana, prendendomi
il tempo per sedermi con lui al piano e rassicurarlo, per
preparare la cena insieme e per fare l'amore quanto ci voleva
per stancarlo fino a farlo addormentare. Quando arriv, il
risultato della lettura fu ancora migliore di quanto non avessimo
sperato. Tutti erano d'accordo sul fatto che quello fosse
il suo lavoro pi imponente fino ad allora e che la prima gli
avrebbe dato risalto internazionale. Gli rimasi accanto giusto
il tempo di festeggiare con una bottiglia di champagne, poi
sparii nel mio sgabuzzino per tre ulteriori settimane.
Tornai a concentrarmi sul capriccio e sulla fuga, i pezzi
che pi di ogni altro avrebbero potuto essere la mia rovina.
Ero migliorata nella complessa diteggiatura, ma dubitavo
che i miei movimenti potessero reggere il paragone con
quelli di chi aveva alle spalle anni di conservatorio. Quando
avevo deciso di iscrivermi al concorso era stato pi che
altro per dare un obiettivo alla mia pratica, ma ormai non
volevo perdere. Non mi serviva necessariamente vincere,
ma volevo almeno arrivare alla finale. Volevo che il pubblico
sentisse il mio concerto di Mozart. Vedevo Paganini e
Bach come ostacoli da superare e li trattavo di conseguenza,
attaccandoli violentemente e non provando alcuna gioia
nel domarli. Per li domai eccome, come anche gli altri
pezzi. Li sentii diventare parte di me e scendermi nelle dita,
pronti a essere liberati a mio piacimento. Mi sentivo cos
piena di musica da non pensare nemmeno al vuoto lasciato
nella mia vita, dove una volta c'era la mia attivit di composizione.
Dove c'era stato Jean Paul a rafforzare un'autostima
in ribasso, c'erano ormai Bach, Mozart, Mendelssohn e
Paganini.
Un giorno, tornando dalla lezione con Annabelle, talmente
persa nei Palpiti da non fare caso a dove stessi camminando,
mi scontrai con Robert Masterson. Non lo vedevo da
mesi e si comport come se fosse felice di avermi incontrata.
Dov' la tua musica? chiese una volta esauriti i soliti
convenevoli. Ne sto aspettando dell'altra. L'ultimo pezzo
aveva mostrato progressi notevoli e mi eri sembrata sul
punto di una svolta positiva.
Ultimamente preferisco suonare il violino dissi, chiedendomi
se Jean Paul non si fosse sbagliato a liquidarmi cos
presto, prima di ricordarmi che l'opinione di Masterson su
di me era offuscata da considerazioni estranee alla musica.
Peccato comment. Vieni a trovarmi uno di questi
giorni e vedremo di cambiare la situazione.
Naturalmente non ci andai.
Una settimana prima che partissi per Vienna, Jean Paul mi
diede un certo filo da torcere per il diritto a venire con me.
Si era gi comprato i biglietti e io per un pelo non cedetti.
Avevi detto che non potevo accompagnarti al piano, non
che non potevo venire con te protest mentre tornavamo
insieme da un seminario. Io ero gi di pessimo umore, come
sempre dopo quel particolare seminario, alla fine di due ore
in cui venivo praticamente ignorata a favore non solo dell'incomparabile
Jean Paul, ma anche di alcuni perfetti idioti che
sapevo di poter demolire a parole se il professore non avesse
continuato a interrompermi prima che potessi finire la frase.
Era un noto misogino, famoso per aver dichiarato che il destino
di Harvard era stato segnato nel momento in cui era stato
concesso alle studentesse del Radcliffe College di iscriversi.
Non saprei dissi cercando di ricordarmi quella prima
conversazione sull'argomento. Ero sicura di avergli detto
che non poteva venire punto e basta, ma forse aveva capito
male. Non sono convinta.
Ti prego, ho gi comprato i biglietti. Non sono rimborsabili.
Il pensiero di averlo seduto fra il pubblico, orgoglioso
della sua violinista che suonava musica altrui in mancanza di
un'alternativa migliore, mi spaventava troppo. Fui irremovibile
e lui si arrese.
Nonostante quell'ultimo umiliante smacco, la sera prima
che partissi per l'Austria lui mi port a cena in un posto elegante.
A tavola mi massaggi le dita doloranti e tent senza
troppo successo di non farmi pensare al concorso parlandomi
dei nostri programmi per l'estate. Assecond perfino la
mia propensione alle effusioni un po' spinte in pubblico
sfiorandomi con le dita l'interno della coscia durante il dessert.
Lo lasciai fare come se fossimo felici senza complicazioni,
anche divertendomi a immaginare che lo fossimo, ma
intendevo dare un taglio netto alla serata una volta tornati a
casa. Volevo chiudermi nel mio sgabuzzino ed esercitarmi
un'ultima volta in uno spazio che mi fosse familiare e volevo
avere la testa libera da lui, una volta arrivata a Vienna.
Quando fummo nell'appartamento, per, Jean Paul mi disse
di aspettare in salotto e poi corse su per le scale.
Torn con due scatole, una piccola e una grande, avvolte
in carta da regalo. Aprii per prima quella grande. Era una
custodia per violino, vecchia e magnifica, di pelle morbida e
fine. Non poteva essere costata meno di qualche centinaio
di dollari e io scossi la testa incredula. Cercai di baciarlo, ma
lui si ritrasse.
Apri l'altra disse.
Lo feci lentamente, temendo che potesse contenere qualcosa
che non volevo, qualcosa di bianco e brillante che
avrebbe mandato completamente all'aria ogni mia possibilit
di far bene a Vienna. Quando spalancai la scatolina fui
cos spaventata dal terso luccichio dell'oggetto che conteneva
da non capire nemmeno bene che cosa stessi vedendo.
Era della nonna della mia trisnonna disse prendendo lui
in mano la scatolina ed estraendone un delicato filo di diamanti
e rubini. Se lo passano le donne della mia famiglia.
Ma... e Clarisse? chiesi. Non mi sentivo di poter accettare
un regalo tanto di valore. E non volevo.
Lui alz le spalle. L'ha mandato mia madre. Vuole che lo
abbia tu. E poi Clarisse non porta gioielli.
Ma quando si indossa una cosa del genere? chiesi.
Speravo la mettessi al concorso. Sapevo che le tradizioni
familiari significavano molto per Jean Paul: regalarmi
quella collana non era stato un gesto grandioso e vuoto.
Cercai di ringraziarlo, ma non riuscii a parlare. Mi sentivo
felice e abbattuta, colpevole e grata, arrabbiata e innamorata,
malinconica e ottimista, tutto allo stesso tempo; e non
potei fare altro che gettarmi ad abbracciarlo e sperare che
interpretasse il gesto come pi desiderava.
Passai le prime ore del concorso musicale pi prestigioso
del mondo stesa su un ruvido copriletto nella mia stanza
d'albergo.
Ero determinata a non pensare a Jean Paul e a che cosa
potesse fare in quel momento, distraendomi invece con il
libretto del programma che mi era stato dato nell'atrio. Stavo
valutando senza troppa convinzione la concorrenza, cercando
di estrapolare i potenziali vincitori soltanto sulla base dell'intensit
delle espressioni di ciascuno, ma ero turbata perch
capivo che ero io quella che aveva il livello pi basso tra
i quaranta partecipanti, molti dei quali avevano gi all'attivo
altre vittorie importanti. In pi, tutti avevano frequentato il
conservatorio anche dopo le superiori. Che io fossi una
mistificatrice (perfino la mia foto non andava, perch ero
l'unica che guardava dritta l'obiettivo, invece che nell'angolo in basso a sinistra, con il violino tenuto fermo con risolutezza
sotto il mento) era chiaro e ci inevitabilmente mi
riport a Jean Paul, il che mi provoc un disorientamento
che pass solo quando ripresi il libretto e ricominciai a sfogliarlo
apaticamente finch non arriv l'ora di recarsi alla
cerimonia di apertura. Fu allora che mi resi conto di non
avere idea di come si arrivasse alla Musikverein, sede della
Filarmonica di Vienna. Mi avventurai nell'atrio, sperando
che si stesse formando un gruppo diretto l, ma nei cinque
minuti in cui aspettai non successe niente del genere. Per fortuna
una delle eredit dei viaggi fatti da bambina con genitori
distratti era un impeccabile senso dell'orientamento per
vie sconosciute e cos riuscii a trovare da sola la strada.
Si era fatta sera e siccome non avevo mangiato dalla mattina
la mia prima impressione del leggendario edificio fu che
somigliasse in maniera sorprendente a una torta di compleanno,
ricoperta da una spessa glassa al lampone, con stampi
di crema burrosa. Fuori si era gi radunata una grande folla
in cui i miei colleghi e concorrenti si mischiavano agli appassionati
viennesi di musica. Mentre aspettavamo di entrare
nelle sale di quella ghiottoneria classica, io cercai di eccitare
dentro di me un po' di ansia: non mi trovavo soltanto in una
meravigliosa citt dove non ero mai stata prima, ma nella
culla della musica classica; e non ero l solo per vedere i
monumenti e osservare gli altri partecipanti, ma per dimostrare
il mio valore come violinista. Johannes Brahms aveva
diretto la Filarmonica in quello stesso edificio e se fossi arrivata
in finale vi avrei suonato anch'io. Avrei dovuto essere
nervosa, ma non lo ero. Tutto ci a cui riuscivo a pensare era
Jean Paul che scriveva per ore provando nostalgia di me.
Nella famosa Sala Dorata, sovrastata dai suoi nugoli di
di e dee, mi infilai in un posto di platea e ammisi a me stessa
che la completa mancanza di energia nervosa mi stava
facendo sentire estranea e sola. Io volevo essere l, volevo
partecipare al brusio di inquietudine che pulsava lungo le
file di poltroncine di velluto.
Mentre deploravo la mia calma, la donna seduta a fianco
si volt, indic il soffitto e con un forte accento spagnolo
disse: Apollo e le sue muse. Io guardai in su verso le divinit
sciamanti e mormorai: Non  strano come le muse si
siano trasformate da forze attive della creazione a catalizzatrici
passive? Lei mi guard diffidente per un attimo - chi
poteva darle torto? - e poi sorrise.
Io sono Maria. Allung una mano ben curata, con il diamante
pi grande che avessi mai visto. E tu sei interessante.
Mentre l'orchestra accordava gli strumenti, mi disse che
aveva ventisei anni e che si esibiva da moltissimo tempo
senza grossi riconoscimenti. Appena qualche mese prima
era arrivata terza al concorso Regina Elisabetta, in Belgio.
Sulla scia di quel risultato era stata invitata a suonare con
diverse orchestre di una certa importanza, soprattutto in
America Latina, concerti che avevano ottenuto riscontri
positivi dalla stampa. Il suo agente era convinto che una vittoria
a Vienna l'avrebbe catapultata verso un fitto programma
di tourne, mentre una sconfitta avrebbe avuto un effetto
devastante sul suo slancio, soprattutto dal momento che
aveva un marito con ambizioni politiche per il quale una
moglie in carriera poteva essere giustificata soltanto da una
buona dose di fama e di successi.
Tir fuori una cartella e mi mostr delle fotografie, qualche
ritaglio e un comunicato stampa su carta patinata.
Tu non hai una cartella stampa? chiese.
Io scossi la testa. Ho appena iniziato.
Devi fartene uno il prima possibile mi avvis seria. Poi
sottovoce aggiunse:  dura. Per gente come noi, le foto
possono essere utili.
Sentii un fugace brivido di esaltazione nel far parte di un
ambiente cos fascinoso e competitivo, ma poi pensai: Ma
cosa se ne fa di una cartella stampa un vero artista ? e tornai
alla mia aria distaccata.
Praticamente non mi godetti il concerto, sentendomi
troppo alla deriva per poter assimilare i suoni. Rientrata in
albergo mi venne da chiamare Jean Paul, ma mi addormentai
prima di averne la possibilit.
Mi svegliai tardi il pomeriggio seguente, al suono di musicisti
di strada che eseguivano una canzone slava sotto la mia
finestra. Dopo una robusta colazione nella sala da pranzo
dell'albergo arrivai fino alla Konzerthaus per sentire la mia
nuova amica Maria esibirsi nel turno preliminare. Era brava,
ma fin dalle prime battute fu chiaro che le mancava quella
musicalit particolare che l'avrebbe spinta al livello successivo.
L'immagine di lei che tornava sconfitta dall'autoritario
marito - me lo immaginavo tarchiato e coi baffi a manubrio
- era ben vivida nella mia mente. Avrei voluto sgattaiolare via
prima che mi trovasse, ma in mattinata avevo sentito che il
ragazzo che avrebbe suonato dopo di lei, un ventenne sovietico
esageratamente alto e magro, fatto pi come una parabola
che come una linea retta, era straordinario; cos finii per
rimanere seduta al mio posto. Vladimir Stobetskij era il
violinista che tutti erano qui per battere; aveva gi vinto due
concorsi internazionali minori e girava voce che quello fosse
il suo ultimo concerto prima di lanciarsi nella carriera solista.
Ascoltarlo suonare voleva dire essere invitati a un momento
particolarmente intimo, essere portati a confrontarsi tanto
con la musica quanto con lui e finire per amarla proprio
come l'amava lui. Mi ricord molto il leggendario Yehudi
Menuhin, che avevo visto esibirsi una volta alla Carnegie
Hall, ma c'era anche qualcosa di unico nel suo modo di suonare,
qualcosa di grezzo e tuttavia squisitamente controllato.
Maria probabilmente scivol nella poltrona vicina alla mia
nel bel mezzo dell'esecuzione, ma non la notai finch Vladimir
non pieg il suo fisico concavo in ampi e improvvisi
inchini all'applauso del modesto pubblico.
 stato incredibile dissi rivolgendomi a lei.
Lo so. Notai che aveva le lacrime agli occhi, ma non ero
sicura se piangesse per la propria esibizione o soltanto commossa
da quella di Vladimir. In ogni caso avevo dimostrato
poco tatto lodando lui senza dire niente su Maria.
Anche tu sei stata meravigliosa sottolineai. Grande
tecnica.
Paganini mi ammazza disse lei scuotendo la testa.
Passo cos tanto tempo a cercare di padroneggiare la diteggiatura
che dimentico di trasformarla in musica. Mio marito
sar contento, eh?
Sei troppo pessimista le dissi, ma sapevo bene quanto
lei che sicuramente non avrebbe passato i preliminari con
un Paganini simile.
Ascoltammo qualche altro concorrente, quasi tutti migliori
di lei e nessuno che anche soltanto si avvicinasse al livello
di Vladimir, poi uscimmo in cerca di un posto dove cenare.
Finimmo in un caff a qualche isolato dalla Konzerthaus,
dove il virtuoso dall'URSS stava gi avvolgendo una tazza con
le sue dita innaturalmente lunghe.
Ti spiace se ci sediamo con te, Vlad? chiese Maria. Era
una veterana dei concorsi e conosceva molti dei violinisti
che affollavano Vienna, cos non fui sorpresa del fatto che
conoscesse Vladimir Stobetskij.
Lui spost una pila di giornali francesi, tedeschi, inglesi e
austriaci. Seppi in seguito che fino alla caduta della Cortina
di Ferro aveva passato il novanta percento dei suoi soggiorni
all'estero a leggere tutto ci che trovava. Per quanto lo
riguardava, il visto speciale che gli era stato concesso come
musicista di livello internazionale era poco pi di una tessera
bibliotecaria nobilitata.
Prego disse indicando le sedie vuote.
Spero che non ti dia fastidio se lo dico, ma sei incredibile.
Mi sedetti di fronte a lui. Una volta ho sentito Yehudi
Menuhin suonare alla Carnegie Hall e tu me lo ricordi.
Ma io mi chiamo Vlad rispose con un sorriso sconcertante.
E io Tasha. Allungai la mano incerta, intimidita da una
spavalderia cos altezzosa da rifiutare un paragone con
Menuhin. Invece di stringere le dita che gli offrivo, le baci.
Natasha Darsky.
S. Come fai a saperlo?
Mi ricordo la tua foto. Nel libretto. Scacci via ulteriori
approfondimenti con le sue dita-spaghetti.
Dobbiamo parlare di salsicce. Guard il menu con aria
solenne. Maria,  veramente difficile decidere che cosa
mangiare. Perch a Vienna ogni piatto deve avere del maiale?
A me non piace mangiare i maiali. Sono troppo intelligenti.
Natasha Darsky, a te piacciono i maiali?
Non proprio.
Certo, perch sei russa e a noi russi non piace mangiare
i nostri simili.
Sono russa solo a met lo corressi, senza sapere perch
me ne prendessi la briga. E non sono neanche quello.
Voglio dire, sono ebrea.
Un altro popolo che rispetta i maiali. Allora a questa
tavola non li mangeremo. Il che ovviamente significa che
dovremo mangiare molto zucchero, perch  l'unico altro
ingrediente che vedo sul menu.
Vladimir continu su quel filone, imponendo la direzione
del discorso con la sua pesante mano - o per meglio dire con
la sua lingua tagliente - finch Maria non si scus, affermando
di doversi svegliare presto l'indomani mattina per esercitarsi
di nuovo. Senza di lei Vladimir si calm e divenne quasi
placido.
Allora... Si mise comodo contro lo schienale, con una
sigaretta che gli pendeva in equilibrio precario dalla bocca.
Adesso che non abbiamo intorno quella chiacchierona di
Maria, dimmi perch vuoi vincere il concorso di Vienna.
Non vorrei... risposi. Cio, non potrei vincerlo. Per
volevo venirci. Volevo suonare.
Ah, volevi venire a suonare. S,  una bella cosa venire a
suonare, eh? Di prim'ordine.
E tu perch vuoi vincere? chiesi, mal sopportando di
farmi prendere in giro e desiderosa di portare altrove il
discorso.
Perch voglio vincere? Ah, questa  una domanda completamente
diversa. Io voglio vincere perch  quello che
devo fare. Ma non preoccuparti, vincer.
Prese uno dei giornali e ricominci a leggere, ma dopo
qualche secondo sbirci da sopra il bordo per assicurarsi
che lo stessi ancora guardando.
Non vuoi sapere perch devo vincere? Ti stupiresti che
sia cos calmo.
Ho una vaga idea.
Be',  un motivo solo mezzo vago. Se vinco, una vita
distinta di libert e lusso. Se perdo, una vita vaga. Probabilmente
in qualche orchestra siberiana o se sono fortunato un
circuito provinciale di concerti.
Solo per un concorso?
Certo, perch no? Efficienza. Mi piace. Prese di nuovo
il giornale, forse perch ormai sicuro che apprezzassi la sua
noncuranza di fronte a una pressione insopportabile, come
in effetti facevo.
Dovrei rientrare. Spinsi all'indietro la mia sedia, anche
se ero riluttante ad andarmene.
Non rimani qui seduta con me in questa sera viennese
stellata? Speravo potessimo leggere il giornale insieme. Ad
alta voce. Sai, come poesie d'amore.
Devo andare a letto. Tu no?
Pi tardi disse. Ci vediamo domani.
Io mi risedetti, cullata dalla fioca luce dei lampioni che
attraversava le finestre cadendo sul nostro tavolo di ferro
battuto, dalle voci allegre che ci vorticavano intorno e dalla
promessa di sentirmi leggere 1 'Herald Tribune come se fosse
un sonetto di Shakespeare.
Okay, leggimelo dissi, ma lui mi pass il giornale lungo
il tavolino.
Leggilo tu a me. E pi bello nella voce di una donna.
La mattina dopo mi alzai presto, sperando di riuscire a fare
qualche giro da turista prima di dover salire sul palco.
Annabelle mi aveva sempre consigliato di non esercitarmi il
giorno stesso di un concerto ed era un consiglio che non
avevo troppe difficolt a seguire. Non avevo visto molto di
Vienna il giorno prima; i miei spostamenti mi avevano portato
in giro per tutta la RingstraBe e di nuovo al punto di
partenza. Pensavo che un tour musicale potesse darmi ispirazione.
Alla bottega nell'atrio dell'albergo comprai una cartina
astutamente mirata agli amanti della musica, per partire alla
conquista dei monumenti e dei luoghi pi importanti entro
il primo pomeriggio. Visitai velocemente le stanze-museo di
Johann Strauss, dove il re del valzer aveva composto Sul
bel Danubio blu, poi mi fermai un po' nella Haydn Wohnhaus,
piacevolmente arredata, dove il grande compositore
scrisse i suoi ultimi oratori e diede lezioni a Beethoven. Feci
una pausa in un caff per trangugiare delle paste, ordinandole
tutte mit Schlag, poi corsi alla Beethovenhaus, che
aveva ospitato il grand'uomo solo per un anno ma che ora
conteneva la migliore collezione di suoi cimeli.
Nella Figarohaus, la rispettabile dimora borghese dove
Mozart aveva trascorso i pochi anni felici della sua vita, ebbi
un colpo di fortuna e mi imbattei in un gruppo di turisti
americani con una guida esperta. Non sembrarono infastiditi
dal fatto che li seguissi da una stanza all'altra, cos quando
uscirono coprii con loro il breve tratto fino allo squallido
edificio in cui il compositore era morto a trentacinque
anni, mentre lavorava sul Requiem.
La camera in cui Mozart aveva esalato il suo ultimo faticoso
respiro era angusta e lugubre, ma a me sembr pervasa
da qualcosa di oscuramente luminoso, come un quadro
del mio grande artista, lo spirito di quella musica ossessionante
e vanagloriosa che si era riversata da lui nelle sue
ultime ore e che in quel momento stava suonando, dolente
ma trionfale, attraverso me. Chiusi gli occhi e provai a
immaginarmi la scena, con l'artista moribondo che scriveva
febbrile fino a tarda notte - o aveva dettato il lavoro alla
moglie Constanze, come ricordavo di aver letto da qualche
parte? - donando al mondo un'espressione della condizione
di esseri mortali pi articolata di quanto una vita potesse
mai essere.
Per tutta la mattinata mi ero persa in teatrali fantasticherie,
ma l vi caddi pi pesantemente del solito. Ero presa da
estasi banali ma sincere - chiedendomi come della musica
che sembrava il progetto originale di Dio per il suono, possa essere nata dalla mente di un uomo, o tremando al pensiero
di quanto il mondo sarebbe stato pi povero se lui non
fosse mai nato -, quando la voce stridente di una mia connazionale
mi distolse dai miei pensieri.
Non  tragico? Un genio come Mozart che muore in un
posto simile?
Era un tipo di donna che conoscevo bene, la classica
cliente fissa della galleria dei miei: fanfarona di Brooklyn
incrociata con salottiera di Manhattan, bardata in una pacchiana
armatura di gioielli costosi e magari orgogliosa proprietaria
di una formidabile tela monocromatica che lei in
segreto considerava solo una mano di vernice, ma che lodava
entusiasticamente ogni volta che qualche artistoide
veniva a cena. Era probabile che gliel'avessero venduta proprio
i miei. L'avevo discretamente evitata fin dalla Figarohaus,
quando mi aveva dichiarato dritto nell'orecchio, disinvoltamente
e con sicurezza, che secondo lei la pi grande
opera di Mozart erano i Concerti brandeburghesi, ma era riuscita
a orbitarmi accanto senza che me ne accorgessi.
Non  tragico? gemette, di nuovo senza rivolgersi a
nessuno in particolare, se non forse l'imponente marito, che
stava cercando anche lui di tenersi a distanza.
Tragico? avrei voluto gridare. Mozart  tragico? L'idea che
quella donna, quel tozzo ammasso di carne ignominiosa,
cos tracagnotta e solida, con ogni sua particella attratta inesorabilmente
dal terreno, potesse compatire la pi grande
intelligenza musicale mai esistita, eterna ed eterea, con ogni
neurone teso verso il cielo, scaten qualcosa in me. Mozart
compatito! Mozart definito tragico con un sospiro condiscendente!
Che cosa non avrei dato io per morire misera e
tormentata, ma avendo scritto il Requiem.
Avevo il fiatone mentre fissavo con odio gli occhi pesantemente
truccati della mia confusa avversaria. Il vago stordimento
romantico che era cresciuto saldamente nel corso
della mattinata si era dissolto senza lasciare traccia.
Callide ombroso di Socrate al fianco! le gridai cripticamente
prima di correre fuori, in strada, lasciandomi dietro
una folla di sguardi interrogativi.
Era un verso da una delle poesie di Adrian, un dialogo fra
l'edonista Callide e il filosofo Socrate, l'uno amante della
vita e l'altro disposto a sacrificarla, ma i miei amici e io l'avevamo
adottato come una specie di mantra. Pensavamo riassumesse
perfettamente il giusto ordine delle priorit: infelicit
e genio piuttosto di piaceri terreni e... be', il non-genio.
Privatamente avevo sempre considerato l'idea severa e melodrammatica,
ma esprimerla l, pormi di fronte alla scelta fra
quei due stili di vita proprio davanti alla casa di Mozart, a
pochi minuti dalle case di Beethoven, Brahms, Haydn, Schubert,
Schonberg e tanti altri - nella terra promessa della
Trib della Grandezza, in un certo senso - e riconoscere che
la scelta non era mia, che era stata fatta per me quando Dio
o il caso o chicchessia aveva deciso che avrei avuto una
mente arrancante e plebea come tante, incapace perfino di
comporre qualche partitura degna di nota, mi ridusse in uno
stato che posso soltanto definire di crollo completo.
Mi sedetti sulla bassa e sporca scaletta d'ingresso di una
casa che un tempo avrebbe potuto appartenere a un insignificante
vicino di Wolfgang Amadeus e piansi. Io non piango
spesso e in particolare non piangevo da quando avevo trovato
per caso la lettera di Jean Paul, mesi prima. Ero stata
depressa, avevo tenuto il broncio, mi erano venute le lacrime
agli occhi, ma non avevo pianto. L invece mi misi a singhiozzare,
a gemere: perch non ero quella che i miei avevano tanto
voluto che fossi, perch non avevo peso nell'unico mondo di
cui mi importasse, ma soprattutto perch non ero il tipo di
donna che avrebbe potuto amare Jean Paul nonostante tutto.
I turisti americani che avevo scioccato poco prima con la
mia reazione assurda cercarono di tenersi il pi lontano possibile,
dall'altro lato della via, dopo essere usciti in fila dalla
casa di Mozart. Non me ne fregava niente di dare spettacolo. La natura estrema del momento rendeva tutto pi semplice
e mi dava forza; e quando i singhiozzi iniziarono a sfumare
in sospiri, scoprii di sentirmi una meraviglia. Sentivo
di voler vincere il concorso. Era una sensazione deliziosa
che mi ispirava e mi elettrizzava e sebbene non ci fosse nessun
rischio di arrivare in ritardo iniziai a correre verso l'albergo
per prendere il violino e poi verso la Konzerthaus,
dov'era in programma che suonassi il Capriccio n. 4 di Paganini
di l a un'ora. Ovviamente arrivai in anticipo e restai
seduta dietro le quinte, godendomi il torcersi dello stomaco
e il tremito delle dita. Quando salii sul palco dissi tra me: Lo
suonerai meglio di quanto tu non abbia mai suonato. Alla fine
fu un'esecuzione tutt'altro che brillante dal punto di vista
interpretativo: le mie dita si comportarono come parti meccaniche
sconnesse fra loro, suonando automaticamente le
note che avevano memorizzato, come quelle spettrali note che spuntavano sempre nei cartoni animati di Bugs
Bunny. Tecnicamente per fu impeccabile.
Uscendo mi imbattei in Vlad.
Hai un suono meraviglioso mi disse tenendomi aperta
la porta. Fui tentata di fermarmi a sentire che cos'altro aveva
da dire sul modo in cui suonavo, ma ero pi impaziente di
riprendere a esercitarmi. Mentre mettevo la sordina allo
strumento provai a telefonare a Jean Paul, pi per senso del
dovere che per un desiderio di parlargli. Non era in casa.
Per lui era insolito essere fuori a quell'ora del giorno e mi
pass per la testa che potesse farlo perch in mia assenza
l'appartamento gli sembrava vuoto. Assurdamente, l'idea di
mancargli mi rese furiosa prima con lui e poi con me stessa,
per essere cos illogica e ingiusta. Ordinai la cena in camera
prima di scivolare beatamente in Bach.
Il giorno dopo l'atmosfera alla Konzerthaus era cambiata,
ma solo perch era diventata pi tesa, anche se tutta quell'energia
nervosa nell'aria era elettrizzante. Rimasi dietro le
quinte con Maria finch non fu pronta a suonare e mi meravigliai
ai bizzarri riti che venivano praticati l intorno. Una paffuta
ragazza orientale era andata a lavarsi le mani pi o meno
quindici volte nell'ultima mezz'ora e due tedeschi stavano
facendo quello che poteva essere tranquillamente descritto
come l'adorazione di un pezzo di pece. Solo Vlad sembrava
calmo, stravaccato pigramente su una sedia, i riccioli che rimbalzavano
a tempo con la musica che si diffondeva dal palco.
Lasciai Maria appena prima che toccasse a lei e andai a
trovarmi un posto a sedere. Dalla mia poltroncina in fondo
alla sala ascoltai ogni nota, spronandole tutte a essere perfette.
Il suo Bach fu incomparabilmente meglio del Paganini,
ma non abbastanza buono da compensare il danno che era
gi stato fatto. Vlad fu di nuovo strabiliante, il suo suono
intimo e cordiale.
Dopo mi invitarono a cena con loro, ma io tornai di corsa
in albergo a esercitarmi.
Il pomeriggio seguente eseguii la fuga di Bach, liberandomi
senza sforzo dei fulminei passaggi da virtuoso come se
non fossero mai stati un problema. Quel giorno fui anche
soddisfatta del potere comunicativo della mia interpretazione:
la sera prima avevo scoperto che potevo ottenere molto
di pi dal brano riducendo i fuochi d'artificio, abbassando
il volume a cui suonavo, la gamma della dinamica e il livello
del vibrato. Richiamando il meno possibile l'attenzione su di
s, il violino riusciva a trasmettere la grazia semplice della
linea melodica.
Mi precipitai in albergo subito dopo la mia esibizione,
impaziente di perdermi nell'Ebels, l'unico pezzo che non
ero riuscita a farmi piacere. Per me era ancora una battaglia
costringermi a non scorrerlo in fretta e a casaccio e rimasi
sveglia tutta la notte a sudare sul particolare legato e impiegando
tutta la mia energia negli interminabili trilli. Non cercai
nemmeno di chiamare Jean Paul. Ero sicura che non
sarebbe stato in casa comunque.
Di nuovo la mia esecuzione and bene e di nuovo incontrai
Vlad uscendo.
Il miglior Ebels, senza dubbio mi salut. Meglio del
mio, meglio di quello di Huang Long. Sono stato qui tutto
il giorno ad ascoltare. Senza dubbio passerai il turno.
Be', non saprei dissi, ma anch'io ero rimasta tutta la
mattina ad ascoltare e aveva ragione. Alcuni fra i violinisti
avevano una sonorit ricca che non avrei mai saputo ottenere
neanche nelle mie giornate migliori, altri davano alle loro
note un'invidiabile chiarezza, ma nessuno era riuscito a
unire sonorit, il livello di brio e di effetti, il vibrato, l'attacco
o qualunque altra delle infinite variabili all'anima implicita
dell'opera, la figura scarna e pallida che avevo sorpreso
a fissarmi cos palesemente da dietro la musica algida e controllata
di Ebels. Seduta l avevo iniziato a pensare a ci che
Masterson mi aveva detto una volta, che nessuno avrebbe
potuto completare il suo concerto come avevo fatto io, nonch
ai commenti che Annabelle aveva buttato l ogni tanto
riguardo alla mia singolare abilit nell'interpretare un pezzo,
commenti che avevo sempre ignorato considerandoli esagerazioni
ungheresi. Avevo sempre saputo di essere brava a
suonare il violino, certo, ma era un talento che consideravo
simile al saper fare bene l'idraulico. Conoscevo le regole,
conoscevo gli strumenti e facevo un buon lavoro. L per mi
trovavo per la prima volta a valutare se potessi avere un
dono particolare diverso da quello della composizione, se ci
fosse davvero qualcosa di nuovo che potessi dare al mondo
tramite il mio violino anche se non si trattava una disposizione
inedita di note e se quello, dopotutto, fosse un talento
da considerare degno.
Maria ci sta aspettando continu Vlad, interrompendo
i miei pensieri. Suo marito  arrivato senza preavviso e ci
vorrebbero a pranzo con loro. Quando menzion il marito
il suo viso mostr un certo disgusto.
Lo seguii fino a una birreria all'aperto nel mezzo del Prater,
prestandogli distrattamente orecchio mentre indicava
aspetti interessanti degli eclettici stili architettonici della
citt. Anche per lui era la prima volta a Vienna, ma non lo si
sarebbe detto dalla sua padronanza della storia e dei tesori
artistici del luogo. Maria era gi l col marito, un uomo alto
e bello, senza baffi a manubrio sul viso da ragazzo. Tutti e
due si alzarono e ci salutarono baciandoci.
Oggi non sono riuscita ad ascoltarti, Tasha. Ero sicura di
riuscirci questa volta, ma Gabriel mi ha fatto una sorpresa.
Non avresti dovuto perdertela dichiar arcigno Vlad
piegandosi in una sedia.  stata la migliore.
Non  vero protestai.
E invece s mi corresse lui perentorio.
Passammo il resto del pomeriggio a fissare ansiosi le
nostre birre; anche Gabriel rimase solenne e silenzioso, contagiato
dal nostro umore (o forse era sempre cos). Ci staccammo
malfermi dalle nostre sedie solo quando fu ora di tornare
alla Konzerthaus per sentire l'annuncio dei semifinalisti.
Mentre ci accalcavamo nella grande sala, mi chiesi se sembravo
miseranda come le persone che avevo intorno, occhi
spalancati da un terrore manifesto, le bocche chiazze di
rosso slavato in visi infossati. Quando una voce maschile inizi
a far rimbombare sillabe con un forte accento tedesco,
sentii le ginocchia cedermi a ogni nome che non era il mio.
Vladimir Stobetskij.
Huang Long.
Ryan Melducci.
Maureen Fairchild.
Sette nomi a cui non riuscii a dare un volto. E poi il mio,
Natasha Darsky. Ultimissima, ma comunque nella lista. Fu
solo quando Maria mi abbracci che mi resi conto che il suo
nome non c'era.
Quando uscimmo dalla sala il mio primo istinto fu di chiamare
Jean Paul. Feci una lunga coda per telefonare dall'atrio
e lasciai suonare a lungo prima di riagganciare esasperata.
Mentre facevo il numero dei miei pensai furiosa: Non sapeva
che stasera era il battesimo del fuoco? Non gli importa niente?
Poi per mi ci volle solo qualche secondo per intuire che no,
non sapeva che quella sera era il battesimo del fuoco perch
io non lo avevo contattato per dirglielo, ma ci non plac per
niente la mia rabbia. Tornare dai miei amici, che mi aspettavano
vicino alle porte, non fece che aumentare la mia irritazione.
Da qualche parte Jean Paul stava conducendo la sua
solita vita, ignaro del fatto che io stessi passando un momento
di quelli che cambiano l'esistenza. Non avevo dubbi che
se lo avesse saputo ne sarebbe stato orgoglioso, ma in un
modo che avrebbe reso il mio trionfo meno solido. Anche
quello nutriva il mio risentimento.
Anzich tornare in albergo a rodermi, mi gettai per i locali di Vienna insieme a tre inglesi pieni di energia. Maria e il
marito erano tornati al loro albergo per fare i bagagli e Vlad
se n'era andato con loro, forse per leggere o forse a esercitarsi
per il secondo turno. Quella notte, ballando fino all'alba
e trangugiando cocktail offertimi da estranei di bell'aspetto
che mi parlavano in una vasta gamma di lingue differenti,
divenni sempre pi convinta che quello fosse uno
stile di vita a cui avrei potuto anche abituarmi.
Il mattino dopo mi alzai tardi, sentendomi intontita ma
decisa. I tre giorni successivi erano liberi per permettere ai
dodici concorrenti rimasti di prepararsi per le semifinali e io
sapevo di dovermi esercitare senza sosta se volevo avere una
possibilit di vincere.
La sera prima delle semifinali sentii Jean Paul. Lo stomaco
mi si contorse piacevolmente al suono della sua voce e
sognai di potermi infilare nella cornetta e sbucare dall'altra
parte.
Come mi piacerebbe averti sentita! ripeteva mentre gli
raccontavo i vari eventi, il Paganini, il Bach, l'annuncio. Se
ci fossi stato! Fai attenzione, Tasha. Potrei farti uno scherzetto
come quel marito venezuelano.
Io risi, fondamentalmente perch ero felice di avere la sua
voce, cos familiare, tanto vicina all'orecchio. L'idea che si
presentasse l, per, non mi divert per niente.
Non ci provare. Tenni nella voce un po' della risata per
stemperare il commento, ma usc forzata. Mi renderesti nervosa.
Non sarei arrivata fin qui se ci fossi tu. Era vero. La sua
presenza qui, lo sapevo, mi avrebbe non soltanto reso impossibile
vincere; mi avrebbe reso impossibile voler vincere.
Non riesco a credere che io ti renda nervosa disse lui
con tono ferito, anche se gliel'avevo gi detto altre volte in
passato, spiegandogli perch la sua presenza a Vienna non
fosse gradita.
Be',  cos. Ma adesso raccontami cosa succede a casa.
Stai lavorando come un matto, adesso che non ci sono io a
distrarti?
Ero convinta che una volta riagganciato sarei stata piena di
emozioni spiacevoli - il mio sempre pi consueto cocktail
di rimorso, amore, rabbia e commiserazione -, ma tutto ci
che provai mentre ero distesa nel letto e cercavo di addormentarmi
fu nervosismo. Quel giorno un'altra partecipante
mi aveva dato dei betabloccanti che le aveva prescritto il
medico. Mi aveva detto che li prendeva sempre prima di
un'esibizione per tenere pi salde le mani e io avevo deciso
di provarli invece come una specie di sonnifero, sperando di
potermi assopire se il mio cuore si fosse calmato. Ci sarebbero
stati tre giorni di semifinali con quattro violinisti sul palco
ogni sera e il mio turno era solo al terzo giorno. Se volevo
essere minimamente in forma dovevo trovare un modo per
dormire sotto quella pressione.
I giorni seguenti furono un vortice di ansia. Mi esercitai
di continuo, facendo pause solo per mangiare, dormire e
ascoltare i miei rivali. Mi sentivo come se occupassi un oscuro
angolino di una dimensione in cui solo il suono aveva una
qualche concretezza. Il sapore del cibo, la sensazione del
mio corpo: la mia coscienza di queste cose era onirica, come
se ci fosse una nebbia a separare la mia vera essenza da qualsiasi
parte di me non impegnata a produrre suono. Solo il
violino si imponeva pienamente vigile su di me e sembrava
che lo udissi con ogni parte del corpo e della mente, come
se non fossi altro che mille orecchie e mani, che ascoltavano,
facevano correre l'archetto e le dita. Quando mi ritrovai sul
palco la terza sera, quel senso di iper-vigilanza divenne cos
forte che sentire il La suonato dal pianista che mi accompagnava
e accordare il violino mi fece quasi male. Per quando
una voce annunci: Natasha Darsky eseguir la Sonata
n. 3 di Beethoven e i Palpiti di Paganini e Kreisler persi
anche quella sensazione e scomparii, lasciandomi dietro solo
la musica. Quando tornai in me sentii un applauso travolgente
e fui accompagnata fuori da una mezza dozzina di
voci familiari che mi assicuravano che avrei passato il turno.
Quando ci avvenne - il risultato fu annunciato l'indomani
- smisi di prendere i betabloccanti.
Avevamo un solo giorno per prepararci alle finali e in quel
lasso di tempo ci fu una sola possibilit per ripassare i nostri
concerti con i musicisti assegnatici dalle varie orchestre professionistiche
di Vienna. Passai la mattinata a provare con
l'ensemble e mi stavo preparando a tornare di fretta all'albergo
(valutando se riprendere i betabloccanti e rifugiarmi
di nuovo nell'oscuro angolino di una dimensione che per me
si era rivelata molto produttiva) quando Vlad mi raggiunse.
Non dirmi che vai a esercitarti mi rimprover. Io tenevo
la custodia stretta al petto come per paura che scappasse.
Mai, mai esercitarsi il giorno prima di una finale. Ci perderesti
il senno e perderesti la musica. Ringrazia Dio che hai
me qui.
Lasciai che Vlad mi portasse nell'unico luogo storico
musicale che non avevo ancora visitato, la stanza dove Franz
Schubert era morto a trentun anni, senza un soldo e ancora
sconosciuto come artista. Era uno dei posti che speravo di
riuscire a visitare prima di ripartire da Vienna, ma una volta
l non vi feci quasi caso: stavo ripassando nella mia testa in
maniera ossessiva i due brani rimanenti, sentendomeli gi
ben saldi nel profondo delle ossa, ogni trillo, ogni glissando.
Credevo di essere stata discreta in quei miei esercizi mentali,ma tornando in albergo Vlad disse: Vedo che sei tra
quelli che sono gi impazziti. Non posso pi farci niente.
Il mattino seguente andai a piedi alla Musikverein e cercai
di immaginarmi sul palco. Fin l ero sempre rimasta in
fondo alla scaletta, ma ora mi trovavo pi in alto per la
preponderanza di finalisti dalla parte bassa della lista iniziale.
Avrei suonato il mio concerto di Mendelssohn quella sera,
fra Vlad e Huang Long. La sera dopo sarebbe toccato a
Maureen Fairchild, Karl Steigler e John Seabrook. Il terzo
giorno avrei suonato Mozart e il quarto, si diceva verso mezzanotte,
avremmo saputo il nome dei vincitori. Non ero
ancora sicura di dove tutto ci mi avrebbe portato, ma sapevo
di voler suonare bene.
Quella sera, da dietro le quinte, riuscii a sentire Vlad suonare
l'assolo nel Concerto n. 2 per violino di Prokofev e mi
corressi su ci che volevo. Volevo suonare bene quanto lui;
volevo suonare in modo tale che il pubblico provasse ci che
provavo io, che sperimentasse la musica come la sperimentavo
io. Sul palco, tuttavia, scoprii che non c'era il pubblico.
Non c'erano neanche il palco o lo spartito: c'era solo Jean
Paul che saliva dal mio violino. Ultimamente si faceva spesso
strada nella mia musica, schernendomi e costringendomi a
combattere per trovare la mia voce, ma in quel momento non
stava facendo nessuna delle due cose: mi stava avvolgendo
negli accordi e mi chiedeva di non escluderlo. Attraverso le
note provai il terrore di vederlo allontanarsi da me. Quando
arrivai all'ultima stanghetta ero fradicia di sudore e avevo le
guance impastate di trucco e lacrime. Il pubblico era in
piedi, cosa rara in un concorso, ma la cosa non mi colp. Non
provai granch nemmeno dietro le quinte quando Huang
Long, l'altro finalista di quella sera, mi disse: Sai, fino a
qualche minuto fa non avevo mai capito perch Joseph Joachim
chiamasse quel pezzo il gioiello del cuore'. Lasciai la
sala intorpidita, stordita; e anche quando nella mia stanza
d'albergo scoppiai a piangere, senza riuscire a smettere per
quasi un'ora, non ne capii bene il motivo.
La sera dopo Vlad e io andammo insieme alla Musikverein
per sentire gli altri tre concerti: Maureen, Karl e John
avrebbero suonato rispettivamente Brahms, Mendelssohn e
Beethoven.
Per quanto mi riguarda butt l Vlad con indifferenza,
mentre mi teneva aperta la porta della sala, ormai la gara 
solo tra noi due. Sono tutti bravi violinisti, ma non sono al
nostro livello.
Non era un complimento: Vlad non li faceva e di sicuro
non adulava. Stava solo valutando la situazione ed era cos
che la vedeva. Stranamente, era cos che la vedevo anch'io.
L'indomani, nel tardo pomeriggio, mentre in albergo mi
stavo vestendo per la mia esibizione conclusiva, tolsi la collana
che Jean Paul mi aveva regalato, nell'ultima sera passata
insieme, dal cassetto del comodino in cui l'avevo ingenuamente
tenuta chiusa. Le pietre erano troppo di valore, troppo
elaborate per essere adatte e quando le indossai mi sentii
sul petto un peso sproporzionato a quello effettivo. Avrei
voluto togliermi la collana, ma ogni volta che le mie mani
raggiungevano la nuca per aprire il fermaglio mi compariva
davanti l'immagine di Jean Paul che implorava: Speravo la
mettessi al concorso. Mi faceva male pensare a lui a casa,
convinto che portassi la collana quando invece non era cos,
quindi lasciai che il metallo freddo mi rimanesse sulla pelle
mentre uscivo nella gelida notte viennese.
Nonostante la scomoda pressione della collana, quella
sera eseguii Mozart meglio di quanto non avessi mai fatto.
Sentii Jean Paul salire dal violino come la volta prima, sentii
tutto il terrore di perderlo e mi lasciai assorbire dalla musica
invece di combatterla. Il pubblico non spar. Sentii i presenti
in sala con la stessa forza di Jean Paul, li sentii avvicinarsi
e aprirsi a me come io mi ero aperta alle note. Ricevetti
un'altra standing ovation, pi lunga di quella concessa a
Vlad, poi nell'atrio passai dieci minuti a firmare autografi.
Tornata in albergo contattai Jean Paul solo per la seconda
volta in due settimane.
Come sei andata? mi chiese.
Molto bene fu tutta la mia risposta. Non me la sentivo
di scendere nei particolari, di descrivere la strana sensazione
che avevo provato sul palco, la scrosciante ovazione che
avevo ricevuto, gli autografi che avevo firmato, la titubante
ammissione che ci fosse qualcosa che avrei fatto volentieri
per il resto della vita.
Pensi di avere qualche possibilit di vincere?
Arriver seconda dissi, zittendolo un attimo per lo
shock.
E infatti arrivai seconda. Vlad vinse, Huang fu terzo.
Anche se me l'ero aspettato, mi sentii ugualmente stordita
dopo l'annuncio, come se avessi bevuto troppo. Telefonai
a Jean Paul e poi ai miei e tutti e tre, uno indipendentemente
dall'altro, mi dissero che stavo farfugliando. Mia madre in
particolare sembr turbata da quanto le mie parole fossero
sconclusionate.
Non stai bene? mi chiese dopo che le avevo gridato le
ultime novit.
Eccome se sta bene romb mio padre dall'altro telefono.
 una grande violinista.
Nella sua voce c'era un calore che mancava da quando mi
era spuntato il seno.
S, sto bene gli feci eco estasiata. Adesso devo andare.
Jean Paul sembr ancora pi felice dei miei.
Pazzesco, Tasha! Esseipzzesca tu! grid. Ma sentimi!
Parlo peggio di te! Non capisco neanche cosa sto dicendo!
Andai a festeggiare in una famosa discoteca. Vlad non
venne con me perch era impaziente di andare a casa e leggere
il pi possibile prima di rientrare a Mosca l'indomani
sera. Non toccai una goccia d'alcol tutta la notte, ma ero pi
fuori di chiunque altro: ballai sui tavoli e urlai a squarciagola
canzoni in una lingua che non sapevo parlare, ma che evidentemente
sapevo cantare. Fu una gioia viscerale che provai
quella sera, fisica ed effimera.
La mattina mi svegliai con una sensazione pi solida e pi
difficile da definire. Mentre mi vestivo per il concerto dei
vincitori, gi tutto esaurito, mentre andavo alla Konzerthaus,
mentre con Vlad e Huang Long attendevo di ricevere
il premio e mentre ascoltavo Vlad suonare, mi sforzai per
identificarla. Era esultanza? Orgoglio? Nervosismo? No,
era ben pi semplice, ben pi elementare, ma non riuscivo
a definirla. Fu solo quando andai al centro del palco e
cominciai a suonare Mozart sotto le luci abbaglianti, per una
platea di estranei che sembrava una famiglia, che capii la
sensazione. Era la sensazione di trovarsi a casa.
Trascorsi gran parte del volo di ritorno a preoccuparmi del
momento in cui avrei rivisto Jean Paul. Sapevo che avrebbe
cercato di trattarmi come l'eroina che rientrava in patria, ma
temevo che avrebbe finito soltanto per farmi sentire come la
ragazzina col vistoso premio di consolazione. Quella sensazione
di trovarmi a casa... mi avrebbe seguito?
Quando per scesi dall'aereo e vidi non solo Jean Paul,
ma anche tutti i miei amici schierati intorno, fui talmente
infastidita dall'idea che non sarei stata da sola con lui che
giunsi alla conclusione che tramite Bach e Mozart ero riuscita
a tornare faticosamente al nostro vecchio amore. A
casa Jean Paul aveva radunato una folla ancora pi grande
per festeggiare la mia vittoria. Aveva invitato Annabelle,
Masterson, pochi altri del corso e tutto il dipartimento di
Musica. Si fermarono per ore a mangiare la torta e a bere
champagne e come culmine dei festeggiamenti guardammo
Annabelle appendere la mia targa nel punto pi in vista del
soggiorno. Per tutto il tempo non vidi l'ora di portare Jean
Paul di sopra a letto e quando gli ultimi ospiti - Amy e
Adrian - se ne andarono, riuscii a malapena ad aspettare
che la porta si richiudesse prima di saltargli addosso. Pi
tardi, distesa sul sof con la testa sul suo petto, pensai:
Andr tutto benissimo.
Qualche giorno dopo con i soldi del premio comprammo
una Volvo di seconda mano. Nel fine settimana la usammo
per arrivare a un bed and breakfast nel Maine, dove passammo
tre giorni idilliaci spaparanzati in un letto gigante.
Durante il viaggio di ritorno dichiarai che secondo i miei calcoli
avevamo fatto l'amore dodici volte in trentasei ore. Jean
Paul mi disse che, primo, era poco fine tenere il conto e
secondo, che nel prossimo fine settimana passato fuori
avremmo dovuto fare di meglio. Invece il destino volle che
quella fosse l'ultima volta in cui avremmo usato la Volvo per
qualcosa che non fosse andare a fare la spesa.
Il giorno dopo essere tornati dal Maine mi chiese di aiutarlo
a risolvere un problema in cui si era imbattuto in una
delle sue composizioni e tutto il mio calore svan. Lo odiai,
desiderai trovarmi il pi lontana possibile da lui, eppure
subito mi sentii cos bisognosa che dovetti stringerlo e chiedergli
di baciarmi.
Ti chieder di aiutarmi pi spesso rise ignaro.
Quella notte, mentre lui dormiva, io rimasi in piedi fino
all'alba a scrivere una lista delle cose che adoravo di lui. Poi
per arrivarono due settimane meravigliose e alla lista non
pensai nemmeno pi. Eravamo ricaduti nella nostra solita
routine: cucinavamo insieme, scherzavamo insieme, chiacchieravamo
fino a tarda sera. L'unica differenza era che raramente
lavoravamo insieme sulla nostra musica, ma anche
quello non sembrava cos strano: io ero di nuovo indaffarata
a esercitarmi, questa volta per un modesto giro di concerti
in Europa che mi era stato assegnato come parte del mio
secondo premio. Non sarei partita prima di luglio, ma
all'improvviso cinque mesi mi sembrarono un tempo spaventosamente
breve per padroneggiare un capolavoro. Date
le comprensibili esigenze di tempo, ero sicura che Jean Paul
non sospettasse che il mio atteggiamento verso la nostra
musica era cambiato, ma poi, una sera in cui ero seduta al
tavolo a fare dei compiti mentre lui preparava la cena,
ammise che la mia mancanza di interesse nel suo lavoro lo
turbava. Gli stava facendo perdere fiducia nelle proprie
idee.
Mentre ti preparavi per Vienna capivo che non avessi
tempo mi disse delicatamente, quasi timidamente, versando
la zuppa in due scodelle. Ma anche adesso che hai finito
non lavoriamo pi insieme come una volta. Non lo trovi
pi promettente?
Il mio istinto fu di rassicurarlo, ma invece udii una voce
fredda, che non riconoscevo, dire: Be', l'opera  tua, non
mia.
Lui lasci cadere il discorso, ma la mattina dopo al mio
risveglio lo trovai a rileggersi a letto un mazzo di vecchi
spartiti, le sopracciglia corrucciate per lo sgomento, la bocca
in una smorfia severa.
Sono fantastici gli dissi. Lo sai che sono fantastici e
continuano a migliorare. Appena finisco questa tourne
sar di nuovo tutta tua.
Per sapevo che non lo sarei stata, non in quel modo. Mi
scervellai per trovare una scusa che mi cavasse dai guai una
volta per tutte.
Allo stesso tempo mi sorpresi attratta come mai prima di
allora dal guardarlo comporre. Passavo almeno qualche
minuto al giorno seminascosta in un angolino del soggiorno.
Credo ne fossi attratta, almeno in parte, dal desiderio di
essergli vicina quando pi era se stesso, di penetrare negli
aspetti pi reconditi della sua vita, come una qualsiasi innamorata
insicura, ossessionata dal bisogno di possedere l'altro.
Era per anche un desiderio di essere vicina all'atto
creativo in s. A quel punto l'uomo che amavo da una parte
e la forma d'arte che adoravo dall'altra si confondevano
nella mia mente. La creazione musicale era Jean Paul e Jean
Paul era la creazione musicale. Era una situazione pericolosa,
ma pensavo ancora che fosse salvabile.
Dopotutto ci amavamo. Di certo lui amava me. Lo sentivo
ogni volta che quegli occhi fissavano i miei e cercavano
di vedere che cosa ci fosse davvero oltre il mio comportamento
volubile.
Tuttavia anche Jean Paul a volte poteva perdere le staffe.
I miei sbalzi d'umore cominciarono a stancarlo e io vedevo
l'irritazione venire a galla ogni tanto. La tensione esplose nel
nostro primo vero litigio, un mese dopo il ritorno dal concorso.
Il programma della mia breve tourne fin per coincidere
con le due settimane che lui e io avevamo intenzione di
trascorrere nel Cognac. Jean Paul non riusciva a capire perch
non me la sentissi di chiedere di modificare le date in
modo da lasciare libere quelle due settimane cruciali. Lo
presi come una dimostrazione del fatto che non considerasse
degne le mie nuove ambizioni, anche se ovviamente non
ce la facevo a dirglielo in faccia. Invece lo accusai di essere
egoista e indifferente, mentre lui accus me di essere codarda
e superficiale. Alla fine chiamai il comitato organizzativo
del concorso e chiesi di spostare le date.
Dopo quella prima discussione fu come se ci avessimo
preso gusto a gridare e a sbattere porte e di l a poco prendemmo
a litigare quasi tutti i giorni. Litigavamo su dove
andare a cena, su che cosa fare il sabato sera, sulla filosofia,
sulla politica, sui meriti artistici del minimalismo di Philip
Glass. Durante ogni screzio sentivo il bisogno quasi irresistibile
di rinfacciargli il suo peccato originale, di fargli
sapere che avevo visto quella lettera, di farlo sentire talmente
colpevole da accartocciarsi e sparire. Ma fargli sapere
che sapevo era troppo per me, sentirlo scusarsi, spiegarsi,
vedergli la compassione in viso... Ero abbastanza certa
che, se fosse successo, sarei stata io ad accartocciarmi e
sparire sul posto. La vergogna mi avrebbe sopraffatto.
Oltretutto non mi era nemmeno chiaro se la lettera fosse il
peggiore dei suoi peccati. Qual era il suo crimine, sapere
ci che ero e non ero? O non piuttosto essere ci che io
non potevo essere? O forse addirittura amarmi, totalmente
e inspiegabilmente, nonostante tutto, amarmi per tutto
quel tempo in una forma che non ero ancora sicura piacesse
a me stessa? Non lo sapevo, cos tacqui su ci che stava
erodendo il mio calore e mi inventai piuttosto un'infinit di
lagnanze. Lo accusai di non ascoltarmi quando parlavo, di
guardare altre donne quando uscivamo e una volta perfino
di essere sotto sotto un antisemita. Quella volta usc di casa
furibondo e io passai il pomeriggio a sperare di non esserci
andata troppo pesante. Quando torn, per, mi lanci
uno dei suoi sorrisi assassini e ancora prima che potessi
balbettare le mie scuse mi aveva gi spogliata e immobilizzata
contro la concavit del pianoforte a coda. Ormai sembravamo
le nostre vecchie incarnazioni solo quando facevamo
sesso.
Tuttavia, invece di affrontare la crisi del nostro rapporto,
invece di meditarvi sopra io stessa anche senza necessariamente
discuterne con lui, la ignorai. Cominciai a rimettermi
in pari con i corsi e a sforzarmi un po' di pi nei saggi scritti,
piuttosto che buttare gi frasi vuote all'ultimo minuto.
Sempre pi spesso, per, per distrarmi dai miei tormentati
sentimenti per Jean Paul mi rifugiavo ulteriormente nei miei
preparativi per la tourne. Anche se una serie limitata di concerti
non significava affatto un immediato riconoscimento
professionale, vi riponevo grandi speranze e nutrivo un vago
presentimento di realizzazione artistica. Se non altro sarebbe
stato un modo niente male per iniziare il mio ultimo anno di
universit e per i mesi successivi mi beai in Johannes Brahms
come una volta mi ero beata in Jean Paul. Ero stata invitata
a eseguire il concerto di Mozart nel corso della tourne, ma
mi ero messa in testa che dovesse essere Brahms, con la sua
musica piena di frustrazione e di brama, a lanciare la mia carriera.
Scrissi personalmente a ciascuno dei cinque direttori
richiedendo il cambio di programma e tutti acconsentirono.
Una litigata tremenda fra me e Jean Paul era scoppiata
riguardo al luogo in cui avrei dovuto esercitarmi. Lui mi
aveva chiesto se non potessi trovare uno spazio al di fuori
dell'appartamento e anche se la mia reazione iniziale era
stata di scagliarmi contro la proposta, per l'indomani avevo
gi provveduto a ottenere l'uso esclusivo di una delle sale di
prova della Adams House. Non ci vivevo pi, ma ero ancora
affiliata al mio vecchio dormitorio studentesco e con
l'aiuto di Adrian convinsi la direzione che quello fosse un
utilizzo degno della sala, trascurata e piena di spifferi nonostante
fosse priva di finestre. Non avevano detto che potevo
ridipingerla, ma lo feci lo stesso e la trasformai in un tempio
a Brahms, appendendo un suo ritratto e decorando tutta
una parete con lo spartito del concerto.
Preparai il Concerto per violino in modo diverso da quello con cui di solito imparavo un nuovo pezzo. Era un metodo
che volevo provare da un po', ma che non ero ancora riuscita
a giustificare in termini di tempo e di fatica. Ora per
che il violino stava acquisendo un ruolo centrale nelle mie
ambizioni, mi sentivo pronta ad assecondare le mie idee.
Iniziai col leggere due enormi biografie di Brahms. Una
volta assimilate la sua vita e la sua epoca, trascorsi una settimana
intera solo a leggere e rileggere la partitura. Prima
imparai ciascuna nota e poi passai alla mia analisi, chiedendomi
perch una determinata nota fosse in un posto invece
che in un altro, il perch di ogni crescendo, il perch di
quelle dinamiche. Fu solo dopo aver interiorizzato la musica,
quando sentii di conoscerla intimamente, che misi l'archetto
sul violino. Ci a cui miravo era arrivare a conoscere
la musica nei suoi termini, incontaminata dalle questioni
legate allo strumento - la diteggiatura adatta e cose simili -,
cos che l'ideale che cercavo di raggiungere una volta iniziato
a suonare non fosse diminuito dalla mia effettiva destrezza.
Era la prima opera dopo quella di Masterson su cui mettevo
il mio marchio personale.
Pi o meno in quel periodo ripresi anche ad avere contatti
regolari con i miei amici. Non li avevo mai persi di vista, ma
non avevo nemmeno fatto grossi sforzi per integrarli nella mia
vita. Tornai a vederli di frequente. Fu pi difficile di quanto
non mi aspettassi, perch gli incontri collettivi ormai erano
fuori questione. Un'incauta avventuretta fra Amy e Ari aveva
scatenato un effetto domino di problemi: aveva portato a un
alterco fra Graham e Ari, durante il quale il primo aveva rivelato
la sua quasi incestuosa passione per Amy; ci a sua volta
aveva fatto s che lei si sentisse violata e dichiarasse di non
voler pi parlare a Graham finch non si fosse totalmente
liberato di simili sentimenti. Qualche settimana dopo, probabilmente
perch la tensione era molto alta, ci fu un infuocato
scontro fra Graham e Michael a proposito della Famiglia
Brady. Graham sosteneva che la serie era una forma alta di
arte kitsch, Michael lo accus di essere segretamente un fautore
del triviale fine a se stesso e cos ruppero l'amicizia. Nel
frattempo Gregory aveva perso interesse nel giro artistico e
divideva tutto il suo tempo fra il dipartimento di Matematica
e la sua fidanzata debuttante in societ. E io naturalmente
avevo vissuto fuori dal campus in un mondo grande appena
per due o forse non grande abbastanza.
Mi sforzai allora di riconciliare la mia vita con Jean Paul
e quella senza di lui. Cominciai a invitarlo a pranzare con me
al campus, inviti che accettava carinamente anche se di sicuro
trovava ridicoli i miei amici. Una volta, una settimana
prima della fine del semestre, arrivai persino a invitare
Adrian a pranzo a casa nostra. Pu sembrare strano che
quella fosse un'occasione singolare, ma lo fu davvero. A
parte la sera della mia festa di bentornato, Jean Paul e io non
avevamo mai invitato a casa nessun altro. Non era una politica
esplicita, ma era sembrato ovvio a entrambi che non ci
fosse posto per estranei. Solo che in quel momento sembrava
non ci fosse pi posto neanche per noi due e in parte speravo
che aprendo la casa a qualcun altro avremmo diluito
l'intensit e forse salvato la nostra relazione.
La visita di Adrian fu l'ultimo momento felice che Jean
Paul e io passammo insieme. Era il primo giorno davvero
estivo, caldo e umido, ma ancora con qualche brezza di
maggio a portare sollievo ogni tanto. Passai tutto il pomeriggio
a cucinare con le finestre aperte, lasciando mescolare gli
intensi aromi algerini con l'odore di erba fresca e di terra
scaldata dal sole. Immaginai fosse il profumo della felicit
domestica mediterranea. Per il mio ventesimo compleanno
la madre di Jean Paul mi aveva spedito un libro di ricette,
scritto a mano, pieno dei piatti preferiti dal figlio. Non
avevo saputo se sentirmi offesa per le implicazioni anti-femministe
o lusingata per il fatto che mi cedesse il pieno
comando. Per non me n'ero mai davvero servita, se non
per darci ogni tanto uno sguardo curioso: fino a quel giorno
non avevo mai cucinato senza Jean Paul.
Quando lui scese per la colazione io avevo tutti i fornelli
accesi e ogni superficie piana era ricoperta di ciotole in vari
stadi di utilizzo.
Fuori! gridai, fingendo di picchiarlo con una presina
mentre mi saltellava intorno curiosando sotto i coperchi.
 una sorpresa!
Avevo detto ad Adrian che sarei passata a prenderla in
macchina (ogni scusa era buona per poterla guidare) cos
alle sei uscii.
Quando rientrammo in casa fummo accolte da una pazza
esplosione di colore. Sentii mozzarsi il fiato ad Adrian per la
sorpresa. Nella mezz'ora in cui ero stata fuori, Jean Paul
aveva riempito la casa di fiori: mi chiesi se avesse legato alla
serata tante ambigue aspettative quante ne avevo io. Facemmo
qualche altro passo verso l'interno e Jean Paul scese le
scale a gran salti, cosa che non era da lui, abbracciandoci poi
entrambe, una per lato.
Benvenuta, Adrian! grid allegro. Aspetta di vedere
che cos'ha preparato Tasha! Scusa, ma ho curiosato. Dovevo.
I profumi non mi davano tregua!
Aveva anche apparecchiato, usando i bei piatti che avevamo
comprato nel Maine e riempiendo il centrotavola di tulipani
bianchi.
Ceniamo, Tasha. Ti prego, dai! Ci trascinava verso le
sedie con l'impazienza di un bambino.
Il cibo fu un successo strepitoso, come Jean Paul non riusc
a fare a meno di esclamare ogni due o tre bocconi. Ero
preoccupata che lui e Adrian non andassero d'accordo, ma
fra noi tre non avremmo potuto divertirci di pi, ridendo e
bevendo una bottiglia di vino dopo l'altra fino a tardi.
Quando andai con Adrian verso la porta, lei era in estasi
verbale.
Dalle creature pi belle desideriamo una progenie, cos
che mai non muoia la rosa di bellezza sussurr, l'alito che
sapeva di vino, mentre cercavo il suo zaino nel guardaroba. Di
solito mi infastidiva quando citava dal vasto repertorio di poesia
che teneva ben riposto nella sua mente, ma quella sera no.
A volte il mondo  buono concluse solennemente, ispezionando
la modanatura floreale del telaio della porta. Adorava
le case vittoriane con tutto quel legno lavorato e io mi
resi conto, mentre fissava intenta il muro, di essermi dimenticata
di farle vedere le altre stanze. E stasera lo .
Infatti dissi, commuovendomi io stessa per la fantasia
in cui avevo inserito me e Jean Paul, presa direttamente dall'immaginazione
verbosa di Adrian.
Per tutta la strada fino a Harvard Square rimanemmo in
silenzio, poi, prima di scendere dalla macchina, invece di
salutarmi lei mi diede una pacca affettuosa sul braccio. Sulla
porta della Adams House, Adrian si gir e mi fece un cenno
con la mano, delicato, quasi come il battito d'ala di un uccello,che mi fece pensare al movimento dei capelli di Jean
Paul, quando gettava indietro la testa per il piacere. Il collegamento
mi lanci una scossa di urgente aspettazione.
Di nuovo a casa, corsi in cucina, dove Jean Paul stava
lavando i piatti, fischiettando la melodia di una nuova composizione.
Lascia perdere gli suggerii avvicinandomi da dietro.
Fammi solo finire i piatti. Le pentole possono aspettare
domani.
Lascia perdere, ho detto. Diedi l'ordine con la mia
voce pi sexy e cominciai a slacciare le spalline che tenevano
su il mio prendisole.
Gi lasciato. Sorrise e mi tir a lui. Le sue mani calde e
insaponate scivolarono sulla mia pelle e scivolarono e scivolarono
ancora.
Dopo, distesi nel letto, sudati e appiccicosi nel caldo
immobile della stanza, lui si mise di nuovo a parlare sottovoce
del nostro destino insieme, un tema che non aveva pi
affrontato da prima di Vienna. Le sue parole furono come
sorsate d'acqua nei polmoni. Stavo annegando e anche in
quel momento, mentre volevo continuare ad amare Jean
Paul pi di quanto non avessi fatto da tanto tempo, sapevo
che cosa dovevo fare per salvarmi.
Tornata dopo la fine dei corsi alla casa di arenaria rossa dei
miei nel West Village, mi dedicai ai preparativi dell'ultimo
minuto per il viaggio. La mia attenzione si spost da Brahms
alla ricerca dei biglietti, alle sistemazioni in albergo e all'importantissima
questione del guardaroba. Mia madre assunse
allegramente il ruolo di costumista, trascinandomi per tutta
la citt in cerca dell'abito perfetto. Ne trovammo due: un
Yves Saint Laurent di raso blu con un bustino attillato, spalline
sottili e gonna morbida, pi un modello di seta gialla, in
stile giapponese, che scovammo in un negozietto molto chic
di Soho. Per poterli indossare mi sottopose a un drastico
regime di dieta ed esercizi e, anche se per i primi giorni mi
sentii debole e stordita, lamentandomi che cos mi avrebbe
fatta morire di fame, dopo due settimane ero tornata ad
avere soltanto due zone visibili di curve e i miei livelli
d'energia erano schizzati alle stelle.
All'universit la tourne era stata qualcosa che mi ero tenuta
dentro, la mia fantasticheria privata, ma a casa divenne
un'ossessione collettiva. I miei la trattarono come una nuova
ragione di vita: Mia figlia, una stella internazionale continuava
a ripetere mio padre. Magari dicevo io scocciata, ma
mi piaceva sentirlo. Pur essendo specializzati nelle arti visive,
i miei erano sicuri che il loro talento nel trasformare le promesse
in celebrit sarebbe stato altrettanto efficace nel
mondo della musica classica. Diventerai una stella come non
hanno mai visto strillava di tanto in tanto mia madre, di solito
quando uscivo da un camerino con indosso un abito da un
migliaio di dollari. Sarai pi grande dei Beatles.
Non ero molto interessata a diventare pi grande dei Beatles
n ad alcun tipo di fama internazionale, se  per questo,
ma volevo riuscire in qualche modo nel campo musicale ed
essere degna delle iperboli dei miei. Il loro entusiasmo mi
fece dimenticare, almeno per un po', che non era stata quella
la mia prima scelta quanto a carriera. Per loro, a quanto
pareva ormai, diventare una violinista era la cosa pi grandiosa
che potesse essermi capitata. Se vedevano qualche differenza
poco lusinghiera fra lo scrivere musica e il suonarla,
di certo non lasciarono che li turbasse. Dopo tutto questo
tempo, sospetto che non vi vedessero grande differenza o
che per loro il bene maggiore fosse addirittura la rappresentazione.
Allora ci mi lasci perplessa, perch avevo sempre
dato per scontato che stimassero la creazione sopra ogni
altra cosa. Non che comunque perdessi tempo a pensarci
profondamente: ero troppo esaltata.
Dopo tre settimane a casa partii per Londra, affiancata
dai miei esuberanti impresari, mamma e pap. Ogni dubbio
che poteva avermi sfiorata riguardo al tipo di vita che stavo
scegliendo si dissip nel periodo che passai a Londra. Fui
strabiliata dalle ovazioni di platee tutte in piedi, dagli articoli e dalle copertine, dagli autografi, dal continuo trambusto.
Potei leggere le prime vere recensioni del mio lavoro, tutte
entusiaste. Un fascino avvincente, un lirismo che ammalia,
una squisita sensibilit e la mia preferita: Era come
se Brahms le stesse parlando sottovoce nell'orecchio. Ho
avuto la sensazione di sentirlo per la prima volta e in effetti
 stato cos:  Brahms come andrebbe suonato. Incontrai
anche i miei primi fan.
Poi via verso Parigi, Berlino, Budapest, Salisburgo. Fu lo
stesso in ogni citt. I miei e io prendevamo il treno la mattina
e all'arrivo lasciavamo i bagagli nella nostra stanza d'albergo,
dove c'era sempre un mio piccolo ritratto, quello che
preferivo, dipinto da un artista semisconosciuto, ad aspettarmi
sulla parete, grazie alla premurosit sporadica ma
intensa di mia madre. Doveva costarle un bel po' di soldi
spedirlo da un posto all'altro in modo che arrivasse prima di
noi. Per un paio d'ore mi riposavo gli occhi, poi correvo a
provare con l'orchestra. Quindi ci aspettava una cena elegante,
a volte solo noi tre e altre volte con il direttore o altri
insigni musicisti. Andavo a letto presto, mi svegliavo per
un'altra prova e poi quella sera mi esibivo.
A Londra, Parigi e Berlino i miei organizzarono delle
incredibili trovate pubblicitarie all'ultimo minuto: fastosi
ricevimenti in stile debutto in societ, con liste di partecipanti
che sembravano un annuario del mondo musicale di
ciascun luogo; interviste esclusive con i maggiori quotidiani,
forse pi appropriate per qualcuno con una statura artistica
tripla rispetto alla mia; comunicati stampa con foto patinate.
Ripartivo sempre come una piccola celebrit.
Fra tutta quella agitazione ci furono le due settimane che
trascorsi nel Cognac, mentre i miei volarono in Grecia per
vedere un potenziale cliente. Per tutta l'estate avevo atteso
con impazienza quella vacanza, sicura che nella romantica
atmosfera dei vigneti francesi tutto quello che non andava fra
me e Jean Paul sarebbe svanito. Ma l'attimo stesso in cui lui
arriv a prendermi alla stazione capii che il soggiorno sarebbe
stato qualcosa di completamente diverso. Hai l'aria
distrutta mi disse guardandomi preoccupato. Ma qui puoi
riposarti nella tranquillit totale. Ti riprenderai subito. Mi
trattenni a fatica dal gridare: Ma io odio la tranquillit! e
mentre ricacciavo indietro le parole a forza mi resi conto che
dopo lo sfarzo e il movimento continui delle settimane precedenti
non c'era niente che desiderassi di meno di essere
intrappolata in una campagna immobile e silenziosa, nemmeno
con Jean Paul. La casa stessa, mentre ci avvicinavamo
in macchina, sembrava incombere come una grandiosa e
antica prigione, con pasti formali, nonni incartapecoriti e
una madre rigidamente per bene scelti come forme di tortura
particolarmente crudeli. Non riuscivo a capire che cosa
avessi trovato di cos tanto affascinante in quel luogo l'estate
prima e mi chiesi come sarei sopravvissuta alle due settimane.
Alla fine sopravvissi molto bene, ma Jean Paul e io passammo
gran parte del tempo separati. Lui aveva fretta di finire
una partitura da presentare a un concorso e nonostante le
mie recenti promesse di riassumere il mio ruolo di socia una
volta finito il semestre, dopo il primo pomeriggio trascorso a
sedergli vicino, mentre lui andava in estasi per ogni battuta
per poi subito maledirla, mi sentii pronta per staccare. Per
fortuna Clarisse e le figlie erano arrivate proprio quel giorno
per fermarsi il resto dell'estate, cos passai le mie due settimane
a cavalcare, nuotare e giocare a tennis con loro mentre
Jean Paul sgobbava. Si vedeva che era ferito, ma non mi rimprover
mai di aver abbandonato lui e la nostra musica. Il
viaggio in macchina per riportarmi alla stazione fu teso e
silenzioso: non vedevo l'ora di tornare alla incessante confusione
del circuito concertistico e pensavo a quanto fosse difficile
immaginarmi intrappolata l per sempre dopo la laurea,
in capo ad appena un anno, com'era nei piani che Jean Paul
proponeva. Mi sembrava molto simile ad avere la vista per
un solo giorno e poi cavarsi gli occhi. Meditai attentamente
la cosa per tutto il viaggio in treno verso Vienna, ma non riuscii
a decidermi sul da farsi.
Di tutti i concerti, quello di Vienna fu il migliore e non
solo perch ero sollevata di non essere pi nel Cognac. Le
voci del mio successo mi avevano preceduto e la citt mi
accolse come una figlia che tornava a casa. Trovai una cerchia
di eminenti musicisti e di giornalisti ad attendermi
all'aeroporto e il direttore della Filarmonica mi accompagn
all'albergo. Al concerto, la sera dopo, concessi il primo bis
della mia vita, poi anche il secondo. Quel fine settimana era
nei paraggi anche Vlad, dato che Vienna era la tappa successiva
della sua tourne in quindici citt. Riusc ad assistere al
mio concerto nonostante i tantissimi impegni, poi venne a
cena con noi e conquist i miei.
Per il mio ritorno a New York erano cominciate a fioccare
altre offerte di apparizioni come solista. La mia tourne aveva
avuto una risonanza internazionale pi di quella di Vlad, non
perch io fossi pi brava, ma perch la gente sembrava trovare
qualcosa di esaltante nel modo in cui suonavo. Nella prima
settimana a casa mi arrivarono cos tante richieste da bastarmi
per tutto l'autunno e l'inverno se solo avessi scelto di mollare
l'universit. Ci che non trovai ad aspettarmi fu un messaggio
di Jean Paul. Ero sicura che mi avrebbe fatto arrivare
qualcosa: una lettera, dei fiori, un regalo dispendioso per
farmi sapere che era orgoglioso di me e mi aveva perdonato i
giorni nel Cognac. Fui delusa nel non trovare nemmeno una
parola, ma al tempo stesso riconobbi che in un certo senso
era un bene. Eravamo diventati degli estranei l'uno per l'altra,
ma almeno in questo eravamo di nuovo in sintonia.
La prima notte a casa, meditando sul silenzio di Jean
Paul, mi venne in mente che se fossi riuscita ad accettare il
fatto che ero ormai diventata una violinista, forse avrei potuto
anche accettare lo stato delle cose fra me e lui. Dopotutto
una violinista metteva tutto il suo talento, la sua energia,
tutta la sua sostanza al servizio delle intuizioni di un'altra
mente, intuizioni che diventavano sue, ma che sue non
sarebbero mai state davvero. Per essere esclusivamente un
virtuoso ed esserne contento bisognava sapersi sacrificare in
modo disinteressato a una musica che non era la propria.
Naturalmente non ero ancora una virtuosa in quel puro
senso. Anzi, pur senza rendermene conto, in quel periodo
non mi attenevo affatto allo spartito e credo fu questo ci
che mi rese di colpo un'attrazione. C'era ancora quella rivolta
contro le note, che sentivo ogni volta che suonavo e che
rendeva ogni brano un litigio fra innamorati, fra me e Jean
Paul, un tiro alla fune per giocarci la propriet completa
della musica. Per via di quell'elemento, il pubblico trovava
il mio stile diretto e poco classico.  quasi come vedere un
film d'azione riport un giornalista su Vogue e il fatto che
fossi stata recensita l la diceva lunga. Credo che se fossi
stata capace di accettare il mio rapporto con Jean Paul per
quello che mi sembrava fosse, un sodalizio fra due talenti
molto diseguali, non mi sarei mai fatta un nome. Non perch
il rapporto mi avrebbe impedito di portare avanti la mia
carriera con fervore, ma perch proprio non sarei stata il
tipo di persona che poteva catturare una platea con la pura
forza di volont che scagliava contro lo spartito.
Ma sto anticipando troppo. A quel tempo non ero ancora
diventata un nome noto a tutti, ero soltanto una novit
curiosa e interessante sulla scena classica. Si sparse la voce
che stava accadendo qualcosa di speciale: c'era una ragazza
che suonava Brahms come se fosse un film sconsigliato ai
minori e tutti, da Johnny Carson alla Filarmonica di New
York, la invitavano a esibirsi.
Spronata dai miei, da Annabelle e dalla signora Blau,
presi una decisione.
Avevo davanti una scelta: potevo tornare all'universit,
tenere duro, finire l'ultimo anno e poi riprendere le tourne,
oppure lasciar perdere l'istruzione che stavo comunque praticamente
ignorando da tempo e iniziare la carriera. C'erano
considerazioni che mi spingevano verso la prima opzione: il
titolo di studio che sarebbe stato bello avere in tasca (potevo
davvero prendermi in giro e pensare di tornare in aula in
futuro se non avessi finito quell'anno?), gli amici e la consueta
vita a cui sarei tornata, il problema di non sapere con
chi avrei studiato lontano da Annabelle. E naturalmente
c'era il terrore di rinunciare a Jean Paul. Potevo rimandarlo
ai vigneti da solo e imbarcarmi in una vita in cui lui non
c'era, in cui non poteva esserci?
Mi era chiaro quale sarebbe stata la sua scelta al posto
mio: lui era capace di amare con la stessa esasperante facilit
con cui era capace di creare. Credo che alla fine fu proprio
sapere questo che mi rese impossibile scegliere la strada
che comprendeva lui.
Sarebbe stato colpevolmente facile convincermi che fosse
nell'interesse di Jean Paul rompere con lui per telefono o
con una lettera. Dopotutto quando presi la decisione eravamo
separati da un oceano ed ero certa che non avrebbe
voluto tornare negli Stati Uniti una volta avuta la notizia.
Bench apparentemente frequentasse Harvard per studiare
con Robert Masterson, da tempo non ne considerava pi gli
insegnamenti come decisivi per il suo progresso e sapevo
che se non fosse stato per me Jean Paul sarebbe tornato
all'istante in conservatorio. In patria gli avevano fatto chiaramente
intendere a cosa erano disposti per averlo: pi
soldi, la possibilit di scegliersi una stanza tutta per s, e un
posto da professore non appena avesse conseguito il diploma.
Niente avrebbe potuto essere pi compassionevole che
risparmiargli tanto il viaggio, quanto le inutili settimane
all'oscuro di tutto. E niente avrebbe potuto essere pi compassionevole
che risparmiare a me di vedere nuovamente
quel viso. Ma non riuscii a farlo. Sentivo di dovere a entrambi,
ma soprattutto a lui, la cortesia di dirglielo di persona.
La mattina in cui sarebbe arrivato il suo volo presi la Volvo
e andai dritta da New York all'aeroporto di Boston. Piansi
per la maggior parte del tragitto e quando non piangevo mi
meravigliavo per la pura e semplice pazzia dell'idea - come
potevo mai avere contemplato la possibilit di rinunciare a
un uomo che amavo, a un uomo come quello? -, promettendo
a me stessa di non prenderla mai pi neanche in considerazione.
L'avrei accolto all'aeroporto, l'avrei portato a casa
nostra e in qualche modo saremmo riusciti a conciliare la mia
tourne con la nostra vita insieme. Era ci che pensavo quando
parcheggiai e corsi agli arrivi internazionali, presa dal
bisogno di buttarmi tra le sue braccia e sprofondare la mia
testa traditrice contro di lui. L'attimo in cui lo intravidi venire
verso di me a grandi passi e con una calma impellenza,
per, capii che dovevo farlo.
 strano come un viso che si  visto milioni di volte possa
sembrarci estraneo dopo una lunga assenza. Mentre veniva
verso di me ebbi la sensazione di vederlo per la prima volta
e mi chiesi come avessi fatto per tutto quel tempo a guardarlo senza pensare immediatamente a un amore doloroso. Mi
torn in mente la mia prima impressione di lui: un uomo
che aspettava che la disperazione lo ghermisse. Al suo
abbraccio mi ritrassi un po', ma lui non se ne accorse.
Mi sei mancata cos tanto mi sussurr nell'orecchio,
continuando a stringermi troppo forte le costole. Vorrei
mangiarti qui, subito.
Tentai di ridere maliziosamente come si sarebbe aspettato,
ma era difficile sembrare disinvoltamente libidinosa nel
mio tremore che di libidinoso non aveva niente.
Aspettai finch non fummo in macchina per sollevare la
questione per cui avevo guidato fin l. Il paesaggio familiare
oltre i finestrini mi rassicur che non sarebbe stata la fine del
mondo. Dovevo solo farlo e poi tutto sarebbe passato, cosa su
cui per avevo sempre pi dubbi fin da quando lui mi aveva
avvolto nelle sue braccia. Districarmi dalla vita di Jean Paul
cominci a sembrarmi facile in maniera quasi crudele: tutto
ci che dovevo fare era dire  finita e poi sarei stata libera.
La facilit era quasi pi terrificante delle conseguenze. Il
mondo era davvero un luogo inconsistente e vuoto se bastavano
poche parole per distruggere una verit assiomatica.
Mi aveva parlato di un nuovo pezzo che stava scrivendo,
commissionatogli dall'Orchestra Sinfonica di Parigi. Mi
disse che speravano di riceverla in tempo per una prima lettura
durante il periodo natalizio.
Vieni anche tu, eh? Avr bisogno di te laggi dichiar
pi che chiedere, facendo quel suo sorriso a volte affascinante
a volte irritante, mezzo timido e mezzo presuntuoso.
L mi sarebbe piaciuto trovarlo irritante o perfino affascinante,
ma lo trovai solo pietoso.
Probabilmente no.
E perch no?  durante le tue vacanze.
Sar in tourne.
Per tutte le vacanze?
Pi o meno per tutto l'anno, se le cose vanno come
spero.
Tutto l'anno? E l'universit?
Qui c' la grande notizia. Quest'anno non mi iscrivo.
Cercai di mantenere un tono il pi indifferente possibile,
come se non stessi rivelando una decisione che cambiava la
vita.
Cosa? Sarai via per tutto l'anno?
Penso di s. Dal finestrino sfilava il North End di
Boston, pieno dei ristorantini italiani in cui avevamo trascorso
cos tante serate. Per c'ero stata tante volte anche
senza di lui. Ci sarei potuta tornare se ne avessi avuto
voglia.
Allora perch dovrei starmene qui?
Forse non dovresti. Scusa se non te l'ho detto prima.
Pensavo fosse meglio parlarne di persona.
Ma posso venire con te. Avrei potuto organizzarmi
meglio se avessi avuto pi tempo.
Non dire stupidaggini. Come faresti a lavorare? E la tua
commissione?
Posso lavorare da qualsiasi parte. La musica mi segue. E
io seguo te.
Ma io non voglio che tu venga.
Per niente? Allora come far a vederti?
Mi sa che non mi vedrai.
Dall'altro sedile ci fu silenzio. Dovevo tenere lo sguardo
sulla strada e ci mi evit di dover vedere la sua espressione.
Cercai di non immaginarmela. Quando la sua voce torn
a farsi sentire, qualche minuto dopo, era paurosamente
monotona, priva di tutte le sue qualit musicali deliziosamente
profonde.
Penso di capire che cosa vuoi dirmi, ma non riesco a credere
di averlo capito.
Hai capito alla perfezione dissi. Onestamente, non
credi che sia ora? Voglio dire, nel Cognac siamo stati malissimo.
Ed  stato quasi sempre cos per tutta la primavera
scorsa. Non funziona pi tra noi due.
Certo che funziona! Nella sua voce era tornata la vitalit,
la tonificante rabbia che avevo scoperto davanti a un
caff quasi due anni prima, che con la sua forza mi aveva
fatto innamorare, tremante. Lo so che nel Cognac non 
andata bene. E in primavera abbiamo avuto un po' di problemi.
Ma ci ho pensato a lungo, ho pensato a cosa  andato
storto... e credo che non c'entri niente con noi.
E allora con che cosa c'entra?
Dobbiamo cambiare aria. Boston ci soffoca.  talmente
provinciale! Questa tua tourne  una buona cosa. Magari
me l'avessi detto prima. Viaggeremo dappertutto. Saremo
felici. Torneremo a essere come prima.
Boston non c'entra. Il problema siamo noi.
No, Tasha. Secondo me ti sbagli.
No. Fidati, vorrei sbagliarmi. Avevo iniziato a piangere
e le lacrime mi offuscavano la vista. Io ti amo, ma non funziona.
Non ti voglio con me.
Allung una mano verso il sedile posteriore e per un attimo
temetti che volesse prendere qualcosa da usare come
un'arma. Poteva essere cos patologicamente romantico da
ucciderci entrambi, magari spaccandomi la testa con un
rasoio elettrico, piuttosto che accettare la separazione? Poi
per quando torn composto teneva in mano quello che
sembrava un album fotografico. Lo apr e io gli lanciai
un'occhiata. C'erano mie foto in bianco e nero e dei ritagli
di giornale: le mie recensioni e interviste.
Le ho raccolte tutta l'estate. Certe sono state difficili da
trovare. Ci ho messo una vita a rintracciare quelle di Salisburgo.
 carino, ma secondo te potrebbe farmi cambiare idea?
Tasha, io ho bisogno di te. E tu di me. Siamo fatti l'uno
per l'altra. Non puoi farlo.
Invece posso. E non lo siamo.
Ascoltami. Non sai quello che dici. Lo sai che siamo fatti
l'uno per l'altra. Lo sai che dobbiamo stare insieme.
Stava prendendo il tono ipnotizzante delle sue polemiche
ed ero certa che se avessi potuto vedere i suoi occhi li avrei
trovati pervasi dalla solita scintilla di follia.
Ti prego, non renderlo pi difficile di quanto non lo sia
gi implorai.
Non ce n' bisogno.
E invece s!
Ci fermammo di fronte a casa e lo guardai in faccia per
la prima volta. Per via dell'autorit nella sua voce mi sarei
aspettata di trovarlo minaccioso, ma invece sembrava vulnerabile.
Non scendi dalla macchina? chiese. Stavo ancora
tenendo stretto il volante.
Ho visto che cosa hai scritto di me a tua madre. Avevo
cercato di trovare il coraggio per dirlo fin dall'inizio della
discussione ed era stato pi doloroso di quanto non mi aspettassi.
Era una tale semplificazione. Ce n' bisogno eccome.
Non riuscii a guardarlo, ma sentii dal contatto del suo
corpo contro il mio che l'accenno alla lettera non aveva provocato
reazioni. E perch avrebbe dovuto?
Le hai detto che non ho talento per la composizione.
Gli diedi un'occhiata furtiva e lo vidi meditare, con
un'espressione molto pi calma ora che sapeva che c'era un
motivo tangibile, qualcosa a cui poteva controbattere.
Non l'ho mai detto esclam trionfante. Aveva vinto; io
mi ero sbagliata; eravamo fatti l'uno per l'altra.
L'hai detto. E seriamente, anche insistetti io, ma lui
stava gi scuotendo la testa e non ero neanche sicura che mi
avesse sentito.
Tasha, la nostra musica...
La tua musica.
Anche la tua. I pezzi che hai scritto prima di conoscerci,
voglio dire.
Spazzatura, come hai detto. Ma non importa. Io sono
una violinista.  questo che sono veramente.
No, no. Non  vero. Non l'ho mai detto. Ti stai certamente
sbagliando.
No che non mi sbaglio.
Vieni in casa disse allora, la voce tornata quasi alla sua
normale altezza, seducente e musicale. Pensai di seguire
quella voce all'interno. Pensai alla scena che sarebbe seguita,
alla pura forza di lui schiacciato contro di me nell'ingresso,
a dissolvere ritmicamente la mia forza di volont.
Credo sia meglio di no. Ho davanti diverse ore di macchina.
Torni gi stasera?
Penso sia la cosa migliore.
Non entri neanche?
Non risposi.
E i tuoi vestiti, i tuoi libri, tutte le tue cose?
Di nuovo non risposi. Ero passata la settimana prima e
messo ogni mia propriet in una pila di scatole che mi
aveva riempito la macchina. Avevo passato la notte nella
nostra casa, ma non da sola: tutti i miei amici, a parte Ari
che era ancora dai suoi in Israele per le vacanze, si erano
radunati per farmi compagnia, mettendo da parte le loro
differenze e restando l tutta la notte come facevamo una
volta, interrompendoci a vicenda con zelo fanatico, ad alta
voce, mentre discutevamo di ogni argomento possibile,
dall'arte alla politica fino al pi basso pettegolezzo sui
nostri compagni di corso. La mattina dopo li avevo abbracciati
tutti, senza sapere quando li avrei rivisti, poi mi ero
fermata all'ufficio di Masterson per lasciargli un biglietto
con cui lo salutavo. L'indomani mi aveva chiamato a casa
dei miei per augurarmi buona fortuna per quello che aveva
definito, in toni ragionevolmente umani, l'inizio di una
brillante carriera.
Non  giusto! Jean Paul stava ricominciando a sembrare
disperato, in panico. Devi darmi una possibilit di farti
cambiare idea.
E come? Col sesso?
Non  giusto! rugg.
Jean Paul, per favore... lo implorai.
Per favore un corno! grid, appoggiando la mano sulla
portiera. Volevo che la aprisse e uscisse senza voltarsi indietro.
Temevo il momento in cui l'avrebbe fatto. Niente per
favore da te, Tasha. Mi fidavo di te. Ti ho dato la mia anima.
Non avrei potuto farne a meno. La mia anima ti  sempre
appartenuta, lo sai benissimo.
Io ero rannicchiata contro la mia portiera. Certo, l'avevo
sentito parlare cos altre volte, invocare ineluttabilit e
legami inscindibili, ma fino ad allora non mi ero mai resa
conto di quanto fermamente credesse in tutte le assurdit
che sparava.
Mi hai tradito, nel peggior modo in cui si possa tradire.
Non volevo farfugliai debolmente, gli occhi bassi.
E allora non farlo. La voce era tornata calma, come se
appartenesse a una persona diversa da quella che mi aveva
appena inveito contro. Sentii la sua mano sul braccio.
No sussurrai scuotendo la testa.
Udii la portiera aprirsi e richiudersi. Poi anche il portellone.
Alzai lo sguardo e lo vidi andare verso la nostra casa.
Quando arriv al portico si volt e i suoi occhi blu-neri si
fissarono sui miei per l'ultima volta.
Misi in moto e sgommai via, sentendo quegli occhi che mi
seguivano fino in fondo alla via. Solo in mezzo al Connecticut
mi accorsi che aveva lasciato l'album di ritagli sul sedile
del passeggero. Non capii bene se fosse stata una svista o
una punizione.
Erano quasi le tre di mattina quando parcheggiai l'automobile
vicino alla casa di arenaria rossa dei miei. Salii le
scale fino alla mia camera praticamente strisciando. Sapevo
di essermela cavata a buon mercato. Jean Paul avrebbe
potuto trascinare la separazione per ore, anche giorni, invece
era finita nel giro di qualche minuto. Per distesa nel
letto vestita, troppo stanca per togliermi anche solo le scarpe,
tutto ci che vedevo era Jean Paul da solo nel nostro
appartamento, tradito e inconsolabile. L'ho tradito io, continuavo
a pensare. Mi aveva dato la sua anima.
Da un certo punto di vista sapevo che era assurdo. Non
l'avevo tradito, mi ero solo liberata da una relazione infelice.
E non era che lui avesse rinunciato alla propria anima
dandola a me. Ero io a essere stata fatta a pezzi dalla mia
decisione. Jean Paul era ancora se stesso, in tutta la sua gloria.
Ma che cos'ero io? Pensarci faceva troppo male. Ero
senza Jean Paul.
* * *
Apro la portiera ancora prima che il taxi si fermi, ma perdo
tempo pasticciando coi soldi della corsa. Nel tempo che
impiego a salire la scala esterna della casa di arenaria rossa,
mia madre sta gi aspettando sulla soglia.
 di sopra, in camera tua. Lo dice sottovoce, anche se
 impossibile che Alex ci senta dal quinto piano. Ma non
so se vuole vederti.
Avete litigato? la sento sibilare, mentre la precedo sulle
strette scale, ormai cos stipate di libri e riviste che c' a
malapena lo spazio per muoversi. La sua voce rasenta i limiti
dell'udibilit abbastanza da permettermi di ignorarla.
Non torner nell'indiana tanto presto, eh?
Sul pianerottolo del terzo piano intuisco la melodia da un
disco antichissimo e rigato che gira sul mio vecchio piatto.
Poi vedo i piedi di Alex che scendono. Mi fermo dove sono
e noto il sincero dispiacere che la attraversa vedendomi,
quasi un contraccolpo di disgusto che la fa indietreggiare di
qualche gradino.  una cosa che fa male a vedersi, ma cerco
di sorridere lo stesso.
Che ci fai qui? chiede lei, sempre indietreggiando sulle
scale mentre io avanzo.
Sono venuta a parlarti. Un gradino io, uno lei, un gradino
io, uno lei. Stiamo recitando la penultima scena di un
film dell'orrore.
Be', se io avessi voluto parlare con te non sarei venuta
qui, no? Ora si  fermata e incombe quattro gradini pi su,
col suo corpo lungo e snello che da questa angolatura appare
vulnerabile. Mette le braccia conserte come per un
avvertimento e si tira indietro i capelli con uno scatto della testa,
in segno di sfida.
Lo so che sei turbata.
Tu non sai proprio niente.
Be', so com' Jean Paul dico per sondare. Voglio far
vedere che dopotutto potrei avere un'idea di che cosa la stia
turbando, dal momento che se non altro conosco quell'uomo
e i suoi modi irritanti, ma non  l'impressione che finisco
per dare. Sembra piuttosto un tentativo di imporre l'argomento
troppo presto, ma ormai il danno  fatto e allora
pace: io voglio imporre l'argomento. La stessa espressione
atterrita di oggi pomeriggio le si dipinge in viso e ora noto
che  incredulit mescolata a qualcos'altro. Convinzione,
forse. In quello sguardo perdo ogni speranzoso dubbio a cui
potevo essermi aggrappata: Jean Paul  riuscito a entrare
nella vita di mia figlia.
Che cosa significa lui per te? domando col tono pi
severo che abbia mai usato con lei.
Alex non mi concede niente: perfino lo sguardo atterrito
sparisce. Il suo viso  placido, distaccato. Pu creare quell'espressione
a comando ed  un talento frustrante.
Vuoi sapere che cosa significa per me? insisto, ma pi
mite.
Credo di averlo pi o meno intuito questo pomeriggio.
Le tue relazioni sentimentali' e roba del genere.
Il viso  ancora sereno, ma la voce tentenna sotto lo spesso
strato di sarcasmo in cui ha avvolto le parole. Finora non
avevo nemmeno ripensato a quella mia ridicola dichiarazione,
un commento sconsiderato e frivolo che in qualsiasi
altro momento pi lucido della mia vita avrei evitato. Avevo
fatto il gioco del giornalista, anche se di sicuro avrebbe chiesto
ugualmente di Jean Paul. Per un attimo mi passa per la
mente che quelle parole possano essersi presentate perch
stavo pensando a lui per via della musica di Alex, pervasa
dalle sue idee. Mi rendo conto che gli ultimi giorni hanno
portato una notevole sfortuna.
Vuoi saperlo o vuoi solo tirare a indovinare e sbagliare?
chiedo col tono pi neutrale che riesco ad avere.
Sinceramente quello che vorrei davvero  un punto nel
mondo dove la tua lunga mano non sia ancora arrivata. Ma
dato che si  dimostrato impossibile... Sfuma la frase con
una teatrale alzata di spalle, ma vedo delle lacrime formarsi
agli angoli dei suoi occhi, un elemento fuori posto in un viso
che sorride blandamente.
Che cosa significa lui per te? le chiedo di nuovo.
E perch ti importa? Trascina l'ultima parola fino a
farla diventare un lamento acuto, prendendo l'aria tra le sillabe
a singhiozzi, come una bambina piccola. Sta perdendo
il controllo e non c' niente che lei detesti di pi.
Non ho idea del perch dico dolcemente, ma  ovvio
che a te importa parecchio.
Il viso placido sparisce e Alex mi lancia quella che ritiene
un'occhiata minacciosa. Per me  l'esatto contrario. Come
quasi tutto ci che fa, non ha altro effetto che farmi venire
voglia di consolarla e la vedo notare questo desiderio in
qualche aspetto del mio portamento. Fa un altro passo
indietro e alza una mano per respingere qualsiasi fasciatura
emotiva in cui crede stia tentando di avvolgerla.
Per favore dice, la voce arrabbiata ma di nuovo sotto
controllo, se vuoi aiutarmi allora lasciami sola.
Sto cercando di soffocare l'istinto di implorarla, quando
ripete: Per favore... solo per un po'. L'istinto scompare:
Alex non sta pi dando ordini, ma sta supplicando e intuisco
che questa conversazione per lei  troppo, che le sto causando
un dolore serio. Tuttavia non posso fare a meno di
chiederle: Vuoi davvero prendere l'aereo gi domani?
Non ho ancora deciso. Come puoi avere immaginato, laggi
le cose non sono andate proprio come avevo previsto.
Ne avevo il vago sospetto dico. C' un accenno del suo
sorriso sarcastico, ma potrebbe anche essere soltanto il
riflesso della luce in una delle lacrime che le rigano il viso.
Mi volto e inizio a scendere le scale, pronta a tentare l'unica
altra via che conosco per scoprire che cosa leghi lei e Jean
Paul.
* * *
Dopo Jean Paul ebbi un discreto numero di uomini. Nel mio
primo anno in tourne ci fu qualche giorno a Parigi - e fu
una cattiva idea - col mio collega di trionfo a Vienna, Vladimir
Stobetskij. Un paio d'anni dopo ci fu un mese a Manhattan
con il compositore Albert Davies. Con Johann Reicher,
direttore della Filarmonica di Berlino, dur quasi tre mesi,
anche se trascorremmo la maggior parte di quel periodo in
continenti diversi. Faccio fatica a ricordarmi di Peter Ramrock,
le cui opere punk ebbero un successo enorme prima
che la dipendenza dalla cocaina rendesse incomprensibile
tutta la sua musica, pur avendo passato il mio ventisettesimo
compleanno fra le sculture di plastica del suo appartamento
londinese. Ci furono relazioni altrettanto brevi con una manciata
di personalit musicali minori, uomini che avevo conosciuto
in tourne, negli studi di registrazione, una volta perfino
di fronte all'appartamento che avevo affittato, a tre isolati
da casa dei miei. Nessuna di queste relazioni comport
amore o anche solo un affetto particolarmente forte. La mia
vita sentimentale era molto pi attiva nei pettegolezzi che
nella realt. Anzi, gran parte delle sere ero dai miei a guardare
vecchi film. Data la mia casta esistenza, trovavo buffo
vedere frasi come quella in una recensione su un numero di
New York che diceva: la Darsky pu benissimo essere l'artista
pi erotica in ogni genere a parte la pornografia; oppure
il profilo su People che mi descriveva come un'iniezione
di sex appeal dritta al cuore della musica classica.
Per essere sincera, all'inizio frasi simili non mi divertivano
per niente. Mi spaventava leggere apprezzamenti cos pubblici
di natura tanto personale, ma in un anno o due divent
normale, proprio come fin per sembrare normale che sconcertanti
conversazioni a senso unico con degli estranei mi
aggredissero a sacchi ogni mattina: le proposte di matrimonio,
le richieste di consigli su amore e bellezza, perfino la serie
di citazioni da Thomas Mann che ricevetti a piccole dosi nel
corso di parecchi anni, insieme a lettere pi tradizionali da
parte dei fan. A tutte rispondeva mio padre, spesso con linguaggio
fiorito. Anche dopo essermi abituata a essere un personaggio
pubblico, per, ogni tanto tutte le osservazioni al
microscopio e le speculazioni, con la persistente domanda A
chi va tutto quell'ardore fuori dal palco?, riuscivano a deprimermi,
perch la verit era che fuori dal palco quell'ardore
non andava a nessuno. Per qualche triste e strano motivo,
Jean Paul era ancora l'uomo pi importante nella mia vita. Di
sicuro era ancora la nostra relazione che mettevo in scena
giorno dopo giorno, in tutte le principali citt del mondo. Per
otto anni mi esibii davanti a un ricordo di lui, senza sapere
dove fosse, come stesse o perch non avesse mai fatto irruzione
sulla scena della musica classica, come sembrava sul punto
di fare quando l'avevo visto per l'ultima volta.
Poi, in un giorno piovoso d'ottobre, Jean Paul rientr
nella mia vita.
Ero arrivata al conservatorio dell'Oberlin College per
tenere un seminario di violino e per un'esibizione. Era una
tappa come tante, ma un po' turbolenta perch era la prima
apparizione professionale che facevo senza mia madre
accanto. Era sempre stata con me fin dalla tourne iniziale,
passando da climi caldi a climi freddi e viceversa, evitando
il corso normale delle stagioni e vivendo al di sopra delle
regole di quella cosa orrenda che chiamavano il mondo
reale. Nel frattempo mio padre era inchiodato a casa a organizzare
concerti, fissare interviste, gestire il lato finanziario e
adirandosi di tanto in tanto con gli addetti ai trasporti o con
i giornalisti. Avevano venduto la galleria durante il mio
primo anno in tourne.
Senza mia madre accanto, in giro per Oberlin riuscii a perdermi
e a un certo punto mi fermai per riprendere fiato e
capire dove fossi. Ero disorientata ed esausta, ma non era una
novit. Mi sentivo sempre disorientata ed esausta, perch
l'esperienza tourne era logorante, impegnativa, probabilmente
un'impresa sovrumana. Ma ero anche felice, perch
ero sempre felice, perch la mia impresa sovrumana mi faceva
sentire bene e perch nel ricordo la mia vita precedente mi
sembrava lenta in maniera insopportabile. A parte perdermi
ed essere in ritardo, me l'ero cavata straordinariamente bene
pur senza avere intorno a me la rete di sicurezza profumata di
fiori che mia madre mi forniva. Mi stavo rendendo conto di
quanto fosse vera la frase che ripetevo sempre nelle interviste:
che il motivo per cui non provavo mai nostalgia e non mi sentivo
mai sradicata mentre percorrevo il globo in lungo e in
largo era che in ogni orchestra di cui ero ospite, non importava
se grandiosa o minuscola, mi sentivo a casa. Proprio mentre
il pensiero si stava formando, gli occhi mi caddero su un
volantino che riportava il nome Jean Paul Boumedienne.
Era su una bacheca, confuso tra gli annunci di vendita di
futon usati, pacchetti di viaggio economici per le vacanze di
met semestre e offerte per correzioni di bozze professionali,un foglio verde scuro che si fece notare come una macroscopica
incongruenza in un mondo altrimenti armonioso.
Solo per questa sera diceva, la nuova musica scritta da
Jean Paul Boumedienne. Rapsodia dall'inferno. Chiesa di
Sully. Ore 23.
All'inizio mi sembr un messaggio personale, poi uno
scherzo crudele. C'era stato un tempo in cui quel volantino
mi sarebbe sembrato la cosa pi naturale del mondo, un
tempo in cui ero sicura che da un momento all'altro apparisse
lui, il Messia che tutti stavamo aspettando, proprio
come i docenti e io avevamo previsto. Anzi, me lo immaginavo
in maniera cos vivace che nei primi anni dopo la rottura
ebbi davvero il terrore del momento in cui sarei entrata
a una festa e l'avrei trovato a farsi acclamare come l'ultima
meraviglia a irrompere sulla scena musicale. Avevo
paura che se avessi guardato in quegli occhi blu-neri e se
loro mi avessero implorato di mollare tutto ci che avevo
costruito, per andare a intrappolarmi nella splendida quiete
dei vigneti, non avrei potuto resistere una seconda volta. E
temevo anche che se quegli occhi avessero danzato su di me
senza esprimere un sentimento il mio cuore avrebbe potuto
spezzarsi e la mia musica diventare banale.
Lui per non spunt mai nei circoli che frequentavo - o
in qualsiasi altro circolo conosciuto - e dopo un po' smisi di
aspettarmi che lo facesse. Non so perch, ma una volta che
smisi di aspettarmi di sentirne il nome divenne quasi impensabile
che potesse succedere. Era come se avesse smesso di
esistere per tutti tranne me. E per me esisteva intensamente.
Non credo sia un'esagerazione dire che non era passato un
giorno senza che Jean Paul fosse entrato nei miei pensieri,
anche se solo di sfuggita. A volte mi trovavo a canticchiare
un'armonia soprannaturale, stridente e commovente allo
stesso tempo, solo per intuire che veniva da un pezzo che
aveva scritto lui. Allora mi chiedevo dove fosse. Inevitabilmente
arrivava anche un'ondata di senso di colpa e sentivo
la sua voce dire: Mi hai tradito, nel peggior modo in cui si
possa tradire. Non riuscivo a non pensare che forse lo
avevo davvero tradito nel modo peggiore, che cio gli avevo
reso impossibile comporre, che lo avevo fatto sparire.
E poi rieccolo l, o almeno - ma forse almeno non era il
termine giusto - riecco la sua musica. Sarebbe stato presente
anche lui? Fui tentata di credere di s, anche se di sicuro
non faceva parte dei docenti di musica a Oberlin, perch in
quel momento mi stavano aspettando tutti per andare a cena.
Guardai l'orologio. Erano quasi le venti e avevo tre ore.
Diedi per scontato che questa sera fosse quella sera e non
qualche sera passata, perch il volantino era fresco e pulito,
sopra a un mucchio d'altri: sembrava essere stato affisso
poche ore prima. Ma le ventitr? Era un orario strano per
un concerto, per un refuso tanto macroscopico su un
annuncio tanto stringato era improbabile. Avrei fatto in
tempo ad andare a sentire il concerto senza offendere i miei
anfitrioni? Dovevo.
Quando arrivai alla chiesa, dopo aver camminato sotto la
pioggia battente per quasi mezz'ora, dato che la chiesa era
quanto pi lontano un edificio potesse essere dal campus
rimanendo tecnicamente parte di Oberlin, scorsi la folla, ma
non vidi nessuna testa che potesse somigliare alla sua. Mi
sistemai su una panca e mi sfilai di dosso l'impermeabile fradicio.
C'erano circa altre venti persone che giravano nell'edificio,
tenendo in mano bicchieri di plastica pieni di succo di
frutta e sgranocchiando biscotti. Sembravano tutti universitari
ed erano palpitanti di energia nervosa quasi quanto me.
Mi rivolsi a una ragazza seduta sulla panca alle mie spalle,
vestita con un paio di jeans cos strappati che si vedeva quasi
tutta la pelle della gamba. Nonostante uno spesso anello al
naso, tre al labbro inferiore e capelli stopposi che davano
l'idea di non essere stati lavati da giorni, era carina.
Mi scusi... dissi nel tono meno aggressivo possibile.
Lei si volt solo a met, in modo da non guardarmi dritta
in faccia.
Seh?
Il compositore... chiesi esitante. E qui?
Mi diede un'occhiata veloce, comunicandomi eloquentemente
il suo giudizio: ero una povera ignorante, una che
non aveva niente da spartire con loro, il che probabilmente
era vero.
Non viene mai. Non ha mai sentito eseguire la sua musica.
Dice che fa troppo male.
Insegna qui? insistetti, nonostante il disprezzo che la
ragazza emanava.
Lei alz gli occhi al cielo. Se con qui' intende il College
o il conservatorio, allora no.
Certo che no. A Jean Paul non servivano i soldi che
avrebbero reso conveniente l'insegnamento: il patrimonio
dei de Rochert bastava e avanzava.
Abita da queste parti? continuai.
A volte. Nel modo in cui lo disse c'era una malinconia
che mi sembr stonata per il personaggio e mi chiesi se non
fosse innamorata di lui. Per un attimo quel pensiero rese
preoccupante la sua bellezza.
Ehi, ma lei non  Tasha Darsky? chiese mostrando
un'impennata di interesse che la costrinse a guardarmi dritta
in faccia per la prima volta.
No dissi io e tornai a darle le spalle.
Guardai il pubblico prendere lentamente posto; tutti si
muovevano come se fossero consci di camminare su un terreno
consacrato, allo stesso modo della mia trasandata
guida. Eravamo in una chiesa, ma era chiaro che il Figlio di
Dio non aveva niente a che fare con la silenziosa soggezione
che aleggiava. Non era difficile intuire perch un posto
come Oberlin avesse attratto Jean Paul, con tutti quegli studenti
di musica, giovani ed entusiasti, che non aspettavano
altro che una nuova idea da venerare.
Alle ventitr e trenta un ragazzo tarchiato sal sull'altare,
davanti a un complesso di musicisti pi folto dell'intero
pubblico, poi si schiar la gola.
Attenzione, prego disse, anche se nella sala era calato
un silenzio di tomba nel momento stesso in cui lui era
apparso. Chiedo scusa per il ritardo. Eleanor ha di nuovo
strappato una corda dietro le quinte.
Fui l'unica a non ridere con cognizione di causa e ci conferm
la mia impressione che quello non fosse un assortimento
casuale di amanti della musica. Una minuta ragazza asiatica
che teneva in grembo un violino - Eleanor, immaginai -
sorrise imbarazzata. Stava seduta davanti al resto dei musicisti,
il che suggeriva che il pezzo, pur annunciato soltanto come
una rapsodia, fosse un concerto. Un concerto per violino.
Ma ora siamo pronti per cominciare. Fece una breve
pausa, forse aspettandosi un applauso, ma ci fu altro silenzio,
rotto solo da respiri affannosi. O il respiro affannoso era
solo il mio?
Okay. Allora, senza altri preamboli, eccovi Rapsodia dall'inferno.
Ci fu un po' di tramestio, gli strumenti si accordarono,
vol qualche colpo di tosse, poi una nota riemp la sala. Era
una nota sola, dal violino di Eleanor, ma mise sotto sforzo le
pareti della chiesa per quanto era lamentosa e totalmente
disperata. Trassi un respiro che fu pi profondo di quanto
non volessi e che mi fece male al petto.
La nota fu echeggiata dai legni e poi riverber fra le percussioni
prima che il violino di Eleanor la raccogliesse e la
ritrasformasse in un lamento. Di nuovo le note echeggiarono
con leggeri cambiamenti fra i legni e i timpani, poi fra tutto
l'ensemble. Il ciclo fu ripetuto diverse volte e i suoni crebbero,
con lentezza e semplicit. Capii perch quei ragazzini
seguissero in massa la musica di Jean Paul come un culto.
Nella sua sofferenza c'era un potere di redenzione. Era cos
toccante che pensai che fosse tutto l, in quello strano grido
atonale, ma alla fine la lenta progressione di gemiti cominci
a lasciare spazio a una tenera melodia, bramosa di forma
musicale; e mentre si costruiva dagli elegiaci frammenti di
note iniziali, altre frasi da quelle stesse note le crebbero
intorno in una densa armonia. Poi gli strumenti smisero di
suonare uno alla volta cos che l'armonia divent progressivamente
meno elaborata e tutto ci che rimase fu il violino,
che suonava senza accompagnamento la straziante melodia.
Era quasi impossibile da sostenere, quel motivo dolce e
struggente, senza difese, il che lo fece diventare ancora pi
toccante quando un suono aspro e dissonante inizi a prendere
forza negli ottoni, sopraffacendo la voce del violino. Il
pezzo aveva attaccato in tutta la sua furia. I venti minuti successivi
furono riempiti da una battaglia tra il dissonante e il
melodico. La melodia si gonfi, si espanse e poi fu di nuovo
sommersa dalla cacofonia finch, a met del secondo movimento,
non torn a prendere forza, diventando aggressiva e
lanciandosi all'attacco. Tocc note che sembravano suonare
a caso e ne mostr il preciso disegno, sciogliendole e riformandole
in linee melodiche. Ci che era parso pura cacofonia
lentamente si dimostr un altro tema oscurato astutamente
dal rumore; e nel movimento finale, mentre quel
nuovo tema si sviluppava intorno al primo e viceversa, a
poco a poco i due divennero indistinguibili. Il risultato fu
un'incredibile intensit di struttura ed emozione, ipnotizzante
nei suoi effetti.
Quando il furore cominci a spegnersi, strumento dopo
strumento, mi accorsi di stare stringendo lo schienale della
panca che avevo di fronte. Mollai la presa, ma rimasi in bilico
e scomoda sul bordo del sedile mentre il violino, lasciato
di nuovo solo, suonava l'ultima triste nota.
Dire che la musica era stupenda sarebbe stato quasi fuorviante.
Mi feci un'idea di quale impatto potessero avere
avuto un Beethoven o un Bach sui contemporanei, prima che
le idee iconoclaste diventassero consuete e poi borghesi. Era
questo ci che si provava ad ascoltare qualcosa di rivoluzionario,
che sfuggiva deliziosamente alle aspettative. Jean Paul
era riuscito a ottenere la trasformazione naturale del caos in
ordine, della follia in melodia; e sembrava chiaro dal flusso
pi sciolto e complicato di quella progressione che ci che
aveva frenato la sua musica per tanti anni era stata la pignolesca
venerazione dell'idea, il sacrificio della passione alle
regole e della bellezza al Senso, la manipolazione dell'ispirazione.
Aveva abbandonato la Tonalit Sublimata come
dogma e cos era riuscito a portarla a frutto come forma d'arte.
Sin da quella prima nota lamentosa e disperata era stato
ovvio che cosa l'avesse liberato dall'ostinata e alienante convinzione
che la musica dovesse essere puro suono, spogliata
di tutte le emozioni. Erano state la sofferenza, la sventura, le
delusioni amorose. Forse ero perfino stata io e una tale consapevolezza
avrebbe dovuto spaventarmi, terrorizzarmi o
farmi vergognare, ma invece mi rese euforica. Forse ero stata
io. S, l'avevo tradito. S, gli avevo rubato l'anima. Per forse
gli avevo ridato la sua musica! Forse avevo dato al mondo la
sua musica! Invece di rovinarlo, forse lo avevo completato.
Ripensai alla mia prima impressione di Jean Paul, quando lo
avevo incontrato a pranzo con Masterson in un ristorante
francese. Un uomo che aspettava che la disperazione lo ghermisse,
ecco che cosa avevo pensato di lui. C'era stata una
parte di lui che aveva capito che la disperazione era ci che
serviva per liberare il suo talento? C'era stato qualche segreto
recesso della sua psiche che mi aveva coltivato appositamente
per spezzargli il cuore e poi mi aveva costretto a farlo?
Non sembrava impossibile.
Uscii dalla chiesa fra la piccola folla di visi egualmente
rapiti e non mi accorsi di stare camminando in tondo finch
non ripassai di fronte all'edificio per la terza volta.
Il mattino dopo mi svegliai avvertendo tutto il peso della
mia scoperta. Rapsodia dall'inferno aveva un peso notevole,
ne ero sicura, non per me soltanto, ma anche per la storia. A
Harvard avevano presagito un successo illimitato per Jean
Paul e probabilmente nessuno pi di me vi aveva creduto.
Neanche allora, per, mi aspettavo che realizzasse qualcosa
come quello che avevo sentito la sera prima, un suono totalmente
diverso da qualsiasi altro, spirituale nella sua magnificenza
e trascendente nel suo dolore. Se aveva altri pezzi
come quello era davvero di una classe differente, anche
rispetto ai formidabili talenti di ordinaria amministrazione:
lui era un grande tra i Grandi.
Dopo colazione tornai alla chiesa nella speranza di trovare
ancora nei paraggi qualcuno degli studenti di Jean Paul: non
era un gran piano, ma era l'unico che mi fosse venuto in
mente. L'edificio per era vuoto, nonostante fosse domenica.
Stavo per voltarmi e tornare al campus, ma poi decisi di curiosare
sul retro. Mentre provavo una delle porte, questa si apr
di colpo e una figura corpulenta mi venne addosso sparata.
Barcollai goffamente all'indietro e quasi caddi per la scaletta
di cemento, quindi alzai lo sguardo e vidi un ragazzo il
cui aspetto non mi era nuovo, il che prometteva bene. Borbott
qualcosa di incomprensibile e cerc di passarmi oltre,
ma io gli bloccai il passo.
Lei ha presentato il concerto ieri sera.
Lui non rispose e io intuii che forse non aveva avuto il
permesso per usare quella chiesa sconsacrata come sala da
concerto. Questo avrebbe spiegato lo strano orario.
C'ero anch'io e mi  piaciuto davvero. Cercavo di metterlo
a suo agio.  per questo che sono tornata. Speravo di
trovare qualcuno che mi mostrasse altre opere del maestro
Boumedienne.
Ma lei non  Tasha Darsky? chiese, pur senza particolare
entusiasmo.
S. Speravo che essere una musicista famosa, piuttosto
che una pazza qualsiasi, lo invogliasse a rendersi utile.
Allora, lei ha per caso altra sua musica? Pu aiutarmi?
Ho praticamente tutto quello che ha scritto. Scosse la
testa, indeciso. Per non so se posso mostrargliela senza
chiedere prima a lui.  una persona riservata. Perch non lo
contatta direttamente?
No, non posso. Non funzionerebbe. La verit  che vorrei
fargli una sorpresa. Vorrei fare una cosa che lo aiuterebbe
tantissimo, ma lei deve darmi una mano. Le va?
La parola sorpresa sembr divertirlo, come se le connotazioni
insulsamente allegre di regali inaspettati e feste
fossero cos lontane dal mondo del compositore che conosceva
da essere quasi come se avessi proposto di mandare a
Castro un lecca-lecca.
Senta, non saprei...
Per favore implorai. Le giuro, voglio solo aiutarlo. Mi
faccia vedere quella musica.
Va bene, come vuole. Fece un sospiro da martire. A
casa ho copie di tutti gli spartiti. Vuole venire a vederli ora?
S! Cercai di trattenere l'esaltazione, ma ci riuscii solo
in parte e lui mi guard con sospetto. Temetti che si rimangiasse
l'offerta, ma invece emise un altro sospiro angosciato.
Mi lasci chiudere.
Ridiscesi i gradini e lo osservai armeggiare con le catene.
Qualche secondo dopo mi raggiunse in fondo alle scale e
attraversammo insieme il prato incolto.
Conoscevo bene Jean Paul, nei primi anni ottanta dissi
per fare un po' di conversazione. Se il mio riluttante complice
era a conoscenza di informazioni riguardanti il mio legame
col suo eroe, ci non influ sulla sua risposta.
Grande comment con un interesse soltanto tiepido.
Lui non parla molto del suo passato.
Mi guid a una palazzina decrepita, piena di studenti
degli ultimi anni attratti dall'indipendenza del vivere fuori
dal campus. Il posto aveva un odore particolare, un delizioso
miscuglio di marijuana, birra e sudore.
Cavolo, spero che i miei coinquilini ci siano. Quando la
vedranno andranno fuori di testa esclam aprendo la porta
di casa. Era il primo vero segno di emozione che aveva
mostrato da quando mi ero imbattuta in lui.
Fui sollevata nel trovare vuoto l'appartamento. Anche
contando su di lui, il che non era poi del tutto sicuro, non
sapevo se avrei potuto contare sul silenzio dei suoi coinquilini.
La mia stanza  questa. Mi fece entrare in un vano
disordinatissimo, zeppo di sacchetti di patatine accartocciati
e vecchie bottiglie di birra. Un bong mezzo pieno attendeva
paziente in un angolo.
In mancanza di un posto migliore, mi sedetti sul letto
coperto da cataste di magliette sporche e lo guardai estrarre
delicatamente da sopra la scrivania una busta marrone senza
grinze. Date le condizioni della stanza, era notevole la cura
con cui teneva gli spartiti.
Sono tutti qui disse, la voce piena di sentimento. Stia
attenta, la carta  sottile.
Mi pass la pila e le dita strinsero il bordo della busta un
po' troppo a lungo.
Far attenzione promisi. E grazie.
Lui annu e usc dalla stanza, chiudendosi la porta alle
spalle.
Io guardai la pila di musica che tenevo in grembo, centinaia
di pagine, copiate diligentemente a mano, probabilmente
dallo stesso ragazzo nella cui camera mi trovavo. A
quanto pareva Jean Paul non aveva mai smesso di essere
enormemente prolifico. Sfogliai le pagine e vidi che non
c'era nessuno dei pezzi che conoscevo, a parte Rapsodia dall'inferno
che era in cima. Era comprensibile che non volesse
che i suoi devoti ne studiassero i primi lavori, considerato
quanta strada aveva fatto da allora, ma io sentii lo stesso
una fitta davanti all'esclusione delle note che avevo conosciuto
cos bene.
Se prima ero stata tentata di considerare la Rapsodia un
miracolo fortunato, un'ispirata aberrazione da parte di un
talento altrimenti grande ma concepibile, bast una velocissima
scorsa agli spartiti che avevo davanti per dimostrare che
mi ero sbagliata. Rapsodia dall'inferno, pur certamente fra i
suoi pezzi migliori, era eguagliata e perfino superata da
diversi altri lavori. In generale la sua opera era stupefacente
per volume e per costanza nella qualit. Una volta catturato,
lo stile che per tanto tempo gli era sfuggito gli aveva dato una
sicurezza e una variabilit che raramente lo avevano deluso.
Era gi sera quando il padrone di casa si riaffacci.
Avevo studiato incredula ogni singola perfetta nota per
quasi otto ore.
Come stiamo andando? chiese, senza alcuna traccia di
fretta. A quanto pareva, quando si trattava della musica di
Jean Paul era di una pazienza unica.
Mi alzai cercando a tentoni la mia borsa sul letto e provando
a nascondere le pagine che ero riuscita a copiare.
Avevo buttato gi tre fra gli spartiti migliori su alcuni fogli
stropicciati di carta da musica quasi vuota, rubati dal considerevole
mucchio vicino al cestino. Mi dispiaceva lasciare il
resto, ma se tutto fosse andato come speravo presto avrei
avuto le mie versioni anche degli altri spartiti.
Feci di corsa la strada dalla palazzina all'albergo, essendomi
resa conto che il mio aereo sarebbe partito appena
mezz'ora dopo. Stavo gi formulando un piano e volevo iniziare
a metterlo in pratica il prima possibile. Se avessi potuto,
sarei partita con le telefonate gi quella sera.
Fin dalla mattina avevo capito che sarebbe stato mio
compito far conoscere la musica di Jean Paul al grande pubblico.
Era ridicolo che gli unici che potevano apprezzare il
suo dono fossero pochi universitari. Non avevo idea di come
avesse fatto a sfuggire all'attenzione fino ad allora, ma era
davvero una delle pi grandi ingiustizie nell'ambiente artistico
il fatto che mezzo mondo civilizzato conoscesse il mio
nome mentre la partitura di Rapsodia dall'inferno era praticamente
inascoltata. Ero certa che una volta che li avessi
contattati e avessi mostrato loro gli spartiti, i suoi vecchi
insegnanti, quelli che l'avevano proclamato il nuovo Messia
della musica ancor prima che avesse praticato miracoli,
avrebbero fatto tutto il possibile per aiutarmi a predicare il
suo vangelo.
Durante il viaggio di ritorno progettai un piano d'azione.
Decisi che sarebbe stato meglio chiamare prima Robert
Masterson e ottenere il suo aiuto. Lui sarebbe stato in grado
di contattare gli ex insegnanti al conservatorio e anche Jean
Paul stesso. Non avevo ancora abbastanza coraggio per farlo
io, per parlargli dopo tutto quel tempo. Sarebbe stato troppo
pericoloso, perch se mai ero riuscita a dimenticarlo (e
pensavo di esserci riuscita, pur se lottavo ancora con lui ogni
volta che prendevo il violino), quegli spartiti mi avevano
coinvolto pi profondamente di prima. Non era stata la
genialit della musica, ma il suo intrinseco appartenergli, il
puro suono di lui, proprio come lo ricordavo. Quindi s,
sarebbe stato pericoloso sentire quel miscuglio di New
England e Sud della Francia, basso e sussurrato, dopo otto
anni e inevitabilmente, se tutto fosse andato come doveva,
anche rivederlo, ma era un pericolo che ero disposta ad
affrontare per la causa della musica.
Quando arrivai a New York era gi troppo tardi per telefonare,
ma ero fuori di me per l'esaltazione e rimasi in piedi
tutta la notte a cercare di ricostruire gli spartiti che non ero
riuscita a copiare. Stavo diventando sempre pi ambiziosa e
pensavo gi a concerti multipli, bombardamenti mediatici e
registrazioni, perci la mattina dopo fui scioccata quando
parlai al telefono con Robert Masterson.
La nuova musica di Jean Paul? domand bruscamente,
dopo qualche minuto di convenevoli insolitamente cordiali.
Mi prendi in giro?
L'hai sentita? chiesi io, confusa dal cambiamento
improvviso di tono.
Sentita? Non esattamente. Per ne ho vista parecchia.
Una volta mi mandava i nuovi pezzi man mano che li finiva,
ma poi gli ho detto di smetterla. Me ne manda ancora qualcuno
ogni tanto, ma li archivio senza neanche aprire le
buste. E terribile quando si bruciano da giovani.
Si bruciano? Ma scherzi? Robert, questa roba  geniale.
Geniale? Sul serio? Tasha, quella roba  imbarazzante. 
autocompiaciuta,  disordinata.
 appassionata.
Non ha disciplina. La mia prima reazione  stata di tapparmi
le orecchie... e la stavo solo leggendo!
Era quello che la gente diceva di Beethoven, lo sai. E
anche di Brahms.
E di un milione di altri, i grandi come i mediocri. Fidati,
quello non  un Beethoven.
Quindi devo dedurne che non mi aiuterai a organizzare
un concerto.
Deduci bene. Accetta un consiglio, Tasha. Non diventare
la paladina di Boumedienne. Vai in cerca di un'umiliazione.
Lascialo decidere a me dissi, ma la mia sicurezza gi
vacillava.
Non mi era neanche passato per la testa che Robert potesse
non vedere il genio nella musica di Jean Paul. Immagino
fosse perch non avevo mai smesso di pensare a lui come
l'orecchio infallibile, impassibile, puramente oggettivo che
aveva mandato avanti il suo seminario con fare quasi divino.
Era un'impressione che non ero mai riuscita a far quadrare
con quella molto meno piacevole di un insegnante che si portava
a letto una studentessa. Feci le telefonate successive con
speranze sempre pi deboli, ma ogni volta ero colpita dai
commenti caustici e dal fatto che ogni persona con cui parlavo
usasse il termine autocompiaciuto per descrivere il lavoro
di Jean Paul. Mi sentii personalmente offesa dalle frecciate
irriverenti di quei fossili dalle vedute ristrette, ma ancora
peggio era la facilit con cui immaginavo come avrebbe potuto
reagire lui - e come aveva reagito nella realt - a quegli
stessi critici avversi. Pareva che la musica di Jean Paul fosse
vituperata dai suoi ex mentori tanto quanto era adorata dai
suoi seguaci a Oberlin. Dopo altri cinque o sei tentativi altrettanto
demoralizzanti di riunire un gruppo di partner, decisi
che avrei organizzato il concerto da sola. Ero sicura di riuscire
a convincere qualsiasi direttore ad affrontare la partitura e
una volta allestito l'evento la musica avrebbe parlato da s a
un pubblico pi ampio e meno ottuso. L'unico intoppo concreto
era che sarebbe toccato a me contattare Jean Paul.
Dopo qualche giorno di tentennamenti, decisi che sarebbe
stato meglio per entrambi se avessi scritto invece di telefonare.
Mi riservai un pomeriggio intero per rintracciare un suo
indirizzo a Oberlin, ma per mia grande sorpresa l'indirizzo
era pubblico. D'altronde perch non doveva esserlo? Jean
Paul non era una celebrit che dovesse tenere lontani i curiosi.
Come misantropo, era un misantropo sconosciuto ai pi.
Scrissi all'incirca quindici versioni prima di spedirla, decidendomi
per una nota breve e professionale in cui dicevo
soltanto che avevo sentito la sua musica, che mi aveva sbalordito
e che mi sarebbe piaciuto proporre e sostenere
un'esibizione. Nei giorni seguenti continuai a riscriverla
mentalmente e quando divenne plausibile aspettarmi una
risposta avevo un tuffo al cuore ogni volta che aprivo la cassetta
della posta e non trovavo niente dall'Ohio. Passarono
due settimane prima che ricevessi una piccola busta, tutta
malconcia e macchiata.
Come la mia, anche la sua nota era corta, pur se non altrettanto
distaccata. Si astenne dal dire cose personali (a parte
spiegare di averci messo giorni per decidersi ad aprire la mia
lettera e quanto fosse poi stato sorpreso da ci che vi aveva
trovato), ma espresse seri dubbi sulla proposta. Reputai pi
che naturale, dato il pessimo trattamento che aveva subito da
parte di chi un tempo teneva pi in considerazione, che fosse
un tantino riluttante a esporsi a ulteriore ridicolo. Capivo
come potesse essere pi allettante starsene nascosto nel suo
comodo angolino di mondo, attorniato da ragazzini adoranti.
Tuttavia trovavo inconcepibile che preferisse vivere in un
sicuro anonimato piuttosto che rischiare di soffrire un po'
per il posto che gli spettava nella storia. Non avevo dubbi che
la sua musica fosse rivoluzionaria e dunque importante non
solo per lui, ma per il mondo intero, cos gli scrissi di nuovo
per dirglielo. Mi lasciai anche scappare qualche riga in cui
alludevo a quanto avessi pensato a lui negli ultimi tempi, ma
cancellai tutto pochi attimi prima di sigillare la busta.
Dovetti aspettare due viaggi all'estero e uno sulla West
Coast prima di ricevere una risposta.
Non sono d'accordo sul fatto di dovere' qualcosa a
chicchessia iniziava in modo ben poco promettente.
Ancor meno devo una cosa che  intimamente mia a un
pubblico che non conosco. Per ho pensato molto a ci che
dicevi sull'arte che non  pienamente realizzata se non
viene apprezzata da un pubblico e ammetto che la mia limitata
platea qui a Oberlin non sia del tutto soddisfacente. S,
per quanto mi scocci confessarlo, anch'io anelo a una fama
pi ampia. Pu un artista non anelarvi e chiamare lo stesso
arte' il proprio lavoro? Mi piace pensare che la risposta sia
uno spavaldo s', ma sospetto sia piuttosto un piagnucolante
no'.
Anche se non c'era una risposta esplicita alla mia richiesta,
immaginai senza il minimo dubbio che la lettera costituisse
un assenso.
Quella sera contattai cinque direttori e inviai gli spartiti a
ognuno via fax. La mattina dopo ricevetti quattro risposte
tiepide e una entusiasta. Quella entusiasta arriv dal mio vecchio
amico Michael O'Shea, che era riuscito in qualche
modo a farsi nominare direttore musicale dell'Orchestra sinfonica
di San Francisco a ventinove anni: non proprio il suo
vecchio e apparentemente irrazionale obiettivo di dirigere la
Filarmonica di New York, ma nemmeno troppo lontano.
Michael fu non soltanto l'unico a riconoscere la genialit di
quella musica, ma pure l'unico disposto a eseguirla anche se
io non avessi suonato la parte solista nella Rapsodia dall'inferno.
Non poteva assolutamente sapere che cosa avrebbe
significato per me suonarla, ritornare nel talento di Jean
Paul, tuffarmi nelle sue note, ma fu abbastanza sveglio da
intuire che mi sarebbe passata per la testa qualche sciocchezza
melodrammatica; allora sugger di ingaggiare al mio posto
Emmy Chin, l'ultima arrivata fra i ragazzini-fenomeno.
Le settimane passarono in un vortice di attivit. Io ero in
giro per il paese per un programma di concerti con un piccolo
gruppo di altri solisti, ma cercavo di chiamare San
Francisco almeno una volta al giorno per tenermi aggiornata
sui preparativi per il gran debutto di Jean Paul. Andavo
avanti a pura adrenalina, contagiata dalla potenza della
musica che stavamo per presentare al mondo. Ogni sera
mandavo a Jean Paul un nuovo e straripante biglietto, per
raccontargli dei nostri progressi e per chiedergli di rispondermi
e darmi cortesemente un numero di telefono a cui
trovarlo, dato che non era sull'elenco.
L'unica persona non proprio entusiasta dell'imminente
serata era mia madre. Quando le riferii la notizia, il giorno
dopo avere optato per San Francisco, lei fu esterrefatta.
Dimmi pure che sono vendicativa, che non so perdonare,
che mi preoccupo per niente mi disse mentre rassettava
uno dei miei abiti e lo riponeva delicatamente nella custodia
da viaggio, ma io me ne starei ben alla larga da tutto ci che
ha a che fare con quel tipo. Lo dico come tua madre, non
come tuo impresario.
Niente per avrebbe potuto frenare il mio entusiasmo per
il nuovo progetto o, in tutta sincerit, per la prospettiva di
rivedere Jean Paul. A ogni nuovo biglietto che gli mandavo
diventava sempre pi difficile mantenere un tono professionale:
lo stile curato iniziava a sembrare semplice freddezza,
dal momento che sempre di pi ci che volevo era parlare
con lui come parlavamo una volta, essere accolta nel fluido
ondeggiare dei suoi pensieri, sapere che cosa gli accendeva
quella musica dentro. Mi stavo convincendo che sarebbe
accaduto quando l'avessi visto e che forse sarebbe stata una
buona cosa; che forse era arrivato il momento di rimediare a
ci che avevo fatto nella mia stupida giovent; che forse crescendo
ero diventata il tipo di donna che avrebbe sopportato
di essere amata da lui. Non osavo ammettere la possibilit
che ci fosse un'altra donna nella sua vita. Invece cominciai a
pensare, cautamente e in segreto, di poter assaggiare di
nuovo la sua totale familiarit.
Questo almeno finch non lo sentii.
Quando i musicisti avevano gi iniziato a provare e la data
del concerto era stata fissata, mandai un'ultima lettera con i
dettagli, un invito ad assistere alle prove e un'ulteriore
richiesta di un numero di telefono. Nell'impeto, chiusi sulla
nota personale che avevo cercato di rimandare fino a quando
non ci fossimo incontrati di persona:
Jean Paul, credo sia superfluo dire che mi  sempre dispiaciuto per
il modo in cui  finita e per il dolore che ti ho causato. So che ti
sar sembrato evitabile e sbagliato e non posso dire che sia stato
molto diverso per me, anche se dalla mia parte le cose sono state,
come sempre, molto pi contorte che non dalla tua. Per quando
sento la tua musica non posso non pensare di avere fatto, in qualche
modo, la cosa giusta. Vi sento un cuore spezzato e credo sia
stato quello a liberarti. Magari non  nemmeno stata la nostra
separazione, magari  stata un'altra, ma rimane il fatto che se fossimo
rimasti ci che a rigor di logica avremmo dovuto essere, questa
musica non sarebbe mai esistita. E cos in un certo senso sono
contenta di aver fatto quell'errore.
Pensavo l'avrebbe presa come un'offerta di scuse. Speravo
perfino che lo prendesse come un invito. Non lo prese n
come l'una n come l'altro. La risposta quella volta arriv in
pochi giorni.
Che cos' questo progetto di cui mi scrivi? Non ho mai dato il mio
consenso per il concerto e voglio che sia sospeso immediatamente.
La musica appartiene a me e non a te o all'Orchestra sinfonica
di San Francisco. Esigo che tu interrompa immediatamente ci
che hai iniziato senza averne il diritto.
Poi, al posto della firma:
Mi chiedo quanto bene tu conosca queste parole: La malattia
creatrice, la malattia che elargisce la genialit, che scavalca gli
ostacoli e nell'ebbrezza temeraria balza di roccia in roccia,  mille
volte pi benvenuta nella vita di quanto non sia la salute che si
trascina ciabattando. Meditale un pochino.
La citazione era dal Doctor Faustus, un libro che avevo e che
andai a prendere dallo scaffale. Come avevo sospettato da
subito, le parole che Jean Paul aveva scelto come osservazione
finale erano pronunciate dal diavolo in persona, quello
che il povero Faustus credeva gli avesse rubato l'anima in
cambio del genio musicale. Evidentemente la mia offerta di
scuse non era stata ben accetta.
Fu solo pi tardi quella notte, dopo aver dato in escandescenze
per l'appartamento tirando contro il muro i cuscini
del sof, dopo aver chiamato mia madre in lacrime implorandola
di trovare un modo per risolvere quel pasticcio,
dopo essere stata distesa nel letto per ore a odiare me stessa
e ancora di pi Jean Paul, che ripensai alla serie di biglietti
anonimi che avevo ricevuto per anni, tutti scribacchiati nella
stessa grafia maniacale e tutti con citazioni da Thomas
Mann. Il primo, che avevo ricevuto poco dopo la mia tourne
iniziale, diceva: E un impulso paterno riempi e mosse
il suo cuore, il tenero turbamento di chi si sacrifica in spirito
per creare il bello, verso chi la bellezza possiede.
Ricordai che mi aveva agitato - come un biglietto anonimo
scribacchiato in rosso avrebbe agitato qualsiasi ragazza
- e che l'avevo mostrato a mia madre con le mani che mi tremavano.
Un fan istruito, mi aveva detto senza troppa preoccupazione.
Ti ci abituerai. Se lei la vedeva come la lettera
di un fan, per, io la vedevo come una lettera minatoria,
una convinzione che si rafforz quando ne ricevetti
un'altra un anno dopo: I suoi nervi si pascevano avidamente
di quei suoni grossolani, di quelle melodie volgarmente
sentimentali; ch la passione estingue ogni facolt critica e
meditatamente coltiva quegli stimoli che uno spirito lucido
non prenderebbe sul serio, o addirittura respingerebbe indignato.
In breve avevano cominciato ad arrivare ogni sei
mesi e poi di colpo avevano smesso. Da allora non ci avevo
pi pensato.
Con un brivido su tutta la pelle cercai sotto il letto e tirai
fuori la scatola in cui tenevo la mia corrispondenza pi bizzarra.
Le citazioni da Mann non erano affatto le lettere pi
strane: la roba normale veniva archiviata da mio padre, ma
ritenevo che le bizzarrie appartenessero soltanto a me e non
alla Tasha Darsky Enterprise. Spargendo il contenuto sul
materasso, setacciai il cumulo disordinato finch non trovai
un mazzo di lettere tenute insieme con un elastico, tutte
stropicciate, piccole e senza mittente. La loro grafia maniacale
era diversa dal corsivo accurato dei recenti biglietti di
Jean Paul, ma su tutte c'era lo stesso timbro postale: Oberlin,
Ohio.
Mi stesi sul letto stringendo le lettere al cuore e pensai a
un'anima che non volevo rimanesse chiusa a chiave da qualche
parte - nell'equivalente metafisico di una soffitta? -
marcia, corrotta, minacciosa. Non lo avevo mai compatito
cos tanto.
Scoprire che il mio Mann-iaco era Jean Paul ebbe un effetto
inquietante, forse addirittura devastante, ma fu il minore
dei miei problemi nel periodo immediatamente successivo
all'ultima lettera. Quello pi diretto fu che cosa fare con il
concerto. Venne a mia madre l'idea di sostituire la prima
nazionale della musica di Jean Paul con la prima nazionale
della mia.
Non scrivo niente dai tempi dell'universit protestai
quando lo sugger. Di che cosa dovrei fare la prima, dei
compiti per i miei corsi?
Mia madre per non volle sentire ragioni e contatt
Michael O'Shea senza il mio consenso. Si godeva quella che
secondo lei era l'ironia della situazione: L'uomo che voleva
schiacciare la tua creativit sar quello che la resuscita! Io
replicai: Non ha mai cercato di schiacciare la mia creativit
ma lei mi ignor. In pochissimo tempo trasform l'evento
da un trionfo personale a una causa femminista, inveendo
contro l'egemonia patriarcale imposta dalle rigide istituzioni
della musica classica. Da qualche parte aveva scovato
una camionata di statistiche: la percentuale di nuove opere
scritte da donne eseguite dalle orchestre, notevolmente pi
bassa di quella gi minima di nuove opere scritte da uomini;
il fatto che nessuna donna fosse mai stata chiamata a dirigere
una delle orchestre di maggiore o anche solo medio livello;
e via dicendo.
Sai, mi piace pensare che le mie scelte di vita non abbiano
niente a che fare con un cromosoma X in pi le dissi, ma
lei mi rise in faccia. Se c' qualcuno che pu invertire la
tendenza e far esaltare il pubblico per della musica scritta da una
donna, quella sei tu, cara mia disse entusiasta. Dobbiamo
incanalare la tua inebriante femminilit e renderla un'arma.
Le chiesi caustica se in quel caso considerasse la mia
copertina su Vanity Fair una bomba incendiaria. La copertina
e il relativo articolo - Le curve del violino: Tasha Darsky
sulla musica, l'amore e il divertimento - erano da poco
diventati un punto dolente in famiglia. Organizzato da mio
padre, il servizio mi aveva causato notevole costernazione.
Come avrei potuto essere presa sul serio come artista, mi
chiedevo, se uno qualsiasi in fila al supermercato era in
grado di fantasticare sul mio ombelico? Non che una parte
di me non fosse gasata nel vedermi in posa come una modella,
i capelli scuri che cadevano fluenti su una pelle dallo
splendore artificiale, gli occhi azzurri con il luccichio
aggiuntivo delle luci del fotografo: era solo che il fremito di
soddisfazione non valeva l'ansia.
Rassegnati alla copertina mi consigli lei, o inizier a
dire in giro che quella nella foto sono io.
Ma rassegnarsi era impossibile. Da quando Jean Paul mi
aveva mandato quella lettera irritata, tutte le mie difese avevano
ceduto e ci che prima mi avrebbe soltanto fatto rabbrividire,
o magari ridere, aveva cominciato a farmi sentire
come una ciarlatana. Restai traumatizzata anche quando, fra
le righe di un profilo altrimenti rispettoso, il New Yorker mi
defin il sogno erotico di ogni intellettuale, come se fossi
stata una Coniglietta quattr'occhi invece di una musicista
classica. Se ero davvero il sogno erotico di ogni intellettuale,
valutai stizzita mentre leggevo l'articolo, allora perch passavo
tutte le mie sere libere a guardare vecchi film insieme ai
miei anziani genitori? Perch le mie rare storie non duravano
pi di qualche mese? Perch solo poco prima ero a letto
a pensare a un uomo che mi scriveva lettere minatorie?
All'inizio l'idea di mia madre sembr impraticabile. Non
avevo niente da far debuttare. Mi ero impegnata seriamente
per smettere di pensarmi come una compositrice. Pi
importante ancora, rimpiazzare la musica di Jean Paul con
la mia mi sembrava un ulteriore tradimento. Mia madre
per era insistente, Michael era disperato e cos mi misi a
frugare tra centinaia di fogli logori su cui avevo scarabocchiato
brandelli di melodia poi abbandonati. Non avevo mai
smesso di sentire musica nella mia testa, ma solo di tentare
di capire dove volesse portarmi. La scrivevo e poi la mettevo
via, senza pensarci pi. Con riluttanza disseppellii quei
brandelli e li riunii in un pietoso medley che intitolai Frammenti
sonori. Avrei voluto chiamarlo Musica abortita o Musica
fetale, ma quando lo proposi a mia madre lei quasi soffoc.
L'altro pezzo che decidemmo di far debuttare, appropriatamente,
fu Fantasia di Medea, l'ode alla vendetta che
avevo scritto per il seminario di Masterson.
A Frammenti sonori mancava una struttura coerente per
ovvi motivi e n quel pezzo n Fantasia di Medea contenevano
idee musicali interessanti, ma quando furono eseguiti
davanti a una sala stracolma molti recensori trovarono qualcosa
da elogiare nel miscuglio. Il responso critico non fu
affatto uniformemente positivo, ma che ci fosse stata
comunque attenzione - e ce ne fu parecchia perch, che
fosse piaciuta o no, tutti reputarono l'esibizione degna di
una seria considerazione - per me era inspiegabile. All'inizio
fui soltanto stupita, ma quando il programma venne
adottato da altre orchestre cominciai a trovarlo angosciante.
Avrei potuto tirare fuori varie ipotesi per spiegare l'illusione
collettiva che l'ambiente musicale si era costruita, ma il
punto non erano i motivi: il punto era che della musica di
cattiva qualit veniva presa sul serio e la colpa era mia. Probabilmente
avrei dovuto essere grata che mi fosse stata
risparmiata l'umiliazione che senza dubbio avrei subito se
qualcuno avesse avuto il coraggio o il buonsenso di smascherare
la mia musica per quella che era, ma invece sentivo
una strana mistura di disperazione e di colpa. Non avendo
mai del tutto abbandonato la mia teoria che equiparava Dio
all'arte, mi sentivo un po' come un'eretica che avesse profanato
il tempio. Che centinaia di persone potessero fischiettare
qualche battuta dalla Fantasia di Medea mentre solo
una manciata o poco pi aveva mai sentito Rapsodia dall'inferno
era un'ingiustizia estetica estremamente grave.
Non posso dire tuttavia che non mi godessi il mio nuovo
ruolo di compositrice professionista. La sera in cui Frammenti
sonori debutt alla Carnegie Hall fu uno degli eventi
pi fantasticamente irreali della mia vita. Non suonavo io e
cos mi sedetti fra il pubblico e lasciai che la musica mi
avvolgesse come chiunque altro. A un livello puramente
uditivo la musica era carina. Sono tentata di dire troppo
carina, troppo cinguettante, il che poteva spiegare perch
piacque a cos tanti americani mentre in Europa la stroncarono
in massa. Mi faceva pensare al tintinnio della porcellana
durante un t nel parco in un giorno di primavera. Non
fu per quello che mi colp durante la serata e nemmeno mi
fissai sui difetti della musica, come il sentimentalismo o la
mancanza di idee originali. Ci che mi colp fu che la musica
era mia. Ero seduta in una delle pi eminenti sale da concerto
del mondo ad ascoltare alcuni dei pi eminenti musicisti
suonare note che erano uscite dai miei propri sensi.
Riconoscevo i suoni come gli intimi prodotti della mia
mente, eppure allo stesso tempo avevano preso un aspetto
estraneo. Stavo assistendo alla loro trasformazione da
capriccio privato a propriet pubblica, da pensiero ad arte.
Quella sera feci le ore piccole, a una rimpatriata con i miei
vecchi amici dell'universit (erano arrivati tutti in aereo per la
prima alla Carnegie), per trovare sulla segreteria telefonica un
messaggio da Robert Masterson, decisamente cordiale e prolisso.
Anche lui era stato al concerto e mi aveva cercato a
lungo, ripet diverse volte in diverse varianti, perch doveva
dirmi che sebbene pensasse che il pezzo su Medea fosse ancora
acerbo e richiedesse un bel po' di lavoro, i Frammenti avevano
fascino ed erano senza dubbio il prodotto di una mente
sul punto di ottenere grandi cose. Ascoltai pi volte il messaggio
mentre mi preparavo per la notte, anche se facevo fatica a
prenderlo sul serio, venendo da uno che aveva definito
disordinata la musica di Jean Paul.
L'indomani tornai a sentirmi decisamente sporca e disonesta.
La sera, fuori a cena coi miei nella sontuosa baraonda
della Russian Tea Room, la sensazione si cristallizz in vergogna.
Santo Dio disse mia madre per la milionesima volta
mentre pungolava delicatamente con la forchetta un pezzo
del suo pollo alla Kiev. Tendeva ad avere un'avversione per
il cibo e ordinava soltanto per educazione. Non riesco
ancora a crederci. Ho sempre saputo che eri una grande
compositrice, ma ogni volta che risento i tuoi pezzi mi sembrano
sempre pi un miracolo!
A disagio, mi spostai leggermente nella mia sfarzosa sedia
rossa, chiedendomi come facesse a sapere che ero una grande
compositrice ancor prima di avere sentito eseguire qualcosa
scritto da me, nonch se potessi mangiare io quel pollo
che lei non voleva.
Davvero notevole concord mio padre e mentre aspettavo
il conto mi meravigliai della mia capacit di ingannare.
C'era mai stata una migliore ingannatrice al mondo? Forse
era quello il mio talento pi grande. Non creare, non suonare,
ma ingannare.
Dav-vero notevole ripet.
Sapete a che cosa mi hanno fatto pensare stavolta? chiese
mia madre battendo le mani per l'esaltazione.
Hmm? A che cosa? Mio padre si volt verso di lei con
attenzione rapita, tamponandosi le labbra col tovagliolo.
A un Barnett Newman degli esordi!
Decisi di non far presente che il settanta percento di tutto
ci che mia madre aveva incontrato in vita sua le aveva ricordato
un Barnett Newman degli esordi e invece feci un cenno
pi evidente per sollecitare il conto. C'era qualcosa nel fatto
di stare illudendo i miei che mi rendeva tristissima. Quando
mi invitarono nella casa di arenaria rossa per un dessert e un
caff rifiutai l'offerta il pi velocemente possibile. Per la prima
volta in diversi anni sentii il bisogno di allontanarmi da loro.
Qualche giorno dopo l'esibizione alla Carnegie Hall ricevetti
la lettera che inconsciamente aspettavo. Pi precisamente,
ricevetti il ritaglio di una delle recensioni migliori.
Era stata scritta dallo stesso critico del New York Times che
l'anno prima aveva definito il mio ultimo album una presa
in giro della musica classica da parte di una popstar, solo
che ora Fantasia di Medea gli sembrava ipnotica, affascinante
e ironicamente promettente. Scribacchiata in
rosso sopra il testo c'era una citazione dalla Morte a Venezia:
A quasi ogni natura di artista  innata una tendenza procace
e proditoria ad ammettere ingiustizie creatrici di bellezza,
a mostrarsi comprensivo e benigno di fronte a un'aristocratica
predilezione.
Come la prima lettera di quella che avevo finito per chiamare
la serie del Mann-iaco, anche questa era abbastanza
ambigua da poterla interpretare, se avessi voluto, come un
bizzarro omaggio di un fan. Invece mi sentii punita, ma proprio
per ci pi pura. La citazione, per come la leggevo io,
era dolorosamente azzeccata: il mio successo, almeno per
quanto riguardava la composizione, era un'ingiustizia, nata
dalla mia fama e dalla tendenza della fama a nutrirsi di se
stessa, anche se le uniche persone disposte ad ammetterlo
eravamo io e l'uomo della mia vita, che scribacchiava
biglietti anonimi con l'inchiostro rosso. Ora per che quell'ingiustizia
era stata espressa, era come se mi fossero stati
perdonati i miei peccati e io dovessi soltanto pentirmi tenendo
per me la mia brutta musica.
Comunque la Fantasia di Medea veniva suonata dalle
radio classiche di tutto il paese, la Sony voleva un nuovo
album e arrivavano continue richieste di nuova musica della
Darsky. Mia madre inizi a perseguitarmi perch mi mettessi
a scrivere qualcosa. Una sera dopo cena, nel mio appartamento,
le mostrai la lettera e dichiarai: Questa dice tutto.
Lei la guard e io notai che si stava sforzando per non
esplodere. Dimmi una cosa e dimmela sinceramente chiese
alla fine, piantandomi addosso uno sguardo che era intenso
anche per lei. Perch hai troncato con Jean Paul? Era
chiaro che eri ancora innamorata. Era pi che evidente.
Mentre lei leggeva la lettera io avevo messo sul fuoco del
caff e cos cercai di temporeggiare ritirandomi in cucina
per versarne due tazze. Quando tornai al tavolo del soggiorno
sapevo che cosa dire. Immagino sia stato perch io ero
io e lui era lui e la cosa era intollerabile. Non riuscivo a sopportare
l'idea che lui amasse la meno dotata dei due. E non
capivo perch lo facesse.
Lei guard di nuovo la lettera e io pensai che la conversazione
fosse finita. Quando torn a guardare me, l'espressione
nei suoi occhi era cambiata in modo drammatico: non
c'era pi niente di brillante, niente di determinato, solo tristezza.
La meno dotata dei due? ripet. Solo tu avresti potuto
credere qualcosa di tanto lontano dalla realt. E dubito
che lo credesse anche quel bastardo. Era egoista, non
sordo.
Quella notte, molto dopo che lei se ne fu andata, un tuono
mi svegli appena prima dell'alba e io mi accorsi di avere in
testa delle note che correvano libere. Normalmente sarei
sprofondata ancora pi sotto le coperte, ma ripensando a
quell'espressione di sconfitta totale sul viso di mia madre
mentre mi dichiarava pari a Jean Paul, andai al pianoforte
che avevo comprato da poco per potermi esercitare a casa
con un accompagnatore. Vi restai seduta per ore, ma non
riuscii a portare alla luce il resto della musica che quelle
poche note avevano suggerito. Ci provai per giorni, ma non
ne usc niente. Qualsiasi talento avessi avuto in passato -
grande, piccolo o infinitesimale - non ne era rimasto nulla.
L'avevo sradicato.
In s forse non sarebbe stato un grosso problema - dopotutto
non componevo da anni e quegli anni di non-composizione
erano stati i migliori della mia vita - sennonch comporre
torn a essere una cosa a cui tenevo e tenerci prosciug
ogni gioia dal suonare. Diversi mesi passarono blandamente.
Andavo ancora in giro per il mondo, rapita dal seducente
turbinio della celebrit, ma lo stare in orbita non era
pi divertente come prima. In passato ogni esibizione era
stata un'inebriante scontro di eros e identit in cui avevo
combattuto per fare uscire la mia voce dalle note, ma ormai
avevo perso la voglia di lottare. Sentendo il fallimento che
mi mulinava denso intorno, non volevo pi farmi strada con
le unghie fra la musica. Volevo rintanarmici dentro e non
uscirne pi. Volevo essere nient'altro che quella musica e
volevo che Jean Paul sparisse definitivamente e irrevocabilmente
dalla mia testa, dalle mie note, dalla mia vita. Invece
di affrontare lo spartito - il che per me significava ancora
azzuffarmi con Jean Paul - le mie esibizioni diventarono un
timido girargli intorno in punta di piedi. I critici chiamarono
la trasformazione del mio suonare una maturazione,
ma io sapevo che era un'involuzione. Sospettai di stare attraversando
una precoce crisi di mezz'et, ma continuai a darci
dentro perch avevo paura di ci che sarebbe successo se mi
fossi fermata.
Mia madre forse non not il cambiamento nella musica,
ma nel mio umore s e decise che ero sovraccarica di lavoro.
Ma che cosa ti stiamo facendo? si rammaric. Ti stiamo
facendo invecchiare a soli ventinove anni. Allora impose
una nuova regola: non ci saremmo pi fermati in una citt
per meno di tre giorni e in almeno uno di questi avremmo
dovuto fare cose frivole. Mio padre non ne fu felice. Disse
che non avrebbe fatto bene agli affari e io - timorosa di rallentare
- ero d'accordissimo; mia madre per si impunt e
quando si impuntava non c'era verso di discutere.
Fu cos che una sera finii a una cena organizzata nei dintorni
di Parigi da August ed Edmund Rozmarin, amici di
famiglia che conoscevo fin da quando ero piccola. Edmund
aveva finanziato alcuni dei progetti pi ambiziosi dei miei
fornendo, per dirla con mio padre, oscene somme di denaro
senza neanche battere ciglio. Faceva parte di quella
meravigliosa genia di persone che i miei scovavano sempre
nei quattro angoli del mondo, baluardi dell'avanguardia
artistica: un magnate della finanza con sincere aspirazioni
estetiche. All'apice della ricchezza (gli anni ottanta lo avevano
trattato bene, come avevano fatto con tutti i banchieri
d'affari) aveva abbandonato le attivit pi materiali e si era
ritirato nella campagna francese per iniziare il suo capolavoro,
un romanzo ambientato ad Atlantide.
Il suo talento pi grande, tuttavia, non stava nello scrivere
romanzi o nel fare da mecenate per gli artisti, ma nell'organizzare
ricevimenti. I Rozmarin davano una festa ogni settimana
e mia madre decise che quello sarebbe stato il perfetto
punto di partenza per concedersi un po' di bella vita.
Quelle feste radunavano un interessante miscuglio di personaggi
- artisti, scrittori, finanzieri, politici e intellettuali -
che sotto la contagiosa influenza della gioia di vivere texana
di Edmund impiegavano poco a disfarsi delle loro varie facciate
e diventare una massa omogenea di bon vivants in
diversi stadi di ebbrezza.
August ed Edmund erano il tipo di persone cos felicemente
innamorate da non capire perch non lo fossero tutti quanti
gli altri, il che probabilmente fu il motivo per cui, essendo
arrivata in ritardo di un'ora ed essendomi persa lo sherry e le
presentazioni, mi ritrovai seduta accanto a un attraente
magnate kuwaitiano del petrolio che guarda caso era un mio
grande fan. Ma, mentre lui ci dava dentro coi complimenti -
mi disse testualmente l'unica cosa al mondo che eguaglia la
bellezza del suo Concerto per violino di Brahms  il suo viso -,
la mia attenzione si spost verso un altro viso al capo opposto
del tavolo, a circa venti posti di distanza, un viso tragico,
tormentato, ossessionato. Sapevo a chi apparteneva: ad
Aleksander Pasek, il leggendario regista polacco ai cui film era
stato attribuito il merito di aver stretto una nazione intorno a
Solidarnosc e che molti ora volevano come presidente della
Polonia. Per guardandolo non vedevo un uomo anziano che
aveva abbattuto un regime con l'arte; o meglio, lo vedevo, ma
fra le rughe e gli spigoli notavo anche un altro viso che mi fissava,
tenebrosamente bello e ostinato. Non avrei saputo di
preciso dire il perch, ma era come se fossero la stessa persona.
Per tutta la cena lo osservai con la coda dell'occhio sperando
che qualcuno ci presentasse. Nessuno lo fece e allora
mentre tutti e due attendevamo di riprenderci le giacche nell'atrio
vidi un'opportunit e la colsi. Era da solo. Mi avvicinai
e lo toccai delicatamente su un braccio.
Buonasera, signor Pasek dissi. Lui mi lanci uno sguardo
sorpreso e non particolarmente amichevole, ma era ci
che mi aspettavo. Era noto per essere un orso. Sono una
sua grande ammiratrice.  un piacere conoscerla.
Piacere mio grugn stringendomi la mano.
Mi chiamo Tasha Darsky dissi. Lui annu e pensavo
stesse per dire qualcos'altro, ma proprio allora August gli
porse la giacca. Lui si volt e il mio fan kuwaitiano si avvicin
incerto per invitarmi a fare un giro sul suo yacht. Quando
cercai di nuovo Pasek, se n'era gi andato.
Tornata in albergo dissi a mia madre quanto fossi stata
colpita dal regista e accennai alla possibilit di chiamarlo
una volta arrivate in Polonia, neanche a farlo apposta la
tappa successiva della mia tourne: mi sarei esibita con altre
stelle in un concerto a Varsavia, improvvisato come festeggiamento
artistico della vittoria di Solidarnosc nelle elezioni
parzialmente libere di giugno.
Lei sembr preoccupata e disse che le pareva vecchio per
me. Le spiegai ridendo che il mio non era un interesse
romantico, che c'era soltanto qualcosa di magnetico in lui.
Mia madre replic che se quella non era la descrizione di un
interesse romantico, allora non sapeva che cosa fosse.
La terra insanguinata  uno dei miei film preferiti disse
tra s e s, come cercando di abituarsi all'idea di Pasek nelle
nostre vite.
La sera dopo port a casa alcuni dei suoi film. Me li hai
fatti tornare in mente spieg.
Rinunciammo a qualche ora di sonno per vedere Treny. Il
film si ispirava al poema di Jan Kochanowski e proprio
come il poema raccontava le sofferenze di un padre che ha
perso la giovane figlia. Per tutta la pellicola c'erano allusioni
sottili al fatto che l'estinta potesse essere non una bambina,
ma la Polonia indipendente, che era morta anch'essa
bambina, dopo qualche breve e convulso respiro solo fra le
due guerre mondiali. Urszula, la figlia morta, era sempre
vestita di rosso e bianco, i colori della bandiera polacca; in
pi veniva descritta come un'aquila dalle ali spiegate, il simbolo
della sovranit della Polonia. Il film era potente e
quando fin sia io sia mia madre - entrambe singhiozzanti -
avremmo preso le armi per qualsiasi causa di indipendenza
nazionale, se solo qualcuno fosse arrivato a chiedercelo.
Il giorno dopo lasciammo Parigi per Varsavia. Una tempesta
soffiava da nord e il treno oscillava sensibilmente. Fissai
meditabonda dal finestrino la campagna francese deserta
e solo a met del viaggio mi resi conto che mi stavo immaginando
come uno dei personaggi di Pasek, che sfidavano il
destino beffandosi della tempesta e di qualsiasi allegoria
della storia potesse rappresentare. Quando arrivammo sul
suolo polacco il tempo era migliorato e fummo accolte da
un sole pallido ma piacevole. Mi sembrava quasi di vedere i
titoli di coda scorrere sullo schermo.
Anche se ci speravo, per quanto riuscii a vedere Pasek
non venne al concerto per l'indipendenza. Chiesi in giro: in
parecchi andarono in fibrillazione al pensiero che potesse
essere presente, ma nessuno lo aveva notato. Ci per non
significava che non ci fosse. Il concerto aveva riunito musicisti
famosi da tutto il mondo ed erano accorsi migliaia di
polacchi. Per tre giorni il parco Eazienki sembr Times
Square a Capodanno, con il settecentesco teatro sull'isola,
dove si tenevano le varie esibizioni, a fare da fulcro per la
folla. Per quanto famoso, un uomo solo poteva benissimo
passarvi inosservato. Io continuai a cercare.
Nell'ultimo giorno dei festeggiamenti, mia madre mi
disse: Dai, vai a cercarlo a Cracovia.
Ma... e tu? chiesi. Secondo il suo piano anti-stress per
Tasha avremmo dovuto passare un mese a oziare in una
localit di villeggiatura in Svizzera.
Ti aspetter a Bruen disse. Tu vai e basta.
E cos andai.
La prima cosa che vidi di Pasek a Cracovia furono i suoi
capelli grigi che gli svolazzavano intorno alla testa come
un'aureola impazzita, il viso teso dalla rabbia. Aveva proposto
di incontrarci sotto il monumento ad Adam Mickiewicz,
al centro della grande piazza medievale del mercato. All'inizio
avevo pensato che la scelta avesse un significato, dato
che come avevo letto sulla mia guida Mickiewicz era considerato
il pi grande poeta romantico polacco. Mi ero lusingata
illudendomi che potesse essere un'allusione fra artisti,
incontrandoci sotto gli occhi di un terzo artista. Invece era
un ritrovo cos popolare che trovai perfino Incontriamoci
al monumento nel mio frasario polacco.
Quando arrivai, a met pomeriggio, la piazza era piena di
gente, ma solo tre persone se ne stavano vicino alla base
della statua: una donna stava leggendo da un libricino verde
chiaro che contrastava in maniera sorprendente con i suoi
capelli ramati, mentre due uomini, Pasek e un tizio pi
basso, erano immersi in una discussione animata. O meglio,
Pasek stava gridando con veemenza contro l'altro, che si
faceva sempre pi piccolo, la faccia seminascosta nel rigido
colletto grigio della giacca. Mi avvicinai cauta, intimorita da
quello studio in grigio. Pasek interruppe l'invettiva per il
tempo necessario ad alzare lo sguardo e chiedere con relativa
calma: Lei  la signorina Darsky? Io annuii. Un
momento. La prego, abbia pazienza. Poi, tenendo alta una
mano nella mia direzione, cosa che presi come un tentativo
di segnalare che non mi aveva dimenticato, riprese a esprimere
il suo disappunto.
Perch il tizio basso se ne andasse via contrito, lasciandomi
sola con il leggendario regista, l'uomo che molti polacchi
volevano come la loro massima carica politica, un uomo con
un incredibile paio di polmoni, ci volle non pi di un minuto,
ma a me sembr un'eternit passata a osservare le paurose
contorsioni del viso di Pasek. Mi ci concentrai perch mi
attraeva ancora fortemente, ma anche perch non potevo
guardare la faccia dell'altro senza sentirmi a disagio: nell'unica
occhiata che le avevo dato di sfuggita prima di distogliere
lo sguardo, ero stata turbata da qualcosa nella sua
espressione, un indizio di qualche perverso godimento che
sentii toccare un po' troppo nel vivo. Nemmeno lui aveva
mai guardato verso di me, per niente curioso di vedere
l'estranea che li stava osservando. Neanche di sfuggita,
neanche quando si era voltato ed era corso via. A dire il
vero, nessuno dei due aveva guardato nella mia direzione.
Finch non mi presi la briga di ricordare ad Aleksander
Pasek la mia presenza, indugiante appena oltre la sua mano
ancora alzata, credo che stesse valutando se corrergli dietro
e continuare la sua invettiva.
Signor Pasek... dissi piano, sporgendomi per aggirare
l'arto che incombeva.
Ah, s, signorina Darsky. Abbass il braccio e volt
nella mia direzione il viso, tremendo ma ci nonostante
denso di tratti caratteristici. Non vi era niente di morbido,
delicato o fine. Assolutamente niente di artistico. Se lo avessi
visto per strada senza conoscerlo e avessi dovuto indovinare
che cosa faceva nella vita, l'avrei preso per un operaio,
uno che lavorava in un posto rumoroso e pieno di metallo e
che nel rumore e nel caos prosperava. Malgrado l'evidente
contrasto fra quel viso severo e fragoroso e un altro viso
tenebrosamente romantico, per, da vicino la somiglianza
fra i due era ancora pi forte di quanto non lo fosse stata da
un capo all'altro di un lungo tavolo: l'inebriata e inebriante
espressione degli occhi, la conformazione spavalda della
mascella. In pi ora c'era in comune il talento nell'inveire.
Qualsiasi fosse l'argomento che Pasek aveva affrontato gridando,
di sicuro aveva dovuto riguardare temi elevati e
impersonali.
Mi accorsi di averlo fissato inappropriatamente a lungo
quando lui mi guard e alz un sopracciglio.
Vogliamo trovare un posto in cui parlare? chiesi.
Lo seguii fino ai tavolini all'aperto di un piccolo caff che
spuntava come per una naturale escrescenza dai portici rinascimentali
del palazzo di mattoni rossi e gialli del Mercato
dei Tessuti. Avevo passato la mattinata al pianterreno dell'imponente
edificio a curiosare fra le bancarelle di prodotti
artigianali e tornare nella sua ombra mi rassicur. Il
monumento era ancora visibile, a non pi di sei-sette metri,
cos io mi infilai in una sedia che guardava dalla parte opposta.
Avrei collegato per sempre la statua con il viso del tizio
basso, un collegamento che non volevo mi condizionasse
mentre cercavo di fare conoscenza con Aleksander Pasek.
Una ragazza dalle guance paffute che rovinavano il fascino
dei suoi limpidi occhi verdi si avvicin al tavolo. Aleksander
ordin una vodka per lui e un caff per me. Io non
lo avevo chiesto e nemmeno lo volevo, ma lo ringraziai lo
stesso.
La melodia di una polonaise, suonata da un mandolino,
una chitarra, un'armonica e un violino scordato, aleggiava
nell'aria e guardandomi intorno per capire da dove venisse
vidi un gruppo di giovani musicisti che dovevano essersi
appena piazzati sul lato opposto del monumento. Un capannello
si era formato intorno a loro e una coppia stava ballando
con movimenti scattanti e spensierati fra i piccioni che
curiosavano.
La Polonia  molto diversa da come me la immaginavo
osservai, voltandomi di nuovo verso Aleksander. Me
l'aspettavo grigia, ma Cracovia  una delle citt pi colorate
che abbia mai visto.
Lui annu sollevando vodka e caff dal vassoio che la
nostra cameriera ci stava offrendo.
Possiamo darci del tu, Natasha? chiese coccolando il
bicchiere mentre io mi sistemavo meglio nella scadente
sedia di plastica. C' una cosa che devo dirti subito, perch
mi sentirei disonesto se non te la facessi presente. Per te va
bene?
Ma certo. Mi piacevano i suoi modi diretti, non solo di
per s, ma perch si addicevano all'atmosfera popolare della
piazza affollata, con la musica, le danze, i piccioni e il profumo
delle paste del caff nell'aria calda.
Non ho idea di chi tu sia.
Io gli feci un brevissimo e tirato sorriso, poi fissai la mia
tazza. Ero irritata con me stessa per l'agitazione.
So che sei una violinista di non poco talento, molto
famosa continu. In ogni caso questo  quanto mi hanno
detto quando ho chiesto in giro di te. Ma prima che tu mi
chiamassi non avevo mai sentito il tuo nome, neanche una
volta. Non  che non ti creda quando dici che qualche
tempo fa ci siamo incontrati a una cena e ora che ti vedo mi
ricordo di aver scambiato qualche parola con te, perch non
mi dimentico mai un bel viso, ma quando ci siamo parlati la
prima volta ho pensato che potevi benissimo essere una
pazza. Ricevo parecchie telefonate di squilibrati. Alz le
spalle, un gesto incredibilmente espressivo se eseguito dalle
sue, che erano granitiche. Forse anche tu lo sei.
Invece no esclamai, ma fu superfluo.
Comunque ho chiesto in giro, capisci, per vedere se confermare
l'appuntamento, perch se eri una pazza... be', non
ho nessun interesse a incontrarmi coi pazzi. Ma quelli a cui
ho chiesto mi hanno detto: Ehi,  famosa,  bravissima'. E
cos eccomi qui. Non ti piace il caff?
Mentre lui parlava avevo guardato malissimo la tazza e
allora sorrisi timidamente, portandola alle labbra. Il vapore
sul viso era attaccaticcio e sgradevole.
E adesso siamo qui, una grande musicista e un grande
misantropo. Un vero incontro di due spiriti affini.
Spostai il mio sguardo inebetito dalla tazza alle sue fragorose
fattezze. Mi resi conto, con una certa sorpresa, che quando
distendeva i tratti del viso era ancora un bell'uomo, con la
mascella forte e gli intensi occhi azzurri che erano ancora
rudemente attraenti come nelle sue foto da giovane, che
avevo visto in vari articoli di giornale nel corso degli anni.
Spero di non averti offesa. Il tono suggeriva l'esatto
contrario.
Stavo per dirgli di no, che avevo la pelle pi dura di quanto
non sembrasse, ma lui riprese a parlare.
Mio padre era un grande storico disse improvvisamente,
come se glielo avessi chiesto. Piotr Pasek. Era un professore
all'Universit Jagellonica, qui a Cracovia.
La pi prestigiosa del paese commentai citando dalla
guida, che era stata la mia unica compagnia nei giorni precedenti.
Lui mi lanci uno sguardo perplesso e insofferente, poi
continu.
Era un uomo importante. La Seconda Repubblica lo
nomin perfino storico ufficiale di stato. Era tra le due guerre,
capisci, quindi la Polonia era ancora indipendente.
Io annuii e la cosa sembr irritarlo. Non mi era ancora
diventato chiaro che i capisci che punteggiavano il suo
discorso erano da prendere pi come ordini (Capisci!)
che come domande (Capisci?). Lui si schiar la gola deciso
prima di riprendere il racconto.
Quello che voglio dire  che quando i nazisti presero il
potere, noi a malapena ci consideravamo ebrei. Mio nonno,
capisci, era stato il rabbino capo di Cracovia e suo padre
prima di lui, ma noi... Scacci via il resto della frase con un
gesto e la sua mano nodosa assunse un'aria di graziosa noncuranza.
Mi arrabbiai quando mio padre disse che saremmo scappati
in Inghilterra, proprio quando le cose si mettevano
male per il nostro paese. L'invasione era appena iniziata. Io
gli dissi: "Li batteremo, i tedeschi. Non faranno neanche
venti chilometri in Polonia". Erano le cose che sentivo dire
intorno a me all'epoca, che l'invasione non era una cosa di
cui preoccuparsi. Si ferm un secondo e indic la mia
tazza. Il caff polacco  troppo forte per te, eh?
Il caff era disgustosamente lungo, ma non mi presi la
briga di dirglielo e alzai soltanto le spalle in risposta. Lui
sembr soddisfatto - addirittura gratificato - e continu.
In Inghilterra avevo solo una soddisfazione ed era l'ufficio
cinematografico polacco. I suoi registi documentavano
la guerra, le adunanze dei soldati, le battaglie, tutto. A volte
passavo giorni interi a guardare e riguardare i film, nascondendomi
nelle ultime file tra uno spettacolo e l'altro. Alla
fine della guerra tornai in Polonia da solo. La mia famiglia
si rifiut. "E dove torni?" mi chiese mia sorella Rosa. "Non
esiste neanche pi una nazione." Mio padre concord. "Questa
 l'ultima spartizione" mi disse. "Adesso tocca ai sovietici.
La Polonia non c' pi." Ma ovviamente io tornai, ovviamente
la Polonia era ancora la Polonia e per oltre un anno
non feci quasi altro che vagare per le strade di Cracovia, a
guardare le previsioni di mio padre che si avveravano. Quelle
camminate erano il mio documentario privato, intitolato
Tutto sta andando al diavolo. Non so quando mi venne l'idea
di iscrivermi alla Scuola di cinematografia a Ldz. Mi ero
convinto di poter fare qualcosa di simile a ci che avevano
fatto i documentaristi durante la guerra, solo che a me
sarebbe servita la sottigliezza concessa dalla finzione per
avere quello che loro avevano ottenuto con la sincerit. Nel
1981, con l'imposizione della legge marziale, solo la mia e
un'altra unit cinematografica furono sciolte. Lo presi come
un segno che avevo ottenuto ci che mi ero proposto. Stavo
ispirando la gente, tenevo vivo il suo spirito nazionalistico e
il governo aveva paura di me. Sai, lo stesso Lenin una volta
disse che il cinema  la forma d'arte pi importante. Credo
sia l'unico punto su cui concordiamo.
 affascinante dissi io, perch lo era, ma anche perch
non ero sicura del motivo per cui me lo stesse raccontando
e di quale reazione si aspettasse da parte mia.
 questo che devi capire continu come se mi avesse
letto nel pensiero, il che non era poi cos impossibile, dato
lo sguardo penetrante che mi puntava dritto negli occhi.
Colp il tavolo con uno spesso dito per dare maggiore enfasi.
Tu sei un'artista. Tu pensi che qui, di fronte a te, ce ne
sia un altro. Tu pensi "dai, parliamo, confrontiamoci, teorizziamo
insieme sulla verit e sulla bellezza" e a quel punto
alz un sopracciglio con un certo divertimento, ma io dico
"o bellissima Natasha, non  quello che sono. Io sono soltanto
un uomo che ama la Polonia".
Oh, ma non  per questo che io... cominciai, ma poi mi
perdetti. Che cosa avrei potuto dire dopo? Che avevo voluto
rintracciarlo perch il suo sguardo ossessionato e la sua
arte imbevuta di ideologia mi avevano ricordato un uomo
che stavo cercando di dimenticare?
Sono solo commossa dai tuoi film finii per giustificarmi.
E io dico che non era questo il mio intento.
Ma doveva per forza esserlo.
No.
Non volevi commuovere la gente?
No. Volevo evitare che cedessero.
Non sono sicura di capire la differenza.
Lui mi lanci una delle pi suggestive occhiatacce mai
viste e subito divenni non poco curiosa di sapere cosa gli
sarebbe uscito di bocca. Purtroppo proprio allora il piccolo
e agitato amico di Pasek arriv di corsa al nostro tavolino.
Di nuovo senza nemmeno guardare di sfuggita verso di me,
gli sussurr qualcosa all'orecchio e poi si mise sull'attenti,
come se aspettasse ordini.
Ah. Pasek si alz pi fluidamente di quanto avrei pensato
fosse capace il suo grosso fisico. Devi scusare la mia
maleducazione, ma due giorni di riprese forse sono a rischio
e non lo posso permettere.
Gett sul tavolo delle banconote spiegazzate e abbai
qualche parola all'amico, che scapp via nella direzione da
cui era venuto.
Quando ci rivediamo? chiesi, ma lui stava gi attraversando
con determinazione le lastre di pietra della Piazza del
Mercato. Guardai allontanarsi la sua larga schiena, coperta
da una camicia grigia da operaio con dei sottili bordi rossi.
Nei suoi movimenti c'era una rudezza elegante e lasciai che
i miei occhi lo seguissero finch la grossa macchia di grigio
non spar tra la folla.
Ero sicura che non avrei pi sentito nulla da Aleksander
Pasek e che quel mio viaggio fatto d'impeto, con il suo breve
e bizzarro apice nella Piazza del Mercato, sarebbe stato il tipo
di ricordo che avrei allontanato con una scrollata di spalle,
senza capacitarmene, negli anni a venire. Inoltre sospettavo
di dover essere grata che la nostra conoscenza fosse morta sul
nascere. Il fatto che Pasek mi intrigasse sembrava pericoloso
pi che promettente; l'ultima cosa che mi serviva era un altro
monomaniaco da cui lasciarmi coinvolgere.
Tuttavia il pomeriggio seguente, quando tornai all'albergo
dopo una mattinata trascorsa in giro per monumenti - mi ero
trovata un'accompagnatrice, una ragazza che studiava letteratura
all'universit e che offriva giri turistici per gli eruditi,
cosa che non ero ma che avrei voluto essere -, fui cautamente
esaltata dal trovare ad attendermi un invito a cena da
parte sua. Era il tipo di invito che non potevo immaginare
lasciato da altri se non da Pasek, un messaggio a voce che
consisteva soltanto nel nome di un ristorante e un orario. Fu
la natura imperturbabilmente idiosincratica dell'invito a convincermi
ad accettarlo, perch la parte maggiore e sana della
mia mente mi diceva che farlo sarebbe stata un'idiozia.
Il ristorante non era segnalato nella mia guida e quando il
portiere lo rintracci scoprii che era a un'ora di macchina
dalla citt, nel villaggio di Wislica. Di nuovo esitai, ma fu
ancora la stranezza della cosa a convincermi a procedere.
Noleggiai una macchina con autista e mi vestii con cura, scegliendo
un tailleur gonna di lino, molto professionale.
Il viaggio fu pi lungo di quanto il portiere non avesse stimato,
ma passammo accanto a scuri terreni coltivati, a boschi
e a paesini sonnolenti, fra vedute pittoresche. In uno dei paesini
accostammo di fronte a una costruzione col tetto di
paglia che dava l'impressione di essere piena di spifferi e che
sperai non fosse la nostra destinazione. L'autista mi disse di
aspettare in macchina e scese per consultarsi con un gruppetto
di uomini che stava cantando a fianco della strada.
 vicino disse risalendo, ma strada  stretta e con
fango. Meglio che lasciamo macchina.
Non mi andava molto l'idea di sguazzare nel fango con i
miei sandaletti col tacco, ma mi affidai alla migliore conoscenza
delle strade secondarie della Polonia da parte dell'autista.
Lo seguii fuori dalla macchina e per una stradina
tanto stretta che quasi certamente il nostro mezzo non
sarebbe passato tra le casette di legno allineate su entrambi
i lati. Lui indic una costruzione ben illuminata, pi grande
delle casette, diversi metri pi avanti: Laggi, s? Non era
lontano, proprio come aveva detto, ma dopo il temporale
del pomeriggio il terreno era spugnoso e io mi sentivo in
chiaro pericolo di perdere le scarpe. Avevo paura di rallentare,
perch non volevo andare fuori portata di grido dall'autista,
che stava scappando in avanti al suo passo dinoccolato.
Stavo per chiamarlo e implorarlo di aspettarmi quando
sentii i piedi perdere contatto col terreno. Subito pensai
che stessi cadendo, che stessi precipitando verso la fanghiglia
della strada, ma in realt ero stata sollevata da forti braccia
maschili. C'era puzza di vodka.
Benvenuta a Wislica, Tasha Darsky sbrait Aleksander
Pasek. Scusa per il fango.
Mi trasport per il resto della strada fino alla locanda, il
che avrebbe potuto essere affettuoso e spontaneo se non
fosse stato cos sconcertante. Quando sentii il ticchettio delle
mie scarpe sui solidi gradini di pietra ne fui confortata.
La sala da pranzo era semplice e rustica, pervasa da una
debole luce gialla. Una donna piccola e anziana si avvicin a
noi, il viso che brillava di un sorriso senza denti.
Witaj! disse mentre Pasek la abbracciava. Scambiarono
qualche altra frase in polacco e poi lei ci guid a un tavolo
piazzato in un angolino. L'isolamento del tavolo non sembrava
necessario, visto che non c'erano altri clienti.
L'autista era sparito da qualche altra parte della locanda e
subito spar anche la donna. Io fissai il viso di Pasek, dall'altro
lato del tavolo. Non potevo farne a meno; da quel viso
c'era molto da imparare.
Sei sorpresa disse. Pensai intendesse sorpresa, come in
effetti ero, dalla metamorfosi nel suo comportamento.
Confusa ammisi.
Nessun ristorante di Cracovia  buono quanto l'Uovo
d'Oro. La mia sorpresa, intuii, non doveva essere riferita
alla sua improvvisa giovialit, ma alle sue preferenze in fatto
di locali. Ho scoperto questo posto mentre giravo Treny.
Non so cosa far quando Framka non ci sar pi. Nessun
altro sa cucinare come piace a me.
Ero lieta per il ritorno dell'uomo che mi aspettavo: grossolano,
brusco, eccezionalmente egocentrico.
Poi, come se mi avesse letto nel pensiero, cambi di
nuovo tono. Scusami. Penserai che sono senza tatto, che
sono un vecchio bisbetico e insensibile. Ma io voglio bene a
Framka.  come una madre. Si sporse verso di me e sussurr:
Le mando un assegno tutti i mesi. Crede che sia un sussidio
statale. Statale! Ma ti immagini? Lasci andare una
risata bassa e gutturale.
Sembrava non esserci fine alle variazioni sul tema
Aleksander Pasek.
Allora, Tasha Darsky, dimmi tutte le altre cose che contano.
Su di me, intendi?
Certo, cos'altro?
Be', prima di iniziare devo avvisarti che sono un'artista
e che il mio obiettivo  commuovere la gente. Fece
un'espressione ferita, come se non fosse stato giusto da
parte mia rinfacciargli dichiarazioni fatte solo il giorno
prima. Temo che a parte questo non ci sia molto da dire
obiettai. Non ho avuto una vita come la tua.
Nella vita di tutti c' un racconto. Bisogna solo trovare
la trama giusta. Ed ecco Aleksander il Saggio, a completare
la gamma delle personalit.
Credo che nel mio caso la trama potrebbe essere semplicemente
la mia carriera dissi quasi scusandomi.
Ah, la storia del successo, sempre molto amata.
Non  di grande ispirazione, lo so. Niente guerre, n
eroismi, n grandi cause per tutta la vita. E un'esistenza
incentrata su di s in modo imbarazzante.
Da quanto vedo non hai ancora vissuto molto mi interruppe.
Direi che non hai pi di venticinque anni.
Ventinove lo corressi, chiedendomi perch non mi
avesse lasciato continuare. Mi stavo rendendo ridicola?
Aveva ricominciato a piovere e le gocce producevano un
sonoro picchiettio sul tetto di legno sopra di noi. La finestra
dall'altro lato della sala trem. Tutti e due rimanemmo a fissarne
rapiti il vetro. Framka ricomparve con due ciotole e
una grossa pentola. Pos quest'ultima fra noi sul tavolo e
vers nelle ciotole delle mestolate di uno spesso stufato di
manzo. L'autista era stato messo al lavoro: arriv dietro di lei
con una bottiglia di vodka e una di vino e riemp quattro
bicchieri.
Non sei una dei mangia-verdura americani, vero? chiese
Aleksander.
La carne mi piace, se  questo che ti preoccupa.
Bene, perch  l'unica cosa che Framka cucina. L'unico
ingrediente nel menu.
Le fece l'occhiolino e lei scoppi in una risata profonda e
corposa, che sembrava venire da una donna molto pi giovane.
Ci capisce quando parliamo?
Anche Aleksander si mise a ridere e la sua risata invece
sembr venire da un uomo pi vecchio. Framka gli diede
una pacca sul braccio e lui ricambi il gesto. Erano come una
coppia di ragazzini che facessero i primi esperimenti di amoreggiamento.
Poi lei e l'autista uscirono, con la stessa discrezione
con cui erano entrati. Assaggiai lo stufato. Era piccante
e rustico. Sapeva molto di patate e di un qualche altro
aroma che non riuscivo a identificare.
Ti piace? chiese Aleksander e anche se suonava pi
come un comando la trattai come una domanda.
 delizioso, davvero.
Framka e abbass di nuovo la voce ha avuto una vita
con una storia molto interessante.
Ah s?
Una volta era famosa, come noi.
Per il cibo? chiesi.
Per il sesso.
Scusa?
Era una famosa puttana. A Cracovia, fra le due guerre.
Ma dici sul serio? Lo trovavo difficile da immaginare,
anche se probabilmente era difficile immaginare nel fiore
della giovinezza qualunque anziana malconcia. Per la risata,
profonda e avida di vita, dava qualche plausibilit all'idea.
Lui alz le spalle. Io credo a quello che mi dice. Rimase
in silenzio un attimo, un dito sullo spesso labbro inferiore,
a ponderare di nuovo la mia domanda. Be', se si fosse
inventata la storia sarebbe ancora pi interessante, no? Ma
non  cos. Sa descrivere perfettamente qualsiasi cosa riguardi
l'alta societ di Cracovia fra le guerre. Non riuscirebbe a
essere precisa su cos tanti dettagli per caso.
Che tipo di dettagli?
Aleksander riport il dito al labbro, stavolta per zittirmi.
Framka era tornata con una pagnotta nera. Ancora non mi
era chiaro se capisse la mia lingua. Lui strapp un pezzo di
pane e me lo porse. Era caldo e senza volerlo lo feci cadere
nella ciotola. Lui fece finta di niente. Forse non l'aveva notato
per davvero, perch stava seguendo l'uscita di Framka.
Fatti su figure importanti del governo e altre eminenti
personalit cittadine. Le loro vite private e i loro litigi privati.
Essendo cresciuto in quegli ambienti ne so abbastanza
per convalidare le sue versioni. Era molto coinvolta con
quegli uomini, questo  sicuro. Sa dei segreti intimi, segreti
che nemmeno una domestica avrebbe saputo.
Come sai che non era la moglie di uno di loro?
Se fosse stata una donna rispettabile perch avrebbe
detto di essere una prostituta? domand. E poi come
avrebbe fatto a conoscere i segreti di cos tanti uomini?
Sembr una conclusione ragionevole, ma non riuscivo lo
stesso a convincermi che quel fragile residuo di donna un
tempo avesse condotto una vita dissoluta.
Sembrerebbe sia stata pi una cortigiana che una prostituta
azzardai. Voglio dire, se era cos bene integrata in
quei circoli esclusivi...
S, una cortigiana.  un buon termine. Era una cortigiana.
Come la Camille di Dumas.
E com' che  finita qui? chiesi.
Questa, Natasha,  la parte interessante della storia. Fra
tutti i suoi ammiratori, il pi ardente era Jan Krzeslo. Sai chi
era Jan Krzeslo?
Ammisi di non saperlo, anche se sospettai che ci mi
avrebbe fatto perdere punti ai suoi occhi.
A quei tempi a Cracovia era un uomo importante, molto
importante. Possedeva varie fabbriche. Era uno degli uomini
pi ricchi della citt. Investiva molti soldi a Cracovia ed
era coinvolto nell'amministrazione locale. Era un buon
amico di mio padre e io lo chiamavo Zio Janek.
E lei era la sua amante?
Non solo la sua amante... il suo amore. Jan era sposato
e aveva una famiglia numerosa, capisci, ma aveva una moglie
bruttissima. Zia Ewa. Cattiva, insoddisfatta e grassa. Anche
i figli erano cattivi e grassi. Mia sorella e io avevamo paura
di loro. Ci dispiaceva per Zio Janek. Per non sapevamo che
avesse un'amante incantevole. Se ce lo avesse detto ne
saremmo stati contenti.
Era molto bella?
Doveva esserlo per forza. Immagino che somigliasse a te.
Lo disse con un sorriso brioso.
Quando arriv la guerra, Jan era preoccupato per Framka.
Ti ho gi detto che  ebrea? Be', lo .  importante.
Ovviamente Jan temeva per la sua... cortigiana ebrea. Indugi
sulla nuova parola e mi fece l'occhiolino. Tutti avevano
il vago presentimento che le cose non sarebbero andate troppo
bene per gli ebrei sotto l'occupazione nazista, anche se
non potevano immaginare quanto sarebbero andate male.
Allora fece cos... le procur i migliori documenti falsi, sotto
il nome di Framka Zweclaw. Sai che non mi ha mai detto il
suo vero nome? Si potrebbe pensare che ci sia un buco nella
storia... Poi Jan le compr questa locanda di Wislica, da una
coppia che fu ben felice di andare in pensione con un sacco
di soldi. Che genio, eh? La sistema, non lontano da Cracovia,
in una locanda. Era un nascondiglio fantastico e in pi comodo
per venirla a trovare! Purtroppo per lui non riusc ad
approfittare della situazione a lungo. Fu ucciso dalla Gestapo
nel '40, accusato di fomentare sentimenti antitedeschi.
E lei  rimasta qui?
Intendi dire in questo paesino, lontana dal fascino della
vita di citt? S. Chiss perch? Forse questa vita le piaceva
di pi. Forse ha avuto paura della citt una volta arrivati i
comunisti.
Forse era distrutta dall'avere perso Jan suggerii.
Dubito. Era una prostituta.
Per  possibile insistetti.
La sua alzata di spalle fu un diniego eloquente.
Di sicuro non  la scelta che avremmo fatto noi, eh?
Intuii che lo stava proponendo come qualcosa che avevamo
in comune e cos non obiettai. Non ne avrei avuto
comunque la possibilit, perch proprio allora Framka
torn di fretta, disse qualcosa in polacco ad Aleksander e se
ne and di nuovo.
Il tuo autista si ferma qui stanotte mi disse lui subito
dopo.
Vuoi scherzare?
Le strade sono troppo malmesse per guidare. Sono sterrate,
sai. Malsicure.
Be', e allora io come faccio a tornare? chiesi.
Ti riporter domani. Di nuovo l'alzata di spalle.
Anch'io resto qui.
E dove dormo io?
Siamo in una locanda rise. Credo che riusciremo a
trovarti un letto.
Sentii il calore salirmi alle guance. Non era sgradevole.
Ho delle cose da fare balbettai, perch ero sicura che
quella fosse una proposta, ma non altrettanto sicura di
volerla accettare. Domattina ho un appuntamento.
Qualcuno di importante? chiese lui.
La mia guida turistica.
Rise di nuovo. Ti far io da guida domani. Ti far conoscere
la vera Polonia.
Esitai, temendo che qualsiasi cosa dicessi avrebbe potuto
vincolarmi.
Framka ha deciso di fermarsi qui per tutta la vita, quindi
ce la puoi fare per una notte azzard solennemente
quando il silenzio cominci a farsi scomodo.
Io sorrisi e annuii, anche se per me la frase aveva poco
senso, poi bevetti un sorso di vodka. Non l'avevo toccata
per tutta la sera, limitandomi all'acqua e al vino.
Aleksander adocchi la mia ciotola vuota. Hai finito di
mangiare?
Mi sa di s. Buttai gi un altro sorso di vodka. Scese
meglio di qualsiasi altra vodka avessi mai bevuto in vita mia.
Aveva un sentore di patate che le dava un gusto meno velenoso.
La preferii decisamente al vino.
Notai che Aleksander aveva le mani aperte sul tavolo
come se stesse per darsi la spinta per alzarsi. Cercai di immaginarmi
mentre lo baciavo, ma mi resi conto che stavo
immaginando il mio viso premuto contro una sua versione
molto pi giovane, un'immagine rubata dalle fotografie che
avevo visto nel corso degli anni. Poi si alz e io ripassai mentalmente
i motivi per cui non avrei dovuto farlo. Mi chiesi
anche se invece avrei dovuto. La questione per si rivel
ininfluente.
Quando mi fui alzata anch'io lui disse: Spero vorrai scusarmi.
Sono molto stanco.
Due secondi dopo aveva gi preso i nostri piatti vuoti ed
era sparito nella stessa direzione di Framka e dell'autista.
Subito la proprietaria apparve in fondo alle scale, come se
si fossero messi d'accordo per una staffetta. Mi fece cenno
di seguirla e salimmo insieme i gradini scricchiolanti. Tentai
di immaginarmi una giovane Framka che accompagnava
il suo amante sulle stesse scale per l'ultima volta. Era proprio
da Pasek portarmi in un posto che un tempo fremeva
di inverosimile passione e poi abbandonarmi nel momento
cruciale.
Di sopra c'era un lungo corridoio, pi lungo di quanto
non mi aspettassi, punteggiato di molte porte identiche.
Framka ne apr una per rivelare una stanza cos piccola che
non potevamo starci entrambe allo stesso tempo. Entrai e
mi sedetti sul letto. Anche se minuscola la stanza era pulita,
come pure le lenzuola, pi di quanto non potessi dire della
mia suite a Cracovia, in un albergo considerato chic.
 perfetta le dissi. Grazie.
Lei sorrise, lasciando ancora senza risposta la questione
se mi capisse o meno.
Buonanotte aggiunsi.
Sorrise di nuovo e se ne and, chiudendosi la porta alle
spalle.
In un momento di paranoia mi convinsi che mi avesse
chiuso a chiave in quello spazio angusto, ma una spinta alla
porta la spalanc. Scoprii per di non poterla richiudere
bene e allora la lasciai testardamente accostata. Mi distesi e
mi voltai verso il muro, dando la schiena alla debole luce
che dalla sala da pranzo saliva dalle scale. Restai ad ascoltare
il tic-tic-tic della pioggia sul tetto, a poche decine di centimetri
dalla mia testa.
Ero gi stata cullata in una trance pre-sonno, uniformando
il respiro al ritmo dell'incalzante ticchettio, quando mi
resi conto di non avere chiesto a Framka dove fosse il bagno.
Aprii la porta e feci il corridoio in punta di piedi, senza sapere
se ci fossero altri ospiti che rischiavo di disturbare, anche
se ne dubitavo fortemente. Nessuna delle porte si apr e allora
tornai strascicando verso le scale e gi nella sala.
Framka era seduta immobile a uno dei tavoli e stavo per
avvicinarmi a chiederle indicazioni quando mi accorsi che di
fronte a lei, impegnato a parlarle sottovoce, c'era Aleksander.
Tornata di sopra trovai il bagno dietro a una strettissima
porta che avevo preso per l'anta di un armadio a muro.
Mentre mi lavavo la faccia tentai di scacciare l'orrore adolescenziale
della possibilit di essere esclusa o rifiutata. Mi
immaginai loro due di sotto a parlare e mi chiesi perch ne
fossi stata lasciata fuori. Mi ci vollero ore per addormentarmi
e il ticchettio della pioggia non fece che rendere il tutto
pi penoso.
Il mattino dopo mi svegliai col sole che entrava dalla mia
piccolissima finestra a inferriata e col delizioso profumo di
pane fresco che saturava l'aria spessa della stanza. Quando
scesi, Aleksander e l'autista erano gi seduti a un tavolo e
sorseggiavano del caff dall'aroma fortissimo.
A un altro tavolo c'era un giovane in giacca e cravatta che
leggeva un giornale.
Buongiorno! salutai allegra dal fondo delle scale.
Aleksander si volt, un pezzo di pane tenuto a mezz'aria.
Hai dormito bene? chiese.
S mentii. E tu?
Io dormo sempre bene.
Mi sedetti fra i due e ammucchiai qualche fetta di pomodoro
e formaggio su una spessa fetta di pane nero caldo.
Allora, quando ripartiamo per Cracovia? Rivolsi la
domanda all'autista.
Solo pi tardi rispose Aleksander. Prima dobbiamo
fare il mio giro.
Non doveva essere un giro di Cracovia?
Certo che no. Della Polonia. La citt possono mostrartela
le guide. Io ti mostrer le cose importanti.
Il suo entusiasmo da ragazzino mi imped di protestare.
Entro un'ora c'eravamo lasciati Wislica alle spalle, dirigendoci
in silenzio a nord verso le antichissime foreste. A un
certo punto, senza essere in nessun luogo in particolare per
quanto potessi vedere, Aleksander disse all'autista di accostare.
(Lo chiam Stanislaw e fu l che mi resi conto di non
essermi mai preoccupata di saperne il nome.)
Sollevando dal baule un cesto - pieno, ipotizzai, di tutto
l'occorrente per un picnic, fornito da Framka -, Aleksander
sbrait a Stanislaw che saremmo tornati ben prima che
facesse buio.
E come faremo a ritrovare la strada fino alla macchina?
Non mi era sfuggito il fatto che la foresta fosse grande e fitta.
Lui alz le spalle. Quello  un problema mio.
Non vedevo come il problema, se si fosse presentato,
potesse riguardarlo pi di quanto non riguardasse me, per
decisi di non farglielo notare. Intuivo che quel giorno sarebbe
rimasto in bilico fra il buzzurro e il gentiluomo.
Camminammo senza parlare, lui qualche passo pi avanti,
muovendosi come se avesse in mente una meta ben precisa.
Trovavo difficile affrontare il terreno sconnesso con i
miei sandaletti zuppi di fango e facevo fatica a stargli dietro.
Se mi not arrancare non ne diede alcun segno; sembrava
accelerare ogni volta che sentivo i piedi sul punto di mancarmi.
Alla fine si ferm in un punto non particolarmente
diverso da molti altri che avevamo passato. Mi chiesi quali
sottili considerazioni guidassero le sue scelte: forse erano
invisibili se non all'occhio perspicace di un regista; o forse si
stava solo divertendo a prendermi in giro.
Qui? chiesi, disperatamente bisognosa di sedermi.
Lui non sembr convinto, ma annu.
Aprii il cesto e ne tolsi una coperta, che poi lui stese a
terra per me. Mi ci buttai di peso, liberando i miei piedi irritati
senza slacciare i cinturini. Lui mi si sedette vicino.
Questa e indic tutto intorno a s con un gesto  la
Polonia. Inviolata dal tocco del comunismo. Questo  ci
che amo. Questo  il mio giro turistico.
La ami davvero, eh? osservai. In questo momento
devi essere felicissimo.
Infatti disse lui, prendendomi la mano e poi lasciandola
andare. Oltre al gesto galante di salvarmi dal fango la sera
prima, non aveva lasciato in alcun modo intendere che il
mio corpo potesse attrarlo. Avrei voluto prendergli la mano
a mia volta e tenerla stretta, ma il gesto mi sembr falso.
No, volevo dire adesso che la Polonia sta ritornando se
stessa rettificai, pensando che intendesse di essere felice l,
con me.
S, avevo capito. Non lo disse in tono spazientito, ma
mi si rizzarono i capelli. Per nascondere l'imbarazzo continuai:
Che cosa si prova? Voglio dire, desiderare qualcosa
cos tanto, anche quando sembra impossibile, per poi ottenerlo.
Dev'essere meraviglioso.
L'argomento non sembr interessarlo, perch per tutta
risposta lui indic un faggio particolarmente grande e mi
chiese: Ti intendi di alberi?
Non molto.
Quello probabilmente era gi l quando re Ladislao il
Breve si rifugi nella foresta per sfuggire a re Venceslao di
Boemia. Proprio quello. Lo puoi vedere dallo spessore del
tronco.
Credevo continuasse le sue meditazioni sulla storia polacca,
ma invece pass a un seminario sulla flora locale. Fu solo
diverse ore dopo, finito il seminario, consumato l'immenso
pranzo di Framka e riposatici distesi a terra guardando il
cielo, con i nostri fianchi che si sfioravano, che lui torn alla
domanda che gli avevo fatto.
No, non  meraviglioso disse, non ad alta voce, ma
abbastanza per farmi fare un salto dopo il lungo silenzio,
disturbato esclusivamente dal fruscio delle foglie.
Che cosa? domandai continuando a guardare in alto.
Lui non si era alzato e nemmeno girato su un fianco, quindi
io seguii il suo esempio.
Ottenere ci che hai sempre desiderato. Non  meraviglioso.
S, posso capirlo concordai. Voglio dire, sarebbe una
delusione. Prima non puoi fare a meno di pensare che quando
accadr tutto diventer perfetto, ma non ti rendi conto
di quanti nuovi problemi seri anche il pi grande desiderio
porter, una volta avverato.
Restammo di nuovo in silenzio per un po' e io mi sentivo
vicina a lui o se non altro sentivo che lui si sentiva vicino a
me, che l'avevo capito e che me ne era grato, ma alla fine
borbott: Non era affatto questo che intendevo.
Oh. Mi stupii di aver potuto interpretare cos male la
pausa. E allora che cosa volevi dire?
Che non  meraviglioso per me, solo per me.
Non capisco. Perch dovrebbe essere diverso per te?
Ero ancora distesa supina, come lui. Intuii che voleva
rimanessimo cos, rivolti al cielo invece che l'uno all'altra.
Mi appoggi la mano sullo stomaco e la sensazione fu rassicurante.
Fu cos che restammo per diversi minuti, supini,
la sua mano pesante sul mio stomaco. Poi la spost pi in
gi, lentamente ma senza esitare. Subito dopo guardando
in alto mi ritrovai a fissare lui, il suo viso severo meno severo
mentre scendeva verso il mio. Aprii le labbra, sentii la
carne e il formaggio sul suo alito, la vodka che non lo
avevo notato bere. Pensai che sapeva di cibo, ma anche di
terra, di foresta. Sapeva della nazione che amava, ma forse
era soltanto la polvere che ci volava intorno portata dalla
brezza.
Lo sentii andare ai bottoni della mia camicetta, pensai che
avrei dovuto fermarlo e scoprii che non ne avevo alcuna
intenzione. Quella della sua mano che saliva verso i miei
seni fu una sensazione bella quanto la mano sullo stomaco,
il suo corpo ora schiacciato contro il mio era vivificante. La
sua stazza era fatta pi di muscoli che di grasso, in un corpo
potente e deciso. E nella sua decisione lo lasciai proseguire.
Dopo, sdraiati mezzi vestiti fra alberi che un tempo avevano
fatto ombra a re polacchi, con il mio sguardo di nuovo
alle spesse volte di foglie, mi chiesi che cosa avessi appena
fatto. Era Pasek quello a cui avevo permesso di fare l'amore
con me oppure una somiglianza che gli avevo impresso? Il
fatto che mi sentissi tanto tranquilla, tanto a posto accanto a
un uomo con cui non avevo stretto nessun vero legame rivest
la seconda ipotesi di un'inquietante plausibilit.
Non  meraviglioso per me, perch sono diventato la pi
bassa forma di vita mormor con una voce tanto fievole
che riuscii appena ad afferrarne le parole.
Un comunista? tirai a indovinare. Si era venduto al partito?
Ne avrebbe presto pagato le conseguenze?
Un artista mi corresse.
Un artista?
S. Ho iniziato come patriota, con fini altruistici. Ho
preso la strada sbagliata e sono diventato un artista, con fini
soltanto egoistici.
Perch parli sempre come se ci fosse un tale contrasto
fra l'essere un patriota e l'essere un artista?
Perch la Polonia era la mia arte. Se ora la Polonia
diventa la Polonia, non sar pi la mia arte.
Vuoi dire che perderai l'ispirazione una volta che la Polonia
sar libera dal controllo sovietico?  questo che intendi?
Qualcosa del genere.
Non vedo perch debba essere cos. Ora hai tantissimo
nuovo materiale.
"Debba essere", "possa essere"... non importa. La cosa
importante  ci che . La mia arte  morta. Forse la sua
essenza, come dici tu, non era vasta quanto la Polonia. Forse
era solo qualcosa di limitato, come il liberarla dal controllo
sovietico. Forse ero solo un artista dell'indipendenza polacca.
Per alcuni il medium  la pittura, per altri il cinema, per
altri la musica, per altri ancora il movimento del corpo. Perch
per me non poteva essere l'indipendenza?
Dubito che sia possibile.
Be', non mi  rimasto alcun desiderio, alcuna idea. Suonava
esasperato, quasi arrabbiato. Avrei voluto appoggiargli
una mano sullo stomaco come lui aveva fatto con me, siccome
era stato un gesto rassicurante, ma non ero sicura che
avrebbe avuto lo stesso effetto su di lui.
E cos, dato che me l'hai chiesto... per me non  meraviglioso,
no. Ecco. Aleksander Pasek, il grande regista
patriottico, l'uomo che per alcuni dovrebbe candidarsi alla
carica pi alta, vorrebbe che i comunisti tornassero al potere.
La notte, sveglio e solo, prega per questo. Non per la salvezza
del suo paese, ma per la sua vulnerabilit.
Dubito che la cosa sia tanto drammatica obiettai, anche
se la crudezza dei suoi sentimenti mi affascinava.  pi che
naturale provare dell'ambiguit in una situazione cos carica
di speranze. Se qualcuno ti desse la scelta di annullare i
risultati delle elezioni libere o di mantenerli, sappiamo
entrambi che cosa decideresti.
Si sporse verso di me e mi baci un'ultima volta; io pensai
che fosse perch le mie parole lo avevano calmato. Intuii
solo pi tardi che qualcosa nel suo comportamento indicava
che non mi era stato a sentire. Si rialz fino a mettersi
seduto e inizi a radunare i nostri vestiti e i piatti sparsi.
Dovremmo tornare alla macchina sugger chiudendosi
la camicia sopra la superficie liscia del petto. Tra poco far
buio.
Lo aiutai a ricacciare la coperta nel cesto e poi ripresi il
mio posto ad arrancargli dietro, cercando di non inciampare
nelle radici e nei sassi. Come all'andata, non scambiammo
una parola.
Stanislaw ci stava aspettando dove lo avevamo lasciato e
leggeva lo stesso giornale sottile che aveva la mattina.
Divertiti? chiese. Un suo spesso sopracciglio si alz
appena sotto il livello di insinuazione, come se stesse cercando
di offendere me senza turbare Aleksander.
S, molto dissi.
Aleksander non parl.
Fu silenzioso per il resto del viaggio di ritorno, come d'altronde
io. Eravamo entrambi stanchi. Quando allung la
mano per cercare la mia, da una parte all'altra del sedile
posteriore, non mi ritrassi. Restammo cos, mano nella
mano, fino a Cracovia.
Quando arrivammo alla periferia della citt lui si sporse
in avanti e diede delle indicazioni a Stanislaw in polacco.
Trovai scortese che chiedesse di essere portato a casa per
primo, ma la cosa non mi infastid. Gli sorrisi mentre usciva
e fui sorpresa quando rimise dentro la testa per darmi un
bacio sulla fronte. Il gesto mi sembr pi tenero di quanto
il nostro pomeriggio non giustificasse.
Ci rivediamo presto? gli gridai, imbaldanzita dalla sensazione
dell'impronta delle sue labbra che permaneva appena
sotto l'attaccatura dei capelli.
Lui annu senza voltarsi, quasi gi rientrato nella vecchia
casa di mattoni a vista in cui aveva vissuto fin dall'infanzia.
S, molto presto. Chiamami.
Quella sera, per caso, venne trasmesso uno dei suoi film,
che vidi sullo sgangherato televisore nella mia stanza. Era
uno di quelli che lui reputava tra i suoi migliori, Madri e
ministri, sulla relazione clandestina tra un ministro francese
e una nobildonna polacca nell'Ottocento. Non mi piacque
molto e il pomeriggio seguente mi dissi che parte del motivo
per cui lo stavo per invitare a cena era chiedergli perch fosse
uno dei suoi preferiti. Lui non rispose al telefono e cos gli
lasciai un messaggio, poi uscii per incontrarmi con la mia ben
pagata guida turistica. Quando nella prima serata tornai in
albergo ero di pessimo umore, perch la mia giornata in giro
per monumenti si era trasformata in un incontro molto teso.
La mia guida aveva tenuto il broncio finch non eravamo
arrivati nella spettrale cattedrale sotterranea nelle miniere di
sale di Wieliczka; a quel punto mi aveva fatto una sfuriata,
davanti a un nutrito gruppo di turisti italiani, per rimproverarmi
dell'assenza del giorno prima. L'esperienza mi fece
venire voglia di una cena tranquilla insieme a un viso familiare.
Aleksander mi sembr quello che pi vi si avvicinava e
perci fui infastidita nello scoprire, tornata in albergo, che
non aveva richiamato. Rifeci il numero, ma di nuovo non
rispose e io non avevo intenzione di lasciare un altro messaggio.
Quella sera non si fece sentire per niente. Decisi che non
lo avrei cercato oltre - che mi chiamasse lui, se voleva -, ma
nella tarda mattinata dell'indomani, poco attratta dalla prospettiva
di un altro giro da sola con la mia guida della citt
sotto braccio, gli telefonai lo stesso.
Quella volta rispose al primo squillo.
Oggi, vuoi dire? chiese quando gli suggerii di farmi
vedere i suoi luoghi preferiti in citt. Ah, mi sarebbe piaciuto,
ma purtroppo questo pomeriggio devo partire per
Ldz. Capisci, c' il Festival del Cinema Polacco. Altrimenti
sarebbe stato bello mostrarti il fascino di Cracovia. Star
via una settimana esatta. Ci sarai ancora quando torno?
Non potei fare a meno di sentire nella domanda un po' di
terrore, come se io fossi stata un flagello: ci sarai ancora?
Non avevo in programma di fermarmi cos tanto risposi
sincera.
No? Peccato, allora. Magari ci possiamo vedere la prossima
volta!
Stavo per ribattere qualcosa sul fatto che non avevo idea
di quando sarei tornata a Cracovia, se mai ci fossi tornata,
quando udii la linea cadere.
Nel giro di un'ora avevo fatto le valigie ed ero ripartita
per Bruen.
Mia madre mi prese in parola quando le dissi che Pasek
era stato strano e inquietante e che ci eravamo visti solo due
volte; piuttosto era preoccupata per la casa che avevamo
affittato a scatola chiusa, angosciata perch somigliava pi a
un bungalow che a una villa e perch la seconda camera da
letto era una terrazza solo parzialmente coperta. Per il bungalow
era carino e ben tenuto, con un piccolo giardino sul
retro che rasentava le sponde del lago, il clima cos piacevole,
con la brezza fresca che saliva dall'acqua, che finii per preferire
la mia veranda a una camera normale. Per un paio di
settimane nuotai, mi riposai, mangiai una quantit assurda di
formaggio e il ricordo di Pasek si sbiad.
Questo almeno finch all'inizio della terza settimana non
scoprii lo strascico che mi aveva lasciato. Invece di un nuovo
noi in cui gettarmi anima e corpo, mi aveva regalato un
ritardo. Aspettai altri sette giorni prima di reagire, poi andai
dalla pediatra che aveva il bungalow vicino al nostro. Lei
conferm ci che sapevo gi.
Con molto tatto fece il nome di un medico dei paraggi
che lei sapeva essere bravo a risolvere quel tipo di problemi.
Disse che forse sarebbe stato meglio farlo l. Se fossi
tornata in America o avessi scelto Ginevra o Berlino, sicuramente
lo avrebbe saputo la stampa. Concordai e la ringraziai
per il consiglio. Poi, dopo aver lasciato soltanto un
criptico biglietto a mia madre mentre si stava abbronzando
in riva al lago, presi un treno diretto a Cracovia. Mi sembrava
giusto farglielo sapere.
Telefonai ad Aleksander non appena arrivai in albergo e
gli dissi che ero in citt e che volevo discutere di una faccenda
importante. Lui mi invit a casa sua per quella sera, ma
gli dissi che ero troppo stanca per il viaggio e che sarei venuta
la mattina dopo.
L'indomani mi accolse all'imponente porta di mogano
della sua imponente casa, con un'espressione preoccupata
in viso. Mi prese un braccio con autorit e mi guid fino a
una sedia nel soggiorno formale di fine secolo. In un angolo
c'era un'enorme pendola che batteva le ore. Pensai che gli
somigliasse bizzarramente, attraente nella sua sgradevole
sproporzione. Mi chiese se stessi bene. Risposi di s. Mi offr
del caff, ma rifiutai. Volevo soltanto dargli la notizia e
togliermi il peso. Lui annu e poi mi risparmi la fatica del
resoconto.
Presumo che te ne libererai.
E invece no gli dissi ferma, con una voce molto pi
forte di quanto le mie convinzioni non permettessero. Avevo
preso la decisione soltanto mentre arrivavo l.
E invece no ripet lui calmo, forse condiscendente.
Infatti.
Allora spero che tu non stia facendo dei piani che coinvolgono
me.
Certo che no. In realt avevo fatto piani del genere.
Addirittura speravo che si sentisse trasformato dentro proprio
come mi sentivo io. Sangue del mio sangue sembrava
il titolo di un suo film.
Bene. Mi diede una pacca affettuosa sul ginocchio, un
gesto assurdo visto il sentimento a cui si accompagnava.
Mi offr di nuovo del caff. Io scossi la testa e gli feci sapere
che avevo detto ci che dovevo e che me ne sarei andata
subito.
Lui mi mise una mano su un braccio; fu rassicurante,
come quella volta nel bosco.
Natasha... Pronunci il mio nome con un tono che
non era garbato. Spero che tu abbia pensato bene a questa
tua scelta.
Non sono una bambina sussurrai in una voce che invece
era perfidamente proprio da bambina.
No, certo che non lo sei. Ma sei una madre?
Lo sar. La parola suon aliena. Lo sarei stata davvero?
Dubiti della mia competenza?
Suppongo di non conoscerti abbastanza per dirlo.
Questo  sicuro.
Spero non mi considererai una persona cattiva. Mi
scrut e io fui portata a credere che ci tenesse veramente.
L'osservazione sembrava troppo ingenua, la semplicit dell'espressione
persona cattiva quasi comica: mi chiesi se
l'imminente maternit e paternit non ci stesse facendo
regredire entrambi.
No, stai tranquillo gli dissi, anche s era tutto il contrario.
Tu pensi che io sia crudele, ma non  cos.
Capisco. E una scelta mia, non tua.
Crudele  avere un bambino che non si vuole.
Forse. Non lo so.
 molto crudele avere un bambino che non si riesce ad
amare.
Tu credi che non riuscirei ad amare il mio bambino? Il
solo pronunciare le ultime due parole - ed era la prima volta
che avevo accostato quell'aggettivo possessivo a quel sostantivo
- mi fece quasi venire le lacrime agli occhi.
Lui alz le spalle nel suo modo caratteristico ed eloquente.
Che cosa orribile da dire!
Non ho mai detto che tu non riusciresti ad amarlo.
Invece credo di s.
Credevi di poter imparare ad amare anche me? chiese.
Sembrava una domanda particolarmente cattiva: cominciavo
a detestare perfino la sua incrollabile schiettezza.
Forse. Non  che ci avessi pensato molto. Non so che
cosa speravo potesse succedere. Perch mi disturbavo a
rispondergli?
Tu non ci riusciresti mai.
Perch? Perch sei impossibile da amare o perch io
non ne sono capace?
Non pretendo di conoscerti cos bene.
L'hai gi detto.
Si alz, fece qualche passo e si ferm davanti a una fila di
fotografie. Dall'altro lato della grande stanza, sforzai gli
occhi per vedere quali facce lo stessero fissando. Poi lui
cominci a ridere e quei rimbombi dal suono antico gli scossero
tutto il corpo.
Ti ricordi disse poi voltandosi verso di me, che ti avevo
detto che prima della guerra avevo visto solo un film?
Annuii, anche se non me ne ricordavo affatto.
Ti ho detto come si intitolava?
Non credo. O almeno non ricordo.
Non te l'ho detto. Sono sicuro di no. Si intitolava Tutti
possono innamorarsi. Che titolo stupido, eh?
Ne ho sentiti di peggio. Provai l'impulso puerile di tirare
fuori qualche titolo dei suoi. Mi venne in mente Cucchiai
e sciarpe.
 stupido continu, perch non  vero. Non tutti possono
innamorarsi.
Non penso di essere d'accordo.
Proprio tu, invece, dovresti.
E perch? Gli occhi mi bruciavano per l'indignazione.
Non sapevo molto sulle precauzioni da prendere in gravidanza
e temevo che quell'intensit emotiva facesse male al
bambino.
Solo perch sospetto che tu sia fra le persone che non lo
sanno fare.
Sono stata innamorata e anche profondamente. E non
avevi detto di non pretendere di conoscermi bene?
Quella volta l'alzata di spalle fu lenta e ancora pi carica
di espressivit.
Forse so di te pi di quanto non credi.
E che cosa vorrebbe dire?
Riflettici disse lui ignorando la mia domanda. Forse
hai solo pensato di essere innamorata.  possibile? Io credo
che tu ami una cosa sola, proprio come me.
Che cosa? Me stessa? Era quello il motivo per cui mi
aveva scelto come ricettacolo del suo oscuro segreto, per
cui aveva deciso di seppellire la sua vergogna nel mio
corpo? Solo perch aveva avuto l'impressione che fossimo
anime gemelle nell'essere senz'anima? Ma che bel complimento!
No. Dio santo, no! Noi non amiamo noi stessi, per niente.
Se fosse cos, ci permetteremmo di innamorarci anche di
altri. No, noi amiamo qualcosa di pi alto.
L'arte? Che banalit. Quasi scoppiai a ridere, ma ero
troppo furiosa anche soltanto per un sorriso. Come osava
mettere sullo stesso piano i suoi ideali malriposti con la mia
capacit emotiva? Come osava presumere che siccome lui
aveva perso il suo altruistico fervore patriottico io potessi
essere fredda e morta dentro come lui? Per, anche nella
mia rabbia, avrei potuto mettere a tacere l'intera conversazione
in un unico, liberatorio scoppio di giovialit, se non
fosse stato per piet: come potevo non compatire quell'uomo,
che era convinto che l'arte lo avesse castrato emotivamente
e sicuro di aver trovato in me uno spirito altrettanto
smembrato?
S! grid. S, l'arte! L'altare del diavolo!
Ma  ridicolo.
Davvero? Dimmi una cosa, allora... sacrificheresti mai
all'arte la tua felicit personale?
Credo che la maggior parte della gente sacrifichi la felicit
personale al lavoro, artistico o meno.
S, ma tu che cosa sacrificheresti? O meglio... che cosa
non sacrificheresti?
Non risposi subito. Ripensai al paralizzante terrore del
fallimento artistico che avevo spesso provato da giovane,
rigirandomi fra le lenzuola di notte. Ripensai a Jean Paul, un
uomo che avevo confuso con una forma d'arte e che credeva
ancora che avessi sacrificato la sua anima alle mie ambizioni.
E aveva poi completamente torto? Ripensai alla mia
vita, priva di tutto se non musica e fama, priva di qualsiasi
vera compagnia se non i miei genitori, priva di qualsiasi prospettiva
d'amore. Che cosa non avrei sacrificato? Che cosa
non avevo sacrificato? E allora capii.
Questo bambino gli dissi. Non sacrificherei questo
bambino.
Lui era ancora in piedi vicino alla fila di fotografie e ne
teneva una in mano distrattamente. Un attimo prima avevo
avuto l'impulso di tirargli uno dei cuscini con le nappe o
anche qualcosa di pi pesante, ma ormai stavo sentendo dissiparsi
tutta la frustrazione, la rabbia e la paura. Le spesse
volute di tristezza e amarezza si sciolsero nell'aria. Per la
prima volta nella mia vita mi sentii forte: non solo spavalda
e determinata, come mi ero sentita anche troppo spesso, ma
forte nel senso di capace e - ancora pi importante - sicura.
Stai tranquillo, nessuno di noi due ti dar preoccupazioni
lo assicurai di nuovo, riprendendomi lentamente. Non
disturbarti ad accompagnarmi alla porta.
Gli diedi un lungo sguardo per memorizzarlo - il viso
irato e ferito, gli occhi che esprimevano dispiacere in modo
fragoroso - e poi me ne uscii con calma.
* * *
Quando rientro dalla casa di arenaria rossa dei miei, si 
fatta mezzanotte passata. Il mio corpo non desidera altro
che infilarsi nel letto, ma non posso immaginare di mollare
questo giorno senza prima aver saputo qualcosa di pi preciso
su ci che collega mia figlia a Jean Paul. Curiosare nella
musica  una cosa e curiosare fisicamente  un'altra, me ne
rendo conto, ma vado lo stesso in camera sua.
La stanza non somiglia per niente a quello che era tre settimane
fa, un tempio ordinato e pulito dedicato a una figlia
assente. Ora  pieno dell'effettiva presenza di quella figlia,
che nel caso di Alex significa sempre confusione. Ci sono
vestiti buttati dappertutto mescolati a piatti sporchi, con
mezzo bagel in fondo al letto. L'elemento principale di quel
caos  per la carta pentagrammata, a risme, zeppa di note,
che ricopre ogni superficie, ammucchiata sulla scrivania,
sparsa sul letto, buttata a cataste sul pavimento.
Mi avvicino prima alle pile sulla scrivania e sono sorpresa
nel trovare in cima a una di queste un mazzo di vecchie
recensioni e programmi per esibizioni che abbiamo fatto
insieme, pi tre foto tutte scattate da mia madre. Una
mostra Alex, a cinque anni, che mi tira impaziente la mano
in una via di Amsterdam; le altre due sono state fatte in stanze
d'albergo di citt europee imprecisate e in entrambe io e
lei ci sorridiamo a vicenda invece di sorridere all'obiettivo.
Mia madre ci ha colto con la guardia abbassata e la tranquilla
saldezza del nostro legame diventa tangibile tramite il suo
occhio acuto. Alex deve averle prese dall'armadio in camera
mia nelle ultime settimane e ci, insieme alla sorprendente
decisione di suonarmi la sua nuova musica ieri sera, mi d
un po' di nausea al pensiero che sia stata a un passo dal trovare
la strada per tornare verso di me. Di nuovo penso a
quale colpo di sfortuna sia stato e mentre sottovoce maledico
il giornalista inizio a sfogliare d'impeto le pile di fogli,
senza pi curarmi di lasciare tutto com'era.
Mi ci vogliono solo pochi secondi per trovare qualcosa di
promettente: il brano che fino a ieri sera avevo tentato di
ricostruire da vaghi ricordi. Lo guardo bene e lascio andare
un grido strozzato di trionfo, perch in cima alla seconda
pagina di quello spartito c' un numero di telefono. Lo fisso
a mia volta a lungo, sapendo benissimo che non c' nessun
modo assennato in cui possa utilizzarlo - potrebbe anche
non essere suo - ma vado comunque verso l'apparecchio,
chiedendomi che cosa potr mai dire, facendo il numero e
odiando, odiando, odiando l'uomo che risponder all'altro
capo.
Sembra squillare per un'eternit e sto per riattaccare,
quando risuona la sua voce, quel miscuglio basso e sussurrato
di New England e Sud della Francia.
Pronto? Pronto? Chi parla? Sei tu, Alexandra?
No, Jean Paul. Sono io.
Ah, Tasha. Dice il mio nome con un sospiro profondo
che mi fa correre brividi lungo la schiena. Speravo proprio
che chiamassi.
* * *
Dopo ci che era successo a casa di Pasek, trascorsero mesi
prima che dicessi a qualcun altro che ero incinta. Continuai
la mia vita come se niente fosse. Nemmeno mia madre
sospett, pur viaggiando con me il pi delle volte. In privato,
per, mi lessi biblioteche intere di libri sulla maternit,
nascondendoli sotto il materasso o in fondo ai cassetti.
Bisbigliavo al mio grembo con aria cospiratoria e pensavo ai
possibili modi per dirlo ai miei, ma non sembrava mai il
momento giusto.
Ovviamente col passare delle settimane il segreto divent
pi difficile da mantenere. La pancia mi cresceva, non drammaticamente
ma percettibilmente, obbligandomi a farmi un
guardaroba d'emergenza, composto da abiti sospettosamente
comodi, mentre ero a Londra per tre giorni. Facevo anche
brevi e furtive visite ginecologiche in ogni citt in cui andavo.
Nonostante ci, rimandavo il momento in cui avrei dato
la notizia ai miei. Avrei anche potuto cercare di rimandarlo
finch non avessi avuto un bambino da mostrare loro, ma mi
ammalai quando ero solo al quinto mese di gravidanza, a
Milano. Il prudente medico da cui mi infilai di soppiatto non
grad il suono della mia brutta tosse e mi ordin di cancellare
tutti gli impegni nel futuro immediato.
Se dirlo a Pasek era stato difficile, non fu niente in confronto
a ci che dovetti affrontare nella casa di arenaria
rossa, al mio inaspettato ritorno. Se mia madre fosse stata
con me a Milano l'avrei detto prima a lei per poi farmi aiutare
con mio padre, ma dato che aveva saltato quel viaggio
decisi di dirlo a entrambi nello stesso momento, il che probabilmente
fu un errore.
 un disastro! grid mio padre, facendo tremare i
vetri delle finestre. Ci sono decine di concerti gi in programma!
Magari posso continuare ugualmente la tourne per un
po' gli dissi, sapendo di non poterlo fare.
Dal mese prossimo abbiamo esibizioni per quasi un
anno, santo Dio. Riusciresti a farle tutte?
Mia madre se ne stava seduta sul sof di fronte a me e si
guardava le mani.
Tasha, devi liberarti di questo problema ordin mio
padre alla fine, incombendo sopra l'angolo di duro cuoio in
cui stavo rannicchiata.
No dissi e anche se era vero che niente avrebbe potuto
farmi cedere su quel punto - non quando sentivo di conoscere
gi quel bambino - la voce mi vacill.
Mia madre si alz.
Basta! esclam. Preso alla sprovvista, mio padre indietreggi:
non era mai stato interrotto nel bel mezzo di una
sfuriata. Per favore. Basta.
Lui alz le mani come per dire siete pazze tutte e due e
usc adirato dalla stanza. Io guardai mia madre con un'aria
di trionfo, ma lei si mise a piangere e lo segu. Fui lasciata
sola, a tossire freneticamente nelle palme sudate delle mani
e a chiedermi se quella che avevo appena preso fosse stata la
decisione pi egoista o quella pi altruista della mia vita.
Per quanto quel pomeriggio e i seguenti si rivelarono tesi,
per, fu proprio nel corso di quei giorni che cominciai a
provare una gioia vera e assoluta per la mia prossima maternit.
A Cracovia avevo provato una forte convinzione; in
tourne un nervosismo da capogiro, mischiato a buone dosi
di colpa per il fatto di tenere per me una faccenda cos fondamentale;
ma ora che eravamo rimasti solo noi due, madre
e bambino, a combattere insieme contro il resto della Tasha
Darsky Enterprise, mi sentivo toccata da una luce materna
come quella che emanava dai visi dipinti della pi famosa
accoppiata madre-figlio. Ben al sicuro nella casa dei miei -
mia madre aveva insistito perch mi trasferissi da loro per
potermi aiutare - a prendermi cura della tosse e del pancione,
difendendomi dagli sguardi gelidi di mio padre e dalle
ansiose attenzioni di mia madre, passai il mese pi felice
della mia vita. Suonavo il violino, continuavo a leggere libri
sulla maternit e facevo lunghe passeggiate, con o senza mia
madre. Passai la maggior parte dei pomeriggi nel piccolo
parco giochi recintato in Washington Square, a guardare le
mamme giocare coi loro bambini, presa dai drammatici
sospiri e dai sorrisi commossi che mi facevano salire per il
corpo una sensazione calda e lacrimosa, come un'iniezione
di estrogeno dritta al cuore. Era davvero un'euforia da spirito
materno. Tutto era a posto, tutto aveva un senso.
Ma un giorno tutto cambi. Avevo trascorso la mattinata
come al solito, esercitandomi al violino e condividendo un
pranzo teso e silenzioso con i miei, lamentandomi poi con
mia madre di come mio padre sembrasse deciso a tenere il
broncio per sempre. Nel pomeriggio andai a piedi al parco
giochi e attesi che l'euforia da istinto materno scattasse.
Quella volta la reazione fu lenta. Invece di un calore lacrimoso,
provai freddo nel vento di met dicembre. Mi sentivo
stanca per la camminata e stretta nella parte bassa del ventre,
dove il cappotto aveva smesso di essere della taglia giusta. I
miei pensieri vagarono e cercai di riportarli a forza ai bambini,
alle madri e alla lacrimosit; vagarono di nuovo e io mi
sforzai di pi. Un'ondata di panico inizi a formarmisi vagamente
in testa. Era finito? Tutto l? Avevo perso l'istinto
materno che coltivavo? L'avevo esaurito completamente?
Malriposto, forse? Guarda! Guarda! mi rimproverai severa.
Guarda i bambini e le mamme e prova qualcosa. Fra poco ci
finirai dentro anche tu... sospiro, sorriso, lacrima.
Niente, assolutamente niente. E poi qualcosa che non
avrei potuto prevedere: terrore. Fra poco ci sarei finita dentro
anch'io e non potevo fare niente per evitarlo.
Al posto del mio umore strampalato, brillante e alterato
dall'estrogeno, una disperazione strisciante cominci a
impadronirsi di me: fui sopraffatta, a varie riprese nelle ventiquattr'ore
successive, dalla consapevolezza che ogni minuto
mi stava avvicinando a un fato che non potevo evitare. La
vista del mio ventre ingrossato, un tempo fonte di orgogliosa
meraviglia, il mattino dopo gi mi terrorizzava. Ero disgustata
dalla sua pesantezza, attenta a non sfiorare con le braccia
la sua rotondit. Entro una settimana avevo iniziato a
vagheggiare scene vittoriane di cadute dalle lunghe e strette
scale della casa dei miei, gettandomi di pancia. Rifuggivo
subito inorridita da pensieri simili, ma sempre pi ci significava
soltanto rifuggire inorridita da me stessa.
Dietro il crescente terrore che mi teneva sveglia la notte,
avvertivo la profezia di Aleksander Pasek. C'era una disgustosa
similitudine fra quei nuovi fremiti e quelli che avevo
provato dandomi alla musica di altri. Potevo essere tanto
perversa da considerarmi usata dal mio stesso bambino?
Per i tre mesi seguenti covai quei pensieri atroci e odiosi
di notte, per poi recitare durante il giorno, a beneficio di
tutti gli altri, la parte della madre in impaziente attesa.
Cominciai a vedermi mostruosa, innaturale, circondata da
colori scuri e rivelatori che vorticavano spessi in pennellate
astiose e che respingevano altre figure dalla mia cornice. La
vergogna era debilitante quasi quanto la paura e la compagnia
di altri non era poi tanto pi sopportabile dello starmene
da sola. Mi risvegliavo sudata da sogni inquieti per trovare
mia madre che voleva farmi passare la giornata a comprare
una piccola collezione di vestitini unisex; o mio padre,
improvvisamente e piuttosto drammaticamente convertitosi
all'idea di un nipotino proprio mentre io mi stavo ribellando
all'idea di un figlio, che mi diceva di scegliere l'artista che
avrebbe dipinto le pareti della cameretta, come suo regalo.
Poi ci fu la festa a sorpresa organizzata da mia madre e dalla
mia vecchia compagna di universit Adrian Brown, che riunirono
amici e conoscenti da mezzo mondo nella Sala delle
Palme all'Hotel Plaza, perch potessero farmi sentire in
colpa con i loro sorrisi, gli auguri e le domande preoccupate
sulla mia salute e sulle mie speranze. Passai il pi della
festa nei bagni, a singhiozzare soffocata in uno spesso asciugamano
di spugna che un'inserviente comprensiva mi aveva
procurato di nascosto.
Fu nel taxi che finalmente mi portava all'ospedale che
persi ogni controllo della buona creanza e mi mostrai per
ci che ero. Fu un sollievo gettarmi contro le portiere mentre
mia madre tentava di calmarmi e mio padre osservava
stupito. Provai uno strano piacere nel vedere i loro volti
distorti dall'ansia quando li implorai di non farmi passare
per una prova simile.
Per un breve e grato momento, subito dopo aver partorito,
pensai che la mia irragionevolezza fosse finita con la gravidanza:
vedendo mia figlia per la prima volta fui sommersa
da un'intimorita meraviglia e dalla voglia di proteggerla.
Dopo diciotto ore di travaglio avevo fatto la mia penitenza e
riguadagnato il diritto di amarla. Per poi quel momento
svan e con esso la capacit di tollerarne la vista e l'odore.
Chiesi a mia madre di portarla via e mi rifiutai di vederla per
il resto della mia permanenza in ospedale. Mi rifiutai anche
di darle un nome, finch loro non insistettero: allora scelsi
Alexandra, forse per cementare l'alienazione fra noi.
Tornata a casa dei miei rimasi a letto con le tende tirate e
lo stereo che suonava continuamente la colonna sonora di
uno dei film di Pasek, acquistata a Parigi appena prima di
partire per la Polonia. Seguivo mentalmente la musica, con la
destra diteggiavo per istinto ogni volta che c'era una parte di
violino e mi sforzavo di pensare che non ci fosse nient'altro
al mondo che quelle note: cupe ma luminose, che traevano la
loro fede dalla profondit stessa della loro disperazione.
Per giorni e giorni i miei o Adrian, che sembrava non avere
pi una casa, cercarono di penetrare quel mio miraggio acustico
e di inserire Alexandra nel mio orizzonte di coscienza.
Lei non era praticamente mai visibile da sotto vari strati di
copertine rosa o udibile nel suo dormire soddisfatta, ma si
impadron della stanza. In ospedale avevo cercato di allattarla,
ma il mio latte le era andato di traverso (le infermiere avevano
dato la colpa alla iperlattazione) e quindi la presi
come una scusa per non toccarla nemmeno. Ogni volta che i
miei tentavano di mettermela a forza tra le braccia, io mi voltavo
verso il muro inventandomi un qualche malanno: la
scusa, a cui nessuno peraltro credeva, era che temevo di infettarla
coi miei immaginari germi. Di che cosa avevo davvero
paura? Prima la mia acuta sensazione di condanna era stata
legata al parto in s: tutte le mie paure si erano concentrate
sull'evento e sul suo inesorabile avvicinarsi. Una volta avvenuto,
il mio terrore ebbe un nuovo obiettivo: avevo paura di
mia figlia, della stessa Alexandra, del fagottino che emetteva
ogni tanto un gorgoglio e odore di talco mischiato a un'intollerabile
dolcezza. Non avrei saputo dire perch di preciso, se
non che era cos tanto simile a me e allo stesso tempo tanto
diversa: mi spaventava per la somiglianza e per l'estraneit.
Perfino il mio corpo aveva una somiglianza e un'estraneit
nauseanti di cui la ritenevo responsabile. In particolare mi
disgustavano i miei seni, che erano dolorosamente pieni di
latte e che perdevano, come se fossi stata una mucca.
Per incomprensione o per testardaggine, i miei portavano
Alex con loro ogni volta che venivano nella mia stanza, ma in
qualche occasione arriv anche Adrian da sola e fu probabilmente
questo a preservare la mia sanit mentale. Non che
fosse comunque un collante molto forte. Dopo una settimana
a letto mi resi conto che nessuno ci stava cascando e cos
iniziai ad alzarmi al mattino. Per diversi giorni mi tenni
impegnata a fare telefonate e a riorganizzare la mia vita, ma
ci non mi fece sentire meglio. Invece di una mucca da latte
finii per sentirmi un fantasma che tormentava i vivi e passavo
furtiva da una stanza all'altra per evitare contatti umani.
Dopo tre giorni passati cos annunciai che sarei tornata
nel mio appartamento per un po'. Mi ero messa in testa che
una volta da sola mi sarei sentita liberata, ma trovando il
posto esattamente come l'avevo lasciato quattro mesi prima,
quando ci vivevo parlando allegramente al mio pancione,
toccai invece ancora di pi il fondo. Andai dritta all'armadio
in camera per cercare una forza che mi sorreggesse,
qualche distrazione in cui perdermi. Pensavo ai miei vecchi
dischi preferiti, ma al loro posto trovai per caso le raccolte
dei ritagli delle mie prime recensioni e passai il resto del
pomeriggio a sfogliarle a casaccio. Quando il mattino dopo
mi svegliai, ero sconfitta e rassegnata. Sembravo avere preso
una decisione mentre non ero cosciente: se dovevo sentirmi
cos per sempre, se proprio non c'era via di fuga, allora se
non altro Alexandra doveva avere una madre. Potevo anche
essere snaturata e vuota, un patetico guscio senza altro dentro
di s che l'ambizione artistica, ma non c'era motivo per
cui mia figlia ne dovesse soffrire. Se una di noi doveva essere
infelice, che lo fossi io.
Fu mio padre a chiedermi se potesse passarmi Alexandra
quando telefonai pochi minuti dopo. Dubitavo che si aspettasse
un s. Quasi non me lo aspettavo nemmeno io, nonostante
la mia recente decisione. Per quanto potei sentire non
fece alcun rumore e nemmeno io riuscii a sforzarmi di invogliarla
a farne. Poi alla cornetta arriv mia madre. Senza
indugiare in riflessioni inquietanti, andai dritta al punto in
un tono disinvolto e leggero.
Credo che dovrei togliervi il peso di Alexandra.
All'altro capo ci fu solo silenzio: ne fui delusa. Mi sarei
aspettata una reazione diversa.
Mamma?
Sei sicura?
S, certo. E mia figlia. Mi manca.
Anche tu manchi a lei.
Sapevamo entrambe che Alexandra non aveva idea della
mia esistenza e tanto meno desiderava vedermi. Pensarci mi
rese triste e la cosa mi colp come un cambiamento in positivo
rispetto al sentirmi disperata.
Allora vengo a prenderla?
Di nuovo ci fu silenzio. Sapevo che cosa mia madre voleva
dirmi e perch non potesse dirmelo. L'ottimismo che
avevo generato durante la conversazione minacciava di spegnersi
una volta ricordato come stessero le cose.
Sto portando Alex a fare una passeggiata. Perch non
vieni con noi?
Okay. Bene. No, davvero,  perfetto. Andiamoci piano.
Non vogliamo che si spaventi.
Giusto.
Allora, dove la porti?
Un po' dappertutto. Cerchiamo di variare. A lei piace
vedere posti nuovi.
Io risi al pensiero che qualcosa potesse piacerle o no, che
volesse vedere posti nuovi.
La porti mai al parco giochi di Washington Square?
Ero gi seduta nel solito posto quando mia madre arriv
con Alex nel passeggino, una faccetta che sbirciava da rotoli
di flanella viola. Dapprima fui conscia soltanto di quella
blanda e generica impressione che segnalava bambina piccola
ad alta voce nella mia mente. Poi mi colp una raffica di
fatti: come fosse gi molto pi vicina a guardare davvero
un'altra persona negli occhi, come il corpicino sistemato
contro il cuscino stesse gi mantenendo una posizione pi
salda. Fui sorpresa di riuscire a tracciare i suoi progressi in
tale dettaglio come se l'avessi osservata attentamente ogni
giorno invece di rifuggirla, spaventata, come avevo fatto
nelle tre settimane precedenti.
Avevo pensato di raccontarle, per salutarla, che eravamo
gi state l tante volte insieme, ma quando la vidi, quella persona
in carne e ossa che cresceva a vista d'occhio, parlare
non mi sembr naturale e allora sorrisi soltanto. Mia madre,
col suo sporadico acume, not l'indecisione dell'ultimo
secondo e la delusione che doveva essersi disegnata sul mio
volto.
Parlale, dai. Ai bambini piace ascoltare le voci.  cos
che imparano a parlare.
Be', lo so.
Dille qualcosa.
Sentii il pi minuscolo guizzo di quel vecchio calore, della
luce che emanava; poi, prima di poterlo assaporare, scoppiai
a piangere.
Non ci riesco.
E invece s disse lei fermamente. Mi stava stringendo
un braccio fin quasi a farmi male, ma sapevo che lo intendeva
come un sostegno pieno d'affetto. Affondai il viso nel
morbido cachemire del suo cappotto.
Non so che cosa c' di sbagliato in me. Cos' che non
va?
Non c' niente che non vada, tesoro. Continua a parlarle.
Le piace il suono della tua voce. Hai visto come si  fatta
attenta quando hai iniziato a parlare?
Secondo te riconosce la mia voce?
Ma certo.
Alexandra... ti ricordi di me? Scesi col viso vicino al
suo e fui stordita dal fresco profumo. Lo inalai e mi accorsi
che non mi dava il voltastomaco. I suoi occhi azzurri mostrarono
di riconoscermi, o almeno cos sembr.
Ehi, Alex... hai visto chi c'? intervenne mia madre e
io sentii che anche lei stava piangendo, sebbene tentasse di
nasconderlo.
Mi sento strana confessai, sempre guardando Alex
negli occhi, ma non in modo brutto. Almeno non credo.
 normale sentirsi strane disse lei.
Chinata in un sottile strato di neve, osservai quella minuscola
fonte di terrore. Non avevo paura tanto di lei, mi resi
conto, quanto della strana sensazione che aveva scatenato in
me. Era proprio come aveva detto Pasek: in vita mia non
avevo portato a frutto nessuna passione a parte il violino.
Per qualsiasi altra cosa il mio mondo interiore si dissolveva
nel suo traslarsi verso l'esteriore. I crescendo musicali nella
mia mente diventavano piatti e insulsi una volta usciti da
me; i miei affetti, che sembravano cos corposi e pesanti,
erano troppo fragili per tenere testa alle mie ambizioni.
Allora come potevo essere sicura di riuscirci, stavolta?
L'incertezza era terribile e minacci di gettarmi di nuovo
nel panico. Invece presi una mano piccina, dalle forme eleganti
e la baciai, facendo una promessa che non sapevo
come avrei mantenuto: che con lei ci sarei riuscita.
Alex si trasfer da me qualche giorno dopo. Arriv con i
miei e semplicemente rimase quando loro se ne andarono.
Una volta sole, mi inginocchiai accanto al sof dove lei era
distesa, tutta soddisfatta nella sua nuova tutina blu comprata
apposta per l'occasione, poi mi misi a ridere. Alex mi fece
compagnia, con un rumore non molto dissimile dal basso
gorgoglio di una risatina. Sapevo che l'origine era probabilmente
gastrointestinale, ma mi esalt lo stesso.  felice, pensai.
 felice con me.
Non sarebbe corretto dire che quel pomeriggio passai
con facilit ad avere sentimenti materni senza complicazioni.
Nei giorni, nelle settimane seguenti ci furono ancora attimi
di spaventata incredulit, quei momenti da Dio santo,
ma come ho ridotto la mia vita? mentre immaginavo che
cosa avrei potuto fare se non fossi stata occupata a togliere
l'ennesimo rigurgito dal maglione. Poco per volta e costantemente,
per, quegli attimi critici cominciarono a lasciare
sempre pi spazio ad altri in cui il mondo sembrava perfetto
e pareva avvolgere mia figlia e me, protettivo e rivitalizzante.
Non che fossi giunta a qualche volontaria riconciliazione
col mio destino, semplicemente la mia vita si stava trasformando
cos tanto per effetto di Alex che sembrava non
valesse nemmeno la pena di immaginarne una senza di lei.
Aveva permeato tutto: c'erano il suo odore, i suoi rumori, gli
innumerevoli giocattoli e libricini, che mia madre comprava
come per un impulso irresistibile, sparsi dappertutto sul
pavimento e sui mobili. Pi ancora, l'aria aveva una struttura,
il tempo aveva corpo; una tranquillizzante ed esaltante
ponderosit era scesa intorno a noi. Nei mesi che seguirono,
osservandola crescere, osservandola cambiare, osservandola
osservare il mondo, iniziai davvero a compatire chiunque
passasse le giornate in qualsiasi altro modo.
I miei mi assecondarono per due anni in quel felice vortice.
Si permisero addirittura di assecondare se stessi, abbandonando
discorsi di comunicati stampa e organizzazioni di
concerti in favore di chiacchiere con vocine buffe su argomenti
pressanti quali Peter Coniglio e filastrocche illustrate.
Alla fine per persero la pazienza nei confronti di una vita
che non era altro che favole e sonnellini e cominciarono ad
assillarmi perch stabilissi una data in cui riprendere le tourne.
Riconobbi che avevano ragione a sollevare l'argomento,
ma lo scacciavo ogni volta che saltava fuori. Alex cambiava
di giorno in giorno, di ora in ora, di minuto in minuto e
non potevo concepire di perdermi quel cambiamento. Non
potevo concepire di prendere un aereo e partire senza di lei,
lasciando volontariamente l'intimo spazio che condividevamo.
Cos quando i miei parlavano del mio ritorno sulle
scene, io sorridevo e li ignoravo.
Un giorno ti sveglierai e ti renderai conto di voler
riprendere, ma sar troppo tardi mio padre arriv a incalzarmi
minaccioso al telefono una volta, mentre io guardavo
Alex danzare con passi precari alla musica di Mozart che
rimbombava per il nostro piccolo appartamento dal lettore
CD. Sapevo che da un momento all'altro qualcuno da sotto
avrebbe battuto sul soffitto con una scopa, ma ad Alex piaceva
che le mettessi la musica al massimo volume possibile.
E allora te ne pentirai.
Ma attraversando a fatica un tappeto coperto di giocattoli,
libricini e cereali solo per togliere una ciocca di capelli dal
viso di Alex, non riuscivo a immaginare che un giorno simile
sarebbe mai arrivato. Alex mi completava, mi calmava,
riempiva la mia vita come nient'altro prima di allora, pi
della musica, di certo pi dell'adorazione del pubblico.
Aveva raccolto ordinatamente tutte le fila dei miei desideri e
le aveva fatte convergere esclusivamente su di s. Se mi avessero
detto una cosa simile due anni prima non vi avrei creduto,
ma era successo: Alex era riuscita a non farmi mancare il
palcoscenico. Cos passai qualche altro mese chiedendomi
soltanto occasionalmente che cosa fare della mia carriera.
Bench suonassi ancora ogni giorno, lo facevo per breve
tempo e senza disciplina, pi un allegro divertimento che un
serio esercizio. Sempre di pi sospettavo che forse sarebbe
stato meglio lasciare i concerti per darmi all'insegnamento:
non sarebbe stato altrettanto esaltante, ma di certo a suo
modo mi avrebbe dato delle soddisfazioni.
Avrei anche potuto mettere in atto il piano se non fosse
stato per il giorno in cui mia madre mi trov a fissare il quadro
che aveva sempre languito in una rientranza seminascosta
sulla scala interna della loro casa. Invece di colori decisi
e pennellate stridenti c'erano il cantiere navale nel tenue tramonto,
gli uomini che lavoravano e la ragazzina che da un
angolo guardava il mondo indaffarato senza badarle. Stavo
andando nello studio per fare qualche telefonata riguardo a
dei posti da insegnante che mi interessavano alla Juilliard e
alla Curtis, ma come spesso accadeva non potei fare a meno
di fermarmi a guardarlo. Al piano di sotto Alex stava cercando
di descrivere ai nonni il clown che avevamo visto il
giorno prima e per qualche strano motivo i frammenti di
chiacchiericcio che dalla conversazione salivano verso di me
facevano apparire pi struggente l'immagine. Probabilmente
restai l a fissarla a lungo.
Astrazione non riuscita con ragazzina nell'angolo disse
mia madre. Io feci un salto, spaventata nel sentire una voce
dietro di me. Non mi ero accorta che stesse salendo le scale.
Non ho dipinto altro da allora.
Davvero? chiesi ridandomi un contegno. Mi chiedevo
come mai sia cos diverso da tutti gli altri tuoi lavori.
Non tutti disse lei con tono serio.
No? E a quali somiglia? Sarei stata molto sorpresa se
fosse stata sincera e avesse risposto qualcosa come Quelli
che avevo dipinto prima che tuo padre e le sue rigide convinzioni
mi incontrassero, ma non come quando lei mi tir
ancor di pi dentro la rientranza e abbassando la voce fino a
un sospiro mi disse: Sei una madre meravigliosa. Ma ricordati,
tesoro... non sei solo una madre.
 per la faccenda dell'insegnamento? chiesi. La sua
voce era un sibilo roco e se non avessi saputo come stavano
le cose avrei potuto pensare che fosse arrabbiata.
S disse tenendo gli occhi fissi nei miei. Un milione di
volte s.
Credevo che fosse solo pap a non... iniziai a dire, ma
lei alz un elegante dito per zittirmi e gli occhi andarono al
quadro.
Fallo disse. Per me.
A quel punto cominci a salire leggera le scale e io sentii i
suoi passi coprire veloci tre rampe fino alla mia vecchia stanza
al quinto piano, diventata anche l'ufficio abbandonato
della Tasha Darsky Enterprise, da dove sapevo che mio
padre stava chiamando in segreto vari direttori d'orchestra
per convincerli ad assillarmi con inviti a tornare a suonare.
Lanciai un'ultima occhiata al quadro, pensando alla stranezza
del nostro scambio e a quanto fosse insolito per lei
dire qualcosa in modo tanto ellittico. Poi sentii Alex arrancare
sui gradini.
Ma chi c'? dissi ad alta voce, dimenticando mia
madre, mentre la testolina bionda di mia figlia e poi la sua
faccina, sporca di gelato e dall'espressione beata, apparivano
in cima alla rampa. Stavo per chinarmi a pulirle il mento
dal cioccolato quando il sorriso si sciolse in un'espressione
di pena. Il suo viso era proprio espressivo come quello del
padre, anche se per fortuna non ne condivideva nessun'altra
caratteristica. Quando mi voltai per vedere che cosa l'avesse
colpita, vidi che era il dipinto di mia madre.
Che cosa c' che non ti piace del quadro, Alex? chiesi
prendendola in braccio.
La bambina.  triste. Mi disse mentre stavamo l insieme
a guardarlo.
Eh, s. Ammisi.
Perch?
Affondai il viso nei capelli di seta, assaporando il suo profumo
delizioso.
Perch non si ricorda pi come si fa a dipingere le
spiegai.
Quella di mia madre era stata la pi grande opera di convincimento
che potesse sperare di realizzare: capii che non
volevo far crescere Alex sotto il peso della mia delusione,
terrorizzata dal fallimento, decisa a evitarlo a qualsiasi costo.
Non volevo che nella sua vita ci fosse un equivalente di quel
quadro. Capii che cosa mia madre aveva voluto dirmi in
quella maniera strana ed ellittica. Cinque mesi dopo ero su
un aereo per San Francisco.
Niente frivolezze di merda, eh? si raccomand mio padre
ad alta voce mentre mi imbarcavo sull'aereo (Cosa vuol
dire medda? sentii Alex chiedere a mia madre mentre mi
allontanavo) e niente frivolezze di merda fu. Mesi prima,
quando avevo ripreso uno spartito con intenzioni serie, ero
terrorizzata da ci che sarebbe potuto uscire dal mio strumento:
che cosa avrei fatto se la musica fosse stata tutta gioia
color pastello? Ma quando mio padre si accomiat con
quella finissima raccomandazione, sapevo ormai che non ce
n'era la possibilit. Nei mesi passati a esercitarmi per la mia
rentre, avevo notato che i suoni che producevo ora erano
semmai ancora pi grintosi e ruvidi, pi sessuali, di quanto
non lo fossero mai stati prima. Che strano, avevo pensato,
perch dentro di me sono ancora tutta gioia color pastello. Ma
sotto sotto doveva esserci comunque un nocciolo di spavalderia,
nascosto e ancora intatto, che forse era soltanto diventato
pi forte essendo stato abbandonato dal resto di me.
A San Francisco regalai le esibizioni pi intense di sempre.
Suonando Brahms in tre concerti da tutto esaurito, mi
buttai cos violentemente nella musica che sfumai in essa,
perdendo la nozione di dove finissi io e cominciassero le
note. Sentivo vecchi dolori e vecchie lotte ricoprirmi come
un maglione preferito e l'adulazione del pubblico mi attraeva
come una calamita. Per la prima volta mi resi conto di
stare portando avanti una relazione amorosa anche con loro,
con il pubblico; che nello stesso momento in cui lottavo con
Brahms mi sottomettevo a loro, prona e vulnerabile. Giungere
all'ultima battuta era come strapparsi violentemente la
carne. Dopo, in camerino, mi chiedevo chi fosse stata la
donna sul palco e quale legame avesse con me, ma la sera
seguente mi trasformavo di nuovo. Trovavo strano non
avere mai notato prima che mentre suonavo diventavo
un'altra. Ci spiegava il mistero di come potessi essere chiamata
la femme fatale del violino, il sogno erotico di ogni
intellettuale e addirittura inserita fra le donne pi sexy del
mondo nella classifica di People senza mai essermi sentita
particolarmente bella. Ammettere una tale scissione mi spavent,
come se la Tasha sulla scena avesse potuto cancellare
l'altra se l'avessi lasciata venire fuori troppo spesso. Fintanto
che le note sgorgavano da dentro di me ero intossicata
dalla musica, dall'esecuzione e Alex non era che un fantasma
da una vita precedente. Forse non era molto sano.
Quando il giorno dopo l'ultimo concerto scesi dall'aereo
a New York e vidi Alex che mi aspettava con un mazzo di
rose grande quasi quanto lei, mi ritrovai a piangere e ridere
cos forte che tutti quelli intorno si voltarono a fissarci.
Santo Dio, pensavi che l'avremmo ammazzata? disse
mio padre.
L'indomani feci un'offerta per un attico su due piani, con
quattro camere da letto, su West End Avenue. Mi serviva
qualcosa di stabile, corposo e costoso, per convincermi che
la vita con Alex fosse pi reale di quella sul palco. In ogni
caso l'appartamentino stava diventando troppo stretto per
noi. Mi incantava il fiume di luce che entrava da tutti i lati
attraverso gli ampi bovindi. Per me quel posto sapeva decisamente
di infanzia felice e nei due anni successivi praticamente
mi ci barricai dentro con mia figlia. Pur registrando
diversi album e dando concerti in giro per il paese, ogni
volta che i miei proponevano un'altra tourne internazionale
io respingevo le loro suppliche dicendo: Vedremo quando
Alex comincer la scuola.
Quando lei comp quattro anni, per, dovetti rassegnarmi.
Controvoglia la iscrissi alla stessa scuola privata che avevo
frequentato da bambina e cercai di immaginare che cosa fare
avendo di nuovo le giornate per me. C'era parecchio tempo
da riempire, soprattutto dato che ogni minuto vuoto era un
minuto in cui sapevo che avrei dovuto pensare al mio ritorno
nel circuito internazionale.
Passai parte di quel tempo ritrovato a esercitarmi col violino
per due ore in pi al giorno, ma anche a fare tutte le
pulizie io stessa dopo aver licenziato di proposito la governante.
Mi ripresi pure, togliendola a mio padre, la responsabilit
di aprire gli inviti, i regali e le lettere dai fan che ancora
mi arrivavano a sacchi ogni mattina e di rispondere a
tutti. Fu cos che capit a me e non a lui di aprire l'invito a
una conferenza, dal titolo C' posto per la bellezza nell'arte?
Un pomeriggio di esplorazione, alla Tisch School of the Arts
e di vedere nell'elenco dei relatori il nome di Jean Paul Boumedienne.
Mentre tenevo in mano quell'oggetto inatteso, il mio
primo pensiero fu che ero contenta per lui. Finalmente lo si
apprezzava anche fuori da Oberlin. Per non riuscivo a metterlo
gi e a passare a un'altra busta, cos pensai che forse
avrei potuto andarci.
Poi per tre settimane non badai pi all'avvicinarsi di quella
data.
Il giorno della conferenza mi svegliai in un bagno di sudore.
Avevo sognato di fare l'amore con Jean Paul nei vigneti
del Cognac e Alex doveva essere a scuola nel giro di dieci
minuti. Mentre le gettavo addosso dei vestiti e la trascinavo
di corsa fuori dalla porta, brandelli del sogno continuavano
a fluttuarmi importuni davanti agli occhi. Quelle immagini
e l'effetto che avevano sul mio corpo mi fecero sentire sporca,
agitata, sola e del tutto indecisa se andare o meno a sentire
Jean Paul. Da l a quando feci il mio ingresso nel grande
auditorium, vestita con quella che consideravo elegante
moderazione, avevo gi cambiato idea tre volte. Mi sedetti
verso il fondo del discreto pubblico e diedi una scorsa al
podio davanti. Quando i miei occhi lo trovarono - smunto,
invecchiato, ma ancora cos straordinariamente bello da
farmi sentire un nodo in gola - lui aveva gi trovato me e i
suoi occhi mi stavano perforando con la loro intensit di un
tempo. Mi ci volle un certo sforzo per sorridere - un'immagine
che non ricordavo del sogno, lui sotto di me con la
bocca in cerca di un mio capezzolo, mi era fluttuata aggressivamente
contro, facendomi arrossire le guance, accelerare
il cuore e storcere la bocca in una smorfia di sorpresa - ma
fu uno sforzo inutile. Lui si volt non appena i nostri sguardi
si incrociarono.
Il gesto fu ostile e irato e mi convinse del fatto che andare
alla conferenza era stata una pessima idea. Non era stato
lui a invitarmi. Mi odiava ancora, come sempre. Stavo per
cambiare ancora idea e uscire di soppiatto quando il moderatore,
un giovane professore di storia dell'arte con arie da
guitto, che sul programma era indicato semplicemente come
Joe, balz sul podio.
Mi riaccomodai malvolentieri nella mia sedia, cercando di
rimanere attenta mentre Joe leggeva una poesia comica sulla
fuga dalla bellezza nelle arti. Ero troppo concentrata dall'opportunit
di fuga che avevo perso io per fare caso alle sue
parole, ma mi ripresi un po' quando cominci a presentare i
relatori. C'erano un pittore, uno scultore, un artista specializzato
in installazioni, il caustico critico musicale Arnie Glasswasser
- uno dei miei pi ferventi ammiratori e senza dubbio,
come intuii di botto, responsabile dell'invito - e infine,
con gli occhi al cielo e l'espressione persa, Jean Paul.
Come presentazione disse Joe dopo aver aspettato che
il cortese applauso si spegnesse, perch i nostri relatori non
dicono due parole su di s e magari non citano anche un
luogo in cui ritengono invece che la bellezza possa stare?
Segu una breve risatina da parte del pubblico e dei relatori
- solo il viso di Jean Paul rimase immune al sorriso - e
poi tutti gli occhi si rivolsero al mio amore di un tempo.
Aveva continuato a fissare il soffitto per tutto il discorso di
Joe e solo allora si volt con uno scatto improvviso ad
affrontare la sala, fissandoci tutti con il suo sguardo blu-
nero e dicendo: Mi chiamo Jean Paul Boumedienne. Sono
un compositore sconosciuto e credo che la bellezza sia
l'unica cosa che ha il diritto di stare da qualsiasi parte
voglia.
Io feci una risata di apprezzamento insieme al resto del
pubblico, ma non potei fare a meno di notare che Jean Paul
non stava ridendo con noi: anzi, sembrava ferito dall'esplosione
di elogio e torn a guardare il soffitto mentre Glasswasser
faceva la battuta scontata sul gorilla di dieci tonnellate
che entra in un cinema (Dove si siede? Dove gli pare!).
Io lo fissai sconcertata, ma lui non guard verso di me e
anche se l'avesse fatto non sapevo che cosa avrebbero potuto
dirmi i suoi occhi. Forse era soltanto nervoso. Forse non
aveva idea di come comportarsi di fronte a un pubblico.
Quando per Joe chiese se il concetto di bellezza non fosse
soltanto un costrutto sociale e invece di fare le solite chiacchiere
su contesto e paternit artistica Jean Paul rispose facendo
alla sala una predica sulla posta morale della bellezza -
dichiarando specificamente che alla fine la moralit si condensava
nell'estetica, per cui il buono era soltanto ci che era
bello e viceversa -, io capii che la spiegazione non stava nella
scarsa abilit comunicativa. Arnie Glasswasser si intromise
per confrontarsi con Jean Paul sul suo concetto di moralit:
di certo intendeva qualcosa di pi debole rispetto al significato
dato di solito al termine, no? In risposta Jean Paul spieg
che ci che intendeva con buono era l'essere dotati di una
bella anima. Dubitai che tra il pubblico ci si rendesse conto di
quanto fosse essenziale la parola anima per quell'appassionato
oratore; permeati di postmodernismo, davano per scontato
che la intendesse come metafora. Io trovai il suo discorso
davvero molto commovente, ma il modo acceso e furibondo
in cui lo pronunci - e il legame assai tenue con la domanda
che gli era stata rivolta - fu allarmante.
Man mano che il tempo passava trovai sempre pi difficile
rimanere seduta. Avrei voluto saltare sul palco e portare
via Jean Paul. Mentre gli altri relatori discutevano su aspetti
quali la bellezza  un concetto sessista? oppure la bellezza
 una prerogativa esclusiva delle classi dominanti?,
lui fece quello che parve un discorso unico, anche se spezzettato,
con suo grande fastidio, dalla struttura della conferenza.
Dopo averla posta alla base della moralit, pass ad
affermare che la bellezza stava nel cuore di ogni conoscenza,
poi, in risposta a tre domande consecutive sul ruolo del
sesso nell'estetica, spieg che credeva che il nostro concetto
di Dio fosse nato dal bel suono. A un certo punto, quando
Arnie gli chiese se credesse davvero in qualcosa di tanto
ingenuo quanto un'idea oggettiva di bellezza, lui si alz parzialmente
dalla sedia e come se stesse chiamando a raccolta
le truppe per una grande battaglia all'ultimo sangue esclam:
Se cade la bellezza cade anche il mondo! Dopodich
smise di distrarsi fra una domanda e l'altra, tenendo lo
sguardo inchiodato sul pubblico. Sembrava lentamente
prendere gusto all'argomento e alla ribalta, ma anche essere
ignaro delle punzecchiature di Arnie, sempre pi derisorie.
La prima volta che il critico lo defin il nostro amico dall'Agor,
Jean Paul gli fece un sorriso deliziato, come se
fosse stato commosso da un complimento.
Ma non vedi che non  fatto per queste cose? avrei voluto
gridare ad Arnie, con la sua faccia grassa e soddisfatta. Lo
stava ridicolizzando e il poveretto nemmeno lo capiva.
Per il favore del pubblico stava andando decisamente a
Jean Paul: dopo ogni sua tirata scoppiavano gli applausi.
Era l'unico a ottenere ovazioni, anche se era difficile dire se
fossero ironiche oppure soltanto in apprezzamento dell'inatteso
spettacolo della sua monomania oppure ancora,
come sospettavo, in reazione alle sue idee. Da parte loro
quasi tutti gli altri relatori sorridevano indulgenti mentre
lui parlava e qualcuno si lanciava occhiate, con espressioni
compiaciute e divertite, durante le raffiche di applausi.
Quando arriv il momento delle domande del pubblico,
quasi un terzo fu rivolto a Jean Paul e anche se quasi mai vi
rispose in modo diretto - perch avrebbe dovuto trattare la
platea in modo diverso rispetto al moderatore? - gli
applausi continuarono a seguire le tirate, come continuarono
i gesti sconcertati degli altri relatori.
Quando Joe cominci a ringraziare gli intervenuti per poi
invitarci tutti a un rinfresco al piano di sotto, per il nervosismo
io avevo gi strappato il mio programma in tanti pezzettini.
Strisciai via dalla mia fila mentre Joe stava ancora
ringraziando gli sponsor e raggiunsi la porta.
Nell'atrio cercai di rimettere in ordine i pensieri. Avevo
assistito a uno spettacolo davvero strano. Era sempre stato
cos...? E io non lo avevo...? Stavo scendendo con molta
prudenza le scale, non pi abituata a portare i tacchi alti (Ma
ti rendi conto che ti sei messa in tiro per. quando Jean
Paul mi chiam.
Mi voltai e lo vidi piegato in fondo alla rampa, le mani
sulle ginocchia, col fiatone. Da dietro le porte chiuse dell'auditorium
la voce di Joe rimbombava ancora. Immaginandomi
la sedia vuota sul palco e gli sguardi perplessi ma
divertiti del pubblico mi sentii cedere le gambe.
Jean Paul! Mi suon strano pronunciare il suo nome.
 bello rivederti.
Cosa ci fai qui? chiese raddrizzandosi, gli occhi sospettosi
e stretti. Hai organizzato tu la conferenza?
No gli dissi, confusa per un istante prima di comprendere
la sua preoccupazione: per lui l'invito era stata una
cosa importante, un segno che la sua carriera veniva presa
sul serio da qualcuno che contava. Non voleva scoprire che
quel qualcuno ero io, che avevo tirato le fila anche di questo,
come le avevo tirate per quella che avrebbe dovuto essere
la prima nazionale della sua nuova musica. No. Mi 
arrivato un invito per posta qualche settimana fa. Prima non
ne sapevo niente.
Sono tutti degli idioti disse. Mi spiace che tu abbia
perso tempo.
Be', tu non sei stato un idiota. Mi accorsi che gli stavo
parlando pi o meno nello stesso tono in cui parlavo a mia
figlia di quattro anni.
 vero replic. Fece quel suo sorriso smagliante - Dio,
quel sorriso! - che un tempo mi aveva fatto sciogliere dal
desiderio, ma che l aggrav soltanto la mia tristezza, perch
vi notai un tocco di follia. Una parte di me voleva scappare
senza voltarsi indietro, ma l'altra voleva arrivare a quel sorriso,
toccarlo, confortarlo.
Senti, ti va di prendere un caff, magari, o... proposi,
ma chiedendomi gi mentre lo dicevo se fosse una buona
idea.
Adesso hai una figlia mi interruppe, dicendolo come se
mi stesse dando una notizia.
S, ma  a scuola. Credevo volesse sapere se avevo
tempo per quel caff.
Ma ormai tra noi non pu pi essere la stessa cosa. Ora
c' qualcun altro.
Rest ad attendere una mia reazione per un secondo, poi
scoppi nella sua risata riccamente musicale e il suo viso
torn quello che era quando l'avevo conosciuto. Alla fine si
volt e spar nel corridoio da cui era arrivato. Udii la folla
uscire dall'auditorium e mi affrettai gi dalle scale.
Una volta fuori stavo per dirigermi verso casa, ma cambiai
idea e andai dai miei. Piombai di botto nella casa di arenaria
rossa mentre mia madre stava leggendo una rivista.
 molto... distaccato dalla realt le dissi circa venti
minuti dopo, concludendo il mio resoconto mentre prendevamo
un caff al tavolo della sala da pranzo, con i rossi, i blu
e gli ori che ci piovevano sulle mani e sui volti.
Non  sempre stato cos?
Non lo so. Tu credi? Era proprio il quesito pressante a
cui volevo dare una risposta.
Lei sorrise, scosse la testa, mi diede un buffetto sulla
guancia e sembr sul punto di cambiare discorso.
Mamma, dimmi seriamente...  sempre stato cos, be'...
cos fuori?
E come faccio a saperlo? Non lo conoscevo poi cos
bene.
Ma se era...
C' qualcosa di interessante disse ignorandomi, nella
convinzione che l'artista sia un essere a parte, che il suo
talento sia sacro e pertanto lo renda esente dalle regole che
il resto di noi deve seguire. La grandezza, l'eroismo dell'artista...
Alz le spalle.  molto affascinante stare con qualcuno
che si vede in quella veste eroica, ma se uno si vede
cos non pu essere del tutto sano di mente.
Si alz e raccolse le tazze. Sentii che stava prendendo la
cosa troppo alla leggera. Poteva essere l'arroganza artistica
l'unica responsabile di ci a cui avevo assistito nel pomeriggio?
Non avrei saputo dire perch secondo me la questione
meritasse una considerazione molto pi seria, se non perch
Jean Paul era stato l'amore della mia vita e...
La frase non ebbe un seguito finch non andai a prendere
Alex a scuola. Guardandola correre verso di me, le braccia
che ondeggiavano e un sorrisone stampato in faccia, pensai:
...e perch suo padre era come lui. Mi ero innamorata di
Aleksander Pasek per un breve momento in cui nel suo viso
ossessivo e caparbio avevo visto Jean Paul: era lui quello che
inveiva ad alta voce, era lui perfino quello che mi diceva che
avrebbe venduto il suo paese per il prezzo di un solo film.
Se Jean Paul era pazzo, allora voleva dire che lo era anche
Aleksander Pasek? E se Pasek era come Jean Paul... be', era
facile dedurre quale fosse la paura peggiore: che Alex potesse
avere in s i semi di quella mania, di un'ossessione rabbiosamente
determinata che le avrebbe portato solo infelicit.
Cantava con la sua voce squillante mentre correva verso
casa, qualche passo davanti a me, impaziente di mostrarmi
qualcosa che aveva fatto a scuola, ma mentre guardavo quella
dolce e vivace bambina correre sul marciapiede tutto ci
che riuscivo a vedere era una ragazza che un giorno avrebbe
gridato frasi senza senso verso una sala gremita, una
pazza furiosa legata a un'idea, uno zimbello che concedeva
a un ironico pubblico urbano qualche attimo di divertimento.
La raggiunsi e la presi in braccio al volo nonostante i suoi
strilli di protesta.
Fu poco dopo che Alex inizi a lamentarsi dell'obbligo di
andare a scuola la mattina.
Ma devo proprio? chiedeva tutti i giorni, presentandosi
mezza vestita nella mia stanza, aspettandomi a gambe
incrociate sullo scendibagno mentre ero sotto la doccia o
tirandomi l'orlo della gonna mentre uscivamo in strada.
Non posso stare a casa? Solo per oggi!
Diceva che gli altri bambini erano cattivi con lei, che le
scarabocchiavano i disegni, che non volevano ballare con lei
alle lezioni di danza e che uno aveva addirittura minacciato
di morderla. Ripensandoci,  chiaro che avrebbero potuto
essere capricci di una qualsiasi bambina di quattro anni e
che il suo desiderio di marinare la scuola non aveva nessun
motivo sospetto. Ma dato che era successo cos presto dopo
il mio incontro con Jean Paul io andai nel panico. 
un'emarginata, pensai. Sono crudeli con lei.  cos che nascono
i maniaci. Per non avevo idea di che cosa potessi fare al
riguardo.
Un giorno scesi dal mio studio per scoprire che aveva
acceso il televisore. Io non glielo permettevo e cos andai a
spegnerlo. Mentre mi avvicinavo, per, notai che invece dei
cartoni animati che ogni tanto riusciva a seguire di nascosto
stava guardando un concerto e pensai: Be', niente di male.
Poi mi accorsi che il concerto che stava seguendo era uno
dei miei, la replica di una mia esibizione dell'anno precedente
alla Carnegie Hall. Mi sedetti sul sof accanto a lei, si
volt verso di me con la sua faccina a forma di cuore e mi
fiss seria.
Perch non suoni pi il violino? chiese con un tono
serio tanto quanto la sua espressione.
Ma io suono, tesorino. Suono tutti i giorni. Lo sai.
Spesso quando mi esercitavo si sedeva a guardarmi, attratta
sempre e ovunque dalla musica.
No disse, il viso severo e corrucciato. Perch non
suoni pi cos!
Vuoi dire davanti alla gente?
No, grande. Come una montagna. Come il mare mi corresse
con impazienza. Prolung l'ultima parola, la bocca
quasi in soggezione della dimensione che stava descrivendo.
Grande ripetei, rimuginando le sue parole, chiedendomi
come avesse fatto una bambina cos piccola a vedere ci
che io avevo impiegato anni a notare: che davanti a un pubblico
mi trasformavo.
Magari lo far dissi abbracciandola e accomodandomi
per assistere al resto della mia esibizione. Magari torner a
essere grande. E magari insieme a me ci sarai anche tu.
Dicendolo sentii zittirsi la cacofonia che avevo in testa: il
roco sussurro di mia madre - Fallo per me - davanti al
quadro di una ragazza che aveva dimenticato come si dipingesse;
gli accordi stridenti e minori di fallimento, sconfitta,
amarezza che quelle parole avevano smosso di nuovo dopo
tanti anni; e le folli tirate di Jean Paul che risuonavano con
la voce di mia figlia. Non riuscivo a credere di non aver mai
pensato prima a quella soluzione.
A cinque anni Alex si abitu alla vita itinerante quasi con la
stessa velocit di quando io ne avevo venti. Quando non
stava organizzando elaborati giochi e messinscene con il
personale di un albergo di lusso, oppure facendo il gran
tour di innumerevoli zoo, oppure mettendosi i miei vecchi
abiti e pavoneggiandosi per le vie di una citt estera, oppure
ancora gigioneggiando con la stampa (si metteva a cantare
ogni volta che nei paraggi c'era un gruppo di pi di cinque
persone, considerandole stampa, che lo fossero o
meno), studiava sotto le garbate cure della sua tata britannica,
la signora Bottom. Sapevo che in tanti disapprovavano il
fatto che obbligassi una bambina a fare una vita nomade -
parecchia gente me l'aveva detto in faccia -, ma non vedevo
quale fosse il problema. La sua istruzione era eccellente:
grazie alla signora Bottom leggeva a un livello molto pi alto
di quello richiesto alla sua et, divorando libri di matematica
come se fossero stati favole e imparando anche un po' di
francese e di italiano. Pi importante ancora, era felicissima.
Come per me, non c'era niente che le facesse pi piacere di
trovarsi vicino alla musica.
La musica le era piaciuta ancora prima di nascere, dato
che tirava calci a ogni minima melodia. Le piaceva suonata
ad alto volume, le piaceva suonata spesso e le piaceva in qualsiasi
forma. In India rimase incantata dalle canzoni pop di
Bollywood e in Giappone si innamor del Gagaku. In ogni
paese che visitavamo sembrava trovare melodie locali che la
incantavano, anche perch mia madre e io ci eravamo poste
come priorit, seconda soltanto al trovarle uno zoo, di sondare
per lei i generi preferiti nei vari luoghi. Per quello che
le piaceva di pi, come a sua madre, era sentire un'orchestra
al completo darci dentro su uno spartito. A sei anni riusciva
gi a canticchiare quasi tutto il mio repertorio battuta per
battuta e il premio pi efficace per convincerla a fare qualcosa
che non le andava era permetterle di rimanere alzata fino
a tardi e assistere a una mia esibizione dalle quinte, insieme
alla nonna. Da l, coi riccioli biondi che svolazzavano, diceva:
Quella  la mia mamma! a chiunque passasse. Lo diceva
a tutti, indipendentemente da dove ci trovassimo e che
cosa facessimo, ma lo comunicava col massimo orgoglio
quando io ero sul palco. A volte fingeva perfino di esibirsi lei
stessa, annunciando: Sono La Grande! prima di fare un
profondo inchino e mettersi poi a far scorrere un archetto
immaginario su corde altrettanto immaginarie. Inizi a chiamarmi
La Grande proprio quel primo anno passato in
tourne e n io n i miei riuscivamo a capire se le maiuscole
ci volessero o meno.
Ma pur con tutto il suo amore per la musica, non le pass
per la mente fino a un pomeriggio a Bilbao che potesse crearla
lei stessa. Fu mia madre a incoraggiarla ad arrampicarsi
sullo sgabello del pianoforte nell'atrio, mentre aspettavano
che finissi di pranzare con un giornalista, come fu mia
madre ad accogliermi in preda all'esaltazione quando uscii
dal ristorante dell'albergo, mentre Alex mi sorrideva a trentadue
denti in cima allo sgabello, sorpresa dal potere che
aveva scoperto dentro di s.
Dopo aver annunciato: Sono La Grande!, Alex aveva
fatto un profondo inchino e aveva iniziato a pigiare i tasti a
casaccio. Era andata avanti per un po', come faceva di solito,
poi si era fermata di colpo. Per puro caso aveva azzeccato una
successione di note che formava parte del primo tema nel
primo movimento della Piccola serenata notturna. Aveva fissato
i tasti meravigliata e poi aveva ricominciato a pigiarli con
pi attenzione, riuscendo alla fine a ricostruire l'intera melodia.
Aveva appena compiuto sette anni.
Un'altra Tasha Darsky mi sussurr nell'orecchio mia
madre mentre Alex ricominciava a suonare a orecchio per la
terza volta di seguito. Io per non sarei riuscita a fare una
cosa simile alla sua et.
Il giorno dopo essere tornate a New York iniziai a fare
colloqui a insegnanti di piano che fossero disposti a viaggiare
con noi. Trovai Madeleine Chan, una neo-laureata di Yale
che aveva suonato alla Carnegie Hall a tredici anni e che in
quel momento cercava una scusa per rimandare la specializzazione
in Legge e rimanere immersa nella musica. Sotto la
sua guida, in poco tempo Alex inizi a suonare cos bene
che era difficile credere che riuscisse a farlo davvero.
Per essere sincera, non ero nemmeno sicura di volere che
suonasse cos bene. Non che non fossi estasiata, in generale,
dalla scoperta del dono di Alex. Conoscevo la gioia che mia
figlia stava provando, l'euforia al sentire bellissimi suoni
fluire con facilit da sotto le proprie mani. C'era per qualcos'altro
mescolato alla gioia e all'orgoglio: la paura. Nel
perfetto bozzolo che avevo creato per lei si stava insinuando
- insieme a quel sorriso sardonico e a quelle mani agili - la
consapevolezza che per quanto mi sforzassi non avrei mai
potuto proteggerla del tutto, che certe cose inevitabilmente
sarebbero successe in modo inaspettato.
E la cosa pi inaspettata di tutte accadde poco dopo che
Alex ebbe iniziato a studiare il piano con Madeleine: ci
ritrovammo in Polonia. Non vi ero pi tornata da quel teso
pomeriggio in casa di Pasek a Cracovia e non avevo mai
pensato di tornarci. Nutrivo verso di essa un odio irrazionale:
la percepivo soltanto come la patria di Pasek e di conseguenza
come un luogo che vantava pretese sgradite su mia
figlia, che mi piaceva pensare come soltanto mia. Per mio
padre mi aveva chiamato a met tourne implorandomi di
inserire una tappa a Varsavia per uno speciale televisivo in
diretta e mi era sembrato stupido rifiutarmi.
Da anni tentavo di costruire una favola decente a proposito
del leggendario regista polacco che aveva venduto il
proprio paese per l'arte e confessato i suoi peccati nel mio
grembo. Ad Alex avevo presentato il padre come il protagonista
di una storia, qualcuno che non ci si aspettava saltasse
fuori dalla pagina per apparire nella realt. Qualcuno che
non ci si aspettava di incontrare. A meno di non trovarsi,
come in effetti accadde, nel suo mondo.
In Polonia? ripet Alex, a occhi sgranati, quando le
dissi dove stavamo per andare. Era come se le avessi detto
il Bosco dei Cento Acri. E proprio come avrebbe sperato
di incontrare Winnie Pooh o Christopher Robin se fosse
stata quella la nostra destinazione, cos sperava di incontrare
suo padre. Lo trovai al telefono l'ultimo giorno della
nostra permanenza in Polonia, dopo avergli lasciato innumerevoli
e sempre pi disperati messaggi sulla segreteria.
Con una voce intrisa di vodka, praticamente mi disse di
togliermi di torno.
 stata tua la scelta di avere la bambina. Ricorda, Natasha.
Ricorda cosa ti avevo detto. Non farlo.'
Mi ricordo, s dissi, il tono controllato nello sforzo di
non sembrare astiosa. La scelta  stata mia e adesso c' una
bambina a Varsavia che vorrebbe incontrare suo padre.
Be', io sono a Cracovia e non posso mettermi in viaggio.
E comunque, al di l di questo motivo, in generale dico no.
Riattacc prima che avessi l'opportunit di ribattere.
Andai nella camera accanto, dove Alex stava appena iniziando
ad aprire gli occhi. La sera prima non mi aveva
lasciato spegnere la luce finch non le avevo giurato in tutti
i modi possibili che lui non sarebbe passato mentre lei dormiva.
Ma ora che cosa avrei dovuto dire? Che non ero riuscita
a trovarlo? Che era impegnato?
Senti, a proposito di tuo padre... le dissi sedendomi sul
letto e sistemandole distrattamente le coperte. Ho delle
brutte notizie.
Il viso le si irrigid nell'attesa e io mi accorsi di non riuscire
a dar voce alle parole.
Poi per mi si form in mente una frase a cui non avevo
mai pensato prima e che sembrava molto pi facile da dire:
 morto.
 morto? ripet. Poi si afflosci e gli occhi persero
molto della loro brillantezza. Mi resi conto che forse avevo
fatto qualcosa di imperdonabile, anche perch la morte
poteva non essere un concetto che una bambina di sette
anni era in grado di affrontare. Invece ne fu in grado eccome,
soprattutto se era la morte di un personaggio
semi-immaginario alla cui esistenza comunque lei non credeva
particolarmente. Guardando in basso verso le sue manine
dalle dita graziosamente intrecciate, si riprese velocemente
dal colpo e quando rialz lo sguardo verso di me era triste
pi o meno come lo era stata quando nella Tela di Carlotta
era morta la protagonista. Di certo era meno traumatizzata
di quanto non lo sarebbe stata dal sapere che suo padre era
un ubriacone che non aveva neanche chiesto come si chiamasse.
Quando? volle sapere.
Tanti anni fa. Sapevo che pi l'avessi reso lontano nel
tempo, meno sarebbe stato tragico. Ma l'ho scoperto solo
oggi.
Come  morto? Non sospettavo nemmeno che sapesse
che a ogni morte era necessariamente associato un come.
Io mi strinsi nelle spalle. Era molto vecchio.
Le presi la mano e vidi che le mie dita, intrecciate con le
sue, stavano tremando. Star molto meglio a non sapere la
verit mi convinsi mentre la facevo scendere dal letto e
andare in bagno. La sentii cantare tristemente, da sola,
mentre indugiava con una pezzuola per il viso e mi chiesi se
non ero stata troppo frettolosa nel farlo fuori. Forse per
avevo sempre voluto sistemare la faccenda in quel modo e
stabilire fermamente, una volta per tutte, che lei era mia e
mia soltanto.
Ma quale diritto aveva Aleksander di essere vivo per lei?
Era una domanda che mi sarei posta spesso negli anni a
venire.
Per mesi, dopo la nostra visita a Varsavia, mi torturai immaginando
i vari modi in cui la mia bugia avrebbe potuto essere
smascherata: un profilo di Pasek su un giornale, una sua
intervista in televisione, lui stesso che avrebbe potuto cambiare
idea cercando di contattare Alex. Alla fine per, mentre
ci muovevamo in un mondo apparentemente de Pasekizzato,
le mie preoccupazioni si rivelarono infondate. S, era
possibile che ne fiutasse la presenza, vivo, da qualche parte,
ma era molto pi probabile il contrario. In futuro, quando
fosse stata abbastanza grande, avrei finito per dirle la verit.
Per il momento, invece, non era il caso di agitarsi. Quel che
era fatto era fatto. E poi c'erano tante altre nuove preoccupazioni
da mettere in conto.
Tanto per dirne una, c'era la questione della carriera di
Alex.
Avevano iniziato i miei a farne una questione. A me sembrava
criminosamente prematuro. Poteva anche essere arrivata
a suonare il piano come una professionista a soli sette
anni, ma era comunque una bambina e come tale si comportava.
Le sue abitudini, irrefrenabilmente vivaci e chiassose,
comprendevano fra l'altro l'impadronirsi di qualsiasi pianoforte
incustodito e usarlo come credeva. Riusciva a starsene
seduta per ore a suonare negli atri degli alberghi, nei centri
commerciali o nei ristoranti. Quei concerti improvvisati
radunavano capannelli di spettatori soddisfatti, ma creavano
anche parecchi disagi e io cercavo di ridurli al minimo. Di
certo non le avrei permesso di salire sul palco del Palais des
Beaux-Arts di Bruxelles ad armeggiare con un piano che era
appena stato accordato per l'esibizione della sera stessa, il
concerto di apertura dell'annuale Fte de la Musique. Per
quel livello di permissivit Alex si era rivolta alla nonna,
mentre io stavo parlando dietro le quinte col direttore dell'orchestra.
Nel tempo che ci misi ad arrivare sul palco, lei
era gi a met del Chiaro di luna, mia madre era raggiante e
al suo fianco c'era un giovane che riconobbi subito come il
compositore belga Van Rheede. Di recente aveva attirato
parecchia attenzione con le sue Cantate sulla guerra.
 magica mi disse. Una fatina. Voglio scrivere qualcosa
per lei.
Immaginai che volesse soltanto essere gentile o al pi che
si fosse lasciato trasportare dal momento, ma due mesi dopo
mi arriv uno spartito per posta. Aveva finito per scrivere un
pezzo per entrambe, un duetto per pianoforte e violino. Con
lo spartito c'era la richiesta che fossimo Alex e io a eseguirlo
in prima assoluta. Naturalmente ai miei l'idea piacque molto
e mentre stavamo ancora valutando insieme i pr e i contro
mio padre gi telefonava di nascosto in cerca di citt interessate
a ospitarci. Manco a dirlo, Bruxelles era la pi smaniosa.
Io tergiversai per settimane, poi un pomeriggio mia
madre mi prese da parte e mi convinse. Eravamo nel mio
soggiorno e si sentiva che al piano di sopra Alex stava saltellando
qua e l con indosso l'elaborato costume da Cenerentola
che la nonna le aveva portato. Solo per stavolta mi
disse. Non pu farlo solo per stavolta? Lo sai che le piacer
tantissimo.
Io cedetti, ma non fu solo per quella volta e l'avevo sempre
saputo. Sul palco Alex era sensazionale. Lass si trasformava.
Un attimo prima era nella nostra camera d'albergo a
mangiare cioccolatini fino alla nausea, l'attimo dopo era una
formidabile fuoriclasse. Travolgente e senza et.
Prima ancora che la serie di concerti in Belgio finisse avevamo
gi avuto altre cinque offerte. Proprio come con te
disse mia madre, salvo che quando mi erano cominciate ad
arrivare richieste a fiumi io avevo ventun anni e Alex solo
sette. L'idea di renderla una musicista professionista cos
presto mi spaventava, ma dovetti ammettere che in Belgio
sul palco si era esaltata e che comprendevo bene perch.
Tormentata senza tregua dai miei e da una manciata di
direttori, mi convinsi che finch avessimo suonato insieme
sarebbe andato tutto bene. E cos fu. And molto pi che
bene. Da musicista provai la sensazione, strana e adulta, di
non voler attirare tutta l'attenzione su di me. Invece suonai
in modo protettivo, sempre molto pi cosciente del suono
del pianoforte che di qualunque altra cosa. Alex e io diventammo
pi legate che mai, tramite una musica che era la
parte pi profonda di ciascuna. Io potevo produrre anche
una sola nota e lei sapeva subito dove volevo che portasse.
Per quanto quella nostra nuova vicinanza fosse inebriante,
tenni sempre un occhio vigile su Alex, attenta a notare
segni di stress. Non ne vidi mai. La incantava ogni aspetto
della sua nuova vita. Non fu mai turbata dalle attenzioni.
Adorava essere riconosciuta per strada e col passare del
tempo arriv a cercare con avidit le proprie recensioni,
anche quelle sfavorevoli.
Continuavo a essere preoccupata per aver avviato mia
figlia a una carriera professionista cos presto, ma nelle
nostre vite non c'era niente che sapesse di professionale in
modo particolare. Il nostro sestetto itinerante era caotico e
spensierato. Oltre a Madeleine Chan, la maestra di piano
ormai abituata a volare, avevamo preso con noi, in sostituzione
della signora Bottom, la molto pi istruita e molto pi
scalmanata Amanda McGrath, una ribelle con gli occhiali e
un dottorato in matematica che faceva da precettrice per
Alex e da dispensatrice ufficiale di pettegolezzi per noialtri.
Anche mio padre lasciava sempre pi spesso la sua postazione
casalinga e ci accompagnava in giro. Sosteneva che fosse
perch aveva trovato il modo per mandare avanti gli affari
anche in viaggio, ma sapevamo tutte che era perch adorava
stare con Alex. Sua nipote riportava a galla un lato di lui che
prima non sapevamo esistesse, dolce e calmo.
Naturalmente per riport a galla anche la sua famelica
ambizione. Subito dopo i nostri primi concerti insieme
all'estero, si mise a insistere perch Alex andasse avanti per
conto proprio. A me l'idea non piaceva per niente: s, era
senza dubbio una bambina a cui piaceva esibirsi, ma perch
non fare in modo che tutte le sue apparizioni sul palco avvenissero
nei limiti protettivi del nostro duo? Perch farla salire
sul palco tutta sola quando le andava benissimo di salirci
con me? Quando Alex aveva nove anni, mio padre annunci
mentre ce ne stavamo seduti in una birreria all'aperto in
Baviera - l'evento pass alla storia della famiglia come il
putsch di Monaco del nonno - che aveva preso accordi perch
il mese successivo lei avesse un palco tutto per s. Alex
lo guard stupita e chiese: Ma perch? Io non voglio!
Non inizi a esibirsi da sola finch non ebbe dodici anni,
quando lo richiese lei perch ci avrebbe notevolmente
allargato il suo repertorio.
A quattordici anni diede la serie di concerti pi acclamata
dell'anno, eseguendo le sonate Patetica, Waldstein e Appassionata
nel corso di una settimana a Bonn. Era un programma
che mio padre aveva intitolato Darsky affronta Beethoven
e che attir un pubblico enorme. Due giorni dopo la conclusione
mia madre annunci di cominciare a sentire il peso
degli anni e di non riuscire pi a vivere sempre con la valigia
in mano. Poco dopo Madeleine Chan decise che era ora di
smettere di rimandare la specializzazione in Legge e nel giro
di una settimana Amanda McGrath si fidanz con un nobile
minore italiano che aveva sponsorizzato un festival musicale
nella cui organizzazione ero stata coinvolta.
Proprio a ridosso della sua pi grande affermazione professionale,
Alex si ritrov abbandonata. Non sapendo cos'altro
fare, ci prendemmo una pausa per riorganizzarci. Io ne
fui sollevata, ma Alex era restia. Potevo immaginare che cosa
significasse per lei ritrovarsi sola e sedentaria dopo quasi una
vita intera di movimento ed emozioni costanti. Per la prima
volta a sua memoria, l'attico su West End Avenue era qualcosa
di pi di un posto in cui riposarsi fra una tourne e l'altra.
Avrebbe dovuto sentirsi a casa in stanze beige e crema
che a malapena riconoscevamo: mia madre le aveva fatte ridipingere
l'anno prima, mentre eravamo in tourne, da una
celebratissima decoratrice e questa le aveva realizzate con
cos tanto gusto da renderle invivibili, anche quando c'erano
vestiti e libri sparsi ovunque.
Soprattutto, a quel punto dovette andare a scuola come
tutti gli altri ragazzini della sua et. La iscrissi di nuovo alla
stessa piccola e tediosa, ma per il resto eccellente, scuola privata
che avevo frequentato fino agli undici anni. Invece di
vivere tra alberghi, ristoranti, concerti e feste, tutte le mattine
si alzava e prendeva la metropolitana, tornando nel
pomeriggio per trovare solo una cena pronta e, quando
andava bene, un film preso a noleggio.
All'inizio passare le giornate in mezzo a centinaia di altri
ragazzini non fu privo di una certa ebbrezza che controbilanciava
il sacrificio - soprattutto dal momento che la sua
fama e una bellezza sottolineata dai riccioli biondi l'avevano
catapultata dritta nel giro giusto delle medie - ma dopo
qualche settimana la novit perse di interesse e una sera a
cena mi annunci stancamente, con la voce di una persona
col doppio dei suoi anni, che i piccoli intrighi e le grandi
crisi che sembravano costituire tutto il mondo dei suoi compagni
la annoiavano profondamente. Per colmare il vuoto di
tutto ci che aveva perso, si butt a capofitto nell'unica cosa
che era rimasta della sua vecchia vita: la musica. Quando era
in casa stava sempre al piano.
Io occupai il mio tempo con attivit molto meno nobili:
discorsi, cerimonie di premiazione, gala di beneficenza. Iniziative
che non erano altro che ostentazione e che spesso mi
lasciavano vuota dentro, come se anch'io fossi stata solo
qualcosa da ostentare - appariscente, vacua, in fondo senza
valore -, ma continuai a parteciparvi perch mi tenevano
occupata mentre eravamo bloccate a New York e perch
Alex sembrava provare parecchia soddisfazione, anche se
indiretta, nel sentirmeli raccontare.
Fu in una di quelle occasioni, una cena da mille dollari
a testa in favore della ricerca sulla leucemia, che ritrovai
Robert Masterson. Era nel comitato direttivo di quella particolare
associazione ed era stato lui a proporre che l'ospite
celebre quell'anno fossi io. Per me fu comunque una
sorpresa trovarlo ad aspettarmi nell'atrio dell'Helmsley
Palace.
Sai mi rimprover scherzosamente venendomi incontro,
 consuetudine invalsa diventare meno belle quando si
invecchia. Ma tu fai sempre le cose a modo tuo. Un continuo
crescendo.
Io dissi qualcosa del tipo Che esagerato! e mi lasciai
tirare rigida nell'abbraccio, anche se ero infastidita dal suo
profumo particolarmente speziato e pulito. Il suo aspetto
era familiare in modo imbarazzante e anche spaventosamente
invecchiato. Stretta in quella sua flemmatica presa mi
ritrovai a guardarlo con sospetto, attraverso gli occhi di una
madre. Mi staccai freddamente e vidi che lo aveva notato.
Per quando pochi minuti dopo dovetti abbandonarlo
per un ometto che con aria di scuse mi disse che dovevano
parlare di lavoro, fui riluttante a staccarmi dal suo fianco.
Continuai a tenere d'occhio la sua grossa testa argentata che
si muoveva al di sopra della folla impeccabilmente vestita,
gettandogli un'occhiata ogni tanto per vedere dove si fosse
spostato. Mi divertiva farlo, perch sentivo che quella testa
mi ancorava a qualcosa di stabile che non riuscivo a identificare.
Il passato, forse.
Quando ci dissero di accomodarci rimasi delusa nello
scoprire che non sarebbe stato al mio tavolo. L'onore era
andato ai nove disposti a pagare non mille, ma cinquemila
dollari, il che costringeva ancora di pi a essere scintillanti.
Quando tutti si sedettero, la testa di Robert fin allo stesso
livello di decine di altre e non mi fu pi possibile individuarlo
semplicemente dando una scorsa alla sala. Allora smisi di
guardare e mi concentrai invece sull'essere allo stesso tempo
divina e avvicinabile per i miei commensali, uno dei talenti
minori che ho affinato nella mia carriera. Fu solo quando la
folla si era considerevolmente diradata e io stavo gi tramando
per sganciarmi dai nove che erano ancora al mio tavolo a
chiacchierare, davanti a porzioni mezze mangiate di torta
Foresta Nera e al terzo giro di decaffeinato, senza mostrare
la minima intenzione di andarsene, che Robert riapparve,
una figura massiccia che dall'alto mi disse che il mio taxi era
arrivato.
A proposito, io non ho fatto chiamare nessun taxi feci
presente mentre uscivamo nell'atrio, stringendo diverse
mani nel frattempo.
Be', allora come scusa non  stata molto originale. Volevo
solo stare un po' con te. Davi comunque l'impressione di
essere un tantino deperita.
Puoi dirlo risi, sentendomi stranamente come una
ragazzina in sua presenza.
Sei troppo stanca per il bicchiere della staffa? Il modo
in cui mi guardava mi diede una scossa di eccitazione, non
sessuale, ma di nuovo il vecchio e adolescenziale desiderio
di essere l'alunna preferita.
No, non sono troppo stanca dissi. Per facciamo una
passeggiata, invece. Ho prodotto e respirato abbastanza aria
fritta stasera. Me ne serve un po' di fresca.
Mentre risalivamo Madison Avenue godendoci il freddo
tonificante di dicembre, mi aggiorn su vecchie conoscenze
del dipartimento di Musica a cui non pensavo da vent'anni:
chi aveva avuto una cattedra e chi se l'era vista negare, chi
aveva divorziato, chi aveva delle storie clandestine, chi aveva
scritto libri che si erano rivelati clamorosi insuccessi. Mi
disse anche di aver visto Jean Paul qualche mese prima. Si
era presentato a una conferenza senza esservi stato invitato
ed era andato avanti per giorni a sostenere che il motore di
tutta la grande arte fosse la vendetta.
Quello  ufficialmente flippato. Scosse la testa. Spunta
dappertutto senza preavviso, delira come un pazzo e
nonostante ci gli studenti lo seguono a frotte. Lo chiamano
il Pifferaio Magico della Ivy League'. Ma sai una cosa?
Pare che tu e i suoi studenti adoranti non siate gli unici a
pensare che le sue opere abbiano un valore. Ho diversi colleghi
che sono d'accordo con te. Forse per sono io a essere
diventato un vecchio pedante nei miei gusti musicali, perch
quel valore non ce lo vedo.
Non potei fare a meno di provare un brivido di gioia nel
sentire che Jean Paul stava ottenendo l'attenzione che meritava,
ma la soddisfazione fu smorzata dal sentire che si presentava
senza invito a convegni accademici per poi farneticare.
Confessai il mio incontro di anni prima con Jean Paul,
alla conferenza sulla bellezza nell'arte.
 proprio da lui rise. Io non ebbi il coraggio di dirgli
perch non trovavo l'eccentricit di Jean Paul particolarmente
divertente e perch sentirne parlare mi faceva correre
un brivido lungo la schiena.
Dopo rimanemmo in silenzio per un po' e io tornai a calmarmi
nell'arietta frizzante e nel relativo silenzio di Midtown
a mezzanotte.  bello rivederti dissi, pensando
quanto fosse vero. Bello sul serio, intendo.
Ti ho sempre pensato tanto rispose lui.
Davvero? Mi sentii irrigidire, come se avessi ancora
avuto diciannove anni e stessi ancora cercando di non pensare
a Jean Paul che insisteva che Masterson fosse interessato
a me solo a livello erotico.
S, davvero. Sai che cosa mi sono sempre chiesto?
Che cosa?
Be', non voglio insinuare che tu abbia fatto degli errori
nella vita, soprattutto visto che ora ci stiamo trovando bene
e che non sono fatti miei. Per mi sono sempre chiesto perch
tu... Blocc frase e camminata e fu chiaro che stava
valutando se finire ci che aveva iniziato.
C' una cosa che non capisco continu dopo qualche
istante, scegliendo attentamente le parole. Ti ho sempre
considerato una dei miei allievi pi promettenti, forse
seconda solo a Boumedienne. E tu sembravi cos presa dallo
scrivere musica. Sembravi volerlo davvero, il successo in
quel campo. Anzi, da quel punto di vista non eri seconda
proprio a nessuno. E poi... pi niente. Hai lasciato che il
tuo talento andasse sprecato. Perch? Come tuo insegnante,
sento di avere il diritto di chiedertelo.
Pensavi davvero che fossi brava? chiesi.
Certo. Non lo vedevi?
Mi sa di no.
Tu avevi... hai... un talento eccezionale. Voglio dire, oltre
a quello come violinista.
Provai una sensazione di bruciore al petto, ma fu cos fisica
che ne incolpai la pesante salsa in cui a cena era stato
affogato il salmone.
Per almeno quei frammenti li hai scritti aggiunse lui.
Eccome se li ho scritti. Feci una risatina finta, augurandomi
senza troppa convinzione che si potesse cambiare
discorso.
A essere onesto, ascoltarli mi aveva depresso. Era come
se ognuno di loro fosse una parte di un'opera pi grande
che non sei mai riuscita a tirare fuori.
Non saprei.
Ti sto solo dicendo l'impressione che dava a me. Credo
che tu abbia negato qualcosa al mondo e non riesco a capire
perch.
Dio, mi fai sentire malissimo dissi, anche se in quel
momento non mi sentivo affatto malissimo, ma felice, lodata,
perfino orgogliosa. Fu solo una volta nel taxi verso casa che
iniziai a sentirmi malissimo. Fui presa da una versione pi
lieve di quella debilitante repulsione che si era posata su di
me quindici anni prima, quando, istigata dalla preoccupazione
di mia madre, avevo cercato di seguire un filo di note e mi
ero accorta di non riuscirci pi. Se era vero che una volta
avevo un talento per la composizione e l'avevo lasciato appassire,
perch la gente doveva continuare a ricordarmelo?
Non vedevo l'ora di infilarmi tranquilla nel letto, prendere
un paio di sonniferi e di allontanarmi lenta da quei
pensieri. Speravo che Alex non mi stesse aspettando alzata,
come spesso faceva, impaziente di estrarre ogni minima
informazione immagazzinata nella mia memoria. Che cosa
avevo mangiato? Chi avevo conosciuto? Che cosa avevano
detto? Quanti complimenti mi avevano fatto? Ero la pi
bella fra le presenti? Tutti gli uomini si erano innamorati
di me all'istante? Dava per scontato che la risposta alle
ultime due domande fosse sempre s e che le mie
costanti negazioni fossero da imputare soltanto a modestia
o stupidit.
Al rientro, per, trovai tutte le luci accese e Alex che, sul
pianerottolo interno, saltellava con un'impazienza quasi
isterica da un piede all'altro. Invece di attaccare con la sua
raffica di domande, si mise a fare dei giri di parole appena
sensati su di un qualcosa che voleva disperatamente rivelare.
Non era da lei, un comportamento cos frustrante che
anch'io persi il mio contegno e sbottai: Ma di cosa diavolo
stai parlando? Lei rispose trascinandomi in camera sua e
chiudendosi decisa la porta alle spalle, come se nell'appartamento
ci fosse qualcun altro da tenere fuori. Una volta che
mi fui ben piazzata sul letto, tutta solenne Alex tir fuori un
taccuino da una carpetta dentro un'altra carpetta e me lo
diede. Io feci scorrere le dita sui fogli coperti di minuscole
note, in una scrittura meticolosa.
Le hai scritte tu? Il tempismo della rivelazione la rendeva
ancor pi difficile da credere.
Era la sua prima creazione e mi disse di averla completata
proprio quella mattina. All'inizio fui stupita gi dal semplice
fatto che avesse dimostrato interesse nella composizione,
dato che non aveva mai espresso alcun desiderio di
impararla; ma fui ancora pi stupita quando lessi il breve
pezzo e vidi che in quanto a potenza grezza era straordinariamente
promettente.
Grazie le dissi, fregandomene di quanto potessi
apparire sdolcinata. Mi hai appena fatto un regalo meraviglioso.
Anche lei se ne freg della mia sdolcinatezza: volteggi
per la stanza, saltando leggera i tanti calzini spaiati e piroettando
fra ciotole di gelato mangiate solo a met, raccontandomi
come la musica fosse sgorgata da un posto speciale
nella sua mente di cui aveva sempre sospettato l'esistenza.
Come era stato per il pianoforte, una volta iniziate le lezioni
di composizione Alex progred alla velocit di un fulmine:
l'anno di riposo si trasform nella ricerca di un'insegnante
adatta da portare con noi quando avremmo ripreso
la tourne a met luglio. Nel frattempo mi limitai a iscriverla
alla Juilliard e a continuare a meravigliarmi dei suoi
progressi.
Per me il suo talento sembrava quasi troppo prodigioso
per essere vero e cominciai a chiedermi se l'orecchio di una
madre fosse affidabile. Quando per, dopo un mese dall'inizio
delle lezioni, conobbi Ed Lambert, suo insegnante alla
Juilliard e fresco vincitore di una borsa di studio della Fondazione
MacArthur per le proprie composizioni, intuii che
forse invece il mio orecchio di madre non le aveva dato
abbastanza credito.
Rintanata in un angolo di un piccolo ristorante di fronte
al Lincoln Center che sapeva di uova e maionese, cercavo di
togliermi di dosso il brivido della fredda pioggia di febbraio
che mi si era insinuato sotto la pelle. Tremante e fradicia,
ascoltai Ed, un trentenne troppo magro, spiegarmi che non
si poteva dire che cosa sarebbe diventata Alex. Non si poteva
dire? Che significava? Che la sua musica non dava indicazioni
del fatto che avesse predisposizione o meno, che
fosse una scribacchina o un talento naturale?
No, no. Tutto il contrario spieg lui entusiasta. A giudicare
dalla sua musica, non si pu dire dove potr arrivare
il suo talento.  impressionante.
Impressionante. La parola mi piacque e la ripetei mentalmente
diverse volte di fila. Avevo smesso di tremare: perfino
le mie terminazioni nervose erano rapite.
Lui tir fuori il lavoro pi recente che Alex gli aveva consegnato.
Vede come si sviluppa interiormente? chiese, indicando
diversi punti in cui le melodie e le armonie si concatenavano
e si avvolgevano una sull'altra.  precisissima, quasi
ossessiva, non crede? Nel senso buono, per. Esteriormente
sembra roba piccola, ma  mastodontica. Pi che esplodere,
implode.
Sbirciai i fogli per cercare di vedere ci di cui stava parlando.
S, aveva ragione, l'implosione c'era. Io per non me
n'ero accorta. Piccola era esattamente come avevo
descritto la sua musica a mia madre, senza notare come crescesse
per insinuazioni delicate, scavando ancora pi profondamente
in se stessa. Che strano che fra tutti proprio io
non l'avessi vista. E invece l'aveva notata quell'uomo, uno
che usava parole come mastodontico.
 davvero originale, eh? dissi in un tono di voce che
implicava che anch'io avessi immediatamente colto quell'aspetto
della musica scritta da mia figlia.
Decisamente. Alex  qualcosa di speciale.
Senza rendermi davvero conto di ci che stessi facendo,
allungai la mano e sfiorai il foglio per tutta la lunghezza.
Quando vidi i suoi occhi indugiare sulle mie dita ribelli mi
misi a ridere.
Ha notato chiese con un'esaltazione sempre maggiore,
come Alex diventi decisa quando si tratta di musica? Voglio
dire, un attimo  questa... be', s, questa ragazzina come
tante e l'attimo dopo  una forza della natura.  come se le
sue intuizioni fossero cos forti da non lasciarle scelta se credervi
o no. Capisce?
Annuii, ben consapevole di quanto fosse vero e di come
lo fosse da anni. Mi chiesi, non per la prima volta, se lei riconoscesse
quella divisione in s, ricordandomi di come aveva
identificato una simile scissione in me.
Ed ridacchi e disse:  proprio da Alex quando gli raccontai
quel dialogo. Mi aveva detto che ero grande come il
mare e subito si era lasciata trascinare dalla corrente. Ed si
pul la bocca col tovagliolo e poi si sporse in avanti, piantando
i gomiti sul tavolo con fare cospiratorio.
Senta questa. Le piacer. La settimana scorsa stavamo
discutendo un pezzo scritto da un mio ex studente e di
punto in bianco lei dice: "Qui ha sbagliato. Alla fine non
avrebbe pi dovuto bemollizzare". Dio mio, avrebbe dovuto
vedere la faccia che ha fatto quando si  resa conto di che
cosa aveva detto! Si capiva che non aveva la minima idea di
come e da dove fosse uscito un commento del genere. Una
critica. Cavolo, a vederla sembrava che pensasse di averlo
insultato apertamente.  la ragazzina pi dolce al mondo.
Le sue intuizioni, per...  come se prendessero vita da sole.
S,  proprio qualcosa di speciale.
Per strada, cercando di far fermare un taxi nel diluvio,
pensai: Be', i numeri li ha! e provai una tale ondata di
emozioni in risposta a quel pensiero casuale che lasciai
andare un grido strozzato e felino che fece voltare diversi
passanti. Ero felicissima. Ero orgogliosa. Ero spaventata.
Scacciai via una terribile immagine di lei che sparava frasi
sconnesse verso una platea gremita, ma subito fui assalita da
quella di lei che in una sera piovosa si accorgeva di non essere
pi in grado di scrivere musica.
Pi tardi, mentre a letto stavo correggendo una partitura
mandatami da un giovane compositore, Alex entr in camera
e si infil sotto le coperte con me. Non ricordavo l'ultima
volta in cui lo avesse fatto, ma contro di me il suo corpo sembrava
diverso da quell'ultima volta, quando mai fosse stata:
lunga dove prima era tondetta, ossuta dove prima era solo
morbida, tutta la sua ciccia di bambina sparita. Guardai il suo
viso e per la centesima volta notai quanto fosse interessante,
con i suoi lineamenti fini cos pieni d'espressione: le labbra
pallide che si ingraziavano tutti con un sorriso sempre presente,
il naso stretto che puntava all'ins, stoicamente, la sopportazione
personificata, mentre per gli occhi, quegli occhi lunghi
e a mandorla, blu smeraldo e brucianti di determinazione,
raccontavano tutta un'altra storia. Mi ritrovai a chiedermi
quali segreti oltre alla musica covassero sotto un viso simile.
Fu poco dopo, mentre mi stavo ancora crogiolando nel calore
del nuovo talento di mia figlia e passavo quasi ogni sera
sul sof con lei, ad ascoltarla mentre tirava fuori nuove idee,
a guardarla correre avanti e indietro come una pazza da me
al piano, mentre cercava di trasformare in note i suoi pensieri
pi profondi per il mio piacere di ascoltatrice, chiedendo
di continuo: Senti? Senti? come se fosse spirata sul
posto se non ci fossi riuscita, che Alex inizi a dare i primi
segni di insofferenza nei miei confronti.
Inizi tutto una sera in cui consigliai di far finire un movimento
in maniera diversa da come l'aveva scritto lei.
No! grid saltando gi dallo sgabello, gli occhi che le
balenavano furiosi, il viso contorto. Ma non capisci proprio?
Credo di no mi scusai e tutta la rabbia le scivol via dal
volto con la stessa velocit con cui era apparsa.
Un'altra sera chiese se potessi far eseguire il suo lavoro. Io
fui presa alla sprovvista nel sentirla gi ragionare in termini
cos ambiziosi e le spiegai che anche i professionisti facevano
una fatica enorme a trovare delle orchestre che eseguissero
la loro musica. Lei allora mise il broncio e disse che non
avevo capito la domanda. Il giorno dopo non mi parl per
niente, se non per borbottare a un certo punto qualcosa che
a me sembr se la suonassi tu lo farebbero, ma che invece,
alla mia richiesta di spiegazioni, si rivel essere stato
vorrei un panino al tonno, anche se quando mi offrii di
prepararglielo Alex disse che aveva cambiato idea.
Te lo dico io cos' comment mia madre quando
affrontai l'argomento con lei, dopo la peggiore sfuriata di
sempre (avevo commesso l'errore di dare un consiglio musicale
che aveva rivelato tutta la mia mancanza di comprensione).
 il suo punto di lancio.
Il suo cosa?
Il suo punto di lancio. Per separarsi da te. Ogni ragazzino
deve passarci, specialmente quando si  stati vicini come
voi due.
E allora che cosa mi consigli di fare? chiesi.
Porta pazienza. Le passer.
Ma ho paura.
E di cosa? La immaginai all'altro capo della cornetta
che storceva il naso, prendendomi per scema.
Non lo so.  che a volte mi sembra cos... vulnerabile.
Pensai a quel viso etereo toccato dalla collera. Forse anche
lei stava implodendo ossessivamente, proprio come la sua
musica.
Quella ragazzina  una dura mi derise. L'unica per cui
temo sei tu.
Stavo per obiettare, quando in sottofondo arriv la voce
di mio padre che le ricordava stizzoso la cena che avevano
prenotato e a cui rischiavano di arrivare in ritardo.
Devo andare si scus mia madre. Per fidati... Alex
non  una ragazzina di cui ci si deve preoccupare.
Pi o meno un mese dopo rientrai a casa da un'altra serata
di beneficenza, impaziente di vedere Alex scendere di corsa
dalle scale con cento domande - anche se ultimamente lo
faceva con minore frequenza - solo per scoprire che invece
era rintanata in camera, con la luce accesa e lo stereo che
sparava la Patetica. Ascoltava spesso Ciajkovskij, come diceva
lei, per disattivare il cervello e cos immaginai che si
fosse stancata troppo a lavorare. L'anno scolastico era finito
la settimana prima e da allora aveva passato le giornate a
comporre senza sosta. Valutai se sbirciare dalla porta, ma
decisi di non disturbarla nel caso si fosse assopita.
Mi ero gi cambiata, lavata e cosparsa di creme e stavo
per infilarmi a letto quando notai che sul cuscino accanto al
mio c'era un foglio. Era una di quelle noticine rosa su cui si
appuntano le telefonate ed era riempita dagli scarabocchi
appena leggibili di Alex: sotto Da aveva scritto l'oltretomba
e sotto Messaggio Il mio defunto padre sta per morire.
Vuoi degnarmi di una spiegazione?
Due secondi dopo entrai di botto nella sua camera e la
trovai in posa fra l'enorme pila di jeans, biancheria e carte
che ricopriva le balze rosa e bianche del letto, la testa ben
dritta e alta. Fissava con determinazione il muro di fronte.
La Patetica aveva da poco ricominciato a suonare e stava
giusto uscendo dal suo inizio riflessivo per passare al primo
disperato attacco di frenesia.
Grazie di avere bussato mi disse senza guardarmi.
Chi ha chiamato?
L'avvocato dello zombie.
Oh. Allora stava tendendo la mano dal capezzale, eh?
Era un colpo di scena degno del pi sentimentale dei film
polacchi d'anteguerra: ne avrei considerato Pasek incapace
su basi puramente estetiche.
Considerati la rigidit della testa e il tono secco della
voce, mi lanciai subito a porgerle le mie scuse. Mi spiace di
averti mentito le dissi, sforzandomi di farmi sentire sopra
quella musica frenetica ed enfatica. Credevo di fare la cosa
giusta, ma mi sbagliavo. Pensavo solo che altrimenti per te
sarebbe stato troppo difficile. Capisci, sapere che... A quel
punto glissai. Anche dopo tanti anni, non riuscivo a dirle ci
che avrebbe saputo se non le avessi mentito.
Ancora non si era voltata e dentro di me imploravo: Dai,
guardami, sfoga la rabbia cos poi ti posso consolare. Quando
per, dopo quelli che mi sembrarono parecchi minuti, si
volt effettivamente a guardarmi, non lo fece con un viso che
sembrava voler essere consolato. Non era un'espressione che
riconoscevo tra quelle di mia figlia. Era un viso deformato
dall'ira, reso paonazzo da ci che immaginai subito come il
suo sangue di parte Pasek. L'avevo gi vista arrabbiata in precedenza,
soprattutto negli ultimi mesi, ma mai cos. Avevo
visto una furia tanto espressiva soltanto un'altra volta in vita
mia, sotto il monumento ad Adam Mickiewicz a Cracovia.
Alex... dissi mentre mi arrischiavo ad avvicinarla, sperando
che spegnesse lo stereo perch ascoltarlo mi faceva
soffrire. I tromboni stavano citando dalla messa funebre nel
rito ortodosso e io quasi vedevo lei rivolgermi (sapevo che le
conosceva) quelle parole: Con i tuoi santi, o Cristo, possano
le anime dei defunti riposare in pace. Be', lui proprio un
santo non era.
Mi dispiace ripetei avvicinandomi.
A queste parole, lei si irrigid, le labbra ancora pi strette,
gli occhi ancora pi penetranti. Tesoro... dissi, facendo un
altro passo incerto nella sua direzione, muovendomi come se
stessi cercando di non fare scappare un animale selvatico.
Mi hai mentito disse lei con una voce monotona e piatta
che non esprimeva niente della ferocia nei suoi occhi infuocati.
Non capisco perch. E per ora non ti voglio parlare.
Ti capisco dissi, ma se mi lasciassi spiegare... vedi...
Vai via ordin interrompendomi. Devo pensare.
Parleremo quando te la sentirai. Feci per andarmene.
Ah, mamma... un'altra cosa... esclam lei proprio
mentre stavo per chiudermi la porta alle spalle. Ho prenotato
due biglietti per Cracovia. Partiamo domani.
Alex vide per la prima volta suo padre sotto la cruda luce al
neon dell'ospedale Damiana. Pasek era giallo, indistinto e
gonfio in viso e stava dormendo, ma per il resto era come lo
ricordavo. Anche a uno stato cos avanzato di epatite, anche
privo di conoscenza, da lui emanava il clangore assordante
del metallo contro il metallo.
 lui? sussurr incredula andando senza esitazione
verso il letto, mentre io rimanevo incerta sulla soglia. Pensai
che forse per tutti quegli anni se lo era immaginato somigliante
a Bruno Zwelicki, l'attore polacco protagonista di
tanti dei primi film di Aleksander. Tuttavia non sembr
tanto delusa quanto sorpresa.
Proprio lui confermai.
Non gli somiglio. Avvicin il suo viso delicato a quell'altro
mostruoso per esaminarlo e poi, prima che potessi
fermarla, lo baci sul naso.
Alex! la sgridai, ma lui si era gi svegliato e stava fissando
spaventato la sconosciuta. Poi rivolse a me gli occhi lattiginosi.
Ah! Si volt di nuovo verso Alex. La ragazza.
Lei annu, ma sembr meno sicura di s rispetto a quando
suo padre era soltanto una sagoma tenera e inerme che
faceva capolino da sotto una coperta.
Alex disse. Cio, Alexandra. Come te. Mi chiamo
cos.
Quanti anni hai adesso? Dieci?
Quindici lo corresse lei.
Sembri pi giovane le disse. Molto pi giovane. Come
una bambina.
Io mi accostai al letto.
Ciao, Aleksander dissi. Come stai?
Sto morendo! esclam lui senza staccare gli occhi da
Alex. Che domanda! Poi continu: Tua madre mi ha
detto che scrivi musica. Dopo il nostro arrivo a Cracovia gli
avevo parlato un paio di volte al telefono e gli avevo dato l'informazione
pensando che potesse interessarlo. Fino a quel
momento non aveva dato alcun segno di averla recepita.
Alex annu solennemente.
Fammi vedere le ordin e Alex mi guard nel panico.
Non abbiamo portato qui degli spartiti gli dissi. Per
ne abbiamo qualcuno in albergo. Magari domani.
S, domani, va bene. Scacci via le mie parole con le
grosse mani. Ricordavo bene quel gesto. Piacere di conoscerti,
Aleksander-bis. Si tir la sottile coperta ancora pi in
alto sul petto. E ora, se volete scusarmi, faccio l'unica cosa
che riesco ancora a fare con un po' di grazia... dormire.
Uscimmo dalla stanza in un corridoio che puzzava di candeggina.
Rimanemmo in silenzio per tutta la strada verso
l'albergo ed ero sicura che fosse rimasta traumatizzata. Invece,
sotto il debole sole e in mezzo alla folla indaffarata, disse:
Mi piace.
Rimanemmo a Cracovia per un mese, un mese davvero
strano. Ogni giorno andavamo a trovare Pasek e lui e Alex
bisbigliavano e ridacchiavano come ragazzine. Qualcuno
era riuscito a scovare una tastiera nelle viscere dell'ospedale
(o forse un'infermiera l'aveva portata da casa, non saprei) e
loro due ci rimanevano sopra insieme per ore a testa bassa.
Venne fuori che anche Pasek aveva una predilezione per il
piano, anche se pi che altro suonava Chopin. Soprattutto
per, pur non componendo lui stesso, aveva un grande interesse
per la composizione e in poco tempo si misero a parlare
di sostituire le colonne sonore di tutta la sua filmografia
con pezzi che Alex avrebbe scritto con il suo apporto. Se lui
non si fosse stancato cos facilmente, magari ci sarebbero
anche riusciti. Molto di ci che combinavano piegati sulla
tastiera, comunque, aveva a che fare con quel progetto. So
che lei a un certo punto scrisse una ballata per accompagnare
i titoli di testa di Treny, che come me considerava il suo
film pi commovente.
Fu in uno di quei pomeriggi, con loro due piegati sulla
tastiera a lavorare sulla ballata per Treny, che notai che i loro
crani avevano esattamente la stessa forma. Notare ci - pi
della scoperta che anche a lui piacesse il piano, pi del progetto
che avevano ordito insieme - per qualche motivo mi
provoc una fitta irrazionale, che mi ricord la fitta che
avevo provato vedendo Pasek chiacchierare sottovoce con la
vecchia puttana a Wislica. Sapevo che avrei dovuto essere
lieta del fatto che finalmente ci fosse un padre nella vita di
Alex, ma il tempismo della cosa sembrava un po' troppo perfetto.
Proprio nel momento in cui io iniziavo a scocciarla,
ecco che era arrivato lui. Fuori un genitore, dentro l'altro.
Vedere quanto la mia presenza nella stanza d'ospedale
fosse palesemente superflua per Alex e Pasek non aiut di
certo il mio umore. Pasek mi si rivolgeva solo per dirmi che
Alex era un dono, un tesoro, un topolino d'oro, uno scrigno
prezioso di musica. S avrei voluto dire, ma  il mio
dono, il mio tesoro, il mio topolino d'oro. Il mio scrigno prezioso
di musica. Dopo un po' cominciai a mandare Alex da
sola, mentre io aspettavo nella mensa o in giro per negozi
oppure a casa di Pasek, dove lui aveva insistito che ci spostassimo.
Detestavo rimanerci, anche se c'era una fantastica
collezione di film, alcuni dei quali in inglese.
A volte, durante le telefonate transcontinentali in sordina
che facevo a mia madre, mi sorprendevo a dire cose orribili
del tipo: Dio santo, certo che ce ne mette di tempo a morire,
ma per essere sincera mi ero aspettata che si spegnesse
tranquillo non appena avesse visto Alex. Durante il volo mi
ero perfino preoccupata che non durasse abbastanza. Invece
se ne andava lentamente, morendo un pezzo per volta: il
fegato, la milza e ultimamente anche il contatto con la realt.
Zigzagava fra passato e presente, tra la sua vita e i suoi
film. Quando tornava a casa dall'ospedale, Alex mi faceva le
domande pi assurde.
Una volta mi chiese: Chi  Framka? Aleksander mi ha
detto che  venuta a trovarlo stamattina e che le dispiaceva
non avermi potuto conoscere.
Io risposi: Non lo so perch non ebbi il coraggio di
dirle: Framka  una vecchia prostituta che di sicuro  gi
morta da anni.
Un'altra volta torn e mi rifer che il povero Pasek era
sconvolto perch sua nipote Urszula era appena scomparsa.
Secondo te non intendeva la Urszula del suo film, eh?
chiese con una voce gravata dalla preoccupazione.
Be',  possibile che avesse una nipote di nome Urszula
che  morta risposi senza mostrarmi troppo convinta.
Dopo qualche settimana del nostro soggiorno polacco,
Alex rientr con in mano un pezzo di carta logoro e spiegazzato
che a una pi attenta osservazione (i caratteri erano fortemente
sbiaditi) si rivel un articolo di giornale datato 19
giugno 1920. Era un profilo di Piotr, il padre di Aleksander,
dopo la sua nomina a storiografo di stato della Seconda
Repubblica Polacca. Sul retro c'era un appunto che, commovente,
diceva:
Mia cara figlia (se ti posso chiamare cos),
tua madre e io ci siamo amati per un istante e per un istante io ti
ho visto nel ventre di tua madre. Mi credi se ti dico che anch'io ti
ho voluto bene? Mi chiedo che cosa ti abbia detto tua madre
riguardo alla tua famiglia. Forse un giorno ti parler delle tue
radici polacche. Potrei essere accusato pi volte di svariati crimini,
se solo fossi degno dell'accusa. Perdonami.
L'appunto era datato 19 giugno 1991, solo un anno dopo la
nascita di Alex. Dandoglielo, Pasek le aveva detto: L'ho
scritto per mia figlia. Tu me la ricordi. Quando la vedi
daglielo, capisci?
Alex rimase stravolta per diverse ore dopo quello scambio,
ma per il resto il suo morale era alto, una cosa piuttosto
scioccante per una ragazzina che passava quasi tutte le sue
giornate con un vecchio squinternato e morente, in un ospedale
decrepito dell'Europa dell'Est. Naturalmente aveva
anche fatto amicizia con un gruppo di ragazzini del vicinato,
dal momento che la lingua diversa aveva presto smesso
di essere un ostacolo. Credo che forse tra loro avesse perfino
trovato un fidanzatino, anche se andava su tutte le furie
ogni volta che facevo domande sul nesso con un certo Olek
dai capelli color stoppa.
Sembrava felicissima di restare a Cracovia anche per
sempre.
Per entrambe avevamo concerti imminenti e io iniziavo
ad andare nel panico, chiedendomi che cosa aspettasse
Pasek a morire. E se ci fossero voluti anni? Non potevamo
fermarci cos a lungo. Probabilmente avremmo potuto tenere
Cracovia come base e viaggiare da l, ma... D'altronde ad
Alex era stato negato un padre per quindici anni, quindi
come impedirle di passare pi tempo possibile con lui?
Una sera, a cena, affrontai l'argomento.
Mi spiace tirare fuori questa cosa dissi, seduta di fronte
a lei nell'antica e formale sala da pranzo che Alex insisteva
nell'usare per ogni pasto, dato che vi erano accadute
molte delle storie confuse raccontate da Pasek. Per devo
dare dei concerti a Londra fra due settimane. Che proponi
di fare?
La sua risposta fu inattesa. Figuriamoci se non l'avresti
fatto sibil. Lo sapevo. Per un attimo il sangue di parte
Pasek le inond il viso, ma poi deflu e in contrasto la sua
pelle chiara sembr quasi blu ghiaccio: un colore bellissimo,
ma non su un viso.
La risposta adirata mi prese troppo alla sprovvista perch
potessi ribattere e cos lei continu:  proprio da te. Lo
sapevo che non mi avresti lasciato stare con mio padre. Non
mi lasci mai fare niente. Sono come in una bolla di vetro.
Non  assolutamente vero piagnucolai. Hai visto pi
tu del mondo che quasi ogni altra persona della tua et.
S, con te e un branco di adulti scelti da te.  che non mi
lasci mai fare niente di normale.
Il normale non  poi cos bello come dicono, sai?
No, non lo so cominci a gridare, gli occhi feroci.
Come faccio a saperlo se non mi lasci mai imparare niente
da sola? Si ferm, riprese fiato e poi continu con molta pi
calma. Tu fai cos disse. Mi tieni per te. Hai anche cercato
di tenermi lontana da mio padre. Mi hai mentito, quando
avresti soltanto dovuto lasciarmi provare qualsiasi emozione
potessi provare. Non puoi proteggermi dal mondo. Prima o
poi il mondo mi trover e farmi trovare  un mio diritto.
Aleksander ha detto che se voglio essere un'artista devo provare
la sofferenza e che tu mi rendi un cattivo servizio trattandomi
come una bambola di porcellana. Ha detto che
devo fare un sacrificio all'altare del diavolo.
Mentre parlava avevo preparato mentalmente una risposta,
ma quell'ultima osservazione mi lasci senza parole: per
me nemmeno uno come Pasek avrebbe potuto volere che la
propria figlia provasse la castrazione emotiva che lui era
ancora convinto l'arte esigesse. E nel suo ordine di cose l'artista
non doveva essere la pi bassa forma di vita? O lo era
solo se paragonato al patriota?
Non ti ha turbato neanche un po'? chiesi. Tuo padre
che dice di fare un sacrificio all'altare del diavolo'?
Intendeva metaforicamente,  ovvio disse Alex alzando
gli occhi al cielo. Me lo aveva detto che non avresti capito.
Vedo dissi.
Ne dubito replic lei piatta, prima di alzarsi e di andarsene
dalla stanza.
Due giorni dopo Pasek mor. Successe durante la notte e
nessuno si premur di farcelo sapere. Semplicemente Alex
rientr dall'ospedale solo mezz'ora dopo essere uscita di
casa e senza dare alcuna spiegazione chiese: Allora, quando
partiamo per Londra?
Quella sera si chiuse a chiave in camera e non ne usc. Io
guardai Treny, sfogliai apatica gli album di foto di Pasek e
iniziai a non vedere l'ora di ripartire per New York l'indomani.
Avrei dovuto sentirmi sollevata, ma avevo il presentimento
che Pasek sarebbe venuto con noi.
Il giorno prima di partire da New York per Londra ricevemmo
per posta un pacco dagli esecutori del testamento di
Pasek. Era la parte dell'eredit che spettava ad Alex e conteneva
tutte le sceneggiature originali e le bobine originali di
alcuni dei film. Per qualche motivo io piansi mentre le esaminavamo,
ma Alex no. Invece mi disse blandamente:
Adesso che ho le sue opere non sono triste.
Per la prima volta in assoluto ebbi la sensazione che Alex
mi stesse mentendo e mi sembr come la tonica di arrivo di
una qualche lenta e costante progressione dalla trasparenza
alla traslucidit fino all'opacit. La osservai da dietro una
delle sceneggiature. Da qualche parte in quel corpo c'era
ancora mia figlia, ma tutto ci che mi era visibile - tutto ci
che mi era stato visibile fin dalla morte di Pasek - era qualcun
altro, il tipo di persona che aveva detto: Adesso che ho
le sue opere non sono triste a proposito di suo padre; che
rideva beffarda quando le chiedevo se stava male; che sorrideva
maliziosa quando degli occhi la seguivano. Era cresciuta
di parecchi centimetri quasi da un giorno all'altro, senza
per prendere n ampiezza n spessore e mentre a me sembrava
un fiore il cui gambo stesse per spezzarsi, a quanto
pareva non era cos che la vedeva il resto del mondo.
Non c' niente di male a essere triste le dissi, tendendo
la mano sul tavolino, su cui era sparsa la sua misera eredit
paterna, per stringere la sua. Era tuo padre.
Grazie. La ritrasse. Stavo proprio aspettando il tuo
permesso. Lo sai che senza non riesco a esprimere le mie
emozioni.
Decisi di ignorare il commento. Saremmo partite per
Londra il giorno dopo e speravo che una volta ripresa la
nostra vecchia vita di spostamenti non-stop, il nostro rapporto
sarebbe tornato normale.
Londra per fu un disastro. Ne do in parte la colpa a
quelle occhiate maliziose che la seguivano costantemente.
Le notai, gi all'aeroporto di Heathrow, adulti che adocchiavano
il corpo della mia bambina, fissandola come se
fosse esposta sul paginone centrale di una qualche rivista
per il loro esclusivo godimento. La mia bizzarra reazione fu
di pensare, illogicamente, a dei dipinti orientali su fogli sottili
di carta di riso, per poi chiedermi come una creatura
tanto fragile e nuova potesse generare note intricate che
sfavillavano sul pentagramma come se vi fossero state
dipinte in oro; e infine sentire che il mondo era orribilmente
freddo e crudele. Nel tempo che impiegammo ad arrivare
all'albergo me ne dimenticai, ma credo che l'esperienza
dell'accorgermi che Alex stava diventando una donna - e
per giunta pericolosamente bella - fu probabilmente la
molla del mio istintivo no quando lei mi disse che sarebbe
andata a sedersi per un po' nell'atrio.
No? ripet lei incredula, mentre io continuavo a disfare
la valigia.
No. Preferirei che non ci andassi. Puoi disfare anche tu
i bagagli oppure riposarti.
Mi prendi in giro? I pugni stretti sui fianchi, non si
mosse dal letto, dove fino a quel momento aveva srotolato
inutilmente tutti i miei collant.
Ho l'aria di una che ti prende in giro? Non avevo una
grande esperienza nel dire di no ad Alex, per cui in realt
non lo sapevo neanch'io. Non sapevo nemmeno perch
volessi farla restare nella sua camera, se non perch saperla
l mi faceva sentire tranquilla.
No, hai l'aria di una che  pazza disse e prima che
potessi ribattere se n'era gi andata.
Posai il vestito che stavo per appendere nell'armadio e la
seguii. La trovai seduta sul suo letto a fissare fuori dalla
finestra.
S, sono ancora qui. Sono stata obbediente disse senza
voltarsi.
Non ero venuta a controllarti le dissi sincera, ma l'idea
che forse la situazione lo richiedesse fu talmente inquietante
che restai in silenzio un po' troppo e non mi lanciai subito
nelle scuse. L'intervallo le diede il tempo di concludere
che fossi davvero venuta a controllarla. Quando finalmente
mi guard lo fece con profondo disgusto.
Be', se proprio sono bloccata qui sbott, posso almeno
starmene un po' da sola?
S, mi sembra giusto dissi e poi sgusciai via.
La notte non dormii affatto e pensai soltanto a quello
scambio. Il pomeriggio dell'indomani diedi il primo concerto
davvero terribile della mia carriera. Sapevo che sarebbe
stato terribile ancora prima di iniziare a suonare. Di solito
nei momenti che precedevano un'esibizione sentivo le note
che premevano per uscirmi dalle dita. Quella volta non sentii
niente: non solo non ci fu la sensazione nelle dita, ma
neanche musica che mi suonasse nella mente, neanche lo stimolo
a trasmettere qualcosa al pubblico e neanche, forse
peggio di tutto, il coraggio di lottare con lo spartito. Non fui
sorpresa, quando appoggiai l'archetto alle corde, che ci
che usciva dal mio violino non era altro che accademia. Per
mi resi conto in pieno di ci che avevo fatto solo quando
lasciai il palco e trovai Alex seduta in un angolo del mio
camerino, furibonda.
Cos'era sta roba? domand.
Una giornata storta, mi sa le dissi mentre mi sedevo a
struccarmi.
Be', vedi di non suonare cos a Bruxelles. Avevamo in
programma di suonare di nuovo insieme da l a tre settimane
- il Concerto triplo di Beethoven, accompagnate dal
nostro amico violoncellista Norman Rashman - ed era qualcosa
di cui avevamo parlato molto negli ultimi mesi, l'unico
argomento che riusciva ancora a far emergere la sua personalit
precedente. Il solo sentirle nominare Bruxelles mi
fece rilassare, cos le sorrisi e le dissi che dubitavo che avrei
mai suonato cos male un'altra volta.
Per la sera successiva suonai altrettanto male, cos come
nei tre concerti che diedi a Parigi e poi in quelli in giro per
l'Italia. Fu una serie ininterrotta di pessime esecuzioni, di sola
perizia tecnica e nient'altro, cosa che non sfugg ai recensori.
Preoccupato per il male che stavo facendo al nostro marchio,
mio padre telefon per dire che sarebbe arrivato in aereo a
Milano. Purtroppo quello di Milano fu il mio peggiore concerto
di sempre. Perfino la mia tecnica fu ben lontana dal brillare,
diretto risultato di un litigio che Alex e io avevamo avuto
quel pomeriggio sul permesso di andare in discoteca con un
paio di adolescenti dall'aspetto poco raccomandabile che
aveva conosciuto nel ristorante dell'albergo. Glielo avevo
concesso e mentre ero sul palco non riuscivo a pensare ad
altro che agli inenarrabili pericoli che avrebbe potuto correre
in quel momento: alcol, droga, stupratori in agguato pronti a
metterle del narcotico nella bibita. Quando arrivai all'ultima
battuta mi ero addirittura dimenticata di essere sul palco e i
deboli applausi che il pubblico mi rivolse mi colsero di sorpresa.
Una volta dietro le quinte volevo soltanto controllare il
cellulare e vedere se Alex mi avesse cercata, ma invece trovai
mio padre che sventolava sopra la testa la mia camicia pulita,
come se fosse un vessillo per chiamare a raccolta.
Meglio annullare anche tutti gli impegni che rovinare la
tua reputazione urlava. Meglio sparire piuttosto che questa
roba! Che casino che hai combinato. Non ti ricordi
neanche pi come si suona il violino?
Io non annullo niente gli dissi. Almeno non fino a
Bruxelles.
Quella tappa era la mia meta e credo lo fosse anche per
Alex. Non che potessi esserne sicura: nel giro di qualche settimana
era riuscita a fare della riservatezza un'arte raffinata
e siccome io ero terrorizzata di sembrare la madre patologicamente
accentratrice che lei mi accusava di essere, facevo
da complice fin troppo disponibile. S, ogni volta mi impuntavo
(quegli amici che continuava a frequentare, per esempio,
cos come le discoteche in cui la portavano, mi sembravano
ottimi motivi per litigare), ma perdevo sempre. Le
bastava ricordarmi che le avevo negato la possibilit di
un'infanzia normale e subito io mi ritrovavo ad ammettere
che s, effettivamente se sapeva di birra era solo perch qualcuno
senza volerlo gliene aveva versato un po' addosso.
C'era anche un altro motivo per cui lottavo contro l'istinto
protettivo che mi consigliava di imparare a dire di no:
quando non era fuori a divertirsi con i giovani dell'alta
societ, minacciava di scomparire in un mondo di puro
suono. Si era data un nuovo obiettivo, creare un brano che
fosse il pi possibile completo in s. Non sapevo che cosa
intendesse con ci, ma non mi piaceva il modo in cui suonavano
l'idea o la musica risultante. Ci vollero solo due settimane
prima che il suo nuovo insegnante di composizione
(che faceva anche da insegnante di piano) si dimettesse inviperito
perch Alex aveva smesso di andare a lezione, spiegandogli
che non c'era niente che potesse insegnarle, dato
che lei ormai aveva scoperto qualcosa di completamente
nuovo. Due giorni dopo se ne and anche il suo precettore
privato, che fu tanto crudele da dire davanti ad Alex che la
trovava francamente insopportabile prima di lasciarci
senza un sostituto. Una volta partito anche lui cominciai a
sentirmi cos profondamente isolata che implorai mia
madre, senza fortuna, di tornare a viaggiare con noi per un
po'. Alla fine capii perch gli altri solisti si lamentavano sempre
con me delle loro vite solitarie.
Pur in quella spiacevole baraonda, per, ogni volta in cui
si parlava del concerto di Bruxelles tutto sembrava tornare
magicamente com'era un tempo. Quando ci esercitavamo
insieme Alex era di nuovo la ragazza esuberante e serena di
prima, che si godeva la musica, valutava i nostri progressi e
faceva battute spiritose. Anche se solo un'ora prima poteva
avermi dato della stronza cinica e tirato una scarpa (magari
perch avevo avuto l'ardire di metterla alle strette chiedendole
se fosse marijuana l'odore che si sentiva in camera sua),
mentre suonavamo insieme era difficile credere che qualcosa
fosse cambiato. Fuori dalla musica avevo spesso la sensazione
vertiginosa e nauseante di non sapere pi dove fosse mia
figlia - era ancora la bambina che avevo cresciuto, nascosta
sotto gli strati di rabbia e di imbronciata sofisticazione,
oppure era ormai solo quegli strati, senza pi il nucleo che
conoscevo? E, nell'uno come nell'altro caso, che razza di
madre ero se non sapevo la risposta? -, ma quando suonavamo
insieme ero certa di udire la sua personalit precedente
salire dalla tastiera e cos mi tranquillizzavo. Credo possa
essere l'effetto calmante che ogni pensiero legato a Bruxelles
suscitava in me a spiegare come mai quella sera a Milano feci
l'impensabile ed entrai in camera di Alex senza bussare. Ero
appena riuscita a convincere mio padre a non annullare proprio
la tappa nella capitale belga: probabilmente ero esaltata
dal successo e non vedendo l'ora che arrivasse l'unica occasione
che avrebbe potuto ancora far emergere la vecchia
Alex, volevo dirle quanto fossi entusiasta di dividere di
nuovo il palco con lei. Forse volevo anche sincerarmi che
fosse rientrata per mezzanotte, come mi aveva promesso.
Entrai e la trovai china sul pavimento mentre dava alle fiamme
i suoi spartiti.
Cosa stai facendo? chiesi senza fiato osservando la
scena. Il fuoco crepitante gettava ombre sulle sontuose
tonalit crema e rosse della stanza, la spettrale Lady Macbeth
del distretto di Mcensk di Sostakovic saturava l'aria e Alex
sembrava in tutto e per tutto la fatina a cui i recensori l'avevano
paragonata da bambina - quel corpo triste ma chic -,
impegnata a compiere un solenne rito magico.
Si alz su gambe traballanti.
Sei ubriaca! esclamai avventatamente, dato che la mia
osservazione avrebbe potuto essere percepita come un'accusa.
Alex ridacchi soltanto. Non era la risata robusta, condiscendente
e beffarda che aveva sviluppato negli ultimi mesi,
ma un risolino sciocco e spaventato, da ragazzina; e al posto
del sorriso malizioso che ero arrivata a odiare c'era una
piega incerta del labbro, che prese un aspetto sgradevole
nel bagliore arancio della stanza. Corsi con gli occhi dal suo
viso agli spartiti che bruciavano - quelle melodie e armonie
che quasi si soffocavano le une con le altre in nome della
completezza in s - e mi resi conto di stare assistendo
all'implosione musicale che fuggiva dai fogli e si riversava
nella sua vita. Avevo avuto ragione a non fidarmi di quella
musica.
Perch lo fai? Ero ferma sulla soglia, senza il coraggio
di spingermi oltre in una camera disseminata di bottiglie di
birra vuote e posacenere stracolmi, anche se gli odori di
alcol e tabacco erano stati quasi cancellati da quello della
carta bruciata.
Sono tutti sbagliati disse barcollando verso di me.
Sono tutti sbagliati e non so che farci.
Le dissi di non fare niente per il momento, soltanto sdraiarsi
e riposare. Poi notai che le lenzuola erano tutte scompigliate.
Meno allarmata del solito mi chiesi se ci fosse stato
qualcuno a letto con lei. L'avevo gi dubitato altre volte, ma
lei era troppo brava a nascondermi i segreti perch io riuscissi
a confermare i miei sospetti. Comunque in quel
momento mi sembr del tutto ininfluente, un po' perch
vedendola in quello stato, cos bambina, mi sembrava anche
del tutto impossibile.
Perfetto, allora mi metto gi e riposo. Questo risolver
tutto disse crudele.
Be', magari potr non sapere sempre cos' meglio per
te commentai sforzandomi di mantenere ferma la voce,
ma so che il meglio per te  quello che voglio.
Ti dico una cosa, allora... rise di nuovo nel suo tono
robusto e beffardo. Un braccio lungo e snello descrisse per
la grande stanza un arco che incluse il letto sfatto e la carta
che bruciava nel caminetto. Il gesto e la voce erano come la
sua presenza sul palco: senza et e travolgenti. Era incredibile
con quale rapidit riuscisse a passare dalla bambina vulnerabile
all'adulta sofisticata e distaccata. Questo non lo .
Ne discuteremo insieme promisi a lei e a me, guardandola
fissa in quegli occhi le cui palpebre sbattevano rapide.
Dato che aveva continuato ad avvicinarsi barcollando,
ormai eravamo distanti solo pochi centimetri e cos strinsi
nelle mie una delle sue lunghe ed eleganti mani. Discuteremo
insieme che cosa  meglio per te.
Davvero, mammina? chiese mentre la sua aura da diva
si dissolveva e la voce da bambina aleggiava verso di me su
un alito alcolico. Avvertii il vecchio e pressante desiderio di
una composizione che potessi estrarmi a forza dal profondo
e capii che c'era una soluzione a portata di mano.
S, lo faremo le dissi. Stai tranquilla, te lo prometto.
Ma non and cos.
Durante il volo che l'indomani ci riport a casa, tese e silenziose,
cercai di non pensare ai concerti che stavamo saltando,
alle faccende rimaste in sospeso e alla rabbia che ci
avrebbe sicuramente provocato in tante persone da cui le
nostre carriere dipendevano. Mi chiesi se non fossi stata
troppo frettolosa nel fare la raffica di telefonate quella mattina
per poi salire sul primo aereo; se non fossi semplicemente
andata nel pallone facendo la prima cosa che mi era
passata per la testa, non necessariamente la pi sensata. Perch
la situazione avrebbe dovuto essere migliore a New
York? Avrebbe potuto benissimo essere peggio. La riservatezza
che Alex bramava sarebbe stata difficile da ottenere
nel nostro appartamento. Come se mi avesse letto nel pensiero,
proprio in quel momento lei si volt verso di me e
annunci: Penso che dovrei iniziare a frequentare un conservatorio.
Ma hai solo quindici anni le ricordai, preparandomi a
una sfuriata.
Invece di scagliarsi contro la mia totale mancanza di comprensione,
il nefando bozzolo che le avevo tessuto intorno, il
mio desiderio di controllarle la vita come un demiurgo, Alex
torn a fissare pensosa fuori dal finestrino. Forse la sua sincera
supplica della sera prima aveva segnato un cambiamento
importante nel nostro rapporto, forse era pronta per fidarsi
di nuovo di me. Tuttavia quella felice illusione dur soltanto
fino al trasferimento dall'aeroporto a casa, quando lei
cominci a rimproverarmi di aver chiamato una limousine
privata invece di saltare su un normale taxi.
Com' che ti credi tanto speciale? chiese, nonostante
usassimo da sempre quel servizio di limousine e la cosa non
le avesse mai dato fastidio prima.  proprio una stronzata.
Vedendo che non abboccavo alla provocazione, cominci
a lamentarsi per il concerto a Bruxelles che avrebbe perso.
Ti rendi conto che mi esercito da mesi sul Concerto triplo,
vero? Ti rendi conto che sarebbe stata la prima volta in cui
avrei suonato qualcosa di importante come l'opus 56 di Beethoven
in una grande citt? Ti rendi conto che sarebbe stato
fondamentale per la mia carriera, anche se per la tua non era
niente? Dio santo, avrei diviso il palco con Rashman! L'ultima
osservazione voleva essere una stoccata (che peraltro
and a vuoto), perch Norman Rashman, il violoncellista,
era pi o meno uno sconosciuto rispetto a me o anche,
volendo, a lei. Obiettivamente quel concerto non sarebbe
stato poi cos importante per la sua carriera. La parte di pianoforte
dell'opera 56 era il progetto meno impegnativo che
avesse affrontato negli ultimi anni: non le serviva pi un
insegnante per aiutarla a completare esecuzioni come la
notevole serie di Sonate di Beethoven, che aveva dato a soli
quattordici anni sotto la guida di Madeleine Chan. Per
sapevo anche che il concerto sarebbe stato importante per
lei, proprio come lo sarebbe stato per me. Fu con un sincero
tono di scuse che dissi: Per devi anche capire che meno
di dodici ore fa ti ho trovato che stavi bruciando la tua musica
e tu mi hai chiesto di aiutarti.
Ero ubriaca borbott, ma poi torn a fissare pensosa
fuori dal finestrino.
Allora mi fu chiaro - e divenne sempre pi chiaro nel
corso dei due giorni seguenti - che ero stata stupida a pensare
che un'imperturbata dimostrazione di bisogno potesse
salvare il nostro rapporto. Anzi, sapere di aver rivelato una
dipendenza latente sembr alimentare il suo risentimento.
Cos, nella settimana e mezzo in cui ci demmo da fare per
iscriverla di nuovo alla stessa scuola privata che aveva frequentato
l'anno prima, non mi serve il tuo aiuto divenne
il suo mantra. Non le serv il mio aiuto nello scegliere un
nuovo guardaroba da indossare a scuola (accett solo la mia
carta di credito), non le serv il mio aiuto nel decidere quali
corsi seguire (per quello si rivolse ad Adrian), non le serv il
mio aiuto per il cibo (pranzava sempre dai nonni o nei fast
food) e di sicuro non le servirono i consigli che fui tanto stupida
da darle mentre suonava il piano. Mi disse quest'ultima
cosa mentre usciva imbestialita dall'appartamento, giurando
che non avrebbe mai pi suonato davanti a me.
Una volta iniziate le lezioni, la situazione miglior abbastanza,
ma solo perch in generale prendemmo l'abitudine
di ignorarci a vicenda. Anche se riuscii a esigere che mangiasse
i pasti che preparavo io, non riuscii a costringerla a
parlarmi mentre eravamo a tavola o a restare a casa nei fine
settimana e nemmeno a smetterla di fermarsi cos spesso a
dormire a casa dei miei o sul divano di Adrian. Da quanto
intuivo, per, era contenta di essere tornata a New York e di
essere di nuovo a scuola, mentre io mi accontentavo di
ricordarmi ogni tanto che farci uscire dal circuito dei concerti
era stata la scelta giusta.
Al posto del giro giusto dell'anno prima, che comunque
desiderava ancora la sua compagnia, Alex gravit verso
un gruppetto di ragazzini artistoidi e spigolosi che si vestivano
come barboni e spendevano come nababbi. Loro non
la annoiarono come avevano fatto i primi. Credo che Alex
ne avesse soggezione, visto che usava la frase i miei amici
come se si stesse riferendo a un gruppo di premi Nobel.
Per i miei amici sei fuori a volere che io torni per le due di
notte mi diceva, come se le loro opinioni mi facessero cambiare
idea sugli orari. Oppure mi diceva: Nessuno dei miei
amici capisce il senso di sto dovermi sempre far vedere in
casa. Almeno una volta al giorno mi toccava sentire di
come i suoi amici reputassero un delitto, probabilmente
sullo stesso piano dell'abuso di minore, il mio non permetterle
di iscriversi a un conservatorio. Il fatto che avesse quindici
anni, che dovesse completare l'istruzione superiore, che
non fosse abbastanza responsabile da telefonarmi e dirmi
quando sarebbe rientrata, figuriamoci allora da cavarsela da
sola in un campus universitario, non importava minimamente
al gruppo di esperti che ogni giorno mi giudicava colpevole
di crimini orrendi.
Una delle sere in cui mi aveva lanciato in faccia quella
particolare accusa - era circa un mese dopo l'inizio della
scuola e io ero irritabile perch nel fine settimana non avevo
dormito molto, per via dell'elastica interpretazione che Alex
dava del coprifuoco alle due - la guardai all'altro capo del
tavolo da pranzo e nella voce pi sprezzante che avessi mai
usato in sua presenza dissi: Al conservatorio per cosa? Non
suoni nemmeno pi il piano. Non so neanche bene che cos'
che stai facendo di questi tempi.
Il viso le si irrigid e arross. Quasi non fu in grado di parlare
da quanto era furiosa.
Davvero? Tu pensi davvero di conoscermi? riusc a balbettare
con una certa difficolt prima di uscire in fretta dalla
stanza.
Quando pochi minuti dopo telefonai a mia madre fui turbata
nello scoprire che anche lei era rimasta sorpresa dalla
mia reazione rabbiosa. Venne fuori che Alex era sempre da
lei a suonare il piano. Fra l'altro, pi tardi avrei saputo di
parecchie occasioni in cui Alex si era presentata senza preavviso
da Adrian di sera tardi, quando non era pi il caso di
disturbare i miei. A quanto pareva, una volta Adrian le
aveva offerto l'uso a qualsiasi ora della tastiera che con una
scelta poco appropriata le avevamo regalato per un compleanno
e alla fine Alex l'aveva presa alla lettera: aveva usato
qualche volta la sua copia delle chiavi per introdursi in casa
all'una o alle due di notte, premendo delicatamente i tasti,
preoccupata che Adrian dormisse durante i suoi silenziosi
concerti.
Ma non si esercita quando  a casa? volle sapere mia
madre.
No, veramente no. Ero arrabbiata con lei perch sapeva
della vita di Alex molto pi di quanto non ne sapessi io e
non cercavo di nasconderlo col mio tono. Fu solo qualche
secondo dopo che mi ricordai del giuramento di Alex di
non suonare mai pi davanti a me, a causa dei piccoli ma
sgraditissimi consigli che le avevo dato. Con quella consapevolezza,
il bersaglio della mia rabbia si spost da mia madre
a me stessa. Anche un idiota avrebbe potuto intuire che quei
consigli sarebbero stati sgraditi.
Mi odia dissi piatta.
Al contrario.
Tutto  andato male fin da Cracovia. Sono sicura che
Pasek le avr detto un sacco di cosette davvero carine su di
me.
Pu darsi disse lei, ma dubito che sia questo il motivo.
Forse non  stato tanto quello che le ha detto, quanto
quello che lui era.
In che senso? Un uomo? Un alcolizzato? Un polacco?
Erano malignit, ma il tono furbesco di mia madre mi stava
mandando in bestia.
No. Suo padre. L'altra fonte del suo DNA disse in un
tono carezzevole che mi mand ancora pi in bestia.
Stai facendo della pseudo-filosofia. Lo so che cos' un
padre.
Certo, tu lo sai. Ma lei? Voglio dire, voi due eravate
tanto vicine che, tra la musica e il vostro universo itinerante,
a volte sembravate praticamente un tutt'uno. Credo sia
possibile che incontrare suo padre abbia aiutato Alex a capire
di non essere soltanto una brutta copia di te, ma una persona
a s, che pu essere indipendente.
Ah commentai. Suonava spaventosamente plausibile.
Doveva succedere prima o poi continu mia madre,
imbaldanzita dalla mia reazione per nulla conflittuale.
Stava gi succedendo anche prima di Cracovia, no? Ti
ricordi come si era arrabbiata quando avevi fatto dei commenti
sulla composizione su cui lei non era d'accordo?
Stai dicendo che eravamo vicine in modo malsano e questo
ne  il risultato inevitabile?
No, no. Guardarvi lavorare insieme era stimolante.
Non mi sfugg l'uso del passato, ma ormai mi aggrappavo a
ogni parola. Forse per le serve davvero un po' di tempo
per sviluppare un'identit distinta dalla tua. Sai, tu sei una
presenza parecchio ingombrante.
Ah s?
Lei sghignazz nella cornetta e poi disse: Devo andare.
Tuo padre mi sta chiamando. Ma se non sai di essere una presenza
ingombrante, devo chiedermi se ti sei mai conosciuta
davvero. Dio santo, anch'io a volte devo fermarmi e cercare
di ricordarmi chi sono quando passo troppo tempo con te.
Non sei spiritosa commentai, ma lei aveva gi riattaccato.
La mattina dopo, quando Alex entr in cucina per fare
colazione, io la stavo gi aspettando, con una tazza di caff
in mano.
Scusa per quello che ho detto ieri sera.
Non  un problema replic lei, tirandosi indietro i
capelli mentre ispezionava il frigo. Sappi solo che avevi
torto.
Invece  un problema e ti chiedo di nuovo scusa. La
nonna mi ha detto che ti eserciti da loro, ma non ce n'
bisogno. Ti prometto che sapr come comportarmi. Me ne
star zitta quando sei al piano.
Non farne una tragedia. Te l'ho detto, non  un problema.
Aveva trovato il succo di frutta e lo stava bevendo a piccoli
sorsi dal contenitore. Alex... iniziai. Lei mi guard
da sopra il cartone che teneva sollevato.
Ti senti sovrastata da me?
Appoggi il cartone sul ripiano e mi fiss per diversi
secondi. L'avevo evidentemente sorpresa, ma riusc a riportare
l'espressione al suo nuovo e semipermanente stato di
placida vacuit e poi sbott: Non darti troppa importanza
mentre rimetteva il succo nel frigo.
Tuttavia quella sera, mentre stavo leggendo a letto, lei si
infil vicino a me come una volta.
Hai da fare? chiese.
No, per niente.
Sembri stanca disse. Tutto bene?
In verit non andava bene per niente. Avevo appena finito
una telefonata con mio padre, che mi stava spingendo al
ritiro in termini sempre pi pressanti. Ci avevo anche pensato,
ma gestire la mia carriera era l'unica piacevole distrazione
che mi rimaneva e gettarmi freddamente nelle difficolt
tecniche delle esercitazioni portava con s una gradevole
insensibilit. E poi c'era la questione di che cosa sarei diventata
una volta smesso di essere la violinista pi impegnata
sulla piazza. Per arrivavano ancora recensioni negative
anche se non suonavo da pi di un mese e avere critiche
avverse era qualcosa che mio padre non riusciva a sopportare.
Avevo la sensazione che se avessi continuato a esibirmi
mia madre si sarebbe ritrovata l'unica impresaria.
Sto bene dissi ad Alex. Ho avuto solo una conversazione
antipatica col nonno. Tu?
Bene, ma c' questo tizio che frequento... sai, Jerry...
Io non avevo idea che frequentasse un ragazzo in particolare,
ma annuii lo stesso mentre mi raccontava le varie cose
che le piacevano di lui o meno. Non mi chiese pareri, ma
elenc soltanto pr e contro. Era ovvio che me lo stesse
dicendo solo per condividere qualcosa con me e anche se
non ero per niente sicura di che cosa esattamente volesse
condividere, mi addormentai in una specie di beatitudine
materna. La mattina and su tutte le furie per un paio di
pantaloni che non si trovavano (mi accus di averli dimenticati
in lavanderia, ma poi riemersero a casa dei miei) e fu
come se il dialogo della sera prima non fosse mai avvenuto.
Una settimana dopo, per, si coric di nuovo accanto a me
e cos seppi che aveva gi dimenticato Jerry ed era tutta
presa da un altro ragazzo di nome Mike. Altre due settimane
dopo mi disse che lei e Mike avevano deciso che sarebbe
stato fantastico eseguire qualcosa allo spettacolo della scuola
e poi che un gruppo di suoi amici si era offerto di dipingere
un murale a un ospizio per i senzatetto nelle vicinanze.
Non cercavo neanche di prevedere quei momenti di condivisione:
era impossibile intuire quando sarebbero arrivati,
ma ogni volta mi davano la forza di sopportare per i giorni
a seguire le sue scenate, i suoi silenzi e soprattutto, cosa che
per me era la pi dolorosa, i suoi rimproveri per il fatto che
la mia carriera stesse andando a picco. Venne fuori che Alex
detestava le cattive recensioni quanto le detestava mio padre
e, proprio come lui, se la prendeva con me. Se per mio
padre aveva visto nella serie di pessimi concerti in giro per
l'Europa occidentale il segnale che avevamo raggiunto la
fine del nostro periodo migliore, Alex la vedeva come l'ennesimo
esempio irritante e indecifrabile del mio comportamento,
gi di solito irritante e indecifrabile. Mi piaceva pensare
che se la prendesse cos tanto a cuore perch sotto sotto
mi voleva ancora bene come prima, sebbene avessi anche
considerato la possibilit che la sua posizione sulla faccenda
fosse un pochino diversa: se proprio la sua vita doveva essere
ingiustamente controllata da qualcuno, che almeno quel
qualcuno fosse oggettivamente formidabile.
Una domenica, circa due mesi dopo esserci ritrasferite a
New York, tornai a casa e la trovai seduta sul sof, con in
mano un raccoglitore che doveva avermi rubato dal comodino.
Me l'aveva spedito mio padre ed era pieno di un assortimento
delle mie peggiori recensioni.
Che ci fai con quello? Il tono era molto meno allarmato
di quanto io non fossi in realt. Se c'era un motivo per cui
quelle recensioni mi avevano dato fastidio era perch sapevo
quanto avrebbero turbato Alex; invece eccola l a leggersele
tutte.
Senza alzare gli occhi inizi a sfogliarle, leggendo ad alta
voce le frasi pi significative: Tasha Darsky sembra avere
perso tutto l'ardore che una volta la rendeva tanto esaltante
da vedere come da ascoltare. Il suo Brahms  diventato
tanto piatto quanto prima era fitto e corposo. Invecchiando,
da sensualmente pericolosa la femme fatale  diventata pericolosamente
noiosa.
A quel punto alz lo sguardo e disse: Come femme fatale,
tu sei sempre la mia preferita, lo sai.
Grazie risposi, sforzandomi di sorridere mentre a disagio
continuavo a tenermi vicino alla porta. Forse potresti
scrivere tu al Times e dire che i numeri li ho ancora.
Perch fai cos? chiese ignorando i miei tentativi di
risollevare l'umore. Tu sei la pi brava.
Non  cambiato niente mentii.  solo qualche critica
negativa.
Sapevo per che non mi avrebbe creduto.
Due settimane dopo l'episodio andammo a cena dai miei
per festeggiare il settantacinquesimo compleanno di mio
padre. Poco prima di uscire, io e Alex avevamo avuto uno
dei nostri peggiori litigi di sempre. Io volevo che si mettesse
qualcosa di carino, lei voleva mettere il paio di jeans
strappati che aveva trovato per strada e che non si toglieva
da settimane. Naturalmente alla fine cedetti, ma arrivammo
ignorandoci completamente e quando mio padre ci accolse
col suo solito monologo sui motivi per cui dovessi ritirarmi,
Alex non si lanci a controbattere. Di solito era lei la mia
pi grande alleata: molto meglio di mia madre, che sull'argomento
era insolitamente arrendevole.
Quando mio padre si stuf, ci mettemmo a tavola per una
cena senza parole sotto i rossi, i blu e gli ori delle vetrate
colorate nella sala da pranzo. Pi o meno a met, mia madre
and in cucina e accese la radio, che come sempre era sintonizzata
su WQXR, la stazione di classica. Quella sera probabilmente
avevano in programma una serata di musica contemporanea,
perch a riempire il teso spazio intorno a noi
arrivava un pezzo moderno dopo l'altro. Piluccammo il
branzino in crosta accompagnati da due terribili brani elettronici
e da uno atonale che invece era decente, prima che
andasse in onda qualcosa di mozzafiato. Davvero mozzafiato,
perch se nei primissimi secondi ci che mi colp fu la
totale modernit del suo classicismo, subito dopo ci che mi
colp fu invece la certezza che fosse di Jean Paul.
Che un suo pezzo fosse stato incluso in quell'antologia
non era affatto sorprendente quanto lo sarebbe stato qualche
anno prima. Non era ancora conosciuto al grande pubblico,
n lo sarebbe mai stato, ma io ero convinta che entro
una cinquantina d'anni il nome di Boumedienne avrebbe
eclissato quello di Schonberg nelle coscienze dei pi colti.
I suoi fedeli stavano acquistando prestigio e salendo a posizioni
di potere e lui stava salendo con loro. Era giusto cos:
la musica che riecheggiava nella sala da pranzo era sicura
di s e ipnotizzante quanto i pezzi che ricordavo dalla mia
visita a Oberlin. Era una musica che non somigliava a nessun'altra,
ma ascoltandola quasi non riuscivo a credere che
quel suono non fosse sempre esistito da qualche parte, in
attesa di essere scoperto. Quella almeno fu la mia reazione
iniziale. Dopo un paio di minuti ero consapevole soltanto
della rabbia e del dolore che scorrevano fra le note, brucianti
come sempre. Forse fu solo perch ero seduta a tavola
con una figlia e un padre del cui affetto dubitavo, ma ci
che sentivo in quella musica era odio. Pensai alle lettere del
Mann-iaco, al nostro incontro alla Tisch School of the
Arts, alle volte in cui si era presentato senza invito alle conferenze
per dire al pubblico che il motore di tutta la grande
arte era la vendetta e mi sentii come se fossimo seduti
ad ascoltare, messa in musica, un'accusa nei miei confronti.
Il fatto che Alex fosse evidentemente persa in quel
suono, il viso inebetito da un'estasi religiosa, non mi aiutava
per niente.
Mentre mia madre sparecchiava, la seguii in cucina e
spensi la radio, dicendo ad alta voce:  il compleanno del
nonno e stasera dobbiamo tutti fare almeno finta di volerci
bene. Quando tornai di l l'umore era migliorato di molto.
Mio padre e Alex dicevano borbottando che stavo esagerando
e che era ovvio che ci volessimo bene, mia madre stava
tagliando la torta e lo spettro di quella musica arrabbiata era
svanito. Cercai di rilassarmi mentre mia madre si sforzava di
essere ciarliera raccontando del negozio in cui aveva comprato
la torta - era famoso per vendere dolci sia per umani
che per cani, il che fece dichiarare a mio padre che non
avrebbe toccato la sua fetta finch qualcuno non avesse confermato
che era per la specie giusta -, ma scoprii che togliermi
la musica dalla testa era molto pi difficile di quanto non
lo fosse stato farla sparire dalla stanza. La sentivo ancora e
mi costringeva a riconoscere di essere il tipo di persona in
grado di provocare abbastanza ira da sostenere un'opera
intera. Non c'era da meravigliarsi, allora, che mia figlia fosse
arrivata a odiarmi.
Quella notte sognai un'infinit di spiacevoli discussioni
con Alex, con mio padre, con Jean Paul e a volte con tutti
e tre insieme. Mi svegliai con la mente annebbiata e passai
gran parte della giornata a girare confusa per l'appartamento,
prima di ricordarmi che quello era il giorno dello spettacolo
alla scuola di Alex. Avevo ricevuto l'invito per posta
gi diverse settimane prima e anche se Alex aveva reagito
con indifferenza quando le avevo chiesto se voleva che ci
andassi, non avevo intenzione di perdermelo. Quando arrivai
all'auditorio quasi tutti i posti erano gi occupati e cos
dovetti spingermi fino alla prima fila, pregando che Alex
non pensasse che mi ci fossi piazzata intenzionalmente.
Rimasi seduta l per due ore, piacevolmente annoiata dai
numeri di danza praticamente identici e grossolanamente
sensuali, i brani pop cantati male e le esecuzioni per violino,
flauto o pianoforte, valide ma scialbe, offerte da ragazzini
con gli occhiali. Le uniche esibizioni davvero notevoli
furono quelle di un ragazzo di nome Mike Leoni, che identificai
come il Mike di Alex verso la met del suo strano e
intrigante incrocio di cabaret e action painting, pi naturalmente
quella di Alex, che avevano lasciato alla fine del programma,
senza dubbio come incentivo a rimanere in sala
per quei genitori acculturati. Suon i Tre pezzi per pianoforte
op. 11 di Schonberg e li suon maestosamente. Si
faceva fatica a credere che fosse riuscita a padroneggiare il
pezzo da sola e in appena un mese o due, ma sapevo che
doveva essere cos, perch non glielo avevo mai sentito
affrontare prima. Per ancora meglio della musica in s era
quanto lei sembrasse felice sul palco: guardarla godersi
ogni singola nota aveva un effetto lenitivo sull'anima e io
iniziai a dubitare di aver fatto la cosa giusta nel toglierla dal
circuito dei concerti. Forse il palco era il suo habitat naturale,
come una volta lo era stato per me. Forse averla portata
via era stato crudele.
Quando fin dovetti trattenermi per non alzarmi in
un'ovazione e aspettai finch non ci fosse gi un numero
adeguato di persone in piedi prima di unirmi a loro. Alex
assorb fino all'ultima goccia il ruggito di approvazione e
continu a farlo anche mentre il preside saliva sul palco per
chiudere la manifestazione. Finch l'applauso non fosse finito,
lei non se ne sarebbe andata. Si inchin a ripetizione, con
il preside che attendeva nervoso l vicino: gigioneggiava raggiante,
con un'espressione felice che non le avevo pi visto
in viso da quando aveva ricevuto la telefonata dall'avvocato
del suo redivivo padre. Io la fissavo, felice quasi quanto lei.
Di colpo mi not e mi tese la mano. Io mi alzai mentre lei si
abbassava e davanti a tutto l'auditorio ci ritrovammo mano
nella mano, rappacificate. Per allora il preside aveva smesso
di sembrare nervoso e aveva iniziato a crogiolarsi lui stesso
nell'applauso. Vedendo quella dimostrazione di affetto filiale,
probabilmente decise di sfruttarla fino in fondo e allora
si mise a fare dei cenni per invitarmi sul palco. Io scossi la
testa, lui gesticol di nuovo, io scossi la testa, lui gesticol di
nuovo; a quel punto pensai: Be', perch no?, lasciai la mano
di Alex e andai verso la scaletta del palco. Nel momento in
cui arrivai lass capii di aver commesso un errore. Da vera
professionista Alex continuava a sorridere e a inchinarsi, ma
di colpo quel sorriso si era fatto tirato e lei si rifiut di guardare
verso di me. Il preside non sembrava pi sapere bene
perch mi avesse chiamato sul palco - forse aveva ipotizzato
che ci saremmo abbracciate, che era quello che avevo ipotizzato
anch'io - e rest a guardarmi l impacciata mentre
Alex usciva dal palco, sempre sorridendo e inchinandosi.
Feci anch'io un veloce inchino, strinsi la mano al preside e
poi seguii mia figlia. Quando arrivai dietro le quinte non
c'era gi pi.
Mi ci volle quasi mezz'ora per trovarla seduta alla cattedra
in una classe vuota e per allora avevo gi pensato a decine
di modi per scusarmi. Per vedendola cos - senza lacrime,
il viso non arrossato dall'ira, soltanto seduta scomposta
come una bambola di pezza, l'espressione neutra e rassegnata
- dimenticai tutto il mio bel discorso studiato.
Lasciami andare disse mentre me ne stavo sulla porta,
smarrita e senza parole.
A un conservatorio?
S.
Pensai a tutti i motivi per dirle di no - aveva solo quindici
anni, non aveva ancora finito le superiori, nell'ultimo
anno non aveva dimostrato di avere molta testa sulle spalle
- ma non riuscii a elencarli di nuovo.
Oppure no continu stancamente, ma allora non dire
mai pi che vuoi solo quello che  meglio per me. Non fare
finta di cercare di capire come farmi felice. C' solo una cosa
che voglio e lo dico con tutto l'affetto possibile... lasciami
andare via da te.
Va bene dissi e tutto si chiuse l.
Dal momento in cui pronunciai quelle due parole lei fu completamente
diversa - molto pi simile a com'era prima - e
nelle settimane successive sfogliammo gli opuscoli dei vari
campus con una naturalezza che rasentava l'intimit. Avrei
potuto prenderlo come un segno di aver fatto la scelta giusta
- i miei di certo la pensarono cos e perfino Adrian mi telefon,
dopo aver avuto Alex a cena, per dirmi che ero stata
saggia - ma non me ne sentivo poi tanto sicura. Ci che sentivo,
invece, era di non avere avuto scelta: Alex si era convinta
che quello era ci di cui aveva bisogno e dato che io ero a
mia volta convinta che il mio istinto nei suoi confronti fosse
sbagliato e abominevole, potevo soltanto affidarmi al suo.
Tuttavia mi era difficile rassegnarmi a lasciarla andare e
quando fu accettata dappertutto la spinsi a iscriversi in una
delle scuole pi vicine a casa, pensando che almeno cos
avrei potuto tenerla d'occhio.
Sembra che la Juilliard abbia il migliore corpo docente
le dicevo, oppure: Quanto a variet dei dipartimenti nessuno
batte la Curtis. Quando lei sembrava orientarsi su posti
troppo lontani, da me riceveva solo uno scettico hmmm.
Per sapevo fin dall'inizio che avrebbe scelto il conservatorio
dell'Universit dell'indiana: era impossibile ignorare
quanto la affascinasse il piatto verde di Bloomington o,
anche pi importante, il modo in cui i docenti avevano fatto
i salti mortali per convincerla ad andare l ancor prima di
averla formalmente ammessa. Come tanti altri, avevano
seguito da vicino la sua carriera ed erano scioccati dalla sua
richiesta di iscrizione, ma solo loro erano stati abbastanza
furbi da incensare le sue composizioni piuttosto che le esecuzioni.
Quello dell'indiana era anche anche stato uno dei
tre conservatori che non avevano vincolato l'iscrizione di
Alex al passaggio di un esame equipollente al diploma di
scuola superiore: era bastata la parola di Amanda McGrath,
secondo la quale Alex era gi pi colta nella maggior parte
delle materie e pi avanzata in matematica della maggioranza
dei diplomati americani.
Nei mesi che portarono alla sua partenza, la mia ansia
aument costantemente. Mi svegliavo in piena notte chiedendomi:
Perch la sto lasciando andare cos lontano?
Accarezzai la drastica idea di una cattivit imposta. Infelice,
contai alla rovescia: cinque settimane, quattro, tre, due. Poi,
improvvisamente, Alex annunci che il suo volo sarebbe
partito la domenica seguente, dimezzando il tempo che
rimaneva.
Prima che inizino le lezioni c' una settimana per l'orientamento
delle matricole disse come se me l'avesse gi
accennato prima, cosa che di sicuro non aveva fatto.
Contavo di aiutarla per il trasloco: volevo vedere dove
avrebbe abitato, volevo assicurarmi che tutto andasse liscio,
volevo tenermela vicino ancora per un'altra settimana.
Quando l'avevo messa in contatto col mio agente di viaggi
ero convinta che avesse prenotato per entrambe: ormai per
la mancanza di un mio biglietto mi faceva capire che cosa
l'avesse spinta a prendere su di s quell'incombenza.
Quando il suo volo cominci a imbarcare lei dovette
impormi il distacco. Poi mentre andava verso l'uscita fece
una risata, scuotendo la testa con un gesto consueto che le
fece ondeggiare delicatamente i capelli. Io sentii una fitta
allo stomaco perch sapevo che la gioia in quella sua risata
era sollievo perch stava fuggendo da me.
Eppure, una volta partita lei, la vita da sola non mi sembr
poi cos male. Mi telefon il giorno dopo per raccontarmi
in toni esaltati delle sue tre coinquiline che erano pazze
per la musica, degli incontri di orientamento che frequentavano
insieme e dei professori con cui era gi andata a parlare.
Io riattaccai con la sensazione di avere dialogato con una
ragazza che era esattamente dove voleva essere. Anche se
non furono proprio frequenti, le telefonate continuarono
regolari e la sua esuberanza non cal mai nel descrivermi i
corsi che erano ancora meglio di quanto non si fosse aspettata,
lo sconfinato verde del campus che trovava un piacevole
contrasto al cemento delle decine di citt dov'era cresciuta
e le coinquiline che nel frattempo era arrivata a trovare
insopportabili per la loro abitudine di giudicare una persona
da come si vestiva. Ammise che faceva fatica a trovare
amici perch l nell'indiana tutti sembravano intimiditi da
lei, ma mi disse di non preoccuparmi, che era l per la musica
e che comunque sapeva che in qualche oscuro angolo
delle sale di prova ci doveva essere della gente che le sarebbe
piaciuta. Doveva solo trovarla.
Quanto a me, mi stavo adattando a un nuovo ruolo.
Avevo accettato di tenere un corso avanzato alla Juilliard e
anche se erano solo due lezioni alla settimana fui sorpresa
nello scoprire che si prendevano buona parte del mio
tempo. Trovarmi davanti a una piccola classe era ben diverso
dalla scossa di adrenalina che dava stare sul palco, ma era
bello sentirmi di nuovo vicina alla musica ed era una particolare
soddisfazione riconoscere che stavo aiutando altri
musicisti di talento ad affinare la propria abilit. Non volevo
ancora permettermi di considerare troppo la possibilit
che quella fosse una nuova forma di carriera, anche se sia
mio padre sia Alex stavano facendo tutto ci che era in loro
potere per farmi affrontare la questione: il primo naturalmente
mi incitava ad assicurarmi una cattedra permanente,
mentre la seconda mi ricordava a ogni occasione quale
monumentale spreco di talento fosse anche un solo anno
passato a insegnare. A poco a poco, pur se esitante, mia
madre stava passando dalla parte di Alex: credo stesse tentando
di scacciare dalla mente la convinzione che, per quanto
si fosse sforzata per non farlo accadere, la sua stessa maledizione
mi avesse colpito, facendomi perdere il mio dono. A
parte il complicato dramma familiare, mi godetti l'insegnamento
e ancora di pi il tempo libero che mi lasciava. Libero
davvero - senza dovermi esercitare, registrare, visionare
partiture, rilasciare interviste, presenziare da qualche parte
o badare ad Alex -, cio qualcosa che non vivevo da decenni
e che all'inizio non seppi come riempire. Di l a poco per
ero tornata a leggere romanzi, vedere film e riallacciare vecchie
amicizie, come se non avessi fatto altro nella vita. Andai
a una lettura pubblica del mio vecchio compagno di universit
Graham Rockwell, al YMCA sulla Novantaduesima Strada;
vidi Vladimir Stobetskij, colui che come me era stato
lanciato da Vienna, esibirsi alla Carnegie Hall; lessi un mortificante
ed esplicito resoconto autobiografico della figlia
della mia ex coinquilina Amy Wyatt, che sosteneva che i
famosi saggi militanti della madre sulla musicologia femminista
erano colpevoli di averla resa una ninfomane dallo
scarso successo personale e con un odio profondo per la
musica; e andai a parecchie cene lunghe e pesanti. Anche se
Alex mi mancava molto pi di quanto non mi sarei aspettata,
c'era qualcosa di piacevole in quella sensazione: il fatto
che mi mancasse e basta sottintendeva che non mi stavo preoccupando
per lei.
Torn a trovarmi per una settimana in occasione del Ringraziamento.
Per un attimo non riconobbi la donna alta e
sicura di s che scese dall'aereo. Aveva l'aria di qualcuna
dieci anni pi vecchia, ma non appena mi vide quell'aria
svan. Corse fra le mie braccia, il viso acceso da una gioia
fanciullesca. Qualche secondo dopo era di nuovo composta
e adulta, ma il calore infantile rimase mentre mi raccontava
entusiasta dei pochi ma buoni amici che aveva trovato, dei
professori che adorava e del nuovo pezzo che stava scrivendo
per un concerto studentesco che si sarebbe svolto di l a
qualche settimana. I genitori erano invitati e voleva sapere
se ci sarei andata. A quella notizia il mio istinto fu di gettarmi
grata ai suoi piedi, ma invece dissi calma che lo avrei
fatto volentieri. Una tale capacit di tenere a bada il mio
complicato istinto materno continu per tutta la durata
della visita e senza dubbio fu almeno in parte grazie a ci
che riuscimmo ad andare d'accordo cos splendidamente.
Le bast un minimo cenno di insofferenza quando iniziai a
consigliarle un corso da provare per il semestre successivo
per ricordarmi subito di lasciare in pace il regno indipendente
che stava creando per s. Per il resto del suo soggiorno
il mio comportamento fu improntato a un laissez faire
cos impeccabile che credo che perfino lei avrebbe potuto
sopportare una condotta anche un po' pi volubile. Nell'ultima
serata insieme, mentre la sentivo raccontare una storia
sconclusionata su un gioco alcolico che alcuni ragazzi del
suo dormitorio avevano basato sul film Amadeus (le regole
erano che si doveva bere un sorso di birra ogni volta che
Mozart faceva una delle sue risate potenti o risuonava un
accordo di Re minore) senza minimamente rimproverarla,
lei mi guard sorridendo sardonica e disse: Ma allora una
che cosa deve combinare per farti scandalizzare, eh?
Per i primi giorni dopo il suo ritorno a Bloomington mi
sentii sola e malinconica, con poca voglia di aspettare due settimane
per andarla a trovare io. Per fortuna per gran parte
di quelle due settimane fu occupata da un viaggio in California
che Adrian e io avevamo organizzato per andare a vedere
il debutto di Michael O'Shea come direttore della Filarmonica
di Los Angeles. Dopo lo spettacolo volammo a Sonoma,
dove trovammo Amy Wyatt che, come se nulla fosse, si beava
orgogliosa del trambusto che la figlia aveva portato nell'ambiente
letterario dipingendola come il diavolo del mondo
accademico. Rientrata a New York tornai per qualche giorno
ai piaceri dell'insegnamento e del tempo libero, tenni un
breve, terribile concerto alla Avery Fisher Hall e quasi senza
accorgermene ero sull'aereo che mi portava a Bloomington
per ascoltare l'esecuzione del nuovo pezzo di mia figlia.
Se il tempo trascorso insieme per il Ringraziamento mi
aveva rassicurato sul fatto che nell'indiana Alex si trovasse
molto meglio, quella visita fug ogni dubbio. Portandomi in
giro per il campus e presentandomi ai suoi nuovi amici, mi
sembr molto pi a suo agio di quanto non lo fosse da anni.
Anche quando le coinquiline che detestava chiesero vocianti
un mio autografo, lei si limit ad alzare gli occhi al cielo e
a fare un lieve grugnito di disprezzo.
La sera del concerto la portai fuori a cena con alcuni degli
amici che aveva trovato nel corso di composizione. Alliet la
tavolata con gli aneddoti della sua infanzia in tourne con
La Grande, un termine che rivang senza disdegno o ironia.
Raccont loro delle serate trascorse a guardarmi dalle
quinte e a dire: Quella  la mia mamma a chiunque passasse,
degli spettacolini che improvvisava negli atri degli
alberghi prima di diventare lei stessa una piccola professionista,
delle maldestre avventure romantiche delle sue insegnanti
Madeleine Chan e Amanda McGrath, del putsch di
Monaco inscenato dal nonno nel tentativo di farle iniziare
quanto prima la sua carriera da solista. Quando a quel
punto una delle tre ragazze la interruppe per dire quanto
sembrasse divertente essere una Darsky, Alex comment
con ironia sottilissima: Ah s, proprio un divertimento.
Per quanto sentirla parlare nostalgicamente della sua infanzia
mi rendesse felice, per, non fu niente in confronto a come
mi sentii un paio d'ore dopo, quando ascoltai la sua nuova
musica. Non fu tanto la qualit sbalorditiva - anche se questo
cont, perch era di gran lunga superiore alle altre opere eseguite
quella sera, come pure a tutto ci che lei aveva scritto
fino ad allora - quanto piuttosto il fatto che fosse cos sciolta,
senza impedimenti. Il suono era giovane e leggero, nonostante
il maturo peso dell'abilit richiesta per produrla materialmente.
Credo che forse ci che ascoltavo significasse soltanto
che si era liberata dall'obiettivo di un brano completo in s. Le
note si libravano alte, sostenute dalla libert data loro.
Tornata a casa, mi rincuorarono sia il ricordo di quelle
note felici e vitali, sia l'imminenza delle vacanze invernali di
Alex. L'avrei avuta con me per quasi un mese, che avrei trascorso
continuando a dimostrarle di non essere una minaccia
per la sua indipendenza. Ogni volta che mi distraevo, mi sorprendevo
a pensare ai pasti che avrei preparato, ai posti dove
saremmo andate e alle conversazioni che avremmo avuto
quando saremmo state di nuovo insieme. Era difficile prepararsi
per le lezioni, molto di meno ascoltare i miei studenti
suonare: l'attesa mi rendeva dinamica.
Poi, due giorni prima di prendere l'aereo, Alex telefon
per dirmi che non sarebbe venuta. Stava lavorando a un
pezzo che defin come il migliore che avesse mai scritto in
un tono effusivo che non riconobbi e non poteva sopportare
il pensiero di staccarsene.
Ma non puoi lavorare qui? implorai sperando di non
sembrare troppo pietosa.
Non credo, non altrettanto bene. Con i dormitori vuoti
non avr distrazioni.
Non sapevo che Alex si distraesse quando c'era di mezzo
la musica, ma non commentai. Invece le feci notare che con
l'universit vuota per le vacanze probabilmente avrebbero
staccato il riscaldamento nei dormitori. Mi coprir meglio
disse.
Ancora l a fissare la cornetta diversi minuti dopo che lei
aveva riattaccato, sentii la solitudine strisciarmi addosso
tanto pesantemente che ancora prima di capire che cosa
stessi facendo ero gi fuori, diretta verso la casa di arenaria
rossa. Vi trovai mio padre, che non era esattamente contentissimo
di vedermi.
Ci sei tu dietro a questo? chiese mostrandomi una
copia di Strings, sulla cui copertina c'era scritto Che fine ha
fatto la Darsky? in piccolo. L'articolo, dietro a cui comunque
non c'ero io, ma che avevo gi visto, non era altro che
un quarto di pagina in cui si facevano congetture riguardo a
un mio ritorno sulle scene.
Alex non viene a casa gli dissi invece di degnare di una
replica le sue accuse. Ha appena chiamato. Rimane a Bloomington.
Al contrario di me, individu subito la causa di quell'assenza.
Siamo stati soppiantati da qualche giovanotto disse
facendomi accomodare. Fidati, Alex ha un fidanzato.
Io per non ci credetti e passai invece le vacanze facendomi
rigirare in mente immagini di lei infagottata in una massa
di maglioni, cuffie e guanti, persa in un crescendo di melodia
in un dormitorio vuoto.
Quando la rividi era marzo e io mi trovavo a Bloomington
per un altro spettacolo che aveva in programma sue opere.
Sono abbastanza certa che allora non ci fosse niente di
diverso nel modo in cui si comportava, niente risatine, niente
sorrisini timidi ed estatici persi nel vuoto, niente di visibile
nella sua persona. C'era per stata quella musica che faceva
esplodere verso il mondo la sua stupenda passione, quelle
note che mi sembrarono esposte in maniera nauseante,
come uova sul ventre molle di una creatura marina. Ne
avevo detestato l'ambigua familiarit e avrei voluto poter
afferrare le note e strapparle dall'aria. Ovviamente non lo
dissi ad Alex. Anzi, definii la musica affascinante, perch lo
era; e commentai la nuova direzione artistica che stava prendendo,
perch si trattava anche di quello. E comunque,
fuori dalla sala da concerto, le note non sembravano pi
minacciose, ma soltanto differenti e mi chiesi come avessi
potuto reagire in modo tanto irrazionale.
Da l non vidi pi Alex finch non mi si present sull'uscio
di casa quasi un anno dopo.
Mi telefonava abbastanza di frequente, ma non potevo
chiamarla io perch nel frattempo si era trasferita fuori dal
campus e sosteneva di non avere il telefono in casa. Niente
telefono? inveii quando me lo disse. Ma sei impazzita?
Ci fu un breve silenzio. Non voglio distrazioni. Disse che
stava lavorando giorno e notte su qualcosa di meravigliosamente
nuovo. Ma ogni volta che le chiedevo quando avrei
potuto ascoltare quel pezzo meravigliosamente nuovo, lei
cambiava discorso. A maggio i miei andarono a trovarla e
riferirono che stava benissimo: aveva un ottimo aspetto, era
allegra ed energica e parlava rapita di una non meglio definita
rivoluzione musicale a cui stava prendendo parte. Mi
dissero che non vedeva l'ora di passare l'estate a New York.
Era una cosa che diceva spesso anche a me e che contribuiva
a non farmi sentire troppo la sua mancanza.
Poi per a giugno, appena tre giorni prima del suo previsto
ritorno, telefon di nuovo per dirmi, quasi come in un
ripensamento, che alla fine non sarebbe venuta. Io avevo
appena finito la mia ultima lezione e stavo brindando con
dello champagne insieme ai miei studenti, ma la loro presenza
nell'ufficio non mi trattenne dal fare una figura pietosa.
Torna, ti prego la implorai, pur sapendo di infliggere
cos ogni sorta di danni alla mia nuova immagine di madre
permissiva. Per favore, solo per un po'.
Mamma disse lei severa, non farmi sentire in colpa.
Non posso tornare a New York. Ho delle cose importanti da
fare qui.
Ma solo per una settimana o due... cercai di blandirla.
Vedremo concesse lei.
In ogni caso non venne.
Trascorsi quasi tutta l'estate a sperare che almeno mi
invitasse a Bloomington e a ignorare mio padre, che esigeva
un annuncio ufficiale del mio ritiro. Voleva iniziare a
pubblicizzare un'ultima esibizione, un concerto d'addio
che contava di trasformare nell'evento musicale del decennio.
Quando gli chiesi perch volesse farmi suonare ancora
una volta invece di mettermi direttamente in naftalina, lui
mi guard stupito e disse: Perch non sfruttare un'ultima
occasione come questa vorrebbe dire essere incapaci negli
affari. Io gli suggerii di pensarci bene e poi lo evitai diligentemente
per diverse settimane. Per accettai di insegnare
un altro anno alla Juilliard e cominciai a trovarmi a mio
agio al pensiero di renderla una professione stabile. Dopotutto,
al di l dei suoi secchi discorsi d'affari, mio padre
aveva ragione: le mie esibizioni non erano pi quelle di
prima. Se a Londra, Parigi e Milano ne avevo avuto le
prime avvisaglie, il breve concerto di dicembre alla Avery
Fisher Hall me ne aveva dato la conferma. Il violino e io
non eravamo pi una cosa sola. Tra noi c'era ancora una
stima cordiale, persino dell'affetto vero e proprio, ma la
fusione e la furia dell'amore erano un lontano ricordo. Non
avevo pi l'energia necessaria, o forse era l'interesse che mi
mancava. E comunque, che senso avrebbe avuto tirare per
le lunghe una relazione moribonda? Magari se ci fosse stata
Alex a darmi battaglia avrei resistito, ma con lei che era
persa nella sua rivoluzione musicale, che mi chiamava con
sempre meno frequenza e ogni volta col tono di chi aveva
fretta di essere da qualche altra parte, alla fine cedetti. Programmammo
il concerto d'addio per l'aprile successivo, il
che mi diede un buon margine di tempo in cui rimandare a
oltranza il suonare in modo serio. Esercitarmi per l'evento,
lo sapevo, sarebbe stato una tortura.
Fu mia madre a suggerirmi come distrazione la lettura di
biografie, quando il semestre di Alex ricominci e le possibilit
di una sua visita svanirono definitivamente.
Sta annegando nella musica, ne sono sicura le avevo
appena confessato. Non so neanche se si ricorda di mangiare
e di dormire!
Non  scema replic lei prima di consigliare le biografie.
Con me hanno funzionato disse fredda, quando ero
io a chiedermi se tu saresti mai tornata dal Massachusetts.
Quell'autunno, oltre a insegnare ai miei corsi e a partecipare
alle normali attivit sociali che per mi sembravano
ancora nuove ed esaltanti, divorai le vite di Purcell, Telemann
e Lonard Bernstein. Ero a circa un terzo di Sostakovic
e il suo mondo quando Alex chiam da qualche parte in
strada, annunciando con una voce soffocata e sconfitta il
suo ritorno a casa.
Ho gi scritto ci che successe dopo: come io abbia detto:
Vengo a prenderti sentendo di poter volare lungo i cavi con
la pura forza del mio desiderio di essere con lei; come lei
abbia risposto: No, sono qui. Sto salendo; come pochi
minuti dopo entrasse lieve dalla porta, lanciandomi un'occhiata
tragica, che era magnifica e travolgente quanto quelle
che esibiva sul palco. In quell'occhiata vidi ogni sua et, ogni
suo giorno e avrei voluto prendere tutte quelle Alex e metterle
in un posto segreto dove cercare di farle crescere di nuovo.
Invece mi ridiedi un contegno e chiesi, nel tono meno
allarmato che riuscissi a mantenere: C' qualcosa che non
va? Vuoi parlarne?
No, non credo rispose mentre stava gi scappando su
per le scale con la sua valigetta.
Pochi secondi dopo la porta della sua camera si chiuse
sbattendo pesantemente e rest chiusa per gran parte delle
due settimane successive. Qualsiasi cosa fosse successa per
riportarmi mia figlia in quello stato l'aveva lasciata non soltanto
ferita e silenziosa, ma anche furibonda e non unicamente
verso di me: sembrava avercela con i nonni, con il suo
adorato Indiana, con il mondo in generale. Ogni volta che
qualcuno di noi tentava di entrare in quella camera e chiedere
che cosa fosse successo o anche soltanto si lasciava scappare
parole come conservatorio, Indiana o corsi -
qualsiasi argomento che non fosse impersonale ed estraneo
alla musica -, lei andava in bestia, aggredendoci verbalmente
per la nostra totale mancanza di comprensione, oppure
alzandosi e andandosene. I miei non erano mai stati i bersagli
della sua rabbia in passato e la temettero, ma io no. Certo,
non ne ero felice, ma non ne ero nemmeno spaventata.
Mentre lei se ne stava rintanata in camera a suonare musica
a un volume da far saltare i timpani - forse pensava che
potesse coprire i suoi singhiozzi, ma si sbagliava - e a evitare
i contatti umani ogni volta che poteva, io cercavo di non
pensare troppo a ci che poteva essere successo di male in
quella piatta landa che amava. Un concerto andato storto?
Il cattivo giudizio di un professore? Una separazione dolorosa?
Un litigio con gli amici? Non c'era modo di saperlo
perch non c'era modo di farselo dire. E d'altra parte che
cosa importava? Prima o poi, speravo prima della fine delle
vacanze, se ne sarebbe fatta una ragione, avrebbe capito che
il suo universo non era stato distrutto e sarebbe tornata nell'indiana
a riprendere la sua vita.
Dovevo per sforzarmi di ricordarlo. Dovevo usare tutta
la mia energia per trattenermi dallo stringerla fra le braccia e
cercare di consolarla, ma anche dallo scuoterla forte e chiederle
che cosa la sconvolgesse cos tanto: perch naturalmente,
che fosse importante o meno, volevo saperlo. Dovevo
badare ai fatti miei e basta. Mi concentrai allora sul ricostruire
la musica che a marzo mi aveva nauseato con la sua eco di
qualcosa di ambiguamente familiare, che mi aveva fatto venire
voglia di afferrarne le note mentre volavano per la sala e
riportarmele a casa nella borsetta. Ero convinta che in quello spartito ci potesse essere un indizio, ma la distrazione che
ci mi offr fu una manna dal cielo. Facevo lenti progressi nel
dissotterrare la musica dalla memoria, bench riuscissi a
ricordare il pezzo ancora precedente - quello leggero, giovane,
senza impedimenti - con una precisione quasi perfetta.
Tenendomi immersa fino alle ginocchia in ricordi fiochi, riuscii
a impedirmi di indagare faccia a faccia. Solo un cocciuto
nucleo della mia mente continu a credere che tutto ci avesse
una qualche urgenza, almeno fino a due sere fa.
Avevamo appena finito di cenare. Io ero distesa sul sof a
rivedere uno spartito, mentre Alex era al piano. Quando i
suoni arrivarono mi trovarono impreparata. D'altronde non
sarei stata preparata neanche se lei mi si fosse piazzata davanti
e mi avesse annunciato ci che stava per fare. Quei suoni
erano stati creati per far trasalire: un'accozzaglia caotica e alla
deriva che si teneva aggrappata alla musica coi denti (li
immaginai digrignati e bestiali). Era incredibile che una simile
cacofonia, misurata con cura, venisse dall'immaginazione
lirica di Alex; ma in quelle note, pur ruvide, c'erano
un'espansivit e una generosit che le contraddistinguevano
come sue. Non c'era dubbio che ci che stavo ascoltando
fosse il suo qualcosa di meravigliosamente nuovo e anche
se non ero proprio sicura che mi piacesse (o che vi sentissi
niente di particolarmente nuovo), fui lieta di ascoltarlo. Mi
avvicinai, mi fermai alle sue spalle e mentre guardavo le lunghe
dita muoversi fluide sulla tastiera, mi sforzai speranzosa
di sentire qualche accenno di melodia che mi sembrava di
avere colto in mezzo al rumore. Mi sforzai ancora, certa di
aver sentito qualcosa, ancora di pi e poi non ebbi pi bisogno
di sforzarmi: stava salendo in superficie, come diamanti
formati in un calore e in una fuliggine infernali, ma Alex ci
stava riuscendo cos sottilmente, cos organicamente che arriv
quasi a met prima che mi rendessi conto che ci che stavo
sentendo era Tonalit Sublimata. Eccole l, le due opulente
melodie che erano cresciute dal caos fin dall'inizio. Eccole l,
incandescenti e trionfanti, che si rincorrevano intorno, fondendosi
e plasmandosi, ma in fin dei conti mantenendo le
forme che avevano ottenuto con tanta fatica. Ci era riuscita
quasi bene quanto lui, lasciando che il caos discendesse naturalmente
nella bellezza, ma qualsiasi moto d'orgoglio avessi
potuto provare fu subito inghiottito dalla sensazione che la
stanza si stesse riempiendo di Jean Paul. Lo sentii cos forte
come se fosse stato vicino a lei a sussurrarle istruzioni nell'orecchio
e ci volle tutta la mia forza per non farmi gridare:
Non  possibile che tu lo conosca! Quando ferm le mani
tenendole appoggiate leggere ai tasti, io avevo paura di ci
che sarebbe potuto uscirmi dalla bocca e quindi per diversi
secondi non parlai. La mia mente analizzava frenetica i tanti
modi in cui lui avrebbe potuto vendicarsi su Alex per i miei
torti - didattici, professionali, sentimentali - e fu solo con
grande difficolt che diedi forzatamente voce al tipo di lodi
che mia figlia si stava aspettando. Forse sarei riuscita a forzarne
altre, ma lei aveva gi avuto abbastanza contatti umani per
la serata e con poche parole di ringraziamento si affrett ad
andare a nascondersi di nuovo dietro la sua porta chiusa.
Avrei potuto inseguirla, interrogarla (anche se probabilmente
non l'avrei fatto), ma senza di lei anche Jean Paul svan
dalla stanza e il mio spasmo di vibrante disappunto mi sembr
esagerato. Ma cosa mi ha fatto pensare che possa averlo
conosciuto? mi chiesi accasciandomi sul sof. Evidentemente
aveva avuto un insegnante che era stato un allievo di Jean
Paul o altrimenti aveva studiato la sua musica da sola, tramite
registrazioni o spartiti che poteva avere trovato. Forse
addirittura era arrivata per conto suo all'idea dell'atonalit
che si dissolveva nella tonalit: dopotutto non era un'idea
cos strana, solo difficile da mettere in pratica, anche se era
vero che l'aveva messa in pratica usando molti dei trucchi di
Jean Paul. Pi probabile, allora, che avesse imparato dalla
sua musica o da uno dei suoi studenti, ma non da lui. Perch
avrei dovuto pensarlo? Che melodramma mi ero costruita in
testa! Mi ricordai della sera del settantacinquesimo compleanno
di mio padre, quasi due anni prima, quando avevamo
sentito un suo pezzo alla radio e il viso di Alex si era inebetito
in un'estasi quasi religiosa. Era ovvio che avesse voluto rintracciare
quei suoni e naturale che li avesse trovati. Jean Paul
ormai non era pi uno sconosciuto, specie in un focolaio di
avanguardie musicali come Bloomington.
Quando un'ora dopo mi infilai a letto, ogni traccia di Jean
Paul era svanita dalla mia mente ed ero passata a chiedermi
che cosa significasse il fatto che Alex aveva suonato per me
la sua nuova musica.
Mi alzai di ottimo umore e quando scesi e trovai Alex ad
aspettarmi per la colazione a un tavolo che aveva apparecchiato
per due, dovetti mordermi un labbro per non mostrare
l'esultanza che si stava facendo strada sul mio viso.
Allora ti  piaciuta, vero? chiese dopo che mi sedetti,
mentre mi stavo versando i cereali in una ciotola.
Se mi  piaciuta? Dio mio, Alex, era stupenda! Senza i
denti affondati nel labbro era impossibile contenere l'esultanza
e cos lasciai che si manifestasse. Alex ne sembr contenta.
Quello era il tipo di interferenza materna che non le
aveva mai dato fastidio.
L'ho finita l'altro ieri mi disse mentre si cacciava in
bocca una cucchiaiata di cereali, cos che del latte le col per
il mento mentre continuava. Mentre tu eri dai nonni.
 la cosa migliore che tu abbia fatto finora le dissi in
tutta sincerit.
Lo so. Aveva inghiottito il boccone e stava sorridendo
beata, come se avesse dimenticato che avrebbe dovuto essere
a pezzi e avvilita. Mi stavo chiedendo se dovessi o meno
accennare che conoscevo un altro compositore che era arrivato
dov'era arrivata lei - avrebbe voluto sapere di lui, se
ancora non lo conosceva? E se lo conosceva, avrebbe voluto
sapere che lo conoscevo anch'io? - quando per un istante
la sua mano si appoggi sulla mia.
Allora la guardai, dall'altro capo del tavolo, pronta a dirle
quanto fossi orgogliosa di lei, quanto fossi colpita dal suo
talento, dalla sua forza, dalla sua capacit di ripresa, ma
invece mi ritrovai a notare il colore dei suoi occhi. Da bambina
erano di un azzurro pallido e con l'et si erano scuriti.
Per gran parte della sua vita erano stati dello stesso zaffiro
dei miei, niente di speciale. Ora per, guardandola, erano
diventati di un blu scuro e violento, cos scuro da essere
quasi nero e per un attimo la loro somiglianza con altri occhi
mi agit e mi confuse. Quando mi fui ripresa abbastanza da
riconoscere che la coincidenza non poteva avere alcun significato
- e comunque quale avrebbe potuto essere il significato?
- qualcuno buss alla porta d'ingresso. Era il giornalista,
ovvio, arrivato a compiere la sua missione di scompigliare
nuovamente le nostre vite.
* * *
Me ne sono andato da Oberlin pi o meno dieci anni fa
mi dice Jean Paul. Siamo seduti in un caff in pieno centro
solo dodici ore dopo la mia telefonata, dodici ore d'ansia in
cui dormire  stato impensabile e in cui invece, non sapendo
che cosa fare, ho messo i miei ricordi per iscritto, sempre
tenendo d'occhio il telefono e desiderando fortemente che
Alex chiamasse.
Ho pensato al centro per assicurarci un po' di riservatezza,
ma ora vorrei aver scelto un contesto un po' pi familiare.
Ho bisogno di qualcosa che mi dia un riferimento stabile.
Il fatto che il suo viso non sia cambiato ovviamente non
aiuta. Mi sembra quasi che sia di cattivo gusto da parte sua
avere un cos bell'aspetto. Guardando l'uomo che aveva
scritto le lettere del Mann-iaco, che delirava a decine di conferenze
senza che gli fosse stato richiesto, che si era rifiutato
di far debuttare i suoi lavori con l'Orchestra sinfonica di San
Francisco per codardia o per dispetto, vedo ancora il ragazzo
che con le sue furiose ambizioni mi aveva fatto rabbrividire
d'amore; e il mio cuore palpita, subdolo e traditore.
Certi docenti del dipartimento di Musica mi avevano
chiesto di dimettermi. Dicevano che spingevo gli studenti
alla frenesia. Ovviamente non potevano obbligarmi ad
andarmene, ma...
E cos ti sei trasferito nell'indiana?
S. Avevo sentito che gli studenti erano simili a quelli di
Oberlin. Iconoclasti, in un certo senso, o almeno speranzosi
di esserlo. E poi, be', avevo scoperto che il Midwest mi si
addice abbastanza.
E l hai conosciuto Alex? Sto cercando di andare al
sodo: di certo non voglio restare qui seduta a guardare pi
a lungo del necessario il suo viso immutato, per non dire che
sto quasi impazzendo dal bisogno di sapere. Lui per continua
a rimescolare il suo cappuccino e i capelli disordinati gli
ricadono sugli occhi mentre osserva il mulinello che fa il
liquido. La ragazza col piercing che sta dietro al bancone
non si preoccupa di nascondere che lo sta fissando. Siamo
gli unici avventori, ma anche se non c' nessuno a cui paragonarci
siamo chiaramente fuori posto. I sei tavolini sono
cromati e le pareti sono coperte di fotografie sgranate di
moto. Dallo stereo, un ragazzetto piagnucolante canta qualcosa
a proposito della masturbazione. Siamo troppo vecchi
per questo locale e io sono irritata con Jean Paul per aver
proposto di entrare qui. Anzi, considerato il motivo per cui
ci stiamo vedendo, sono ben oltre l'irritazione.
Ha cominciato a venire alle mie riunioni.
Alle tue cosa?
Le mie riunioni. Non erano niente di pi... certi studenti
venivano da me la domenica sera, ordinavamo delle pizze
e parlavamo di musica. Io suonavo i miei nuovi lavori e a
volte mi suonavano i loro. Era un gruppo a rotazione, la
gente andava e veniva, ma di solito in una domenica qualsiasi
c'erano sempre tra le dieci e le venti persone. La prima
volta Alex  venuta con una sua compagna di corso.
Si ferma e fa un sospiro, fissando di nuovo la tazza come se
i suoi ricordi fossero conservati l dentro. Mi accorgo che il
suo stesso modo di parlare  una specie di sospiro: non c'
niente di fiorito, niente di grandioso. Non l'ho mai sentito
parlare con una tale semplicit e mi chiedo se quello sia un
cambiamento permanente o solo un adattarsi alle circostanze.
Me la vedo ancora mentre passa dalla porta. Per un attimo
ho creduto che fossi tu.
Ma noi non ci...
Era il suo portamento e un qualcosa nella sua espressione.
Eri tu. Non riesco a...
Forse si rende conto che si sta avventurando in un ragionamento
rischioso, perch lo lascia perdere e dice: Ovviamente
non mi ha sorpreso che fosse bravissima. Come
avrebbe potuto essere altrimenti? Quella sera era un vulcano
di idee. Era incandescente. Non so, mi sono sentito...
orgoglioso.
Sono stupefatta da quella parola e lascio che il mio viso lo
dimostri, ma l'unica che se ne accorge  la ragazza dietro il
bancone. Jean Paul sta ancora guardando in basso. L'unica
cosa che sono contenta di ritrovare immutata in lui  la sua
voce sussurrata: per quanto la nostra spettatrice si sforzi, 
chiaro che non sente una parola di ci che lui dice.
Da l  diventata una presenza costante. Veniva tutte le
domeniche. E poi ha iniziato a venire pi spesso.
So di essere impallidita e non sono sicura di poter gestire
ci che sta per arrivare. Vorrei - e non  la prima volta - che
Jean Paul mi avesse raccontato questa storia per telefono. 
stato gentile da parte sua - corretto, anche - volare fin qui a
New York, ma preferirei che non l'avesse fatto.
Vai avanti incalzo, dato che si  fermato e si  messo a
guardare una delle foto sul muro, che mostra una moto blu
elettrico con degli spoiler sul retro.
Puoi immaginare come sia trovare un'allieva cos brava,
Tasha? La voce gli si  abbassata di parecchi decibel e adesso
anch'io faccio fatica a sentirlo. Devo sporgermi in avanti
e riesco a sentire il suo vecchio odore, il costoso sapone alla
lavanda che sua sorella gli mandava da Orlans e per cui io
lo prendevo in giro. Ho avuto anche prima degli studenti
dotati, ma il suo dono  qualcosa di totalmente diverso. 
raffinato. Vedi, quelli di prima erano accoliti, gente che
sapeva solo imitare, ma Alex era in grado di fare molto,
molto pi di loro. Plasmare un talento del genere, trasformarlo...
 a dir poco gratificante.
Sono riluttante a fare la domanda ovvia, ma mi sforzo:
Le hai mai detto che eravamo stati insieme?
No. Un attimo di silenzio, poi continua in un tono pi
saldo. Avrei dovuto farlo, lo so, ma mi sembrava strano
accennarvi.  difficile da spiegare, Tasha, ma non mi sembrava
poi tanto chiaro, tanto facile da definire chi avessi
conosciuto e quando l'avessi conosciuta. Quando stavamo
al piano insieme, quando le suonavo i miei nuovi pezzi o
quando le parlavo del mio lavoro, potevo quasi credere che
l con me ci fossi tu. S, eri l, quella di una volta, mentre io
ero invecchiato. Era come una fiaba orribile, un Rip Van
Winkle al contrario, solo che io ne ero contento.
Fa un sorriso incerto che sembra una crudele parodia di
quelli che faceva da giovane e sento che quasi provo piet
per lui. In quel momento mi accorgo che sto immaginando
che la scena si svolga nella nostra casa signorile di Cambridge
e allora voglio un altro fondale, ma non posso certo chiedergli
di descrivermi la sua attuale abitazione. Mi accontento
di lasciare intorno a Jean Paul e a mia figlia uno spazio
indefinito.
 possibile che io abbia permesso alla situazione di infettare
il mio comportamento. Forse a volte l'ho guardata in un
certo modo e allora nella mia mente i confini tra la madre e
la figlia sono svaniti per un momento. Forse, non lo so.
Subito dopo si lascia cadere la testa fra le mani e si tira i
capelli spettinati con una forza che sembra fare male. Quando
pochi secondi dopo rialza lo sguardo di colpo verso di
me, sul suo viso c' un orrore che probabilmente riflette
quello sul mio.
Vai avanti lo esorto, senza gentilezze.
Credo che forse sia stato quello il motivo per cui si 
attaccata a me, quella confusione da parte mia continua lui,
con la voce che vacilla per la freddezza del mio tono. Le ho
fatto una promessa e... e l'ho delusa, Tasha. L'ho ferita,
forse ancora pi di Benjamin.
Benjamin? Il nome  di sicuro solo una distrazione, un
diversivo che mi viene gettato tra i piedi e io voglio dargli un
calcio e arrivare al sodo, alla verit che mi sono preparata ad
affrontare dalla prima volta che ho sentito il suo tocco nella
musica di mia figlia: Alex si  innamorata di Jean Paul, Alex
si  fatta spezzare il cuore da Jean Paul. In questo momento
sono furibonda con lui soprattutto per avere cercato di
depistarmi, anche se lo sono ancora di pi con me stessa: era
naturale che Jean Paul si trasferisse da Oberlin all'indiana,
quelle riunioni musicali erano prevedibili. Mi rendo conto
di essere stata pericolosamente ingenua a non aspettarmi fin
da subito questa melodrammatica improbabilit. Che avrebbero
finito per incontrarsi sarebbe stato ovvio, se solo mi
fossi permessa di pensarci. Quanti erano nell'ambito accademico
a lavorare seriamente sulla composizione d'avanguardia?
Cinquanta? Trenta? Forse anche meno e tutti concentrati
in sei o sette nuclei ristretti, tutti a tenersi d'orecchio
a vicenda. E in quello sparuto gruppo, quanti producevano
effettivamente della musica degna di smuovere le
acque? Certo che alla fine si sarebbero incontrati. Se non
adesso fra dieci anni e non sarebbe stato meglio, perch
ovviamente una volta che si fossero conosciuti lei sarebbe
stata persa, come una qualsiasi delle ragazze che avevano
suonato nell'ensemble di Jean Paul a Harvard, come la
ragazza con i jeans strappati e i capelli lerci che si struggeva
in una panca verso il fondo di una chiesa sconsacrata a
Oberlin. Persa com'ero stata io, anche.
Lui mi guarda con sorpresa, una sorpresa che terribilmente
si trasforma in compassione prima che lui dica:
Non sai nulla.
Riesco a malapena a pronunciare le parole con cui
ribatto.
Evidentemente no.
Allora forse non dovrei dirtelo io.
 mia figlia, Jean Paul. La mia voce  talmente metallica
che mi spaventa.
Credo che Benjamin le abbia spezzato il cuore.
Prima che lo facessi tu?
No! esclama improvvisamente, alzando un braccio
come se dovesse parare un pugno. Mi guarda con un certo
allarme e poi dice con pi calma: Oh, Tasha, no. Era questo
che credevi?
Lo fisso dal capo opposto del tavolo e vedo l'imbarazzo
sul suo viso, l'imbarazzo per me. Mi aspetto un'ondata di
sollievo che per non arriva subito e ne sono stupita.
Benjamin? Pronuncio il nome lentamente, assaporando
le tre sillabe poco familiari. Non ricordo di aver mai
sentito questo nome.
Ben Guerrero. Si ferma in attesa di una reazione e
quando non ne vede nessuna continua. L'aveva conosciuto
proprio a una delle mie riunioni. Lui aveva cominciato a frequentarle
prima di lei. Era uno specializzando al conservatorio,
molto dotato, uno dei miei allievi pi promettenti
prima che arrivasse Alex. Non so di preciso da quanto
andasse avanti fra loro. Non sono granch informato sulle
vite sentimentali dei miei studenti. Per dal modo in cui
interagivano alle mie lezioni direi che c'era qualcosa almeno
fin dall'inverno scorso. Come ti ho detto, non ne so molto.
Non avrei neanche potuto dire con certezza che stavano
insieme fin quando lei non si  presentata a casa mia in piena
notte.  stato un bello shock, fidati. Forse  per quello che
mi sono comportato cos male.
Scusa, ma non ti seguo ammetto. Mi gira la testa e non
sto ancora provando il grande sollievo che mi spetta di diritto.
Mi rendo conto che negli ultimi giorni mi sono aggrappata
all'idea di Jean Paul e Alex insieme come a una ferita
che mi facesse troppa paura guardare direttamente, stringendo
cos forte che in questo momento mi terrorizza allentare
la presa. Ci mi rende quasi impossibile assimilare le
nuove informazioni che lui mi sta fornendo.
 successo circa tre settimane fa dice, appena prima
che se ne andasse da Bloomington. Si  presentata a casa
mia, di punto in bianco, alle due di notte. Io dormivo da ore
e mi sono svegliato con questo bussare frenetico alla porta.
Credo abbia bussato a lungo prima che la sentissi. Era fuori
di s, il viso sconvolto. Non sembrava nemmeno lei. Le ho
detto di sedersi, ma non riusciva a stare ferma. Mi ha chiesto
se l'avessi mai considerata strana, troppo presa dalla sua
musica. Le ho detto che la conoscevo come studentessa di
musica e che come tale mi sembrava ammirevolmente devota
alla propria arte.
Devi per sapere che Alex e io non ci eravamo mai parlati
cos. A volte con altri studenti c' un elemento personale.
Mi parlano delle loro vite, di attualit, di arte e cultura.
Con Alex non  mai successo. Probabilmente non ho mai
lavorato a cos stretto contatto con nessun altro studente,
ma abbiamo sempre parlato solo di musica. Non saprei dirti
quali altri corsi frequentasse, i nomi dei suoi amici, le sue
posizioni politiche. Sono arrivato a conoscere la sua anima
musicale molto intimamente, ma so pochissimo altro di lei.
Si capiva che a lei andava bene cos. Si  sempre comportata
con una deliziosa formalit e riusciva a essere amichevole
e accattivante mantenendo per le distanze. Per dirti la verit,
era una cosa che ammiravo in lei. Sembrava molto padrona
di s, molto matura.
E poi cos' successo? chiedo impaziente. Non mi piace
ascoltare questa sua analisi del comportamento di mia figlia.
Conosco la sua padronanza di s molto meglio di quanto lui
potrebbe mai fare e soffoco l'impulso di dirgli che non  un
vantaggio, per lei specialmente.
Continuava a farmi delle domande. Se gli altri studenti
la trovavano strana o fredda. Le ho detto che non lo sapevo.
Mi ha chiesto se Ben mi avesse mai parlato di lei. Ho cominciato
a capire che la cosa riguardava la sua vita sentimentale,
che le era successo qualcosa di traumatico in quella sfera.
Le ho detto che lui non aveva mai affrontato quell'argomento,
ma che lei poteva sentirsi libera di parlarmene, se voleva.
 stato l che si  messa a piangere e mi si  gettata fra le
braccia.
Rabbrividisco di riflesso. L'immagine di mia figlia, di solito
caparbiamente sicura, in un'angoscia tanto evidente 
dolorosa da sostenere.
Dire che sono stato colto di sorpresa  un eufemismo.
Erano le due del mattino, ero appena stato tirato gi dal
letto ed eccomi l con questa ragazzina stretta al petto. Una
ragazzina che era tua figlia. Quando ha ripreso a parlare,
con la bocca cos vicina a me, ho sentito dell'alcol nel suo
alito e devo ammettere che mi ha spaventato. Molto di quello che ha detto dopo l'ho perso... la voce era smorzata e difficile
da capire... ma ho intuito che la sera prima Benjamin
aveva troncato la relazione e che i motivi l'avevano ferita
profondamente. Avevano a che fare con ci che stava sondando
con me, quella sensazione di essere inaccessibile,
distante. E mi ha detto che lui aveva ragione e che lei era
stanca, stanca di tenere chiusa a chiave la propria passione.
Era stata chiusa in un bozzolo tutta la vita, sempre...
Poi mi guarda colpevole, come se non avesse voluto
lasciarsi scappare quest'ultima parte. Quando riprende a
parlare, la sua voce si sente appena. Mi rifiuto di avvicinarmi
oltre e mi limito a sforzarmi di pi per capirlo.
Temo di averla fraintesa.  successo tutto in fretta, in
quella confusione infervorata... improvvisamente ha alzato
verso di me gli occhi, imploranti, mi ha detto che aveva
sempre sentito che con me era diverso, che avevamo un
legame pi profondo, un legame speciale, il tipo di rapporto
che con gli altri le mancava. Dev'essere stata una cosa
difficile da dire, una cosa disperata... e ora mi distrugge
pensare a come ho reagito, Tasha, ma per un secondo ho
pensato davvero quello che tu insinuavi prima... che i suoi
sentimenti per me fossero di tipo... romantico. Questa
ragazzina, tua figlia... E il peggio  stato che per me lei non
delirava, ma aveva intuito bene. Aveva davvero scatenato
una profonda passione in me, solo che non era nuova e non
era rivolta a lei.
Fa un movimento quasi come se volesse prendermi la
mano e anche se faccio fatica a considerarlo possibile, non
voglio correre rischi. Mi ritiro di scatto e urto la mia tazza
rovesciandola, cos che mentre il liquido scuro forma una
pozzanghera sopra la superficie metallica graffiata del tavolo
lui dice: Avrei dovuto essere pi delicato, ma... mi vergognavo
e ho reagito con orrore. Lei  scappata prima che
potessi spiegarmi meglio. L'attimo dopo mi sono reso conto
del mio sbaglio. Non mi stava dichiarando il suo amore. Stava
cercando la conferma che qualcuno l'avesse sentita vicina, che
qualcuno tenesse a lei. Era questo che aveva visto nel modo
in cui la guardavo quando pensavo a te. Un amico, qualcuno
che le voleva bene e che era orgoglioso di lei. E io lo ero. Avrei
potuto dirglielo. Per tutto il resto della notte e il giorno successivo
l'ho cercata al telefono, ma non mi ha mai risposto.
Aveva il telefono? Non appena le pronuncio, vorrei
rimangiarmi le parole.
Lui mi guarda stupito, poi continua.
Alla fine ho trovato il suo indirizzo e sono andato all'appartamento,
ma la donna che le affittava la camera ha detto
che era partita con una valigia quella mattina. Il resto lo
conosci meglio di me, presumo.
La ragazza al bancone sceglie questo momento per arrivare
placida con dei tovagliolini di carta e mentre li lascia
cadere vicino alla pozzanghera di caff le lancio un'occhiata
incredula che sembra non sortire alcun effetto. Indugia
qualche secondo e poi torna lenta al suo posto.
Mi spiace davvero, Tasha.
Gli credo, ma non riesco a dirglielo. Non posso dirgli che
va tutto bene e invece gli chiedo perch non ha cercato di
contattarla qui.
Avrei voluto chiamarla, Tasha, credimi. Ero preoccupatissimo.
Poi per ho pensato... che forse non avrebbe voluto
parlarmi. Allora le ho mandato una lettera in cui le spiegavo
quanto mi dispiacesse per quella mia confusione e le
esprimevo il mio profondo riguardo per lei e le mie preoccupazioni.
Le ho detto di telefonarmi, ma non ho pi saputo
niente. Lo so che la lettera non aveva molto senso senza
quella piccola informazione in pi... la conclusione a cui
ero giunto, l'orrore che avevo provato... avrei dovuto dirglielo
e basta, ma sentivo che forse non sarebbe stato saggio,
che non era il momento giusto.
Potrei dargli decine di risposte diverse al riguardo, ma
sono esausta e non riesco a fare lo sforzo di dirne nemmeno
una, cos annuisco soltanto.
Perch l'hai fatto? Mentre lo chiede la sua voce  alta e
salda - quasi un grido, per lui - ed  chiaro che l'ha provata
a lungo. Anche i suoi occhi hanno smesso di vagare e mi
fissa in quel suo sguardo blu-nero.  solo perch il mio
cuore sta martellando che dico: Troncare la storia? come
se non ne fossi sicura.
Non l'ho mai capito.
Perch, Jean Paul e sono allibita da quanto mi sia facile
dire ci che una volta non riuscivo neanche a pensare, tu
eri tu e io in confronto a te non ero niente.
Ma... Tasha... inizia, ma io lo interrompo subito.
Ti prego.  passato troppo tempo.  questa la risposta.
Se ne sta zitto per un po' e capisco che ha accettato la mia
spiegazione. Se almeno gliel'avessi detto prima. Chiss come
sarebbero andate le cose se solo ne avessi avuto il coraggio.
Allora per era impensabile.
Ora hai tanti motivi per odiarmi. Anche questo  detto
in un tono forte e ben provato. Mi chiedo se si aspettasse
che avrei dato una risposta sincera. Fa di nuovo silenzio e
con la coda dell'occhio vedo la nostra spettatrice uscire
ancora da dietro il bancone, stavolta per sistemare una pila
di giornali a mezzo metro da noi. Vorrei far notare a Jean
Paul che sta origliando - sono sicura che smetterebbe di
parlare ad alta voce se lo sapesse - ma prima che ne abbia la
possibilit lui ricomincia, per in scatti pi spontanei e con
voce molto pi mite. Il modo in cui mi sono comportato...
la rabbia, le lettere, la musica... la mia, intendo. Non hai
idea. Dio, quant'ero arrabbiato! Ma non credo nemmeno
che arrabbiato sia la parola giusta. Uno pu vivere nella tristezza
o nella rassegnazione, ma non pu vivere nella rabbia,
no? Pu la rabbia avere quel tipo di stabilit? Sarah una
volta me l'ha chiesto. Siamo stati insieme poco dopo che tu
te n'eri andata. Non che sia migliorato col tempo...  stato
cos con tutte. Quasi non ricordo pi le loro facce. Ora me
ne rendo conto. Capisco.
Capisci che cosa? Glielo chiedo agitata, molto pi agitata
di quanto non vorrei.
Tasha, non eri molto pi vecchia di Alex allora. Ora mi
prende la mano e io lascio che le mie dita rimangano flosce
tra il suo palmo e il tavolo. La sua pelle contro la mia  piacevole
in modo inquietante e mi concedo di guardarlo dritto
negli occhi mentre dice: La donna che mi ha spezzato il
cuore era una ragazzina. Ho portato rancore a una ragazzina
per tutti questi anni.
Per qualche secondo mi  difficile parlare. Sto provando
un sentimento fortissimo, ma non ho idea di che cosa sia:
rabbia, paura, amore, desiderio, soddisfazione? Nessuno di
questi o forse tutti insieme, ma poi, con mia grande delusione,
si trasformano in compassione e dico: Be', anche tu eri
un ragazzino.
Credo di esserlo ancora. Fa un mezzo sorriso triste,
senza alcuna scintilla della sua brillantezza, facendomi provare
l'impulso, subito sedato, di allungare la mano e carezzargli
la guancia.
Invece gli dico: No, non penso. Mi sembra la verit. Mi
sembra che davanti a me sia seduto un adulto, che qualcosa
- forse quest'esperienza con Alex - lo abbia scosso dal suo
giovanile romanticismo. Mi chiedo se ci non segni la fine
del Pifferaio Magico della Ivy League. Per nonostante la
compassione che mi ha assalito, nonostante un ulteriore
impulso a carezzarlo, non sono ancora pronta a perdonarlo
per aver fatto male ad Alex e allora aggiungo: Ma Alex di
sicuro lo .
Come sta? chiede. Sembra interessargli sinceramente.
Meglio.
Sta lavorando sul pezzo in La minore? Aveva qualche
difficolt. Pensavo che magari l'avrebbe lasciato da parte
per un po'.
Il pezzo in La minore doveva essere quello che aveva suonato
per me due sere fa:  decisamente finito e per dirla con
Jean Paul  miracoloso. Ma siccome sono ancora arrabbiata
con lui per non averle detto subito che eravamo stati insieme,
per non avere capito ci di cui lei aveva bisogno in un
momento difficile, per averla umiliata e mortificata ben oltre
la sua scarsa sopportazione (lo posso solo immaginare e
comunque cerco di non farlo), non voglio dargli la soddisfazione
di saperlo e gli dico: Non credo che al momento stia
lavorando su qualcosa.
Lui fa un'espressione allarmata. Nel suo sguardo c' qualcosa
di paterno e per un istante provo affetto per lui. Bizzarramente,
penso che forse sarebbe stato cos far crescere
Alex insieme a qualcuno che amavo, ma subito sono disgustata
dal pensiero, da lui e dalla ragazza accanto a noi che ha
lasciato perdere i giornali e si limita a guardarci a bocca
aperta. Soprattutto per sono disgustata da me stessa e allora
dico: No, in realt il pezzo in La minore l'ha finito. Giusto
qualche giorno fa.
Ah! Sorride e quello  il sorriso di una volta, in tutta la
sua gloria. Ah! ripete e mi manda in bestia che sia cos
compiaciuto, cos immutato, cos toccante. Voglio solo stargli
lontana.
Mi ha fatto piacere rivederti dico e gli do una pacca
affettuosa sulla mano, anche se il gesto suona falso.
 stato meraviglioso e doloroso aggiunge lui, sincero
come sempre.
Mentre esco lo intravedo ancora seduto, immobile, che
fissa il punto dov'ero fino a poco prima con quel suo sguardo
blu-nero.
* * *
Ho lasciato Jean Paul a un tavolino cromato di un caff in
pieno centro quasi otto ore fa. Da allora sono rimasta seduta
nel mio soggiorno a guardare le finestre diventare buie e
a sperare che il telefono suoni. Ho finito di mettere per
iscritto i miei ricordi e ora non riesco a capire perch l'abbia
fatto, anche se  servito a distrarmi da un telefono che
non suona. Adesso per non riesco a smettere di fissare la
liscia cornetta nera che se ne sta al suo posto fissandomi a
sua volta. Ci stiamo fissando da almeno un'ora e sto giungendo
alla conclusione che sia meglio darci un taglio e andare
a dormire, quando improvvisamente la porta d'ingresso si
apre e compare Alex, con un'aria tirata e ostile.
Che cos' lui per te? chiede e anche se ha il viso rigato
dalle lacrime e le labbra che le tremano, la voce  salda e
decisa.
Pi niente, ormai la rassicuro e ancora prima che le
parole siano uscite tutte, sono gi furiosa con me stessa per
la risposta da codarda, infastidita perch questo  tutto ci
che riesco a tirare fuori come spiegazione.
Che cos' stato, allora? insiste, anche lei arrabbiata.
Nella voce ha un'ombra di un gemito, il che rende quasi
impossibile risponderle.-
Mi obbligo a dire: Tutto, mi sa.
Lei non ha ancora oltrepassato la soglia e per un istante
d l'impressione di volersi voltare per andarsene un'altra
volta, poi invece entra e si siede rigida sul divano, al capo
opposto del mio.
E cos avevate... diciamo... una storia?
Io annuisco. Quando ero appena pi grande di te.
Lo amavi?
S.
E lui ti amava?
Si, anche lui.
Quanto siete stati insieme?
Due anni.
Annuisce anche lei e sembra assimilare l'informazione
con calma, poi di colpo il viso le diventa liquido. Si scioglie
nel divano, ma tra le lacrime la voce esce comunque calma e
controllata mentre chiede: Ti ha spezzato il cuore?
Mi viene da dire di s per condividere questo legame,
l'avere avuto entrambe il cuore distrutto, ma ci siamo gi
inoltrate cos tanto nel confessarci verit spiacevoli che so
bene che ora sarebbe un errore guastare tutto con una
bugia.
Veramente sono stata io a spezzarglielo dico.
Oddio reagisce. Allora sei tu!
Chi?
La donna... la donna che gli ha spezzato il cuore, la
donna per cui scrive tutta la sua musica.
Te l'ha detto lui?
Ogni boumedienniano lo sa.
Boumedienniano? mi viene da chiederle, ma invece dico:
S, sono io.
La mano le corre di nuovo alla bocca e immagino stia per
iniziare un altro scoppio di pianto, ma invece lei ride, poi mi
fissa negli occhi con aria di sfida e dice: Devi ammettere
che  ridicolo. Voglio dire, attraverso mezzo paese per allontanarmi
da te e finisco per lavorare con un tizio che ha
un'ossessione per te. Non fa ridere?
Se a uno piace l'umorismo nero... concedo cauta.
No, cazzo,  una comica! Si mette a ridere isterica,
scuotendo la testa e battendo i palmi contro le cosce magre
come stecche sotto i jeans. Dai, seriamente,  come nelle
comiche, no? Evito la buccia di banana ma poi cado in una
pila di merda! Grida quest'ultima parola e il grido la catapulta
in piedi. Inizia ad andare avanti e indietro per la stanza,
la testa ostinatamente bassa, come se nella moquette stesse
cercando l'ispirazione per cosa dire dopo.
Si sposta cos veloce che devo muovere la testa di qua e di
l per poter continuare a guardarla, mentre dico: Lui ha
una grandissima stima per te.
A quella frase si ferma e tutta l'energia che sospingeva le
gambe le sale al viso sotto forma di una furia paonazza alla
Pasek: E come fai a saperlo? Tu non ne sai niente! Qualsiasi
cosa pensasse di me, qualsiasi cosa abbia fatto per me, 
di nuovo mischiata col fatto che sono tua figlia! Sembrava
che ci tenesse tanto a me. Ho sempre pensato che fosse strano,
sai? Pensavo che... che avessimo un qualche legame
speciale, come, non so, come qualcosa di profondo, una
comunione fra insegnante e allieva. Pensavo... Che scema.
Sono stata davvero una scema. Adesso capisco perch ci
teneva cos tanto. Era per via di te.
Non  vero dico calma, stavolta rifiutando di farmi intimidire
dalla sua collera. Ci tiene perch sei la migliore
allieva che lui abbia mai avuto. Me l'ha detto stamattina. Di
gran lunga la migliore, ha detto.
Apre la bocca, ma non risponde, forse perch  troppo
arrabbiata o forse perch si  ricordata che giusto ieri aveva
praticamente dimenticato vergogna e rabbia nell'esaltazione
di aver finito il pezzo in La minore, un pezzo che non sarebbe
mai riuscita a scrivere senza la guida di Jean Paul, senza
il suo profondo e sincero impegno nel nutrirne il talento. Se
ne sta l a guardarmi a bocca aperta per quelli che sembrano
minuti interi, poi scuote la testa e torna a sedersi al capo
opposto del sof. Questa volta per si lascia cadere cos
amorfa sui cuscini che per un attimo sembra inanimata.
In realt non  divertente. Ora tiene la testa riversa
all'indietro sullo schienale e gli occhi chiusi. Anzi, fa schifo.
Non hai idea di quanto faccia schifo essere la figlia di Tasha
Darsky. Poi si alza e mi guarda un po' rammaricata mentre
continua: E lo so che  una cattiveria da dire. Lo so che mi
vuoi bene e che ti fai in quattro, ma  vero. Non  colpa tua.
Tu non sei umana. Sei... sei onnipresente. Non credo ci sia
un posto dove possa avere tregua.
Ti voglio bene da morire dico, perch  tutto ci che
riesco a farmi venire in mente.
Vorrei poterle dire che so di Ben Guerrero, che comprendo
come il cuore le sia stato spezzato dal ragazzo che
amava e poi anche dal professore che idolatrava, che capisco
quanto si senta non amata e non amabile. Vorrei poterle
dire che so che lei crede che sia stata io a renderla cos,
inaccessibile, isolata, con il mio tenerla in un bozzolo, il
mio tenerla per me, la mia onnipresenza, ma che questa
interpretazione di causa ed effetto  troppo semplicistica,
troppo ingiusta e concede troppo a Ben Guerrero. Voglio
dirle che c' una parte di lei che  capace di grande passione,
di grande amore, di grande sincerit, che conosco bene
quella parte e che un giorno un uomo la conoscer anche
lui, che anzi  proprio quella parte che l'ha ricondotta fin
qui per avere questa dolorosa discussione con me. Per 
troppo presto per farle sapere quanto io sia al corrente
degli eventi che l'hanno fatta scappare dall'indiana - che
addirittura ne ho parlato con Jean Paul - e mi sento certa
che prima o poi avr la possibilit di dirle tutto, perch sar
lei a raccontarmi, alle sue condizioni, che cosa  successo
con quel Ben.
Anch'io ti voglio bene ammette gettando di nuovo
indietro languidamente la testa, prima di tirarla improvvisamente
su con uno scatto che sembra fare male. Ma a volte
mi chiedo...
Che cosa?
Non lo so. Qualcosa ha interrotto la strana fluidit del
nostro dialogo e Alex si rialza dal sof per andare verso le
scale.
Che cosa ti chiedi? insisto, perch non voglio che sparisca
in camera proprio adesso.
Lei mi guarda per un po' e sembra davvero che mi stia
squadrando per valutare se valga la pena proseguire la conversazione.
Presumo decida di s, perch con una gamba gi
sul primo gradino e un braccio gi appoggiato sul corrimano,
in modo da sembrare sospesa pi che in piedi, dice: Mi
chiedo che senso abbia essere la Darsky secondaria.
Magari si stava aspettando una grossa reazione a questa
frase, magari no, ma io sono cos allibita che non riesco a
dire niente. Di conseguenza, alzando gli occhi al cielo e
sporgendosi pi esageratamente dal corrimano, Alex chiarisce:
Sai, quando La Grande ha gi fatto tutto quello che
avrei mai potuto sperare di fare... e probabilmente l'ha fatto
al meglio possibile... voglio dire, che senso ha? Tu spezzi i
cuori con facilit e io con facilit mi spezzo. Tu ispiri opere
e io ispiro scenate isteriche. Cio, i nostri geni hanno chiaramente toccato l'apice con te, perci magari dovremmo
lasciare perdere, non credi?
Ora sta salendo le scale, ma non intendo permetterle di
chiudere l il discorso. Una ragazza simile messa in ombra da
me? Il fatto che possa crederlo mi fa quasi ridere e in effetti
ho una sfumatura di riso nella voce mentre le dico: Tu
stai scherzando.
Probabilmente  questo - l'inaspettata, forse vulnerante
sfumatura di riso - che la fa fermare e poi voltarsi lentamente.
Ti sembro una che sta scherzando? chiede e io sono
sorpresa da quanto suoni ferita.
Ma Alex... imploro piano, ora sentendomi in colpa
per quella minima risata, capendo quanto dev'essere difficile
per Alex dire queste cose, per quanto infondate. Pensandoci,
a me ci sono voluti pi di vent'anni per dire le
stesse cose a Jean Paul. Tu hai un talento pazzesco. Incredibile.
Proprio non capisci... La sua voce si affievolisce e la
vedo tendersi di nuovo in viso per la rabbia, prima di fare
un respiro profondo e rilassare i muscoli. Non capisci,
perch tu sei tu.
E tu sei tu.
Lei reagisce alzando gli occhi al cielo con fare drammatico
e io non riesco a immaginare come siamo arrivate a questo
punto, a una conversazione che sembra una farsa. Per
ci siamo arrivate e allora dico ci che avrei pensato fosse evidente.
Alex, ma ti rendi conto che non ho mai voluto altro
che avere il talento che hai tu?
Mi lancia un'occhiata di sprezzo totale come risposta,
uno sguardo che dice raccontane un'altra' e che mi seccherebbe
le parole in gola se non stessi dicendo la verit.
Sai che ho lasciato l'unico uomo che abbia mai amato
perch non riuscivo a fare ci che fai tu... scrivere musica
come quella?
Ora getta le braccia in alto per l'esasperazione, ma vedo
che sta provando su di s le mie parole per capire se le si
addicono.
Lo so che lo sai insisto, perch fino a cinque minuti fa
avrei potuto giurarlo in qualsiasi momento. Lo so che sai
quanto sono orgogliosa del fatto che tu riesca dove io non
sono mai riuscita.
Alza un sopracciglio e invece di contraddirmi o di concordare
chiede soltanto: I Frammenti sonori?
Annuisco. Decisamente imbarazzanti.
Sarebbero anche stati validi, se li avessi finiti.
Per devi ammettere la pungolo, che non c' paragone.
Vedo un sorriso sottile insinuarsi sul suo viso e anche se
poi lei lo sopprime,  ancora nella sua voce quando commenta:
Be', non siamo in concorrenza.
Meglio cos le dico, perch temo che a quel punto la
prima Darsky verrebbe surclassata. E non soltanto nella
composizione. Tu sei una donna molto pi coraggiosa di
quanto credo tu sappia. Pi coraggiosa e pi generosa in
arte e in amore di quanto la tua vecchia mamma possa mai
sperare di essere.
Non allargarti troppo sospira accasciandosi sul gradino
che ha occupato in questi ultimi minuti e lasciando cadere
la testa fra le mani. Non abbiamo ancora fatto pace.
Lo so dico. Ma la faremo.
Gi sospira lei, di nuovo in piedi e diretta verso camera
sua. Probabilmente.


Epilogo.

Dal pubblico emana una frenesia ben nota e assolutamente
terrificante:  l'ansia di chi ha pagato una cifra assurda per
un biglietto e non sa se lo spettacolo varr la pena. Un
tempo la chiamavo energia e la vedevo come una sfida.
Quando sapevo di poterla raccogliere e vincere.
Questa sera, ovviamente, la frenesia  peggio che mai.
Dopotutto per la musica classica questo  l'evento pi
importante degli ultimi cinquant'anni, almeno stando ai
comunicati stampa scritti da mio padre. E l'esibizione d'addio
della grande Tasha Darsky, pubblicizzata da mesi e spinta
fino alla nausea. Stavolta mio padre ha superato se stesso.
Ha scatenato una corsa ai biglietti per il Canto del cigno
(Perch tanto morboso? ha chiesto mia madre, ma a me il
titolo piace) organizzando una sola esibizione e mettendo
sul Times falsi annunci in cui persone inesistenti cercavano
disperatamente dei biglietti, nonostante ce ne fossero ancora
in quantit al botteghino. Queste tattiche si sono dimostrate
cos efficaci che  tutto esaurito da mesi.
Anche da dietro le quinte sento il rombo della folla in sala
e mi chiedo per quale motivo abbiano pagato una cifra tale
per vedere un'artista che lascia la scena perch i suoi concerti
sono diventati noiosi e prevedibili. Che lascia, in altre
parole, perch non  pi brava.
Oh, Tasha, stai diventando pesante mi rimprovera mia
madre quando lo faccio presente a chi  nel camerino.
Tirati su e goditi questa serata.
 di un umore sorprendentemente buono, considerato
che questo  il momento che ha sempre temuto: quello in
cui abbandono e mi dimentico come si suona.  in questo
stato felice e un po' svanito da settimane, dopo che ha avuto
un incidente d'auto in autostrada e se l' cavata solamente
con un braccio rotto.  convinta di avere eluso il destino e
di essersi liberata da una vecchia e persistente maledizione.
Culla amorevolmente il proprio arto ingessato, mentre mio
padre mi dice che, per carit, non devo tirarmi su e non devo
godermi la serata, come se ci garantisse il tipo di esibizione
distaccata e priva di preoccupazioni a cui aveva avuto il
piacere di assistere a Milano. Altro che tirarti su. Pi
pesante sei, meglio  farfuglia mentre si versa da bere da
una bottiglia su un carrello di liquori che qualcuno ha portato
apposta per lui in un angolo.
In un altro angolo c' Alex, che sfoglia una rivista.  la
prima volta che la vedo da quando  tornata a scuola e a
momenti non sarebbe venuta neanche per questa serata.
Perch dovrei venire a vederti gettare la spugna? obiettava
tutte le volte che le chiedevo di esserci. Preferirei vederti
non gettarla. Alla fine per  venuta e anche se riesce a
malapena a guardarmi negli occhi, non mi ha lasciato sola
per tutto il giorno.
Quando arrivo sul palco nel mio abito lungo e bianco di
piume (troppo pacchiano, forse, ma su questo l'ha avuta
vinta mio padre) il rombo frenetico  sparito. C' solo silenzio
mentre prendo posto davanti all'orchestra e il silenzio 
ancora peggio del rombo. Il pubblico  spaventato per me e
provo una gratitudine che una volta avrebbe anche potuto
ispirarmi un'esecuzione particolarmente tenera. Per un attimo
penso che forse dopotutto non li deluder, che la mia
tecnica, spronata da quanto loro tengano a me, ne sar ringiovanita.
Ma non appena la musica inizia so gi che non
accadr. Il mio cuore rallenta, io mi faccio calma e quasi
annoiata, solo minimamente cosciente di stare suonando il
Concerto per violino di Brahms, quella musica piena di frustrazione
e desiderio che una volta era nervosamente mia e
ora non lo  pi. La suono come se fosse qualcosa che mi
sono fatta prestare da un'amica, qualcosa che mi hanno
chiesto di tenere in caldo finch non torna il vero proprietario.
Il pubblico si mantiene distante, accorgendosi che la
musica non  fatta perch gliela possa offrire io. Li sento
svincolarsi finch non riesco pi a intuirli e mi ritrovo sola
nel teatro, a fare unicamente i gesti senza produrre alcuna
musica. Ho perso il desiderio di lottare con lo spartito, di
combattere per avere una voce mia, di lanciarmi con il compositore
in un litigio fra innamorati. E dopotutto  per questo
che lascio. Allora cosa si aspettavano? mi chiedo mentre
raggiungo con sollievo l'ultima battuta.
Per non riesco a non sentirmi in colpa per la scatenata
ovazione, per le grida di bis! che sono soltanto dei disperati
tentativi da parte degli spettatori di convincersi di non
avere buttato via i soldi. So di averli delusi. Sento la voce di
mio padre che grida bis! pi forte degli altri, dal centro
della prima fila. Io sono in piedi alla ribalta, a non pi di tre
metri da lui, ma naturalmente non riesco a vedere in platea
e di colpo mi sento depressa per tutto questo. Allora  cos
che finisce? penso. Cos e basta? Opacit fra me e il mio pubblico,
nessun contatto e niente musica in sala?
Mi immagino mio padre mentre grida bis! unicamente
per salvare le apparenze. Immagino mia madre che culla il
proprio braccio ingessato e si rende conto che questo mese
solo uno di noi potr eludere il fato. Immagino Masterson,
che ieri sera mi ha fatto arrivare a casa un enorme mazzo di
fiori con un bigliettino che diceva Star in ascolto, sperando
che tu cambi idea: da qualche parte star scuotendo la
testa, dandomi per persa. Poi immagino mia figlia, seduta
accanto a quella voce possente che in platea grida "bis!" pi
forte di tutti. E prima che io possa essere sopraffatta da ulteriori
pensieri malinconici, vengo sopraffatta da qualcos'altro:
la mia musica, che si impadronisce di me.
Lascio cadere i mazzi di fiori che mi sono arrivati da ogni
angolo e ritorno al mio posto davanti all'orchestra. Mentre
prendo il violino dalla custodia, il silenzio cade sulla sala.
Quasi riesco a sentire il pensiero collettivo: Non dicevamo
sul serio. Ti prego, basta.
Libero una nota tremenda:  espansiva, esuberante e si
mischia con un urlo strozzato ed euforico dal centro della
prima fila, che non sono sicura che qualcun altro abbia sentito.
La nota  seguita da una serie di battute intricate e caotiche
che solo un'immaginazione sfarzosamente prodiga
come quella di mia figlia avrebbe potuto evocare.
Improvviso parecchio, suonando col violino la melodia di
un pezzo pensato per un'orchestra al completo, ma l'essenza
c' tutta: la ricordo nota per nota, e come potrebbe essere
altrimenti? Non  altro che il suono di Alex, il suo qualcosa
di meravigliosamente nuovo e io sono dentro a un
brano come non lo ero da anni. Come non lo ero da quando
avevo capito quanto Jean Paul mi odiasse e subito, per
un po', avevo perso la voglia di combattere. Non che stia
combattendo ora: no, ho esaurito quel modo di rapportarmi
alla musica, l'ho suonato fino all'ultima nota, letteralmente.
Ma perch dovrei combattere con questa musica? E il suono
di mia figlia e mi ci prostro davanti senza difese e senza
opporre resistenza. Lo sento scivolare su ogni parte di me e
dentro di me e quando scivola di nuovo fuori  trasformato
dal mio amore. Ho un bisogno lancinante di fare uscire la
piena potenza latente in questo spartito.
E so che ci sto riuscendo, perch sento l'orchestra ansimare
dietro di me e il pubblico avvicinarsi. Li sento esplorare i
contorni di questo nuovo luogo musicale in cui li ho portati
e sento che anche loro amano questa musica e con lei mia
figlia. Li sento amare tutti quelli che amo io, perch ogni persona
che io abbia mai amato si  ora fatta strada in queste
note: la mia intera vita si  fatta strada fra queste ricche e
grandi melodie, perch dopotutto che cos' la mia vita se
non le persone e le cose che ho amato, nel bene e nel male?
Il profumo intenso e misterioso di Robert Masterson, sherry e sigari, sale dalla precisione matematica delle intricate melodie che prendono lentamente forma dalle note scatenate; la sensazione stranamente rassicurante della mano di Pasek sul mio stomaco arriva dalle insolenti fantasticherie che irrompono nello spartito nelle occasioni pi impensate; in una particolare progressione non modulante c' il mio Grande Artista che mi d la mia prima delusione amorosa e perfino mio padre tuona la propria devozione all'arte dall'interno di fioriture che aggiungo per capriccio.
E Jean Paul... Jean Paul pervade tutto. Pervade questa musica, rendendola diversa da qualsiasi cosa mai creata prima; pervade le nostre stesse persone, intriso nei nostri geni, cos che i suoi occhi blu-neri mi guardano dal viso di Alex.  dappertutto in questa musica, ma anche da nessuna parte, perch lei gli ha preso le idee e se n' impadronita.
E io lo amo. Lo amo perch le ha dato questa musica e perch ha dato a me la mia, quel glorioso combattere con le note di cui da un po' avevo perso la voglia. E lo amo anche semplicemente perch lo amo, l'ho sempre amato e lo amer sempre.
C' anche mia madre, ovvio, che sussurra piccole scene in colori tenui, note delicate ed esitanti che risuonano qualche strato sotto la superficie. E l, insieme alla ragazzina nel dipinto, anche se in questa musica la ragazzina non  affatto triste.  libera.
Naturalmente per a essere stata davvero liberata  Alex, che vibra estaticamente per ogni centimetro della Carnegie Hall, scintillando nell'aria. Odo ogni sua et, ogni stadio del suo librarsi sopra il pubblico e voglio rimanere l a lasciarmi andare ai ricordi con ognuno di loro, per sempre. Voglio che questa musica non finisca mai. Per lo fa. Arrivare all'ultima battuta  uno strappo lancinante, un lacerarsi di carni; e dapprima fraintendo il terrificante ruggito che mi saluta per un suono che viene da dentro di me, il mio urlo animalesco.
Solo un secondo dopo mi accorgo che quel suono assordante arriva dagli spettatori ed  un rumore gioioso. Sono tutti in piedi, sulle poltrone, che urlano, strepitano e si comportano in un modo totalmente disdicevole per il pubblico della Carnegie Hall.
Cerco di assorbirla tutta, questa ovazione come non ho mai avuto. Mentre lo sto facendo, una singola et di Alex echeggia dai lampadari: ha quattro anni e un sorriso strampalato.
Mi dice che sono grande come il mare. Io le faccio un sorriso altrettanto strampalato e le dico che anche lei  grande. E in quel momento sono di nuovo una musicista.
...
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Per i lumi offerti sulla vita di una violinista professionista, devo ringraziare moltissimo Sonya Chung. Per aver risposto alle mie domande sul mondo dei compositori contemporanei, la mia gratitudine va a Dmitri Tymoczko: naturalmente qualsiasi errore eventualmente commesso nell'utilizzo delle risposte in questo romanzo  solo mio.
Sono in debito con Mimi Cheng, Samantha Goldstein, Ilana Kurshan, Tom Kelly e Nicholas Weiss per avere letto e commentato le prime stesure. Ancora maggiore  il mio debito con Alexis Offen e soprattutto con Rachel Elkin Lebwohl per avere letto e commentato fin troppe altre stesure.
Non avrei potuto scrivere questo libro senza il sostegno emotivo e finanziario di Tom Kelly e le brillanti intuizioni e i consigli della mia agente, Sarah Burnes. Chris Lamb, l'assistente di Sarah, ha una cultura enciclopedica e, bench a volte la cosa mi metta in soggezione, ancora non mi capacito della fortuna di avervi potuto attingere. Il calore e la comprensione con cui Deb Futter si  dedicata a questo libro allevia le mie preoccupazioni nel momento di offrirlo al mondo, mentre le gioviali e-mail della sua assistente Dianne Choie hanno alleviato qualsiasi altra preoccupazione.
Infine, in termini di amore e incoraggiamento, ho l'incredibile fortuna di avere accanto nella mia vita persone cos straordinarie come mia sorella Danielle Goldstein, mio padre Sheldon Goldstein, Steven Pinker, Gabriel Love e naturalmente mia madre, Rebecca Goldstein, che non smette mai di essermi d'ispirazione, riuscendo ogni giorno in ci che sembra impossibile: essere una madre migliore grazie alla propria arte e un'artista migliore grazie al proprio consumato talento di madre.
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FINE.