Andr Gide.
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L'immoralista.
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Titolo originale: L'Immoraliste.
Traduzione di: Eugenio Giovannetti. 
1945. Jandi Sapi Editore. MILANO - ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Limmoralista del titolo  Michel, lio narrante che ascoltiamo in una sorta di confessione davanti a tre amici richiamati a s per aiutarlo a uscire da uno stato di torpore fisico e mentale derivante dalla consapevolezza del male commesso, ma incapace di reagire da solo. Siamo a cavallo fra otto e novecento, Michel sposa una donna che non ama veramente e durante il viaggio di nozze in Africa, in quella terra calda e sensuale, inizier un viaggio dentro se stesso per liberarsi dalla rigidit puritana e convenzionale, lasciandosi andare alla sensualit e, attraverso questa, alla affermazione del vero s. Questo percorso, tuttavia, seppure mascherato da una patina intellettuale che porta limpronta del nichilismo nietzchiano, nasconde in realt pulsioni ben pi difficili da confessare, e si trasformer in nulla pi che nellaffermazione del proprio egoismo e della propria granitica volont edonistica.
Il percorso interiore di Michel  anche un percorso reale: quando va in Africa  debole e malato: la malattia per la prima volta lo costringe a prestare attenzione al corpo; in seguito la guarigione fisica lo convincer della necessit di approfittare della salute e del vigore per appagare i propri impulsi sensuali. Tuttavia Michel non riesce a staccarsi totalmente dalle convenzioni, tornato in Francia cercher di adattarsi ad una vita pi convenzionale, con un lavoro e la moglie in attesa di un figlio. Ma mentre dentro di lui matura sempre di pi la necessit di dare sfogo al proprio vero s nellaffermazione della propria volutt, parallelamente Marceline si fa sempre pi debole, quasi soffocata dalla spinta edonistica del marito. Perde il bambino, Michel la convince dellopportunit di un nuovo viaggio nei luoghi che li hanno visti felici, anche se in realt il suo desiderio  quello di ritrovare quella primordiale gioia sensuale che aveva conosciuto in Africa. Marceline lo asseconda, ma  debilitata e peggiora via via nel proseguio del viaggio, il meridione, lItalia, lAfrica. Eppure Michel va avanti, sempre pi a sud, fino alla fine.
Quando tutto  terminato Michel, quasi attonito, chiede aiuto agli amici, consapevole del proprio delitto: ma forse  troppo tardi e lagire vizioso ha ormai preso il sopravvento. Eppure Michel si rende conto che la vita edonistica da lui teorizzata non pu avere pretese razionali, e come Gide, seppure fortemente attratto da tali lusinghe, cerca di vincerle ma non per conformismo, bens per un pi alto imperativo etico.
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L'AUTORE.
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Andr Gide (Parigi, 22 novembre 1869. Parigi, 19 febbraio 1951)  stato uno scrittore francese, premio Nobel per la letteratura nel 1947.
I temi centrali dell'opera e della vita di Andr Gide sono stati affermare la libert, allontanarsi dai vincoli morali e puritani, ricercare l'onest intellettuale che permette di essere pienamente s stessi, accettando la propria omosessualit senza venir meno ai propri valori.
Influenzato dagli scritti di autori come Goethe, Victor Hugo, Dostoevskij, Stphane Mallarm, Nietzsche, Joris-Karl Huysmans, Rabindranath Tagore e l'amico Oscar Wilde, scrisse varie opere di stampo autobiografico e di narrativa ed espose spesso al pubblico il conflitto e, a volte, la riconciliazione tra le due parti della propria personalit, divise dalla rigida educazione e dalle meschine regole sociali ed etiche impostegli dalla societ della sua epoca.
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L'IMMORALISTA
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Ti lodo Signore, per avermi fatto creatura cos ammirabile.
SALMI 139. 44.
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PREFAZIONE.
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Do questo libro per quello che vale.  un frutto pieno di cenere amara; somiglia alle colochinte del deserto, che crescono nei luoghi calcinati e non presentano alla sete se non una pi atroce arsura, ma sulla sabbia d'oro non sono senza bellezza.
Se avessi dato il mio eroe come esempio, bisogna convenire che sarebbe stato un bel buco nell'acqua. I pochissimi che vollero occuparsi dell'avventura di Michele, lo fecero soltanto per vituperarlo con tutta la forza della loro bont. Non avendo invano ornato di tante virt Marcellina, non si perdonava a Michele il non preferirla a se stesso.
Se avessi invece dato questo libro come un atto d'accusa contro Michele, non sarei riuscito meglio, perch nessuno mi fu grato dell'indignazione ch'esso provava contro il mio eroe. Questa indignazione pare che la si risentisse, mio malgrado; da Michele essa traboccava su di me; e si era pronti a confondermi con lui.
Ma non ho voluto fare in questo libro non pi atto d'accusa che apologia, e mi sono guardato dal giudicare. Il pubblico non ammette pi oggi che l'autore, a seconda dell'azione che dipinge, non si dichiari favorevole o contrario. Ma non basta: si vorrebbe addirittura che pigliasse partito nel corso stesso del dramma: che si pronunciasse nettamente per Alceste o per Filinto, per Amleto o per Ofelia, per Fausto o Margherita, per Adamo o per Geova. Io non pretendo, certo, che la neutralit (stavo per dire: l'indecisione) sia il sicuro segno d'un grande spirito, ma credo che molti grandi spiriti sieno stati sempre assai restii a concludere - e che porre bene un problema, non  un supporlo gi da prima risoluto.
Uso di contraggenio qui la parola "problema". A dir vero, non ci sono problemi in arte, di cui l'opera d'arte stessa non sia la sufficiente soluzione.
Se per "problema" s'intende "dramma", dir che quello che questo libro racconta, pur rappresentandosi nell'anima stessa del suo eroe,  tuttavia troppo generale per restare circoscritto nella sua singolare avventura. Non ho la pretesa d'averlo inventato questo problema: esisteva gi prima del mio libro. E che Michele trionfi o soccomba, il problema continua a sussistere, e l'autore non propone come accertato n il trionfo n la disfatta.
Se poi qualche spirito distinto non ha consentito a vedere in questo dramma che il racconto d'un caso bizzarro, e nel suo eroe che un malato; se hanno misconosciuto che possono sussistervi alcune idee molto urgenti e d'interesse assai generale, la colpa non  di queste idee n di questo dramma:  del suo autore, e mi riferisco senz'altro alla sua inettitudine - anche se abbia messo in questo libro tutta la sua passione, tutte le sue lacrime e tutta la sua cura. Ma l'interesse reale di un'opera e quello che il pubblico d'un giorno vi porta son due cose assai differenti. Si pu, io credo, senza troppa fatuit, preferire il rischio di non interessare il primo giorno, con cose interessanti all'appassionare senza domani un pubblico avido d'insulsaggini.
Del resto, non mi sono studiato di provare cosa alcuna, ma di dipinger bene e di mettere bene in luce il dipinto.
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A HENRI GHON, suo bravo compagno. Andr Gide.
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(Al signor D. R. presidente del consiglio)
Sidi b. M., 30 luglio 1895.
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S, avevi colto nel segno. Michele ci ha parlato, caro fratello. Ed eccoti il racconto che ci ha fatto. Tu l'avevi chiesto; io te l'avevo promesso; ma al momento di mandartelo esito ancora, e pi lo rileggo, pi mi pare orribile. Che penserai tu del nostro amico? E, d'altra parte, che ne penso io stesso. Lo condanneremo senza appello, negando che si possano mai volgere al bene facolt che si manifestano cos crudeli? Ma c' pi d'uno, oggi, temo, che oserebbe riconoscersi in simile racconto. Si potrebbe mai considerare come immaginario l'impiego di tanta intelligenza e forza, o rifiutare a tutto ci diritto di cittadinanza?
In che cosa Michele pu servire lo Stato? Confesso che l'ignoro. Un'occupazione gli  necessaria. L'alta posizione che ti hanno valso i tuoi grandi meriti, il tuo grande potere, ti permetteranno di trovarla? Affrettati. Michele  devoto; lo  ancora: fra poco non lo sar pi che a se stesso.
Ti scrivo sotto un azzurro perfetto. Noi, Dionigi, Daniele ed io, siamo gi qui da dodici giorni e mai una nuvola, mai un velarsi del sole. Michele dice che il cielo  cos puro da due mesi.
Io non sono triste n gaio. L'aria qui vi riempie d'una lievissima esaltazione e vi mette in uno stato che pare tanto lontano dalla gaiezza quanto dalla pena: forse  la felicit.
Noi restiamo accanto a Michele. Non vogliamo lasciarlo. Capirai perch, se vorrai leggere queste pagine. Attendiamo dunque qui, in casa sua, la tua risposta. Non tardare.
Sai quale amicizia di collegio, forte gi e ogni anno accresciuta, legasse Michele a Dionigi, a Daniele, a me. Tra noi quattro una specie di patto fu concluso: al menomo appello dell'uno dovevano rispondere gli altri tre. Quando dunque ricevetti da Michele quel misterioso grido di allarme, avvertii immediatamente Daniele e Dionigi, e tutt'e tre, piantando ogni cosa, partimmo.
Non avevamo rivisto Michele da tre anni. Si era ammogliato, aveva condotto la moglie in viaggio e, al suo ultimo passaggio per Parigi, Dionigi era in Grecia, Daniele in Russia, io rattenuto, lo sai, presso nostro padre malato. Non eravamo tuttavia rimasti senza notizie; ma quelle che ci avevano date Silas e Will non avevano potuto che sorprenderci. Un cambiamento si produceva in lui, che noi non comprendevamo ancora. Non era pi il puritano dottissimo ch'era sempre stato, dai gesti goffi a forza d'esser convinti, dagli sguardi cos limpidi che sovente, dinnanzi ad essi i nostri troppo liberi discorsi si fermavano. Era... Ma a che serve indicarti gi quello che il suo racconto ti spiegher?
A te dunque  indirizzato questo racconto, tal quale Dionigi, Daniele ed io l'abbiamo sentito. Michele lo fece sulla sua terrazza, dove accanto a lui, noi eravamo distesi nell'ombra, al chiaror delle stelle. Alla fine, abbiamo visto levarsi il giorno sulla pianura. La casa di Michele la domina, come fa il villaggio poco distante. Col gran calore, falciate tutte le messi, quella pianura somiglia al deserto.
La casa di Michele, bench umile e bizzarra,  graziosa. D'inverno ci si patirebbe il freddo, perch non ci sono vetri alle finestre, o, meglio, non ci sono affatto finestre ma vasti buchi nei muri. Il tempo  cos bello che dormimmo all'aria aperta, su stuoie.
Devo dirti ancora che avevamo fatto un buon viaggio. Siamo arrivati qui di sera, estenuati dal caldo, ebbri di novit, essendoci fermati appena in Algeri; poi a Costantina. Da Costantina nuovo treno ci condusse a Sidi b. M. dove un carretto ci attendeva. La strada cessa lontano dal villaggio. Questo  annidato in cima ad una roccia, come certi paesini dell'Umbria. Salimmo a piedi. Le valigie erano state caricate su due muli. Per chi ci arrivi da quella parte, la casa di Michele  la prima del villaggio. Un giardino chiuso da muri bassi o piuttosto un recinto la circonda, dove crescono tre melograni curvati ed un superbo oleandro. Un ragazzo kabilo era l, che fugg al nostro arrivo scavalcando il muricciolo senza complimenti.
Michele ci ha ricevuti senza alcun segno di gioia; semplicissimo, pareva temesse ogni manifestazione di tenerezza: ma sulla soglia dapprima abbracci ciascuno di noi tre gravemente.
Sino alla notte non iscambiammo dieci parole. Un pranzo d'una frugalit quasi estrema era pronto in una sala le cui decorazioni suntuose ci meravigliarono, ma che ti spiegher il racconto di Michele. Poi ci serv il caff, che prese cura di fare lui stesso. Salimmo poi sulla terrazza la cui vista s'estendeva all'infinito: e tutt'e tre, simili ai tre amici di Giobbe, aspettammo, ammirando sulla pianura in fuoco, il rapido declinare della giornata.
Quando fu la notte, Michele disse:
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PARTE PRIMA.
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Capitolo 1.
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Cari amici, vi sapevo fedeli. Al mio appello siete accorsi proprio come io avrei fatto al vostro. Eppure non mi vedevate pi da tre anni. Possa la vostra amicizia, che resiste cos bene all'assenza, resistere altrettanto bene al racconto che voglio farvi. Poich se v'ho chiamati d'improvviso e vi ho fatto viaggiare sino alla mia casa lontana,  per vedervi soltanto e perch voi possiate ascoltarmi. Non voglio altro soccorso che questo parlarvi, perch sono a tal punto della mia vita ch'io non posso pi oltrepassare. Eppure non  stanchezza. Ma non capisco pi. Ho bisogno: bisogno di parlare, vi ripeto. Saper liberarsi non  niente: il difficile  saper mantenersi libero. Permettetemi di parlarvi di me: sto per raccontarvi la mia vita, semplicemente, senza modestia e senza orgoglio, pi semplicemente che se parlassi a me stesso. Ascoltatemi.
L'ultima volta che ci siamo visti, era, mi ricordo nei dintorni d'Angers, nella chiesetta di campagna in cui si celebrava il mio matrimonio. Il pubblico era poco numeroso, e l'eccellenza degli amici faceva di questa banale cerimonia qualcosa di commovente. Mi pareva che tutti fossero commossi e questo commoveva me stesso. In casa di quella che diventava mia moglie, un breve pasto vi un a noi all'uscire dalla chiesa. Poi la vettura ordinata ci condusse via, secondo l'uso che nei nostri spiriti unisce l'idea d'un matrimonio con quella d'un marciapiede donde si parte.
Conoscevo pochissimo mia moglie e, senza soffrirne troppo, pensavo che neppur lei mi conoscesse. L'avevo sposata. L'avevo sposata senza amore e sopratutto per compiacere mio padre che, morendo, non avrebbe voluto lasciarmi solo. Amavo mio padre teneramente. Angosciato dalla sua agonia non pensai in quei tristi momenti che a rendergli pi dolce la fine: e cos impegnai la mia vita prima ancora di sapere quel che la vita fosse. Il nostro fidanzamento al capezzale del morente fu senza festa ma non senza una grave gioia, tanto fu grande la pace che mio padre ne ottenne. Se non amavo, come vi ho detto, la mia fidanzata, almeno non avevo amato alcun'altra donna. Questo bastava ai miei occhi per assicurare la nostra felicit; e, ignorando ancora me stesso, credetti di darmi tutto a lei. Era orfana anche lei e viveva con due suoi fratelli. Marcellina aveva appena vent'anni: io ne avevo quattro pi di lei.
Ho detto che non l'amavo in modo alcuno. Per lo meno non provavo per lei niente di quel che si suol chiamare amore, ma l'amavo nel significato della tenerezza, d'una specie di piet, infine d'una stima abbastanza grande. Lei era cattolica ed io sono protestante... ma io credevo esserlo cos poco. Il prete m'accett, io accettai il prete, e tutto pass alla pari.
Mio padre era, come suol dirsi "ateo": o almeno lo suppongo, non avendo io, per una specie di pudore che credo egli dividesse, mai potuto parlare con lui delle sue credenze. Il grave insegnamento ugonotto di mia madre s'era, con la sua bella immagine, lentamente cancellato dal mio cuore. Sapete che la perdetti giovane. Non sospettavo ancora quanto quella prima morale di fanciullo ci domini, n quale pieghe lasci allo spirito. Quella specie d'austerit di cui mia madre m'aveva lasciato il gusto con l'infondermene i principii, la consacrai tutta agli studi. Avevo quindici anni quando perdetti mia madre: mio padre s'occup di me, mi circond e fece dell'istruirmi una passione. Sapevo gi bene il latino e il greco: con lui imparai presto l'ebraico, il sanscrito, ed infine il persiano e l'arabo. Verso vent'anni ero cos riscaldato ch'egli osava associarmi ai suoi lavori. Gli piaceva elevarmi a suo pari e me ne volle dare una prova. Il Saggio sui culti frigi, che apparve sotto il suo nome, fu opera mia. Egli l'aveva appena riveduto. Niente mai gli aveva fruttato tanti elogi. Ne fu entusiasta. Per me, ero confuso al vedere quella soperchieria riuscire. Ma ormai ero lanciato; e gli scienziati pi eruditi mi trattavano come loro collega. Sorrido ora di tutti gli onori che mi si fecero. Arrivai cos ai venticinque anni, non avendo mai guardato quasi altro che rovine e libri, e non sapendo niente della vita. Mettevo nel lavoro un singolare fervore. Amavo alcuni amici (tra cui voi) ma piuttosto l'amicizia che gli amici stessi. La mia devozione per essi era grande, ma non era che il bisogno di nobilt. Io vagheggiavo in me ogni bel sentimento. Del resto ignoravo gli amici come ignoravo me stesso. Non mi balen neppure per un istante l'idea che avessi potuto condurre un'esistenza diversa, n che si potesse vivere diversamente.
A mio padre ed a me bastavano cose semplici. Spendevamo cos poco tutt'e due ch'io arrivai ai venticinque anni senza sapere che eravamo ricchi. Senza pensarci troppo, immaginavo che avessimo soltanto di che vivere: ed io avevo preso, accanto a mio padre, abitudini d'economia tali che fui quasi imbarazzato quando capii che possedevamo molto di pi. Ero a tal punto estraneo a cose simili, che, anche dopo morto mio padre, di cui ero l'unico erede, ce ne volle perch mi facessi del mio patrimonio un'idea pi chiara e fu soltanto in occasione del mio contratto di matrimonio, e per accorgermi soltanto che la dote di Marcellina era quasi niente.
Un'altra cosa che ignoravo, forse anche pi importante, era che la mia salute era delicatissima. Come l'avrei saputo, non avendola mai messa alla prova? Avevo reumi di quando in quando e li trascuravo. La vita troppo calma che conducevo m'indeboliva e mi preservava ad un tempo. Marcellina, al contrario, pareva robusta: e che lei lo fosse pi di me, dovemmo apprendere ben presto.
La sera stessa delle nostre nozze dormimmo nel nostro appartamento di Parigi, dove ci avevano preparato due stanze. Non restammo a Parigi che il tempo necessario per indispensabili acquisti, poi raggiungemmo Marsiglia, da cui ci imbarcammo immediatamente per Tunisi.
Le cure urgenti, lo stordimento degli ultimi avvenimenti troppo rapidi, l'indispensabile emozione delle nozze, che sopraggiungeva cos presto a quella, pi reale, del mio lutto: tutto questo m'aveva spossato. Soltanto quando fui sul bastimento, potei avvertire la mia stanchezza. Sino ad allora ogni occupazione, accrescendola, me ne aveva distratto. L'ozio obbligato della vita di bordo mi permetteva finalmente di riflettere. Era, mi pareva, la prima volta.
Per la prima volta anche acconsentivo ad essere lungamente privo del mio lavoro. Sino ad allora non m'ero concesso che brevi vacanze. Un viaggio in Ispagna con mio padre, poco dopo la morte di mia madre, era durato,  vero, pi d'un mese: un altro, in Germania, sei settimane. Altri ancora ce ne erano stati, ma sempre viaggi di studio. Mio padre non vi si distraeva dalle sue ricerche sempre precisissime. Io, appena cessavo di seguirlo, leggevo. Eppure, appena nel viaggio di nozze salpati da Marsiglia, si ravvivarono in me diversi ricordi di Granata e di Siviglia, di cielo pi puro, d'ombre pi franche, di feste, di risa e di canti. Ecco quello che stiamo per ritrovare, pensavo. Salii sul ponte del bastimento e guardai Marsiglia che s'allontanava.
Poi, d'un tratto, pensai che lasciavo un po' sola Marcellina.
Era seduta sul davanti: m'avvicinai e, per la prima volta veramente, la guardai.
Marcellina era molto carina. Voi lo sapete: l'avete vista. Mi rimproverai di non essermene accorto prima. La conoscevo troppo per vederla come novit: le nostre famiglie erano stato sempre intime, ed io l'avevo vista crescere: ero abituato alla sua grazia... Per la prima volta mi meravigliai, tanto quella grazia mi parve grande.
Su d'un semplice cappello di paglia nera lasciava ondeggiare un gran velo. Era bionda ma non pareva gracile. La gonna ed il corpetto simili erano fatti d'uno scialle scozzese che avevamo scelto insieme. Non avevo voluto che lei portasse l'ombra del mio lutto.
Sent che la guardavo e si volse verso di me... Fino ad allora non avevo avuto per lei che una premura officiosa: m'ingegnavo a sostituire l'amore con una specie di galanteria fredda che, me ne accorgevo, l'importunava un po'. Sent Marcellina che, quella volta, la guardavo in un modo nuovo? A sua volta mi guard fissamente, poi, molto teneramente mi sorrise. Senza parlare, io mi sedetti accanto a lei. Avevo vissuto sino ad allora per me, o almeno secondo me. M'ero ammogliato senza immaginare in mia moglie altra cosa che una compagna: senza riflettere con la debita precisione che dal matrimonio la mia vita potesse essere cambiata. Avevo capito finalmente che l cessava il monologo.
Eravamo tutt'e due soli sul ponte. Lei mi porse la fronte. Io la strinsi dolcemente contro di me. Lei lev gli occhi: ed io la baciai sulle palpebre, e sentii d'improvviso, per effetto di quel bacio, una piet nuova. Essa m'emp talmente violenta che non potei rattenere le lacrime.
- Che cosa hai? mi chiese Marcellina.
Cominciammo a parlare. I suoi graziosi discorsi mi rapirono. M'ero fatto, come avevo potuto, qualche idea sulla sciocchezza delle donne. Accanto a lei, quella sera, fui io che mi trovai goffo e stupido.
Cos dunque quella cui io congiungevo la mia vita, aveva la sua vita propria e reale. L'importanza di quel pensiero mi risvegli pi volte nella notte. Parecchie volte m'alzai sulla cuccetta, per vedere nell'altra, al disotto, Marcellina, mia moglie, dormire.
L'indomani il cielo era splendido: il mare quasi calmo. Alcune tranquille conversazioni diminuirono ancor pi il nostro impaccio. Il matrimonio cominciava davvero. Al mattino dell'ultimo giorno d'ottobre sbarcammo a Tunisi.
La mia intenzione era di non restarci che pochi giorni. Vi confesser la mia stupidaggine: in quel paese nuovo niente m'attirava al di fuori di Cartagine e delle rovine romane: Timgat di cui Ottavio m'aveva parlato, i mosaici di Susa, e, sopratutto, l'anfiteatro di El Djem, dove mi proponevo di correre al pi presto. Bisognava dapprima giungere a Susa, di l prendere la vettura postale. Non avrei voluto che, prima di quel momento, ci fosse alcuna cosa degna d'occuparmi.
Eppure Tunisi fu una grande sorpresa. Scosse da sensazioni nuove si svegliano in me certe parti, certe facolt addormentate che, non avendo ancora servito, avevano serbato tutta la loro misteriosa giovinezza. Ero pi meravigliato, stordito, che divertito, e quella che sopratutto mi piaceva era la gioia di Marcellina.
La mia stanchezza intanto diventava ogni giorno pi grande: ma avrei trovato vergognoso il cederle. Tossivo e sentivo alla sommit del petto uno strano fastidio. Andiamo verso il sud, pensavo; il calore mi rimetter.
La diligenza di Sfax lascia Susa la sera, alle otto; e traversa El Djem a un'ora del mattino. Avevamo rattenuti i posti del coup. M'aspettavo di trovare un gabbione impossibile, e ci trovammo invece abbastanza comodamente installati. Ma che freddo! Per quale puerile fiducia nella dolcezza del clima meridionale, in abiti leggeri tutt'e due, non avevamo preso che uno scialle? Appena usciti da Susa e dal riparo delle sue colline, cominci a soffiare il vento. Faceva di gran balzi sulla piana, urlava, fischiava, entrava per ogni fessura delle portiere: niente poteva liberarcene. Arrivammo intirizziti: io, per di pi, estenuato dagli sbalzi della vettura e da un'orribile tosse che mi scuoteva ancor pi. Che notte!
Arrivati ad El Djem, non c'era un albergo: un orribile bordj ne faceva le veci. Che fare? La diligenza ripartiva. Il villaggio era addormentato. Nella notte, che pareva immensa, s'intravvedeva vagamente la massa informe delle rovine: dei cani urlavano. Rientrammo in uno stanzone terroso dov'erano preparati due miserabili letti. Marcellina tremava di freddo ma l almeno il vento non ci raggiungeva pi.
L'indomani fu un giorno tetro. Fummo sorpresi, all'uscire, nel trovare un cielo uniformemente grigio. Il vento soffiava ancora ma meno impetuoso che il giorno prima. La diligenza non doveva ripassare che alla sera. Fu, vi dico, un giorno lugubre. L'anfiteatro, percorso in pochi istanti, fu una delusione: mi parve persino brutto sotto quel cielo atono. Forse ci contribuiva anche la stanchezza, aumentando la mia noia. Verso la met del giorno, non avendo di meglio a fare, ci ritornai, cercando invano qualche iscrizione sulle pietre. Al riparo dal vento, Marcellina leggeva un libro inglese che, per fortuna, aveva portato con s. Tornai a sedermi accanto a lei.
- Che giornata nera! Non t'annoi troppo? le chiesi.
- No: vedi, sto leggendo.
- Che ci siamo venuti a fare qui? Tu non hai freddo almeno?
- Non troppo. E tu? Ma lo vedo: sei pallidissimo.
- No...
La notte il vento riprese forza. Finalmente la diligenza arriv. Ripartimmo.
Ai primi scossoni mi sentii spezzato, Marcellina stanchissima, s'addorment subito sulla mia spalla. Ma la mia tosse la risveglier, pensai: pian piano, sollevandomi, la inclinai verso il lato della vettura. Eppure, non tossivo pi, no, sputavo. Era una novit e mi ci adattai presto. Mi veniva da sputare ogni tanto, a intervalli uguali. Era una sensazione cos bizzarra che dapprima quasi mi ci divertii, ma fui ben presto nauseato dallo strano sapore che la cosa mi lasciava in bocca. Il mio fazzoletto fu ben presto fuor d'uso. Ne avevo gi piene le dita. Dovevo risvegliare Marcellina?... Per fortuna mi ricordai d'un gran foulard che lei aveva passato alla cintura. Me ne impadronii pian piano. Gli sputi, che non rattenni pi, vennero con maggiore abbondanza. Ne ero straordinariamente sollevato.  la fine del raffreddore, pensai. D'un tratto mi sentii debolissimo. Tutto prese a girarmi dintorno e credetti d'essere vicino a svenire. La devo risvegliare? Ah, che vergogna! (ho conservato, credo, dalla mia infanzia puritana l'odio d'ogni abbandonarsi per debolezza, e lo considero senz'altro vilt). Mi ripresi, m'aggrappai, finii per dominare la vertigine... Mi credetti sul mare di nuovo, e il rumore delle ruote divent il rumore dell'onda... Ma avevo cessato di sputare.
Poi caddi in una specie di sogno.
Quando ne sortii, albeggiava gi. Marcellina dormiva ancora. Ci avvicinavamo. Il foulard che tenevo in mano era scuro, in modo che non ci si distingueva niente dapprima, ma quando trassi di tasca il mio fazzoletto vidi che era pieno di sangue.
Il mio primo pensiero fu di nascondere quel sangue a Marcellina. Ma come? Io ne era tutto macchiato: ne vedevo dappertutto ora... le mie dita soprattutto... Avr perduto sangue dal naso. Proprio cos! Se lei interroga, le dir ch' sangue dal naso.
Marcellina dormiva ancora. Si arriv. Ella dovette discendere dapprima e non vide nulla. Ci avevano riservato due stanze. Io potetti slanciarmi nella mia, lavare, far disparire il sangue. Marcellina non aveva visto niente.
Mi sentivo tuttavia molto debole e feci portare del the per tutt'e due. E mentre lei lo preparava, molto calma, un po' pallida lei stessa, sorridente, una specie d'irritazione mi venne perch lei non aveva saputo veder niente. Mi sentivo ingiusto,  vero. Mi dicevo: se lei non sa niente  perch nascondevo bene. Non importa: non seppi tenermi. Il bisogno crebbe in me come un istinto: m'invase. Alla fine fu troppo forte. Non mi tenni pi. Quasi distrattamente le dissi:
- Questa notte ho sputato sangue.
Essa non di un grido: divent soltanto assai pi pallida, vacill, volle contenersi e stramazz sul pavimento.
Mi lanciai verso di lei con una specie di rabbia: Marcellina, Marcellina! Andiamo, su! Che ho fatto? Non bastava che fossi malato io?
Ma ero, l'ho gi detto, debolissimo. Poco manc che non svenissi a mia volta. Aprii la porta, chiamai. Accorsero.
Nella mia valigia era, mi ricordo, una lettera di presentazione per un ufficiale della citt: profittai di quelle righe per mandare a cercare il maggiore.
Marcellina intanto s'era rimessa. Stava ora al mio capezzale mentre io tremavo di febbre. Il maggiore arriv: ci esamin tutt'e due: Marcellina non aveva niente, egli assicur, e la caduta era stata senza conseguenze. Io ero colpito gravemente. Non volle neppur pronunciarsi e promise di ritornare prima di sera.
Ritorn, mi sorrise, mi parl e mi prescrisse diversi rimedi. Capii che mi condannava. Debbo confessarvelo? Non ebbi un soprassalto. Ero stanco. M'abbandonai, semplicemente: Dopo tutto, che m'offriva la vita? Avevo lavorato sino all'estremo, fatto risolutamente e appassionatamente il mio dovere. Il resto? Ah, che m'importa? pensavo, trovando abbastanza bello il mio stoicismo. Ma quello di cui soffrivo era la bruttezza del luogo. "Questa camera d'albergo  orribile": e la guardai. D'un tratto pensai che accanto in una stanza simile, era mia moglie: e sentii che parlava. Il dottore non era partito: si tratteneva con lei, sforzandosi di parlar sottovoce. Un po' di tempo pass: io dovetti dormire.
Quando mi risvegliai, Marcellina era l. Capii che aveva pianto. Non amavo abbastanza la vita per aver piet di me stesso; ma la bruttezza di quel luogo m'affliggeva: quasi con volutt i miei occhi si posavano su di lei.
Stava scrivendo allora accanto a me. Mi pareva carina. La vidi chiudere parecchie lettere. Poi s'alz, s'avvicin al mio letto e teneramente mi prese la mano.
- Come ti senti ora? mi chiese. Io sorrisi e le dissi tristamente:
- Guarir? Ed immediatamente ella mi rispose "guarirai", con una convinzione cos appassionata che, quasi convinto io stesso, ebbi come un confuso sentimento di tutto quel che la vita poteva essere, del suo amore, la vaga visione di cos patetiche bellezze, che le lacrime mi sgorgarono dagli occhi e piansi a lungo, senza potere n volere vietarmelo.
Per quale violenza d'amore ella pot farmi lasciare Susa; circondato da quali adorabili cure, protetto, soccorso, vegliato, da Susa a Tunisi, poi da Tunisi a Costantina. Marcellina fu ammirevole. A Biskra io dovevo guarire. La sua fiducia era assoluta. Il suo zelo non venne meno un minuto. Lei preparava tutto, dirigeva le partenze, e s'assicurava degli alloggi. Non poteva fare, ahim, che quel viaggio fosse meno atroce. Credetti pi volte dovermi fermare e finirla. Sudavo come un moribondo, soffocavo, svenivo persino. Alla fine del terzo giorno arrivai a Biskra come morto.
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Capitolo 2.
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Perch parlare dei primi giorni? Che cosa ne resta? Il loro orribile ricordo  senza voce. Rivedo soltanto al di sopra del mio letto d'agonia inchinarsi Marcellina, mia moglie, la mia vita. Io so che le sue cure appassionate, il suo amore solo mi salvarono. Un giorno finalmente, come un marinaio naufrago che riveda la terra, sentii che una luce di vita si risvegliava; potei sorridere a Marcellina. Perch raccontare tutto questo? L'importante era che la morte m'aveva toccato, come suol dirsi, con la sua ala. L'importante  che divent per me stranissimo ch'io vivessi: che il giorno divent per me d'una luce insperata. Prima, pensavo, io non capivo che vivessi. Dovevo fare della vita la palpitante scoperta.
Il giorno venne in cui mi potei levare. Fui completamente sedotto dalla nostra casa. Non era quasi che una terrazza. Ma che terrazza. La mia camera e quella di Marcellina vi si affacciavano; e si prolungava su dei tetti. Quando si era raggiunta la parte pi alta, si scorgevano palmizi al di sopra delle case, e al di sopra dei palmizi il deserto. L'altro lato della terrazza confinava coi giardini della citt. I rami delle ultime mimose l'ombreggiavano. Infine fiancheggiava il cortile, un piccolo cortile regolare, piantato con sei palmizi regolari: e finiva alla scalinata che la ricongiungeva con la corte. La mia camera era vasta, arieggiata, coi muri imbiancati e nulla sulle pareti; una porticina conduceva alla stanza di Marcellina; una grande porta vetrata s'apriva sulla terrazza.
L passarono giorni senza ore. Quante volte, nella mia solitudine, ho rivisto quelle lente giornate!... Marcellina  accanto a me. Legge, cuce, scrive. Io non faccio niente: la guardo. Marcellina, Marcellina! Guardo il sole. Vedo il sole. Vedo l'ombra. Vedo la linea dell'ombra spostarsi. Ho cos poco da pensare, che la osservo. Sono ancora debolissimo: respiro assai male: tutto mi stanca, anche leggere. D'altronde che leggere? Essere m'occupa abbastanza.
Una mattina, Marcellina entra ridendo.
- Ti conduco un amico, dice; e vedo entrare dietro di lei un piccolo arabo dalla pelle bruna. Si chiama Bachir: ha grandi occhi silenziosi, che mi guardano. Io sono piuttosto imbarazzato, e l'imbarazzo basta per stancarmi. Non dico niente ed ho l'aria irritata. Il ragazzo a cos fredda accoglienza si sconcerta, si volge a Marcellina, e, con un movimento di grazia animale e birichina, si stringe a lei, le prende la mano e gliela bacia con un gesto che scopre le di lui braccia nude. Io noto ch' tutto nudo sotto la sottile gandourah bianca ed il rappezzato burnous.
- Andiamo, siediti l! gli dice Marcellina che vede il mio imbarazzo. Giuoca tranquillamente.
Il piccolo siede in terra, trae un coltello dal cappuccio del burnous, un pezzo di djerid, e comincia a lavorarlo. Credo che voglia farne un fischietto.
Dopo un certo tempo io non sono pi imbarazzato dalla sua presenza. Lo guardo: pare aver dimenticato ch' l. I piedi sono nudi, le sue caviglie sono graziose, e le giunture dei suoi polsi. Maneggia il suo coltellaccio con una divertente agilit. Ma m'interesser io davvero a cose simili? I suoi capelli sono rasati alla maniera araba; porta un povero fez che non ha che un buco al posto della nappina. La gandourah, un po' caduta, scopre la sua piccola spalla. Ho bisogno di toccarla. M'inchino: lui mi guarda e mi sorride. Faccio segno che deve darmi il suo fischietto: lo prendo e fingo d'ammirarlo molto. Ora se ne vuole andare. Marcellina gli regala un pasticcino, io due soldi.
L'indomani, per la prima volta, m'annoio: aspetto. Aspetto che? Mi sento oziante, inquieto. Alla fine non reggo pi.
- Bachir non verr stamane, Marcellina?
- Se vuoi, vado a cercarlo.
Mi lascia, discende. In capo a qualche istante rientra sola. Che ha fatto di me la malattia? Sono cos triste che piangerei al vederla ritornare senza Bachir.
- Era troppo tardi, mi spiega. I ragazzi hanno lasciato la scuola e si sono dispersi da per tutto. Ce n' di graziosi, sai. Credo che ora mi conoscano tutti.
- Almeno cerca di farlo venire domani.
L'indomani Bachir ritorn. Si sedette come l'antivigilia, trasse il coltello, volle tagliare un legno troppo duro, e fece cos bene che si tagli il pollice. Ebbi un fremito d'orrore. Ne rise, mostr il taglio bruciante, e si divert nel veder colare il sangue. Quando rideva, scopriva denti bianchissimi. Lecc scherzando la ferita. La lingua era rosea come quella d'un gatto. Ah, come stava bene! Era quello sopratutto che m'attraeva a lui: la salute. La salute di quel piccolo corpo era bella.
Il giorno seguente port delle palle. Voleva farmi giuocare. Marcellina non c'era: lei m'avrebbe rattenuto. Io esitai: guardai Bachir; il piccolo mi mise le palle in mano, mi forz. Io ansavo forte nel chinarmi, ma provai a giuocare lo stesso. Il piacere di Bachir m'incantava. Alla fine non ne potei pi. Grondavo di sudore. Gettai le palle e mi lasciai cadere in una poltrona. Bachir, un po' turbato, mi guardava.
- Malato? mi chiese gentilmente. Il timbro della voce era squisito. Marcellina rientr.
- Portalo via, le dissi. Sono stanco stamattina.
Qualche ora dopo, ebbi uno sbocco di sangue. Fu nel camminare penosamente per la terrazza; Marcellina era occupata nella sua stanza. Per fortuna lei non pot vedere niente. Sentendomi soffocare, avevo fatto un'aspirazione pi profonda e d'un tratto era venuto. M'aveva riempito la bocca: ma non era pi sangue chiaro, come all'epoca dei primi sbocchi: era un grosso, orribile grumo che sputai a terra con disgusto.
Feci qualche passo vacillando: ero orribilmente commosso. Tremavo: avevo paura, ero in collera. Perch fino ad allora avevo pensato che la guarigione venisse a passo a passo e che non restava se non attenderla. Quell'accidente brutale mi aveva invece ricacciato indietro. Cosa strana: i primi sputi non m'avevano fatto tanto effetto: mi ricordavo ora che m'avevano lasciato quasi calmo. Da che dunque veniva ora la mia paura, il mio orrore? Era che cominciavo, ahim, ad amare la vita.
Tornai indietro, mi curvai, ritrovai il mio sputo, presi una paglia e, sollevando il grumo, lo deposi sul mio fazzoletto. Guardai. Era un disgustoso sangue quasi nero, qualcosa di colloso, di spaventoso. Sognai al bel sangue rutilante di Bachir: e d'improvviso mi venne una voglia, una smania: qualcosa di pi furioso, di pi imperioso di tutto quel che avessi sentito sino ad allora. Vivere! Voglio vivere, voglio vivere. Serrai i denti, i pugni: mi concentrai tutto intiero, perdutamente, desolatamente, in quello sforzo verso l'esistenza.
Avevo ricevuto il giorno prima una lettera di T***; in risposta ad ansiose domande di Marcellina, era tutta piena di consigli medicali. T*** aveva persino aggiunto alla lettera qualche opuscolo di divulgazione profilattica ed un libro pi speciale, che per questo mi parve pi serio. Avevo letto svogliatamente la lettera e buttato via gli stampati; prima di tutto perch la somiglianza degli opuscoli coi trattatelli murali con cui era stata oppressa la mia fanciullezza non mi disponeva in loro favore; poi perch anche i consigli m'importunavano; poi perch non pensavo che quei "Consigli ai tubercolotici" e "Cura pratica della tubercolosi" potessero applicarsi al caso mio. Io non mi credevo tubercolotico. Volentieri attribuivo la mia prima emottisi ad una causa diversa: o piuttosto per dir la verit, non l'attribuivo a niente, evitavo di riflettere e mi giudicavo, se non guarito, per lo meno prossimo ad esserlo... Lessi la lettera, divorai il libro, i trattati. Improvvisamente, con un'evidenza spaventosa, m'apparve che non m'ero curato come avrei dovuto. Sino ad allora m'ero lasciato vivere, affidandomi alla pi vaga speranza: bruscamente la mia vita m'apparve attaccata, attaccata atrocemente al suo centro. Un nemico numeroso, attivo, viveva in me. L'ascoltai, lo spiai, lo sentii. Non l'avrei vinto senza lotta... E aggiunsi a mezza voce, come per meglio convincermene io stesso:  un affare di volont.
Mi misi in stato d'ostilit. La sera cadeva: organizzai la mia strategia. Per un certo tempo solo la mia guarigione doveva diventare il mio studio; il mio dovere, era la mia salute; bisognava giudicar buono, nominare Bene tutto quello che mi fosse salutare: dimenticare, respingere tutto quel che non guarisse. Prima del pasto della sera avevo gi preso le mie decisioni per la respirazione, l'esercizio. Mangiavamo in una specie di piccolo chiosco che la terrazza avvolgeva da tutte le parti. Soli, tranquilli, lontani da tutto, l'intimit di quei pasti era deliziosa. Da un albergo vicino un vecchio negro ci portava un passabile cibo. Marcellina sorvegliava la minuta: ordinava un piatto, ne respingeva un altro... Non avendo una gran fame di solito, non soffrivo troppo dei piatti mancati n delle minute insufficienti. Marcellina, abituata lei stessa a non nutrirsi troppo, non sapeva, non si rendeva conto che io non mi nutrivo a sufficienza. Mangiare molto era la prima tra tutte le mie decisioni. Pretendevo metterla in esecuzione da quella sera stessa. Non potei: avevamo non so quale minestra immangiabile ed un arrosto cotto sino al ridicolo.
La mia indignazione fu cos viva che, riportandola tutta su Marcellina, trascesi in sua presenza a parole eccessive. L'accusai: pareva, a sentirmi, che lei dovesse sentirsi responsabile della cattiva qualit di quei cibi. Quel piccolo ritardo al regime che avevo deciso d'adottare diventava della pi grave importanza. Dimenticavo i giorni precedenti: quel pasto mancato rovinava tutto. M'ostinai. Marcellina dovette discendere in citt per cercarmi una conserva, un pasticcio di qualunque cosa fosse.
Ritorn ben presto con una piccola terrina: ed io quasi ne divorai il contenuto, come per provare a tutt'e due quant'avessi bisogno di mangiare di pi.
La stessa sera rest deciso: che i pasti sarebbero molto migliori, pi numerosi anche; uno ogni tre ore, e il primo alle sei e mezza. Un'abbondante provvista di conserve d'ogni specie supplirebbe ai mediocri piatti dell'albergo.
Non potei dormire quella notte tanto m'inebriava il presentimento delle mie prossime virt. Avevo, penso, un po' di febbre: una bottiglia d'acqua minerale, ch'era l, mi tent a bere prima un bicchiere, poi due, ad attaccarmici e darle fondo. Ripassai le mie volont come si ripassa una lezione. Avevo ormai il mio piano di battaglia, in tutti i suoi obiettivi. Dovevo lottare contro tutto: la mia salute dipendeva da me solo.
Finalmente vidi la notte imbiancarsi: e apparve il giorno.
Era stata la mia veglia d'armi.
L'indomani era domenica. Io non m'ero preoccupato, lo confesser, fino ad allora, delle credenze di Marcellina. Per indifferenza o pudore, mi pareva che quello non mi riguardasse. Poi non v'annettevo importanza alcuna. Quel giorno Marcellina and alla messa. Al ritorno seppi che aveva pregato per me. La guardai fisso: poi con la maggior dolcezza che potei, le dissi:
- Non bisogna pregare per me, Marcellina.
- Perch? disse lei un po' turbata.
- Io non amo le protezioni.
- Tu respingi l'aiuto di Dio?
- Avrebbe diritto, poi, alla mia riconoscenza. Questo crea degli obblighi: io non ne voglio.
Avevamo l'aria di scherzare: ma non c'ingannavamo affatto sull'importanza delle nostre parole.
- Tu non guariresti mai da solo, povero amico, sospir lei.
- Tanto peggio!... Poi, vedendo la sua tristezza, aggiunsi meno brutalmente: Tu m'aiuterai.
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Capitolo 3.
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Sto per parlare a lungo del mio corpo. Ne parler tanto che vi parr da principio ch'io dimentichi la parte dello spirito. La mia negligenza in questo racconto  volontaria: laggi era reale. Non avevo forza abbastanza per condurre una doppia vita; allo spirito e al resto, pensavo, penser pi tardi, quando star meglio.
Ero ancora lontano dallo star bene: per un nonnulla ero in sudore o pigliavo freddo. Avevo, come diceva Rousseau, "il corto respiro"; a volte un po' di febbre; sovente, fin dal mattino, un sentimento d'orribile stanchezza, e restavo allora prostrato su d'una sedia, indifferente a tutto, egoista, occupandomi soltanto di respirare bene. Respiravo penosamente, con metodo, con cura: le mie espirazioni si facevano in due strattoni che la mia volont sovratesa non riusciva intieramente ad evitare. Anche molto tempo dopo, non le evitavo che a forza d'attenzione.
Ma quello di cui pi dovevo soffrire era la mia sensibilit morbida ad ogni cambiamento di temperatura. Credo, ripensandoci oggi, che un turbamento nervoso generale s'aggiungesse alla mia malattia. Non saprei spiegare altrimenti una serie di fenomeni che non potevano ricondursi, mi pare, alla tubercolosi. Avevo sempre o troppo caldo o troppo freddo. Mi coprivo subito con un'esagerazione ridicola: non cessavo di tremare che per sudare: mi scoprivo un po' e tremavo non appena cessavo di sudare. Alcune parti del mio corpo si ghiacciavano, diventavano, malgrado il loro sudore, fredde al tocco come un marmo: niente riusciva pi a riscaldarle. Ero sensibile al freddo a tal punto che un po' d'acqua cadutami sul piede, mentre facevo la toletta, mi dava un raffreddore: e sensibile al caldo altrettanto. Conservai quella sensibilit, la conservo tuttora, ma oggi per goderne voluttuosamente. Ogni sensibilit assai viva a seconda della forza o della debolezza, pu, io credo, diventar causa di delizia o di pena. Tutto quello che mi turbava gi, m' diventato delizioso.
Non so come avessi fatto, sino ad allora, a dormire con le finestre chiuse. Sul consiglio di T*** cominciai dunque ad aprirle la notte: un poco dapprima; ben presto le spalancai. Ben presto divent quella un'abitudine, un bisogno tale che, appena la finestra fosse richiusa, soffocavo. Con quali delizie pi tardi sentivo entrare in me il vento delle notti, il chiaro della luna!...
Ma sono impaziente di finire con questi primi balbettamenti della salute. Merc cure costanti infatti, aria pura e miglior nutrizione, non tardai a sentirmi meglio. Sino ad allora, temendo il soffocamento che mi cagionava la scala, non avevo osato lasciare la terrazza. Agli ultimi giorni di gennaio finalmente discesi e m'avventurai nel giardino.
Marcellina m'accompagnava, portando uno scialle. Erano le tre del pomeriggio. Il vento, spesso violento in quel paese, era cessato. La dolcezza dell'aria era deliziosa.
Giardino pubblico. Un larghissimo viale lo tagliava, ombrato da due file di quella specie di mimose altissime che si chiamano cassie. Banchi all'ombra di quegli alberi. Un fiume canalizzato, voglio dire pi profondo che largo, quasi dritto, fiancheggia il viale: poi altri canali pi piccoli dividono l'acqua del fiume, la conducono, attraverso il giardino alle piante. L'acqua pesante  color della terra: color d'argilla rosea o grigia. Non si vedono quasi affatto stranieri: pochi arabi. Essi circolano e, appena lasciato il sole, il loro mantello bianco prende il colore dell'ombra.
Un singolare brivido mi prese quando entrai in quell'ombra strana. Mi avvolsi nello scialle: nessun malessere tuttavia... anzi! Ci sedemmo su d'un banco. Marcellina taceva. Degli arabi passarono: poi sopravvenne una frotta di ragazzini. Marcellina ne conosceva parecchi, e fece loro un cenno. Essi s'avvicinarono, e lei mi disse i nomi: ci furono domande, risposte, sorrisi, smorfie, giochetti. Tutto questo mi seccava un po': ed il mio malessere ritorn: mi sentivo stanco e sudato. Ma quel che m'imbarazzava, devo confessarlo, non erano i ragazzi: era lei. S, per poco che fosse, l'imbarazzo mi veniva dalla sua presenza. Se mi fossi alzato, lei m'avrebbe seguito; se avessi tolto lo scialle, lei avrebbe voluto portarlo; se l'avessi rimesso, avrebbe chiesto "senti freddo?". E poi, parlare ai ragazzi davanti a lei era cosa che non osavo. Vedevo che lei aveva i suoi protetti, e, mio malgrado, ma per partito preso, io m'interessavo agli altri.
- Rientriamo! le dissi. E decisi, entro di me di ritornare solo al giardino.
L'indomani doveva uscire verso le dieci. Ne profittai. Il piccolo Bachir, che mancava raramente al mattino, prese il mio scialle. Io mi sentivo svelto, il cuore leggero. Eravamo quasi soli nel viale: io camminavo lentamente, mi sedevo un istante, ripartivo. Bachir mi seguiva chiacchierando, fedele ed agile come un cane. Arrivai a quel punto del canale, in cui vengono le lavandaie. In mezzo alla corrente c' una pietra piatta: e l sopra, una ragazzina chinata, la faccia rivolta all'acqua, la mano nella corrente, vi gittava o vi ripigliava stracci. I suoi piedi nudi avevano attraversato l'acqua e di quel bagno serbavano la traccia umida: e la pelle ne pareva pi scura. Bachir le si avvicin e le parl; lei si volse, mi sorrise e rispose a Bachir in arabo.
-  mia sorella, mi disse. Poi mi spieg che la madre stava per venire a lavare biancheria e che la sorellina l'attendeva. Si chiamava Rhadra che significava in arabo la Verde. Diceva tutto questo con una voce graziosa, chiara, infantile, non meno dell'emozione ch'io ne avevo.
- Lei chiede che tu le dia due soldi, aggiunse.
Gliene detti dieci ed ero sul punto d'andarmene, quando comparve la madre, la lavandaia. Era una donna mirabile, pesante, dalla gran fronte tatuata in blu, che portava un cesto di biancheria sulla testa, simile alle canfore antiche e, com'esse, drappeggiata semplicemente d'una larga stoffa blu-scura, che, rialzandosi alla cintola, ricadeva dritta sino ai piedi. Appena vide Bachir, l'apostrof rudemente. Egli rispose con violenza; la ragazzina se ne immischi: e tra i tre cominci una vivacissima discussione. Infine Bachir come vinto mi fece capire che la madre aveva bisogno di lui quella mattina. Mi restitu tristamente lo scialle ed io dovetti ripartire soletto.
Non ebbi fatto venti passi che lo scialle mi parve d'un peso insopportabile. Grondante di sudore, mi sedetti sul primo banco che trovai. Speravo che qualche ragazzo sopraggiungesse a liberarmi di quel peso. Quello che sopraggiunse ben presto fu un ragazzotto di quattordici anni, nero come un sudanese, senza alcuna timidezza, che s'offr da s. Si chiamava Ashour. Mi sarebbe parso bello se non fosse stato guercio. Gli piaceva parlare: m'apprese di dove venisse il fiume: e che, dopo il giardino fuggiva nell'oasi e la attraversava per intiero. Io l'ascoltavo dimenticando la stanchezza. Per quanto Bachir mi paresse squisito, lo conoscevo troppo ormai ed ero felice di cambiare. Mi promisi persino, un altro giorno, di discendere solo nel giardino, e, seduto su d'un banco, d'aspettare qualche felice incontro.
Dopo esserci fermati parecchi istanti ancora, arrivammo, Ashour ed io, innanzi alla mia porta. Avrei voluto invitarlo a salire, ma non osai, non sapendo che ne avrebbe detto Marcellina.
La trovai nella sala da pranzo, occupata presso un bimbo di tenerissima et, cos gracile e malandato ch'io ebbi per lui dapprima pi disgusto che piet. Un po' timorosa, Marcellina mi disse:
- Il povero piccolo  ammalato.
- Non  contagioso almeno? Che cosa ha?
- Non lo so ancora di preciso. Pare che senta dolore un po' dappertutto. Parla abbastanza male il francese. Quando Bachir sar qui domattina, gli servir da interprete. Io gli faccio prendere un po' di the.
Poi, come per iscusarsi, perch io restavo l senza parola.
- Lo conoscevo da gran tempo, ma non avevo ancora osato farlo venire. Temevo di stancarlo, o forse di dispiacerti.
- E perch mai? chiesi. Conduci pure tutti i ragazzi che vuoi, a tuo piacere. E pensavo, irritandomi un po' per non averlo fatto, che avrei potuto benissimo far salire Ashour.
Guardavo mia moglie intanto: era materna e carezzosa. La sua tenerezza era cos penetrante che il piccolo part ben presto tutto riscaldato. Io parlai della mia passeggiata e feci capire senza durezza a Marcellina perch preferissi uscire solo.
Le mie notti di solito erano ancora tagliate da soprassalti che mi svegliavano ghiacciato o grondante di sudore. Quella notte fu buonissima e quasi senza risvegli. L'indomani mattina ero pronto ad uscire fin dalle nove. Era bel tempo. Mi sentivo riposatissimo, non debole: felice, o, piuttosto, allegro. L'aria era calma e tiepida. Presi tuttavia il mio scialle, come pretesto per far conoscenza con chi me lo avesse portato. Ho detto che il giardino confinava con la nostra terrazza; ci fui dunque al pi presto. Entrai con rapimento nella sua ombra. L'aria era luminosa. Le cassie, i cui fiori spuntano assai prima delle foglie, la imbalsamavano: a meno che non venisse da ogni parte quella specie d'odore leggero, incognito che mi pareva entrare in me da pi sensi e m'incantava. Respiravo, del resto, pi agevolmente: il mio passo se ne faceva pi lieve. Dovetti, s, sedermi al primo banco, ma pi inebbriato, pi stordito che stanco. Guardai. L'ombra era mobile e leggera. Non cadeva sul suolo: pareva appena posarvisi. Oh, luce! Ascoltai. Che sentivo? Niente, tutto. Mi divertivo ad ogni rumore. Mi ricordo d'un arbusto la cui scorza da lontano mi pareva d'una consistenza cos bizzarra che dovetti alzarmi per andarla a palpare. Pi che toccarla, la carezzavo: ci trovavo un rapimento... Mi ricordo. Dovevo forse nascere alla vita in quel mattino?
Avevo dimenticato ch'ero solo e non aspettavo pi niente, dimenticavo l'ora. Mi pareva che sino a quel giorno per tanto pensare io avessi ben poco sentito, e mi meravigliavo alla fine di questo: che la mia sensazione diventasse cos forte come un pensiero.
Ho detto "mi pareva", perch dal fondo del passato della mia prima infanzia si risvegliavano al fine mille echi, di mille sensazioni disperse. La coscienza che ritrovavo dei miei sensi me ne permetteva l'inquieto riconoscimento. S, i miei sensi, risvegli ormai, si ritrovavano tutta una storia, si ricomponevano un passato. Vivevano: non avevano mai cessato di vivere, si scoprivano, anche attraverso i miei lunghi anni di studi, una vita latente e furbesca.
Non feci alcun incontro quel giorno, e ne fui contento. Trassi di tasca un piccolo Omero che non avevo riaperto dalla partenza da Marsiglia: rilessi tre frasi dell'Odissea, le ritenni a mente, e trovando un alimento sufficiente nel ritmo e dilettandomene senza fine, chiusi il libro e rimasi tremando, pi vivo di quanto avrei mai creduto si potesse essere, e con lo spirito intorpidito dalla felicit.
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Capitolo 4.
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Marcellina intanto, che vedeva con gioia la mia salute ritornare alfine, cominciava da qualche giorno a parlarmi dei meravigliosi verzieri dell'oasi. Lei amava l'aria aperta e le passeggiate. La libert procuratale dalla mia malattia le permetteva lunghe corse da cui ritornava inebriata. Sino ad allora non ne aveva mai parlato, non osando incitarmi a seguirla e temendo d'attristarmi col racconto di piaceri cui non avrei potuto partecipare. Ora che stavo meglio contava invece sulla loro attrattiva per rimettermi del tutto in salute. Il gusto che ritrovavo nel camminare e nel guardare mi ci portava. E fin dall'indomani uscimmo insieme.
Essa mi precedette in un sentiero bizzarro e tale che non ho pi visto niente di simile in alcun paese. Tra due abbastanza alti muri di terra avanzava quasi con indolenza. Le forme dei giardini, che quegli alti muri circoscrivevano, fanno il sentiero infinitamente sinuoso.  un continuo curvarsi e spezzare la linea. Fin dall'entrata uno svolto ci disorienta: non si sa pi n di dove siamo venuti n dove si vada. L'acqua fedele del fiume segue il sentiero, costeggiando uno dei muri, che son fatti della terra stessa della strada, quella dell'oasi indiana: un'argilla roseggiante o d'un grigio tenero, che l'acqua rende un po' pi cupa, che il sole screpola ed il calore indurisce; ma che si fonde al primo rovescio d'acqua e forma allora un suolo plastico in cui i piedi nudi restano inscritti. Al di sopra dei muri, palmizi. Al nostro avvicinarsi, tortorelle ci volarono. Marcellina mi guardava.
Dimenticai la mia festa ed il mio impaccio. Camminavo in una specie d'estasi, d'allegrezza silenziosa, d'esaltazione dei sensi e della carne. In quel momento soffi leggeri s'alzarono. Tutte le palme s'agitarono e vedemmo i pi alti palmizi inchinarsi; poi l'aria tutta si rifece calma: e sentii distintamente, dietro il muro, una melodia di flauto. C'era una breccia nel muro: entrammo.
Era un luogo pieno d'ombra e di luce; tranquillo, e che pareva come al riparo dal tempo, pieno di silenzio e di fremiti, rumore leggero dell'acqua che scorre abbeverando i palmizi e d'albero in albero fugge, appello discreto delle tortorelle, melodia di flauto con cui un fanciullo suonava. Curava un branco di capre. Era seduto, quasi nudo, sul tronco d'un palmizio abbattuto. Non si turb al nostro avvicinarci, non fugg, non cess di suonare che per un solo istante.
M'accorsi, durante quel breve silenzio, che un altro flauto rispondeva in lontananza. Avanzammo ancora un po', poi:
- Inutile andare pi lontano, disse Marcellina; questi verzieri si somigliano tutti. Diventano, alla fine dell'oasi, soltanto un po' pi vasti... Distese lo scialle sul suolo:
- Riposati.
Quanto tempo vi rimanemmo? Non so pi: che importava l'ora? Marcellina era accanto a me: io mi distesi: posai la mia testa sulle sue ginocchia. Il canto del flauto fluiva ancora, cessava per istanti, riprendeva; il rumore dell'acqua... Di tratto in tratto una capra belava. Io chiusi gli occhi. Sentii posarmisi sulla fronte la mano fresca di Marcellina: sentivo il sole ardente dolcemente velato dalla palma. Non pensavo a niente: che importava il pensiero? Sentivo, straordinariamente.
E, a tratti, un rumore nuovo; aprivo gli occhi: era il vento leggero nei palmizi. Non discendeva sino a noi: non agitava che le palme alte...
L'indomani mattina in quello stesso giardino ritornai con Marcellina; la sera dello stesso giorno ci ritornai solo. Il capraio che suonava il flauto era l. M'avvicinai a lui: gli parlai. Si chiamava Lossif, non aveva che dodici anni, era bello. Mi disse il nome delle sue capre, mi disse che i canali si chiamano seghias. Tutti non scorrono ogni giorno, mi spieg. L'acqua, divisa con parsimoniosa saggezza, placava la sete delle piante, poi era tolta loro. Ai piedi d'ogni palmizio  scavato uno stretto bacino per abbeverare l'albero: un ingegnoso sistema di chiuse, che il ragazzo, facendolo funzionare, mi spiegava, domina l'acqua, conducendola sempre dove la sete  troppo grande.
Il giorno seguente vidi un fratello di Lossif; era un po' pi anziano, meno bello: si chiamava Lachmi. Con l'aiuto di quella specie di scala che forma su pel tronco dei palmizi la cicatrice delle antiche palme recise, s'arrampic sino alla sommit d'uno decapitato; poi discese agile lasciando vedere, sotto il mantello ondeggiante, una nudit dorata. Dalla vetta dell'albero di cui era stata tagliata la cima, portava una fiaschetta di terra. Era stata appesa lass, accanto alle recente ferita, per raccogliere il succo del palmizio, di cui si fa un vino dolce che piace forte agli Arabi. Invitato da Lachmi, ne bevvi: ma quel gusto scialbo, aspro e sciropposo, mi dispiacque.
Il giorno dopo andai pi lontano; vidi altri giardini, altri pastori ed altre capre. Come Marcellina aveva detto, quei giardini erano tutti uguali: eppure ognuno aveva qualcosa di suo.
Qualche volta Marcellina m'accompagnava ancora: ma pi spesso all'entrata dei verzieri io la lasciavo, persuadendola ch'ero stanco, che volevo sedermi; che non doveva aspettarmi, poich lei aveva bisogno di camminare di pi; in modo che lei finisse da sola la passeggiata. Io restavo accanto ai fanciulli. Ne conobbi, ben presto un gran numero. Parlavo con essi lungamente: apprendevo i loro giuochi, ne insegnavo loro altri, perdevo al bouchon tutti i miei soldi. Alcuni m'accompagnavano lontano (io allungavo ogni giorno la mia passeggiata), m'indicavano un passaggio nuovo per rientrare, mi portavano il cappotto o lo scialle quando talvolta li portavo. Prima di lasciarli distribuivo tra loro qualche monetina. Talvolta mi seguivano, sempre giuocando, sino alla mia porta: qualche volta alfine la passarono.
Poi Marcellina dal canto suo ne condusse altri. Conduceva quelli della scuola, che incoraggiava al lavoro. Alla uscita delle classi, i saggi e i dolci potevano salire. Quelli che conducevo io erano diversi; ma i giuochi li riunivano. Avemmo cura d'aver sempre sciroppi e ghiottonerie. Ben presto altri vennero di loro iniziativa, senza pi aspettare che li invitassimo. Mi ricordo di ognuno di essi; li rivedo...
Verso la fine di gennaio, il tempo si guast d'improvviso; cominci a soffiare un vento freddo: e la mia salute ben presto ne risent. Il grande spazio scoperto che divide l'oasi dalla citt mi ridivent invarcabile, e dovetti di nuovo contentarmi del giardino pubblico. Poi piovve: una pioggia ghiacciata che, al nord, per tutto l'arco dell'orizzonte, copr di neve le montagne.
Passai quei tristi giorni accanto al fuoco, cupo, lottando rabbiosamente contro la malattia che, con quel cattivo tempo, trionfava. Giorni lugubri: non potevo leggere n lavorare; il menomo sforzo bastava a cagionarmi penosi sudori; concentrare l'attenzione m'estenuava. Appena cessavo di controllare il respiro, soffocavo.
I ragazzi, in quei tristi giorni, furono per me la sola distrazione possibile. Con la pioggia solo gli intimi entravano, con le vesti grondanti d'acqua. Si sedevano innanzi al fuoco, in cerchio. Io ero troppo stanco, troppo sofferente per altra cosa che guardarli: ma la presenza della loro salute mi guariva. Quelli che coccolava Marcellina erano deboli, gracili e troppo saggi. Io m'irritavo contro di lei e contro di loro: e finalmente li respinsi. Essi mi facevano veramente paura.
Una mattina ebbi una curiosa rivelazione su me stesso: Moktir, il solo dei protetti di mia moglie che non m'irritasse, era solo con me nella mia camera. Io stavo in piedi accanto al caminetto, coi due gomiti sulla sporgenza, innanzi ad un libro, e parevo assorbito: ma potevo vedere riflettersi sullo specchio i movimenti del ragazzo cui volgevo il dorso. Una curiosit che non mi spiegavo bene mi faceva sorvegliare i suoi gesti. Moktir non si sapeva osservato e mi credeva immerso nella lettura. Lo vidi avvicinarsi senza rumore ad una tavola su cui Marcellina aveva posato, accanto ad un lavoro, un paio di forbicette, impadronirsene furtivamente e farle sparire nel suo bournous. Il mio cuore batt forte per un istante ma i pi saggi ragionamenti non bastarono a far nascere in me un sentimento di rivolta. Dir di pi: non riuscii a persuadermi che il sentimento che m'emp allora fosse altra cosa che divertimento, gioia. Quando ebbi lasciato a Moktir tutto il tempo di rubarmi bene, mi volsi di nuovo verso di lui e gli parlai come se niente fosse stato. Marcellina amava assai quel ragazzo eppure non fu affatto, credo, la paura d'affliggerla che mi fece, quando la rividi, piuttosto che denunciare Moktir, immaginare non so quale favola per spiegare la perdita delle forbici. A partire da quel giorno, Moktir divenne il mio prediletto.
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Capitolo 5.
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Il nostro soggiorno a Biskra non doveva prolungarsi molto ancora. Passate le pioggie di febbraio, il calore scoppi troppo forte. Dopo parecchi penosi giorni che avevamo vissuti sotto lo scroscio, una mattina, bruscamente, mi risvegliai sotto l'azzurro. Appena levato, corsi al sommo della terrazza. Il cielo era puro da un orizzonte all'altro. Sotto il sole, ardente gi, s'alzavano vapori. Tutt'intiera l'oasi fumava e si sentiva rumoreggiare da lontano il fiume straripato. L'aria era cos pura, cos leggera, che mi sentii immediatamente meglio. Marcellina venne: volevamo uscire ma quel giorno il fango ci rattenne.
Alcuni giorni dopo rientravamo nel verziere di Lossif: i tronchi sembravano massicci, molli e gonfi d'acqua. Quella terra affricana, di cui non conoscevo l'attesa, sommersa per lunghi giorni, si svegliava ora dall'inverno, ebbra d'acqua, scoppiante di succhi novelli. Rideva d'una forsennata primavera di cui sentivo il risuonare e come l'eco in me stesso. Ashour e Moktir ci accompagnarono dapprima. Io godevo ancora della loro leggera amicizia che non costava pi di mezzo franco al giorno: ma ben presto, stanco dei due e non essendo pi io stesso cos debole da avere ancor bisogno dell'esempio della loro salute, e non trovando pi nei loro giuochi l'alimento necessario alla mia gioia, volsi a Marcellina l'esaltazione del mio spirito e dei miei sensi. Dalla gioia che ne ebbe, m'accorsi ch'era rimasta triste. Mi scusai come un ragazzo d'averla sovente trascurata, misi sul conto della mia debolezza anche il mio umore mutevole e bizzarro, affermai che sino ad allora ero stato troppo stanco per potere amare, ma che sentirei ormai crescere con la mia salute il mio amore. Dicevo la verit; ma senza dubbio ero debolissimo ancora, poich non fu se non un mese pi tardi che desiderai Marcellina.
Intanto ogni giorno il calore aumentava. Niente pi ci ratteneva a Biskra, se non quel fascino che doveva farmici ritornare poi. La nostra decisione di partire fu improvvisa. In tre ore le valigie furono pronte. Il treno partiva l'indomani, all'alba.
Mi ricordo dell'ultima notte. La luna era quasi piena. Dalla mia finestra spalancata traboccava nella stanza. Marcellina dormiva, credo. Io ero coricato ma non potevo dormire. Mi sentivo ardere d'una specie di febbre felice, che non era altro che la vita. Mi levai, bagnai nell'acqua le mani e il viso, poi, spingendo la porta vetrata, uscii.
Era tardi gi: non un rumore, non un soffio; l'aria stessa pareva addormentata. Appena, di lontano, si sentivano i cani arabi che, come sciacalli, schiattivano tutta la notte. Innanzi a me la piccola corte; la muraglia, in faccia, vi proiettava un'ombra obliqua. I palmizi comuni, senza pi colore n vita, sembravano immobilizzati per sempre... Ma nel sonno si ritrova ancora un palpito di vita: qui invece niente pareva dormire, e tutto pareva morto. Mi spaventai di quella calma, e d'un tratto m'invase di nuovo, come per protestare, affermarsi, desolarsi nel silenzio, il sentimento tragico della mia vita, cos violento, doloroso quasi ed impetuoso tanto che ne avrei urlato, se avessi potuto urlare come le bestie. Presi la mia mano, mi ricordo, la mia sinistra con la destra: volli portarla alla testa e lo feci. Perch? Per affermarmi che vivevo e trovar questo mirabile. Toccai la mia fronte, le mie pupille. Un fremito mi prese. Giorno verr, pensai, giorno verr in cui, anche per portare alle labbra l'acqua stessa di cui sar pi assetato, non avr la forza... Rientrai ma non mi coricai ancora. Volevo fissare quella notte, imprimerne il ricordo nel mio pensiero, rattenervelo. Indeciso sul da fare, presi un libro sulla tavola - la Bibbia - lo lasciai aprirsi a caso; inchinato nel chiaror della luna, potevo leggere. Lessi queste parole del Cristo a Pietro, queste parole che, ahim, non dovevo pi dimenticare: Ora cingiti tu stesso e va' dove vuoi andare: ma quando sarai vecchio, stenderai le mani, stenderai le mani...
L'indomani, all'alba, partimmo.
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Capitolo 6.
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Non parler d'ogni tappa del viaggio. Alcune non hanno lasciato che un ricordo confuso; la mia salute, ora migliore ed ora peggiore, vacillava ancora, al vento freddo, s'inquietava dell'ombra d'una nube, ed il mio stato nervoso riconduceva frequenti i disturbi; ma i polmoni almeno si guarivano. Ogni ricaduta era meno lunga e meno seria. L'attacco era, come sempre, vivo: ma il mio corpo era ormai meglio armato.
Avevamo da Tunisi raggiunto Malta, poi Siracusa: rientravo nella classica terra il cui linguaggio e passato m'erano noti. Dal principio del mio male avevo vissuto senza esame, senza legge, applicandomi semplicemente a vivere, come un animale o un fanciullo. Meno assorbito dal male ora, la vita ridiventava certa e cosciente. Dopo quella lunga agonia avevo creduto rinascere lo stesso uomo e ricongiungere al pi presto il presente al passato. Nella piena novit d'una terra ignota avevo potuto illudermi: ma qui non pi: tutto mi rivelava quello ch'era ancora una sorpresa per me: io non ero pi lo stesso uomo.
Quando, a Siracusa e pi lontano, volli riprendere i miei studi, immergermi come un tempo nell'esame minuzioso del passato, scoprii che qualcosa in me ne aveva, se non soppresso, mutato il gusto: era il sentimento del presente. La storia del passato prendeva ora ai miei occhi quella immobilit, quella terrificante fissit delle ombre notturne nella piccola corte di Biskra, la immobilit della morte. M'ero compiaciuto dapprima di quella fissit che mi concedeva la precisione del mio spirito; tutti i fatti della storia mi parevano i pezzi d'un museo, o, meglio, le piante d'un erbario la cui secchezza definitiva mi aiutasse a dimenticare che un giorno, ricche di succhi, avevano vissuto sotto il sole. Ora, se potevo ancora compiacermi della storia, era immaginandola al presente. I grandi fatti politici dovevano dunque commuovermi assai meno che l'emozione, rinascente in me, dei poeti, o di certi uomini d'azione. A Siracusa rilessi Teocrito e pensai che i suoi pastori dal bel nome erano quelli stessi che io avevo amato a Biskra.
Risvegliandosi ad ogni passo, la mia erudizione m'ingombrava, impedendo la mia gioia. Non potevo vedere un teatro greco, un tempio, senza ricostruirlo immediatamente in astratto. Ad ogni festa antica, la rovina che restava nel suo luogo, mi faceva rattristare per la sua morte; avevo orrore della morte.
Arrivai al punto da fuggire le rovine, da preferire ai pi bei monumenti del passato quei giardini bassi che si chiamano le Latomie, dove i limoni han l'acida dolcezza degli aranci: e le rive della Cyan che, nei papiri, scorre ancora cos azzurra come nel giorno in cui cos fu per piangere Proserpina.
Giunsi a disprezzare in me quella scienza che era stata dapprima il mio orgoglio. Quegli studi, che da principio erano tutta la mia vita, non mi parevano pi avere che un rapporto tutto accidentale e convenzionale con me. Mi scoprivo diverso ed esistevo, che gioia! al di fuori di loro. Quanto a specialista, apparivo a me stesso stupido: quanto ad uomo, sapevo forse quello che fossi? Nascevo appena: e potevo io sapere gi quale? Ecco quel che bisognava apprendere.
Per colui che l'ala della morte ha toccato, quel che pareva importante non  lo pi: altre cose lo sono che non parevano importanti prima, o di cui s'ignorava del tutto l'esistenza. L'ammasso, sul nostro spirito, di tutte le nozioni acquisite si screpola come un belletto e, qua e l, lascia vedere a nudo la carne stessa, l'essere autentico che si nascondeva.
Fin da allora fu quello che io pretesi scoprire: l'essere autentico, il vecchio uomo, quello di cui il Vangelo non voleva pi sapere; quello che tutto intorno a me, libri maestri parenti, ed io stesso, avevamo tentato in principio di sopprimere. E mi pareva gi a causa delle sovrastrutture, pi frusto e difficile a scoprire, ma tanto pi utile per questo e valevole. Disprezzato sin da allora quell'essere secondario, imparaticcio, che l'istruzione ci aveva incollato su. Bisognava far cadere quell'intonaco.
E mi paragonavo ai palinsesti: gustavo la gioia del sapiente, che, sotto le scritture pi recenti, scopre su d'una stessa carta un testo antichissimo, infinitamente pi prezioso. Qual era quel testo occulto? Per leggerlo non occorreva dapprima cancellare tutti i testi recenti?
Non ero dunque pi l'essere fragile e studioso, cui conveniva la morale precedente, tutta rigida e restrittiva. C'era qui pi che una convalescenza; c'era un accrescimento, una recrudescenza di vita, l'afflusso d'un sangue pi ricco e pi caldo, che doveva toccare i miei pensieri, toccarli ad uno ad uno, penetrare tutto, commuovere, colorare le pi lontane, delicate e segrete fibre del mio essere. Poich, robustezza o debolezza, ci si abitua; l'essere, secondo le forze che ha, si compone; ma che esse aumentino, che esse permettano d'osar di pi, e... Tutti questi pensieri io non li avevo allora: e la pittura qui  falsa. In verit non pensavo affatto, non m'esaminavo affatto. Una felice fatalit mi guidava. Temevo che uno sguardo troppo frettoloso venisse a turbare il mistero della mia lenta trasformazione. Bisognava lasciare ai caratteri cancellati il tempo di riapparire, e non cercar di formarli. Lasciando dunque il mio cervello non all'abbandono ma incoltivato, m'abbandonai voluttuosamente a me stesso, alle cose, al tutto, che mi parve divino. Avevamo lasciato Siracusa ed io correvo sulla strada scarpata che congiunge Taormina al Molo, gridando, per evocarlo in me: Un nuovo essere, un nuovo essere!
Il mio solo sforzo, e sforzo costante allora, era dunque di spregiare sistematicamente o di sopprimere tutto quel ch'io credessi dovere soltanto alla mia istruzione passata e alla mia prima morale. Per aperto disprezzo alla mia scienza, per disprezzo ai miei gusti di scienziato, rifiutai di vedere Agrigento, e qualche giorno dopo, sulla strada che conduce a Napoli, non mi fermai affatto per il bel tempio di Pesto, dove respira ancora la Grecia e dove andai due anni dopo, a pregare non so pi quale dio.
Che parlo d'unico sforzo? Potevo interessarmi a me, se non come ad un essere perfettibile? Mai la mia volont s'era pi esaltata nello sforzo di tendere a quella perfezione ignota e che confusamente immaginavo. Impiegavo tutta intiera quella volont a fortificare il mio corpo, ad abbronzarlo. Accanto a Salerno, abbandonando la costa, avevamo raggiunto Ravello. L, l'aria pi viva, l'incanto delle rocce piene di cave e di sorprese, la profondit ignota dei valloni, accrescendo la mia forza, la mia gioia, favorirono il mio slancio.
Pi vicino al cielo che discostato dalla riva, Ravello, su d'una altura a picco, fa fronte alla lontana e bassa riva di Pesto. Sotto la dominazione normanna era una citt quasi importante: non  pi che uno stretto villaggio dove eravamo, credo, soli stranieri. Un'antica casa religiosa, trasformata in albergo, ci accolse: collocata all'estremit della roccia, le sue terrazze e il suo giardino sembravano strapiombare nell'azzurro. Al di l del muro coperto di pampini, non si vedeva dapprima nient'altro che il mare: bisognava sporgersi dal davanzale per poter seguire il dirupo coltivato che, con scale pi che con sentieri, congiungeva Ravello alla riva. Al di sopra di Ravello la montagna continuava. Oliveti, carrubeti enormi, e alla loro ombra ciclamini. Pi in alto castagneti in gran numero, un'aria fresca, piante del nord. Gi in basso, limoni accanto al mare.  una coltura a spizzichi, una gradinata di giardini, quasi simili tutti, fatti necessari dal forte pendio: uno stretto viale nel mezzo li traversa da un capo all'altro. Ci si entra senza rumore, come ladri. Si sogna sotto quest'ombra verde: il fogliame  denso, pesante. Non un raggio riesce a penetrarlo. Come dense gocce di cera i limoni pendono profumati. Nell'ombra sono bianchi e verdastri: sono a portata della mano, della sete. Sono dolci-acri, rinfrescano.
L'ombra era cos densa al di sotto di loro ch'io non osavo fermarmici dopo il cammino che mi faceva ancora sudare. Eppure i gradini non mi estenuavano pi. M'esercitavo a salirli con la bocca chiusa: facendo sempre pi rare le mie soste: mi dicevo: "arriver lass senza venir meno". Poi, arrivato alla sommit, trovando nel mio orgoglio contento la mia ricompensa, respirando lungamente, potentemente, in modo che mi pareva sentire l'aria penetrarmi con pi vivida efficacia in petto. Applicavo ormai alle cure del corpo tutto il fervore gi intellettuale. E facevo progressi.
Mi meravigliavo talvolta che la mia salute ritornasse cos presto. Arrivavo a credere ch'io mi fossi dapprima esagerato la gravit del mio stato; a dubitare d'essere stato davvero malato cos gravemente, a ridere dei miei sbocchi di sangue, a rimpiangere che la mia guarigione non fosse stata pi difficile.
M'ero curato dapprima assai stupidamente, ignorando le esigenze del mio corpo. Ne feci lo studio paziente e diventai, quanto a prudenze e a cure, d'una ingegnosit cos costante che mi ci divertivo come ad un giuoco. Quello di cui ancora soffrivo di pi era la mia sensibilit cagionevole al menomo cambiamento di temperatura. Ora che i miei polmoni erano guariti attribuivo quell'iperestesia alla mia debolezza nervosa, reliquato della malattia. Risolsi di vincerla. La vista di belle pelli abbronzate e come abbronzate dal sole, che mostravano, lavorando scamiciati, alcuni contadini, m'incitava a lasciarmi abbronzare a quel modo. Una mattina, messomi a nudo, mi guardai. La vista delle mie braccia troppo magre, delle mie spalle, che col pi grande sforzo non riuscivo a rimandare indietro, ma sopratutto la bianchezza o piuttosto lo scolorito della mia pelle, m'emp e di vergogna e di lacrime. Mi rivestii presto e, invece di discendere verso Amalfi come ero solito fare, mi diressi verso rocce coperte d'erba vellutata e muschi, lungi dall'abitato, lungi dalle strade, dove sapevo di non poter esser veduto. Arrivato l, mi spogliai lentamente. L'aria era quasi viva, ma il sole ardente. Offrii tutto il mio corpo alla sua fiamma. Mi sedetti, mi coricai, mi rivolsi. Sentivo sotto di me il suolo, duro; l'agitazione delle erbe folli mi sfiorava. Bench al riparo dal vento, fremevo e palpitavo ad ogni soffio. Ben presto m'avvolse un delizioso bruciore; tutto il mio essere affluiva verso la pelle.
Restammo a Ravello quindici giorni. Ogni mattina ritornavo verso quelle rocce, facevo la mia cura. Ben presto l'eccesso di vestito di cui mi coprivo ancora divent impacciante e superfluo. La mia epidermide tonificata cess di traspirare senza fine e seppe proteggersi col suo proprio calore.
La mattina d'uno degli ultimi giorni (eravamo alla met d'aprile) osai qualcosa di pi. In un'anfrattuosit di quelle rocce scorreva dell'acqua chiara. Cadeva sul luogo stesso in cascata, assai poco voluminosa in verit, ma al disotto di s aveva scavato un bacino pi profondo, dove s'attardava l'acqua purissima. Tre volte c'ero andato, m'ero coricato, disteso sull'argine, pieno di sete e pieno di desideri. Avevamo contemplato lungamente il fondo liscio della roccia, senza una macchia, senza un'erba, in cui il sole penetrava vibrando e diasprandosi. Quel quarto giorno avanzai, deciso, sino all'acqua pi pura che mai, e senza pi riflettere, mi ci tuffai tutto intiero. Gelato dapprima, lasciai l'acqua e mi distesi sull'erba. L crescevano mente odoranti. Le colsi, ne spremetti le foglie, ne sfregai tutto il mio corpo umido ma bruciante. Mi guardai lungamente, senza pi vergogna alcuna, con gioia. Mi trovai non robusto ancora ma capace di diventarlo, armonioso, sensuale, quasi bello.
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Capitolo 7.
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Non volli cos altra azione, altra fatica, che esercizi fisici i quali, certo, implicavano una morale cambiata ma non mi parevano gi pi che avviamento, mezzo, e non mi soddisfacevano pi per se stessi.
Eccovi intanto un altro atto che vi parr ridicolo forse ma che vi racconter perch precisa nella sua puerilit il bisogno che mi tormentava di manifestare al di fuori l'intimo cambiamento del mio essere: ad Amalfi m'ero fatto toglier la barba.
Sino a quel giorno avevo portato la barba intiera, con i capelli quasi rasi. Non m'era mai venuto in mente che potessi acconciarmi in modo diverso. E d'un tratto, il giorno in cui mi misi per la prima volta nudo sulla roccia, quella barba m'imbarazz: era come un ultimo abito di cui non fossi riuscito a spogliarmi: mi pareva posticcia. Era tenuta con cura, non in punta ma in una forma quadrata che mi parve ben presto assai spiacente e ridicola. Rientrato nella camera dell'albergo mi guardai nello specchio e mi dispiacque: avevo proprio l'aria di quello ch'ero stato sino ad allora: un cartista. Subito dopo colazione, ridiscesi ad Amalfi con la decisione presa. La citt  piccolissima: dovetti contentarmi d'un volgare stambugio sulla piazza. Era giorno di mercato: la bottega era piena e dovetti aspettare interminabilmente; ma niente, n i dubbi rasoi n il giallo pennello, n l'odore, n i discorsi del barbiere, valsero a distogliermi. Sentendo sotto le forbici cadere la mia barba, mi pareva di togliermi una maschera. Quando pi tardi, m'apparvi, l'emozione che m'emp, e che repressi alla meglio, non fu la gioia ma la paura. Non discuto questo sentimento: lo constato. Trovai i miei lineamenti abbastanza belli. No: la paura veniva dal fatto che mi pareva si vedesse a nudo il mio pensiero e che, d'un tratto, esso mi pareva terribile.
Per contro lasciavo crescere i capelli.
Ecco tutto quel che il mio essere nuovo, ancora disoccupato, trovava da fare. Pensavo che nascerebbero da lui atti sorprendenti per me stesso, ma pi tardi; pi tardi, mi dicevo, quando il nuovo essere sar pi formato. Costretto a vivere nel frattempo, io serbavo, come Descartes, una maniera provvisoria d'agire. Marcellina cos pot ingannarvisi.  vero che il mutamento del mio sguardo, e sopratutto il giorno in cui apparvi senza barba, l'emozione nuova dei miei lineamenti l'avrebbe allarmata, ma lei m'amava troppo per vedermi bene; poi io la rassicurai del mio meglio. L'essenziale era che lei non turbasse la mia rinascita; per sottrarla ai suoi sguardi, io dovevo dunque dissimulare.
Eppure, quello che Marcellina amava, quello che Marcellina aveva sposato, non era "il mio nuovo essere". Ed io mi ridicevo questo per eccitarmi a nasconderlo. Cos non le lasciai di me se non un'immagine che, per essere fedele al passato, diventava di giorno in giorno pi falsa.
I miei rapporti con Marcellina restavano dunque, in attesa, gli stessi bench sempre pi esaltati, di giorno in giorno, da un sempre pi grande amore. La mia dissimulazione stessa (se si pu chiamare cos il bisogno di celare al suo giudizio il mio pensiero) lo aumentava. Voglio dire che quel gioco faceva s che m'occupassi ininterrottamente di Marcellina. Forse quel dover mentire m'era un po' penoso al principio: ma arrivai ben presto a capire che le cose reputate peggiori, la menzogna per esempio per non dir che di quella, non sono tali se non in quanto non le si  mai fatte: ma che diventan tutte e prestissimo facili, piacevoli, dolci a rifare, e, prima che ci si pensi, naturali. Cos dunque, come ad ogni cosa per cui un primo disgusto  vinto, io finii col trovar piacere a quella dissimulazione stessa, ad attardarmici, come al giuoco delle mie facolt incognite. E andai avanti ogni giorno di pi in una vita pi ricca e pi piena, verso una pi saporosa felicit.
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Capitolo 8.
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La via da Ravello a Sorrento  cos bella ch'io non m'auguravo, quella mattina, di veder niente di pi bello sulla terra. L'asprezza calda della roccia, l'abbondanza dell'aria, gli odori, la limpidit, tutto m'empiva dell'adorabile incanto di vivere e mi bastava a tal punto che nient'altro che una gioia leggera pareva sussistere in me: ricordi o rimpianti, speranze o desiderio, avvenire e passato, si tacevano. Non conoscevo pi della vita che quel che ne apportava, o se ne portava via, l'istante. Oh, gioia fisica! esclamavo. Ritmo sicuro dei miei muscoli! salute!
Ero partito assai di buon'ora, precedendo Marcellina la cui troppo calma gioia avrebbe diminuito la mia, come il suo passo avrebbe rallentato il mio. Lei m'avrebbe raggiunto in vettura a Positano, dove dovevamo far colazione.
M'avvicinavo a Positano quando sento un rumore di ruote, come controbasso accompagnante un canto bizzarro. Mi volsi pronto. Dapprima non potei veder nulla a causa d'una svolta della via che fiancheggia in quel punto la roccia a picco; poi, d'un tratto, apparve una vettura avanzante tumultuosa: era quella di Marcellina. Il cocchiere cantava a squarciagola, facendo gran gesti e alzandosi per frustare ferocemente il cavallo impazzito. Che bruto. Pass innanzi a me ch'ebbi appena il tempo di tirarmi sull'orlo, e non si ferm al mio richiamo... Mi slanciai ma la vettura andava troppo presto. Io temevo ad un tempo di veder saltarne troppo presto Marcellina e di vederla restare; un soprassalto del cavallo avrebbe potuto precipitarla nel mare. D'un tratto il cavallo s'abbatte: Marcellina discende, vuol fuggire; ma gi io sono accanto a lei. Il cocchiere, non appena mi vede, mi accoglie con orribili bestemmie. Io ero furioso contro quell'uomo: al primo insulto mi slancio e lo butto violentemente gi di serpa. Rotolai per terra con lui ma non perdetti il vantaggio. Pareva stordito dalla caduta e ben presto lo fu anche pi per un pugno che gli allungai in pieno viso, quando vidi che voleva mordermi. Ma non lo lasciai e gli gravai sul petto il ginocchio, cercando di dominargli le braccia. Guardavo quella faccia repugnante che il mio pugno aveva fatto ancor pi laida; sputava, sbavava, sanguinava, bestemmiava. Che orribile essere! Strozzarlo pareva legittimo: e l'avrei fatto forse... Almeno me ne sentii capace e credo che solo l'idea della polizia me ne distogliesse.
Arrivai, non senza fatica, a legare solidamente il forsennato. Come un sacco lo gittai nella vettura.
Ah, che sguardi ci scambiammo poi Marcellina ed io! Il pericolo non era stato grande; ma io avevo dovuto mostrare la mia forza e per proteggere lei. M'era d'improvviso parso che potessi dar la mia vita per lei e darla tutta con gioia... Il cavallo s'era rialzato. Lasciando il fondo della vettura all'ubbriaco, noi montammo in serpa tutt'e due e, guidando alla meglio, potemmo raggiungere Positano, poi Sorrento.
Per l'appunto quella notte possedetti Marcellina.
Avete ben compreso o devo ripetervi che io ero come nuovo alle cose dell'amore? Forse  alla sua novit che la nostra notte di nozze dovette la sua grazia. Perch mi pare, al ricordarlo oggi, che quella prima notte fosse la sola, tanta delizia, l'attesa e la sorpresa dell'amore aggiungevano alla volutt, tanto una sola notte basta al pi grande amore per dirsi tutto, e tanto il mio ricordo s'ostina a rievocarlo singolarmente. Fu il riso d'un momento, in cui le nostre due anime si confusero. Ma io credo che l'amore abbia un punto unico: e che l'anima pi tardi cerchi invano, ahim, di superarlo; che lo sforzo stesso che lei fa per rievocare quella felicit, la consumi; che niente impedisca tanto la felicit quanto il ricordo della felicit. Ahim! Io mi ricordo di quella notte.
Il nostro albergo era fuori della citt, circondato di giardini e d'orti. Un larghissimo balcone prolungava la nostra stanza: le fronde lo sfioravano. L'alba entr libera per la nostra porta spalancata. Io m'alzai piano e teneramente mi piegai su Marcellina. Lei dormiva e pareva sorridere dormendo. Mi parve d'essere pi forte, di sentirla pi delicata; e che la sua grazia fosse una fragilit. Tumultuosi pensieri mi turbinarono pel capo. Pensai che lei non mentiva dicendo ch'io ero tutto per lei; e poi, subito dopo "ma che cosa faccio io per la sua gioia? Quasi tutto il giorno ed ogni giorno io la lascio sola; lei attende tutto da me ed io non mi curo di lei. Ah, povera, povera Marcellina". Le lacrime mi ricoprivano gli occhi. Invano cercai una specie di scusa nella mia debolezza passata; a che cosa avevo io a pensare ora se non alle cure costanti del mio egoismo? Non ero io pi forte di lei ora?
Il sorriso aveva abbandonato le sue gote; l'aurora, bench dorasse ogni cosa, me la fece vedere all'improvviso triste e pallida; e forse l'avvicinarsi del mattino mi disponeva all'angoscia. "Dovr forse un giorno, pensavo, curarti a mia volta, angosciarmi per te, Marcellina?". Fremevo, e, tutto pervaso d'amore, di piet di tenerezza, posai dolcemente tra i suoi occhi chiusi il pi tenero, il pi amoroso ed il pi pio bacio.
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Capitolo 9.
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I pochi giorni che passammo a Sorrento furono sorridenti e calmissimi. Avevo io mai goduto tal riposo, tale felicit? Li avrei mai pi goduti?... Ero sempre accanto a Marcellina, occupandomi meno di me. M'occupavo pi di lei, e, nel parlare con lei, trovavo la gioia che nei giorni precedenti avevo al tacere.
Potei essere meravigliato dapprima al sentire che la nostra vita errante, di cui io ero soddisfattissimo, non le piaceva che come uno stato provvisorio; ma ben presto la scioperataggine di quella vita mi appar. Accettai ch'ella non avesse per la prima volta che un tempo, un deso di lavoro rinascente dalla disoccupazione stessa in cui mi lasciava finalmente la mia salute ristabilita. Parlai seriamente di ritorno: alla gioia che ne mostr Marcellina, compresi che lei ci pensava da gran tempo.
Intanto certi lavori di storia cui ricominciavo a pensare non avevano pi per me lo stesso gusto. Ve l'ho detto: dai giorni della mia malattia la conoscenza astratta e neutra del passato mi pareva vana: e se allora allora avevo potuto occuparmi di ricerche filosofiche, mettendomi per esempio a precisare la parte dell'influenza gotica nella deformazione della lingua latina, e trascurando, misconoscendo le figure di Teodorico, di Cassiodoro, d'Amalasunta e le loro passioni ammirabili per non esaltarmi pi che su dei segni e sui residui delle loro vite, ora quegli stessi segni e tutta la filosofia non mi erano che un mezzo per penetrar meglio in quello di cui m'apparivano la selvaggia grandezza e la nobilt. Risolsi d'occuparmi di pi di quest'epoca, di limitarmi per qualche tempo agli ultimi anni dell'impero dei Goti e di mettere a profitto il nostro prossimo passaggio per Ravenna, teatro della sua agonia.
Ma, ve lo confesser, la figura del giovane re Atalarico era quel che m'interessava di pi. Immaginavo quel ragazzo di quindici anni, sordamente eccitato dai Goti, ribellarsi contro la madre Amalasunta, recalcitrare contro la sua educazione latina, calpestare la coltura come un cavallo intiero fa d'un arnese imbarazzante, e, preferendo la compagnia dei barbari Goti a quella del troppo saggio e vecchio Cassiodoro, gustare per qualche anno, con rozzi favoriti della sua et, una vita violenta, voluttuosa e sfrenata, per morire a diciott'anni tutto infradiciato, lordo di vizi. Ritrovavo in quel tragico slancio verso uno stato pi selvaggio e intatto qualcosa di quello che Marcellina chiamava sorridente la "mia crisi". Provavo un piacere ad applicarvi almeno il mio spirito, dal momento che non v'applicavo pi il mio corpo; e nella morte orribile d'Atalarico facevo del mio meglio per persuadermi che bisognava vedere una lezione.
Prima di Ravenna, dove ci saremmo fermati una quindicina di giorni, avremmo visto rapidamente Roma e Firenze, poi, lasciando Venezia e Verona, avremmo affrettato la fine del viaggio per non fermarci pi che a Parigi. Provavo un piacere tutto nuovo a parlare d'avvenire con Marcellina. Una certa indecisione restava ancora circa l'impiego dell'estate. Stanchi di viaggi l'uno e l'altra non volevamo pi ripartire. Io desideravo pei miei studi la pi grande tranquillit; e pensavamo ad una propriet redditizia tra Lisieux e Pont-l'Evque, nella pi verde Normandia, propriet che possedeva gi mia madre e dove avevo gi passata qualche estate della mia infanzia: ma dove, dopo la morte di lei, non ero pi ritornato. Mio padre ne aveva affidato la custodia e la sorveglianza ad un guardiano, anziano ormai, che riscuoteva per lui e ci mandava regolarmente le rendite. Una grande e piacevolissima casa in un giardino tagliato da acque vive m'aveva lasciato deliziosi ricordi. La si chiamava La Morinire; e mi pareva che dovesse essere delizioso il viverci.
L'inverno prossimo io parlavo di passarlo a Roma, come uno studioso non pi come un viaggiatore questa volta. Ma quest'ultimo progetto fu ben presto crollato: nell'importante corrispondenza che da gran tempo ci aspettava a Napoli, una lettera ci apprese d'improvviso che, essendo vacante una cattedra al Collegio di Francia, s'era fatto pi volte il mio nome per una supplenza. Non era che una supplenza ma che precisamente, per l'avvenire, mi lasciava una pi grande libert. L'amico che mi dava queste informazioni mi suggeriva, nel caso che accettassi, qualche piccola pratica da fare: e urgeva forte perch accettassi. Esitai, non vedendo da principio che una schiavit. Pensai poi che potesse essere interessante in un corso esporre i miei lavori su Cassiodoro. All'ultimo momento il piacere che la cosa avrebbe fatto a Marcellina mi decise. E, non appena presa la decisione, non ne vidi pi che i vantaggi.
Nel mondo scientifico di Firenze e di Roma mio padre aveva avuto diverse relazioni in cui io ero subentrato. Ebbi cos il mezzo di far tutte le ricerche che m'occorressero a Ravenna e altrove: e non pensai pi che al lavoro. Martellina s'ingegnava a favorirlo con mille cure graziose e mille premure.
Durante quella fine di viaggio la nostra felicit fu cos uguale, cos calma, ch'io non ne posso niente riferire. Le pi belle opere degli uomini sono ostinatamente dolorose. Che sarebbe il racconto della felicit? Niente si racconta se non ci che la precede o la distrugge. Ed io vi ho detto ora tutto quello che l'aveva preceduta.
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PARTE SECONDA.
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Capitolo 1.
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Arrivammo alla Morinire nei primi giorni di luglio, non essendoci fermati a Parigi che il tempo strettamente necessario per le nostre provvigioni e per qualche rara visita.
La Morinire, ve l'ho detto,  situata tra Lisieux e Pont-l'Evque, nel paese pi ombroso e irriguo ch'io conosca. Molti valloncelli stretti e mollemente curvi sboccano non lontano dalla grandissima valle d'Ange, che s'appiana d'un tratto sino al mare. Nessun orizzonte: boschi cedui pieni di misteri; qualche campo, ma prati sopratutto, pascoli dal dolce pendio, la cui densa erba  falciata due volte l'anno: ove innumerevoli meli, quand'il sole  basso, congiungono la loro ombra in cui pascolano liberi i greggi: acqua in ogni cavit, e, stagno o palude o fiume, dovunque un murmre continuo.
Ah, come riconoscevo bene la casa! i suoi tetti blu, i suoi muri di mattoni e di pietre, le sue doghe, i riflessi sulle acque dormenti. Era una vecchia casa in cui avrebbero potuto vivere pi di dodici persone. Marcellina, tre domestici, ed io stesso sovente in aggiunta non riuscivamo ad animare una parte. Il nostro vecchio custode, che si chiamava Bocage, aveva gi fatto preparare nel miglior modo possibile alcune stanze. I vecchi mobili si ridestarono dal loro sonno di venti anni: tutto era restato quale il mio ricordo lo vedeva: i soffitti non troppo scrostati, le camere facilmente abitabili. Per accoglierci meglio, Bocage aveva riempito di fiori tutti i vasi che aveva trovato. Aveva fatto sarchiare, rastrellare la gran corte e i prossimi viali del parco. La casa, quando ci arrivammo, riceveva l'ultimo raggio del sole: e dalla valle innanzi a lei era salita una stagnante bruma che velava e rivelava il fiume. Fin da prima dell'arrivo, io riconobbi d'un tratto l'odore dell'erba; e quando sentii di nuovo volgersi intorno alla casa i gridi acuti delle rondini, tutto il passato d'un tratto si sollev come se mi riconoscesse e volesse, riconoscendomi, richiudersi sul mio ritorno.
In capo a pochi giorni la casa divent, a poco a poco, quasi confortevole. Avrei potuto mettermi al lavoro: indugiai ascoltando ancora il mio passato che si richiamava minuzioso a me; ma ben presto, occupato da un'emozione tutta nuova: Marcellina, una settimana dopo il nostro arrivo, m'aveva annunciato d'essere incinta.
Mi parve da allora che le dovessi cure nuove, che avesse diritto a maggiori tenerezze. Per lo meno nei primi tempi che seguirono la sua confidenza, io passai dunque accanto a lei quasi tutti i momenti della giornata. Andavamo a sederci accanto al bosco, sulla panca ove da bimbo andavo a sedermi con mia madre. L pi voluttuosamente si presentava a noi ogni istante, pi insensibilmente scorreva l'ora. Se da questo punto della mia vita non si distacca alcun ricordo singolarmente preciso, non  gi perch io ne serbi una meno viva riconoscenza, ma appunto perch tutto vi si mescolava, vi si fondeva in un benessere uniforme, in cui la sera s'univa al mattino, i giorni si legavano ai giorni.
Ripresi lentamente il mio lavoro, con lo spirito calmo, ben disposto, sicuro della sua forza, guardando l'avvenire con fede e senza febbre, la volont come addolcita e come docile al consiglio di quella terra riposata.
Senza dubbio, pensavo, l'esempio di questa terra in cui tutto s'appresta al frutto, all'utile messe, ha su di me la migliore influenza. Ammiravo il tranquillo avvenire che promettevano quei robusti buoi, quelle vacche satolle nelle opulenti praterie. Piantati in fila sui favorevoli pendii delle colline, i meli promettevano quell'estate raccolte superbe: sognavo gi al carico dovizioso dei pomi, sotto cui si sarebbero ben presto avuti i rami. Da quell'abbondanza, da quell'asservimento felice, da quelle sorridenti culture, un'armonia sorgeva, non pi fortuita ma dettata, un ritmo, una bellezza umana e naturale ad un tempo, in cui non si sapeva pi quel che s'ammirasse, tant'erano confusi in perfettissimo accordo l'erompente fecondit della libera natura e lo sforzo sapiente dell'uomo per regolarla. Che sarebbe quello sforzo, pensavo, senza la possente selvaggeria ch'esso domina? Che sarebbe il selvaggio slancio di questi traboccanti succhi senza l'intelligente sforzo che li argina e ne fa ridendo qualcosa d'opimo? E mi perdevo a sognar terre in cui tutte le forze fossero cos ben regolate, tutte le spese cos compensate, tutti gli scambi cos stretti che il menomo sciupo diventasse sensibile. Poi, applicando il mio sogno alla vita, mi costruivo una etica che diventava una scienza della perfetta utilizzazione di se stessi sotto un'intelligente disciplina.
Dove s'erano cacciate, dove s'erano nascoste allora le turbolenze della vigilia? Pareva, tanto ero calmo, che non fossero mai esistite. Il flutto del mio amore le aveva coperte tutte.
Intanto il vecchio Bocage faceva dello zelo intorno a noi: dirigeva, sorvegliava, consigliava. Si sentiva all'eccesso il suo bisogno d'apparire indispensabile. Per non fargli cosa sgradita bisogn esaminare i suoi conti, ascoltare sino alla fine le sue spiegazioni infinite. Neppur quello gli bastava: dovetti accompagnarlo sulle terre. La sua perizia sentenziosa, i suoi continui discorsi, l'evidente contentezza di se stesso, la mostra che faceva della sua onest, non tardarono ad esasperarmi. Diventava oppressivo ogni giorno pi: e tutti i mezzi mi sarebbero parsi buoni per liberarmene, quando un avvenimento inatteso venne a dare ai miei rapporti con lui un carattere differente. Una certa sera Bocage m'annunci che aspettava per l'indomani il figlio Carlo.
Dissi "ah!" quasi con indifferenza, non essendomi fino ad allora molto curato dei figliuoli che Bocage potesse avere. Poi, vedendo che la mia indifferenza lo colpiva, che s'aspettava da me un qualche segno d'interesse e di sorpresa:
- E dov'era ora? domandai.
- In una fattoria modello, vicino ad Alanon, rispose Bocage.
- Deve avere ormai quasi... continuo calcolando l'et di questo figliuolo di cui avevo, sino ad allora, ignorato l'esistenza, e parlando abbastanza lento per dargli il tempo d'interrompermi.
- Diciassett'anni passati, riprese Bocage. Aveva poco pi di quattr'anni quando madama vostra madre  morta.  un giovanottone adesso e tra poco ne sapr pi di suo padre. E, una volta lanciato, Bocage non si ferm pi, per evidente che potesse essere la mia stanchezza.
L'indomani non ci pensavo pi quando Carlo, arrivato allora allora, verso la fine del giorno viene a presentare i suoi omaggi a Marcellina e a me. Era un bel ragazzone, cos esuberante di salute, cos agile, cos ben fatto, che neppure gli orribili abiti cittadini che aveva messi in nostro onore riuscivano a renderlo troppo ridicolo: e la stessa timidit aggiungeva forse qualcosa al bel rossore naturale. Pareva non avesse che quindici anni, tanto il colore del suo sguardo era rimasto infantile. S'esprimeva assai chiaramente, senza falsa modestia, e, al contrario del padre, non parlava se non per dire qualcosa. Non ricordo pi che discorsi scambiassimo quella prima sera: occupato a guardarlo, non trovavo niente da dirgli e lasciavo che gli parlasse Marcellina. Ma il giorno seguente, per la prima volta non aspettai che il vecchio Bocage venisse da me a prendermi per portarmi alla fattoria, dove sapevo che erano incominciati i lavori.
Si trattava di riparare un pantano. Quel pantano, grande come uno stagno, si vuotava. Si sapeva il luogo della falla e bisognava riparare con cemento. E bisognava per questo mettere a secco il pantano, cosa che non s'era pi fatta da quindici anni. Carpioni e tinche vi abbondavano, grossissimi alcuni, che non lasciavano pi il bassofondo. Desideravo acclimatarne nelle acque delle doghe e regalarne agli operai, in modo che la partita di piacere d'una pesca s'aggiungesse questa volta alla fatica, come l'annunciava la straordinaria animazione della fattoria. Erano venuti alcuni bimbi dei dintorni e s'erano mescolati ai lavoratori. Marcellina stessa doveva raggiungerci un po' pi tardi.
L'acqua s'abbassava da lungo tempo gi quando io arrivai. Talvolta un gran fremito ne increspava d'improvviso la superficie e traspiravano i dorsi bruni dei pesci inquieti. Nelle pozzanghere del contorno i bimbi che ci guazzavano raccoglievano una brillante minuzzaglia di pesce che gettavano in secchi pieni d'acqua chiara. L'acqua del pantano, che l'emozione dei pesci finiva d'intorbidare, era terrosa e pi opaca di minuto in minuto. I pesci abbondavano al di l d'ogni speranza; quattro garzoni della fattoria ne pigliavano a manate. Rimpiangevo l'assenza di Marcellina ed ero deciso di correre a chiamarla, quando qualche grido annunci le prime anguille. Non si riusciva a prenderle: sgusciavano di tra le dita. Carlo, che fino ad allora era restato accanto al padre sulla riva, non si tenne pi. Si tolse brusco le scarpe e le calzette, gitt la giacca e il gil, poi, rimboccando assai alti i calzoni e le maniche della camicia, entra risolutamente nel fango. Immediatamente io l'imitai.
- Ebbene, Carlo, gridai, non avete fatto bene a tornare ieri?
Non rispose nulla ma mi guard tutto ridente, gi occupatissimo alla sua pesca. Lo chiamai ben presto perch m'aiutasse a catturare una grossa anguilla; univamo le nostre mani per afferrarla. Poi, dopo quella, fu un'altra. Il fango ci inzaccherava la faccia. Talvolta s'affondava di colpo e l'acqua ci saliva sino alle cosce. Fummo ben presto zuppi. Appena nell'ardore del giuoco scambiavamo qualche grido, qualche frase; ma alla fine del giorno m'accorsi che davo del tu a Carlo, senza sapere io stesso quando avessi cominciato. Quell'azione comune ci aveva gi detto, l'uno sul conto dell'altro, di pi che non avrebbe potuto fare una lunga conversazione. Marcellina non era ancora venuta e non venne, ma gi io non rimpiangevo pi la sua assenza: mi pareva che lei avrebbe un po' imbarazzato la nostra gioia.
Fin dal domani uscii per ritrovare Carlo alla fattoria. Ci dirigemmo tutt'e due verso i boschi.
Io che conoscevo male le mie terre e non avevo alcuna voglia di conoscerle meglio, fui assai meravigliato nel vedere che Carlo le conosceva benissimo, come la ripartizione dei fitti. Mi apprese, cosa di cui avevo appena l'idea, che io avevo sei fittavoli, che avrei potuto prendere dai diciassette ai diciottomila franchi di fitto e che, se ne riscuotevo appena una met, la colpa era delle continue riparazioni d'ogni specie, e di quel che se ne andava in intermediari. Certi sorrisi ch'egli aveva nell'esaminare le culture, mi fecero ben presto dubitare che lo sfruttamento delle mie terre non fosse cos eccellente come avevo potuto credere dapprima e come Bocage avrebbe voluto darmi ad intendere. Seppi far parlare Carlo sull'argomento, e quell'intelligenza tutta pratica, che in Bocage m'esasperava, in quel ragazzo seppe divertirmi. Riprendemmo, un giorno dopo l'altro, le nostre passeggiate; la propriet era vasta e, quando ne avemmo frugato ogni angolo, ricominciammo con maggior metodo. Carlo non mi dissimul affatto l'irritazione che gli causava la vista di certi campi mal coltivati, di spazi ingombri di ginestre, di cardi, d'erbacce. Seppe farmi dividere il suo odio per l'incolto e sognare con lui colture meglio ordinate.
- Ma, gli dissi dapprima, chi pi d'ogni altro soffre di questa mediocre coltivazione? L'affittuario, non  vero? Il frutto che trae dalla coltivazione, se varia, non fa variare il prezzo dell'affitto.
E Carlo s'irritava un po': - Voi non ne capite, si permetteva di rispondere, mentre io pronto sorridevo. Non considerando che la rendita, voi non volete vedere che il capitale si deteriora. Le vostre terre con l'essere imperfettamente coltivate perdono a poco a poco il loro valore.
- Se potessero, meglio coltivate, fruttare di pi, non vedo perch il fittavolo non dovrebbe mettercisi con tutto il suo impegno: lo so troppo interessato per non veder di cavarci il pi possibile.
- Voi fate i conti, continuava Carlo, senza l'aumento della mano d'opera. Queste terre sono talvolta lontane dalla fattoria. A coltivarle renderebbero poco o niente ma almeno non si rovinerebbero.
E la conversazione continuava. Talvolta per tutta un'ora, andando su e gi pei campi, avevamo l'aria di ripetere in eterno le stesse cose; ma io ascoltavo e, a poco a poco, m'istruivo.
- Dopo tutto, questo riguarda tuo padre: gli dissi un giorno, impazientito. Carlo arross un po':
- Mio padre  vecchio, disse; ha gi troppo da fare per vegliare all'esecuzione dei patti, alla manutenzione delle case, alla buona rientrata delle affittanze. La sua missione qui non  di riformare.
- Tu? Sentiamo! Quali riforme proporresti.
Ma allora Carlo si schermiva, pretendendo di non avere abbastanza esperienza. Non potei se non a forza d'insistenze costringerlo a spiegarsi.
- Togliere agli affittuari tutte le terre ch'essi lasciano incoltivate, finiva col consigliare. Se i fittavoli lasciano incolta una parte dei loro campi, questo prova che non abbisogna il tutto per pagarvi; e se vogliono conservare il tutto paghino un pi alto canone. Sono tutti pigri in questo paese, aggiungeva.
Dei sei poderi affittati che erano in mia propriet quello in cui andavo pi volentieri era situato sulla collina che dominava la Morinire. Lo si chiamava la Valterie. Il fittavolo che l'occupava non era spiacevole: io parlavo con lui volentieri. Pi vicino alla Morinire un podere detto "la terra del Castello" era affittato a mezzo, con un sistema di compartecipazione, che lasciava Bocage possessore d'una parte del bestiame, al posto del proprietario assente. Ora che la diffidenza era nata, cominciavo a sospettare lo stesso onesto Bocage, se non d'ingannarmi, per lo meno di lasciarmi ingannare da parecchi. Mi si riservava,  vero, un fienile e una stalla, ma mi parve ben presto che non fossero inventati se non per lasciare che il fittavolo nutrisse le sue vacche ed i suoi cavalli con la mia avena e col mio fieno. Avevo ascoltato benevolmente fino ad allora le pi inverosimili notizie che Bocage di quando in quando me ne dava: mortalit, mal formazioni e malattie, io accettavo tutto. Che bastasse che una delle vacche del fittavolo cadesse malata, per diventar subito la mia vacca, non avevo ancora pensato che fosse possibile; n che bastasse che una delle mie vacche andasse benissimo per diventar subito vacca del fittavolo.
Eppure, qualche rilievo imprudente di Carlo e qualche mia personale osservazione cominciarono ad illuminarmi. Una volta avvertito, il mio spirito prese ben presto l'aire.
Marcellina, avvertita da me, verific minuziosamente tutti i conti, ma non vi pot rilevare alcun errore; l'onest di Bocage vi si rifugiava. Che fare? Lasciar correre. Ma almeno, sordamente irritato sorvegliai ora le bestie, senza tuttavia averne l'aria.
Avevo quattro cavalli e dieci vacche: ce n'era abbastanza per tormentarmi. Tra i miei cavalli ce n'era uno che si chiamava ancora "il puledro" bench avesse tre anni passati. Si occupavano allora della domatura. Io cominciavo ad interessarmene; quando, un bel giorno, mi si viene a dire che  una bestia assolutamente intrattabile, che non se ne caver mai niente e che il meglio  che io me ne sbarazzi. Come se io avessi voluto dubitarne, s'era fatto in modo che rompesse il davanti d'un barroccino e ci si insanguinasse i garretti.
Dovetti fare, quel giorno, un vero sforzo per serbarmi calmo: e quel che mi rattenne fu l'imbarazzo di Bocage. Dopo tutto, pensai, quest'uomo deve avere pi debolezza che cattiva volont. La colpa  dei garzoni, che non si sentono dominati.
Uscii nella corte, per vedere il puledro. Appena mi sent avvicinare, un garzone che lo picchiava si mise ad accarezzarlo. Feci finta di non accorgermene. Non capivo gran che di cavalli ma quel puledro mi pareva bello: era un mezzosangue baio chiaro, dalle forme notevolmente slanciate. Aveva l'occhio vivissimo, la criniera, come la coda, quasi bionda. Mi assicurai che non fosse ferito. Volli che si curassero le sue scorticature e me ne andai senza aggiungere una parola.
La sera, appena rividi Carlo, cercai di sapere quel che pensasse lui del puledro.
- Lo credo dolcissimo, mi disse: ma non lo sanno trattare e ve ne faranno una bestiaccia.
- Come lo tratteresti tu allora?
- Vuole il signore affidarmelo per otto giorni? Io ne rispondo.
- E che ne farai tu?
- Vedrete.
L'indomani Carlo condusse il puledro in un angolo della prateria che ombreggiava un noce superbo ed aggirava il fiume. Ci andai accompagnato da Marcellina:  uno dei miei pi vivi ricordi. Carlo aveva attaccato il puledro, con una corda di qualche metro, ad un piuolo solidamente confitto nel suolo. Il puledro, troppo nervoso, s'era, pare, focosamente dibattuto per qualche tempo: ora, saggio, rassegnato, girava intorno in modo pi calmo. Il suo trotto, d'una elasticit sorprendente, era bello da vedere e seduceva come una danza. Carlo, al centro del cerchio, evitando ad ogni giro la corda con un salto brusco, lo eccitava e lo calmava con la parola. Teneva in mano una gran frusta ma non lo vidi servirsene. Tutto, nella sua aria e nei suoi gesti, dava a quel lavoro il bell'aspetto fervente di piacere. D'improvviso, non so come, balz in groppa. La bestia aveva rallentato l'andatura, poi s'era fermata: lui l'aveva carezzata un po', poi c'era balzato su, sicuro di se stesso, tenendosi appena alla criniera, ridente, inchinato, prolungante la sua carezza. Il puledro aveva appena per un istante recalcitrato. Ora riprendeva il suo trotto uguale, cos bello, cos agile, che io invidiavo Carlo e glielo dissi.
- Ancora pochi giorni di scozzonatura, e la sella non l'irriter pi. Fra due settimane la signora stessa potr montarlo: sar dolce come un agnello.
Diceva la verit. Pochi giorni dopo, il cavallo si lasci carezzare, mettere i finimenti, condurre, senza pi ombrosit alcuna: e Marcellina stessa avrebbe potuto montarlo se le condizioni in cui si trovava le avessero permesso un simile esercizio.
- Il signore dovrebbe provare, mi disse Carlo.
Da solo non mi ci sarei mai deciso: ma Carlo propose di sellare per lui un altro cavallo del podere. Il piacere d'accompagnarlo mi decise.
Quanto fui riconoscente a mia madre d'avermi condotto al maneggio durante la prima giovinezza! Il lontano ricordo di quelle prime lezioni mi serv. Non mi sentivo troppo meravigliato d'essere a cavallo: in capo a pochi istanti ero senza timore alcuno e perfettamente a posto. Il cavallo che montava Carlo era pi pesante, senza razza, ma piacevole a vedere: e quel che pi conta, Carlo lo montava bene. Prendemmo l'abitudine d'uscire un po' ogni giorno. A preferenza partivamo di buon mattino, per l'erba chiara di rugiada. Raggiungevamo l'orlo dei boschi. I nocciuoli gocciolanti, scossi al passaggio, ci bagnavano. L'orizzonte d'un tratto s'apriva: era la vasta vallata di Auge; da lontano si supponeva il mare. Ci fermavamo per un istante senza discendere: il sole nascente colorava, squarciava, disperdeva le brume. Poi ripartivamo al gran trotto. Ci attardavamo nell'alto podere. Il lavoro cominciava appena: assaporavamo quella gioia fiera di precedere e dominare i lavoratori. Poi, d'un tratto, li lasciavamo. Io rientravo alla Morinire all'ora in cui Marcellina s'alzava.
Rientravo ebbro d'aria, stordito dalla velocit, le membra un po' intorpidite da una voluttuosa stanchezza, lo spirito pieno di salute, d'appetito, di freschezza. Marcellina approvava, incoraggiava la mia fantasia. Al rientrare, ancora in gambali, apportavo verso il letto in cui ella restava ad aspettarmi, un odore di foglie bagnate che, come lei stessa diceva, le piaceva. E lei ascoltava mentre descrivevo la nostra corsa, il risveglio dei campi, la ripresa del lavoro. Prendeva altrettanta gioia, pareva, a sentirmi vivere che a vivere... Ben presto abusai anche di quella gioia. Le nostre passeggiate s'allungarono: e talvolta non rientravo pi che verso mezzogiorno.
Intanto riservavo l'altro tempo, la fine del giorno e la serata alla preparazione del mio corso. Il mio lavoro avanzava. Ne ero soddisfatto e non consideravo impossibile che valesse pi tardi la pena di riunire le mie lezioni in un volume. Per una specie di reazione naturale, mentre la mia vita s'ordinava, si regolava ed io godevo nel riordinare e regolare tutte le cose intorno a me, m'innamoravo ogni giorno pi dell'etica equivoca dei Goti; e mentre durante il mio corso mi sforzavo, con un'arditezza che doveva essermi sovente rimproverata pi tardi, d'esaltare l'incoltura e di farne l'apologia, mi studiavo laboriosamente di dominare se non di sopprimere tutto quel che potesse ricordarla intorno a me come in me stesso. Sino a che punto ho portato questa saggezza, o, meglio, questa follia?
Due dei miei fittavoli, la cui affittanza spirava a Natale, ansiosi di rinnovarla, vennero a trovarmi. Si trattava di firmare, secondo l'uso, il foglio detto "promessa d'affitto". Forte delle assicurazioni di Carlo, eccitato dalle sue conversazioni quotidiane, aspettavo di pi fermo i fittavoli. Essi, forti del fatto che un fittavolo non si rimpiazza facilmente, pretesero dapprima una diminuzione del canone. Tanto pi grande fu il loro stupore quando lessi loro i patti che avevo formulato io stesso, per cui non soltanto mi rifiutavo d'abbassare il canone ma mi ripigliavo anche certi pezzi di terra, ch'essi, come avevo visto, lasciavano incolti. Finsero dapprima di pigliar la cosa in burletta. Io scherzavo. Che avrei potuto far io di quelle terre? Non valevano un soldo: se no, essi stessi le avrebbero lavorate. Poi, vedendo la mia seriet, s'ostinarono: ed io duro dal canto mio. Credettero di spaventarmi minacciandomi di partire; ed io che non attendevo che quella parola:
- Padronissimi d'andarvene quando volete: nessuno vi trattiene. E, preso il foglio dei patti, lo strappai innanzi ad essi.
Restai dunque con pi di cento ettari sulle braccia. Da qualche tempo gi progettavo di confidare la direzione di tutto a Bocage, sapendo che, indirettamente, l'avrei data a Carlo. Pretesi anche d'occuparmene molto io stesso. D'altronde non volli starci a pensare troppo. Il rischio stesso dell'impresa mi tentava. I fittavoli non sarebbero sloggiati che a Natale. Le cose avevano tutto il tempo di pigliare un'altra piega.La sua gioia immediatamente mi dispiacque: egli non seppe dissimularla. Questo mi fece sentire ancor pi la sua veramente troppo grande giovinezza. Il tempo stringeva gi: s'era a quell'epoca dell'anno, in cui i primi raccolti lasciano liberi i campi per le prime arature. Per una convenzione diventata uso i lavori del fittavolo uscente e quelli del nuovo si affiancavano, abbandonando il primo il suo podere pezzo per pezzo, a mano a mano che raccoglieva. Io temevo, come una specie di vendetta, l'animosit dei due fittavoli congedati: piacque loro invece fingere a mio riguardo una perfetta compiacenza (non seppi se non pi tardi il vantaggio che vi trovavano). Ne profittai per correre mattina e sera sulle loro terre che dovevano al pi presto ritornarmi. L'autunno cominciava. Bisogn ingaggiare pi uomini per affrettare le arature, le semine. Avevamo comprato erpici, rulli, aratri. Io passeggiavo a cavallo, sorvegliando, dirigendo i lavori, lieto di comandare.
Intanto, nei prati vicini, i fittavoli raccoglievano le mele. Esse cadevano, rotolavano nell'erba densa, abbondanti come in nessun'altra annata. I lavoratori non bastavano a raccoglierle: ne venivano dai villaggi vicini e li si ingaggiava per otto giorni. Qualche volta Carlo ed io ci divertivamo ad aiutarli. Gli uni bacchiavano le rame per farne cadere i frutti tardivi. Si raccoglievano a parte quelli caduti da s, troppo maturi, spesso bacati, schiacciati nell'erba alta. Non si poteva camminare senza pestarne. L'odore saliente dal prato era acre e dolciastro e si mescolava a quello delle arature.
L'autunno s'avanzava. I mattini degli ultimi bei giorni sono i pi freschi, i pi limpidi. Talvolta l'atmosfera rinfrescata faceva bl le lontananze, e ancor pi remote: e trasformava una passeggiata in un viaggio. Il paese pareva ingrandito. Talvolta invece la trasparenza anormale dell'aria rendeva gli orizzonti vicinissimi: pareva di poterli raggiungere con un colpo d'ala: e non so quale delle due illusioni riempisse pi di languore. Il mio lavoro era quasi finito: cos almeno dicevo a me stesso per meglio osare di distrarmene. Il tempo che non passavo pi al podere lo passavo accanto a Marcellina. Insieme uscivamo nel giardino: camminavamo lenti, lei languida e appoggiata al mio braccio, andavamo a sederci su d'una panca da cui si dominava il vallone che la sera riempiva di luce. Lei aveva una tenera maniera d'appoggiarsi sulla mia spalla: e restavamo cos fino alla sera sentendo fondere in noi la giornata, senza gesti, senza parole.
Come un soffio talvolta increspa una tranquillissima acqua, si lasciava leggere sulla sua fronte la pi lieve emozione. In lei, misteriosamente, ella ascoltava fremere una nuova vita. Io mi chinavo su lei come su d'una profonda acqua pura, dove, per lontano che si guardasse, non si vedeva che dell'amore. Ah, se era ancora la felicit, io so che ho voluto ancora rattenerla, come si tenta rattenere invano nel concavo delle due mani un'acqua fuggitiva. Ma gi sentivo, a fianco della felicit, qualche altra cosa diversa dalla felicit, che colorava bens il mio amore, ma come colora l'autunno.
L'autunno s'avanzava. L'erba, ogni mattina pi bagnata, non seccava pi al soffio della brezza: e all'alba era tutta bianca. Le anitre, sull'acqua dei fossati, battevano l'ala: s'agitavano selvaggiamente. Le si vedeva talvolta sollevarsi, fare con grandi gridi, in un volo tempestoso, tutto il giro della Morinire. Una mattina non le vedemmo pi. Bocage le aveva chiuse. Carlo mi disse che le si chiude cos ad ogni autunno, all'epoca della migrazione. E, pochi giorni dopo, il tempo cambi. Fu d'improvviso, una sera, un gran soffio, una sbuffata del mare, forte, non divisa, conducente il nord e la pioggia, menante via gli uccelli nomadi. Gi lo stato di Marcellina, le cure d'una installazione nuova, i preliminari del mio corso, ci avrebbero richiamati a Parigi. La cattiva stagione, che cominciava presto, ci cacci.
I lavori della campagna dovevano  vero, richiamarmi in novembre. Ero stato molto contrariato al sentire le disposizioni di Bocage per l'inverno: mi proclam il suo desiderio di rimandare Carlo alla fattoria modello, dove aveva ancora, pretendeva il vecchio, parecchio da imparare. Io parlai a lungo, provai tutti gli argomenti possibili, ma non riuscii a farlo cedere. Tutt'al pi consent ad accorciare un po' gli studi, per permettere a Carlo di ritornare pi presto. Bocage non mi dissimulava che lo sfruttamento dei due poderi non si farebbe senza difficolt grandi: ma lui aveva in vista, m'apprese, due contadini sicurissimi che contava prendere sotto i suoi ordini. Sarebbero quasi fittavoli, quasi mezzadri, quasi lavoranti. La cosa era per il paese troppo nuova, perch egli se ne augurasse niente di buono; ma, diceva lui, ero io che l'avevo voluto. Questa conversazione aveva luogo verso la fine d'ottobre. Ai primi giorni di novembre rientravamo a Parigi.
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Capitolo 2.
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C'installammo nella via S., accanto a Passy. L'appartamento, che ci aveva indicato uno dei fratelli di Marcellina e che noi avevamo potuto visitare durante il nostro ultimo soggiorno a Parigi, era molto pi grande di quello che m'aveva lasciato mio padre, e Marcellina pot inquietarsi un po' non soltanto del fitto pi elevato ma anche delle spese cui saremmo andati incontro. A tutti quei timori ponevo un fittizio orrore per il provvisorio: mi sforzavo io stesso di credervi e lo esageravo a bella posta. Certamente le diverse spese d'installazione supererebbero nell'annata le nostre rendite, ma la nostra fortuna, gi bella, doveva abbellirsi ancor pi. Contavo per questo sul mio corso, sulla pubblicazione del mio libro, ed anche, quale follia! sulle nuove rendite dei miei poderi. Non esitai dunque davanti ad alcuna spesa, dicendomi ad ognuna che mi legavo ancor pi e pretendendo sopprimere nello stesso tempo ogni umor vagabondo che potessi sentire o creder di sentire in me.
Quei primi giorni e dal mattino alla sera il nostro tempo pass in corse; e, bench molto cortesemente il fratello di Marcellina s'offerse per risparmiarcene molte, Marcellina cominci a sentirsi stanchissima. Poi, invece del riposo ch'era necessario, dovette, appena installata, ricevere visite su visite. L'allontanamento in cui avevamo vissuto sino ad allora le faceva ora affluire e Marcellina, disavvezza al mondo, non sapeva abbreviarle n negarsi. La trovavo, la sera, estenuata, e se non m'inquietavo d'una stanchezza di cui sapevo la causa naturale, mi studiavo almeno di diminuirla ricevendo sovente al posto di lei, cosa che non mi divertiva, e restituendo le visite, cosa che mi divertiva ancor meno.
Non sono mai stato un brillante parlatore. La frivolit dei salotti, il loro spirito, non sono mai stati di mio gusto. Ne avevo pur frequentati di salotti, ma in un tempo che mi pareva ormai lontano. Che era accaduto di nuovo in me? Mi sentivo, a contatto con gli altri, monotono, triste, scontroso, imbarazzante non meno che imbarazzato. Per colmo di disgrazia voi, che consideravo gi come i miei soli veri amici, non eravate a Parigi e non ci sareste tornati per molto tempo. Ma avrei potuto parlarvi meglio? Avreste forse meglio compreso me di quanto comprendessi io stesso. Di tutto quel che maturava in me e che posso riferirvi ora, che cosa sapevo allora? L'avvenire m'appariva cos sicuro, e mai me ne ero sentito tanto padrone!
E anche se fossi stato pi perspicace, che rifugio contro me stesso avrei potuto trovare in Umberto, Didier, Maurice, in tanti altri che voi conoscete e giudicate come me? Riconobbi ben presto, ahim, l'impossibilit di farmi capire da loro. Ai primi discorsi che facemmo mi vidi costretto a rappresentare un falso personaggio, a rassomigliare a quello ch'essi credevano fossi rimasto, a costo di parere un simulatore. A scanso di fatiche finsi dunque d'avere i pensieri e i gusti che mi si attribuivano. Non si pu ad un tempo essere sincero e parerlo.
Rividi un po' pi volentieri la gente del mio mondo, archeologi e filologi, ma a parlare con essi non trovai pi piacere ed emozione che a sfogliare un buon dizionario di storia. Potei sperare dapprima di trovare una comprensione pi diretta della vita in qualche romanziere ed in qualche poeta: ma se essi l'avevano quella comprensione, certo  che non la mostravano. Mi parve che i pi non vivessero affatto ma si contentassero d'aver l'aria di vivere e quasi considerassero la vita come un deplorevole impedimento allo scrivere. Ed io non sapevo biasimarli e non pretendo affatto che l'errore non fosse mio... D'altronde, che intendevo io per vivere?  precisamente quel che avrei voluto sapere. Gli uni e gli altri parlavano abilmente dei diversi avvenimenti della vita: mai di quel che li cagiona.
Quanto a qualche filologo il cui compito sarebbe stato l'informarmi, sapevo da gran tempo quel che ci fosse da aspettarsene: matematici o neocriticisti, si tenevano il pi possibile lontani dalle perturbatrici realt e non si curavano pi che l'algebrista dell'esistenza delle realt che quello misura.
Di ritorno presso Marcellina, non le nascondevo affatto la noia che quelle assiduit mi davano.
- Si rassomigliano tutti, le dicevo. Ognuno  una ripetizione. Quando parlo ad uno mi pare di parlare a parecchi.
- Ma, amico mio, rispondeva Marcellina, non potete aspettarvi che ognuno sia differente da tutti gli altri.
- Pi si somigliano tra di loro e pi differiscono da me.
Riprendevo poi pi tristemente:
- Nessuno ha saputo essere malato. Vivono, hanno l'aria di vivere e di non sapere che vivono. D'altronde io stesso, da quando sono accanto ad essi, non vivo pi. Oggi, per esempio, che cosa ho fatto? Ho dovuto lasciarvi alle nove. Ho avuto appena il tempo di leggere un po': ed  il solo momento del giorno. Vostro fratello mi aspettava dal notaio e, dopo il notaio, non m'ha pi lasciato. Ho dovuto vedere con lui il tappezziere, mi  stato addosso dall'ebanista e non l'ho lasciato che in casa di Gastone. Ho fatto colazione con Filippo: poi ho ritrovato Luigi che mi aspettava al caff. Ho sentito con lui l'assurda lezione di Teodoro che ho dovuto complimentare all'uscita; per rifiutare il suo invito della domenica ho dovuto accompagnarlo da Arturo. Con Arturo sono stato a vedere un'esposizione d'acquarello. Sono stato poi a lasciare i biglietti da visita in casa d'Albertina e di Giulia. Estenuato rientro e vi trovo altrettanto stanca quanto me, avendo visto Adelina, Marta, Gianna, Sofia. E quando la sera, adesso, ripenso a tutte queste occupazioni, sento la mia giornata cos vana e mi pare cos vuota che vorrei riafferrarla a volo, ricominciarla d'ora in ora, e mi sento cos triste che vorrei piangere.
Eppure non avrei saputo dire n quello che intendevo per vivere, n se il gusto che avevo preso per una vita pi spaziosa ed aereata, meno soffocata e meno preoccupata d'altro, non fosse il segreto semplicissimo della mia pena. Quel segreto mi pareva assai pi misterioso: un segreto di resuscitato, pensavo, poich io restavo un estraneo in mezzo agli altri, come qualcuno che ritorni dal paese dei morti. E dapprima non sentivo che una contrariet abbastanza dolorosa, ma ben presto spunt un sentimento nuovissimo. Non avevo provato nessun orgoglio, posso giurarlo, alla pubblicazione dei lavori che m'avevano fruttato tanti elogi. Sentivo ora orgoglio? Forse ma almeno nessuna vanit ci si mescolava. Era, per la prima volta, la coscienza del mio proprio valore. L'importante era solo quello che mi separava, mi distingueva dagli altri: quel che nessun altro che io diceva o sapeva dire, era quello ch'io avevo da dire.
Il mio corso cominci subito dopo; portandomici il soggetto, gonfiai la prima lezione con tutta la mia nuova passione. A proposito dell'ultima civilt latina, dipinsi la coltura artistica, salente a fiore di popolo, alla maniera d'una secrezione che dapprima significhi pletora, sovrabbondanza di salute, poi si coaguli, s'indurisca, s'opponga ad ogni perfetto contatto dello spirito con la natura, e sotto l'apparenza persistente della vita nasconda la diminuzione della vita, formi guaina in cui lo spirito compresso languisce, si disfa e muore. Infine, portando all'estremo la mia idea, parlavo di Coltura che, nata dalla vita, uccide la vita.
Gli storici biasimarono una tendenza, essi dicevano, alle generalizzazioni troppo rapide. Altri biasimarono il mio metodo; e quelli che mi complimentarono furono quelli che m'avevano meno compreso.
Fu all'uscita del mio corso che rividi per la prima volta Menalca. Non l'avevo mai molto frequentato, e, poco tempo prima del mio matrimonio, era ripartito per una di quelle spedizioni lontane che ci privavano di lui talvolta per pi di un anno. Dapprima m'era antipatico, pareva fiero e non s'interessava alla mia vita. Fui dunque meravigliato di vederlo alla mia prima lezione. La sua insolenza stessa, che da principio me lo faceva tener lontano, mi piacque: ed il sorriso ch'egli mi fece mi parve tanto pi grazioso quanto pi lo sapevo raro. Recentemente un assurdo, un vergognoso processo scandalistico era stato ai giornali una comoda occasione per insozzarlo. Quelli che il suo disdegno e la sua superiorit ferivano, s'impadronirono di quel pretesto per vendicarsi. E quel che li irritava di pi era che egli non pareva affatto impressionarsene.
- Bisogna, rispondeva agli insulti, lasciare agli altri aver ragione, dal momento che questo li consola del non avere alcuna altra cosa al mondo.
Ma la buona societ s'indign: e quelli che, come si suol dire, "si rispettano", considerarono un dovere il troncare ogni rapporto con lui e ripagarlo cos del suo disprezzo. Fu per me una ragione di pi: attirato verso di lui da una segreta influenza, m'avvicinai e l'abbracciai affettuosamente innanzi a tutti.
Vedendo con chi parlavo, gli ultimi importuni si ritirarono; e restai dunque solo con Menalca.
Dopo le irritanti critiche e gli stupidi complimenti, le sue poche parole circa il mio corso mi riposarono.
- Voi bruciate quel che adoravate, mi disse. Cos va bene. Cominciate un po' tardi, ma la fiamma ne  tanto pi viva. Non so ancora se vi capisco bene: voi siete ancora un enigma per me. Non parlo volentieri, ma con voi avrei bisogno di chiacchierare. Venite dunque stasera a pranzo da me.
- Caro Menalca, gli risposi, pare che voi dimentichiate che sono ammogliato.
- S,  vero, rispose. Al vedere la cordiale franchezza con cui avete osato avvicinarmi, vi avevo immaginato pi libero.
Temetti d'averlo ferito, pi ancora di sembrargli debole: e gli dissi che l'avrei raggiunto dopo pranzo.
A Parigi, sempre di passaggio, Menalca viveva in albergo. Ci si era fatto sistemare per quel soggiorno alcune stanze a mo' d'appartamento. Aveva l i suoi domestici, mangiava a parte, viveva a parte, aveva disteso sui muri, sui mobili, la cui volgare laidezza l'opprimeva, alcune stoffe che aveva portate dal Nepal e ch'egli diceva di volere usare prima d'offrirle ad un museo. La mia fretta di raggiungerlo era stata tale che lo sorpresi ancora a tavola quando entrai e, poich mi scusavo d'averlo disturbato:
- Ma, mi disse, io non ho affatto intenzione d'interrompere il pranzo e sono sicuro che me lo lascerete finire. Se foste venuto a pranzo, vi avrei offerto dello Chiraz, di quel vino che incantava Hafiz. Ma  ora troppo tardi: bisogna essere a digiuno per berlo. Prendete almeno liquori?
Accettai, pensando che anche lui ne bevesse: poi, vedendo che faceva portare un solo bicchiere, mi meravigliai.
- Scusatemi, disse, ma io non ne bevo quasi mai.
- Avete paura d'ubbriacarvi?
- Al contrario! rispose. Ma considero la lucidit una ben pi potente ebbrezza: posso conservarvi la mia lucidit.
- E voi versate da bere agli altri?
Sorrise.
- Non posso, disse, esigere da ognuno le mie virt.  gi bello se ritrovo in qualcuno i miei vizi.
- Almeno fumate?
- Neppur questo:  un'ebbrezza impersonale, negativa, e di troppo facile conquista. Io cerco nell'ebbrezza un'esaltazione, e non una dominazione della vita. Ma lasciamo stare: io vengo, indovinate un po' di dove: da Biskra. Avendo saputo che ci eravate passato, ho voluto mettermi sulle vostre tracce. Che  venuto a fare qui, mi chiedevo, quel cieco erudito, quel leggitore? sono solito d'esser discreto se non per quel che mi si confida: per quel che apprendo da me la mia curiosit ve lo confesso,  senza limiti. Ho dunque cercato, frugato, interrogato un po' dapertutto. La mia indiscrezione m'ha servito, poich m'ha dato il desiderio di rivedervi, poich al posto del pedante erudito, che ero solito vedere in voi, so che devo vedere oggi. A voi lo spiegarmi che...
Sentii che arrossivo.
- Che avete dunque appreso su me, Menalca?
- Volete saperlo? Ma non abbiate paura. Conoscete abbastanza i vostri amici ed i miei per sapere ch'io non posso parlare di voi ad alcuno. Avete gi visto quanto il vostro corso fosse compreso.
- Ma, dissi con una leggera impazienza, niente mi mostra ancora che io possa parlarvi pi che agli altri. Andiamo! Che cos' che avete appreso su di me?
- Prima di tutto, ch'eravate stato malato.
- Ma questo non ha niente di...
- Oh,  gi troppo importante. Poi mi si  detto che uscivate volentieri solo, senza libro (ed  l che ho cominciato ad ammirare) o, quando non eravate pi solo, vi lasciavate accompagnare pi volentieri da ragazzi che da vostra moglie. Non arrossite dunque o io non parlo pi.
- Raccontate senza guardarmi.
- Uno dei ragazzi, aveva nome Moktir se ricordo bene, bello come pochi, ladro e truffaldino come nessuno, mi parve la sapesse pi lunga. Attirai, comprai la sua confidenza, cosa che, lo sapete, non  facile, poich credo ch'egli mentisse ancora quando diceva di non mentire pi... Quel che mi ha raccontato di voi, ditemi dunque s' vero...
Menalca intanto s'era alzato e aveva tratto da un cassetto una scatoletta che apr.
- Queste forbici erano vostre? chiese porgendomi qualcosa d'informe, d'arrugginito, di spuntato, di travisato. Non mi fu tuttavia molto difficile riconoscere le forbicette che m'aveva rubate Moktir.
- S, sono queste: sono le forbicette di mia moglie.
- Pretende d'avervele prese mentre volgevate la testa, un giorno che eravate solo con lui in una camera. Ma l'interessante non  l: egli pretende che, al momento stesso in cui le nascondeva nel suo burnous, ha capito che lo sorvegliavate in uno specchio ed ha sorpreso il vostro sguardo che lo spiava. Voi avevate visto il furto e non avete detto niente. Moktir s' mostrato molto sorpreso da quel silenzio... e anch'io.
- Ed io non lo sono meno per quel che voi dite. Come? Egli sapeva ch'io l'avevo sorpreso.
- L non  l'importante. Voi volevate giocare il doppio gioco: ma  una faccenda in cui i ragazzi sono pi maliziosi di noi. Voi pensavate d'averlo ormai in pugno: ed era lui che aveva in pugno voi... L'importante non  l. Spiegatemi voi piuttosto il vostro silenzio.
- Vorrei che qualcuno lo spiegasse a me.
Restammo per qualche tempo senza parlare. Menalca, che andava in lungo e in largo per la stanza, accese distrattamente una sigaretta: poi la gitt subito.
- C' l, riprese, un "senso", come dicono gli altri, un "senso" che pare sfuggirvi, caro Michele...
- Il "senso morale" forse, dissi sforzandomi di sorridere.
- Oh, semplicemente quello della propriet.
- Non mi pare che l'abbiate troppo neppure voi.
- L'ho cos poco, vedete, che qui non c' niente di mio: neppure il letto in cui mi corico: quello anzi meno di tutto. Io ho l'orrore del riposo: il possesso lo incoraggia e nella sicurezza ci si addormenta. Io amo abbastanza vivere per volermi ben desto, e serbo dunque, in seno alle mie stesse ricchezze, questo sentimento di stato precario per cui esaspero, o per lo meno esalto, la mia vita. Non posso dire che ami il pericolo ma amo la vita avventurosa, e voglio ch'essa esiga da me, ad ogni istante, tutto il mio coraggio, tutta la mia felicit e tutta la mia salute.
- Che mi rimproverate dunque? interuppi.
- Oh, come mi fraintendete, caro Michele, per poco ch'io stupido mi provi a farvi la mia professione di fede... Se mi curo poco, Michele, dell'approvazione o della disapprovazione degli uomini, non  per venire ad approvare o disapprovare a mia volta. Sono parole che hanno ben poco significato per me. Ho parlato troppo di me ora. Credendomi compreso, mi slanciavo... Volevo soltanto dirvi che, per qualcuno che non ha il senso della propriet, avete l'aria di possedere troppo.  grave.
- Ma che possiedo io tanto?
- Niente, se la pigliate su questo tono... Ma non avete gi un corso accademico? Non siete proprietario in Normandia? Non vi siete installato, e lussuosamente, a Passy? Siete ammogliato. E non aspettate anche un bambino?
- Ebbene, dissi impazientito, questo prova soltanto che ho saputo farmi una vita pi "pericolosa" della vostra, come voi dite.
- S, semplicemente, replic ironico Menalca. Poi volgendosi brusco e porgendomi la mano:
- Addio, dunque. Per questa sera basta e non sapremmo dirci di pi. A ben presto!
Io restai qualche tempo senza rivederlo.
Nuove cure, nuovi pensieri mi tennero occupato: uno scienziato italiano mi segnal documenti nuovi da lui messi in luce, che io studiai lungamente pel mio corso. Sentire malcompresa la mia prima lezione aveva spronato il mio desiderio di lumeggiare differentemente e pi potentemente le lezioni seguenti. Fui dunque indotto a sistemare in dottrina quel che non avevo fatto dapprima se non avventurare in forma d'ipotesi ingegnosa. Quanti assertori devono la loro forza a questa fortuna di non essere stati capiti a volo! Per me, non posso discernere, lo confesso, quanta parte l'incaponimento aggiungesse al bisogno di affermazione naturale. Quel che avevo di nuovo a dire mi parve tanto pi urgente quanto pi m'era contrastato il dirlo e sopratutto difficile il farlo capire.
Ma quanto le frasi, ahim, diventavano pallide accanto agli atti! La vita, il menomo gesto di Menalca non era mille volte pi eloquente del mio corso? Ah come capii bene allora che l'insegnamento quasi tutto morale dei filosofi antichi fosse stato d'esempio altrettanto, e anche pi forse, che di parole.
Rividi Menalca in casa mia, quasi tre settimane dopo il nostro primo incontro. Fu quasi alla fine d'una riunione troppo numerosa. Per evitare un incomodo quotidiano, Marcellina ed io preferivamo lasciare le porte spalancate il gioved sera. Potevamo chiuderle cos pi facilmente gli altri giorni. Venivano dunque ogni gioved quelli che si dicevano nostri amici. La grandezza dei nostri saloni ci permetteva di riceverli in gran numero e la riunione si prolungava sino a tarda notte. Penso che li attirasse sopratutto la squisita grazia di Marcellina ed il piacere di conversare tra di loro, poich, per me, sin dalla seconda di quelle serate non ebbi pi niente da ascoltare, niente da dire e dissimulai male la mia noia. Vagai dal fumoir al salotto, dall'anticamera al salotto, rattenuto qualche volta da una frase, osservando poco e guardando come per caso.
Antonio, Stefano e Goffredo discutevano l'ultimo voto alla Camera, allungati sulle delicate poltrone di mia moglie. Uberto e Luigi maneggiavano senza precauzione e sciupavano le mirabili acqueforti della collezione di mio padre. Nel fumoir, Mattia, per ascoltare meglio Leonardo, aveva posato il sigaro ardente su d'un tavolino in legno rosa. Un bicchierino di curaao s'era rovesciato sul tappeto. I piedi fangosi d'Alberto vergognosamente coricato su d'un divano, insudiciavano una stoffa. E la polvere che si respirava era fatta dell'orribile sciupo delle cose... Una voglia terribile mi venne di mettere alla porta tutti gli invitati: mobili, stoffe, stampe, alla prima macchia perdevano per me ogni valore; cose macchiate, cose colte dalla malattia e come designate dalla morte. Avrei voluto proteggere tutto, mettere tutto sotto chiave per me solo. Fortunato Menalca, pensai, che non ha niente. Io soffro appunto perch voglio conservare. Che m'importa, in fondo, di tutto questo?
In un salottino meno illuminato, separato da una chiusura a vetri trasparente, Marcellina non riceveva che pochi intimi. Era a mezzo distesa su cuscini, orribilmente pallida, e mi parve cos stanca che ne fui spaventato ad un tratto e dissi a me stesso che quel ricevimento sarebbe l'ultimo. Era gi tardi. Feci per guardare l'ora nel mio orologio, quando sentii nel gilet le forbicette di Mokter.
- E perch le aveva rubate quello, se le ha cos presto rovinate, distrutte?
In quel momento qualcuno mi tocc sulla spalla. Mi volsi brusco: era Menalca.
Era quasi il solo in frac ed era arrivato allora allora. Mi preg di presentarlo a mia moglie, cosa che non avrei certo fatta di mia iniziativa. Menalca era elegante, quasi bello: enormi baffi spioventi, gi grigi, tagliavano il suo volto di pirata. La fiamma fredda del suo sguardo indicava pi coraggio e decisione che bont. Appena presentatolo a Marcellina capii subito che le dispiaceva: e appena ebbe scambiato con lei due o tre complimenti, lo trassi nel fumoir.
Avevo saputo la mattina stessa la nuova missione che il ministero delle Colonie gli aveva affidata. Diversi giornali, ricordando a quel proposito la sua avventurosa carriera, sembravano dimenticare i bassi insulti della vigilia e non trovavano parole abbastanza vive per lodarlo. Esageravano a gara i servizi resi al paese, all'umanit intiera, con le grandi scoperte delle sue ultime esplorazioni, come se lui non intraprendesse niente che non avesse uno scopo umanitario. E si vantavano di lui gli episodi d'abnegazione, di devozione, d'ardimento, come se quegli elogi dovessero essere il suo pi ambito premio.
Cominciai col felicitarlo ed egli m'interruppe sin dalle prime parole.
- E che? Anche voi, caro Michele! Eppure voi non m'avevate ingiuriato, disse. Lasciate dunque ai giornali queste stupidaggini. Paiono meravigliarsi oggi che un uomo di costumi infamati possa tuttavia avere qualche virt. Io non so fare in me le distinzioni e le riserve ch'essi vorrebbero fare: e non esisto che in totalit. Non pretendo se non al naturale: e per ogni azione il piacere che ci trovo  la prova che dovevo farla.
- Questo pu condurre lontano, gli dissi.
- E ci conto, rispose Menalca. Ah, se tutti quelli che ci circondano potessero persuadersi di questo! Ma la maggior parte di essi pensano che soltanto la coercizione possa cavar da loro qualcosa di buono: non si piacciono che trasfigurati. Ognuno vorrebbe rassomigliare il meno possibile a se stesso. Ognuno si propone un modello, poi l'imita: e non sceglie neppure il modello da imitare: se ne impone uno gi scelto dagli altri. Ci sono tuttavia altre cose da leggere nell'uomo: non si osa, non si osa voltare la pagina. Leggi dell'imitazione? Io le chiamo leggi della paura. Si ha paura di trovarsi solo e si rinuncia a trovar se stesso. Mi  odioso questo morale terrore della piazza:  la peggiore delle virt. Eppure chi inventa  sempre solo. Ma chi cerca qui d'inventare? Quel che ognuno sente in s di differente  precisamente quel che possiede di singolare, quel che crea il suo valore. Ed  proprio quel che si cerca di sopprimere. Si imita: e si pretende amare la vita.
Lasciai Menalca parlare. Quel ch'egli diceva era precisamente quel che un mese prima io avevo detto a Marcellina; ed avrei dunque dovuto approvarlo. Perch, per quale vilt, lo interruppi e gli dissi la frase testuale con cui lei mi aveva allora interrotto:
- Non potete tuttavia, caro Menalca, chiedere ad ognuno di differire da tutti gli altri.
Menalca tacque, brusco, mi guard in modo bizzarro, poi, avvicinandosi proprio in quel momento Eusebio per congedarsi da me, mi volse le spalle senza complimenti ed and a parlare con Ettore.
Appena detta, la mia frase m'era apparsa stupida e mi desolai sopratutto ch'essa potesse far credere a Menalca ch'io mi sentivo attaccato dalle sue parole. Era tardi, i miei invitati partivano. Quando il salotto fu quasi vuoto, Menalca ritorn a me:
- Non posso lasciarvi cos, mi disse. Ho certamente mal capito le vostre parole. Lasciatemi almeno sperarlo.
- No, risposi: non le avete capito male, ma esse non avevano alcun senso; e le avevo appena detto che mi vergognavo gi della loro stupidaggine, massime al sentire ch'esse stavano per includermi ai vostri occhi precisamente fra quelli di cui avevate fatto allora allora il processo e che, vi giuro, mi sono odiosi come a voi. Io odio tutta la gente che ha principii.
- Sono, riprese Menalca ridendo, quel che c' di pi detestabile al mondo. Non ci si pu aspettare da essi alcuna specie di sincerit: perch non fanno se non quel che i loro principii vogliono ch'essi facciano: e, se cos non facessero, considererebbero il fatto mal fatto. Al solo sospetto che poteste essere uno dei loro, ho sentito la parola ghiacciarmisi sulle labbra. Il rammarico che ne ho provato, mi ha rivelato quanto sia viva la mia affezione per voi. Mi sono augurato di aver mal compreso, non per la mia affezione ma per il giudizio che avrei fatto su di voi.
- Infatti, sarebbe stato un giudizio falso.
- Non  vero? egli mi disse prendendomi di improvviso la mano. Sentite devo partire al pi presto; ma vorrei vedervi ancora. Il mio viaggio sar questa volta pi lungo e pericoloso di tutti gli altri. Non so quando ritorner. Devo partire fra quindici giorni da qui: e nessuno sa che la mia partenza  cos prossima. Ve lo annuncio segretamente. Partir all'alba: la notte che precede una partenza,  per me ogni volta una notte d'angoscia orribile. Provatemi che voi non siete uomo da principii. Posso contare che vorrete davvero passare quell'ultima notte presso di me?
- Ma ci rivedremo prima, gli dissi un po' sorpreso.
- No: durante questi quindici giorni non ci sar per nessuno e non sar neppure a Parigi. Domani parto per Budapest: fra sei giorni debbo essere a Roma. Nell'uno come nell'altro luogo sono amici che voglio abbracciare prima di lasciar l'Europa. Un altro m'aspetta a Madrid.
-  inteso: passer quella notte di veglia con voi.
- E berremo del vino di Chiraz, disse Menalca.
Qualche giorno dopo quella serata, Marcellina cominci a sentirsi sempre pi male. Ho gi detto che era sovente stanca: ma evitava di lagnarsi e, poich io attribuivo quella stanchezza al suo stato, la credevo naturalissima e non volevo preoccuparmene. Un vecchio medico, abbastanza stupido o male informato, ci aveva da principio dato troppe assicurazioni: e intanto nuovi disturbi accompagnati da febbre, mi decisero a chiamare il dott. Tr. che passava allora per il pi fine specialista. Egli si meravigli che non l'avessi chiamato prima, e prescrisse un regime severo che, da qualche tempo gi, ella avrebbe dovuto seguire. Con un imprudentissimo coraggio Marcellina s'era fino a quel giorno strapazzata troppo. Sino al parto, che s'aspettava per la fine di gennaio, doveva restare sulla sedia a sdraio. Senza dubbio un po' inquieta e pi dolente di quanto volesse ammettere, Marcellina si pieg con gran dolcezza alle prescrizioni pi moleste: una specie di rassegnazione religiosa fiacc la volont che l'aveva sostenuta sino ad allora, di modo che il suo stato peggior d'improvviso durante i pochi giorni che seguirono.
La circondai di cure anche maggiori e la rassicurai del mio meglio, servendomi delle parole stesse di Tr. che non vedeva nel suo stato niente di molto grave: ma la violenza dei timori di Marcellina fin con l'allarmare me a mia volta. Ah, quanto felicemente gi la nostra felicit si riposava sulla speranza! e di qual futuro incerto! Io che dapprima non mi compiacevo se non del passato, pensavo, mi sono lasciato ubbriacare un giorno dall'improvviso sapore dell'istante: ma il futuro disillude l'ora presente, pi ancora che il presente abbia disilluso il passato; e dopo la nostra notte di Sorrento, gi tutto il mio amore, tutta la mia vita si proiettano verso l'avvenire.
Intanto venne la sera che avevo promesso a Menalca: e malgrado la mia repugnanza ad abbandonare per tutta una notte d'inverno Marcellina, feci del mio meglio per farla consentire alla notte solenne dell'appuntamento e per farle riconoscere la gravit della promessa. Marcellina stava un po' meglio quella sera e ciononostante io ero inquieto: un'infermiera mi sostitu accanto a lei. Ma non appena discesi in istrada la mia inquietudine prese una forza nuova. La respinsi: lottai contro di essa, irritandomi contro me stesso per non sapermene meglio liberare. Arrivai cos, a poco a poco, ad uno stato d'ipertensione, d'esaltazione singolare, differentissimo eppure vicinissimo a quello dell'inquietudine dolorosa che lo aveva fatto nascere, ma pi prossimo ancora alla felicit. Era tardi: camminavo a gran passi. La neve cominci a cadere abbondante. Io ero felice di respirare finalmente un'aria pi viva, di lottare contro il freddo: felice contro il vento, la notte, la neve. Io assaporavo la mia energia.
Menalca, che m'intese venire, apparve sul pianerottolo. M'aspettava senza pazienza: era pallido, e pareva un po' contratto in volto. M'aiut a sbarazzarmi del cappotto e volle che, tolte le scarpe bagnate, mettessi un paio di soffici pantofole persiane. Su d'una tavola ad un sol piede, accanto al caminetto, erano confetture e squisitezze. Due lampade rischiaravano la stanza meno di quanto facesse il fuoco. Prima di tutto, Menalca s'inform della salute di Marcellina. Per semplificare risposi che stava benissimo.
- Aspettate ben presto il vostro figliuolo?
- Fra due mesi.
Menalca s'inchin verso il fuoco, come se avesse voluto nascondere la faccia. Taceva. Tacque cos a lungo ch'io ne fui alla fine tutto imbarazzato, non sapendo neppur io che dirgli. Mi levai, feci qualche passo, poi, avvicinandomi, gli posai una mano sulla spalla. Allora, come se continuasse un suo pensiero:
- Bisogna scegliere, mormor. L'importante  sapere quel che si vuole.
- Eh, non volete forse partire? gli domandai, incerto sul significato che dovevo dare alle sue parole.
- Pare.
- Esitereste forse?
- E a che servirebbe? Voi che avete moglie e figliuolo, restate. Delle mille forme della vita ognuno non pu conoscere che una. Invidiare la felicit altrui  follia: non sapremmo servircene. La felicit non si ha come un abito gi fatto ma su misura. Io parto domani. Lo so: ho cercato di tagliare questa felicit sulla mia misura. Conservate la felicit calma del focolare.
- Anch'io l'avevo tagliata sulla mia misura, esclamai. Ma sono cresciuto. Ora mi va troppo stretta. Talvolta ne sono quasi soffocato.
- Bah! vi ci abituerete, disse Menalca. Poi si piant innanzi a me, affond lo sguardo nel mio e, poich io non trovavo niente da dire, sorrise un po' tristemente: - Si crede di possedere e si  posseduti, riprese. Versatevi dello Chiraz, caro Michele; non ne berrete spesso. E mangiate un po' di queste paste rosate che i persiani ci mangian su. Per questa sera voglio bere con voi, dimenticare che parto domani, e parlare come se questa notte fosse lunga. Sapete che cosa oggi della poesia e massime della filosofia fa lettere morte? L'essersi separate dalla vita. La Grecia idealizzava la vita in modo che la vita dell'artista era gi di per se stessa una realizzazione poetica: e la vita del filosofo una messa in azione della sua filosofia. Di modo che anche, mescolate alla vita, invece d'ignorarsi, la filosofia alimentando la poesia, la poesia esprimendo la filosofia, tutto questo era d'una mirabile persuasione. Oggi la bellezza non agisce pi: l'azione non si cura pi d'essere bella, e la saggezza opera a parte.
- Perch, dissi, voi che vivete la vostra saggezza, non scrivete le vostre memorie? O semplicemente, ripresi vedendolo sorridere, i ricordi dei vostri viaggi?
- Perch non voglio ricordarmi, rispose. Crederei, facendolo, d'impedire l'arrivo dell'avvenire e di lasciare un posto eccessivo al passato. Io creo la novit d'ogni ora col perfetto oblio del passato. Mai mi basta l'essere stato felice. Non credo alle cose morte e confondo il non essere pi col non essere mai stato.
M'irritai alfine di quelle parole che precedevano troppo il mio pensiero: avrei voluto trarlo indietro, fermarlo, ma cercavo invano di contraddire: e d'altronde m'irritavo pi contro me stesso che contro Menalca. Restai dunque silenzioso. Lui, ora andando e venendo a mo' d'una belva ingabbiata, ora inchinandosi verso il fuoco, dopo un lungo silenzio riprese:
- Se i nostri mediocri cervelli sapessero almeno imbalsamare bene i ricordi. Ma questi si conservano male. I pi delicati si sfogliano, i pi voluttuosi infradiciano, i pi deliziosi finiscono col diventare i pi pericolosi. Quello di cui ci si pente era delizioso dapprima.
Di nuovo un lungo silenzio, poi riprendeva:
- Rimpianti, rimorsi, pentimenti, sono gioie del prossimo passato, viste da tergo. Io non amo guardare indietro e lascio lontano il mio passato, come l'uccello per volare lascia la sua ombra. Ah, Michele, ogni gioia ci attende sempre ma suol sempre trovare il letto tutto per lei, essere la sola; e che si arrivi a lei come un vedovo. Ah, Michele, ogni gioia  simile a quella manna del deserto, che si corrompe da un giorno all'altro  simile all'acqua di sorgente Amls, che, racconta Platone, non si poteva conservare in alcun vaso. Ogni istante dunque riporta con s quello che aveva portato.
Menalca parl ancora a lungo. Non posso ripetere qui tutte le sue frasi. Molte tuttavia s'incisero in me tanto pi fortemente, quanto pi avrei desiderato dimenticarle. Non che m'apprendessero qualcosa di straordinariamente nuovo, ma mettevano d'improvviso a nudo il mio pensiero, un pensiero ch'io coprivo di tanti veli da sperar quasi di poterlo soffocare. Cos pass la veglia.
Quando, al mattino, accompagnato Menalca al treno con cui partiva, m'incamminai solo per ritornare accanto a Marcellina, mi sentii pieno d'una abbominevole tristezza, di odio contro la gioia cinica di Menalca. Avrei voluto fosse fittizia e mi sforzavo di negarla. M'irritavo per non avere saputo rispondere niente, m'irritavo d'aver detto parole che potessero farlo dubitare della mia sincerit, del mio amore. E m'appoggiavo alla mia dubbia felicit, alla mia "calma felicit", come diceva Menalca. Non potevo, ahim, allontanarne l'inquietudine, ma pretendevo che quell'inquietudine servisse d'alimento all'amore. Mi chinavo verso l'amore in cui gi vedevo il mio piccolo bimbo sorridermi; per lui si riformava e si fortificava la mia morale. Decisamente, io camminavo d'un passo fermo.
Ahim, quando rientrai, quella mattina, un disordine insolito mi colp fin dalla prima stanza. L'infermiera mi venne incontro e m'apprese, con parole studiate, che mia moglie era stata presa nella notte da orribili angosce poi da dolori, bench non si credesse ancora al termine della gravidanza: che, sentendosi assai male, aveva mandato a chiamare il dottore: che quello, bench arrivato in fretta nella notte, non aveva lasciato ancora la malata. Poi, vedendo il mio pallore io penso, l'infermiera volle rassicurarmi col dire che tutto andava assai meglio ormai e che... Io mi lanciai verso la camera di Marcellina.
La camera era poco rischiarata e dapprima non distinsi se non il dottore che, con la mano, m'impose silenzio; poi nell'ombra una figura ch'io non conoscevo. Ansioso, senza rumore, m'avvicinai al letto. Marcellina, aveva gli occhi chiusi. Era cos terribilmente pallida che dapprima la credetti morta; ma senza aprire gli occhi, ella volse verso di me la testa. In un angolo oscuro della stanza, la figura ignota ordinava, nascondeva diversi oggetti. Vidi strumenti lucidi, ovatta; vidi, credetti di vedere, un panno macchiato di sangue... Sentii che vacillavo caddi quasi verso il dottore. Egli mi sostenne. Capivo: avevo paura di capire.
- Il bimbo? domandai ansioso.
Il dottore mi rispose con una triste alzata di spalle. Senza pi sapere quel che facevo, mi gittai contro il letto singhiozzando. Ah, precipitoso avvenire! Il terreno cedeva d'improvviso sotto i miei passi. Innanzi a me non era pi che un vuoto in cui precipitai tutt'intiero.
Il tutto qui si confonde in un tenebroso ricordo. Eppure Marcellina parve dapprima rimettersi presto. Lasciandomi le vacanze di principio d'anno un po' di riposo potei passare accanto a lei quasi tutte le ore del giorno. Accanto a lei leggevo, scrivevo o le facevo dolcemente la lettura. Non uscivo mai senza portarle un po' di fiori. Mi ricordavo delle tenere cure di cui lei m'aveva circondato quand'ero stato malato, e la circondai di tanto amore che talvolta lei ne sorrideva, quasi felice. Non una parola fu scambiata a proposito del triste accidente che aveva abbattute le mie speranze.
Poi la flebite si dichiar e quando cominci a declinare, un embolo, d'improvviso, mise Marcellina tra la vita e la morte. Era di notte: mi rivedo chinato su Marcellina, ascoltando, col suo, il mio cuore fermarsi e rivivere. Quante notti l'ho vegliata cos, lo sguardo ostinatamente fisso su di lei, sperando, a forza d'amore, di potere insinuare un po' della mia vita nella sua. E se non pensavo pi molto alla felicit, la mia sola triste gioia era talvolta di veder sorridere Marcellina.
Il mio corso aveva ripreso. Dove trovavo io la forza per preparare le mie lezioni; e per dirle? Il mio ricordo si perde e non so come si succedettero le settimane. Solo un piccolo fatto voglio ricordarvi:
 mattino, qualche tempo dopo l'embolo. Sono accanto a Marcellina che ha l'aria di star un po' meglio. Ma la pi grande immobilit le  ancora prescritta: non deve neppure muovere le braccia. Io mi chino per farla bere e quando ha bevuto ed io sono ancora chinato su di lei, con una voce che il turbamento rende pi debole ancora, mi prega d'aprire un cofanetto che il suo sguardo mi designa.  l, sulla tavola. L'apro:  pieno di nastri, di cianfrusaglie, di ninnoli senza valore. Che cosa cerca? Porto accanto al letto il cofanetto, e traggo fuori tutti gli oggetti ad uno ad uno.  questo? quello?... No, non ancora e la sento inquietarsi un po'. Ah, Marcellina, eccolo il piccolo rosario che cerchi! Lei si sforza di sorridere.
- Temi dunque che io non ti ami abbastanza?
- Oh, amico mio! mormor lei. Ed io mi ricordai della nostra conversazione di Biskra, del suo timido rimprovero al sentirmi respingere quel ch'essa chiamava "l'aiuto di Dio". Riprendo un po' rudemente:
- Mi son pur guarito da solo.
- Io ho tanto pregato per te, rispose lei.
Lo dice teneramente, tristamente. Ed io sento nel suo sguardo un'ansiet supplicante. Prendo il rosario e lo faccio scivolare e lo premo sulla sua mano indebolita, che riposa sul lenzuolo. Uno sguardo carico di lacrime e d'amore, mi ricompensa, ma al quale io non posso rispondere. Un istante ancora indugio, non so che fare, sono imbarazzato. Alfine, non reggendo pi:
- Addio, gli dico, e lascio ostile la stanza come se ne fossi stato scacciato.
Intanto l'mbolo aveva prodotto disturbi assai gravi: l'orribile grumo di sangue che il cuore aveva respinto, stancava e congestionava i polmoni, ostruiva la respirazione, la faceva difficile e soffiante. La malattia era ormai entrata in Marcellina, la abitava, la segnava, la macchiava. Era una cosa condannata.
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Capitolo 3.
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La stagione diventava clemente. Appena il mio corso fu terminato, trasportai Marcellina alla Morinire, affermando il dottore che ogni pericolo incombente era ormai passato e che, per rimetterla definitivamente in salute, niente sarebbe tanto giovato quanto un'aria migliore. Avevo io stesso gran bisogno di riposo. Quelle veglie che avevo voluto sopportare quasi tutte io stesso, quell'angoscia prolungata e, sopratutto, quella specie di simpatia fisica che, nei giorni dell'embolo di Marcellina, m'aveva fatto sentire in me stesso gli orribili soprassalti del mio cuore, tutto questo m'aveva stancato come se io stesso fossi stato malato.
Avrei preferito condurre Marcellina in montagna; ma lei mi mostr il desiderio pi vivo di ritornare in Normandia, pretese che nessun clima le avrebbe fatto meglio e mi ricord che dovevo rivedere quei due poderi di cui m'ero un po' temerariamente preso la briga. Mi persuase che, essendomene ormai fatto responsabile, era mio dovere riuscire. Eravamo appena arrivati, quand'ella mi spinse a correre sulle terre. Non so se nell'affettuosa insistenza non entrasse una gran parte di abnegazione: il timore che altrimenti, credendomi trattenuto accanto a lei dalle cure che bisognava ancora prodigarle, non mi sentissi abbastanza libero... Eppure Marcellina stava meglio: il sangue ricolorava le gote; e niente mi riposava di pi che sentire meno triste il suo sorriso. Potevo lasciarla senza timore.
Ritornai dunque sui poderi. Ci si facevano i primi fieni. Satura di pollini, d'odori, l'aria mi stord dapprima come una bevanda inebbriante. Mi parve che, dall'anno prima, non avessi pi respirato, o respirato che polvere, tanto l'atmosfera penetrava squisita in me. Dal pendo in cui m'ero seduto, come ubbriaco, dominavo la Morinire. Vedevo i suoi tetti bl, le acque dormenti dei suoi canali; tutt'intorno, campi falciati; altri pieni d'erbe; pi lontano, la curva del ruscello; pi lontano ancora i boschi in cui nell'ultimo autunno passeggiavo a cavallo con Carlo. Canti che sentivo da qualche istante si avvicinarono: erano falciatori che ritornavano a casa, la forca o il rastrello sulla spalla. Quei lavoratori, che riconobbi quasi tutti, mi fecero spiacevolmente sentire che non ero l come viaggiatore deliziato ma come padrone. M'avvicinai, sorrisi, parlai, domandai ad ognuno lungamente. Gi Bocage nel mattino aveva potuto informarmi sullo stato delle culture; d'altronde con una corrispondenza regolare non aveva cessato di tenermi al correre dei menomi incidenti dei poderi. La conduzione diretta non andava male: assai meglio di quanto Bocage m'avesse fatto dapprima sperare. Mi si attendeva dunque per qualche decisione importante e, durante qualche giorno, diressi tutto del mio meglio, senza piacere, ma riattaccando la mia vita disfatta a quel sembiante di lavoro.
Appena Marcellina si sent abbastanza bene per ricevere, alcuni amici vennero ad abitare con noi. La loro compagnia affettuosa e niente affatto rumorosa seppe piacere a Marcellina ma fece che io lasciassi sempre di pi la casa. Preferivo la compagnia della gente del podere: mi pareva, con quelli, che ci fosse da imparare di pi. Non gi che io li interrogassi molto. No: e so appena esprimere quella specie di gioia che da essi mi veniva: mi pareva di sentire attraverso di loro; e mentre la conversazione dei nostri amici m'era gi tutta nota anche prima ch'essi cominciassero a parlare, la sola vista di quei campagnoli pezzenti, mi causava una continua meraviglia.
Se dapprima si sarebbe detto ch'essi mettevano a rispondermi tutta la condiscendenza ch'io evitavo di mettere nell'interrogarli, presero presto a sopportar meglio la mia presenza. Entrai sempre pi in contatto con essi. Non contento di seguirli al lavoro, volevo vederli nei loro giuochi. I loro ottusi pensieri non m'interessavano, non assistevo ai loro pasti, ascoltavo i loro scherzi, sorvegliavo amorosamente ai loro piaceri. Per una specie di simpatia simile a quella che faceva sobbalzare il mio cuore ai sobbalzi di quello di Marcellina, era in me un'immediata eco d'ogni sensazione straniera: non vaga ma precisa, acuta. Sentivo nelle braccia il crampo del falciatore: ero stanco della sua stanchezza; il sorso di sidro che bevevo mi dissetava, lo sentivo accendermi gi per la gola. Un giorno, arruotando la falce, uno si fer profondamente al pollice: io sentii il suo dolore sino all'osso.
Mi pareva anche che la mia vista non fosse pi sola ad insegnarmi il paesaggio ma che io lo sentissi ancora per una specie di contatto che quella bizzarra simpatia faceva illimitato.
La presenza di Bocage m'impacciava. Bisognava che al suo arrivo, mi dessi l'aria del padrone, ed io non mi ci sentivo pi portato. Comandavo ancora, poich non se ne poteva fare a meno, e dirigevo a mio modo i lavoratori, ma non montavo pi a cavallo, pel timore di dominarli troppo. Eppure, malgrado le precauzioni che prendevo perch non fossero pi angustiati dalla mia presenza e non facessero pi complimenti innanzi a me, io restavo innanzi ad essi come prima, pieno di curiosit cattiva. L'esistenza d'ognuno di essi mi restava misteriosa. Mi pareva sempre che una parte della loro vita si nascondesse. Che facevano quand'io non ero pi l? Non consentivo che potessero divertirsi di pi: e prestavo ad ognuno un segreto che m'ostinavo a voler conoscere. Ridellavo, seguivo, spiavo. M'attaccavo, di preferenza, alle pi frustre nature, come se dalla loro oscurit attendessi, per illuminarmi, qualche luce.
Uno sopratutti m'attirava: era abbastanza bello, alto, tutt'altro che stupido, ma guidato unicamente dall'istinto. Non agiva che a scatti, cedendo ad ogni impulso repentino. Non era del paese: lo si era arruolato per caso. Eccellente lavoratore per due giorni, s'ubbriacava a morte il terzo. Una notte andai furtivo a vederlo nel fienile. Era sdraiato sul fieno. Dormiva d'un sonno opaco da ubbriaco. Quanto tempo lo guardai! Un bel giorno part come era venuto. Avrei voluto sapere per quale direzione. Seppi la sera stessa ch'era stato Bocage a cacciarlo. Montai in furore contro Bocage: lo mandai a chiamare.
- Pare che siate stato voi a cacciare Pietro, cominciai. Volete dirmi perch?
Un po' disorientato dalla mia collera che mi studiavo pur di raffrenare:
- Non voleva certo il signore tenersi qui un ubbriacone di quel genere, che guastava i migliori operai.
- So meglio di voi quali mi convenga tenere.
- Un vagabondo che non si sa neppure di dove venga. Non faceva buon effetto in paese. Quando, una bella notte, avesse incendiato il fienile, sarebbe stato contento il signore?
- Ma infine questo mi riguarda e il podere  mio, immagino. Intendo dirigere come pare a me. In avvenire, mi farete il piacere d'espormi i vostri motivi prima di condannare qualcuno.
Bocage, l'ho detto, m'aveva conosciuto fin da bimbetto. Per offensivo che fosse il tono delle mie parole, m'amava troppo per risentirsene. E non mi prese neppure abbastanza sul serio. Il contadino normanno troppo sovente non d importanza alcuna a quello di cui non capisca i motivi: a quello che non sia guidato dall'interesse. Bocage considerava semplicemente come una sciocchezza quella questione.
Non volli tuttavia finire cos duramente il colloquio, e cercai una chiusa pi conciliante.
- Vostro figlio Carlo non deve tornare al pi presto? - mi decisi a chiedergli dopo un istante di silenzio.
- Pensavo che il signore lo avesse dimenticato, vedendo quanto poco s'interessasse di lui, rispose Bocage ancora ferito.
- Io dimenticarlo, Bocage! E come avrei potuto dopo tutto quello che abbiamo fatto insieme l'anno passato? Conto anzi moltissimo su lui per i poderi.
- Il signore  molto buono. Carlo deve ritornare fra otto giorni.
- Va bene: ne sono contento, Bocage: e lo congedai.
Bocage aveva quasi ragione. Non avevo certo dimenticato Carlo, ma non mi curavo pi di lui che pochissimo. Come spiegare che, dopo una cos focosa amicizia non sentissi pi a suo riguardo che una crucciosa curiosit. La causa doveva cercarsi nel fatto che le mie occupazioni e i miei gusti non erano pi quelli dell'anno prima. I miei due poderi, dovevo confessarlo, non m'interessavano pi cos come le persone che ci lavoravano. E, per frequentarle, la presenza di Carlo stava per diventare imbarazzante. Era anche troppo ragionevole e si faceva troppo rispettare. Dunque, malgrado la viva emozione che ridestava in me il suo ricordo, vedevo avvicinarsi con timore il suo ritorno.
Ritorn. Ah, quanto avevo ragione nel temere e quanto faceva bene Menalca ad abolire ogni assurdo ricordo. Vidi arrivare al posto di Carlo un assurdo signore con una ridicola bombetta in testa. Dio, com'era mutato! Imbarazzato, oppresso, cercai tuttavia di non rispondere con troppa freddezza alla gioia ch'egli mostrava nel rivedermi; ma quella stessa gioia mi dispiacque. Era goffa e non mi parve sincera. L'avevo ricevuto nel salone, e, poich era tardi, non distinguevo bene il suo volto, ma, quando fu portata la lampada, vidi con disgusto che aveva lasciato crescere le basette.
Il colloquio, quella sera, fu piuttosto grigio. Poi, sapendo che egli sarebbe stato quasi sempre sui poderi, evitai per otto giorni d'andarvi e ripiegai sui miei studi e sulla compagnia dei miei ospiti. Poi, appena cominciai a uscire, fui assorbito da un'occupazione novissima:
I taglialegna avevano invaso i boschi. Ogni anno se ne vendeva una parte. Divisi in dodici parti, i boschi fornivano ogni anno, con qualche albero d'alto fusto su cui non si poteva contare pi, una legna dodicenne che si metteva in fascine.
Quel lavoro si faceva d'inverno, poi, prima della primavera, secondo le clausole della vendita, i legnaiuoli dovevano aver portata via la legna. Ma l'incuria di pap Heurtevent, il mercante di legna che dirigeva l'operazione, era tale che talvolta la primavera entrava nel frascame ancora accumulato. Si vedevano allora nuovi ramoscelli fragili allungarsi attraverso i rami morti, e, quando finalmente i taglialegna si decidevano al trasporto, questo non avveniva senza la distruzione di molti germogli.
Quell'anno la negligenza di pap Heurtevent, il compratore, and al di l dei nostri timori. La assenza di concorrenti compratori m'aveva costretto a lasciargli il taglio ad un prezzo bassissimo: cos, sicuro in ogni caso del suo bel guadagno, si dava pochissimo premura di portar via la sua legna avuta quasi per regalo. Rimandava di settimana in settimana, protestando ora l'assenza d'opere, ora il cattivo tempo, poi un cavallo malato, poi delle prestazioni, poi un altro lavoro... In breve, alla met dell'estate non s'era ancora mossa una foglia.
Quel che l'anno prima m'avrebbe irritato in sommo grado, quest'anno mi lasciava abbastanza calmo: non mi dissimulavo affatto il torto che Heurtevent mi faceva, ma quei boschi cos devastati erano belli ed io ci passeggiavo con piacere, spiando, sorvegliando la selvaggina, sorprendendo le vipere, e, talvolta, sedendomi a lungo su uno dei tronchi abbattuti, che pareva vivere ancora e gittava ancora per le ferite qualche verde frondetta.
Poi, tutto d'un tratto, al mezzo della prima quindicina d'agosto, Heurtevent si decise a mandare sei uomini. Vennero sei alla volta, pretendendo di finir tutto il lavoro in dieci giorni. La parte dei boschi sfruttata confinava quasi con la Valterie. Per facilitare l'opera dei taglialegna consentii che si portasse loro il pasto dal podere. Quello che fu incaricato della faccenda era un buffone chiamato Bute, che il reggimento aveva rimandato tutto corrotto; per lo spirito intendo, perch pel corpo andava a meraviglia. Era uno di quelli della mia gente con cui parlavo pi volentieri. Potei dunque cos rivederlo senza andare apposta al podere: poich per l'appunto allora ricominciavo a uscire. E per qualche giorno non lasciai pi i boschi, non rientrando alla Morinire che per le ore dei pasti e spesso facendomi attendere. Fingevo di sorvegliare il lavoro ma in realt non vedevo che i lavoratori.
S'aggiungevano talvolta a questo gruppo di sei uomini, due dei figli Heurtevent; l'uno di vent'anni, l'altro di quindici, slanciati, muscolosi, i lineamenti duri. Parevano di tipo straniero e seppi infatti pi tardi che la madre era spagnola. Mi meravigliai dapprima che avesse potuto venire fin l, ma Heurtevent, un classico vagabondo, l'aveva sposata in Ispagna; e per questa ragione era abbastanza mal visto in paese. La prima volta che avevo incontrato il pi giovane dei figli era stato, mi ricordo, sotto la pioggia. Era solo, su d'un carretto, sdraiato a sommo d'un carico di fascine; e l, supino sul frascame, cantava, o piuttosto urlava, una specie di canto bizzarro, ch'io non avevo mai sentito in paese. I cavalli che tiravano il carretto, conoscendo la strada, non avevano bisogno d'essere guidati. Non posso dire l'effetto che quel canto produsse in me, non avendone udito di simili che in Africa. Il piccolo, esaltato, pareva ubbriaco; quando passai non mi guard neppure. L'indomani seppi che era un figlio di Heurtevent. M'attardavo cos sul luogo dei lavori per rivederlo, o, almeno, per aspettarlo. Si fin ben presto il trasporto. I ragazzi Heurtevent non ci vennero che tre volte. Parevano fieri e non potei ottenere da essi una parola.
Bute, invece, amava raccontare; feci in modo che potesse ben presto capire quello che con me si poteva dire: e da allora non fece pi complimenti e mise a nudo il paese. Avidamente mi chinai sul suo mistero. Superava le mie speranze e, ad un tempo, non mi soddisfaceva. Era tutto l quel che bolliva sotto l'apparenza, o non era anch'esso un'ipocrisia? Non importa! Interrogai Bute come avevo fatto delle cronache informi dei Goti. Da quei racconti saliva un acre vapore d'abisso, che gi mi montava alla testa e che con inquietudine fiutavo. Da lui seppi dapprima che Heurtevent andava a letto con la figliuola. Temetti, al manifestare il menomo biasimo, d'arrestare ogni confidenza. Sorrisi dunque: la curiosit mi spingeva.
- E la madre non dice niente?
- La madre?  morta ormai da pi di dodici anni... Lui la batteva.
- Quanti sono in famiglia?
- Cinque. Avete visto l'anziano e il minore dei figli. Ce n' un altro di sedici anni che non  forte e che vuol farsi curato. E poi la figlia anziana ha gi due figli dal padre...
E appresi a poco a poco ben altre cose, che facevano della casa Heurtevent un luogo ardente, dall'odore forte, intorno al quale, mio malgrado, la mia immaginazione ronzava come una mosca sulla carogna: - Una sera il figlio anziano tent di violare una giovane serva; e, poich lei si dibatteva, il padre intervenendo aiut il figlio e la tenne forte con le sue mani enormi: mentre, al piano superiore, l'altro figlio continuava teneramente le sue preghiere, ed il piccolo, testimonio del dramma, si divertiva. Quanto allo stupro, mi figuro che non fosse assai difficile, perch Bute raccontava ancora che, poco tempo dopo, la serva, avendoci preso gusto, aveva tentato di corrompere il piccolo prete.
- E il tentativo non  riuscito?
- Resiste ancora ma non troppo, rispose Bute.
- Non hai detto che c'era un'altra figlia.
- Che ne prende tanto quanto ne pu trovare; e senza domandare niente. Anzi, quand' in fregola, pagherebbe lei. Ma non sarebbe prudente andarci a letto in casa del padre: sarebbero botte sicure. Dice che in famiglia si ha il diritto di fare quel che si vuole, ma che questo non riguarda gli estranei. Pietro, il garzone che avete fatto cacciare, non se n' vantato: ma una notte non ha potuto cavarsela senza un buco in testa. E da quel tempo si lavora nel bosco del castello.
- E non ci hai provato anche tu?
Abbass gli occhi pro forma e disse ghignando:
- Qualche volta. Poi, rialzando presto gli occhi:
- Anche il piccolo di pap Bocage.
- Quale piccolo?
- Alcide, quello che dorme al podere. Il signore forse non lo conosce?
Non mi riavevo dalla sorpresa al sentire che Bocage aveva un altro figliuolo.
-  vero, disse Bute, che l'anno passato era ancora con lo zio: ma  proprio sorprendente che il signore non lo abbia gi incontrato nei boschi: si d al bracconaggio ogni sera.
Bute aveva dette quelle ultime parole a pi bassa voce. Mi guard bene e capii ch'era urgente di sorridere. Allora Bute, soddisfatto, continu:
- Il signore non ignora certo che si fa qui del bracconaggio. Bah, i boschi sono cos grandi che il dnno si riduce a ben poco, dopo tutto.
Me ne mostrai cos poco scontento che Bute, ben presto incoraggiato, e, penso oggi, felice di mettere un po' in cattiva luce Bocage, mi mostr in una incavatura lacci tesi da Alcide; poi mi mostr un certo punto della siepe, in cui potevo essere quasi sicuro di coglierlo. Era sull'alto d'un greppo uno stretto buco della siepe che formava vivagno: e per cui Alcide era solito calarsi gi verso le sei. L io e Bute, divertendoci molto, tendemmo un filo di rame, dissimulato con molta grazia. Poi, avendomi fatto giurare di non denunciarlo, Bute part, non volendosi compromettere. Io mi coricai sul rovescio del greppo: attesi.
Invano per tre sere: e cominciai a temere che Bute m'avesse ingannato. La quarta sera, finalmente, intesi un leggerissimo passo avvicinarsi. Il mio cuore batte e apprendo in un istante la violenta volutt del bracconiere. Il laccio  cos ben teso che Alcide ci cade netto. Lo vedo d'improvviso dibattersi, la caviglia presa. Vuol salvarsi, ricade e si dimena come una selvaggina: ma io gi lo tengo.  un ragazzaccio dagli occhi verdi e dai capelli stopposi, dal volto sparuto. Mi tira calci, poi, immobilizzato, cerca di mordermi e, poich non ci riesce, comincia a gittarmi in faccia i pi straordinari insulti ch'io abbia mai sentiti. Alla fine non potei pi tenermi e scoppiai a ridere. Allora si ferma d'improvviso, mi guarda e con un tono pi basso:
- Brutalone, m'avete storpiato.
- Fa' vedere.
Fa discendere il calzetto fino alle soprascarpe di gomma e mostra la caviglia su cui si distingue appena una leggera traccia un po' rosea. - Non  niente -. Egli sorride un po', poi, con aria sorniona:
- Lo dir a mio padre che siete voi a tendere i lacci.
- Per Bacco, ma se  proprio uno dei tuoi!
- , del resto, sicuro che questo non l'avevate messo voi.
- E perch no?
- Voi non sapreste fare cos bene. Fatemi vedere come fate voi.
- Insegnami tu.
Quella sera non rientrai che tardissimo per il pranzo: e, poich non si sapeva dove ero, Marcellina era inquieta. Non le raccontai tuttavia che avevo posto dei lacci: e che, lungi dallo sgridare Alcide, gli avevo regalato dieci soldi.
L'indomani, andando a vedere quei lacci con lui, ebbi il piacere di trovare presi due conigli. Naturalmente glieli lasciai. La caccia non era ancora aperta: che accadeva dunque di quella selvaggina che non si poteva mostrare senza tradirsi? Alcide si rifiutava di confessarmelo. Seppi alfine, ancora da Bute, che Heurtevent era un famoso ricettatore e che tra Alcide e lui faceva da intermediario il pi giovane dei figliuoli. Stavo dunque per penetrare pi oltre nel segreto di quella famiglia feroce? Che appassionato bracconiere diventai!
Ritrovai Alcide ogni sera. Prendemmo conigli in gran numero, e anche, una volta, un capriuolo: viveva debolmente ancora. Non posso ricordare senza orrore la gioia che prov Alcide nell'ucciderlo. Mettemmo il capriuolo in luogo sicuro, dove il figlio Heurtevent potesse venirlo a prendere nella notte.
Da allora non uscii pi nel giorno, quando i boschi vuoti non m'offrivano pi alcuna attrattiva. Cercai anche di lavorare: avevo, sin dalla fine del corso, rifiutato di continuare la mia supplenza: lavoro ingrato e da cui bastava a distrarmi il menomo canto, il menomo rumore nella campagna. Ogni grillo mi diventava un richiamo. Quante volte sono cos balzato dalla lettura alla finestra, senza che accadesse alcunch! E quante volte uscendo improvvisamente! La sola attenzione di cui fossi capace era quella dei miei sensi.
Ma quando la notte cadeva, e gi cadeva presto, era la nostra ora: di cui sino a quel tempo non avevo mai sospettato la bellezza. Uscivo come i ladri entrano. Mi ero fatto occhi d'uccello notturno. Ammiravo l'erba pi mobile ed alta, gli alberi pi densi. La notte scavava tutto, allontanava, faceva il suolo distante ed ogni superficie profonda. Il sentiero pi solido pareva pericoloso. Si sentiva svegliarsi dappertutto quel che viveva d'una esistenza tenebrosa.
- Dove tuo padre ti crede ora?
- Alla stalla a custodire le bestie.
Alcide dormiva l, lo sapevo, accanto ai piccioni e ai polli. Quando ce lo chiudevano la sera usciva per un buco del tetto. Serbava negli abiti un caldo odore di pollame.
Poi, d'un tratto, appena raccolta la selvaggina, filava nella notte come in una trappola, senza un gesto d'addio, senza neppure dirmi "a domani!". Sapevo che, prima di rientrare nella casa, dove i cani per lui non abbaiavano, avrebbe visto il piccolo Heurtevent e gli avrebbe consegnato il bottino. Ma dove? Era quel che il mio desiderio non riusciva a sorprendere. Minacce, astuzie: tutto inutile! Gli Heurtevent non si lasciavano avvicinare. Ed io non so dove trionfasse di pi la mia cortesia: se nel perseguire un mediocre mistero che s'allontanava sempre o nell'inventare addirittura un mistero a forza di curiosit. Ma che faceva Alcide lasciandomi? Dormiva veramente in casa? O lo faceva soltanto credere al fittavolo? Avevo un bel compromettermi. Non riuscivo ad altro che a diminuire ancora il suo rispetto, senza aumentare la sua fiducia: e questo m'arrabbiava e mi desolava ad un tempo.
Scomparso lui, d'un colpo io restavo orribilmente solo e rientravo attraverso i campi per l'erba pesante di rugiada, ebbro di notte, di vita selvaggia e d'anarchia, tutto bagnato, fangoso, coperto di foglie. Di lontano, dalla Morinire addormentata, pareva guidarmi come un tranquillo faro la lampada del mio studio in cui Marcellina mi credeva chiuso, o della camera stessa di Marcellina cui avevo fatto credere che, senza uscire cos nella notte non avrei mai potuto addormentarmi. Era vero: avevo preso in orrore il letto e avrei preferito il fienile.
La selvaggina abbondava quell'anno: conigli, lepri, fagiani, si succedevano. Vedendo tutto andare a gonfie vele, Bute, in capo a tre sere, ebbe voglia d'unirsi con noi.
La sesta sera di bracconaggio non trovammo pi che due lacci su dodici: un repulisti era stato fatto durante il giorno. Bute mi domand cento soldi per ricomprare filo di rame, perch quello di ferro non era buono a niente.
Il giorno dopo ebbi il piacere di vedere i suoi lacci in casa di Bocage e dovetti lodare il suo zelo. Il pi piccante  che l'anno prima avevo imprudentemente promesso un premio di dieci soldi per ogni cappio sorpreso. Dovetti dunque dare cento soldi a Bocage. Intanto coi suoi, Bute ricompra filo di rame. Quattro giorni dopo la stessa storia: ancora dieci lacci sorpresi: e ancora cento soldi da dare a Bute ed altri cento da dare a Bocage. E poich io lo sto felicitando:
- Non sono io, disse, che dovete felicitare:  Alcide.
- Bah! - Troppa sorpresa avrebbe potuto perderci: mi contenni.
- S, continua Bocage. Che volete, signore? Io divento vecchio e sono troppo preso dal podere. Il piccolo corre i boschi per me: lui li conosce,  svelto, e sa meglio di me dove cercare gli agguati.
- Non stento a crederlo, Bocage.
- Allora sui dieci soldi che il signore dona per ogni laccio, io gliene lascio cinque.
- Certo se li merita. Per Bacco! Venti lacci in cinque giorni! Ha lavorato proprio bene! I bracconieri avranno ormai del filo da torcere e si metteranno forse al riposo...
- Oh, signore, quanti pi se ne sorprendono tanti pi ne crescono. La selvaggina si vende cara quest'anno e per quei pochi soldi di filo...
Mi hanno cos bene giuocato che, per un attimo, sospetto che lo stesso Bocage sia del complotto: e quel che mi urta in questa faccenda non  tanto il giuoco triplo d'Alcide quanto il vederlo ingannar me in simile maniera. E poi che fanno del denaro, Bute e lui? Io non so niente, non sapr mai niente di simili esseri. Mentiranno sempre: m'inganneranno tanto per ingannarmi. Quella sera non pi cento soldi ma dieci franchi in regalo a Bute: l'avverto ch' per l'ultima volta e se i lacci sono ripresi, tanto peggio. L'indomani vedo venire Bocage. Sembra molto imbarazzato ed io lo divento subito pi di lui. Che cos' dunque avvenuto? E Bocage m'apprende che Bute non  rientrato al podere se non al primo albore, ubbriaco fradicio. Alle prime parole che Bocage gli ha detto, ha preso a vituperarlo: poi s' gittato su di lui, l'ha picchiato.
- Venivo infine per sapere, mi dice Bocage, se il signore m'autorizza a (ed esita per un istante sulla parola) mandarlo via.
- Ci rifletter, Bocage. Sono molto desolato che vi abbia mancato di rispetto. Lo vedo. Lasciatemi soltanto rifletterci. Tornate fra due ore.
Bocage esce.
Tenere Bute  un far torto penosamente a Bocage: cacciare Bute  uno spingerlo a vendicarsi. Tanto peggio! Avvenga quel che pu: io solo sono il colpevole. E appena ritorna Bocage.
- Voi potete dire a Bute che non lo si vuol pi vedere qui.
Poi aspetto. Che fa Bocage? Che dice Bute? E soltanto alla sera ho qualche eco dello scandalo. Bute ha parlato. Lo capisco dapprima dalle grida che sento in casa di Bocage. Stanno battendo il piccolo Alcide. Bocage sta per venire, viene. Sento gi il suo vecchio passo avvicinarsi: ed il mio cuore batte pi forte ancora di quel che battesse per la selvaggina. L'insopportabile istante! Bisogner mettere in gioco tutti i grandi sentimenti: sar costretto a far sul serio. Che spiegazioni inventare? Sar un attore ben meschino. Come restituirei volentieri la mia parte... Bocage entra. Non capisco letteralmente una parola di quel che voglia dire.  assurdo: devo farlo ricominciare. Alla fine capisco questo: egli crede che Bute sia il solo colpevole. L'incredibile verit gli sfugge. Che io abbia dato dieci franchi a Bute! E a far che? Bocage  troppo normanno per ammetterlo. I dieci franchi Bute li ha rubati, senza dubbio: e, pretendendo ch'io glieli abbia regalati, aggiunge al furto la menzogna. Tutto per nascondere la ruberia: ma a Bocage non la si d ad intendere. Del bracconaggio non si parla pi. Se Bocage batteva Alcide,  perch il piccolo fuggiva la notte.
Coraggio! Sono salvo, innanzi a Bocage almeno tutto va bene. Che stupido quel Bute! Certo, quella sera, il bracconaggio non mi tenta.
Credevo tutto finito ma, un'ora dopo, ecco Carlo. Non ha l'aria di scherzare. Da lontano gi appare pi deciso di suo padre a tagliar corto. E dire che l'anno passato...
- Che c', Carlo? Non ti si vedeva pi da un pezzo.
- Se il signore ci tenesse a vedermi, non avrebbe che a venire sul podere.. Io non ho affare, per Bacco, n coi boschi, n con la notte.
- Ah, tuo padre t'ha raccontato...
- Mio padre non m'ha raccontato niente, perch lui non sa niente. Che bisogno ha di sapere che il padrone si burla di lui, alla sua et?
- Attento, Carlo: tu vai troppo lontano...
- Oh, per Bacco! Voi siete il padrone e fate quel che vi pare.
- Carlo, tu sai perfettamente che io non mi sono burlato d'alcuno: e se faccio quel che mi pare,  perch questo non nuoce che a me.
Egli dette una leggera crollata di spalle.
- Come volete che si possano difendere i vostri interessi, quando voi li attaccate per il primo? Non potete proteggere ad un tempo la guardia e il bracconiere.
- Perch?
- Perch allora... Ma, lasciamo andare. Tutto questo  troppo complicato per me, signore: io vi dir semplicemente che non mi piace vedere il mio padrone imbrancarsi con quelli che dovrebbero essere arrestati, e distruggere con essi il lavoro che si fa per lui.
E Carlo disse questo con voce sempre pi ferma. Aveva un portamento quasi nobile. Io notavo che s'era fatto tagliare le basette. Quel che diceva era, del resto, abbastanza giusto. E poich io, non trovando niente da dirgli; tacevo; lui continuava:
- Che si abbiano doveri verso quello che si possiede, il signore stesso me lo insegnava l'anno passato: ma pare che se lo sia dimenticato. Bisogna prendere quei doveri sul serio e rinunciare a giocare con... Oppure riconoscere che non si meritava di possedere.
Un silenzio.
-  tutto quello che avevi da dirmi?
- Per questa sera s, signore. Ma un'altra sera, se il signore mi ci spingesse, verrei a dirgli che mio padre ed io lasciamo la Morinire.
Ed esce salutandomi in fretta. Ho appena il tempo di riflettere.
- Carlo!... Ma ha ragione, per Bacco. Se questo  il modo di possedere... Carlo! E gli corro dietro, lo raggiungo nella notte, e, rapidissimo, come per assicurare la mia subitanea decisione:
- Puoi annunciare a tuo padre che metto in vendita la Morinire.
Carlo saluta gravemente e s'allontana senza dire una parola.
Tutto questo  assurdo, assurdo.
Marcellina quella sera, non potendo discendere per cenare, mi fa dire ch' sofferente. Salgo in fretta e pieno d'ansiet alla sua camera. Lei mi rassicura subito: "Non  che un raffreddore", spera. Ha preso freddo.
- Non potevi dunque coprirti?
- Eppure fin dal primo brivido ho messo lo scialle.
- Non dopo, ma prima del brivido bisognava metterlo.
Lei mi guarda, si sforza di sorridere. Ah, forse una giornata cos mal cominciata mi disponeva all'angoscia. Certo se lei m'avesse detto chiaro "ma ci tieni tu tanto a che io viva?", non l'avrei meglio capita. Decisamente tutto si disfa intorno a me. Di tutto quel che la mia mano prende, niente sa ritenere. Mi slancio verso Marcellina e copro di baci le sue tempie pallide. Allora lei non si rattiene pi e singhiozza sulla mia spalla.
- Oh, Marcellina, Marcellina, partiamo di qui. Io t'amer altrove come t'amavo a Sorrento. Tu m'hai creduto cambiato, non  vero? Ma altrove tu avrai la certezza che niente ha mutato il nostro amore.
Non guarisco ancora la sua tristezza, ma come lei si riaggrappa gi alla speranza. La stagione non era avanzata ma faceva umido e freddo, e gi gli ultimi bottoni delle rose marcivano senza poter fiorire. I nostri invitati ci avevano lasciato da gran tempo. Marcellina non era cos sofferente da non potere occuparsi di chiuder casa: e, cinque giorni dopo, partimmo.
...
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PARTE TERZA.
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Cercai dunque ancora una volta di rattenere in mano il mio amore. Ma avevo di poi bisogno di una tranquilla felicit? Quella che mi dava e rappresentava per me Marcellina era come un riposo per chi non si senta stanco: ma sentendola stanca e bisognosa del mio amore, io ne la avvolgevo e fingevo fosse per bisogno che ne avessi io stesso. Sentivo intollerabilmente la sua esistenza. Era per guarirmela che l'amavo.
Ah, cure appassionate, tenere veglie. Come altri esasperano la loro fede esagerando le pratiche, cos sviluppai io il mio amore. E Marcellina si rimetteva, vi assicuro, col solo sperare. C'era ancora in lei tanta giovinezza, ed in me, immaginava lei, tante promesse! Ce ne fuggimmo da Parigi come per un nuovo viaggio di nozze: ma dal primo giorno di viaggio lei cominci a sentirsi molto peggio. Gi a Neuchtel fummo costretti a fermarci.
Quanto mi piaceva quel lago dalle rive glauche, senza niente d'alpestre, e le cui acque, come quelle d'una palude lungamente si mescolano alla terra e filtrano fra i canneti! Potei trovare per Marcellina, in un albergo assai confortevole, una stanza con vista sul lago. E non la lasciavo pi per tutto il giorno.
Lei stava cos poco bene che fino dal domani feci venire un dottore da Losanna. Si preoccup, e fu fatica vana, di sapere se non ci fossero stati gi, nella famiglia di mia moglie, altri casi di tubercolosi. Io risposi di s, ma non ne sapevo in realt niente. Mi dispiaceva di confessare che io stesso ero stato quasi condannato per questo e che, prima di avermi curato, Marcellina non era mai stata malata. Detti tutta la colpa all'embolia, bench il medico non ci volesse veder altro che una causa accidentale e m'affermasse che il male datava da pi lontano. Ci consigli vivamente l'aria pura delle alte Alpi, in cui Marcellina, affermava, sarebbe guarita. E come il mio desiderio era per l'appunto quello di passar tutto l'inverno in Engadina, ripartimmo non appena Marcellina si sent abbastanza forte per tentare il viaggio.
Mi ricordo d'ogni sensazione del viaggio, come se ognuna fosse un avvenimento. Il tempo era limpido e freddo. Noi avevamo portato le pi calde pelliccie. A Coira il chiasso incessante dell'albergo ci imped quasi del tutto di dormire. Io mi sarei volentieri rassegnato ad una notte bianca, ma Marcellina... Non m'irritai tanto di quel chiasso quanto del fatto ch'essa, malgrado quello, non fosse riuscita a dormire. Ne aveva tanto bisogno! L'indomani partimmo prima dell'alba. Avevamo fissato i posti del coup nella diligenza di Coira. Le coincidenze ben organizzate permettono di raggiungere Saint-Moritz in un giorno.
Tiefenkasten, lo Julier, Samaden, mi ricordo di tutto, ora per ora: della qualit nuovissima e dell'inclemenza dell'aria, del suon dei campanelli dei cavalli, della mia fame, della fermata a mezzogiorno davanti all'albergo, dell'uovo crudo che rompevo sopra la zuppa, del pane bigio e della freddezza del vino agro. Quei cibi grossolani non convenivano a Marcellina. Lei non pot mangiare se non qualche biscotto secco che per fortuna io avevo avuto cura di prendere pel viaggio. Rivedo il declinare del giorno, la rapida ascensione dell'ombra contro i declivi boscosi; poi una fermata ancora. L'aria diventa sempre pi viva e pi cruda. Quando la diligenza si ferma, ci s'immerge nel cuore della notte e nel silenzio limpido, limpido, non c' pi altra parola. Il menomo rumore prende su quella trasparenza strana la sua qualit perfetta e la sua piena sonorit. Si riparte nella notte. Marcellina tosse... Oh, non cesser pi di tossire? Ripenso alla diligenza di Susa. Mi par ch'io tossissi meglio di cos. Lei fa certi sforzi! Come sembra debole e cambiata! Nell'ombra, cos, la riconoscerei appena. Come i suoi lineamenti son contratti! Si vedevano forse cos una volta i due buchi neri delle narici? Tosse orribilmente:  il pi chiaro risultato delle sue cure. Io ho orrore della simpatia: tutti i contagi vi si nascondono. Non si dovrebbe simpatizzare che coi forti. Oh, davvero lei non ne pu pi. Ma non s'arriva mai?... Che fa? Piglia il suo fazzoletto, lo porta alle labbra, volta la testa... Orrore! Forse anche lei comincia a sputare sangue? Brutalmente tolgo il fazzoletto dalle sue mani. Nel mezzo chiarore della lanterna guardo... Niente. Ma ho troppo rivelato la mia angoscia. Marcellina tristamente si sforza di sorridere e mi mira:
- No; non ancora.
Finalmente arriviamo. Era tempo: lei si regge appena in piedi. Le camere che ci hanno preparate non ci soddisfano. Ci passeremo la notte e domani cambieremo. Nulla mi pare abbastanza bello, n troppo caro. E poich la stagione invernale non  ancora incominciata, l'immenso albergo  quasi vuoto. Posso scegliere: prendo due camere spaziose, chiare e mobiliate con semplicit, che dnno in un grande salone che termina in una larga vetrata a semicerchio da cui si pu vedere l'orribile lago blu e non so qual monte forzuto, dai pendii troppo boscosi o troppo nudi. Ci serviranno l i nostri pasti. L'appartamento  d'un prezzo folle, ma che importa? Non ho pi il mio corso,  vero, ma faccio vendere la Morinire. E poi vedremo. D'altronde, che bisogno ho io di denaro? A che mi serve tutto questo? Sono diventato forte ora. Penso che un completo cambiamento di fortuna deve educare quanto un completo mutamento di salute. Marcellina, lei, ha bisogno di lusso: lei  debole. Ah, per lei voglio spendere tanto e tanto che... E mi prendeva ad un tempo l'orrore e il gusto di quel lusso. Io ci lavavo, ci bagnavo la mia sensualit: poi me la auguravo vagabonda.
Intanto Marcellina stava meglio e le mie cure costanti trionfavano. Poich non aveva voglia di mangiare, ordinai, per stimolarle l'appetito, cibi delicati, seducenti. Bevevamo i migliori vini. Io mi persuadevo che lei ci pigliasse un gran gusto, tanto piacevano a me quei vini stranieri che sperimentavamo ogni giorno. Erano degli aspri vini del Reno di Tokay quasi siropposi quelli che m'empivano della loro maliosa virt. Mi ricordo d'un bizzarro Barba Grisca di cui non restava pi che una bottiglia, di modo che non potei sapere se il gusto asprigno che aveva si sarebbe ritrovato nelle altre.
Ogni giorno uscivamo in carrozza; poi in slitta, quando la neve fu caduta, chiusi sino al collo nelle pelliccie. Io rientravo con la faccia ardente, pieno d'appetito, poi di sonno. Intanto non rinunciavo ad ogni lavoro e trovavo ogni giorno pi di un'ora per meditare su quel che sentivo di dover dire. Di storia non era pi questione: da gran tempo gi i miei studi storici non m'interessavano pi che come un mezzo d'indagine psicologica. Ho detto come avevo potuto innamorarmi di nuovo del passato quando avevo creduto vederci confuse rassomiglianze: avevo osato pretendere, a forza di premere i morti, di ottenere da essi qualche segreta indicazione sulla vita. Ora se anche il giovane Atalarico in persona si fosse levato dalla tomba per parlarmi, non l'avrei ascoltato pi. Come un'antica risposta avrebbe potuto soddisfare la mia nuova domanda: Che cosa l'uomo pu ancora? Ecco quel che m'importava sapere. Quel che l'uomo ha detto sino a qui  forse tutto quello che poteva dire? Non ha niente ignorato di lui? Non gli resta che ridire?... Ed ogni giorno cresceva in me il confuso sentimento di ricchezze intatte che le colture, le decenze, le morali, coprivano, nascondevano, soffocavano.
Mi sembrava allora che fossi nato per una specie incognita di scoperte, e m'appassionavo stranamente nella mia ricerca tenebrosa per cui so che il cercatore doveva spergiurare e respingere coltura, decenza, morale.
Ero giunto cos a non gustar pi negli altri che le manifestazioni pi selvaggie, a deplorare che una convenienza qualunque le reprimesse. Ero disposto a non vedere nell'onest che restrizioni, convenzioni, paure. Mi sarebbe piaciuto poterla vagheggiare come una difficolt rara: i nostri costumi invece ne avevano fatto la forma mutua e volgare d'un contratto. In Isvizzera fa parte del comfort. Capivo che Marcellina ne avesse bisogno, ma non le nascondevo affatto intanto il nuovo corso dei miei pensieri. A Neuchtel gi, poich ella s'entusiasmava di quell'onest che traspariva dalle muraglie come dai visi:
- La mia mi basta ampiamente, osservai: ho la gente onesta in orrore. Se non ho niente da temere da essa, non ho neppure niente da apprendere. E non ha, del resto, niente da dire. Onesto popolo svizzero! Star bene non gli serve a niente. Senza delitti, senza storia, senza letteratura, senza arte,  un robusto rosario senza spine n fiori.
E che quel paese dovesse annoiarmi sapevo gi da prima; ma, in capo a due mesi, diventando quella noia una specie di fobia, non pensai pi che a partire.
Eravamo alla met di gennaio. Marcellina stava meglio, molto meglio: la piccola febbre continua che lentamente la minava, s'era spenta; un sangue pi fresco ricolorava le sue gote. Camminava di nuovo volentieri bench poco, e non era pi come prima continuamente stanca. Non mi ci volle troppo grande fatica per persuaderla che aveva ormai acquisito tutto il beneficio di quell'aria tonica, che niente le avrebbe pi giovato ormai che il discendere in Italia, ove il tiepido favore della primavera avrebbe finito di guarirla: e sovratutto non ebbi gran fatica a persuadermene io stesso, tanto ero stanco di quelle altezze.
Eppure ora che nella mia disoccupazione l'aborrito passato riprende la sua forza, questi ricordi in modo particolare m'ossessionano. Corse rapide in slitta, sferza gioiosa dell'aria secca, inzaccheramento della neve, appetito; marcia incerta nella nebbia, sonorit bizzarre delle voci, brusca apparizione degli oggetti; letture nel salone ben ovattato, paesaggio attraverso la vetrata, paesaggio ovattato; tragica attesa della neve; scomparsa del mondo esterno, voluttuoso intorpidirsi dei pensieri... Oh, pattinare ancora con lei, laggi, soli, su quel piccolo lago puro, circondato di larici, perduto: poi rientrare,con lei, la sera...
La calata in Italia ebbe per me tutte le vertigini d'una caduta. Faceva bel tempo. A mano a mano che c'internavamo nell'aria pi tiepida e pi densa, gli alberi rigidi delle sommit, larici e pini, facevano posto ad una vegetazione ricca di molle grazia e d'agio. Mi pareva lasciare l'astrazione per la vita, e, bench fossimo in inverno, immaginavo ovunque profumi. Ah, da troppo tempo non avevamo pi riso che ad ombre. La mia privazione mi eccitava, ed ero ebbro di sete come altri sono ebbri di vino. Il risparmio della mia vita era ammirevole; sulla soglia di quella terra tollerante e promettente, tutti i miei appetiti divampavano. Un'enorme riserva d'amore mi gonfiava, che affluiva talvolta dal fondo della carne verso la testa e prostituiva i pensieri.
Quest'illusione di primavera dur poco. Il brusco cambiamento d'altezza aveva potuto ingannarmi per un istante ma, appena lasciammo le riparate rive dei laghi, Bellagio, Como dove rimanemmo qualche giorno, trovammo l'inverno e la pioggia. Il freddo che sopportavamo come in Engadina, non pi secco e leggero come sulle alture ma umido ora e deprimente, cominci a farci soffrire. Marcellina si rimise a tossire. Allora, per fuggire il freddo, discendemmo pi a sud: lasciammo Milano per Firenze, Firenze per Roma, Roma per Napoli che sotto la pioggia d'inverno  proprio la pi lugubre citt che io mi conosca. Io trascinavo una noia senza nome. Ritornammo a Roma, per cercarvi, in mancanza di calore, una parvenza di comfort. Affittammo sul Pincio un appartamento troppo vasto ma mirabilmente situato. A Firenze gi, malcontento degli alberghi, avevamo affittato per tre mesi una squisita villa sul Viale dei Colli. Un altro avrebbe voluto viverci sempre: noi non ci restammo neppure venti giorni. Ad ogni nuova tappa tuttavia io avevo cura di sistemare ogni cosa, come se non dovessimo pi partire. Un demone pi forte mi spingeva. Aggiungete a questo che noi non portavamo meno di otto bauli. Ce n'era uno, pieno soltanto di libri, che durante il viaggio non aprii mai.
Non ammettevo che Marcellina s'occupasse delle nostre spese, n tentasse di moderarle. Che fossero eccessive, certo lo sapevo: e che non avrebbero potuto durare. Cessai di contare sul denaro della Morinire. Non fruttava pi niente e Bocage scriveva che non trovava un compratore. Ma ogni considerazione sull'avvenire non approdava che a farmi spender di pi. Avr io bisogno di tanto una volta solo? pensavo, ed osservavo, pieno d'angoscia e d'attesa, diminuire, pi rapida ancora della mia fortuna, la fragile vita di Marcellina.
Bench ella lasciasse a me tutte le cure, quei traslochi precipitosi la stancavano e ancor pi la stancava, oso ora finalmente confessarlo, la paura del mio pensiero.
- Vedo bene, mi disse un giorno, capisco bene la vostra dottrina, perch  ormai una dottrina.  bella forse - poi aggiunse pi tristamente, a bassa voce - ma sopprime i deboli.
-  quello che ci vuole, risposi subito mio malgrado.
Mi parve allora sentire, sotto lo spavento della mia brutale parola, quell'essere delicato ripiegarsi e fremere. Penserete forse che io non amassi Marcellina. Vi giuro che l'amavo appassionatamente. Mai era stata e mai m'era parsa cos bella. La malattia aveva affinati e come estasiati i suoi lineamenti. Non la lasciavo quasi mai: la circondavo di cure con me, proteggevo vegliavo ogni istante dei suoi giorni e delle sue notti. Per leggero che fosse il suo sonno, esercitavo il mio a restare anche pi leggero. La sorvegliavo mentre s'addormentava e mi svegliavo per il primo. Quando talvolta, lasciandola per un'ora, volevo camminare solo per la campagna o per le strade non so quale amorosa cura e timore di suo disagio mi richiamavano subito accanto a lei. E talvolta chiamavo a raccolta le forze della mia volont, m'inalberavo contro quella debolezza, mi dicevo: non vali tu pi di questo, falso grande uomo, e mi costringevo a far durare la mia assenza. Ma rientravo allora con le braccia colme di fiori, fiori di giardino precoce e di serra... S, vi dico, la avviluppavo di tenerezza. Ma come esprimere questo? A mano a mano che mi rispettavano meno, l'adoravo di pi. E chi dir mai quante passioni e pensieri contrastanti possano cambiare nell'uomo?...
Da gran tempo gi il cattivo inverno era cessato: la stagione avanzava e d'un tratto i mandorli fiorivano. Era il primo di marzo. Discendo al mattino in piazza di Spagna. I contadini avevano spogliato la campagna dei suoi rami bianchi: ed i fiori di mandorlo colmano le ceste dei fiorai. Il mio rapimento  tale che ne compro tutto un boschetto. Tre uomini me lo portano e rientro con tutta questa primavera. I rami restan presi sulle soglie, i petali piovono sui tappeti. Ne metto dappertutto, in tutti i vasi, ne imbianco il salone da cui Marcellina pel momento  assente. Gi mi rallegro della sua gioia. La sento venire: eccola. Apre la porta. Che ha? Vacilla, scoppia in singhiozzi.
- Che hai, povera Marcellina?
Le corro vicino, la copro di tenere carezze. Allora, come per inscusarsi delle sue lacrime:
- L'odore di questi fiori mi fa male, dice. Ed era un fine, un discreto odor di miele. Senza dir niente, afferro quegli innocenti rami fragili li spezzo, li porto via, li getto esasperato, il sangue agli occhi. Ah, se lei non pu sopportar pi neppure questo poco di primavera!
Ripenso spesso a quelle lacrime e credo ora, che, sentendosi gi condannata, lei piangesse pensando ad altre primavere. Penso anche che ci sieno forti gioie pei forti, e deboli per i deboli che le forti ucciderebbero. Lei era sazia d'un filo di piacere: un tantino che s'accrescesse bastava perch non lo sopportasse pi. Quel che lei chiamava la felicit, io chiamavo il riposo, ed io non potevo n volevo liberarmi.
Quattro giorni dopo partimmo per Sorrento. Io fui deluso dal non trovarvi un maggior calore. Tutto pareva tremar di freddo. Il vento, che non cessava di soffiare, stancava molto Marcellina. Avevamo voluto discendere allo stesso albergo del nostro precedente viaggio: ci ritrovammo la stessa camera. Guardavamo con sorpresa, sotto il cielo grigio, tutto lo scenario desolato e lo squallido giardino dell'albergo, che ci era sembrato cos incantevole.
Decidemmo di raggiungere per mare Palermo di cui ci si vantava il clima. Tornammo a Napoli ove dovevamo imbarcarci e restammo ancora. Ma a Napoli almeno non m'annoiavo: Napoli  una citt vivente, ove il passato non s'impone.
Nel giorno io ero quasi tutti i minuti accanto a Marcellina. La notte lei si coricava presto, essendo stanca. La sorvegliavo mentre s'addormentava e talvolta mi coricavo io stesso: poi, quando il suo soffio pi uguale m'avvertiva che dormiva, m'alzavo senza rumore e mi rivestivo senza luce. Sgusciavo fuori come un ladro.
Fuori, oh, avrei gridato d'allegrezza. Che fare? Non lo so: il cielo, oscuro il giorno, s'era sbarazzato di nubi. La luna, quasi piena, luceva. Camminavo a caso senza mte, senza desio, senza pensiero. Guardavo tutto con un occhio ma poi spiavo ogni rumore con orecchio pi attento, fiutavo l'umidit della notte, ponevo la mano sulle cose, vagavo.
L'ultima sera che restammo a Napoli prolungai quel vagabondaggio orgiastico. Al rientrare trovai Marcellina in lacrime. Aveva avuto paura, mi disse, svegliandosi e non sentendomi pi l. La tranquillizzai, feci del mio meglio per spiegare la mia assenza e mi promisi di non lasciarla pi. Ma fin dalla prima notte di Palermo non mi seppi tenere e uscii. I primi aranci fiorivano: il menomo soffio ne recava l'odore.
Non restammo a Palermo che cinque giorni; poi con un gran giro raggiungemmo Taormina che tutt'e due desideravamo rivedere. Ho detto che il villaggio  annidato abbastanza in alto nella montagna? La stazione  in riva al mare. La vettura che ci condusse all'albergo, dovette ricondurmi ben presto alla stazione, a prendere i bagagli. M'ero messo in piedi nella carrozza, per chiacchierare col vetturino. Era un ragazzo siciliano di Catania, bello come un verso di Teocrito, sgargiante, odorante, saporoso come un frutto.
- Com' bella la signora! disse con voce graziosa vedendo allontanarsi Marcellina.
- Anche tu sei bello, ragazzo, gli risposi, ed essendo chinato verso di lui, non mi seppi tenere e rapido, attirandolo contro di me, lo baciai. Egli lasci fare ridendo.
- I francesi sono tutti amanti*, disse.
- Ma non tutti gli italiani amati, risposi ridendo anche io. Lo cercai nei giorni seguenti ma non riuscii a rivederlo.
Lasciammo Taormina per Siracusa. Rifacevamo passo per passo il nostro primo viaggio, risalivamo verso il principio del nostro amore. E come, nel nostro primo viaggio, di settimana in settimana io andavo verso la guarigione, cos in questo, di settimana in settimana, con l'avanzare verso il Sud, lo stato di Marcellina peggiorava.
Per quale aberrazione, quale accecamento ostinato, quale volontaria follia, mi persuadevo e, sopratutto, cercavo di persuaderla che le occorresse ancor pi luce e calore ed invocavo il ricordo della mia convalescenza e Biskra?... L'aria s'era intiepidita intanto: la baia di Palermo  clemente e Marcellina ci si sentiva bene. L, forse, si sarebbe... Ma ero io ancora padrone di scegliere il mio volere? di decidere il mio desiderio?
A Siracusa lo stato del mare ed il servizio irregolare dei battelli ci obblig d'aspettare otto giorni. Tutti gli istanti che non passavo accanto a Marcellina li passavo nel vecchio porto. O piccolo porto di Siracusa, odori di vino inacidito, straducce fangose, botteguccia fetida dove facevano capo scaricatori, vagabondi, marinai avvinazzati! La gente peggiore formava la mia pi dilettosa compagnia. E che bisogno avevo io di capir bene il loro linguaggio, dal momento che tutta la mia carne lo gustava? La brutalit della passione vi prendeva ancora ai miei occhi un aspetto ipocrita di salute, di vigore. Avevo un bel dire a me stesso che la loro vita miserabile non poteva avere il gusto che aveva per me... Ah, avrei voluto rotolar con essi sotto la tavola e non risvegliarmi che al primo brivido del mattino. E accanto ad essi esasperavo il mio crescente orrore del lusso, del comfort, di quello di cui m'ero circondato, di quella protezione che la mia nuova salute aveva saputo rendermi inutile, di tutte quelle precauzioni che si prendono per preservare il corpo dai contatti rischiosi della vita. Immaginarvi pi lontano l'esistenza di quella gente. Avrei voluto seguirli pi lontano e penetrare nel segreto della loro ubbriachezza... Poi, d'un tratto, rivedevo Marcellina. Che faceva lei in quell'istante? Soffriva, piangeva forse... Mi alzavo in fretta, correvo, rientravo all'albergo, ove pareva scritto sulla soglia: Qui i poveri non entrano.
Marcellina m'accoglieva sempre allo stesso modo: senza una parola di rimprovero, di dubbio e sforzandosi di sorridere malgrado tutto. Prendevamo i nostri pasti a parte. Io le facevo servire tutto quel che il mediocre albergo poteva aver di meglio. E durante il pasto pensavo: un po' di pane, un pezzo di formaggio, un finocchio, sarebbe abbastanza per essi come per me. E forse l, a pochi passi da noi, c' chi ha fame e che non ha neppure quel poco di roba. Ed ecco sulla mia tavola di che saziarlo per tre giorni. Avrei voluto aprire i muri, lasciare affluire i convitati. Perch sentir soffrire per fame mi diventava angoscia orribile. E raggiungevo il vecchio porto ove distribuivo a caso i pezzi di cui avevo le tasche piene.
La povert dell'uomo  schiava: per mangiare accetta un lavoro senza piacere. Ogni lavoro, pensavo, che non sia piacevole  detestabile; e pagavo il riposo di parecchi. Dicevo: non lavorare dunque. Questo t'annoia. Sognavo per ognuno quell'ozio senza di cui non pu fiorire alcuna novit, alcun vizio, alcuna arte.
Marcellina non s'ingannava sul mio pensiero. Quando ritornavo dal vecchio porto, non le nascondevo quale triste gente mi vi circondasse. Tutto  nell'uomo. Marcellina intravvedeva bene quello che m'ostinavo a scoprire: e poich le rimproveravo di credere troppo spesso a virt che lei inventava su misura per ogni essere:
- Voi, invece, voi non siete contento, mi disse, se non quando li avete costretti a mostrar qualche vizio. Non capita che il nostro sguardo sviluppa, esagera in ciascuno il punto su cui esso s'attacca, e che noi stessi lo facciamo diventare ci che pretendiamo esso sia?
Avrei voluto che lei non avesse ragione, ma dovevo confessare che, in ogni essere, il peggiore istinto mi pareva il pi sincero. E poi che cosa chiamavo io sincerit?
Lasciammo finalmente Siracusa. Il ricordo del Sud m'ossessionava. Sul mare Marcellina si sent meglio... Rivedo il tono del mare:  cos calmo che il solco del bastimento pare rimanervi. Sento il rumore degli sgocciolii, i rumori liquidi: il lavaggio del ponte e, sulle tavole, il plaffo dei piedi nudi dei lavatori. Rivedo Malta tutta bianca, Tunisi che s'annuncia... Come sono cambiato!
Fa caldo.  bel tempo. Tutto splende. Ah, vorrei che in ogni frase qui si distillasse tutta una messe di volutt. Invano cercherei ora d'imporre al mio racconto pi ordine di quanto ce ne fosse nella mia vita. Abbastanza a lungo ho cercato di dirvi come diventassi quello che sono. Ah, sbarazzare il mio spirito di questa insopportabile logica!... Non sento che del nobile in me.
Tunisi. Luce pi abbondante che forte. L'ombra ne  ancora riempita. L'aria stessa pare un fluido luminoso in cui tutto si bagna; in cui ci si immerge, si nuota. Questa terra di volutt soddisfa ma non placa il desio, ed ogni soddisfazione lo esalta.
Terra in vacanza d'opere d'arte. Io detesto quelli che non sanno riconoscere la bellezza se non trascritta gi e tutta interpretata. Il popolo arabo ha questo d'ammirabile: che la sua arte la vive, la canta, la dissipa giorno per giorno. Non la fissa e non la imbalsama in alcuna opera.  la causa e l'effetto dell'assenza di grandi artisti. Ho sempre creduto grandi artisti quelli che osano dare diritto di bellezza a cose tanto naturali che fanno dire poi a chi le veda: "Come mai non avevo capito sino ad ora che anche questo era bello?".
A Kairouan, che non conoscevo ancora ed in cui andai senza Marcellina, la notte era bellissima. Al momento di rientrare a dormire in albergo mi ricordai d'un gruppo d'arabi sdraiato all'aperto, sulle stuoie d'un piccolo caff. Me ne andai a dormire accanto ad essi. Ritornai coperto di pidocchi.
Essendo Marcellina troppo indebolita dal calore umido della costa, la persuasi che non c'era di meglio a fare per ora che raggiungere Biskra al pi presto. Eravamo al principio d'aprile.
 un viaggio lunghissimo. Il primo giorno si va tutto d'un fiato a Costantina; il secondo giorno Marcellina  stanchissima e non arriviamo che sino ad El Kantara. L cerchiamo e troviamo verso la sera un'ombra pi deliziosa e pi fresca che il chiaro di luna, nella notte: era come un'inesauribile bevanda che fluisse sino a noi. E dal greppo su cui eravamo seduti si vedeva la pianura infiammata. Quella notte Marcellina non pu dormire: la stanchezza del silenzio e dei menomi rumori la inquieta. Io temo che abbia un po' di febbre. La sento agitarsi sul suo letto. L'indomani la trovo pi pallida. Ripartiamo.
Biskra. Era l che volevo arrivare. S: ecco il giardino pubblico, il banco... Riconosco il banco su cui mi sedevo i primi giorni della mia convalescenza. Che ci leggevo dunque? Omero da allora non l'ho pi riaperto. Ecco l'albero di cui andai a palpare la scorza. Com'ero debole allora! Toh, ecco ragazzi. Non ne riconosco alcuno. Come  grave Marcellina ora!  tanto cambiata quanto me. Perch tosse con questo bel tempo? Ecco l'albero, ecco le nostre stanze, le nostre terrazze. Che pensa Marcellina? Non m'ha detto una parola. Non appena arrivata nella sua camera si stende sul letto.  stanca e dice di voler dormire un poco. Io esco.
Non riconosco i ragazzi ma i ragazzi riconoscono me. Preavvertiti del mio arrivo, accorrono tutti.  possibile che sieno gli stessi? Che delusione! Che  dunque accaduto. Sono orribilmente ingranditi. In appena poco pi di due anni... Non  possibile. Che stanchezze, che vizi, che pigrizie, hanno gi messo tanta bruttezza su quei visi dove brillava tanta giovinezza? Che lavori vili hanno sformato cos presto quei bei corpi?  una specie di bancarotta. Io interrogo. Bachir  garzone lavastoviglie in un caff. Ashour guadagna con fatica qualche soldo a romper sassi per una strada. Hammatar ha perduto un occhio. Sudeck, chi l'avrebbe creduto? s' rinsavito: aiuta un fratello a vender pani al mercato; pare diventato stupido. Agib s' fatto macellaio accanto al padre: ingrassa,  brutto,  ricco. Non si degna pi di parlare coi suoi antichi compagni di strada. Come abbrutiscono le onorevoli carriere. Sto dunque per ritrovare fra quei ragazzi quel che odiavo fra noi? E Boudaker? S' ammogliato: non ha quindici anni.  grottesco. Ma no: l'ho visto alla sera. S' spiegato: il suo matrimonio non  che una commedia. Un famoso libertino, se non mi sbaglio. Ma beve, si deforma... Ed ecco dunque tutto quello che ne resta ecco quel che ne ha fatto la vita! Dalla mia intollerabile tristezza capisco che proprio per essi ero ritornato. Menalca aveva ragione: il ricordo  una funesta invenzione.
E Moktir? Ah, quello l esce di prigione. Si nasconde. Gli altri non bazzicano pi con lui. Vorrei rivederlo: era il pi bello di tutti. Anche lui sar una delusione? Lo si ritrova: me lo riconducono davanti. No: quello l non m'ha ingannato. Neppure il mio ricordo me lo faceva cos superbo. La sua forza e la sua bellezza sono perfette. Riconoscendomi, sorride.
- E che facevi tu prima d'andare in prigione?
- Niente.
- Rubavi?
Protesta.
- Che fai ora?
Sorride.
- Senti, Moktir, se non hai niente da fare, ci accompagnerai a Touggourt. Ed io sono preso dall'improvviso desiderio di rivedere Touggourt.
Marcellina non va bene. Non so quel che stia accadendo in lei. Quando rientro all'albergo quella sera, si stringe contro di me senza parola, con gli occhi chiusi. La manica larga, che scorre gi, lascia vedere il braccio dimagrito. Io la carezzo e la cullo lungamente, come un bimbo che si voglia far dormire.  l'amore, o l'angoscia, o la febbre, che la fa tremare cos?... Ah, sarebbe forse in tempo ancora. Non mi fermer forse pi? Ho cercato, ho trovato quel che fa il mio valore; una specie di intestardimento verso il peggio. Ma come arriver io a dire a Marcellina che domani si parte per Touggourt?...
Ora dorme nella stanza vicina. La luna, da gran tempo levata, inonda ora la terrazza.  un chiarore quasi terrificante: non ci si pu nascondere. La mia camera ha lastre bianche: e l sopratutto esso apparisce. Il suo flusso entra per la finestra spalancata. Riconosco il chiarore nella stanza e l'ombra che vi disegna la porta. Due anni or sono entrava pi avanti ancora. S, l, precisamente ov'ella s'avanza ora, quando mi sono levato rinunciando a dormire. Appoggio la mia spalla contro il sostegno di quella porta. Riconosco l'immobilit dei palmizi. Quale parola avevo dunque letto quella sera?... Ah, s: le parole di Cristo a Pietro: "Ora cingiti tu stesso e va dove vuoi andare...". Dove vado io? Dove voglio andare?... Non vi ho detto che da Napoli, questa volta, ero andato un giorno, solo, a Pesto... Ah, avrei singhiozzato innanzi a quelle pietre! L'antica bellezza pareva semplice, perfetta, sorridente... abbandonata. L'arte se ne va da me, lo sento. Per far posto a qualcosa d'altro? Non  pi, come prima, una sorridente armonia... Io non so pi ora il dio tenebroso che servo. O dio nuovo, datemi la forza di conoscere ancora razze nuove, tipi impreveduti di bellezza.
L'indomani, dall'alba, la diligenza ci porta. Moktir  con noi: Moktir  felice come un re.
Chegga; Kefeldorh; M'reyer... lugubri tappe sulla strada pi lugubre ancora, interminabile. Eppure avrei creduto, lo confesso, pi ridenti queste oasi. Ma niente pi che pietre e sabbia: poi qualche cespuglio nano, bizzarramente fiorito; talvolta qualche saggio di palmizio che alimenta una sorgente nascosta... All'oasi preferisco ora il deserto, questo paese di mortale gloria e d'intollerabile splendore. Lo sforzo dell'uomo vi pare brutto e miserabile. Ora ogni altra terra m'annoia.
- Voi amate l'inumano, dice Marcellina. Ma come guarda lei stessa: e con quale avidit!
Il tempo si guasta un po' il secondo giorno cio il vento si leva e l'orizzonte s'offusca. Marcellina soffre: la sabbia che si respira brucia, irrita la sua gola. La sovrabbondante luce stanca il suo sguardo; questo paesaggio ostile l'abbatte. Ma ora  troppo tardi per tornare indietro. Fra qualche ora saremo a Touggourt.
Eppure, questa ultima parte del viaggio, la pi vicina ad oggi,  quella di cui mi ricordo meno. M' impossibile ora ricordare i paesaggi del secondo giorno e quel che feci dapprima a Touggourt. Ma ricordo assai bene invece quali fossero la mia impazienza e la mia precipitazione.
Aveva fatto molto freddo il mattino: verso sera si leva un simoun ardente. Marcellina, estenuata dal viaggio, s' coricata appena arrivata. Speravo trovare un albergo un po' pi comodo: la nostra camera  orribile: la sabbia, il sole, le mosche, hanno tutto sbiadito, tutto deturpato e avviziato. Non avendo mangiato quasi nulla dall'aurora, faccio servire subito il pasto: ma tutto sembra cattivo a Marcellina e non posso deciderla a toccare cibo. Abbiamo portato con noi l'occorrente per il t. Io mi occupo di questa faccenda derisoria. Ci contentiamo, per desinare, di qualche pasticcino secco e di questo t cui l'acqua salata del paese ha dato un gusto detestabile.
Per un ultimo sembiante di virt resto sino a sera accanto a Marcellina. E d'un tratto mi sento anch'io all'estremo. O sapore di cenere, o stanchezza! tristezza dello sforzo sovrumano! Oso appena guardarla: so troppo che i miei occhi, invece di cercare il suo sguardo, andranno orribilmente a fissarsi sui buchi neri delle sue narici. L'espressione del suo viso sofferente  atroce. Non mi guarda. Io sento, come se la toccassi, la sua angoscia. Tosse molto; poi s'addormenta. A tratti un brusco fremito la scuote.
La notte potrebb'essere cattiva, e prima che sia troppo tardi, voglio sapere a chi potrei indirizzarmi. Esco. Dinnanzi alla porta dell'albergo la piazza di Touggourt, le strade. L'atmosfera stessa  strana, al punto da farmi credere che sia io che guardo. Dopo qualche istante rientro. Marcellina dorme tranquillamente. M'ero spaventato a torto; su questa terra bizzarra si suppone un pericolo dappertutto;  assurdo. E, abbastanza rassicurato, risorgo.
Strana animazione notturna sulla piazza; circolazione silenziosa; scivolamento clandestino di burnous bianchi. Il vento reca a tratti, non si sa da dove, lembi di musiche strane. Qualcuno viene a me:  Moktir. M'aspettava, dice, ed era sicuro che sarei uscito. Ride. Conosce bene Touggourt, ci viene spesso e sa dove mi conduce. Mi lascio guidare da lui.
Camminiamo nella notte; entriamo in un caff moresco. La musica viene di l. Donne arabe ci danzano, se si pu chiamare una danza quel monotono scivolo. Una mi prende per mano. La seguo.  l'amante di Moktir. Egli ci accompagna. Entriamo tutt'e tre nella stretta e profonda camera dove l'unico mobile  un letto: un letto assai basso su cui ci si siede. Un coniglio bianco, chiuso nella stanza, si spaventa dapprima poi si addomestica e viene a mangiare nella mano di Moktir. Ci si porta del caff: poi, mentre Moktir giuoca col coniglio, quella donna m'attira a s ed io mi lascio andare a lei come ci si abbandona al sonno.
Ah, io potrei qui fingere o tacere: ma che importerebbe a me questo racconto, se cessasse d'essere vero?
Ritorno solo all'albergo, restando Moktir laggi per la notte. Soffia uno scirocco arido;  un vento tutto carico di sabbia e torrido malgrado la notte; un vento febbroso che acceca e taglia i garretti; ma io ho d'un tratto troppa fretta di rientrare e rientro quasi correndo. Lei s' forse risvegliata, ha forse bisogno di me... No: la finestra della camera  oscura: lei dorme. Attendo una breve tregua del vento per aprire; entro pianissimo nel buio. Che cos' questo rumore? Non riconosco la sua tosse...  proprio lei???... Accendo...
Marcellina  mezzo seduta sul suo letto; una delle sue magre braccia s'aggrappa ai ferri e la tien su. Le lenzuola, le mani, la camicia, sono inondate da uno sbocco di sangue; il suo viso ne  tutto immondo; i suoi occhi sono repugnantemente ingranditi; e qualsiasi grido d'agonia mi spaventerebbe meno del suo silenzio. Cerco sul suo viso trasudante un posticino su cui deporre un orribile bacio; il sapore del suo sudore mi resta sulle labbra. Lavo e rinfresco la sua fronte, le sue gote. Contro il letto qualche cosa di duro sotto il mio piede: mi chino e raccolgo il piccolo rosario che lei aveva chiesto a Parigi e che ha lasciato cadere; lo passo alla sua mano aperta, ma la mano s'abbassa subito e lo lascia cadere di nuovo. Non so che fare; vorrei domandare aiuto... La sua mano s'aggrappa a me disperata, mi rattiene; ah! crede dunque ch'io voglia lasciarla? Lei mi dice:
- Oh! puoi aspettare ancora - Vede che voglio parlare:
- Non mi dir niente, aggiunge. Tutto va bene. Di nuovo raccolgo il rosario, glielo rimetto in mano. Di nuovo lo lascia. Che dico? Lo abbandona. M'inginocchio accanto a lei e stringo la sua mano contro di me.
Lei si lascia andare, met contro il capezzale met contro la mia spalla, sembra dormire un po' ma i suoi occhi restano spalancati.
Un'ora dopo si rialza; la sua mano si libera dalle mie, si contrae sulla camicia e ne strappa i merletti. Soffoca... Verso il mattino un nuovo sbocco di sangue...
Ho finito di raccontarvi la mia storia. Che aggiungerei di pi?... Il cimitero francese di Touggourt  orribile, mezzo divorato dalle sabbie. Quel poco di volont che mi restava l'ho tutta messa nello strapparla a quel luogo sinistro.  sepolta ad El Kantara, all'ombra d'un giardino privato che lei amava. Sono passati tre mesi appena: e mi pare che tutto questo sia gi lontano di dieci anni.
Michele rest lungamente silenzioso. Anche noi tacevamo, preso ognuno da uno strano malessere. Ci pareva, ahim, che raccontandola Michele avesse reso la sua azione pi legittima. Nel non sapere in qual punto disapprovarlo del racconto ch'egli ce ne aveva fatto ci pareva quasi di farcene complici. Ci eravamo come presi dentro. Aveva finito il racconto senza un tremito nella voce, senza che un'inflessione n un gesto testimoniasse un qualche turbamento, sia che mettesse un cinico orgoglio a non parerci commosso, sia che temesse, per una specie di pudore, di provocare la nostra emozione, sia infine che non fosse commosso. Non distinguo in lui neppur ora la parte d'orgoglio, di forza, d'aridit o di pudore... In capo ad un istante riprese:
- Quel che mi spaventa, lo confesso,  che sono ancora giovanissimo. Mi pare talvolta che la mia vera vita non sia ancora cominciata. Toglietemi di qui ora e datemi una ragione d'essere. Io non so pi trovarne. Mi sono liberato, se  possibile, ma che importa? Soffro di questa libert senza impiego. Non , credetemi, ch'io sia stanco del mio delitto, se vi piace chiamarlo cos; ma devo provare a me stesso che non ho oltrepassato il mio diritto.
Avevo, nei primi tempi che ci siam conosciuti, una gran fermezza di pensieri, e so ch' quella che fa i veri uomini. Non l'ho pi: ma questo clima, credo, ne  la causa. Niente scoraggia tanto il pensiero quanto questa persistenza dell'azzurro. Quasi ogni ricerca  impossibile, tanto la volutt segue da presso il desio. Circondato di splendore e di morte, sento la felicit troppo presente e il cedere ad essa troppo uniforme. Mi corico di pieno giorno per ingannare la tetra lunghezza delle giornate ed il loro insopportabile ozio. Ho l, vedete, sassi bianchi che lascio inumidire all'ombra e che tengo poi lungamente nel cavo della mano, sino a che non ne abbia desunta la calmante freschezza. Allora ricomincio alternando i sassi e rimettendo in fresco quelli la cui freschezza  esaurita. Il tempo cos passa e vien la sera. Toglietemi di qui: non posso pi farlo io stesso. Qualcosa nella mia volont s' spezzato: non so neppure dove abbia trovato la forza per allontanarmi da El Kantara. Talvolta ho paura che quel che ho soppresso si vendichi. Vorrei ricominciare da capo: vorrei sbarazzarmi di quel che resta della mia fortuna. Vedete: questi muri ne sono ancora coperti. Qui io vivo di quasi niente. Un albergatore mezzo francese mi prepara un po' di cibo. Il ragazzo, che avete fatto fuggire arrivando, me lo porta di mattina e di sera, in cambio di qualche soldo e di carezze. Quel ragazzo, che davanti agli estranei si fa selvaggio,  con me tenero e fedele come un cane. La sorella  una Ouled-Nal che ogni inverno torna a Costantina dove vende il suo corpo ai passanti.  bellissima ed io permettevo nelle prime settimane che talvolta passasse la notte con me. Ma una mattina il fratello, il piccolo Al, ci sorprese insieme. Se ne mostr molto irritato e non torn pi per cinque giorni. Non ignora tuttavia come e di che viva la sorella; ne parlava gi prima senza complimenti. Era dunque geloso? Del resto il mattacchione ha raggiunto lo scopo, perch, un po' per la noia e un po' per paura di perdere Al, dopo quella avventura non ho pi voluto la ragazza. Non se n' arrabbiata ma, ogni volta che l'incontro, ride e scherza perch le preferisco il fratello. Pretende che lui sopratutto mi rattenga ancor qui. E forse non ha del tutto torto...
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FINE.