Antonio Gamberi.
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POESIE PER UN LIBERATO MONDO: ANTOLOGIA. 1910 - 1925.
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A cura di: Franco Bertolucci e Daniele Ronco.
2004. BFS Editore, PISA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Paolo Alberti e Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Indice.
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DA ULTIME BATTAGLIE.
IL MIO RITRATTO.
CHI SIAMO.
PER L'ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI GIORDANO BRUNO.
IL PRETE.
MARIA SPIRIDONOVA.
IL MIETITORE.
IL MINATORE.
UNDICI ANNI FA...!
A MIA MADRE.
L'ADDIO A LUGANO.
IL 28 MARZO.
IN MORTE DI ANDREA COSTA.
IN MORTE DI MARIO RAPISARDI.
PIAGHE DI FRONTIERA.
CALATA DEI CONGREGAZIONISTI E SCANDALI CATTOLICI.
L'ASSASSINIO DI FRANCISCO: FERRER, IL MARTIRE CATALANO.
DA BATTAGLIE SOVVERSIVE.
PROEMIO.
INCOERENZE E CONTRADDIZIONI DI ARTURO LABRIOLA.
PER LA REDENZIONE DELLA MUSA.
REMINISCENZE DI PARTENZA.
NEI CAMPI.
L'ESODO DEGLI EMIGRANTI.
FAME E TERRORE.
LA PRESA DI ANVERSA.
LA PREGHIERA DEL CREDENTE UMANITARIO.
ALCESTE DE AMBRIS, L'ISTRIONE DEL SINDACALISMO ITALIANO.
PRIMO MAGGIO.
MOMENTO SOLENNE.
LA GUERRA.
LA FEDE.
LA VERA PACE.
CONTRO LA PACE PAPALE.
LA CADUTA DELLO CZARISMO.
AL SOLE DI MAGGIO.
AL POETA MURATORE FREDIANO FREDIANI DI PORTOFERRAJO.
SALUTO.
PER LA MORTE DI SPARTACO (CARLO LIEBKNECHT).
DA BATTAGLIE ANTIFASCISTE.
RIPRESA.
A UN PRETE.
RISPOSTA A UN PRETE.
SU LE DICHIARAZIONI DEL MINISTRO MUSSOLINI ALLA CAMERA.
LA COS DETTA RIVOLUZIONE FASCISTA.
IN MORTE DI MAX NORDAU.
SUL PRETESO COMPLOTTO COMUNISTA.
ABERRAZIONE.
SU L'ASSASSINIO DI GIACOMO MATTEOTTI.
A MIA MADRE.
APPELLO AI PROFUGHI DEL FASCISMO.
PADRONE E DIO.
IL BUBBONE FASCISTA.
SCUSE.
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FINE Indice.
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DA ULTIME BATTAGLIE.
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IL MIO RITRATTO.
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Persona ho giusta, occhi castagni, attenti,
naso aquilino, scarno e lungo viso,
bruno e rozzo color, languido riso,
capo chino, bei cigli e guasti denti.
Barba sterile e rada, e baffi stenti,
mento ristretto; e porto il crin reciso;
serio d'aspetto son, di guardo fiso:
vesto al costume delle basse genti.
Ho pronta lingua. Or mesto, or son contento,
secondo i casi, ora cattivo, or buono,
pronto all'ira, all'errore, al pentimento.
Amo l'umanit rejetta e trista.
Cotai vizi e virt possiedo. E sono
ateo convinto e fermo e socialista.
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CHI SIAMO.
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Siamo la turba dei diseredati,
dei rejetti, dei paria, degl'iloti;
vittime oscure siam, martiri ignoti,
vilipesi, derisi e calpestati.
Siamo i cenciosi, i poveri sfruttati,
del culto di Giustizia sacerdoti;
siamo gli oppressi, all'avvenir devoti,
gli apostoli del Vero calunniati.
Siamo il Lavoro che non soffre inchini,
siamo la Libert senza barriere,
siamo la Fede che non ha confini;
siamo il "fango che sale", furibondo,
ordinato in falangi battagliere,
per la conquista d'un novello mondo.
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PER L'ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI GIORDANO BRUNO.
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Son gi trascorsi pi di trecent'anni
dal d che a Roma il Sant'Uffizio ardea
colui che il Vero propagato avea,
contro l'assurdo e i clerico-tiranni;
egli che, tra le insidie e tra gli affanni
pass, fiammante di sublime Idea,
smascheratore d'imposture e inganni,
oppose al dogma la Ragion che crea...
Sul rogo egli bruci, martire invitto,
santificando con la propria vita,
del libero pensier, sacro, il diritto.
Ei mor, ma l'idea, ringiovanita,
nella coscienza dei ribelli ha scritto:
"Distruzione del sordido levita".
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IL PRETE.
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Dall'ignoranza ha origine, - cultor d'oscurantismo,
resto d'et barbariche, - abbietto anacronismo.
Egli, del biondo martire - spirato sul Calvario,
mistificando l'opera, - si proclam vicario.
Copia sentenze e massime - ed a suo pro le piega:
raffazzonando un codice(1), - fonda la sua bottega.
Si barbica e moltiplica - il nero parassita
che, sulle altrui disgrazie, - fa prosperar sua vita.
Leggete la sua storia - e troverete scritti
caratteri di sangue, - di colpe e di delitti.
Puttaneggi coi despoti, - fu scudo dei malvagi,
oppresse ovunque i deboli - e bened le stragi.
Arm bande vandaliche, - dettandole ogni norma,
a sterminar gli eretici - sognanti la Riforma.
La Francia il sa, che videsi - ridotta un cimitero,
durante l'evo medio, - sotto il furor del clero.
Lo sa la notte orribile(2) - che ancor vendetta invoca.
Lo sanno i morti innumeri - di tutta Linguadoca.
Lo sa la Spagna che ardere - si vide come l'esca,
durante quattro secoli - d'Inquisizion pretesca.
Vige tuttor lo strascico - di roghi e Sant'Uffizio,
ove le umane vittime - subivano il supplizio.
Lo sa la bassa Italia, - che repressione e male
ebbe da quel carnefice - di Ruffo cardinale.
Perugia il sa, che uccidere - donne e fanciulli vide,
opra di lui che in cattedra -- di Pietro poi s'asside.
Inoltre, lo sa Rimini - che non oblia giammai
cento sgozzati giovani - per trama del Mastai(3).
Ma lunga, interminabile, - la litania sarebbe.
Sia pure a cenni rapidi, - chi farla mai potrebbe?
Ed oggi  men venefica, - forse men turpe e indegna
l'opra che, in mezzo ai popoli, - il prete disimpegna?
Egli  sempre il medesimo, - ancor pien d'influenza;
anc'oggi, al par dell'abito, - ha nera la coscienza.
Sempre malvagio e subdolo, - corrotto e scostumato,
vendicativo, ipocrita, - siccome  sempre stato.
Costui, dalla graticola, - gli altrui segreti scopre,
le idee pi care ed intime, - le aspirazioni e l'opre.
All'uopo cos regola - la sua falsa missione,
per figurar benefico - a tutte le persone.
Nell'altrui casa penetra, - rimprovera e consiglia;
e, spesso, oscura e intorbida - la pace di famiglia.
T'esorta sempre a vivere - in astinenza e in fede
da vero e buon cattolico, - perch il suo pro qui vede.
Ges, santi, la Vergine, - commercia e mercanteggia:
come strisciante rettile, - s'insinua nella reggia;
 in ibrido connubio - coi grandi e coi potenti,
qualunque mezzo adopera per soggiogar le genti.
Sul paradiso specula, - traffica sull'inferno,
tenendo sempre in vendita - la chiesa e il padreterno
Lucra in nome dell'anime, - supposte al purgatorio,
e ti sfrutta il battesimo, - le nozze ed il mortorio.
Uffizi e messe celebra, - se paghi, perch Cristo
perdoni e salvi l'anima - a chi mor da tristo.
Talmente, il biondo martire, - perch altruista, ucciso,
secondo il prete, a spiccioli, - baratta il paradiso.
Cristo, per l'uman genere, - sacrific se stesso:
il prete n' l'antitesi, - la negazion, pi spesso.
Avaro sempre e sordido, - ingordo e crapulone:
la santa borsa accrescere; - tal' sua religione.
Del male nero artefice, - maestro di menzogna,
del secolo ventesimo - bruttissima vergogna;
piovra che, di tentacoli, - tende insidiosa rete,
Idra che sfida l'Ercole, - ecco, lettori, il prete.
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MARIA SPIRIDONOVA.
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"Arrivederci ed abbiate speranza!"
Cos vien salutata,
mentr'ella parte per la lontananza,
al sepolcro dei vivi destinata.
Parte verso la squallida Siberia,
ove di Russia il fiore,
di strazi, di sevizie e di miseria,
sognando libert, vegeta e muore.
Simbolo sacrosanto di riscossa,
la sua mission comprende;
bella figura di virago rossa,
sfida il nuovo destino che l'attende.
Gagliarda nella fede, essa non geme,
non piange e si scoraggia;
ma, come chi nessuna infamia teme,
serena ed imperterrita viaggia.
E, nella sua titanica visione,
sempre pi forza acquista,
perch, nell'Ideal di redenzione,
con lei palpita il mondo socialista.
E spesso indietro si rivolge e guarda
la Russia che scompare,
pensando come, intrepida e gagliarda,
sostiene eroica lotta secolare.
Pensa al popol che spasima e che langue
di fame e d'abbandono,
mentre si tenta cementar col sangue
dei Romanoff il vacillante trono.
Un trono abbominando ed esecrato,
che col Delitto tresca;
in quel sangue sar presto affogato
insieme alla tirannide czaresca.
Cos pensa Maria Spiridonova,
e sol sente afflizione
di non trovarsi alla tremenda prova,
in mezzo, anch'essa, alla rivoluzione.
E mentre avanza taciturna e muta,
col cuor cos contrito,
una volta la Russia ancor saluta,
mentre sparisce ormai nell'infinito.
Saluta pur la terra ove nascesti,
eroica giovinetta;
quella terra che trae giorni funesti
come preludio della gran vendetta.
Intanto lascia pur che ti deporti
il trepido czarismo,
l dove tanti martiri son morti
l'ira bieca a saziar del dispotismo.
Non  lontano il giorno in cui redenta
sar la Russia intera,
per sempre al suolo rovesciata e spenta
l'autocrazia, che, brutalmente impera.
In quel d d'Epopea, tanto aspettata,
di pace e d'esultanza,
verrai, con tutti gli altri, liberata
- tal' il mio caldo augurio - abbi speranza.
Ma qual delitto consum costei?
Che fece? che commise?
Voi, satrapi czarreschi e farisei,
voi, gravemente rispondete: Uccise!...
Uccise,  ver; ma un sanguinario, un empio,
un tristo delinquente,
mentre voi fate sterminato scempio
d'innumerevol popolo innocente.
Se alla Siberia lei per ci dannate,
a sevizie funeste,
colpevoli d'infamie mai sognate,
qual pena - dite - voi meritereste?
Generosa, ella s'era intenerita
ai pianti, alle querele
d'una plebe angariata, immiserita,
da chi non sa che solo esser crudele.
Esilj visto avea, deportazioni,
vaste carneficine,
impiccati, o morir nelle prigioni
i pi illustri ribelli, senza fine.
Da s tetri spettacoli sospinta,
riscossa, esasperata,
socialista oramai ferma e convinta,
alla rivoluzion si era affiliata.
Quando, un giorno, a Tambow squarcia il petto
a un mostro mercenario,
mandato dallo czar in quel distretto,
a reprimere il moto proletario.
Allor, tratta in arresto e imprigionata,
stretta fra ceppi e ferri,
fu percossa aspramente e torturata,
da feroci aguzzini e osceni sgherri.
Sbrani alla carne e strappi alle mammelle,
sub la poveretta,
lacerazioni alla contusa pelle,
mille e mill'altri sfoghi di vendetta.
E quando, per quell'anima gentile,
non hanno pi tormenti,
vien - com'ultimo strazio abbietto e vile -
deturpata con sozzi abbracciamenti.
Poi si lascia in attesa del giudizio,
cos malviva e sola,
finch si tragga al suo final supplizio
e al capestro s'impicchi per la gola.
Senonch al fiero annunzio si ridesta
il mondo incivilito,
e, come era gi per Gorki, oggi protesta
contro l'opra del Mongolo aborrito.
Egli un istante allor pensa e riflette
sul conto di Maria
e, sol cedendo in parte, ordine emette
che nelle steppe deportata sia.
Ma invan, con ci, salvar la sua persona
tenta, e cambiare i fati.
Gi gli brucia sul capo la corona,
e i d dello czarismo son contati.
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IL MIETITORE.
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Sotto la sferza torrida, - il povero villano,
curvo, affannato e madido, - va recidendo il grano,
ed in mannelli piccoli - l'aduna e lo depone
sopra il legaccio prossimo - dove si fa il covone.
Da mane a sera l'opera, - non ben retribuita,
ferve spossante, assidua, - talmente ripartita.
Appena che risplendere - si vede il primo albore,
lascia il tugurio ov'abita, - l'affranto mietitore;
e indolenzito, esausto - senza nessun ristoro
ritorna al campo, al solito - monotono lavoro.
E, verso l'otto, un semplice - pasto di pane ingolla,
con tenue companatico - di cacio e di cipolla.
Indi al sospeso tribolo - di nuovo fa ritorno
e, ininterrotto, seguita - sino a met del giorno.
Di pane o pasta, in genere - non troppo ben condita,
una minestra scipida - gli vien distribuita.
Due ore che trascorrono - rapide come un lampo
per riposar concedonsi, - poi lo riattende il campo.
E miete! E pigre passano - l'ore, mentr'egli intriso,
di rugginosa polvere - e di sudore, il viso.
E miete sempre! E giungono - gl'istanti di merenda:
strozza un boccone e, subito, - prosegue la faccenda.
E il compito sol termina - a sera tarda e scura,
quando le prime tenebre - ricopron la pianura.
Indi una cena simile -- all'altre sere inghiotte;
poi, su giaciglio incomodo, - passa la corta notte.
Tal  la norma rigida, - quasi dovunque usata,
che al mietitore s'applica - durante la giornata.
Mieti, o villano, e accumula - il grano che altri vende,
empiendosi il marzupio, - e a te il cappiume rende.
Mentre tu sudi a mietere, - il tuo padron poltrisce:
tu stenti e resti povero, - ei sempre pi arricchisce.
Mentre tu zappi e semini, - egli raccoglie il frutto,
a te manca da vivere, - ed egli gode tutto.
Adunque mieti, o paria, - l'altrui frutto fecondo;
ma quando saprai mietere - le iniquit del mondo?
 IL MINATORE
Gi, nelle cieche tenebre
dell'abisso pi tetro e pi profondo,
ratto dispar, precipita,
i tesori a scavar che cela il mondo.
E se t'affacci al vertice,
per osservar la spaventosa gola,
odi il frusco de' canapi,
vedi una luce pallida che vola.
In fondo alla voragine,
il minatore dalla gabbia scende,
la qual tosto ricarica
la squadra stanca, che d'uscire attende.
Meandri e bugigattoli,
or curvo ed or carponi, egli trascorre,
scende ora scale, or botole,
ed ora imbocca tortuose forre.
Per vie talmente inospiti,
giunge al suo posto ed il piccone afferra,
e, a colpi formidabili,
fa, sordamente, rintronar la terra.
Se nonch, a volte, staccasi,
dalla parete, o dalla volta bassa,
enorme blocco e solido,
che lo rovina a vita, o lo fracassa.
Talvolte esplode, a fulmine,
di gas, o di gris, lampo improvviso;
talch, nell'igneo vortice,
cade ustionato, se non resta ucciso.
Talor casca, o precipita,
in baratro, o discesa inavvertita;
dove riman cadavere,
o si frattura gambe, o braccia, o vita.
Sorte s brutta, infausta,
mille peripezie, disgrazie, asprezze,
il minatore attendono,
mentre scava, per altri le ricchezze.
Se almeno, oltre ai pericoli
e le fatiche innumeri, spossanti,
guadagnasse da vivere,
da render conto e per andare avanti.
Ma invece sempre povero,
vecchio, prima del tempo, e derelitto;
e se talvolta sciopera,
ben poco ottiene, se non  sconfitto!
Sovente emigra all'estero,
alla ricerca di miglior destino;
ma, ovunque, lo perseguita
lo sfruttamento, che non ha confino.
Fruga pur, dunque, i visceri
del suolo, o minatore, e scava l'oro;
ma il capitale anonimo
vieppi s'accresce, in base al tuo lavoro.
E, allora, che decidere
nella minaccia di miseria estrema?
Meglio  il piccon rivolgere
alla basi che reggono il sistema.
 UNDICI ANNI FA...!
Erano i tempi torbidi
di brutale e selvaggia reazione.
Rotte le usate regole,
imperavan le leggi d'eccezione.
Crispi, dal pugno ferreo,
la dittatura dell'Italia avea;
ed era grave crimine
del socialismo professar l'idea.
Ricordo che alla camera,
tuonavan Prampolini e Badaloni
contro l'indegno trigamo,
vuotabanche e mercante di cordoni.
Ma, nonostante, all'isole,
sbarcavan giornalmente i deportati,
solamente colpevoli
di principii politici avanzati.
Non men le case patrie
rigurgitavan d'arrestati a schiere;
eccetto alcuni ch'ebbero il tempo
di varcare le frontiere.
Una denunzia anonima,
di chiunque, foss'anche un disonesto,
un rapporto, una lettera,
una bugia, bastavan per l'arresto.
Talmente dalle tenebre,
mordeano impunemente i farabutti.
Sicch pendea il pericolo,
come spada di Damocle, su tutti.
Dei processi economici,
frutto della pi nera oltracotanza
parea rimessa in pratica,
con pi rigor - bens - la triste usanza.
Era il momento tragico,
e specie per le terra siciliane,
ove, al sofferente popolo,
si prodigava piombo, anzich pane.
Arresti in massa e carcere,
scioglimento dei Fasci generale,
e reclusione a secoli;
tale il rimedio per lenire il male.
Cos l'iniquo despota,
con l'oppresion, col sangue dei trafitti,
credea celare, o tergere,
le sue brutte vergogne, i suoi delitti.
In s triste periodo
di vicende sinistre e memorande,
la sovversiva fiaccola
vieppi s'accese e divent pi grande.
La prova del battesimo
subimmo in nome della nostra fede.
Sempre marciando impavidi,
non arrestamo un solo istante il piede.
Me pure, oscuro milite,
della novella umanitaria idea,
me pur travolse il turbine,
che distrugge, talor, rinnova e crea.
Al mio tugurio vennero,
premurosi, improvvisi e mattinieri,
d'arresto avanti l'ordine,
un maresciallo e due carabinieri.
Libri, giornali, opuscoli,
la piccoletta biblioteca mia,
tutto mi sequestrarono,
e ammanettato, mi menaron via.
E a Massa mi tradussero,
prima sosta del viaggio e prima parte,
dove minuta scernita
si fe' de' libri miei, delle mie carte.
Alla mattina prossima
fui tradotto a Grosseto alla prigione;
e l'altro d mi trassero
dinanzi a una speciale commissione.
Questa, tra per malanimo
tra che mal prevenuta sul mio conto,
le accuse ad arte esagera
ch'io, ribattendo e confutando, affronto.
Erano caldi articoli,
popolari adunanze e conferenze,
per suscitar disordini
e provocar tumulti e turbolenze.
Queste l'accuse esplicite;
ed altre, su per gi, d'egual natura,
basate su denunzie
d'abbietti confidenti di questura.
Invan chiesi chi fossero
i miei neri nemici accusatori.
Le prove a mio discarico
mi negarono i quattro inquisitori.
Capta allor l'antifona,
l'autodifesa terminai, sclamando:
- Coraggio! Condannatemi!
Nulla pavento e nulla pi domando! -
Pro-forma ancor discutono,
riassumendo in proposta da tiranni
cinque parole semplici:
- Domicilio coatto per tre anni. -
Indi mi riconducono
alla mia cella nell'aspettativa
che a Roma mi si giudichi
e venga la sentenza decisiva.
Trentasei giorni passano,
durante i quali tutte quante ho viste
le infamie carcerarie,
come in un quadro spaventoso e triste.
Di questo carme il limite
troppo angusto sarebbe, s'io volessi
spiegarle e porle in numero,
nei lor dettagli orribili e complessi.
Perci sorvolo celere,
stomacato di s brutto sistema,
e lascio ad altri il compito
di tratteggiare il poderoso tema.
Alfine arriva l'ordine
di rilasciarmi e spalancar l'uscita;
ond'io ritorno libero
a lottar per la fede e per la vita.
Poi l'ecatombe d'Adua
nel fango trascin l'uomo esiziale,
ed ebbe cos termine
il nefasto periodo eccezionale.
Ma, di governo i metodi,
dopo undici anni son forse cambiati?
Il piombo anc'oggi sibila
a squarciare gli stomachi affamati.
Quando, paziente popolo,
contr'ogni sfruttamento ed ogni casta
e contro i tuoi carnefici,
pronuncerai la tua sentenza: il Basta?
 A MIA MADRE
Madre, lo so che a piangere
tu sei rimasta sulla sorte mia
e non ti par possibile
che ancora a casa il figlio tuo non sia.
Lo so, lo so che orribile
ti fu il distacco mio, la mia partenza;
ma un anno e pi di carcere
peggior sarebbe stato dell'assenza.
Lo so che l'abitudine
d'aver lontano i figli non avesti;
ma, da madre amorevole,
sempre vederli appresso tu volesti.
Lo so che gemi e spasimi,
come fosse perduta ogni speranza;
ma no! madre, tranquillati,
ch'eterna non sar la lontananza.
Rifletti quanti furono
che le vicende d'una sorte rea,
prima di me sfidarono,
militi eccelsi della santa Idea.
Il carcere, il patibolo,
essi affrontaron coraggiosi e forti,
come da eroi lottarono,
cos pure da eroi caddero morti.
A noi valga l'esempio
della costanza loro e della fede.
Un sagrificio minimo,
il caso nostro, madre mia, richiede.
Perci, coraggio e, intrepida,
sprezza i nemici e ridi loro in grinta,
perch'essi non gioiscano
di vederti abbattuta, oppressa e vinta.
Sappi, non  la Svizzera,
dove presentemente mi ritrovo,
come forse t'immagini,
quasi fuori del mondo, un mondo nuovo.
Essa  vicina,  prossima
alla nostra Maremma, alla Toscana;
abitata da popoli,
quasi tutti d'origine italiana.
Sono emigranti, o profughi,
o in cerca di lavoro, o rifugiati.
Qui si vive pi liberi
e non, come cost, perseguitati.
 vecchia consuetudine
in questa parte almeno del Ticino,
o socialista, o anarchico,
il rispetto a qualunque cittadino.
E perch, dunque, affliggerti,
perch pensare e disperarti tanto?
Ai nemici implacabili
non reca tenerezza nessun pianto.
Ben pi fiero spettacolo
d'una vecchia che piange afflitta e mesta;
ben altra via necessita
contro chi ci deride e ci calpesta.
Frattanto, madre, placati,
ch fra nuovi compagni e nuovi amici,
nel nevoso Ceresio,
pi che non credi, passo i d felici.
Io passo i giorni a scrivere
sulle italiane orribili brutture;
or fustigando i giudici,
ora i preti e le turpi lor sozzure;
i giudici che vendono
la legge e i preti che barattan dio,
che, insieme, cagionarono
l'amaro pianto tuo, l'esilio mio.
Ma - stupidi! - che ottennero?
di ridurmi a tacer con un processo?
Ah no! Quantunque all'estero,
con la penna, li fustigo lo stesso.
E se la sorte italica
fra poco varier, siccome accenna,
ritorner a combatterli
con la vecchia parola e con la penna.
E sulle grinte livide
d'asini d'oro, sodomisti e spie,
agiter lo scandalo
di ladronecci ed altre porcherie.
Allor quei ceffi ignobili,
sotto l'esecrazione e la rampogna,
s'abbasseranno, pavidi,
schiacciati dal brucior della vergogna.
Per or, lasciali ridere,
lasciali gongolar nei lor delitti.
Noi rideremo in ultimo,
quando saran per sempre essi sconfitti.
Sai che le sorti cambiano
nelle vicende e negli eventi umani;
e s'oggi il torto domina,
stai certa, il dritto vincer domani.
Del resto, altero e libero,
puoi sempre su i nemici alzare il ciglio,
poich, con nessun'opera,
mai disonore t'arrec il tuo figlio.
Ei non fu ladro o complice
mai di nessuna criminosa azione;
e sebben lo colpirono,
fu sol perch difese la ragione.
Perci, madre, confortati,
deh risolleva l'animo abbattuto.
Con tale augurio, termino,
inviandoti un bacio ed un saluto.
Lugano, gennaio 1908
...
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L'ADDIO A LUGANO.
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Addio, Lugano, ov'esule - ben cinque mesi io vissi
e, da straniero libero, - liberamente scrissi.
Or fustigai le tonache, - vergogna della croce,
or contro la politica- d'Italia alzai la voce.
Ma, sopratutto, i giudici - sferzai del mio paese,
ch la coscienza vendono, - per gli ultimi del mese,
e le canaglie assolvono - al luccicar dell'oro,
colpendo sempre i deboli - nelle ragioni loro.
Questo ben so per pratica, - lo so per esperienza:
per cognizion di causa, - parlo per competenza,
poich, svelando al popolo, - il ver, non mai smentito,
nel tempio sacro a Temide, - io mi trovai colpito.
Ed oggi son qui profugo, - sfuggito alla condanna,
e chi dissangua i poveri, - compra, corrompe, inganna;
chi usurpa dritti civici, - chi la ragion calpesta,
 un'anima benefica, -  una persona onesta.
Poich la plebe tollera, - poich tutto permette,
talmente s'avvicendano - l'opere inique, abbiette;
se nonch il d s'approssima -- della final battaglia,
dove i Nabucchi cadono - e sorge la canaglia.
Qui, dalle genti svizzere - fui sempre rispettato
e da persone celebri - ben visto ed apprezzato,
di cui avr perpetua - memoria, ovunque io vada,
finch non giungo al termine - della mortal mia strada.
Ma trattamento simile - non ho, purtroppo, avuto
da alcuni che per intimi - amici aveo creduto.
Essi, italiani profughi, - ospiti del Ticino,
di mille neri ostacoli - mi sparsero il cammino.
In guerra sorda, ignobile, - fra schemi ed angherie,
io, fatti, cose ed uomini - conobbi a spese mie.
Ma forse un giorno al pettine - verranno i nodi occulti,
scoprendosi le maschere, - le iniquit, gl'insulti.
Allora i musi torbidi, - ch'oggi nell'ombra stanno,
come insidiosi rettili - che tramano il mio danno,
di fronte al mondo pubblico, - fra l'onta e la vergogna,
severo ed implacabile, - l'inchioder alla gogna.
Allora i superuomini, - gli scrupolosi onesti,
i lottatori, i martiri, - gl'integri ed i modesti,
chiss che non diventino - gonfi di fasto e boria,
spregevoli, esecrabili, - ludibrio della storia.
E s'oggi mi colpiscono, - protetti dal mistero,
come aggressor che insidia, - di notte, il passeggiero,
se non rimango vittima - di s frateschi affronti,
fido (ripeto), in ultimo, - di pareggiare i conti.
Per queste ed altre cause, - riparto da Lugano
e verso il mondo nordico - mi reco pi lontano,
mi reco ove m'attendono - amici d'altra scuola,
col nel suolo classico - di Victor Hugo e Zola.
Dell'idea apostoli, - perseguitati, erranti,
il nostro sacro compito - sia sempre: Avanti! Avanti!
Da infaticati Acasveri, - andiam verso l'aurora,
sogno dell'uman genere. -Avanti! Avanti ancora!
E se fra sterpi e triboli - cadrem lungo la via,
altre novelle reclute, - giovani d'energia,
con volont, con animo, - con fede forte, accesa,
conseguiran l'epilogo - della pi grande impresa.
E noi, nel caldo palpito - di vecchi lottatori,
saluterem l'esercito - dei nostri successori;
quindi, nel sonno placido - del sempiterno oblio,
darem l'ultimo anelito. - Dunque, Lugano, addio!
Lugano, marzo 1908
...
.
...
IL 28 MARZO.
.
Ricorre un giorno lugubre,
una data solenne e memoranda,
la qual, sospiri, o lacrime,
n rettorica, o fiori, a noi domanda.
Fermezza di propositi,
tenace volont, coraggio e fede,
fibre gagliarde indomite,
degne dell'avvenir; - questo ci chiede.
Se visitate i tumuli,
dove giacciono l'ossa invendicate
di tante eroiche vittime,
del piombo di Versaglia assassinate,
udrete come un fremito,
che si sprigiona dalla fredda terra,
una parola, un monito,
un grido, ch' sinonimo di guerra;
ed una voce intrepida,
d'intorno rintronar l'aria sanguigna:
- Ancor le genti dormono,
quasi vegliasse lor sorte benigna?
Ah! voi, figli degeneri,
imitate cos l'esempio nostro?
Agir, lottar, combattere,
ecco il vostro dover, l'obbligo vostro.
Finch saranno i popoli
schiacciati nella vita e nel diritto;
finch vi sia tirannide,
 vergogna l'inerzia, anzi  delitto.
Che importa, se non passano,
per la via dell'onore e della gloria;
i nostri nomi ai posteri,
nel marmo incisi o scritti nella storia?
Basta che passin l'opere,
d'esempio ai pigri, ai neghittosi sprone,
e il nostro sangue v'ecciti
a conseguir l'umana redenzione.
Ecco che cosa chiedono
i vinti, i trucidati comunardi
cui d'infamar tentarono
sinistri pennivendoli bugiardi. -
Talmente rugge e turbina,
oggi da Satory la ribellione;
grido che infiamma l'anima,
voce, che fa tremar mitre e corone.
In nome di quei martiri,
in nome dell'idea, per cui son morti,
serrian* del nuovo esercito,
le sparse fila, per pugnar da forti.
Colui che pensa ed esita
a schierarsi con noi nella battaglia,
non sa certo, comprendere,
che, dovunque si volga, c' Versaglia.
Del resto, a noi non possono
stima ispirar di vantaggiosa aita,
se non le tempre energiche,
disposte a dar - se occorre - anche la vita.
Ecco da quali militi,
degnamente sar commemorata
la settimana tragica,
un po' troppo fin qui dimenticata.
Joeuf, marzo 1909
...
.
..
IN MORTE DI ANDREA COSTA.
.
A guisa d'astro fulgido
che tramonta, ma pur non si scolora;
cos passa l'apostolo,
ma l'opra ed il pensier vivono ancora.
Vive nel cuor dei popoli
l'anima grande che il maestro avea,
virt che si moltiplica,
per cui trionfa la novella idea.
Che valgono le chiacchiere
di chi finge lottar, quando non crede
e nella pace sbraita
solo per arrivar, non per la fede?
Tacete, sciocche prefiche,
fatevi in l, scostatevi da noi.
Non sian, con false lacrime,
profanate le salme degli eroi.
Cospiratore indomito,
mille peripezie sfid, sofferse,
sub l'esilio, il carcere,
sostenne l'urto delle sorti avverse.
Pass fra mezzo al turbine
delle persecuzioni e della lotta;
e se trov l'ostacolo
vinse e riprese l'opera interrotta.
Corse campagne inospiti
a scuotere il torpor degli operai,
gridando ovunque: - Alzatevi!
Non vi pare d'aver dormito assai? -
Ed alla voce magica
anche i pi vili diventavan forti,
e all'avvenir guardavano,
all'avvenir dei popoli risorti.
Ei sempre infaticabile,
suscit moti, presenzi congressi,
scrisse giornali, opuscoli,
onde svegliare e organizzar gli oppressi.
Dal carcere alla Camera
pass, restando saldo sulla breccia,
dove, con voce libera,
stigmatizz la multiforme feccia.
Delle pi giuste cause
fu strenuo difensore e paladino;
e per l'impresa d'Africa,
egli tuon: - N un uomo, n un quattrino! -
Chi pu ridirne i meriti,
l'opre, le imprese, la virt, la gloria,
degne ch'eterne restino
nel cuore delle genti e nella storia?
Ed or l'ultimo milite
dell'Internazionale in lui trapassa,
sulla cui salma, il popolo,
sospirando e piangendo, il capo abbassa.
E insieme ad esso piangono
ruffiani, rinnegati e coccodrilli;
ma, forse, in cuore esultano,
pi sicuri di prima e pi tranquilli.
Ma il popolo che vigila,
che ricorda e riflette, e che ragiona,
sa bene ormai chi merita
il disprezzo o l'onor della corona.
Di fronte a tanta perdita,
fra 'l lutto universal, fra i caldi pianti,
della sua vita memori,
salutiamo l'estinto e andiamo avanti!
Joeuf, gennaio 1910.
...
.
...
IN MORTE DI MARIO RAPISARDI.
.
Una patria, a cui sia limite il polo,
una famiglia, a cui sia fede il veto.
RAPISARDI, Atlantide
Da vari giorni infermo
giaceva il sommo pensator poeta;
e, rassegnato come un greco stoico,
aspettava seren l'ultima mta.
E intorno a lui gli amici,
nella trepidazion, nell'amarezza,
prevedevan vicina la catastrofe,
senza speranza alcuna di salvezza.
Ed oggi si diffonde,
messaggera di lutto e di sconforto,
triste notizia, in termini laconici,
ahim, che Mario Rapisardi  morto!
A s ferale annunzio,
piange l'Italia che lavora e spera
e il genio, che non ha confini e codici,
piange, anch'egli, al di l della frontiera.
Par che la nostra vita
sia come tcca da malore ignoto
e si stacchi qualcosa dal nostr'essere,
lasciando noi nello squallor, nel vuoto.
Chi fu? Fu lottatore,
rigido nella vita e nei costumi,
diritto di pensiero e di carattere,
odiato a morte da gonfiati numi.
Fu educator che seppe
sull'esempio basar l'insegnamento,
suscitando nel cuor de' suoi discepoli
la forza e la virt del sentimento.
Come principio pose
l'amor fraterno che insegn egli stesso;
e, per base, ritenne urgente l'ordine,
e come fine design il progresso.
Ei di sospetti onori
schivo e flagellator della menzogna,
nella sua vita non trovate un attimo
d'incoerenza e vilt, n di vergogna.
Il dilagar del vizio
e il traffico sferz della coscienza;
per questo l'addentava il Giove olimpico,
sotto il manto dell'arte e della scienza.
Sempre sdegnoso e fiero,
della giustizia difensore invitto,
contro l'abuso di civili barbari,
d'oppressi e vinti peror il diritto.
Egli ebbe anima greca,
cuore di Tito, mente gigantesca;
concezione profonda di filosofo,
genio latino, ispirazion dantesca.
Ei l'avvenire umano
divinar seppe con robusti versi.
Basta legger Lucifero e l'Atlantide
per convincersi meglio e persuadersi.
L'opera di scrittore,
arte fu di sublime poesia;
e bench non tocc Clitunno e Satana,
chi pu negar che novator non sia?
Chi pu negare in lui
il genio della scienza e della rima?
Che importa se Carducci, pien di fegato,
volgarmente l'assale e non lo stima?
Basta che lo comprenda
chi sdegna genuflettersi e servire
e non cerca medaglia o laticlavio,
lottando - come lui - per l'avvenire.
Basta che le dottrine
professate da lui diventin pane,
che alimenti la fede e nutra l'anima,
nel turbinio delle vicende umane.
In s calda speranza,
copriam la tomba sua di semprevivi,
mentre, nell'ora luttuosa e tragica,
passano i buoni e restano i cattivi.
Joeuf, gennaio 1912
 PIAGHE DI FRONTIERA
Fui gi pi ragionevole,
pi mite e calmo e forse pi benigno;
or, tra cattivi popoli,
cupo divengo, intollerante: arcigno.
Io vivo o - meglio - vegeto
lontano al mondo ed alla razza umana;
che sono in Francia, dicono,
ma la Francia non so quant' lontana.
Qui non conosco regole
di civilt, di umana convivenza;
ma ovunque vedo arbitrio,
brutalit, sopruso e prepotenza.
Dall'alto si perseguita
chi manifesta liberi pensieri.
Qui la Vandea non tollera
libert di coscienza agli stranieri.
Quivi lo sbirro  despota
che t'arresta, t'incarcera e ti batte
come il cosacco nordico,
nelle segrete e nelle casematte.
Altro padrone  il sindaco,
quasi piccolo re posto al governo;
poi l'aspide levitico,
qual necessario vice padreterno.
Ecco la santa triade
che fa pioggia e bel tempo, male e bene;
specie di can trifauce
che, a sua custodia, il capital mantiene.
Insomma,  qui repubblica
del gendarme, del prete e del bastone;
e se qualcun ricalcitra
il carcere l'attende e l'espulsione.
 vero che non merita
pi mite e rispettoso trattamento
la feccia che qui capita,
come maledizion, come tormento;
ma se le leggi vietano
tormenti di qualunque sia natura,
perch gli agenti abusano
col nerbo, col baston, con la tortura?
Abuso cos barbaro
di pene corporali, di supplizio,
ricorda la nagajca
e i fasti del pi nero Sant'Uffizio.
Poi, torto imperdonabile
dell'alte autorit, de' bassi agenti,
 quello di confondere
buoni e cattivi, onesti e delinquenti.
Da mille parti piovono,
in questo ambiente guasto di frontiera,
magnaccia e manutengoli,
ladri, lenoni e pezzi da galera.
Talch la terra brulica
d'oziosi giuocatori, di strozzini,
di truffatori pratici,
di facce da nottivaghi assassini.
Furti, omicidi orribili,
zuffe, risse, percosse, ferimenti,
ed altri mille crimini;
ecco i fatti locali pi frequenti.
Il vizio stomachevole,
suscitatore di funesti effetti,
s'esplica, ovunque, e pullula,
in mille modi e sotto mille aspetti.
Mirate l quegli uomini,
briachi e barcollanti per la strada,
che vociano e bestemmiano,
spettacolo indecente che degrada.
Pi l quelli che altercano,
armati di pugnali e rivoltelle
che s'urtano e s'acciuffano,
dove qualcuno giuocher la pelle.
Udite, per le bettole,
schiamazzare ed urlar mille sconcezze,
fra il suono, il ballo e Venere,
che vende baci e sudice carezze.
Quanti vi son che sprecano
tutto il guadagno lor con prostitute
e, per compenso, acquistano
malattie che rovinan la salute!
Altri commetton debiti
d'alloggio e vitto o - meglio - di pensione
e poi di notte fuggono,
oppur si danno al furto e all'aggressione.
E quei che non si scoprono,
dopo il delitto, passan la frontiera.
Altri talvolta pagano
a prezzo d'anni e d'anni di galera.
Eccovi il quadro, in piccolo,
dei multiformi fasti della teppa;
cancrena spaventevole
che rode il bene ed il progresso inceppa.
A me, per quanto cauto
sia, nel vendere il Secolo a credenza(4),
capitan certi bindoli
che invece di pagar, fanno partenza.
Anche se alcuni restano
e alle costole vigile gli stai,
forse pagar promettono,
tirando in lungo, senza pagar mai.
Di fronte a simil genere
di truffatori astuti e d'imbroglioni,
come sar possibile
aver fiducia e conservarsi buoni?
Ma pure, s'anche agli uomini,
talmente abbietti, perder la stima,
ne' vecchi miei principi,
mi sento sempre il Gamberi di prima.
Joeuf, marzo 1912
 CALATA DEI CONGREGAZIONISTI E SCANDALI CATTOLICI
Come sciami di sudici avoltoi,
chiamati dal fetor della carogna,
gi, dalla Francia, lividi per bile,
scendono, vomitando empi blasfemi,
i sordidi cultori di menzogna,
ad inondare, ad infestar l'Italia
di vergogna e di turpe pallanzismo,
di vizi immondi, degradanti, abbietti,
satanica invenzion di sagrestia;
onde, di nuovo - se possibil fosse -
fra 'l tenebror d'un altro Medio Evo,
l'infame Inquisizion ripristinare,
con roghi, atti di fede e Sant'Uffizio,
con la pi lojolesca e nera scusa
di rendere alla chiesa il suo prestigio
e ralzar la cristiana religione,
sulla quale - da secoli infiniti -
essi, i falsi ministri del vangelo
e di Cristo non men falsi vicari,
esercitan la pi sfacciata truffa,
il pi indecente e lurido mercato,
al qual uso la chiesa han convertito.
Cos sfruttan l'ingenua buona fede
del gregge umano, che ingannar si lascia
dalle promesse d'un eliso eterno,
ripien di gaudi e d'ogni ben di dio;
o intimorire dalle pene atroci
d'immaginario e tormentoso inferno,
nel centro della terra spalancato,
per ricevere i reprobi ed i tristi,
morti senza la grazia della chiesa,
urgente passaporto dei credenti,
per volar, come uccelli, in paradiso.
Dunque, espulsi dal genio volteriano,
i sacri corvi e le cornacchie sacre
lasciano il dolce e prediletto covo,
dopo mille fallite resistenze
al dilagar dell'alito moderno,
che, armato di diritto e di ragione,
sbarra al passato l'usurpata via,
risvegliando e spronando alla riscossa
l'umanit, che sonnecchiava incerta,
la quale, intraveduto l'avvenire,
la testa alzando, inarrestabil marcia.
Ma non tutti all'Italia i nottoloni
volgono il passo e tendono l'idea,
come a novella e splendida cuccagna,
ove adagiarsi e ripiantar le tende,
per seguitare il fraudolento ingrasso.
D'essi parte la via prende che mena
all'ubertose e floride contrade
della, purtroppo ancor, depressa Spagna.
Col arrivati, ricomincian l'opra
soffocatrice del progresso umano,
come risuscitar vogliano i tempi
della tremenda e spenta Inquisizione,
che, nella storia del martirio umano,
ha segnato la pagina pi nera.
Avidi d'oppressione e di dominio,
tentano risvegliar dall'infamato
letargo eterno, gli empi lor maestri
Loyola, il fondator dei gesuiti,
Guzmano, il fondator del Sant'Uffizio,
gl'inquisitori Dreza e Torquemada,
oltre ogni dir, feroci e sanguinari,
che, sotto mille raffinate forme
di supplizio barbarico e tortura,
sagrificaron vittime infinite;
Arbues, le cui gesta maledette
non v'ha - credo - nessun che non conosca;
ed altri ed altri ancor, che, a noverare,
elenco interminabile urgerebbe.
Dissi poc'anzi: spenta Inquisizione,
ma dissi male, ed or l'error correggo,
poich spenta non , ma vige ancora
con tutti i vecchi arredi di tortura
e con tutte le forme di supplizio.
Chi non ricorda le torture atroci
che a Montjuich subir, non  gran tempo,
tanti ribelli e generosi eroi,
la cui morte straziante inorridire
fece, nonch l'Europa, il mondo tutto?
Chi non ricorda d'Alcal del Valle
le numerose vittime recenti?
Ed or, mentre ch'io scrivo,  raddolcita
l'Inquisizion che, con maestra mano,
nelle sue forme orribili e selvagge,
seppe s ben ritrar Luigi Fabbri?
Ah no! Tuttora minacciosa e truce
s'avanza come spettro intempestivo
e tuttor nuove vittime pretende
nelle preziose e nobili persone
di Nackens e Ferrer, quasi affidati
all'inaudita e torbida ferocia
di Becerra del Toro, empio strumento
dell'ingiusta giustizia e di Loyola,
bieco repubblicano rinnegato,
ch'oltre la Spagna, disonora il mondo.
L, dunque, i nuovi parassiti neri,
oltre l'ospizio assai ben predisposto
alle nefaste lor sordide mire,
trovan pur troppo il necessario ambiente,
stomachevole e sordida gazzarra
che durer finch la plebe stanca
non sorga a debellar tanta vergogna.
Ma torniamo all'Italia a quest'Italia
la cui riscossa enormi sagrifici,
d'esilio, di patibolo e galera,
a tanti suoi volenterosi figli,
come insegna la storia, cost sempre.
L'Italia decantata dai poeti,
libera e grande nella sua bellezza,
dal sangue degli eroi santificata
e illustrata dal genio e dal pensiero,
nell'arte, nel sapere e nella scienza,
fasi sublimi di civil progresso,
ed or ridotta nel pi basso fango,
degradata, avvilita e deturpata,
prostituita a pi del Vaticano,
come pi brutto e vergognoso insulto.
Infatti la marea di sagrestia
dilaga, qual pestifero torrente,
per citt, per paesi, per villaggi
per le campagne, ovunque avvelenando
la vita umana in tutti i suoi meandri,
nell'idea, nel pensier, nella coscienza
e nella santit del focolare.
E, quasi non bastasse il cancro interno,
altri sinistri corvi, altre cornacchie
piovon dall'Alpi, annuvolando il cielo,
turbando il sole ed oscurando il giorno.
 un'invasione minacciosa e turpe,
che insozza, che devasta e vandalizza
il progresso, la luce, il bello, il bene,
che tenta soffocare ogni energia,
spegner di libert qualunque traccia,
paralizzar la volont, il pensiero,
attanagliare, atrofizzare i cuori,
il vero ottenebrar, bandire il falso,
corrompere, inquinar l'insegnamento,
sostituire alla ragione il dogma
e impor l'assurdit del catechismo.
Congregazioni nuove altri conventi,
refettori, convitti e seminari,
scuole confessionali in abbondanza,
immondi semenzai di corruzione,
come Albano c'insegnano e Pallanza,
nei luoghi pi indicati e pi salubri,
sorgono indisturbati e numerosi,
connivente il governo di Giolitti;
Giolitti scampaforche, uomo nefasto,
che, come par il sacco ai vuotabanche,
documenti falsando e trafugando,
a protezion di ladri d'alta fama,
or, da matricolato gesuita,
provocatore cinico e spavaldo,
stretto coi preti in ibrido connubio,
per loro impunemente ruffianeggia.
Cos posto da parte ogni ritegno,
si ristringon la man Cesare e Piero,
amoreggiando in vergognoso amplesso;
e "colui che detien" temendo l'ira
del vecchio lupo azzannator feroce
e spaventato dallo "spettro rosso",
onte e rivalit di predominio,
sgambetti e insulti e tradimenti scorda,
onde salvarsi dal comun nemico,
che, ardito, e, fieramente brontolando,
a gran passi, guadagna l'avvenire.
Flaccide, intorpidite ed impotenti,
si prostrano le classi dominanti
ad implorar soccorso a pi dell'ara,
abiurando ogni idea d'avanzamento,
di tradizion, d'origine, d'onore,
di dignit, di dritto, di missione,
rinnegando s stesse e, lentamente,
lasciandosi assorbir dal nero mostro,
come vil rospo dall'ingordo serpe.
Osservate il novello atteggiamento
che tien la borghesia di fronte al clero,
e vedrete di quanta dedizione
colpevole si renda giornalmente,
indecente commedia e ributtante,
a cui il proletariato, aprendo gli occhi
e sollevando l'avvilita faccia
adeguato rimedio sapr porre.
Ecco intanto dei fatti che raccolgo,
brevi e di volo, a suffragar l'asserto.
Viene, dapprima, un alto personaggio
che assiste a un trucco di cattiva specie,
in cui creder si fa che, per prodigio,
di San Gennaro, in suggellate ampolle,
raccolto il sangue si ravvivi e bolla.
Miracolo non gi, ma ciurmeria,
per lucro indegno, a lungo esercitata,
a cui soltanto i ciechi or prestan fede,
poich, da esperti chimici, pi tardi,
ripeter mille volte abbiam veduto
l'ormai troppo invecchiato esperimento.
A Perugia, le bande militari,
prendono parte a religiose feste,
comandate - si sa - dai superiori,
alla santa bottega ligi e servi.
A Lucca, la milizia rende omaggio
al santo cardinale Lorenzelli,
armeggione tra Francia e Vaticano;
Lorenzelli che, un giorno, insulti e scherni,
da Parigi lanciava al Quirinale
e ch'or di Beccaria il bel paese
di conventi e d'ospizi ha seminato.
A Cotrone, le regie corazzate,
per accrescer la pompa della festa,
approdano; e col vescovo s'incontra,
servo fedele, l'ammiraglio Zezi.
Cattolici ufficiali di marina
al cardinal Cassetta e al San Francesco
fan largo sfoggio di devoti onori;
talch speriam che Paola, per compenso,
un degno monumento loro innalzi.
E a Sarzana che avviene? Una commenda
maurizio-lazzariana,  conferita,
con relative insegne ed accessori,
a Carli monsignore, e se qualcuno
fosse ardito di chiederne il motivo,
c' per risposta: "La ragion di Stato",
sulla quale non  lecito avere,
minorenni in tutela, spiegazioni.
A Roma, un orto ai frati francescani,
per occulta influenza ed efficace
d'augusta donna - che, sebben di scettro
dotata pi non sia, le nostri sorti
pur dirige e maneggia -  regalato;
per cui tanto scalpore e tanto chiasso
si fece in questi giorni, al Parlamento.
A Nocera Inferiore, ultimamente,
la banda dell'Ottavo fanteria,
devota accorre a rallegrar la festa
detta di "Ges Cristo, signor nostro".
Abbiamo, inoltre, principi reali,
asserviti talmente al Vaticano,
che frequentan le feste religiose;
e personaggi augusti e rispettati
- quantunque di rispetto poco degni -
che a sacre cerimonie prendon parte,
date nei refettori clericali,
esempio triste e vil d'incoerenza,
di supino e volgare abbassamento,
contro il quale protesta e si ribella
ogni coscienza libera ed integra,
ognun ch'abbia carattere e buon senso.
Dopo due mesi di forzata assenza
riprendo a tesser l'interrotto filo,
mentre l'Italia stranamente affoga
in un mar di vergogna e di sozzura.
 un diluvio di scandali indecenti,
che s'allarga ogni giorno e s'ingrandisce;
 la peste dei sacri lupanari,
scoperta e denunziata dalla stampa
che non attinge a fondi impuri e loschi,
onde abbujare e soffocare il vero.
Prima la "Consolata" di Milano
vien, con la respettiva Fumagalli
santa ruffiana dell'osceno covo,
dove i turpi e chiercuti Longo e Riva,
sull'infanzia col ricoverata,
han compiute le gesta pi nefande.
L'"Emiliani" di Roma segue tosto,
retto e diretto dalla pia Capozzi,
che nei fasti di Sodoma e Gomorra
maestro insuperato s'appalesa.
Ecco Varazze e poi Collesalvetti,
dove i luridi frati Salesiani
hanno cotali oscenit commesse
sull'infanzia affidata alle lor cure
che, per rossor, di nominar non oso.
E mill'altri cattolici "porcili"
scoperti in questi giorni ormai tralascio,
per non far troppo lunga litania.
Che spettacolo abbietto! che cloaca!
che suburra brutale di delitti!
Son poveri bambini deturpati
contro natura, da destar ribrezzo,
da superar di Sodoma la scuola.
Son bambine stuprate e deflorate
ed infettate di morbosa lue,
per cui trarran le misere infelici
tormentata e rachitica esistenza,
se, a caso, non morranno pria del tempo,
vittime dell'infamia clericale.
Trionfano cos sfacciatamente,
nelle lor pederastiche laidezze,
i satiri schifosi e tonsurati
Zarri, Longo, Vittozzi, Burg, Riva,
Bevilacqua, Marostica, Spinardi,
frate Enrico, Milesi, Ciarchi e Poggio,
in barba alla morale ed al vangelo,
all'inferno, al Supremo, ai santi, a Cristo,
di cui ministri osan chiamarsi in terra.
Ecco chi son, che cosa fanno i preti,
monache, frati e simile genia!
Queste le conseguenze, questi i frutti
dei "rigagnoli d'oro" di Luzzatti!
Povero Nazzareno! Quante infamie,
quante nefandit, quanti delitti
commisero e commetton, giornalmente,
sfruttando il nome tuo, la tua dottrina,
i sedicenti tuoi santi ministri!
Ombre d'Uss, d'Arnaldo, di Socino,
di Vanini, di Moglio e Campanella,
di Dolcino, di Bruno e Paleario,
del Ferrarese, d'Avita e Porcari,
di Sarpi e d'altre vittime preziose,
sorgete fuor del silenzioso avello,
per giudicar se pi nefandi e turpi
son d'oggi i preti, o gli assassini vostri,
e per mandare un grido di rampogna
contro un popolo vile, che sopporta
tanto abbominio brutto e degradante.
Ah vergogna! vergogna! Ma siam morti
o siamo vivi ancora, o siam di fango?
La nostra dignit, l'onore nostro
dunque pi a lungo lascierem lordare?
Ribelliamoci tutti. E voi credenti,
voi davvero convinti religiosi,
perch dormite ancor, perch tacete
di fronte a tanto scandalo crescente,
che rovina la vostra religione?
Perch indugiar? Sorgete ed osservate
quanto i ministri suoi rispettin Cristo.
Cristo insegnava l'umilt, l'amore,
pratica il prete la superbia e l'odio;
Cristo fe' scuola d'onest, d'affetto,
il prete  sempre disonesto e crudo;
Cristo raccomand pace e perdono,
macchina il prete ognor guerra e vendetta;
Cristo di carit l'esempio dette,
personifica il prete l'avarizia;
Cristo die' norma di bont, di bene,
carezza il prete l'empiet ed il male;
Cristo fu parco, temperato e mite,
il prete  ingordo, crapulone, altero;
Cristo bandiva la modestia, il vero,
coltiva il prete il lusso e la menzogna;
Cristo lott per la riscossa umana,
fautor di schiavit troviamo il prete;
Cristo contro i malvagi alz la voce,
il prete se ne rende paladino;
Cristo i poveri amava e difendeva,
il prete li combatte e li condanna;
Cristo sognava il paradiso in terra,
tenta il prete l'inferno stabilirvi;
Cristo fu banditore di morale,
il prete  focolare di vergogna.
Urgono ancor pi luminose prove,
per capire che il prete  sempre stato
torvo masturbator del ben, del vero,
macchinatore dei malanni umani,
negazione di Cristo e della fede?
A che aspettar che il male incancrenisca
e la piaga insanabile diventi?
Su, dunque, in piedi a riparar l'oltraggio:
l'indugio  colpa, il tollerar delitto.
Roccatederighi, giugno 1907
 L'ASSASSINIO DI FRANCISCO
FERRER, IL MARTIRE CATALANO
Altra vittima ancora, altro delitto
perpetrato dal torbido Loyola.
Il martire Ferrer cade trafitto
dal piombo della reggia e della stola.
Rivive Torquemada contro il dritto
di pensiero, di vita e di parola,
e il Sant'Uffizio peggiorato, a prova,
egli, sinistramente, oggi, rinnova.
Eppur pareano tramontati i tempi
della barbara e truce Inquisizione;
ma, pur troppo, tremendi e spessi esempi
ci provano l'inganno e l'illusione.
Inaudite torture, orridi scempi,
strazi e massacri, senza paragone,
raffinati supplizi di spavento,
riportano la Spagna al Cinquecento.
Oggi  il caso Ferrer, ma cento e mille
caddero prima dei recenti fatti,
chiudendo nelle mude le pupille,
o a morte assai pi spaventosa tratti.
Parli il tetro Montjuich che a stille a stille
vide il sangue grondar, compier misfatti;
parli e ridica i numerosi orrori
commessi dai moderni inquisitori.
Ridica quanti son ribelli ancora,
sepolti entro la lugubre muraglia,
donde non usciran forse pi fuora,
che coperti di lutto e di gramaglia.
Unica mta l'ultima dimora,
uccisi per tortura, o per mitraglia,
come vogliono i preti e gli assassini,
che della Spagna reggono i destini.
Ma Francisco Ferrer chi fu? che volle?
Qual' la vita sua, la sua condotta?
 un criminale, un esaltato, un folle,
o un uomo di carattere e di lotta?
Tempra gagliarda, o fibra floscia e molle,
soltanto al vizio abituata e rotta?
Di fronte alle bugie sparse dal clero,
cerchiamo un po' ristabilire il vero.
Ei da parenti religiosi nacque,
son cinquant'anni, presso Barcellona.
D'indole viva, praticar gli piacque
la fede, che t'esalta e t'appassiona.
Lesse, discusse; or - meditando - tacque,
come chi prima pensa e poi ragiona.
E, a quindici anni, alzata ormai la fronte,
altra mta intravede, altro orizzonte.
Quindi, lottando a guadagnarsi il pane,
sfida qualunque inciampo e mai non cede.
E, al dilagar delle miserie umane,
vieppi s'accende di novella fede.
Giorno per giorno, l'oppressione immane
moltiplicarsi d'ogn'intorno vede;
onde pensa che stretto obbligo sia
raddoppiar di coraggio e d'energia.
Giunto l'Ottantatr, quando la vampa
della rivolta propagar s'intese,
opra del generale Villacampa,
compromesso, Ferrer, lascia il paese.
E quasi per prodigio a morte scampa,
trovando asilo sul terren francese,
dove trascorre vita pi tranquilla,
segretario del profugo Zorilla(5).
E durante due anni pensa e scrive
con quel febbrile ardor che l'alimenta;
e alle nuove dottrine positive,
totalmente si dedica e s'orienta.
Ma, fra le idee pi luminose e vive
sogna la Spagna libera e redenta
dal malefico giogo dei detriti
del Sant'Uffizio: preti e gesuiti.
In questo tempo, in cui da precettore
fa di lingua spagnuola, un caso avviene.
Una fanciulla(6), con sincero ardore,
si converte alle idee ch'egli sostiene.
E quando, da malor minata, muore,
lascia al maestro quanto le appartiene.
Onde Ferrer, da sorte favorito,
quasi d'incanto, vedesi arricchito.
Quindi, al bacio di s rara fortuna,
pensa intensificar la sua campagna.
Perci, senza frappor dimora alcuna,
ripassa le frontiere della Spagna.
Povera terra, povera sua cuna,
dove il prete ogni d terren guadagna,
quasi piovra che tenti inaridire
la vita, con le sue viscide spire.
Onde, per fronteggiar tanta marea,
che ovunque il suo veleno infiltra e spande,
egli matura una felice idea,
generosa altrettanto, quanto grande.
Pensa un tipo di scuola ove si crea,
contro l'uso di massime nefande,
con sano insegnamento e sana prova,
la nuova civilt, la vita nuova.
Tale Scuola moderna in Barcellona
sorge in prima, con esito felice;
e a farla ancor pi vantaggiosa e buona
Ferrer fonda una casa stampatrice.
E con attivit fatta persona,
cura l'iniziativa educatrice,
cui di moltiplicare in breve sogna
per tutto, anche al di fuor di Catalogna.
In queste scuole - ormai pi di quaranta,
estese nei paesi catalani -
si spiega la ragione, il vero e quanta
sia l'importanza d'un miglior dimani;
si studia la materia varia e tanta,
sparsa o racchiusa nei problemi umani;
e, in base ai risultati della scienza,
si combatte del clero l'influenza.
Al prosperar di tanto urgente scuola,
che ovunque trova plausi e simpatie,
s'allarma l'implacabile Loyola,
nonch di Levi le feroci arpie.
E, passando di guerra la parola,
sempre per sorde e misteriose vie,
l'insidiosa congrega il giorno affretta
propizio all'esterminio, alla vendetta.
Ed il giorno propizio par venuto
quando Moral Matteo lancia una bomba,
con la qual certamente avea creduto
al sire ispano spalancar la tomba.
Loyola, sogghignando risoluto,
soffia nel fuoco, onde Ferrer soccomba,
cui, prontamente, al carcere vien tratto,
qual complice accusato del misfatto.
Ma poich niuna prova, niun indizio
di tale accusa emerge nel processo,
dopo il dibattimento ed il giudizio,
 a malincuore in libert rimesso.
Nonpertanto l'infame Sant'Uffizio
lo incalza e insidia sempre pi d'appresso,
e non s'appagher, finch non abbia
sfogato su di fui l'estrema rabbia.
Dopo tal'episodio, d'aspra guerra
rivelatore, a un tempo, e di periglio,
Ferrer, cercare asilo in altra terra
stima prudenza e provvido consiglio.
Tre anni tra la Francia e l'Inghilterra
trascorre quasi in volontario esiglio,
donde in patria ritorna a quando a quando,
le scuole e i vecchi amici visitando.
Ultimamente, quando la frontiera
ripassa, onde sbrigar privati affari
e visitare una nipote, ch'era
quasi presso gli estremi giorni amari,
travolgerlo dovea sorda bufera,
gravida di delitti, senza pari,
delitti che hanno, di terror profondo,
sparsa la Spagna e inorridito il mondo.
Ma, per meglio capir la trama occulta,
che i germi del misfatto in s contiene,
tutto quanto dal vero oggi risulta,
in brevi cenni, rilevar conviene.
Onde l'opra, di che Loyola esulta,
tentando il male camuffare a bene,
alla storia trapassi smascherata,
indelebile macchia ed esecrata.
A peggiorar le condizioni interne,
in cui la Spagna si dibatte e geme,
sotto un governo che, d'idee moderne,
 negazione e insidia losca insieme,
apportatore di miserie eterne,
di fiscalismo e di misure estreme,
turbator della pace e del diritto,
scoppia l'ispano-marocchin conflitto.
Ed a misura che s'allarga e cresce
la disastrosa e sconsigliata guerra,
di cui la voce, ripercossa, mesce
viepi fermento nell'ispana terra,
lo sdegno popolare avvampa ed esce
dal limite ordinario che lo serra
e in pochi giorni rapido s'estende
e quasi tutta Catalogna accende.
E mentre che in disordini e tumulti,
esasperato, il popolo infierisce,
fra rimproveri acerbi e giusti insulti,
l'idra nera si turba e impensierisce.
Ma, passando in rassegna i mezzi occulti,
che la fredda paura suggerisce,
come chi tra due fuochi si ritrova,
tenta l'estrema e disperata prova.
Ed invece di far resipiscenza
e d'unir la saggezza alla bisogna,
ricorrendo alle vie della prudenza
per risparmiare il sangue e la vergogna;
di terrore marzial, di violenza
inasprisce la bella Catalogna,
proclamando, com'unico rimedio
l'odioso stato di feroce assedio.
Alla stampa s'infligge la censura,
si sospendon le leggi statutarie
e s'impon, come provvida misura,
l'uso di repressioni sanguinarie.
Talch la pi selvaggia dittatura
agisce in forme criminose e varie;
ed esultando di sinistra ignavia
ripristina la pace di Varsavia.
In frangente s critico e funesto,
Ferrer, tornato alla citt natia,
tosto vien tratto in arbitrario arresto
e gettato in profonda prigionia.
Mille calunnie al pensator modesto
inventa la cattolica gena
e si scatena la pi brutta feccia
molto pi nella stampa vendereccia.
Come anarchico truce si dipinge,
sovvertitor d'istituzioni umane,
e che sia stato istigator si finge
delle torve sommosse catalane.
L'innocente Ferrer cos si stringe
in un cerchio d'accuse inique e strane,
onde, in faccia alle genti, a suo pro sorte,
giustificarne la condanna a morte.
Frattanto la giustizia monturata,
che di giustizia solamente ha forma,
vendicatrice, orribile spietata,
funziona, oltr'ogni dritto ed ogni norma.
Talch la Catalogna desolata,
quasi in vasto deserto si trasforma,
e ovunque l'occhio umano erra e s'aggira
sol di lutto e terror forme rimira.
E un rumore assordante in Barcellona
si sente rimbombar, durante il giorno,
che, a guisa d'eco lugubre, risuona,
pi cupo e pi crescente, nel contorno.
 la voce del piombo che detuona,
dai fossati del torbido soggiorno(7),
sotto cui cadon, massacrati e morti
a mille a mille i disgraziati insorti.
Mentre nel sangue si disseta e sfoga
l'ira del Vaticano e della Corte,
l'aspersorio e il fucil conversi in toga,
strumento fosco di vendetta e morte;
mentre la reazion le leggi abroga
e trionfa l'abuso del pi forte,
contro infamia s barbara e funesta,
l'offesa civilt sorge e protesta.
Ma inutilmente si solleva il mondo
e inutilmente egli protesta e grida,
ch il carnefice bieco e furibondo
non desiste dall'opera omicida;
anzi, pi baldanzoso ed iracondo,
spavaldo, in atto di decisa sfida,
par quasi che risponda: - O protestanti,
ce n' per tutti, se venite avanti! -
E ferve l'opra sanguinaria e schiaccia,
infierisce e massacra pi di prima,
buccinando di morte la minaccia
contro chiunque traditor si stima.
Crescono le proteste, onde si faccia
maggior senno, e Ferrer non si sopprima.
Se nonch l'idra nera, di nascosto,
ne comanda la morte ad ogni costo.
Dall'Indo sino al fumido Tamigi
 un diluvio di grida e imprecazioni
contro Loyola e gli orridi prodigi
dei tardi e non degeneri Borboni.
La Francia insorge, molto pi Parigi,
con vivaci comizi e agitazioni.
Insorgon Roma, Napoli e Milano
e Italia tutta, ma purtroppo invano.
Gi s'approssima il giorno in cui si chiede
di formulare il pi brutto misfatto.
Ferrer, che ormai la sorte sua prevede,
dinanzi al marzio tribunale  tratto.
Forte dell'innocenza e della fede,
martire degno dell'uman riscatto,
calmo, sereno e fiero e - al tempo stesso -
indifferente, assiste al suo processo.
Di calunnie e bugie pieno, intessuto,
l'atto d'accusa sminuzzare ascolta,
in cui per promotore  ritenuto
e per fomentator della rivolta.
Quindi affermano i testi aver veduto
l'imputato istigar, correndo in volta,
ed a carico suo riportan frasi,
voci, combinazioni, fatti e casi.
E altre accuse malefiche, infinite,
incredibili, quanto assurde tutte,
che, confutate alcune, altre smentite,
sono, in complesso, da Ferrer distrutte.
Ma le prove a difesa consentite,
anche per colpe scellerate e brutte,
non s'ammettono in s grave giudizio,
norma che solo adotta il Sant'Uffizio.
Tosto in guisa sommaria e spicciativa,
riassunti fatti, accuse e circostanze;
ponderata l'azione sovversiva
dei moti e respettive risultanze;
rilevata la colpa decisiva,
emergente da pi testimonianze,
l'orator di Loyola e della corte
conclude e chiede la condanna a morte.
Quindi sorge a difender l'imputato
un capitano coraggioso, onesto.
Egli dimostra quanto sia viziato
l'atto d'accusa, e falso nel contesto.
Come ovunque Ferrer sia circondato
da nere insidie e da rancor funesto;
come le molte voci accusatrici
provin l'odio soltanto dei nemici.
Soggiunge che sarebbe infamia enorme
basar su tali accuse una sentenza.
Urge espletar, perci, tutte le norme,
secondo la ragione e la coscienza.
Urge che la giustizia ben s'informi,
onde accertar la colpa, o l'innocenza.
Ma per raggiunger tale intento occorre
appurar meglio, e prove a prove opporre.
Perora che sar viepi sentito,
di fronte al mondo che, indignato, ascolta,
tanto dovere, in s grave quesito,
acci non resti la ragion sepolta.
Che Ferrer sia bersaglio d'un partito
lo prova anche l'accusa d'altra volta.
Se, dunque, ben si pondera e riflette,
le prove odierne son troppo sospette.
Conclusa la difesa e formulata
la sentenza del bieco Torquemada,
occorre sia dall'alto confermata,
onde in esecuzion, fra poco, vada.
L'universal protesta  raddoppiata,
perch tanto misfatto non accada;
ma invano ormai, ch, irrevocabilmente,
 segnato il destin dell'innocente.
Vuolsi strozzar la libera parola,
che cerca di svegliar le genti oppresse;
e con Ferrer distruggere la scuola
che, saggiamente, egli fond e diresse.
Tollerare non pu l'empio Loyola
che si squarcin le sue tenebre spesse,
chi quanto pi la luce oltre si spinge,
tanto il dominio suo pi si restringe.
Ecco il tredici ottobre, il triste giorno,
che orrore a tutto il mondo somministra.
Par che frema la terra e, d'ogn'intorno,
luce si spanda lugubre e sinistra.
L'infausta data di perpetuo scorno
la storia in nera pagina registra
ed a grossi caratteri di minio
scrive in cima: - Cattolico assassinio! -
Nei chiusi di Montjuich, tetri fossati,
l'infelice Ferrer vien tratto a morte.
Quattro colpi su lui, ben misurati,
sparan quattro soldati estratti a sorte.
Sereno e fermo negli estremi fati,
da stoico muore coraggioso e forte;
e il grido: Evviva "La Moderna Scuola!"
fu del martire l'ultima parola.
Morto  Ferrer, ma di Ferrer l'idea
sopravvive, immortale, e si propaga,
rigogliosa e fiorente panacea
ch'estirpa alfin la religiosa piaga;
e, tutto un mondo rovesciando, crea
la morale che investiga e che indaga
i profondi recessi del mistero,
perch trionfin la Ragione e il Vero.
E tu, popol che tolleri e che tremi
schiacciato sotto il giogo dei tiranni;
tu che all'altare genuflesso gemi,
turlupinato da preteschi inganni,
dimmi perch non sorgi e perch temi
la brutta causa de' tuoi gravi danni?
Alza la testa ed utilizza alfine,
del martire glorioso le dottrine.
Per la tua causa, per le tue ragioni,
pel tuo riscatto, per la tua salute,
egli sempre lott, come i campioni
d'opre pi grandi assai, che conosciute.
E, per le sue sublimi aspirazioni,
vittima fu di vipere chiercute.
Tu, di tanto maestro degno erede
sappi onorarne la gelosa fede.
E tu, inconscio strumento in man del clero,
o della Spagna responsabil sire,
se nel sangue affogar credi il pensiero,
erri, perch il pensier non pu morire.
Sulla tua triste vita un punto nero
la storia scriver dell'avvenire,
mentre, contro un'infamia truce e bieca,
fiera, una voce dall'avello impreca.
Odi tu quella voce? O sire, ascolta,
ascolta la tua vittima che grida:
- Tentasti assassinarmi un'altra volta,
com'oggi m'assassini, empio omicida.
Ma la ferocia tua selvaggia e stolta,
a ciechi estremi ti sospinge e guida.
E chiss che una nemesi vicina,
non ti prepari l'ultima rovina! -
Paventa, ispano sire, l'ira ultrice,
che, d'ogni parte, contro te s'addensa.
La protesta dei popoli predice
procelloso uragan, burrasca immensa.
Gi guizza il primo lampo; e tu felice
ti credi, forse, tripudiando a mensa?
Gi s'ode l'esplosion del primo tuono,
che ti scava l'abisso a pi del trono.
Sire,  la storia che trionfa e passa,
che abbatte altari e che rovescia imperi
e le vergogne seppellisce e cassa
privilegi di classi e di poteri.
Sire, il giorno  venuto. Il capo abbassa,
che alla giustizia invan sottrarti speri.
 venuto il gran giorno del tramonto,
in cui del mal oprar si rende conto!
Joeuf
 DA
BATTAGLIE SOVVERSIVE
 PROEMIO
Non detto prefazione a' nuovi versi miei
poich nessuna cosa di nuovo dir saprei.
Dovrei dir che non cerco onore, fama e gloria,
che il nome mio si serbi nel marmo o nella storia?
Che con poeti grandi che, a torto, il mondo onora,
cantore a tempo perso, non voglio far dimora?
Che un serto conquistato a colpi di tamburo
sta meglio ai benpensanti che a me, poeta oscuro?
Che andar non voglio in cielo a star fra mezzo ai santi
col passaporto a marca di penna e di contanti?
Che per incensar Creso o flettermi a Nabucco
a prete non m'atteggio, a falso non mi trucco?
Che in compagnia di plebi, ov'io lotto e sorveglio,
sto tanto volentieri, perch mi sento meglio?
Che contro i venditori di fumo e di bugia
voglio menar la sferza e alzar la voce mia?
Ma che ripeter deggo tai cose ed altre molti,
se in prosa e in versi, altrove, l'ho scritte tante volte?
E allor, caro lettore, meglio  voltar le carte
e dir come vorrei e come intendo l'arte.
Gi i fulmini prevedo, prevedo gli anatemi
di tanti superuomini, di tanti dei supremi.
Si sa ch' vecchia usanza che chi con l'altrui testa
non pensa e non ragiona, va contro la tempesta.
Ma rispettar l'andazzo, chinarsi alla menzogna,
se non  vil delitto,  per lo men vergogna.
Quindi rovini il mondo, precipitin le stelle,
mi scaglin mille strali, mi strappino la pelle,
m'accusin d'eresia, scatenino l'inferno,
m'additino al disprezzo, mi coprano di scherno,
tetragono e convinto, sprezzante ma sincero
resto al mio vecchio posto, senza mutar pensiero.
Che cosa , dunque, l'arte di cui tanto si parla,
ora per porla in basso ed or per elevarla?
Se interroghi gli artisti di varie scuole opposte,
definizioni varie, avrai varie risposte.
- L'arte, ridente fata, offre vantaggi immensi
per appagar la carne, per vellicare i sensi! -
 questa l'opinione, son questi i sentimenti
ch'esprimon di frequente esteti e decadenti.
-  l'arte seduzione che, come astuta maga,
soltanto di parole s pasce e gli altri appaga! -
S stupidi giudizi son oggi propalati
da vuoti superbiosi, da stanchi e sfiduciati.
-  l'arte sentimento,  poesia fallace,
eco che rumoreggia, ma poi svanisce e tace! -
Son di cotale avviso parecchi pessimisti,
gli apostoli del ventre, gli avari e gli egotisti.
- L'arte verace e sana  ispirazion di fede
che dio vieppi conferma nel cuore di chi crede! -
Cos risponderanno i mistici, gli asceti,
e tutto il guazzabuglio che pensa come i preti.
- L'arte  la sacra scuola del bello che diletta,
del buono che avvantaggia, dell'utile che alletta! -
Cos pensa il maestro, cos l'idealista,
nonch il calcolatore, nonch l'economista.
-  l'arte una fucina che ingentilisce il cuore,
che l'anima dirozza, che genera l'amore! -
Opinano in tal guisa uomini dotti, esperti,
che l'armonie sociali sognano ad occhi aperti.
L'arte, come tu vedi, cambia d'uffici e norme
e, in base ai sentimenti, assume varie forme.
Sicch studiata e scritta traverso tante scuole
l'arte non sai che sia, non sai che cosa vuole.
Perci dalla Babele, dal brutto guazzabuglio,
dall'uso, dall'abuso, dal sordido miscuglio,
 tempo ormai di trarla e darle nuova sede,
nonch'unit di compito, come l'et richiede.
Che cosa , dunque, l'arte secondo i tempi nuovi,
che cosa insegnar deve, perch proficua giovi?
Ecco la mia domanda che poco prima ho posta,
a cui mancar non deve l'esplicita risposta.
L'arte, nel nuovo tempo, mutato di costume,
deve educare l'uomo, essergli guida e lume.
Dev'esser mezzo e forza ch'orienta ed ammaestra,
che allena e irrobustisce ed alle lotte addestra.
Essa, di caldi fremiti, di santa ribellione
dev'esser fiamma viva, infaticato sprone.
Deve studiar la vita, accendere il pensiero,
fugare Iside infesta e propagare il Vero.
Deve squarciare i veli delle brutture insane
e rompere la rete delle menzogne umane,
scuotere il privilegio, battere l'ingiustizia,
turbar gli ozi dorati, svegliare la pigrizia,
bollar la tirannia, scalzare il capitale,
fiaccar la prepotenza ed arrestare il male,
snebbiare il pregiudizio, sventar sogni e chimere,
abbattere il prestigio del sommo fattucchiere,
gettare a terra infranti gl'idoli scoloriti,
sfatare i culti sciocchi, i velenosi riti,
snidare ovunque il falso, alzarvi la Ragione;
questa, com'io la intendo, l'arte e la sua missione.
- L'arte (sento obbiettarmi) dev'essere bellezza,
dev'essere eleganza di forma e gentilezza,
talch rapisca il cuore e l'anima ti tocchi,
t'abbagli il sentimento e ti soddisfi agli occhi. -
Va bene la bellezza, va bene l'eleganza,
per, per me - rispondo - va meglio la sostanza.
Pass l'arte per l'arte, ma s'anche fa ritorno,
 inutile gingillo soltanto ai perdigiorno.
Se all'arte, cos intesa, non va sostanza unita,
rimane un vaso vuoto, un corpo senza vita.
Ed arte non pu dirsi, ma solo scoria vecchia,
se dei tempi in cui vive lo spirito non rispecchia.
 l'arte, per me, face che mai non si consuma,
che, al par del sol, fulgente, l'uman progresso alluma.
Qualunque specie d'arte, di prosa e poesia,
se non  come ho scritto, non sar l'arte mia.
E solo a questa mando, in segno di tributo,
l'augurio del trionfo, il caldo mio saluto.
Gulotte (Francia), agosto 1914
 INCOERENZE E CONTRADDIZIONI DI ARTURO LABRIOLA
 l'ora che i funamboli
della torva politica italiana
gonfian l'impresa libica
come una provvidenza sovrumana.
Gi nuovi e gravi sperperi
si stanno fucinando, anzi son pronti,
sebbene ancora al popolo
non si son fatti della guerra i conti.
Talch Marte insaziabile,
posto a servizio del capitalismo,
moltiplica gl'introiti
della speculazione, dell'affarismo.
E il popolo pacifico
paga gli errori altrui e l'altrui spese
e il proprio sangue prodiga
per proseguir le rovinose imprese.
E dir che questo metodo
di mal governo si rafforza e regge
in barba a norme e codici,
ad onta e spregio della stessa legge!
In questi giorni torbidi,
quando il nazionalismo era un po' scosso,
nel suo fittizio credito,
sotto l'attacco dello spettro rosso.
A rinfiammar la causa,
saturo di sofismi petto e gola,
ecco venir da Napoli
il professore Arturo Labriola.
Infatti, egli alla Camera
parla e sostien la tesi espansionista
e accampa il fato storico,
come base al principio di conquista.
Pi che di metafisica,
pi che di musulmano semplicismo,
teorica s comoda
puzza d'ammaestrato bigottismo.
Nel secolo ventesimo,
in cui la scienza il pregiudizio spezza,
parlar di fato storico,
diventa assurdit, pi che sciocchezza.
Secondo me, la storia
non si realizza per processo arcano;
ma trae la vera origine
dall'opera dell'uom, dal genio umano.
Perci, riconosciamolo,
che il fato, in cos barbara faccenda,
 un misero arzigogolo,
che c'entra come il cavolo a... merenda.
E senza usare acredine
o sprezzo o irriverenza di parola,
 facil cosa mettere
il Labriola contro Labriola.
Qui, dunque, a carte in tavola,
convien che l'uom si giudichi e si tratti,
senza negarne i meriti
ed accennando a pochi e brevi fatti.
Egli  sommo sociologo,
grande oratore, insigne economista;
ma, in fatto di politica,
resta un incoerente, un trasformista.
Guardate, infatti. Ad Imola
acclamava, entusiasta, l'herveismo;
oggi, mutando tattica,
fa l'avvocato del nazionalismo.
Ieri scagliava fulmini
contro chi transigea con gli avversari;
oggi divien pi pratico,
fino a scusare i blocchi popolari.
Ieri, fremente spirito,
sogn rivoluzione sulla terra;
oggi  Tirteo, che celebra
la Libia e canta i fasti della guerra.
Superfluo dir se ridono
gli ascari di Giolitti, i burattini,
Cajo de Ponte e i Foscari
che calunniano Mario Todeschini.
Tal' colui che s'agita
nelle contraddizioni d'esistenza
e che, per miglior causa,
potrebbe spender l'opra e l'eloquenza.
E dire che in altr'epoca,
contro il rammollimento riformista
sostenne l'arduo compito
di rigida vestale socialista!
Ed or? Non  col diavolo,
non  con dio e non  pi con noi;
ma pencola, e satellite
sta diventando de' nemici suoi.
Infatti, oggi lo incensano
gli organi magni della stampa nera,
dal Giornale d'Italia,
al torbido Corriere della sera.
Buon pro, se ha forte stomaco
per digerire cos spurie lodi.
Ma forse, un giorno, al pettine,
invan, per lui ritorneranno i nodi.
E mentre in basso sdrucciola,
non tesoreggia l'aforisma antico,
che dice, in suon di monito:
Guardati dalla lode del nemico!
Joeuf, febbraio 1914
 PER LA REDENZIONE DELLA MUSA
Esaltin pure e incensino D'Annunzio
i saggi ed i pedanti;
io me ne infischio e volentier rinunzio
a tanta compagnia di benpensanti.
I virtuosi che, per norma, tacciono
schivo al par de' saccenti;
aborro i puritani e non mi piacciono
i gonfiati poeti decadenti.
Alla camena floscia e paralitica,
che incipria i suoi difetti,
preferisco la musa fresca e critica
di Ferrari - ad esempio - e di Stecchetti.
Sprezzo i carmi del senso in voga e credito
che circolan d'avanzo,
perch respiro meglio quando medito
Gli eroi della soffitta di Costanzo.
All'effeminatezza aristocratica
di poeti bastardi,
io preferisco l'anima socratica
ed il genio di Mario Rapisardi.
Il vecchio campo coltivar di Venere
mi par vizio meschino.
Del resto, molto meglio, su tal genere
avea cantato il cavalier Marino.
Tanto vecchiume che appartiene ai secoli
ritrarre in vita, o quasi,
opra inutil mi sembra di chi specoli
sui preraffaellisti e sui parnasi.
Accarezzar, solleticare il fremito
dei sensi e versi trarne;
eccitar l'ansia che rasenti il tremito
 abbrutire il pensier, nonch la carne.
Lasciamo stare i morti che riposano
il sonno della storia.
I sapienti non pensano e non osano
a gloria trapassata, aggiunger gloria.
Lasciamo il senso decadente a pascere
la volutt carnale;
per nuova umanit che sta per nascere,
scriviamo sani germi di morale.
Lasciamo ai visionarj ed ai fanatici
il neo-mistico sogno.
Ideali necessitan pi pratici
e di chimere non c' pi bisogno.
L'arte senza virt, senza carattere,
che nutre il pregiudizio,
nell'interesse umano, urge combattere,
come un psichico morbo, come un vizio.
Mezzo di civilt, l'arte poetica
getti la scoria insana,
per assurgere all'apice che l'etica
le conferisce, nell'ascesa umana.
Tal' la poesia come la intendono
i novatori odierni
ed alla quale in degno omaggio appendono
i loro voti sacerdotali eterni.
Questa divina musa, a cui tributano
tutti gli eletti umani,
 quella stessa che, di cuor, salutano
il Bordoni, il Targioni ed il Frediani.
Salve, o musa redenta dal pestifero
mestier di meretrice,
maestra del cantore di Lucifero,
l'umil vate plebeo ti benedice!
Joeuf, marzo 1914
 REMINISCENZE DI PARTENZA
Presto parto di qui, dove sett'anni
trassi di dura vita, affaticata,
ma, fra tante vicende e tanti affanni,
la mia fede pur sempre ho conservata.
Soffersi sgarbi e tristi disinganni,
conobbi gente buona e gente ingrata;
ma nulla importa se, malgrado questo,
come onesto arrivai, riparto onesto.
Ne' primi tempi che la mia carriera
non ebbi scopi, qui, n direzioni,
lavorai negli abissi di miniera,
scavando le ricchezze pei padroni.
Per otto mesi, da mattina a sera,
passai vita d'inferno tra i demoni,
finch, la coppa traboccando, un giorno,
decisi uscire, per non far ritorno.
Per un salario minimo di fame,
accettai di redigere un giornale.
Bollettino d'annunci e di rclame,
s'appellava Corriere commerciale.
Era compito mio portar l'esame
nel moto del commercio universale
e compilare, con materia varia,
una rubrica amena e letteraria.
Questo giornale con modeste spese
si pubblicava e sperar ben facea,
rispondendo ai bisogni del paese
nei vantaggi non men che nell'idea.
Senonch di litigi e di contese,
sorda gara tra i soci un d sorgea,
sicch il giornale, dopo un anno quasi,
moriva e quind'in libert rimasi.
Allor mi volsi a faticar la gola
nell'arte orale che rinsalda e allena,
portando la modesta mia parola
qua e l, nel Lussemburgo ed in Lorena;
spiegando come la marxista scuola
i pigri scuote e i prepotenti affrena,
e come, a conquistar l'et del pane,
urge l'unione delle forze umane.
Fra gli emigranti dell'Italia nostra,
dappertutto trovai calde accoglienze.
Bonomelli gir sempre la giostra
solo con giornalistiche insolenze.
L'opera sua, mediante cui dimostra
sovvenir di consigli e consulenze,
 un'agenzia di crumiraggio e vale
a legar gli emigranti al capitale.
Questo trucco sinistro che s'ammanta
d'indegna e falsa carit cristiana,
ammorba la Germania tutta quanta,
la Svizzera e una parte americana;
infesta il Belgio, come qui trapianta
i suoi maccalli, in giubba ed in sottana.
Questo trucco di nere insidie nuove,
ovunque smascherai con fatti e prove.
Tale mission d'impegno e di fatica,
di disagi e, talor, d'inciampi e guai,
sempre in virt della mia fede antica,
per quattordici mesi esercitai.
Ma quando cominci l'ira nemica,
sordamente, a vessar, mi ritirai
e a fare il giornalajo, dopo, attesi,
mestier c'ho tralasciato da tre mesi.
Ma, durante l'esilio, dal costume
di verseggiar la mente non distolsi.
Sebben con arte scarsa e meno acume,
su svariati argomenti l'estro sciolsi.
Or pi d'un anno compie, che in volume
i disadorni versi miei raccolsi
sotto il titolo d'Ultime battaglie
destinati in lettura alle canaglie.
Questo volume che - cattivo o buono -
contien l'idee che professar m'onoro,
lascio come retaggio e come dono
agli amati fratelli di lavoro.
Non per guadagno, che avido non sono,
n per onor, ma lo stampai per loro
ed essi, anche se in pregio non l'avranno,
come ricordo, almen, lo leggeranno.
Dunque ho detto che presso  la partenza,
n mai rimpianger questo paese;
ed eleggo la nuova residenza
l tra i normanni, alla frontiera inglese.
Qui antichissima selva ebbe esistenza,
ch'ai sommi gradi della storia ascese,
dove son di Karnak le sacre rupi,
nido, un giorno, di Druidi, oggi, di lupi.
Qui di Gioele, nell'et lontana,
la trib sorse e spinse i primi Galli
a rintuzzare l'invasion romana,
insieme al Capo delle cento valli.
Qui di vittoria risuon il peana
ch'erse alla fama eterni piedistalli
e in olocausto ad Hesus, dio del luogo,
Hena saliva il fiammeggiante rogo.
Questi posti richiamano a memoria
le tempestose galliche vicende,
sacrate in venti secoli di storia,
che Sue scolpiva in pagine stupende.
Qui leggi tirannie, delitti e boria
di re e di preti torbide vicende;
e come base sta l'eterna smania
di guerra, tra la Francia e la Germania.
Quei luoghi, dunque, visitar desio
dove tanti ricordi giaccion muti,
perch, se un d ritorno al suol natio
possa dir, se ne parlo: - Io l'ho veduti! -
O settennal dimora, o amici, addio;
mi reco dalla Francia al lembo estremo(8)
e non so se mai pi ci rivedremo.
Ma nulla importa l'essere lontani,
se nella fede rimarremo uniti.
Ovunque andiamo a scuotere gli umani,
nunzi del verbo che ci rende arditi.
Purch all'appello del vicin domani
si cerchi d'esser pronti ed agguerriti;
e s'anche ci troviamo in parti estreme,
alla riscossa moveremo insieme.
Joeuf, luglio 1914
 NEI CAMPI
Mentre luglio riporta i giorni ardenti,
mi tornano a memoria i tempi in cui
soventi volte a lavorare io fui
nelle nostre maremmane pestilenti.
Nel mezzo ai campi squallidi e silenti
che il sole infiamma dei calori sui,
io, curvo, recidendo il grano altrui,
intorno udia stormir falci taglienti.
Parmi fiutare quel fetor ch'esala
su dalla limacciosa acqua stagnante,
per cui l'agricoltor s'infetta e ammala.
E, come sfida al caldo soffocante,
sento ancora il garrir della cicala,
tra le siepi, tra i boschi e sulle piante.
Joeuf, luglio 1914
 L'ESODO DEGLI EMIGRANTI
Quando le voci d'imminente guerra,
com'eco torba in tormentosa notte,
circolarono vaghe in questa terra,
teatro gi di sanguinose lotte,
da prima un senso di scoraggiamento
serpeggi, quasi elettrica favilla,
sorse il panico poi, che di spavento
fu rapido foriero, anzi scintilla.
Che fare, in cos critico frangente,
restare al posto o subito partire?
A sfidare il pericolo irrompente
parea come giuocarsi l'avvenire.
Perci immediatamente fu disposto
di fuggirsene quasi tutti quanti.
Quindi nel pomeriggio il tre d'agosto
l'esodo incominci degli emigranti.
Ammobigliate case, orti e giardini
pieni di frutti non ancora toccati,
ben forniti esercizi e magazzini,
furon chiusi e alla sorte abbandonati.
Chi pu ridir le lacrime versate
abbandonando le sostanze loro,
a forza di risparmi accumulate
per anni di fatica e di lavoro?
Parton perci dolenti, prevedendo
che s'anche a nuova pace torneranno,
le abitazioni esposte a fato orrendo,
vuote, se non distrutte, troveranno.
Comincia intanto la partenza in massa
verso Etain, la pi prossima stazione.
Pochi gruppi in vettura, il resto passa
a piedi, in lunga e fitta processione.
Chi di valigia carico, procede
sudato e per la man regge un bambino.
Con in collo un lattante e incerto piede,
pigra, avanza la moglie nel cammino.
Chi su bastone bilanciato a spalla
una valigia a stento e un sacco porta;
chi onusto  di baule e chi di balla,
chi su carretto i cenci suoi trasporta.
Cos, recando i primi suo' indumenti,
ciascuno avanza, quanto pu veloce.
Poveri cenci, ahim, povere genti,
forse in cima al calvario c' la croce!
Spettacolo che attrista e al cuore arriva
come la punta d'affilata spada,
veder tanta miseria fuggitiva,
per quaranta chilometri di strada!
Mentre intanto declina il sole, intorno
l'aria si turba e l'orizzonte annotta,
onde comincia al tramontar del giorno,
spaventosa, a crosciar pioggia dirotta.
E piove a lungo per dispetto e piove
come persecuzione d'irato nume,
e la strada, ove il popolo si muove,
par quasi convertita in torbo fiume.
Povere genti, poveri tapini,
lungo la notte che d'inferno ha foggia,
fra 'l pianto delle donne e dei bambini,
col bujo, la fatica e con la pioggia!
Come carica nave a cui conteso
sia, da venti e procelle, oltre avanzare,
affin d'alleggerire il proprio peso,
gran parte di sue merci getta in mare,
egualmente que' miseri emigranti
al calar del vigor, dell'energia,
non potendo altrimenti andare avanti,
molto fardello, anch'essi, buttan via.
Nei prati attigui alla stazion del treno,
sbocca la processione e sbocca ancora,
dove sosta e s'adagia sul terreno,
finch della partenza giunga l'ora.
Ma come croce del calvario in vetta,
come puntura a inacerbir la piaga,
nuova pioggia furiosa e maledetta
cade e sui prati gli emigranti allaga.
Circa quarantamila disgraziati,
nell'ansia tormentosa di partenza,
son l sudici, molli, abbandonati,
stretti da inenarrabil sofferenza.
E incomincia lo sgombro lento e piano,
ma molti, per cui sono i posti scarsi,
altri dieci chilometri lontano
devono, a pi, sino a Verdun recarsi.
Chiuso l'esodo, in note dolorose,
ci han riferito esser col rimaste
tra valigie, tra panni ed altre cose,
masse infinite, innumeri cataste.
Ed ora tanta roba gi pagata
con fatica e sudor, marcisce in terra,
come richiede l'ra rovesciata,
dove il furto  ragione, il dritto  guerra.
Ma se per legge, il sol far ritorno
anche dopo la notte dei tiranni,
 lecito sperar che sorga il giorno,
in cui saranno risarciti i danni.
Gulotte, agosto 1914
 FAME E TERRORE
Gi lo spettro feroce della fame
torvo sogghigna ad inasprire il male,
poich, dovunque, l'invasor marziale
tutto rapisce, a satollar sue brame.
Requisiti le grascie ed il bestiame,
scarseggiar pane, carne, pasta e sale,
onde, strette dall'incubo fatale
soffron le genti impoverite e grame.
E, a peggiorar la funesta sorte,
piovono vessazioni fuor di stile,
misure assurde e prepotenze storte.
Spesse minacce, al popolo servile,
si fan, d'incendi e di sommaria morte,
per ogni sgarbo, per ogni atto ostile.
Gulotte, agosto 1914
 LA PRESA DI ANVERSA
 I
Come se rovesciato il mondo fosse
dalle sue fondamenta pi lontane,
l'assordante rombar delle campane
stanotte intorno inorrid e commosse.
Grandi sconfitte e fughe, ampie sommosse
argomentar da ci sento stamane.
E non mancan le ipotesi pi strane
di rivincite vaste e di riscosse.
Io, per, che non do credito e peso
alle voci che Cajo a Tizio versa,
cui troppe volte sbugiardare ho inteso,
cerco la causa logica e diversa
e dai giornali ho la notizia appreso
che Teuta ha vinto e bombardato Anversa.
 II
Sar vero? Quantunque imbandierate
sian oggi in Prussia le citt festanti,
non credo alle notizie circolanti
perch san di fandonie interessate.
Troppe vittorie furon gi spacciate
che risultaron falsit lampanti,
onde, a ragion, mi tornan ributtanti
tanta gazzarra e tante smargiassate.
Sar vero? Sia pur. Ma per s poco
alloro, che le sorti non ristora
metteva conto accender tanto fuoco,
specie se si considera che, or ora,
si dovr risputar, finito il giuoco,
Anversa, il Belgio e... qualcos'altro ancora?
Gulotte, 11 ottobre 1914
 LA PREGHIERA DEL CREDENTE UMANITARIO
 I
O Cristo che risorgi e al cielo ascendi
al terzo giorno, dal terrestre avello
e, a destra del tuo padre e tuo gemello,
in paradiso eternamente splendi;
tu, che spirasti fra tormenti orrendi
sopra un legno confitto, umile agnello,
deh, volgi l'occhio al Golgota novello,
centro di fatti torbidi e tremendi!
Ajuta il popol tuo che, senza appoggi,
senza conforto, abbandonato ormai,
terra non ha su cui si fermi e alloggi.
Pensa che se moristi in mezzo ai guai
risorgesti per sempre, mentre c'oggi
muore pur egli e non risorge mai.
 II
Ai carnefici tuoi, di sulla croce,
perdonasti pietoso, umanitario;
ma cos non la pensa il tuo vicario,
vendicativo, ipocrita, feroce.
Tu contro l'odio che abbrutisce e nuoce
dicesti che l'affetto  necessario;
ma il papa, sempre crudo e sanguinario,
dell'amor non conobbe mai la voce.
Tu della povert, dell'astinenza
ai discepoli tuoi dasti l'esempio;
ma il papa acclama il gusto e l'opulenza.
Scendi tu, dunque, a raffreddar lo scempio,
a scongiurar la torva prepotenza
ed i mercanti a cacciar via dal tempio.
 III
Tu dicesti che presto sulla terra
di Dio verrebbe stabilito il regno
ed i frutti che il suolo nutre e serra
sarebbero di vita eterno pegno.
Ma dell'Eden ancor non sorge il segno
ed il mondo sconvolto  dalla guerra;
la prepotenza la ragione atterra,
Temi paventa, trepida l'ingegno.
Vieni tu, dunque, se dal ciel supremo
miri le crudelt d'empia genia
a stabilire l'equilibrio eterno.
Vieni a consolidar, biondo Messia,
la pace, dove turbina l'inferno,
per avverar l'antica profezia.
 IV
Tu dicesti che i grandi, i prepotenti
sarebbero dimessi ed abbassati;
ma son gi venti secoli passati
e non mutano ancora i tristi eventi.
Dicesti pur che i popoli credenti
sarebbero all'Eliso riserbati;
ma invece tuttavia siamo dannati
ai medesimi strazi e patimenti.
Deh, scendi, dunque, ad elevare l'uomo
al meritato grado un d promesso
e l'oppressore sia sconfitto e domo!
Vieni e solleva il popol genuflesso,
pel vecchio errore del funesto pomo
e prosperi la pace ed il progresso.
 V
Tu promettesti che per sempre il mondo
dal tuo sangue redento ormai sarebbe;
ma invece il male giornalmente crebbe,
diventando pi tetro e pi profondo.
Ogg'infuria, perverso e furibondo,
chi pi misericorde esser dovrebbe
e la terra, com'ora, mai non ebbe
d'aspri malanni insopportabil pondo.
Straziata la natura in ogni dove,
geme in ceppi il diritto e la ragione,
per cui l'aspe pi sordo si commove.
Deh, scendi, dunque, tu divin campione,
a sanar vecchi mali e piaghe nuove,
compiendo la seconda redenzione!
Aprile 1915
 ALCESTE DE AMBRIS, L'ISTRIONE DEL SINDACALISMO ITALIANO
Miratelo armeggiar nella politica
che, come anfibo, si dibatte incerto
e velenoso predica
ora a gente briaca, ora al deserto.
Egli esordisce stranamente all'opera
con anima irrequieta e turbolenta
e nelle conventicole
ingiurie a manca e strali a destra avventa.
Voce altezzosa, esagerata, enfatica,
incongrui gesti egli ha, sciatta oratoria,
scarsi pensieri e vacui
che rivelano in lui superbia e boria.
Modi ha piuttosto ambigui ed antipatici,
mediocre ingegno, incongruente idea,
che tenta spesso ascondere
sotto il velo d'ostil prosopopea.
E quando parla a pistolotti al pubblico;
luoghi comuni egli rimesta e plasma;
a cui la gente ingenua
s'accalora, talvolta, e s'entusiasma.
Ma pure or passa per il papa massimo
della rivolta e del sindacalismo,
quasi messia dei popoli
di fronte al dilagar del socialismo.
Come mai s'affacci sul palco scenico
della vita politica italiana?
E come ha tanto credito,
molto pi fra la gente parmigiana?
Come ha potuto in breve tempo eccellere,
fra popolari agitazioni e moti
e fra tumulti e scioperi,
un uomo scarso di virt, di doti?
Misteri della vita! Or, dall'origine,
lo seguiremo nella sua carriera;
siccome l'eliotropo
segue l'astro del d da mane a sera.
Anni fa, nel Parmense, ardita e prospera
si svegliava la classe proletaria,
onde a' primi sintomi
si rabbuj, si spavent l'Agraria.
E nel veder di giorno in giorno crescere
la forza del partito socialista,
tenta far diga sul turbine
prima ch'estenda pi la sua conquista.
E scova allor, per indiretto tramite,
l'eroe citato, che i suoi strali spara
contro i gagliardi epigoni
del socialismo di Massa e Carrara.
Egli, spavaldo, cinico e belligero,
accorre tosto ad installarsi a Parma
e d'ira bieca e torbida
contro il partito socialista s'arma.
Le masse inconscie fanatizza ed agita,
le solleva, le spinge, le rassegna
e in clamoroso sciopero
ei, fuor di tempo, la trascina e impegna.
Ma quando la battaglia aspra e titanica
volge alla fase pi tremenda e acuta,
la speme della vincita
in segno di sconfitta si tramuta.
Carabinieri e poliziotti corrono
dovunque, reprimendo ed arrestando
e, nella sbornia tragica,
parla il moschetto ed imperversa il brando.
A un certo punto, nel terrore, un nuvolo
di furibondi poliziotti assale
la rocca inespugnabile
che sarebbe la sede camerale.
Irrompon dentro, e, per salvar la patria,
i ceffi pi zelanti e pi sinistri,
frugan dovunque e asportano
libri, giornali, opuscoli e registri.
Intanto il nostro eroe che stava in guardia,
da una porta segreta, occulto sfratta
e sopra un carro carico,
tra il fieno occultamente si rimpiatta.
Qui voglio riportar la frase storica
dal trepido lanciata eroe gi domo,
la quale, bench sudicia,
caratterizza chiaramente l'uomo.
Ribatte a Corridoni, il quale biasima
sua vil fuga agli agrari farisei:
- Prima che andare in carcere,
in un baril di merda fuggirei! -
Cos parte il leone e lascia il popolo
sotto l'imperversar dell'uragano
e, fuor d'ogni pericolo,
incolume perviene a Langhirano.
Era col gi pronta un'automobile,
vigilata da militi spavaldi,
che han procurato a Genova
Campolonghi e il fedifrago Murialdi.
Fu il Raggio bench clerico-monarchico,
ricco banchiere ed antisocialista,
che concesse il veicolo
per trafugare il gran sindacalista.
Sbuca dal fieno e tosto egli s'accomoda
sulla vettura, tra vestaglie e trine
nascosto fra due giovani,
ivi all'uopo condotte, signorine.
Ai lati stanno della strada in ordine
due cordoni d'armati fantaccini,
per impedir che accedano
a veder la partenza, i cittadini.
Lasciamo star per un momento il profugo
che cerchi pure altrove asilo e scampo,
mentre la densa polvere
alza in nubi, fuggendo come un lampo.
E chiedo brevemente, se m' lecito,
sebben convinto che nessun risponda,
quale, nel mondo incognito,
mistero impenetrabil si nasconda.
Chi dunque e perch, al primo responsabile,
favoreggia ed agevola la fuga
mentre la benemerita,
per catturarlo, ovunque indaga e fruga?
E perch il Raggio, nel pasticcio equivoco,
un nemico sovviene, un sovversivo,
che i poliziotti idrofobi
reclamavano morto, se non vivo?
Come si spiega ch'egli un'opra compia
a pro di lui che sollev le masse,
sfidando l'ira e l'odio
dei torvi agrari e della propria classe?
Cupo mistero intorno a cui s'addensano
gravi sospetti ed induzioni brutte,
c'oggi, per, il carattere
d'eloquente evidenza assumon tutte.
Cos Giuda trionfa. Ecco la favola
che sa d'iniquit pi che di gloria
e, nel cammin dei secoli,
si natura nei fatti e si fa storia.
Ora torniamo al nostro eroe che, rapido,
s'allontana al mondo parmigiano,
finch la terra elvetica
non tocca, a bever l'aure di Lugano.
Come can che raccoglier veda un ciottolo
fugge rabbioso e da lontano abbaja,
talmente, dal Ceresio,
suscita chiasso il nostro eroe da baja.
Tutta la bile che nel buzzo accumula
e il livor bieco dei polmoni suoi,
vomita in lunghi articoli
sui giornali che circolan fra noi.
 una campagna tenebrosa e sudicia
di volgari calunnie da teppista,
che lungamente seguita
a danno del partito socialista.
Frattanto lo smargiasso dalla Svizzera
per terre di conquista il volo prende
e, sbarcando in America,
pi che al sindacalismo, al nummo attende.
Passano intanto alcuni mesi ed eccolo
ricomparire nel Ceresio, un giorno,
dove - annojato - medita
come possa in Italia far ritorno.
Mentre la lotta elettoral s'approssima,
a Parma s'improvvisa un comitato
che si propon d'eleggere
l'antiparlamentare a deputato.
In questo guazzabuglio incerto e spurio
mille colori son, mille genie,
che van dal club anarchico
ai rifiuti di basse sagrestie.
Da cotal gente, senza alcun principio,
senza idea, senza f, senza ragione,
intorno all'urne unanime
s'elegge a deputato un istrione.
Ed oggi eccolo qua, spaccone e gonfio,
che mangia il socialismo in tre bocconi.
Peccato che a biografo
il Cervantes non abbia, od il Tassoni!
Alle sue guasconate il cielo fulmina,
s'oscura l'aria e il sol, trema la terra.
Iddio ci scampi e liberi,
se non si muove anche l'Italia in guerra!
Ma per quanto si faccia putiferio
e per quanto si brontoli e minacci,
guarda e sorride il popolo
di fronte al quarto d'ora dei pagliacci.
E cos l'indecente casaldiavolo
e la cagnara sordida e triviale,
nel buon umor tramontano,
come una mascherata in carnevale.
Aprile 1915
 PRIMO MAGGIO
Lordo di sangue umano, il Primo Maggio
quest'anno fa ritorno;
e di furor barbarico e selvaggio
l'Europa  fatta campo, anzi soggiorno.
Geme la terra sotto il gran massacro
di larghi continenti;
e non basta il terribile lavacro
di sangue, per la sete dei potenti.
La nera civilt capitalista
sangue domanda ancora;
e, per sempre allargar la sua conquista,
non guarda che la gente viva o muora.
La fame plutocratica dei ladri
saziarsi mai non suole,
per quanto piangeranno padri e madri
l'immane scempio dell'amata prole.
L'umanit, il diritto e la ragione
non han sostanza o succo.
Tu, popolo, sei carne da cannone
al servizio di Creso e di Nabucco.
Tu devi lavorar, devi soffrire,
senza carezze e baci.
Se la patria t'impone di morire,
corri obbediente e prode, corri e taci.
Per te non c' diritto, c' dovere,
non c' ragion, c' torto.
La libert e la vita son chimere
e la pace l'avrai quando sei morto.
 questo il tuo destin, finch la terra
tu guardi ginocchioni,
finch non alzerai grido di guerra
per rovesciar l'impero dei padroni.
Solo in quel giorno, o popolo paziente,
armato di coraggio,
in quel giorno - ripeto - solamente
capirai meglio d'ora il Primo Maggio.
Oggi  l'orgia di sangue che comanda,
 l'era degli abusi.
O Primo Maggio, posa una ghirlanda
sopra a milioni di sepolcri chiusi.
Frattanto la miseria arida e truce
s'allarga e si propaga
e un raggio di speranza non riluce
a confortar la spasimante piaga.
La sorda fame, con sanguigne impronte,
rabbuja i sensi umani;
e, funesto, sogghigna all'orizzonte
lo spettro minaccioso del domani.
O sol di maggio, tu che la speranza
prima portar solevi
e a rafforzar l'umana fratellanza,
come buon padre, al mondo sorridevi,
oggi, turbato e mesto, oggi non sai
recar lena e conforto,
anzi l'ufficio funerario fai
di fioca lampa sopra un mondo morto.
Ma l'epopea dell'orgia pi funesta,
del sangue e della guerra
passer, come passa una tempesta,
un orribil ciclone sulla terra.
Passer, come passa un tetro inverno
di fulmini e procelle.
L'uman progresso nel cammino eterno
ha fasi brutte, come ha fasi belle.
Al di sopra di guerre e di disastri
e di sinistre mire,
come legge che guida il mondo e gli astri,
sta la fatalit del divenire.
Soffocata dal rogo e dalla spada,
un d sost la scienza,
ma, ritrovata poi la vera strada,
rifior, cammin con pi potenza.
Da principio, pareva il socialismo
un sogno, una sciocchezza,
quasi una epidemia di fanatismo,
un parto di follia, non di saviezza.
Oggi  una forza universale,  fede,
 pi che religione;
 l'Ideal c'ogni pensiero eccede,
l'Ideale d'umana redenzione.
E se in questo momento sembra estinto
sotto sanguigni orrori,
pure non  sopito, non  vinto,
ma  vivo e rigoglioso in tutti i cuori.
Domani, o sol di maggio, non avrai
com'oggi, il disco esangue
e, con nuovo splendor, saluterai
l'amor, la vita, non la guerra e il sangue.
Fine d'aprile 1915
 MOMENTO SOLENNE
Che importa, Italia mia, se nella fame,
nella miseria - spasimando - piangi?
Non basta che il tuo rame
in monumenti storici si cangi?
Che importa se non mangi
neppur focacce d'orzo e pane scarto
o briciole da Creso rifiutate?
Ah, voi gente profane, il sommo parto
non sapete apprezzar, non ammirate
e non udite divinare a Quarto
l'Italia grande dal supremo vate?
Non udite la voce dell'aedo,
cui, dal mare, salutan le sirene,
mentr'egli il nuovo credo
bandisce al mondo di grandezza e bene?
Tu, popolo in catene,
bagna di sangue le sudate zolle,
quando le furibonde e rauche trombe,
dove il furor si mescola e ribolle,
chiamano all'armi e s'aprono le tombe,
poich non muor da vile, n da folle
chi per l'usurpazione oggi soccombe.
Corri, Italia, tu pur, corri e redimi
dall'aquila bicipite i tuoi figli.
Oh, fortunati i primi
che giungono a mozzar penne ed artigli!
Non monta se vermigli
restano i campi all'urto della sorte,
purch il magico sogno di vittoria,
anche se contrastato dalla morte,
si ravveri sull'ara della gloria,
poich le genti son come risorte,
se passano alla vita della storia.
Che cosa in alto s'almanacchi e tenti,
se intervenir si voglia o rimanere,
in s brutti momenti,
si trepida nell'ansia di sapere.
Ma le notizie vere
non arrivano a noi, che siam pupilli,
che siam ragazzi ancor sotto tutela
e i padri ci ammoniscon che tranquilli
si dorma e che a pro nostro il ver si cela,
giacch la dubbia trama di cavilli
sciocca farsa diventa, se si svela.
Dormi, popolo ignaro, dormi, dunque,
n ti curar degl'interessi tuoi,
se vegliano dovunque
per te nuovi sapienti e nuovi eroi.
Che se piegar non vuoi,
provochi la pazienza di chi regge
l'amata patria contro il moto rosso;
e allora su di te piomba la legge,
finch non t'abbia rabbonito e scosso,
talch, se occulto dio non ti protegge,
avrai il male, il malanno e l'uscio addosso.
Se i benpensanti acclamano la guerra
contro l'empia barbarie che s'espande,
non sai che nuova terra
si riscatta e l'Italia vien pi grande?
Cos verdi ghirlande
s'appenderanno intorno alla corona
fatta pi venerabile e pi bella;
e oltre Cirene, Tripoli e Vallona,
Trento tornata a noi, vecchia sorella,
l'Italia si pu dir sar padrona
di mezzo mondo e dell'et novella.
Alta e nobile impresa, a cui Legnano
cede e cedon Termopili e Mentana!
C' Beppe, capitano,
che affida Italia di virt sovrana.
Poi la razza spartana
viene, con Bissolati e con Raimondo,
con Arc, con Alceste e Pirolini
vien Colajanni illustre e furibondo,
Corridoni e il focoso Mussolini;
e rafforza il corteo che sfida il mondo,
Chiesa, con mille armati burattini.
Largo, genti profane, alla falange
che muove alla santissima crociata.
Se qualche madre piange,
vuol dir che da Cornelia non  nata.
Ma dunque la vampata
di rinato entusiasmo e d'eroismo
non vi sveglia, v'infiamma e vi trascina?
Discacciate l'ubbia del socialismo
della pace che all'ozio v'incammina
e la vilt sparisca e l'egoismo,
di fronte all'epopea che s'avvicina.
Non parlateci pi di fratellanza,
di forza proletaria e di diritto,
se freme la speranza
d'entrare, senza indugio, nel conflitto.
Or su, popolo invitto,
seconda i movimenti della piazza,
che guerra ovunque si respira e grida.
Non odi come s'urla e si schiamazza
nel tremendo tumulto e nella sfida?
Non vedi come, per coraggio, impazza
l'Intervento frenetico, omicida?
E se colpito da fortuna avversa,
in parte, o popol, caderai distrutto,
del sangue che si versa
resta sempre qualcun che gode il frutto.
E fra cordoglio e lutto,
sospirato sarai, sarai compianto
sotto l'universal malinconia;
tributo avrai d'onor, di gloria e vanto,
per la tua nobilt, per l'energia
e D'Annunzio su te scioglier un canto
(che vuoi di pi?) di nenia e d'elegia.
Maggio 1915
 LA GUERRA
La guerra  un gioco a doppio fondo in cui
vince chi lungi sta, perde chi gioca;
e per legittimarlo, oggi s'invoca
il patrio amor contro la patria altrui.
La guerra, inoltre, con gli effetti sui
la barbarie ripristina e rinnoca,
arresta il moto ed il pensiero affioca,
creando tempi eccezionali e bui.
Nel ventesimo secolo dei lumi,
dell'arte e dei progressi pi fecondi
strano  che il globo in guerra si consumi.
Par d'esser trasportati in altri mondi,
in altri tempi d'usi e di costumi,
cui se cerchi spiegar pi ti confondi.
Luglio 1915
 LA FEDE
Dal popolo son nato, il popolo difendo,
per lui rischiai la vita amando e combattendo.
Per lui, fin da principio, senza esitanza alcuna,
lasciai la via che mena, certo, a miglior fortuna.
Ed or, dopo tant'anni di lotta dura, incerta,
son povero, ma vado a fronte alta e scoperta.
Del resto, a cosa giovano il lusso e la ricchezza,
mercanteggiati onori, nonch comprata ebbrezza
di fronte a una coscienza tranquilla e dignitosa,
cui d'accusar nessuno e d'attaccar non osa?
Che giova aver d'intorno servi, ruffiani e spie,
quando ti sprezzi il mondo se passi per le vie?
Pel popolo, per questo fanciullo eterno in fasce,
che spesso muor per altri, raro, per s rinasce,
sposando l'ideale della pi santa scuola,
io, volontario, spesi la penna e la parola.
Polemiche sostenni, contrasti e discussioni,
contraddittorj pubblici, sorde persecuzioni;
ed ebbi spesso avverse, talor propizie sorti,
che arrecano amarezze e suscitan conforti.
E un d che irosa Temi, prostituita a Mida,
m'aperse la prigione, per vincere la sfida,
sereno, imperturbato, a eludere il periglio
io presi, volontario, la strada dell'esiglio.
E l, tra le vicende di cui sovente scrissi,
la fede conservando, pi di sett'anni vissi.
Ma quando sull'Europa si scaten la guerra
che inospital faceva, per me, la franca terra,
incerto e titubante sulla tremenda crisi,
compresa meglio l'ora, di ritornar decisi.
Ed oggi nuovamente son qui dove sostenni
tante feroci lotte, dove colpito venni.
E qui gli amici vecchi, i vecchi combattenti
ritrovo sulla breccia, nell'avvenir fidenti.
E se son morti alcuni ed altri son canuti,
son fatti adulti i giovani, di numero cresciuti.
E molti, ch'oggi son fanciulli, anno per anno,
le nostre file, anch'essi, a rinforzar verranno.
Talch, nelle vicende cui il moto disciplina,
ad onta dei retrivi, l'Idea cresce e cammina.
Sublime, eterna Idea di civilt fattrice,
custode del Pensiero, del Vero genitrice,
tu alleggi le fatiche, tu l'anima conforti,
per te, col riso in bocca, i martiri son morti.
Per te, Platon veggente, per primo, seppe aprire,
in epoca remota, le vie dell'avvenire(9).
Per te, Tommaso Moro sfid la prigionia
e ci lasci il prezioso retaggio d'Utopia.
Per te, Giordano Bruno sereno il rogo ascese
e in faccia al Bellarmino, la Verit difese.
Per te, il sofo stilese sprezz le sacre fole
ed afferm il pensiero nella Citt del sole.
Per te, Fourier moriva col caldo desiderio
di veder messo in pratica l'umano Falansterio.
Per te, l'eccelso Marx, errante abituale,
lott sino alla morte e scrisse il Capitale.
Per te, Bakounin visse e in mille movimenti,
in mille insurrezioni fu guida ai combattenti.
Per te, mill'altri sofi, artisti e pensatori
squarciarono le nubi di secolari errori
e fra disagi e inciampi, del rogo e della spada,
al Vero, all'Avvenire spianarono la strada.
Sublime, eterna Idea d'umana redenzione,
per te trionfa il Dritto, la Pace, la Ragione.
Tu sei luce d'amore, palpito di speranza,
fucina di progresso, base di fratellanza.
Ed io che ti conobbi solo a vent'anni e dieci,
d'amarti finch vivo solenne voto feci.
E se prima d'allor t'avessi conosciuto,
avrei, com'or combatto, pi presto combattuto.
Ma le voci del tempo, le dispute diverse,
crearon confusione che il nome tuo coperse.
Il prete allor gridava: - O genti traviate,
il cielo, il paradiso, perch dimenticate?
Per questo basso mondo che vi seduce e inganna,
che vi trascina al vizio e l'anima vi danna,
voi rinunziate al bene della dimora eterna,
a dio che v'ha creato, che v'ama e vi governa!
Venite sotto l'ali della divina fede,
perch non sar eletto se non chi spera e crede!
Soltanto nella chiesa, sol nella religione
la pace troverete, nonch la salvazione! -
Di tale esortazione studiato il succo assai,
anzich convertirmi, vieppi mi ribellai.
A quel medesimo tempo Mazzini mi dicea:
- Soltanto la repubblica che il popolo si crea
pu risanare i mali che affliggono le genti
e stabilire il patto fraterno dei redenti. -
Ma quando il venerando maestro genovese
contro i materialisti scagli le prime offese
e con calunnie ingiuste e accuse inopportune
tent coprir d'obbrobrio gli eroi della Comune,
m'accorsi che, sebbene dasse di fede esempi,
ei non avea compreso lo spirito dei tempi.
Quindi, vagliate meglio le sue dottrine stesse,
trovai forma elegante, ma idee non bene espresse.
Trovai stil colorito, or grave, or dolce, or vario,
gusto di sommo artista, di genio letterario;
ma non trovai la forza di logica e di base
che stringe i panni addosso, e non mi persuase.
In questo tempo stesso, dalle renane brume
spunt l'alba foriera di critica e di lume.
Marx, la cui parola urtava i regi orecchi
gi troppo naturati ai pregiudizj vecchi,
alz la fiera voce, che fu squillo di guerra,
perseguitato errando, sempre, di terra in terra.
Ai popoli diceva: - Il giorno del riscatto
verr, non dubitate, ma solamente a un patto,
al patto che sappiate affratellar le masse
d'ogni categoria, d'ogni arte, d'ogni classe,
e spingerle a battaglia contro il capitalismo
per attuare il sogno che ha nome Socialismo.
Dal campo ove nasceste, stanchi lavoratori,
alzatevi una volta, tergetevi i sudori!
Voi pure, affumicati artieri d'officine
ove aspirate i germi di prematura fine,
uscite, deponendo le lime ed i martelli,
a stringervi la mano nel patto di fratelli!
E voi che rosicchiate le viscere del mondo,
oscuri abitatori del baratro profondo,
uscite all'aria pura che d forza e ristoro
e unitevi ai compagni di stenti e di lavoro;
per senza ottimismo, lusinga ed illusione,
ch  sol compito vostro la vostra redenzione! -
Tale ispirata voce mi scosse, mi sospinse,
mi rischiar il pensiero, mi piacque e mi convinse.
Ecco la via tracciata su cui marciar dobbiamo,
se dell'Idea seguaci, se all'Avvenir crediamo;
n deve spaventarci l'incognita futura,
ch solo ai fiacchi, ai vili  freno la paura.
Ottobre 1915
 LA VERA PACE
Ma la pace che apporti sulla terra
l'attesa fratellanza ed invocata;
la vera pace tanto desiata
non sorge dai disastri della guerra.
Finch il pensiero si comprime e serra
e la ragione umana  calpestata;
e finch la giustizia non  nata,
chi spera nella pace, o  folle, o aberra.
Ma non per questo sar sempre un mito,
un vago sogno, una speranza vana
la vera pace sopra il mondo unito.
Non so quanto la meta sia lontana;
ma nel moto ascendente ed infinito
l'urbe matura in s la pace umana.
Novembre 1915
 CONTRO LA PACE PAPALE
Mentre la guerra imperversando rugge
da diciannove mesi
e il popolo d'Europa si distrugge,
ebbro di sangue, a devastar paesi,
di quando in quando vien dal Vaticano
la parola di pace,
quasi voce che spunti da lontano
e incerta suona e, ad intervalli, tace.
Equivoca parola che nasconde
l'insidia e il tradimento
e, ipotecando l'avvenir, confonde
i dritti e le ragioni del momento.
Non  dal papa che verr la voce
di vera pace e spene.
Chi merca Cristo all'ombra della croce
non pu mai farsi iniziator del bene.
La parola di pace universale
verr da miglior bocca.
Taci tu, dunque, ch a frenare il male
a te, vecchio pontefice non tocca.
Oggi, chi potr credere al gran Lama
che il vero mai non disse
e il mondo empiendo di sinistra fama,
alle guerre, alle stragi, al sangue visse?
La storia  l, severa accusatrice,
che numera i delitti
perpetrati da Roma inquisitrice
contro l'altrui ragion, gli altrui diritti.
Ahi, quante volte il successor di Pietro,
che mai non si ravvede,
ha chiamato in Italia lo straniero
a devastarla in nome della fede!
E quante volte, per le vie romane,
sotto furenti capi,
si macellaron creature umane
nelle guerre fra papi ed antipapi!
E quante volte il papa alz la mano
a benedir l'amico,
mentre segretamente ordiva il piano
di neri tradimenti col nemico!
E lo stesso Mastai, clemente e buono,
al bene poco indugia,
giacch, da breve tempo asceso al trono,
benedice i massacri di Perugia.
Ieri, nel dramma svolto foscamente
in cui Ferrer s'immola,
a favor della vittima innocente
il papa non ha speso una parola.
Ei non parl contro le stragi armene,
n contro i nostri eccidj;
anzi, fator di schiavit e catene,
col pensier benedisse gli omicidj.
N maledice l'empio che massacra
con bombe micidiali,
pronto a levar la sua protesta sacra
contro i danni di chiese e cattedrali.
E non solleva un grido di rampogna
contro Cecco superbo,
quando, fra esecrazione e fra vergogna,
piomba come avoltor sul popol serbo.
N contro il megalomane tedesco
un'invettiva lancia,
quando, da usurpatore brigantesco,
calpesta il Belgio, onde schiacciar la Francia.
Egli, si muora o viva, furbo, tace
e chiude le pupille,
salvo a destarsi e blaterar di pace
quando per dieci guadagnar pu mille.
Ei, con l'odierno atteggiamento, agogna
coprir l'astute mire,
perch, da tempo - delirando - sogna
ritornar papa-re, nell'avvenire.
Ma s grave iattura sulla terra
non sia mai tollerata!
Inoltre, meglio, vivaddio, la guerra
che la pace dal papa maneggiata!
Febbrajo 1916
 LA CADUTA DELLO CZARISMO
 I
Dopo una secolar lotta accanita
tra la rivoluzione e lo czarismo,
finalmente oggi cade il dispotismo
col torbido Nerone moscovita.
Tornan dalla Siberia a nuova vita
le vittime del tardo assolutismo.
La Russia che parea quasi avvilita,
l'avanguardia divien del socialismo.
Da questo inaspettato avvenimento,
il pi grande del secolo corrente,
sorge grave e solenne ammonimento.
La fiamma dell'Idea, bench latente
e sopita si creda, in un momento
pu divampare vittoriosamente.
 II
Vigilate, per, vecchi compagni,
che i Tallien, che i Fouch sempre in agguato
non frustino il terreno conquistato
e la vostra vittoria non ristagni.
Non vi seducan suppliche, n lagni
del nero barbarismo spodestato:
sventategli ogni trama, ogni conato,
acci nulla ricuperi e guadagni.
Isolate la Belva, onde non abbia
modo di ritentar le vie del trono
e tramonti corrosa dalla rabbia.
Non assodate, le vittorie sono
come castelli eretti sulla sabbia,
che il vento atterra e che frantuma il tuono.
 III
Superata la fase transitoria
e rischiarato l'orizzonte interno,
al nuovo ritmo di miglior governo
salderete le basi alla vittoria.
Contrassegnata dal progresso eterno,
ispirata al pensiero ed alla gloria,
l'era che segnerete nella storia
sar qual primavera dopo il verno.
Cos, chiusa la parte pi tremenda,
urge affrettar l'epilogo fatale
per concludere l'opera stupenda.
Avanti, dunque, finch trionfale
in ciel non apparisca e non risplenda
il sol della riscossa universale.
Marzo 1917
 AL SOLE DI MAGGIO
O sol di maggio che di sangue intriso
torni, fra general mestizia e lutto
a rischiarar pallidamente il tutto
e a contemplare mezzo mondo ucciso;
deh, irradia il tuo benefico sorriso
all'Ideale non ancor distrutto!
Nave che sfida il tempestoso flutto,
fra mille intoppi, va' fermo e deciso.
O sol di Primo Maggio, tu che abbondi
di virt che rallegra la natura
e l'universo domini e fecondi,
tu i destini dell'uomo rassicura
e nell'umanit forza trasfondi
per superar la bellica iattura.
30 aprile 1917
 AL POETA MURATORE FREDIANO FREDIANI DI PORTOFERRAJO
Da tempo, mio Frediano, pi non sento
la tua musa cantar canora e dolce,
che intenerisce e molce
anima e sensi, cuore e sentimento.
 vero che il momento
volge tutt'altro che propizio al canto
e un fremito d'orrore e di spavento
par che piuttosto predisponga al pianto.
Ma se il pianto  benefico e ristora,
talor, la vita, nel dolor pi atroce,
a volte offende e nuoce,
perch - accasciando - maggiormente accora.
Ed  segno talora
d'anima fiacca, rassegnata e vile
che non si sveglia mai, n s'accalora,
abil non d'altro che d'azion servile.
Non gi dunque di pianto e d'abbandono
flebil nenia improvvisi la tua musa,
all'elegia non usa
e n a curvarsi di Nabucco al trono.
Ma al popolo che prono, istupidito
e con la faccia immota,
di riscuotersi par non sia pi buono,
tu della ribellion reca la nota.
Stante il grave periglio che minaccia
le sorti del presente e l'avvenire,
chi pu vietarci il dire e il sollevare
a protestar la faccia?
Solo il vigliacco taccia
e del silenzio s'avvantaggi e giovi:
noi la voce leviam, se non le braccia,
noi della libert vindici nuovi.
Io, bench astretto a lotte tempestive
per l'esistenza, pur medito e veglio
e stampo nel Risveglio
frammenti di Battaglie sovversive,
volume che chi scrive
serba alla fin della tragedia oscura
e spera e si lusinga che chi vive
possa leggere in epoca futura.
Cos per ora assolvo il dover mio,
la miglior parte riserbando al poi,
acci di falsi eroi
le iniquit non cadano in oblio.
E pareggiar desio
anche i conti con gente doppia e torta,
che adora Pluto e s'inginocchia a dio,
indi segua che pu, nulla m'importa.
E tu, Frediano, che a stagioni andate
maravigliasti con Tempeste e calme
e commovesti l'alme,
molto pi quelle che a sentir son nate;
tu, magnifico vate,
che fai, che pensi, dimmi, e che prepari
di poetiche gemme desate,
in questi giorni luttuosi e amari?
E se i maligni il tuo silenzio han preso
come segno che asciutta abbi la vena
e fiaccata la lena
e rotto il plettro, invece che sospeso,
per me credito e peso
a tale argomentar non si concede
e il sacro fuoco in te ritengo acceso
della musa non men che della fede.
Ma per fugare equivoci e sospetti,
critiche e morsi dei nemici nostri,
urge che tu dimostri
della gagliarda musa degni effetti
che se - indugiando - aspetti
occasione migliore, ora men trista,
anche se l'onor tuo non comprometti
puoi la taccia buscar d'opportunista.
Odi, Frediano? Alla camena muta
i rimproveri suoi rivolge l'arte,
reclamando la parte,
la parte principale a lei dovuta.
Dal sonno ov' caduta,
risorga, dunque, e aguzzi la memoria,
proseguendo la strada gi battuta,
la strada dell'onore e della gloria.
Febbrajo 1918
 SALUTO
In nome del pensier, che sprezza e sfida
errori e pregiudizi dell'et
e, pur traverso ai gran disastri, guida
il mondo a un avvenir di civilt;
in nome della scienza che non cura
anatemi di papi, odio di re
e, a pro dell'uomo, studia la natura
del ma non s'appagando, n del se;
in nome della vita minacciata
da tante insidie che schivar non pu,
fremente sulla terra insanguinata
dal furor che Gradivo scaten;
in nome del diritto universale,
cui i tiranni schiacciarono fin qui,
millenario duel tra il Bene e il Male,
del cui esito il mondo invoca il d;
in nome dell'amor, dell'altruismo,
della pace social, della virt,
saluto l'avvenir del Socialismo
che il mondo affranca d'ogni schiavit.
Luglio 1918
 PER LA MORTE DI SPARTACO
(CARLO LIEBKNECHT)
Se Spartaco  morto, rimane l'Idea,
la fede, il pensiero che i vindici crea;
rimane l'esempio sublime, l'ardire,
la strada tracciata del nostro Avvenire.
Rimane il principio su cui non annotta,
lo spirto e la fiamma che accende alla lotta;
riman la bandiera mirifica e rossa
ch' simbolo santo d'umana riscossa.
I prodi caduti (lo scrisse l'estinto)
son denti di drago che semina il vinto:
ciascuno di questi centuplica i forti.
Tremate, o tiranni, del sangue dei morti!
Vi sono sconfitte che suonan vittoria
E cuopron di merto, d'onore e di gloria;
vi sono, al contrario, vittorie non dritte
che son pi dannose di cento sconfitte.
Trinomio di Teuta macchiato di sangue,
la stella dell'armi, gi pallida, langue:
non odi tu il grido terribile, arcano,
che sotto il potere t'accende il vulcano?
Quell'Idra che dianzi credevi soppressa,
risorge pi forte. Riguardala,  dessa!
Quell'Idra fatale s'avanza e minaccia,
t'aggiunge e, per sempre, t'abbatte e ti schiaccia.
Se fino a quest'oggi regn Tirannia,
la Truffa, la Frode, l'Error, la Bugia,
il Calcolo ingordo, l'equivoca Usura
e, in veste cristiana, l'assurda Impostura,
 tempo che l'era di tanta nequizia
tramonti e s'affermin l'Amor, la Giustizia.
Sul bieco passato, per sempre sconfitto,
 tempo trionfin Ragione e Diritto.
Che importa se Levi minaccia anatema
sentendo, per Geova, suonar l'ora estrema?
Che importa se grida l'irato borghese
tacciando di furto le umane pretese?
A tanta cagnara, decisi, incuranti,
avanti marciamo tetragoni, avanti!
La strada  segnata, la meta  vicina,
se il genere umano compatto cammina!
O popol di Teuta, depresso, avvilito,
al triste mestiere dell'armi asservito,
su, rompi l'incanto che gli occhi ti benda,
acci il tuo vantaggio discerna ed intenda!
Che sono i tuoi Cresi, i junker, i Mida
che gettano il guanto sanguigno di sfida?
Son tanti fantocci che andranno in brandelli
se l'urti e l'attacchi, se tu ti ribelli.
Che sono i sistemi che cieco proteggi?
Che sono i fucili che inconscio maneggi?
Se calmo rifletti, se tu guardi bene,
per altri son forza, per te son catene.
Ritrova te stessa, falange scomposta,
serrando le file, ch l'ora s'accosta:
vedrai come tosto, dall'urto percosso,
dell'empio Nabucco si sfasci il colosso.
Su, dunque, gagliarda ti sveglia una volta,
di Spartaco il sangue ti chiama a raccolta!
Al pettine il nodo ritorna e s'arresta
e chi sparge vento, raccoglie tempesta.
Gennajo 1919
 DA
BATTAGLIE ANTIFASCISTE
 RIPRESA
Umil cantor, la cetra mia deposi,
quando, un giorno, senta languire il verso,
e se pur la riprendo, a tempo perso,
in momenti anormali e burrascosi,
non  perch al Parnaso ascendere osi,
sotto un raggio di sol pi dolce e terso;
nemmen per conquistare agi e riposi,
fra i travagli che turban l'universo;
ma solo  per gettar, di quando in quando,
una voce di sdegno e di rampogna
contro un mondo sinistro ed esecrando
e a gente trista e barbara che sogna
ripristinar la verga del comando,
rinfacciare i delitti e la vergogna.
Giugno 1921
 A UN PRETE
A che tentar di convertire, o prete,
un vecchio peccatore impenitente?
Tu anfani e fatichi inutilmente
con le ragioni tue ritrite e viete.
Io conservo credenze pi concrete
dell'aldil, per me, non esistente:
credo all'idea di riscattar la gente,
non a deit fantastiche e segrete.
La religion che predichi e propaghi,
non ha, per me, ragione e consistenza,
se non quanta pu averne arte da maghi.
Seguace dei precetti della scienza,
non di quei della chiesa astrusi e vaghi,
servo la religion della coscienza.
Gennajo 1922
 RISPOSTA A UN PRETE
- Ma ditemi, di grazia, se a dio voi non credete,
perch ve ne occupate, perch lo combattete?
Di cosa inesistente parlar, come voi fate,
 assurdo controsenso, in cui spesso cascate,
oppur, contro molini a vento tirar botte,
per far ridere il mondo, novello donchisciotte. -
S sciocca osservazione, ormai trita e ritrita,
spesso iterarmi sento da un giovane levita.
E se a schivar non fosse la taccia di superbo
o di volgar calunnia il nero dente acerbo,
non getterei l'inchiostro, che pur qualcosa costa,
specie per fare a un prete l'onore d'una risposta.
Ma perch non si dica che, in imbarazzo e impaccio
e a corto d'argomenti, comodamente taccio,
non dunque da superbo, n da impacciato prendo
la penna per servire l'incauto reverendo.
Son venti lunghi secoli che con preghiere e messe,
iddio voi propagate a scopo d'interesse.
Avete atrofizzato nell'uomo la coscienza,
con cristi, con madonne, con dio, con la credenza.
Avete suscitato fanatici entusiasmi,
con sogni, con chimere, con torbidi fantasmi.
Avete avvelenato l'umana fratellanza,
onde, a vantaggio vostro, domini l'ignoranza.
Avete empito il mondo di mille pregiudizi,
d'idolatrie, di fole, di centomila vizi.
Avete sovvertito il dritto e la ragione,
sostituendo a iosa, odio e superstizione.
Talch, dovunque io guardo, ovunque il piede movo,
del vostro padreterno il vuoto nome io trovo,
onde m' giuocoforza, perch'io non sosti o cada,
dal vostro divin ciottolo sgombrar, su su, la strada.
Perci, se contro dio le mie ragioni accampo,
 perch mi d noia, perch mi reca inciampo.
Ma se non si parasse davanti ai passi miei,
se non lo predicaste, non lo combatterei.
E se al progresso umano d'ostacolo non fosse,
non inceppasse i dritti, i moti e le riscosse;
se avesse amor, buon senso, che mai, fin qui, non ebbe,
del vostro dio, credete, nessun s'occuperebbe.
Se non lo propagate, se cade nell'oblio,
allora di combatterlo, vedrete, cesso anch'io.
Ma finch esiste al mondo, finch lo predicate,
finch l'avr tra i piedi, lo prender a pedate.
Ma qui non basta ancora. Vi sono altre ragioni
a smascherare le vostre gravi contraddizioni.
Dite ch'esiste dio, fattore del creato,
sebben dir non sapete da chi, n come  nato.
Dite che sta nel cielo, che tutto vede e regge
e ch' dell'universo forza motrice e legge.
Or ben, poniam ch'esista tanta divina essenza,
traendone la debita, logica conseguenza.
Iddio, creando il mondo, creava a sua figura
l'uomo, ch'esser doveva il re della natura.
L'uomo privilegiato dotava di ragione,
per su lui serbandosi i dritti di padrone.
Onde se l'uomo pecca, se nell'error trascende,
 colpa sol di dio, perch da dio dipende.
E allor perch dannarlo ad un supplizio eterno
nel baratro profondo che voi chiamate inferno?
Se invece agisce bene, con opre e con parole,
a dio si dee soltanto, perch dio cos vuole.
E allor perch premiarlo con tanto amore e zelo
e assumerlo a godere l'eternit del cielo?
Ci parmi un controsenso ed un assurdo, ch'io
credo rimpiccolisca il vostro immenso iddio.
N basta. Se vi sono cretini e intelligenti,
avari e generosi, onesti e delinquenti,
minchioni, astuti e scaltri, belli, deformi e brutti,
sani e costrutti bene, malati e mal costrutti;
di queste differenze, che generano attriti,
rancor, discordia e lotte, truci e perpetue liti,
 causa dio, che gli uomini cos creava in terra,
non per amarsi in pace, ma per odiarsi in guerra.
N basta ancor. Se dio ispira e guida il mondo
dalla sua sede impervia del cielo pi profondo,
ei legge in cuor degli uomini, anzi sa gi di quale
soccorso hanno bisogno, per fronteggiare il male.
Allor, mio reverendo, ditemi, per piacere,
che urgenza c' di preci, di vespri e di preghiere?
Iddio non interviene, a pro de' figli suoi,
se non lo supplicate, non lo chiamate voi?
Ah no! mio reverendo, in simile faccenda,
entrate voi, com'entra il cavolo a... merenda.
Anzi, dicendo il vero, la vostra posizione
contrasta col buon senso, va contro la ragione,
perch, pregando dio, voi fate travedere
che  sordo, o riluttante, che ignora il suo dovere.
Non sol, ma col chiamarlo con tanta persistenza,
del generoso dio mostrate diffidenza.
Onde, in tal caso, credo che sia troppo cortese
se a un tratto non vi sfratta e manda a quel paese.
Infatti, prega e prega, con nenie e piagnistei,
gli avrete ormai stonato i santi zebedei.
Ed or, mio reverendo, chiarito  ben fra noi,
perch combatto dio, perch combatto voi.
Perci della risposta prendete nota ed atto,
e spero che sarete servito e soddisfatto.
Ma se voi rinnovate la frivola obbiezione,
rinfocolar tentando l'inutil discussione,
anche se dio vi tollera, io pi non vi sopporto
e per quel tal paese vi faccio il passaporto.
Marzo 1922
 SU LE DICHIARAZIONI DEL MINISTRO MUSSOLINI ALLA CAMERA
 I.
Da sciocco dittator di carta pesta,
ha parlato il ministro Mussolini,
lasciando intravedere la tempesta
ch'egli addensa sugl'itali destini.
Pieno di boria la volubil testa,
qual Cesare che al trono s'avvicini,
disprezzando la Camera, calpesta
chiunque al suo volere non s'inchini.
Ha detto che stravincere potea
col verbo delle sue Camicie nere,
qualor punto l'avesse tale idea.
Stracciar potea le leggi a suo piacere,
i membri licenziar dell'Assemblea
e, da despota, assumersi il potere.
 II
Questo millantator che da leone
parla se vento prospero gli spira,
salvo a rimpiccolire il suo sermone
quando oscurarsi l'orizzonte mira,
contro il diritto uman, contro ragione
al dominio del mondo forse aspira,
sognando d'emular Napoleone,
che alla terra ed al cielo  morto in ira.
Ma fortuna che pu gonfiar l'orgoglio
al grado di potenza sovrumana,
papa Gregorio discacci dal soglio(10).
Onde pu darsi che, in quest'ora strana,
come Napoleon trasse a uno scoglio,
conduca Mussolini all'Ambrogiana.
Novembre 1922
 LA COS DETTA
RIVOLUZIONE FASCISTA
Questa tragica e torva insurrezione,
contro il proletariato scatenata,
dai pescicani e dal governo armata,
la salvezza vuol dir della nazione?
Tutta la vostra criminosa azione,
da birri e stampa e giudici attizzata,
dal dritto delle genti condannata,
osate voi chiamar rivoluzione?
L'entrata in Roma  impresa memoranda,
opra solenne d'eroismo e gloria,
degna che tanto chiasso intorno spanda?
Non pu, secondo me, dirsi vittoria,
ma subdola manovra e miseranda
che ha materia da farsa e non da storia.
Novembre 1922
 IN MORTE DI MAX NORDAU
Mi giunge la notizia repentina,
di lutto e di sconforto,
che Max Nordau, sommo scrittore,  morto
nella sua residenza parigina.
Personalmente lo conobbi un giorno
al parco di Lugano,
che da italica gita e da Milano,
due giorni prima, avea fatto ritorno.
Media statura avea, faccia maestosa,
barba ricciuta e bianca,
occhi vivi, favella dolce e franca,
maniera di trattar gentil, graziosa.
Di Roma mi parl, della sua storia
e della sua grandezza,
esaltando d'Italia la bellezza,
l'arte, il genio, la musica, la gloria.
Tacque un momento, rabbujato in faccia,
fissando gli occhi a terra,
indi riprese: - Ahim! Prossima guerra
anche il vostro paese urta e minaccia.
Il vostro bel paese che amo tanto
e che abitar vorrei,
se non ostasser molti impegni miei,
avr disastri a deturparlo, e pianto.
Triste e bujo periodo Europa attende
di bellicose lotte,
come una procellosa e lunga notte
di gravi e imprevedibili vicende! -
Ah, come indovin! L'anno seguente
si scaten il flagello,
che ridusse a teatro di macello
la civilt del vecchio continente.
Con la visione di sciagure e mali,
part, me salutando.
E da quel d, solo di quando in quando
n'ebbi scarse notizie dai giornali.
Oggi al fin del terrestre itinerario
reclina gli occhi spenti,
ma gli amareggia gli ultimi momenti,
iena feroce, l'aulico sicario(11).
Ma gli attacchi del botolo rabbioso
non menoman la gloria
di lui, che al ciclo dell'umana storia
ascende come un astro luminoso.
A Buda-Pest, capital magiara,
sedici lustri or sono,
ei nacque ed ebbe da natura in dono
doti e virt di vita insigne e chiara.
Gira l'Europa, visita Berlino,
Londra, Parigi e Vienna,
lavora di pensiero, opra di penna
a Partenope, a Roma ed a Torino.
E ovunque passa, imprime alti vestigi,
che il mondo apprezza e ammira,
ma la Francia l'alletta e a s l'attira
come sirena, e fermasi a Parigi.
Col, raccolto in s, studiando vive
e pensa e scruta e indaga
ogni social bruttura ed ogni piaga
e libri di valor medita e scrive.
I Paradossi, il Senso della storia
son preziosi volumi
che combattono falsi usi e costumi
d'un'epoca bugiarda e transitoria.
Ma Degenerazione e le Menzogne
son pi preziosi ancora,
dove l'autore eccelle e s'infervora
a criticare assurdit e vergogne.
Col primo attacca esteti e decadenti
del marcio simbolismo
e la carie del mistico egotismo
demolisce con pagine roventi.
Fustiga diabolisti e parnasiani
che, in seducenti forme,
di pus apportan contributo enorme
al tralignare dei costumi sani.
Col secondo l'autor passa in rassegna
menzogne inveterate,
che nella vita, ormai, son diventate
regola triste che s'impone e regna.
E con arte d'analisi spietata,
le studia e mette in luce,
le confuta, le trita, le riduce
in condizion d'usanza trapassata.
E se alcun sorridesse per istinto
di mal credulo senno,
di fronte a ci che, a scialbi tocchi, accenno,
legga quei libri e rester convinto.
Inoltre, qual ebreo, fu del sionismo
apostolo fervente;
ne propugn i diritti strenuamente
contro l'odio dell'antisemitismo.
In pi libri ne svolse il tema a fondo
con copiosa dottrina,
sognando radunare in Palestina
gli ebrei smarriti per le vie del mondo.
26 gennajo 1923
 SUL PRETESO COMPLOTTO COMUNISTA
 I
Cagione un manifesto scritto a Mosca,
agli operai rivolto, ai contadini,
ammonimento contro gli assassini
che tormentano l'ora triste e fosca;
s' scatenata la genia pi losca
di lenoni, di sbirri e d'aguzzini,
agli ordini del fiero Mussolini,
il dittatore che il paese attosca.
E col pretesto del complotto in vista,
si perquisisce ovunque, ovunque  caccia
al sovversivo e specie al comunista.
S'interroga, s'arresta, si minaccia,
si sequestra, si fiuta, si rovista,
ma del mito non trovasi la traccia.
 II
Questo complotto  come la fenice,
proverbial diventata ai tempi nuovi:
nessuno sa indicare ove si trovi,
ma da millenni ormai che c' si dice.
Il segugio, con esito infelice,
la cerca e raspa in centomila covi;
e bench l'anfanare a nulla giovi,
non rallenta la foga indagatrice.
Lo sciocco donchisciotte del momento
che contro l'aria le sue lance spezza,
va, folle, in cerca di mulini a vento.
Tutta la forza della... debolezza
egli espone a ridicolo cimento,
screditando l'italica saggezza.
 III
Come! Voi, che l'Italia dominate,
dall'esercito retto e dal fascismo,
dopo aver sconfitto il socialismo
con pallottole e fuoco e con legnate;
voi, che gli organi tutti maneggiate
in nome dell'odierno patriottismo,
d'un manifesto tanto v'allarmate,
che ha lanciato da Mosca il comunismo?
Dov' la seriet, dov' la forza
della vostra superba dittatura
che a bassi sfoghi vi costringe e sforza?
Perch tanto tremor, tanta paura
d'uno spettro che d per d s'ammorza,
gi ridotto alla minima misura?
 IV
Ma se tanto furor, se tanta rabbia
contro un agonizzante si scatena,
la vostra posizion poco serena,
sicura base credo che non abbia.
Se temete i complotti e se la gabbia
di sovversivi e di ribelli  piena,
voi dimostrate che reggete appena
l'edificio costrutto sulla sabbia.
Ci vuol dir che il nemico  sempre vivo,
quantunque v'illudete averlo scosso
e di vitalit lasciato privo.
E vuol dir che di fronte al moto rosso,
al moto proletario e sovversivo,
troppe colpe sentite avere addosso.
Febbrajo 1923
 ABERRAZIONE
 I
Spettacolo sinistro e vergognoso
vedere scorazzar la teppa armata,
minacciosa, spavalda, incoraggiata
da un potere tirannico e fazioso:
Quella parte del ceto bisognoso,
finor dai ricchi invisa e disprezzata,
 la pi inferocita e pi sfacciata,
 la peggiore nel contrasto esoso.
Chi scendesse dal mondo della luna,
a veder consumar tanti misfatti
senza ragion, senza speranza alcuna,
crederebbe di sognare o, agli atti,
i turbolenti che l'Italia aduna
egli briachi chiamerebbe o matti.
 II
Colui che il difensor bastona o uccide,
oppur nelle sostanze lo danneggia
e al padron che lo sfrutta e tiranneggia
bacia la mano, genuflesso, e ride;
colui che a bassa schiavit decide
la strada agevolar, per cui passeggia,
come chiamare e giudicar si deggia
lo dican quei cui la ragione arride.
 tale appunto l'opra, oggi, di loro
che devastando e bastonando vanno,
a nome dell'italico decoro.
E di tanta rovina e tanto danno
arrecato ai compagni di lavoro,
ch'essi pur saran vittime non sanno?
Marzo 1923
...
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...
SU L'ASSASSINIO DI GIACOMO MATTEOTTI.
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La belva tricolor, che mai non sazia
le criminose brame,
mentre l'Italia disonora e strazia,
oggi si macchia d'un delitto infame,
delitto che travalica i confini
di qualunque memoria
e inchioda il rinnegato Mussolini
all'obbrobrio esecrabil della storia.
Protagonisti del misfatto sono
ex-rivoluzionarij,
oggi nere camicie, eroi del trono,
paladini di corte e dignitarj,
Ieri, fatori di rivoluzione,
frementi a voce piena,
mangiavan due borghesi a colazione,
quattro a desinar ed otto, almeno, a cena.
Oggi, mutati d'anima e casacca,
saliti ad alti uffici,
per difender la causa di Pagnacca,
mandano a trucidare i vecchi amici.
Ieri esordivan l'umile carriera
da poveri straccioni,
oggi, indossata la camicia nera,
han gioielli, autocarri, hanno milioni.
Donde ci viene?  facile capire
il segreto maneggio.
All'ombra tricolor si pu arricchire,
patriotticamente, col saccheggio.
Primiero  il duce, che giammai non ebbe
coscienza dignitosa,
cui, nonch al Viminal, meglio starebbe
ospite alle catene di Pianosa.
Vien, quindi, l'occhialuto Marinelli,
uno de' pi ribaldi,
il Rossi, l'affarista Filippelli,
il general De Bono e Pippo Naldi.
Tal' il sestumvirato, che ripone
in auge lo Stivale.
Di siffatti elementi si compone
la "ceka" tricolor del Viminale.
Vengon dopo i sicarj, gli assassini,
stumia di delinquenza,
capeggiati dal cinico Dumini,
che ha dodici omicidi alla coscienza.
Sono i Volpi, i Viola, i Poveromo,
i Panzeri, i Putati,
che, sebben travestiti a galantuomo,
son carnefici abbietti e prezzolati.
E a conferir mistero e luce fosca
a cricca tanto prava,
non manca la figura dubbia e losca(12)
che non sappiamo ancor se austriaca o slava.
A soffiar nella fiammata stan vicini
numerosi bravacci,
come Finzi, il pazzoide Barbiellini,
gli epilettoidi Giunta e Farinacci.
L'opra di questi ignobili figuri
 tutta di delitti,
che va dall'aggressione di Misuri,
alla devastazion di villa Nitti.
V'ha pur di Mazzolani incluso il ratto,
che si cel, a' suoi giorni,
le percosse all'Amendola, il misfatto
del feroce attentato contro il Forni.
Pagaron con la vita i truci orrori
del medioval flagello,
Cammeo, Di Vagno, Spartaco(13), Boldori,
Oldani, Piccinini e Scarabello.
Io cito solamente qualche nome
scelto a caso fra tanti,
ch a numerarli tutti sara come
centuplicar le litanie de' santi.
E fra i massacri, per cui l'odio umano
freme in ogni contrada,
primeggian quei di Spezia e di Fojano,
quel di Torino e quel di Roccastrada.
Oggi molti papaveri pi grandi
stanno a Regina Coeli
e dei delitti lor foschi, esecrandi
tutta la gravit convien si sveli.
Ma - ditemi - a che cosa si riduce
l'opra della giustizia,
se non procederemo contro il duce
e contro il direttor della Milizia?
Dal tratto lungo il Tevere,
che dal bresciano martire s'appella,
scompar la nobil vittima,
di cui tanto si scrive e si favella.
Misterioso manipolo
d'arcitricolorati patriotti
all'ombra del littorio,
ghermisce, in automobil, Matteotti.
Indi, spettrale e rapida,
la Lancia corre strade ascose e torte
verso stazione incognita,
verso il bujo mistero della morte.
A breve andar, nel pubblico
l'orribile notizia si diffonde,
che allarma e turba gli animi
e che la verit svisa e confonde.
E sebben tratti al carcere
gi siano i pi quotati malfattori,
chiss quanti colpevoli
del gran misfatto son rimasti fuori.
Strane, frattanto, e varie
corron voci e fantastiche versioni
intorno all'assassinio,
alle sue cause ed alle sue ragioni.
Mille ricerche e indagini
si fann'ovunque giornalmente invano
ch la salma del martire
celata resta nel profondo arcano.
E l'impression s'accentua,
come un incendio spaventoso e grande,
e cresce e si moltiplica
ed in protesta general s'espande.
Tutta la stampa libera
alza la voce, fieramente, ardita
e, concorde, rivendica i dritti
sacrosanti della vita.
L'anime oneste imprecano
Contro la "ceka" e i brutti suoi sicarj
e contro la politica
de' novelli arrivisti sanguinarj.
Gi la notizia tragica
travalca l'alpi e passa gli oceani,
ond'urlano e protestano
anche i paesi e i popoli lontani.
E la ricerca assidua
febbrilmente s'allarga e si rinnova;
ma il povero cadavere
non si sa dove sia, non si ritrova.
Superfluo dir che, lividi
chinano il ceffo gli unni redivivi,
all'agghiacciante monito
d'un morto, che terrore incute ai vivi.
Dopo un pigro periodo,
cui ben cinquanta soli han rischiarato,
e dopo gravi ostacoli,
si ritrova il cadavere straziato.
Ma intorno a questa macabra,
tarda scoperta, c'ha pi punti neri,
purtroppo ancor sussistono
politici e affaristici misteri.
Verr la luce? Inutile
l'oroscopo tirar, citare esempi,
poich non son difficili
le pi strane sorprese, a questi tempi.
Nello storico muro al punto prossimo,
dove compiuto fu l'atto feroce,
com'espressione di piet, d'ossequio,
notturna mano disegn una croce.
E ci nell'ora intensamente tragica
del dolor pi profondo, del fermento,
dopo due giorni d'indicibil ansia
dall'audace e dirno rapimento.
Intorno a questo venerato simbolo,
meta a pellegrinaggi quotidiani,
di rossi fiori e di rossi garofani,
s'appesero finora omaggi umani.
In onta alla fascistica barbarie,
torva dominatrice del momento,
come protesta popolare, al martire
verr, qui presto, eretto il monumento.
Al paese natio, Fratta Polesine,
oggi la dubbia salma si trasporta,
dove potranno salutare i posteri
del fiero lottator la pace morta.
E noi lontani e non domati profughi,
non potendo recar miglior tributo,
dell'ideale al trucidato Apostolo,
mandiamo un sincerissimo saluto.
Il saluto per solenne e massimo
lo porgeremo su la sacra fossa,
fra l'esultanza d'aspettanti popoli,
nel prossimo albeggiar della riscossa.
19 agosto 1924
...
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...
A MIA MADRE.
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Amata e cara madre, ah! non temere
della mia vita e della mia salute.
Bench tristi vicende abbia vissute,
le mie forze morali ho sempre intere.
Circa le forze fisiche, anche quelle
fin'oggi son discrete e mi contento,
e nonostante che invecchiar mi sento
serbo un'anima sempre pi ribelle.
Del resto, sai ch' legge di natura
d'incanutir, se prima non si cada,
scemandosi le forze per la strada
che mena l verso l'et matura.
So ben che, con parenti e con amici,
di me parlando in tono umil, dimesso,
ripeti: - Almen, se mi scrivesse spesso,
gli estremi giorni passerei felici! -
La voce estremi vuolmi dir che vai
troppo, ah! troppo alla morte ripensando.
Invece, madre mia, ti raccomando
di star tranquilla e non pensarci mai.
Venga pur l'ora, che per tutti viene,
come il fato inflessibile prescrive,
ma se una volta sol, madre, si vive,
viviam, possibilmente, ore serene.
Se stanca, solamente, ed abbattuta
la vita, nel dolor, trar si dovesse,
cosa risponderesti a chi dicesse
che merito non ha d'esser vissuta?
Questo non  pensar da musulmano,
che s'accomoda al mondo come viene,
indifferente sempre al male e al bene,
da insensibile automa in volto umano,
ma  pensar molto pratico, efficace,
per chi studia fenomeni e vicende
e, al di sopra di tutto, fermo attende
a procurarsi un regime di pace.
Del resto, se rifletti, giacch, a prova,
conosci il mondo per gran cose viste,
anche vivendo addolorata e triste,
dimmi cosa rimedi? A che ti giova?
N ci chiamar potrai rassegnazione,
per acquistar l'eternit del cielo.
Sai che sdegno le fiabe del vangelo
e le fandonie della religione.
Non temer, dunque, ch'ogni trenta giorni,
scriver puntual per ragguagliarti
sulla vita che traggo in queste parti,
finch presto a trovart'io non ritorni.
Non temer che per sempre il fanatismo
del brigantaggio regga sulla terra.
Se tramont il ciclone della guerra,
passer l'uragano del fascismo.
Questo brutto fenomeno, che abbassa
la civilt, che tante glorie oscura,
non soverchia le leggi di natura,
ma sorge, cresce, invecchia e poi trapassa.
Tal', madre, del resto, la carriera
dei fenomeni come della vita.
Nell'eterna vicenda ed infinita,
c' l'alba, c' il meriggio e c' la sera.
Per mille e mille segni ormai s'avverte
il decader dei vandali moderni.
Se volgi l'occhio intorno, ovunque scerni
scissioni e crisi e mille crepe aperte.
Non t'illuder, per, che, col fascismo
cessin per sempre le ingiustizie umane.
Non sai che ancora da lottar rimane,
per giungere al gran d del Socialismo?
Che cosa importa? Scoraggiar ci deve
il perdurare della lotta intensa?
L'uom di fede combatte e mai non pensa
se il tempo di battaglia  lungo o breve.
Quel che occorre, mia madre,  che il coraggio
mai non s'affievolisca e non s'allenti.
Talch, allenati e sempre pi fidenti,
di men fatica ci sar il viaggio.
Coraggio, dunque, e per qualunque impaccio
non farti sopraffar dall'afflizione.
E con questa sincera esortazione,
ti saluto - baciandoti - e t'abbraccio.
Settembre 1924.
...
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...
APPELLO AI PROFUGHI DEL FASCISMO.
.
Fratelli di lotta, pel mondo randagi,
fra dure fatiche, fra stenti e disagi,
cacciati dagli unni del suolo natale,
perch conservaste la fe', l'ideale,
la rabbia del mostro che infuria, che freme,
in voi non rallenti la lena e la speme.
Indomiti e fermi, tetragoni e forti,
dell'oltre confine sfidate le sorti.
Ovunque lottate con fede e coraggio,
lasciando l'impronta del vostro passaggio,
poich l'accasciarsi non  da ribelli
che l'aria respiran dei tempi novelli.
Se Creso dorato v'attacca e minaccia,
sereni e sprezzanti, ridetegli in faccia.
Cos onorerete i martiri invitti
che cadder lottando pei nostri diritti.
Se il prete vi tenta, con blando sermone,
per rendervi schiavi di dio, del padrone,
lasciatelo in asso, ma pria rispondete
che a dio, che al padrone contrari voi siete.
Unitevi ai tanti eroi del lavoro
e il patto di lotta stringete con loro,
sian russi, britanni, tedeschi o latini,
perch la riscossa non guarda ai confini.
Qualunque carattere assuma la lotta,
sia rigida e salda la vostra condotta,
giacch in mezzo agli urti la fede s'affina,
a guisa di ferro in accesa fucina.
Recate ai fratelli dell'oltre frontiera
che militan sotto la stessa bandiera,
quantunque falangi disperse e disfatte,
l'esempio del come si lotta e combatte.
Amatevi sempre, da buoni e civili;
ch l'odio  da falsi, da tristi e da vili.
Con tutti gli schiavi, con tutti gli oppressi,
comun sia la causa dei vostri interessi.
D'amore fraterno, che inalza e consola,
ovunque recate la santa parola,
perch non v'ha impresa di gloria e d'onore,
se manca il principio fraterno d'amore.
E mentre curate il lavoro del pane
pensando, fidenti, all'attesa dimane,
tenete, con ansia, con viva energia,
lo sguardo rivolto alla terra natia.
Vegliate alle mosse del mostro, alle azioni,
n il sangue che versa, vi scori e impressioni,
i lunghi misfatti tenete a memoria,
gli Evviva Dumini! il cinismo, la boria.
E appena il d spunta, che suoni l'appello,
con questi ricordi, movete in drappello,
movete in falange d'invitta milizia
a compiere l'opra d'umana giustizia.
Ed io, bench vecchio, gi debole e stanco,
chiamatemi pure, verr al vostro fianco,
non gi come guida, ma qual veterano,
pi fiero di lingua che forte di mano.
Settembre 1924.
...
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...
PADRONE E DIO.
.
Finch'esiste il padron, l'uomo  soggetto
a schiavit sfibrante materiale,
e finch'esiste dio nell'intelletto,
esister la schiavit morale.
Padrone e dio, vecchio binomio eretto
a sistema di giogo universale;
ecco della miseria il maledetto,
il secolar principio irrazionale.
Per redimere l'uomo, dunque, occorre
il padrone rovesciar, bandire iddio
e al posto loro il dritto uman riporre.
Quando non potr pi, sul tuo, sul mio,
le sue pretese il Privilegio imporre,
sorger il noi, sul tramontar dell'io.
Ottobre 1924
...
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...
IL BUBBONE FASCISTA.
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Il bubbone fascista, giornalmente,
come una macchia d'olio si dilata,
e la cura(14) dal duce decantata,
lo peggiora e lo rende pi fetente.
Se il delitto di Roma, orribilmente,
ha riscosso l'Italia martoriata,
precipita la crisi disperata
di Piacenza il misfatto pi recente(15).
Quanto gas asfissiante e putridume
spira fuor dalla lurida cloaca
e quanto fango nuovo si desume.
La nera bestia che imperversa e indraca,
tuttoci soffocare invan presume,
ch il popolo sdegnato non si placa.
Ottobre 1924.
...
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SCUSE.
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Scusatemi, lettori, se trovate
nel mio libro, lacune, interruzioni,
pause lunghe, talvolta, e sospensioni,
alla lotta del pan subordinate.
Scrissi nell'ore, per lo pi, avanzate
alla fatica delle mie mansioni
e nell'ozio di squallide giornate,
colpito da reumatiche afflizioni.
I miei versi, perci, non saran quelli
che voi bramate, onde appagarvi appieno
e ritemprarvi di pensier novelli.
Ma spero che con animo sereno
li saprete apprezzare, o brutti o belli,
per compensare il buon volere, almeno.
Settembre 1925.
...
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FINE.
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Note al testo.
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(1) La Bibbia.
(2) Di S. Bartolomeo.
(3) Leone Tredicesimo.
(4) Per quindici giorni o per un mese, secondo l'usanza creata da precedenti rivenditori.
(5) Ruiz Zorilla, celebre ed autorevole capo del partito repubblicano spagnolo.
(6) Certa signorina Meunier.
(7) Montjuich.
(8) L'improvviso scoppio della guerra europea sconvolse i miei progetti, prossimi all'effettuazione, ed anzich trasferirmi alla nuova residenza Normanna, fu giuocoforza ritornare in Italia.
(9) Con la sua Repubblica
(10)  noto ormai storicamente come papa Gregorio Settimo da Sovana - quello stesso che, nella sua smisurata grandezza e potenza, inflisse a Enrico Quarto di Germania l'umiliante supplizio di stare tre giorni, in saio da pellegrino, esposto alla raffica del freddo e della neve nei chiostri del castello di Canossa, prima d'ammetterlo, in ginocchio, alla sua presenza; -  noto (dicevo) come questo papa fu cacciato dal trono pontificio, esiliato da Roma e relegato a Salerno, dove mor miseramente. Grande esempio storico!
(11) Leone Daudet, fanatico e smoderato sciovinista parigino che con la sua Action Franaise - quotidiano libello che mi ricorda la Gogna di Milano - propugna la ristorazione monarchica della Francia, ha vigliaccamente stampato ripetute volte essere Max Nordau segreta spia della Germania. Accuse da Lon Daudet.
(12) Quella, cio di Otto Thiersvald.
(13) Lavagnini.
(14) La normalizzazione.
(15) L'assassinio di Lertua.
...
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...
FINE.