MARCELLO FOIS.

STIRPE.


2009 Giulio Einaudi Editore, Torino.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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E il 1889, eppure si direbbe linizio del mondo. Michele Angelo e Mercede sono poco pi che ragazzini quando sincontrano per la prima volta, ma si riconoscono subito: lui fabbro e lei donna. Quel rapido sguardo che si scambiano  una promessa silenziosa che li condurr dritti al matrimonio, e che negli anni verr rinnovata a ogni nascita. Dopo Pietro e Paolo, i gemelli, arriveranno Cavino, Luigi Ippolito, Marianna...
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La stirpe dei Chironi sirrobustisce e Nuoro la segue di pari passo: se prima la campagna e la roccia abitavano insieme agli uomini, che avevano i ritmi dimessi del sole e delle bestie, ora i pastori e i mercanti devono fronteggiare quel fermento di modernit che pare voler travolgere ogni cosa. Le strade cambiano nome e si allargano, accanto alla pesa per il bestiame spuntano negozi e locali alla moda, e se circolano pi soldi nascono anche bisogni che prima non cerano. Come i balconi da ingentilire lungo via Majore, ad esempio, e Michele Angelo  che sa del ferro come nessun altro, ed  capace di toccare la materia con lo sguardo prima di plasmarla  si spezza la schiena in officina per garantire prosperit alla sua famiglia. Ma la felicit non piace a nessuno che non ce labbia, e infatti quei Chironi venuti su dal nulla, cos fortunati, sono sulla bocca di tutti.
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 linizio della stagione terribile: i gemelli vengono trovati morti, i corpicini fatti a pezzi e nascosti in un cespuglio, mentre la Prima guerra mondiale raggiunge anche Nuoro, e bussa alla porta di casa Chironi proprio quando Cavino e Luigi Ippolito  taciturno e riflessivo il primo, deciso e appassionato il secondo  sono in et per essere arruolati...
La voce unica di Marcelle Pois squaderna il Novecento con una forza poetica e infallibile, e ci consegna un romanzo che abbraccia in un solo sguardo le storie piccole e quelle grandi, la luce calda dei ricordi dinfanzia e le ombre fitte dellet adulta. Lepica del quotidiano accompagna le sorti dei Chironi a ogni pagina, seducendo il lettore con un racconto in cui la memoria del sangue  ci che davvero, sotterraneamente, tiene unita una famiglia  si allea alla potenza della letteratura. E ciascun personaggio sembra quasi a proprio agio, sballottato dalle onde degli anni che sinseguono, forse perch impegnato a cercare dietro di s il passato dal quale proviene  umile o nobile, vero o inventato che sia. Limportante  non cedere mai di fronte alle sventure: perch non c genia, da che mondo  mondo, che sia nata forte e invincibile se nutrita di lacrime.
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L'Autore.
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Marcelle Pois nasce a Nuoro nel 1960. Nel 1986 si laurea in italianistica presso l'Universit di Bologna. Nel 1989 scrive il suo primo romanzo, Ferro Recente che, grazie a Luigi Bernardi della Granata Press, viene pubblicato nel 1992 in una collana di giovani autori italiani, nella quale figurano anche i primi libri di Carlo Lucarelli e Giuseppe Ferrandino. 
Sempre nel 1992 pubblica Picta, con cui vince (ex aequo con Mara De Paulis) il Premio Italo Calvino[1]; nel 1997, per Nulla (con cui inizia la collaborazione con la casa editrice Il Maestrale), riceve il Premio Dess. 
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Nel 1998, ancora per Il Maestrale, esce Sempre caro, primo romanzo di una trilogia (proseguita con Sangue dal cielo e L'altro mondo), ambientata nella Nuoro di fine Ottocento e che ha come protagonista un avvocato, Bustianu, personaggio per il quale Fois si  ispirato a un avvocato e poeta nuorese realmente esistito: Sebastiano Satta. Con Sempre caro nel 1998 vince il Premio Scerbanenco[2]. Con Dura madre vince nel 2002 il Premio Fedeli e nel 2007 riceve il Premio Lama e trama alla carriera. 
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Oltre che alla narrativa, Fois si dedica anche alla sceneggiatura, sia televisiva (Distretto di polizia, L'ultima frontiera) che cinematografica (Ilaria Alpi. Il pi crudele dei giorni), e al teatro per cui ha scritto L'ascesa degli angeli ribelli, Di profilo, Cerimonia con Marinella Manicardi, Filippo Morelli, Mirella Mastronardi (segnalata al Premio UBU come giovane attrice non protagonista), Stazione (un atto unico per la commemorazione delle vittime della strage alla stazione di Bologna), Terra di nessuno e Cinque favole sui bambini (trasmesso a puntate da Radio 3 Rai). Dal suo racconto Disegno di sangue, pubblicato nel 2005 nell'antologia Crimini,  stato tratto un episodio dell'omonima fiction televisiva, trasmesso nel 2007 da Rai 2. 
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Ha scritto anche un libretto operistico tratto dal romanzo di Valerio Evangelisti, Tanit. 
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Nel 2007, con il romanzo Memoria del vuoto, edito da Einaudi nel 2006, ha vinto il Premio Super Grinzane Cavour per la narrativa italiana, il premio Volponi e il Premio Alassio Centolibri - Un Autore per l'Europa. Con Giulio Angioni e Giorgio Todde  fra i fondatori del festival letterario L'isola delle storie di Gavoi[3].  un esponente della "nuova letteratura sarda". Nel 2012  tra i finalisti del Premio Campiello con il libro Nel tempo di mezzo, risultato poi vincitore del Premio Procida-Isola di Arturo-Elsa Morante. Nel 2016 vince il premio Asti d'Appello con il libro Luce perfetta, mentre nel 2017 vince la prima edizione del Premio Crovi col romanzo Del dirsi Addio. 
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a Paola che d un senso...
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INDICE.
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Prologo.
Cantica prima:  Paradiso (1889-1900).
Cantica seconda. Inferno (1901-1942).
Cantica terza:  Purgatorio (1943).
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Fine Indice.
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Prologo.
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Luigi Ippolito si  messo disteso sul letto rifatto.  vestito di tutto punto, i bottoni della tonaca brillanti, le scarpe lucidate a specchio. Come sempre  stato e sempre sar, si chiama per cognome e nome Chironi Luigi Ippolito e, senza muoversi, si mette in piedi per guardarsi composto, morto, pronto da piangere. LUno sta l, preciso a se stesso, lAltro lo fissa, inquieto, pietrificato, ma turbolento, dritto e secco come un insulto detto in faccia, tra il letto e la finestra. Che la fissit dellUno  parvenza e la fissit dellAltro  controllo. Al primo sguardo si direbbero del tutto identici Luigi Ippolito e Luigi Ippolito, solo che il primo, quello disteso sul letto, ha lapparenza imperturbabile del morto sereno, mentre il secondo, quello che osserva se stesso, in piedi,  rigido e accigliato come sono rigidi e accigliati gli sguardi perplessi. Cos mentre il primo  immerso nella pace inenarrabile di una resa totale, il secondo battaglia contro quella invincibile mollezza. Per questo a un certo punto, rompendo ogni stasi, si avvicina fino quasi a rapirgli il soffio, quasi padre amorevole che voglia assicurarsi che il neonato ancora respiri. Ma non  per amore che Luigi Ippolito si piega su Luigi Ippolito, no: lAltro si piega sullUno per leggergli la vita. E insultarlo anche, che non  quello il momento di morire e tanto meno di giocare alla morte; e non  quello il momento di arrendersi.
LUno ascolta e non si muove, ostinato nella sua farsa di defunto. Non si muove anche se vorrebbe riprendere se stesso.
Arreso allevidente ostinazione di s, lAltro si siede sul bordo della sedia impagliata davanti al comodino come una giovane vedova che ancora non ha capito lonta che ha subito. Resta a guardare lUno che appena appena respira. Com esplorare questa terra di silenzio? si domanda. Com questo viaggio maledetto?
Poi la luce pare lasciare a precipizio la stanza, cosi le sopracciglia folte, ombreggiando le palpebre serrate dellUno, danno contezza di tutto il suo pallore. LAltro dunque, come ha fatto la luce, abbassa il tono della voce e dei pensieri per dichiararsi definitivamente disposto a giocare quel gioco di compianto. Ricordava la solitudine del campo sfinito dalla canicola? E ricordava lattesa davanti alla trappola? E la vita che si sputava dai polmoni dopo la corsa? Ricordava? Le battaglie allolivete, il frinire tremendo delle cicale, il sibilo marrano del maestrale. Ti ricordi? Volevo vivere nel vuoto, nella luminosit di un presente costante. Ostinato. Tu volevi il controluce. Volevi ombre. Io volevo spazio, ti ricordi? Ti ricordi? Era tutto un dirsi Ti ricordi? E i libri nei cesti come pane, che cera da nutrire un corpo dentro al corpo e cera limpellenza di prepararsi allesercizio quotidiano del tempo. E cera il piano scabro della nostra vita insieme, come un tavolaccio rustico dove le malie del passato potessero trovare un ordine. Luigi Ippolito Chironi, di quei Chironi che erano stati De Quirn, poi Kirone, che, prima della cattivit barbaricina, avevano allevato i cavalli sui quali si era posato il deretano santo di due Papi e quello molto laico di un Vicer... Ti ricordi? Le biglie, la bottiglia col collo stretto, la vecchia rivista. Oh... La nostra vita messa in posa nel caos predestinato del ricordo. Come lordine segreto degli assetti. Ti ricordi? Ti ricordi la speranza trasparente dei vetri?
Ma a quelle domande lUno non risponde, lo sa cosa significa dare confidenza a se stsso e improvvisamente credersi lUno e lAltro insieme. Silenzio. E li che sempre si ritorna.
Nella stanzetta ormai c luce di camera ardente perch una macchia nera si  aperta al centro del bulbo solare. LUno e lAltro si guardano. Il primo disteso pare assente ma osserva il secondo attraverso le palpebre serrate. Il secondo, la fronte corrugata, ricambia con tenace attendismo quello sguardo assente. Come sempre  stato e sempre sar.
Poi si fa silenzio, contro il fragore costante del riflettere. Ora sembra non ci sia nulla, nulla da pensare, nulla da ricordare.  stato un sogno, oppure no:  stato trovarsi esattamente al punto in cui diventa impossibile qualunque rettifica.
La scrivania  sola nellangolo in ombra della stanza. Il destino gli ha concesso carta e penna. E, l fuori, il cielo  di latte. Luigi Ippolito osserva se stesso con un misto di comprensione e pena.  un corpo alla deriva, pi molle di come lo ricordava, pi docile di quanto sia mai stato, arreso alla corrente.
Ma come si racconta questa storia di silenzi? Voi lo sapete, tutti lo sanno che le storie si raccontano solo perch da qualche parte sono accadute. Basta afferrare il tono giusto, dare alla voce quel calore interno di impasto che lievita, sereno in superficie, turbolento nella sostanza. Basta capire dove sia il chicco e dove sia la pula, pensando senza quasi pensare. Perch sapere di pensare  come svelare il meccanismo e svelare il meccanismo  come rendere mortale la storia.
Perci, dicevo, dallombra che immerge la scrivania scaturisce lostinata luminosit di un foglio bianco. Che, forse,  un invito...
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Cantica prima.  Paradiso (1889-1900).
Scire se nesciunt.
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Prima vengono i bisnonni: Michele Angelo Chironi e Mercede Lai. Prima di loro nulla. E c da dire che se non si fossero incontrati in chiesa, lui fabbro e lei donna,  probabile, anzi sicuro, che questa stirpe si sarebbe polverizzata nellanonimato che avvolge le storie  di questa terra prima che qualcuno si decida a raccontarle.
Insomma, lei sta facendo la novena per la Madonna delle Grazie e lui sta sistemando il gancio metallico che tiene sospeso, a tre metri dal pavimento, il turibolo grande. Lei ha sedici anni, lui diciannove. Non  nemmeno fabbro, ma dischente di fabbro; lei invece  gi di ferro, cesellata e magnifica, col viso perfetto. lui, dallaltro, percepisce come uno sprofondo; lei, dal basso, una vertigine. Ed  tutto. C intorno una rarefazione come quando si rallenta nella corsa.
Michele Angelo  corpulento, solido, come una bestia ben pasciuta. Ha addosso una dominanza di castano, ma, controluce, lanima  biondastra, quasi fosse lespressione vivente di un passaggio straniero, come il frutto di un seme mieloso contro linsistenza corvina che lo circonda. infatti i capelli di Mercede, indigena, sono blu. Lucidi come una pennellata di smalto. Anchessi hanno unapparenza e una sostanza, perch sarebbero nerissimi, ma la luce, accumulandosi attorno al canale bianchissimo della scriminatura li fa blu.
Ecco, tutto quellinconsapevole osservarsi si risolve in un secondo appena.
Poi passano i giorni e i mesi. La novena finisce, finisce la festa che ne consegue, finisce anche linverno.
Ad aprile Mercede, con le marie del vicinato, fa la questua, di casa in casa, per la festa di San Francesco di Lula. La terza casa  quella di Giuseppe Mundula, maestro del ferro, dove si trova Michele Angelo. Proprio lei che per timidezza non aveva mai bussato a una porta, a quella porta bussa; e proprio lui, che nemmeno doveva essere in casa, va ad aprire. C sempre una costante in questi incontri che sembrerebbero segnati dal Destino, ma il Destino  una cosa troppo seria. Mercede e Michele Angelo sanno che si trovano esattamente dove da sempre hanno cercato di trovarsi, ostinatamente, con la forza del pi sordo desiderio.
Eppure, ora che sono uno di fronte allaltra, nemmeno si guardano. Cosi in piedi si capisce che lui  di complessione robusta e non troppo slanciato. Lei, completando la crescita, rischia di diventare persine pi alta. Ma questo che importa? A Mercede piace che lui ha tuttintorno a s una luce ambrata, e intanto lo saggia con la pratica dellincombenza genetica: quello sar il seme dei suoi figli. A Michele Angelo piace che lei respira socchiudendo le labbra. Poi ci sarebbero gli occhi, e poi tutto il resto a cui penserebbe se non pensasse che quella  la donna della sua vita.
Lui quella mattina ha fatto tardi per una faccenda in casa; lei, anzich stare dietro alle tre marie, ha deciso di farsi avanti e di bussare. Lui dalla porta chiusa ha percepito familiare quel bussare e, contro ogni aspettativa, si  precipitato ad aprire superando con un balzo il fabbro in posizione vantaggiosa.
Ecco: in questa simultaneit non c Destino, c testardaggine. Gli amori durano esattamente un momento perfetto, il resto  solo rievocazione, ma quel momento pu essere sufficiente a dare un senso a pi di una vita. Cosi fu dunque, lui allung unofferta congrua per il Santo, quasi lintera giornata di lavoro, e lei la prese allargando il palmo della mano perch lui potesse sfiorargliela con comodo. Un gesto di cui mai si sarebbe vergognata nonostante, nellabisso del suo ragionare, fosse pi licenzioso dellipotesi di concedere la verginit. Perch in quel gesto cera un invito, e un invito  assai peggiore della semplice, stupefacente, fisiologia del desiderio. L non cera stupore, cera coscienza, intento preciso di disporsi a farsi toccare da quel maschio.
Michele Angelo si trattenne qualche istante in quel contatto, giusto il tempo per saggiare la consistenza impalpabile della pelle di lei e, magari, per vergognarsi della sua epidermide gi coriacea, che un fabbro, anche se  appena un dischente, non pu avere mai e poi mai mani delicate.
La differenza fra loro  chiara: Mercede sa tutto, Michele Angelo non sa niente.
La prima notte di nozze Michele Angelo  talmente estenuante nei tempi e nei modi che Mercede, al solito, costi quel che costi, decide di afferrargli una mano e portarsela al seno. Gesto da donnaccia pu darsi, ma sente che deve farlo perch lui, tentando di toccarla, continua a fingere un tocco, come se ci fosse un cuscino daria tra la carne di lei e le sue mani. Mercede vorrebbe sentirsi ferocemente intrisa di un desiderio esplicito, perch questo  ci che sa da sempre, e lui invece continua a tentare approcci come si fa col pane bollente: sfiora e poi scappa. Cos lei lo guarda dritto negli occhi, che al baluginio della candela fanno guizzi di miele, e con la sua mano pressa sul seno la mano di lui. Finalmente Michele Angelo, in quel contatto senza mediazione, tra la consistenza del seno e il turgore del capezzolo, comincia a respirare col naso... Vorrebbe chiudere gli occhi ma lei glielo impedisce pressando ancora di pi la mano sulla mano di lui e addirittura inducendola a un movimento circolatorio. Quando sente che lui ha capito, lei abbandona la presa, lasciando che prosegua da solo.
La casa degli sposini  piccola, ma di propriet.
Fuori, considerato che non c luce umana, lo sguardo pu posarsi verso il buio perfetto, dove vibrano, febbricitanti, un numero incommensurabile di stelle a grappoli.
E una casa semplice. Un disegno elementare. Un piano aggiunto sopra alla bottega di fabbro.
Sullacciottolato passano carri trainati da buoi, cavalli, pecore e pastori. Passa il curato e il dottore. Passano soldati: le divise grigie del reale esercito e quelle blu dei carabinieri. Passano fuggiaschi e inseguitori; inquirenti e delatori. In quel fazzoletto di terra passa una storia minuscola che  il frutto, quasi la conseguenza di una storia grandissima. Sono le briciole del banchetto quelle che si devono mangiare in questa fetta di mondo, ma, a ben guardare, e ben assaporare, da queste briciole si possono capire tante cose.
Nonostante il buio, le pareti della stanzetta sopra lofficina del maestro del ferro sono fosforescenti di calce viva.
Percepiscono qualcosa, oltre la finestra, Michele Angelo e Mercede, molto al di l della febbre languorosa che li divora, qualche passaggio di carri, di storie piccolissime o grandissime che siano. E senza nemmeno dirselo pensano che, per reciprocit, dal vicolo si possa percepire lagire febbrile dellofficina della vita cos come sta avvenendo. Per questo, al culmine, per questa cautela forse inutile, forse no, Michele Angelo affonda il viso nel cuscino per spegnervi un gemito di basso ostinato. E Mercede fa cenno di si a lui che non la guarda, ma la sente aprirsi, come pu aprirsi una madre.
Ripensandoci molti anni dopo Mercede racconta che la sorpresa pi grande fu scoprire gli attributi del maschio fatto in quel marito bambino: la leggera peluria riccia e bionda che gli copriva le spalle e il petto, e che rendeva la pelle ancora pi candida. Poi la barba che, alla distanza di un bacio si poteva vedere, addirittura sentire, mentre ricresceva. Lei racconta senza reticenze che fu un buon marito, attento e mai volgare. Che gli piacevano le carezze e le titte sopra ogni cosa.
Con meravigliosa, matematica, precisione Mercede quella notte rest incinta.
Ma il segreto della perfezione di questo concepimento fu accettarsi senza domande. Nel tempo comparvero anche i difetti, perch Michele Angelo era taciturno e permaloso e Mercede prepotente e troppo attenta allopinione altrui.
Nove mesi dopo, come la dimostrazione esatta di una formula matematica, nacquero Pietro e Paolo, gemelli. E poi, nei dieci anni seguenti: Giovanni Maria, nato morto; Franceschina, nata morta; Cavino, partito in Australia; Luigi Ippolito, morto in guerra; Marianna...

Ne ha fatta di strada questamore. Sono andati come due pellegrini verso un santuario lontanissimo di cui si aspetta a ogni metro di vedere almeno lapice del campanile, e invece nulla. Cos  necessario amarsi e amarsi ancora a dispetto di tutto: della polvere che impasta i capelli; della tentazione di accettare un passaggio da un carro o di abbandonarsi alla disperazione zuppi di pioggia, le scarpe immerse nel fango, i passi incerti, il palato seccato dalla canicola, le dita illividite dal gelo, lo sguardo fisso verso una fine che sempre, sempre, si trasforma in un inizio.
Sono andati dritti, senza mai voltarsi, come gli anonimi, pi anonimi che si possano pensare. Sul ciglio di quella strada che, dallalto del calesse, sembra maestra, ma dal basso, con i piedi a smuovere ghiaia, pare terribile e infinita. Qualcuno lhanno incrociato e mai, mai riconosciuto, perch il loro  un procedere esclusivo, sono due ma sono uno; non vedono e non sanno niente. Solo il loro amore: ostinato, irremovibile, banale, cieco.
In pochi anni Michele Angelo ha allargato lofficina edificandone unaltra sul retro di quella vecchia. I lavori costano il sacrificio di una parte del cortile, ma fruttano lampliamento della casa ora che i gemelli crescono e la famiglia continua ad aumentare con la forza di una primavera costante. E gli affari prosperano dal momento che Michele Angelo si  accreditato come migliore ferraio del paese quasi citt.
Perch quello che lanagrafe gli ha dato in sorte, sempre concesso che la sorte esista,  un agglomerato modestissimo che si trova in una specie di adolescenza inquieta, n carne, n pesce. Ma ha laspettativa presuntuosa di certe periferie di diventare presto o luno o laltro, o tutte due. Al momento, dalla direzione Ugolio, Nuoro sembrerebbe un avamposto di confine, brullo, con la cattedrale monumento che lo fa assomigliare a un paese andino. E un carcere immenso, rotondo, come una grancassa posata su un piano erboso. Nuoro di fatto  stata la convivenza di due anime diverse: a monte, San Pietro, i pastori; a valle, Suna, i contadini. Da questa dualit conclamata dipende il respiro del luogo. Ecco, Michele Angelo attraversa questa vita quando nellorganismo infantile e arcaico del paese comincia a ribollire lormone della modernit che ventila ipotesi di citt, perlomeno di cittadina, sviluppando, in mezzo, via Majore, strada modernissima di borghesi esattamente a congiunzione fra le due anime antiche. Il Giano bifronte diventa Cerbero a tre teste. Questo stare in mezzo descrive e sintetizza tutto: il sentimento di casta, lo sguardo rivolto oltremare, verso la Storia. E descrive la permanenza di certe visioni ovunque esse avvengano: tutti credono di vedere qualcosa che altri non hanno visto; si illudono di pensare qualcosa che altri non hanno pensato, ma tutto dipende solo dal fatto che qualcuno si prenda la briga di raccontare straordinariamente questo ordinario.
La strada del passeggio dunque, strada Maggiore, fatta per lesposizione, in una teoria di cose di citt quali il locale alla moda, la farmacia, e anche il rustico municipio con mercato e pesa per il bestiame. Oltre, si intende, ai piccoli esercizi commerciali stabili, perlopi gestiti da istranzos, in una civilt che in letteratura ha appena fatto i conti con la scrittura e in economia ha appena abbandonato il baratto. Ecco, quella via centrale  il ponte continentale fra le due realt autoctone, un territorio franco al cui fianco corre una sorta di letto di fiume muschioso e roccioso circondato da alberi che i nuoresi chiamano Giardinetti. Ma per Michele Angelo quella strada  soprattutto ledilizia civile di palazzotti intonacati... e balconati.
Comunque in questa farsa di creature incatenate Michele Angelo rappresent quelleccezione che rende inconsistente la regola... Di lui si sa poco, se non che dovette trattarsi del frutto di un amplesso consumato in camuffa: lui, il padre chissach, carbonaio continentale; lei indigena figlia di nessuno, magari teracca. Sta di fatto che lei cap di essere incinta quando partor e lui non seppe mai di essere diventato padre. E sta di fatto che in quellangolo dimenticato da qualsiasi divinit si partorivano martiniche pelosette di poco peso, mentre lei scodell un fardello bianco e oro, bello come il Ges Bambino del presepio. Ma, evidentemente, frutto di un seme inadatto per quellutero, cosicch glielo tirarono fuori che era gi morta. Da qui il nome Michele: langelo con la spada... Alle suore gabbiane piacque lidea che fosse stato proprio il frutto del peccato a vendicare quel peccato da cui era scaturito.
A Mercede invece volle chiamarla cos suo padre anche se sapeva che non lavrebbe vista crescere: la bambina era contesa per via di un contratto di matrimonio disatteso. Magari linformazione  errata, ma la vulgata dice che Mercede nacque dal nobile Severino Cumpostu e dalla perpetua di San Carlo, Ignazia Marras. Quindi genitori certi nonostante tutto. Ma, e qui sta il ma, Severino Cumpostu era legato a un contratto di matrimonio con una Serusi di Gavoi, cosicch della perpetua e della bambina si sono perse le tracce, finch sedici anni dopo lei non appare in chiesa proprio mentre Michele Angelo sta sistemando il turibolo grande.
La stirpe Chironi  frutto di reietti, di due negazioni che affermano, ma, proprio per questo, temeraria. Michele Angelo e Mercede si guardano: lei sollevando il capo come ad
adorare una statua alata  il giovane biondo infatti si sporge dalla scala verso il perno che aggancia il turibolo e sembra che voli -, lui osservandola dallalto come se fosse un rubino incastonato alla sua roccia. Deve squadrarla perfettamente per stabilire che la sensazione di bellezza che ha provato, non  nient altro che bellezza vera piena, assoluta.
Ecco, quando si guardano non hanno un patrimonio da custodire e nemmeno una storia da raccontare, sono allinizio di tutto: lui disdiente fabbro e lei  gi di ferro.
Sanno da subito che potranno contare solo luno sullaltra, non hanno una genia di cui mantenere il buon nome e i loro stessi cognomi sono posticci, dati per burocrazia. Michele Angelo si chiama Chironi come lispettore generale dellorfanotrofio di Cuglieri in cui  cresciuto, e Mercede si chiama Lai come la padrona che lha presa a servizio a sette anni.
Tutto qui, linizio del mondo si direbbe, perch a loro hanno dato un nome e un cognome da cui tutto pu cominciare.
Cos tra il loro primo contatto e il matrimonio passano sette mesi. Un matrimonio quasi clandestino, senza mezzi... Testimoni Mundula Giuseppe, fabbro, e Brotzu Nicolino, sacrestano. Nella cappella laterale della chiesa, quella di San Giovanni Crisostomo.
Ma abbiamo corso troppo e invece bisogna procedere con calma.
E ritornare alla notte in cui proprio Giuseppe Mundula, fabbro, salendo verso casa dallofficina trov in cima alle scale il cadavere di sua moglie.
La donna era morta stringendosi il petto come se tentasse di trattenere il cuore dentro al costato. E aveva in volto laria corrucciata, schifata e triste, di chi, dopo averla assaggiata sulla punta del cucchiaio, ha appena capito di aver rovinato una salsa.
Giuseppe Mundula non pens quasi a niente, o pens troppo. Era sfinito, perch il suo lavoro sfinisce. Era sporco come un demonio. Sua moglie stava l, morta, davanti a lui, ed  probabile che avesse gridato, chiesto aiuto mentre sentiva il cuore esplodere, ma, annichilito dal battito feroce del maglio sullincudine  anche il ferro al calor bianco sibila e si lamenta  al fabbro era parso di sentire lanima del metallo e non cap che invece udiva lagonia di sua moglie.
Ecco, tutto questo pensare, o non pensare, laveva bloccato. E infatti lo scalino, per il suo peso prolungato, cominciava a risuonare di lingua che schiocca sul palato. Cos Giuseppe Mundula butt un ultimo sguardo verso la moglie e poi si mosse. Super il cadavere con una falcata ampia, e attraversato il ballatoio raggiunse la cucina. L vuot unintera brocca dacqua nel catino e vi immerse le mani, poi il viso, come aveva sempre fatto. Neppure la violenza inaudita di quel colpo di teatro, quando la morte entra in scena lo fa sempre da prima donna, neppure quel cadavere riverso in cima alle scale gli imped di sedersi e mangiare un pezzo di formaggio col pane bagnato... Anzi forse fu proprio quellignorare lo sgarbo della sua donna ghermita a tradimento a rendere quella cena pacifica, silenziosa come non era mai stata, che la moglie del fabbro caveva il difetto che parlava troppo. Tutti questi pr: il silenzio, la soddisfazione di fregarsene della morte, gli resero pi sopportabile il dolore sordo che gli cresceva dalla bocca dello stomaco. E proprio quando si era illuso di averlo schivato con la stessa falcata con cui aveva scavalcato il cadavere, invece, improvvisamente, cap alla perfezione che sarebbe rimasto solo. Vedovo e sterile. Quella certezza gli fece rigurgitare sapore di ferro. Fu costretto a sputare il formaggio e il pane bagnato.
Perci, sollevandosi dalla sedia, guard oltre luscio socchiuso, e la vide per la prima volta. Mai, mai stata bella, anima, tutto si poteva dire, ma bella no. Ora che poteva vederla, inerte, rischiarata dalla luna, non pi pallida di quanto fosse sempre stata, ora che poteva vederla, dicevamo, gli sembr intima come un arto reciso, ma anche distante come una sconosciuta che fosse andata a morire proprio in cima alle sue scale. Sollevarla fu un niente tanto poco pesava, ora che la abbracciava poteva capire quanto poco davvero avesse pesato quella donna su questa terra: in su mundu ca bat locu, diceva sempre di se stessa.
Eppure cera stato un momento in cui anche lei aveva avuto un significato e su quel costato legnoso era fiorito un seno finalmente florido. Che fosse rimasta incinta si capiva dalla precisa svagatezza con cui prese a guardare le cose. Ogni spigolo del suo corpo andava smussandosi, come ogni spigolo del suo carattere. Sorrideva persine e, di tanto in tanto, rideva. E il solo vederla ridere faceva pensare al miracolo silenzioso della procreazione.
Allora la moglie del fabbro era stata quasi bella. Si ricord di avere un nome, Rosangela, si ricord di avere avuto qualche sogno, prima che la vita diventasse tanto prosaica da non concepire nemmeno il concetto di sogno. Giuseppe Mundula del resto diceva di non aver mai sognato in vita sua e lei gli spiegava che un sogno era esattamente come la sensazione di vita vera senza il peso della vita vera.
Ora con la moglie in braccio, mentre passava la soglia come uno sposo novello, il fabbro pens a quella leggerezza che non aveva mai sperimentato.
Posata sul letto non increspava nemmeno le lenzuola ruvide. Giovane eppure vecchissima. Rosangela Lndiri, coniugata Mundula. Quel nome appena pronunciato, si perse nel momento esatto in cui il feto immaturo si era staccato con uno strappo dal suo utero.
Stava sognando che una misura di grano moltiplicava se stessa come nel miracolo dei pani e dei pesci. Si vedeva che con la misura di grano continuava a svuotare lo staio e lo staio che continuava a riempirsi. Stava sognando questa abbondanza infinita, circolare, perpetua, quando sent il crampo. Da subito, sulla soglia tra il sonno e la veglia, cap che era successo qualcosa di terribile. Ma non  giusto dire che cap, perch fu laltra a capire, laltra Rosangela, quella col seno bello, quella che sorrideva e persine rideva. Come la vergine guardinga della parabola, nel buio del sonno profondo, nellincerto del sogno, aveva tenuto acceso un lume. Cos quando tutto avvenne, quando ci fu laddio, luna fu in grado di avvertire laltra.
Mettendosi a sedere sul letto sent che la vita a venire le fluiva tra le cosce come un fardello minuscolo, mucoso.
Di questo non ci fu modo di parlare mai. Sotto la casa il maglio continuava a sfiancare la barra incandescente, lincudine continuava a scandire il ritmo, il mantice a sbuffare e lacqua a reagire alle immersioni. La vita pesante ritornava esattamente al punto in cui ci si era illusi di abbandonarla.
La moglie del fabbro, sterile, sfortunata, senza nome, ritorn nel mondo perch c posto, come deve essere.
Cos le capit di pensare che se il marito cercava altrove quello che gli spettava, e cio dare il suo contributo alla genia, aveva tutte le sue buone ragioni.
Ma, badate, non fu solo un calcolo demografico il suo, no, fu ragionare da donna. La casa delle donne ha sempre luscio socchiuso, la casa dei maschi  sempre sprangata o spalancata.
Nella testa della moglie del fabbro un figlio non era semplice vanit, ma continuit, come quello staio di grano che continuava a riempirsi tanto pi lo si svuotava.
Nella sua testa lei e il marito non avevano bisogno di nulla, ma quello staio ormai andava svuotandosi inesorabilmente... E se lei fosse venuta a mancare? chiedeva, come se morire significasse uscire un attimo. Cos cominci a suggerire che lui, il marito, un figlio dovesse farselo con unaltra e assicur persine che lavrebbe allevato come suo. E il fabbro simbestialiva, battendo i palmi sul tavolo.
Della questione non si parl pi fin quando in parrocchia qualcuna non le raccont di una gran signora che era andata a scegliersi la figlia allorfanotrofio di Cuglieri. La moglie del fabbro a Cuglieri non cera stata mai, non aveva nemmeno mai pensato di andarci, ma adesso non parlava daltro... E il marito scuotendo la testa sbarrava luscio: Lasciami in pace!  gridava.
E lei tuttaltro che arresa giorno per giorno insisteva: Giuseppe Mundula te ne vuoi andare senza nessuno a cui lasciare quello che hai fatto?
E lui:  Sprofondi tutto, quando non ci sar pi non sar cosa che mi riguardi.
E lei: Pensaci.
E lui: Ci ho gi pensato. Escimene dai piedi con queste storie ! 
A quelle mattane lui non avrebbe nemmeno risposto, ma lo faceva per dovere coniugale, anche se nelle risposte del fabbro la moglie sentiva gli schiocchi di una serratura a dieci mandate.
Ora, mentre aspettava lalba disteso affianco alla moglie morta, leggera come una sfoglia di pane, a Giuseppe venne in mente quellossessione.
Cos, quando ancora lultima manciata di terra non aveva ricoperto la bara, lui era gi in viaggio per Cuglieri.
Pulito e con labito buono si present a pretendere una discendenza, perch di sposarsi unaltra volta non ne voleva sapere.
Innanzitutto chiese un bambino, e che non fosse troppo piccolo, che fosse in grado cio di occuparsi autonomamente delle sue funzioni primarie. Con s portava la lettera di presentazione del parroco della Madonna del Rosario di Nuoro, in cui si attestava che era uomo timorato e abbiente, vedovo e incensurato. Lavoratore in proprio.
Nel corridoio nudo della sezione maschile dellorfanotrofio si presentarono in venti, ognuno con un numero sul petto: li e il 2 li scart immediatamente, al 3 ci pens, poi vide il 7. E il 7 era Michele Angelo. Gli spiegarono che di adozione non si poteva parlare, considerata la condizione di vedovanza, ma, viste le referenze, si sarebbe potuto aggirare lostacolo attraverso una forma di affidamento temporaneo che temporaneo poi non sarebbe stato. Come se si trattasse di un figlio danima passato da una famiglia povera a una con i mezzi. Non stiamo a fare troppe carte,  disse la priora delle suore gabbiane.   un affidamento, un affidamento... 
Arrivati a casa, dopo un viaggio nel pi totale silenzio, il fabbro chiese al bambino quanti anni avesse, e lui rispose che ne aveva nove, o almeno cos gli avevano detto allorfanotrofio. Poi disse che sapeva scrivere e leggere, male ma sapeva leggere, senza fretta.
Michele Angelo cominci a frequentare lofficina dalla mattina dopo.
- Per imparare un mestiere non c altra strada che guardare,  gli disse il fabbro.  Tu guarda e impara le cose e quello che non capisci lo chiedi.
Nel frattempo, mentre guardava, Michele Angelo aiutava a tenere in ordine lofficina, riportava gli attrezzi al loro posto, spazzava la limatura dal pavimento...
Una sera, mentre mangiavano minestra di latte, il bambino prese per la prima volta la parola di sua spontanea volont:  Ma commo babbu meu sese?  chiese al fabbro.
Questo lo guard come si guarda un insetto sconosciuto:  Non soe babbu tuo,  scand perch non ci fossero dubbi.
Il bambino continu a mangiare.

Comunque in breve lattitudine di Michele Angelo a parlare poco e osservare molto diede i suoi frutti. Nel giro di due anni sapeva maneggiare un mantice e capire il grado di fusione dal colore della fiamma. A undici anni era robusto e in salute come una benedizione. Aveva il suo letto in cucina e, in parte, aveva anche contribuito a costruirselo.
Al fabbro piaceva lidea che due solitudini messe vicine, anche se non fanno necessariamente una compagnia, almeno fanno sembrare la propria condizione meno amara. E forse solo questo pensiero era un segnale del fatto che lui al ragazzo voleva bene, ma non aveva idea di come si facesse a esprimerlo.
Michele Angelo, dal canto suo, aveva sviluppato una fiducia totale nei confronti del padre danima che suo padre non era: se quello diceva batti, lui batteva; se diceva aspetta, lui aspettava; se diceva pi forte col mantice, lui pi forte lo faceva soffiare.
- Un giorno avrai unofficina tua,  disse il fabbro mentre si lavavano le mani e la faccia allo stesso catino. Lo disse come se stesse parlando da solo, perch quel ragazzine castano che gli cresceva affianco giorno per giorno non era nientaltro che unemanazione della sua capacit di donare. Ecco: esiste un disinteresse che rende il dono un atto meraviglioso e proprio da quel disinteresse poi, paradossalmente, si pu ricavare un guadagno.
Ora il guadagno fu di capire senza ombra di dubbio che ogni cammino richiede una meta e che stare al mondo perch c posto, ca bat locu, non  esattamente quella che si pu definire una meta. Ma rivedersi ragazzo, curioso, fiducioso, quella s che lo . Giuseppe Mundula non lo sapeva, n mai lo avrebbe saputo, ma stava tentando di riempire quello staio di grano che andava disperatamente svuotandosi.
Cos, passati dieci anni, Michele Angelo era quasi in grado di sostituire il padre putativo allofficina, sicch al fabbro piaceva trattenersi qualche ora alla bettola, tanto cera il suo giovanotto a lavorare...
Per questo al perno del turibolo dovette pensarci lui.
Eccolo allapice della scala a pioli, che flette e spancia verso il centro tanto  lunga, mentre saggia la tenuta del gancio che tutti dicono sia precario. E in effetti balla come un dente che stia per staccarsi dalla gengiva. Cos Michele Angelo, esaminato il malato, si appresta a scendere per munirsi di quanto gli serve per la cura. Mentre abbassa lo sguardo per capire come iniziare a scendere, la vede. Mercede  seduta qualche metro pi in basso, ma nella sua testa  gi talmente in alto da essere irraggiungibile. Lui ha diciannove anni e non ha amato mai, sa del corpo come sanno i maschi di questa terra, con spreco, con fretta... Sa del suo corpo e della sua consistenza, ma non sa nulla del corpo altrui. La scala sotto al suo peso oscilla come una canna, quando finalmente arriva a terra con la coda dellocchio controlla se lei lo stia guardando e lei lo sta guardando.
Il resto ce lo siamo gi detto.
Alla messa delle sei Mercede si presenta da sola, con un abito vecchio ma ancora buono della padrona, che le sta largo allaltezza del seno. Ha la testa fasciata da una benda bianca. Non pu permettersi nientaltro. Michele Angelo arriva subito dopo accompagnato da Giuseppe Mundula, porta lo zippone blu e viola alla nuorese, sotto alla berritta i capelli sono stati messi a posto con acqua e olio. Il sacrestano arriva per quarto: aveva quasi dimenticato quellincombenza e ora, nel silenzio dei ceri febbrili, si scusa. Il matrimonio  veloce, non nellaltare maggiore ma nella cappella laterale, come quando si officia per un latitante delinquente o per un amore che ha generato un frutto del peccato prima del sacramento.
Mercede porta in dote se stessa e il desiderio che Michele Angelo nutre per lei. Michele Angelo porta una piccola officina e due stanzette sopra che gli sono state affidate da Giuseppe Mundula perch possa cominciare a camminare con le sue gambe. Lha maritato, gli ha preparato un futuro e gli ha ceduto persine qualcuna delle sue commissioni.
E lha fatto proprio quando tutto quel moderno che stava arrivando imponeva molti balconi in bella vista sulla via del passeggio.

Due anni passano.
Come capita anche nelle storie grandi il tempo trascorre senza niente di preciso da raccontare. Quanto ci sarebbe da dire  ordinario allapparenza, ma nei fatti  un miracolo, quello compulsivo del generare e rigenerarsi. Nacquero i gemelli, Pietro e Paolo, e quindi Giovanni Maria, nato morto.
Quel bambino nato morto era la prima dimostrazione che tanto si riceve tanto si restituisce, perch nonostante il lavoro aumentasse di giorno in giorno per la febbre dei balconcini, e delle inferriate, e delle ringhiere graziose per interni; nonostante dopo nemmeno un anno dal matrimonio gi fosse chiaro che occorreva allargare lofficina verso il cortile e magari prendere un dischente; ecco, nonostante tutto questo, che era felicit semplice, quasi un percorso banale di crescere e moltiplicarsi, Giovanni Maria nacque gi perfettamente formato, ma verde come espulso da una palude. Dissero che era stato concepito troppo presto dopo il primo parto, che era stato lungo ma non laborioso: prima era uscito Paolo, poi, e dicono che questo decreti il gemello maggiore, Pietro. Troppo presto, dissero le donne del quartiere e un po criticarono questa coppia di nuovi arrivati che, affamati, si buttavano sulla buona sorte come cani randagi.
Guarda questi Chironi,  dicevano,  ma chi si credono di essere? Ma da dove sono venuti? Eh?
E comunque Mercede sapeva bene che era stata unimprudenza concedersi che ancora allattava. Ma come si faceva con Michele Angelo? Il marito bisogna tenerselo a tavola e a letto, per il resto  meglio che lavori e basta.
Lei si schermisce:  Vedi, la figura degli animali ci hai fatto fare...
Michele Angelo aggrotta le sopracciglia senza nemmeno alzare la testa dalla zuppa.
E lei continua:   inutile che fai finta di nulla Michele Angelo Chironi...
-  Perch, male il servizio ti ho fatto?  biascica lui a un certo punto, prima di ingoiare.
Mercede scuote la testa e abbassa il tono.  E bravo, sei messo proprio bene, cos questa una risposta?
A lui basta questo cambiamento di registro per fargli perdere la baldanza, perch Michele Angelo con quella donna  incapace di prendere il sopravvento.  Me lo potevi dire che non era il momento,  fa lui con un broncio leggero.
- E come no certo,  ironizza lei.  Mangia, mangia... -E poi quasi tra s:  Chiudere lovile quando il gregge  scappato -. E sta sorridendo.
Cosi i gemelli vengono cresciuti a latte di capra, perch latte materno non ce n: la gravidanza precoce ha distorto tutti gli orologi del corpo. Mercede  afferrata da caldane che sembrano ferri roventi dal basso ventre al collo, e qualche volta perde il controllo. Ha partorito due gemelli, non ha finito di allattarli che  rimasta incinta unaltra volta. Ha subito una seconda gravidanza difficilissima con nausee continue, acidit  i capelli del nascituro, dicevano -, capogiri... E per di pi, ma era logico, ha perso il latte.
Pietro  saggio. Paolo  inquieto. Si assomigliano come due gocce dacqua tranne per il colore dei capelli, il primo castano e il secondo nerissimo. Pietro mangia e dorme, Paolo  di quelli che cerca il seno. Quando Mercede si avvicina eccolo che spalanca la bocca come un uccellino, per avere il capezzolo, e lei sussurra, ma quasi senzastio:  Eh, chiediglielo a quella bestia di tuo padre.
 un maggio incredibilmente luminoso, quasi estivo, senza le sporcature che lo fanno incerto: niente pioggia, qualche nuvola. I gemelli sono nati a gennaio e a maggio ecco che Mercede resta incinta di nuovo.
Linverno si era attardato in una luce plumbea, costante. Fino a Pasqua era stato brutto, ma a tal punto che non si erano potuti rifare cuscini e materassi, n preparare fichi o pomodori secchi.
La porta di maggio si spalanca alla luce di colpo. Dalla sera alla mattina. Quando i seni di Mercede ancora esplodono di latte.  allora che lestro di Michele Angelo si fa ingovernabile.
Perci, malamassaia, criticata come una donnaccia,  costretta a smettere lallattamento. E a nutrire i suoi figli col latte di capra attraverso un budello disseccato, come si faceva agli ovili per gli agnelli orfani.
Molti anni dopo questa sottrazione sarebbe diventata occasione di dolore. Unaltra alba, a maggio, ancora.
Ma non adesso.
Adesso, limprovviso benessere aveva permesso a Michele Angelo di comprare un terreno a Lollove. Era un fazzoletto coltivato a vite, ma stabiliva un concetto preciso: quello era suo. La prima cosa immobile che avesse mai posseduto. Sa roba. A trovare loccasione fu Giuseppe Mundula, a dire il vero, che prefer offrirla al figlio putativo: quel Giuseppe, di nome e di fatto, che facendosi anziano si era addolcito e persine si commuoveva. Davanti allappezzamento appena comprato i maschi Mundula-Chironi, padre e figlio nel principio piuttosto che nella carne, si abbracciarono cingendosi vicendevolmente le spalle. Oltre non ci fu pi nulla, ci fu quanto di pi intimo riuscirono a concepire tra loro. Erano passati dodici anni da quando si erano incontrati nel corridoio dellorfanotrofio di Cuglieri.
- Il benessere porta rispetto,  disse Giuseppe, senza staccarsi dal figlio. Perch ora lo sentiva figlio a tutti gli effetti, andava in et, si sentiva colmo di esperienza e di cose da dare, si sentiva al sicuro perch non aveva permesso alla solitudine di portarsi via quanto di buono era riuscito a fare.  Mettitelo in testa,  prosegui.  Chi non ha fatto niente, non era niente. Se arriviamo su questa terra per non lasciare un segno siamo morti due volte. Tu non lhai conosciuta a mia moglie Rosangela, eh, dovevi vedere che razza di femmina era... Lei s che ci capiva di cosa andava fatto e di cosa non andava fatto. Ma a me mi sembra di poter dire che oggi sarebbe stata contenta.
Michele Angelo annui. Era una stagione in cui si poteva morire senza nemmeno lasciare unimmagine di s. A Rosangela Lndiri, coniugata Mundula, nessuno le aveva mai fatto una fotografia o, tanto meno, un ritratto. Se nera andata senza lasciare unorma se non le brevi descrizioni che sapeva farne il marito: bella no, non si poteva dire che fosse bella, animedda, e caveva anche un caratterino che te lo raccomando, ma era una che sapeva il conto suo, questo s. Lei alle cinque del mattino era in piedi. Tutti i giorni. Per lei non cera domenica o festa. Diceva sempre di avere tante cose da fare, ma quali fossero queste cose non si capiva di certo.
Nessuno dei due si chiese quanto fosse congruo questo discorso di anziano davanti alla distesa immobile di vitigni nani che si contorcevano intorno ai paletti troppo lunghi. Avvertirono che le persone care mancano nei momenti belli. E nei momenti brutti, dovunque esse siano, si vorrebbe che fossero voltate da unaltra parte. Tutto questo era vita, contro qualunque morte possibile. Era vita di gemme e poi foglie, e poi grappoli. Per questo, forse, valeva la pena di richiamare le anime ad assistere al proprio istante di felicit.
Ecco, a Michele Angelo non sarebbe potuta venire nessunanima a benedire quella scheggia di benessere, perci ci aveva pensato Giuseppe, che sapeva come vanno le cose, e come sempre sono andate. Va bene cera stato Giovanni Maria, il figlio appena nato morto, ma quella era unanima incompleta, un nume incapace di vegliare. Perci ci aveva pensato Giuseppe, offrendogli la propria personale, immensa, protezione.
Cosi quella vigna si chiam Rosanzela.
Quando i gemelli mettono passi lofficina si  ingrani dita, e anche la casa. Il piano inferiore  stato trasformato in una grande cucina e due stanze da letto. Il piano superiore non  cambiato, ma la vecchia cucina  diventata la stanza matrimoniale, pi due locali: uno piccolo che  rimasto dispensa e laltro che  la stanza dove dormono Pietro e Paolo. Lofficina, pi larga e pi attrezzata, ha occupato un pezzo del cortile vecchio e anche una porzione di quello comprato dai confinanti.
Rosanzela ha dato vino asprigno e rozzo, ma  il vino di casa, ed  una delle manifestazioni del divino. Da una parte c il pane che lievita e gonfia e cuoce e ricuoce sino alla croccantezza; dallaltra c il vino che fermenta e vibra e si colora. Ma questo  un vinaccio troppo scuro che va mischiato con lacqua, perch basta un bicchiere che prende alla testa. C chi lo stempera col miele e chi con acqua e zucchero, ma questo, dicono, va bene solo per il vino da messa, per i preti mezzi uomini, insomma, che non hanno il palato per quello verace. Per essere buono il vino deve sporcare il bicchiere, greve, sciropposo, risultato di uvette vizze nate male e coltivate peggio. E non ci vuole un dottore per capire che da quelle parti sapevano fare pane e formaggio, ma vino proprio no. E neanche olio per dirla tutta.
Comunque alla vendemmia, se cos si pu chiamare, Mercede  incinta di otto mesi.  ottobre, si vendemmia in ritardo perch settembre  stato freddo e luva  stata tardiva. A Michele Angelo sembra di essere diventato un mere e domino perch ha chiamato dei ragazzi del quartiere e gli ha messo in mano qualche sisino per vendemmiare a giornata. Ci sono tutti, Mercede che ha preparato di che appentarsi, i gemelli che scorrazzano tra i filari e persino Giuseppe Mundula seduto in disparte che guarda davanti a s. Poi ci sono tre ragazzi, due femmine e un maschio, per aiutare. E c Michele Angelo che fa il possidente con una goffaggine che sa di tempi nuovi e di nuove caste montanti.
Lui ha in mente un ricordo che non potrebbe avere. E notte, fa freddo, si sente un lamento lunghissimo come un muggito sostenuto. Non sa esattamente cosa ricorda, e non pu dare uno spazio fisico a quel ricordo. Ma sa che era notte e sa che cera un lamento terribile. Tutte le volte che i polmoni gli si riempiono dorgoglio, quando si guarda attorno; quando al Corso pu mostrare i balconi di casa Deffenu o Campanelli e pu dire, con fierezza: Quelli li ho fatti io; quando si trova davanti a un traguardo di se stesso e alla responsabilit di costruire una schiatta perch niente vada perduto; ecco, allora, sente quel ricordo impossibile, quel freddo, quel lamento.
Anche adesso, davanti alla terra che  sua, ai suoi figli, quelli che ci sono e quelli che verranno; davanti allunica donna che amer mai, per sempre; anche adesso sente esattamente quel lamento. E la notte e il freddo. Come un memento. Un marchio. Che tutti ci figuriamo essere predatori e invece siamo prede. Tutti ci sentiamo padroni e invece siamo sempre servi. Certo ci vogliono generazioni per abituarsi al benessere, specialmente se il benessere  stato conquistato col sudore della fronte.
Michele Angelo diceva tra s e s: Ecco vedo i miei figli crescere e io ci sono, e sono io che sono stato in grado di procurare loro di che vivere bene in questo mondo di lacrime, ma la cosa importante  che loro non passino mai quello che ho passato io: la notte, il freddo, il lamento.
Tornati a casa dalla vendemmia Mercede sta male. Subito, le donne accorse, dicono che si  affaticata troppo per le sue condizioni. E subito si fanno ipotesi: aver viaggiato sballottata dal carro per la distanza dalla vigna al paese; essere rimasta in piedi tutto il giorno sotto il sole; aver bevuto acqua troppo fredda; aver mangiato troppa uva col pane bagnato...
Ma Mercede sa che tutte quelle ipotesi sono una sola: la creatura che ha in grembo  morta. Unaltra volta. Lo sa perch il dolore che ha sentito  stato prima quello di un addio che quello di uno strappo. Prima un vuoto, poi una lacerazione. Come quando quello che temi di pi al mondo avviene, e avviene inesorabilmente, che sembra una crudelt doppia il fatto che sia avvenuto dopo che per tanto tempo lo hai temuto.
Perci avviene. La prima femmina Chironi, Franceschina, nasce morta. Bianca e rosa come se dormisse, senza che appaia in lei alcun segno che ne specifichi la causa della morte. Mercede sa dire con precisione con quale dolcezza la sua bambina ha lasciato questo mondo, perch ne ha sentito la voce poco prima che si staccasse. Aveva sempre pensato a se stessa come una solida brocca, una giara per i tempi grami, colma di olive confettate, che durano e nutrono. Si sentiva pronta a ogni semina. Donna di carne e di ferro. Ora si sente fragile, come se fosse fatta di cristallo.
Ora percepisce ogni cosa chiaramente, come se osservasse il mondo con lo sguardo fisso di un soggetto davanti al pittore che ne sta facendo il ritratto. Nella precariet di quellequilibrio frontale sente concretarsi una luce che sussurra oro e carminio.
Le  chiaro che al di l di quella luce c la franchezza del non detto come un sipario scuro a nascondere la sostanza, a contrastare linvisibile. Tenacia dombre scure sbattute sul piano scivoloso del non fatto. Che quella realt ha la delicatezza del vetro soffiato, frutto del soffio e del fuoco. Che quella realt  un costante rimandare, una specie di stabilit fatta di tentativi. Un piano levigato su cui posare incertezze, che pure avevano larte delle certezze.
Verit di forme, ma falsit dintenti.
Quelladdio laveva schiantata. E le femmine intorno capirono che non cerano ragioni, che non cera viaggio in carro, o indigestione, o calura che tenesse. Perch qualunque fosse stata la ragione, non giustificava in nulla quel dolore atrocissimo che si leggeva sul volto di quella madre.
Michele Angelo, quella notte, mentre le donne si affaccendavano intorno alla puerpera, scapp di casa. Non laveva mai fatto. Lui e Mercede non si erano mai lasciati soli a soffrire. Eppure in quellepilogo terribile di una giornata perfetta, lui cap che non cera assolutamente niente che avrebbe potuto dire o fare, se non fuggire. Andarsene, in piena notte, al freddo, in campagna, a urlare.
Cammin alla cieca chiss per quanto, e solo quando giunse alla riva di un ruscello sent un brivido addosso e si accorse che era uscito senza indossare nulla sopra alla camicia. Cerano cose che avrebbe potuto dire, se solo avesse saputo dirle...
Al mattino quando ritorn, sfinito di pensieri che non sapeva nemmeno concepire, Michele Angelo si ferm sulla soglia della camera da letto a spiare Mercede che, sfinita anchessa, dormiva. Anche le donne, intorno a lei, si erano addormentate.
E lei, sentendolo, nel sonno leggermente sorrise.
Era rimasto l a guardarla per un tempo indefinibile. Il fuoco languiva. Pietro era immobile come un piccolo defunto, Paolo bisbigliava in un sogno di lotta. Il dolore, come tutto quel silenzio, era perfetto, concluso in s, immobile, immodificabile.
Se ne and in officina, aveva un cancello da terminare e molte altre cose da fare, eppure, arrivato l, non si mosse, aspir lodore terribile del ferro trasportato dallaria notturna. Aveva qualche lavoretto silenzioso che si poteva terminare a quellora senza disturbare nessuno, eppure stava in piedi, in mezzo a quello che aveva costruito, in mezzo alle cose non finite e a quelle pronte da consegnare. Aveva fatto tutto questo: ogni singolo utensile era suo, ogni singola scheggia di ferro. Non cera niente di niente l dentro che non fosse definitivamente suo: i muri, il tetto, ogni cosa, ogni pietra che ricopriva la superficie del cortile. Sotto quel cielo Michele Angelo Chironi aveva fatto il suo nido, scavato la sua tana, costruito la sua diga. Aveva una casa e un terreno. Di un pezzo di quella terra maledetta poteva dire: Poggio i piedi sulla mia terra, che ho comprato sputando sangue alla fornace da quando avevo nove anni; e qui, dentro al recinto che chiude la mia terra, respiro la mia aria e vedo crescere i miei grappoli; e sono autorizzato a essere re e imperatore.
Aveva unamarezza in corpo che nemmeno in mille anni avrebbe potuto addolcirla.
Era il solo a vegliare quella notte, nessuno avrebbe potuto vederlo l in piedi al centro esatto della sua officina, eppure ricacci dentro qualunque tentazione di pianto, perch non c genia, da che mondo  mondo, che sia nata forte e invincibile se nutrita di lacrime. Certo era arrabbiato contro questa sorte che con una mano dava e con due prendeva, ma non piegava la testa, aveva esperienza di tenacia e aveva imparato che certe leghe, apparentemente inviolabili, cedono quando meno te lo aspetti, basta un colpo in pi, basta non arrendersi. Il metallo  cosa viva, lui capisce la mano che lo forgia. Capisce il cuore di chi lo lavora.
Cos, ritornato nel pieno possesso di se stesso gli parve di capire che tutto dipendeva dallo sguardo altrui. Da come li guardavano i vicini, questi Chironi chissach. E tutto dipendeva dallinvidia prosciugante di quegli sguardi. In quellistante gli sembr di aver risolto ogni cosa, come se la soluzione fosse stata l da sempre davanti ai suoi occhi e lui non se ne fosse accorto. La felicit non piace a nessuno che non ce labbia. Era questo, senza dubbio. Tutto, tutto lo confermava e lo gridava a gran voce: in pochi anni una casa, un terreno, unattivit avviata... E dal nulla poi. Dal nulla. Ecco, si disse,  cos: qui si ha il dovere di stare nascosti, ora ho capito.
Poco dopo Giuseppe Mundula, svegliato in piena notte, ascolt ogni delirante conclusione. Conferm tutto. Approv ogni cosa. Poi, con la stessa imperturbabile costanza con la quale laltro diceva di non avere sonno, convinse il figlio danima a distendersi nel suo vecchio letto perch provasse a dormire...
C un cielo di nubi viola che scolano sangue denso sul campo. E e un amalgama terrbile di Nulla e Tutto... Come la nostra coscienza che vaga nel troppo dichiarato sino a produrre solo silenzio. Quante cose vorremmo sentirci dire e nessuno ce le dice.
Nel silenzio delle stanze ci sono di oppressi dai paramenti. E un vecchio stanco, come un padre costretto a punire i suoi figli. Il corpo esilissimo  sonetto da unimpalcatura febbrile, le spalle incurvate per il peso del triregno. Intorno, gli angeli espongono i simboli del martirio supremo.
E un dolore sommesso e irraccontabile.
Appena sveglio Michele Angelo Chironi sa perfettamente quello che deve fare.
Quando rientra in casa la prima cosa che sente  la salmodia a fior di labbra delle donne che stanno recitando il rosario. Il ventre ancora gonfio di Mercede  completamente ricoperto di messali e immaginette di santi.
Michele Angelo entra nella camera e si ferma ai piedi del letto. Ha uno sguardo in volto che non  umano. Persine sua moglie, ancora stordita, ricambia quello sguardo con unombra di preoccupazione. Le donne smettono di biascicare.
Michele Angelo tira su col naso:  Fuori da casa mia, -dice, senza gridare.
Ed  questo che principalmente spaventa. Tanto che le donne non replicano nemmeno, si affrettano a riprendere i messali, a rimettersi gli scialli e sciamano dalla stanza.
In un attimo Mercede e Michele Angelo sono soli uno di fronte allaltra. Lei  troppo stanca per commentare; lui si sta sforzando di tenere a bada il rimbombare del sangue nelle terapie.
Il silenzio  compatto come una balla di fieno.
- Non fare cos,  tenta lei a un certo punto.
Ma lui la blocca con un gesto della mano come se non volesse distogliersi da un pensiero fondamentale. In verit lui non sta pensando a niente, ha bisogno di concentrazione perch senn si convincerebbe che una divinit malefica si stia opponendo allunico obiettivo reale della sua esistenza: quello di generare.
In questo preciso istante, immerso in questo preciso silenzio, Michele Angelo capisce che quanto era sembrato privo di conseguenze ha invece segnato definitivamente la sua vita.
E cap anche che non si poteva certo pretendere altrimenti. Era come un naufrago troppo felice per aver raggiunto la riva, ma non ancora pronto per affrontare di nuovo il mare aperto. O un fantino rovinato a terra durante una corsa, che pensa di esserne uscito incolume solo perch non si  rotto niente, ma non ha previsto langoscia di ritrovarsi davanti a un cavallo bardato.
Ora il suo timore vero, che non era la povert e non era la fatica insostenibile e nemmeno il sacrificio, ma la solitudine, gli stava davanti. Terribile come quel vecchio oppresso dai paramenti che aveva sognato. Come il silenzio del corridoio allorfanotrofio.
Erano appena rientrati dal refettorio quando si udirono due suoni prolungati della campanella. Quel segnale significava che cerano visite e bisognava presentarsi al corridoio col proprio numero esposto. A lui era spettato il 17. Era nella sezione dei grandi, fra coloro che di l a poco sarebbero stati congedati dallistituto e consegnati alla vita. Travasati dal contenitore al nulla. Come cani cresciuti in cattivit improvvisamente liberati nel bosco. E le notizie sul travaso erano terribili: si usciva per morire, cos dicevano tutti. Fuori di l si diventava delinquenti, servi pastori, manovali, mendicanti, mozzi, soli fino alla morte. Ogni visita, ogni squillo di campanella significava unopportunit di contravvenire a quel destino. Significava opporsi alla prospettiva della solitudine. La solitudine. Per quanto poteva saperne Michele Angelo Chironi, nove anni, era lo strumento che mancava, che sarebbe mancato fuori dalla prigione terribile che era stata tutta la sua infanzia senza genitori. Perch senza denti per mordere, senza artigli per graffiare, senza la scaltrezza imparata ora per ora dal padre capobranco, dalla madre, si  soli. Senza qualcuno in grado di darti, anche solo in parte, attenzione, calore, interesse, si poteva anche tranquillamente pensare di farla finita.
Due cose pensava di s; la prima: che se non fosse uscito dallorfanotrofio quel giorno, non sarebbe uscito mai pi; la seconda: che nessuno al mondo avrebbe scelto un bambino col numero 17. Cos baratt lunica ricchezza che possedeva, due pezzi di pane non troppo vecchio sottratti alla mensa, per scambiare il 17 col 7. Quando Giuseppe Mundula si present al corridoio nella testa di Michele Angelo si agit unimplorazione: Scegli me, ti prego, scegli me !
Ma lo sguardo delluomo si tratteneva proprio sul 17 e poi si spostava ai primi tre. Lui non sembr mai guardarlo. Scegli me! E invece niente, quelluomo sembrava del tutto incapace di accogliere la sua preghiera, perch era distante, annichililo da un dolore freschissimo, ed era l non certo per fare una scelta congrua, quanto per sciogliere un
voto. Scegli me! E invece passavano secondi come anni e ancora quelluomo non si decideva a indicarlo.
Finch non accadde qualcosa: la tavoletta col numero 7 gli casc di mano. Nel silenzio concentrato, monastico di quel corridoio, quel suono rimbomb sino alle volte. Giuseppe Mundula spost lo sguardo, inquadr Michele, Angelo con sorpresa come se fosse apparso allimprovviso:  Lui,  sussurr.
Il resto ce lo siamo gi detto.
Ora davanti alla moglie, indicando un dio assente con lindice minaccioso, Michele Angelo parl:  Indietro non si torna,  scand.  E non ci lasceremo abbattere. Io ho intenzione di darti ancora molti figli Mercede Lai -. E poi tra s e s pens: Amore mio. Ma non lo disse. Eppure lei lo sent perfettamente.  Certo,  prosegu dopo una breve pausa,  dovremo stare attenti, vivere pi riservati... A nessuno piace la felicit degli altri, e la nostra meo che meno.
Sembrava un discorso sensato. Mercede assent, poi chiuse gli occhi.
Unalba chiassosa salut gli umani.
Quellossequio alla modestia diede i suoi frutti. Nei due anni successivi nacque Cavino, e poi dopo due anni ancora Luigi Ippolito.
Quattro maschi e niente femmine. E due disdienti. E ancora un terreno a Marreri per Michele Angelo Chironi, ma sempre con gli stessi pantaloni rattoppati addosso. E sempre a testa china dire Sissignore, Sissignora, a quelli che gli firmavano cambiali su cambiali.
Invisibile, protetta dagli sguardi, la stirpe prosperava. Eppure ancora Mercede si prestava come una teracchedda a fare pulizie in chiesa. O partecipava alla panificazione comune delle vicine come se non potesse permettersi di farselo per lei sola e per la sua famiglia, il pane, o addirittura di farselo fare.
Il decimo compleanno dei gemelli fu festeggiato con una donazione segreta per lerezione di una statua del Redentore sul Monte Orthobne.
Tutta la cittadinanza si era mobilitata, ognuno in rapporto alle proprie possibilit, perch prendesse corpo questo progetto artistico, culturale e religioso che avrebbe messo Nuoro alla stregua delle cittadine della Nazione e al centro delle celebrazioni per lAnno Santo del 1900.
Latto privatissimo della donazione di Michele Angelo Chironi fu in realt oltremodo pubblico. Come  pubblico ogni segreto nelle comunit piccole, specialmente se si fingono grandi. Lentit dellofferta del fabbro fu argomento nei crocicchi: cinque lire, secondo alcuni, fino a cinquanta secondo altri. E fu argomento questarroganza di vivere come se non si avesse niente pur avendo tutto, ma, del resto, era ugualmente criticabile il vivere come se si avesse tutto pur non avendo niente. Bisognava scegliere di quale veleno morire. E comunque, gi quando la statua in pezzi da saldare arriv a Cagliari sul piroscafo Tirso, ognuno dei nuoresi era in grado di dire perfettamente quale brandello toccasse a ciascuno di loro in base a quanto avevano offerto per pagarla. E quando venne ricomposta in cima al monte, con la faccia rivolta verso quel villaggio pieno di s, apparve per quello che era: un Cristo di carne, virile, muscoloso, sopraccigliuto, circense. Un Laocoonte che si sia appena liberato dai serpenti. Corpo pagano, pettorale ampio. Seminudo col sudario che gli aderisce alla pelle trattenuto da un vento selvaggio, anche se di l a poco, nellascesa, ci si aspetta che gli scivoli lungo le cosce potenti. Questo videro i padri di ogni nuoresit e, in qualche modo, vi si riconobbero. Perch cera qualcosa che loro sapevano bene di se stessi in quella pesantezza che spiccava il volo. In quella leggerezza di bronzo.
La vulgata avrebbe poi raccontato che quella statua era costata le vite delle persone pi care allo scultore Vincenzo Jerace: la figlioletta era morta durante la fusione, e la moglie subito dopo la sistemazione. Per questo, raccontano, quel Cristo appare tanto malinconico. Si sono spinti a dire che il volto gi scolpito, sorridente, mut despressione per accordarsi al dolore immenso dellartista. Sicch, come la cera persa, scomparve ogni lietezza dal suo viso proprio quando Luisa Jerace, moglie di Vincenzo, debilitata dal lutto recente, vedendo il cielo attraversato dalle nubi che scorrevano dietro alla statua magnifica ebbe limpressione che quella le precipitasse addosso e, terrorizzata, cadde a terra morta. E come devessere stata quella scena di maggiorenti locali e bustini e velette e bende tradizionali, che hanno il privilegio di vedere per primi il bronzo esposto ai venti. Perch la giornata certo devessere stata ventosa anche se siamo ad agosto pieno, dal momento che le nubi devono correre in cielo. Del resto da Ferragosto in poi lestate si rompe. Ecco, c vento sulla piccola spianata pavimentata che circonda il piedistallo in cima al monte. Ci sono tutti quelli che devono esserci, il sindaco, il vescovo, il notaio, il dottore, il generale, le signore, c lui Jerace e, se  vero quel che raccontano, c la moglie Luisa. Ci sono anche Michele Angelo e Mercede, in ultima fila quel giorno, segno che, leggenda o no, lofferta devessere stata pi che congrua, ma per quanto se ne sappia non raccontarono mai niente in merito alla presunta morte della moglie dello scultore. Eppure quella giornata di agosto calante non la dimenticarono mai per due motivi opposti: linvito ad assistere allinaugurazione della statua, appunto, e il fatto che Mercede sent per la prima volta il bambino scalciare dentro di lei.
Arrivati col carro in cima al monte, in coda alla teoria dei maggiorenti, nessuno parve nemmeno notarli, della statua videro pochissimo...
Poi tornarono a casa.

Cantica seconda  Inferno (1901-1942).
Prima di uscire per vedere la statua del Redentore, Michele Angelo e Mercede hanno affidato ai vicini i piccoli, Cavino di cinque anni e Luigi Ippolito di tre. Pietro e Paolo, i gemelli, hanno avuto il loro primo incarico di uomini: portare cibo e denari per la zorronada ai lavoranti nella vigna.
Alla vigna non ci arriveranno mai Pietro e Paolo. Non sono pi bambini e portano cibo e soldi nella taschedda. Non ci arriveranno mai. Perch i lavoranti diranno di non averli visti... E nessuno dir di averli visti nemmeno in quella fetta di paese prima che tutto si annulli nella campagna. Non un cristiano, non una cristiana. Perci alla controra si raduna una piccola folla davanti alla casa del fabbro, tutta gente che sa cosa fare, dove cercare, sa dove ci sono rupi o caverne.
Mercede vede tutta quella gente che si agita, ascolta senza ascoltare. Sente il mare in tempesta.
Lei non sapeva cosera il mare e nemmeno la tempesta. Non sapeva quasi nulla di quello che in genere si pensa che sia importante sapere. Perch aveva sette anni quando laffidarono a una madre padrona. E aveva sette anni quando le spiegarono che non aveva un padre, n una madre vera. E le dissero che si chiamava Mercede come la suora ostetrica che laveva lavata per la prima volta e si era segnata accordandosi con Dio in modo che disponesse Lui a proposito della sopravvivenza o meno di quella bambina sfortunata. Lei, suor Mercede, la sua preferenza laveva gi espressa: Meglio morta, pispisiava. Ma non fu cosi. Dio dispose diversamente.
Perci si arriva ai sette anni, quando la bambina viene portata da Redenta Lai che le da un cognome e una casa, e un marito, e due figli, da accudire. Dalla padrona cerano i mobili e, sopra i mobili, centrini e ninnoli, tutta roba come nelle case dei signori che hanno bisogno anche di cose inutili. Anzi, essere signori significa avere cose che non servono... Allingresso, posata su un tavolino, sopra un centrino, cera la conchiglia, che era una cosa misteriosa. Mercede la vide appena entrata in quella casa, ma scopr come si chiamava qualche tempo dopo. Conchiglia. Conchiglia. Era grassa, grande, sembrava morbida e invece era durissima, sembrava di carne e invece era di pietra.
Il piccolo dei Lai, che aveva solo un anno pi di Mercede, un giorno le rivela larcano di quella forma intoccabile:  Dentro alla conchiglia c il mare in tempesta.
Lei fa segno di s, come se capisse tutto quello che le viene rivelato.  come Maria di fronte allangelo: lui sussurra, e lei capisce e non capisce, ma  chiaro che quanto le si chiede non merita comprensione. Cos accade a Mercede quando il piccolo dei Lai le racconta di mari e di tempeste.
- Che ignorante che sei,  sta dicendo mentre afferra la conchiglia.  Prendi,  continua porgendogliela. Ma lei indietreggia.  Ascolta,  insiste lui appoggiandosela allorecchio. Ma lei fa segno di no con la testa.  Asina ignorante!  incalza laltro e costringendola per la treccia le pressa la conchiglia contro lorecchio.
Sembrava una cosa molle e calda e invece  durissima e fredda. Quel contatto le arriva fino allo stomaco, poi sente quello che il piccolo Lai chiama mare. Visto che lei si  calmata lui non preme pi.
- Il mare in tempesta, senti!  le ordina. E lei sente. Un nulla turbolento che si aggira dentro la caverna gelida della conchiglia, che forse  veramente un ricordo del mare da cui proviene, forse  solo il riverbero del suo cuore. Forse.
Proprio come ora, che i suoi figli non sono a casa, ora che i vicini sussurrano la sventura imminente, e prevedono lineluttabile. Mandare due creature con tanto denaro in giro non  cosa prudente con i tempi che corrono, con la miseria netta che ci ha assalito...
-  Sono tempi troppo metzani,  sta commentando il prete Salis. Ma  un commento che si smorza quando lo sguardo si indirizza a Mercede.
Proprio come ora quel mare che non conosce ricorda a Mercede che ci sono sentimenti talmente vigliacchi che pu passare una vita prima che si palesino. Come quello che sta sentendo ora, che a descriverlo  un misto di furore e impotenza, la percezione di qualcosa che non si conosce: il mare in tempesta appunto, ma cos mare? Cos tempesta?
- Povera, povera madre...  bisbigliano le donne.
Povera madre, perch Michele Angelo non sembra nemmeno preoccupato.  Appena si fanno vedere li arrangio io !  sta sibilando, come a chiarire che lui a tutti questi annunciatori di tragedia non vuole dare ascolto. Lui  convinto che la cosa giusta da fare sia aspettare i figli alla vigna. Cos si avvia.
Dopo qualche ora si  fatto buio.  una notte nera, i ragazzi si cercano con grida e torce senza risultato. Allalba, dopo aver setacciato i dintorni palmo a palmo, un gruppetto di uomini  arrivato a SArbore, in fondo a Marreri, perch per forza i due Chironi devono aver fatto quella strada. Ancora si sentono richiami, altri gruppi stanno procedendo. Il tempo di sedersi e riposarsi un po e Murazzanu, che  il cane di Basilio Boneddu, si mette a forrocare verso una tuppa... Uggiola come una bambinetta viziata e si attacca col muso alle frasche. Basilio si avvicina, si china. E quello che vede lo tramortisce. Gli altri lo raggiungono.
Michele Angelo ha aspettato alla vigna tutta la notte. Dai e dai quel fazzoletto di terra  diventato un frammento del paradiso terrestre, quando Adamo cap che da soli non si pu stare. Terra buona, lavoro serio, innesti giusti ed ecco i grappoli che scoppiano di salute sui tralci. Seduto tra due filari Michele Angelo sta facendo una preghiera e una richiesta. Perch, sta dicendo senza dire, sta chiedendo: perch? A chi lo chieda non lo sa esattamente. La sua rabbia  che  stato invisibile e modesto come si devessere quando la sorte  troppo favorevole. Invisibile e modesto, ripete, non abbiamo sbattuto in faccia a nessuno il benessere, a nessuno. Modesti sempre, sempre. E allora perch? Rognoso come Giobbe, Michele Angelo prende a rinfacciare la sua pena: Quale destino ho io? Di non vedere i miei figli crescere, due, due, me li hai gi tolti...
Non  che si aspetti qualcosa, ma quando vede, in fondo alla vigna, spuntare la sagoma pi scura delloscurit di Basilio Boneddu, davvero spera che qualcuno gli sia stato mandato per rispondere alle sue domande.
Quel funerale con due bare bianche fu straziante. Tutto il quartiere San Pietro si precipit sul sagrato del Rosario. E come fare diversamente? L gli spettacoli erano i dibattimenti in tribunale e i funerali. Quel funerale, poi, di due creature morte uccise in quel modo atroce, attir persine gente da Suna...
Mercede partecipa con uno stato di euforia in corpo che quasi le scappa da ridere ogni volta che qualcuno si avvicina per farle le condoglianze. Tutta quella gente sta dicendo qualcosa di indicibile, dimostrando qualcosa di indimostrabile. Magari il mare  questa inconcretezza di sguardi, questa pena magmatica, e la tempesta  questa alterit atroce: essere l e non esserci.  questa la tempesta?
Il corteo procede come se non volesse arrivare mai; c chi dice che una volta entrato in chiesa il morto  morto davvero, per altri la morte definitiva  solo quando cominciano a spalare terra sulla bara. Eppure per Mercede quella morte, quellassenza, non  nemmeno avvenuta. In balia della sua tempesta continua a chiedersi perch mai tutta quella gente si sia radunata davanti a casa sua. Lei i suoi figli li conosce bene e lo sa che Pietro  un po musone e Paolo un po barroseddu, ma bravo, sono due bambini e ai bambini con laiuto di Dio e di Nostra Signora non gli pu succedere niente, perch chi  la bestia che se la pu prendere con due ragazzini? Chi? Eh?
Comunque la gente c, e tanta.
Michele Angelo non c.
Basilio Boneddu, in fondo al corteo, circondato da qualche curioso, non trova nemmeno le parole per dire che cosa ha visto veramente.
Sono seduti per riposarsi, lui e Michelino Congia, e anche Prededdu Murrighile, e altri. Hanno camminato per quattro ore seguendo la strada di Lollove. Non  che ce ne siano tante di strade possibili... Ecco che arrivano a SArbore, lui dice che manca s e no uneretta al sorgere del sole. Per cui gli uomini si guardano tra loro e si fanno cenno di sedersi cinque minuti a bersi qualcosa per scaldarsi, che sta cominciando a fare freddo.
Murazzanu abbaia, corre,  contento come una pasqua: a lui basta portarlo in campagna e non vede strada di casa, fattu andande. Insomma,  sta raccontando Basilio Boneddu,  noi siamo seduti l, che a un certo punto sentiamo il cane che fa versi, e questi non sono versi, io prego che per tanti anni che Nostro Signore mi lascia su questa terra di non sentire mai pi una cosa del genere.
Oh, il cane comincia una specie di lamento come un bambinetto, e poi col muso tenta di entrare in una tuppa. Noi arpilati ci guardiamo e basta guardarsi per capire che tutti stiamo pensando la stessa cosa. Cos mi alzo in piedi e vado a staccare la bestia dal cespuglio, il cane fa forza, io lo strattono dal collare e lo spedisco qualche passo indietro, intanto  arrivato Prededdu. Quando sposto la tuppa non  che si veda niente: Non vedo niente, dico, cosi Prededdu accende una frasca e lavvicina. Io non lo so, grande e grosso quanto sono, da quello che  apparso, mi sono sentito le ginocchia molli molli... Gessu. Dentro alla tuppa ci sono pezzi di carne in mezzo a vestiti rossi di sangue. Alla luce della fiamma quel rosso sembra ancora pi rosso. Io dico: Che Dio non voglia! Prededdu Murrighile fa un salto allindietro come se gli fosse arrivata una fucilata al petto. E cos accorrono anche gli altri. Michelino, Bustianeddu... Per carit, per carit... E scuote la testa.
Chi lo sta a sentire, anche qualche donna, abbassa lo sguardo: Allora  vero che li hanno trovati fatti a pezzi? Basilio fa cenno di s, macellati e buttati l per farli mangiare dai cinghiali. Ma chi  la bestia che pu fare una cosa del genere? Basilio fa di spalle, secondo me questa non  una cosa di uno solo, qui erano magari un gruppo, chiss venuti da dove, con la fame che c in giro, ci sono uomini che anche solo dire uomini  troppo. Le donne si stringono nelle spalle e si segnano. Non voglia Dio, bisbigliano. E intendono che non voglia Dio che possa mai capitare loro quello che  successo ai Chironi. Nessuno  pi al sicuro, sta continuando Basilio, bisogna stare attenti, perch la campagna  piena di questi disgraziati che non hanno pi niente da perdere...
Intanto il corteo, piano piano, avanza...
Michele Angelo in piedi guarda la sua vigna. Ha mandato a casa i lavoranti. Lui al funerale non c andato, perch ha qualcosa di preciso da fare. E sarebbe che cha da
chiarire un paio di cose con chi ha precisamente stabilito un percorso tanto terribile per la sua vita.
Va bene, va bene tutto, si sta dicendo, guarda che io non ti ho chiesto di avere di pi di quello che mi spettava, ma solo quello che mi spettava, solo quello. E tu? Bravo, bravo davvero. Qual  il dolore, questa vigna? Eh? Qual ? La casa? Lofficina? Eh?
Sta gridando, a chi non si sa, o forse s a pensarci bene. Poveruomo,  straziante solo a vederlo. Come un bue infastidito dalle mosche si sta agitando per togliersi di dosso il dolore che lo assale.
E una giornata atroce per fare un funerale. E atroce di smalto puro, come se fosse necessario frugare con lo sguardo fino ai particolari pi minuti. Infatti si vede tutto: gli acini gonfi, vetrosi, le foglie di un verde ramarro, i tronchi asciutti e scuri come carne secca. Non  che si pu parlare con Dio e contemporaneamente essere costretti a tanta chiarezza, a tanta minuzia. Tutto  sensazionale in quel momento, Michele Angelo Chironi sta facendo i conti, sta tirando le somme. E proprio quando pretende ascolto ecco che guarda e sente le cose come non le aveva mai viste e intese, un nastrino rosso che sventola impigliato a un filare, un pezzo di carta che scivola sospinto dalla corrente daria, il ruscello poco distante che dice la sua, il battito dali di una gazza. Tutto serenamente perfetto. Che quasi viene da pensare che quella perfezione sia gi di per s una risposta definitiva.
Lui, Michele Angelo Chironi, lo sa bene cosa deve fare.
Quando Giuseppe Mundula arriva a cavallo di un asino e lo vede in piedi al centro di quello che  rimasto della sua vigna, sussurra appena:  Figlio,  gli dice. E la prima volta che lo chiama in quel modo.
Sono passati tanti anni da quando Michele Angelo davanti alla minestra di latte gli ha chiesto: Ma tu adesso babbo mio sei?
Ed  passato lo stesso ostinatissimo numero di anni da quando lui senza nemmeno guardarlo gli ha risposto: Non sono babbo tuo.
Eppure adesso lo chiama figlio. Lo vede di spalle. Lo guarda, e il corpo di suo figlio sembra asciugato da un tremore continuo, come una povera creatura masticata dallinterno.
Michele Angelo, che lha sentito arrivare, nemmeno si volta. Quando Giuseppe lo chiama figlio, pensa a quanto dolore possa generare quella parola. E serra le mascelle fino a farsi male perch non vuole assolutamente piangere. Giuseppe, come pu, scende dallasino, ormai  in et e le ossa cominciano a far male, comunque scende e lo raggiunge alle spalle:  Che cosa hai fatto?  gli chiede.  Tutti ti cercano,  dice poi.
Ma Michele Angelo non risponde. Il fuoco si  divorato la vigna in un batter docchio, gli acini sono esplosi per il calore. In pochissimo tempo quella quiete di filari si  trasformata in una superficie di raso nero che si fa argento vivo quando laria la smuove. Ora al posto della vigna c la febbre crepitante sotto al carbonchio, e qualche ferita, ancora fresca, di brace ardente. E gloria a tutti i venti e a tutte le correnti, persine poco fumo:  come se il fuoco si fosse mangiato le viti in un boccone soltanto, senza troppe incertezze. La fiamma ha attecchito senza indugi, una fiamma quasi fredda come quella che pensava di incenerire il cespuglio di Mos. Tanto che Giuseppe, dalla valle, mentre arrivava, ha appena fatto in tempo a vederla. E stata una vampata, ununica immensa fiammata. Ora quel pezzo di paradiso  diventato il canale oscuro di un vulcano attivo.
Giuseppe raggiunge Michele Angelo alle spalle:  Che hai fatto, figlio?  ripete.
Ma Michele Angelo si  fissato a guardare un insetto volteggiare intorno a un fiore di cardo che si  salvato dalle fiamme, leggerissimo, e pensa che ci deve essere del buono se dalla pace assoluta di quella leggerezza perfetta in tutto pu scaturire un istante di distacco... La voce di Giuseppe lo richiama alla terra:  Che hai fatto, figlio? Che hai fatto?
Cosi Michele Angelo scuote il capo, ma  un equilibrio talmente precario che le lacrime cominciano a scendere da sole.
Quando Michele Angelo si volta, Giuseppe  costretto a indietreggiare. Quel pianto gli fa paura, come se fosse un momento che ha sempre temuto e ora  arrivato. Cos distinto indietreggia mentre Michele Angelo gli si fa incontro. Poi si fa raggiungere dal figlio, che ha deciso di lasciarsi andare e sta piangendo. Il primo abbraccio  puro come pu essere puro quanto di immacolato esista al mondo, il sorriso di un neonato forse. Ecco, Michele Angelo abbraccia Giuseppe come se fosse diventato finalmente quel bambino che non ha mai potuto essere. Piange piano con la testa affondata fra il collo e la spalla del vecchio. Non si dicono niente. Non c niente da dire.
Quattro mesi dopo nasce, mestamente, Marianna. Un parto facile, una notte di travaglio e via, la bambina viene fuori senza nemmeno piangere. Quando lostetrica la batte lei fa come un colpetto di tosse e si mette in armonia col respiro dellUniverso.

Poi, se Dio vuole, gli anni passano.
E passano come devono passare, senza quasi nulla da dire. Che uno si fa un bilancio, da vecchio, e si rende conto di quanto belle siano state quelle stagioni della vita che scorrevano silenziose. Perch il chiasso della vita piace solo a chi pensa di doverlo raccontare, per tutti gli altri il silenzio  un privilegio. Gli anni passano dunque fino a ridurre a una sterpaia la vigna di Lollove; fino a rendere talmente malfermo sulle gambe Giuseppe Mundula da costringere Michele Angelo e Mercede a portarselo a casa da loro. La sferzata di quella fine dagosto maledetta ha lasciato segni indelebili. Mercede non ha pi tolto il lutto, il volto di Michele Angelo  marchiato da una malinconia piena di attese. Fa sonni agitati e lavora con una concentrazione ipnotica. Negli anni il ferro sembra essere diventato pi morbido, molto pi malleabile. Perch anche il ferro finisce per assoggettarsi al tempo, e alla perizia di chi lo lavora, e al braccio di chi lo batte, e allaccresciuta esperienza dellartigiano. Ora, nella sua scurissima concentrazione, a Michele Angelo pare di sentire chiarissimi i segnali del metallo che si arrende e si lascia forgiare esattamente come lui stesso ha deciso di lasciar fare al tempo sulla sua carne.
In nero Mercede sembra una bambina, un dolore costante lha fatta strigile strigile. Eppure a sentirla si direbbe la stessa di sempre: a differenza di quel musone di Michele Angelo, la si pu persine sentir sorridere. Lei  una zattera che procede nella bonaccia, certo  stata disperatamente sballottata durante le tempeste che hanno sconvolto il suo mare, ma ora c pace: le cose vanno bene, il pane non manca, i bambini crescono. Cavino ha compiuto gli otto anni e Luigi Ippolito ne ha fatti sei. Marianna  entrata nei tre.
Solo in un caso si rabbuia Mercede, quando le dicono che deve andare in cimitero a curare lultima casa dei suoi morti. Solo in quel caso. Le donne la prendono da parte e, ognuna a modo suo, le dicono sempre la stessa cosa: che non sta bene di lasciare in quelle condizioni le tombe dei suoi figli; che i cipressi le hanno ricoperte di fogliami secchi come piccoli vermi marroni; che il vento le rode smerigliando il marmo con terra secca e ghiaia; che dai vasi rovesciati fuoriescono fiori imputriditi. Ma lei, Mercede, da quellorecchio non ci sente. Non ci sente proprio. Hanno un bel dire le donne, che ne sanno loro? Il loro lutto  quasi un trofeo, la visita in cimitero sembra la sfilata della sagra paesana. Loro se ne vanno tra le tombe a ragionare della vita dei morti come se quel passaggio non le riguardasse. Loro guardano, criticano, concludono. E sembrano non sapere. O, forse, non vogliono sapere.
Dal giorno dellinterramento dei gemelli Mercede non ha pi varcato il cancello del cimitero e ha giurato a se stessa che mai pi lo far, se non quando saranno gli altri a dovercela trasportare. Il punto  che sotto a quelle lapidi i morti sembrano pi morti, troppo morti perch lei possa sopportarlo. Cos si  fatta lidea che solo questa morte parziale  sopportabile per lei. Il resto no. Lo sa lei cosa  costato lasciare che portassero i suoi figli in quella dimora, lo sa lei... Le donne a questo punto fanno di spalle e si imbronciano: Non sei la prima e non sarai lultima che ha perso le sue creature, Mercede Chironi! Non farti cosa,  le dicono,  che cosi ci fai sembrare a noi che ce ne andiamo in cimitero solo per contularjare... 
Lei nemmeno sa cosa rispondere. Perch qualunque risposta sarebbe poca cosa rispetto a quello che lei teme di poter dire. Si conosce Mercede e si fa paura da sola, perch se proprio vogliono tirarle le cose di bocca si accomodino pure... Perci allarga le braccia come a dire: Ognuno fa a modo suo, voi a lustrare tombe, io a lasciare che i morti seppelliscano i morti. E basta cosi.
Finita la quinta si deve stabilire se vale la pena di continuare a mandare Gavino a scuola o meno. Lui  sveglio, ma con gli studi ha poco a che fare. Non  come Luigi Ippolito che  destinato a diventare dottore. Cosi bisogna capire come procedere: o lo si mette in officina col padre o gli si fa fare la sesta, che chiude i conti con la scuola e non se ne parla pi. Lopinione che riscuote pi consenso : lo si fa continuare fino alla sesta e contemporaneamente comincia a frequentare lofficina.
Quanto Gavino  svogliato Luigi Ippolito  diligente. Per lui infatti bisogner programmarsi per bene. Michele Angelo ha fatto da poco un lavoro per un dottore di Sassari che gli ha spiegato come trovare un pensionato buono, gestito da preti, cos il ragazzo pu fare due anni in uno, il ginnasio e poi gli studi superiori. Lo studio, la lettura, sembrano assolutamente fatti per lui, tanto che il maestro lo porta ad esempio e lha persine candidato alla medaglia di merito. A Luigi Ippolito gli piace stare a casa e legge, custodisce anche la sorella a volte.  come un Jubanne Lukia, quando le donne in casa fanno limpasto per il pane lui  sempre l seduto in un angolo a guardarle e soprattutto ad ascoltarle... Qualche volta Marianna fa domande e lui risponde alla sorellina con pazienza. Gavino invece di stare a casa manco a parlarne,  Sempre fuori come uno zingaro, gli ripete la mamma.  grosso come suo padre.
Giuseppe Mundula, dalla sua sedia comoda vicino al caminetto di nonno acquisito, lo guarda con una specie di sorpresa: come se vedendo quel ragazzone rivedesse Michele Angelo alla sua stessa et in piedi nel corridoio dellorfanotrofio.
Luigi Ippolito  bellissimo come la madre.  delicato e sottile, ma castano come il padre. Nel suo sguardo, sempre serio, si legge un futuro importante. Basta guardarlo per capire che sar lui a rappresentare il passo avanti decisivo di questa stirpe. Tutti lo vedono gi adulto, studiato, in una grande casa al Corso dove abitano quelli che contano.
Luigi Ippolito era il primo dei Chironi che sapesse da dove arrivavano. Aveva letto abbastanza da capire che tutti arriviamo da qualche parte e aveva parole per raccontare. Aveva una voce salda, ma ancora imperfetta, che risuonava calmissima nelle giornate brevi di novembre quando si aspettava il sonno davanti ai ceppi.
Sapeva raccontare bene Luigi Ippolito di quando don Juan de Quirn fu mandato in Sardegna come fiscal del Banco Regio e come spettasse proprio a lui di arrestare don Diego de Gamiz, inquisitore.
A casa quando lo ascoltavano non riuscivano a capire come fosse possibile che quelle persone con nomi tanto estranei potessero avere a che fare con loro. Ma la storia del fisca! eia diventata di volta in volta sempre pi la loro storia privata: in qualche modo, se le generazioni si confondono in una matassa di spire, quel passaggio tra De Quirn, Kirone e Chironi era il loro bandolo. Michele Angelo taceva sulla circostanza che quel cognome era stato un caso nella sua vita, nientaltro che una concessione, e Giuseppe ascoltava quella storia lontana con la tranquilla contezza di chi sa che ripercorrere un percorso a ritroso non incide sul futuro se non in termini di coscienza di s. Dal basso della sua condizione analfabeta sapeva qualcosa che non si pu insegnare: non importava
quanto fosse vero o falso quel racconto, importava raccontare.
Perci prendevano posto, e persine quella bestiolina di Cavino si ammansiva quando il fratello cominciava: Aprite! In nome del Vicer! 
Perch cera il Vicer in questa terra oltre i monti, ed era gente che arrivava dal mare... A questo punto, a quella parola, Mercede sempre sobbalzava e accarezzava la testa riccia di Cavino. Lei era stata al massimo tra Silanus, dove lavevano cresciuta, e Nuoro: li per lei cera tutto lUniverso abitabile, nientaltro...
Loro lo sapevano a casa che cosera laraldica? No, chiaro. Ma Luigi Ippolito lo sapeva bene. Quindi: laraldica era una materia che serviva per capire chi era di famiglia notabile o meno. Ecco perch quando il ragazzo Chironi si era imbattuto nella storia del cavaliere De Quirn si era accorto che questultimo aveva un cognome che in spagnolo si leggeva in tutto come il suo. Ora, la storia di questo cavaliere era assolutamente ordinaria, e che fosse unfiscal del Banco Regio, in pratica un gendarme al soldo del Re, non  che migliorasse le cose. Ma a Luigi Ippolito lidea di costruire un antenato piaceva moltissimo. E che cosa aveva fatto di notevole questo cavaliere? Mah, da quanto se ne sapeva aveva tentato, senza successo, di arrestare don Diego de Gamiz, inquisitore. Ma la storia, quella vera, consisterebbe nel fatto che, nonostante fosse stato mandato in Sardegna per punizione, quando gli avevano comunicato che lesilio era finito aveva deciso di restare. Perch nel frattempo si era affezionato a quella terra e perch gi quelli del posto lo chiamavano Kirone.
In ogni caso: quando ancora considerava il suo destino come quello di un galeotto, per prima cosa lo incaricarono di andare a prelevare lInquisitore per conto del Re. Erano storie fra loro e, come al solito, ci andava di mezzo chi doveva eseguire gli ordini, buoni o cattivi che fossero.
Insomma, tutte le volte Luigi Ippolito iniziava a raccontare da quando la voce del capitano don Angelo Jagaracho, con tanto di gorgiera e mezza armatura, risuonava davanti al portale del convento fortificato in cui risiedeva lInquisitore: Aprite! In nome del Vicer! 
Qui a sorpresa, ma non troppo, arrivava nella storia il primo Chironi, allora ancora De Quirn, attestato. Egli appare come un prudente, con un carattere assolutamente riflessivo, mentre cerca di calmare il suo capitano che tuttavia insiste a gridare che gli aprano.
Oltre il portale i frati si segnano dalla paura: Madre Santissima, Madre Misericordiosa...  E non si azzardano ad aprire, ma guardano in alto verso la finestra da cui Diego de Gamiz osserva tutto ci che accade.
Era cattivo questo De Gamiz: oltre le montagne, nella Storia, cerano preti e frati terribili... Non come prete Salis che era buono come il pane. Ecco, per esempio  Luigi Ippolito lo capiva in quellistante  raccontare le storie poteva servire per stabilire differenze. Ora in quella scheggia di Universo si stava ripetendo il rito della conoscenza, dalla bocca allorecchio, come dicono sia stato generato persine Cristo... Gi questo breve racconto  la conferma di come lavo Chironi fosse di pasta buona, pi ponderato e saldo del suo collerico compagno darmi.
Infatti mentre Jagaracho ha gi ordinato alle sue guardie di forzare il portone, De Quirn vorrebbe tentare con un metodo pi civile.
Luigi Ippolito, per una qualche forma di storiografia interessata, sottolineava sempre latteggiamento conciliante del Quirn e cambiava tono tutte le volte che nella storia era lui a parlare.
E comunque i soldati stanno cercando di sfondare il portale mentre De Quirn insiste che il Vicer in persona, don Carlos de Borgia e Velasco dei Duchi di Gandfa, ha ordinato quella procedura.
Allinterno del cortile si pu immaginare unagitazione ancora pi frenetica di tonache che insistono sulla straordinariet di quella situazione: Non  consentito fare ricorso alla procedura del Banco Regio contro gli inquisitoti, dice un frate aprendo uno spioncino del portale.
Il viso di don Juan de Quirn compare a distanza di un fiato dal viso del frate. Non siamo qui per parlamentare !  taglia corto, costringendo il religioso a spostare il capo indietro.
Dal fondo del cortile sopravviene il frate pi giovane che si installa alle spalle del suo superiore. Non si pu, cari fratelli, tenta senza sporgersi.
Non si pu!  fa eco lanziano, grato dellimbeccata.
C, dicono loro, una legge di protezione che garantisce limmunit allinquisizione, tanto per cambiare. E va bene: comunque stanno le cose, gli ordini del Vicer vanno eseguiti. Lontano dal lasciarsi convincere il capitano Jagaracho continua a incitare i suoi soldati a sfondare il portale. Qui succede che De Quirn si mette da parte e lascia fare, perch per quanto lo riguarda lui si  speso totalmente a rendere le cose pi semplici, anche se non ci  riuscito.
Chiunque ascoltasse Luigi Ippolito raccontare questa storia poteva capire quanto di s mettesse nel suo antenato delezione.
Insomma sfondano il portale ed entrano in un giardino, ma non risolvono niente perch ora a essere sbarrato  il portale del palazzo.
Metafora diceva spocchioso Luigi Ippolito che gli studi sapeva farli pesare, ma anche fruttare a dovere, metafora dunque, cio immagine figurata del fatto che quando si crede di aver superato un ostacolo eccone apparire un altro. Vedete? Ora sono nel giardino e niente  cambiato.
In nome di don Carlos de Borgia e Velasco dei Duchi di Gandfa, Vicer di Sardegna, vi ordiniamo di aprire la porta degli appartamenti dellInquisitore! Abbiamo unambasciata per lui, insiste don Juan de Quirn, metafora, questa volta, di tenacia inflessibile.
Infatti dopo lennesimo rifiuto eccolo uscire dal giardino sotto lo sguardo del suo capitano. Quasi quasi le parti sembrano invertite: ora Jagaracho pare calmo e De Quirn irato.
Il capitano se ne resta solo con qualche armato di scorta in quel giardino che sembra lEden. E il suo compagno dov andato?
Non si sa per il momento.
Don Angelo Jagaracho cerca un posto per sedersi. Imitando i pochi soldati rimasti con lui, si accomoda sui gradini alla base del pozzo nel centro del giardino. La Spagna gli pare allimprovviso vicina, a portata di sguardo, come se il pensiero fosse capace di annullare quel braccio di mare che lo separa dalla sua terra.
Il tempo che  passato nel silenzio dellorto  con gli occhi dei frati, oltre le finestre, puntati addosso  don Angelo Jagaracho non saprebbe quantificarlo. Gli odori acri della strada sono scomparsi in quellangolo di mondo, in quellEden non pi grande della Sala Reale del Prado. Con quelle murature invase dai rampicanti di edera grassa che le rivestono come un velluto prezioso in un cofanetto di gioielli. Tutto sembra distante in quellattesa. Anche le voci che dovrebbe sentire ora che la Porta Castello, la pi grande della citt, viene spalancata per i villici e per i loro babelici linguaggi di masserizie scambiate nel vicino mercato. Per le greggi belanti spinte dalle incitazioni gutturali di pastori che si differenziano dalle proprie bestie solo per il fatto di avanzare eretti. E lo sciacquio dei passi malcalzati nelle strade invase dagli scoli, dal fango di piogge sulla terra battuta delle stradelle secondarie; e lo sferragliare delle ruote di carri trainati da buoi scheletrici. Non pi bestie. Non pi uomini.  lora dei sardi in citt.
Pu essere stata unora, pu essere un giorno, ma a don Angelo Jagaracho pare di avere aspettato il tempo di un battito di ciglia quando vede don Juan de Quirn ritornare con dieci armati di rinforzo e con due maestri dascia.
Lavorano per una buona mezzora menando fendenti a una delle porte che conducono agli appartamenti. Spaccano luscio e il silenzio a colpi daccetta. Quando  possibile rimuovere la sbarra allinterno, che bloccava lingresso, penetrano in unampia stanza buia. Il portiere del Santo Uffizio avanza tendendo le palme in avanti come a volersi fare martire, ultima porta da abbattere. Don Juan de Quirn fa un cenno agli armigeri perch si mantengano a distanza. Dobbiamo parlare con don Diego de Gamiz, abbiamo una comunicazione per lui da parte del Vicer, dice con voce distesa, ricominciando esattamente da dove era stato interrotto dagli avvenimenti.
LInquisitore  nella Sala del Segreto,  annuncia il portiere.  Non pu essere disturbato... 
... Ma era troppo tardi per continuare a raccontare: il fuoco era ormai spento, le palpebre pesanti...
Don Juan de Quirn chiude gli occhi. Bene,  constata mantenendosi conciliante ancora una volta,  aspetteremo che abbia finito.
A quel punto Luigi Ippolito taceva dimprovviso, ma nessuno se ne accorgeva. Nessuno gli chiedeva come continuasse la storia.

Ora, in bidda si respira laria moderna della cittadina, ma allinizio, ai tempi del capostipite, prima Quirn, poi Kirone, quindi Chironi... questo era un avamposto silenzioso con due villaggi di uomini piccoli e feroci. Il nome stesso del posto, Nur,  la radice delle radici. Qui il tempo si  fermato per millenni sin quando una pestilenza o unepidemia non hanno cambiato le cose. Quello che siamo  sempre mescolanza e qui sullaltipiano dove laria era fine e dove la pestilenza non arrivava sopravvissero i primi come una specie di mondo a parte; ci pensarono gli insetti, le febbri terze o quartane, le piaghe infette, ci pensarono il mare, le lagune e le paludi a liberare questi pochi dalla loro millenaria solitudine.
Per quanto impressionasse Mercede era il mare che portava i nemici, ma era dal mare che arrivavano Vergini Marie galleggianti. Ora questi uomini primi una qualche religione dovevano averla, ed era su questo punto, assolutamente, che Mercede sentiva la contraddizione e si perdeva nel ragionamento. Sicch concludeva che il mare  qualcosa da cui tutto proviene, il bene e il male, per sempre, da sempre.
Quindi, raccontavano, a causa dellaria malsana, salmastra, chi viveva oltre i monti  dove cerano preti e frati cattivi e vicer e nomi impronunciabili  dovette fuggire verso il centro, sulle alture, dove laria era perfetta, sana, limpida, e dove vivevano i primi. Si tratt di spostare larcidiocesi di Galtelll dalla Baronia ubertosa e mefitica per
trasportarla nel cuore della Barbagia salubre e selvatica. Non siamo nientaltro che il prodotto di una mistura tra qualcosa gi fatto e qualcosa da farsi.
In quel mischiarsi qualcuno avanz e qualcun altro torn indietro, sicch la corte dellArcivescovo si ridusse da palazzo a villa, e la sua chiesa da cattedrale a pieve. Ma le capanne divennero case e i tratturi fangosi vie lastricate. Che tutti si nasca da questo dare e avere non ci sono dubbi, tutti. Non ci sono dubbi soprattutto se si guarda al fatto che la Storia, raggiunto il territorio dopo aver attraversato valichi boscosi, occup la porzione mediana dellaltipiano: al centro esatto fra i due villaggi, quello delle greggi e quello degli ortaggi. Da sud veniva il pane e lolio, da nord veniva la carne e il latte. In quel centro dove i primi facevano baratto arriv la Storia, che da sempre conosce i posti esatti. Prima a Nur la campagna e la roccia abitavano insieme agli uomini, che avevano i ritmi dimessi del sole e delle bestie, poi giunsero le strade e i mercati, giunsero le monete e tutte quelle malie che mettono alla prova gli uomini fino a quando non si arrivi a capire chi sono gli stupidi e chi i furbi.
Perci, insieme alla Storia, al costume, allintonaco, alle parole nuove, insieme al culto della Madonna delle Grazie, i pastori e i contadini che abitavano laltipiano di Nur conobbero se stessi e si videro per la prima volta e si resero conto che non erano soli.
A casa del fabbro, raccontavano spesso la storia del corteo sfarzosissimo dellArcivescovo di Galtelll che entrava nel territorio di Nur e del cavaliere Quirn che faceva parte del seguito... E della sorpresa dei primi quando videro cavalli bardati e gualdrappe e gorgiere.
Poi per nel travasarsi quotidiano, si dice che Quirn svesti la gualdrappa per indossare la mastruca che era perfetta per quel clima che, dinverno, si faceva gelido e secco; e si unse i capelli e la barba acconciandoli a trecce come i maschi del posto e, come loro, si fece bucare entrambe le orecchie con la scheggia dosso. Finch, completamente trasformato, spos unindigena. Fu a quel punto che Quirn divenne Kirone.
Ora il racconto di questa trasformazione non  nientaltro che una sintesi per spiegare che la Storia cammina avanti e indietro e forse va a spirale, o gira in tondo, o dirazza, ma mai, mai procede lineare, dritta e sibilante come una freccia... Striscia piuttosto come una serpe dacqua, parte da un punto, sparisce sotto allo specchio e non si sa dove rispunti. Noi possiamo soltanto vederne le spire che turbano la calma dello stagno. Cos la percepiamo, per segnali.
Col nuovo secolo lopera di fusione  completata. Le case nuove arrivano fino al Ponte di Ferro che  in qualche modo la porta di Suna. Come lavvento dellArcivescovo aveva sancito la fine della preistoria quasi tre secoli prima, cos lultimo colpo di cazzuola sulla parete di casa Virdis, allangolo tra il podere di Tuffu e la spianata del Ponte di Ferro, sancisce la fine dellet coloniale e della divisione tra il villaggio di sopra, ribattezzato San Pietro, e il villaggio di sotto restato Suna. Tra i due mondi c unosmosi impercettibile, quando i pastori scendono a valle per terreni e i contadini salgono per commercio, poi quando fidanzamenti, e conseguenti matrimoni, mescolano le carte. Ecco, prima delledilizia fascista dalla Camera di commercio alle Poste, alla Prefettura, a via Deffenu, fino allUfficio delle finanze; prima dellespansione postbellica, in zona Convento col tribunale nuovo e del boom economico, che ha fatto il suo botto da petardo anche in questo angolo di mondo inurbando Istiritta e inaugurando ufficialmente la stagione del dio mattone; insomma prima di tutto questo ci sono nellordine, dallalto verso il basso: San Pietro, piazza San Giovanni, la via Majore, il Ponte di Ferro e Suna.
Fuori da questa direttiva, a segmenti sono state COstruite le grandi opere: cattedrale, carcere e tribunale. La prima sulle fondamenta di una pieve pi antica, quando le pievi si confondevano coi nuraghi; il carcere invece, la Rotonda, come lo chiamano, per ribadire che lo Stato punisce amaramente chi non capisce di farne parte, perch lignoranza non  ammessa, ma auspicabile; il tribunale lo fanno, affianco alla cattedrale, per riempire le carceri.
Ora si pu prevedere uno sviluppo a sud, sul crinale sopra alle case dei contadini, dove da una trentina danni  stata innestata una linea periferica della ferrovia di Chilivani, e dove si dirama la strada verso lOgliastra.
E una stagione che non risparmia la Belle Epoque neanche alla sperduta, piccola, negletta, capitale della Barbagia, quella in cui i nuoresi forgiano la leggenda di se stessi. Temerari e irriducibili, resistenziali, ma di mondo. Non metalli, ma leghe, quindi pi forti o pi deboli a seconda della perizia con cui viene composta la mescola. Un po artisti, un po meschini; attenti al particolare, ma completamente ignari del generale!
Ma non  questo che dobbiamo raccontare.
A piazza San Giovanni dunque convergono i signori e i servi e, fra i servi, i possidenti e i servi pastori. Nello spazio franco del libero scambio giovanotti a cavallo, vestiti a festa, fanno affari di bestimene e formaggi e sementi; gli altri, a piedi, cercano a giornata per la vendemmia o per la stagione delle olive. Ma piazza San Giovanni  soprattutto il teatro dei comizi, dove oratori performatici cercano di spiegare ai pastori che qualcuno in Germania ha scritto qualcosa che ha molto a che vedere con le loro rivendicazioni di terre comuni. Da l si vede chiaro che dal passato non arrivano solo brutte cose, come tutti sembrano pensare. L la serpe della Storia fa unansa larga perch racconta che ci sono situazioni in cui il progresso significa tornare indietro. Ora nel paese quasi citt c tutto: il quartiere dei ricchi, le fogge continentali, la pubblica illuminazione, i locali alla parigina e anche qualche sarto a la mode. C persine una classe intellettuale cosmopolita di pittori, scrittori, musicisti, tutti figli cadetti nella grande famiglia della Nazione appena nata. Impregnati di entusiasmo e di goffaggine, molti di loro capiranno quanto vicino bisogna guardarsi per andare lontano.
 una societ di cortili e muretti a secco, la modernit trasformer quellintimit in vita pubblica. Come una folata di vento che solleva la gonna a una giovinetta per strada.
Ma, ancora una volta, non  questo il punto...
Cavino Chironi, a cui non piaceva studiare, passava ore in piazza San Giovanni. Fu l che sent parlare di Carlo Marx e di Bakunin. E fu l che ebbe la sensazione precisa che la sua era una specie in via destinzione. Perch non  che si diventa deboli solo per mancanza di energie, ma anche per eccesso di sensibilit. Tutti dicevano che quello intelligente in casa era Luigi Ippolito, e dicevano che Cavino era quello semplice, ma non era vero, non era mai stato vero: erano due leghe diverse, miscelate con diverse proporzioni. Uno antico e uno moderno, sintetizzavano, dove per antico si intendeva legato a Nur piuttosto che a Nuoro, ma non per questo antiquato. Lerrore fu di non tener conto di quanto dipendessero luno dallaltro. Di quanto fossero necessari luno allaltro. Di quanto fossero incompleti luno senza laltro.
Ora che diventavano ragazzi, Cavino e Luigi Ippolito, appariva chiaro, a chi aveva occhi per vedere, che il fatto di essere cresciuti in una famiglia segnata dal terrore di estinguersi li aveva costruiti incompleti, parziali. Non semplicemente diversi come si direbbe di qualunque coppia di fratelli. Perch diversi erano diversi, ma la loro non era una diversit che bastasse a spiegare il motivo primo della loro indeterminatezza.
Luigi Ippolito aveva una sensibilit estrema che si stemperava solo in presenza di Cavino, il quale al contrario sembrava ignaro di qualunque delicatezza. Luno chiedeva esplicitamente quello che laltro avrebbe voluto chiedere. Ma il punto era che il primo faceva una domanda anche se sapeva che la risposta non gli interessava affatto, mentre laltro non chiedeva qualcosa che assolutamente gli interessava sapere. Cavino aveva una capacit deduttiva e laltro induttiva. Non semplici differenze, ma complementi, come due parti basculanti di un meccanismo.
Quando si decise per la sesta a Cavino e il liceo ginnasio a Sassari per Luigi Ippolito, senza saperlo, senza prevederlo, si era deciso di sezionare in due una persona sola.
Come previsto, la partenza del fratello per il collegio non sembr turbare pi di tanto Cavino. Eppure cominci a dormire male. Gli venne in mente che il respiro regolare del fratello, sul letto accanto, era parte del suo respiro, perci improvvisamente cominci a soffrire di una forma asmatica.
Il letto vuoto accanto al suo era come la figura di quanto sarebbe potuto essere e non era stato. Da piccolo, che lui poteva ricordarlo appena, i suoi fratelli erano stati derubati, trucidati, fatti a pezzi. E nessuno in casa si era mai sognato di dire che erano morti e basta, o che si erano ammalati. No: tutti avevano sempre detto uccisi, sgozzati come capretti, buttati a pezzi dentro una tuppa come cibo per cinghiali,
Questa chiarezza cambiava le cose. Era come un testimone passato in corsa senza che chi lo riceveva potesse in alcun modo riflettere. Su quel letto vuoto cerano parole che Cavino non sapeva dire e lacrime che non aveva mai imparato a versare. Perch lui potevano massacrarlo ma mai avrebbe versato una lacrima, mai.
Come accadde quando arriv voce a Mercede che il figlio, anzich andare a scuola, ciondolava in piazza San Giovanni e frequentava ragazzi pi grandi di lui, tutta gente metzana, e lei allora and dritta in officina dal marito a dire: Cosi e cos, tuo figlio eccetera eccetera. E Michele Angelo allarg le braccia come per dire: Sono ragazzi. E lei lo fulmin con lo sguardo per non fargli nemmeno finire il pensiero. E Michele Angelo fece s con la testa per concordare che ci voleva una lezione, poi aspett che la moglie fosse soddisfatta. Mercede guard il marito per capire quanta convinzione ci fosse in ci che affermava. Era una che non si accontentava di parole, e nemmeno di fatti, lei voleva che parole e fatti fossero conseguenti al pensiero. Michele Angelo non doveva cedere per amor di pace o per dargliela vinta, no, lui doveva cedere per convinzione intima, senza tentennamenti.
Cos quando Cavino rientra, nellorario che corrisponde alla fine della lezione, si sorprende di trovare il padre ad aspettarlo a casa.
Michele Angelo in piedi. Mercede seduta allangolo del camino. Giuseppe in cortile a fare passi.
Cavino entra in cucina e vede il padre, poi guarda la madre e, immediatamente, capisce. C un silenzio pesantissimo durante questa sequenza di sguardi.
-  Siedi,  dice, improvviso e secco, Michele Angelo. Ha limpressione che se fa sedere suo figlio avr la meglio sul quel ragazzone che comincia a diventare alto.
- No,  fa quellaltro, testardo.  Sto in piedi.
- Siedi,  ripete Michele Angelo, ma con una calma immensamente pi determinata di qualche secondo prima. Mercede dallangolo approva. Cavino cede, ma non del tutto, che pi che sedersi si appoggia alla sedia.  Per che cosa stiamo lavorando noi?  chiede il padre.
Cavino abbassa la testa, ma non perch si senta umiliato. Lui abbassa la testa per recitare lumiliazione, come se davanti al padre ci fosse non il suo corpo, ma quella parte che gli hanno estirpato con la partenza del fratello. Lui non lo ammetterebbe mai, ma in questo preciso momento gli manca, perch Luigi Ippolito  quello che aveva le parole per dire le cose, e sempre avere le parole significa farle succedere le cose.
- Per che cosa stiamo lavorando noi?  insiste Michele Angelo.
Cavino fa di spalle. Cerca la madre con lo sguardo, lo sa che quando  dimessa, da parte, allora  davvero pericolosa. Infatti rinchiusa dentro alla sua icona di mater dolorosa Mercede non ricambia lo sguardo. E tutto un pensiero lento quello che si agita nella testa di Cavino, una percezione ovattata che protegge dagli urti di un dolore delicatissimo. Stringe le labbra per non piangere. Eppure piangerebbe.
- Che delusione figlio mio, che delusione... Sapere che a scuola stai andando sempre peggio e che sono pi le volte che non ci vai... Che delusione. Devo dare ragione a tua madre, sono giorni che mi dice che bisogna darti una regolata. Sono stato io a fermarla, sono stato io... Che delusione -. Poi silenzio. A differenza di quanto annunciato dallo sguardo e dalla domanda iniziale, le parole, il tono di Michele sono accorati, privi di astio. Terribili.
- Tanto non piango,  risponde Cavino.
Michele Angelo annuncia un sorriso con gli angoli della bocca, ma non lo fa. Batte un pugno sul tavolo. Un pugno da fabbro che sembrerebbe riuscire a spezzare il piano di marmo. Comunque il rumore  assordante: Cavino fa uno scatto indietro, Mercede trattiene un sobbalzo, facendolo implodere dentro di s.  Tu hai finito con la scuola. Finito con le perdite di tempo. Adesso il pane in questa casa te lo devi lavorare! Domani mattina ti voglio in officina alle sei.
Cavino non replica. Nessuno replica. Si torna al silenzio.
Quella notte, disteso nel suo letto, affianco a quello vuoto di Luigi Ippolito, Cavino sogna le parole per dire le cose:

Io subir la mia Storia, piccola o grande che sia. Finir per credere di essere solo in transito su questa terra e invece lascer un segno. Penser dessere venuto al mondo in un posto crudele e malato doblio, ma sar solo la dimostrazione della mia ignoranza.
Qualche padre mi ricorder quello che non voglio e non posso ricordare.
La sostanza della Memoria  un cane che guida un gregge, un ombra disegnata sui muri.
Dalla precisione con cui riuscir a determinare il corso ostinato delle ricorrenze dipender gran parte del mio andare e venire.
Penser dessere nato in un posto ridotto a galera, a terra di punizione, ma un padre artigiano, dal profondo di racconti mai dimenticati, mi dir di mari solcati, di civilt prospere e di terre feraci come lEden. Oltre i monti.
Star bene, oh certo. Eppure da sempre laltrove mi sussurrer parole pi rotonde, malie di mondi irraggiungibili.
Io sempre abiter questa precisa, maledetta, condizione d  inferiore desiderio.
Al mattino, con la testa affondata nella tazza del latte, Cavino annuncia che sarebbe diventato marinaio.
Mercede lo guarda a lungo prima di rispondere.  Finisci il latte,  dice scuotendo la testa,  che tuo padre ti sta aspettando da mezzora.
Luigi Ippolito dal convitto sassarese scriveva lettere enfatiche, intrise di nostalgia. Faceva impressione come le sue parole, spesso incomprensibili per le persone a cui erano rivolte, riuscissero a dare il senso di un abito da adulto sul corpo di un bambino. Era quella seriosit che colpiva pi di ogni cosa.
La purezza infantile con cui veniva descritto il mondo in quelle lettere non corrispondeva in nulla alle frasi stilate con sussiego da adulto, e questo inteneriva fino alle lacrime. Tanto che Mercede non aveva mai la forza di leggerle o ascoltarle leggere per intero.
Se Luigi Ippolito poi iniziava la sua lettera con Madre Cara, gi Mercede sentiva cedere ogni controllo. Non ci poteva fare niente anche se, grazie a Dio, non cera da piangere, anzi era un privilegio di cui andare fieri, avere un figlio che faceva gli studi superiori. E quando le dicevano che stava piangendo come morto un figlio sano, bello e intelligente, Mercede rispondeva che s, era tutto vero, ma ribadiva che era pi forte di lei. E provava a spiegare che lassenza di quel figlio era un dolore inestinguibile, ma il motivo di quellassenza la riempiva dorgoglio.
Il compito di Mercede, a quel punto, era diventato quello di sottrarre i suoi figli alla malasorte. Dopo il massacro dei gemelli tutto per lei era fuggito via. Era come se le avessero chiesto di custodire un gregge che, durante una notte di tempesta, aveva spezzato il recinto dellovile scappando da tutte le parti.
Madre Cara,
non me ne vogliano i miei fratelli e nostro Padre se mi rivolgo a Voi, ma stamane, compiendo il tragitto che dal convitto ci conduceva alledificio scolastico mi sono imbattuto in qualcosa che mi ha fatto pensare a Voi. Non so come sia il tempo fra le nostre belle montagne, ma qui nel  piano il sole ha brillato arrogante e a causa di esso le signore portavano leggeri ombrellini. Qui in citt  lultima moda, e vedendo le donne che li esibivano cos leziosamente ho pensato a Voi e a quanto sareste ugualmente bella, se non di pi, con queste fogge e quanto non sfigurereste al confronto delle gran signore di citt. Poscia ho pensato che quanto Vi rende oltremodo bella, e a me pi cara,  proprio la sobriet che da sempre Vi ha contraddistinto. Ora arrossite, ma dovere dei buoni figli non  quello di ribadire il loro imperituro debito nei confronti della donna che li ha messi al mondo? Lo diceva stamani a lezione anche il Reverendo Marongiu: lamore per la propria madre  figura dellamore per la Madre di Dio...
Oltre, dove si diceva quanto stesse bene, quanto dormisse, quanto mangiasse il suo figlio adorato, Mercede non andava, soffocata dai singhiozzi trattenuti. Ma teneva le lettere con s come se volesse averle quando sarebbe arrivato il momento di leggerle per intero.
La piccola Marianna era una consolazione, quando ancora aveva cinque anni parlava poco e male, qualcuno sospettava che fosse ritardata, ma per Mercede dentro al suo silenzio cerano tutti i discorsi possibili. La donna sapeva bene cosaveva avuto in cuore mentre quel seme si sviluppava dentro di lei, e concepiva quel silenzio come una conseguenza logica di tanto dolore. Michele Angelo poi era completamente invaghito della sua bambina. Mazinedda, la chiamava, perch per lui assomigliava in tutto alle madonnine delle immaginette che davano in chiesa a chi faceva le offerte. Era impossibile non amarla composta e icria come una donnina fatta. Persine Cavino si inteneriva con lei.
Ora che era cresciuto, che si era stabilito che a scuola non ci sarebbe tornato, Cavino si temprava come il metallo che imparava a lavorare; non gradiva le attenzioni della madre e sinfuriava quando il padre gli ricordava che era solo un ragazzine. Con malinconia Michele Angelo vedeva suo figlio lavorargli accanto e non riusciva a non pensare che guardare una parte di s che cresce e si sviluppa era come avere la certezza di non morire mai. Ma, allo stesso tempo, anche avere la certezza che per sopravvivere bisogna rassegnarsi a morire. Si aveva un bel tentare di insegnargli qualcosa, con Cavino era tutto tempo perso, lui aveva un sistema tutto suo di guardare il mondo e rivendicava questa autonomia in modo testardo. Era passato dallessere taciturno allessere ciarliere: ora parlava sempre, commentava e sovrastava. Si esaltava a parlare di giustizia sociale, di lotta di classe... Fin quando Michele Angelo era costretto a interrompere il suo lavoro per dire: Ma che cosa stai dicendo? Chi  che ti riempie la testa con queste scemenze? Prima con la questione del marinaio, poi con la questione delle rivoluzioni, ma che cosa vuoi fare? Parli perch hai la lingua in bocca... Guarda quello che stai facendo piuttosto ! 
ilpunto  come si guardano padre e figlio. Cavino ridotto al silenzio assume unaria concentrata come se si stesse sforzando di mantenere in corpo tutte le cose che avrebbe da dire. Michele Angelo lo guarda senza guardarlo, il figlio ha mani buone,  forte...
Cavino, dal canto suo, sente lo sguardo del padre che gli si posa addosso e quasi lo riveste.  uno sguardo caldo, rotondo. , forse, qualcosa che vorrebbe assomigliare allaffetto, se quella parola esistesse al di l del suo significato.
Quella  una mattina di cristallo, ogni cosa oltre le finestre sembra sul punto di spezzarsi. Nella luce secca di gennaio tutto appare fragile. Quasi una glaciazione dello sguardo.
Giuseppe a letto ha freddo, non ha dormito tutta la notte. Mercede lo copre,  dal giorno prima quando il vecchio non ha voluto alzarsi nemmeno per cenare che ha un brutto presentimento. Lui la guarda e pensa che se proprio deve scegliere unimmagine da portarsi nella tomba, il viso di quella donna va benissimo. Ha freddo davvero, il labbro inferiore trema appena.
- Sono stato bene,  sussurra a un certo punto. Mercede lo guarda, quel vecchio le allarga il cuore. Lui,
un tempo, quando rimasto vedovo era andato a prendersi Michele Angelo allorfanotrofio, aveva preso un impegno per la vita. E laveva fatto senza aspettarsi niente.
- Siete stato buono,  risponde Mercede.  Siete stato pi di un padre.                                                            
Lui sorride come pu, poi indica il cassetto del comodino. Mercede ci trova dentro un quadernetto nero con infilato fra le pagine un vecchio foglio di giornale, croccante : come pane.
- Apri,  incoraggia Giuseppe.
Mercede lo apre:  la notizia illustrata della partenza per la Crimea di un gruppo di volontari sardi. Nel disegno si vedono uomini in fila con uniformi fresche, nel rigore grafico del bianco e nero paiono statue di vetro, soprammobili esposti in una cristalleria.
- L c mio padre,  dice Giuseppe, indicando limmagine dei soldati.
Quellimprovvisa confidenza, quellimprovvisa intimit, sconcerta Mercede molto pi che un accesso di tosse, e rende corporeo il suo terribile presentimento: lei sentiva che la morte stava arrivando sotto forma di una confidenza.
Infatti Giuseppe perde lo sguardo col dito che ancora indica il disegno...
Alla folla trasparente del mare glaciale. Al corteo nuziale del delfino dello zar. Alla falange dei guerrieri di cristallo. Sergenti col collo stretto. Generali svettanti fra la truppa, luminosi di titanio. Hanno la prosopopea dellesercito armato di lance scure e moschetti istoriati. Hanno la fermezza e lalgida eleganza dei plotoni di rappresentanza. Che limperatore infreddolito caccia volpi argentate al chiaro di luna. Mute di dalmati rompono il silenzio della foresta pietrificata. Fate silenziose danno spessore alla liquidit dellaria. Pi in l un marciare solenne fa scrocchiare il terreno imprigionato dal gelo e disturba il sonno della bestia sacra. Ma  un vibrare come un silenzio concentrato, intriso dattesa, che ferma il paesaggio nella quiete turbolenta dellesercito in posa prima dellattacco. La lastra spessa del lago ghiacciato si spacca sotto il peso dei neri boiardi.
Ed ecco il boschetto di betulle nella tundra imbiancata. A nord del pensiero, con la compostezza del ritratto posato, le piante si offrono al suo sguardo pulsanti di una vita trattenuta. Aspettano la febbre delle gemme, con la saggezza del tempo concordato. Ma ora sono scheletri sbiancati, che si dispongono a danzare il Trionfo della Morte. Tra pochissimo il la della ghironda romper lassetto. Oppure anime, trasparenti di un destino infausto. Vittime anelanti pace. Quelle che raccontano linvisibile, che affermano lindicibile. Povere anime allingresso del crematorio, soffocate dalla fuliggine argentea di corpi consumati dalla follia. Reggono la loro esistenza in equilibri precari di terrore.
... quando le grida di Mercede fanno accorrere Michele Angelo  troppo tardi.
Cavino segue poco dopo, guarda il corpo appena svuotato dellanima come una scatola vuota. Poi guarda Mercede e Michele Angelo che stanno parlando tra loro davanti al cadavere caldo di Giuseppe Mundula, padre e testimone, anima in viaggio. Lei sta raccontando al marito del giornale, della Crimea... Quando Michele Angelo si accorge di Cavino alle sue spalle si volta e capisce che il loro sguardo reciproco  una ragione sufficiente per lasciarsi andare. Cos piange andandogli incontro. Cavino indietreggia stringendo le labbra.
- Tanto io non piango,  dice secco.
Per la veglia di Giuseppe, Luigi Ippolito viene richiamato da Sassari. Si  allungato a tal punto che tutti faticano a riconoscerlo. Fa impressione quanto sembri diventato allimprovviso estraneo, pallido, urbano e signorino.  tirato per le ore di viaggio, ma si vede che  anche commosso. Appena si rivedono i due fratelli quasi fanno finta di niente, come se tutto fosse assolutamente normale e fosse trascorsa al massimo mezzora dallultima volta che si sono parlati.
Quella notte passa a chiacchierare col morto, perch, durante la veglia, gli intimi devono chiarire tutto quanto  rimasto in sospeso. Cosi il problema  che a Giuseppe Mundula, col viso spianato e la pelle fosforescente, non hanno proprio nulla da rivendicare. Ha lavorato tutta la vita, ha allevato un figlio che non era suo meglio che se fosse stato suo, ha campato una vita discreta, graziaddio n fame n sete e nemmeno chiss quali malattie. Si  spento come un lume quando finisce lolio. Tutto qui.
Ecco, questo genera un dolore sereno. Quando si piange la morte di un vecchio, si piange per lui, serenamente. A mente si fa il calcolo di quanto ci manca a raggiungere quellet e sempre ci si dice che c ancora tempo. Quando si piange la morte di un giovane si piange per se stessi, perch, a conti fatti, non c pi tempo, non c una regola, non c giustizia.
Per questo quando Giuseppe Mundula si mette a sedere sul letto, a tutti sembra una cosa normale.  lui che viene vegliato, ma  anche lui a cui, dora in poi, verr chiesto di vegliare, da lass. Cosi si stipula il contratto. Ora che si solleva  chiaro quanto la morte labbia asciugato, il colletto abbottonato della camicia bianca mette in evidenza un collo che si  fatto sottile come un giunco. Giuseppe parla sapendo di essere morto, con una calma che fa ben sperare: Qui va tutto bene,  sussurra per non svegliare nessuno.  Qui c quello che deve esserci, non temete nulla.
Luigi Ippolito a quelle parole scuote la testa e apre gli occhi, vede che anche Cavino e Michele Angelo si sono assopiti, senza fare rumore si alza in piedi e raggiunge la cucina. L c Mercede, che ha vegliato sul serio. Lei  lunica in casa che ha congedato degnamente lanima di Giuseppe che lasciava questa terra di lacrime.
- Vai a dormire figlio mio. Vai a letto che basta cos, -dice a un certo punto.
Luigi Ippolito fa segno di no. Ha paura di tornare in camera da solo.
Mercede si alza in piedi, vuole assolutamente preparare qualcosa da mangiare, ma Luigi Ippolito ripete un no, non ha fame. Cosi lei gli si para davanti, lo guarda. Ora che pu guardarla meglio Luigi Ippolito capisce che il tempo  passato, e sa che questo  il motivo per cui entrambi si stanno scrutando con sorpresa. Quando la madre ritorna a sedersi Luigi Ippolito la raggiunge e si accuccia per fissarla. Senza parlarsi fanno gesti che sarebbero stati naturali solo qualche anno prima e che ora, dopo la distanza, dopo lassenza, dopo la lontananza, sembrano impacciati. Sfiorandogli la guancia Mercede si accorge con imbarazzo che il suo bambino ha cominciato a radersi e ha una stretta. Luigi Ippolito avverte che la madre ha rovesciato su di s quella piccola rivelazione.
- Hai letto le mie lettere?  le chiede come farebbe con unamante.
Lei gli risponde con un cenno che non  n s n no. Poi guarda dietro alle sue spalle, Cavino  in piedi sulla porta della cucina. Luigi Ippolito si volta anchesso, come colto in flagrante scatta in piedi.
- Avete ancora un paio dore di sonno,  dice Mercede.  Approfittatene, che domani  una giornata lunga.
Col fratello disteso nel letto affianco Cavino si sente finalmente completo. Sorride nel buio. Luigi Ippolito respira con lo stesso identico suono di sempre. E niente, niente sembra successo. Gli sembra di essere rimasto davanti al camino, a sentire il racconto del capostipite, quel Quirn, che diventa Kirone, poi Chironi.
-  Com che continua?  chiede Cavino improvvisamente al fratello.
- Che cosa?  domanda laltro dopo un tempo infinito.
-  La storia del nostro parente spagnolo -. E mentre lo sta dicendo, pensa: Mio Dio, sembra ieri, sembra unora fa...
Luigi Ippolito si schiarisce leggermente la gola, ha in cantiere una voce nuova nuova. Quella di Cavino, nonostante la stazza,  rimasta ancora fanciullesca.  Dove eravamo rimasti?  chiede.
- Che non li lasciavano entrare,  risponde laltro prontissimo.
Luigi Ippolito si alza, si dirige verso la sua borsa posata poco distante dal letto e ne estrae dei fogli scritti fittamente.
- Che cos?  chiede Cavino.
- Ho scritto tutto,  spiega Luigi Ippolito. Poi accende il lume.
Don Angelo Jagaracho schiumante di rabbia avanz verso il portiere del Santo Uffizio. Lo afferr per la gorgiera prima che potesse indietreggiare:- iltempo di un Pater, Ave, Gloria, non un istante di pi ; cos avrete agio di avvertirlo che ci sono i rappresentanti del Vicer e che questi debbono fargli unambasciata per suo conto -. Detto ci avanz verso un frate che era rimasto in disparte e, afferrandolo per il cordiglio, lo condusse al centro della stanza.- Cominciate a pregare,  intim. Il frate minacciato cerc lo sguardo del portiere.  Cominciate a pregare!  sibil don Angelo Jagaracho.  Pater Noster, qui es in coelis...  anticip invitandolo ad inginocchiarsi con una pressione sulla spalla. Il frate cedette vedendo il portiere sparire oltre la porta che conduceva alla Sala del Segreto.  P... a... t.. .e.. .r... N.. .o.. .s.. .t.. .e.. .r...  intraprese balbettando.
Per tutta lAve Maria don Angelo Jagaracho tenne lo sguardo puntato sulla porta che il segretario dellInquisitore si era chiuso alle spalle. A met del Gloria, don Giovanni de Quirn si sollev in piedi finendo la preghiera e segnandosi mentre si conduceva alla Sala del Segreto seguito daltiscal.
Con sorpresa constatarono che la porta non era chiusa. Ma si trovarono in unanticamera avvolti dal fumo grasso dei ceri di sego che davano luce ad un tavolo dietro il quale spariva uno scrvano. Il vecchio frate sollev la testa distraendosiper un istante dallopera che stava compiendo. Sistemandosi un laccio dei pesanti occhiali guard con stupore gli intrusi. Senza convenevoli don Angelo Jagaracho super la scrivania per portarsi verso lingresso della Sala del Segreto. Il vecchio frate di protestare adducendo che dallInquisitore in persona era partito lordine, pena la scomunica, di non entrare nella Sala prima che egli stesso non avesse dato lassenso con due trilli di campana.
Attirato dalle voci provenienti dallanticamera, si affacci dalla Sala il segretario portiere del Santo Uffizio, che rivolgendosi direttamente a don Giovanni de Quirn, pi civile e conciliante come ebbe modo di raccontare, lo invit a pazientare di quel tanto che serviva perch spirasse lora delludienza segreta. Ma le cose si erano messe male: il vecchio frate aveva cercato di afferrare per un braccio don Angelo Jagaracho ed era finito, come privo di sensi, disteso sul pavimento. Una gomitata del fiscal gli aveva fatto saltare la cordella destra degli occhiali che ora giacevano in equilibrio instabile sulla sua spalla, ancora legati allorecchio sinistro. La scheggia di una delle spesse lenti gli aveva ferito una guancia.
La vista del sangue valse a far sbollire la rabbia di don Angelo Jagaracho che si chin per controllare che il vecchio frate non fosse morto. Non lo era. Respirava a fatica con sbuffi ritmici.
Il segretario portiere giunse le mani portandosi gli indici alla bocca.  Per lamar delcielo!  implorava sempre rivolto a don Giovanni de Quirn.- Il tempo di sigillare la Causa...  parlava cercando di ostruire il passaggio, deciso a placcare Usuo interlocutore.
Intanto il capitano della guardia regia e alcuni soldati avevano fatto irruzione nellanticamera mal illuminata attratti dal trambusto. Don Angelo Jagaracho ordin a due di loro che sollevassero il frate scrvano ancora disteso a terra. Il vecchio fu issato di peso su uno scranna posto al lato della scrivania.
- Il tempo di sigillare la Causa,  ripet il segretario portiere trattenendo lassessor al criminal per le spalle.Si era fatto pi coraggioso.
- Abbiamo aspettato per troppo tempo,  concluse don Angelo Jagaracho dopo essersi sincerato che le condizioni del ferito non fossero gravi. E si avvi verso la Sala. Il vecchio frate, vedendo che il fiscal era deciso a non attendere oltre, ebbe come un soprassalto e dallo scranna si slanci verso di lui attaccandosi alla sua cintura. Don Angelo Jagaracho fece due passi tentando di scrollarsi di dosso quel peso morto. I militari non furono abbastanza veloci da reagire in tempo. E per liberare il fiscal dal frate scrvano furono costretti a battere il vecchio sui lombi usando i fucili come bastoni. Il religioso abbandon la presa della mano sinistra con un lamento soffocato . Ma restava ancora artigliato al sacchetto degli scudi che pendeva sul fianco del fiscal. Il borsellino si stacc dalla cintura di don Angelo Jagaracho facendo esplodere un getto di monete che presero a rimbalzare e roteare sul pavimento dellanticamera . Quando tutti gli ostacoli parvero superati, anche il segretario portiere si arrese facendo crollare le braccia e mettendosi da parte per lasciar libero lingresso alla Sala del Segreto.
Il primo ad irrompere allinterno della Sala fu don Giovanni de Quirn. Lilluminazione, ridotta allo spazio del tavolo  intorno al quale erano seduti lInquisitore, un fiscal del Santo Uffizio, un religioso e un uomo, un reo probabilmente, che pareva sporco e sanguinante -, non permise allassessor al criminal di cogliere in tempo un tramestio di passi che si persero oltre una porticina a pochi metri da lui. Gli era sembrato di intuire una forma avvolta da un mantello scuro,forse insanguinato. Questa riflessione dur un istante, tanto occorse perch, ansimante, don Angelo Jagaracho si ponesse al suo fianco.
Don Diego de Gamiz, inquisitore, non accett convenevoli puntandosi sulle mani scatt allimpiedi rivolgendo agli intrusi uno sguardo di commiserazione e rabbia.
- Faccio notare alle Vostre Signorie che in questa Sala si sta procedendo a celebrare un processo di Fede!  esclam portando in avanti il volto adunco.- Vi ordino perci di uscirne immediatamente!
- Per ordine di don Carlos de Eorgia e Velasco dei Duchi di Gandia, Vicer di Sardegna, per ordine del Consiglio Reale, per decreto del Re di Spagna cattolicissimo Filippo terzo, vi intimo di seguirci!  scandi don Giovanni de Quirn senza lasciarsi intimorire.
LInquisitore non rispose, con un gesto invit il fiscal del Santo Uffizio a condune fuori dalla Sala Ureo. Questi ebbe un attimo di incertezza, poi vedendo che i messi del Vicer non si opponevano, esegui lordine trascinando di peso luomo attraverso la stessa porticina dalla quale era passata la figura intravista per un istante da don Giovanni de Quirn.
- Voi date ordini a me?  domand incredulo don Diego de Gamiz, mentre al fiscal del Santo Uffizio ritornava al suo posto.
- E il Re e il Consiglio Reale che ve lo ordinano e noi in vece Loro!  puntualizz don Angelo Jagaracho.  Verrete scortato in armi ad Alguer e di l verrete imbarcato verso le coste della Spagna su una nave noleggiata dalla Corte Regia che  gi pronta allimbarcadero.
LInquisitore si strofin la faccia con entrambe le mani come a volersi risvegliare da un brutto sogno.
Don Giovanni de Quirn avanz mostrando il sigillo che lo identificava come messo regio :-il nostro mandato  nulla solo nel caso che vengano ritirate, qui e ora, davanti a testimoni attendibili, dalla vostra persona, le scomuniche comminate dal Santo Uffizio, che voi rappresentate, allordine di don Francesco Scano e don Matteo Querqui -.Cera una speranza malcelata di conciliazione nel suo tono di voce, il desiderio di concludere nel migliore dei modi quel contenzioso.
- Impossibile!  inveiiInquisitore.- Hanno contravvenuto al capo terzo della Concardia del 1613, procedendo agli arresti di don Sebastiano de Garbine familiare del Santo Uffizio...
- Il Santo Uffizio,  lo sovrast don Angelo Jagaracho, senza lasciarlo finire,  avrebbe dovuto esibire la cedola della sua familiatura nei tempi previsti dalla stessa Concardia e dimostrare che era stata notificata dal Governatore di Sassari o dal Vicer in persona! Inoltre, secondo quanto disposto ai capitoli primo e ventiseiesimo della stessa Concardia, era indispensabile fornire la prova che a don Sebastiano de Carbine non fosse stata concessa la familiatura, quando il numero massimo dei familiari in carico al Santo Uffizio era stato gi superato.
Segui un istante di grande silenzio. Il fiscal del Santo Uffizio prov a spezzarlo preparandosi a parlare con un gesto deciso del capo. Don Diego de Gamiz lo blocc prima che potesse aprire bocca:- Come privato cittadino chinerei il capo e dovrei seguirli, ma come Inquisitore della citt di Sassari, come legato a latere de I Santo Padre e difensore della Vera Fede non posso soccombere alla prosopopea di tali leguleii, -disse rivolto direttamente a lui, ignorando gli inviati reali. Poi voltandosi verso di loro:- Lasciate la Sala ora e non sar costretto ad invocare la scomunica sulle vostre teste.
- Non vi si chiede un atto di umilt,  insistette don Giovanni de Quirn,  ma un atto di giustizia. Le scomuniche a don Francesco Scano e don Matteo Querqui sono una sopraffazione che non pu essere accettata dal Consiglio Reale!
- E non  una sopraffazione questo arresto?  resistette lInquisitore.  Nemici della mia persona e del Tribunale che lo rappresento!  continu in un crescendo di collera. -Lordine di espulsione  revocabile,-gemette don Giovanni de Quirn.- Un atto di giustizia.
- Siate tutti testimoni che io ho espresso la mia decisione di non seguire gli inviati del Vicer e che non sar possibile farmi uscire da questa Sala se non con luso della forza,  url lInquisitore rivolto al fiscal del Santo Uffizio e al religioso che per tutto il tempo non aveva nemmeno osato sollevare la testa. Entrambi, come risvegliati, fecero un gesto di assenso.  Si de protegendis !  continu ad urlare quando fu certo che i suoi testimoni fossero attenti.
Un moto di nervosismo stamp una risata sul viso di don Giovanni de Quirn.  Dunque vi rifiutate di seguirci, vi rifiutate di obbedire al vostro Re!  concluse senza perdere di vista il suo compagno che stringeva nervosamente lelsa della spada.
Don Diego de Gamiz aspett qualche secondo prima di rispondere.  Tutto viene da Dio,  scandi.  Anche il mio Re deve rispondere a Lui. E se ci sono leggi che mi obbligano a rispondere al Re e non a Dio, quelle leggi vanno cambiate.
- Come osate!  tuon don Angelo Jagaracho avanzando minacciosamente verso il tavolo dellInquisitore. Il fiscal del Santo Uffizio fece uno scatto in avanti mettendo anchegli mano alla spada. Il religioso sollev il capo con aria implorante. Il segretario portiere, che per tutto il dialogo si era tenuto in disparte, scatt verso il centro della Sala. Don Giovanni de Quirn raggiunse Jagaracho.  No,  gli disse.  Non diamogli questo vantaggio -. Don Angelo Jagaracho abbandon la spada, ma continu ad avanzare finch non fu vicinissimo allInquisitore:- Dunque vi rifiutate di riconoscere lautorit del Re!  gli sibil sul viso.
Don Diego de Gamiz ebbe un sospiro, scosse il capo come se volesse schivare un insetto molesto.  Mi rifiuto di mettere Dio al secondo posto,  spieg con sufficienza lInquisitore. Non indietreggi, ma tenne il mento sollevato e lo sguardo puntato verso il suo interlocutore.
La corpulenza di don Angelo Jagaracho ebbe una scossa, egli si vide costretto a scaricarla battendo il pugno chiuso sul piano del tavolo.
-  Questa  una discussione che non ci compete,  intervenne don Giovanni de Quirn portandosi allaltezza del tavolo.- Noi rispondiamo al potere regio, apparteniamo al secolo, e siamo qui perch gli ordini di Sua Maest Cattolicissima vengano eseguiti. Non lasceremo questa Sala prima che ci non sia avvenuto e che voi non decidiate, come ogni suddito fedele dovrebbe fare, di seguirci.  Dio che ha dato queste prerogative al nostro e vostro Re, voi stesso lavete detto!
- Non bestemmiate, non bestemmiate!  irruppe lInquisitore.  Questo non  un mercato, non  il banco dei cambi! Non  una questione che possa essere portata avanti come una qualsiasi negoziazione. Il primato di Dio non  discutibile, qualunque sia il miserabile potere a cui bisogna rispondere su questa terra. La Sua supremazia  inconfutabile, che siate secolari o religiosi:  un dato di fatto!
- Date a Cesare quel che  di Cesare e a Dio quel che  di Dio!  cit don Giovanni de Quirn.- La vostra funzione vi impone lobbedienza, perch se proprio voi, che siete il faro della Vera Fede cederete alla superbia, allora diverremo ostaggi del caos. Seguiteci e il tributo a Cesare sar pagato.
-  troppo!  esplose il fiscal del Santo Uffizio sguainando la spada.
Fu lInquisitore a fermarlo prima che don Angelo Jagaracho potesse rispondere alla sfida.  Uscite,  ordin rivolto a questultimo e al religioso che per tutto il tempo non aveva abbandonato la sua posizione.
- Sono impressionato,  riprese con una nota di scherno, quando i due se ne furono andati.  Hanno scelto un teologo per arrestarmi. Io non lascer di mia volont questo posto. Pagher con la vita il tributo a Cesare se sar necessario.
Detto questo cominci a togliersi gli abiti di dosso. Il segretario portiere accorse per dissuaderlo. Seguirono attimi di confusione.
- Questa  la vostra ultima parola?  domand don Giovanni de Quirn constatando la secchezza del suo corpo e il pallore della sua pelle.  Sapete che non possiamo portarvi fuori con la forza, non dalla Sede del Santo Uffizio. E si  fatto troppo tardi per arrivare ad Alguer con la luce del sole. Devo ordinarvi di non lasciare le vostre stanze fino a quando non deciderete di seguirci. La vostra nave aspetter in porto.
- Sono troppo vecchio e malato,  sembr cedere lInquisitore. Si sorreggeva puntandosi sulla spalla del segretario portiere che si era sfilato lo scapolare per cingergli i fianchi.  Non potrei seguirvi neanche se volessi, non potrei sopportare la navigazione e i disagi del viaggio fino ad Alguer.
- Abbiamo lincarico di trasportarvi in ogni caso, e in quanto alla vostra salute saranno i medici a decidere!  la voce di don Angelo Jagaracho si era fatta improvvisamente flebile, come se tutte le sue energie si fossero esaurite.
- Io non vi seguir! E le scomuniche non saranno ritirate,  concluse abbassando le plpebre don Diego de Gamiz.

Passano gli anni. Ne passano cinque.
Ci sono giorni di maggio in cui il pallore dellaria ricopre la campagna di una tristezza vaghissima. E pu accadere di convincersi che sia proprio quella malinconia sottile a determinare il senso di qualcosa di indefinito, come un nodo alla gola. Ecco, in quel maggio, in quel preciso giorno, forse solo per un istante, si sent la febbre sottile del mutamento. Una patologia necessaria, un passaggio scontato. I vecchi dicevano che se ci si trovava in campagna in quellesatto momento si poteva sentire con chiarezza lo stridore del seme che si sperrava, lacerato dalla lama del germoglio richiamato verso la luce da una potenza incontrastabile. E si poteva sentire il canto della gemma e il lamento della terra, che era timore e sollievo. Andando avanti in quel lasciarsi andare si poteva imparare a interpretare il linguaggio estroso delle bestie e dare il via alla corsa impazzita dei presentimenti.
Ora fate conto che in un giorno di maggio di quelli, una donna non pi giovane, reduce da un sonno agitato, sbalzata fuori dal suo letto prima della luce da un pensiero tremendo, condotta allaperto dal giorno che nasce e da uninquietudine insanabile; ecco fate conto che quasi senza accorgersene quella donna si sia trovata poco fuori dalla bidda, in piena campagna, nella solitudine grassa dellaroma del timo e del finocchietto selvatico, nella desolazione appassionata del rovo e del cardo, nellattesa tremante del bocciolo di borragine e della capsula di euforbia.
Tutto intorno a lei concorre a definire un sentimento che non ha nome. Nel costato di quella donna batte un cuore come un uccello in gabbia. Si  alzata,  uscita di casa, per non dovere spiegare cosa sente, per non essere costretta a raccontare il peso che la tormenta.
Comunque  stato un brutto sogno, talmente brutto che svegliarsi improvvisamente  stato si precipitare, ma allo stesso tempo salvarsi. Perci quella donna, ancora al buio, si  vestita e ha corso come ha potuto verso la campagna quasi fosse mare aperto.
Cose troppo, troppo brutte ha appena visto in sogno: bambini partoriti in un catino arrugginito, i suoi figli che mostravano i toraci laceri, e cani col muso schiumante. Cos, in fretta, a simpuddile, nelloscurit del giorno che si annuncia, si veste alla cieca e corre fuori...
Ha visto una montagna di cadaveri quella donna, e non si sa nemmeno dove li ha visti, perch erano ammucchiati in una stanza chiusa ed erano tutti giovani, tutti figli di qualche povera madre che li aspettava chiss dove.
Perci, sbarrando gli occhi contro il soffitto della sua stanza da letto, quella donna spalanca la bocca come se non riuscisse pi a respirare e ancora, nonostante gli occhi aperti e il sonno rotto, sente in corpo una pena impossibile da sopportare. Si mette a sedere sul letto e guardandosi intorno si rende conto di essersi finalmente svegliata e vede suo marito che russa, cosi conclude che non sono ancora le cinque.
Ecco, scivola fuori dal letto come una biscia, nonostante la camicia da notte cerchi di trattenerla, con un colpo di reni si mette in piedi. Il gelo del pavimento le rivela lorrendo amaro in bocca e la mano che le stringe lo stomaco.
Sa lei quello che deve fare, sa lei che se non uscir da quella casa e non correr a mettersi in salvo, lintero edificio potrebbe precipitarle addosso e sui suoi figli e su suo marito che dorme. Perch quella donna considera indissolubili quanto ha visto in sogno e la sua presenza in casa.
Si  convinta che solo uscendo da li potr salvare la sua famiglia, il suo tetto, dalla distruzione.
In cucina, nonostante la penombra, vede il chiarore del piano di marmo del tavolo e del foglio di giornale in cui si annuncia che lItalia  entrata ufficialmente nel conflitto che tutti chiamano mondiale.
Mondiale voleva dire che tutto il mondo, quindi anche tutti i sardi che abitavano oltre le montagne e persine oltre il mare, sarebbero stati chiamati a combattere. Qualcuno se li ricordava ancora i reduci garibaldini o quelli di Crimea, senza una mano, senza un occhio, e mica si trattava di guerre mondiali, figuriamoci. A quella donna la parola mondiale sembra enormemente peggiore, peggiore della parola guerra. Che le donne, a guerreggiare con se stesse, con gli stenti, con i mariti ubriaconi, con i figli da sistemare, ci son abituate da sempre. Ma il mondo, Dio santo, il mondo  unaltra cosa.
Per questo quando il marito  tornato nel pomeriggio a dire che ormai la Guerra mondiale era scoppiata e che anche lItalia aveva dovuto partecipare, lei allinizio ha tirato un sospiro di sollievo che tanto, si  detta, noi che abbiamo a che fare con lItalia? E invece no, perch  spiegava il figlio grande  quando si dice mondiale si dice tutti. Anzi, tanto per non saper n leggere e n scrivere alcuni si erano gi dati alla macchia che i carabinieri in coppia stavano battendo citt e paesi per consegnare le cartoline precetto.
Per Deus, ha pensato la donna, mondiale e cartolina precetto; le parole pi brutte che esistano. E mentre sta facendo questo pensiero, ecco che il marito, per confermare quanto andava dicendo sventola la prima pagina del giornale dove c scritto GUERRA, in nero come se fosse la dicitura di una lapide. Lei si segna e sospira per trattenere fuori di s il brutto pensiero che la sta avvolgendo, ma  una lotta impari. Infatti appena abbassa la guardia ecco che un macigno le frana sul petto. Per tutto quel giorno quasi non parla, ma non certo perch non abbia niente da dire, al contrario tutto quello che ha da dire la spaventa. Ora misura con un altro metro tutte le dicerie delle donne al lavatoio. Di uomini che vengono precettati a forza, di bastimenti stipati di soldati come fossero animali, di posti chiss dove in cui quelle creature sono portate a morire. E di carabinieri in coppia che dicono di avere ordini a proposito del fatto che i figli non sono pi figli, ma soldati. Raccontano che in guerra gli uomini recitano in terra lira dei cicli, con tuoni e lampi, e tremori. E che alla fine vince solo chi muore di meno.
Cos quando arriva la cartolina precetto dicono che  come se cadesse un fulmine sul tetto di casa tua, perch la forza viva viene estirpata dalla famiglia, come un dente sano strappato a furor di pinza.
Per tutta la notte si  detta queste cose, senza capire come mai intorno a lei possa regnare il silenzio, come mai tutti gli altri nella casa possano riposare. Solo lei ha paura delle parole?
Quella donna ha sepolto molti dei suoi figli e molti altrui ne ha visti seppellire. E sa che maledizione senza rimedio sia sopravvivere alle proprie creature.  una valanga che fa crollare gli edifici, Un alito velenoso che uccide col respiro, una piena che allaga e trascina via, una tormenta che frusta le rocce.
Quella donna conosce ogni catastrofe nella sua carne. E sa che lunico modo per evitare il crollo  quello di fuggire da quella stanza, da quella casa, da quelle parole: guerra e mondiale. Ma dove andare? Mondiale significa dappertutto...
Corre fuori. Corre come pu, tenendosi la franda in grembo perch non lintralci. Lasciando che il fazzoletto le scivoli via. Lontano, lontano deve andare. Oltre il vicolo, e poi di pi, perch  ancora troppo vicina alla sua casa. Lontano, fuori dal paese, in aperta campagna, dove soffia maggio.
A tavola Michele Angelo guarda fisso davanti a s senza toccare cibo.
- Qui non si arruola nessuno,  scandisce. Mercede stringe una lettera tra le mani. Per quanto ne
sa, per quanto ne capisce, Luigi Ippolito ha deciso di arruolarsi volontario. Pu entrare con la paga da sottoufficiale perch  studiato.
A Michele Angelo questa sembra una cosa da matti: la gente scappa appena vede i carabinieri che si aggirano per le strade e questo qui addirittura dice che vuole partire volontario.  Itte arruolarsi? Questo si crede che sono due passi, non  come andare a Sassari.
- Vuole dire, figlio...  interviene Mercede.  Che non ti devi lasciare incantare...
Luigi Ippolito nemmeno risponde, guarda un punto qualunque della stanza.  sicuro di s come si pu esserlo solo nella brevissima et che sta attraversando. Lui si vede guerriero, temprato e roccioso come il fante che lo invita dai manifesti sui muri.
Michele Angelo scuote la testa, perch quello sguardo del figlio lo conosce. Lo conosce fin troppo bene.  Ma lhai visto in quale corno grande della forca si deve andare a combattere?  Luigi Ippolito fa cenno di s.  E quellaltro dov?  chiede riferendosi a Cavino.
A chi faccia precisamente quella domanda non  chiaro, ma  chiaro il motivo che lo spinge a farla. Perch Michele Angelo ha imparato a fiutare il pericolo nascosto in una giornata qualsiasi. La sua maledizione  che di punto in bianco le cose cambiano, si rovesciano, passano dal bianco al nero. E quella che sente non  preveggenza, ma esperienza. Lui  artigiano nella mano e nella testa, sa che col tempo il corpo agisce senza che il cervello apparentemente lo controlli. Ecco, giorno dopo giorno il braccio va da s, il colpo diventa perfetto, il ferro cede in tre, quattro colpi ben assestati dove prima ne occorrevano dieci, quindici...  questo che accade. Cos quella mattina si  svegliato come tutti i giorni e ha visto subito qualcosa che lha impensierito: la valigia di Luigi Ippolito in cucina e Mercede gi in piedi a preparare acqua calda.
E una mattina di maggio dunque, scavalcato il secolo quasi pare che anche in quella comunit periferica sia arrivato un alito di modernit. Ora le signore e i signori si distinguono perch vestono alla continentale. Ed  assodato che ai bambini come obbligo e tassa da pagare per entrare a tutti gli effetti nella Nazione spetta il lavoro di apprendere. C fermento e c guerra. Come echi lontanissimi arrivano in piazza i dibattiti doltremare.
Cavino si  spinto sino al frantoio vecchio, dove ha un appuntamento. Si incontrano al mattino presto lui e il diavolo Josto Corbu, perch hanno stabilito che danno meno nellocchio. Cavino a Corbu lo conosce fin da quando era ragazzine che perdeva tempo in piazza anzich andare a scuola. Si esce per lavoro, o per bestimene, o per compravendita, o per transazioni, o per commissioni, e invece ci si ritrova l a capire come girano le cose. E le cose girano che lItalia sta entrando in guerra, questo  ormai chiaro. E che, soprattutto, girano le ronde per gli arruolamenti, volontari o meno che siano. Che il vento a Roma  cambiato lo capiscono perch ci che era vero solo lanno prima ora sembra definitivamente disatteso.
- Che cosa ne  stato di n aderire, n sabotare? -chiede Cavino un po polemico.
- Ne  stato che le cose cambiano,  risponde serenamente Josto Corbu, che  un dimmoniu socialista personificato. La leggenda dice che quello in chiesa non c voluto entrare nemmeno per il battesimo. Eh, dice che anche in fasce pianse cos tanto quando cercarono di battezzarlo che il prete dovette rinunciare alla cerimonia. Insomma Josto Corbu este unu palasa Deus. A lui lhanno educato a pane e socialismo. Perch un frutto non cade mai troppo lontano dallalbero e anche il padre Gedeone, dottore di matti e di animali, di ateismo ne sa qualcosa.  Al punto in cui siamo,  prosegue Corbu,  la neutralit  solo un salto nel buio...
- Ma...  insiste Cavino,  ... ma cosi vuoi dire che quello che valeva prima adesso non vale pi.
Josto Corbu  piccoletto, magro magro, cha uno sguardo tremendo: n dolce n amaro, lo sguardo di uno che sa quello che dice.  ilpatto segreto con la Francia ci ha spostato nellalveo della Triplice Intesa, cosi stanno le cose.
Capita dunque che per gli stessi motivi per cui ci si dichiarava neutrali, ora si entra in guerra. A Cavino quella Storia non sembra una cosa fatta bene.  Non  certo cosf che si decide,  protesta.
Josto Corbu lo guarda a lungo prima di rispondere:  Che cosa vuoi decidere Cavi?  gli chiede. E Cavino si rende conto che al di l di un sentimento inspiegabile quel dubbio che lo sovrasta non  nientaltro che paura. E si rende conto che il soffio della Storia arriva certo come pu e dove pu, ma anche che se arriva, arriva quando gli pare...  Siamo rivoluzionari,  completa Josto Corbu.
- Appunto per quello siamo contro la guerra, no? Che cosa si diceva? Che il conflitto serviva solo per gli interessi dei borghesi...
Josto Corbu non risponde. Dalla tasca posteriore si sfila una copia vecchia de LAvanguardia.  Asc, Cavi, leggiti cosa scrive Deffenu su questa cosa e poi dimmi... Io devo scappare che cho da mungere...  senza nemmeno aspettare un saluto sgattaiola via come un furetto. Cavino se ne rimane l col giornale arrotolato in mano.
C un odore amarissimo di olive spremute e aria viscosa.  un maggio vetroso, fragile fragile, come se dovesse spezzarsi da un momento allaltro. Mai vista una stagione cos incerta, in tutti i sensi. Un vento a raffiche ha spazzolato via ogni nuvola. Il quadrante della finestra  tutto occupato dal turchese di un cielo perfettamente terso, eppure il sole non scalda. Cavino si cerca un posto comodo per sedersi a leggere.
Michele Angelo quindi quella mattina entra in cucina e chiede alla moglie:  Cos tornato Luigi?  Mercede saggia il calore dellacqua con la punta del dito poi fa segno di sf. Michele Angelo incalza:  Ha deciso di fare unimprovvisata? Diceva che era periodo di esami, che per questo mese da Sassari non sarebbe tornato...  Mercede allarga le braccia.  Non  che  successo qualcosa e non me lo vuoi dire?
- Ha detto che ci deve parlare...
- Non  che ha fatto un guaio?  linterrompe, ansioso, Michele Angelo.
Mercede, ancora una volta, allarga le braccia.
-  No nessun guaio -. E proprio Luigi Ippolito che risponde entrando in cucina. Sembra lavato di fresco, sbarbato ritorna un ragazzine.
-  Ti stavo portando altra acqua,  gli dice Mercede.
- Grazie, ho finito... Bastava,  fa lui con quellaria distratta e cittadina.  Volevo parlarvi,  attacca a un certo punto sedendosi di fronte al padre.  Una cosa che avevo accennato per lettera a mamma.
Come fosse stata chiamata in causa da un pubblico ministero, Mercede estrae la lettera in questione.
- Io avrei deciso di arruolarmi,  spara, secco, Luigi Ippolito, per colpire il padre in pieno petto.
Michele Angelo prepara il broncio come quando sta facendo uno sforzo solenne per non rispondere senza aver riflettuto.  Se hai deciso... Cos non si mangia niente stamattina?  dice sgarbato rivolto alla moglie. Mercede sa bene che quel tono non  rivolto a lei, ma al fatto che il marito sta battagliando contro uninquietudine furiosa. Quindi, lestra che coette, apparecchia per la colazione del marito.
- Ve lo sto dicendo perch  sempre meglio che lo sappiate da me.
- E bravo allora lhai detto... Altro?
Luigi Ippolito fa segno di no. Mercede posa sul tavolo una tazza di latte fumante. Michele Angelo guarda la moglie come a scusarsi per poco prima.
- Mi sarebbe comunque riconosciuto il grado per meriti scolastici...  aggiunge Luigi Ippolito nel silenzio.
... Coloro che amano dipingere quelli fra noi che,pur essendo e proclamandosi rivoluzionari, sono favorevoli alle tesi dellintervento, come della gente diventata -per improvvisa resipiscenza  tenera delle istituzioni ; dei traviati che confessano i loro errori e si apprestano a fare ammenda delle colpe passate, non si rendono esatto conto dellimportanza del fatto storico della Guerra e di quelle che sono le tendenze probabili delle forze politiche e sociali che cozzano in Europa in questo momento.
La Guerra, se altri vantaggi non ci apporter, almeno avr avuto questo benefico risultato:di averci insegnato molte cose, di essere stata una grande maestra, che ci avr richiamati dalle nuvole dei sogni e dalle illusioni al nudo terreno positivo dellesame realistico delle condizioni di fatto del mondo e della civilt moderna e delle forze capaci di rimuoverle e rivoluzionarle. Il lampo  insomma  che rischiara le tenebre e insegna la strada maestra al viandante smarrito tra la nuvolaglia e la paura...
Cavino richiude il giornale seguendo le pieghe da cui  scaturito. Lo stringe al pugno, guarda il cielo: nuvole nemmeno una... Niente proprio.
In cucina Mercede ha preso il sopravvento perch a lei il silenzio che si  creato non piace manco per niente. Padre e figlio sono seduti uno di fronte allaltro e non dicono nulla. Michele Angelo guarda il latte nella tazza e non lo beve, Luigi Ippolito afferra un pezzo di pane ma non lo mangia.
Cos Mercede si  messa a raccontare di Tzia Mena che cha let sua, e laltro giorno era in campagna a fare erbette quando ha visto due carabinieri venire verso di lei con una busta in mano, e allora abbandonando tutto quello che aveva raccolto si  messa a scappare correndo per il campo come una capra e gli altri due dietro che la chiamano: Signora, dove va? Signora, signora ! Ma lei niente, a lei le hanno detto che non deve prendere nulla dalla mano dei carabinieri perch senn diventa atto ufficiale e magari quella  la cartolina precetto per qualcuno dei suoi figli. E comunque nonostante la sua et Tzia Mena corre come una ragazzina tanto che i carabinieri, due giovinetti, fanno fatica a raggiungerla... Ma Mercede ride troppo raccontando questa storia che una storia non , perch di fatto i carabinieri volevano solo sapere dove abitasse per lasciare latto in casa sua e lei pensando di fuggire ce li ha portati.
- Questo succede quando uno si crede mariane e invece finisce marianato,  commenta senza enfasi Michele Angelo.
- Marianato?  ripete Luigi Ippolito.  Che cosa vuoi dire? Non esiste un detto del genere...  reagisce trattenendosi dal ridere in faccia al babbo.
- E tando? Me lo sono inventato adesso, bene ti va? Vuoi dire che ogni furbo prima o poi incontra uno pi furbo di lui...  Poi, dopo una breve sosta:  Ma lhai visto in quale corno grande della forca si deve andare a combattere?  Luigi Ippolito fa cenno di s.  E quellaltro dov?  chiede allimprovviso Michele Angelo alla moglie, rendendosi conto che Cavino non si  visto.
-  uscito da presto, da prima che arrivasse Luigi,  risponde rapida Mercede. Poi riprende col suo racconto a proposito del fatto che Tzia Mena si  chiusa in casa lasciando i due carabinieri in cortile e gridando che lei  andata dal notaio che gli ha detto di non prendere niente, perch se la consegna non avviene ufficialmente il richiamo non  valido. Ma i carabinieri replicano che comunque li ha visti e che se non apre si mette nei guai, non pu fare finta di non essere in casa. E dicono che una cosa  non esserci e una cosa  fingere di non esserci. A Tzia Mena quella differenza sfugge.
Ma in ogni caso non  esattamente quella la storia che a Mercede preme di raccontare. A lei interessa che, attraverso questa vicenda di una donna semplice e un po ignorante che cerca di salvarsi con un ombrellino dalluragano, il figlio capisca che alluomo su questa terra spettano fin troppe prove terribili senza che uno debba andare a cercarsele. Insomma ditemi voi se  possibile che persine i sassi conoscano la faccenda degli arruolamenti coatti, che tutti cerchino di sfuggirli e invece quel figlio suo vuole addirittura partire volontario.
-  Non  cos,  insiste Luigi Ippolito.  Tanti stanno partendo volontari e tanti ne partiranno. Ci chiamano a contribuire per questa Nazione e noi che facciamo? Scappiamo?
- Contribuire,  ripete con sarcasmo Michele Angelo. E si alza.  Lascia che vado a lavorare, cho due tori da ferrare a Molimentu. Quando arriva quellaltro digli che ha gli alari del notaio Serra da finire -. Ed esce.
Luigi Ippolito e la madre si guardano.
Di l a una settimana Luigi Ippolito parte. Ad accompagnarlo ci sono solo Mercede e Marianna che  diventata quasi una signorina, sottile e piuttosto alta per la sua et. E un saluto mesto. Col postale messo a disposizione dallesercito si deve arrivare fino al centro di smistamen-to; le truppe partono in treno, ma i graduati, quelli studiati, assai pochi, viaggiano in postale.
E tutto precario, tutto mantenuto in piedi da unaria tremolante. C luce estiva, ma un freddo secco che punge le ossa. A Mercede quella situazione sembra una cosa vissuta da altri. Si guarda affianco Marianna: composta come una suorina sembra tranquillissima. E anche le altre madri e qualche padre sembrano tranquilli. Cosi si dice che non bisogna dar retta a quella specie di accelerazione del respiro che non la fa ragionare e che, molto probabilmente, anche lei, a vederla da fuori, nel suo involucro di madre del soldato, appare serena. E invece no. Perch serena non . Sono almeno quattro notti che non chiude occhio.
Marianna tiene per mano il fratello come se allultimo avesse deciso di non lasciarlo andare. Ma, quando arriva il momento, eccoli che si staccano. Cos a Luigi Ippolito viene in mente tutto quello che avrebbe avuto da dire e che non ha detto: Saluta babbo e Cavino; Non preoccuparti di nulla; E tu Maria, mi raccomando... E cos via.
A Mercede invece viene in mente che quella potrebbe essere lultima volta in cui vede suo figlio. Marianna capisce al volo quel pensiero e fa cenno di no col capo. Luigi Ippolito sorride e poi si avvia sul postale. Laria frantuma tutto al primo rombare del motore.
La sera a casa Mercede non parla, se ne sta seduta nel suo sgabello davanti al camino e non parla. Cavino e Michele Angelo mangiano con la testa affondata nella zuppa come se avessero la schiena molle. Marianna fa la massaia. Nessuno ha chiesto niente e nessuno ha risposto.
Cos del fronte non si parla a casa Chironi. E i giornali non si comprano. E non si pronuncia nemmeno la parola guerra. Si aspettano le lettere. E solo da quelle si capisce che Luigi Ippolito non  a Sassari come sempre, ma al corno grande della forca.
Cos una mattina Michele Angelo fa una pensata.
Ma prima di questo bisogna dire che, dalla partenza di Luigi Ippolito, Cavino sembra inquieto. Lavora male, non sta mai fermo, non fa il nido da nessuna parte, come dice la madre.
Molti dei suoi amici non ci sono pi, qualcuno  persino gi morto al fronte, qualcuno chiss. Josto Corbu insieme a un paio di rivoluzionari ha deciso di saltare il fosso e si  arruolato volontario. Lui no. Lui  come un tuffatore che aspetti il momento opportuno per buttarsi. E la metafora non  gratuita, considerando il fatto che Cavino non  mai stato di quelli che fanno senza prima pensarci dieci volte. A scuola per esempio prima di dare una risposta passavano i minuti, soprattutto se la sapeva, anzi quanto pi la sapeva tanto pi tardava a rispondere. Bisognava conoscerlo a Cavino per non perdere la pazienza e volergli anche molto bene, senn davvero le mani scappavano da sole.
Insomma anche stavolta, dopo la partenza del fratello, Cavino era l che tardava a rispondere a se stesso. E il padre, che lo conosceva, lo osservava attentamente. Poi di sera davanti alla cena e davanti alla moglie diceva:  Quello sta ruminando qualcosa -. Mercede annuiva convinta, perch quanto affermava il marito era chiarissimo anche a lei.  Quello ci fa lo scherzetto,  aggiungeva il fabbro.
Intanto dal fronte arrivavano le lettere di Luigi Ippolito piene di un entusiasmo preoccupante. Per i due mesi successivi non ci fu giorno che Cavino non accennasse al fatto che tutti erano o sarebbero partiti. E non cera giorno che Michele Angelo non pensasse a quelle due o tre paroline che lui e il Padreterno si erano scambiati qualche anno prima nella vigna, quando Pietro e Paolo erano scomparsi. Dal punto di vista di Michele Angelo era chiaro quanto stava succedendo e cio che Cavino aveva la risposta pronta, una risposta che conosceva benissimo, ma che tardava a dare. E allora, siccome ogni ortolano conosce le sue rape, il padre stava in guardia perch sapeva che quando il figlio quella risposta se la fosse data definitivamente allora non ci sarebbe stato pi niente da fare. Per ora la faccenda si reggeva col fatto che per ogni figlio che partiva volontario un altro figlio veniva esonerato dalla leva obbligatoria. Ma, e qui stava la domanda, era altrettanto chiaro che due volontari nella stessa famiglia erano comunque ben accetti.
Quando Marianna fu chiesta in sposa da un avvocato pi grande, ma non troppo vecchio, Michele Angelo e Mercede decisero di mettere in atto una manovra diversiva. Cavino non sapeva che quel suo titubare laveva infilato in una guerra altrettanto tattica, seppur meno sanguinosa, di quella che stava combattendo Luigi Ippolito.
Il piano consisteva nel prendere tempo finch Marianna non si fosse fidanzata ufficialmente e, intanto, lavorare per procurare a Cavino un diversivo infallibile. Quel diversivo si chiamava Agnese Desogus.
La ragazza, amica dinfanzia di Marianna, era bella, in buona salute, sveglia e da tempo interessata, come si diceva allora, a Cavino. Lui del resto aveva tutte le caratteristiche del maschio maschio. Uomo in tutto, serio, lavoratore, fattore. Pili vicino alla corpulenza del padre che allasciuttezza della madre, e con quel biondo che lo rendeva in qualche modo esotico. Cavino alle donne piaceva, ma non si pu dire che fosse uno troppo intraprendente. Lui stava meglio con gli amici. E anche quella era una continua fonte di pessamentos per i genitori. Perch questo di accasarsi non ci pensa e quellaltro meno che meno...  Cos lidea  di riuscire a celebrare due fidanzamenti al posto di uno. Michele Angelo  sicuro che appena Cavino assaggia poi non si stacca pili. Se poco poco mi assomiglia come sembra, dice a se stesso,  uno che fagli annusare la donna e i grilli per la testa spariscono. Quindi, con la scusa di preparare tutto per il fidanzamento di Marianna, ecco Agnese sempre in giro per casa. E sempre intorno a Cavino. Incoraggiata dal suo status di femmina e di ape regina eccola ronzare intorno al fiore prediletto. Cavino per lo pi si imbarazza, capisce e non capisce, o fa finta. Quel che  certo  che, quando pu, scappa.
 una storia vecchia,  dicono le donne tra loro,  a questi maschi se non gli dai la pappa pronta non si decidono. Anche Michele Angelo era cosi allinizio, specifica Mercede, e le donne ridono. Poi per ha imparato la strada, aggiunge lei.
Fino al pomeriggio in cui Agnese lo bacia e Cavino si fa baciare. E non solo...
Agnese la racconta cos: che erano da soli in cucina, lui seduto, lei in piedi. E racconta che lui ha mani bellissime anche se fa il lavoro che fa. Quindi erano in cucina da soli e lei non riesce a togliergli gli occhi di dosso, specialmente dallaureola dorata che la luce del pomeriggio gli fa intorno alla nuca. Ed  esattamente l che lo sfiora come per caso mentre gli sta passando alle spalle... Lui sente quel contatto come unenfasi del silenzio che li circonda.
E un pomeriggio di agosto avanzato, di quelli compatti che sanno di lenzuola fresche profumate con mele cotogne. Agnese racconta che lui non fa un gesto come se non si fosse nemmeno accorto che lei lha sfiorato, ma  solo apparenza e lei lo capisce bene perch nel silenzio morboso di quella cucina pu sentirlo deglutire come chi ha troppa saliva in bocca. Ma il punto  che resta immobile perch non vuole incoraggiare ma neanche scoraggiare. E Agnese si scoraggia? No, no di certo. Lei ritorna esattamente da dovera partita e ancora lo sfiora, ma questa volta con intenzione chiara, dilungandosi addirittura. Ecco, Cavino, concentratissimo, aspetta che Agnese faccia il terzo giro intorno a lui e quando sente che lei sta di nuovo per sfiorargli la nuca scatta e le afferra la mano come se fosse una mosca ronzante. Restano cos e si guardano. Lui non la stringe, eppure lei si rende conto che  impossibile liberarsi da quella presa. Quasi impercettibilmente gli sorride. Quasi impercettibilmente lui muove le dita sul dorso della mano di lei. E tutto resta cos, nellimmobilit febbrile di quel che : i gesti, gli sguardi, i sorrisi, i respiri.
Ecco, nella mezzora che segue Agnese perde la dignit e Cavino perde la verginit, dice lei. Ma tant: bisogna imparare presto chi decide, e cosa. Cavino visto, scelto, preso, fa il suo dovere come gli detta la sua natura guardinga, a met tra quello che  e quello che dovrebbe essere, o che vorrebbe essere. E comunque, mentre si riabbottona i calzoni, si sente come lo scampato allincendio, che capisce di essere scampato proprio perch ha agito prima di pensare. Quanto allinnamoramento, se sapesse di cosa  fatto potrebbe anche ragionarci su, ma non lo sa.
E ora? Vuoto, pi triste che allegro, pi imbarazzato che fiero, avrebbe solo fretta di andare via. Agnese non sembra attraversata dallo stesso sentimento, con movimenti minimi si sistema la camicia allaltezza del seno. Quellintimit tanto esibita  peggio del mischiarsi di poco prima,  passato abbastanza tempo da considerare quanto accaduto come un dato archiviato, un arnese riposto, una pratica espletata; ma ne  passato troppo poco perch si possa evitare la mitizzazione. Ora sembra che tutto quello che  avvenuto nella cucina odorosa dagnello e di cannella, si possa riconsiderare solo a patto di uscire in fretta da l. Fuori, nel cortile, va gi meglio: per strada, tutto diventa raccontabile e quindi un segreto da custodire.
Anche di questo parlano le donne. Agnese racconta di come Cavino si  ricomposto in fretta, spiega che lha trovato pulito come un bambino ben accudito, gentile e forte.  semente buona, pensa di lui; Sono terra fertile, pensa di se stessa.
Quella terra  diventata un regno di femmine. I maschi sono al fronte e cadono a grappoli in prima linea cercando per protervia di sfidare il fuoco.
Ma a giudicare dalle lettere di Luigi Ippolito quel fronte  solo un utero infestato di topi dove si passano giornate intere ad aspettare. Per ogni giorno di fuoco, per ogni carneficina, passano giorni di nulla. Cos non rimane che scrivere, per quanto sia lecito, che a volte si rischia di scrivere cose non concesse senza nemmeno saperlo. A sentir lui loffensiva offre prospettive che quellattesa tremenda, senza fine, disperatamente cancella. Ma questo non si pu scrivere. Ci che Luigi Ippolito sa, cio che per ogni metro conquistato si perdono decine di soldati, non lo pu dire. Rimane nella parte cancellata della lettera, sostituito da ununica, prosaica, parola: CENSURA. Fuori da quella selezione si percepisce quanto resta di Luigi Ippolito: raccontatore, forse patriota, soldato senza una guerra... Nelle ore di attesa ha raccontato ai compagni commilitoni la storia di Quirn quando tent di arrestare lInquisitore, e di come il mancato arresto lavesse fatto cadere in disgrazia tanto da persuaderlo a lasciare il Capo di Sopra, civilizzato, per raggiungere linterno selvatico come avevano fatto Pizarro o Cortes. E poi ancora di come fosse diventato il camerlengo del vescovo di Galtell, e di come infine, per sfuggire alla malaria e alla peste, si fosse trovato a calpestare lantichissimo territorio di Nur insieme ai famigli del religioso che l aveva deciso di trasferire larcidiocesi. La voce di Luigi Ippolito, stendala dalle pareti carsiche della grotta, si adegua allaccompagnamento della bombarda. Ancora una volta,  dice,  Quirn diventa Kirone e, infine, Chironi, come quello che avete davanti.
La manovra diversiva attuata dai genitori non pare riuscita: nonostante le indagini di Michele Angelo in officina Cavino non parla, n da segni di cambiamento. Cos quando il fabbro incontra la moglie, che gli chiede con unalzata del mento se il figlio ha accennato ad accasarsi, deve scuotere la testa per significare che non c niente di nuovo. Non gli  bastato quello che ha annusato, o forse non ha annusato bene.
La settimana prima del fidanzamento di Marianna viene funestata da due brutte notizie: la prima  che Luigi Ippolito non ritorner in licenza, la seconda che Agnese Desogus ha sposato un commerciante genovese pi vecchio di lei di trentadue anni. In verit questa seconda notizia, ferale per il mondo che lo circonda, non sembra turbare pi di tanto Cavino. La prima invece s. Ha ripreso a non dormire di notte e sente respirare il letto vuoto affianco al suo come se fosse occupato da unanima in pena.
Per aggiunta Josto Corbu  senza una gamba e con met del viso sfigurato, ma con una medaglia lucida sul petto - stato rimandato alle cure dei suoi cari. A pezzi ma  tornato. Frammento di eroe locale pronto da rimuovere come una scheggia nellocchio. Non ci vuole niente a passare da colui che ha fronteggiato il nemico con coraggio, al coglione che ha combattuto una guerra stupida e ne  uscito letteralmente a pezzi.
Quando mancano tre giorni al fidanzamento di Marianna, Josto manda a chiamare Cavino.
Non appena rivede lamico, Cavino capisce quale sensazione gli aveva impedito di andarlo a trovare fino ad allora. Quello che vede  un pezzo di corpo buttato su un letto. Posata allaltezza del comodino c una gamba di legno grottesca, scura, cinghiata in cima, calzata con uno scarponcino ben allacciato.
- Secondo te posso portarla?  chiede Josto seguendo lo sguardo di Cavino.  Mi hanno dato la scarpa per la protesi, ma non quella per il piede sano. Ti pare che devo andare in giro con due scarpe diverse? Meglio con una sola gamba -.E, come suo solito di ridere di cose terribili, eccolo che ride con mezza faccia, perch tutto il lato destro fa leffetto di un impasto lasciato a lievitare. Ogni piega  scomparsa. Ogni linea, ogni forma,  scomparsa. Sparita la curva del labbro inferiore, che ora segue limbastitura scomposta con cui hanno rattoppato guancia e mascella, scoprendo la gengiva e qualche dente. Spenta la luce dellocchio marrone, che sembra lunica cosa viva in mezzo a tutto quel tessuto cicatriziale.  Bellino, vero?  commenta Josto Corbu leggendo i pensieri di Cavino.
- Bello non sei stato mai,  risponde lui, con una tristezza nella voce che basterebbe a oscurare la terra.
Cosi finisce la pace. A Cavino sembra di avere davanti un morto tornato dal sepolcro come un Lazzaro che abbia il compito di riportarci notizie dalle tenebre. E l che inghiotte saliva e, insieme a quella, la domanda che disperatamente vorrebbe fare.
- Tuo fratello lho visto,  lo anticipa ancora una volta Josto Corbu.  Due volte lho visto: prima al fronte, poi in ospedale, una leggera ferita al piede, una scheggia di granata. Stava bene, mi  sembrato che stesse bene,  si corregge.
E quella correzione dice tutto. Ora che  diventato uno di quei pupazzi che fanno paura ai bambini la sua capacit di mentire sembra definitivamente compromessa. N  aiutato dallimpossibilit di articolare lo sguardo. Le parole di Josto adesso sono comunque terribili perch emesse da forme infernali e perch per emetterle necessitano di uno sforzo tremendo. Quella  una bocca che non si  resa conto dellobbrobrio che lha trasformata in una cavit sbilenca, senza armonia.
-  Non sta bene,  afferma a un certo punto Cavino.
- Un piede ferito, cosa vuoi che sia?
- Non dicevo quello...
Quella notte Cavino aspetta che i suoi genitori si mettano a letto. Poi, sapendo dove cercare, va a prendere tutte le lettere del fratello: due anni di corrispondenza dal fronte. E capisce che tutto quello che c da sapere  stato cancellato, ma quando pensa cancellato non pensa a quelle porzioni sbiancate e alla scritta CENSURA che le sostituisce. No, quando pensa cancellato Cavino pensa a tutto quello che il fratello non ha voluto scrivere.
Togliendo i fogli dalle buste li distende in ordine sul pavimento della sua camera e vede tante cose che non ci sono... La scrittura, per esempio. Gennaio e febbraio del 1916: pochissime parti censurate, la scrittura  ferma, precisa. Marzo, aprile, maggio: aumentano le censure. In una lettera del 24 aprile praticamente sono rimaste lintestazione e i saluti. La scrittura si appuntisce.
Tutti quei fogli in ordine fanno leffetto di un cimitero monumentale con le lapidi tutte uguali. La guerra vista da l  una cronaca ostinata, una batteria di obici con il compito di preparare unoffensiva, unonda che si gonfia prima di sbattere sulle rocce...
Giugno del 1916, della lettera non rimane niente:
Ti ricordi la nostra discussione a proposito del dovere guerresco poco prima della mia partenza? Sembrano passati millenni e sono meno di due anni. Ti ricordi che tu dicevi non trattarsi di un dovere ed io invece opponevo la necessit, addirittura la sacralit, di tale dovere? So che lo rammenti e che rammenti anche quanto mi infervorai a dimostrare che nessuno pi dei sardi era razza guerresca, per cultura, per natura e per quella sua disposizione alla virile e spiccia risoluzione delle questioni piuttosto che alla diplomazia . Bene, ora che i fatti paiono avermi dato ragione, ora che noi, i pastori e contadini, gli ultimi arrivati in questa Nazione fanciulla ne siamo stati eletti paladini sul campo di battaglia... Ora, dicevo, sento che tu CENSURA
Molti di noi necessitavano di cure immediate, non io come sai, non temere: i dolori al piede offeso dalla scheggia di granata CENSURA
Qui la scrittura rasenta lassurdo... Ma  comunque la sua. Meno sicura, ma sua, e questo dimostra che  vivo chi scrive. Le righe sono recinti di filo spinato che ingabbiano il foglio:
CENSURA lo faccio ora e con eguale amore ti chiedo di perdonarmi, e ti bacio i piedi, e ti abbraccio le ginocchia, inerme, disarmato, denudato della corazza, spogliato delle certezze. ..
Ma che cosa mai avevano letto finora? Comera possibile che in tutto questo tempo non avessero notato che era successo qualcosa? E chi era quello che scriveva? Due anni al fronte e mai una licenza, mai un accenno a tornare a casa.
A Marianna che un mese prima gli ha scritto annunciando il suo fidanzamento, lui fra laltro risponde:
Anche da qui grandi notizie! Sono stato allo Studio Notarile Plesnicarper un dovere di cui parler a te e a voi tutti a voce... CENSURA non mi affatico, non temere, sono accudito oltre ogni dire e faccio pasti regolari; mi impongo almeno un ora di moto al giorno, giusto per muovere il piede offeso dalla granata come sai. Ti sia di consolazione sapere che sono ormai due mesi che non necessito pi del bastone. Ti sia di consolazione sapere che ho cercato in ogni momento di non disattendere alle speranze che voi avevate riposto in me. Anche se, qualche volta, ho come la certezza di avervi deluso e di avervi arrecato solo ambasce e preoccupazioni, ma ora, mentre scrivo, riesco a pensare che tutto quello che andava fatto  stato fattorino in fondo...
Nessun accenno al fidanzamento, niente.
E notte piena, ormai, c silenzio di autunno incombente. Cavino, seduto sul pavimento come un pellegrino al santuario, comincia a sentire freddo; intorno a lui i fogli respirano, come il letto vuoto del fratello, come tutto ci che ha toccato Luigi Ippolito.
Ci vuole un bel po prima di rimettere a posto i fogli nelle buste corrispondenti e soprattutto per ricomporre la risma santa legata da un nastro rosso che Mercede adora e custodisce come una reliquia.
Sfinito, Cavino va a distendersi sul letto di Luigi Ippolito, ma la pace dura poco. Ha un pensiero in mente, qualcosa che non riesce a mettere a fuoco. Nel torpore del dormiveglia fili invisibili sembrano voler tessere un bozzolo che lentamente lo soffoca.
Cos di scatto si siede sul letto, sveglio adesso, e capisce cosa non era riuscito ad afferrare fino a quel momento. A piedi nudi ritorna verso il suo tavolo. Le lettere sono sempre l. Con furore le riapre.
Novembre del 1917:
Ti sia di consolazione sapere che ho cercato in ogni momento di non disattendere alle speranze che voi avevate riposto in me.
Ecco, ancora:
con eguale amore ti chiedo di perdonarmi, e ti bacio i piedi, e ti abbraccio le ginocchia, inerme, disarmato,
Dicembre del 1917:
... ti abbraccio le ginocchia, inerme, disarmato...
Gennaio del 1918:
Ti sia di consolazione sapere che ho cercato in ogni momento di non disattendere alle speranze che voi avevate riposto in me. Anche se, qualche volta, ho come la certezza di avervi deluso... Ti ricordi che tu dicevi non trattarsi di un dovere ed io invece opponevo la necessit, addirittura la sacralit, di tale dovere?
...tu dicevi non trattarsi di un dovere ed io invece opponevo la necessit, addirittura la sacralit, di tale dovere?
- Ti stavo aspettando -. Josto Corbu indica una sedia davanti a lui.
- Che cosa  successo?  attacca Cavino, con tutta la notte insonne appiccicata addosso.  Perch Luigi Ippolito non  mai tornato a casa? Tu lhai visto...
Josto Corbu prende tempo.  Non so se vuoi davvero sapere quello che chiedi. Siedi, riposati.
Ma Cavino non si siede.  Che cosa  successo a mio fratello?
- Vi ha scritto no?  la voce di Josto Corbu  alterata come se provenisse da unaltra stanza. Cavino lo guarda e aspetta.  Siedi,  ripete laltro.
Io adesso ti racconto un giorno. Uno solo.
Voi da qui non capite, nemmeno potete immaginare cosa sia una guerra. Per mesi abbiamo sofferto freddo, fame, stanchezza. Oh la stanchezza, come un carico perenne sopra le spalle! Noi lequipaggiamento lo chiamavamo stanchezza, trenta chili veri sulle spalle di ragazzi che mangiavano poco e dormivano peggio. Pi e meglio di noi mangiavano i topi e i pidocchi, loro si. A me mi faceva impazzire non dormire, pi che i topi, pi che la fame... La notte nemmeno si pensava di dormire. Mai. Uscivamo dalle trincee ma eravamo gi morti. Fermi sullIsonzo. E comunque finii per addormentarmi nonostante il fragore continuo, e bum e bum, sempre...
Ad agosto dice che abbiamo preso Gorizia, ma non  vero, siamo solo entrati in un cimitero a cielo aperto infestato di cecchini, e quello  lunico passo avanti che si  fatto in mesi e mesi.
Quel giorno arriva col silenzio, ci avvertono di prepararci per unoffensiva verso le cinque del mattino. Nella notte ci hanno raggiunto contingenti dal Veneto. Tuo fratello era tra questi. Allinizio nemmeno lho notato con lelmetto calato sulla testa, poi quando ha cominciato a gridare ordini ho riconosciuto in quella voce qualcosa di familiare. E poi ho sentito il capitano che diceva:  Tenente Chironi, si sinceri che tutti abbiano capito gli ordini.
E allora tuo fratello ripete di mettersi in riga, di prepararsi per reparto e cos via. Lo dice in sardo, che molti davvero litaliano nemmeno lo capivano. Allora mi avvicino e gli faccio:  Tenente mi scusi...
- Dica caporale,  mi fa lui.
E io:  Ma lei  per caso dei Chironi di Nuoro? Micheli Anzelu Chirone, su mastru e ferru?
- S,  fa lui sbrigativo.
- Il fratello di Cavino?
- Eja,  dice.  Connosches a frade meu?
- Semus fedales.
A Cavino gi quel pezzo di racconto fa velare gli occhi.
E comunque la giornata passa, nellinferno, nellApocalisse, per guadagnare qualche metro di territorio, ma passa. Quando si ritorna alle tane si fa la conta. Si accende il fuoco e si dorme senza dormire, come animali. A tuo fratello non lho pi visto per tutta la settimana, l vale il fatto che non sai mai dove ti mandano e che vivi come le talpe dentro a un labirinto di gallerie. Davvero si pu stare fianco a fianco per mesi senza vedersi mai. Io per a Luigi Ippolito lho visto bene: magro, con un po di barba, serio serio. Lo sai com lui, no? Che sembra sempre che mentre ti dice una cosa stia pensando a unaltra.
Cavino fa cenno di s.
In divisa lui rimane un belluomo perch  alto e chiaro e agli ufficiali dello Stato maggiore non sembra nemmeno sardo. Insomma, Cavi, dopo quella volta che mi sono presentato lui  stato molto gentile con me e mi ha sempre fatto avere qualche razione in pi. Lui per me  una bravissima persona. Dico per me perch l in reparto non  che avesse una buona fama... Te lo devo dire, tanto  inutile starsi zitti. Dicevano che tuo fratello era culo e camicia col capitano Sermenti e quello te lo raccomando... E poi dicevano che tuo fratello, il tenente Chironi, non era nemmeno tanto per la quale, mi spiego?
Cavino scuote la testa. Ad abituarsi, dalla bocca sbilenca di Josto Corbu smettono di uscire stracci di frasi.
S insomma dicevano che era il cane da guardia del capitano e poi dicevano anche altro, ma sono scemenze... Comunque si capiva bene che non era tanto sereno, per davvero chi cazzo  che era sereno con gli austriaci a meno di un chilometro. Io continuavo a dire: Siete scemi, guardate che i Chironi io li conosco bene e sono gente a posto, il tenente avr le sue buone ragioni per comportarsi come si comporta.
Un giorno per arriva il caporale Tinti e dice che a tuo fratello dalla postazione degli ufficiali nemmeno lo lasciano uscire. Com come non , tutti hanno una loro teoria... Che non ci sia pi con la testa, per esempio. E cos arriva quel giorno che ti volevo raccontare dallinizio. E te lo racconto proprio perch  il giorno famoso in cui tutti dicono che il tenente Chironi ha fatto il matto e che il capitano per parargli il culo con le alte sfere non lha nemmeno fatto alzare dalla branda. Infatti quel giorno tuo fratello mi manda a chiamare. A letto  a letto, ma in preda alla febbre, senza divisa,  magro come un Ges Cristo con i capelli sporchi, e sembra invecchiato. Ecco, sembra esattamente come ognuno di noi. Io penso che nella truppa ci sono certe malelingue che davvero uccidono pi di qualunque arma... E comunque mi ha mandato a chiamare per un motivo preciso: vuole sapere se sono sposato, se ho famiglia. E io: Signorn! Poi vuole sapere se ti ho scritto o se tu hai scritto a me. E io: Signorn! Lui sorride come se avessi dato una risposta del tutto scontata: Scrivere, Cavino, no eh? chiede. E io dico: No, proprio no. E lui: Da quanto tempo non ritorni a casa? E io: Da un anno e sette mesi, signore! Allora lui prende un foglio che ha sul tavolino e me lo porge. E una licenza, per me.
Silenzio. Dallocchio sano di Josto Corbu cola una lacrima densa.
Cos quel giorno  precisissimo perch con quel foglietto in mano mi sono reso conto che da moltissimo tempo non ero stato felice, e nemmeno allegro, e nemmeno, solo, contento. Io quel giorno l ho capito dovero finito, in quale Apocalisse ero stato risucchiato. Ecco, mi guardavo intorno e vedevo esattamente me stesso replicato ancora e ancora, tremante sotto allo sterrato, incastrato tra le rocce, tenuto sospeso dal filo spinato. Io ero tutti e tutti erano me.
Di l a poco  previsto un attacco, quindi si prende posizione, ma io eho la mia licenza come una ricetta contro ogni morte. Cos quando la terra mi esplode intorno non sento nemmeno male, vedo la mia gamba che mi precede e penso: Per siamo fragili. Sento come un gancio che mi strappa met della faccia e penso ancora: Siamo fragili. Eppure non muoio. Sono forte! grido.Sono vivo! I barellieri corrono verso di me. Niente male, giuro. Dopo s, dopo, ma l, rotto a pezzi, col sangue che impasta il terreno, nessun dolore. Niente. A caldo, sbattuto al suolo dopo lesplosione, ho il tempo di pensare alla mia licenza, poi pi niente.
Chi lo sa quanto tempo passa, ma limportante  che i barellieri mi prelevano. Uno dice:  pi morto che vivo; laltro dice: Povera creatura; lo dice come fosse un vecchio, e invece era anche pi giovane di me.
Sono certo che da un orecchio non ci sento proprio nulla. E mentre mi trasportano vedo che  primo mattino. Ti dico, Gav, che quella  stata una condizione di pace:  lalba, c un freddo che taglia in due, e un cielo che sembra dipinto. Uno lo guarda e si dice: non  possibile che al mondo esistano meraviglie simili. Poi considera se stesso e capisce che  un animale che sta in piedi per maledizione, sempre costretto a guardare la terra. Dal quel cielo invece era impossibile staccarsi perch era semplice. La perfezione fine a se stessa. L davvero ho pensato che forse ero a un passo dalla fine. Perch, mi sono detto, proprio ora che sto per morire, mi si concede una rivelazione. E la rivelazione  che la bellezza  semplice: la pace, la vita, quello che per paura o per comodit chiamiamo Dio, tutto  limpido. Non c nientaltro amico mio, frade, nientaltro.
Insomma, dopo quattro mesi nellospedale militare mi mettono in piedi. Lufficiale medico dice: Lei Corbu deve ringraziare il freddo innanzitutto che non ha favorito infezioni e poi la sua tempra, diavoli di sardi !
E poi mi fa il verso: Com che dite voi? Aj! e ride. Io, con mezza faccia bendata, rispondo per quanto posso e ripeto: Aj!
Devo fare passi, ma dopo mesi allettato la cosa non  semplice. Disteso stavo meglio, accudito in tutto, come ritornato, nemmeno bambino: neonato. Mi piaceva, perch potevo vivere da adulto, da persona cosciente, qualcosa che avevo gi vissuto quando ero incosciente. Quando si viene da dove sono venuto io, Gav, la guarigione  quasi
una punizione, perch fuori dal sepolcro devi fare i conti con tutto quello che hai capito quanderi dentro.
A Caporetto, dicono,  successo lirreparabile. Ne avete saputo qualcosa qui?
Cavino alza le spalle.
Non pi di tanto, si capisce. Cosa ci si pu aspettare dai giornali? In tempo di guerra, poi... Comunque ora si arriva dove voglio arrivare ed  tutto collegato a quel giorno della licenza.
Infatti il foglio che avevo in tasca viene conservato dagli infermieri durante il ricovero. Quella mattina che mi mettono in piedi su una gamba la prima cosa che mi viene in mente  che mesi prima mi era stata concessa una licenza dal tenente Chironi. Linfermiere mi dice di non preoccuparmi, che tutti i miei effetti personali sono ben custoditi e che della licenza non ne ho proprio bisogno, visto il congedo ineluttabile. Eppure proprio quel giorno che ci penso ecco che mi portano a far passi per fortificare la gamba restante, laltra come vedi ha corso pi di me ed  sepolta da qualche parte.
Ecco, sono nel parco dellospedale, saltello e mi siedo, provo le stampelle, mi sfinisco, ma il tono muscolare  pressoch assente. Ho il fiatone.
In fondo al viale vedo un gruppo di fantasmi accompagnati da infermieri grandissimi. Davvero, non  una mia sensazione, quel gruppetto di strane marionette scattanti  custodito da quattro enormi divise bianche.
Quelli sono i matti, mi dice linfermiere che mi assiste nella rieducazione... Accanto a me c anche una donna con la divisa delle volontarie: fa che quel pu per sorreggermi, ma  una fatica. Cos quando non ho fatto che qualche passo gi mi riportano verso il reparto. Ed  esattamente mentre si decide che per quel giorno pu bastare che vedo tuo fratello. E in coda al gruppo, quello che dicono dei matti, che ci passa accanto... Ecco, vedi che alla fine te lho detto? Dice che era stato messo ai plotoni desecuzione dei nostri soldati ritenuti disertori dopo Caporetto. Lo sapevi questo? Lo sapevi che oltre alla disfatta col nemico quei poveri ragazzi hanno subito anche lumiliazione di passare per vigliacchi? Io lo capisco che si diventi pazzi.
Comunque nel reparto dei matti proprio era impossibile entrare, dicevano che li curavano con la corrente elettrica e con le docce fredde. Questo dicevano, che arrivavano al fronte come persone normali e poi rivelavano una debolezza della mente che li faceva instabili allimprovviso.
Al fronte era pieno di ragazzi che credevano di poter contare qualcosa e quando si accorgevano di non contare niente perdevano la testa, ma noi sardi lo sappiamo bene fin da quando siamo nati che non contiamo niente. E allora cosa cambia?
Insieme a me in trincea cera un ragazzo di Bergamo, in Lombardia, che a ogni scoppio perdeva la testa. Io lo guardavo come a dirgli di stare calmo che tanto era sempre la stessa carneficina, cambiavano solo le armi.
Certo questa  guerra moderna di posizionamento, qui un centimetro di terra vale di pi delle migliaia di vite che costa...
Cavi, ti parlo di Monte San Michele, il 29 giugno. C un intero battaglione appostato e c qualcosa che non si capisce, perch dal fronte austriaco cominciano a piovere dei fumogeni che fanno puzza di fieno marcio. Strano, ma, pare, senza conseguenze. Se non che la mattina dopo alcuni ragazzi cominciano a stare male, ma male sul serio, tossiscono fino a diventare blu poi stramazzano a terra con la bocca schiumante. Chi li ha visti dice che non muoiono, dice che quei fumogeni che puzzano di stalla sono armi senza pallottole, veleno che si respira. Il Male Assoluto dicono, quello destinato per linterno che si respira come lalito di Dio contro gli adoratori del vitello nel deserto.
Ma il male vero  che si muore solo dopo ore e ore di agonia, come annegati in terra ferma, perch i polmoni si dissolvono in acqua putrida. A Monte San Michele non  sopravvissuto nessuno: sessantamila ragazzi che rantolavano nelle trincee, ciechi, ustionati, deformati dalle vesciche. Al punto che dal comando austriaco hanno ordinato di bonificare le linee mandando un plotone con le mazze chiodate, capisci? Non volevano sprecare pallottole per finire i moribondi. Questo lhanno scritto da qualche parte, Cavi?
Cavino fa segno di no.  pietrificato in una posizione strana, n seduto n in piedi, come se avesse guardato negli occhi la Medusa nellatto stesso di alzarsi.
Quante sono sessantamila persone Gav? Eh? Quante sono?
Cavino cade a sedere, vittima di un incantesimo spezzato.
Quante Nuoro sono sessantamila persone, eh? Nove? Otto? Pi o meno. Ecco immagina che nove, otto Nuoro vengano distrutte in un giorno, che muoiano tutti, ma tutti tutti: donne uomini bambini bambine vecchi vecchie; il curato, il sagrestano, la perpetua, il notaio, il maresciallo, il dottore... Immagina che in questa falcidie non ci sia possibilit di privilegio: muore il delinquente sanguinario, lo stupratore, il ladro, esattamente come la madre dellucciso, la donna violata, il derubato. Tutti. Sessantamila. Ventimila in un minuto. Questo  successo sul fronte francese. Ne sapevate qualcosa?
Cavino avrebbe in mente qualcosa da dire, ma si rende conto che ormai  fuori tempo massimo, che quella risposta che ha in mente doveva darla un anno prima.
Josto Corbu gli legge in fronte come se vi fosse il suo pensiero marchiato a fuoco.
E che cosa cambiava se partivi e ti arruolavi anche tu, Cavi?
Non vedi che stanno arruolando i ragazzini? la voce di Cavino esce impastata.
E allora? Ti credi che hanno bisogno proprio di te? La tua guerra lhai fatta qui.
A Cavino viene in mente di quella volta che Luigi Ip-polito lo svegli e gli chiese di raggiungerlo nel suo letto. Il che in fondo non era cos strano, perch si trattava del fratello minore che chiedeva protezione al fratello maggiore.
Lui se la ricorda con beneficio dinventario quella notte, perch aveva s e no cinque anni ed era una notte che nessuno dormiva e che la casa era piena di gente. Pietro e Paolo non erano tornati a casa e tutti si chiedevano che fine avevano fatto, anche se era una domanda per modo di dire visto che la fine che avevano fatto era assolutamente chiara a tutti.
S, quella notte Luigi Ippolito, che si agita nel letto, gli dice: Dormiamo insieme. Pi caldi, dice.
Eppure  agosto, questo  certo, ma c freddo, anche questo Cavino lo ricorda. E ricorda lodore del fratello, di ferro e stagno. E ricorda la consistenza assolutamente nervosa del suo corpicino asciutto.
Tutto questo gli viene in mente adesso. E gli viene in mente perch in definitiva quello che non vuoi dire  che se fosse rimasto accanto al fratello tutto sarebbe stato diverso. Pi caldo, pi sicuro.
Ma lo pensa anche ora che le parole di Josto Corbu hanno sciolto larcano, e che si  capito il motivo per cui Luigi Ippolito da un certo momento in poi ha praticamente smesso di comunicare... O magari ha tentato di farlo riscrivendo ossessivamente le stesse frasi nelle sue lettere. E si  capito soprattutto contro quale muraglia di omert sono andati a cozzare tutti i tentativi di Michele Angelo di capire se suo figlio fosse disperso o morto. Perch Luigi Ippolito al momento non  disperso, e non  morto. Ma  disperso e morto.
Non credere, interviene Josto Corbu, non credere che non abbia momenti di lucidit. Quella follia l, mi dicono, non  follia vera.  solo paura trattenuta, che esplode tutta insieme. Ne ho visti, mio padre  del ramo, li capisco i sintomi: attoniti che guardano un niente popolatissimo, senza parole, senza un gesto; nevrastenici che frammentano le azioni perch non sanno dargli continuit in una sequenza frenetica di luce e buio; balbuzienti che custodiscono la parola e lottano contro di lei che vuole uscire. Sono ragazzi che non hanno sognato mai, ma che improvvisamente sognano le loro paure pi profonde: Mommotti, Sa Marna e su Sole, Su Eoe Muliache... Come tornati bambinetti. Sono ragazzi che per mettersi in salvo hanno corso sui cadaveri e, facendoli esplodere con le suole chiodate, sono rimasti per giorni imbrattati di umori puzzolenti e viscere. Senza potersi lavare.
Quanta fermezza ci vuole Gav? Eh?
Quelli finiscono nel reparto dei matti, dove nella migliore delle ipotesi non hanno coscienza di se stessi. Piangono per un nonnulla. Diventano folli schiumanti davanti a una divisa rossa, sentendo un fischio, guardando un fiore. Ognuno cha la sua.
Silenzio.
Senza aggiungere altro Josto Corbu allunga il braccio verso il cassetto del comodino e ne estrae una busta sigillata. Sembra corposa, a mano c scritto solo: Cavino. Con uno sforzo, puntellandosi sul letto la porge allamico. E spiega che due giorni dopo il loro incontro nel parco dellospedale, e il giorno prima che lo dimettessero per rimandarlo a casa, un infermiere di quelli enormi gli ha portato quella busta, dicendo che era da parte del tenente Chironi. Josto Corbu aggiunge che alle domande sullo stato di salute dellufficiale lenergumeno nemmeno risponde: gli butta la lettera sul letto e se ne va.
Silenzio lungo, lungo davvero. Cavino sembra tornato ardo si capisce che  in preda a un dubbio terribile. Come faccio? sta pensando con la busta tra le mani. Come posso fare? Posso tornare a casa e dire a mamma e a babbo che Luigi Ippolito non  morto, non  disperso, ma morto e disperso insieme? E un figlio pazzo  meglio o peggio di un figlio morto?
Cos se ne torna a casa e non dice niente. Ma quando uno cha la testa di vetro come lui non ha mai vita facile con chi lo conosce bene. Infatti Mercede non gli stacca gli occhi di dosso:  Cosa c?  lo incalza.  Come mai sei stato fuori tutto il pomeriggio? Tuo padre ti ha cercato, cera da fare...  E Cavino:  Niente, niente -. E Mercede:  Non sembra, sei strano -. E lui:  Sono stanco, me ne vado a letto.
Mercede lo guarda mentre se ne va, sa bene che fra lei e suo figlio si  alzato un muro oltre il quale non si passa...
Quando quella sera Michele Angelo rientra la trova in piedi tra la finestra e la dispensa, cosi come una giara da olive... E non c niente di pronto, nemmeno lombra di una cena. Lui si guarda intorno e dice:  Niente da mangiare?
Lei nemmeno lo ascolta:  Devi parlare con Cavino,  sibila come se la voce facesse fatica a uscire.  Sta covando qualcosa.
- Ho parlato con lavvocato Offeddu per Luigi Ippolito,  risponde lui.
- Hai capito che cosa ho detto?
- Dice che effettivamente  strano che non ci siano notizie da tanto tempo... Che ha amici al ministero della Guerra e che mi fa sapere...
Mercede si stringe le terapie con i pugni.
Michele Angelo la guarda come si fosse accorto solo, allora che aveva detto qualcosa:  Che cosa gli  successo a Cavino?  chiede infatti.
- Non  pi lui,  risponde la moglie, pronta come una scolaretta diligente, ma nervosissima.
Michele Angelo con addosso la stanchezza dei secoli cade a sedere.  Che cosa stai dicendo?  chiede.
-  Che cos si perde tutto sto dicendo. Tu continui a guardare dove non c niente da vedere...
E avvenuto un cambiamento improvviso in lei, un cambio di tono inaspettato come se fino a quel momento avesse tentato di mantenere la calma e solo allora avesse capito che non ce la faceva.
- Ma che cosa?  fa lui sconcertato.
- Tutto... Tutto,  dice lei fuori controllo.
- Che cosa?  ripete lui, gridando. Sa che se non grida lei non si calmer. E infatti lei pare improvvisamente calmarsi.  Lo so che sei preoccupata,  la precede lui e fa come per raggiungerla, ma lei impercettibilmente indietreggia e quel millimetro basta perch il marito capisca che non vuole essere raggiunta.
- Non lo sai,  dice lei. Ma ha capito di aver sconcertato suo marito con quellimprovvisa presa di coscienza.  Non lo sai,  ripete, come se repente si fosse spalancata una porta che lascia entrare raffiche di vento nella stanza.
- Bisogna essere pronti a tutto,  conclude lui a un certo punto, accordandosi perfettamente alla strana armonia che lei si  messa a suonare.  Lo so che non ti piace parlarne, ma questa cosa che Luigi Ippolito non torna e non da notizie non  una cosa buona manco per niente.
Ma lei scuote la testa come se non le importasse, lei cha il tarlo di Cavino che le scappa di casa e finisce soldato, questo pensa, e le sembra abbastanza per concedersi di impazzire.
Lei cha solo in mente una serata del tutto simile di diciassette anni prima. Sono diciassette, s? S. Ecco, la cucina  la stessa e persine lora  la stessa. Mercede vorrebbe dirsi che col tempo qualche differenza si  precisata, qualche capello bianco, e nuove cose moderne che prima non cerano. Eppure, nonostante levidenza del contrario, a lei sembra che non sia cambiato proprio nulla...
Diciassette anni prima dunque, quando marito e moglie discussero sullopportunit o meno di mandare Pietro e Paolo alla vigna per pagare i lavoranti. Se deve dare un senso a quel malumore che lha colta, se deve dargli un significato vero, deve costringersi a ritornare a quella sera di tanti anni prima. Cos le sembra improvvisamente chiaro che tutto quel lasso di tempo  stato come una lunga, ribollente risacca, una specie di preparazione gorgogliante a quanto adesso stava capendo con chiarezza: doveva salvare i suoi figli. E se non tutti e due doveva salvarne almeno uno.
Mercede ha questo pensiero cinico, cieco, proprio come  cinica, cieca, londa che sfogandosi sinfrange sulla roccia, la schiaffeggia. Se Luigi Ippolito  perso, pensa, bisogna assolutamente fare in modo che Cavino si salvi. Proprio cos. Esattamente in questo modo e con queste parole lo pensa. Perch viene percorsa da un senso di qualcosa di gi vissuto che le raggela il sangue. Michele Angelo sembra impegnatissimo in unimpresa sconcertante e semplice: avere notizie di un figlio, partito volontario per la guerra, che non vede da due anni. Mentre a lei spaventa lipotesi che il primogenito possa essere risucchiato dallo stesso gorgo che ha rapito laltro suo figlio. Certo ci sono le lettere e c persine Marianna. Ma allora perch allimprovviso nutre questa specie di astio per luomo che ha davanti? Lui  Michele Angelo, quello che lha salvata, e che lei ha salvato. Loro si sono dati senso. Ma ora, inutile rigirarci, lo odia. Come si pu odiare solo chi si ama immensamente. Senza mezze misure, senza mezzi termini. Quelluomo ha mangiato i suoi figli, come una divinit sprezzante ha reso vano quanto lei ha generato. I gemelli per esempio, e si ritorna, ostinatamente, a diciassette anni prima, se solo lei avesse saputo insistere, se solo avesse avuto la forza necessaria per sostanziare il suo timore, il suo dubbio... Ma lui no, per lui erano abbastanza grandi. Chi poteva toccare anche solo con un dito i suoi figli? I semi di tanto odio represso e di tanto incommensurabile amore sono stati piantati esattamente in quel giorno e hanno germogliato solo ora, con sapienza di foglie tenerissime. Lui ha permesso che i suoi figli morissero. Ha addosso quel destino di padre cannibale, che uccide per amore, ma uccide.
- Ho gi capito che non si mangia stasera,  constata Michele Angelo spezzando il silenzio.
- Roba ce n, arrangiati,  dice Mercede.
Cavino li ha sentiti discutere. Come gli capita sempre pi spesso si  coricato sul letto di suo fratello. Non sono ancora le otto e lui gi  pronto a dormire
Sotto al cuscino ha messo la busta sigillata che Josto Corbu gli ha consegnato. C una decisione da prendere. Chiude gli occhi quasi si aspetti di chiudere fuori anche i pensieri. E invece no. Ha sentito Mercede e Michele Angelo discutere, ma ora c silenzio. E non sa che cosa gli faccia pi paura. Comunque questo  quello che succede nella vita, pensa: c una bestia che dorme e che, dimprovviso, si sveglia. Fa tremare la terra mentre si scrolla di dosso anni di sonnolenza, genera terremoti col suo passo pesante e lascia dietro di s orme che sembrano crateri. E quella che sembra pace non  altro che una sosta tra un rovescio e laltro. Ora per esempio, la luce  la stessa, lora  la stessa, il letto  lo stesso.  lo stesso il respiro mefitico della bestia che si desta. Di quale bestia si tratti  difficile da dire, non ha una razza certa, non compare in nessun manuale di zoologia. Lui, fin da bambino, se la figura come un cinghiale e come un orso insieme, anche se dellorso non ha esperienza diretta. Ma questa qualit indefinita  quanto concorre a renderla terribile. La bestia non bestia, indescrivibile, ma quantificabile; che non ha voce, ma respiro; che non ha corpo, ma peso. Un nulla che lascia tracce. A Cavino fa spavento soprattutto lidea che divori con un risucchio, che mastichi senza denti e ci tenga a lasciarti in vita mentre ti ingoia. E magari, semplicemente  ma se ne rende conto solo ora -, quella bestia fluida non  nientaltro che limmagine di se stesso, della sua inconsistenza.
Cavino non sa piangere, non ha mai saputo piangere. Ma non certo perch lo consideri un atto di debolezza.  proprio che non sa fare quel gesto: sa cosa vuoi dire, sa da dove scaturisce, ma  come se ci fosse una diga tra s e il suo pianto. Eppure non significa che non capisca qual  il limite estremo della felicit o dellinfelicit che sempre si toccano, senza mai travasare luna sullaltra. Ha guardato Josto Corbu, lha sentito farfugliare il suo racconto con la bava che gli colava dalla bocca deforme; ha sentito lodore acre della sua carne martoriata. E non ha pianto. Ora ha un destino su cui ragionare, e il potere di far travasare una piena dinfelicit sulla calma presunzione di normalit. E pu assistere, addirittura provocare, il risveglio della bestia. Basta alzarsi e andare in cucina e dire: Smettete di cercare, Luigi Ippolito  vivo e morto. Basta mostrare una busta e dire: Eccolo qui vostro figlio scomparso, nudo davanti a voi, perduto in se stesso.
Non piango, si dice Cavino, io non piango.
La busta sotto al cuscino sembra fremere dallattesa di liberare il suo contenuto.
Michele Angelo si taglia un pezzo di salsiccia e bagna un po di pane carasau. Posiziona davanti a s il fiasco del vino e se ne versa un bicchiere fino allorlo.
- Ho fatto una pensata,  dice con la gola fresca.
- Si?  chiede Mercede come colta alla sprovvista.
- S,  conferma lui, sicuro.  Tuo figlio lo conosci meglio di me. Se si mette una cosa in testa non gliela leva nessuno. Cosi ho pensato una cosa: io lo guasto -. Mercede questa volta pare rientrare nel mondo dei vivi, sgrana gli occhi.  Lo guasto,  ribadisce Michele Angelo.  Voglio vedere se arruolano uno zoppo. In officina occasioni non ne mancano. Cos questa discussione finisce.
- E come?  balbetta Mercede.
- Non lo so ancora: un peso sul piede, un colpo di mazzetta alla gamba, alla spalla...
- Meglio alla gamba,  lo interrompe la moglie.
- La gamba allora, che poi guarisce, e se non guarisce meglio zoppo che morto, no?
Mercede fa cenno di s.
Fratello caro,
quanto sto per scrverti necessita di un preambolo. Ti ricordi la nostra discussione a proposito del dovere guerresco poco prima della mia partenza? Sembrano passati millenni e sono meno di due anni. Ti ricordi che tu dicevi non trattarsi di un dovere ed io invece opponevo la necessit, addirittura la sacralit, di tale dovere? So che lo rammenti e che rammenti anche quanto mi infervorai a dimostrare che nessuno pi dei sardi era razza guerresca, per cultura, per natura e per quella sua disposizione alla virile e spiccia risoluzione dette questioni piuttosto che alla diplomazia. Bene, ora che i fatti paiono avermi dato ragione, ora che noi, i pastori e contadini, gli ultimi arrivati in questa Nazione fanciulla ne siamo stati eletti paladini sul campo di battaglia... Ora, dicevo, sento che tu avevi assolutamente ragione. Ci hanno abbandonato in una citt allo stremo delle forze. Una citt magnifica. Il che fa pensare che qualcosa di buono albergasse persino negli asburgici. Molti di noi necessitavano di cure immediate, non io come sai, non temere: i dolori al piede offeso dalla scheggia di granata sono solo un brutto ricordo.
Gorzia  una citt di fantasmi, di poveri corpi privati di tutto, del cibo, delle illusioni, della Storia... Avevi ragione! Mi  bastato vedere il volto spaventato di vecchi e bambini e donne in balia dellincertezza, pronti a varcare il confine con le poche suppellettili rimastegli. Donne, vecchi, bambini : uomini non ce ne sono. Gli uomini sono tutti vincitori o morti! Sloveni, croati, gli abitanti del Litorale premono in massa verso i confini del nuovo Stato iugoslavo, si buttano in pasto alle macchie inselvatichite, ai campi minati, ai crateri delle bombe... Un prezzo esorbitante, un fardello che mi pesa nel petto... Eppure sono stato uomo di guerra. Ora non pi. Lho capito con certezza stamattina mentre camminavo nel cortile della clinica e un velo sottilissimo di neve mi si posava addosso. Gorzia  una citt di fantasmi e anch io lo sono. Gorzia  una citt fantasma. Era un impero che noi abbiamo trasformato in regno, e non mi rfersco agli assetti politici. E una vittoria senza gioia, fiumi di sangue sprecato in nome di una superiorit solo numerica. Anche su questo avevi ragione: che  meglio una felicit non nostra piuttosto che una nostra infelicit. Ora capisco quelle parole : ora capisco che  sempre vero, che sar sempre vero, ma dubito che saranno in molti a capirlo... Nanfa niente... Ti chiederai, ma forse no, che cosa ha generato questa svolta nel mio pensiero. Potrei risponderti che non lo so, o meglio che non so spiegarlo con le parole adatte, si tratta pi che altro di immagini, terrbili e momentanee come un sogno di primo mattino : sono i volti, sono le mani, sono le grida di donne e bambini che si azzuffano per un tocco di pane raffermo o per gli avanzi del rancio in caserma. Alzando il capo posso vedere un quadrato di cielo bianchissimo come una bandiera di resa. Una pace bianca di neve sottilissima mi si posa sullanima... Ma a te almeno devo dire tutto, a chi senn? Ti affido il mio segreto perch quando ci rivedremo non sar in grado di darti ragioni. E magari qualcuno si prender il compito di non dirti le cose come stanno. Ma la verit  che io sar morto pazzo. A te stabilire se rivelarlo o meno ai nostri cari.
Ripartiamo dal principio. Delle vicende guerresche sai ogni cosa per le mie lettere precedenti che la mamma ti ha letto. Sai che sono stato ferito ad un piede, e che sono stato decorato al valore sul campo per tre volte. Gorzia dunque. Vedessi quanta meraviglia! Ma non divaghiamo... Mi trovo a Gorzia e la guerra mi pare unaltra cosa. Visi terrorzzati, intere popolazioni a cui manca, e non  metafora, la terra sotto i piedi. Tutto ci che dal Carso poco distante pareva fulgido ed eroico, da qui appare mortifero e diabolico. Cosi  cominciato tutto dentro di me. Due settimane orsono mi chiama il Tenente Colonnello Pugliese e mi fa grosso modo questo discorso : Tenente Chironi, il Comitato di Salute Pubblica della citt di Gorzia chiede ufficialmente il nostro intervento per sedare le rubere ai forni, prenda con s un plotone di uomini fidati e si prepari ad intervenire. Il tempo di preparare ogni cosa ed eseguo. Lentusiasmo  alle stelle: la Sassar  di nuovo in marcia! Arriviamo al posto: un forno di panettiere, lassembramento di vecchie si dissolve al solo rumore dei nostri passi nel selciato. Intimiamo di uscire con le mani alzate a quelli che sono stati sorpresi allinterno delledificio. Essi escono lentamente: bambini. Carichi di pani, bianchi di farina come morticini. La sorpresa ci annichilisce, per un attimo il silenzio diventa compatto, anche i gabbiani smettono di stridere sulle nostre teste. Poi la sassaiola. Una grandine di porfidi dalle finestre dei piani superiori della via.  un attimo : un fante fa per proteggersi, dallarma gli parte un colpo e una bambina  a terra, i pani ancora stretti fra le braccia... E questo  lincubo. Dopo non  stato pi lo stesso. Dopo questa citt mi  apparsa come velata di un bianco abbacinante. Un niente funereo. Ho urlato, fratello mio. Ho avuto paura. Ho pianto come se avessi perso una persona cara. ..Aie devo dire tutto-.sono consegnato in clinica. Ricevo cure e trattamenti. Ma non sono pi io.
Ad ottobre le cose sono definitivamente precipitate, abbiamo dovuto cedere tutto il terreno guadagnato con sangue e fatica. La follia si  impadronita di questo povero Universo. I ragazzi che prima combattevano sono messi al muro... Poche ore fa in cortile durante una passeggiata ho incontrato un comune amico della giovent, ha subito danni corporali irreparabili. Verr congedato e allora ho pensato di approfittare per scriverti queste righe senza incorrere in censure o controlli. Se stai leggendo questa mia evidentemente la consegna  riuscita in pieno. Chi ti scrive ora  il tuo fratello di sempre, ma il fratello di sempre non c pi... Non c pi... Il trattamento elettrico mi calma, mi riporta alla normalit, ma dura poco, troppo poco...
Sono in pace davvero, e ritorner a casa come uno di cui possiate, tu, la mamma, il babbo, essere ancora fieri... Trover il modo...
Io, Luigi Ippolito Chironi.
Il corpo del tenente Luigi Ippolito Chironi arriva a Nuoro appena in tempo per occupare un posto nel nuovo sacrario ai caduti costruito nellarea centrale del cimitero.  come una piccola arena di lapidi di granito grezzo impreziosite da bullonature in ferro. Lofficina Chironi lavora a pieno regime alla fonditura per dare un nome o un numero a quei corpi che troveranno riposo nella gloria del paradiso degli eroi.
La lettera del ministero che precede la spedizione della salma  semplice: Morto nel fulgido impegno di servire il Sacro Suolo della Patria. Fine. La cassa zincata e sigillata arriva due settimane dopo direttamente alla caserma perch sia consegnata in forma simbolica ai parenti e subito tumulata insieme agli altri eroi del sacrario. Per il resto nessuna spiegazione. Nessun referto. Nessun ulteriore ragguaglio. In guerra del resto, come nella vita, vale solo la regola che oggi ci sei e tra un secondo non ci sei pi.
Cavino, rimesso a nuovo e salvo dalla pensata del padre, guarda la bara del fratello dicendosi che se mai a qualcuno saltasse in mente di aprirla troverebbe la sorpresa di un cadavere sul cui collo corre il solco della cicatrice dellimpiccato, o sulla cui terapia  marchiato il foro di uno sparo a bruciapelo. Ma questo  il segreto che ha deciso di mantenere. Il personale calvario del tenente Luigi Ippolito Chironi, scemo di guerra, non  raccontabile, perch sarebbe cibo per la bestia che pascola incurante sulla sua esistenza proprio adesso che pareva convincersi a ritornare al suo letargo. Le strette di mano lo svegliano da quei pensieri.
Mercede e Michele Angelo pensieri non ne hanno, se non che alla faccia della malasorte Cavino lhanno salvato. E oggi, sotto a quel cielo per miscredenti tanto si finge sereno, quella mezza vittoria gli pare abbastanza per non lasciarsi abbattere dalla mezza sconfitta. Ora hanno capito, e lhanno capito insieme, che niente pu essere atroce se mettono in funzione questo dispositivo di salvaguardia. Al dolore deve corrispondere la consolazione. Deve comunque.
Marianna si scioglie in lacrime. Ha anche lei un segreto inconfessabile che prima o poi dovr venir fuori. Ora davanti alla bara del fratello piange le lacrime che ha trattenuto troppo a lungo per se stessa.
Josto Corbu si presenta alla cerimonia sorretto fino alla bara da un ex commilitone pi fortunato. Entrambi indossano la divisa. La gamba del pantalone, nellarto che manca,  piegata e tenuta in alto da una spilla da balia. Davanti alla bara di Luigi Ippolito pensa allo sguardo incantato di qualche mese prima, al cortile della clinica e al suo sorriso. Come pu, reggendosi sulle stampelle alte, fa un saluto militare a quel tenente che laveva riconosciuto con dolcezza nonostante la deformit.
In ogni caso occorrer raccontare di Marianna che per tutto questo tempo  rimasta dietro le quinte. A lei non spetta il ruolo di comprimaria perch, nelleconomia di questa stirpe nata sofferente, rappresenta una speranza segreta, riposta in un cassetto.
Marianna dunque, a diciassette anni, promessa a un buon partito,  acqua di un ramo del fiume nascosto tra le forre e la macchia. Lei, femmina, non  corso stabile, preciso e navigabile come devessere quello maschile; ma pure, con pervicacia, nella stagione piovosa, quando  in piena, ha sempre assolto il suo compito di portare acqua pulita ai rami maggiori. Ora che gli accordi per il matrimonio sono fatti  accordi che non sembrano scontentarla in nulla, come previsto dal suo codice e da quello comune  la sua incombenza principale  di preparare un corredo che possa giustificare il suo status di serva e imperatrice. Perch cos lha fermamente instradata Mercede: a dire che quanto pi sar disposta a servire tanto pi sar in grado di comandare. Non  roba da maschi questa,  roba da femmine, quindi  in assoluto il principio dei principi. Non , insomma, attitudine che vada precisata o spiegata: si tratta di sapere senza mostrare di sapere, perch ci rassicura in tutto il maschio, lo tranquillizza fino al punto da fargli pensare di governare. Mentre, semplicemente, esegue.
Ora, tutto ci passa attraverso un processo arcano, qualcosa che  pi alchimia che psicologia. Perch,  diceva Mercede,  per poter decidere di non fare una cosa
devi dimostrare di saperla fare. Cos non vale dire: Questo non lo faccio ! Questa  una condizione da malamassaia; bisognerebbe dire: Questo potrei farlo, so farlo, ma non voglio farlo ! 
Ecco il motivo per cui da qualche mese a questa parte la promessa sposa passa interamente il suo tempo presso le suore di clausura a ricamare il suo corredo. Quanto occorra ancora per portare a termine lopera non  dato di saperlo. Molto, anzi tutto, dipende dallo sfarzo di ricami che verr eseguito nelle lenzuola, nelle federe, nelle tovaglie e tovaglioli, nelle tende e persino nei piccoli, sottili fazzoletti da naso. Perch nel corredo c il senso di s, la rappresentazione fisica del proprio peso specifico. C il quanto e il come. Sono gli orli a giorno, le migliaia e migliaia di punti, i piccoli trafori, che trasformano la stoffa grezza in meraviglia floreale.
A Mercede la perfezione di questo rito, la precisione di questa liturgia, pare il raggiungimento di quel privilegio dei ricchi di possedere quanto non serve. E infatti con stupore nel guardare il risultato di tanta dedizione esclama: Che meraviglia, io nemmeno mi sono mai sognata di dormire in un lenzuolo del genere. E lo dice sapendo bene che a dormire, quando c stanchezza, uno dorme coperto anche da tela di sacco. E quindi poter dire: Questa tenda  di mussola, questa tovaglia  di canapa, significava dire: Ora possiamo dare nomi alle cose, non  semplicemente coprirsi e dormire,  potersi occupare di battezzare gli oggetti come se fossero cristiani in carne e ossa.
Marianna  nata nella stagione prospera, ma senza saperlo. Senza presagire un corredo ricco e un matrimonio altolocato. Cos quando entrambe le condizioni si sono verificate a lei sembra incredibile che la figlia del fabbro possa entrare nelle case dei signori. Ma la guerra ha cambiato lordine delle cose e tutto quello che sembrava impossibile ora diventa realt...
I ragazzi del 99 sono morti a grappoli, falciati dal delirio del sacrificio estremo, e sulle armate di lapidi si  festeggiata una vittoria mesta. Ora i servi diventano padroni e i padroni si consegnano, senza nemmeno rendersene conto, al loro nemico di sempre: il cambiamento. Tutto quanto hanno visto in questi pochi anni  irraccontabile: ci si pu limitare a montagne altissime e donne bellissime, ci si pu limitare alla coscienza del mondo...
Perci quando avviene che il vecchio Serra-Pintus in persona, con pi debiti che crediti, si fa avanti a proporre suo figlio di mezzo, Biagio, per un affare matrimoniale col fabbro Michele Angelo Chironi, solo crediti e niente debiti, nessuno si sorprende pi di tanto. Tranne Marianna. A lei questa stagione fatta di rovesciamenti non sembra affatto consolante. Tutte le volte che sbaglia un punto, il colore di un filo, la stramatura per un orlo, dice a se stessa che quelli sono segnali chiari, anzi chiarissimi. E la madre priora, che lassiste, e persino le altre suore che lavorano con lei e per lei, le spiegano che quella non  preveggenza, ma una forma di superstizione. Perch, dicono, Dio non perde tempo a mandare segnali, Dio fa, e basta. Eccome se fa: basta guardarsi intorno, dicono.
A Marianna viene in mente che deve esistere di sicuro un modo di guardare le cose che a lei sfugge, considerato che nessuna di quelle sante donne  mai uscita dal convento da almeno dieci anni. Per  c sempre un per  non  certo la frequentazione del mondo che affina la conoscenza, ma la frequentazione di se stessi, questo dicono perlomeno le suore pi scaltre, le poche che parlano; le altre si dice siano talmente votate al silenzio da aver perso la meccanica stessa della parola, cosicch se volessero mai riprendere a parlare non saprebbero proprio farlo.
Dentro a quel gineceo Marianna sta in pace. E qualche volta, da piccola Penelope, sbaglia i punti e le imbastiture, o finge il capriccio di volere una foglia o un fiore in pi, dove non era previsto. E le suore, quelle scaltre, si lanciano occhiate come a dire: Questa fa la furba.
Quando torna a casa la sera tutto quello che deve succedere  gi successo, sempre. In questi mesi di noviziato a Marianna  stato risparmiato tutto, persino lincertezza fatale dei ritorni dal fronte, con i propri piedi o no. Cosi, che Luigi Ippolito  tornato in una cassa zincata lei lo sa per ultima, e quasi per caso, perch una suorina di Sini-scola, sua sponte, labbraccia e le fa le condoglianze. Ecco che allora quel giorno il ricamo le riesce male. Tutto impreciso: sta lavorando a un tralcio di vite delicatissimo che decora langolo di una federa; a vederla si direbbe calmissima se non che le mani se ne vanno dove dicono loro, mosse da un tremolio mal trattenuto che non permette di fare un lavoro fatto bene. Il grappolo infatti viene malissimo, come un rammendo poco curato, tira persino la stoffa verso il centro: a guardarlo pi che un grappolo sembra uno strano pesce. Ma, nonostante linvito della madre priora a rifarlo, Marianna decide di tenerlo cosi, ed  il suo modo di piangere il fratello.
Alla cerimonia in onore dei caduti Biagio Serra-Pintus appare per quello che : un uomo modesto, daspetto e di sguardo... Il futuro marito di Marianna  un mozzo che scruta dallalto dellalbero maestro il proprio orizzonte che si allontana.  sangue, ma non censo.  come un cappotto di stoffa buona. Nellaccordo prematrimoniale si  deciso che il buon nome va quantificato in moneta sonante, cos che da una parte ci si occupi della forma e dallaltra, come sempre, delle sostanze. Marianna al suo fianco sembra un vaso cinese vicino a una pignatta di coccio. Chi la guarda, compunta, semplice nel suo soprabito grigio tagliato bene, sgrana le palpebre, perch vestita alla continentale sembra davvero unaltra. Quel suo stare in disparte lha rivelata allimprovviso, come se nessuno si fosse accorto fino a quel momento che non era pi una bambina.
Mercede non si era presentata alla cerimonia, per lei il cimitero non era nemmeno un luogo e i suoi figli non crano. Fine della discussione. Come un ricamo tutta la sua esistenza, ogni sua energia, al momento era attorcigliata intorno alla trama consolidata dellorganizzare il matrimonio della sua unica figlia femmina. Che, proprio in quanto femmina, nonostante potesse tuttal pi contribuire con la generazione di un ramo cadetto, aveva sempre la possibilit di richiedere la concessione dellaffiancamento del suo cognome a quello del marito che gi ne possedeva due. Sicch, se lui avesse acconsentito alla richiesta, chiunque fosse venuto al mondo da quella coppia avrebbe posseduto almeno un nome ma, sicuramente, tre cognomi: Serra-Pintus-Chironi. Per aggiunta cera il fatto che Cavino non sembrava per niente intenzionato ad accasarsi.
Erano tempi di euforia infantile, molti soldati tornavano a pezzi dal fronte e alcuni non tornavano affatto, perch sepolti da qualche parte o perch avevano messo su famiglia al nord. Pareva laltro capo del mondo, il nord, e invece erano proprio quei posti per i quali si era combattuto.
Il dolore si coniuga come un verbo difettivo, cambia radicalmente, ma  sempre, ostinatamente uguale. Mercede credeva di aver superato il guado della maturit con una forza interiore che le avrebbe permesso di guardare in faccia i rovesci che le erano stati assegnati. E invece no, di fronte a prove troppo ardue continuava a pensare che poi in fondo cera dellaltro e spostava ancora pi in l il suo limite. Cos si trov a dirsi che la morte di Luigi Ippolito, annunciata dal silenzio e dallassenza, era solo la conclusione logica di quel percorso. Dentro di lei si diceva che tutti si muore prima o poi e che suo figlio era semplicemente morto prima. Ora sembra impossibile descrivere un dolore sotto forma di incredula immobilit, oppure di ineluttabile normalit. Eppure fu proprio cos che Mercede si spieg la morte di questo ennesimo figlio.
Quando Cavino, Marianna e Michele Angelo tornarono dalla cerimonia funebre la trovarono che dormiva COme una bambina, dentro al letto, svestita, in pieno pomeriggio come se fosse notte piena. Cos si tolsero le scarpe e parlarono a sussurri per non svegliarla.
Quella notte Cavino si accorse per la prima volta che il letto affianco al suo era vuoto. Cos pens che era arrivato il momento di provare a piangere. Con sconcerto cap che non era facile come pensava, eppure in cimitero durante tutta la cerimonia non aveva fatto altro che trattenere il tremolio del labbro inferiore, sforzandosi di mantenere una calma virile nonostante tutti intorno a lui piangessero. No, non era facile.
Quando Luigi Ippolito comparve seduto sul suo letto gli sembr del tutto legittimo chiedergli perch lavesse fatto.
E quello chiese: Che cosa?
E lui rispose: Lo sai che cosa, sempre lo stesso, a chiedere quello che sai bene.
E laltro: Te lo ricordi quando pensavi che saresti morto di l a poco?
Me lo ricordo, ma che centra questo?
E te lo ricordi quando hai staccato la coda a una lucertola e te la sei messa in bocca che ancora si muoveva cos tutti pensavano che avessi ingoiato la lucertola intera? E quando Marianna era piccolina in culla che tu hai detto che la vendevamo ai torronai in cambio di dolci?
Ti ricordi? Era tutto un dirsi Ti ricordi? Ed  tremendo quando il dolore si manifesta in forma di ricordo, in forma di odore e di sapore.
Ti ricordi che ti mettevi il panino sotto il culo per farlo pi grande? E della volta che mi hai infilato un bottone nel naso e il babbo ti ha dato una surra da matti? E quando abbiamo bucato i sacchi sul carro per rubare il grano? Che delinquenti ! Quando mamma ci ha inseguito gridando che eravamo ladri e che i ladri devono finire in galera. Te lo ricordi?
Io mi ricordo il profumo dei bucati e dei fichi secchi; e la carne sotto sale, orecchie e muso di maiale che odoravano di ruggine e ferro; la bollitura acida della gelatina. Poi anche la puzza del pelo di pecora zuppo di pioggia e del fumo freddo dei camini...
Ora che il fratello era seduto accanto a lui a Cavino sembr che tutto fosse spiegabile. Che cosa ti  successo? chiese infatti. Che cosa?
E Luigi Ippolito: Era troppo.
Era troppo capisci?
Troppo.
Ti ricordi la speranza trasparente dei vetri? Mi ricordo come cristallo il mio tempo, questo si. E il tuo come un pugnale di luce, dentro me, oltre me. Il tuo come una pennellata scura a formare il profondo. Non potevo, davvero non potevo! Sono andato via, ma ho abbandonato soprattutto me stesso . Mi sono messo in posa, ho lasciato che mi dipingessi come una natura morta di tempo vivo. Come un oggetto che non sa resistere allabbraccio del colore, che lottando contro il buio si espone a una corposit tattile. Ti ricordi? Era uno sfregio di riflessi, era come sapere di avere un peso, una consistenza. Era una promessa. Era stabilire punti fermi, da dove corre lo sguardo alloggetto di quello sguardo. Era ferocia del pittore. Era memoria consistente. Oh... Ridotte a una voce sola le cose si amalgamano e fluiscono nel corso del tempo a cui non abbiamo concesso tempo. E il silenzio fragoroso della vita che scorre dentro alla convessit di una brocca,  locchio vigile del rapace notturno,  la veglia con lo sguardo trafitto dalla pagina stampata. Ti ricordi? Tutto quello che ti ho dato  nero, tutto quello che mi hai dato  luce.
Certo sentire quel ragazzone piangere a singhiozzi fa un effetto terribile. Michele Angelo si stringe le terapie, poi scatta a sedere sul letto. In cucina trova Marianna in piedi con gli occhi rossi. Poi fa qualche domanda a cui la figlia risponde appena, mentre dalla stanza dei ragazzi si sente ancora piangere: da quanto tempo?
- Gli hai portato una cosa calda? C del brodo.
E lei fa segno di no:  Non ho il coraggio,  spiega,  non ce la faccio.
Michele Angelo capisce bene quel sentimento, il pianto di suo figlio lo spacca in due e gli fa paura. Gli fa paura quanto il sonno mortale di Mercede, che dorme ininterrottamente dal pomeriggio.
Quando entra nella stanza di Cavino, con in mano una tazza fumante, lo trova disteso sul letto di Luigi Ippolito, gli occhi coperti dalla piega del braccio.
- Prendi qualcosa,  dice. Ma Cavino non si muove.
- Capisci adesso?  chiede al figlio.
Lui finalmente solleva il braccio, al posto degli occhi ha due pozzi profondi.  Che cosa?  chiede.
- Hai capito che per ogni cosa che si guadagna se ne perde unaltra?  Michele Angelo si siede sul letto dove poco prima era seduto Luigi Ippolito. La tazza fra le mani.
Cavino si solleva sui gomiti.
- Tua mamma dorme,  sussurra Michele Angelo.  Sei un bel ragazzo, non ti manca nulla, e allora perch non ti decidi a mettere su una famiglia tua?
Cavino si lascia andare sul materasso con le braccia spalancate come un Cristo.
- Non c da piangere figlio. Ogni lacrima... Ogni lacrima  una vittoria,  Lui che vince.
- Lui chi?  chiede Cavino. Ha una voce che sembra scaturire da una caverna.
- Lui, Lui,  ribadisce Michele Angelo.  Non hai mangiato niente, prendi un po di brodo.
Cavino rifiuta.  Queste sono cose che succedono se succedono.
- Eh no,  irrompe Michele Angelo,  queste sono cose che devono succedere perch se no  tutto inutile.
- Che cosa volete da me?  chiede.
Michele Angelo prima di rispondere posa la tazza sul comodino:  Di salvarci.
Cavino capisce al volo.  Queste sono cose che succedono solo se succedono. E non  successo babbo. Io lo so che cosa volete dire...  Prende una pausa lunghissima, e Michele Angelo aspetta. Restano cosi finch qualcuno non cede.
- Di salvarci,  ripete Michele Angelo.  Io mi ero convinto che saresti stato tu a partire per arruolarti e dicevo a tua mamma: Vedrai che quello ci fa lo scherzetto. Eravamo convinti cos, specialmente dopo che partivano tutti i tuoi amici...  si ferma per guardare il figlio negli occhi.  Eravamo proprio convinti che saresti stato tu a partire. E invece no. Questo davvero non si capiva, pensavamo di esserci salvati e invece tuo fratello dice che vuole partire. E parte. Lui. Per noi era incomprensibile, perch tu eri quello...
- Quello giusto?  completa Cavino.
- No,  lo incalza Michele Angelo, rafforzando con un gesto delle braccia.  Non ci pensare nemmeno a quello che stai pensando. Io dico, noi pensavamo... Oh, come si fa, io e tua mamma eravamo sicuri che se fossi stato tu a partire, tu saresti tornato. Ma dopo che Luigi Ippolito era partito le cose sono cambiate... Ecco, dicevamo, questo bisogna salvarlo a tutti i costi, anche a costo di mutilarlo...
- Mutilarmi?
A Michele Angelo scappa un abbozzo di sorriso. Accenna col capo.  S mutilarti, se falliva...
- Che cosa? Che cosa doveva fallire?
- Se falliva il matrimonio -. E Marianna a completare entrando nella stanza.
- Queste cose succedono se devono succedere,  fa Cavino senza nemmeno guardarla.
Marianna indica la tazza sul comodino.  Non hai bevuto niente e si  raffreddato.
Cavino fa di spalle. Michele Angelo si alza e si avvia verso luscita:  Andiamo a dormire,  dice,  abbiamo bisogno di dormire.
Da soli Marianna e Cavino si guardano in silenzio. Nella penombra la ragazza si accorge che il viso del fratello si  fatto affilato. Lo accarezza sfiorandolo appena. Cavino socchiude gli occhi come a dirle di non smettere. Una lacrima lentamente comincia a scorrere fino allangolo della bocca. Lei lo stringe.
- Che cosa ha raccontato Agnese Desogus?  chiede lui.
- Niente, niente davvero,  dice lei. Cavino la guarda come quando non le crede.
Ora ve lo dico io come  andata.
Agosto. E un pomeriggio damido, lievito, fichi secchi e vino spunto. Siamo ormai alla fine della controra, dal camino spento esala lalito gassoso della fuliggine. Attraverso la finestra, dalla corte, penetra una lama di luce co-lor ramarro, brulicante di peli di nespolo. C un sapore nellaria che  di caff tostato, miele e mosto. Le vespe volano, virano e vorticano, scartano la spirale insetticida vischiosa, gialla, procedendo verso paradisi duva passa, ambrati.
Tutto deve ancora succedere.
Lei mi gira intorno, sento che quando mi passa dietro mi sfiora il collo,  una sensazione strana.
Che fai? Che stai facendo? le chiedo.
Niente, fa lei. E comincia un altro giro.
Quando ripassa dietro di me le blocco la mano prima che possa sfiorarmi di nuovo il collo. Lei pensa che voglia invitarla a baciarmi e infatti mi bacia. Mi bacia senza neanche darmi il tempo di capire, sento solo le sue labbra troppo umide. Vorrei sottrarmi, ma non so come fare. Lei comincia a sbottonarmi i pantaloni finch non riesce ad abbassarmeli e intanto continua a baciarmi, sento la sua lingua che cerca di entrarmi in bocca. Faccio fatica a respirare cos la spingo perch non mi stia addosso. Lei improvvisamente si ferma, poi un po sorride, ma come se fosse pensierosa, quindi si sistema la camicia che le si era aperta sul seno e senza smettere di fissarmi arriva alla porta.
E comunque, mentre mi riabbottono i calzoni, mi sento come lo scampato allincendio, che capisce di essere scampato proprio perch ha agito prima di pensare. E ora? Vuoto, pi triste che allegro, pi imbarazzato che fiero, ho solo fretta di vederla andare via. Agnese non sembra attraversata dallo stesso sentimento, con movimenti minimi si sistema la camicia allaltezza del seno. Ora sembra che tutto quello che  avvenuto nella cucina odorosa dagnello e di cannella, si possa riconsiderare solo a patto di uscire in fretta da l.
Lei esce dalla cucina appena le si consuma il sorriso.
E cos che  andata.
Marianna fa di spalle, come a dire: E allora?  Cosa cambia?  dice.
Cavino sorride amaramente:  Cambia, cambia, altroch se cambia. Vedi...  vorrebbe proseguire.
Ma la sorella lo zittisce sfiorandogli le labbra:  Ci penso io,  sussurra.  Ci penso io.
Quella notte dura qualche anno.
Le spose di novembre hanno il sorriso triste. Se interpellate rispondono appena. Stanno sedute in disparte a osservare quello che perderanno. Le spose di novembre si muovono con una lentezza di autunno che agonizza. Alla confusione che gli turbina intorno rispondono con la lentezza del sonno imminente. Si preparano al silenzio mettendosi in posa.
Tutta la casa pare investita da un calore sordo di donne che sistemano dolci sui vassoi e stabiliscono con precisione la quantit di caff nelle tazzine del servizio buono, mentre i maschi, puliti e sbarbati, fanno chiacchiere in cortile. Hanno la voce calda del primo mattino, del bagno nella tinozza, della camicia linda, della giornata di festa. Sorridono col toscano acceso e la tassichedda di vino degli sposi in equilibrio fra indice e pollice, colma fino allorlo.  un gruppo di circensi che insieme commenta, ride, copre col palmo della mano sinistra locchio rubino del sigaro e sorbisce vino nero senza versarne una goccia.
Dentro alla casa Mercede sembra tornata ai vecchi tempi, ha lassetto diritto della regina madre. Ansiosa, ma contenuta. Tutto, tutto deve essere assolutamente perfetto, lindo. Marianna aspetta nella sua stanza da signorina. Quei maschi in cortile sono i parenti dello sposo venuti a mimare la domanda di matrimonio. Gli  stato risposto di s e gli  stato offerto da bere. In cortile aspettano i parenti stretti della sposa e insieme andranno a prendere lo sposo per poi ritornare tutti insieme in quel cortile.  un rito di complessit condivisa, e pare che questo andare e venire rappresenti in qualche modo gli infiniti compromessi che un matrimonio deve fare per resistere. E la parola compromesso Marianna, seduta sul suo letto di signorina perfettamente rifatto con la coperta di pizzo, la conosce bene. Ma deve pensarci lei, che tanto Cavino di sposarsi o di mettere su famiglia non ci pensa proprio.
La sera prima ha promesso alla sorella che non avrebbe bevuto, che si sarebbe cambiato e sbarbato e che avrebbe fatto tutto quello che ormai pi nessuno si aspetta da lui. Nemmeno Mercede e Michele Angelo, che nel tempo lhanno visto allontanarsi, diventare estraneo, irragionevole, senza poter fare niente.
- Ma per me, lo devi fare,  gli ha detto Marianna la sera prima.  Per me,  ha insistito,   il mio regalo.
Lui ha fatto cenno di s, ma come se fosse uno sforzo impossibile da affrontare.  Che cosa te lo sposi a fare quello l?  ha chiesto alla sorella.
-  Quello l sar mio marito,  gli ha fatto il verso lei.  Tu intanto promettimi che non ne combini qualcuna delle tue...
- Guarda che sono passati i tempi in cui una donna doveva sposarsi per forza.
- Ecco, era proprio a questo che mi riferivo quando ti ho chiesto di farmi un regalo... Un regalo per me, Gav. Non sono sempre stata dalla tua parte?
Cavino ha abbassato la testa.  Va bene,  ha sussurrato.  Dai, va bene. Anche se non cera nemmeno bisogno di chiederlo.
- E invece s, Gav, non ti si riconosce pi -. Latteggiamento accorato di Marianna  forse lunica cosa che ancora lo tiene legato a questa terra mentre lui si sente estraneo a tutto.  Qual  la bestia che ti ha fatto il nido in corpo, Gav? Eh?
E lui? Che ha risposto? Che volete che risponda? Niente. Dice che non lo sa.

E invece s.
Comunque la mattina dopo Cavino si alza di buonora e si prepara di tutto punto, con la biancheria pulita che Mercede gli ha messo sulla sedia affianco al letto. E quando arriva in cucina sembra quasi di essere tornati a quando Luigi Ippolito era vivo, e Cavino non sapeva niente di niente, soprattutto di se stesso.
La madre lo vede arrivare bello come il sole, magro, che lei nemmeno si era accorta di quanto era dimagrito, ma come accorgersene se non  mai a casa, sempre dietro a queste cose della politica e chiss cosaltro. Mercede dunque lo guarda come non lo guardava da tempo, e persine a Michele Angelo, che pure ce lha davanti in officina tutti giorni, persine a lui questo giovanotto ben rasato e sobriamente elegante sembra unaltra persona. Marianna  in camera sua, tra poco verr una pettinatrice da Sassari per acconciarle i capelli.
Mercede prepara una tazza di latte caldo come piace a lui e, da parte, unaltra tazza piena di schegge di pane carasau da inzupparci dentro. Ecco, sta posando le tazze sul tavolo quando gli viene da dire questa cosa:  Un giorno ce lo dirai, a me e a tuo padre, che cosa ti abbiamo fatto.
Michele Angelo guarda la moglie disapprovando senza disapprovare, perch non gli sembra la cosa migliore da dire a una persona che si sta sforzando di venire incontro a una situazione che evidentemente non gli piace. Mercede ricambia quello sguardo con la sicumera di quel tipo di donne che rivendicano comunque la congruit di quanto dicono e pensano.
Cavino dal canto suo fa nevicare pane sbriciolato sulla superficie membranosa del latte, non sente niente, non vuole sentire niente. E non parla. Eppure di cose da dire ne avrebbe...
- Ci sono anche i biscotti, per il latte, se li vuoi,  dice asciutta Mercede.
- Va bene cos,  fa lui, controllandosi per non apparire asciutto a sua volta. Ha promesso e vuole mantenere la promessa. Di li a qualche ora la casa sar piena di gente. E di controllo ne servir parecchio.
- Ma che cosa ti abbiamo fatto noi? Eh, che cosa ti abbiamo fatto? Cosa ti credi che per noi  stata una passeggiata? Che soffri solo tu? Eh?  Mercede sbotta, e insiste come se corresse allunico appuntamento concessole di incontrare il suo bambino, ora che  prigioniero della parola data.
- Lascialo stare,  tenta Michele Angelo.
Ma lei lo zittisce come non ha mai fatto prima:  No!  grida.  Ma cosa crede? Cosa crede?  continua rivolgendosi al marito, ma facendo quella domanda insulsa, impotente, povera, al figlio.
Marianna entra in cucina. Ancora scarmigliata, con una vestaglietta indosso.  Che succede?  domanda.
Mercede la guarda come chi sia stato privo di sensi e venga svegliato a schiaffi.
Cavino affonda il cucchiaio nella zuppa.
-  Niente, niente succede. Che ti sposi succede, no? -la voce di Michele Angelo  la copia carbone di una voce serena.
Ecco, quella domenica di novembre era iniziata cosi. Ma poteva andare peggio, che tutti pronosticavano piogge battenti per via dei nuvoloni proprio sulla cresta del Monte Orthobne. La pioggia non cera stata solo grazie allarrivo di un vento sottile e maldestro, che aveva salvato la cerimonia ma non certo i festoni nel cortile, gi mezzi strappati prima che la festa cominciasse.
In ogni caso Michele Angelo non fu costretto ad aggiungere nulla alla risposta generica data alla figlia, che era anche la futura sposa, perch subito dopo arriv la pettinatrice sassaresa. Nonostante fosse istranza e cittadina non era granch diversa da unacconciatrice nugoresa, la differenza era che a Nuoro nessuno avrebbe speso dei soldi per ottenere qualcosa che si poteva fare gratis con le proprie mani.
Tuttavia quella faccenda della pettinatrice, fatta arrivare direttamente dal Capo di Sopra, fu largomento principale di tutto il matrimonio Serra-Pintus Chironi. E il fatto stesso che se ne parlasse metteva in agitazione Michele Angelo, perch lui conosceva bene la regola del pelo dellacqua in cui deve galleggiare per sempre la nostra esistenza.
Mai sotto la superficie, mai sopra, sempre solo galleggiare... Sul filo, contro linvidia, contro la commiserazione. Su, troppo in alto, c la bestia verde e livida, che mangia male e non digerisce. Gi, sottotraccia, c il buffone ridanciano vestito in gramaglie, che con una mano ti accarezza e con laltra ti pugnala.
Chi pensasse alla parola fatalismo si ricreda, perch non  certo di questo che si tratta. Il particolare sentimento di cui si parla  piuttosto realismo, conoscenza intima della propria genetica. L non c dispari, c solo pari. Tu sei me, dicono. E, se lo dicono, vogliono intendere che Io sono te: quello che hai, quello che ostenti,  una precisa sottrazione che tu fai a me. Noi siamo pari dunque:  questo il pelo dellacqua, il resto  contravvenire. Se tu non sei pari, vuoi dire che io sar di volta in volta superiore o inferiore, invidiato o commiserato; se io non sono pari, costringer te a venire su con me o ad affondare.
Si cammina come sulle braci ardenti, si deve procedere leggerissimi per non bruciarsi, per non far rumore, per non farsi notare.
Se quella pettinatrice straniera costituisse emersione o sommersione non  dato di saperlo. Quel che  certo  che costitu argomento di conversazione e quindi spostamento dalla stasi autunnale di foglie naviganti, umili alla corrente, al ribollire del pubblico dominio.
Infatti si diceva: Vediamo che lavoro fa questa qui arrivata da Sassari apposta per pettinare la sposa, cosi almeno si capisce come vanno spesi i soldi. Vedi cosa succede quando ce ne sono tanti di soldi? Che uno li usa per i capricci. E questo  uno sgarbo che si fa a Dio, alla faccia di chi non ha nemmeno da mangiare.
Poi c anche da dire che la famiglia dello sposo era di quelle col nome ma senza patrimonio, e quella della sposa al contrario aveva solo il patrimonio. Quindi laffare era preciso preciso e cera caso che tutto questo fare i cittadini, da parte dei Chironi, altro non fosse che un tentativo di dimostrarsi degni del cognome, anzi dei cognomi, che si andavano comprando con le nozze.
Queste cose Michele Angelo le conosceva alla perfezione, e alcuni fondamentali li aveva chiariti per bene con chi di dovere anni prima alla vigna. Ed era solo per questo che si sentiva inquieto.
Quando per la seconda volta i parenti dei nubendi ritornano al cortile lo trovano gi pieno di invitati. Gli amici di Biagio Serra-Pintus aprono la piccola folla come un picchetto donore di camicie nere: sembrano appena sbarcati da Terranova dopo la Marcia su Roma, che dicono essere stata un picco di entusiasmo supremo e un momento cardine della Storia Patria. Nessuno di questi c stato veramente a Roma, e ha marciato tuttal pi nel cortile di casa, ma la maschia schiettezza di questi giovanotti fasciati in questo lutto che non  lutto fa un certo effetto.
Qualche veterano del Carso li guarda come fossero amanti che prendono il meglio delle mogli altrui senza accollarsene il peggio. Questi soldati senza trincea, questi marciatori senza strada, sono forme palesate. Nessuno di loro riesce a dire di cosa parlano realmente quando parlano di Partito Nazionale Fascista. Siamo ale pendici estreme dellImpero, quello che succede in Sardegna, in Barbagia,  talmente inifluente che non vale senza dubbio la pena di sprecare tempo. Ergo ogni spiegazione si spegne nel tono trionfalistico di qualcosa che  ma che non si sa cos. Forse, per i trogloditi locali, marzialit, camicie nere, cori virili, maschie prestazioni, valgono quanto perline e specchietti per gli indigeni africani. Del resto, sussurrano in qualche angolo del cortile, se anche i sardisti hanno aderito al PNF evidentemente channo il loro tornaconto...
Biagio Serra-Pintus la parola politica non la sa nemmeno pronunciare, eppure  accreditato di una carica prestigiosa. Non appena sar in grado di comprarsela.
Eccolo in mezzo ai suoi camerati avanguardisti e mascelluti, etimologicamente barrosi: anchegli porta la camicia nera sotto al doppiopetto di grisaglia.
Cavino si tiene in disparte nonostante lobbligo di comparire come parente primo. Lui tutto quel teatro l, di petti in fuori e schiene dritte, lha gi capito bene. Approfitta della fase caotica del matrimonio, quando le parentele devono affrontarsi fra dolci e liquori prima di concordare secondo quale schema il corteo a piedi debba raggiungere la chiesa, per appartarsi. Mercede semplice e bella, come la madre della sposa deve essere, lo controlla da lontano, che quel figlio  pena e gioia insieme.
Finalmente arriva la sposa, elegante e bellissima. Lacconciatura  come un grumo di immobili, attorcigliate, bisce lucide sul capo. Il volto sembra quello di unArtemide pronta per la caccia. Un semplice velo appoggiato e fermato con due spilloni le copre il viso sino al mento. Labito alla caviglia di un bianco vagamente dorato scivola dritto sul corpo minuto senza segnare forme, come il costume di scena di un Olimpo fatto in casa. Eppure, a vederlo da vicino,  cosparso da un firmamento di perline. Sopra ci andrebbe la mantella col colletto di astrakan sbiancato. Per la sposa di novembre.
Le donne traggono sospiri aggiustandosi, come gesto riflesso, qualcosa che ancora non  perfettamente a posto nel loro abbigliamento, tradizionale o borghese che sia.
Quando il corteo si forma e tutti sono pronti per recarsi in chiesa, Cavino aspetta che anche lultimo degli invitati sia uscito prima di muoversi.
Le piogge promesse arrivano il giorno dopo, quando gli sposi dovrebbero gi essere imbarcati da qualche ora sul piroscafo che li porta a Livorno e poi a Firenze e Venezia per il viaggio di nozze.
Il vuoto che invade una casa dopo una cerimonia, di qualunque tipo essa sia,  insieme sollievo e malinconia. Mercede, Michele Angelo e Cavino sono l, seduti in cucina, silenziosi che mangiano avanzi. Nessuno ha cucinato quel giorno n lo far per i tre successivi, e molta roba avanzata  stata portata in parrocchia per i poveri.
Il matrimonio e la parentela giovano ai Chironi, perch pare che da Roma abbiano grandi progetti per quellavamposto, gi si cominciano a espropriare dimperio i terreni vicini allabitato per costruire grandi uffici pubblici. Eh, cari miei, si prevede lo status di citt. E, finalmente, la pulizia totale dal brigantaggio e da tutto quanto ha impedito finora il progresso. Per i mastri ferrai Chironi e, dora in poi, anche Serra-Pintus, lavoro non ne mancher di certo.
La via Majore, ora corso Garibaldi,  come il letto di un fiume secco, una catena che tiene unite due entit apparentemente difformi. Quella strada ha costituito il passaggio da Nur a Nuoro, ma  altrove, pi in alto, nel primo gradino del costone che si comincia a lottizzare. La grande mulattiera che si snoda dal carcere, tirando dritto fino quasi a Suna, sar la nuova arteria intitolata ad Attilio Deffenu, eroe giovane e caro agli di. Lungo quella linea, come indica senza tentennamenti la smania di direttive sia stradali che politiche del regime montante, si svilupperanno i gangli della citt fascista: strutture pubbliche e private in forma di unit abitative condominiali. Al Ponte di Ferro intanto, dove la citt nuova e quella vecchia convergono,  stato costruito limmenso Palazzo degli Impiegati. Perch presto in quella citt di nome e di fatto, con tanto di Prefettura e sede provinciale, di impiegati ce ne sar bisogno, ma anche di ringhiere e balconi.
 la stagione delle architetture, quella in cui si capisce che per essere al passo bisogna avere uno stile. Come labito da sposa di Marianna, che a vederlo cos non sembrava gran cosa e invece era perfettamente alla moda continentale. Ecco, allo stesso modo, come un fungo cresce dove cera una vigna, con un immenso e tondeggiante torrione terrazzato centrale spunta lUfficio delle finanze, in un posto in cui ufficio e finanze sono davvero due parole assolutamente esoteriche. La conseguenza  che si deve attrezzare anche la scadente via La Marmer, fino ad allora entrata ogliastrina della citt, perch, come proseguimento del Corso e snodo parallelo alla modernissima via Deffenu, deve condurre alla nuova stazione ferroviaria a scartamento ridotto. La littorina arriva, come una carrozza trainata da cavalli, allo snodo di Macomer dove ci passa anche qualche treno vero; per il resto va pi lenta del tempo che, al contrario, scorre veloce.
Dopo quattro anni di matrimonio, Anno quinto, da Biagio e Marianna nasce Mercede, che tutti si accordano di chiamare Dina perch non si confonda con la nonna.
I Serra-Pintus-Chironi abitano nella zona nuova in una villa con giardino come si addice a un capobastone, o capomanganello. Cavino in quella casa non ci  mai entrato, ma a Biagio questa cosa non lo interessa pi di tanto. Quel cognato per lui  come una clausola scritta in piccolissimo in fondo al contratto di matrimonio. Una di quelle incognite che si sa bene di dover accettare con cristiana rassegnazione. I camerati hanno lordine di lasciarlo stare che tanto il fesso, limboscato di casa Chironi, al massimo pu fare male solo a se stesso. Quando Biagio riceve segnalazioni che riguardano il cognato  affissione abusiva, disfattismo, assembramenti non autorizzati  alza gli occhi al cielo e sposta la pratica nellultimo cassetto della sua scrivania. Qualche volta, di fronte a situazioni imbarazzanti, a casa parla con la moglie e le chiede di fare due chiacchiere con quel disgraziato di suo fratello Cavino, che se cha tutte le sue cose a posto lo deve solo al rispetto che i camerati hanno per lui.
Spera che gli arrivi presto il trasferimento a Cagliari, Biagio, in quanto papabile per la segreteria particolare del prefetto. E li sarebbe unaltra cosa, fuori da quel buco che solo Mussolini in persona ci tiene a far diventare citt.
Marianna a casa dei genitori ci torna poco perch ha troppo da fare e perch il nuovo status di signora le impone, volente o nolente, di fare delle rinunce. Se Mercede vuoi vedere la nipotina deve muoversi allalba come per la prima messa e passare dalle cucine.
Ora che la Storia sta ridistribuendo le carte, ai Serra-Pintus  venuto in mente che forse forse accettare questo legame con i Chironi  per carit brava gente, semplice - stata una soluzione affrettata che ha sistemato le finanze,  vero, ma ha sporcato la genia. Marianna, la moglie ricca e dimessa,  diventata una creatura da guardare a vista. Specialmente ora che Biagio  nelle grazie del federale, e che il trasferimento in pompa magna a Cagliari  sempre pi vicino. I padroni sanno fare solo i padroni anche quando non c il tanto, perch loro sono educati a pensare, generazione dopo generazione, che tutto gli sia dovuto. Biagio, dal canto suo,  affezionato sinceramente alla moglie, ma non ha proprio la tempra di opporsi alla madre, che resta padrona nonostante tutto, anche se dispone di patrimoni non suoi. Cosi Mercede, che sa stare al suo posto, visita la figlia e la nipote quando nessuno pu vederla. E qualche volta, col tempo buono e di primo pomeriggio, anche Marianna quasi in segreto porta la nipotina a San Pietro dai nonni.
Questa figlia in ostaggio non fa passare notti serene a Michele Angelo che una mattina, ripulito, decide di recarsi alla sede del fascio dove il genero ha lufficio. Gli vuole spiegare che vergognarsi dei propri parenti non  una cosa buona manco per niente.
Biagio lo accoglie con affetto, ha nella faccia lespressione di chi vorrebbe dire Hai ragione, ma si ferma un attimo prima di ammetterlo. Lui capisce, capisce tutto, ma anche loro devono capire lui, che ha un nome da difendere, una carica importante, e rappresenta qualcosa.
Michele Angelo, pi volte invitato a sedersi, ostinatamente sta in piedi:  il nostro primo antenato  arrivato da queste parti col corteo dellArcivescovo di Cartelli...
Quando voi non eravate ancora nemmeno previsti, noi Quirn, Kirone, Chironi, ceravamo gi.
Biagio in questi pochi anni si  arrotondato, segno che, nonostante la propaganda, non devessersi sforzato tanto di curare il fisico. Michele Angelo in piedi con i capelli schiariti dalla canizie pare un Padre della Chiesa che abbia appena pronunciato un anatema. Gli ha detto che loro, i Serra-Pintus, sono solo gli ultimi arrivati e che quindi non si facciano cosa, e gli ha detto che hanno due cognomi appositamente perch se si dice Serra o Pintus, non si sa nemmeno a chi ci si riferisce, mentre se si dice Chironi, a Nuoro, vuoi dire Michele Angelo Chironi, maestro del ferro.
Segue un silenzio lunghissimo, Biagio ha una reazione che  insieme di sorpresa e di paura.  passato dal rosso rubino al bianco, pare stia per scoppiare in una risata, ma non  cosi:  nervoso, piuttosto.  Tra noi ci sono i sacramenti,  dice.  E voi secondo me capite anche quello che dite di non capire. Pure se siete arrivati per primi, le cose sono cambiate e le regole non le ho fatte io.
E un congedo, Michele Angelo e Biagio non si vedranno pi.
Quella notte Cavino ritorna a casa trascinato da due uomini che lo lasciano davanti al portale del cortile, pi morto che vivo.
Quando esce dalla stanza di Cavino, Dottor Romagna si ricompone. Per lavorare bene si era arrotolato le maniche della camicia fin sopra ai gomiti e ora, dopo essersi chiuso la porta alle spalle, si ricopre gli avambracci pelosi.
Michele Angelo gli sta davanti senza chiedere nulla, perch sa che su Duttore quando deve parlare parla. E infatti:  Lhanno picchiato malamente,  dice.  Che cosa sta combinando?
Michele Angelo scuote la testa.
- Non  che sta frequentando gente metzana...  ipotizza il medico.  Chi lha conciato in quel modo sapeva quello che faceva. Questi sono tempi che bisogna tapparsi le orecchie e aspettare che passi -. Michele Angelo fa cenno che ha capito.  Comunque sornine est forte. Eh insomma Ghiro, voi cavete anche parenti che contano...
-  Parenti dentratura,  specifica Michele Angelo. E con questo dice tutto.
- Per nel caso almeno sapete a chi rivolgervi, c tanta povera gente che non pu fare nemmeno quello.
Segue un breve, compatto silenzio.
- Dott che cosa gli hanno fatto?
Il dottore finisce di sistemarsi la camicia.  Sediamoci un attimo,  dice.  Una cosa forte ce lhai?
No, certo che non lo immaginava. Come si fa a immaginare cose del genere? E certo che non caveva minimamente pensato, perch Michele Angelo non riusciva a concepire nemmeno un Universo lontanissimo in cui potessero succedere, si potessero fare quelle cose che stava raccontando il dottore. E mentre questultimo parla e dice: legato, percosso, abusato, Mercede gira intorno al tavolo di cucina senza potersi fermare come una pazza del manicomio, perch a lei la fa impazzire di capire e non capire. Ora si trova davanti al dirupo del presentimento e non sa come affrontarlo. Perch le parole del medico sono parole che pesano parecchio e hanno significati anche pi tremendi di quelli che lei, se avesse il coraggio di affrontare il costone, riuscirebbe a immaginare al momento. Tanto Cavino non aiuta. Non parla.
Michele Angelo le fa segno di mettersi buona che se continua a girare in tondo non riesce a capire bene cosa vuoi dire su Duttore. Ma comunque c poco da capire: questa  una storia brutta davvero, suo figlio cha ferite e lacerazioni che non lasciano dubbi. Dottor Romagna arriva fino a li. Lui i ragazzi Chironi li ha visti crescere e grazie a Dio non c stato nemmeno tanto bisogno del suo lavoro che sono sempre stati belli sani, ma in questo caso il peggio che avrebbe da dire non si sente di dirlo, non perlomeno con le parole giuste.
Mercede che non  scema per niente ha visto cose che non avrebbe voluto assolutamente vedere: i segni, gli indumenti, i pantaloni, la biancheria  quella che lei pulisce con la soda e stira col ferro a carbone  tutto zuppo di sangue. Guardando il marito gli dice di smettere che a chiedere troppo si hanno solo bruttissime notizie e che tanto linconcepibile  successo, come un presentimento tenuto in cortile per anni che una bella mattina bussa alla porta.
Ora le pare giunto il momento di prendere una decisione: o darsi torto definitivamente, oppure dare il via allanalisi puntuale dei segnali, nel tempo. Perch se i fatti, le cose minute, trovano una loro collocazione, allora tutto questo improvviso disordine, questa improvvisa scossa, si rimette a posto. Ma se si comincia a mettere in ordine non si pu pi tornare indietro.
Cavino in camera ha il viso tesissimo del moribondo, ma non sta per morire. Ha perso molto sangue. Ora sta sognando di quando non aveva contezza del corpo, quasi fosse stata unappendice secondaria. Quando cio credeva che la felicit dipendesse da quanto del mondo circostante riusciva a guardare. Ecco a pensarci bene  proprio in quella stagione che, come un messaggio in bottiglia navigante in un oceano, gli arriv la notizia che a lui piacevano gli uomini. E guardate quanto  sottile, quanto furbo larzigogolo del pensiero: Cavino fanciullo capisce qualcosa che non vive; mentre ladulto vive qualcosa che non capisce. Salvarsi dipende esclusivamente dal fatto di non far mai coincidere le due cose. Quando una urla, laltra tace.
Ecco, abusi dunque. Quella parola che a Mercede fa tanta paura.
La prima volta Cavino la ricorda bene, ma quello che con certezza si disse poi  che non si dovrebbe desiderare di essere perdonati per aver seguito la propria natura.
Quella prima volta era una mattinata meravigliosa con cielo smaltato e un profumo di tramontana appena passata. E lui, laltro, era un adulto perfetto, un traguardo e un percorso insieme. Morto in guerra, mai pi tornato, cibo di vermi, ma allora aveva il sorriso pi bello che si potesse vedere in un uomo. E un odore di pioggia e di tabacco insieme, e di giornate a cottimo allovile, e di madre attenta che sapeva lavare le camicie.
Quella prima volta nemmeno si spogli n pretese che fosse Cavino a farlo, fu stringersi come fossero due corpi che dipendevano luno dallaltro. Li Cavino impar che il corpo adulto  solido dove il corpo adolescente  morbido. E impar anche che per quanto sembri infinito il prima, il dopo  sbrigativo; quanto direzionato, preciso, il prima, tanto sghimbescio e sussurrato il dopo. Una pienezza che contiene un vuoto.
Cos, a sedici anni, Cavino capi fin troppo bene dove lavrebbe portato la carne: in alto e in basso, nelleuforia e nella depressione, nello spreco e nella parsimonia.
Al centro della fuga Mercede capisce che, se non si ferma  e in tutti i sensi -, la disperazione avr la meglio, specialmente adesso che i segnali, ignorati per anni, si stanno accumulando nella sua testa. Quella volta che  tornato tardi e a scuola non cera andato; e quei ragazzi grandi che frequentava; e...
A pochi passi da lei anche Michele Angelo sta cominciando a capire qualcosa che, come una testa dariete, dai e dai, sta riuscendo a sfondare il portale solidissimo del non voler sapere.
- Ghiro  una malattia,  continua a specificare il dottore, come per rendere il concetto pi traducibile a quel cervello che lo rigetta senza nemmeno tentare un minimo di sforzo.  Cavino  finito in mano a qualche pederasta, Ghiro, chiss da quanto tempo dura la cosa -. Dottor Romagna dice la parola pederasta abbassando un poco la voce e scandendo bene le lettere, come per farla rientrare nel novero di quelle parole che spaventano per il suono e non per il significato.
- Non  un ragazzine su Dutt...  riesce a biascicare Michele Angelo.
Non si sarebbe arreso comunque: quella parola terribile lui non sa nemmeno concepirla, per quanto sia derivante dal greco antico e per quanto contenga persine un vago significato amoroso. In ogni caso, ora che  stata pronunciata,  ineluttabile.
La luce nella stanza si  fatta scarna, come quando si consuma una candela e ci si rende conto che  diventato buio solo nel momento in cui lo stoppino  ormai consumato e i colori, piano piano, vengono meno. Quel pallore diffuso assomiglia in tutto allo stato di stupore esangue che sta facendo tremare Michele Angelo. Ha un uomo nella stanza accanto ed  un uomo con cui ha condiviso ore e giorni della sua vita. Un uomo che ha guardato negli occhi. Lha visto sudare, rompersi la schiena. Lha visto diventare adulto, modificare il viso, imbrunire la mascella. E allora? Ora sa, senza ombra di dubbio, che quel libro aperto era una cassaforte blindata. Il sapore del tradimento  stemperato solo dalla coscienza che quello di Cavino non era un segreto che gli avrebbe fatto piacere conoscere. E infatti, adesso, col dottore che spiega tentando persino di glissare sui particolari, non  per niente curioso di sapere, anche se capisce che deve dimostrare interesse per non disattendere a quanto si aspetterebbe da un padre il suo interlocutore.
Mercede, dal canto suo, ha capito che esiste una soluzione: la sua creatura non ha colpa. E non dicano che se l cercata. Aggredito da delinquenti che lhanno voluto ingiuriare: ecco come sono andate le cose. Nellaltra stanza per lei c un martire cristiano, unanima inerme, un giglio. Eppure anche adesso che ha capito come stanno le cose non osa entrare nella stanza accanto dove Cavino, sedato, dorme.
Ha perso molto sangue, ha rischiato unemorragia interna, ma se l cavata. Questo  quanto, alle madri non si pu dire altro.
- Vedi tu Ghiro che cosa vuoi spiegare a tua moglie, -conclude il dottore prima di uscire.  Io, da fratello, ti consiglio di rimanere sul vago, alle madri queste cose  meglio non dirle... Per il resto si riprender, non deve fare movimenti bruschi, tenetelo a letto, per i controlli vengo io..,
- Su Dutt...  fa Michele Angelo che non pu pi differire quanto sta per dire.  Mi raccomando...  comincia come se dovesse proseguire, ma non prosegue.
Il dottore finge una specie di risentimento.  Non c nemmeno bisogno di dirlo Ghiro,  afferma battendosi fiero il petto.  Non dire altro e io non dico altro.
Michele Angelo, schiantato, abbassa il capo.
A Marianna raccontano che Cavino  stato male. E che con la bambina ancora al seno  meglio se non passa nemmeno a vederlo che i malati portano dolore e preoccupazione e fanno il latte materno amaro. Cosi sta distante, in obbediente sofferenza, e quasi le sembra di essere tornata alla stagione del corredo, quando, relegata in quella specie di limbo del ricamo con le suore di clausura, per un attimo ha pensato di non uscire pi di l.
Ma poi era uscita e adesso doveva occuparsi della sua creatura, che era la prima cosa sempre. Cavino certo poteva aspettare: anche lui, ormai, veniva dopo.
Senza quasi rendersene conto Marianna capisce che la sua famiglia  entrata nella stagione tremenda, quella in cui bisogna restituire quanto si  preso.
Marianna ripete a se stessa le parole della madre priora, e cio che noi tutti siamo mezzadri di questa terra e che parte di quanto ci viene concesso di coltivare e raccogliere dobbiamo restituirlo al Padrone. Che  buono, ma anche inflessibile, perch con dovizia dona e con ferocia pretende. Come un esattore. Noi capiamo la nostra sofferenza quando pensiamo di avere subito un torto, ma alla sofferenza di Dio quando si trova nella terribile condizione di essere inflessibile con i suoi figli ci pensiamo mai?
No, Marianna non ci aveva pensato. Al contrario, adesso come non mai pensava di dover accettare qualcosa di inaccettabile, e pensava che in nessun caso doveva farsi carico del patimento di chi poteva fare qualcosa per alleviare le sofferenze e non lo faceva.
Tutto quello che sapeva di Cavino era quanto il marito gli diceva in forma di monito:  Ormai le cose si sono messe in modo tale che, come puoi capire,  meglio prendere le distanze... Abbiamo una reputazione, abbiamo una posizione, abbiamo una bambina.
A casa poi Michele Angelo e Mercede non le dicevano molto di pi se non che lentamente Cavino si stava riprendendo.
La vulgata in bidda diceva che gli era stata data una lezione per motivi di propaganda politica, che gi si sapeva che Cavino Chironi non era certo vicino alle idee di Mussolini. Ma mettere in giro questa voce era stato lunico atto daffetto che Biagio Serra-Pintus avesse fatto nei confronti della moglie, e forse neppure quello... In ogni caso, ormai vicinissima al trasferimento per Cagliari, Marianna prefer pensare che lo fosse, e la sera a tavola finse di essere risentita col marito per non aver tenuto fede alla promessa di salvaguardare il fratello da qualunque agguato squadrista. E Biagio finse di accondiscendere a quella finzione, come deve succedere se si pretende che un matrimonio duri per sempre.
C un cielo di nubi viola che scolano sangue denso sul campo. E c un amalgama terrbile di Nulla e Tutto... Come la nostra coscienza che vaga nel troppo dichiarato sino a produrre solo silenzio. Quante cose vorremmo sentirci dire e nessuno ce le dice.
Nel silenzio delle stanze ci sono di oppressi dai paramenti.  un vecchio stanco, come un padre costretto a punire i suoi figli .il corpo esilissimo  sonetto da unimpalcatura febbrile, le spalle incurvate per il peso del triregno. Intorno, gli angeli espongono i simboli del martirio supremo.
E un dolore sommesso e irraccontabile.
La Memoria  un filo sottilissimo di cui si tace. Ogni memoria muta  una figura dellApocalisse. Smagliante urlante.
Omissis.
Ma limmagine smagliante di un Apocalisse  di per s contraddittora,  narcisismo di chi linventa e di chi la interpreta: di Giovanni che lha scritta, di ogni pittore che lha rappresentata. Entrambi a loro immagine. Il primo che fagocita parole in una febbre costante, il secondo che produce segni su segni con una minuzia fantasmagorica. Giovanni non aveva certo pensato a meraviglie di paramenti o ai virtuosismi del cesello. Ma un pittore lApocalisse non sa leggerla se non in termini di se stesso. Come si descrve il silenzio della memoria trascurata? Col silenzio o col segno? I pittori risposero dipingendo carnefici angelici che posano per la perfezione dei drappeggi, mentre le vittime mimano un terrore mai sboccato. I santi risposero tacendo di fronte alla richiesta di abiura.

Gli uni col teatro della meraviglia, gli altri con la macchina sapiente della persuasione.
Omissis.
Eppure nella testa di Giovanni, lApocalisse la immagino levantina e calda, sporca della polvere desertica e odorosa di traspirazioni. La immagino come una fila di corpi ricomposti in un hangar o nella piazza antistante di una stazione... E gli angeli me li immagino stanchi di uccidere, madidi di sudore, col fiato grosso. Me li immagino ammutoliti che vestono divise, che mai e poi mai possono parlare. E mimmagino lamenti atroci di anime mutilate.
Omissis.
Ma non qui. Qui  tutto un combattimento di linee rette contro spirali.La via maestra del Bene, contro limmenso contorcersi del Male. I segni sono lanima del pittore, quasi tentativo di ordinare, di conquistare la quiete dellicona. Eppure nel cielo di quel nord-est schiumoso si consuma un vibrante temporale, con saette dali candide e fiamme di candelabri. E poi silenzi, silenzi terrbili, spesso vestiti di atroci rivelazioni.
Ci sono i numeri: il sette, il dodici, il tre, il quattro. La cabbala infinita dei ritomi:quante le trib, quanti i cavalieri? Dodici, che  tre volte quattro. Quattro : guerra, carestia, morte, pestilenza. E quanti candelabri? Sette, che  tre pi quattro. E il numero preciso dei segnati? Centoquarantaquattromila, dodicimila per dodici. E poi sette trombe e sette sigilli, sette teste del mostro. E sette stelle nel palmo aperto della mano di Dio, bianco nelcandore terribile del Giusto.
Cavino, avvolto nel sudario, finge di dormire, Sente rumori e odori attutiti.
Aprire gli occhi  altrettanto faticoso che cercare di mettersi seduto. E infatti non ci riesce, non al primo tentativo. Il dolore alle gambe e alla schiena  terribile. Ci prova ancora, e ancora.
Nella stanza  stata fatta una penombra costante di persiane accostate, se quella che viene da fuori sia una lama di luna o altro  difficile da capire. Forse  un pomeriggio quieto, o il silenzio compatto dellultimo sonno prima dellalba. Forse, semplicemente, non , e quel tentativo di sollevarsi significa soltanto sognare di s nel cuore profondo della notte. Sonno da farmaci o semiveglia, Cavino procede a tentoni verso la coscienza di s come se stesse attraversando bendato un corridoio e brancolasse agitando le braccia. Quanto gli  successo non vuole ricordarlo. Eppure, senza che possa farci niente, ricorda. Ricorda tutto.
Di quando lo sguardo del giovane sconosciuto appoggiato al bancone della bettola gli parve una fune lanciata verso un naufrago che sta per affogare, e di come dietro quello sguardo si aprisse un sorriso promettente. E di quanto gli battesse il cuore fino a quasi esplodere. Tutto questo lo ricorda. E anche dei pensieri che gli balenarono in quel preciso istante, quando si chiese che cosa avrebbero pensato tutti se avessero potuto capire quale discorso amoroso stavano facendo i corpi e gli sguardi e i gesti in quel preciso istante, in piedi davanti alloste che procedeva a riempire di vino fino allorlo bicchierini in fila accostati luno allaltro. Quello sconosciuto sapeva di buono, aveva un sorriso segreto, appena accennato, saporosissimo; aveva occhi bruni di pietra dura. Non smise di guardarlo finch fu lui ad abbassare lo sguardo.
Tutto dur lo spazio di unera geologica, quando dalla glaciazione si passa alla primavera del cosmo e il respiro tiepido ingravida le cellule; il gelo si stempera, le acque scorrono verso le fosse degli oceani e in quel brodo brulicante di vita si selezionano le specie. Dur un istante preciso come quando Dio riassunse nel gesto di separare il buio dalla luce, gli animali del cielo da quelli della terra e dellacqua, scindendo ogni possibile complessit. Cosi quello sguardo, quellaccenno, discrimin la vita dalla morte in una frazione di secondo. Proprio come era accaduto a Luigi Ippolito quando, fra uno stato di incoscienza e laltro, disperso nella sua follia, riusc ad acchiappare quellistante di lucidit che lo condusse a uccidersi. Ecco proprio cosi, ma al contrario, ricambiare lo sguardo di uno sconosciuto significava afferrare un istante di follia dopo anni e anni di saggia finzione. Mai si era fidato del corpo prima che della testa. Cavino usc dalla taverna mostosa sapendo di essersi esposto pi di quanto fosse lecito ed ebbe paura. Ma quando varc quella soglia, come sperava, come aveva pregato, sent lo sconosciuto camminare dietro di lui, scivolando quasi senza toccare il suolo. Cos anzich dirigersi verso casa, si avvi nella notte fragorosa fino alla fine delle case, dove si apre la campagna e lerba secca frigge sotto i piedi...
Il corpo morto di Luigi Ippolito  abbastanza pesante da comprimere langolo del materasso. Quando Cavino lo vede fa un gesto con la mano.
Pensavo di sognare, sussurra. E invece sei qui.
Sono qui, conferma laltro. Te lho mai detto di quando ho deciso quello che andava deciso?
Poi aspetta una risposta. Dopo pochissimo Cavino accenna di no.
Era di pomeriggio, avevamo appena sfollato un forno quando dal plotone un bambino con la divisa spar a un bambino sporco di farina. Io avevo la responsabilit di quel plotone. E tutte quelle persone che avevano assalito il fornaio erano fantasmi. Sarebbero morti comunque, tanto valeva difendere quanto avevano predato anche a costo della vita. Noi arrivammo, ci posizionammo davanti alla bottega e loro uscirono, bianchi pallidi di farina come cadaveri polverosi, in silenzio. Nonostante gli chiedessimo di alzare le mani e abbandonare la refurtiva nessuno fece un gesto o disse una parola. I bambini davanti stringevano le pagnotte come i giocattoli preferiti. Dietro di loro le donne impazzite dalla fame, senza casa, nella citt morta che dicevamo di aver liberato. Gli uomini nel fiume, sul pelo dellacqua, dove scorrevano cadaveri gonfi di soldati morti sui monti, inghiottiti dalle forre, risucchiati dalle correnti, addentati dai ghiacciai, qualunque divisa avessero addosso. Nellaria persisteva un odore di marcio, lintera umanit era una fogna a cielo aperto. E allora la mia testa cominci a pensare che io ero venuto da un posto che  alla fine del mondo per togliere il pane dallabbraccio di quei bambini.  Fermi tutti, altol!  grido. Ma a chi, che nessuno si sta muovendo? Sembra che tutte le forze a loro disposizione le abbiano impiegate per sfondare la porta malferma della bottega del fornaio e buttarsi sopra le pile di pane fresco. Dallinterno arriva odore di buono, di crosta fragrante, che combatte contro la puzza di morte. Guerra sulla guerra.  l, mentre si compie il rito di questattesa che pare lunghissima a raccontarla ma  nientaltro che il tempo di uno sguardo, l che succede tutto: un bambino apre la bocca per urlare, dalle finestre piovono sassi, e insulti. Un caporale, bambino, spara. Il proiettile trapassa il pane ed entra nella carne di un fantasma, bambino...
Luigi Ippolito piange senza lacrime e Cavino si protende per toccarlo; un dolore amarissimo trabocca dallotre della pena di se stesso. Io e te. Io e te, gli dice. E il fratello gli fa segno di no, gli spiega che esistono gli istanti e quello sguardo, forse frainteso, forse ingannevole, che lha perduto, pu essere linciampo che fa mangiare la polvere alleroe invincibile, ma che niente si pu dire in proposito finch non si  mangiata la polvere. E parla di s:
Negli autunni brumosi pu capitare che il corpo trabocchi da unanima di vetro. E certo pu capitare di vedere la fiamma che si origina dallacqua, come di assistere alla morte in volo per annegamento.
Oh, negli inverni solenni i corpi sono poca cosa, epoca cosa sono i pensieri che, con ostinazione, si sono pensati, e le terre che ci si  lasciati alle spalle appena salpati i bastimenti... Pu capitare di non sapere perch...
Solo lo strazio resta, fratello mio, carne mia, anima cara, sangue del sangue, ma  strazio incosciente tanto sembra impossibile lessere estirpati, strappati come malapianta, portati in volo, leggerissimi, nellincerto contro la pesantezza del certo. .. Certo, si. Certo tutto, tutto questo pu capitare...
Poi restano parole, come geografie che non si sanno pronunciare, e primavere che noi sappiamo non vedremo mai pi, ma che i primi di noi raccontarono ai secondi e i secondi ai terzi : enormi fiori raccolti oltremare e seccati fra le pagine di un libro, viole del pensiero e violaciocche che qui crescono minutissime, affamate di luce, non certo come quelle che la mamma coltiva in cortile, o che crescono nel nostro cimitero.
Qui Cavino cerca di parlare.
Ah, sentimi: li, dopo lorizzonte, ubriachi di luce, esplodono i limoni, maturano i fichi dindia, si vestono gli oleandri; con loro, nelle estati estatiche, abbiamo temprato il sorriso e labbiamo ricevuto come una ricetta segreta ai figli dei figli, assieme alla coreografa delle orgini.
Cavino si sporge in avanti, ma Luigi Ippolito ancora lo ferma sollevando lindice.
Sentimi-.dopo la partenza abbiamo salutato limare, le colline, le creste di monti sconosciuti. E lorizzonte sterminato della pianura.
Poi abbiamo posato il piede nel Teatro di Guerra, nel campo di battaglia, che era comunque pi pacifico di quello che ci portavamo dentro. Poveri, derelitti, convinti di essere prigionieri del destino... E tristi come se davvero lo fossimo.
E abbiamo snocciolato le stagioni come rosari, Ave Maria e Pater Noster e Gloria e Pace. Pace in terra. Ascoltami: pace in terra! E, dolcemente, addio.
Finch dura la stagione degli amori...
Cavino osserva quel fratello morto, vede che non ha un segno addosso. Il suo corpo  immacolato, talmente pallido che sembra generare luce propria. Ha parlato muovendo le mani ossute, il ciuffo di capelli gli cade a ciocche morbide sulla fronte ogni volta che piega il capo. Ora che Luigi Ippolito tace a Cavino pare che il silenzio tra loro sia diventato insopportabile. Il fratello fa girare lo sguardo verso la stanza come se vi cercasse qualcosa che non conosce. Eppure non  cambiato nulla. Stesso odore, persine stessa luce. Cavino si schiarisce la gola.
Come va a finire? chiede a un certo punto.
Luigi Ippolito prende tempo: Va a finire che lui Quirn  in pericolo...
Eh, i galantuomini fedeli allInquisitore non sono molto contenti dellumiliazione inflitta a Diego de Gamiz, cosi progettano vendette. Ma don Giovanni de Quirn non se ne preoccupa.  dentro a una guerra e nemmeno lo sa, nemmeno lo vuole sapere. Il suo destino , in tutto e per tutto, legato a quello del Banco Regio. Ha fatto un giuramento, ha baciato il pavimento dellabside di San Tome e si  affidato allInfallibile. Ora gli dicono che deve nascondersi, che  meglio non provocare ulteriormente il Santo Uffizio. Dicono che don Angelo Jagaracho, su sua richiesta,  gi in partenza per le Indie. Dentro a questa guerra particolare anche fare il proprio dovere, anche portare il proprio onore, la propria parola come stendardo,  considerato un atto di protervia. Avete vinto, dicono, il Re si  preso la sua soddisfazione, il Santo Uffizio non se ne star a guardare. Vedi, fratello: va a finire sempre nello stesso modo. Io ho capito qualcosa di questa guerra, quando mi  stato chiaro che nessuno, comunque, avrebbe vinto. Si perde la testa, si prova a capire lincomprensibile. E credo che questo sia accaduto a don Giovanni de Quirn. Perch anche lui si chiese come poteva essere successo che
ora rischiava la vita per aver fatto il suo dovere. Non so se furono esattamente questi i suoi pensieri, ma posso dire con certezza che furono i miei: Abbiamo vinto, mi dissero. Ma allora com che io mi sentivo sconfitto? Quando mi misero ai plotoni desecuzione le domande divennero immensamente soverchianti rispetto a qualunque risposta possibile. Perch risposte semplicemente non ce nerano. La mia condizione divenne quella di chi cerca una ragione, la implora. Alla terza esecuzione capii che la mia verit non poteva comprendere quellatto. Cosi come Quirn comprese che fuggire, nascondersi, come tutti gli consigliavano di fare, significava contraddire se stessi. Al contrario lui si fece vedere, usc in pompa magna, si mise in mostra. Una notte sent che lo seguivano, ma lui tir avanti senza voltarsi. Poi la mattina dopo il capo dei fiscales lo manda a chiamare e gli spiega che cause di forza maggiore lo costringono a consigliargli un trasferimento immediato. Lui capisce, no? Lo sa come succede... A volte poteri contrapposti fingono di essere nemici, fanno teatro, ma alla fine si accordano sempre.
Il capitano Sermenti quando mi venne a trovare finse di trovarmi bene, ma io lo capii che qualcosa nel mio sguardo doveva averlo turbato.  Tenente,  disse, e basta.
Si sedette, e dopo un po mi disse che per il mio bene dovevo accettare un ricovero in clinica. E io allora gli spiegai che anche allantenato don Giovanni de Quirn consigliarono un trasferimento in Spagna, ma egli implor un incarico nella Sardegna interna dove vivevano i selvaggi, e dove tutti lavrebbero chiamato Kirone... Dove si poteva andare incontro a un pericolo peggiore di quello da cui tutti si sforzavano di allontanarlo. Aggiunsi che quello che mi proponeva lui era scappare e questo non potevo accettarlo. Chiesi che mi mandassero in prima linea, nel pericolo, come fece Quirn.
Il capitano scosse la testa, cosi due uomini vestiti di bianco irruppero nella stanza. Indietreggiai:  Siate tutti testimoni che io ho espresso la mia decisione di non seguire gli inviati del Vicer e che non sar possibile farmi uscire da questa Sala se non con luso della forza -. Detto questo cominciai a togliermi gli abiti di dosso.
- Che fate tenente? Ho lincarico di trasportarvi in ogni caso, e in quanto alla vostra salute saranno i medici a decidere !
Quegli infermieri esitarono, come non comprenderli? Ero nudo davanti a loro e dovetti sembrargli improvvisamente intoccabile.  Io non vi seguir,  dissi.
Cos finisce, fratello. Il resto  stato solo trovare il momento giusto.
Mercede, origliando dalla porta socchiusa, sente che il figlio nel delirio prega e alza gli occhi al cielo.
Michele Angelo lavora e ancora ha un brutto presentimento. Certo non si pu pretendere che sia di buonumore, questo no. Non gli sembra possibile che quel figlio massacrato sia lo stesso che lui ha messo al mondo.
Sta squadrando una sbarra di ferro da inserire insieme a ventiquattro sorelle negli incastri di un corrimano; dal suo punto di vista il fatto che le batta in modo diverso non significa che alla fine, in fila, fissate ai gradini, non sembrino tutte uguali: basta avere laccortezza e il talento di rendere uguali anche cose diverse. Dentro a questo talento riesce a concepire una soluzione per il figlio sofferente. Non arriva a concepire il sentimento, ma di disciplina ne sa qualcosa. Appena si mette in piedi me ne occupo io, dice a se stesso. E pensa a come fare il discorso che vuole fare: Quello che  stato  stato, comincia fra s e s.
Quello che  stato  stato. Hai sbagliato. Va bene. Ora si ricomincia, non ce n malattia da cui non si pu guarire tranne la morte, figlio. Ora ti sembra che niente si sistema, ma non  cos, non  cos. Se te lo dice tuo padre, credici. Se te lo dice chi ti vuole bene, credici.
Pensa che magari sarebbe meglio abbracciarlo, nel dirgli tutto questo. E pensa che come si piegano le sbarre di ferro per la ringhiera, allo stesso modo, si pu piegare il silenzio ostinatissimo di Cavino. Lui ci sarebbe riuscito.
Mercede  ancora con lorecchio appoggiato alla porta. Il figlio parla nel sonno, prima pregava, laveva sentito con chiarezza. Ora parla a qualcuno con un linguaggio incomprensibile, ma questo lha fatto sin da quando era bambino. Ora a Mercede sembra di poter dire che la sua vita  stata una Via Crucis. A vedere come la luce smorta di quel pomeriggio tramortisce gli oggetti, neutralizza i colori, appiana le forme.
Eppure non si ha idea di quanti momenti felici si siano vissuti in quella casa, e non si ha idea di quanta disperazione sia stata risparmiata alla sua famiglia in questa stagione terribile.
E quante risate, certo.  possibile che nei racconti le risate siano meno interessanti dei pianti, perch a noi ci piace la passione che si annida dentro alle sventure, ma risate ce ne sono state, e quante. Sarebbe uno sgarbo a Dio dire che dentro alla casa del maestro del ferro non  entrata mai la felicit.
Come la volta che Luigi Ippolito e Cavino decisero di portarla al mare. Che cosa fu ancora non si pu raccontare, che non ci sono parole. Non ci sono parole.
Qui Mercede si commuove fino alle lacrime. Fugge in cucina con gli occhi che le diventano lucidi e le labbra che si muovono da sole. Cade a sedere.
Ecco vedete, ha appena ammesso che ringraziando il cielo nella sua vita la felicit non  mancata, insieme a tanto dolore, eppure piange. Sempre l si finisce, sempre l.
Cos scatta in piedi e si ricompone come se ci fosse qualcuno a guardarla, ma non c nessuno. Decide che il figlio deve mangiare. Versa una zuppa di verdure su un piatto, afferra un cucchiaio e si affretta verso la camera.
La dieta liquida ha asciugato il corpo di Cavino fino allinverosimile. Finch i punti non si sono cicatrizzati  stato impossibile dargli del cibo solido. Lo nutrono a succo di carne, miele con acqua tiepida, semolino e zuppa di verdure, appunto. Da qualche giorno riesce a stare seduto, ma non  la condizione fisica che impensierisce:  forte, ci vuole ben altro. E lo sguardo che fa paura.
Lui, dentro di s, ha deciso. Peggio che morire.
- Pensavo a quella volta che mi avete portato al mare,  dice Mercede mentre lo imbocca. Lui muove appena le labbra per dire che ricorda.  Che spavento,  continua lei.  Che spavento. Chi se lo aspettava una grandezza simile, un profumo simile... Eh?  Cavino la guarda con uno sguardo che sembrerebbe di tenerezza.  Te lo ricordi che io non volevo nemmeno venire? E tuo fratello che si era messo daccordo con Pani della corriera per scendere a Orosei. Te lo ricordi?
Ti ricordi? Era tutto un dirsi Ti ricordi?
- Io parto, appena mi rimetto in piedi parto,  annuncia Cavino.  la prima frase che pronuncia da settimane, e forse  quello il motivo per cui a Mercede sembra cos terribile.
-  E noi?  chiede lei infatti. Cavino non sembra intenzionato a rispondere. Lei resta cosi, col cucchiaio a mezzaria.
Cos quella notte stessa Mercede ha sognato che nevicava. A fiocchi tondi. I suoi figli tutti ancora piccoli: Pietro, Paolo, i due nati morti Giovanni Maria e Franceschina, Luigi Ippolito, Cavino, Marianna... Tutti insieme, come cuccioli di una stessa nidiata di cinghiale.
Lei nei sogni poteva presagire quanto direttamente non vedeva, perch caratteristica del sognare  per lappunto di posizionare lo sguardo del sognatore come su una vetta, come sulla cima di un campanile, o sulla testa dellastore. Il sogno era in tutto e per tutto rinunciare alla propria limitata visione per accettarne unaltra, pi specializzata. Ora, per esempio, lei poteva vedere con chiarezza ogni singolo fiocco di neve che si univa ai milioni, ai miliardi, di altri fiocchi e ingannava con lidea diventare poco e nulla, ma invece contava, perch in una nevicata ogni fiocco conta; e allo stesso tempo poteva vedere i suoi figli, anche quelli mai nati, che giocavano davanti al camino acceso, come fossero tutta la vita che non era riuscita a entrare in quella casa, ma che, adesso, si prendeva una rivincita. L, rischiarati e scaldati dalle fiamme i bambini ridevano, maschi e femmine, vivi e morti, si inseguivano senza farsi male. Ora, per esempio, poteva vedere il fiocco, i bambini, e oltre il monte il tempo bello che arrivava, perch quella nevicata non era nientaltro che ostinazione dellinverno contro la bella stagione.
E ha sognato che le fiamme del camino erano di un colore che in natura non esisteva o che lei non conosceva. Proprio come quando ha visto il mare per la prima volta e, per quanto fosse preparata al blu, davvero non aveva la minima idea che potesse esisterne uno simile. Questo  lo stupore che ha sognato. In risposta alla scomparsa imminente di un altro figlio. Proprio quando, caduto nella sventura, viene restituito alle sue cure.
-  E noi?  chiede Mercede, il cucchiaio a mezzaria.
- Non dite niente a babbo,  prega Cavino, ma senza troppa enfasi, come se non si aspettasse niente, nemmeno una conferma.  Lo sto dicendo a voi.
- Creatura,  sospira lei.  Creatura. Noi che scelta abbiamo se non quella di mettervi al mondo e amarvi?  Solleva le spalle e improvvisamente sembra lei diventata una bambina.
Cavino tende il mento e stringe le palpebre nellestremo tentativo di non piangere. Ce la fa per miracolo, ma resta sul crinale.  Era bello,  dice, sapendo che se non lo dir adesso non lo dir mai pi.  E io mi sono detto:  troppo bello per me. Lho guardato e lui mi ha guardato, poi sono uscito e lho sentito dietro di me -. Mercede, che adesso ha capito, abbassa la testa e posa il cucchiaio. Fa per alzarsi, ma lui la trattiene alzando la voce.  Abbiamo camminato nel buio...
- No,  implora lei.  No,  tenta ancora una volta di alzarsi.
Cavino la trattiene al suo posto, il piatto cade a terra, cade a terra la zuppa, cade a terra il cucchiaio.  Vediamo quanto riuscite ad amarmi adesso,  sibila. Ha una forza imprevista nelle braccia.  Sono io che lho cercato e quando ha cominciato a picchiarmi, quando sono arrivati i suoi amici e mi hanno detto quello che ero, e quando sono caduto a terra, non ho sentito dolore, ma sollievo, e ho chiesto: Uccidetemi.
- Uccidetemi
Ma quelli:   troppo anche ucciderti.
Sono passati quattro anni esatti dal giorno della partenza di Cavino. Quattro anni in cui Dina cresce, Mercede e Michele Angelo invecchiano, Marianna fa la signora a Cagliari.
Lofficina  stata ampliata fino a richiedere mesi di ristrutturazione. Michele Angelo pu contare su tre lavoranti, giovani del posto. Figli di fucina come i ciclopi da Vulcano. Fatica meno adesso, sa come far lavorare i disdienti. Il posto di Cavino  rimasto vuoto e nessuno osa accostarsi a quellincudine.  stata una stagione di edificazioni e di inaugurazioni. Nuoro provincia del Littorio  come un plastico su cui si possano decidere nuovi assetti: ledificio delle Poste provinciali costruito sul retro del Regio Istituto Magistrale, in cima al raccordo tra lormai antica via Majore e la nuovissima via Deffenu dove smagliante e balconate  stato appena liberato dalle impalcature il Palazzo del Genio civile.
Altri lavori sono stati fatti per trasformare in colonia estiva lo spazio della fonte di Salotti poco prima della cima del Monte Orthobne. Dove i monelli locali, scalzi come pellegrini, scalano le rocce in piccole cordate.  tutto allinsegna del salutismo: cibo sano, aria sana, lotta al rachitismo, bagni di sole. Oltre oceano Mr Kelloggs ha appena inventato i Rice Krispies. Maestrini bilingui stanno incitando in italiano e sardo i pitzinnos a conquistare la vetta. Nello spiazzo erboso due squadrette di fanciulli, i petti esili di chi ha bisogno di ricostituenti, si sfidano al tiro della corda; in secondo piano assistono le bambine, escluse per biologia dalle prove di forza, e i ragazzini pi grandi, quelli che non hanno conosciuto lesercizio salutista e lagonismo performativo se non in forma di lotta corpo a corpo, di strumpa, con umani o bestiame che fosse. Al centro il maestrino con le mani sui fianchi e i capelli ricci.
 la stagione dei dispensar! e dei ricostituenti, della salute pubblica, delligiene quotidiana, dellistruzione diffusa e della mensa scolastica. In un lungo tavolo comune molti bambini e poche bambine mangeranno sano: sali minerali contro il cretinismo, acido citrico contro lo scorbuto, calcio e sole contro il rachitismo.
Colpisce un precoce sentimento di adesione al moderno, come un adattamento immediato, senza un minimo segno di resistenza: oltre gli edifici in muratura che fungono da camerate, per camerati in erba,  stata montata una grande tenda da campo nello stile anglosassone dei boy-scout. Spogliati e rasati i piccoli assistiti bisognosi sono pronti da catalogare: altezza, peso, dentizione, ampiezza toracica. Per molti di quei bambini, tra qualche anno, unaltra visita del tutto simile stabilir se sono pronti o meno per lenn guerra. Altri di questi si troveranno a dover contribuire, col loro stesso esistere, alla compilazione di altre tabelle sulla fisiognomica dei delinquenti. Qualcuno sopravviver al proprio destino di carne da macello o carne da galera. Per ora, italianizzati ma ancora guardinghi, i monelli si lasciano catalogare. Attraverso un altro tassello di quello che  stato sicuramente molto pi che semplice racconto del passato: in quella colonia periferica sta respirando la Storia. E respira anche il mito di se stessi che si va costruendo senza sostanza: spaesati, figli e nipoti di eroi i cui nomi sono scolpiti su brutti monumenti al centro di ogni piazzetta.. Quei bambini sono gi retorica.
Di Cavino si sa che si  imbarcato per Livorno e di li per Telone e di l ancora dovrebbe proseguire per lAustralia attraverso lInghilterra. Per quanto ci si pensi non si riesce a trovare un posto pi estremo dove collocarlo, anche se alcuni affermano che non  lAustralia il Paese in questione, ma lArgentina. Tuttavia n Mercede n Michele Angelo interrogati in proposito sanno rispondere, per loro Australia e Argentina sono, almeno per assonanza, esattamente la stessa cosa. E comunque Cavino, come ha giurato,  partito e, come ha promesso a se stesso, non ha mai dato notizie di s.
Ci  voluto un anno dalla partenza di Cavino perch Mercede si rendesse conto che il figlio ha sottratto dal loro posto tutte le lettere di Luigi Ippolito e se l portate via, come se non se la sentisse di viaggiare da solo ma volesse portarsi dietro anche il fratello.
Marianna periodicamente viaggia da Cagliari con la bambina per far visita ai genitori.  una signora in tutto e per tutto, con guanti e cappelline. Dina si fa bella come il sole, sembra quasi che qualcosa di buono ci sia stato anche dentro a quel genero irriconoscente che  Biagio Serra-Pintus, fatto da poco commendatore e, si dice, prossimo podest di Ozieri.
Questo dicono dei Chironi: che manca poco alla consacrazione definitiva di questi trovatelli che possono alla fine raccogliere i frutti del loro lavoro silenzioso. Certo non fortunati con quei figli, certo avrebbero barattato la loro condizione per averli con loro, ma cos era stato deciso da chi pu decidere e niente, niente, a questo mondo  gratuito. E comunque, ora che vanno in et e hanno casa propria e terreni propri, e unimpresa avviata con dipendenti, un figlio in Australia o chiss dove, e una figlia cojubata bene proprio, che con quel matrimonio hanno avuto locchio lungo, insomma, ora hanno la certezza di una vecchiaia dignitosa. E hanno anche una nipote. Femmina e non maschio come sarebbe stato meglio per i Serra-Pintus, ma Marianna Chironi  ancora giovane e Biagio Serra-Pintus anche.
Lavoce della gente sa cantare infinite variazioni della stessa storia come uno strumento ben temperato. Del tempo che pass dopo la partenza di Cavino e prima del viaggio fatale verso Ozieri di Marianna, raccontano che Mercede e Michele Angelo vissero come due astori sul dirupo: belli, silenziosi e irraggiungibili. Dicono che lui nemmeno andasse pi a prendere accordi o misure per i lavori da fare, ma che ci mandasse di volta in volta qualcuno dei dischenti. I Chironi fuori casa era raro vederli. A tal punto che, quando tempo dopo Mercede si rec a Orgo-solo per la grande messa in suffragio della martire Antonia Mesina, uccisa lanno prima, tutti lo considerarono un avvenimento. Ma interpretarono quel viaggio a onorare la fanciulla massacrata come un omaggio ai suoi figli martiri. E come poteva essere altrimenti?
Il racconto era che Antonia Mesina di sedici anni, da Orgosolo, si era allontanata dal paese per fare legna ed era stata adocchiata da un giovane del posto, di cui tutti ben presto disconobbero i natali. Questo giovane, Ignazio Giovanni Catgiu, col battesimo ricevette il destino di strumento. Altre volte era successo che gli uomini nascessero nello spazio oscuro, piuttosto che verso la luce, cosicch come Giuda o Alessandro Serenelli che massacr Maria Goretti, anche il Catgiu nacque per dimostrare che senza qualcuno che si prenda il peso del male, il bene non ha nessuna possibilit di esistere. Le terre hanno bisogno di Storia e martiri, anche dove la Storia non passa e il martirio  talmente comune da non sembrare nemmeno tale.
Eppure Antonia Mesina quella mattina di maggio, mese di Maria, quando si rec a far legna aveva ben chiaro che il disegno divino nei suoi confronti era speciale. Per
questo quando vide il giovane scuro che la super lungo il sentiero in campagna ebbe la tentazione di tornare indietro e, contemporaneamente, la certezza di dover andare avanti. Infatti and avanti. Come capit alla beata martire pontina, e come capit sicuramente ai fratelli Chironi, Pietro e Paolo, mentre si recavano alla vigna.
Facevano quel racconto in corriera, nei tornanti che dalla valle riportano a Orgosolo, ma Mercede pensava solo ai suoi figli, che non aveva potuto vedere, e per questo in sua presenza sussurravano: Ges Santo, Madre di Dio, infilati a pezzi dentro la bara, povere, povere creature.
Li Mercede poteva capire che quel giorno di agosto di trentacinque anni prima era stato il perno su cui si era ribaltata tutta la sua esistenza. Sent pena di s e, dentro, si insulto come la peggiore delle madri, perch senza opporsi si era lasciata mangiare viva da quel dolore e si era offerta a quel martirio come se non avesse scelta.
Lei capiva questo sentimento sopra ogni altra cosa, e ora, davanti allimmagine infiorata della piccola Mesina, morta lapidata, riusciva persine a dirsi che tutti gli altri figli non li aveva voluti amare allo stesso modo, perch agli appuntamenti successivi col martirio non aveva voluto presentarsi inerme.
Cos davanti alla tomba che conteneva la salma, che dicevano profumatissima, della piccola vergine, a Mercede sembr di essere invecchiata tanto da ritrovarsi al punto di partenza.
Nel giorno dellinizio, che era anche la coscienza della fine, pens al male ritrovato e a tutto il dolore che era riuscita a ignorare.
La piccola Antonia era bella come una statuina, minuta come bambinetta, ma forte. Tanto che riusc a liberarsi dalla presa del Catgiu una prima volta, poi una seconda, scappando verso la strada che conduceva al paese...
Ma il ragazzo, preso alla sprovvista da quella resistenza, spaventato da quello che aveva pensato di poter fare facilmente  e persuaso che quella bambina in fuga rappresentasse la sua morte e, soprattutto, il suo fallimento come mano sinistra del diavolo  afferr una pietra e a distanza, con violenza, sferr un colpo che schiant la nuca della giovane.
Limpatto la tramort, ma non usci sangue perch il concio di capelli imped ogni possibile lacerazione. Cosi cadde a terra, con lo sguardo annebbiato lo vide arrivare, e il Catgiu con due balzi le fu sopra. Ma ancora lei non si arrese e quasi riusc a rialzarsi, quando il ragazzo le sferr un pugno che la colp alla base del collo. Nella campagna al frinire impazzito degli insetti in amore si aggiunse il respiro ansimante di Ignazio Giovanni e luggiolare di cucciolo di Antonia.
Esponendo la schiena e ripiegando le gambe lei si rinchiude in un nodo fortissimo, lui, con i polmoni che battono contro il costato, tenta di rigirarla. La bambina  paralizzata nella sua manovra di difesa, serrata a testuggine sembra impossibile da voltare. Perch voltarla  quello che vuole Ignazio Giovanni, voltarla e basta. Ora che ha capito che indietro non pu tornare, no certo, ha deciso di andare avanti, ma non sa dove. Antonia ha smesso di lamentarsi, sente che il ragazzo sopra di s  forte, nervoso. Capisce che ha paura quanto lei, e allora con la bocca che respira terriccio lo prega di lasciarla andare, ma lui nemmeno la sente,  rassegnato a precipitare dentro se stesso come chi si rende conto di essere finito dentro un pozzo e aspetta solo il sollievo di arrivare in fondo. Cos la soverchia e con uno sforzo finale riesce a farla girare. Eppure ora che la guarda negli occhi non sa che fare. Lei incrocia le braccia al petto e stringe la bocca, poi piano sussurra: Dae berta... Dae borta. Ignazio Giovanni scuote la testa, potrebbe spiegare quanto sia inutile continuare a chiedergli di tornare indietro ma non lo fa, temendo che se apre la bocca sentir se stesso e si vedr mentre tenta di violare una bambina che lo implora. Un colpo di pietra alla tempia le scioglie i legamenti, le braccia di Antonia si spalancano, le gambe hanno una contrazione incontrollata. Ma, seppur assolutamente inerme, agli occhi del suo boia allimprovviso appare irraggiungibile. Gli occhi. Gli occhi. Quegli occhi che lo fissano. Per questo la colpisce, una, due, tre volte, per costringerla a chiudere gli occhi. Colpisce e continua a colpire anche quando si rende conto che  morta. Eppure quegli occhi continuano a guardarlo. Tremante si alza in piedi,  sporco di sangue, tenta di pulirsi, si guarda intorno come se sapesse esattamente cosa sta cercando, infatti trova esattamente quello che cerca: un masso piatto. Lo raccoglie da terra con fatica, e barcollante lo scaglia contro quel viso, contro quello sguardo. Lanima di Antonia si separa dal corpicino facendo abbagliante quel pomeriggio atterrito. Qualcuno dal paese giurer di aver visto il bulbo del sole esplodere per un istante. Quando il respiro ritorna regolare Ignazio Giovanni si rende conto di tutto ci che ha fatto. Come Adamo, quando si rende conto della sua nudit, come Caino quando viene interrogato da Dio, prova a nascondere il corpo martoriato della bambina. Solleva la pietra dal suo viso che non  pi un viso e trascina il cadavere fino a un enorme, intricato cespuglio...
Questo particolare del cespuglio amareggia Mercede come nessun altro prima. Anche i suoi figli, a pezzi, sono stati nascosti dentro a un rovo fittissimo per lasciare che fossero i cinghiali a far sparire i corpicini.
Tutto questo racconto lamareggia e lamareggia il pensiero che, per tutti questi anni, trentacinque, quellavvenimento, prima di questincontro con la santa martire, sembrava non essere mai avvenuto veramente: niente assassini, niente corpi... Niente di niente.
Dicono che grazie allintercessione del vescovo di Cabras, Antonia Mesina verr beatificata proprio come la beata Maria Goretti di cui conosceva a memoria lagiografia.
Mercede in silenzio domanda pace. Domanda tutto il dolore che le spetta e non ha sentito pi da quando le hanno detto che Pietro e Paolo ora sono seduti sugli scranni pi belli del Paradiso. Tanto pi che a Paolo non cera modo di farlo stare seduto. Pietro magari, ma Paolo proprio no.
Lei non lo sa nemmeno quanto pu costarle la pace che chiede. Ma tornando dalla messa in suffragio della bambina orgolese si sente meglio, come finalmente pronta ad accogliere una verit che aveva sempre ostinatamente rifiutato.
A casa prepara filindeu, che  un impasto che si deve fare con calma tenace, scaldando la pasta con le mani finch non diventa talmente elastica che a tirarla fila. Ogni porzione di impasto  come una trama fitta che si intreccia a unaltra, fino a raggiungere laspetto di un canovaccio.
Entrando in cucina quella sera Michele Angelo sente lodore del brodo di pecora e formaggio fresco che ancora sobbolle sulla fiamma.
Ma quando accade tutto questo Mercede  gi malata.
Di che malattia si trattasse non era facile da spiegare. Dottor Romagna, quando riusc a visitare Mercede, per tentare di far capire lincomprensibile a Michele Angelo disse che era come se due persone diverse abitassero nello stesso corpo. O come una diga, lo sapeva lui cosera una diga? Ecco, una diga che lentamente sincrina, dapprima con crepe quasi invisibili che un po alla volta si allargano fino a far cedere tutto.
Del resto dopo quanto era capitato a Biagio e alla bambina quale donna avrebbe retto?
E tutto questo, aggiungeva il dottore, non succederebbe se si facessero solo le promesse che si possono mantenere. .. E meno male che questo delirio doveva essere passeggero. Passeggero un corno! sbottava; quando beveva un bicchiere di troppo al dottore si scioglieva la lingua. Alla faccia degli ambienti socialisti, che dicevano che Mussolini non durava un anno e invece... Poi dicevano che la gente non poteva essere talmente cretina da credere a quel fantoccio... e invece.
E invece il giorno prima il Duce era arrivato a Nuoro e tutti si erano riversati per le strade e per le piazze. Tutti tranne Mercede, che aveva atteso con trepidazione quel giorno ma quandera arrivato il momento non si era alzata dal letto e anzi, cos come si trovava, era andata in cortile a innaffiare le piante. Questo, nonostante la settimana precedente due ragazzi della Milizia locale avessero portato una missiva del Commendator Serra-Pintus, un lascia-passare per i Signori Suoceri che dava accesso alla Tribuna donore delle Autorit in occasione del discorso di Sua Eccellenza il Capo del Governo Benito Mussolini.
Ecco, cos stavano le cose: mezzora esatta dopo che Biagio Serra-Pintus aveva firmato il lasciapassare per i suoceri, era salito insieme a Marianna e alla piccola Dina sullauto mobile diretta a Ozieri, dove era appena stato nominato podest.
Un anno prima del pellegrinaggio a Orgosolo.
Era un settembre autunnale, talmente freddo che tutti dicevano fosse una prova generale di glaciazione e si domandavano: Se questo  settembre, che sar dicembre?
Insomma, due carabinieri e un avvocato si presentano a casa Chironi e chiedono del capofamiglia per una certa faccenda di cui  il caso di parlare faccia a faccia.
-  Lei  certamente al corrente del massacro della giovanissima Antonia Mesina avvenuto il maggio scorso nelle campagne di Orgosolo,  comincia lavvocato. Michele Angelo fa cenno di si, e come ignorarlo.  Bene,  fa laltro,  bene.
Poi tace per un attimo. Michele Angelo lo guarda e aspetta. E un uomo sui trentanni, magrissimo, dallo sguardo comunque triste. Porta il distintivo del fascio.
- Bene,  ripete a un certo punto.  Lei sa che  stato arrestato, colto in flagranza di reato e reo confesso, Catgiu Ignazio Giovanni fu Bartolomeo?  Ancora Michele Angelo fa cenno di s. E aspetta.  Ecco, bene, bene,  ripete ostinatamente quellaltro che non si decide ad arrivare al punto. Il  Catgiu ha rilasciato una dichiarazione ampia e circostanziata, nellambito della quale ha fatto riferimento a fatti lontani nel tempo che, bench non riguardino linchiesta in questione, riguardano tuttavia un fascicolo di duplice efferato omicidio, mai archiviato.
- E sarebbe?  domanda Michele Angelo, che in cuor suo spera di non aver capito.
Luomo prende un po di tempo prima di rispondere;  avvocato,  abituato alle pause a effetto, vuole capire sino a che punto il suo interlocutore immagini quanto sta per dirgli.  Lassassinio dei suoi figli, signor Chironi.
Michele Angelo accenna col capo e benedice i frutti amari del regime maschio, il quale ha santamente estromesso Mercede da quel colloquio.  In che modo il...?
-  ... Catgiu.
- Ecco il Catgiu, in che modo pu entrarci con... Con i miei figli,  comincia a balbettare.  Non si capisce in che modo. Allepoca nemmeno era nato.
- Ecco,  spiega lavvocato.  Sperando in un atto di clemenza della Corte il Catgiu ha riferito di discorsi sentiti durante la detenzione, e uno di questi discorsi riguardava in modo circostanziato il fascicolo in questione. Pare, ma a questo punto  pi unipotesi, che un detenuto abbia parlato col Catgiu di due gemelli massacrati da due vagabondi, uno dei quali, lunico sopravvissuto, era detenuto nello stesso carcere per uxoricidio e corrisponderebbe a Carroni Giovanni Antonio fu Michele, che allepoca dei fatti aveva diciassette anni...
-  Il fascicolo,  ripete Michele Angelo.  Due vagabondi...
- Esatto,  puntualizza lavvocato.  Siamo certi di poter dire che dopo oltre trentanni il caso  stato risolto.
- Risolto.
- Sta bene?
- S, s...
- Quando laccusa sar formalizzata ricever una convocazione in tribunale in quanto parte lesa. Porga i miei omaggi al commendatore suo genero.
Silenzio.
Michele Angelo dovette riferire con molta calma la cosa a sua moglie. Per farsi aiutare, aveva chiamato Marianna da Cagliari. E lei arriv, bella come una signora delle riviste o del cinematografo. Parve improvvisamente inadeguata per quegli interni semplici, ma fece la sua parte anche in virt di questa speciale estraneit.
Quando i genitori vanno in et e i figli improvvisamente acquistano una sicurezza di persone, come anatroccoli che cedono i piumini per le penne, allora  arrivato il momento di cedere. Questo pens Mercede quando il tono di Marianna si fece di rimprovero:  Non pensateci nemmeno ma,  sbott alla notizia che Mercede voleva recarsi in carcere per un colloquio col Carroni.  Oh b diteglielo anche voi per favore.
- E cosa le dico,  alz le spalle Michele Angelo.  Lei quando si mette una cosa in testa...
- Le dite che non ci deve andare !
- Avete ragione,  interviene allimprovviso Mercede.  Non cambia niente andarci o meno, forse non cambia niente, ma, forse, cambia. Lo sai figlia mia che quando io ho visto il mare ero gi grande? I tuoi fratelli hanno deciso di portarmi a vederlo. Tu non te lo puoi ricordare...
- Me lo ricordo invece,  il tono di Marianna si  fatto improvvisamente dolce.
-  Io ho sempre avuto paura del mare, quando non lo conoscevo. Ecco -. Silenzio.  Tutto qui.
Che matti, che matti che siete! Ma come vi  venuto in testa, oh povera me... Ne fate quello che vi pare di vostra madre, quello che vi pare !
Eppure scendendo dalla corriera sorretta dai suoi figli era felice come non era mai stata.
Sentite il profumo ma, invitava Luigi Ippolito.
Comera immensamente bello quel figlio! Bello come un angelo!
Era primavera inoltrata ma faceva gi caldo, Orosei sapeva di pesce, stagno e agrumi. E il mare si sentiva prima di vederlo, perch era un mormorio imperiale, un profumo che tramortiva.
Quando lavo Quirn era dovuto scappare dalla malaria aveva tuttavia perso quel profumo meraviglioso, come di cespuglio, di terreno, di bacca, di pelo di bestia, tenuti umidi e fragranti da una pioggia lievissima, costante.
Che matti che siete !
Poi quando mise il piede nudo nella sabbia, lo fece senza rendersi conto che davanti a lei si apriva uno spazio che nessuno sguardo impreparato avrebbe potuto sostenere. Infatti quello che vide le sembr troppo. Molto, molto pi ampio di qualunque aspettativa.
In lontananza pass un veliero, ed era il primo che Mercede vedesse dal vero nella sua vita. Cadde a sedere sulla spiaggia. Qualche mucca pascolava sul bagnasciuga.
La invitarono a toccare lacqua, ma lei fece segno di no come se la proposta limbarazzasse. Cos Cavino si tolse la camicia e si ripieg i calzoni sulle ginocchia, poi raggiunse la battigia e raccolse un po dacqua nellincavo delle mani e gliela port.
Lei porse le mani a sua volta e lui, dorato e irsuto come Giovanni Battista, gliela fece scivolare sulle palme.
Luigi Ippolito lanciava sassi in acqua.
 calda, url Cavino al fratello.
Laltro fece segno di no, che non ci cascava che lacqua in quella stagione, che era solo maggio, fosse calda. Cavino insisteva sfilandosi i pantaloni e restando in mutande.
Vestiti! url Mercede. La vergogna chi ti vede!
Cavino rideva come sapeva ridere lui. Luigi Ippolito faceva fatica a tenere lo sguardo serio poi, dimpeto, cominci a spogliarsi.
Mercede si fingeva arrabbiata. Eppure in cuor suo pens, ne era certa, che giornate come quelle servono per sempre. Si commosse senza lacrime.
Cavino nuotava come un pesce, a lui il mare era sempre piaciuto. Luigi Ippolito, con le spalle ampie di un biancore luminoso e i fianchi stretti, camminava lentamente verso il fratello senza azzardarsi a fare il tuffo.
Buttati! Buttati! gridava Cavino...
Tutto qui. Che altro poteva esserci da spiegare? Niente, infatti due giorni dopo larrivo di Marianna da Cagliari Mercede fu autorizzata al colloquio con Carreni Giovanni Antonio fu Michele. Che era un altro il mare che bisognava guardare per smettere di avere paura.
Quello che gli si present davanti era un vecchio tremante. Aveva cinquantuno anni, ma ne dimostrava cento. La vita di stenti, la prigione...
Per quanto Mercede si sforzasse non riusc a ricavare da quel viso alcun ricordo. Non riusc per esempio a figurarsi quelluomo in nessuna delle sue vite precedenti, quando era una madre. Davvero non capiva da dove venisse. Ecco, era davanti alluomo che aveva rovesciato la sua esistenza come il vomere fa con la zolla di terra, eppure lunica cosa che le veniva in mente era cercare di ricordare se mai lavesse visto da ragazzo, scalzo, sporco, magari ciondolare intorno a casa sua o allofficina, ma niente.
-  Che cosa hanno detto?  gli chiese. Luomo faceva fatica a parlare, scuoteva la testa, era un abbozzo, come un corpo non finito, appena schizzato.  Che cosa hanno detto?  ripet lei come avrebbe fatto con quel testardo di Cavino, che quando decideva di chiudersi nel mutismo non cambiava idea anche a costo di prenderle. Ma luomo cominci a sfregarsi la faccia, davvero non sapeva cosa rispondere.
- Rispondi!  gli intim il secondino con una manata sulla nuca.
Luomo sospir.  Nudda,  disse rinforzando con un movimento della testa.
- Hanno pianto?  incalz lei, sentendo che quei figli adorati stavano morendo definitivamente.
- No,  rispose luomo senza guardarla.
Quella notte Mercede non riusc a dormire. E nemmeno la notte successiva... Anzich dormire cominci a girare per la casa, qualche volta si metteva a cucinare, oppure pregava seduta davanti al camino. Ora era come se una fase della sua vita si fosse conclusa e dopo non ci fosse nientaltro. Una martire di sedici anni le aveva portato via i figli morti trentaquattro anni prima, e con tutta probabilit li aveva condotti con s, nel posto perfetto dove devono stare le anime carissime a Dio. Ma li aveva sottratti alla sua ostinazione e ora non rimaneva molto a cui aggrapparsi.
Quanto serva il dolore lo sa solo chi vigliaccamente, con prepotenza, ha cercato di sfuggirlo.
A occhi aperti Mercede sognava il mare, quel veliero visto in lontananza.
Ascolta!
La nave per un istante sembr un vulcano in mezzo alloceano che sputava carne, ferro e legno...
Scaturimmo dal silenzio per approdare al fragore del sibilo immenso della prua mastodontica che prima si sollevava e poi, sconfitta, si lasciava ingoiare dal vortice...
Ascolta!
Dalle scialuppe si sente gridare, naufraghi lucidi di nafta fanno gesti, come le sirene a Ulisse.
Intorno galleggiano corpi e corpi ancora...
Ascolta: povere carcasse annaspano catapultate dallincertezza allincertezza e con gli occhi sbarrati sondano lo sprofondo che non ha fine. Anche noi chiamammo col fiato spezzato, unti come feti chiedemmo di rivivere, e alcuni di noi furono issati a bordo tirati per i capelli, con la bocca spalancata per il bruciore alla gola, il collo segato dal giubbotto salvagente, gli occhi sbarrati per il terrore, le mani anchilosate per i crampi...
Ascolta: sulla scialuppa si temeva di morire asciutti. Il petto in cerca dossigeno, spaccato in due; le gambe, tremolanti per la spossatezza; le braccia, tese a cercare spazio.
Neanche a salvarsi ci si sentiva in salvo.
Salta! Salta! Buttati!
Io non salto...
Dai! Dai! Salta!
Io non salto, ho paura!
Forza, salta, salta!
No, ho paura, ho paura!
Ora dalla scialuppa il muso della nave sembrava immenso. Si remava a tutta forza per allontanarci dal risucchio...
Alla fine la prua spariva sotto la superficie e, come un sasso lanciato nello stagno, originava una grassa onda circolare di piombo fuso che pareva lenta, ma colpiva a tradimento, cattiva di risacca...
In salvo dicevano... raggiungeremo la terra... in salvo.
Ma poi... sulla terra?
Ascolta: addio, arrivederci, addio, arrivederci, addio, addio...
Quella volta che Mercede usc in cortile scalza e in camicia da notte, Michele Angelo cominci a preoccuparsi veramente. Prima aveva cercato di evitare di capire e di vedere, anche se era chiaro che la situazione stava precipitando. Mercede non usciva nemmeno dalla camera da letto se non era vestita di tutto punto. Era sempre stata precisissima in ogni suo rituale, ma da qualche tempo si dimenticava le cose.
Poi una mattina si alz dal letto e scalza e in camicia da notte come si trovava scese in cortile a innaffiare le piante. La vicina che la vide dal balcone della casa di fronte si sorprese davvero, perch in anni che conosceva Mercede Lai la moglie del maestro del ferro, non laveva mai vista con un capello fuori posto, figurarsi scalza come una pellegrina e in camicia da notte e con i capelli sciolti !
La vicina la chiama dallalto e lei nemmeno risponde, sussurra una canzone di quelle del cinematografo che ha sentito sul grammofono della figlia a Cagliari. Perch la figlia a Cagliari viveva come una signora e caveva persine lapparecchio telefonico... Be, vedendola li fuori intanto mandano a chiamare il marito.  chiaro ormai che ci sono problemi grossi, tanto che si sono risolti, padre e figlia, a prendere una teracca per sbrigare le faccende domestiche. Dalla casa infatti  proprio la teracca la prima ad arrivare; stava sistemando in dispensa e non siera accorta di nulla. Cosi, attratta dalle voci in cortile, esce e vede la padrona in quelle condizioni che abbiamo detto.
Quando sopraggiunge Michele Angelo, Mercede  seduta sul suo sgabello davanti al camino con le braccia conserte. Non fa in tempo a dirle niente: improvvisamente  come se si fosse resa conto da sola di quanto le  capitato. Si  innervosita e risponde aggressivamente a qualunque domanda: no, non vuoi vestirsi! E a casa sua, fa quello che vuole! Non ha fame, non ha sete, non ha nulla, la lascino in pace ! Che vogliono tutti? E Michele Angelo Chironi lui cosa ci fa a casa, perch non  in officina? Insomma una furia.
Cos, dopo avere sentito il racconto dei fatti a voce, a Dottor Romagna quello sembra un caso di sonnambulismo, e cio che una si comporta come se fosse del tutto sveglia, ma  addormentata. E anche il nervosismo successivo corrisponderebbe perch non c cosa peggiore che svegliare allimprovviso un sonnambulo. Il dottore si immagina le grida e gli strattoni verso Mercede da parte della vicina e della teracca: Ma quelle galline ignoranti cosa possono saperne di sonnambulismo, che si pu pretendere? Cos, dice il dottore, se dovesse ricapitare, cercate di trattarla con dolcezza e niente rumori o movimenti bruschi. Intanto per le date qualche goccia di questo  e scrive qualcosa di incomprensibile su un foglio  da farvi preparare in farmacia... Roba che la tiene calma perch la donna  troppo provata, e come potrebbe essere altrimenti dopo quello che  capitato alla nipotina...
S perch, nel frattempo  in circostanze terribili  Dina, nove anni,  morta e, con lei, Biagio. Esattamente tra il giorno in cui Mercede fu ammessa al colloquio in carcere con Carreni Giovanni Antonio fu Michele e quello in cui i due ragazzi col fez portarono ai Chironi il lasciapassare per la Tribuna donore in occasione della visita a Nuo-ro del Duce.
Il vescovo, monsignor Cogoni, durante la messa funebre del commendatore e della sua creatura parl di strage degli innocenti riferendosi, si crede, al numero incredibile di bambini che erano morti in quella casa, ma anche al disegno di Dio che non aveva previsto una continuit di sangue a casa del mastro ferraio.
Per questo bisogna tornare a Biagio Serra-Pintus che, dopo aver firmato il lasciapassare per i suoceri, sale insieme a Marianna e alla piccola Dina sullauto mobile diretta a Ozieri, dove  appena stato nominato podest.
Il viaggio da Cagliari sarebbe di circa sei ore, strade permettendo. Ma sar pi lungo perch sono previste due soste: a Oristano, hanno deciso unanimemente di non fare la tremenda strada di Tortoli; e a Nuoro, per visita ai parenti dove si fermeranno per la notte. Parte dei bagagli sono gi arrivati a destinazione con un mezzo militare messo a disposizione dalla segreteria federale locale. La casa del podest  stata appena ridipinta e dotata di tutti i conforti moderni.
I giornali locali quel viaggio lo raccontarono con dovizia di particolari: percorso, velocit oraria, persine il colore dellabito della signora commendatoressa, addirittura il fiocco bianco tra i capelli della piccola innocente passeggera. Nei giornali nazionali la notizia fu trattata come se fosse la spedizione di Nobile al Polo. Tutte le testate giornalistiche, per, evitarono di ufficializzare che quanto veniva fatto passare come incidente stradale altro non era che un tentativo di sequestro non andato a buon fine. Tuttavia la vox populi, per quanto si cercasse di imporre il silenzio, si sparse velocissima. Cosicch Dottor Romagna pot affermare che quando si fanno le promesse bisogna mantenerle e non sacrificare la verit alla menzogna. Biagio Serra-Pintus neopodest di Ozieri era stato ucciso con la figlioletta e con lautista per aver resistito a un tentativo di sequestro; ma tutto ci secondo il regime non era successo, perch ammettere che era successo significava ammettere che cera qualcuno che laveva perpetrato, e ammettere che cera qualcuno che laveva perpetrato significava ammettere che il brigantaggio non era stato debellato, o peggio, che lha stipulata con i delinquenti locali era saltata. Anni prima Samuele Stochino era morto in circostanze misteriose e ora la giostra ricominciava. Ma, continuava il dottore, questa volta non era cos facile nascondere la polvere sotto al tappeto.
Il risultato fu che, avendo parlato una volta di troppo, il dottore venne chiuso in gattabuia per due giorni proprio durante la visita del Duce a Nuoro.
A casa Chitoni qualunque fosse la versione ufficiale dellincidente la notizia vera era che in quella zecca le matrici perfette non sarebbero riuscite a riprodurre monete sonanti.
Listinto di Michele Angelo fu di allargare le braccia e poi irroccare verso il cielo. E lo fece davvero: certo era stato Giobbe rognoso, o Geremia lamentoso tuttavia fiducioso, ma ora si sentiva Lucifero, disposto a precipitare e perdersi definitivamente per affermare il suo diritto di maledire la cattiva sorte nei secoli dei secoli.
Da solo in cortile si batt le ginocchia e fece le ficche contro il cielo. Malaittu!
Poco tempo prima, chi lo sa? Marianna si era trovata dentro alla notte, dentro la campagna, senza una scarpa, con labito strappato e il respiro rotto dal terrore. Si era imbattuta in un ovile in mezzo al niente. Se le aveste chiesto dove fosse non avrebbe saputo dirlo, perch in un attimo si era trovata dallinterno dellauto mobile con la sua bambina allesterno nellintrico odoroso della macchia.
Lei non era donna con sapienza rustica, nella sua famiglia di campagna avevano visto solo il podere coltivato a olivi, o la vigna di Lollove prima che fosse data in pasto agli sterpi, che vera campagna non era. Ora poteva afferrare la differenza. Perch quel posto l, col cuore che impazziva, nel buio pesto totale della notte annuvolata,
era uno spazio di fragore immenso, di profumo indecente come un ventre esposto. Quando percep il bestiame chiuso nel recinto, ebbe un moto passeggero di inconsistente felicit. Poi cominci a gridare e qualche pecora grid con lei, finch da una costruzione primitiva, quasi incistata nella roccia, usc un uomo anziano, piccoletto, compatto, con un pastrano enorme posato sulle spalle:  Itte bat?  chiese.
Marianna non rispose perch non aveva abbastanza fiato per farlo. Il vecchio la vide con gli occhi del pipistrello perch a lui quel buio sembrava giorno pieno: era una signora, una di citt.
In paese un maresciallo corpulento la rifocill e cominci a farle domande.
Ma lei, quando si accorse che le era tornata la parola, disse che proprio non capiva; disse che, partiti da Oristano, dopo il pranzo in canonica invitati dal vescovo in peti sona, si era appisolata sul sedile posteriore e che a un certo punto senza sapere esattamente come si era trovata da sola, al buio, in piena campagna.
Cos, lentamente, con uno stupore progressivo il maresciallo si rese conto che seduta davanti a lui con una coperta sulle spalle, scossa da brividi terribili, cera Donna Marianna Serra-Pintus la commendatoressa. Ed ebbe il sospetto, anzi la certezza, che qualcosa di terribile fosse accaduto. Perci via a svegliare il marconista per contattare Nuoro senza indugio, e anche svegliare il medico condotto, buttarlo gi dal letto, perch la commendatoressa venisse immediatamente assistita nel modo pi adeguato.
Lui quel maresciallo sapeva come agire nei confronti dei delinquenti barrosi di quelle parti, ma con una signora cittadina e per giunta altolocata non sapeva davvero cosa fare. Cos arrivarono medico condotto e anche levatrice, e persine il parroco.
Marianna venne trasferita in un luogo pi confortevole. In attesa di disposizioni da Nuoro il maresciallo, coadiuvato dai maggiorenti del paese, tent qualche domanda.
- Che cosa ricorda esattamente?
- Poco. Prima dormivo, poi non so, si viaggiava...
- Da quanto tempo, cerchi di ricordare. Marianna scosse la testa.
- Ma in macchina con lei chi cera esattamente?
- Io ho sognato di poter fare cose che non so fare...
Questa risposta costrinse il maresciallo a guardare il medico che fece un accenno come per dire: La signora ha perso la miglior giornata dellanno.
Sospetto suffragato dallo sguardo assolutamente impassibile della donna.
Altra cosa che si fece subito fu comunicare con Cagliari, con la segreteria del fascio: come, non lo sapevano? Non leggevano le ordinanze? Il commendatore Serra-Pintus era in viaggio con la famiglia per raggiungere Ozieri che , a decorrere da oggi, sua sede podestarile.
Il maresciallo strizz gli occhi e, solo dentro di s, perch era padre e timorato, immagin quale bestemmia fosse pi adatta per la situazione. Quindi ritorn dalla signora commendatoressa e con tutte le cautele del caso fece una domanda:  Suo marito e sua figlia viaggiavano con lei?
Lo chiese proprio cos come se facesse una domanda qualunque, col tono di uno che gi a partire dalla domanda vuoi smorzare la possibile risposta. Cera una psicologia sottile quanto involontaria in quellapproccio. Marianna infatti sembr per la prima volta capire bene quanto le si stava chiedendo. Infatti con un movimento impercettibile del volto parve ripetersi ogni parola che era stata pronunciata dal tutore dellordine.
Cos si ricord della bambina. E ricord che era sua figlia e che dormiva sul sedile posteriore con la testina appoggiata alle sue gambe. Ed ebbe uno scatto in avanti. E il volto le divenne un foglio accartocciato. E la bocca si spalanc, senza riuscire a emettere nessun suono.
Quando si svegli nel letto dospedale suo padre era in f piedi davanti a lei.
Cera stato un incidente le dissero, un incidente terribile, la macchina era uscita fuori strada, non ricordava?
Non ricordava, se non di essersi trovata chiss dove al buio senza una scarpa, con gli abiti stracciati e le gambe ferite...
Il rapporto delle forze dellordine riporta: Incidente stradale, tre vittime: il Commendatore Serra-Pintus, la bambina Serra-Pintus-Chironi Mercede, lautista Senette Giuseppangelo. Unica superstite: Chironi Marianna, coniugata Serra-Pintus, ricoverata al Nuovo Dispensario Medico di Nuoro in stato confusionale.
Comunque la gente diceva altro, e cio, nellordine: che la macchina non fosse uscita fuori strada per un incidente, ma per evitare uno sbarramento di massi e tronchi appositamente congegnato per ostruire la carreggiata; che tale ostruzione significava che la vettura, e i suoi passeggeri, fossero attesi da malviventi; che anzich fermarsi in seguito allostruzione la vettura avesse tentato unimprovvisa retromarcia; che nello svolgersi di tale manovra sempre la suddetta vettura fosse precipitata in una cunetta laterale; che i passeggeri, magari storditi, fossero stati tutti vivi al momento delluscita di strada; che fossero stati raggiunti da uomini a cavallo i quali avessero intimato loro di uscire dallabitacolo per procedere sicuramente al sequestro del podest in persona; che lautista avesse risposto allintimazione sparando col suo revolver contro i malviventi; che essi avessero risposto con una scarica di pallettoni sulla fiancata della macchina; che proprio a seguito di quella scarica non solo lautista avesse perso la vita, ma anche la bambina che dormiva sul sedile posteriore, la quale non aveva fatto in tempo a rendersi conto dellaccaduto; che il Serra-Pintus avesse, a quel punto, apostrofato uno dei malviventi dicendogli di averlo senza dubbio riconosciuto; che questi lavesse raggiunto mentre tentava di scappare e freddato con una fucilata in faccia senza nemmeno scendere da cavallo; che infine la commendatoressa svenuta allinterno della macchina fosse stata ritenuta morta e per questo risparmiata dalleccidio.
Facile facile la prima versione, quella ufficiale, ma ancora pi facile la seconda, quella ufficiosa. Permessa la prima, assolutamente vietata la seconda. Coerente col piano di pacificazione nazionale la prima, disfattista la seconda.
E questo  quanto.
Al Duce in piazza, dopo lenn proclamazione di ferrea volont di vittoria, Vincere e Vinceremo, non resta che accennare alla tragedia che ha colpito la ferace capitale barbaricina, con la perdita del commendator Serra-Pintus, fascista della primissima ora, e della sua figlioletta, virgulto reciso anzitempo  per disegno di chi tutto vede e tutto sa  a cui va il conforto dellItalia fascista tutta, e del Duce in persona nella figura di s medesimo !
Ma Mercede non era li a sentirlo, n a commuoversi per lonore di entrare nei discorsi di Sua Eccellenza il Primo Ministro.
Quella mattina infatti la vicina la vide dal balcone mentre innaffiava le piante in camicia da notte, scalza e con i capelli sciolti.
La coincidenza risult immediata: la figlia corre un serio pericolo di vita, la nipote  morta, il genero influente anche, e lei cede. Senza nemmeno la necessit di conoscere i particolari o le versioni contrastanti della vicenda. Mercede, semplicemente, si arrende.
La riportano a casa che sembra tornata in s. Vuoi vedere che davvero  diventata sonnambula? dicono. Michele Angelo non sa che rispondere, e anche se crede di non sapere cosa fare tuttavia capisce che deve fare la cosa giusta. Lui non ha illusioni e non perdona, ormai ha capito che il corso degli eventi, per chi lo voglia considerare con lucidit, senza troppe illusioni, appare chiaro fin da subito. Lui lo sa, lo capisce bene quando un lavoro nasce male, certo ci si pu ostinare, battere di pi, scaldare di pi, ma quando non va non va. Se ci hanno assegnato dei limiti, bisogna assolutamente farci i conti. E il limite, lerrore di fabbricazione, la maledizione, per quanto lo riguardava era di sopravvivere ai suoi cari.
Improvviso lo scosse quel ricordo lamentoso che sembrava definitivamente spento:  notte, fa freddo, si sente un lamento lunghissimo, quasi un muggito sostenuto.
Quando lei morir, pens... Poi ricacci quel pensiero. Quando lei morir... e il lamento si fece terribile. Buio, freddo, lamento.
Quando lei morir, io sopravviver. Questo gli fu chiaro e questo si disse. Anche se tentassi di uccidermi sopravvivrei. Lo sapeva bene. Era pronto. Quale fosse il punto era diventato palese, e il punto era che non contava pi il fatto che tutti morissero, ma che lui vivesse. E quel postulato era stato espresso gi da quando in cima alla scala, in chiesa, aveva guardato verso il basso dove stava seduta Mercede.
Tranne che per questo stupido particolare le cose non erano andate male, ma ci non significava granch: sapeva bene che allinfelicit basta affacciarsi un attimo per vanificare anni di felicit.
Questo Michele Angelo lo capisce adesso, davanti allo sguardo incredulo della moglie, che ancora non si capacita di essere uscita in cortile mezza nuda.
Fu uno spavento, ma anche, a parere di tutti coloro che la visitarono, un episodio isolato, dovuto allo shock per la morte della nipotina adorata. Sta di fatto che Mercede parve rimettersi in fretta, mentre Marianna faticava.
Fisicamente stava bene, ma era come assalita da una stanchezza perenne, come una forma di abulia senza dolore.
In ogni caso la reazione di Marianna appariva pi accettabile di quella di Mercede, perch cera qualcosa che non tornava nella normalit della moglie del fabbro, qualcosa che metteva a disagio. Certo non andava pi in giro semisvestita, ma sembrava reagire a tutto in modo innaturale, come qualcuno che sa di non essere in armonia, ma che finge noncuranza. Della nipotina morta non ne parlava. Andava in chiesa con unassiduita insolita. Era sempre stata credente e praticante, ma da qualche tempo la frequentazione era diventata eccessiva: messa mattutina e vespertina sempre, tutti i giorni.
Quanto a Marianna aveva dovuto occuparsi di affrontare la sua rinnovata solitudine. Senza che nemmeno ci fosse bisogno di stabilirlo ritorn alla sua casa e alla sua camera di signorina, perch il padre potesse lavorare senza lassillo che la madre restasse incustodita, nonostante la teracca. Marianna alla tragedia aveva risposto praticamente come se la questione pi importante fosse di giocare ad armi pari contro la malasorte.
Aveva trentacinque anni ed era una vedova ricca, ma non sapeva che farsene dei soldi.
Lei e il padre maturarono unintesa silenziosa, cosi quando Mercede annunci che sarebbe andata a Orgosolo alla messa in suffragio della povera Antonia Mesina a un anno dalla morte, Michele Angelo prima di accennare col capo cerc con lo sguardo lo sguardo della figlia.
Tornata dalla cerimonia Mercede pare distesa, tranquilla come ai vecchi tempi, quando nel suo volto si leggeva una specie di serafica compiutezza.
Sf,  tranquilla. Si mette a lavorare appena entrata in cucina, il tempo di posare lo scialle, di sistemare sulla testa i corni del fazzoletto e di lavarsi le mani. Svelta svelta versa la semola sul piano di marmo del tavolo, poi fa il pozzetto, aggiunge lacqua e il sale e prende a impastare.
La lavorazione dura a lungo, finch limpasto non diventa talmente elastico da poter essere tessuto. Mercede canta, mentre tende i filamenti, e sussurra le formule rituali:
Non farti notare,
non temere labisso,
dona senza tornaconto,
parla sinceramente,
non essere ingiusto,
fai le cose con dedizione,
sii docile nelle avversit, indocile alle avversit.
Il tempo perch la pasta si secchi serve per mettere la carne di pecora, che deve cuocere lenta con gli aromi, a lessare. Il formaggio fresco si aggiunge quasi alla fine prima di inserirvi la pasta.
Entrando in cucina quella sera Michele Angelo sente lodore del brodo di pecora e formaggio fresco che ancora sobbolle sulla fiamma.
La pasta  pronta da buttare.
Mercede non c.
Michele Angelo pensa che sia andata di nuovo in chiesa, chiede a Marianna, ma lei, occupata tutto il giorno a svuotare laltra casa risponde che non si  nemmeno accorta che fosse tornata da Orgosolo, la teracca quel giorno a casa Chironi non c nemmeno andata.
Quando si fece buio denunciarono la scomparsa.
Dopo tre giorni capirono che era del tutto inutile continuare a cercarla perch Mercede era andata dove non voleva essere trovata. Al marito fece lultimo regalo: quello di non avere una tomba e di obbligarlo a ricredersi rispetto alla sua certezza che tutti dovessero morire prima di lui, perch che Mercede fosse morta si poteva ipotizzare ma non certo provare.
Cos una mattina di buonora Michele Angelo va in officina e avverte i lavoranti che da quel momento in poi si porteranno avanti solo i lavori gi iniziati, che non prenderanno ulteriori comande perch entro lautunno si chiude tutto.
Poi se ne torna a casa. Marianna armeggia in cucina come se avesse una famiglia da accudire e invece non c nessuno. Lei lo sente rientrare e fa un movimento del capo per salutarlo senza nemmeno voltarsi, esattamente come avrebbe fatto Mercede.
-  Ho chiuso tutto, basta cosi,  annuncia. Marianna continua a fare quello che sta facendo senza dargli retta.  Non ci credi?  incalza lui.
Marianna si asciuga le mani:  Eh.
- Anche io avr diritto di riposarmi... Non ho lavorato abbastanza nella vita?
- Abbastanza,  constata la figlia. Lo vede impallidire progressivamente.  Che succede?  chiede cominciando a preoccuparsi.
Michele Angelo scuote la testa e pensa: Ci siamo. Anche se aveva sempre creduto che la sua morte sarebbe arrivata per vie traverse e non in modo cos arrogante, in modo tanto vigliacco. Cos: lui che chiude la sua officina, manda tutti a casa, spranga la porta, poi si mette a sedere in cucina dove la figlia vedova sta lavorando, sente che la testa gli diventa leggera, come se stesse spiccando il volo direttamente dal collo, sente che la vista gli viene meno e che tutto il corpo  trascinato in una caduta scivolosa, come un oggetto senza attrito. Sente le terapie che gli pulsano sempre pi forte, sempre pi forte...
Marianna gli corre incontro con un bicchiere dacqua, poi lo afferra per il capo come si fa con chi si vuoi costringere a bere.
Michele Angelo nellovatta che circonda il suo udito sente che lei sta dicendo qualcosa, ma non sa cosa.
- Non spaventatemi, non spaventatemi, bevete!  sta dicendo lei.  Che cosa succede?  sta chiedendo.
Ma che risposta si pu dare a quella domanda: Sto morendo figlia, semplicemente. Sto morendo. E andrebbe anche bene, se non fosse per il fatto che mi aspettavo una morte pi graduale, pi rispettosa. Ma gi al solo pensare i questa cosa gli sembra di ritornare in s e la sua testa che allimprovviso pareva prendere il volo ecco che ritorna a piantarsi esattamente dove deve stare e ludito a tornargli forte e chiaro e la vista limpida, per quanto pu essere limpida la vista di un uomo anziano.
Comunque come era arrivata, quellavvisaglia di morte ora se ne  andata. Quasi fosse solamente una prova generale, un scherzo di cattivo gusto.
Marianna percepisce che il padre sta tornando in s, ma non per questo smette di preoccuparsi.
- Sto bene, sto bene,  dice lui scrollandosela di torno.
Marianna fa un passo indietro come farebbe un pittore per vedere lopera nel suo insieme e vede con chiarezza che effettivamente il colorito  tornato sulle guance del padre.  Bisogna farsi vedere dal dottore,  dice dopo essersi ricomposta.
- Che dottore,  fa il padre, ma badando di non sembrare troppo brusco, in fondo capisce che la figlia possa esse si spaventata.  Guarda che sto bene, davvero, chiss che cosa mi  successo, comunque ora  passato,  la rassicura. ,
Ma lei:  E proprio per capire che cosa vi  successo che bisogna sentire Dottor Romagna. Se risuccede?
- Figlia di tua madre,  sbotta lui col tono di uno che fa un rimprovero pur sapendo che sta facendo un complimento.
-  Certo,  conferma lei.  Ma il dottore si chiama lo stesso -. E senza aspettare risposta si scioglie i lacci del grembiule, afferra il soprabito sullattaccapanni ed esce.
Ora, come ha fatto quella strada che da casa Chiroru porta a casa del dottore lo sa solo lei.(Ha una fretta in corpo che non  tanto di sapere che cosa veramente  capitato a suo padre, quanto di accettare quellenn dichiarazione di guerra. Si dirige verso un punto che appare sicuro, ma che sicuro non . O meglio adesso ha un indirizzo, un obiettivo, unapparenza di senso. Sta andando esattamente in un posto, che  preciso,  quello senza alcun dubbio. Cos scaccia tutto il resto e accelera per arrivare davanti al portoncino imbiancato della casa moderna di Dottor Romagna.  un percorso tutto sommato breve, dritto, semplice, se non fosse che a Marianna adesso sembra di camminare in un posto estraneo. Quel paesaggio le si presenta trasformato dallurgenza, come quella volta che stordita, malridotta, senza una scarpa, al buio si era trovata in mezzo alla campagna. E prima ancora, quando lauto mobile correva sulla provinciale verso Nuoro.
Quel ricordo era in agguato, pronto a colpire come un sicario. A Marianna parve di sentire il rumore stridente dei pneumatici che grattavano la strada malamente asfaltata. Quel che ricorda  che cera un curvone. Ma non subito, prima un lunghissimo rettilineo. Biagio seduto affianco al guidatore le parlava senza guardarla. E parlava di Cavino che era meglio molto meglio che fosse partito, che nessuno laveva ostacolato quando aveva deciso di lasciare lItalia. Aveva la sicurezza di chi sa quel che dice, perch voleva far intendere che erano tempi in cui qualunque cosa, volendosi accanire, sarebbe potuta essere ostacolata. La piccola Dina le dormiva addosso, lei la sistem lungo il sedile posteriore con la testina che poggiava sulla sua coscia sinistra. Marianna ricorda il suo pensiero mentre il marito diceva quelle cose: Lasciare lItalia, pens, vuoi dire andare talmente lontano da vanificare qualunque tentativo di aggiustamento. A questo pens, e si senti tristemente impotente. Poi fece caso al tono sbrigativo, privo di affetto del marito commendatore e ora podest. Sono cose che contano, pens, sono sfumature decisive. Cos continuando a controllare che Dina dormisse tranquilla disse che Cavino aveva fatto esattamente, quello che sentiva di fare. Lui insinu cose che lei aveva capito benissimo a proposito della questione che quel fratello, quel campione, non si era compromesso solo politicamente, e calcava su quel solo come per dire: Sono un gentiluomo e non aggiungo altro, tu lasciati servire, non farmi parlare che  meglio. Allautista scapp un sorrisine dagli angoli della bocca. Marianna non pot vederlo, ma lo sent.
Far quello che vuole fare,  padrone della sua vita, ribad lei.  un uomo adulto.
Biagio scosse la testa. Questo  sempre stato il problema della vostra famiglia, comment con un certo finto dolore.
Il problema? Quale problema? incalz lei.
Quello di non avere una regola. Senza una regola non c senso del dovere e senza senso del dovere non c spirito di sacrificio.
Marianna approv: S, s, disse.  proprio cos, del resto  il senso del dovere che ti ha portato dove sei.
Sembrava la risposta giusta, perfetta se data da una moglie devota. Cos finse di averla percepita Biagio, che tuttavia covava il dubbio che quella volpe della moglie lavesse messo nel sacco.
Ecco, proprio mentre faceva questo pensiero lauto mobile intraprese la curva cieca un po in salita. Forse fu il colpo dacceleratore necessario per affrontarla che contribu a far sembrare quella manovra un po brusca. Le gomme stridettero sul fondo stradale che era quasi ghiaioso. Dina sobbalz per un attimo, ma continu a dormire; Marianna fu costretta a sorreggersi per non piegarsi contro la figlia. Superata la curva la strada tornava rettilinea, ma ancora leggermente in salita, bordata da due filari di grossi platani. Di nuovo in piano, girava verso destra. Alla fine della curva videro lo sbarramento. O meglio lo vide lautista e, con tutto il rispetto, imprec. Quando Biagio
si rese conto si volt verso la moglie. E quello sguardo carico di terrore, ma anche piet, disse tante cose taciute per anni.
Si trattava di frasche e sassi, niente che la natura avrebbe potuto disporre l senza lintervento di qualcuno intenzionato a metterceli.
Lautista ingran la retromarcia senza indugiare: ne scatur un suono atroce come di lamiera sfregata sulla roccia. .. La macchina corse allindietro quasi fosse risucchiata da unenorme calamit. Quel movimento innaturale fece svegliare Dina. La bambina tent di mettersi seduta, ma Biagio con un gesto del braccio la costrinse a star gi. Marianna guard il marito, ebbe il tempo di pensare a come cambia il volto di un uomo quando la genetica lo mette di fronte ai suoi istinti primari. Ora Biagio sembrava scomparso, fagocitato dalla necessit di mettere al sicuro la bambina. Oh, Marianna era incosciente, non cap nemmeno che quel segnale avrebbe dovuto spaventarla e invece sent caldo, e si convinse che non aveva sbagliato, che avrebbe potuto anche amare quelluomo che si era voltato per proteggere sua figlia. Ma fu un attimo perch, consumato il piccolo rettilineo in retromarcia, lautista perse il controllo del mezzo tentando di affrontare la curva. Segu un precipitare brevissimo, poi lauto mobile si stabilizz col muso verso lalto e il treno posteriore incastrato in un fossato.
Gli uomini a cavallo, dal ciglio della strada, sovrastavano immensamente le persone dentro labitacolo.
Erano quattro, bendati e armati di fucile. Intimarono che uscissero con una voce secca come se dovessero ordinare a una mandria di cambiare direzione.
State gi! ordin Biagio alla moglie e alla figlia senza voltarsi e senza muovere la bocca. Lautista pietrificato aspettava ordini.
Stiamo scendendo, cosa volete da noi? url il podest per farsi sentire dai cavalieri bendati.
Loro risposero che quello che volevano non era cosa che interessasse al commendatore, e che intanto scendessero dalla macchina disarmati.
Dina prese a piangere con la faccia affondata nel petto della madre.
Non  nulla, le disse, ma senza la convinzione che una madre dovrebbe avere in questi casi; sicch la bambina per un istante capi che erano perse, e capi che era necessario crescere di colpo se voleva tentare di consumare una parvenza di vita.
Intanto fuori i maschi a cavallo facevano la voce grossa.
Che cosa vi abbiamo fatto?
Scendete! Dai!
Soldi non ce ne sono !
E allora, dai, fuori!
Poco prima di scendere Biagio guard la moglie come non laveva guardata mai, segno che anche le cose terribili, nel profondo, nel turbine degli avvenimenti, assumono un significato. In quello sguardo si manifest un senso che quellunione non aveva mai palesato. Era gratitudine, forse. Come se Biagio, spogliato dallinvolucro, si fosse offerto per la prima volta nudo a sua moglie. A lei parve improvvisamente bello. E la stessa cosa dovette capitare a lui perch in quel frammento infinitle di tempo riuscirono ad accennare appena un sorriso reciproco, lunico che si fossero mai fatti.
Fuori dalla macchina Biagio ritorn Biagio, pi incosciente che coraggioso. Forte delle insegne che portava. Il treno posteriore dellauto mobile immerso nel fossato non lasciava intravedere altri passeggeri.
Biagio cominci a trattare come si fa al mercato del bestiame, un po alludendo, un po accondiscendendo, ma anche un po minacciando.
Quello che sembrava il capo dei banditi lo ascoltava sorpreso e anche ammirato: era uomo di mondo e maschio di campagna, lui sapeva riconoscere un uomo con le palle se lo incontrava e non era detto che un poco, prima di trucidarlo, non lo ammirasse.
Lautista, anche lui fuori dal veicolo, se ne stava in disparte senza mai intervenire, nemmeno con un fiato, alla trattativa in corso. Del resto di trattativa non  che se ne potesse parlare: gli uomini a cavallo dettavano condizioni e quelli in piedi dovevano eseguire. Sapevano solo che sarebbero morti o, nel migliore dei casi, sarebbero stati condotti alla macchia per la richiesta di un riscatto.
Dina in macchina cominci ad agitarsi, nonostante Ma-rianna facesse di tutto per tenerla ferma la bambina sussultava a ogni respiro dei cavalli.
Qualcuno senti dei rumori allinterno dellabitacolo.
Chi c? Venite fuori! intim.
Una donna e una bambina, specific Biagio. Anche con le donne e le bambine ve la prendete ora?
Sono tempi brutti, disse il capo a cavallo con una nota di scherno che non lasciava scampo.
Venite fuori, ripet un altro. Aj che cosa stiamo aspettando? chiese.
Marianna non sapeva che fare. Sembravano passati giorni da quando la macchina si era conficcata nel fossato e invece erano istanti. Si aspettava un cenno dal marito che pure non arriv.
Una donna e una bambina, ribad Biagio. Delinquenti, sibil.
Laltro a cavallo lo prese come un complimento: Questione di punti di vista, disse. A noi pare proprio che i delinquenti siate voi. Non  per questo che ci troviamo in questa situazione?
Nel tempo esatto in cui Marianna decise di intraprendere la manovra che le serviva per uscire dallauto mobile attraverso gli sportelli anteriori, uno dei quattro fece per scendere da cavallo.
Lautista, solo allora, tir fuori unarma luccicante direttamente dal buio pesto e fece fuoco. Dalla bocca della pistola venne fuori una fiamma densa come un piccolo spruzzo incandescente. Luomo precipit mentre finiva la discesa da cavallo, rest a terra morto col piede ancora inserito nella staffa; nella caduta il suo fucile spar da solo, come se le armi sapessero parlare tra loro: il revolver aveva fatto una domanda, il fucile aveva risposto. Da dentro la macchina le donne sentirono il corpo pesante dellautista che stramazzava contro la fiancata. Poi sentirono il piombo che arroventava la lamiera. Si vide qualche scia luminosa che quelle traiettorie avevano determinato nel buio del sedile del passeggero. Dina fece come un singhiozzo, qualcosa che solo Marianna fu in grado di percepire. La chiam, la bambina non rispondeva. Intanto fuori Biagio gridava. Altri due scesero da cavallo per capire cosa fosse successo allinterno dellabitacolo. Videro la bambina morta. Videro la donna annichilila, quasi euforica nella posizione ridicola di chi tenti una dignit che le circostanze hanno definitivamente compromesso. Biagio si volt e guard la moglie per un attimo talmente breve che non fece nemmeno in tempo a capire se fosse viva o no. Ma aveva capito con uno strappo che qualcosa di terribile era seguito alla fucilata che aveva crivellato la fiancata dellauto mobile. Senza pensare disse quello che aveva in corpo.
Io ti conosco a te. Io ti conosco a te, delinquente! Maledetto tu e la tua famiglia! Che tu e la tua genia finiate a mangiare nelle pattumiere della mensa dei poveri ! Maledetto Vindice Deiana !
A sentire il suo nome il capo a cavallo fece un movimento di reni che costrinse lanimale a scartare.
Eja, conferm. Proprio io, disse. E spar.
La pioggia di piombini lo colpi in piena faccia. Lo sguardo di Biagio fu condotto verso lalto come quando si riceve un pugno al mento. Vide quel cielo maledettissimo che sempre accompagna chi non ha tempo per pensare alla bellezza, soprattutto a quella che ha trascurato.
Cosi fece appena in tempo a notare la luminosit atrocissima di quel firmamento che sorprendentemente si teneva sospeso sopra tutti, anche sopra quella scheggia di mondo tormentato.
Silenzio.
Ora tutti e tre i banditi erano scesi da cavallo. Come speleologi puntarono una torcia verso linterno della macchina. Marianna era l, immobile. Dina era li. Silenzio.
Quando cap che quegli uomini la stavano guardando: Uccidetemi, implor.
Ma quelli:  troppo anche ucciderti.
E risalirono a cavallo.
Dentro al buio che segui, Marianna comprese che in qualche modo tutto stava tornando allorigine. Dentro alla campagna, col freddo che cominciava a farsi sentire, con una scarpa s e una no, sporca di sangue, fu incoraggiata a sopravvivere dalla precisa coscienza della sua mancanza di senso. Perch dentro a quelloscurit immobile tutto il resto le parve avere avuto un significato tranne la sua esistenza: lo sguardo di Biagio, la veloce parabola della vita di Dina. Tutto sembrava quasi spiegabile. Solo lei, Marianna Chironi, solo lei non aveva avuto senso. E allora non aveva alcuna importanza dare corso al suo primo istinto, che era stato quello di togliersi la vita. Cosa si pu togliere a chi non ha niente? Troppo facile, si disse, troppo facile Marianna Chironi: prima di rinunciare a qualcosa sar meglio che tu possieda qualcosa. Ma a lei balen precisissima la certezza di non avere assolutamente niente.
A Cagliari era stata una padrona assente, un corpo estraneo in un ambiente ostile. Certo aveva cambiato se stessa, si era messa in discussione, aveva cercato di adattarsi alle circostanze, ma restava il niente che era. A Nuoro faceva la signora ed  probabile che lo fosse di fatto, ma era una parte in commedia. Magari era proprio questo il senso di quanto le era successo: capire che in ogni disegno c un altro disegno, e poi un altro ancora, e ancora...
Fu a quel punto che nel buio profondo vide una luce.
Quando percep il bestiame chiuso nel recinto, ebbe uri moto passeggero di inconsistente felicit. Poi cominci a gridare e qualche pecora grid con lei, finch da una costruzione primitiva, quasi incistata nella roccia, usc un uomo anziano, piccoletto, compatto, con un pastrano enorme posato sulle spalle: Itte bat? chiese.
- Itte bat?  la teracca di Dottor Romagna ha unaria spiccia. A lei proprio non piace che si disturbi il dottore quando sta pranzando, perci a chiunque bussi a quellora fa sguardi di riprovazione affacciandosi dalla finestra che da sul vicolo.
- Scusate cabbiamo unurgenza,  grida dal basso senza gridare Marianna.
- A questora?  replica la teracca.  Su Duttore sta mangiando.
Dottor Romagna si materializza col tovagliolo al collo dietro alla sua domestica.  Gesuina fai entrare,  ordina senza ordinare.  Marianna sali, sali.
Per una volta salita non sa cosa dire, non sa nemmeno esattamente come raccontare. Michele Angelo certo ha avuto un malore, ma di che tipo non saprebbe dire. Il dottore continua a mangiare facendo domande che gli permettano di capire meglio, di farsi unidea, ma lei non sa rispondere. La teracca la guarda come si guardano gli inopportuni di sempre che pensano che il medico sia un mago, uno che capisce anche quello che non gli si dice.
-  Lhai messo a letto?  chiede il medico a un certo punto.
- No che letto, babbo a letto? No, no... ora sta meglio, sta bene dice, ma io su Butt voglio stare tranquilla.
- Appunto,  bofonchia la domestica,  stare tranquilla disturbando gli altri.
- Vengo dopo,  la rassicura Dottor Romagna guardando male la sua domestica. Questultima, lungi dallessere intimorita, trattiene lo sguardo sullo sguardo del suo padrone.  Comanda lei,  commenta il dottore.
Dalla visita sommaria si cap che era stato un calo di pressione e che Michele Angelo per il momento non sarebbe morto.
Il dottore fu chiaro:  Sei forte come un toro, perch non torni a lavorare? Tenerti occupato ti far bene.
Ma Michele Angelo fu categorico:  No, disse, non c nessun motivo per ritornare in officina.
- Siete in torto,  intervenne Marianna,  chiss quanti buoni giovani potete togliere dalla strada facendoli lavorare per voi...
-  Lasciatela dire!  sbott Michele Angelo rivolto al medico.
-  Ha ragione invece, questa  lunica medicina che ti posso consigliare, Ghiro.
Michele Angelo sembrava di quelli che non ascoltavano e invece alla fine ascolt. Cos una mattina di buonora Marianna lo trov in cucina vestito di.tutto punto, perfettamente sbarbato che quasi sembrava un giovanotto.
- Ho pensato una cosa,  disse. Marianna aspett che proseguisse.  Sono tempi troppo brutti con tutta questa povera gente che non ha pi nulla. Vado a restituire quanto mi  stato dato... Ancora esiste lorfanotrofio di Cuglieri?
Marianna allarg le braccia:  E che bisogno c di andare fino a Cuglieri? Orfani non ne mancano neppure qui. Fate colazione prima.
Eppure la ricerca dellorfano si rivel infruttuosa. Michele Angelo cercava uno sguardo che non trov e Marianna cap che costringerlo a decidere era del tutto inutile.
Ben presto smisero di cercare.
A cinque anni esatti dalla scomparsa di Mercede, arrivarono notizie di Cavino.
Ogni mercoled mattina, dopo aver sistemato il padre e averlo costretto ad andarsene a fare passi, Marianna spalancava le stanze e scopriva i letti. Tutti, anche quelli che non venivano usati. Questa abitudine faceva storcere il muso alla teracca che fra s e s diceva: Vedi i signori, quando non hanno il lavoro se lo procurano.
Il cambio delle lenzuola era una liturgia complessa che cominciava sempre con laerazione, quindi si procedeva con lo scoprire i letti che appunto dovevano prendere aria, infine si cambiavano le lenzuola, anche quelle immacolate. Niente di nuovo dunque se non che, quel particolare mercoled mattina, da un baule spunt una federa mai usata. La teracca la guard con aria critica: la biancheria di casa Chironi era sempre stata perfetta e pi di una volta la donna aveva pensato di chiedere alla padrona almeno un asciugamani in prestito per poterne copiare il ricamo. Quella federa portava un ricamo incomprensibile, un pesce forse, forse solo un grappolo duva malriuscito.
La teracca raggiunse Marianna nella stanza dei fratelli mentre rifaceva i letti con lenzuola fresche tesissime che nessuno avrebbe mai usato, e le fece notare quella federa spaiata e incredibilmente malriuscita.  Che faccio?  chiese.  La metto via?  Marianna fece segno che no, e pens che se dal fondo del baule quella federa dimenticata aveva conquistato la luce, qualcosa senza alcun dubbio voleva dire.  Mettila nel mio letto,  decise a un certo punto. La teracca diede unaltra occhiata a quello strano ricamo che voleva essere un grappolo duva e invece sembrava un pesce e senza replicare si avvi verso la camera da letto della padrona.
Quella notte Marianna sogn la battaglia dei tritoni...
-  Che hai da agitarti nel sonno Maria?  le disse Michele Angelo agitandola a sua volta.
- Una battaglia immensa,  sussurr lei, tenendo gli occhi chiusi,  facevano ribollire lacqua come un banco di pesci che vengono tirati in superficie, oh colpi senza piet... Erano uomini, erano pesci... si cavavano gli occhi, si pestavano le carni, si scansavano lun laltro per ritardare listante in cui laria li avrebbe soffocati... Poi le pecore ammassate nel recinto cominciarono un lamento unisono...
- Quali pecore?  chiese il padre.  Di quali pecore stai parlando?
Ma era inutile, Marianna dormiva profondamente.
- La notte del diavolo,  disse Michele Angelo, e se ne torn nella sua camera per riprendere a dormire.
La mattina dopo il cielo era di ferro e suonava come il maglio sullincudine, poi un anticipo di vento, poi un belato lontano...
Ecco, la mattina dopo Marianna ricevette il telegramma.
Ora che aveva smesso di lavorare, a Michele Angelo non restava che ascoltare il silenzio intorno a s. Certo era rassegnato a invecchiare, non aveva chiesto niente e non si aspettava niente.
Lofficina chiusa sembrava un triste luogo di fantasmi, qualche volta risentivano stridori nella postazione in cui aveva lavorato Cavino. Ma era solo un sorighittu che approfittava dellassenza del gatto per ballarsela. Via, che si polverizzi tutto, si diceva Michele Angelo cercando di quantificare il tempo che gli restava da sprecare. E questa era la sua vendetta contro se stesso, rinunciare a quanto nella sua vita era sempre andato bene: Gai imparas, diceva a chi, dovunque fosse, aveva deciso questa incoerente distribuzione dei pesi. A loro ormai, ai Quirn, che cosa poteva succedere? Niente di niente: Marianna aveva superato let del concepimento, e lui, si diceva, era troppo vecchio. Anche se, come il patriarca Abramo, se avesse ricevuto la chiamata e una concubina giovane non si sarebbe certo tirato indietro. La sua salute era parte della maledizione, era cio il sintomo principale di quella minaccia di sopravvivenza che sentiva su di s; aveva settantanni, ma se solo avesse voluto avrebbe potuto lavorare come quando era un ragazzino.
Lofficina chiusa gli ricordava che, per una volta, aveva scelto lui. Certo le giornate erano lunghissime e silenziose. Oltre il cortile risuonava unaltra guerra, ma neanche questo pareva importante.
A Marianna era rimasto il vezzo di comprare riviste femminili, cose da signore, con attori del cinematografo e modelli di vestiti.
Qualche volta, nelle sere lunghissime dellautunno, lei leggeva a voce alta e commentava che visto da l il mondo sembrava innocuo, mentre visto al mercato, dove la gente si accapigliava per un pezzo di carne o per il pane, quel mondo pareva assai pi sofferente.
A loro non mancava nulla, e quello che mancava potevano comprarlo dai pastori locali o da tutti quelli che arrivavano per fare il mercato nero.
Quando, ufficialmente, scoppi la Seconda guerra mondiale, sfior casa Chironi come se fosse una malattia a cui era abbondantemente vaccinata. Certo i ragazzi continuavano a partire, a vedere un mondo rovesciato, ad abbandonare pezzi di s e anche la vita in luoghi mai sentiti prima.
In seguito ai primi bombardamenti di Cagliari, poi, cominciarono ad arrivare gli sfollati.
A giugno inoltrato un fragore di motori fece sobbalzare i cagliaritani: erano velivoli francesi che sganciarono una pioggia di bombe sul porto.
Ma queste erano notizie che ancora, nel silenzio totale dellavamposto di Barbagia, si dovevano sussurrare. Dallapparecchio radiofonico risultava unaltra realt: che eravamo vincitori, che il nemico arretrava, che il suolo patrio irrorato dal sangue degli eroi mostrava il volto irriducibile del virile soldato italico.
Era una guerra terribile, dicevano. Gli sfollati cominciarono a raccontare di esplosioni che trasformavano le notti in pieno giorno e costringevano i poveri cristiani a rifugiarsi sotto terra come sorci. E dicevano che oltremare era ancora peggio, perch la guerra esplode dove ci sono soldi e ricchezze...
Fortunatamente siamo abbastanza poveri perch la guerra arrivi da queste parti, ma non abbastanza ricchi per evitare di essere arruolati in massa, commentava Michele Angelo. E Marianna gli intimava di tacere perch erano tempi in cui tutti erano contro tutti. Tempi in cui bastava un niente per finire a Prato Sardo davanti al plotone desecuzione.
Erano passeggeri di una nave che galleggiava in mezzo a flutti terribili.
Gli sfollati raccontavano ogni storia a partire dal cielo, come unouverture che era un trambusto di nubi violacee...
Ad agosto, chiariscono loro, quelle sono terre in cui si vive nudi come selvaggi. C caldo in Campidano. Ma non qui, non da voi.
Eh no, qui da noi lagosto  come il sapore del vinaccio casalingo denso e aspro, promettente, ma non pi appagante.
Proprio ad agosto, poi! Nella casa dei Chironi si piangono i morti e si prepara la tavolozza dellinfinito inverno.
 in quel mese che il mare suggerisce di abbandonare i pascoli che lambiscono le spiagge e preparare legna in abbondanza. E fortificare gli ovili.
Ad agosto linverno  gi pensiero che da brividi lungo la schiena.
Gli sfollati raccontavano del cielo: perch  dal cielo che il mare prende ordini, quando il vento gelido si fa alito ribollente.
Quelli erano tuoni della terra per, non di divinit saettanti, erano obici delle contraeree, siluri sottomarini, e tonnellate lorde di navigli che venivano inghiottite dai flutti.
Da Castello, che non era pi grande del pi piccolo dei navigli, si poteva vedere, al largo, il lampo della cannoniera e il rogo marino, stupore di fiamma galleggiante.
Da li si potevano sentire i lamenti notturni delle anime naufragate e galleggianti mentre i corpi pesantissimi ingoiavano acqua e acqua ancora.
Per tutto lanno fu guerra fra cielo e mare, esattamente sulla linea di tutti gli orizzonti possibili.
Pregarono a lungo e a lungo cercarono frutti acerbi nella campagna, poi dovettero arrendersi.
E mettersi in cammino.
Dicevano anche che quella tempesta duomini, quel crepitare dellorizzonte, portasse doni dal mare: casse di viveri, pesci galleggianti, valigie con preziosi... Cappelli da marinaio e, qualche volta, persine rose.
Ma a Nuoro arrivarono solo passaggi di diavoli volanti neri, crociati, che strappavano la tela del cielo.
E racconti.
La casa di via Deffenu, quella che era stata dei Serra-Pintus-Chironi, semivuota ma confortevole, venne messa a disposizione di quelle anime in pena che erano dovute fuggire da Cagliari e dintorni in fiamme ed erano riuscite a raggiungere la Barbagia, che era dato come caposaldo del Nulla e quindi come porto sicuro.
Arrivi sempre nuovi soffiavano sul fuoco. Quella particolare Storia era come una fiammella che dovesse riscaldare troppe mani che le si affastellavano sopra. Era il racconto di un racconto, perch la sorte disgraziata di Cagliari  che, peraltro, molti nuoresi non avevano mai visto -era solo unimmagine pallidissima di quanto stava succedendo altrove.
In ogni caso la notizia del giorno fu che anche sul capoluogo venne lanciata una bomba immensa, caricata con mezza tonnellata di esplosivo, che impattando al suolo aveva polverizzato ogni cosa nel raggio di un chilometro. E, particolare raccapricciante, aveva distrutto il cimitero, scoperchiando le tombe e facendo volare scheletri e pezzi di cadavere dappertutto.
Cose terribili, cose su cui perdere il sonno, se non fosse per il fatto che Marianna caveva un altro tarlo: il giorno prima aveva ricevuto un telegramma.
Era stata donna di mondo, commendatoressa, sapeva cose che altri ignoravano. Sapeva, per esempio, che quando ti arriva un telegramma non si ha abbastanza tempo per aspettare che la notizia che stanno per darti arrivi con i tempi della posta ordinaria. Eppure tardava ad aprirlo.
Quella sera in cucina, col padre che la guardava, si mise a stirare. Teneva il ferro sul fuoco e ne controllava le braci allinterno, poi lo puliva con una pezza perch non restassero schegge di carbone attaccate al fondo.
Michele Angelo la guardava in silenzio, sua figlia sapeva inserire la punta incandescente fra le trine delicate senza strapparle, sapeva dare la giusta pressione quando necessaria e, quando necessaria, la giusta leggerezza.
- Che c?  chiese allimprovviso alla figlia.
Lei fece di spalle senza smettere di fare quello che stava facendo.  Niente,  disse.
- Niente?  insistette Michele Angelo.   
- Una cosa c.
Michele Angelo aspett con pazienza che proseguisse,
avevano tutto il tempo del mondo, davanti a loro si spalancava leternit.
Lei di tempo se ne prese parecchio.   una cosa del mese scorso non ci pensavo quasi pi,  menti. Poi ancora prese tempo. Ma Michele Angelo aveva intenzione di aspettare, quindi aspett guardandola.  Si avevo visto un articolo su una rivista, ma non vi avevo detto niente.
Erano ad agosto quasi finito. Erano cio in quella fetta di tempo che leva il sonno.
-  S,  ripet lui. E basta. Lo disse come se dovesse aspettarsi tutto il peggio dalla coda di quel mese maledettissimo.
- Il mese scorso appunto, no, che dico sar stato Ferragosto,  si corresse.  Meno di un mese... Cera una notizia di una nave affondata, una nave grossa.
- S,  ripet di nuovo Michele Angelo per darle il tempo di cambiare idea e non dire quello che stava per dire, qualunque cosa fosse.
- Cerano le immagini di persone disperse nel naufragio e a me mi  sembrato di riconoscere...
- Riconoscere chi?  il tono di Michele Angelo fu cos aggressivo che fece indietreggiare Marianna.  Che dici? Ma perch non lasci tutto come sta?
- Niente, niente,  si scherm Marianna.  Sono proprio una stupida, non so perch ve ne parlo. Quellarticolo mi ha impressionato e mi sono lasciata trasportare. Ho fatto un sogno strano...
Michele Angelo si ricord improvvisamente di quella notte in cui si era dovuto alzare per controllare la figlia che gridava di pesci e annegamenti nel sonno.  Riconoscere chi?  chiese ancora quando si fu ricomposto.
Marianna cambi le braci nel ferro.  Cavino,  disse.
- Lo sapevo,  sussurr Michele Angelo.
Secondo larticolo della rivista, in Inghilterra, dopo la dichiarazione di guerra dellItalia, avevano cominciato a
radunare gli italiani per deportarli fuori dalla Nazione. Li chiamavano quarta colonna presumendo che ogni italiano fosse fascista.
Limmagine principale della rivista riportava una grande nave, il transatlantico Victoria, al porto di Liverpool; una di quelle navi che servono ai ricchi per girare il mondo, dove i banchieri perdevano fortune al gioco e dove nascevano amori adulterini tra signore del bel mondo e valletti intraprendenti. Navi che da sole avrebbero potuto accogliere tutto il quartiere di San Pietro e molto di pi. Ecco, quella nave meravigliosa, secondo larticolo, visti i tempi di guerra aveva cambiato destinazione ed era finita come mezzo di trasporto per passeggeri italiani o tedeschi non pi graditi in suolo inglese.
Bene, la notizia era che questa nave carica di prigionieri appartenenti alla quarta colonna era affondata colpita da un siluro tedesco al largo del mare dManda mentre navigava verso lAustralia.
Ora, che cosa avesse a che fare questa notizia con Cavino non era chiaro nemmeno a Marianna, che per come la maggior parte delle donne sentiva prima di capire.
Cosi quella notte non riusc a dormire e se lo spieg col fatto che a lei solo quel nome: Australia, evocava un fratello assente. Si diceva da qualche parte che, tramite Josto Corbu, Cavino avesse fatto sapere di essersi fermato in Inghilterra dove aveva trovato lavoro come commesso in un negozio di tessuti italiani. Forse Marianna mise insieme tutto questo e cominci ad agitarsi, ma come faceva lei, senza darlo proprio a vedere. Per sapeva.
Infatti quella notte Cavino  ben vestito, un po in carne, con una strana scioltezza nei movimenti, elegantissimo in un abito grigio  and a trovarla.
Si deve sapere dove si nasce e, poi, dove si muore. Si deve sapere perch si nasce e, poi, perch si muore.
Per la prima dunque direi Nuora e, dopo, un posto senza nome, ma un punto precisissimo al largo della costa nord-ovest dellIrlanda.
563oN io38W. Ecco il dove.
Il perch  un gioco di carte: si nasce per amore, se si nasce bene, ma per morire bene bisogna che si muoia di terrore, e che si muoia veramente un attimo prima di morire...
Nel salone delle feste del Victoria i primi fra noi scattarono verso le uscite un istante dopo lesplosione... A saper stare al mondo si percepisce il pericolo di vita, a me tutti dicevano che ero un uomo affidabile che sapeva lavorare il ferro ma anche trattare i tessuti come pochi...
Chi costruisce, chi sa la pazienza dellartigiano, riconosce la distruzione: i legni della nave cominciarono a lagnarsi, ma non era il miagolio della maretta, era il chiaro rehound della carena squarciata.
E quando ci fu limpatto, quando il missile stupr lo scafo, quasi parve che avessimo strisciato contro una roccia affiorante... Dalla nostra posizione nemmeno si senti lo scoppio ma solo un riverbero, una vibrazione. Fu come la rottura del cristallo colpito proprio nel suo punto debole, come lo squarcio che corre sul pack quando infili la piccozza.
Lo sai sorellina cos il pack? Sapessi quante cose simparano a girare il mondo.
In ogni caso fu come se la sostanza della nave avesse perso improvvisamente consistenza, a questo io pensavo: al mistero delle molecole che abbracciandosi fanno invincibile la materia, le stesse che fanno malta buona o cattiva a seconda di come vengono mescolate, proprio come una lega ben riuscita, e pensavo a quellunico punto su cui bisogna inserire la pietra di paragone.
Il colpo fu lieve tutto sommato, la nave toss come un cetaceo delle favole: dentro al palazzo galleggiante, ottava meraviglia modernista, tutti ci guardammo e sentimmo con chiarezza il pianto del parquet, poi la contrariet delle travi di ferro per via dei bulloni che schizzavano dagli alvei.
Quindi sentimmo gridare, e la sirena dellallarme, e buio pesto, e passi, come di esercito marciante sul ponte.
Corsero eccome, e qualcuno bestemmi, non io per; n corsi, n bestemmiai.
Solo pensavo al crollo di una casa, al secondo in cui ancora si regge e a quello che dice prima di cadere: Io lo so che la natura imporrebbe di opporsi, ma io crollo...
Io crollo.
Quanto pianto quella notte, per quellanima che raccontava la sua pena.
La mia bambina  morta Gav.
Lo so, lho visto... Me lhai detto senza che sapessi di dirmelo, anima mia.
Volevo scriverti. La mamma se n andata, anche lei.
Si, si.
Ma tu do ve sei?
Chi era stato in mare lo diceva: senza i segni di riconoscimento non si va lontano.
Ma, guarda, era parlare per dire lopposto, come quando si dice: Vuoi vedere che piove? Come quando si guarda il cielo attenti, provando a leggerne gli inganni. Perch pare che sia proprio il cielo che non si convince; la terra, lei, si lascia calpestare, e accetta passi incerti.
Te lo dico:  come cambiar letto, prima lo si tasta con le mani, poi ci si siede e, infine, ci si distende.
La terra accetta il peso, il cielo no. Il cielo a Londra era un attaccabrighe che ti colpiva a tradimento. Io guardavo in alto e dicevo al mio amore: Guarda su! Mira!
Lui sollevava lo sguardo e scuoteva la testa come spesso fai tu. Il mio amore ti sarebbe piaciuto sorella, anima buona.
Come fai tu: Che cosa c? chiedeva. E io: Sembra vivo, dicevo, quanto  morbida la terra  duro il cielo.
Poi gli raccontavo che venivo dalla cura amorevole dellazzurro per approdare alla fredda sollecitudine del piombo... Venivo dalla testarda terra dura per arenarmi nellammiccante terra molle. Quello fu come sbagliare le misure, comprare scarpe troppo strette per la pigrizia di provarle e poi fingere che non facessero male.
Quando vennero a prendermi il mio amore pianse.
Sono cittadino inglese, dissi. Lui conferm. E il soldato pi giovane mi guard scrollando le spalle, aveva lo sguardo pensoso di chi fa qualcosa sperando di capirla.
Uscendo, ammanettato, alzai la testa verso il mare inverso che ondeggiava sulle nostre teste.
E allora pensai che forse era il caso di sfilarsi quelle scarpe che mi stringevano e riprendere a bestemmiare contro quel cielo come avevamo fatto in Barbagia prima di partire.
Io cos, confuso dal frastuono dellimbarco, nemmeno lo notai il colore della nave... E quelli che se ne intendevano, magari livornesi, magari orfani di porti mediterranei, loro dicevano che quel grigio l, quelle pareti nude, senza contrassegni, non erano una cosa buona.
Non si va lontano, dicevano. Per me, considerato che la nave e il cielo avevano lo stesso colore, tutto questo era naturale: che fossi approdato in quella terra, che fossi accettato con riserva, che vi avessi trovato un amore segreto al mondo, che ne fossi espulso per sopravvenuta inimicizia. .. Dalle cabine di prima classe qualcuno di loro cantava In diesen heilgen Hallen... E qualcuno di noi, dal salone delle feste, accompagnava con la fisarmonica. Within oursacred Tempie.
Intanto la nave si lasciava alle spalle lIsola di Man.
Sei tu quello? Sei tu?
Quando Marianna si svegli mancavano ancora tre ore allalba. Cos si alz, chiuse le tende e accese il lume. Poi seduta sul suo letto apr il telegramma:
SEGNALAZIONE RICEVUTA STOP SPIACENTI COMUNICARE AVVENUTO RICONOSCIMENTO UFFICIALE CADAVERE RINVENUTO ISOLA DI COLONSAY STOP TRATTASI DI CHIRONl CAVINO CLASSE 1896 STOP SENTITE CONDOGLIANZE
Mi trovarono la mattina del 16 agosto, dopo aver navigato per quarantacinque giorni...                                 Che cosa racconti? Siete autorizzati a chiederlo: un corpo alla deriva, reso spugnoso dalla salsedine, che cosa pu mai raccontare?
Ebbene: non sopravvissi alla battaglia... Quando capimmo che la nave affondava ci massacrammo per raggiungere le scialuppe  oh colpi senza piet  come topi impazziti, ammassati nel salone delle feste del transatlantico tentammo una sortita alla disperata come un branco di capodogli spiaggiati, ci sollevammo a colpi di reni e corremmo verso le uscite travolgendo tutto...
In un sogno inverso si sarebbe detto che la nostra era m la disperazione dei pesci portati in superficie dalle reti dei f pescatori. Ma di fatto tentammo inutilmente di forzare le porte sbarrate, di superare le recinzioni che dovevano separarci in gruppi.
Non stateli a sentire se vi dicono che aspettammo in preda a un fatalismo impotente.
E certo qualcuno di noi sussurr il rosario, Ora pr nobis.
E certo alcuni si concessero senza reagire allorda impazzita, ma noi, i pi, che nella prima metamorfosi eravamo diventati nemici, ora eravamo bestie feroci...
La mattina dopo Marianna, porgendo il latte a suo padre, gli annunci che luomo che aveva creduto Cavino nella foto sfocatissima riportata nella rivista che dava conto dei dispersi italiani del Victoria non era Cavino. Poi gli disse di uscire perch non lo voleva a ciondolare in casa
tutta la mattina. Michele Angelo protest dicendo che non riconosceva nemmeno i posti tanto stava cambiando tutto, e che in quei tempi grami il vino al tzilleri era metzano. Ma Marianna non voleva sentire ragioni. Perch aveva da fare e doveva uscire anche lei senza dare troppe spiegazioni al padre.
Dieci minuti dopo che protestando era uscito di casa, anche lei indoss il cappelline di commendatoressa e il soprabito buono.
Il funzionario in Prefettura le spieg che il corpo di suo fratello era stato rinvenuto in unisola al largo della costa scozzese e che una famiglia del posto gli aveva dato pietosa sepoltura. Bene, Marianna chiese lindirizzo di quella famiglia.
A casa, stendendo con la mano un foglio comprato di fresco cominci a scrivere:
Gentili anime,
con la vostra piet avete dato un senso al nostro dolore: la stagione inclemente che ci hanno descritto, scoraggia, al momento, la partenza e ci impedisce purtroppo di raggiungere il nostro caro. Grazie, grazie ancora per la pietosa sepoltura... Speriamo non vi sia doffesa lassegno che accludiamo,  poca cosa davvero, ma vi chiediamo di portare per noi una corona di fior sulla tomba del caro nostro caro congiunto.
Firmato, Serra-Pintus-Chironi Maranna
Poi soffi sul foglio, lo pieg e lo infil in una busta. Sulla busta ricopi lindirizzo difficilissimo che il funzionario della Prefettura gli aveva fornito.
La breve parabola di questa stirpe si  consumata. Chiusa e sigillata nella busta in partenza verso la Scozia.
Marianna sospira appena perch leternit sta per bussare.
Cantica terza  Purgatorio
Scire.

Ti aspetter. In piedi sulla soglia.
Accompagnato dalla feroce determinazione che mi ansima di fianco. Ma questa circostanza, questo aspettarti, affastella danni su danni. Dolori progressivi, per tutto quello che avrei potuto dirti e non ti ho mai detto. Per tutte le volte che ho creduto al tuo sorriso di cassetto aperto. Per tutte le volte che ho scambiato per complessit la fragilit dei tuoi pensieri. Qui, ti aspetto. In piedi. Con la calma del pittore invaghito delle minuzie febbrili del tratto, il nervo ritorto del canestro, il piumaggio bianco del riflesso. Che questa  opera duna massaia che ha sprimacciato il ghiaccio come un soffice cuscino per fachiri. E ha battuto lenzuola e tappeti esposti al mezzogiorno, bianchi come una risata. Ti aspetto, certo. Ho in programma di dare un senso a quel ribollire di pignatta, a quella schiuma cristallina, a quel vapore turbolento. Ho intenzione di arrendermi a quel caos, ma non senza combattere. In piedi sulla soglia come a spiare la sposa emozionata che conta i tintinnii al suo brndisi di nozze, quando ogni mano  un calice levato, quando ogni felicit sembra possibile. Prima di rientrare nel quadro incerto del domani, prima di lasciarsi rapire dallimboscata del bacio mattutino. Prima che ogni aspettativa sa definitivamente violata dalla vita. E quanti e quali pensieri produca questa violazione non  dato di saperlo, che rimpianto, solitudine, felicit, amore, amore, sono nientaltro che colpi di luce e ombra di una natura troppo viva per bastare a se stessa, e gi morta sulla tela. Qui c solo unassurda resa di fronte a un destino in fieri che non ha un nome e, se mai lavesse, non sarebbe nominabile. Il mistero del riflesso, il contrasto fra dicibile e indicibile...
Cosi venne il giorno in cui Michele Angelo trov lo  sguardo che stava aspettando. Era un uomo che cap perfettamente di conoscere. Aveva al massimo trentanni, ma  gli occhi erano quelli di uno che aveva una competenza del  mondo molto pi lunga. Era un profugo, davvero malridotto, ma non pi di quanto fossero malridotti i tempi che si stavano vivendo.
Lanno della fame a Nuoro fu solo una crisi come unaltra in un processo cronico. Chi non aveva conosciuto mai labbondanza, non aveva paura della carestia. E comunque la contiguit con la campagna faceva tutti ruminanti I e la presenza di bestiami faceva tutti abigeatari. Si diventava volpi per i pollai e persino pescatori dacqua dolce.
Cos accadde che una mattina, in cui Michele Angelo era solo in casa perch Marianna era uscita a fare commissioni, sent bussare direttamente alla porta della cucina. Il vecchio era in piedi come se sapesse che qualcuno stava  per arrivare. Oltre i vetri vide un uomo fatto, con indosso una giacca sdrucita, pantaloni troppo larghi, gibbosi allaltezza delle ginocchia, una camicia che era stata bianca. Ma niente  pi bianco in questi tempi metzani, pens. Perci apr a quel giovanotto con la camicia sporca.
- Era aperto,  disse luomo come scusandosi, indicando il portale del cortile effettivamente spalancato.
Michele Angelo si fece da parte per farlo entrare. Dalla parlata aveva capito che doveva trattarsi di un forestiero e forse portava notizie di Cavino. Questo sperava Michele Angelo, ma non osava chiedere niente. Luomo dal canto suo non pareva avere nessuna notizia da dare, taceva, ma non per imbarazzo, semplicemente come se stesse aspettando che si consumasse tutto quel frenetico dialogo muto che stava avvenendo fra loro.
Anche al vecchio fabbro sembrava che stessero parlando, perch quelluomo aveva un silenzio bellissimo, tutto di sguardi, tutto di attese, qualcosa che, senza sapere perch, gli apparve familiare, come se fosse il sangue a respirare.
Marianna rientr a casa proprio quando luomo stava
per presentarsi.
E vide qualcosa che le mozz il respiro. Si chiuse la bocca col pugno per non urlare, poi guard il padre come a chiedergli:  possibile che tu non abbia capito?
-  Hai lasciato il portale del cortile aperto,  disse lui rimproverando la figlia.
Marianna allibita si avvicin alluomo:  Chi siete, cosa volete?  chiese, ma lo fece come se pi che di una risposta avesse bisogno di una conferma.
Il padre la guard come si fa con le bambine che fanno uno sgarbo:  Stavo pensando di riaprire lofficina,  disse Michele Angelo. Lestraneo lo fiss senza capire, in ogni caso limportante era che capisse Marianna. Ma lei il padre non laveva sentito o, se laveva sentito, laveva registrato in una periferia estrema della sua mente.
- Ho avuto questo indirizzo dalla Prefettura attraverso la Capitaneria di porto,  dichiar finalmente lestraneo, a cui sembr arrivato il momento di specificare che non si trovava l per caso.
Quella voce fece rabbrividire Marianna, che non smetteva di fissarlo. Michele Angelo la segu in quello strano
percorso.
- Assomiglia in tutto e in niente,  disse lei al padre e gli parl come se lospite nemmeno ci fosse.
Marianna aiut suo padre a capire qualcosa che non aveva afferrato razionalmente: luomo aveva addosso quel tipo di familiarit che appare a tratti, dimprovviso. Un  gesto, un modo di muovere la spalla, di portare il respiro i prima di prendere la parola, di piegare il collo. Questo lei  vide con certezza, e aveva un nome. Lo stesso percep Mi chele Angelo con la differenza che proprio un nome non sapeva darlo.
Si guardarono a lungo. Lo sconosciuto a un certo punto si mise la mano in tasca e ne estrasse una busta che pareva contenere qualcosa di grosso.
Michele Angelo lo ferm con un gesto della mano.
- Mangi qualcosa,  disse usando il lei come si fa coi continentali. Poi fece un cenno a Marianna che si diresse verso la dispensa.
Luomo e il vecchio ancora si guardarono. E tacquero finch Marianna non torn verso il tavolo e vi poggi pane carasau e formaggio stagionato, ma anche fave e un moncone di salsiccia secca.
-  pane,  spieg il vecchio alluomo indicando le sfoglie croccanti. Luomo fece cenno di sf con un inizio di sorriso. Afferr la salsiccia lasciando tutto il resto e laddent. Michele Angelo lo incoraggi con un gesto del capo.  E molto che non mangia?  chiese.
Luomo ingoi.  Non lo so pi,  rispose, e afferr pane e formaggio.
Michele Angelo fece un cenno a Marianna.  Porta un po di vino figlia mia,  ordin con dolcezza, come se stesse chiedendo qualcosa che lei per prima avrebbe dovuto fare senza bisogno di stimoli.
Marianna si svegli dallincantamento. Ora che lo vedeva mangiare quelluomo le sembr perfetto per la luce che riempiva la stanza, con i capelli sporchi che gli cadevano a ciocche sulla fronte, le mani ossute, le unghie non curate e nere, i polsi forti ma esili, come sono esili e forti certi maschi con le linee lunghe.
Quelluomo stava esattamente in quello spazio come se fosse uno tornato da dove era partito.
E invece capirono che era friulano e capirono che una rivelazione laveva condotto li, seduto in quella cucina.
Erano preda e cacciatore, lo sconosciuto e il vecchio. Ma ora la bestia guardava il cacciatore come se lo conoscesse bene.
Le storie raccontano tutto quello che spesso non  raccontabile. Proprio come una posta paziente. Bisogna aspettarle, anticipare le loro mosse, e scattare.
Il vecchio si fruga in tasca, poi guarda la figlia. Marianna capisce cosa sta cercando. Infatti sorride quando Michele Angelo posa sul tavolo le chiavi dellofficina.
A quellestraneo Michele Angelo avrebbe raccontato quello che sapeva raccontare. Ora che ce laveva davanti lo sapeva molto bene, e capiva per quale motivo aveva saputo aspettare tutto quel tempo. Aveva capito perch, aveva saputo assorbire i colpi tremendi con cui il Fabbro aveva deformato la sua esistenza. Era bastato uno sguardo a quello sconosciuto e tutto, tutto, aveva acquistato senso e forma.
Come la prima volta in cui Cavino era entrato in officina per lavorarci. Era ancora la stagione delle possibilit, quando si pensava di aver accumulato abbastanza crediti da poter stare tranquilli. Era ancora la stagione delle certezze. .. Allora accadeva che nel corso del tempo le piante e le bestie crescessero e si moltiplicassero tra la primavera e lestate, e si mettessero a riposo tra lautunno e linverno. A tavola non si mangiava mai in meno di cinque e si poteva dire di aver comprato la punta del dito indice della mano benedicente della statua del Redentore. Certo Cavino dava i suoi problemi, ma in quel preciso momento quei problemi erano come la pelle delicata del pulcino quando perde il piumaggio, o listante in cui la biscia cerca due rocce accostate per liberarsi della pelle vecchia. Perci, allora, con la lucidit e prosopopea dei tempi nuovi si potevano ipotizzare soluzioni.
Ecco, quando Cavino per la prima volta entr in officina per lavorarci aveva lo sguardo di chi ha davanti il senso della propria esistenza e di chi con quella certezza deve fare i conti.
Anche allora Michele Angelo raccont quello che sapeva raccontare.
Prima di tutto c saper osservare, toccare con lo sguardo, vedere anche quello che sar prima che sia. Per questo figlio il fabbro vede al buio. Quando accompagna la barra nellinferno della fiamma sta a guardare che colore assume il metallo: rosso, arancio, giallo... bianco. Ma c un momento, uno solo, in cui il metallo  pronto per la lavorazione, quando dallarancio passa al giallo, come quando si passa dallalba al giorno pieno. Per questo il fabbro vede al buio, perch sia possibile percepire con esattezza quellattimo di passaggio, quellistante assoluto.
Ma bisogna dare un nome alle cose: quella lavorazione si chiama forgiatura, figlio mio.
Forgiatura  quando sei tu che dai la forma.  quando devi combattere contro la materia e questa diventa pi docile quanto pi riconosce la mano del padrone. Fai conto di avere a che fare con un cavallo bizzarro, fai conto di insegnare lobbedienza a un cane... Sempre  questione di farsi rispettare. Anche il metallo vorrebbe resistere, perch quando lo posi sul piano freddo dellincudine  come se lo risvegliassi dal sonno. E allora  necessario che lui capisca che sei tu a comandare e che sei un padrone giusto, autorevole. Il metallo sa con chi ha a che fare fin dal primo colpo, capisce la mano che lo sta modellando e, magari, qualche volta, pretende di dire la sua.
Cavino annuisce. Dai suoi occhi, allora, poteva ancora scaturire la meraviglia del mondo. Ancora tutto era da fare.
Il ferro lo capir e sentir la fermezza del polso, la forza con cui impugnerai il martello, la potenza con cui sferrerai il colpo. Vedr che lesercizio  di modificare senza asportare.
Dal primo colpo sentir che musica fa il tuo cuore quando il patto  sottoscritto.
Ma forgiare  tante cose insieme.
C la trazione, per esempio, che significa tirare, allungare la barra per sfinarla, ridurne lo spessore, appuntirla. Come il tuo sguardo, figlio mio, lo spirito acuminato con cui affronti le cose del mondo. L c la sapienza di sapersi fermare al momento giusto, la maestria di vincere senza stravincere. Uno scalpello sa ammansire il legno o la pietra solo a patto che sia stato, precedentemente, ammansito, tirato, ma non sconfitto. Lo sai anche tu che significa una parola di troppo, uno sguardo di troppo.
Cavino, ancora, annuisce.
Ed ecco la piegatura, che  un atto damore, perch devi sedurre il metallo, devi convincerlo, figlio, che laffidarsi a te significher per lui trovare la perfezione. Perch nella piegatura non sempre c resa, ma, qualche volta, evoluzione. Tu adesso puoi giurare che mai ti piegherai, eppure io ti dico che dovrai farlo, perch se non saprai farlo su te stesso, non saprai farlo fare alla barra incandescente.
Sarai triste. Sentirai addosso il peso dellUniverso come se fossi il solo a reggerlo. Ti sentirai schiacciato dalle responsabilit, eppure dalla sapienza con cui saprai imparare a volgere in bene questo male potrai dichiararti uomo. In officina la chiamiamo compressione, che vuoi dire addolorare il metallo per addensarlo, come minacciarlo per ridurlo alla giusta compattezza. E vuoi dire imparare a subire per fortificarsi, accettare le domande senza temere le risposte, concepire le vittorie anche attraverso le sconfitte.
Ti sentirai solo, quando il colpo in pi o in meno trasformer un gesto nel tuo gesto. Eppure solo attraverso quella solitudine sarai in grado di sperimentare nella tua carne la forza del sentire, del percepire, del presentire. Sentirai la pressione di immagini ricalcate a matita su carta carbone, con le quali per sempre dovrai fare i conti. Un altro nome della compressione , infatti, ricalcatura. Per dire che come il metallo anche il tuo corpo non  nientaltro che lespressione di un concetto ribadito per sempre. Per sempre. Tu ricalchi me nel colore, e tuo fratello, tua madre. Tu ricalchi lei nel carattere e tuo fratello me. Per sempre. Tu sei largo di spalle e Luigi Ippolito sottile. Tu hai la mia consistenza e sprigioni la mia luce, tuo fratello ha la densit di tua madre e la sua profondit.
Io ho paura quando vedo in te le stesse mie inquietudini... Poi mi calmo dicendomi che ricalchi me in tutto, dallampiezza dei piedi alla consistenza dei capelli, ma non nel carattere; e dicendomi che alle mie stesse domande saprai reagire con le risposte di Mercede.
Poi viene la punzonatura, che corrisponde a lasciare un segno, una depressione, un foro. Oh, sentirai ferite tremende, saette che ti trapasseranno la carne. Esporrai a chiunque il tuo cuore scostando i lembi del petto, per dire: Eccomi. Farai tutti gli errori che  necessario fare e anche qualcuno di pi. Ognuno di questi errori ti lascer un marchio. Allora, figlio, baster che tu pensi che quelle non sono ferite, ma trofei, decorazioni. Segni della tua forza. Unincisione che ti dir che  passato un altro giorno in questo carcere terreno, e poi un altro, e un altro ancora. Cos nel metallo: ogni segno si trasforma in un decoro se il fabbro ha la mano sicura e il senso dellarmonia. Egli pu chiedere a una serratura di essere sobria per la cella o leziosa per lo scrigno, ma in entrambi i casi dovr ingegnarsi a colpire il punto giusto e a lasciare lincisione dove assolutamente occorre. Come un segno tribale. Una cicatrice rituale.
E dovrai aspettare molto, prima di riuscire a capire attraverso quali vie segretissime si possa intravedere il disegno complessivo, che la tua mente ragioner pezzo per pezzo e ti tradir come san Pietro tre volte e poi tre volte ancora. Ti rinnegher, perch non sarai stato capace di concepire il totale, troppo impegnato a procedere nel parziale.
E questa, infine,  quella che si chiama combinazione: come il gioiello che  tua sorella Marianna, estranea a tutto eppure aderente in tutto, perfetta di una perfezione armonica, frutto di una fatica senza sussiego. Fatta bene come limpasto nelle mani di una massaia che lo sa fare, che ne sente il calore e lelasticit e capisce che  pronto.
Cos la forgiatura  arte di combinare trazione, piegatura, compressione, punzonatura.  disciplina in cui  fondamentale capire quando bisogna fermarsi e quando bisogna avanzare. Proprio come sa fare tua sorella che riflette prima di parlare e non ha la tua insicurezza, o la presunzione di tuo fratello. Come fa lei, che osserva prima di giudicare e non ha la tua incapacit di decidere o lirruenza cieca di tuo fratello.
Tutto questo dovrai imparare, figlio, ma non posso assicurarti che troverai la felicit nemmeno quando lavrai imparato.
Sono preda e cacciatore, lo sconosciuto e il vecchio. Selvaggina e cane. Ma ora la preda guarda il cacciatore come se lo conoscesse bene. Sono seduti luno di fronte allaltro, persi luno nello sguardo dellaltro, solo il tavolo a separarli. Immobili, il segugio e il muflon, il cervo e la bocca del fucile...
Eppure, nonostante larma spianata, la preda non fugge ma va incontro al cacciatore e, come nelle favole, parla prima che sia lui a farlo.
Ha una voce pastosa, piena di suoni stranieri. Ma, pur emettendo quellaria diversa, le sue labbra si muovono nel modo domestico che la genetica gli ha indicato.
Marianna guarda quelle labbra, incantata dalla perfezione con cui replicano chi le ha generate.
Luomo ne avrebbe da raccontare, ma per ora si limita a dire di se stesso che scende dalla nave che da Livorno sbarca a Terranova. Si descrive al vecchio come un uomo pi giovane dei suoi anni, un giovane lungo, allampanato, con la pelle chiara, lo sguardo concentrato. Si descrive svettante tra la povera gente che lo circonda e cosi descrive quanto gli sta attorno: famiglie con pochi bagagli che guadagnano la banchina, soldati senza mostrine e senza scarpe, bambini radunati da suore o crocerossine. Lo sa bene che chi sbarca in Sardegna quel giorno ha un inferno terribile da lasciarsi alle spalle. Lultimo orrendo rigurgito della guerra in atto ricrea lApocalisse in terra.
Cosi questuomo solo, fuggito dalla terra devastata, racconta della promessa fatta a sua madre: se lei fosse morta avrebbe dovuto cercare la famiglia di suo padre. Lei, dal canto suo, promise a lui che dove andava non avrebbe patito fame e freddo...
Perci, dice, appena sceso dalla nave si reca sicuro alla Capitaneria di porto per chiedere notizie su come si possa raggiungere Nura, che  il posto dove ancora vive chi  rimasto della famiglia di suo padre.
Al vecchio mostra i documenti come aveva fatto allufficiale di turno della Capitaneria di porto: Chironi Vincenzo, di Chironi Luigi Ippolito e Sut Erminia, Cordenons 15 febbraio 1916, paternit legalmente riconosciuta con atto notarile stilato il 6 Maggio 1916 presso lo Studio Notarile Plesnicar di Gorizia.
Poi, poi fu tutto chiaro. Doro e porporina, prezioso come il pi prezioso dei segreti. Poi. Che sempre il poi ci attende mascherato nellostinazione precaria dellora. Nella brillantezza delloro. Nella densit liquorosa della preinfanzia. Quando ancora non siamo presente, ma condizionale. Adatti a ogni tempo, subiamo il cielo completo di unesistenza in prova, subiamo ogni singolo istante di secoli. Che poi siamo gi qualcosa fuori dallarbitrio delle possibilit. E ancora vortica il ciclo segreto delle precariet. Proprio quando tutto sembra immobile, stabile di una stabilit complessa, proprio in quel momento, quando lequilibrio pare immortale, quando pare che la stasi abbia preso il sopravvento, allora sinsinua il tarlo dellincertezza, lansia sottile della durata, langoscia del tempo. Nella precariet dellequilibrio frontale c una storia che non  stata raccontata. Si. Nella specificit di un senso compiuto permane lirrealt. Una porzione di verit che non ha parole per esprimersi. Alla stregua di una grande natura morta che  tempo fissato, incollato alla tela, sottratto al divenire. Soltanto nellattesa, soltanto nellattesa ci si pu conciliare con quelliconica fissit. Aspettandosi che il calice cada, che quel cristallo, finalmente, si frantumi...
E la fine non  una fine.
...
FINE.
....
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...
 una storia inventata, ma anche vera. Appena posso la ricomincio da capo.
Ringrazio Giancarlo Porcu per laffetto discreto e la costanza. Marco Peano per la sollecitudine nel dimostrarmi che dietro ogni scrittore ci deve essere almeno un ottimo lettore. E, senza dubbio, ringrazio Dalia Oggero e Paola Gallo, stupefatto con me stesso per non averlo mai fatto prima pubblicamente.
MARCELLO FOIS.
...
FINE.