VALERIO EVANGELISTI e ANTONIO MORESCO.
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CONTROINSURREZIONI.
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2008. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Valerio Evangelisti, il creatore del celebre personaggio dell'inquisitore Eymerich, e Antonio Moresco, una delle voci pi innovative della letteratura italiana contemporanea. Due autori molto diversi, che si sono scoperti inaspettatamente affini e hanno deciso di unire i loro talenti per esplorare la rivoluzione che  stata l'atto di fondazione del nostro paese e che l'Italia di oggi sembra aver dimenticato, se non addirittura tradito: il Risorgimento. Nelle due storie che vengono qui presentate, una ambientata negli ultimi giorni della Repubblica Romana del 1849, l'altra che coinvolge nella sua trama l'anno cruciale 1848, Evangelisti e Moresco fanno rivivere l'odore, il rumore, il colore delle lotte per l'indipendenza italiana. Eroismi folli, lampi di ferocia, lunghe attese in barricata, feriti rantolanti, malinconia, paura, amore: una verit fatta di carne e sangue che lo storico, vincolato ai criteri della metodologia, non pu permettersi, e che solo la narrativa pu restituire.
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GLI AUTORI.
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Valerio Evangelisti (Bologna, 1952), dopo avere pubblicato volumi e saggi di storia, si  dedicato interamente alla narrativa. Nel 1994  uscito il suo primo romanzo, Nicolas Eymerich, inquisitore, che ha vinto il premio Urania. Per Mondadori sono seguiti altri otto romanzi del ciclo di Eymerich. Per Einaudi ha pubblicato Metallo urlante (1998) e Black Flag (2002). Le edizioni L'Ancora del Mediterraneo hanno pubblicato sue raccolte di saggi critici, di cui l'ultima  Distruggere Alphaville (2006).
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Antonio Moresco (Mantova, 1947) ha esordito nel 1993 con Clandestinit cui sono seguite numerose altre opere. Il romanzo Gli esordi (Feltrinelli 1998) lo consacra quale punto di riferimento nella scena letteraria italiana, una posizione poi confermata da Canti del caos (parte I, Feltrinelli 2001; parte II, Rizzoli 2003). Nel 2001 ha organizzato con Dario Voltolini un incontro-confronto tra intellettuali da cui  scaturita l'antologia Scrivere sul fronte occidentale (Feltrinelli). Nel 2003  tra i fondatori del blog collettivo Nazione Indiana, da cui esce nel 2005 per fondare con altri la rivista Il primo amore.
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CONTROINSURREZIONI.
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Indice.
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La controinsurrezione. di Valerio Evangelisti
L'insurrezione. di Antonio Moresco
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Fine Indice.
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Nota dell'autore.
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Questo piccolo libro nasce da una serie di combinazioni, di affinit e di sfide. Le combinazioni sono facili a riassumersi. Io e Antonio Moresco ci incontriamo per la prima volta, dopo esserci lanciati segnali da lontano, in una libreria bolognese. Gi prima la simpatia era istintiva. Antonio, che avevo cominciato a leggere tramite amici comuni (Tiziano Scarpa, Dario Voltolini e altri), pratica una narrativa in apparenza lontana anni luce dalla mia. Letteratura "alta", secondo la definizione corrente, dunque contrapposta a romanzi come i miei, "di genere" e "popolari".
Tuttavia Antonio ha una caratteristica - unica nel campo letterario nazionale - di derivazione leopardiana, per facile da accostare alla visione parallela di scrittori del genere fantastico che la critica trascura. Di continuo, la narrazione nelle sue pagine si fa cosmica, totalizzante. Una vicenda individuale viene a sorpresa inquadrata in un contesto universale, e la musica di sottofondo diventa - senza contraddizioni - quella di galassie vorticanti, di sistemi planetari che si scontrano, di nebulose aleggianti leggere come mastodontiche farfalle, di esplosioni stellari di portata immane.
Il microcosmo che si riflette nel macrocosmo, come intuito
dalla Tabula smaragdina di Ermete Trismegisto, e confermato in tempi recenti dalla meccanica quantistica. Per cui ogni atto ha riflessi impensabili, e non  che l'epifenomeno di una realt insondabile infinitamente pi profonda.
Non c' dubbio, per me: la prosa di Antonio Moresco  l'antitesi del minimalismo. E non c' nemico peggiore del minimalismo, per chi pratichi certa letteratura di genere, come la fantascienza.
Poi, un altro motivo di vicinanza: il radicalismo politico. Provenienti da esperienze molto affini nell'ambito della sinistra antagonista e antiistituzionale italiana, io e Antonio conserviamo di quell'esperienza uno sguardo molto critico sul "sistema". Non in una luce politica, o peggio ancora ideologica. Meno che mai partitica. Piuttosto, se occorre una definizione, direi "etica". Chi  per la guerra, comunque si collochi, sta su un versante diverso dal nostro e ci ripugna. Chi pratica la discriminazione razziale ci  nemico. Chi invoca l'egoismo economico suscita in noi disprezzo, senza problema di compagini elettorali. Chi auspica soluzioni autoritarie ai problemi del vivere civile non ha con noi alcun contatto. Sono altrettanti difetti "cosmici" da correggere, perch non riflettono un macrocosmo tumultuoso ma ordinato.
Simile postura ci ha procurato gli stessi nemici. Antonio Moresco  stato accusato nientemeno che di "fascismo", e i miei lettori sono stati esortati a salire in montagna, alla maniera dei vecchi partigiani: dunque, fascista anch'io. Le nostre credenziali invero sono note, e non vanno esattamente nel senso indicato da chi recensisce testi senza essersi dato la pena di leggerli.
Ulteriore affinit, Antonio denuncia da tempo una "restaurazione", che investe l'ambito culturale come ogni altro.
Non solo sono d'accordo, ma trovo il giudizio fin troppo generoso.  uno tsunami di squallore quello che si  abbattuto sulla societ italiana, sommergendo cultura, politica, vivere civile (andrebbe riletto un vecchio e prezioso scritto di Wilhelm Reich, Ascolta, piccolo uomo). Ci  uno dei motivi che ci hanno indotti a esplorare rivoluzioni passate, cercandone pregi, limiti e il perch siano fallite. Una l'avevamo sotto gli occhi, per quanto invisibile: il Risorgimento. Il motivo dell'invisibilit stava nella stessa iniziale maiuscola della parola. Quando si mette la maiuscola, si d avvio a un processo di imbalsamazione. Si pensi alla parola "Resistenza", avviata da tempo a identico destino.
Antonio aveva nel cassetto un racconto concepito per essere trattamento cinematografico: L'insurrezione. Riguarda un anno cruciale, il 1848.  stato lui a propormi di completarlo con un racconto lungo ambientato nello stesso periodo storico, naturalmente informe stilistiche differenti e a me congeniali. La riflessione comune era che il Risorgimento  stato trattato dal cinema in forme sovente poco felici, per non dire peggio (personalmente, fra i tentativi recenti salverei solo quello dei fratelli Taviani, mentre condannerei senza appello certi orribili adattamenti televisivi), e pressoch ignorato dalla letteratura dei nostri anni.
Ha funzionato anche in quel caso, temo, la maledizione ded'iniziale maiuscola. Il Risorgimento  divenuto tanto "ufficiale" da non esistere nemmeno, se non in un'iconografia tanto onnipresente quanto neutra, fatta di statue e di cimeli. Cose di pietra e di metallo, insomma. Inesorabilmente fredde come soprammobili cui non si fa pi caso, tanto sono abituali.
La sfida era rendere nuovamente il Risorgimento oggetto di narrazione, come ai tempi de Il Gattopardo e della prima
parte (la migliore) de Il mulino del Po. Per quel che mi constava, scelsi l'anno seguente a quello trattato da Antonio, vale a dire il 1849 e la Repubblica Romana. Chi ne sa oggi qualcosa? Io stesso ero profondamente ignorante sul tema. Ricordi scolastici vaghi e lontani si raggrumavano attorno a tre nomi facili da tenere a mente grazie alla loro assonanza: Mazzini-Saffi-Armellini. A parte questo, il nulla. Con l'eccezione di Garibaldi che, certo, era stato anche l, come era stato dappertutto. Ma a fare cosa, esattamente?
Fui molto sorpreso dalle prime letture storiche cui mi costrinsi per rendermi padrone dell'argomento. Lo stile era enfatico, pregno di retorica, vagamente dannunziano. Poi, leggendo in quarta di copertina il nome dell'accademico di turno, scoprivo che aveva fra i trenta e i quarant'anni. Come se il tema stesso obbligasse a soluzioni stilistiche viete, a enfasi ritenute ovvie. La storiografia risorgimentale specializzata, mi  parso di capire, obbedisce ancora a veti eretti durante il fascismo. Del resto, in quei racconti, si parla di guerre, ma la sensazione era che non fosse stata versata una sola goccia di sangue. Morti asettiche, come nei film western americani fino agli anni Sessanta.
Per fortuna esistono memoriali, non facili, oggi, da reperire. La bella guerra di Da Quarto al Volturno, l'epopea garibaldina ufficiale raccomandata alle scolaresche di un tempo, scompare, mentre emergono eroismi folli alternati a lampi di ferocia, lunghe attese in barricata con il fucile tra le mani e feriti rantolanti che nessuno pu soccorrere. Carne e sangue, malinconie e paure.
Il 1847 e il 1848 non videro scontri diversi da quelli di oggi. Gruppi di giovani idealisti, organizzati per bande, con uniformi e bandiere fantasiose, infliggevano e subivano morti
atroci, guidati da condottieri che avevano un vero culto della baionetta, di cui il fucile non era che sostegno secondario. Scontri crudeli, con eco di urla. Corpi squarciati, mutilazioni orribili. Una verit, propria di ogni guerra, difficile da scorgere in eroi trasformati in statue, fissati nelle pose enfatiche di un bronzo gelido quanto il piedistallo di marmo che lo sorregge.
Chi guarda, oggi, effigi di uomini baffuti e barbuti che, in pose plastiche, puntano la baionetta, o, se di rango, fissano da cavallo un destino lontano? Questi simulacri ci circondano quotidianamente, eppure non li vediamo nemmeno. Il Risorgimento ha subito la stessa sorte.  onnipresente, eppure non esiste. Non ci d n stimoli n riflessioni.
L'Italia, quale paese unificato, ha poco meno di un secolo e mezzo di vita. Una data anagrafica molto giovane, in contesto europeo. Siamo a lungo stati pirati, capitani di ventura, tenutari di feudi minuscoli, frammenti di identit. Quando finalmente ci  stata concessa una bandiera, si  trattato di un'imitazione della bandiera francese, con il verde al posto del blu.
 col Risorgimento che, bene o male, riconosciamo comuni radici. Sappiamo oggi che il processo  stato ambiguo, distorto, greve di fraintendimenti, come ogni rivoluzione. A lungo si  parlato di "due Italie", adesso ne abbiamo quattro o cinque.
Per individuare le falle non servono monumenti che nessuno vede, n rivisitazioni storiche altrettanto ignote alla maggioranza. Solo la narrativa pu restituire, in parte, il sapore di ci che accadde. Gli odori, i colori: una verit che lo storico, vincolato a criteri quantitativi e a valutazioni asettiche, non pu permettersi. Lo stesso Garibaldi dovette rendersene conto se, in un momento della sua vita, inizi a comporre romanzi faticosi, infidi perch minati dal tarlo autobiografico. Per  significativo che rinunciasse ai memoriali. Le sue memorie le affid ad Alexandre Dumas, poco credibili ma almeno colorite.
Il protagonista di un evento intuiva che un letterato avrebbe potuto ricostruire non i fatti, ma l'atmosfera. Un clima esistenziale che, nello storiografo, a meno che non si chiamasse Michelet, si sarebbe dissipato.
Per questo  triste che il Risorgimento interessi cos poco gli scrittori odierni, in parte persi, come il nostro cinema, in divagazioni di valore variabile, ma di corto raggio. Questo
libriccino non  sicuramente la soluzione a un problema che lo sovrasta, per  nelle sue intenzioni rappresentare uno stimolo. Ogni mese si inventa un "giorno della memoria", con oggetti ora nobili, ora fasulli. Dove la memoria collettiva viene meno  sull'atto fondativo del paese in cui viviamo, nei suoi beni e nei suoi mali.
Certo nel 2008, anniversario delle barricate di Milano, avremo occasionali rievocazioni, proposte di testi in edicola che molti comperano e nessuno legge (ce ne sono gi), autorit che parlano a vuoto, rigidit di corazzieri di fronte a tombe dal contenuto ignoto ai pi. Magari -  l'ipotesi peggiore - repliche di sceneggiati a puntate destinati a perdersi, nella loro inconsistenza e nella fiera dei buoni sentimenti, nel gran vacante televisivo.
Andr cos persa la vivacit sovversiva dei fatti d'arme - cruenti pi di quanto non si creda - che ci hanno fatto nazione. Sfumer la fruibilit cinematografica, messa in rilievo dal taglio del racconto di Antonio, di una vicenda in cui "pensiero e azione" si incontravano in forme che Mazzini non poteva nemmeno sospettare, e avevano risonanze lontane a lui ignote. Caler il sipario su un grande momento teatrale che, dietro le quinte,  proseguito fino ai giorni nostri.
Tempo un anno, il Risorgimento torner a essere santino, da accettare con prona devozione o da ignorare in nome di una sana e incongrua laicit.
Solo gli scrittori potrebbero rianimare il Risorgimento, e farlo uscire dal sacello, simile alla ghiacciaia di un frigorifero, in cui  rinchiuso. Conservato bene, per freddo freddo.
Valerio Evangelisti.
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Controinsurrezioni.
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Il frate benedettino era smunto, magrissimo, col viso pallido chiazzato di macchie giallastre. Doveva essere giovane, ma la tonsura lo invecchiava, e cos la barba quasi grigia, cresciuta nei due mesi di detenzione nei sotterranei del convento di San Calisto. Ogni tanto tossiva, lanciando grumi di catarro. La sua tonaca puzzava, imbrattata com'era di lerciume.
Il maggiore Callimaco Zambianchi lo accolse sotto il portico che delimitava il chiostro con fare compito. Abbozz anche un inchino. O forse il piegamento della gamba fu dovuto alla dolorosa ferita al piede che l'ufficiale aveva riportato nella battaglia di Chiusi, durante l'avvicinamento a Roma della Legione Italiana.
Fraticello mio, reclamavate una boccata d'aria. Ora l'avrete. Per di pi siete fortunato:  una magnifica giornata estiva. In nessuna parte d'Italia la fine di giugno  bella come a Roma.
Il religioso si guardava attorno, stordito e incantato. Forse dimentic persino la fame. Era chiaramente attratto dalla fontana
posta al centro dei vialetti che intersecavano i piccoli orti del chiostro. Probabilmente aveva anche sete. Non rispose nulla.
Zambianchi continu, sornione: Mio buon frate, non siate timido. Passeggiate come meglio vi aggrada, sgranchitevi le gambe. Andate alla fontana, se volete. Nessuno ve lo impedir. Non  vero, ragazzi?.
Il maggiore si rivolgeva ai suoi uomini, che cercavano di nascondere l'ilarit montante. All'ombra del portico, erano una quindicina. I pi indossavano la divisa dei finanzieri, il corpo cui apparteneva Zambianchi, col caratteristico copricapo tondo. C'erano per anche volontari della Legione Manara, distinguibili dalle piume alla bersagliera sul cappellaccio di foggia calabrese, e un garibaldino con la camicia rossa. La Repubblica Romana non era avara, in fatto di uniformi. Se ne contavano, nell'esercito difensore, oltre trenta diverse, e un numero uguale di vessilli.
Avanti, padre, camminate e respirate a vostro agio. O preferite ritornare in cantina?
Di fronte alla minaccia, il benedettino si avvi. Barcollava un poco. Nella cella preti e frati prigionieri erano cos stretti che si sdraiavano a turno per dormire. Quanto a camminare, nei loculi in cui erano sepolti, non era nemmeno pensabile.
Appena Zambianchi vide che il religioso incespicava verso la fontana, gli occhi accecati dal sole che inondava Trastevere, si gir verso i suoi. Chi tira per primo? Badate, voglio un colpo solo ma preciso. Non abbiamo munizioni da sprecare.
Il garibaldino mostr il lungo schioppo a cui si era retto fino a quel momento. Ci hanno dato armi scadenti, maggiore. Difficile cogliere un bersaglio distante con un unico sparo.
A quel punto, il conte Lanzoni decise di farsi avanti. Io ho un Mini preso ai francesi. Ho maggiori probabilit.
Zambianchi, pur sorridente, sollev un sopracciglio: Cos parti avvantaggiato, Giovanni... E va bene, comincia pure. Se non riesci, un altro seguir.
Giovanni Lanzoni era un garibaldino pure lui, ma non indossava la camicia rossa. La sua tenuta era quella dei Lancieri della Morte al comando del colonnello Masina: un kepi rosso, con piuma di crini di cavallo, e un mantello bianco con cappuccio. Su quest'ultimo era ricamato un teschio, visibile quando lo si abbassava sulla fronte.
Lanzoni non lo avrebbe mai confessato a nessuno. Il suo offrirsi volontario derivava da una vaga piet verso il piccolo frate. I due religiosi fucilati in precedenza, nel cammino verso la fontana e verso la morte, non erano caduti al primo sparo. Uno, ferito alla gamba, si era contorto al suolo come un insetto in attesa di essere schiacciato. Il colpo di grazia, sparato da Callimaco Zambianchi in persona, aveva messo fine alle sue convulsioni. Il secondo, ferito solo di striscio, era schizzato verso l'edera che copriva un tratto di muro. I ramoscelli non lo avevano sorretto. Raggiunto alla colonna vertebrale da una pallottola, era ricaduto piegato in due, come una marionetta spezzata all'altezza dei fianchi. L'agonia era stata breve.
Desideroso di non rivedere quegli orrori, Lanzoni prese con scrupolo la mira. Il benedettino, nel suo cammino incerto verso la fontana, si era arrestato. Esaminava una macchia di sangue scoperta fra le lastre di pietra del sentiero che attraversava gli orti. Quando il proiettile di Lanzoni gli trapass il torace, ebbe una reazione buffa. Si raddrizz, mulin le braccia e corse alla fontana. Vi immerse il viso e met corpo, macchiando di sangue acque non troppo limpide. Difficile dire se fosse morto fucilato o annegato.
Indifferente al quesito, Zambianchi batt sulle spalle di Lanzoni. Bravo, conte! Al primo colpo. Adesso, per, proviamo su un altro frate. Si tratta di capire se l'abilit  vostra, o se parte del merito va al fucile. Prov a sorridere, ma il dolore lancinante al piede glielo impediva. Gli occhi, invece che allegri, erano pieni di lacrime. Ci li rendeva foschi.
Lanzoni non ebbe il tempo di rispondere. Un fragore infernale, dalle parti dell'Isola Santa, annunci che l'artiglieria francese aveva ripreso a bombardare. Un paio di proiettili di mortaio caddero entro il chiostro. Alcuni esplosero fuori della cinta.
Lanzoni decise che quello era il momento per separarsi dagli uomini di Zambianchi e ricongiungersi ai Lancieri della Morte, se esistevano ancora, oppure porsi direttamente agli ordini del colonnello Garibaldi (chiamato dai suoi uomini generale, sebbene i triumviri lo avessero abbassato di grado).
A una nuova esplosione di mortaio, presso la fontana, Lanzoni corse con altri all'interno della chiesa di San Calisto. Perse il Mini, che gli sfugg dalle dita. Aggir l'altare imbrattato di escrementi e apr una porticina che conduceva all'esterno.
Il bombardamento di Trastevere stava sortendo i suoi effetti. I colpi erano radi, per precisi. Alcune casupole si erano afflosciate in cumuli di mattoni e di travi spezzate. Gruppi di popolani sciamavano in mezzo alle macerie senza meta apparente. Donne urlavano  si coprivano i capelli con le mani, come se ci avesse potuto proteggerle. Un vecchio inebetito se ne stava su una seggiola, di fronte all'ingresso di un'osteria, e contemplava lo spettacolo ridendo. Si versava vinello bianco da un grosso fiasco.
Lanzoni si rese conto di non sapere dove andare esattamente. Scorse un manipolo di uomini del volgo con la coccarda tricolore, armati di bastoni, tridenti e pistole. In mancanza di meglio vi si aggreg.
Fu accolto tacitamente. Stavano cercando di lasciare Trastevere. Forse, grazie a loro, era possibile raggiungere Porta San Pancrazio. L Garibaldi, secondo le ultime notizie, doveva essere attestato. Il capo del gruppetto si chiamava Valeri. Parlava veneto e indossava la camicia rossa. I suoi uomini si rivolgevano a lui con l'appellativo di tenente. Lanzoni non lo aveva mai visto prima.
Erano gli ultimi giorni del giugno 1849, oltre a Roma si bombardava Venezia. Ambedue le repubbliche stavano morendo.
Il tenente Valeri si muoveva a suo agio, tra i vicoli di Trastevere. I suoi uomini anche. Costoro non indossavano uniformi, la coccarda appuntata sul giubbotto ne faceva le funzioni. Una sorta di istinto li induceva a porsi al riparo un istante prima che un ordigno scoppiasse nelle loro vicinanze. Non li proteggeva, invece, dalle nubi di fumo e polvere che si levavano a ogni esplosione. Molti tossivano. Gli altri cercavano di respirare nei fazzoletti, al collo o in tasca.
Entriamo qui! url Valeri. Indicava il portone di una casa a due piani. So chi ci abita. Ci rifugeremo nella loro cantina!
Il battente era semiaperto. I combattenti lo spalancarono e si precipitarono all'interno. Lanzoni pot vedere i commilitoni che sfilavano davanti a lui, sgomitando per entrare. Avevano l'aria di farabutti, come Valeri del resto. Nulla in comune con i profili aristocratici dei Lancieri della Morte o della Legione Manara. Una componente dei difensori della Repubblica Romana non coincideva affatto con gli eroi immacolati pretesi da Giuseppe Mazzini, capo del triumvirato che si sforzava di reggere una citt ingovernabile.
Illuminata dal sole che penetrava da un lunotto c'era una rampa di scale in salita. Gli armati la ignorarono e si affrettarono verso altri gradini, che conducevano al sottosuolo. Facevano luce lampade da minatore, sorrette da ganci arrugginiti.
Al piano inferiore sorse dal nulla una donna. Era giovane e pettoruta, per un poco sbilenca nella postura. Tra le labbra aveva un sigaro acceso. Un altro appena fumato lo aveva stritolato sotto il tacco di uno stivale, parte del costume quasi maschile che indossava, fatto di una camicia con gli sbuffi e di una redingote sbottonata che le arrivava alle ginocchia.
Non ho altri soldi da darti disse a Valeri. Nemmeno della moneta fasulla che avete coniato.
La donna, dall'accento spiccatamente germanico, aveva una voce catarrosa molto sgradevole. Eppure, con i capelli biondi riuniti sul cranio e gli occhi di un grigioazzurro ignoto fra gli italiani, possedeva una singolare bellezza. La statura colpiva. Le efelidi anche. Accentuavano la sua personalit nordica.
Non siamo qua per i soldi, Babette rispose Valeri. Cerchiamo un rifugio finch dura il bombardamento. Nient'altro.
La giovane non si scost. Ho imparato a non fidarmi di te. Dentro ci sono delle ragazze. Conosco i modi tuoi e dei tuoi uomini. Bada, questa volta non permetter che siano toccate. Col pretesto che sei garibaldino, di donne ne hai avute abbastanza, a Trastevere. Che fossero d'accordo o no.
Valeri alz le spalle. Ho tutt'altro a cui pensare.
Finalmente Babette si fece da parte. Scostata una tenda di un verde sbiadito, i miliziani entrarono. La stanza d'accesso era un salotto a malapena rischiarato da un lume a petrolio. Su un divano sedevano tre adolescenti intente a bere coppe di vino bianco e a raccogliere pezzetti di pesce da una ciotolina. Una prelibatezza, per una citt sotto assedio e ridotta alla fame.
Nessuna delle ragazze era particolarmente bella, tuttavia il loro gruppo eccitava. Sembravano alcune delle suore liberate dai repubblicani, anche contro la loro volont, dai conventi di clausura. Pi probabilmente appartenevano alla folta schiera delle prostitute che si erano votate alla causa di Mazzini. Le pi valorose stavano morendo in uniforme maschile, nella difesa del Gianicolo. Altre si prodigavano negli ospedali, sotto la
tutela di Cristina di Belgioioso, reduce dalle Cinque Giornate di Milano. Le rimanenti offrivano a chi combatteva per la libert il sollievo del loro corpo.
Lanzoni ne riconobbe una, un po' pi graziosa delle altre. In abiti pi pudichi di quelli che adesso indossava, consistenti in una semplice sottoveste e in una camicia maschile slacciata, aveva interpretato un angelo nella grottesca cerimonia messa in scena da Giuseppe Mazzini il giorno di Pasqua. Solitamente era il papa a celebrare la festivit, con grande fasto. In assenza di Pio Nono, il triumviro aveva arruolato un prete losco, tale Spola, e gli aveva fatto indossare paramenti pontifici. Attorno gli aveva fatto collocare cori di prostitute e coorti di mezzi briganti, reclutati un tanto all'ora. Il popolino non aveva notato la differenza e si era perso in festeggiamenti fino a notte tarda. Nell'euforia, tra angeli ubriachi e vergini disponibili, la massa aveva dimenticato i francesi, sbarcati quello stesso giorno a Civitavecchia.
Credo che mi fermer qua disse Valeri, col suo accento veneto. Guardava le ragazze e, senza volere, si leccava le labbra. Uomini, siete d'accordo?
Si sollev un muggito di consenso. Solo Lanzoni alz l'avambraccio. Tenente, se permettete, io vorrei raggiungere la mia compagnia.
Valeri lo fiss con ironia e una traccia di disprezzo. Gi. I Lancieri della Morte. Signorini di buona famiglia, che della Roma autentica non sanno nulla. Andate pure, conte Lanzoni. A voi la gloria, a noi i piaceri carnali.
Babette insorse: Cosa ti sei messo in testa, pezzo di canaglia? Bada che casa mia non  un bordello! Qui
non hai polli da rubare, o ragazze da stuprare! Trastevere ne ha abbastanza di te!.
Mi sono espresso male, madamigella. Valeri finse un inchino. Chiedo rifugio e nient'altro. Per me e per i miei uomini. Mai e poi mai abuserei di giovani sotto la protezione di Babette von Interlaken!
Sicuro?
Hai la mia parola.
Non vale nulla e non me ne faccio nulla. Posso tenerti nascosto qui. Sappi, per, che se tu o uno dei tuoi uomini toccherete me o una delle mie amiche, ti uccider. Sarai anche lo spauracchio di Trastevere, ma io vengo da barricate serie, in Germania. Ho lottato per una cosa chiamata "comunismo". Tu nemmeno sai cosa voglia dire. Molesta una sola delle mie sorelle e ti troverai con una pallottola nel cranio.
Lanzoni aveva seguito la conversazione senza capirvi molto. Alz un dito. Vorrei uscire di qui senza correre troppi rischi. C' chi sa dirmi come?
La ragazza che era stata angelo il giorno di Pasqua si alz dal divano. Vieni con me, lanciere. Le nostre cantine confinano con altre. Ti coprirai di ragnatele, ma poi sarai al sicuro.
Lanzoni, senza salutare i soldatacci che lo avevano accompagnato, segu la giovane. Attraversarono una cucina lurida e imboccarono una porticina, rischiarata da una lampada a olio. La ragazza prese la lampada e la tenne alta, mentre scendevano una rampa di gradini irregolari. Le cantine erano un labirinto.
Come ti chiami, lanciere?
Giovanni. Giovanni Lanzoni. E tu?
Sara. Sono ebrea. Magari lo avevi capito.
No. Da cosa avrei dovuto capirlo...? Anzi, se non mi inganno di grosso, credo di averti vista durante una funzione cristiana.
Le scale erano finite, e si trovavano in un corridoio alto e stretto. Sara alz le spalle. In qualche modo, il governo repubblicano andava ricambiato. Di noi ebrei ha fatto dei cittadini a pieno titolo. Sotto il papa eravamo gente da umiliare in tutti i modi. Si andava dalle tasse alle violenze dirette. Mazzini, Saffi e Armellini sono stati governanti pessimi. Per qualcosa hanno ottenuto.
E se la Repubblica cade? chiese Lanzoni. Gettava sguardi alle celle ai lati del passaggio, immerse nell'oscurit. Tornerai a fare la prostituta?
La giovane si volt, severa. Mai stata prostituta. Donna libera, questo s. Mazzini lo teorizza. Di fatto, siete voi combattenti che ci trattate da puttane, nobildonne a parte. Per esempio il vostro Valeri. Crede lo stupro un modo per convertire le donne alla causa repubblicana. Invece la fa odiare.
Valeri si finge garibaldino, ma non lo . Lanzoni era in serio imbarazzo, e cercava parole plausibili. Uscito di qua, cercher il generale... il colonnello Garibaldi, e lo informer. Per come lo conosco, da quel momento Valeri rischier la vita. Peggio ancora se mi imbatto in Nino Bixio, che su certe cose  un cane idrofobo. Stai tranquilla, Sara. Avrai la vendetta che meriti.
Lei fece per la seconda volta spallucce. Aspetto fatti concreti. Da quando i francesi sono entrati in citt, voi
repubblicani mi sembrate tutti impazziti. Alla fine del corridoio, Sara mostr una scala in salita. Monta di l. Ti troverai fuori Trastevere.
Dove, esattamente?
Non lo so, non ho mai avuto motivo di salire. Ma fidati, so che la scala porta in un altro quartiere di Roma. Certo, non ti dico che sarai al sicuro...
Lanzoni fiss la ragazza. Non era particolarmente bella, per emanava una sorta di calore che la rendeva attraente.
Quando tutto ci sar finito, torner a trovarti.
Quando tutto ci sar finito, tu sarai in fuga tra i monti, e io torner a essere un'ebrea. Vittima di ogni ludibrio deciso dai preti.
Lanzoni la baci su una guancia e sal i gradini.
Il Vascello, una villa splendida, costruita su un falso scoglio, era un ammasso di ruderi. Lanzoni corse l tenendo stretto ai fianchi il mantello bianco, come se temesse di perderlo. Cap che piazza San Pancrazio non era pi in mani garibaldine, e che forse anche Villa Corsini, detta "il Casino dei Quattro Venti", era perduta.
Da ogni finestra dell'edificio diroccato si sparava sulle truppe nemiche. Nessuno, ovviamente, punt il fucile su Lanzoni. Anzi, una mano amica lo aiut a scalare le macerie. Esplodevano obici ogni due minuti, la grandine di pallottole era continua. Fumo e polvere strangolavano i polmoni.
Benvenuto alla morte sicura disse il militare della Legione Italiana che aveva aiutato Lanzoni a salire. I
lancieri di Masina sono merce rara. Non so nemmeno se il vostro capo sia vivo o morto. Penso morto, come tanti. Tu come ti chiami?
Conte Lanzoni. Giovanni Lanzoni. Da Ravenna.
L'altro rispose con una smorfia. Conte. Qua i nobili si sprecano. Povero Pisacane, che si ostina a sognare una rivoluzione popolare.
Lanzoni si impett. Bada che io facevo parte dei Sublimi Maestri Perfetti. Il mio casato l'ho rinnegato da un pezzo. Da quando ho aderito alle idee di Buonarroti, e al programma di Babeuf.
Bravo, per adesso vieni dentro. Se resti col culo fuori, prima o poi te lo forano.
Lanzoni si lasci trascinare entro uno squarcio che un colpo di cannone aveva aperto nella villa. Chi l'aveva aiutato era uno dei rari Dragoni romani, l'unica compagnia autoctona, fra tante, che cercava di difendere il Vascello.
Mentre riprendeva fiato, guard il dragone. Era sicuramente un uomo del volgo, lo si capiva dall'accento. Aveva capelli ricciuti e una traccia di barba. Portava, dell'uniforme dei Dragoni, solo la giacca, aperta su brache attillate non d'ordinanza, strette in vita da una fascia rossa. In pugno stringeva uno schioppo anonimo, di quelli usati in campagna per la caccia alle lepri. Non tirava colpi, per il momento. I proiettili del nemico grandinavano a raffiche distanziate, per regolari.
Mi chiamo Eugenio, signor conte disse il popolano, mentre cercava di ricaricare la sua arma. Eugenio Petrelli. Forse ha ragione Garibaldi, quando dice che un fucile serve solo da supporto alla baionetta. So
bene che i miei spari non contano nulla. Le fucilate, da qui, sono puro teatro.
Chi  il nemico? chiese Lanzoni. Francesi? Austriaci? Spagnoli? Napoletani?
Petrelli sput verso l'esterno del ridotto. E chi lo sa? Francesi, penso. Bei figli di una troia, quelli. Sono arrivati a Roma senza un alleato preciso, tanto per "riportare la pace", dicevano. La loro pace se la possono ficcare nel buco del culo. Vengono da una repubblica, per stanno con i papalini.
Finalmente pronto, Petrelli sporse la canna dello schioppo e spar. Il frastuono fu assordante; il sussulto della spalla, premuta dal calcio, da slogatura. Mentre il fumo si diradava, il romano mostr l'arma, dalla canna divenuta rovente.
Ecco, noi dovremmo reggere al fuoco degli assalitori con simili arnesi. Ha ragione Garibaldi, meglio la baionetta. Fortuna che i francesi ci sparano in maniera regolare. Prima fila che fa fuoco e si mette in ginocchio. Poi seconda fila.
A conferma delle parole di Petrelli, altri proiettili si abbatterono sibilando sulle pareti del Vascello, scheggiandone porzioni. Lanzoni si gett a terra, ma diverse palle fischiarono poco lontano. Gli assedianti dovevano avere fucili buoni, a lunga gittata. Pochi istanti dopo rombarono i cannoni. Un pezzo di muro vol via. Lanzoni, avvolto da una nube di pulviscolo rossastro, fu costretto a tossire.
Tu fumi troppo, conte osserv Petrelli con filosofia. Stava caricando il suo schioppo con tutta la pazienza del caso. Da dove vieni? Cos'hai fatto finora?
Sono stato a San Calisto, aggregato a un certo Zambianchi. Non combatteva, piuttosto fucilava preti e frati. Non so se Mazzini sarebbe tanto d'accordo.
Petrelli sogghign. Non  che importi molto. Adesso comandiamo noi della canaglia. Non ci hanno lasciato fare la repubblica, i signori preti? Be', adesso  ora che paghino. Credo che non ci sia una chiesa intatta in tutta Roma.
E questo lo trovi giusto? Io no. Il prete Ugo Bassi sta con noi, e non  il solo. Garibaldi ha assistito dei frati che rischiavano di morire di fame.
Petrelli torn a imbracciare la sua arma e a spiare le linee nemiche. Pessima idea. Tu, conte, non sai cosa accade fuori Roma. Quelli ci stanno fucilando in massa. Intendo preti, austriaci, spagnoli e francesi. Nei campi ci sono pi cadaveri che piante di carciofo.
Il popolano spar. Nuovo fumo e un fragore degno di un cannoncino. Subito, i colpi di risposta.
Petrelli si ritrasse in fretta. Col cazzo che ho colpito qualcosa. A ogni tiro mi faccio pi male io di loro. Lanci una bestemmia. E tu cosa fai, signor aristocratico? Sembri a teatro. Hai per caso paura di colpire un "Don Pirlone"?
L'allusione era al giornale satirico, fortemente anticlericale, pi venduto in citt. Meno estremista, ma maggiormente diffuso del suo diretto rivale, il Cassandrino Repubblicano. Da quando la capitale era in agonia, quelle modeste imitazioni del Pre Duchesne avevano quasi soppiantato gli austeri organi del triumvirato. Solo l'estremista I Misteri di Roma teneva loro testa.
Non ho un fucile.
Eccone uno l, accanto a una salma. Se frughi la giacca del morto, troverai anche le pallottole.
Petrelli indicava un cadavere distante alcuni metri, morto forse per la parziale caduta del soffitto, che gli aveva schiacciato il torace. Indossava la tenuta che il ministro della Guerra Avezzana aveva studiato per la Legione Italiana: cappotto blu scuro, colletto verde, calzoni turchini con bande. Pi il solito cappellaccio conico, a tese larghe, adorno di piume di galletto.
Lanzoni strapp con ritrosia il fucile, di marca indefinibile, che il morto stringeva fra le dita rattrappite. Canna e calcio erano sporchi di sangue ormai raggrumato.
 una carabina che non vale nulla comment. A San Calisto usavo un Mini. Non c' paragone.
Petrelli rise. Scorda i privilegi del passato, caro il mio nobiluccio. Le armi della Repubblica sono come le sue leggi: inservibili.
Dovettero abbassarsi per via di alcune esplosioni di proiettili di mortaio alla base del loro ridotto. Quando Lanzoni riapr gli occhi, accecati dalla polvere, scorse attraverso lo squarcio nel muro uno spettacolo che lo consol e l'attrasse immediatamente. Esposto al nemico, vide sfrecciare a cavallo Garibaldi in persona, il sigaro tra le labbra e la sciabola alta sul capo. Aveva a pochi passi una donna di colorito bruno e fiera quanto lui, forse Anita.
Seguirono un negro gigantesco e scultoreo, armato di lancia, a disagio in un ridicolo abito borghese, e Nino Bixio, col mantello bianco che gli svolazzava sulle spalle. Come sempre, bestemmiava e imprecava a gran
voce. La truppa di contorno, parte appiedata e parte a cavallo, cercava di non perdere il contatto con i condottieri. Agitava armi di ogni tipo e, di tanto in tanto, malgrado il fiatone, prorompeva in urla cacofoniche:
Viva la Repubblica, abbasso il papa!
Viva Garibaldi! Viva Mazzini e Saffi!
In culo ai pretacci e ai francesi! Abbasso il clero! Viva la libert!
Evviva i Circoli popolari! grid un coro di voci femminili, anche se un poco rauche.
Lanzoni si rivolse a Petrelli:  una sortita. Cosa aspettiamo?.
Il romano abbass le palpebre pesanti. Ne ho gi viste diverse. Tu va' pure. Io ti aspetter qui, con il mio schioppo.
Lanzoni nemmeno lo ascolt. Aveva visto sopraggiungere alcuni Lancieri della Morte, rallentati dalla calca davanti a loro. Avevano abbassato sulla fronte il cappuccio, per mostrare il teschio nero che li contraddistingueva. Corse incontro ai compagni.
Ragazzi, c' un cavallo per me?
No, nessun cavallo rispose un certo Angeletti, marchigiano. E forse non c' neanche alcun nemico.
Lanzoni intese il senso della frase solo pochi istanti dopo. In effetti si vedeva soltanto qualche francese, su una collinetta distante, che batteva in ritirata fra case rurali diroccate. Non c'erano postazioni di alcun tipo. L'assedio era tutto affidato ai fucili a lunga gittata e alla possente artiglieria.
Vigliacchi! Vigliacchi! grid Garibaldi, facendo roteare la sciabola. Il sigaro gli cadde di bocca. Si rivolgeva, rabbioso, ad avversari invisibili, al momento muti. Perch non scendete in campo aperto? Che paura avete di battervi?
La risposta giunse immediata, sotto forma di una grandine di pallottole e di proiettili d'artiglieria. Si sarebbe detto che tutti e settantacinque i pezzi francesi avessero fatto fuoco nello stesso momento. Un albero fu troncato di netto, un'ala intera del Vascello si affoss. Dalle fila dei repubblicani si levarono urla e gemiti. Garibaldi e Bixio trascinarono la loro piccola armata attorno alla villa, fino a metterla al riparo.
Lanzoni prov a correre dietro ai compagni, ma era stanco e non reggeva il passo. Fin per arrampicarsi di nuovo fino al buco nel muro presidiato da Petrelli.
Il popolano sghignazz. Ogni tanto Garibaldi esce a cercare lo scontro glorioso, e regolarmente resta deluso. Non che manchi di coraggio: l'ho visto battersi come un leone a Villa Pamphilj, il 30 aprile. Non  tipo da mandare avanti le truppe e rimanere nelle retrovie. Solo che i francesi sono furbi. Si sono attestati sulle mura che corrono dal Vaticano a Porta Portese, a destra del Tevere. Si affidano alla superiorit delle loro armi. Non vogliono uno scontro diretto.
Non ci vedo una grande astuzia comment Lanzoni, molto acido. Il tono disincantato del romano cominciava a urtarlo.  da due mesi che sono bloccati l.
No,  da due mesi che noi siamo bloccati qui. Ci rubano ogni giorno una fettina della citt e la fortificano. Nessuno pu pi sperare di riconquistare Villa Corsini. Inoltre annaffiano di bombe i quartieri dove vive la
gente, a distanza. Hai visto tu stesso come  ridotto Trastevere.
Garibaldi ha ragione, sono dei vigliacchi.
Il fatto  che hanno avuto il loro '48 e non vogliono ripetere l'esperienza. Niente pi lotta di strada, barricata per barricata. Prima si demolisce una citt, poi, quando  esausta, la si prende. Il tuo Garibaldi sar anche un genio, ma almeno su un punto si  sbagliato di grosso: se c' una cosa inutile, qui,  la baionetta.
I due interlocutori avevano ormai fatto l'abitudine alle esplosioni continue e alle demolizioni. Solo di tanto in tanto si scostavano per schivare docce di schegge. Non pensavano nemmeno pi a sparare. Petrelli aveva anzi tirato fuori una pipetta, che caricava con calma.
A Lanzoni quella discussione riport alla mente i violenti diverbi tra Pisacane, Mazzini e Garibaldi, cui gli era capitato di assistere quando la Repubblica pareva ancora vittoriosa. Carlo Pisacane, presidente della commissione di Guerra, era per affrontare i francesi e i loro alleati fuori Roma, meglio se verso Terni o Foligno. Mazzini propendeva per una resistenza nella sola capitale, affidando la strategia alla politica. Contava molto sull'insurrezione parigina progettata dai giacobini di un certo Ledru-Rollin, di cui poi non si era saputo nulla. Garibaldi era l'uomo degli scontri titanici e delle sortite gloriose. Forse, dei tre, la ragione pendeva dalla parte di Pisacane, ma ormai era tardi per affermarlo.
Petrelli trasse dalla pipa qualche sbuffo di fumo. Io penso che abbiamo le ore contate, nell'ipotesi migliore i
giorni. Dopo, vedrai che voltafaccia far il popolo romano. Adesso dobbiamo tenerlo a freno perch non ammazzi tutti i preti. Quando la citt sar francese, saremo noi a dover temere. Ammesso che saremo ancora vivi.
Il popolo ha avuto dalla Repubblica pi di quanto si aspettava. Prestiti forzosi ai ricchi, opere caritatevoli... Adesso si sta per firmare una costituzione favorevole alla plebe pi di ogni altra.
Gi, la costituzione... L'ilarit di Petrelli si limit a una contrazione delle labbra. Non poteva scoppiare in una risata aperta perch aveva preso a pipare in fretta, per alimentare la fiamma. I suoi occhi neri, per, scintillavano di ironia.  meglio che non ti anticipi nulla, vedrai tu stesso... Toh, hanno smesso di sparare e di demolirci il tetto.  ora che spariamo noi.
Lanzoni scosse il capo. No, ne ho abbastanza di battermi per finta.  tempo che io cerchi il mio comando, se esiste ancora. Indic una scala rimasta intatta. Credi che da quella parte raggiunger Garibaldi o Masina?
Penso di s. Se non loro, altri capi. Abbiamo condottieri in abbondanza. Lanzoni si avvi alla scalinata.
Mentre saliva, Petrelli gli domand: Di dove sei, conte?.
Di Ravenna. Dei paraggi di Ravenna. Ma naturalizzato romano.
Ovvio: per poter votare. Io invece non ho votato, non avevo il censo per entrare nelle liste. Per non mi importa un fico. Buona fortuna, Lanciere della Morte! Il popolano agit la pipa.
Buona fortuna a te!
Profittando della calma momentanea, Lanzoni sal i gradini a due a due.
Era una bella fortuna, per Lanzoni, avere ritrovato un amico vero. Conosceva Giovanni Costa come pittore di talento. Gli era stato presentato, pochi giorni dopo l'arrivo a Roma, da un altro artista, il milanese Gerolamo Induno. Induno stava combattendo chiss dove, mentre Costa si occupava degli ospedali e dei feriti. Oltre alla virt di essere pittore aveva quella, preziosa sul serio, di essere romano, e dunque capace di far da guida in una citt che, agli occhi di un ravennate, appariva sterminata e labirintica.
Lasciarono assieme il Vascello, mangiarono e dormirono presso una nobildonna repubblicana, amante occasionale del deputato bolognese Quirico Filopanti (il pi giacobino tra i costituenti). La mattina successiva si avventurarono per le vie di Roma. Passeggiarono dalle parti della Cinta Aureliana, ancora in mani sicure. Le strade erano ingombre di barricate. A volte avevano gruppi sparuti di difensori, al momento ancora addormentati. In altri casi erano abbandonate a se stesse. Quell'angolo di Roma, sotto il sole ancora basso nel cielo, era bellissimo.
Ho problemi seri con la mia famiglia stava dicendo Costa. Tutti reazionari della pi bell'acqua. Mia sorella Angela ha addirittura promesso di sposare il primo ufficiale francese che entrer in citt. Chiunque egli sia.
Non siete nobili, mi pare.
No, nostro padre era poverissimo. Ha fatto fortuna con l'industria della lana. Questo gli ha permesso di edificare una villa, in San Francesco in Ripa.
Dovrebbe stare dalla parte della Repubblica, in teoria.
Costa scosse il capo. Invece no. Sa che Mazzini difende la propriet, per non ha sopportato il prestito forzoso imposto ai ricchi dai triumviri. Ovviamente non ha versato un soldo. Ci non toglie che adesso lui, ateo convinto, sta con Pio Nono. Quanto a mia sorella, quella baldracca, quella...
L'invettiva del pittore fu interrotta dalla guerra delle fanfare che, da pi di un mese, si ripeteva ogni mattina. Cominciavano, poco dopo l'aurora, i francesi, con rullio di tamburi e squilli di trombe. Il pezzo eseguito era, normalmente, Le Chant du Dpart, scritto per ben altra causa. Da parte romana si rispondeva con La bella Gigogin, inno nato a Milano un anno prima e diventato, col suo ritmo trascinante, la colonna sonora dei successi repubblicani, e degli insuccessi. Seguivano altri inni guerreschi. Quando le fanfare tacevano, iniziavano le cannonate.
Quel giorno la banda francese si esib come al solito. Dopo, per qualche minuto, regn il silenzio. In assenza di interlocutori, ricominci il canto dell'artiglieria, ma da un solo lato. Per fortuna, il fuoco si concentrava sul martoriato Trastevere, vera o presunta roccaforte repubblicana.
Qualche proiettile comunque super anche le mura di Marco Aurelio.
Ma che fanno? chiese Lanzoni. Indicava alcuni ragazzini che si erano precipitati verso una palla di cannone appena caduta, infossata nel selciato. Scavavano frenetici per estrarla.
Cercano le palle per rivenderle al nostro esercito, che scarseggia di munizioni. Costa sorrise. Per una parte dei romani, i pi poveri, anche la guerra pu diventare un affare.
Potrebbero essere ordigni esplosivi.
Infatti, ogni tanto, qualche bambino salta in aria. Per si direbbe che il gioco valga la candela.
Il fuoco delle artiglierie francesi era pi intenso del consueto, ma pareva che la gente non vi facesse troppo caso. I negozianti aprivano le loro botteghe, qualche contadino passava col suo carretto. Al momento, a parte i pochi difensori delle barricate, non si vedevano in giro uomini armati.
Lanzoni e Costa erano diretti all'ospedale della Scala, che il secondo dirigeva. La speranza di Lanzoni era per quella di imbattersi, nella zona di Roma ancora ben presidiata, in un manipolo di Lancieri della Morte, e cos ricongiungersi ai suoi.
Lungo la strada, lo sguardo di Lanzoni fu attratto da un manifesto affisso accanto a una taverna ancora chiusa. Era firmato da Enrico Cernuschi, responsabile della resistenza urbana. Spalanc gli occhi per lo stupore. E questo cosa vuol dire? mormor.
Il manifesto recitava: "Fabbri ferrai! Cessate di far triboli! La Patria ne ha abbastanza!".
Costa si mise a ridere. Buffo, no? Ma non  che i fabbri ci diano problemi. Indic il selciato. Sono quelli i "triboli".
Il suolo era cosparso di triangoli d'acciaio molto appuntiti. Lanzoni vi camminava sopra con estrema cautela, nel timore che gli forassero gli stivali di pessima qualit, comperati da Garibaldi nelle Marche presso certi artigiani truffatori.
Dovrebbero servire per rallentare la cavalleria nemica spieg Costa. Su richiesta di Cernuschi i fabbri ferrai romani ne hanno fabbricato una quantit, che-i Circoli popolari hanno sparso dappertutto. Solo che entrambi hanno esagerato, e adesso  difficile muoversi non solo a cavallo, ma anche a piedi.
In quel momento si ud una forte esplosione, molto vicina. Sulla soglia delle botteghe gi aperte si affacciarono i negozianti. Alcuni di essi cominciarono a correre verso una nube di fumo qualche decina di metri pi indietro, a ridosso delle mura. Le donne gridavano e alzavano le braccia.
Lanzoni fece per scattare, ma Costa lo trattenne. Gli disse, cupo: Avevi ragione tu. Quei bambini che scavavano si sono imbattuti in una palla esplosiva.
Non andiamo a soccorrerli?
Noi non potremmo fare nulla. Meglio raggiungere l'ospedale e mandare fuori una lettiga.
Lungo il percorso Lanzoni si scord del sole che splendeva su Roma, e che di primo mattino gli aveva restituito energie. Gli spettacoli di decadenza e di morte erano molti. Si andava dagli "alberi della libert" inclinati a larghe macchie di sangue rappreso, l dove una granata aveva centrato il segno. Per non parlare delle macerie. Anche le pagine del Don Pirlone incollate alle facciate, ingiallite e pendenti, mettevano tristezza. Il cielo era limpido, a parte le colonne di fumo dovute alle bombe e agli incendi, per le scene lugubri e certi presagi molesti, nell'animo dei due repubblicani, ne incrinavano lo smalto.
A pochi isolati dall'ospedale si imbatterono in una lettiga che avanzava oscillando e sferragliando. Il conducente rallentava i cavalli dove scintillavano i triboli, e cercava di deviarli sui percorsi in cui i triangoli infernali erano meno numerosi.
A cassetta sedeva una donna dai capelli sciolti, infagottata nel cappottone dei legionari. La sua bellezza era singolare, malgrado le rughe sulla fronte e tracce di borse sotto gli occhi verdi. Quando vide Costa, ordin al cocchiere di fermarsi. Parl con accento napoletano molto marcato.
Dov'eri finito, Giovanni? Devi mandarci qualche altro chirurgo! Il dottor Feliciani opera ininterrottamente da ventiquattr'ore, e ormai non si regge pi in piedi.
Non so se potr aiutarvi molto, Enrichetta. Anche gli altri ospedali traboccano di feriti. Costa accenn alle proprie spalle. Non lontano da qui, presso le mura, alcuni ragazzini sono appena saltati in aria su una bomba. Passaci, se puoi. Magari qualcuno  ancora vivo.
 il terzo o quarto caso, ed  appena mattina. Va bene, raccolgo alcuni soldati feriti e vedo di passarci.
La lettiga, un veicolo largo e alto, si rimise in movimento. Ogni sua giuntura cigolava, le ruote sbandavano pericolosamente. Svolt in una stradina.
Quella donna l'ho vista da qualche parte disse Lanzoni.
Nulla di pi facile.  Enrichetta Pisacane, la compagna di Carlo. Vive e combatte con lui. Sai la sua
storia?
No. So solo che quello non  il suo vero nome.
Si chiama in realt Enrichetta Di Lorenzo.  stata sposata con un uomo orribile, da cui ha avuto anche dei figli. Quando ha conosciuto Pisacane, ha deciso di affidare i bambini alla madre e di fuggire con lui.
Lanzoni fu un po' turbato da quel racconto. Le donne stanno cambiando.
Alcune s. Saranno quelle che avranno pi da temere, assieme agli ebrei, se torna sul trono un papa incattivito.
Erano sulla soglia dell'ospedale. Fin dalla strada si udivano lamenti provenienti dall'interno.
Ci sar da lavorare sospir Costa.
Qualche giorno dopo, Lanzoni riusc finalmente a ricongiungersi ai suoi Lancieri. Mancavano per il loro capo Masina, caduto in battaglia, e la met dei combattenti. Ci che rimaneva del Vascello era tenuto dalla Legione Manara, solo che anche Manara era morto. Altro defunto illustre il "negro" Aguyar, che Garibaldi si era portato appresso dal Sudamerica. Lanzoni ricordava la sua immagine fugace di cavaliere armato di lancia che correva attorno a bastioni ormai perduti, perch privi di nemici da affrontare in un corpo a corpo. Poco prima di essere abbattuto da una fucilata, Aguyar aveva sorpreso tre soldati francesi e li aveva strangolati, si narrava, con un unico colpo di lazo.
Adesso i garibaldini, ci che restava dei Lancieri della Morte e altre milizie dai nomi pittoreschi erano acquartierati in Santa Maria in Trastevere, sotto le bombe. Nel Campidoglio si stava mettendo ai voti una nuova costituzione, per quanto fosse certo che non sarebbe mai stata applicata.
Lanzoni si imbatt in Callimaco Zambianchi, ancora zoppicante. Lo and a salutare. Come state, maggiore?
L'altro gli strinse la mano, per senza sorridere. La sua voce era debole.
Mentirei se dicessi che sto bene. La mia ferita si  infiammata,  un tormento continuo. Mi rallegra vedere che voi, conte, invece state bene.
In apparenza, maggiore. In realt sto male per il clima di sconfitta che si respira.
Zambianchi non rispose subito. Prima si guard attorno, come se temesse di essere spiato. Terminato l'esame, bisbigli: Il problema sono i preti, o almeno quelli schierati con Pio Nono. Vale a dire, quasi tutti. Adesso c' chi mi accusa di averne fucilati un po'. Se un delitto ho commesso,  di non averne fucilati abbastanza!.
Lanzoni annu, ma solo perch riteneva prudente assecondare la monomania del forlivese. Parole giustissime, maggiore.
Lasciamo crescere la malapianta e avremo il contrario di una democrazia. Noi discutiamo del voto alle donne, e quelli pretendono che le donne portino il velo, per assistere alle funzioni. Fino al 1847 esigevano che, il giorno di Carnevale, gli ebrei romani si vestissero da pagliacci e si offrissero al ludibrio della folla.
Pio Nono qualcosa aveva cambiato.
S, ma quando si  trovato di fronte un cambiamento vero, si  rimangiato tutto. Sono i preti il nemico, credetemi. La democrazia non sanno nemmeno dove stia di casa. Fingono di adattarvisi tanto per indebolirla e farla cadere.
Lanzoni non aveva simpatia per Zambianchi, e il fatto che gli si aggrappasse al braccio, per soffiargli in faccia, con un alito pessimo, il suo anticlericalismo, lo infastid parecchio. Per fortuna stava arrivando Garibaldi, con al seguito Ciceruacchio, il popolano che gli aveva garantito la fedelt di Trastevere, i due figli di questi (uno di essi, Luigi, era sospettato dell'assassinio del primo ministro del papa, Pellegrino Rossi), Bixio e alcuni altri ufficiali della Legione Italiana.
Garibaldi, nominato finalmente generale, era, come sempre, pacato e carismatico. Indifferente agli scoppi e alle demolizioni, continuava a fumare il suo sigaro come se nulla fosse. Poteva anche trattarsi di una posa, per quel comportamento era di grande conforto.
Lanzoni si attendeva l'incitamento a qualche sortita, tanto che cominci a inastare la baionetta sul fucile. Invece le parole del condottiero, indirizzate ai militi che stavano uscendo da Santa Maria, furono di tutt'altro tenore.
Miei valorosi, i gesuiti hanno vinto. Non parlo di quelli con la tonaca, che sappiamo di che pasta sono fatti. Parlo di quelli al governo, dei gesuiti nostri, con marsina e cravatta. Oggi o domani sar dichiarata la resa. Cercano di trattare, ma so gi che sar senza condizioni.  per questo che, al momento non ci bombardano pi.
Lanzoni aveva notato che quella mattina la "guerra di fanfare" si era svolta, per la terza o quarta volta, da una parte sola, e che un perfetto silenzio aveva risposto al Chant du Dpart delle trombe e dei tamburi francesi. Tuttavia non si attendeva un annuncio del genere.
Non si ud una parola, ma furono parecchie le Camicie Rosse, reduci da innumerevoli battaglie in due continenti, che non poterono trattenere le lacrime. Il manipolo dei combattenti ebrei mostrava espressioni disperate. Intanto gruppi di popolani, attirati dalla presenza di Ciceruacchio, affluivano dai vicoli di Trastevere ingombri di detriti. Non sapevano nulla, per diventavano istantaneamente partecipi della mestizia generale.
Garibaldi tir un paio di boccate, come se fosse in attesa di commenti. Non ve ne furono. Allora riprese: Non so voi, ma io non intendo farmi catturare. L'appuntamento, per chi vuole lasciare Roma con me,  per domani sera alle otto, nella piazza di San Giovanni in Laterano. Ci aspettano sete, marce forzate, battaglie e morte. Tuttavia, per chi vorr seguirmi, la rivoluzione non  finita. La si ricomincia altrove.
Vi furono applausi moderati. A molti dispiaceva l'idea della resa. A Lanzoni bruciava cedere le armi prima di avere potuto combattere sul serio, in una battaglia campale. N intendeva aggregarsi a chi abbandonava la citt. Cerc con gli occhi un altro lanciere della sua compagnia. Vide non lontano da lui il visconte Dall'Orso, bolognese. Lo avvicin.
Masina  morto o scomparso, per noi ci siamo ancora. Davvero vogliamo battere in ritirata?
L'altro alz sulla fronte il cappuccio col teschio ricamato. Vedi altre soluzioni? Se ci ribelliamo ai triumviri, o a Garibaldi in persona, chi ci resta come guida?
L'obiezione era ragionevole, tuttavia Lanzoni scosse il capo. Addit i popolani di Trastevere, sempre pi folti. Io penso a quelli l. Hanno avuto fiducia in noi. Non mi sento di abbandonarli.
Abbandonali, invece rispose Dall'Orso con una crollata di spalle. Non votano nemmeno. Oggi sono con noi, domani con chiss chi. Pensano alla pagnotta, come ogni plebe al mondo. Dei nostri ideali non capiscono niente. Il loro metro di misura  la pancia. Guarda quanto  grasso Ciceruacchio.
A Lanzoni quei discorsi non interessavano. I limiti intellettuali della plebe li intuiva anche lui. Pensava per che una libert vera dovesse coinvolgerla e, in qualche modo, educarla. Servivano a quello i Circoli popolari. Un poco come, su scala ben maggiore, i club durante la Rivoluzione francese.
Il fatto era che lui proveniva dalla Carboneria Universale e, in un secondo tempo, dal nucleo segreto che la dirigeva, i Sublimi Maestri Perfetti. Si era formato al magistero di Filippo Buonarroti e, finch costui non era morto, nel 1837, ne aveva ascoltato con religioso fervore le analisi e le raccomandazioni. Non erano tanti i repubblicani presenti a Roma convinti che riscatto nazionale e lotta per l'uguaglianza fossero la stessa cosa. Carlo Pisacane, forse. Citava ogni tanto Proudhon. Quirico Filopanti. Un pochino lo stesso Garibaldi. Per
il nucleo centrale dei resistenti, inclusi i Lancieri della Morte, si componeva di aristocratici, poco interessati all'equit sociale. Forse era per quello che l'adesione popolare era oscillante in citt, e quasi nulla nelle campagne.
Hai una notte per ripensare alla tua decisione disse Dall'Orso. Cosa fai, adesso? Vai sulle barricate? Credo che, per oggi, non si combatta pi.
No, mi cerco un posto per dormire. Domani sera sar a San Giovanni in Laterano.
Allora hai deciso di essere dei nostri!
Verr semplicemente a salutarvi.
Detto questo, Lanzoni si allontan. A Trastevere aveva in mente un solo rifugio. Lo scantinato di Babette von Interlaken e della dolce Sara. Sper che non avessero cambiato abitazione.
Alcune ore dopo, molto sudato, si stacc da Sara, dopo avere eiaculato dentro di lei. Babette si era unita alle loro effusioni, con naturalezza. Non era stato difficile fare l'amore con due donne assieme. Loro si palpavano, si leccavano, si frugavano con le dita come se Lanzoni non ci fosse. Di tanto in tanto si offrivano alla sua penetrazione. Era un giocattolo supplementare di una sessione femminile, giocata sull'incontro fra mucose umidicce.
Appena lui ebbe versato in Sara il suo liquido seminale, Babette, reduce da orgasmi a profusione, lasci il letto e prese a rivestirsi.
Di momenti come questi non ne avremo pi. Non  vero, Sara?
La ragazza aveva sollevato il lenzuolo fino al seno, come se adesso si vergognasse. Mi fa paura che Pio Nono torni peggio di prima. Che rimetta gli ebrei in maschera. Che, a Carnevale, torni a fare ruzzolare l'ebreo pi vecchio dentro un barile irto di chiodi.
Lanzoni attese che il pene diminuisse di volume. Tolse col dito un'ultima goccia di sperma e infil i mutandoni, caduti ai piedi del letto. No, amiche mie. Pio Nono non torner indietro. Ma nemmeno andr avanti. Penso che ci aspettino, finita la Repubblica, decenni di grigiore.
Meglio il grigio che il nero comment Babette. Stava aiutando, con un asciugamano, Sara a detergere il liquido che le colava dal pube.
Lanzoni colse in quelle parole un'autentica disperazione. Cap l'origine di quello sfogo di libidine. Le due donne intuivano che un periodo di trasgressioni, durato pochi mesi, si stava concludendo. Avevano voluto fare un'indigestione di piacere prima che digiuni e turiboli, croci e veli, penitenze e disciplina tornassero a essere la norma. Un'ultima festa pagana. Dunque una festa tutta femminile, sotto la luna, con il maschio come vittima sacrificale.
Quando si furono rivestiti, Babette condusse Lanzoni a un pagliericcio, in una stanzetta.
Dormirai qui. Domani potrai uscire attraverso i sotterranei, come l'altra volta. Parlava con voce aspra, ma forse era per via dell'accento gutturale. E tu? Non pensi di tornare in patria? Quale patria? Per i rivoluzionari non ne esistono pi.
Noi italiani non la vediamo cos.
Perch non avete ancora una vostra terra. Posso capirvi. Per il passo successivo  considerare ogni terra come la vostra.
Lanzoni gett il mantello su una seggiola di legno e paglia, e si adagi sul pagliericcio senza spogliarsi. Non ricordava dove aveva messo il fucile. Ma che importava, ormai?
Fuori c' un gran silenzio osserv. Non bombardano pi.
Babette si stava accendendo un sigaro con uno zolfanello. Aggrott le sopracciglia. Non  un buon segno. Vuole dire che non ci temono. Sanno di avere vinto.
Sembri rassegnata.
Non lo sono.  che sono stanca. Non per via delle fatiche di questi giorni, ma pensando a quelle future. Ci vorranno almeno dieci o quindici anni perch il movimento repubblicano rialzi la testa. Il vostro triumvirato sar stato una merda, tuttavia era l'ultima appendice di una fase che si chiude, in tutta Europa.
Lanzoni sollev la testa dal cuscino. Non  stato una merda! Noi abbiamo dimostrato al mondo...
D'accordo, d'accordo lo interruppe Babette. Avete dimostrato un sacco di cose. Adesso riposa.
Lanzoni si scopr estenuato. La testa gli ricadde sul guanciale.
La donna gli accarezz i capelli, con fare materno. Persino la sua voce stridula suon dolce: Ora dormi, Lanciere della Morte. Speriamo che domani ci sia il sole. E meno silenzio di adesso.
Babette usc, lasciando una traccia di fumo leggermente asprigna. Lanzoni, complice una quiete che gli pareva irreale, si assop subito dopo.
Il giorno seguente il sole era nascosto sotto un cielo stinto, ingrigito da una bruma insolita per Roma. Lanzoni non lasci la casa di Babette attraverso il sottosuolo: non ce n'era motivo. Non si bombardava, non si combatteva. In via Santa Cecilia vide la gente, intere famiglie, demolire le barricate. Facevano legna, e si allontanavano barcollando con fasci di assi tra le braccia. Un bimbo piccolissimo trainava, con sforzo, una lunga trave.
Vide di peggio molto pi lontano, in via del Corso. Vi capit girovagando senza meta, e quando vi giunse incroci una calca che si stava sciogliendo. Lui era in divisa da lanciere, e fu lusingato dagli applausi che molti gli rivolsero. Ancor di pi dalle pacche sulle spalle. Si un al grido generale di Viva Ciceruacchio!, ricordo di bei giorni che ora parevano remoti. Fece poco caso ai coltellacci stretti da alcuni energumeni.
Si sent rinfrancato, ma giunto all'altezza di Palazzo Sciarra il sangue gli si gel. Un anziano prete era stato sventrato. Lo squarcio non si vedeva, era coperto dalla tonaca imbrattata di sangue. Per il cadavere stava in piedi per le budella attorcigliate attorno al collo e fissate per l'altro capo a un gancio sotto la volta d'ingresso. Una materializzazione di canzoncine anticlericali fino a quel giorno innocenti. L'orrore doveva essere durato a lungo, e avere coinvolto un macellaio esperto.
Lanzoni trattenne il vomito. Super piazza del Popolo e percorse la via Flaminia fino al Ponte Milvio, senza avere una meta precisa. Vide, da breve distanza, i francesi che si preparavano a entrare nel centro. Si muovevano con calma, certi del loro trionfo. Probabilmente, a giudicare dalle uniformi, erano reduci dall'Algeria. I pi anziani forse avevano combattuto per l'idea repubblicana, e credevano che ogni guerra, se proclamata da una democrazia, fosse giusta per definizione. Uno di quei veterani vide Lanzoni, oltre il ponte, e fece nella sua direzione un gesto amichevole di saluto. Lanzoni lo ignor e torn sui suoi passi.
Vagabond, digiuno, per tutto il pomeriggio. A tarda sera fu in San Giovanni in Laterano. Si era strappato il mantello e lo aveva abbandonato per strada. Non voleva lasciare la citt, solo vedere come avveniva l'esodo.
L'illuminazione pubblica era spenta, tuttavia non mancavano le torce. I combattenti presenti erano parecchi. Lanzoni calcol il loro numero in quattromila circa, quasi tutti appiedati. Una frazione minima dall'esercito messo in campo dalla Repubblica al momento del suo massimo fulgore. Ma le diserzioni si erano contate a centinaia, poi a migliaia, e il grosso dell'armata democratica era stato costituito da truppe ex papaline, tutt'altro che fidate.
Chi stava l o agiva per fede e patriottismo o aveva vecchi conti da saldare con la legalit reazionaria di prossima restaurazione. Si vedevano in giro ceffi che, nelle viscere della citt moribonda, chiunque avrebbe evitato. Fra questi Valeri. Aveva trascorso un po' di
giorni a Castel Sant'Angelo, stando ai giornali, ma adesso era tornato in scena. Il sospetto di Lanzoni fu che il piano di Garibaldi fosse analogo a quello del pifferaio di Hamelin: attrarre i topi. Non per annegarli da qualche parte, ma per liberare Roma dalla loro presenza.
La proliferazione delle divise e delle insegne era quanto mai palese, anche se non c'era uniforme che non fosse a brandelli. Riconobbe i suoi Lancieri della Morte dispersi nella massa, dopo che erano rimasti privi di un capo; ma c'erano anche il Battaglione Italiano della Morte, di Raffaele Bruti, maceratese, e la Compagnia della Morte, dell'anconetano Andrea Fasoli. Prevalevano per i reduci dimezzati della Legione Italiana, le Camicie Rosse, ci che restava dei bersaglieri della Legione Manara, il manipolo dei dragoni romani fedeli a Ciceruacchio. Tantissimi gli stranieri, soprattutto francesi e inglesi. Pochi invece i cavalli, e l'artiglieria ridotta a un solo pezzo, quasi un rottame.
Malgrado tutti quegli uomini e quegli animali prevaleva il silenzio, cupo, ossessivo. Quando Garibaldi arriv, non ci furono applausi. Il generale, del resto, non disse una parola. Nella semioscurit, si intuiva la sua posizione per via del sigaro acceso. Qualche bagliore di fiaccola permise di vedere, accanto a lui, la fedele Anita, il solito Bixio, il barbuto Ciceruacchio e altri dello stato maggiore. Parevano tutti pallidi e provati, ma forse la colpa erano  dell'illuminazione scarsa.
Quando, dopo un'ora buona, i cavalli dei capi si mossero, la massa appiedata li segu. Solo le Camicie Rosse reduci dall'America Latina, che ne avevano viste di peggio, ebbero la forza di cominciare a cantare:
...
Di quindici anni facevo all'amore.
Dghela avanti un passo, delizia del mio cuore!
A sedici anni ho preso marito.
Dghela avanti un passo, delizia del mio cuore!
A diciassette mi sono spartita.
Dghela avanti un passo, delizia del mio cuor!
La ven, la ven, la ven alla finestra.
L' tutta, l' tutta, l' tutta insipriada.
La dis, la dis, la dis che l' malada
per non, per non, per non mangiar polenta.
Bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza,
lassala, lassala, lassala marid.
...
Nemmeno i versi scanzonati de La bella Gigogin ebbero il potere di dare vivacit a quell'armata di sconfitti, diretti chiss dove. Furono ripresi in coro, s, ma con tonalit strascicate. I pochi cavalieri e i molti fanti sparirono nel buio. Pi che a un'altra destinazione, parevano essere diretti a un'altra epoca, meglio pronta ad accoglierli.
Lanzoni era rimasto appoggiato a una colonna. Sussult quando si sent toccare una spalla.
Era Giovanni Costa. Vedo che hai deciso di rimanere. Vuoi resistere da solo?
No. Per ho giurato a me stesso che non mi sarei arreso, e che non sarei fuggito. Con tutto il rispetto per chi ha deciso il contrario.
Sai dove dormire stanotte?
Pensavo allo scantinato di Babette.
Col buio magari non l'hai vista. Babette era tra quelli che partivano, e aveva di fianco Sara. Puoi venire nella villa della mia famiglia, a San Francesco in Ripa. Sono reazionari tra i peggiori, lo sai gi, per non avranno il coraggio di chiudere la porta in faccia a me, o a un mio amico. Inclusa quella troia di mia sorella, la peggiore di tutti.
Lanzoni riflett un attimo, poi emise un sospiro: D'accordo. Andiamo.
Attraversarono una Roma spettrale, dai lampioni spenti. Le barricate erano sparite, e ora ardevano in qualche misero caminetto. Incrociarono in piazzette illuminate soldati dell'avanguardia francese, che precedevano le truppe degli invasori. Si curavano poco dei passanti. Erano distratti da frotte di ragazze del popolo che li assediavano, cercando di farsi baciare. Tuttavia, a parte quelle oasi di luce e di frastuono, tutto era oscurit e silenzio.
Giunsero a San Francesco in Ripa verso le due del mattino. Giovanni Costa dovette scampanellare a lungo per farsi aprire. Il cameriere che finalmente giunse al cancello fece un profondo inchino.
Bentornato, signore. Cosa posso fare per voi?
Voglio la mia camera, e una libera per il mio amico.
Provvedo subito.
La villa dei Costa aveva innumerevoli stanze, tutte gelide, per quanto si fosse in piena estate e fuori si sudasse. Altrettanto fredda fu l'accoglienza che, la mattina dopo, il padre di Giovanni, l'industriale laniero, riserv al figlio e al suo ospite.
L'intera famiglia era riunita a colazione in una Sala larga che, oltre un colonnato, dava su un giardino, a tavola erano una decina almeno, per Lanzoni ignorava il grado di parentela che legava quei personaggi, riconoscibili erano solo il padre, con una parrucca bianca quanto i capelli che ricopriva, e la sorella tanto odiata da Giovanni. Bella, anzi bellissima, con occhi dorati e capelli corvini, ma sfregiata in permanenza da una smorfia troppo dura della bocca, che le segnava le guance.
Furono serviti, in un silenzio assoluto, latte, biscotti, pane dolce, fette di porchetta e agrumi vari. Solo Costa padre ebbe una tazza di brodo fumante. La sorb rumorosamente, fra i pochi denti rimasti, quindi si rivolse a Giovanni (il figlio maggiore, se i giovani che gli stavano attorno erano suoi fratelli): Spero che le tue follie siano finite. La sciocchezza in cui hai creduto non esiste pi.  gi dimenticata, un giorno dopo la sua fine. Non lascer tracce, a parte anni di processi. Vedr di ripararti dai castighi che meriteresti. Sappi, per, che lo faccio di malavoglia.
Sulle prime, parve che Giovanni non volesse rispondere. Fin per per alzare gli occhi dal piatto e per dire: Padre, riconosco che siamo stati sconfitti. Ma chi abbia vinto o perso per davvero lo si decider a distanza di anni. Forse di decenni.
La sorella ebbe un gesto di rabbia. Sbatt le posate sul piatto, e quasi si alz in piedi. Si rivolse non al fratello, ma al patriarca che, seduto a capotavola, risucchiava i resti del suo brodo.
Padre, non dovevamo riammetterlo in casa nostra!
Lo avete appena udito, non si  pentito per nulla! Crede di avere combattuto una battaglia giusta! Ci metter tutti nei guai!
Giovanni rest zitto. Lanzoni, che tagliava la sua porchetta, ebbe un pensiero sorprendente e non interven. Angela - se ricordava bene il nome - indossava un abito scollato che, in altri tempi, lo Stato della Chiesa non avrebbe accettato facilmente. Sporta sul tavolo, non si accorgeva di mostrare ampiamente le sue bellezze. Forse, la nuova Restaurazione aveva in s i suoi anticorpi.
Costa padre, seccato, pos la tazza del brodo. La nostra famiglia di rischi non ne corre. Si asciug le labbra nel tovagliolo, ed esal un rutto leggero. Ho accettato di mettere alcune stanze a disposizione di ufficiali francesi. Li avremo qui tra qualche ora.
Angela ricadde a sedere con un gran sorriso. Oh, che bello!
Giovanni non reag alla provocazione. Lanzoni, che pareva invisibile agli occhi di tutti, si dedic al cibo che aveva davanti.
Non vi furono altri discorsi degni di nota. La regola, nella villa, pareva essere il silenzio. Solo prima che lasciassero la tavola la signora Costa, una donna rinsecchita che pareva molto pi anziana del marito, lasci cadere un suo giudizio drastico, espresso senza preavviso.
Non sono solo empi. Sono anche ridicoli. Nel giorno stesso della fuga hanno approvato una costituzione, quasi pensassero di poter tornare, un giorno. Voi l'avete letta, madre? domand Giovanni, ma
con voce esile, come fosse tornato succube dell'autorit materna.
No di certo. Nessuno la legger. D'ora in poi, si torna alle letture che chi  pi saggio di noi ci consiglia. Fossi nei panni di Pio Nono, sarebbe il primo decreto che domanderei.
Il volgo  analfabeta sentenzi il marito. Perch stia quieto,  giusto che lo rimanga. Abbia la purezza dei nostri buoni contadini.
S, ma anche gli intellettuali vanno disciplinati. Sono pochi eppure contano. Le generazioni future leggano, se vogliono, purch si tratti di cose buone.
Nessuno obiett. Il vecchio capofamiglia chiese una seconda tazza di brodo, che ingoll col risucchio consueto. Appena rutt, l'assemblea si sciolse.
Lanzoni riposava da ore sul letto che gli era stato offerto, godendo a occhi aperti il silenzio circostante, quando la porta della sua camera si spalanc. Sulla soglia apparve Giovanni, il fucile in pugno. Era sconvolto e febbricitante.
Vieni a vedere! grid. Vieni a vedere quella troia!  la volta che la uccido!
Lanzoni, sconcertato, si lasci trascinare fino a un piccolo balcone, sotto una tettoia con colonnine sottili, falsamente trecentesche. Le volte gotiche che le sormontavano erano altrettanto fasulle. Vi si dominava il giardino.
Angela Costa, su una panca di pietra, stava baciando con passione un ufficiale francese. Lui le frugava il seno. Mise allo scoperto un capezzolo e lo succhi con la foga di un neonato. Il kepi ricoperto di galloni ruzzol sui sassolini del sentiero.
Io la uccido, quella puttana! url Costa. La faccio secca!
Lanzoni devi la canna, poi strapp l'arma all'amico prima che potesse fare fuoco. Gett lontano il fucile. Lascia perdere. Non  lei la tua avversaria. S che lo ! No, ti sbagli. Lanzoni si sporse un poco. I due amoreggianti dovevano avere udito il grido proveniente dal balcone, perch guardavano in quella direzione. Lei si era ricomposta, l'ufficiale si era alzato e si stava calcando il kepi sui capelli biondi.
Costa non si ribell, e non cerc di riprendere il fucile, caduto in un angolo. Rientr, sedette sull'orlo del letto e scoppi a piangere.
Lanzoni non sapeva davvero come consolarlo. Calmati gli sussurr. Non  successo nulla.
L'altro tir su col naso. Non capisci.  proprio quello il problema. Non  successo nulla. Non succeder mai pi nulla. Per dieci anni almeno.
I giorni seguenti trascorsero avvolti nei rituali collaudati di casa Costa. Brodini, silenzio, cerimonie fredde in stanze fredde, ancora silenzio. Angela riprese ad amoreggiare con il francese, come facevano tantissime donne romane, sedotte dai vincitori.
Per non accadeva niente. Lanzoni se ne and quasi non visto. Nella Roma riconquistata dal papa non c'erano novit.
Niente anche nel resto d'Italia, molti anni dopo, ancora niente. Silenzio e brodini. Brodini e silenzio.
Lanzoni mor nel 1853 per una polmonite e fu subito dimenticato. Tutto era immoto, attorno alla sua salma. Al cimitero il prete sbagli nome e, imbarazzato, si impappin. Per fortuna alla cerimonia assistevano solo due sconosciuti in marsina. Ogni tanto sbadigliavano.
...
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Nota dell'autore.
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"Evangelisti e Moresco pubblicano un libro insieme? Ma com' possibile?" domanderanno alcuni. "Da dove salta fuori questa strana accoppiata?"
Gli uni diranno: "Ma com' possibile che Evangelisti si metta con quello scrittore cos controverso, con un'idea cos irrituale della letteratura, che non scrive quello che noi vogliamo e che il Popolo vuole?".
E gli altri diranno: "Ma com' possibile che Moresco si metta con quello scrittore di genere, per lettori di bocca buona guardato dall'alto in basso da noi letterati, autore di monnezzoni storici e spaghetti gothic?".
Questo libro  nato cos.
Un giorno mi hanno invitato a parlare dei miei libri a Bologna.
Chi vuole che le presenti? mi ha chiesto per telefono il giovane titolare della libreria che aveva organizzato l'incontro.
Gli ho fatto immediatamente il nome di Valerio Evangelisti che ancora non conoscevo di persona e che tra l'altro abita a Bologna.
Buona idea! mi ha risposto. Ci provo.
Il giorno dopo mi ha ritelefonato dicendomi che Evangelisti aveva accettato con entusiasmo.
Cos ho incontrato per la prima volta Valerio Evangelis uno scrittore che leggo da anni, che rispetto e che stimo.
Mi  piaciuto subito anche come persona. Mi  sembrato un uomo con la schiena diritta, generoso, affidabile, un hombre, non un uomo per tutte le stagioni o uno dei tanti arrivisti che ci sono in giro.
Cos, dopo pochi minuti, prima ancora di cominciare la nostra presentazione, gli ho buttato l: Avrei da farti una proposta indecente.
Ah... ma io accetto subito! mi ha risposto senza un attimo di esitazione, col suo accento bolognese.
Mi era venuto in mente l per l, all'improvviso, di proporgli di pubblicare insieme un libro sul Risorgimento, mettendo uno accanto all'altro un racconto cinematografico che avevo scritto da poco e un suo racconto sullo stesso tema.
Adesso sto finendo due romanzi contemporaneamente mi ha detto una pazzia che non rifar mai pi. Ma appena ho finito lo scrivo e te lo mando.
Cos, in due secondi, fuori e contro le piccole gabbie in cui vengono rinchiusi gli scrittori "letterari" e quelli "di genere", le divisioni e i target su cui continuano a campare - e morire - in molti, da una parte e dall'altra. Come se non ci fossero differenze in tutti e due i campi tra uno scrittore e l'altro, come se non ci fosse invece bisogno di un movimento che li attraversi entrambi, libero, moltiplicatorio, spiazzante, verticale, profondo. Come se, accanto alla "letteratura di genere", non venisse tenuto in vita in questi anni anche uno
speculare di "genere letteratura", altrettanto inerte e clonato del a peggiore letteratura di genere.
I primo libro di Evangelisti che ho letto  stato Il mistero de l'inquisitore Eymerich, in un'edizione supereconomica che mi aveva passato mia figlia. Ricordo ancora il piacere che ho trovato mentre lo leggevo, in piena estate, in una piccola casa affittata in una localit al centro dell'isola di Ponza. Il senso di libert, di apertura, di sfondamento di piani, quella cos rara che ci pu succedere a volte mentre leggiamo, quella sensazione di andare a toccare la zona fluida che c' in qualche punto profondo dentro di noi. La stessa emozione che avevo provato da ragazzo con l'amato Salgari.
Dopo quello, ho letto altri libri di Evangelisti: Metallo urlante, altri Eymerich, come Mater terribilis, con quelle straordinarie scene tra Giovanna D'Arco e Gilles de Rais, i Pantera, gli Alphaville... Sono pochi gli scrittori che, pur stando completamente dentro il genere e anzi non cincischiando e truccando il gioco hanno la capacit di infilare la cruna che ci collega con tutto il resto. Che ci ricordano, passando attraverso lo sbrego dell'immaginazione, la possibilit e la persistenza della libert, che ce la fanno assaporare, sentire. Qui c' un motore che va avanti, che non si risparmia, che va a toccare la nostra zona infantile e potente. Evangelisti  uno scrittore serio, coraggioso, onesto, avventuroso, dotato di senso storico e immaginazione, che ci d dentro, che sta sul campo, che si pu leggere con fiducia e abbandono, un fratello. Gli scrittori cos avranno molti lettori, ma non moltissimi. Non sono fuochi caglia. I loro libri non balzano ai primi posti nelle classifiche dei bestseller, per vanno avanti, non si fermano, creano - giorno dopo giorno - un legame, anche affettivo, sempre
pi ramificato con i loro lettori, che sanno che non verranno delusi. Instaurano con loro un rapporto forte, proporzionale, vissuto. Sono gli scrittori - al di l della casella dove vengono messi destinati a restare, quelli che sanno creare tessuto connettivo muovendosi nell'immaginario del proprio tempo, che sanno annidarsi nelle menti e nei sogni di un certo numero di donne e di uomini loro contemporanei e che riescono a passare cos attraverso la catena delle generazioni. Molto pi di tanti scrittori abatini, di tanti rimasticatori pseudo colti, di tanti imitatori americani e di tanti furbi.
Tra le cose ci sono differenze ma non ci sono compartimenti stagni. Non c' una casella predisposta dove basta collocarsi e il gioco  fatto. Il gioco non  mai fatto, si fa continuamente. Bisogna sempre sparigliare il gioco piccolo per poterne fare uno pi grande. Le cose non sono cos semplici cos compartimentate. Lo scrittore di questa epoca - come gi detto - non pu fare finta di non vedere che, se esiste una  valanga cartacea industriale ottundente e normalizzante "generi", esiste anche, nel suo piccolo, decoroso e inoffensivo spazio, quella di una letteratura anch'essa ridotta a genere, n pi n meno depotenziata dell'altra. Se l'industria che produce incessantemente sovrappopolazione libraria porta con s la piccola e interessata ideologia dell'appiattimento e dell'indistinzione dominante in questi anni,  anche vero che ci sono scrittori che aprono spazi e fanno sognare anche nella cosiddetta "letteratura di genere" e scrittori frigidi, senza spessore e senza sogni anche nella letteratura etichettata industrialmente con la "L" maiuscola. 
Io non so cosa farci se alcuni di questi libri di scrittori "di genere" - anche se a volte quasi raffazzonati e attraversati da zone di scrittura inerte, informativa e scollata -, se scrittori come Philip Dick, per esempio 
che adesso  stato accolto nell'empireo anche dai letterati, se un libro come Cristalli sognanti di Theodore Sturgeon, se Tre millimetri al giorno di Richard Matheson e tanti altri mi danno molto di pi di gran parte dei libri "letterati" che sommergono di questi tempi le librerie. Io il nutrimento lo vado a cercare dove c', non dove dovrebbe istituzionalmente esserci ma poi magari non c'.
Cos mi accorgo, leggendo l'ultimo Alphaville di Evangelisti, dove parla con orgoglio della letteratura "di genere", che la gran parte dei libri che nomina me li sono divorati anch'io quando ero ragazzo, ma anche dopo. Gaston Leroux con i suo Rouletabille, Fantomas, per cui stravedevo e di cui ho tenuto un poster vicino al mio letto per molti anni, attaccato al muro con lo scotch, quando avevo bisogno di stare nascosto perch si rimarginassero le mie ferite e non avevo in casa neppure il telefono per non essere raggiunto da nessuno. E poi Cornell Woolrich, Hammett, Chandler, i gialli firmati da Patrick Quentin, persino i polizieschi di Mikey Spillane, dove era tutto uno scricchiolare di mascelle e un mulinare di pugni...
Questo piccolo libro che ora pubblichiamo insieme contiene un racconto di Evangelisti (La controinsurrezione) ambientato durante gli ultimi giorni e le ultime ore della Repubblica Romana, dove si sente il clima irreale e immobile che precede le disfatte, con quella babele di divise e dialetti, il tempo che rallenta sempre pi prima di cominciare a rovesciarsi su se stesso come un'onda arrivata alla fine della sua corsa. E dove restano impresse le ultime, cruente e insensate vendette, un'immagine di Garibaldi con la sciabola alzata e una pattuglia di generose e sapienti puttane politiche e patriottiche.
Nel mio racconto cinematografico (L'insurrezione) ci sono Carlo Pisacane (il rivoluzionario integrale), Giacomo Leopardi (il poeta e il filosofo, quello che - purtroppo - aveva capito bene cosa sarebbe successo) e Giuseppe Verdi (l'artista popolare, che irrompe nel testo attraverso la musica e il canto). Ma ci sono anche un vulcano in eruzione, il colera, una guerra tra i topi, i granchi e le rane, due attori porno, un acceleratore sotterraneo di particelle... Il tutto in un movimento unico che lega indissolubilmente, insurrezionalmente, il passato, il presente e il futuro: il futuro che deve ancora succedere e quello che  gi successo.
Valerio mi ha spedito le sue pagine di introduzione. Io ho scritto le mie. Ci siamo appena sentiti al telefono. Abbiamo ragionato un po' sul titolo. Io ne ho buttato l uno, lui un altro. Era migliore il suo.  quello che compare sulla copertina di questo libro.
Io e lui ci capiamo al volo, senza bisogno di tante parole, come quei vecchi pistoleri dei western di Sam Peckinpah con i mutandoni di lana, le ossa che scricchiolano e i reumatismi, ma che poi, quando c' bisogno, stanno al loro posto e tengono botta anche se restano in pochi contro tanti. Sono contento che ci siamo incrociati nel breve tempo della nostra vita e che, a testimonianza di ci, ci sia adesso questo piccolo libro insurrezionale. Mi pare che ne sia venuta fuori una cosa che ha qualcosa di forte da dire nella situazione di oggi, in mezzo agli anniversari e alle celebrazioni retoriche e vuote del Risorgimento che coprono una profonda e grottesca restaurazione in ogni campo.
Antonio Moresco.
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L'insurrezione.
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Silenzio. Notte.
Inquadratura esterna, da lontano, di un teatro dalle grandi finestre intensamente illuminate nel buio.
Fragore improvviso. Luci.
Inquadratura interna del foyer del teatro gremito per la prima di un'opera lirica. Autorit, signore in abito da sera. Grande eleganza. Dappertutto battute, scoppi di risa, inchini, presentazioni, nell'indistinto brusio generale. Primi piani di volti che rimandano a diverse origini animali. Si riconoscono alcuni noti uomini politici, le massime autorit del governo e dello Stato. Ospiti stranieri, stilisti, fotomodelle, possessori di enormi ricchezze finanziarie, attrici in dcollet al braccio di cavalieri anziani dal corpo irrigidito e con gli occhi sbarrati. Pubblicitari, alti prelati, generali in uniforme di gala.
Alle pareti, le locandine del Nabucco. Oltre inquadrature di corridoi, palchi, poltrone, del pesante sipario chiuso. Gli spettatori si spostano qua e l in cerca del proprio posto, controllano il numero delle poltrone e del proprio biglietto.
Cominciano ad arrivare le prime note dal golfo Mistico, dove i musicisti in penombra accordano gli strumenti.
Allucinazione e fervore, inquadrature dall'alto dei musicisti nella penombra. Poi degli spettatori che continuano a vagare in cerca del proprio posto nella platea, lungo gli anelli dei palchi. Alcuni di essi guardano in piedi, dall'alto, sporgendosi dalla balaustra, verso il golfo mistico da cui salgono le note sempre pi prolungate degli accordi.
Inquadratura improvvisa, inaspettata, fulminea, l due ragazzi che sgattaiolano dietro il palcoscenico, attraverso uno stretto passaggio interno.
Di nuovo il suono degli accodi proveniente dal golfo mistico (inquadratura degli archetti che si muovono avanti e indietro nella penombra).
Vatti a mettere l! bisbiglia concitatamente uno dei due ragazzi all'altro, all'interno del palcoscenico, indicandogli col braccio un punto molto in alto.
L'altro guarda in su, nel boato indistinto degli archi che viene da dietro il pesante sipario.
Nasconditi bene! Non farti vedere! gli bisbiglia ancora il primo. Se no fanno il culo a me!
Un secondo dopo l'altro comincia ad arrampicarsi agilmente, come una scimmia, sopra un ponteggio che sorregge una zona della scenografia. Si butta sulle assi
che ci sono in cima, coricato sulla pancia. Guarda in gi con grande eccitazione, con gli occhi sbarrati, verso il fondo vertiginoso del palco dove i cantanti, nei loro santi costumi assiro-babilonesi ed ebraici, stanno andando a occupare in silenzio le loro posizioni dietro il sipario chiuso.
Inquadratura dell'altro ragazzo che, dopo aver fatto entrare di nascosto l'amico, si guarda attorno per un istante prima di tornare come se niente fosse al suo lavoro di macchinista.
Le luci cominciano ad abbassarsi. Ultima inquadratura degli orchestrali che accordano tutti assieme gli strumenti e degli spettatori sempre pi immobili nella penombra.
Il ragazzo continua a guardare con esaltazione verso il fondo vertiginoso del palcoscenico. Ha gli occhi molto distanti l'uno dall'altro, immobili, ardenti.
Inquadratura dall'alto dei cantanti che si aggiustano le pieghe dei costumi e si mettono in posa dietro il sipario. Silenzio improvviso. Ouverture.
La musica sale sempre pi nel teatro buio. Le teste delle persone in platea e lungo gli anelli dei palchi sono immobili.
Poi il sipario lentamente si apre. L'opera inizia. All'interno del tempio di Salomone il coro di ebrei e leviti comincia a cantare:
Gli arredi festivi gi cadano infranti, Il popol di Giuda di lutto s'ammanti...
Il ragazzo continua a guardare in basso con esaltazione, mentre inizia il coro dolcissimo delle vergini ebree (Gran Nume, che voli sull'ale de' venti...). Guarda per un istante una delle ragazze del coro, che canta coi gli occhi socchiusi, il viso leggermente arrossato per la tensione. Dal punto in cui si trova, le sagome e i volti dei cantanti appaiono leggermente angolati e deformati dalla prospettiva e dalle luci che cadono su di essi. An che le loro ombre in movimento si deformano un po' contro le scenografie colpite dai riflettori mentre continuano a cantare in coro, a squarciagola, impettiti.
Inquadratura degli occhi sbarrati e assorti del ragazzo che, nell'emozionante boato musicale, comincia a fantasticare...
Silenzio assoluto.
Inquadratura da lontano di una carrozza che corre lungo il crinale di una collina. Dopo il fragore musicale di un attimo prima si sente solo il rumore sperduto degli zoccoli dei cavalli e delle ruote nella vastit immensa del paesaggio.
Ancora, per un po', l'immagine lontana della carrozza che si sposta nella giornata assolata.
Inquadratura interna. Primi piani dei passeggeri. Sono cinque, in abiti del primo Ottocento. Uno  lo stesso ragazzo che abbiamo appena lasciato sopra il ponteggio. Guarda in silenzio i volti degli altri, coi suoi occhi spalancati e assorti: ci sono due borghesi col panciotto slacciato che sonnecchiano, un prete in abito talare e tricorno, il quinto, intento a leggere tenendo il libro esageratamente vicino agli occhi,  Leopardi.
La carrozza continua la sua corsa. Il ragazzo guarda fuori dal finestrino, verso le campagne e le colline che si vedono in lontananza. I due borghesi si addormentano un paio di volte. Le loro teste cadono pesantemente avanti. Le rialzano, si risvegliano per un istante, con occhi sbarrati, guardandosi attorno per capire se gli altri se ne sono accorti. Si sente solo il rumore delle ruote della carrozza e degli zoccoli dei cavalli nel silenzio della campagna.
Leopardi continua a leggere. Si interrompe un istante. Stringe gli occhi, se li stropiccia un po' con la mano, abbassa il libro sulle ginocchia, lo richiude tenendo il segno col dito.
Il prete si raschia la gola. Se non sono indiscreto... dice all'improvviso, ossequiosamente. Che cosa sta leggendo questo giovane signore?
Leopardi lo guarda con dolcezza. Riapre il libro. Comincia a leggere tenendolo sempre esageratamente vicino agli occhi (mentre scorre in basso sull'inquadratura la traduzione italiana dei versi latini):
Turn quibus aetatis freta primitus insinuatur nemen, ubi ipsa dies membris matura creavit, zonveniunt simulacro foris e corpore quoque nuntia praeclari vultus pulchrique coloris, cuiciet irritans loca turgida semine multo, ut quasi transactis saete omnis rebu'profundant luminis ingentis fluctus vestemque cruentent.
("Allo stesso modo, l'adolescente, il cui seme comincia a spandersi in tutti i vasi del corpo - nello stesso primo
giorno in cui la semente giunge a maturazione nell'organismo -, vede avanzarsi in folla i simulacri di diverse persone che gli presentano un viso affascinante, una pelle senza difetti - visione che muove e sollecita in lui le parti gonfie di seme abbondante - tanto che, nell'illusione di aver consumato l'atto d'amore, spande a grandi fiotti quel liquido e ne imbratta la veste.")
Il prete si irrigidisce. Ah, l'empio Lucrezio! dice. Leopardi lo guarda coi suoi occhi chiari, quasi ciechi. Gli sorride con dolcezza, senza smettere di osservare. Il suo volto vibra un po' per gli scossoni della carrozza. Si sente improvvisamente salire, in sottofondo, come da molto lontano, la parte finale del melodioso duetto tra Ismaele e Fenena (Io t'amava...), mentre la carrozza continua ad andare lungo il crinale della collina, nell'onda musicale e nella luce del giorno.
La musica cessa di colpo. Anche la carrozza improvvisamente rallenta.
Sosta! grida il cocchiere a cassetta, tirando con forza le redini.
La carrozza frena. I due borghesi si svegliano di nuovo di soprassalto, tirano su di colpo tutti e due la testa, meccanicamente, come marionette.
Il prete si puntella contro una delle pareti, per contrastare la violenta frenata.
La carrozza si ferma. I passeggeri scendono. Si guardano attorno, nel profondo silenzio della campagna. Si sgranchiscono gambe e braccia lungo la piccola strada sterrata.
Il cocchiere si dirige verso una locanda isolata. I due borghesi si accostano a un muretto basso e cominciano a rugare a due mani dentro le brache. (Inquadratura da dietro dei due che frugano allargando e flettendo le gambe.) Poi il primo piano dei loro due volti trasfigurati dal sollievo, mentre si sente il rumore dell'orina che comincia a scrosciare con fragore contro il muretto.
Il ragazzo, preso da un'esaltazione improvvisa e senza ragione, si mette a correre irresistibilmente lungo il sentiero, con la testa gettata all'indietro, gli occhi chiusi contro il paesaggio sfuocato.
Leopardi si stacca dagli altri, si allontana dietro la carrozza. Si guarda attorno con circospezione un paio di volte, per accertarsi che non ci sia nessuno vicino, prima di emettere una lunga, lunghissima scorreggia trattenuta da tempo. Si interrompe un istante. Adesso il suo piccolo corpo deforme  inquadrato da lontano, di spalle, nella vastit della campagna. Un istante dopo la scorreggia riprende di nuovo, su un'unica nota, lunga, lunghissima, interminabile, che si confonde poco per volta con la musica del Nabucco che ricomincia a salire.
Siamo di nuovo sul palcoscenico. Il ragazzo guarda con gli occhi spalancati, dall'alto, i guerrieri babilonesi che irrompono nel tempio e si sparpagliano per tutta la scena. Irrompe anche Nabucodonosor, a cavallo. Nabucodonosor, Zaccaria, Fenena, Abigaille, Anna e ebrei bardati nei loro  pesanti costumi, cantano con impeto. Il ragazzo li guarda dall'alto con gli occhi pieni
di eccitazione e di ebbrezza, appiattito sul ponteggio per non farsi vedere.
La musica e il canto si dispiegano ad alto volume. (Nabucodonosor: Tremin gl'insani del mio, del mio furore.... Poi Fenena: Padre, pietade ti parli al cuore.... Poi Abigaille, Zaccaria, Ismaele, Anna, gli ebrei)
Sfondamento musicale lungo e dispiegato. Pertanto la musica e il canto si prendono tutto.
Primi piani di cantanti e cavallo e delle loro ombre umane e animali dilatate nel fragore musicale. I corpi e le teste dei cantanti deformati dallo sforzo e dalle luci incrociate proiettano ombre che non sembrano umane, ma di grandi animali sonori dalle enormi teste pelose dai musi protuberanti.
La musica continua a tutto volume. Poi, a poco a poco, si affievolisce, rimane come sottofondo e filo conduttore vibrante per tutta la scena che segue, scendendo fino a scomparire o salendo di nuovo di tanto In tanto a seconda dello svolgersi dell'azione.
Primo Ottocento. Carnevale. Il nostro ragazzo si a gira in una piazza italiana gremita di maschere.
Due maschere gli si avvicinano.
Una delle due gli domanda: Stai aspettando una donna?.
 una parola d'ordine. Il ragazzo fa di s con la testa.
L'ora  suonata! gli dice in risposta l'altra maschera.
Tutte e due le maschere si girano su se stesse. Il ragazzo le segue. Si allontanano dalla piazza. Entrano in un vicolo. Camminano senza parlare per un po'. D'un tratto le due maschere si fermano. Si guardano attorno.
Cominciano a bendare il ragazzo. Gli tirano su il bavero del cappotto. Lo prendono sottobraccio, uno da una parte e uno dall'altra. Compiono cos un lungo giro pieno di giravolte per fargli perdere l'orientamento. Poi arrivano davanti a una porta. L'aprono con una grossa
chiave. (Inquadratura della chiave che gira rumorosamente nella serratura.) Entrano. Tolgono la benda al ragazzo, che si guarda attorno con gli occhi spalancati, in una stanza rischiarata dal solo fuoco del camino. Il pavimento  coperto da un tappeto rosso come il sangue.
C' un globo di alabastro al centro. Solo adesso il ragazzo si accorge che, nella stanza, ci sono altri due uomini mascherati. Uno dei due gli chiede, con la voce un po' distorta dalla maschera: Vuoi fare parte dei Buoni
Cugini?.
Il ragazzo fa di s con la testa. L'altra maschera gli domanda: Hai un'idea dei terribili doveri che t'incombono? Sai tu che, appena pronunciato il solenne giuramento, il tuo braccio, le tue sostanze, la tua vita, tutto te stesso non apparterranno pi a te, ma all'Ordine? Sei pronto a morire mille volte anzich rivelare i suoi segreti? Sei pronto a obbedire ciecamente e a rinunciare alla tua volont dinnanzi a quelle delle gerarchie dell'Ordine?. Il ragazzo fa di s con la testa.
Non abbiamo sentito! grida la voce distorta di una delle due maschere. S dice il ragazzo.
Non abbiamo sentito! ripete pi forte l'altra maschera. S! grida il ragazzo.
Una delle maschere si gira, si avvicina a un tavolo in fondo, solleva un panno, che copre una testa d'uomo recisa. L'uomo afferra la testa per i capelli. La mostra al ragazzo.
Sai di chi  questa testa? dice la maschera al ragazzo, che continua a guardarla con gli occhi sbarrati, facendo di no con la testa.
 di un traditore! dice la maschera.
L'altra maschera consegna al ragazzo un pugnale e un foglio con il testo del giuramento.
Inginocchiati e pronuncia il tuo giuramento! ordina la maschera.
Il ragazzo comincia a leggere: Giuro e prometto sopra gli stabilimenti dell'Ordine in generale e su questo ferro punitore degli spergiuri di custodire gelosamente tutti i segreti della rispettabile Carboneria, di non scrivere o incidere o disegnare cosa alcuna senza averne ottenuto per iscritto il permesso dall'Alta Vendita. Giuro di soccorrere i miei Buoni Cugini per quanto comportano le mie facolt, e di non attentare all'onore delle loro famiglie. Se divengo spergiuro, sono contento che il mio corpo sia fatto a pezzi, indi bruciato e le mie ceneri sparse al vento affinch il mio nome sia esecrato da tutti i Buoni Cugini sparsi sulla terra. Cos Dio m'aiuti!.
Una delle maschere tira fuori dal camino, con le molle, un grosso ciocco gi intaccato dalla brace. Lo butta a terra. Afferra una scure e vibra tre forti colpi sul legno tenendolo fermo col piede nel punto non ancora bruciato. Tre ondate di scintille si levano a ogni colpo nella stanza in penombra.
Viva! Viva! gridano alla fine, due volte, le voci distorte delle maschere.
Attacco fulmineo, mentre la musica in sottofondo si alza di colpo.
Si vede solo, per pochi istanti, quasi come in un messaggio subliminale, l'immagine in primissimo piano di di 2 genitali (femminile e maschile) al lavoro in un set vicino.
Ancora Ottocento. Milano.
C' una grande folla in festa che si dirige verso la casa del ministro Prina. La folla irrompe all'interno. Il ministro scappa su per scale di legno. Si nasconde in soffitta.
La folla intanto devasta il pianterreno della casa, l'uomo in soffitta apre una cassapanca, ci fruga dentro afferra una tonaca da prete, comincia febbrilmente a travestirsi. Si fissa alla fine per un istante, allucinato e ammaliato, in un vecchio specchio attraversato da parte a parte da una crepa.
Scende, cercando di passare inosservato. La folla lo riconosce. Lo afferra. Lo trascina in strada, comincia il linciaggio.
Alcuni passanti cercano di impedirlo. (Si vede per un istante, in mezzo alla folla, anche il volto del nostro ragazzo che osserva impietrito la scena.) Il ministro viene spinto dentro un portone. Basta! Basta! grida qualcuno, da qualche parte, agli assalitori.
Il linciaggio continua. L'uomo  a terra, colpito da ogni parte.
Gli strappano gli occhi, i denti, la lingua.
Nessuna musica, solo rumori sordi di devastazione. Il linciaggio, per tutta la scena.
Altro stacco fulmineo - un po' pi lungo del precedente - dei due genitali al lavoro, mentre la musica Irrompe di nuovo. Cazzo e figa in primissimo piano, ripresi a distanza enormemente ravvicinata, con la cruda e astratta evidenza di una pellicola porno. Il loro ininterrotto movimento a stantuffo nella luce accecante e nell'incalzare ritmico della musica a tutto volume.
Primissimo piano degli orchestrali che suonano nella penombra del golfo mistico. Il movimento meccanico, frenetico, copulatorio degli archetti dei violini nel boato musicale. Poi le sole teste deformate dei cantanti che cantano a squarciagola e le loro ombre che si gonfiano e si riempiono d'aria sul palcoscenico.
La musica si affievolisce, scompare del tutto.
Silenzio.
Leopardi  solo in una stanza, seduto su un piccolo letto, con la schiena appoggiata al muro. Si sentono provenire dall'esterno i lontani rumori della campagna nell'ora pi immobile e calda del giorno.
Guarda fuori, verso il piccolo varco della finestra, lontana da dove si trova.
Un istante dopo si sente un leggero fruscio di vestiti.
Entra nella stanza una ragazza.
Leopardi le sorride.
Paolina! le dice.
Conte Leopardi! risponde lei sorridendogli a sua volta, un po' intimidita.
Vieni a sederti vicino a me! la incoraggia Leopardi, indicandole una seggiola a fianco del piccolo letto.
Lei obbedisce. Si siede. Si guardano per un istante, un po' imbarazzati.
Lei si accorge che ci sono dei fogli sparsi e una penna sul letto.
Stavate scrivendo? gli chiede.
Non ci vedo quasi pi. Non mi interessa pi nulla Le risponde tranquillamente Leopardi. Non ho pi la forza per scrivere.
Potete dettare a me, se volete! si offre la ragazza.
Antonio mi ha detto che posso aiutarvi io, quando lui non c'!
Leopardi le sorride, guardandola coi suoi occhi chiari.
Si vede per qualche istante l'inquadratura della bella testa della ragazza come la sta vedendo Leopardi, un po' sfuocata, simile a un miraggio.
Che cosa state scrivendo? si azzarda a chiedere la ragazza, timidamente.
Leopardi si stacca dalla contemplazione della ragazza. Scuote la testa.
Oh, niente...  solo la storia di una guerra tra i topi e le rane...
Tra i topi e le rane? si stupisce la ragazza. Ma cosa vi  saltato in mente?
Leopardi sorride, guardando la sua bella testa sfuocata.
S, e ci sono anche dei granchi, se  per quello! rincara.
Dei granchi? Ma che roba ?
Un poema.
Un poema? Un poema che parla di topi, di ranocchie e di granchi?
Proprio cos, signorina, se non ti dispiace! le risponde sorridendo Leopardi.
E che cosa succede?
Ah... sono solo all'inizio. Per il momento i topi sono stati sconfitti in battaglia dai granchi alleati delle rane e sono stati costretti alla ritirata. Il loro re, Mangiaprosciutti,  morto in battaglia...
Mangiaprosciutti? ride la ragazza.
S, si chiama proprio cos: Mangiaprosciutti... I topi eleggono un altro capo: Rubatocchi...
Altra risata della ragazza.
Leopardi continua: ... e mandano il conte Leccafondi a trattare nel campo nemico. Ma Brancaforte, generale dei granchi, non vuole riconoscere Leccafondi come ambasciatore. Alla fine, dietro ordine di Senzacape, il suo re, detta le condizioni di pace al conte Leccafondi: i topi devono eleggere il re legittimo e accettare un presidio di trentamila granchi a Topaia, la capitale sotterranea dei topi sconfitti... Rubatocchi, il nuovo capo dei topi che ha portato le sue truppe dentro la citt di Topaia, rinuncia al potere. Allora i topi instaurano un regime costituzionale ed eleggono loro re Rodipane, genero di Mangiaprosciutti....
La ragazza scoppia a ridere. Anche Leopardi la guarda e sorride.
Ma che cosa vuol dire? gli chiede la ragazza ridendo.
Ah, non lo so! Non ne ho la pi pallida idea! risponde divertito Leopardi.
E chi sono i topi, i granchi e le rane? incalza la ragazza.
Oh bella! I topi sono i topi, le rane sono le rane e i granchi sono i granchi!
Non ci credo! esclama la ragazza Non me la date a bere!
Leopardi ride apertamente, per la prima volta. Perch, secondo te invece chi sono? I bel volto sfuocato della ragazza risponde tutto d'un fiato: Secondo me i topi sono i liberali, le rane i conservatori e i granchi gli austriaci!.
Accidenti! si stupisce Leopardi. Tu ne sai pi di me! Non ci avevo pensato! S, s,  cos!
Leopardi guarda sorridendo il bel volto sfuocato della ragazza.
Ah, se lo dici tu sar sicuramente cos! conclude divertito.
Ridono tutti e due assieme, per la prima volta, poi rimangono in silenzio per un po', imbarazzati. Che cos' questo odore di zolfo? chiede improvvisamente Leopardi, ritornando serio di colpo.
 il vulcano che fuma! risponde la ragazza guardando verso il varco lontano della finestra, Anche Leopardi si gira da quella parte, riquadratura in primo piano della finestra e del cielo attraversati da un velo di fumo.
Il silenzio si interrompe di colpo. La musica fa irruzione di nuovo. Cresce, cresce sempre pi, fino alla fine della scena. Abigaille esce dalla reggia, comincia a cantare con concitazione. Poi con enorme dolcezza (Anch'io dischiuso un giorno / ebbi alla gioia il core; / t'ho udito parlarmi intorno / udito di santo amore...).
Il nostro ragazzo, sporgendosi dal ponteggio, guarda incantato la ragazza che aveva notato tra le vergini ebree, ora in attesa dietro le scenografie.  molto giovane, ha un volto luminoso, gli occhi lucenti, i capelli raccolti, le orecchie leggermente a sventola.
Il ragazzo continua a fissarla estasiato, muovendosi un po' sul ponteggio per l'emozione.
D'un tratto, la ragazza guarda in su. Lo scopre l alto, sulla sua testa. Spalanca gli occhi per lo stupore
Il ragazzo le fa segno con un dito sulle labbra di fare silenzio.
La ragazza fa di s con la testa, guardandolo coi suoi occhi lucenti.
Intanto sono apparsi il Gran Sacerdote di Belo, i saggi Grandi del regno. Pezzo tumultuoso, concitato. (Abigaille: Chi s'avanza?...).
Le enormi teste animali dei cantanti e le loro ombre continuano a cantare. Voci concitate, il Gran Sacerdote. (Il tutto  pronto gi.). Poi lo stacco feroce di Abigaille. (Son teco. Va'.).
Il ragazzo non riesce a stare fermo per l'emozione si solleva un po' dal ponteggio. Si arrampica come una scimmia su un traliccio. Comincia a muoversi l soffra mentre, gi in basso, sul fondo vertiginoso del palcoscenico, la musica continua a tutto volume, fino all'attacco lento e notturno che introduce il canto di Zaccaria, che si dispiega fino alla fine.
La musica si allontana. Si comincia a sentire, prima in sottofondo, poi sempre pi perentoria e pi alta, una voce che parla con forte accento napoletano. Tutta la scena  drammatica e concitata. In una piccola stanza sovraffollata e piena di fumo Pisacane sta discutendo animatamente con alcuni compagni seduti attorno a lui, alla vigilia della spedizione. Ogni tanto si alza dalla sedia, nella foga del discorso, continua a parlare in piedi, gesticolando.
Se solo la guerra di popolo, rivoluzionaria, pu liberare l'Italia dal suo servaggio, si deve lasciar campo alla monarchia di immischiarsi? C' chi spera che un popolo straniero ci conquisti per poi donarci la libert.
L'italia deve fare da s. E tanto pi salda sar la sua futura libert per quanto pi numerosi saranno i nemici sconfitti e pi superbi i monumenti di gloria meritati per conquistarla!
Risposte concitate, di approvazione, dei compagni. Pisacane riprende a parlare della spedizione. Una voce chiede: E le armi? Rosolino Pilo le ha dovute gettare in mare per la tempesta....
Pisacane: Ce ne saranno altre. La spedizione si fa lo stesso! Anche Mazzini  d'accordo! Ci ha messo a disposizione i fondi raccolti per l'insurrezione in Toscana!.
 presente anche Enrichetta, la moglie. Scongiura Pisacane di rinunciare. Pensaci, Carlo!  una pazzia! Sar un disastro!
Pisacane ribatte: Ci stanno delle persone che dicono: la rivoluzione deve essere fatta dal paese. Certo Ma il paese  composto da individui, e se tutti aspettassero tranquillamente il giorno della rivoluzione senza prepararla con la cospirazione, la rivoluzione non scoppierebbe mai. Se al contrario tutti dicessero: la rivoluzione deve farsi dal paese e, siccome io sono una parte del paese, cos ho io pure la mia parte di dovere da adempiere, e l'adempisse, la rivoluzione sarebbe fatta immediatamente e riuscirebbe invincibile perch immensa.
Si gira verso i compagni.
Nicotera! Falcone! Ci imbarchiamo domattina prima dell'alba sul piroscafo per Cagliari! Sapete gi cosa bisogna fare! Quanto a me, ho gi preparato il mio testamento!
Si sente piangere sommessamente Enrichetta, da qualche parte.
Pisacane tira fuori di tasca un foglio arrotolato. Si gira verso un angolo della stanza. Consegnalo a Jessy White, la giornalista inglese! dice a uno dei compagni.
Dove sta?
Io lo so dove sta! dice una voce sul fondo. Glieli porto io!
Pisacane si gira a guardare chi ha parlato:  il nostro ragazzo, la cui presenza si nota solo adesso nella stanza.
Il ragazzo si avvicina, allunga il braccio verso Pisacane, guardandolo direttamente coi suoi grandi occhi accesi. Pisacane gli consegna il foglio arrotolato e le gato.
Il ragazzo esce di corsa dalla stanza. Balza in strada. Comincia a correre a lungo, a perdifiato, lungo i vicoli d Napoli, col rotolo stretto nel pugno, respirando forte, ansimando, con la testa gettata all'indietro, gli occhi chiusi, contro lo sfondo dei muri allontanati e sfuocati.
Nell'assoluto silenzio, per alcuni istanti, l'immagine senza tempo dei due genitali che copulano meccanicamente e instancabilmente nella luce accecante.
Notte. Siamo ai nostri giorni. Una macchina sta percorrendo l'autostrada, in qualche luogo del Nord. Inquadratura della macchina lontana che percorre il nastro d'asfalto a pi corsie, in mezzo alle altre macchine in corsa, coi fari accesi. I rumori attutiti e lontani del traffico nell'assoluto silenzio. Nelle vicinanze di un casello, la macchina rallenta, un primo piano dell'uomo che guida, visto dall'interno dell'auto, dal sedile posteriore.
L'uomo mette fuori il braccio. Preme il bottone. Ritira la scheda che fuoriesce come una lingua dalla macchina. Inquadratura della sbarra che si alza. L'uomo preme il pulsante per alzare il finestrino. Riprende ad andare. Inquadratura della strada da dietro il parabrezza. Le luci posteriori delle auto che vanno, diritte.
La mano dell'uomo inserisce un CD. Un istante dopo levano le note del Nabucco (siamo al travolgente Maledetto dal Signor! dei Leviti). L'uomo ascolta per un po', poi disinserisce improvvisamente il CD.
Di nuovo silenzio. Immagine, dall'esterno, da lontano, di lato, della macchina che continua ad andare senza rumore tra le altre auto coi fari accesi, di notte.
Mentre ancora l'immagine della macchina sull'autostrada persiste per un po', si sente venire in sottofondo, in crescendo, il fragore di un applauso.
Irruzione improvvisa di luce.
Siamo di nuovo in teatro. Il pubblico sta applaudendo fragorosamente. Il ragazzo, spenzolando la testa fuori dal traliccio, guarda la ragazza gi in basso, che lo guarda a sua volta con gli occhi lucenti, coprendosi la bocca con la mano un paio di volte per non farsi sorprendere a ridere, mentre Nabucodonosor, aprendosi coi suoi guerrieri la via in mezzo al generale scompiglio, si getta fra Abigaille e Fenena, prende la corona e se la mette sopra la testa (Dal capo mio la prendi! Tutti, in coro, iniziano a cantare la romanza: S'appressan gl'istanti / d'un'ira fatale..., ampia, solenne, a pi voci, attraversata da una lacerante voce femminile, fino all'acuto finale.
Inquadratura della barriera dei cantanti e delle loro ombre deformate e bardate, col braccio levato.
Silenzio improvviso.
 quasi l'alba. Inquadratura del mare ancora buio, lattiginoso. Rumore di sciabordio.
Una ventina di uomini si muovono a branco, nel buio, in silenzio, in un vicolo di Napoli. Parole concitate, bisbigli.
Arrivano al mare.
C' un piroscafo fermo. Della gente sta salendo.
Salgono anche loro.
Inquadratura del piroscafo che lascia il porto e comincia a navigare nella luce irreale che precede l'alba. La scia sull'acqua che silenziosamente si rompe. Un ordine bisbigliato nella penombra. Rimbombo di passi. Un gruppo di uomini corre nel buio. Ordini sussurrati sottovoce. Concitazione. La spalletta della nave oscilla un po' per il beccheggio.
Alcuni uomini del gruppo immobilizzano con le armi i membri dell'equipaggio. Altri corrono nella cabina, bloccano il comandante.
Voi chi siete? chiede il comandante, divincolandosi tra due uomini che lo tengono fermo. Soldati! risponde la voce di Pisacane. Il comandante: Non avete divisa!. Pisacane: Non c' bisogno di divisa per esserlo!. Il comandante: Che soldati siete? Di chi?. Pisacane: Dell'Italia!.
Pisacane e il comandante si fissano per qualche istante.
Questa nave non va pi a Cagliari! Adesso va a Ponza! ordina Pisacane.
Inquadratura della nave che si muove oscillando sul mare, alle prime luci dell'alba.
Inquadratura di Pisacane e di alcuni dei suoi uomini seduti sul ponte. Guardano, sopra la linea lattiginosa del mare, sole e luna contemporaneamente presenti nel cielo.
Mentre persiste ancora per qualche istante l'immagine di sole e luna, si comincia a sentire la voce di Leopardi che sta dettando a Paolina, lentamente, ripetendo le parole, incespicando per trovare le rime.
Inquadratura di Leopardi e Paolina seduti vicini. Lui ha dei fogli sulle ginocchia, ogni tanto abbassa la testa per scrivere quello che Leopardi le detta.
Leopardi: Dato alla plebe fu cacio... (interruzione) con polta....
Paolina: Cosa vuol dire "polta"?.
Polenta.
Mai sentito!
Eppure vuole dire "polenta" lo stesso!
Leopardi continua: E vin vecchio gittar... gittar mille fontane... No mille, meglio molte... e vin vecchio gittar molte fontane, gridando ella per tutto allegra e... allegra e... allegra e... polta... polta... polta... Con cosa rima polta?.
Con molta! dice lei.
No, molta no. Abbiamo gi detto "molte fontane" Allegra e folta! Ecco! Allora: "Gridando ella per tutto allegra e folta... viva la carta e viva Rodipane!".
Bravo, conte Leopardi! Come l'avete trovata presto la rima!
Stavolta era facile. Questo verso ce l'avevo gi In mente. Perch credi che ci abbia messo prima la parola "fontane"?
La ragazza guarda per un po' Leopardi, che le sorride e la osserva a lungo. Inquadratura del volto sfuocato di lei.
Rumori che provengono dalla campagna. Intenso lontano canto di cicale.
Leopardi, riprendendosi: Allora, ricapitoliamo!.
La ragazza comincia a leggere:
Dato alla plebe fu cacio con polta, e vin vecchio gittar molte fontane, gridando ella per tatto allegra e folta viva la carta e viva Rodipane...
Leopardi e la ragazza si guardano soddisfatti. Che cos' la carta? chiede la ragazza. La carta costituzionale, naturalmente! Ah!
Leopardi: Rileggimi la strofa prima!. La ragazza legge:
Via il novello signor giurato ch'ebbe servar esso e gli eredi eterno il patto, incoronato fu come si debbe,
il manto si vest di pel di gatto, e lo scettro impugn, che d'auro crebbe, della cui punta il mondo era ritratto, perch credeva allor del mondo intero a specie soricina aver l'impero.
Leopardi continua:
Dato alla plebe fu cacio con polta, e vin vecchio gittar molte fontane, ridando ella per tutto allegra e folta viva la carta e viva Rodipane...
Si guardano soddisfatti.
Bene! conclude Leopardi. Per oggi basta! Sono un po' stanco.
Come si intitoler questa roba? chiede la ragazza.
Paralipomeni della Batracomiomachia.
Paralich...? cerca di ripetere la ragazza, impappinandosi.
Leopardi ride.
Si guardano per un istante negli occhi.
E dopo cosa succede? chiede ancora con curiosit la ragazza.
Dopo, dopo... Quanta fretta hai!
Come va a finire? incalza la ragazza.
Come va a finire, come va a finire... Come vuoi che vada a finire?
Silenzio. Si sente venire da fuori il rumore ossessivo e lontano delle cicale nella giornata assolata.
Notte. La macchina  appena uscita da un casello dell'autostrada. Si incolonna nella rampa. Il guidatore guarda i fanalini posteriori delle macchine che lo precedono. Le loro luci rosse si dilatano un po' sulla strada, mentre si sentono salire, solo per qualche istante, sottofondo, le note del Nabucco.
Di nuovo silenzio.
La macchina viaggia ancora per un po'. Si vedono ai lati grandi condomini a pi piani, con qualche luce qua e l, e grandi centri commerciali dalle insegne accese.
La macchina imbocca un sottopassaggio. Arriva fino alla gabbiola d'ingresso di una grande costruzione avveniristica.
Il conducente introduce un pass. La sbarra si alza. Arriva fino a un enorme parcheggio, ferma l'auto.
scende. Si dirige verso un'enorme costruzione sul fondo.
Varca un'altra porta, che si apre di colpo dopo che ha introdotto una chiave di sicurezza in un quadrante.
Entra. Supera varie soglie di sicurezza. Sale con l'ascensore. Cammina attraverso lunghi corridoi sotterranei nell'enorme struttura di un acceleratore sotterraneo di particelle.
Altre misure di sicurezza. Luci che si accendono. Piccoli segnali metallici di via libera.
L'uomo entra infine in una grande sala sotterranea gremita di molte file di computer disposti a cerchio, i cui video trasmettono tutti la stessa identica immagine di una miriade di piccole, frenetiche scie luminose di particelle le cui traiettorie si intersecano continuamente, si dirige verso uno di essi. Un uomo, seduto, sta fissando immobile il video. L'uomo appena arrivato si ferma in piedi, di fianco, in silenzio.
L'uomo seduto si accorge della sua presenza, gira per un istante la testa verso di lui.
Niente? chiede quello appena arrivato all'uomo seduto. Niente!
Poi si alza e va via.
L'uomo appena arrivato si siede al suo posto. Comincia a fissare a sua volta le traiettorie di luce sopra lo schermo.
Improvvisa esplosione musicale. Siamo di nuovo in teatro. Mentre da sotto salgono i suoni e le voci a tutto volume, il ragazzo sta facendo l'equilibrista sopra il traliccio, per attirare l'attenzione della ragazza, che infatti lo sta fissando con attrazione e spavento, sbarrando gli occhi e facendogli dei piccoli cenni di no con la testa.
La musica cessa improvvisamente.
Scena di folla.
Nelle vie di Napoli assediata dalle bande del conte Ruffo, i lazzaroni danno la caccia ai giacobini. Si vedono alcune teste mozzate infisse su pali, in una piazza.
 un giacobbino!  un giacobbino! gridano alcuni.
Tutti si gettano al linciaggio.
Scene di furibonda violenza, persone trascinate per terra, smembrate.
Cambio di scena. Inquadratura della sfarzosa sala reale. Un emissario del conte Ruffo si avvicina lentamente e cerimoniosamente alla regina, in piedi sul fondo, nei suoi pesanti vestiti regali, sollevata sopra un rialzo vertiginoso. Le consegna un messaggio.
La regina scorre velocemente quello che c' scritto biascicando le parole a fior di labbra, stizzita.
No! No! grida alla fine. Il verminaio rivoluzionario deve essere estirpato!
Inquadratura di un gran numero di grossi topi che si muovono freneticamente sulla parete inclinata di una discarica.
Si comincia a sentire in sottofondo, fuori campo, la voce di Leopardi che recita:
Negli scettri non han ragione o voto i popoli nessuno o ne' diademi, ch'essi non ferma Dio, siccome  noto. Anzi s'anco talvolta in casi estremi resta il soglio deserto non che voto per popolari fremiti e per semi d'ire o per non so qual malinconia, onde spenta riman la monarchia, al popol che di lei fu distruttore cercan rimedio ancor l'altre corone, e legittimo far quel mal umore quasi e rettificar l'intenzione destinato da loro novo signore dando a quel con le triste o con le buone, n sopportan giammai che da se stesso costituirsi un re gli sia concesso.
La voce in sottofondo si interrompe. Inquadratura di un gran numero di rane che avanza a balzi.
Voce in sottofondo di Paolina: Guardate, guardate, conte Leopardi! Le rane stanno attaccando!. Lo so, lo so... risponde la voce di Leopardi. E adesso cosa succeder? chiede con apprensione la voce di Paolina, mentre le immagini delle rane continuano a scorrere.
Inquadratura delle rane e dei topi che si fronteggiano. La voce di Leopardi comincia a recitare, mentre scorrono le immagini dei topi che fuggono:
Eran le due falangi a fronte a fronte gi dispiegate ed a pugnar vicine, quando da tutto il pian, da tutto il monte diersi a fuggir le genti soricine. Come non so, ma n ruscel n fonte balza n selva al corso cor di fine. Fuggiran credo ancor, se i fuggitivi tanto tempo il fuggir serbasse vivi. Fuggir al par del vento, al par del lampo...
Inquadratura da dietro dei topi che continuano disordinatamente a fuggire.
Non dovevate farla finire cos! si dispera la voce d Paolina. Possibile che non sia rimasto nessuno a combattere, che i topi siano cos vigliacchi?
Oh, no! Questo no! dice la voce di Leopardi. Questo no!
Inquadratura di un grosso topo morto stecchito, con le zampe in aria, la bocca socchiusa da cui sporgono i denti, i baffi rigidi, mentre la voce di Leopardi riprende a recitare:
Solo di tutti in sul deserto campo Rubatocchi rest come cipresso diritto, immoto, di cercar suo scampo non estimando a cittadin concesso dopo l'atto de' suoi, dopo lo scorno di che principio ai topi era quel giorno. Cos pugnando sol contro infiniti dur finch il veder non venne manco. Poi che il Sol fu disceso ad altri lidi, sentendo il mortal corpo afflitto e stanco,
di punte acerbissimi feriti ; laceri in pi parti il petto e il fianco, o scudo ove una selva orrida e fitta l'aste e d'armi diverse era confitta, regger pi non potendo, ove pi folti gl'inimici sentia, scagli lontano. Storpiati e pesti ne restaron molti, litri schiacciati insudiciaro il piano, poscia gli estremi spiriti raccolti, augnando mai non ripos la mano finch densato nella notte il velo, cadde, ma il suo cader non vide il cielo.
Silenzio. Rimane ancora per un po' l'immagine di Ri batocchi immobile, irrigidito. Sulla discarica cominciano gi a volteggiare un gran numero di gabbiani che lanciano gridi.
Mentre riprendono a salire di nuovo, leggere, le note del duetto tra Nabucodonosor e Abigaille (Donna, chi sei? fino a Morte qui sta pei tristi... e oltre), il piroscafo si sta avvicinando a Ponza.
Pisacane e i suoi sono in piedi sul ponte. Guardano la costa dell'isola avvicinarsi.
Che facciamo? chiede Nicotera a Pisacane. Perch Pilo non  arrivato con le armi? Abbiamo solo quelle trovate nella stiva...
E Fanelli? incalza Falcone. Si muover coi suoi uomini o aspetter di vedere come si mettono le cose?
Che ne so! risponde Pisacane guardando la costa che si avvicina sulla linea del mare. Noi faremo quello che c' da fare!
Inquadratura del piroscafo che attracca.
Pisacane e i suoi saltano gi armati.
Corrono per gli stretti vicoli in salita del paese, verso la prigione.
 tutto deserto. Si vede solo, per pochi istanti, il volto pieno di rughe di una vecchia che guarda da dietro una finestrella e poi scompare.
Arrivano alla prigione. Si sentono i primi colpi di armi da fuoco nel generale silenzio.
Alle finestre della prigione si affacciano da tutte le parti, di colpo, molti volti di detenuti dietro le grate.
La guarnigione del piccolo presidio borbonico risponde per un po' al fuoco, poi si arrende.
I militari escono a braccia alzate, stanchi, sudati.
Un paio di uomini di Pisacane li tengono sotto tiro mentre gli altri irrompono nella prigione.
Rumori di passi in corsa. Colpi, grida di esultanza dei detenuti.
Le porte delle celle vengono spalancate una per una, con fragore.
I detenuti irrompono fuori. Corrono lungo i corridoi, sbattendo con le spalle contro le pareti e gli spigoli.
Inquadratura di Pisacane che sfoglia i registri della prigione, nella stanza delle guardie.
I prigionieri entrano in massa nella stanza.
Pisacane e i suoi abbracciano alcuni prigionieri politici appena liberati, che hanno l'aria di conoscere.
Poi rimangono tutti in piedi, in silenzio.
Trecentoventitr detenuti... comincia Pisacane chiudendo il grosso registro di cui solo una dozzina condannati per motivi politici. Gli altri... disertori, criminali comuni...
I prigionieri ascoltano in silenzio Pisacane, in piedi attorno a lui, a testa bassa, sporchi, con le barbe e i capelli lunghi.
Siete liberi! dice alla fine Pisacane. Potete andarvene! Fate quello che volete! Non sentitevi in obbligo con noi!
Silenzio.
Vuje chi site? Che cazzo vulite? domanda improvvisamente uno dei prigionieri, in dialetto.
Fare la rivoluzione! Liberare l'Italia!
Silenzio.
Pisacane e i prigionieri si guardano senza parlare.
Add cazzo jate? domanda ancora, improvvisamente, l'uomo.
Pisacane: A Sapri!.
Silenzio.
Pure nuje! rispondono tutte assieme le voci dei prigionieri.
Inquadratura da lontano del piroscafo pieno di uomini che si allontana silenziosamente dalla costa sulla superficie del mare.
Improvvisa irruzione musicale. Per alcuni minuti solo il palcoscenico, le luci, la musica, i costumi, il canto. Di nuovo il duetto tra Nabucodonosor e Abigaille, fino al: O dell'ambita gloria... e al suono delle trombe che lo conclude.)
Esaltazione del ragazzo in equilibrio instabile sopra il ponteggio.
L'amico, dal basso, mentre  al lavoro dietro le quin te con gli altri macchinisti, alza gli occhi verso di lui, allarmato. Fa un gesto ripetuto con la mano, come a dire "Sei impazzito?".
Silenzio. Inquadratura, da dietro, della testa dell'uomo di fronte al video tutto attraversato dalle traiettorie dei fasci di particelle che si scontrano alla velocit di quattordicimila miliardi di elettronvolt.
Musica leggerissima in sottofondo.
L'interno della cattedrale di Napoli, durante la Repubblica Partenopea. Grande folla. Fissano tutti l'altare, dove il cardinale Zurlo tiene in mano, sollevata l'ampolla con il sangue del santo. Ma il sangue non si scioglie. Mormorii di costernazione della folla. Il capo del governo si alza dal proprio posto, arriva fino all'altare, si avvicina al cardinale. Gli punta la pistola contro i paramenti e gli sibila all'orecchio: Se il miracolo non avviene immediatamente, siete un uomo morto!.
Il cardinale suda,  atterrito. Inquadratura di mani che trafficano attorno all'ampolla. Qualche istante dopo il sangue comincia a sciogliersi. Il cardinale solleva molto in alto l'ampolla, perch tutti possano vederla. Esclamazioni di sollievo dalla folla.
Scena esterna. Una donna esce da un vicolo. Attraversa una piccola piazza. Si infila in un altro vicolo. Arriva vicino a una porta. Si guarda attorno due o tre volte, per un'antica abitudine cospirativa, prima di bussare un numero di colpi convenuto.
La porta si apre. La donna entra. Su un bancone c' una pila di copie del Monitore accora fresche di stampa.
La donna ne afferra febbrilmente una, se la rigira tra le mani.
I francesi si ritirano! esclama all'improvviso. Mac Donald  ancora qui! ribatte l'uomo. Mi hanno detto che in questo momento  nella cattedrale! No, ci stanno abbandonando! insiste la donna, gli austriaci sono gi penetrati in Lombardia. Non vogliono farsi tagliare fuori. Ci mollano! Le bande di Ruffo continuano a premere. Il duca Carafa le sta tenendo impegnate. Cosa succeder?
Ci batteremo. Non scenderemo a patti. Venderemo cara la pelle.
L'uomo le afferra con forza le mani. Eleonora!
Silenzio assoluto.
I due genitali, maschile e femminile, continuano meccanicamente a copulare in primissimo piano nella luce accecante.
Inquadratura, per la prima volta, per pochi istanti, del volto dell'uomo intento a scopare ( lo stesso di Pisacane).
La musica riprende a salire in sottofondo.
Inquadratura del volto di Pisacane alla testa dei suoi uomini. Per le strade deserte i passi rimbombano sull'acciottolato.
Non c' nessuno! dice Falcone a Pisacane, camminando al suo fianco.
Se ne stanno nascosti! dice Pisacane. Il goverrno di Napoli ha messo in giro la voce di stare tappati in casa, che siamo una banda di criminali e di evasi.
E Fanelli? chiede ancora Falcone. Perch Fanelli non si muove?
 sempre la solita storia: vuole prima sapere come veniamo accolti dalla popolazione.
Come veniamo accolti! Come veniamo accolti! esclama Falcone. Come cazzo vuole che veniamo accolti se pure loro se ne stanno annascuse comme e suerce!
Pisacane getta indietro la testa in una risata piena di malinconia e di disprezzo, la cui eco rimbomba nelle stradine deserte.
Altra scena.
Siamo a Padula.
Colpi di arma da fuoco. Gli uomini di Pisacane si stanno scontrando duramente con i reparti borbonici.
Lunga scena, muta, di combattimento. Solo gli spostamenti degli uomini sul terreno, il rumore degli spari e dei gemiti e delle urla delle persone colpite.
Gli uomini di Pisacane e i soldati borbonici continuano a combattere con accanimento.
Il terreno si copre sempre pi di morti.
Immagine dei corpi riversi o coricati sulla schiena con la faccia e la bocca piene di sangue nero e di mosche.
Nessuna musica.
Inquadratura, in un interno, della giornalista inglese Jessy White che sta leggendo tra s il testamento di Pisacane.
Le mani che reggono il foglio tremano un po'. Ha gli occhi gonfi. I suoi capelli si sono sciolti dal fermaglio e alcune ciocche le scendono gi.
Si sente, fuori campo, la voce di Pisacane, col suo forte accento napoletano, pronunciare le parole che la donna  intenta a leggere.
Io sono convinto che i rimedii temperati, come il regime costituzionale del Piemonte e le migliorie progressive accordate alla Lombardia, ben lungi dal fare alzare il risorgimento d'Italia, non possono che ritardarlo. Per quanto mi riguarda, io non farei il pi piccolo sacrificio per cambiare un ministero o per ottenere la costituzione, neppure per scacciare gli austriaci dalla Lombardia e riunire questa provincia al regno di Sardegna. Per mio avviso la dominazione della casa di Savoia e la dominazione della casa d'Austria sono precisamente la stessa cosa."
La donna si interrompe un istante, alza gli occhi dal foglio e guarda verso la finestra chiusa prima di ricominciare a leggere.
"Io sono persuaso, se l'impresa riesce, otterr gli applausi generali: se soccombo, il pubblico mi biasimer, sar detto pazzo, ambizioso, turbolento, e quelli, che non mai facendo passano la vita nel criticare gli altri, elimineranno minuziosamente il tentativo, metteranno allo scoperto i miei errori..."
La donna interrompe di nuovo la lettura. Si asciuga per un istante gli occhi prima di riprendere.
"Io unisco alla mia bandiera tutte le affezioni e tutte
le speranze della rivoluzione d'Italia. Se non riesco disprezzo profondamente l'uomo ignobile e volgare che mi condanner: se riesco apprezzer assai poco i suoi applausi. Ogni mia ricompensa io la trover nel fondo della mia coscienza e nell'animo di questi cari e generosi amici, che mi hanno recato il loro concorso ed hanno diviso i battiti del mio cuore e le mie speranze: che se il nostro sacrificio non apporta alcun bene all'Italia, sar almeno una gloria per essa l'aver prodotto dei figli che vollero immolarsi al suo avvenire." La donna stacca gli occhi dal foglio. Inquadratura del suo volto tutto bagnato di lacrime.
Nessuna musica. Un leggerissimo suono di diapason accompagna tutta la scena.
Inquadratura di due topi muniti di grandi ali, Leccafondi e Dedalo, che si spostano volando altissimi nel cielo solcato da lontani bagliori, diretti verso il regno dei morti.
La voce fuori campo di Leopardi recita:
A Dedalo torniamo ed all'intenso desio che il mosse a ricercar per quanti climi ha la terra e l'oceano immenso, come fer poscia i cavalieri erranti delle amate lor donne, in qual dimora le bestie morte fosser vive ancora.
Di nuovo l'inquadratura dei due topi alati che li spostano in volo lontanissimi dalla terra.
La voce fuori campo di Leopardi continua a recitare:
Cos d'ali ambedue vestito il dosso, su pe' terrazzi del romito ostello il nuovo carco in pria tentato e scosso, preser le vie che proprie ebbe l'uccello.
Inquadratura della curvatura della terra e delle sue di stese di acque e ghiaccio... volar per tratto immenso ed infiniti vider gioghi dall'alto e mari e liti.
Nessuna musica.
Inquadratura da lontano del piccolo gruppo di superstiti di Pisacane che si dirigono, marciando in assoluto silenzio nella campagna, esausti, verso il Cilento.
Primo piano di Pisacane e Falcone che, stanchi, laceri camminano fianco a fianco alla testa degli uomini rimasti.
Inquadratura in lontananza della campagna e del piccolo gruppo di uomini che camminano.
Solo un canto di cicale nell'immensa campagna assolata e deserta.
Inquadratura da lontano di un folto gruppo di contadini armati di fucili, di falci e di vanghe che muovono in silenzio verso gli uomini di Pisacane.
Inquadratura aerea dei due gruppi di uomini che si scontrano.
Si sentono lontani colpi di armi da fuoco. Poi il rumore muto delle falci e delle vanghe dei contadini che si abbattono sugli uomini di Pisacane e ne fanno scempio nel silenzio della campagna.
Rumori di gemiti, di urla soffocate e di grida che si perdono in lontananza.
I contadini hanno ormai sterminato quasi tutti gli insorti.
Primo piano di Pisacane raggiunto da un colpo di fucile alla testa.
Primo piano di Pisacane che, morto, si uccide di nuovo con un colpo di pistola alla testa.
Primo piano di Falcone che si uccide con un colpo di pistola alla testa.
Inquadratura dell'Italia come un set porno tutto pieno di morti.
Cominciano a salire, nel profondo silenzio che segue ancora per un po' la scena precedente, le prime note di Va' pensiero.
Inquadratura delle ombre deformate delle teste dei coristi che cominciano a cantare (la barriera delle loro ombre ricorda quella di un branco di grandi scimmie antropomorfe).
Cantano cos la prima strofa e mezzo del brano.
Poi, da Oh, mia patria s bella e perduta fino alla fine del brano, inquadratura frontale del palcoscenico gremito da un gran numero di grandi scimmie che cantano in coro, ingobbite, struggenti, con il braccio levato, fronteggiando il pubblico.
Di nuovo silenzio assoluto.  notte fonda.
Si intravede nella penombra il corpo di Leopardi, completamente nudo per il gran caldo, girato di schiena di fronte alla finestra spalancata. Contempla la notte
rischiarata di tanto in tanto dai rossi bagliori del vulcano in eruzione poco distante. Si sentono anche dei rombi profondi, degli spaventosi boati.
Il suo piccolo corpo dalla spina dorsale orribilmente deviata  immobile, lo si indovina a tratti alla luce dei bagliori lontani.
Inquadratura del corpo nudo, deforme, compresso di Leopardi contro i bagliori del cataclisma che squarcia la notte.
D'un tratto si sente la sua voce che comincia a recitare tra s a fior di labbra alcuni versi di Lucrezio, mentre scorre sotto la traduzione:
"Nam quacumque prius de parti corpora desse onstitues, haec rebus erit pars ianua leti, lac se turba foras dabit omnis materia".
("In qualsiasi luogo si supponga la materia venga meno, proprio l si aprir per l'universo la porta della morte: di l fuggiranno in folla tutti gli atomi della materia.")
Di nuovo silenzio. Ancora per un po' l'immagine del corpo nudo di Leopardi alla finestra contro lo sfondo del cielo. La sua figura  evidenziata di tanto in tanto dai rossi bagliori di sempre nuove esplosioni che illuminano per qualche istante la notte.
Inquadratura di macchinisti, tecnici delle luci e del sipario che lavorano in silenzio dietro gli scenari e le quinte, da dove arrivano leggermente attutiti e un po' deformati e distorti la musica e il canto.
Inquadratura del ragazzo disteso sopra il ponteggio, che non stacca gli occhi da quelli della ragazza.
Inquadrature dei loro occhi che non si lasciano per un solo istante, dei loro volti accesi dall'emozione sullo sfondo attutito e un po' allontanato della musica e del canto umano.
Strade disselciate. Si sentono venire da lontano rumori di fucileria, ordini lanciati perentoriamente in lingua tedesca, grida di insorti e rumori di passi in corsa.
Siamo a Milano, durante le Cinque Giornate.
Inquadratura di una piccola strada ingombra di calcinacci, macerie e tronconi di barricate.
Rumore di passi in corsa.
Irrompe nella stretta via, correndo a perdifiato, il nostro ragazzo. Ha i capelli appiccicati alla fronte per il sudore, il volto annerito. Stringe in una mano un fucile. Si sente alle sue spalle il rumore cadenzato di molti stivali che lo stanno inseguendo.
Il ragazzo si ferma improvvisamente. Si guarda intorno, respirando forte.
C' un portone socchiuso, tra le altre porte sprangate. Il ragazzo lo vede, si guarda alle spalle.
I rumori degli stivali sono sempre pi vicini.
Il ragazzo si infila dentro il portone. Lo richiude alle proprie spalle.
Vi si appiattisce contro, respirando affannosamente. Sente il rumore vicinissimo dei passi dei suoi inseguitori, che si fermano per un po', si scambiano battute concitate in tedesco.
Il ragazzo  ancora immobile dietro il portone, in silenzio, con gli occhi sbarrati.
Qualche istante dopo, un nuovo ordine. Si sente il umore degli stivali che si allontanano di corsa continuando l'inseguimento.
Il ragazzo respira pi lentamente, chiude gli occhi.
Si gira. Si guarda attorno. Di fronte ai suoi occhi c' un cortile, con al centro un giardino intatto pieno di fiori intensamente colorati, di aiuole.  tutto silenzioso, tranquillo, irreale. Sembra di essere in un altro mondo.
Silenzio. Nessuna musica. Si sente solo, di tanto in tanto, da qui fino al termine di questa lunga scena, l'eco dei rumori lontani e attutiti della battaglia che si sta svolgendo all'esterno, dei colpi di fucile e di cannone, degli ordini gridati in italiano, in tedesco, delle devastazioni.
Il ragazzo si guarda attorno senza fiatare.
C' una larga scala dietro una porta a vetri, quasi uno scalone.
Il ragazzo si avvicina, fa qualche passo fino al primo gradino, guarda in su.
 tutto silenzioso, sospeso.
Prova a salire, stringendo in una mano il fucile.
Guarda ancora in su, nella tromba delle scale silenziosa e deserta.
Arriva al primo pianerottolo. Sale ancora, lentamente, senza riuscire a fermarsi, fino in cima.
C' un'altra porta, pi piccola, anche questa a vetri, socchiusa.
Mette dentro la testa. Silenzio. Deve esserci una sartoria perch si vedono diversi abiti femminili non ancora finiti su busti di manichini.
Fa un passo all'interno. Si guarda attorno. Sfiora con una mano annerita e un po' bruciacchiata, senza fiatare, il tessuto colorato di uno degli abiti.
Continua a guardarsi attorno, si vede riflesso in uno degli specchi incorniciati. Si ferma sbalordito, con gli occhi sbarrati.
Si affaccia a un'altra porta, che d su una nuova stanza. Anche questa  tutta piena di abiti messi in for ma sui manichini.
Si sposta ancora, senza fare rumore, in quello spazio deserto pieno di abiti appena tagliati. Entra in una terza stanza, pi piccola.
Si arresta di colpo.
Oh! si lascia sfuggire una ragazza seduta sul fondo, su un piccolo sgabello basso, che era intenta a cucire.
Si alza in piedi di scatto, lasciando cadere il vestito.
 la stessa ragazza del coro delle vergini ebree che il ragazzo guardava dall'alto.
E tu chi sei? le chiede sbalordito il ragazzo, lasciando cadere il fucile.
Sono la piccola della modista.
Cosa fai qui dentro? le chiede il ragazzo guardandola sbalordito. Fuori c' la rivoluzione!
Devo finire il lavoro. La signora non sente ragioni.
Il ragazzo la guarda. Anche lei lo guarda. Dall'esterno rumori di fucileria, lontani, attutiti.
Il ragazzo fa qualche passo verso di lei, che arrossisce di colpo.
Come ti chiami? le chiede. Orsina risponde lei abbassando la testa. Orsina? ripete il ragazzo ridendo. Ma che nome ? Un nome come un altro! risponde la ragazza, un po' offesa.
Eppure non sembri un'orsina! le dice il ragazzo. Perch? Cosa sembro? Mah, non lo so... magari una coniglina! Vuoi dire perch ho le orecchie lunghe? La ragazza si tocca le orecchie leggermente a sventola le guarda con preoccupazione allo specchio. Il ragazzo le va vicino. Si guardano tutti e due nello specchio.
Ma no! Cosa dici? le sussurra con emozione. Sono bellissime!
Gliene tocca una, con la mano annerita, la ragazza arrossisce di nuovo, chiude gli occhi. Il ragazzo si avvicina di pi. Si china su di lei, gliela annusa.
Come sono profumate! sussurra.
La ragazza ha ancora gli occhi chiusi, improvvisamente si abbracciano.
Breve scena corale dei violenti combattimenti che infuriano all'esterno, nelle vie di Milano.
Dopo il silenzio ovattato della lunga scena precedente  come se si fosse lacerata una bolla. Scariche di fucileria, uomini e ragazzi che combattono sulle barricate, donne e ragazze che caricano i fucili,
barriere di soldati austriaci che avanzano sparando, grida, staffette che corrono da una barricata all'altra
per comunicare le posizioni degli austriaci. Un gruppo di seminaristi in tonaca nera sta combattendo con gli altri insorti sulle barricate.
Di nuovo l'interno della sartoria silenziosa.
Arrivano solo i lontani rumori dei combattimenti e dei colpi di arma da fuoco.
Il ragazzo e la ragazza camminano adesso tenendosi per mano attraverso le stanze. Passano di fronte agli abiti sui manichini, davanti agli specchi. Ogni tanto si abbracciano incontrollabilmente, si baciano.
Li hai fatti tutti tu? chiede il ragazzo.
S! risponde lei con esaltazione.
Tutti tu? ripete il ragazzo. Con queste manine?
Se le porta alla bocca, gliele bacia.
S, s! ripete lei con esaltazione. Li ho fatti tutti io! Sono tutti miei!
Il ragazzo allunga la mano verso un vestito di velluto rosso con le filettature in oro, lo sfiora.
Come sei brava!
Riprendono irresistibilmente a baciarsi. La ragazza si abbandona tra le sue braccia, chiude gli occhi.
Dai! Mettitelo! le chiede all'improvviso il ragazzo.
Ma  ancora in prova!
Cosa importa?
 ancora imbastito! Potrebbe rompersi!
Cosa importa? C' la rivoluzione!
Si fermano tutti e due. Si guardano. Si sentono venire da lontano, da fuori, i rumori attutiti dell'insurrezione.
Lei: Mi vergogno!.
Lui: E perch? Sono tuoi!.
Lei: Perch ci sei tu!.
Lui: Te l'ho gi detto. Ascolta. Non lo senti? C' la rivoluzione!.
Si fermano ad ascoltare i rumori lontani di colpi di cannone e di grida, come sentiti dall'interno di una folla.
Il ragazzo si avvicina al vestito sul manichino, cerca maldestramente di sfilarlo dall'alto, con le sue mani annerite dalla polvere da sparo bruciata.
Lei: No, no! Cos lo strappi!.
Comincia a sfilarlo lei, lentamente, facendo attenzione che non si lacerino le imbastiture.
Senti com' morbido! Toccalo! dice al ragazzo quando ce l'ha in mano.  di velluto!
Il ragazzo sfiora il tessuto e nello stesso tempo le mani e poi le braccia della ragazza.
La bacia. Si stringono. Il vestito si accartoccia tra i loro corpi.
Aspetta! lo ferma la ragazza.
Va dietro un paravento. Comincia a svestirsi con gesti infantili, rapidi. Il ragazzo non stacca gli occhi dal volto concentrato della ragazza che spunta dal paravento.
La ragazza esce.
Ecco! dice a bassa voce, col volto in fiamme.
Il ragazzo la guarda sbalordito, nel suo nuovo vestito rosso e oro lungo fino ai piedi.
Come sei bella! balbetta.
Inquadratura della ragazza immobile nel suo splendido vestito lungo fino ai piedi e del ragazzo che la
contempla in silenzio come un'apparizione, mentre provengono dall'esterno i rumori lontani dell'insurrezione che dilaga ormai nell'intera citt.
Improvviso fragore.
Inquadrature, tra il fumo denso della battaglia, di uomini e donne che combattono a sangue sulle barricate e nei corpo a corpo.
Nessuna musica, solo il fragore delle grida e dei colpi.
Mani e braccia che gettano gi dalle finestre mobili che si sfasciano con fragore sul fondo delle stradine perch gli insorti possano usarli per le barricate.
Silenzio. All'interno della sartoria, mentre si sentono venire da lontano i rumori della battaglia, il ragazzo e la ragazza sono nudi sul pavimento, strettamente abbracciati. Sotto i loro corpi sono appallottolati i loro vestiti e altri abiti che hanno arraffato qua e l strappandoli dai manichini e altre grandi pezze colorate di stoffa ammucchiate alla rinfusa per attutire la durezza del pavimento.
Si fermano un istante. Inquadratura da dietro del corpo nudo del ragazzo e del volto della ragazza sotto di lui trasfigurata dall'emozione.
Il corpo del ragazzo comincia a muoversi.
I corpi dei due si rotolano sulla nube di vestiti e pezze di stoffa, avvinghiati.
Si sentono i loro respiri affannosi, i loro gemiti.
Ahi! grida d'un tratto la ragazza, forte, con un verso risentito e infantile.
Carrellata dell'interno della sartoria. Le finestre chiuse manichini immobili da cui pendono pezzi di abiti per met strappati, le tappezzerie, gli specchi, mentre arrivano da fuori campo solo i rumori dei respiri e dei gemiti e i suoni attutiti della battaglia che dilaga all'esterno.
Poi di nuovo silenzio. Solo i rumori lontani della battaglia.
Inquadratura del ragazzo e della ragazza l'uno nelle braccia dell'altra, che si guardano sbalorditi.
E tu come ti chiami? mormora dopo un po' la ragazza, continuando a tenerlo abbracciato.
Non me lo ricordo pi! mormora il ragazzo in risposta.
Rimangono abbracciati per un po', sopra la nube di stoffe.
Da fuori, i rumori sempre pi vicini della battaglia. Grida, cannonate, rumori di intonaci e calcinacci che crollano.
Il ragazzo si scuote. Si stacca. Si intravede il suo pene rosso di sangue mentre cerca i vestiti l vicino, e il fucile.
Devo andare dice con dolcezza alla ragazza, ancora nuda, immobile, con le gambe allargate sulla nube di stoffe.
Lui la guarda con emozione. Anche la ragazza lo guarda, dal pavimento, tranquilla. Tra le sue gambe una macchia di sangue impregna i peli pubici.
Il ragazzo si avvicina al suo corpo. Si inginocchia tra le sue gambe, le bacia i peli pubici tutti rossi di sangue. Poi Si rialza.
Torno presto! dice alla ragazza, con le labbra rosse di sangue.
La ragazza lo guarda con dolcezza dal pavimento tranquilla.
Pulisciti la bocca! gli dice ridendo.
No, non me la pulisco! le risponde il ragazzo ridendo, prima di correre fuori imbracciando il fucile.
Combattimenti nelle strade. Uomini armati di vedetta tra le guglie del Duomo. All'interno del Castello gli austriaci asserragliati danno alle fiamme cataste di morti. Li buttano uno dopo l'altro tenendoli per i piedi e le mani. Sono corpi di soldati austriaci, di insorti, e insorte. Qualcuno geme, d segni di vita. Lo buttano ugualmente sulla catasta.
Un soldato austriaco tenta di sfilare alcuni anelli dalla mano di una donna elegantemente vestita. Non ci riesce. Prende un'accetta, mozza la mano e la butta da parte.
Inquadratura delle cataste di corpi in fiamme da cui si leva un fumo denso e nero che si alza sulla citt e alcuni soldati austriaci che si tappano il naso e la bocca con la mano per non vomitare.
Assoluto silenzio.
All'interno del gigantesco acceleratore di particelle, la testa immobile del tecnico, da dietro, che guarda il video attraversato incessantemente dai fasci luminosi
L'inquadratura si stringe. I fasci luminosi a poco a poco si rivelano essere i traccianti di proiettili e bombe, i bagliori delle esplosioni che solcano il cielo notturno.
Una citt sottoposta a un bombardamento tecnologico moderno di enorme portata.
L'inquadratura dello spaventoso bombardamento notturno della citt illuminata a giorno - con la piccola testa dell'uomo che si staglia contro di essa, invade per un po' tutto lo schermo, nell'assoluto silenzio.
L'inquadratura si allarga di nuovo.
Un altro uomo, lo stesso cui aveva dato precedentemente il cambio quello che si trova adesso di fronte al video, si avvicina da dietro per dare il cambio a sua volta.
Niente? chiede quello appena arrivato all'uomo seduto.
Niente risponde l'altro prima di alzarsi e andarsene.
L'uomo appena arrivato si siede a sua volta di fronte al video.
Ancora, per un po', l'inquadratura della testa dell'uomo di fronte ai bagliori del catastrofico bombardamento notturno.
Assoluto silenzio.
Una stanza con la finestra spalancata, di notte. Alla luce della luna che illumina leggermente mobili e oggetti, si indovinano i contorni di un letto. Ci  coricato sopra Leopardi, sotto un sottile lenzuolo bianco che lo ricopre quasi completamente, lasciando scorgere solo una parte della fronte e i capelli.
 assolutamente immobile. Non si capisce neppure se  sveglio con gli occhi chiusi, se sta dormendo o se  morto.
Ancora per un po' l'inquadratura del corpo deforme di Leopardi immobile sotto il lenzuolo nell'assoluto silenzio.
Poi, senza soluzione di continuit e senza musica: fumo denso, crepitare di fucili e rumori sordi di cannone. Inquadrature di masse di militari austriaci che avanzano devastando e sparando.
Inquadratura di grandi distese luccicanti di granchi che avanzano ammassati e incastrati e di topi che fuggono.
Inquadratura del volto deformato dell'attore porno mentre sta per arrivare all'orgasmo sul set pieno di morti (lo stesso di Pisacane).
Inquadratura del volto dell'attrice porno mentre riceve gli schizzi di sperma in faccia sul set pieno di morti (lo stesso di Eleonora De Fonseca Pimentel).
Inquadratura del volto di Eleonora De Fonseca Pimentel condotta al patibolo tra le grida di due ali di folla che la coprono di insulti. Lei sfida col suo sguardo la folla (si sente in sottofondo, solo in questo punto, il canto di Nabucodonosor che scorge la figlia Fenena condotta a morte Ecco! Ella scorre / fra le file guerriere!... Ohim... traveggo? / Perch le mani di catene ha cinte?... / Piange!... - poi di nuovo silenzio).
Inquadratura del corpo di Leopardi, irrigidito sul letto, coperto dal lenzuolo. Adesso  giorno. Vicino al letto, immobile, in piedi, c' Paolina col fratello Antonio Ranieri. Rumore di passi all'esterno. Fragore. La porta viene spalancata di colpo. Entrano due uomini che si avventano sul corpo di Leopardi, lo afferrano
uno da una parte e l'altro dall'altra. Il lenzuolo cade. Il povero corpo di Leopardi  nudo tra le mani degli uomini, sollevato come un sacco sopra il filo del pavimento.
I due stanno per portarlo via.
No! Nella fossa comune no! grida Antonio.
Non potete! grida a sua volta Paolina, buttandosi contro i due.
S'adda scanz 'o contagio. Cc a Npule 'nce st 'o colera! risponde sprezzantemente uno dei due, in dialetto. Nun 'o sapevate, signur?
Non potete! grida ancora Paolina, fermandoli col proprio corpo.
Questo  il conte Leopardi! grida Antonio.
O vero! E j songo 'o marchese Cazzoinculo! sghignazza l'altro uomo.
Questo  un poeta!
'Nu poeta? 'Sta sputazza  'nu poeta?
S. Un grande poeta!
E j songo Sua Santit!
Ancora Paolina in lacrime e Antonio che cercano disgraziatamente di impedire ai due di portare il corpo di Leopardi alla fossa comune.
Inquadratura del volto di Pisacane morto, coperto di mosche, e dei suoi compagni caduti vicino a lui.
Inquadratura del volto di Cavallo Pazzo assassinato e delle grida funebri che le donne indiane lanciano attorno al suo corpo.
Inquadratura di Rubatocchi morto stecchito e dei gabbiani che volteggiano sulla discarica lanciando grida.
Inquadrature degli scontri, delle devastazioni e dei bestiali pestaggi di Genova e del sangue sui pavimenti.
Inquadratura dell'enorme voragine dell'esplosione dopo l'attentato a Giovanni Falcone e alla sua scorta.
Inquadrature di corpi e di volti smembrati da bombardamenti e stragi terroristiche.
Inquadratura della disperata corsa cieca degli spermatozoi verso l'ovulo da fecondare.
Inquadratura di gigantesche montagne di vacche stecchite date alle fiamme durante l'epidemia di "Mucca pazza".
Inquadratura delle Torri gemelle che crollano.
Inquadratura di kamikaze, uomini e donne, che preannunciano il giuramento prima del martirio.
Inquadratura aerea di milioni di indios che invadono le strade e le piazze di Citt del Messico.
Inquadratura di barconi pieni di morti che arrivano nell'isola di Lampedusa e dei pochi superstiti in delirio, che tremano avvolti nelle coperte.
Inquadratura di un bambino zingaro che si aggira tra le macerie di un campo incendiato.
Inquadratura di uomini torturati.
Inquadratura di uccisioni seriali di cavalli, di maiali e di vacche in un macello.
Inquadratura di distese di corpi nudi, gonfi, e di cataste di cadaveri dati alle fiamme dopo il passaggio dello tsunami.
Inquadratura di ostaggi decapitati da uomini che urlano incappucciati.
Lunga inquadratura di Eleonora De Fonseca Pimentel
e degli altri che pendono dalla corda, sospesa a un cavo oscillante per fare durare di pi l'agonia.
Inquadratura della testa del ragazzo con la bocca ancora rossa di sangue, di fronte al plotone d'esecuzione austriaco. Scarica.
Il ragazzo cade.
Inquadratura del suo corpo morto e del suo volto dagli occhi immensi e dalla bocca sorridente e rossa di sangue.
Mentre erompono di nuovo, all'improvviso, ad alto volume, la musica e il canto, carrellata delle zone vuote del palcoscenico. Cavi, cordami, fari, tralicci, le strutture che tengono in piedi le scenografie. Il ragazzo non c' pi. Non si vedono persone, macchinisti, tecnici delle luci, del suono, neppure i cantanti.
L'inquadratura si sposta. Si indovinano lunghe ombre indecifrabili che cantano riflesse contro i fondali, poi, di colpo, inquadratura frontale del palcoscenico, e i cantanti sono ora dei nudi, filiformi, snodati e lenti robot metallici privi del tutto di costumi, che cantano con il braccio levato verso il pubblico fuori campo. Ci sono Zaccaria, Anna, Fenena, il Sacerdote di Bolo, Magi, Popolo, Guardie. Una musica lenta e cupa, processionale, annuncia l'arrivo di Fenena e degli ebrei condannati a morte.
Il robot-Fenena avanza al centro della scena. Si ferma, si inginocchia di fronte al robot-Zaccaria, che comincia a cantare: Va'! La palma del martirio, / va'! quista, o giovinetta....
Il robot-Fenena risponde distesamente: Oh dischi) so  il firmamento!....
Il robot-Nabucodonosor accorre con la spada sguainata, seguito dai robot-guerrieri e dal robot-Abdall. Inizia a cantare: Empi, fermate!.... Poi il coro dei robot. Poi il robot-Abigaille, sorretto da due donne babilonesi, comincia a cantare al centro della scena la struggente romanza finale: Su me... morente... esanime...
L'opera  finita, anche il film  finito. Si sentono provenire, dalla parte del pubblico di robot fuori campo gli assordanti clangori di prolungati applausi metallici mentre la barriera dei robot cantanti viene avanti pi volte sul palcoscenico inchinandosi verso il pubblico, sullo schermo cominciano gi a scorrere i titoli di coda.
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FINE.