ROSA ERRERA.
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DANTE.
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1921. R. Bemporad stampa, Firenze.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Catia Righi e Paolo Oliva per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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A ELISA RICCI.
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AVVERTENZA.
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Non opera di dantista, ma semplice lavoro di divulgazione, questo libro vuol essere per chi si contenti di fare come certi scolari: i quali, non avendo potuto, per qualsiasi motivo, assistere alla lezione del professore, vanno a farsela spiegare, invece che dal professore stesso, da un compagno attento e volonteroso. Quelli ascoltano senza l'impaccio della soggezione; questo espone meglio che sa ci ch' venuto imparando, tutto compreso dei bisogni di quella ignoranza contro la quale ha pur ora combattuto.
Veramente personale qui  soltanto l'amore: amore antico, per Dante e anche per l'insegnamento.
Destinato alla lettura corrente, il libro non ha note. Per rintracciare i versi della Commedia che vi sono citati, baster provvedersi d'un Dante col rimario.
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ROSA ERRERA, Milano, 1921.
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TEMPI DI DANTE.
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Uno sguardo all'universo.
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Chimavi il cielo e intorno vi si gira
Mostrandovi le sue bellezze eterne.
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L'uomo del Medio evo che obbediva a questa chiamata contemplava le bellezze eterne da un luogo privilegiato, dal centro di tutto l'universo.
Oltre la Terra, co' suoi elementi di terra ed acqua, oltre la sfera dell'aria e quella seguente del fuoco, egli immaginava una successione sempre pi ampia di cieli, diafani cos da non impedire la vista delle luci poste dopo essi, sferici, concentrici, rotanti sempre pi rapidi quanto pi lontani. Nella convessit di ciascuno splendeva, come gemma incastonata, il pianeta: la Luna, Mercurio, Venere, il Sole, Marte, Giove, Saturno. Nel cielo oltre Saturno sfavillavano tutte le stelle fisse che popolano il firmamento. Ancora pi remoto e pi ampio era il Primo Mobile o cielo Cristallino, aggirantesi con velocit inconcepibile pi in l di tutte le parvenze celesti, ai limiti estremi del mondo sensibile. Pi oltre ancora, fuori dello spazio, era il cielo di pura luce, l'Empireo, immobile, avvolgente tutto l'universo e, nell'Empireo immobile, Dio, Colui che tutto muove.
In un affresco del Camposanto di Pisa si vede una serie di fasce circolari multicolori, fitte d'angeli; e sopravanzare, al margine superiore del dipinto, una gran testa cinta d'aureola; ai lati di destra e di sinistra spuntare due mani posate sull'ultima fascia circolare; e in basso sporgere i lembi di un'ampia veste. Quella gran figura  Dio, che giganteggia di l dai cieli e li fa girare fra l'Empireo e la terra col mezzo delle gerarchie angeliche.
I cieli, avvolgentisi intorno al nostro globo, non potevano essere estranei alle vicende terrene ed umane. Secondo le credenze consacrate anche nell'opera di Tolomeo (l'astronomo egiziano del secondo secolo dell'era volgare, che diede il suo nome al sistema antico del mondo, bench l'opera sua raccolga notizie non originali) le stelle col loro girare avevano un'influenza sulle inclinazioni che ciascun individuo porta seco nascendo. Gli astrologi (astronomia e astrologia erano allora la stessa cosa) facevano l'elevazione: cercavano, cio, dalla parte orientale dell'orizzonte quale fosse il pi potente fra gli astri nel momento in cui un dato individuo era nato; e secondo la natura di quell'astro e la disposizione buona o malvagia che credevano regnasse allora nel cielo, giudicavano della vita e degli avvenimenti futuri di lui. Federico II, sovrano per il suo tempo assai colto, morto quindici anni prima che Dante nascesse, teneva sempre l'astrologo presso di s; e costui nelle notti serene, prendendo misure e calcolando, faceva dire alle stelle il giorno e l'ora e il punto in cui conveniva all'imperatore di mettersi a una data impresa o di celebrare una cerimonia solenne o di distrarsi dalle cure del regno con una festa.
Tanta  la forza delle parole, che diciamo ancora nel ventesimo secolo, "aver le stelle contrarie", "nascere sotto una buona stella". E si vende anche oggi, nelle nostre citt, in questi tempi di carta stampata, si vende stampato il pianeta della fortuna.
La terra, per, era ritenuta piccola anche quando tutti gli astri le si aggiravano intorno versando sovr'essa le sue influenze. Per il compilatore arabo di Tolomeo, detto Alfragano, che Dante conobbe nella traduzione latina, essa poteva venir considerata come un punto nella sfera del cielo. "Aiuola" la disse il Poeta; e l'immagine desta un'idea di spazio ristretto e insieme di ridente fioritura... Ahim! "l'aiuola che ci fa tanto feroci"...
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L'Aiuola.
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Gerusalemme, la citt santa, era anche il centro geografico del mondo abitato dagli uomini. Le notizie, infatti, intorno al nostro globo, ereditate dalla coltura greca e latina, apprese dall'esperienza degli Arabi e di altri viaggiatori, venivano sottoposte nel Medio evo a criteri che non avevano alcuna relazione con la geografia. La citt santa era "il colmo" dell'emisfero settentrionale, fra i due estremi: lo stretto di Gibilterra o Colonne d'Ercole a occidente, e a oriente il fiume Gange, in quella regione mezzo favolosa e dai limiti mal determinati che s'indicava col nome di India.
Oriente e occidente non avevano significato relativo, ma assoluto. Le Colonne d'Ercole, stabilite fra l'Europa e l'Africa "acci che l'uom pi oltre non si metta", erano l'Occidente; il Gange, donde sorgeva il sole, era l'Oriente.
Fra le terre del continente antico racchiuse da quella circonferenza, si stendeva il Mediterraneo, sulle cui rive eran fiorite le antiche civilt e che vedeva le sue onde solcate da navi a vela o a remi, che si orientavano con la bussola; vedeva le galee di Venezia e di Genova, coi gonfaloni di San Marco e di San Giorgio, cercare gli scali del Levante; e le navi crociate tornare deluse da quella Terrasanta in cui i Turchi, dopo tanti tentativi cristiani, possedevano ancora il Santo Sepolcro. Dante aveva cinque anni allorch l'ultima di quelle spedizioni, guidata da San Luigi IX di Francia, arrestata a Tunisi dalla carestia e dalla pestilenza, vi perdeva il suo duce; ne aveva sette quando il figlio del re d'Inghilterra rientrava senza vittoria in Europa; ed era giovine fatto allorch le onde del Mediterraneo vedevano cadere le ultime coste di Palestina in potere dei Musulmani.
Tutto in giro, oltre le terre abitate, si stendeva "il mare Oceano, del quale sono tratti gli altri mari che sono sopra la terra in diverse parti, e sono tutti come bracci di quello". Cos scriveva quel Brunetto Latini che insegn molte cose a Dante Alighieri.
E Dante Alighieri ebbe molto chiara l'idea degli antipodi, convinto che una pietra, che fosse lasciata cadere liberamente da un punto della terra abitata, cadrebbe l oltre nel mare Oceano; e che i cittadini d'una citt opposta a un'altra citt immaginaria dell'altro emisfero, avrebbero "le piante contro le piante".
Il mare Oceano che la terra inghirlanda era l'ignoto, il regno del sogno e della fantasia: e le terre immaginate in quell'ignoto erano talvolta tenute per vere, al punto, che si disegnavano nelle carte, come si fece nel secolo XIII per quel paese prodigioso cui approd con alcuni compagni il santo irlandese Brandano nei primi tempi dell'Irlanda cristiana, quella terra di Ripromissione, cui trovarono posto i cartografi, che fu persino ceduta per trattato fra principi e che fu meta di esplorazione fino a quattro secoli dopo Dante.
Forse nell'Oceano sconfinato era anche la regione del Paradiso terrestre, dove un giorno gli uomini erano stati felici e donde la colpa li aveva cacciati?
O forse, come argomentava taluno, anche il mezzod della terra era abitato al modo del settentrione? perch il sole andava anche sopra quella parte, e se non vi fossero stati abitanti, vi sarebbe andato sopra "quasi ozioso"!
Ignorata dunque l'esistenza dell'Oceania e del Pacifico; misteriosi nelle tenebre e nei ghiacci le terre e i mari polari; custodito nel segreto delle onde l'immenso continente americano, che pure era stato, per brevissimo tempo, toccato da Normanni nei primi anni del secolo XI; una grande oscurit regnava pure ancora intorno a molte parti dello stesso nostro continente.
Dell'Africa si conosceva poco pi che la zona mediterranea. Solo si sapeva che quella terra volgeva verso sudest: e gi nasceva in qualche spirito ardito il pensiero di girarla e di giungere per quella via alla ricchissima India.
Era il 1291; e i Genovesi Vivaldi tentavano di attuare il temerario disegno, mettendosi per l'Oceano Atlantico. Partirono: e di loro non si ebbe mai pi notizia sicura. Seppe Dante ci che i Vivaldi avevano osato? Ammir la loro audacia? Ebbe forse dall'esempio di quei generosi il pensiero di far navigare uno de' suoi eroi nel "mondo senza gente"?
I nostri marinai risalivano le coste europee fino all'Inghilterra e alle Fiandre; giungevano in Asia, nel Mar Nero, sul Caspio, in Siria, e si spingevano fino al Volga e nella Persia.
Alcuni missionari per diffondere la fede, e Matteo e Nicol Polo veneziani per ragione di commerci tentarono di penetrare pi addentro verso l'Oriente sconosciuto. Dante aveva sei anni, che i Polo riprendevano la via dell'Asia orientale, conducendo seco il figliuolo di Nicol, Marco, allora giovinetto diciassettenne, che doveva poi, esploratore singolarissimo, lasciar memoria del Catai e dello Zipango [Cina e Giappone] nonch di molti luoghi direttamente e non direttamente visitati da lui nell'Asia orientale e nel mare Indiano, in un libro famoso intitolato il "Milione".
Quanto all'Europa, che pure era tanto pi nota, i geografi della fine del milleduecento non ne sapevano ben delineare i contorni, specie settentrionali. E in generale le carte (che fin verso la met del trecento son tutte italiane) non tengono ancora conto esatto dell'orientazione, n rappresentano bene sulla superficie piana la curvatura terrestre.
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Le grandi potest.
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Quando Dante nacque, otto secoli erano passati da che il potente organismo dell'Impero romano si era sfasciato.
Pure la magia del nome romano era stata pi forte d'ogni sventura e d'ogni umiliazione, e quel nome era ammirato e venerato nei ricordi presso gli stessi popoli che ne avean voluto la rovina. Roma era rimasta nella tradizione la citt capo del mondo, la citt che aveva dato ordine e disciplina al maggiore Impero che fosse stato sulla terra. E precisamente il periodo dell'Impero appariva il pi glorioso nelle memorie del Medio evo, pi del repubblicano, che pure aveva creato quella grandezza ed era stato insigne per maggiori virt.
L'idea romana persisteva nelle leggi, ch'erano studiate secondo il diritto romano; nella lingua latina, usata dalla Chiesa pe' suoi riti e usata negli atti pubblici dagli stessi popoli vincitori; nella tradizione di tante citt e di tante famiglie, che facevano, pi o meno direttamente, risalire le proprie origini a Roma.
N Costantinopoli, la capitale dell'Impero d'Oriente, n Aquisgrana, la capitale di Carlomagno, ebbero il prestigio che continuava a avere sugli animi quella Roma tanto decaduta.
Il concetto stesso dell'Impero non era esaurito con lo sfasciarsi dell'Impero romano; e per secoli e secoli parve ancora necessaria, anzi voluta da Dio, una grande monarchia, che fosse a capo di tutte le genti. Il popolo romano, dice il cronista Giovanni Villani, coronava gli imperatori "non da s, ma la Chiesa per lui".
La Chiesa fu la nuova augusta potenza che nacque nella citt Eterna; fu la continuatrice dell'Impero "nella sua parte astratta ed assoluta", fondando la sua autorit sulle coscienze, che a lei si stringevano perch le avviasse alla salvezza; rappresent l'ordine nel disordine, l'autorit morale superiore alle autorit politiche, l'autorit cattolica [universale] sugli interessi dei municipi e delle nazioni.
Ma la Chiesa nel Medio evo non govern le coscienze soltanto. E il dominio delle cose caduche, associato con quello delle coscienze, coinvolse i pontefici, e poi anche i vescovi, in lotte, discordie, passioni terrene. E come vi furono nel clero regolare [o dei monaci] i vinti da preoccupazioni ambiziose o travolti in frodi usuraie, cos parte del clero secolare fu traviato dalla sete dell'oro, degli onori, del lusso, ricorse alle armi e alle male arti diplomatiche dei laici, perdette l'austerit della vita. Gravi abusi afflissero la Chiesa, specie tra il secolo IX e il XIII: fra questi gravissima la simona, cio la vendita e la compera delle dignit e dei privilegi ecclesiastici.
"E intanto i nostri uomini di Chiesa, cavalcando superbi destrieri, vestiti di porpora, coperti di gioielli, d'oro e di seta, riflettendo i raggi del sole scandolezzato del loro acconciamento, fanno da per tutto orgogliosa mostra di s, e nelle persone loro, in luogo di vicari di Cristo, si danno a conoscere eredi di Lucifero, ed eccitano l'ira del popolo non solo contro s, ma contro la sacra autorit che rappresentano". Son parole d'una bolla papale (citata dall'Ozanam): le scrisse Innocenzo IV, pochi anni avanti che Dante nascesse. E Dante toccava i quindici anni quando moriva un papa di gran casa, Nicol III Orsini, ch'era stato largo e magnifico, ma cpido di danaro e d'esaltare e arricchire i propri congiunti.
D'altro lato, l'unione delle due autorit nelle medesime persone e l'ingerenza imperiale nelle cose ecclesiastiche avevan portato a fiere lotte di supremazia fra Chiesa ed Impero, ch'erano culminate in cozzi formidabili.
Gregorio VII, campione della Chiesa nella pi memorabile di tale lotte, aveva iniziato quella riforma morale e politica, che avrebbe dovuto, nella grandiosa concezione di lui, da un lato ricondurre a vita esemplare il clero, e dall'altra assicurare alla Chiesa, non solo l'assoluta indipendenza dall'autorit laica, ma anche la piena supremazia su tutte le umane potest, delle quali era di diritto rbitra e dispensatrice.
La Provvidenza intanto, per usar le parole di Dante, ordinava due prncipi in favore della sposa di Cristo, per farla tornare verso il suo Diletto.
Uno  quel frate Francesco, che papa Innocenzo III, continuatore delle idee di Gregorio VII, si narra che vedesse in sogno nell'atto di sorreggere col braccio levato un tempio crollante: atto in cui Giotto poi lo rappresent in un dipinto della chiesa superiore d'Assisi; l'altro  il servo fedele Domenico, che, nella leggenda narrata da Teodorico d'Appoldia, la Madonna present al Figlio, irato contro i peccatori della terra, pregandolo che temperasse la giustizia con la misericordia e mandasse quello nel mondo per operare al medesimo fine con Francesco. E i due s'incontrarono il giorno dopo in una chiesa; e Domenico, "correndo ai santi baci e ai sinceri abbracciamenti, disse: - Tu sei il mio compagno; tu correrai alla pari con me: stiamo insieme e nessun avversario prevarr. - E d'allora divennero un cuor solo e un'anima sola in Dio: concordia che anche comandarono si osservasse in perpetuo".
Come un segno di questa concordia la regola stabiliva che nelle feste dei fondatori il panegirico di San Francesco fosse detto da un domenicano in una chiesa domenicana, e quello di San Domenico in una chiesa francescana da un francescano.
San Francesco, alle turbe strette intorno a lui, disse la pi mite, la pi santa parola d'amore che mai si udisse dopo quella di Cristo. Dato ogni avere ai poveri, libero da ogni impaccio mondano, egli alz la parola calda di carit e di poesia, benedicendo Iddio in tutte le cose create, delle quali si sentiva fratello. E alla gente indocile contemporanea iusegn, con la vita umile, il perdono delle offese, l'amore della povert, e quella penitenza, che in ultima analisi, come fu detto, non era se non il miglioramento della vita.
L'opera di San Domenico, contemporanea e parallela a quella di San Francesco, fu diretta specialmente contro l'eresia, la quale in forme varie serpeggi in Europa durante tutta l'et di mezzo; e rivolgendosi all'intelligenza si giov specialmente della coltura teologica e della forza d'una formidabile predicazione.
Errore e stoltezza abbondava
E catuno stavane muto;
Fede e virt amortava,
Ond'era il secol perduto;
Non avesse Dio provveduto
Di te,
scriveva, di San Domenico, Guittone d'Arezzo.
L'eresia nelle sue varie forme fu condannata e perseguitata dalla Chiesa. Degli orrori che lo zelo dei fanatici perpetr  famoso testimonio la Crociata contro gli Albigesi (da Albi, citt della Provenza) e contro il signore della Provenza, Raimondo di Tolosa. Furono allora compiute stragi inaudite, anche contro la popolazione inerme delle donne e dei fanciulli, e fu desolata una terra bella e celebrata nei canti dei trovatori.
Quanto agli ordini francescano o dei frati minori, e domenicano o dei frati predicatori (detti anche domini canes o cani del Signore, e come tali ritratti in pittura nella chiesa dei domenicani, santa Maria Novella, a Firenze), essi furono illustrati da figure di santi e di sapienti che onorarono la Chiesa. Una parte degener: e vedremo Dante deplorare che fosse discordia dov'era stata unit, e violazione della regola dov'era stata obbedienza.
Le due grandi potenze accentratrici, Chiesa ed Impero, lasciavano sussistere molti minori gruppi di popoli, che si collegavano or con l'una or con l'altra secondo inclinazioni o interessi costanti o passeggieri: stati o principati, per lo pi senza confini ben definiti, con popolazioni spinte spesso in una direzione o in un'altra da scosse politiche pi o meno violente; e che avevano il governo diviso secondo quello "scaglionamento piramidale di autorit che costituiva l'ideale della societ politica e della monarchia imperiale in quei secoli".
A poco a poco, fra le genti europee tanto spesso in guerra sui contestati confini, e che tendevano a sottrarsi all'autorit politica e unitaria, avveniva un movimento lento e irresistibile, spesso ignorato dagli stessi popoli presso i quali si compiva.
Era il determinarsi delle nazionalit. Cos accadeva in Francia, cos in Inghilterra e in Spagna. La maggior parte degli Stati che oggi esistono in Europa gi s'eran formati, in fine del Medio evo, e gi si reggevano a monarchie, le quali, per ragioni diverse e in diverso modo e grado, andavano concedendo ai loro sudditi certe forme primitive di rappresentanze cittadine, dette con nomi vari, o Parlamenti, o Diete, o Corti: che segnano l'origine delle nostre assemblee legislative. E gi in queste si delineavano tre ordini di rappresentanze: della nobilt, del clero, del popolo: la forza delle armi, dello spirito, del lavoro.
Questo movimento contribuiva a far che la Chiesa tornasse al suo ufficio di alta tutela delle anime; e sopratutto rendeva vani gli sforzi di coloro che sognavano il rinnovarsi della monarchia universale.
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Il bel paese.
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Al tempo di Dante la nazione italiana era idealmente formata essa pure, con caratteri suoi: lingua, diritto romano e diritto comunale, arte, pensiero religioso, tradizioni comuni. Ma il sentimento nazionale mancava. La nazione non aveva ancora acquistato coscienza di s, n aspirava all'unit, bench fosse ricca d'una maravigliosa forza di rinascita, fiorente di commerci, progredita di coltura.
Non avemmo uno Stato, ma fu uno Stato ogni citt. E nelle citt trionfava un fiero individualismo, per cui esse diedero opere grandi, e insieme si travagliarono in discordie infinite: simili a giovani robusti e agili, che sfogassero l'esuberanza delle loro forze in impeti disordinati e incomposti, ma avessero l'animo generoso, l'intelligenza aperta, e uno sconfinato amore di libert.
I Comuni erano nati durante le lotte fra l'Impero e la Chiesa, destreggiandosi apertamente o copertamente fra le potenze rivali, e cos rafforzando le loro particolari autonomie.
Risorgevano nei Comuni le tradizioni del municipio romano, e si manifestava nello stesso tempo l'efficacia dei nuovi elementi germanici: cos come
ne la spumeggiante
Vendemmia il tino
Ferve e de' colli italici la bianca
Uva e la nera calpestata e franta
S disfacendo, il forte e redolente
Vino matura.
Contro i Comuni stavano i diritti imperiali.
Ma, come scrisse uno storico tedesco di cose italiane, il Davidsohn, "in Germania nessuno, a quanto pare, s'era reso pienamente conto che la costituzione stessa dell'Impero rendeva impossibile qualsiasi stabile sovranit sull'Italia; che un paese di tanta e s multiforme vita non poteva venir sottomesso mediante qualche spedizione militare a lunghi intervalli". Avessero o no, gli uomini politici che reggevano i Comuni, "un'esatta percezione delle cause che costituivano la debolezza dell'autorit imperiale dinanzi a loro", certo  che, "con quel senso di realismo ch' rimasto retaggio del popolo, essi seppero sempre dare alla potenza imperiale quel tanto preciso d'importanza che effettivamente le spettava in quel dato momento e in quel dato luogo".
Ma la bella libert era funestata dagli odii fraterni. Le citt stesse erano divise in fazioni: nobili maggiori contro nobili minori, o nobili contro borghesi. E mescolandosi le lotte comunali intestine con le lotte che ardevano in tutta Italia fra Comuni e Impero e fra Impero e Chiesa, e cercando imperatori e pontefici in ogni citt un partito favorevole alla propria causa, avvenne che in molte citt, come in Firenze, i grandi stettero con l'Impero e furono imperiali o Ghibellini, e gli altri costituirono il partito d'opposizione, e furono anti-imperiali o Guelfi. E anche quando gli interessi comunali si separarono dagli interessi imperiali, i nomi rimasero, a significare semplicemente partiti opposti ed avversi, anche in molti casi di inimicizie private degenerate in divisioni cittadine, che trascinavano al sangue e si lasciavano dietro terribili strascichi di rancori.
Ma gi nella seconda met del secolo XIII alcuni Comuni si trasformavano in Signorie, per opera d'uomini influenti e arditi, che s'impadronivano del potere, usando talora la violenza e talora l'astuzia, le armi o l'esercizio delle magistrature comunali, o giovandosi abilmente delle discordie paesane. Si avevano al tempo di Dante gli Ezzelini da Romano nella Marca Trevisana, gli Estensi a Ferrara, gli Scaligeri a Verona, i Malatesta a Rimini, i da Polenta a Ravenna, gli Ordelaffi a Forl, i Malaspina in Val di Magra.
Intanto i due infelici successori di Federico II in Italia, Manfredi e Corradino, difendevano invano il regno di Napoli e la Sicilia contro le forze del francese Carlo D'Angi. E succedeva in Sicilia e nell'Italia meridionale alla dominazione degli ultimi Svevi, divenuta quasi italiana, la dominazione francese. Questa, rsasi in Sicilia insopportabile, ne fu cacciata nel 1282 con la celebre rivoluzione dei Vespri, e le succedeva nell'isola la dominazione dei principi aragonesi, imparentati con casa Sveva.
Eppure, cos com'era divisa e discorde, l'Italia teneva un primato in Europa che nessuno poteva disconoscerle. Non pi primato politico, e nemmeno primato dovuto alla sede apostolica: che questa, mentre Dante scriveva la Commedia, trascorreva ad Avignone, in Francia, un periodo di servit. L'Italia poteva dirsi il centro d'Europa, perch, pi di qualsiasi altro paese, aveva relazioni con tutte le parti del mondo; e, come primeggiava nei commerci, nelle industrie, nella fiorente agiatezza, cos si trovava alla testa del movimento artistico e della coltura.
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Firenze.
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I cittadini fiorentini del Trecento, quando ebbero acquistato coscienza del valore del proprio Comune e cominciarono a tener conto dei fatti del loro passato, accolsero con singolare ingenuit, pur cos acuti com'erano, le leggende fiorite intorno alle origini della loro citt; per modo che su questo punto non v'ha gran differenza fra quanto favoleggiavano le donne riunite a filare, e quanto scrivevano sulle loro pergamene i gravi cronisti.
Firenze era stata fondata sotto il regno di Marte. Marte, "una stella delle sette pianete, soleva esser chiamata dai pagani dio delle battaglie, e ancora la chiamano cos molte genti; perci non  meraviglia se i Fiorentini stanno sempre in briga e in discordia, che quella pianeta regna tuttavia sopra loro. E di ci sa il maestro Brunetto Latini la diritta verit, che fu nato di quella terra".
Si narrava di Fiesole, che fosse pi antica di Roma, anzi pi antica della stessa citt di Troia: si narrava che vi fosse venuto, fuggendo da Roma, Catilina romano dopo aver cospirato contro la patria; e ch'egli nel piano dell'Arno sconfiggesse il console romano Fiorino; e che la citt ivi sorta si chiamasse Fiorenza dal nome di Fiorino. Ancora si diceva ch'essa pi tardi fosse distrutta da Attila re degli Unni: altri diceva da Totila, re dei Goti.
Si crede che esistesse bens una prima Firenze etrusca, fondata dall'etrusca Fiesole, distrutta la quale dai Romani, essa fu rifondata romana. Accolto il Cristianesimo, mut il primo bellicoso padrone in un secondo, che le portava ben altro augurio. San Giovanni Battista. Ma Marte non le perdon il mutamento!
L'ascensione di Firenze comincia veramente nel secolo XI, al tempo della contessa Matilde di Canossa, la potente erede del marchesato di Toscana, la quale, nella lotta fra il papato e l'Impero, favor la parte del pontefice Gregorio, e morendo lasci tutti i suoi beni alla Chiesa: il che fu causa d'altri infiniti dissensi.
Ma da quelle intricatissime questioni giuridiche, da quelle gelosie di primato, da quei conflitti di interessi, il comune di Firenze seppe trar profitto per s e per l'autonomia delle proprie istituzioni. Fu un rapido salire; fu una maravigliosa espansione di lavoro e di leggi, di traffici e di valor militare, d'arte plastica e di poesia. Firenze ademp allora la sua particolare missione nel mondo:
Rivest di gentilezza
La romana libert.
"Senza dubbio", rifletteva pi tardi, fra ammirato e angosciato, con la consapevolezza dello storico e con la tenerezza del figliuolo, Nicol Machiavelli, "se Firenze avesse avuto tanta felicit che, poi che la si liber dall'Imperio, ella avesse preso forma di governo che l'avesse mantenuta unita, io non so quale repubblica o moderna o antica le fosse stata superiore; di tanta virt d'arme e d'industria sarebbe stata ripiena".
Le fazioni avverse cercavano di escludersi a vicenda dal governo, accostandosi al partito del papa o a quello dell'imperatore o alle fazioni simili delle altre citt toscane, o scostandosene, deluse o ribelli. Conseguenza della vittoria erano la scalata al potere, l'incendio o l'atterramento delle case rivali, le ruberie e le condanne e gli esilii. E gli esuli si raccoglievano, organizzavano soccorsi e rivincite a mano armata contro la patria con le milizie delle citt nemiche, e, se forzavano le porte e rientravano, si rifacevano dei mali sofferti con rovesciare il governo a proprio favore, con altri incendi, atterramenti, ruberie, condanne.
Fu antica divisione in Firenze tra famiglie nobili, anche feudali, del contado, vinte e costrette a passare dai loro castelli espugnati nella citt, autorevoli nella milizia, ambiziose di prevalere; e la nobilt minore, rappresentata dalle famiglie arricchite in citt coi commerci e divenute potenti.
A queste divisioni si sovrapposero, rinfocolandole, nel 1215 quelle tra Uberti e Amidei da una parte, e Buondelmonti e Donati dall'altra. Ghibellini furono detti i primi e Guelfi i secondi. Si venne a lotta aperta, e tutta la citt parteggi. Sebbene con varie alternative, prevalse parte guelfa e il suo prevalere signific vittoria democratica e di libert. Essa si afferm successivamente con una prima rivoluzione popolare del 1250, detta "primo popolo", con la nuova rivoluzione guelfa che segu la sconfitta della parte imperiale di Manfredi nel 1266; e, pi innanzi, a tempo della prima giovinezza di Dante, nel 1282, con la istituzione dei Priori.
Il popolo fiorentino era raccolto in Arti, cio in corporazioni o leghe d'interessi economici e politici.
Vi furono Arti maggiori e Arti minori. Le maggiori erano sette, giunte nel 1266 a vera importanza politica; con bandiere proprie, sotto le quali si raccoglievano, a un bisogno, i popolani in armi: e ci tanto pi facilmente, che la corporazione li avvezzava alla disciplina, e la comunanza del lavoro li faceva abitare generalmente nella stessa contrada.
Ecco l'Arte dei giudici e notai, colta e autorevole, i membri della quale han diritto al titolo di "sere", e son consultati dai capi del Comune negli affari importanti e scelti per i principali impieghi e per le ambascerie. Ecco l'Arte di Calimala, cos chiamata dalla via in cui ha sede, che si occupa dell'importazione e dell'esportazione delle lane, ed , in fine del secolo XIII, la pi importante di tutte, e spinge le sue relazioni d'affari sino all'Irlanda, alla Svezia, alla Polonia; e in Italia scambia merci con la Sicilia e fa da cassiere al Pontefice. Ecco l'Arte della Lana, ricchissima di lavoratori, e che a poco a poco sar pi fiorente che quella stessa di Calimala. Ecco l'Arte che esporta le sete, detta di Por [Porta] santa Maria; ecco quella dei Cambiatori, e un'altra dei Medici e Speziali, e un'altra dei Pellicciai. Era questo, delle Arti maggiori, il popolo ricco, il popolo grasso.
Il popolo minuto, meno ricco e meno potente, ma numeroso, assicurava col suo favore il predominio alla parte cui si alleava, finch si mise in gara pur esso per la conquista del governo comunale. Esso apparteneva alle Arti minori, che esercitavano le piccole industrie e il commercio interno della citt. In prima linea era l'arte dei beccai, temuta anche per la natura degli arnesi che aveva familiari; poi l'arte dei carrozzai, dei legnaiuoli, e via via: corporazioni che s'andavano costituendo e che ancora si ricomponevano in nuove aggregazioni e suddivisioni.
A poco a poco le Arti maggiori strapparono il governo di mano ai nobili d'antico sangue e ai nobili recenti.
L'istituzione del Priorato port al governo i capi delle Arti maggiori.
Le "maledette parti" dei Guelfi e dei Ghibellini, narra Dino Compagni, avean condotto le cose a un punto, che alcuni cittadini si rivolsero ai principali del popolo, pregandoli che ponessero rimedio a tanto male, "acci che per discordia la terra non perisse. Il perch... si radunarono insieme i cittadini popolani, fra i quali io Dino Compagni fui... Parlai sopra ci; e tanto andammo convertendo cittadini, che furono eletti tre cittadini capi delle Arti... e radunaronsi nella chiesa di San Procolo. E tanto crebbe la baldanza dei popolani coi detti tre, vedendo che non erano contesi, e tanto li riscaldarono le franche parole dei cittadini, i quali parlavano della loro libert e delle ingiurie ricevute, e presero tanto ardire, che fecero ordini e leggi, che duro sarebbe stato rimuoverle. Altre cose non fecero; ma del loro debole principio fecero assai. Il detto ufficio fu creato per due mesi, i quali cominciarono a d 15 giugno 1282: il quale finito se ne cre sei, uno per sestiero, e chiamaronsi Priori delle Arti: e stettero rinchiusi nella torre della Castagna appresso alla Badia, acci non temessero le minacce dei potenti e potessero portar arme in perpetuo: e altri privilegi ebbero..."
I Priori continuarono a succedersi di due in due mesi: e gli uscenti nominavano i successori, fissando volta per volta, e col consiglio dei Savi, il modo della scelta.
A questo tempo appartiene una mirabile novit: la liberazione dei contadini (i quali eran servi della gleba e si vendevano col campo) da ogni servit. Ci fecero i Fiorentini del 1289, con un linguaggio, dice il Villari, che sembra quello dell'Assemblea Costituente in Francia al cader del secolo XVIII: ed era il tempo in cui il dominio della societ spettava alla forza, e per tutto regnavano persecuzione e violenza!
Nessuna legge impediva ai grandi d'entrar nel Priorato; ma, per esser Priori, occorreva essere artigiani, essere iscritti, cio, ad un'arte. E governavano, in realt, le Arti maggiori, anche dopo che furono ammesse al governo anche cinque delle mediane.
Il 10 gennaio 1293 si fece una bala, per la quale era data facolt al Podest, al Capitano del Popolo e ai Priori di apprestare speciali ordinamenti atti a rafforzare le Arti contro i grandi. E una settimana dopo, erano promulgati i famosi Ordinamenti di Giustizia, aggravati pochi mesi pi tardi, e tali, che a decine i magnati furon dichiarati fuori della legge, guelfi o ghibellini che fossero: sovra i quali "pes, per lungo ordine d'anni e di vicende, come una maledizione biblica, la condanna del popolo e l'ira delle leggi". Pene pecuniarie, confisca di beni, atterramento di case, facilitazioni nelle testimonianze a carico... E istituzione d'un confaloniere di giustizia, che col suo drappello di armati fosse a difesa del popolo.
Primi ebber distrutte le case i Galigai. "Et io Dino ritrovandomi confaloniere di giustizia nel 1293, andai alle loro case e de' loro consorti, e quelle feci disfare secondo le leggi". I grandi si lamentavano: e agli esecutori della legge dicevano: "un caval corre e d della coda nel viso a un popolano; o in una calca uno dar di petto senza malizia a uno altro; o pi fanciulli di picciola et verranno a questione. Gli uomini accuseranno. Debbono per costoro per s picciola cosa essere disfatti?...".
Al tempo degli Ordinamenti di giustizia personificava la lotta contro i nobili e aveva tutta la fiducia delle Arti un uomo singolare, che, nato dai nobili, aveva consacrato tutta la sua autorit e tutta la sua generosa azione alla causa popolare: Giano, detto della Bella dal nome della madre: un giusto, che per la giustizia sapeva a un bisogno condannare anche gli amici. Ma la stessa sua rettitudine lo perd. Abbandonato dal favor popolare, and in Francia a fare il mercante, e gli fu in patria derubata e mezzo finita la casa. Era la primavera del 1295. Egli calcava le dure vie dell'esilio; e a Firenze era entrato da poco nella vita pubblica un grande cittadino che la medesima sorte aspettava.
I popolani grassi, rimasti padroni del campo, temperarono alquanto i rigori contro i nobili, ai quali fu possibile ascriversi a un'arte anche senza esercitarla.
Nuove calamit si preparavano intanto a Firenze con una nuova divisione. La citt era ormai guelfa, e la divisione fu tra guelfi; da una parte i Donati e i Buondelmonti, nobilt minore, coi loro seguaci; e col loro capo Corso Donati, bello e piacevole parlatore, detto per la sua superbia il Barone, "e la terra pareva sua"; dall'altra parte, coi loro seguaci, i Cerchi e il loro capo Vieri, borghesia maggiore, gente nuova, che i Donati sprezzavano, e alla quale apparteneva quasi intero un sesto della citt, ch' quanto dire tre popoli [parrocchie] "piazze, corti, terreni, casolari, tenimenti e case", come specifica il trattato d'acquisto.
Le due parti, con nomi presi alle fazioni di Pistoia, furon poi dette dei Bianchi e dei Neri.
Gi si cercavan ragioni di zuffe, quando il d di calendimaggio del 1300 si venne al sangue, essendo stato, a un ballo che si teneva sulla piazza di Santa Trinit, mozzo il naso a Ricoverino de' Cerchi.
Dopo un breve sormontare dei Bianchi, la parte nera doveva prendere il sopravvento col favore di papa Bonifazio VIII e del principe francese Carlo di Valois.
...
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Contrasti.
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Ciascuna et storica ha un'idea che la informa e caratterizza, e che vola alto sulle cose inferiori. Per il Medio evo essa fu l'idea religiosa cristiana; la quale pervadeva e illuminava gli spiriti cos da inframmettersi in ogni atto della vita e in ogni fatica dell'intelletto, anche quando, come nei secoli XIII e XIV, le menti accolsero pure altre correnti del pensiero contemporaneo, e non rinnegarono pi quali nemiche della fede, la terra, la natura, l'arte bella. L'aspettazione del giudizio divino ammoniva le coscienze e insieme le confortava di speranze ineffabili.
I semplici si rifacevano alla buona nella fantasia la storia sacra e le vite dei santi, si prostravano nelle divote chiesette delle campagne, cercavano per consiglio i pii monaci, credevano ai sogni, ripetevano profezie di paurose catastrofi e descrizioni di visioni soprannaturali. I ricchi testavano in favore di conventi. I miseri contrapponevano alla dura vita presente le ricchezze della divina grazia, agli esilii la patria celeste, ai torbidi delle guerre la speranza della pace nel Signore. 
Vederem lo guadagnato
Che ogni omo avr portato
Dinanzi al tribunato
Del celestial Messia.
Frequentissimi i pellegrinaggi ai santuari famosi, di romei a Roma, di palmieri al Santo Sepolcro, di pellegrini propriamente detti a Sant'Jacopo di Gallizia in Spagna: con bordone e bisaccia o scarsella benedetta.
Chi s'addottorava doveva avere il consenso dell'autorit ecclesiastica. L'approvazione solenne delle opere insegnative era data in Chiesa. Le radunanze politiche tenute nelle chiese cominciavano con una invocazione alla Madonna e ai santi.
Pure erano anche tempi, quelli, di violenze e di audacia, di godimenti grossolani, di odii intensi e d'implacabili ire. I canti divoti si cantavano tra case che sembravan fortezze; e le radunanze nelle chiese, cominciate con le pie invocazioni, potevan finire con un fiat gridato dal popolo come assentimento a una proposta di guerra fratricida.
Le stesse manifestazioni della divozione si risentivano talora dei violenti costumi. Quella gente aveva "una gran facilit non meno al peccato, anche atroce, che al pentimento, anche eroico".
Numerose turbe andavano in processione da una citt all'altra, scalze, flagellandosi a sangue pubblicamente le spalle in espiazione delle proprie colpe, e cantando religiose laudi. Erano i devoti delle confraternite dei "Battuti", che un movimento cominciato nel 1258 in Umbria spingeva a migliaia per quasi tutta l'Italia e per mezza l'Europa.
Il desiderio della penitenza induceva Jacopone da Todi a invocare da Dio sul proprio capo ogni sorta di afflizioni e di calamit:
O Signor per cortesia
Mndame la malsania;
A me la freve quartana,
La continua e la terzana,
La doppia cotidiana
Con la grande idropisia...
Mal de occhi e doglia al fianco
La postema al lato manco...
E onne tempo la frenesia...
Nascevano nel trecento il Dies Irae, lo Stabat Mater, celebri e caldi inni della Chiesa, espressione sincera di fede. E l'ignoranza popolare mescolava al culto le pi strane superstizioni, e continuava a credere alla efficacia della magia, "con un misto d'inclinazione e d'orrore", ammettendo, "oltre alla magia diabolica e volta a fini perversi, una magia naturale... che, intesa a benfici effetti, fosse da Dio consentita". E si diede il caso che il signore di un grande Stato, Galeazzo Visconti, cercasse chi fosse disposto a fargli un incantesimo per ottenere la morte, ad Avignone, del papa Clemente V, col mezzo d'una statuetta raffigurante il papa, e col sussidio di suffumigi e d'erbe velenose.
La donna, che il culto di Maria aveva innalzata e nobilitata, nelle prediche si vituperava spesso come tentatrice e simbolo di peccato.
Molte donne erano anche allora tutt'altro che sdegnose del culto della loro persona e degli artifici della vanit: strascichi, scollature, alti tacchi, arte mirabile del dissimulare i difetti e del trasformarli in nuove grazie.
L'Orcagna, discepolo di Giotto, propose un giorno in una brigata d'amici artisti (cos racconta il novelliere Franco Sacchetti), questo quesito: - Qual fu il maggior pittore che mai sia stato, da Giotto in fuori? - Chi disse un nome, chi un altro. E tutti parlavano insieme, "a modo delle galline quando schiamazzano". Ma disse un maestro Alberto: "Io credo che il maggior maestro di dipingere che fosse mai  stato il nostro Signore Dio; ma pare che molti abbian veduto nelle figure create da lui gran difetti, e nel tempo presente le correggono. - Chi sono - fu chiesto - questi correttori? - Sono le donne fiorentine. E fu mai dipintore, che sul nero o del nero facesse bianco, se non costoro? Nascer molte volte una fanciulla, e forse le pi, che paiono scarafaggi: strofina di qua, ingessa di l, mettila al sole, le fanno diventar pi bianche che il cigno".
Eppure quante volte a quei giorni, timide e dolenti, le giovani fuggivano dalla casa paterna per chiedere alla pace claustrale la dimenticanza delle opere sanguinose dei padri e dei fratelli! E dagli stessi chiostri uscivan voci d'invincibile energia da parte di donne che, nelle famiglie divise, nelle invelenite discordie politiche, portavano la parola dell'esortazione o della condanna, con l'autorit di una divina missione!
Nelle gravi questioni, esaurite le vie della discussione e dei magistrati, si ricorreva, secondo un costume germanico, al giudizio di Dio, col duello o con la prova del fuoco: e usciva illeso dal cimento il rappresentante della parte in contesa che aveva per s l'aiuto divino.
Come, scrisse Dante, "nella cura medicinale prima si vuole provare ogni altro rimedio che il ferro e il fuoco; cos, per avere il giudizio della lite, ultimamente a questo rimedio ricorriamo, costretti da una certa necessit di giustizia... Egli  molto pazza cosa, estimare che le forze da Dio confortate siano inferiori alla fortuna dei combattenti".
Ancora. A noi pare che la piet religiosa non dovrebbe poter albergare in un'anima insieme col sentimento della vendetta, ch' l'antitesi del perdono cristiano. Pure la vendetta nel due e nel trecento era ritenuta doverosa. Essa era "per lo Statuto, che  quanto dire per la coscienza pubblica, un fatto giuridico, da occuparsene con non minor cura, e a tanto buon diritto, quanto di qualunque altra manifestazione della libert personale: libert alcun poco morbosa, se vuolsi, ma libert. Quindi  che rubriche speciali contemplavano il caso che la vendetta fosse fatta in altra persona; ossia altra da quella su cui stava bene che fosse fatta, o (per ripigliare quel linguaggio molto semplice e schietto) altra dalla principale persona". Ser Brunetto insegnava: Se t' fatta un'offesa,
di notte e di giorno
Pensa della vendetta;...
come che vada
La cosa lenta o ratta,
Sia la vendetta fatta.
Qualche volta la vendetta si covava per decine d'anni, s che vi partecipavano coloro che, al compiere del misfatto, non erano ancor nati!
Predicavano i frati nelle chiese: "Quanti peccati avr colui che sar stato talora dieci anni e pi in odio del nemico suo; che non ha pensato altro n d n notte, se non come egli l'uccidesse, e sar stato in quest'odio molto tempo!". Cos fra Giordano da Rivalto in Santa Maria Novella nel 1305. E forse le sue parole destavano in taluni spiriti commozione e pentimento. Ma per quanto?...
Fatta una "condecente vendetta", allora interveniva la legge a impor la pace tra le famiglie contendenti: e veniva punito chi rifiutava il suo consentimento a quest'atto di concordia. Si serba notizia d'una pace stretta nel 1301, presente notaio, tra un padre e un figliuolo: i quali si scambiarono la promessa "di non si dare addosso per lo spazio d'un anno"!
Le pene che il Comune dava ai rei avevano spesso l'aria di pubbliche vendette. Ve n'eran per di singolarmente argute; come quella per cui traditori e delinquenti non catturati venivano dipinti a loro vergogna in luogo aperto al pubblico. Dante pot vedere ritratti nel palazzo del Comune quei conti Guidi di Porciano che avevano derubato su territorio fiorentino un negoziante anconitano.
Ma a noi occorre un assai maggiore sforzo della fantasia per ritener possibile che gli occhi di Dante si posassero, andando egli per via, sopra "umani corpi accesi", o vedessero propagginare un assassino: metterlo, cio, in una fossa, a capo in gi, e poi riempir la fossa di terra... Che non v'era sempre un luogo specialmente destinato ai supplizi, e un condannato poteva venire arso su una piazza, un impiccato pendere dai merli d'una porta cittadina, e un altro sciagurato poteva esser fatto a pezzi o attanagliato su carri trascorrenti le vie. E vi furon giorni in cui si giunse a collare [dare il tormento della corda] da privati cittadini nelle loro stesse case.
Si tagliava la lingua a chi l'aveva usata in danno della patria; alle spie si strappavano gli occhi; la mano si amputava a chi scrivesse lettere con intenzione di tradimento; il piede, ai contravventori delle gabelle o del bando. "Occhio per occhio, dente per dente", secondo l'espressione biblica.
Essere crudeli nella punizione dei delitti gravissimi, quale quello di tradimento, pareva naturale; anzi, diceva un giurista ch'era anche gentile poeta, Pier della Vigna, era "pietoso".
Dante poteva ritrarre dal vero il suo sistema penale...
Uno studioso si domanda: Ma eran dunque particolarmente vendicativi i Fiorentini? O forse, egli ammette, nessun'altra storia di quel tempo ci  altrettanto nota?
Sappiamo, per esempio, da un cronista, ch'egli non pot reggere allo spettacolo di certi supplizi che vide a Forl, e che ci descrive con una calma che a noi par quasi cinismo, per poi a un tratto troncare la descrizione con un: - E qui me fogii. - Comune a molte citt italiane fu la pena della gabbia. In una gabbia il popolo d'Alessandria tenne due anni prigioniero Guglielmo II degli Aleramici signore del Monferrato; e pochi anni dopo uccideva il chirurgo che non aveva saputo guarire il successore di lui, Giovanni I. Non parliamo delle orrende persecuzioni di cui furon vittime gli ultimi discendenti degli Svevi, infelicissimi e innocenti, da parte dei Francesi: il figlio di Manfredi, il maggiore, morto a cinquantasei anni dopo cinquantadue di prigionia, in quel Castel dell'Uovo che domina il fulgido mare di Napoli; e aveva veduto diciotto anni prima morire prigione il fratello minore, mentre un terzo campava limosinando per il mondo... E la madre era morta pure in prigione prima dei figli, e separata da loro!
Molte storture van riferite ai tempi. E quelle lotte fiorentine, a vederle di lontano, quando impiccioliscono le deviazioni e gli eccessi, appaiono con una loro linea che progredisce verso una meta di libert e d'uguaglianza.
E i Fiorentini, oltre ad avere spirito combattivo, erano coraggiosi. N mancavano di prudenza.
Amanti delle burle e delle beffe, cominciavano a esser noti per una qualit superiore dell'ingegno, l'arguzia, oltre che per sapienza di negozi e squisito senso d'arte.
 In citt.
Possiamo pensar di vederli andare per le vie della loro citt, quei Fiorentini della fine del duecento, vestiti del lucco, la loro veste lunga fino quasi ai talloni, sparata davanti e ai fianchi e affibbiata alla gola, e col cappuccio che avvolge loro il capo. Hanno un amore del lusso ignoto ai vecchi Fiorentini della met del secolo. Le donne portano vesti con ampie pieghe, e le maritate hanno bende intorno al capo.
Vanno, dunque, per le vie della loro citt, che sono strette, e per le stradicciuole, che sono strettissime e in certo modo affollate e intricate intorno al centro di Mercato Vecchio. Eppure passan di qui le comitive festanti a primavera. Secondo lo stile fiorentino l'anno comincia il 25 di marzo, con l'aprirsi della bella stagione. E il primo di maggio o calendimaggio l'aria odora di mai o maggi, rami fioriti che i giovani sogliono piantare davanti alle case delle loro fanciulle: e danze s'intrecciano intorno, e bei canti.
Nel 1172 fu allargata la cerchia delle mura, in cui era vissuto il vecchio popolo dai semplici costumi e dalle voglie temperate, quando il dominio di Firenze arrivava a poche miglia. Ma la seconda cerchia non basta gi pi ad accogliere la sempre pi numerosa popolazione e a contenere la sempre crescente prosperit cittadina. Si vuol fare un nuovo giro di mura. Il Poeta nostro vedr costruire le nuove porte; ma non sar pi in patria quando l'opera verr compiuta.
Giunge sempre altra gente ad abitare in citt. Cos fitti, i Fiorentini si sentono a disagio. Il prezzo delle case sale. Si escogitano calmieri alle pigioni e freni al licenziamento degl'inquilini. - Per carit! - esclamarono gli arguti cittadini all'udire che sarebbe arrivato il miracoloso predicatore fra Giovanni da Vicenza: - per carit non venga! Egli fa risuscitare i morti e la citt non basta ai vivi! - Eppure se ne son distrutte di case! e qualche volta senza nemmeno riguardo al loro valore artistico: e non solo per ira di parte, ma nei casi di gravi delitti, come l'eresia, l'omicidio, lo spergiurare...
I cittadini pi notevoli si conoscono fra loro e s'incontrano spesso fra queste alte case di pietra scura che paion torri, per lo pi senza cortile, con poche e strette finestre nella facciata. Vi sono qua e l dei cavalcavia, che uniscono una casa con la casa di faccia, quando l'una e l'altra hanno interessi comuni e gli abitanti vogliono poter essere insieme nel caso d'un assalto, a qualunque ora, senza bisogno di scendere nella strada. Le torri, che prima salivano in gara una pi su dell'altra, ora son press'a poco adeguate alle case, da che il governo popolare le ha fatte demolire fino all'altezza di cinquanta braccia: e le pietre furono adoperate a erigere le mura di l d'Arno.
Qualche casa ha gli sporti, cio ha il primo piano che sporge pi in fuori del pian terreno, per modo che l'edificio si allarga in alto e l'aria  "colata". Al pian terreno s'aprono spesso ricchi fondaci, come in Calimala e Por Santa Maria.
Nella parte centrale della citt era gi antico, e bello, e decorato di bei marmi internamente, con un altare isolato, dalle linee armoniose, diletto al cuore d'ogni fiorentino come simbolo della patria e d'ogni cosa pi cara, il tempietto ottagonale di San Giovanni. Nel mezzo, esso aveva il fonte ottagonale, molto ampio, dove il battesimo si dava, secondo il rito pi antico, per immersione. E siccome era l'uso di battezzare il giorno di sabato santo tutti i nati dell'anno, e la ressa era grande, s'eran costruiti dentro agli angoli della vasca dei ripari circolari, quasi pozzetti di marmo, entro i quali si mettevano i battezzatori, protetti dalla folla e insieme a portata dei padrini, che porgevan loro i nuovi fiorentini perch avessero insieme e il battesimo e il nome. Quanti Lapi e Bindi ebbero la triplice immersione in quel fonte di San Giovanni!
Era quello il maggior monumento della citt: che alla fine del duecento solo il palazzo del Podest alzava in parte la sua mole tra eroica e leggiadra; e fino al 1299 dov' ora il palazzo della Signoria era un dedalo di straducce e di piazzette; e solo pochi anni dopo avrebbero alzato al cielo le moli armoniose Santa Croce e Santa Maria Novella.
Davanti al Battistero sorgeva un ospedale, e dietro ad esso, l dove ora splendono i marmi della Cattedrale e s'innalza l'aerea cupola del Brunellesco, era Santa Reparata, la maggior chiesa della citt. Ma nell'anno 1294, narra il Villani, "essendo la citt di Firenze in assai tranquillo e buono stato, ...i Fiorentini s'accordarono di rinnovare la chiesa maggiore di Firenze, la quale era di molto grossa forma, e piccola a comparazione di siffatta citt, e ordinarono di crescerla e di tirarla addietro, e di farla tutta di marmi e con figure intagliate. E fondossi con gran solennitade e consegnossi a onore di Dio e di Santa Maria, nominandola Santa Maria del Fiore, con tutto che mai non le si mut il primo nome per l'universo popolo, cio Santa Reparata".
Tra le chiese era quella della Bada, presso il primo giro delle mura, la quale ancora al tempo di Dante sonava e sesta e nona, cio dava le ore su cui si regolavano gli orari delle Arti... Terza, sesta, nona, vespro: cos si divider il giorno secondo l'uso della Chiesa, in ore dette canoniche o temporali. E ciascun giorno aveva dodici ore di giorno e dodici di notte: "vero  che quando il d  grande, l'ore son grandi, e quando il d  piccolo, l'ore son piccole", osservava ser Brunetto. Gli astrologi per ammettevano anche un altro modo nel computo delle ore: "che, facendo del d e della notte ventiquattr'ore, talvolta ha il d quindici ore e la notte le nove; e talvolta ha la notte le sedici e il d le otto; e chiamansi ore uguali". Spiegazioni, queste ultime, di Dante nel Convivio.
Altre chiesette semplici erano sparse nei vari sestieri, entro le quali si portavano ancora per l'ultimo riposo i morti ragguardevoli, seppellendosi gli altri presso la chiesa, la bara scoperta recata a braccia da parenti o amici, non da gente prezzolata.
Al tempo della seconda cerchia Firenze s'era estesa anche di l d'Arno, quasi a ventaglio, facendo centro al ponte di Santa Trnita. Gi v'erano, in fine del duecento, oltre a ponte Vecchio, quello alla Carraia e il Rubaconte, poi detto delle Grazie.
Ma l'Arno, non frenato da muraglioni, s'allargava capricciosamente in tempo di piena, chiudeva isolette, giungeva a piccoli porti, moveva mulini, pi ricco d'acque che non ora, e pi frequente di barche.
A capo del ponte Vecchio v'era ancora una vecchia statua di marmo "in forma d'un cavaliere a cavallo", alla quale i Fiorentini "rendevano certa reverenza e onore idolatrio. E dicevano che ogni mutamento che avesse la detta statua, s l'avrebbe la cittade". Era la statua di Marte, "scema" per al tempo di Dante, per essere stata, dopo un crollo del ponte, lungo tempo nell'acqua.
Oltr'Arno erano sorte forti case di grandi d'antico sangue, come i Bardi e i Frescobaldi, che potevano asserragliarsi in quelle loro abitazioni: e l'Arno diveniva il gran fossato che le rendeva inespugnabili.
All'estremo della citt cominciavano i borghi, donde numerose strade si stendevano nella campagna. Per la campagna ondulata erano torri per scambio di segnali, erano castelli, cinti di fossati su cui si gettavano ponti per le comunicazioni fra l'interno e l'esterno.
E per quelle vie era un passaggio di merci, un affluire di forestieri a cavallo. E i Fiorentini se ne andavano per esse alle terre vicine, o alle acque minerali, o a lontani pellegrinaggi o in Francia pei loro traffici, dove qualche volta facevan anche gli usurai, lasciando i commercianti onesti "molto crucciosi pensando lo sconcio e la briga che intervenire ne puote". Correva danaro su quelle vie: monete fiorentine e imperiali, e francesi e bisantine o bisanti, e lettere di cambio e corrispondenza politica e lettere familiari su foglietti di pergamena.
A chi veniva di lungo cammino si facevano incontro gli amici. Talora era un messaggiero che portava in mano l'ulivo, segno di pace; e la gente s'affollava intorno a lui per udir novelle. Pi spesso per s'udiva sulle vie maestre lo scalpitar dei cavalli dei militi, e il passo tumultuoso dei fanti, ogni popolo sotto il suo gonfalone. Passava, cinto dai pi valorosi, il Carroccio, dai bovi coperti di rosso, con le antenne da cui sventolava, bianco e rosso, il grande stendardo del Comune.
Cos Firenze moveva a oste per andare in terra di nemici, contro Siena, che le impediva la via di Roma, contro Pisa, che le impediva la via del mare. E qualche volta le strade romoreggiavano d'armati che venivan essi contro Firenze: e allora sonava la campana a martello, e una torcia era accesa sotto la porta da cui doveva uscire l'esercito: e l'esercito doveva essere uscito prima che la torcia si consumasse.
Intorno, il terreno amorosamente coltivato anche l dov'era paludoso e argilloso, cominciava a rendere il frutto della fatica.
E sulla bella campagna si profilavano, come ora, i dolci colli di Bellosguardo e di San Miniato, e la molle curva su cui s'adagia Fiesole: Fiesole la madre, cui rimaneva quel po' di vita intorno alla chiesa, Fiesole ridotta a villaggio, mentre nella citt figliuola che l'aveva distrutta v'era chi si vantava della sua illustre origine fiesolana.
 Gli studi.
"In una citt italiana del secolo XIII si nasceva, innanzi tutto, al fare... Era l'azienda domestica, era la mercatura, erano i magistrati o le guerre del Comune, erano gl'interessi di consorteria e di vicinanza, i parteggiamenti o le battaglie cittadine; questa o quella cosa, erano, o il pi spesso l'una e l'altra e di tutte pi che un poco; che occupavan la vita e ne formavano sin dalla culla l'oggetto e il destino. Quel tanto di sapere che fosse sufficiente istrumento a quelle fra tali operazioni che ne abbisognavano, costituiva o limitava la cultura dei fanciulli e dei giovinetti: leggere e abbaco era la scuola dei pi; grammatica (cio latino) e logica, accoglievano successivamente una met di essi, ch l'altra met non passava oltre. E nemmen questi percorrevano intero il cos detto Trivio, che componevasi di Grammatica, Logica e Retorica; di l dal quale, il Quadrivio comprendeva le scienze del numero, Aritmetica, Geometria, Musica, Astrologia; e in capo a queste soprastavano poi la scienza della natura e del pensiero e la scienza della divinit... Di tale cultura, il primo e il secondo grado, e diciamo pure a tutto il Trivio, erano dunque la cultura dei pi: popolare, nel moderno senso della parola, il grado primo; de' borghesi, il secondo; ma dal Quadrivio incominciavano gli studi speciali, donde si usciva o Maestri di medicina, o Giudici cio giurisperiti: e poich il grado supremo di questa superior cultura era quello che toccavano i cherici, il nome di cherico, come il pi degno, investiva tutti i cosiffatti studiosi, e li separava dai poveri laici" (Del Lungo).
A Bologna fioriva la pi antica scuola di legge: il celebre Studio.
I libri delle leggi romane erano stati trasportati, sul principio del Medio evo, da Roma a Ravenna e da Ravenna eran passati a Bologna; ove Irnerio, al principio del XII secolo, cominci, prima a studiare, poi a insegnare su quei libri e a spiegarli con commenti o glosse. La scuola divenne presto autorevolissima e vide accorrere studenti d'ogni paese. In Bologna viveva "l'intelletto d'Italia". Nacquero poi altre scuole a Modena, a Mantova, a Piacenza, a Vicenza, ad Arezzo: e importantissima l'universit di Padova; mentre in Bologna stessa presso la scuola di diritto ne nascevano di lettere, di filosofia, di scienze varie.
Gli studi vi procedevano liberi; la discussione libera; l'operosit fervida. Il Carducci (che fornisce sullo studio di Bologna tante notizie) narra di Azzone, che pass in proverbio non avesse tempo d'ammalarsi se non in vacanza, e in tempo di vacanza mor; e degli Accursi, cui fu risparmiato il bando come ghibellini, perch "il vecchio Accursio e i figliuoli erano stati maestri a tutti gli scolari della terra, e col libro della glossa avevano diffuso al mondo il nome di Bologna".
Nelle loro gravi pergamene, quando rimaneva loro uno spazio libero, qua e l i geniali legisti bolognesi trascrivevano versi di poeti, versi recenti e gi noti che correvano per la colta citt, anche versi di nuovi autori che al loro fine intuito e al loro gusto educato parevano degni d'attenzione e di ricordo. Qualche volta si scordavano d'aggiunger la data o il nome del poeta di loro predilezione, non prevedendo a quanti studi e a quante supposizioni avrebbero dato occasione pi tardi quei loro ozi intelligenti. Cos l'autorevole notaio ser Enrichetto delle Querce, un giorno del 1287 trascrisse in un suo registro il sonetto scherzoso d'un giovine studente: annot la data; il nome no. E chi lo conosceva, quel nome? Ma pare che ser Enrichetto sentisse in quei versi qualche cosa... forse una promessa per l'avvenire. Erano del giovine fiorentino Dante Alighieri.
La tradizione della grande arte classica non era andata interamente perduta nemmeno durante i secoli pi bui del Medio evo: lumicino fioco, ma qua e l sempre acceso. La distanza, per, che separava quegli antichi dai nuovi studiosi, non era solo di tempo, ma di spirito; e non era facile intenderli.
Molti scritti, inoltre, erano andati perduti, o rimanevano solo in sentenze e frammenti, dei quali i grammatici si servivano come esempi per le loro lezioni. Li copiavano gli amanuensi, con quella loro scritturina gotica, esatta, anche se non sempre rispettosa dell'ortografia... Mestiere fruttuoso, quello dell'amanuense, che diede da vivere alla misera giovinezza d'un gran latinista, Albertino Mussato, e che doveva pi tardi permettere ai copisti della Commedia di mettere insieme delle belle doti per le loro figliuole.
Tra gli autori latini, il pi ammirato, studiato, citato nelle scuole, ridotto a fonte perpetua d'esempi grammaticali, retorici, poetici, oratorii e persino morali, fu l'autore dell'Eneide, Publio Virgilio Marone. Questo nome di Marone, anzi, fu detto che gli derivasse dal mare; perch, come il mare abbonda di acque, cos egli abbondava di sapienza...
La dottrina di Virgilio parve prodigiosa al Medio evo: e l'essere egli stato il poeta dell'Impero lo faceva caro per i ricordi della grandezza romana che si legavano al suo nome e all'opera sua. Si cerc anche di accomodar le parole di questo pagano alle idee della nuova fede: e si narr che San Paolo piangesse di non aver potuto convertire quell'anima.
Poich nell'et di mezzo il sapere era confuso, mescolato con errori e strane fantasticherie, intorno a Virgilio nacquero leggende; e a poco a poco gli furono attribuite facolt soprannaturali. Si favoleggi che fosse stato un mago benefico, fondatore di Napoli e protettore di Napoli contro mosche e serpenti, nonch contro le eruzioni del Vesuvio. Si disse persino che avesse avuto dei presentimenti di Cristianesimo, anzi che in uno de' suoi canti pastorali fosse profetata la venuta di Cristo.
Si vedeva in Virgilio quel che non v'era. E per contro si pu chiedersi quanti fossero in grado di sentir fremere il brivido della grande arte per entro que' suoi ben costrutti versi classici. Cos dicasi per i bei periodi ciceroniani, in cui s'andavan cercando gli esempi del bello scrivere.
La lingua greca non si studiava pi, bench con essa non solo la coltura fosse penetrata nel mondo romano, ma altres il Vangelo e la parola di molti padri della Chiesa.
I veri classici dell'epoca furono gli autori sacri. I quali, a chi sappia ricercarli, rivelano pur essi molte, se pur diverse, bellezze anche di stile.
 Ancora studi.
In tempi d'ignoranza, la Chiesa aveva provveduto a serbare al mondo i tesori dell'antica coltura rifugiati nei chiostri, pur facendo il possibile per eliminare quella parte delle dottrine antiche che non si conveniva alla sua predicazione.
Fattasi educatrice, essa regn sugl'intelletti con l'insegnamento, e ci per circa dieci secoli, che vuol dire press'a poco durante tutta l'et di mezzo a partire da Sant'Agostino, collocato proprio sulla soglia di quell'et. E insegn non solo la scienza divina o teologia, ma anche la scienza della natura e dell'uomo o filosofia.
Quando alle genti europee s'era aperta coi commerci e con le Crociate la conoscenza del mondo arabo, era rifluita nella coltura occidentale una nuova corrente di studi, da quell'Oriente che aveva conservato pi direttamente il sapere raccolto dall'antica Grecia.
Gli studiosi arabi, per lo pi medici, diffusero il desiderio delle cognizioni positive. Ma la loro scienza, piuttosto che dare incremento a studi sperimentali, incoraggi i filosofici.
Filosofia era stata, pei Greci, l'amore della sapienza, la ricerca disinteressata del vero. Per questo Dante, secondo l'origine stessa della parola, poteva dire che filosofo "non d'arroganza, ma d'umiltade  vocabolo", e che fine della filosofia  "vera felicit che per contemplazione della verit s'acquista".
Per mezzo degli Arabi s'era avuta pi vasta e pi esatta conoscenza di quello che fu nel Medio evo il filosofo per eccellenza, Aristotile. Dante scrive degli Aristotelici: "tiene questa gente oggi il reggimento del mondo in dottrina per tutte le parti, e puotesi appellare quasi cattolica opinione": cattolica, cio universale.
Le opere di Alberto di Bollstdt, noto col nome d'Alberto Magno, nel secolo XIII, consistono specialmente in commenti e spiegazioni del filosofo greco. Ma colui che organizz la scienza in un poderoso sistema ed  capo dell'aristotelismo cristiano,  un gran santo italiano, discepolo d'Alberto Magno, il domenicano Tommaso dei conti d'Aquino, di Roccasecca presso Montecassino, il quale profess teologia a Colonia, a Parigi, ch'era il maggior centro di studi teologici, a Roma e a Bologna, e lasci commenti ad Aristotile e le Somme. Veramente egli assomma in s il sapere del tempo, e fonde in armonico edifizio la scienza greca con la sua fede. Mente costruttrice e ordinatrice come quella di Dante, egli  il teorico di quella coltura di cui Dante  il poeta.
Tommaso stabil (riassume il Grabmann) che la nostra mente pu arrivare a conoscere non solo il mondo della realt e dei fenomeni, ma anche verit d'un ordine superiore, che riguardano il mondo sopra sensibile o metafisico. Ma non  questo il limite cui pu attingere lo spirito umano. A una infinita distanza dai precedenti  il regno del soprannaturale, che l'antica sapienza non conobbe, che la ragione umana non vale a scoprire e a dimostrare, e che solo la fede rivela. V'ha differenza di grado fra quelle verit e questa: non contrasto; anzi esiste accordo tra la verit naturale e la soprannaturale, tra scienza e fede, tra filosofia e teologia.
Ogni cosa nell'universo  per opera divina e ogni parte giova alla perfezione del tutto. Come v' gradazione fra l'intelligenza d'un uomo e quella di un altro, v'ha gradazione d'intelligenza fra gli ordini delle creature, e l'uomo non pu conoscere tutto ci ch' nell'intelletto divino. Dio solo conosce interamente s stesso. 
Le cose inferiori sono ordinate alle superiori; e Dio governa le inferiori per le superiori: i cieli, ad esempio, per mezzo degli angeli.
L'uomo  anima e corpo: e l'anima  il principio attivo, che pu esistere anche senza la materia.
Creatura intelligente, l'uomo aspira a Dio, sommo vero: e la beatitudine  il termine di questo movimento, consistendo appunto nella visione della divina essenza. Il peccato allontana l'uomo dal fine supremo; gli atti virtuosi l'avvicinano ad esso. Fondamento della moralit sono ragione e volont: quella movendo questa, e questa liberamente deliberando; ma da Dio viene la legge morale e viene la grazia.
Nella sua vita terrena  naturale all'uomo il convivere con gli altri uomini: donde la necessit riconosciuta prima da Aristotile di un'autorit ordinata al bene comune. La monarchia d ai soggetti il benessere e i vantaggi della pace: li educa alle virt civili, volgendoli al loro fine terreno; a quel modo che alla salute eterna li guida l'autorit ecclesiastica col mezzo della fede. Ma, come sempre si giunge a ci ch' superiore per mezzo di ci ch' inferiore, per toccare la salute giova essere pervenuto alle virt civili: e lo stato si subordina all'autorit della Chiesa.
Teorie, queste, ch'erano in parte nei tempi, e che vedremo accolte e anche modificate da Dante.
San Tommaso fu detto il dottore Angelico o l'Angelo delle scuole, ed  il pi gran maestro della Scolastica.
Col metodo scolastico, che fu usato nel trattare argomenti di varia natura, si divideva la materia in parti, e la si prendeva in esame parte a parte, suddividendo ancora, se occorreva, ciascuna parte; e si diceva tripartire un argomento anche il dividerlo in due, e una delle due in due ancora. Nelle discussioni, esposto il tema e gli argomenti dell'avversario, si faceva minutamente la critica di questi, per passare alla dimostrazione della tesi accettata, in favore della quale si citava spesso qualche indiscussa autorit.
Con l'andar del tempo il metodo ebbe eccessiva uniformit, l'acume fu usato per questioni artificiose, e si sottilizz anche solo a prova di abilit. "Le questioni infinitamente divise si sollevavano come la polvere sotto i piedi dei lottatori", dice l'Ozanam.
 Allegoria.
Mentre gli scolastici facevano tacere gli affetti e la fantasia a tutto vantaggio del rigore del ragionamento e dell'ordine quasi matematico dell'esposizione, altri scrittori religiosi s'abbandonavano al calore del sentimento, alla spontaneit dell'ispirazione, ai rapimenti estatici, alle immaginose poetiche espressioni. Erano i mistici, rappresentanti d'un'altra corrente della vita spirituale. Scolastica e mistica non si escludono a vicenda, anzi s'integrano, e si trovano anche unite in una medesima opera. Cos nella vita che Dante amava e ammirava, del francese San Bernardo di Chiaravalle vissuto un secolo prima di lui, il predicatore della seconda Crociata, il devoto di Maria Vergine, si trovavan congiunte l'altezza fervorosa della contemplazione e l'ardore dell'operare.
I mistici parlavano volentieri per simboli: e ci senza sforzo, ch nello slancio dell'anima essi non aggiungevano i simboli alle cose, ma le cose rivelavano loro i simboli che tenevan racchiusi in s.
San Bernardo parla per immagini. Egli "semina, miete e raccoglie esultando i manipoli della pace". Ges  per lui "miele alla bocca, melodia alle orecchie, giubilo al cuore". La Vergine " la nobile stella che illumina l'universo"; ella  "vestita di sole"; ella "fornisce le acque del cielo ai sitibondi nostri cuori". Colui ch' ritenuto il maggiore dei mistici, Giovanni Fidanza da Bagnoregio francescano, il dottore "Serafico", pi noto col nome di San Bonaventura, intitola cos alcuni suoi scritti: "L'itinerario della mente verso Dio", "La scala dorata delle virt", "Le sette strade dell'eternit".
Dio veniva rappresentato ora come un punto, ora come un cerchio, ora come un mare. Le cose visibili a significare le cose invisibili.
Nella Bibbia Dio inclina i cieli e discende:  caligine sotto i piedi di lui. Il linguaggio della Bibbia  allegorico, insegnarono i grandi autori ecclesiastici. E Dante disse: "Cos parlar conviensi al vostro ingegno".
N mancavano nell'et di mezzo le allegorie di significato profano. Se ne fecero persino con persone viventi, come quel trionfo d'Amore che pass per le vie di Firenze un d di calendimaggio; come la cavalcata che part da Firenze in onore di Bonifazio VIII, e raffigurava un seguito solenne di monarchi.
Ma sopra tutto nei componimenti poetici i simboli apparvero a loro luogo.
Si deve sapere, spiega Dante, che le scritture si possono intendere e si devono esporre massimamente per quattro sensi. "L'uno si chiama letterale, e questo non va oltre la lettera". "L'altro si chiama allegorico, e questo  quello che si nasconde sotto il manto delle favole, ed  una verit ascosa sotto bella menzogna". "Il terzo senso si chiama morale, e questo  quello che i lettori devono attentamente andare appostando per le scritture, a utilit di loro e dei loro discenti". "Il quarto senso si chiama anagogico o sovra senso, e quest' quando si espone una scrittura spiritualmente in quanto significa delle superne cose dell'eternale gloria". Nella spiegazione dei componimenti il senso letterale deve naturalmente andar sempre innanzi, come quello nelle cui parole sono inclusi gli altri, e senz'avere inteso il quale non sarebbe possibile intendere gli altri.
Generalmente i significati riposti bisogna che il lettore li conquisti con la ricerca e l'acume. Talora il velo dell'allegoria  sottile e riesce facile il penetrarvi dentro; talora invece par che il senso allegorico si sia voluto nascondere in un'ombra piena di mistero.
Quanto al senso morale, esso risulta generalmente dall'allegorico ed  qualche volta difficile distinguerlo da quello pi alto che il poeta chiama anagogico.
Accade anche che l'autore stesso faciliti al lettore il compito rivelandogli da s medesimo il significato riposto dell'opera sua; come fece nel trecento l'autore del poemetto "L'Intelligenza"; il quale, dopo aver presentato una bellissima regina e il palazzo di lei, e la corona e le gemme, esce a dire:
Volete voi di mia donna contezza
Pi propriamente ch'io non ho parlato?
Essa 
L'amorosa madonna intelligenza
Che fa nell'alma la sua residenza,
Che colla sua belt m'ha innamorato...
L'amore del simbolo era veramente nello spirito dei tempi, portato a esprimere il vero in questa forma, non soltanto per amore delle belle immagini, ma pi per un intento educativo. La veste dell'allegoria rendeva infatti pi accessibile alle menti e pi gradito quell'ammaestramento che doveva essere in cima al pensiero dello scrittore. Era il principio che il Tasso espresse pi tardi per proprio conto, rinnovando all'uopo un'antica immagine:
Cos all'egro fanciul porgiamo aspersi
Di soave licor gli orli del vaso:
Succhi amari ingannato intanto ei beve,
E dall'inganno suo vita riceve. 
Tanto connaturata pareva agli scritti l'allegoria, che la si scopriva dai lettori anche l dove l'autore non aveva mai pensato di metterla.
Possibile che un poeta della sapienza e del valore di Virgilio non avesse celato nell'Eneide un suo significato profondo, che alla lettera non si palesava? Il naufragio d'Enea con cui l'opera s'apre doveva simboleggiare la nascita dell'uomo, il quale entra nella vita con dolore... Dante stesso nelle vicende dell'eroe virgiliano vide la storia della vita umana in generale nelle sue varie et.
Largamente fu usata l'allegoria anche nelle arti del disegno.
 Arte.
Alla fine del due e al principio del trecento l'arte pare una creatura che ha dormito un lungo sonno e si desti: e abbia ancora negli occhi un resto di nebbia e nel cuore la freschezza e l'ingenuit e la maraviglia del sentirsi nuovamente vivere e del ritrovare la luce.
Comincia l'osservazione della natura e insieme lo studio della grande arte antica.
Le semplici forme romaniche imitanti l'architettura classica si modificano con adottare le linee gotiche. Per il naturale equilibrio del gusto paesano, le linee orizzontali temperano da noi la spinta verso l'alto dell'arco acuto, delle cuspidi e delle guglie che il gotico aveva portato d'oltremonti.
Una magnifica fioritura di chiese appare nel duecento in Italia, ad Assisi, a Siena, a Orvieto: linee armoniche, decorazione di marmi a vario colore, portali adorni d'intagli, pavimenti a musaico. La scultura rivive, tornando agli esempi antichi, scordando i mostri paurosi che negli edifizi romanici si vedevan reggere i pulpiti o sporgere dalle decorazioni esterne: adornano le chiese e le tombe di Pisa, di Pistoia, di Bologna, per mano di quei maestri di vigore e di leggiadria che furono Nicol e Giovanni Pisano. E mentre fulge l'astro dei Pisani, gi  sorto quello di Arnolfo di Cambio.
Era tutta una festa d'arte in Italia.
Ma la bellezza scelse a sua dimora preferita la Toscana,
Quella ched  sovrana
In cui regna tutta cortesia,
come cant Enzo di Federico II. E l'arte toscana lasci poi le sue tracce in tutta la penisola.
Con Cimabue la pittura fiorentina esce dalla rigidezza delle figure bizantine e comincia a muoversi e a respirare. La vita palpita poi largamente nelle opere di Giotto, il maggiore rinnovatore della pittura in Italia, contemporaneo di Dante. Egli interpret mirabilmente quel movimento francescano che all'intimit della fede univa un cos profondo sentimento della natura e esprimeva per simboli i suoi slanci mistici.
San Francesco, dice Giovanni da Parma, cercava per vie e per piazze "quella cosa la quale amava l'anima sua". E domandava a quelli che venivano cos dicendo: - Avete voi veduto quello il quale ama l'anima mia? - Egli era il cavaliere che cercava la sua dama. La sua dama era la Povert.
E Giotto dipinse nella chiesa inferiore di San Francesco in Assisi sulle volte della crociera le mistiche nozze dei due amanti. E fece la Castit, nella sua torre merlata, a una finestra inespugnabile; come fece a Padova, tra le mirabili pitture di Santa Maria dell'Arena, la Carit cinta di rose e di fiamme, e la Temperanza con un freno alla bocca e la spada legata al fodero... Ivi egli dipinse anche l'Inferno: e non con un confuso affollarsi di dannati e di diavoli, come si soleva, ma diviso in compartimenti, al modo tenuto da Dante per il suo Inferno poetico.
Dove conobbe egli il suo maggior contemporaneo? Dove, quando parlaron essi dell'arte, che cercavano, come San Francesco la Povert, per le vie e per le piazze, e la quale amava l'anima loro? Ebbe Giotto ispirazione dalla parola del Poeta, come da alcuno si crede? O l'uno e l'altro trovarono nel loro secolo motivi d'ispirazione simile, oltre che nel fervore del proprio ingegno!
Alla poesia dell'arte di Giotto giova quella stessa inesperienza del pennello che aumenta l'espressione di candore delle sue figure e la semplicit dei loro atteggiamenti; mentre v'ha nelle sue composizioni forza espressiva e drammatica e poetici e sicuri accenni di paesaggio come sfondo delle scene piene di commossa umanit.
Quel candore armonioso doveva restare caratteristico dell'arte fiorentina.
A scuola (si diceva a bottega) dagli artisti pi esperti andavano i giovani, per imparare a dipingere o a scolpire o a intagliare, o tutte queste arti insieme, assistendo alla creazione dell'opera d'arte.
E accadeva allora spesso, in quegli albori dell'arte, che lo scolaro superasse il maestro: come quel Franco bolognese miniatore, che sorpass Oderisi da Gubbio nel pennelleggiare con vivaci colori le belle carte dei messali.
N al coro delle arti belle mancava la musica. Erano i brevi d che l'Italia fu tutta un maggio...
Toscano d'Arezzo era stato quel monaco Guido che tre secoli prima aveva fissato teoricamente il valore e l'uso delle note musicali e potuto vantarsi d'aver combattuto la buona battaglia in favor della musica, ottenendo che in uno o due anni di scuola si formassero dei buoni cantori, quando prima ne occorrevano dieci. Arpe, liuti, viole, cetre furono strumenti medievali.
Dal concavo seno d'uno di quei liuti il Carducci vide uscire la Musa dei tempi che furono, aspersa di faville d'oro: e la seguiva un coro e un canto di forme aeree: l'una delle quali era la nobile canzone, il pi alto sospiro d'anime che mai sorgesse dal canto: la seconda era la serventese, poesia bellicosa che ride a coloro che non temono la morte; e la terza la pastorella, semplice canto dei campi, dei colli, dei boschi, dell'umile vita.
In quella fine del duecento un poeta, per esempio Dante, componeva la canzone: e un musico, per esempio Scochetto, la musicava. O la musicava un artista ch'era anche un amico: Casella:
Amor che nella mente mi ragiona....
La stessa armonia serviva talora per una lauda religiosa e per una ballata a calendimaggio.
"Le ballatine, per continuare con l'autorit del Carducci, o canzoni a ballo, solevano accompagnarsi alla danza, e la melodia con la quale erano intonate si ripigliava o ripeteva nelle varie mutazioni delle figure dei gruppi danzanti".
Possiamo immaginare di veder farsi avanti, in questa famiglia lirica, anche l'ardua sestina, inventata dal provenzale Arnaldo Daniello; la quale, ripetendo in tutto il componimento con varia disposizione in fin di verso in tutte le stanze le medesime parole, "segue e rende l'errar del pensiero per un cerchio quasi incantato, nel quale gli oggetti fantastici e reali, e le percezioni e i sentimenti e le visioni si presentano alla mente con successioni di parvenze differenti, ma sempre gli stessi".
Principe delle nostre forme liriche, ecco il sonetto, stanza esso pure in origine, di quattordici versi, divenuto componimento indipendente, bench usato talora in serie o corone di sonetti, foggiato dai nostri maggiori poeti ad esprimere ogni variet dell'ispirazione.
Dante il mover gli di del cherubino
E d'aere azzuro e d'or lo circonfuse....
 Il volgare.
Il bel volgare fiorentino, come gli altri volgari delle altre regioni d'Italia, nacque dalla lingua latina parlata. Ci fu dopo lo sfasciarsi dell'Impero e nei secoli che precedettero il mille. Nello stesso modo erano andate determinandosi dal latino altre lingue nuove: della Francia settentrionale e centrale (lingua francese, detta anche d'oil, dal modo di dir s); della Francia meridionale (o lingua provenzale o d'oc); della Spagna, del Portogallo, d'alcune regioni alpine del Friuli, del Trentino, del canton Grigioni (ladino o romancio); e d'un tratto delle terre danubiane (romeno). Ch le lingue sono mutevoli, e lentissimamente per trasformazioni secolari si modificano, come ogni altra cosa dell'uomo e della natura, come coi secoli i ghiacciai s'avanzano e le cascate s'arretrano, e Ravenna, ch'era sul mare, si trovava al tempo di Dante a due miglia dal lido, e oggi a una distanza ben maggiore. Le lingue si modificano sulle labbra stesse di coloro che le parlano, senza che i parlanti si rendano conto delle alterazioni, cui nessuno contribuisce in particolare e tutti contribuiscono con azione collettiva.
Nei secoli del Medio evo precedenti il mille tale lavorio di trasformazione era stato favorito da particolari condizioni storiche, come se la nuova civilt esigesse una nuova maniera d'espressione; per modo che le popolazioni d'una cos notevole parte d'Europa eran giunte, quasi contemporaneamente, a parlare, sul loro suolo, un linguaggio ch'era altro da quello degli avi, sebbene derivato da quello, appunto come un discendente deriva da suoi antenati. Il latino era stato la lingua madre per l'Italia e per le terre che, soggette a Roma, si eran piegate ad adottarlo insieme con le costumanze della vita romana. E le lingue figlie della latina furon dette romanze, o, modernamente, neolatine.
Ma la Chiesa ne' suoi riti, ma i notai nei contratti, ma gli stessi Comuni negli atti pubblici, ma gli scrittori nelle loro opere, continuarono in Italia, anche nati i nuovi volgari, a servirsi del latino, bench d'un latino molto lontano dalla purezza classica: a servirsi, cio, della lingua di Roma, come parevano esigere la tradizione e i ricordi della passata grandezza. Cos che si ebbe tra noi per quasi due secoli lo strano fenomeno di un popolo che parlava una lingua e ne scriveva un'altra.
Gi la Francia e la Provenza, le quali non avevano ragione d'amare una lingua imposta loro dalla conquista, avevan la loro nuova letteratura in francese e in provenzale; e la nostra nuova letteratura in italiano non era ancor nata. Alcuni scrittori italiani, anzi, nel secolo XIII scrissero, imitando i vicini, nei volgari di Francia.
Ma la vita del nostro paese s'accompagnava ormai tutta alle parlate moderne. Come non si sarebbe finalmente scritto in esse, poi che scrivere  ancora vivere, coi vicini e coi lontani, coi contemporanei e coi posteri?  dire l'anima propria e non quella degli antenati, dir l'anima della patria, dirla come ci palpita dentro, col colore indelebile delle prime impressioni, e non tradotta in espressioni morte o straniere? Bisognava esprimersi in italiano. E del resto, il latino non era pi inteso se non da chi espressamente lo avesse studiato. E perci i primi a scrivere in volgare furono i laici.
I dialetti toscani prevalsero ben presto sugli altri, temperando essi quel che nei settentrionali era troppo aspro e nei meridionali troppo molle. Essi erano i pi simili al latino, i pi regolari, i pi musicali. E fra tutti prevalse il fiorentino, Firenze essendo divenuta il maggior centro letterario; e sopra tutto dopo che Dante l'ebbe usato nel suo Poema.
Quante espressioni che suonano fresche oggi sulle labbra del popolo di Firenze son le stesse che il popolo di Firenze pronunciava nei giorni di Dante e che il Poeta etern nelle sue rime! Forme che a noi paion di fattura poetica individuale quando le leggiamo nella Commedia, furono attinte dal Poeta allo spontaneo colorito parlare della sua citt e ne rimangon tracce nei documenti del tempo scritti senza intenzione d'arte, tracciati persino da notai o da mercanti per le necessit della loro professione.
Per contro si usano oggi parole e modi che nel trecento avevan significato alquanto diverso: e Dante scrisse una "masnada" d'anime, e non dell'Inferno; parl del "galeotto" d'una navicella, ed era un angelo; parl di "noia" a proposito d'una selva piena di pericolo mortale; disse "ingiuria" nel senso di offesa alla legge; e us parecchi, non molti, latinismi, ora sepolti nel vocabolario. Ma il vocabolario, osserv il Del Lungo,  una maniera di storia, "la pi diligente, la pi veritiera, la pi compiuta, come quella nella quale le passioni non possono n cancellare un documento, n alterare una testimonianza".
Gli scrittori del trecento scrivevano come parlavano. C'era bens stato qualche tentativo di formare una specie di linguaggio pi eletto, il volgare illustre, che fosse comune agli scrittori d'ogni parte d'Italia; ma finiron con prevalere anche negli scritti i volgari municipali. Grammatiche della lingua non v'erano, n ancora vi potevano essere. La lingua fu allora come un'acqua pura presso le sorgenti.
 comune ora tra le persone di scarsa coltura quella falsa idea riprovata dal Monaci, "che i dialetti altro non siano se non una corruzione della lingua, e che bisognerebbe, potendo, cercar di distruggerli". Il dialetto invece riflette, meglio ancora della lingua, l'anima nazionale. La lingua, per deve avere un centro, il che costituisce la sua unit.
Dante, scrivendo nel suo dialetto fiorentino, contribu fortemente a fare che il dialetto fiorentino, con poche variazioni, divenisse la lingua nazionale.
Oggi, quel che noi diciamo l'italiano, la lingua, cio, dei ben parlanti e dei giornali, delle pubbliche conferenze e delle lezioni nelle scuole, la lingua con cui diciamo pubblicamente il nostro pensiero o parliamo tra compatriotti delle varie regioni, di poco differisce da quello che fu il linguaggio del nostro Poeta: e ci non ostante le dominazioni straniere che passarono sulla nostra terra e le lunghe divisioni interne che la lacerarono, e non ostante la forma stessa della nostra penisola, allungata e montuosa e poco favorevole alle rapide comunicazioni. Per altri paesi invece, per esempio la Francia, la lingua del trecento deve venir tradotta nella parlata moderna per poter essere intesa dai pi.
 Letteratura volgare.
Noi non avemmo nell'et di mezzo uno di quei gran fatti d'importanza nazionale, che colpiscono la fantasia di tutto un popolo; e non avemmo nemmeno quell'unit di popolo che ripensa con orgoglio i grandi avvenimenti della patria, preparando cos il materiale del canto per il poeta epico. In Francia invece i casi furon favorevoli alla poesia che esalta i grandi fatti nazionali, rivelando nella narrazione l'anima popolare. La Francia ebbe i canti intorno a Carlomagno e ai prodi suoi paladini, primo quel Rolando che noi chiamammo Orlando. Cantori detti giullari, che imparavano quei canti a memoria, diffusero tra i volghi dell'Italia settentrionale la conoscenza e il gusto delle narrazioni carolingie, le quali, ripetute anche in altre nostre regioni, furon da noi modificate e accresciute di nuovi e diversi particolari. E ci vennero pure di Francia, nella veste di romanzi in prosa, che molto piacquero alle corti e alle nobili genti, anche le leggende brettoni, che ebbero origine in Inghilterra e narraron le vicende d'Art e dei cavalieri della Tavola rotonda, dei cavalieri prodi e innamorati, favoriti da opere d'incanto. Per diletto si leggeva di Lancilotto e Ginevra, di Tristano e Isotta, di Galvano, del mago Merlino.
Narrativa e di carattere prevalentemente popolare, la poesia francese; aristocratica e lirica la provenzale e specialmente lirica d'amore: la bell'arte del trovare, cio del tradurre in rima concetti bene elaborati, in canti che poi il trovatore stesso recitava o affidava al giullare perch li recitasse. La poesia era generalmente l'omaggio del cavaliere alla sua dama: omaggio convenzionale e raffinato, nel quale amore era dichiarato fonte di ogni virt, bench in realt i costumi fossero rilassati e quegli amori stessi fossero una mascherata manifestazione di tale rilassatezza.
Ammaestrata dalle due letterature sorelle, cominci a movere i primi passi la nostra. E, pure cominciando con imitare, aveva gi una sua intrinseca forza: e andava per la sua via, portando in s i germi di quelle che sarebbero state le grandi manifestazioni artistiche dell'avvenire. Ecco le prime voci di quella poesia religiosa, che doveva culminare nella Commedia; della poesia amorosa, che aspettava il massimo interprete nel Petrarca; ecco sbocciare la novella gi varia e arguta e pi inclinata al riso che al pianto, che il Boccaccio doveva portare alla compiuta maturit; ecco le leggende cavalleresche adattate al gusto paesano, donne, cavalieri, amori, audaci imprese, cui avrebbe dato voce inestinguibile l'Ariosto; ecco i primi saggi di quella poesia umoristica, che avrebbe poi mutato il nome in quello di bernesca dal Berni; e le cronache di Firenze, le quali gi guardano pi lontano che alla citt da cui s'intitolano e fanno presentire la storia fiorentina che ci verr dal Machiavelli e la storia d'Italia che ci verr dal Guicciardini. E contemporanea a tutte le forme colte la fresca vena della poesia popolare, che zampiller dall'anima delle nostre genti lungo tutta la nostra storia.
Dante vide il principio di tutto questo. Egli chiam "siciliana" la prima poesia d'arte, ch'era d'imitazione provenzale, fiorita alla corte di Federico II a Palermo, poeti Federico stesso, e Enzo e Federico suoi figli, e Pier della Vigna e "il notaio", ch'era Jacopo da Lentini, e altri, d'altre parti d'Italia, convenuti intorno al colto principe. Caduta casa sveva, il centro letterario s'era spostato e si era fermato in Toscana, ove la letteratura divenne, come dice il D'Ancona, uno dei pubblici poteri.
Anche la Toscana ebbe la sua scuola d'imitazione trovadorica, che am tenzonare in sonetti di proposta e di risposta sulla natura d'amore, su questioni e casi d'amore. Poco piacquero a Dante i tentativi di Guittone d'Arezzo verso una poesia pi personale. Ma egli prest orecchio attento a una voce che veniva dalla dotta Bologna, voce musicale, che cantava dolcemente d'amore in nuovo modo, idealizzando la donna quasi come cosa divina... Era la voce del bolognese Guido Guinizelli, che, cacciato poi dalla patria per questioni di parte, sembr iniziare anche in questo la serie dei grandi e dolorosi cantori d'amore.
Una ricca accolta di poeti giovani e innamorati segu in Firenze l'esempio di Guido: e fra questi un altro e maggior Guido, il Cavalcanti, e Dante Alighieri. Dante appartenne egli pure alla scuola che da una sua espressione si disse del "dolce stil nuovo". Le appartenne fino al giorno in cui, rotti i cancelli che nelle scuole poetiche sogliono limitare i voli dell'ingegno, si libr solitario in quegli spazi nei quali nessuno dei compagni era in grado di seguirlo.
 DANTE
 Le stelle di Dante.
Dante am contemplare nei tranquilli e puri sereni la luna ridente fra gli astri che dipingono il cielo da ogni parte; veder la via lattea che biancheggia fra i due estremi dell'orizzonte, le stelle cadenti solcar rapide lo spazio; e apparire di prima sera le prime luci e chiudersi le ultime al sopravvenire dell'aurora, una dopo l'altra infino alla pi bella...
Ma fra tanti astri, una costellazione gli fu particolarmente cara. Egli la vedeva spuntare da ponente, nella penombra dei crepuscoli primaverili o trionfare in cielo nelle serene notti invernali, mentre esplorava il firmamento dal piano dell'Arno o dalle alture fiesolane, o da altri punti della terra italiana dove lo portarono i dolorosi casi della vita. Era la costellazione dei Gmini o Gemelli: ch nel segno dei Gemelli, la seconda met di maggio del 1265 egli aveva veduto la luce e respirato per la prima volta l'aer tosco. Quelle erano le sue stelle. E dolce tempo era quello:
Dolce tempo novello, quando piove
Amore in terra da tutti li cieli,
e le stelle hanno sulle creature umane un'influenza particolarmente benigna.
- Io devo alle mie stelle, - disse il Poeta,
Tutto, qual che si sia, il mio ingegno.
Dante fu consapevole della grandezza d'un tal dono, tanto pi che, dietro l'influenza delle stelle, si nascondeva per lui "miglior cosa", cio la benignit di quel Dio per cui le stelle hanno moto e influenza. Tanto sent formidabile il dono, che si studi di frenare l'ingegno, perch non corresse avanti senza esser guidato dalla virt; persuaso che il tesoro dell'intelligenza gl'imponesse altissimi doveri, e primo quello di bene usare della parola.
Forse appunto per questa persuasione egli volle che nel suo immaginario viaggio per l'oltretomba venisse data solenne consacrazione al suo canto proprio nel segno dei Gemelli, dalle labbra di una altissima tra le creature beate.
Gi la sua divina guida Beatrice gli aveva ordinato di riferire quanto veniva vedendo e udendo, ad ammaestramento dei vivi 
Del viver ch' un correre alla morte.
Gi da Cacciaguida, suo glorioso antenato, s'era fatto comandare di dire il vero senza paura:
Tutta tua vision fa manifesta.
Ma l'ingiunzione pi venerabile e insieme pi perentoria a parlare gli venne dal santo fondatore del pontificato di Roma, da San Pietro, in quel lume dei Gemelli a cui l'anima del Poeta aspirava per acquistar virt a cantare le cose divine.
L su Dante riceve l'approvazione celeste alla sua fedele ortodossa e si trova circondato da una ineffabile allegrezza, da una sicura ricchezza senza desiderii...
A un tratto si fa silenzio nei beati cori. E in quel silenzio si ode la voce di San Pietro. Ma quella voce  mutata; ma la luce del Santo, ma le luci di tutto il Paradiso arrossano come il cielo al tramonto. Il fondatore della Chiesa tuona indignato contro i suoi successori, che per cupidigie terrene dimenticano l'esempio e l'insegnamento suo, le lagrime e il sangue dei martiri, la santit del ministero ordinato da Dio. Terribili sono le parole di San Pietro. Il quale poi, volto a Dante, che muto aveva ascoltato le auguste parole, cos gli comanda:
E tu, figliuol, che per lo mortal pondo
Ancor gi tornerai, apri la bocca,
E non asconder quel ch'io non ascondo.
E Dante ubbid.
Tornato sulla terra, aperse la bocca e disse in tera la sua visione: disse la giustizia e la misericordia di Dio e gli errori e le colpe dei viventi, secondo che la sua Donna, secondo che il padre della sua casa e il padre della sua Chiesa gli avevano ordinato.
Gli studiosi di Dante cercano di rendersi conto del come si maturasse con gli eventi tanta sicurezza di coscienza e tanta altezza di poesia; cercano in quanto possono: che il lavoro del genio, il travaglio della trasformazione della realt in arte  un segreto che il genio porta con s e di cui esso medesimo non  forse sempre consapevole. Il genio  una espressione di forza da paragonare appunto a quella che trascina gli astri per gli spazi del cielo. Tra il misurato moto dei mondi e lo slancio dell'alta poesia  diversa, non inferiore, la manifestazione della vita. Dio, spiegano le fedi di tutti i tempi. Dio, spiega il cristiano Dante:
L'Amor che move il sole e l'altre stelle.
 Il nome e la radice.
Dante di Alighiero di Bellincione di Alighiero di Cacciaguida: cos si potrebbe chiamare il Poeta risalendo di padre in figlio, come per tanto tempo s'era usato di fare in Firenze.
Senonch da circa un secolo s'andavano a poco a poco fissando i casati o cognomi, quasi a suggellare i caratteri e la tradizione di ciascuna famiglia. E dal nome Alighiero (nell'antica forma Alagherio), portato nella casa dalla donna di val di Po che fu sposa di Cacciaguida, e dato al figlio che nacque da questa unione, aveva gi avuto origine il cognome degli Alighieri col quale il Poeta doveva esser noto nei secoli e diffondere qualche raggio di luce riflessa sugli uomini della sua casa.
Dante: fu questo un diminutivo di Durante, come Gianni di Giovanni e Betto di Benedetto; e forse fu uno di quei diminutivi che gi nell'uso avean valore di nomi, come Lapo da Jacopo e Bice da Beatrice.
Dante: nome che il nato degli Alighieri ricevette in quel tempietto di San Giovanni nel quale anche il suo trisavolo era stato insieme "cristiano e Cacciaguida"; e cui pi tardi il Poeta tornava con nostalgico rimpianto: e ricordava certi particolari realistici della propria vita giovanile, come quel giorno che, per salvare un bambino pericolante in uno di quei pozzetti in cui solevano porsi i battezzatori, aveva rotto violentemente la sponda di quello, e i malevoli l'avevan tacciato di irriverenza.....
Al nome di Dante si volle poi dare un significato provvidenziale e quasi profetico, quando si cominci a rendersi conto della grandezza di chi lo portava.
I nomi, diceva Dante stesso, citando una sentenza latina, sono conseguenti alle cose. E anche a lui piacque scoprir relazioni fra certi nomi e certe qualit delle persone o delle cose cui si riferivano. Felice, padre di San Domenico, era veramente Felice; Giovanna, la madre, era veramente Giovanna, se Giovanna significa grazia di Dio. E il nome di Amore  s dolce a udire, che Amore stesso dee essere dolce; e Beatrice era datrice di beatitudine....
Si not dunque che Dante vale "colui che d". Egli fu il vero "Dante a noi mortali il frutto della vita", scrisse un ammiratore quand'egli mor.
Anche il Boccaccio qualche tempo dopo osserv che ben potea chiamarsi Dante colui che dona generosamente di quelle cose che per grazia divina ha ricevute. Tal nome non poteva essergli stato posto casualmente, come molti ogni d se ne pongono; e nessun altro nome gli sarebbe stato dato pi degnamente.
Un curioso soprannome si ebbe anche Dante quando la sua fama fu tale da farlo parer quasi figura leggendaria. Fu detto il villano... per questo, "che non lasci dire agli altri nulla!"
In un esemplare manoscritto della Commedia si trovarono questi versi a mo' di chiusa della trascrizione e come invito al lettore a restituire prontamente la copia:
O tu che accatti il libro del villano,
Rendilo presto, perch gran piacere
Ne tra' colui a chi 'l cavi di mano.
Probabilmente le memorie precise di Dante intorno alla storia della sua famiglia non si spingevano oltre Cacciaguida.
Ma per tradizioni domestiche o per conclusioni sue proprie egli s'era convinto che i suoi discendevano da quei coloni romani che, si diceva, avean formato coi Fiesolani la popolazione di Firenze allorquando era stata fondata nel piano dell'Arno la nuova citt.
Quale pi illustre origine per un fiorentino, che procedere dalla "sementa santa" dei padri romani? La grandezza dell'antichit non si compendiava in Roma? La gloria del mondo non era venuta da Roma, e ogni civilt e ogni idea di diritto? Non era quello il segno cui bisognava drizzar le speranze a beneficio della giustizia?
Dante, inoltre, discendeva dai Romani attraverso un cavaliere crociato: ch Cacciaguida era stato fatto cavaliere da Corrado III re di Germania, ed aveva avuto la gloria di cader combattendo, circa la met del secolo XII, in Terrasanta, salendo poi dal martirio alla pace del cielo. Venerato Cacciaguida 
Voi siete il padre mio...
Voi mi levate s ch'io son pi ch'io.
Dante confessa di non aver saputo reprimere un moto d'orgoglio per la nobilt della sua origine, quando il suo antenato gli parl nella luce del Paradiso.
Degli altri suoi maggiori non pare che Dante avesse ragione o desiderio d'insuperbirsi, bench nella sua parentela non mancassero cavalieri e combattenti, e il suo nonno Bellincione fosse appartenuto ai Consigli della citt. Il Poeta ricorda il suo bisnonno Alighiero come superbo, e il figlio d'un fratello di lui, Geri del Bello, come seminatore di discordie, uccisore, e a sua volta ucciso, e nel 1300 non ancor vendicato.
Gli Alighieri erano d'antica nobilt cittadina e guelfi; ma il ramo della casa cui appartenne il Poeta era "scarso d'uomini, di ricchezze e d'aderenze", n s'era fatto notare nelle gare partigiane; per modo che il padre di Dante, Alighiero, aveva probabilmente evitato d'andare in bando o di essere bandito a lungo dalla sua citt allorch nel 1260, trionfando la parte ghibellina, i principali uomini del suo partito erano stati cacciati. E infatti Dante nacque il maggio del 1265 quando quegli esilii duravano ancora: che solo un anno dopo avvenne il trionfo definitivo di parte guelfa, con la vittoria di Carlo d'Angi su Manfredi di Svevia.
I genitori di Dante sono per noi due pallide figure, delle quali tutto, si pu dire, ignoriamo, fuor che furono il padre e la madre del primo fra gl'Italiani.
Della madre sappiamo solo ch'ella aveva uno di quei nomi significativi che le famiglie fiorentine amavano imporre alle loro figliuole; e le dicevano Avvenente, Ringraziata, Vezzosa, Dolcedonna, Fiore. Si chiamava Bella. Di lei si narr, come di altre madri fortunate, che avesse avuto un sogno rivelatore della futura grandezza del figlio.
Ella mor presto, lasciando Dante ancor fanciulletto. Alighiero riprese moglie, e fu una Lapa di Chiarissimo Cialuffi: pare almeno si chiamasse cos.
Morendo a sua volta prima del 1283, Alighiero lasciava, oltre a Dante, tre figliuoli, Francesco, la Tana o Gaetana, che entr pi tardi nella famiglia Riccomanni sposando un Lapo mercante e cambiatore, e un'altra figlia, che fu poi sposa a Leone Poggi. Li lasci tutti in et immatura (Dante aveva al pi diciott'anni) e in condizione di modesta agiatezza, con una sostanza costituita specialmente di terreni, casolari e poche case, una delle quali era la "decente" casa d'abitazione nel popolo di San Martino del Vescovo, nell'antico sesto di porta San Piero, dentro le vecchie mura della citt: casa dove il Poeta era nato e che fu poi distrutta al tempo della condanna di lui.
L presso era la Badia di Santa Maria, che misur a Dante le ore migliori della vita.
 Il grosso velo.
Nella Commedia il Poeta paragona Virgilio quand' pi sollecito nel guidarlo, paragona Beatrice quand' pi misericorde, alla madre che ha pi cura del figlio che di s, e lo soccorre "con la sua voce che il suol ben disporre".... Rimpianto di ricordi lontani, o figurazioni d'una immaginazione che non riusciva a trovare nessun riscontro in un passato di vita vissuta?
E come fu la matrigna per Dante? Come i fratelli? ed egli, quale fu per essi, orfani giovinetti?
Tanti uomini minori possiamo seguire passo passo nella fanciullezza e nell'adolescenza. Per mezzo d'opere biografiche o autobiografiche vediamo le prime pieghe della loro indole, le prime manifestazioni del loro ingegno: rapidi cenni, aneddoti, improvvise rivelazioni ci scoprono nella crisalide la farfalla.
Nessuna luce invece illumina quel periodo della vita di Dante. Dobbiamo sempre dir forse. Forse  poetica parola e possiede in grado massimo quell'indeterminato che piaceva al Leopardi. Ma qui noi ameremmo sapere con precisione.
Dante ci si rivela poi a un tratto, coi lineamenti che Giotto ritrasse nella cappella del Podest, con la figura morale ch'egli stesso ci delinea nelle sue prime opere. Ci si rivela come le antiche divinit agli antichi viandanti: improvviso, in sembianze giovanili, parlando dolci e profetiche parole.
N pei tempi della maturit e dell'esilio, n per quanto riguarda la vita di Dante marito e padre, abbondano, del resto, le notizie sicure!
A noi pertanto  facile immaginare che il "leoncello degli Alighieri" ascoltasse in pensoso raccoglimento, da voci domestiche o amiche, il racconto delle glorie e delle lotte della generazione che l'aveva preceduto, e serbasse nella fida memoria notizie e impressioni che pi tardi sarebbero state poesia. Perch, come felicemente immaginarono i Greci, Mnemosine, dea della memoria,  la madre delle Muse ispiratrici dei poeti.
Veramente, nella generazione precedente il Poeta, nessuno era stato tanto grande, da apparire come il simbolo del tempo suo. Il simbolo del tempo doveva esser egli, il giovinetto che ascoltava pensoso quelle narrazioni. Ma figure notevoli emergevano nell'ammirazione dei superstiti; e la vita cittadina, cos piena d'ardore, cos favorevole al formarsi delle individualit e della ricchezza spirituale, porgeva motivo drammatico d'entusiasmi e di sdegni.
Come si parlava, in quella casa guelfa, delle infauste nozze che il Buondelmonti aveva accettate con la Donati, dispregiando la donna degli Amidei cui era promesso? e l'uccisione di lui a pi del ponte Vecchio, dopo le fatali parole di Mosca Lamberti: - Cosa fatta capo ha -, "che fu il mal seme della gente tosca"...?. Come si giudicavano gli avversari Svevi? Come Federico II e le forze ecclesiastiche e comunali congiurate alla rovina degl'ideali politici di lui? come gli studi profani che coltivava, e tutti quei maomettani di cui amava circondarsi?... correva voce che fosse eretico, bench come principe punisse l'eresia e avesse l'aria ossequente al dogma... E il suo segretario Pier della Vigna, scrittore di lettere elaborate e gentile poeta, dopo tante dimostrazioni di attivit d'ogni maniera e di fedelt a tutta prova, dopo avere avuto in mano le redini dello Stato con autorit senza limiti, venuto in sospetto al suo signore, e chiuso nelle tremende carceri di Stato a San Miniato al Tedesco, e accecato, e uccisosi per disperazione dell'accusa infamante!.. Come si commentava la caduta e la morte sotto il peso della scomunica e dell'accusa di neri delitti, del biondo e bello e gentile Manfredi di Svevia? Si commovevano a piet, quegli avversari trionfanti, per la tragica fine degli ultimi Svevi? Ora specialmente che s'era visto quel che costava e quanto pericolosa fosse alla libert della vita cittadina la protezione francese?
E si riconosceva la grandezza di taluni avversari ghibellini, di Firenze o toscani? Esaltarci nemici  sempre stato un modo istintivo indiretto di esaltare la parte propria. E quei fieri atti dovevano attrarre il cuore e colpire la fantasia del giovinetto: Farinata degli Uberti, nemico implacabile dei Guelfi, che aveva salvato Firenze degli stessi suoi compagni di parte smaniosi di distruggerla, quasi ella fosse complice di chi vi s'annidava dentro: egli solo, con la sola forza della sua autorit! Provenzan Salvani, morto dai Guelfi a Colle di Valdelsa e tagliatogli il capo e questo infilato su una lancia e portato in giro pel campo...; ma il superbo e cavalleresco Provenzano, un giorno, aveva fatto questo: aveva messo una tavola nel Campo di Siena, e sopra un tappeto, e sopra s'era seduto egli, e aveva mendicato dai passanti per mettere insieme i diecimila fiorini che non aveva e che gli occorrevano per liberare un amico dalla prigionia di Carlo d'Angi: aveva mendicato, e ciascuno che passava, commosso di quella umilt con cui veniva chiedendo a tutti, gli dava secondo il suo potere; e l'amico fu riscattato... Non riusciva, allora, il giovinetto, a misurare la grandezza di quella umiliazione e di quel sacrifizio; ma un giorno s, intese tutto...
Di questi illustri cos vicini per patria e per tempo si parlava probabilmente intorno a Dante con quella familiarit che usano i contemporanei quando i secoli non hanno ancora impresso il segno della venerabilit sulle cose e sui nomi... Ecco Tegghiaio Aldobrandi due volte podest, Jacopo Rusticucci, incaricato d'affari diplomatici, amico di lui... E su questi e altri nomi, i vanti dei Guelfi, vincitori... Cacciati nel 1248, ricacciati nel 1260, erano sempre tornati; e invano Bocca degli Abati a Monteaperti aveva tradito parte guelfa tagliando la mano al portainsegna Jacopo de' Pazzi che aveva vicino, onde le schiere erano state sgominate; invano: ch ora i Ghibellini erano sotto i loro piedi, anzi non pi nemmen ricordati, anzi riammessi in citt come gente che non fa pi paura...
I fatti stessi del giorno prendevan forse gi fin d'allora il loro posto in quella prodigiosa mente, cui nulla doveva sfuggire di quanto accadeva nel mondo esterno e nel mondo delle anime. La cronaca cittadina o toscana occupava pi largo posto allora, in una citt pi piccola delle grandi citt attuali, e quando le notizie del resto del mondo, che distraggono e interessano le genti moderne, non arrivavano, o tarde e lente e poco attendibili. E i fatti della cronaca spicciola si mettevano sullo stesso piano, nel conversar d'ogni giorno, coi fatti destinati a rimaner nella storia: i pranzi dei famosi ghiottoni, divoratori di manicaretti e di patrimoni, che usavan condire i cibi con nuove droghe; e certi cavalieri che non sdegnavano di rubar bestiame e vuotar casse altrui; e le arguzie del pigro Belacqua nella bottega delle chitarre, quando non era occupato n a mangiare n a dormire...
N saran mancati i commenti e i frizzi agli altri Toscani: ai Pisani, coi quali nessuno poteva gareggiare in furberia, agli Aretini ringhiosi, ai Pistoiesi rissosi, ai Sanesi che non la finivan pi di andar cercando la famosa acqua Diana nel sottosuolo della loro citt.
E l'abilit dei Veneziani in far navi, e dei Bolognesi in far danari... E quei due frati bolognesi, Catalano de' Catalani e Loderingo degli Andal, se ne ricordava bene Firenze! ch'eran venuti, uno guelfo e uno ghibellino, mandati da papa Clemente IV dopo la vittoria angioina a conservar la pace nella citt: dei frati detti Gaudenti, erano: e tirati di qua e tirati di l, eran venuti a noia a tutti ed erano stati licenziati... Ma ben erano rimaste le pretese del papa e quelle degli Angioini!
Poi Dante cominci ad avere i suoi personali ricordi. Forse, tra le confuse memorie lontane, ritrovava quel giorno dell'estate del 1273, quando si eran visti congregati insieme con grande solennit in Firenze un imperatore d'Oriente, un gran principe francese che si diceva alla vigilia di partire per Terrasanta, e un pontefice, che i Mozzi, di piccola gente saliti a grande stato, avevan l'onore d'ospitare nel loro palazzo... Con gran seguito gli augusti personaggi avevan preso posto su pergami di legname eretti nel greto dell'Arno; e l, tra la folla immensa che gremiva le rive intorno, i rappresentanti dei Guelfi e dei Ghibellini avevan fatto il giuramento di pace e s'eran baciati in bocca... La pace era durata nella citt quattro giorni, e negli animi forse ancor meno... Fu forse quella per il fanciullo una delle prime rudi rivelazioni della realt?
Quindicenne, egli doveva poi veder Firenze giurare un'altra volta la pace, alla presenza, allora, del cardinale Latino de' Frangipani, che aveva fatto sulla pace una bella concione, l sulla piazza di Santa Maria Novella. Ma forse allora il giovinetto gi sapeva che della pace  come della salute, che quando se ne parla tanto vuol dire che non c'... Piuttosto il suo occhio cercava quel giorno, fra le autorit segnate a dito dalla folla, un giovine poeta di grido, che in quella solennit era mallevadore per i Ghibellini: lo cercava, con quella curiosit piena d'ansiosa devozione con la quale chi ambisce le gioie e gli affanni dell'arte cerca colui che gi conosce il dolce frutto della pubblica lode, e lo segue nelle movenze e nelle parole, e ascriverebbe a grande onore il potere avvicinarlo, e a gran fortuna l'averne un incoraggiamento benigno! Mallevadore pei Ghibellini era quel giorno Guido Cavalcanti. N il giovinetto poteva prevedere che, pochi anni dopo, quello sarebbe stato il primo de' suoi amici.
Dante aveva nove anni: e si spargeva la voce di due gran morti: fra Tommaso d'Aquino e fra Bonaventura da Bagnoregio, che avevano avuto nello stesso giorno la licenza d'insegnare a Parigi, e si spegnevano a distanza di pochi mesi, il primo mentr'era in viaggio per recarsi in Francia al Concilio generale di Lione, l'altro a Lione, dove l'aveva portato il medesimo zelo: non vecchi n l'uno n l'altro, e gi carichi di gloria. E di Tommaso si diceva che l'avesse fatto morire di veleno Carlo d'Angi, persecutore dei conti d'Aquino, l'uomo sospettoso e crudele... Alla leggenda Dante credeva ancora molti anni dopo.
Ma di quel memorabile anno 1274 un altro ricordo ben altrimenti profondo doveva inciderglisi nell'animo: tra quelle morti un ricordo di vita.
Egli rivide poi sempre, in una luce d'aurora abbellita e fatta pi viva dalla consapevolezza del sentimento che gl'infiamm il cuore pi tardi, una fanciulletta di otto anni, vestita semplicemente di rosso, cinta e ornata nel modo che si conveniva alla sua giovanissima et... Com'ella apparve, lo spirito della vita, che dimora nella segretissima camera del cuore, disse tremando al precoce fanciullo degli Alighieri: - Ecco un iddio pi forte di me che viene a signoreggiarmi. - E d'allora innanzi Amore prese su lui tanta sicurt e tanta signoria, che egli era costretto a fare compiutamente ci che Amore voleva. Ei gli comandava che dovesse cercar di vedere quell'angiola giovanissima, ed egli la cercava, e la vedeva tale, che non pareva figlia d'uomo mortale, ma di Dio. Ed era in lei tanta virt, che Amore non os mai regger lui senza il fedele consiglio della ragione... E altre cose egli ricordava, ripensando quei giorni; ma non le narr, ch ad altri, per causa di quella sua et immatura, potevano parer favolose.
 Studii e letture.
Nel volgare fiorentino, che sulle prime parve anche a lui atto solo a cantar d'amore, Dante impar da s a dir parole per rima. Ben presto per egli seppe anche di latino quel tanto che bastava per fare qualche semplice citazione e per stendere una lettera a un personaggio importante.
Egli acquist pure altre di quelle abilit e di quelle notizie che solevano avere i giovani della sua condizione. Seppe, come oggi si dice inelegantemente, stare in societ. Impar a cavalcare. Si esercit nella caccia, e seppe vari modi di caccia e vari usi d'animali. Coltiv il disegno; e nei momenti di commozione si compiaceva di tracciare i contorni delle immagini che gli presentava l'accesa fantasia. Quando udiva un bel canto, una bella voce, specie se una voce amica, gli si quetavano nel cuore tutte le voglie; e gli piacque di fare adornare di soave armonia i suoi canti giovanili, armonia, disse, nella quale era amore.
Conobbe prima i Provenzali dei Francesi, e si dilett di leggerli nella loro lingua, che ormai pochi in Italia scrivevano, ma a molti era nota; e non li stim, come oggi appaiono generalmente a noi, artificiosi e freddi. Egli seppe vedervi l'analisi dei sentimenti e sentirvi le voci di quella umanit, che nel suo cuore dovette trovar tanto presto un'eco profonda. Ammir i vigorosi sirventesi politici di Bertran de Born, sul quale come uomo litigioso correvan voci sinistre, di discordie ch'egli avesse suscitate fra i membri della famiglia reale d'Inghilterra; ammir senza restrizioni l'arte d'Arnaldo Daniello, l'inventore della sestina; e ammir Folchetto di Marsiglia, d'origine italiana, amoroso rimatore, poi monaco e vescovo e zelante sterminatore di eretici; e il mantovano Sordello.
- Amore, - gli diceva anche il trovatore mantovano nelle sue canzoni. Ma gli diceva anche altro: la possibilit che la Musa interpretasse l'anima umana toccando altre corde, quando rampognasse i vili "che, vivendo, son morti", o colpisse i grandi che non intendono i loro doveri civili.
Sordello aveva pianto in nobili versi un prode signore e gentile amico, il cavaliere provenzale Blancas, morto nel 1226, con la sparizione del quale ogni atto valente era andato perduto. Il danno era mortale: e solo si sarebbe potuto riparare quando il cuore del principe valoroso fosse stato ripartito fra i baroni superstiti, i quali vivevano discorati, e ciascuno ne avesse mangiato un pezzetto.
Lo strano simbolo del cuore mangiato non destava nei contemporanei di Sordello e di Dante l'impressione di ripugnanza che pu destare in noi. In quei ferrei tempi poteva anche un poeta innamorato immaginare che il suo cuore venisse dato in pasto alla sua donna da Amore.
Comunque, ci rendiamo conto facilmente del consentimento che trovarono nel cuore di Dante l'alterezza sdegnosa e l'ardimento coi quali Sordello consigliava a cibarsi, ciascuno del loro pezzetto di cuore, per trovar l'animosa dignit che loro mancava. Federico II imperatore, e il re di Francia, e il re d'Inghilterra, e il re di Castiglia, e il re d'Aragona, e il re di Navarra, e il conte di Tolosa, e il conte di Provenza: ciascuno con la sua ragione di debolezza e di vilt. "I baroni mi vorranno male, - concludeva Sordello, - di ci ch'io dico bene; ma sappiano ch'io li pregio tanto poco, come essi me".
Dante lesse anche i bei canti e le narrazioni cavalleresche francesi: "versi d'amore e prose di romanzi": e am i bei tempi, quando amore e cortesia invogliavano ai nobili affanni e' ai bei riposi. Egli vide, nella lettura, le valorose schiere d'Orlando a Roncisvalle, vide cadere la santa gesta di Carlomagno, ud gli echi del corno d'Orlando risonare tra le rupi dei Pirenei, assistette al supplizio di Gano di Maganza traditore; vide in Arles alzarsi le tombe e accogliere miracolosamente le salme dei valorosi Cristiani trucidati dai Saraceni; vide la spada dello stesso re Art fare giustizia del nipote traditore Mordrec, trapassandogli il petto cos che i raggi del sole filtrarono per l'orribile finestra; e sopra ogni sentimento l'amore, e sopra tutte le figure emergere quelle del cavaliere Lancilotto del Lago e della regina Ginevra...
Lancilotto, vestito delle armi nere, era stato vincitore sotto gli occhi della regina, che gli aveva poi parlato, accompagnata dalla dama di Malehaut, in disparte, bench in presenza d'altri. Ella volle sapere per chi egli era stato tanto prode; e poi che Lancilotto sospirava senza rispondere,
- "Ditemelo - fa lei sicuramente, - perch io non lo dir a nessuno; e so bene che per donna o donzella voi avete fatto questo; e ditemi chi ella , per la f che mi dovete".
Lancilotto confessa il suo amore. Ella vuol sapere da quando l'ami tanto e donde venga quell'amore che ha posto in lei. Allora la dama di Malehaut tossisce, come per raccomandare circospezione. Lancilotto si turba e piange. Il principe Galeotto delle Isole Lontane, che gli  devoto amico, lo soccorre e chiede per lui il bacio alla regina. E la regina lo d...
Figure storiche? figure immaginarie? Dante non indagava: egli accett come reali tutti questi personaggi, e li colloc accanto ad altri che gli presentava l'antica poesia. Orlando e Gano, Lancilotto e Ginevra ebbero per lui consistenza di persone vive, come le figure del suo diletto Virgilio.
Il suo acuto spirito critico egli doveva serbarlo tutto alle condizioni e alle persone del tempo suo.
Impossibile rendersi conto della quantit di opere medievali che Dante conobbe e sulle quali and formandosi una parte della sua coltura, per quei tempi straordinaria: trattati religiosi e morali, vite di santi, cronache, letteratura dotta, semidotta e popolare, traduzioni, compilazioni, somme, fiori, esempi, precetti: in parecchie delle quali trovava anche qualche eco d'ispirazione proveniente da un pi remoto passato, che lo invitava a risalire alle fonti classiche.
Certo egli ebbe assai presto familiarit con la Bibbia, della quale sono spunti e reminiscenze fin nelle opere giovanili. Sempre convennero alla sua natura poetica il tono di profezia, i sogni rivelatori, la solennit delle invettive, la terribilit delle minacce, la lirica delle invocazioni, e quel parlare delle alte cose per immagini sensibili: le colonne di fuoco, le nuvole di fiamma, le spade folgoranti, le saette inebriate di sangue, e trombe e palme e cedri e leoni e lupi e leopardi... e tutta la passionata poesia del Cantico dei Cantici spiegata allegoricamente. E angeli vedeva egli scendere e salire fra terra e cielo come messi di Dio, e scacciare Adamo e Eva dal Paradiso terrestre, e rivelar la parola divina a Mos, e lottare con Satana per anima di Mos, e vigilare sull'arca santa, e protegger Giuditta e toccar Daniele e parlargli, e apparire ai pastori di Betlemme e alle donne presso il Sepolcro.
 Maestri e prime prove.
Due maestri l'Alighieri ricorda con riconoscente divozione e col nome di padre.
L'uno, Guido Guinizelli, morto quand'egli era giovinetto, gl'insegn con l'esempio l'uso delle rime dolci e leggiadre.
Il saggio Guido aveva posto nella sua poesia il principio che amore e cuore gentile sono una cosa sola:
Al cor gentil ripara sempre amore,
Come a la selva augello in la verdura...
E prende amore in gentilezza loco,
Cos propriamente
Come chiarore in chiarit di foco.
Aveva detto pure come l'uomo non debba credere che la nobilt sia fuori del cuore: il cuore dev'esser nobile per propria virt. E per la virt o "valore" egli aveva esaltato la sua donna fra l'altre "cristiane". E aveva detto queste cose con parole che a poco a poco si disimpacciavano dall'imitazione delle scuole precedenti e dall'ingombro dottrinale, e acquistavano una loro spontanea grazia.
Dante gli era grato delle nuove doti ch'egli aveva donato alla lirica, e s'attentava di profetare che i dolci detti di Guido Guinizelli sarebbero cari finch durer l'uso del moderno volgare.
L'altro padre fu ser Brunetto Latini.
Tornato in Firenze dalla Francia dopo il 1260, egli pot assistere allo sviluppo dell'ingegno di Dante e confortarlo nello studio, dandogli inoltre esempio di operosit e di rettitudine nelle alte cariche affidategli da' suoi concittadini: "maestro in digrossare i Fiorentini e farli scorti in bene parlare e in sapere guidare e reggere la nostra Repubblica secondo la politica", come si esprime Giovanni Villani.
Non prepotenze, non divisioni, augurava ser Brunetto; ma pace e ben fare, 
Ch gi non po' scampare
Terra rotta di parte.
Queste parole egli scriveva nel Tesoretto, che certo Dante lesse, attento a quel procedere per visione, a quel cenno d'uno smarrimento dell'autore in una selva; attento a quelle descrizioni di luoghi fantastici, a quella pittura di vizi e di virt, a quegl'incontri con antichi savi, a quello sforzo di dare all'erudizione una veste poetica.
E quante notizie attinse il nostro Poeta alla maggiore opera di ser Brunetto, l'enciclopedia il Tesoro, fatta "per coloro ch'hanno lo cor pi alto"!
Nel Tesoro, compilazione d'opere precedenti, il notaio fiorentino mise tutto lo scibile, dal cominciamento e stabilimento del mondo, "e di ciascuna cosa lo suo essere", che costituisce la prima parte, al trattato dei vizi e delle virt, ch' la seconda, alla terza "ch' oro fino, cio a dire ch'ella insegna parlare all'uomo secondo la dottrina della retorica, e come il signore dee governare la gente che ha sotto di lui, specialmente secondo l'usanza d'Italia...; ch, siccome l'oro supera tutte le maniere di metalli, cos la scienza di ben parlare e di governare la gente che l'uomo ha sotto di s  pi nobile che nulla altra scienza del mondo".
Quando si legge la quantit di pregiudizi e di stramberie che faceva parte della coltura di Brunetto Latini, si rimane stupefatti della sapienza con cui Dante seppe scegliere fra tutte quelle notizie.
Lo scolaro poneva mente alle nobili pagine, che pur v'erano: "Ogni terra  paese all'uomo probo... Ovunque io vada, sar nella mia terra, perch nessuna terra mi  esilio, n paese estraneo, ch il benessere appartiene all'uomo, non al luogo".
Dante stimava ser Brunetto, e per si fa dare da lui nella Commedia consigli di buon viver civile, da lui che nel mondo gli aveva insegnato come l'uom s'eterna:
. . . . . in la mente m' fitta, ed or m'accora
La cara e buona immagine paterna
Di voi, quando nel mondo ad ora ad ora
M'insegnavate come l'uom s'eterna.
Senonch all'immagine paterna di lui vorremmo attribuire lineamenti di venerabilit, e non possiamo; che Dante ha insieme glorificato e infamato Brunetto Latini collocandolo nel suo Inferno, l dove sotto una pioggia di fuoco sono puniti i violenti contro natura.
Pare che Dante sia stato a studiare a Bologna. Rimane di lui un curioso sonetto, l'unico componimento dantesco, noto finora, dal quale ci sia dato intravvedere per un attimo con qualche particolare realistico un Dante giovine, che scherza sopra un piccolo caso del giorno: caso, per, che non conosciamo con precisione; per modo che non ci  possibile di penetrare a fondo l'intenzione, certo satirica, del componimento.
Il Poeta guardava con attenzione la torre Garisenda (che allora era pi alta che non oggi, e, come oggi, pendente); con tanta attenzione la guardava, che non s'avvide di un'altra cosa (la vicina torre degli Asinelli? una donna d'alta statura? la dama stessa dei Garisendi affacciata a una finestra?) Non se n'accorse: e quegli occhi che allora non videro, non potranno giammai fare ammenda di tanto fallo, quando non s'accecassero!
Non conobber vedendo, onde dolenti
Son li miei spirti per lo lor fallire;
E dico ben, se il voler mio non muta,
Ch'io stesso li uccidr, que' sconoscenti!
Era, del resto, uno dei caratteri di Dante, questo darsi tutto alla cosa che stesse facendo o osservando. Una volta a Siena, racconta il Boccaccio, leggeva un libro nella bottega d'uno speziale: e pass nella contrada "una grande armeggiata", con grandissimo rumore, per la folla e per strumenti varii e voci applaudenti e balli e giuochi; ed egli non si mosse, anzi nulla ud...
Pu darsi che passasse sulla Garisenda, nel momento fermato dal sonetto, una nuvola nel verso contrario alla pendenza: e egli, stando sotto il chinato, osservasse lo strano fenomeno ottico, per cui pare che la torre precipiti e la nuvola stia ferma. Osservazione che doveva dargli occasione a una delle sue pi efficaci e singolari similitudini, quando poi nell'Inferno gli parve che il gigante Anteo gli si rovesciasse addosso.
La conoscenza di Dante con Cino da Pistoia e con Oderisi da Gubbio miniatore potrebbe datare da quella gita di Dante a Bologna; nonch le notizie ch'egli ebbe di certi bolognesi che trovan posto, non molto onorifico, a dir vero, nella Commedia: due dottori illustri dell'Universit, e quel Venetico Caccianimici, che infam s e la sorella.
 possibile che il Poeta tornasse in Bologna anche pi tardi: anzi, secondo il Boccaccio, vi torn. E in occasione del primo o del secondo viaggio egli potrebbe aver visitato qualche terra di Lombardia.
 La Vita Nuova.
 questa l'operetta giovanile del Poeta, somigliante a certi fiori con cui la stagione si apre; i quali par che ricordino le brine nel pallido colore, e nel timido odore i lunghi sonni della terra addormentata. Si direbbe che il giovine poeta scrivesse i pi belli tra quei versi d'amore a quel modo che pi tardi il beato Angelico da Fiesole dipingeva i suoi angeli dalle lunghe stole o i suoi santi che s'abbracciano piamente sui fioretti del cielo: in orazione, ascoltando voci divine.
Sul libro aleggia con l'Amore la Morte: morte di creature care a Beatrice, morte di Beatrice, morte nel sogno, tremore mortale; quell'idea della morte desiderabile, ch' pi presente allo spirito delle giovinezze innamorate che delle desolate vecchiezze, forse appunto perch, pure invocandola, i giovani la sentono lontana, e perch lontana, poetica. Dante vedeva inoltre la morte nella luce delle sue credenze, per modo ch'essa era un'altra volta, e tanto pi altamente, la vita.
L'operetta  autobiografica, , anzi, la prima opera di tal natura delle letterature moderne.  autobiografica, bench il Poeta abbia in essa riveduta, scelta e adattata la realt a' suoi fini d'arte e a' suoi gusti mistici. Egli raccoglie nella Vita nuova le liriche, canzoni, sonetti e una ballata, ch'era andato scrivendo per Beatrice e anche per altre donne in varie occasioni. Fa via via precedere le liriche dalla narrazione in prosa dei casi che le ispirarono, e seguire da un breve commento pure in prosa, consistente per lo pi in un cenno di divisione dei concetti, col procedimento scolastico.
Non erano cosa nuova, in latino e nelle lingue romanze, i componimenti misti di prosa e di poesia, n le raccolte di versi che costituissero una storia seguta, chi li leggesse ordinatamente. Aveva dei precedenti, quantunque solo in parte simili, anche l'uso di premettere ai componimenti poetici le "ragioni"; anche quel presentare i fatti, fossero pur comuni, della vita e del sentimento, con un fare enigmatico, per visioni, cercando in essi significati riposti; quel proporre in versi questioni di materia amorosa chiedendo risposta; ed era uso cavalleresco quello scrivere versi per amici che li richiedevano. La Vita Nuova preferisce accennare velatamente alle persone anzich dirne senz'altro il nome: il primo amico, la persona stretta da vicinissima sanguinit, il padre di questa gentilissima, questa citt, la donna della salute...
Col compagno d'arte e maestro Guido Cavalcanti Dante ha comune quel ricorrere spesso agli spiriti per determinare i fenomeni dell'anima e fissare impressioni fuggevoli: spiriti ch'erano familiari al linguaggio scientifico medievale, e nella Vita Nuova si trovano distinti in vitale, animale e naturale. Lo spirito della vita, spiega Dante nel primo capitolo, "dimora nella segretissima camera del cuore". Lo spirito animale "dimora nell'alta camera [cervello], nella quale tutti gli spiriti sensitivi portano le loro percezioni". Lo spirito naturale  la forza che compie le operazioni naturali.
E Dante ci parla di spiriti distrutti dalla forza d'amore, di spiritelli che si lamentano, di spiriti amorosi che dormono e si svegliano dentro al cuore, di spiriti che vanno errando e fuggon via.
Per tanti fili pi o meno visibili  legata la Vita Nuova alla produzione letteraria e al modo di concepire del tempo.
Ma la potente individualit del Poeta imprime agli affetti e alle parole di lui un carattere sempre pi personale di mano in mano che il libretto procede e che l'arte, liberandosi a poco a poco dalle reminiscenze di scuola, specie della poesia trovadorica, si sfranchisce e sale. Non ostante la tendenza caratteristica di Dante al soprannaturale, prorompe nelle pagine pi belle del libretto la realt viva dell'anima, la verit del sentimento anche se le circostanze sono fittizie, col segreto inimitabile della sincerit e della commozione; e si rivela quella facolt, che sar maestra nella Commedia, di tutto vivificare per virt di fantasia con la rapida limpida immagine.
La parte prosastica della Vita Nuova, cronologicamente pi tarda della parte poetica,  il maggior documento di prosa del nostro duecento, e ha molto valore per s stessa: regolata, sicura, pura. Ma non ha ancora gran variet di movenze, imita volentieri le forme latine ed  meno semplice della poesia. La quale raggiunge in alcune liriche, a partire dalla famosa canzone "Donne ch'avete intelletto d'amore", una semplicit, un'intimit, una musicale dolcezza che il volgare non aveva ancor toccato mai. Leggendo quei versi par di vedere il Poeta andare nelle fresche mattine primaverili lungo quei rivi chiari d'onde, senza sentire il suo passo o il suo peso, in quella divina estasi dell'anima che s'apre alle prime rivelazioni del sentimento.
Egli doveva pi tardi provare e cantare l'amore bufera, che travolge; doveva cantare l'amore colpevole, con tutta la piet dell'uomo ch' passato per le prove dell'esistenza, con tutta la severit ammonitrice d'un'alta coscienza.
Proprio negli anni ch'egli sognava l'angelica Beatrice, giungeva da Rimini l'eco d'una tragica storia di passione e di sangue.
La figlia di Guido il Vecchio da Polenta signore di Ravenna e di Cervia, Francesca, andata sposa a Giovanni Malatesta detto Gianciotto, figlio del signore di Rimini Malatesta da Verrucchio, veniva assassinata dal marito offeso, insieme col cognato Paolo Malatesta.
Sotto quella fosca scena di morte il Poeta sent forse fin d'allora il dramma delle anime.
Quanti dolci pensier, quanto disio
Men costoro al doloroso passo!
Forse egli si ricordava di Paolo, ch'era stato a Firenze Capitano del Popolo...
Pena eterna serba Dio a chi uccide. Ma poteva la misericordia divina perdonare ai due cognati?... Forse, tra le imprecazioni e i gemiti che dovettero accompagnare la strage, al contemporaneo parve di udire il pianto degl'innocenti, dei figlioletti che Paolo lasciava, avuti dalla moglie Beatrice di Ghiaggiuolo, e della figlioletta di Francesca e di Gianciotto, la povera bambina che si chiamava Concordia...
 Scorrendo la Vita Nuova.
Riferito il primo incontro a nove anni, Dante narra nell'opera giovanile come rivedesse poi Beatrice a diciotto, e, salutato da lei, ne udisse per la prima volta la voce. Inebriato di dolcezza, ebbe la visione d'Amore che portava fra le braccia Beatrice dormente, la pasceva del suo cuore, e con lei saliva piangendo verso il cielo. Su questa visione scrisse un sonetto, che mand ai fedeli d'Amore: e gli fu risposto da molti, fra i quali era colui che fu poi il suo primo amico. Ma nessuno allora vide il significato del sogno.
Egli serb il segreto sul nome della sua donna; ma non poteva celare i sentimenti dell'animo, troppo palesi nel suo aspetto; e quando altri gli domandava per chi l'avesse cos distrutto questo amore, egli sorridendo li guardava e nulla dicea loro.
Un giorno in chiesa egli mirava Beatrice, e lungo la linea del suo sguardo era una gentile donna, la quale credette diretto a lei quel guardare; ed altri pure ci credettero. Dante pens allora di fare di quella gentile uno schermo o difesa alla verit: il che fu durante alquanti mesi ed anni. Scrisse anche per lei certe cosette in rima, e il nome di lei mise in un'epistola in forma di sirventese, nella quale erano enumerate le sessanta pi belle donne fiorentine, e Beatrice fra queste, il nome della quale non pot trovar bene il suo posto che al numero nove.
Andata poi la donna della difesa in lontano paese, per consiglio d'Amore egli prese come suo schermo un'altra donna, tanto che troppa gente ne discorreva oltre i termini della cortesia. E per questa voce, che pareva lo infamasse viziosamente, la gentilissima Beatrice incontrandolo gli neg il suo dolcissimo saluto, nel quale stava tutta la sua beatitudine, e per la speranza del quale egli perdonava a chiunque l'avesse offeso.
Amore spieg all'angosciato poeta che Beatrice non ignorava come la donna della difesa ricevesse da lui alcuna noia: perci non aveva degnato di salutarlo; e lo consigli, poich Beatrice conosceva ormai alquanto del suo segreto, di dire certe parole per rima, nelle quali dichiarasse la forza del suo sentimento, e come fosse stato di lei fin dalla puerizia.
Parlano del suo amore un sonetto e una ballata ch'egli scrisse allora.
Gli accadde poi che, trovandosi con un amico l dove si festeggiava una novella sposa, e vedendo Beatrice, fu preso da tremore e si sent venir meno: per il che le donne presenti si gabbaron di lui con questa gentilissima. Tornato nella camera delle lagrime, piangendo e vergognandosi, pensava che certo la sua donna, se avesse saputo la sua condizione, nonch gabbarsi di lui, avrebbe avuto piet. E disse su questo argomento un sonetto, sperando che potesse pervenire a lei. E un altro ne disse poi e un altro ancora, spiegando come cercasse sempre di vederla, pur sapendo che dinanzi a lei la sua vita diveniva tanto schernevole.
Egli aveva conosciuto alcune donne gentili, ch'erano amiche della sua donna, di una delle quali anzi, aveva pianta in versi la morte. Dopo un colloquio avuto con alcune di esse, deliber che, mancatogli quel saluto, ch'era il fine de' suoi desiderii, avrebbe ora messo la sua beatitudine in ci che non poteva venirgli meno, cio nelle parole che avrebbe dette in lode della sua donna.
E dopo alquante esitazioni, dal suo timoroso desiderio di dire nacque la canzone, della quale egli ritrov il primo verso andando lungo un rio molto chiaro d'onde: canzone in cui  cantata la bellezza "color di perla" di Beatrice, veste d'una pi alta bellezza spirituale.
Donne ch'avete intelletto d'amore,
Io vo' con voi della mia donna dire,
Non per ch'io creda sua laude finire,
Ma ragionar per isfogar la mente.
Le virt di Beatrice splendono fino in cielo, s che gli angeli desiderano d'averla seco. Ma Dio misericordioso la lascia sulla terra per piet degli uomini e in particolare di Dante. Ella  tale che innalza e purifica chi va con lei:
Ancor le ha Dio per maggior grazia dato
Che non pu mal finir chi le ha parlato.
Vada la canzone soltanto a chi pu intenderne la delicata intimit; e per la via delle anime cortesi giunga a colei cui il Poeta la destina, e con la quale  Amore.
Si divulg la canzone fra le genti; per il che un amico di Dante, trattane speranza "oltre che degna", chiese al Poeta di dirgli che fosse Amore. Ed egli rispose col Guinizelli:
Amore e cor gentil sono una cosa...
Poi tornava a Beatrice:
Quel ch'ella par quando un poco sorride
Non si pu dicer n tenere a mente,
S  novo miracolo e gentile.
Morto il padre di Beatrice, il Poeta cant le dolorose impressioni nate dalla notizia ch'egli ebbe del pianto di lei pieno di piet.
Poi fu colpito egli stesso da una grave malattia, che lo condusse a un'estrema debolezza e a uno smarrimento dei sensi, durante il quale gli parve di vedere il mondo ottenebrarsi:
Ed omo apparve scolorito e fioco,
Dicendomi: - che fai? non sai novella?
Morta  la donna tua ch'era s bella. -
Egli vedeva l'anima di lei salire al cielo in forma di nuvoletta, scortata dagli angeli; e Amore lo guidava a vedere la sua donna morta, che donne coprivano d'un velo e che pareva dicesse: io sono in pace. Il Poeta diveniva umile egli pure, e diceva:
Morte, assai dolce ti tegno;
Tu di omai esser cosa gentile,
Poi che tu se' nella mia donna stata...
Si risentiva dal doloroso immaginare piangendo e chiamando senza voce il nome della sua donna. E narrava le cose vedute alle donne pietose che stavano intorno al suo letto, e che avevan fatto allora allontanare una sua strettissima congiunta che troppo soffriva nel vederlo in quella condizione.
Tali cose sono materia della canzone "Donna pietosa e di novella etate".
In un sonetto, Beatrice  cantata insieme con Monna Vanna, la donna del suo primo amico.
In un altro  personificato Amore: e a proposito di questa personificazione il Poeta dichiara, che ai rimatori volgari (il primo dei quali si mosse a dire in volgare per fare intendere le sue parole a donna, cui era malagevole intendere il latino), dev'esser concessa la stessa libert che agli antichi poeti, di esprimersi per immagini.
Ma egli torna sempre, dopo queste parentesi illustrative, alla dolcezza ineffabile di quella presenza di lei, per cui tutto sulla terra si fa umile e pio e a lui non rimane nessun nemico.
Tanto gentile e tanto onesta pare
La donna mia quand'ella altrui saluta,
Ch'ogni lingua divien, tremando, muta,
E gli occhi non l'ardiscon di guardare...
Vede perfettamente ogni salute
Chi la mia donna fra le donne vede:
Quelle che van con lei, sono tenute
Di bella grazia a Dio render mercede.
E sua beltate  di tanta virtute
Che nulla invidia all'altre ne procede;
Anzi le face andar seco vestute
Di gentilezza, d'amore e di fede.
La vista sua fa ogni cosa umle
E non fa sola s parer piacente,
Ma ciascuna per lei riceve onore
Ed  negli atti suoi tanto gentile,
Che nessun la si pu recare a mente
Che non sospiri in dolcezza d'amore.
Finalmente, accostumandosi alla signoria d'amore, il Poeta ne sentiva pi la dolcezza che la gravit, pacificato con quel suo doloroso iddio interno; e cantava
Allor sente la frale anima mia
Tanta dolcezza che il viso ne smuore...
quando il Signore della giustizia chiam a s questa gentilissima, a gloriare sotto l'insegna d Maria Vergine.
Qui, mentre ci aspetteremmo subito l'espressione del cordoglio di Dante, ecco ch'egli s'indugia in sottili disquisizioni, a spiegare perch non tratter della partita di Beatrice da noi, e a ricercare la ragione per la quale anche in questa partita avesse molta parte il numero nove, come gi nella esistenza terrena di lei. Secondo Tolomeo e secondo la cristiana religione, egli spiega, i cieli son nove, e operano qua gi; e s'accordarono tutti nel dar virt a Beatrice quando ella nacque. Anzi, Beatrice era ella stessa un nove, cio un miracolo, la radice del nove essendo tre, e il Fattore dei miracoli per s medesimo Tre, cio, Padre, Figliuolo e Spirito Santo. "Forse ancora per pi sottile persona si vederebbe in ci pi sottile ragione; ma questa  quella che io ne veggio, e che pi mi piace".
Perduta Beatrice, Dante scrisse ai principali personaggi della sua citt una lettera latina, che nella Vita Nuova non riporta appunto perch latina.
Lo sfogo del pianto affaticava i suoi occhi cos, che lo sfogo stesso gli fu poi impedito (pi d'una volta Dante alluse a sua una malattia d'occhi). Ma l'animo si effuse in una canzone. E la divisione egli premise stavolta a' suoi versi (e cos fece poi per le successive liriche sino all'ultima), a ci che la canzone paresse rimanere pi vedova dopo la sua fine... Curiosi "espedienti formali coi quali a Dante piaceva accompagnare l'espressione del suo sentimento".
Quand'era viva, come volentieri il Poeta aveva parlato di lei con le altre donne! Ora parla con esse ancora, di lei che le ha lasciate per il reame ove gli angeli hanno pace. Dio vide quella sua grande umilt,
S che dolce disio
Gli giunse di chiamar tanta salute,
E flla di qua giuso a s venire,
Perch vedea ch'esta vita noiosa
Non era degna di s gentil cosa.
Ora ella ha la gloria del cielo. Chi non la piange quando ne ragiona ha core di pietra;
E spesse fiate pensando alla morte,
Me ne viene un disio tanto soave,
Che mi tramuta lo color del viso...
Poscia piangendo sol nel mio lamento
Chiamo Beatrice, e dico: - Or se' tu morta? -
E mentre ch'io la chiamo, mi conforta.
Altre rime scrisse il Poeta a sfogo di tanta ambascia, sia in persona propria, sia per un amico, strettissimo congiunto di Beatrice, che l'aveva richiesto di dire per lui alcuna cosa in morte d'una donna; sia che spiegasse il proprio sentimento ad alcuni amici che, venendo a vederlo nel giorno anniversario di quella sventura, l'avevano sorpreso mentre, in memoria di lei, disegnava un angelo su una tavoletta.
Un giorno, mentre riandava dolorosamente il passato tempo, alzando gli occhi, vide una gentile donna, giovane e bella molto, che da una finestra lo guardava con grande piet. La compassione altrui, come accade, lo mosse al pianto; e non solo quella prima volta.
Ma gli occhi del Poeta cominciarono a dilettarsi troppo di vederla: ond'egli se ne crucciava, e bestemmiava la vanit loro, e parlava loro e diceva:
Voi non dovreste mai se non per morte
La vostra donna ch' morta obliare....
Egli cant i combattimenti dell'anima sua fra il nuovo sentimento e l'antico, fra il sentimento e la ragione; finch un giorno una forte immaginazione ripresentandogli Beatrice vestita di colore sanguigno come l'aveva veduta la prima volta, gli riaccese il lagrimare e lo ammon del suo errore.
Passarono in quel tempo da Firenze dei pellegrini che andavano a Roma: passarono ignari di quanto vi accadeva, forse pensosi degli amici lontani. Non sapevano, essi, la sventura che aveva colpito la citt!
Ella ha perduto la sua Beatrice,
E le parole ch'uom di lei pu dire
Hanno virt di far piangere altrui.
I due ultimi sonetti mand il Poeta a due gentili donne che l'avevano richiesto di sue parole rimate. Ai quali ne aggiunse un altro, che narra come il sospiro ch'esce del suo cuore passi oltre il Primo Mobile, tratto su da una nuova forza dell'intelletto, e nell'Empireo veda una donna che riceve onore, lucente del proprio splendore.
"Appresso a questo sonetto apparve a me una mirabile visione, nella quale vidi cose, che mi fecero proporre di non dir pi di questa gentilissima, infino a tanto che io potessi pi degnamente trattare di lei. E di venire a ci io studio quanto posso, s com'ella sa veracemente. S che se piacere sar di colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dire di lei quello che mai non fu detto d'alcuna. E poi piaccia a colui ch' sire della cortesia, che la mia anima se ne possa gire a vedere la gloria della sua donna, cio di quella benedetta Beatrice, la quale gloriosamente mira nella faccia di colui, qui est per omnia saecula benedictus".
 Chi era Beatrice.
La donna di Dante fu chiamata Beatrice anche da molte persone che, ignorando il suo nome, lo desumevano dagli effetti della presenza di lei: n pensavano quanto, cos chiamandola, fossero nel vero. Quest'osservazione  nella Vita Nuova.
Di Beatrice, gi in vita creatura pi celeste che umana, Dante fece poi nella Commedia un altissimo simbolo. E ci contribu a far supporre ch'ella non fosse stata mai una persona reale, nemmeno nella Vita Nuova. Contribu, ch gi l'opera giovanile, raccogliendo la storia di quell'amore in un velo mistico di visioni e di numeri simbolici a dimostrare in Beatrice il miracolo derivante dalla Trinit, parve ad alcuni critici esser tutta allegorica.
Pure, Beatrice ha, in s e nei sentimenti che desta, anche una grande verit umana. E da alcune circostanze narrate nell'operetta, morte del padre, morte d'un'amica di Beatrice, feste, date precise anche se indicate con forme e immagini che hanno del misterioso, si sprigiona un senso di realt da cui si potrebbe difficilmente prescindere; senza parlare ora delle prove della realt storica di Beatrice che si possono attingere dalla Divina Commedia.
E che Beatrice fosse non solo una donna viva e vera, ma precisamente una Bice Portinari, figliuola di Folco Portinari, attest il Boccaccio negli scritti e pubblicamente in Firenze, attest il pi antico commentatore di Dante, Graziolo de' Bambaglioli, e, testimonio pi autorevole, il figlio stesso di Dante, Pietro Alighieri, nel suo commento, come scoperse in un codice Luigi Rocca nel 1886. Lo stesso critico "dubitatore" Adolfo Bartoli riconobbe il valore di quest'ultima testimonianza; n se ne dolse, cercando egli non altro che la verit, e potendo pur sempre rimanere persuaso dell'idealizzazione di Beatrice, anche quand'essa fosse stata in origine una fanciulla di carne ed ossa: idealizzazione che nemmeno i pi ardenti fautori della Beatrice storica posson negare.
I Portinari erano un'antica famiglia ghibellina divenuta popolana; e Folco fu uomo autorevole, pio e benefico, fondatore dell'ospedale di Santa Maria Nuova.
Le due famiglie, degli Alighieri e dei Portinari, abitavan vicino, e i due fanciulli dovettero avere occasione d'incontrarsi.
Non  da dare importanza esagerata al particolare dei nove anni; sebbene illustri esempi attinti a ogni latitudine stiano a provare la possibilit di casi simili a quello che il Poeta ci narra di s; e sebbene pi tardi egli tornasse sul fatto nella stessa Commedia e in altre rime:
Io sono stato con amore insieme
Dalla circolazion del sol mia nona...
e altrove:
Lo giorno che costei nel mondo venne...
La mia persona parvola sostenne
Una passion nuova...
In ogni modo il vero amore  da ritenere principiato nel 1283, del quale anno  il sonetto del sogno, il primo componimento poetico di Dante che si conosca.
Beatrice Portinari and sposa giovanissima a Simone, della famiglia de' Bardi, di parte donatesca, e and a stare oltr'Arno, presso il ponte Rubaconte.
Questo potrebbe essere stato uno dei tanti parentadi politici che il Comune stesso favoriva allo scopo di pacificare le principali famiglie in contesa, e che si concludevano senza quasi consultare le inclinazioni degl'interessati. Tale era stato il matrimonio di Guido Cavalcanti con Bice di Farinata degli Uberti, fissato fin da quando egli era fanciullo. Tale pot anche essere, pi tardi, il matrimonio di Dante con Gemma di Manetto Donati, lontana cugina di Corso. Essendo nelle consuetudini, tali unioni non davan luogo n a sdegni n a proteste o discordie nuove. L'amore dei rimatori dello "stil nuovo", d'altro lato, accolto esso pure dalle consuetudini, riteneva dell'adorazione per le cose celesti, n somigliava punto all'amore cortese della poesia trovadorica, di cui l'idealismo era quasi sempre solo nella forma. E in ogni modo il contegno della pura Beatrice era di per s stesso purificatore ed elevatore per il suo Poeta.
Bice aveva ventiquattr'anni quando sal al reame ove gli angeli hanno pace, secondo che gli angeli avevan chiesto a Dio nella canzone alle donne che hanno intelletto d'amore.
Dante avrebbe dovuto "sopragioire" al pensiero della beatitudine di lei: come gli consigliava il suo amico Cino da Pistoia. "O omo saggio", gli diceva,
O omo gaggio, perch s distretto
Vi tien cos l'amoroso pensiero?
Per suo amor vi chiero
Ch'a l'egra mente porgiate conforto,
N aggiate pi cor morto
N figura di morte in vostro aspetto.
Perch Dio l'aggia locata fra' suoi
Ella tuttora dimora con voi.
Come potreste ritrovarla in cielo, continuava Cino,
Se v'accogliesse morte in disperanza?
Dante aveva venticinque anni quando perdette Beatrice. E poco dopo, in segno d'onoranza e per memoria mise insieme, secondo il consiglio di Guido, l'operetta, che chiam Vita Nuova, ch' quanto dire vita giovanile.
Non tutti gli scritti a lei consacrati egli dovette accogliere nell'amoroso libello [libretto], ma solo quelli che rispondevano ai concetti morali e artistici che s'era prefisso di seguire nel disciplinare la materia.
Tra le liriche non pertinenti alla Vita Nuova e che si attribuiscono a Dante con probabilit  la canzone "Lo doloroso amor che mi conduce": canzone dolorosa veramente, d'un dolore che viene al Poeta da "quell'amor che ha nome Beatrice", ed  descritto con molta efficacia.
E le donne dello "schermo"?
Probabilmente, sotto il velo dello schermo, altra consuetudine ammessa dalla societ in cui Dante viveva, si tratta d'altre donne amate da Dante, o che almeno attrassero vivamente la sua attenzione nel tempo in cui l'amore per Beatrice non aveva ancor preso impero assoluto sull'animo di lui.
Alla prima fu forse diretta la ballata
Deh, Violetta, che in ombra d'amore
Agli occhi miei di subito apparisti...
e la seconda  forse la donna che nella epistola delle sessanta donne fiorentine cadeva al numero centrale, il trenta, e ch' ricordata in un sonetto dell'Alighieri al Cavalcanti, pieno di fresca, ineffabile grazia. Dante in esso dice una sua aspirazione poetica: vorrebbe andar per mare con Guido e Lapo Gianni: e fossero con loro le loro donne, e fosse un oblio di tutto il resto:
Guido, vorrei che tu e Lapo ed io
Fossimo presi per incantamento
E messi in un vascel, che ad ogni vento
Per mare andasse a voler vostro e mio;
S che fortuna od altro tempo rio
Non ci potesse dare impedimento:
Anzi, vivendo sempre in un talento,
Di stare insieme crescesse il disio.
E monna Vanna e monna Lagia poi,
Con quella ch' sul numer de le trenta,
Con noi ponesse il buono incantatore:
E quivi ragionar sempre d'amore:
E ciascuna di lor fosse contenta,
S come io credo che saremmo noi.
Quanto alla donna gentile, che confort Dante nel doloroso sbigottimento seguito alla morte di Beatrice e causa d'un nuovo sentimento "contro alla costanza della ragione", essa ebbe forse il nome, allora frequente fra le gentildonne fiorentine, di Lisetta. In un sonetto di Dante infatti si vede il nuovo amore che cerca di misurarsi con l'antico, ed  sconfitto.
Per quella via che la Bellezza corre
Quando a chiamare Amor va nella mente,
Passa Lisetta baldanzosamente;
ma Amore diede signoria nella mente del Poeta a un'altra donna, e Lisetta  cortesemente pregata d'allontanarsi: del che ella si duole, mentre parte vergognosa.
Della donna gentile a Dante piacque poi di fare il simbolo della Filosofia.
L'amore per Beatrice arde dunque nella parte centrale della Vita Nuova, e nell'ultimo trionfo, e nella magnifica promessa con cui l'opera si chiude: opera in realt divisa appunto in tre parti, di cui la prima finisce col negato saluto e la seconda con la morte di Beatrice. (La divisione in capitoletti o paragrafi non  dantesca).
Le rime della Vita Nuova, con le altre che sono raccolte nel Canzoniere, fanno di Dante il primo lirico della sua et e uno dei sommi della letteratura nostra; per modo che a lui spetterebbe quindi un altissimo posto fra i nostri poeti anche s'egli non avesse scritto la Divina Commedia.
 Le armi.
Beatrice mor nel giugno del 1290.
Un anno prima, Dante, che nella Vita Nuova non assunse di narrare gli avvenimenti estranei alla sua vita d'amore, aveva fatto le sue prove nell'armi, servendo militarmente il suo Comune, come ogni altro cittadino: e ci in qualit di cavaliere, essendo egli per censo tra coloro che avevano "cavallata", cio obbligo di mantenere un cavallo.
Partecip a due azioni, la prima contro Arezzo, la seconda contro Pisa, combattute e vinte dalla Taglia guelfa, stretta nel 1284 tra Firenze, Genova e Lucca.
Ecco il giovine innamorato risalir la bella valle del Casentino, ove l'Arno scorre tra l'Appennino e il giogo di Pratomagno, l dove presso a Bibbiena il paese alpestre  ancor dolce e tra il verde corrono i ruscelli che fanno il terreno freddo e molle. Egli vide i corridori far loro scorrerie in esplorazione; poi si venne allo scontro di Campaldino. Nelle file dei Fiorentini militavano i fuorusciti d'Arezzo; in quella degli Aretini i fuorusciti di Firenze. Erano con Dante Vieri de' Cerchi e Giano della Bella; e v'era con duecento Pistoiesi Corso Donati.
Dopo la tempesta degli uomini, quella degli elementi, in quella rigogliosa notte della fine di primavera: vento, pioggia torrenziale, ingrossar di torrenti: e il corpo d'uno dei capitani d'Arezzo, Buonconte da Montefeltro, invano cercato e non rintracciato mai pi.
La guerra d'Arezzo non termin con la giornata di Campaldino. Ma i vincitori non persero tempo, e nell'agosto erano gi in campagna contro Pisa.
Battuta dalla rivale Genova alla battaglia navale della Meloria nel 1284, con un colpo del quale non si riebbe mai pi, Pisa era stata recentemente turbata da gravi ire di parte. Citt ghibellina, aveva accettato per podest il conte Ugolino della Gherardesca, signore di terre in Maremma e in Sardegna, gi bandito e rimesso in citt dalle forze delle citt guelfe; prima ghibellino, ora guelfo, e nel cuore probabilmente, dice il Balbo, n l'uno n l'altro. Combattendo poi a capo dell'esercito contro la Taglia guelfa, per dividere i nemici preponderanti aveva ceduto alcune castella ai Fiorentini e ai Lucchesi, ed era riuscito, fatta la pace con essi, a ridur Pisa nelle proprie mani, associato al figlio d'una sua figliuola, Ugolino o Nino Visconti, signore egli pure di terre sarde, e precisamente del Giudicato di Gallura. Fu una parentesi di quattro anni nella costituzione costantemente ghibellina della citt.
Un esperto e saggio uomo di corte, chiamato Marco Lombardo, cui il conte Ugolino a una festa mostrava le proprie ricchezze, gli disse (narra il Villani): - Non vi manca altro che l'ira di Dio. E l'ira di Dio, commenta il cronista, tosto gli sopravvenne.
Della gelosia ch'era tra il nonno e il nipote si giovarono i comuni nemici. Parte ghibellina rialz il capo, guidata dall'arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, che seguivano le famiglie dei Gualandi, Sismondi, Lanfranchi. Il governo di Ugolino fu abbattuto, e l'infelice rinchiuso con due figliuoli e due nipoti nella torre, che poi si chiam della fame per l'orribile supplizio con cui essi vi vennero fatti morire.
Spento l'avversario, i Ghibellini affidarono la citt al capitano del popolo, poi anche podest, Guido conte di Montefeltro, uomo accortissimo e di gran fama, padre di quel Buonconte disperso a Campaldino. Egli sottomise a Pisa quel castello di Caprona che poco dopo doveva arrendersi ai Fiorentini.
Eran passati pochi mesi dalla fine raccapricciante d'Ugolino: e Dante, con l'animo aperto ad ogni impressione che gli porgevano quei casi insieme eroici e terribili, quegli uomini d'irreducibile volont e di gagliarde passioni, si trovava co' suoi concittadini alla resa di Caprona. E vedeva i fanti difensori, cui era stata promessa salva la vita, uscir tra due file di nemici armati, i quali avevano non buona sembianza: e coloro temettero che i patti della resa non fosser tenuti.
Firenze era dunque vittoriosa un'altra volta.
Era vittoriosa, popolosa, fiorente; ma non era felice.
Il popolo temeva dei grandi, che il risultato delle guerre imbaldanziva, come sempre in tali casi. E s'andava verso gli Ordinamenti di Giustizia.
Che pensava il Poeta, nato dei nobili, e per natura sdegnoso della volgarit?
Forse fin d'allora cominci a guardare con rimpianto al passato, in quella gazzarra dei nuovi arricchiti, in quella vita cittadina mista di gente del contado venuta in citt a far conquista e mercato di cariche pubbliche, faccendieri gonfi di superbia per illeciti guadagni, ignari d'ogni misura, d'ogni rispetto per la tradizione, che sopraffacevano i cittadini d'educazione superiore e d'antica moralit; ed egli pure s'indign, come Dino Compagni, che il Comune facesse pace e guerra sul credito di questi "uomini di basso stato", anche se avevano la potenza del danaro e s'erano fatti onore nelle armi. E similmente fu nemico di certi cavalieri "di molta spesa e di poca virtude" (cos scrive un antico), come quel Filippo degli Adimari, ch'era detto Argenti perch ferrava d'argento il cavallo, e se n'andava a cavallo per Firenze con le gambe larghe, cos che, in quelle strette vie, chi passava "convenia gli forbisse le punte delle scarpette".
Con questo animo il Poeta, quando mor Beatrice, pot veramente pensare (secondo che nota un critico), che la sparizione di quella creatura esemplare fosse una pubblica sventura, e tornare, nella lettera che scrisse ai principali della sua terra, alle parole del profeta Geremia, che dipingono vedova e solitaria la citt piena di popolo.
 L'Amico.
Guido Cavalcanti fu tra i risponditori al primo sonetto di Dante relativo alla visione. Amore, egli lo sapeva,
S va soave per sonni alla gente,
Che i cor ne porta senza far dolore.
Ma quanto all'interpretazione del sogno, Dante non ne rimase sodisfatto.
Solo pi tardi, come scrisse, la verit di quella visione fu manifestissima anche ai pi semplici: forse quando accadde la morte di Beatrice, ch'ivi era adombrata come doloroso presentimento.
Fu quello il principio dell'amicizia fra i due; e per consiglio di Guido Dante allora scrisse solamente per volgare.
Il segreto, che Dante serbava tanto gelosamente, sulla sua donna, non era tale per l'amico, come per Dante non era un segreto chi fosse monna Vanna di Guido.
Io vidi monna Vanna e monna Bice
Venire in ver lo loco dov'io era,
L'una appresso dell'altra maraviglia.
E s come la mente mi ridice,
Amor mi disse: - Quell' Primavera,
E questa ha nome Amor, s mi somiglia. -
Le donne avevano in poesia una specie di pseudonimo: senhal, dicevano i Provenzali. Vanna era Primavera, e Bice Amore. "Tutti li miei pensier parlan d'Amore...".
Segreti, questi, della "corte dell'onore" cui Guido e Dante appartenevano; e bisognava esser prudenti nell'accogliere nuovi poeti in quel cerchio chiuso: ch alle donne gentili
E' non si pu servir uom che sia vile,
come ammoniva Guido Cavalcanti.
E Primavera brilla nelle sue ballate piene di grazia e di musicalit:
Fresca rosa novella,
Piacente Primavera,
Per prata e per riviera
Dolcemente cantando...
Forse andavano, infatti, i due amici, per le campagne fiorite: ed era
Cantar d'augelli e ragionar d'amore.
Guido:
In un boschetto trovai pastorella
Pi che la stella bella al mio parere.
E Dante:
Per una ghirlandetta
Ch'io vidi, mi far
Sospirar ogni fiore...
Ma vennero i giorni gravi per Dante, i giorni della prostrazione, dello scoramento e dell'errore dopo la morte della sua donna. Ed ecco il suo maggior fratello richiamarlo al ricordo della loro amicizia, quand'egli era tanto autorevole presso il minore, che questi aveva raccolto i suoi canti per fargli cosa grata. L'accento  severo, secondo i diritti pi nobili della fiducia reciproca.
Io vegno il giorno a te infinite volte
E trvoti pensar troppo vilmente;
Allor mi duol de la gentil tua mente,
E d'assai tue virt che ti son tolte.
Solvanti spiacer persone molte,
Tuttor fuggivi la noiosa gente;
Di me parlavi s coralemente,
Che tutte le tue rime avei ricolte.
Or non ardisco, per la vil tua vita,
Far mostramento che tuo dir mi piaccia,
N vengo in guisa a te che tu mi veggi.
Se il presente sonetto spesso leggi,
Lo spirito noioso che ti caccia,
Si partir da l'anima invilita.
Guido era insieme filosofo meditabondo e poeta passionato, ragionatore degli affetti e rivelatore sensibilissimo dei moti del cuore.
Amor che vien per le pi dolci porte,
S chiuso, che nol vede omo passando,
Riposa ne la mente e l tien corte,
Come vuol de la vita giudicando.
Ricchissimo, colto, sdegnoso del volgo, astratto spesso dalle cose presenti, era accusato d'essere eretico, accusa che si faceva anche a suo padre Cavalcante de' Cavalcanti: con questa differenza, che Cavalcante era detto eretico per ignoranza, e il figlio per sapienza. La gente, vedendolo assorto in meditazione, diceva ch'egli andava cercando come potesse essere che Dio non fosse. Egli si diresse una volta in pellegrinaggio verso Sant'Jacopo di Compostella in Gallizia; ma, se andare in pellegrinaggio non significava sempre divozione, a lui era accaduto che, giunto a Tolosa, aveva incontrato una donna,
La quale Amor chiamava la Mandetta,
e il pellegrinaggio era per lui terminato a Tolosa. Onde un contemporaneo si divert a chiamarlo Guido Compostello.
Come ignoriamo se Dante rispondesse al sonetto d'esortazione dell'amico, non sappiamo se i due discutessero tra loro di filosofia. V'ha ragione di credere che l'ammirazione sempre crescente di Dante per Virgilio non trovasse pieno consentimento da parte di Guido, forse appunto per ragione d'apprezzamento filosofico.
"Dovunque amist si vede, similitudine s'intende", disse Dante. Ma, naturalmente, via via che il carattere dell'uno e dell'altro si determinava in potente individualit, le differenze tra loro eran pi notevoli.
In fondo Guido era uno spirito inquieto e raffinato; cantava l'amore specialmente come dolore, "sbigottitamente", come sentimento struggente e fatale, uccisore del riposo e della pace. La filosofia che Dante s'andava formando credeva nella volont, era guidata per mano dalla fede. Egli poteva nella vita errare pi di Guido, ma aveva forza per levarsi molto pi su.
E vennero per i due amici i giorni tragici.
Nella lotta tra Cerchi e Donati, Guido, come Dante, come in generale i poeti dello "stil nuovo" e gli uomini pi eletti di Firenze, fu coi Cerchi, cio di parte bianca.
Era il 1296. Si poteva dai grandi prender parte al governo del Comune, iscrivendosi ad un'arte. Ma i Cavalcanti erano fra gli obbligati a dar malleveria di non recare offesa ai popolani; e per Guido non poteva aspirare al reggimento della Repubblica. Ma egli in quello scorcio del secolo prese parte come semplice cittadino alle lotte contro i Donateschi, egli che Corso Donati avea tentato di fare assassinare quand'era andato in pellegrinaggio. E ora nella lotta fu ferito, e fu condannato a pagare una multa, e eccitava con un sonetto a unirsi a lui un parente:
I Baondelmonti treman di paura
Sapendo che tu ha' cuor di leone.
Nel luglio del 1300 Dante Alighieri, essendo dei Priori, fu tra coloro che giudicarono opportuno mandare in bando i capi delle due parti, affinch la citt avesse riposo. E tra i banditi fu Guido.
Quale fu il cuore di Dante a questa dolorosa deliberazione? Quale quello dell'amico suo?
Guido part, confinato a Sarzana. E nell'esilio inferm. Della sua angoscia, del corpo e dell'anima, rimane testimonio la famosa ballata alla sua donna:
Tu senti, ballatetta, che la morte
Mi stringe s, che vita m'abbandona...
Tanto  distrutta gi la mia persona,
Ch'io non posso soffrire...
Guido ebbe, come si diceva, il ribandimento, e rivide la patria. Ma torn morente, torn per morire. E era giovine ancora. Che pens Dante di questa nostra giustizia umana, che neppur essa si pu fare senza dolore?
Egli gi volgeva in mente il suo viaggio nel regno della giustizia divina; ma Guido, che non credeva, come avrebbe potuto accompagnarlo?
- Perch non  con te mio figlio? - gli chiese Cavalcante de' Cavalcanti nell'Inferno. Quando parlavano, era, secondo la finzione dantesca, la primavera del 1300: Guido era vivo, stava bene, era ancora in patria. Ma quando Dante scriveva, il corpo di Guido riposava in Santa Reparata col padre e con Farinata degli Uberti... Il Poeta rispose quasi evasivamente: "Da me stesso non vegno...".
 Altri amici.
"Secondo i gradi dell'amist", veniva immediatamente dopo il primo un altro amico di giovent, tanto stretto di parentela con Beatrice che nessuno le era pi presso: evidentemente, poi che il padre di lei era morto quando Dante scriveva queste parole, un fratello. A domanda di quest'amico il Poeta scrisse, morta la sua donna, il sonetto: "Venite a intender li sospiri miei"; e in pi gli dette poi anche due stanze di canzone, parendogli povero il servigio reso a persona tanto vicina a quella gloriosa Beatrice. Dei quattro Portinari di Folco fu forse questi il primo, Manetto.
Della brigata dello "stil nuovo", oltre a Lapo di Gianni Ricevuti, che volentieri Dante avrebbe imbarcato seco nel vascello del buono incantatore, v'ha un poeta che fu per lui quel ch'egli era stato per Guido: minore d'et, da lui incoraggiato e ammonito: Cino de' Sigisbuldi da Pistoia, speranza della poesia, divenuto infatti uno dei rimatori pi notevoli di quell'et, precursore del Petrarca, che all'ideale astratto congiunse una fine analisi psicologica e una maggiore umanit, nei canti d'amore in vita e in morte della bella figlia di Filippo Vergiolesi, ch'egli chiama Selvaggia. Giureconsulto illustre e cittadino fervente, fu travolto egli pure nelle bufere di parte, e fa esule da Pistoia. E nell'esilio s'incontr ancora con Dante, ed ebbe con lui comunanza d'ideali poetici e politici.
Amici di giovinezza di Dante furono il musico Casella e il miniatore Oderisi da Gubbio, e forse Giotto, che lo ritrasse nella cappella del palazzo del Podest.
Ma non solo con artisti e studiosi Dante ebbe cordialit di relazioni; ch gli furon carissime due giovani speranze della politica italiana, italiano l'uno, straniero l'altro, ambidue seguti da lui con fiducia nell'opera, ambidue pianti nell'ora della morte e ritrovati con affettuosa effusione, come Casella e Oderisi, nell'oltretomba, in luogo di salvezza, il secondo anzi gi splendente della luce celeste.
Il giudice Nino gentile, Nino o Ugolino di Gallura, nipote del conte Ugolino della Gherardesca, fu conosciuto probabilmente da Dante in Firenze al tempo in cui combatteva implacabile contro Pisa, fatto anche capitano della Taglia guelfa. Nino ebbe in moglie Beatrice d'Obizzo d'Este, la quale dopo la morte di Nino spos Galeazzo Visconti, troppo presto dimentica del gallo di Gallura per la vipera viscontea: secondo matrimonio che le leggi religiose e le costumanze del tempo non potevano approvare e del quale il Poeta fa che l'anima del primo marito molto si dolga. Egli aveva avuto da Beatrice una figliuola, Giovanna, che fu moglie di Rizzardo da Camino. Tutti personaggi del Poema.
Carlo Martello fu gentile figura di principe regale, pieno di speranze che la morte immatura tronc. Figlio dell'angioino Carlo II, premor al padre; al quale se fosse successo, sarebbe stato re di Puglia (non di Sicilia, donde, per la "mala signoria, che sempre accora li popoli soggetti", i Francesi erano stati cacciati al grido di "mora mora", come riferisce Dante) e signore di Provenza, e per parte materna anche re d'Ungheria, della qual corona portava giovinetto gi il titolo. Egli pass nel 1296 due mesi a Firenze, dov'era venuto a incontrare suo padre; e vi conquist gli animi con lo sfarzo della sua corte, con la gentilezza nativa, e per le facili illusioni delle genti nostre nelle protezioni straniere.
Dante sent pi tardi quanto avesse perduto nel giovine amico, persuaso come fu che l'ospitalit del cortese e potente angioino avrebbe potuto offrirgli un porto tranquillo nella sua travagliata vita d'esilio.
Un posto tutto speciale occupa tra gli amici di Dante Forese Donati, fratello di Corso e di quella Piccarda che, suora di santa Chiara, fu tratta a forza di convento da Corso, e fatta sposare a Rosellino della Tosa.
Le insolenze, che Dante e Forese si scambiarono in una tenzone, non provano ch'essi fossero compagni di dissipazione, ma attestano che fu tra loro, per cause che ignoriamo, un periodo d'ira, durante il quale eccedettero l'uno e l'altro i limiti della convenienza, nonch dell'amicizia.
Vi sono in quella tenzone allusioni a fatti minuti della vita, difficili a penetrare da chi ignori questi fatti; e parole di gergo con le quali forse essi soli s'intendevano. Ma si capisce abbastanza per riconoscere che i due si rimproveravano reciprocamente d'esser disonesti. Forese rinfaccia a Dante la sua povert, che lo far finire all'ospedale anche se vestito da gentiluomo; e lo accusa di affrettarsi, come faceva suo padre, a far pace e amicizia con chi l'offende. Dante mette in dubbio la legittimit della nascita di Forese e la probit di lui; e lo biasima di abbandonare la moglie, talch la madre della povera donna si pente di non averla messa, e sarebbe bastata pochissima dote, nella casa dei conti Guidi. Bisogna per dire che gli orecchi d'un dugentista erano meno sensibili dei nostri alle parole grossolane che l'irritazione alterando i fatti, poteva strappare a due contendenti.
Certo, leggendo quei versi, noi ci chiediamo come potesse scriverli la stessa mano che aveva lineato gli angeli nell'anniversario del giorno in cui Beatrice era fatta dei cittadini di vita eterna.
La morte di Forese, che fu nel luglio del 1296, trov i due amici riconciliati. E Dante pianse sul volto emaciato dell'estinto, pensando probabilmente fin d'allora di fare in qualche modo pubblica ammenda di quella loro nota corrispondenza, nella quale la divina poesia era stata trascinata a servire di sfogo a indegni rancori.
Quanto si dolse il Poeta di quel fallo giovanile! La sua coscienza dignitosa ne sent amaro morso. Nel Poema egli chiam bassa voglia quella che ci fa porgere orecchio a diverbi volgari, e maligno e silvestro il terreno, buono per natura, che ha accolto cattivo seme. Ma in modo esplicito egli torn su quei casi in un mirabile canto del Purgatorio.
Dell'amicizia e dei suoi doveri e della sua necessaria parentela con la virt Dante parl a lungo anche nel Convivio, e non solo per teoria. Egli ammette la "impuritade" anche in s medesimo e l dove parla delle doti dell'adolescenza (et che, seguendo gli antichi, fa durare assai pi oltre che noi non facciamo, sino al venticinquesimo anno), esclama: "Oh quanti falli rifrena questo pudore!... quanto laide parole ritiene!... e poi lo pudco e nobile uomo mai non parl s che a una donna non fossero oneste le sue parole. Ahi quanto sta male a ciascuno uomo che onore vada cercando, menzionare cose che nella bocca d'ogni donna stieno male! La verecondia  una paura di disonoranza per fallo commesso; e di questa paura nasce un pentimento del fallo, il quale ha in s un'amaritudine, ch' castigamento a pi non fallire".
 Altre rime.
Sono probabilmente dello stesso tempo della tenzone con Forese, tempo che fu poi cos grave a Dante di ricordare, anche le liriche dette petrose.
Questo strano appellativo si deve al ricorrere frequente in esse della parola Pietra, per designare specialmente la durezza d'un cuore femminile, e all'ignoranza in cui siamo della persona e delle circostanze e del tempo preciso cui si riferiscono, ignoranza che non consente di dare a quelle rime una denominazione meglio determinata.
Quanto i canti per Beatrice son pieni di dolce spiritualit, altrettanto questi s'ispirano a un realismo gagliardo e tormentoso; quanto quelli suonano delicati e lievi, questi hanno una lor musica aspra e rude; quanto quelli sono imparentati, pur superandole, con le rime degli altri rimatori dello "stil nuovo", questi si allontanano dai modi di ogni scuola precedente, pur prendendo talora qualche ispirazione dai provenzali, e hanno accenti di dolore e di sdegno della pi robusta originalit.
Son pietrose due sestine, una semplice, "Al poco giorno ed al gran cerchio d'ombra", e una specie di sestina doppia, "Amor, tu vedi ben che questa donna": metri ardui, specie quest'ultimo, in cui pare talora che la viva sincerit del sentimento si dibatta inquieta e quasi ribelle alla costrizione del metro.
La donna  gelata e ferma come pietra: n la muove
Il dolce tempo che riscalda i colli
E che li fa tornar di bianco in verde
Perch li copre di fioretti e d'erba...
Egli  andato fuggendo per piani e colli
Per potere scampar da cotal donna.
Ma i fiumi ritorneranno ai colli prima che ella s'infiammi del Poeta,
Di me, che mi torrei dormir su pietra
Tutto il mio tempo e gir pascendo l'erba,
Sol per vedere de' suoi panni l'ombra.
In una delle canzoni pietrose "Io son venuto al punto della ruota", il Poeta descrive al cominciare di ciascuna stanza in vario modo i rigori invernali e la condizione delle costellazioni nel tempo delle nebbie e delle nevi, quando
La terra fa un suol che par di smalto
E l'acqua morta si converte in vetro
Per la freddura che di fuor la serra;
ma l'anima non disgombra uno solo dei pensieri d'amore di cui  carica. E con un concetto del tenore di quest'ultimo, ciascuna stanza chiude il suo giro.
E tanto  la stagion forte ed acerba,
Ch'ammorta li fioretti per le piagge
Li quai non posson tollerar la brina.
E l'amorosa spina
Amor per di cor non la mi tragge;
Perch'io son fermo di portarla sempre
Ch'io sar in vita, s'io vivessi sempre.
La donna, nel verso di chiusa di questa canzone,  indicata col nome di "pargoletta". La parola torner in bocca di Beatrice, quando Dante la ritrover beata e severa in cima del Purgatorio. 
Pi nota  l'altra canzone "Cos nel mio parlar..."
Cos nel mio parlar voglio esser aspro,
Com' negli atti questa bella pietra...
canzone dalle immagini incisive e dal colorito violento, che fa pensare al "vento impetuoso per gli avversi ardori" della similitudine dell'Inferno, il quale "i rami schianta, abbatte e porta fuori, dinanzi polveroso va superbo...".
La donna si circonda di un'armatura impenetrabile, per modo che nessuna freccia la coglie, Ma ella si uccide.
Non trovo scudo ch'ella non mi spezzi,
N luogo che dal suo viso m'asconda;
Ma come fior di fronda
Cos della mia mente tien la cima...
Lo peso che m'affonda
 tal, che non potrebbe adeguar rima.
Amore perverso sfida la debole vita di lui e lo stende a terra:
Allor mi surgon nella mente strida;
E il sangue ch' per le vene disperso
Fuggendo corre verso
Lo cor che il chiama; ond'io rimango bianco.
Cos amore colpisse lei!
Ohim! perch non latra
Per me, com'io per lei, nel caldo borro?
Ch tosto griderei: Io vi soccorro!
E far 'l volentier, siccome quegli
Che ne' biondi capegli
Ch'amor per consumarmi increspa e dora
Metterei mano, e saziere' mi allora...
E non sarei pietoso n cortese,
Anzi farei com'orso quando scherza.
E se Amor me ne ferza,
Io mi vendicherei di pi di mille.
Non pare Dante.
Certo, non pare, a chi abbia letto solo la Vita Nuova. Pare, s, a chi conosca l'Inferno: il modo scultorio e rapido, quel dire le cose come sono senza paura delle parole, quel sentire impetuoso, la crudezza di certe espressioni. Pare, s, Dante a chi abbia letto l'episodio di frate Alberigo, quando a quell'anima dannata di traditore Dante promette, purch parli, che gli lever dagli occhi il ghiaccio che li "invetria"; e quello parla,
e io non gliel'apersi,
E cortesia fu lui esser villano.
I canti a Beatrice iniziano al Paradiso, i petrosi allargano il campo al canto delle passioni. In tanta variet di corde alla sua lira  un segno della straordinaria virt artistica di Dante.
Forse, per misurare gli abissi dell'anima umana, bisogna avere esplorato gli ultimi recessi della propria, aver tremato e pianto sopra la propria miseria. Forse, per giungere a piegar la parola all'espressione di tutte le abiezioni morali, bisogna essersi addestrati a dir le torbide angosce della propria coscienza, aver provato nell'anima cristiana il terrore della propria perdizione.
Non sono due i poeti, ma un solo, che ha sentito in s l'angelo e il demonio, il cadere e il pentirsi, il ricadere e il rilevarsi, le tentazioni dell'essere inferiore e gli slanci sovrumani verso le altezze sublimi.
Per questo nel Poema, davanti alla sua Beatrice e davanti al pi gran pubblico che nessuno avesse mai sulla scena del mondo, Dante confess le "pargolette" e le altre vanit: e per questo pot cantare nel proprio il dramma di tutte le anime.
 I conforti della filosofia.
Fin dopo la morte di Beatrice la coltura di Dante fu in prevalenza quella dei laici.
Ma "come per me fu perduto il primo diletto della mia anima... io rimasi di tanta tristizia punto, che alcuno conforto non mi valea. Tuttavia, dopo alquanto tempo, la mia mente, che s'argomentava di sanare, provvide (poich n il mio n l'altrui consolare valea) ritornare al modo che alcuno sconsolato avea tenuto a consolarsi. E msimi a leggere quello, non conosciuto da molti, libro di Boezio, nel quale, cattivo e discacciato, consolato s'avea".
"Cattivo", cio prigioniero (e poi condannato a morte) era stato il senatore romano Boezio, sotto l'accusa di cospirazione contro il re dei Goti Teodorico, dominatore in Italia otto secoli avanti Dante. In carcere, mentre, invecchiato e desideroso della morte, traduceva in versi il suo cordoglio, gli era apparsa, narra egli nell'opera latina "Le consolazioni della filosofia", una donna, all'aspetto degna di venerazione, dagli occhi penetrantissimi, la quale aveva mutevole presenza, e ora pareva di normale statura, ora toccava col capo il cielo. Ella portava nella destra dei libri, nella sinistra lo scettro. Avendo veduto presso Boezio le Muse, lo rimprover sdegnosa di preferirle all'esercizio della ragione; e fttele uscire, sedette sulla sponda del letto e prese a lamentare che lo spirito di lui, educato alle alte cose e allo studio della natura, si lasciasse ora umiliare dal dolore. Non l'aveva ella educato e nutrito alla forza dell'animo?...
Era la sua nutrice, la Filosofia, ch'era venuta a confortarlo nella sventura. Boezio le aperse il suo cuore. Oh ben altro egli avrebbe aspettato dal suo darsi alla Filosofia!... Ed ecco la sua maestra dimostrargli la fallacia dei beni mondani, nessuno dei quali conduce alla beatitudine. Somma beatitudine  Dio. Boezio torner alla Patria: egli la riconoscer e dir: "Qui son nato".
Le cose che la Filosofia ragiona a Boezio son talora enumerate aridamente, talora espresse con un dialogo drammatico; e sempre intercalate di squarci poetici. Son trattate nel libro materie che molto interessaron Dante nelle opere sue, in modo speciale la questione della nobilt e quella della libert umana, e come essa si possa conciliare con la prescienza di Dio.
.... "E udendo ancora che Tullio scritto avea un altro libro, nel quale, trattando dell'amist, avea toccato parole della consolazione di Lelio, uomo eccellentissimo, nella morte di Scipione Africano, amico suo, msimi a leggere quello".
Con Marco Tullio Cicerone, le opere del quale erano allora "pi famose che studiate", Dante entrava veramente nel mondo della solenne antichit classica.
Egli lesse dunque il dialogo "Dell'amicizia", in cui Cicerone ridice le parole pronunciate da Lelio in morte di Scipione. Esse erano state riferite all'autore dal genero di Lelio, Muzio Scevola, che con l'altro genero, Fannio, le aveva ascoltate e raccolte con reverenza. Ora anche Lelio era morto, e ci che si metteva sotto la tutela di quei due morti illustri acquistava maggiore autorit. Le parole, infatti, son semplici e nobilissime, e vi si dimostra che amicizia viene da amore, che non esiste senza virt, e che innalza alle pi elette cime.
In principio, Dante confessa, gli fu duro "entrare nella sentenza" di Boezio e di Cicerone: e ci dovette essere, piuttosto che per difficolt che gli venissero dalla lingua, per inesperienza di studi filosofici. Ma finalmente, dice, "v'entrai tant'entro, quanto l'arte di grammatica ch'io aveva e un poco di mio ingegno potea fare; per lo quale ingegno molte cose, quasi come sognando, gi vedea: s come nella Vita Nuova si pu vedere. E s come esser suole, che l'uomo va cercando argento, e fuori delle intenzioni trova oro..., io, che cercavo di consolare me, trovai non solamente alle mie lagrime rimedio, ma vocaboli d'autori e di scienze e di libri: li quali considerando, giudicava bene che la filosofia, che era donna di questi autori, fosse somma cosa. E immaginava lei fatta come una donna gentile: e non la potea immaginare in atto alcuno se non misericordioso; perch s volentieri lo senso di vero l'ammirava, che appena lo potea volgere da quella. E da questo immaginare cominciai ad andare l ove ella si dimostrava, cio nelle scuole de' religiosi e alle disputazioni de' filosofanti; s che in picciol tempo, forse di trenta mesi, cominciai tanto a sentire della sua dolcezza, che il suo amore cacciava e distruggeva ogni altro pensiero".
Ma Dante, pur essendo andato alle scuole de' religiosi e alle disputazioni de' filosofanti, studi sopra tutto da s, e, come ogni grande, dovette sopra tutto a s stesso la poderosa sua coltura.
Egli penetr nei classici meglio di quanti l'avevano preceduto nella sua et.
Lesse poi di Cicerone altre opere, oltre il trattato dell'Amicizia. Dello storico Tito Livio dovette conoscere direttamente qualche parte; e dei poeti, oltre a Virgilio, specialmente Seneca e Lucano, e con particolare amore Ovidio e Stazio.
Di Ovidio am le belle favole che gli rivelava il poema delle "Metamorfosi", a parecchi episodi del quale accenn nel Poema, con quella compiacenza speciale con cui cita i suoi autori chi ha dovuto sudare per conquistarsi una tutt'altro che facile erudizione.... Ecco, Dante vedeva il figlio di Apollo Fetonte, che otteneva dal padre incauto di guidare un giorno il carro del Sole: i cavalli velocissimi, lanciatisi a volo nei cieli, avvertita la debolezza della mano che li regge, non pi obbediscono al freno, e le costellazioni si fanno paurose e la terra arde, finch le briglie cadono al temerario, il quale, fulminato da Giove, precipita riverso nel Po... Ecco Aglauro mutata in sasso, e Medusa far di pietra i nemici, e nascere uomini dal serpente ucciso da Cadmo, e Narciso divenir fiore, e mutarsi in oro tutto quanto Mida tocca... E Dante imparava l'arte delle mirabili trasformazioni.
Quanto a Stazio, il Poeta conobbe di lui la Tebaide e l'Achilleide, molto ammirate ai suoi tempi, e am in lui particolarmente lo studioso e imitatore di Virgilio: delle quali caratteristiche si valse in fine del Purgatorio, per mettere in bocca al discepolo latino le parole della pi alta affettuosa lode al maestro venerato.
Dante non seppe il greco, n poteva leggere in latino Omero, del quale non esistevano traduzioni. E del resto egli non aveva fiducia nelle traduzioni delle opere di poesia, che, diceva, nel passare da una lingua all'altra perdono dolcezza e armonia. "Poeta sovrano", il poeta che pi di ogni altro fu ispirato dalle Muse: cos Dante chiam Omero; ma quando ne citava qualche verso l'aveva dai suoi poeti latini, i quali gli dettero anche notizie dei fatti narrati nell'Iliade e nell'Odissea. Nello stesso modo aveva avuto notizie di Platone, che cit dal suo filosofo Aristotile: e questo vide nella versione latina.
Eppure " pazzia cercare dai ruscelli quello che si pu avere dalle fonti"; e la latinit, ridotta a non conoscere nemmeno i caratteri delle lettere greche, si privava cos di poter raggiungere l'eccellenza. Questo asseriva Giovanni Boccaccio da trenta a quarant'anni dopo che Dante era morto; e ritenne sua gloria avere studiato e ottenuto che altri studiasse quella lingua.
Dante era nato troppo presto per questo rispetto. Incontrando Omero con altri poeti antichi nel suo viaggio oltremondano, quasi non osasse rivolgergli la parola, gli fece parlare da Virgilio e si accontent di ascoltare in umile silenzio, bench si sentisse sesto fra cotanto senno.
 Il Maestro.
La rivelazione della grande poesia Dante l'ebbe da Virgilio. Non fu solo ammirazione, fu devozione di figlio, fu "amore acceso di virt", come, in altro senso, quello per Beatrice.
Nel concetto di Dante, i poeti ricevono tutti onore da Virgilio: egli li illumina tutti.
Tu se' lo mio maestro e il mio autore,
Tu se' solo colui da cui io tolsi
Lo bello stile che m'ha fatto onore.
Dicendo Virgilio, Dante intendeva l'Eneide, ch, se pure egli conobbe tutte le altre opere sue, quella fu per lui l'opera virgiliana per eccellenza, come Virgilio fu per eccellenza il Poeta.
Scritta nel tempo del massimo splendore dell'arte latina, e considerata come il poema nazionale dei Romani, l'Eneide  tutta una celebrazione della virt di quel popolo eccezionale, dalle sue origini, che nel poema sono cantate, ai giorni dell'imperatore Ottaviano Augusto, in cui il poema fu scritto, e cui si accenna per via di allusioni occasionali e di profezie. E veramente il popolo romano pare che abbia avuto fin da principio coscienza di s e tenuta costante la mira a un ideale di grandezza: doveva quindi "naturalmente trovare nella contemplazione della propria entit e della miracolosa sua vita una potente ispirazione poetica". (Comparetti).
La leggenda della venuta in Italia di Enea dopo la caduta di Troia in potere dei Greci, era nota ai tempi di Augusto e di Virgilio in Roma e nei paesi di coltura romana, diffusa con la storia e con l'arte nelle colonie. E il poema che la cantava fu accolto con entusiasmo dai contemporanei. Il fascino dur e giunse intatto al Medio ero; ciascuna et cercandovi, come accade delle concezioni veramente grandi, ci che era pi conforme al suo modo di sentire e al suo gusto.
Il poema di Virgilio deve molto all'esempio omerico: cosa del resto inevitabile, perch la coltura latina era figlia della greca, e Omero era, com' tuttavia, uno dei maestri dell'umanit. Ma Virgilio  discepolo di Omero in senso largo, e grandissimo anche come tale. Dante a sua volta imit Virgilio. E l'uno e l'altro imitano come imitano i grandi, nel senso dell'assimilare, del trasformare in sangue il vitale nutrimento, anche allorch pare che semplicemente riproducano episodi del loro modello, considerando la bellezza antica e famosa quasi come una pubblica propriet, fonte perenne di nuova poesia. Imitare, diceva il Gozzi, parlando appunto di Dante, non  legame per chi sa fare.
Enea troiano, il figlio di Venere dea e del mortale Anchise, era, narra Virgilio, presso a toccare coi compagni i sospirati lidi del Lazio, promesso a lui e ai suoi discendenti dal Fato, quando un'improvvisa bufera suscitatagli contro dalla dea Giunone sempre avversa ai Troiani, gett le sue navi sulla costa della Libia, l dove regnava la regina fenicia Didone, che allora faceva costruire Cartagine. Didone accoglie ospitale i profughi; e a lei Enea racconta la rovina di Troia e la prima parte delle sue dolorose avventure: Troia presa dopo una resistenza di dieci anni, con la frode di un colossale cavallo di legno pieno di armati, invenzione dello scaltro Ulisse, che i Troiani incauti e ingannati trascinarono in citt; gl'incendi, le orribili stragi, la difesa divenuta impossibile, la partenza dei superstiti, l'errare sulle onde, i tentativi di fondare una nuova citt sui lidi toccati nel viaggio, e sempre gli auguri di sventura che li costringevano a riprendere il mare. Tra questi, l'orribile scoperta dell'arbusto ov'era racchiuso Polidoro, uno dei figli di Priamo, arbusto che gocciava sangue e da cui uscirono lamentose parole; e l'assalto e il triste presagio delle immonde Arpie, mostri dal volto di donna e dal corpo di augelli e di cagne, padrone delle isole Strofadi nel mare Ionio.
L'appassionato racconto dell'eroe troiano accende d'amore per lui la regina Didone, dimentica del morto marito Sicheo, cui aveva promesso immutabile fede. Senonch il Fato chiama Enea ai lidi d'Italia, ed egli, dopo un breve periodo d'amore,  costretto ad abbandonare Didone, la quale per disperazione si uccide.
Tornato in Sicilia, dov'era morto Anchise, Enea ne rivede lo spirito in sogno, e ne riceve il consiglio di recarsi a cercar di lui ai Campi Elisi.
Gi Omero aveva descritto nell'Odissea un viaggio nel regno delle ombre, facendo che Ulisse toccasse i gelidi confini dell'Oceano,
L ove la gente de' Cimmerii alberga,
Cui notte e buio sempiterno involve;
e vedesse le forme lievi degli spiriti, e parlasse con alcuni di essi, e in particolare con quello dell'indovino Tiresia, per intrattenersi col quale aveva appunto intrapreso il difficile tragitto.
La leggenda narrava inoltre come, per ragioni e in modi diversi, fossero penetrati ancor vivi fra le ombre Orfeo, Teseo ed Ercole. Anche Enea, com'essi, traeva origine celeste; ond'egli sperava di ottenere, come infatti ottenne dalla Sibilla o profetessa di Cuma, che l'accompagnasse nel viaggio dal quale a cos pochi  consentito il ritorno.
Il viaggio di Enea nel paese dei morti  nell'Eneide un episodio importante, ma null'altro che un episodio. Molto per doveva giovarsene Dante per la sua Commedia.
L'entrata dell'Averno  pestifera, e gli uccelli non vi possono vivere: donde appunto il nome di Averno, che vale senza uccelli.
Offerti sacrifizi agli dei, Enea, incuorato dalla Sibilla, varca la soglia. Figure simboliche e mostri, tutte vane apparenze, s'incontrano nel primo entrare. Ed ecco l'Acheronte, fiume fangoso e torbido che mette in Cocito, e ha per guardiano e nocchiero
Caron, demonio spaventoso e sozzo,
A cui lunga dal mento, incolta ed irta
Pende canuta barba. Ha gli occhi accesi
Come di bragia.
Egli regge un legno affumicato col quale tragitta
Su l'altra riva ognor la gente morta.
Pi numerose delle foglie che d'autunno cadono dagli alberi, si affollano le anime all'Acheronte; e passano tutte, salvo quelle degli insepolti.
Caronte rifiuta l'imbarco ad Enea, che  vivo; ma poi, rassicurato dalla Sibilla, l'accoglie sulla sua nave, che al nuovo peso solca l'acqua pi a fondo. Cerbero latra di l, il cane dalle tre teste, che la Sibilla fa tacere e addormentare, buttandogli nella gola una saporifera mistura.
A tutti gli spiriti presiede l'antico e saggio re Minosse, giudice e distributore. Enea ode vagire i bambini morti anzi tempo; vede i suicidi e coloro che furono arsi d'amore, fra i quali  Didone, che passa sdegnosa e muta e nella selva dei mirti si ricongiunge al suo caro Sicheo; vede Troiani e Greci caduti sotto Troia e s'intrattiene con un figlio di Priamo.
Ed eccoli giunti ove la strada si biforca in due sentieri:
Questo a man dritta alla citt ne porta
Del gran Plutone e poscia ai Campi Elisi;
Quest'altro a la sinistra a l'empio abisso
Ne guida ove hanno i rei supplizio eterno.
A sinistra Enea vede un'ampia citt cinta dal fiume Flegetonte, che scende al Trtaro, e a guardia d'una gran porta la Furia Tesifone. Ivi sono i ribelli al comando della divinit, colpevoli di violenze e d'inganni: e quale volge sassi, e quale  volto da ruote, e quale  tormentato altrimenti.
Ma Enea e la Sibilla non visitano il Trtaro, ove i giusti non possono penetrare; vanno bens a destra, alla reggia di Plutone, ove Enea porge alla regina Proserpina il ramo d'oro di cui si era fornito per ordine della sua guida avanti di partire.
Ci fatto, ai luoghi di letizia pieni
A le amene verdure, a le gioiose
Contrade de' felici e de' beati
Giungono alfine.  questa una campagna
Con un aer pi largo e con la terra
Che d'un lume di porpora  vestita...
Qui sono poeti e musici, eroi e sacerdoti, inventori e benefattori degli uomini, raccolti secondo il gusto ch'ebbero in vita, e in atto di continuare quell'esercizio che sulla terra pi amarono. Anchise  tra questi, e accoglie il figlio, di cui sapeva le sventure e aspettava la venuta, dolcemente piangendo. Egli  un'ombra, e invano il figlio vorrebbe abbracciarlo, "come nebbia stringesse o fumo o sogno".
In una bella foresta scorre il Lete, fiume ove le anime destinate a tornare nel mondo bevono l'oblio dopo una lunga purificazione; e Anchise vien mostrando a Enea i futuri suoi discendenti, glorificando la stirpe e la citt che verranno da lui.
Tornato sulla terra tra i vivi, e ripreso il viaggio, Enea arriva finalmente nel Lazio, ove l'aspetta una dura lotta contro i popoli italici condotti da Turno, mentre per lui si schierano gli Etruschi. Son figure episodiche, piene di poesia, che saranno ricordate da Dante, i giovinetti Eurialo e Niso, spenti per la causa d'Enea, la vergine Camilla, spenta per la causa di Turno: caduti essi, e Turno stesso, combattendo per l'Italia.
Poema eroico, l'Eneide, in cui squillano trombe guerriere e il sangue bagna questa terra predestinata; ma insieme poema in cui palpitano pietosi sentimenti umani,
che ferita non regna
L ove umana miseria si compiagne:
come dice lo stesso Virgilio. Didone accoglie ospitale i Troiani, ch i suoi stessi dolori la fanno "pietosa e soccorrevole agli altrui". La miseranda fine di Priamo, il ricordo dello spento Ettore, alcune nobili figure di donna, i giovinetti morti nel fiore degli anni, le madri desolate per i perduti figliuoli, gli ammonimenti contro le ire civili, gli esempi di devozione al dovere e d'amicizia, le alte paterne parole d'Enea ad Ascanio... Questo pagano pu parere a volte un cristiano nato prima che i tempi fossero maturi.
Un tumulto d'affetti deve avere destato nell'animo di quel lettore eccezionale il libro di Virgilio, che sulla soglia rappresentava un gran dramma d'amore e di morte; che cantava Roma con accenti cos trionfali, Roma, la quale ha per confine da una parte l'Oceano e dall'altra il cielo, Roma imperatrice eterna del mondo, Roma che a' suoi cittadini affider una missione unica fra le genti mortali,
... l'esser giusti in pace, invitti in guerra,
Perdonare ai soggetti, accr gli umli,
Debellare i superbi;
Roma, gloria di quell'Italia famosa, che Acate primo scoperse di lontano nelle luci dell'aurora, e nella quale fu vanto anche solo il morire e l'esser sepolti.
Dante penetr con lungo studio nell'alta opera, e la seppe tutta quanta, come con semplice vanto attest nella Commedia. Forse, mentr'egli leggeva, il primo barlume del suo gran sogno s'andava schiarendo, e all'entusiasmo per tanta bellezza in atto, si sposava la trepida gioia del lavoro creativo che batte le ali per il volo.
Nella Commedia troveran posto figure virgiliane: il greco Sinone, astuto e menzognero, precipiter nell'Inferno; e nell'Inferno pure il grande Ulisse inventore della scellerata frode del cavallo; e Rifeo, di cui nell'Eneide  detto solo "ch'era dei Teucri un lume di bont, di giustizia e d'equitade", salir per grazia divina tra le anime salve; e i pallidi fantasmi dell'Averno e i mostri disegnati appena avranno eroico rilievo; e personaggi ricompariranno trasformati, e episodi ampliati, e quale accenno rifiorir in una similitudine, e quale sentimento ripalpiter cristiano nell'anima del discepolo. Ed egli stesso, l'autore dell'Eneide, andr col nuovo poeta a visitare, come gi il suo protagonista, il regno della morta gente, rivedr Acheronte e Cocito, Minosse e Cerbero, fatto guida immortale d'un pi glorioso cammino, e tramutato egli stesso da quello che fu il Virgilio storico, per opera d'una fantasia, che tutto improntava del proprio suggello.
 La vita pubblica: 1300.
Uomo d'azione, uomo del suo tempo e del suo Comune, Dante non credette che n gli studi, n l'ingegno, n la missione di poeta potessero dargli il diritto di trarsi in disparte, al riparo dalle tempeste che imperversavano sui viventi, per insegnare nel Poema agli altri uomini la via della beatitudine eterna.
E gliene venne male.
Ma quando, tagliato fuori dal dolcissimo seno della sua citt, non pot pi sedere nei Consigli patri, quella sua gagliarda tempra lo fece partecipare ancora, e pi largamente, alle pubbliche vicende. Cos che egli visse, in certo modo, due vite: quella del suo sogno e quella dei fatti, confortandosi delle delusioni di questa in quella, e quella avvivando di tutte le esperienze e le passioni di questa.
Dante accett il governo di popolo iscrivendosi all'Arte dei Medici e degli Speziali, che era la sesta delle maggiori, e comprendeva anche i librai, senza che per questo gli fosse necessario essere n speziale n medico n libraio.
Entr nel Consiglio speciale del Capitano per il semestre che segu il novembre 1295, senza prendervi mai la parola: cosa, fu osservato argutamente, che deve avergli conciliato gli animi di coloro che amano di parlare essi.
Sullo scorcio dello stesso anno fu dei Savi chiamati a consulto per deliberare intorno all'elezione dei nuovi Priori.
Dopo di che egli fu eletto nel Consiglio dei Cento: e parl sulle relazioni tra Firenze e Pistoia.
Nel 1300 troviamo Dante ambasciatore e Priore.
Ambasciatore fu al Comune di San Gimignano: diplomatico, si direbbe oggi; per il quale ufficio si ricorreva volentieri a coloro che si presumeva dovessero ben parlare. N perci s'immagini taluno, raccomanda il Balbo, "le importanze, le eleganze, gli ozi e le lentezze delle presenti ambascerie; che allora e molto tempo dopo non erano a posto gli ambasciatori, e ripartivano appena finito il negozio a cui erano spediti, e andavano e tornavano soli, a cavallo, e con s poca pompa, che sovente era con istenti".
L'ambasceria a San Gimignano fu per invitare il Comune a partecipare all'elezione del capo della Taglia: e ottenne il suo scopo.
S'era venuta intanto maturando la nuova divisione tra Cerchi e Donati; che doveva inasprirsi per l'intromissione del papa Bonifazio VIII negli affari del Comune fiorentino e di tutta la Toscana, su cui egli stendeva le sue mire ambiziose.
Memorabile nel 1300 il giubileo bandito in Roma da papa Bonifazio. Fu la prima vera solennit del genere che la Chiesa celebrasse ufficialmente come centenario della nascita di Cristo. Con una bolla del 22 febbraio si faceva grande indulgenza; dalla quale per con una successiva venivano esclusi Siciliani, Colonnesi e altri nemici della Chiesa e ribelli. Un numero eccezionale di fedeli convenne allora in Roma, "cos femmine come uomini, di lontani e diversi paesi, e di lungi e da presso. E fu la pi mirabile cosa che mai si vedesse, che al continuo in tutto l'anno durante, avea in Roma, oltre il popolo romano, duecentomila pellegrini, senza quelli che erano per li cammini andando e tornando". Cos Giovanni Villani, che in quella ricorrenza appunto, vedendo le grandi e antiche cose di Roma, e leggendo le storie e i grandi fatti dei Romani, considerando che Firenze, figliuola e fattura di Roma era nel suo montare e Roma nel suo calare, si sent invitato a raccogliere in una cronaca, "tutti i fatti e cominciamenti della citt di Firenze".
Nella solenne occasione Firenze volle fare omaggio al Papa con una ambasceria; e partirono gli ambasciatori in fulgida cavalcata simbolica. Forse il Pontefice diede a quest'atto di devozione un significato che oltrepassava le intenzioni del Comune, e n'ebbe incoraggiate le sue ambizioni di dominio.
Com'era negli Statuti, i Priori che avevan retto la Repubblica per il bimestre che si chiudeva il 15 giugno 1300, elessero, col concorso dei capi delle Arti, e dei Savi a ci consultati, i sei Priori per il bimestre successivo: i quali, non ostante i maneggi del cardinale d'Acquasparta in favore dei Neri, furon tutti popolani bianchi: Ricco Falconetti, Dante di Alighiero, Neri del Giudice, Noffo Guidi, Nello d'Arrighetto Doni, e Bindo Bilenchi. Gonfaloniere di giustizia, Fazio da Micciole.
Ecco dunque il Poeta per due mesi abitare in Palagio coi colleghi, dare udienza, vigilare all'osservanza degli Statuti, elaborare le nuove disposizioni, convocare i Consigli che dovevano discuterle, eleggere e disciplinare i dipendenti del Comune, occuparsi di politica estera ovunque i Fiorentini avessero interessi, e badare che "i piccoli e impotenti non fossero oppressati dai grandi e potenti". E le deliberazioni erano registrate dal notaio. Dal Palagio egli, come i colleghi, non poteva uscire se non con altri Priori e per ragione di ufficio; o anche per andare alle esequie di qualche consorto della sua schiatta o di quella della moglie; n per via gli era concesso di fermarsi a parlar con alcuno. E sar toccato anche a Dante, nell'avvicendarsi dei colleghi, di presiedere il piccolo consiglio, di essere, cio, Proposto.
Il giorno stesso dell'elezione, i Priori scadenti, facendo la consegna dell'ufficio ai successori, li informarono col mezzo del notaio della Camera del Comune, e dinanzi a ser Lapo di Gianni Ricevuti (il notaio poeta) d'una condanna fatta dal podest messer Bernardino di Gambara, il 18 aprile, sotto la precedente Signoria. Si trattava di tre cittadini fiorentini, familiari di papa Bonifazio, che in Firenze avevan cospirato a danno della Repubblica e in favore del Pontefice. Denunziatore era stato Lapo Salterelli. Condanna: lire duemila, o il taglio della lingua. La nuova amministrazione conferm la sentenza. Il che, certo, non le concili l'animo del Papa.
Il giorno di calendinaggio era gi corso sangue per le nuove discordie cittadine, e se n'eran fatti funesti presagi. Per San Giovanni, andando i rappresentanti delle Arti a far l'offerta annuale al tempio del santo patrono, erano stati battuti da una torma di grandi: e la citt non poteva posare. Amante dell'ordine, desideroso della quiete cittadina e avverso agli eccessi della folla, Dante fu tra coloro che condannarono "gli spiriti pi turbolenti dell'una e dell'altra parte, non perch nobili e potenti, ma perch invece di volgere la nobilt loro e la loro potenza al bene di Firenze, con le loro invidie la straziavano. Animato da tali sentimenti di carit cittadina, ben si comprende come al momento opportuno non avesse riguardo neppure per il suo primo amico". (Michele Barbi).
La Signoria infatti, consigliata anche da alcuni cittadini, fra i quali fu Dino, prese la deliberazione di confinare i capi di parte donatesca e di parte cerchiesca. Ne venne, oltre al bando di Guido, quello di Corso Donati: e il confine dei Neri fu Castel della Pieve presso Perugia.
Tornato Guido in patria con altri Bianchi, fu gridato all'ingiustizia; i Neri s'accostavan sempre pi al Papa... E gi era finito il Priorato di Dante.
 La vita pubblica: 1301.
Non meno importante e attivo fu per l'Alighieri l'anno che segu.
Gli nocque forse pi tardi l'aver partecipato come Savio all'elezione di un'altra Signoria bianca, quella che fu assunta al potere il 15 aprile. Di tale Signoria fece parte Palmieri Altoviti, che, tenendo bene aperti gli occhi sulle mosse dei Neri, contribu alla conferma del bando di Corso Donati; il quale a Roma studiava il danno della parte avversa.
Intanto il Poeta, che per amore del suo Comune s'era detto speziale, si faceva, in quello stesso mese, ingegnere civile, quando gli Uffiziali sulle vie, le piazze e i ponti della citt gli affidavan l'incarico di soprastare, assistito al solito da un notaio cancelliere, ai lavori della via San Procolo, che dall'altezza di Borgo della Piagentina fino al torrente Affrico era stretta, tortuosa e malagevole, e doveva appunto venire allargata, raddrizzata e racconcia. Pare che, in condizioni migliori, essa avrebbe potuto facilitare l'ingresso in citt delle milizie del contado quando ve ne fosse stato bisogno.
Questo ufficio non presentava pericolo, se non forse quello delle accuse calunniose che possono colpire gli amministratori del pubblico danaro. Ma ben pi ne ebbe per lui il suo ritorno nel Consiglio dei Cento, dall'aprile al settembre.
Papa Bonifazio aveva fatto richiedere a Firenze un sussidio militare di cento cavalieri armati, dei quali disporre in Romagna contro i Colonnesi. Su tale richiesta si doveva deliberare nel Consiglio dei Cento, convocato insieme con quello del Capitano.
Fatta la proposta da altri, Dante, come chiaramente attesta il documento ufficiale che ci serb le parole precise, consigli le autorit comunali di non farne nulla. Si temette che la sua opposizione determinasse un voto di rifiuto, e si ottenne che allora non si votasse. Ripresentato il disegno, con qualche modificazione, ai due Consigli separatamente, in quello dei Cento l'Alighieri, solo, torn ad opporsi. Non vinse per, ch il timore dello sdegno papale sgomentava i timidi anche contro l'interesse del Comune. Ai trentadue voti favorevoli alla tesi di Dante se ne contrapposero quarantanove per la concessione degli aiuti. Anche nell'altro Consiglio vinse il parere dell'aquiescenza ai voleri di Roma.
"Come oseranno opporsi a noi, cui obbediscono Imperatori e Re dei Romani?" aveva scritto in una sua lettera Bonifazio VIII.
Quando nel settembre cominciarono a giungere in Firenze le prime nuove e a determinarsi le prime inquietudini intorno all'accordo del Pontefice con Carlo di Valois e agli scopi ormai palesi che la spedizione francese in Italia doveva avere, Dante fu tra coloro che parlarono e votarono per la conservazione degli Ordinamenti di Giustizia, "un provvedimento quasi istintivo cui ricorreva la democrazia fiorentina tutte le volte che si disegnava all'orizzonte il pericolo di un intervento forestiero con l'incognita delle possibili reazioni dei Grandi". (B. Barbadoro).
Pochi giorni dopo il Poeta parlava un'altra volta perch si accettasse una richiesta del Comune di Bologna relativa a questioni commerciali. Forse gli stava a cuore di secondare quella domanda, che stimava legittima, nella speranza che gli ambasciatori fiorentini presso il Papa potessero compiere il prossimo viaggio a Roma insieme con gli ambasciatori che avrebbe mandati Bologna, e fosse in tal modo meno difficile di ridurre il Papa a pi miti consigli verso Firenze.
Proprio in quel settembre del 1301 era apparsa in cielo una stella cometa "con grandi raggi di fumo dietro, apparendo la sera di verso ponente, e dur infino al gennaio, della quale i savi astrologi dissero grandi significazioni di futuri pericoli e danni alle province d'Italia e alla citt di Firenze".
E venne Carlo di Valois... Non era apparsa un'altra cometa, trentacinque anni prima, e non aveva significato apertamente la discesa di quell'altro Carlo di Francia e tante mutazioni nel regno di Sicilia e di Puglia?...
Nella seduta del 28 settembre, tenuta in S. Piero Scheraggio, Dante caldeggi la proposta che fosse richiamato Neri di Gherardino Diodati, suo vicino nel popolo di San Martino del Vescovo, ingiustamente condannato.
E fu, a quanto ne sappiamo, l'ultima volta, e per una parola di giustizia, che la voce dell'Alighieri suon nei Consigli della sua patria. Ch coi danni di parte bianca si veniva macchinando il suo: e la Signoria bianca che fu eletta il 15 ottobre di quello stesso 1301 doveva esser rovesciata prima che compisse il suo bimestre di governo.
Imperversavano le ire: "e pi pericolo fecero le parole falsamente dette in Firenze che le punte dei ferri".
Carlo di Valois intanto, sceso in Italia, aveva ricevuti a Bologna i messi dei Neri e quelli dei Bianchi, e per Pistoia, senza passar da Firenze, era andato a Roma, ove "molti sospetti gli furon messi nell'animo".
A Roma il Comune di Firenze mand ambasciatori, nella speranza di disporre favorevolmente il Papa: e fra questi par certo che fosse Dante.
Entrava intanto al Comune la nuova Signoria, l'ultima di parte bianca, composta di gente mite, che nella concordia vedeva l'ultimo rimedio. Di essa faceva parte Dino Compagni.
"A me Dino venne un santo e onesto pensiero, immaginando: - Questo signore verr e tutti i cittadini trover divisi; di che grande scandalo ne seguir. - Pensai, per lo ufficio ch'io tenea e per la buona volont ch'io sentia ne' miei compagni, di radunare molti buoni cittadini nella chiesa di San Giovanni, e cos feci. Dove furono tutti gli uffici e quando mi parve tempo, dissi: - Cari e valenti cittadini, i quali comunemente tutti prendeste il sacro battesimo di questa fonte, la ragione vi stringe ad amarvi come cari fratelli, e ancora perch possedete la pi nobile citt del mondo... Questo signore viene e conviensi onorare. Levate via i vostri sdegni, e fate pace tra voi, acci che non vi trovi divisi... E sopra a questo sacrato fonte, onde traeste il santo battesimo, giurate tra voi buona e perfetta pace, acci che il signore che viene trovi i cittadini tutti uniti. - A queste parole tutti s'accordarono, e cos fecero, toccando il libro corporalmente; e giurarono attenere buona pace e di conservare gli onori e giurisdizione della citt. E cos fatto, ci partimmo di quel luogo.
I malvagi cittadini, che di tenerezza mostravano lagrime e baciavano il libro, e che mostrarono pi acceso animo, furono principali alla distruzione della citt...".
Il buon Dino cap tardi che, invece di cullarsi nelle speranze, "si conveniva arrotare i ferri".
Intanto dai Neri si faceva premura a Carlo perch venisse. Altri cittadini confidarono ch'egli potesse fare opera disinteressata per ravvicinare i partiti. E, naturalmente, coloro ch'erano stati timidi alle richieste del Pontefice non eran coraggiosi davanti al principe francese.
Costui entr bens in Firenze (era il 1. di novembre) in veste di paciere: entr, come disse poi il cittadino che allora parve vittima e doveva essere il giustiziere di quei casi e di quegli uomini in faccia al mondo, entr senz'armi, "solo con la lancia con la qual giostr Giuda". E rivel ben presto le sue vere intenzioni. Giurati gli Statuti e gli Ordinamenti di giustizia, diede la citt in mano dei Neri.
Corso Donati e i Neri fuorusciti erano entrati pochi giorni dopo di lui.
E cominciarono le vendette.
 La condanna.
Per quanto in mala fede e da giudici che servivano la parte vincitrice, un simulacro di processo ci fu contro quei Bianchi che avevano governato il Comune durante le ultime Signorie a partire dal maggio 1300. Fu risparmiata soltanto quella ch'era in carica all'ingresso del Valois, non avendo essa opposto che una debole difesa alla rovina della parte.
Noi tendiamo naturalmente a vedere Dante primo e solo in quelle sciagurate vicende. Ma egli ebbe compagni nell'accusa e nella sventura; e quei processi non parvero allora n pi gravi n pi degni di memoria che altri della stessa specie. Oltre a ci, mentre le sentenze di quei processi ci son serbate nel cos detto Libro del Chiodo [cosi chiamato dal chiodo rilevato ch' sulla rilegatura] sono andati perduti i verbali degli interrogatorii, delle accuse e delle testimonianze, che pure i notai del Podest registravano.
Colpa capitale di Dante, l'essere stato bianco e l'essersi opposto all'inframmettenza papale, e forse anche alla francese. Ma non era possibile condannarlo apertamente per ragioni tali. Onde il mal volere dei giudici dovette industriarsi a far passare i suoi atti e le sue parole come volti a difesa d'interessi particolari a scopo fraudolento. Per chi voglia condannare, ogni azione innocente e leale pu venir forzata a divenir capo d'accusa. La nomina d'un bianco a un ufficio poteva esser presentata come un brutto maneggio elettorale: la difesa d'un altro bianco, come un compenso per patteggiamenti indegni; il danaro della Repubblica speso per la difesa comunale, come devoluto a scopo partigiano con violazione dei regolamenti finanziari. Cos si dev'esser proceduto in quel processo. Testimonianza non infrequente nel Medio evo e autorizzata, fu la "pubblica fama". La condanna, collettiva; la forma della sentenza, indeterminata. I condannati, o alcuno di essi, avevano ricevuto danaro, o altra cosa, per alcuna elezione di nuovi priori o gonfalonieri, sebbene sotto altro nome o vocabolo.
E cos, il 27 gennaio del 1302, una sentenza del podest Cante de' Gabrielli da Gubbio, imposto al Comune dal Papa e dal Valois, condannava Dante Alighieri, in contumacia, con tre altri, uno dei quali era Palmieri Altoviti, come reo, secondo la pubblica fama, di corruzione e di maneggi contro la Chiesa e contro il pacifico stato di Firenze, al pagamento d'una grossa multa, all'esilio dalla Toscana per due anni, all'esclusione dai pubblici uffici, e, se non avesse pagato, alla confisca dei beni.
Come si soleva, il banditore, a cavallo, con la tromba d'argento, rifer ad alta voce la condanna, presso la casa dei banditi, poi nei vari sestieri della citt.
Dante non comparve e non pag. La condanna lo colse fuor di Firenze, sia che fosse andato ambasciatore al Pontefice, sia che fosse fuggito all'appressarsi dell'ormai inevitabile sventura.
E allora lo sopraggiunse un'altra sentenza, del 10 marzo dello stesso anno, che lo condannava all'esilio perpetuo e ad esser bruciato vivo se fosse caduto nelle mani della giustizia.
Secondo gli statuti fiorentini, non si poteva procedere alla distruzione dei beni che un condannato possedeva in comune con altri, se prima non se ne fosse fatta la divisione. E i beni di Alighiero nel 1302 erano ancora indivisi tra Dante e suo fratello Francesco. Si pu dunque arguire che il patrimonio non fosse tutto confiscato o devastato, non essendo probabile che si fosse contravvenuto a una disposizione di tal natura.
Il patrimonio di Dante, per, doveva gi essere dissestato; perch, col fratello Francesco, egli aveva fin dal 1297 contratto dei debiti, forse in seguito alla vita "poco saggia" ch'egli men negli anni precedenti.
E che fu di Gemma e dei quattro figliuoli Pietro, Jacopo, Antonia e Beatrice? (se Antonia e Beatrice non sono una sola persona, Antonia, poi suora col nome di Beatrice).
Rimasero a Firenze, forse perch tanto Gemma quanto Dante sperarono possibile il riunirsi presto per un rivolgimento nelle sorti dei partiti, come tante volte accadeva; o li trattennero in patria le strettezze economiche, o lo sgomento dei disagi d'una vita errabonda, o tutte queste ragioni insieme, o altre che ci  difficile supporre.
Gemma si ricover presso parenti suoi, che probabilmente non erano favorevoli a Dante. Ma si sa d'un nipote, Niccol Donati, che cur con amore gl'interessi della povera famiglia, e fece parer sua la loro casa con atti fittizi di compera: e si dice che nella sua propria casa trovasse asilo quanto di meglio l'altra conteneva, avanti che fosse messa a ruba.
La madre dov nelle strettezze provvedere ai figliuoli. Ella aveva, "secondo le leggi, il diritto di riscattare dai beni confiscati al marito, una somma equivalente a quella, veramente modesta, della sua dote, purch avesse, innanzi di muover l'istanza, depositato la somma di 300 fiorini...; ma non volendo, o meglio non potendo fare il grosso deposito, dovette contentarsi di una pensione in grano che dovea forse esser richiesta di anno in anno e che nel 1329 le fu concessa in 26 staia". (G. L. Passerini).
Pi tardi il padre, trovata stabile ospitalit a Ravenna, fece venire i figliuoli presso di s.
Nell'opera del Poeta il lamento della patria perduta e il grido dell'innocenza ferita risuonano pi e pi volte.
Egli rimase persuaso, secondo una lettera che un antico biografo cita di lui, che tutti i suoi mali e inconvenienti avessero avuto principio dagli infausti comizi del suo priorato; "del quale priorato, bench per prudenza io non fossi degno, niente di meno per fede e per et io non ne era indegno".
In ogni modo, non una parola, nell'opera dantesca, di discolpa per le accuse che gli erano state mosse: nulla; quasi che il solo parlarne gli paresse un condiscendere all'ingiusta sentenza. E ci ch'egli pensasse dei barattieri e della lor colpa appare dall'Inferno, ov' data a quei peccatori pena condegna, accompagnata da una somma di cos umiliante dispregio da parte dei demoni che li vigilano, e da una cos larga messe di sarcastiche irrisioni, quali non ha nessun'altra categoria di dannati.
Dante aveva, quando l'esilio cominci, trentasette anni. L'arco della vita, il cui colmo egli considerava di trentacinque anni, cominciava gi per lui a discendere.
Lo colpiva un dolore ben diverso da quello che gi gli aveva fatto trovar dolce la morte. Tutto il passato pareva crollare e inabissarsi. Lasciata ogni cosa pi caramente diletta, i suoi figlioletti, gli altri affetti domestici, casa, amici, dolci studi, dolci consuetudini, il bel San Giovanni, l'esule conobbe l'amarezza degl'ideali sconfitti, il trionfo dell'iniquit, il torbido desiderio della vendetta. Ma il suo spirito in quel travaglio si matur e la tremenda scuola gli valse pi che tutte le scuole.
Per questo il Carducci, in un sonetto dalle asserzioni paradossali, ma che pur contiene una fondamentale verit, pot cantare ironicamente le benemerenze del podest Cante de' Gabrielli,
primo e solo ispirator di Dante
Quando ladro il dannaste e barattiere.
 Coi Fuorusciti.
I fuorusciti bianchi, collegati fra loro e coi ghibellini fuorusciti gi da gran tempo, meditarono, raccozzati insieme, il modo del ritorno, cercando da chi potessero ripromettersi il rivolgimento delle loro sorti. Essi fecero centro dapprima in Arezzo.
Nel giugno del 1302 Dante saliva in Mugello al ridente paese di San Godenzo; e pur nell'affanno dell'ora fermava nella mente le belle immagini che avrebbe un giorno tradotte nel ritmo del verso: quell'alpe di San Benedetto dov'era la badia di Camaldoli, quel torrente d'Acquacheta che, giunto pianamente a un orlo roccioso e liscio, precipita gi nel profondo. In quella chiesa di San Godenzo fu firmato l'8 giugno 1302 un accordo, per il quale Ugolino Ubaldini ghibellino e la sua stirpe sarebbero stati indennizzati per i danni che potevan loro derivare da un'impresa a mano armata che avessero tentata contro Firenze. In quel documento, accanto ai nomi di Cerchi, Uberti, Pazzi, Ricasoli, compare quello di Dante Alighieri, cercato certo pi per la sua onorabilit che per garanzia economica ch'egli potesse dare.
Ma quella prima impresa mugellana fall, ch i fiorentini, tosto avvertiti e preparati, vinsero i fuorusciti "in ogni loro oste e cavalcata che fecero".
E poco dopo, nel settembre, i Neri pistoiesi, uniti coi Lucchesi, sotto le insegne del marchese Moroello Malaspina di Giovagallo sconfiggevano i Bianchi espugnando il castello di Serravalle tra val di Nievole e Pistoia: altra spina al cuore d'ogni bianco.
Dante, varcato l'Appennino, pare fosse anche a Forl presso Scarpetta degli Ordelaffi, che era stato scelto dai fuorusciti a capitano di una seconda impresa mugellana; la quale pure fall nella primavera del 1303 quando Scarpetta fu disfatto a Puliciano dal romagnolo Fulcieri de' Calboli, quel podest di Firenze ch'era stato terribile nelle persecuzioni contro i Bianchi e fu terribilmente giudicato da Dante.
Questo rovescio fu un gran dolore per il Poeta, tanto pi ch'egli era stanco e deluso de' suoi compagni, dai quali fin col distaccarsi definitivamente.
Era morto intanto nell'ottobre del 1303 Bonifazio VIII, ucciso, si pu dire, dal dolore e dallo sdegno per l'insulto ricevuto in Anagni, dove era stato arrestato, ingiuriato e tenuto prigioniero tre giorni da Sciarra Colonna e dal ministro francese Nogaret, venuto in Italia messaggiero del re Filippo il Bello contro il Papa che un concilio in Francia aveva deposto.
Bonifazio, che della sovranit della Chiesa aveva avuta una concezione simile a quella di Gregorio VII e d'Innocenzo III, era stato una forte individualit: e s'era trovato di fronte, in un momento della sua vita, ad attraversare i suoi disegni, un semplice cittadino di Firenze, che aveva un'individualit non meno poderosa e si preparava a sentenziare gravemente contro di lui, o meglio contro l'uomo e le passioni dell'uomo. Ma davanti il sopruso di Anagni, il credente sent offesa "la reverenza delle somme chiavi"; non vide in Bonifazio che l'augusto ministero e s'indign fieramente che nella persona di lui Cristo medesimo fosse catturato e deriso, rinnovandosi lo scherno dell'aceto e del fiele.
A Bonifazio succedeva per breve tempo Benedetto XI, che fu, disse il Balbo, il migliore, se non il solo politicamente buono fra i papi contemporanei di Dante; e merit d'essere giudicato n guelfo n ghibellino, ma padre comune. Egli volle rinnovare il tentativo della pacificazione di Firenze col mezzo del vescovo di Ostia, cardinale da Prato; il quale mand tosto un religioso agli esuli, chiedendo loro di astenersi da ogni atto di guerra e di affidarsi alla sua opera conciliatrice. Forse Dante, a nome degli esuli, gli rivolse un'epistola. In ogni modo la missione del cardinale era destinata alla solita sorte "per il malanimo degl'intrinseci", ed egli si part di Firenze, "maledicendo la terra".
Gli esuli toccarono un'altra sconfitta alla Lastra il 20 luglio 1304. Ma Dante non era gi pi con essi; anzi rifiutava ogni connivenza con gli antichi compagni di sventura.
Egli s'era staccato da quella compagnia, che oramai giudicava "malvagia e scempia" e che ritenne poi come il peso pi grave che gli avesse gravato le spalle in conseguenza dell'esilio: questioni meschine facevano, non sapevano vedere oltre i personali e momentanei interessi.
Sciltosi cos d'ogni vincolo, egli fu veramente solo; solo, ma libero; solo, ma col proprio pensiero. E si fece parte per s stesso.
Cominci allora il doloroso pellegrino a errare, "quasi mendicando, per le parti quasi tutte a cui questa lingua si stende.... mostrando contro a sua voglia la piaga della fortuna, che suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata. Veramente - egli dice - io sono stato legno senza vela e senza governo, portato a diversi porti e foci dal vento che vapora la dolorosa povert; e sono vile apparito agli occhi di molti, che forse per alcuna fama in altra forma mi avevano immaginato".
Bisognava vivere. E vivere non si poteva allora, nella condizione di Dante, senza ricorrere ai potenti. Amaro, salato il pane altrui! duro calle scendere e salire le scale altrui!
Egli possedeva il segreto d'infuturare coloro che l'avessero accolto generosamente. Ma la forza di questo segreto era ignorata dai principi cui egli si rivolgeva e che forse lo confondevano coi postulanti volgari, profugo com'era dalla sua Repubblica e sotto il peso di una condanna infamante.
 A Verona e in Val di Magra.
Il primo rifugio di Dante fu a Verona, presso un fratello maggiore di quel Cane della Scala, allora fanciullo, divenuto poi per fama Cangrande e che doveva pi tardi a sua volta ospitarlo. Il principe Scaligero lo adoper forse in ambascerie; ed ebbe in lui cos benigno riguardo, che seppe risparmiargli la pena del chiedere. Ma sventuratamente poco dopo mor, e il pellegrino dovette riprender la sua via.
Dove andasse, ignoriamo. Ma dopo tre anni la sua vita errabonda doveva portarlo proprio l dove l'esilio aveva condotto il suo primo amico, a Sarzana: dove, per incarico di Franceschino Malaspina marchese di Mulazzo, firm, dopo lunga inimicizia, la pace con Antonio de Camilla vescovo e conte di Luni, col quale scambi per procura il bacio della riconciliazione.

Dante era allora ospite di quei Malaspina, signori di Val di Magra e delle regioni vicine, che furono celebrati nei canti dei trovatori come prodi, ospitali e generosi, tanto da donare largamente armi e cavalli pi che alcun altro barone, e celebrati poi dai nostri moderni poeti come ospiti generosi di Dante, pei quali le vie dell'esilio fiorirono d'allori al Poeta ramingo.
Con parole bellissime di ammirazione e di gratitudine Dante ricord la casa Malaspina e l'ospitalit di cui gli fu larga tra quei monti e in quei nobili castelli.
Egli s'incontr presso Franceschino Malaspina con Cino da Pistoia, che forse gi conosceva dai tempi di Bologna, profugo anch'esso; e forse la corrispondenza che allora si scambiarono tenzonando in sonetti, continu anche dopo ch'ebbero lasciato Val di Magra. Un sonetto di Cino a uno dei Marchesi ebbe risposta da Dante in persona di questo.
Ragionavano d'Amore, i due poeti, cio del signore a cui, secondo il linguaggio del tempo, appartenevano entrambi: e Dante ricordava d'essergli stato soggetto fin dalla puerizia: o rimproverava, come maggiore, all'amico di lasciarsi pigliare "ad ogni uncino", e sfogava con lui i "pensamenti buoni". Ma un fondo di tristezza era in quella corrispondenza.
Dice il Pistoiese:
Poi ch'io fui, Dante, dal natal mio sito
Per greve esilio fatto peregrino,
E lontanato dal piacer pi fino
Che mai formasse il Piacere infinito,
Io son piangendo per lo mondo gito....
"Esule immeritevole", chiama Dante s stesso in un'epistola a Cino. "Diletto fratel mio di pene involto" chiama Cino l'amico maggiore.
Ma quando nei loro canti essi cos si dolevano, non dovevan gi pi essere ospiti dei Malaspina. Dov'erano? E perch erano partiti?
Si trova traccia di un viaggio di Dante in Val d'Arno. In riva a quel fiume e tra quelle Alpi egli scrisse una canzone "montanina" sul contenuto della quale molto si discute, e che nell'ultima stanza ricorda la citt indimenticabile:
O montanina mia canzon, tu vai:
Forse vedrai Fiorenza, la mia terra,
Che fuor di s mi serra,
Vta d'amore e nuda di pietate.
 Il Convivio.
Intanto il Poeta, che teneva la scienza come l'ultima perfezione della nostra anima, era venuto coltivandosi assiduamente, e trovando un'altra volta, come tanti minori di lui, nello studio e nel lavoro, coraggio e conforto.
"Oh beati quei pochi che seggono a quella mensa ove il pane degli angeli si mangia, e miseri quelli che con le pecore hanno comune cibo!... Ed io... che non seggo alla beata mensa, ma, fuggito dalla pastura del volgo, a' piedi di coloro che seggono ricolgo di quello che a lor cade, e conosco la misera vita di coloro che dietro m'ho lasciati, per la dolcezza ch'io sento di quello ch'io a poco a poco ritolgo.... per li miseri alcuna cosa ho riservata; perch ora, volendo loro apparecchiare, intendo fare un generale convito".
Il convito o banchetto  destinato a chi da ragioni familiari o civili fu tenuto nell'umana fame: e anche a coloro che si sono astenuti dallo studio per pigrizia; ma questi ultimi devono collocarsi ai piedi dei primi, non essendo degni di pi alto sedere. Dante dar la vivanda, cio la scienza, col pane, cio il commento. La vivanda sar costituita da quattordici canzoni filosofiche, le quali, se non fossero accompagnate dal pane o commento, avrebbero qualche ombra d'oscurit: tant' vero che a molti che le hanno lette, fu pi gradita la loro bellezza che la loro bont.
Se la Vita Nuova fu fervida e passionata, quest'opera sar temperata e virile. Ch altro si conviene dire e operare a una et e altro all'altra. E Dante parl, in quella, dinanzi all'entrata della sua giovinezza; e in questa pi tardi.
Vogliano i convitati perdonargli se il convito non fosse splendido come converrebbe all'annuncio ch'egli ne ha fatto: ne incolpino le sue facolt, non il volere, che viene da buon desiderio.
Dante, insomma, vuol mettere insieme quel che oggi si dice un'opera di divulgazione del sapere, una specie d'enciclopedia, che ha altro principio direttivo e altro ordine da quello che aveva tenuto il suo maestro Latini, ed  per noi prezioso aiuto a conoscere il pensiero dell'autore della Commedia.
Il primo trattato, ch' d'introduzione, e al quale appartengono le parole citate pi su, contiene il piano di tutto il lavoro. Ma nel testo le canzoni sono tre sole, e quattro i trattati, quello d'introduzione compreso; l'opera essendo rimasta incompiuta, ignoriamo perch.
A chi cerchi anche in quest'opera l'anima di colui che scrive e voglia sorprendere in essa qualche cenno autobiografico, il primo trattato serba particolare interesse. Dopo avere spiegato le sue intenzioni, Dante si giustifica della durezza o difficolt che si trover nel suo commento. Si pensi ch'egli deve con pi alto stile cercar di riprendere quell'autorit che le sue sventure han concorso a diminuire; deve far conoscere un valore che la sventura ingiustamente nasconde. "Ahi, piaciuto fosse al dispensatore dell'universo che la mia scusa mai non fosse stata; ch n altri contro a me avria fallato, n io sofferto avrei pena ingiustamente; pena, dico, d'esilio e di povert. Poich fu piacere della bellissima e famosissima figliuola di Roma, Fiorenza, di gettarmi fuori del suo dolcissimo seno (nel quale nato e nodrito fui fino al colmo della mia vita, e nel quale con buona pace di quella, desidero con tutto il cuore di riposare l'animo stancato, e terminare il tempo che m' dato), per le parti quasi tutte a cui questa lingua si stende, peregrino, quasi mendicando sono andato...".
Ancora deve l'autore giustificare l'uso, che fa nell'opera sua, della lingua volgare in luogo della latina.
Le canzoni sono in volgare; e il commento, servo delle canzoni, non pu essere in quel latino ch' sovrano per bellezza e che, d'altro lato,  inteso solo dai letterati, ai quali il libro non  rivolto. Il volgare inoltre  adatto per la divulgazione. E Dante fu mosso a usarlo dall'amore naturale alla propria loquela e dal desiderio di magnificarlo come un amico. Conviene difenderlo contro coloro che lo dispregiano; che il volgare di s  atto a esprimere ogni alto concetto, quasi quanto il latino, e la sua bellezza si giudica meglio da una nuda prosa, appunto perch non ha gli ornamenti della rima e del ritmo e pur serba la facilit delle sillabe, la propriet delle parole e la soavit del discorso.
Cinque "abbominevoli cagioni" fanno che i malvagi uomini d'Italia dispregino il volgare proprio e lodino l'altrui: e Dante le enumera, "a perpetuale infamia" di costoro. Molti, ciechi del discernimento, sparlano del volgare perch ne sentono sparlare da altri, facendo come le pecore, "che se una pecora si gittasse da una ripa di mille passi, tutte l'altre l'andrebbero dietro". Altri non sanno usarlo, e incolpano il volgare della propria insufficienza. Altri credono di meritar pi lode conoscendo le lingue straniere meglio della propria. E v'hanno gl'invidiosi, che dicon male del volgare, per colpire, denigrando la lingua, coloro che l'usano. Poi vi sono i nemici del volgare per vilt d'animo. "Sempre il magnanimo si magnifica in suo cuore, e cos il pusillanimo per contrario sempre si tiene meno che non ... Avviene che al magnanimo le sue cose sempre paiono migliori che non sono e l'altrui meno buone; lo pusillanimo sempre le sue cose crede valer poco e l'altrui assai. Onde molti per questa vilt dispregiano lo proprio volgare e l'altrui pregiano. E tutti questi sono gli abbominevoli cattivi d'Italia, che hanno a vile questo prezioso volgare; lo quale, se  vile in alcuna cosa, non  se non in quanto egli suona nella bocca meretrice di questi adulteri, al cui condotto vanno li ciechi dei quali nella prima cagione feci menzione".
Dopo ci, Dante non ha bisogno di dire se ami questo linguaggio, prossimo a lui pi che alcun altro, e non solo a lui, ma a tutta la sua gente. I suoi genitori con esso parlavano; esso lo introdusse nella via della scienza; con esso egli entr nel latino, che gli fu via ad andare pi innanzi; in esso  la consuetudine, ch egli l'ha usato deliberando, interpretando, quistionando. "Questo sar luce nuova, sole nuovo, il quale surger ove l'usato tramonter, e dar luce a coloro che sono in tenebre e in oscurit per lo usato sole che a loro non luce".
Troviamo anche in tali parole quell'intuizione delle necessit avvenire, che  un'altra delle superiorit di Dante sui contemporanei.
Prosa volgare, quella del Convivio, personale essa pure, e che contempera l'agilit del parlar comune, con la solennit del periodare latino. Dante si veniva addestrando alla magnifica padronanza del suo strumento.
 Il Convivio: Canzoni e commenti.
E qui l'autore mette la sua nave nel mare, con la speranza di dolce cammino.
La prima canzone  "Voi che intendendo il terzo ciel movete". E poich la canzone  allegorica, Dante premette quelle notizie, che gi ci son note, sui vari significati delle scritture, letterale, allegorico, morale e anagogico.
Nel senso letterale, questa lirica si riferisce alla lotta fra l'amore a Beatrice e quello alla donna gentile, che Dante identifica con l'amore alla Filosofia. E poich la canzone s'inizia con una invocazione alle intelligenze che muovono il terzo cielo, quello di Venere, Dante viene a parlare dei cieli e delle gerarchie angeliche le quali ad essi presiedono e della virt delle stelle.
Passando poi all'esposizione allegorica della canzone, Dante narra il conforto venutogli dalla figlia d'Iddio, la bellissima e nobilissima Filosofia e come pervenne studiando a questo conforto. E qui dice de' suoi maestri, Boezio e Cicerone.
Tutta la dimostrazione procede col metodo scolastico, per divisioni e suddivisioni della materia, sottilmente elaborando il tessuto delle argomentazioni. L'autore s'industria, ad esempio, a dimostrare la somiglianza fra i sette cieli inferiori e le sette arti del Trivio e del Quadrivio; l'ottava sfera corrisponde alla fisica e alla metafisica, la nona alla scienza morale, e il cielo quieto alla teologia.
Qua e l nella grave prosa, dal metodo per noi faticoso, lampeggia un'immagine: cos le fatiche dello studio e la lite dei dubbi cadono alla luce degli occhi della Filosofia, "quasi nebulette mattutine alla faccia del sole". O guizza la satira: cortesia  parola che viene dall'uso delle corti; "lo qual vocabolo, se oggi si togliesse dalle corti, massimamente d'Italia, non sarebbe a dire che turpezza".
La seconda canzone "Amor che nella mente mi ragiona" e il terzo trattato ragionan d'amore, considerato come unimento spirituale dell'anima con la cosa amata; amore che ragiona nella mente del Poeta, cio in quella fine e preziosissima parte dell'anima che partecipa della natura divina. L'uomo ama la verit e la cerca; e donna del Poeta  la Filosofia, della quale non si pu dire degnamente col parlar nostro,
che non ha valore
Di ritrar tutto ci che dice Amore.
La Filosofia  amata dalla Sapienza divina come nobilissima fra le creature, ed  generatrice di buoni pensieri e di moralit.
La terza canzone, "Le dolci rime d'amor ch'io sola",  sulla nobilt e non ha veramente velo allegorico, anzi  tutta essa stessa un trattato morale, dilucidato poi nella prosa del trattato.
Secondo la volgare opinione,  nobile o gentile chi ha potenza o ricchezza; oppure colui
che pu dicere - io fui
Nipote o figlio di cotal valente, -
Bench sia da niente.
Devoto com' alla Filosofia, Dante si studi di odiar gli errori e non gli erranti. E tra gli errori trov, pericolosissimo per tutti, questo, intorno alla nobilt degli uomini: per cui molte volte i buoni sono tenuti in dispetto e riveriti i malvagi.
Fu proprio un imperatore, Federico II di Svevia, che, domandato che fosse gentilezza, rispose ch'era antica ricchezza e bei costumi. Non si pu quindi trascurare un'opinione che molti seguono e che l'autorit stessa dell'imperatore conferma. E per esaminarla, l'autore  indotto a cercare la radice dell'autorit imperiale, cio a esporre qui in breve quella dottrina che troveremo pi ampiamente trattata nell'opera latina De Monarchia, dottrina che fa l'Impero voluto da Dio, e predestinato all'alto ufficio il popolo romano. "O istoltissime e vilissime bestiuole, che a guisa d'uomini pascete, che presumete contro a nostra fede parlare e volete sapere, filando e zappando, ci che Iddio con tanta prudenza ha ordinato!"
La filosofia, che cerca il fine della vita umana, non pu essere in contrasto con l'autorit imperiale, anzi l'una aiuta l'altra. E la filosofia aristotelica, che ormai si pu dire "quasi cattolica opinione", pone il fine della vita umana nell'"operazione con virt". Da ci si vede l'errore di coloro che mettono altrove che nella virt la gentilezza.
Ci stabilito con lungo ragionamento, Dante ritorna alla parte positiva del suo tema, cio a dimostrare che cosa nobilt sia. E conclude che  "perfezione di propria virt in ciascuna cosa". Da essa dipendono le virt morali (delle quali egli aveva intenzione di parlare nelle successive canzoni), che guidano con le virt intellettuali alla vita attiva e alla contemplativa. Le virt differiscono secondo le et dell'uomo, che sono: puerizia e adolescenza sino ai venticinque anni; giovinezza fino a quarantacinque; da quarantacinque a settanta senettute o vecchiezza; indi il senio o decrepitezza.
Trasparente l'allegoria di colui che per aspri sterpi e ingombri s'apre la via in un terreno coperto di neve, s che i successivi viandanti non hanno che da seguir le orme da lui lasciate; e tuttavia "tortiscono" per i pruni e per le ruine e vanno dove non devono. "Quale di costoro si dee dicere valente? - Rispondo: - Quello che and dinanzi. - Quest'altro come si chiamer? -Rispondo: - vilissimo.... - E cos quello che dal padre o da alcuno suo maggiore di schiatta  nobilitato e non persevera in quella, non solamente  vile, ma vilissimo, e degno d'ogni dispetto e vituperio pi che altro villano... Dico questo cotal vilissimo essere morto... che veramente morto il malvagio dire si pu... Vivere  ragione usare... E di quello potrebbe alcun dire: - Come?  morto, e va? - Rispondo, che  morto uomo ed  rimaso bestia". E per contro il figlio d'un villano potr esser gentile. Tutti, del resto, deriviamo da un lontano antenato villano! Gherardo da Camino, della Marca Trevisana, potrebbe essere stato nipote del pi vile villano che mai bevesse acqua di quei fiumi; ma chi mai oser dire che Gherardo fosse vile uomo?" La stirpe non fa le singolari persone nobili, ma le singolari persone fanno nobile la stirpe.
 gentilezza dovunque virtute,
S come  cielo dovunque la stella.
Queste sono idee aristoteliche passate attraverso il Cristianesimo, le idee di Boezio e di Guido Guinizelli. Esse soffersero poi da parte di Dante qualche attenuazione nella Monarchia e nella Commedia. Ma rimangono sempre ben degni di ricordo questi ammaestramenti d'un trecentista nato nobile, quando leggiamo come cosa nuova ci che contro il vanto dei natali fu scritto nel secolo decimottavo; e le parole con cui il Parini con altrettanto eletta sincerit ammoniva i nobili che la nobilt "sol da noi si guadagna," e che per mirare alla gloria occorre essere paghi "sol di virt".
Col trattato sulla nobilt termina quel che Dante ci lasci del Convivio.
Scrittura, per certi aspetti, d'occasione, e frutto d'uno sforzo dell'ingegno, il D'Ancona non deplora che sia rimasto imperfetto. Ma quanto ne rimane ci mostra l'Alighieri che sale da' suoi studi particolari a concezioni filosofiche generali, pur senza astrarre dalle condizioni dei tempi e della vita che gli ferve intorno.
Quali sono le altre undici canzoni che Dante avrebbe commentate se avesse condotto a termine la sua opera?
Molti antichi manoscritti portano raggruppate insieme quattordici canzoni di Dante, che son dette "distese" e che, comprendendo le tre gi commentate, costituiscono forse il gruppo delle destinate alla vivanda di quel banchetto. Dell'elenco fan, per, parte anche le rime "petrose", che non si vede come avrebbero potuto ricevere interpretazione allegorica.
Le canzoni ritenute autentiche di Dante sommano a ventiquattro, tutte di tipo metrico diverso, e tutte simili in questo, che le stanze, in cui abbondano gli endecasillabi e che sono per lo pi cinque o sei per componimento, sono uguali fra loro nello schema, e divise ciascuna in due membri o periodi musicali allacciati insieme da una rima, il primo dei quali distinto a sua volta in due parti o piedi. Una canzone ha la bizzarria d'essere trilingue, d'alternare, cio, un verso provenzale con uno latino e uno italiano.
Notevolissima la canzone "Tre donne intorno al cor mi son venute", che deve appartenere ai primi tempi dell'esilio e della quale il Carducci giudic che fosse, se non la pi bella, ch tal pregio egli serbava a "Donna pietosa e di novella etate", "certo la pi fortemente e immaginosamente sentita, la pi largamente e altamente intonata, la pi solidamente e leggiadramente costrutta"; quando "i tempi e i casi avevano straordinariamente afforzato l'ingegno di Dante".
Tre donne intorno al cor mi son venute,
E seggonsi di fore,
Ch dentro siede Amore
Lo quale  in signoria della mia vita.
Sono tre virt, che si lamentano con Amore dell'abbandono in che sono lasciate. Ma, dice Amore, di ci piangano gli uomini, non noi che siamo eterni. Ed io, esclama il Poeta,
Ed io, che ascolto nel parlar divino
Consolarsi e dolersi
Cos alti dispersi,
L'esilio che m' dato onor mi tegno.
"Verso lapidario, quest'ultimo, - commenta il Torraca, - e degno d'essere scolpito sulla tomba di Ravenna". L'ingiusta condanna  diventata una gloria. "Egli  degno di quegli alti dispersi dei quali ha ascoltato e riferito il parlar divino".
Cader coi buoni  pur di lode degno.
Dante ricorda i propri errori, dei quali vorr farsi perdonare dalla sua Beatrice:
Onde, s'io ebbi colpa,
Pi lune ha volto il sol poich fu spenta,
Se colpa muore perch l'uom si penta.
 Della Volgare eloquenza.
Nel Convivio Dante annunzia un'altra opera, sulla Volgare Eloquenza, che probabilmente aveva gi cominciata, e poi continu e non fin. Essa  scritta in quel latino di Dante che al Foscolo pareva duro alle volte e che  ancora latino medievale, cio lontano dalla purezza e dall'eleganza dei classici.
Eloquenza in che senso?
Nel senso di linguaggio, chiarisce il Rajna, ma non di linguaggio in s stesso, bens come strumento. La mente di Dante  volta a disciplinarne l'uso: un uso che tutti, senza bisogno di consapevolezza, si studiano di rendere appropriato ed efficace. Dell'eloquenza cos intesa nessuno aveva ancora trattato.  una specie d'arte del dire in volgare, questa che Dante scrisse per gli studiosi e che non si riferisce al nostro volgare soltanto, ma cerca di determinare regole generali, e con particolare riguardo anche ai volgari di Francia. Nel Convivio si tratta del volgare nostro; e qui, dice sempre il Rajna, della favella universale, in quanto sia, in modo spontaneo, di tutti gli uomini, dovunque e in ogni tempo, e s'identifica quindi colla facolt stessa del linguaggio.
Dante s'affretta a dire che chiama linguaggio volgare quello che "apprendiamo per imitazione della nutrice. Abbiamo poi un altro linguaggio, da mettere in secondo luogo, che i Romani dissero grammatica... E all'abito di questo pochi pervengono, perch in esso solo col tempo e con assiduit di studio siamo disciplinati e ammaestrati".
Grammatica, insomma, vuol qui dire lingua latina, alla quale ormai non s'arrivava pi, veramente, che per la via della grammatica: e vale quanto dire lingua letteraria. Dante non vedeva ancora la parentela fra il latino e l'italiano, come non si rendeva conto che il latino dovesse esser nato al modo delle altre lingue parlate.
Tra volgare e grammatica " pi nobile il volgare, s per essere il primo di cui l'uman genere abbia fatto uso, s perch il mondo intero ne gode ancorch in forma diversa..., s perch naturale a noi, mentre l'altro  piuttosto da dire artifiziale".
Risalendo a Adamo, ch'ebbe il linguaggio per virt divina, e passando per le notizie bibliche della torre di Babele e della confusione delle lingue, Dante giunge a parlare delle lingue d'oc, d'oil e di s, e delle loro variet. In Italia  diverso il modo di parlare di qua e di l dell'Appennino, e a Bologna stessa gli abitanti del Borgo San Felice non parlano come quelli della strada Maggiore: ch le parlate mutano col tempo e col luogo, e le cose ci paiono stabili e sono in moto. Intuizione, questa, geniale, e si direbbe moderna, del lento trasformarsi delle lingue, che, gi accennata nel Convivio, si ritrover nella Commedia:
Che l'uso dei mortali  come fronda
In ramo, che sen va, ed altra viene.
I volgari d'Italia sono, secondo Dante, quattordici, ciascuno dei quali ancora si varia in s stesso. Egli li esamina uno per uno, vedendo i difetti di tutti. Del genovese, per esempio, dice che se perdesse la lettera zeta, i Genovesi dovrebbero, o rimanersene muti, o trovar altro modo d'esprimersi, perch la zeta  essenziale al loro aspro parlare.
Dal generale biasimo si salva il siciliano dei poeti della scuola siciliana, ma non il popolare; e meglio il bolognese; ma non  nemmen esso quello che Dante cerca, e che chiama illustre: ch, se esistesse, Guido Guinizelli non se ne sarebbe scostato, come dal loro volgare si scostarono i Toscani, Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, e un altro [Dante] e Cino da Pistoia.
Il volgare illustre che Dante cerca  quello che d sentore di s in ogni citt d'Italia e in nessuna s'annida: volgare illustre, cardinale [fondamentale] aulico e curiale [di corte]; volgare spoglio di rozzezza e ridotto civile, come quello che si legge nelle canzoni di Cino e dell'amico suo. E Dante, per la dolcezza di questa gloria, si pone dopo le spalle l'esilio.
Questa specie di lingua letteraria volgare che Dante rintraccia e di cui si vanta  quella delle persone colte,  quella delle sue canzoni dottrinali, che ricompare nella Commedia l appunto dov' maggior dottrina.
Ma quel fiorentino ch'egli qui teoricamente pare rinneghi come lingua letteraria, divenne lingua letteraria appunto per merito suo.
Il volgare illustre, insegna Dante nel secondo libro, si conviene agli alti pensieri: alle armi, all'amore, alla rettitudine, come fecero, rispettivamente, Bertran de Born, Arnaldo Daniello, Gerardo di Borneilh presso i Provenzali, e in Italia Cino per l'amore e l'amico suo per la rettitudine: ch delle armi non ha cantato altamente nessuno. Lo stile sublime si conviene alla canzone, lo stile medio alla ballata e al sonetto, lo stile umile alle forme minori.
Non si possono cantare sommamente le cose alte fidando nel solo ingegno; occorrono arte assidua e abito di scienza. Cos soltanto si pu essere, come dice Virgilio, diletti da Dio, e si pu insegnare altrui a dirigere la volont, il fine delle lettere essendo morale.
Con le notizie di metrica sulla canzone quale egli la intese e am, quest'opera di Dante rimane interrotta.
 da credere che il suo autore avesse il disegno di trattar poi del sonetto e della ballata e delle forme minori.
Forse l'errare dell'esilio, forse l'intensit con cui attendeva all'opera maggiore, forse l'esercizio stesso della propria arte, che non s'accordava pi con la teoria espressa nel libro, stacc o staccarono Dante da questo lavoro.
 Dante alla venuta di Arrigo VII.
"Di tutti i miseri m'incresce; ma ho maggior piet di coloro che, in esilio affliggendosi, rivedono solamente in sogno la patria loro".
Questo  un modesto esempio retorico col quale Dante esce fuori, in mezzo ad altri, nelle aride distinzioni formali del secondo libro della Volgare Eloquenza.
Solamente in sogno. Ma un giorno parve a Dante che quel sogno si sarebbe presto tradotto in realt. Gli parve che fosse per sonare la tromba della resurrezione.
E come gli stornei ne portan l'ali
Nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
cos volavano ad ali tese le sue rinate speranze verso Firenze.
Un avvenimento pi che fiorentino e pi che italiano veniva ad agitare con diversi sentimenti e a muovere con diversi impulsi le citt e le fazioni d'Italia. Il nuovo eletto nel 1308 re di Germania, Arrigo VII di Lussemburgo, si disponeva a scendere le Alpi.
Dante credette prossimo non solo l'avverarsi del suo desiderio pi caro, ma anche il tradursi in atto delle sue vagheggiate teorie.
Durante l'esilio, i concetti politici di lui s'eran venuti modificando e precisando.
Egli era stato per tradizione domestica guelfo e per libera scelta guelfo bianco. Costretto dalla necessit della sua condizione di fuoruscito, aveva avvicinato Guelfi e Ghibellini, ed era venuto sperimentando la povert di convincimenti e d'ideali di queste sette, ch'egli vedeva attendere a scopi pratici immediati e interessati e occasionali, mentr'egli andava maturando nel pensiero una teoria superiore alle vicende di un dato giorno e d'una data persona, teoria che mirava al bene di tutto l'umano consorzio.
D'altra parte, la sventura l'aveva condotto ad accettare l'ospitalit degli Scaligeri ghibellini e dei Malaspina, dei quali uno, e non il minore, Moroello di Giovagallo era venuto come un vapore di fuoco dalle valli nate a sconvolgere le forze dei Bianchi.
Pareva che la sorte s'ingegnasse di metter Dante in grado di studiare tutto quel sommovimento di vicende e d'ire, nelle terre toscane, nelle romagnole e nelle venete ove lo portava il bisogno; affinch potesse poi giudicare da s medesimo.
Se mai lo assal quella diffidenza accorata, quella stanchezza mortale che colpisce l'uomo di fede allo spettacolo del disordine cittadino e del prepotere dei mestatori indegni, egli non era tale da perseverare in uno stato di prostrazione e di negazione. Dal disgusto egli trasse anzi nuova forza morale.
La Divina Commedia, nella quale alcuni studiosi seguono il graduale svolgersi delle opinioni politiche di Dante, ha in principio del Paradiso un'aperta condanna delle fazioni contemporanee.  difficile, dice Dante nel canto VI in persona dell'imperatore Giustiniano, vedere chi pi falli tra i Guelfi e i Ghibellini, quelli opponendo all'impero la casa di Francia, questi servendosi dell'idea imperiale a scopi partigiani. Tutti i mali di cui soffre il mondo vengono dagli errori tanto dei Guelfi quanto dei Ghibellini. Egli ripudia dunque da s l'uno e l'altro di questi nomi nel significato che avevano presso i suoi contemporanei; e poco appresso nella stessa cantica si mostra orgoglioso d'essersi fatto parte per s stesso.
Egli vagheggia una forza terrena superiore a tutti i partiti, disciplinatrice del mondo, disinteressata appunto perch universale, la forza dell'Impero. Una teoria compiuta del diritto e del potere imperiale si form nella sua mente architettonica: teoria politica insieme e morale, che politica e morale si compenetravano nelle tendenze dei tempi e e in quelle del suo spirito. Che se l'idea imperiale pu parere a noi che s'identifichi nel parlar comune con l'idea ghibellina, non  possibile chiamar Dante senz'altro ghibellino dopo quanto sappiamo de' suoi giudizi. Se mai, converrebbe chiamarlo ghibellino teorico, o imperialista, quando proprio si volesse indicare con un nome il suo personale atteggiamento.
Idee e teorie non restavano mai pure astrazioni nello spirito di Dante, ma divenivan subito essenza di vita, movente d'azione, tema di scritture.
E gi egli aveva esposte o si disponeva a esporre le sue in un trattato latino, quando si seppe della venuta di Arrigo.
Dopo la fine di casa Sveva e l'interregno che le era seguito, nessun re di Germania aveva varcato le Alpi per farsi incoronare in Roma; n Rodolfo d'Absburgo, che pure avrebbe potuto, secondo il Poeta, "sanar le piaghe che hanno Italia morta", n Adolfo di Nassau, n l'altro absburghese Alberto I. La morte violenta di quest'ultimo era parsa a Dante il giudizio di Dio sulla casa dimentica dei suoi doveri.
Ma ecco ora annunziarsi questo re, nato di piccolo Stato, che non ambizione di dominio moveva, ma coscienza del suo ufficio e schietto desiderio di metter pace nella penisola; questo re, che con la sua autorit avrebbe pacificato l'Italia e ridato il suo splendore a Roma. Gi Dio pareva esser con lui, poi che il pontefice Clemente V, dalla schiavit d'Avignone, aveva favorita, anzi voluta, quell'elezione, e salutato quell'intervento con un'enciclica fervida.
Anche Dino vide la mano della Provvidenza in questo giungere del castigatore di tanti tiranni. "E venne gi discendendo di terra in terra, mettendo pace come un angelo di Dio". Era lo scorcio del 1310. E a Milano "prese la corona del ferro, lui e la donna sua, nella chiesa di sant'Ambrogio... I Ghibellini diceano: E' non vuol vedere se non Guelfi; e i Guelfi diceano: E' non accoglie se non Ghibellini; ma la volont dell'Imperatore era giustissima, perch ciascuno amava, ciascuno onorava come suoi uomini".
Cos parlava allora un bianco di nobile sentire, e con lui speravano Cino da Pistoia, Sennuccio del Bene, e quel principe dei latinisti del tempo, Albertino Mussato, che da Padova and a fare omaggio all'Imperatore in Milano, e gli rimase poi sempre devotamente affezionato.
Noi non sappiamo dire con sicurezza dove la notizia della discesa d'Arrigo raggiungesse il nostro Poeta.
Forse egli era allora a Parigi, ove potrebbe averlo condotto, non ostante le difficolt che presentava un tal viaggio e un tale soggiorno a chi pativa tanto disagio economico, la fama di quell'unica facolt universitaria di teologia in Europa, e il bisogno ch'egli doveva sentire d'approfondirsi il pi possibile negli studi teologici a vantaggio della maggiore sua opera. Egli avrebbe cos visto co' suoi occhi quel "Vico degli Strami" ove Sigieri di Brabante, oppositore, su punti di dottrina importanti, di San Tommaso, esponeva pubblicamente il suo pensiero; e avuta notizia diretta di quelle particolari istituzioni scolastiche parigine, e apprese le denominazioni di maestro e di baccelliere, che eran proprie di quella scuola, e di cui ebbe occasione nel Poema di mostrare conoscenza esatta.
Il Poeta stesso avrebbe dato ivi, secondo il Boccaccio, una prova eloquente del suo ingegno e della sua prodigiosa memoria, quando, ascoltate quattordici questioni poste da diversi valenti uomini e di diverse materie, coi loro argomenti pro e contro, tutte, senza por tempo in mezzo, raccolse nella mente e rifer nello stesso ordine, facendo seguire l'esposizione dalla discussione, e rispondendo agli altri argomenti contrari: il che parve quasi miracolo agli ascoltatori.
Non , del resto, impossibile che il viaggio a Parigi fosse compiuto da Dante in altro momento della sua vita di esule. Comunque, se la notizia della spedizione imperiale lo raggiunse a Parigi, egli s'affrett a ripassare i monti, per fare omaggio personale ad Arrigo nell'Alta Italia, e per seguire dappresso quel movimento con commossa esultanza.
 Epistole.
"L'umile italiano Dante Alighieri fiorentino esule immeritevole", scriveva, tra il settembre e l'ottobre di quell'anno 1310, probabilmente da Forl, "a tutti e singoli i re d'Italia, ai senatori dell'alma citt, ai duchi, marchesi e conti, ed ai popoli", un'epistola latina, in uno stile simile a quello dei profeti biblici, nella quale, notati i segni precursori del giorno per coloro che pernottarono nel deserto, annunzia il levarsi del pacifico sole e il rinverdire della giustizia illanguidita.  sorto un altro Mos liberatore del suo popolo. Si rallegri l'Italia, gi degna di commiserazione da parte dei Saraceni, per l'arrivo dello sposo, il clementissimo Arrigo, e rasciughi le lagrime. Egli perdoner a tutti coloro che chiederanno misericordia: oltrepasser anzi l'aspettazione con la sua generosit. L'aquila viene. Per chi soffre  vicina la salute. Tutti si levino incontro al re gli abitatori d'Italia, e si riserbino non solo al suo impero, ma come popoli liberi al suo reggimento. E gli mostrino reverenza, che egli  il predestinato da Dio. E a Cesare va dato quel che  di Cesare. Lo stesso vicario di Cristo ammonisce che si onori il Monarca che viene.
Cos l'esule immeritevole, solo e senza autorit di gradi o di forze, parlava ai principi e popoli d'Italia. "Ed  questa la prima volta, - come fa notare il Torraca, - che il santo nome d'Italia, dopo i tristi secoli del Medio evo, sia pronunziato in un impeto lacrimoso di affetto da un italiano".
La prima parte del viaggio di Arrigo fu un trionfo.
Ma le citt guelfe dell'Italia superiore, che gi avevano sfidato l'ira d'imperatori ben pi potenti, si mostrarono fredde o addirittura ostili; gli esuli, l ove rientravano, volevano spadroneggiare da vincitori; le stesse citt ghibelline cui egli dovette appoggiarsi contro quell'opposizione, gelose della propria indipendenza comunale o della signoria paesana, non erano pi cos calde fautrici dell'Impero. E v'era l'opposizione del partito francese, e quella, bench inconsapevole, del principio nazionale.
L'idea dell'Impero non aveva pi potere sullo spirito pubblico.
E allora il carattere della spedizione, per forza di cose, mut.
Firenze si dispose a resistere con ogni mezzo, stringendo lega con altre citt guelfe e con Roberto d'Angi, re di Napoli, successo a suo padre Carlo II nel 1309.
E Dante, il 31 marzo del 1311, dalla sorgente dell'Arno, dirigeva un'epistola ai Fiorentini, con accento ben diverso da quello con cui s'era loro rivolto nei primi tempi dell'esilio in un'altra epistola, che cominciava: "Popolo mio, che ti feci?" Questa, invece, ch' essa pure una specie di bando destinato alla pubblicazione, ha un tono irritato e minaccioso. Dio vuole l'Impero. Quando il seggio  vacante, tutto il mondo disvia; e non ci son parole a significare da quale e quanta tempesta di vento e di onde sia agitata la misera Italia, lasciata sola in abbandono a private signorie e priva d'ogni pubblico reggimento. Gli stessi Italiani possono appena misurare col pianto la loro infelicit. La spada del severo giudice sar dunque su coloro che presumono d'alzar la fronte contro la volont di Dio. Colpevoli sono i Fiorentini di opporsi al diritto e di separarsi presuntuosamente dall'Impero, quasi che la civilt fiorentina sia una, e un'altra sia la civilt romana. Se non Dio, temano almeno il naufragio della loro superbissima schiatta. L'Imperatore  disinteressato e cerca il pubblico bene. Non capiscono i Fiorentini che obbedire alle leggi  la maggiore delle libert. "O miserrima discendenza dei Fiesolani!..."
E sempre ancora l'Italia, la misera Italia, gl'infelici Italiani. Nei ricordi antichi e nell'unit linguistica, Dante sentiva il vincolo nazionale. E questo nome ci pare augurale in bocca sua, anche in mezzo ai lamenti e alle invettive che gli strappa un sincero ardore e forse un intimo ribellarsi a un principio di delusione. E ci anche quando sentiamo, ora che ci  facile giudicare quei fatti da quanto accadde poi, ch'egli difendeva nell'Impero un passato che non poteva tornare.
Perch Dante scrivesse dal Casentino non sappiamo. Pare avesse ivi cercato dei conti Guidi. E forse nel castello casentinese di Poppi ebbe occasione di fare da segretario alla contessa Caterina di Battifolle, ch'era una figlia del conte Ugolino della Gherardesca.
Diciotto giorni dopo la lettera ai Fiorentini, egli ne scrisse un'altra allo stesso Arrigo, sempre dalla fonte dell'Arno. Il male ha spento la pace, dono di Dio. Ma noi, dice Dante, crediamo in te. Io stesso gi t'invocai come l'agnello di Dio. Ma ecco l'Imperatore s'indugia in Liguria, n viene in Toscana. La signoria dei Romani serba intero il suo diritto. Vergognisi dunque di stare impigliato in un brevissimo angolo della terra colui che tutto il mondo aspetta. Nei grandi fatti ogni ritardo  nocivo. Il male principale  sull'Arno. Firenze  la ribelle,  la pecora inferma, la quale dispregia il re legittimo e non si vergogna, la pazza, di patteggiare con re non suo diritti non suoi.
Ma Firenze vedeva altrove e altrimenti il suo interesse e si preparava strenuamente alla difesa. Il 2 settembre dello stesso 1311, con la cos detta riforma di Baldo d'Aguglione, richiamava in patria molti fuorusciti, diminuendo cos considerevolmente il numero degli avversari e aumentando le probabilit di tranquillit interna e di quella pace che essa pure, anche se diversamente, invocava. Ma dal richiamo erano eccettuati gli espulsi del 1302, anzi erano espressamente registrati come ghibellini; n Dante avrebbe certo potuto pensare di essere compreso in quel momento fra gli abilitati a tornare.
Arrigo, perso tempo a Cremona, a Brescia, che prese dopo un assedio di quattro mesi, a Genova, a Pisa, dove potrebbe darsi che il Poeta l'avesse raggiunto, and a Roma evitando Firenze. A Roma trov il Vaticano e Castel Sant'Angelo occupati per ordine di re Roberto che s'apprestava alla difesa. Egli riusc a mala pena a farsi incoronare in Laterano dal Legato pontificio il 29 giugno del 1312, dopo aver dovuto conquistare palmo a palmo la citt, abbandonato da Clemente V e dalle sue prime promesse. Poi risal ad assediare Firenze, un anno e mezzo dopo la lettera di Dante, al quale ormai le illusioni dovevano esser cadute. Incendi e rapine funestarono quell'assedio; un'inondazione dell'Arno, la fame, la pestilenza, obbligarono l'Imperatore a levare il campo.
Egli si disponeva ad affrontare le forze di re Roberto, quando presso Siena, a Buonconvento, mor improvvisamente, e nel Camposanto di Pisa fu sepolto. Gi in questa spedizione italiana aveva perduto un fratello, la moglie, e tanta parte del suo esercito e le sue migliori illusioni.
Con lui moriva la speranza di Dante. La voce di Sennuccio s'alz a lamentare la morte di Arrigo. Cino scrisse una canzone "piena d'affanno e di paura, nata di pianto e di molto dolore". Dante tacque. L'Italia non era ancora "disposta". E il suo ideale politico egli affid ai posteri nella Monarchia e nella Commedia.
Sei mesi dopo l'alto Arrigo, moriva in Avignone Clemente V, "il Guasco" o di Guascogna, che, secondo Dante, l'aveva ingannato.
Durante il lungo conclave riunito a Carpentras, Dante diresse ai cardinali una lettera latina, essa pure con intonazione biblica, scongiurandoli di riportare a Roma la sede del Pontificato. Egli  costretto a piangere i mali di Roma con le parole di Geremia, colpa dei sacerdoti che volgono le spalle al tempio. E chi  costui, si potr dire, che si arroga la difesa dell'arca pericolante?  una delle infime pecorelle, ma lo zelo della casa di Dio lo infiamma: e la verit pu sonare in bocca di un privato, e a vergogna di pastori indegni e di pecore mal guardate. Si commovano specialmente i cardinali italiani, Caetani e Orsini, per questa Roma priva dei suoi due luminari e straziata da piaghe che impietosirebbero lo stesso Annibale. Combattano essi per Roma e per l'Italia nostra e per tutti gli uomini, s che l'obbrobrio di chi vuol soverchiare la gloria dei Latini resti ai posteri esempio per tutti i secoli avvenire.
Ma fu eletto un papa francese, che prese il nome di Giovanni XXII; e la sede rest in Avignone fin oltre mezzo secolo dopo la morte di Dante.
 Della Monarchia.
Giuristi della corte pontificia e giuristi imperiali e regi scrissero e discussero molto intorno ai diritti della Chiesa e dell'autorit laica, e dei limiti e della supremazia o dipendenza rispettiva di tali diritti. E nello Studio di Bologna s'insegnava col diritto romano il concetto dell'Impero universale.
La questione, sempre viva, s'era ravvivata per la venuta di Arrigo e dopo la sua morte.
Gi nel Convivio l'Alighieri aveva discorso occasionalmente della necessit dell'Impero; poi in forma drammatica, si potrebbe dire in forma vissuta, ne aveva scritto nelle tre epistole del 1310-11: e ne impregn anche lo spirito della Commedia. Ma la dimostrazione filosofica e storica della sua teoria egli serb al trattato latino De Monarchia.
Come delle altre principali opere dantesche, anche di questa non si conosce con esattezza la data della composizione. Sia che gli fosse suggerita dai suoi dissidi con Bonifazio, sia che la pensasse per sostenere il diritto imperiale di Arrigo, sia che la stendesse alla corte di Cangrande allorch, vacante l'Impero, il papa Giovanni XXII nominava egli i vicari imperiali e rifiutava di riconoscere come tale lo Scaligero, l'opera, che ha unit e sicurezza di metodo e vigore d'argomentazione superiori a quelli del Convivio, appare lungamente maturata nel pensiero e non dettata da un movente polemico occasionale.
Quest'opera, come dice lo stesso autore, vuole studiare l'ardua materia della monarchia temporale o impero, cio quel principato unico, ch' superiore a tutti gli altri principati nel tempo.
Egli risponder successivamente a tre domande.
La prima  questa, argomento del primo libro in prevalenza filosofico:  necessaria la monarchia al benessere del mondo?
Massimo fine degli uomini  di svolgere tutte le attivit liberamente e facilmente, raggiungendo l'umana beatitudine: il che non pu essere che in uno stato di pace universale. "Sopra i pastori venne dal cielo un suono che non disse ricchezze, piaceri, onori, lunga vita, sanit, gagliardia, bellezza; ma disse pace".
 evidente che quando pi cose sono dirette tutte a un medesimo fine,  necessario che vi sia un regolatore per consenso di tutti: il padre nella famiglia, un reggimento comunale, un re nel regno, e quindi un monarca sul genere umano: monarca che risponde a Dio, motore sommo dei cieli, e che governa l'umanit con la virt ordinatrice delle leggi.
Nei litigi ha da essere un giudice, che sia alto e fuori dei litigi, e renda giustizia: e non pu regnar cupidigia nell'animo di chi non ha nulla da desiderare e ha il dominio limitato solo dalle acque dell'Oceano.
Nel monarca, oltre che la giustizia,  somma la carit: e siccome gli altri principi prendon norma da lui, egli  causa ch'essi pure vivano bene.
Non si dice con questo ch'egli debba provvedere a ogni cosa d'ogni minima parte dell'impero: che gli stati minori sussistono, e anzi  necessario reggere con provvedimenti diversi genti diverse. La monarchia deve governare il mondo secondo quelle comuni regole che si convengono a tutti e conducono a pace.
Una memorabile esperienza sta ad attestare la necessit dell'impero: ed  il tempo scelto da Cristo per assumere veste mortale: tempo di felicit unico al mondo sotto lo scettro d'Augusto.
Il secondo libro risponde al secondo quesito: se il popolo romano ragionevolmente s'attribu l'ufficio della monarchia. Esso ha fondamento storico, quantunque la storia vi sia idealizzata e mista d'elementi estranei, quali i miracoli e i giudizi di Dio, che avrebbero accompagnato e favorito il mirabile svolgersi delle vicende di quel popolo predestinato.
Oltre che di nobile origine per Enea e aiutato da fatti portentosi, il popolo romano fu eminentemente virtuoso. "Amando la pace insieme con la libert, quel santo e glorioso popolo si vede avere dispregiato i propri comodi acciocch procurasse le cose pubbliche per la salute della umana generazione... Il Senato era porto e rifugio di re, popoli e nazioni;" i magistrati si sforzavano di acquistar lode amministrando con equit, gloria e fede: "per la qual cosa questo si poteva chiamare piuttosto soccorso del mondo che imperio". E Dante esalta i grandi nomi dei principali eroi: e del suo Catone (gi vantato con parole di straordinaria ammirazione nel Convivio) dice che "dichiar di quanto prezzo la libert fosse, quando egli volle piuttosto uscire di vita libero, che senza libert vivere".
Degnamente i Romani signoreggiarono l'impero e superarono gli altri popoli che combatterono per impadronirsi del mondo.
La fede viene a confermare questa predestinazione del popolo di Roma: non solo volle Cristo nascere e esser censito sotto l'editto dell'autorit romana, ma volle anche esser giudicato sotto l'impero, affinch il giudizio fosse giusto e legittimo in quanto puniva il peccato originale dell'uomo.
La terza parte dell'opera vuol risolvere il terzo punto: se l'autorit della monarchia dipende direttamente da Dio o da alcun suo ministro o vicario; affronta, cio, l'arduo e dibattuto quesito, delle relazioni fra il potere temporale e lo spirituale: e contiene le pagine pi vibranti e calde del libro.
L'autore invoca qui l'amor di verit che lo ispira, amore predicato da autorit divine ed umane; poich la verit di quest'ultima questione non si pu dichiarare senza vergogna o rossore d'alcuno, e se in altri casi l'ignoranza  cagione di litigio, qui il litigio stesso  cagione d'ignoranza.
Egli fonda il suo ragionare sul principio che Dio non vuole ci che ripugna alla natura.
Scacciati dalla discussione i decretalisti, che antepongono le decretali, [o raccolte delle tradizioni ecclesiastiche], alle Sacre Scritture, e i cupidi di beni terreni, Dante impegna battaglia per la verit con coloro che, mossi da zelo, in buona fede, ritengono la dipendenza dell'imperatore dal papa; e parla con tutta reverenza.
Costoro, a sostegno delle proprie dottrine, citano passi della Sacra Scrittura, come l'esempio del sole e della luna nel Genesi, i quali due luminari, interpretati allegoricamente, dicono simboli dell'autorit spirituale e della temporale, che da quella riceve luce. Ma la Scrittura va interpretata a dovere: e n l'uomo esisteva quando quei due luminari furon creati, n la luna ha tutto dal sole.
Tra gli argomenti contrari alla sua tesi, Dante confuta quello della donazione di Costantino. All'impero, dice, non  lecito dissipare s stesso; e se Costantino ci fece, fece cosa illecita. N la Chiesa pu ricevere ricchezze e, se le riceve, dev'essere per dispensarle. Che se Carlo Magno ricevette l'impero da papa Adriano, l'usurpazione d'un diritto non costituisce diritto. Papa e imperatore, in quanto sono uomini, possono ridursi a un tipo unico; ma in quanto sono papa e imperatore no. L'autorit della Chiesa non  causa dell'imperiale, che questa esisteva allorch quella non v'era, ed essa non ricevette tale autorit n da s, n da altro imperatore, n da tutto il consentimento dei mortali, n dalla maggior parte. La virt di dare autorit al regno della nostra mortalit  contro alla natura stessa della Chiesa, il regno della quale non  di questo mondo. L'autorit dell'impero, non venendo dunque dal vicario di Dio, verr da Dio stesso direttamente. Il che si prova con un ragionamento, che ha grande importanza in tutto il sistema d'idee che Dante professava, e che informa il disegno stesso del Poema.
L'uomo, che ha corpo ed anima, solo fra tutti gli enti partecipa della corruttibilit e dell'incorruttibilit: e come tale ha due fini, uno dei quali come corruttibile, che  la beatitudine di questa vita e consiste nell'operazione della virt e si figura nel Paradiso terrestre; l'altro, la beatitudine della vita eterna, che consiste nel godere dell'aspetto divino, alla quale seconda beatitudine non si pu salire se non aiutati dal divino lume, e s'intende per il Paradiso celeste. A queste due beatitudini si perviene per differenti mezzi: alla prima con gli ammaestramenti filosofici, purch li seguiamo operando secondo le virt morali e intellettuali; alla seconda con gli ammaestramenti spirituali, che trascendono l'umana ragione, purch li seguiamo operando secondo le virt teologali, fede, speranza, carit. Ma gli uomini posporrebbero queste virt per causa dell'umana cupidit, "come cavalli nella loro bestialit vagabondi", se non fossero rattenuti da un freno. Onde fu bisogno all'uomo di due guide: "del Sommo Pontefice, il quale, secondo le rivelazioni, dirizzasse la umana generazione alla felicit spirituale; e dell'imperatore, il quale, secondo gli ammaestramenti filosofici, alla temporale felicit dirizzasse gli uomini": al qual porto ben pochi arriverebbero, se il genere umano non posasse nella pace. Per la qual cosa occorre al terreno imperatore d'essere ispirato da Dio, che solo elegge, solo conferma, non avendo egli superiore. E quindi coloro che ora si dicono elettori perch eleggono l'imperatore, dovrebbero piuttosto chiamarsi denunziatori della provvidenza divina. N sempre essi, per la nebbia della cupidit, distinguono la faccia della disposizione divina.
L'autorit del monarca viene dunque direttamente da Dio.
L'imperatore varia le sue disposizioni secondo i tempi, le genti, i bisogni; la verit insegnata dal papa non ammette alterazioni.
Ma l'indipendenza dei due poteri non si deve cos strettamente intendere, che il principe romano non sia in alcuna cosa soggetto al romano pontefice, la felicit mortale essendo ordinata alla felicit immortale.
Cesare adunque deve a Pietro quella reverenza che il figliuolo deve usare verso il padre, per essere, col suo mezzo, illustrato dalla luce della paterna grazia.
"Cos, - commenta lo Zingarelli, - al gravissimo argomento dell'unit  ovviato splendidamente, cio ristabilendola in Dio, che in effetti  il sommo reggitore del mondo, anche temporale".
 Il ribandimento.
All'esule Alighieri dovevano giungere di quando in quando notizie di ribandimenti che non lo riguardavano.
Nel maggio del 1315 fu pubblicato un decreto d'amnistia, per il quale anche i condannati del 1302 potevano rientrare in patria, purch avessero pagato una multa e si fossero presentati in offerta a San Giovanni.
Che voleva dire, in offerta?
Oh, una formalit. Press'a poco come fece il ghibellino conte Tancredi di Modigliano Porciano dei conti Guidi: presentarsi nel cortile d'una delle prigioni cittadine (non occorreva nemmeno esservi rinchiusi un giorno), per esser di l condotti (senza nemmeno la mitra dei delinquenti in capo! senza nemmeno il cero acceso in mano!) a San Giovanni, e l, all'altare, davanti al quale bambini innocenti s'era pregato, venire assolti nel nome appunto del santo patrono. Press'a poco quel che s'acconciaron poi ad accettare nel 1317 i Tosinghi, i Rinucci, i Manelli...
Alcuni amici e parenti avvertirono tosto Dante in via privata della fortunata occasione, presumendo che il suo nome dovesse esser compreso tra quelli degli amnistiati.
Ed egli rispose, pure privatamente, una lettera latina diretta all'un d'essi, che si suol chiamare "l'amico fiorentino" e che dev'essere un religioso, poich Dante lo dice Padre, Padre mio. Nell'epistola  nominato anche un nipote di Dante, nipote pure dello stesso religioso, forse quel Niccol Donati che fu soccorrevole in Firenze a Gemma e ai figliuoli nel tempo della sventura.
"Dalle vostre lettere, - scrive Dante, - con la debita riverenza ed affezione ricevute, io ho con diligente considerazione e con grato animo appreso, quanto vi stia a cuore il mio ritorno alla patria; per lo che io vi sono tanto pi strettamente obbligato, quanto pi raramente accade agli esuli d'incontrar degli amici.
"Al significato di quelle pertanto rispondo; e se la risposta mia non fosse mai tale, quale la pusillanimit d'alcuno vorrebbe, affettuosamente vi prego che, prima che condannata, sia da voi considerata con pi maturo consiglio...
" egli adunque questo il glorioso modo, per cui Dante Alighieri si richiama alla patria dopo l'affanno d'un esilio quasi trilustre?  questo il merito dell'innocenza sua a ciascun manifesta? Questo or gli fruttano il largo sudore e le fatiche negli studi durate? Lungi dall'uomo familiare della filosofia questa bassezza propria d'un cuor di fango, ch'egli a guisa d'un certo Ciolo e d'altri uomini di mala fama, patisca, quasi prigioniero, venire offerto al riscatto! Lungi dall'uomo banditore di giustizia, che egli, d'ingiuria offeso, ai suoi offensori quasi a suoi benemerenti paghi il tributo!
"Non  questa la via di ritornare alla patria, o Padre mio. Ma se un'altra da voi o da altri se ne trover che la fama e l'onor di Dante non sfregi, io per quella mi metter prontamente. Che se in Fiorenza per via onorata non s'entra, io in Fiorenza non entrer giammai. E che? Non potr io da qualunque angolo della terra mirare il sole e le stelle? Non potr io sotto ogni plaga del cielo meditare le dolcissime verit, se prima non mi renda uom senza gloria, anzi d'ignominia, in faccia al popolo e alla citt di Fiorenza? N il pane, io confido, mi verr meno".
 A Verona e a Ravenna.
Il Poeta dice espressamente che molto deve a Cangrande della Scala, il potente signore di Verona. Ma quando egli fosse la seconda volta in questa citt non sappiamo con sicurezza. Forse Verona fu il suo rifugio prima di quello che doveva esser l'ultimo, Ravenna, o forse da Ravenna egli si trasferiva qualche volta col, come pare che abbia fatto nel principio del 1320, se nella chiesetta di Sant'Elena parl dell'altezza rispettiva del mare e della terra emersa, discorso che fu materia d'un suo scritto in latino.
Pare che Dante fosse solito di mandare via via a Cangrande i canti della Commedia; e rimane un'epistola, di cui  molto discussa l'autenticit, in cui il Poeta, dedicando a quel principe il Paradiso, parla lungamente del contenuto e degli intendimenti dell'opera e del suo valore allegorico.
A questa dimora presso Cangrande si deve riferire l'aneddoto che il Boccaccio racconta, delle donne di Verona, che, vedendo il poeta passare davanti a una porta, l dov'esse sedevano, si scambiarono le loro osservazioni in questa forma. L'una disse: - Vedete voi colui che va all'Inferno e torna quando a lui piace e qua su reca novelle di quelli che laggi sono? - Alla quale una di loro rispose semplicemente: - In verit tu devi dire il vero: non vedi tu com'egli ha la barba crespa e il color bruno, per lo caldo e per lo fumo che  laggi? - Le quali parole udendo egli dir dietro a s, e conoscendo che venivano da pura credenza delle donne, sorridendo alquanto, pass avanti.
Ci accadeva perch la cantica dell'Inferno era gi divulgata e la fama dell'autore ormai sparsa anche nel popolo. Che se questo fatterello non fosse avvenuto precisamente come lo riferisce il Boccaccio, esso basterebbe sempre a testimoniare della fama che Dante s'era acquistato anche presso gl'indotti, non potendo germogliare tali leggende se non nel terreno della possibilit.
Sempre secondo il Boccaccio, il Poeta nella maggiore et and alquanto curvetto. Era di statura mezzana. Aveva colorito scuro, espressione malinconica e pensosa; il volto lungo, il naso aquilino, il labbro di sopra avanzato da quello di sotto. Vestiva semplice e dignitoso e in modo conveniente all'et. Era uso di mangiare e di bere quel tanto ch' necessario alla vita, non pi. Parlava poco, e sapeva, occorrendo, essere eloquente. Era amante della solitudine; ma anche in compagnia s'astraeva talvolta nelle sue meditazioni.

Ed ecco la sua vita errabonda posare finalmente, intorno alla fine del 1317, a Ravenna, presso la marina che gi egli aveva cantata,
dove il Po discende
Per aver pace co' seguaci sui;
a Ravenna, ove, nello stesso modo che a Roma, par che mettan capo le grandi sventure in cerca di pace, come in citt che hanno anch'esse molto vissuto e sofferto; a Ravenna, gi allora piena di bellezze e di memorie, che aveva chiese dai musaici bizantini splendenti nell'oro, arche funerarie sparse per le vie e sui sagrati, il palazzo e la tomba del re goto Teodorico, il turrito castello dei signori da Polenta; e intorno alla citt i lenti canali derivati dal Po, e non lontano il mare, e sul lido deserto, per miglia e miglia, la divina foresta spessa e viva dei pini, in cui tra le dense ombre piene dello stormir delle fronde e del canto degli uccelli filtra una dolce luce. L'Alighieri andava per quella poetica solitudine, meditando una poesia nella quale le bellezze della realt che s'offriva al suo sguardo assumevano l'alata levit del sogno. Egli meditava le ascensioni del suo Paradiso e gli aleggiavano intorno le vive memorie dei gran santi ravennati, che quella terra aveva reso "fertilemente" al cielo: San Romualdo, fondatore nel secolo decimo dell'eremo di Camaldoli; San Pier Damiano, nel convento di Fonte Avellana, o nel convento di Santa Maria in Porto "sul lido adriano", o tonante nel mondo contro l'avarizia dei moderni pastori... E Dante visitava le abbazie di Classe e di Porto, o, pi lontano, sulla sinistra del Po di Primaro, il castello rovinato dei Marcab.
Per quelle vie, per quella pineta, davanti al tremolare della marina che avea veduto imperatori d'Oriente e re barbari e i moderni signori Traversari e Anastagi e Polentani, era passata, giovane e innocente, la figlia del vecchio Guido, Francesca, e l aveva incontrato per la prima volta il fatale Paolo Malatesta. Cos Dante ritrovava, coi personaggi esaltati dalla storia, le proprie creature poetiche.
Reggeva la citt dal 1316 Guido Novello da Polenta, figlio di Ostasio figlio di Guido il Vecchio, ch'era succeduto a Lamberto, fratello di Ostasio e di Francesca.
Il nuovo Guido era amante della pace e delle dotte conversazioni e, come tanti altri, pur senza segnalarsi, si dilettava di dire amorosi pensamenti e giusti affanni in versi dolci e leggiadretti.
L'esule fu accolto benevolmente da quel principe, che non poteva allora prevedere d'esser destinato a morire spodestato ed esule egli pure. Forse Giotto lavorava allora in San Francesco e in San Giovanni Evangelista; e certo v'erano in Ravenna uomini intelligenti e studiosi, che volentieri avvicinarono l'ospite omai famoso e si strinsero intorno a lui, ricevendone insegnamenti di retorica e d'arte poetica e di dignitosa vita. Maestro fu certo, Dante, a coloro che l'avvicinavano, anche se non insegn retorica volgare, come pur fu ammesso, nello Studio ravennate. Furon devoti a lui il giovine notaio fiorentino Dino Perini, il certaldese filosofo e medico Fiducio de' Milotti, Pietro Giardini di Ravenna e altri uomini di legge e giovani studiosi.
Il maggiore conforto dovette venire al Poeta dall'aver potuto chiamare a s finalmente i figliuoli: Pietro, che fu giureconsulto e doveva poi tornare a Firenze, abitare a Verona, dove la famiglia Alighieri discesa da lui s'estinse nel 1549, e morire a Treviso; Jacopo, che fu poi canonico a Verona, e la figliuola.
Il Carducci gli vede a Ravenna passar la giornata cos: la mattina attendere a qualche affare di Guido ove si richiegga un segretario eloquente; pi spesso scrivere o dettare a Jacopo alcuni dei canti sublimi; pi tardi con lui e con Pietro sedere alla povera mensa apparecchiata dalla figliuola; poi scherzare coi figlioletti di Piero, alcuno dei quali, pendendo dal petto della giovine madre, ha forse ispirato all'avo le tre stupende comparazioni infantili che infiorano gli ultimi canti del Paradiso; e nel pomeriggio, accogliere in casa alcuni giovani romagnoli, ragionando loro di poesia, spiegando forse le teoriche che avrebbero dovuto esser parte della Volgare Eloquenza. E i discepoli, fra cui alcuni erano esuli essi pure, lo accompagnavano nelle passeggiate per la triste pianura che mette alla pineta... Tramonta il sole e gli esuli guardan pensosi...
Era il 1318 e Dante lavorava al suo Paradiso, facendo dire al volgare anche le cose indicibili, quando dalla dotta Bologna, da un dotto bolognese, gli giunse un carme latino, che lo rimproverava di gittare al volgo i nobili argomenti, anzich dare la sua produzione poetica a coloro che impallidiscono sui libri. Che potranno capire gl'illetterati dell'abisso infernale e dei segreti del cielo? E gli uomini di studio sprezzano gl'idiomi volgari. Non il suo Virgilio, non altri dei grandi poeti antichi scrisse in lingua di piazza. Non voglia gittare le perle ai porci, n coprir le Muse di veste indegna. Se Dante volesse adottare il solenne verso latino, sarebbe inteso da tutti. E gi molti argomenti aspettano luce dalla sua parola. Si volga a soggetti di storia contemporanea. Egli stesso che scrive andr superbo di presentare il Poeta agli applausi degli studiosi, il capo coronato di alloro, godendone come gode il banditore degli applausi al suo capitano. Tristi tempi volgono, pieni di rumori. Dante prenda la cetra e canti, e plachi le ire. Non lasci tanta materia senza cantore. E rispondendogli amichevolmente, mostri di non aver avuto a noia la sua parola, i poveri versi, che egli, papero ardito, osa mandare a lui, cigno canoro.
Carme e invito venivano da maestro Giovanni di maestro Antonio, detto Giovanni del Virgilio forse per il culto che professava all'antico poeta, e sincero ammiratore di Dante, non ostante i suoi pregiudizi.
Dante sent la sincerit devota e affettuosa, ch'era in quei versi, e rispose.
Rispose in versi latini. E fra i due s'avvi una corrispondenza poetica, in cui la forma dell'egloga pastorale adombra concetti personali e figure del tempo. Cos il Poeta secondava sino all'ultimo quel suo gusto per il simbolo. E nulla  pi commovente, dice il d'Ovidio, di "questo vivace scambio di cortesie tra un pedante schiettamente modesto, che non ne pu pi dalla voglia di veder Dante onorato a dovere e a farsi onore nel modo che a lui e alla comune dei dotti pareva il solo regolare, e il grand'uomo, che s'abbandona ai consigli che pi si confanno alla sua ultima e innocente ambizione".
Nelle egloghe Dante prende il nome del pastore virgiliano Ttiro, e d a Giovanni quello di Mopso.
In un dolce paesaggio campestre Ttiro parla con l'amico Melibeo, ch', nella finzione, il discepolo Dino Perini.  grato a Mopso per quell'incitamento alla gloria; ma non andr a Bologna. "Non sar meglio, se mai un giorno ritorner in patria, nascondere i capelli ormai bianchi sotto la fronda dell'alloro - erano biondi un tempo! - sull'Arno?" Quando avr terminato il Poema, gli piacer coronare il capo d'alloro; e allora potr anche seguire le sue inclinazioni d'uomo dotto. Queste cose i due pastori cantavano sotto la quercia, mentre la modesta capanna cuoceva loro il farro.
La gioia di Mopso per quella risposta, e latina si palesa nell'egloga mandata da lui a Dante.  tutta un'esultanza intorno a Mopso. Ttiro sar secondo soltanto a Virgilio, anzi sar un altro Virgilio. Oh a ragione egli si lamenta di Firenze! Mopso ben comprende l'ardente suo desiderio e soffre con lui. Ma insiste perch venga a Bologna dove la benevolenza degli scolari lo circonder affettuosamente. Grandi e piccoli vogliono ammirarlo, ammirare i nuovi suoi canti e apprender gli antichi. Jola [Guido Novello] vorr permettergli di venire. Mopso lo desidera come l'uccello le selve, come le selve lo spirare di primavera. E intanto confida che la corrispondenza continuer.
Dante desiderava realmente l'incoronazione. A questo sogno allude in voce quasi di preghiera in uno degli ultimi canti del Paradiso.
Nel dicembre del 1315 era stato solennemente incoronato poeta in Padova sua patria il dotto giureconsulto e storico e poeta Albertino Mussato. Tutta Italia aveva parlato di quel giorno in cui Padova, liberata dal timore della signoria Scaligera, aveva onorato, grata e festante, il suo miglior figliuolo. Chiuse le scuole, le botteghe, le officine, tutti erano accorsi a quella festa della coltura e dell'arte; e nel palazzo del Comune, fra i pi autorevoli cittadini e la rappresentanza dell'alto clero, il capo del poeta era stato cinto d'una ghirlanda di lauro e d'edera con qualche ramoscello di mirto. Tutti i dottori presenti avevano sottoscritto l'atto della coronazione steso per man di notaio; e a suono di tromba il novello laureato, come un giorno il vittorioso console romano Duilio, era stato accompagnato solennemente alla propria dimora... Dante non era minore di Albertino. A Firenze, nel suo bel San Giovanni!...
Nella seconda egloga Dante finge la scena in Sicilia (ove la poesia pastorale ebbe anticamente il suo fiore). Alfesibeo consiglia e prega Ttiro di non partire; e Ttiro cede, sorridendo silenzioso... S'appressava la notte, e greggi e pastori, lasciate le selve, se ne tornavano al chiuso...
 La Morte.
Veramente, s, s'appressava la notte. Dante non doveva andare a Bologna, di dove qualche oscuro pericolo, cui allude nell'egloga, lo aveva tenuto lontano: forse qualche inimicizia procuratagli da' suoi inesorabili giudizi della Commedia. Egli non doveva continuare la corrispondenza col nuovo amico e forse non fece in tempo a mandare a destinazione quest'ultimo canto. Aveva cinquantasei anni. Il Paradiso era terminato, la missione era terminata, non solo in quanto noi possiamo considerare una missione la sua vita, ma in quanto egli stesso teneva l'opera propria come l'adempimento di un dovere verso gli uomini e verso la propria coscienza.
Cadeva anche il sogno dell'incoronazione.
Vent'anni dopo, il Petrarca, giovane di trenta sette anni, l'et che Dante aveva quando Firenze lo cacci, ricevette la corona d'alloro in Campidoglio per mano d'un senatore romano, indossando una veste solenne, dono d'un re; e repubbliche e principi si disputavan l'onore di fargli onore. Due secoli dopo, il signore dei due mondi, Carlo quinto, si chinava a raccattare da terra il pennello caduto a Tiziano. Altri due secoli, e l'Italia unita si stringeva tutta intorno ad Alessandro Manzoni come a un simbolo di gloria.
Per Dante vivo non vi furono onoranze terrene.
In uno degli ultimi canti del Paradiso, egli aveva pregato Beatrice beata, divenuta verit di fede, che custodisse in lui il magnifico dono che gli aveva fatto, della libert spirituale:
S che l'anima mia che fatta hai sana,
Piacente a te dal corpo si disnodi.
Ed ella
s lontana
Come parea, sorrise...
L'altra patria, quella che non fallisce, gli apriva le porte, chiamandolo "presso a Colui ch'ogni torto disgrava".
Se negli ultimi giorni, come accade, gli rifiorirono in cuore le memorie del passato lontano, forse egli si ricord d'aver cantato che morte  cosa gentile.
Guido Novello aveva mandato Dante in ambasceria alla Repubblica di Venezia, con la quale le relazioni erano tutt'altro che facili, essendo essa potentissima e desiderosa di estendersi anche dalla parte di terraferma.
Dante and, e pare che nel ritorno, in quel viaggio che durava tre giorni e si faceva per Chioggia e il delta del Po e le dune che limitavano la palude di Comacchio, nel mese di settembre, attraverso quelle terre pantanose, fosse preso dalle febbri che lo condussero a morte.
Intorno al suo letto ebbe i figliuoli, e con essi il linguaggio e i ricordi che meglio potevano confortarlo nell'ora del trapasso. E la figlia si fece poi suora nel convento dell'Uliva a Ravenna. E trascorse silenziosa e oscura la vita, mentre saliva, con la fama del Padre, quella di Beatrice Portinari, cui ella probabilmente doveva il nome, sia che l'avesse ricevuto al fonte di San Giovanni, sia ch'ella stessa l'avesse scelto con pio pensiero chiudendosi nell'abito monacale.
 Il Sepolcro.
Narra il Boccaccio che il magnanimo cavaliere Guido Novello da Polenta fece "il morto corpo di Dante di ornamenti poetici sopra uno funebre letto adornare" e portare sulle spalle dai pi solenni cittadini fino alla chiesa dei Frati Minori, "accompagnato con canti e con quello onore che a s fatto corpo degno estimava", e deporre in un'arca lapidea, nella quale ancora giaceva ai tempi del Boccaccio e giace oggi. Tornato poi Guido alla casa ove Dante era dimorato, fece, secondo il costume di Ravenna, egli stesso un ornato discorso in lode della scienza e della virt del defunto, e a consolazione degli amici che lo piangevano; disposto, se gli fossero durati lo stato e la vita, a onorarlo di tale sepoltura, che l'avrebbe reso memorabile ai futuri anche se ci non avesser fatto i meriti d'un tanto uomo. Molti solenni poeti romagnoli prepararono in versi l'iscrizione da apporre alla tomba; e fu poi scelta quella di Bernardo Canaccio, uno dei discepoli di Dante, a preferenza d'altre, fra le quali una di Giovanni del Virgilio, che rimane, come rimangono versi affettuosi di Cino e d'altri in morte dell'amico e del Poeta.
Ma intanto la signoria di Guido era stata rovesciata; e il monumentale ricordo ch'egli avrebbe innalzato al suo Poeta si rimase una pia intenzione.
Nel 1483 Bernardo Bembo, pretore a Ravenna per la Repubblica veneta, fece ridurre a cappella il sepolcreto, e ornare dall'artista Pietro Lombardi, che sull'arca antica di pietra pose un bassorilievo rappresentante l'Alighieri cinto d'alloro, il capo sorretto da una mano, in atto di leggere un libro posto sopra un leggo.
Pi tardi ancora, verso la fine del secolo XVIII, per opera del cardinale Valenti Gonzaga, la cappella ebbe la forma di tempietto sormontato da una cupola, che serba tuttavia.
Ma un destino voleva che le ossa del Poeta non potessero avere nemmeno nel sepolcro la sospirata pace. Odii ed amori si perpetuarono intorno alla sua spoglia.
Prima, essa corse pericolo d'essere dissotterrata e dispersa al vento come quella di Manfredi, per opera del cardinale francese Du Paget [del Poggetto], che gi aveva fatto ardere la "Monarchia". Da quella vendetta lo protesse, con un cavaliere fiorentino, il successore di Guido, Ostasio da Polenta.
Riconosciuta intanto la grandezza del suo figliuolo e l'iniquit della condanna che lo esiliava, Firenze, prima ancora che finisse il secolo cominciato col bando di lui, pensava di richiamarne le ceneri per dare ad esse onorevole sepoltura. Le insistenze continuarono durante la signoria medicea, con Lorenzo il Magnifico, ammiratore colto e studioso dell'Alighieri, che cerc di valersi dell'intercessione dell'ambasciatore Veneto: invano.
Assunto al pontificato il papa di casa Medici Leone X, l'Accademia medicea si rivolse ripetutamente a lui per ottenere l'intento; e gli diresse un'epistola latina, firmata, tra nomi di storici insigni e di poeti, da Michelangelo Buonarroti; il quale, riferendosi al testo della lettera, dichiarava nel suo volgare: "Io Michelagnolo scultore il medesimo a Vostra Santit supplico, offerendomi al divin Poeta fare la sepoltura sua condecente e in loco onorevole in questa citt". I messi del Papa andarono e tornarono senza aver nulla ottenuto.
E da allora (era il principio del secolo XVI) si cominci a susurrare che nel sepolcro le ossa di Dante non vi fossero pi; sebbene il tempietto continuasse ad essere meta di pellegrinaggio alla venerazione dei fedeli.
A quell'arca, cui s'era accostato devotamente Giovanni Boccaccio, vennero l'Ariosto e il Machiavelli e il Tasso; e pi tardi l'Alfieri, il Foscolo e il Leopardi. E pi tardi ancora vi vennero Pio IX, Vittorio Emanuele e Garibaldi.
Nel 1810 un manifesto, sottoscritto da una schiera "prode e cortese", della quale faceva parte Gino Capponi, aveva invitato i Fiorentini a erigere un monumento sepolcrale al Poeta, anche se non avesse dovuto accoglierne le ceneri, in quella Santa Croce ove gi posavano il Machiavelli e Michelangelo, Galileo Galilei e Vittorio Alfieri. E aveva cantato il nobile disegno la Musa d'un giovanissimo e gi grande poeta, che non vedeva altro modo di destare le itale menti dall'antico sopore se non quello di ricondurle "ai patri esempi della prisca etade". Anch'io, aveva detto il doloroso giovine, ad onorare la dolente madre
Porto quel che mi lice
E mesco all'opra vostra il canto mio.
Della risorta memoria esulta lo spirito di Dante, non per s, ma per noi, continuava Giacomo Leopardi. Ed augurava che l'altissimo subbietto ispirasse una grande opera d'arte.
Una grande opera d'arte non fu; ma in ogni modo il cenotafio o sepolcro onorario inaugurato a Dante in Santa Croce di Firenze il 24 marzo 1830 veniva a ricordare la presenza del Poeta fra i numi della patria nel tempo della ridestata italianit.
Avvicinandosi poi la ricorrenza del sesto centenario della nascita di Dante, che l'Italia risorta si apprestava a celebrare con la solennit d'un rito, la citt natale di Dante ridomand la restituzione del suo gran figlio alla citt sorella: e il Municipio di Ravenna ricus un'ultima volta, rispondendo tra altre ragioni questa capitale: - "Il deposito delle sacre ossa di Dante in Ravenna non pu, pei destini felicemente mutati d'Italia, considerarsi come perpetuazione d'esilio, una essendo la legge che raccoglie con duraturo vincolo tutte le citt italiane".
Voleva la sorte che fosse serbato all'anno stesso di quel felice centenario anche il ritrovamento delle reliquie del nostro Poeta. Che esse veramente non riposavano pi nell'arca lapidea di Guido Novello.
Si lavorava il 27 maggio 1865 alla tomba di Dante, e in quei pressi alla cappella detta di Braccioforte, quando, nell'abbattere i mattoni d'una porta murata, il piccone urt contro una cassetta di legno, della quale per l'urto cadde la tavola anteriore, lasciando scivolar fuori alcune ossa. Sul fondo della cassetta rimase allo scoperto una iscrizione datata del 1677, in cui un frate Antonio Santi attestava esser quelle le ossa di Dante. I fedeli francescani, custodi del sepolcro, le avevan dunque trafugate per serbarle a Ravenna, allora che le aveva richieste Leone X: e di quando in quando se n'era fatta poi, come dal Santi, la ricognizione. Il trafugamento era stato operato dalla parte interna del portico cui il tempietto aderisce. Si trovarono le tracce dei fori. E anche si verific che nell'arca v'erano, tra vizze foglie d'alloro, soltanto alcune piccole falangi, di che infatti lo scheletro della cassetta fu trovato mancante.
Le ossa allora, a documento della ricomposizione e a tranquillit del popolo furono esposte pubblicamente: e fu un pio pellegrinaggio a vederle, da ogni parte d'Italia, specie di Toscana e di Romagna. E quella riapparizione sembr avere veramente del provvidenziale, in quelle circostanze, e proprio nel ritornante maggio natale del Poeta.
La cassetta d'Antonio Santi e l'urna di cristallo in cui il corpo fu esposto si serbano nella biblioteca di Classe a Ravenna. E la spoglia riposa finalmente e definitivamente nella sua arca lapidea.
Se all'ombra sdegnosa del Poeta saranno stati causa d'indignazione il suono delle discordie echeggianti di quando in quando intorno al tempietto, e i segni della vanit con cui altri, col pretesto d'onorar lui, faceva innanzi il proprio piccolo nome; essa dovette placarsi quando vennero al suo sepolcro gli spiriti magni che fecero l'Italia; e pi tardi quando i Fiorentini, riuniti finalmente alla Madre, appesero nel tempietto la loro bella lampada votiva; e Triestini, Istriani, Goriziani e Dalmati fecero dono dell'ampolla destinata a fornir l'olio alla lampada di Firenze: ampolla fusa nell'argento raccolto da offerte di ricche collane e d'umili anellini e crocelline... "L'olio luce, - diceva l'iscrizione con parole di San Bernardo: - "l'olio luce, alimenta la fiamma". E l'ampolla era sorretta da una colonna di marmo scavato nelle vietate Alpi Giulie, ed era coronata da una corona donata da Fiume. E un poeta gentile triestino cantava che l'anfora era scolpita coi battiti del cuore. E un altro triestino, cultore dell'aureo trecento, Attilio Hortis, nella cerimonia dell'offerta, in presenza delle rappresentanze dell'Italia redenta e della irredenta diceva degne parole. Era il 23 settembre 1908. Dieci anni dopo l'Italia rovesciava l'impero Austro-Ungarico e i fratelli irredenti tornavano essi pure alla Madre.
Ma forse Dante da Ravenna spinge ancora lo sguardo attraverso l'Adriatico in fondo al Quarnaro: e ancora aspetta.
 Leggende e aneddoti.
Si narrarono e si narrano intorno a Dante fatti e fatterelli e facezie che costituiscono, non una vera e propria e seguta leggenda, quale difficilmente poteva formarsi nell'et colta che fu dopo la morte del Poeta; bens piuttosto quella che si pu chiamare col Passerini "leggenda in formazione", o "frammenti" di leggenda.
Col Boccaccio cominciano le narrazioni di fatti che siamo soliti di chiamar leggendari.
Prima ancora del suo stesso apparire nel mondo, si fa incontro al Poeta il presagio della sua grandezza nel sogno profetico che avrebbe avuto madonna Bella, quando vide il figliuolo cibarsi soltanto di bacche d'alloro e d'acqua pura, e divenir cultore d'allori, e trasformarsi poi in pavone con le splendide penne dai cento occhi.
Ai compagni di parte, allorch volevano eleggerlo ambasciatore a papa Bonifazio, Dante (sempre secondo il Boccaccio) avrebbe risposto con la famosa frase: - S'io vado, chi resta? S'io resto, chi va? -
Dalla medesima fonte abbiamo la notizia del ritrovamento, prima, dei primi sette canti dell'Inferno, poi dei tredici ultimi canti del Paradiso.
A Firenze, tra le carte di Dante da pochi anni esule, sarebbe stato rinvenuto il manoscritto del principio dell'Inferno, e mandato a Moroello Malaspina presso il quale il Poeta dimorava; e il Poeta avrebbe allora ripreso l'interrotto lavoro, lasciando traccia di questa ripresa nel principio del canto ottavo: "Io dico seguitando"....
Quando poi il Poeta venne a morte, non eran noti ancora ad alcuno gli ultimi canti dell'ultima cantica; e non si trovarono, e si temettero irremissibilmente perduti: e gi v'era chi insisteva presso i figliuoli, affinch provvedessero essi a condurre a termine l'opera paterna; quando a Jacopo, che "in ci era molto pi che l'altro fervente", apparve in sogno il padre, vestito di candidissimi vestimenti e splendente di una luce non usata, il quale, presolo per mano, lo guid nella camera ov'era stato solito di dormire, e, toccando una parete, gl'indic che ivi erano (come furon poi infatti trovate dietro una stuoia confitta al muro) le pagine su cui la sua stanca mano era caduta.
N lo spirito del Poeta pare si stancasse di vigilare dal cielo le cose proprie. Narra Angelo Bargoni nelle sue Memorie, che, essendo egli ministro dell'Istruzione nel 1869, un inglese lo preg, in seguito a rivelazione direttamente avuta da Dante, di lasciargli fare delle ricerche per rintracciare un ritratto dantesco in Santa Maria del Fiore: e ottenuto il permesso, cerc e rinvenne il ritratto.
Volentieri Franco Sacchetti ricorda nelle sue novelle "l'eccellentissimo poeta volgare, la cui fama in perpetuo non verr meno, Dante Alighieri fiorentino", facendolo protagonista di aneddoti, dei quali per alcuni si trovan riferiti anche da altri e a proposito d'altri; come quello dell'asinaio, che cantava il Dante andando dietro il suo carro della spazzatura: e intercalava al canto degli - arri - a sollecitar l'asino; per la qual cosa Dante lo colp sulle spalle, dicendogli: "codest' - arri - non vi misi io".
Passando Dante un'altra volta da Porta San Piero, ud un fabbro cantare il suo libro e "tramestare i versi suoi smozzicando e appiccando, che parea a Dante ricever di quello grandissima ingiuria": non dice nulla, ma piglia il martello e gettalo per la via, piglia le tenaglie e getta per la via, e cos gett molti ferramenti; e al fabbro che si rivoltava furibondo disse: - Se non vuoi ch'io guasti le cose tue, non guastare le mie... "Tu canti il libro e non le di' come io lo feci: io non ho altr'arte e tu me la guasti". Da quel giorno il fabbro, se volle cantare, cant di Tristano e di Lancilotto e lasci stare il Dante.
Dai quali due fatterelli, se appare che presso l'universale Dante non era tenuto per un modello di pazienza e di sopportazione, pu anche trarsi la conclusione che l'opera di Dante era notissima anche tra il volgo; n poteva trattarsi, essendo il Poeta ancora in Firenze, della Commedia. Per la quale invece, e precisamente per l'Inferno, era segnato a dito in Verona dalle donnicciuole che sul volto di lui scoprivan le tracce dei disagi d'una s paurosa esplorazione.
Il caso del fabbro sarebbe accaduto mentre Dante andava dall'esecutore di giustizia a fargli una raccomandazione per quel superbo Filippo degli Adimari, detto Filippo Argenti, che di ci l'aveva pregato. Ora, Dante and dall'esecutore e gli fece la raccomandazione in questa forma: - Voi avete dinanzi alla vostra corte il tale cavaliere per il tale delitto: io ve lo raccomando, quantunque egli tenga modi tali, che meriterebbe maggior pena: infatti usurpa ci che appartiene al Comune, perch quando cavalca per la citt, va con le gambe s aperte, che chi lo scontra conviene si torni addietro. Or ecco, io ve lo raccomando. - Essendo poi l'Adimari condannato per tutte e due le ragioni n egli n i suoi dimenticaron mai la raccomandazione di Dante: e fu questa, commenta il Sacchetti, la principale cagione della cacciata dell'Alighieri da Firenze.
La fama del Poeta divenne tale, che si pens a lui, pare, per ottenerne opere di magia. E, secondo il Sacchetti, mastro Antonio da Ferrara (Antonio Beccari) a Ravenna, dopo aver perduto al gioco, tolse i ceri che ardevano dinanzi al Crocifisso nella cappella di Braccioforte, e li port al sepolcro di Dante; giustificando l'atto sacrilego con l'ammirazione per quel mortale che aveva fatto opera divina: "e a lui quinci innanzi mi voglio raccomandare".
Lui vivo, del resto, accorrevano, si disse, le genti ad ascoltare la sua parola; ma una volta ch'egli sostenne di dovere a s stesso la dottrina per cui andava famoso, Dio gli confuse la mente dinanzi agli uditori.
Altre leggende riferiscono motti pi o meno spiritosi che il Poeta avrebbe pronunziati essendo a questa o a quella corte; e ce lo mostrano presso i signori suoi ospiti (avrebbe anche dato a Can della Scala delle superbe e pungenti risposte); e talora lo avvicinano a cortigiani e buffoni di corte, trista e forzata compagnia nelle miserie della vita d'esilio.
Quanto al malanimo che pot suscitargli contro la inesorabile severit con la quale biasim la corruzione dei frati, possiamo averne un'idea dalla leggenda del Credo o professione di fede, che Dante avrebbe scritto per difendersi dall'accusa d'eresia mossagli dai francescani, indignati per le parole del canto XII del Paradiso. Dante dunque avrebbe detto all'Inquisitore: - Datemi termine fino a domattina, ed io vi dar per scritto come io credo Iddio. - E vegli tutta la notte, e in una lunga serie di terzine dichiar la sua fede con preghiere a Dio e alla Vergine. N l'Inquisitore n altri dodici teologi trovaron nulla a ridire in quella scrittura, di modo che Dante fu licenziato e gli accusatori scornati.
Il Credo, che rimane, sarebbe invece opera di Antonio da Ferrara.
Chi volle divertirsi a raccogliere le stravaganze scritte sul conto del Poeta si trov fra mano una msse quanto mai rigogliosa.
A Dante furon tolte delle opere: il Convivio pass a Jacopo Alighieri, il De Vulgari Eloquentia a Torquato Tasso, l'XI canto dell'Inferno a un ignoto, che avrebbe fatto diventar 34 i canti che nella prima cantica erano 33 come nelle due successive.
In compenso, gli furon regalati versi altrui, come quelli di Sennuccio e di Cino in morte d'Arrigo VII; come gli fu regalata l'iscrizione sulla tomba dell'Imperatore, scritta quasi due secoli dopo.
Egli fu precursore di Lutero, anticip scoperte scientifiche moderne, fu massone e socialista, senza dire che fu un autentico tedesco, tedesco di nome e di lineamenti, d'ingegno e d'idealit.
Fra le leggende, resteran sempre le pi poetiche e le pi care al nostro cuore quelle, per le quali il Poeta apparve da per tutto sui nostri monti e lungo le nostre marine; visit il castello dei Castelbarco sul poggio di Lizzana in val d'Adige, risal la valle fin oltre Rovereto, facendo dipingere un Inferno nella chiesetta di Volano; abit un anno in Friuli; s'addentr nella grotta di Tolmino che gli abitanti chiamano ancora "grotta di Dante" e tal nome serba anche in lingua slovena; fu ospite della Badia benedettina di San Michele in Monte in vista di Pola e del sepolcreto di Prato Grande; preg nella chiesetta di Polenta fra Bertinoro e Cesena: sal alla cascata di Acquacheta presso l'alpe di San Benedetto, detta poi cascata di Dante, e pose l presso egli medesimo un'iscrizione; fu in Umbria, ospite dei monaci di Fonte Avellana, e a Gubbio, ove si mostra la casa che l'accolse e in cui si vuole insegnasse a nobili giovinetti il francese e anche il greco; e da Gubbio fu al castello di Colmollaro, ispirandosi al canto lungo il corso della Saonda.
Un sasso di Dante  presso la casa dov'egli nacque; uno scoglio di Dante  presso Duino oltre l'Isonzo; una sedia su cui Dante sedette si mostra in uno dei castelli dei conti Guidi in Casentino; un'altra "sedia di Dante" si trova nei pressi del fiume Tolmina: e l, nella pace del bel paesaggio, egli avrebbe scritto un trattato sulla natura dei pesci.
E fu mai Dante al monastero di Santa Croce del Corvo, dei monaci Pulsanti di San Benedetto, sul pendio del monte Caprione presso le foci della Magra? I pi dei nostri studiosi rifiutano di credere all'autenticit d'una lettera che sarebbe stata scritta da un frate Ilaro di quel monastero a Uguccione della Faggiuola, e che contiene una molto interessante narrazione del passaggio di Dante dal convento. Il grande pellegrino toccava quella terra per andare oltremonti; e al frate che gli chiedeva che cosa cercasse, rispose - pace. - Parlarono insieme, e il monaco seppe esser quello il Poeta del quale gli era giunta all'orecchio la fama. Il visitatore, trattosi di seno un libretto, lo offerse al monaco per sua memoria. Ilaro, gettato lo sguardo su quelle pagine, espresse a Dante il suo stupore perch pensieri tanto sublimi potessero essere stati espressi nella lingua del volgo. Dante rispose che veramente egli avea pensato sulle prime di scrivere in latino; ma poi, considerate le condizioni dell'et presente, aveva preferito l'uso moderno a fine d'essere inteso. E ancora preg l'ospite di mandar l'opera a Uguccione della Faggiuola; al quale infatti, col testo di Dante, la lettera d'Ilaro sarebbe diretta. Si tratta del testo dell'Inferno. La seconda parte del Poema, dice sempre la lettera,  diretta al marchese Moroello, la terza a Federico re di Sicilia.
Forse l'epistola di frate Ilaro  nata dalla voce del viaggio di Dante per quelle terre? Forse il Poeta pass di l poco dopo la morte d'Arrigo, al tempo in cui Uguccione era potente nella citt di Pisa?
Difensori valorosi dell'epistola d'Ilaro vi sono ancora. Una lapide ricorda, l dove sono le rovine dell'antico convento, il passaggio del nostro Poeta...
Dante, del resto, asserendo d'essere stato peregrino "per le parti quasi tutte alle quali questa lingua si stende", par giustificare e incoraggiare ogni supposizione intorno a' suoi viaggi in Italia. E ci tornano in mente le parole di Attilio Hortis: "Storia o leggenda, se leggenda fu, diviene storia, pi che incisa nei marmi, rinnovellante viva nei cuori".
Ai personaggi stessi cantati da Dante giunge un raggio delle belle immaginazioni che cingono il suo nome.
E un "cipresso di Francesca" sorge solitario sovra un colle presso le rovine del castello dei Polentani, e ancora ispira la poesia dei ricordi. "Forse Francesca tempr qui li ardenti - occhi al sorriso?".
 LA COMMEDIA
 Dalla Vita Nuova alla Commedia.
Dante aveva chiuso la Vita Nuova accennando a una mirabile visione, dopo la quale risolvette di non dir pi di Beatrice se non quando potesse dirne pi degnamente. "S che, se piacere sar di colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, spero di dicer di lei quello che mai non fu detto d'alcuna".
La vita di Dante dur appunto il numero d'anni necessario a questa celebrazione unica della sua donna.
Ma che cosa gli era apparso nella mirabile visione che l'aveva indotto all'alto proponimento?
Fu forse quella visione la stessa che poi egli descrisse nella Commedia trasportandola dal 1292 circa, in cui l'ebbe, al 1300? Fu, ampliata o modificata, quella cui par che accenni nella canzone alle donne che hanno intelletto d'amore, dicendo che un giorno si vanter coi dannati d'aver visto in terra colei che i beati desideravan seco nel cielo? O fu il momento saliente del Poema, allorch la sua donna gli appare gloriosa,
Nel trono che i suoi merti le sortiro?
Il Poeta gitt fra le due opere quelle parole finali del suo libretto, come un aereo ponte che le congiunge idealmente; ma non si cur di saldarlo altrimenti alla realt con dati storici positivi. Egli stesso non avrebbe forse potuto rintracciare con precisione il primo determinarsi della ispirazione, quando nel gran disegno erano ancora recessi pieni d'ombra sui quali spaziava incerta la fantasia; e mentre sulla materia che s'andava plasmando, i casi della vita versavano ogni giorno nuova materia incandescente: errori e dolori, turbamenti e amarezze, slanci eroici verso il bene individuale e il bene di tutti: pensieri e sentimenti che del giovine sospiroso nella camera delle lagrime per il negato saluto fecero il poeta del mondo.
Congiunti idealmente, son pur tanto distanti, la Vita Nuova e il Poema!
La forma della visione, dal vestire le prime "gracili" allegorie passa ad abbracciare una delle pi grandiose concezioni della mente umana. Dalla stessa Musa che pareva cantare su poche delicate corde, esce la solenne polifonia della Divina Commedia. Il gentile artefice di sonetti e di canzoni, che nel libello faceva umilmente succedere caso a caso secondo l'ordine nel tempo, con un "avvenne poi", "un giorno avvenne", "appresso questa visione", "appresso la nuova trasfigurazione", "avvenne poi che", imponeva nel Poema al proprio genio leggi nuove e complesse e varie, e spaziava liberamente nella storia, dal tempo delle favole antiche a quello della sua vita.
Nell'opera giovanile un'ingenua compiacenza guidava l'autore a citare i suoi maestri e a riunire tutti i loro nomi in un capitolo. Ma il Poema sar pervaso tutto da una sapienza attinta alla pi ricca coltura che concedesse il Medio evo, pagana e cristiana, biblica e popolare, realistica e mistica, in latino e nei volgari romanzi, originale e di compilazione. E la padronanza d'un pi ricco linguaggio permetter al Poeta di dire con sicurezza ogni cosa. Cielo e terra concorreranno, lo dir egli stesso, a formare la sua opera ed egli ne sar per pi anni macro; e vi metter ogni aspetto della sua anima.
La forza dei grandi sentimenti non d solo l'ispirazione poetica, ma il coraggio d'osare i gran disegni e di sostenere per essi fami e veglie. L'anima piena  quella che trabocca nei rivi della poesia. Dante credeva ed amava; Beatrice gli regnava in cuore con la puntura della rimembranza, aspettando l'adempimento della promessa. In mezzo ai traviamenti dell'uomo sopravviveva acceso quel lume interno; perch l'ansia di bene dello spirito vigila anche quando non vince. Tutto il Poema  un canto d'aspirazione al divino. E una delle creazioni pi intensamente umane che Dante presenti alla nostra commossa ammirazione  appunto la donna pura, dimenticata ed offesa, che, guidata da Amore, va piangendo a supplicare, non un angelo o un santo, ma l'antico poeta pagano che Dante amava, perch salvi col suo parlare onesto l'uomo sensibile al fascino della bella parola, e in quel momento sensibile forse soltanto a quello.
La Beatrice della Vita Nuova  nella Commedia assunta ad altissimo simbolo. Ma nell'una e nell'altra opera essa  per noi quella che fu nell'anima del suo Poeta. Noi conosciamo la Beatrice foggiata dal cuore e dalla mente di Dante.  Dante che la manda a cercar di Virgilio. Essa  creatura poetica sua. Essa diventa la motrice del Poema perch cos vuole il suo Poeta. Ma le ragioni del Poema son tante e il Poema sarebbe stato, in altra forma e per altre vie poetiche, anche senza Beatrice. Incontrata da Dante sulla soglia della vita, ella ebbe la fortuna d'aver su lui un'efficacia benefica e di ricevere per il beneficio un premio immortale.
Beatrice  motrice del Poema come della Vita Nuova. Ma il vero protagonista di quell'opera come di questa  Dante: Dante, che opera e parla, interroga e risponde, si sdegna e si placa, rampogna e ammira, condanna e salva, si pente e si purifica, prega e si esalta, riempie il mondo dei morti dei propri gusti, delle proprie persuasioni, della propria irrompente natura.
Per questo la Commedia, a differenza dell'Iliade e dell'Eneide, in cui il protagonista  altro personaggio dall'autore,  tanto ricca d'elementi lirici; mentre per l'andamento narrativo e per la grandezza dei fatti che vi si espongono, e per la pittura dei costumi che vi si fa, avrebbe fondamento epico; per lo svolgimento della passione e per la rapidit e efficacia della sceneggiatura volta a volta tragica e comica, partecipa della drammatica; e per l'altissimo fine, la severit morale, la frequenza della satira,  opera insegnativa.
Come tutte le creazioni del genio, la Commedia ha un'impronta sua, che non la lascia inquadrare nei soliti schemi tradizionali, trovati dai rtori esaminando le manifestazioni dell'ingegno presso i classici, e poi mantenute per comodo di classificazione e di denominazione. La materia poetica foggia a s stessa la propria forma, la quale nelle opere grandi, e quindi sincere, non pu essere che quella, com' quella la mente che le produce.
Cos il Poeta si foggi il metro, ch' una felice modificazione della strofe del serventese popolare: la terzina incatenata d'endecasillabi, o terza rima, nella quale il primo verso rima col terzo, e il secondo col primo e col terzo della terzina seguente: periodo ritmico breve, ma che, per l'allacciarsi dell'una strofe con la successiva, rende possibile il pi ampio respiro.
Di queste strofe di tre versi sono costituiti i canti, i quali terminano sempre col verso iniziale d'una terzina incompiuta, verso che bacia il secondo della strofe finale.
Trentatre sono i canti per ciascuna cantica, il primo potendo considerarsi come un canto d'introduzione.
I versi della Commedia sommano a poco pi di quattordicimiladuecento. Canto e cantica sono denominazioni dantesche. E le cantiche son tre, Inferno, Purgatorio, Paradiso. Tre, numero della Trinit,  numero perfetto, e perfetto  pure, sappiamo, il nove, quadrato di tre, numero che domina anche le particolari ripartizioni dei tre regni dei morti. E i canti, tutti press'a poco della stessa lunghezza, tutti insieme son cento, numero pure perfetto; come i cieli son nove, ma cinti da un decimo di pura luce. Ogni cantica finisce con la parola stelle, quasi luminoso punto fermo.
Stranezza, per noi, questo insistere del Poeta sugli stessi numeri, questa importanza data a certe coincidenze. Il Carducci la chiama cabala. Ma, dice, questa cabala fu per Dante quello che Dante stesso chiam "il fren dell'arte". Essa chiuse, cio, in una cornice di disegno matematico una materia immensamente varia e le impose proporzione, e fece che l'autore potesse dominarla anzich esserne dominato. Con questa cabala il Poeta padroneggia la sua materia come gli artisti dei grandi edifizi padroneggiano lo spazio, con sapiente armonia delle parti, in modo che l'osservatore avverte la bellezza dell'insieme e non sa determinare ove sia. La perfetta proporzione  come la perfetta semplicit, cio una virt in cui l'occhio riposa e che non si rivela con sicurezza se non quando la si confronti con la sproporzione, come la semplicit con l'affettazione o con la negligenza.
Le evidenti simmetrie della cabala dantesca non devono per indurci a cercarne ovunque, e quindi anche dove non sono.
E perch Commedia?
Tragico e comico sono per Dante denominazioni che riguardano la maggiore o minore altezza del soggetto e dello stile. Perci l'Eneide  per lui un'"alta tragedia", e l'opera propria  una commedia, anzi "comeda", perch tratta di materia non sempre elevata ed  quindi scritta in stile mezzano.
E quell'epiteto di Divina?
Esso non  di Dante. Fu attribuito all'opera per la prima volta dal Boccaccio circa il 1366; e sebbene a Dante o all'opera sua fosse poi anche da altri nel secolo XV aggiunta quell'alta lode, la definitiva consacrazione del nuovo titolo si dovette all'edizione del Poema curata da Ludovico Dolce, coi tipi dello stampatore Giolito a Venezia nel 1555. Quell'epiteto fu una dichiarazione di eccellenza, accettata poi dalle persone colte e dal popolo senza contrasto.
 Il tema.
Non c' popolo, non c' mitologia o libro sacro o tradizione rispecchiante la fede d'una gente, non c' filosofo e nemmeno uomo uso a riflettere, che non si sia posto una volta il quesito di ci che sar di noi dopo la morte, e non ne abbia sentito il fascino e l'importanza.
"Intra tutte le bestialitadi quella  stoltissima e vilissima, - esclamava Dante nel Convivio, - chi crede dopo questa vita altra vita non essere; perci che, se noi rivolgiamo tutte le scritture, s dei filosofi come degli altri savi scrittori, tutti concordano in questo, che in noi sia parte alcuna perpetuale. E questo massimamente par volere Aristotile...; questo par volere Tullio [Cicerone]; questo par volere ciascun poeta che secondo la fede dei gentili hanno parlato; questo vuole ciascuna legge [religiosa], Giudei, Saracini e Tartari, e qualunque altri vivono secondo alcuna ragione".
Greci e Romani lasciarono sulla sopravvivenza delle anime teorie ed episodi in pagine di grande bellezza.
Ma Dante attinse, fra gli antichi, sopra tutto al suo Virgilio.
Quando leggiamo i nomi e i caratteri delle localit e delle figure d'oltre tomba ch'egli tolse dal Paganesimo, attraverso principalmente all'Eneide, ci maravigliamo della forza di vita che serbano nei secoli quelle antiche finzioni, e insieme pu apparirci strano che il Poeta, in una rappresentazione di carattere tutto cristiano, introduca tanti elementi attinti alla favola, anche se improntati dall'arte.
Ma quelle localit e quelle figure e i loro caratteri son quasi la decorazione, la parte esterna del grande edifizio dantesco, non ne sono lo spirito. Tutti questi ministri della giustizia divina nell'Inferno son simboli in cui  entrato un nuovo pensiero, e bench esercitino un potere nella cerchia loro assegnata, son dominati da una volont superiore cui non possono sottrarsi e da cui il loro limitato potere dipende: sono, in certo modo, a servizio del Dio dei Cristiani.
Le figurazioni pagane erano state anche derise nei primi tempi del Cristianesimo, quando degli dei erano stati fatti altrettanti demoni. E le tentazioni dei pii eremiti assumevano spesso forma sensibile di centauri, di satiri, di altri mostri dell'antica fantasia. Arpie, chimere, furono introdotte nell'Inferno anche da oscuri rimatori che conoscevano Virgilio.
Ma le creazioni della mitologia non vennero sempre ridotte a larve diaboliche. Si scoperse in esse anche un significato riposto, che poteva convenire agli scopi educativi dell'arte.
"Di falsi e bugiardi", li chiama Dante. Ma Dante stesso nel Convivio, parlando delle "sustanzie separate da materia, cio intelligenze, le quali la volgar gente chiama angeli", e che muovono i cieli, cita Platone, "uomo eccellentissimo", che ammise "non solamente tante intelligenze quanti sono li movimenti del cielo, ma eziandio quante sono le spezie delle cose", e tali intelligenze chiama Idee. "Li gentili le chiamavano di o dee... e adoravan le loro immagini, e facevan loro grandissimi templi, siccome a Giuno, la quale dissero dea di potenza, siccome a Vulcano, lo quale dissero dio del fuoco... Le quali cos fatte opinioni manifesta la testimonianza de' poeti".
L'invocazione alle Muse, ispiratrici del canto, non pare rispondere in Dante soltanto a una consuetudine imitata per artificio. Al principio d'ogni cantica, e quando le difficolt si fanno pi ardue, egli rinnova quell'invocazione. E nel Paradiso non gli basta quel soccorso: egli supplica anche Apollo e Minerva; e gli pare che accolgano la sua preghiera:
Minerva spira e condcemi Apollo,
E nove Muse mi dimostran l'Orse.
E veramente le divinit dell'antico Olimpo paiono qui prestar solo il nome all'aiuto soprannaturale nel quale Dante credeva.
"Sommo Giove", chiama egli Cristo in un passo famoso del Purgatorio. E vedremo un saggio pagano custodire il Purgatorio, e due pagani, per dono della grazia, santificati in Paradiso.
Un pagano , dopo Dante e Beatrice, la figura pi saliente del Poema: certo, dopo Dante, la pi umana fra tutte e la pi vicina all'animo del lettore.
Ma col Cristianesimo soltanto "si forma quella lunga serie di scritture, quell'ampio ciclo leggendario che fa capo alla Divina Commedia".
Molti furono nel Medio evo che narrarono d'avere avuto in visione la rivelazione dell'invisibile. E molte decine di visioni furono rintracciate dai nostri studiosi e da studiosi stranieri e pubblicate, specialmente per indagarvi le fonti del divino Poema; e sempre si vengono scoprendo nuove fonti, anche giudaiche e arabe. Dante dovette certo conoscer molte di quelle scritture, e molte anche che noi ignoriamo; come probabilmente tra le scoperte da noi ve ne saranno che Dante ignor. A non parlare dell'enorme distanza di valore fra tante informi e ingenue narrazioni e l'opera dantesca, non  a credere che talune somiglianze nei particolari significhino sempre imitazione diretta che il Poeta facesse da un dato modello. Molte volte una somiglianza pu esser casuale fra essenziali dissomiglianze, o l'oscuro autore e il Poeta possono avere attinto a una fonte comune o da elementi tradizionali, che erano, come si dice, "nell'aria", che tutti conoscevano e nessuno aveva detto per primo. Il tema stesso era "nell'aria".
Certo, l'opera d'arte, bench talora ci appaia cosa quasi divina,  opera umana, e come tale non  creata dal nulla. Elementi imponderabili entrano nelle composizioni dei grandi, di cui essi stessi non saprebbero sempre raccapezzare le origini. Nello studio degli ispiratori, anche pedestri e greggi, si possono scoprire dati e ragioni che gettano fasci di luce sopra i segreti del genio, E questo, da composizioni povere d'arte trae concetti che vivifica con tocco magico: nel qual tocco sta appunto la vera originalit.
La letteratura medievale, per tanta parte anonima, rimaneggiata, travestita, di compilazione, con elementi passati da un componimento all'altro, o ripetuti a voce, pareva dominio di tutti. Anche se attingeva consapevolmente a quelle scritture, il Poeta non poteva sentirsi obbligato a citarle, come non avrebbe pensato a citare il mondo stesso in cui viveva, o i rozzi dipinti dell'Inferno nelle chiese e nei cimiteri, o quello spettacolo pubblico di cui parla il Villani, che si fece al ponte alla Carraia, con palchi di legno sui quali si affollarono gli spettatori a vedere l'Inferno e il Paradiso; e i palchi rovinarono, e molti andarono al mondo di l a verificare le cose che avevano vedute...
Si pu concludere col D'Ancona, che "la Divina Commedia era gi in embrione e in abbozzo, prima che la mano di Dante le desse forma propria e imperitura nel suo Poema".
 Alcune Visioni.
Il D'Ancona distingue le visioni medievali precedenti la Commedia in tre categorie: delle contemplative, delle politiche e delle poetiche.
Le prime son frutto, da principio, della fantasia d'ingenui monaci, senza determinatezza di contorni, brevi, piene di maraviglie e di goffaggini; ma pi tardi hanno maggior precisione e coerenza: "ecco le sedi dell'eterna e temporanea dimora delle anime meglio configurarsi e stabilirsi in un ordine di pene e di premi che, lievemente modificandosi, rimarr nella coscienza dei fedeli e nella tradizione dei volghi". Queste furono "meri abbozzi e lontani prenunziamenti del poema dantesco, che presso i credenti ebbero allora tanta accoglienza, quanta presso gli uomini educati al culto dell'arte ottenne pi tardi la Divina Commedia".
Visite al regno dei morti sono descritte nella visione di San Paolo, del secolo IX, nata forse dalle parole di San Paolo nella seconda epistola ai Corinzi, in cui racconta di essere stato rapito al terzo cielo [terzo cielo nel senso di Paradiso, come nel vecchio Testamento], nel viaggio dell'irlandese Brandano (secolo XI), nelle leggende pure irlandesi di Tundalo (secolo XII) e del purgatorio di San Patrizio, nella visione italiana di Alberico, frate benedettino, che ebbe la rivelazione a dieci anni, durante un'infermit. In quest'ultima narrazione si trova qualche bagliore d'arte e qualche somiglianza con certi particolari danteschi, che possono lasciar credere a una conoscenza che Dante ne avesse. Anche quella di Tundalo egli dovette conoscere.
Il D'Ancona chiama visioni politiche altre che sono meno ingenue e meno sincere e nascondono uno scopo polemico. Per esse "gli abissi si popolano di coloro che peccarono, anzich contro Dio, contro il Pontefice o il presule; e nel paradiso abbondano, pi che i confessori o i martiri, quanti arricchirono il clero, e ne furono devoti e mansueti servitori".
La visione poetica  il campo dei laici, pei quali essa diviene una finzione; e il primo lavoro del genere ch'era destinato a tanta gloria,  il Tesoretto di Brunetto Latini.
Quand'egli descrive, per esempio, ispirandosi alla Bibbia, i fiumi del Paradiso terrestre, s'esprime in questa forma:
Io vidi apertamente
Come fosse presente,
Li fiumi principali
Che son quattro, li quali
Secondo lo mio avviso
Movon dal Paradiso:
Ci son Tigris, Fison,
Eufrates e Geon.
L'un se ne passa a destra,
L'altro ver la sinestra,
Lo terzo corre in quae,
Lo quarto va in lae...
Dove si vede che le rime di Ser Brunetto non erano sempre peregrine, e lasciavano qualche margine all'arte di maggior maestro!
A mostrare ancora la rozzezza delle concezioni precedenti la Commedia, e insieme certa rude efficacia delle invenzioni popolari, ecco tradotto in italiano moderno un passo del poemetto dialettale di Giacomino da Verona.
"Non fu mai visto in nessun tempo, -  narrato nella Babilonia Infernale, - un luogo tanto puzzolento, che si sente di lontano mille miglia, e pi la puzza e il fetore che esce da quel pozzo. E l sono molte bisce e ramarri, rospi e serpenti, vipere e basilischi e dragoni mordenti, con lingua e denti che tagliano pi che rasoi, e che mangiano tutto il tempo e sempre hanno fame. E l sono demoni con grandi bastoni, che spezzan loro le ossa, le spalle, i fianchi; i quali son cento volte pi neri del carbone, se non mentono i detti dei santi sermoni. Quella crudele compagnia ha cos orribile aspetto, che sarebbe pi piacevole essere scopati con spine da Roma fin nella Spagna, piuttosto di incontrarne uno solo nella campagna; che gettano continuamente la sera e la mattina un orribile fuoco dalla bocca. Hanno la testa cornuta e le mani pelose e urlano come lupi e abbaiano come cani. Ma quando l'uomo  l, essi l'hanno in bala, lo mettono in un'acqua tanto fredda che un giorno gli pare un anno, secondo la scrittura, prima di metterlo in luogo di calore. E quando  al caldo, egli vorrebbe essere al freddo, tanto quello gli par duro, fiero, forte e agresto: per modo che egli non  mai libero n tosto n poi da pianto e miseria e gran pena.
Stando in quel tormento, gli vien sopra un cuoco:  Belzeb, dei peggiori del luogo, che lo mette a arrostire come un bel porco, al fuoco, in un gran spiedo di ferro, per farlo tosto cuocere. E poi prende acqua e sale e fuliggine, e vino e fiele e forte aceto e tossico e veleno e ne fa un manicaretto, che il re divino ne guardi ogni cristiano, e lo trasmette per gran dono al re dell'Inferno. E Satanasso lo assaggia e molto rimprovera il messo, dicendo: "Non ne darei un fico secco; questa  carne cruda e il sangue  ancora fresco: riprtaglielo indietro, e alla lesta, e subito: che l'arrosto non mi par ben cotto, e che deve metterlo a capo in gi in quel fuoco che arde di giorno e di notte...".
"Le acque e le fontane -  narrato dallo stesso autore nella "Gerusalemme celeste" - che corrono per la citt, son pi belle che l'argento e l'oro colato. Certo colui che ne berr non avr pi a morire e non avr pi sete. Ancora per mezzo le corre un bel fiume, cinto di molta verdura, d'alberi e di gigli e d'altri bei fiori, di rose e viole che danno gran odore. Le sue onde son pi chiare del sole lucente, e portano perle d'oro fino e d'argento e pietre preziose sempre mai tutto il tempo simili alle stelle del firmamento; e di esse ciascuna ha tanta virt, che fa ritornar giovane chi  vecchio; e colui che da mille anni  giaciuto nel sepolcro, a quel contatto si leva su vivo e sano. Ancora i frutti degli alberi e dei prati che son piantati a pi del fiume per la riva son tali, che al gustarli gli ammalati guariscono, e son pi dolci che miele o altra mai cosa. D'oro e d'argento sono le foglie e i fusti degli alberi che hanno questi dolci frutti, fiorendo dodici volte l'anno; n mai perdono foglie n mai diventano secchi. E ciascuno  odoroso tanto, che l'odore si sente a mille miglia e pi...".
 Oscurit.
Una delle ragioni pi evidenti della fama d'oscurit che la Divina Commedia ha acquistato e che trattiene molti volonterosi dal provarsi nella lettura,  lo straordinario numero delle note di cui la vedono quasi sempre corredata, e anche, per certuni, il ricordo delle molteplici osservazioni linguistiche, ortografiche, grammaticali, comparative e critiche, le quali accompagnarono un giorno per loro la spiegazione d'un canto o anche d'un breve gruppo di versi. All'ammirazione tradizionale indiscussa che s'accompagna generalmente al nome del Poeta, s'aggiunge cos per molti una specie di venerazione piena di terrore, che fa di lui il dio inaccessibile d'un tempio chiuso ai profani.
Eppure si tratta d'un tempio,
Lo cui sogliare a nessuno  negato,
quando abbia una modesta preparazione storica e "buon zelo", per dirla ancora con Dante; e non solo il "sogliare", ma anche lo spaziar dentro e il godere dell'immediata impressione del capolavoro.
Altro infatti  lo studiarlo criticamente, altro il lasciarsi prendere da quella grandezza e sentirla, per coltura e per compiacenza intima propria. Le gioie schiette e intere nella vita non son tante, che l'uomo debba, per uno sgomento irragionevole e a priori, privarsi d'una delle pi sane e disinteressate e rinnovabili a piacere.
Con che non si vuol dire che manchino affatto i punti ardui e anche oscuri nel Poema per coloro che si accostano ad esso con una solo mediocre coltura.
E qui ci conviene, come facevano i maestri di Dante e Dante stesso, distinguere.
Ve l'oscurit che nasce dalla mancanza in noi d'una cognizione, conquistata la quale riappare immediatamente la luce. In questo caso la colpa  nostra, che non siamo andati a scuola abbastanza. Se io ignoro che il Limosino  una regione della Francia, e che vi nacque il trovatore Gerardo di Borneilh, non capir chi sia "quel di Limos" nel canto XXVI del Purgatorio. Ma i commenti a pi di pagina son fatti per soccorrere chi non sa questi particolari, e anche le enciclopedie, e anche gli studiosi che sentano i doveri della solidariet. Avuta quella cognizione positiva che mi mancava, e qualche altra che mi mancher forse in quello stesso passo, lo spirito di quel canto dei poeti sar da me inteso senz'altri aiuti, con l'attivit del mio spirito, che intendendo si far quasi collaboratore del Poeta.
In altri casi Dante ha fatto allusione ad avvenimenti e a persone dei tempi suoi, allusioni che, evidentissime quand'egli scriveva, son ora per tutti difficili da penetrare.
Lo disse il Foscolo un secolo fa, che le allusioni storiche della Divina Commedia, oscure ai dotti, erano ai tempi di Dante chiare alla plebe. Si pu, ad esempio, trovare oscuro il verso in cui Dante accenna, senz'altra indicazione, condannandolo fra i pusillanimi, a colui
Che fece per viltade il gran rifiuto.
La conoscenza del secolo, dell'animo di Dante e dei primi commentatori, i quali son quasi concordi nell'interpretazione, fanno pensare che il Poeta volesse alludere al papa Celestino V, chiamato all'onore del pontificato mentr'era umile eremita col nome di Pietro di monte Morrone, e che fu papa dal giugno al dicembre del 1294: papa dalla cui santit Dante certamente sper molto per la Chiesa travagliata, e che, caso unico nella storia, rinunci al "gran manto" che aveva accettato riluttante, e riprese la tonaca, morendo poco appresso, povero e perseguitato. Per Dante, egli aveva preferito la propria pace a un formidabile e imperioso dovere... E gli era successo Bonifazio VIII! Forse il Poeta non seppe che tardi la santificazione di Celestino, che fu nel 1313, e non corresse il verso gi scritto. La canonizzazione non era dogma; ed egli obbed al proprio sdegno e alla propria delusione; forse anche un poco al proprio risentimento. Noi, lontani da quei fatti, abbiamo bisogno d'aiuto per identificare colui che fece il gran rifiuto. Ma in casi come questi non  equo accusare il testo d'oscurit. La rapidit stessa dell'accenno prova la notoriet del caso ai d del Poeta, e prova insieme, indirettamente, come la Commedia rispecchi il suo tempo.
Quanto alla sentenza di condanna sul gran rifiuto, giova qui ricordare una volta per sempre che Dante era uomo ed era poeta; e i suoi giudizi, che per la necessit della sua finzione e per il calore delle sue persuasioni egli riferisce a Dio stesso, sono suoi giudizi. Noi siamo liberi di pensare che, se Dante avesse potuto vedere i suoi personaggi "dentro al consiglio divino", avrebbe adorato la sentenza divina con la venerazione del fedele, e anche riso di s medesimo, come il suo Gregorio I quando, giunto in Paradiso, s'accorse d'avere sbagliata la distribuzione teorica delle gerarchie angeliche.
Certo, vi sono nella Commedia passi e accenni che non potranno mai avere per i posteri l'evidenza e l'efficacia che ebbero per i contemporanei, per quanto i posteri s'aiutino con la coltura e con la fantasia ricostruttrice.
Nell'antica Firenze, dice il gran Fiorentino con rimpianto nel XII del Purgatorio, "era sicuro il quaderno e la doga". C'era dunque stato al tempo del Poeta chi aveva strappato dei fogli ai registri del Comune per fare scomparire le tracce d'una propria colpa, e chi aveva alterato le misure comunali a scopo di frode. Pi avanti, nel canto XVI del Paradiso, in una enumerazione d'illustri famiglie, una  indicata fuggevolmente cos: "quei che arrossan per lo staio". Questo staio  precisamente quello cui manca la doga del XII del Purgatorio. Era usanza, insegna un antico commentatore, di misurare il sale e altre cose con staia fatte a doghe di legname, come bigonciuoli. Un cittadino, Durante dei Chiaramontesi, che fu camerlingo a dare il sale, quando lo riceveva dal Comune lo riceveva con lo staio di giusta misura; ma per darlo al popolo ne traeva una doga piccola, "onde grossamente ne vena a guadagnare". Scoperto il fatto, fu condannato "vituperevolmente". Ora noi ci rendiamo conto perfettamente dell'uno e dell'altro passo, anche di quell'"arrossano" riferito a tutto il parentado.
Ma quella colpa di Durante e quell'arrossare dei Chiaramontesi tutti non potranno mai apparir vivi e drammatici per noi come per quei fiorentini che, incontrando per via qualcuno dei Chiaramontesi innocenti, udivano cantar loro dietro la canzoncina che il popolo aveva immediatamente composta: "Egli  tratta una doga del sale, - e gli uffici son tutti salati..."
Qualche oscurit troviamo nel Poema in causa del linguaggio; non tanto perch il dire sia antiquato, che anzi gli arcaismi e i latinismi sono singolarmente scarsi; ma piuttosto per quel fare mistico e biblico che il Poeta assume talvolta, specie quando vuol lasciare intendere che Dio prepara qualche gran pena o qualche grande rivolgimento a Firenze o all'umanit: sia che di proposito accenni in modo velato o in forma di profezia a quache avvenimento che in realt mentr'egli scriveva s'era gi compiuto; sia che le vaghe designazioni non corrispondano ad alcun fatto reale e solo esprimano una minaccia o una speranza del Poeta.
Ardua appare anche talora l'interpretazione dell'allegoria, e specie di alcune allegorie parziali.
Senza discussioni oscure si posson poi dire certe espressioni, o perch mancano di limpidezza, come il famoso "pi fermo" del primo canto, o volontariamente misteriose come l'altrettanto famoso "Pape Satan, pape Satan aleppe", messo in bocca a Pluto. Giova per avvertire che i versi pi oscuri sui quali si sono indugiate tante meditazioni erudite, appunto perch oscuri sono i meno belli. Anche per Dante, in questi casi, vale la sentenza ch' vera per gli altri mortali, che la chiarezza  dote di fondamentale importanza.
Ma farebbe come colui che, vedendo sul mare due delfini saltare, non vedeva pi che delfini, chi per quei rarissimi poetici indovinelli perdesse d'occhio la trasparenza, la potenza, la pienezza di movimento che, simili appunto alle onde del mare, hanno in s gli altri quattordicimila versi.
 Il disegno del viaggio.
A trentacinque anni, nella primavera del 1300, l'anno di passaggio da un secolo all'altro, l'anno santo del giubileo, Dante si trov in una selva oscura e paurosa, senza sapere come vi fosse entrato.
Ma al finire di quella notte d'angoscia, e l dove terminava la valle boscosa, egli giunse a' piedi d'un colle che aveva le spalle illuminate dal sole. Riconfortato un poco e riposato, riprese a andare per quella solitudine, e cominci la salita.
Ma tosto gli si fecero incontro, una dopo l'altra e una pi pericolosa dell'altra, tre fiere: la prima una lonza o femmina del leopardo, agile e coperta di pelo chiazzato, che non gli tolse intera la speranza della salita; poi un leone superbo e rabbiosamente affamato, e col leone una lupa magrissima, che pareva piena di tutte le voglie. L'aspetto di quest'ultimo animale spavent il Poeta cos, ch'egli perdette la speranza di raggiungere la vetta del colle, e indietreggi; e a poco a poco ricadeva nella selva.
Senonch proprio allora gli si offerse allo sguardo una figura umana, creatura viva o spirito, che non gli parlava, ma cui egli nel gran deserto grid la sua richiesta d'aiuto. Era lo spirito di Virgilio. E pur in quella distretta Dante, con fronte vergognosa, gli protest la sua ammirazione e la sua gratitudine.
- A te convien tenere altro viaggio,
disse Virgilio, ch la lupa uccide chi si ostina a traversarle la via. Essa non  mai sazia e s'accompagna e s'accompagner ancora con altri animali, finch non venga il Veltro che la far morire di dolore. Il Veltro non cercher beni terreni, bens sapienza, amore e virt, nascer di bella origine e sar salvezza della povera Italia: egli rimetter la lupa nell'Inferno, donde invidia la trasse fuori. Dante dunque segua Virgilio, ed egli lo trarr in salvo facendogli traversare il regno dei morti. Lo guider per l'Inferno e il Purgatorio, per lasciarlo poi affidato a un'anima pi degna, la quale lo scorter alle genti beate. Ch il Signore non permette a Virgilio, pagano, d'entrare nel Paradiso.
E il Poeta domanda a Virgilio che lo guidi per sua salvezza l dove ha detto.
Quegli si mosse e Dante gli tenne dietro.
Ma come mai Virgilio s'era trovato nella piaggia diserta proprio al momento del passaggio di Dante?
L'antefatto veniamo a sapere dal secondo canto; il quale rappresenta una sosta nell'azione appena cominciata, per dar luogo appunto ai chiarimenti atti a spiegare la macchina del Poema.
Qui vediamo per la prima volta Beatrice nella sua nuova condizione di beata. E quasi bastasse la sua presenza, la poesia dantesca, che nel primo canto, salvo il particolare dell'incontro con Virgilio, aveva qualche cosa di schematico e di freddo, forse d'ancora inesperto, trova tosto una dolcezza di nuovi accenti.
Annottava, e Dante e il suo maestro si mettevano in via. Ma nella mente del discepolo sottratto al pericolo germogliavano ora i dubbi. Era egli degno di fare un viaggio che ad Enea fu concesso come a progenitore dei Romani e causa prima dell'Impero e indiretta della Roma papale, e a San Paolo perch sostenitore della fede?
Virgilio lo rassicura. Egli si trovava nel Limbo, gli narra, allorch venne da lui una donna beata e bella a pregarlo di accorrere in aiuto di Dante. Era Beatrice, che non sdegnava di scendere laggi, poi ch'era per il bene.
Io son Beatrice che ti faccio andare:
Vegno di loco ove tornar disio,
Amor mi mosse che mi fa parlare.
La Madonna aveva impetrato da Dio il soccorso per Dante, e col mezzo di Santa Lucia, di cui egli era divoto, aveva mandato Beatrice a Virgilio. Ed ella era accorsa, fidando in lui. Tre donne benedette curavan dunque di Dante nella corte celeste, e l'antico Poeta l'avrebbe accompagnato. Che poteva egli temere?
Quali i fioretti dal notturno gelo
Chinati e chiusi, poi che il sol gl'imbianca,
Si drizzan tutti aperti in loro stelo,
Tal mi fec'io di mia virtude stanca...
Virgilio guidi, comandi, insegni: Dante lo seguir.
E per un cammino alto e silvestro i due giunsero alla porta spalancata dell'Inferno.
Il primo canto ha una particolare importanza nella Commedia. Esso corrisponde a quel gruppo di versi che gli antichi poeti epici preponevano ai loro poemi, e in cui dichiaravano l'argomento dell'opera. In esso infatti Dante d brevemente la traccia e la divisione del suo lavoro e getta nello stesso tempo il fondamento dell'allegoria.
Il tema dell'opera sar dunque un viaggio per i tre regni dei morti, compiuto da Dante con la doppia scorta di Virgilio e di Beatrice. E il Poema sar tripartito secondo i tre regni.
Ancora. Chi legga senza preconcetto alcuno, e non abbia mai saputo che nella Commedia si nasconde un senso riposto, intuisce che quella selva, quello smarrimento, quel colle e quelle fiere, quel veltro e quel viaggio e quelle guide, e "che Dante Alighieri stesso significano qualche cosa che oltrepassa il puro e proprio valore delle parole.
E gli torna a mente quello che sa del Poeta, del suo cos detto traviamento dopo la morte di Beatrice, del riprendersi della sua coscienza, del suo cercare i libri dei poeti e le disputazioni dei filosofanti, del suo ritorno a Beatrice, cio alla salvezza morale. E gli pare, cos intuitivamente, che la selva sia l'errore, che il colle illuminato sia la virt, che le fiere rappresentino i vizi e Virgilio la sapienza umana e Beatrice la divina, e il viaggio per il triplice regno il passaggio dalla colpa, per la via dell'espiazione, alla beatitudine eterna.
E gli pare anche che il viaggio di Dante sia, pi o meno, il viaggio di tutti noi, sia il viaggio della vita umana.
Questi a un di presso i pensieri del lettore ingenuo, che legga il primo canto, e anche il secondo che lo chiarisce, senza il sussidio dell'ampio svolgimento che a questo disegno d il Poeta, e nell'ignoranza di tutta una letteratura volta a interpretare l'allegoria ne' suoi elementi particolari.
Basti per ora avvertire come non ogni parola del testo dantesco vada interpretata allegoricamente. Immaginato il suo viaggio, con intendimenti evidentemente didascalici, il Poeta si diede poi tutto alla sua narrazione, cui infuse la vita del vero: viaggio voluto da forze soprannaturali, verso un fine soprannaturale, per la salute degli uomini; ma compiuto da un vivo, tra ombre di uomini che furono vivi; per modo che la vita circola ricca e fervida in quel mondo di morti, con tutti i caratteri della realt: e, se non Dante, noi certo leggendo ci scordiamo i sensi reconditi per vivere il presente attivo del Poeta, ch' divennto il nostro presente.
Noi dobbiamo anzi talora fare uno sforzo per ricordarci che si tratta di finzioni; come facciamo uno sforzo per pensare, ove la nostra mente si volga al mondo di l, e per poca dimestichezza che abbiamo con la Commedia, un mondo di l che possa esser diverso da quello che Dante descrisse. Conosciamo le regioni da lui traversate nel suo fantastico viaggio meglio di molte regioni della terra per le quali siamo passati col nostro scarso spirito d'osservazione; e conosciamo certe figure ch'egli con due tocchi magistrali scolp, meglio di tante creature viventi che abbiamo realmente avvicinate. Possiamo persino dire che molti personaggi storici, da Dante incontrati nell'oltretomba, sono divenuti per noi quel che erano per Dante, come se ormai non potessimo pi vederli che nelle sembianze e attraverso il giudizio consacrati nel Poema.
Si solennizzano giustamente gli anni centenari delle date pi importanti nella vita di Dante Alighieri. Ma nel 1900 si celebr il centenario della visione cantata nella Commedia, cio d'un avvenimento fittizio, come se fosse stato un avvenimento storico; e fu bene, perch quella finzione  pi vera ed  divenuta, se cos si pu dire, pi storica di mille fatti reali e caduchi.
Ma v'ha di pi. Il Poeta stesso  il primo partecipe della nostra medesima illusione:  il primo a credere a quel che racconta.  meglio tacere, dice, le verit che han faccia di menzogna: ma talvolta non si pu fare a meno di riferirle: e per le note della sua Commedia egli ci giura d'aver veduto certe cose che al lettore sembreranno incredibili.
Si dubiter, dice altrove, di taluni particolari,
Ch io che il vidi, appena il mi consento.
Chiama in testimonio persino la coscienza,
La buona compagnia che l'uom francheggia
Sotto l'usbergo del sentirsi pura...
.... Chi ci dice, del resto, che Dante non abbia veduto veramente tutto ci che ci rappresenta? Che altro  la visione poetica se non un vedere ci che potentemente si  immaginato? Se non un vivere con le proprie creazioni?
In questo senso avevan ragione le donne di Verona: Dante era veramente stato all'Inferno.
 Le ombre.
Siamo per entrare col nostro "seguace ingegno" dietro al Poeta in quel mondo delle ombre, ov'egli si muove con tanta sicurezza.
Nell'uomo 
Ci che non muore e ci che pu morire.
Questo viandante vivo, come si rappresenta nella realt e come rappresenta a noi ci che nell'uomo non muore, l'anima?
Egli non potrebbe nulla descriverci, e noi nulla raffigurarci, che non cadesse in qualche modo sotto i sensi, perch l'ingegno umano,
solo da sensato apprende
Ci che fa poscia d'intelletto degno.
Per questo la Scrittura condiscende
A vostra facultate, e piedi e mano
Attribuisce a Dio, e altro intende. 
Le ombre nel Poema sono cos immaginate, che possono sopportare pene corporali, muoversi, impallidire, reggere un vivo in collo, ripararlo con la persona dal vento, perder gli orecchi per la freddura, dipingersi di vergogna, ansare nel compiere uno sforzo; e, per contro, sono tanto inconsistenti e immateriali, che si pu mettere il piede
Sopra lor vanit, che par persona;
o, abbracciandole, tornare con le man vuote al petto. E gli spiriti si stupiscono al vedere che Dante respira, poich essi no, non respirano, bench parlino, e al vedere che muove ci che tocca.
Come si compongono queste, che a noi paiono contraddizioni? e che, d'altro canto, sono efficacissime alla piena rappresentazione del dramma oltremondano quale Dante l'ha immaginato?
Virgilio non manda ombra, ch la parvenza di corpo che Dante gli presta e gli vede  liberamente trapassata dai raggi del sole. - Non te ne maravigliare, - dice il maestro, - come non ti maravigli che i cieli sottostanti lascino passare la luce dei cieli superiori. Come poi i nostri corpi possano esser disposti a soffrire tormenti e caldi e geli, questo  un mistero che l'uomo non pu penetrare.
Matto  chi spera che nostra ragione
Possa trascorrer la infinita via
Che tiene una sustanzia in tre persone.
Tuttavia qualche spiegazione Dante ci d intorno alla costituzione delle ombre, quando nel Purgatorio fa la storia di quella che, secondo le sue cognizioni,  l'origine di ciascun uomo.
"Avanti di venire alla luce, l'embrione che sar la creatura umana, ha una sua fondamentale virt formativa dovuta al sangue paterno: la quale si manifesta dapprima nell'anima vegetativa, simile a quella delle piante. La stessa anima acquista poi la virt sensitiva, che la fa simile a fungo marino, cio con potere di sentire e di muoversi. Quando il cervello  perfetto, Dio infonde nella creatura uno spirito nuovo, pieno di virt, ch' l'anima razionale o intellettiva, la quale, con le attivit gi esistenti, forma un'anima sola,
Che vive e sente e s in s rigira,
cio conosce s stessa.
Accade dell'anima al sopraggiungere dello spirito divino, ci che accade alla vite, quando la linfa, col calore del sole, si fa vino.
Dopo la morte, rimane solo l'anima intellettiva. Essa va tosto l dove la conduce sua colpa o suo merito: alla riva d'Acheronte se  perduta, o alla foce del Tevere se destinata a salvazione; e solo giunta col conosce la propria sorte. Allora, similmente a quanto  accaduto nel primo formarsi del corpo, per nuova virt informativa, si crea intorno all'anima, con l'aria che l'avvolge, un'ombra in tutto simile al corpo che la rivest nella prima vita. In tal modo
Segue allo spirto sua forma novella,
che prende figura e espressione corrispondente a ci che l'anima prova. Quindi, dice a Dante uno spirito,
Quindi parliamo e quindi ridiam noi,
Quindi facciam le lacrime e i sospiri.
Ci che il Poeta vede e descrive  dunque questo corpo d'aria mirabilmente organato a sentire.
Cos Dante ha dato a s stesso il modo di spaziare nel campo immensamente vario che porge all'arte la vita dei sensi.
Restano sempre quelle che furon dette "incongruenze". Ma la poesia, anche in un poeta quanto mai logico come Dante, non  sempre la stessa cosa che la logica.
Le anime van tutte al giudice infernale che destina loro il posto nell'abisso:  legge. Ma noi ne vediamo arrivare una allora allora da Lucca in groppa a un demonio, saltando via l'autorit di quella specie di generalissimo. Virgilio promette a Dante che Beatrice gli dar notizia della vita che l'aspetta: e invece la vita che l'aspetta gli  predetta da Cacciaguida. La terra, come corruttibile, non esisteva ancora quando Lucifero precipit dal cielo: eppure Lucifero, nel precipitare, la for e s'innest nel suo punto centrale...
Dimenticanze? distrazioni?
I presupposti, in poesia, dice il Fraccaroli (che tratta ampiamente quest'argomento) non impegnano. E pu anche essere gradito a qualcuno di trovare in fallo qua e l il Poeta e di scoprirlo anche lui legato alla "nube di sua mortalit". In tal caso, il pi caro a noi di questi indizi non  alcuno dei detti pi su.
 quello per cui il Poeta, che riconosce non doversi "portar passione" al giudizio divino, e ha quindi l'obbligo morale di condannare chi  condannato, standosi pago della sentenza celeste, ogni tanto si scorda questo dovere, e compiange e piange e attenua secondo il cuor suo. Son suoi fratelli, quegli sciagurati! Son suoi concittadini, son suoi amici, son poeti! li conosce, li ama! E qualche volta son suoi nemici, son nemici della sua patria, hanno avversato ogni cosa ch'egli aveva cara: egli li odia, egli aggrava con dure parole la pena loro!
Anche questo  un errore di logica. Ma Dante, ch' un fortissimo "loico", naviga in quel pelago immenso e periglioso e complesso ch' la coscienza degli umani, non esclusa la sua.
 L'Abisso.
Dante colloca i dannati nell'interno della terra dalla parte del nostro emisfero, i penitenti sulla superficie della terra nell'emisfero opposto al nostro, e i beati nell'Empireo.
L'Inferno si spalanca come un baratro sotto Gerusalemme, scendendo in forma d'imbuto sempre restringentesi fino al centro della terra ove sta confitto Lucifero.
Immagina il Poeta che, quando Lucifero precipit dal cielo, a capo in gi, dalla parte dell'emisfero australe, e and a conficcarsi nel punto centrale del nostro globo, un cataclisma si producesse in tutta la sfera: per paura di lui la terra dalla parte ov'egli cadde si vel col mare, e la terra che ivi sporgeva pass al nostro emisfero; e una cavit rimase nell'interno del globo, per la terra che fugg inorridita al passar dell'iniquo. Il quale rimase cos infilato nel cuore del nostro globo, che per opera sua ha dentro il suo verme roditore. La terra essendo il centro del mondo, Lucifero si trova nel punto pi lontano da Dio, antitesi perfetta di Dio anche per la sua postura nell'universo.
L'Inferno  il regno di Lucifero, il regno del Male.
Su ripiani digradanti, dei quali qua e l il Poeta determina qualche misura con precisione (per esempio la penultima divisione del penultimo cerchio ha un giro di ventidue miglia), sono scaglionati i peccatori, quasi su larghe strade tagliate nella roccia che scende dal ripiano sovrastante. Il Poeta visita solo una parte di ciascun cerchio, sempre tenendo a sinistra (la sinistra  la parte men nobile, e anche nell'Eneide conduce verso i pi malvagi); in modo che alla fine si trova ad aver percorso, parte in un cerchio, parte nell'altro, l'intero giro dell'immensa cavit. E il viaggio si compie in ventiquattr'ore, misurate via via, in quel mondo senza luce, con accenni, da Virgilio, secondo il girar della luna.
Delle virt divine, quella che pi splende nel Purgatorio e nel Cielo  la misericordia; quella che impera nell'Inferno  la giustizia. Sta scritto sulla porta di questo primo regno (parla la porta):
Giustizia mosse il mio alto Fattore.
La punizione delle colpe umane nell'Inferno  giusta, perch tutto il sistema penale di Dante  fondato sul principio della responsabilit umana.
L'anima infatti, giunta nel mondo "semplicetta" ed ignara e naturalmente portata a cercare ci che le piace, s'ingannerebbe, che nel piacere non sta sempre il bene, se non avesse avuto da Dio la ragione e la libera volont: la ragione, che fa distinguere il bene dal male; la libera volont, che guida a ci che la ragione ha dimostrato essere il bene. La ragione  la virt che consiglia,  la regina dell'intelletto. La libera volont  il massimo dono che Dio facesse agli uomini,  la madre della moralit. "Per questo dono, -  detto nella Monarchia, - noi siamo qui felici come uomini e altrove come dii". Il male dunque  frutto d'una scelta, che avrebbe potuto essere del bene.
N i peccatori possono scusarsi con l'influenza delle stelle.
Le stelle iniziano i nostri movimenti, e nemmeno li iniziano tutti. Ma, posto pure che ogni nostra attitudine venga di l, i doni divini della ragione e del volere sono sottratti a quegl'influssi.  perci in noi la possibilit, e quindi il dovere, di lottare contro le cattive tendenze che avessimo portate nascendo, e di far fruttare le buone.
Il colpevole ha dunque in s la cagione della sua colpa, e quindi deve dolersi della pena solo con s medesimo.
Questa parola giustizia ricorre spesso nel testo dell'Inferno:
giustizia di Dio, quant' severa,
Che cotai colpi per vendetta croscia!
Giustizia di Dio, vendetta di Dio son sinonimi per Dante.
O vendetta di Dio, quanto tu di
Esser temuta da ciascun che legge
Ci che fu manifesto agli occhi miei!
"Giusta vendetta" dice il Poeta. E non dobbiamo maravigliarci dell'espressione. "Nel Trecento vendetta suonava pena", dice il Tommaseo, che fa derivar questo significato della parola da uno dei due verbi che i Latini avevano per dir vendicare. E la parola era familiare a Dante, che l'usa spesso nella Commedia, e otto volte in rima. La crocifissione  chiamata "la vendetta del peccato antico". E la distruzione di Gerusalemme, considerata quale punizione ai crocifissori, "la vendetta della vendetta del peccato antico".
I peccatori sono raccolti secondo il peccato che li danna, con pene varie, sempre pi gravi, come pi gravi son le colpe via via che si discende la ripa e l'abisso si restringe. Le colpe minori restano in certo modo assorbite dalle maggiori. E anche quando di un'anima prava Dante fa risaltar qualche virt, o quando ci fa notare sul conto di essa miserie che l'afflissero senza sua colpa, rimane sottinteso che, per chi mor in peccato mortale, virt e sofferenze non potevano aver peso sulla bilancia di Dio. Avvertimento, questo, osserva il d'Ovidio, "al certo non inutile in un'et selvaggia qual era quella, in cui tanto facilmente il tratto gentile, l'alta coltura della mente, il coraggio a tutta prova, si trovavano uniti nella stessa persona con qualche abito rozzo e barbaro".
Le pene dell'Inferno sono eterne, senza possibilit n di cessazione n di mitigazione: aumenteranno, anzi, dopo il Giudizio universale, quando l'uomo, ricuperando il corpo, sar nella sua compiutezza.
Esse consistono in un tormento corporale, il quale non  se non il simbolo del castigo morale; anzi , sebbene ci non si scorga sempre interamente, il simbolo di quel castigo morale che la passione stessa reca all'anima che l'accoglie. Una violenta bufera trascina le ombre di coloro "che la ragion sommettono al talento", e le sbatte contro la parete dell'abisso:  la bufera che travolse quelle anime nella vita, quando la ragione, perdute le redini della volont, strappata dalla sede regale ove l'aveva posta Iddio, non rispose pi all'ufficio moderatore cui era destinata. La superbia che non s'ammorza nemmeno dinanzi alla tremenda sconfitta dei fulmini divini,  essa stessa al superbo la maggior punizione.
Esiste sempre una relazione fra la pena e la colpa. Dante segue la legge del contrappasso o del taglione: occhio per occhio, dente per dente. Per lo pi il castigo  la continuazione simbolica della colpa: come la dura crosta di ghiaccio che rinserra l'anima insensibile di chi pot giungere a tradire le persone in lui fiduciose. Qualche rara volta il castigo pare l'opposto della colpa stessa, come accade per gl'indovini, che hanno il corpo stravolto sulle reni e son costretti a guardare indietro mentre vollero veder troppo avanti. Talora i costumi stessi del tempo suggeriscono a Dante la maniera della condanna: gli eretici son tra le fiamme; gli usurai portano al collo una borsa, quali in alcuni Comuni si ritraevano per pena e derisione sul muro del palazzo pubblico i rei di corruzione; i seduttori di donne sono frustati dai demoni.
Il lettore ammira la variet straordinaria delle torture, delle quali alcune, oltre che strazianti, sono umilianti e di scherno: e sente un'altra volta passare sul Poema il soffio dei tempi di mezzo.
Nelle visioni precedenti la Commedia, i visionisti vedevan tormenti di folle anonime. Nel Poema la pena s'individua in creature singole, con straordinaria variet di atteggiamenti spirituali.
Il passaggio di quel vivo interrompe inaspettatamente la loro consuetudine di pena, con un tumulto di rimpianti, un ribollire di sentimenti. La vita! il dolce lume, la loquela della nobile patria, la dolce terra latina! Sulla terra gli affetti, la varia operosit, la malvagia gioia della colpa... Chi  quel vivo? Respira, muove ci che tocca, il suo piede percuote...
E quale tra gli spiriti gli si palesa tosto, e interroga; e chi aspetta d'essere interrogato, e chi rifiuta di nominarsi; e chi riconosce, e chi  riconosciuto, e chi manda a dire qualche cosa sulla terra; e quale  nominato dai compagni di pena, poich i rei del medesimo cerchio si conoscon tutti fra loro.
I dannati ignorano il presente, e quindi ci che accade nel mondo. Possono per ricevere qualche notizia da coloro che sopraggiungono, la qual cosa allarga il campo delle possibilit agli episodi danteschi.
Inoltre, mentre non vedono vicino, vedono, a mo' dei presbiti, lontano, cio le cose che dovranno avvenire: forse argomentandole dai fatti gi da loro conosciuti. Quando il futuro s'appressa e diventa presente, la visione in loro s'annebbia, e non vedono pi. Per modo che il giorno in cui sar chiusa la porta del futuro, il loro spirito sar pienamente immerso nelle tenebre.
Dante seppe trarre un gran partito da questa condizione in cui gli piacque di mettere i dannati del suo Inferno.
Fingendo l'azione del Poema nel 1300, e scrivendo pi tardi, le cose che per lui erano il presente nell'atto in cui scriveva, erano il futuro per le anime con le quali immaginava d'intrattenersi. E perci il fatto ch'esse possedessero la cognizione di quanto doveva avvenire, gli offriva il destro di parlare anche d'un tempo che altrimenti sarebbe rimasto tutto escluso dal campo della sua arte. Cos egli spazia liberamente nel prima e nel poi. Cos si procura pure il mezzo di collocare idealmente nell'Inferno alcuni peccatori che nell'anno di grazia 1300 ancora bevevano e mangiavano e vestivano panni.
E cos  dato un filo in mano ai critici per aiutarli a trovare la data approssimativa di quando questa cantica e le altre siano state scritte, argomentando dal punto in cui il Poeta conduce le predizioni degli avvenimenti storici.
Per Dante i peccatori sono distinti secondo le categorie aristoteliche, in tre gruppi: i colpevoli d'incontinenza, che occupano i primi cerchi dopo il Limbo, e sono i lussuriosi, i golosi, gli avari e i prodighi, gl'iracondi e gli accidiosi; e i colpevoli di malizia che ha per fine l'ingiuria, cio cosa contraria al diritto, e sono i rei di violenza (ingiuria fatta apertamente) e i rei di frode (ingiuria fatta con inganno). La violenza han comune gli uomini con gli animali, e si pu infatti anche dire bestialit; la frode invece  male proprio dell'uomo, il quale si serve a scopo malvagio di quella intelligenza, che appunto lo privilegia sui bruti; onde la frode  colpa pi grave e perci sta di sotto; come la violenza  pi grave dell'incontinenza e sta sotto ad essa.
Il settimo cerchio dei violenti sar diviso in tre gironi, poi che la violenza pu l'uomo usare contro il prossimo, contro s stesso e contro Dio: contro il prossimo nella persona, uccidendo o ferendo, o negli averi con rapine, furti, incendi; contro s stesso, togliendosi la vita, o dissipando la propria sostanza; contro Dio con le bestemmie e offendendo le cose divine, cio la natura, figlia di Dio, e l'arte, figlia della natura e quindi nipote di Dio.
La frode si pu usare contro chi non si fida e contro chi si fida. Nel primo caso si offende solo il vincolo d'amore che fa la natura tra gli uomini; mentre per l'altro si dimentica, oltre al vincolo naturale, pure quello che gli uomini hanno aggiunto ad esso, come il legame familiare, di patria, d'amicizia, di gratitudine verso il benefattore. Vi sono dunque fraudolenti semplici e traditori.
I primi, che son puniti nell'ottavo cerchio, ingannarono per tante e s diverse maniere, che Dante li distribuisce in dieci bolge. E quattro sono le divisioni dell'ultimo cerchio, il nono, destinato ai traditori, appunto secondo le quattro categorie dei traditi: famiglia, patria o partito, ospiti o amici, benefattori.
Tale programma della partizione morale d'Inferno  dichiarata da Virgilio al discepolo in un momento di sosta nel cammino, e occupa il canto XI, ch' perci stesso uno dei meno poetici.
Restano esclusi da questa distinzione gli spiriti del Limbo (primo cerchio), che mancarono della fede, e gli eretici (sesto cerchio), che peccarono contro la fede per false credenze: colpe d'intelletto, quando le altre sono pi specialmente colpe di volont.
I demoni, quali Dante li rappresenta, derivano, secondo il Graf, da speculazioni teologiche, da fonti popolari e da elementi personali. Il loro imperatore  Lucifero.
Essi compiono ufficio di guardiani, insieme ministri e servi del volere divino, e in generale sono simboli del peccato punito nel cerchio che presiedono. In questo senso son forse spiriti diabolici anche le cagne, i centauri, le arpie, e altri animalacci che tormentano questa o quella categoria di dannati.
In generale i diavoli si oppongono al passaggio di quel vivo che par violare le leggi dell'abisso, e sfogano fors'anche in tal modo un loro segreto rancore per quel privilegiato della grazia divina. Ma poi, pi o meno docilmente, finiscono con l'acconciarsi ai voleri del cielo. Ve n'ha che cercano d'ingannare i due pellegrini; e ve n'ha che facilitano loro il cammino; e ve n'ha di comici e di sguaiati, che hanno grande originalit, sebbene nelle leggende popolari abbondino esempi di burle e d'altre amenit grossolane da parte dei diavoli. Che un demonio potesse sostituirsi a un'anima in un corpo umano era antica invenzione: e Dante l'accolse; come accolse l'altra, della lotta fra un angelo e un diavolo per il possesso dello spirito di un trapassato.
Quanto ai vizi, s'insegnava a Bologna che il diavolo ne ha "assai", e fra altro
Ch'egli  bugiardo e padre di menzogna.
 Prima di Dite.
In un vestibolo o Anti-Inferno Dante colloca gli spiriti di coloro che sono ugualmente rifiutati dalla giustizia e dalla misericordia divina, perch vissero senza infamia e senza lode. Il Poeta sdegna anche solo di nominarli, e accenna rapidamente a colui
Che fece per viltade il gran rifiuto.
Questi sciagurati, che nell'esistenza terrena non seppero proporsi una meta, corrono ora incessantemente dietro un'insegna, punzecchiati da insetti molesti. E sono con essi quegli angeli che si serbaron neutrali nella lotta degli angeli ribelli contro Dio.
Non ragioniam di lor, ma guarda e passa,
impone Virgilio.
L'Inferno propriamente detto  cinto dal fiume Acheronte, alla riva del quale si affollano piangendo e bestemmiando le anime che saranno tragittate di l sulla barca del vecchio Caronte dagli occhi di bragia. Invano costui vorrebbe impedire il passaggio di quel vivo, ch Virgilio fa cadere ogni opposizione con le parole
Vuolsi cos, col dove si puote
Ci che si vuole: e pi non dimandare.
Il Poeta non ci narra come passasse l'Acheronte: ma ci trasporta seco di l, nel Limbo, il primo cerchio che cinge l'abisso, ov'egli accoglie, coi bambini morti avanti il battesimo, anche tutti coloro che, pur non essendo stati battezzati, condussero vita virtuosa.
Qui non  pena, se non quella, somma, di non conoscere il Vero. Qui, come dice il maestro, impallidito all'entrare in quel doloroso asilo ov'egli stesso dimora, si vive in desiderio senza speranza.
In una parte illuminata del Limbo  un nobile castello, entro il quale il Poeta trova, su un prato di fresca verzura, come i beati virgiliani nei Campi Elisi, quei grandi non cristiani che acquistarono fama nel mondo. Scortato da Omero, Orazio, Ovidio e Lucano, venuti in dignitosa e lieta schiera a festeggiare il ritorno di Virgilio tra loro, Dante, sesto fra cotanto senno, vede quei gloriosi greci, romani, maomettani, eroici guerrieri, forti e savie donne, legislatori, filosofi, e in mezzo a filosofica famiglia Aristotile, il maestro di color che sanno.
L'Inferno delle colpe di volont comincia dunque veramente col secondo cerchio.
All'ingresso di questo  Minosse, il saggio leggendario re di Creta, di cui Dante fa un mostro dalla coda lunghissima; il quale, udita da ciascun peccatore la confessione del peccato, si cinge con la coda tante volte, quanti sono i gradi ch'esso deve scendere.
Una bufera travolge eternamente nella sua rapina i lussuriosi.
Figure dell'antica leggenda classica e della nuova leggenda cavalleresca passano nel turbine.
- Poeta, volentieri
Parlerei a que' duo che insieme vanno....
Sono Paolo e Francesca, i due cognati. All'affettuoso grido di Dante essi vengono a lui, grati della sua piet. Amore li prese, amore li condusse ad una morte, amore li danna, d'amore parlano e piangono. Un giorno leggevano insieme di Lancilotto, come amor lo strinse, nella piena sicurezza, non tanto degli altri, quanto di s. Quella lettura fu a loro rivelatrice dell'anima loro. Non lessero pi avanti quel giorno. Cos narra Francesca. E il Poeta cristiano li mette insieme in quella tempestosa eternit, a testimonianza perpetua della colpa, a raddoppiamento di pena, a eterno rimpianto di giorni innocenti; ma "la sua profonda angoscia umana circonda Francesca d'una infinita melodiosa piet".
E subito un altro episodio, diversissimo, avvince con altra commozione l'animo del lettore.
Siamo al terzo cerchio, della piova
Eterna, maledetta, fredda e greve...
Grandine grossa e acqua tinta e neve
Per l'aer tenebroso si riversa:
Pute la terra che questo riceve.
Cerbero, il guardiano, latra con tre gole, e con gli artigli graffia gli spiriti dei golosi, e li scuoia e li squarta.
Ed ecco, si leva improvvisa dal fango a sedere l'ombra di Ciacco, il ghiottone fiorentino.
Dante, che porta in cuore la patria, spera da lui qualche notizia di quel che sar di Firenze. E l'infelice gli d una sull'altra le pi penose notizie: la vittoria dei Neri, la scarsezza di uomini onesti nella citt, i vizi che accendono i cuori, superbia, invidia, avarizia.
- Ma dove sono, - insiste Dante, - Farinata e il Tegghiaio, Jacopo Rusticucci, il Mosca?...
- Ei son tra le anime pi nere...
Se tanto scendi, li potrai vedere.
Avarizia (ch' per Dante anche cupidigia d'oro e d'onori) e prodigalit, son punite nel cerchio successivo, sotto la custodia di Pluto, l'antico dio delle ricchezze. In un semicerchio gli avari, nell'altro i prodighi, spingono faticosamente col petto enormi pesi; e all'estremit del campo riservato a ciascuno, cozzando insieme, s'ingiuriano reciprocamente.
Qui nessun episodio illumina di luce particolare un'anima fra tante: tutte sono irriconoscibili; e Dante nota solo la presenza di molti ecclesiastici.
Quanto  vana la ricchezza per cui gli uomini tanto si affaticano! Tutto l'oro ch' sotto la luna non potrebbe far posare una sola di quelle anime stanche. Quanto alla Fortuna, essa  voluta dal cielo per avvicendare i beni terreni fra gli uomini; e se la gente la mette in croce, ella s' beata e ci non ode.
Intorno alla parte pi profonda e gelosa dell'Inferno, detta citt di Dite o del demonio, gira il fiume paludoso di Stige, a quel modo che l'Acheronte gira intorno all'Inferno propriamente detto.
I due pellegrini traversano la Stige sulla barca di Flegias, colui che, secondo l'antica leggenda, incendi il tempio di Apollo a Delfo. Il pantano  folto d'anime che si percuotono fra loro e ingozzano fango, e sono gl'iracondi. E sotto  un'altra folla di dannati che non si vedono, se non in quanto fanno pullular l'acqua alla superficie: rei d'accidia, qui considerata come un opposto dell'ira.
Mentre noi correvam la morta gora,
Dinanzi mi si fece un pien di fango...
La scena si svolge rapidissima e drammatica e ben medievale. Dante dichiara duramente a quello spirito maledetto d'averlo riconosciuto.  Filippo Argenti. E quello s'aggrappa alla barca; ma Virgilio lo sospinge, dicendogli;
Via cost con gli altri cani.
Poi abbraccia Dante e lo bacia e lo loda:
Alma sdegnosa,
Benedetta colei che in te s'incinse;
e ancora lo approva del desiderio da lui espresso, e che poi viene esaudito, di vedere il dannato attuffare in quella broda.
Appaiono intanto le mura infocate di Dite. Ma di sulla soglia di quella fortezza pi di mille diavoli impediscono ai Poeti l'entrata; n vale, a espugnare quell'opposizione, la dichiarazione consueta di Virgilio. Essi gli chiudono in faccia la porta. Appaion le Furie sull'alto della torre, cinte il capo di serpi, e invocano anche Medusa: ch l'Inferno difende coi suoi mostri i suoi pi intimi penetrali. Un'angoscia prende l'animo del maestro...
Senonch, ecco appressarsi un messo di Dio traversando lo Stige, eccolo aprire con una verghetta la porta di Dite, e con poche indignate parole vincere e umiliare l'arroganza dei demoni.
 Dentro Dite.
Entrati con sicurezza appresso le parole sante, i Poeti si trovano in una campagna tutta sparsa di sepolcri, simili a quelli che si vedono presso Arli alle foci del Rodano, o
a Pola presso del Quarnaro
Che Italia chiude e i suoi termini bagna.
Ma questi sepolcri del sesto cerchio son pieni di fiamme, e tra le fiamme sono, stretti fra loro e appartati, in ciascuna tomba un eresiarca o capo d'eresia, e i suoi numerosi seguaci.
Dante si ferma davanti all'arca di coloro
Che l'anima col corpo morta fanno,
e che dichiara seguaci del filosofo greco Epicuro, bench in realt fossero "piuttosto increduli pratici che filosofi". Tra questi  Federico II. Ma la figura che Dante "colloca sopra un piedestallo di gloria" e che chiama a s tutta la sua anima e l'anima del lettore  quella di Farinata degli Uberti.
Dante lo vede tutto dalla cintola in su, ch Farinata s'era levato udendo la loquela tosca di lui. E tra i due fiorentini, l'uno ghibellino ancora tra le fiamme che l'avvolgono, e l'altro difensore dell'opera e del pensiero de' suoi maggiori guelfi contemporanei di Farinata, s'accende un dialogo serrato e ostile, ch' rotto a un tratto, nel momento in cui Dante vanta i Guelfi della cacciata definitiva degli avversari, dall'apparire di un'altra figura, levatasi, pare, in ginocchio nel sepolcro, e che guarda in giro, quasi cercando qualcuno che supponga poter essere con Dante.  il padre di Guido Cavalcanti, e chiede del figliuolo. Dante, rispondendo, parla di Guido al passato. -  dunque morto?! - In questa credenza il desolato padre ricade nella tomba. Ma Farinata, rimasto impassibile al dramma che si svolgeva sotto di lui, tutto assorto nel tumulto interiore destato dalle parole di Dante, predice al Poeta che tra breve egli pure sapr quanto sia difficile rientrare in patria a chi ne sia stato cacciato. Poi il dialogo si fa pi calmo, quasi triste. A che  valso agli Uberti ch'egli Farinata, quando i suoi compagni di parte tolleravano che Firenze fosse distrutta, la difendesse, solo, a viso aperto?...
Questi drammi svariatissimi delle anime perdute, queste angosce cui il passar di quel vivo d occasione di manifestarsi, questi sono il vero Inferno! Ne abbiamo la certezza leggendo questo magnifico episodio; e sentiamo che Farinata  nel vero quando asserisce, della cacciata de' suoi dalla nobile patria,
Ci mi tormenta pi che questo letto.
E Dante se ne vien via, col suo inferno egli pure nell'animo, per quella profezia di Farinata..... - Tienla a mente - gli dice Virgilio; - e quando sarai dinanzi a Beatrice, saprai da lei il viaggio della tua vita. -
Vinta l'opposizione del Minotauro, il mostro mezzo uomo e mezzo bestia, che a buon diritto presiede il settimo cerchio ch' dei bestiali, i poeti per un cammino malagevole giungono sulla riva di Flegetonte, fiume di sangue, entro il quale son posti a bollire coloro che nocquero altrui con violenza. Centauri a mille intorno al fosso saettano le anime dei rubatori di strade e tiranni che tentano di sottrarsi al tormento.
In groppa a Nesso centauro i due pellegrini passano a guado il Flegetonte, e si trovano nel secondo girone, concentrico al primo e posto sul medesimo piano, occupato da alberi folti e aspri: la selva dei suicidi. L'anima, spiccatasi violentemente dal corpo, cade qui a caso, come un seme, e germoglia in pianta silvestra. Sovr'essa le arpie si annidano, e divorando le foglie
Fanno dolore ed al dolor finestra;
ch da quelle rotture escono insieme sangue e parole. Fra tutte le anime dell'Inferno queste sole non potranno rivestire il corpo nemmeno il giorno del Giudizio: "ch non  giusto aver ci che uom si toglie"; ma ciascuna appender la propria spoglia al pruno che la rinserra.
Qui Pier della Vigna sconta per l'eternit il disdegnoso gusto che lo fece essere ingiusto contro s giusto. Questo grande sventurato, con le sue parole di fede a quel Federico II, di cui possedette ogni segreto e da cui fa cos male rimeritato, fa pietoso alla propria tragica sorte l'animo del Poeta. E intanto una muta di nere cagne, inseguendo e addentando nello stesso girone coloro che dilapidarono le proprie sostanze, offende le misere piante e ne aumenta lo strazio.
Come il fosso  ghirlanda alla selva, la selva  ghirlanda a uno spazzo coperto di rena arida e spessa, sulla quale, a pena dei violenti contro Dio,
Piovean di foco dilatate falde,
Come di neve in alpe senza vento.
Una schiera riceveva le fiamme stando sdraiata, e un'altra sedendo, e la terza andando continuamente.
Tra i supini in terra giace dispettoso e torto Capaneo, antico empio bestemmiatore, che si dichiara non vinto dal fuoco con cui Giove, che lo fulmin nella prima vita, lo fulmina tuttavia. Ma, se non il fuoco, la rabbia che lo rode, dice Virgilio indignato,  dolore compiuto al suo furore.
Cos andando, i Poeti giungono l dove Flegetonte traversa il sabbione uscendo dalla selva e dirigendosi verso l'abisso. Le fiamme per quelle esalazioni fumose si spengono; onde qui  possibile, camminando lungo l'argine, tagliare il girone per passar oltre senza essere colpiti dal fuoco.
Virgilio spiega intanto al Poeta l'origine dei quattro fiumi infernali. Essi derivano dal desolato paese che siede in mezzo al mare, e che si chiama Creta; ove, nel seno del monte Ida, sta un gran vecchio, che guarda verso Roma e ha testa d'oro, braccia e petto d'argento, tronco di rame, il resto di ferro, tranne il destro piede su cui si appoggia, ch' di terra cotta. Tutto, fuorch il capo,  rotto da una fessura che goccia lagrime; e di quelle lagrime son fatti i fiumi Acheronte, Stige, Flegetonte e Cocito. Singolare invenzione, d'ispirazione biblica, che, pure avendo un'evidente intenzione allegorica, domina l'animo del lettore con una sua misteriosa forza poetica.
Mentre lungo i margini di Flegetonte i Poeti traversano il girone, incontrano la schiera dei violenti contro natura. E uno riconosce Dante e lo prende per il lembo della veste, e grida: - Qual maraviglia! -
Ed io, quando il suo riso a me distese,
Ficcai gli occhi per lo cotto aspetto...
E chinando la mia alla sua faccia,
Risposi: - Siete voi qui, ser Brunetto? -
Tra il maestro e il discepolo, che non osa scendere dall'argine, ma cammina a capo chino e in atto reverente, s'avvia un dialogo pieno di calore e d'affetto. Il maestro assicura Dante che, seguendo la sua stella, giunger a porto glorioso. Oh come l'avrebbe volentieri confortato all'opera, se fosse pi a lungo vissuto! I Fiorentini, invece, gli si faranno nemici appunto in causa del suo ben fare e lo cacceranno di tra loro... E Dante, come ha viva nell'anima l'immagine paterna del suo maestro! e vuol ch'egli sia persuaso, che contro la mala sorte il suo scolaro  bene agguerrito, forte della propria buona coscienza. Alle quali parole l'altro maestro, l'antico, che s'era sempre taciuto durante questo colloquio, interviene con un cenno d'approvazione.
Raccomandato a Dante il suo "Tesoro", Brunetto corre a raggiungere la sua masnada. E gi tre altri spiriti venivan correndo verso Dante, riconosciutolo all'abito per uno di lor "terra prava"... Ecco il Tegghiaio, ecco Jacopo Rusticucci che a Dante tardava d'incontrare!
S'io fossi stato dal foco coperto
Gittato mi sarei tra lor di sotto...
- E Firenze? - domandano quelli.
- La gente nuova e i sbiti guadagni,
Orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, s che tu gi ten piagni. -
Cos gridai con la faccia levata.
E i tre si guardaron l'un l'altro, come al ver si guata, e si raccomandarono a Dante, perch, tornato a riveder le belle stelle, parlasse alla gente di loro.
Flegetonte, lungo il quale i Poeti se ne son venuti, precipita ora con gran fragore lungo la ripa discoscesa fino all'ottavo cerchio. Per avere il mezzo di scendere col suo discepolo a visitare i fraudolenti, il savio duca fa salire fino a s una strana cavalcatura con uno strano richiamo. Egli butta nel sottostante ripiano una corda, che Dante teneva cinta alla vita: e allora vien su nuotando per l'aria grossa un mostro, che ha faccia d'uom giusto e tutto il resto di serpente, due branche pelose, coda puntuta, disegni d'ogni colore sul corpo.  l'antico Gerione, fatto qui immagine della frode, e mirabilmente ritratto nei suoi movimenti.
Mentre Virgilio dispone la fiera a trasportarli, Dante s'intrattiene con gli usurai (violenti contro Dio, non procurandosi guadagno col lavoro, come Egli impone, ma facendo fruttare il danaro); i quali portano al collo una borsa, su cui  disegnato il loro stemma: gente di nobile stirpe, che ostenta ora per vergogna il segno della nobilt sul simbolo della colpa.
Poi si compie per l'aria, in groppa a Gerione, il pauroso tragitto dei Poeti fino a Malebolge.
 Malebolge.
Luogo  Inferno detto Malebolge,
Tutto di pietra e di color ferrigno,
Come la cerchia che d'intorno il volge.
Nel dritto mezzo del campo maligno
Vaneggia un pozzo...
Il cinghio tra il piede della roccia e il pozzo  circolare e diviso in dieci bolge o fossi concentrici separati da argini, e sui quali son gittati dei rozzi ponticelli di pietra. Ognuna delle bolge contiene una categoria d'ingannatori; e in ciascuna di esse Dante potr vedere via via i modi delle pene dall'alto dei ponticelli.
Il Poeta sbriga in poche parole i seduttori, ignudi, sferzati da demoni cornuti, e altrettanto brevemente i dannati del fosso successivo, adulatori, che sulla terra dissero melate parole e ora sono attuffati nello sterco.
Suona poi la tromba per coloro che stanno nella terza bolgia, i simoniaci, i quali per cupidigia d'oro e d'argento adulterarono le cose di Dio.
La pietra livida di quella bolgia  piena di fori, nei quali i rei son capofitti, uscendone solo coi piedi; e i piedi sono lambiti da fiamme e s'agitano guizzando. Terribile invenzione, per la quale chi avrebbe dovuto mirare al cielo, protende in alto i piedi!
Virgilio porta il discepolo presso il pozzetto d'un peccatore che al guizzare par pi crucciato degli altri. Scena veramente infernale! Sentendosi parlare, il dannato, che nulla vede, crede sia sopraggiunto prima del tempo prescritto colui che egli, leggendo nel futuro, sa destinato a succedergli mandando lui pi gi in quella fessura della pietra: crede, cio, sia venuto Bonifazio VIII, che invece doveva morire solo nel 1303.
 Gaetano Orsini, papa col nome di Nicol III, il quale cos si confessa:
E veramente fui figliuol dell'orsa,
Cpido s per avanzar gli orsatti,
Che su l'avere, e qui me misi in borsa.
Egli legge pure nell'avvenire che dopo Bonifazio precipiter nella buca il francese "pastor senza legge" Clemente V di Guascogna, il papa di Avignone, che aveva per Dante la massima colpa di avere ingannato l'altro Arrigo.
Dante non sa se fu troppo folle, arrogandosi di parlar severo e ironico a un pontefice; ma fustig con ardenti inesorabili parole Niccol III e le sue cpide voglie, contrapponendogli, per un lato, l'esempio di San Pietro e degli Apostoli, e per l'altro quello degli idolatri, che adorano un idolo solo mentre i simoniaci ne adorano cento! E pi avrebbe detto, se non fosse stata
La reverenza delle somme chiavi.
Piacquero al maestro le parole del Poeta. Poi egli amorosamente lo prese e lo port sul ponte, che varca il quarto fosso: dal quale Dante piangendo vide passare stravolti sulla persona e camminando a ritroso gl'indovini, Manto fra essi, l'antica maga, alla quale Mantova deve il suo nome.
Suso in Italia bella giace un laco...
il lago di Garda; dal quale esce il Mincio, e va per la pianura finch impaluda: l tra quelle paludi sorse la citt di Virgilio.
Una tenace pece bolle nella quinta bolgia, a tormento dei barattieri che vi sono immersi. Arriva un diavolo nero, che ha sulle spalle un peccatore lucchese, e lo butta gi nel fosso scuro, raccomandandolo agli altri diavoli, i Malebranche, che stanno sotto il ponte armati d'uncini coi quali arroncigliano i peccatori insubordinati. A Lucca tutti son barattieri... fuorch Bonturo! (e Bonturo era il barattiere pi insigne).
Qui  pieno di diavoli canzonatori e cinici, che parlamentano con Virgilio per mezzo del loro capo Malacoda; e, costretti a lasciar passare i due peregrini, si vendicano con dispetti contro quel vivo, godendo della sua paura.
Ei chinavan li raffi, e - Vuoi ch'io il tocchi, -
Dicevan con l'altro, - in sul groppone? -
E rispondean: - S, fa che gliele accocchi! -
E si divertono a mandare i due Poeti, con una scorta di dieci fra loro dai nomi e dai modi sguaiati, sotto la guida di Barbariccia, avanti, lungo l'argine, in cerca di un ponte che non c'... Oh come Dante avrebbe preferito andar solo col suo duca!
Noi andavam con li dieci dimoni,
Ahi fiera compagnia! ma nella chiesa
Coi santi, e in taverna coi ghiottoni.
Lungo la via assistiamo allo strazio che i diavoli fanno d'un Ciampolo di Navarra: e la lotta veramente indiavolata con l'astuto Ciampolo finisce con la caduta di due diavoli nella pece bollente.
Ma Dante ha paura, e i maligni vengono ad ali tese contro di lui. Allora il maestro con atto materno lo prende e l, senza soccorso di ponte, lo porta, non come compagno, ma come figliuolo, gi nella bolgia successiva, tra gl'ipocriti, che vestivan cappe di piombo, dorate di fuori, e andavano lenti piangendo, affranti dal peso. La parola tosca e il respirare di Dante sono avvertiti da due fra coloro, che lo pregano di fermarsi. Erano Catalano e Loderingo, i due frati Gaudenti di cui Firenze aveva nel 1266 sperimentato il mal governo. Ma il dialogo  interrotto da uno spettacolo nuovo:
Un, crocifisso in terra con tre pali.
Su questo, come su altri attraversati e nudi per la via, passa incessante la grave schiera. Sono essi coloro che decisero la crocifissione di Ges.
Solo allorquando furono per uscire di quella bolgia, i poeti scoprirono dalle parole di Catalano che il diavolo aveva mentito nella questione dei ponti; che tutti i ponti di quella bolgia sono caduti quando la terra si scosse per la morte di Cristo. Virgilio spinge il discepolo su per l'ardua costa, fino al nuovo argine, dove quello si lascia andare sfinito.
Dalla ripa si vede in fondo al settimo fosso una terribile stipa di serpenti d'ogni specie, in mezzo ai quali
Correvan genti nude spaventate.
Le serpi s'avventano sui dannati e li trafiggono: allora essi cadono inceneriti, e dalle ceneri rinascono ombre e serpenti.
Oh potenza di Dio, quanto  severa,
Che cotai colpi per vendetta croscia!
Dipinto di trista vergogna, il pistoiese Vanni Fucci, sorpreso in quella miseria, apre a Dante la causa della sua pena. Dante l'aveva conosciuto uomo "di sangue e di corrucci"; ma egli era stato ben altro: era stato
Ladro alla sagrestia de' belli arredi.
Quel fiorentino non deve per godere della vista e il pistoiese gli annunzia la prossima disfatta dei Bianchi per opera di Moroello Malaspina:
E detto l'ho, perch doler ten debbia.
Peggio fa poi Vanni Fucci, che infierisce empiamente e sconciamente contro Dio: del che lo puniscon le serpi. E altre serpi e altri peccatori vede Dante mescersi e trasformarsi, come mai sogn lo stesso Ovidio, orribilmente, in mischia stupefacente. Cinque fiorentini d'illustre famiglia eran laggi tra i ladroni! onde a Dante vien vergogna e Firenze non ne sale in onoranza!
Godi, Fiorenza, poich sei s grande,
Che per mare e per terra batti l'ale,
E per l'Inferno il tuo nome si spande.
Dopo cos vergognosa abiezione, un'aura di grandezza sembra aleggiare anche nel profondo Inferno quando s'entra nella bolgia seguente, ch' dei cattivi consiglieri, perduti per abuso dell'ingegno. Onde il Poeta si propone di raffrenare il proprio,
Perch non corra che virt nol guidi.
Quegli spiriti erravano per la gola del fosso, racchiusi in un fuoco di cui ciascuno si rivestiva e che forse simboleggia la luce dell'intelletto. E due tra loro, Ulisse e Guido di Montefeltro, vengono successivamente a parlare di grandi fatti "con alte parole, con accoramento sublime, con aristocratica indifferenza verso chi li richiede dell'esser loro".
Ulisse, punito con Diomede per l'inganno del cavallo e per altri cattivi consigli, interrogato da Virgilio interprete del desiderio dell'alunno, racconta la tragica sua morte.
Tornato dalla guerra di Troia, nemmeno i pi santi affetti l'avean trattenuto in Itaca sua patria, ch lo consumava l'ardore di divenire esperto del mondo e degli uomini. Gi vecchio, con pochi compagni, s'era messo sul mare aperto; e navigando era giunto alle Colonne d'Ercole, le aveva oltrepassate e s'era inoltrato nel mare ignoto in direzione di sud-ovest, esploratore arditissimo e incitatore dei compagni con nobilissime parole:
Considerate la vostra semenza:
Fatti non foste a viver come bruti,
Ma per seguir virtute e conoscenza.
Dopo cinque mesi di navigazione arrivarono in vista d'una montagna bruna per la distanza e altissima: forse, nell'intenzione di Dante, la montagna del Purgatorio, inaccessibile ai mortali. Si rallegrarono essi: ma dalla terra venne un turbine, percosse il legno, lo fece capovolgere, e il mare si chiuse sovr'essi.
Questo mirabile episodio, il quale avvicina Ulisse ai grandi navigatori che illustrarono l'Italia e l'Europa nei secoli XV e XVI, e nel quale Dante, raccogliendo forse vaghe voci che dicevano Ulisse perito in un viaggio lontano, trova accenti che paion profetici,  seguito immediatamente da un altro di altrettanto mirabile, bench diversa, bellezza, e di altrettanto intensa, bench diversa, commozione.
Un'anima chiede ansiosa notizie a Dante della sua Romagna. E Dante, che viene dalla "dolce terra latina", la ragguaglia, ma senza che quella s'accorga ch'egli  vivo.
- Romagna tua non , e non fu mai
Senza guerra nel cuor de' suoi tiranni
Ma palese nessuna or ven lasciai. -
E gli dice delle condizioni particolari di ciascuna citt romagnola. Ma ora si riveli a lui lo spirito che cos gli ha chiesto. E quello, ch' Guido di Montefeltro, persuaso che l'interrogante non torner mai pi nel mondo, gli risponde senza tema d'infamia. Egli aveva conosciuto tutti
Gli accorgimenti e le coperte vie;
poi, pentito, s'era fatto frate francescano. Ma papa Bonifazio, ch'era in guerra coi Colonnesi, lo mand a chiamare nel suo ritiro, fidando nelle sue celebri arti, per chiedergli consiglio sul come prendere la citt di Preneste, anticipatamente assolvendolo per quanto gli avrebbe potuto consigliare. Ed egli sugger al Papa di promettere e di non mantenere. Ma quando mor, e venne San Francesco a prender la sua anima, venne pure il "nero cherubino", il quale cos ragionava: non si pu assolvere chi non si pente, e non si pu pentirsi e volere il male nel medesimo tempo.
Per la contraddizion che nol consente.
O me dolente! come mi riscossi,
Quando mi prese, dicendomi: - Forse
Tu non credevi ch'io loico fossi! -
Cos Guido di Montefeltro fu perduto.
E l'episodio terribile, noi ignoriamo su quali fondamenti escogitato, colpisce in Guido di Montefeltro quel Bonifazio VIII, gi altrove tanto duramente condannato dal Poeta.
La successiva tana  piena di membra mozze e di ferite e di piaghe che un demonio assesta ai seminatori di scismi religiosi e politici e di discordie, piaghe sempre risaldate e sempre riaperte. Ecco Maoraetto, reo per Dante di scisma religioso, col petto fesso; ecco il Mosca, che leva "i moncherin per l'aria fosca", rammentando le fatali parole:
Capo ha cosa fatta,
Che fu il mal seme della gente tosca.
Ed io v'aggiunsi: - E morte di tua schiatta. -
Ond'egli, accumulando duol con duolo,
Sen g, come persona trista e matta.
Ma Dante vide allora prodigio maggiore, vide un corpo andare senza capo e portando il capo in mano a guisa di lanterna: truce forma di contrappasso, ch quello era Bertran de Born, artefice del dissidio che aveva diviso il re Enrico II d'Inghilterra dal suo figliuolo.
Dante va cercando con l'occhio se sia laggi uno spirito del suo sangue, che fu litigioso, Geri del Bello. S, c'. Virgilio l'ha gi visto passare, minacciar forte col dito il suo congiunto, e andarsene via sdegnoso. Forse, dice Dante, perch mor di morte violenta, e nessuno della famiglia l'ha ancor vendicato.
E visitiamo i falsatori. La decima bolgia offre l'angoscioso e ripugnante spettacolo d'un ospedale nel quale si fossero date convegno le infermit d'interi paesi. I falsatori di metalli o alchimisti hanno la lebbra; coloro che falsarono in s altra persona sono rabbiosi; idropici i falsi monetieri; malati di febbre acuta i mentitori.
Mastro Adamo da Siena, idropico, che fals la moneta per i conti Guidi, ricorda i ruscelletti che scendono dai verdi colli del Casentino dov'egli pecc.
Il falso Sinone, che ingann i Troiani facendosi credere perseguitato dai Greci, ha l'arsura e il capo che duole. I due compagni di sventura si scambiano ingiurie volgari; e a Dante, che si ferma ad ascoltarli, il maestro sdegnato dice gravi parole:
Ch voler ci udire  bassa voglia.
 I traditori.
Intorno intorno al pozzo, il cui fondo  la ghiaccia di Cocito, stanno i giganti, che il Poeta prende alla mitologia, come Efialte, Anteo e Briareo, o alla Scrittura, come Nembrotte, al quale per solo la leggenda aveva dato forme gigantesche. Essi rappresentano la superbia e presiedono al peccato di tradimento. Grandi come torri, incutono paura.
Anteo, promessagli fama da Virgilio, prende i poeti in un fascio di sull'orlo dell'ottavo cerchio e li depone sul piano del nono, nel fondo del pozzo; dove il richiamo d'un dannato, contro il quale ha percosso col piede, fa accorto il Poeta ch'egli cammina sopra una crosta gelata in cui sono ombre livide e dolenti.
Camicione de' Pazzi di Valdarno, uccisore d'un congiunto, rivela un dopo l'altro i nomi de' suoi compagni "fitti in gelatina" come lui, cominciando dai due figli d'Alberto di Mangona, che l'odio avea condotti a morire uno per mano dell'altro; e ora piangono, e le lagrime si gelano nei loro occhi, rinserrandoli come legni uniti da spranghe.
 questa la Caina, dei traditori dei parenti.
Ma gli episodi culminanti di tutta la ghiaccia si svolgono nell'Antenora, cos detta da Antenore troiano, che la leggenda fa traditore della patria: episodi paurosi per atrocit di casi ed eccelsi per potenza di vita artistica.
Passando fra le teste, Dante ne percosse forte una col piede: e l'ombra si risent gridando contro quel passante, che pareva venisse ad accrescere la vendetta di Montaperti.
Montaperti? Il nome dest nel Poeta il desiderio ansioso di saperne di pi. E poich il dannato si rifiutava di dire il suo nome, Dante lo minacci di strappargli i capelli se non obbediva: e quello, duro:
Io avea gi i capelli in mano avvolti,
E tratti glien'avea pi d'una ciocca,
Latrando lui con gli occhi in gi raccolti,
Quando un altro grid: - Che hai tu. Bocca? -
Dante ne sapeva abbastanza. Quello era Bocca degli Abati. Ma non bast a Bocca; che volle rivelargli il nome di colui che aveva parlato: Buoso da Dovara, traditore di Manfredi; e altri e altri nomi disse, quasi prendesse egli pure, come il Camicione de' Pazzi, malvagio diletto a rifarsi sugli altri della propria abiezione.
Ma gi, partito da colui, Dante ha veduto in una buca due peccatori, di cui uno sormonta e divora il capo dell'altro. Perch?
Fatto esperto dal rifiuto di Bocca, il Poeta promette al "soprano", per farlo parlare, che nel mondo ne rivendicher la fama contro il suo offensore. E quello, allora, per quanto gli costi, narra.  il conte Ugolino, e l'altro  l'arcivescovo Buggeri degli Ubaldini. Ugolino non s'indugia a dire ci che ogni fiorentino conosce: dice quello che tutti ignorano, quel che accadde nella terribile torre quando, escluso coi figli innocenti dal mondo, dopo mesi d'angosciosa attesa e di pi angosciosi presentimenti, ebbe lo strazio di veder le sue creature morire una dopo l'altra, sotto i suoi occhi, di fame, e sopravvisse al martirio inumano per morir poi, non di dolore, ma per digiuno egli pure. Terminato il truce racconto, questo morto di fame che aveva veduto finir per inedia i suoi figliuoli,
Riprese il teschio misero coi denti,
Che furo all'osso, come d'un can, forti.
E qui il Poeta, che aveva spinto la fantasia oltre i limiti della storia, vinto egli stesso dall'orrore di quella raccapricciante ricostruzione, inveisce minaccioso contro la citt che pot permettere cos atroce scempio di creature innocenti.
Come dalla Caina all'Antenora, cos si passa insensibilmente dall'Antenora alla Tolomea (da Tolomeo, governatore di Gerico, che la Bibbia fa traditore di Simone suo ospite). Gli spiriti non sono qui volti in gi, ma "riversati", in modo, che non possono nemmeno avere lo sfogo del pianto, le lagrime prime facendo intoppo, gelandosi, alle successive, e queste ricadendo in dentro, a doppiare l'angoscia.
Un traditore prega Dante di liberarlo dai duri veli: e Dante promette, a patto che quello si nomini.  frate Alberigo de' Manfredi, che fece assassinar due parenti dopo averli invitati in casa sua. - Come? - esclama Dante: - non sei tu ancor vivo nel mondo? - E Alberigo gli spiega che spesse volte, fatto il tradimento, l'anima cade "in s fatta cisterna", mentre su in terra un demonio prende il suo posto.
Cotal vantaggio ha questa Tolomea.
Del suo corpo su egli non sa nulla. L presso per  ser Branca d'Oria: se Dante viene dal mondo, sapr bene se  vivo o morto: certo son passati gi pi anni ch'egli  l fra i traditori.
Ma Dante non pu credere alle parole di Alberigo: egli sa che Branca d'Oria  nel mondo,
E mangia e bee e dorme e veste panni...
No! Branca d'Oria, il genovese uccisore di suo suocero,  veramente nell'Antenora, e su lasci un diavolo nel corpo in sua vece.
- Ma aprimi gli occhi, - esige Alberigo in compenso delle sue rivelazioni. E Dante non glieli aperse,
E cortesia fu lui esser villano.
Il Poeta, che ha gi cos duramente colpito Pisa, non risparmia ora la potente citt avversaria di quella.
Ahi Genovesi, uomini diversi
D'ogni costume e pien' d'ogni magagna!...
I traditori dei benefattori, ultima abiezione dell'umanit, sono interamente chiusi nel ghiaccio,
E trasparean come festuca in vetro.
Qui non parole, non gemiti e non movimenti: nulla: qui  la vera morte dell'anima. Un vento impetuoso costringe Dante a ripararsi dietro a Virgilio. E quando, poco dopo, Virgilio si ritrae, il Poeta ha dinanzi la visione di Lucifero, e si sente mancare. Lucifero  smisurato anche in relazione ai giganti:  repugnante e deforme:  veramente il diavolo del Medio evo. Esce dalla ghiaccia con mezzo il petto; ha tre facce alla sua testa, di tre colori, e sotto ogni faccia una coppia d'ali come di pipistrello, dalle quali agitate si sprigiona il vento che fa agghiacciare Cocito. Da ogni bocca il mostro immane dirompe coi denti un peccatore: dalla centrale Giuda, dalle laterali Bruto e Cassio, gli uccisori di Cesare.
Ma oramai
 da partir, che tutto avem veduto.
Dante s'avvinghia al collo di Virgilio, e Virgilio s'appiglia al pelo di Lucifero, scendendo lungo il corpo di lui, fra il corpo di lui e la ghiaccia; scende fino al grosso dell'anca; poi con uno sforzo si capovolge e comincia a salire, per modo che il discepolo crede di tornare nell'Inferno. Hanno passato il centro della terra, ch' pure il centro di gravit; e anche l'ora  mutata, poich si trovano sotto l'emisfero australe, ove  mattina quando nel boreale  sera.
Risalendo il corso d'un fiumicello, i due s'inerpicano senza riposo per uno stretto sentiero:
E quindi uscimmo a riveder le stelle.
 Il monte del Purgatorio.
In mezzo all'Oceano, agli antipodi di Gerusalemme, lontano da Lucifero di tutto lo spessore dell'emisfero, ma lontano dall'Empireo di tutta l'estensione dei cieli, sorge su un'isoletta un monte pi alto di tutti i monti della terra, probabilmente quello cui non fu concesso a Ulisse di approdare, e in vista del quale egli naufrag. Ha forma di cono tronco; e sulla spianata che lo corona  posto il Paradiso terrestre, donde i felici primi abitatori furono cacciati dopo il peccato.
Ora il monte  divenuto il luogo della penitenza, e il Paradiso terrestre  la meta prima che le anime purificate toccano per salire a Dio.
Sul monte si scontano le reliquie del peccato, ci che rimane sull'anima quando l'anima di chi muore in pace con Dio ha gi, pentendosi, cancellato da s gli atti colpevoli. Qui le offese sono rimesse e si purga il malo abito della volont affinch questa acquisti l'abito virtuoso.
Le pene sono della stessa natura simbolica delle infernali, inflitte, cio, al corpo per significar l'anima e scelte secondo la legge del contrappasso; ma non sono mai troppo umilianti, e hanno, che pi importa, carattere temporaneo. Le anime sono contente nel fuoco,
perch speran di venire,
Quando che sia, alle beate genti.
Il Purgatorio stesso, anzi,  temporaneo: cominciato con la redenzione, durer fino al giorno del Giudizio universale.
Le anime sopportano la pena in ben altra condizione morale che non i dannati. Non ribellione ai decreti divini, non rimpianto della vita perduta; ma devozione all'alta sentenza e aspirazione a ricongiungersi col Creatore. Il patire  accolto con persuasione di cuore, anzi con umile esultanza:
Io dico pena, e dovrei dir sollazzo.
Talora persino pare che le anime godano di ostentare i propri trascorsi dinanzi ai due pellegrini, a propria maggiore mortificazione.
Nel secondo regno, inoltre, l'espiazione non si compie soltanto per via della sofferenza che chiameremo fisica. Le anime han sempre presenti, in modo diverso secondo le varie categorie in cui il Poeta le raccoglie, alcuni esempi che esaltan la virt cui esse anelano, ed altri che mostrano punito il vizio che le travi. Il primo esempio virtuoso  sempre quello di Maria. Gli altri sono attinti alternatamente dalla storia pagana e dalla cristiana.
Oltre a ci il Signore pone sulle labbra dei penitenti un salmo o una preghiera, che ferma la loro speranza sulla particolare perfezione che si attende da quel dato cerchio.
Dopo un Antipurgatorio, che raccoglie sui primi balzi del monte le anime pentite tardi, il Poeta dispone i penitenti su sette cornici circolari, quasi larghe strade piane tagliate nel pendio, cornici di giro pi stretto via via che si sale, e a ciascuna delle quali si accede dalla sottostante per una scaletta simile a un'erta scorciatoia fra strade carrozzabili montane.
Mentre nell'Inferno, come si esprime il d'Ovidio, "tutta la materia punibile  racchiusa nelle tre categorie aristoteliche", nel Purgatorio "tutta la materia espiabile  racchiusa nei sette vizi capitali": la quale dottrina dei sette vizi capitali non  dogma, ma  insegnata da scrittori autorevoli e divenuta comune.
Ciascun peccato risale ad amore, inteso come il piegare dell'anima a cosa che piace: amore diretto a cercare il male del prossimo, che d luogo a superbia, invidia ed ira; amore diretto troppo debolmente ai beni celesti, che genera l'accidia; amore diretto ai beni mondani con troppo vigore, donde l'avarizia con la prodigalit, la gola e la lussuria.
Cos i vizi capitali si seguono dal pi grave al men grave, dalla superbia, pi in basso, alla lussuria, presso la cima del colle.
 facile notare un parallelismo in senso inverso fra le cinque ultime cornici del Purgatorio e i primi cerchi infernali che sono degl'incontinenti.
Non che all'Inferno non siano punite la superbia e l'invidia. Un Inferno privo dei due pessimi tra i peccati non  concepibile. Ma l'uno e l'altro, fu supposto con verosimiglianza, stanno come "sostrato" della citt di Dite, implicitamente condannati, quali cause indispensabili e determinanti, negli altri peccati di bestialit e di malizia.
Il periodo dell'espiazione varia da spirito a spirito. Ciascun'anima passa per tutte le cornici, ma si trattiene pi in una che in altra, e la pena stessa le  data con maggiore o minore intensit secondo che si conviene alle sue particolari condizioni.
Per tutte le anime il soggiorno nel Purgatorio pu venire abbreviato dalle preghiere dei vivi memori che siano in grazia di Dio: ch il giudizio divino non pu dirsi mutato se una calda invocazione sodisfa in un punto solo ci che l'anima dovrebbe sodisfare in maggior tempo. Cos spiega Virgilio a Dante, pur consigliandolo di rimettersi anche su ci al parere di Beatrice,
Che lume fia tra il vero e l'intelletto.
Non demonii nel Purgatorio, ancorch in alcune leggende precedenti la Commedia il secondo regno avesse di questi ministri. Solo il serpente che insidi Eva, rimasto forse sulle pendici del monte, compare nell'Antipurgatorio a tentare, ma invano, gli spiriti.
Angeli, invece, son qui messaggieri e esecutori della misericordia celeste.
Nessuna costrizione tien l'anima vincolata alla pena: solo la sua volont di espiare. Nello stesso modo nessun annuncio esterno l'avverte della fine dei tormenti: solo la coscienza purificata.
 Antipurgatorio.
Per correr miglior acqua alza le vele
Omai la navicella del mio ingegno....
Muta il paesaggio: siamo nell'aria aperta, sotto un cielo azzurro, alla fine d'una pura notte. E quattro splendide stelle illuminano il volto di Catone, il vegliardo venerando, ch' custode dell'isola e severo esecutore degli ordini celesti.
Dante, gli dice Virgilio, va cercando libert, e la sua venuta  concessione di Dio. Egli allora gli permette sicura l'andata e ordina al maestro di cingerlo con uno dei giunchi che crescono sulla riva del mare e di lavargli il viso per detergerlo dal fumo che v'ha deposto l'Inferno.
E mentre son l, sulla riva del mare, i due peregrini vedon venire, scivolando lieve sulle onde, la navicella delle anime destinate al secondo regno, guidate da un angelo luminoso dalle candide ali.
Gli spiriti sbarcano; e quando, per prima cosa, nel regno dei morti, li colpisce l'incontro di quel vivo, impallidiscono per maraviglia. E uno riconosce Dante: Casella, morto da qualche tempo, ma che giunge solo allora, l'angelo prendendo "quando e cui gli piace" secondo dispone la Volont suprema.
"Casella mio..!". Potr egli confortare anche ora con l'amoroso canto il suo amico? Dante viene dall'Inferno ed  tanto affannato...!
"Amor che nella mente mi ragiona"
Cominci egli allor s dolcemente,
Che la dolcezza ancor dentro mi suona.
Quelle anime, e Virgilio stesso, s'indugiano estatici con Dante ad ascoltare. Ma sopraggiunge Catone, rimprovera del ritardo gli spiriti lenti, e tutti si disperdono come un branco di colombi spauriti.
Il romano Catone minore, detto Uticense per essersi ucciso in Utica al tempo di Cesare piuttosto che sopravvivere alla caduta della libert, era per Dante "l'uomo terreno pi degno di significare Iddio".
Il suicidio di lui, anzich una colpa, apparve al Poeta come l'atto eroico d'un combattente in una mischia disperata, atto non contrario alla giustizia e nemmeno alla carit. N l'essere stato pagano tolse a Catone, nelle mire di Dante, la possibilit d'avere l'altissimo ufficio di custode dell'isola, la sua virt essendo stata cos grande, da farlo pensare privilegiato della grazia divina, che lo chiamer un giorno alla gloria del Paradiso. E bene quest'eroe di libert  preposto al mondo ove l'anima, mondandosi dalle tracce del peccato, conquista quella vera libert dell'arbitrio, per cui non pu volere se non il bene.
Anche Dante andava cercando libert. E l'aver egli fatto una cosa sola, nelle parole di Virgilio, della libert politica cercata da Catone e della libert morale ch'egli stesso cercava, "non  confusione n equivoco, ma fusione appositamente cercata e voluta dal Poeta, per il quale il massimo equilibrio spirituale umano doveva coincidere col pi perfetto e quindi pi libero regime politico del mondo". (E. G. Parodi).
Sui primi balzi del monte, "dove tempo per tempo si ristora", s'indugiano le anime che si pentirono tardi e alle quali  quindi tardato il giorno della beatitudine.
Sono gli spiriti degli scomunicati, i quali rimangono esclusi dalle pene redentrici per un periodo ch' trenta volte quello che passarono fuori del grembo della Chiesa; sono i riconciliati con Dio solo all'ultim'ora, o per negligenza, o memori del dovere solo quando li colp la morte improvvisa, o distratti sino alla fine da cure di governo: i quali tutti si trattengono nell'Antipurgatorio tanto tempo quanto vissero.
Qui, alla luce del sole, il corpo di quel vivo manda ombra. Ed ecco la prima schiera di spiriti fermarsi stupita per il fenomeno incredibile; poi uno di essi chiedere a Dante se lo riconosca.
Biondo era e bello e di gentile aspetto;
ma portava i segni di due ferite. Era Manfredi, e quelle eran le ferite mortali di Benevento. Dica Dante, quando torna sulla terra, alla bella figlia di Manfredi, Costanza, ch'egli  in luogo di salvazione; e che coloro che infierirono contro il suo corpo fecero cosa vana, poi che la bont infinita di Dio aveva perdonato alla sua anima. La scomunica, per, gli vale lunghi anni d'Antipurgatorio. Dica anche questo, Dante, alla buona Costanza, la quale potr giovare al padre con le pie preghiere.
Per uno stretto ed erto sentiero Dante arriva faticosamente su un balzo che domina i bassi lidi, e siede stanco.
Questa montagna  tale,
Che sempre al cominciar di sotto  grave,
E quanto uom pi va su, e men fa male.
L, presso al punto dove il Poeta sedeva e si faceva dare dal maestro dei chiarimenti astronomici, dietro a un gran pietrone, sedeva la schiera dei negligenti. E tra essi era il pigro Belacqua, in atto piuttosto d'abbandono che di riposo. Pareva fratello della pigrizia. Comico  Belacqua, dai gesti lenti, dalle parole brevi, negligentemente interrogative: macchietta d'arguto fiorentino indimenticabile. Egli sta l a sedere e aspetta. "L'andare in su che porta?" Tanto, anche se salisse, l'angelo non gli permetterebbe di varcare la soglia. Potrebbe aiutarlo una buona preghiera:
- L'altra che val che in ciel non  udita? -
La folla dei morti di morte violenta viene invece camminando lenta e cantando il Miserere, e si stringe intorno a Dante per raccomandarsi col suo mezzo alle preghiere dei vivi.
Qui  Buonconte di Montefeltro.
Dove and a cadere, chiede Dante, che non fu pi trovato dopo Campaldino? - Oh! egli s'era pentito all'ultimo istante; ma il diavolo si vendic della preda perduta, e sommovendo il Casentino con un terribile uragano, fece gonfiare torrenti e fiumi e travolgere il suo cadavere nell'Arno e deporlo nel fondo limaccioso. -
Sorte singolare dei Montefeltrani! Per essi soli il Poeta ha immaginato il contrasto, nell'istante della morte, fra lo spirito del bene e quello del male: e forse egli volle compensare in Buonconte, che mor invocando Maria, la tremenda severit usata nell'Inferno con Guido suo padre.
Alla cupa descrizione che Buonconte fa dell'opera diabolica, succedono immediate le dolci espressioni della Pia dei Tolomei, la quale accenna, senza nominarlo, al marito che la fece uccidere; e sola fra tanti spiriti, nel raccomandarsi al Poeta ha un pensiero gentile per lui e insieme d'umilt per s medesima:
- Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
E riposato della lunga via...,
Ricorditi di me, che son la Pia. -
Il maestro s'accosta per chiedere il cammino a un'anima che stava sola in disparte, altera e disdegnosa. Ma quella, invece di rispondere, a sua volta richiede i peregrini del loro nome e della loro patria.
E il dolce Duca incominciava:
Mantova... E l'ombra tutta in s romita
Surse ver lui del loco ove pria stava,
Dicendo: - O Mantovano, io son Sordello
Della tua terra! - E l'un l'altro abbracciava.
Ahi serva Italia!...
Il ricordo di quell'abbraccio fraterno tra i due spiriti che ormai nulla pi legava alle cose del mondo, fa prorompere irrefrenabile l'indignazione del Poeta contro i vivi d'Italia che si lacerano sempre fra loro. Non v'ha punto di terraferma e delle coste che sia in pace. Colpa di tutti: della gente di Chiesa, che s'ingerisce delle cose temporali; e dell'imperatore, che dimentica il giardino dell'Impero, e per merita per s e per la sua stirpe il pi esemplare castigo celeste. Venga, e veda come i partiti dilaniano l'Italia, e l'abbandono in cui giacciono i suoi seguaci, e le miserie di Roma e la vanit della sua fama. Implacabile tuona la parola del Poeta particolarmente contro Firenze, cui mancano giustizia, senno, pace, stabilit; ch' simile all'inferma
Che non pu trovar posa in su le piume,
Ma con dar volta suo dolore scherma.
Sfogato il generoso incalzar degli affetti, il Poeta ci descrive una ridente insenatura del monte, ove, guidati da Sordello, egli e Virgilio passarono la notte ed ebbero agio di conoscere quei grandi della terra che la passata negligenza costrinse a ristorare con tempo il tempo perduto. Qui si vedono, avvicinati e pacificati tra loro, principi che nel mondo si avversarono, come Pietro d'Aragona e Carlo I d'Angi. Li nomina e giudica uno dopo l'altro Sordello: e sono, salvo uno, quelli stessi o i successori di quelli stessi, che Sordello appunto aveva enumerati e giudicati nel suo famoso Compianto.
Nella quieta ora crepuscolare, tra le anime preganti, il serpe tenta invano la sua prova, fugato dagli angeli venuti a guardia della valle.
E Dante, in quella dolce poesia di luogo e di tempo, trova Nino di Gallura e Corrado Malaspina.
Giudice Nin gentil, quanto mi piacque
Quando ti vidi non esser tra i rei!
Nullo bel salutar tra noi si tacque...
E Corrado, udito da Dante lodar per fama la sua casa, gli predice che non passeranno sette anni, e quella cortese opinione gli sar confermata dall'esperienza personale con ben maggiore efficacia che dalla parola altrui.
Nella valletta, sull'erba, preso dal sonno, il Poeta sogna presso la mattina d'un'aquila che lo rapisce nel cielo del fuoco. Destatosi, si trova davanti alla porta del Purgatorio.
 Le prime cornici.
La porta, fino alla quale l'aveva portato durante il sonno Lucia, era chiusa e la custodiva un luminoso angelo vestito di cenere, seduto sul gradino superiore dei tre precedenti la soglia. Dopo che Dante gli si fu gittato ai piedi e gli ebbe chiesto misericordia battendosi il petto, egli descrisse sulla fronte di lui sette P col puntone della spada e gli ingiunse di lavar quelle piaghe quando fosse entrato. Poi aperse la porta con una chiave d'oro e una d'argento, e lo introdusse, ammonendolo di non voltarsi indietro.
Saliti a lungo, i Poeti toccarono la prima cornice e ammirarono, storiati nel marmo candido, fattura divina, maravigliosi esempi d'umilt. Casi di superbia punita sono incisi nel terreno, su cui, curvi, i peccatori camminano.
E gi venivano i superbi, oppressi sotto gravi massi, cantando il Padre nostro:
O Padre nostro, che ne' cieli stai...
Dante va chino con quei penitenti; e uno, sforzatosi di vederlo in viso, lo riconosce:  Oderisi, l'onore di Gubbio e dell'arte del miniare, ch'ora lieto proclama la superiorit di Franco Bolognese suo scolaro. Egli sa ora come la gloria umana sia caduca! Giotto ha fatto dimenticare Cimabue, Guido Cavalcanti Guido Guinizelli,
e forse  nato
Chi l'uno e l'altro caccer di nido.
Ma tra mille anni sar per Dante l'oblio come per chi muore bambino: e mille anni che sono in confronto dell'eternit?
Oderisi accenna a Provenzan Salvani che cammina dinanzi a lui. Era stato signore di Siena quarant'anni prima: e ora appena qualcuno di quei cittadini si rammentava del suo nome. Dio gli perdon l'Antipurgatorio in grazia d'un solo atto d'umilt, quand'egli, per raccogliere i mezzi a riscattar l'amico,
Si condusse a tremar per ogni vena.
Parole oscure, per Dante, queste; ch egli non pu ancora capire che sia l'angoscia del superbo costretto a chiedere altrui. Ma i suoi concittadini lo metteranno presto in grado d'intendere.
Nel punto ove si sale all'altro cerchio, il Poeta vede l'angelo dell'umilt:
A noi venia la creatura bella,
Bianco vestita, e nella faccia quale
Par tremolando mattutina stella.
Alleggerito, perch l'angelo gli ha, col ventare dell'ala, cancellato dalla fronte il P della superbia, Dante sale a vedere gl'invidiosi, che trova seduti su una pietra livida, vestiti di cilicio color livido, con gli occhi cuciti da un filo di ferro, s che le lagrime escono premute dall'orribile costura. Essi recitano le litanie. E voci passano volando e dicono ammaestramenti.
Vi sar tra costoro un'anima che sia latina?
- O frate mio, ciascuna  cittadina
D'una vera citt; ma tu vuoi dire
Che vivesse in Italia peregrina. -
Cos rispose la sanese Sapa, la quale era stata invidiosa tanto da desiderare la sconfitta de' suoi concittadini. - Ma chi  costui, - ella domanda, - che pare ci veda e respiri? - Un giorno, - rispose Dante, - sar io pure accecato in questo cerchio; ma per poco tempo, ch poco ho da rimproverarmi la colpa dell'invidia. Temo ben pi il tormento di sotto. -
In questo mentre due altri spiriti, che poi si chiariscono romagnoli, Guido del Duca e Rinieri de' Calboli ragionan fra loro di quel vivo, desiderosi di sapere chi sia. La risposta di Dante li muove a parlare della Toscana; e ne parlano come di terra in cui la virt si fugge al pari di una biscia, in cui la gente pare stata in bala di quella maga Circe, la quale mutava gli uomini in animali. Oh quanto  guasta, per, anche la Romagna, selva di velenosi sterpi! Dove sono andate le austere virt delle antiche nobili famiglie? Dove i sentimenti cavallereschi? - Ma va via, - conclude Guido del Duca,
- Ma va via, tosco, omai, che or mi diletta
Troppo di pianger pi che di parlare,
S m'ha nostra ragion la mente stretta. -
Assolto dall'angelo abbagliante della carit, il Poeta vede in visione estatica gli esempi ammonitori del cerchio dell'ira, ove un fumo densissimo l'avvolge e molesta. Vanno in esso gl'iracondi cantando "Agnus Dei". E in quel fumo Dante ha un lungo colloquio con quello spirito esperto del mondo che fu Marco Lombardo.
Anche Marco, come Guido del Duca, lamenta l'attuale abbandono della virt. - Dov' dunque - domanda il Poeta - la causa di tanta corruzione? Negli uomini o nell'influenza dei cieli? -
Oh come si vede da questa domanda che il Poeta vien dalla terra! Marco gli dimostra come gli uomini siano responsabili delle proprie azioni, la ragione e la libera volont essendo sottratte alle influenze celesti. La facilit d'errare ch' negli uomini rese necessarie le due guide, i due soli, a mostrare le due strade, del mondo e di Dio. Ma i due soli si sono spenti l'uno con l'altro: le due potest, unite per forza, non si temono pi reciprocamente; e la gente imita la mala condotta di chi sta in alto e pi oltre non chiede.
Nell'Italia superiore, ad esempio, che Marco ben conosce, solo in qualche vecchio sopravvive l'antica virt!
Nel girone dell'accidia. Dante sa dal suo duca come ogni operare buono e cattivo venga da amore, e ha da lui notizia della distribuzione dei vizi nel Purgatorio.
Poi, nella pura notte lunare, egli  per addormentarsi, quando vede la schiera degli accidiosi venir correndo, spinta da buon volere e da giusto amore. Costoro non possono indugiarsi a parlare, onde ci che il Poeta ne dice  necessariamente assai breve.
Mentre le ultime ombre si dileguavano, Dante fu tratto a chiuder gli occhi, e il suo pensiero si tramut in un sogno simbolico dei peccati che avrebbe veduto puniti nelle ultime cornici.
 Le ultime cornici.
Nel quinto giro, tra gli avari, stesi bocconi, piangenti, legati a quella terra cui troppo furono avvinti nella prima vita, Dante trova il papa Adriano V de' Fieschi di Lavagna, ch'era stato ambizioso di salire, e poi, fatto roman pastore, aveva scoperto la vita bugiarda:
Vidi che l non si quetava il core...
Dante s'inginocchia davanti a questo papa che s'era liberato delle ambizioni terrene e sarebbe stato veramente il sacerdote ch'egli sognava. Umili e fraterne parole gli dice quello spirito; poi Dante s'allontana per compiacergli, ch egli desidera pianger la sua colpa indisturbato.
Ma il Poeta inveisce contro la trista passione:
Maledetta sie tu, antica lupa,
Che pi che tutte l'altre bestie hai preda,
Per la tua fame senza fine cupa!
Nella stessa cornice  Ugo Capeto, radice della mala pianta da cui vennero i Filippi e i Luigi a regger la Francia; il quale, enumerate le colpe della sua casa e per l'Italia in particolare i danni portati da Carlo d'Angi, predice la venuta del Valois a tradir Firenze e l'insulto di Anagni a papa Bonifazio.
E gi, lasciato il Capeto, i Poeti s'affrettavano, quant'era possibile in quella via impacciata, allorch il monte si scosse e s'ud fin dalle sue radici un grido cos forte, che il duca dovette rassicurare il discepolo impaurito. Il crollo del monte e il grido di lode a Dio innalzato da tutti gli spiriti del Purgatorio, sono la manifestazione collettiva dell'esultanza che accompagna la liberazione d'uno dei penitenti. Cos spiega ai Poeti l'anima che appunto  liberata in quell'istante, l'anima di Stazio, l'antico poeta imitatore di Virgilio; la quale, partendosi dalla cornice degli avari, salir ora insieme coi nostri Poeti per tutta l'ultima parte del viaggio attraverso quel regno.
Ignorando ancora d'avere dinanzi a s l'autore dell'Eneide, Stazio attesta ai due peregrini di dovere a quel poema ogni proprio valore; anzi dichiara, egli ch' sulla soglia della sospirata beatitudine, che si tratterrebbe volentieri ancora un anno in Purgatorio, per aver potuto avere la fortuna di viver nel mondo quando v'era Virgilio. E allorch un sorriso significativo di Dante lo avverte che lo spirito d'un tanto maestro  l presso a lui, Stazio si china ad abbracciargli riverente le ginocchia. Ma fa di pi. Narra che, prodigo, si sarebbe perduto, se le parole lette nell'Eneide sul malo uso delle ricchezze non l'avessero in tempo fatto pentire. N basta ancora. Pagano, egli fu tratto al Cristianesimo dalle parole dell'egloga virgiliana:
"Secol si rinnova,
Torna giustizia e primo tempo umano,
E progenie discende dal ciel nova".
Per te poeta fui, per te cristiano.
Senonch, per timore delle persecuzioni di Domiziano, Stazio era stato "chiuso cristiano", e per era punito per secoli come accidioso.
La turba tacita e devota dei golosi passa davanti a un albero carico di frutti spruzzati da una viva fonte sgorgata dalla roccia. Dall'albero escono voci incoranti alla sobriet.
"Qual grazia m' questa?" esclama a un tratto uno spirito. Dante, che non poteva riconoscerlo ai lineamenti, che la magrezza informa alle ossa la pelle dei golosi, lo ravvisa alla voce.  Forese... Oh come mutato!  Forese, che le preghiere della moglie Nella han gi condotto fin l su. Dio ha tanto pi cara la pia vedovella fiorentina, quanto pi ella  sola in bene operare tra le scostumate sue contemporanee: alle quali il cielo prepara prossima e grave la punizione.
Dice Dante all'amico, quando riesce a vincere la commozione:
- Se ti riduci a mente
Qual fosti meco e quale io teco fui,
Ancor fia grave il memorar presente.
Di quella vita mi volse costui
Che mi va innanzi,
e che m'accompagner fin dove sar Beatrice.
Beatrice! solo con Forese fra tutti gli spiriti, Dante la ricorda per nome, come Forese ha con lui ricordato la Nella. Essi conoscono reciprocamente le dolci creature che furono i loro angeli custodi.
Ma Dante vorrebbe anche saper di Piccarda, la sorella del suo amico. - Piccarda  in cielo, gi premiata della sua virt. -
Con Forese  il lucchese Bonaggiunta Urbiciani: e l'incontro d occasione a Dante di accennare a una donna, Gentucca, che pare gli fosse cortese di aiuto e d'ospitalit in Lucca; e di parlare della propria arte paragonata con quella dei poeti volgari precedenti, arte che si fondava sul semplice ed eterno segreto:
- Io mi son un, che quando
Amore spira, noto, ed a quel modo
Che detta dentro, vo significando. -
Quando si rivedranno i due amici!.. Dante non lo sa; ma, per presto che sia, sar sempre venuto prima col desiderio:
- Per che il loco ove a viver fui posto,
Di giorno in giorno pi di ben si spolpa,
Ed a trista ruina par disposto. -
Forese gli predice allora la morte del proprio fratello Corso, "quei che pi n'ha colpa". Poi lo lascia, perch il tempo  caro in questo regno.
Stazio spiega, mentre salgono agli ultimi penitenti, come l'anima si unisca al corpo e come si formi dopo morte l'ombra d'aria.
E giungono alla parete di fiamma che occupa tutto l'ultimo ripiano. Spiriti andavano per quell'ardore, alternando il canto con esaltare esempi di castit. Una folla d'altri penitenti veniva intanto in senso inverso. Incontrandosi, si baciavano un istante, contenti a breve festa: poi gli uni e gli altri gridavan casi di lussuria punita.
Un di quei primi era Guido Guinizelli.... Con quale impeto d'affetto, dice Dante, avrei voluto correre ad abbracciarlo,
Quando io udii nomar s stesso il padre
Mio e degli altri miei miglior, che mai
Rime d'amore usr dolci e leggiadre.
Ma Guido umilmente indic dinanzi a s un migliore artefice del parlar materno ch'egli non fosse stato, Arnaldo Daniello. E questo, esprimendosi in provenzale, si raccomand alle preghiere di quel vivo in cui tanta grazia riluceva.
- Beati i mondi di cuore, - disse l'angelo della castit. E aggiunse che per uscire di quella cornice era necessario traversare il fuoco. Dante allora si sent morire: egli aveva visto umani corpi accesi!
Non valsero a persuaderlo le esortazioni del maestro, n le sue assicurazioni che l poteva esser tormento ma non morte, n il suo "Ricordati ricordati..." Egli si mosse solo alla promessa che di l avrebbe trovato Beatrice.
Il buon duca si mise innanzi a lui, preg Stazio che venisse dietro; e il fuoco, con dolore, ma senza morte, fu traversato.
I Poeti salirono alcuni scaglioni; poi venne la notte, e Dante s'addorment, mentre i due compagni lo custodivano sotto le stelle.
E sogn una donna giovane e bella, la quale andava per una landa cogliendo fiori e cantando; e nel canto diceva d'esser Lia e che amava adornarsi; ma che sua sorella Rachele preferiva guardar sempre in Dio.
Fatto giorno, i Poeti salirono gli ultimi gradini, e furono alla sommit del monte.
Virgilio allora ficc in Dante i suoi occhi, gli ricord come e dove l'aveva condotto, riassunse in due parole il proprio ministero verso di lui, e gli diede autorit sopra s stesso.
- Non aspettar mio dir pi n mio cenno:
Libero, dritto, sano  tuo arbitrio,
E fallo fora non fare a suo senno:
Perch'io te sopra te corono e mitrio. -
 Il dolce duca.
A questo solenne commiato di Virgilio Dante nulla risponde: non ringrazia, non saluta, forse non comprende ch' un commiato. E s'affretta per la bella odorosa campagna, tutto proteso verso ci che il luogo e le parole del maestro gli apron dinanzi. Virgilio gli tien dietro muto; e sparisce poi all'improvviso all'apparire di Beatrice. Allora s, Dante pianger il dolcissimo padre cui s'era dato per sua salute: lo pianger pur trovandosi fra le delizie del Paradiso terrestre, pure essendo finalmente vicino alla sua donna.
Cos Dante ha immaginato con verit psicologica da grande maestro: cos i giovani, al richiamo della vita, sembrano dimenticare chi li ha messi in grado di goder degnamente la primavera dell'anima; e poi piangono le sparizioni irreparabili e misurano, allora, il valore di quanto hanno perduto.
Come amoroso e sollecito Virgilio per Dante! Veramente duca, signore, maestro, veramente padre.
Gli dice cose austere: "ogni vilt convien che qui sia morta"; e insieme, compatendo alla debolezza di lui, subito dopo gli d la mano con lieto volto.  addolorato, nel Limbo, e pure gli parla amoroso e ne previene le domande. Gli copre gli occhi per timore di Medusa, lo fa inginocchiare davanti all'angelo nocchiero, davanti a Catone; indovina i desiderii che Dante tace, si ritrae, quasi si cancella quando vuol lasciarlo primeggiare, lo ripara dalla coda di Gerione, lo porta maternamente perch sfugga ai diavoli infuriati; ascolta contento i nobili sfoghi della sua indignazione, sorride paterno alle sue ingenuit, fa come la lancia d'Achille, che feriva e sanava; indovina i suoi pi riposti pensieri, fa parlare a lui da altri quando teme insufficiente la propria parola...
Ma la dolce e severa bont, la superiorit benevola di quel saggio si rivelano sopra tutto quando  per terminare il suo compito. Dante, che ha sempre umilmente ubbidito, non osa entrare nel fuoco dell'ultima cornice, e ci contro coscienza, ch egli sa bene come il maestro non possa mentirgli. E Virgilio par che senta, cos sul finire del suo ministero, che il suo alunno gli sfugge... Allora, "turbato un poco", gli dice:
- Figlio, or vedi,
Tra Beatrice e te  questo muro. -
E quando Dante, all'udir quel nome, che sempre nella mente gli rampolla, si mostra disposto a far ci che invano prima gli era stato richiesto con tanto affetto, che dice il maestro? Il buon padre croll la fronte, e disse:
- Come?
Volemci star di qua? - Indi sorrise,
Come al fanciul si fa, ch' vinto al pome.
E mentre vanno per quell'incendio senza metro,
Lo dolce padre mio per confortarmi
Pur di Beatrice ragionando andava,
Dicendo: - Gli occhi suoi gi veder parmi. -
E la solenne semplicit delle ultime parole, cui pare arrida la magnifica natura intorno!
Vedi l il sol che in fronte ti riluce...
Beatrice, che piangendo  andata a cercarlo, pu bene rasciugare i begli occhi: ella non s' affidata indarno al parlare onesto dell'antico saggio.
Ma Dante non  sconoscente.
Lungo tutta la via, agli appellativi di figlio, figlio mio, figliuolo, corrispondono da parte sua quelli di padre, dolce padre, dolce duca, dolce pedagogo, dolcissimo padre, pi che padre, ombra gentile, scorta sapiente e fida, ombra che guida gli occhi in alto, sole che sana ogni vista turbata. Dante sa l'alta tragedia tutta quanta; egli  lieto di dubbiare quanto  lieto di sapere, poich Virgilio gli scioglie i suoi dubbi con insuperabile maestria.
Dante immagina che Virgilio avesse gi fatto il viaggio d'Inferno, costretto dagli scongiuri d'una maga a trar fuori dall'ultimo cerchio l'anima d'un traditore. Ma nel Purgatorio egli pure ignora la via: e qualche volta paion fratelli, quei due grandi che insieme vanno dolcemente parlando.
In mezzo a tanto sapere e a tanta prudenza, qualche piccola debolezza di Virgilio fa di lui una figura ancora pi umana. Si distrae egli pure al canto di Casella:  un poeta, e il canto di Casella ha tutte le seduzioni dell'arte! Ma quando viene Catone e rimprovera dell'indugio anche lui, egli si allontana con un istintivo affrettar del passo, rimproverandosi quel momento di dolcissimo oblio e esagerando a s stesso la propria mancanza.
O dignitosa coscienza e netta,
Come t' picciol fallo amaro morso!
Ma al primo dubbiare del suo alunno, eccolo "tutto rivolto" a lui: "Non credi tu me teco?..."
Basterebbe, a testimoniare la grandezza di Virgilio nel concetto del suo alunno, l'onoranza che gli tributano i compagni del Limbo, quando gli vengono incontro capitanati da Omero, e s'ode una voce che grida:
- Onorate l'altissimo Poeta! -
Ma la vera apoteosi del suo duca fa Dante in occasione dell'incontro con Stazio; apoteosi insieme, bench minore, anche dello stesso Stazio, che per la sua fama deve pi a quei versi di Dante che non a tutti i propri sommati insieme. E l'aver posto quell'apoteosi nel punto in cui Virgilio sta per lasciare il suo alunno e per tornare nel Limbo,  di quelle bellezze di cui il Tommaseo diceva che non si cercano, e le manda quel Dio che manda i poeti.
Ma Virgilio, che salva altrui, non  salvo. Noi lo vediamo con la fantasia scendere malinconico il Purgatorio, risalire il burrato e l'abisso, rientrare nel nobile castello, col perpetuo desiderio dell'intravveduta beatitudine, mentre il suo alunno sale con la sua donna a pi alta salute.
Facesti come quei che va di notte,
Che porta il lume dietro e s non giova,
Ma dopo s fa le persone dotte.
Fu osservato che Dante avrebbe potuto, giovandosi del suo diritto di grazia in un'opera d'immaginazione, pensare un Virgilio cui fosse arrisa la grazia divina, quale arrise al troiano Rifeo, che appunto l'Eneide vantava. Ma, non salvandolo, il Poeta ne fece una figura tanto pi poetica. Anche Virgilio  un esule senza colpa, che un rimpianto perpetuo accompagna: un esule cui ben fare non  bastato; cui, anzi, l'anelito al bene supremo, animatore della sua vita,  dato ora per pena.

Cos a questa figura tanto profondamente umana non manca nemmeno quell'aureola della sventura, che avvince i cuori e mesce l'affetto di tenerezza accorata.
 Il Paradiso terrestre.
Dante andava per la divina foresta del Paradiso terreste,
Su per lo suol che d'ogni parte oliva,
tra canti d'uccelli e mormorar di fronde, come nella pineta di Ravenna allo spirar di scirocco.
Nel cuore di quella foresta gli travers la via un fiumicello limpidissimo che scorreva nell'ombra. E di l dal fiumicello, sul verde fiorito, gli apparve
Una donna soletta, che si ga
Cantando ed iscegliendo fior da fiore
Ond'era pinta tutta la sua via.
Ridente, con le mani piene di fiori, ella esultava nelle opere del Signore.
Quella terra, fatta per la felicit dei primi uomini,  sottratta alle perturbazioni atmosferiche del resto del globo, ella spieg al Poeta. Il venticello che fa stormir le fronde  prodotto dal rotare del cielo dell'aria avvolgente la terra, il quale urta contro l'impedimento degli alberi della foresta su quella cima altissima del monte. La pianta poi, percossa dall'aria stessa, effonde la sua vita vegetativa nell'aria che la percuote, e questa nel girare la diffonde intorno: onde nascon piante e fiori. Cos l'acqua del fiumicello sorge di fonte perenne, che riprende continuamente dal volere di Dio quello che perde nel corso dei fiumi. E i fiumi son due: uno, il Lete, che ora separa la donna dal Poeta, e che ha virt di togliere la memoria del peccato; l'altro, l'Euno, che scorre dalla parte opposta, e gustato, ravviva le buone ricordanze.
Seguti dai due antichi poeti, Dante e la donna (che poi si sa esser Matelda) avanzano, uno di qua l'altra di la dal rio.
Ed una melodia dolce correva
Per l'aer luminoso...
Mentre s'udiva cantare osanna, apparvero sette candelabri fiammeggianti. Poi i candelabri si mossero, lasciandosi dietro strie luminose dei colori dell'iride. E sotto il cielo cos illuminato pass una lenta e mirabile processione, di cui faceva parte un carro pi splendido che quello del sole, su due ruote, tirato da un grifone mezzo leone e mezzo aquila, e la parte dell'aquila era d'oro.
Tre donne in giro dalla destra ruota
Venian danzando,
l'una rossa, l'altra verde, la terza bianca; e quattro dalla sinistra, vestite di porpora.
S'ud un tuono, e la processione si ferm col grifone dirimpetto a Dante.
Allora, alla voce di un vecchio che invoc tre volte: - Vieni, sposa, dal Libano, - si levaron cantando cento angeli dal carro, e dicevano: - Benedetto chi viene - e: - Date gigli a piene mani! - Allora, come il sole talora sorge velato di vapori,
dentro una nuvola di fiori,
Che dalle mani angeliche saliva
E ricadeva gi dentro e di fuori.
Sopra candido vel cinta d'oliva,
Donna m'apparve, sotto verde manto,
Vestita di color di fiamma viva.
E tosto lo spirito di Dante, per occulta virt che mosse da lei, sent la potenza dell'antico amore. In quella commozione egli si volse tremando a Virgilio, per dirgli:
- Conosco i segni dell'antica fiamma. -
Ma Virgilio n'avea lasciati scemi
Di s, Virgilio dolcissimo padre,
Virgilio a cui per mia salute die' mi.
Egli piangeva la sparizione del suo dolcissimo padre; quando ud per la prima volta nel suo viaggio chiamarsi per nome: e fu quel nome la prima parola che Beatrice pronunzi.
- Dante, perch Virgilio se ne vada,
Non pianger anco, non piangere ancora,
Ch pianger ti convien per altra spada.
Per le sue passate colpe, ch'ella sdegnata e severa gli rimprovera, egli deve piangere. Le stelle e la grazia divina l'avevano dotato cos largamente e gli occhi di lei l'avevan guidato in dritta parte: e non era valso! Quand'ella avea mutato vita, e bellezza e virt le eran cresciute, egli l'aveva avuta men cara, aveva seguite false immagini di bene. Per salvarlo, ell'era dovuta ricorrere all'estremo argomento di mostrargli le perdute genti, cercando in lagrime l'aiuto di Virgilio.  dunque giusto che Dante sospiri e si penta e confessi apertamente i suoi falli.
Piangendo dissi: - Le presenti cose
Col falso lor piacer volser miei passi,
Tosto che il vostro viso si nascose. -
Confessare  bene; ma sappia Dante che, morta la sua donna, egli avrebbe dovuto levarsi su, dietro a lei, e non permettere che "pargoletta o altra vanit" gli gravasse le ali in gi. E alzi gli occhi, che prender pi dolore riguardando.
Egli la vide allora, pi bella che mai fosse stata in terra e, morso di pentimento e di riconoscenza, cadde vinto.
Quando si risent, Matelda l'aveva tratto nel fiume fino alla gola, s ch'egli dovette inghiottire l'acqua di Lete. Poi lo cinsero le quattro belle e lo guidarono al carro, mentre Beatrice guardava sempre il grifone. E vennero le tre, e pregaron Beatrice d'alzare il velo che le copriva il volto; s che a Dante si dispieg intera quella bellezza superiore ad ogni parola.
Intanto la simbolica processione si rivolgeva per ritornare su' suoi passi; e tutti si mossero, e si fermarono all'albero del bene e del male, ch'era altissimo e dispogliato. Ma quando vi fu legato il carro, esso rigermogli e fior in mezzo ai dolci canti che risonavano intorno.
Poco dopo Dante vide Beatrice
Sola sedersi sulla terra vera.
Ed ella gli disse: - Sarai per poco nella selva; poi sarai eternamente con me, cittadino del cielo. Ora guarda al carro, e scrivi poi quello che avrai veduto. -
Dante guard: e vide prima un'aquila calare sull'albero rompendo scorza e fronde e il carro; poi una magra volpe avventarsi entro il carro, ma fuggir via alle parole con cui Beatrice le rimprover le sue laide colpe; e l'aquila scendere entro il carro e lasciarlo pennuto. Poi vide dalla terra venir su un drago e figger la coda nel veicolo, poi ritrarla rovinando il fondo, e andarsene via tortuosamente; delle penne che l'aquila avea lasciate ricoprirsi tutto quel che rimaneva del carro: che poi, cos coperto, mise fuori sette teste. Apparvero allora sovr'esso una puttana e un gigante, e questo batt quella perch aveva guardato Dante e stacc il carro dall'albero e lo trasse via per la selva.
Un canto di dolore sal dalle ninfe; e Beatrice sospirosa e pia si mosse e le fece andar seco con Stazio e Dante; e a questo, che stava intimidito in atto di venerazione, parl tranquilla, profetando misteriosamente la venuta del messo di Dio che uccider il gigante e la donna. Che se la profezia  oscura, i fatti, disse, verranno a chiarirla. Se la mente di Dante non fosse stata traviata da vani pensieri, egli conoscerebbe bene che l'albero  una cosa sola con la giustizia divina. Ricordi ora almeno le sue parole! 
Dante le ricorder. 
- Ma perch tanto sopra mia veduta
Vostra parola disata vola,
Che pi la perde quanto pi s'aiuta? -
Per questo: che Dante deve vedere la differenza e la distanza tra la filosofia umana, ch' la sua, e la scienza divina. Egli ha bevuto l'acqua di Lete, e per non ricorda pi d'essersi tanto straniato da Beatrice.
Procedendo nel cammino, arrivarono dove nascono Eufrate e Tigri. Poi, per indicazione di Beatrice, Matelda, invitato a s anche Stazio, immerse Dante nell'Euno, che ravviva la tramortita virt.
Qui il freno dell'arte non permette al Poeta di indugiarsi a dire la dolcezza di quell'acqua che non l'avrebbe mai saziato, e dalla quale ritorn
Puro e disposto a salire alle stelle.
 Il Paradiso.
La divina bont, dice il Convivio,  ricevuta altrimenti dagli angeli, "che sono senza grossezza di materia", e altrimenti dall'anima umana, che da una parte  libera, dall'altra  impedita, altrimenti dagli animali, e altrimenti dalle miniere,  altrimenti dalla terra, che  "materialissima" e quindi lontanissima dalla "semplicissima e nobilissima virt che sola  intellettuale, cio Iddio".
Gli angeli e i cieli si possono dire creati
S come sono in loro essere intero.
Ma gli elementi (acqua, aria, fuoco, terra)
E quelle cose che di lor si fanno,
vengono da una forza che fu essa medesima a sua volta creata: son quasi creature di creature. I bruti e le piante vivono per effetto del raggio e del moto delle sfere. La nostra parte umana mortale ci fa anche dipendere dai moti e dai raggi celesti. Ma nell'uomo spira direttamente Iddio la vita
e la innamora
Di s, s che poi sempre la disira.
La Provvidenza, che fa quest'ordine, dispone che l'Empireo, cielo quieto, prenda pi della sua luce.
Il Primo Mobile, chiamato da Dante
Lo real manto di tutti i volumi
Del mondo,
ruota velocissimo, con velocit quasi inconcepibile, perch "ciascuna sua parte anela di congiungersi con ciascuna parte di quello divinissimo cielo quieto". Esso  inteso da Dio solo che lo cinge, e il suo moto non  misurato, ma esso misura il moto dei sottostanti cieli.
L'ottava sfera, ch' quella delle Stelle fisse, e che ha un significato pi determinato per le menti nostre, scompone, in certo modo, l'influenza ch'esso le trasmette, e la distribuisce agli elementi che le sottostanno. Poich nella creazione  un continuo attingere dall'alto per comunicare pi basso, un irradiare graduato dell'idea divina per ogni ordine di cose create.
Dio sta nell'Empireo, nell'Empireo immobile come l'immutabile verit, per pi amore ch'Egli ha a quelle prime creature. E gli angeli sono intermediari fra Dio e l'uomo, e assumono quando occorra, come si vede nel Purgatorio, aspetto umano, ali, stole, spade fiammeggianti. Nel cielo il Poeta li vede sopra tutto lucenti e in moto.
La viva luce divina
Per sua bontate il suo raggiare aduna,
Quasi specchiato, in nove sussistenze,
Eternamente rimanendosi una.
E ciascuna di esse nove sussistenze, rotando intorno a quella luce, si muove pi rapida secondo che le  pi presso. Il cerchio che pi ama e che pi sa  quello dei Serafini, e per esso  mosso il Primo Mobile; poi succedono Cherubini e Troni, a chiudere il primo "ternaro", e presiedono al cielo stellato e a quello di Saturno. Dominazioni, Virt, Potest, corrispondono a Giove, Marte, Sole; poi Principati, Arcangeli, Angeli: Venere, Mercurio, Luna.
Questa classificazione che Dante segue nella Commedia, modifica l'altra ch'egli aveva data nel Convivio.
Gli angeli non si possono contare, ch il numero loro  inconcepibile dai mortali. E come essi sono gli esecutori del governo del mondo, cos sempre le cose superiori reggono le inferiori, e le spirituali le corporee.
I beati han sede nell'Empireo, distribuiti secondo il grado del merito, che viene da grazia divina e da "buona voglia" dell'anima stessa.
E differentemente han dolce vita,
Per sentir pi e men l'eterno spiro.
Due volte Dante ci mostra le anime gloriose: la seconda nell'Empireo, disposte in forma di candida rosa; la prima quando gli si rivelano, nel suo salire di cielo in cielo, nei vari cieli, per indicare in forma sensibile la loro disposizione superna. Questa specie di Paradiso, che fu detto "dimostrativo",  voluto insieme da ragioni d'intelligenza umana e di interpretazione artistica, data l'inarrivabile profondit delle ultime manifestazioni celesti.
Cos parlar conviensi al vostro ingegno.
Si potrebbe anzi aggiungere alle due un'altra specie di rivista del Paradiso, che Dante ci fa sfilare davanti, quando nell'ottavo cielo gli si presentano tutte insieme le schiere salvate da Cristo, in una nuova e mirabile figurazione.
L'offerta della visione dei propri splendori, che le anime beate fanno al Poeta,  ancora una prova dello spirito di carit di cui ardono e pel quale si dichiarano pronte a sodisfare i desiderii e a chiarire i dubbi dell'uomo privilegiato cui la grazia ha concesso di venire tra loro. Una manifestazione di beatitudine  il moto; ma per piacere a quel vivo che va cercando il sommo Vero, molte anime si fermano spontanee a parlargli:
Non fia men dolce un poco di quete.
Dante non ha nemmeno bisogno d'esporre dubbi e desiderii, ch le anime esultanti leggono in Dio i pi reconditi pensieri di lui, come leggono il presente e l'avvenire; e se gli chiedono di chiedere ci ch'egli anela di sapere, ci fanno affinch s'avvezzi
a dir la sete, acci che l'uom gli mesca.
La divinit non aveva mai aperti i suoi segreti a un mortale con tanta liberalit.
Ma pur dicendoci cos alte cose, il Poeta protesta che non pu dirne altre, che vide, pi alte ancora. Egli  l'artista
Che ha l'abito dell'arte e man che trema.
A infinita lontananza dalle magnificenze che egli ci descrive, sono dunque altre magnificenze cui non basta la sua parola, e che la sua stessa memoria non sa pi rintracciare. E con questo schernirsi dal dire, con questo fingere di non trovare il modo di dire, il Poeta riesce a farci intravvedere come un barlume d'altre luminose profondit.
La beatitudine, dunque, consiste nella visione di Dio. E veder Dio vuol dire amarlo. E ciascun'anima vede Dio secondo il proprio merito.
Ma, non ostante questa gradazione, i beati son tutti beati, cio non desiderano se non quello che hanno, non potendo esistere felicit senza la perfetta rispondenza del volere al volere divino.
Nella sfera lunare e in quella di Mercurio Dante vede gli spiriti attivi inferiori: coloro che mancarono ai voti religiosi per forza altrui e coloro che si curarono dell'ingrandimento terreno. Poi gli si rivelano gli spiriti attivi superiori, amanti in Venere, sapienti nel Sole, giusti in Giove. Ultimi, cio pi presso a Dio, in Saturno, egli  vede i contemplanti.
L'ottavo cielo  "della natura umana divinizzata", e Dante vi scorge Cristo e gli Apostoli.
E tutti gli spiriti si palesano al Poeta, non come puri spiriti, che non sarebbero percettibili n descrivibili; ma, quelli dei primi cieli, con una specie di corpo aereo pi attenuato, quasi a puro contorno, i successivi, via via che si sale, con la parvenza sempre pi assorbita dalla luce che irradiano e che  manifestazione sensibile della letizia spirituale. Dante allora non vede pi i lineamenti del viso, n le forme dei corpi: vede raggi, corone di stelle, stelle volanti e rotanti, scale di stelle, danze di luci, fiumi di luce, abissi di luce, e ode canti d'ineffabili armonie. O tutto tace, per non sopraffare il mortale convitato allo spettacolo sovrumano.
E pur tuttavia la terra torna anche qui, bench nel Paradiso gli spiriti che Dante ebbe familiari nel mondo siano in numero assai minore che nelle altre due cantiche. Le pi infocate invettive contro la corruzione del clero e contro i principi erranti son poste sulle labbra di creature beate e di santi; e appunto son tanto pi gravi quando si consideri dove e per opera di chi quello sdegno sfavilla.
Nell'Empireo  dato al Poeta di vedere le anime "con immagine scoverta".
Quando poi venga il giorno del Giudizio, esse rivestiranno "la carne gloriosa e santa", e la loro persona
Pi grata fia per esser tutta quanta.
Cresceran quindi la visione, l'ardore e la luce. N i sensi saranno vinti,
Ch gli organi del corpo saran forti
 A tutto ci che potr dilettarne.
La virt che trasporta Dante di cielo in cielo sta nella donna che "imparadisa" la sua mente.
Beatrice in suso e io in lei guardava.
Nel salire gli occhi di Beatrice si fan sempre pi ridenti e il volto, in cui Dio par gioire, si trasumana sempre pi: bellezza che Dio solo intende, egli che la fece.
E quando il Poeta la rivede nella rosa beata, ha sciolto il voto della Vita Nuova.
 Nelle prime sfere.
All'aprirsi della terza cantica. Dante non promette, come fece per le altre due, di cantare tutto ci che vide. Del nuovo regno dir solo quel che ricorda: che l'intelletto umano, appressandosi al suo ultimo desiderio, si profonda tanto, che la memoria non lo pu seguire.
Egli ha ora bisogno di tutte le divinit protettrici dell'alta poesia. Se queste volessero secondare il suo sforzo (Dante ha la piena consapevolezza della propria dignit di poeta), altri sentirebbero il desiderio d'imitarlo e lo seguirebbero:
Poca favilla gran fiamma seconda.
Ma coloro che hanno solo una piccola barca non si mettano in mare
Dietro al suo legno che cantando varca:
la novit e la grandezza del tema son tali, che a intender tutto occorre essersi dati per tempo alla meditazione e allo studio.
Beatrice, fissando il sole, richiam al sole anche lo sguardo di Dante. Una gran luce, un dolce suono, un sentirsi trasumanare, accesero in lui ardente desiderio di sapere. - Tu non sei in terra - gli disse la donna con le "sorrise parolette brevi", - tu torni, con la rapidit della folgore, al cielo cui tende ogni creata cosa. All'anima purificata  naturale il salire, come a un rivo lo scendere lungo la china d'un monte. -
La salita nella Luna fu istantanea: ed egli fu nella Luna come un raggio entro l'acqua. Innalzato l'animo grato a Dio, chiese alla sua guida che siano le macchie lunari, le quali
Fan di Cain favoleggiare altrui.
E Beatrice riprov l'opinione (che Dante aveva espressa nel Convivio), per cui le macchie provenivano da maggiore o minore densit del pianeta, e fece risalire, come le differenze da stella a stella, cos le differenze nel corpo della Luna, alle intelligenze angeliche motrici.
Improvvisamente il Poeta vide dinanzi a s pi facce pronte a parlare, evanescenti cos ch'egli le prese per immagini specchiate da vetri trasparenti: beati cui era dato l'infimo grado di beatitudine per aver negletto, forzati, i voti religiosi.
E l'anima che pareva pi vaga di ragionare, e cui il Poeta s'era volto; gli disse con occhi ridenti:
- Io fui nel mondo vergine sorella,
E se la mente tua ben si riguarda
Non mi ti celer l'esser pi bella,
Ma riconoscerai ch'io son Piccarda;
Quand'ella dice il suo nome, Dante, la ravvisa, non ostante la nuova felicit la trasfiguri; come gi aveva ravvisato Forese, non ostante lo trasfigurasse la pena.
- Ma non desidera Piccarda d'esser pi su? - Ingenua domanda, che fa sorridere un poco quelle anime. Ogni dove  Paradiso in cielo, e non v'ha in cielo che una voglia, quella di Dio:
E la sua volontade  nostra pace.
La dolce Piccarda presenta uno spirito felice presso a lei, la gran Costanza madre di Federico II, della quale Dante con altri credeva che fosse stata essa pure tratta a forza dal chiostro.
Sparita Piccarda, Beatrice risolve un dopo l'altro tre dubbi a Dante; ch il dubbio nasce a pi del vero.
ed  natura
Che al sommo pinge noi di collo in collo.
- Le anime ritornano dunque alle stelle, secondo la sentenza di Platone? - No: esse si mostrano nelle stelle, ma la lor sede  l'Empireo.
- Come pu la violenza altrui scemare il merito di colui in cui perdura il buon volere? -
Volont, se non vuol, non s'ammorza;
e si pu piuttosto incontrare il martirio che cedere alla violenza.
- Pu l'uomo sodisfare ai voti mancati con altri bene accetti a Dio? - Col voto l'uomo fa un atto di volont per il quale rinunzia spontaneamente alla volont. Non pu quindi riprenderla n scambiarla. Pu bens, col permesso della Chiesa, fare una permutazione tale, che l'oggetto del nuovo voto importi sacrifizio maggiore che non l'antico.
Tutte questa spiegazioni Beatrice diede con occhi divini pieni di faville d'amore; poi tacque e tramut sembiante: e con la rapidit della freccia il Poeta si trov trasportato in Mercurio.
Quivi la donna mia vid'io s lieta,
Come nel lume di quel ciel si mise,
Che pi lucente se ne fe' il pianeta.
E se la stella si cambi e rise,
Qual mi fec'io, che pur di mia natura
Trasmutabile son per tutte guise!
Mille splendori si offrirono pronti a compiacere a quel mortale; e colui cui egli chiese chi fosse e qual grado di felicit gli arridesse in Mercurio, fattosi per ardore di carit pi luminosio, chiuso nella sua luce, gli disse essere Giustiniano imperatore d'Oriente, il raccoglitore, per ispirazione divina, delle leggi romane, colui che per mezzo di Belisario riun l'Italia alle terre dell'impero bizantino. Il sacrosanto segno dell'aquila era pervenuto a lui dopo secoli di gloria, da quando Pallante era morto per Enea, attraverso il periodo regio di Roma e il periodo repubblicano, fino ai prodigi compiuti da Giulio Cesare e da Ottaviano Augusto, fino alla grandezza incomparabile dell'Impero ai tempi di Tiberio, allorch si comp la vendetta del peccato antico, cio il sacrifizio di Cristo: dopo di che l'aquila stessa, al tempo di Tito, fece la vendetta della vendetta del peccato antico con la presa di Gerusalemme.
Pi tardi Carlomagno soccorse la Chiesa minacciata dai Longobardi, la soccorse sempre sotto le insegne romane.
Data questa grandezza predestinata del sacrosanto segno, continua Giustiniano,  evidente la colpa dei Guelfi, che all'aquila imperiale oppongono i gigli della casa di Francia, e la colpa dei Ghibellini, che appropriano l'aquila agl'interessi particolari del loro partito, scompagnandola dall'idea, che necessariamente le va congiunta, di giustizia.
Nella piccola stella di Mercurio, fra coloro che amarono onore e fama  Romeo di Villanova, che di semplice pellegrino divenne ministro di Raimondo Berlinghieri conte di Provenza, e tanto fece salire in rinomanza lo stato, che le quattro figlie di Raimondo divennero tutte e quattro regine. Ma i Provenzali invidiosi con le loro bieche parole lo misero in sospetto del signore, che gli domand ragione del suo operato. Egli allora si part, povero e vecchio....
Noi sentiamo vere lagrime nelle parole con cui Dante chiude il breve cenno dei casi di Romeo, tanto simili ai suoi per sofferte ingiustizie e segreto dolore.
E se il mondo sapesse il cor ch'egli ebbe
Mendicando sua vita a frusto a frusto,
Assai lo loda e pi lo loderebbe.
Cantando e danzando quei beati poi s'allontanano quasi velocissime faville.
Ma Beatrice, interpretando il desiderio di Dante, torna sulle parole di Giustiniano intorno alla crocifissione, e spiega come giusta vendetta potesse essere giustamente punita. Fu giusta vendetta, se si pensa alla natura umana assunta da Cristo; giustamente punita se si guarda alla natura divina. E ancora gli spiega come la natura umana si avvantaggi di tutti i doni della divina Bont: eternit, libert, somiglianza a Lui; solo il peccato la fa dissimile dal sommo bene, e il peccato deve sopportare la pena. Ma come avrebbe l'uomo potuto umiliarsi tanto, quanto in disobbedire aveva creduto innalzarsi? Dio stesso provvide perci con le sue vie a riparare la colpa prima.
Dopo che Beatrice ebbe ancora illustrata al Poeta la differenza tra cose corruttibili e incorruttibili, lo guid seco nel pianeta di Venere.
Io non m'accorsi del salire in ella,
Ma d'esservi entro mi fece assai fede
La donna mia, ch'io vidi far pi bella.
Dante aveva gi cantato le intelligenze motrici del terzo cielo, nella lirica "Voi che intendendo...". Questo dolce ricordo del mondo egli pone sulle labbra dell'amico Carlo Martello, che pieno di letizia risplende con altre luci nella luce di quel pianeta. Se fosse pi a lungo vissuto, destinato com'era a ufficio di re, avrebbe mostrato a Dante "pi oltre che le fronde" del suo amore. Reggeva invece l'eredit paterna l'avaro suo fratello Roberto, tanto diverso dal padre Carlo II ch'era stato generoso. E di questa diversit che talora si nota fra i padri e i figliuoli ragiona Carlo per domanda di Dante, concludendo che i doni delle stelle non sono dati a caso, le sfere essendo mosse dagli angeli; e che la societ civile si reggerebbe felicemente sulla diversit degli uffici, se gli uomini non falsassero le vocazioni, onde divien re chi sarebbe nato a predicare. Ma giusto pianto verr dopo i mali presenti.
In Venere son pure Cunizza da Romano, sorella di Ezzelino, Folchetto di Marsiglia trovatore, e Raab, la donna di Gerico che favor la conquista di Terrasanta da parte di Giosu, quella Terrasanta
Che poco tocca al papa la memoria...
Ahim! il danaro ha fatto disviare pastore e agnelle, i Vangeli e i Dottori della Chiesa non si studiano pi! Ma deve venir presto la liberazione da tanta vergogna.
 Sole, Marte, Giove.
Quando Dante fu nel Sole, sent il bisogno d'immergersi in Dio, che dispone gli astri con arte tanto maravigliosa. In quel momento dimentic anche Beatrice:
Non le dispiacque, ma s se ne rise,
Che lo splendor degli occhi suoi ridenti
Mia mente unita in pi cose divise.
Due corone di spiriti, vivi e vincenti, cinsero successivamente Beatrice con Dante, girando e cantando canti di dolcezza indicibile. Della prima facevan parte Alberto di Colonia, il sapientissimo Salomone, Sigieri, che lesse a Parigi nel Vico degli Strami e che, pur avendo professato opinioni diverse da San Tommaso,  ora proprio da Tommaso celebrato con spirito eccelso di carit; l'anima santa di Boezio; e, presentatore di tutti gli altri, Tommaso d'Aquino. Alla seconda apparteneva, col papa Giovanni XXI, indicato col suo nome di Pietro Ispano, col mistico calabrese abate Giovacchino
Di spirito profetico dotato,
il francescano Bonaventura da Bagnoregio.
O insensata cura dei mortali,
tutti assorti, in un modo o nell'altro, nelle cose terrene, mentre Dante l su con Beatrice era
Cotanto glorosamente accolto!
Un accenno ai domenicani porge occasione a Tommaso di parlare dei due gran santi che la Provvidenza aveva recentemente mandati nel mondo a ravvicinare a Cristo la Chiesa: San Francesco e San Domenico. E poich parlar dell'uno  far l'elogio anche dell'altro, la infiammata cortesia di Tommaso, domenicano, dir di San Francesco, come poi Bonaventura, francescano, celebrer la lode di San Domenico.
Francesco fu tutto serafico in ardore, fu un sole, per modo che Assisi dovrebbe chiamarsi non Assisi ma Oriente. Egli volle sposare la Povert. Oh quanto si amarono i due sposi! quanta concordia regn tra essi! e felici coloro che seguirono sulle loro orme tanto amore e tanta pace!
Quest'amore alla povert fu per Dante la dote maestra di San Francesco. N egli dimostr per lui quella specie di predilezione con la quale i moderni l'ammirano sopra San Domenico. I due santi furono per lui diversamente e ugualmente grandi.
Bonaventura, tessendo l'elogio di San Domenico, ne esalta sopra tutto la natura combattiva e la sapienza, per la quale egli fu tutto uno splendore di cherubica luce.
Ma la famiglia dei domenicani che s'informa ai comandamenti del fondatore  ora cos scarsa
Che le cappe fornisce poco panno,
E nemmeno quella dei francescani segue tutta le norme del padre, e v'ha chi esagera la regola e chi si ribella ad essa.
Le stelle pi fulgide del cielo non sono che l'ombra di quelle costellazioni di spiriti che Dante aveva davanti a s. E le faceva pi fulgide la carit con cui porgevano a Dante il vero di cui erano illuminate.
Salomone, il pi sapiente fra i regi "che son molti, e i buon son rari", con voce modesta disse la causa del fulgore dei beati, e come lume, visione e ardore aumenteranno quando la carne sar rivestita. Quegli spiriti allora con un amen gioioso mostrarono il desiderio dei corpi morti;
Forse non pur per lor, ma per le mamme,
Per li padri, e per gli altri, che fur cari
Anzi che fosser sempiterne fiamme.
Poi nuove luci apparvero; e Dante si vide traslato
Sol con sua donna a pi alta salute.
Era salito in Marte, dove i beati ingemmavano una gran croce, che si disegnava luminosa sulla luce del pianeta, e in cui lampeggiava Cristo.
S'accogliea per la croce una melode
Che mi rapiva senza intender l'inno.
Nessun'altra cosa aveva finora legato a s il Poeta con s dolci vincoli; ma egli non aveva ancora in Marte guardato gli occhi della sua donna. Il canto tacque, affinch egli potesse chiedere. E un di quei lumi si stacc, quasi stella cadente, dal braccio destro della croce e venne rapidissimo a Dante che stava al piede, e si porse a lui con lo stesso pietoso affetto con cui Anchise ad Enea nei Campi Elisi. E gli parl chiamandolo sangue suo. Dante guard quel lume, guard Beatrice, stupefatto,
Ch dentro agli occhi suoi ardeva un riso
Tal, ch'io credei co' miei toccar lo fondo
Della mia grazia e del mio paradiso.
Sfogato l'ardente affetto con parole pi profonde che l'intendimento mortale, quello spirito alz una benedizione a Dio, che gl'inviava quell'aspettato figliuolo.
Dante non si sentiva atto a ringraziare
Se non col cuore alla paterna festa.
Quello era Cacciaguida, il padre di Alighiero, Cacciaguida, nato nella piccola, sobria, pudica Firenze, quando le donne non erano vane n le famiglie divise, n era entrata la corruzione nell'intimit delle case; quando le madri attendevano ai figli e ai lavori, e i costumi eran semplici e onesti. Cavaliere crociato, ucciso dai Turchi, era venuto dal martirio a questa pace.
Allora fu che Dante, pur sapendo il nessun valore della nobilt per s stessa, si glori, l nel cielo, dell'alta origine della propria famiglia.
Splendente come carbone in fiamma, quel suo antenato gli diede le notizie ch'egli agognava sugli Alighieri e su quell'antica Firenze, che aveva solo un quinto degli abitanti attuali:
Ma la cittadinanza, ch'ora  mista
Di Campi, di Certaldo e di Figghine,
Pura vedeasi nell'ultimo artista.
Oh quanto fora meglio esser vicine
Quelle genti ch'io dico, ed al Galluzzo
Ed a Trespiano aver vostro confine,
Che averle dentro, e sostener lo puzzo
Del villan d'Aguglion, di quel da Signa,
Che gi per barattare ha l'occhio aguzzo.
Tutto muta nel mondo! tutto muta a Firenze!
E come il volger del ciel della luna
Cuopre e discuopre i liti senza posa,
Cos fa di Fiorenza la fortuna.
Quante nobili famiglie vide Cacciaguida in fiore! La lunga enumerazione delle case che primeggiavano al suo tempo fluisce con un cenno ai Buondelmonti di val di Greve, ch'erano onorati, allora... Meglio se Buondelmonte fosse morto annegato nell'Ema la prima volta che venne a Firenze!...
Con queste genti, e con altre con esse
Vid'io Fiorenza in s fatto riposo
Che non avea cagione onde piangesse;
Con queste genti vid'io gloroso
E giusto il popol mio...
Ma voglia ora Cacciaguida dare al suo nipote una norma di vita. Nel mondo dei morti gli furono annunziate circa il suo avvenire cose gravi, pur sentendosi egli agguerrito contro i colpi della fortuna. Qual  dunque la sorte che l'aspetta?
Tu lascerai ogni cosa diletta
Pi caramente...
Tu proverai s come sa di sale
Lo pane altrui, e come  duro calle
Lo scendere e il salir per le altrui scale.
E quel che pi ti graver le spalle
Sar la compagnia malvagia e scempia
Con la qual tu cadrai in questa valle.
Ma il tempo far giustizia: e a te sar bello
L'averti fatta parte per te stesso.
Il primo rifugio sar presso i generosi Scaligeri; ivi Dante conoscer Cangrande, che assai presto dar saggio della propria virt, specialmente nel disinteressato amore della giustizia.
Ma dovr Dante riferire nel mondo ci che ha udito passando nel regno dei morti? Non rischier di perdere, oltre al luogo pi caro, anche gli altri, per la gravit delle sue parole? e se sar timido amico del vero, non perder, per contro, la vita presso i posteri?
Risponde Cacciaguida:
- Tutta tua vison fa manifesta,
E lascia pur grattar dov' la rogna...
Questo tuo grido far come vento
Che le pi alte cime pi percote.
Appunto perch gli esempi fossero pi efficaci gli furono mostrate in tutto il mondo dei morti le anime che furon note per fama.
Cos il dolce e l'acerbo si mescevano nel cuore di Dante. E la donna che lo menava a Dio gli disse:
- Muta pensier, pensa ch'io sono
Presso a colui ch'ogni torto disgrava. -
E com'egli ebbe veduto fra i lumi di quella sfera altre anime di fede militante, quali Carlomagno e Orlando e Goffredo di Buglione, sal nella sfera di Giove.
Nella sfera di Giove le sante creature disegnarono successivamente volitando e cantando delle lettere, a formar le parole: - Amate la giustizia, voi che giudicate la terra. - Poi l'ultima lettera si trasform nell'aquila, simbolo della giustizia, come volle colui che l su dipinge senza modello tutte queste maraviglie.
O milizia del ciel, cui io contemplo,
Adora per color che sono in terra
Tutti sviati dietro al malo esemplo!
Ma ivi tutto era lieto. E l'aquila miracolosa parl, quasi riassumesse il pensiero di quanti beati la componevano; e al Poeta che le s'era volto supplichevole, disse della infinit del valore divino, che, pur profondendosi in tutto l'universo, deve necessariamente rimanere in infinito eccesso a paragone delle creature. Quindi non possono gli uomini vedere negli abissi della giustizia sempiterna. E per questo errava Dante quando si domandava qual colpa avesse, per essere escluso del cielo, colui che, vissuto senza peccato, moriva senza fede in luogo ove non era giunta notizia della venuta di Cristo.
L'aquila cant roteando; poi, rifattasi quieta, dichiar che a quel regno non sal mai chi non credette in Cristo venuto o venturo.
Ma vedi! Molti gridan Cristo Cristo,
Che saranno in giudizio assai men prope
A Lui, che tal che non conobbe Cristo.
Nel volume di Dio si vedranno una per una le opere nefaste di questi potenti contemporanei: opere d'ambizione, di falsit, di superbia, di lussuria, di malvagit, d'avarizia, di vilt.
L'aquila tacque, e le singole anime incominciaron canti che il Poeta non pu pi richiamare alla memoria.
E quando l'uccello divino parl un'altra volta, nomin i giusti ond'era costituito il suo lucentissimo occhio: Davide, Traiano, Ezechia re di Giuda, Costantino, Guglielmo II di Sicilia e Rifeo Troiano. E tacque, contenta. Ma la maraviglia di Dante, che nella regione degli angeli avessero posto due pagani, fece riprendere al santo uccello la parola, a dichiarargli come l'uno, Traiano, tornasse qualche tempo sulla terra per intercessione di San Gregorio Magno e fosse cristiano in questo secondo periodo della sua vita; l'altro ponesse per grazia tutto il suo amore alla rettitudine, e di grazia in grazia avesse da Dio aperto l'occhio alla futura redenzione, s ch'egli ebbe fede, speranza e carit mille anni prima di Cristo. Questa  la predestinazione. Nemmeno i beati conoscono tutti gli eletti: e tale ignoranza  loro dolce,
- Che quel che vuole Iddio e noi volemo. -
Pi su.
Per non sopraffare Dante mortale, in Saturno Beatrice non ride, e tace la dolce sinfonia di Paradiso. Una scala d'oro si stende in su fino a perdersi nello spazio; e lungo essa scendono i contemplanti; a uno dei quali, sorteggiato da Dio per parlargli, Dante chiede umilmente dell'esser suo.  San Pier Damiano, eremita, cardinale e frate. Ma la povert evangelica  ora perduta, e i moderni pastori vogliono chi li sostenga quando camminano e chi regga loro lo strascico.
O pazenza che tanto sostieni!
Oppresso di stupore per un altissimo grido di quelle fiamme eterne, Dante ricorse a Beatrice, ed ella sollecita gli disse:
- Non sai tu che tu sei in cielo?
E non sai tu che il cielo  tutto santo,
E ci che vi si fa vien da buon zelo? -
E gli rivel che in quel grido era l'annunzio della vendetta divina.
Si fece innanzi allora la pi luminosa di quelle margherite, l'anima di San Benedetto, il quale primo port il Cristianesimo fra i pagani di Monte Cassino. Dante potr veder lui e gli altri con immagine scoperta su nell'Empireo, dove mette la scala dei contemplanti.
Ma ora nessuno stacca i piedi da terra; - e la regola mia, - dice Benedetto,
- Rimasa  gi per danno delle carte;
ch la povert di Pietro e di Francesco  ora disdegnata. Ma il soccorso divino verr.
Ci detto, Benedetto risal con gli altri beati la scala, e Beatrice spinse Dante dietro a loro, s che in un attimo egli si trov nella costellazione dei Gemelli, le sue gloriose stelle.
A voi devotamente oggi sospira
L'anima mia, per acquistar virtude
Al passo forte che a s la tira.
Di lass Beatrice fece considerare a Dante la via percorsa; e, oltre le sette sfere, egli vide la Terra e sorrise del suo vil sembiante, pur portandone sempre nel cuore il ricordo e la pena.
Poscia rivolsi gli occhi agli occhi belli.
Ella guardava eretta ed attenta la regione celeste sovra loro, dove il cielo s'andava rischiarando: e pareva che nell'aspettazione il viso di lei ardesse tutto. E apparve
sopra migliaia di lucerne
Un sol che tutte quante l'accendea...
Quella luce era Ges Cristo.
Dall'alto veniva un fulgore di cui non si vedeva la fonte, illuminando le turbe degli splendori: e il maggior fuoco era Maria. Poi l'angelo Gabriele, sceso a incoronarla, le gir intorno cantando; e s'udivan tutti gli altri lumi sonare il nome di Maria. Poi la Madonna risal al cielo appresso al Figliuolo, e i beati si stesero in su in atto di adorazione e cantarono "Regina Coeli".
Rimasero San Pietro, San Giacomo, San Giovanni e Adamo. E Beatrice supplic quei santi d'illuminare il mortale venuto fra loro.
Allora convenne che Dante, prima d'essere accolto negli ultimi misteri del Paradiso, si mostrasse degno di tanto con sostenere la prova delle virt teologali, nelle quali lo interrogarono successivamente i tre santi, San Pietro nella fede, San Giacomo nella speranza, San Giovanni nella carit. Col calore della convinzione e con l'acume della dottrina che informavano le sue risposte, egli ottenne l'approvazione de' suoi alti esaminatori.
Il canto della divina speranza s'inizia con l'espressione d'una grande speranza terrena di Dante, ed  una delle pi poetiche parti di quella sapiente professione di fede.
San Pietro, in atto d'approvazione e plaudendo al fedele cristiano, gli era girato tre volte intorno al capo.... Se quella mistica incoronazione avesse potuto esser seguita dall'incoronazione nel bel San Giovanni!
Se mai continga che il poema sacro,
Al quale han posto mano e cielo e terra,
S che m'ha fatto per pi anni macro,
Vinca la crudelt, che fuor mi serra
Del bell'ovile ov'io dormii agnello,
Nemico ai lupi che gli fanno guerra,
Con altra voce omai, con altro vello
Ritorner poeta, ed in sul fonte
Del mio battesmo prender il cappello;
Per che nella fede, che fa conte
L'anime a Dio, quivi entrai io, e poi
Pietro per lei s mi gir la fronte.
Di quanto il buon cristiano crede, spera e ama, si allieta tutto quanto il cielo.
E bast un cenno, perch Adamo, cui eran noti i desiderii di Dante, li sodisfacesse tutti. Causa dell'esilio dal Paradiso terrestre fu l'aver disobbedito per superbia. La sua vita fu lunga, e a lungo egli visse nel Limbo: laddove nel Paradiso terrestre egli era stato, innocente, solo sette ore. La lingua ch'egli parl fu spenta prima assai della confusione di Babele: ch nessun'opera creata dal raziocinio umano  immobile.
Opera naturale  ch'uom favella;
Ma cos o cos natura lascia
Poi fare a voi secondo che v'abbella.
- Al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo -
Cominci - gloria - tutto il Paradiso,
S che m'inebrava il dolce canto...
Dinanzi a Dante erano i quattro lumi. E si vide San Pietro folgorare trascolorando, come tutto il cielo, e s'ud San Pietro tuonare contro colui che in terra usurpava il suo luogo. La Chiesa non nacque nel martirio per servire ad acquisto d'oro, n per concedere privilegi ingiusti, n per combattere contro i battezzati. Pure i pastori son fatti lupi. 
O buon principio,
A che vil fine convien che tu caschi!
Ma bisogna confidare nel soccorso di quel Dio che a Roma difese con Scipione la gloria del mondo.
Poi quegli spiriti salirono s lontano, che il mortale li perdette di vista.
Guardando allora in gi, per invito di Beatrice, egli vide che aveva percorso coi Gemelli un ampio arco, e spazi con l'occhio dalle Colonne d'Ercole alla Fenicia. Ma torn alla sua Donna, e la virt dello sguardo di lei lo spinse nel velocissimo cielo Cristallino.
E dire che le genti sotto il cielo sono offese da cupidigia! che l'innocenza  solo nei bambini: e chi bambino ama e ascolta la madre, fatto uomo la desidera morta! L'umana famiglia  sviata perch in terra non  chi governa.... Verr, per, il giorno che le sorti muteranno.
Dante vide un punto piccolissimo di acutissima luce, e intorno ad esso girare nove giri luminosi, pi numerosi e veloci quanto pi presso a quella pura favilla centrale. E Beatrice gli disse:
da quel punto
Dipende il cielo e tutta la natura.
Non per acquistare bene, ch Egli  bene supremo, ma per affermare, vedendola riflessa fuori di s, la propria sussistenza, Dio cre gli angeli:
S'aperse in nuovi amor l'eterno amore.
N Dio prima della creazione era inoperoso, ch la creazione fu fuori del tempo, senza prima e senza poi. Erano appena creati, che parte degli angeli si ribell a Dio, per il maledetto superbire di Lucifero. Gli altri, che Dante vede l su, furono modesti e riconobbero l'esser loro dalla Bont divina. Per essi tutto  presente quel vero che leggono in Dio.
Gli uomini invece credono di sapere e vanno dietro le apparenze; e, peggio, trascurano e falsano la Sacra Scrittura. Quanti errori, quante favole si danno per verit!
S che le pecorelle che non sanno
Tornan dal pasco pasciute di vento.
Gli angeli sparirono; e il nulla pi vedere e l'amore volsero Dante a Beatrice. Ma come descrivere la bellezza di lei? Ch essi erano saliti dal cielo Cristallino in quello ch' pura luce.
 L'Empireo.
Venne un tal fulgore, che Dante nulla poteva distinguere: il fulgore con cui l'Amore accoglie e saluta nell'Empireo le anime beate. S'era aggiunta forza alla sua forza visiva; ond'egli vide
lume in forma di riviera
Fulgido di fulgore, infra due rive
Dipinte di mirabil primavera.
Poi la mirabile visione, che doveva prepararlo a vista maggiore, si trasmut e prese forma di un'immensa rosa luminosa, nella quale gli eletti si disponevano quasi ad anfiteatro, con circonferenza pi ampia del sole, intorno allo sfolgorante "giallo della rosa sempiterna", ov' Dio.
- Vedi nostra citt quanto ella gira! -
E Beatrice gli accenn il seggio preparato per l'anima di Arrigo VII,
ch'a drizzare Italia
Verr in prima ch'ella sia disposta...
In forma dunque di candida rosa
Mi si mostrava la milizia santa
Che nel suo sangue Cristo fece sposa.
Ma l'altra milizia, l'angelica, scendeva nel fiore dei beati e risaliva continuamente alla fonte della pace e dell'ardore, che poi distribuiva alla rosa. N il loro interporsi fra i beati e Dio, toglieva a quelli la luce divina, che nulla pu fare ostacolo al comunicare dell'eterno splendore.
Se i barbari del settentrione stupefacevano vedendo la grandezza di Roma,
Io, che al divino dall'umano,
All'eterno dal tempo era venuto,
E di Fiorenza in popol giusto e sano,
Di che stupor doveva esser compiuto!
Dante guardava attonito all'insieme, senza fermare lo sguardo in nessun punto. E volgendosi alla sua donna per altre spiegazioni, vide in luogo di lei un vegliardo d'aspetto venerabile. - Ella ov'? - domand. - Venni a guidarti nell'ultimo tratto - rispos'egli. - Guarda il terzo giro, e la vedrai nello scanno che le sortirono i suoi meriti.
Beatrice era immensamente remota da Dante; ma l'immagine di lei arrivava senza ostacolo intermedio al suo fedele; che, volgendole fervorosamente il pensiero, ricord tutto quello che le doveva:
- Tu m'hai di servo tratto a libertade
Per tutte quelle vie, per tutt'i modi
Che di ci fare avei la potestade.
La tua magnificenza in me custodi,
S che l'anima mia, che fatta hai sana,
Piacente a te dal corpo si disnodi.
Ella gli sorrise, cos lontana com'era, e torn a mirare nel Signore.
- Guarda, - disse il santo vecchio, - tutto questo giardino, ch ne avrai pi acuta la vista per salire al raggio divino. E la Vergine ci far ogni grazia, perch'io sono il suo fedele Bernardo. -
Era il santo che aveva predicata la Crociata  di Cacciaguida, il santo coraggioso in cospetto dei grandi della terra, il mistico devoto di Maria.
Mentre Dante si stupiva e allietava di tanta vista, Bernardo gli accennava in alto la regina del beato regno. Alzando gli occhi, in una gran luce, fra mille angeli festanti, il Poeta vide
Ridere una bellezza, che letizia
Era negli occhi a tutti gli altri santi.
Sempre guardando alla Madonna, San Bernardo insegna a Dante l'ordine degli eletti nella rosa lucente. Ai piedi della Vergine  Eva, poi una sotto l'altra le donne dell'Antico Testamento. Da una parte di questa linea di separazione sono coloro che credettero in Cristo venturo; e qui gli scanni sono tutti occupati; dall'altra parte coloro che credettero in Cristo venuto.
In faccia alla Vergine nel grado pi alto sta San Giovanni Battista, e sotto a lui Francesco, Benedetto, Agostino e altri santi, costituenti essi pure la linea di spartizione fra gli eletti del Nuovo e quelli del Vecchio Testamento. Dal mezzo in gi, come attestano i volti e le voci puerili, sono i bambini. Guardando in Maria, Dante acquister forza a vedere poi Ges Cristo. Presso la Madonna era in adorazione piena d'amore l'angelo dell'Annunciazione, e stavano Adamo e San Pietro, Mos e San Giovanni Evangelista, Anna e Lucia.
- E ora, - dice Bernardo, -  tempo di drizzare gli occhi al primo Amore. Segui col cuore le mie parole:
- Vergine madre, figlia del tuo figlio,
Umile ed alta pi che creatura,
Termine fisso d'eterno consiglio....
Un inno di fervido e devoto amore esce dalle pie labbra per supplicare la Vergine in favore di quel mortale, affinch ella gli disciolga le nubi della sua mortalit, s che gli si dispieghi il sommo Piacere e gli sia dato di serbare interi i suoi affetti dopo aver tanto veduto.
Beatrice, i beati pregano anch'essi. E prega Dante: poich questa  in realt la sua preghiera, l'inno di gratitudine con cui, giunto alla fine del gran lavoro, egli innalza l'animo in uno slancio di fede, in un ardore di carit a chi gli ha tanto concesso.
La Vergine grad quel supplicare e si volse a Dio: e Dante ebbe la coscienza che il desiderio stava per essere esaudito. La sua vista penetr pi e pi nel punto luminoso; e s'egli non ricorda pi ci che vide, sente ancora dentro la dolcezza di quella visione. Cos potesse lasciare una favilla sola di quella gloria alla futura gente!
Al suo sguardo si rivel il principio di tutte le cose.... Ma ogni minuto che passa  letargo per lui. Egli guardava senza posa e con sempre crescente desiderio: che tutto il bene s'accoglie in quella luce e fuori di quella tutto  difettivo. La luce parea trasmutarsi, perch l'occhio, non essa, si trasmutava acquistando sempre maggior valore; finch egli vide nella profondit dell'alto Lume tre giri di tre colori e d'una contenenza. E mentre guardava da ogni lato, con tutta la sua forza visiva, gli parve di vedere dipinta in quei giri la nostra effigie. Egli avrebbe voluto scoprire la relazione fra l'immagine e il cerchio, e come essa vi trovasse luogo; ma non era sufficiente a ci la sua capacit. Senonch la sua mente fu percossa da un nuovo fulgore, che le permise di penetrare pi oltre.
All'alta fantasia qui manc possa:
Ma gi volgeva il mio desire e il velle,
S come ruota ch'egualmente  mossa,
L'Amor che move il sole e l'altre stelle.
 Oltre il velo.
Materia del Poema  dunque "un viaggio voluto da Dio perch Dante riveli in salute degli uomini quello che ode e vede nel fatale andare. Dopo il viaggio di Enea per la fondazione dell'Impero, dopo quello di San Paolo per la propagazione della fede e l'instaurazione della Chiesa, era riserbato a Dante poter vedere i tristi effetti del corrompimento di quelle istituzioni e additare i rimedi e preannunziare i provvedimenti divini.... E nell'ideazione generale della concezione e stesura delle varie parti, entr naturalmente, accanto alla rappresentazione diretta, anche la figurazione allegorica; e quest'allegoria costituzionale....  parte organica dell'opera poetica". (M. Barbi).
Sono di particolare aiuto agli studiosi del senso riposto le opere minori di Dante, specie la Vita Nuova per la storia psicologica, il Convivio per la dottrina filosofica, la Monarchia per la dottrina politica; non in quanto esista un disegno prestabilito ad allacciare fra loro tutte le opere dantesche; ma perch quel poderoso ingegno unificatore s'era venuto esercitando in costruzioni minori al maraviglioso edificio dell'et matura.
Giovano ancora alla interpretazione dell'allegoria le opere su cui principalmente si form la coltura dell'Alighieri, specie le aristoteliche, e in particolare le aristoteliche interpretate da San Tommaso.
Talora il Poeta non infrena l'allegoria cos, ch'essa non faccia forza al senso letterale. Ma per lo pi egli d all'invenzione tali caratteri di vita e di realt, che sarebbe vano esigere dall'allegoria ch'essa spieghi ogni particolare del testo.
Quando l'Eneide ci presenta all'ingresso dell'Averno il Pianto, la Fame, le Malattie, la Vecchiezza, noi nulla vediamo in quelle fredde astrazioni. Vediamo bens il Caronte virgiliano, e similmente il Caronte che Dante imit. Centauri, Gerioni, Chimere sono puri nomi in Virgilio, figure senza contorno. Invece il Gerione dantesco, dalla faccia d'uom giusto e dalla coda di serpe che spezza le mura e le armi,  bene la sozza immagine della frode.
Piene di vita sono le figure principali della Commedia, le quali, prima che simboli, furono creature veramente esistenti: Dante stesso, Virgilio, Beatrice, Catone, San Bernardo e probabilmente Matelda.
Gi il Poeta s'era studiato di rappresentare nel Convivio la Filosofia come donna viva, e aveva chiamato amore il sentimento che lo spingeva a cercarla e a dedicarle la vita. Qui la sua fantasia incarn con ben maggiore determinatezza la devozione intensa allo studio, la lunga consuetudine, la dolcezza del rifugio ch'essa gli offerse, in quel Savio che seppe tutto, che fu insieme il maggior Poeta di Roma e il cantore di quell'Impero sotto cui fu perfetto il mondo e Cristo volle nascere e morire. In uno slancio naturale del cuore riconoscente e dell'intelletto addottrinato, Dante deve avere naturalmente chiamata Virgilio quella scienza ch' infine la ragione "nella sua massima potenza, integrit e dirittura", quale "gli uomini poterono averle quando sotto Augusto, esistendo la monarchia perfetta, l'uman genere fu felice nella tranquillit della pace".
Lo splendore della scienza  simboleggiato nella luce che rischiara il nobile castello ove stanno gli spiriti magni dell'antichit.
Virgilio pagano riconosce per i limiti del proprio potere intellettuale. A lui non pu essere rivelato l'ultimo Vero.
- Quanto ragion qui vede,
Dirti poss'io. Da indi in l ti aspetta
Pure a Beatrice ch' opra di fede. -
Opra di fede: questa  Beatrice. E come non si sarebbe identificata nell'anima di Dante la scienza divina, la rivelazione, con la sua donna, se a lei ancor viva, quando passava per le vie di Firenze, Dio avea dato per sua grazia che non potesse finir male chi le aveva parlato? In fondo, il simbolo  l'idealizzazione d'una creatura cui prestiamo in grado massimo le qualit ch'ebbe realmente e di cui la facciamo in certo modo rappresentante sulla terra e nel nostro spirito.
E dove la sapienza stessa teologica non  pi sufficiente, Dante arriva con la contemplazione rappresentata da San Bernardo.
Virgilio e Beatrice son le due guide del Poeta, le due guide dell'uomo, stabilite nella Monarchia: delle quali l'una, col mezzo degli ammaestramenti filosofici, scorta l'uomo in quanto  corruttibile alla felicit terrena, l'altra, col mezzo della rivelazione, guida l'uomo in quanto  incorruttibile alla felicit celeste.
La selva  l'errore, "il torbido rimescolio delle passioni dentro la cieca anima peccaminosa". Il colle illuminato dal sole  l'antitesi della selva,  l'altezza del vero. Dante  l'uomo dotato di ragione, in cui ogni abito destro farebbe mirabil prova, che volse i suoi passi per via non vera, seguendo false immagini di bene.
Per la sua follia egli fu presso alla morte dell'anima. A lui non  possibile salire il colle con le sole forze proprie naturali. Per l'erta faticosa tre male passioni gli fanno ostacolo, la lussuria (lonza), la superbia (leone), l'avarizia o cupidigia (lupa).
Delle tre, quest'ultima, che ha preda pi che tutte le altre bestie perch  la pi insaziabile, non sar scacciata dal mondo se non per opera del veltro, cio d'un'autorit terrena dotata di disinteresse, sapienza, amore, virt: autorit la cui venuta si annunzia, implora e invoca lungo tutto il Poema, con intenti morali e politici insieme, la morale e la politica essendo sempre per Dante in intima relazione.
L'uomo si perderebbe, se non movesse a salvarlo la sapienza umana, ch' mossa dalla divina, in perfetta concordia d'intenti, e con gradazione di valore. La divina scienza  a sua volta mandata dalla misericordia (Madonna) e dalla grazia (Lucia).
La prima guida fa passar l'uomo dall'esame della colpa (Inferno), per la via dell'espiazione (Purgatorio), a quella relativa felicit che si pu avere sulla terra con l'esercizio della virt, ed  simboleggiata nel Paradiso terrestre.
Nell'abisso del male  il rappresentante del male, Lucifero, in perfetta antitesi con la Divinit: conficcato nell'ultimo fondo dell'universo, in contrasto con l'infinito Empireo, che "non  in luogo"; massiccio, grossolano, colossale, nel buio, quando Dio si rivela come un punto d'insostenibile luce; deforme, in contrapposto all'armonia d'ogni forma celeste; repugnante, quanto il Creatore ha virt d'attrarre nel suo amore ogni creata cosa; immerso nel gelo, che si contrappone al caldo dell'eterna pace; con tre facce, orribile e profano rovesciamento dell'idea della Trinit: e le tre facce sono di tre colori: e di tre colori sono i tre giri che Dante vede nell'interno della profonda luce divina: la faccia gialla significa odio, la nera ignoranza, la rossa impotenza. Le sei ali che fan gelare Cocito fan pensare per contrasto alle ali angeliche, le quali portano in giro ai beati la pace e l'ardore.
I fiumi infernali vengono dal pianto del vecchio di Creta, ch'era integro e ora ha una spaccatura donde le lagrime gocciano, e posa sul piede di terra cotta: fragilit umana che piange le conseguenze della vita peccaminosa. E le acque di Lete, che lavano il ricordo del male, scendendo per lo stretto burrato in Inferno, vi riportano le reliquie dei vizi di cui gli spiriti nel Paradiso terrestre si sono detersi.
Virgilio con fatica e con angoscia si capovolge quando  giunto al centro della terra: svellersi della colpa  cosa dura. E nemmeno la via dell'espiazione si sale senza fatica. N si sale senza il lume della grazia: Lucia reca in braccio il Poeta dormente alla porta del Purgatorio.
Ivi l'angelo portinaio figura il ministero del sacerdozio; e Dante implora il passaggio, dopo aver salito i tre gradini, che sono la coscienza dei falli, il dolore che fende il cuore, la ferma risoluzione di mutar vita. L'angelo, alla sua richiesta, apre la porta della riconciliazione, con la chiave della scienza e con quella dell'autorit, dopo avergli incisi sette P sulla fronte, simbolo dei sette peccati, ch'egli laver varcata la soglia, e senza voltarsi a ricader nell'errore.
Il buon Sordello frega il dito in terra, e dichiara che quella sola riga non si potrebbe varcare "dopo il sol partito": ch il lume della grazia deve assistere di continuo nell'ascensione l'anima penitente.
Ma quanto compenso alla fatica e al dolore sono la luce e la speranza! Cos l'anima via via giunge alla sua liberazione. E il monte che libera  vigilato da colui che mor per la libert.
Sulla vetta splende il sole che invano aveva illuminato per Dante la cima del colle alla quale egli voleva in principio avviarsi e pervenir solo.
Vedi l il sol che in fronte ti riluce!
Su quella vetta, quasi a congiungere Virgilio e Beatrice e a segnare il trapasso tra l'uno e l'altra,  Matelda, che nella prima vita potrebbe essere stata Matilde di Canossa, e rappresenta la perfezione della vita attiva in contrapposto alla contemplativa significata in San Bernardo: vita attiva e contemplativa che un sogno presago aveva gi ririvelate a Dante nel canto di Lia.
La familiarit del Poeta con la Bibbia gli forn particolare materia alle simboliche figurazioni del Paradiso terrestre, figurazioni strane per i lettori italiani moderni, ai quali sono pi comunemente noti i miti pagani che non le visioni della Scrittura e della letteratura medievale; figurazioni piene di misteriosa sorpresa, e maravigliose, quali appunto Dante le volle e le determin studiando Daniele e Ezechiello e l'Apocalisse.
Il carro rappresenta la Chiesa. E lo tira il grifone, mezzo leone e mezzo aquila, per indicare Cristo nelle due nature, l'umana e la divina. Ai lati del carro son le sette ninfe, in gruppi di quattro e di tre, che nel cielo sono quattro e tre stelle: le virt cardinali vestite di porpora e le tre teologali, la bianca, fede; la verde, speranza; la rossa, carit.
Legato alla pianta del bene e del male, nel centro del Paradiso terrestre, pianta dispogliata dopo il fallo antico, il carro la fa rifiorire, e Beatrice siede alle sue radici. Poi la colpisce l'aquila, cio l'Impero, con le persecuzioni; la volpe, cio l'eresia; la donazione di Costantino (aquila che lascia le penne); il drag, ch' lo scisma. Le sette teste sono i sette peccati, prodotti dalla cupidit. Poi viene la mala femmina ad amoreggiare coi re; e Beatrice s'allontana dalla guasta corte romana serva del re di Francia in Avignone, e predice la vendetta celeste.
Poi il Poeta con Beatrice si libra a volo nei cieli fino all'Empireo; e l'ascensione di Dante, sempre pi su, sempre pi su, guardando negli occhi della donna divina,  il salir dell'anima dalla felicit terrena alla celeste, fino al raggiungimento della perfezione cristiana.
 Il Poeta.
Dante  moralista; ma non solo e non tanto perch scrive un Poema allegorico "in pro del mondo che mal vive", o perch esce qua e l in sentenze morali, o perch le teoriche del tempo, in cui egli conveniva, davano alla poesia uno scopo educativo; bens perch l'amore della virt  nello spirito del Poeta e ne informa la creazione.
Dante  teologo. Si potr, per le pagine di pura trattazione teologica, ammirare qua e l le gemme che egli incastona nel testo; si potr anche ammirare, col Fogazzaro, "il pi evidente disdegno del piacere nostro per fini pi alti"; ma  dubbio se, uscendo il Poeta dai limiti dell'arte, possa ingenerarsi nel lettore quell'altezza d'impressioni che appunto il Poeta s'era proposto di dargli. Chi cerchi nel Poema la poesia, mette innanzi a quelle sapienti dissertazioni dottrinali tutta la parte in cui Dante non espone ma rappresenta, non teorizza ma parla per immagini, spiegando davanti ai nostri occhi abbagliati la corte celeste e le falangi degli angeli, facendo tornare gli spiriti sui ricordi della terra che hanno lasciato e portando egli stesso un'altra volta, anche in Paradiso, Firenze e l'Italia, e i partiti, e i principi temporali e spirituali e la protesta contro la corruzione presente.
Dante ha studiato astronomia, e sull'astronomia fonda la mirabile costruzione del mondo dei morti. Essa regge e governa i moti delle sfere, nelle quali il Poeta, quasi di gradino in gradino, compie la sua ascensione, e gli misura i giorni e le ore con matematica esattezza. Un poeta popolare del Trecento, Antonio Pucci, lod Dante come "astrologo sovrano", che conobbe le stelle meglio di Tolomeo. I moderni studiosi han trovato il calendario sul quale probabilmente egli stabiliva i suoi calcoli, e cercano di servirsi delle tavole ch'egli aveva familiari. Coi dati ch'egli fornisce, si son determinate distanze, date, dimensioni. Ma l'astronomia di Dante  tanto pi poetica, quanto meglio egli riesce a dissimularla. E noi ci abbandoniamo all'ammirazione quando il Poeta, dimentico di astrologi e di geomanti, di meridiani e di epicicli, di misure e di influssi, ci dipinge i fenomeni celesti quali con la sua estrema sensibilit di percezione li vede, anzich esporli nelle loro cause a rigore di scienza. Allora sentiamo la mala delle sue albe, quando l'augello
Previene il tempo in su l'aperta frasca,
E con ardente affetto il sole aspetta,
Fiso guardando, pur che l'alba nasca;
e l'infinita malinconia del suo crepuscolo, che volge il disio
Ai naviganti, e intenerisce il core
Lo d che han detto ai dolci amici addio;
E che lo novo peregrin, d'amore
Punge, se ode squilla di lontano
Che paia il giorno pianger che si muore;
o la dolce mitezza del suo sole, che nasce temperato di vapori, quando si vede
La parte orental tutta rosata
E l'altro ciel di bel sereno adorno;
o ci abbaglia il fulgore del suo sole che, stando noi nell'ombra, da fratta nube piove su prato di fiori; o lasciamo annegare la fantasia nella tacita immensit delle sue notti, quando
nei plenilunii sereni
Triva ride tra le ninfe eterne
Che dipingono il ciel per tutti i seni...
La Divina Commedia  anche ricca di storia. Che l'abbondare dell'erudizione storica possa essere pericolosa in mano al Poeta, provano illustri esempi; ma in Dante la storia  in atto,  tradotta in palpiti d'anime,  lotta e conquista o delusione presente,  l'istante ancora in nostra mano e che gi ci sfugge,  storia trasfigurata dalla poesia e trasportata nel mondo delle ombre e delle luci. E se taluni casi non si svolsero, se talune figure non operarono precisamente come Dante ce li raffigura, ci non accade mai per un deliberato alterare ch'egli faccia degli avvenimenti, ma perch egli stesso credeva che fatti e persone fossero stati quali ce li presenta, o perch tali li presentava a lui la sua passionata partecipazione alle vicende contemporanee.
Dante  psicologo, non per la storia dell'anima umana che mette in bocca a Stazio quando lo fa parlare dei fenomeni della generazione; ma per lo sguardo profondo ch'egli ficca nelle coscienze.
Le anime pi rilevate e tragiche e variamente tragiche sono nella prima cantica, quelle in cui la natura par rimasta pi primitiva e impulsiva, non corretta dall'educazione n infrenata dalla disciplina del volere. L'amore riempie l'anima di Francesca, e l'odio quella di Ugolino, e la passione politica quella di Farinata, e l'orgoglio quella di Capaneo. L'odio di Ugolino non  quello di Bocca degli Abati e l'orgoglio di Capaneo non  quello di Filippo Argenti. Guido di Montefeltro torna sulla propria infelicissima storia per cercarvi la colpa altrui, Ulisse sulla propria avventurosa storia per riandare i grandi eventi che l'occuparono fino all'ultimo istante di vita. E come sentono, e secondo quel che furono, gli spiriti si esprimono: i grandi del Limbo parlano "rado, con voci soavi"; Pier delle Vigne scrittore parla forbito e lievemente artifizioso; Niccol III papa cita la Bibbia; Vanni Fucci ladro bestemmia; i traditori s'affrettano a dire un sull'altro i nomi dei loro compagni per tradire ancora laggi.
Un'accettazione rassegnata, una dolce intima malinconia accomuna le anime della seconda cantica; ma ciascuna ha una sua fisonomia che non le viene solo dalla particolare natura del suo peccato. Sapa si fa innanzi curiosa e con una specie di vanteria alla rovescia; la Pia s'eclissa e non chiede notizia alcuna. Belacqua  pigro e comico, Sordello  leone anche quando posa, Marco Lombardo conoscitore del mondo e sentenzioso anche tra il fumo che l'accieca. Le differenze psicologiche son quasi pi degne di nota in mezzo alle somiglianze: Manfredi rievoca la nota tragedia del suo corpo a spiegare l'inutilit delle postume persecuzioni; Buonconte ritorna sulla sparizione del suo cadavere a rivelarne le cause ignorate; Manfredi si fa raccomandare pieno di letizia alla bella e buona figliuola Costanza, che si rallegrer di saperlo in luogo di salvazione; Nino di Gallura vuol essere ricordato alla memoria della sua figliuola Giovanna, tutto rattristato e sdegnato perch la madre di lei non l'ama pi...
Nel cielo la beatitudine, divina uguagliatrice, come non toglie le "postille" dei visi, cos non sopprime i lineamenti individuali dell'anima.
Cesare fui, e son Giustiniano,
dichiara l'imperatore d'Oriente. Cesare fui; ma egli  ancora nelle sue parole l'imperatore romano; come Carlo Martello  ancora l'erede d'una grande casa regnante, e richiamando con l'amico le corone che la morte immatura gli neg, pare le rimpianga, non per s stesso, ma per il bene che al mondo e all'amico ne sarebbe potuto venire. San Tommaso s'esprime alto e grave, e "distingue" anche in cielo. E Firenze, l'antica e la nuova, torna trionfale e dolorosa nelle parole del fiorentino Cacciaguida. Il canto dell'aquila  canto collettivo di spiriti giusti, canto impersonale; ma tosto si fa strada nel pacato ragionare dell'uccello divino la passione di Dante.
Gli spiriti preannunziano al Poeta la caduta dei Bianchi e insieme con questa l'esilio; sono sei che l'avvertono dello stesso evento; ma chi glielo rivela semplicemente per rispondere a una domanda, come Ciacco; e chi per ritorsione, come Farinata, e chi per vendetta, come Vanni Fucci; chi glielo fa manifesto pietosamente, con una parola di conforto alla virt, come ser Brunetto, o a proposito della casa che lo protegger, come il Malaspina, o alludendo alle sofferenze del superbo, costretto a stender la mano, come Oderisi.
Fra le tante anime che il Poeta psicologo ci svela, la prima  la sua.
Poco i biografi antichi ci dissero del suo carattere. Il Villani accenna vagamente alle "virt e scienza e valore di tanto cittadino", e precisa ch'era presuntuoso e schifo e isdegnoso, e quasi a guisa di filosofo mal grazioso non sapea bene conversare coi laici".
Ma nella Commedia, oltre alle rivelazioni involontarie nei dialoghi e nelle invettive, da cui l'impetuosa sicurezza e la sdegnosa severit del Poeta escono chiaramente, vi sono le dirette confessioni. Egli dichiara di sentirsi gi sulle spalle i massi che umiliano la superbia. Egli soffre sopra di s nel fumo della terza cornice il fastidio e l'impedimento al vedere che provengon dalla colpa dell'ira; egli  costretto a traversare il fuoco ove si scontano gli errori del senso. "Ricorditi, ricorditi...." gli dice Virgilio per esortarlo a entrare nel fuoco purificatore:
Tra Beatrice e te  questo muro.
Quanto eloquente la natura di questa promessa dopo la natura di quel peccato!
Forse Dante, nota il Parodi, "fu una di quelle anime che esagerano volentieri a s stesse la gravit della propria colpa". Ma "ogni fuscello  trave a chi guardi in Dio come a meta".
Quante volte nel verso, anche in parola d'altri,  l'espressione del sentimento personale del Poeta! E forse anche in taluno dei passi nei quali crediamo che solo l'intuito poetico abbia svelato al grande psicologo i segreti di un'anima, sono palpiti di vita vissuta, che, nella nostra ignoranza di tanta parte della storia di lui, non siamo in grado di cogliere.
E la Beatrice che lo rimprovera  simbolica; pure, quanto umanamente vera! Ella era mossa piangendo a salvarlo; ma ora ch'egli  in porto, ora ella pu dirgli quel che ha sull'animo e ch'egli si merita.
Quando di carne a spirto era salita
E bellezza e virt cresciuta m'era,
Fui a lui men cara e men gradita.
Qui bisogna fare uno sforzo per rammentarsi che Beatrice  la teologia o parola di Dio, tanto femminile  questo rimpianto, questo dolore, questo rimprovero per essere stata dimenticata!... Ella era un angelo nei lontani cieli, ed egli era rimasto sulla terra a lottare con la umana fragilit!
Moralista, teologo, astronomo, storico, psicologo, Dante vive quello che crede, vive quello che sa, vive e avviva per gli altri.
Ed  sempre sincero, sempre intero, senza nulla di comune, non solo con le mezze coscienze, ma nemmeno con le nobili perplessit di molte anime moderne.
 Arte del verso.
Chi si accosta alla Commedia, fu pi volte ripetuto, ha l'impressione d'entrare in una di quelle cattedrali, che appunto al tempo del Poeta sorgevano sul suolo d'Italia, candide di marmi, con le oscure cripte, con le ampie navate mirabili di proporzione, con archi e cuspidi che salgono come sospiri d'anime alla pace divina, con ornamentazioni stupende per s medesime. Chi si aggira per quelle cattedrali non solo sente indistintamente la potenza dell'idea che ha preso forma in quei marmi e s'inchina riverente anche se le sue credenze non siano pi quelle dell'artista; ma prova una commozione artistica profonda, e dopo avere spaziato con lo sguardo per le nobili linee dell'insieme, esamina rapito la magnificenza dei particolari, rudi e potenti o maravigliosi di finitezza e di gusto.
Dante  maestro nell'arte degli accenni e degli scorci: lampi che illuminano la fantasia e la incitano al lavoro di compiere e finire. "Ai nobili ingegni, - egli stimava, -  buono qualche fatica lasciare".
Lo sconcio atto d'un diavolo guardiano dei barattieri versa tanto disprezzo sui barattieri, quanto non avrebbe ottenuto un discorso morale.
Il Purgatorio  la cantica del canto: s'apre col canto delle anime che vengono sul vascelletto e col canto di Casella; cantano i penitenti; attraversando il fuoco Dante si orienta col cantare che ode di l; Matelda canta come donna innamorata; cantano i vecchi della processione e gli angeli e le sette ninfe. Ma il Poeta indica solo lo spunto dei canti. E se rintracciamo il testo del salmo, se rileggiamo la preghiera indicata dalle due parole iniziali, scopriamo quanto essi siano appropriati alla situazione cui si riferiscono. Che se, a un certo punto del salmo o della preghiera, questa convenienza non vi fosse pi, ecco il Poeta avvertirci:
e gli angeli cantaro
Di subito: - In te, Domine, speravi; -
Ma oltre pedes meos non passaro:
cantarono, cio il salmo 30., fin dove le parole sono di pentimento e di misericordia. Dante  poeta anche dove non parla, diceva il Gozzi.
Cos le sue figure sono per lo pi sbozzate con due colpi di scalpello, come poi doveva far Michelangelo. Farinata s' dritto: lo vedremo "tutto" dalla cintola in su.
Ed ei s'ergea col petto e colla fronte,
Come avesse lo Inferno in gran dispitto.
Non altro; e noi vediamo la figura giganteggiare.
Per questo nella poesia dantesca si scopre sempre qualche cosa; e gli accenni sintetici sono appunto i pi suggestivi.
"Continua immaginazione, - dice il Leopardi, - sempre viva, sempre rappresentante le cose agli occhi del poeta, si richiede a poter significare le cose o le azioni o le idee per mezzo di una o due circostanze o qualit o parti di esse, le pi minute, le pi sfuggevoli, le meno notate, le meno solite ad essere espresse dagli altri poeti o ad esser prese per rappresentare tutta l'immagine al vivo, con efficacia".
Ecco l'osservazione della realt, nella natura e nell'anima nostra. Chirone centauro con la freccia
Fece la barba indietro alle mascelle;
Ciampolo straziato mira la sua ferita; Dante affannato va parlando per non parer fievole; Sordello, tutto assorto nell'onore della compagnia di Virgilio, non s'accorge di quel che tutti subito vedono, che Dante manda ombra; la pece che bolle, gonfia tutta e risiede compressa; la luna fa parer pi rade le stelle; il tramontar del sole dietro i poeti  notato per l'ombra che si spegne davanti a loro... E quanta vita nei rapidi dialoghi, nelle brevi descrizioni di fenomeni naturali!
Al che giova la grande efficacia della parola precisa: ficcare gli occhi, lo cotto aspetto, lo stendersi e il rattrapparsi di chi sale lungo una corda, l'attuffarsi d'un corpo nella pece, il forbir della bocca ai capelli, il torcersi della persona sotto il peso che la impaccia.
E, d'altra parte, quanta ricchezza di vocaboli! gli arnesi dei demoni per acciuffare i peccatori son detti ora roncigli, ora uncini, ora raffi; gli scompartimenti di Malebolge, ora bolge, ora fossi, o tane o valli o cave o fessure.
Salire al cielo  il sogno delle anime penitenti; ma pei superbi carichi dei massi sar "muover l'ala" secondo il desiderio; per gli invidiosi accecati sar "veder l'alto lume"; per gli iracondi insozzati dal fumo sar tornar mondi al Creatore; per i lussuriosi sar essere albergati nel cielo pien d'amore. Dio  chiamato prima Egualit in confronto allo squilibrio delle facolt umane; primo Valore in quanto fe' tutto con ordine, primo Pensiero in quanto che ad esso attinge e da esso deriva ogni pensiero minore.
Con tanta variet, il Poeta ama la brevit, per la quale si foggia da s le parole espressive: ingigliarsi, immegliarsi, imparadisare, inverare, s'addua, s'intrea, s'incinqua, s'immilla.
S'io m'intuassi come tu t'immii.
Bello?... Breve. Da drago o'draco Dante fa il verbo s'indraca, come a dire diventa un drago, si inserpenta. Egli dice la parola a proposito di quei vili che son forti coi deboli e deboli coi prepotenti:
L'oltracotata schiatta, che s'indraca
Dietro a chi fugge; ed a chi mostra il dente
Ovver la borsa, come agnel si placa...
La bellezza  nelle immagini: la schiatta che s'indraca, il vento che affatica la fiamma, i fiumi che han pace nel mare, le cose rimorte. Nell'immagine Dante concreta, in certo modo, e d rilievo e colore ai concetti astratti: la superba febbre dell'ambizione, la superbia che non s'ammorza, il tempo che va intorno con le forbici, l'amore che s'ammanta di riso. E il sole... Il sole  la pi alta immagine che Dante sappia trovare: e per Virgilio  un sole, Beatrice  simile al sole, e Maria; sole San Francesco, Cristo, i beati, Dio.
Qualche volta  bello isolare un verso, come in un affresco piace talora rimirare a parte un bel profilo:
E la sua terra  questa dolce vita...
E la sua volontade  nostra pace...
La potenza della parola  insieme nel senso e nel suono. Del nome di Provenzan Salvani 
Toscana son tutta,
Ed ora appena in Siena sen pispiglia.
Dopo quell'o accentato e la lettera doppia e la forza di quel tutto accentato sull'u, i due e e il sommesso pispiglia...
Si viene di lontano, verso la mattina, si scende:
Questa isoletta intorno, ad imo ad imo...
Si giunge sul margine estremo: s'ode l'acqua percuoter la sponda:
Laggi, col, dove la btte l'nda...
E altrove il fruscio delle foglie lievi...
Un bel verso:
Come letizia per pupilla viva.
Dove sta la bellezza? A dire che sta in quei tre i su cui cadono i tre accenti del verso, si usano termini che paiono di anatomia piuttosto che di poesia. Certo  che il verso brilla e scintilla.
Qualche volta, fu osservato, basta un latinismo a dare solennit, almeno per noi moderni, al contesto. Bonifazio VIII sar "detruso" tra i simoniaci. La "plenitudine volante" degli angeli non impedisce la vista di Dio. Basta talora una dieresi: "la pioggia contina"; "m'inebrava il dolce canto"; i "plenilun sereni". Basta lo spostamento d'un accento a piegare il senso a favore d'uno speciale significato: "porta nel tempio le cpide vele"; "Come la fronda che fltte la cima - nel trnsito del vento". Sono "forme musicali, dice il Romagnoli, liberamente germogliate caso per caso, dal palpito ritmico che batteva nel vivo cuore del Poeta".
Se da una parte alcune volute simmetrie o ripetizioni d'espressioni, se alcuni giochetti di parole, di cui in ogni tempo si trova traccia nella nostra letteratura, possono esser notati come superflui o accusati di cattivo gusto; se certa nomenclatura scolastica pare prosa in tanta poesia, una folla di espressioni uniche per bellezza s'affaccia a chi voglia esemplificare.
Ecco un verso d'alta calma, in cui la voce s'adagia nelle lunghe parole:
Contento nei pensier contemplativi.
Ed ecco significata la rapidit:
E s come saetta che nel segno...
oppure:
Si dilegu come da corda cocca.
oppure:
Ed ei sen g, come venne, veloce.
La solennit:
Cotanto glorosamente accolto.
L'affondare e lo sparire d'un corpo:
Come per acqua cupa cosa grave.
La calma silenziosa:
Come di neve in alpe senza vento.
Il prorompere d'un santo incontenibile sdegno:
N ch'io fossi figura di sigillo
A privilegi venduti e mendaci,
Ond'io sovente arrosso e disfavillo.
La leggiadria:
Le sorrise parolette brevi.
La grazia musicale:
Vostra parola disata vola..
Certi versi hanno quella bellezza ch' fatta insieme di misura e di dignit e che siamo usi di chiamare classica; quella perfezione che diciamo bellezza greca: e pur Dante la bellezza greca non conobbe. Essi danno all'anima un appagamento che ha del definitivo, che fa pensare alla lodoletta appunto di Dante, la quale si spazia in aere cantando, e poi tace, contenta
Dell'ultima dolcezza che la sazia.
 Similitudini.
Molto pi numerose che in Omero e in Virgilio sono le similitudini in Dante; e poche imitate, e pochissime che non abbiano altro valore che di ornamento. Esse compiono nel Poema una loro funzione: ne illuminano la materia, nuova agli uomini, col mezzo delle cose note nel mondo dei fenomeni naturali e della coscienza umana; per modo che il pensiero del lettore segue la stessa via che quello del Poeta deve aver percorso nell'immaginare, partendo dal vero, la sua complessa visione. Le similitudini dantesche sgorgano dalla poesia stessa come da fonte perenne.
Ve ne sono di scolastiche, come quando il termine di paragone  tolto dal triangolo, che non pu contenere due ottusi, o dalle contraddizioni che non possono essere insieme false e vere, o da favole mitologiche o da notizie storiche.
Ve ne sono di prese dalle usanze del tempo: dal messaggiero che porta ulivo, dai fossi intorno ai castelli, dai cavalieri, che escon di schiera che cavalchi; dall'andar della folla in San Pietro al tempo del Giubileo.
Ma le pi dan luogo a quadretti della natura o dei costumi degli animali e degli uomini, che hanno valore anche tolti via dal contesto, e in cui si rivela l'acuto spirito di osservazione del Poeta e l'amore con cui studiava ogni anche minima manifestazione della vita: sono quadretti studiati dal vero, nati da quell'esperienza "ch'esser suol fonte ai rivi di nostr'arte", familiari ormai anche a chi ignori dove sono posti e a quale proposito: i fioretti, chinati e chiusi sullo stelo la notte, che si drizzano al primo raggio del sole; il vento impetuoso che schianta i rami; il tizzo verde che sia arso dall'un de' capi e geme e cigola dall'altro; i ranocchi col muso fuor dell'acqua, le rane che si dileguan tutte all'apparire della nimica biscia, le lumache che ritirano le corna; le nebbie che si dissipano, le uve che imbrunano, le bestie che si lisciano, la carta che brucia e non  nera ancora e il bianco muore; l'aura di maggio che movesi ed olezza, tutta impregnata dall'erba e dai fiori; il fuoco dietro all'alabastro; il fiammeggiar delle cose unte; le formiche che s'ammusano, le minuzie dei corpi in un raggio di sole, il vecchio sartore che infila l'ago, le cariatidi che sembrano soffrire sotto il peso che reggono...
Ve ne sono di quasi scheletriche nell'espressione e rudemente efficaci:
Parean l'occhiaie anella senza gemme;
e per contro ve ne sono altre in cui il Poeta s'indugia amorosamente ad aggiungere al suo quadretto particolari e circostanze non intimamente necessari a quel dato momento dell'azione o alla situazione psicologica o topografica ch'egli intende d'illustrare; come s'egli volesse appunto dare gli ultimi tocchi a un dipinto che deve poter valere per s medesimo, anche fuori della sua cornice. Cos fa quando descrive il fervore di lavoro nell'arsenale di Venezia, mentre il confronto necessario era solo fra la pece bollente della quinta bolgia e la pece bollente che a Venezia serve a spalmare le navi; o quando, a proposito d'un passeggiero sbigottimento di Virgilio, descrive a lungo gli effetti della brina che si pu scambiare per neve in certe giornate della fine d'inverno.
E quante immagini sono tolte dalla vita degli uccelli! colombe chiamate dal disio, o adunate alla pastura; augelli che svernano lungo il Nilo; cicognini che tentano di levar l'ala; gazze e lodolette e gru e stornelli; e il merlo che si rallegra per poca bonaccia; e quell'uccello che pare abbia un delicato senso di tenerezza umana,
Posato al nido de' suoi dolci nati
La notte che le cose ci nasconde,
Che per veder li aspetti disati
E per trovar lo cibo onde li pasca...
Previene il tempo in su l'aperta frasca
E con ardente affetto il sole aspetta
Fiso guardando pur che l'alba nasca....
E le bellissime similitudini prese dagli affetti domestici e dai bambini, i bramosi fantolini e vani, il fanciullo ch' vinto al pomo; e le immagini attinte ai fatti celesti: stelle cadenti, stelle mattutine, stelle con la luna, stelle di prima sera, notti scure, giorni luminosi...
Le similitudini diventano pi che mai necessarie quando la materia s'innalza oltre la veduta mortale.
Allora Dante aggiunge giorno a giorno, assomma bellezze e grandezze e dolcezze, d l'idea dell'infinito con la musica, ch' fra le arti quella che meglio porta fuori degli spazi circoscritti. Si sale di prodigio in prodigio. E Dante sente che un'immagine non basta, e ne trova un'altra e un'altra, quasi invocando da essa un appressarsi almeno alla meta irraggiungibile.
Qual  colui che sonnando vede
E dopo il sogno la passione impressa
Rimane, e l'altro alla mente non riede;
Cotal son io, che quasi tutta cessa
Mia visone, e nel cor mi distilla
Ancor lo dolce che nacque da essa.
Cos la neve al sol si dissigilla;
Cos al vento nelle foglie lievi
Si perdea la sentenzia di Sibilla.
 Dopo Dante.
Quando Dante mor, eran gi note le due prime cantiche. Forse anche della terza girava manoscritto qualche canto fra gli amici e ammiratori: manoscritto, cio in quell'unica forma di pubblicazione ch'era possibile allora, e fors'anco coi caratteri stessi di Dante, ignoti ai posteri, cui non  giunta di lui una riga sola... ("Era la lettera sua magra e lunga e molto corretta", disse il quattrocentista Leonardo Bruni, che aveva veduto epistole di mano del Poeta). Che se un giorno potessimo mai rinvenire qualcuno de' suoi autografi, oltre al vanto di possedere una reliquia di valore incomparabile, avremmo il mezzo di verificare i luoghi dubbi del testo e di decidere tra le varianti delle copie successive.
Jacopo di Dante, mandando il Poema a Guido Novello, ch'era a Bologna e meritava di ricever primo la grande primizia, l'accompagnava con una "divisione" illustrativa e con un sonetto in cui chiamava "sorella" l'opera paterna. - Invio, - diceva, - la presente divisione
Acci che le bellezze, signor mio,
Che mia sorella nel suo lume porta
Abbian d'agevolezza alcuna scorta.
Fra quanti cercarono poi e amarono il Poema, nessuno forse ne cur mai pi la fama con la tenerezza affettuosa che si rivela in quella dolce parola di Jacopo.
Difficilmente i contemporanei avrebbero potuto essere in grado di predire quel che Dante sarebbe divenuto per i posteri. Ma molti furon tosto, come Giovanni Quirini (corrispondente in versi di Dante e difensore poi della sua fama),
Bramosi di veder la gloria santa
Del Paradiso che il poeta canta.
Bologna, citt di studi e ospite del Polentano, poi Firenze, citt natale del Poeta e ben presto persuasa della grandezza di lui, precedettero le altre citt italiane nell'ammirare, discutere, citare, illustrare il Poema di Dante. E gi solo dopo una ventina d'anni la fama dell'opera s'era estesa anche altrove, e tra gente d'ogni condizione. Amanuensi arricchivano copiando la Commedia, la imitava Jacopo nel "Dottrinale", la commentavano i figli di Dante e altri uomini di studio, primo fra tutti a Bologna, fin dal 1324, ser Graziolo Bambaglioli; lo bistrattavano gli oppositori politici, come Guido Vernani, che in un suo scritto latino chiama sempre Dante "quel tale" e lo dice "vaso del diavolo" e "sirena" che col dolce canto conduce alla morte della verit; lo contraddiceva Cecco d'Ascoli, trovando a ridire sulla Commedia come sulle Rime, e dichiarando dell'opera propria:
Qui non si sogna per la selva oscura...
Le favole mi fur sempre nemiche;
lo citava qua e l nella sua Cronaca Giovanni Villani, e del Poeta faceva un cenno biografico, breve al desiderio nostro, con qualche inesattezza dovuta forse all'avere egli scritto una decina d'anni dalla morte di Dante, ma cenno semplice e vivo, ed equo, bench venga da scrittore di parte nera.
Ormai si poteva lodare la Commedia o discuterla o combatterla, ma ignorarla non si poteva pi.
Il primo vero grande convinto instancabile banditore della gloria di Dante fu Giovanni Boccaccio.
Nato otto anni prima che Dante morisse, figlio di quel Boccaccio di Chellino, che per ragione di impiego aveva avuto occasione d'avvicinare Bardi e Portinari, amico o conoscente di fiorentini che di Dante avevano potuto parlargli; andato pi volte a Ravenna, vissuto in quella Firenze che mutava rapidamente in amore l'ingratitudine; egli si sent, come disse, "in solido" obbligato a onorar Dante nel volgare stesso di Dante; e intraprese la predicazione di quella grandezza, riconoscendo dal maestro ogni bene, "se nullo in me sen posa". Ben diverso dal maestro, per, il riconoscente discepolo, che nelle opere giovanili aveva mostrata altra concezione della vita e degli scopi dell'arte, e viveva in tempi che, pur prossimi a Dante, gi per certi rispetti erano profondamente mutati. Il Boccaccio pot dunque non intendere in tutto perfettamente lo spirito di Dante; ma la sua ammirazione fu sempre schietta e dettata dal cuore.
Egli aveva trascritte di suo pugno le egloghe dantesche e di Giovanni del Virgilio. Amico del Petrarca e sinceramente umile anche in questa amicizia, gli aveva mandato in dono nel 1359 una copia della Commedia, accompagnandola con un carme latino, in cui raccomandava a lui cinto di alloro il concittadino infelice, che, "peccato della fortuna, non ebbe corona". "Accogli, ti prego - gli diceva -, questo tuo concittadino, e dotto insieme e poeta: accoglilo, leggilo, uniscilo a' tuoi, onoralo, lodalo, che ci facendo farai il tuo pro e t'accatterrai molto favore". Con la sua opera di conciliazione egli aveva sperato di amicare quei due grandi affetti della sua vita. Ma il Petrarca, precursore del Rinascimento degli studi classici, non sentiva la grandezza di quel poeta che aveva scritto nella lingua del volgo. Egli serbava a s, come si vede anche dalla sua risposta al Boccaccio, il primato nella eloquenza latina (il che era secondo giustizia), e a Dante lasciava, senza invidiarglieli, gli applausi delle taverne e delle piazze. Ma, scrivendo pi tardi un poema in volgare, sub il fascino dell'opera dantesca, e imit la Commedia nella forma della visione, nel metro e in alcuni particolari.
A circa cinquant'anni, nella quiete della sua Certaldo, dove ragionava coi libri e ascoltava le voci della natura fuori degli "atti fittizi" dei cittadini, il Boccaccio scrisse la Vita del Poeta, con intenzione di lodar Dante senza nasconderne i mancamenti. L'opera non ha intendimenti critici: "chi fa quel che fa, pi non gli  richiesto", dichiarava l'autore. La vita, ch'egli chiam "Trattatello in laude di Dante" e ci rimane in pi redazioni, ha abbellimenti al vero e lunghe digressioni retoriche; ma a torto fu giudicata narrazione tutta romanzesca, ch gli studi moderni la dimostrarono per molte parti attendibile.
Il Boccaccio doveva anche essere il primo pubblico espositore della Commedia.
Parecchi cittadini, dice un documento ufficiale fiorentino del 1373, "tanto per s medesimi, come per altri parimente bramosi di bene, e anche pei loro posteri e discendenti, desiderando di essere istruiti nel libro di Dante, del quale cos nel fuggire i vizi come nell'acquistar virt e ornamento di eloquio possono anche i non grammatici venire ammaestrati, chiedono riverentemente ai Priori delle Arti e al Gonfaloniere di giustizia del Popolo e Comune di Firenze, che un uomo valente e sapiente, bene esperto in tal fatta di poesia, sia chiamato nella citt di Firenze, a leggere il libro che volgarmente si dice il Dante, a chiunque voglia udirlo, in tutti i giorni feriali, per continuata lettura, dandogli un salario non minore di cento fiorini d'oro senza ritenuta".
Posta ai voti e accolta la domanda, il Comune incaric dell'insegnamento Giovanni Boccaccio, il quale accett, per l'amore che portava al suo autore, per insistenza di amici, e anche per quei cento scudi, che venivano opportuni ad alleviare la povert de' suoi tardi anni.
Egli diede la prima lezione pubblica nella chiesa di Santo Stefano di Badia il 23 ottobre 1373, e tutti i giorni non festivi continu a leggere e spiegare il testo, fermandosi specialmente a dichiararne il contenuto morale. E non manc d'inveire fieramente contro l'ingrata patria dell'esule.
In sessanta lezioni aveva commentato i primi diciassette canti dell'Inferno.
Ma egli aveva sessant'anni e la sua salute deperiva; e d'altro lato lo infastidivano i detrattori della sua lettura,
Questi ingrati meccanici, nimici
D'ogni leggiadro e caro adoperare.
Interruppe le lezioni, si ritir a Certaldo, e mor poco pi di un anno dopo, e a poca distanza dal suo amico Petrarca.
 Nei secoli seguenti.
Con la morte dei tre grandi trecentisti restava deserta la casa delle Muse, diceva Franco Sacchetti. E lamentava scorato:
Come deggio sperar che surga Dante,
Se gi chi 'l sappia legger non si trova?
Il parere del Petrarca aveva fatto scuola; e per il sopraggiunto amore esclusivo all'arte e al sapere dell'antichit, Dante era negletto dai cultori di umane lettere, che avevano in dispregio quel "poeta da ciabattini, fornai e simil gente, non da letterati". Parole, queste, con cui Leonardo Bruni d'Arezzo, ammiratore di Dante, riassumeva lo sdegnoso modo tenuto da taluni suoi contemporanei nel parlare del Poeta. Cominciata in quel secolo anche la critica, si lessero le proteste di quegli eruditi perch Dante aveva messo Bruto, il fiero repubblicano liberatore di Roma dalla tirannia di Giulio Cesare, in bocca a Lucifero; e perch aveva fatto di Catone, morto a quarantotto anni, un vecchio canuto dall'aspetto venerando...
Ma se a tanti studiosi sfugg allora la potente unit e originalit di quello spirito troppo moderno per essi, il Poeta ebbe difensori e pubblici dichiaratori e commentatori fra gli stessi umanisti, e citatori fra i giuristi, e ammiratori fra i mecenati. Leonardo Bruni, "per ristoro dello affaticato ingegno", scriveva in volgare una breve e pregevole Vita del Poeta, a supplemento dell'opera del Boccaccio, parendogli che questi avesse scritto "ricordando le cose leggiere e tacendo le gravi".
In Santa Maria del Fiore, Domenico di Michelino ritraeva a fresco nel 1466 la figura di Dante davanti alle mura di Firenze, col suo libro aperto nella sinistra, in atto di mostrarlo alla citt che l'ha serrato fuori, e con la destra indicando i tre regni dei morti, effigiati dietro di lui. E nel secolo medesimo Sandro Botticelli ritraeva a puro contorno, con arte fine di cesellatore, canto per canto, gli episodi delle tre cantiche.
Sopravveniva intanto, strumento massimo di diffusione, la stampa. E il primo libro stampato in Italia fu appunto la Commedia, in una prima edizione di Foligno, della quale si conoscono ventisette esemplari superstiti. Essa fu voluta dall'editore Emiliano Orfini, con l'opera di un tedesco allievo di Gutemberg: coraggioso editore, che veniva alla nuova industria dall'industria della carta, e intuiva l'importanza della stampa contro coloro che deploravano si volesse con mezzi meccanici toglier valore alle belle scritture degli amanuensi.
Poco dopo si stampava a Milano la Commedia col commento di Benvenuto da Imola, e a Firenze quella commentata da Cristoforo Landino. Di quest'ultima era donato un esemplare in magnifica veste alla Signoria fiorentina; per la qual cosa Marsilio Ficino umanista pot dire che, finalmente, dopo due secoli Dante veniva restituito alla patria. Gli ufficiali preposti allo Studio fiorentino mantenevano la cattedra universitaria dantesca. E in questi dotti uomini pareva pacificarsi il culto del grande passato lontano con quello della nostra gloria recente. Raffaello faceva altrettanto, quando collocava l'immagine di Dante nel suo Parnaso e nella Disputa del Sacramento.
La notoriet del gran libro diveniva tale, che Vincenzo Acciaioli avrebbe dato tutto l'oro del mondo perch il Poeta vi avesse fatto cenno d'un suo antenato, fosse stato pure per cacciarlo nelle ultime profondit dell'Inferno.
Come il secolo di Dante aveva studiato la Commedia sopra tutto dal lato teologico e morale, il decimosesto, colto e raffinato, e che perci, a dire del Foscolo, "preferiva la eleganza del gusto agli ardimenti del genio", vide nel Poema specialmente il componimento letterario, lo consider in confronto ai generi consacrati dall'esempio dei classici e s'ingegn di determinare se seguisse o non seguisse le medesime norme.
Forse, in quel tempo che tanto am le grazie del dire e in cui i legislatori del gusto preponevano sempre a Dante il Petrarca, colui che meglio intese il Poeta e gli si avvicin nella propria arte multiforme, fu Michelangelo Buonarroti, che, l'anima piena di grandiose visioni, di sdegni e di affanni, si espresse egli pure, non per imitazione ma per natura, con rude sincerit.
Durante la decadenza che accompagn l'oppressione spagnuola, "l'illustrazione della Commedia, come disse il D'Ancona, fu un ninnolo, un balocco che la sospettosa tirannide lasci ai letterati accademici nelle chiuse aule delle lor sedi". In quello straniarsi dell'arte dalla vita, la fervida anima di Dante, la sua virile semplicit, non potevano essere intese. In quell'amore della studiata eleganza il suo verso parve rozzo. Pu esser citato come simbolico dei tempi il dipinto di quel pittore che rappresent Dante e il Petrarca in un prato fiorito: questo in atto di coglier fiori, quello di falciar via tutto con una falce fenaia.
La critica manc essa pure di gusto e di misura; e nell'amore della pompa frondosa e nella smania di fare ci che non fosse mai stato fatto, vi fu chi concep e stese il piano d'una pubblicazione, (la quale poi non vide la luce), in centocinquanta volumi, contenente, oltre alle opere minori, con la Monarchia debitamente riveduta e corretta, e oltre a prefazioni, indici e rimari, un volume speciale per ciascun canto, corredato del commento di tutti i commentatori.
La reazione alla critica pedantesca giunse nella prima met del 1700 alle pi "temerarie audacie". E poco dopo che la gran mente solitaria di Giambattista Vico aveva compresa la grandezza della mente di Dante e avvicinata la Commedia all'opera omerica, Saverio Bettinelli, demolendo tutte le autorit costituite del nostro Parnaso, pronunciava contro la poesia dantesca le pi inconsulte accuse nelle sue Lettere Virgiliane, che finse scritte da Virgilio nei Campi Elisi e mandate agli accademici dell'Arcadia in Roma. Il falso Virgilio trovava a ridire sull'invenzione, sulla condotta, sull'arte, sul gusto, sul titolo stesso della Commedia, non sapendo rendersi conto che possa intitolarsi Commedia un'opera nella quale poco si ride e molto si dorme. Dall'universale condanna si salvava solo qualche canto famoso e qualche bella sentenza.
Per queste stravaganze il Bettinelli ebbe in Francia le lodi del Voltaire, che trovava in lui l'anima e lo stile di Virgilio, e in Italia pag per tutti i denigratori di Dante quando la critica si risent, e Gaspare Gozzi con arguta finzione immagin che, giunta nei Campi Elisi notizia delle lettere che si spacciavano in Roma come scritte da Virgilio, Virgilio e altre nobili anime facessero essi medesimi la difesa di Dante. L'operetta del Gozzi s'intitola "Giudizio degli antichi poeti sopra la moderna censura di Dante, attribuita ingiustamente a Virgilio". Essa contribu a ricondurre gli studi danteschi a quella rispettosa seriet ch' necessario fondamento anche delle censure.
Press'a poco negli stessi anni Giuseppe Pelli scriveva per primo la biografia di Dante con intendimenti critici.
 Nel Risorgimento.
Venne finalmente Vittorio Alfieri, il primo spirito italiano moderno che meriti d'esser chiamato dantesco. Egli, come Dante, cercava le sue origini fra quei Romani che portarono l'aquila vincitrice nel mondo, e, come Dante, visse nel suo tempo battendosi per l'avvenire. Sulla tomba del suo divino Poeta egli invocava per s lo sdegno contro ogni invidia e ogni vilt. "Va, tuona, vinci", gli pareva che imponesse il gran padre Alighieri al discepolo non indegno. E il discepolo diveniva propugnatore di libert, flagellando le fiacche generazioni e aprendo alle venture le vie della libert.
Nel tempo che segu la Rivoluzione francese, e maturandosi il nostro Risorgimento, si cerc, am e discusse in Dante sopra tutto lo scrittore politico, il cittadino, l'amator della patria, tirando talora la parola della Commedia a significazioni partigiane, secondo le tesi di scrittori e oratori e secondo i bisogni delle vicende presenti.
Un manifesto al popolo ravegnano e ai cittadini fratelli per una festa dantesca durante la Repubblica Cisalpina, nei primissimi giorni del 1798, chiamava Dante "l'antico Espugnatore della sacerdotale impostura". E da Gabriele Rossetti, poeta e patriotta e esule, furon prestati a Dante i sentimenti d'un cospiratore carbonaro e un linguaggio di gergo accessibile soltanto agl'iniziati: linguaggio di gergo di cui i Ghibellini del tempo di Dante sarebbero stati costretti a servirsi dal dilagare prepotente di parte guelfa.
In quel poema passionato ognuno vide la propria passione. Ma qual fonte inesauribile di nobili amori e di coraggiosi ardimenti furono i versi del nostro Poeta!
Imitato dal Monti piuttosto nei voli della fantasia e nelle bellezze formali che non nello spirito, il Poema ebbe nel Foscolo un interprete degno.
Egli lasci sul testo della Commedia un famoso discorso, in cui per certi lati la sua critica precorre quella rinnovatrice di Francesco De Sanctis. Non possedeva i mezzi d'indagine moderni; ma studiava con metodo e sapeva veder Dante nella storia e l'uomo in Dante, guidato da quel grande intenditore dei poeti ch' l'animo d'un vero poeta. Sul grande esule egli scriveva quand'era esule in Inghilterra. E un altro esule in Inghilterra, che aveva scritto su Dante calde pagine e che s'era sentito nato alle lettere, ma aveva sacrificato questa sua vocazione, come altre, per consacrarsi alla predicazione del nostro riscatto, Giuseppe Mazzini, cur la pubblicazione degli scritti foscoliani; e la principale cagione, scriveva nel 1841, che l'aveva indotto ad accettare le noie del correggere e curare siffatto lavoro, era morale. Bisognava insegnare ai vivi il culto dei morti. "Dante  tal uomo, - scriveva, - i cui libri, studiati in un colla vita, sarebbero da tanto da ritemprare tutta una generazione e riscattarla dall'infiacchimento che tre secoli d'inezie e di schiavit hanno generato e mantengono". Bisognava cercare in Dante "il segreto dell'Idea" ch'egli adorava. "La Patria s' incarnata in Dante".
Ispirato da fervore italiano scriveva il Tommaseo il suo commento in un'altra terra d'esilio, la Francia, che dopo secoli d'oblio o di disconoscimento contribuiva proprio in quel tempo al risveglio degli studi danteschi con opere degne.
Sulla terra nostra serva e divisa era intanto passato cantando il Leopardi, che nella tristezza dei tempi e dell'anima sua aveva egli pure invocato Dante a rinnovatore dello spirito nazionale.
Quel nome diveniva tra i nostri patriotti un richiamo e un monito e un segno di riconoscimento, forza viva della patria. "Gl'Italiani parlano Dante, scrivono Dante, sognano Dante", annotava Giorgio Byron nel suo diario del 1821.
Veder redivivo il culto del Poeta era motivo di patria speranza a Cesare Balbo, che riteneva Dante lo scrittore pi virtuoso che abbiamo e il pi amato dalle generazioni che pi cercarono la virt. E per egli scrisse nel 1839 una calda biografia dell'"Italiano pi italiano che sia stato mai".
I nostri migliori artisti drammatici recitarono, anche fuori di patria, canti della Commedia a scopo di propaganda, come Gustavo Modena a Londra. I nostri improvvisatori, come il Regaldi, anche fuori d'Italia, improvvisavan su Dante. I nostri patriotti, quando non ne avevano la proibizione, come Gabriele Rosa allo Spielberg, meditavano le eterne pagine nelle carceri.
Ippolito Nievo aveva sempre seco la Commedia nella campagna garibaldina; Arrigo Boito nel Trentino la teneva legata al cinturone con una cordicella; cos come ebbero cara la parola del Poeta i nostri ultimi giovinetti sul Grappa e sul Carso, nei penosissimi ozi della trincea.
Nel 1859 il governo toscano volle ripristinata la cattedra dantesca del Boccaccio; e nella sala del gabinetto Vieusseux si tennero discorsi su Dante.
Cerimonie pubbliche, stampa di documenti e di studi, mostra di manoscritti, e sopra tutto fervore di speranze e calore d'entusiasmo resero cara e memorabile al cuore degl'Italiani la solennit centenaria del 1865. Furono le feste della nostra unit, le quali, superando la letizia delle liberazioni presenti, andavano augurando, nel nome di Dante, a Roma e a Venezia e a tutti i nostri non raggiunti confini.
La nuova Italia aveva tosto il suo interprete della concezione dantesca, lo svisceratore della vita che ferve nei personaggi danteschi, in Francesco De Sanctis, ingegno nutrito di studi filosofici e squisita sensibilit artistica, che cercava le ragioni della bellezza poetica nell'anima del Poeta e rivelava questa bellezza agli ascoltatori e ai lettori con commossa parola.
Versi del Poema sembrarono in ogni tempo atti a riprodurre un alto concetto in stile lapidario. E come l'Accademia del Cimento, fondata nel 1667 a Firenze, aveva preso per motto l'espressione dantesca "provando e riprovando" [provando il vero e rifiutando il falso]; cos Venezia, quando deliber di resistere all'Austriaco ad ogni costo, coni una medaglia con la scritta: "Ogni vilt convien che qui sia morta". Parole di Dante forniron la chiave alle scritture segrete dei cospiratori; e per, quando il segreto fu scoperto, don Enrico Tazzoli si sent canticchiare attraverso le sbarre della prigione da un ignobile sbirro: "Per me si va nella citt dolente". Quel nobile spirito, accomiatandosi dalla madre, l'assicurava, come Dante il suo maestro: "coscienza non mi garra".
A Cavour, dopo il Congresso di Parigi, fu offerto un busto con l'iscrizione: "Colui che la difese a viso aperto".
Dopo Mentana, alla Camera in Firenze, il ministro Mari, commentando il famoso "giammai" del ministro francese Rouher (giammai l'Italia andr a Roma) disse con Dante: "La Chiesa di Roma, - per confondere in s due reggimenti, - cade nel fango e s brutta e la soma".
"Per questa via non si rientra in patria", scriveva Giuseppe Mazzini con parole dell'epistola dantesca, protestando che non avrebbe accettato oblio grazia perdono per trent'anni di lavoro in pro dell'unit italiana.
Cos tutti, anche oggi, anche i pi umili, purch abbiamo una certa familiarit col Poeta, sentiamo ad ogni occasione fiorirci sul labbro i suoi versi, piuttosto che pedanteria di citazione erudita, espressione unica insuperabile del pensier nostro.
 Italia.
Per tanti generosi italiani Dante fu dunque uno dei motori spirituali verso quella unit italiana ch'egli in realt non concepiva quale essi la concepirono.
L'Italia, stato nazionale fra le Alpi e il mare, separata politicamente dalle altre terre dell'Impero, come la pens poi il Machiavelli e come la vollero gl'Italiani del secolo XIX e del XX, non  l'Italia di Dante. C' nella concezione dantesca della monarchia universale qualche cosa di medievale e di caduco, in cui i malmenati Fiorentini che detestavano l'alto Arrigo vedevan forse pi lontano, senza rendersene conto, del loro infiammato Poeta.
E in questo par pi prossimo a noi quel Guittone d'Arezzo cui Dante fu cos poco benevolo, quando, con vigore e con ironia degni di Dante, esclamava nella canzone: "Ahi lasso! or  stagion di doler tanto":
E poi che gli Alamanni in casa avete,
Servitei ben, e fatevi mostrare
Le spade lor, con che v'han fesso i visi,
Padri e figliuoli uccisi.
E piacemi che lor dobbiate dare
(Poi ch'ebbero in ci fare
Fatica assai) di vostre gran monete.
Ma tutto quanto nella concezione dantesca si riferisce alla necessit di separare lo stato laico dalla Chiesa, restituendo a ciascun potere la sua libert, aveva per s l'avvenire, come tante altre verit che Dante venne dicendo nelle sue opere a' suoi concittadini, e che ogni giorno ricordiamo a monito e incitamento.
L'Italia delle Epistole e della Commedia, pur collocata nella monarchia, era un concetto per s stesso ben determinato e inconfondibile con altri e vivo di propria vita per Dante. Anche nella monarchia universale l'Italia sarebbe stata il bel paese con la sua lingua del s e con le sue memorie e la sua fisonomia storica. E facendo d'Italia il capo dell'Impero, egli veniva ad esaltare l'Italia su tutte le altre parti del mondo, e con l'Italia e a capo dell'Italia e del mondo, Roma immortale.
Ma sopra tutto Dante apparve, a coloro che vollero il nostro riscatto, come il vivente simbolo della nostra unit per questo, che una nazione la quale possiede, come diceva il Carlyle nel 1840, "una voce articolata",  gi costituita idealmente, prima che la unifichino armi, leggi e protocolli. "La nazione che possiede un Dante  unificata".
Tutta l'Italia noi ritroviamo nel nostro Poeta: dalla Roma pagana, che nel sacrosanto segno dell'aquila lev "tal volo che nol seguiteria lingua n penna", alla Roma della corte pontificia, "quando Laterano alle cose mortali and di sopra" e nell'ammirarla si stupefacevano i barbari scesi dal freddo settentrione; dalla gloriosa lingua latina che Dante onora negli scritti del suo Virgilio e ascolta reverente sulle labbra di Cacciaguida, al giovane volgare ch'egli loda teoricamente nelle opere minori e consacra in effetto lingua nazionale nella Commedia; dal Benaco "a pi dell'Alpe che serra Lamagna", al Quarnaro, alle isole, al Mediterraneo.
Tutta Italia  nella Divina Commedia, sebbene non ogni regione il Poeta descriva con quei caratteri particolarissimi che generano in noi la convinzione della cosa direttamente osservata: la Venezia, con la ruina montana degli Slavini di Marco sull'Adige, con le fonti del Brenta e del Piave, col Sile dove s'accompagna al Cagnano, col castello da Romano nella Marca trevisana, e l'isola di Rialto, e l'arsenale de' Viniziani; e dalla Venezia alle terre lombarde, con tutto il paese ch'Adige e Po riga, e il Mincio dalla forte Peschiera "gi pei verdi paschi" fino alla pianura di Mantova, che per la vicinanza delle paludi "suol di state talora esser grama"; - e la Liguria, con Noli e Lerici e Turba alpestri, con Sestri di Levante e Chiavari e tra essi la fiumana bella di Lavagna; - e la Romagna tra il Po e il monte e la marina e il Reno, coi monti d'Urbino e la sorgente del Tevere, con Ravenna e Cervia e Rimini, con Faenza sul Lamone e Imola presso il Santerno e Cesena tra il piano e il monte, e Bologna tra Savena e Reno, e il suo dialetto e la sua Garisenda. E poi l'Appennino, dosso d'Italia, col giogo di Pratomagno, e tra essi il Casentino dalle fresche acque; e il duro sasso intra Tevere ed Arno; e la Lunigiana; e la Toscana tutta: con la Maremma tra Cecina e Corneto, e le Alpi Apuane e il lento corso della Chiana, e Firenze co' suoi ponti e il suo fiume e i suoi colli e la chiesetta di San Miniato e il bel San Giovanni; e Pisa, e rimpetto la Capraia e la Gorgona; e Arezzo e Siena e il Mugello; e l'Umbria con Assisi e la sua porta del Sole e la fertile costa del Subasio, e Nocera e Gualdo. E poi quel corno d'Italia ove son Bari e Gaeta, dov' Brindisi e dove sgorgano il Garigliano e il Tronto; e l'onda di Cariddi, e la Sicilia con l'Etna tra Pachino e Peloro; e l'isola de' Sardi e l'altra che quel mare intorno bagna....
Nel libro di Dante son Pisani e Sanesi e Pugliesi, e studenti di Bologna e donne fiorentine, e Sardi che non si stancano di parlare della loro Sardegna, e coloro che a Verona fanno le gare di corsa, e i Carraresi che roncano nei monti di Luni.
Dure cose disse Dante alle genti d'ogni parte della nostra terra. E anche poi i poeti che l'amarono ebbero pi staffilate che incensi per la patria, secondo l'esempio di lui e le necessit degli eventi.
Ma, se Dante qualche volta rampogna per risentimento, per lo pi, come la sua Beatrice, rimprovera per piet e per volere di redenzione.
Cos la madre al figlio par superba,
... perch d'amaro
Sente il sapor della pietade acerba.
Genovesi, ch'egli augurava dispersi; Pisani che avrebbe voluto affogati nell'Arno; Pistoiesi, che incitava a incenerare con le proprie mani l'indegna loro citt; Fiorentini di cui il nome si spandeva nell'Inferno; Romagnoli tornati in bastardi: tutti rendono in amore al Poeta i fulmini della sua parola.
Il popolo non sa nemmeno che si disputa se il Poeta possa o non possa dirsi profeta della nostra unit nazionale. Per poco che abbia studiato, sa ch'egli disse Italia, ch'egli sogn la grandezza d'Italia e la sua pace, tuon contro i mali d'Italia quando il nome d'Italia era muto; celebr l'Italia nell'atto stesso che la svergognava, e mostr il dovere della rinnovazione morale e politica.
E lo chiama padre. E a lui torna infaticabilmente, per istinto prima ancora che per riflessione. E quando sa un nome solo di un solo suo grande, sa il nome di Dante; quando sa un nome solo d'una grande opera italiana, sa il nome della Divina Commedia.
 Da ultimo.
Un motivo a bene sperare di noi stessi  in questo fervore intorno a Dante.
Dopo che, circa il 1860, maestri il Carducci, il D'Ancona, il Bartoli, lo studio della letteratura nostra si venne rinnovando col fondamento della storia, con indagini sistematiche nelle biblioteche e negli archivi e l'esame dei testi secondo le loro origini, anche gli studi danteschi presero nuovo vigore e nuova sicurezza. Cos avevan gi cercato di procedere Vincenzo Borghini nel cinquecento e Carlo Troya in principio dell'ottocento.
Nessun punto, si pu dire, dell'ampia materia rimase inesplorato. Monografie speciali si scrissero e si scrivono illustrando ogni particolare della vita, ogni aspetto del pensiero, ogni documento della coltura, ogni virt dell'arte di Dante, ogni passo dubbio delle sue opere; mentre critici dal volo pi ampio s'adoperarono e s'adoperano a meglio chiarire la fisonomia e il valore del Poeta e dell'opera sua nel loro complesso.
Si fecero e si fanno opere bibliografiche, dizionari danteschi, tavole riassuntive, commenti speciali per ordini speciali di lettori. Si ristampano e stampano per la prima volta antichi commenti che, come per il tempo, cos per la natura della dottrina, sono pi vicini allo spirito del Poeta. Si fanno edizioni diplomatiche, le quali riproducono esattamente un determinato codice antico, serbando tutte le particolarit della scrittura. Si fanno edizioni critiche, nelle quali gli studiosi s'industriano di avvicinarsi il pi possibile a quello che dovette essere il testo originale del manoscritto dantesco: lavoro complesso e tutt'altro che materiale, il quale richiede non solo pazienza e coltura, ma intuito dei tempi e dell'arte: lavoro inteso a decifrare e giudicare antichi manoscritti sparsi per le biblioteche dei due continenti, spesso scorretti, scoloriti, scarabocchiati, diabolici come li chiamava il Muratori; inteso a raggruppare i codici in famiglie, con alberi genealogici come le cospicue casate della storia, e a rintracciare il capostipite cui risalire con maggiore fiducia.
Abbiamo periodici interamente consacrati a Dante, associazioni per la pubblicazione e lo studio delle sue opere; abbiamo associazioni per la nazionalit della lingua e della coltura, scuole, navi, istituzioni italiane fuori d'Italia intitolate al suo nome; case di Dante ove il Poema si spiega; cicli di discorsi intorno alla vita, al Poema, alle opere minori, per le persone colte, per il gran pubblico, per la giovent, in sale aristocratiche, nelle Universit popolari, in palestre scolastiche.
V'ha chi scrive di Dante con solenne gravit, rinnovando le squisite eleganze dell'antico parlar toscano e del bel periodare classico, e chi, sentendosi Dante viver da presso, ne scrive con tenera confidenza, come d'un padre burbero e generoso, come d'un uomo ch'era di questo mondo, bench dicesse d'essere stato in quell'altro.
Il Carducci lament che le feste centenarie del 1865 non fossero per il popolo, ch una festa, "a essere utile, bisogna che per mezzo del sentimento faccia passare un'idea nelle teste dei pi, con tanta efficacia che la vi permanga, divenendo cognizione e concetto. La festa di Dante, come festa, non consegu l'effetto suo; perch il popolo italiano, su 'l cui sentimento e quindi su la intelligenza doveva specialmente operare, non era preparato a sentirla e ad intenderla".
 il popolo oggi in migliori condizioni per sentire e per intendere il significato delle feste centenarie del 1921? Un poco parrebbe di s. Certo in ogni modo  questo, che in noi  sempre pi vigile il sentimento della necessit storica e della bont umana di un'opera volta a mettere in grado d'avvicinarsi a Dante, e come a Dante a ogni alta cosa, il maggior numero possibile di fratelli nostri. Non ci lamenteremmo, noi, se "el Dante" divenisse autore da "ciabattini e fornai e simil gente!". Noi pensiamo con Dante che un bene distribuito fa pi ricchi i pi posseditori che se  posseduto da pochi. E n una cattiva cinematografia che falsi e mortifichi la poesia dantesca, n la vuota retorica d'un ammiratore di Dante improvvisato, devono farci chiuder gli occhi dinanzi alla nobilt dello sforzo inteso a porgere al popolo un cos sano alimento spirituale.
Il Poema  gloria del cattolicismo. Il Poema  maestro d'austerit morale agli uomini d'ogni fede;  maestro di virt civili per le genti d'Italia. E pu parere particolarmente opportuno un richiamo verso le pi alte vette del pensiero e dell'arte in un tempo in cui l'umana gente si rabbuffa per la conquista dei beni vani che son commessi alla Fortuna.
La grande poesia  per s stessa educatrice: almeno per mezz'ora, concedeva il Leopardi, c'impedisce di ammettere un pensier vile o di fare un'azione indegna. Ed  consolatrice. Molto la vita nega agli uomini; molto d e poi ritoglie; cadono le illusioni; la giovinezza passa; diletti e beni sono spesso mero desiderio. Ma il gusto della bellezza, ma la sete delle cime non deludono mai. E Dante  il poeta del canto che sale.
Dante era aristocratico; ma per gli umili, cui non era dato di sedere alla mensa degli angeli, aveva provveduto a imbandire il Convivio, e nel linguaggio del volgo scrisse la Divina Commedia. E v' un intuito nel popolo nostro che lo rende accessibile al forte sentire del libro, anche in questi tempo cos lontani dai tempi di Dante.
Il D'Annunzio narra d'un bestiaio della Maremma ch'egli vide un giorno leggere dei quaderni sgualciti e sconnessi: era la cantica dell'Inferno, che al bestiaio veniva per retaggio della sua gente. L'incontr nella macchia, sotto una sughera. - Che leggi? - gli chiese. - Il mio Dante, - rispose. - Di grazia, leggi ad alta voce, - preg il poeta. Egli non si perit. "Divinit del canto! La selva selvaggia ed aspra e forte era d'intorno... Quando la voce rude si tacque, sembr che il coro aereo delle allodole rapisse l'ultima rima".
L'eterno ch' nel libro tocca sempre l'eterno ch' nell'anima umana.
Dante  sempre lontano da noi per la sua grandezza, sempre vicino per la sua umanit. Ciascuno di noi arriva dove pu; e il fatto che Francesco De Sanctis giungesse a una pi intima comunione con lo spirito del Poeta non deve impedire a me lo sforzo d'arrivare fin l dove io posso arrivare.
Molte notizie che Dante ignorava noi sappiamo. Molte altre, ch'egli aveva per infallibili conquiste della scienza furon corrette dagli studi che si fecero pi tardi; e assai pi dubita la nostra scienza perch assai pi conosce. Il tempo ha steso il suo compatimento e la sua pace su molti impeti d'ira e di vendetta che Dante prov. Ma in quel suo firmamento dalla sbagliata astronomia brillano le stelle di tutti i tempi in un'eterna luce di bellezza e verso di esse si appuntano sempre i sogni e le ansie degli spiriti umani.
Dante Alighieri  uno di quei geni di cui tutte le genti si onorano, come si onorano di Omero e di Guglielmo Shakespeare.
Tradotto interamente in una ventina di lingue, ha ormai biblioteche speciali in tutto il mondo, studiosi e ammiratori in tutto il mondo, se non forse fra i Turchi, ch'egli chiam gente turpa e di cui condann il legislatore Maometto. In ogni tempo, del resto, Dante ebbe imitatori e studiosi anche fuori d'Italia, egli ch'era stato, dice il Balbo, il primo grande scrittore della prima lingua moderna, il quale apr cos all'Europa tutta quella carriera di lettere e civilt ch'ella corse d'allora in poi. Molto si segnal nell'opera di erudizione e di ricerca nell'ultimo secolo, la critica tedesca. Oggi su tutte prevale per importanza l'inglese; e l'Inghilterra  dopo l'Italia il paese in cui pi si ama lo studio vivo del Poeta anche fuori del campo degli studiosi di professione. Presso i popoli anglosassoni in generale si vede di preferenza in Dante l'uomo di fede e di carattere, e se ne loda l'austerit morale e la disciplina dell'intelletto.
La Chiesa cattolica, partecipando ufficialmente alle feste centenarie del 1921, ha impresso un carattere mondiale alle manifestazioni di devozione al Poeta.
Oggi si commemora Dante nelle universit cattoliche e nelle universit laiche, dai professori tedeschi e dal cardinale Mercier, dalle colonie dell'America latina e dagli studenti degli Stati Uniti, dagli studiosi della Finlandia e da quelli dell'Australia. Si esalta Dante a Parigi, dove si dimenticano le tremende condanne ai re Capeti e l'accusa di vanit alla gente francesca, per ricordar solo, con la bellezza della poesia, l'incielamento di Carlo Martello, di Sigieri e di Bernardo di Chiaravalle. Si onora Dante a Tokio, nello Zipango di Marco Polo, dove si stampa un periodico dantesco e si fabbrica un tempio espressamente destinato a letture dantesche.
Noi non intendiamo Dante come i trecentisti, n a Tokio il Poema sar inteso come da noi. "La grande poesia - dice Shelley -  come la prima ghianda, che conteneva in s potenzialmente tutte le querce. Un velo dopo l'altro pu essere alzato, e la grande bellezza dell'intimo significato non venir mai del tutto scoperta. Un gran poema  una fontana perpetuamente scorrente delle acque della gioia e della saggezza, e dopo che una persona e una et hanno esaurito la sua divina effusione in quanto permettevano le loro attitudini particolari, un'altra et e un'altra persona succedono, e nuove relazioni si svolgono, sorgente d'impreveduta, inconcepibile gioia".
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FINE.
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Opere consultate.
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Questo libro essendo frutto di letture continuate per lunghi anni, riesce difficile all'autrice di mettere insieme l'elenco delle opere che concorsero a formarlo. Essa trascrive qui le indicazioni di quelle che ha letto riletto immediatamente prima di scrivere il suo lavoro o mentre lo scriveva. Si aggiungano le ultime dieci annate del Bullettino della Societ dantesca e del Giornale dantesco, oltre ad articoli di soggetto dantesco nei principali periodici letterari italiani; alcuni opuscoli della collezione Passerini, i tre volumi finora usciti degli Studi danteschi diretti dal Barbi, parecchi discorsi della Lectura Dantis, oltre alle principali cronache e ai principali componimenti poetici dei tempi di Dante, agli scritti del Carducci, del De Sanctis e del Bartoli e ai migliori commenti moderni alle opere minori e alla Commedia.
Le citazioni dalle opere latine sono tolte da traduzioni autorevoli, intere o parziali.
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