PIO EMANUELLI.
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GALILEO.
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1942.Corriere della Sera, Rivista mensile: La lettura. Gennaio 1942.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Paolo Alberti e Paolo Oliva per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Nel pomeriggio del giorno 21 agosto 1609 il campanile di S. Marco in Venezia fu teatro di un avvenimento davvero eccezionale: alcuni illustri patrizi della Serenissima Repubblica si erano lass dati convegno per assistere ad un esperimento che il celebre professore dell'Universit di Padova, Galileo Galilei, avrebbe tenuto per illustrare le sorprendenti maraviglie di un nuovo strumento che dicevasi permettesse, nulladimeno, di poter scorgere distintamente gli oggetti lontani e di poter "leggere nelle vie del cielo". V'era il fior fiore della Magistratura veneta.
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"Ci riunimmo lass - dice il patrizio Antonio G. Priuli, uno della comitiva - per vedere le meraviglie et effetti singolari del "cannon" di Galileo, con due vetri, uno cavo, l'altro no, per parte; con il quale, posto ad un occhio e serrando l'altro, ciasched'uno di noi vide distintamente, oltre Liza Fusina e Marghera, anche Chioza, Treviso e sino Conegliano, et il campaniel et cubbe con la facciata della chiesa di Santa Giustina de Padoa: si discernivano quelli che entravano et uscivano di chiesa di San Giacomo di Muran; si vedevano le persone a montar et dismontar de gondola al traghetto alla Collona nel principio del Rio dei Verieri, con molti altri particolari nella laguna et nella citt veramente ammirabili".
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Il "cannon" di Galilei, quantunque fosse ancora ben lungi dall'essere perfezionato, permetteva "di scoprire vele e vascelli tanto lontani che, venendo a tutte vele verso il porto, passavano due hore e pi di tempo avanti che, senza lo strumento, potessero essere veduti; poich, insomma, l'effetto suo  il rappresentare quell'oggetto, che per esempio, lontano cinquanta miglia, cos grande e vicino come se fussi lontano miglia cinque soltanto".
Qualche giorno dopo, Galileo faceva dono al Senato veneto di un esemplare del suo "cannone".
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I patrizi veneti rimasero profondamente colpiti dai risultati, veramente straordinari, della nuova invenzione galileiana: mai essi avrebbero sospettato che l'ingegno umano sarebbe potuto giungere a tanto. Si congratularono vivamente con Galilei, e, qualche giorno dopo, vollero testimoniargli in modo pratico il loro compiacimento, presentando al Senato, per l'approvazione, un decreto che cos diceva: "Galileo Galilei tiene cattedra di Matematiche gi da anni dicisette, con quella sodisfattione universale et utilit dello Studio nostro di Padoa che  noto ad ognuno; ed havendo in questa professione publicato al mondo diverse inventioni con grande sua lode et comune beneficio, et havendo in particolare ultimamente inventato un istrumento cavato dalli secreti della prospettiva, con il quale le cose visibili lontanissime si fanno vicine alla vista, et pu servire in molte occasioni; et convenendo alla gratitudine et munificenza di questo Consilio il riconoscere le fatiche di quelli che si impiegano in pubblico beneficio: dispone che il sopradetto D. Galileo Galilei sia confermato a leggere le Matematiche per il rimanente della sua vita, nel predetto Studio nostro di Padoa, con stipendio di fiorini mille all'anno".
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Forse, nessun altro scienziato fu mai dal Governo della Serenissima premiato in maniera tanto generosa come Galilei in occasione della invenzione del cannocchiale.  vero che questo strumento era stato gi fabbricato da un occhialaio olandese, il quale, provando a caso una combinazione di lenti, era giunto ad ottenere un singolare avvicinamento di oggetti lontani,  vero che Galilei ne ebbe avviso da un tal Jacopo Badovere, nobile francese, il quale fra l'aprile e il maggio dell'anno 1609 gli scrisse da Parigi su tale argomento: ma  pur vero che egli costru il suo cannocchiale in forza di ripetute esperienze da lui ideate, tentando e ritentando, senza conoscere del cannocchiale olandese altro che la notizia che esso era stato costruito mediante una fortuita combinazione di lenti.
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Il merito di Galilei sta nell'aver prontamente intuito la grande portata che uno strumento di tal fatta avrebbe avuto nel campo pratico e scientifico, e di aver previsto le numerose applicazioni di cui sarebbe stato suscettibile. Nessuno dei numerosi fisici ed astronomi del tempo, che come Galilei, erano venuti a conoscenza della casuale esperienza dell'occhialaio fiammingo, pens di fare quanto egli fece con pieno successo: nel fare quello che altri non sanno fare, sta la potenza dell'uomo di genio.
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La generosit da cui i patrizi veneti si lasciarono prendere nel manifestare a Galilei il loro compiacimento per il nuovo ritrovato venne mossa da un recondito scopo, di natura prettamente utilitaria. Quando, dall'alto del campanile di San Marco, essi scorsero da lontano, mediante il cannocchiale, navi, edifici, persone ed oggetti vari, del tutto invisibili ad occhio nudo, il primo pensiero che sorse spontaneo alla loro mente fu quello che il nuovo meraviglioso strumento poteva essere pienamente utilizzato a scopi bellici, e che pertanto era da incoraggiarsi l'inventore affinch lo rendesse ancor pi potente e perfezionato.
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Ma il "cannon" che agli scopi politici di Venezia parve un mezzo sicuro di maggior potenza marittima e terrestre, nelle mani di Galilei divenne presto uno strumento di pi alte ed immortali conquiste. Dalla terra egli lo volse verso il cielo, e, in breve tempo, scopr pi verit astronomiche e filosofiche che non fossero state trovate nel corso dei trenta secoli precedenti: verit cos grandi ed inattese che, sul principio, incontrarono diffidenza ed incredulit, poi suscitarono l'ammirazione e il plauso di tutti i dotti di Europa.
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Qualche mese dopo il convegno del campanile di San Marco, Galilei annunci le sue prime scoperte celesti, in un libro dal titolo Sidereus Nuncius, il quale rimasto famoso nella storia della scienza italiana e mondiale. Esso sollev un interesse pi unico che raro. Nessun altro libro scientifico fu, ai suoi tempi, pi vivamente ricercato del Sidereus Nuncius di Galilei.
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Nella Luna egli annunzia di avere scoperto delle montagne analoghe a quelle del nostro globo: di aver osservato nella Via Lattea miriadi di stelle fittissime; di aver verificato la natura stellare di alcune delle cosiddette nebulose di Tolomeo; di aver veduto ruotare intorno al pianeta Giove quattro piccole lune; di aver infine contato, qua e l, per il cielo, un cos gran numero di stelle da superare pi che il decuplo quelle fino allora conosciute.
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Pi tardi annunzia ancora di aver veduto nel disco del Sole delle macchie pi o meno grandi, in Venere delle fasi simili a quelle della Luna, e in Saturno "una stravagantissima maraviglia" la quale doveva poi rivelarsi per il famoso anello. Nessun uomo al mondo aveva veduto prima di lui tante e inattese novit celesti: il suo primo pensiero fu un inno di ringraziamento a Dio che s'era compiaciuto farlo "solo primo osservatore di cosa tanto ammiranda, e tenuta a tutti i secoli occulta".
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Le scoperte celesti eseguite da Galilei con il suo cannocchiale provocarono un vivo allarme, nel campo dei seguaci della vecchia filosofia aristotelica. I peripatetici e i tolemaici ne rimasero fortemente preoccupati: tutto il loro mondo, collaudato attraverso lo studio di non meno di quattordici secoli, sembrava minacciato di rovina. Quella dell'esistenza di monti sul globo lunare fu tra le prime scoperte ad essere messa in dubbio: si disse che trattavasi, non di monti, ma di parti pi opache della faccia della Luna, e che era veramente ridicolo pensare che monti e catene di montagne potessero trovarsi lass: la Luna, il cui compito, indicato nella Sacre Scritture, era di illuminare le notti: ut praesset nocti, non poteva essere un corpo simile alla Terra.
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Impossibile pure, si disse, che il Sole potesse avere delle macchie. Quid lucidius Sole? aveva sentenziato l'Ecelesiaste. Quando il Salmista volle dare una adeguata idea della bellezza, dello splendore e della magnificenza della dimora di Dio, esclam: in Sole posuit tabernaculum suum. D'altra parte, la filosofia aristotelica aveva insegnato, per secoli, la dottrina dell'incorruttibilit dei cieli, in accordo alla quale il Sole non poteva subire menomazione nella sua inalterabile lucidit e purezza. Le macchie si dovevano trovare sulle lenti del cannocchiale: che avesse pulite le lenti, il signor Galilei,... e le macchie sarebbero scomparse dalla superficie del Sole.
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In quanto poi alla scoperta dei satelliti di Giove non manc chi disse che bisognava costruire un occhiale che li avesse prima... fatti e poi mostrati; altri si rifiutarono d mettere l'occhio al cannocchiale per non essere costretti a vedere ci che ostinatamente negavano. Le fasi di Venere incontrarono anche non poca incredulit, tanto pi che esse venivano indirettamente a fornire un valido appoggio ad una tesi cara a Galilei stesso, e da molti paventata come eretica, e cio che tutti i pianeti, la Terra compresa, giravano intorno al Sole, tesi per la quale egli sosterr, in seguito, una lotta che risulter impari alle sue forze.
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La vita dei grandi uomini  generalmente un ricco e smagliante tessuto di leggenda e di storia, le quali si compenetrano l'un l'altra, senza, il pi delle volte, possibilit alcuna di discriminazione. Cos accade per la vita di Galilei. Forse  in parte leggendario il racconto secondo il quale, un giorno dell'anno 1583, Galilei, diciottenne ancora studente nell'Universit di Pisa, essendo entrato in quella chiesa Primaziale, avesse posto attenzione ad una lampada che, abbandonata a s medesima dallo scaccino che l'aveva accesa, andava oscillando, e avesse notato che le oscillazioni si facevano regolarmente, tanto nel percorrere archi grandi che piccoli, scoprendo cos l'isocronismo del pendolo. Forse  pure in parte leggendaria la versione delle esperienze eseguite dal grande astronomo sui gravi cadenti dalla torre di Pisa, alla presenza di molti professori e di tutta la scolaresca di quell'Ateneo, esperienze che dimostrarono che la gravit, o la tendenza a discendere, era la stessa per tutti i corpi, fossero stati essi leggeri o pesanti.
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Leggenda o verit, certo  che Galilei non soltanto fu lo scopritore dell'isocronismo del pendolo, della legge della caduta dei gravi, del compasso di proporzione e del termometro ad aria, ma anche, e soprattutto, il pi efficace demolitore del vecchio edificio aristotelico e il fondatore di quel metodo sperimentale che doveva essere la pietra miliare di tutta la Scienza moderna. Questa attivit scientifica, cos poco ligia all'indirizzo dell'insegnamento ufficiale del tempo, gli alien del tutto le simpatie, del resto gi scarse, che egli godeva fra i filosofi peripatetici. E, se a questo si aggiunge il sospetto, nel quale gi cominciava ad essere tenuto, di simpatizzante per il sistema copernicano, cio per la temeraria dottrina del moto della Terra intorno al Sole, si comprender facilmente in quali difficolt di ambiente egli fosse costretto a dibattersi onde evitare il peggio che, tuttavia, non tard ad arrivare e a colpirlo in pieno.
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Nella quarta domenica dell'Avvento dell'anno 1614 il domenicano fra Tommaso Caccini, dal pergamo di Santa Maria Novella, attacc Galilei e i suoi insegnamenti, con la famosa invettiva: Viri Galilaei, quid statis adspicientes in coelum? concludendo con il sentenziare che la matematica era un'arte diabolica, e che i matematici, come autori di tutte le eresie, avrebbero dovuto essere banditi da tutti gli Stati. A questa pubblica deplorazione della ipotesi copernicana del moto della Terra, segu una denuncia del domenicano P. Lorini al Tribunale del S. Uffizio, nella quale si diceva che in un recente scritto di Galilei - che si accludeva alla denunzia - "vi sono dentro molte proposizioni che a giudizio di tutti questi Padri di questo religiosissimo Convento di S. Marco, ci paiono sospette o temerarie", e invitava il detto Tribunale a porvi quei ripari che si fossero tenuti pi opportuni.
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Il risultato ne fu che il Tribunale del S. Uffizio dovette pronunciarsi in merito alla dottrina copernicana, e in una memorabile seduta, tenuta il 24 febbraio 1616, undici teologi convennero unanimi nel dire che la tesi secondo la quale il Sole sta fermo era da considerarsi "stolida, filosoficamente assurda e formalmente eretica, inquantoch si opponeva espressamente alle sentenze di molti passi della Sacra Scrittura", e l'altra tesi, che dava alla Terra i due movimenti, l'uno di rotazione diurna, l'altro di rivoluzione annuale, "meritava la stessa censura in filosofia; e, rispetto alla verit teologica, era per lo meno erronea nella fede".
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Per ordine del Papa, il giorno 26 febbraio dello stesso anno, il Cardinale Roberto Bellarmino faceva chiamare Galilei nel suo palazzo, e quivi, alla presenza del Commissario del S. Uffizio e di due testimoni, lo ammon che dovesse lasciare l'ipotesi copernicana, che non la insegnasse n per iscritto, n a voce; in caso di contravvenzione, il S. Uffizio avrebbe proceduto contro di lui. A tale ingiunzione, Galilei rest calmo e promise di ubbidire. Nella successiva seduta della Congregazione dell'Inquisizione (3 marzo 1616) il Cardinale Bellarmino inform i membri di quel consesso circa l'esito dell'incarico affidatogli, assicurandoli che il matematico fiorentino aveva acconsentito a rinunciare all'opinione sostenuta fino allora sulla mobilit della Terra e la stabilit del Sole.
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Intanto, l'altra Congregazione, quella dell'Indice, decretava di porre all'Indice dei libri proibiti l'opera capitale di Copernico: De Revolutionibus Orbium Coelestium cui era esposta in forma organica la dottrina eliocentrica, la quale faceva della Terra un modesto pianeta del sistema solare, girante, come gli altri, intorno al Sole fermo al centro del complesso planetario. Tutti i libri che insegnavano la stessa dottrina venivano egualmente proibiti, tra cui l'Epitome Astronomiae Copernicanae di Giovanni Keplero, lo scopritore delle tre leggi dei moti planetari le quali portano il suo nome. Con questo decreto della Congregazione si chiudeva il primo atto del dramma galileiano.
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Il secondo atto si apr parecchi anni dopo. Non  nostra intenzione (e sarebbe, d'altra parte, fuori di luogo) fare qui la storia del processo galileiano. Essa  oggi pienamente nota in tutti i suoi particolari e in tutte le sue dolorose fasi: chi desiderasse ricostruirla non ha che a consultare gli atti e i documenti vari che si trovano nella Edizione Nazionale delle Opere di Galilei, e nella monografia dell'illustre storico della Scienza, compianto prof. A. Favaro: Galileo e l'Inquisizione. Noi qui la riassumiamo per sommi capi.
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Siamo verso il 1630. Con il trascorrere degli anni, Galilei si era venuto formando l'opinione - e non si vede bene in base a quali elementi di giudizio - che il decreto che proibiva l'insegnamento del moto della Terra intorno al Sole avesse perduto del suo primitivo rigore, e che l'ingiunzione fattagli a tal proposito, pur in forma cos grave e precisa, fosse andata quasi del tutto in dimenticanza. Il Bellarmino era morto, un nuovo Papa era salito al trono, e quattordici anni erano passati dal 1616. Tutto questo, e altre circostanze che a lui sembravano favorevoli, lo indussero a ritenere che fosse giunto il momento di ritornare sullo spinoso tema della dottrina copernicana, mediante qualche scritto che, redatto in forma piacevole ed insinuante, avrebbe dovuto incontrare, se non l'approvazione, almeno la tolleranza anche dei teologi i pi ortodossi. Intimamente, era il vivo desiderio di difendere e di proclamare la verit conculcata che gli faceva perdere di vista la cruda realt delle cose, cullandolo in una illusione che doveva, purtroppo, riuscirgli fatale.
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E cos si decise a riprendere un lavoro, gi iniziato negli anni suoi giovanili, pi volte sospeso ma mai abbandonato, col quale egli si riprometteva di dimostrare in maniera incontestabile la verit della dottrina del moto della Terra. Ne venne fuori il famoso libro: Dialogo dei due massimi Sistemi del Mondo, Tolemaico e Copernicano. Come era da prevedersi, la bufera scoppi immantinente e formidabile sul suo capo. Il pontefice dell'epoca, Urbano VIII, defin quel libro "pi esecrando e pernicioso a Santa Chiesa che le scritture di Lutero e di Calvino", e gli fece intimare, per il tramite dell'Inquisitore di Firenze, di presentarsi dentro un mese al Commissario del S. Uffizio in Roma.
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Galilei, ormai settantenne e malandato in salute, obbedisce, suo malgrado, agli ordini, e parte per Roma nel pi crudo dell'inverno, mentre la mora - quella stessa mora che il Manzoni, con arte insuperabile descriver poi nelle pagine immortali dei Promessi Sposi - dilagava in tutta l'Italia. Giunge nella citt eterna il 13 febbraio 1633. I1 processo si volse in parecchie sedute, in una delle quali (quella del 16 giugno) gli venne minacciata la tortura. La sentenza, che gli fu letta nella gran sala dei Domenicani, alla Minerva, alla presenza di sette cardinali, il giorno 22 giugno 1633, cos diceva:
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"Noi, per misericordia di Dio, Cardinali di Santa Romana Chiesa, in tutta la Repubblica Christiana contro l'heretica pravit Inquisitori Generali della Santa Sede Apostolica specialmente deputati: dopo aver maturato, ponderato ai tuoi casi, o Galilei, con le tue confessioni e le tue scusanti e tutto ci a cui si poteva aver riguardo, siamo giunti alla seguente decisiva sentenza:
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"Invocato dunque il SS. Nome di N. S. Ges Christo e della Sua gloriosissima Madre sempre Vergine Maria, diciamo, pronuntiamo, sententiamo e dichiaramo che tu, Galileo suddetto, per le cose dedotte in processo e da te confessate come sopra, ti sei reso a questo S. Officio vehementemente sospetto d'heresia, cio d'aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e Divine Scritture, che il Sole sia centro della Terra e che non si muova da oriente ad occidente, e che la Terra si muova e non sia centro del Mondo, e che si possa tenere e difendere per probabile un'opinione dopo essere stata dichiarata e diffinita per contraria alla Sacra Scrittura: e conseguentemente sei meritevole di tutte le censure e castighi che i S. Canoni et le altre generali e particolari determinationi cominano per tali trasgressioni. Noi per, accordiamo che tu sii liberato da questi pur che prima con cuor sincero e fede non finta, avanti di Noi abjuri, maledichi e detesti li su detti errori et heresie et qualunque altro errore et heresia contraria alla Cattolica et Apostolica Chiesa, nel modo e forma che da Noi ti sar data. Et acciocch il tuo grave e pernicioso errore e colpa non rimangano del tutto impuniti e perch in avvenire tu sia pi prudente e servi di esempio ad altri, poich si tengano lontani da simili delitti, ordiniamo che il tuo libro: Dialoghi di Galileo Galilei siano proibiti per pubblico editto. Condanniamo te al carcere del S. Officio ad arbitrio nostro; e per salutare penitenza ti imponiamo di recitare per tre anni, una volta la settimana, li sette Salmi penitenziali. Ci riserviamo di mitigare la detta pena e penitenza all'arbitrio nostro, di commutarla in parte o del tutto cessarla."
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Seguono le firme dei Cardinali, dopo di che Galilei lesse il seguente atto di abiura:
"Io Galileo, figlio del q. Vincenzo Galileo di Fiorenza, dell'et mia di anni 70, constituto personalmente in giuditio, et inginocchiato avanti di Voi Eminentissimi et Reverendissimi Cardinali, in tutta la Repubblica Christiana contro l'heretica pravit generali Inquisitori: Havendo davanti gli occhi miei li sacrosanti Vangeli, quali tocco con le proprie mani, giuro, etc., et per haver io scritto e dato alle stampe un libro nel quale tratto la dottrina gi dannata, cio d'haver tenuto e creduto che il Sole sia centro del mondo et immobile e che la Terra non sia centro e che si muova, sono stato giudicato vehementemente sospetto d'heresia. Pertanto, con cuor sincero e fede non finta, maledico e detesto li sudetti errori et heresie, etc.
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"Io Galileo Galilei sudetto ho abjurato, giurato, promesso come sopra; et in fede del vero, di mia propria mano ho sottoscritta la presente cedola di mia abjurazione et recitatala di parola in parola, in Roma, nel Convento della Minerva, questo d 22 giugno 1633."
Il testo della condanna e l'atto di abiura vennero comunicati a tutti gli Inquisitori, a tutti i Nunzi apostolici, a tutti i vescovi e gli arcivescovi, a tutte le Universit delle Nazioni cattoliche, con l'ordine che all'uno e all'altro fosse data la massima diffusione.
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Alcuni storici hanno affermato che, durante e dopo il processo, Galilei sia stato rinchiuso nelle carceri del S. Uffizio. La cosa non  vera, almeno che non si voglia dare alla parola carcere un significato pi largo di quello che comunemente le si attribuisce: infatti, nel tempo in cui nel Palazzo del S. Uffizio, Galilei ebbe per abitazione le stanze del fiscale; quando poi l'ambasciatore di Toscana riusc ad ottenere che gli fosse concesso di averlo presso di s, quale suo ospite, egli dimor signorilmente nel palazzo dell'ambasciatore stesso a Villa Medici, purch questa dimora fosse da lui considerata quale "loco carceris" (come  scritto negli atti processuali), con l'obbligo di non uscirne, n di conferire con persone estranee. La frase contenuta nell'epigrafe che trovasi nel Cippo all'ingresso del Pincio (presso la Villa Medici) la quale dice: "Il prossimo palazzo, gi de' Medici, fu prigione a Galileo Galilei reo di aver veduto la Terra volgersi intorno al Sole", non ci sembra possa quindi riguardarsi come una espressione del tutto retorica, dato che l il sommo filosofo fu realmente relegato "loco carceris".
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Il giorno seguente i quello della condanna, 23 giugno, il Pontefice Urbano Ottavo accorda a Galilei la grazia di poter lasciare il S. Uffizio e di trasferirsi nella residenza dell'ambasciatore di Toscana, e il 30 dello stesso mese gli concede di poter lasciare Roma e di recarsi a Siena presso quell'arcivescovo. Infine, nel dicembre dello  stesso anno 1633, il Papa gli consente di poter fare ritorno alla sua casa di campagna di Arcetri presso Firenze, con l'obbligo per di non allontanarsene, e di vivervi vita ritirata, senza promuovere adunanze, n tenere lezioni. L'Inquisitore di Firenze ha l'ordine categorico di vigilarlo, e di assicurarsi che quanto era stato prescritto venisse scrupolosamente eseguito.
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In Arcetri, Galilei visse, relegato, gli ultimi anni della sua vita, circondato dalle amorevoli cure del figlio Vincenzo e della nuora Sestilia, assistito dagli affettuosi discepoli Evangelista Torricelli e Vincenzo Viviani, e da due religiosi dell'Ordine degli Scolopi, Francesco Michelini e Clemente Settimj, che il santo fondatore delle Scuole Pie, Giuseppe Calasanzio, volle, con piena soddisfazione di Galilei, che fossero giorno e notte presso di lui, con l'unico scopo di essergli utili moralmente e materialmente.
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Un nuovo e grande dolore doveva colpire il vegliardo di Arcetri nei primi mesi del '34: la diletta figliola, Suor Maria Celeste, monaca nel vicino Convento di S. Matteo, a lui particolarmente affezionata, moriva il giorno 4 di aprile. Era stata il suo angelo tutelare, forse l'unica grande gioia di tutta la sua travagliata esistenza. Dal convento, ella seguiva e viveva, giorno per giorno, la vita del suo grande genitore. con il quale tenne una corrispondenza che  tutto un poema di bont e gentilezza filiale.
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A questo dolore doveva aggiungersi, poco dopo, una gravissima sciagura: i suoi occhi, quegli occhi che - come disse il Viviani - "soli e dentro minor tempo di un anno, avevano scoperto, osservato e insegnato vedere nell'Universo assai pi che non era stato permesso a tutta insieme la vista umana, in tutti i secoli trascorsi", divennero ciechi, sul finire del 1637. Per quattro lunghi anni egli visse nelle tenebre, consumato di forze, malandato in salute, "tanto mal ridotto - dice un documento dell'epoca - che ha pi l'aspetto di cadavere che di persona vivente". Solo il lume dell'intelletto  acceso e brilla ancora. Nel luglio del '38 esce a Leida in Olanda l'ultima sua opera: Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove Scienze che  la pi importante che Galilei abbia mai pubblicata: con essa hanno avuto principio la fisica e la scienza moderna.
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A quattro ore di notte dell'8 gennaio del 1642, nell'et di quasi 78 anni, Galilei rendeva la sua grande anima a Dio.
Da quel giorno sono trascorsi tre secoli durante i quali l'astronomia ha compiuto passi giganteschi. Dal piccolo e rozzo "cannone" mostrato ai patrizi veneti sull'alto del campanile di San Marco, al colossale e potente telescopio del Monte Palomar in California, quale e quanto progresso! Con quello si poteva scorgere da Venezia la facciata della chiesa di S. Giustina di Padova, con questo si potrebbe vedere, dalle coste americane del Pacifico (se la Terra fosse piana) l'ora sul quadranti dell'orologio della chiesa di San Pietro in Roma.
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L'uomo del ventesimo secolo studia la composizione chimica degli astri, calcola la distanza delle lontane nebulose, investiga la struttura del mondo stellato, spinge lo sguardo fino a centinaia di milioni di anni-luce, e tenta di tracciare la storia dell'Universo cercando di ricostruirne il passato cosmico e di prevederne l'avvenire: realizzazioni e speranze che, ai tempi di Galilei, non si potevano neppure lontanamente sospettare.
All'immortale Galilei spetta il merito di aver iniziato questa superba era di conquiste scientifiche, la quale costituisce il pi bel titolo di gloria di cui l'umanit possa vantarsi a testimonianza della sua civilt.
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FINE.