DELLY.
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MITZI.
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1965, CINO DEL DUCA EDIZIONI MONDIALI, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Mitzi  accolta per carit dalla signora Debrennes. E in quella casa, circondata dal disprezzo, quasi dall'odio, l'infelice fanciulla trascorrer la sua prima giovinezza. Ma chi  quella bambina? e cosa temono la signora Debrennes e il suo sinistro confidente quando, divenuta ormai una ragazza meravigliosa, si accorgono della passione da lei suscitata nel fiero visconte di Tarlay?
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Gli Autori.
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Delly  in realt uno pseudonimo collettivo, adottato da Jeanne-Marie Petitjean de la Rosire, nata ad Avignone il 13 settembre 1875, e suo fratello Frdric Petitjean de la Rosire, nato a Vannes nel 1876. 
I romanzi di Delly furono estremamente popolari fra gli anni dieci e gli anni cinquanta del 1900; alcuni di essi si collocano fra i pi grandi successi editoriali dell'epoca. 
Jeanne-Marie e Frdric erano figlia e figlio di Ernest Petijean, militare di carriera, e di sua moglie Charlotte Gaultier de la Rosire. Trascorsero la loro infanzia a Vannes, trasferendosi poi a Versailles quando il padre and in pensione. 
Marie consacr la propria vita alla scrittura, dando il via a una notevole produzione letteraria , la cui pubblicazione inizi nel 1903 con il romanzo Dans les ruines. Il contributo del fratello Frdric fu fondamentale, oltre che nella scrittura, nell'abile gestione dei contratti di edizione con le varie case editrici. Il ritmo di produzione dei romanzi - ne furono pubblicati pi di uno all'anno fino al 1925 - e l'ottimo ricavo delle vendite assicurarono ai due una vita agiata, che per non imped loro di restare nell'ombra, sconosciuti al pubblico e alla critica. L'identit di Delly, infatti, fu rivelata solo dopo la morte di Marie, nel 1947, due anni prima di quella del fratello. 
Marie e Frdric Petijean lasciarono una parte delle loro ricchezze e tutti i loro manoscritti alla Socit des gens de lettres, per fini assistenziali rivolti agli scrittori malati e in difficolt. Una sala dell'Htel de Massa, sede della Socit des gens de lettres, porta il nome di "Sala Delly". 
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Il romanzo rosa,
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Quello di Delly  stato considerato il prototipo del romanzo popolare, soprattutto di romanzi rosa. Lo stile  considerato piatto dalla critica, gli intrecci ripetitivi e costruiti su un modello immutabile: l'opposizione fra una protagonista che simboleggia la purezza ed altri personaggi che cercano di ostacolare la sua ricerca dell'amore perfetto. Tutta l'opera di Delly porta l'impronta della struttura sociale e della moralit degli inizi del secolo, restando impermeabile ai mutamenti sociali e culturali che attraversarono l'epoca in cui vissero i due autori. 
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PARTE PRIMA.
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Capitolo 1.
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In quel mattino di giugno un'amazzone e due cavalieri
percorrevano a lento trotto la strada larga, ben
tenuta, fiancheggiata da alberi secolari, che conduceva
alle ferriere di Rivalles e alla magnifica villa
conosciuta in paese col nome di Castello Rosa. La
amazzone era giovane, biondissima e indiscutibilmente
bella. I suoi occhi, di un azzurro vivace, splendevano,
e la freschezza della carnagione poteva sostenere
qualsiasi confronto. Montava bene a cavallo, con
molta disinvoltura. Il suo compagno di sinistra osserv:
- Ma voi diventate una perfetta cavallerizza, Florina!
Era il direttore delle ferriere, Flaviano Parceuil.
Bench avesse oltrepassato di parecchio la sessantina,
egli si manteneva giovane di aspetto, e si vedeva che
era pieno di attivit. La barba grigia ben curata ne
incorniciava il lungo volto pallido, solcato di piccole
rughe. La bocca aveva una piega dura, e gli occhi si
nascondevano spesso sotto le palpebre flosce, avvizzite
dagli anni.
Il secondo cavaliere era Cristiano Debrennes, visconte
di Tarlay, padrone e signore non soltanto delle
importanti ferriere di Rivalles e del Castello Rosa,
ma anche di una gran parte del paese, per molte miglia
intorno.
Il bel Tarlay, come lo chiamavano a Parigi e in tutti
i soggiorni pi in voga, aveva appena compiuto
ventitr anni. Cinque anni prima, si era arruolato
e aveva combattuto con eroico coraggio. Poi, finita
la guerra, aveva ripreso gli studi con esito brillante,
dotato com'era di una rara intelligenza e di una grande
facilit nell'apprendere. Cominciava allora ad occuparsi
delle ferriere che suo padre, sempre malato,
lasciava alla direzione di Parceuil, loro lontano congiunto.
Ma presto il giovane aveva dato tutti i suoi
pensieri alla vita mondana che gli riserbava soddisfazioni
tali da lusingare il suo orgoglio. Adulato in casa
e fuori, disponendo di un patrimonio quasi illimitato,
poich le ferriere crescevano ogni anno d'importanza,
egli era diventato il pi grande egoista del
mondo, preoccupato unicamente di soddisfare i propri
capricci e i propri prepotenti desideri.
E non era gi la nonna paterna, la presidentessa
Debrennes, che avrebbe tentato di distoglierlo da
questa via! Cristiano, che da parte dell'ava materna
discendeva dai visconti di Tarlay, e dal lato del nonno,
Giacomo Douvres, da una ricchissima famiglia
della vecchia borghesia dell'Ile-de-France, aveva, secondo
quanto ella dichiarava, assai meglio da fare che
non dirigere personalmente quelle ferriere che il nonno,
uomo di febbrile attivit, si era compiaciuto di
stabilire in quel paese, presso il castello di Rivalles,
edificato dai Tarlay nel secolo diciassettesimo.
Flaviano Parceuil si compiaceva molto di questo
stato di cose. Vi era in lui il bisogno di dominare, o
meglio di tiranneggiare, bisogno che poteva appagare
poich Cristiano gli abbandonava tutte le responsabilit.
Lasciando il sentiero che conduceva alle ferriere, i
due cavalieri e l'amazzone s'inoltrarono nel magnifico
viale di faggi in fondo al quale si ergeva un enorme
cancello, vero capolavoro in ferro battuto. Dietro
di questo si apriva un cortile di proporzioni imponenti.
A destra e a sinistra, folti boschetti nascondevano
le dipendenze e le scuderie. Di faccia, nella
calda luce di giugno, si alzava una incantevole palazzina
del secolo XVII, ornata di marmo rosa, avente
un corpo principale nel centro e due ali rientranti.
Mentre l'amazzone e i due cavalieri stavano per
raggiungere il cancello, incontrarono una donna e
una bambinetta che camminavano con passo stanco.
La donna era alta, robusta, ordinaria di aspetto, vestita
come le contadine nei giorni di festa. La bambina
aveva un vestito fatto male, di stoffa rozza, che
ne infagottava l'esile corpicino. Un orribile cappello
di paglia scura, guarnito di un nastro sbiadito, affondato
fino agli occhi, le nascondeva quasi per intero
il visino minuto e di carnagione molto bruna.
Aveva in mano una borsa che sembrava pesante, e la
sua compagna portava al braccio una grossa sporta.
Nel momento in cui il cavallo di Florina passava vicino
a quella bimbetta, s'impenn, indietreggi, e
butt a terra la piccina.
Un grido di spavento sfugg dalle labbra della donna.
Cristiano, che si trovava davanti ai compagni, si
volt e domand con vivacit:
- Ebbene, che  stato? La bambina  ferita?
Ma gi questa si rialzava dicendo con voce tremante:
- No, non mi son fatta nulla...
- Stupidella, non potevi camminare sull'orlo della
strada? - esclam duramente Florina.
Parceuil disse fra i denti:
- Se non sbaglio, questa  gente che Lorenzo metter
subito alla porta.
Cristiano, che aveva rimesso in moto il cavallo, restava
muto, con l'aria distratta e altera dei suoi giorni
neri. Florina gli lanciava sguardi inquieti e ardenti
di cui egli pareva non si accorgesse.
I palafrenieri, che aspettavano il ritorno dei cavalieri,
vennero a prendere i cavalli, mentre Cristiano,
la giovane e Parceuil entravano nel vestibolo dalle
pareti ricoperte di porfido e adorne di statue bellissime.
Una delle porte a doppio battente che davano sul
vestibolo era aperta e lasciava vedere un salotto a
tre finestre dove in quel momento si trovavano due
persone. Una di queste, una donna in et avanzata,
dai lineamenti marcati, vestita di seta verde cupo, si
alz dalla poltrona che occupava e si fece loro incontro
chiedendo:
- Avete fatto una bella passeggiata?
Rivolgeva questa domanda a tutti, ma il suo sguardo
si fermava in modo particolare su Cristiano. E
questi rispose con indifferenza:
- S, nonna... Non faceva ancora troppo caldo...
non  vero, Florina?
- Un tempo stupendo, cara madrina!
La Presidentessa chin la testa in segno di soddisfazione,
posando al tempo stesso uno sguardo di
compiacenza sulla bella coppia che formavano la sua
figlioccia e il nipote, che in quel momento si trovavano
accanto.
Florina, slanciata e flessuosa, raggiungeva quasi la
statura, per altro ragguardevole, di Cristiano. I suoi
capelli sembravano ancora pi biondi vicino ai folti
riccioli bruni che il giovane aveva lasciati scoperti
salutando la nonna e baciandole la mano.
Parceuil strinse a sua volta la mano bianca adorna
di bellissimi anelli antichi, e domand:
- Come sta Luigi, stamani?
La presidentessa si volt per met, dando un'occhiata
verso la finestra pi lontana. Vi era laggi un
uomo sprofondato nei cuscini d'una poltrona di paglia.
Il suo volto pallido, infossato, portava i segni
della malattia che lo minava. Negli occhi neri dolcissimi,
vi era una profonda tristezza che sembr dissiparsi
per pochi istanti, quando Cristiano, entrando
in salotto, gli si avvicin e si chin per prendergli la
mano, domandandogli:
- Ti senti meglio stamani, caro babbo?
- No, punto meglio, figliuolo.
Egli posava uno sguardo ardente di tenerezza, in
cui brillava un lampo d'orgoglio, su quel bel ragazzo
elegante, distintamente raffinato, che era il suo
unico figlio.
A mezza voce, rispondendo alla domanda di Parceuil,
la presidentessa in quello stesso momento diceva:
- Ha sofferto molto stanotte. Marcellino si  dovuto
alzare per dargli la morfina.
Poi torn indietro e entr nel salotto, dove la seguirono
il signor Parceuil e Florina.
Luigi Debrennes chiese con voce un po' velata:
- Va tutto bene alle ferriere, Flaviano?
- Ma s, caro amico. Col mio sistema, vale a dire
col pugno di ferro, si va sempre bene, nonostante
alcune recriminazioni che del resto nessuno osa fare
a voce alta.
La presidentessa approv, riprendendo posto nella
poltrona che gi occupava di faccia a suo figlio.
- Siete fatto apposta per dirigere quella gente
ignorante e insopportabile, Flaviano. E appunto per
questo ho veduto con piacere Luigi disinteressarsi
della direzione. La sua debolezza non poteva che nuocere.
Il signor Debrennes confess:
- Infatti, non sapevo resistere alle richieste, io.
Ma voi, Flaviano, forse esagerate nel senso contrario...
La presidentessa lo interruppe.
- No, no, neanche per sogno! Chi  a capo di una
industria non pu permettersi di fare del sentimentalismo,
caro Luigi.
Questo caro Luigi fu pronunziato con un tono di
condiscendenza un po' sprezzante che la presidentessa
Debrennes aveva spesso parlando col figlio. Quella
dama imponente, dalla fronte orgogliosa, dall'anima
fredda e sdegnosa di tutto quanto non fosse la
alta societ, aveva sempre combattuto in Luigi una
spiccata tendenza all'indulgenza, alla compassione
per le miserie altrui. La vanit, in lei, gareggiava con
una completa aridit di cuore e con un'ambizione
che aveva potuto trovare il suo pascolo soltanto nel
matrimonio del figlio con la figlia di Giacomo Douvres,
il ricchissimo padrone delle ferriere e di Giovanna
di Tarlay, ultima discendente dei potenti signori
normanni che portavano questo nome.
Luigi Debrennes non insist. Da molto tempo aveva
rinunziato a lottare con sua madre e con Parceuil.
La bella Florina si era riavvicinata a Cristiano, e
con voce carezzevole, fissando su lui uno sguardo
ardente e umile, gli chiese:
- Verrete a darmi qualche consiglio per il mio dipinto,
stamani?
Egli le rivolse un'occhiata di traverso. Si diceva,
nel gran mondo, che anche le donne pi disinvolte
non potessero sopportare, senz'abbassare gli occhi, lo
sguardo delle sue pupille fiammeggianti in cui l'ironia
era permanente, pur diventando talora carezzevole,
talora imperiosa. Quegli occhi di un azzurro cupo,
che in certi momenti sembravano neri, possedevano
un fascino dominatore che Florina non era la
prima a subire.
Con noncuranza, il giovane rispose:
- Forse.
La porta del vestibolo venne aperta, poi un servitore
comparve sulla soglia del salotto.
- Che cosa c' Battista? - domand la signora
Debrennes.
- Signora presidentessa, c' qui una donna con
una bambina, che chiede di vedere il signor Parceuil.
Florina disse:
- Devono essere quelle che abbiamo incontrate
or ora vicino al cancello.
Parceuil aggrott le ciglia.
- Siete pazzo, Battista?... Avreste dovuto metter
fuori costoro. E poi, perch Lorenzo le ha lasciate
entrare?
- La donna asserisce che vossignoria conosce bene
la bambina, che  il suo tutore.
Parceuil trasal, e nel suo sguardo si accese per
un attimo uno strano bagliore.
La presidentessa aveva avuto un impeto di sorpresa
e di collera. In quanto a Luigi Debrennes, divent
ancor pi pallido e alcuni stiramenti nervosi
gli sconvolsero il viso.
La signora Debrennes disse, irritata:
- Che significa ci? Perch ci mandano questa
bambina?
- Ora lo sapr! - disse Parceuil a denti'stretti,
e di ordine a Battista di farla entrare nel vestibolo;
poi si diresse a quella volta.
Cristiano chiese:
-  la figlia della ballerina?
La presidentessa chin la testa in atto affermativo,
e spieg:
- La sua balia mor un mese fa. Flaviano aveva
scritto al marito di lei perch continuasse a tener la
bambina. E costui, invece, ce la rimanda senza neppure
avvertire!  inconcepibile!
And essa pure verso il vestibolo, con passo maestoso.
Florina si rivolse a Cristiano domandandogli:
- Di che ballerina parlate?
- Un cugino germano di mia madre, Giorgio Douvres,
conobbe una volta una giovane danzatrice dalla
quale ebbe una figlia. Egli mor in un incendio poco
prima della nascita della bambina. Quella donna volle
sostenere allora di aver contratto legale matrimonio,
e che per conseguenza la bimba era figlia legittima
di Giorgio. Ma non pot mostrare alcun documento
che comprovasse la verit delle sue parole. Parceuil
si occup della cosa, perch mio nonno Douvres era
in quel momento molto malato. Nel frattempo, una
mattina, la danzatrice fu trovata morta, soffocata
da un assassino misterioso di cui non si pot trovare
traccia. Parceuil vedendo la bimba sola al mondo,
ne ebbe compassione e la ricondusse in Francia, affidandola
a una contadina normanna presso la quale
la bimba  stata fino a questi ultimi giorni...
Cos parlando, Cristiano si avviava verso il vestibolo.
Florina lo segu. Vi giunsero nel momento in
cui, dietro il cameriere, compariva la donna, una robusta
normanna dalla fisionomia risoluta, che teneva
per mano la bambina visibilmente intimidita.
Parceuil apostrof la sopravvenuta con poca gentilezza:
- Perch mi conduci qui questa piccina?... Che
cosa  saltato in mente a Larue?
- Ecco, signore, quel povero Larue  quasi pazzo
dopo la morte di sua moglie. Egli non vuole pi tenere
Mitzi, e siccome io venivo a Parigi, ha approfittato
dell'occasione per affidarmi la bambina pregandomi
di condurvela.
La donna parlava con disinvoltura e non sembrava
affatto impacciata dagli sguardi ostili e furibondi che
le venivano rivolti.
Parceuil disse con una collera a stento contenuta:
- Avrebbe potuto almeno prendersi il disturbo
di avvertirmi, codesto individuo, prima di spedirmi
la piccina!... Avrei preso le mie disposizioni in proposito...
- Non  capace di riflettere in questo momento,
quel poveretto!... Eppoi, Mitzi non sar d'impiccio
in questo grande castello. La piccina  bene educata
e sapr star buona e quieta.
Parceuil disse bruscamente:
- Ebbene, lasciala qui, poich non vi  modo di
fare altrimenti. Che cosa ti debbo per il disturbo e
per il viaggio della bambina?
- Niente, signore. Larue mi ha dato il denaro che
occorreva prendendolo dal trimestre che lei gli aveva
mandato. Dunque, signori e signore e tutta la compagnia,
riverisco.
Si chin verso la bambina che rimaneva immobile,
stringendo convulsamente con la mano bruna, piccolissima,
le grosse dita rosse della normanna.
- Arrivederci, Mitzi. Sii buona.
La piccina alz la testa, e questa volta, nell'ombra
del brutto cappello scuro, apparvero i suoi occhi.
Erano occhi meravigliosamente belli e pieni di vita,
d'un color bruno vellutato, dorato, sui quali tremolavano
delle lunghe ciglia nere. In quel momento essi
esprimevano una tale angoscia, che il cuore di solito
poco tenero della normanna ne fu commosso.
- Su su, cara, questi signori e queste signore non
ti mangeranno mica!... Dammi un bacio, mia piccola
Mitzi.
La bimba porse la guancia al bacio sonoro della
donna, e questa, dopo un breve saluto, varc la porta
del vestibolo che il cameriere teneva aperta.
Mitzi restava sola di fronte a Parceuil e alla presidentessa
i quali non cercavano affatto di nascondere
la loro viva contrariet. Cristiano era appoggiato
allo stipite della porta. Egli osservava con indifferenza
la scena che gli si svolgeva dinanzi, mentre col
frustino che teneva in mano si dava dei piccoli colpi
sullo stivalone. Vicino a lui, Florina lanciava sguardi
sprezzanti sulla fanciullina infagottata in un logoro
vestito, sgualcito dal viaggio.
La presidentessa chiese, rivolgendosi a Parceuil:
- Ebbene, che cosa faremo, Flaviano?
- Rifletter. Frattanto Leontina potrebbe occuparsene?
- Sicuro!... Ma chi direbbe che questa bimba ha
tredici anni?
Florina ripet con tono sorpreso:
- Tredici anni?... Possibile? Ne dimostra otto!
- Eppure  cos!... Ti senti bene, piccina?
Una vocina alquanto tremante, dal timbro armonioso,
rispose:
- Non sono mai stata malata, signora.
- Allora perch sei cos gracilina? Avevi pure da
mangiare in casa dei Larue?
- S, signora.
La presidentessa alz lievemente le spalle, dicendo
a denti stretti:
- Chiss mai di dove viene e quali tare fisiche e
morali esistono nella sua famiglia!
Mitzi dov udire queste parole, perch trasal e i
suoi occhi espressero per un attimo l'angoscia.
Parceuil addit una delle panche ricoperte di stoffa
che si trovavano nel vestibolo.
- Vai a sedere l. Fra poco la direttrice del personale
provveder a te.
E voltandole le spalle si avvicin a Cristiano.
- Caro amico, volete dirmi il vostro parere sullo
affare di cui vi parlai ieri?
- No, Parceuil: fate voi per il meglio. Ho completa
fiducia nella vostra competenza, lo sapete.
- Vi ringrazio, caro Cristiano. Arrivederci a fra
poco.
Egli si avvi verso una delle porte che davano nel
vestibolo.
Bench dimorasse di solito alle ferriere, in un elegante
padiglione, aveva anche un appartamento al castello,
che abitava spesso durante il soggiorno dei
Debrennes a Rivalles. Per la presidentessa egli era
una specie di confidente, di consigliere molto utile.
Luigi Debrennes subiva passivamente il suo dominio.
Cristiano soltanto, col suo carattere indipendente, volitivo
e orgoglioso, sfuggiva al gioco che Flaviano
Parceuil faceva pesare su coloro che lo circondavano.
Senza pi occuparsi di Mitzi, la presidentessa torn
in salotto. Si ferm presso il nipote, chiedendogli:
- Quando aspetti i tuoi amici, .figliuolo?
Pareva impossibile che la voce soave, carezzevole,
uscisse dalla stessa bocca che poco prima aveva parlato
alla bimba con tanta durezza.
Senza uscire dal suo atteggiamento noncurante,
Cristiano rispose:
- Domani o domani l'altro, nonna.
Florina disse con entusiasmo:
- Sar piacevole! Faremo un mondo di cose divertenti.
Ho mille idee in testa, figuratevi! A proposito:
avrei bisogno di una piccola zingara per effettuare
una di queste mie idee, e quella bimba... sar proprio
adatta. Come si chiama? Mitzi? Dove hanno scovato
questo nome?
La signora Debrennes spieg:
-  il nome che le aveva dato sua madre.
Parceuil non glielo ha cambiato, perch non importa.
Questa bambina, del resto, non pu esserci che antipatica,
data la sua origine e le tare morali che deve
aver contratte. Non l'abbandoneremo per pura carit,
e le daremo pi tardi modo di vivere modestamente,
se si mantiene onesta, cosa assai dubbia! Ma confesso
che debbo farmi violenza per non scacciare la
figlia di quella ballerina.
Siccome la presidentessa non si dava pensiero di
abbassare la voce, ciascuna di queste sue parole dov essere udita dalla bimbetta seduta nel vestibolo.
Cristiano fece una risata ironica.
- Non ti dar pensiero dell'avvenire di questa fanciullina,
nonna. Con un paio d'occhi come i suoi, di
qui a qualche anno sapr trarsi d'impiccio senza il
tuo aiuto.
- Come? Che cos'hanno di particolare i suoi occhi?
Egli rise di nuovo.
- Ma non li hai veduti, dunque? Guardali bene, e
ti accorgerai che sono straordinari. Occhi di fuoco.
E appariscono tanto pi strani in quel visino di bimba
che non  bello. Ma basteranno a fare della tua
protetta una persona non comune.
Egli usc dal salotto, passando da una delle porte
laterali che metteva sul largo corridoio in cui si
aprivano tutte le stanze del castello.
La presidentessa si rivolse alla figlioccia:
- Vai a spogliarti, bella mia. Se hai un momento
libero, fra poco, vieni a darmi un giudizio su quelle
trine che desidero comprare. Il disegno mi sembra
molto carino.
- Sono a tua disposizione, cara madrina.
E chinandosi, Florina porse la fronte bianca, un
po' bassa, al bacio della presidentessa.
Quando la ragazza fu andata via, la signora Debrennes,
tornando a sedersi di fronte al figlio, disse:
- Florina  incantevole! Col suo carattere simpatico,
con la sua bellezza che si accentua ogni giorno
pi, mi pare che piaccia a Cristiano, e me ne rallegro.
Luigi parve fare uno sforzo per distogliersi da un
pensiero che lo preoccupava.
- Davvero, mamma? Credevo che desiderassi per
lui una ragazza di origine molto aristocratica e con
una bella dote.
- Avevo infatti questa ambizione... Ma da che vedo
quanto  graziosa Florina, mi domando se non sia
lei, semplicemente lei, che pu fare la felicit del
nostro caro Cristiano.
- S, pu darsi.
Di nuovo il signor Debrennes pareva turbato dalla
sua preoccupazione. Per un momento guard la madre
che riprendeva il libro lasciato quando erano
giunti i tre cavalieri. Poi disse, con una lieve esitazione
nella voce:
- Se per quella bambina fosse davvero la figlia
legittima di Giorgio Douvres?
La signora Debrennes trasal e fiss sul figlio uno
sguardo pieno di sdegno.
- Sei pazzo?... Perch questo dubbio?... Parceuil
ha potuto provare la menzogna di quella donna.
- S, certo. Ma pure, le parole riferite dal cameriere...
E Giorgio, col suo carattere scrupoloso, era di
quelli che riparano i loro errori a qualsiasi costo.
Il viso della presidentessa divent rosso dalla collera,
e la sua voce trem di rabbia mentre ribatteva:
- Giorgio era un debole, e quindi facile preda di
una intrigante. Ma, come tutti i Douvres, aveva l'orgoglio
del suo antico nome, puro da ogni macchia,
e non lo avrebbe mai dato a una donna di tale specie.
- Sono d'accordo con te su questo punto. Ma
quella Ilka Drovno era veramente la creatura degenerata
che ci ha dipinta Parceuil? Costui non  sempre
imparziale, e nel suo zelo per difendere gli interessi
di mio suocero e di Cristiano ha potuto esagerare...
La signora Debrennes alz le mani in atto di drammatico
sdegno.
- E tu, Luigi, tu che giornalmente godi i benefizi
della sua devozione, osi formulare tali insinuazioni
contro l'ottimo Parceuil! Oh, se la Provvidenza non ci
avesse liberati di quella creatura, essa avrebbe facilmente
vinto, coi suoi ricatti, il tuo povero cuore ingenuo!
No, figliuolo mio, calma gli scrupoli della tua
coscienza, perch non abbiamo niente da rimproverarci;
tutt'altro! Occupandoci di questa bambina,
che in fondo non sappiamo neppure se sia veramente
figlia di Giorgio, facciamo molto pi del nostro dovere.
Luigi non replic, questa volta. Sulla sua fronte
rimase tuttavia un'ombra di preoccupazione. La signora
Debrennes riprese la sua lettura; ma di tanto
in tanto lanciava al figlio un'occhiata cupa, e nel suo
sguardo passava un lampo di collera non scevra di
una certa apprensione.

.
...

 Capitolo 2.

Svegliatasi la mattina dopo nella stanzetta assegnatale
da Leontina, la direttrice del personale, Mitzi
chiese a s stessa, per un momento, dove mai si trovasse.
Poi le torn il ricordo, unito alla gran pena del
giorno precedente che l'aveva fatta singhiozzare fino
a tarda notte.
Sola in mezzo ad estranei che aveva intuito ostili o
per lo meno indifferenti, si sentiva sperduta, e la sua
povera animuccia desolata durava fatica a riaversi.
Eppure la sua vita in casa dei Larue non era stata poi
tanto felice! La balia non era cattiva con lei e la curava
bene; ma non era affettuosa per natura, e non
aveva compreso il temperamento ardente, sensibile,
fine, della bimba che Parceuil le aveva affidato un
giorno dicendole:
- Insegnale a lavorare per guadagnarsi la vita,
perch essa non ha niente da aspettare da nessuno in
questo mondo.
Eufemia Larue aveva ripetuto pi d'una volta queste
parole alla bimba da lei allattata, e aveva messo
in pratica il consiglio di colui che le si era presentato
come il tutore della piccina. Ma aveva avuto
cura di risparmiare le forze di Mitzi, che nella sua
infanzia sembrava molto delicata. Il signor Parceuil
pagava una somma discreta che sarebbe venuta a
mancare in famiglia se la bambina fosse morta. Mitzi
era stata dunque di preferenza addetta alle faccende
di casa; aveva sorvegliato le mucche, occupazione poco
faticosa, e aveva condotto le oche al pascolo. Eufemia
non aveva neppur trascurato di mandarla al catechismo
e a scuola, e Mitzi Drovno, tale era il nome
di sua madre, aveva dato prova di una intelligenza
molto sveglia e di un vivo desiderio d'imparare.
Essa non aveva amiche fra le contadinelle dei dintorni.
Col suo carattere riservato, un poco selvaggio,
passava ore intere assorta in mesti sogni mentre
badava le oche nei prati dei Larue. Quasi sempre tornava
col pensiero sull'enigma della sua nascita. Una
nipote della sua balia, Celina Dublac, che era gelosa
di lei, le aveva detto un giorno, sghignazzando malignamente:
- Non si sa nemmeno di dove vieni. Chi erano i
tuoi genitori? Niente di buono, forse. .
Queste parole erano penetrate in fondo all'animo
sensibile di Mitzi. La balia, da lei interrogata, aveva
risposto in completa buona fede:
-  vero: non si sa di chi sei figlia. Il signor
Parceuil mi ha detto che i tuoi genitori sono morti
e che non hai nessuno al mondo che possa occuparsi
di te, tranne lui, che lo fa per semplice carit.
Fin da quel momento Mitzi era diventata ancor pi
pensierosa e malinconica, pi selvaggia, diceva la
gente del paese. Il suo dolce cuore teneva racchiusi
in s i tesori d'affetto ch'esso conteneva; la sua indole
delicata cercava la solitudine, mossa dall'intimo desiderio
di fuggire i contatti volgari. Eufemia, pur dicendo
fra s: Che bambina strana! la lasciava libera
su questo punto, di cui poco si curava.
E a un tratto questa creaturina un po' selvaggia
veniva trasportata in un ambiente straniero completamente
diverso da quello in cui era fino allora vissuta.
Essa aveva intravisto splendori di cui non aveva
mai avuto la minima idea. Persone sconosciute l'avevano
squadrata con alterigia da capo a piedi. E aveva
udito le parole dette da quella vecchia signora dallo
aspetto imponente, con schiacciante disprezzo.
Dunque, essa non era per quegli estranei che una
creatura odiosa di cui si occuperebbero per pura
carit!... Mettevano perfino in dubbio che per l'avvenire
ella potesse serbarsi onesta, e dovevano farsi
violenza per non scacciare dalla loro vista la
figlia di quella miserabile ballerina.
Una ballerina?... Questa parola non aveva alcun significato
per Mitzi; ma dal tono della vecchia, capiva
che costei considerava una persona di tale specie come
un rifiuto dell'umanit.
Tutto questo: l'ostilit intuita, l'isolamento in mezzo
a estranei, il pensiero che sua madre fosse una
creatura spregevole, tutto, aveva spezzato il cuore
di Mitzi.
Adesso stava seduta sul letto, col gracile corpicino
un po' ripiegato, le mani congiunte e contratte.
Intorno all'esile visino, i capelli, d'un bel nero lucente,
scendevano in riccioli corti. Era graziosa e
commovente in quell'atteggiamento, la piccola Mitzi,
e i suoi begli occhi pieni d'angoscia avrebbero intenerito
il cuore di una belva.
Ma Leontina non conosceva la piet. Essa entr
bruscamente, col viso bisbetico, la voce imperiosa.
- Non sei ancora alzata?... Spicciati poltrona! Fra
un quarto d'ora mander a prenderti per condurti
a colazione. Poi tornerai a far la tua camera. Bada di
comportarti in modo che nessuno si accorga che sei
qui.
Povera Mitzi, non chiedeva che questo lei: passare
inosservata. Ma quel giorno dovette subire la curiosit
dei domestici coi quali la presidentessa aveva
decretato che ella prendesse i pasti: ed era soltanto
il personale inferiore, questo; l'altro, cio i primi camerieri
e le prime cameriere, i primi cocchieri e altri
importanti personaggi di tale categoria, facevano razza
a parte dalla cosidetta marmaglia.
La timidezza un po' selvaggia di Mitzi fu tacciata
subito di superbia. Una giovane cameriera molto
elegante la mise in canzonatura per i suoi scarponi,
le sue calze grosse, il vestito mal fatto. Un'altra, una
ragazza alta col viso pallido e gli occhi tristi, prese
le difese della piccina.
- Lasciala stare, Adriana. Non  colpa sua se 
vestita miseramente, questa bambina.
Adriana alz le spalle:
- Che c' di male? Non ci si pu pi divertire,
ora? Sempre predicona, Marta!... Ma ecco, guarda
che aria fiera prende quella piccola mendicante!
Gli altri si misero a ridere. Marta sola guard con
aria compassionevole la bambina che arrossiva cercando
di farsi forza.
Nel pomeriggio del giorno dopo giunsero al Castello
Rosa quattro ospiti. Erano giovanotti amici di
Cristiano: Lodovico Nautier, figlio di un pittore in
voga, Tebaldo di Montrec, Albano di Sarcettes e Olaus
Svengred, uno svedese che era stato il pi intimo
compagno d'infanzia del signor di Tarlay.
Venivano a passare due o tre settimane a Rivalles,
la cui fastosa ospitalit era ben nota, e le cui cacce
erano rinomatissime in tutta l'alta societ europea.
La settimana seguente dovevano arrivare altri invitati,
fra i quali la giovane contessa Wanzel, che apparteneva
a una delle pi nobili famiglie d'Austria.
Era vedova e molto ricca. Cristiano l'aveva conosciuta
l'anno prima, in un suo soggiorno a Vienna. Essa
veniva a passare qualche mese in Francia, e aveva
espresso il desiderio di vedere Rivalles. Subito la
signora Debrennes, che faceva gli onori di casa nella
dimora del nipote, le aveva mandato un invito in
piena regola, che la giovane signora aveva gentilmente
accettato.
- Ecco una cosa che andr poco a genio alla signorina
Dubalde, - diceva Adriana addetta al servizio
di Florina. - Essa  innamorata pazza del signor
visconte e non sa quali civetterie immaginare per
piacergli. Cosicch vedr mal volentieri questa nobile
forestiera che forse verr ad accrescere il numero
delle sue gi numerose rivali.
Marziale, il secondo cameriere del signor di Tarlay,
ribatt ridendo:
- Oh, ne fa gi parte! Come potete immaginare,
il signor visconte era ricercato a Vienna quanto lo 
a Parigi, e la contessa Wanzel passava per una delle
sue pi devote ammiratrici. Ma dubito che ella piaccia
a lui. Non  gran bella cosa, dicono che sia poco
intelligente...
- S, ma  di gran famiglia e ha un patrimonione.
Il signor visconte la trover forse di suo gusto, per
sposarla.
- In quanto a questo, non lo so; tuttavia mi meraviglierei
molto che pensasse a sposarsi ora, giovane
com'. Preferir star libero ancora per qualche anno.
Adriana alz le spalle ribattendo con ironia:
- Non si periter a comportarsi come tale anche
da ammogliato, no!
Mitzi ascoltava questi discorsi senza prestarvi molta
attenzione: continuava a vivere nella sua solitudine
interiore, come alla Menardire, dalla balia. Passato
il primo momento di curiosit, i domestici non si
occupavano pi di lei. Soltanto Marta, la pallida giovane
addetta alla biancheria, le rivolgeva talora qualche
parola amichevole.
Quando la bambina aveva disimpegnato i piccoli
servizi assegnategli da Leontina, era libera di andare
in giro nei meravigliosi giardini e nell'immenso parco
che arrivava fino alla foresta, anche questa di
propriet del visconte di Tarlay. Essa vi passava buona
parte delle sue giornate, evitando con cura d'incontrare
qualsiasi abitante del castello. Un giorno aveva
scorto da lontano la bella Florina e la maestosa
presidentessa; un'altra volta, il giovane visconte e
due suoi amici... Ella andava chiedendosi con ansia
che cosa avrebbero fatto di lei, e se le persone che
disponevano del suo avvenire non l'avessero dimenticata.
Un pomeriggio, mentre era assorta nei suoi tristi
pensieri, seduta ai piedi di un albero, vide comparir
davanti a s uno degli imponenti servitori che portavano
la livrea dei Tarlay.
- Ah, ti trovo finalmente! Meno male! Via, su, fai
presto! La signorina Dubalde ti vuole.
Mitzi sapeva che questa signorina Dubalde era la
giovane bionda da lei intravista il giorno del suo arrivo,
e mentre seguiva il servitore andava almanaccando:
Che vorr? Forse mi dir che cosa intendono
fare di me?
Florina era nel gran salotto, chiamato la sala delle
Pastorelle, il quale precedeva un salottino rotondo
dove si ammirava un soffitto decorato da Boucher.
Dopo questo salottino cominciava l'appartamento di
Cristiano, situato in una delle ali che girava dalla parte
dei giardini. La giovane, animatissima, discuteva
con Tebaldo di Montrec e Lodovico Nautier circa un
proverbio che voleva far rappresentare la settimana
seguente in un teatrino improvvisato. Quando Mitzi
comparve sulla soglia del salotto, essa la indic ai
due giovanotti.
- Ecco, guardate chi far benissimo da zingarella.
Montrec, un giovanottone bruno, gran posatore, si
aggiust il monocolo per squadrare la bambina da
capo a piedi.
- S, non c' male!... Con qualche cencio a colori
smaglianti...
- Ci penso io. Vieni, bambina.
Molto intimidita, Mitzi la segu nella stanza attigua.
Adriana, la giovane cameriera, stava tirando fuori
dalle scatole alcuni pezzi di stoffa a colori vivaci.
Florina disse a Mitzi di levarsi il vestito, e Adriana,
seguendo le indicazioni della signorina Dubalde, le
drappeggi addosso una stoffa di seta rossa a righe
gialle. Sui riccioli neri Florina pose una specie di papalina
di velluto rosso ornata di monetine d'oro, poi
dichiar:
- S, s, sta bene, non  vero, Adriana?
- Benissimo, signorina. Mitzi, con quei capelli neri
e quell'aria selvaggia, sembra proprio una zingara.
Cos dicendo essa lanciava un'occhiata malevola
sulla fanciulla per la quale aveva provato fino dal
primo giorno una vera animosit.
Florina riprese con una lieve scrollatina di spalle:
- Forse lo  davvero, che ne sappiamo?... Vieni,
Mitzi, che ti faccia vedere a questi signori.
La fanciullina si vedeva per intero in uno degli immensi
specchi che adornavano la sala, e le sembrava
di essere molto strana cos camuffata. Si vergognava
a comparire in quel modo davanti ad estranei; ma
Adriana, vedendo la sua esitazione, le dette una
spinta.
- Ebbene, - le disse - non hai inteso la signorina?
Vedendo entrare la bambina nella sala delle Pastorelle,
Nautier esclam:
- Una perfezione! Che graziosa gitana!... Avete
scelto benissimo, signorina.
-  carina, - concesse Montrec.
- Che occhi stupendi! - soggiunse Nautier. -
E come le si addice quell'arietta spaventata! Di dove
viene questa bimba?
-  una bimbetta abbandonata che il signor Parceuil
e la signora Debrennes fanno allevare per carit.
In quel momento la porta dell'appartamento di Cristiano
si apr e il giovane comparve dando il braccio
a Luigi Debrennes pallido e abbattuto come al solito.
Traversarono entrambi il salottino e entrarono nella
sala delle Pastorelle. Lo sguardo beffardo di Cristiano,
dopo essersi posato di sfuggita su Mitzi, che abbassava
gli occhi, si ferm su Florina.
- Perch questa mascherata, mia cara?
- La bimba far la parte della zingara nel proverbio
che prepariamo. Non sta bene?
Cristiano scroll le spalle ironicamente.
- Se ci ti diverte!
Egli fece un passo avanti per condurre il padre
presso la poltrona. Ma il signor Debrennes si era fermato
e osservava Mitzi che, alzando su lui i begli occhi
spaventati, lo aveva guardato con un'espressione
di timida preghiera.
Egli, con voce debole, le chiese in tono benevolo:
- Che hai figliuola? Desideri qualche cosa?
Essa balbett:
- No, signore.
Non os rispondere che avrebbe desiderato di esser
rimandata nella sua solitudine, lontano da quegli
estranei.
Cristiano disse ridendo:
- Questa bambina  semplicemente seccata di esser
guardata come una bestia rara e trattata come
una bambola che si copre di orpelli. Non  vero, Mitzi
che ho indovinato?
Ella arross sotto lo sguardo sorridente, un po' beffardo,
ma non malevolo, e rispose timidamente:
- S, signore.
Luigi Debrennes disse subito:
- Allora bisogna lasciarla in pace, povera bimba.
Non la tormentare pi, Florina.
La signorina Dubalde rispose con una sfumatura
d'impazienza:
- Ma, caro signore, si direbbe quasi ch'io la martirizzi!...
Di solito i ragazzi son sempre contenti di
mascherarsi e sostenere una parte in commedia davanti
al pubblico. Questa invece mi sembra una strana
creatura, sciocca e noiosa.
- Comunque, poich il babbo vuole cos, bisogna
che rinunzi alla tua idea, Florina.
Dopo aver detto queste parole in tono secco e risoluto,
Cristiano condusse il signor Debrennes presso
una poltrona e lo aiut a sedervisi.
Nessuno, neppure la presidentessa che era molto
autoritaria, osava mai discutere i voleri di Cristiano,
e Florina, arrendevole e adulatrice con lui, meno di
ogni altro avrebbe osato farlo. Nascondendo dunque
il suo dispetto, essa disse a Mitzi:
- Ebbene, torna da Adriana, e riprendi i tuoi
cenci.
Mitzi non se lo fece ripetere due volte. Luigi Debrennes,
che la seguiva con vivo interesse, fece osservare:
- Non so ancora che cosa mia madre e Parceuil
pensino di fare di questa fanciulla.
Florina dichiar:
- La mia madrina mi ha detto che il signor Parceuil
cerca un modesto collegio dove la bimba possa
rimanere fino a diciassette o diciotto anni. Dopo la
metteranno a servizio.
Il signor Debrennes trasal lievemente.
- A servizio?... Lei... che forse...?
- Che cosa?
Egli dette un'occhiata a Montrec e a Nautier.
- Voglio dire che non mi sembra fatta per codesto
genere di vita.
- Che idea, caro signore! Che cosa vi fa pensare
cos?... Essa avr in tal modo uno stato onorevole,
molto pi onorevole di quello che non avesse sua
madre.
Nautier volle informarsi:
- Che diamine faceva, quella degna signora?
- Degli sgambetti su teatri d'infimo ordine.
- Ah!... E il padre?
- Ignoto. Mitzi  uno dei tanti miseri relitti che si
tenta di salvare, senza grande speranza di riuscita.
Il signor Debrennes ebbe un lampo nello sguardo
e interruppe la giovane con impazienza:
- Accomodi le cose a modo tuo Florina, e senza
punta carit. La madre della bimba non era forse
scesa tanto in basso quanto si crede. In quanto al
padre... abbiamo ragione di pensare che fosse stimabilissimo.
Cristiano disse in tono sarcastico:
- Ma non sai, babbo, che Florina crede di essere
infallibile nei suoi giudizi? Per lei, ormai, Mitzi ha
nell'anima i germi di tutti i vizi. Il tempo soltanto
potr dimostrarci se questa diagnosi sia infallibile.
Florina gli rivolse uno sguardo di tenero rimprovero.
- Ti burli di me, Cristiano.
- Non me lo permetterei mai.
Egli la guardava con ironia carezzevole. Ed essa gli
rispose con uno sguardo in cui concentrava tutta la
passione, tutta l'umile sottomissione verso colui che
desiderava ardentemente di avere quale signore e
padrone.


.
...

 Capitolo 3.

Se Florina aveva avuto qualche gelosia riguardo alla
contessa Wanzel, si sent subito rassicurata quando
vide una donna bruna, non bella, che aveva soltanto
una grande distinzione e vestiti e acconciature di gusto
squisito. Anche dal lato intellettuale la giovane
vedova pareva poco brillante senza per essere del
tutto stupida.
Era carina e buona, e la consuetudine di vivere nel
gran mondo le dava una graziosa disinvoltura... In
quanto ai suoi sentimenti per il signor di Tarlay, erano
visibili a tutti; ma il principale interessato non
mostrava di curarsene n punto n poco, con grande
gioia di Florina.
Erano giunti anche altri ospiti, e i domestici di
Rivalles avevano molto da fare. Mitzi rimaneva dunque
pi isolata che mai. Per ordine di Leontina, che
aveva osservato la sua abilit nei lavori d'ago, le
guardarobiere le davano da lavorare, ed essa andava
a cucire nel parco. Evitava di fermarsi nei giardini,
ora che numerose persone venivano a passeggiarvi.
Il suo posticino preferito era un boschetto di nocciuoli,
non lungi dal grande stagno che si trovava
quasi al limite del parco, e di l vedeva brillare l'acqua
viva sotto i caldi raggi del sole. La solitudine di
quel luogo non era quasi mai turbata da creatura
umana. Due volte, per, trovandosi la mattina presto,
la fanciulla aveva veduto il signor Tarlay e il suo
amico Olaus Svengred dirigersi verso lo stagno, col
fucile in spalla: andavano a caccia delle gallinelle
che quivi abbondavano. Mitzi sentiva le fucilate che
le facevano una certa impressione. Poco dopo vedeva
di nuovo passare i due giovani nel sentiero che costeggiava
il boschetto: parlavano allegramente, senza
sospettare che due grandi occhi di bimba li guardavano
con ardente curiosit. Mitzi pensava:
Il signor di Tarlay  molto pi bello; ma l'altro
ha l'aria pi dolce e molto buona.
Stava cos nel suo ritiro preferito, quando una mattina
un rumore di passi e di voci l'avvert che si avvicinava
gente. Alla prima occhiata riconobbe Cristiano
e Florina. La giovane portava un vestito di tela bianca
guarnito di eleganti ricami, e. si appoggiava al
braccio del compagno. Alzando gli occhi verso di lui,
diceva con voce fremente:
- Cristiano, non so mai se parli sul serio o no!
Egli rispose con mordace ironia:
- Sta a te indovinarlo, bella Florina.
- Non  possibile con un uomo simile! L'onda
del mare  meno mutevole del tuo umore.
Gli occhi del giovane ebbero un lampo di allegro
sarcasmo.
- Bisogna prendermi come sono!
- Sai benissimo che c' chi lo fa, e con gioia.
Una risata lievemente sardonica sfugg dalle labbra
di Cristiano.
- Mille grazie, cara Florina! Ma sai che questo 
il mondo alla rovescia? Mi fai una dichiarazione... e
mi metti in un certo impaccio, devi convenirne!
In sostanza, per, egli non aveva affatto l'aria impacciata.
I denti gli brillavano fra le labbra schiuse
a un sorriso dei pi beffardi e gli occhi stupendi esprimevano
uno scherno senza piet. Florina arross
dalla fronte fino al collo bianco circondato di seta, e
abbass gli occhi, mentre un tremito le correva per
le spalle.
Passarono, andando verso lo stagno. Mitzi riprese
il lavoro interrotto un istante. Non aveva prestato attenzione
alle parole scambiate, il cui significato sfuggiva
alla sua inesperienza. La bella Florina, d'altronde,
non le piaceva. In quanto al visconte, provava per
lui una specie di rispettoso timore misto ad ammirazione.
Questi suoi sentimenti si erano rafforzati in
quanto nel tinello sentiva parlare del giovane padrone
come d'un personaggio importante di cui la stessa
maestosa presidentessa subiva il potere.
Dopo mezz'ora, finito il suo lavoro, Mitzi si alz.
Poteva concedersi un po' di ricreazione. Il d prima
aveva veduto in riva allo stagno degli strani fiori di
un color lilla rosato, non ancora bene sbocciati, che
ora si proponeva di cogliere. E si diresse a quella
volta girando intorno a s lo sguardo indagatore.
Ma i due giovani erano scomparsi, avevano preso
un altro sentiero.
Mitzi giunse al posto osservato il giorno prima. I
fiori vi erano sempre, sbocciati questa volta. Ella si
spinse sulla riva, si chin, tese la mano, ma il terreno
era viscido ed essa cadde nell'acqua. Dall'interno
del bosco pi vicino qualcuno si precipit,
corse sulla riva: era il signor di Tarlay. Con grande
presenza di spirito egli si gett bocconi, stese le
braccia e sollev la bambina che si aggrappava alle
canne. Poi, tirandosi indietro, la ricondusse alla riva.
Florina, che accorreva, la tir su e la depose sulla
sponda.
Con un agile salto Cristiano fu in piedi.
- Ebbene, ne fai delle belle, piccola imprudente!...
Via, corri al castello a farti cambiare! Non vedi in
che stato ti sei ridotta!
- Meriteresti una severa lezione. - soggiunse
Florina con rabbia.
Cristiano le lanci un'occhiata beffarda.
- Come sei severa! Confesso che il delitto di questa
bambina non mi pare poi tanto enorme.
- Sei troppo indulgente! Guarda che cosa ha combinato,
sei ferito...
Cristiano si mise a ridere vedendo una delle sue
mani bianche graffiata dalle canne.
- Uh, che ferita! Ma pazienza! Perdono volentieri
alla piccola Mitzi, a patto che non ricominci, naturalmente.
Suvvia, piccina, corri per non prender freddo.
Mitzi balbett:
- Vi ringrazio tanto tanto, signore.
E fugg, correndo come una cerbiatta, senza sospettare
che l'ostilit istintiva della signorina Dubalde a
suo riguardo si era ancor pi accentuata, poich involontariamente
la bimba aveva interrotto il colloquio
sul quale riponeva molta speranza per il trionfo
del suo amore e della sua ambizione, due sentimenti
che la spingevano a provocare una dichiarazione
del bel Cristiano.
Leontina, che Mitzi incontr mentre giungeva al
castello, non fu indulgente come il suo padrone. Allorch
la bambina le ebbe narrato in poche parole
quello che le era accaduto, le lasci andare uno
schiaffo dicendo:
- Questo per insegnarti a far delle sciocchezze. E
ora fila in camera tua. Ci resterai fino a domani a
pane e acqua.
Aveva il cuore gonfio, la povera Mitzi! Fitte, cocenti,
le lacrime sgorgarono sulle sue gote infocate
quando si trov nel bugigattolo che le serviva da camera.
Quando, ma quando potrebbe andarsene da quella
casa?... Perch ce la tenevano, se tutti l'avevano a
noia?... Aveva visto benissimo poco prima lo sguardo
pieno di cattiveria lanciatole dalla signorina Dubalde.
La presidentessa e il signor Parceuil non si curavano
affatto di lei, poich non li aveva pi rivisti dal
giorno del suo arrivo. Soltanto il signor Debrennes
sembrava molto buono e aveva preso le sue difese
contro Florina... e anche il signor di Tarlay, che l'aveva
salvata e non si era poi inquietato con lei, come
avrebbe avuto ragione di fare. Ma la bambina capiva
istintivamente che questi ultimi non erano gli arbitri
del suo destino: il primo per la sua debolezza,
il secondo per la sua egoistica noncuranza.
Il giorno dopo, superato il termine della sua punizione.
Mitzi se n'and nel parco con parecchi tovaglioli
da orlare. Indebolita dal digiuno del giorno
prima, non arriv fino al suo solito posticino recondito
e si ferm a una piazzetta che le sembrava sufficientemente
isolata dagli sbocchi principali del parco.
Lavor fino alle sei; poi, senza fretta, riprese la
via del castello.
Mentre la fanciulla si avviava lungo un viale, dove
fino allora non aveva incontrato che giardinieri, vide
il signor Tarlay che passeggiava lentamente dando il
braccio a una giovane signora piccola e bruna, la contessa
Wanzel, come Mitzi l'aveva sentita nominare
un giorno da una cameriera.
Essa ebbe l'idea di tornare indietro; poi riflett:
- Non  punto cattivo, lui. Di certo, non mi dir
niente.
Si tir modestamente da parte sull'orlo del viale,
salutando con graziosa timidezza.
- Non sei mica tornata a cercare i fiori nello stagno,
Mitzi?
Cristiano la interpellava cos scherzando allegramente.
Essa balbett arrossendo:
- No, signor visconte.
La giovane signora si ferm guardandola con interesse.
- Chi  questa piccina?
- Una fanciulla senza famiglia, che mia nonna ha
raccolta.
- Ma perch questo nome?
-  il nome che le aveva dato sua madre, a quel
che pare.
La contessa stese la mano e carezz i lucenti riccioli
neri.
- Che bei capelli!... E che occhi!... Sar graziosissima,
questa creaturina!... Quanti anni hai, Mitzi?
- Tredici, signora.
Come gi Florina, la giovane signora ripet, sorpresa:
- Tredici anni?  mai possibile?... Sembri una
bambinetta. Che cosa cuci di bello, cara piccina?
Mitzi mostr la biancheria che aveva sul braccio.
- Aiuto le guardarobiere, signora.
- Benissimo, questo. Sono certa che sei una bambina
molto buona!
Mitzi rispose con aria modesta:
- Cerco di esserlo, signora.
La contessa si mise a ridere. Mostrava in tal modo
due file di denti bellissimi, l'unica bellezza in quel
volto irregolare, dalla carnagione senza freschezza.
- Sei una graziosa bambina, Mitzi. Arrivederci,
carina.
Essa carezz la gota bruna della fanciulla e fece
atto di rimettersi in cammino. Ma Mitzi disse timidamente,
alzando gli occhi verso il signor di Tarlay che
la osservava con blando interesse:
- Vi chiedo perdono, signore, se per cagion mia
ieri vi feriste.
La contessa disse con vivacit:
- Vi feriste?... Ma dove?...
Essa guardava Cristiano con inquieta tenerezza.
Il giovane sorrise, alz la mano destra e la pose
sotto gli occhi della contessa.
- Vedete che cosa terribile!... Non aver rimorsi,
Mitzi. Ma la lezione sar stata salutare se t'impedir
di ripetere una imprudenza simile.
Egli riprese il cammino con la vedovella che si appoggiava
amorosamente al suo braccio. Mitzi continu
per la sua strada verso il castello, e intanto pensava
che quella signora era pi gentile della signora
Dubalde. Eppure aveva sentito dire dai domestici che
era quasi una principessa, e ricchissima, mentre la
signorina Dubalde, come assicurava Adriana, non
aveva che un'esigua dote, specialmente per una ragazza
che amava tanto il lusso.

.
...

 Capitolo 4.

Nella settimana seguente, Parceuil, una mattina, si
fece annunziare nell'appartamento della presidentessa.
Questa aveva finito allora allora di vestirsi e passava
nel salotto che faceva parte del suo appartamento.
Tese la mano al sopraggiunto chiedendogli:
- Mi portate una risposta riguardo alla piccola
Mitzi, caro amico?
- S, credo di aver trovato quello che occorre.
- Ah, tanto 'meglio! Mi seccava di saperla qui.
Sentiamo di che si tratta.
- Le Suore della Sapienza hanno in un paese di
Eure e Loira un collegio frequentato da fanciulle appartenenti
a famiglie modeste. La retta  minima, la
istruzione abbastanza buona. Sar pi che sufficiente
per questa bambina che destiniamo a un avvenire di
lavoro subalterno.
- Certamente. Datemi l'indirizzo; mi metter subito
in rapporto con la superiora.
- Ecco.
Egli le porgeva una lettera, e la signora Debrennes
la chiuse in un cassetto della sua piccola scrivania
stile Luigi XV. Poi egli s'inform:
-  sempre quieta la bambina?
- Sempre. Lavora bene, mi ha detto Leontina. I
domestici le rimproverano soltanto la sua selvatichezza.
Tacque un istante, lisci con mano un po' nervosa
le ciocche di capelli ancor neri che venivan fuori dalla
elegante cuffia di trine, e riprese:
- Poich siete qui caro Flaviano, bisogna che vi
metta a parte di un'osservazione che ho fatta e che
mi preoccupa. Mi pare che da qualche giorno Cristiano
si occupi molto pi del solito della contessa
Wanzel.
- L'avevo osservato anch'io.
- Davvero?... Non  dunque un'immaginazione
mia!... Per altro, essa  quasi brutta, non ha spirito...
I suoi unici pregi sono la nascita e la ricchezza. Che
a Cristiano piaccia per questo?
- Chi lo sa!
 Ma troverebbe gli stessi pregi anche in altre
donne che potrebbero avere maggiori attrattive fisiche.
No, riflettendoci bene, io non posso credere che
egli pensi a sposare la contessa Wanzel!
- Eh! - fece Flaviano. - Essa  imparentata con
l'alta aristocrazia e con le migliori famiglie austriache.
Una simile unione lusingherebbe l'orgoglio di
Cristiano. Lo credo molto ambizioso, vostro nipote,
amica mia!
- Ambizioso? Forse. Comunque, dimostrerebbe
di esserlo se sposasse la contessa. Evidentemente
sarebbe un bel matrimonio sotto certi lati... un bellissimo
matrimonio che mi sarebbe difficile disapprovare.
Ma, d'altra parte, avevo sperato di aver
Florina come nipote...
Parceuil ebbe un sorriso sarcastico.
- Perch pensate che con lei continuereste a dirigere
la casa, mentre un'estranea vi toglierebbe di
mano lo scettro. Eh, capisco questo vostro modo di
vedere! Ma se Cristiano non la pensa cos, sapete meglio
di me che non c'-da far niente per persuaderlo.
Bisogner dunque che vi rassegnate qualora egli intenda
di far viscontessa di Tarlay questa bruna contessa
Wanzel, cosa che del resto non  punto sicura.
Egli  molto giovane, e mi stupirebbe che volesse
sposarsi prima di due o tre anni. Ma la contessa 
molto innamorata di lui, si vede bene, ed egli si diverte
a farle la corte per passatempo.
- Forse avete ragione... e vorrei che cos fosse,
per Florina, che  tanto innamorata di lui e che soffrirebbe
molto se dovesse rinunziare a ogni speranza...
Tuttavia  innegabile che un matrimonio con la
contessa Wanzel, dal lato dell'amor proprio,  lusinghiero.
Essa scroll la testa sorridendo di orgogliosa compiacenza.
- Cristiano pu scegliere chi vuole. Siccome non
 un sentimentale, potrebbe darsi infatti che si lasciasse
guidare soltanto dall'ambizione. Io non gliene
farei certo un rimprovero... mi dispiacerebbe per,
in tal caso, che avesse da qualche tempo scherzato
col cuore di Florina.
- Passatempo da principe. Mia cara, la vostra figlioccia
ha ventitr anni ed  una ragazza di buon
senso che dovrebbe conoscer bene Cristiano, avendolo
veduto fino dall'infanzia. A parer mio, egli non
ha mai avuto l'idea di sposarla. Si diverte, lo ripeto,
gli piace di lasciarsi adorare.
La presidentessa corrug le nere sopracciglia.
- Se fosse come voi dite, egli la comprometterebbe
seriamente. Bisogner che raccomandi a Florina
la prudenza. Ma  difficile far ragionare una donna
che ha ormai dato il suo cuore.
- Difficile davvero... soprattutto quando l'oggetto
del suo amore  un ammaliatore come Cristiano. Sarebbe
meglio dire una parola a quest'ultimo.
La presidentessa fece un gesto spaventato.
- Me ne guarderei bene!... Egli non ammette osservazioni,
lo sapete! E poi, Florina  in et da poter
considerare da s la situazione. Glielo far capire, come
 mio dovere. In quanto a Cristiano, egli  troppo
gentiluomo per permettersi qualsiasi scorrettezza palese
con una giovane che  sotto la mia protezione.
Del resto, da quando si occupa di pi della contessa
Wanzel, trascura Florina. Sono due notti che questa
non dorme, e ne capisco il perch.
Parceuil disse ironicamente:
- Anche se diventasse la signora di Tarlay, non
finirebbe per questo di aver motivi di gelosia!... Ma
vi lascio, adesso, Eugenia. Ah, dite un po'...!
Egli abbass lievemente la voce e si chin verso la
signora Debrennes:
- Luigi non vi ha pi parlato di Mitzi, dei suoi genitori?
- No, mai pi.
-  strano questo dubbio che persiste in lui...
- S, molto strano... e poco piacevole.
I loro sguardi s'incontrano pieni di cupi pensieri.
Parceuil mormor:
- Egli non pu saper niente. Tutte le precauzioni
sono state prese.
- Lo so: ma bisognerebbe che egli non manifestasse
questo suo dubbio a nessuno... neppure a Cristiano,
per esempio.
Parceuil sorrise con ironia.
- Cristiano?... Credete forse che con la sua indifferenza
d'uomo adulato gli verrebbe in mente di far
delle ricerche riguardo a codesta faccenda? Dormite
tranquilla, Eugenia. La bambina  unicamente figlia
di Ilka Vrodno la ballerina, e di padre ignoto. Nessuno
potr mai affermare il contrario.
Mentre venivano dette queste parole, colei che ne
era il soggetto aveva preso una grave risoluzione. Pi
d'una volta Mitzi aveva sentito la servit dichiarare,
parlando di qualche progetto della presidentessa:
Bisogner vedere se il signor visconte sar di questo
parere.  lui il padrone, e bench sia molto giovane,
lo sa dimostrare. Perci nel cervello della
fanciulla era germogliata un'idea. Dal momento che
il signor di Tarlay faceva tutto quello che voleva, e
che perfino la nonna gli obbediva, bastava ch'egli
dicesse una sola parola perch lei, Mitzi, non fosse
pi tanto infelice e venisse sottratta alla tirannia
di Leontina. Da qualche giorno, infatti, quella cattiva
donna le aveva proibito di uscire, e le aveva dato un
compito materialmente impossibile per una bambina
come lei. Inoltre, la furba e scaltra Leontina, che
era al servizio della presidentessa da molti anni e
sapeva farla agire a suo talento, adulandola, aveva
pensato bene, dopo essersi accertata che la sua padrona
sarebbe favorevole alla cosa, di dire a tutto
il personale che Mitzi era figlia di una sgualdrina e
che sarebbe sul lastrico se la signora presidentessa
non avesse avuto la carit di occuparsene per salvarla
dal vizio.
Da quel momento la povera piccina si era vista
trattare con maggior disprezzo. Un giorno Adriana
aveva davanti a lei ostentatamente guardato se aveva
il proprio portamonete in tasca, dicendo forte:
- Non si sa mai, con questa figliuola di zingari o
di chi sa chi!... Sono ladri finiti, codesta genia!
Come aveva pianto, Mitzi, quella sera!... Si era buttata
sul suo duro lettino in una crisi di disperazione.
Chi era dunque sua madre, perch la disprezzassero
cos? E perch pensavano che lei, Mitzi, potesse essere
una ladra?
Il giorno dopo questa scena la povera bimba decise
di recarsi dal signor di Tarlay. Egli non era stato
cattivo con lei. Bench le desse molta soggezione e i
domestici parlassero a volte di lui, come di un padrone
capriccioso e poco indulgente, Mitzi stimava che
egli dovesse essere migliore della presidentessa e del
signor Parceuil, i quali l'avevano guardata con s
sprezzante durezza.
Nonostante gli ordini di Leontina, la fanciulletta
sgattaiol fuori di camera sua e giunse nei giardini.
Un servitore aveva detto un giorno davanti a lei che
il signor Tarlay a quell'ora si trovava quasi sempre
nel piccolo padiglione. Mitzi conosceva bene codesto
padiglione fatto di marmo bianco purissimo e circondato
di portici ricoperti nell'estate da una ricca profusione
di rose. Pi d'una volta, nascosta in un boschetto
vicino, lo aveva contemplato con ammirazione;
ma non avrebbe mai osato avvicinarvisi. Infatti
tremava alquanto avviandosi verso lo scalino di marmo
che sosteneva due colonne precedenti la porta di
bronzo mirabilmente scolpita.
Mitzi alz il picchiotto che rappresentava una chimera,
e lo lasci ricadere. Dall'interno una voce disse:
- Avanti.
Mitzi spinse l'uscio.
Proprio di fronte a lei, sopra un divano ricoperto
di stoffa preziosa, Cristiano stava sdraiato, con un
gomito appoggiato ai cuscini e la sigaretta in bocca.
Con mano distratta egli tormentava le orecchie di
un cucciolo che gli si stringeva accanto. Il suo sguardo,
in cui passava come un lampo d'impazienza, si
rivolse verso la porta, sulla cui soglia Mitzi si sofferm
timidamente. Alla vista della piccina, un'esclamazione
di sorpresa irritata usc dalle sue labbra:
- Tu?... Che cosa vieni a fare, qui?
Egli guardava la bimba con altera durezza. La povera
Mitzi era capitata in uno dei giorni neri del
capriccioso e troppo idolatrato signore di Rivalles.
Nello stesso tempo il cane si era messo a ringhiare
guardandola con occhi poco rassicuranti.
La fanciulla, diventando rossa rossa, indietreggi
istintivamente e balbett:
- Perdonatemi, signore... Venivo a chiedervi... di
aver la bont d'ascoltarmi...
- Tu non devi chiedermi niente. Non ho da occuparmi
di te, io. Vattene subito, e non ti provare mai
pi a tornare a disturbarmi, sfacciatella, perch basterebbe
facessi un gesto, e tu proveresti la dolcezza
delle zanne di Attila.
Come se avesse capito, il cane ringhi pi forte.
Mitzi volse le spalle e si allontan a precipizio. Le
gambe le tremavano. Nella sua agitazione, alla svolta
del viale and a urtarsi contro Olaus Svengred.
Il giovane svedese disse senza inquietarsi:
- Eh! Attenta, piccina!
Essa mormor:
- Scusate, signore.
Egli la guard e le pose una mano sulla spalla.
- Che hai, bambina? Che cosa ti  accaduto? Mi
sembri tutta sconvolta!
Egli osservava con simpatia il visino infocato, fremente,
gli occhi pieni di lacrime che scendevano lungo
le gote brune.
Mitzi balbett:
- Volevo chiedere una cosa al signor visconte...
ed egli mi ha scacciata.
- Ah, ah! Sei capitata forse in un brutto momento,
poverina! Ma il signor di Tarlay ha momenti migliori,
e un'altra volta...
Ella si eresse, con gli occhi lampeggianti di collera
e di risentimento.
- Oh, mai, mai pi mi prover a chiedergli qualche
cosa!  troppo cattivo anche lui... come gli altri!
Poi subito mormor, guardando lo svedese con
aria inquieta:
- Signore, non lo direte a nessuno quello che vi
ho detto, vero?
Olaus sorrise con bont.
- No, piccina, non temere. Ma calmati. E se per
caso quello che andavi a chiedere al signor di Tarlay
potessi dirlo io.
Mitzi scosse la testina.
- No, voi non potete far niente per me. Non c'
che lui, qui, perch  il padrone. Ma grazie, grazie,
signore! Come siete buono, voi!
Essa alzava verso lui uno sguardo di profonda riconoscenza.
Poi, con atto spontaneo, afferr la mano
di lui e vi appoggi le labbra. Quindi si allontan
correndo per rientrare nella sua triste cameretta.
Olaus Svengred la segu con lo sguardo, mormorando:
- Povera bambina!... Che fisonomia attraente!...
Come pu Cristiano mostrarsi duro con lei?
La breve uscita di Mitzi era passata inosservata
alla sorveglianza di Leontina. Ma la direttrice ne fu
informata tuttavia. La mattina dopo Mitzi se la vide
entrare in camera con un'espressione furibonda sul
viso paffuto.
- Ah, ne fai delle belle tu, sfacciata!... A quel che
pare hai avuto l'ardire di andare a cercare il signor
visconte nel suo padiglione. Per qual motivo, mascalzoncella?
Si pu sapere?
In cos dire aveva preso la bambina per un braccio
e la scoteva rabbiosamente.
- Si pu sapere che cosa andavi a chiedergli?
Mitzi rispose fieramente:
- No, perch questo non vi riguarda.
- Ah, non mi riguarda!... Ti prover il contrario,
io, insolente!... Tieni, ecco!... E ancora... e ancora, in
ricompensa dei rimproveri della signora presidentessa
che mi ha accusata di non sorvegliarti.
I colpi piovevano sul viso, sulle spalle di Mitzi.
Ma la povera fanciullina stoicamente taceva.
Leontina si ferm e la butt brutalmente sul letto.
- Ah, se tu rimanessi qui, farei presto a domarti,
io, sgualdrinella!... Ma per fortuna saremo presto
sbarazzati di te; me l'ha detto poco fa la signora.
E usc dalla stanza continuando a borbottare.
Mitzi a un tratto non sentiva pi le sue sofferenze.
Davvero? Essa lascerebbe finalmente quella casa,
quella gente tanto cattiva con lei? Non si domandava
dove andava, poich le pareva che in nessun altro
posto poteva essere infelice quanto lo era in quel
bel palazzo i cui abitanti sembrava la detestassero
tutti, compreso il signor di Tarlay che era stato
tanto cattivo a suo riguardo.
S, cattivo, perch aveva perfino raccontato alla
presidentessa quello che era accaduto, richiedendo
probabilmente che la colpevole fosse punita, cosa
che Leontina aveva disimpegnata con gioia.
Al ricordo dell'accoglienza che le era stata fatta,
dello sguardo di collera sdegnoso che le era stato
rivolto, delle dure parole uscite dalle labbra del giovane,
Mitzi rabbrivid di vergogna e di doloroso rancore.
Ah, essa che aveva creduto di trovare in lui un
appoggio, o almeno un po' di benevolenza... come si
era ingannata!

.

...
 
Capitolo 5.

Due giorni dopo si sparse nel castello la notizia
che lo stato del signor Debrennes si era improvvisamente
aggravato.
Il suo medico curante e un altro professore di
gran fama, chiamati per telegramma, giunsero da
Parigi nel pomeriggio. Dopo averlo visitato, non nascosero
a Cristiano e a Parceuil che la sua fine era
prossima: minato da una lenta malattia, il signor
Debrennes era giunto agli estremi della vita.
Cristiano mostr un sincero dolore. Egli aveva per
quel padre malato, debole di anima e di corpo, un
affetto protettore alquanto autoritario, conforme alla sua
indole. E quest'affetto era una delle poche
gioie di Luigi Debrennes, che aveva perduto la salute
ancor giovanissimo, dopo essere stato profondamente
afflitto dall'immatura perdita di una sposa adorata,
senza aver d'altra parte da aspettarsi nessun appoggio
morale da quella donna ambiziosa e senza
cuore che era sua madre.
La presidentessa non lo aveva considerato che un
buon ragazzo insignificante, fino al giorno in cui si
era accorta che Lucia Douvres, la figlia del ricchissimo
padrone delle ferriere, guardava con occhio
molto tenero quel giovane alto, biondo e fine, un po'
timido, il quale osava appena posar su lei gli sguardi
pieni di adorazione. Subito la scaltra donna aveva
capito quale vantaggio poteva trarre da una simile
situazione. Si trattava di manovrare Giacomo Douvres,
che doveva aspirare per la propria erede a un
partito molto pi brillante di Luigi Debrennes, giovane
magistrato molto promettente, ma senza grandi
ricchezze. La presidentessa s'impegn con tale
abilit, che alcune settimane dopo veniva annunziato
il fidanzamento di Luigi con la figliuola del ricchissimo
industriale. Essa vedeva cos appagate in modo
insperato le sue ambiziose mire, poich Lucia Douvres
era a quel tempo uno dei pi bei partiti d'Europa.
In quanto a Luigi, fu felicissimo presso la graziosa
donna che egli amava e da cui era riamato; ma
la sua felicit dur appena tre anni: una febbre
tifoide rap Lucia; egli stesso fu colpito dal terribile
male, e dato anche l'inconsolabile suo dolore, non si
rimise mai del tutto.
Giacomo Douvres, bench profondamente colpito
dalla morte della figlia diletta, continu a dirigere la
sua poderosa industria. Negli ultimi anni della sua
vita egli aveva preso come aiuto Flaviano Parceuil,
che la presidentessa Debrennes gli raccomandava.
Quest'uomo, intelligente, abile e scaltro, seppe rendersi
indispensabile al vecchio a cui l'et e il piacere
di sentirsi adulato alteravano la mente, un tempo
molto equilibrata.
Nei suoi ultimi momenti Giacomo Douvres aveva
detto al genero:
- Poich la tua salute t'impedisce di occuparti attivamente
degli affari, caro Luigi, riponi tutta la tua
fiducia in Parceuil: egli la merita.
E cos aveva fatto Luigi Debrennes. Flaviano aveva
dunque potuto dirigere a suo talento l'industria
potentemente avviata da Giacomo Douvres e dal fratello
minore di lui, morto ancor giovane. Egli se ne
intendeva molto, e dirigeva la fabbrica meglio di
quanto avrebbe potuto fare il signor Debrennes stesso,
come questi sinceramente riconosceva. Ma tranne
alcuni suoi favoriti, era detestato da tutti coloro
che si trovavano sotto di lui, dagl'ingegneri fino all'ultimo
operaio, mentre invece le apparizioni alla
ferriera del buon signor Luigi erano sempre salutate
con le pi entusiastiche dimostrazioni.
Ma ormai non lo vedrebbero pi, l'ottimo uomo che
aveva per tutti uno sguardo di benevolenza. Egli se
n'andava a poco a poco da questo mondo, e gi pareva
averlo abbandonato, poich, dopo la visita dei
dottori, dopo quella del sacerdote ch'egli aveva chiesto,
era rimasto immobile, con gli occhi chiusi, le
labbra strette. Non un fremito di vita passava ormai
sul suo pallido volto.
Cristiano, seduto ai piedi del letto, lo contemplava
dolorosamente. La presidentessa gli stava vicino.
Fin dal momento in cui erano andati a annunziarle
che lo stato di suo figlio si era aggravato, ella non
lo aveva mai lasciato, se non per cedere qualche momento
il suo posto a Parceuil.
La sua fisonomia rimaneva calma, senza mai alterarsi.
Di tanto in tanto si portava agli occhi un finissimo
fazzoletto ricamato come per tergere una piccola...
molto piccola lacrima. Ma era notorio che la
presidentessa Debrennes, donna energica, sapeva sopportare
coraggiosamente tutti i dolori della vita.
Talora il cameriere del signor Debrennes entrava
in punta di piedi: a voce bassa s'informava dello
stato del malato per darne notizia agli ospiti di Rivalles,
e in modo speciale alla contessa Wanzel che
si mostrava molto addolorata.
Poi, nell'apertura della portiera, comparve la testa
bionda di Florina che con una mimica molto
espressiva interrog la madrina. La presidentessa rispose
con un gesto disperato. Florina rivolse un
dolce sguardo verso Cristiano; ma vedendo ch'egli
non badava a lei, scomparve subito.
Quasi nello stesso istante il moribondo fece un
movimento, poi sollev le palpebre.
Cristiano si chin su lui e strinse dolcemente la
mano gelida.
Il signor Debrennes mormor:
- Vorrei... dirti...
- Che cosa, caro babbo?... Non ti stancare, ti
prego.
- No... ma... bisognerebbe che si facessero ancora
delle ricerche... per la bambina. Avrei dovuto...
Fu interrotto da una soffocazione.
La presidentessa, col volto alquanto alterato, disse
in tono mellifluo:
- Mio caro Luigi, stai zitto, te ne prego. I medici
hanno raccomandato il riposo.
- S... il riposo... presto... completo. Ma la bambina...
non si sa.. la madre diceva forse la verit.
Cristiano rivolse alla nonna uno sguardo interrogativo.
Essa ebbe un gesto doloroso e mormor:
- Egli vaneggia, povero figliuolo.
La voce debole riprese:
- Bisogna cercare... Cristiano... Nessuna ingiustizia...
La presidentessa stese la mano e la pose dolcemente
sulla testa del figlio.
- Suvvia, mio povero Luigi, stai buono... stai calmo...
e fra poco ti sentirai meglio, sarai libero da
tutte le idee che ti tormentano.
- No, io... io voglio dire a Cristiano-
Ma fu interrotto da uno spasimo violento. La presidentessa
chiam l'infermiera che stava nella stanza
attigua. Passata la crisi, il moribondo non parl
pi. Per qualche momento tenne gli occhi aperti,
fissando Cristiano con una espressione inquieta e
supplichevole. Poi le sue palpebre si chiusero, e in
un ultimo spasimo egli rese l'anima a Dio.
La notizia di questa morte fece molta impressione
a Mitzi. Essa non dimenticava che il signor Debrennes
le aveva mostrato molta benevolenza e aveva
impedito che ella servisse di trastullo alla bella Florina.
Eppoi aveva l'aria tanto buona, quel pover uomo!...
Due giorni dopo i funerali, che furono solenni,
Leontina comunic alla fanciulla che il d seguente
essa partirebbe per l'educandato di Santa Clotilde, a
Vorgres, nell'Eure e Loira.
- Marta ti condurr fino a Parigi e ti metter nel
treno di Chartres, - ella soggiunse, - L vi sar
una suora a aspettarti. In quanto al tuo corredo, te
lo faranno le suore: la signora presidentessa invia
loro il denaro occorrente.
Manc poco che Mitzi non saltasse dalla gioia. Finalmente
lascerebbe quella casa! E per colmo di fortuna,
la facevano accompagnare dall'unica persona
di servizio che le avesse dimostrato un po' di simpatia.
Non era certo con l'intenzione di farle cosa gradita
che Leontina aveva scelto la giovane guardarobiera;
ma siccome Marta aveva chiesto il permesso di
andare a veder la nonna che era moribonda in un
ospedale di Parigi, quella aveva colto l'occasione per
sbarazzarsi sollecitamente della bambina che non poteva
soffrire.
Prima della sua partenza Mitzi non rivide n la
presidentessa, n Parceuil, n il signor di Tarlay. Come
una piccola creatura disprezzata lasci il Castello
Rosa una mattina umida e triste, in compagnia della
buona Marta che portava il fagottino della povera
orfana.
Giunta in fondo al viale, Mitzi si volt, e lanciando
uno sguardo di rancore verso la dimora padronale,''
mormor:
- Non ti rimpiango davvero, sai... e spero di non
rivederti mai pi!

.
...

 PARTE SECONDA.


Capitolo 1..

I suoni melodiosi dell'harmonium echeggiavano nella
piccola cappella dove si trovavano riunite le alunne
dell'educandato di Santa Clotilde. Una voce pura
cantava le lodi di Dio: era la voce di una delle allieve
pi grandi, che aveva nome Mitzi Vrodno, la
piccola Mitzi, come continuavano a chiamarla le suore.
La sua statura per altro non era inferiore alla
media; ma vi era una grazia veramente squisita nella
sua fine e flessuosa persona, nel suo incantevole volto
affilato, cui gli occhi bruni dai riflessi d'oro conferivano
un carattere ardente. Inoltre, l'anima di Mitzi
era pura come quella di una fanciullina. Suor Elena,
che si era occupata di lei pi delle altre monache,
aveva per Mitzi un affetto speciale. L'aveva circondata,
moralmente, di cure infinite, come fosse una
pianta preziosa.
Intelligente e colta, quella suora aveva dato alla
sua protetta un'istruzione molto superiore a quella
che impartivano di solito in quel convento, dove venivano
educate fanciulle di umile condizione, quasi
tutte figlie di agricoltori. In Mitzi essa aveva trovato
un terreno fertile che chiedeva di poter dare frutti.
E quando, l'anno prima, suor Elena aveva lasciato
la casa di Santa Clotilde per un'altra dello stesso
ordine dove la mandavano le sue superiore, la giovinetta
era gi provvista di un ottimo corredo intellettuale,
di una profonda cultura morale, e di una
grande abilit nei lavori in bianco che erano una
specialit dell'educandato.
Questa partenza era stata per Mitzi un forte dispiacere.
Le altre religiose si mostravano buone verso
di lei, ma nessuna come suor Elena sapeva comprenderla
in tutta la finezza del suo pensiero, in tutto
il segreto ardore del suo giovane cuore, n incoraggiarla
e sostenerla quando si sentiva presa dal timore
dell'avvenire.
Che cosa sarebbe il suo avvenire?... Che cosa risolverebbero
di fare di lei coloro che si dicevano
suoi protettori e nei quali, istintivamente, l'anima
sua di bimba aveva, in passato, intuito veri nemici?
Tutti gli anni, per il primo di gennaio, le suore le
facevano scrivere alla presidentessa una lettera d'occasione,
in cui si trattava di riconoscenza, di voti,
di preghiere. Questa lettera non aveva mai risposta.
Ma la signora Debrennes, dichiarando ricevuta dei
punti di lavoro e di condotta che la superiora le
mandava ogni settimana, insisteva sulla necessit di
educare la povera fanciulla di origine equivoca a
lavori pi umili e alla pi stretta semplicit.
Mitzi  destinata a un avvenire modestissimo,
ella specificava. Bisogna che sia ben compresa di
questo, e faccio assegnamento su voi, mia cara Madre,
perch vogliate ripeterglielo spesso.
Suor Elena, quando la superiora le leggeva simili
frasi, scoteva la testa, dicendo:
- Mitzi  distinta e raffinata moralmente, e fisicamente
sar bella e incantevole. Poverina, quanti
pericoli per lei, nell'isolamento morale in cui si trover!
Marta, la giovane guardarobiera, che non aveva
dimenticato Mitzi, le scriveva una o due volte l'anno.
L'aveva successivamente informata del matrimonio
del signor di Tarlay con la contessa Wanzel, della
nascita di un erede in seguito alla quale la giovane
sposa era morta, delle continue assenze del visconte
che viaggiava molto e fra un viaggio e l'altro conduceva
a Parigi la gran vita di mondo, lasciando, come
prima, la direzione delle ferriere a Parceuil, sempre
pi cattivo e ingiusto, aggiungeva Marta.
In quanto alla presidentessa, messa per un momento
da parte dal matrimonio del nipote, aveva ripreso
subito dopo la vedovanza di lui, la direzione
della casa. La sua figlioccia, Florina, seguitava a essere
spesso sua ospite, lasciando solo il padre gi
grave di anni, del quale era l'unica figlia. Si sussurrava
che ella non avesse abbandonato la speranza di
conquistare finalmente il signor di Tarlay. Aveva ricusato
parecchi buoni partiti, e a ventotto anni non
si era ancora maritata.
Tutti questi particolari lasciavano Mitzi indifferente.
Aveva serbato tanto cattivo ricordo di Rivalles e
dei suoi abitanti!... E poich molto probabilmente
non doveva pi rivederli, era molto meglio che cercasse
di dimenticarli.
Quella domenica di primavera essa cantava con tutta
l'anima nella cappella dove il vecchio cappellano
finiva di dir la messa. Musicista per disposizione naturale,
essa aveva tratto anche in questo, mirabile
profitto delle lezioni datele da suor Elena, e una delle
sue maggiori soddisfazioni era appunto quella di
passare parecchio tempo all'harmonium sul quale
spesso improvvisava motivi per le laudi che poi dovevano
essere cantate dalle suore e dalle alunne.
Finita la messa, Mitzi s'indugi per un quarto
d'ora nella cappella, tutta assorta in preghiera. Poi
usc e s'inoltr nel piccolo chiostro che conduceva
all'ala principale del casamento.
Ivi si trovava la superiora che aveva parecchie lettere
in mano: il postino le aveva portato allora allora
la posta. Essa finiva di leggere un foglio pergamenato
dal timbro d'oro, e scorgendo Mitzi la chiam:
- Venite figliuola: ho da farvi una comunicazione.
La signora presidentessa Debrennes, stimando ormai
compiuta la vostra educazione, vi richiama presso di
s, in casa sua. Essa vi assegner il posto di guardarobiera
cui siete adattissima.
Mitzi impallid colta dal tremito. Col cuore stretto
dall'angoscia guardava la monaca, come spaventata.
Poi disse, con voce fremente:
- Speravo che la signora Debrennes mi lasciasse
libera di lavorare come e dove volevo... che non mi
obbligasse a far parte della sua servit.
La superiora guard Mitzi con aria di rimprovero.
- Con che tono dite questo, figliuola! Temo che
in voi parli troppo l'orgoglio. Non dimenticate che
dovete tutto alla signora presidentessa e che senza
lei molto probabilmente sareste stata educata in un
ospizio dove la vita vi sarebbe stata meno facile che
da noi. Essa vi assegna un posto fra i suoi domestici,
 vero: ma che cosa pretendevate? E che cosa credete
di essere, povera Mitzi, per supporre che la signora
dovesse offrirvi di meglio?... Via, sar sempre preferibile
per voi che andare come operaia o come commessa,
con tutti i pericoli che circondano una giovinetta
costretta a viver sola. Sarete in una casa
onorata, sotto la sorveglianza della stimatissima signora
che si  degnata concedervi la sua protezione.
Se vi comporterete bene, essa molto probabilmente
assicurer il vostro avvenire. Che cosa potete desiderare
di meglio, nel vostro stato?
Mentre la suora parlava il volto lievemente ambrato
della giovinetta arrossiva: Mitzi capiva benissimo
che la sua antipatia per la presidentessa aveva tutte
le apparenze dell'ingratitudine; capiva che agli occhi
della superiora, la quale non vedeva in lei che una
fanciulla di origine equivoca, raccolta e educata per
pura carit, la sua ripugnanza per quel posto di domestica
sembrava una prova di orgoglio poco compatibile
con la sua condizione!... Ma la buona suor Matilde,
pure essendo un'ottima donna, non aveva la
intelligenza n il delicato intuito di suor Elena, la
quale avrebbe capito subito la ribellione intima di
quella creatura sensibilissima che ricordava le penose
impressioni del passato. Certo essa non l'avrebbe consigliata
a resistere, ma avrebbe saputo incoraggiarla,
mostrarle come, pur osservando tutta la sua fiera dignit,
ella potesse adempiere al compito che laggi
l'aspettava. Infine, Mitzi avrebbe avuto l'impressione
di essere per lei oggetto di affettuosa commiserazione,
mentre invece vedeva bene che suor Matilde la
biasimava per quello che stimava essere un amor
proprio inopportuno.
Cosicch ella chiuse nel suo io interiore le amare
riflessioni e nascose nel suo cuore palpitante l'angoscia,
il dolore. Dio solo ne conobbe la profondit... e
anche suor Elena, alla quale Mitzi scrisse per comunicarle
il penoso cambiamento sopraggiunto nella sua
vita.

.

...

 Capitolo 2.

Otto giorni dopo, Mitzi scendeva dal treno alla stazione
Montparnasse, accompagnata dalla superiora
la quale, avendo da fare a Parigi, ne aveva profittato
per condurre seco la giovinetta.
Il palazzo di Tarly, dove allora trovavasi la presidentessa,
era situato in via di Varenne. Le due donne
si diressero a piedi a quella volta. Mitzi, triste e preoccupata,
non guardava niente di quanto la circondava.
Camminava come un automa al fianco di suor
Matilde, senz'accorgersi delle occhiate ammirative
che le venivano rivolte. Poich anche nella sua uniforme
di lana grigia, inelegante, con la berretta nera a
cannoncini che lasciava scappar fuori qualche ricciolo
di capelli neri, era incantevolmente bella, sembrava
una misteriosa principessa travestita da alunna
dell'educandato di Santa Clotilde.
Nella via di Varenne esse si fermarono davanti a
un palazzo imponente che aveva, scolpiti al disopra
del portone, gli stemmi gentilizi dei visconti di Tarlay.
Il cuore di Mitzi cominci a battere forte forte
mentre la superiora sonava il campanello. Quale sorte
l'aspettava dietro quelle mura altere?... Ahim, una
sorte poco invidiabile di certo, poich a capo del personale
c'era sempre Leontina! La nuova guardarobiera
avrebbe a che fare con lei appena arrivata, come
aveva scritto la signora Debrennes nella sua lettera
alla superiora.
Un portinaio dall'aspetto imponente apr e rispose
a suor Matilde che chiedeva della signora Leontina:
-  uscita proprio ora. Ma non credo che star
fuori per molto tempo. Se volete aspettarla...
- Non ne ho il tempo. Ho accompagnato questa
ragazza che deve entrar qui come guardarobiera...
Il portinaio guard Mitzi in modo benevolo.
- La condurr dalla prima guardarobiera, e quando
la signora Leontina torner, l'avviser subito che
 arrivata.
- Benissimo. Suvvia, arrivederci, cara Mitzi. Abbiate
giudizio. Non dimenticate i miei consigli, e scrivetemi
qualche volta.
Essa abbracci la giovinetta, che, diventata pallidissima,
si sforzava di trattener le lacrime davanti a
quell'estraneo. Poi si allontan, e Mitzi si trov sola
col portinaio sotto la volta maestosa, ornata di aranci,
di palmizi e di statue poste entro nicchie di pietra.
A destra, uscendo dal vestibolo tappezzato di arazzi
fiamminghi, si ergeva una magnifica scala di marmo
bianco. Ma il portinaio non si diresse a quella volta.
Dietro suo invito, Mitzi lo segu per la scala di servizio,
e al secondo piano fu fatta entrare in una grande
stanza dove erano armadi e tavole su cui stavano
distesi parecchi capi di biancheria.
Una giovane bionda e pallida, che lavorava vicino
a una finestra, dette un grido di gioia alla vista di
Mitzi. Si alz e le venne incontro, a braccia aperte.
- Ah, Mitzi, come sono contenta di vederti!
E si abbracciarono teneramente. Il portinaio esclam,
sorpreso:
- Come! Vi conoscete dunque?
- S, signor Laurier! Mitzi pass un po' di tempo
a Rivalles, qualche anno fa.
- Ah, bene!... Sono certo che non si annoier questa
ragazza, perch bellina com' trover pi d'un
corteggiatore qui!
E usc dal guardaroba. Marta, allora, circondando
col suo braccio le spalle di Mitzi, la strinse a s.
- Suvvia, non ti preoccupare, povera cara! Assicurati
che non avrai nessuna noia, qui, con tutti questi
sciocchi servitori, non  certo possibile. Ma con un
contegno dignitoso e freddo, li terrai a distanza.
Ora siedi; Leontina  uscita. Abbiamo il tempo di
parlare un poco insieme.
Trattenendo le lacrime che le salivano agli occhi.
Mitzi sed presso l'ottima ragazza che teneva fra le
lunghe dita scarne la sua piccola mano delicata, un
po' scottante. Marta contemplava commossa quella
bella creatura che fin dal principio le era sembrata
poco fatta per l'ambiente in cui adesso stava per trovarsi.
La giovane guardarobiera interrog la sua
compagna circa la sua vita di collegio, poi rispose
alle domande di lei. S, Leontina era sempre
la stessa tiranna di prima, sempre ingiusta.
Lei, Marta, aveva spesso da rammaricarsi per
la sua cattiveria; ma doveva per forza chinar la
testa, poich i suoi fratelli erano impiegati alle ferriere,
e la cameriera in capo, che trovavasi nelle grazie
della presidentessa, poteva nuocerle molto. C'era
anche Adriana, quella giovane domestica che un tempo
era stata tanto cattiva con Mitzi, e che era riuscita,
a forza di furberie e di adulazione, a diventar la
cameriera preferita della signora Debrennes. Fortuna
che, per questa ragione, essa si trovava promossa
nella categoria dei domestici superiori, di modo che
Mitzi non avrebbe la pena di vederla ai pasti.
- La signorina Dubalde  sempre confinata qui,
come ti scrissi, - soggiunse la cameriera. - Essa
parte la settimana prossima per Rivalles insieme con
la signora presidentessa... poich lasciano Parigi fra
otto giorni. Il signor visconte che ora  in viaggio, ha
risoluto di stabilirsi col appena torna. Avremo dunque
molto da fare affinch tutto sia in ordine per il
giorno fissato.
Mitzi chiese:
- E il bambino?... Mi scrivesti che era delicato di
salute. v
- Lo  ancora.  una creaturina gracile, senza vivacit.
In fondo, Mitzi, io credo che il povero piccino
manchi d'affetto. La nonna provvede che sia sempre
circondato da tutto quello che vi  di pi lussuoso,
ma non si occupa affatto di lui. Il padre si mostra
completamente indifferente a suo riguardo...
Mitzi mormor:
- Di questo non mi stupisco!
Ella ricordava l'accoglienza da lui fatta una volta
a una bimba infelice. Un uomo egoista, capriccioso,
senza cuore, ecco chi era il bel visconte di Tarlay.
- Parlami della tua famiglia, - disse la fanciulla
a Marta. - Tua madre?... I tuoi fratelli?
- La mia povera mamma  stanca, avrebbe bisogno
di riposo, di un po' di benessere. Purtroppo
bisogna invece che pensi ai nipoti, i quali non hanno
pi madre, e deve far da mangiare e riguardare i
panni dei figliuoli. Mio fratello Vincenzo ha poca salute,
Giuliano  infermo. Ambedue, per altro, lavorano
coraggiosamente, poveri ragazzi. Ma il signor
Parceuil  molto esigente, e per giunta non  affatto
generoso... tutt'altro! Eccettuati pochi privilegiati che
si sospetta siano le sue spie, egli paga il meno possibile
e richiede molto lavoro. Del resto, ha fama di
essere avarissimo.
La guardarobiera soggiunse con un mezzo sorriso:
- Via, ora faccio la maldicente! Ma  cos poco
simpatico, quel signor Parceuil!
- Mi ricordo bene di lui, - disse pensosamente
Mitzi. - Eppure, non l'ho pi visto... e neppur la signora
Debrennes.
- Anche lei  sempre la stessa. Adriana gode i suoi
favori, e ne approfitta per far del male a coloro che
non le vanno a genio. Talvolta essa  molto cattiva
con me...
In quel momento la porta della guardaroba fu aperta
da una mano autoritaria. E la signora Leontina
comparve, quasi immutata di aspetto. Sul suo viso
paffuto si scorgevano poche rughe; la parrucca era
sempre dello stesso biondo rossiccio su cui spiccava
il tulle nero della cuffia. Gli occhi chiari, sotto le palpebre
un po' gonfie, serbavano l'espressione di subdola
perfidia di cui Mitzi si ricordava purtroppo.
- Ah, siete qui, voi, eh?
La direttrice del personale squadrava la fanciulla
che si era alzata. Un lampo di sorpresa e di contrariet
pass nel suo sguardo.
- Ebbene. - disse duramente - vi metterete
subito al lavoro. Ma non sarete destinata alla guardaroba.
La signora presidentessa vuole che prendiate
il posto della bambinaia del signorino Giacomo, la
quale entr ieri all'ospedale avendo preso la scarlattina.
Mitzi scambi con Marta uno sguardo desolato. Sarebbe
stata contenta di lavorare insieme con colei
che le dimostrava tanta benevolenza.
Leontina vide quello sguardo  ghign:
- Non vi garba questo cambiamento? Peccato
davvero! Bisogner che lo accettiate lo stesso, cara
mia!... Venite: vi presenter a Dorotea, la governante
del signorino Giacomo.
Dopo aver dato una lunga stretta di mano a Marta,
Mitzi, col cuore stretto segu la direttrice del personale.
Prendendo la scala di servizio,, esse scesero al
primo piano, e lungo un corridoio giunsero all'appartamento
riservato all'erede dei Tarlay.
Leontina apr la porta e annunzi:
- Dorotea, vi conduco la vostra aiutante.
Mitzi vide davanti a s una grandissima stanza tappezzata
di seta bianca a mazzolini di fiori e illuminata
da due grandi finestre adorne di ampie tende di
tulle ricamato. In un letto di mogano a incrostazioni
di ottone riposava un gracile bimbo il cui volto magro
e sofferente era rosso di febbre. Teneva gli occhi
chiusi, e le braccine troppo minute, le mani smilze,
giacevano abbandonate sul lenzuolo di tela finissima
meravigliosamente ricamato.
In mezzo alla stanza, vicino a una grande tavola
coperta di un tappeto di velluto color oro vecchio,
stava seduta, assorta nel suo lavoro di cucito, una
donnetta esile e bionda, col viso angoloso e appassito.
Aveva un vestito grigio, con colletto e polsini di
tela bianca. Portava i capelli avvolti strettamente in
crocchia sulla nuca. Quando Leontina e Mitzi entrarono,
essa sospese il lavoro e alz verso costoro gli
occhi chiari e freddi.
Facendo qualche passo avanti, Leontina disse a
mezza voce, indicando il bambino:
- Dunque non va bene?
La governante rispose con calma:
- No, non va bene. Ho fatto dire alla signora che
mandavo a chiamare il dottore...
Essa parlava lentamente, con evidente difficolt.
Leontina scosse la testa.
- Che abbia la scarlattina anche lui?
- S... credo. Febbre... mal di gola...
In quel momento il bambino fece un movimento e
apr gli occhi. Leontina si avvicin dicendo in tono
mellifluo:
- E cos, signorino Giacomo, volete proprio fare
l'ammalato?
Il bimbo non rispose. Sembrava abbattuto dalla
febbre. Mitzi, che s'avvicinava anch'essa, incontr
lo sguardo sofferente di due begli occhi scuri che si
fissarono a lungo su lei.
- S, dev'esser la scarlattina, - essa disse sottovoce
rivolgendosi alla governante che le stava vicino.
- Aiutai a curare delle bambine che l'avevano l'anno
scorso nell'educandato dal quale vengo.
Essa parlava con facilit alcune lingue straniere avendole
imparate da suor Elena che le conosceva benissimo.
Dorotea ne fu sorpresa, ma prima che potesse manifestare
il proprio stupore, Leontina si volt col viso
burbero.
- Che cosa state borbottando, voi?... Avreste forse
la pretesa di saper la lingua della signorina, per caso?
- E perch no, signora? - rispose Mitzi con dignitosa
calma.
- Chi potrebbe avervi pagato queste lezioni?
- Me le ha date gratuitamente una buona suora
pensando che la conoscenza delle lingue straniere
mi avrebbe un giorno giovato.
- Giovato a che cosa, domando io? Una serva, una
cucitrice di bianco, non ha bisogno di questo. Ora le
faccio veder la sua camera, Dorotea, eppoi ve la rimander
perch la mettiate subito a fare il suo servizio.
Ah, ecco la signora presidentessa!
Si udiva un fruscio di seta. Sulla soglia dell'uscio,
rimasto aperto, comparve la signora Debrennes, sempre
imponente, a testa alta, sempre pettinata nello
stesso modo, coi capelli nerissimi che formavano due
grossi buccolotti uscenti dalla preziosa trina bianca
della cuffia adorna di nastri gialli oro.
Dietro di lei appariva la testa bionda di Florina.
Ma mentre la presidentessa si avvicinava al letto del
nipote, la signorina Dubalde rimase indietro. Subito
il suo sguardo si ferm su Mitzi che si era voltata. Il
grazioso suo viso si mostrava in piena luce. Florina
ebbe un lieve moto di sorpresa e corrug le sopracciglia.
La presidentessa prese l'occhialino di tartaruga
che pendeva sul suo vestito di seta grigia e fiss
la giovinetta con una tale insistenza, che Mitzi, impacciata,
dov abbassare gli occhi.
Leontina disse con premura:
-  Mitzi, signora presidentessa.  arrivata poco
fa...
- Mitzi... s, la riconosco. Ma non pensavo che...
Essa non fin la frase: continuava a guardar la ragazza,
senza per la minima ombra di benevolenza.
Leontina spieg:
- Essa comincer fino da stasera ad aiutare Dorotea
che avr certo molto da fare se il signorino Giacomo
ha la scarlattina, com' da temere...
Florina indietreggi fino sulla soglia della porta.
- Credete?... Sarebbe davvero una cosa molto
noiosa!
- Bisognerebbe rimandare a chi sa quando la nostra
partenza per Rivalles! - esclam la presidentessa.
- Spero che v'inganniate, Leontina!
- Lo vorrei, signora. Ma temo molto. Luisa aveva
i medesimi sintomi... Via, venite, Mitzi: non v' da
perder tempo perch c' bisogno di voi.
Mitzi fece atto di salutare le due signore che non
le risposero. Quando pass vicino a Florina, questa
l'avvolse in uno sguardo di ostile curiosit.
Mentre la direttrice del personale e la sua giovane
compagna si allontanavano, la signora Debrennes
rivolse qualche parola al bimbo, ne carezz la gotina
ardente, e dette alla governante l'ordine di farle sapere
la diagnosi del medico appena questi avrebbe
visitato il malatino. Fece tutto questo con la massima
correttezza come se la creaturina giacente in quel
letto fosse estranea a lei.
Florina era rimasta ferma sulla soglia. Mentre la
presidentessa tornava verso lei, dichiar:
- Non ho avuto la scarlattina e non mi piacerebbe
di prenderla.
- Hai ragione, cuor mio. Sarebbe proprio inutile,
e poco gradita. Ma forse non si tratta che di una delle
solite indisposizioni a cui Giacomo disgraziatamente
va soggetto, delicato com'! Giova sperarlo, altrimenti
non so davvero come potrebbe superare una malattia
un po' pi grave! Insomma, Dorotea lo curer
benissimo, perch  una donna coscienziosa e intelligente.
Le due signore cos parlando erano uscite dalla camera
del bambino e si avviavano verso l'appartamento
della presidentessa. Florina approv con la
testa le ultime parole della signora Debrennes; poi
chiese:
- D un po' cara madrina, come ti sembra quella
ragazza... quella Mitzi?
La presidentessa strinse le labbra.
- Molto bellina,  innegabile... anzi, troppo bellina...!
 un tipo molto fine... molto... distinto.
Florina disse con una risatina:
- Immagino che non le mancheranno gli ammiratori
fra i domestici.
La presidentessa alz le spalle e soggiunse col pi
profondo disprezzo:
- Faccia come vuole! Bont mia, l'educazione l'ha
avuta buona; ma v' da temere che essa segua le orme
della sciagurata sua madre. Peggio per lei! Siccome
non avr scusa alcuna, la scaccer senza piet
appena mi siano mostrate le prove che essa  indegna
della mia protezione... e allora diverr quello che diverr!
Florina non replic. Una linea dura sbarrava la sua
fronte bassa, lasciata libera dai capelli biondi ondulati
con arte.
Aveva osservato il portamento singolarmente elegante
e svelto di Mitzi sotto l'uniforme di convento
che la infagottava, ed anche la grazia un po' fiera del
suo contegno, nonch quella rara distinzione che aveva
colpito la stessa presidentessa. Infine, quella ragazzaccia,
come la chiamava in cuor suo Florina
con un disprezzo pieno di rabbia, si permetteva di
possedere tutte le seduzioni possibili, e aveva altres
quella primissima giovent che ormai mancava
a lei.

.
...

 Capitolo 3.

Il piccolo Giacomo aveva davvero la scarlattina.
Bench non si presentasse con un carattere particolarmente
violento, la malattia era sempre pericolosa
per un organismo debole come il suo. Fin da principio
il medico non nascose i suoi timori a Dorotea, e
questa, ripetendo poco dopo a Mitzi quanto le aveva
detto il dottore, soggiunse:
- Lo cureremo meglio che ci sar possibile; ma
se il male non cede, non lascer gran pianto, il povero
Giacomino!
Mitzi pot convincersi pi tardi che Dorotea diceva
la verit. Nei momenti pi critici della malattia la
signora Debrennes veniva puntualmente a vedere il
bambino nel pomeriggio, restva cinque minuti nella
camera del malato, poi si ritirava, maestosa. La mattina
e la sera mandava la cameriera a prender notizie.
In quanto a Florina, non solo non compariva pi dal
malatino, ma evitava perfino le vicinanze dell'appartamento
di lui, e si tirava da parte con precauzione
quando per caso incontrava nel palazzo una delle
persone che lo curavano.
Una suora infermiera veniva la notte a vegliare il
bambino; durante il giorno, Dorotea e Mitzi si occupavano
di lui. La governante era una donna coscienziosa
e fredda, che disimpegnava il suo compito
a puntino, ma senza unirvi un affettuoso interessamento.
A questo riguardo, del resto, il piccolo Giacomo
non pareva fortunato. Dicevano che era un
bimbo triste e musone; ma Mitzi comprese presto
come il povero piccino soffrisse di non essere amato.
Fino dal primo giorno il bambino parve avere simpatia
per lei. Una simpatia poco espansiva, per altro.
Si lasciava prendere da lei la manina che scottava,
mentre invece la ritirava con impazienza dalle dita
della nonna o da quelle di Dorotea. Dorotea durava
fatica a fargli prendere le medicine prescritte, ma
dalla mano di Mitzi egli le accettava docilmente. Appena
quest'ultima si allontanava, Giacomino, con
la sua vocina debole, la richiamava insistentemente:
- Mitzi!... Voglio che tu stia qui!
Mitzi era per istinto un'infermiera straordinaria.
Essa aveva inoltre un'anima fatta per la dedizione, e
fin dal primo momento quel fanciullino che viveva
nell'opulenza, ma che era privo di ogni affetto, aveva
destato la sua compassione. Fu dunque un valido
aiuto per il medico nella lotta contro la morte che
pareva voler rapire il gracile bimbo. Vi furono due
giorni in cui il dottor Massard, uno dei primi professori
di Parigi, sembr molto preoccupato. Giacomo
delirava, e fra le parole sconnesse che diceva lo udivano
spesso ripetere:
- Babbo... babbo!
Dai discorsi dei domestici, Mitzi sapeva che il signor
di Tarlay, il quale viaggiava allora in Oriente,
non aveva affatto annunziato il suo ritorno, bench
la presidentessa l'avesse informato della malattia del
figlio: forse egli non stimava opportuno interrompere
il suo viaggio per questo motivo.
Il secondo giorno della fase pi critica, il dottore
disse a Dorotea che l'accompagnava fuori della camera
del malato:
- Credo che sarebbe bene telegrafare al signor di
Tarlay che lo stato di suo figlio si  molto aggravato,
e che io non assumo nessuna responsabilit.
Quando la governante, poco dopo, ripet queste
parole a Mitzi, la fanciulla disse con uno sdegno che
non pot reprimere:
- Ma dovrebbe esser partito fin dal primo annunzio
della malattia! Eppure deve sapere che questo
male pu esser pericoloso per un bambino cos delicato
di salute!
- Mia cara, credo che il signor visconte non si
prenda alcun pensiero di suo figlio... n di nessuno al
mondo, del resto. Non pensa che ai suoi passatempi,
al suo piacere. Tutto il resto conta poco per lui.
Ci che Mitzi aveva sentito dire dai domestici corrispondeva
perfettamente a questo ritratto di perfetto
egoista. Il signor di Tarlay pareva inoltre assai temuto
dai servitori, che tuttavia parlavano di lui con
una certa deferente ammirazione, mentre non si peritavano
a dir male della presidentessa, vanitosa e
esigente, dell'avaro Parceuil, e di quella civetta parassita
che era la signorina Dubalde.
Le ore dei pasti nel tinello, a contatto dei domestici,
erano per Mitzi una vera sofferenza. Fin dal primo
giorno essa aveva suscitato la gelosia delle donne e
le pi premurose assiduit degli uomini. Nella sua
uniforme di bambinaia, col vestito nero, il grembiule
ricamato, la cuffietta di tulle bianco da cui uscivano
i riccioli lucenti dei capelli neri, aveva pi che mai
l'aspetto di una graziosa principessa travestita da
servetta. Gi pi di una volta le erano state sussurrate
parole di ammirazione. Ma essa restava fredda e
fiera, parlando poco, sempre gentile con tutti, in modo
semplice.
Un giorno alfine, quarantott'ore dopo che il medico
ebbe dichiarato Giacomo fuori pericolo imminente,
un telegramma annunzi l'arrivo del signor
di Tarlay per il giorno dopo.
La presidentessa ne dette la notizia al bisnipotino
venendo a fargli la sua visita giornaliera. Mitzi, che
in quel momento portava al bambino una tazza di
decotto, fu colpita dal lampo di gioia che pass a un
tratto nei begli occhi azzurri ancora stanchi e febbricitanti.
Poco dopo, trovandosi sola col picolo malato, gli
chiese, posando con una carezza la mano sulla fronte
un po' calda:
- Sei contento che arrivi il babbo, caro piccino?
Egli mormor:
- S.
- Gli vuoi molto bene?
Egli non rispose, ma un sospiro gonfi il piccolo
petto scarno. Nel suo sguardo Mitzi vide un'espressione
di angoscia dolorosa, che faceva gran pena in
una creatura cos piccola. Essa pens sentendosi
stringere il cuore:
Povero piccino, soffre forse dell'indifferenza del
padre?
Dopo il ricordo rimastole del visconte, il pensiero
di rivederlo le era poco gradito; cosicch ringrazi
la Provvidenza di essersi trovata assente quando il
signor di Tarlay venne a vedere suo figlio, il giorno
dopo il suo arrivo.
Questa visita aveva lasciato nello sguardo di Giacomo
una lieve luce di gioia. Quando Mitzi torn
presso di lui, egli disse, accarezzando con la scarna
manina la mano della giovane:
- Mitzi, ho visto il babbo.
- E sei contento, ora che  tornato, caro Giacomino?
La luce si spense nelle belle pupille brune, le palpebre
si chiusero. Adagio, tanto adagio che Mitzi appena
pot udirlo, il bambino mormor:
- Il babbo non mi vuol bene!

.
...
 
Capitolo 4.

La partenza per Rivalles non si era effettuata al
tempo destinato, a cagione della malattia di Giacomo.
Ma Cristiano, appena fu arrivato, dette ordine che si
procedesse senza indugio al trasferimento al castello.
Il personale necessario resterebbe a Parigi per
provvedere al servizio del bambino, il quale verrebbe
trasportato a Rivalles appena il medico lo giudicasse
possibile.
Vi fu dunque un po' di trambusto nel palazzo di
via di Varenne, nei giorni che seguirono il ritorno del
signor di Tarlay; ma per il giorno da lui destinato,
tutto fu pronto a Rivalles, dove gi si sistemavano la
presidentessa e Florina. A Mitzi rincrebbe di veder
partire l'amica Marta presso cui la sera passava qualche
momento in piacevole colloquio.
Il giorno precedente a quello fissato per la partenza
del visconte, il medico venne a veder Giacomo,
nella mattinata. A sessant'anni, il dottor Massard
nascondeva, sotto un'apparenza fredda, un cuore ottimo
e sincero. Si dimostrava affettuoso e paterno col
malatino, il quale aveva molta simpatia per lui.
Dopo aver visitato accuratamente il bambino egli
dichiar:
- Non c' male... eh, non c' male davvero! Gi
da due giorni abbiamo un sensibile miglioramento...
Egli si rivolgeva a Mitzi, che era sola in camera del
malato, perch Dorotea, presa da emicrania e da vertigini,
era tornata a letto.
Dopo aver dato alla giovane alcune spiegazioni riguardo
a una nuova cura atta a combattere la grande
debolezza del malato, egli aggiunse, fissando uno
sguardo pieno di profondo e sincero interesse sul
grazioso volto un poco alterato:
- Ma voi, figliuola, non dovete stancarvi troppo.
Avete un aspetto molto abbattuto... Temo che questo
piccolo despota abusi della sua gentile infermiera.
Mitzi sorrise guardando Giacomo con affettuosa
dolcezza.
- Ma no, proprio no! Ho tanto piacere di essergli
un po' utile, povero caro piccino!
- E come gli siete utile! Io ho avuto in voi, nel
corso di questa malattia, il miglior aiuto. Il vostro
spirito di sacrificio, il vostro intuito veramente materno
hanno contribuito moltissimo a...
Egli s'interruppe vedendo Mitzi indietreggiare, con
l'occhio fisso sulla porta che separava la camera dalla
stanza dove soleva giocare Giacomo prima della
malattia.
Il dottore si volt e disse vivacemente:
- Ah, signor di Tarlay!... Sono ben lieto di vedervi
per annunziarvi un notevole miglioramento...
Lasciando ricadere dietro di s la portiera. Cristiano
si avvicin al letto e stese la mano al dottore. Essi
scambiarono qualche parola riguardo al bambino, i
cui occhi s'illuminavano a un tratto. Mitzi si era ritirata
poco distante; ma Giacomo la chiam:
- Mitzi, non andar via... veh!
Il signor di Tarlay si volt. Mitzi incontr lo sguardo
di lui, che parve prima sorpreso, poi subito molto
interessato.
- Ah, la piccola Mitzi diventata grande!... Non sapevo
che fosse qui!
Giacomo disse con la sua vocina debole:
-  la mia bambinaia e le voglio molto bene.
- La tua bambinaia?... Senti!
Un'espressione allegramente ironica illuminava gli
occhi turchini fissi su Mitzi con tanta insistenza che
essa, arrossendo, abbass i suoi, mentre un brivido
di sgomento l'agitava.
Rivolto al dottore, il signor di Tarlay gli fece alcune
domande circa il tempo che occorreva prima
che Giacomo potesse esser condotto a Rivalles. E
dopo aver passato distrattamente la mano sulla gota
del bambino che lo guardava come in estasi, usc col
dottore dalla stanza. Questi, passando, fece a Mitzi
un saluto amichevole. Cristiano fiss di nuovo su di
lei lo stesso sguardo d'intenso interesse e di sconcertante
ardire. Quando egli fu scomparso, Mitzi rimase
a lungo sotto l'impressione di un profondo malessere,
che risent anche nei giorni seguenti quando col pensiero
tornava al signor di Tarlay, rievocandone, senza
volerlo l'elegante figura, il bel volto i cui lineamenti
si erano fatti pi virili in quei cinque anni, e gli occhi
magnifici e imperiosi, che ella temeva di rivedere.
La malattia del bambino seguiva il suo corso normale.
Ma la debolezza seguitava a dare qualche preoccupazione.
Il dottor Massard diceva:
- Mi preme che possa partire per Rivalles. L'aria
di campagna gli far meglio di qualsiasi altra cura, a
questo bambino.
Mitzi sapeva da una lettera di Marta che al castello era gi ospite Olaus Svengred, rimasto il migliore
amico del signor di Tarlay. Aspettavano a giorni il
signor Tebaldo di Montrec con la signora.
C' molto da fare, aggiungeva la guardarobiera.
Per fortuna mi hanno dato ora un aiuto: una
buona ragazza di qui, educata in un orfanotrofio, la
quale  bravissima per lavorare. Andiamo d'accordo.
Ma sarei pi contenta se ci fossi tu al suo posto, cara
Mitzi!
E Mitzi pens sospirando:
Piacerebbe anche a me di stare con la buona Marta...
ma sono tanto affezionata al mio povero Giacomino!...
Il bambino le dimostrava una tenerezza che non
aveva grandi effusioni, ma che sapeva esternarsi con
una carezza, con uno sguardo dei suoi begli occhi
languidi. Pi che mai la voleva sempre accanto. Per
fortuna la governante non era gelosa di quest'affetto:
la sua indole passiva ignorava questo sentimento e
accettava benissimo quello che essa chiamava l'entusiasmo
di Giacomo.
Un pomeriggio, portando al bambino una tazza di
brodo, Mitzi trov il signor di Tarlay seduto presso
il letto del malato. Dorotea in piedi a pochi passi di
distanza, gli dava ragguaglio della convalescenza. Il
piatto trem nella mano della giovane, e qualche goccia
di brodo cadde sul tappeto a rose.
- Badate, Mitzi! - esclam la governante. - Eppure
siete tanto accorta, di solito!
- Oh, s! Mitzi  una fata! - esclam con la sua
voce flebile Giacomino.
Un sorrso allegro sfior le labbra di Cristiano.
- Non so ancora se lo : comunque, ne ha l'aspetto.
Un vivo rossore tinse la carnagione lievemente ambrata
della fanciulla, la quale inoltrava a occhi bassi,
un po' socchiusi, per non incontrare lo sguardo che
sentiva fisso su di s. Il signor di Tarlay si tir un
po' indietro affinch ella potesse avvicinarsi a Giacomo.
Questi, con spossatezza, si sollev nel lettino,
mentre Mitzi accostava alle sue labbra la tazza d'argento.
- Finisci di bere, caro, - ella disse vedendo che
il bimbo respingeva la tazza ancora mezza piena.
- No, basta. Lasciami stare, Mitzi.
- Non si fanno capricci, Giacomo. Bevi tutto! -
gl'impose il signor di Tarlay.
Il bimbo obbed subito e non lasci neppure una
goccia nella tazza.
Mentre Mitzi si rialzava una mano si pos sul braccio
di lei.
- Sei contenta del tuo stato, Mitzi?
Essa arretr, ritirando il braccio, e dopo una breve
esitazione rispose semplicemente:
- Voglio molto bene al signorino Giacomo, e sono
felicissima di accudire a lui.
- Meglio cos. Del resto, quando non vorrai pi
saperne, sar facile trovarti altro. Non sei certo destinata
a far la bambinaia in perpetuo.
Lo sguardo di lui aveva un'espressione di dolcezza
beffarda che fece rabbrividire Mitzi.
Cristiano si alz e pass la mano sui capelli del figlio
che formavano, come i suoi, folti e serici riccioli
bruni.
- Via, caro, continua a esser buono per poter venire
da noi fra otto giorni a Rivalles, Obbedisci a
questa graziosa Mitzi che sembra fatta apposta per
guarire i malati.
Volse di nuovo uno sguardo e un sorriso alla ragazza,
poi usc dalla stanza rispondendo con un benevolo
buonanotte, Dorotea, al saluto della governante.

.
...

 Capitolo 5.

Giacomino di Tarlay giunse al Castello Rosa in un
bel pomeriggio della fine di maggio. Quel giorno il
suo babbo e la sua nonna erano andati a fare una
escursione coi loro ospiti e non sarebbero tornati
prima di sera. Per il bambino era stato preparato,
non gi l'appartamento che occupava prima, nell'ala
destra sui giardini, ma quello in fondo all'ala sinistra,
che faceva seguito all'appartamento del signor
di Tarlay. Esposto a sud-est, esso rispondeva a tutti
i desiderata del dottor Massard, che voleva per il
malato una esposizione soleggiata e in pari tempo
protetta dai forti calori estivi. La presidentessa sulle
prime aveva dichiarato impossibile di dare al bisnipote
quell'appartamento dove di solito venivano alloggiati
gli amici scapoli del visconte. Ma aveva dovuto
piegarsi al volere di Cristiano, che con sua grande
sorpresa si era per la prima volta occupato di una
disposizione concernente il figlio.
Il piccolo convalescente aveva sopportato bene il
viaggio, e la mattina dopo Mitzi lo trov assai
vispo. Dorotea, invece, sembrava accasciata. Gi
da qualche tempo si sentiva poco bene, essa diceva,
e aveva bisogno di riposo. Verso le due, quando Giacomo
fu alzato, poi sistemato nella gran sala prospiciente
la terrazzina che chiudeva l'ala sud, la governante
si ritir nella sua camera, attigua a quella del
bambino, lasciando il piccolo convalescente in custodia
di Mitzi.
La giovane, seduta vicino a lui, cuciva della biancheria.
Giacomo, a occhi chiusi, sembrava sonnecchiasse.
A un tratto domand con la voce carezzevole
che talora prendeva rivolgendosi a Mitzi:
- Canta un po', via, cara Mitzi!
Ella volse uno sguardo perplesso verso le finestre
aperte, una sulla terrazzina di mezzogiorno, l'altra
sulla grande terrazza che correva lungo le due ali e
il corpo centrale dell'edificio.
- Pi tardi, caro, quando saranno chiuse le finestre.
- No, ora. Perch hai paura che ti sentano? Canti
tanto bene!
- Tutti non sarebbero forse di quest'opinione, amor
mio.
- S, s, davvero!... Eppoi, nessuno ti sentir.
Mitzi dette uno sguardo verso la grande terrazza
intorno alla quale si allineavano cassette di oleandri
e di aranci, poi verso il giardino fiorito che si distendeva
tra le due ali e a cui si accedeva scendendo tre
scalini di marmo rosa. Tutto intorno sembrava deserto.
Inoltre, la sala in cui si trovava Mitzi col bambino
era assai distante dall'appartamento del castellano,
perch vi fosse pericolo di esser udita di l.
Desiderosa di distrarre il piccolo convalescente che
si divertiva di ben poche cose, Mitzi cominci una
antica nenia di Natale che soleva cantare nella cappella
del convento. Tratteneva la voce, che tuttavia
rivelava una grande agilit di timbro e una purezza
straordinaria. Giacomo, le mani congiunte, la guardava
e l'ascoltava, estasiato. Ma mentre l'ultima nota,
del canto usciva dalle labbra della giovane, il bimbo
si sollev un poco sulla poltrona esclamando:
- Ah! Babbo!
Cristiano compariva sulla soglia della vetrata aperta
sulla piccola terrazza. Era seguito dal suo cane Attila,
quello appunto che aveva minacciato di far saltare
addosso alla piccola Mitzi venuta a implorare il
suo aiuto.
Mitzi, avvampando in volto, si alz, si trasse un
poco in disparte, col lavoro in mano, e tenne abbassate
le palpebre dalle lunghe ciglia brune.
- Che bella voce! Ma non bisogna mica serbarla
soltanto per Giacomo, graziosa artista!
Il bambino esclam:
- Non  vero che canta bene, babbo?
- Molto bene. Con delle lezioni speciali, potr diventare
un'artista ammirevole.
Cos parlando si avvicin alla fanciulla e le pose
una mano sulla spalla.
- ...Ti piacerebbe Mitzi?
Con un lieve movimento essa cerc di liberarsi.
Ma quella mano fine era molto ferma, senza durezza,
per altro. E poich Cristiano s'inclinava un poco,
Mitzi, alzando gli occhi, vide molto vicino a s il volto
sorridente di lui, il suo sguardo animato da una
ironia carezzevole.
- Non ho mai pensato a questo, signor visconte...
e non credo che tale via sia fatta per me.
- Perch no? Vi sono riuscite altre donne che non
avevano neanche la met delle doti che hai tu. Col
mio aiuto, tutto si accomoder molto facilmente.
- Ringrazio il signor visconte, ma non ho nessuna
ambizione, e il lavoro umile e semplice sar pi confacente
al mio carattere.
La delicatezza di Mitzi. l'intuitiva prudenza della
anima sua plasmata dall'insegnamento cristiano di
suor Elena, avevano suggerito alla sua inesperienza
ch'ella doveva rispondere cos.
Cristiano ebbe un sorriso beffardo, mentre gli occhi
gli brillarono di luce pi viva e fissarono il giovane
volto fremente, di un fascino tanto puro.
- Si vede che sei uscita dal collegio, bambina. Non
sai niente della vita e di quello che pu dare.
Si mise a sedere vicino al figlio e si chin per baciarne
distrattamente la fronte.
- Il viaggio  andato bene, a quel che pare?
Questa domanda era rivolta a Mitzi pi che a Giacomo.
La giovane rispose cercando di rinfrancar la
sua voce:
- Benissimo, signor visconte.
- Tanto meglio ma perch seguiti a stare l in
piedi, Mitzi? Siediti al tuo posto!
Essa obbed. Era sempre rossa in volto, e dalle
dita un poco tremanti le sfugg il ditale d'acciaio che
and a cadere ai piedi di Cristiano.
Il signor di Tarlay si chin precipitosamente, lo
raccatt, e lo porse alla giovane che ringrazi con aria
timida e confusa.
- Ors, dimmi un po' quello che facevi in convento!...
Che cosa ti hanno insegnato?
E parve ascoltasse con grande attenzione la risposta
di Mitzi. Ma chi l'avesse osservato bene in quel
momento, si sarebbe persuaso che tale attenzione
era quasi unicamente concentrata sulla persona della
sua interlocutrice, su quel volto fine sotto la cui pelle
vellutata fremeva un sangue vivace, su quegli occhi
bruni dai riflessi d'oro che le grandi ciglia nere
coprivano di un'ombra.
Mitzi riusciva a dominare con molto sforzo di volont,
il proprio sgomento. Ma questo sgomento era
profondo, e aumentava sempre pi a mano a mano
che i minuti passavano, poich lo sguardo del signor
di Tarlay non la lasciava mai e rivelava un interesse
crescente.
Attila, che si era accucciato ai piedi del padrone,
drizz a un tratto la testa. Si udiva un fruscio di seta,
un picchiettio leggero di tacchi sul marmo della
terrazza.
Cristiano aggrott le ciglia, mentre diceva con lieve
impazienza:
- Ecco la nonna, mi pare.
Infatti la signora Debrennes comparve sulla soglia
di una delle vetrate. Dietro a lei veniva Florina, che
adesso non aveva pi paura di avvicinarsi al bambino.
Ambedue non poterono trattenere un atto di sorpresa
alla vista di Cristiano che si alzava senza nessuna
premura.
- Tu, Cristiano? - esclam la presidentessa. -
Non pensavo di trovarti qui.
- E perch nonna? Credi forse che non sia il mio
posto?
Disse queste parole con quel tono di freddo scherno
di cui la presidentessa aveva sempre molto timore.
- Che dici mai, caro figliuolo?... Ma converrai che
non son .solita trovarti presso il nostro Giacomo...
Come sta il piccolo convalescente?
Cristiano, che aveva sfiorato con le labbra la mano
offertagli dalla nonna, rispose asciutto:
- Non c' tanto male, mi pare!
Florina, appena entrata, aveva guardato Mitzi, che,
alzatasi anch'essa, stava in disparte.
Un lampo di viva contrariet le balen negli occhi.
Tuttavia, col pi dolce sorriso ella stese al signor di
Tarlay la candida mano adorna di bellissimi anelli
avuti in dono dalla madrina.
Cristiano la strinse con fare distratto. La bellezza
bionda della sua amica d'infanzia, il sorriso affascinante
di lei, il vestito da mattina combinato con arte,
lo lasciavano del tutto indifferente.
Dopo aver baciato Giacomo, la presidentessa domand,
lanciando verso Mitzi un'occhiata poco benevola:
- Ma dov' Dorotea?
- Si riposa, signora presidentessa. Da qualche
giorno  molto stanca.
-  andata a letto?
- Non credo.
- Ebbene, dille che venga a darmi le notizie di
Giacomo.
Cristiano osserv ironicamente:
- Credo che Mitzi potrebbe darvele altrettanto
esatte, nonna!... A fra poco. Svengred deve aspettarmi
da un pezzo.
Fece atto di allontanarsi poi soggiunse:
- Desidero che questa parte della terrazza davanti
al mio appartamento sia esclusivamente riservata
a mio uso personale. Voi potrete passare dall'interno,
per venire qui.
- Va bene, caro! Mi dispiace di averti fatto cosa
sgradita, senza saperlo.
Mitzi era scomparsa per andare ad avvertire Dorotea;
ricomparve solo quando le due signore furono
uscite e la governante venne a richiamarla dicendole
un po' arrabbiata:
- Meritava davvero che la signora Debrennes mi
disturbasse! Non  stata neanche attenta quando le
davo le notizie del nipotino! Si  invece informata
dal signorino Giacomo se il signor visconte si trovava
l da molto tempo. Aveva un'aria curiosa, oggi... come
se fosse preoccupata di qualcosa!
Dorotea avrebbe conosciuto il motivo di questa preoccupazione
della presidentessa se avesse udito le
parole scambiate tra la vecchia signora e la sua figlioccia
mentre uscivano dall'appartamento di Giacomo.
- Non ti pare strano, Florina, che Cristiano sia
tanto premuroso di andare a vedere suo figlio?
La signorina Dubalde, la cui fronte appariva profondamente
corrugata, disse reprimendo la sua collera
interna:
- Molto strano. Mitzi  troppo bella, madrina mia.
- Eppure Cristiano finora non si  degnato di
prendere in considerazione nessuno del personale.
 troppo orgoglioso per far questo... o almeno lo
giudicavo tale.
La signorina Dubalde scosse la testa.
- Forse non aveva trovato nessuno che gli piacesse.
Ma questa ragazza ha una fisionomia pericolosa.
-  vero... e una distinzione straordinaria: sembra
una principessa addirittura.
- Oh, esagerate!
Florina si mordeva le labbra, e nelle sue pupille
passava un lampo di gelosia.
- Non esagero, no, figliuola!... E di certo Cristiano,
che ha buon gusto,  rimasto colpito da una fisionomia
cos poco comune... e molto seducente. Di pi,
quella figliuola deve avere ereditato dalla madre i
peggiori istinti di civetteria. Ma per fortuna siamo
ancora in tempo a evitare il pericolo. Fino da domani
Mitzi lascer il servizio di Giacomo e sar addetta
alla guardaroba.
Florina disse con aria cupa:
- Con ci non impedirete a Cristiano di rivederla,
se essa gli piace.
- Sar bens pi difficile... e poi, la far sorvegliare
severamente da Leontina. Con lei posso star
tranquilla, perch non ha nessuna simpatia per quella
ragazza... e c' da sperare che Cristiano, avendola
vista cos poco, non pensi pi a lei.
- Speriamolo! - mormor Florina col volto sempre
contratto.

.
...

 Capitolo 6.

Leontina si rallegrava anticipatamente in cuor suo
pensando al viso mortificato che farebbe quella
pettegola di Mitzi quando le comunicherebbe che
doveva cambiar servizio. Rimase dunque sorpresa e
delusa nella sua cattiveria vedendo la giovane accogliere
questa notizia con una certa soddisfazione.
Mitzi infatti, per quanto spiacente di lasciare il
servizio del bambino a cui si era affezionata, provava
un vero sollievo al pensiero che il posto ora assegnatole
la terrebbe lontana dai luoghi dove avrebbe potuto
incontrare il signor di Tarlay. L'attenzione di lui
le ispirava una paura istintiva. Temeva quello sguardo,
quel sorriso che la turbavano e che s'imponevano
alla sua mente. Sentiva che vi era un pericolo per lei.
Bisognava dunque sfuggirlo. Ma non avrebbe potuto
farlo se la presidentessa, con la sua subitanea risoluzione,
non gliene avesse dato il mezzo.
Quando Dorotea seppe che le toglievano l'aiutante
esclam:
- Ecco un'idea stravagante! Mitzi mi era molto
utile, e non mi troverete facilmente una ragazza come
lei. Inoltre il bambino le vuol bene, e sar per lui
un dispiacere quando sapr che gliela tolgono.
- Gli passer! - dichiar Leontina con gran disinvoltura.
- Ma Mitzi sar molto pi al suo posto
in guardaroba e si render ancora pi utile. Adriana
conosce nei dintorni una ragazza che supplir benissimo
al servizio del signorino Giacomo.
Mitzi d'accordo con la governante, pens di dare la
notizia al bambino soltanto il giorno dopo, cio al
momento in cui ella dovrebbe recarsi al nuovo lavoro,
affinch il fanciullo non passasse la notte agitata.
E fecero bene, poich Giacomo mostr un violento
dispiacere e si aggrapp alla giovane urlando che
non doveva andar via.
- Ti voglio troppo bene, Mitzi! Voglio che tu resti
con me, sempre.
Essa riusc a calmarlo un poco, a forza di persuasione
e promettendogli di venire a trovarlo tutti i
giorni. Poi, con le lacrime agli occhi, usc dalla camera
del bambino e and in guardaroba presso Marta
e la giovane paesana che le avevano dato per
aiuto.
Ma Giacomo non si rassegnava. Egli non volle mangiare,
e ogni tanto piangeva dicendo che voleva Mitzi.
La sera ebbe la febbre e pass una cattiva nottata.
Verso le nove, Dorotea, vedendolo rosso e agitato,
mand un domestico a chiamare il dottor Leroux, medico
del villaggio di Blanvin, non lungi dalle ferriere.
Egli aveva gi curato il bambino durante i precedenti
soggiorni estivi dei castellani, e il dottor Massard
si era messo in corrispondenza con lui riguardo
alla cura che il piccolo convalescente doveva continuare.
Verso le undici costui giunse al castello e lo
fecero passare nella camera di Giacomo. Dopo una visita
molto. accurata, interrog la governante circa le
cause che avevano potuto produrre quella piccola
ricaduta.
Dorotea dichiar che a parer suo non ve n'era che
una: il togliere una bambinaia alla quale voleva molto
bene.
- Ebbene, se  possibile, bisogna rendergliela, -
disse il medico. - Sar forse un rimedio pi efficace
delle medicine, in questo caso.
La governante rispose che ne parlerebbe alla signora
presidentessa. Il dottor Leroux, dopo avere
scritto alcune ricette, se ne and. Nel vestibolo incontr
il signor Tarlay e il suo amico Svengred che
tornavano da una passeggiata a cavallo.
- Guarda! C' il dotore! - fece Cristiano stendendogli
la mano. - Chi ha male, qui?
- Il vostro figliuolo, signor visconte.
- Il mio figliuolo?... O se stava tanto benino, ieri!
Che cos' accaduto?
- Niente di grave spero. Il bambino, a quel che
pare, ha avuto una contrariet, un dispiacere; ed 
tanto nervoso, che ci  bastato a fargli tornare un
po' di febbre.
- Ma che dispiacere ha mai potuto avere?
- Gli hanno tolto la bambinaia a cui era molto '
affezionato, mi ha detto la governante.
Il viso fino allora indifferente di Cristiano si anim
di subitanea attenzione.
- Ma come! Gli hanno forse tolto Mitzi? Strana
idea, questa!
- Se la cosa non fosse impossibile, sarebbe bene
che costei tornasse presso il malato.
- Non  affatto impossibile. Ci penso io, dottore,
e questa mattina stessa Giacomo riavr presso di s
la ragazza.
Dopo aver salutato il medico, Cristiano e il suo
amico traversarono il vestibolo. Lo svedese domand:
- Hai detto Mitzi... Mi ricordo di una bimbetta
che era qui anni or sono e che si chiamava cos. Aveva
un visino tanto grazioso e occhi stupendi...
- Oggi quegli occhi sono pi stupendi che mai.
Mitzi  una ragazza incantevole, amico mio... e ti
confesso che mi piace molto.
- Che posto occupa qui?
-  la bambinaia di mio figlio, vale a dire la
serva della governante. Se tu la vedessi, saresti anche
tu del parere ch'essa non  fatta per un mestiere
simile; tutt'altro. In lei tutto  finezza, distinzione,
grazia, delicatezza. Ma riparer io le ingiustizie
della sorte e gli errori di mia nonna.
Dette queste parole con un sorriso lievemente ironico,
Cristiano salut l'amico ed entr nel suo appartamento.
Ivi giunto, dette l'ordine di avvisare
Leontina ch'egli voleva parlarle.
Quando la direttrice del personale entr nello studio
che aveva tre finestre sulla terrazza, il signor di
Tarlay, seduto presso la scrivania, accendeva una sigaretta.
Mentre Leontina gli faceva l'inchino pi profondo
che potesse consentirle la sua pinguedine, egli
domand:
-  vero che Mitzi  stata rimossa dal servizio
del signorino Giacomo?
-  vero, signor visconte. La signora presidentessa
ha pensato che, essendo essa abilissima per lavori
di guardaroba, poteva rendersi molto pi utile
in tale servizio.
- E per questa ragione la si toglie cos, su due
piedi, a un bambino malato ch'essa ha curato con
tanta abnegazione?... Ebbene, ecco i miei ordini:
Mitzi torner presso mio figlio, non domani, non
oggi dopo pranzo, ma subito; e vi rimarr fino a che
io non dar ordini contrari.
Leontina balbett:
- Va bene, signor visconte.
E dietro un cenno che la licenziava, usc nascondendo
sotto un'aria di umile rispetto il suo stupore
e il suo furore.
Cristiano si alz, usc sulla terrazza e rimase per
un momento immobile, con la sigaretta in bocca.
Davanti a lui, fra le due ali del castello, il giardino
si distendeva con le sue aiuole fiorite. Nel centro
zampillava un getto d'acqua che ricadeva in una vasca
di marmo. Il sole, gi cocente, inondava la parte
centrale dell'edifizio e cominciava a raggiungere
l'ala destra. L, sulla terrazza, era comparsa allora
allora Florina. Aveva un vestito bianco di stoffa leggerissima
elegantemente guarnito di nastri color di
rosa. Con la sua vista acutissima Cristiano scrse
questi particolari, e colse altres l'occhiata rivolta
verso lui e tosto seguita da un lento camminar per
la terrazza.
- Perch io possa ammirarvi, bella Florina! -
mormor il signor di Tarlay soffocando una risata.
Per un momento segu con lo sguardo pieno di
sprezzante ironia la bianca figura. Poi, buttando via
la sigaretta, percorse la terrazza fino a una delle vetrate
della camera di Giacomo.
Cristiano spinse la porta semiaperta ed entr nella
grande stanza chiara.
Il fanciullo ebbe un lampo di gioia negli occhi
stanchi.
- Babbo! - mormor.
- Vengo a guarirti, Giacomo, - disse il signor
di Tarlay avvicinandosi al letto del figlio. - Fra poco
rivedrai la tua Mitzi, e nessuno te la toglier mai
pi, senza il mio permesso.
Un grido di gioia usc dalle labbra del bambino.
- Oh, babbo!
- Sei contento?
- Tanto tanto. Io voglio bene a Mitzi. Grazie,
babbo.
Con un timido slancio egli stese verso Cristiano
le braccine stente. Il signor di Tarlay si chin e lo
baci forse con un po' pi d'affetto del solito.
- Suvvia, ora devi guarir presto, sai!... Queste
braccine devono diventare pi robuste, bimbo mio!...
Arrivederci; sii buono; torner a trovarti uno di
questi giorni.
E usc dalla camera lasciando Giacomino come
in estasi, perch mai il povero bimbo aveva ricevuto
simili manifestazioni di affettuoso interesse da quel
padre ch'egli amava con tutto l'ardore del suo cuoricino.

.
...

 Capitolo 7.

Due giorni dopo, Giacomo era perfettamente rimesso
dalla piccola ricaduta, tanto che il dottor Leroux
gli di il consenso di fare qualche passo in
giardino nelle ore del pomeriggio.
- Deve star molto all'aria aperta, deve fare delle
passeggiate in carrozza, - egli soggiunse. - Sar
il miglior mezzo per rinforzarlo.
In seguito a queste prescrizioni, il giorno dopo
Dorotea e il bambino salirono in una carrozza che li
condusse verso la foresta, la quale cominciava a poca
distanza dal castello e, come quasi tutto il paese,
apparteneva al signor di Tarlay. Al suo ritorno, Giacomo
venne adagiato in un punto bene scelto del
parco, sotto un pergolato di rose, e fu affidato a Mitzi
mentre la governante andava a leggere o a lavorare
in camera sua.
La giovane, piuttosto mesta, faceva la calza: aveva
in s un malessere indefinibile fin da quando Leontina,
mal dissimulando la sua rabbia, le aveva detto:
- Il signor visconte vuole che restiate presso il
signorino Giacomo.  strano come a un tratto gli
venga in mente di occuparsi di suo figlio!... Non vi
pare strano, Mitzi?
Essa sghignazzava, lanciando alla giovane un'occhiata
perfida. Mitzi era diventata rossa, pur rispondendo
con freddezza:
- Mi pare invece naturalissimo.
L'altra aveva sghignazzato pi forte, gridandole in
faccia: Commediante! e si era allontanata alzando
le spalle.
In dispensa i domestici ridevano fra loro, guardandola,
e Teodoro, il servitore che aveva cominciato
a farle sfacciatamente la corte a Parigi, aveva
sussurrato con dispetto, nel passarle accanto:
- Ah, li volete gran signori, voi, eh? Ecco perch
fate la schizzinosa con gli altri!
Mitzi, celando del suo meglio il doloroso turbamento,
aveva risposto all'insolente individuo con uno
sguardo pieno di fierezza. Ma poco dopo, sola nello
stanzino che era la sua camera, si lasci cadere sulla
seggiola, e col viso scottante nascosto tra le mani
tremanti, si pose a pensare con terrore allo stato di
cui, nonostante la propria inesperienza, cominciava
a intravedere il pericolo.
Poco dopo continuava a smarrirsi in penosi pensieri,
mentre le dita facevano scorrere distrattamente
i ferri da calza. Seduto nella poltroncina a rotelle,
fra molti guanciali, Giacomo si baloccava con
un Pulcinella. A un tratto fece una piccola esclamazione
di gioia e annunzi con la sua vocina un po'
strascicata:
- Ecco il babbo, col suo amico signor Olaus.
Mitzi trasal lievemente e il suo volto, impallidito
dai pensieri che da qualche giorno la tormentavano,
divent un po' rosso.
Il signor di Tarlay e Olaus Svengred si avvicinavano
infatti nel viale che conduceva al pergolato di
rose. Mitzi gi sentiva su di s quello sguardo che
tanto temeva. Con un grande sforzo di volont, domin
il proprio turbamento e si alz, da subalterna
rispettosa.
Una voce autoritaria e gioconda insieme le grid
in tono di comando:
- Stai seduta, piccola Mitzi. Non voglio che ti
consideri una serva, bench abbiano avuto l'idea
bislacca di dartene l'abito, cosa che del resto non ti
rende meno graziosa.
A queste parole, e sotto lo sguardo che le accompagnava,
Mitzi sent il sangue salirle alle gote. Sed
macchinalmente, mentre Cristiano si avvicinava al
figlio e gli accarezzava il volto dicendo:
- Ebbene, ti sei riavuto dal tuo grosso dispiacere,
caro?
Anche Olaus si chin per baciare il bambino. Aveva
prima salutato rispettosamente Mitzi, e quando si
fu accomodato nella poltrona di vimini che il signor
di Tarlay gli offriva, i suoi occhi azzurri, dolci e pensosi,
si fermarono sulla giovane con un'espressione
mista d'interesse, d'ammirazione, di tristezza, e anche
di una certa piet.
Cristiano si era seduto sulla panca, vicino a Mitzi.
Egli afferr la calza ch'ella aveva lasciato cadere sulle
ginocchia e le domand:
- Che cosa stai facendo, alacre lavoratrice?... Un
panciotto, mi pare?
- S, signore, un panciotto per i vecchi dell'asilo
di San Giuseppe.
- L'asilo di cui mia nonna  dama patronessa.
Ed  stata lei, senza dubbio, che ti ha dato da fare
questo lavoro?
-  stata la signora Leontina, per ordine suo,
suppongo.
Cristiano sorrise ironicamente.
- S, ci sar una gran festa all'asilo, con distribuzione
di oggetti, alla fine del nostro soggiorno qui.
E sar lodata la generosit della benefattrice che,
nonostante le sue molte ore di ozio, non avr trovato
modo di fare con le sue mani neppure uno di questi
indumenti! Ma  la carit mondana, questa, e fino
ad ora intorno a me non ne ho mai conosciuta altra.
Olaus Svengred osserv:
- S, amico mio, conoscesti quella di tua moglie
- S. Gisella era caritatevole per davvero. Sapeva
sacrificarsi e fare il bene con discrezione, senza sfoggio,
senza distribuzioni solenni, e discorsi, e elogi, e
ditirambi. Povera Gisella, mi lasci una lista coi nomi
dei suoi poveri, pregandomi di continuare a soccorrerli
dopo la sua morte.
Nella voce di Cristiano, poc'anzi mordace, si sent
come un lieve tremito di commozione. Mitzi, in quel
momento, rievoc il volto della contessa Wanzel, gli
occhi dolcissimi che avevano guardato con bont la
piccola estranea.
Il signor di Tarlay, dopo un breve silenzio passato
a contemplare con viva attenzione il delicato profilo
di Mitzi, si chin verso la giovane quasi fino a sfiorarne
la cuffietta di mussola coi suoi riccioli neri.
- Cantaci qualche cosa, perch il mio amico possa
giudicare la bellezza della tua voce.
Il grazioso visino gi rosso avvamp. Mitzi balbett:
- Non potrei, signore...
Cristiano ripet in tono di dileggio:
- Non potrei, signore... Ti facciamo forse paura,
mio bell'usignolo?
Il suo sguardo sorridente, ironico, caldo, cercava
gli occhi di Mitzi che faceva di tutto per nasconderli
sotto le palpebre frementi.
E questo sguardo di povero uccellino inquieto, impaurito,
faceva sorridere un po' ironicamente Cristiano.
Svengred, corrugando la fronte, disse con una certa
vivacit:
- Non tormentare cos la signorina Mitzi, via!
Capisco benissimo che le riesca difficile cantare davanti
ad estranei.
Giacomo interloqu con un piccolo tono di voce
imperioso:
- Mitzi canta soltanto per me.
Il signor di Tarlay si mise a ridere.
- Ah, tu lo credi, ragazzo mio? Perbacco, sei esigente!
Una voce simile, che farebbe accorrere tutta
Parigi e tutta l'Europa! No, no: la faremo sentire ad
altri, e ne godremo anche noi, quando... quando sarai
un po' ammansita, Mitzi.
Si alz con un movimento agile e noncurante, soggiungendo:
- Suvvia, Olaus, bisogna andare a fare atto di presenza
al t della nonna. Eppure questo pergolato
di rose  incantevole, e m'indugerei qui molto volentieri!
Il suo sorriso, il suo sguardo rivolti verso Mitzi
dicevano chiaramente la ragione di questa attrattiva.
Dopo un bacio distratto al figlio, un amichevole cenno
del capo alla giovane, si allontan insieme con lo
svedese che aveva rivolto a Mitzi lo stesso rispettoso
saluto fattole arrivando.
Alla svolta del viale Cristiano domand:
- Che cosa ne dici, amico, di quella piccola meraviglia?...
Stupenda, eh?... Ne son gi innamorato.
Olaus Svengred rivolse all'amico uno sguardo serio,
quasi severo.
- Voglio sperare che rifletterai prima di commettere
una cattiva azione, Cristiano. Perch sarebbe
infame approfittare dell'abbandono e della disgrazia
di questa fanciulla per farne una vittima del tuo capriccio.
Svengred era l'unica persona da cui il signor di
Tarlay accettasse talora qualche osservazione. Ma
questa volta egli aggrott le ciglia, rispondendo con
ironica durezza:
- Ecco i tuoi paroloni, Catone il censore. Una cattiva
azione! Nientemeno! Perch vorrei dare a questa
bella ragazza il modo di uscire dall'infimo stato in
cui mia nonna e il signor Parceuil l'hanno posta! Sei
in errore, mio caro. Rifletti che essa  fatalmente
destinata a questo. Sua madre era ballerina in un
teatro viennese di terz'ordine, e, secondo le informazioni
assunte da Parceuil a questo riguardo, faceva
parte delle meno raccomandabili fra le artiste del
corpo di ballo. Mitzi non ha famiglia, non ha un soldo,
possiede una bellezza, un fascino da far girar la
testa a chiunque ella voglia. Aggiungi la legge dell'atavismo,
e capirai che un giorno o l'altro essa cadr...
e allora, che importa se il seduttore sono io
piuttosto che un altro?
Svengrad esclam con forza:
- Strane teorie. Dunque, perch questa povera ragazza
 figlia di una creatura traviata, forse trascinata
al male non da innata perversit, ma dai pericolosi
scogli del suo mestiere, tu la condanni senza
remissione alla stessa sorte? Non pensi all'influenza
di un'educazione cristiana su questa anima, pure ammettendo
che vi sia in lei qualche fatale eredit?
Poco fa guardavo la povera fanciulla e osservavo come,
sotto il turbamento e l'impaccio recatole dalla
tua troppo palese ammirazione, il suo sguardo rimanesse
puro, candido, specchio di un'anima delicata e
senza ombra.
Cristiano fece una risata lievemente sardonica, lanciando
un'occhiata beffarda all'amico la cui fisonomia,
di solito calma, si era alquanto animata.
- Vedo che l'hai osservata bene, la graziosa Mitzi...
e scommetto che te ne sei gi innamorato anche
tu, severo Olaus.
Un lieve rossore imporpor il volto dello svedese,
quel volto dalla carnagione troppo bianca, che indicava
una salute delicata. Con una scrollatina di spalle
Svengred ribatt:
- L'amore, se io dovessi mai provarlo un giorno,
sarebbe per me ben altra cosa di ci che tu chiami
con questo nome. Quella fanciulla abbandonata, minacciata,
mi ha profondamente commosso e vorrei
salvarla dalla triste sorte che tu le prepari...
- La triste sorte? Ah, povero Olas, ti fai ancora
delle illusioni sulle donne, tu! Ma io le conosco abbastanza
per affermare che Mitzi, da me tolta dal
suo stato presente e appagata in tutto quanto pu
desiderare un cervello femminile, dimenticher presto
i pochi scrupoli che oggi forse pu ancora avere!
Svengred scosse la testa.
- Ne dubito assai.
- Vedremo!... E sai, amico, ti prometto che se mi
resiste proprio sul serio, e non per commedia, come
talvolta accade, io lascer in pace la povera Mitzi per
la quale ti preoccupi tanto.
Olaus, guardando il volto ironico dell'amico, i meravigliosi
occhi che brillavano d'ironia e di lieta
sfida, mormor con un po' d'amarezza:
- S, s, tu conosci il tuo potere ammaliatore! Povera
creatura, sola, infelice, essa ti amer... e tu ti
divertirai qualche tempo con questo suo amore, per
calpstarlo pi tardi. Ah, Cristiano, non hai cuore se
puoi agire cos!
Il signor di Tarlay sorrise ironicamente e non rispose.
In quel momento, da un viale vicino comparivano
Florina, il signor di Montrec e Lodovico Nautier,
il pittore amico di Cristiano. I due gruppi si mescolarono,
e tutti presero insieme la via del castello,
dove la presidentessa offriva quel giorno a alcuni castellani
del vicinato un t intimo.

.
...

 Capitolo 8.

Nel pomeriggio del giorno seguente, mentre Mitzi
vestiva Giacomo per la passeggiata, Leontina venne
a comunicarle che per ordine del signor visconte essa
avrebbe d'ora innanzi la camera nell'appartamento
del signorino Giacomo, come Dorotea, e mangerebbe
sola con la governante; infine, essa non avrebbe
pi nessun rapporto coi domestici. Dovrebbe inoltre
lasciar l'uniforme di servizio ed esser trattata in tutto
e per tutto come Dorotea.
Questa comunicazione le venne fatta senza nessun
commento: non gi che i commenti non fossero pronti
a sgorgar dalle labbra di Leontina che soffocava
dalla rabbia; ma la direttrice del personale era donna
prudente e come tale sapeva nascondere le proprie
antipatie allorch il proprio interesse era in giuoco.
Fintanto che quella pettegola di Mitzi fosse nelle
grazie del signor di Tarlay, converrebbe sospendere
le manifestazioni di ostilit che potrebbero provocare
le ire del padrone. Ma non appena il capriccio di
questi fosse passato, e ci avverrebbe presto perch
egli era molto volubile, con quale gioia selvaggia
Leontina lascerebbe esplodere l'odio represso!
Quando la signora Debrennes e Florina seppero
gli ordini dati da Cristiano, non ne furono meno furenti
della direttrice del personale: la signorina Dubalde
per gelosia, la presidentessa per altri motivi
ch'ella espose la mattina dopo a Parceuil, da lei chiamato
nelle sue stanze.
-  un pericolo, questo, amico mio, un vero pericolo.
Supponiamo che Cristiano, innamorato di questa
ragazza, voglia avere informazioni precise sulla
sua origine...
Parceuil, la cui fsonomia si era per un istante
oscurata, dopo un momento di riflessione rispose:
- Non c' niente da temere su questo punto. Prima
di tutto,  poco probabile che Cristiano, quale
noi lo conosciamo, si preoccupi di far delle indagini
a questo riguardo. La giovane gli piace: egli soddisfer
il suo capriccio, senza cercare di sapere se i
vantati diritti d'Ilka Drovno fossero legittimi o no.
Di questo potete esser certa, cara Eugenia!... Ma anche
ammettendo questa preoccupazione inverosimile
in lui, quale ne sarebbe il risultato? Come riuscire
a trovare la prova di un fatto di cui non esiste che
un solo testimone sperduto nella folla anonima?... Come
riuscire a trovare il luogo remoto, nascosto tra
i boschi, dove esiste questa prova irrefutabile?
- Col denaro si pu molto. Ma anch'io, tutto
sommato, penso come voi, che, dato il carattere di
Cristiano, l'eventualit, di tali indagini sia poco da
temersi.
Rimasero entrambi in silenzio per un momento,
pensierosi. Poi la presidentessa disse sottovoce:
- Che peccato, Flaviano, che non vi riuscisse bene
la vostra spedizione di Laitzen!
Parceuil, corrugando la fronte, borbott con rabbia:
- S, quel maledetto parroco venne a disturbarmi
proprio nel momento buono. E non ebbi pi l'ardire
di ricominciare. Ah, se allora fossi riuscito, saremmo
oggi pienamente tranquilli!... Ma, come ripeto, non
v' ragione d'impensierirsi. Tuttavia mi permetto di
farvi notare, Eugenia, l'imprudenza che avete commessa
ponendo questa giovane sotto gli occhi di Cristiano.
Io non l'ho ancora vista, ma da quanto mi
avete detto capisco che deve essere affascinante.
La presidentessa disse con un sospiro di rammarico:
- S, purtroppo! Tanto affascinante, che pochissime
donne a parer mio potrebbero competere con
lei. Sono desolata di quello che accade, caro Flaviano...
proprio desolata! Ma le visite di Cristiano a suo
figlio erano tanto rare, e il bambino fa una vita tanto
appartata, che non prevedevo pericoli da questo lato.
- Basta una volta sola. Insomma, ormai non c'
niente da fare. Non posso intervenire con la mia
autorit di tutore per allontanare di qui la giovane,
perch Cristiano mi farebbe pagar caro un simile intervento.
- Oh, lo credo! E neppur io posso permettermi
la minima parola di biasimo. Per fortuna egli ha
molto tatto e sapr evitare lo scandalo. Comunque,
allorch egli non si curer pi di lei, quel serpentello
sconter le noie che ora mi procura e la insolente
disinvoltura con cui Cristiano agisce in questo momento.
La voce della presidentessa vibrava di collera e
di un certo quale odio. Parceuil ebbe un sorriso malvagio
rispondendo sottovoce:
- Trover io il modo di sbarazzarci di lei, cara
Eugenia.
Essa trasal, rivolgendogli uno sguardo inquieto:
- Nulla di pericoloso, Flaviano?
Egli fece una risata sorda.
- No, no, niente di pericoloso. Del resto, per il
momento non ho fatto alcun piano. Agir secondo gli
eventi. Dormite tranquilla, Eugenia... e consolate
Florina che vede inutili tutte le sue civetterie.
La signora Debrennes avvicin agli occhi il fazzoletto
profumato, sospirando:
- Ah, povera Florina!... Una donna tanto piacente!
- Essa appassisce, amica mia, appassisce. Impossibile
lottare con la giovent di Mitzi e di molte
altre. Bisogna che si rassegni: non sar mai viscontessa
di Tarlay.
- Putroppo! Ed  sempre pi innamorata di Cristiano.
-  una malattia di cui guarir difficilmente, lo
temo! A stasera, cara amica. Vado alle ferriere, dove
mi aspettano per provare una nuova macchina.
- Cristiano ci va qualche volta?
- Gioved venne, osserv tutto, e si fece fare un
rapporto dall'ispettore generale. Oh,  molto capace...
e se volesse...
La fronte ingiallita di Parceuil si corrug. Poi, con
una lieve scrollata di spalle, il vecchio soggiunse,
sorridendo sarcasticamente:
- Ma egli ha occupazioni pi piacevoli, e preferisce
lasciare a me tutta la responsabilit della direzione.
Infatti, ricco com', ha di meglio da fare.
La presidentessa approv vivamente:
- Certo, certo! Eppoi, voi fate benissimo le sue
veci, mio buon Flaviano!
Mitzi aveva accolto senza gioia, anzi con un lieve
tremito interno, gli ordini del signor di Tarlay a suo
riguardo, comunicatile da Leontina. L'interesse troppo
significativo di cui era oggetto la spaventava sempre
pi. Ma come sottrarvisi? Invano ne cercava il
modo. In quella sontuosa dimora si sentiva completamente
sola, senza difesa. Marta, la guardarobiera,
era l'unica persona che le dimostrasse simpatia. Ma
quella povera figliuola non poteva far niente per lei;
tanto pi ch'ella stessa non era nelle buone grazie
di Leontina e tremava sempre dalla paura di essere
un giorno o l'altro messa fuori dall'onnipotente direttrice
del personale. Mitzi, quasi di continuo occupata
presso Giacomo dopo il suo arrivo a Rivalles,
l'aveva vista per pochi momenti, quando una domenica,
due giorni dopo il cambiamento sopraggiunto
nella sua nuova situazione, la incontr tornando da
una passeggiata fatta fare al bambino nei dintorni
del castello, dentro la sua sedia a ruote.
Il viso alterato, gli occhi rossi della guardarobiera,
la colpirono subito.
- Che hai, Marta?...  accaduta qualche disgrazia
a casa tua?
- S, purtroppo! I miei fratelli furono licenziati
ieri sera dalle ferriere, senza ragione, semplicemente
perch il caposquadra vuol mettere al posto loro due
suoi protetti. E quest'uomo  dal canto suo uno dei
protetti del signor Parceuil, perch sa adularlo a
tutto spiano.
Marta si asciug gli occhi pieni di lacrime soggiungendo:
- Ora dovranno andar via di qui, perch, tranne
che alle ferriere, non si trova da lavorare in paese.
E la mia povera mamma sta poco bene!... Per colmo
di sventura, il piccolo Simone, il maggiore dei miei
nipoti, si  ammalato. Bisogner pagare il medico
e le medicine, poich non abbiamo pi diritto alle
visite e alle cure gratuite concesse agli operai delle
ferriere. Ah, che sventura!
La povera ragazza singhiozzava. Mitzi cerc di consolarla,
di farle coraggio. Il piccolo Giacomo le osservava
attentamente coi suoi begli occhi seri e pensosi.
A un tratto disse:
- Bisogna pregare il babbo di riprenderli, i tuoi
fratelli.  lui il padrone. E il cugino Parceuil  un
cattivo.
Mitzi si chin carezzando la guancia pallida del
bimbo.
- Non parlare cos del signor Parceuil, che  vecchio
ed  tuo parente, caro Giacomino.
Ma questi scosse la testa ripetendo:
-  un cattivo! Mitzi, dirai al babbo di tenere i
fratelli di Marta, vero, perch essa non pianga pi?
Le due ragazze si scambiarono uno sguardo commosso.
Povero Giacomino, cos poco curato dai suoi,
eppur tanto buono, pietoso per gli altri. Mitzi l'abbracci
dicendo teneramente:
- Il babbo non si occupa di questi particolari,
caro piccino. Egli lascia che il signor Parceuil diriga
tutto a piacer suo, laggi.
Ma il bambino ripet con ostinazione:
- Bisogna dirglielo. Il padrone  il babbo.
Continuando a spinger la carrozzina, Mitzi riprese
il cammino verso il castello in compagnia di Marta
che soffocava i singhiozzi. Entrarono nel parco passando
da una porticina che rimaneva aperta durante
il giorno, e si avviarono lentamente al castello pei
giardini. Giunsero cos in fondo all'ala dove si trovava
l'appartamento di Giacomo.
Il bambino esclam, tutto contento:
- Ecco il babbo!
Cristiano era infatti sulla piccola terrazza precedente
la sala dove stava di solito suo figlio. Appoggiato
alla ringhiera di marmo rosa, con la sigaretta
in bocca, guardava venire avanti il gruppo di persone
formato da Mitzi, da Marta e da Giacomino nella
carrozzina.
La guardarobiera allora fece l'atto di accomiatarsi
dalla compagna; ma Giacomo stese verso lei la manina
scarna dicendo:
- No, no, aspetta, Marta!
E alzando la voce chiam:
- Babbo... babbo... vorrei chiederti una cosa.
Cristiano sorrise rispondendo:
- Vieni a dirmi quello che desideri, Giacomino.
Mitzi aveva istintivamente rallentato l'andatura
della carrozzina. Ma Giacomo disse con la sua vocetta
imperiosa:
- Fa' presto, Mitzi, perch io parli al babbo.
Il signor di Tarlay si era raddrizzato, e buttando
via la sigaretta consumata a met scendeva la scalinata
di marmo ai cui piedi Mitzi fermava la carrozzina.
Egli prese fra le braccia il corpicino magro e
leggero e domand allegramente:
- Ebbene, che c', Giacomo?
Il bimbo,addit Marta che, confusa e rossa in viso,
restava addietro.
- Babbo, essa piange perch il cugino Parceuil
ha mandato via i suoi fratelli dalle ferriere... ed ha
la mamma malata, e poi un nipotino, e non ha denaro
per curarli. Allora io le ho detto che sei tu il
padrone, e che bisognava pregarti di riprendere i suoi
fratelli. Ma Mitzi ha risposto che tu non ti occupi
di queste cose...
-  vero. Ma se in questo caso mi piacesse di
farlo...
Il suo sguardo si ferm un momento con sorridente
compiacenza su Mitzi che stava immobile, come
irrigidita, a occhi bassi, presso la carrozzina del
bimbo; poi si pos sul volto rosso e alterato di Marta.
Quest'ultima era una sconosciuta per il signor di
Tarlay, come parecchi altri domestici che formavano
il personale addetto al suo servizio e a quello dei suoi
familiari. Cosicch s'inform a suo riguardo, rivolgendosi
a Mitzi che dov questa volta alzare gli occhi
per rispondergli. In poche parole essa gli fece un
caldo elogio di colei che era l'unica sua amica in
quella casa. Giacomo, appoggiata la testa sulla spalla
del padre, lo guardava con aria supplichevole. Cristiano
si mise a ridere dicendo:
- Ebbene, per contentare Mitzi e te, Giacomino
mio, far riassumere i fratelli di questa ragazza. Datemi
i loro nomi, Marta, e questa sera stessa mi occuper
di loro.
Interrompendo col gesto i ringraziamenti che la
guardarobiera balbettava, egli risal gli scalini della
terrazza, con Giacomo in braccio. Il bambino appoggi
timidamente le labbra alla gota del padre, mormorando:
- Grazie, babbo!
Lo sguardo di Cristiano, reso dolce da una sfumatura
di commozione, si chin sul visino pallido.
- Hai fatto bene a dirmi questa cosa, caro piccino.
Odio l'ingiustizia, e se ve ne fosse in questo caso,
voglio che sia riparata.
E si rivolse verso Mitzi che saliva a sua volta, dopo
avere stretto affettuosamente la mano di Marta che
era tutta sbalordita, non osando credere alle proprie
orecchie:
- Poich questi giovanotti sono stati licenziati senza
motivo serio, a quanto pare da quel poco che me
ne avete detto, non  vero?
- Cos assicura Marta, signore. Del resto i suoi
fratelli sono impiegati alle ferriere fino dalla adolescenza,
e sarebbe facile assumerne informazioni.
- Facilissimo. Domani avr tutti i dati necessari,
per dar subito ordini a loro riguardo.
Distese il bambino sulla poltrona a sdraio preparata
sulla terrazza e fece qualche passo avanti e indietro.
Poi si ferm presso la giovane che accomodava
un cuscino sotto la testa di Giacomo.
- Perch ancora questo vestito?
- La signora Leontina non ha avuto il tempo di
procurarmene un altro, signore.
- Che lo faccia subito, diglielo da parte mia. Voglio
che tu abbia uno stato pi conforme a giustizia,
poich in fin dei conti, sia pure in modo irregolare,
sei la figlia del cugino germano di mio padre, Giorgio
Douvres.
Mitzi ebbe un sussulto di profonda sorpresa e guard
il signor di Tarlay con un vero sbalordimento.
- Nessuno ti aveva detto questo?... tua madre
anzi asseriva, pare, che Giorgio e lei fossero stati
uniti legalmente in matrimonio. Ma non si  potuto
trovare nessuna prova di questa sua asserzione.
Mitzi restava muta... Finalmente il velo del mistero
si squarciava! Sapeva il nome di suo padre... sapeva
di essere, irregolarmente purtroppo, la nipote di Giacomo
Douvres, la cugina del visconte di Tarlay.
Cristiano seguiva con occhio pieno di vivo interesse
la visibile commozione che si dipingeva sulla fisionomia
espressiva della fanciulla, e chinatosi verso di
lei le disse a mezza voce, in tono amorevole:
- Mia bella piccola Mitzi, riparer io l'ingiustizia
che ti  stata fatta. Non avere d'ora innanzi nessun
timore, sei sotto la mia protezione.
Essa indietreggi di un passo, e abbass gli occhi,
abbagliati e ad un tempo pieni d'angoscia, sotto lo
sguardo innamorato e autoritario che pareva dire
arditamente e esplicitamente: Tu sei mia!
Dominando la sua intensa commozione, essa riusc
a rispondere senza che la voce le tremasse troppo:
- Non c' nessuna ingiustizia, signor visconte. Dal
momento che la prova di unione legittima non si 
potuta trovare, la famiglia di mio padre non pu accogliermi
nel suo seno.
- Fra questo e il grado a cui ti hanno relegata
c'erano delle soluzioni intermedie che mio cugino
Parceuil ha avuto torto di trascurare. Ma, lo ripeto,
vi porr io riparo, e senza indugio.
In quel momento comparve Dorotea con gran sollievo
di Mitzi. Profittando che il signor di Tarlay rivolgeva
la parola alla governante, la giovane si ecliss
e corse in camera sua, dove s'indugi alquanto. Quando
torn sulla terrazza, Cristiano non c'era pi. Ma
quasi subito sopraggiungevano la presidentessa, Florina
e la signora di Montrec, elegantissima e altezzosa.
Il signor di Montrec e Olaus Svengred le accompagnavano.
Mitzi si ritir in disparte, mentre le tre signore
circondavano Giacomo, non senza lanciare verso
la giovane governante qualche occhiata poco benevola.
La signora di Montrec aveva saputo dalla sua
cameriera, la quale le riferiva tutte le chiacchiere
dei domestici, il nuovo capriccio del visconte di Tarlay.
La innegabile bellezza di Mitzi irritava la sua
gelosia. In quanto a Florina, la sola vista di questa
sua rivale bastava a esasperarla.
La sua gelosa collera aument ancor pi nel sorprendere
le occhiate insistenti che Tebaldo di Montrec
dava a Mitzi, e quelle pi timide, ma piene di
rispettosa simpatia, che le rivolgeva lo svedese.
Un desiderio irresistibile di umiliare l'orfana si
impadron di lei... Chinatasi per baciare il bambino,
mentre le altre due signore si ritiravano, la signorina
Dubalde lasci cadere il fazzoletto che teneva in
mano. Poi volgendosi per met verso Mitzi, le ordin
con fare insolente:
- Raccattamelo.
Il viso di Mitzi divent di fuoco. Ma Svengred, fattosi
avanti prontamente raccatt il fazzolettino e lo
porse a Florina. Poi, facendo un profondo inchino a
Mitzi, si allontan seguito da Tebaldo che a sua volta
aveva salutato la giovane, sebbene con maggior
disinvoltura.
Florina era diventata livida dalla rabbia.
Girando sui tacchi, si allontan anch'essa con un
fruscio di seta. Dorotea and a preparare una pozione
per Giacomino, e Mitzi rimase sola col fanciullo.
Questi la chiam presso di s, appoggi amorevolmente
la gota su quella di lei, e mormor con voce
quasi soffocata dalla gioia:
- Il babbo  stato buono, non  vero, Mitzi?... Vedi
che avevo ragione, io?
Essa chin la testa in segno affermativo. Il suo cuore
era troppo gonfio d'angoscia e di sgomento perch
potesse rispondere in altro modo.
Giacomo ripet, pensoso:
- Il babbo  stato buono con Marta... con me...
e anche con te, cara Mitzi.
E un momento dopo soggiunse, pensieroso:
- Quando il babbo ti guarda, fa gli occhi diversi
dal solito.
Le gote di Mitzi ardevano; il cuore le batteva forte
forte. Cosicch anche il bambino aveva osservato la
attenzione troppo viva che il ricco e potente castellano
di Rivalles dimostrava all'umile orfana. Con un
brivido di angoscia, Mitzi preg in cuor suo, disperatamente:
Mio Dio, venite in mio soccorso! Che sar di me,
se Voi non mi difendete?

.
...

 Capitolo 9.

Per qualche giorno Mitzi ebbe il sollievo di non rivedere
colui che temeva tanto. Il signor di Tarlay
era stato chiamato a Parigi per un affare importante.
La sua nonna continuava a fare gli onori di Rivalles
agli ospiti che si trovavano al castello. Essa cercava
invano di consolare Florina che si rodeva dalla gelosia;
e doveva altres calmare le ire di Parceuil a cui
prima di partire Cristiano aveva intimato di riassumere
al lavoro Vincenzo e Giuliano Rabier, i fratelli
di Marta.
- Non ha voluto neppure ascoltare le mie spiegazioni
al loro riguardo, - raccontava il vecchio, tremante
di collera. - Ha detto che quei giovanotti sono
onesti e lavoratori, che lo ha saputo da fonte sicura,
e che non vuole che venga loro tolto senza ragione
il modo di guadagnarsi il pane. Infine, si  mostrato
risolutissimo e mi ha detto altres qualche parola
incresciosa. Ho dovuto chinar la fronte e obbedirgli
riprendendo al lavoro quei due individui. Ma io mi
sto invano domandando per quale ragione si occupa
tanto di costoro, lui, che di solito  la spensieratezza,
l'egoismo in persona.
Parceuil doveva essere presto informato dell'accaduto,
avendo nel cameriere addetto al suo servizio
particolare un vero agente investigativo, o meglio una
spia molto zelante, perch ben pagata; il vecchio che
talvolta lesinava, non badava a spendere quando era
il caso di ottenere informazioni utili, oppure di appagare
una sua segreta vendetta.
Il suddetto cameriere, che rispondeva al nome di
Isidoro, lo inform infatti che la domenica prima
Mitzi, tornando dalla passeggiata col bobino, era
insieme con Marta, la guardarobiera sorella dei due
operai licenziati. Lui, Isidoro, che in quel momento
passeggiava nel giardino, le aveva viste benissimo
dirigersi verso la parte dell'edificio dove alloggiava
l'erede dei Tarlay... E aveva ugualmente costatato la
presenza del signor di Tarlay sulla terrazza, poi il
colloquio fra lui, il bambino e Mitzi. Dopo di ci,
Marta si era allontanata col viso raggiante.
Parceuil, nell'udir questo, dette un pugno violento
sulla tavola che gli era vicina.
- Sarebbe dunque stata questa Mitzi a intercedere
in favore dei due giovani? Bene, bene, me ne
ricorder!
E fremente d'ira mal repressa, and a cercar la
presidentessa la quale finiva di vestirsi per il pranzo.
Florina, che era nella stanza di lei, taciturna e mesta,
si sventolava con mano stanca. Ma usc subito
dal suo torpore sentendo Parceuil narrare alla signora
Debrennes come Cristiano avesse evidentemente ceduto
alle preghiere di quell'intrigante, di quella
sgualdrina, facendo riassumere alle ferriere i fratelli
di Marta.
- Ah! Fino dalla prima volta che la rividi a Parigi,
in camera di Giacomo, io ebbi l'impressione che
fosse una creatura pericolosa! - esclam la signorina
Dubalde. - S, essa ha di certo ereditato i vizi
materni e l'arte di trarre gli uomini nella propria
rete. Badate che Cristiano, nonostante la sua esperienza
e lo scetticismo che ostenta riguardo alle
donne, non si lasci soggiogare, come a quel che pare
accadde di Giorgio Douvres con la madre di quella
odiosa creatura.
La signora Debrennes alz le braccia sospirando:
- Figliuola, che cosa ci possiamo fare?... Sai bene
quanto il carattere di Cristiano sia indipendente, ostinato,
orgoglioso! Non c' che da lasciar fare. Ma
quanto deploro di aver introdotto questa ragazza sotto
il nostro tetto! Le persone pi sensate hanno davvero
talvolta di questi incomprensibili accecamenti!
Parceuil, che misurava a passi concitati il salotto
borbott fra i denti:
- Forse, se l'avessi vista io, vi avrei fino da principio
avvertita del pericolo... perch, infatti, anche
sua madre era una incantatrice...
S'interruppe con un sogghigno nervoso.
Florina domand:
- L'avete conosciuta, la ballerina?
- S.
Questo monosillabo usc dalle labbra asciutte di
Parceuil, in tono secco. La presidentessa spieg:
- Flaviano, pregato dal signor Douvres, si rec
alla capitale dopo la morte di Giorgio, per cercar di
sapere se vi fossero prove autentiche dei diritti vantati
da quella donna. Ebbe un breve colloquio con
lei due giorni prima della sua morte.
- Era bella davvero?
- Bellissima. Non  vero, Flaviano?
Questi assent con un gesto.
Essa continu:
- Per pura carit il buon Flaviano si occup allora
della bambinetta, che altrimenti avrebbe avuto
per ricovero un pubblico ospizio. S, per pura carit,
perch tutto considerato, non c'era nessuna prova
ch'ella fosse veramente figliuola di Giorgio Douvres.
- Ma allora su che cosa si basava questa donna
per far riconoscere la cosidetta legittimit della sua
unione?
Parceuil alz le spalle replicando bruscamente:
- Era un semplice ricatto... il mezzo classico delle
persone del suo genere. Ma siccome non aveva a che
fare con degli ingenui, perse il suo tempo con noi!
- Insomma, ne foste sbarazzati da una morte assai
opportuna. Ma badate che la figlia non vi procuri
delle grandi noie. Chi di gallina nasce convien che
razzoli! La ragazza mostra gi di che cosa pu esser
capace sapendo attirare con tanta facilit l'attenzione
di Cristiano, che al solito  restio e non si occupa
della prima venuta.
La presidentessa scroll la testa coperta, da una
trina chantilly guarnita di velluto viola.
- S, certo, cara Florina, s, certo! Vorrei che questa
maledetta figliuola fosse ben lungi da qui. Ma
come fare?... Cristiano monterebbe su tutte le furie
se la facessimo partire... non  vero, Flaviano?
- Non c' dubbio. Ma rifletter... cercher qualche
mezzo. Per il momento non c' nesssun pericolo
imminente, tanto pi che Cristiano non ha il carattere
debole del povero Giorgio.  un animo forte,
e le donne, fino ad ora, non hanno avuto presa su lui.
- Una donna sola pu riuscire, laddove tutte le
altre hanno fallito. E questa Mitzi  tanto bella!...
Ha certi occhi veramente straordinari... meravigliosi!
Florina borbott fra i denti:
- Non ci vedo nulla di tanto straordinario!
Parceuil le dette un'occhiata canzonatoria.
- Lo credo, lo credo, mia bella figliuola!... Ma io
che mi ricordo degli occhi di sua madre, non dubito
punto che questa mia attraente pupilla sia infatti
una creatura poco comune. Vi dir del resto fra
breve la mia opinione su lei, giacch mi propongo di
far domani la sua conoscenza.
* * *
Marta, che Mitzi non aveva pi rivista dalla domenica
precedente, venne a trovar la giovane governante
la mattina dopo. Mitzi la ricev in camera sua, una
stanzetta assai comoda, accanto a quella di Dorotea.
La guardarobiera le disse che veniva da parte dei
suoi fratelli e di sua madre per pregarla di fare i loro
ringraziamenti al signorino Giacomo che cos gentilmente
aveva interceduto presso il padre in favore
dei due operai licenziati.
Mitzi propose: .
- Vai a portarglieli tu stessa, cara Marta. Il bambino
sar contento di vederti. Abbiamo parlato parecchie
volte di te dopo il fatto di domenica, e vuole
esser condotto un giorno da tua madre per conoscere
i tuoi nipoti.  un bambino tanto caro, pieno di cuore,
il povero Giacomino, ed  un vero peccato che
sia moralmente tanto abbandonato dalla famiglia.
Marta osserv:
- Suo padre per l'altro giorno sembrava affettuoso
con lui!
- S, un po' pi del solito, infatti. Ma lo credo
di un'indole capricciosa su cui non vi sia da fare
assegnamento.
Marta rivolse uno sguardo non scevro di preoccupazione
al grazioso viso che si era subito turbato al
solo ricordo evocato dalle parole della guardarobiera.
Questa aveva udito, dalla bocca dei domestici, le voci
che correvano circa l'interesse del padrone per Mitzi.
Ma mentre tutti accusavano la giovane di civetteria,
d'intrigo e perfino di perversit, Marta, con molto
coraggio, (poich l'impulso a queste calunnie veniva
dato da Leontina e da Adriana, che erano le due pi
importanti persone fra i domestici) aveva difeso
Mitzi, assicurando che era incapace di fare la minima
cosa per mettersi in evidenza e che sarebbe anzi
dispiaciutissima di trovarvisi. Marta era sincera parlando
cos. Ma tuttavia pensava con angustia:
Come far la povera Mitzi a resistere a un uomo
come quello, che, a quanto dicono, ha suscitato tante
passioni?
La contemplava pensosamente, con un misto di
ammirazione e di piet, quando un momento dopo
si trovavano tutte e due vicine a Giacomino che
aveva accolto con gioia la guardarobiera.
Mitzi aveva un vestitino di lana marrone, molto
semplice, guarnito con colletto e polsini di tela bianca.
In questa specie di uniforme quasi austera, aveva
sempre la sua stessa aria di piccola principessa travestita;
ma non era pi vestita da serva, perch la
cuffia era scomparsa e si vedevano i bei capelli neri,
raccolti in una treccia lucente, e riccioluti sulla nuca,
sulle tempie al di sopra delle piccole orecchie.
Quant' bella, povera Mitzi!... pensava Marta
con profonda tristezza. Non mi  sembrata mai
tanto bella come oggi.
E questo era anche il parere di Giacomo, il quale
baciando teneramente la mano della giovane dichiar:
- Mi piace pi cos, la mia Mitzi, che con la cuffia.
Il bambino era abbastanza vispo quella mattina, e
torment Mitzi perch gli promettesse di condurlo
nel pomeriggio dalla madre di Marta.
- Sentiremo quello che ne penser Dorotea, caro
piccino, - essa rispose. - Forse sar meglio che
prima domandiamo il permesso al babbo, o alla
nonna.
- Il babbo non c'... e non voglio che lo chiedi alla
nonna, - disse il bambino facendo il broncio.
Mentre Mitzi cominciava un dolce sermoncino, si
ud un passo sfiorare il lastrico di marmo, e un'alta
figura comparve sulla soglia dell'uscio.
Bench da cinque anni non l'avesse pi visto, Mitzi
riconobbe subito in quel vecchio sempre impettito,
dal bel portamento, il signor Flaviano Parceuil.
Mitzi e Marta si alzarono, mentre egli si avvicin
al bambino che appena vedutolo, si rabbui in volto.
- Buon giorno, signor Giacomino!... Eh, non abbiamo
mica cattiva cera, stamattina!
E cos dicendo con un tono di ostentata bont,
prendeva fra le dita ossute il mento di Giacomo.
Il fanciullo volt bruscamente la testa dando al
nuovo venuto un'occhiata ostile.
- Fai lo sgarbatello?... Che bambino bene educato!...
Non posso rallegrarmene con quelle che hanno
cura della tua educazione!
Parceuil si voltava un poco per osservare Mitzi, a
cui fino allora aveva voltato le spalle. La giovane arross
sotto il malevolo sguardo che la fissava. Parceuil
disse, secco secco:
- Siete senza dubbio la famosa Mitzi di cui Giacomo
si  tanto invaghito?
Essa rispose con tranquilla dignit:
- S, signore, sono Mitzi Vrodno.
- Ah, ah, Spero che non ci farete pentire, la signora
presidentessa ed io, di esserci occupati di voi,
mentre potevamo benissimo lasciarvi nella miseria,
nell'abbandono, unico avvenire riserbato a una creatura
senza famiglia come voi.
Mitzi pens:
Dovrei ringraziarlo, dirgli che gli sono grata... ma
non posso... non posso. Quest'uomo m'ispira ripugnanza...
mi pare che sia un nemico...
Le riusc per altro di rispondere:
- Credete pure, signore, che non lo dimenticher.
Egli la squadrava con uno sguardo penetrante,
scrutatore, che le metteva addosso un vero malessere
e in pari tempo la irritava sordamente.
Poi disse con sarcastica malevolenza, accennando
al bambino che continuava a tener la testa ostinatamente
voltata altrove:
- Vi consiglio di dare delle lezioni di galateo a
quel signorino. Non far certo i suoi elogi al padre,
che deve tornare questo pomeriggio.
Giacomo trasal, e questa volta guard il vecchio.
- Il babbo ritorna?... Come sono contento!... E non
m'importa niente di quello che gli direte voi!
Parceuil sgnignazz:
- Carino!... Carino!...
E voltando le spalle al bambino usc dalla stanza
senza degnarsi di rivolgere a Mitzi il minimo cenno
di cortesia.
Marta si era allontanata appena Parceuil era apparso.
Mitzi, rimasta sola col bambino disse severamente:
- Il signor Parceuil ha ragione, Giacomo: ti sei
comportato male con lui.
Negli occhi azzurri del bimbo pass un lampo che
accentu ancor pi la loro somiglianza con quelli del
padre.
- Perch viene qui?... Io lo detesto!
- Non si dice cos di un parente a cui si deve
portare rispetto per la sua et avanzata!
Ma Giacomo scosse i riccioli bruni, ripetendo arrabbiato:
- Lo detesto!... lo detesto!...
E afferrando la mano di Mitzi, accost ad essa le
piccole labbra sempre un po' febbricitanti, mormorando:
- A te voglio bene!... E anche al babbo. Al babbo
e a te!... Egli torna oggi, Mitzi! Sono tanto contento...
e anche tu, non  vero?
Ella non rispose. Alz la mano un po' tremante e
carezz i capelli del bambino. Contenta? Povera Mitzi!
Alla notizia data dal signor Parceuil, si era sentita
stringere il cuore come se soffocasse. Dovrebbe dunque
rivederlo presto, colui che le faceva tanta paura!
Dovrebbe di nuovo incontrare quello sguardo che la
faceva fremere fino nel profondo del suo essere? Che
le dava la vertigine? A questo pensiero si sentiva venir
meno dallo spavento. Ma a chi chiedere protezione?...
No certo a Parceuil, ora che l'aveva rivisto
tanto altezzoso e tanto palesemente ostile. Una sola
soluzione le appariva possibile: tornare nel convento
dov'era stata cinque anni. Di l, ella scriverebbe al
suo tutore, esponendogli la propria situazione e chiedendogli
di lasciarla libera di guadagnarsi la vita come
pi le piacesse.
Ma per quanto quest'idea le rendesse un po' di
calma, aveva l'animo ancora pieno d'angoscia, quando
nelle prime ore del pomeriggio, usc con Giacomo
per una passeggiata in carrozza. Secondo il desiderio
del bambino, al quale Dorotea non si era opposta,
si recavano dalla madre di Marta, la cui modesta
abitazione si trovava a poca distanza dalle ferriere.
Ivi si trattennero un po' di tempo, poich Giacomo
godeva della grande gioia dimostrata dai bambini
alla vista dei balocchi quasi nuovi ch'egli aveva loro
portati. Il suo visino era roseo dalla contentezza
quando egli risal in carrozza dopo aver dichiarato
che tornerebbe e che porterebbe loro delle cose
molto buone. Durante il ritorno si assop un poco
tra le braccia di Mitzi.
Mentre la vittoria che procedeva a trotto lento
arrivava quasi al cancello del cortile principale, veniva
raggiunta da un calesse che andava di gran carriera.
Il signor di Tarlay, che guidava, rallent il passo
dei suoi focosi cavalli, e facendo una scappellata disse
allegramente:
- Riverita, Mitzi!... Evviva, Giacomino!... Pare che
tu dorma bene!
Il bambino svegliato al suono di quella voce a lui
tanto cara, si sollev sulle ginocchia di Mitzi con una
picola esclamazione di gioia:
- Babbo!
Egli stendeva istintivamente verso di lui le braccia
troppo magre nelle maniche del giacchettino di seta
bianca.
Il signor di Tarlay sorrise.
- S, fra poco verr ad abbracciarti, piccino mio.
Ma ho qui due cavalli che non si possono lasciar soli
neppure per un momento.
Rimise i cavalli al trotto, e quando la vittoria si
ferm davanti alla terrazza dal lato di mezzogiorno,
egli era gi l che aspettava il figlio... o meglio la giovane,
rossa in volto e turbata, su cui subito si fermava
il suo sguardo ardente e rapito.
Egli prese il bimbo, lo port sulla poltrona a sdraio e
ritorn sulla terrazza di cui Mitzi a passo lento
saliva i gradini, mentre la vittoria si allontanava.
- Un po' troppo semplice il tuo vestito piccola
Mitzi... Sembri una graziosissima quacquera.  stata
daccapo quella stupida di Leontina che te l'ha imposto?
Mitzi rispose con una calma apparente che le cost
un grande sforzo, poich si sentiva fremere tutta
sotto lo sguardo ardente:
- Ma  il vestito adatto alla mia condizione, signor
visconte, e non ne desidero altro.
Egli ribatt in tono canzonatorio e giocondo:
- Ma via! Non saresti per caso punto ambiziosa,
giovine belt? Ebbene, t'insegner io ad esserlo. 
facilissimo vedrai.
Egli sorrise di nuovo, guardandola con affettuosa
ironia, e si allontan dirigendosi verso il proprio appartamento.
Mitzi, col cuore che le batteva .forte forte, entr
con un passo un po' barcollante nella stanza dove si
trovava Giacomo.
Il bambino domand:
- Il babbo  andato via?
- S, caro.
- Non mi ha neppure dato un bacio!
Essa mormor:
- Certo torner pi tardi.
Ma il bambino scosse la testa. Tutta la sua gioia
era svanita.
Quella notte il tempo, fino allora bello, cambi a
un tratto facendosi procelloso; e Mitzi, gi stanca,
febbricitante, incapace da parecchie notti di prender
sonno, si sent la mattina dopo invasa da una
grande spossatezza. Si alz ci nonostante, all'ora
consueta; ma quando Dorotea, osservando il suo volto
pallido, le propose di riposarsi mentre penserebbe
lei al bambino, essa accett tanto pi volentieri
in quanto temeva che quella mattina il signor di
Tarlay venisse a fare una visitina a suo figlio.
E fu cos. Cristiano ebbe la poco gradita sorpresa
di veder vicino a Giacomo, invece dell'adorabile volto
di Mitzi, il viso asciutto della governante. Dissimul
per altro abbastanza bene la sua vivissima contrariet,
e si mostr assai affettuoso con Giacomo, annunziandogli
che il giorno dopo l'avrebbe condotto a
fare una passeggiata nella foresta con la sua carrozza.
- Con Mitzi? - domand il bimbo, palpitante di
gioia.
- Con Mitzi, naturalmente.
Il cielo, che era stato coperto da nuvole minacciose
tutta la mattina, nel pomeriggio si rischiar, tanto
che verso le due Dorotea disse alla sua compagna:
- Mi pare che sarebbe bene di far prendere un po'
d'aria a Giacomo. Ma questo tempo burrascoso mi
ha dato un principio di emicrania e temo che mi
aumenti se esco. Non vi stancherebbe troppo condurre
il bambino in giardino, poco lontano per, per
tema che torni il temporale?
Mitzi non ne aveva molta voglia, ma vedeva il bimbo
imbronciato, a momenti nervoso, a momenti sonnolento,
e pens che un po' di cambiamento d'aria
gli gioverebbe. Lo mise nella sua carrozzina e and
verso i giardini scegliendo i viali pi ombrosi.
Consentendo al desiderio di Giacomo, ella si ferm
vicino a una grande vasca di marmo adorna di bellissime
piante acquatiche. Il bambino prediligeva
quel luogo perch gli piaceva seguire le evoluzioni
delle libellule.
Verso le tre, i nuvoloni temporaleschi comparvero
di nuovo e Mitzi stim prudente di riprendere la via
di casa, nonostante le proteste di Giacomo. Ma quando
il bambino fu giunto al castello si accorse di aver
dimenticato il suo Pulcinella presso la vasca. Siccome
era il suo giocattolo preferito, si mise a piangere,
pensando che si bagnerebbe e che il temporale, di
cui gi si sentivano i primi rombi, lo avrebbe sciupato.
- Ebbene, torno indietro a prenderlo, caro! -
disse Mitzi.
Dorotea le fece osservare:
- Vi bagnerete tutta.
- No; sar certamente di ritorno prima che cominci
a piovere. Il bimbo ha gi i nervi tesi, oggi, 
meglio dargli la gioia di riavere il suo balocco.
Quasi di corsa, Mitzi arriv in un baleno alla vasca;
ma dov indugiarsi un momento a cercare il Pulcinella
caduto dietro una delle panchine di marmo che
erano intorno alla piazzetta. I tuoni si facevano pi
frequenti e si avvicinavano. Il cielo diventava color
di piombo. Mitzi, istintivamente, prese una scorciatoia,
vale a dire per un viale che passava davanti al
piccolo padiglione dove una volta essa era stata duramente
ricevuta dal signor Tarlay,
Anche adesso Cristiano vi andava sovente. Aveva
riunito l i suoi appunti di viaggio, e li rileggeva con
l'intenzione alquanto vaga di pubblicarli un giorno.
E appunto nel momento in cui Mitzi stava per passare
davanti al padiglione, egli comparve, seguito dal
suo cane Attila, sul picolo peristilio di marmo con la
palese intenzione di tornare al castello prima che
scoppiasse il temporale.
Una lieve esclamazione gli sfugg di bocca:
- Ah, Mitzi!... Di dove vieni cos frettolosa?
- Giacomo aveva dimenticato il suo Pulcinella, signore,
e sono corsa a riprenderlo prima che cominci
a piovere.
- Dovevi lasciarlo dov'era; e se si fosse sciupato,
ne avremmo comperato un altro.
- Il povero piccino sente tanto il temporale, che
ho creduto di non dovergli negare questo piacere.
- S, s... ma non voglio ti stanchi. Dovevi mandare
un servo.
Senza rispondere Mitzi fece atto di riprendere la
sua strada, ma Cristiano disse vivacemente:
- No, vieni qui un momento. Ho una cosa da farti
vedere.
E poich essa restava immobile, combattuta da una
penosa esitazione, il signor di Tarlay ripet, questa
volta in tono pi imperioso:
- Via, vieni!
In quel momento, si capiva bene dal suo tono di
voce, egli era il padrone, mentre lei non era che la
sua serva, quantunque le avesse fatto deporre l'uniforme
del servizio.
Con passo ancora un po' incerto, ella sal lo scalino
di marmo, e dietro il signor di Tarlay varc la soglia
della stanza a forma di rotonda, col soffitto adorno di
meravigliose pitture antiche. Sul pavimento lastricato
di marmo rosa erano stesi preziosi tappeti. Alcuni
mobili di gran valore, seggiole ricoperte di stoffe di
seta damascata, avori scolpiti, oggetti d'argento niellati,
marmi che il tempo aveva ricoperti di patina,
formavano il sontuoso arredo di quel ritiro dove
fluttuava un lieve odore di tabacco fine, misto al profumo
delle rose che ricoprivano le mura esterne del
padiglione.
Mitzi si era fermata vicino alla porta. Cristiano si
rivolse verso di lei dicendo con lieve ironia:
- Ebbene vieni avanti, piccola Mitzi!... Hai paura
che il lupo ti mangi?...  vero che per il passato ti
ricevetti assai male in questo luogo. Devo farmelo
perdonare, sono pronto a riconoscerlo.
Ella sussurr:
- Allora ero una bambina indiscreta... senza riflessione...
- Che io minacciai di far divorare da Attila... mentre
oggi voglio adornare una graziosa manina che ho
molto ammirata in questi ultimi tempi...
Cos parlando il signor di Tarlay, tirato fuori di tasca
un astuccio, lo apr, e stacc dal velluto scuro un
anello ornato di una sola perla perfetta.
- ... L'ho scelto per te durante il mio soggiorno a
Parigi. Vediamo come ti sta.
Cristiano si chin per prender la mano di Mitzi e
l'afferr prima che la giovane avesse potuto indietreggiare
d'un sol passo. Una risata alquanto sardonica
echeggi sotto-la rotonda di marmo.
- Che bambina selvaggia sei, Mitzi... cugina Mitzi...
poich infine sei mia cugina, ed  naturale che io ti
offra questo gioiello.
- Non mi riconoscereste per come tale davanti
a tutti, signore.
Rispondendo cos, con un tono di voce pieno di
fierezza, Mitzi cercava invano di svincolare la mano
che, senza, violenza ma con forza, le dita di Cristiano
tenevano stretta.
-  vero. Ma dopo tutto, che t'importa del giudizio
del mondo? La mia protezione, il mio amore basteranno
alla tua felicit... perch io ti amo, Mitzi,
piccola Mitzi adorabile...
Con gesto agile e pronto, egli attirava a s la giovane
e avvinceva con le sue braccia le spalle frementi
di lei.
- ... Ti amo pazzamente, Mitzi diletta!
Essa cerc di svincolarsi con un movimento brusco
Ma Cristiano la strinse a s dicendo con voce
bassa, piena di passione:
- No, no, non mi sfuggirai! Non ti lascio andare,
Mitzi, mia bella piccola Mitzi.
Sotto lo sguardo ardente di quegli occhi azzurri
tanto belli, ella sent un brivido per tutta la persona.
Con voce soffocata dalla commozione, dal terrore, balbett:
- Lasciatemi!... Lasciatemi!...
Nello stesso tempo faceva un nuovo sforzo per svincolarsi
da quella stretta, volgendo indietro la testa
per non veder pi quello sguardo che le dava le vertigini.
In quel momento sent sulla gota le labbra di
Cristiano: Un fremito profondo la scosse da capo a
piedi. Tutta la sua fierezza si risvegli, vinse gli altri
sentimenti che tentavano di dominarla. Con atto istintivo
alz la mano e colp sulla faccia il signor di Tarlay,
mentre dalla bocca tremante gli usciva questa
parola:
- Vigliacco!
Subito, si sent libera. Per un momento restarono
di fronte: lui pallidissimo, con gli occhi sfavillanti
di collera; lei tremante d'angoscia, lo sguardo pieno
di sdegno, di pena, di rimprovero doloroso.
Poi, voltando le spalle, ella fugg dal padiglione sontuoso,
scese lo scalino di marmo... e in fondo, proprio
di fronte a lei, in uno dei viali pi ombrosi, vide un
gruppo di persone eleganti che camminavano in fretta,
desiderando evidentemente di rientrare al castello
prima che il temporale imperversasse. Mitzi distinse
vagamente Florina vestita di bianco, la maestosa presidentessa...
Vide il gesto della signorina Dubalde che
la mostrava a dito alle persone che la circondavano,
e ud la risata soffocata, la risata insultante, che veniva
dal gruppo. Allora si precipit verso un altro
viale, bramosa di trovare un cantuccio solitario dove
poter rimettere un po' di calma nella sua mente turbata,
nel suo cuore agitato.
Ma aveva fatto appena pochi passi al coperto, che
un uomo le comparve vicino, la prese per un braccio
sogghignando:
- Finalmente potr adesso tappar la bocca a quella
strega di Marta la quale asseriva con tanta certezza
che siete una santarellina, bella Mitzi! Perbacco, che
fortuna  la vostra, piacere al signor visconte! Ma
non farete pi la fiera n la smorfiosa, carina mia!
Cos parlando, Teodoro chinava verso Mitzi il viso
contorto in un ghigno insolente... Essa svincol il
braccio dalla mano del servitore e si mise a correre,
fuor di s, non avendo pi che un desiderio: fuggire...
fuggire lontano da quella dimora maledetta dove gi
la piccola Mitzi di qualche anno prima aveva tanto
sofferto, dove la giovane pura e fiera aveva ora, agli
occhi del mondo che giudica soltanto dalle apparenze
perduto l'onore, cio il tesoro pi prezioso della vita,
per una donna senza macchia.
Il temporale si avvicinava, ma Mitzi non badava
n ai lampi sempre pi fitti, n ai nuvoloni cuprei,
n ai lunghi rombi di tuono che scotevano tutta la
pesante atmosfera. Essa correva come una povera
bestia inseguita, traversando i giardini, varcando una
porticina del parco, e poi dirigendosi verso la foresta,
con l'istintiva speranza che laggi potrebbe nascondersi
a tutti gli sguardi, esser sola... sola per riflettere
sulla sua terribile desolazione.
La pioggia cominciava a cadere a grosse gocce calde
e pesanti... e prima che Mitzi avesse raggiunto la
foresta, venne gi un rovescio torrenziale accompagnato
da bagliori sfolgoranti.
La giovane grondava gi tutta, quando finalmente
pot ripararsi sotto gli alberi. Ma non se ne accorgeva
neppure. Continuava a correre infilando a caso
i piccoli sentieri coperti di muschio senza curarsi dei
rami che si attaccavano alle sue vesti, che s'impigliavano
nei suoi capelli... E finalmente, spossata, ansante,
con gli orecchi che le ronzavano, tutta la persona
arsa di febbre, si lasci cadere per terra, contro il
muro in rovina di una vecchia casa abbandonata.

.
...


Capitolo 10.

Il temporale breve ma violento, aveva in parte disturbato
i preparativi fatti per il ricevimento che doveva
seguire il gran pranzo a cui erano invitati, quella
sera, i castellani delle vicinanze di Rivalles e alcune
personalit pi in vista della citt di Meaux. Era ormai
impossibile pensare a illuminare i giardini, poich
la terra bagnata non poteva pi offrire un passaggio
conveniente alle scarpette di raso delle eleganti
invitate. Ma i divertimenti preparati in casa
erano di per se stessi sufficienti; tenuto conto specialmente
del teatrino da salotto messo su da Florina
e da Tebaldo di Montrec. Quella sera vi sarebbe recita:
una commedia in un atto scritta dalla signora
di Montrec, che aveva pretese di letterata. La signorina
Dubalde, infaticabile allorch si trattava del
proprio piacere e della propria vanit, sosteneva la
parte principale pi con disinvoltura che con talento.
La signora Debrennes le aveva regalato il vestito di
velluto color ranuncolo che indossava per l'occasione,
e che tenne poi per tutto il resto della sera, poich,
il proprio specchio e i complimenti degli uomini
le avevano dato la certezza che quell'acconciatura,
dovuta al gusto di un gran sarto, le conferiva molto,
facendo risaltare la sua carnagione lievemente imbellettata
che, sotto i lumi, sembrava aver conservato
quasi tutta la sua freschezza.
Ma quello di cui avrebbe soprattutto voluto ottenere
l'approvazione, non aveva avuto per lei se non uno
sguardo pieno d'indifferenza. Cristiano quella sera
era distratto, quasi cupo in certi momenti, e non
concedeva alle pi graziose fra le sue invitate se non
la cortese attenzione a cui era obbligato come padrone
di casa... Olaus Svengred, che era un finissimo
osservatore, se ne era accorto, e si chiedeva in cuor
suo:
Che cos'ha?
La sua sorpresa and aumentando allorch vide,
verso mezzanotte, il suo amico sedersi a un tavolino
di baccar e non muoversi pi di l, lui che non aveva
per il giuoco nessunissima passione.
Verso le due gli ospiti cominciarono ad accomiatarsi.
Alle tre non rimanevano pi nelle sale che il
signor di Tarlay, la nonna di lui, Florina e Svengred.
Cristiano in piedi, nel salotto a forma di rotonda che
precedeva il proprio appartamento, aveva acceso una
sigaretta. Son per dare a un servitore l'ordine di
portargli un caff. Svengred, dandogli la buonanotte,
osserv:
- Non hai intenzione di dormire, a quel che pare?
Il signor di Tarlay rispose laconicamente, stringendo
la mano all'amico:
- No, infatti.
La presidentessa, che veniva dalla sala delle Pastorelle,
si avvicin appoggiata al braccio di Florina. Il
ricco abito da sera color viola e grigio strisciava sul
tappeto, dietro i suoi passi, con un fruscio di seta.
Una magnifica collana di diamanti le cingeva il collo.
La sua fisionomia esprimeva la vanit soddisfatta, il
trionfo dell'orgoglio. Non godeva essa infatti di tutto
lo splendore di quella dimora che non pochi principi
avrebbero invidiata? Una parte del prestigio di cui
godeva il signor di Tarlay per il suo censo, per la sua
ricchezza e per le sue doti personali, non ricadeva
forse su lei, sulla nonna che ne dirigeva la casa e ne
riceveva gli ospiti?
- Andiamo un poco a riposarci, adesso, caro Cristiano,
- disse la signora Debrennes. - La serata 
riuscita abbastanza bene, non ti pare?
- S, nonna.
Questa risposta usc laconica e indifferente dalle
labbra di Cristiano.
Florina disse con vivacit:
-  stata una serata piacevolissima, madrina mia.
Ho udito a pi riprese l'eco dei sentimenti dei vostri
invitati a questo riguardo.
Cristiano ribatt con fredda ironia.
- Hai abbastanza esperienza della societ, Florina,
per sapere che non bisogna sempre prestar molta fede
ai complimenti di questo genere.
Essa disse, sorridendo con aria di lieve rimprovero:
- Che scettico!... No, non credo a tutti i complimenti;
ma questi erano certamente sinceri. Le feste
di Rivalles hanno ormai da molto tempo una fama
incontrastabile.
In quel momento Leontina comparve sulla soglia
del salottino. C'era nel suo sguardo come una luce
di malvagia soddisfazione, e stringendo le labbra
grosse, come se assaporasse qualche prelibata ghiottoneria.
Essa annunzi con voce compunta:
- Dorotea fa sapere al signor visconte e alla signora
presidentessa che il signorino Giacomo non
sta punto bene stanotte.
- Come mai?... Eppure ieri non stava peggio!
Cristiano, togliendosi di bocca la sigaretta, si volt
verso la direttrice del personale, che rimaneva sul
limitare del salotto, in atteggiamento rispettoso.
- Ma s, non stava peggio! - disse la signora Debrennes
con molta indifferenza. - Che cos'ha, ora?
- Ecco signora presidentessa... pare che Mitzi non
sia tornata a casa n in serata n stanotte... perci
il signorino Giacomo si  molto, molto agitato. Ha
pianto tanto e poi tanto, che, gi un po' scosso di
nervi dopo il temporale, ha finito con l'aver la febbre.
In questo momento ha un po' di delirio, e Dorotea
crede che bisognerebbe far chiamare il dottore.
- Come, Mitzi non  tornata a casa?
Questa domanda veniva fatta dalla presidentessa
che lanciava un'occhiata di soppiatto al nipote, il quale
aveva fatto un movimento brusco, mentre una lieve
ondata di sangue gli saliva al viso.
- Che dite, Leontina?... Non  tornata a casa da
quando?
Cristiano si avvicinava alla direttrice del personale
fissandola in viso con uno sguardo in cui si palesava
l'angoscia.
- Fin da questo pomeriggio, signor visconte. Verso
le tre essa  tornata dai giardini col signorino
Giacomo, perch minacciava temporale. Poi, siccome
il bambino aveva dimenticato il Pulcinella,  tornata
fuori a cercarglielo, da quel momento nessuno l'ha
pi vista. Ah... s, Teodoro ha detto che l'aveva incontrata
in un viale vicino al piccolo padiglione! Essa
correva, dice lui, con aria un po' smarrita.
Florina esclam subito, con voce fremente di gioia
malvagia:
- L'abbiamo vista anche noi verso quell'ora!
Essa...
La signora Debrennes la interruppe con uno sguardo
che le imponeva di tacere. La presidentessa temeva
che la figlioccia, mossa dall'odio che nutriva per
Mitzi, commettesse qualche imprudenza.
Cristiano disse con sorda irritazione:
- E si aspetta fino ad ora a domandarsi che cosa
pu essere accaduto a quella figliuola?... Pare impossibile!
Dorotea avrebbe dovuto avvertirci appena si 
fatto buio.
Con voce melliflua la signora Debrennes profer:
- Ma, caro Cristiano, essa credeva certamente di
vederla tornare da un momento all'altro. Non ci si
pu mica sperdere, diamine, nei giardini di Rivalles!
Questa scomparsa  inverosimile... Se mai  volontaria!
Mitzi porta purtroppo una triste eredit morale,
e abbiamo ragione di temere ch'ella segua le
orme della madre!
Cristiano si volse verso la nonna, con un atto repentino
che mise in piena luce il suo volto alterato, i
suoi occhi sfolgoranti di collera mal repressa.
- Non so se la donna amata da Giorgio Douvres
fosse veramente quella che si vuol far credere: ma so
in modo sicuro che la loro figliuola  assolutamente
degna di ogni rispetto, e non sopporterei che si osasse
formulare contro lei il minimo sospetto.
- Ma, figliuolo mio, io non l'accuso! Soltanto dico
che  molto naturale temere. E questa scomparsa...
Come se non udisse neppure queste parole. Cristiano
si rivolse a Leontina dicendole laconico e
concitato:
- Mandate subito a chiamare il dottore. Come
mai Dorotea non mi ha fatto, anche a questo riguardo,
avvertire prima, poich il bambino era sofferente
fino da ieri sera?
- Il ricevimento era sul pi bello, signor visconte,
ed essa non ha creduto di dover disturbare...
Cristiano fece un'alzata di spalle.
- Bella ragione davvero!... Il ricevimento! Qualcosa
veramente d'importante questo ricevimento!
Egli usc dal salottino dove le tre donne rimasero
sole. Florina alz le braccia candide, mormorando:
- Ah, se almeno non tornasse mai pi!
Leontina sussurr con aria di mistero:
- Quando Teodoro l'ha incontrata, essa usciva dal
piccolo padiglione del signor visconte.
- L'abbiamo vista anche noi, - disse la presidentessa.
- Tornavamo a casa proprio in quel momento
coi Montrec, la signora Prgy e il signor Nautier. Mio
nipote avr un bel dire: ma oramai sappiamo che
cosa pensare sul conto di quella ragazza.
- Come la difende! - disse aspramente Florina.
- E ci mi fa meraviglia. Che cosa pu importare a
un uomo come lui la reputazione di quell'infima creatura?
La presidentessa scroll la testa.
- Eh, eh!... Ma insomma, voglio sperare che se
la ritrovano egli non vorr imporla di nuovo vicino
a suo figlio.
La signorina Dubalde sogghign leggermente:
- E credete che avr questi riguardi, mia povera
madrina?... Ma io non so spiegarmi questa scomparsa.
Quale commedia, quale raggiro pu mai nascondere?
- Anch'io lo domando a me stessa, cara figliuola.
C' tutto da temere dall'arte d'intrigo della figlia della
Vrodno, della sciagurata che seppe tanto bene
abbindolare il povero Giorgio, e che ci avrebbe dato
tutte le noie possibili, se una morte opportuna non
ci avesse liberati di lei. Dici bene, Florina: la soluzione
ideale sarebbe che Mitzi non si ritrovasse pi.
Leontina soggiunse crudamente:
- Oppure che le fosse accaduta qualche opportuna
disgrazia.
N la signora Debrennes n Florina ebbero una
parola di protesta. Il voto espresso dalla direttrice
del personale era il medesimo che esse formulavano
nel segreto del loro cuore, mosse entrambe, sia pure
per motivi differenti, dallo stesso odio contro la povera
orfana.
La presidentessa si diresse verso l'appartamento
del bambino, dove gi trovavasi Cristiano. Giacomo,
rosso in volto, eccitatissimo, chiamava Mitzi, piangendo.
Chino su di lui, il padre carezzava i bruni capelli
dicendo con dolcezza:
- S, Giacomino mio, ora mando a cercarla e te
la riconduco.
Dopo avere scambiato poche parole con la nonna.
Cristiano torn nel suo appartamento e dette ordine
che chiamassero il pi anziano dei suoi guardiaboschi, Filippo
Dardier. Voleva affidare a quest'uomo,
ben noto per la sua fedelt a tutta prova, la cura di
ricercare Mitzi, la quale, senza mezzi come si trovava,
non poteva essersi ancora molto allontanata da
Rivalles.
Darier, dopo aver ascoltato le spiegazioni del padrone
dichiar di prendersi l'impegno di rintracciare
in breve la giovane. Se era nascosta in qualche
posto non poteva essere altro che nella foresta; nessuno
meglio di lui ne conosceva tutti i nascondigli.
Allorch costui si fu allontanato, Cristiano si mise
a camminare a passi concitati nel suo studio dove la
pallida luce dell'alba penetrava. Egli ripeteva fra s:
Dov'?... Dove pu mai essere andata quella povera
figliuola?...
La rivedeva al suo cospetto, coi suoi meravigliosi
occhi pieni di angoscia e di sdegno, col visino fremente...
e udiva ancora la parola che lo aveva sferzato
a sangue: Vigliacco!.
Il suo volto avvamp come il giorno prima, nel momento
in cui la piccola mano nervosa lo aveva colpito.
Sulle prime era stato unicamente invaso da un
grande furore. Ah! Quella miserabile figlia di nessuno
osava trattare cos il visconte di Tarlay, di cui le pi
nobili dame sollecitavano i favori? Saprebbe bene
fargliela scontare!
Ma quasi subito la collera aveva ceduto a un senso
di ammirazione e di rimorso. Troppo adulato, troppo
vezzeggiato fin dall'infanzia, Cristiano aveva conservato
tuttavia un'animo leale, capace d'apprezzare negli
altri la sincerit, la nobilt del carattere, e di riconoscere
i propri torti. Quella fanciulla diciottenne,
abbandonata, disgraziata, a cui era stata offerta la
tentazione pi ammaliante, aveva avuto il coraggio
di scacciarla con violenza.
N il pensiero del proprio interesse, n il timore di
possibili vendette, n il fascino seduttore di Tarlay,
di cui per altro aveva sentito la forza, nulla aveva
potuto vincere la sua coscienza delicata, fiera, purissima.
E Cristiano, riconoscendo una simile forza morale
in quella creatura tanto giovane e indifesa, si
era sentito penetrar l'animo di rispetto e di rimorso
insieme, lui che fino allora non aveva cercato se non
la soddisfazione del suo capriccio.
Questo rimorso era reso ancora pi cocente dalla
scomparsa della giovane. E vi si aggiungeva un senso
di angoscia profonda che faceva conoscere al signor
di Tarlay come i suoi sentimenti verso Mitzi differissero
molto dai capricci avuti fino a quel giorno.
Se ne accorgeva ormai dall'angustia vivissima che
lo aveva colto all'annunzio della fuga di Mitzi.
Io l'amo, l'amo pazzamente! diceva fra s, continuando
a camminare per la stanza sontuosa dove,
dalle finestre aperte, entrava l'aria pensante, ancora,
satura d'elettricit.
Verso le cinque egli dette l'ordine di sellare il suo
cavallo volendo, ansioso com'era, andar da s alla
ricerca della fanciulla scomparsa. Mentre finiva di vestirsi,
vennero a avvertirlo dell'arrivo del dottor Leroux.
Egli lo raggiunse subito presso il bambino, che
era sempre molto agitato e sempre chiedeva di Mitzi.
Uscendo dall'appartamento del piccolo ammalato, il
medico rispose al castellano che lo interrogava:
- Non posso nascondervi signor visconte, che temo
una meningite. Bisognerebbe riuscire a calmarlo...
Quella che egli invoca,  forse la giovane che
vedevo sempre con lui, e alla quale voleva tanto bene?
- S!...  andata via... e non sappiamo dove. Ma
ho mandato in cerca di lei, e spero che oggi sar di
nuovo presso mio figlio.
-  sperabile davvero, perch la gioia che egli ne
proverebbe, potrebbe forse arrestare la crisi che
temo.
Il signor di Tarlay accompagn il medico fino al
cortile d'ingresso dove un palafreniere teneva pronto
il cavallo del giovane castellano. In quel momento
Parceuil, che usciva dal suo appartamento, comparve
nel vestibolo. La presidentessa, quella stessa notte,
appena lasciato il nipotino malato, si era affrettata
ad andare a informare il suo fido Parceuil della grande
notizia: la fuga di Mitzi. Il vecchio non si era coricato,
e aspettava il momento di veder Cristiano per
aver qualche ragguaglio circa i motivi di questa scomparsa.
Capiva, per, che sarebbe cosa assai difficile
farlo parlare, se egli era deciso a non dir niente. Infatti
non ricev che questa laconica risposta:
- Ne so quanto voi, a questo riguardo.
Parceuil sospir, dicendo quasi fra s e s:
- Purtroppo temevo che si sarebbero avute delle
noie con questa disgraziata figliuola!... Ci nonostante
ho creduto di compiere il mio dovere prendendola
sotto la mia tutela, anzich lasciarla in balia della
pubblica carit.
Cristiano gli lanci un'occhiata mista di collera e
d'ironia.
- Era infatti il pi elementare dei doveri... e sarebbe
stato bene completarlo dando in seguito a questa
ragazza uno stato pi conforme a quello che sarebbe
stato il suo, se fosse vissuto suo padre.
Parceuil trasal, sorpreso, guardando di sottecchi
il giovane suo parente.
- Come?... Che cosa intendete dire, Cristiano?...
Non supporrete, credo, che Giorgio, pure ammettendo
ch'egli fosse il padre della fanciulla, si sarebbe
indotto a sposare una ballerina?... E se lo avesse fatto,
suppongo che non avrebbe avuto la vostra approvazione.
- No, se quella donna fosse stata veramente quale
si vuol far credere che fosse. Ma sono persuaso
che col suo carattere onesto e retto, mio cugino Giorgio
avrebbe avuto a cuore che l'avvenire di sua figlia
fosse assicurato degnamente e largamente. Infatti,
mi ricordo di aver sentito dire da mio padre che prima
di morire egli aveva avuto il tempo di proferire
alcune parole con le quali raccomandava a mio nonno
la sua bambina e quella donna, in modo che pareva
considerare quest'ultima come sua legittima
sposa. 
Le palpebre di Parceuil batterono lievemente.
- S, al domestico che lo serviva egli disse prima
di spirare: La mia bambina... mia moglie... Dite a
mio zio... gli affido...
Cristiano disse con vivacit:
 Mia moglie?... Egli disse mia moglie? Ebbene,
ma allora questa  una prova!
- Neanche per sogno! In punto di morte, nello
smarrimento degli ultimi istanti, egli chiam cos
colei che molto abilmente aveva saputo trarlo nelle
sue reti, e che d'altra parte si faceva passare per sua
legittima sposa. Io seppi tutto questo durante l'inchiesta
che feci e che mi permise di verificare come
non esistesse alcun documento legale comprovante il
matrimonio.
- Per, se ben ricordo, mio padre aveva a questo
riguardo un dubbio!... Ma insomma, non  il momento
di discutere! Prima di tutto bisogna ritrovare questa
povera figliuola.
Parceuil segu con lo sguardo il suo parente che
si dirigeva verso la porta del vestibolo, e lo vide
montare in sella, poi allontanarsi traversando il gran
cortile, e mormor, corrugando la fronte con aria
preoccupata:
- Eh, eh! Attenti!... Questo pazzo di giovane ha
una mentalit molto differente da quella di suo padre,
e s'egli si mettesse in testa quest'idea... se la piccina
gli sta a cuore...! Ma che diamine sia accaduto
fra loro, perch lei sia fuggita cos e perch lui, Cristiano,
abbia quel volto preoccupato, quasi alterato?...
Uhm! Ne parler con Eugenia, fra poco.
Cristiano, messo al trotto il proprio cavallo, si dirigeva
verso la foresta. Per il momento non pensava
pi al dubbio affacciatosi alla sua mente poco prima
ricordando alcune parole del padre: il suo pensiero
restava teso verso uno scopo solo: ritrovare Mitzi,
fuggita come un povero uccellino disperato. Dopo, che
cosa farebbe? Non lo sapeva neppur lui, n se ne preoccupava.
S'inoltr nella foresta, moderando l'andatura del
suo cavallo. Come il guardiaboschi, egli pensava che
la fanciulla si fosse rifugiata l. Cercava appunto
Darier per sapere se questi avesse scoperto qualche
traccia di lei, e ogni tanto avvicinava alle labbra il
fischio d'argento che gli serviva a chiamare i guardiani
quando era a caccia nella foresta.
Alla svolta di un sentiero, Darier gli comparve davanti,
a un tratto un po' affannato.
- Ho trovato la ragazza, signor visconte. Era distesa
per terra vicino al vecchio padiglione delle Tre
Dame, ma ha rifiutato di seguirmi.
Gi Cristiano smontava da cavallo, con un salto.
Butt la briglia al guardiaboschi dicendogli: Seguimi.
Poi si mise a correre in direzione del luogo,
vicinissimo, indicatogli da Darier.
E fece bene, perch Mitzi, vedendosi scoperta, si
era alzata, bench tremasse dalla febbre, e strascicandosi
sulle gambe barcollanti cercava di fuggire.
Alla vista di Cristiano un grido soffocato le usc di
bocca. Egli, con un salto, le fu vicino e afferr la sua
mano che scottava.
- Non avere paura, Mitzi! Non troverai in me
che rispetto e rammarico. Ah, povera figliuola, in che
stato siete!
Il vestito di tela, inzuppato dalla pioggia era tutto
appiccicato al corpo tremante della fuggitiva. La febbre
faceva luccicare i grandi occhi bruni che fissavano
con angoscia, con terrore, il signor di Tarlay.
Mitzi balbett:
- Lasciatemi... lasciatemi andar via!
Poi sent un gran vuoto nel cervello e venne meno
fra le braccia di Cristiano.
Il signor di Tarlay la prese e raggiunse il guardiaboschi
che arrivava col suo cavallo. Rifiutando l'aiuto
di Darier, si diresse in fretta verso il castello. Il suo
sguardo non si distoglieva dalla graziosa testolina
che poggiava sulla sua spalla, dal volto pallido, alterato,
circondato dai riccioli lucenti della capigliatura
sciolta. Pensava con angoscia:
Speriamo che non abbia un gran male, la mia povera
piccola Mitzi!
E durante quei momenti in cui la teneva fra le
braccia, inerte, cap ancor meglio quanto posto ella
avesse preso nel suo cuore.
Prendendo la scorciatoia, segu la via percorsa da
Mitzi nella sua fuga, pass cio dalla porticina del
parco, e, traversando i giardini, raggiunse direttamente
l'ala sinistra del castello.
Dorotea, che usciva dalla camera di Giacomo, alz
le braccia, scorgendolo, e grid:
- Mitzi!... Che cosa le  successo?
Il signor di Tarlay disse laconicamente:
- Parlate pi adagio per via di Giacomo, e indicatemi
la camera di Mitzi. Poi sonate perch mi mandino
immediatamente Marta e perch vadano subito
a chiamare il dottor Leroux.
Pochi momenti dopo Marta giungeva presso la giovane
che Cristiano aveva deposta sul letto. Cercando
di dominare la propria commozione, essa ascolt gli
ordini che le dava il padrone. Quindi Cristiano si allontan,
non senza prima aver rivolto un lungo sguardo
angoscioso verso Mitzi, sempre svenuta.
Cristiano si rec presso il bimbo, che molto abbattuto,
volt un poco la testa e domand con voce
fioca:
- E Mitzi, babbo?
-  tornata, caro, ma non pu venire subito da
te, perch non si sente bene.
Cristiano si avvicinava al bambino e si chinava per
baciarne il visino febbrile.
Giacomo mormor con un tono di preghiera simile
a un lamento:
- Stai tu qui con me, babbo, poich Mitzi non pu
venire.
La fibra paterna, cos a lungo rimasta insensibile
nel cuore di quell'uomo troppo idolatrato, si risvegliava
davanti alla creaturina malata, davanti a quel
bambino che Cristiano aveva visto circondare da
Mitzi di delicata tenerezza, mentre la nonna si preoccupava
di lui meno assai che del suo cagnolino. Carezzando
i capelli riccioluti, il signor di Tarlay rispose:
- S, caro; vado a levarmi questo vestito, e torno
da te.

.
...

 Capitolo 11.

Marta era riuscita, senza troppa fatica, a rianimare
Mitzi. Questa, aprendo gli occhi, gir intorno a s
uno sguardo angoscioso, e balbett:
- Ah, sono qui... ancora qui!
Poi, con la mano scottante, afferr quella di Marta
e la supplic, affannosa: .
- Portami via di qui, ti prego! Non ci voglio star
pi... non voglio pi rivedere quell'uomo.
- Ma, cara Mitzi, non  possibile. Hai la febbre, la
febbre molto alta...
- Non importa. Voglio andar via. Egli torner...
mi dir ancora che mi ama... con quello sguardo...
quello sguardo!... Oh, portami via, portami via!
Essa si drizzava sul letto, con gli occhi luccicanti,
il corpo tremante di febbre. Era in preda al delirio.
Con l'aiuto di Dorotea chiamata da lei, Marta riusc
a spogliarla e metterla a letto. Poi, mentre la governante
tornava dal malatino, la guardarobiera rimase
sola presso Mitzi.
Fin dal giorno prima Teodoro si era affrettato a
raccontare con molti perfidi commenti, come egli
avesse visto la giovane uscire dal padiglione che era
esclusivamente adibito al castellano. Adriana la cui
ostilit verso Mitzi non aveva fatto che aumentare
da che il signor di Tarlay le dimostrava una certa
preferenza, si era affrettata a dar questa notizia a
Marta, che non aveva mai nascosto la sua simpatia
per l'orfana e la fiducia che quest'ultima le ispirava.
Anche questa volta la guardarobiera aveva dichiarato
di non credere affatto a simili chiacchiere... ma nel
segreto del suo cuore pensava:
Povera piccina, per quanto delicata e onesta ella
sia, come potr, sola, infelice, senz'alcun appoggio,
resistere a un uomo quale il signor visconte, che ha
tutto per piacere, e di cui, a quanto dicono, ogni
donna s'innamora?
Ed ecco che Mitzi, nel suo delirio, svelava la scena
svoltasi nel padiglione. Marta, con le lacrime agli occhi,
pensava:
Povera figliuola!... Povera piccola Mitzi! Ecco perch
il signor visconte aveva l'aria cos sconvolta quando
sono entrata qui. Egli sente il rimorso, per!...
Eppoi, se l'ama!...
- Vigliacco!... Vigliacco! - diceva Mitzi a denti
stretti.
E alzava la mano, come per colpire nel vuoto. Poi
la testa ardente di febbre ricadde sul guanciale, mentre
la giovane gemeva:
- Ah, mi hanno veduta!... Quel Teodoro!... Sono
rovinata.
Marta vide con grande sollievo giungere il dottor
Leroux. Questi, dopo una visita accuratissima, dichiar
trattarsi di polmonite. Il signor di Tarlay, che
aveva dato l'ordine a Dorotea di avvisarlo quando il
medico usciva dalla camera della malata, seppe dalle
sue labbra la gravit del male che abbatteva la coraggiosa
Mitzi.
Egli chiese con ansiet che non cercava neppur
di nascondere:
- Ma c' speranza di salvarla, dottore?
- Ma s, s! Alla sua et, e con la fibra robusta
che mi pare ella abbia,  lecito sperar bene. Per, da
quanto mi ha detto la ragazza che l'assiste, essa 
stata tutta la notte fuori, con addosso le vesti inzuppate:
questo pu procurare qualche complicazione
pericolosa..., ma insomma, speriamo bene, speriamo!...
Ho lasciato le mie prescrizioni all'infermiera, e torner
nel pomeriggio per vedere il bambino e lei.
Cristiano era tornato in camera di Giacomo, col
cuore gonfio d'angoscia e di profondo rammarico.
Mitzi, la piccola Mitzi, stava forse per morire... e la
avrebbe uccisa lui! Ah, poverina, aveva avuto ragione
di trattarlo da vigliacco! Era stato infame a tentare
quella fanciulla tutta riserbo e cos fieramente delicata,
quella fanciulla non aveva nessuno per difenderla.
Inoltre, egli conosceva l'abnegazione, le cure
di cui la giovane aveva circondato Giacomo quando
la scarlattina era stata sul punto di rapirglielo. Questo
solo fatto sarebbe dovuto bastare per impedirgli
di agire in tal modo. Ma era tanto avvezzo alla debolezza
delle coscienze femminili! Sapeva benissimo
che molte altre al posto di Mitzi sarebbero state fin
troppo felici di essere scelte da lui.
Nello stato d'animo in cui si trovava, Cristiano prov
una certa irritazione quando vide comparire, verso
le nove la nonna. La presidentessa indossava una
veste da camera di seta viola adorna sul davanti di un
nuvolo di trine bianche.
Nel veder suo nipote presso il letto del fanciullo,
la signora Debrennes nascose a stento il suo stupore.
Cristiano rispose laconicamente alle sue domande
circa la salute di Giacomo, facendole cenno che occorreva
soprattutto calma e silenzio. La presidentessa
si allontan senza aver potuto soddisfare la sua
curiosit riguardo a Mitzi che, a quel che si diceva,
era stata riportata al castello priva di sensi dallo
stesso signor di Tarlay, e per la quale era stato chiamato
d'urgenza il dottor Leroux.
Alle undici Cristiano lasci il figlio promettendogli
di tornare nelle prime ore del pomeriggio. Dorotea
gli aveva portato notizie poco buone di Mitzi, cosicch
il signor di Tarlay entr cupo e accigliato nel
suo studio, dove trov l'amico Svengred che camminava
avanti e indietro con un viso, anche lui molto
preoccupato.
- Mi aspettavi, Olaus?... Ero dal mio Giacomo
che sta sempre poco bene, - spieg con voce accorata.
Egli stendeva la 'mano allo svedese, che non la
strinse con la solita cordialit, e incontr lo sguardo
di due occhi azzurri tristi e severi, fattisi quasi ostili.
- Volevo sapere se  vero quello che si va dicendo,
Cristiano. Corrono voci odiose sul conto di quella
povera ragazza che i Montrec, la signorina Dubalde,
la signora Brgy, Nautier e anche la signora Debrennes,
asseriscono di aver veduta uscire ieri nel pomeriggio
dal piccolo padiglione dove tu ti trovavi in
quel momento.
Cristiano ebbe una sorda esclamazione:
- L'hanno veduta?... Ah, povera piccina, capisco
ancor pi il suo smarrimento, la sua disperazione!
- Dunque,  vero?...  vero?... - disse Svengred
con voce fioca. - Sei stato tanto miserabile da...
Cristiano lo interruppe con un gesto violento.
- Ah, taci... taci! Tutti i rimproveri che potresti
farmi sarebbero inferiori a quelli della mia coscienza.
S, ho osato tentare quell'ammirevole creatura,
che mi ha respinto, che  fuggita, senza saper dove
andava. E fu certamente allora che la videro.
Egli s'interruppe, battendosi la fronte con mano
fremente.
- Ah... dimentico che fra loro c'era anche la nonna!
Ed essa non  certo l'ultima a calunniare Mitzi,
perch ho osservato il suo malanimo verso quella figliuola
che dovrebbe invece unicamente ispirare stima
e affetto.
- S,  verissimo. La signora Debrennes va ripetendo
che non c'era da aspettarsi altro da questa ragazza,
vista la sua deplorevole origine.
Cristiano ripet:
- La sua deplorevole origine?... E che cosa ne sappiamo,
dopo tutto?... Parceuil sostiene di aver fatto
un'inchiesta dopo la morte di Giorgio Douvres. Ma
forse ha agito con leggerezza, o  stato ingannato.
Perch stupisco che Mitzi, con la sua distinzione aristocratica,
col raro valore morale di cui ho avuto or
ora la prova, sia nata da volgari istrioni.
- Insomma, che sia vero o non vero, resta nondimeno
un fatto irrefutabile e doloroso: il buon nome
di questa disgraziata figliuola  compromesso per
colpa tua.
Cristiano, a pugni stretti e con voce sorda, mormor:
- Ah, che lingue di vipere!... E lei sta male, molto
male, Svengred, dopo aver passato tutta la notte nella
foresta!
- Ho sentito dire anche questo.  proprio vero,
dunque? Povera piccina!
La voce di Svengred tremava dalla commozione.
- S,  vero!... E per colpa mia! Eppure l'amo
tanto... come mai ho amato in vita mia!
Il pallido volto dello svedese ebbe come un fremito
lieve; le palpebre troppo bianche, quasi trasparenti,
si chiusero un momento sugli occhi tristi.
Cristiano soggiungeva, camminando a passi concitati:
- Non  un capriccio, Olaus, te lo assicuro. Tu
mi conosci, tu sai che, nonostante le apparenze, io
non sono un volgare libertino e posso nutrire un affetto
sincero e fedele, per la donna che avr saputo
guadagnarsi il mio cuore. Ebbene, ho capito che questa
donna  Mitzi..,. Mitzi a cui posso dare tutta la
mia stima, tutta la mia fiducia, insieme col mio amore.
Svengred disse con prontezza:
- E che cosa farai? Il tuo dovere sarebbe certo
quello di sposarla, ora che, quantunque illibata ella
sia, tu l'hai compromessa agli occhi del mondo. Ma
la sua origine te lo vieta, soprattutto per il tuo grado.
- Potrebbe darsi per che il mio grado pesasse
meno per me sulla bilancia dell'onore di Mitzi e del
mio amore per lei.
Olaus rivolse un'occhiata di stupore sul volto fremente
in cui gli occhi splendevano d'una luce di passione
che lo svedese non aveva mai visto nello sguardo
dell'amico.
- Vuoi forse dire che passeresti oltre...?
Senza rispondere, Cristiano si avvicin a una delle
vetrate aperte sulla terrazza e rimase per un momento
immobile, con le braccia incrociate, il volto contratto.
Poi si volt di scatto, dicendo in tono risoluto:
- Bisogna che la rifaccia io, quest'inchiesta sulla
famiglia materna di Mitzi, sulla vita di Giorgio Douvres
a Vienna. Mi pare di ricordarmi che mio padre
aveva una preoccupazione segreta a questo proposito...
e nei suoi ultimi momenti disse alcune parole
che ora mi fanno pensare come egli avesse dei dubbi,
come la sua coscienza gli rimproverasse forse di non
aver cercato di approfondire la cosa. Il povero padre
mio era un perfetto galantuomo, ma l'energia non
era una delle qualit del suo carattere, e la malattia
gli toglieva inoltre gran parte della sua forza morale.
Io, allora ero troppo giovane e anche molto spensierato,
tanto che le parole di mio padre non mi fecero
a quel tempo nessuna impressione. Ma mentre poco
fa riflettevo ai casi di Giorgio Douvres, me ne sono
ricordato. E voglio assicurarmi io stesso che cos'era
veramente la madre di Mitzi.
- Hai ragione, - si limit a dire Olaus.
Cristiano pos le mani sulle spalle dell'amico e
fiss il suo sguardo negli occhi di lui pieni di malinconia.
- L'ami anche tu, Olaus?...
- Ti rispondo francamente: s. Ma non temere:
non ho nessuna intenzione di contendertela. Senza
parlare della mia salute, troppo precaria perch io
possa pensare al matrimonio, so gi fin da ora quale
di noi due sarebbe il prescelto. Non ne parliamo dunque
pi, amico mio. La nostra amicizia rimarr intatta,
e tu mi lascerai come prima la libert di farti
qualche rimprovero se sar necessario.
Indi propose all'amico:
- Qualora io potessi aiutarti nelle tue indagini,
contribuire alla riabilitazione della madre di Mitzi, e
rendere in tal modo possibile il tuo matrimonio con
colei che soffre per colpa tua, disponi di me, che sar
sempre il tuo migliore amico.
In uno slancio di profonda commozione Cristiano
strinse Svengred tra le braccia.
- S, il migliore, l'unico vero amico mio. Me ne
di in questo momento la pi grande delle prove,
Olaus! Ebbene, s avr bisogno di te. Mi  impossibile
allontanarmi di qui in questo momento, con
Giacomino ammalato. Queste indagini possono inoltre
esigere molto tempo. Vorresti farle tu?... Potresti
andare direttamente alla capitale, dove troveresti un
aiuto prezioso nella persona del conte Vedenitch,
mio cognato, ottimo giovane, molto intelligente, molto
servizievole e che ha amicizie dappertutto. Tu hai
la mente indagatrice e sottile. Voi due riuscirete
certo a scoprire esattamente la verit.
- Lo spero. In ogni modo far tutto il possibile,
puoi esserne certo. Domani stesso partir. Ma bisogner
che trovi un pretesto per giustificare questa
mia partenza improvvisa.
- Dirai che hai accettato l'invito di tuo cugino,
segretario all'ambasciata.
- S,  vero, Axel  laggi. Sta bene, facciamo
cos.
- Naturalmente, non una sola parola che possa
far intuire a mia nonna che io riprendo le indagini
gi fatte da Parceuil per ordine di mio nonno Douvres,
allora ammalato.
- Naturalmente!... La signora Debrennes prenderebbe
la cosa come un atto di sfiducia verso suo cugino,
ed  proprio inutile urtarla.
- Tanto pi che ella ha sempre mostrato per Parceuil
una viva simpatia... simpatia che per altro io
non condivido. Parceuil  un uomo intelligente, che
dirige benissimo le ferriere e mi , sotto questo
riguardo, veramente utile; ma  falso di carattere, e,
forse, intrinsecamente cattivo.
- Sono contento di sentirti parlare cos. Da anni
ormai conosco questo cugino di tua nonna, e provo
un senso di repulsione a suo riguardo, nonostante
tutte le gentilezze che mi usa. Ma credevo che tu,
Cristiano, ti lasciassi un po' ingannare dalle sue adulazioni,
dai suoi incensamenti...
Il signor di Tarlay alz le spalle.
- Forse in passato. Ma non mi s'inganna a lungo.
Mi servo di lui come di un oggetto utile, di cui mi
sbarazzer non appena mi disguster troppo.

.
...

 Capitolo 12.

Nei due giorni seguenti lo stato di Giacomo si mantenne
stazionario, senza peggioramenti notevoli. Mitzi
invece stava molto male. Il dottor Leroux la giudicava
ormai condannata. Cristiano, disperato, aveva
davanti ai suoi ospiti una fisionomia cupa e chiusa,
ma vicino a Giacomo si faceva forza, per non agitare
il bambino a cui diceva che Mitzi stava sempre poco
bene, ma che certo potrebbe presto alzarsi e venire
ad aiutare Dorotea a curarlo.
La sera del secondo giorno l'infermiera che prendeva
il posto di Marta nella nottata per vegliare presso
la giovane, disse alla governante:
- Temo che non arrivi a domattina la povera
ragazza; stasera mi sembra peggiorata.
- Ah, signore Dio! Povera Mitzi! - sospir Dorotea.
- Non posso pensare debba morire!
Le due donne erano nel corridoio su cui davano
tutte le stanze che componevano l'appartamento di
Giacomino. Quando Dorotea fece per rientrare nella
camera del bambino, si accorse con una certa inquietudine
che la porta era rimasta socchiusa.
Purch non abbia sentito! essa pens.
Ma purtroppo Giacomino sapeva ormai la verit!
Drizzato sui guanciali, rosso per la commozione, egli
balbett vedendo comparire Dorotea:
- Mitzi sta per morire?... Ah, la mia Mitzi!
Poi ricadde all'indietro, tutte le membra contorte
in una convulsione.
Cristiano, che giungeva dalla terrazza e aveva udito
queste ultime parole, si precipit verso lui dicendo:
- Ma no, amor mio, no! Vivr, la nostra Mitzi!
Troppo tardi! Pochi momenti dopo il povero Giacomino
spirava, in uno spasimo, tra le braccia del
padre. Il suo ultimo sguardo fu per il bel volto che
troppo spesso aveva veduto freddo e indifferente, ma
che in quel momento dava segno della pi profonda
commozione.
Allorch il fragile corpicino fu inerte, il signor di
Tarlay stacc da esso le sue braccia, poi chiese a Dorotea,
sconvolta da quella subitanea catastrofe:
- Come ha potuto sapere che Mitzi sta per morire?
- Ha sentito l'infermiera che me lo diceva, signor
visconte. La porta era socchiusa, senza che io me ne
fossi accorta.
Cristiano scosse le spalle con violenza, borbottando:
- Mitzi non avrebbe avuto di queste disavvedutezze!
Poi dette l'ordine a Dorotea di andare ad avvertire
la signora Debrennes, e si ritir nel proprio appartamento.
Si mise a sedere nello studio, vicino a una
finestra aperta da cui entrava l'aria calda della notte,
satura degli effluvi dei giardini. Un'angoscia grave gli
pesava sul cuore al pensiero che fra poche ore forse
Mitzi non sarebbe pi. Certo la morte del figlio non
lo lasciava indifferente; ma era stato fino allora troppo
poco vero padre per soffrirne profondamente. Nel
suo cuore l'amore regnava sovrano, assorbiva ogni
altro sentimento: l'amore per Mitzi, moribonda per
colpa sua. Questo pensiero lo faceva fremere di dolore
e di amaro rimpianto.
Svengred era partito due giorni prima per recarsi
a cercare sul posto le informazioni concernenti la
madre della ragazza, la bella Ilka Drovno, ma Cristiano
pensava dolorosamente:
A che pr, se muore? Anche se sua madre fosse
stata veramente quello che dice Parceuil, non per
questo rimarrei meno sicuro che lei, povera cara
Mitzi, era ben lungi dall'assomigliarle.
Verso l'una del mattino, non reggendo pi all'ansia
che provava, volle sapere se poteva ancora conservare
qualche speranza, e si avvi per la terrazza verso
la camera di Giacomo.
Attraverso alle tende di tulle leggero che scendevano
sulle vetrate delle porte si scorgeva il lettino
bianco su cui era disteso il bambino. Molti fiori erano
sparsi sul lenzuolo ricamato, e parecchi ceri, infilati
negli alti candelabri d'argento, illuminavano il
visino immobile. A destra del letto era seduta una
suora, con la corona fra le dita; a sinistra, Dorotea,
sdraiata su una poltrona, dormiva, assai leggermente,
per altro, perch si svegli al rumore che fece il
signor di Tarlay aprendo la porta a vetri.
Cristiano si avvicin al figlio, lo contempl un momento,
commosso, poi si volt verso la governante
domandandole sottovoce:
- Avete notizie della malata?
- S, signor visconte. Marta  venuta poco fa e
mi ha detto che le sembra di notare un lieve miglioramento.
Col cuore un po' sollevato, Cristiano entr nella
sua camera e si sdrai sul letto, dove riusc ben presto
a prendere sonno. Quando si svegli, sonavano
le sette. Mentre finiva di vestirsi, il suo cameriere
venne a dirgli che Dorotea desiderava parlargli. Secondo
l'ordine ch'egli le aveva dato nella notte, la
governante veniva a informarlo dello stato di Mitzi:
il miglioramento si era accentuato, e ora la giovane
riposava, febbricitante, s, ma senza aver pi l'affanno
che prima la soffocava.
Poco dopo il dottor Leroux constatando questo miglioramento
dichiar che, se non fossero sopraggiunte
altre complicazioni, la malata poteva considerarsi
salva.
Cristiano prov un sollievo come se lui stesso ricuperasse
la vita. Poco dopo, scrisse queste parole a
Svengred:
Mitzi non mi sar rapita dalla morte, ne ho ormai
la pi grande speranza. E tu cerca bene, amico
mio, per vedere chiaro e scoprir la verit sulla sua
origine, affinch io possa fare di lei la viscontessa di
Tarlay.

.
...

 PARTE TERZA.


Capitolo 1.

Diciannove anni prima, Giorgio Douvres, in un suo
viaggio nell'Europa centrale, si era fermato in una
grande citt che ancora non conosceva. Suo padre,
fratello minore di Giacomo Douvres, era morto nella
primavera precedente lasciandogli un ingente patrimonio
in titoli, e una rendita ancor pi ragguardevole
rappresentata dalla sua parte negli utili, sempre
in aumento, dell'industria per la cui fondazione i due
fratelli avevano versato una medesima quota, e che
si era sviluppata in virt del loro lavoro e delle loro
attitudini speciali, ancor pi notevoli nel maggiore
di essi, che era sempre stato considerato come il vero
capo dell'industria stessa.
In quanto a Giorgio, egli non aveva nessuna disposizione
per seguire le orme del padre e dello zio. Col
suo temperamento d'artista, un po' indolente, un po'
debole, ma buono e generoso, amava l'ozio, il lavoro
a sbalzi, i viaggi secondo l'ispirazione del proprio
capriccio. Giacomo Douvres non aveva potuto persuaderlo
a prendere il posto del padre; e per sfuggire
alle insistenze di quello zio che gli ispirava un affetto
misto a timore, il giovane un bel giorno era partito
per l'Austria lasciando una lettera in cui dichiarava
al padrone delle ferriere che egli andava a fare degli
studi sul carattere dei vari popoli dell'Europa centrale.
Leggendo questa lettera, Giacomo Douvres alz le
spalle robuste, e mormor sprezzantemente:
- Povero ragazzo, non sar mai buono a niente,
lo prevedo!
A Vienna, Giorgio incontr Flaviano Parceuil che
era col di passaggio per trattare un affare in nome
del grande industriale di cui da poco tempo era diventato
l'uomo di fiducia. Si trovarono l'uno vicino
all'altro una sera, in un teatro che era stato aperto
da poco tempo. Vi esordiva una ballerina ungherese,
Ilka Drovno. Appena essa comparve sulla scena, fine,
slanciata, nel suo costume nazionale, Giorgio non ebbe
occhi che per lei. Essa sembrava molto giovane;
aveva il volto delicato, color dell'ambra, gli occhi ardenti
e soavi, il sorriso lieve pieno di un fascino un
po' malinconico. La sua bellezza e la sua grazia, a
cui si univano un innato riserbo e una misteriosa
attrazione, destarono l'entusiasmo degli spettatori
quanto l'arte stessa con cui ella esegu le danze del
suo paese. Cosicch molti furono coloro che fra un
atto e l'altro si precipitarono dietro le scene per fare
i loro elogi alla giovane ungherese.
Fra i primi suoi ammiratori erano Parceuil e Giorgio
Douvres. Ilka accolse i loro complimenti con un
contegno un po' fiero, che non valse per a scoraggiarli,
perch nei giorni successivi essi si ritrovarono
insieme presso di lei premurosi di offrirle i loro omaggi,
accolti sempre con la stessa aria di cortese
indifferenza... per lo meno quelli di Parceuil, giacch
fin dal secondo giorno un lampo di gioia aveva illuminato
i begli occhi della ballerina quando Giorgio
era venuto a salutarla con un profondo inchino.
Ilka era sempre accompagnata da una donna sulla
sessantina, piccola e grossa, la quale vegliava su lei
gelosamente. Irene Blemki era stata una ballerina
celebre e, ormai vecchia, diventata pesante per la
pinguedine, aveva insegnato la propria arte a Ilka.
Abitava con la sua allieva e con la madre di lei, sempre
ammalata, in un appartamento ammobiliato, nei
pressi del teatro. Una sera Parceuil le segu fino a casa
e dichiar alla giovane il suo amore. Ricev una
risposta altera, quasi sprezzante. E siccome insisteva,
Ilka disse a Irene, voltando le spalle all'indiscreto
spasimante:
- Metti fuori questo screanzato, te ne prego, cara
amica.
Parceuil si allontan furibondo e pieno di rancore.
Il giorno dopo part, richiamato a Parigi da Giacomo
Douvres la cui salute lasciava a desiderare. Giorgio
da allora in poi non lo vide pi fra gli ammiratori
che si affollavano ogni sera dietro le scene del teatro
Printania. Sempre pi innamorato, egli non mancava
a nessuna rappresentazione. Ilka ora lo accoglieva
con un sorriso non scevro di commozione, con
uno sguardo che s'illuminava di timida gioia. Egli
s'accorse di non dispiacere alla bella ungherese tanto
corteggiata ma fino allora insensibile ai pi lusinghieri
omaggi, ed egli pure una sera le fece la sua
dichiarazione d'amore.
Nell'uscir da teatro aveva chiesto a Ilka il permesso
di accompagnarla, desiderando parlarle. Essa aveva
acconsentito dopo avere interrogato Irene con lo
sguardo. Quest'ultima camminava vicino alla giovane
come un buon cane da guardia. Ilka, il cui volto si
scorgeva solo per met sotto il velo di trina che ne
avvolgeva la testa, ascoltava in silenzio le ardenti parole
di Giorgio... Quando questi tacque, ella si rivolse
lievemente verso di lui e disse con voce alquanto tremante:
- Temo che voi siate in inganno sul conto mio.
Sono una ragazza onesta, e voglio rimaner tale.
Preso alla sprovvista da queste parole e dal tono
pieno di fiera dignit con cui erano proferite, Giorgio
balbett:
- Ma signorina, credetemi, le mie intenzioni non
possono offendervi...
- In tal caso venite domani a casa mia. Vi ricever
in presenza di mia madre, e ci spiegheremo. Arrivederci.
Essa stese la piccola mano al giovane che vi depose
un bacio, quindi si allontan con la sua compagna.
Giorgio era rimasto molto impacciato. Non gli era
mai venuto in mente che quella ballerina, quantunque
riservata fosse, potesse avere simili scrupoli.
Pens sulle prime che agisse in tal modo a bella
posta, per dare maggior pregio al suo consenso. Ma
l'aveva veduta sempre cos poco civetta, aveva creduto
di scorgere tanta rettitudine in quei meravigliosi
occhi bruni la cui mirabile dolcezza tanto lo
ammaliava, che non pot fermarsi a quest'idea.
Egli era persuaso che Ilka diceva la verit affermando
che era onesta e che tale voleva rimanere. Ma
allora, che sperare?
D'altra parte lui, come discendente di una famiglia
d'alta borghesia francese, come nipote di Giacomo
Douvres, che era una delle pi spiccate personalit
del suo tempo, non poteva pensare a sposare una
ballerina. Anche se egli stesso avesse voluto, sapeva
gi che lo zio, molto intransigente riguardo ai matrimoni
disparati, lo avrebbe rinnegato, rompendo
ogni rapporto con lui, come avrebbero fatto altres
tutti gli altri membri della famiglia.
Giorgio pass una notte agitatissima. La mattina
aveva preso la risoluzione di non andare da Ilka. Le
scrisse poche righe di rimpianto, prendendo a pretesto
un viaggio obbligatorio e urgente... e part per
Carlsbad.
Col si annoi a morte, per otto giorni. Il ricordo
di Ilka non gli lasciava requie. Rivedeva il delicato
volto di lei, il suo sorriso soave e seducente, il fascino
di quegli occhi velati di lunghe ciglia brune...
e la lontananza gli fece conoscere quali forti radici
quell'amore aveva gi posto nel suo cuore.
Il nono giorno della sua permanenza a Carlsbad,
egli si trov inaspettatamente al casin, di fronte a
un addetto dell'ambasciata francese, il signor d'Enfreville,
che si era mostrato uno dei pi assidui corteggiatori
della bella ballerina del teatro Printania. Dopo
uno scambio di parole amichevoli, Giorgio chiese:
- Niente di nuovo a Vienna?
- Niente, se non che la incantevole stella, l'insuperabile
Ilka  scomparsa dal nostro cielo.
Giorgio trasal e per un momento gli parve che il
suo cuore cessasse di battere.
- Come, scomparsa? - balbett.
- Sei giorni fa sua madre mor a un tratto. Da
allora Ilka, ammalata, non  pi comparsa al teatro.
Giorgio trattenne un respiro di sollievo. Aveva temuto
che la giovane fosse partita per ignota destinazione,
o che le fosse accaduto qualche disgrazia, qualche
peripezia. E a un tratto, imperiosamente, si fortificava
in lui la risoluzione di rivederla, di cercare con
pazienza di conquistarla. Le circostanze erano favorevoli.
Lontana in quel momento dal teatro, malata,
ancora affranta dalla perdita subita di recente, Ilka,
egli pensava, sarebbe pi sensibile alla voce tentatrice
dell'amore, alla promessa di un'esistenza felice, ricca,
quale poteva offrirgliela Giorgio Douvres.
Il giorno seguente egli ripartiva, e due ore dopo il
suo arrivo, si presentava in casa di Ilka Drovno.
L'appartamento che quest'ultima occupava si trovava
in una casa modesta, ma di aspetto decente. Alla
scampanellata di Giorgio, la ragazza stessa venne ad
aprire. Riconoscendolo, fece un atto di sorpresa e
mormor:
- Voi!
- S, io. Ho saputo del vostro grave lutto e vengo
a dirvi tutta la parte che prendo al vostro dolore.
Il grazioso volto impallidito, diventato magro, si
alter un poco, e gli occhi si riempirono di lacrime.
- S, la mia povera mamma... l'ho perduta cos
presto!... La sua salute era gi da molto tempo malferma,
ma con molte cure speravo che potesse vivere
ancora.
Apr la porta e fece entrare Giorgio in un volgare
salottino da appartamento ammobiliato a buon prezzo.
In quell'ambiente mediocre, la bellezza di Ilka
sembrava ancor pi fine, pi aristocratica. Una vestaglia
di lana nera cadeva in morbide pieghe lungo la
flessuosa persona i cui minimi movimenti avevano
una grazia speciale. Gli occhi, nel volto affilato, sembravano
diventati pi profondi, pi misteriosi: erano
pieni di lacrime, e la bocca delicata aveva un sorriso
doloroso.
- Vi chiedo scusa di ricevervi con tanta mestizia,
signore; ma non ho potuto ancora ricominciare a vivere
la mia vita...
Si era seduta vicino alla finestra, davanti a un tavolino
su cui era il suo lavoro, indicando a Giorgio
una seggiola, distante pochi passi dalla sua.
Egli protest:
- Vi comprendo. Eppoi, siete stata malata voi pure,
mi hanno detto!
- S, malata di dolore. Lo sono ancora.
E appoggiando i gomiti sulla tavola, nascondendo
il volto tra le mani, si mise a piangere silenziosamente,
scossa da lunghi brividi.
Con atto impetuoso Giorgio si alz, s'inginocchi
vicino a lei, stacc con le dita tremanti una delle
piccole mani dal caro volto.
- Ilka, permettetemi di condividere il vostro dolore,
di consolarvi a poco a poco con la mia tenerezza,
con la devozione che vi offro, che vi supplico
di accettare.
Ella fiss con occhi pieni di lacrime il volto ardente
di passione del giovane; il suo Sguardo incontr
lo sguardo innamorato di lui, che pregava, implorava...
Un'ondata di sangue sal al volto della fanciulla,
che abbass per un momento le palpebre tremanti.
E quasi subito, drizzandosi di nuovo con atto
pieno di dignit e ritirando la mano da quella di Giorgio,
Ilka domand con fierezza:
- Che cosa volete dire, signore, con queste parole?
L'anima di Giorgio fu subitamente pervasa da un
senso di rispetto, di rimorso, quasi di vergogna, per
aver avuto l'infame pensiero di approfittare dell'abbandono
morale in cui trovavasi quell'orfana priva
di protezione materna. Egli esclam con ardore:
- Vi chiedo di accettare, col mio amore, il mio
nome e tutto quello che posseggo, mia Ilka diletta.
Un raggio di felicit trasfigur il volto della giovane.
Con un gesto spontaneo ella tese la mano a
Giorgio e disse, tutta commossa:
- Ebbene, accetto, perch credo alla vostra sincerit,
alla vostra bont.
Ma mentre egli copriva di baci le piccole dita un
po' ardenti di febbre, la giovane obiett, con un tono
di voce che rivelava un certo timore:
- Credete che la vostra famiglia approver il vostro
matrimonio con una semplice ballerina come
me?
Istantaneamente Giorgio rievoc il viso energico e
un po' alterato dello zio... gli parve di udire la sua
voce grave pronunziare con un accento di profondo
disprezzo queste parole:
Io, permettere che una ballerina entri a far parte
della nostra famiglia in cui mai si contrassero matrimoni
disparati? Non mi conosci dunque ancora,
ragazzo mio?
Ma il giovane non s'indugi in questo pensiero, e
rispose prontamente:
- Non abbiate timore: sono orfano, e per conseguenza
libero di disporre della mia persona e dei
miei averi. Potete diventare mia moglie senza scrupoli,
cara, carissima Ilka.
- Prima di fidanzarci bisogna che vi parli della
mia famiglia, che vi narri la mia triste storia.
Essa allora gli raccont come sua madre appartenesse
a una nobile e antica famiglia: andando contro
tutte le consuetudini della sua razza, Elena Damaresco,
nonostante il divieto dei suoi, aveva sposato Elek
Drovno, un giovane musicista di una singolare bellezza,
ma di oscuri, bench onorati natali. Il matrimonio
della fanciulla aveva suscitato l'ira del padre;
e la madre, delicata di salute, era morta di dolore.
In quanto alla giovane, essa fu sempre rosa dal rimorso,
e allorch Elek mor, quattro anni dopo, ucciso
da un pesante carro che lo invest e lo travolse,
ella vide in questo la punizione di Dio per la sua disobbedienza
ai voleri paterni. Dopo essere stata a
lungo malata in seguito a questa terribile scossa, essa
non pot pi rimettersi completamente in salute.
Inoltre la sua mente restava indebolita senza rimedio.
Cosicch lasci che Irene Blemki, lontana cugina
di suo marito, si occupasse della piccola Ilka
che aveva allora tre anni. La ballerina era un'ottima
persona, rimasta onestissima in mezzo ai pericoli
della propria professione. Molto affezionata a Elena
e alla bambina, che la morte del padre lasciava nella
miseria, ella s'ingegn di mantenerle coi suoi scarsi
guadagni. Quando, alcuni anni dopo, dov lasciare il
teatro, si mise a dar lezioni di ballo, e in tal modo
riusc a procurar loro, con molto stento, il pane quotidiano.
Fin dai suoi primi anni Irene, vedendo la grazia e
l'agilit della picola Ilka, le aveva insegnato l'arte
sua. Quando la bambina fu diventata una giovinetta,
Irene, compresa della bellezza di lei e del buon esito
delle sue lezioni, pens bene di farla scritturare al
teatro Printania il cui direttore cercava delle buone
esordienti. La signora Drovno non era capace di opporvisi.
Ilka, senza nessuna esperienza della vita, vi
sentiva per come una segreta ripugnanza. Ma vedeva
la madre star sempre peggio, Irene che invecchiava
e si stancava, la vita materiale che diventava sempre
pi difficile per le tre povere donne; e finalmente si
indusse a esordire al teatro Printania dove l'aspettava
un trionfo dovuto tanto alla sua bellezza quanto
alla perfezione dell'arte sua. Ma, come confid a Giorgio,
dopo la morte di sua madre era ormai risoluta
a rinunziare al teatro, il cui ambiente, i cui pericoli
spaventavano l'anima sua purissima.
Giorgio le parl a sua volta dei propri parenti, del
suo grado sociale, sorvolando sulla personalit dello
zio, che proiettava un'ombra incresciosa sulla sua
gioia d'innamorato, inebriato dalla presenza della sua
diletta. In quel punto comparve Irene che, dopo aver
corrugato le grosse sopracciglia bionde vedendo Giorgio
insieme con Ilka, manc poco non ballasse dalla
gioia quando seppe del loro fidanzamento.
Due giorni dopo tutti e tre partivano per il piccolo
villaggio dov'era nato il padre di Ilka. Giorgio, volendo
che lo zio venisse a conoscenza pi tardi che
fosse possibile di quel matrimonio che tanto lo sdegnerebbe,
aveva mostrato il desiderio che la cerimonia
nuziale non si facesse in citt. Nell'udire Irene
parlare di Laitzen dove essa pure aveva passato la
infanzia, egli aveva proposto:
- Perch non ci sposeremmo laggi, nella culla
della vostra famiglia paterna?
E Ilka aveva acconsentito.
Giorgio lasci in citt il suo servitore, dandogli un
permesso temporaneo. Egli stette tre mesi a Laitzen,
nella villetta presa in affitto appena arrivato. Ebbro
di felicit, dimenticava tutto, respingeva ogni pensiero
dell'avvenire. Ilka, dal canto suo, era pienamente
felice. Sapeva di essere regolarmente maritata secondo
le leggi del proprio paese, e non supponeva
che il suo matrimonio, non legalizzato dal console
francese, non sarebbe stato riconosciuto nel paese
di suo marito. Giorgio lo sapeva, questo, ma pensava:
Pi tardi accomoder la cosa. Dopo tutto noi siamo
legittimamente uniti in matrimonio, e baster
che io faccia testamento in favore del figlio che
aspettiamo, perch il mio patrimonio gli appartenga.
Passati tre mesi, sul principio dell'autunno, i due
sposi e Irene tornarono a Vienna. Giorgio prese in
affitto in uno dei sobborghi della citt una bella casa
circondata da un parco, e vi si stabil con la moglie,
di cui era sempre pi innamorato. Fece venire il
suo servitore, e con lui e altre due donne form il
personale di servizio. La vita dei due giovani continu
a trascorrere pacifica, felice, in una solitudine
che nessuno veniva a turbare, poich Giorgio non
aveva cercato di riallacciare nessuna relazione, anzi
faceva di tutto per scansare gli antichi conoscenti,
giacch per una debolezza che in alcuni momenti egli
stesso si rimproverava, non aveva piacere che si sapesse
del suo matrimonio con la bella ballerina del
teatro Printania, figlia di Elek Drovno i cui antenati
erano onorati contadini ungheresi.
Ci nonostante Parceuil, durante un viaggio d'affari
fatto a Vienna in quello stesso inverno, venne a
scoprire quella ch'egli credeva una semplice relazione
amorosa. Giacomo Douvres, sorpreso e inquieto del
lungo soggiornare del nipote nella capitale austriaca
col pretesto di studi letterari, aveva pregato il suo
segretario, diventato anche suo confidente a forza
di adulazioni, d'informarsi circa il vero motivo che
tratteneva col il giovane di cui conosceva il carattere
impulsivo e talora imprudente. Parceuil condusse la
inchiesta con discrezione, senza che Giorgio avesse
sentore della sua presenza. E rifer al signor Douvres
la notizia che suo nipote viveva, molto ritirato, con
una ballerina bellissima la quale lo renderebbe padre
nella prossima primavera.
Non parl di matrimonio, prima di tutto per la
buona ragione che non ne sapeva niente; poi, perch
anche se l'avesse saputo, si sarebbe guardato bene
dal dirlo. Flaviano Parceuil era prudente: egli non
parlava mai, se non dopo matura riflessione che,
in questo caso, gli avrebbe mostrato tutto l'interesse
che egli aveva a non fare tale rivelazione.
Giacomo Douvres mont su tutte le furie, dichiar
che voleva scrivere a quel pazzo di tornar subito a
Parigi, nel palazzo di famiglia dove aveva il proprio
appartamento. L'astuto Parceuil seppe eccitare ancor
pi la collera dello zio contro il colpevole, pur figurando
di prenderne le difese. Il risultato fu un ultimatum
inviato dal vecchio autocrate al nipote, in
questi ultimi termini:
O tu pianti cost la tua ballerina e torni qui fra
otto giorni, oppure ogni raporto fra noi sar troncato
per sempre.
Il signor Douvres confidava nel carattere debole di
Giorgio, nella soggezione mista d'affetto sincero che
questi aveva sempre nutrito per lo zio, e nella grande
considerazione in cui i Douvres solevano tenere i legami
di famiglia. Infatti questa lettera turb profondamente
il giovane. Non ne fece parola a Ilka, ma
da quel momento ebbe crisi di umor nero che stupirono
e preoccuparono sua moglie.
- Non ho niente, - rispondeva egli alle affettuose
domande di lei. - Non affliggerti: sono felicissimo
vicino a te.
Egli indugiava a rispondere allo zio... tanto che
non gli aveva ancora scritto, quando una sera, verso
la fine di febbraio, la sua dimora prese fuoco per la
imprudenza di una delle domestiche. Quando se ne
accorsero, la scala era gi in fiamme. Con l'aiuto dei
vicini accorsi alle grida, Giorgio riusc a porre in salvo
da una finestra la moglie, Irene e le due donne di
servizio. Ma poi, mentre egli stava scendendo, il lenzuolo
annodato alla finestra si sciolse, e il disgraziato
cadde sul lastrico del cortile. Lo rialzarono col cranio
spaccato. Mentre il suo servitore, che dormendo
al pianterreno aveva potuto facilmente porsi in salvo,
si chinava su lui, il moribondo articol queste parole:
La mia creatura... mia moglie!... Dite a mio zio...
gli confido...
Pochi momenti dopo entrava in istato comatoso,
e la sera di quello stesso giorno moriva.
Ilka era stata trasportata nel padiglione adibito
alla portineria della villa, il quale per il momento era
disabitato. Essa vi dette alla luce prima del tempo
una bambina, e rimase per parecchi giorni fra la
vita e la morte. La povera Irene, sopraffatta da tutte
queste disgrazie, non sapeva pi che cosa fare.
Fu il servitore che pens a telegrafare al signor
Douvres per annunziargli la morte del nipote.
Il padrone delle ferriere, in quel momento molto
malato, invi Parceuil quale suo rappresentante,
con l'ordine di sistemare per il meglio le cose, cio
scacciare la ballerina qualora si trovasse presso il defunto,
e regolarsi sotto ogni rapporto in modo da
evitare lo scandalo.
Parceuil gongolava dalla gioia nel ricevere questa
missione. Finalmente potrebbe vendicarsi di quella
Ilka che un giorno lo aveva respinto con tanta alterigia.
Arrivato a Vienna, si rec subito alla dimora di
Giorgio Douvres. Il defunto giaceva in una stanza
del pianterreno, sopra un piccolo letto attorno a cui
ardevano quattro ceri. Dopo essersi inchinato davanti
al morto, Parceuil chiese al servitore che lo
aveva fatto entrare se la signorina Drovno abitava
in quella casa.
Il servitore rispose affermativamente soggiungendo:
- Essa di ieri alla luce una bambina, e sta molto
male. Ma debbo informare il signore che qui essa si
faceva chiamare la signora Douvres.
Parceuil sogghign:
- Ci non mi stupisce. Ma rimetter subito le
cose a posto.  davvero tanto malata da non potermi
ricevere?
- Oh, s, signore! Ma c' presso di lei la signorina
Irene, sua parente. Se vossignoria volesse vederla?...
- Ebbene, mandatemela!
Pochi momenti dopo, Irene entrava nella stanza
attigua alla camera mortuaria e si trovava di fronte
a Parceuil che freddamente dopo un breve saluto, dichiarava:
- Debbo informarvi, signorina, che secondo gli
ordini del signor Douvres, la signorina Ilka Drovno
deve uscir subito da questa casa, o per lo meno, se 
adesso nell'impossibilit materiale di farlo, dovr
uscirne appena sar trasportabile.
Nell'udire questo ultimatum, Irene rimase per un
momento come ammutolita; poi riusc a balbettare:
- Uscire da questa casa?... Perch?
- Perch il signor Douvres, zio del defunto,  ormai
qui il solo padrone, e non pu tollerare lo scandalo
che questa... persona continui a vivere in una
dimora pagata da Giorgio Douvres.
- Lo scandalo?... Come?... Ma Ilka  la moglie di
Giorgio!
Parceuil allib, mentre con voce roca ripeteva:
- Sua moglie?... Che dite mai?
- Ma s, sua moglie. Si sposarono l'estate scorsa
nella chiesa del villaggio di Laitzen. Ilka, signore, non
era una ragazza capace di accettare se non uno stato
onorevole e regolare.
Gi Parceuil si era riavuto dal primo sbigottimento.
E disse in tono sarcastico:
- Mi permetterete di rimanere alquanto in dubbio
a questo riguardo. Avete da mostrarmi delle prove?
- Delle prove?
- S, delle carte, un atto di matrimonio...
- Giorgio doveva averle, ma tutto  stato bruciato.
Non avete che da scrivere al curato di La'tzen,
e lui vi mander una copia dell'atto che ha registrato.
- Questo non vuol dir niente. Bisogna che questo
matrimonio sia stato registrato al consolato di Francia.
Lo fecero?
Irene spalanc tanto d'occhi.
- Non lo so!
- Va bene. Me ne informer io. Se ci non  stato
fatto, un tale matrimonio non  valido nel nostro
paese, e il signor Douvres non lo riconoscer, come
non lo riconosce la legge francese. La figlia della signorina
Drovno non avrebbe in tal caso nessun diritto
alla successione di Giorgio, e non porterebbe
legalmente il suo nome in Francia.
La povera Irene, congiungendo le mani, esclam:
- Che dite mai?... Ilka, per, si credeva legalmente
maritata!
- Nel vostro paese, forse; ma non in Francia. Del
resto, m'informer subito della cosa.
E uscendo dalla stanza and direttamente al consolato
dovendo recarvisi anche per alcune formalit
inerenti alla morte di Giorgio. Ivi assunse la certezza
che quel matrimonio, anche ammettendo che fosse
stato veramente celebrato nel villaggio di Laitzen,
non era stato poi legalizzato dal console di Francia.
Torn al suo albergo col cuore pieno di una gioia
feroce. Finalmente aveva in sua mano il modo di vendicarsi
atrocemente. Scrisse una lunga lettera alla
signora Debrennes, poi un'altra a Giacomo Douvres
in cui diceva che Ilka Drovno era molto malata e
che quindi egli aveva dovuto soprassedere alla sua
espulsione.
La mattina dopo tornava alla casa del morto, faceva
chiamare Irene e le dichiarava che, come gi
egli aveva supposto, la signorina Drovno e sua figlia
non avevano diritto n al nome n all'eredit di Giorgio
Douvres. Egli consigliava quindi la suddetta signorina
a non fare nessuna protesta a questo riguardo
e a lasciar la casa tranquillamente, appena fosse
in grado di farlo.
Irene era una donna semplice, di una mentalit
molto limitata, ignorante e credula insieme. Non protest
contro queste dichiarazioni fattele in un tono
tanto categorico e reciso, che le impediva ogni discussione.
Ma supplic Parceuil di aver compassione
della disgraziata giovane e della creaturina che sarebbero
rimaste nella miseria.
L'altro fece il generoso: promise di parlarne al
signor Douvres, per ottenere da lui un soccorso in
denaro. E l'ingenua Irene, nella sua riconoscenza,
poco manc non gli baciasse le mani.
Il giorno dopo ebbero luogo i funerali di Giorgio.
Il signor Douvres aveva scritto al suo segretario:
Rimanete cost per sistemare tutto; mandate via
quella donna dandole una somma di denaro, se lo
credete necessario.
Parceuil non gli aveva fatto parola riguardo al matrimonio.
Era in corrispondenza quotidiana con la
presidentessa, e rimaneva spesso assorto in profonde
meditazioni. Firmino, il servitore di Giorgio, rimasto
nel padiglione dove trovavasi ancora Ilka, veniva tutti
i giorni, per ordine suo, a portargli notizie della
giovane. Una mattina gli disse che stava un po' meglio
e chiedeva di parlargli.
Irene aveva riferito a Ilka il colloquio avuto col
mandatario del signor Douvres. Accasciata sulle prime,
la vedova, che aveva un carattere energico, si
era tosto ribellata dichiarando:
- Ebbene, io affermo che la mia bambina ha invece
diritto a questo nome e a questa eredit. Noi
siamo sposati legalmente, e se lo zio del mio povero
Giorgio  davvero l'uomo probo e leale ch'egli mi ha
descritto, lo riconoscer, qualunque sia la illegalit
del nostro matrimonio secondo la legge francese.
Queste parole essa le ripet a Parceuil quando costui
le fu dinanzi.
Egli rispose:
- Posso assicurarvi che v'illudete riguardo al signor
Douvres. Egli non riconoscer mai un matrimonio
che agli occhi suoi  la peggiore delle unioni male
assortite.
Essa disse con amarezza:
- Perch?... Perch ho esercitato per poco tempo
l'arte della danza? Sono rimasta irreprensibile ci
nonostante, e non ho timore di nessuna informazione
che il signor Douvres volesse assumere a questo riguardo.
Gli scriver appena sar meno debole. Egli
giudicher, con l'anima sua e nella sua coscienza, della
giustizia della mia causa.
Parceuil rispose freddamente:
- Siete padrona di farlo, ma vi assicuro che sar
fatica inutile.
Dopo un lieve saluto usc dalla camera di Ilka. Se
quest'ultima, in quel momento, avesse veduto lo
sguardo di lui, vi avrebbe letto con spavento una terribile
minaccia.
Sull'uscio di casa, Parceuil incontr il cameriere.
Costui, fidanzato a una giovane svizzera che era a
servizio a Losanna, si disponeva a partire per la Vandea,
sua terra nativa, dove aveva da sistemare alcuni
affari di famiglia... Parceuil gli chiese:
- A quando, la vostra partenza?
- Stasera, signore. Star laggi una diecina di
giorni; poi andr a Parigi a prender della roba che ho
lasciata in camera mia, in casa del signor Douvres, e
a salutare i miei compagni.
Parceuil corrug lievemente le ciglia.
- Ah!... Andrete al palazzo Douvres?
E dopo una breve esitazione soggiunse, abbassando
la voce:
- Voi siete un giovanotto serio, e so che il povero
signor Giorgio apprezzava molto la vostra discrezione.
Ebbene, vi pregherei di non parlare affatto con
gli altri domestici della... persona che conviveva col
vostro padrone.  inutile che si sparga questa storia
penosa per la famiglia, e in modo speciale per il
signor Douvres, soprattutto nello stato di salute in
cui ora si trova.
- Certo non dir nulla, signore. Ma forse, dopo
tutto, essa  veramente la moglie del signor Giorgio.
- Il vostro padrone non ve ne ha mai parlato come
tale, Firmino, tranne pochi momenti prima di
morire, come gi mi avete detto?
- No, mai, signore.
- Eppure non aveva nessuna ragione di non farlo,
perch era completamente indipendente e libero di
contrarre il matrimonio che pi gli fosse piaciuto.
Firmino era un ottimo ragazzo, l'onest in persona,
ma di mentalit limitata riguardo a tutto ci che non
si riferiva al proprio servizio. Questo ragionamento
di Parceuil, seguito da altri discorsi tutti intesi a fare
agire quest'uomo secondo il piano dello scaltro segretario,
fece grande impressione nel cervello del cameriere,
il quale, allorch Parceuil si fu allontanato,
rimase nella persuasione che il suo padrone si fosse
nascosto in quella solitudine perch' incapace di resistere
alla sua passione per la ballerina, non aveva
per voluto creare scandali sul nome dei Douvres.
Parceuil scrisse quella sera stessa alla presidentessa:
Sono nel colmo del lavoro. Per il momento  inutile
dirvi di pi. Se per caso non fossi tornato a
Parigi quando Firmino passer di cost fate in modo
che egli non veda il signor Douvres; e se ci non fosse
possibile, cercate di essere presente al loro colloquio
e di dargli la piega pi confacente ai nostri comuni
interessi. Vi scriver di nuovo, per altro, prima che
avvenga questo incontro, per darvi le opportune indicazioni
in proposito.
Due giorni dopo, entrando la mattina in camera di
Ilka, Irene trov la giovane morta. Il medico, chiamato
d'urgenza, verific ch'essa era stata soffocata,
certamente coi suoi stessi guanciali, che furono trovati
per terra accanto al letto. Irene, che dormiva
con la piccola Mitzi nella stanza attigua, ma con
l'uscio di comunicazione chiuso perch la malata non
fosse disturbata dai pianti della bambina, non aveva
sentito nessun rumore. Il cancello d'entrata, come fu
accertato dopo minuzioso esame, doveva essere stato
aperto mediante chiave falsa, poi il malfattore era
entrato nel padiglione da una finestra del pianterreno
a cui mancavano le imposte.
Due bellissimi anelli che la giovane aveva in dito
erano scomparsi. I mobili, che non contenevano quasi
nulla, erano stati frugati. Il triste fatto parve
appartenere alla categoria del delitto comune, commesso
a scopo di furto. Tale fu il parere dato dal
magistrato istruttore alla presenza del signor Flaviano
Parceuil, che giunse appunto nel momento in cui
i rappresentanti della giustizia finivano la loro inchiesta
in casa della vittima.
- Ho saputo la tragedia pochi momenti fa, dal
giornale, - spieg Parceuil. - Due giorni or sono
avevo veduto questa sciagurata donna che  stata
assai funesta per il mio parente Giorgio Douvres, ma
alla quale tuttavia avevo offerto una somma ragguardevole
per sua figlia, in nome dello zio defunto. Ci
eravamo appunto messi d'accordo, e dovevo portarle
la suddetta somma proprio oggi... quando vengo a
sapere... ah,  orribile!
Il magistrato non aveva nessun motivo per mettere
in dubbio le parole di questo straniero, mandatario
di una personalit francese, quale il ricco padrone
delle ferriere. Gli offr di tenerlo informato sull'inchiesta,
e l'altro lo ringrazi della gentilezza. Poi,
accomiatatosi dal magistrato, Parceuil and a battere
alla porta della camera dove Irene, quasi pazza
dal dolore piangeva, cullando la piccina.
Senz'aspettare che Irene lo pregasse di accomodarsi,
egli prese una seggiola, si mise a sedere di
fronte a lei, e le domand a bruciapelo:
- Ebbene, che cosa pensate di fare, adesso, signorina
Irene?
La poveretta lo guard come inebetita, senza rispondere.
- Dunque, che cosa pensate di fare per vivere, voi
e questa piccina?
Essa balbett:
- Io... non lo so.
- Bisogna pensarci, tuttavia. Voi possedete qualche
cosa?
- No... niente.
- Ebbene?
 Non ho niente... niente! - ripet essa accasciata.
- Questa bambina, per, non deve morire di fame... e neppur
voi, s'intende!
- Oh, in quanto a me, poco importa! Ma lei... lei,
la mia piccina... la mia povera piccina!
E stringeva a s la bambina che spalancava i begli
occhi bruni, simili a quelli della madre.
- Ascoltate: ci sarebbe il mezzo di rimediare a
questo triste stato. Sono certo che il signor Douvres,
per carit, per bont, vorr assicurare in modo conveniente
l'avvenire di questa bambina, a patto di farla
educare sotto la sua sorveglianza, in un ambiente
scelto da lui. In poche parole, dovreste lasciarla a lui,
impegnarvi di non rivederla mai pi, di non accampare
mai alcun diritto sui legami di parentela, del
resto lontanissimi, che esistono fra voi. Il signor
Douvres, per compensarvi di questo sacrificio, sarebbe
pronto a passarvi una rendita sufficiente con cui
potreste vivere... in campagna, per esempio.
Irene ascoltava questo discorso senza capir bene,
da principio, di che cosa si trattasse; poi, fu una
protesta veemente, accompagnata da lacrime, da baci
dati alla creaturina che a sua volta cominci a urlare.
Parceuil lasci passare questa esplosione con una
calma imperturbabile. Poi intavol un altro discorso
per far intender bene a Irene la realt della situazione:
essa non aveva di che mantenere la piccina; e
allora, voleva farla morir di fame?
Egli ragion minutamente sul caso pietoso, parve
intenerirsi giacch era capace anche di questo se il
suo interesse lo richiedeva; parl della morta che
dall'alto avrebbe giudicato con severit colei che per
la propria ostinazione avesse privato la figlia sua di
un avvenire sicuro, felice. E Parceuil descrisse questo
avvenire, alla povera donna tanto credula, sotto i colori
pi rosei: abbagli gli occhi ingenui col miraggio
del lusso delle dimore del signor Douvres, e la sbalord
dicendole, cos, come a caso, nel discorso, la
cifra del patrimonio di lui. Tanto che Irene, interamente
convinta dalle parole del suo interlocutore, dichiar
che mai ella vorrebbe privare la sua piccola
Mitzi della fortuna che l'aspettava. Essa era dunque
pronta a ritirarsi nel villaggio di Laitzen, e il signor
Parceuil condurrebbe seco la bambina.
Senza troppa fatica l'astuto uomo seppe persuaderla
che era meglio compir subito tale sacrificio.
Dovrebbe dire ai magistrati che la tragica fine della
sua giovane parente aveva tanto alterato la sua salute,
che non poteva pi rimanere in quei luoghi che le facevano
orrore; che sarebbe quindi partita per Laitzen,
dove sempre potrebbero trovarla, quando nel
corso dell'istruttoria fosse necessaria la sua presenza.
Dovrebbe anche dichiarare che, non avendo modo
di mantenere la figlia della defunta, aveva accettato
la proposta dell'egregio signor Parceuil il quale caritatevolmente
si era offerto di provvedere alla bambina.
Prima di lasciarla, Parceuil le fece giurare di non
parlare mai ad anima vivente dei vincoli che avevano
unito Giorgio e Ilka, n del soccorso che il signor
Douvres avrebbe dato alla figlia di suo nipote.
- Se mancaste al vostro giuramento, - egli soggiunse
- il signor Douvres toglierebbe alla bambina
la sua protezione e vi abbandonerebbe entrambe alla
miseria.
Irene protest che sarebbe muta come una tomba;
e Parceuil la lasci, soddisfatto di s stesso, per aver
saputo condurre l'affare con tanta scaltrezza.
Sei giorni dopo egli scendeva a Parigi con una giovane
bambinaia che portava in braccio la piccola
Mitzi. Presa una carrozza, si fece condurre con la
donna a un albergo vicino alla stazione dove aveva
dato appuntamento alla presidentessa. Dopo un colloquio
abbastanza lungo con quest'ultima, lasci alle
cure di lei la bambinaia, e la piccina, e si rec subito
al palazzo Douvres.
La malattia del padrone delle ferriere era andata
aggravandosi in quegli ultimi giorni. Parceuil fu colpito
dal cambiamento che aveva fatto. Ma aveva conservato
tutta la sua lucidit di mente, come subito
ebbe a verificare il segretario dalle domande di lui
riguardo al modo con cui si erano svolti gli avvenimenti.
Parceuil era un uomo troppo furbo per nascondere
quella parte di verit che poteva giungere alle orecchie
del vecchio. Gli ripet dunque le parole del moribondo
riferite dal cameriere, gli parl delle pretese
accampate dalla defunta Ilka circa il suo legittimo
matrimonio con Giorgio... ma aggiunse che dopo una
seria inchiesta aveva acquistato l'assoluta certezza
che le dichiarazioni della ex ballerina erano completamente
false.
Inoltre desideroso d'informare minuziosamente il
signor Douvres su codesta donna, egli aveva fatto
una nuova inchiesta su di lei, sulla sua vita precedente,
e aveva raccolto a questo riguardo pessimi ragguagli.
Ilka, bench si dicesse di buona famiglia da
parte di madre, era uscita dal pi basso ceto, ed era
una creatura traviata, che viveva nel vizio, capace di
tutto pur di giungere alla ricchezza, come assicuravano
persone che l'avevano conosciuta bene. In omaggio
alla verit, Parceuil doveva per aggiungere che
da quando ella conviveva con Giorgio nessuno aveva
saputo che avesse fatto parlare di s.
L'uomo poneva questa attenuante alla sua infame
calunnia per timore che il signor Douvres, interrogando
Firmino, venisse a sapere da lui che la giovane
conduceva la vita pi corretta e pi ritirata che
fosse possibile immaginare.
Inoltre Parceuil vedeva in ci il modo di spiegare
la sua condotta verso la bambina, di cui in realt
egli si era impadronito al solo scopo di tenerla in
suo potere e quindi prevenire ogni possibile rivendicazione
dell'orfana se questa un giorno venisse a
sapere la verit per bocca di Irene.
Egli non poteva dire al signor Douvres questa vera
ragione del suo modo di agire; ma poich aveva
molta inventiva e conosceva benissimo con chi aveva
a che fare, dichiar con tono compunto che si era impietosito
alla vista di quella piccina destinata a vivere
nella miseria, nel vizio, affidata a quella Irene poco
raccomandabile, e che aveva creduto bene, conoscendo
il grande cuore e la generosa carit del signor
Douvres, di toglierla a un simile ambiente al fine di
farne una ragazza onesta.
Sulle prime il padrone delle ferriere protest, indignato.
E che! Lui occuparsi della figliuola di quella
sgualdrina? Ma Flaviano era matto per ammettere
una cosa simile?
Parceuil non si turb. Con grande calma, espose il
proprio pensiero. Era un'opera buona questa; e del
resto, egli stesso toglierebbe a questo riguardo ogni
preoccupazione al signor Douvres: penserebbe a far
mettere a balia la piccina e, in seguito, a farla educare
modestamente, secondo la sua umile origine dal
lato materno. Forse, agendo in tal modo, si potrebbe
riuscire a combattere e a vincere i malvagi istinti,
la triste eredit morale gi forse esistente in quella
creaturina.
Tuttavia, se il signor Douvres stimava che egli avesse
agito male, rimanderebbe la bambina a Irene, e
tutto sarebbe rimediato.
Questo discorso, che Parceuil intramezzava con
quelle adulazioni di cui conosceva la potenza sul cuore
del padrone delle ferriere, colp quest'ultimo, che
aveva l'anima generosa e retta, sebbene il suo senno
fosse talvolta ottenebrato dall'orgoglio. Dopo un momento
di riflessione dichiar:
- Avete fatto bene, amico mio.  infatti un'opera
di carit, ma penosa, molto penosa per me, lo confesso,
e forse inutile se la figliuola dovesse col tempo
seguire le orme della madre. Comunque, io avr fatto
almeno il possibile per salvare questa disgraziata
che ha nelle vene il sangue dei Douvres. Disponete di
lei come credete meglio, chiedetemi il denaro che occorre,
ma non me ne parlate pi.
- Non temete signore provveder io a tutto. In
quanto a quell'Irene che faceva tante storie per lasciare
a me la piccina, dovrei darle una somma di denaro
per aver pace.
Il signor Douvres disse con disprezzo:
- Che roba!... E fra gente simile era andato a perdersi
il mio povero Giorgio!... Ma anche in questo
avete fatto bene, Parceuil. A quanto  ascesa codesta
somma?
- Essa chiedeva una grossa somma, ma io l'ho
ridotta alla met. Ed  stata contenta.
- Diamine! Lo credo. Si vede che sapeva di rivolgersi
al mandatario di Giacomo Douvres, per esser
tanto esigente! Insomma, non avr niente da rimproverarmi
riguardo a questa bambina. E voi, mio buon
Parceuil, siate ringraziato per tante preoccupazioni
che avete avute per me, per tutti i passi fatti, per
tutta la devozione di cui sempre mi date prova.
Poco dopo, Parceuil, raggiante di gioia, usciva dal
palazzo Douvres.
Tutto il suo piano riusciva a meraviglia; egli era
sempre pi nelle grazie di Giacomo Douvres... e siccome
anche i piccoli benefici finanziari non sono da
trascurarsi, era contento di aver inventato la storia
della somma data. Con questa infatti realizzava un
forte guadagno anche togliendo la modestissima rendita
promessa alla povera Irene.
Il giorno dopo, licenziata la bambinaia austriaca,
la signora Debrennes partiva per la Normandia portando
seco Mitzi che affidava a una balia, da lei fissata
non appena Parceuil le aveva comunicato le proprie
intenzioni.
Due giorni pi tardi, Firmino giungeva a Parigi e si
presentava al palazzo Douvres. Come Parceuil aveva
previsto, il signor Douvres informato della presenza
di lui dal proprio servitore, volle vederlo. Gi dal
giorno prima il padrone delle ferriere era assai peggiorato,
e i medici non nascondevano il timore di una
prossima fine. Parceuil aveva fatto in modo di trovarsi
presente a quell'abboccamento. Ma vide con dispiacere
entrare Luigi Debrennes, il genero dell'ammalato,
nel momento in cui questi, con voce soffocata
dall'affanno, rivolgeva alcune domande a Firmino.
Il cameriere ripet le ultime parole del suo padrone,
dichiar che la giovane donna era gentile, buona,
riservatissima e fine. Il signor Giorgio e lei andavano
molto d'accordo e sembrava si volessero molto bene.
In quel momento l'ammalato ebbe una violenta
crisi di soffocazione, e Parceuil ne profitt per fare
allontanare subito il cameriere. Dopo quest'ultima
crisi, la mente del signor Douvres si oscur, ed egli
cadde presto nello stato comatoso. Durante la notte
spir.
Tutto concorreva a favorire il piano dei due complici.
Il piccolo Cristiano, che aveva allora compiuto
otto anni, ereditava insieme dal nonno e dallo zio.
Luigi Debrennes succedeva al defunto nell'amministrazione
delle ferriere, ma Parceuil prevedeva che
in breve egli farebbe le veci di codesto uomo mite e
pacifico, di salute delicata, che non possedeva nessuna
delle doti necessarie a un grande industriale.
Bench nella perfetta onest della propria coscienza
avesse concepito qualche dubbio circa la veridicit
delle informazioni assunte dal suo parente, bench
si fosse domandato fra s e s con una certa inquietudine
se veramente Ilka Drovno non fosse stata la
moglie di Giorgio, Luigi non manifestava questi suoi
pensieri n a sua madre n a Parceuil, che sapevano
di poter facilmente ingannare quel carattere debole,
quel cervello reso come passivo dal lento deperimento
fisico. E Parceuil trionfante, pot godere i frutti
del suo delitto. Aveva il proprio appartamento nel
palazzo Douvres e a Rivalles, viveva nel lusso, era
una persona di riguardo, ben ricevuto dovunque. Venuto
povero in casa di Giacomo Douvres, metteva a
poco a poco da parte ingenti somme che rappresentavano
molto pi del suo stipendio annuo, bench questo
fosse gi ragguardevole. Inoltre l'animo suo vile,
malvagio, vendicativo, si compiaceva nel pensiero
della terribile vendetta esercitata sulla povera Ilka.
Talora, rievocando il giovane e mirabile volto, gli occhi
profondi, ardenti e soavi ad un tempo, di colei
che lo aveva respinto con s fiero disprezzo, egli diceva
fra s con gioia feroce:
Ah, l'ho detta io l'ultima parola, bella Ilka! Faremo
di tua figlia, che doveva avere i milioni di suo
padre, una serva...

.
...

 Capitolo 2.

Era questa la triste e tragica storia dei genitori di
Mitzi; era questa la verit che a poco a poco si svolgeva,
nelle sue linee generali, dinanzi alle indagini
di Olaus Svengred.
Come aveva preveduto il signor di Tarlay, lo svedese
aveva trovato un aiuto prezioso nel cognato di
Cristiano. Il conte Vedenitch, ottimo giovane, allegro
bontempone, generosissimo, si era fatto molti amici
in tutte le classi sociali, fra i quali vi era anche un
antico poliziotto di nome Habner, dal fiuto proverbiale
nel mondo poliziesco, e che sebbene si fosse
ritirato nei dintorni di Vienna dopo gravi dispiaceri
intimi, acconsent a occuparsi della cosa per far piacere
al conte che gli aveva in passato reso un servigio
importante.
Dotato di una memoria prodigiosa, egli subito si
ricord di aver veduto il nome di Ilka Drovno sui cartelloni
del teatro di Printania e di avere anche assistito
a una delle sue rappresentazioni. E rievoc la
figura della bella ballerina ungherese, che aveva fatto
molta impressione allora sul suo cuore di giovanottino
imberbe. Svengred, ascoltandolo, pensava, commosso:
Mi par proprio che egli faccia il ritratto di Mitzi!
Mettendosi subito all'opera, Habner riusc presto
ad accertarsi che la vita d'Ilka prima del matrimonio
non aveva lasciato mai niente da desiderare. Ne assunse
la testimonianza da parecchie sorgenti, e fra
le altre dalla persona che aveva affittato un appartamento
alla giovane ballerina.
Questa signora, stimabilissima sotto tutti i rapporti,
dichiar al poliziotto che Ilka Drovno aveva
vissuto in casa sua con la propria madre e con una
parente, la signorina Irene Glemki. Dopo la morte
della signora Drovno, la giovinetta e la signorina Irene
erano andate via quasi subito, dicendo che si
recavano in campagna, senza specificare dove.
- Bisogna che rintracci questa Irene, se  ancora
al mondo, - disse Habner a Olaus.
- Come farete, cos senza nessuna indicazione?
- Trover il modo, signore, trover il modo! -
rispose il poliziotto con la serena sicurezza dell'uomo
solito a riuscire nei propri intenti.
Per prima cosa, and a scartabellare l'inserto relativo
al delitto commesso sulla persona di Ilka, e di
cui il colpevole era rimasto ignoto. Dopo averlo accuratamente
esaminato, si rec alla villa un tempo
abitata da Ilka e Giorgio.
Essa era stata ricostruita per intero, ma il padiglione
esisteva sempre. Dopo aver mostrato il suo
biglietto da visita, Habner pot visitarlo; poi and a
sonare la casa vicina, dove aveva saputo che abitavano
le stesse persone da pi di trent'anni.
Ivi attinse la conferma e la testimonianza della vita
perfettamente corretta e tranquilla che conducevano
i due giovani, conosciuti sotto il nome di signori Douvres.
Gli narrarono per esteso il dramma dell'incendio,
e una vecchia serva gli consigli, se voleva altre
informazioni di rivolgersi alla cameriera di Ilka, cio
alla persona di servizio che si trovava nel padiglione
quando venne commesso l'assassinio. La cugina di
questa donna aveva sposato Firmino, il servitore di
Giorgio.
Avutone l'indirizzo Habner vi si rec, e si trov
di fronte a una donna di circa quarantanni, seria di
aspetto, che non ebbe alcuna difficolt a rispondere
alle sue domande. Anch'essa gli di le migliori informazioni
sul conto di Ilka e gli mostr una lettera di
Irene, ricevuta due mesi dopo la partenza di lei, dove
quest'ultima le chiedeva il favore di aver cura delle
tombe della signora Drovno e di sua figlia. E tutti gli
anni essa le mandava, a tale scopo, una piccola somma
di denaro.
- Ma, cosa stranissima, signore, - soggiunse la
donna - non mi scrive mai niente della piccola Mitzi.
Le prime volte gliene chiedevo notizie; poi ho smesso
vedendo che su questo punto non rispondeva.
- Port seco la bambina quando part?
- Non lo so, perch mi licenzi il giorno dopo i
funerali della povera signora, chiedendomi scusa se
lo faceva con tanta fretta, dovendo partir subito da
quella casa maledetta. E siccome le offrivo di rimanere
per aiutarla nel momento della partenza, non
foss'altro per portare la piccina, essa mi rispose come
spaventata:
- No, no, non ho bisogno di nessuno. Grazie, buona
Clara: far benissimo da sola.
Habner domand ancora:
- Vedeste venire dalla vostra padrona un tale
chiamato Parceuil?
- Un francese mandato dallo zio del padrone? S,
lo vidi due volte dopo la morte del padrone. Ma dopo,
non so se tornasse. Apriva sempre Firmino, ed
era prudente, lui... punto chiacchierone.
Habner usc dalla casa di Clara fregandosi le mani,
soddisfatto. Aveva l'indirizzo di Irene e quello di Firmino,
diventato proprietario di un piccolo albergo
a Losanna.
- Abbiamo fatto un gran passo, - egli dichiar
a Svengred. - domani parto per Losanna. Frattanto
volete recarvi a Laitzen per parlare a questa signorina
Irene? Se fosse necessaria la mia presenza, telegrafatemi.
Svengred accett con entusiasmo. Egli si dedicava
con passione alla ricerca della verit, tenendo coraggiosamente
lontano il pensiero penoso di vedere un
giorno uniti e felici Cristiano e Mitzi allorch fosse
tolta ogni ombra dalla memoria della povera Ilka.
Bisognava che giustizia fosse fatta e che il vero colpevole
venisse smascherato. Poich ora che saltavano
fuori tutte le menzogne di Parceuil, tanto Olaus che
il poliziotto vedevano profilarsi una trama sapientemente
ordita di cui speravano di aver presto tutte
le fila.
La mattina seguente, Svengred giungeva al villaggio
di Laitzen. Dietro le indicazioni avute, trov la
casetta dove abitava Irene. Una donna anziana, accasciata,
venne ad aprirgli. Quando egli domand della
signorina Irene Blemki, essa rispose:
- Sono io!
Olaus ebbe con lei un lungo colloquio. La povera
donna usc in grandi esclamazioni sentendo in qual
modo l'infame Parceuil l'avesse ingannata. Poi rivel
allo svedese ch'egli potrebbe trovar la prova del matrimonio
nella stessa chiesa di Laitzen.
Egli and subito dal curato, e dopo avergli dato le
spiegazioni del caso, ottenne da lui di vedere il registro
dei matrimoni. Vi trov scritti i nomi di Giorgio
Douvres e d'Ilka Drovno, con la firma dei testimoni,
che erano due contadini del luogo.
- S, s,  giusto! - diss'egli, come pensando forte.
- Questo matrimonio  perfettamente valido secondo
la legge del paese.
Cos dicendo, si voltava verso il sacerdote... e lo
vide con la fronte corrugata, come pensieroso.
- Vi domandate forse a che penso, signore? Ebbene,
ecco. Alcuni mesi dopo questo matrimonio, tornavo
una notte da una visita a un ammalato, quando
mi parve di vedere una luce in sagrestia. Temevo un
incendio, mi misi a correre. Ma proprio nel momento
in cui mi avvicinavo alla porta, un uomo messo sull'avviso
dal rumore dei miei passi sul terreno indurito,
si precipit fuori e fugg di corsa. Cercai d'inseguirlo,
ma invano. Allora tornai in sagrestia temendo
di dover constatare un furto. Vi era una candela
accesa vicino al registro dei matrimoni lasciato aperto.
Lo esaminai tutto, e vidi che nulla vi mancava.
Nessun'altro oggetto, del resto, era stato portato via.
Supposi che il misterioso malfattore volesse distruggere
qualche prova che gli dava ombra. Ricordandomi
il matrimonio di Ilka Drovno con quel giovane
francese che sembrava ricco e di gran famiglia, immaginai
che forse il malandrino avesse voluto appunto
sottrarre l'atto del loro matrimonio.
Svengred pens:
Parceuil, sempre!... Fu Parceuil che venne qui, che
cerc di fare scomparire la prova!
Dietro sua domanda, il curato, cercando di ricordarsi
bene, pot ritrovare all'incirca il tempo del misterioso
tentativo: era stato press'a poco un anno
dopo la morte di Ilka. Svengred si riserv d'informarsi
se allora Parceuil avesse fatto un breve viaggio
all'estero.
Dopo aver preso copia dell'atto, il giovane si accomiat
dal prete e torn da Irene. La interrog ancora
su parecchi punti, ed ebbe la certezza che due giorni
prima del delitto Ilka, ricevuto il mandatario del signor
Douvres, aveva dichiarato con fermezza la propria
intenzione di scrivere a quest'ultimo per rivendicare
i diritti di sua figlia al nome e al patrimonio
di Giorgio.
Povera donna, essa firmava la sua condanna di
morte, pens Svengred, rabbrividendo. Ah, che
mostro!... Avevo ragione di sentir per lui, istintivamente,
tanta antipatia!
Irene intanto, congiunte le mani deformate dalla
artrite, esclamava:
- Signore, che infamia! La mia povera piccola
Mitzi ch'egli mi aveva promesso di rendere tanto felice!...
Cosicch non le dette niente, proprio niente
dei beni di suo padre?
- Assolutamente niente, signorina. Ma state tranquilla...
E cos dicendo, un sorriso doloroso contrasse lievemente
le labbra del giovane.
- ... State tranquilla: se la graziosa Mitzi ha molto
sofferto, credo che d'ora innanzi la felicit stia per
sorriderle. Se lo merita, del resto, sotto tutti i rapporti,
perch non si potrebbe desiderare doti fisiche
e morali pi complete delle sue.
- Come la sua povera mamma, allora... come la
mia povera cara Ilka! Quanto vorrei rivederla, questa
bella piccina!
- Forse un giorno vi sar data questa consolazione,
signorina.
Poi s'inform dalla vecchia circa l'origine di Mitzi,
e seppe in tal modo come Ilka appartenesse da parte
di madre all'alta nobilt. In quanto alla famiglia paterna,
il curato, che egli and a trovare un'altra volta
prima di partire, gli dichiar che, sebbene molto
umile, era stimabilissima; Irene ne era, del resto,
l'unica superstite.
Pochi giorni dopo, Svengred s'incontrava con Klaus
Habner che tornava da Losanna. Era stato difficile
far parlare Firmino. Finalmente Habner era riuscito
a sapere che Parceuil aveva avuto un colloquio con
Ilka due giorni prima della morte di quest'ultima, e
che uscendo dalla camera della giovane aveva detto
a Firmino di non parlare, coi compagni che avrebbe
rivisti a Parigi, di colei che egli continuava a chiamare
la signorina Drovno.
Svengred aveva raccolto un bottino assai pi ricco.
I due uomini si posero a coordinare metodicamente
i fatti; indi rimasero entrambi assorti per un momento
nelle loro riflessioni. Habner chiese, a un tratto,
bruscamente:
- Ebbene, signor Svengred, che cosa ne dite?
- E voi, signor Habner?
 Probabilmente quello che ne dite voi.
Essi sorrisero. Poi il poliziotto, chinatosi verso il
compagno, domand sottovoce:
- Non credete che egli possa avere dei complici,
in questa faccenda?
Svengred trasal.
Dopo un momento di silenzio durante il quale si
guardarono negli occhi, Habner riprese, sempre sottovoce:
- Bisogna cercare colui o coloro cui questo delitto
 stato proficuo. Potete farlo meglio di me, voi che
conoscete la famiglia Douvres.
Nella mente di Svengred si fece allora come una
grande luce. Se Giorgio moriva senza figli legittimi,
tutte le ricchezze riunite di Giacomo Douvres e di suo
fratello venivano a Cristiano, allora bambino. Ebbene:
tre erano coloro dei quali il piccolo erede dei
Douvres e dei Tarlay era l'idolo: il nonno, la nonna
e il padre.
Per il suo carattere leale, per la sua irreprensibile
probit, il signor Douvres era al disopra di ogni sospetto.
Lo stesso poteva dirsi dell'ottimo Luigi Debrennes.
Restava l'altra, quella donna ambiziosa, piena
di alterigia verso coloro che stimava suoi inferiori,
tanto avida dei godimenti che poteva offrirle il
gran lusso, degli onori che le provenivano dal grado
sociale del nipote, quella donna che aveva fatto di
Cristiano l'idolo cui tutto  dovuto, a cui tutto  permesso.
Il giovane svedese volle allontanare tale sospetto,
ma questo si confermava sempre pi in lui al ricordo
del modo subdolo, pieno di perfido odio, con cui la
signora Debrennes aveva commentato la fuga della
povera Mitzi e annientato la fanciulla valendosi del
cosidetto traviamento materno. S, costei odiava
Mitzi. Perch? Perch era la sua vittima, la figlia della
donna che suo cugino, il suo confidente, aveva fatta
morire affinch Cristiano fosse doppiamente ricco e
che lui stesso, Parceuil, protetto da lei, potesse raggiunger
la cima delle sue ambizioni, diventando cio
il direttore stimato, e largamente retribuito, delle
ferriere di Rivalles.
Se Cristiano dedurr dai fatti questa stessa mia
conclusione, che dispiacere ne prover! pens Svengred.
Fino allora aveva tenuto l'amico brevemente informato
della sua inchiesta, non volendo correre il rischio
di possibili delusioni. Quella sera gli scrisse
queste parole:
Tutto va bene. L'atto di matrimonio esiste. La
madre di Mitzi  degna di ogni rispetto. Parto domani
e ti dir tutto a voce.

.
...

 Capitolo 3.

Dopo i funerali di Giacomino tutti gli ospiti erano
scomparsi da Rivalles. La presidentessa in gran lutto
trascinava la sua noia per i salotti deserti con la
sua cara Florina che si aggrappava alla speranza di
conquistare Cristiano, sebbene questi fosse pi freddo,
pi indifferente che mai a suo riguardo.
La speranza di Parceuil, della presidentessa e della
sua figlioccia non si era effettuata: Mitzi scampava
alla morte: era entrata gi in una lenta convalescenza,
interrotta da qualche sosta, da lievi riprese di
febbre, e ostacolata anche dalla mancanza di quel
potente fattore morale che  il desiderio di vivere.
Poich Mitzi pensava con angoscia:
Che cosa far quando sar guarita?... Non posso
rimanere qui, esposta al pericolo di rivederlo, di udirlo!...
E il signor Parceuil vorr permettermi di partire,
se il signor di Tarlay vi si oppone?
Le affettuose cure di Marta non erano valse a dissipare
quella tristezza e quell'angoscia segreta che
la giovane non confidava all'amica sua. Nell'anima di
Mitzi cresceva a dismisura un sentimento che in breve
tempo divent dominante: essa aveva paura di
Cristiano... tremava al ricordo del suo sguardo tanto
imperiosamente innamorato, della voce calda con cui
le aveva detto delle parole piene di passione... quelle
parole la cui rievocazione la faceva fremere di sdegno
e in pari tempo di un certo senso di strana gioia.
Fuggire, fuggir lontana da lui: tale era il desiderio
che diventava in lei una specie d'incubo.
Cristiano, cui Marta dava giornalmente notizie della
giovane, era inquieto nell'osservare come essa stentasse
tanto a rimettersi completamente. Voleva chiamar
a consulto il proprio medico di Parigi, e
Mitzi, saputo dall'amica questo desiderio di lui, gli
fece dire che si ristabilirebbe benissimo senza che si
dessero tanto pensiero per lei. Egli pens:
Mi serba rancore, povera piccina!... Ah, se Svengred
potesse darmi una buona notizia!... Ci affretterebbe
certamente anche la sua guarigione.
Dopo la morte del bambino, le consuetudini di Cristiano
erano molto cambiate. Egli si occupava adesso
delle ferriere: vi si recava quasi ogni giorno, biasimando
o approvando da padrone le disposizioni del
direttore. Questi, umilmente deferente, servilmente
adulatore, nascondeva la propria inquietudine e la
propria rabbia. Un uomo come Cristiano non si lascerebbe
n annientare n turlupinare come un Luigi
Debrennes. Se questo suo capriccio diventasse una
seria determinazione, Parceuil prevedeva per s giorni
tanto pi difficili in quanto da qualche tempo il
signor di Tarlay gli dimostrava una freddezza quasi
ostile, n si peritava di trattarlo con alterigia, quasi
si compiacesse di umiliarlo.
Gatta ci cova! pensava il miserabile. Egli sospetta
forse qualche cosa riguardo agli utili, del resto
assai legittimi, che io stesso mi sono aggiudicati senza
credere opportuno di chiedergliene il consenso? Oppure
ha dei dubbi circa la famiglia di Mitzi?
In quell'anima senza scrupoli balen per un momento
l'idea di un nuovo delitto. Ma questa volta la
facenda gli parve un po' troppo pericolosa: Mitzi
non poteva essere soppressa come lo fu sua madre,
che non aveva altra protezione se non quella della
povera Irene. C'era Cristiano, qui, molto perspicace
e forse gi diffidente. No, bisognava rinunziare a questo
mezzo.
Frattanto Mitzi preparava, senza supporlo, la strada
ai propri nemici.
Sentendosi tornare un po' in forza, ella risolvette
di ricorrere a Parceuil per sfuggire il pericolo che
rappresentava per lei il signor di Tarlay. Provava una
certa ripugnanza, perch quello strano tutore che
non aveva mai mostrato di curarsi di lei e che ella
conosceva soltanto per fama, le ispirava una istintiva
antipatia. Ma non aveva altra speranza che in
questo tentativo. Se per tema di dispiacere al signor
di Tarlay, per assoluta indifferenza circa la sorte dell'orfana,
Parceuil rifiutasse di aderire alla sua preghiera,
Mitzi si vedrebbe costretta a restare a Rivalle's
dove si troverebbe in bala di colui che ella tanto
temeva e che sarebbe tanto pi implacabile nel prender
la sua rivincita in quanto che essa lo aveva gravemente
offeso, lui, il bel Cristiano di Tarlay, l'orgoglioso
ammaliatore che, come la gente diceva, non
aveva mai incontrato resistenza allorch gli era piaciuto
di fare qualche conquista.
Scrisse dunque a Parceuil:
Signore,
Poich siete il mio tutore, mi rivolgo a voi chiedendovi
aiuto. Ora che il povero signorino Giacomo
 morto, io non sono pi qui di nessuna utilit. Volete
avere la bont di autorizzarmi a ritornare nel
collegio dove mi avete fatta educare? Le suore potranno,
spero, trovare da sistemarmi. In ogni modo,
presso di loro mi sentir al sicuro, e cercher di
rendermi utile in tutto quello che potr per non esser
loro a carico.
Questa lettera fu portata a Parceuil da Marta a cui
Mitzi aveva confidato la propria risoluzione. La guardarobiera
l'approvava pienamente. Nel recarsi giornalmente
dal signor Tarlay secondo l'ordine avutone,
essa ne aveva osservato la premura piena di inquietudine,
ne aveva ricevuto le pi vive raccomandazioni
di vegliare che a Mitzi non mancasse nulla, non
solo di quanto le occorreva, ma di tutto quanto poteva
esserle gradito. Profondamente onesta com'era,
Marta aveva paura per l'amica sua di quell'interesse
troppo significativo ,e capiva come Mitzi facesse il
possibile per scampare dalla sorte a cui la passione
del potente signore di Rivalles la condannava. Cosicch,
per quanto profonda fosse la sua antipatia verso
il direttore delle ferriere, accett l'incarico datole
dalla giovane.
Leggendo la lettera di Mitzi, Parceuil fece un sorriso
di soddisfazione, poi aggrott le ciglia... e finalmente,
mettendosi il foglio in tasca, si rec dalla
presidentessa che finiva di vestirsi per la colazione.
Essa venne a raggiungerlo nel salotto dove la cameriera
lo aveva fatto passare, e lesse con posatezza
la lettera che Parceuil le aveva porto. Poi sogghign:
- Questa ragazza cerca di gabbarci facendoci credere
che vuole sfuggire Cristiano. Ci ha dunque presi
per imbecilli?
- Ebbene, io, per quanto la cosa possa stupirvi,
credo che la ragazza sia sincera.
- Ma via! Nel suo stato respingerebbe l'amore di
un Cristiano di Tarlay?... Amico mio, eppure non siete
tanto ingenuo da cadere in un tranello di questo genere!...
Parceuil alz le spalle con impazienza.
- Bisogna veder le persone come sono, Eugenia.
La madre di Mitzi, checch io abbia detto, era perfettamente
onesta; sua figlia pu somigliarle. Vi sono
donne che hanno orrore del male, credetelo, e che
preferiscono spezzarsi il cuore, anzich cadere.
- Ma insomma... Cristiano... Cristiano che  tanto
ricercato, tanto adulato...
La signora Debrennes rimaneva come soffocata
dallo stupore all'idea che una ragazzuccia come Mitzi
potesse non rimanere abbagliata, vinta sul momento
dal fascino fino allora irresistibile di suo nipote.
- Perbacco, appunto perch ha paura del suo fascino
vuol partire!... S, s, credo che essa abbia resistito
a Cristiano, che sia ancora risoluta a farlo...
e dal momento che noi abbiamo tutto l'interesse che
ella gli fugga dobbiamo adoprarci per la sua partenza.
-  impossibile! Cristiano sarebbe furibondo, come
potete immaginare!
- Perci dobbiamo fare in modo di non apparire
consapevoli della cosa.
La signora Debrennes scroll la testa.
- Eh! Cristiano s'immaginer bene ch'ella sia tornata
dalle sua antiche maestre, e trover il modo di
rivederla appena si sia sistemata fuori del convento.
- Ragione per cui io non ho affatto l'idea di mandarla
dalle suore. Voglio approfittare di quest'occasione
per farla sparire dalla nostra strada, non gi
con mezzi violenti, ma riducendola alla miseria, in
una specie di schiavit, e molto probabilmente condannandola
alla perdizione.
- E in che modo?
- Ve lo dico subito. Una volta, anni or sono, io
salvai da ben meritata prigionia una nichilista mezza
russa, mezza francese, che rubava senza scrupoli per
conto dell'associazione di cui faceva parte. Vedete: 
sempre bene farsi degli amici dovunque! Con un piccolo
sussidio ch'io le detti, Anna Bolomeff apr nel
Quartiere Latino un piccolo albergo-ristorante a prezzi
modesti, frequentato da studenti poveri, da forestieri
pi o meno equivoci, per la maggior parte espulsi
dalla loro patria per delitti politici o d'altro genere.
Anna, che non  gentile n delicata, che lesina su
tutto, non pu tenere una donna di servizio e fa tutto
da s, aiutata talvolta da qualche suo cliente pi affamato
degli altri, contento di aver come ricompensa
uno scarso pasto. Da tutto questo potete immaginare
con qual gioia essa accoglier Mitzi alla quale non
avr da dare salario e che con la sua bellezza sar un
prodigioso richiamo.
La presidentessa sorrise con malvagia soddisfazione.
- Benissimo!... Ma se Mitzi s'inquieta, protesta,
non vuole starvi?
- Non abbiate paura: Anna la terr d'occhio. La
nostra bella Mitzi sar prigioniera... e senza denaro,
del resto, che cosa potrebbe fare?
La signora Debrennes scosse la testa.
- Non avremo delle noie, per, a far questo?... Un
tutore che costringe la propria pupilla a vivere in una
casa sospetta...
- Ma non  sospetta affatto! Non c' mai nessun
scalpore, non avviene mai nessuno scandalo nella casa
di Anna Bolomeff. Tutto procede con correttezza.
Mitzi vi star benissimo... e non potr rifarsela che
con s stessa, con le proprie esigenze, col proprio
cattivo carattere, se la padrona di casa la tratter
troppo duramente, se le misurer il cibo, se la costringer
a un lavoro poco piacvole. Ed io sar al
coperto, avendola affidata a una donna che tutto il
quartiere stima per donna onorata, affinch essa le
insegni a far la serva dandole cos modo di guadagnarsi
il pane. Che se poi le accadesse qualche disgrazia,
se soccombesse sotto una fatica superiore alle
sue forze... pazienza, sono cose che accadono a tante
altre persone costrette a lottare con la miseria. Nessuno
potr incolparne me, nessuno neppure ci penser,
poich coloro che potrebbero interessarsi di lei
non sapranno dove essa sia.
- Se proprio credete che questo mezzo sia buono...
- Non ne vedo altri. Ma bisogner combinar tutto
in modo che Cristiano non sappia niente. Io mi metter
d'accordo con Mitzi...
- Credete che essa accetti di andare presso la nostra
ex-nichilista, invece di tornare dalle monache?
Parceuil sorrise sardonicamente.
- Non abbiate alcun timore: essa conoscer il
cambiamento di programma soltanto all'ultimo momento.
E questo  tanto pi necessario in quanto
la sua amica Marta deve crederla presso le suore di
Santa Clotilde.
- Ors, fate come credete meglio, mio buon amico.
Sbarazzateci di questa creatura, io non domando
altro... purch Cristiano non se la rifaccia con noi. 
gi molto freddo con me da qualche tempo... talvolta
si direbbe quasi che mi sia ostile.
Parceuil rispose con un lieve sogghigno:
- Probabilmente avr saputo che non parlate troppo
bene della giovinetta. Insomma, speriamo di liberarci
presto di costei!

.
...

  Capitolo 4.

Sul finire della mattinata seguente, Mitzi sent bussare
alla sua porta, e andando a aprire si trov di
fronte Parceuil.
Egli spieg:
- Vengo a rispondere a voce alla lettera che mi
scriveste ieri.
Essa gli offr una seggiola e si mise a sedere di
faccia a lui, col cuore trepidante di commozione e
d'angustia. Purch aderisse alla sua richiesta, quell'uomo il
cui sguardo duro e spiacevole le ripugnava tanto!
Lui, con una rapida occhiata, verific il deperimento
del volto, sempre seducente, il languore dei begli
occhi, e pens con gioia feroce:
Non potr sopportare a lungo il regime della Bolomeff.
Con voce un po' tremante, Mitzi intanto diceva:
- Vi chiedo scusa di avervi disturbato, signore,
ma non potevo prendere nessuna decisione senza il
vostro permesso...
- Avete fatto benissimo figliuola... avete fatto benissimo.
Egli diventava a un tratto quasi paterno.
- Capisco il vostro desiderio, e lo seconderei molto
volentieri se... non temessi di provocare contro di
me un'inimicizia, una collera che potrebbero costarmi
care!
Una vampa di fuoco sal al viso di Mitzi. Con le
labbra tremanti la giovane soggiunse:
- Tuttavia, signore, voi capite che  appunto per
fuggire questo... questa stessa persona che vi chiedo
il permesso di partire?
- S, capisco tutto, povera bambina, e non posso
che approvarvi pienamente. Ci nondimeno, lo ripeto,
mi trovo in una condizione molto difficile. Bisognerebbe...
ecco... che questa vostra partenza avvenisse
senza che, apparentemente, io ne sapessi nulla. Per
esempio, un bel giorno potreste partire alla chetichella;
una vettura potrebbe aspettarvi, in un dato
luogo, non troppo vicino a qui... la vettura vi condurrebbe
alla stazione di Meaux, di dove partireste per
Parigi. Io vi aspetterei laggi, e vi metterei nel treno
di Chartres. Le suore sarebbero avvisate per mezzo
mio, e voi non dovreste preoccuparvi di niente. Qui,
s'intende, io farei vista di nulla... E dopo, quando si
immagineranno che vi siete rifugiata a Santa Clotilde,
la cosa sar gi fatta e voi sarete al sicuro presso
le vostre antiche maestre.
Mitzi disse con vivacit:
- S, s, va benissimo cos!... Ma vorrei partire pi
presto che sia possibile, signore.
- Mi occorre un po' di tempo per preparare la
vostra partenza; mi basteranno cinque o sei giorni,
forse. Vi avviser con un mio biglietto. Ma non parlate
con nessuno del vostro divisamento, s'intende.
- Marta sa tutto, signore. Ma non c' pericolo:
sar segretissima.
La fisionomia di Parceuil parve a un tratto rannuvolarsi.
- Ah!... Uhm!... Questo mi secca assai! Se la interrogano,
 capacissima di dire che vi siete rivolta
a me.
- No, sono sicura del suo silenzio. Ella sa perch
io voglio partire...
E di nuovo il volto pallido di Mitzi avvamp.
- ... Essa mi approva pienamente, e far tutto
quello che pu per aiutarmi.
- Speriamolo. Se sar prudente, non avr da pentirsene,
giacch so ricompensare chi tace.
Quando, poco dopo, Mitzi ripet all'amica queste
parole di Parceuil, Marta fece una smorfia di disgusto.
- Se crede che io taccia per questo!... No, no, io
agisco unicamente per il tuo bene, Mitzi, per aiutarti
a scampare dal pericolo che ti minaccia. Intanto la
tua partenza conviene anche a lui, o meglio conviene
alla signora Debrennes che deve vedere di mal occhio
questa... simpatia del signor visconte per te e probabilmente
studia il modo di allontanarti.
Mitzi prese la mano della guardarobiera, e stringendola
nervosamente le chiese con voce tremante:
- Marta, che cosa dicono di me?... Teodoro mi vide
uscire dal padiglione... e anche la presidentessa e altre
persone.
Marta si chin per abbracciare la fanciulla.
- Cara, il mondo giudica soltanto dalle apparenze...
per la gente non ammette che, nella tua condizione,
tu abbia respinto un uomo come il signor di
Tarlay. Ti ho molto difesa contro il personale, sai!...
Ma mi hanno dato dell'imbecille, cosa di cui poco mi
importa perch so di aver fatto il mio dovere.
Mitzi si drizz di nuovo pallidissima, mormorando
con dolore:
- Dunque, credono... credono questo? E dire che
preferirei mille volte la morte piuttosto che...
Un singhiozzo le strinse la gola. Abbandon la testa
sulla spalla di Marta, dicendo sottovoce:
- Ah, perch non sono morta? Egli mi lascerebbe
in pace, allora!
* * *
Cinque giorni dopo, Olaus Svengred, compiuta la
sua missione, giungeva a Rivalles. Cristiano lo aspettava
con febbrile impazienza. Dalle poche parole scrittegli
dall'amico aveva potuto arguire un successo
completo e importanti scoperte. Cosicch, non appena
Svengred ebbe messo piede nel vestibolo del
castello, egli lo condusse nel suo studio, e stringendogli
nervosamente la mano gli domand:
 - Ebbene, che cos'hai saputo?... Era falso ci che
diceva Parceuil?
Il giovane svedese aveva sempre veduto l'amico
abbastanza freddo, molto padrone di s, ostentando
volentieri l'ironia, l'indifferenza sarcastica. Nel vedere
la commozione, l'ansiosa aspettativa di lui, egli
cap dunque la profondit del sentimento che lo
animava, e che trionfava sul suo orgoglio, sulla sua
noncuranza sprezzante di uomo troppo adulato.
L'anima di Olaus fu per un momento pervasa da
un senso di amarezza straziante. Ma coraggiosamente,
allontanando ogni pensiero di gelosia, egli rispose:
- S, amico mio,  tutta una falsit: la madre di
Mitzi era irreprensibile, come Mitzi stessa: il matrimonio
fu veramente contratto, ed era validissimo
secondo la legge austriaca.
Indi narr ogni cosa all'amico, senza fare commenti,
per lasciar Cristiano del tutto libero nel proprio
giudizio, senza palesargli le sue personali convinzioni.
Il signor di Tarlay lo ascoltava avidamente,
col mento appoggiato su una mano, il volto proteso,
gli ochi lampeggianti di uno sdegno represso, che
fin con l'esplodere non appena Svengred tacque.
- Miserabile!... Fu lui che uccise quella disgraziata!
- Sono anche io di questo parere, come pure
Klaus Habner.
Cristiano si alz, sconvolto per la commozione e
per l'orrore.
- Miserabile! - ripet. - E mio nonno, mio padre,
avevano riposto in lui tutta la loro fiducia! La
nonna lo porta alle stelle. Hanno creduto tutti
quanti alle sue menzogne. Mio padre soltanto aveva qualche
dubbio!... Perch non cerc di chiarirlo? Una
orribile ingiustizia sarebbe stata evitata. Quella disgraziata
figliuola era, se non legalmente, per lo meno
in via di giustizia, l'erede di Giorgio. Mio nonno
nella sua perfetta rettitudine, avrebbe certo giudicato
cos. Ecco perch Parceuil lo ha ingannato...
Interrompendosi a un tratto, Cristiano rimase un
momento pensoso, poi soggiunse:
- Ma quale interesse aveva quest'uomo per agire
in tal modo?... Che Mitzi ereditasse o no dal padre,
a lui non gliene veniva niente.
Svengred trasal impercettibilmente. Egli ben conosceva
i due motivi che avevano ispirato la condotta
di Parceuil; ma occorreva che uno di questi motivi
Cristiano lo indovinasse da s: l'altro, glielo
dichiar subito, secondo quanto aveva saputo egli
stesso da Irene.
- Codest'uomo aveva corteggiato Ilka; respinto,
gliene aveva certo serbato rancore; e sar stato poi
felicissimo, venuta l'occasione, di vendicarsi di lei.
- Che mostro! Che infame! Quale gioia poterlo
finalmente smascherare! E la mia povera Mitzi sapr
presto che tutte le accuse lanciate contro sua madre
erano indegne calunnie... Mitzi, che io potr trattare
come cugina agli occhi di tutti... e presto come fidanzata.
Fece alcuni passi per la stanza, poi torn vicino a
Svengred che osservava con un misto di amarezza e
di nobile soddisfazione quel bel volto cos agitato.
- Bisogna ch'io la veda oggi stesso... che la informi
senza ritardo del cambiamento avvenuto nel
suo stato. Quanto a Parceuil, ne far giustizia non
appena sar tornato da Parigi dove si  recato stamani
per affari.
* * *
Quello stesso giorno un biglietto di Parceuil, rimessole
da Marta, informava Mitzi che la sua partenza
era fissata per la mattina dopo. Alle quattro
essa doveva uscire di soppiatto, passando da una porticina
del parco mediante la chiave che il previdente
tutore aveva messa dentro la busta della sua lettera,
doveva fare a piedi un tragitto di circa un chilometro
fino a un crocevia dove troverebbe una carrozza
che la condurrebbe a Meaux: ivi prenderebbe un treno
per Parigi. Alla stazione dell'Est Parceuil sarebbe
ad aspettarla e l'accompagnerebbe alla stazione di
Montparnasse, come le aveva detto in precedenza.
Nella busta era accluso il denaro per il viaggio da
Meaux a Parigi. Marta non pot fare a meno di osservare:
- Avrebbe ben potuto aggiungere qualche cosa
di pi, quel tirchio!
Mitzi rispose con una fierezza mista di una certa
malinconia:
 Non mi deve niente... nessuno mi deve niente.
Voglio provvedere alla mia sussistenza col mio solo
lavoro.
Aiutata da Marta, riun le poche robe che le appartenevano.
Le mani le tremavano; un'immensa tristezza
le stringeva il cuore. Fuggire, fuggire cos, come
una povera creatura perseguitata... sentirsi sola, senza
mezzi, spogliata del solo tesoro che possedesse
su questa terra: il proprio onore, che tanto ingiustamente
le veniva contestato!...
Una collera dolorosa, un amaro risentimento penetravano
l'anima sua gi tormentata dalla sofferenza.
E quando, poco dopo, Marta, chiamata presso il
signor di Tarlay, venne a dirle che il padrone voleva
parlarle dovendole fare un'importante comunicazione,
essa esclam con veemenza:
- Oh, no, no... questo no!
- Come si fa, cara Mitzi?  difficile rispondere
cos al signor visconte. Gli ho detto che sei ancora
debole, affranta, allorch mi ha chiesto tue notizie...
ma questo non pu impedirti di riceverlo.
- S, se gli dirai che questo pomeriggio sono ancora
pi stanca del solito... che lo prego di aspettare
a domani. E domani potr cercarmi quanto vorr:
non mi trover pi.
Parlava con un'amarezza che colp Marta, la quale
pens:
Gli serba rancore, povera piccina!... E ne ha tutte
le ragioni!.
Mitzi dal canto suo pensava con dolorosa ironia:
Immagino benissimo che cosa sarebbe quest'importante
comunicazione. Ah,  proprio tempo che io
fugga!.
Marta, che su questo punto era del parere dell'amica,
and a recare al signor di Tarlay la risposta
di lei, non senza qualche timore poich non sapeva in
qual modo il padrone avrebbe accolto un ritardo imposto
al suo volere. Infatti, sulle prime egli aggrott
le ciglia, dichiar che quello che aveva da dire sarebbe
certo di vantaggio alla salute della convalescente.
Poi, riflettendo che il pensiero di trovarsi di fronte
a lui poteva agitare profondamente Mitzi, scrisse queste
poche parole:
Non avere paura di me, Mitzi. Sono ormai il pi
rispettoso amico, e presto avr la felicit di chiamarti
con un altro nome. Concedimi di parlarti alla
presenza del mio amico Svengred che conosce il mio
pentimento e sa quanto bisogno io abbia del tuo
perdono.
Tuo devotissimo
Tarlay.
Allorch Marta consegn la lettera a Mitzi, questa
la tenne per un momento fra le dita tremanti, e sent
salire alle narici un lievissimo e delicato profumo
che a un tratto le ricord con straziante intensit
la scena del padiglione.
Ebbe un gesto di orrore, un lungo brivido percorse
la sua persona... e con atto violento strapp il
foglietto, lo ridusse in pezzi minutissimi che gett
via a caso. Poi, lasciandosi cadere su una seggiola,
scoppi in singhiozzi.

.
...

 Capitolo 5.

La mattina del giorno dopo, in un treno diretto
verso Parigi, c'era una povera creatura oppressa dall'angoscia,
indebolita dalla malattia, che coraggiosamente
tratteneva le lacrime cercando di calmare il
suo dolore col pensiero che fra breve sarebbe al sicuro
presso le suore che le volevano bene e che saprebbero
proteggerla.
La partenza si era effettuata senza difficolt. Tutti
dormivano ancora nel castello, quando Mitzi ne era
uscita furtivamente. Una carrozza l'aspettava al luogo
indicato, come le aveva detto il suo tutore. A
Meaux aveva preso il treno, senza inciampi di sorta...
e fra pochi istanti giungerebbe a Parigi.
Ebbe a un tratto un timore: se Parceuil non si
fosse trovato alla stazione, che cosa farebbe, lei, quasi
sprovvista di denaro? Marta l'aveva indotta ad accettare
in prestito una piccola somma perch non
fosse proprio senza un soldo; ma non le sarebbe bastata
per pagare il viaggio fino a Chartres. Cosicch
prov un vero sollievo quando, uscendo dalla stazione,
vide Parceuil che l'aspettava.
Questi la condusse a una carrozza da lui in precedenza
fissata, e quando ambedue vi furono saliti, il
fiaccheraio subito si mosse verso una direzione gi
indicatagli.
Allora Parceuil disse alla sua pupilla:
- Ho cambiato idea, figliuola mia, riguardo al
luogo dove ricoverarvi. L'educandato di Santa Clotilde
sarebbe certo il primo posto dove tutti supporrebbero
che vi siate ritirata. Ora, il signor di Tarlay
 uomo di ferrea volont, molto tenace nelle proprie
idee, avvezzo a non incontrare ostacoli ai propri capricci.
Inoltre, egli  immensamente ricco, ha potenti
relazioni e sa di non aver nulla da temere qualora
gli piacesse... per esempio, di farvi rapire! Cosicch
ho stimato cosa pi prudente condurvi in un
luogo dove egli non penser mai di farvi cercare,
cio presso una degnissima persona di mia conoscenza
che, per farmi cosa grata, acconsente volentieri
a ricevervi e a prendervi come aiuto nella direzione
della sua casa.
Mitzi ascoltava questo discorso con molta sorpresa
mista a un certo timore. Ma Parceuil rispose alle
obiezioni di lei in un modo tanto persuasivo, ch'essa
fin col calmare la sua ansiet e soffocare il suo rimpianto
pensando che, infine, il suo tutore aveva ragione
e compiva seriamente un dovere facendo tutto
quanto poteva per allontanarla dal pericolo.
Essa domand che cosa facesse la suddetta persona,
e Parceuil rispose:
- La signora Bolomeff tiene un albergo, una casa
stimatissima. Voi l'aiuterete nel suo lavoro, ed
essa ve ne dar un equo compenso.
Poco dopo la vettura si fermava davanti a un piccolo
ristorante di modesta apparenza. Parceuil aiut
la giovane a scendere, pag il vetturino, poi entr con
Mitzi nella sala, vuota a quell'ora.
Da una stanza attigua comparve una donna. Portava
indosso una giacca grigia piena di macchie d'unto,
e aveva in testa una berretta di tulle nero tutta
polverosa, dalla quale scappavano fuori alcune ciocche
di capelli grigi. Nella faccia terrea si aprivano
due occhi azzurri, duri, pungenti, sotto le palpebre
flosce e senza ciglia.
Parceuil, spingendo lievemente avanti a s Mitzi
che era rimasta perplessa alla vista della donna, disse:
- Ecco la giovane di cui vi ho parlato, Anna.
Spero che ve la intenderete bene tra voi due.
La donna fece un sorriso che mise allo scoperto
le sue gengive adorne di denti cariati.
- Oh, tutti se la intendono sempre con me! Non
temete, signor Parceuil, avr molta cura della vostra
protetta.
- Suvvia, ve la lascio. Arrivederci, Mitzi.
E voltandosi indietro, Parceuil si avvi verso la
porta seguito da Anna. Egli le disse nell'orecchio,
in tutta fretta:
- Soprattutto, non la lasciate scappare.
- Non temete: so io come fare. E non la metter
al ristorante, se non quando sar ben domata.
Parceuil usc frettolosamente, e la donna chiuse la
porta a chiave.
Tutta questa scena si era svolta in modo tanto rapido,
che Mitzi era ancora tutta sbalordita allorch
la Bolomeff le si avvicin.
- Venite, bambina, che vi faccio vedere la vostra
camera.
Mitzi la segu con passo incerto. Si sentiva stringere
il cuore dall'angoscia, perch aveva la subitanea
intuizione di esser caduta in un tranello. Ma non era
forse meglio far finta di non accorgersene, per riuscire
a sventare la trama se questa esisteva?
Dietro la strana sua ospite, Mitzi travers una
stanzetta buia, pass davanti a una cucina da dove
si sprigionava un lezzo di bettola, percorse un piccolo
corridoio, vide passando un angusto scrittoio a vetri
e una scala con un tappeto strappato e polveroso.
Poi Anna apr una porta che scricchiol lamentosamente,
e Mitzi si trov in un piccolo cortile, una
specie di pozzo incastrato fra quattro mura, da cui
usciva un nauseante odore di acque sporche. A destra
la donna apr una porta e disse:
- Ecco la vostra camera.
Era un bugigattolo che prendeva luce da un vetro
posto sopra la porta. Un letto sconquassato con le
coperte sudicie, una tavola di legno, lercia, con sopra
un brocchetto e una catinella sbocconcellata, una
seggiola mezza rotta, costituivano l'arredamento della
stamberga. Il pavimento di terra battuta pareva
non essere stato spazzato da mesi e mesi, e i muri
tutti unti non dovevano, a quanto sembrava, essere
stati mai ripuliti.
Mitzi indietreggi, protestando vivacemente:
- Ma, signora, io non posso dormire qui.
L'altra la squadr con un perfido sorriso.
- E perch?... Se avete mezzi di pagarmela, vi
dar un'altra camera; se no, questa far benissimo
per voi. Suvvia, levatevi il cappello e venite ad aiutarmi
in cucina, perch non ho mica bisogno di una
fannullona, io, qui.
- Ebbene, signora, non vi sar d'impiccio neppure
un momento di pi. Me ne andr subito subito...
La donna la interruppe alzando le spalle.
- Non ne avete il permesso, e neppur io ho quello
di lasciarvi andare. Il signor Parceuil vi ha affidata
a me .Lui solo pu autorizzarvi a uscire di qui.
- Allora gli scriver.
- Sia pure. Ma intanto venite ad aiutarmi per guadagnarvi
da mangiare.
Mitzi stim meglio non discutere pi oltre. Posata
la valigia nel bugigattolo e toltosi il cappello, segu
di nuovo l'albergatrice fino alla stanza puzzolente
dove si manipolavano cibi inqualificabili. La fanciulla
mond i legumi che Anna le indicava, rigir col mestolo
una salsa che sapeva di grasso rancido, vers,
per ordine della donna, sulla carne verdastra, una
forte dose di aceto allo scopo di attenuarne il fetore.
Poi la Bolomeff le disse:
- Faremo ora colazione prima che arrivino i miei
clienti.
- Non ho fame, - rispose Mitzi vivamente. -
Non potrei mandar gi un boccone.
L'altra disse sarcasticamente:
- Il mio vitto non piace forse alla signorina?
Via, per oggi voglio essere indulgente. C' del latte
in quel bricco: ve ne dar una tazza.
Mitzi non rifiut sentendo il bisogno di sostenersi
fisicamente per poter sopportare la lotta morale, le
angosce che la sua triste condizione le avrebbe di
certo riservate. Sent che il latte aveva un sapore
sgradevole, ma si sforz di berne una tazza. Poi
continu ad aiutare Anna, la quale, cintasi di un
vecchio grembiule unto e bisunto, andava e veniva
dalla cucina alla sala dove cominciavano a giungere
i clienti.
Mitzi pensava:
Se me ne andassi ora? Seguendola quando va di
l, potrei traversare la sala correndo e uscire dall'altra
parte.
Poi riflett, desolata:
Ma per andare dove? Non conosco nessuno in
questa citt... e non posseggo quasi punto denaro.
A poco a poco si sentiva pervadere da una grande
stanchezza. Un certo torpore le atrofizzava il pensiero,
rendeva pesanti le sue palpebre. Con voce aspra,
Anna a un tratto grid:
- Voi cascate dal sonno, bambina. Andate a dormire;
dopo, starete meglio.
La prese per un braccio, l'accompagn fino al bugigattolo.
Mitzi obbediva, quasi incosciente. Si cacci
dentro il letto e subito cadde in un sonno profondo.
Quando si svegli, la sua mente intorpidita non
ebbe sulle prime che pensieri vaghi. Ma con la scialba
luce che penetrava dal vetro sporco, le torn a
poco a poco la coscienza della terribile verit. Allora
si sollev sul sordido giaciglio e volse intorno a
s uno sguardo d'angoscia.
Alla prima occhiata vide che le sue vesti non c'erano
pi.
Vicino al letto, sopra una seggiola, c'erano una
gonnella cenciosa e un giubbetto di cotone, poco pulito.
Per terra giacevano, una qua una l, due ciabatte
sfondate.
Mitzi mormor:
- Che significa ci?
 Restava immobile, terrorizzata. Il ricordo di quello
che era accaduto il d prima si faceva in lei sempre
pi chiaro... Qual'era lo scopo di Parceuil, conducendola
li? Perch le avevano tolto le sue vesti?
A un tratto pens:
Il denaro... il denaro di Marta!... Mi hanno preso
anche quello?.
Purtroppo verific che era proprio cos!... Rimaneva
dunque senza la minima risorsa, e perfino senza
vesti, poich le era impossibile uscir fuori con quelle
che l'albergatrice aveva messe sulla seggiola. Cap
subito che quella donna aveva pensato di far cos,
per impedirle di fuggire.
Allora si sent pervasa da un'immensa desolazione
e si lasci cadere sul letto, annientata, con le tempie
che le battevano dalla febbre.
Ma si drizz di nuovo sentendo un passo sul lastrico
del cortile. Non bisognava che quella miserabile
donna la credesse abbattuta, avvilita. Doveva
protestare, difendersi...
La porta fu aperta, ed Anna comparve sulla soglia,
ancora pi sudicia del giorno avanti, nel suo
vestito da mattina.
- Alzatevi, fannullona. C' da fare in casa.
Mitzi rispose con fermezza:
- Se volete che mi alzi, riportatemi i miei panni.
- No, piccina, non vi servono pi. Ecco ci che
vi occorre nel vostro nuovo impiego.
- Non mi mover fintanto che non mi avrete reso
quello che mi appartiene.
- A piacer vostro! Ma siccome non do da mangiare
a chi non lavora, voi non mangerete fintanto
che non avrete cambiato parere.
E voltandole le spalle, Anna usc dalla stanza, di
cui chiuse a chiavistello la porta.
Mitzi, terrorizzata, pens con disperazione:
Mio Dio, in che mani sono capitata! Abbiate
piet di me, povera orfana che fugge un pericolo per
incorrere in un altro forse peggiore del primo! Ma
chi  dunque questo Parceuil, per trattarmi cos?
Che cosa gli ho fatto, io, a quest'uomo che un tempo
cred bene assumersi la mia tutela, che mi ha fatto
educare senza mai mostrare d'interessarsi altrimenti
di me?.
Tutti questi pensieri si urtavano nel cervello febbricitante
della infelice fanciulla. Sfinita di forze,
essa cadde gi, rabbrividendo battendo i denti, sull'ignobile
letto da cui, come essa pens in quel momento
con un barlume di speranza, forse non uscirebbe
pi se non morta!

.
...
 
Capitolo 6.

Cristiano aspettava con vivissima impazienza il
momento di rivedere Mitzi e di farle conoscere quale
cambiamento stava per avverarsi nella sua vita.
Egli attribuiva all'impaccio in cui la fanciulla poteva
trovarsi davanti a lui, al timore ch'egli le ispirava, il
ritardo frapposto dalla giovane per riceverlo. Ma
era certo ch'essa si sarebbe alquanto rassicurata dopo
aver letto il suo biglietto; e si rassicurerebbe poi
del tutto quando egli le avesse chiesto quel perdono
che da uomo ormai avvezzo ai trionfi del suo potere
di vero affascinatore non metteva in dubbio di ottenere.
Cosicch, sul mezzogiorno, fece chiamare Marta,
per mandarla a informarsi presso Mitzi dell'ora in
cui voleva riceverlo. Appena ebbe veduto il viso sconvolto,
impacciato, della guardarobiera, cap che qualche
cosa di anormale doveva essere accaduto prima
ancora che questa avesse detto:
- Mitzi non c', signor visconte.
- Come?... E dove  andata?
- Lo ignoro... ma stamattina non l'ho pi trovata
in camera sua... e non c' neanche la sua valigia, n
vari altri oggetti di cui si serviva giornalmente.
Cristiano ebbe un sussulto di stupore e di collera.
- Che dite mai?... E perch non mi avete avvisato
prima?
- Ma... ma, signor visconte...
Marta balbettava, rossa, impacciata ed anche un
po' tremante davanti al violento corruccio del suo
padrone.
- La verit  questa: che Mitzi deve avere agito
d'accordo con voi... per sfuggirmi! Confessatelo, Marta.
- Il signore s'inganna... io non sapevo niente...
Mitzi non mi ha detto niente...
Essa si turbava sempre pi sotto lo sguardo imperioso
e penetrante.
Cristiano alz le spalle.
- Voi non sapete mentire. Del resto, per combinare
questa fuga, le occorreva un aiuto. Non ancora
rimessa dalla malattia avuta, non  possibile che abbia
potuto fare a piedi i dodici chilometri che ci sono
da qui a Meaux.
Marta tacque, non osando pi negare davanti a
quel padrone troppo perspicace.
- E ora, ditemi, dov' andata?
Coraggiosamente, dato che il suo rifiuto di obbedienza
poteva avere le pi dolorose conseguenze pei
suoi fratelli e per lei, la guardarobiera rispose:
- Domando scusa al signor padrone ma non glieloposso dire, perch ho promesso a Mitzi il segreto.
- Sia! Ma sono certo eh'essa non ha potuto scegliere
come luogo di rifugio se non l'educandato di
dove  uscita.
Dal leggero fremito del volto di Marta, dagli occhi
di lei che si abbassavano, come smarriti, Cristiano
cap di aver colto nel segno.
- Bene: potete ritirarvi. No, aspettate: avete avvisato
la signora Debrennes, in assenza del signor
Parceuil che non  ancora tornato da Parigi?
Balbettando di nuovo perch temeva altre domande
imbarazzanti, Marta rispose:
- No, signore, non ancora. Ero cos sconvolta...
- In tal caso, non parlate con nessuno di questa
partenza, neppure col signor Parceuil se tornasse
stasera o domani... e questo, badate bene, nell'interesse
di Mitzi a cui mostrate tanto affetto. Senza saperlo,
favorendo la sua fuga, voi avete ritardato per
lei una grande gioia. Non voglio farvene pi rimprovero,
perch avete agito con buona intenzione. Ma
se qui esiste un pericolo per Mitzi, non sono io questo
pericolo, persuadetevene bene, e diffidate.
Marta si ritir sempre pi turbata, pensando a
quello che Parceuil aveva disposto per la partenza
dell'amica. Le parole, il tono serio del padrone l'avevano
molto impressionata. Pens:
Debbo dirgli tutta la verit?.
Poi si ricord quale terrore aveva dimostrato Mitzi
per il signor di Tarlay, e risolse di tacere, come
aveva promesso.
Svengred, chiamato dall'amico, ascolt senza sembrare
sorpreso la notizia della fuga, ma disse subito:
- Speriamo che non vi sia sotto una nuova trama
di Parceuil.
Cristiano esclam:
- Dubiteresti forse...?
- Quel miserabile, vedendo che essa ti sta a cuore,
pu temere che tu voglia fare delle indagini le
quali sarebbero poco gradite per lui. Mandandola
lontana di qui, probabilmente egli suppone che, passato
il primo momento di collera, tu la dimentichi...
o per lo meno che ti sia impossibile avvicinarla, se
si  rifugiata in un luogo dove sia ben custodita.
- Non pu essere che in quell'educandato dove
ha vissuto cinque anni...
- Vorrei che fosse vero! Ma se Parceuil ha tramato
la cosa,  troppo astuto per non aver previsto
che quello sarebbe il primo luogo dove Mitzi verrebbe
ricercata.
- Allora, dove potrei cercarla?
- Vedremo... e prima di tutto bisogna interrogar
Marta, farle dire ci che sa.
- Vorresti pensarci tu? Io ho appena il tempo di
vestirmi e di andare a prendere il treno per Vorgres. Ivi
giunto chieder della superiora, le spiegher
tutto... e bisogna pure che riesca a vederla, a persuaderla,
quella selvaggia piccola Mitzi!
Svengred, guardando l'amico tutto vibrante di ardore
nella sua decisione, vedendo gli occhi meravigliosi
in cui si leggeva una passione concentrata e
dominante ogni altro sentimento, pens, col cuore
un po' stretto:
Credo che non durerai molta fatica!.
* * *
Nel pomeriggio del giorno dopo, il signor di Tarlay
tornava a Rivalles. Egli and difilato nell'appartamento
dell'amico, e le sue prime parole furono queste:
- Mitzi non  a Santa Clotilde! La superiora mi
ha dichiarato che non l'ha affatto veduta e che ignora
assolutamente dove possa trovarsi.
Svengred rispose:
- Questa notizia non mi stupisce tanto pi che
Marta ha finito col confidarmi che Mitzi si era rivolta
a Parceuil per avere il permesso e i mezzi di partire,
e che costui le aveva dato il permesso e i mezzi richiesti,
esigendo tuttavia che rimanesse segreta la
parte che egli prendeva a questa partenza.
- Ma allora,  una cosa terribile!... Che avr egli
fatto della mia povera Mitzi? Ah, sapr ben io costringerlo
a dirmelo! E tornato da Parigi, quel miserabile?
- S, torn ieri sera. Simul d'essere stato avvisato
da Marta della fuga di Mitzi, e ne fece spargere
la notizia per tutto il castello con commenti a carico
di lei.
-  un mostro! - disse Cristiano, impallidendo
dalla collera e dall'angoscia. - Dopo la madre, la figlia!...
 ormai tempo di schiacciar la testa di questo
serpente!
In quel momento la presidentessa e il suo confidente
parlavano sottovoce, nel salottino che precedeva
la camera di Parceuil. Si trattava della breve
assenza fatta da Cristiano: non sapevano esattamente
perch, n in qual direzione, ma lo indovinavano.
- Siete certo che Marta non abbia parlato? - diceva
la signora Debrennes.
- Non si pu mai esser certi di simili cose. Ma
quel che mi fa molto sperare  che questa ragazza,
affezionatissima a Mitzi, vedendo in Cristiano un pericolo
per lei, non vorr metterlo sulle sue tracce.
- S... ma se parlasse del vostro intervento?
- Non sarebbe nel suo interesse, tutt'altro, poich
le feci capire che la sua discrezione sarebbe ricompensata
concedendo ai suoi fratelli la mia protezione.
In quello stesso momento il signor di Tarlay, aperta
la porta del salottino, comparve sulla soglia, con profondo
stupore di Parceuil, avvezzo ad essere chiamato
nell'appartamento di Cristiano quando questi
voleva parlargli.
Nel veder l la signora Debrennes, il nipote fece un
gesto di sorpresa.
- Siete qui, nonna? Ebbene, tanto meglio! Sentirete
quello che ho da dire a questo signore.
E rivolgendosi verso Parceuil gli domand bruscamente:
- Che cosa avete fatto di mia cugina Mitzi Douvres?
L'altro allib ed ebbe un lampo d'inquietudine
negli occhi. Ma senza perder la propria presenza di
spirito, rispose, ostentando una vivissima sorpresa:
- Ma che diamine dite, Cristiano?... Che cosa significa...?
- S, Mitzi Douvres, nata dal legittimo matrimonio
del povero Giorgio Douvres e d'Ilka Drovno.
Questa volta fu la presidentessa che, sollevandosi
sulla poltrona dov'era seduta, esclam:
- Ma tu sei pazzo! Che cosa ci vieni a raccontare?
- La verit! Vostro cugino, nonna,  non soltanto
il pi insigne dei bugiardi, ma anche un assassino.
Parceuil, livido, esclam con voce rauca:
- Signore!... Un simile insulto...
- Le vostre proteste sono inutili. So tutto... ed
ecco le mie condizioni: mi direte subito dove si trova
Mitzi, e in tal caso non faccio scandali e vi lascio
partire senza chiedervi conto dei guadagni illeciti che
un uomo come voi non pu non aver fatti a mio danno;
se no, racconto tutto: cio, come per vendicarvi
di Ilka voi abbiate ingannato mio nonno, facendola
passare per una donna perduta, negando il suo matrimonio,
e finalmente assassinandola quando la vedeste
risoluta a difendere i propri diritti, cosa che avrebbe
rivelato al nonno la vostra impostura.
La presidentessa si alz di scatto. Era rossa in volto
e tremava di collera mal repressa.
- Come osi scagliare tali calunnie contro questo
nostro parente tanto affezionato, contro quest'uomo
che non ha mai avuto altro pensiero se non quello di
servire tuo nonno, il padre tuo e te medesimo? Perch
hai un capriccio per quella intrigante, degna figlia
della sgualdrina che cerchi di difendere a danno
di questo nobile amico...
Cristiano, conserte sul petto le braccia, stava ora di
fronte alla nonna. E la interruppe con soffocata collera:
- Avete gi fin troppo vilipeso l'ammirevole Mitzi,
che ha voluto serbarsi irreprensibile in circostanze
in cui molte altre sarebbero cadute! Non vogliate
farmi credere, nonna, che voi incoraggiate l'ingiustizia,
che chiudete volontariamente le orecchie per
non udire la verit...
A sua volta essa lo interruppe. La esasperazione
che provava dinanzi al crollo di tutta l'opera sua
vinse la sua consueta prudenza.
- E tu chiami verit queste accuse pazze, questa
folle pretesa di farci credere all'illibata virt della
odiosa Mitzi! Ah bel lavoro facemmo, mio povero
Parceuil, occupandoci di quella vipera, e soprattutto
facendola entrare in questa casa, dove non poteva
portare che lo scandalo!
L'odio, la rabbia che uscivano da quella bocca, che
sfolgoravano in quello sguardo, trasformavano la presidentessa.
E Cristiano, vedendo questo, udendo quella
calda difesa del miserabile Parceuil, ebbe improvvisamente
l'intuizione della verit.
Facendo due passi avanti chiese con dura ironia:
- Ma, nonna, che cosa vi ha mai fatto Mitzi, perch
la detestiate in tal modo?... Sentimenti simili si nutrono
soltanto verso coloro che ci hanno recato molto
danno... o verso coloro a cui si  fatto del male.
La presidentessa balbett, abbassando gli occhi sotto
lo sguardo del nipote:
- Che intendi dire, con questo?... Che cosa vorresti
insinuare?
Allora chiaramente egli rispose:
- Che forse voi non ignoravate i delitti di questo
uomo... e che li avete approvati, favoriti magari, chi
lo sa!
- Tu ardisci... tu ardisci insultare tua nonna!
Il volto della signora Debrennes divent paonazzo.
Cristiano, col cuore stretto per l'orribile dolore di
quest'ultima rivelazione, si morse le labbra per trattenere
le parole di sdegno che stavano per sfuggirgli.
Rivolgendosi a Parceuil che assisteva a questa scena
con apparente impassibilit, gli disse freddamente:
- Avete capito? Voglio che Mitzi mi sia resa, e a
questo patto soltanto acconsento a tacere riguardo
ai vostri misfatti, a non svelare davanti a tutti quello
che siete. Che cosa preferite?
Parceuil, gi compreso della situazione, fattasi per
lui terribile, capiva che sarebbe stata una pazzia voler
lottare contro un uomo energico, intelligente, e molto
potente quale era il signor di Tarlay. Nella catastrofe,
era meglio salvar quel poco che ancora poteva essere
salvato: cio sottomettersi all'ultimatum di Cristiano.
Egli obiett tuttavia:
- Voi non avete le prove... non potete aver le prove
dei fatti di cui mi accusate. Del resto, ammesso anche
ch'io fossi colpevole vi sarebbe adesso prescrizione
per la mia colpa.
Cristiano alz le spalle, abbassando sul miserabile
uno sguardo pieno di disprezzo.
- Infatti, non vi ho detto che vi manderei in galera,
ma che vi svergognerei davanti a tutti facendovi
togliere inoltre il frutto dei vostri ladrocini, stante
che questi sono ancora passibili di un procedimento
giudiziario. In quanto alle prove, sappiate che uno
dei migliori poliziotti del nostro tempo mi ha assicurato
di poterne raccogliere un numero sufficiente per
farvi impiccare. Se questo non vi basta, siete di difficile
contentatura.
Parceuil cap l'inutilit di lottare pi a lungo contro
quell'avversario molto pi forte di lui dal quale
sentiva di non potersi aspettare nessunissimo riguardo.
E disse con voce sorda:
- Ebbene, ecco: Mitzi  a Parigi, in casa della signorina
Bolomeff, in via della Bcherie, numero dieci.
- Chi  costei?
Sfacciatamente, Parceuil dichiar:
- Una donna stimabilissima, che ne ha molta
cura...
- Auguratevi che ci sia vero, giacch se le fosse
accaduta qualche disgrazia, vi assicuro che saprei
farvene pentire amaramente!
Parceuil rabbrivid sotto lo sguardo duro e minaccioso,
e pens:
Speriamo che Anna non l'abbia troppo malmenata!
Cristiano soggiunse, con lo stesso tono breve e
sprezzante:
- Vi avverto che cerchereste invano di sfuggirmi,
perch sarete strettamente sorvegliato. Dar l'ordine
che vi siano portati qui i vostri pasti, col pretesto
che non vi sentite bene, e non uscirete da quest'appartamento
fin tanto che non ve ne dar io il permesso.
Ora scrivete due righe a questa signora Bolomeff,
dandole l'ordine di consegnarmi Mitzi.
Quando questo fu fatto, il signor di Tarlay si rivolse
alla nonna, che era rimasta come irrigidita al
proprio posto, coi tratti alterati, il volto livido di
rabbia e di angoscia.
- Vogliate venire con me; ho bisogno di parlarvi.
Essa lo segu come un automa fino al suo appartamento.
Chiusa la porta del salotto, Cristiano si volt
verso di lei.
- Credo di capire il motivo che vi ha spinto a farvi
complice di quell'uomo, nonna:  stata la vostra
cieca idolatria per me. Per rispetto filiale non voglio
rivolgervi nessun rimprovero. Avendo intenzione di
sposare mia cugina Mitzi, io dar a voi l'usufrutto di
una delle case che mi appartengono a Parigi: terrete
un appartamento per voi e riscoterete le rendite delle
altre pigioni, rendite che vi assicureranno una vita
agiata. Dar gli ordini relativi all'amministratore, e
voi potrete intanto prendere le vostre disposizioni per
stabilirvi al pi presto col.
Cristiano parlava senza collera, con una calma glaciale
che alla presidentessa appariva ben pi terribile
della stessa violenza. Volle cercar di difendersi ancora,
ma egli la interruppe.
-  inutile. Il vostro odio contro Mitzi mi ha illuminato
meglio di ogni altra cosa. Da voi, nonna, ho
ricevuto uno dei pi grandi dolori che potessero colpirmi.
Egli usc dalla stanza lasciando la signora Debrennes
annientata, poich tutto per lei crollava: il nipote
l'allontanava da s; essa perdeva lo stato di cui era
tanto ambiziosa, e come se ci non bastasse, Mitzi,
l'aborrita Mitzi, diventerebbe la moglie di Cristiano,
occuperebbe il posto in cui essa aveva sognato di
veder Florina per continuare il proprio regno!
Dopo un breve colloquio con Svengred, Cristiano
fece di nuovo chiamare Marta e le disse che Mitzi non
si trovava a Santa Clotilde. La povera ragazza esclam:
- Com' possibile?... Eppure era proprio sua intenzione
di andar col!... E il pensiero di rivedere
le sue buone suore la consolava un poco. Dove la
avrebbe dunque condotta il signor Parceuil?
- L'ho costretto a dirmelo. Ma voglia il cielo che
non le sia accaduto niente di male!... Vedete dunque,
Marta, come ha avuto torto quella povera figliuola ad
aver fiducia di quell'uomo?
- Purtroppo, signor visconte!... Ma essa aveva
tanta paura di...
E poich ella s'interruppe, impacciata, Cristiano
fin:
- Di me, non  vero?... Era naturale. Tuttavia
quello che le scrivevo avrebbe dovuto farle capire
che la sua situazione era mutata.
- Ma essa non lesse il biglietto di vossignoria. Appena
l'ebbe fra le mani, lo strapp subito in minutissimi
pezzi...
Cristiano trasal bruscamente e disse con voce un
poco soffocata dalla commozione:
- Non lo lesse?... Ah, ora capisco meglio!...
E dopo un breve silenzio soggiunse:
- Preparatevi ad accompagnarmi a Parigi. Vado
a cercar Mitzi dove il signor Parceuil l'ha condotta.
Ma essa avr forse bisogno dei vostri servigi e, comunque,
la vostra presenza la rassicurer circa le
mie intenzioni.
Marta s'allontan alquanto sbalordita dallo svolgersi
degli avvenimenti. Cristiano, con la fronte corrugata,
l'occhio cupo, si volt verso l'amico.
- Mi serba rancore, la piccola Mitzi... molto rancore.
Se non conducessi meco Marta, certo rifiuterebbe
di seguirmi. Cosicch riveler parte della verit
a questa ragazza che  onesta e prudente, di modo
che possa convincere Mitzi della mia sincerit. In
quanto a te, amico mio, ti prego di sorvegliare quel
miserabile Parceuil. Appena avr messo mia cugina
in salvo, in via di Varenne, torner qui per cacciar
fuori questo individuo.
- Non temere, lo terr d'occhio, - dichiar Svengred.
- Ma telegrafami per informarmi se tutto 
andato bene.
- Siamo intesi, caro Olaus. E grazie per la tua devota
amicizia.
Essi si dettero una lunga stretta di mano. Lo sguardo
affettuoso e malinconico di Svengred si ferm
sull'energico volto di Cristiano, su quel volto un poco
alterato dall'angustia, dalla sofferenza morale fino
allora ignota al signor di Tarlay, su quegli occhi bruni,
carezzevoli e dominatori ad un tempo, il cui fascino
era irresistibile.

.
...

 Capitolo 7.

Mitzi non si era pi alzata da quel letto dove si era
distesa, quasi priva di sensi, sotto l'azione del narcotico
preparatole da Anna. Ardeva di febbre, con la
gola riarsa dalla sete, poich la Bolomeff, come gi
aveva minacciato di fare, non le aveva portato n da
mangiare n da bere. L'infelice fanciulla si rassegnava
a morire e soffriva coraggiosamente. A momenti, tuttavia,
era presa come da una crisi di abbattimento. E
allora pensava:
Se avessi voluto, la mia sorte sarebbe stata ben
altra... Egli diceva di amarmi e mi prometteva di rendermi
felice.
Poi rabbrividiva di orrore, di sdegno contro s stessa,
e l'anima sua dolorosa, smarrita, levava al cielo
un grido supplichevole di fede umile e fervente. Non
aveva detto a Marta che preferirebbe morir dieci
volte piuttosto che cedere al tentatore? Ebbene, Iddio
la prendeva in parola togliendola fra breve da questa
terra, dove, misera creatura abbandonata quale
essa era, non avrebbe saputo che fare di s.
Non sapendo pi le ore, rimanendo come pesantemente
assopita buona parte del giorno, Mitzi non
aveva nozione del tempo trascorso dal suo arrivo in
quella casa. Siccome non aspettava nessun soccorso,
stante che Marta la credeva a Santa Clotilde e non
potrebbe in nessun modo sapere dove l'avesse condotta
il suo tutore, la fanciulla, accasciata dalla debolezza
fisica, non aveva altra speranza che nella
morte per esser liberata dalla sua carceriera. Cosicch
sulle prime non cap quando, nel pomeriggio del
quarto giorno, Anna entr e le disse con un tono mellifluo
che fino allora non aveva mai preso con lei:
- Ecco i vostri panni. Vestitevi presto, perch vostro
cugino  venuto a prendervi.
- Mio cugino?
Mitzi, sollevatasi sul misero giaciglio, fissava la donna
con gli occhi lucenti di febbre.
- S, un bellissimo giovane che mi ha portato un
biglietto del signor Parceuil il quale mi dice di lasciarvi
partir subito con lui.
Mitzi tremava tutta. Aveva capito chi era, questo
cugino. Ma allora stava per trovarsi di nuovo in balia
di colui che aveva voluto fuggire?
In quel momento, sulla soglia del bugigattolo, comparve
Marta, che per ordine del suo padrone aveva
seguito la donna. Mitzi ebbe un grido di gioia soffocato,
e le stese le braccia.
- Marta!... Mia buona Marta!... Oh, portami subito
via di qui!
Tutta ossequiosa, ora, l'albergatrice propose:
- Bisognerebbe che prima prendeste qualche cosa...
un po' di brodo...
Ma Mitzi mormor:
- No, no... niente! Non voglio prender niente in
questa casa!
Si lasci vestire da Marta, molto impressionata di
vederla tanto debole. Poi, sorretta dalla buona ragazza,
usc dal bugigattolo dove aveva trascorso ore
tanto dolorose.
Cristiano l'aspettava nel corridoio dell'albergo.
Quando la vide comparire barcollante, col volto acceso
dalla febbre, ebbe un fremito d'angoscia. Mitzi
si sofferm, quasi indietreggi nel trovarlo dinanzi a
s, e nel suo sguardo balen lo spavento, il sospetto,
una specie di desolazione.
Egli si fece avanti istintivamente, porgendole il
braccio per offrirle un sostegno.
- Vieni via, presto, mia povera Mitzi! Ho qui una
automobile.,.
Ella disse con la voce fioca, quasi soffocata:
- Dove mi conducete?
- In via di Varenne, nella casa che fu del tuo prozio
e anche di tuo padre. Ci resterai con Marta, e non
verr a trovarti se non quando me lo permetterai.
- No, non voglio andarci... Fatemi condurre a Vorgres,
nel mio convento.
- Non  possibile, cara bambina, nello stato in cui
sei! Eppoi ho molte cose da dirti... molte rivelazioni
da farti, che ti mostreranno come sia cambiata la
tua vita.
Essa non fece altre obiezioni. Vinta dalla debolezza,
si sentiva incapace di resistere oltre. Voltando la testa
dall'altra parte, come se non volesse il braccio che
le veniva offerto, Mitzi si diresse verso l'automobile
che aspettava. Dietro un cenno del padrone, Marta
prese posto accanto alla fanciulla e la sorresse fra le
sue braccia perch sfinita di forze, ella stava per perdere
i sensi.
Mitzi ebbe una forte ricaduta nella malattia che
gi l'aveva portata sull'orlo della tomba. In uno di
quegli appartamenti del primo piano dove Cristiano
l'aveva fatta trasportare, la povera orfana fu di nuovo
in lotta per parecchi giorni tra la vita e la morte, e
questa, ancora una volta, fu vinta.
Marta e una suora facevano a turno per vegliare
Mitzi. Cristiano, che aveva preso un appartamento
all'Hotel Maurice, Veniva due volte al giorno a prender
sue notizie. Aveva fatto una breve corsa a Rivalles
per licenziare Parceuil, poi era tornato a Parigi
con l'amico suo. In quanto alla presidentessa, faceva
i suoi preparativi di partenza. La catastrofe avvenuta
l'aveva fatta in pochi giorni invecchiare di parecchi
anni. Florina, a cui naturalmente ella non aveva detto
che una parte della verit per spiegare il suo allontanamento,
era montata su tutte le furie contro quell'odiosa
Mitzi di cui Cristiano aveva riabilitato la
madre e ch'egli pretendeva reintegrare nei suoi cosidetti
diritti. La bella signorina Dubalde faceva essa
pure i suoi bauli per tornare nel piccolo appartamento
paterno. E bench la presidentessa l'avesse invitata
ad andare spesso a casa sua come sua ospite,
Florina pensava che codesto soggiorno non sarebbe
da paragonarsi alla fastosa ospitalit, ai divertimenti
di cui aveva goduto nella residenza del visconte di
Tarlay.
Eppoi, lui, Cristiano, non vi sarebbe pi... ed essa
capiva benissimo come, nella sua qualit di figlioccia
e prediletta della signora Debrennes, incorrerebbe,
almeno in parte, nell'amaro risentimento che il signor
di Tarlay mostrava verso la nonna. Era la fine d'un
sogno, di una speranza nutrita per anni e anni, e per
la quale la signorina Dubalde aveva rifiutato non pochi
buoni partiti... tanto che oggi, ormai sulla trentina
e perduta la sua freschezza, la bella Florina si vedeva
con terrore ridotta alla esigua rendita del capitale
lasciatole dalla madre, senza poter pi fare assegnamento
sulla generosit della presidentessa, avendole
costei dichiarato, tutta gemente, che la rendita, del
resto assai rilevante, assegnatale come un'elemosina
dal nipote, basterebbe appena ad assicurarle una vita
strettamente conforme al suo grado.
Mitzi, inconscia di questi avvenimenti, usciva a
poco a poco dal torpore in cui la febbre l'aveva
lasciata. Molto indebolita, sulle prime era quasi incapace
di pensare. Poi, a poco a poco, ebbe la facolt
di osservare l'eleganza sobria e l'agiatezza che la circondavano.
E allora chiese a Marta:
- Dove sono?
- Al palazzo di Tarlay, mia cara piccola Mitzi.
Essa ripet con voce soffocata:
- Al palazzo di Tarlay!
Poi le torn il ricordo di tutto quello che aveva
preceduto la sua partenza dalla casa della Bolomeff,
e specialmente rievoc le parole, e lo sguardo di Cristiano,
che essa aveva temuto tanto d'incontrare e che
in quel momento era stato per lei cos affettuoso.
Nascose il volto, imporporandosi a un tratto, nel
guanciale di batista, e per quel giorno non fece altre
domande.
Il d seguente chiese, con un tremito nella voce:
- Il signor di Tarlay  a Rivalles?
- No, ci va di tanto in tanto per dare un'occhiata
alle ferriere... poich il signor Parceuil non  pi il
direttore, grazie al cielo!
- Davvero?... Sarebbe mai possibile?
- Cara, sono accadute tante cose!... E il signor
visconte vi chieder di riceverlo, appena potrete farlo,
avendo da comunicarvi grandi notizie, Mitzi, notizie
che cambieranno tutta la vostra vita.
Mitzi disse, quasi selvaggiamente:
- No, no, non voglio vederlo!
- Bisogner tuttavia che lo vediate, ve lo assicuro!...
Ora non avete pi niente da temere: credete alla
mia parola di amica affezionata, cara Mitzi.
- Perch?... Sai qualche cosa, Marta?
- S, ma non ho il permesso di dir niente.
- Allora taci... ma non mi parlare pi di lui.
E Mitzi si chiuse in una cupa fantasticheria che
divenne il suo stato abituale, nei giorni seguenti,
mentre i progressi della convalescenza si accentuavano.
Cristiano, informato da Marta di questo strano silenzio,
ne fu impensierito e fece parte della propria
angustia a Svengred col quale si vedeva tutti i giorni.
- Si tratta forse di una specie di rancore morboso
che la indurr a non voler ricevermi. Eppure bisogna
che le parli, che le spieghi tutto... e che le chieda di
essere mia moglie, poich questo stato non pu durare
pi a lungo.
- Difatti! E anzi, sarebbe bene, in ogni modo, che
ella avesse presso di s una donna attempata che le
fosse compagna fino al giorno del vostro matrimonio.
- Potrei domandare alla signora Vannier, mia cugina,
se volesse venire qui e assumersi lei quest'incarico.
Mitzi  sua parente allo stesso grado in cui lo
sono io.  un'ottima persona, non molto intelligente,
ma molto servizievole, e quando le avr spiegato di
che cosa si tratta, sar di certo felicissima di far da
madre alla figlia di Giorgio a cui voleva molto bene.
- Sarebbe un'ottima soluzione.
- S... ma  necessario che prima io veda Mitzi,
ch'ella conosca gli avvenimenti che hanno cambiato
la sua vita. E temo che non voglia ricevermi se non
fra molto tempo.
- Se vuoi, posso farle chiedere io un colloquio,
raccontarle quello che ho saputo laggi... eppoi dirle
ci che tu desideri.
Cristiano afferr le mani dell'amico e le strinse
forte forte.
- No, Olaus, no! Ho gi chiesto troppo alla tua
amicizia. Non posso accettare questo tuo nuovo sacrifcio!
Svengred scosse la testa sorridendo malinconicamente.
- S puoi accettarlo senza scrupolo, caro Cristiano.
Io ho un cuore pi calmo del tuo, e che sa rassegnarsi,
sottomettersi al volere divino, considerare senza
troppo spavento, talora anzi con una specie di
gioia, la prospettiva della morte che mi aspetta. Mio
padre mor trentenne appena, e io ho la stessa sua
malattia.
- Amico mio, non ti abbandonare a questi tristi
pensieri!
- Non posso farmi illusioni a questo riguardo,
Cristiano. Ma per tornare a Mitzi, andr a trovarla
non appena star meglio e le parler. Difender la
tua causa da buon avvocato, te lo assicuro.
- Oh, non ne dubito, mio caro Olaus! Tu sei il
mio unico vero amico, il solo che non mi abbia mai
adulato, il solo che non abbia avuto paura di farmi
conoscere i miei errori. Perci tu possiedi tutta la
mia profonda stima, tutto il mio affetto, tutta la mia
fiducia; e te ne do la prova accettando quello che
tanto generosamente ti offri di fare per me.

.
...

 Capitolo 8.

Qualche giorno dopo, Mitzi, sentendo che il giovane
svedese desiderava parlarle, rimase sulle prime alquanto
sorpresa. Aveva visto poche volte Svengred, e
pensava:
Che cosa pu volere da me? Lo manda forse il
signor di Tarlay?
Tuttavia, siccome aveva serbato di lui una impressione
di simpatia e di fiducia, gli fece rispondere che
l'avrebbe ricevuto volentieri.
Egli venne il giorno dopo e fu fatto passare da
Marta nel salotto dove Mitzi, seduta in un'ampia poltrona,
lo aspettava, un poco nervosa e tanto pallida,
tanto cambiata, che il giovane ne fu sulle prime molto
impressionato.
Ma era sempre la graziosa piccola Mitzi, coi suoi
capelli neri che s'inanellavano sulla fronte liscia, la
piccola bocca tremante, gli occhi vellutati a cui la debolezza
fisica dava un languore affascinante.
Dopo aver chiesto alla fanciulla notizie sulla sua
salute, Svengred entr subito nel vivo dell'argomento:
narr come, dietro richiesta di Cristiano, egli avesse
intrapreso le indagini che in brevissimo tempo
conducevano alla scoperta di tutte le menzogne di
Parceuil e del delitto compiuto a danno della povera
Ilka. Mitzi, a mani congiunte, tutta tremante, ascoltava
avidamente, interrompendo talora per fargli
qualche domanda, mormorando dolorosamente:
- Povera mamma mia!... E ti avevano coperta di
fango!... Non avevano mai parole abbastanza sprezzanti
per la figlia della ballerina!
- Cristiano ha scacciato di casa sua quel furfante.
In quanto alla signora Debrennes, che lo proteggeva,
ha lasciato essa pure la dimora di suo nipote, e vivr
d'ora innanzi da s. I vostri nemici sono dunque puniti,
signorina, e Cristiano si occuper subito di farvi
reintegrare nei vostri diritti, vale a dire di rendervi
il patrimonio di vostro padre, con tutti gl'interessi
e gli utili in pi...
Essa lo interruppe drizzandosi, col viso di fuoco,
gli occhi lampeggianti.
- Non voglio niente, proprio niente da lui! Appena
ne avr la forza, lascer questa casa dove egli mi
ha condotta senza che io ne avessi coscienza, e cercher
lavoro...
Con un gesto che la invitava a calmarsi, Svengred
pos la mano su quella ardente della giovinetta.
- Non parlate come una bambina, signorina Mitzi.
Questo patrimonio vi appartiene, e la pi elementare
onest impedirebbe a Cristiano di ritenerlo. Ne ha
usufruito fin qui per pura ignoranza, credendo sinceramente
che Giorgio Douvres non avesse contratto
legittimamente matrimonio, e che la vostra povera
madre fosse una donna perduta. Ma adesso che conosce
tutta la verit, quello che vi appartiene vi sar
reso integralmente come sua cugina... in attesa che
voi gli permettiate di darvi un altro nome.
Con voce secca un po' interrotta. Mitzi domand
fissando sul suo interlocutore due occhi diventati
scurissimi:
- Che cosa volete dire, signore?
- L'amico mio riconosce di aver molto da farsi
perdonare. Ha avuto dei profondi rimorsi, ha molto
sofferto delle vostre pene di cui sapeva di essere la
cagione. Io che lo conosco bene, posso assicurarvi
della sua sincerit. Egli vi ama, signorina, molto teneramente...
e vi chiede di concedergli la vostra mano.
Mitzi scatt sulla sua poltrona.
- Io!... Io! Egli osa!... Crede dunque che io abbia
dimenticato?
Svengred, come sbalordito davanti a questa veemenza,
alla selvaggia collera dello sguardo di lei, balbett:
- Ma, signorina,  appunto nel vivissimo desiderio
di riparare al torto fattovi...
Essa ribatt con asprezza:
- Dunque egli crede che degnandosi di darmi il
suo nome, tutto sia riparato?... ora che sono veramente
riconosciuta come sua cugina, tutto, vale
a dire quello che ho sofferto di pene fsiche e pi ancora
morali, e il disonore immeritato, e.... e infine
tutto quello che soffro, mio Dio... tutto quello che
soffro!
Essa nascose il viso tra le mani e Svengred vide le
spalle di lei alzarsi e abbassarsi convulsamente.
Sconvolto fino nel profondo dell'anima, egli la guardava,
non sapendo pi che cosa dire davanti a quella
ribellione e a quel dolore. L'anima fiera, ardente e
profondamente sensibile di Mitzi, gli si rivelava tutta,
in quel momento, ed egli pensava con una certa angoscia:
Cristiano l'ha ferita profondamente. Gli ci vorr
pi tempo e fatica di quello ch'io non credessi a rimarginar
questa piaga.
Mitzi lasci alfine ricader le mani sulle ginocchia,
mostrando il viso infocato, gli occhi pieni di lacrime.
- Perdonatemi... ma ho vissuto momenti tanto penosi,
che non sono pi padrona dei miei nervi!
- Ma, signorina, credete pure che vi capisco benissimo
e ammiro la fierezza del vostro carattere! Questa
vostra fierezza del resto, ha aperto gli occhi anche a
Cristiano, lo ha fatto tornare in se stesso. Vedete, 
stato molto favorito dalla vita, il caro Cristiano, ma
vi assicuro che  buono, leale, capace di nutrire un
affetto vivissimo e fedelissimo e una grande stima
per la donna che sappia meritarla. Avendo conosciuto
nel mondo troppe donne vane o troppe anime deboli,
era diventato scettico riguardo alla virt femminile.
Col vostro mirabile contegno voi gli avete fatto cambiare
idea...
Una specie di risata soffocata (non si capiva bene
se fosse una vera risata oppure un singhiozzo) interruppe
il giovane. Mitzi lo guardava con dolorosa ironia,
mentre un sorriso di disprezzo sfiorava il suo
labbro.
- Disgraziatamente non condivido affatto la vostra
fiducia riguardo ai buoni sentimenti del vostro
amico. Il signor di Tarlay non ebbe piet di una povera
ragazza sola, senza protezione, costretta a vivere
sotto il suo tetto, e che dava a suo figlio tutto ci che
poteva dargli d'affetto e di cure. Mi ridusse al punto
di dover fuggire come una sciagurata, passando per
colpevole davanti ai suoi ospiti, ai servi, a tutti. Che
dopo ci egli abbia avuto dei rimorsi, non so... o meglio,
non credo che ne sia capace...
- Signorina, non siate ingiusta!
Ma Mitzi continuava con crescente amarezza:
- S, non credo ne sia capace, un uomo che sempre,
in tutta la sua vita, non ha cercato altro che il
proprio godimento, la propria soddisfazione, che ha
dimostrato la pi completa indifferenza verso quel
povero Giacomino che pure meritava tanto affetto. E
vorrebbe ch'io dimenticassi... che accettassi di essere
sua moglie, io, la sua vittima... io che lo detesto!
- Mitzi, non parlate cos... giacch sono certo che
non pensate quello che dite!
Svengred si chinava per prendere la mano ardente
della fanciulla.
Essa ripet con veemenza:
- S, lo penso!... E voi glielo direte! Che mi lasci
in pace, ecco tutto quello che io gli chiedo.
- Non parlate ragionevolmente, cara figliola. Il
vostro risentimento, in parte legittimo, vi accieca, vi
nasconde il vero stato delle cose. Vi assicuro che vi
ingannate riguardo a Cristiano. Per quanto colpevole
egli sia stato cedendo al sentimento ardentissimo
che voi gli ispiravate, non  davvero l'uomo senza
cuore e senza coscienza che voi supponete. .Egli desidera
lealmente di darvi il suo nome, per circondarvi
di cure e d'affetto e insieme per riparare al danno
da lui fatto al vostro buon nome.
Mitzi chiese, fissando sul giovane svedese i grandi
occhi pieni d'angoscia:
- Se non lo sposassi, credete che veramente il
mio buon nome rimarrebbe compromesso?
- Voglio rispondervi con tutta franchezza: temo
di s.
Egli vide fremere le spalle diventate magre, sotto
la veste da camera di cotonina chiara.
- E voi, signore, credete che io... che io meriti
questa disistima?
Egli grid con tutto lo slancio dell'anima sua:
- Oh, no, no! Non l'ho mai creduto, neppure per
un solo istante, io!
Lo sguardo doloroso s'illumin di gioia. Stringendo
la mano di Svengred, Mitzi disse questa sola parola:
- Grazie!
Poi, chinando la fronte tra le mani, chiudendo le
palpebre, parve immergersi in una profonda riflessione
che Svengred non turb. Egli vedeva tremar
le labbra di lei, fremere le lunghe ciglia nere, e pensava
commosso:
Povera piccina che conosce gi i tormenti della
vita, le angustie dell'avvenire!
Mitzi alzando la testa, pose a un tratto la mano su
quella del giovane.
- Signore, facendo astrazione della vostra amicizia
per il signor di Tarlay, ditemi se mi consigliate questo
matrimonio.
Senz'esitare, egli rispose:
- S, signorina. Conosco Cristiano, e posso rispondere
dei suoi sentimenti a vostro riguardo...
Ma essa lo interruppe con una vivacit quasi violenta:
- Non mi parlate di questo, vi prego! Se m'inducessi
a diventare sua moglie, non sarebbe gi perch...
perch egli ha il capriccio di amarmi...
La sua bocca ebbe come una contrazione, un sorriso
di doloroso disprezzo.
- ... Ma soltanto per ottenere la riparazione che
egli mi deve. Gli perdono, perch la mia religione me
lo comanda, ma non potr mai dimenticare il passato.
Glielo direte, signore, non  vero?... E se lui accetter
questa situazione, e se, da parte mia, la riflessione
m'imporr di aderire alla sua offerta... ebbene, allora,
sar sua moglie.
Queste ultime parole furono pronunziate con voce
fioca, quasi soffocata.
Svengred si ritir molto impressionato dal colloquio
che gli aveva fatto comprendere come Mitzi fosse
molto pi in collera contro Cristiano di quanto egli
avesse immaginato, e riferendo fedelmente all'amico
le parole della fanciulla, non gli nascose che occorrerebbe
di certo molta pazienza e molta delicatezza per
vincere quello stato d'animo.
- Ha ragione d'esser tanto adirata con me! - dichiar
con sincerit il signor di Tarlay. - E la stimo
molto pi che se mi avesse subito detto: Tutto  dimenticato.
Spero per altro che questo suo rancore
non sar eterno, e che a poco a poco, non solo otterr
l'oblio del passato, ma riuscir a ispirarle quella fiducia
che oggi mi nega.
- Dunque, vuoi sempre? - chiese Olaus.
Cristiano rispose con ardore:
- Come, se voglio? Ma pi che mai! La conquister,
la mia selvaggia piccola Mitzi, la mia animuccia
bianca... e mi vendicher facendo di lei una donna
molto felice!

.
...

 Capitolo 9.

Il giorno dopo Svengred si presentava al palazzo di
Tarlay per portare a Mitzi la risposta di Cristiano e
prender la sua. Mitzi aveva passato delle ore piene
d'angoscia, discutendo il penoso problema che doveva
risolvere. Marta, chiamata a consiglio, optava per il
matrimonio che riparerebbe il torto recato alla giovane.
Ma Mitzi, con un singolare senso di sgomento
e di turbamento pensava che le sarebbe impossibile
vivere presso quel detestabile Cristiano, il cui ricordo
la faceva rabbrividire di collera e di terrore. Tuttavia
capiva benissimo che questo matrimonio era
per lei quasi una necessit, dopo il modo in cui il
signor di Tarlay l'aveva compromessa. Ma, inconsapevolmente,
ella era ancor pi urtata contro Cristiano
perch questi, in certo qual modo, la costringeva a
cedere al suo volere. E mossa da questo senso di amarezza,
di risentimento, di ribellione, unito allo strano
timore da cui si sentiva agitata alla sola idea di rivederlo,
disse a Svengred, quando questi le ebbe riferito
la risposta di Cristiano:
- Poich il signor di Tarlay accetta quello che
posso dargli, cio la promessa di esser fedele ai miei
doveri, acconsento a sposarlo. Ma vorrei che aspettasse
ancora, perch... sono ancora molto sofferente,
e sar per me tanto penoso...
Essa arrossiva, impallidiva, mentre le labbra le
tremavano.
- Cristiano stimerebbe certo suo dovere di rispettare
il vostro desiderio, signorina... ma pensate che
la situazione  alquanto delicata. Sarebbe meglio che
fosse regolata senza indugio. Un mese di tempo non
vi parrebbe sufficiente?
Ella sospir, fregando nervosamente l'una contro
l'altra le mani dimagrate.
- Un mese passa tanto presto!... Ma infine, poich
 necessario...
Poi, con uno sguardo che esprimeva insieme, in
modo singolare, una supplica e un certo sgomento,
soggiunse quasi sottovoce:
- Gli direte di non venire ancora... di aspettare
che... io mi sia un poco rimessa. Mi sar tanto penoso
rivederlo... dopo tutto quello che ho sofferto per cagion
sua!
- Cristiano si conformer al vostro desiderio, signorina.
Non si presenter a voi, se non quando vorrete
permetterglielo.
Quando poco dopo, Svengred rifer all'amico questo
colloquio. Cristiano, mordendosi le labbra sussurr,
non senza qualche amarezza:
- Come si vendica, la piccola Mitzi!
* * *
Otto giorni dopo, Mitzi vide arrivare al palazzo di
Tarlay una donnina settuagenaria vestita con signorile
eleganza, la cui fisionomia simpatica piacque subito
alla fanciulla. Era la signora Vannier, cugina di
Cristiano e di Mitzi. Pregata dal signor di Tarlay, ella
giungeva dalla Normandia, dove soleva passar l'estate,
per venire a far come da tutrice a quella giovane parente
sconosciuta. Mitzi ne era stata informata da un
biglietto del fidanzato, giacch obbedendo al desiderio
di lei egli non l'aveva ancora rivista.
La signora Vannier aveva una grande ammirazione
per Cristiano, e fino dal primo giorno volle tesserne
gli elogi. Ma Mitzi la interruppe subito con nervosa
vivacit:
- Vi sar molto grata se non mi parlerete mai di
lui.
Interdetta, la vecchia signora balbett:
- Ma, figliuola mia... gli serbate davvero rancore
fino a questo punto?
E poich Mitzi non le rispondeva e teneva ostinatamente
abbassato lo sguardo che la parente cercava
di scrutare, questa le prese le mani e si chin per baciarla,
dicendole sottovoce, con un sorrisetto gaio:
- Via, non dite mica sul serio?... Poich  impossibile
che non l'amiate alla follia, quel caro Cristiano!
Mitzi ritrasse bruscamente le proprie mani, con
una risata sorda, quasi dolorosa.
- Amarlo?... Alla follia?... Per carit! Se egli si
aspetta questo da me!...
E passandosi sulla fronte la mano con gesto febbrile,
soggiunse in tono supplice:
- Ve ne prego, non parliamo pi di lui!
La signora Vannier non insist, ma rimaneva nel
suo scetticismo e pensava che un primo colloquio fra
i fidanzati accomoderebbe tutto.
Aspettando che Mitzi ponesse termine all'attesa di
Cristiano, la vecchia signora cominci a uscire con
lei per ordinare il corredo, scegliere i suoi vestiti. Segretamente,
senza dir nulla alla giovane compagna,
seguiva gli ordini di Cristiano che voleva per la sua
fidanzata tutto quanto vi fosse di meglio. Mitzi stanca,
indifferente, lasciava fare, e vedeva avvicinarsi con
angoscia il giorno stabilito per il suo matrimonio.
Bisogner pure che lo riveda prima...  necessario,
pensava fremendo.
E rimandava la cosa di giorno in giorno, dicendo
fra s:
Domani... domani sar pi forte, pi coraggiosa!
Un pomeriggio, mentre la signora Vannier si disponeva
a recarsi a un concerto, all'ultimo momento Mitzi
si risolvette a andar con lei. Allorch uscivano dalla
sala, finito il trattenimento musicale, Mitzi vide a
pochi passi di distanza una figura alta ed elegante,
un volto fiero e bello, due occhi ardenti che la fissavano
appassionatamente.
Essa rabbrivid e cred che il cuore le cessasse di
battere dalla violenza della commozione. Volse altrove
lo sguardo... e intanto pens:
Oggi o domani... poich  necessario... Meglio qui,
in mezzo a questi estranei...
Allora, assumendo un contegno alquanto rigido, si
volse di nuovo verso Cristiano che seguitava a guardarla
con lo stesso intenso ardore, poi disse alla signora
Vannier, cercando di parlare con un tono di
voce naturale:
- C' qui il signor di Tarlay, signora. Se volete,
possiamo avvicinarci a lui.
- Certo, figliuola.
E la vecchia signora fece qualche passo in direzione
del punto in cui si trovava Cristiano.
Ma questi, avendo capito l'intenzione di Mitzi, gi
veniva innanzi, un po' pallido, cercando di nascondere
l'intensa sua commozione. Fece un inchino,
strinse la mano della sua parente, poi quella che, dopo
una visibile esitazione, Mitzi gli tendeva.
- Ti ringrazio di darmi questa gioia.
Egli parlava piano, guardandola con ardente adorazione...
E questo sguardo, incontr un visino irrigidito,
impassibile, due occhi bruni che si nascondevano
sotto le ciglia tremanti.
La signora Vannier si mise subito a discorrere per
attenuare l'impaccio di quel primo incontro; indi, rivolgendosi
alla fanciulla che era rimasta silenziosa,
le domand:
- Stasera invitiamo Cristiano a pranzo da noi,
non  vero, cara piccina?
Con sforzo, serbando il suo contegno impassibile,
Mitzi rispose:
- Certamente, signora.
Cristiano le accompagn fino alla loro automobile
e si accomiat con un a fra poco a cui solo fece
eco la voce della signora Vannier. Il contegno di Mitzi
lo aveva dolorosamente impressionato. Ma mentre
la sua meravigliosa automobile, lo conduceva verso
l'Htel Maurice, egli pensava, con la fiducia dell'uomo
molto innamorato e del conquistatore sicuro del
proprio potere:
Far presto a tranquillizzarla, la mia piccola
Mitzi tanto cara. Il primo passo  fatto. Ora la vedr
tutti i giorni e sapr perorare la mia causa!.
Tornata nel suo appartamento nel palazzo di Tarlay,
dopo aver consegnato il cappello e il giacchetto
a Marta, ora promossa al grado di cameriera, Mitzi
and a sedersi con aria stanca nel salotto pieno dei
magnifici fiori che ogni giorno le mandava il fidanzato.
Rimase per qualche tempo immobile, con le labbra
strette, gli occhi semichiusi; poi, alzandosi a un
tratto, si avvicin a un piccolo scrigno, prese da uno
dei cassetti un astuccio e lo apr.
Sul raso bianco splendeva un anello, l'anello di
fidanzamento che Cristiano le aveva fatto pervenire
per mezzo della Signora Vannier. Mitzi non l'aveva
ancora mai portato. Lo prese con mano tremante, se
lo mise al dito con esitazione, poi lo tolse via e lo
butt dentro il cassetto, mormorando con voce rotta:
- No, no, non posso!
In quel mentre Marta comparve sulla porta del salotto.
- Che vestito vuol mettere stasera la signorina?
- Un vestito qualsiasi, mia buona Marta.
- Quello lilla rosato, che sta tanto bene alla signorina?
- Quello che vorrai, Marta. Non me ne importa
affatto.
Marta le rivolse un'occhiata piena di angustia. Era
stupita e al tempo stesso impensierita di vedere la
graziosa Mitzi, che una volta era sempre dello stesso
umore sereno, diventare adesso nervosa, un po'
fantastica, e talvolta chiusa in cupe riflessioni! Tuttavia,
trovandosi, in questo, d'accordo con il signor
di Tarlay, pensava che costui saprebbe presto cambiare
il presente stato d'animo della fanciulla che
noceva tanto anche alla sua salute.
Quando Cristiano, poco prima dell'ora del pranzo,
entr nel salotto dove erano la signora Vannier e
Mitzi, vide la sua fidanzata in piedi sulla soglia di
una delle vetrate che davano sul giardino del palazzo.
Gli ultimi raggi del sole ne illuminavano l'esile
figura, la testolina dai lucenti riccioli neri. Teneva
gli occhi bassi, e non li rialz quando Cristiano le
fu vicino. Con atto lento, ancora incerto, gli tese la
mano. Egli si chin e vi appoggi dolcemente le labbra.
E sent allora ch'essa si faceva forza per non
ritirargliela.
Durante tutta la sera, Mitzi mantenne lo stesso
contegno rigido, lo stesso aspetto chiuso, indifferente,
che aveva avuto nel pomeriggio quando lo aveva
rivisto. Tuttavia prendeva parte alla conversazione;
ma appena poteva farlo senz'essere scortese, stava
zitta, tenendo gli occhi socchiusi come se temesse
di incontrare lo sguardo di Cristiano, quello sguardo
ardente, inquieto, che non la lasciava un momento.
Com'era attraente la piccola Mitzi, anche col visino
affilato, reso pallido dalla malattia, che faceva
sembrare pi grandi, pi profondi i begli occhi dove
il fuoco si era come spento, lasciando posto a un
languore ammaliante, a misteriose ombre che egli
non aveva mai scorte negli occhi della Mitzi d'un
tempo. Che grazia delicata nella sua andatura, in
ogni suo movimento!... Ma com'era crudele, quella
bambina tanto cara, che gli serbava ancora rancore,
che gli rifiutava il sorriso inebriante delle sue labbra
frementi, la carezza del suo sguardo che egli
aveva veduto tanto tenero per Giacomino.
A met della serata, cogliendo il pretesto di dare
un ordine alla cameriera, la signora Vannier usc
dal salotto per lasciare un momento soli i fidanzati.
Mitzi, con aria stanca, appoggiava la testa alla spalliera
di una poltrona. La luce delle lampade che adornavano
i candelabri di bronzo illuminava il volto
delicato di lei, il collo fine, di un bianco latteo,
circondato da una catenina d'oro a cui era appeso
un medaglione smaltato, recente dono della signora
Vannier. Cristiano, alzatosi dalla poltrona che occupava,
venne a sedersi vicino a lei, prese la mano gelida
che essa gli abbandon, e disse piano, cercando
ancora d'incontrare quello sguardo ch'essa teneva
ostinatamente basso:
- Hai freddo, cara Mitzi?
- No, grazie.
- Dimmi che mi hai perdonato!
Egli la guardava con appassionata implorazione.
Col medesimo tono indifferente, senza alzar gli occhi
verso lui, essa rispose:
- Ma s, ti ho perdonato, perch era mio dovere.
- Soltanto per questo?... Oh, Mitzi,  possibile
che tu non sia commossa dal mio pentimento, dal
mio amore?
Egli stringeva la piccola mano fredda e vi appoggiava
le labbra ardenti. Mitzi non fece alcun movimento
per ritirarla... ma alzando gli occhi, egli la
vide pallidissima, a occhi chiusi, la testa reclinata
come se stesse per venir meno.
Si chin su lei domandandole ansiosamente:
- Che hai, mia diletta... mia povera piccola Mitzi?
Vedendo ch'essa non rispondeva e rimaneva immobile,
corse a chiamare la signora Vannier. Il malessere
fu di breve durata; ma quando Mitzi, dopo
aver salutato Cristiano, usc dal salotto appoggiata
al braccio della sua parente, il signor di Tarlay rimase
impressionato vedendola sempre molto pallida,
con lo sguardo cupo e angustiato.
Purch la sua salute non sia irreparabilmente
scossa!... pens egli con angoscia.
Mitzi non pot riceverlo, il giorno dopo, essendo
molto sofferente. La rivide nei giorni successivi, sempre
la stessa, sempre enigmatica e fredda. Adesso
nei momenti in cui rimaneva solo con lei, non osava
pi parlar d'amore a quella piccola sfinge dagli occhi
socchiusi, a quella strana fanciulla che s'irrigidiva
subito in un atteggiamento di difesa come se sempre
la scena del padiglione si frapponesse tra lei e
lui.
Eppure l'amava con ardore crescente, la sua bella
Mitzi, la sua crudele piccola fidanzata! Doveva
proprio amarla immensamente, quell'orgoglioso,
quell'uomo avvezzo a tutti gli omaggi, a tutte le compiacenze,
per sopportare una situazione tanto penosa
al suo amor proprio e al suo cuore!
Otto giorni dopo il primo incontro dei fidanzati,
fu celebrato il matrimonio nella cappella di un convento
vicino al palazzo di Tarlay. Poca gente, ma
scelta, pot ammirare la bellissima coppia formata
dal signor di Tarlay e da Mitzi. La sposa, sotto il velo di trina d'Alenon, era tanto pallida, da far temere
che perdesse i sensi prima della fine della cerimonia.
Tuttavia non fu cos. Mitzi assist anche alla sontuosa
colazione che ebbe luogo al palazzo di Tarlay,
e s'intrattenne con gl'invitati, subito conquistati dal
suo fascino. Poi scomparve, e quando Cristiano, dopo
aver cambiato abito, la raggiunse nel suo salottino,
la trov vestita da viaggio, che diceva addio alla
signora Vannier, la quale aveva ormai finito presso
di lei la sua missione materna.
Il signor di Tarlay aveva chiesto alla fidanzata:
- Vuoi che facciamo subito un bel viaggio?... Oppure,
non essendo del tutto rimessa in salute, preferisci
che passiamo l'autunno a Rivalles, e che partiamo
poi per la Riviera, dove ci tratterremo parecchi
mesi d'inverno?...
Essa aveva risposto con la sua aria di tranquilla
indifferenza:
- Andiamo a Rivalles. So che in questo momento
hai da fare alle ferriere. In quanto a me,.viaggiare
mi stancherebbe.
I due sposi novelli andavano dunque al Castello
Rosa. Una bella automobile imbottita di stoffa giallognola
li conduceva verso Rivalles. Mitzi, appoggiava
sui morbidi cuscini la testolina coperta da un
cappellino civettuolo, da cui sfuggivano i soffici riccioli
dei capelli neri. Teneva gli occhi chiusi, e Cristiano
vedeva tremar le ciglia di lei, fremer la bocca
delicata, come lievemente stretta da una contrazione
di sofferenza.
- Sei stanca, cara piccola Mitzi?
Egli si chinava verso lei, e la sua voce aveva un'intonazione
di calda dolcezza che non gli era abituale.
Essa rispose debolmente:
- S... ma non  niente; con un poco di riposo
star meglio.
- L'avrai a -Rivalles questo riposo... e molte cure
e molta tenerezza... tutto quello che sar in mio potere
per renderti felice, mia diletta.
Egli si chinava sempre pi verso di lei: Mitzi ne
sent l'alito sul suo volto. Allora si ritrasse, tutta
la sua persona s'irrigid, e sollev le palpebre: nel
visino diventato a un tratto livido e ghiaccio, Cristiano
vide due occhi pieni di terrore, di sbigottimento,
di selvaggia desolazione.
Egli si drizz con veemenza e disse reprimendo la
collera:
- Non mi hai dunque perdonato!... Oh, non temere:
non t'importuner pi. Voglio che tu ti dia a
me spontaneamente, quando avr saputo ispirarti
fiducia.

.
...
 
Capitolo 10.

Tre settimane dopo il suo ritorno a Rivalles insieme
con Mitzi, il signor di Tarlay ricev un biglietto
di Svengred. Questi gli faceva sapere che era stato
richiamato in Svezia per sistemare alcuni suoi
interessi importanti, e che vi rimarrebbe probabilmente
buona parte dell'inverno; ma prima di partire
sarebbe stato felice di rivedere l'amico.
Cristiano fece leggere questa lettera a Mitzi, dopo
colazione, mentre la giovane sposa si metteva a
sedere nella sala delle Pastorelle per scorrere le riviste
giunte con la stessa posta.
- Si potrebbe invitarlo a passar qui qualche giorno,
non  vero, Mitzi?
- Ma s!  simpaticissimo e pare nutra per te
un grande affetto.
-  vero. Egli mi ha dato prove di vera amicizia.
 l'unica persona che mi conosca bene, che non mi
giudichi dalle sole apparenze.
Nella sua voce vibrava un'amarezza profonda. Egli
lanci una cupa occhiata verso la moglie che, a occhi
bassi, sfogliava un giornale; poi, entr nel salottino
attiguo per prendere una sigaretta.
Le dita di Mitzi tremavano alquanto mentre voltava
macchinalmente le pagine. Un tremito contraeva
il suo visino, che si manteneva pallido e turbato.
Cristiano, un momento dopo, rientr nella sala
chiedendo con ostentata indifferenza:
- Che cosa farai, questo pomeriggio?
Essa alz appena gli occhi per rispondere:
- Niente di speciale. Mi sento molto stanca, oggi,
e mi contenter di una passeggiata in giardino.
Egli le si avvicin di qualche passo, dicendo con
un tono di voce irritato, in cui la collera si univa all'ironia:
- Vorrei sapere perch pare sempre che tu abbia
paura di guardarmi, Mitzi! Che cosa senti dunque
per me? Ti faccio orrore? Mi odi? Dimmelo francamente,
sar sempre meglio del tuo contegno offensivo.
Ella si alz impetuosamente, e questa volta i suoi
occhi scuri e dolorosi fissarono quelli di Cristiano.
- No, non te lo dir! No, certo, perch... perch...
Lasci scivolare in terra il giornale, e voltandosi
bruscamente si diresse verso la vetrata aperta sulla
terrazza.
Cristiano, con la bocca contratta da un amaro sorriso,
guard allontanarsi la flessuosa personcina vestita
di una leggera seta argentea. La piccola sfinge
fremente non gli aveva rivelato il proprio segreto.
Da tre settimane egli vedeva davanti a s quel viso
chiuso, quegli occhi che sfuggivano sempre il suo
sguardo. Mitzi stava lontana da lui pi che poteva,
passando la maggior parte delle sue giornate nell'appartamento
che egli aveva fatto preparare per
lei: l'antico appartamento di Giacomino, ammobiliato,
per ordine del castellano, con gusto squisito e
con lusso raffinato. Oppure passeggiava per il parco,
evitando di passare davanti al padiglione italiano.
In casa lavorava per i poveri, sonava il pianoforte,
dava gli ordini alla sopraintendente del personale,
che aveva preso il posto di Leontina, licenziata subito
dopo la partenza della presidentessa. E rimaneva
pallida e triste, spesso nervosa, tutta tremante
appena doveva trovarsi davanti a Cristiano, e tuttavia
sentendo palpitare il suo cuore di ardente commozione
al pensiero di rivederlo.
Il signor di Tarlay si occupava delle ferriere, con
intensa attivit. Faceva inoltre lunghe passeggiate a
cavallo, usciva in una delle automobili che lanciava
a velocit folli come chi vuole stordirsi, dimenticare.
Ma per quanto facesse, vedeva sempre davanti a s
il visino incantevole, gli occhi pieni di sconcertante
mistero sotto le loro ciglia abbassate, segreto del
cuore di Mitzi.
Allora, fremente di collera e di passione, pensava:
Questa vita  insopportabile. Se non mi pu soffrire,
 bene che se ne vada, questa fanciulla crudele
che mi fa pagar tanto cari i miei torti a suo riguardo!.
Svengred non tard a comprendere come stavano
le cose quando si trov davanti ai due sposi. Gi
alla stazione, dove Cristiano era andato a prenderlo,
aveva osservato l'alterazione del suo volto, il suo
aspetto cupo e pensieroso. La fisionomia stanca di
Mitzi, la malinconia del sorriso, dello sguardo di lei,
finiva di ragguagliarlo del malinteso che separava i
due sposi. Cristiano, del resto, glielo conferm quando,
nel pomeriggio, passeggiavano insieme nel parco.
- Mitzi  ancora sotto la scossa delle dure prove
subite, amico mio, - disse Svengred in difesa di
lei. - Abbi pazienza, sii buono, perch la poverina
ha un'anima molto delicata e ha sofferto tanto!
- Sia pure: ammetto che ancora non si fidi di
me!... Ma lo dica, almeno!... S, se non pu soffrirmi,
se mi odia, lo dica... ma smetta di aver quella
fisionomia chiusa, enigmatica... peggiore di qualunque
altra cosa, te lo assicuro, Olaus!
- Non poterti soffrire? Odiarti? Oh, caro Cristiano,
sono certissimo che questo non !
- Non vorrai mica sostenere ch'ella assuma questo
contegno perch mi ama... che ostenti, per esempio,
di non portare mai i gioielli che io le ho dati,
come se le facessero orrore? - disse Cristiano con
amaro sarcasmo.
- Chi lo sa! Le anime delle fanciulle racchiudono
tanti misteri!
Un sorriso rasseren per un momento il volto di
Cristiano.
- Mio buon Olaus, tu parli come un padre di
famiglia, o come un direttore spirituale. Ma credo
che in questo caso tu prenda abbaglio. Mitzi, come
del resto ella stessa ti disse, ha accettato di sposarmi
soltanto per riabilitare il suo buon nome compromesso
per colpa mia. E me ne serba rancore, e
me lo serber forse sempre! Sia pure:  nel suo diritto.
Ma io non posso continuare cos! Uno di questi
giorni le chieder una spiegazione, e se non vuol
cambiare contegno, le far capire che deve andarsene.
La signora Vannier sar certo felicissima di
accoglierla... e io mi liberer di questa figliuola senza
piet che ho la debolezza di amare sempre pi...
Cristiano mormor queste ultime parole con accento
irritato e dolente.
Olaus non rispose, e i due amici non parlarono pi
di Mitzi.
Svengred non rivide la giovane che poco prima
del pranzo. Essa rientr silenziosa nel salotto dove
Cristiano e il suo ospite parlavano degli ultimi fatti
politici. Col suo vestito di crespo bianco sobriamente
elegante, i capelli ricciuti intorno alla fronte candida,
sembrava una bambina. N al collo delicato, n
ai polsi finissimi brillava alcun gioiello, e nelle graziose
dita affusolate vi era soltanto l'anello matrimoniale.
Svengred, dando in quel momento un'occhiata all'amico,
lo vide distoglier lo sguardo da quella seducente
apparizione, mentre la mano sua stringeva nervosa
un libro.
Durante il pranzo, Mitzi parl poco. Sembrava
molto stanca, o molto assorta da un'interna preoccupazione.
Tuttavia, per un momento riprese la sua
fisionomia d'una volta a proposito di alcuni miglioramenti
che Cristiano voleva fare nella sistemazione
delle ferriere: Svengred gli faceva osservare che
le case operaie richiedevano serie riparazioni: Mitzi
interloqu per approvare caldamente, e sotto l'impulso
dei sentimenti generosi e compassionevoli della
sua anima tanto amante della giustizia e della
bont, il volto chiuso si anim, i begli occhi ritrovarono
la loro calda luce e tornarono gli occhi di
fuoco che gi una volta, nel passato, avevano colpito
vivamente il signor di Tarlay, in Mitzi bambina.
Ma a un tratto, vedendo fisso su lei lo sguardo ardente
di Cristiano, la giovane arross, abbass gli occhi
e non parl pi.
Mentre i castellani e il loro ospite tornavano in salotto,
un servitore venne ad avvisare il signor di
Tarlay che era arrivato un uomo dalle ferriere, latore
di un messaggio. Cristiano si allontan e torn
poco dopo, dando loro la notizia che era accaduta
una disgrazia e che doveva recarsi alle ferriere, perch
l'ingegnere incaricato della direzione trovavasi
in permesso.
- Ci sono dei feriti? - chiese Mitzi.
- S, pare che vi sia un operaio ferito, ma leggermente.
I danni materiali sono considerevoli, a quanto
pare; ma questo  di secondaria importanza. Vado
subito. Forse torner un po' tardi. In ogni caso,
ti do la buonanotte, caro Olaus.
Ambedue si strinsero la mano cordialmente. Poi
Cristiano si rivolse alla moglie:
- Dovresti pregare Svengred di suonare un po' il
pianoforte, Mitzi. Sono certo che ne avresti un vero
godimento. A domani.
Si chin sulla mano che la giovane gli porgeva e
la sfior con le labbra. Poi si allontan... E Svengred,
che senza parere guardava Mitzi, vide ch'essa
seguiva il marito con gli occhi, sotto l'ombra delle
ciglia abbassate.
- Suvvia, che cosa suonerete, signore?
Ella si voltava verso il giovane svedese con un
sorriso un po' forzato.
- ... Cristiano mi ha detto che interpretavate Mozart
in modo meraviglioso. E so che egli  difficilissimo,
in fatto di musica. Suonate dunque un po' di
Mozart, volete?
- Ben volentieri, signora.
Mentre Svengred si avviava verso il pianoforte,
ella fece alcuni passi attraverso la stanza con aria distratta,
assorta. Poi si avvicin a uno dei terrazzini,
prese, passando, una rosa in una giardiniera e
si ferm sulla soglia della terrazza, appoggiandosi
leggermente all'invetriata.
Svengred son a lungo. Mozart era il suo maestro
preferito e ne faceva suo l'intimo pensiero. Inoltre,
quella sera egli poneva nella propria esecuzione tutta
la malinconia, tutto il fervore della sua pura tenerezza
per quella giovane donna che lo ascoltava,
ignara della sua nobile devozione, intenta nel ricordo
di un altro. Finalmente il pianoforte tacque e
Svengred si alz. Mitzi parve svegliarsi da un sogno;
e guardando il giovane disse con un sorriso
commosso:
- Che incanto, questa musica! Vedete,  trascorso
il tempo senza che me ne accorgessi.
E indicava con la mano lo stupendo orologio del
diciassettesimo secolo, posto poco lontano da loro,
su un piedistallo intarsiato.
Svengred esclam:
- Come, gi quest'ora? Ma ho abusato!...
- Niente affatto! E la prova sar che domani vi
chieder di suonare ancora. Del resto, dovrete farlo
per Cristiano che non ha avuto il piacere di udirvi
stasera... e che non potr pi sentirvi per molto tempo,
poich ci avete annunziato un'assenza di parecchi
mesi.
- S, non ritorner prima della fine dell'inverno.
Col mi attendono noiosi affari... e inoltre parto
con gravi crucci perch lascio il mio amico molto
infelice.
Mitzi trasal lievemente e distolse lo sguardo da
quello dello svedese, che era pieno di rimprovero e
di tristezza.
Dopo un breve silenzio, durante il quale egli vide
impallidire e fremere d'angoscia il grazioso volto.
Svengred riprese con voce bassa, vibrante di
commozione:
- Ma  proprio vero quello ch'egli crede?... Lo
odiate? Egli ha avuto dei gravi torti verso voi, 
vero: ma li ha riparati col suo pentimento, col suo
amore sincero, con la pazienza tanto difficile in un
carattere come il suo!
Con atto brusco, Mitzi si volt verso il proprio
interlocutore. Alla luce dei candelabri che illuminavano
il salotto, Svengred vide gli occhi di lei lampeggiare
di collera selvaggia.
- Vi ha incaricato lui di dirmi questo?
- No, signora. Sono io, che per conto mio vorrei
tanto illuminare la vostra coscienza!... Poich una
donna educata come voi secondo le massime del
Vangelo, commette una grave colpa serbando nel
cuore tale risentimento, tale desiderio di vendetta...
Una risata sorda, dolorosa lo interruppe.
- Risentimento?... Vendetta?...
Le sue labbra si contrassero, e di nuovo Svengred
non vide pi gli occhi di lei. Ella soggiunse con voce
fioca, soffocata, fremente:
- V'ingannate riguardo ai miei sentimenti. Se
fossero quali voi credete riguardo a Cristiano, 
glieli avrei gi manifestati.
- Allora?
Essa non rispose, e voltando altrove la testa
schiacci nervosamente la rosa che teneva ancora
in mano.
- Allora? - insist Svengred, ansioso.
Essa disse, con la stessa voce fioca, vibrante di
passione:
- Voi non sapete quello che si pu soffrire quando
si ha paura di colui che si ama!
- Avete paura di Cristiano?
- S. Io so che prima di me egli ha amato molte
donne, e che ne amer altre ancora quando io non
gli piacer pi. Cosicch non posso... non posso sopportare
questo pensiero!
La rosa scivol dalle dita tremanti, e Mitzi nascose
fra le mani il volto che bruciava.
E ripet con una specie di violenza:
- Non posso!... E ho paura di lui, del suo amore,
che mi rapir il cuore, per poi spezzarlo. Giacch so
benissimo che non  altro che un orgoglioso, un profondo
egoista, quest'uomo che una volta respinse con
disprezzo una povera bimba infelice, che mostr
soltanto indifferenza per il caro Giacomino, e che
poi non seppe aver piet di me! Oh, s, io so gi
quanto mi farebbe soffrire!
Le spalle di Mitzi ebbero lunghi fremiti sotto la
stoffa di seta bianca.
Svengred prese tra le sue una delle mani tremanti
di lei, e disse con grave dolcezza:
- No, non soffrirete vicino a lui, fanciulla troppo
timorosa. Io sono fino dall'infanzia l'unico amico
intimo di Cristiano, vale a dire pi che un fratello,
perch spesso si sogliono fare a un amico confidenze
che si negano al proprio fratello. Mi credete
se vi dico che, prima di conoscer voi, il suo cuore
era rimasto sempre completamente libero? Mi crederete
se vi assicuro della sincerit, della profondit
dei suoi sentimenti per voi, e se vi dichiaro che
potete riporre tutta la vostra fiducia in lui per il
presente e per l'avvenire?
Mitzi alz lo sguardo su quel viso sincero che esprimeva
una generosa commozione. E negli occhi
di lei si leggevano l'angoscia e l'incertezza, miste a
una specie di gioia timorosa. Essa chiese con voce
tremante:
- Siete sicuro ch'egli mi ami come voi dite... e
che... io posso amarlo?
- Ho troppa profonda stima per voi, Mitzi, troppa
devota ammirazione perch voglia ingannarvi,
fosse anche a vantaggio del mio migliore amico. La
vostra felicit mi  cara quanto quella di Cristiano...
e so che entrambe non possono essere conseguite
se non nel vostro completo accordo. Avvicinatevi
dunque a lui senza timore: questo  il vostro dovere;
e saranno finite cos quella desolazione e quelle
sofferenze che vi eravate imposte, piccola anima
diffidente in cui vive ancora, a vostra insaputa, un
po' di rancore del passato.
Un sorriso, quasi il sorriso dell'antica Mitzi, schiuse
le labbra della giovane donna.
- Forse s, avete ragione. Ma, ve lo dico sinceramente,
non me ne accorgevo. Ora tutto  finito...
Gli occhi di lei brillavano d'interna gioia repressa.
Per un momento distolse lo sguardo da Svengred,
per fissarlo nel buio dei giardini da cui salivano
lievi profumi. Poi guard di nuovo lo svedese,
dicendogli con affettuosa dolcezza:
- Vi ringrazio, amico mio.
Con la mano un poco febbricitante ella strinse
quella del giovane. Svengred si chin e depose un
rispettoso bacio sulle dita delicate di lei. Poi si allontan,
calmo in apparenza, ma terribilmente commosso
nell'intimo dell'anima, ancora turbata dagli
ultimi fremiti del suo cavalleresco amore. Vicino alla
porta del salotto, si volt indietro. Mitzi non si
era mossa, ma di nuovo guardava nella notte, con
la testa un po' china, il viso ansioso, le mani congiunte
sulla veste bianca.
Svengred pens:
Essa l'aspetta!
E voltatosi di nuovo usc dal salotto, portando seco
la visione di quella gioia che era opera sua.
Dopo qualche momento Mitzi si risvegli dal sogno
che la trasportava verso fulgidi orizzonti. Si
pass una mano sulla fronte, fece qualche passo sulla
terrazza e mormor:
- Come ritarda!
Dopo un momento di riflessione, si diresse verso
il proprio appartamento.
Marta, che l'aspettava, l'aiut a togliersi l'abito
da pranzo e a indossare una veste da camera. Fatto
questo, Mitzi rimand la fedele cameriera, dicendole:
- Vai a riposare, mia buona Marta, non ho pi
bisogno di te.
Si ferm in mezzo alla stanza. Pi d'uno specchio
rifletteva la sua immagine. Si vide snella, flessuosa
nella vestaglia di seta bianca a righe d'argento, dalle
lunghe pieghe morbide raccolte alla vita in una
cintura di velluto turchese. E quasi non si riconobbe
pi in quella giovane donna dal viso roseo, dagli
occhi splendenti, dal sorriso felice.
Avvicinatasi a uno scrigno, prese un astuccio e
ne tolse l'anello del suo fidanzamento. Quando l'ebbe
in dito dette un profondo sospiro e di nuovo
un'ombra vel il suo sguardo. Ma scosse la testa,
mormorando con forza:
- No, no, non voglio pi dubitare!... Svengred ha
ragione: agivo contro il mio dovere. Se Cristiano mi
far soffrire, col tempo, Dio mi dar la forza di sopportare
questa croce. Perch  male aver troppa
paura della vita.
Si avvicin a una delle vetrate aperte sulla terrazza.
L'aria era ancora tiepida, in quella serata di settembre.
Mitzi fece qualche passo sul lastricato di
marmo, volgendo lo sguardo verso una delle finestre
vicine da cui trapelava una luce velata. Ella si fece
ancora avanti e si trov sulla porta dello studio di
Cristiano.
Una potente lampada coperta da un paralume di
seta verde illuminava una parte della vasta stanza
ammobiliata con lusso signorile. Vicino alla scrivania,
giaceva il cane Attila. Esso alz la testa e, riconoscendo
Mitzi, le venne incontro con passo maestoso.
Ella carezz la testa del robusto animale, distrattamente.
Tutta la sua attenzione era concentrata su
quella stanza vuota, in cui le stesse cose inanimate
pareva aspettassero il padrone. Poi, con esitazione,
si fece innanzi...
Un lieve odore di tabacco fluttuava nell'aria. Sulla
scrivania stava aperto un libro; le lettere arrivate
con l'ultima posta erano su un vassoio. Parecchi mozziconi
di sigarette erano ammucchiati nel portacenere
d'oro cesellato. Mitzi si ricord di aver sentito dire
un giorno da Cristiano alla signora Vannier:
- Io divento un gran fumatore soltanto quando
sono oppresso da molte preoccupazioni. Allora fumo
in modo spaventoso!
Ella sospir, col cuore pieno di rimorsi. Sfior
con passo lieve il tappeto di spessa lana, e il suo
piede affond in una pelle di tigre. Si sed in una
grande poltrona e disse al cane che l'aveva seguita:
- Aspetteremo il padrone, Attila.
L'enorme bestia si adagi ai piedi di lei. Mitzi
chiuse gli occhi. Gi stanca, anche prima, la sua
spossatezza si era fatta maggiore dopo la profonda
commozione provata nel colloquio con Svengred.
Cosicch, in quell'assoluto silenzio, si assop.
Quando, dopo poco, Cristiano apr la porta, cred
sulle prime di sognare. Mitzi... era Mitzi? L nel suo
appartamento?
Al rumore della porta che si apriva, la giovane
aveva aperto gli occhi. Trasal, arross, e si alz lentamente.
- Volevo aver notizie... di quella disgrazia.
La voce le tremava, ma i begli occhi in cui traspariva
una commozione profonda, si fissavano questa
volta in quelli di Cristiano.
- Cosa da poco, come supponevo. Ma ti sei stancata
ad aspettare...
Egli parlava senza troppo sapere quello che diceva.
E si avvicinava alla giovane donna, che ora gli
sorrideva con un sorriso timido e tremante.
- ... S, non sei ragionevole, Mitzi. Veramente dovrei
sgridarti...
- Oh, hai diritto di sgridarmi... ma non per questo!
Ella sorrideva sempre e il suo sguardo diventava
ancor pi soave, pieno di ardente tenerezza.
Cristiano, stupefatto, non osando credere agli occhi
suoi, domand:
- E perch allora?
Adagio adagio, ella si avvicin a lui, e chinando la
testa sulla sua spalla, disse sottovoce:
- Tu lo sai, perch, mio Cristiano.
Egli la strinse tra le sue braccia, appassionatamente,
mormorandole in un bacio:
- Eccoti dunque, fanciulla crudele e tanto cara!
Finalmente mi hai perdonato!
...
.
...
FINE.