Sergio Costanzo.
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IBELIN.
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2016. Linee Infinite Edizioni di Marco Ferrari e C., LODI.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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IBELIN, indagando le origini e la fondazione dei Templari, porta alla luce le trame oscure dell'epoca crociata, esalta la nobilt d'animo e condanna la brama di potere, chiarisce come e perch Pisa fu crocevia e centro incontrastato di cultura e potere. IBELIN  la vera storia di Bernardo di Chiaravalle, Saladino, Baliano e Ugo di Pagano. Un romanzo storico, un affresco a tinte forti del dodicesimo secolo, uno specchio per riflettere e meditare su tematiche e contrasti di stringente attualit.
Dal 1115 al 1187, per terra e per mare, tra Pisa, Gerusalemme, Costantinopoli, Damasco e Aleppo, il movimento crociato riflette e amplifica le lotte tra papato e impero romano, regni franchi e sassoni, tra potentati e repubbliche marinare. Ideali, interessi, scontri tra dinastie e religioni. La lotta per il predominio si sposta in oriente, dove, fra deserti assolati e citt da sogno, in cui convivono cristiani, ebrei e musulmani, s'intrecciano le gesta di re, sultani, condottieri, monaci, assassini, marinai e armate che combattono in nome di Dio e del dio denaro. Baliano di Ibelin, giurista e consigliere del regno latino di Gerusalemme, tesse trame, intavola trattative, organizza e condiziona le vie della Storia. La fama e il rispetto dei signori di Ibelin porter Saladino ad apprezzare Baliano, confidente e tuttavia nemico, fino allo scontro finale del 2 ottobre 1187.
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L'AUTORE.
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Sergio Costanzo nasce nel 1963 a Pisa dove risiede e lavora. Laureato in Biologia ed impegnato nel campo della Microbiologia Clinica  sin dall'infanzia affascinato dalla storia medievale.
Coniuga nelle sue ricerche passione e metodo scientifico realizzando a partire dal 2004, la pubblicazione di alcuni saggi sull'architettura del medio evo. Approda ora al romanzo miscelando sapientemente fonti storiche ed estro creativo.
Con Linee Infinite ha pubblicato: "Io busketo", "Il fiume si rise" e "La tavola dei Galilei". Autore di racconti gialli, ha scritto reportage di missioni umanitarie e una pice teatrale, "Franco Stone", rivisitazione moderna del Frankenstein di Mary Shelley, in collaborazione con la compagnia Sacchi di Sabbia e il gruppo Gatti Mzzi. Dopo la pubblicazione de "I racconti della mano destra", romanzo di formazione per i tipi di Marchetti Editore, con IBELIN torna all'antico amore per il medioevo e raggiunge la sua ventesima pubblicazione. Sito dell'autore: www.sergiocostanzo.it
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A mio padre,
che non fu un crociato e neppure un gran credente, ma mi insegn la rettitudine. A lui, che insieme a tanti eroi, ci guarda da lass.
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FONTI E SUGGESTIONI.
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Scartabellare tra le carte di un antico archivio familiare(1), ricordando le storie ascoltate dai nonni, produce talvolta risultati inaspettati ed  cos che sono stati ritrovati i fili conduttori, gli indizi che hanno portato alla stesura di questo romanzo. Indizi costituiti da una sottile rete di leggende e verit che partono dalla storia degli etruschi Venulei fino alle vicende di Ugo di Pagano Eb(u)riaci da Vecchiano. Solo l'intuito libero e non omologato dell'autore ha saputo cogliergli e collegarli.
Gli appunti sconnessi e le carte disvelate (che meriterebbero successivi approfondimenti e ricerche), sembrano tutti ruotare intorno ad uno stesso nucleo primigenio, legato alla leggenda Alfea e alla consorteria pisana dei Mi Beth El(2), la cui traduzione letterale sarebbe "della Casa del Signore". Nei secoli passati, illustri studiosi si dedicarono all'analisi dei documenti in oggetto e il distillato di quelle conoscenze
antiche, fu fissato, in modo imperituro, nell'iconografia manierista degli affreschi contenuti nella Villa di Corliano.
La villa  il risultato di secoli di idee, ristrutturazioni e rifacimenti, ma il nucleo primigenio fu costruito dalla gens etrusca dei Venulei. Furono triumviri monetali (supervisori della Zecca dell'Impero Romano), Praetor Etruriae (ovvero sommi magistrati federali che presiedevano la confederazione dei popoli etruschi), una lega politico-religiosa che esisteva in epoca arcaica e sopravviveva in epoca imperiale. Furono anche Patroni della colonia pisana e Magister e Auguri ereditari di numerosi collegi sacerdotali tra cui quello dei Fratres Arvales, dei Salii Collino (riservati ai giovani patrizi) e dei Nemestiasti di Nicea. Furono inoltre membri di due confraternite sacerdotali votate al culto degli imperatori divinizzati: sodalis Hadrianalis (Adriano) e Antoninianus Verianus (Antonino Pio e Lucio Vero). Due membri della famiglia furono consoli dell'Impero Romano d'Occidente, altri furono legati imperiali (ovvero governatori) della Caledonia e della Spagna Citeriore sotto Antonino Pio, altri proconsoli della provincia di Asia a Efeso, pretori e legati della Prima Legione "Italica", sotto Adriano, nella Mesia Inferiore.
L'insediamento di Corliano, col fluire del tempo, fu dei Pagano Eb(u)iaci da Vecchiano, dei Visconti di Gallura, dei banchieri fiorentini Spini e solo dal 17 giugno 1536, dei mercanti pisani Della Seta. I Pagano Eb(u)riaci, proprietari della villa di Corliano e del castello di Vecchiano all'epoca dei fatti narrati nel romanzo, sono stati ricordati recentemente da Lindsey L. Brook in un saggio della Foundation for the Medieval Genealogy intitolato "The Eb(u)riaci of Pisa, Jewish ancestors of the Plantagents?". Ritengo per interessante per il romanzo, fare riferimento a quanto emerge dagli studi del professor Mario Moiraghi. In epoca crociata molti stesero resoconti e cronache. Uno dei pi famosi fu Guglielmo di Tiro, monaco e studioso francese. Nella sua versione originale della Historia rerum in partibus transmarinis gestarum, afferma che i fondatori dell'ordine templare furono:
Hugo de Paganis et Gaufridus de Sancto Aldemaro. [Ugo dei Pagano e Goffredo di Santo Audemaro].
Una versione tradotta in provenzale molto pi tarda, aggiunge arbitrariamente un dettaglio.
Li uns ot non Hues de Paiens delez Troyes; li autres Giefroiz de Saint Omer.
[L'uno ha nome Hues de Paiens presso Troyes, l'altro Giefroiz di Saint Omer]
Quel "delez Troyes" potrebbe aver falsato tutte le successive ricerche storiche e attribuito ad Ugo dei Pagano degli impropri natali francesi.
Come scrive Mario Caravale (Dizionario Biografico degli Italiani: 57 Giulini - Gonzaga. Roma, 2001) su Ugo secondo Eb(u)riaci da Vecchiano, morto avanti il 30 maggio 1136, i documenti pisani dicono in realt assai poco, come se la sua attivit si fosse svolta prevalentemente lontano dalla citt. "(...) Chiamato nei documenti con il soprannome di "Eb(u)riaco", egli era figlio di un altro Ugo che, nel penultimo decennio del secolo undicesimo, aveva fatto parte della schiera dei principali sostenitori pisani di Enrico quarto. Intorno al 1090, per, aveva aderito all'azione pacificatrice esercitata dal vescovo di Pisa, Daiberto, sostenitore e collaboratore di Urbano secondo e Matilde di Toscana (duchessa di Lorena, figlia di Berta di Lotaringia, sepolta a Lucca nel 925, e zia di Goffredo di Buglione) e da allora era tornato a intrattenere ottimi rapporti con il vescovado, che fino a tutta la prima met del secolo dodicesimo fu il primo centro d'autorit della civitas, della quale era il rappresentante istituzionale verso l'esterno".
Ugo di Pagano  ricordato come l'ammiraglio ed armatore che mise a disposizione la sua flotta per la crociata delle Baleari nel 1115 sia da Paolo Tronci in "Annali Pisani", ed. Vannucchi, Pisa, 1829, sia nel "Liber maiolichinus de gestis pisani popidi", (traduzione di Pietro Loi di un manoscritto conservato presso la Biblioteca Universitaria di Pisa, ed. Giardini, Pisa, 1964).
I Pagano Eb(u)riaci(3) da Vecchiano sono legati ad un'altra importante famiglia pisana, i Gaetani(4), proprietari di un vasto territorio tra Pisa ed il mare, ancora oggi chiamato "al Gatano", ottenuto il 6 luglio 1051 da Dodo di Ugone di Teperto di Ugone Gaetani, duca di Gaeta, barone dell'Impero e conte di Terriccio. Sia i da Vecchiano che i Gaetani ponevano nello stemma familiare un "cane rampante" per significare la loro discendenza dalla gens Anicia.
L'impianto originario della dimora prima Venulei e poi Eb(u)riaci  rimasto immutato. Ancora oggi possiamo osservare che gli ultimi raggi del sole al tramonto degli equinozi, attraversano tutto il corpo di fabbrica, creando una luminosa "danza astronomica" nel salone dei balli che meriterebbe degli studi di archeoastronomia.
La Villa di Corliano  stata sede di Accademie fin dal 1588. La pi nota fu quella denominata Colonia Alfea, legata alla Arcadia Romana, in cui gli Alfei erano (o immaginavano di essere) "pastori d'Arcadia". Erodoto scrisse che le figlie di Danao portarono i misteri di Demetra-Iside in Grecia, divulgandoli solo alle donne dei Pelasgi (ovvero i pisani, secondo tutte le tradizioni pi erudite). Questi misteri furono conservati solo presso gli Arcadi della trib degli Alfei di discendenza davidica, ovvero in Pisa e nelle zone limitrofe. Questo  il motivo per cui schiere di intellettuali si siano avvicendati e affannati nella ricerca e si siano messi a pastorellare, ricercando e ritrovando i fili conduttori e gli indizi di una storia non conosciuta e volutamente sepolta dalla cultura omologata, tra la fine cinquecento e l'inizio del novecento. Pietro Angeli (il Bargeo), il progettista della iconografia ancora visibile nella villa di Corliano, partecip alla revisione della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso nel 1575. Scrisse un poema in dodici libri sulla storia delle crociate, stampato a Firenze da Giunti nel 1591 e ritrovato negli inventari della biblioteca di Corliano. Il titolo dell'opera  complesso e affascinante: Syrias hoc est expeditio illa celeberrima christianorum principum, qua Hierosolyma ductu Goffredi Bidionis Lotharingiae ducis a Turcarum tyrannide liberata est.
Andrea Boscoli, coevo di Pietro Angeli e autore materiale degli affreschi nella Villa di Corliano,  stato il primo artista ad illustrare le scene della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso. Nello stesso periodo, l'editore Giunti pubblic "Chorographia Sardiniae" (Firenze, 1580) scritta dal padre della storiografia sarda, Giovanni Francesco Fara, in cui si ricorda la storia del castello di Goceano (in latino Gothianus), edificato da Ugo di Pagano Eb(u)riaci ai confini tra il regno del Logudoro e quello di Arborea tra il 1127 ed il 1137. Il castello era ancora considerato nel sedicesimo secolo "un del pus forts e honrats Castel de Sardegna" contro l'espansione musulmana.
Chi liberamente ricerc, liberamente produsse. Per concludere questa breve nota, ricordiamo alla fine che bisogna sempre fare i conti con la storia e non sono mai conti facili. Rianalizzare e reinterpretare le vicende  compito assai arduo. Compito complicato dalle strategie, dalle demagogie che l'uomo, in ogni epoca ha saputo impiegare producendo danni inimmaginabili. Quando Atene si liber dai tiranni, fu promulgata una "legge bavaglio" che vietava di analizzare il passato, scriverne, rievocarne le storie non omologate. Quante storie passate sono state volutamente mistificate o obnubilate, per asservire a questo o a quel potere? Oppure, nascoste e sepolte? (...) far fra questi rustici la sepoltura tua famosa e celebre. Et da' monti Thoscani et da' Ligustici verran pastori (...) Et in Arcadia Ego". [Carme di Ausonio, quarto sec d.C.].
Agostino Agostini Venerosi della Seta
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Note.
1. "L'archivio Agostini Venerosi della Seta ha anche un fondo diplomatico costituito da 663 pergamene dal 1044 al 1842: la pi antica  un atto di vendita riguardante un membro della famiglia Bocca Eb(u)riaci prima della partenza per l'Outremer. L'archivio  stato sottoposto ad un'opera di inventariazione nella seconda met dell'ottocento, affidata dal conte Alfredo Agostini all'archivista e archeologo pisano Clemente Lupi: a conclusione del lavoro fu compilato un inventario in 14 volumi manoscritti e numerosi appunti".
2. I Mi Beh El sarebbero state una delle famiglie nobili ebree arrivate a Pisa sotto Tito Vespasiano dopo la distruzione del 2 Tempio di Gerusalemme nel 70 dC. Gli attuali banchieri tedesco-britannici Warburg si definiscono genealogicamente discendenti dei banchieri pisani Da Pisa, tramite i veneziani Pisani dal Banco, e, allo stesso tempo, discendenti dei Mi Beth El e di etnia Ashkenazim, ovvero discendenti delle comunit ebraiche medievali della valle del Reno. Ashkenaz era infatti il nome, in ebraico medievale, della regione franco-tedesca del Reno e Aschenazita significa appunto "tedesco".
3. I conti Eburiaci di Ivry, normanni, sono attestati nella forma Ebriaci dal 1023. Interessante notare che la traduzione letterale di York e Yvry dal celtico significherebbe "terra di Eb(u)riaco ovvero da Eburiacum, luogo degli Eburones (Dizionario francese-celtico, 2004). Pelasgos (Pelasgi) sarebbe il nome degli Eber (Eburones) popolazione pre-greca il cui ricordo era ancora vivo in epoca classica. Omero cita i Pelasgi di Creta (Od. 19 178). Anche Erodoto conosce i Pelasgi e li descrive come gente che parlava una lingua non greca e che viveva nella citt di Crestone (vicino a Salonicco). Pelasgos secondo la "Periegesi della Grecia" di Pausania (110-180 dC) fu il primo uomo; egli gener i Pelasgi, venne dall'Arcadia e insegn come costruire capanne, come nutrirsi di ghiande e come cucire tuniche simili a quelle indossate dal popolo degli Eburones.
4. Il figlio di Dodo, Giovanni, fu comandante dei pisani in Outremer durante la prima crociata ed  ricordato prigioniero in una battaglia contro i Lucchesi l'11 giugno 1104. Fu comandante e compagno d'armi di Ugo primo di Pagano Eb(u)riaci nella spedizione alle Baleari per la quale il pontefice Pasquale secondo invest i Gaetani del titolo di conti d'Oriseo e gli orn lo stemma dei pali rossi in campo d'oro. Il Duomo di Pisa venne costruito grazie anche alle "decime" ottenute dai Gaetani alle Baleari e si ricorda ancora che il papa Gelasio secondo (al secolo Giovanni di Crescenzio di Giovanni di Teperto di Ugone Gaetani, eletto Papa il 24 gennaio 1118) consacr di persona la Cattedrale di Pisa.
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I CORI DELLA ROCCA (coro ottavo).
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O Padre, accogliamo le tue parole e prenderemo coraggio per il futuro, ricordando il passato.
I pagani sono pervenuti alla tua eredit, e hanno macchiato il tuo tempio. Chi  questi che giunge da Edom? Egli da solo ha pigiato l'uva nel torchio. Vi giunse uno che parl della vergogna di Gerusalemme e macchi i luoghi sacri;
Pietro l'Eremita, che flagellava con le parole.
E fra coloro che l'ascoltavano c'erano alcuni uomini buoni, molti che erano malvagi, e molti non erano per niente, come tutti gli uomini in qualsiasi luogo.
Alcuni se ne andarono per amore di gloria, alcuni se ne andarono perch erano infaticabili e curiosi, alcuni rapaci e lussuriosi.
Molti lasciarono il corpo ai nibbi della Siria o furono dispersi in mare lungo il viaggio;
molti lasciarono l'anima in Siria, continuando a vivere immersi nella corruzione morale,
molti tornarono indietro spezzati, ammalati e costretti all'elemosina, trovando uno straniero alla porta, giunsero a casa screpolati dal sole dell'Est e dai sette peccati capitali della Siria.
Ma il nostro re si port bene ad Acri, e a dispetto di tutto il disonore, degli stendardi spezzati, delle vite spezzate, della fede spezzata in un luogo o in un altro, c'era qualcosa che essi lasciarono, ed era pi che i racconti di vecchi in sere d'inverno.
Solo la fede poteva aver fatto ci che fu fatto bene, l'integra fede di pochi, la fede parziale di molti.
Non avarizia, lascivia, tradimento, invidia, indolenza, golosit, gelosia, orgoglio: non queste cose fecero le Crociate, ma furono queste cose che le disfecero.
Ricordate la fede che trasse gli uomini dai loro focolari al richiamo di un predicatore errante.
La nostra et  un'et di virt moderata e di vizio moderato in cui gli uomini non deporranno la croce perch mai l'hanno presa.
Eppure nulla  impossibile, nulla, agli uomini di fede e convinzione. Rendiamo quindi perfetta la nostra volont.
Thomas Stern Eliot
Per ci che attiene a me, non credo in nessun dio per cui le guerre di religione sono quanto di pi insensato la mente umana abbia saputo concepire. Eppure, in nome di di e divinit, si continua a combattere e a morire.
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CAPITOLO 1.
Marsiglia, primi di giugno 1115 all'uso comune.
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Le campane attesero impazienti, poi i tocchi del mezzogiorno si librarono da ogni chiesa e risuonarono nella citt muta; le vie deserte amplificarono il loro suono, riverberato in mille echi. Ma nessuno lo ud. Le lacrime scendevano copiose sui volti di quella moltitudine schierata sui ponti delle navi, sulle banchine del porto, arrampicata sui tetti delle case cos come sulle sartie e sui pennoni. Le lacrime scendevano copiose sul volto di Barisano, che all'impiedi poggiato al parapetto di mancina, osservava mesto le operazioni di scarico. Al suo fianco, il fratello Durante si rifiutava di guardare e stava seduto con le ginocchia raccolte al petto e la testa rinserrata nel cappuccio della tunica. Accanto a lui un altro giovane, Bernardo Marango, piangeva e si stropicciava le mani come se la destra tentasse di dar pace alla sinistra e viceversa. Ma non trov quiete e nessuno gli offr conforto. Se Barisano lasciava fluire le lacrime senza opporsi al loro sgorgare, Durante singhiozzava cercando di nascondere il singulto. Non erano i soli a gemere: accanto a loro, sulle altre navi, cos come sulla terraferma, ogni cuore manifestava la propria pena. Era successo all'improvviso: l'oceano di dolore era esondato dalle viscere di ogni anima, quasi che un muto segnale avesse reso possibile quella sincrona liberazione. Mesi di privazioni, devastazioni, solitudine e conquiste avevano forgiato quegli uomini rudi e pronti all'azione. La loro pelle, bruciata dal sole e annerita dalle battaglie, li faceva apparire pi forti e pi maturi e a vederli si sarebbero detti solidi come l'acciaio. In fondo a quei cuori albergavano ancora sentimenti nobili e al contempo devastanti per un soldato: la paura e la piet. Barisano e suo fratello, cos come tutti gli altri giovani al di sopra dei sedici anni, erano stati costretti ad imbarcarsi, erano stati avviati a quell'impresa da loro padre e da quelle consuetudini cittadine a cui nessuno poteva e voleva sottrarsi. Ogni mano adulta e salda era stata armata, ogni uomo valido era accorso, chi per salpare, chi per rimanere a difesa della citt. La sovraccotta rossocrociata era diventata la loro bandiera, la loro veste, il loro giaciglio, la loro casa.
Pisa aveva mantenuto nei secoli indipendenza e prestigio, aveva elaborato norme e codificati gli usi. Nel 1081 l'Imperatore germanico Enrico quarto aveva riconosciuto ai pisani l'utilizzo delle proprie leggi e si era impegnato a rispettarle. Le consuetudini pisane erano state poi riconosciute nel 1085 dai signori di Sardegna e da papa Gregorio settimo che aveva contestualmente donato ai pisani le Baleari. Le isole, infestate dai musulmani, non avevano mai attratto i commerci della repubblica: troppo distanti da Pisa, troppo vicine alle rotte provenzali o castigliane, ma il dono del papa andava accolto e riconquistato. C'erano voluti quasi quaranta anni di discussioni, decisioni, ripensamenti; poi, per non contravvenire all'ultima istanza di papa Pasquale secondo, succeduto nel frattempo a Gregorio settimo, Urbano secondo e Vittore terzo, i pisani avevano deciso di liberare le isole dagli infedeli. Cos, il 6 agosto del 1113, per ordine del papa, Pisa aveva solcato i mari. Alla flotta pisana si erano uniti i legni dei provenzali, dei castigliani e la flotta per la guerra santa contro gli infedeli, per la crociata delle Baleari era salita a quattrocento unit. Pisa aveva stretto un patto con il re Raimondo conte di Barcellona, Causa Corroborandae Societatis et Amicitiae e, in virt di quel trattato, altri potenti avevano offerto il loro braccio e le loro armate. Sigurd Re di Norvegia, Folco di Cardona, Ugo di Empuris, Raimondo di Baux, Bernaard de Trencavel, tutti famosi combattenti, avevano preso il mare.
Barisano e Durante, come tutti i loro confratelli in armi, avevano navigato per giorni e notti, atteso, vegliato, ucciso. Avevano udito lingue incomprensibili, visto occhi fiammeggianti e cieli oscurati dalla pioggia delle frecce nemiche, ma, a maggior gloria di Pisa e di Dio, si erano sempre lanciati all'attacco. Per due anni avevano navigato, sperato, combattuto. La corsa di molti era stata frenata dalle spade, dalle lance, dai marosi. Amici, compagni, padri, figli: la morte non aveva fatto distinzioni e se pure alla fine la spedizione aveva riportato la vittoria, il sapore amaro del sangue aveva bagnato ogni bocca. Dopo la conquista
delle isole, c'erano stati i preparativi per il rientro in patria, nuove speranze, aspettative, il pensiero era mutato, i corpi si erano rilassati e cos le menti, passate da uno stato di veglia permanente ad uno di cupo torpore. Nella moltitudine dei combattenti si era fatto strada un malessere diffuso, impastato di dolore e nostalgia. Gli uomini imbarcati, se pure sulla via di casa, erano stremati da due anni di guerra e privazioni e giunti al limite della sopportazione. Quel tragico mattino aveva concesso loro di sciogliere i legacci dell'anima, di allentare i vincoli del dovere, di aprire le loro armature, sia metalliche che interiori. Forse, a generare quel momento di smarrimento collettivo, aveva contribuito la stanchezza dell'ultima notte trascorsa insonne e il sollievo per la tragedia sfiorata: mai mano pisana aveva immaginato di arrossare la propria lama di sangue fraterno. Barisano tir su col naso e prese a guardarsi intorno, come se fosse uno dei tanti spettatori. La sua mente, abituata all'osservazione e alla notazione, ripercorse le ultime ore appena vissute.
La flotta aveva veleggiato tutta la notte sospinta da un tiepido vento proveniente dall'Africa. La galea dell'ammiragliato aveva puntato dritta verso la stella polare, certa che prima o dopo, il profilo illuminato della costa si sarebbe palesato. A poppa di questa, come di tutte le altre navi, una lanterna ad olio sempre accesa aveva permesso a chi seguiva di mantenere unito lo schieramento. A bordo delle oltre trecento navi, nessuno aveva dormito, nessuno si era concesso una distrazione. Dopo i tumulti scoppiati il giorno prima, la tensione era ancora alta e la sommossa nell'aria. Il carico che trasportavano aveva scatenato la ribellione che, come un fuoco, si era propagata di nave in nave. Era un carico prezioso, il pi prezioso, ma le leggende del mare, le ataviche patire, gli spettri comparsi nei sogni dei pi, il miasma della putrefazione, avevano avuto la meglio sulla ragione! Per evitare che il tumulto si trasformasse in tragedia, dalla galea ammiraglia era giunto l'ordine di virare a mancina: le stive sarebbero state svuotate e ripulite. Era giunta l'alba e il profilo oscuro della terra dei franchi era stato avvistato; gli animi erano tesi, rabbia e delusione albergavano in tutti, sia che si fossero schierati a favore, sia contro la decisione di abbandonare il carico. Col virare del cielo ai toni eburnei, la direzione del vento era cambiata spirando da ostro e le navi si erano affiancate a quella terra che chiudeva in linea retta tutto l'orizzonte di borea. Le galee si erano inclinate e stavolta avevano poggiato a mano dritta, veleggiando verso levante. La terraferma non era lontana e da bordo erano stati distinti caseggiati, insenature e i lumi e i fanali dei piccoli porti ordinati sulla costa.
Da terra, i primi ad avvistare le vele erano stati quelli sulla torre di Saintes Maries de la Mer. Subito era stato temuto un attacco, ma quando le navi avevano doppiato la punta dominata dalla chiesa fortificata, gli uomini sulla terraferma avevano visto quelli di bordo sulle galee pi vicine, portare la mano alla fronte per farsi il segno della croce: strano modo per organizzare un attacco. Anche se non era stato chiaro se le navi fossero amiche o nemiche, dal tetto piano della chiesa, una freccia era stata incoccata e l'arco teso. Il dardo con la punta infuocata aveva descritto un arco luminoso nel cielo ancora greve d'inchiostro e poi si era spento in mare. L dappresso, un altro dardo aveva penetrato l'aria densa del mattino e cos ancora, avanti, con le frecce scoccate da abili vedette a fare a gara in velocit con le prue delle grandi navi. Il sistema di trasmissione visivo era stato pi lesto delle imbarcazioni e a Marsiglia, la notizia era arrivata prima che il sole avesse fatto la sua comparsa.
Uomini in armi erano transitati nei vicoli, grida confuse si erano sovrapposte al pianto dei bambini e allo scalpiccio degli zoccoli di muli e cavalli. Gli usci erano stati serrati, le finestre sprangate. Donne oranti si erano raccolte nelle ombrose chiese o erano corse verso il mare, recando le armi tratte da sopra gli armadi o dalle cantine ai propri mariti, ai figli, agli amanti. Anime perse avevano chiesto perdono per ogni peccato, anime pure avevano riempito i polmoni di quell'aria carica di passione, in attesa di un vivifico scontro. Giovani imberbi e incoscienti avevano sorriso sotto lo sguardo severo e rassegnato di uomini canuti. I pescatori avevano abbandonato le reti appena tratte dalle acque e le loro ruvide mani avevano serrato spade e lance in vece dei remi. Alle grida e alla confusione si erano poi sostituiti un irreale silenzio e un ordine precostituito. Volti segnati dal sole e dal salmastro avevano fissato, con occhi ridotti a fessure, quel mare che si apriva ad occidente. La brezza di terra che accompagnava l'alba aveva invertito il proprio spirare e dopo un breve momento di bonaccia, il vento maestro era giunto teso dalla foce del Rodano. Troppe volte era successo, troppe volte per essere
impreparati: una galea di grossa stazza, manovrata dai piloti marsigliesi, aveva attraversato il canale del porto calando una doppia fila di catene per serrarne l'ingresso. Tutto era pronto: il sistema di avvistamento aveva funzionato e la citt si era preparata anzitempo allo scontro, ma ci che quegli occhi videro fu nuovo, inconsueto e tragico.
Le innumeri navi avevano costeggiato la terraferma che si parava a babordo. Poi, quasi fossero fedeli in attesa dell'ostia, si erano disposte in fila una dietro l'altra, ponendo a capo della schiera la galea dell'ammiragliato. Da terra avevano distinto le insegne: sull'albero maestro di ogni imbarcazione svettava orgogliosa la Romana Signa, il vessillo concesso da papa Pasquale secondo per affermare che quella spedizione era benedetta dalla cristianit e gradita al Signore. Subito al di sotto di quel vessillo, la bandiera rossa sventolava fiera. Nessuna battaglia, nessuno scontro: Pisa e Marsiglia erano citt sorelle. Il cuore di quelli in terra si era fatto leggero; il cuore di quelli imbarcati era rimasto cupo.
L'ammiraglia aveva ammainato le vele e manovrando coi remi si era disposta di fronte all'insenatura naturale del porto. Le insegne dell'arcivescovo Pietro Moriconi bardavano l'albero: un drappo partito d'azzurro si spiegava fiero al vento, col leone d'oro e le onde scarlatte che rilucevano nell'aria limpida del mattino. Dalla citt era giunto il comando e la grossa nave di guardia aveva percorso il cammino inverso salpando le catene di blocco. Una volta avuto il via libera, la galea pisana era entrata nel bacino, aveva oltrepassato l'ansa del faro e aveva attraccato alla banchina di pietra mentre a vele ripiegate, le altre navi avevano atteso fuori dal porto. Una passerella era stata buttata fuori bordo e l'arcivescovo Pietro Moriconi era comparso davanti alla folla dei cittadini. Al suo fianco, l'ammiraglio Gherardo Gaetani, conte di Terriccio, aveva osservato la citt muta. Da terra, passata la paura di un assalto, agli uomini in arme si erano unite le donne, i vecchi, i bambini. Un silenzio irreale era rotto solo dallo stridere dei gabbiani e dal pianto dei neonati. Le genti di Marsiglia erano troppo avvezze alla vita di mare per non comprendere che quel modo di disporre la flotta celava certamente un inquietante mistero. Gli occhi spiavano dai pontili, dai vicoli, dai tetti, dalle bertesche e dalle finestre. Ugo, conte di Puiset e sua moglie Mamilia di Rouci erano affacciati al secondo piano della locanda presso la quale avevano trascorso la notte. Lei era gravida al sesto mese, ma questo non le aveva impedito di seguire il marito nel suo discendere da Puiset fino al mare con l'intento di attraversarlo. Il conte Ugo, pur comprendendo che qualcosa di grave stava per accadere, era rimasto pietrificato ad osservare il mare. Erano tali e tante le imbarcazioni schierate, che si sarebbero potute attraversare le acque saltando da un legno all'altro senza bagnarsi il mantello. Gatti, dromoni, garbi, currabi, lintri, sagene e galere, ogni tipologia di nave allora conosciuta era rappresentata da decine e decine di esemplari e, su tutte, le insegne pisane garrivano fiere.
L'ammiraglio Gaetani, con un manipolo di soldati, si era recato al palazzo del governo, mentre Pietro Moriconi, chiesto e ottenuto il permesso di scendere a terra, aveva incontrato Riccardo, abate del monastero di san Vittore. I due vantavano una vecchia amicizia e il pisano aveva concesso pochi anni prima ai monaci Vittorini l'uso del monastero dei 12 Apostoli, distante un miglio dal castello di Collesalvetti, presso Pisa. Avevano parlato, avevano recitato insieme le lodi mattutine e si erano accordati: Marsiglia avrebbe concesso ai pisani di scaricare la loro merce e i monaci ne avrebbero poi avuta cura. Era passata voce, c'era stato l'accordo e le navi pisane avevano iniziato ad entrare in porto, una ad una.
Manovrando a remi accostavano ai moli. Dalle stive, robuste braccia traevano le salme dei compagni d'arme adagiati su barelle. Corpi rigidi e percolanti di umori maleodoranti venivano estratti dalle grandi vasche dove erano stati conservati sotto sale. Il giorno precedente, sulle navi, la sommossa era scoppiata per la paura del contagio, per la convinzione che i cadaveri si sarebbero corrotti prima di giungere in patria e per il desiderio di dare sepoltura veloce a quei fratelli martoriati. Chi si era opposto l'aveva fatto convinto che i caduti meritassero di riposare in Pisa, di essere riconsegnati ai propri cari, di ricongiungersi con la loro terra. Fra chi voleva scaricare i caduti e chi si era opposto c'era stata una grande disputa, a tratti aspra e violenta, poi l'ammiragliato aveva deciso di chiedere asilo a Marsiglia. Dai boccaporti emergevano uomini con drappi legati sulla bocca, messi a protezione del contagio. Come ripescati dai meandri dell'inferno, risalivano al sole i cadaveri di amici, fratelli, genitori. E il sole baciava quei volti ingrigiti dalla morte e ne amplificava l'orrore. Barisano aveva seguito quella teoria di corpi esanimi; per ognuno un pensiero, per ognuno un beffardo sorriso. Come era diverso l'animo quando davanti alle mura di Maiorca il respiro della schiera era uno solo, cos come il palpito del cuore. Quale ardimento e desiderio nel petto di tutti e quanta forza aveva donato l'arcivescovo Moriconi allorquando aveva pronunziato quelle parole nell'ora dell'assalto. Le ricordava tutte, le aveva stampate nella mente e se le era ripetute cento e cento volte che ancora gli pareva riecheggiassero nell'aria.
Mirate, valorosi soldati, quella citt che vi sta davanti gli occhi, che piuttosto pare un inferno: cos spaventevole ed orribile a noi si dimostra. Questo  quel luogo dove avete tanto desiderato di pervenire, nel quale in misera servit  legato il nostro Creatore co' suoi membri. Or chi non sar colui che combatta volentieri per disciorlo? Quantunque la guerra vi minacciasse aperta e manifesta moria, o veramente perpetua servit, delle quali cose voi punto non dovete temere. Poich  cosa da animi vili e pusillanimi il temere la morte o la prigionia combattendo; e quello che per paura abbandona la pugna, merita giustamente di essere castigato, poich in vero perde tutto l'onore che per l'addietro aveva acquistato: onde, come disonorato, si deve privare di ogni grado e d'ogni officio e come infame cacciato ancora juora della citt nostra; acciocch vivendo in un grazie ed infelice esilio, sia da ciascuno veduto andare esule per le contrade straniere.
Barisano soffriva, ma pi di lui suo fratello. Durante era speziale e cerusico, aveva curato quelle persone o tentato di farlo e aveva avuto tra le sue mani, quelle mani ormai gelide, quella carne maciullata, fino all'esalare dell'ultimo respiro. Alcuni erano sopravvissuti, i pi erano morti, o subito o in seguito alle ferite infettate, alle cancrene o alle perdite di sangue e umori. Se Barisano, oltre ad aver combattuto, aveva avuto l'incarico di redigere resoconti, annotare le sentenze, consigliare i comandanti, Durante aveva vissuto sempre in mezzo al sangue delle ferite, alle grida, alle sofferenze. Ora era tutto finito, i corpi dei compagni si allontanavano trasportati uno a uno verso il monastero di san Vittore, in attesa di ricevere una sepoltura cristiana. La vista di quelle bende, di quelle braccia scarnificate, del sangue rappreso, delle innaturali pose dei cadaveri, avrebbero accompagnato le notti insonni di tutti, negli anni a venire. Ugo conte di Puiset, uomo avvezzo al comando e alle battaglie, chin mestamente il capo. Percepiva tutta l'immane tragedia ed ebbe compassione per quei morti che non conosceva. Parimenti, osservava incredulo il mare e rifletteva su quale citt potesse avere tale potenza da dispiegare una s numerosa flotta. I progetti del conte erano chiari, doveva raggiungere la Terrasanta dove re Baldovino lo aveva convocato invocando il suo aiuto di uomo e di governante e la via pi breve poteva essere quella dei pisani, inaspettatamente apparsi all'orizzonte. Imbarcarsi avrebbe potuto fargli risparmiare tempo e pericoli: viaggiare con una tale scorta, almeno fino a Pisa, gli era parsa l'idea migliore. Pur temendo anche lui un qualche contagio, baci Mamilia sulla fronte e usc senza dare spiegazioni. Si avvicin al porto e, facendo valere il suo censo, riusc ad arrivare nei pressi della galea ammiraglia, chiedendo di salire a bordo.
Barisano tocc il fratello sulla spalla. Questi si alz e lo osserv coi suoi occhi arrossati dal dolore. Il maggiore dei due indic il molo alzando il mento: dalla gola riarsa non potevano uscire parole. Un uomo robusto, curato nell'aspetto e ben vestito, sal agilmente la passerella e si ritrov a bordo. La voce era gi corsa sulla nave e in assenza dell'ammiraglio Gherardo Gaetani, sceso a terra, Ugone Gusmari si materializz sul ponte, come comparso dal nulla. Non parve un dialogo facile, sin dalle prime battute: il conte Ugo di Puiset si era presentato chinando il capo, ma parlava una lingua nasale e stretta, simile al provenzale ma meno armoniosa mentre il vice ammiraglio Gusmari non capiva e non voleva capire, obnubilato dal dolore e dal vino che aveva ingurgitato per lenire rabbia e frustrazione. Barisano si fece avanti, come uomo di legge aveva avuto scambi con studiosi d'ogni dove e cerc di farsi interprete.
Buongiorno signore, provate a dire a me.
Barisano si era avvicinato sorridendo; al cospetto di quell'uomo e del profumo che emanava la sua persona, si volse verso il fratello e, come se si vedesse riflesso, si rese conto di quanto le sue vesti fossero logore, il suo sguardo scavato, la sua pelle sporca e ne ebbe vergogna. Fece un passo indietro per paura di offendere il suo ospite che non parve comunque farsi troppi problemi.
Cerco un passaggio fino alla vostra citt e magari oltre, per me, mia moglie, che  gravida e altre dieci anime al mio seguito.
Barisano tradusse, ma Ugone Gusmari gli fece capire che poteva trattare lui stesso. Posto a bordo ce n'era in abbondanza, le perdite erano state gravi e nel castello di poppa della galera alcuni alloggi erano vuoti.
Vi dovrete arrangiare, ma la cosa  possibile, ovviamente dietro il giusto compenso.
Il conte fece un gesto di approvazione, senza ostentare gioia, dato che il momento era doloroso per quegli uomini, ma mise mano ad una scarsella e trasse due monete d'oro allungando poi la mano a Barisano. Avevano scaricato i cadaveri, ora avevano un ospite. Furono gridati ordini, braccia nodose mulinarono e i secchi legati alle funi furono calati nelle acque del porto. Il ponte fu lavato, ma soprattutto le stive e cos fu poi per ogni nave. L'acqua mond i residui, le macchie, il sangue rappreso e sciolse il sale che era stato usato per conservare i corpi. Per ogni stiva svuotata, iniziava subito l'operazione di lavaggio e pulizia, quello era il volere: affrancarsi dal pericolo del contagio e offrire la sepoltura degna ai propri cari. Alcuni scesero a terra e accompagnarono i defunti, ma Ugone Gusmari si era rifugiato nel vino, non ce l'aveva fatta: la perdita del figlio maggiore aveva annientato la sua ferrea volont e la sua determinazione. Aveva cos incaricato un cognato di commissionare ai monaci una lapide funebre e molti avevano seguito il suo esempio, affinch il sacrificio di quegli eroi non fosse dimenticato. Le navi scaricavano, manovravano e fuoriuscivano dal porto, ognuna aveva corpi da abbandonare, ognuna aveva storie da separare. Il luogotenente dell'ammiraglio Gaetani era risalito a bordo recando due pani di sapone.
Sono fatti con olio d'oliva, alloro e cenere di silicornia, vedete di darvi una ripulita, che avremo a bordo anche delle dame.
A Ugo di Puiset non fu concesso molto tempo. La nave ammiraglia avrebbe lasciato il porto per far luogo alle altre imbarcazioni e per rimettersi alla guida del convoglio, i pisani avevano fretta di tornare. Il conte era rientrato lesto alla locanda, aveva saldato il debito e condotto la sua compagnia alle banchine, sopportando il ritardo causato dalla moglie affaticata e appesantita dal suo ventre colmo. Le navi sarebbero salpate dalla rada di Marsiglia il giorno dopo e avrebbero veleggiato o remigato lungo quella costa ben conosciuta, con l'intento di avvistare prima il porto amico di san Torpete e poi d'andare innanzi, fino a Pisa. L'arcivescovo Moriconi era stato l'ultimo, insieme all'ammiraglio Gherardo Gaetani, a salire sulla galea. C'erano stati saluti, lacrime e promesse. A parziale ricompensa di quella carit cristiana dimostrata dai monaci di san Vittore, Pisa avrebbe donato la piccola chiesa di sant'Andrea in Kinsica, che sorgeva nei pressi delle spiagge del guatolongo, sulle rive dell'Arno.
All'alba del giorno dopo le navi andarono via via riassumendo una formazione pi atta alla navigazione e alcune di queste si erano portate al centro di quel turbinio di vele e di spruzzi causati dai colpi di remo. Tre galee si erano affiancate ed erano tenute serrate da rampini e staffe. Ittocorre Gambella, Donnu di Gallura e Saltaro di Torres avevano oltrepassato il parapetto delle loro imbarcazioni ed erano balzati sul ponte della nave amica, bloccata al centro di quell'abbraccio di scafi e di vele. In piedi, maestoso e serio,
Ugo Verchionese di Parlascio, conosciuto anche come Ugo figlio di Pagano o Ugo di Ebriaco, li attendeva a braccia aperte. Ci furono parole e lacrime. Le navi di Saltaro, alleato di Torres in Sardegna, erano sei e dieci quelle di Ittocorre; tutte si sarebbero separate dalla flotta per fare ritorno ai lidi patri. Non ci furono addii, Ugo di Parlascio e Ittocorre Gambella di Gallura erano buoni e fidati amici ed erano certi che si sarebbero rivisti. I due alleati sardi rientrarono sulle rispettive navi, le cime furono allentate e i due legni si separarono tra le grida festanti dei marinai. Le vele furono dispiegate: le sedici galee amiche presero a solcare il placido mare, mentre la flotta pisana si era divisa in due ali e ogni imbarcazione teneva i remi verticali, con le pale al vento, rendendo onore ai valorosi confratelli. Dall'ammiraglia, Barisano guard sfilare via la flottiglia sarda, mentre un brivido gli scorreva sulla pelle. Saltaro si era battuto come un leone e Ittocorre gli aveva insegnato molte astuzie utili nella gestione delle dispute. Se pur grezzi negli usi e spesso dediti al vino, quei sardi erano temibili combattenti, leali alleati e buoni amici. La flotta riassunse la formazione da viaggio. Pisa era ancora lontana. Ugo di Puiset era apparso sul ponte vincendo il terrore che ogni uomo prova al primo viaggio sulle malferme navi. Si era affiancato a Barisano e Durante, ma non si erano parlati. Gli occhi dei due fratelli erano ormai avvezzi a quello spettacolo, ma nello sguardo del conte francese brillava lo stupore e l'incredulit: gli pareva che ogni anima della creazione si trovasse l e che il mare si fosse fatto terra, tanto era invaso da legni grandi e piccoli che procedevano sfiorandosi, ma mai intralciando l'uno la rotta dell'altro. L'operazione di scarico dei cadaveri era durata a lungo, avevano perso un giorno intero, ma ora avrebbero veleggiato lungo costa, anche remigando nella notte, in attesa di veder scorgere l'alba e di intravvedere a mano mancina il profilo solido del grande arco delle Alpi. Da l, avrebbero piegato verso dritta, per puntare decisi verso l'amata Pisa. Ancora due giorni, alla peggio tre e poi quel viaggio avrebbe avuto fine. Barisano, nel suo muto dialogo interiore, giur che mai avrebbe ripreso il mare e non poteva sapere che anche suo fratello Durante aveva fatto lo stesso voto. Quello che i due ignoravano, era che la sorte aveva preparato per loro un destino inimmaginabile e una vita dove tutto sarebbe stato intriso dal sapore dolce amaro dei ricordi e venato, giorno e notte, dal dolore lieve e perenne generato dalla nostalgia.


CAPITOLO 2.
Pisa, giugno 1116 al pisano.

Barisano nuotava e sorrideva con la testa emersa dalle acque. Non vedeva bene davanti a s, ma percepiva odore di lievito e vino rosso versato sul pane. Nuotava e la riva era vicina. D'improvviso, sent il suo corpo ghermito, le gambe paralizzate e la luce farsi debole. Stava sprofondando: non pi odore di pane, non pi casa, non pi famiglia. Volt il capo e vide sotto di s un esercito di spiriti con occhi coperti da bende insanguinate, con bocche distorte e spalancate, con mani ossute quasi fossero artigli di rapace. Apr bocca per urlare, ma l'acqua gli soffoc il respiro. Esausto, senza fiato, con il buio che diventava sempre pi intenso, Barisano tent di svincolarsi da quella maligna presa, ansim, lott in preda al terrore e di colpo un grido squarci la notte. Seduto sul letto, nella penombra della sua camera in Pisa, si ritrov ad ansimare appena destato dal sonno. L'alba era prossima.
Durante aveva alzato il capo.
Stai bene?
La voce assonnata e tranquilla del fratello lo rincuor.
Tutto bene, solo un brutto sogno, dormi.
Si coricarono nuovamente tutti e due e a Barisano parve di ondeggiare, non pi avvezzo alla fissit della terra dopo quasi due anni di mare. Si volt su un fianco e acu i suoi sensi tentando di penetrare il buio della stanza: nessun tramonto scintillante, nessuna nube minacciosa, nessun cormorano o marangone in volo a pelo d'acqua. Nessuna berta maiorchina, non uno stormo di migranti, non vide i colori sgargianti dei verdoni, non la linea sinuosa dei falchi pescatori. Quante cose, navigando, aveva imparato dagli anziani marinai, da quei pisani combattenti che erano al contempo pescatori, cacciatori, costruttori, uomini. Sorrise, pensando che anche in Pisa quando in autunno sparivano le rondini, correva la voce che andassero in letargo sotto terra. I vecchi, nei lunghi pomeriggi di navigazione, gli avevano spiegato che invece migravano in terre lontane e assolate, in attesa che le stagioni mutassero, ansiose di tornare a casa, in patria, un po' come loro, viaggiatori per mare e per terra. Non vide nulla e allora si mise in ascolto: non c'era il rumore del vento, il lamento della risacca, il gemere del fasciame e il crepitio delle cime tese a serrare le vele. Non l'impeto degli ordini gridati, il cozzare di armature, il penetrare di spade, non il grido di un gabbiano, neanche uno. Nessun suono tranne l'abbaiare di un cane lontano e si sent solo, sperduto in quella casa, la sua casa. La porta di camera cigol e i ragazzi capirono che la loro madre si era affacciata; entrambi finsero di dormire per rassicurarla, anche vergognandosi di tanta premura che li faceva tornar bimbi, dopo che per lungo tempo avevano vissuto nel fuoco e banchettato col diavolo. Barisano sorrise ripensando alle ultime ore di navigazione, interminabili, odiose e odiate e all'accoglienza pisana e si cull un poco in quei pensieri, rivivendo l'emozione del giorno prima. Chiuse gli occhi e ricord.
Il vento maestro aveva continuato a soffiare teso e la flotta si era avvicinata a Pisa velocemente. A parte gli uomini impegnati alle manovre, tutti gli altri stavano sui ponti a rimirare la linea di costa che diveniva sempre pi familiare man mano che la distanza si assottigliava. Pisa sapeva e attendeva i vincitori, Pisa sapeva e preparava gli onori e la gloria. Le alte vette delle Apuane erano sfilate a mancina, la foce sbieca dell'Auser era stata doppiata e quella dell'Arno era ormai prossima. Due delle galee pi sottili si erano staccate dal convoglio: trainavano ognuna due piccole feluche dallo scafo basso, imbarcazioni sottratte al nemico saraceno. L'esercito aveva osservato silenzioso le due navi dirigersi verso il fiume amico, mentre il resto della flotta proseguiva verso la grande insenatura di Triturrita, il grande porto a sud di Pisa. Una ad una, le navi avevano assaporato la gioia dell'abbraccio materno e l'immensa cala naturale aveva accolto le trecento imbarcazioni. Erano esplose le grida, le urla e i fischi e i pianti. Gli scafi si erano diretti verso gli approdi destinati, niente era cambiato e pontili e palizzate si erano ricongiunti ai legni fratelli nel caldo abbraccio del tramonto. Era stato dato l'ordine di non sbarcare e la notte, l'ultima a bordo, era trascorsa tra chiacchierate e vino, ma anche fra lacrime e dolore. Molti erano tornati, ma non tutti. In porto, a poche miglia da Pisa, tutto appariva insopportabile, tutto aveva perso senso e una smania, quasi una rabbia, covava nei cuori: c'era fame di casa! Ma il governo aveva deciso di tributare ai vincitori i massimi onori e quindi, cos come era successo per i reduci della vittoria su Musetto di ritorno dalla Sardegna anni prima, anche loro dovevano entrare in citt secondo le regole del corteo trionfale. All'alba, il sole si era affacciato, scacciando tensioni e ricordi, l'esercito era sbarcato e chi a piedi chi per il sistema dei canali, era risalito in citt. Tutti gli armati erano stati raccolti nel grande spalto innanzi a san Paolo a Ripadarno che risuonava di nitriti, clangori d'armature, suoni musicali e risate sguaiate. L'ingresso doveva essere trionfale e dovevano sfilare in ordine gerarchico. Avevano tentato di ripulirsi, di rendersi presentabili: sovraccotte e cotte d'armi, strappate e logore, erano state rammendate, le armature lucidate e i legni degli scudi ripresi con la biacca. Ove possibile gli stemmi familiari erano stati ripuliti e tinteggiati con quel poco che ancora l'esercito conservava. Le sopravvesti in lana pressata, nonostante fosse caldo, erano gli unici indumenti che i pi possedevano ed erano intrise di sudore. I finimenti delle cavalcature cos come il cuoio bollito delle armature erano stati ingrassati, i capelli radunati con nastri o sotto gli elmi. Le croci bianche cucite sopra la spalla destra di tutte le uniformi, a prescindere dall'ordine e dal grado, avevano perso il loro candore, ma il bianco, pur macchiato di sporcizia e sangue, era ancora visibile in modo bastante. Barisano aveva atteso, seduto come molti
sull'erba della ripa, osservando le due feluche ormeggiate al pontile di san Paolo. Sulla prima, i compagni d'arme avevano tradotto una donna in et matura e un giovinetto; sulla seconda un moro, alto e fiero, con le mani incatenate dietro la schiena. Era stato portato un baule ed erano comparse le bandiere nemiche conquistate in battaglia. Si erano levate grida e motteggi, per il facile sorriso dei vincitori. Con cura e attenzione i drappi saraceni erano stati montati su telai fatti apposta e, per un attimo, avevano preso a sventolare. Un attimo, solo il battere di un ciglio, i vessilli erano stati calati in acqua e la feluca aveva mosso. La barca si era portata al centro del fiume e i rematori avevano agito coi legni sugli scalmi giusto per mantenerla ferma. La corrente aveva ghermito le bandiere moresche, stese sul pelo d'acqua come tovaglie all'ora del desinare. Il sistema di aste e corde teneva i vessilli in superficie, allineati l'uno dietro l'altro come un diadema di gemme, in fila, a fare bella mostra. La feluca avrebbe risalito l'Arno trainando quella coda di stendardi e costringendoli a quel viaggio purificatore, a quel bagno forzato e simbolico per umiliare ancor di pi l'animo dei vinti. Era stato dato il comando e il corteo si era mosso da san Paolo, risalendo la via d'argine sulla riva sinistra dell'Arno e procedendo verso il centro. All'erta del ponte di Mezzo era stato ordinato l'arresto, poi di nuovo in marcia, quando da Tramontana era giunto il suono delle lire bizantine, dei flicorni e dei salteri. Come il celeustes sulla nave dava i comandi e i tempi di voga, forse un nocchiero prestato alla terra o un cerimoniere batteva col portisculus, il martello usato per segnare
il tempo, il passo dei pisani. La schiera aveva proseguito a passo di parata e piegato a mancina scendendo verso l'ingresso della citt. In testa erano stati posti i carriaggi, fasciati di drappi colorati e recanti le ricchezze sottratte al nemico. Seguivano, sorvegliati dappresso, i prigionieri saraceni, a torso nudo e con lo sguardo basso. Prossimo alla porta d'Oro, il corteo fu bloccato di nuovo e tutti avevano volto lo sguardo all'Arno. Le due feluche sospinte dai remi erano approdate sull'argine sabbioso. Sulla prima, in piedi con faccia altera e sguardo sprezzante, stava la sorella del re balearico Mubassir ibn Sulayam al-Nsir al-Dawla conosciuto ai cristiani come Nazaredeolo. Con lei c'era un ragazzo imberbe. Sulla seconda, stava il di lei marito, il generale Burrab che, morto il proprio Re un anno prima, aveva assunto il comando del reame saraceno. Alla poppa della seconda feluca, stavano legate le bandiere che fluttuavano a pelo d'acqua e che mandavano bagliori colorati riflettendo il sole del mattino. I prigionieri d'alto lignaggio erano stati fatti scendere e condotti in mezzo agli altri. Molte braccia erano servite per trarre i vessilli dalle acque, ma poi il capo a terra era stato assicurato ad un tiro di cavalli e le bandiere, trascinate risalendo la ripa, si erano infangate, strappate, umiliate. La porta d'Oro, l'ingresso principale della citt, aveva perso i fasti delle epoche passate ed era stata abbellita con tralci d'alloro guarniti di nastri e spighe di grano. Erano sfilati sotto l'arco del trionfo: la ricca mercanzia, i prigionieri in catene, le bandiere ingiuriate. Poi i capitani, con dietro le proprie bande armate, ed erano stati sorrisi e petali di rose lanciati a piene mani. Era arrivato il turno dell'ammiraglio Gherardo Gaetani conte di Terriccio e poi degli altri eroi, tutti conosciuti e chiamati a gran voce dal popolo festante. Appena una schiera voltava l'angolo dalla via dell'argine e si affacciava all'arco del trionfo, ecco tutti chiamare Ildebrando, Rolando, Heritone, Enrico, Guinitone, Lottarlo, Duodone, Rodolfo, Lamberto, Robertino, Ugo e altri eroi delle celebri Famiglie Duodi, Lanfranchi, Gualandi, Gaetani, Visconti, Tigrini e da Parlascio. Un carro bardato d'oro aveva fatto il suo trionfale ingresso in citt con Pietro Moriconi, vescovo e condottiero seduto su una panca, ma assiso come in trono. Venivano i suoi collaboratori e l'equipaggio della nave ammiraglia, tra cui Durante, Barisano e Bernardo Marango. La fiumana aveva proceduto verso la piazza delle Sette Vie stracolma di pisani. Su una platea eretta all'occorrenza, trecento in toga rossa e tocco, fra Consiglieri Anziani, uomini di governo e notabili cittadini, avevano atteso gli eroi per tributare loro onori e gloria. Alle finestre delle case-torri, sui tetti, arrampicati su pertiche e palchi improvvisati, il popolo di Pisa aveva nutrito di sguardi e sorrisi i propri eroi. Era stato chiesto e pian piano ottenuto il silenzio e, fra ringraziamenti e lacrime, i governanti cittadini avevano annunciato che andavano degnamente onorati tanto i vincitori vivi, quanto quelli periti. L'impresa degli eroi sarebbe stata scolpita nella pietra e una lapide nei giorni appresso sarebbe stata murata sopra la porta d'Oro, mentre un'altra sarebbe stata inviata a Marsiglia, in san Vittore. Era stata data lettura dei testi che sarebbero stati scolpiti e mai silenzio pi greve s'era udito in Pisa, rotto solo dal fruscio dei
panni alzati ad asciugar le lacrime. E fu declamata per prima la lode:
Civibus egregiis hec aurea porta vocatur In qua sic dictat nobilitatis honor Hanc urbem decus imperii generale putetis Que fera pravorum colla ferire solet Majoris Balee rabies erat improba multum Illa quid hec possit, victaque sensit Ebus Annis mille decem centum cum quinque peractis Ex quo concepii virgo Maria Deum Pisanus populus Victor prostravit utramque. Hisquefacit strages ingeminata fidem. Diligite iustitiam qui iudicatis terram.
Questa porta  denominata aurea e il suo accesso, cos come vuole l'onore dovuto al merito,  riservato ai cittadini illustri. Sappiate che questa citt  il vanto di tutto l'Impero perch  suo costume colpire duramente le feroci teste dei malvagi. La furiosa aggressivit della maggiore delle isole Baleari era divenuta veramente insopportabile: per questo speriment quanto terribile fosse la potenza di Pisa; la stessa sorte tocc anche ad Ibiza quando fu vinta. Erano trascorsi millecentoquindici anni da quello in cui la Vergine Maria concep Dio quando il vittorioso popolo di Pisa le sottomise ambedue; e di questo fa fede la duplice strage. Voi che giudicate la Terra, amate soprattutto la Giustizia.
E poi l'epitaffio che sarebbe stato inviato a Marsiglia:
Verbi incarnati de Virgine mille peraclis Annis post centum bis septem connnmeratis, Vincere Majoricas Christi famulis inimicas Tentant Pisani Maumeti Regna prophani. Mane ned dantur multi, tamen hi sociantur Angelicae turbae, Coelique locantur in Urbe. Terra destructa, Classis redit aequore ducta, Primum ope Divina, sitnul victrice Carina. O pia viclorum bonitas! dejuncta suorum Corpora Classe gerunt, Pisasque reducere quaerunt: Sed simul adductus ne turbet gaudia luctus, Caesi pr Christo tumulo clauduntur in isto.
Passati Mille e cento quattordici anni dall'Incarnazione del Verbo tramite la Vergine, i Pisani tentano di sconfiggere Maiorca, nemica dei servi di Cristo, regno del profano Maometto. A mattina molti son dati a morte, ma costoro si uniscono alla schiera degli Angeli e son posti nella Citt del Cielo. Distrutta la terra, la flotta torna, condotta per mare, per prima cosa con l'aiuto di Dio, e al tempo stesso grazie alla nave vittoriosa. O bont pia dei vincitori! Portano sulla flotta i corpi privi di vita dei loro compagni e cercano di riportarli a Pisa. Ma al tempo stesso, perch il lutto indotto non turbi i festeggiamenti, i caduti per Cristo sono chiusi in questo tumulo.
C'era stato solo un lungo applauso, nessun grido, nessuno schiamazzo, e tanto pi forte era stato il battere di mani per coloro che avevano perso un figlio, un marito, un amico. E poi brividi, sotto il sole estivo e lacrime.
L'adunanza era stata sciolta ed erano venuti gli abbracci e i sorrisi. Parola d'ordine: casa! E il popolo era fluito per le erte vie, quasi come animando i tentacoli di un'immensa piovra che allungava il suo corpo fra le vie della citt.
Barisano si volt fissando il soffitto, indeciso se alzarsi e orinare nel pitale o gustare ancora quel sapore dolce di vittoria. Schiocc la lingua e si lecc le labbra: il forte aroma di cannella gustato nel vino speziato pareva avergli impregnato i sensi e se lo sentiva in bocca e nel respiro. Rise, ricordando come la madre si era opposta a che bevesse tanto vino e di come avesse tentato di impedirlo, sia a lui che a suo fratello. Durante scost il lenzuolo.
Che ridi? disse sottovoce.
Pensavo a mamma, che non ci voleva far bere ieri sera. Hai riposato?
Poco, ho sofferto il mal di mare.
Il mal di terra, vorrai dire.
Risero, frastornati e felici, al sicuro in quella che credevano casa loro, per sempre.
Il conte Ugo di Puiset e il suo seguito erano stati ospitati, per intercessione del vescovo Moriconi, al piccolo monastero di san Tommaso delle Convertite, nei pressi del Vescovato. Gli alloggi umili ma puliti, erano stati graditi da donna Mamilia e dalle sue dame: viaggiare per terra e per mare al sesto mese di gravidanza non era cosa semplice. Ugo, seduto su una panca di pietra nel piccolo e odoroso chiostro del convento, teneva il viso rivolto verso il sole e gli occhi chiusi. Aveva faticato ad addormentarsi, con la mente ricolma di immagini ed emozioni affastellate: i festeggiamenti all'esercito pisano, l'inconfessabile paura di navigare, la smania di ripartire mista all'apprensione per la moglie incinta. Quella citt lo aveva impressionato per il suo esercito, la sua flotta, le sue torri e la sua potenza. Era rimasto abbagliato dall'imponenza degli uscieri, le navi che trasportavano i cavalli, spesso sospesi da imbraghi di cuoio per impedire loro di poggiare gli zoccoli a terra evitando che soffrissero il mare. Ne aveva sentito parlare da bambino quando i nonni gli narravano le imprese dei normanni nella terra degli angli, ma non ne immaginava l'imponenza. Il conte proveniva da un piccolo borgo posto a mezza via tra Orlans e Chartres e non lontano da Parigi; non si era mai spostato di l e non aveva mai visto il mare prima di quei giorni. Meditava se partire subito o attendere la nascita del figlio, affrontare il viaggio via mare oppure via terra. Le sue credenziali di nobile gli aprivano molte porte e anche in Pisa era stato ben accolto, soprattutto in virt di quella lettera del re di Gerusalemme che lo chiamava a s. Baldovino I era succeduto alla reggenza del regno d'oltremare al fratello Goffredo di Buglione, morto cinque anni prima. Quando la prima crociata aveva preso vita, tutti i vari nobili che si erano aggregati, avevano giurato nelle mani dell'imperatore romano d'oriente fedelt e sudditanza. Secondo quel giuramento, i territori riconquistati ai musulmani sarebbero tornati sotto la corona imperiale. Invece, appena varcati i confini della Terrasanta o approdati sui lidi di Outremer, ogni testa coronata aveva preteso per s un territorio e un titolo. Senza che fosse stato previsto, erano nati ducati, principati, contee e Goffredo di Buglione prima e Baldovino poi, si erano ritrovati a gestire un reame frastagliato e diviso, dove
oltre a combattere i saraceni, nascevano giornalmente lotte di potere fra i nobili cristiani. Lo stesso Baldovino, prima di divenire re, era stato conte di Edessa, aveva sposato Arda, principessa d'Armenia, per ingrandire i suoi possedimenti e aveva combattuto contro Tancredi d'Altavilla, nel frattempo divenuto principe di Galilea per volere di Goffredo di Buglione. La situazione in Terrasanta era divenuta esplosiva, nessuno rispondeva pi al potere del re e Baldovino aveva mandato missive ai compagni d'arme, agli amici fidati, agli uomini di governo e di legge che avrebbero potuto aiutarlo nella gestione del regno. Ugo di Puiset aveva risposto, ma il suo viaggiare celava un'altra verit: nella lotta per la successione al titolo, nelle sue terre, era stato sconfitto da un cugino, i suoi beni conquistati e le sue terre confiscate. E cos, per quanto nobile, si era ridotto ad esser poco pi che un mendicante. Aveva deciso di fuggire, per rifarsi una vita e per assicurare un futuro alla sua progenie. Quel segreto era tenuto celato da tutta la compagine francese che ora albergava in Pisa. Ugo di Puiset, ristorato dal sole del mattino, non si era accorto che Mamilia gli si era fatta innanzi. La donna gli aveva sorriso carezzandolo.
 cos bello qui, ci fermeremo?
Ugo di Puiset, uomo comprensivo e innamorato della propria donna, dischiuse gli occhi.
Lo sai che non possiamo.
Ugo di Parlascio era affacciato alla finestra della grande cucina, al terzo piano della casa-torre nei pressi della porta Aurea. Contemplava distrattamente le facciate delle case vicine. Era il suo paesaggio familiare, ma stentava a comprenderlo. Sorseggiava una tazza di latte, gustandone il sapore pieno dopo mesi e mesi di pranzi improvvisati. Stava affacciato alla finestra perch, ancora una volta entrando in casa dopo una lunga assenza, l'aveva trovata angusta e buia. Aveva dormito poco e male accanto a quella moglie che il suo corpo aveva percepita vicina, ma che la sua mente si ostinava a non riconoscere come parte di una vita. La sua famiglia si era trasferita da poco in quella nuova casa che lui continuava a non sentire come sua. Vero che era sempre per mare, ma nel suo cuore pesava pi il ricordo della casa paterna al Parlascio e della dimora di campagna a Vecchiano, delle ore passate a giocare con gli amici nascosti dentro i ruderi delle terme romane o del teatro antichi mille anni, in quella zona che andava dal monastero di san Zenone fino a san Michele di Borgo. Quello era il suo mondo, fatto di ampi spazi e di orizzonti liberi: le mura della citt lo deprimevano. Un richiamo, si volt e subito fu costretto a rientrare in casa, con la mente. Di fronte a s, la moglie sorridente teneva in braccio la piccola Maria, di due anni appena, nata mentre lui era per mare e concepita poco prima della sua partenza. Viaggiando e combattendo, il suo pensiero era andato spesso a quella creatura che non aveva mai vista e di cui ignorava il destino. Ma la sera prima, al ritorno, quella casa per lui troppo stretta e scura, gli era parsa rischiarata da quella piccola fiammella. Ugo prese la piccola Maria in braccio: la pelle scura delle sue mani contrastava col niveo candore della bimba. Torn verso la finestra per osservarla meglio e lo sguardo gli corse nuovamente alle pietre della casa di fronte. Non avrebbe permesso che sua figlia crescesse prigioniera, senza la possibilit di godere di un tramonto all'orizzonte. Avrebbe costruito per lei un mondo nuovo, pi ampio. Avrebbe cambiato le sorti della storia. Inspir il profumo che solo i bimbi hanno avvicinando il suo viso a quei capelli scuri. Maria dormiva, ignara, Ugo la strinse. Prov emozioni inaspettate, ormai uomo oltre le quaranta primavere, con mille e mille pensieri per la testa. Doveva riordinare, programmare, eseguire, complottare, edificare. E poi c'era ancora quella ferita aperta nel suo cuore e quel compito assegnatogli dal padre, quella rivelazione di molti anni prima che gli aveva sconvolto la vita, mutato l'esistenza. Ugo, figlio di Pagano da Parlascio anche conosciuto come Ugo di Ebriaco, Ugo Verchionese, Ugo di Vecchiano, non era l'uomo che tutti credevano di conoscere, e il suo cuore era troppo piccolo per continuare a contenere i mille segreti che celava.


CAPITOLO 3.
Pisa, luglio 1116 al pisano.

Barisano si era alzato presto, aveva aperto l'uscio di casa sperando di non far rumore ed era uscito nell'aria fresca del mattino. Le celebrazioni degli eroi delle Baleari erano ormai un ricordo; anche la festa di san Giovanni Battista era passata col suo spettacolo di fuochi e lumi in Arno. Le prime notti trascorse a casa, dopo due anni di mare, erano state sempre funestate dagli incubi; poi era subentrata una calma ragionata e i brutti sogni erano scomparsi, lasciando per il posto a molte ore di veglia e ad una infinita stanchezza. Barisano non riusciva a riposare, si svegliava in piena notte e stentava a riaddormentarsi. Nell'oscurit della sua camera, fissava per ore un invisibile punto sul soffitto, lasciando che lo sguardo oltrepassasse le pareti affinch la vista si riportasse sul mare, sui campi di battaglia, sugli ultimi due anni di vita raminga. Suo fratello, di un anno pi piccolo, aveva pianto nell'abbraccio della madre; era stato quasi due giorni a parlare dei compagni morti, delle
ferite, dei corpi martoriati. La donna aveva sapientemente e pazientemente atteso che quell'otre di amarezza si svuotasse fino all'ultima goccia e Durante, ormai esausto anche del narrare, aveva ripreso la vita di sempre con pi serenit e accettazione rispetto al fratello. Barisano, forse per orgoglio o forse per carattere, non aveva aperto il suo cuore e senza volerlo, aveva alzato una barriera tra s e i suoi cari rendendo impenetrabile e schiva la sua anima. Parlava poco e mai della missione alle Baleari, si sforzava di essere sereno, ma la pace non albergava in lui. Quella mattina, nella seconda decade di luglio, era uscito dalla sua casa che sorgeva a fianco di san Pierino ai Sette Pini fuori le mura e si era recato in riva all'Arno. I suoi genitori, spiando da dietro uno scuro della finestra della camera, avevano seguito con lo sguardo il loro figliolo. Si era seduto sull'erba dell'argine con la schiena poggiata ad una barca in pecca e le ginocchia serrate al petto. Osservava qualcuno o qualcosa lontano e fuori dal raggio della loro vista, ma entrambi erano convinti che Barisano tentasse solo di vedere se stesso. Scossero la testa e senza parlare tornarono a letto, felici per quei figli di nuovo sotto il loro tetto, ma in ansia per quegli animi ancora tormentati. Avevano memoria di molti che erano partiti per mare ed erano tornati mutati, irriconoscibili. Spesso la guerra di conquista non la si pagava con la perdita della vita, ma con la permuta di un'esistenza e si otteneva in cambio un calvario di ansia, paura, pazzia. C'era chi malediceva il destino per essere rimasto vivo, chi abbandonava la famiglia, chi si annientava nelle locande e chi finiva impiccato in qualche stalla. Barisano
soffriva e i suoi genitori ne erano consapevoli, ma non c'era nessun rimedio conosciuto per quelle ansie generate dai venti e dagli abissi. Barisano fissava l'acqua del fiume, ma non la vedeva: era lacerato da due sentimenti contrastanti, l'orgoglio e la frustrazione. Continuava a parlare con se stesso, si giustificava trovando note dolci e ricordi piacevoli nella sua grande esperienza appena trascorsa. Cercava di essere sereno nel giudizio verso la sua coscienza, ma spesso era indulgente e reputava che, da degno figlio di Pisa, avesse compiuto bene il suo dovere. Se ne convinceva durante i lunghi monologhi interiori; poi, quando tutto sembrava in ordine, si insinuavano dubbi, debolezze. I messaggeri erano i ricordi tristi, l'ultimo sguardo di un compagno deceduto o le grida dei fratelli d'arme catturati e torturati dal nemico musulmano. A quel punto, l'orizzonte cambiava colore: ai toni limpidi dell'azzurro marino, si sommavano i rossi cupi del sangue rappreso, i grigi dell'acciaio gelido delle lame, il plumbeo riflesso della morte. E tutto spariva, perch un mantello nero gli velava la vista e si scopriva diviso, lacerato e la parte che era rimasta alle Baleari urlava e si disperava. Avrebbe dovuto fare di pi. Avrebbe potuto fare di pi. Avrebbe dovuto morire come gli altri, perch il fardello di sguardi e di sospiri che aveva avuto in dono era troppo pesante, era troppo esteso e le sue grandi mani e il suo grande cuore non riuscivano a contenere tutto il dolore che era stato generato. Appena era arrivato, erano state pacche sulle spalle e sorrisi e belle ragazze alla taverna. Poi tutto era tornato come sempre, tutto nelle regole della vita di una citt ricca e potente, dove c'era spazio per l'impresa marinara ma anche il tempo per goderne i frutti; solo che lui, Barisano, aveva riportato indietro solo frutti amari e non voleva tempo e non voleva spazio per godere, ma altro mare e altra terra, possibilmente lontana per andare a sotterrare quel veleno. E poi c'era Dio, quello in cui stentava a credere, ma che lo osservava e lo giudicava. Un Dio distante che scopriva d'avere giornalmente conficcato nello stomaco, e gli procurava dolore e uggia. Non si era confessato, la guerra era giusta e doverosa, non a caso erano stati guidati dal Vescovo Moriconi e avevano gi ottenuto perdono e indulgenza, ma niente era a posto nel suo animo e desiderava sgravarsi dall'onta. Nella sua testa prese a formarsi un pensiero, un'idea. Rifiutava di concepire l'espiazione come bisogno eppure qualcosa doveva fare. Si alz e cominci a camminare nel verso della corrente. Super piazza di Ponte e scese allo scalo dei pescatori a san Martino alla Pietra. Tornavano dalla foce d'Arno con le reti gi pulite e i corbelli pieni di pesci scintillanti. Si aggir fra i banchi e le ceste che sapevano di mare e si ferm a guardare un paniere di cicale che si muovevano l'una sull'altra per tentare di fuggire. Fu rapito da quella vista, da quel mulinare di zampe e antenne, da quell'esercito instancabile e vide uomini accalcati e spinti e vide i pi forti prevalere e molti restare calpestati. Lo dest un colpo alla testa, non doloroso ma deciso, portato da dietro. Si volt in allarme e pronto a reagire, ma quel che vide fu solo un vecchio con le stampelle e monco d'una gamba. Si fissarono a lungo, poi l'uomo inclin il capo come se avesse virato col timone e si mise in
moto, goffo ma veloce, risalendo l'argine e la vita e richiamando a s il giovane. Barisano lo segu, muto; sapeva chi fosse e ne temeva la voce, ma gli rest vicino. Si diressero verso la porta d'Oro e si sedettero al basamento della statua del Gigante, dove spesso i combattenti pi avanti negli anni si godevano ancora la beatitudine del ritorno, giustificati da mogli e suocere per la loro inattivit.
Un giorno s e l'altro pure, vedo che giri per le vie come un vagabondo, quasi che tu abbia dimenticato chi tu sia.
Barisano arross, reo di essere stato cos facilmente scoperto dal cugino di sua madre. Veniero di porta Rossa era partito per la Crociata Santa con il vescovo Daiberto, ma poi era rimasto per mare; era tornato mutilato e sulla sua persona erano fiorite storie e leggende. Chi sosteneva che avesse combattuto coi normanni, chi coi bizantini, e che fosse stato presente all'assedio di Reggio nella Bruzia. Veniero era schivo e incuteva rispetto ai grandi e timore ai pi piccini. Le nonne lo additavano come l'orco o l'uomo nero e nessuno osava rivolgergli sguardo o parola. Veniero era monco, ma non era un mendicante, aveva casa e una serva anziana, che molti descrivevano come strega. Altri eroi di mare erano divenuti notabili e Anziani del Consiglio, ma Veniero di porta Rossa non aveva voluto mischiare la sua vita a quella dei molti che non avevano mai solcato un'onda. Barisano, ormai uomo forte e sicuro, si sent piccolo e fragile di fronte al suo parente. Chin il capo, incapace di dare spiegazione. Veniero lo osserv, poi prese a parlare con una voce calda, quasi una carezza.
Ti vidi nato d'un anno appena, poi ripartii per mare, ma ho sempre volto l'occhio a casa tua. Ti sei fatto onore, assieme a tuo fratello, so come hai combattuto e cosa ora si sussurra nelle stive. Al porto e sulle acque le voci corrono pi leste delle nubi spinte dal Libeccio. So della guerra quanto e pi di te e so che parte di te non  tornata indietro.
E come lo sapete?
Quello che vedo, io l'ho gi veduto e non mi piace. Rispetto a te, anche se con una gamba in meno, io sono fortunato. Ho combattuto a Giaffa e a Cesarea, a san Giovanni e su tutte le isole del nostro mare. Ho perso amici in terre di cui ignori l'esistenza, ho trafficato merci e visto morte ovunque. Io sono l, parte di me  in ognuno di quei posti e cos la mia memoria, la mia pena e il mio dolore sono frammentati e io sono disperso al vento. Barisano, tu ora sei a casa e met di te  rimasta in quelle terre. Io, invece, ho perso tutto me stesso, disseminato in mille luoghi e il ricordo dei compagni morti  diviso in eque parti, in tanti immensi, piccoli dolori. E ricordare, oggi,  quasi cura e mai tormento. Ma tu devi smettere di camminare in tondo come se tu non sapessi quale sia la via e devi scegliere tra la pi facile e quella pi avversa.
Barisano si fece coraggio ma non al punto di alzare lo sguardo, per riusc a parlare.
Forse per voi  tutto chiaro, ma io non vedo strade. La notte mi sveglio perch troppo stanco di camminare sul filo di un gomitolo avvolto su se stesso. E cammino per ore e ore e sono sempre al punto di partenza e dentro un gomitolo di spago.
Veniero sospir come sopraffatto da quell'immagine funesta.
Hai due vie, ragazzo. Una apparentemente semplice, fatta dei tuoi libri e dello studio di giurista. Vita comoda, agiata, che ti far la vista torta tanto starai ogni giorno a guardare fuori di finestra. E il sole e il mare saranno gioia altrui e la tua pena. E poi c' l'altra strada, quella ardua e complicata, quella che segue il fiume. Se la prenderai, sarai fuggiasco, eremita o re, ma con un peso proprio qui in mezzo al petto.
E quale sarebbe questo peso?
 un peso fatto di nebbia e lacrime, di sorrisi e di profumi conosciuti,  fatto di suoni e grida, di cavalli e di bandiere. Se vuoi puoi dargli un nome oppure lasciarlo innominato e cercare di svuotarlo e renderlo leggero. Ma non ce la farai e ovunque andrai, un solo suono sar nella tua mente, un solo nome e un solo credo e anche morendo non esalerai l'ultimo respiro senza prima averlo ricordato. E forse, se la tua morte sar improvvisa e nessun fiato uscir dalla tua bocca, di certo sgorgher l'ultima lacrima e il suo nome sar uno e sar... Pisa.
Ugo di Puiset smaniava di partire. Aveva fatto quel calcolo cento, mille volte e sapeva che pur attendendo ancora per poi andar per mare, questo gli avrebbe fatto guadagnare tempo rispetto all'andar per terra. Ma quell'attesa, quello stare dalle monache rischiava di farlo diventare matto. Mamilia era beata e la sua pancia continuava a crescere ormai prossima al settimo mese. Lei, fuggiasca da quelle terre umide di Francia, aveva subito amato il sole e i mille aromi che quella citt riusciva a darle. Aveva anche provato a convincere il marito di rimanere l, per sempre. A lei, ormai alienata dei suoi beni, bastava una casa e una vita in un qualunque posto dove ci fosse pace. Ma, in qualche modo, Ugo doveva onorare il patto con se stesso e pure quello con l'amico Baldovino. Voleva rifarsi, avere un ruolo e una vita pari al suo rango e non badava al caldo, al freddo o alla pace: voleva terre e feudi e servi per affermare che non tutto del suo onore era perduto. Ormai in citt era persona conosciuta e aveva chiesto udienza e ottenuta sia dai Consoli del mare che dal Consiglio degli Anziani. Tutti avevano compreso la sua urgenza, ma per armare una flotta e ripartire occorreva tempo. Le navi in porto venivano riparate, gli scafi tratti in secca, le chiglie ripulite dai molluschi e il fasciame ingrassato e calafatato. Le cose, come gli uomini, traevano energia dalla pace e dalla beatitudine di casa e nessuno, a meno di un bisogno estremo, era cos ansioso di riprendere il mare. Ugo era anche amareggiato: i primi giorni di permanenza in citt aveva fatto scoperte, visto cose inimmaginabili, visto cantieri e costruzioni che anche la sua fantasia non avrebbe mai potuti concepire. Aveva ammirato quella citt di torri e fiumi, di cittadini in arme e di governo. Era rimasto paralizzato alla vista della bianca cattedrale e nell'udire la storia di quell'architetto venuto dall'oriente per costruire la chiesa pi grande del mondo. Ma col passare dei giorni aveva percepito le distanze fra il suo esser conte e l'aver diritto a beni e al comando e quella gente che si gestiva da s sola. Pensava infine che fosse mirabile eppure folle quel disegno che prevedeva il popolo al governo e si fece diffidente, cercando appoggio presso gli uomini suoi pari, di quelle fare nobili che da tempo immemore abitavano in citt. Ma anche con loro, se pure ospitalit e rispetto nessuno gli aveva negato, non era riuscito ad entrare in confidenza. Lapidari, pescatori, serve o duchi, in quello strano posto tutti andavano per mare e l'orizzonte di quel popolo era ben oltre la linea curva che si vedeva l infondo.
Ugo di Ebriaco aveva atteso immobile in cucina osservando fissamente il tremore dell'unica candela accesa. Aveva digiunato, come tutta la sua famiglia e attendeva il suono d'un segnale. La campana del coprifuoco annunci l'ora e Ugo, nonostante la calura, prese il mantello e soffi sul tenue lume. Si par come se piovesse, coprendo capo e spalle, poi si avvi all'uscio.
Vai?
Devo!
Tanto era stato breve e brusco il dialogo con la moglie, tanto lo aveva segnato. Se l'era immaginata gi distesa a letto, magari sveglia e magari in pena, ma non s'aspettava di sentirla l vicino. Era uomo di mare e di politica, era anche marito affettuoso e pure padre, ma quelle stanze e quella casa non erano il suo mondo. Usc con una sensazione strana di sollievo mista a pena. L'aria greve della notte e il caldo umido che saliva dalle sponde dell'Arno lo avevano animato, ma il sapere che avrebbe ancora abbandonato la famiglia lo annientava come se avesse contratto un morbo. Era il senso del dovere il suo comandamento e doveva fare cose che non voleva fare. Cammin guardingo, conscio che era vietato muovere per strada dopo il coprifuoco, ma in molti infrangevano il divieto. Voleva soltanto che nessuno lo scorgesse, che nessuno lo associasse a mosse che da l a poco sarebbero successe. Non si spost di molto e nella zona di san Pietro ad Ischia buss tre volte ad una porta. Fu dentro. Una lucerna posta a terra illuminava uomini che apparivano giganti e le cui ombre danzavano al soffitto. Si lev una voce.
Aggiornaci Ugo, dicci cosa passa.
Il figlio di Pagano di Parlascio sospir, poi prese a dire.
Le genti di Goceano hanno fatto la loro parte rispettando gli accordi. Sono arrivati tre messaggi. Uno dalle isole, uno da Orval e uno da Marsiglia. Tutto  pronto e il convoglio potrebbe giungere al porto entro una settimana, al pi tardi dieci giorni.
Una voce fece eco.
Urge prepararsi.
Tutto  pronto ormai da anni, se c' una cosa che urge  decidere chi andr, chi dovr sapere e chi agir invece su comando, inconsapevole di quanto sta avvenendo. Mio padre e mia madre mi hanno svelato il destino troppo presto e ho sperato che questo istante non arrivasse mai. Ma ora non rifuggo dal dovere e sono pronto.
Un altro prese a dire.
Fissiamo un tempo che non crei sospetto alcuno.
Ugo rispose.
Salperemo il 6 agosto, giorno di san Sisto, cos Pisa sar preservata dai sospetti e il nostro convoglio benedetto e..., fece una lunga pausa osservando i riflessi del lume nelle orbite attente porter con me
quel conte di Puiset e altri che sceglier per mascherar le cose.
Non era una richiesta, ma un comando.
Intanto usciremo con un piccolo convoglio. Due giorni, forse tre e nessuno si accorger di noi.
Ci fu assenso generale e tutti si alzarono. Abbracciarono Ugo uno ad uno e solo il buio cel lacrime e tremori.
Al ventottesimo giorno di luglio, la campana maggiore della chiesa di san Sisto in Cortevecchia suon a distesa. Quindi s'interruppe per un tempo che apparve interminabile e che serv a far fluire gli ultimi echi. Poi il suono riprese pi vigoroso di prima e quando fu al suo apice, di nuovo si interruppe, come una vita che si spenge all'improvviso. I pisani restarono in ascolto: tre suoni a distesa, interrotti bruscamente, segnalavano la morte di un uomo, due suoni invece, quella di una donna. Non ci fu la terza ripresa, ma anzi salirono al cielo quindici rintocchi suonati a martello, ripetuti lentamente e mestamente per quattro volte.
Matilde di Canossa, Grancontessa di Toscana, era spirata quattro giorni prima nel suo castello di Bondeno. Messaggeri erano arrivati in Pisa a portare l'annuncio. Ogni chiesa fece risuonare i tocchi, le bandiere e i gonfaloni furono ammainati, sul volto di tutti cal un velo di tristezza. Matilde era stata spesso a Pisa; l era morta ed era stata sepolta sua madre, collocata in un meraviglioso sarcofago antico che raffigurava il mito di Fedra e Ippolito, amanti incestuosi. Matilde aveva amato la citt e aveva elargito
benefici: le fattorie incastellate di Livorno e Pappiana erano state donate all'Opera del Duomo, affinch i proventi delle terre potessero servire a mantenere sempre attivi i lavori di completamento della Cattedrale. Matilde non era stata soltanto la Vicaria Imperiale, era stata una di loro, aveva pianto e sorriso, aveva gioito e pregato in quelle stesse chiese e in quelle stesse vie dove ora, tutti, si sentivano un po' orfani di quella grande madre protettrice. Non c'era apprensione per il futuro, Pisa si sentiva forte e salda nei suoi legami con l'Impero, c'era solo il dolore.
Non tutti avevano udito il suono delle campane, non quelli che erano per mare. La distesa di acque scintillanti riverberava i riflessi del sole di mezzogiorno e gli uomini alle manovre si tenevano le mani tese sulla fronte per ripararsi e scrutare meglio l'orizzonte. Sei galee pisane agli ordini di Ugo di Parlascio beccheggiavano mollemente nel tratto di mare davanti all'antico porto di Aleria sulla costa orientale della Corsica. Erano uscite nottetempo cos come convenuto nella riunione segreta presieduta da Ugo. Gli sguardi erano rivolti a settentrione, ma non mancavano quelli che tenevano d'occhio anche gli altri punti cardinali: la piccola pattuglia pisana attendeva navi amiche, ma era sempre possibile un agguato di qualche convoglio saraceno. Fu verso sera che gli alberi maestri di tre navi furono scorti dalle vedette. Il tempo che impiegarono a ricongiungersi parve interminabile e i legni alleati si affiancarono che gi imbruniva. Facce amiche, saluti e abbracci, gli equipaggi si fusero, la cena fu consumata tra risate e canti di mare e di guerra. Soli che furono rimasti, Ugo di Parlascio e Ittocorre Gambella, persero quel sorriso che avevano ostentato davanti a tutti e abbassarono la voce. Ugo trasse del vino da una scansia e ne vers due coppe. Brindarono senza dirsi a cosa, ognuno perso nei propri pensieri. Fu Ugo a parlare per primo.
Ci siamo separati solo due mesi or sono e tutto sembra mutato nella tua terra.
Ittocorre assent con un cenno del capo.
La cupidigia di certi uomini  addirittura superiore al loro valore. Per me Saltaro era come un fratello, ma le sue pretese hanno determinato la formazione di due fazioni e anch'io mi sono dovuto schierare, restando fedele ai precetti della legge.
Ittocorre narr che, appena rientrati dall'impresa delle Baleari, il suo convoglio era rientrato a Civita mentre Saltaro si era diretto a Torres, ma la gioia del ritorno era stata funestata da un lutto. Costantino di Torres, padre di Saltaro, giudice e signore di Lugodoro, era deceduto per vecchiaia lasciando la vedova Maria de Zori e il piccolo Gonario di appena due anni. Il tribunale del Giudicato aveva stabilito che il fanciullo, bench minore, fosse l'erede legittimo alla reggenza. Costantino per, aveva avuto altre mogli, tra cui una tale Marcusa e dal loro matrimonio era nato Saltaro, eroe nella guerra di Maiorca. Saltaro, anche mal consigliato dalla moglie, una donna della famiglia degli Athen, aveva preteso per s il Giudicato e aveva tentato di assassinare il fratellastro. Per scongiurare la morte del piccolo, Maria de Zori era stata nominata reggente e Ittocorre Gambella, funzionario del vicino giudicato di Gallura, era stato indicato come tutore di Gonario.
Ora che sai tutto, puoi capire quanto io sia rattristato da questa vicenda. Per me Saltaro  stato un fratello, abbiamo combattuto insieme, gioito e sofferto, ma mi sono schierato dalla parte della legge, mentre lui con gli Athen si  messo fuori. Gli Athen sono ancora legati ai privilegi conferiti dall'imperatore romano d'oriente prima dello scisma e ancora oggi non sopportano che le terre di Lugodoro e Torres siano calpestate da monaci fedeli a santa Romana Chiesa. Praticano ancora il culto greco e fin'ora sono stati tollerati. Ma allo stato delle cose lo scontro  diventato inevitabile... Ho portato con me il piccolo Gonario,  troppo rischioso lasciarlo a Torres. La famiglia reggente ti chiede questo favore: prendere Gonario sotto la tua tutela, farlo crescere forte e sano per farlo rientrare quando avr compiuto i quattordici anni.
Ugo si port le mani al volto e sospir celando gli occhi all'amico.
Dal niente mi ritrovo due figli per casa, allora.
Come due figli?
Quando siamo partiti per le Baleari mia moglie era incinta. Ho trovato una bimba bella come il sole, Maria. Ora, con Gonario, siamo a due; hanno la stessa et.
Ittocorre rise.
Ma non sono fratelli, magari da grandi si sposeranno.
Ugo si fece serio.
Non dire scempiaggini e chiariscimi una cosa. Come mi giustifico col governo di Pisa?
Racconterai la verit e porterai in dono questo.
Ittocorre sfil da una tasca una pergamena arrotolata.
Cos'?
 l'atto di donazione dei signori di Torres e Lugodoro alla citt di Pisa delle chiese di Torpeia, Toraie, Vignolas e Laratanos, da ora e per sempre territorio pisano.
Ugo prese titubante l'involto; non poteva sottrarsi a quella missione e ne era contrariato. Aveva gi enormi responsabilit e quel bimbo nascosto chiss dove sulla sua nave era un' ulteriore variabile ai suoi piani. Bevve ancora un sorso di vino e riacquist la sua calma.
Dimmi dei monaci.
Ittocorre abbass la voce, come a prendere una precauzione e si avvicin al volto di Ugo.
Quando avete lasciato i vostri morti a san Vittore, alcuni dei miei uomini pi fidati sono sbarcati e si sono incamminati verso Orval. Hanno chiesto asilo al monastero di Nostra Signora e hanno spiegato all'Abate lo scopo della loro visita. Non so bene come siano andate le cose, ma dei dodici monaci che andarono in origine ne erano rimasti in vita soltanto sei e hanno risposto immediatamente all'appello. Hanno abbandonato il monastero e sono rientrati tutti verso Marsiglia. I tuoi monaci ora sono al sicuro sulla galea qui a fianco.
Stanno bene?
Stanchi ma felici,  tutta la vita che attendono questo momento.
Dovr agire con astuzia e non commettere errori. A Marsiglia ho imbarcato il conte di Puiset. Mi  stato riferito che tra Puiset e Orval corrono meno di trenta miglia. Pu darsi che questo conte conosca la storia
del monastero, come pure no. Dovr dare una nuova identit ai miei monaci e farli passare comunque per credibili nobili francesi. Chieder consiglio alla Granduchessa Matilde,  anziana e ha la gotta, ma spero di trovarla ancora in vita al mio rientro.
Ci furono altre parole e altro vino, poi la notte assorb ogni suono. Rimasero solo gli occhi delle guardie e i fanali accesi. La costa proteggeva loro le spalle; le incursioni dal mare erano improbabili ma non impossibili ed era necessario vegliare con attenzione. Pisa avrebbe accolto quel prezioso carico, fatto di monaci, donazioni e dell'imberbe erede di Sardegna, ma il loro destino si sarebbe compiuto altrove.


CAPITOLO 4.
Pisa, dal 6 agosto 1116 al pisano.

La funzione delle lodi mattutine si era appena conclusa e la chiesa era stracolma. Sorrisi, strette di mano; la navata era pregna d'incenso, di aspettative e di timori. San Sisto papa, martire e patrono di Pisa veniva sempre festeggiato con i massimi onori. Oltre alla devozione per il protettore della citt, c'era altro a serrare i legami: il mare. Per caso o per calcolo, le prime uscite navali della citt erano state avviate nei secoli precedenti sempre nello die di santo Sisto. La consuetudine di intraprendere qualunque impresa il 6 agosto era ormai radicata in citt, scontata, normale, dati i buoni esiti delle missioni precedenti. Nella navata torn pian piano il silenzio e il sagrato di Corte-vecchia prese ad animarsi. Fedeli al culto o semplici superstiziosi, nei modi e negli usi, era difficile distinguere gli uni dagli altri. Fuori dalla chiesa in un brulicare di gente, due carri erano in attesa; sui loro pianali fagotti e ceste di vivande. Ugo di Puiset e sua moglie Mamilia erano stati gli ultimi ad uscire. Non li aveva attardati il passo goffo e il ventre prominente di lei: avevano pregato come e pi degli altri. Il loro viaggio sarebbe stato parimenti periglioso, ma mentre i pisani partivano per poi tornare, per il conte e sua moglie cos come per il loro esiguo seguito, quello era un viaggio di sola andata. Abbandonavano un mondo conosciuto, se pure ostile, per lanciarsi in un'avventura immensa, troppo grande perfino per la loro immaginazione. Quell'essersi attaccati ai pisani, quell'aver trovato un po' di credito fra quella gente che non aveva chiesto e che non si era impicciata dei loro affari, aveva generato un silenzioso ma indissolubile legame e si sentivano dipendenti, bisognosi e pure riconoscenti a quel popolo di marinai. Sul sagrato ci furono i saluti, gli ultimi abbracci. Ugo di Pagano aveva gi stretta al petto la moglie e la piccola Maria e aveva fatto una carezza anche a Gonario, strappato alla propria madre per ragioni che il bimbo sicuramente avrebbe trovato incomprensibili. I carri mossero, trainati da un tiro doppio e si diressero verso l'Arno. Ci fu una piccola sosta e un attimo di raccoglimento davanti ai santuari di ponte a Tramontana, cos come a Mezzogiorno di fronte a santa Cristina. Gli ultimi gesti scaramantici e le ultime preghiere: davanti a loro, solo l'ignoto. I capitani, gli equipaggi, i rematori, i passeggeri, chi era arrivato per terra, chi sulle vie d'acqua attraverso il sistema dei canali che collegavano Pisa al porto di Triturrita: l'immensa ansa presso il castello di Livorno brulicava di anime in fermento. Ugo di Parlascio non aveva pi aperto bocca dall'inizio del viaggio sul carro, ma ormai prossimo al porto, appena superato l'agglomerato dei magazzini alla Formica, si lasci scappare un largo sorriso.
E quale dio dobbiamo ringraziare, per aver avuto in dono un giudice e un dottore?
Fermi, sulla via che fiancheggiava la darsena, Barisano Pisano e suo fratello Durante attendevano con il volto illuminato dal sole. Nonostante la stagione, erano vestiti coi panni migliori, quelli invernali. Le loro vesti e i loro sacchi era tutto quello che avevano potuto portare; non erano scappati, ma quasi. La decisione di ripartire aveva fatto infuriare il padre e gemere la madre, ma nulla e nessuno era riuscito a trattenerli, nemmeno la minaccia, poi messa in atto, di non concedere loro denari o beni. Durante e Barisano partivano come reietti da quella Pisa che avevano sempre considerato l'unico posto al mondo ove poter vivere. Durante e Barisano partivano, nonostante avessero fatto giuramento muto e segreto al porto di Marsiglia che non avrebbero pi ripreso il mare. Il maggiore portava con s un'ulteriore pena: l'accusa che gli aveva mosso il padre di aver traviato anche il fratello. Nelle lunghe notti insonni, avevano parlato, bisbigliato per ore, fantasticato e se Barisano era mosso da frustrazione e pensieri oscuri, Durante vedeva nel mondo di Outremer un'occasione unica per imparare la scienza degli antichi, o cos voleva credere. Nessuno dei due aveva confessato all'altro il giuramento di Marsiglia, l'idea di una nuova vita di stenti e battaglie non li attraeva, ma la loro casa e quella vita circoscritta da mura scure e strette, seppure amiche, li angustiava. Barisano aveva spronato il fratello che alla fine era parso il pi convinto dei due, il pi sicuro che il mondo d'oltremare fosse ricco di possibilit e meraviglie. I due avevano segretamente preso accordi con Ugo di Parlascio, giacch tutta Pisa sapeva che si stava allestendo un convoglio per portare in Terrasanta dei monaci e il conte di Puiset. Con l'armatore e capitano della flotta l'accordo era chiaro: o si sarebbero incontrati al porto oppure a mai pi incrociarsi, ma fino alla sera precedente, la decisione non era stata presa e anche per Ugo, trovarli in piedi al crocevia, era stata una sorpresa. Aveva sorriso, felice di imbarcare i giovanotti; in guerra si erano distinti e poi erano abili ognuno per le proprie competenze e gi uomini maturi, nonostante l'et fosse ancora quella delle cose spensierate. Un medico a bordo faceva comodo, anche perch c'era quella donna, la contessa, e un parto in mare senza levatrici avrebbe costituito una minaccia. Il giurista invece, ormai esperto delle cose di legge, poteva tornare utile se ci fosse stato da gestire qualche diatriba. Barisano aveva vissuto due anni a fianco di re, conti e duchi d'ogni terra e aveva acquisito sensibilit e dimestichezza delle maniere del mondo. Le galee dei Pagano Ebriaci da Parlascio erano ancorate al molo del casato, proprio sotto la torre Rossa. Sette erano i legni pronti a muovere: l'ammiraglia o capitana, un'altra galea di uguale stazza, tre galee minori e due fuste, pi snelle e veloci, utili in caso di battaglia. Barisano e suo fratello, il conte di Puiset con moglie e un'ancella, furono imbarcati sulla capitana. I monaci francesi salirono sulla galea gemella mentre il resto del seguito del conte e altri passeggeri, che per dovere o sete d'avventura avevano pagato un passaggio, furono divisi equamente sulle restanti imbarcazioni.
Da terra sganciarono le cime dai corpi morti e dagli
altri ormeggi, le passerelle furono retratte e i remi calati in acqua. Non c'era l'euforia delle grandi partenze: Pisa continuava a vivere mentre alcuni suoi figli, pochi in numero e in navi, si distaccavano per affari privati e non nell'interesse di tutta la citt. A salutarli i parenti, marinai e commercianti. Anche a bordo cenni, lacrime, poi un refolo di vento e l'attenzione fu catturata da altra vita. Le pale infrangevano la superficie del mare e si muovevano sincrone con gran rumore di scroscio, i comandi urlati, le cime tese e i ponti instabili e traballanti. Ognuno cercava di capire come sopravvivere, soprattutto i meno avvezzi e l'atavica paura dell'abisso gi affiorava, anche se gli scafi non avevano ancora oltrepassato il limite del porto.
Barisano e Durante avevano trascorso i primi giorni di navigazione chiusi in impenetrabili silenzi. Senza confrontarsi, sentivano entrambi di aver assunto una responsabilit immensa, verso s stessi e verso il fratello. Orgogliosi, se pur alleati, avevano fatto giuramento di tutelare la vita l'uno dell'altro, ma non se l'erano confessato, ignari che la vita, forse, avrebbe invalidata anche quella nuova promessa. Ora che Pisa distava gi cinquecento miglia e che il grande vulcano di Trinacria svettava alla loro destra, sentivano scivolare via quel mondo e quel mare conosciuto e percepivano che da l a poco, virando verso est, l'orizzonte dei loro pensieri sarebbe mutato davvero. La consapevolezza che le porte d'oriente stavano per aprirsi si accompagn anche ad una pi serena accettazione della vita e un senso di leggerezza li aveva
pervasi. All'alba del quinto giorno, meno nervosi e guardinghi, si ritrovarono a mungere le capre nella stiva per preparare la colazione ai passeggeri. Si davano le spalle e non potevano vedersi, ma quel familiare odore di stalla, mischiato alle essenze di mirto che il vento regalava, li rese allegri.
A cosa hai pensato per tutto questo tempo?
A casa. Rispose Durante, pi piccolo, pi schietto e pi spontaneo.
E te?
A niente. Rispose Barisano.
Durante scosse il capo sorridendo: mai Barisano avrebbe confessato di avere nostalgia di casa, ma lui sapeva benissimo quanto e come soffrisse suo fratello.
Muoviti dai, che la gravida deve mangiare.
Barisano replic.
Arrivo, aspetta un attimo. Hai fame o hai fretta di fare il merlo con la serva di Mamilia?
Sei il solito stolto.
S, ma sono anche pi grande ed esperto di te e non me la racconti giusta.
Si presero a spintoni risalendo la scaletta e sbucarono di nuovo in faccia ad un cielo velato che non prometteva buone cose.
Se ai due ragazzi la vita sulla nave pareva cosa normale, il conte di Puiset non si dava pace. Il viaggio da Marsiglia a Pisa era stato cos celere e pregno di emozioni, che non aveva percepito le tensioni generate dall'andar per mare. Tutto gli era parso una festa, un giubilo; ai suoi occhi, anche i rematori pareva non provassero fatica e non si era mai soffermato a valutare la condizione di questi. In quei cinque giorni di mare, aveva invece percepito le tensioni, gli sguardi vigili e silenti delle vedette, il linguaggio dei marinai, fatto di cenni e di occhiate pi che di parole, linguaggio di cui non possedeva la chiave di lettura. Quello che lo inorridiva per, era la condizione dei rematori, i galeotti. Aveva provato a parlarne con Ugo di Parlascio, ma questi si era svincolato dalla discussione adducendo di dovere attendere ad importanti uffici. Allora si era rivolto a Barisano, il primo dei pisani con il quale aveva avuto modo di parlare e questi aveva assecondato le sue richieste, ormai esperto nelle faccende di mare.
Maghi, falsari, truffatori, eretici, preti svestiti, bigami, sodomiti... questi sono gli uomini al remo, sono galeotti. E fra loro, prigionieri di guerra, infedeli, nemici comuni e della nostra Pisa. I condannati da poco, mal sopportano il remo; quelli che hanno condanne a vita e che sono alla catena da pi di un anno sono i pi affidabili e non sentono la fatica. E poi ci sono i mori, i turchi e i neri.
Il conte strizz gli occhi e inclin la testa come a chiedere spiegazione. A lui quell'ammasso di carne in movimento pareva informe e uniforme al tempo stesso e non distingueva razza o religione, ma classificava gli uomini solo in base alle ferite, ai grezzi tatuaggi,alle fasce di cuoio che portavano ai polsi o agli avambracci. Barisano prov a spiegare che i mori erano originari dell'Africa bagnata dal mare dei pisani. Erano tutti smilzi e nervosi e al remo erano i migliori, campioni nella voga, se pur incapaci di vivere in pace e perennemente invischiati in dispute e litigi.
Poi c'erano i neri. Erano prigionieri provenienti dal cuore dell'Africa, erano buoni a nulla e sapevano solo morire di stento e nostalgia. E poi i turchi, i sudditi dell'imperatore d'oriente. Al remo erano sfaticati e si stancavano presto, per al contrario dei mori erano docili e mansueti e conoscevano troppo bene il potere della frusta. Cos, a seconda del bisogno e dell'obiettivo, un armatore, anche considerando la tasca, sceglieva il suo equipaggio e con quello doveva fare.
Poi ci sono i buonavoglia, vedete, come quelli l oltre l'albero maestro. Sono liberi cittadini che magari fuggono dai debiti o da qualche incriminazione, ma non sono incatenati al banco e quando approdiamo possono scendere a loro piacimento e spendere la paga. Sono rasati come gli altri, ma portano lunghi baffi come segno di riconoscimento e sono utili in battaglia perch la sopravvivenza della nave  la loro sopravvivenza.
E se ci fosse battaglia? Che ne sarebbe di quelli incatenati?
Dovrebbero solo ubbidire agli ordini, loro sono incatenati, sono della nave, sono la nave. Hanno perso dignit hanno perso onore e non hanno voce in capitolo. Se la nave sopravvive, sopravvivono, altrimenti periscono con essa.
Il conte si fece scuro, tanta crudelt lo aveva incupito. Prov a capire, non ci riusc e chiese.
Ma voi, Barisano, trovate giusto tutto questo?
Il ragazzo non si aspettava quella domanda e si volse a guardare di sottecchi suo fratello che ascoltava in disparte quella conversazione. Cerc parole, cerc motivazioni, ma non le trov. Era pisano ed era
dalla parte giusta, questo gli avevano insegnato, ma in battaglia, quando aveva affondato la lama nel ventre morbido di un nemico e aveva visto spengersi negli occhi di questo la favilla della vita, aveva pianto, sofferto e si era maledetto. Chi era lui per poter togliere la vita? Poteva una citt dare quel potere? Tutti gli insegnamenti dei suoi genitori, i principi saldi su cui fondare una vita, il rispetto, la gentilezza, l'educazione, erano tutti naufragati nell'esatto momento in cui suo padre, austero e giusto, aveva accompagnato lui e Durante al porto, perch cos doveva fare un figlio di Pisa. Quegli schiavi alla catena e al remo che colpa avevano? Solo quella di aver combattuto per la propria patria e aver perso, solo quella di avere la pelle di un altro colore, solo quella di bestemmiare il Dio onnipotente venerando i falsi idoli. Poca cosa agli occhi del Dio misericordioso, abominio agli occhi della citt. Citt che peraltro li accoglieva, che con loro commerciava, che per loro costruiva magazzini. Quegli schiavi abbrutiti dal sole e dalla fatica, costretti a defecare, urinare, mangiare, masturbarsi legati al ceppo di fronte a tutti, privati di ogni dignit. Quegli schiavi costretti a dormire poggiati al remo, sottoposti alla sferza e al digiuno, piagati e infestati da zecche e da pulci, erano ancora uomini? E se la sorte avesse invertito i ruoli? Piet e orgoglio, commiserazione e dovere, disciplina e carit cristiana, la guerra interiore di Barisano non trovava risoluzione ed era consapevole che niente in quello che stavano commentando fosse giusto. E la risposta da dare al conte era una e una sola, ma era una lama su cui non voleva camminare e un deserto che non voleva attraversare, cos si arrocc, rifugiandosi in una corazza spinosa.
Cos  sempre stato, cos sempre sar e io non sono il censore, ma solo un giurista pisano e alle leggi, al dovere, al mio credo debbo tenere fede.
Si alz, contrariato, lasciando il conte ancora pi serio. Durante osserv il fratello sfilare nel centro della galea e procedere verso poppa, poi si alz e lo segu, terrorizzato che il conte lo mettesse di fronte ai suoi demoni, come era appena capitato a Barisano. Il cielo si vel ancor di pi e una brezza insistente cominci a salire da levante. Nuvole rigonfie presero a correre e quel moto dei cieli port frescura e refrigerio. Ma il sole spar dietro una velatura plumbea e il vento si fece pi freddo e odoroso d'acqua. La spinta delle vele venne meno, il pennone fu abbassato e la sferza sibil nell'aria. La voga part lenta, le navi parevano arrancare, poi presero ritmo e corsa filante, dirigendosi a borea. Ugo di Parlascio si era consultato coi suoi marinai pi fidati e avevano convenuto che avventurarsi in mare aperto era sconveniente e, malgrado risalire la costa necessitasse tempo e fatica, potevano contare su vari approdi amici nel grande golfo di Taranto. Tanto era cupo il cielo che pareva l'intero giorno fosse ormai trascorso e prossimo alla fine; il vento cal di intensit e prime gocce rinfrescanti presero a cadere, macchiando di scuro i legni dei ponti, dei corrimano, delle balaustre, degli scalmi. L'acqua scendeva dritta in fili che parevano continui e batteva sui tendaggi della poppa e sul tavolato del ponte. Chi aveva alloggio si era riparato mentre i galeotti continuavano a remare solcando un mare plumbeo mosso
da onde lunghe, quasi a disegnare colline che si perdevano al filo d'orizzonte. Riparati o sotto il cielo, tutti gli appartenenti delle navi restarono isolati dal resto del mondo dato che quel fragore di acque, sopra e sotto, creava una barriera impenetrabile e tutto ci che conoscevano continuava ad esistere solo nelle immagini e nel cuore. Poi separ anche i vari viaggiatori, chi sferzato dall'acqua, chi rintanato nella stiva a scansare le gocce che trapelavano dai commenti dei tavolati, chi riparato nelle uniche due comode cabine. La pioggia, col suo rumore intenso, cre tendaggi e veli che avvolgevano e separavano gli uni dagli altri. Ignari che il pensiero fosse condiviso, ognuno volse la mente a ci che aveva lasciato. Ugo Pisano pens alla piccola Maria, il conte alle sue terre umide di Francia, Durante e Barisano orientarono lo sguardo a casa loro e cos gli altri, perch la pioggia aveva il potere di creare un ponte, un' unione e i pensieri erano capaci di correre veloci balzando sulle singole gocce stipate le une alle altre, tanto da permettere di volarci sopra in fretta. Tutti lasciavano e tutti cercavano qualcosa, ma il futuro era pi liquefatto e rado di quel mare e faceva pi paura del pelo dell'acqua cristallino. Ugo di Puiset una mattina aveva avuto l'impressione che la nave fosse poggiata su una lastra di quel materiale trasparente fatto di sostanza vitrea e aveva avuto il terrore che quel velo si potesse infrangere e che tutti potessero precipitare gi nel profondo. Quella sensazione non l'aveva mai abbandonato e anche ora che il mare pareva denso come piombo fuso, vedeva se stesso e il grembo di Mamilia gi nell'abisso e, per il freddo e la paura, prese a tremare. L'acqua cadeva incessante e gli unici che parevano immuni dallo scrosciare erano i galeotti e gli uomini ai timoni, eretti, seri e impavidi con occhi nascosti dietro fessure di pelle arsa dalla salsedine.
Taranto apparve all'improvviso, con le mura aggettanti sul porto scurite dalla pioggia. Non era stato preventivato e non era la via pi diretta per doppiare il capo della Puglia, ma la vita di tutti era pi importante di una manciata di ore di ritardo. Il ducato di Taranto era stato governato con decisione da Boemondo, figlio di Roberto il Guiscardo della dinastia degli Altavilla. Boemondo era perito quattro anni prima e aveva lasciato erede il figlio, Boemondo secondo, che in quei giorni compiva sette anni. La reggenza del ducato era stata affidata alla consorte e madre del piccolo, Costanza, originaria di Troyes e figlia del re di Francia Filippo primo. Il conte Ugo di le Puiset, alla notizia che il convoglio avrebbe attraccato a Taranto, ritrov il buonumore: era diretto conoscente di Costanza di Francia e sperava in un incontro, presentando le proprie credenziali. L'ammiraglia sost davanti al porto in attesa di ottenere il permesso di attraccare e i passeggeri stavano muti al parapetto e parevano ora immuni allo scrosciare, osservando l'andirivieni di uomini e merci sulle banchine. Ottenuto il permesso, tutte le navi ormeggiarono e ottennero di imbarcare verdure e acqua fresca. Ugo di Parlascio spar nel dedalo di vicoli del porto, da solo e senza preavviso, dopo aver concesso al conte di Puiset il pomeriggio libero per incontrare, a lei piacendo, Costanza di Francia. Ormai la tempesta era passata e un timido sole pomeridiano si affacciava tra gli squarci, scintillando sul mare. La marina aveva assunto un colore verdastro, quasi fosse una distesa di salvia e l'ombra delle nubi generava macchie scure che si spostavano veloci sul pelo delle acque. Ugo di Puiset fissava estasiato ora il mare ora il porto. Era talmente eccitato dalla prospettiva di incontrare la duchessa che scese animoso la passerella malferma e ancora umida facendo sbilanciare donna Mamilia che cadde a terra malamente. Ci fu un correre di gente, gridare e vociare, la donna aveva battuto la testa e sembrava non riprendersi. Un ufficiale di porto si era fatto largo e il conte era riuscito a presentarsi. In breve Mamilia era stata caricata su un carro e condotta al monastero che sorgeva di fianco alla corte e dove le monache si presero cura di lei. La voce che la contessa Mamilia di Rouci era ricoverata all'ospitale delle monache circol in fretta e Costanza di Francia si interess personalmente mandando donne di fiducia a sincerarsi. Durante, in virt del suo essere un cerusico speziale, aveva seguito la contessa, ma poi non era stato ammesso al convento ed era rimasto fuori dal claustro insieme al conte. Barisano invece, aveva approfittato per gironzolare in citt, col cuore leggero e con l'animo ormai disposto all'avventura. A sera, come convenuto, tutti o quasi si ritrovarono sulla nave ammiraglia. Il conte di Puiset spieg ad Ugo di Parlascio che le monache avevano trattenuta donna Mamilia, sconsigliando di proseguire il viaggio e promettendo di accudire la nobildonna per il parto. Da parte sua il conte era riuscito a parlare con Costanza e aveva ottenuto per Mamilia e per la sua prole, vitto e ospitalit. Vari sentimenti si affastellavano
nella mente del francese: il senso di colpa per aver fatto cadere la moglie, il sollievo per non vederla proseguire il viaggio con quel fardello in grembo e, al tempo stesso, l'angoscia per il distacco da lei. A conti fatti era meglio per tutti che fosse rimasta, lei con la sua ancella, al convento delle monache e nel conte prevaleva la sensazione che le cose avessero preso la piega giusta. Ma il francese non era il solo a mulinare strani pensieri. All'alba del giorno dopo Durante stava immobile sul ponte col suo sacco in spalla e vestito dei panni buoni, gli stessi che aveva indossato alla partenza. Barisano fuoriusc assonnato dalla stiva e si trov di fronte il fratello.
Cosa significa? disse sbadigliando.
Niente!
Niente non  essersi preparato un bagaglio per scappare.
Ma io non scappo.
Barisano sorrise.
Ho capito, resta Mamilia, resta la sua serva e resti anche te.
Sei lontano dalla verit Barisano, scendo, Durante chin il capo, incapace di reggere lo sguardo del fratello ho gi parlato col Pagano, attendo un imbarco e torno a casa. Io non ce la faccio.
Il fratello maggiore alz gli occhi verso poppa, dove Ugo di Parlascio stava eretto e poggiato all'incastellamento del comando. Si scambiarono un'occhiata intensa e l'armatore mosse appena il capo assumendo un'espressione di accondiscendenza, quasi un invito, una supplica. Quel po' di rabbia che era sgorgata scem e Barisano si commosse. Si dette dello stolto per
aver preteso che suo fratello lo seguisse in quella che era la sua vita, la sua scelta personale. Si meravigli delle lacrime che presero a sgorgare, ma sorrise capacitandosi in un attimo che quella era la decisione giusta, la cosa pi saggia perch il peso di aver forzato il fratello e aver fatto disperare i genitori non era facile da reggere. Le sue spalle possenti potevano sobbarcarsi quella pena, ma solo per ci che atteneva a se stesso e sarebbe stato complicato portare il fardello di entrambi. Si sent sollevato, stranamente felice, come se di colpo la luce fosse tornata a rischiarare la via.
Ti avrei difeso, lo sai.
No, io avrei difeso te, sei il pi grande ma anche il pi debole, lo sai. E comunque, attento alle schegge.
Alle schegge? Star attento ai colpi di spada e alle lance.
No Barisano, attento alle schegge. Se te ne entra una nella pelle, taglia la carne, succhia il sangue ma toglila. Ne uccidono pi le schegge che le punte di freccia.
Barisano rise, anche se non comprendeva bene le parole del fratello. Si abbracciarono sotto lo sguardo cupo di Ugo che dalla poppa assisteva muto alla scena, ma che mosse verso di loro. Restarono muti e impietriti l'uno di fronte all'altro, Ugo parlava poco e incuteva sempre molto timore. L'armatore si avvicin e allarg le braccia, port le mani alla testa dei ragazzi e le poggi fra nuca e collo. In quello strano abbraccio, sembrava sostenesse il peso dei loro crani, spingendoli lievemente verso l'alto.
Tuo fratello torna, gli ho gi procurato un passaggio. Forse hai l'impressione che ti abbandoni e invece ti sar d'aiuto. Non hai denari e questo in Terrasanta pu essere un problema, ma con lui ho gi parlato e lo risolveremo. Appena sar giunto a Pisa, si far radere i capelli, una piccola zona, alla nuca e si far tatuare le iniziali del suo nome, una D e una P, proprio qui, dietro la testa. Rester nascosta a tutti fino a che non sar vecchio e calvo, ma potr sempre mascherarla trasformando il tatuaggio. A te, Barisano, penser io stesso. Anche tu avrai un tatuaggio identico, ma con una B e una P e quello sar il segno per i banchieri che vi identificher. E non solo per loro.
Non capisco. Replic perplesso Barisano.
Durante potr versare dei denari a Pisa dove io lo indirizzer. Lui ti spedir lettere di credito che potrai presentare ai cambiavalute di mia fiducia e ritirerai quei soldi. Oppure tu potrai prenderne a credito, che Durante a Pisa potr restituire ai banchieri, appena tu gli avrai scritto una lettera che attesti un tuo versamento.
Ma non  rischioso? Voglio dire, se si smarriscono le lettere, o se cascano in mani sbagliate.
A questo servono i tatuaggi. Sar io a garantire per voi, ma vi potrete rivolgere solo a quelli che io vi indicher, tanto a Pisa quanto a Gerusalemme.
I fratelli restarono muti: non avevano mai pensato ad una soluzione del genere per spostare degli averi, ma Ugo era uomo molto pi esperto di loro. Restarono colpiti dalle risorse e dalle conoscenze che quell'uomo celava e, anche se le loro strade si dividevano, percepivano entrambi che un filo, una cima tesa e solida li avrebbe sempre tenuti legati. Pass ancora qualche attimo, la nave aveva ripreso vita e tutti erano svegli; da l a poco il convoglio avrebbe lasciato terra, era l'ora degli addii e delle scelte.
Chiedi scusa a babbo e mamma da parte mia. Stai loro vicino e, allora, visto che  stabilito, scrivimi.
E dove ti scriver?
Non lo so, appena avr una dimora stabile mander una missiva attraverso qualche nave armata dai pisani e poi potrai rispondere. Fammi una promessa.
Dimmi.
Sarai il mio occhio in Pisa e non lesinerai mai notizie e parole, che voglio sapere tutto di voi.
Va bene e te fammi una promessa.
Barisano fiss il fratello negli occhi e con un lieve cenno del capo accenn all'intesa.
Resta vivo e appena puoi torna a Pisa.
Ci fu un assenso e una menzogna al tempo stesso. Barisano aveva lasciato casa e il suo cuore non contemplava di tornare.


CAPITOLO 5.
Ashdod, agosto 1115 all'uso comune.

Barisano era terrorizzato e affascinato al tempo stesso. Quel lembo scuro davanti alla prua delle navi era Terrasanta o Outremer, come dicevano i franchi e avrebbero attraccato nell'antico porto di Ashdod o, come lo chiamavano i cristiani, Azotus. La citt, gi fortificata al tempo dei filistei, era dotata di un piccolo porto poco trafficato, ideale per le intenzioni di Ugo di Parlascio. Millenni prima, fra quelle mura scure che pian piano andavano delineandosi all'occhio, era nato e cresciuto il mito del dio Dagon, padre di Baal, pi conosciuto come B al Zebul, il Signore della Soglia o anche il Signore delle mosche, quello che i cristiani identificavano come uno dei sette principi dell'inferno. Stavano per approdare nella terra di Belzeb e nemmeno l'idea che ormai quella fortezza fosse in mano cristiana, riusciva a placare il cuore dei molti sulle navi. Ugo di Parlascio nell'ultima notte di navigazione aveva impartito una rudimentale lezione sugli usi e costumi della terra che avrebbero calcato. Con gli occhi persi nel vuoto, l'armatore pisano aveva narrato storie, descritto luoghi, dato consigli, comminato ammonimenti. Il suo parlare era stato malamente illuminato dalle fiamme tremule della lanterna collocata sul ponte; bagliori sfuggenti creavano ombre mutevoli, arrampicate sulle sartie, sul castello di poppa, come demoni sprezzanti. Nonostante una gradevole temperatura, pi volte Barisano aveva sentito drizzarsi i capelli dietro la nuca e si era stretto nel mantello. Quando poi si erano coricati, silenzioso come sempre, Ugo di Parlascio era sceso dalla nave e con una scialuppa aveva raggiunto la galea sulla quale viaggiavano i monaci. Li aveva riuniti a prua, aveva parlato con loro fino alle prime luci dell'alba, ma solo il vento aveva carezzato quelle parole portandole lontano.
Il giorno nuovo era sorto e a causa dei venti contrari, l'avvicinamento a terra era stato lungo e laborioso. Ormai, quasi a sera, il convoglio aveva riposto le vele e gettato i remi in acqua. I dettagli di quella terra apparivano nitidi e un sole obliquo allungava le ombre. La consapevolezza che fossero passati secoli, forse millenni, non imped a Barisano di cercare sulla spiaggia i resti della balena che aveva inghiottito Giona, ma non ne vide e si dovette rassegnare. Ugo era credibile, Ugo non mentiva e dato che aveva raccontato la storia di Giona, reso alla luce dal mostro proprio l, ad Ashdod, doveva essere vero, era vero! Consapevolezze e idee illusorie si sovrapponevano nella mente del giovane che, in preda ad una strana agitazione, non riusciva a discriminare il vero dal fantastico. A bordo c'era stato tempo anche per parlare di progetti e si era confrontato con Ugo di Puiset. L'uno aveva perso il fratello, l'altro la moglie ed era stato facile, quasi naturale, che si fossero reciprocamente cercati per tentare di colmare quegli immensi ma sottaciuti vuoti. Ugo era speranzoso, le sue lettere parlavano chiaro: doveva raggiungere Gerusalemme e presentarsi a corte e aveva offerto a Barisano la possibilit di accompagnarlo. Il ragazzo ne aveva parlato con l'armatore Ugo e questo gli aveva consigliato di seguire il francese. Avrebbe avuto di sicuro alloggio e forse un'occupazione e un punto di partenza privilegiato per introdursi in quel mondo ostile. Avrebbero fatto tutti insieme il viaggio verso Gerusalemme, ma poi ognuno avrebbe atteso ai propri uffici e i piani di Ugo di Pagano non coincidevano con quelli di nessuno.
Il porto era piccolo e angusto, pi un riccio di pietra spinosa aggettato sul mare che una rada accogliente. A terra, odori forti vecchi e nuovi e volti scuri, scavati dal tempo e logorati dalle difficolt. Non era alla sua prima esperienza fuori casa, ma Barisano prov vertigine e smarrimento. Storpi, mendicanti, uomini sdentati che mostravano moncherini e amputazioni, donne velate con occhi in allarme e poi quei campanelli assordanti. Il corteo dei lebbrosi fasciati di cenci, oranti e puzzolenti lo aveva sconvolto. Se pure aveva combattuto per due anni, era sempre stato al principio della linea che genera disperazione. Aveva inferto colpi e procurato morte oppure menomazione, ma non aveva avuto il tempo per percepire i danni di un conflitto. L, dove stava per abbracciare il suo futuro, si trovava come sospeso sulla pagina di
un registro di guerra ed era la pagina finale. Ci che vedeva era il frutto della ferocia, il passato del verbo combattere, il conto presentato dal destino. Quanti nemici alle Baleari erano stati ridotti cos per mano sua? Anche al pi forte, quando la corazza si apre di poco a causa di un pesante colpo di mazza, pare che tutto l'acciaio sia distrutto e che il fianco sia irrimediabilmente scoperto.  l'attimo in cui tutte le sicurezze vacillano e al cuore di Barisano si aggrapparono ansie e paure, dita insanguinate e ricordi di grida. Uomini menomati, relitti imploranti vivevano, soffrivano, marcivano da qualche altra parte per colpa sua? I segni della guerra non erano solo nelle cicatrici umane: anche le case parevano ferite e i ponteggi dei cantieri somigliavano in modo incredibile alle stampelle dei monchi. Secondo le direttive di Ugo di Parlascio, il conte di Puiset con il suo seguito, insieme a Barisano, dovevano restare vicini e solidali, ma il fatto che ancora una volta l'armatore pisano fosse scomparso generava in quegli uomini fieri un forte smarrimento. Ad alimentare l'apprensione c'era anche il fatto che i monaci erano sbarcati, coi volti coperti dai loro pesanti cappucci, avevano confabulato con Ugo Pisano e come d'incanto erano stati inghiottiti da quel nuovo mondo. Rapiti? Fuggiti? Giustiziati? A Barisano ruotava tutto intorno e non riusciva a trovare un punto fermo n dentro n fuori di s. Furono scaricate merci, contrattati scambi; i marinai pisani sapevano muoversi con agio e perizia in quel labirinto assordante di suoni e volti in perenne movimento. Animali in gabbia, strani frutti, balle odorose di spezie rare, pesci essiccati, pelli conciate,
banchi di semi dai mille colori, vasellame di metallo e terre cotte; quel porto era tanto ricco quanto caotico e la mescolanza di tutti quei profumi, accompagnata da mille grida e musica malinconica e greve proveniente da un luogo sconosciuto, generava un effluvio inebriante, da respirare, inalare, gustare con ogni senso. Ugo era tornato e aveva comunicato che il viaggio per Gerusalemme poteva iniziare solo al mattino successivo. Conveniva trovare alloggio e cos, storditi e insicuri, tutti i nuovi stranieri furono condotti dall'armatore fuori dalla piccola citt. Camminarono curiosi fino ad una piccola locanda che pareva spuntare dal terreno come un fungo. Si sistemarono nella stalla su giacigli di paglia pulita, ognuno ripose il proprio bagaglio e si prepararono ad attendere l'ora di cena. Barisano si sdrai gettando lo sguardo alla finestra; intorno alla taverna sorgevano due alti cedri del Libano e il ragazzo not come il sole infiammasse la parte inferiore dei rami. Quegli alberi parevano ardere di un incendio perenne, ma muti e immobili, non gemevano, non crepitavano. Li percep come immoti guardiani del destino e alla loro forte presenza si aggrapp per tornare con la mente a casa, a Pisa. Venne l'ora di cena e un richiamo dest i viaggiatori dal loro breve riposo. Barisano usc e osserv i due cedri ormai avvolti nell'ombra. Si sent solo ed esit prima di scostare il lembo della tenda e di tuffarsi nella taverna, nella nuova vita, nella voragine che lo attendeva. La cena fu consumata col cuore in agitazione, gli sguardi degli astanti si posavano spesso su di loro, discorsi incomprensibili, risate sguaiate, solo Ugo Pisano sembrava essere a suo agio e non si curava di ci che li circondava. Venne la notte e il riposo.
Barisano si dest di colpo. Voleva gridare ma una mano era serrata alla sua bocca e gli impediva di proferire parola. In un attimo era passato dal sonno alla veglia e dalla vita alla morte. Ma una voce amica aveva sussurrato al suo orecchio. La pressione sul volto si era allentata e il terrore aveva lasciato il posto all'inquietudine. Si alz seguendo l'ombra furtiva e usc nel cortile. Ugo di Parlascio lo precedeva in silenzio. Attraversarono le mura passando chini sotto le volte di un cunicolo maleodorante e rientrarono in citt. Non una parola, non un gesto fino a quando l'armatore si ferm di fronte ad una porta, spinse ed entr. Un odore penetrante di incenso colp le narici di Barisano; se fuori la luna illuminava a sufficienza la via, nella stanza un'unica candela rendeva tutto pi oscuro che all'esterno. I due si mossero con cautela e solo quando fu seduto, il ragazzo si accorse della presenza di un vecchio. Con gesti lenti e ritmati, affilava un rasoio passandolo su una striscia di cuoio. Ugo prese il giovane per un braccio e lo fece spostare; cos facendo si trov seduto dando le spalle al vecchio. Percep una mano calda che gli spingeva la nuca in avanti e gli sparpagliava i capelli, almeno cos gli parve. Col mento poggiato sullo sterno, cap che la lama fredda del rasoio stava compiendo il suo lavoro. Nessuna parola, nessun suono se non quello dell'acciaio che sgranava la pelle. Poi il dolore, pungente, intenso, protratto e la sensazione che un fiume di sangue uscisse copioso dai piccoli fori provocati dall'ago. Barisano aveva visto spesso i tatuatori
all'opera: fra i marinai era uso comune e c'era sempre uno fra i rematori o i membri dell'equipaggio che aveva pi arte e capacit degli altri. Pass un'ora, forse due, il tempo pareva essersi fermato e solo il moccolo della candela si era assottigliato. Barisano fantasticava anche per distrarsi dalle punture e immagin che il vecchio fosse muto e cieco e che solo l'istinto e la saggezza lo stessero guidando. Alla fine, un unguento dall'odore penetrante fu spalmato nella zona marchiata dal tatuaggio, Barisano prov un senso di sollievo e freschezza e, per la prima volta, sorrise. Sempre in silenzio, salutarono a gesti e uscirono ripercorrendo la via a ritroso fino alla locanda.
All'alba del mattino seguente, il manipolo dei viaggiatori si ritrov serrato intorno ad un tavolo della taverna. I monaci erano veramente scomparsi, ma nessuno os chiedere. Se ancora il conte di le Puiset e il suo seguito di uomini fidati avevano lo sguardo vigile, Barisano si sentiva pi tranquillo. Quell'esperienza segreta vissuta nel cuore della notte lo aveva appena introdotto in un mondo misterioso. Era stato un inizio, quasi un rito, aveva cominciato a sviare l'attenzione dalle ostilit concentrandosi sulle opportunit di quel mondo. Nonostante ci che era successo dal tatuatore fosse in realt totalmente insignificante, si sentiva di colpo pi esperto e pi edotto degli altri. Un ossuto e silenzioso ragazzo apparecchi con ciotole di legno e vers da un lordo recipiente una colla biancastra in cui galleggiavano pezzi di frutta.
Labneh. tuon Ugo Pisano yogurt e cominci a mangiare avidamente la mescolanza. Gli altri lo
imitarono, incerti e perplessi, ma appena assaggiato quel cibo, sorrisero approvando con sguardi d'assenso.
Il viaggio da Ashdod a Gerusalemme poteva durare anche un solo giorno, ma evitando di marciare nelle ore pi calde, Ugo aveva preventivato almeno due giorni di cammino. C'era anche da mettere in conto che dal livello del mare la strada prendeva a salire e le alture dove sorgeva la Citt Santa, avrebbero richiesto deviazioni e fatica. Ugo di Parlascio aveva affittato due muli presso lo stesso locandiere dove avevano dormito. Sui basti avevano caricato bagagli e altri involucri e, fatta scorta d'acqua, si erano messi in cammino. Barisano, prima di partire, era stato tentato di fare una cosa, ma non ne aveva avuto il coraggio. Nelle poche ore di sonno, dopo l'esperienza del tatuaggio, aveva sognato che fra la Terrasanta e Pisa ci fosse un ponte e anche se era un ponte d'acqua illusorio e impalpabile, si era sentito meno solo e distante da casa. Prima di partire, avrebbe voluto intingere almeno una mano in quel mare immenso e sconfinato ai suoi occhi, ma che nel profondo del suo cuore, sapeva essere lo stesso mare che bagnava Pisa. Gett quel pensiero lontano, ma si ripromise, prima o dopo, di tornare per bagnarsi in quelle acque. Il paesaggio mutava di continuo: a zone arse dal sole, sabbiose e nude, si alternavano campi verdissimi e piantagioni di alberi dagli alti fusti. Sui tetti piatti delle case, che si potevano usare come terrazza o piattaforma, erano eretti pali che sostenevano fili pendenti. A questi erano legate scure melanzane poste ad essiccare. Dove c'era una casa, c'erano centinaia e centinaia di melanzane, tese in fila come grani di rosario. Anche se impercettibilmente la strada saliva in modo costante, la foschia rendeva l'orizzonte di fronte a loro impalpabile, quasi di cera; la presenza di alte colline poteva solo essere immaginata. Verso l'ora di pranzo avvistarono un palmeto rigoglioso che sorgeva intorno ad un pozzo. Mascherata tra la vegetazione, una casupola da cui usciva fumo acre prometteva di essere una taverna. Sdraiati all'ombra, cercarono ristoro e Ugo di Parlascio decise di impiegare un po' dei suoi soldi per nutrire la comitiva. Contratt con il cuoco l'acquisto di una pentola di cholent, uno stufato di manzo e fagioli e di un cesto di datteri freschi. Barisano trasse acqua dal pozzo usando secchio e carrucola che penzolavano dappresso e tutti si dissetarono. Greggi di pecore, escrementi, polvere che turbinava attaccata ai refoli del vento, le vesti pesanti dei francesi mal si adattavano a quel mondo e forse, ancor meno, si adattava il loro spirito.
Ugo di Parlascio, il conte di Puiset e Barisano e gli altri francesi si trovarono seduti vicini, tutti insieme a formare un circolo. Al centro stavano i datteri e ogni tanto ne prendevano uno gustando la loro dolcezza. Barisano ruppe il silenzio.
Conte, ma  proprio vero che il re di Gerusalemme vi ha chiamato per servirlo?
Ugo di Puiset fiss l'orizzonte polveroso dove riflessi ondulati danzavano al sole.
 una lunga storia, ma come tutte nasce dal caso o dall'errore. Quando i nobili delle terre franche e tedesche partirono per la prima crociata, pochi anni or sono, transitarono per Costantinopoli. L, giurarono fedelt e sudditanza all'imperatore Alessandro e promisero di riconquistare terreni e popoli alla fede cristiana. Ogni citt conquistata doveva tornare sotto il dominio della Chiesa d'Oriente.
Sotto il dominio della chiesa di Roma, volevate dire!
No, Barisano, hai mai sentito parlare del grande scisma?
Il ragazzo scosse il capo e Ugo di Parlascio sorrise chinando lo sguardo a terra. Il conte francese riprese a parlare, narrando di come nell'anno 1054, dopo infiniti litigi, il papa di Roma Leone nono e il patriarca di Costantinopoli Michele Cerulario, si erano scomunicati a vicenda. La prima grande conseguenza, spieg il conte, fu quella che le due Chiese di Roma e di Bisanzio si erano dichiarate indipendenti e i territori della Terrasanta rientravano almeno in teoria nella sfera politica della chiesa bizantina. Per questo i duchi e i baroni avevano giurato nelle mani dell'imperatore d'oriente fedelt e obbedienza.
Ma, prosegu Ugo di Puiset appena entrati nei territori a nord, ci fu chi si arrog il titolo di principe, di conte o di duca e decise di formare stati indipendenti. In definitiva, caro Barisano, quei nobili cercarono e ottennero rubando e razziando, quello che non erano riusciti ad avere nei loro territori d'origine, perch figli cadetti o perch vassalli di qualcuno. E cos, nacquero subito contee, principati, regni. Forse avrai sentito narrare che Goffredo di Buglione, il pi saggio e il pi anziano dei nobili crociati, si era rifiutato di farsi incoronare re di Gerusalemme e preferiva considerarsi advocatus Sancti Sepulchris, il difensore del Santo Sepolcro. Goffredo rimase in vita pochi mesi e appena deceduto, circa quindici anni fa, la carica pass a suo fratello e mio caro amico Baldovino di Boulogne che per non esit a farsi incoronare re, proprio dal vostro vescovo Daiberto. Sapete, Daiberto reclamava per s e per la chiesa di Roma il diritto di governare su Gerusalemme, Baldovino e tutti gli altri, invece, avevano giurato fedelt al patriarca e all'imperatore d'oriente. Capito che confusione?
Ugo di Parlascio parve svegliarsi dal torpore. Aveva invece seguito la discussione con interesse.
Daiberto  finito stritolato in questi intrighi di corte ed  stato richiamato a Roma con un'accusa di tradimento. Il vostro amico Baldovino lo aveva accusato di spergiuro, tentato omicidio e della vendita di un pezzetto della vera croce, per tornaconto personale. Daiberto  stato il primo patriarca latino di Gerusalemme,  stato costretto a tornare a Roma a discolparsi. Appurata la sua innocenza, papa Pasquale lo aveva rimandato a Gerusalemme con piena autorit nel 1107, ma come tutti sapete, mor durante il viaggio.
Il conte, se pur infastidito da quelle precisazioni, riprese a parlare, cercando a sua volta di essere onesto e veritiero.
Per quanto io e Baldovino siamo cresciuti insieme, so per certo che si  comportato male tanto quanto gli altri. Quando entr in Terrasanta era ancora sposato con Godvera, ma pochi mesi dopo ricevette la notizia che la contessa era deceduta in sua assenza. Si leg a Tancredi d'Altavilla e invece di marciare verso Gerusalemme, i due con le loro armate si spostarono in Cilicia. Baldovino fece buona impressione
al conte armeno e cristiano di Edessa e fiss la sua dimora in quella citt. Ma il conte Thoros di Armenia mor assassinato e Baldovino si proclam suo successore. Chi pu dire come andarono le cose, Baldovino spos Arda, la figlia di Thoros. Pensate, mi scrisse che Gerusalemme era stata riconquistata dai cavalieri di Cristo, ma che lui non ci aveva ancora messo piede.
Sul volto del francese si pos un velo di tristezza, era ben consapevole che le bassezze umane occupavano gran parte di quelle storie conosciute invece solo per i trionfi e le bandiere al vento.
Voglio bene a Baldovino, so che ha sbagliato e che forse ha anche profittato della sua posizione pur di diventare re, ma nell'ultima missiva, forse rinsavito dall'et, confessava che per mantenere uniti tutti i potentati fosse necessario un impegno maggiore, un sacrificio. Per questo sono qui, per cogliere questa occasione.
Barisano ascoltava e beveva tutte quelle notizie. La sua curiosit e la sua educazione alle leggi e al diritto lo ponevano su un piano privilegiato per comprendere quella storia, ma gli interrogativi gli si affastellavano nella mente e poi nelle parole.
Ma allora chi  ora che comanda a Gerusalemme? E nei territori di Terrasanta ci sono ancora contee e principati?
Ugo di Puiset riprese.
Baldovino si  inebriato dapprima del suo essere re; poi ha iniziato a comportarsi da condottiero, come era da ragazzo e ora ha capito che non pu governare, non pu essere sovrano di nessuno se non mette a tacere i vari pretendenti. Ha bisogno di redigere un
libro di leggi per poter gestire i territori, l'epoca della conquista continua ma  anche necessario rafforzare ci che  stato preso. Gli auguro vita eterna, ma chi governer alla sua morte? Ci sar una successione per diritto di sangue o qualcuno reclamer con la forza il reame di Gerusalemme? Ecco perch mi ha chiamato, io non sono n ricco n esperto di leggi, ma sono un amico leale e penso che in questo momento abbia bisogno di persone fidate intorno a s.
Ugo Pisano intervenne di nuovo.
Barisano  un ottimo combattente ed esperto in diritto. Conosce bene il digesto e, come il padre,  glossatore delle leggi antiche. Potrebbe portare un buon aiuto e potrebbe chiederne altro, scrivendo o richiamando qui giuristi pisani, retti nel lavoro e nella fedelt.
In effetti ne abbiamo parlato col ragazzo e lo porter con me a corte presentandolo per quel che : ha credenziali solide, ma non garantisco sul suo come sul mio futuro. Da un anno a questa parte ho perso ogni certezza, ogni avere, ogni speranza. Ho dovuto abbandonare Mamilia, non so nemmeno cosa succeder da qui a sera.
Il conte si chiuse a riccio in un ostinato silenzio e Ugo di Parlascio pose una mano sul braccio di Barisano che voleva fare altre domande. Ognuno rientr in se stesso, coi pensieri e con gli umori e, se pur seduti insieme, si ritrovarono ognuno distante, ognuno disperso.
Nel pomeriggio ripresero il cammino, la catena montuosa ove sorgeva la Citt Santa era ora visibile anche se la strada si incuneava tra colli e valli e spesso non c'era altro orizzonte che la via polverosa. Durante il viaggio, Ugo di Parlascio trov il modo di rimanere qualche passo indietro con il conte francese.
Mi  piaciuta la vostra spiegazione dei fatti molto poco eroica.
Il conte osserv l'armatore pisano, aveva ben poco da nascondergli.
Sono conte per diritto e censo, ma sono anche povero e disperato. Non dubitate, i soldi che avete anticipato per il nostro sostentamento vi saranno resi, so riconoscere la bont in un uomo e voi siete pi cavaliere e nobile di molti che ne conosco.
Non voglio ricompense, voglio una promessa.
Dite.
Non so se Baldovino sia rinsavito o sia disperato. So solo che noi pisani abbiamo impiegato denari, armi e popolo in questa riconquista. Non  stato per solo dovere di cristiani, ma per lungimiranza, politica, tornaconto mercantile. Se il potere in Terrasanta sar saldo e duraturo, i commerci lo saranno altrettanto, altrimenti cadranno corone, troni e mercati. La storia ci insegna.
Strano, non si  mai visto un armatore esperto di storia.
Vero, come non si  mai visto un mendicante vestito da conte.
Il silenzio cal tra di loro e l'aspro sapore del fiele inacidiva le bocche di quei due uomini in cerca dei rispettivi sogni. Non si erano piaciuti dall'inizio e tuttavia sentivano che si somigliavano, nei modi, nel valore da dare alle cose, nei principi da seguire. A modo loro erano due persone leali e fedeli alla causa fino alla morte. Restava da vedere se le loro aspirazioni fossero davvero comuni o distanti.
La sera li colse nei pressi di Beth Horon, un paese arroccato su un'altura sovrastante un ampio lago. La vegetazione era rigogliosa e di nuovo il rossore del sole al tramonto inebri Barisano. Mangiarono ancora a spese di Ugo Pisano e trovarono posto in una stalla per passare la notte. Prima di coricarsi, di fronte ad un fuoco erano radunati viandanti e animali. Lingue incomprensibili, suoni gutturali, due suonatori di flauto inondavano la notte di musica malinconica. Il conte Ugo si sedette accanto all'armatore pisano.
Non volevo essere offensivo, oggi. Il fare mercato non ha mai interessato la mia famiglia, ho sempre considerato quel bisogno di lavorare come una condizione di inferiorit. Le mie parole denunciano solo stoltezza.
I destini girano, caro conte, e oggi siamo entrambi coi piedi nella polvere.
In qualche modo avevano riallacciato il loro rapporto interrotto malamente nel pomeriggio. Non servivano molte parole e loro ne erano consapevoli.
Sapete cosa vi riconosco, conte?
Ditemi.
Sapete tenere a bada i vostri uomini. Per i miei gusti sono anche troppo silenziosi, ma  molto meglio per il loro futuro imparare a rispettare luoghi e ruoli.
La loro vita in Francia non valeva pi un soldo e se sono qui  perch sperano di rifarsi una vita. Sono scaltri, anche feroci e buoni combattenti, ma sono consapevoli che questo  il momento di rimanere in disparte. Ma, spiegatemi una cosa, invece.
Parlate.
Che fine hanno fatto i monaci? Mi era parso di capire che provenissero da un monastero assai vicino alle mie terre d'origine.
Ugo di Parlascio si accigli e medit bene prima di rispondere. Poi lo fece con un tono che non ammetteva repliche.
Come sono apparsi, sono scomparsi, hanno saldato il loro debito per il viaggio e ne ho persi i passi. Piuttosto, conte, ritorniamo alla promessa. Non voglio compensi, ma il vostro impegno che il reame viva a lungo anche grazie al vostro impegno e a quello del ragazzo.
Dai vostri discorsi, anche in relazione alla storia di Daiberto, mi pareva di aver capito che Baldovino non fosse di vostro gradimento, per vi prometto che far quanto in mio potere per rendere servigio al re di Gerusalemme e a tutta la cristianit.
Ci furono cenni di assenso e una stretta di mano, poi ognuno torn a fissare le fiamme, ognuno torn ad essere solo.
All'alba il drappello di pellegrini era di nuovo in cammino. Pi s'avanzavano verso la Citt Santa, pi aumentavano i carriaggi sulla via, la confusione, cos come le pattuglie armate. Cavalieri in armi passavano con fragore di zoccoli sulle piste acciottolate e ogni volta erano costretti a scostarsi prima e a scuotersi la polvere dalle vesti poi. Era un manipolo, un insignificante drappello di uomini perduti in quella terra sconfinata e misteriosa, erano in ansia per quel mondo che per non si curava di loro. Avevano cuori ricolmi di tensioni e aspettative, ma ancora nessun appiglio gli era offerto per calibrare la rotta. Gerusalemme apparve all'improvviso: pareva inespugnabile, con le sue alte mura costruite all'apice di pendii scoscesi. Barisano in un attimo si immagin l'assedio dell'anno 1099, i suoi concittadini arrampicati sulle scale e sulle torri. Si estasi al punto che gli parve di udire le grida, i suoni dei corni, il rombo dei cavalli lanciati al galoppo. Vide il vessillo cristiano sventolare sulle mura e prov una sensazione strana, quasi un'attrazione di tutto il suo essere verso l'alto. Ugo Pisano lo richiam alla realt, lo colp benevolente alla nuca, poi allarg le braccia, attirando l'attenzione del ragazzo.
Guarda, ragazzo. Qui si sono compiute le profezie. Qui hanno posto il loro cuore gli ebrei dopo Babilonia, i musulmani dopo la venuta di Maometto, i cristiani dopo l'avvento di Ges. Non c' posto al mondo come Gerusalemme.  una citt meravigliosa, e al contempo oscura come una voragine. Ricorda: fra queste mura potrai trovare la tua gioia e la tua via, oppure la dannazione eterna!


CAPITOLO 6.
Gerusalemme, agosto 1115 all'uso comune.

Baldovino di Boulogne, gi conte di Edessa, era stato eletto e poi incoronato come Baldovino I re di Gerusalemme nella notte di Natale del 1100. Succeduto al fratello, capo indiscusso della prima crociata, Goffredo di Buglione, aveva incarnato il sentimento della nobilt d'occidente che pretendeva di fare dell'oriente un potentato svincolato dal potere della chiesa. Per questo Daiberto, primate cristiano di Gerusalemme, era stato indotto alla fuga e costretto a recedere dal suo proposito di fare di quelle terre uno stato vassallo della Chiesa. Baldovino, passati i primi tempi in cui si era beato del suo nuovo ruolo, aveva dovuto rispondere con decisione ai tentativi musulmani di rimpossessarsi dei territori conquistati negli anni precedenti. Cos, abbandonando le vesti di re gaudente e spensierato, aveva indossato di nuovo l'armatura e aveva ripreso a fare ci che meglio gli riusciva: combattere. Aveva consolidato tutti i presidi occupati con la crociata del 1099 e aveva conquistato i territori e le citt di Ramleh, Hebron, san Giovanni d'Acri col suo porto immenso e pure Sidone, aiutato nel 1110 dai genovesi e dai pisani. Da esperto di guerra e strategia, aveva ordinato di fortificare valichi e alture, lasciando poi a presidio pochi valenti che monitoravano i territori in ogni istante. Nei primi anni di regno aveva compiuto imprese memorabili, fatto costruire il Krak di Monreal, il castello di Toron e quello di al-Al. Alcune sue imprese avevano destato scalpore e quelle gesta venivano narrate davanti ai fuochi della sera in tutti gli accampamenti in Terrasanta. Due anni prima che Barisano sbarcasse in oriente, Baldovino con soli quaranta cavalieri si era spinto a sud ovest attraversando la grande depressione del mar Morto. Era entrato ancor di pi nel cuore di quei territori che passavano sotto il nome di Arabia, e poi avevano piegato verso il mar Rosso raggiungendo il golfo di Aqaba. L aveva ordinato la costruzione di due piccole fortezze e da quel momento nessun convoglio proveniente dal mare o dall'Egitto poteva passare inosservato. Da politico arguto, aveva anche stretto patti con le citt che non poteva conquistare e si faceva pagare ogni anno dal re musulmano di Tiro ventimila bisanti d'oro per mantenere la tregua. In sostanza, fra alleanze e battaglie sanguinose, Baldovino si era meritato il rispetto dei nemici e l'obbedienza dei cristiani. Sposando una donna del luogo aveva dato un segno tangibile di cosa potesse essere l'integrazione fra popoli. Anche se i nobili che sposavano donne d'oriente erano rari, tra i soldati e la gente di censo minore era pratica consueta. Baldovino aveva concesso agli ebrei e ai musulmani di usare la
loro lingua durante i dibattimenti processuali e di poter giurare rispettivamente su Torah e Corano, senza imporre che la Bibbia diventasse l'unico riferimento per il culto e per la legge. Si era inoltre attratto le ire della Chiesa di Roma per aver contratto un matrimonio discutibile con un'armena e aveva fatto infuriare papa Pasquale quando, dopo aver conquistato Beirut e Sidone, le aveva poste sotto la giurisdizione religiosa del patriarca di Costantinopoli. In definitiva, Baldovino I re di Gerusalemme era stato pi intraprendente di Goffredo, aveva avuto pi tempo a disposizione per riordinare il regno, ma era stato guidato dagli stessi saggi principi e dai rigori morali che avevano contraddistinto la vita del fratello maggiore. L'unica cosa in cui Baldovino non eccelleva era l'esercizio del diritto poich conosceva solo i rudimenti di quello feudale. Ogni territorio che conquistava lo assegnava ad un suo uomo di fiducia elargendo cariche e onorificenze e creando, in pratica, dei visconti. Molti dei territori, sin dall'inizio dell'avventura crociata, erano controllati e retti in signoria da duchi, conti, principi e di certo non poteva alzare la voce pi di tanto. Inoltre, anche per i visconti creati da lui, non era stato sancito il diritto di ereditariet e tutti i franchi e i germani sul suolo di Outremer, non avevano una legge di successione che fosse riconosciuta. Giunto oltre i cinquantacinque anni di et, forse aveva iniziato a preoccuparsi dell'eredit del regno e di certo non poteva contare sulla sua progenie. La prima moglie Godvera era perita prematuramente e la consorte armena, Arda di Thoros non gli aveva dato figli. Per questo, accusandola di tradimento con un pirata musulmano, l'aveva fatta rinchiudere in un monastero obbligandola a prendere i voti e si era sentito libero di sposare Adelaide di Vasto, vedova di Ruggiero primo di Sicilia, ricchissima donna che ambiva, ormai matura, ad una corona regale. Ma se dal matrimonio aveva avuto denari bastanti a sanare tutti i debiti del regno, da quell'unione deriv solo sventura. Nel contratto di matrimonio, Adelaide aveva fatto scrivere di non desiderare altra prole e che alla morte di Baldovino, il regno di Gerusalemme sarebbe passato al di lei figlio, il duca Ruggiero secondo. Adelaide non si era abituata alla monotona vita di corte di Gerusalemme e si era rifugiata nei suoi alloggi privati dove, si mormorava, si concedesse ogni piacere possibile e questo mentre la Chiesa di Roma aveva accusato Baldovino di bigamia. Il legato pontificio Arnolfo era partito per Roma ad ottenere l'annullamento del matrimonio con la nobile siciliana e per invalidare il contratto che prevedeva la successione. Baldovino, se pur maritato a due donne, era dunque solo e senza futuro. Forse questo, pi di ogni altra cosa, aveva pesato nelle sue decisioni di dare un ordinamento al regno.
Ugo di Parlascio aveva condotto i suoi passeggeri fin sotto le mura, dal lato nord della citt. Erano transitati sotto la grande volta della porta di Damasco detta anche di santo Stefano, ed erano penetrati in citt, sotto gli sguardi severi della guarnigione posta a difesa dell'accesso. Ugo aveva piegato subito verso sinistra e si era diretto verso la chiesa di santa Maria Maddalena. L, aveva chiesto e ottenuto asilo presso la foresteria di un ordine monacale. Gli uomini, soprattutto i francesi, avevano dovuto spogliarsi delle loro armi, affidandole ad un cellario e poi erano stati ammessi. Ugo Pisano aveva raccomandato a tutti di non uscire mai da soli, ma lui era spesso partito e tornato senza chiedere o cercare compagnia. Una volta si era trascinato dietro il conte di Puiset. Si erano recati al palazzo reale e avevano presentato le lettere credenziali che il conte recava. I cancellieri di corte avevano registrato la richiesta, domandato dove alloggiasse il conte e riferito che si doveva tenere a disposizione per incontrare il re, quando questo avesse concesso udienza. Un paio di volte Ugo di Parlascio si era accompagnato con Barisano. Il giovane era estasiato e non si capacitava di come l'armatore conoscesse cos bene il dedalo delle vie. Ogni strada mutava e non riusciva a trovare punti di riferimento: avvezzo a vivere in una citt in pianura, non si orientava in quel caotico saliscendi. Ugo e Barisano avevano atteso ad uffici molto semplici: scambi di valuta, ricerca di vestiti decenti, la visita a due depositi di pegni e pure si erano concessi un bagno caldo. Ugo sperava che Barisano potesse essere introdotto a corte dal conte francese e cos presero l'accordo che Barisano non si doveva pi assentare se non insieme al conte. Dopo quattro giorni, un milite buss al convento e rifer che il re Baldovino avrebbe dato udienza il giorno dopo. Quella notte Ugo di Parlascio svegli Barisano, proprio come aveva fatto per condurlo a fare il tatuaggio e lo trasse con s. Non uscirono dal convento, ma sedettero lungamente in refettorio, lontano da orecchie indiscrete e non fidate.
Io credo che il conte abbia detto il vero e se non ci
saranno ostacoli il re gli assegner un territorio e una rendita. Ti conviene restargli accanto. Sarai presentato come giurista e magari sarai chiamato a redigere qualche norma per governare questo regno.
Ma se il re era ostile a Daiberto, converr dire che sono pisano?
Ugo sorrise.
Il re era ostile a Daiberto in quanto uomo della Chiesa di Roma. Coi pisani, coi genovesi e pure coi veneziani ha sempre stretto patti convenienti. Pensa: senza le nostre navi, senza i nostri mercati, come potrebbero andare e venire, armare truppe, cingere d'assedio citt costiere? Il re e il regno di Gerusalemme hanno bisogno di noi, ma se ci sar da scrivere leggi e stipulare patti, tieni sempre a mente di essere pisano e di cercare di portare vantaggio alla tua citt.
Ugo fece una pausa e poi riprese. La stanza era immersa nel buio e dalle due finestre trapelava solo il chiarore che offriva la luna. La voce dell'uomo si fece greve e pi seria.
Sei scappato da casa, come un criminale. Potevi vivere nell'agio, ma hai deciso di rompere i ponti. Per quanto tu possa fuggire lontano, le radici che ti hanno alimentato sono e rimangono in Pisa. Ti sei voluto isolare, ma perch non pensare di poter essere il ponte tra la nostra citt e Gerusalemme? Perch invece di pensare a te stesso come ad uno che rifugge dal suo passato, non provi ad immaginare di essere uno che costruisce il suo futuro?
Non capisco.
Questo regno deve durare e questo regno ha bisogno di noi e noi di lui. Ogni tua azione pu essere dettata solo dal tuo tornaconto e dal tuo desiderio oppure potrai sempre porti una domanda: quello che mi accingo a fare sar utile a Pisa? Cosa ti costa ragionare cos?
Niente!
Niente, appunto e allora perch non provare? Dopo di te potrebbero venire altri, potrebbe raggiungerti tuo fratello, persino i tuoi genitori. Altri compagni di studi, altri giuristi, Pisa potrebbe avere una citt gemella da questa parte del mare. Non so quale sorte ti toccher, dipender molto dalla credibilit del conte di Puiset, ma ripongo fiducia in quell'uomo. Ha raggiunto la disperazione, ed  solo quando si ha fame che si impara a cercare il cibo.
Il giorno dopo il conte Ugo di Puiset, la sua scorta e Barisano si recarono a palazzo reale. Con grande disappunto di tutti, si resero conto che era giorno di udienza pubblica e si dovettero accodare ad una folla di questuanti, creditori, commercianti. Pass tutta la mattina e buona parte del pomeriggio. La fila dei pretendenti al colloquio si era quasi esaurita quando un banditore chiam il conte Ugo di Puiset a gran voce. Si fecero avanti e dall'afa e dalla polvere del cortile, passarono ad un ambiente in penombra dove sentinelle guardinghe presero in consegna le loro armi e li perquisirono con modi energici, ma tollerabili. Il drappello fu introdotto in un'altra stanza dove poterono rinfrescarsi con bacinelle d'acqua e strofinarsi con teli profumati. Resisi pi presentabili, furono condotti per un labirinto di corridoi fino a giungere davanti ad una robusta porta con pesanti ferrature. A
Barisano batteva il cuore in gola: non aveva mai visto un re, non aveva mai parlato con un re, ora stava per farlo e forse avrebbe dovuto anche presentarsi. Gli tremavano le gambe e gli sudavano i palmi delle mani. La grande porta si apr e furono introdotti in un ampio salone dove troneggiava una cattedra sopraelevata da terra sopra la quale sedeva re Baldovino I di Gerusalemme. Alla vista del gruppo, il sovrano si alz in piedi. Una figura imponente, riccamente vestita e con lunghi capelli raccolti all'indietro.
Ugo!
Furono abbracci e saluti, Baldovino strinse la mano a tutti i francesi, poi si sedettero sui gradini della pedana e parlarono tra loro in quella lingua stretta e nasale che Barisano non comprendeva. Gli altri attesero all'impiedi per parecchio tempo e poi il re fece cenno ad un valletto ordinando di portare del vino e della frutta. Ci fu un brindisi e un discorso beneaugurante del re. Tutti compresero, tranne il pisano che col suo fare indeciso attir l'attenzione di Baldovino che chiese al conte Ugo chi fosse il giovane. Il sovrano e il conte Ugo cambiarono idioma, parlando quel misto di provenzale e lingua italica con la quale non aveva avuto problemi a dialogare coi pisani.
Questi  Barisano Pisano, uomo di legge, giurista figlio di dotti giuristi, abile nell'eloquio quanto sul campo di battaglia. Per due anni ha servito Pisa nella crociata delle Baleari e io stesso ho avuto modo di capire in quanta considerazione sia tenuto questo giovane.
Un pisano, dunque.
S, maest. e Barisano si pieg portando un ginocchio a terra.
Alzati, alzati. Dunque conosci il codice di Giustiniano?
S, maest, sono stato io stesso custode dei libri, come tutti gli studenti di diritto.
Bene, e conosci quindi le consuetudines de mari?
S, maest, le ho studiate e ricopiate pi volte. Forse potrei riscriverle usando solo la memoria.
Bene, Ugo esplose il re questo giovane mi sar utile e per ora lo affido alla tua tutela e alla tua casa. Devo trovarlo quando mi sar necessario per cui abbi cura della sua persona come della tua!
Re Baldovino si spost verso una delle grandi finestre dove era addossato un banco su cui giacevano accatastati rotoli e libri. Fece spazio e chiam a s tutti i presenti. Una grande pelle conciata e raffinata era inchiodata al piano di lavoro e sulla superficie era stata disegnata con perizia tutta la cartografia dei regni d'oriente. La lunga striscia di terra riconquistata dai cristiani andava dalla Turchia a nord, fino al golfo di Aqaba a sud. A ponente il mare faceva barriera mentre a oriente i confini erano confusi, come fossero stati tracciati, cancellati, tracciati di nuovo.
Noi siamo qui, in Gerusalemme. La citt  ben protetta in modo naturale su tre lati; solo da nord, dalla porta di Damasco si accede con facilit, ma abbiamo ampi confini e non temiamo assalti. Quello che mi preoccupa  il settentrione, dove i selgiuchidi e gli armeni sono sempre in movimento. Vorrei estendere il dominio anche sulla riva sinistra dell'Eufrate, qui.  una zona ricca e fertile, ma dovrei prima conquistare citt fortificate come Aleppo, Homs, Damasco. Ho fatto dei tentativi, ma sono tutti falliti. Stesso discorso per le terre oltre l'Oronte, vedete, qui, ma le alte cime e le gole profonde di quei monti nascondono insidie che non potete immaginare. A sud c' il califfato d'Egitto che per ora non sembra sia interessato a spingersi nei nostri territori, ma ci sono citt che devo includere. Per rendere pi sicuri i confini ho in progetto di salire al nord e ampliare i territori intorno ad Edessa. Un altro problema potrebbe arrivare da Bisanzio, se l'imperatore decidesse di reclamare con la forza le terre che abbiamo riconquistato, ma non credo, anche se temo e sto in allerta. Guarda, pisano: quass in alto abbiamo il principato di Antiochia e pi nell'interno la contea di Edessa. Scendendo si incontra la contea di Tripoli, governata dal mio vassallo Bertrando di Tolosa e poi il mio regno; ma per quanto sia re, non ho grande potere nei territori che ti ho nominato. A complicare le cose, abbiamo all'interno di questi quattro grandi stati, vassalli, visconti, signorie e incastellamenti, concessi per ricompensare, per corrompere, per comprare. Alleanze, accordi, tradimenti, ognuno tesse una trama con e contro il nemico che talvolta  il soldato musulmano, tal'altra  il califfo Ortoqida, o ancora il comandante di una flotta piratesca. E tutti questi nemici, Baldovino prese a camminare per la stanza alzando la voce e gesticolando in preda ad una eccitazione crescente si uniscono a noi quando fa comodo, diventano buoni alleati e poi ci tradiscono di nuovo pochi giorni dopo. E, badate bene, quelli che ai vostri occhi sono gli infedeli, si combattono tra di loro, si distinguono in sunniti, sciiti, ismaeliti, selgiuchidi, ortoqidi e governano sultanati, califfati, principati, regni.
Baldovino scosse il capo, come fosse sconsolato, si rec di fronte ad una finestra e fece vagare il suo sguardo oltre i confini della stanza. Poi, senza voltarsi, come se avesse fatto la somma di tutti i suoi problemi e avesse preso una decisione, riprese a parlare.
Devo trovare un modo meno complicato di tenere questo regno e voi mi aiuterete. Devo inglobare Raban e Samostata estendendo il confine a nord. Vi unirete a me?
Il silenzio piomb nella sala, nessuno dei presenti aveva chiaro quale potesse essere il loro ruolo.
Il re si rivolse ad un uomo del seguito del conte Ugo, chiamandolo Valeriano. Tornarono a parlare in quella lingua stretta e inaccessibile che isolava il pisano, ma dai cenni d'assenso, Barisano cap che stavano pervenendo ad un accordo.
Il re comunic che per quella sera si sarebbero dovuti trattenere a cena e che poi sarebbero stati riaccompagnati alla foresteria dei monaci. Si congedarono perch Baldovino doveva attendere ad altri uffici, ma ormai la giornata volgeva al termine e il re si premur di farli accompagnare da due guardie francesi a fare una visita delle scuderie e delle armerie. Erano giunti in un momento febbrile per l'organizzazione della spedizione al nord e nel palazzo tutti sembravano andare di corsa senza badare a loro. Il conte Ugo spieg a Barisano che da l a pochi giorni si sarebbero messi in cammino al seguito del re. Sarebbero stati riforniti di indumenti, cavalcature e armi e non avrebbero dovuto preoccuparsi di niente se non di combattere al momento dovuto. Quel viaggio sarebbe servito loro per ambientarsi in quelle terre, capire usi e costumi e Baldovino aveva fatto preciso riferimento alle competenze di Barisano dicendo che doveva conoscere, annotare, elaborare. Per questo necessitavano pergamene, calami e registri e il conte Ugo si ripromise di inoltrare quelle richieste al re, durante la cena.
La notte seguente Barisano fu destato allo stesso inconsueto modo da Ugo di Parlascio e i due scivolarono furtivi nel refettorio. Si sedettero nuovamente l'uno di fronte all'altro e il ragazzo attese una nuova lezione sul come affrontare quel mondo. Ugo titubava e la voce, quando prese a parlare, non usc decisa e sicura come sempre.
Barisano, ascolta.
Ditemi.
Cosa pensi di tuo padre? Voglio dire, Ugo si interruppe e alz gli occhi al soffitto buio se tu dovessi giudicarlo, lo faresti per l'uomo affettuoso che  stato, o per il padre scellerato che ti ha condotto per mano al porto e ti ha fatto imbarcare su una galea, sapendo che forse non saresti mai tornato?
Barisano non aveva mai guardato le cose da quel punto di vista, suo padre era semplicemente suo padre e non si era mai posto domande e non l'aveva giudicato.
 sia un uomo onesto e rispettoso delle consuetudini cittadine, sia un genitore affettuoso e presente. Mi sono sempre sentito amato da lui e da mia madre.
Ugo sorrise e parve prendere un po' di coraggio.
Quindi, sarai d'accordo con me sul fatto che una persona, a seconda delle circostanze, possa trovarsi
ad avere comportamenti diversi, sconosciuti fino ad allora...
Ugo si ferm, le parole non gli uscivano. Il ragazzo lo guardava fisso negli occhi e anche se il buio era profondo, l'armatore pisano sentiva tutto il peso di quegli occhi affilati.
Ascoltami bene, ragazzo. Pu darsi, anzi sono certo che io e te ci rivedremo e potresti scoprire che ci che sai di me, in quel momento, ti sembrer non bastante a spiegare gli eventi. Potrei avere altre vesti, un altro nome. Quello che ti dico mette a rischio la mia persona, potresti tradirmi, ora o in seguito, ma so che non lo farai.
Perch tradirvi, Ugo, siamo pisani, siete un buon amico e mio protettore, vi debbo dei soldi; non v'intendo.
Potremmo trovarci di fronte, non pi da amici, e forse neanche da nemici, ma discordi, e in lotta, potremmo tutelare interessi diversi, potremmo essere costretti a fare cose contro il nostro volere. Le parole rimasero sospese nel buio. Vorrei una promessa da te.
Va bene, vi ascolto.
Se e quando ci ritroveremo di fronte, ti chiedo di giudicarmi solo per ci che vedrai: guardami negli occhi come fai ora, senza cedere alle lusinghe del tuo stato e della tua condizione.
Per quanto Barisano non capisse, una cosa gli era chiara. Era debitore verso Ugo e avrebbe fatto e mantenuto qualsiasi promessa.
Prometto che quando vi rincontrer, vi sorrider come faccio ora.
Con uno slancio pi paterno che cameratesco, Ugo di Parlascio afferr il ragazzo e lo abbracci. Fu un attimo, una debolezza forse, ma quei due corpi uniti nella notte sancirono un muto e inconsapevole patto che avrebbe determinato le sorti di molti.
Non rientro al dormitorio, parto.
E dove andrete?
Lontano, non importa dove.
Barisano si fece coraggio.
Mi avete chiesto di giurare e di avere fiducia in voi, ora dovete avere fiducia in me.
L'uomo chin il capo in segno di resa.
Parto per un lungo viaggio, devo incontrare persone, comandi, visitare trib, accampamenti, ma la meta finale sar una citt posta tra un grande lago e montagne inespugnabili: il suo nome  Alamuth.


CAPITOLO 7.
Gerusalemme, gennaio 1116 all'uso comune.

Caro fratello, perdona il mio silenzio, ma non ho avuto una dimora stabile. Avrei potuto scrivere comunque, ma al seguito del conte Ugo e di re Baldovino, ho cavalcato in questa terra fino ad essere ricoperto di polvere. Ora, per fortuna, ho un alloggio mio presso santa Maria dei Latini, in attesa di altra sistemazione, ma qui mi conoscono e ogni tua missiva mi sar recapitata. Come stai? Come state? Cosa  accaduto alla mia citt? E i nostri genitori? Rispondimi, ti prego, a tutte le domande. Ho il cuore pi leggero. Dopo pochi giorni che ero arrivato, ho potuto visitare il Sepolcro di Nostro Signore. Un gran cantiere, non pare un luogo sacro, ma entrando ho sentito come una mano afferrarmi e sollevarmi, scuotendomi e lasciando cadere a terra ogni mio affanno. Tutti i morti delle Baleari, tutti quegli occhi sgranati cavati dai corvi non mi hanno pi fatto visita nelle notti insonni. Come se mi fossi liberato o affrancato. Ma la pace dell'anima  durata poco e altri morti e altre guerre sono calate come pece a serrare il mio respiro. All'inizio di settembre siamo partiti per il nord del paese. Cinquecento cavalieri e mille fanti e per la strada si  unito l'esercito di un conte detto Pons e poi, giunti a destinazione, ci siamo ricongiunti con gli uomini di Ruggero di Salerno. A met del mese, presso l'altura di Teli Danith ci siamo scontrati con i turchi dell'emiro Bursuq bin Bursuq. Io non ho dovuto combattere, ma solo prendere nota di ogni movimento. Giro armato di spada, ma i miei strumenti sono pergamene e calami. Scrivere e annotare sui campi di battaglia non  facile e la mano destra  sempre nera dell'inchiostro di galla che qui ha un buon profumo resinoso. L'esercito cristiano ha vinto e sono stati conquistati vari villaggi e presa una rocca sulle rive dell'Oronte. Poi siamo rientrati a Gerusalemme e l'arrivo dell'inverno ha bloccato ogni azione militare. Il conte Ugo mi tratta da fratello o da nipote, il re ogni tanto chiede il mio parere, mi sento onorato e stupido al contempo. Si prepara un'altra guerra al nord, ma Baldovino vuole attendere la primavera per non restare imprigionato dalle nevi. E tanto astuto e scaltro e pure tanto ingenuo. Talvolta si cruccia dei suoi mali. Ho come l'impressione che non gli piaccia essere re, o almeno che non gli piaccia pi come un tempo. Non abbisogno di nulla, non ho soldi ma tutto mi  concesso al seguito del re. Qui  giunta voce che donna Mamilia ha sgravato a Taranto ed  nato un maschio che hanno nomato Ugo, come il padre. Spero siate tutti in salute. Te scrivimi e dimmi di voi e del nostro amato mare. Ora e sempre vostro Barisano Pisano.
Libera citt di Pisa, aprile 1117 al pisano indizioni
Amato fratello, finalmente. La tua lettera, a ( date impresse, deve aver vagato a lungo sui mari? Stiamo bene, tutti bene. Ho ripreso gli studi e ho quasi terminato. A breve inizier a lavorare in uno spedale e poi potr anche avere una bottega. Ti salutano babbo e mamma e anche tutti gli amici. Il pi caro, con cui esco spesso  Bernardo, il figlio di Marango. Era con noi alle Baleari, ti ricordi? Ma non ci parlavamo perch era pi piccolo di me di un solo anno. Ora quella differenza pi non conta e ci troviamo spesso a ricordare e mi sono accorto di essere uno come tutti, ma al tempo stesso diverso. Mi assalgono i silenzi e le paure. Non ebbi il coraggio di seguirti e di questo son contento. A Pisa sto bene, ma non ho mai provato quel senso di liberazione di cui parli. Il peso della guerra  sempre in fondo al cuore. Chiss se mai mi liberer di quest'affanno. Visto che vuoi sapere della nostra Pisa, c' stata una sortita verso la Sardegna, ma non d'armi e di sangue. S' mosso il governo e con tante navi hanno stretto un patto con i giudicati. L'avere in Pisa il piccolo Gonario ha permesso di mettere sotto tutela quelle genti che gi c'erano amiche. Pare che sull'isola ci siano cave d'argento in quantit e qui si prepara una spedizione per poter sfruttare le ricchezze. Dopo la nostra impresa alle Baleari sono stato accetto come uomo e son venuto a conoscenza di cose che a noi ragazzi, prima, non venivano svelate. In Pisa ci sono due compagnie d'arme. Sono al contempo congreghe mercantili e di commercio, ma il patto che lega gli uni agli altri  che se c' da prender l'arma, ognuno si tramuta in combattente. Sono la compagnia dei Vermigli e quella degli Umili che  pi numerosa. Alcune delle loro barche, subito dopo l'impresa nostra, sono ripartite uscendo fino allo stretto che c' fra Calpe e Abyla e sono risalite su verso le terre fredde seguendo le navi di Sigurd di Norvegia. Al loro rientro c' stata grande festa che ora la citt pu commerciare con quei paesi e portare qua i panni di Fiandra e mandare a noi le nostre merci. A Pisa tutti sono in fermento, che il navigare verso il nord ora  sicuro. Altro non aggiungo. Ti abbraccio forte, bada a te e ricorda la promessa. Tuo Durante.
Gerusalemme, giugno 1116 all'uso comune
Fratello amato. Ho letto la tua lettera pochi giorni or sono. Dopo l'apparente calma, Baldovino ci ha di nuovo spronati all'impresa e siamo scesi a sud verso il sultanato d'Egitto. Non combattimenti, ma ambascerie, censimenti, riscossioni di tributi, qui la vita  come altrove e i signori si comportano anche peggio che dalle nostre parti. Ma ci sono notti stellate e colori al tramonto che rapiscono il mio cuore. Sento forte la nostalgia di casa, ma ho preso l'abitudine a recarmi verso al mare quando posso. Mi spoglio ignudo e nuoto in quello stesso mare che poco pi in l bagna le nostre rive...a Pisa. Nuotando mi sento di nuovo a casa e un po' si calma l'ansia nel mio petto. I miei amici franchi, prima mi hanno preso per matto, poi hanno provato e ora andare a tuffarsi in mare  diventato un rito, un bisogno per tutta la mia compagnia. Vi avevo detto di non inviare soldi. I banchieri sono venuti a cercarmi, sono conosciuto come uomo del conte di le Puiset e molti mi credono francese. Non c' stato bisogno di esporre il tatuaggio. Di Ugo di Parlascio nessuna nuova, so di certo che era partito per un lungo viaggio, ma il tempo passato  ormai troppo e dispero per lui. Speriamo bene. Aggiornami se puoi ancora su Pisa e tutti voi. Bacia babbo e mamma e digli che sto bene. Il re  spesso ombroso, non si pu mai sapere ci che sar domani, per cui se non scrivo a breve, non prendere pensiero. Vi abbraccio tutti
Ora e sempre vostro Barisano Pisano
Libera citt di Pisa, giugno 1118 indizione 9 al pisano
Caro Barisano, la tua missiva  giunta a noi da poco e mi rendo conto, fatte le dovute sottrazioni per l'avere noi il calendario pisano, che  pi di un anno che non abbiamo tue notizie. Spero che ci che scrivi sia ancora. Il tempo scorre per entrambi assai veloce, le azioni di ieri, forse, non corrispondono ai pensieri di ora. Qui stiamo tutti bene e Pisa gode di un periodo di pace, anche se i nostri successi nei commerci ci hanno inimicato le famiglie genovesi e si profila uno scontro, Iddio non voglia. Nella missiva precedente ti riferivo gioioso dei commerci con le Fiandre, ma un'ambasceria pervenne a Pisa poco dopo e rifer una notizia che mi ha gettato nello sconforto. Agli inizi di marzo le isole per cui noi abbiamo combattuto e per le quali molti di noi sono morti sono state riconquistate dall'infedele. Cancellata la gloria, se mai ci fu, cancellata la vittoria. I capisaldi e i presidi lasciati all'isole sono stati sopraffatti da una potente armata e tutti sono periti. Ai morti si sono addizionati i morti, e le ferite dei cuori sanguinanti si sono riaperte. C' stata una rogazione di preghiere per tutta la citt, ma non  servita a far rivivere i defunti. Ti avevo parlato di Bernardo Marango, ormai tutti lo chiamiamo Marangone ch si  fatto pi alto di ogni altro uomo in Pisa. Ha preso a scrivere memorie, cronache della nostra disperata iuta alle Baleari, dice che gli permette di placare gli incubi, di tenere a bada i rimorsi. Io non ci riesco e nelle mie notti insonni penso che ora siamo separati per colpa di una guerra che non volemmo e che si  rivelata inutile e crudele. Perdona le mie parole ammantate d'ombra, ma talvolta cerco di credere che l'essere pisano mi sia di privilegio e che io sia migliore degli altri per il mondo. Poi per, nel chiuso della stanza, la mia miseria d'uomo sale e mi sento solo anche se mamma  d'appresso a sfornare il pane. Ho pensato anche di partire e raggiungerti, ma sai che non trover mai la forza. Ma non ti dare pensiero per noi. Ho terminato gli studi e ora posso professare. Il mio lavoro  sempre in mezzo alla sofferenza ed  strano di quanto le persone son disposte a pagare per avere del sollievo. Quanto costa una vita Barisano? Quanto varrebbe se la si potesse pesare in oro? Da noi  normale morire in battaglia a maggior gloria di Dio e della citt, ma che pensa ognuno nel momento del trapasso? Perdonami lo sfogo, sei lontano e non voglio caricarti l'anima di oscure istanze. Scrivimi presto, che l'idea di metter mano al calamo per parlarti mi alleggerisce il cuore.
Un abbraccio da noi tutti e ricorda la promessa. Tuo fratello Durante
Gerusalemme, gennaio 1118 all'uso comune
Caro fratello, le missive talvolta arrivano in pochi giorni, altre si perdono per mare. Scrivo brevemente per dirti che sto bene e che conservo il mio alloggio presso santa Maria dei Latini. Sono assai vicino al palazzo reale ma lontano in modo bastante e sufficiente da non essere sottoposto a nessuno di quelli che mostrano solo sicumera. Non c' bisogno che tu mi invii denari, ora ho una paga e un premio e presto rimborser quanto avete speso per me. Forse nessuno sapr mai e non conviene dirlo, ma a te posso confidare che il trattato di re Baldovino con le citt di mare  frutto di studio e mia applicazione. Ormai saprete che in virt degli accordi, nessun pisano che risieda in Terrasanta debba o possa essere costretto a prendere le armi contro ai mori, che l'aiuto per nostra parte  solo sul mare e che le tasse di commercio sono azzerate. Per contro ci siamo impegnati a fortificare i porti, a costruire magazzini e arsenali e a mettere a disposizione galee di posta e di pattuglia. Ho riscritto a memoria le Consuetudini del Mare e su di esse mi sono fondato per stabilire le leggi delle citt cristiane in Terrasanta. Il ricordare mi  stato di infinito aiuto e sto scrivendo una copia del Digesto che tanto ho disprezzato da studente e che ora mi pare come culla nella culla della mia bella Pisa. Mi mancano san Pierino e le teche odorose di resina e le pergamene scure, mi mancano le lezioni di Irnerio Germanico, maestro glossatore. Lo reputai sincero, allora, ma ora so quanto pi severa sia la nostra misera vita. Riguardo a Marangone, come tu lo chiami, dagli i miei riferimenti e chiedi che mi scriva; intratterr volentieri con lui una corrispondenza.
Re Baldovino  assai malato e per avere la grazia della salute ha accettato la sentenza del papa e l'annullamento del matrimonio. La regina Adelaide, allora, se n' ripartita: era giunta su una galea dalla prua fasciata d'oro e con l'albero maestro rivestito in argento e con sette navi al seguito ricolme di tesori, ma il re ha speso tutti gli averi in dote e la regina se n' fuggita vestita di scuro e nottetempo. Sai che non sono avvezzo a dicerie, ma all'undicesima notte di dicembre, un'eclisse ha oscurato la luna e s' fatto buio di pece. Gli astronomi di corte preludono grandi sconvolgimenti e la morte di molti.
Abbi riguardo di te e dei nostri genitori, vi abbraccio e porto Pisa nel cuore. Vostro Barisano Pisano
Libera citt di Pisa, aprile 1119 indizione 10 al pisano
Caro fratello,  con sollievo che apprendo tue notizie. Visto che mi attesti di non abbisognare di denari, non scriver nessuna lettera di credito.
Babbo e mamma stanno bene anche se sospirano spesso ricordandoti. Notizie importanti giungono da Roma: dopo la morte di papa Pasquale  stato eletto un figlio di Pisa come nuovo papa: Giovanni della famiglia dei Gaetani ha assunto il nome di Gelasio secondo. Pare che per la prima volta, anche per sfuggire alle guardie dell'antipapa, l'elezione sia avvenuta in una stanza chiusa cum clave e con voto segreto dei cardinali. Subito  giunto l'imperatore dei germani, Arrigo quinto che ha cercato di ottenere dal nuovo papa privilegi e incoronazione, ma questi ha rifiutato. Allora l'imperatore ha scacciato Gelasio che ora si trova da qualche parte rifugiato e ha nominato lui un nuovo papa, un vescovo portoghese che s' fatto chiamare Clemente ottavo.
Marangone ti ha scritto la prima missiva, forse partir con
questa mia e ti arriveranno assieme.
Mantieniti bene, Pisa sa di te e ti ringrazia, notizie nostre
arriveranno presto con le navi e nuovi uomini di legge e di
commercio ti saranno vicini nei giorni che verranno.
Ricorda la promessa, tuo Durante.
Gerusalemme, giugno 1118 all'uso comune
Caro fratello, mentre io sto bene, grandi sconvolgimenti sono avvenuti in questa terra. Il giorno due di aprile il nostro re e protettore Baldovino  morto per via di certe febbri riportate dopo un viaggio in Egitto. Non eravamo addivenuti alla scrittura di una legge di successione e c' stato grande vociare di nobili che ancora il corpo non era seppellito. Il re  stato murato nella chiesa del Santo Sepolcro accanto al di lui fratello Goffredo. Il funerale con grandi pianti  stato la passata domenica delle Palme, il sette aprile e la Pasqua s' celebrata con mestizia e lutto. Ora ci sono due lapidi, una vicino all'altra e cristiani, greci, armeni, ebrei e musulmani si accalcano per vederle. Racconta a Pisa che sulle due tombe sono scolpite queste parole, che quando per la prima volta, in rispetto del mio re e benefattore, sono andato in visita al Sepolcro e le ho lette nella pietra, tanto rumore hanno fatto alle mie orecchie e al mio cuore.
QUI RIPOSA LO SPLENDIDO ASTRO DELLA GENTE FRANCA ALL'ASSALTO DEI LUOGHI SANTI DI SION, IL DUCA GOFFREDO. TERRORE DELL'EGITTO, MOTIVO DI FUGA PER GLI ARABI, ORRORE DEI PERSIANI. PUR ESSENDO STATO ELETTO RE, NON VOLLE RECARE TALE TITOLO N ESSERE INCORONATO, PREFERENDOSI SERVITORE DI CRISTO. ERA SUA MISSIONE RENDERE A SION LA GIUSTIZIA CHE LE SPETTAVA E ONORARE DA CRISTIANO I SACRI DOGMI DEL GIUSTO E DELL'ONESTO, ELIMINARE QUALSIASI MOTIVO DI SCISMA E SOSTENERE LA LEGGE. COS LUI, SPECCHIO DEL VALORE IN GUERRA, VIGORE DEL POPOLO E SOSTEGNO DEL CLERO, POT RENDERSI DEGNO DELLA CORONA CON LE CREATURE CELESTI.
RE BALDOVINO, NOVELLO GIUDA MACCABEO, SPERANZA DELLA PATRIA, VIGORE DELLA CHIESA E VIRT DI ENTRAMBE; CHE DESTAVA IL TIMORE E RICEVEVA I TRIBUTI DI CEDAR, EGITTO, E DAN, E DELL'OMICIDA DAMASCO; AH, DOLORE! STA CHIUSO IN QUESTA MINUSCOLA TOMBA
Per nominare un erede sono stato convocato dai principi riuniti e schierarsi non  stato facile, ma il destino ha scelto per tutti e per mia buona sorte un uomo retto e pio che tutti hanno accettato. Al consiglio era presente Baldovino di le Bourg, biscugino del re e conte di Edessa dall'anno 1102. Era a Gerusalemme per caso essendo lui uomo pio dai calli alle ginocchia per quanto sta chinato a pregare di continuo. Di diritto si  seduto nel consiglio dei nobili. C' chi sosteneva di dover chiamare Eustachio, terzo fratello di Baldovino e Goffredo, ma attendere un re designato dalla Francia non andava ai pi. Il principe di Galilea Jocelin di Curtenay, che in un primo tempo si era proposto come successore, ha per pronunziato un discorso in favore di Baldovino di le Bourg. Assieme alla moglie Morfia, armena di Edessa,  stato incoronato e regna da due mesi. Si  fatto chiamare Baldovino secondo.
Leggi l'altra lettera, con la nota di resa, cos potrai rendere parte dei denari a nostro padre. Digli che li penso e che come sempre vi abbraccio e porto Pisa nel cuore. Vostro Barisano
Libera citt di Pisa, ottobre 1119 indizione 10 al pisano
Caro fratello, da qua non possiamo che sperare che il nuovo re sia, come il precedente, magnanimo e giusto e rispettoso della tua persona e della tua opera. Grandi accadimenti si sono svolti in Pisa. Come ti avevo detto, papa Gelasio, nostro cittadino per famiglia,  stato costretto alla fuga da Roma e si  imbarcato per raggiungere la Francia. Pisa lo ha accolto come un figlio con grande trionfo e il papa ha deciso di consacrare la grande chiesa di Busketo. Ricordi quando babbo ci portava al cantiere a vedere l'architetto che comandava la sua schiera come un condottiero? Rainaldo, che ha proseguito i lavori, ha terminato il prolungamento e avviato le coperture. Solo i transetti e l'abside sono completati, ma papa Gelasio ha consacrato la chiesa reputandola pronta a divenire ecclesia cathedralis. L'arcivescovo Pietro Monconi, di molto invecchiato rispetto a quando ci guid in battaglia, ha riunito il popolo in veglia. Ognuno, raccolto nella sua chiesa d'abitudine, ha pregato incessantemente fino all'ora terza. Poi tutta Pisa si  spostata in san Sisto in Cortevecchia e l'adunanza che riempiva fino a piazza degli Anziani ha pregato fino al Mattutino. Di poi con processione e canti, ci siamo spostati al cantiere. La consacrazione  avvenuta il 26 settembre a mezzogiorno, quando il raggio di sole  penetrato dalla finestra e la chiesa  stata dedicata in honorem gloriosissime Virginis Marie. E stata costruita una cintura di panno che tutta la chiesa fascia.  alta un braccio e lunga pi di mille e tutta la cinge e circonda. Ogni famiglia ha portato un dono e tutto  stato cucito sul tessuto. Perle, monete, bracciali, la chiesa riluceva di oro e argento. Il papa ha elargito concessioni e indulgenze per ogni nostro peccato. In chiesa sono state portate due ampolle, una con il sangue sgorgato dall'icona del SS. Salvatore di Beirut, colpita da una lancia musulmana e un'altra contenente materia delle piaghe del martire Lorenzo, bruciato sulla graticola. Il papa ha stabilito che i battesimi d'ora in poi avvengano in cattedrale, almeno fino a quando non sorger il battistero che  nel progetto e che nelle campagne debbano sorgere le plebes baptismales, le sole chiese dove sar possibile battezzare. Cos, il grande cantiere ora  Domus Dei e tutti in citt hanno preso a chiamarlo Duomo di Pisa. Dato che lavoro all'ospedale dei Gaetani, ho potuto vedere il papa da vicino e visitarlo. Non so a te che effetto fanno i potenti, ma io ho visto solo un vecchio, impaurito e solo. Qui  giunta voce che anche l'imperatore Alessio sia morto in agosto. Cos non avete pi da temere sue incursioni. Anche i potenti sono di carne e spesso carne debole.
Barisano Pisa avrebbe bisogno di te e ti aspetta cos come ti aspettiamo noi.
Ricorda la promessa, tuo Durante.


CAPITOLO 8.
Gerusalemme, dal dicembre 1118 all'uso comune.

La giornata era stata soleggiata, una lieve brezza proveniente dal mare aveva allietato la citt che, tranquilla e quasi ripiegata su se stessa all'apice delle colline, si godeva l'apparente pace. Il sole donava sempre senza riserve, anche in inverno e le pietre delle case incameravano calore, che rendevano nelle prime ore della sera. I sette avevano atteso l'ora del coprifuoco e poi erano usciti, ben consapevoli del rischio che correvano. Confidando nella conoscenza del dedalo di viuzze, avevano cercato di evitare le pattuglie di guardia. I soldati della guarnigione franca non si avventuravano mai per le vie pi ripide o strette: la paura di un agguato da qualche irriducibile musulmano era sempre presente. Dal loro alloggio, nella zona della torre di Tancredi, avevano risalito i vicoli paralleli alla via Dolorosa, sfiorato la chiesa del Santo Sepolcro e poi avevano voltato a destra entrando nel cortile del mercato dei polli. Avevano sceso tre scalini e oltrepassato una porta lasciata aperta per il
solo tempo di un'Avemaria, ma avevano calcolato bene i loro tempi. I sette uomini incappucciati si erano introdotti in una stanza illuminata a malapena da due piccole lucerne e un braciere posti sul pavimento; la luce che generavano era insufficiente e creava pi ombre tremule che chiarore. Un gradevole odore di balsamo di storace penetrava i polmoni e disponeva l'anima. Gli occhi dei presenti puntarono in quelli dei nuovi venuti; sedie disposte in circolo li attendevano. Nessuno si era alzato per porgere un saluto e i pi tenevano un cappuccio sul capo che celava volti e pensieri. Uno dei nuovi arrivati scopr il volto: era completamente rasato e aveva una barba lunga e arruffata. Da quelli seduti si lev una voce che suon autorevole e ferma.
Ti ascoltiamo. Non trascurare nessun particolare,  la tua unica udienza.
Ci fu una breve pausa, l'uomo a capo scoperto esit, poi prese a raccontare.
Siamo partiti da qui tre anni or sono seguendo la via del nord. Abbiamo viaggiato fino al lago di Tiberiade e poi abbiamo attraversato il confine puntando verso Damasco lungo la via delle Carovane. L abbiamo sostato alcuni giorni e preso accordi con intermediari dell'atabeg. Abbiamo assistito alla forgia delle spade, sono tanto resistenti da tagliare la roccia e tanto flessibili da fasciare un uomo.
Ci fu una pausa, un silenzio studiato, le spade damascene appartenevano al sogno e all'illusione, nessuno aveva mai visto come venivano forgiate. L'uomo riprese a parlare.
Pagando bene potremmo avere quelle spade,
dritte, di foggia occidentale, ma di qualit pari alle loro. Dopo quattro giorni di sosta abbiamo ripreso il cammino, profittando del cambiamento del tempo che ci ha risparmiato il sole a picco.
L'uomo raccont di come avessero attraversato il deserto e incontrato in tutto il loro peregrinare le comunit di Ramadi, di Falluja, di Baghdad. Narr di riunioni, di contatti e di grandi disquisizioni. Fece il resoconto dettagliato del viaggio incantando gli astanti che, anche se avevano a cuore i risvolti politici di quella missione, non poterono sottrarsi dall'essere irretiti dalla narrazione. L'oratore parlava con tono pacato, voce ferma, prodigo di dettagli, ma senza aggiungere niente di superfluo e l'illusoria sensazione del calore, dei profumi, delle fatiche parve spandersi di volta in volta nella stanza buia.
Poi, dopo quasi un anno e l'inverno passato in una caverna sulle alture,  venuta la parte difficile: entrare indenne ad Alamuth. Pattuimmo che i sei con me dovessero restare ad aspettarmi, solo uno poteva e doveva andare.
Prosegu il racconto, ripercorrendo mentalmente la faticosa strada.
Gi al primo dei ventiquattro castelli che proteggono la valle, sono stato imprigionato. Mi hanno lasciato nella prima cella per un mese, dovevo purificarmi, secondo loro, prima di poter essere presentato al cospetto di Hasan-i Sabbah. Ho atteso pazientemente, digiunando e pregando, ma lo stesso trattamento mi  stato riservato per tutte le altre fortezze. Al cambio di luna venivo trasferito e quando c'era la luna piena mi spostavano di nuovo. Ho perso il conto del tempo, delle ore, dei giorni, ho perso fiducia, ho quasi smesso di credere nel compito che mi era stato affidato, ma infine ho resistito. Allo scadere della purificazione, dopo quasi due anni, sono stato introdotto nella fortezza.
Continu narrando di come in effetti quel leggendario castello fosse realmente imprendibile e di come nei suoi carcerieri, alla fine, ci fosse stato un ravvedimento e lo avessero trattato con le attenzioni dovute ad un uomo di alto lignaggio. Era stato introdotto al cospetto di Hasan-i Sabbah e si era inginocchiato sfiorando il capo a terra. Poi, la voce profonda del capo assoluto dei nizariti ismaeliti, meglio conosciuti come Assassini, si era fatta sentire.
Alzati, viandante. Se hai sopportato due anni di prigionia solo per vedermi, o io sono molto importante o sei un viandante folle.
Ne era seguito un lunghissimo dialogo che il narratore riport fedelmente in ogni dettaglio, quasi che tutta la vicenda fosse scritta in un libro interiore.
Saranno nostri alleati. Coi loro metodi, certo, non potremmo in alcun modo dissuaderli dal risolvere le questioni con l'assassinio ed evitare che consumino droghe, ma quel che conta  che sul fronte orientale, finch gli sciiti manterranno il potere, noi potremo contare su stabilit e rispetto. Ho magnificato la loro organizzazione militare e sono pronto a scommettere che sar la migliore soluzione anche per noi.
Esit. Con poche, pochissime parole, era passato dal narrare un recente passato al progettare un futuro, all'immaginare un esercito e una rete capillare di persone affiliate e fedeli. Intorno a lui stavano amici
fidati e semplici conoscenti, tutti chiamati a decidere sul futuro comune. Potevano uscire da quel conciliabolo vivi e con progetti ambiziosi, o essere trucidati o incarcerati come traditori della causa. Una voce, la stessa che aveva aperto il raduno, echeggi decisa.
Sia quel che deve essere. Siete l'unico strumento che abbiamo per impedire il collasso, siete gli unici che possano insinuarsi nelle stanze della politica e combattere il nemico stando apparentemente dalla sua parte. Siete gli unici che hanno la forza del leone e saggezza del serpente. Io, Gaon di Gerusalemme, approvo la scelta e vi benedico.
Due colpi alla porta richiamarono l'attenzione di Barisano. Santa Maria dei Latini era luogo sicuro e non si volt neanche a vedere chi entrasse nella sua stanza. Era quasi l'ora dei vespri e il sole si stava tuffando velocemente verso quel mare agognato dal pisano e sempre troppo lontano.
Siete desiderato a corte.
Il tono del messo non ammetteva replica. Apr le pesanti tende che impedivano al sole di luglio di penetrare e riordin il suo banco. La stanza che all'inizio aveva creduto provvisoria era divenuta il suo nido, la sua casa. Entrava e usciva dal convento a suo piacimento e la posizione rialzata della stanza e posta in angolo nel corpo del convento gli consentiva di vedere Gerusalemme da due finestre che si aprivano una verso oriente e l'altra a mezzogiorno. Gli piaceva quella solitaria dimora dalla quale spiava quel mondo ancora incompreso e sconosciuto ai suoi occhi. Prese la spada, la borsa coi calami e le pergamene.
Aveva imparato a tenersi pronto. Essere richiamati a corte poteva significare anche partire e restare fuori per mesi.
Baldovino secondo era in piedi davanti alla finestra. Le mani dietro la schiena, pareva riflettesse e non rispose al saluto di Barisano. Sembrava sordo e cieco e si comportava come se fosse solo, come se nessuno fosse intorno a lui. Altri notabili, nobili, funzionari e guardie occupavano la sala. Entrando, Barisano aveva notato un gruppetto di uomini mai visti prima, calvi e coperti da grandi mantelli color farina. Tra loro parve riconoscere uno sguardo. Fu un attimo, una percezione, ma subito la sua attenzione fu portata altrove. Ugo di le Puiset era appoggiato allo stipite di una porta e con un cenno richiam il pisano a s.
 giunto un messaggero. Da nord, ha portato notizie di sventure e morte.
Barisano si fece cupo e, come gli altri, attese pazientemente che il re si riscuotesse dal suo isolamento.
Baldovino si volt e, stagliato contro il vuoto della finestra volta a ponente, apparve a tutti come uno spettro scuro e senza lineamenti.
Nella notte tra il 27 e il 28 di giugno, i valorosi combattenti crociati, alle dipendenze di Ruggero di Salerno, hanno patito una terribile sconfitta. Roberto di Saint Lo, Guido di Frenelle, Goffredo il Monaco e Pietro Renaud Mansoer. Morti, tutti morti. Anche Gualtiero il Cancelliere. Tremila fanti e settecento cavalieri trucidati dalle forze di Ilghazi di Mardin, atabeg di Aleppo. Quasi quattromila uomini scannati nella piana di Sarmada.
Fece una lunga pausa, poi riprese
La sabbia si  tinta di rosso, ora, l,  rimasto un Ager Sanguinis. Erano circondati, hanno tentato di rompere l'accerchiamento ma invano. Il vento Chimsin che soffiava da sud, all'alba ha cambiato direzione accecando i nostri. Scompiglio, schieramenti in rotta e poi la carica degli infedeli. Ilghazi ha tradotto in Aleppo almeno trecento prigionieri, il pi alto in grado fra loro era Rinaldo Mazoir. L'atabeg gli ha offerto una cena e mentre parlamentavano le sue guardie decapitavano uno ad uno i prigionieri. Alla fine della cena, quel cane ha decapitato personalmente Rinaldo e ha liberato i prigionieri rimasti vivi affinch scappassero per la citt, per permettere ai musulmani di iniziare una caccia all'uomo. Tutti sono stati cacciati, scovati e poi trucidati.
Nessuno osava fiatare, non un fruscio, non un movimento.
Io l'avevo detto!
Baldovino aveva gridato scaraventando una sedia lontana. Il re prese a muoversi nella sala, non era conosciuto come uomo iracondo e cupo e vederlo per la prima volta cos deciso e autoritario faceva s che tutti stessero a capo chino. Baldovino riprese a parlare, lentamente e con tono sommesso, ma l'ira lo pervadeva e pian piano il suo lamento divenne grido e poi il grido si fece, di nuovo, lamento.
Nobili, conti, duchi, stirpi maledette. Se Boemondo e Pons si fossero alleati con Ruggero invece di gozzovigliare lussioriosi nei loro castelli, se questo regno infame avesse un re che comanda e dispone, invece di stare qui a raccogliere cadaveri, se questo
stato avesse dignit e potere, se questo Dio dei cieli fermasse gli infedeli! Per quanto ancora dovremo stare divisi, per quanto ancora dovremo combattere salutando ogni volta figli e fratelli incerti sul vivere o morire. Allertate i comandi, prepariamo cinquemila uomini, Aleppo deve cadere. Pisano, sei tra noi?
Barisano vacill, aveva la gola riarsa e le labbra incollate dal terrore, ma riusc a rispondere.
Sono qui, maest.
Gli eserciti crociati sono qui da venti anni ormai. Venimmo franchi e ora siamo siriani. Ci sono giovani di stirpe occidentale nati in oriente e non hanno mai visto la patria. In queste terre servono armate e servono comandi. In questa parte latina servono regole e discipline. Disponi, richiama chi vuoi dalla scuola della tua citt, ma  tempo di preparare un codice di legge dei regni latini d'oriente e che si sancisca il diritto a governare per dinastia. E dovranno essere chiari i poteri del re e i doveri dei sudditi e anche il ruolo dell'Alta Corte dovr essere sancito. Pisano, ti fornir di richiesta reale e sigilli. Sono stanco di gridare al vento, sono re per volere di Dio, e quel Dio mi ordina di dare legge agli eserciti amici e nemici. Cos sia fatto. E ora, lasciatemi solo.
Gerusalemme, luglio 1119 all'uso comune
Fratello, questa volta ti scrivo con grande pena nel cuore. Un terribile fatto di sangue ha offuscato la gioia di vivere di tutti noi. Per dissapori fra i nobili e una mancata alleanza, il nord della Terrasanta  stato arrossato dal sangue di
molti fratelli. Re Baldovino  deciso alla vendetta e da qui a pochi giorni partiremo per riscattare il danno. Questa mia  uno sfogo e una preghiera. Fuggire da casa  servito a poco, mi rincorrono i morti del passato e sempre di nuovi se ne aggiungono. Conoscevo solo una o due persone delle migliaia morte all'Ager Sanguinis, ma non contano i volti o le loro storie perch appena vengono trafitti da una spada o da una lancia, si assommano alla schiera di spettri che mi arpiona le vesti, di notte, di giorno. Appena il loro respiro resta tronco nel petto immobile, mi si avvicinano e quasi si imparentano alla mia mente e io tento di scappare. Fuggo anche da qua, coi pensieri tutti i giorni, fuggo al mare, talvolta ci arrivo raramente o cavalco sulle montagne. Mi lasciano in pace, sanno tutti che sono un giurista e la mia mano perennemente nera, macchiata di inchiostro, spaventa grandi e piccoli. Sono solo, in queste valli dove nostro Signore Ges fu solo prima di me, di tutti noi. Perdonami, ma sei l'unico col quale io possa parlare apertamente. A poco valgono le belle donne di Gerusalemme, prostitute ebree dagli occhi obliqui e la pelle ambrata di oli profumati. Non nella carne, che pur mi aggrada, trovo pace, ma nella solitudine e mi convinco sempre pi che sar solo e sarei solo anche se ora fossi l accanto a te, a voi, sulle rive dell'Arno. A proposito, abbi cura dei nostri genitori. E ora ascolta bene. Quando leggerai queste parole, io sar gi partito per Aleppo, non so se fra gli armati o i cancellieri. Potrei morire, non tornare indietro, poco importa, ma l'altra lettera che ti perviene, quella coi sigilli reali, la devi consegnare al Consiglio degli Anziani e per tramite loro la richiesta deve arrivare ai giuristi e ai glossatori del Digesto a san Pierino ai sette pini. L dove io studiavo, debbono essere reclutati i miei maestri e i miei compagni. Nella lettera
scritta dal segretario reale, sono indicati i nomi che io ho fatto. Se quelli non potranno, altri debbono venire, che Pisa  grande e dotta e la sua scienza serve qui, ora. Non indugiare, fatti latore delle missive e non indietreggiare di fronte alle titubanze dei nostri governanti. Gi li vedo a soppesare il pr e il contro, ma questa volta Pisa  chiamata a fare da arbitro fra tutte queste teste coronate e noi, con le leggi degli antichi romani, da sempre scritte e conservate nella nostra cara patria, siamo gli unici che possano dare assetto a questo nuovo mondo in Outremer. Abbi cura di te e cammina fiero, forse tanto sangue e tanto dolore sparso sulla terra, fino ad oggi, servir a rendere i popoli migliori per un futuro di pace eterna. Vi abbraccio voi e Pisa. Vostro Barisano
Trascorsero vari giorni. Preparativi, raccolta di vettovaglie, carriaggi con acqua e alimenti, una grande macchina bellica si stava mettendo in movimento. Barisano andava e veniva da corte. Non era un segretario e neppure un consigliere, era conosciuto come l'uomo di fiducia del conte di le Puiset, quello richiamato da Baldovino I per tentare di dare ordine legale allo stato. Di fatto, il conte si era sistemato a corte e comandava una piccola guarnigione e il lavoro immane, quello di riorganizzare gli stati latini d'oriente, lo aveva delegato, lasciandolo al ragazzo pisano. In quei giorni tutti avevano volto lo sguardo a nord e pareva che non ci fossero altri problemi, non le proteste dei musulmani o degli ebrei per i maltrattamenti dei soldati franchi, non il problema dei lebbrosi che si accalcavano sotto le mura cittadine, niente pareva
spostare la mente degli uomini d'arme dal loro proposito di guerra.
Quella notte Barisano non era uscito. L'eccitazione per il proposito di scendere alla taverna si assommava all'agitazione che il futuro incerto gli generava. Aveva ripassato a memoria cento volte le sue azioni, era certo di aver scritto a casa, di aver fatto scorta di pergamene e inchiostri, aveva affilato spada e pugnale, aveva ingrassato stivali e fodero, aveva confezionato piccole scorte di biscotti per le emergenze del viaggio, insomma si sentiva pronto e pure agitato, al punto di non riuscire a prendere sonno. Sdraiato, appena sfiorato dalla brezza della notte che si insinuava fra gli scuri delle finestre, lasci che la mente vagasse. Senza ubbidire ad un filo logico, i suoi pensieri emergevano repentini e violenti dalle stanze della memoria. Volti, sorrisi, suoni, profumi. Una strana eccitazione si stava facendo strada; se nella carne non trovava pace, di certo giacere con una donna gli procurava passeggera ma pur sempre profonda gioia. E se pure erano attimi, erano suoi, intimi e non doveva scriverne o parlarne, non doveva catalogare, elencare, redigere. Amare gli dava l'impressione di poter essere libero e stava discutendo col suo intimo per capire se prendere piacere alla locanda potesse essere definito amore, oppure no. Era un terreno sconosciuto e non amava addentrarsi in muti dialoghi, perch ogni volta usciva sconfitto da se stesso in quelle cogitazioni senza fine. Uno scatto, un'ombra, un attimo di esitazione, il braccio nel vuoto a cercare di ghermire la spada. Mani, respiri affannosi, corpi pesanti su di lui. Membra bloccate, paralizzate quasi. E l'idea concreta di essere prossimo alla morte. Una mano premuta sulla sua bocca gli impediva di parlare. Una benda calata sugli occhi gli offuscava la vista.
Barisano.
La voce gli giunse profonda, serena, accompagnata dal respiro caldo vicino, troppo vicino al suo viso.
Barisano, ripet la voce Ora io tolgo la mano dalla tua bocca e parliamo. Non hai niente da temere. Non sono solo, ma non devi avere paura, siamo qui per te e abbiamo a cuore la tua vita.
La benda e l'oscurit della notte non consentiva di capire chi fosse quell'uomo che lo serrava e chi fossero gli altri che percepiva l intorno. Fece un cenno di assenso, sent la pressione della mano ostile poggiata sulla bocca farsi pi lieve. Fu libero di muoversi.
Vieni con noi.
In silenzio, il drappello si mosse furtivo. Scesero al piano basso, attraversarono il chiostro e si fermarono di fronte alla porta del refettorio. Quei muti accompagnatori sostarono e la porta fu sospinta.
Entra e togli la benda.
Dentro era ancora pi buio che fuori, ma il giovane conosceva lo spazio e si mosse agile. Una voce lo pietrific.
Barisano.
Si gett d'istinto in avanti e si ritrov serrato in un abbraccio, una morsa ferrea. La presa robusta sublim pian piano, la tensione scomparve, l'ansia fu cancellata.
Dove sei stato, son tre anni che non dai notizie e quelli l fuori chi sono?
A gesti e sussurri, Ugo plac il ragazzo e si fece
promettere che avrebbe mantenuto il silenzio, che non avrebbe alzato la voce o richiamato aiuti da altri del convento.
Eri all'adunanza del re, allora. Eri tu, eravate voi. Chi siete, cosa siete? Ma cosa hai fatto, i tuoi capelli, e questa barba lunghissima. Ugo, raccontami.
Parlo solo se prometti sul tuo onore di uomo pisano che quanto udirai ora non uscir mai dalla tua bocca.
Prometto sul mio onore.
Bene, ascolta ragazzo.  una storia lunga, ma abbiamo tutta la notte e te la devo narrare ora, che domani partirete e dopo potrebbe essere troppo tardi. Parler una volta, una soltanto. So che sai catalogare, ordinare le cose  il tuo lavoro e sei avvezzo e abile. Perci non mi interrompere, ma fai scendere tutto nel tuo cuore e non giudicare, non stanotte.
Va bene, Ugo, hai la mia parola.
Ci fu un tempo, in cui il popolo d'Israele fu deportato in Babilonia, conosci di certo la storia.
S, certo, attraverso le Scritture.
Infatti, pi o meno le cose andarono come tu le conosci, ma quello che non sai  che il dominatore persiano azzer cariche, poteri e gerarchie. Il popolo ebraico in esilio non doveva avere riferimenti. Allora, quegli uomini, disperati, nominarono in gran segreto due Esiliarchi e furono scelti della casa di David. Esiliarchi, ovvero uomini di comando in quel periodo di esilio. Dovevano custodire le leggi, i decreti e i precetti, senza supporto di libri ed esercitando la sola memoria. Tutto questo per impedire che la cultura, la scienza e la tradizione ebraica si perdessero per sempre. Poi ci fu il ritorno in patria e gli Esiliarchi, anche chiamati Gaon, furono mantenuti, in gran segreto, come tutori, garanti. Capisci Barisano?
S, Ugo, vai avanti.
Le vicende del popolo ebraico sono note, quello che nessuno sa e non deve sapere e tu non saprai mai, anche dopo questa conversazione, ricorda che hai promesso,  che i Gaon si sono tramandati le conoscenze per linee ereditarie in quanto discendenti della stirpe di David e quindi imparentati anche con quel Ges delle scritture, il Profeta Nazareno. E i Gaon sono stati sempre nell'ombra e hanno mantenuto fede al loro giuramento e al loro destino. E in molti periodi della storia, anche negli ultimi secoli, i Gaon hanno avuto albergo in Babilonia e in cento altre citt, Pumbedita, Gerusalemme, Tiro, ma anche nelle nostre terre italiche, franche, spagnole o germaniche. E i Gaon hanno insegnato, comunicato, tramandato. E quando  stato necessario hanno assunto ruoli di comando, perch preparati da tutta la vita, dai secoli e dalla storia ad assolvere al loro compito. E poi sono arrivate le crociate, queste guerre per conquistare fazzoletti di terra arida, contee e principati senza valore, senza economia e quasi senza sudditi, ch il deserto  avaro e parco di messi e di gioie. E le guerre hanno generato le stragi e le privazioni. E di nuovo, come altre volte lungo il cammino della storia, scomparsi i rabbini uccisi dalla mano cristiana o musulmana, scomparsi i governanti, ecco che i Gaon tornano anche ora ad avere un ruolo fondamentale per il mantenimento degli equilibri.
Ugo fece una pausa, sospirando a lungo, quasi sospeso tra il bisogno di continuare ed essere reticente, tra il bisogno di dire e condividere e il terrore per aver intrapreso quella conversazione che si poteva rivelare fatale. Riprese, con enorme sofferenza.
Sai come mi chiamo?
Certo, Ugo di Pagano, di Parlascio...
S, s, tutto vero. Io sono Ugo, figlio di Pagano, della casa consolare dei da Parlascio, ma anche Verchionesi, dati i nostri possedimenti di l dall'Auser, dalla colombaia di Avane fino all'isola di Migliarino. Ma la mia stirpe  anche Ebriaci o, per essere preciso, Eburiaci per non dimenticare mai le nostre origini di figli di Eber. No ripopol la terra dopo il diluvio coi suoi figli Cam, Japhet e Sem che fu padre di Sela, che fu padre di Eber, l'iniziatore della mia casa e di tutti gli ebrei. E Eber fu padre di Pelasg, re dei pelasgi alfei che gi fondarono Pisa millenni or sono. Ricorda che dopo la distruzione del tempio per mano di Tito nel 70 dopo Cristo, i Gaon fuggirono a Pisa dove sapevano che sarebbero stati accolti dalla comunit silente dei discendenti di Eber e di Pelasg. Ma da l, negli anni successivi, uno dei due Esiliarchi torn a Gerusalemme e l'altro prese a vivere in varie citt franche e tedesche, generando Gaon e i figli di Gaon. Cos, quando molti dei longobardi vennero in Italia, i miei antenati diretti, identificabili come nobili germanici, tornarono a vivere nella nostra citt, anche se viaggiavano sempre, laddove ci fosse bisogno di loro. E quando, all'inizio di questo millennio, le forze musulmane hanno inasprito le leggi contro i cristiani e contro gli ebrei, tanto che poi fu proclamata la prima crociata, mio nonno, che abitava fra Pisa e Roma, torn in oriente.
Barisano si fece pi attento, pi di quanto poteva, la testa gli girava e le idee e le congetture si affastellavano, ma Ugo non gli dette il tempo di perdersi in futili ragionamenti.
Non ti lambiccare il cervello. Perch credi che mio padre si chiamasse Pagano? I cristiani identificano col termine pagano i convertiti e mio padre era ebreo, falso converso,  vero, ch non ha mai abiurato alla sua vera fede ed era discendente degli Alfei della casa di Davide come io lo sono e anche di una importante stirpe germanica. Mio padre era figlio di Yosef ben Shlomo ibn Awkal, nasi al-Romi, ovvero Giuseppe di Salomone del Cairo e di Roma e conosceva il compito che avrebbe dovuto onorare. Molti Gaon hanno dovuto avere doppie identit e come puoi capire, anche mio nonno aveva una doppia vita. Fu tradito, imprigionato, torturato e morto crocifisso al Cairo nel 1085 per mano musulmana. E fu crocifisso per via di quel nome legato a Roma. Mio padre, allora, era un ragazzino e saggiamente il popolo ebraico decise di tutelarlo e di farlo espatriare e rimandare alla famiglia dove aveva casa, a Pisa, da sempre centro di potere e conoscenza. Cos mio padre, ebreo e longobardo, tornato in Pisa, fu istruito, allevato, formato per essere Gaon e sposato ad una Gaetani, erede dei Venulei della gens Anicia. La famiglia di mia madre  antichissima, ha sempre vissuto a Pisa e discende da una di quelle convertite al cristianesimo giudaico da San Pietro al suo arrivo ad gradum Arni e viveva da oltre mille anni nel castello di Vecchiano dove convertivano tutti i tributi dell'Impero in monete romane. Furono per secoli triumviri monetali, praetor etruriae e magister arimlis e convertivano tutti i tributi dell'impero, che arrivavano a Pisa, in monete romane. Capisci? I miei parenti materni erano banchieri e cambiavalute e si convertirono per primi a quel credo che voleva come seguaci di Cristo solo gli ebrei. E poi, nasco io, ebreo, e come me mio fratello. Pensa, Barisano, cristiani e nobili agli occhi dei pisani, custodi del sapere e della tradizione agli occhi degli ebrei. Ora io, Ugo di Pagano armatore pisano, ma anche Gaon della casa di Davide, sono qui in Terrasanta col compito assegnatomi di mantenere l'ordine, di evitare stragi, di preservare il mio vero popolo dalla disfatta, popolo preso come un pezzo informe di ferro scaldato tra l'incudine e il martello di questa insana lotta tra oriente e occidente. E sappi che ho un fratello che potrebbe succedermi, ma per cautela ora si trova in terra amica, nei pressi di Barcellona.
Quasi si fosse liberato da un peso, Ugo di Pagano si accasci sul tavolo del refettorio. Dal canto suo il giurista, se pur saldamente seduto e poggiato a quel ripiano, vacillava. Di fronte a s aveva un discendente di re David, un uomo ardito e potente, imparentato in linea di sangue con Ges stesso.
Ugo distese le braccia in avanti e prese le mani di Barisano tra le sue.
Io e i miei compagni che ci attendono fuori, abbiamo vissuto vite non nostre. La mia la conosci, la loro  stata spesa in un convento in Francia, nella Champagne, dove hanno finto di essere devoti monaci, preparandosi al compito che ora sono chiamati ad assolvere.
Io conosco te e di te mi fido, ma chi sono quelli che ti accompagnano?
I loro veri nomi non contano, sono nomi ebraici e saranno celati nei loro cuori. Anche loro fanno parte del grande progetto. Anche loro destinati a vivere doppie vite. Ancora giovani, furono inviati da Gerusalemme alla Bruzia e dalla Bruzia alla Sardegna, o almeno cos si dovette dire. Ma un convoglio pisano, per ordine del vescovo Daiberto, intercett la nave al largo dell'isola del Giglio, e i ragazzi furono rapiti. In realt, era tutto prestabilito e i dodici giovani furono avviati in Francia, con l'approvazione della contessa Matilde e destinati ad erigere un monastero ad Orval, l'Aurea Vallis, una terra bellissima di propriet di Goffredo il Gobbo, marito di Matilde. Poi, al momento convenuto, dopo la nostra vittoria alle Baleari, sono stati richiamati e ora sono con me. Alcuni sono morti, il tempo non fa sconti a nessuno, ma gli altri sono qui. Siamo i depositari di ogni conoscenza, di ogni segreto religioso, ci che noi teniamo custodito non deve mai uscire, che il mondo crollerebbe. Quelli l fuori sono monaci e sono soldati, sono studiosi e sono mendicanti, sono nobili e sono poverissimi e d'ora in poi saranno conosciuti come i cavalieri Goffredo di Saint-Omer, Pagano di Montdidier, Archambaud de Saint-Amand, Andr de Montbard, Geoffrey Bison e poi i sergenti Rossal e Gondemar. Un grande castello di falsit che si arroccher dentro altre mura false, dentro altri giochi di potere. Ci che al mondo si dovr sapere  che io, Ugo di Pagano ho fondato un ordine monastico cavalleresco. Per ora ci definiamo e ci siamo fatti conoscere come Pauperes commilitones Christi Templique Solomonici e ci comporteremo come i cavalieri Ospitalieri, fondati dagli amalfitani. Il nostro compito  difendere i pellegrini. Baldovino ci ha concesso dei locali, nelle stalle presso l'antico Tempio, e a noi va bene cos. Per ora! Se non posso fermare cristiani e musulmani combattendoli, allora sar dentro il loro sistema di governo, sar dentro le loro case, i loro segreti, le loro strategie. Io non voter mai per la guerra, per la risoluzione dei conflitti con lo spargimento di sangue, e far crescere il mio ordine affinch abbia potere, possa decidere, possa discriminare le cose sane da quelle insane. Io, Ugo di Pagano, fondatore e Gran Maestro di questo nuovo ordine, lotter affinch la pace regni e il popolo ebraico non subisca le conseguenze di una guerra ingiusta. Tutti pensano che siamo francesi, nobili devoti e fedeli, ma siamo tutti ebrei e abbiamo una missione da compiere.
Strinse ancor di pi quelle mani accaldate, le mani di un uomo d'arme e di legge che stentava a comprendere quanto invece fosse cos chiaro e palese, ma inconcepibile. Dunque, il governo pisano era al corrente di tutto, ma chi, fra quelli che conosceva? Pochi, pochissimi? Solo uno? E quegli schemi che aveva imparato e che erano alla base della sua educazione e dell'ordine che conosceva, che tutti conoscevano: papa, imperatore, feudatari, chi era veramente a capo delle cose?
Barisano, sei un uomo di potere, sei un consigliere del re. Potrai scegliere, decidere, indirizzare. Fai che sia sempre la pace e non la guerra il tuo obiettivo e guida la mano di questi governanti. Barisano, a te affido un terribile segreto, ma se lo faccio  perch mi fido del tuo operato e so che non mi tradirai, ma anzi
che ci aiuterai, da vicino o da lontano, nell'interesse del mantenimento della pace e dei diritti di tutti gli uomini su questo lembo di terra.
Segu un lunghissimo silenzio.
Barisano, i territori che furono di Ugo di Puiset, erano vicinissimi al monastero di Orval. Il conte Ugo  l'unico che potrebbe capire qualcosa, ma confido nella tua saggezza e nella tua capacit di orientare le dispute. Barisano, prometti.
Ho gi promesso, Ugo e Barisano Pisano ha una sola parola.


CAPITOLO 9.
Regni cristiani d'oriente dal dicembre 1120 all'uso comune.

Agli inizi del 1120 il re di Gerusalemme Baldovino secondo aveva indetto un concilio in Nablus, una cittadina a circa quaranta miglia a nord della capitale. Non era stato un concilio ecclesiastico, anche se erano stati affrontati anche temi religiosi. Il re aveva preteso che giuristi e uomini del clero trovassero un accordo sui matrimoni misti, sulle logiche ereditarie, sulle punizioni da comminare ai ladri, ai bigami, ai sodomiti. Baldovino era ossessionato dall'assenza di una legge che fosse adottata e rispettata in tutti gli stati latini d'oriente e che garantisse serenit nelle successioni, nei lasciti, nelle contrattazioni, che chiarisse gerarchie, obbedienze, servit. Se da una parte, giuristi come Barisano e altri richiamati da occidente, tentavano di legiferare in modo razionale per il bene di quell'insieme di nazioni, gli interessi particolari di prelati e delle teste coronate rischiavano di rendere vano quello sforzo. Il giorno sedicesimo di quel mese, furono emanati i canoni che, per quanto imperfetti, erano un primo passo verso il processo di organizzazione e razionalizzazione di quel nuovo mondo. Fra le norme approvate ci fu l'istituzione dell'Alta Corte e fu sancita la creazione ufficiale dei Pauperes commilitones Christi Templique Solomonici, una congrega di uomini votati tanto al monachesimo quanto alla difesa armata dei pellegrini provenienti da occidente, in marcia verso la Citt Santa. Utilizzando ci che avevano, adottarono come divisa dei mantelli chiari, del colore della fibra grezza che portavano cucita sulla spalla destra una croce rossa. Era una croce diversa da tutte le altre, di foggia greca e con estremit che si allargavano svasate, detta croce patente o potenziata. Intanto, dalle terre natie giungevano notizie di guerre, lutti, successioni e i franchi guardavano talvolta con nostalgia e rimpianto quella fascia azzurra e mobile, quel grande mare che li separava dalle avite case. Cos, in una missiva dalle Puglie, era giunta la conferma che donna Mamilia di Rouci, fermatasi a Taranto molti anni addietro, era morta di morte naturale, lasciando solo il giovane Ugo secondo che aveva allora cinque anni. Baldovino secondo, dopo aver fatto rispettare un periodo di lutto, aveva concesso a Ugo di Puiset, fedele e solido consigliere, la contea di Giaffa e donata in moglie Emelota, vedova di Eustachio di Grenier, nobile crociato della prima ora a fianco di Goffredo di Buglione. Barisano, ormai uomo di legge e raramente di spada, divenne il conestabile, l'amministratore di quei territori ed era conosciuto come Barisano Pisano, cos come era solito chiamarlo il re. Ugo e la sua sposa Emelota, il suo seguito e pure
Barisano, si spostarono a vivere nel castello di Giaffa alla fine di giugno dell'anno del signore 1123.
Giaffa luglio 1125 all'uso comune
Carissimo fratello, ti scrivo dalla mia stanza inondata di luce e dalla brezza del mare. Da quando ci siamo trasferiti a vivere a Giaffa, posso scendere alla spiaggia o al porto tutti i giorni, e queste strade, questi vicoli della citt vecchia, mi sono diventati familiari e cari. Sembra quasi uno scherzo del destino, ma all'alba il sole si leva dalle alture a levante, proprio come da noi a Pisa dal Monte Manius a Calci e poi tramonta in mare, proprio come alla foce d'Arno. Ecco, se devo proprio dirlo, oltre a tutti voi qui manca il fiume, ma per il resto mi pare di stare a casa. Ti scrivo perch in questi giorni siamo tutti in allegria. Tre settimane fa il re Baldovino secondo ci ha convocati e in grande fretta siamo partiti alla volta del settentrione. Sulle prime nessuno sapeva quale fosse la destinazione, ma poi ha cominciato a circolare la voce che si cavalcasse fino ad Antiochia. Cos  stato e nella citt dove predicarono Paolo e Pietro, abbiamo accolto un convoglio proveniente dalla Puglia e Boemondo secondo principe di Taranto, un bel giovane di quasi diciotto anni. Contravvenendo alla costituzione che io ho aiutato a scrivere, Baldovino ha subito concesso al principe la signoria di Antiochia e la mia rabbia  quasi esplosa. Ma poi mi sono calmato perch una grande notizia ci ha allietati. Boemondo secondo  sbarcato recando con s Ugo secondo, figlio della povera Mamilia e del mio conte Ugo di Puiset. Come sai, Baldovino ha generato quattro figlie femmine: Melisenda, Alice, Hodierna, e Inetta e si vocifera che Boemondo secondo sar presto sposo della seconda, Alice. Se la prima figlia, Melisenda, non trovasse partito da ora alla dipartita del re, Boemondo secondo di Taranto, nobile di sangue normanno, potrebbe anche diventare il nuovo re di Gerusalemme. Il piccolo Ugo secondo ora ha dieci anni,  tenace e forte, ma gli brillano negli occhi degli eccessi d'orgoglio. E qui da poco e ha gi mancato di rispetto a suo padre Ugo di Puiset, che  troppo indulgente, ma lo capisco, ch son dieci anni che lo attendeva. Sto bene, questo re mi ha benvoluto e benedetto, godo di ricchezza e libert e mi bagno di sole e di mare. Talvolta penso che anche io dovrei avere dei figli, ma cos come questo pensiero mi assale, cos subito da me rifugge, che tanta barbarie e morte in questi luoghi ancora vedo. Lo so che mi implorerai di nuovo di tornare, sono stato tentato molte volte, soprattutto quando il re, due anni or sono, cadde prigioniero dei musulmani e fu in prigionia con Joscelyn di Courtenay. Ma poi tutto si risolse e ora  forse il momento in cui comincio a sentirmi pi in pace in questa terra che per fortuna sembra aver trovato stabilit e confini decisi e ben difesi. Vi abbraccio tutti, soprattutto la tua sposa e benedico il figlio tuo che porta in grembo. Sempre vostro e per sempre Barisano Pisano.
Un altro anno era passato tranquillamente. Dai confini non giungevano voci di guerra, a parte qualche razzia di bestiame o piccole dispute per il controllo di insignificanti alture. Pareva che i sultanati e gli emirati confinanti avessero accettato la presenza degli stranieri e ne temessero gli eserciti. Addirittura dai nobili musulmani che vivevano oltre confine, erano giunti doni e missive per intavolare trattative e
Barisano partecipava regolarmente agli incontri col compito di redigere i verbali, dato che Baldovino secondo era ossessionato dall'ordine. Forse fu per ringraziare il pisano o forse, come si sussurrava che il re avesse paura di quegli animali, Baldovino regal a Barisano un falcone di Altai, animale fiero e possente utilizzato dai popoli d'oriente per la caccia. Barisano ebbe cos un nuovo amico, un alleato segreto e silenzioso che prese a curare, educare, amare. Avrebbe voluto chiamarlo Pisa, ma gli esperti di falconeria gli certificarono che era un esemplare maschio e allora gli venne naturale chiamarlo Sisto. Uscivano spesso, al mattino presto. Barisano si recava sulle alture retrostanti il mare e, giunto in luoghi solitari, liberava l'animale. Solo quando si staccava dal suo braccio Barisano percepiva la potenza di quella bestia. Si librava in aria con ampi battiti d'ala, rapidi e ritmati, poi, dopo aver guadagnato quota, fiutava il vento alla ricerca di qualche corrente ascensionale. Barisano osservava Sisto cos come si osserva un figlio. Lo studiava, percepiva l'esatto momento in cui l'aria calda lo sosteneva e le ali cessavano di battere. Sisto compiva lunghissime traiettorie circolari disinteressandosi del suo padrone, restava in aria per lunghissimi periodi, anche ore e Barisano si spazientiva, ma soprattutto temeva che quell'invisibile legame che lo teneva aggrappato a quel puntino minuscolo contro il cielo azzurro si spezzasse. In quei momenti Barisano diventava cupo e si immergeva e sprofondava nella sua malinconia e la sola idea che Sisto non tornasse gli dava la misura della sua sconfinata solitudine. Era una condizione di infelicit latente e controllata, sapeva gestire quelle emozioni, si calava nel lavoro, nello studio, ma lass sulle alture, dove nessuno sguardo lo poteva raggiungere, talvolta si era scoperto ad avere gli occhi lucidi di dolore e nostalgia. Tuttavia Sisto tornava sempre, spesso anche con piccole prede, che Barisano gli lasciava come premio, senza portarne mai a palazzo, che di carni e cibi ne avevano a sufficienza. Fu una mattina di maggio dell'anno 1127 che Barisano, abbassando lo sguardo verso valle mentre Sisto era in volo, not uno sbuffo di polvere alzarsi dalla parte di oriente. Temette e per un attimo fu indeciso sul da fare. Sisto era in volo e a nulla valsero i fischi di richiamo, una spada contro dieci o forse pi non sarebbe servita. Chi erano quegli uomini spronati al galoppo che si dirigevano verso di lui? Decise di assecondare la ragione: era in terra amica, i confini e le incursioni erano lontane, cavalieri nemici e in armi sarebbero stati intercettati molto prima che fossero giunti in prossimit del mare. Col cuore in tumulto attese, finch riusc a percepire nella luce limpida del mattino mantelli bianchi e neri ondeggiare al vento bardati da una croce rossa. Dalla tensione alla gioia, dalla ragione alla passione. Ugo! Il drappello si ferm a pochi passi da lui e si fece avanti solo Ugo di Pagano, a capo scoperto, calvo e con la barba ancora pi lunga. Smontarono entrambi da cavallo e si strinsero in un abbraccio liberatorio.
Sei un crociato poco accorto, Barisano.
Che intendi dire, fatti guardare, come stai?
Sto bene, ma non puoi mantenere questa abitudine mattutina, o almeno devi cambiare zona, altura, non dare riferimenti.
Mi stai spiando?
Certamente figliolo, io ho orecchi e occhi sotto la sabbia e vigilo su di te. Sei una delle pochissime persone di cui mi fido e ho a cuore la tua vita. Quindi vedi di ascoltare i consigli. Rifletti, come avrei potuto sapere che eri qui?
Barisano balbett, non aveva mai visto mantelli bianchi con la croce potenziata in giro, intorno a Giaffa o in citt, ma si dette dello sciocco. Le comunit ebraiche avevano vissuto in pace col regime musulmano secondo i precetti della Dhimma. I dhimmi, i non musulmani e quindi gli ebrei, cristiano ortodossi, maroniti, siriaci, di rito antiocheno, a fronte di una imposta procapite, potevano esercitare i loro commerci, operare, vivere e professare il proprio credo nei rispettivi luoghi di culto. I musulmani raramente imponevano conversioni forzate e quindi anche gli ebrei avevano mantenuto le loro tradizioni, pur preferendo fuoriuscire dalle citt e adattarsi a quei lavori di sartoria, concia, battitura dei filati, che i musulmani reputavano occupazioni minori, privilegiando le tradizioni agricole e la pastorizia. In particolar modo, a Giaffa, c'era una grande comunit ebraica ed era conosciuta e rispettata per gli studi dei copisti. A Giaffa era stata riscritta e ornata con lettere d'oro la Veshivat Geon Yaakov che anche i cristiani leggevano e commentavano come parte fondante dell'Antico Testamento.
Non tutti portano una uniforme e non dimenticare chi sono i miei pi fedeli soldati. Sono tutti costretti a pagare la Jizya e questo li rende cittadini di rango inferiore, debbono pregare a bassa voce, portare abiti
che li facciano riconoscere come ebrei al primo sguardo. Sono silenti ma molto operosi e... credimi, sono soprattutto quelli che hanno a cuore la pace. Quindi ho i miei informatori, e sono ovunque e poi, il tuo animale lass,  come un vessillo sopra la tua testa ed  pure un falco pauroso, che da quando abbiamo liberati i nostri, se ne  rimasto in alto a vigilare e non intende scendere.
Barisano si mise a scrutare il cielo. Tre o quattro uccelli pi piccoli di Sisto volavano in circolo sopra le loro teste.
Sono portaordini, addestrati per questo e non per la caccia. Ho tue notizie quasi tutti i giorni e devi imparare ad avere occhi migliori.
Barisano era rimasto interdetto, la felicit di vedere Ugo si era trasformata in inquietudine. Era stato messo a parte dei segreti di quell'uomo, ma questo non lo autorizzava a tenerlo sotto controllo. O si fidava o non si fidava. Barisano non dissimul il suo turbamento e Ugo se ne accorse.
 solo per il tuo bene, se non mi fossi fidato di te, non ti avrei mai raccontato la mia storia. Barisano, ascolta bene, perch non ci vedremo per moltissimo tempo.
Si incamminarono sul fianco della collina. Spirava ancora la brezza che di notte va dalla terra al mare, carica di odori e di sussurri.
Parto. Vado in Francia. Girer per varie corti in cerca di sostegno e di uomini per il nostro progetto. Incontrer chi potr aiutarci a scrivere una regola del nostro ordine nascente, s da essere inquadrati come monaci e dare ubbidienza solo al papa.
Barisano, che non era digiuno di regole monastiche e obbedienze, obiett con sorpresa.
Scusami Ugo, ma un ordine di falsi monaci e falsi cavalieri, tutti ebrei, si mette alle dipendenze del capo della Chiesa? E poi, perch non chiedere ausilio al patriarca di Gerusalemme Guermondo de Picquigny?
Ugo sorrise, era ancora giovane e inesperto quel suo compatriota pisano.
Non sai quanti papi hanno avuto ascendenza ebraica e quanti ancora ce ne saranno. Questa Chiesa di Roma, pensi possa essere lasciata nelle mani di chiunque brami il potere? No, Barisano, il potere va temuto, gestito, preservato, affinch l'ordine delle cose non muti o muti senza sconvolgimenti. Nella lotta tra papa e antipapa, tra papato e impero, questo nostro patriarca non va d'accordo col papa e non conta niente,  solo un fantoccio. L'unica persona su cui convergono tutte le aspettative presenti e future,  Bernardo, abate di Chiaravalle.  un arrogante e presuntuoso ricco che predica la povert, borioso che predica l'umilt, ma pare avere grande seguito e il suo futuro potrebbe essere luminoso ed essere addirittura eletto papa.  anche un po' inparentato col re Baldovino, non posso trascurare nessun dettaglio. Ascoltami bene, sar scritta una regola e se avremo fortuna, potremmo diventare un ordine monastico cavalleresco indipendente. Andr in terra franca, ufficialmente inviato dal re di Gerusalemme a chiedere aiuti. Poi, cesser di essere Ugo di Pagano crociato e torner ad essere Ugo armatore di Pisa e rientrer a casa. La nostra citt ha stretto un patto con Amalfi. Ci
sono contratti da siglare, accordi da verificare e poi c' mia moglie e i miei figli e sento il bisogno di andare.
Barisano rise prendendosi gioco del suo alleato.
Un armatore pisano, monaco con dovere di castit e obbedienza, ebreo e miscredente che torna a casa dalla moglie. Ugo, ma chi sei veramente? Ti sei fidato di me, ma io posso fidarmi di te?
Ugo guard verso il mare, quella linea azzurra che tutto chiudeva all'orizzonte.
Io sono Ugo di Pagano Verchionese e di Parlascio Ebriaco, educato sin dalla nascita all'onore e al rispetto delle leggi. Mi  stato affidato un compito e debbo assolvere al mio dovere. Se per farlo devo assumere sembianze diverse non importa. Sappi che faccio tutto contro la mia primitiva volont che prevedeva di avere una vita comoda e una moglie affettuosa. Devo fare quanto  in mio potere per mantenere fede al patto che i miei predecessori hanno stipulato col dio degli eserciti sin dai tempi di Babilonia. Barisano, noi siamo uomini di questo mondo, ma siamo anche quelli che possono cambiare la storia, indirizzarla, rendere tutto meno complicato e forse fra mille anni si parler di noi. Barisano, tu ormai sei dentro questo grande teatro e non pensare di uscirne. Ormai sei un attore di questa farsa e lo sarai fino alla fine. Devi solo decidere se farlo con onore o disonore e non importa di quali panni vestirai se il tuo cuore si manterr puro come quando combattemmo a Maiorca. Io ti conosco, ragazzo, sei come e pi di mio figlio e mi sei fratello nel nome del sangue pisano.
Ugo esit, doveva compiere un altro passo.
Ho bisogno di una cosa, ma non  in tuo potere farla, eppure, solo tu puoi decidere che questa cosa possa essere progettata.
Barisano fece un segno d'assenso misto a curiosit.
Ho bisogno di un uomo a Pisa, che compili note e mandi missive a te, ma le stesse lettere veicoleranno anche messaggi segreti. Non posso usare solo i miei canali perch la rete di comunicazione che abbiamo deve prevedere anche vie alternative. Non voglio ricattarvi giocando sul senso dell'onore e sul debito di riconoscenza, ma pensavo che, forse, tuo fratello potrebbe essere la persona giusta.
Il mondo cominci a vorticare intorno al giovane. Se ne stava spensierato all'alba sulla collina col suo falco e ora si sentiva risucchiato, arpionato a terra, quasi lordato di cose pi grandi di lui. Va bene, gli scriver.
La voce gli era uscita da sola, e se ne stup lui stesso. Ormai era tardi per rimediare e non sapeva neanche se era doveroso rimediare.
Ti insegner come inserire un messaggio cifrato all'interno di una lettera.
Si abbracciarono, stavolta con l'animo in subbuglio, tutti e due, anche Ugo. In fondo le vite dell'uno e dell'altro erano riposte nelle reciproche mani. Gli uccelli rientrarono uno ad uno. Per ultimo scese Sisto, sul braccio del suo padrone. I cavalieri dai bianchi mantelli e Barisano cavalcarono mollemente fino a Giaffa. Ugo si sarebbe trattenuto per il tempo necessario a Barisano per scrivere missive per i familiari e pure per conto di Baldovino. Il giorno dopo, il giurista del re, il ragazzo dalla mano nera, era di nuovo solo.
Pochi giorni dopo, un domestico del conte Ugo annunci che c'erano visite. Un convoglio navale era attraccato ad Acri, poi una carovana si era diretta verso sud e fra i viandanti qualcuno si era presentato a palazzo e chiedendo di Barisano Pisano e mostrando lettere credenziali. Il giurista sorrise alla vista del plico e riconobbe l'effigie stampigliata nella ceralacca. Finalmente erano arrivati due archivisti che lo avrebbero aiutato nel redigere verbali e ordinare le corrispondenze di corte. Barisano avrebbe dovuto istruirli, mantenerli probabilmente, ma non se ne faceva un problema. Ora che aveva scoperto gli spazi ampi e solitari insieme al suo Sisto, soggiaceva malvolentieri ai doveri del palazzo reale. Chiese al conte Ugo il permesso di riceverli e, avuto un cenno affermativo, scesero insieme in cortile. Un solo uomo vestito di panni pesanti attendeva con espressione preoccupata. Barisano si contrari: attendeva due suoi vecchi compagni di studi, non quel ragazzo imberbe vestito goffamente, sudato e impolverato. Dal canto suo anche il giovane era perplesso, si era immaginato una calda accoglienza e invece ora era quasi circondato. Di fronte a s un adulto e un giovane. Il divario di et non permetteva che fossero padre e figlio, al massimo zio e nipote. Ma gli facevano pi paura gli altri uomini dai volti scuri e gli sguardi inquisitori.
Chi siete?
Sono Burgundio Leoli, pisano e studente di diritto alla Scuola Culta di san Pierino in Vincoli. Cerco il maestro Barisano Pisano, ho consegnato prima le mie credenziali.
Io sono Barisano Pisano, ma attendevo due stimati colleghi.
Pisa  in fermento, si preparano alleanze e armate imperiali sono in procinto di scendere nelle nostre terre. E poi, il giovane fece una breve, ma significativa pausa solo io ero disposto a venire.
Barisano soppes quelle parole, indeciso se cedere alla rabbia e alla frustrazione o accogliere quel ragazzo. Si volt verso il conte Ugo che alz ciglia e spalle in una smorfia di assenso e i due sorrisero. Quanti anni hai, Burgundio?
Diciassette, quasi diciotto, maestro Barisano. e chin la testa arrossendo.
Bene, almeno hai avuto il coraggio di intraprendere il viaggio. Se vali come giurista, lo vedremo!


CAPITOLO 10.
San Giovanni d'Acri dal settembre 1127 all'uso comune.

Le galere erano salpate da poco. Il convoglio di cinque navi riprendeva la navigazione verso casa. Sistemati a poppa, due uomini scrutavano silenziosi la linea scura di terra che pian piano si allontanava. Case, finestre, torri, San Giovanni d'Acri con le sue fortificazioni appariva ora come una cucchiaiata di miele scuro che pian piano si espande e si scolora su un piatto. Nell'animo dei due uomini agitazione e pensieri. Calvi entrambi, ostentavano lunghissime barbe imbiancate dal tempo.
Verr un giorno, Samuel, in cui sar necessario cambiare pelle e sembianze.
S, Ugo, ma non so come mi sentir, sono decine di anni che mantengo questo volto.
Lo so, Samuel,  difficile anche per me. Ormai la Terrasanta ci conosce come Ugo di Pagano e Geoffrey Bison, ma  necessario mutare aspetto e forse, quando arriveremo a Pisa, mutare anche nome, almeno
per te, che per me  ormai impossibile. Per le vesti non sar un problema, dobbiamo solo indossare i mantelli al contrario, cucire le tasche interne e aprirne di nuove.
Il primo giorno di navigazione fu tranquillo, coi galeotti al remo che non perdevano mai il ritmo. Ugo osservava tutto, annotava mentalmente; conosceva quel piccolo universo che ogni nave in mezzo al mare generava e perpetrava, un universo che traeva alimento dalle stive maleodoranti, dalle intemperanze degli uomini incatenati, dalla frusta, dalla maestria dei comandanti e dei piloti, dalla destrezza dei marinai, ma anche dai timori per i carichi preziosi, dalla paura per i fortunali, dal terrore per un assalto nemico. E quell'universo galleggiante, accanto ad altri, veleggiava verso nord ovest seguendo una linea immaginaria, fatta di sole e di stelle e punteggiata di voli arditi di uccelli marini. Il viaggio prosegu tranquillo, coi venti favorevoli e con l'orizzonte sgombro. Ugo sentiva crescere esitazione e tormento e la sua impazienza raggiunse l'apice quando le galere transitarono nel braccio di mare tra Sardegna e Tuscia. Vide sfilare a mano dritta, una ad una, le isole, da Giannutri alla Gorgona. Fermo sulla prua della nave, scrutava l'orizzonte verso destra, intravvedendo l'apice dei Monti Pisani e delle alpi Apuane come se fossero isole circondate dalle acque, che la sfericit della terra creava quella illusione. Pens a casa, alla sua Pisa, alla famiglia e alla piccola Maria che aveva appena avuto il tempo di vedere. Ricordava il suo odore di bimba, fresco, penetrante, buono. E poi sua doglie, paziente, accogliente, calma. Ora che era pi
vicino a tutto questo, il peso del distacco e della solitudine era infinito. Molte volte si era chiesto se tutto quel suo vivere, frutto di scelte altrui e del quale si lamentava, in fondo non gli piacesse. O se in definitiva, fosse il solo modo di vivere che conosceva e quindi anche l'unico praticabile, per cui c'era poco o niente di cui lamentarsi. E invece si lamentava Ugo, nelle lunghe notti accampato in lande polverose, o in stalle maleodoranti, cos come quando era ospite in sontuosi palazzi. La missione che doveva compiere, il compito a cui doveva assolvere, non erano in fondo una scusa per continuare a fare la vita che voleva fare? Ogni pensiero sulla sua condizione andava a gravare su quell'animo forte ma malinconico, sui suoi saldi principi che talvolta vacillavano. E Pisa si allontanava, che la destinazione delle navi era Genova e poi Marsiglia. Alz una mano, quasi a sfiorare qualcosa o qualcuno. Un cenno, un saluto, poi volse lo sguardo a settentrione, l era diretto insieme al fidato Samuel.
Il viaggio da Marsiglia a Troyes era durato quasi un mese. Notti piovose, alloggi di fortuna. Qualche passaggio su carri di contadini o mercanti, lunghe camminate per boschi solitari seguendo tracce appena visibili, sentieri aspri o talvolta camminando a fianco di moltitudini, quando giungevano pi prossimi alle citt. Animo all'erta, sempre vigili, una mano al bastone e l'altra al pugnale sotto il mantello, sempre in perenne apprensione. Giunti che furono presso la cittadina di Troyes, chiesero e ottennero asilo al convento dei Cistercensi ancora in costruzione, presentando una lettera di accompagnamento di Baldovino secondo re di Gerusalemme. Pass ancora del tempo, ma pian piano il monastero si riemp di prelati, di viandanti, di monaci. Di l a poco sarebbe arrivato Bernardo, maestro dell'ordine cistercense e sarebbero iniziati i lavori di un concilio. Negli anni precedenti, Ugo aveva gi incontrato Bernardo, aveva elargito doni all'ordine dei Cistercensi e aveva tessuto una trama di relazioni politiche e personali. Non era l'unico a cui aveva versato dei soldi. La politica di Ugo mirava al mantenimento e al controllo di una situazione politica che mai doveva volgere alle peggiori condizioni e degenerare in guerre e tribolazioni che avrebbero stritolato le comunit ebraiche come e pi delle altre. In quel periodo, date le lotte fra papato e impero, fra sostenitori di una casata o l'altra, le possibilit di raggiungere posizioni di comando erano legate ad un fato imprevedibile. Il volgere delle cose aveva fatto s che Bernardo, imparentato con molte famiglie nobili francesi ed esso stesso nobile, divenisse in breve tempo il monaco con pi credito e pi seguito del tempo. A Ugo, Bernardo non era mai piaciuto. Nobile, viziato, irriverente, non era stato neppure un grande studioso e delle sette arti liberali aveva voluto imparare soltanto grammatica e retorica. Forse Bernardo non era piaciuto neppure ai suoi insegnanti, forse era un reietto dell'ordine cluniacense, forse per quello si era fatto regalare un appezzamento di terreno sulle sponde del fiume Aube e aveva fondato, insieme a quattro fratelli, uno zio e un cugino, il monastero di Chiaravalle. Questo suo atteggiarsi a difensore pi alto dei valori morali, contravvenendo per ai precetti dei suoi insegnanti, alle regole degli ordini esistenti, aveva fatto leva sui giovani senza speranza e molti secondogeniti, nobili e facoltosi, si erano uniti a lui. Ugo e Bernardo, a parte la differenza di et, erano dissimili in tutto, ma il maestro di Chiaravalle era l'unico che poteva, in quel momento, intercedere presso il papato per pervenire ad una approvazione della regola dato che Ugo, per i suoi monaci cavalieri, voleva arrivare a strutturare un ordine indipendente come quello degli amalfitani, l'ordine di San Cosma e Damiano, o l'ordine del Tau, fondato in Tuscia, ad Altopascio e dal quale Ugo aveva molto imparato. Dal canto suo Bernardo trovava fastidioso quello strano individuo pisano che a volte era generoso e munifico, altre severo e stizzoso e i loro incontri negli anni addietro avevano sempre lasciato amaro in bocca. Ora erano li, a Troyes, dove il clero locale si era riunito per disquisire di dogmi e precetti ed era l'occasione per far s che la regola, gi scritta da Ugo negli anni precedenti, venisse valutata e sottoposta poi all'approvazione papale. Chi meglio del giovane virgulto della Chiesa poteva farlo?
Ugo e Samuel trascorsero vari giorni in penitenza e preghiera e stavano tutto il tempo in piedi, pregando e digiunando, o comunque davano l'idea di far quello. Gi si era sparsa la voce per il borgo e quei due uomini, che parevano pi soldati che monaci, incutevano, per moltissime ragioni, rispetto e diffidenza.
Venne il giorno dell'incontro e alla presenza di Matteo d'Albano, legato papale, i vescovi delle diocesi vicine, gli abati delle quattro abazie pi famose, Citeaux, Chiaravalle, Pontigny e Troisfontaine, uno stuolo di nobili e laici e Ugo e Samuel, nei panni di Geoffrey Bison, si inginocchiarono al maestro.
Benvenuto, Ugo, alzatevi. Se per grazia di Dio sei diventato soldato da conte e povero da ricco che eri, in questo mi congratulo con te, com' giusto, e in te glorifico Dio, sapendo che questo  mutamento voluto della destra dell'Eccelso. Potrei scordare l'antico affetto e i benefici che hai prodigati con tanta larghezza alla nostra casa? Quanto a me, e per quanto  in me, io non essendo affatto ingrato, tengo conficcato nella memoria il ricordo della tua munificenza.
Ugo sospir sommessamente, non si aspettava niente di pi o di meglio, ma almeno Bernardo rimarcava e non negava di essere in debito.
Maestro Bernardo. I passi mi hanno guidato fino a voi, luce di verit e sapienza e a voi, Matteo d'Albano, per intercessione del santo pontefice, legato e rappresentante di Cristo sulla terra. Porto con me l'umile servitore Geoffrey Bison, fermo nella fede e assiduo nella preghiera, modello per tutti i nostri adepti, seguaci di questa folle impresa che desideriamo far piacere a Dio. Ci siamo prefissi il compito e ci assumiamo l'onere di difendere tutti i pellegrini in Terrasanta che, guidati dalla destra dell'Altissimo, desiderano volgere il loro sguardo a Gerusalemme per redimere i loro peccati. Sono terre aspre e spesso battute dall'orda nemica e siamo convinti, anche per concordia di idee del nostro sovrano Baldovino secondo, che tale nuova milizia possa arrecare ai cristiani sicurezza e privilegio, a Dio piacendo. Ecco perch ci presentiamo a questo consesso e vorremmo donarvi quanto abbiamo scritto come bozza di una regola,
traendo spunto dall'insegnamento supremo di chi prima e meglio di noi ci ha preceduti sul cammino della fede e della penitenza.
Ugo trasse da sotto il mantello un astuccio di cuoio e fece l'atto di porgerlo a Bernardo. Dopo uno sguardo di imperio, un valletto si mosse e prese il plico, consegnandolo nelle mani del maestro.
Bene, Ugo, concordo con quanto mi dici e con quello che ho letto, scritto di pugno da Baldovino. Legger con attenzione, poi vi convocher privatamente e ci sar modo di disquisire. Ora siete congedati.
Ringraziamo e vi lasciamo ai vostri nobili e preziosi uffici.
Ugo e Samuel si alzarono e si avviarono fuori dalla grande sala capitolare, ma una voce pietrific il loro passo.
Mi  stato riferito che pregate in piedi, Ugo di Pagano. Forse che il troppo stare accanto ai vostri cavalli, ha mutato l'abitudine dei figli di Dio?
Ugo si volt adirato, ma riusc a parlare con tono commiserevole.
 solo un atto di fede che speriamo risulti gradito al Signore.
Non sono convinto che il Signore possa gradire, mi pare pi un atto di superbia il non genuflettersi davanti a Dio. Andate!
L'aria esterna, pregna di umido e sentore di legna bruciata, parve una liberazione rispetto alla purezza falsa dell'incenso che aleggiava all'interno. Ugo aveva il fiato grosso, come se avesse corso o combattuto. Samuel gli pos una mano sulle spalle cercando di placare la sua ira.
Maledetto cane. Io da ricco mi sono fatto povero, lui da ricco si  fatto arrogante e professa una fede che non gli appartiene. Non avr pi una moneta da me, a costo di ammazzarlo e andare dal papa in persona, questa regola sar approvata. Samuel, ritiriamoci al caldo e attendiamo gli eventi. Non possiamo fare altro, per ora.
Trascorsero due settimane, tutto pareva immobile e sospeso. Le campane battevano l'ora e tutti rispettosamente seguivano la liturgia. Il paese risuonava di inni e canti, la povert regnava nelle baracche pi periferiche mentre al convento e nelle taverne del borgo, si sprecava e si esagerava alimentando ogni bassezza umana. Al termine della seconda settimana, subito dopo le lodi del mattutino, un giovane monaco venne a convocare Ugo e Geoffrey. Nella stanza di Bernardo fu ammesso solo Ugo. Ardeva un fuoco vivace e l'aria era intrisa di profumi speziati.
Accomodati, Ugo, versati un po' di vino se vuoi.
Vi ringrazio Bernardo, sto bene cos.
Nonostante il maestro cistercense fosse assai pi giovane di Ugo e la nobilt e gli averi non facessero difetto a nessuno dei due, parevano invertiti i codici del parlare e del rispetto dovuto.
Ho letto con attenzione quanto hai proposto. Non mi posso opporre al volere del re degli stati cristiani, ma non mi convince ci che hai scritto. Ho rivisto e corretto, ho tolto e integrato. La tua regola  troppo intransigente da un lato e lo  poco per altri aspetti.
Vi ascolto, maestro, non sono esperto in diritto e materia ecclesiastica e ogni mio errore  stato commesso senza alterigia o volont.
Io non ho scritto una regola, ma una lode e se sar regola lo decider solo il vicario di Cristo sulla terra. Vedi Ugo, avrei potuto togliere radicalmente alcuni capitoli e aggiungerne altri, ma ho voluto correggere i tuoi, ponendo delle negazioni e dei divieti a ci che hai scritto. Affinch ti ricordi sempre a chi devi obbedienza. Leggi qui, al capitolo 7.
Ugo prese il rotolo poggiato sulla poltrona e che Bernardo gli indicava. Adocchi la prima pagina dove in elegante grafia si leggeva LIBER AD MILITES TEMPLI DE LAUDE NOVAE MILITIAE. Corse veloce con lo sguardo al punto indicato e lesse ad alta voce mentre il maestro di Chiaravalle lo scrutava sornione.
Abbiamo sentito con le nostre orecchie un teste sincerissimo, che voi assistete al divino ufficio stando costantemente in piedi: questo non comandiamo anzi vituperiamo: comandiamo che finito il salmo, " Venite esultiamo al Signore" con l'invitatorio e l'inno, tutti siedano, tanto i forti quanto i deboli, per evitare scandalo. Voi che siete presenti, terminato ogni salmo, nel dire "Gloria al Padre", con atteggiamento supplice alzatevi dai vostri scranni verso gli altari, per riverenza alla Santa Trinit ivi nominata, e insegnammo ai deboli il modo di chinarsi. Cos anche nella proclamazione del Vangelo, e al "Te Deum landamus", e durante tutte le Lodi, finch finito "Benediciamo il Signore", cessiamo di stare in piedi, comandiamo anche che la stessa regola sia tenuta nei Matutini di S. Maria.
Capisci Ugo, non puoi fare come ti pare, devi obbedire. Quanto hai letto  stato redatto in triplice copia. Una  nelle tue mani, una la conserver io e l'altra sar consegnata al legato pontificio affinch la porti a Roma dove sar studiata e valutata, ma non
credo che possano esserci dubbi sulla sua approvazione. Non intendo discutere con te della cosa, ma sappi che ho mutuato dalla regola benedettina rendendola ancora pi dura e inserendo dieci capitoli sui modi e sugli atteggiamenti che dovete tenere. Vai in fondo, Ugo e leggi la conclusione che poi, per te, sar l'inizio.
Ugo, fremente di rabbia cercava di dissimulare il dissenso e con immane fatica riprese a leggere.
Noi dunque con infinita gratitudine e fraterna piet convenuti, per le preghiere del maestro Ugo, nel quale la sopraddetta milizia ebbe inizio, per ispirazione dello Spirito Santo, dalle diverse zone della provincia ultramontana nella solennit di sant'Ilario, anno 1128 dell'incarnazione del Figlio di Dio, nono dall'inizio della sopraddetta milizia presso Troyes, sotto la guida di Dio, meritammo di ascoltare dalla bocca dello stesso maestro Ugone il modo e l'osservanza dell'ordine equestre secondo i singoli capitoli. Secondo la comprensione della nostra esigua scienza, ci che a noi sembrava assurdo, e tutto ci che nel presente concilio a noi non poteva essere a memoria riferito o detto, non per leggerezza ma per saggezza, affidammo per approvazione del comune capitolo in modo unanime alla provvidenza e alla discrezione del venerabile padre nostro papa Onorio, e dell'inclito patriarca di Gerusalemme Stefano. Per sapienza e necessit non ignari della religione orientale e neppure dei poveri commilitoni di Cristo, bench il massimo numero di padri religiosi presenti in quel concilio per divina ispirazione raccomandi l'autorit del nostro dettato, tuttavia non dobbiamo passare sotto silenzio i loro pareri e le vere sentenze, io Giovanni Michele, per ordine del concilio e del venerabile abate di Chiaravalle, al quale questo era
affidato e dovuto, ho meritato per grazia divina di essere umile scrivano di questa pagina.
Ugo si lecc le labbra secche. Non aveva capito niente di quello che aveva letto. Le cose erano a posto? Non lo erano? Gli ruotavano in testa mille pensieri e per abitudine non voleva trarre conclusioni affrettate. Forse che l'infido Bernardo, sotto le spoglie di arrogante e presuntuoso, aveva di fatto confezionato un atto politico intelligente? Oppure aveva sistemato tutto in modo da danneggiarlo? Non poteva aver scritto cose negative, visto che come aveva affermato, il papa avrebbe approvato e tramutato la Laude in Regola, ma chiss quali sottili trappole celava la pergamena che teneva stretta tra le mani. Decise di perseguire la via della cautela e dell'obbedienza, falsa obbedienza, naturalmente.
Venerabile Bernardo, trovo quello che scrivete giusto e condivisibile e attenderemo il tempo necessario e gli illuminati giudizi.
Mi fa piacere che condividiate, Ugo, e mi aspetto che questa mia parola scritta sia onorata e rispettata da subito senza riserva alcuna. Ho la vostra parola?
Ve lo assicuro, maestro Bernardo e sar io stesso garante che ogni confratello legga e adotti la regola, pena l'esclusione a vita dal nostro ordine.
Bernardo, seduto a mani giunte, con le dita che parevano sostenere l'altezzoso mento, fissava il fuoco.
Bene, avrete modo e tempo per rendere mansueti tutti i vostri compagni, giacch di voi non dubito. Mi sono permesso di scrivere alcune cose di mio pugno. Per esempio il capitolo 46. Converrete con me che un ordine che fa voto di obbedienza e non di povert,
sia abbastanza anomalo. Io non discuto su questo, capisco che la vita in Outremer abbisogni di risorse e denari e che al contrario di qui, non si possano pretendere decime dai territori o donazioni dai pellegrini, che gi giungono in Terrasanta con pochi averi, ma alcuni eccessi vanno limitati. Mi pare, se non ricordo male, di aver scritto una cosa che riguarda la falconeria, tanto cara ai nobili e tanto disdicevole agli occhi di Dio, che impiegare danari per curare un uccello, non donando quegli stessi soldi in carit,  abominio. Ho pessima memoria, Ugo, ma credo sia scritto: Nessuno catturi un uccello con un uccello, neppure proceda con il richiamo. Noi giudichiamo con sentenza comune che nessuno osi catturare un uccello con un uccello. Non conviene infatti aderire alla religione conservando i piaceri mondani, ma ascoltare volentieri i comandamenti del Signore, frequentemente applicarsi alle preghiere, confessare a Dio i propri peccati con lacrime e gemito quotidianamente nella preghiera. Nessun fratello professo per questa causa principale presuma di accompagnarsi con un uomo che opera con il falco o con qualche altro uccello. Voi non avete falchi o poiane di vostra propriet, vero Ugo?
No, venerabile Bernardo, ne avevo in giovent, ma ho donato tutti i miei averi per la casa dei nuovi militi. Non abbisogno di procurarmi cibo con la falconeria.
E che dire, Ugo, di questo vostro vezzo di accogliere nell'ordine uomini sposati? Intendete forse comportarvi da monaco il giorno e fornicare di notte con l'animo lordo di lussuria?
Forse non sono stato abbastanza abile nello scrivere, ma l'intento  quello di dare asilo a uomini che intraprendano la via della fede, anche se precedentemente legati in matrimonio. La milizia vorremmo che fosse albergo e riparo per chiunque decida di servire il Signore.
Non preoccuparti, ho pensato io a modificare quanto avevi esposto. Credo sia tutto, non trovi, Ugo?
S, venerabile abate, niente altro da aggiungere.
Bernardo annu soddisfatto, il vecchio combattente pisano si stava sottomettendo. Lo conged, dopo aver pregato con lui. Le preghiere imparate a memoria furono l'unica cosa condivisa, giacch i loro pensieri erano distanti e certamente schierati in opposta fazione, come eserciti sul campo di battaglia.
Durante il viaggio di ritorno, Ugo e Samuel avevano letto e riletto la Laude imparandola a memoria. Ogni sera, in sosta presso una stalla o un convento, passavano almeno un'ora ad imparare, annotare. Se quel pazzo di Bernardo sperava di aver piegato il fiero orgoglio del pisano, si sbagliava di grosso. Ugo macchinava e progettava e il suo scopo principale era quello di far approvare la regola al papa. Da l in avanti, avrebbero dovuto rispondere soltanto al capo supremo della Chiesa di Roma e omuncoli come Bernardo non avrebbero mai pi costituito un ostacolo. Era un boccone amaro da inghiottire e quello era il tempo della dissimulazione. Viaggiarono a ritroso verso sud e a Marsiglia, grazie alle sue conoscenze, Ugo trov un imbarco per Pisa e nei giorni prima di imbarcarsi affittarono una stanza in una delle migliori locande della citt, si fecero lavare e bollire tutti i panni e si concessero lunghi bagni caldi. Anche la loro barba conobbe il taglio del ferro e la mattina si presentarono al porto quasi irriconoscibili. Avevano smesso di radersi i capelli, avevano poca peluria sul volto e soprattutto avevano rivoltato i loro mantelli. Niente lasciava presagire che fossero crociati e tantomeno monaci. Pisa li accolse con calore. Ugo era tornato col suo socio in affari, ben accolto da tutti. Nell'armatore, per, si fece strada la tristezza: ad attenderlo a casa non c'era la sua amata moglie, portata via da una febbre maligna.


CAPITOLO 11.
Giaffa, maggio 1129 all'uso comune.

Amato fratello, ti scrivo per informarti che nubi fosche si addensano su di noi. Lo scorso mese il principe Boemondo secondo di Antiochia, marito della principessa Alice ed erede designato al trono,  perito durante uno scontro nel nord del regno. Gli  stata fatale la battaglia contro i turchi danishmendidi, signori dell'Anatolia. La sua testa  stata mozzata dal suo corpo gi privo di vita ed inviata come dono al Califfo di Damasco. A parte la grave perdita, a corte regna lo sgomento. Boemondo lascia una piccinetta nomata Costanza e nessun erede maschio al trono. Ho parlato spesso col re,  amareggiato e stanco ed ha nominato la sua primogenita Melisenda reggente in sua vece se dovesse perire all'improvviso. Ha mandato ambascerie in terra franca ed ha chiamato a Gerusalemme Folco quinto d'Angi. Il re vorrebbe maritarlo a Melisenda e vorrebbe che Folco fosse solo un consorte e non un re perch non si fida di nessuno se non del suo sangue. La scelta di Folco  stata forzata, che qui, qualunque principe o barone si farebbe tagliare una mano pur di sposare Melisenda ed impadronirsi della corona. Io
ho raccontato spesso al re della nostra duchessa e granmarchesa Matilda che tanto bene ha governato le terre imperiali intorno a Pisa, senza abbisognare di un consorte che le togliesse potere e privilegio. Ora non so se questo Folco possa essere arrendevole; fu crociato dei primi tempi,  avanti negli anni,  ricco e possiede un forte esercito che potrebbe dare ulteriore stabilit. Spero tutto si ordini secondo i piani del re. Tutti noi temiamo rovesciamenti di potere e anche se non prego molto, raccomando, per quel poco che vale la mia parola, l'anima di Baldovino al Signore che lo preservi dalla morte e lo tenga in vita ancora a lungo. Ho trascorso momenti molto felici insieme a Burgundio Leoli, da poco partito e latore della presente. Arriv qui impaurito e penitente, che nel giro di poco tempo aveva ingravidato due volte una giovinetta, generando Gaetano e Galgano, due bimbetti che di certo conoscerete l a Pisa. Giurista fresco di studi, buon conoscitore delle nostre Pandette, qui ha avuto modo di affinare la pratica legale, che con me ha operato nei tribunali e intorno alle dispute fra nobili.  un buon traduttore dal greco e dal latino e penso che possa essere utile alla nostra politica. Ho scritto per lui una lettera credenziale anche col timbro di Baldovino. Insieme abbiamo scoperto intere biblioteche, trattato con mercanti musulmani l'acquisto di libri. Sai che la biblioteca del califfo Hakan di Toledo conta seicentomila libri di cui settemila di matematica? E l'emiro del Cairo, al Aziz, ha catalogato un milione e seicentomila libri e lui di suo pugno ha apposto un timbro su tutti affermando di averne presa visione. Pensa, fratello mio, quante cose pu conoscere un uomo cos erudito? Non voglio tediarti e concludo, ma ti dico che tra le tante cose, mi allieta molto avere pi falchi da caccia. Sono diventato abbastanza bravo nell'ammaestrarli, mai come alcuni abitanti delle pianure che hanno l'arte nel sangue, ma me la cavo. I cavalieri dai bianchi mantelli di cui spesso ti ho parlato vegliano ancora su di me, ci rispettiamo e spesso ci consultiamo, te segui sempre le istruzioni che ti ha fornito Ugo. Scrivimi e dammi notizia di tutti voi, del mio bel nipote e di babbo e mamma. Indaga se puoi sui traffici dell'armatore Ugo che non ho sue notizie da parecchio tempo. Vi penso col cuore in pace in questa mia nuova Pisa. Vostro sempre Barisano Pisano.
Il matrimonio fra Folco quinto e Melisenda pareva aver accontentato tutti, tranne la stessa principessa. Figlio di Folco quarto soprannominato il Rissoso, aveva il carattere torvo del padre e i tratti grezzi della madre. Rosso di capelli, tozzo e volgare, era tanto abile in combattimento quanto sgradevole nei modi. Melisenda non lo sopportava, ma la ragion di stato le fece concepire e poi partorire, alla fine del 1130, un figlio maschio robusto e forte, battezzato col nome di Baldovino terzo. Dal canto suo il re pareva rinvigorito dall'arrivo del nobile francese. Truppe fresche, soldati ben addestrati anche se non avvezzi alla calura di quelle terre, cavalli robusti e ben nutriti e molto oro utile a corrompere e trattare parevano essere una benedizione. Cos, fra bevute e serate di baldoria, convincendosi di essere militarmente forti come mai, Folco e Baldovino cavalcarono alla volta di Damasco e la cinsero d'assedio. Per la prima volta, un contingente templare prese parte ad un'azione di guerra. Se Ugo ancora non era rientrato, gli accoliti dell'ordine dai lunghi mantelli chiari e bardati dalla croce potenziata, erano cresciuti. Disponevano di pochi mezzi ancora, ma si erano uniti a loro giovani cadetti di nobilt secondarie, ansiosi di combattere e di arraffare un po' di mondo. Non ci fu gloria per nessuno in quella sortita. Melisenda sper in cuor suo che Folco morisse in battaglia, ma ogni volta che le si affacciava quel pensiero, lo ricacciava devotamente indietro. Tuttavia riaffiorava. Era la primogenita del re, piacente d'aspetto e sempre devota alla causa, ma era precipitata in una sorta di malinconia, di nebbia paludosa che neppure i sorrisi del piccolo Baldovino terzo riuscivano a dissipare. Le donne di corte cercavano di assecondarla, scuoterla; poteva trascorrere ore a farsi pettinare i capelli con lo sguardo perso nel vuoto e le ancelle si dovevano dare il cambio che le braccia duolevano per il lungo lavoro. L'assedio di Damasco non port che frutti amari. I tentativi di assalto alle mura fallirono tutti e l'armata franca sub gravissime perdite. Baldovino pareva malato e si indeboliva ogni giorno di pi, per cui furono tolti gli accampamenti e l'armata rientr a Gerusalemme.
All'alba del 21 agosto dell'anno del Signore 1131, una campana risuon. Ci fu una lunga pausa, poi il suono si fece ancora sentire. Gli sguardi della gente che si avviava a vivere un altro giorno di lavoro volsero in alto. Orecchie tese attendevano. Ci fu un terzo rintocco. Un uomo era morto. Lo scampanio annunci al mondo che Baldovino secondo si era addormentato nel sonno dei giusti. Gerusalemme era orfana del suo re.
La seconda domenica di settembre, il patriarca di Gerusalemme Guglielmo di Malines, succeduto a Guermondo e pure alla breve reggenza di Stefano di Chartres, celebr la santa funzione durante la quale Melisenda e Folco furono incoronati regina e re di Gerusalemme. Barisano era a palazzo nella grande sala dei convivi. Al tavolo con lui sedevano anche Ugo conte di Puiset, il giovane Ugo secondo, ammesso per la prima volta ad una cerimonia ufficiale e tutti i familiari della contea di Giaffa. Si erano attese tre settimane dalla morte del re per permettere a tutti i reggenti delle contee e dei principati di recarsi a Gerusalemme. Brindisi, motti, risate, non per tutti. Barisano aveva imparato a perfezionare quella sua naturale inclinazione ad ascoltare. Nei convivi parlava poco e scrutava molto e nelle adunanze ufficiali il suo ruolo era quello del verbalizzatore e non dell'oratore. Era pur vero che il re Baldovino secondo aveva spesso conferito con lui, ma in privato e in forma non ufficiale.
Barisano, non trovi che la regina sia triste?
Anche se la cosa era nota ed evidente, nessuno avrebbe aperto una conversazione simile il giorno delle nozze del re. Nessuno tranne l'avventato Ugo secondo, ormai superati i sedici anni, abbastanza possente e forte per considerarlo un ragazzo, tracotante e irrispettoso per poterlo definire uomo.
Sar sicuramente effetto della stanchezza. Ha ancora da allattare, ha appena perso suo padre, non sono fatti secondari nella vita di una donna.
Barisano ha ragione, vedi di mangiare e comportati bene quando sei al mio fianco, sei stato ammesso alla celebrazione ufficiale, ma ricordati che sono tuo padre e non tollero mancanze di rispetto al mio tavolo.
Il giovane Ugo parve aver compreso la lezione, ma evidentemente, complice il vino, il suo bisogno di emergere doveva prevalere.
Io saprei come far sorridere la regina, e ammicc al tavolo reale strizzando un occhio ai commensali, mentre mangiava sguaiatamente un coscio di arrosto invece di quel vecchio francese, la scelta poteva cadere su un giovane forte e locale.
Figliolo, smettila. Sibil il conte.
Padre, non dovresti parlare, che anche Emelota, la mia matrigna,  sempre severa e silenziosa. Dovresti ben sapere cosa serve a una donna.
Fu un gesto istintivo, sbagliato il tempo e il momento, ma il giovane Ugo, colpito con violenza dal padre, era rotolato a terra attirando l'attenzione di tutti gli astanti. Il silenzio piomb freddo e improvviso. Il conte Ugo si alz in piedi e chiese scusa ai sovrani per l'increscioso comportamento del figlio. Poi chiese il permesso di assentarsi per condurre via quel ragazzo non avvezzo al vino. Il re alz una coppa e proclam ad alta voce che bere troppo al matrimonio di un regnante non era sbagliato e a sua volta trangugi il vino facendolo colare malamente sulla barba rossa. Poi si volt verso uno dei suoi consiglieri.
Chi  quel giovane?
 Ugo secondo di Puiset, maest.
Ha uno sguardo che non mi piace, tenetelo d'occhio.
Cos, Barisano si trov orfano della sua migliore compagnia e pass la serata conversando, meglio ascoltando, le chiacchiere dei molti che a palazzo si volevano mettere in mostra. Appena gli fu possibile
fugg fuori e torn velocemente al vecchio alloggio, alla stanza del convento che aveva occupato nei primi tempi del suo soggiorno in terrasanta. Si spogli, accaldato dalla cena e dalla calura ancora forte e prov a dormire. Ma il pensiero vol lontano, al mare e si vide coi piedi nella sabbia, correre da ragazzo alla foce dell'Arno, attendere le barche dei pescatori, lamentarsi della pelle scottata. E vide sua madre e percep l'odore dell'olio che gli spalmava per lenire il rossore e gli parve di sentire i borbottii di suo padre. Cerc il sorriso del fratello, in quello stato di dormiveglia dove i sogni sono ancora ad occhi aperti ma la mente gi sfugge al controllo e realt e desideri si fondono e si confondono. Si rivide sul fiume a lanciare canne in Arno atteggiandosi come un soldato che scagliava la sua lancia, e ne percep il volo, ne osserv la parabola, e sent il tonfo sordo dell'acciaio che penetra nel ventre del nemico. Url Barisano, destandosi da un sonno non sonno, rivivendo un antico incubo che credeva ormai l'avesse abbandonato. Si accasci sulle lenzuola odorose di sole e cerc di dormire, ma trov solo il pianto.
Al compimento del piano di Folco, furono necessari pochi giorni. Melisenda fu reclusa in una sala del palazzo con l'amorevole preghiera di curare la sua tristezza e il francese si arrog tutti i titoli di regnante unico con l'appoggio dei suoi fidi cavalieri scesi in Terrasanta insieme a lui. Al fine di zittire la sorella minore di Melisenda, Alice, gi predestinata al trono insieme a suo marito Boemondo perito da anni, combin il matrimonio della piccola Costanza, di appena
cinque anni, con Raimondo di Poitiers, un suo fidato alleato. Corse la voce nel regno che il nuovo re aveva disatteso alle preghiere del suo predecessore e suocero. Ma quale re aveva mai rispettato i voleri dei propri predecessori? Ci furono invettive e rimostranze, ma servirono solo ad alimentare distanze, senza alterare lo stato delle cose. Solo tre persone non si davano pace. Melisenda, la cui rabbia aveva sopravanzato la malinconia, cercava di recuperare ci che aveva perduto. Il giovane Ugo secondo che, idealista come tutti i giovani, pensava di essere nel diritto di salvare la regina dal re malvagio. Il suo non era un piano, era un'idea, una fantasia, ma in fondo al suo cuore, celava solo il desiderio di sostituirsi a Folco, nel letto e sul trono di Melisenda. Una piccola parte di ragione ce l'aveva pure lui, dato che il defunto Baldovino secondo e suo padre Ugo erano imparentati e quindi il giovane rampollo era il parente maschio pi prossimo che circolasse a corte. Dal canto suo, Ugo di Puiset non aveva mai caldeggiato la cosa o suggerito vanagloria al figlio, ma anzi, in virt dei benefici e degli anni di buone relazioni, era s dispiaciuto per Melisenda, ma parteggiava apertamente per re Folco, perch la sua incoronazione era avvenuta secondo le regole del diritto e consacrata dalla Chiesa e dell'Alta Corte senza ostilit alcuna. Il conte Ugo si sfogava spesso con Barisano e confidava quanto pensare gli desse quel suo figlio senza freni. Come tutti i genitori era lacerato dalla ragion di stato e dal bene paterno, in eterno bilico fra l'approvazione e la punizione. In pi, si sobbarcava il compito di educare il ragazzo da solo, che la seconda moglie non voleva curarsene.
Il terzo, che non comprendeva ci che stava accadendo, era proprio Barisano. Era stato chiamato a scrivere le leggi di quel regno. Aveva stabilito anche i principi di successione e i modi per amministrare le transizioni. Il re Baldovino, che aveva fortemente voluto quelle leggi, era stato il primo a non rispettarle e con l'arrivo di Folco quinto il reame era divenuto di nuovo terreno ideale di razzia, sopraffazione e violenza. Questo non leniva in Barisano il senso del dovere e del rispetto e la situazione lo logorava. Faticava a comprendere quel sistema che non prevedeva la celebrazione del merito, ma premiava la prevaricazione e il complotto. Come erano diverse le cose nella sua citt, governata da reggenti eletti dal popolo! Eppure Pisa era grande e seconda a nessuno.
Libera citt di Pisa, dicembre 1131 al pisano indizione 7
Amato fratello, Pisa ti abbraccia e con lei tuo nipote e tutti noi. I nostri genitori invecchiano lentamente ma ancora sono indipendenti nelle loro faccende. Nostro padre cura ancora gli interessi di vari armatori e la casa vive bene. Da quando Ugo  tornato a Pisa l'ho incontrato varie volte e sempre mi lascia l'impressione ch'io viva su un'isola. Finch guardo a terra, la nostra amata citt, tutto  ordinato e chiaro, ma appena volgo lo sguardo al mare, appena mi immagino la vita fuori di qui, vedo solo sangue e brama di potere ed eventi che condizionano anche le nostre vite, se pur accadono assai distanti. In citt non si parla che della situazione del sud. Come saprai, Ruggero il Normanno, dopo essere stato governatore di Sicilia, si  impossessato di tutto il meridione. Una ad una tutte le potenze sono crollate di fronte ai suoi eserciti che paiono invincibili. La nostra alleata Amalfi ha subito un mortale attacco e Ruggero ha fatto devastare la citt. Quasi sono rimasti senza navi e i nostri armatori hanno duplicato gli sforzi per sostenere quei fratelli di mare. Si dice che Ruggero sia pagano e mai battezzato alla l'era fede e da l a vederlo come il diavolo fatto persona ci vuole poco. Il l'ero problema  che noi, come citt di mare, siamo i primi ad essere esposti contro di lui. Se sulle acque non abbiamo rivali, per terra non sappiamo combattere. Ho lungamente parlato con Ugo, ma so che anche lui ti metter al corrente e non mi dilungo. Non capisco molto di politica, spero solo nella pace, che le urla e le grida della nostra giovinezza si accendono ancora quando si spenge il lume della sera.
Essere padre  una esperienza strana, si prova un misto di orgoglio e paura. Temo gi per mio figlio, per quando sar grande, per le cose che dovr affrontare. Ho anche pensato che gli starebbe bene un fratello, ma poi penso a noi, alle distanze, alle mancanze e mi rattristo, sappilo. Mi sono ritrovato a rimproverare tuo nipote e, come comandato da una forza oscura, mi sono scoperto ad usare le frasi che usava nostro padre con noi. Quelle stesse frasi che tanto noi detestavamo. Mistero della vita, essere ancora figlio timoroso della vita ed essere allo stesso tempo padre autoritario. Non ti tedio oltre. Burgundio Leoli visita regolarmente casa nostra e ti saluta con affetto. Noi tutti ti stringiamo. Abbi cura di te e anche se comincio a perdere le speranze, ti rammento che hai promesso di tornare. Con infinito affetto. Tuo Durante
Libera citt di Pisa, gennaio 1131 al pisano indizione 7
 Ugo Pisano che ti scrive. Di Ugo di Pagano hai gi avuto notizie attraverso i miei confratelli di stanza a Giaffa. Come saprai, la mia adorata moglie  perita. A casa ho trovato una situazione assai complessa. Gonario, il bimbo che sottrassi alla furia del fratellastro Saltaro in Sardegna  cresciuto, cos come mia figlia Maria. Sono amanti, e, anche se educati come fratelli, la natura non  loro avversa, per cui salpiamo tutti per Torres e l Gonario si insedier come governante a fianco della madre Maria de Zori e prender in sposa mia figlia. Ho stanziato grandi elargizioni, in parte per la dote, in parte per aiutare Gonario nel governo e daremo via alla costruzione del castello di Goceano dove loro risiederanno. Nei miei viaggi per mare e per terra sono stato anche nella terra degli angli. Uno dei miei sottoposti, Henry de Santo Claro, ha avuto un terreno in dono da Davide I re degli scoti. L abbiamo fondato una commanderia, e servir a reclutare uomini e finanze per il progetto che ben conosci. Credo che in Sardegna trover la sorella di Henry, Catherina e non  escluso che mi congiunga a lei in matrimonio. So cosa stai pensando e non importa. Mia figlia Maria porter avanti la discendenza ebraica come linea di sangue, ma non ho progenie maschile che possa un giorno portare avanti i progetti che da secoli perseguiamo. Vorrei provare, magari sar un fallimento. Se avessi un figlio vorrei poter avere il tempo di educarlo, per non commettere tutti gli errori commessi fin' ora. Sono avanti negli anni e spesso mi sento stanco, a te posso confessarlo. Ora, fai molta attenzione a quanto sto per dirti. Papa Onorio secondo  morto. Il suo cancelliere, un monaco francese di nome Almerico de la Chatre, amico di Bernardo di Chiaravalle, ha convocato una riunione segreta ed  stato eletto Gregorio Papareschi che ha assunto il nome di Innocenzo secondo. Nessuno in Roma, n il clero n il popolo lo ha accettato e i 147 cardinali si sono riuniti eleggendo il vero papa Pietro Pierleoni che ha assunto il nome di Anacleto secondo. Fai attenzione, Barisano, Anacleto  di famiglia ebrea e i Pierleoni sono molto potenti. Ha sempre sostenuto una politica che favorisse la creazione di una "libera Chiesa in libero Impero", ma la cosa non  gradita ai monaci come Bernardo di Chiaravalle che deve tutelare i propri interessi e quelli di molti potenti. Di sicuro Anacleto secondo sar favorevole ai piani di Ruggero il Normanno che, come sai, ha conquistato tutto il meridione. Bernardo ha definito Ruggero "il mezzo pagano" e far di tutto per osteggiarlo, anche scatenando una guerra. Pisa  in pericolo, converrebbe che si alleasse con Ruggero il Normanno che tanto  potente ed ha armate invincibili. Non vorrei mai che in rispetto di una alleanza, si dovesse trascinare la citt in una sanguinosa ed infruttuosa guerra. Lo so che il mio dire ti risulta sconveniente, ma noi miriamo alla pace e alla prosperit, mai alla guerra. Se devi giudicarmi, fallo, ma soppesa bene tutte le parole che ti ho scritto e non soltanto una parte. In Pisa lascio un uomo fidato, lo conosci bene.  il "notarius et scriniarius sacri palacii" Pietro Da Pisa. Ricorderai che era amico di papa Gelasio secondo, il papa della famiglia Gaetani che ha consacrato la cattedrale e fondatore dello spedale dove opera tuo fratello. Pietro di Pisa  amico della famiglia Pierleoni e di papa Anacleto. Le acque sono mosse, mai come ora prevedo tanta tempesta. Non penso di scriverti ancora, spero solo di ritrovarti a Giaffa e di cenare con te. Ti abbraccio. Tuo Ugo Pisano


CAPITOLO 12.
Gerusalemme, dall'estate 1134 all'uso comune.

Il conte Ugo di Puiset, improvvisamente caduto in malattia, era morto all'inizio dell'anno. Folco quinto, re di Gerusalemme, pur non avendo in grande simpatia Ugo secondo, avviato verso i venti anni, gli aveva concesso la signoria di Giaffa e il titolo ereditario di conte. Per quanto avesse un pessimo carattere, il ragazzo era stimato da gran parte della nobilt. La sua brama di potere e il suo atteggiamento perennemente bellicoso non solo era legittimato, ma visto come doveroso e necessario dalle molte teste coronate che non avevano mai digerito la venuta di Folco e la sua ascesa al potere. Chi non lo conosceva bene sperava che il ragazzo, tra l'altro diretto parente della casata di Baldovino secondo, riuscisse in qualche modo ad impadronirsi del trono. Chi lo conosceva bene, come Barisano, sperava ardentemente che il giovane trovasse pace, che il suo vagare e le sue sfuriate mal facevano ai suoi diretti sudditi e male avrebbero fatto a tutto il regno. Ma il pisano, da servitore fedele e riconoscente di le Puiset, teneva comunque un atteggiamento deferente, anche se pi di una volta avrebbe voluto strangolare Ugo secondo con le sue mani. Il giovane conte, ormai entrato di diritto nella cerchia delle persone importanti e influenti, trascorreva molto tempo a corte e ben volentieri si intratteneva con la cugina Melisenda, esiliata in una prigione dorata in un'ala del palazzo. I loro incontri avvenivano sempre alla presenza di qualcuno e sicuramente sotto gli occhi di qualche spia di re Folco, per cui ogni mossa a corte era vista, soppesata e studiata. Sul finire dell'estate a palazzo erano riuniti moltissimi nobili, e una sera Gualtiero di Grenier, figlio di primo letto di Emelota, matrigna di Ugo secondo, si alz in piedi, sfid a duello ed accus il fratellastro di tradimento verso la fedelt al re, giacch aveva giaciuto con la regina e con lei cospirato. Scoppi una rissa e in breve i nobili si divisero la sala, palesando i fedeli e i ribelli a re Folco. La situazione stava per degenerare e il sangue poteva correre, ma con alterigia Ugo respinse le accuse e accett la sfida imponendo che fosse un combattimento giudiziario. Chi avesse vinto, avrebbe dimostrato la propria innocenza di fronte al re e di fronte a Dio. Fu deciso che i due contendenti si ritirassero nei rispettivi alloggi nell'attesa di fissare la data del combattimento. Seguirono giorni di tensione. Ogni sussurro o mormorio generava ondate di tempesta. Ogni gesto o atto era amplificato e mistificato. Tutta la casata dei Puiset, Barisano compreso, erano tenuti sotto stretta sorveglianza ed erano di fatto considerati i cospiratori contro il reame. Venne il giorno del duello e Gualtiero Grenier si present alla lizza bardato e armato nel
cortile del palazzo reale. Forse Emelota aveva convinto Ugo, forse la donna, certa di perdere o un figlio o un figliastro, aveva convinto il giovane conte a desistere. Forse fu una decisione politica, forse fu paura e coscienza sporca. Di fatto, Ugo secondo non si present all'ora prestabilita, ma anzi approfitt della disattenzione di tutti per fuggire a nord. Il re a quel punto lo decret colpevole in absentia. Ugo, informato di essere un ricercato, cerc asilo presso Ascalona, intavolando trattative coi fatimiti d'Egitto. Fu cos che una guarnigione musulmana, comandata da Ugo, rientr nel regno devastando le campagne e saccheggiando i villaggi nella piana di Sharon. Ugo secondo, sul finire di settembre, fece ingresso nel suo castello a Giaffa riprendendone possesso.
Non  affar tuo e non cercare di convincermi. Ti rispetto perch sei stato fedele servitore di mio padre e riconosco la tua lealt, ma non giudicarmi e non osare metterti contro di me. Ora sono a capo di questo contingente e ben presto tutti i nobili ostili a re Folco saranno qui in mio aiuto per rovesciare l'usurpatore.
Ugo, ascoltami, sei stato condannato in contumacia e anche i nobili che non sopportano il re hanno accettato la sentenza e non si schiereranno con te. Quello che sto cercando di farti evitare  un bagno di sangue per te e per molte persone innocenti.
Barisano, taci! Sei solo un conestabile e la mia pazienza ha un limite. Se anche i vili baroni di questa terra infame non mi daranno credito, rovescer re Folco e regner perch  mio diritto. Stanotte giunger un'armata da sud, valenti musulmani con cui non
 male stringere patti. Forse dovr rinunciare a qualche possedimento lungo il confine meridionale, ma sar sempre il re.
Barisano rimase terrorizzato da quelle parole. Tutta la lotta protrattasi negli anni, tutti gli sforzi di dare un ordinamento legale a quelle terre, tutti i propositi di pace, tutti gli insegnamenti di Ugo di Pagano e del vecchio conte le Puiset vanificati. E per cosa? Per la brama di potere di un giovane scellerato, che aveva abbindolato Melisenda ma che passava giorni interi giacendo con le serve di corte o sprofondando nei postriboli della citt vecchia? Barisano chiese licenza di ritirarsi e si chiuse nelle sue stanze. La notte port due ali di soldati a Giaffa. Da est re Folco aveva marciato con l'esercito reale, da sud i musulmani, allettati dalla possibilit di condizionare le sorti del regno, erano penetrati fino alle porte del castello. All'alba i due schieramenti si fronteggiavano nella piana deserta fra Giaffa e Ashdod. Ci furono numerosi lanci di frecce da entrambe le parti, ma le distanze erano considerevoli e non un dardo giunse a bersaglio. Poi partirono cavalieri per aizzare schermaglie che avevano come unico scopo quello di visionare da vicino armati e armamenti dei contrapposti eserciti. Movimenti, sbandamenti, urla gridate, comandi attesi e disattesi. In uno di questi attimi di confusione, un drappello di cavalieri si stacc dalla formazione di Ugo secondo e si diresse al galoppo verso l'esercito reale. Furono incoccati gli archi, furono tese le corde. Chi mai erano quei dieci folli che si avvicinavano cavalcando al galoppo? Cosa pensavano di fare, sparuto gruppo contro la muraglia di ferro e carne? Folco V, da espertissimo combattente, attese senza dare comandi. Sarebbe stato sufficiente un suo gesto per far trafiggere quei comodi bersagli, ma non si mosse. Il manipolo rallent, l'uomo al comando alz un braccio e i cavalli furono messi al passo. In breve Barisano si trov di fronte al re, con centinaia di frecce che lo puntavano pronte a trapassarlo.
Sire, sono Barisano Pisano, conestabile di Giaffa e fedele suddito della corona.
Vi conosco, Barisano, la vostra mano  armata?
S maest, ma non contro di voi. Vogliate accettare la mia spada e quella di questi umili al mio seguito e vi prego di accettarci fra le vostre schiere. Il mio giuramento di obbedienza e lealt al conte Ugo  stato invalidato dalla colpa di suo figlio che disconosco come mio signore.
Il re sorrise compiaciuto. Alz solo una mano e quel drappello si fuse con il resto dell'esercito, accolto e inglobato nelle fila reali. L'effetto di quella mossa fu devastante per Ugo secondo. Altri dalla sua schiera mossero di lato allontanandosi dal tiro delle frecce amiche e nemiche e in pochi attimi la consistenza della cavalleria musulmana si sciolse sotto il sole nascente. Una densa nube di polvere si alz portata dal vento e in breve Ugo fu solo. Seguirono giorni di tensione. Il giovane fu portato in catene al cospetto del re e fece atto di sottomissione. La pena non fu severa e per lui fu comandato l'esilio in Puglia per tre anni. Sempre scortato dalla guardia reale, Ugo secondo attese il giorno dell'imbarco, ma all'inizio dell'autunno, mentre stava all'impiedi sulla porta di una locanda nel quartiere dei pellicciai, fu accoltellato alle spalle e al collo da un
cavaliere bretone. L'assalitore venne fermato e immobilizzato. Immediatamente si sparse la voce che il re aveva comandato l'assassinio e che quel sicario era stato pagato da Folco. Nuovi rumori e nuove sommosse erano pronte. Il fuoco della rivolta covava sotto il pallido sole d'autunno, ma Folco ag in fretta e inscen un processo veloce e pubblico dove il cavaliere bretone fu costretto, sotto tortura, ad ammettere che aveva agito solo di sua iniziativa, scagionando re Folco. A mezzogiorno del terzo giorno di ottobre, tutta la citt era riunita sulla piazza compresa fra la cupola della Roccia e la moschea di Al Aqsa. All'interno della cupola era situata la roccia sulla quale, secondo la tradizione, Abramo era in procinto di sacrificare suo figlio Isacco. All'esterno dell'edificio ottagonale, una grande spianata laddove un tempo sorgeva il Tempio di Salomone. Dall'altra parte del grande spiazzo, stava la moschea di Al Aqsa, costruita cinque secoli prima nel punto dove i musulmani credevano che Maometto fosse asceso al cielo. Per i cristiani, quelle mura ora riconvertite e consacrate al culto del vero Dio, erano l'unica parte visibile dell'antico tempio biblico e per tutti quella costruzione era identificata come le stalle del Tempio. Era la sede dei Cavalieri Templari e Barisano stava in piedi sui gradini dell'ingresso, affiancato dai suoi molti amici e volto come tutti verso quell'uomo nudo e legato ad un tavolo di legno. Il cavaliere bretone, dopo la confessione, era stato condannato a morte. Di fronte al popolo e a Dio, di fronte al re e alla regina, gli fu chiesto nuovamente di assicurare l'assenza di un complotto. Url il bretone, scagion nuovamente
Folco e la lama del boia si abbass. Gli fu tagliato un braccio, all'altezza della spalla, poi l'altro. Con altri due colpi furono recise le gambe sotto il ginocchio. Le urla disumane ormai farneticanti imploravano solo la morte, ma fu solo dopo l'ennesima e straziante confessione che il boia cal la scure per decapitare il disgraziato. Le urla cessarono di colpo. Tutto si era compiuto. L'onore del re e della regina erano salvi.
Il cattivo tempo arriv in fretta, piogge e venti freddi accompagnavano l'umore nero di Barisano. Il castello di Giaffa un tempo risuonava di risa e gioia. Ora tutto era tetro e senza futuro. Giunse un comando, un ordine del re e Barisano si trov in sella diretto verso Gerusalemme e scortato da un plotone di soldati reali.
Folco stava seduto su quello stesso scranno dove molti anni prima Barisano aveva visto per la prima volta Baldovino I. Era stato in quella sala molte volte, ma ora come allora era terrorizzato dal futuro. I re disponevano, comandavano, non chiedevano opinioni e temeva che il suo agire avesse determinato qualche ritorsione da parte di Folco. D'altro canto, se il sovrano lo avesse considerato un nemico, non sarebbe giunta una convocazione, ma una rapida morte causata da una fredda e notturna lama. Il Pisano non sapeva cosa pensare e attendeva che Folco terminasse di dialogare con un suo fedele francese.
Barisano!
Ai vostri comandi, maest.
Alzati, Barisano. Gerusalemme  salda e forte,  posta sulle alture e non teme assalti. Ma di fronte alla citt santa, un vasto territorio  rimasto senza guida.
La dinastia dei Puiset si  estinta e dei figliastri del vecchio Ugo, i figli di Emelota, non mi fido. Ramla ha perso il suo signore, l'anziano Baldo  assai malato e ha una sola figlia femmina, Helvis. Il porto di Ashdod  senza guarnigione. Dunque, mi trovo con tre citt senza governo e un grande triangolo di regno con difese precarie. Hai dimostrato coraggio, fedelt alla corona e intraprendenza, dote che sono ben radicate nei pisani. Inoltre, le tue azioni come giurista e consigliere sono note a tutta la cristianit. La fama  all'altezza della tua preparazione e sei esempio e scuola per molti che qui vivono e per i molti che verranno. Ebbene, laddove tu mi hai affrontato quella mattina staccandoti dal nemico, io far costruire un castello, di fronte al mare. Ibelin sar il suo nome e tu ne sarai il signore. Prenderai in sposa Helvis di Ramla e annetterai quei terreni al tuo dominio. Il tuo castello sar strategico e forte e tu lo guiderai con fermezza. E sappi che attendo da te una progenie forte ed educata a servire il regno. A Natale saranno celebrate le nozze dal patriarca Guglielmo. Cos  deciso.
I saluti furono frettolosi e Barisano si trov sulla via del ritorno, mentre un vento teso gli si aggrappava alle vesti. Incurante del freddo, cavalcava in preda ad una agitazione mai provata. Verso ovest la massa scura del castello di Giaffa si stagliava contro il sole calante. Pi a destra il piccolo borgo di Ramla gli incuteva timore e soggezione. Volgendo lo sguardo pi a sud, lungo la costa, Ashdod, il porto dalle mura di pietra nera dove era sbarcato anni prima, sembrava una nave incagliata sulla spiaggia. Era il signore di
quella terra da poche ore e gi si sentiva stanco e abbattuto. Il suo gran lottare per dare un ordinamento al regno cozzava ogni giorno con le disposizioni personali di questo o di quello. E il re, che pi di tutti avrebbe dovuto rispettare la legge, era sempre il primo ad infrangerla. Signorie, concessioni, quella politica del favore e del privilegio non andava bene. Creava alleanze temporanee, accordi che si volatilizzavano al primo problema. Niente era mai frutto di decisioni meditate e condivise. Ora era stato lui ad essere favorito e non aveva osato opporsi. Si sentiva in colpa con se stesso, quasi avesse tradito un patto silente con la sua coscienza. Alla fine, Barisano era come gli altri, n meglio, n peggio e questa cosa lo infastidiva.  vero, aveva operato per il bene e per la pace. Aveva favorito segretamente i suoi concittadini pisani, ammorbidendo dazi e gabelle. Aveva contribuito a scrivere le leggi del regno sempre mantenendo un occhio di riguardo nei confronti della patria lontana. Cosa lo autorizzava a considerarsi migliore di altri? Oscillava fra il sentimento di compiacimento e la commiserazione. Da giovane scapestrato qual era stato, si ritrovava signore di Ibelin. Quanto sarebbe durato quel privilegio in quello strano e affascinante mondo? Era certo che la sua fosse stata una promozione o si sarebbe trovato a combattere ogni giorno contro i fatimiti del Cairo che salivano da sud? Quanto sangue avrebbe ancora dovuto vedere, causare, lordare dalla sua spada? La piana di Yavne dove si era consumato lo scontro col giovane Ugo era deserta. Yavne, una parola ebraica che i franchi non sapevano pronunciare e che storpiavano sempre in Jevle o
Ieblen. Ora re Folco l'aveva ribattezzata Ibelin e Ibelin sarebbe stata per l'eternit. Sarebbe sorto un castello, quattro torri aveva detto il cancelliere del re, ma che senso aveva che gi ce n'erano di saldi e accoglienti? Il volere di Folco non era in discussione. Helvis, quel nome gli rimbombava in testa. Matrimonio, progenie, quelle parole pronunciate dal re lo assordavano tanto erano martellanti. Helvis, chi era? Sapeva della sua esistenza, in fondo era il conestabile di Giaffa e il territorio di Ramla era sempre stato confinante, ma non aveva mai incontrato Baldo e tantomeno sua figlia, che a spanne doveva avere sui trenta anni. Se non ricordava male, Baldo era stato sposato con Stefania di Nablus e avevano avuto due figli, ma Renier era morto quando era un ragazzino. Come mai una donna nubile e ricca ereditiera di Ramla e Nablus non aveva avuto un marito? Era vecchia? Brutta? Malata? Incapace di attendere alle faccende di una piccola signoria? Helvis doveva essere un rifiuto, una piaga e per quello non l'aveva mai vista a corte o in qualche cerimonia ufficiale. E che avrebbe detto Ugo di Pagano? L'idea di unirsi ai cavalieri del tempio lo aveva sfiorato pi volte e si era gi immaginato un futuro tranquillo nella consorteria dei monaci, accudito e circondato da cure anche in vecchiaia. Helvis, un chiodo gi conficcato nel suo cervello.
Castello di Giaffa, novembre 1134 all'uso comune
Fratello caro, quando ti giunger questa mia, il passo sar gi compiuto. Per volere del re e per colpa di una triste storia che ti affranco dall'udire, come premio per la mia condotta, mi  stata concessa in sposa Helvis, signora di Ramla. Mi sei sempre stato minore, ma ora vorrei averti qui per chiederti molte cose sul matrimonio e sulla condotta da adottare. Se guardo alle persone sposate, a babbo e a mamma, vedo serenit e impegno, sopportazione e rabbia, ma anche tanta complicit. Se prendo l'esempio della gente umile il matrimonio pare abbia regole semplici e durature. Ma di tutti quelli che frequento, a corte, nei possedimenti del regno, non uno dei matrimoni ha saldezza e continuit. Mi debbo sposare per controllare un territorio, non perch il mio cuore lo desideri. E non ho mai neanche visto la mia futura moglie. Ho cercato di prendere informazioni, ma le descrizioni sono vaghe e non oso avvicinarmi alla sua signoria che mi vergognerei d'essere sorpreso in tanta debolezza. Di certo, seppur signora, questa Helvis non ha mai frequentato la corte e non fa parte della schiera dei inscidi e dei profittatori che ruotano intorno alla corona e questo gi mi solleva. Ma d'altro canto, se fosse brutta o malata, come io potrei vivere con essa? Un conto sarebbe stato ch'io me ne fossi innamorato, ma cos non  di certo. Fratello mio, Helvis  donna di sangue franco, per padre e per madre, ma non so figurarmela. Perdona il mio impeto, mi sono dimenticato di chiedere di tutti voi. Vorrei che foste qui. Non riferire a mamma i miei dubbi, dille che sposo una nobile e che il mio cuore ha pace, riferisci che finalmente Barisano Pisano avr una sua casa e che debbono essere fieri di me. Menti se vuoi, dispensa un po' di quelle bugie innocenti che fanno bene al cuore. Ho avuto notizia che Ugo di Pagano  rientrato in Terrasanta, spero di incontrarlo presto. Lo so che ti sembrer una cosa fatua e senza senso, ma in quanto signore di Ibelin dovr adottare un'insegna e un motto e chiedere concessione al re di potermene fregiare. Noi non abbiamo stemmi familiari e la persona che pi mi  vicina qui  Ugo. Quindi gli chieder se potr copiare in segno di riconoscenza la croce che lui e i sui portano sul mantello, cambiandone i colori che quella loro  unica e inviolabile. Sperando di fare cosa gradita alla mia sposa, adotter uno scudo di foggia franca, il suo sfondo sar giallo come la sabbia del deserto o come l'oro e con una croce potenziata rossa, come il vessillo della mia amata Pisa. Una croce patente su mantello d'oro. Vorrei che il mio segno sventolasse sui pennoni del castello che faranno costruire per la signoria, in riva al mare, con quattro torri. Sar spazioso ed assolato e sorrido all'idea di vedervi tutti qui a nuotare in questo mio mare.
Aggiornami, Pisa mi pare ora pi vicina e al contempo pi distante. Mi avevi accennato alle vicende di Amalfi e alla discesa di Lotario. Fammi sapere di voi. A tutti il mio amore, a Pisa il mio cuore. Sempre vostro Barisano Pisano.


CAPITOLO 13.
Gerusalemme, natale 1134 all'uso comune.

Immerso fino al collo nell'acqua calda non sentiva il freddo. Ogni tanto si rannicchiava e immergeva anche la testa per scaldarla. Un giovane attendente entrava ogni pochi minuti e rovesciava acqua fumante nella vasca di legno. Barisano, che in vita sua mai era stato servito, quasi si vergognava pensando a quel giovane che andava avanti e indietro da quella stanza alle cucine dove attingeva acqua bollente dal paiolo appeso al grande camino.
Come ti chiami?
Angelo, signore.
Da dove vieni?
Dalla marca adriatica, da Ravenna. Sono il secondogenito di...
Barisano lo interruppe prontamente.
Non te l'ho chiesto.
Chiedo perdono, signore, disse il ragazzo abbassando il viso arrossato.
Angelo, se vorrai sopravvivere in questa terra,
dovrai mutare la tua bocca in occhi e orecchie. Essere sempre attento, non guardingo che poi ti giudicano male, ma esercitare il privilegio di osservare al posto di quello del parlare. Imparerai, non correrai il rischio di esporti, saprai sempre cosa dire se e quando ti verr chiesto.
Lo dice sempre anche il mio maestro e precettore.
Non te l'ho chiesto, ma mi fa piacere apprenderlo.
Il ragazzo chin nuovamente il capo vergognandosi di essere stato colto in fallo per la seconda volta, ma Barisano sorrise, facendosene accorgere. Fra i due ci fu uno sguardo, il pisano gli strizz un occhio e il giovane si sent libero di sorridere a sua volta.
Non dimenticare mai i consigli dei tuoi precettori.
S, signore.
E ora vattene che mi debbo vestire.
S, signore.
Barisano rest solo in quella stanza al primo piano, ricavata nell'antica moschea di Al Aqsa, edificata sopra le rovine del sacro Tempio di Salomone. Da l a due ore si sarebbe sposato e Ugo di Pagano l'aveva obbligato a sostare presso la magione templare per essere vestito come si conveniva ad un signore. Barisano non aveva parenti, gli amici della sua giovinezza erano scomparsi con la disfatta della famiglia le Puiset. Era un po' amareggiato, ma aveva meditato su quella cosa pi e pi volte e ormai era solo un pensiero passeggero. Due cose lo opprimevano. Non aveva ancora visto Helvis perch si era dichiarata contraria al matrimonio e si era negata alla vista per tutto il mese, e le notizie che venivano da Pisa, portate da Ugo, erano pesanti come macigni. Giorni prima
Ugo di Pagano era rientrato a Gerusalemme e avevano trascorso insieme due giorni e due notti a parlare, pianificare, riposare e progettare di nuovo. Papa Innocenzo secondo aveva incoronato imperatore, il 4 giugno del 1134, Lotario di Sassonia. La prima mossa di Lotario non si era fatta attendere e aveva dichiarato guerra a Ruggero di Sicilia che deteneva il potere nel meridione d'Italia. L'imperatore mal poteva sopportare che met dei suoi possedimenti fossero in mano di un re e per di pi di stirpe normanna. Quindi, come se fosse una crociata contro i pagani, Lotario aveva deciso di scendere al sud per riconquistare titoli e territori. Pisa, da sempre alleata all'impero, aveva malvolentieri accettato di mettere a servizio la propria flotta. Un'altra forza spingeva Lotario. Giovanni, l'imperatore di Costantinopoli, con abili azioni militari aveva consolidati i confini verso i Balcani e l'Anatolia. Cos come avrebbe voluto fare suo padre Alessio, desiderava approntare una campagna e scendere in Terrasanta per riprendersi tutti i territori del regno di Gerusalemme che gli spettavano per diritto e in virt dei giuramenti dei primi crociati. Quindi aveva inviato ambascerie e cospicue regalie in Germania al neoeletto Lotario, per convincerlo a scendere in Italia e mettere fine alle scorrerie di Ruggero di Sicilia. Questi, dal canto suo, ce l'aveva con tutti: coi crociati e il loro re Folco che secondo lui gli aveva rubato il trono, dato che Baldovino secondo aveva sposata e poi ripudiata sua madre. Coi bizantini verso i quali voleva espandere i propri domini, coi pisani che una volta erano stati grandi alleati dei normanni e che poi, proprio per un accordo mercantile con Costantinopoli nel 1126, avevano preferito commerciare con l'impero e insediarsi stabilmente nella capitale dorata. Dal canto suo, Pisa era in una stretta: i commerci con il meridione erano sempre stati eccellenti, con gli amalfitani c'erano patti commerciali da decenni, intere famiglie erano imparentate e vivevano in quelle e in queste terre. Una guerra non serviva a Pisa, ma non poteva sottrarsi. A complicare le cose, Bernardo di Chiaravalle, sostenitore di papa Innocenzo, aveva convinto il pontefice a convocare un concilio ecumenico proprio a Pisa. C'erano sicuramente importanti questioni da dibattere, ma di certo il monaco di Chiaravalle voleva tessere le sue trame proprio nella citt pi importante dell'impero e saggiare il polso al governo dei pisani. Infatti molti a Pisa non avevano accolto l'elezione di Innocenzo secondo e la nobilt della repubblica marinara parteggiava apertamente per Anacleto secondo di progenie ebraica e strenuo sostenitore di una Chiesa svincolata dall'Impero. Ugo era infuriato. Nel programma del concilio era stata inserita anche la discussione e l'approvazione della Regola dei Templari, ma Bernardo non aveva convocato il suo fondatore Ugo di Pagano di Parlascio Ebriaco, Verchionese Pisano. Anzi, l'armatore era stato caldamente consigliato di tornare in Outremer e cos aveva fatto. Rappresentante per l'ordine templare, in vece di Ugo, fu indicato da Bernardo il Notarius paludi Pietro da Pisa, uomo che era stato amico e consigliere di papa Gelasio, il consacratore della cattedrale di Busketo. Secondo Bernardo di Chiaravalle, Pietro doveva presenziare e giurare obbedienza ai cistercensi, rinunciando al credo dei cluniacensi benedettini a cui apparteneva. Il credo cluniacense e quello agostiniano, fondamento della regola dei cavalieri del Tau di Altopascio, avevano ispirato Ugo di Pagano per dare una regola ai suoi templari ed entrambi prevedevano l'obbligo della carit, ma non di espoliarsi di tutti i beni. I dettami cistercensi che voleva imporre il maestro di Chiaravalle, prevedevano invece l'obbligo della povert. Economicamente le cose sarebbero state completamente diverse. Ugo voleva un ordine forte e ricco per gestire, corrompere se necessario, ogni potere. Bernardo, consapevole di ci, pretendeva che i templari non avessero neanche un pezzo d'oro da amministrare, arrogando a lui e ai cistercensi un potere e una economia senza pari. L'uomo di Chiaravalle mirava ad annientare i nemici. Concedeva, elargiva, ma tutto doveva filare come a lui piaceva. Pisa era quindi sull'orlo di una doppia crisi. Se la citt avesse ancora parteggiato per il papa Anacleto, verosimilmente sarebbe stata scomunicata e non sarebbe stata approvata la Regola Templare che stava a cuore a molti. Se Pisa non si fosse schierata con Lotario sarebbe stata forse invasa dalle truppe imperiali e rasa al suolo. Che trappola era mai quella? Quale mente ardita e malvagia aveva potuto architettare quel piano? La risposta era certa: Bernardo di Chiaravalle.
Sei certo della tua scelta?
S, Ugo. Io non sono nobile, sono un giurista pisano e al massimo mi sento un marinaio, pi che un combattente. Quindi, anche se mi derideranno, voglio mantenere le mie vesti semplici aggiungendo solo un po' di vezzo per impressionare Helvis.
Fa' come vuoi, ma al Santo Sepolcro ci andiamo a cavallo e ho fatto bardare uno dei miei, bianco come la neve.
Ugo di Pagano, maestro templare in ansia per le sorti del suo ordine e per la regola ancora da approvare e Barisano Pisano, in ansia per il matrimonio che lo attendeva, uscirono dalla magione la mattina del 25 dicembre 1134. Ad attenderli e scortarli, l'intero contingente templare. I mantelli color fibra grezza dei cavalieri allineati scendevano mollemente sulle groppe e sui fianchi dei loro destrieri. Ad osservarli bene, parevano un tutt'uno, uomo e animale. I sergenti, i combattenti, gli attendenti, tutti vestivano con un mantello pi scuro. Sulla spalla destra di ogni templare, la croce rossa potenziata faceva sfoggio di s. Barisano e Ugo montarono a cavallo e si avviarono verso il Sepolcro.
Dunque, nessuna notizia di questa Helvis.
No, Barisano, mettiti l'animo in pace. Del resto io ho sposato Catherina de Santo Claro senza averla mai vista, abbiamo generato un figlio che ora  sano e forte alla corte degli scoti e avr finanze e sostegno per tutta la sua vita. Il matrimonio non  sempre questione d'amore,  un patto.
Discuti bene, ma io non so con chi ho fatto un patto.
Non lo hai stipulato te, ma il nostro re Folco, quindi, rassegnati.
Smontarono da cavallo. Barisano non aveva parenti e tantomeno genitori. La persona pi prossima gli era vicina e tanto gli bastava. Come fossero stati condottieri, mossero impettiti verso la chiesa. Alla loro sinistra le cappelle devozionali degli evangelisti Giacomo e Giovanni. Sulla stessa linea, la cappella dei quaranta martiri sovrastata dall'imponente campanile quadrato da cui il suono dei bronzi battuti a martello usciva fragoroso. Varcarono la soglia ed entrarono inchinandosi una prima volta di fronte alla pietra dell'unzione dove Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo avevano preparato il corpo di Ges per la sepoltura. Voltarono a destra, volgendo lo sguardo in alto. Una porzione rialzata della chiesa rappresentava il Golgota e una croce di legno campeggiava. Barisano non era mai stato un gran credente, ma ora si sentiva penetrato dai suoni e dagli odori, da quella sensazione di mistico e misterioso. Si inginocchi e Ugo al suo fianco. Per la prima volta non fu un semplice atto devozionale, fu preghiera. Compirono tutti il cammino processionale, sostando e pregando di fronte alla cappella delle spine, quella delle ingiurie e quella delle vesti. Poi deambularono nell'area denominata carcere di Cristo e si affacciarono fra le colonne che delimitavano il grande spazio circolare del Santo Sepolcro. Avanzarono tra la muta folla di nobili e prelati. Barisano era stato l molte volte. L si era emozionato immaginandosi il Cristo risorto, l aveva letto e riletto le iscrizioni sulle lapidi di Goffredo e di suo fratello Baldovino. L aveva trovato talvolta pace e ristoro e si era ritirato a meditare, al fresco e all'ombra di quella grande madre di pietra. Ora tutto era diverso, quel nido di fede lo accoglieva per consacrarlo marito e signore e lo rigettava nel mondo con veste nuova. Vacill Barisano e si aggrapp al saldo braccio di Ugo.
Tutto bene?
Non lo so.  che non so se voglio.
Troppo tardi, ragazzo pisano.  il momento di crescere.
Inaspettatamente, Barisano incroci lo sguardo di Melisenda. La regina lo attendeva sulla soglia del Catholicon, la parte pi ampia della basilica. La navata era stracolma di gente e il caldo, nonostante fosse dicembre, era insopportabile. Barisano porse il braccio e la regina lo prese. Lentamente si incamminarono verso l'altare. All'ansia e alla tensione, si assomm il senso di colpa. Melisenda forse aveva amoreggiato con Ugo secondo e forse no. Il suo onore non era in discussione, ma Barisano aveva contribuito alla disfatta di quel giovane scellerato. Poteva la regina provare del risentimento? Poteva quella donna bella e altera desiderare la sua morte? Sottovoce lei gli rivolse la parola.
Leggo inquietudine nei vostri occhi e so cosa state pensando. Il volere del re  anche il mio. Non ci siamo mai parlati, ma vi conosco e stimo la vostra persona. Vi auguro ogni felicit e, se l'avrete, abbiatene cura, che a tutti non  concessa.
Uno scambio di inchini e Barisano rimase solo sul presbiterio rialzato, in vista a tutti, confuso, accaldato, totalmente incapace di leggere il presente. E Helvis non c'era.
Si volt verso la folla, una cosa lo colp e senza riflettere troppo si mosse. Su una lettiga, quasi confuso fra le coltri, stava il vecchio Baldo di Ramla. Barisano era stato a parlare con il padre di Helvis, lo aveva trovato stanco e assente. Durante le loro conversazioni spesso si era ammutolito e distratto. Non era riuscito
ad avere dialoghi costruttivi, quel che era riuscito ad ottenere era stata la sua benedizione e aveva capito che quell'uomo era contento che la sua ribelle figlia avesse alla fine trovato un marito. Anche il giorno in cui alla presenza di un notaio era stato stipulato il contratto di nozze, Baldo non aveva quasi aperto bocca e Helvis aveva dato l'assenso stando nascosta dietro una tenda, un tramezzo studiato ad arte per non farsi vedere. Barisano aveva mille volte soppesato la cosa, una donna nella terza decade era considerata vecchia e zitella. Le ragazze di cui poteva disporre anche a Giaffa erano sempre giovani e profumate. Non si era mai invaghito di nessuna di loro ma se aveva fantasticato, si era sempre ritrovato a unire il suo futuro con una giovane donna. Chi mai era Helvis? Un tanfo di urina riport Barisano al presente. Baldo sorrideva, oppure si contorceva di dolore, non era dato capirlo dato il suo mutismo. Tutto ci che era visibile era una smorfia sbieca sulle sue labbra. Ebbe piet del vecchio, per un attimo cerc nella memoria il volto di suo padre, ma subito scacci quelle immagini sovrapposte. Risal i gradini e si trov nuovamente solo di fronte a tutti. Fra i presenti alcuni volti amici, Ugo e tutti i suoi confratelli, i cancellieri di corte, pochi altri. La sua gente, quella comune, non era ammessa alla cerimonia. I contadini, i marinai, gli operai del porto, tutti i volti che incrociava ogni giorno nella sua veste di amministratore dei beni dei Puiset. Gente semplice, amante delle piccole cose e della pace era esclusa da quel consesso. Si infil un dito fra l'orlo della veste e la pelle del collo, cercando refrigerio. Il mantello dorato con croce patente rossa lo avvolgeva e mascherava i suoi abiti umili e semplici. Nessuna arma se non un pugnale, non l'usbergo, non la cotta di maglia, Barisano era vestito come un marinaio della Repubblica e per il calore che percepiva valut che non avrebbe resistito dentro vesti da guerriero o cavaliere. Il mormorio cess, la folla in fondo alla navata si apr come acqua alla prora. Comparve re Folco, basso, tozzo e claudicante, forse per la gotta, e al suo braccio una creatura esile che lo sovrastava di un palmo. Il re dispensava sorrisi mentre il capo della donna era inclinato verso il basso. Pochi passi e furono vicini. Un pesante velo mascherava il volto di lei. Barisano intu che poteva essere visto e studiato ma a lui non era concesso. Prov stupore e rabbia, ricevette la donna con un inchino e si volt in modo da darle il fianco sinistro. Il re, sostenuto da un paggio and a sedersi accanto a Melisenda. Un prete si par dinnanzi agli sposi, li fece disporre uno di fronte all'altro e Barisano allung il braccio destro, cos come Helvis. Le loro mani si sfiorarono, poi si afferrarono. Salda quella del pisano, avvezza alla penna quanto all'elsa, strinse, quasi stritol quella di Helvis. Rabbiosa per aver palesato quell'attimo di debolezza, restitu la stretta, lasciando interdetto l'uomo a soppesare la forza della donna. Il sacerdote un le mani usando un nastro di seta verde. Fu il primo contatto, una ferita, una bruciatura, una sensazione di repulsa, una pena, un sollievo. La presa rabbiosa si addolc, restarono uniti e le mani cominciarono un lungo dialogo, fatto di pressione, distanza impedita ma cercata, fastidio, sudore, calore. Era come se tutti i loro pensieri fluissero in quello scambio di pelle. Un cavaliere si stacc dalla prima fila, estrasse la spada e camminando intorno agli sposi, tracci un ideale cerchio con la punta di acciaio che grattava il pavimento. Barisano non aveva mai visto fare quella cosa e pens che fosse un'usanza dovuta alle origini nordiche della donna.
In nomine Pater et Filii et Spiritu Sanctus.
Il patriarca latino di Gerusalemme inizi ad officiare.
Pi avanti, le parole dell'omelia inneggiarono alla donna vista come cerbiatta amabile e agile gazzella, ma anche alla sua dovuta obbedienza al marito Perch l'uomo  il capo della donna cos come il Cristo  il capo della Chiesa.
Tensione, lievi oscillazioni. I due all'impiedi stavano subendo il volere del re, primi attimi di vita di una unione. Barisano osservava, cercava di captare segnali, si mise anche nei panni di quella signora che di certo non lo aveva accettato. Helvis la ribelle, aveva sentito mormorare a corte, ma ribelle a chi, a cosa? Per quale ragione una donna nobile di nascita e ricca di censo si era ammantata di vesti negative, dipinte di calunnia e sdegno? Abbass lo sguardo e lo fiss sulla mano di lei. Scura, abbronzata anche se era dicembre, forte, con vene evidenti sui polsi. Lei percep quel desiderio di conoscenza e ricambi in segreto. Attraverso i piccoli fori della stoffa spi gli occhi abbassati di lui, la linea degli zigomi, la barba corta e ordinata, i capelli oliati e ravviati all'indietro. Di colpo lui alz gli occhi. Fu un attimo, colse una fessura, un microscopico pertugio nella stoffa e conficc il suo sguardo in quello di lei. E vide. Vide la sua stessa ansia, la stessa ritrosia, la vergogna, il rispetto, il senso del dovere, la sofferenza. Fu un attimo durante il quale tutto scomparve, tutta la basilica parve ondeggiare quasi librata nell'aria, i rumori si acquietarono, le luci si spensero e rimase solo quel brillio di due anime desolate e perse.
Re Folco si alz, con sofferenza e fatica, gli cadde il bastone e un rumore secco riport tutto all'ordine costituito. Il sovrano si port davanti agli sposi ed estrasse la spada. Non fu una investitura, Barisano non divenne cavaliere. Fu piuttosto una consacrazione. Il pisano agli occhi di tutti era di fatto il Signore di Ibelin e aveva diritti su Ashdod, Ramla e Giaffa. Tutti i presenti dovevano accettare che il re avesse consegnato le sue terre ad un vassallo che con quel matrimonio si era guadagnato una carica nobiliare suo malgrado. Il tempo avrebbe fatto dimenticare il come e il perch e il giurista sarebbe stato accettato nei ranghi della nobilt. Da l a poco sarebbe iniziato il banchetto nuziale. Il re si era fatto carico anche di quello, gli sposi avrebbero trascorso i giorni natalizi a Gerusalemme per poi andare a risiedere a Ramla, permettendo a Helvis di portare cura al vecchio padre.
Ite, missa est.
Gli sposi sciolsero il laccio con movimenti lenti e Helvis fece sparire il nastro sotto il mantello. Era la legittima consorte di Barisano Pisano, non poteva pi scappare. Fu costretta ad alzare il velo e per l'uomo fu sorpresa e sbandamento.
Approfittando del brutto tempo e delle festivit natalizie, Ugo e Barisano avevano dialogato molto. L'ordine era cresciuto in numero e in ricchezze. Lasciti, donazioni, armi. I templari avevano acquisito altri locali e aperto officine, forge e stalle. Un corpo militare ordinato e silenzioso agli ordini di un uomo che era stato armatore e che ben conosceva il valore dei ruoli e della disciplina. Barisano ora ostentava scudo e mantello d'oro con croce patente.
Sembri un templare.
Sono un pisano.
Avresti potuto utilizzare la croce a chiave pomata che ora usano a casa nostra. Quella con tre globi all'estremit di ogni braccio, in tutto dodici come le dodici trib di Israele e i dodici apostoli. Per, in effetti,  una croce d'argento in campo rosso.
Io non conosco questa croce, me ne hai parlato te. Ma se siamo stati noi a introdurla a Pisa dopo la guerra delle Baleari, ne sono fiero. Ad ogni modo, anche te che sei pisano hai sempre utilizzato sui tuoi vessilli una testa di moro per emblema, all'uso dei sardi.
Possedimenti, donazioni, rapporti; in giovent avere amicizia coi popoli dei giudicati mi ha portato grande beneficio.  un segno di rispetto.
Rimarrai un enigma per me, Ugo. Questo tuo essere mezzo pagano, mezzo nobile, mezzo ebreo e ora mezzo monaco non lo capir mai. Per ti riconosco che hai ben saputo fare in ogni cosa che hai intrapreso.
Ugo si fece serio scrutando l'orizzonte dalla parte dell'Oltregiordano verso levante.
Ho fallito in molte cose. Affetti, figli, mogli, ho creato solo attese, ansie. Ho ubbidito ad antiche leggi anche ingannando chi mi aveva dato credito. Incomprensioni, sono stato un generatore di incomprensioni. Neanche te, che ormai sei quasi un fratello, riesci a comprendere.
Io sono solo un pisano prestato alla Terrasanta, non sono ebreo, armatore o monaco e neppure nobile, anche se mi hanno assegnato una terra.
Gi, come va il matrimonio?
Barisano sospir.
Non so cosa dire,  la prima volta che mi ritrovo ammogliato. Lei mi sfugge e l'ambiente di corte non ha giovato all'intimit ma anzi ci ha divisi.
Ma alla fine hai capito perch  Helvis la ribelle?
Barisano si incup.
Credo che abbia subito qualche torto o qualche violenza.  timorosa, selvaggia e ad ogni accenno di vicinanza fa come certi gatti, rizza il pelo e scappa.
Almeno  piacente? Solo tu hai avuto il privilegio di vederla da vicino, dopo la mattina delle nozze  scomparsa alla vista di tutti.
Barisano non rispose. Sorrise fessurando gli occhi. Si abbracciarono e la nuvola di vapore generata dal respiro dei due pisani si fuse in un unico sbuffo di vita.
La neve imbiancava le alture, l'epifania era passata e il convoglio di cavalli e carriaggi prese a discendere verso la costa, verso le terre del signore di Ibelin.


CAPITOLO 14.
Signoria di Ibelin, gennaio 1135 all'uso comune.

Il vecchio Baldo era peggiorato ulteriormente e le sue pene erano cessate alla fine di Gennaio. Helvis era rimasta sempre al suo fianco e Barisano aveva fatto la spola fra il palazzo di Giaffa dove risiedeva e quello di Ramla. Quando incrociava Helvis lei si mostrava gentile per il tempo di un saluto, poi adducendo cose da fare e cure da dispensare, spariva alla sua vista. Quando restava a dormire a Ramla, cenava sempre da solo in una sala dotata di camino. Rifletteva, scriveva, aveva con s il necessario e portava a compimento quanto iniziato durante il giorno. Si era dato un tempo, un obiettivo, un bersaglio come se dovesse combattere in lizza. Desiderava rispettare il dolore e le premure di sua moglie verso il padre, ma si era detto che una volta sepolto il vecchio, avrebbe affrontato Helvis e avrebbe risolto la situazione. Rispetto agli altri anni, l'inverno fu pi freddo e non era consigliabile uscire durante i temporali e le tormente di neve. Una mattina, svegliandosi, aveva trovato
tutta la spiaggia di Ashdod imbiancata. Quale spettacolo sublime. Era corso fuori, aveva giocato con la neve e si era emozionato come quando da bambino, in Pisa, spiava le aquile sulla torre della muta. Si era sentito forte, pieno di energie, felice e aveva riso, riso in modo sguaiato fino a che non erano sgorgate le lacrime e aveva pianto. Non si capacitava di quella cosa, ma ora che aveva una moglie, si sentiva pi solo di prima. La solitudine lo divorava ed egli si dava risposte, cercava spiegazioni, concedeva tempo ad Helvis, ma il tempo non curava la sua malia. Dopo i funerali di Baldo, una sera chiese ai domestici di avvisare la signora che avrebbero cenato insieme. Non fu una comunicazione, fu un ordine. E se le stesse parole paiono avere sempre il medesimo significato, il tono e lo sguardo aumentano il senso, lo amplificano, lo rendono latore di altri messaggi. Per la prima volta si era comportato da signore e aveva disposto e comandato. Nella piccola sala davanti al camino, erbe lessate e cacciagione attendevano di essere mangiate. C'era vino di buona qualit, acqua e due ciotole di legno. Helvis stava impettita e severa, non aveva aperto bocca dal suo ingresso. Si era seduta e aveva atteso. Barisano si stava spazientendo, dato che la donna non accennava a mangiare. Avrebbe voluto studiarla, avrebbe voluto prendere altro tempo, avrebbe voluto indurla a fare ci che lui desiderava, che per quel momento era almeno mangiare, dato che aveva cavalcato tutto il giorno. Ma quella rimaneva immobile. Esplose, mandando a benedire tutto il piano che si era architettato e un pugno cadde pesantemente sul tavolo facendo sobbalzare ciotole, vassoi e anche Helvis.
Per il diavolo, Helvis! Sono stato paziente, ho atteso e rispettato la malattia, il dolore e il lutto. Ma se chiedo di mangiare con te, due mesi dopo il matrimonio, puoi anche mangiare!
Il tono era stato sguaiato, aveva quasi urlato e un caldo insopportabile si era impadronito di lui.
Helvis, sempre mantenendo la testa bassa, quasi con il mento sullo sterno, sussurr con voce melodiosa.
Mia madre e mio padre, signori di questa terra e prima ancora nobili del nord, mi hanno insegnato che una donna siede raramente al tavolo di un uomo, anche quando questo sia suo marito. Quanto a mangiare, il rispetto che ho nei vostri confronti e per la vostra posizione, mi impone di attendere che voi siate il primo a cominciare. Sarebbe disonorevole per me mancare a questa regola.
Se un attimo prima Barisano aveva provato il calore della rabbia, ora percepiva l'ustione della vergogna. Impacciato, immobile e incapace di intravvedere scappatoie, azzann un pezzo d'arrosto comportandosi volgarmente come mai in vita sua. Per tutta risposta Helvis prese a mangiare alla maniera delle monache, spezzando il pane e la carne con le dita in piccolissimi bocconi che masticava lungamente. La sola cosa che Barisano riusc a fare, il solo gesto gentile che riusc a concepire, fu versarle del vino da una brocca, vino che lei disse di non gradire. Quella schermaglia poteva andare avanti all'infinito, lui era in posizione sfavorevole e aveva grossolanamente sbagliato la prima mossa. Lo stava facendo infuriare il dover meditare cosa fare e non fare con quella donna, quando si era immaginato che nel matrimonio
tutto fosse e venisse naturale. Non era cos che doveva funzionare una unione, o almeno gli pareva.
Domani all'alba parto.
Helvis annu.
Non staremo via molto. Re Folco vuole controllare il confine a meridione. Uno o due giorni.
Il capo di Helvis si inclin di nuovo.
Il fuoco langueva. Barisano si alz e sistem la legna. Rimase in ginocchio a fissare le fiamme. Poi, quasi parlando pi con se stesso che con la moglie, dilu poche parole nell'oceano di malinconia che lo consumava.
Siete rimasta sola e mi dispiace. Io sono sempre stato solo. Siamo due anime perse; forse il re ha forzato la mano al destino e non era cos che dovevano andare le cose. Non sapete niente di me e non so niente di voi, eppure siamo marito e moglie. L'isolamento conduce alla follia, lasci la frase in sospeso e il crepitio del fuoco era troppo lieve per riempire quell'abisso non era questo quello che avevo sognato.
Non vista, Helvis si morse il labbro inferiore. Barisano gli era piaciuto dalla prima volta che lo aveva visto seduto accanto a suo padre, durante i primi colloqui per stipulare il contratto di matrimonio. Le era parso diverso dagli altri che occasionalmente capitavano a casa sua, sereno, non arrogante. Era rimasta stupita quando, durante un pranzo, lo aveva spiato e lo aveva visto prendere una pezza di lino dal tavolo e aveva pulito la bocca sporca di vino a suo padre, che dopo quella paralisi alla met del corpo, non riusciva pi a far niente secondo le regole. Quel gesto, da figlio a padre, da padre a figlio, l'aveva intenerita subito. Ma lei era Helvis di Ramla, la ribelle. Aveva dovuto lottare per non essere data in sposa a vecchi laidi e boriosi, aveva dovuto combattere a calci e a pugni per non essere seviziata da un lontano parente che la pretendeva in sposa. Quando ripensava a quei momenti, sentiva ancora il dolore delle unghie spezzate durante la lotta, ma era riuscita a mantenersi pura, anche con la complicit di suo padre che non l'aveva mai forzata ad una unione. Per quel fare l'aveva costretta a mischiarsi ai suoi servi e ai suoi contadini per sparire a quel mondo di nobilt e falsit, aveva dovuto fingere di non esistere per poter essere lasciata in pace. Se suo padre fosse rimasto in salute, avrebbe scampato anche quel matrimonio, ma poi anche lei, la ribelle, aveva compreso che non poteva pi sottrarsi all'inevitabile. Barisano era piacente, sorridente e i suoi occhi da ragazzo rendevano pi giovane quel volto scuro da uomo avvezzo alle intemperie e alle battaglie. Barisano le era parso bello il d del matrimonio e l'aveva spiato e spiato ancora da dietro la sua spessa veletta, messa apposta per assolvere al suo compito: celare ma non offuscare la vista. Barisano l'aveva fatta arrabbiare quando le aveva stretto la mano cos forte da farla gemere. E aveva reagito, l'aveva fatto ma non prontamente e le era bruciato come una ferita di lancia l'essersi fatta sorprendere debole, sprovveduta. Lei era Helvis la ribelle, nessuno poteva darle ordini e si era infuriata quando la domestica le aveva riferito che il suo signore le comandava di cenare con lui nella sala del camino. Come osava dare ordini in casa sua. Come osava disporre di lei. Eppure, appena seduta, la pace
l'aveva pervasa e si era anche divertita a vedere la rabbia cocente di quell'uomo tanto avvezzo alla spada quanto digiuno di pratiche d'amore. Helvis si torceva le mani e avrebbe voluto fare di pi per ringraziare quell'uomo che si era caricato il vecchio Baldo sulle spalle appena morto, che aveva aiutato la servit a lavarlo, che aveva pianto lacrime lente per un vecchio che appena conosceva. Ma, come se un macigno legato alla caviglia la trattenesse negli abissi, non riusciva ad avere slancio, non sapeva come fare, non l'aveva mai fatto. Decise di parlare, di cercare di colmare quel silenzio che non era complice, ma anzi divideva e tagliava le due presenze come spada affilata. Riusc a dire poche parole, e pure sbagliate.
Chiedo il permesso di ritirarmi.
Senza voltarsi Barisano alz una mano in cenno di saluto.
Quella notte, distanti come sempre, furono accomunati almeno da piccoli e grandi rimorsi, congetture simili. Pensieri gemelli. Se avessero potuto confrontarsi, si sarebbero scoperti pi somiglianti di quanto mai avessero osato immaginare. Non era stato Barisano un ribelle? Non aveva rifiutato vita agiata e magari un sicuro matrimonio in nome della sua pretesa libert? Ma come poteva lei saperlo?
Non riuscendo a dormire, molto prima dell'alba, coperto dei suoi pi pesanti panni, Barisano si avvi alle stalle. Avrebbe cavalcato incontro al re e almeno avrebbe preso distanza e distrazione da quella morsa di tristezza che lo stritolava.
Helvis si era alzata presto, era scesa in cucina, aveva affettato larghe fette di pane e aveva iniziato una
caciotta nuova, disponendone un quarto dentro un fagotto. Aveva indossato il mantello ed era scesa alle stalle, intenzionata a dare al marito il necessario per un pranzo. Nel silenzio e nel buio, solo qualche isolato scalpiccio di zoccoli o un nitrito sommesso. Tutto taceva. Attese Helvis, attese Barisano, seduta su una balla di fieno e cullata dal tepore generato dalle bestie. Il chiarore cominci a spandersi, i contorni a delinearsi. I galli, suoi e delle covate vicine, presero a cantare cos come i cani che fecero udire i loro brontolii. Attese Helvis sentendo crescere l'ansia dell'attesa, il logorio dell'impazienza. Helvis attese mentre Barisano gi risaliva le alture prossime a Gerusalemme.
Di male in peggio mi dici?
S, Barisano. L'imperatore di Costantinopoli  disceso a riprendersi la Terrasanta. Fortunatamente fra Costantinopoli e gli stati del nord, Antiochia, Edessa e il reame armeno, c' il sultanato selgiuchide di Rum. Per ora ci fanno da barriera, ma se l'imperatore  deciso a scendere, o si batte o li corrompe e passer. I musulmani avevano accettato la loro presenza, ma non hanno mai capito la nostra. Troveranno un accordo e se Costantinopoli vuole riprendersi le terre per noi  finita.
Barisano sorrise, pur di fronte a quelle tragiche notizie.
Noi chi? Templari? Crociati? Pisani? Franchi? Ebrei? Spiegati.
Ugo di Pagano fu colto sul vivo e si ammutol. Cavalcavano da ore al seguito del re e si erano spostati di lato rispetto alla traccia dei cavalli al passo. Nessuno,
fratelli, concittadini, uniti nel vincolo di sangue ora che Ugo era anche stato il suo alfiere al matrimonio.
Hai ragione, faccio fatica anche io a ricordare chi sono. Da ebreo, posso dirti che mai, secondo la storia e la tradizione, siamo stati padroni della nostra terra. Ogni invasore, bizantino, musulmano o cristiano ha portato malia. I periodi di pace e benessere sono stati subordinati all'intelligenza dei governanti e ce ne sono stati di saggi e di crudeli in tutti e tre i dominatori. Ora, questi franchi, siamo riusciti ad arginarli e penso che nel tempo si possa cercare una unione, ma se ritorna l'imperatore bizantino, si riparte da zero. Da pisano, mercante, crociato, devo dire che potremmo perdere tutto e sarebbe un disastro. Abbiamo gi inviato messaggeri presso i signori di Alamuth. Alamuth? La setta degli assassini? Ugo cerc di cambiare discorso ma Barisano lo incalzava con lo sguardo.
Te lo spiego un'altra volta. Rientriamo nei ranghi prima che abbiano da ridire.
E incit il cavallo con gli speroni, quelli stessi che Bernardo gli aveva vietato nella regola che aveva scritto per i cavalieri del Tempio.
In attesa dell'avvio dei lavori per la costruzione del castello di Ibelin, Barisano si era definitivamente trasferito a Ramla. Rimanere a Giaffa gli sembrava doloroso per tutti i ricordi legati a Ugo di Puiset e poi alle vicende di suo figlio. Ramla gli era comoda anche per gli spostamenti e in quel periodo invernale non sentiva troppo il bisogno di passare ore di meditazione davanti al mare. Mare che comunque distava al massimo un'ora di cavallo messo al passo. Inoltre, dalla sua nuova residenza, aveva preso ad esplorare nuovi sentieri, nuove alture e spesso usciva all'alba coi suoi falchi. Una mattina di marzo si alz come al solito. Le stelle stavano perdendo il loro brillio e verso est il chiarore si diffondeva velocemente. Sgabbi due falchi fra i pi piccoli, due femmine, Capraia e Gorgona e li piazz su un sostegno apposito che aveva fatto montare sulla sella. Incappucciati e bloccati alle zampe, i due rapaci assecondavano il movimento del trotto e del galoppo senza patirne. D'un tratto il cavallo scart di lato rischiando di disarcionare Barisano e si mise in traverso sul sentiero. In alto, a una ventina di passi da lui, una figura incappucciata a cavallo pareva tendere un agguato al signore di Ibelin.
Chi siete?
Non ci fu risposta, ma quella cavalcatura mosse lentamente al passo e il cavaliere sconosciuto alz in alto le mani inguantate come se intendesse arrendersi. Barisano rest sconcertato e poi sorpreso fino a perdere il respiro quando le mani abbassarono il cappuccio all'indietro e rivelarono i capelli sciolti di Helvis. Spron il cavallo e la raggiunse. Dal giorno in cui lui era uscito anzitempo e lei aveva atteso invano che si presentasse alle stalle, la donna aveva provato un sentimento nuovo. Se fino ad allora aveva vissuto scappando e nascondendosi, ora aveva percepito il bisogno, il desiderio di cercare e trovare. Controllava i movimenti del marito, spiava le sue mosse, passava furtiva dalle stanze dove lui si trovava per sincerarsi della sua presenza, anche se era pi che sicura che lui fosse seduto a compitare davanti al camino o nelle stalle a imbeccare gli uccelli o a strigliare i cavalli. Quello che non era proprio riuscita a fare, era il permettere a quella incrinatura delle sue sicurezze di allargarsi, di squarciare l'argine dei suoi sentimenti e lasciare che esondassero. Ci aveva provato, aveva anche percepito fuoco ed eccitazione osservando suo marito o pensando alla sua pelle tesa sui muscoli del corpo. Poi, quella mattina, aveva deciso di ripartire da dove era rimasta, di mettersi alla prova laddove aveva fallito e aveva anticipato Barisano alle stalle, precedendolo poi sul percorso verso le alture.
Buongiorno, Signora.
Buongiorno, marito. Ho pensato che un po'di pane e formaggio potesse risultarvi gradito. Non portate mai niente quando uscite.
Il sole fece la sua comparsa, all'orizzonte e nel cuore dell'uomo.
Libera citt di Pisa, luglio 1136 al pisano indizione 12
Carissimo fratello. Spero che questa mia ti giunga come sempre. Data la presenza di centinaia di monaci, vescovi e abati in citt, del papa stesso e di tutte le sue guardie, i sistemi di controllo, la trasmissione degli atti e tutte le attivit di governo sono rallentate. Come sai non sono molto addentro alle faccende e non ho accesso a certe informazioni, ma il Concilio di Pisa ha decretato quanto vado ad elencare. L'imperatore Lotario  in viaggio e sta per raggiungere la citt. Forse incontrer qui papa Innocenzo secondo, mentre Anacleto secondo non si sa dove sia rifugiato.  strana questa storia di papa e antipapa. Noi consideriamo papa Anacleto e antipapa Innocenzo. La fazione legata a Lotario e a Bernardo ci vuole imporre il contrario. Pisa  incatenata e tutti i poteri forti del mondo la idolatrano al fine di manovrare le sue gesta. Comunque  deciso e si muover la flotta verso il sud. La missione di Lotario  quella di sconfiggere Ruggero il Normanno che qui tutti i monaci chiamano Ruggero il mezzo pagano in tono dispregiativo. Lotario  gi stato qui mesi fa ed ha preso alloggio al palazzo imperiale ai vecchi arsenali presso lo spalto di san Nicola. Era sceso a Roma per farsi incoronare, ma un tumulto cittadino contro il papa impostore Innocenzo secondo e contro di lui, lo ha costretto a tornare indietro.
Papa Innocenzo secondo ha pronunciato un discorso che sar allegato agli atti del concilio, ma nella sostanza ha affermato che "Chiunque prender la spada e combatter contro i nemici della vera Chiesa, fossero anche cristiani loro stessi, a prescindere che sia in Terrasanta o nella propria citt, in terra e in mare, potr definirsi crociato e beneficiare delle indulgenze che gi ebbero i primi che liberarono Gerusalemme ed ottenere la remissione perpetua di tutti i peccati".
In Pisa si  capito che il papa vuole usare questo strumento di persuasione per i suoi fini e legittimare la campagna contro Ruggero e a favore dell'imperatore.
Pisa  crocevia di potenti e ognuno desidera compiacerla per poi asservirla. Ma c' chi resiste e si schiera contro questo volere arrogante.
Pietro Cancellano non ha abiurato alla regola cluniacense con grande disprezzo di Bernardo. Tutti in citt ne parlano, ma nessuno capisce cosa questo significhi e anche io ho difficolt a comprendere. Quello che  certo  che la regola templare  stata approvata e sar trasmessa in tre copie, al tuo re, all'archivio romano e al patriarca latino di Gerusalemme. Racconta questo a Ugo e fallo sorridere, che nei miei ricordi  sempre cupo e severo e se  vero che la vecchiaia acuisce le asperit del carattere, non oso immaginare se ora somigli pi a un orso o a un drago. Altra cosa degna di nota. Il nostro vescovo Ubaldo dei Rossi Lanfranchi non si  visto nemmeno in questi giorni. Ti avevo accennato che, come essendo prelato pisano, la citt aveva plaudito alla sua nomina, ma schierandosi lui con papa Innocenzo secondo, che in citt non  stato accettato,  costretto a vivere da scismatico in qualche citt della Provenza e, per dirla tutta, a noi non manca.
Invece ha riscosso molto credito presso Bernardo, Balduino, quell'amico di nostro padre che si era fatto frate quando erano piccoli insieme e di cui raccontava sempre. Balduino pare che se ne andr a Chiaravalle.
Anche Bernardo, dei Paganelli di Montemagno,  infatuato dell'abate Bernardo e si mormora che far combriccola con Balduino e partiranno insieme per la Francia.
Alla fine, tutto questo essere monaci umili e poveri mi pare una infinita falsit.
Nei giorni del concilio sono passati da Pisa dei saltimbanchi ed hanno organizzato uno spettacolo in piazza delle Sette Vie. Non sono riusciti a terminarlo che le guardie papali li hanno arrestati e di loro non sappiamo niente. Con loro era una donna che ha cantato una canzone struggente. Pochi l'hanno udita ma tutti ora la conoscono e la cantano come se fosse una preghiera. E una canzone contro la guerra, contro le distanze che crea. Non volermene ma sento il bisogno di condividerla con te.
Profondo dolore mi dai, Gerusalemme
perch m'hai preso colui che amo sopra ogni cosa.
Sappi che mai mi piacerai
perch nulla m'allieta pi di lui.
Sovente ho tanto turbamento e ira in cuore,
che ne accuso Iddio
per avermi tolto la gioia mia pi cara.
Dolce amico di l dal salso mare,
come puoi tollerare il tanto mio soffrire?
Nessuno pu misurare il dolore che mi tormenta il cuore,
quando la mente corre al tuo caro viso
cui tante carezze e baci ho dato e volte e volte.
Come stupir allora se io ne perda il senno?
Noi stiamo tutti bene, tuo nipote cresce e forse avr un fratello. Siamo ansiosi di sapere di te, del tuo matrimonio. Sorridiamo spesso immaginandoti signore con servi e terreni. Nel mio cuore resterai sempre il fratello grande grande ma piccolo piccolo.
Forse ora che sei ammogliato, penserai che sia meglio far crescere tuo figlio da pisano e mediterai di tornare, io non smetto di sperarlo. Tuo Durante
Nell'autunno di quell'anno si presentarono a Ramla tre cavalieri templari. Recavano un plico per Barisano. I domestici di casa non si azzardarono a prendere l'involucro di cuoio e i tre uomini, senza neanche togliersi gli elmi, attesero che la signora scendesse. Helvis si scus della sua lentezza, ma il ventre prominente e le gambe gonfie la rendevano lenta. Prese in consegna la missiva, assicurando che Barisano avrebbe letto quella sera stessa.
Davanti al camino, uno di fronte all'altro dopo cena, il signore di Ibelin ruppe il sigillo del plico davanti agli occhi curiosi di Helvis. Era un messaggio destinato a Ugo di Pagano e questi lo aveva letto e lo aveva indirizzato, apponendo un suo scritto, affinch il signore di Ibelin ne prendesse atto.
Per il Signore di Ibelin Barisano Pisano. Barisano, leggi con cura quanto mi perviene dal Gran Maestro dell'Ordine dei Cavalieri di san Giovanni, Raimondo du Puy, anche lui attento a ci che avviene di qua e di l dal mare. Un suo confratello fedele, operante nella magione di Amalfi, lo ragguaglia. Io e Raimondo, stimato e venerabile e pi di me esperto di politica, dialoghiamo spesso, anche se alla corte non lo diamo ad intendere. Infinita amarezza mi ha generato questa missiva, quanti lutti ha causato questa guerra, fratelli nostri nella fede, pisani, padri e figli. Il mio animo  colmo d'angoscia, sono come svuotato e stanco. Prendi atto di quanto avvenuto e ricordati di operare sempre a fattore della pace. Ti attendo a Gerusalemme appena i tuoi servizi ti imporranno di venire.
Helvis aveva notato il farsi scuro di Barisano. Il baluginio delle fiamme accentuava le ombre e dava durezza al volto del suo signore.
Monastero di sant'Agata dei due golfi, 24 agosto 1135 Ai soli occhi del Maestro dell'Ordine di san Giovanni, Raimondo du Puy
Venerabile Abate, a voi sia pace e gloria nel Signore.
Mi rivolgo con tono lesto che il tempo non  nostro alleato. Vi stilo il resoconto delle operazioni di guerra nella cruda sostanza dei fatti, sperando che il nostro piccolo spedale non dia falsa luce agli occhi di qualcuno. Se l'usurpatore rimanesse abbagliato potrebbe decidere di abbruciare la nostra casa e disperdere le nostre sostanze.
Viviamo nel terrore e confidiamo solo nella misericordia di nostro Signore.
All'alba del 4 agosto l'Imperatore Lotario di Germania ha schierato una gran flotta proveniente da settentrione. Ho riconosciuto i legni vermigli dei pisani che in massa hanno attraccato al porto. Tale era la potenza delle armate che tutte le navi del re pagano Ruggero il Normanno sono state depredate e date al fuoco. I pisani sono sbarcati e le truppe sono fuoriuscite di citt senza danno procurare. L'armata di Ruggero era stata preavvisata e a monte, nella zona di Scala, dove nostro padre fondatore Abate Gerardo era nato,  avvenuta la battaglia. Forti in mare, i pisani hanno dovuto cedere ai cavalieri fasciati di ferro e ai calmili da guerra in grande schiera fra i normanni. Alla sera, i superstiti pisani hanno ripiegato verso il porto ed hanno preso il mare. I selvaggi normanni li hanno sospinti per le vie della citt e hanno abbruciato case e dato morte. Il sangue  corso a fiumi per le vie, Amalfi  distrutta, Ruggero  vivo anche se senza navi. Lotario, per ci che le voci riportano,  ritornato a Pisa e la sua campagna  da considerarsi una sconfitta.
A noi sono rimaste le preghiere e la poca disponibilit di pane, che ogni scorta di grano  stata bruciata o saccheggiata. Ed  rimasto il re pagano e la nostra sorte  incerta.
Confidiamo nell'aiuto del Signore e preghiamo per la salvezza della Vostra anima e di quella dei fratelli.
Vostro umile e devoto fratello Guido di sant'Agata


CAPITOLO 15.
Gerusalemme, dal febbraio 1136 all'uso comune.

Erano d'accordo. Ugo di le Puiset era stato per Barisano un tutore, un fratello maggiore, talvolta un padre. A lui doveva la sorte di essere stato ben accolto a Gerusalemme e grazie a lui e ai suoi insegnamenti, aveva avuto una vita relativamente comoda. Di certo Barisano non aveva dovuto mendicare, aggregarsi a qualche gruppo di straccioni, combattere per denaro. Quindi, se fosse nato maschio, sarebbe stato Ugo di Barisano Pisano. Helvis invece aveva scelto il nome nel caso fosse stata femmina. Ermengarda, come sua nonna. Alla met del mese di febbraio, una settimana prima dell'inizio della quaresima, il piccolo Ugo venne al mondo. Furono informati il re e tutta la corte e il patriarca mand a dire che Ugo sarebbe stato battezzato in Cristo il 7 aprile, Pasqua di Resurrezione. Le fredde stanze del castello di Ramla non giovarono alla salute del neonato che manifestava febbri alte e difficolt a respirare. Helvis lo allattava regolarmente dai seni floridi e generosi e tutti nella casa, da Barisano fino ai garzoni, si adoperavano per portare cure e sollievo. Ma Ugo soffriva e durante le lunghe ore di veglia notturna spesso perdeva il respiro e annaspava muovendo le piccole mani come a cercare l'invisibile aria. Non cresceva di peso e Barisano si risolse di tentare una cosa di cui aveva memoria. Una cosa di cui non era certo. Pi volte, nell'attuarla, non fu nemmeno sicuro di ricordarla veramente o di essersela inventata. Contro il volere di tutti, soprattutto della moglie, prese il piccolo Ugo e lo avvolse in panni caldi. Usc a cavallo tenendo il figlio in braccio e al passo si mise lentamente in marcia verso Giaffa. La fine di marzo regalava tempo sereno e le temperature erano senza dubbio superiori fuori che nelle fredde stanze del castello di Ramla. Helvis aveva lottato e poi pianto, si era impuntata di non seguire il marito, ma dopo averli osservati scendere dalla collina e sparire dietro una curva, era corsa alle stalle e si era lanciata al loro inseguimento. Spettinata, accaldata, dolorante al seno e al ventre, rabbiosa e col viso bagnato da silenziose lacrime, era arrivata al fianco del signore di Ibelin, senza proferire parola. La via fino a Giaffa era larga, ma le due cavalcature evitarono la citt e piegarono a sinistra, verso il mare. La strada divenne sentiero e questo si fece traccia. Helvis stava davanti, col cavallo al passo, eretta, coi talloni ben serrati ai fianchi della bestia e lo sguardo fisso verso l'orizzonte. Talvolta doveva flettersi per evitare rami e tralci di vegetazione che ingombravano la via e spesso era costretta a raccogliere i capelli lasciati sciolti per la fretta di uscire, ed evitare che si impigliassero nei rovi. La fine sabbia frusciava sotto i loro passi. Barisano
offr il figlio a Helvis e si tolse mantello, guanti e stivali. Poi riprese in collo il piccolo Ugo ed entr in mare immergendosi fino alla vita. Dapprima con la mano concava prese un po' d'acqua e la vers sul capo del piccino. Nessuno pot sentire le parole che il suo cuore mormorava sommesso. Nessuno pot percepire la lotta fra gioia e dolore, ma Barisano battezz Ugo con acqua salsa, la stessa che bagnava Pisa e tanto bastava a rendere quel cucciolo d'uomo un cittadino della Repubblica. Poi prese il bimbo per i piedi e lo immerse nell'acqua fino al collo, mantenendo la testa sott'acqua. Ugo dormiva e non reag subito, ma si agit, si dimen in cerca di quell'aria che ora gli era veramente negata. Il signore di Ibelin lo trasse in alto, ma non subito, attese un po' e Ugo di Barisano Pisano cominci a starnutire e tossire per eliminare dai polmoni l'acqua inalata. Nei giorni che seguirono, il muco denso che aveva impedito al bimbo di respirare si trasform in permanente secrezione, sempre pi fluida, sempre pi chiara. Il giorno di Pasqua del 1135 Ugo entr coi genitori nella chiesa del Santo Sepolcro. La grande famiglia dei cristiani inneggiava a Ges risorto e accoglieva nel suo grembo un bimbo vispo e paffuto.
Gli scuri della finestra erano accostati e una leggera brezza faceva ondeggiare le pesanti tende. Si percepiva che fuori il sole concedeva un po' di tregua in quel maggio, ma l'aria dentro la stanza era gelida. Barisano aveva bagnato ancora una volta la pezza con acqua fredda e l'aveva posta sulla fronte di Ugo di Pagano. Le parole erano appena percepibili tanto
erano sussurrate con un filo di voce. L'armatore pisano, il maestro templare, il Gaon ebreo, tutte quelle figure avevano convissuto in Ugo, ma ora si stentava a credere che potessero essere state racchiuse in quell'esile corpo consumato dalla malattia. In pochi mesi il fiero combattente si era come ripiegato su se stesso, indebolito fino ad avere difficolt a respirare e deglutire. Giaceva nel letto nella magione templare di Gerusalemme, sopra i locali che erano stati costruiti sulle rovine del Tempio di Salomone. La febbre lo divorava, ma non smetteva di pensare al futuro, a progettare, a organizzare. Ugo scuoteva la testa, arrabbiato perch non riusciva a parlare come voleva e ancor di pi perch la malattia lo aveva colto quando ancora non aveva terminato di tessere la sua trama politica.
Non so chi sar il mio successore, il pi accreditato  Robert de Craon, ma l'elezione  una giostra. Per questo ho istituito la figura del capo del collegio, un cancelliere generale.  sottoposto al giuramento con il vincolo del silenzio.  l'unica persona che sa come e perch sono stati fondati i templari e ne conosce tutti i segreti.
Fece una pausa e chiese da bere. Poi riprese.
Chiunque verr eletto maestro templare, apprender i segreti dell'ordine dal capo del collegio. Se dovesse perire prima questo cancelliere, allora il gran maestro ne nominer uno subitamente e lo istruir sulla vera missione dell'ordine. Saresti stato un ottimo cancelliere, ma anche un ottimo maestro.
Non dire sciocchezze, io sono un avvocato e non ho fede bastante.
Ugo rimase muto a lungo come per recuperare le forze.
Come per i Gaon, ci sar sempre un templare apparentemente senza carica e di fatto ricoprir il ruolo pi delicato, sar il garante dell'ordine. Con me si estingue la linea degli Esiliarchi ebrei, questa dell'ordine templare sar la via lasciata in eredit.
Chiuse gli occhi e si addorment. La sera era ormai vicina e Barisano si alz ad accendere nuove candele e a chiudere la finestra che l'aria in movimento pareva generare ancor pi freddo. Rimase a vegliare l'amico; ogni tanto qualcuno si affacciava a chiedere notizie, ma nessuno si permetteva di entrare nella stanza. Tutti i monaci, anche se nobili, anche se cavalieri, erano dei subalterni del maestro, mentre il giurista pisano era l'amico fedele che stava al di sopra e oltre loro. Il templare riposava, a tratti col volto disteso, ma la sofferenza e il dolore erano evidenti. La febbre maligna lo aveva colto, ma un male interiore lo lacerava e si era acuito dopo aver ricevuto le notizie provenienti da Amalfi. Sangue innocente, sangue di concittadini, sangue di giovani. Era consapevole di aver fatto molto ma lo devastava il sapere che era stato un agire spesso inutile, che il denaro e la cupidigia sopravanzavano sempre il buon senso, il calcolo e la ragione. Ugo era forte, ma in breve tempo si era piegato, quasi schiacciato dal peso delle sue enormi responsabilit, consapevole che avrebbe voluto e dovuto essere contemporaneamente in molti luoghi per ammansire, istruire, complottare, forse. Ma non gli era stato umanamente possibile. Ugo dorm due ore, poi chiese altra acqua e ricominci a parlare.
I templari condurranno azioni militari, siederanno fra i potenti, commetteranno errori o compiranno imprese degne di valore, sempre ricercando l'alto senso della pace. Ma solo tu Barisano, solo tu puoi fare una cosa per me.
Far tutto ci che mi chiederai Ugo, dimmi.
Andrai a nord, per mia volont e con l'approvazione di re Folco, anche se non conosce la natura della tua missione.  necessario rinsaldare il patto con il capo degli Assassini.
Barisano cerc di mascherare l'immediato tumulto interiore. La setta degli Assassini governava un piccolo lembo di terra nel nord del regno, ma soprattutto condizionava e manipolava il cammino delle trattative e della politica seminando cadaveri ovunque la loro ragion di stato lo imponesse. Tutti temevano quegli uomini al punto di non pronunciarne mai il nome.
Non hai niente da temere. Quando arrivammo in Terrasanta molti anni fa, io feci un lungo viaggio fino ad Alamuth. Due anni di attesa in varie prigioni, ma poi fui ammesso alla vista del loro capo. Stringemmo un patto. Io ero il Gaon ebraico, lui il capo degli ismaeliti di Persia e tutti e due avevamo a cuore il mantenimento dell'ordine. Durante quei colloqui, dissi che dopo di me, sarebbe arrivato un altro e sarebbe stato riconoscibile da un tatuaggio sulla nuca, con una lettera P e una B.
Ma se io fossi morto o tornato a Pisa?
Sciocco ragazzo, avrei fatto tatuare qualcun altro, ma io pensavo a te come mio discepolo. Tratta in nome mio e non in nome del re. Il rispetto che mi devono  in virt del mio essere in parte ebreo e ultimo Esiliarca. Ti sar recapitato un plico. Ci saranno due lettere, una per te con le mie istruzioni, l'altra per Khoja Buzurg-Ummid I, l'attuale loro capo. Non dovrai andare lontano, l'incontro avverr in Ascalona e sarai sempre accompagnato da un plotone templare.
Chiese di essere sollevato e che gli fossero rivoltati i cuscini. Sudava per la febbre e si sentiva il corpo andare in fiamme.
Dimmi del piccolo Ugo.
 cresciuto,  vispo e il sole e il mare dell'estate gli hanno giovato.
Ascoltami bene, ragazzo. Quando sar il tempo, fai fare un tatuaggio simile al tuo anche a tuo figlio, all'erede alla signoria di Ibelin. Non gli procurer danno, non lo sapr nessuno, ma gli garantir credito in quanto latore di una conoscenza antica. Ma mi devi promettere una cosa. Giura!
Giuro su quanto ho di pi caro al mondo.
E giura su Pisa.
Giuro su Pisa.
Promettimi che istruirai il tuo erede e lo porterai a conoscenza delle leggi e del diritto e della storia delle religioni e delle sofferenze degli ebrei e fallo crescere in modo che cerchi sempre l'unione delle tre religioni della Bibbia, mai la distanza, mai la violenza se non necessaria e asservita al bisogno. Giura, Barisano.
Te lo prometto Ugo, sul mio onore, sulla mia famiglia e sulla mia amata patria.
Piansero i confratelli alla moschea di Al Aqsa, piansero a corte. Piansero in sinagoga e furono levate preghiere per lui anche nelle moschee degli stati confinanti. Prima dell'estate del 1136 Ugo di Pagano, fondatore dell'ordine del Tempio, Ugo Verchionese di Parlascio armatore pisano, Ugo Ebriaco ultimo Gaon ed Esiliarca del popolo di Israele si spengeva in Gerusalemme. Lasciava eredit pesanti, vuoti da colmare, persone da condurre. Non i suoi familiari, non sua figlia Anna, signora dei giudicati sardi, non suo figlio cresciuto nella terra degli scoti sarebbero stati i prosecutori della sua opera, ma due uomini a lui fedeli: Robert de Craon, il misterioso monaco cancelliere e Barisano Pisano, erano gli unici veri eredi di quell'uomo immenso.
L'imperatore bizantino Giovanni secondo, sicuro che Ruggero il Normanno non sarebbe mai potuto arrivare a Costantinopoli dato che i pisani gli avevano distrutto la flotta nell'assalto di Amalfi, mosse verso la Terrasanta. Il suo obiettivo era combattere o riconquistare e voleva solo vedere riconosciuti i patti che i primi crociati avevano stabilito con suo padre. Cristiani e musulmani avevano ora un nemico comune. Per i seguaci di Maometto, greci o franchi erano comunque considerati invasori. I crociati, dal canto loro, non desideravano in alcun modo cedere i privilegi che avevano conquistato con tanti anni di lotta e cadaveri lasciati sui campi di battaglia. Nella disputa entr anche papa Innocenzo secondo che eman una bolla, esortando tutti i greci di fede cristiana a disertare dall'esercito imperiale per non arrecare danno al clero e ai potentati cristiani d'oriente. La guerra in Oltremare era guerra anche nel cuore del Sacro Romano Impero. Le schermaglie si ebbero prevalentemente sul piano politico. Furono tempi di grande corruzione, intrighi, accordi stipulati e rotti nel volgere di un giorno. I massimi esponenti dei rispettivi schieramenti erano Joscelyn secondo conte di Edessa che operava nel nord a difesa del regno, Giovanni secondo Comneno imperatore romano d'oriente e l'atabeg di Mosul Imadedin Zengi, signore di Aleppo. Zengi era feroce e violento e, se pure con modi diversi dai re crociati, era riuscito a riunire sotto il suo comando tutte le varie fazioni musulmane dell'est e del nord a parte i selgiuchidi turchi e i naziriti iraniani meglio conosciuti come Assassini. Zengi era potente quanto e pi di Folco e non lesinava oro per corrompere o manovrare la politica a suo piacimento. La campagna di Giovanni secondo non produsse l'effetto voluto e l'imperatore torn nella sua capitale, lasciando la situazione immutata salvo per il fatto che ora crociati e musulmani si fronteggiavano comandati da due soli capi, Folco di Gerusalemme e Zengi di Aleppo.
Barisano in quei tempi aveva cavalcato a fianco dei cavalieri del Tempio e anche in totale solitudine. Aveva svolto missioni segrete o era stato inviato come ambasciatore. Aveva partecipato a guerriglie e schermaglie e aveva preso parte ad assedi o era stato il difensore di cinte murarie a seconda delle situazioni. Ma non c'era stata vera guerra e gli episodi di sangue erano stati circoscritti e limitati.
Helvis di Ramla, in quella che lei definiva scherzosamente la sua prima vita, aveva sempre evitato le persone, i contatti umani. La solitudine e il sospetto erano stati i principali sentimenti che aveva provato. Poi era arrivato Barisano, dapprima osteggiato, poi
accolto e infine amato. Avevano preso corpo altre emozioni, percezioni nuove e altrettanto dolorose. Se nella prima vita gli unici suoi affetti erano stati quelli familiari e dal vecchio padre era sempre stata protetta, ora era la signora di Ibelin, risiedeva nella nuova torre ottagonale del palazzo in riva al mare e doveva prendersi cura e amministrare uomini e terre in assenza del suo uomo. Se da una parte doveva ostentare sicurezza, dall'altra l'ansia e il terrore della perdita la consumavano e le notti insonni trascorrevano lente, inframmezzate solo dal pianto del piccolo Baldovino, secondogenito di appena un anno. Teneva Ugo e Baldovino nel letto con s, la facevano sentire forte e viva, le davano il motivo primario per proseguire a lottare per quella vita a tratti meravigliosa e a volte buia come le notti senza luna.
Barisano era rientrato nell'autunno del 1139 dalla sua missione presso il capo della setta degli Assassini Muhammad secondo. Aveva trascorso due giorni e due notti in uno stato di sonno permanente interrotto solo da veglie per mangiare ed espletare i suoi bisogni. Helvis si accostava ogni tanto alla porta della sua camera, si assicurava che dormisse e poi se ne andava senza celare un sorriso di compiacimento. Passando i giorni, Barisano aveva ripreso la vita consueta, era salito a Gerusalemme a parlare col re, aveva partecipato a riunioni, consessi pubblici, privati, segreti. Lo occupava in quel periodo lo scrivere decine e decine di missive, lavoro che non poteva e non voleva demandare a nessuno. Passava gran parte del tempo nel nuovo studio al piano alto della torre di Ibelin, stanza circolare con quattro finestre aperte verso i punti cardinali.
Da Pisa il fratello gli aveva comunicato della morte di entrambi i genitori a pochi giorni di distanza l'uno dall'altro. Come il padre era spirato, la madre non ne aveva pi voluto sapere di mangiare o muoversi e in breve tempo era morta anche lei. Si sentiva in colpa, c'erano attimi in cui si bloccava come paralizzato da un potente veleno e i volti confusi dei suoi genitori che lo rimproveravano gli apparivano e quelle visioni lo lasciavano spossato e incapace di far niente. Si sedeva al suo scrittoio, oppure usciva coi suoi falchi ma la tristezza non lo abbandonava mai. Allora la sua mente iniziava a vagare, si spostava con la rapidit del fulmine da Gerusalemme ai terreni dell'Oltre-giordano, da Ibelin alle mura di Damasco e le sue rapide incursioni in quei territori erano sempre latrici di presagi oscuri e grida e sangue. Cercava di non far pesare quella sua condizione a Helvis e ai bambini e spesso lasciava ogni attivit e andava a cercarli per giocare con loro, che il sorriso dei piccoli era contagioso e gli tornava il buonumore. La signora di Ibelin osservava, annotava mentalmente e cercava sempre di prendere il suo uomo con voce suadente, con dolcezza.
Quella sera pioveva. Porte e scuri erano stati serrati. Al castello di Ibelin, se pur non ancora completato, le stalle e gli alloggi custodivano cavalli, armenti ed esseri umani pregni di sogni, speranze, apprensioni. Le tenebre erano calate anzitempo, complici le dense nubi che stavano scaricando acqua e l'ora della cena era ancora lontana. Barisano stava seduto al suo tavolo e computava per ordine del re. Era stato previsto un censimento e andavano reperite risorse e uomini sufficientemente istruiti per svolgere quel compito in
tutto il regno. La disputa era sorta fra gli ordini monastici, fra i cavalieri, fra i rabbini, fra tutti quelli che pensavano di rappresentare una porzione di popolo sotto quell'immenso cielo. L'uomo era immerso nei suoi calcoli, quando not le fiamme delle lucerne farsi pi vivide e inclinarsi da un lato. Un piccolo scatto, il crepitare delle assi nuove del pavimento. Aveva percepito un lieve sentore di sapone d'olio e cenere e non si era voltato. Helvis lo aveva raggiunto, si era portata vicino al tavolo, aveva afferrato il lembo della gonna alzandolo un po' e si era seduta sulle gambe di Barisano, come se fosse montata in sella. Si era ritrovata quasi prigioniera, incastrata con la schiena poggiata al grande tavolo e il torace premuto contro quello del suo uomo.
Signora di Ibelin, voi disturbate un consigliere del re.
A parte che non mi pare di disturbare, io vedo soltanto un uomo un po' cupo e solitario.
Il gioco avrebbe anche potuto procedere, ma Barisano chin il capo e si arrese all'istante, replicando con voce sussurrata.
Hai ragione, Helvis e mi dispiace, ma troppe cose si sono accumulate in me, troppe responsabilit, apprensioni, doveri.
Potresti parlarne con me, in fondo sono la signora di Ibelin e in queste terre molte donne risolvono questioni di politica.
Quelle donne le risolvono in un modo che non mi piace e quanto a parlarne, sai benissimo che alcune cose posso condividerle e altre non vorrei che tu me le chiedessi.
Infatti non te le chiedo. Non sto parlando al consigliere del re, ma a Barisano Pisano, mio marito, un uomo pi cupo del solito, che pare abbia perso il sorriso.
Non ho perso il sorriso ma mi sento stanco e spesso al mattino apro gli occhi sperando solo che giunga presto la notte, per potermi coricare di nuovo, abbandonarmi, perdermi.
Perditi in me, Barisano, in noi.
Cerco di farlo, non vedi quanto tempo passo coi bambini? Mi danno gioia, mi danno luce, anche se ogni tanto mi sento in apprensione per loro.
Anche a me danno grande pensiero, cos piccoli eppure cos diversi. Ugo remissivo e buono, e Baldovino ribelle e bizzoso.
Hai un buon profumo.
Merito del tuo ordine di usare sempre il sapone. Nella mia precedente vita era un lusso che non ci era concesso.
La colpa, a dire la verit,  di mio fratello che nelle lettere insiste sempre di tenere le mani lavate e non solo le mani, che molte malattie vengono dalla trascuratezza e dalla sporcizia.
S, Barisano, lo ripeti ogni sera, come quella storia di togliersi subito le schegge e premere la carne per farla sanguinare.
Te ubbidisci senza discutere e vedrai che ne trarrai giovamento.
Io sono la signora di Ibelin e non ti devo obbedienza.
Ti sei gi dimenticata l'omelia del patriarca?
No, Barisano, io devo essere gazzella armoniosa.
La donna si volt e soffi con forza sulla fiamma delle candele. Il dolce aroma di cera fusa si impadron delle loro narici, i respiri si fecero pi profondi e le loro labbra trovarono la fusione. Ondeggiando, i loro corpi premevano e l'eccitazione cresceva. Helvis si sollev un attimo puntando i piedi a terra e fece salire la gonna fino alla vita. Il ventre nudo di lei prese a muoversi sopra l'eccitazione di Barisano.
Fu amore e poi fu cena, complice, allegra, ricca di sguardi e di battute. Piovve tutta la notte e fu ancora dedizione, sesso e possesso reciproco, donazione e furto, esondazione e raccolta di ogni umore e sentimento.
Castello di Ibelin, giugno 1140 all'uso comune
Fratello adorato, ti scrivo per annunciarvi la nascita di Ballano Pisano, agitato mio terzo figliolo. Ancora non era nato e gi si sentivano le sue grida, che anche ora, mentre scrivo, risuonano fra queste mura. Helvis sta bene e subito si  ripresa dai dolori del parto. Ma di notte poco si dorme che la mia signora non vuole affidare il bimbo alla nutrice e in casa siamo sempre di veglia. Ma il resto  tutto bene, i fratelli pi grandi sembrano disprezzare il nuovo venuto ma presto si abitueranno. L'unico momento in cui Baliano s' chetato  stato quando l'ho battezzato per renderlo pisano e l'ho portato con me in mare. Allo scorrere dell'acqua sulla fronte e sui capelli, ha smesso di piangere. Allora Helvis s' convinta che Baliano sia figlio delle acque e del vento e che trovi pace quando sente il contatto delle gocce
salate sulla pelle. Re Folco  sempre saldo e medita di salire al nord per contrastare il potere dell'atabeg Zengi di cui tanto ti ho parlato. Stiamo ultimando i lavori di fortificazione della casa, ma questo castello di Ibelin ormai  completato e l'idea di vivere in una casa torre come tante ce ne sono in Pisa mi allieta e mi nutre il cuore. Le mie finestre puntano ai quattro venti e posso avere luce o ombra aprendo gli scuri o drappeggiando, che intorno nulla si frappone fra noi e il sole. Il mare  appena fuori dalla fortificazione e mi  di infinito sollievo poterlo osservare a tutte le ore ed udire il fragore delle onde stando disteso nel mio letto. Talvolta chiudo gli occhi e mi pare di essere tornato per mare, tanto  forte il rumore della risacca e l'aria  piena di grida dei gabbiani. So che avevo promesso di tornare, ma sto affondando radici solide su questa terra vergine e benedetta e mi chiedo se tu, ora che non ci sono pi babbo e mamma, vuoi considerare la mia offerta di ospitalit. Per un bravo speziale e curatore come te qui c' un oceano di lavoro che attende. Pensaci. Giorni fa  passato di qua un gruppo di mendicanti. Li abbiamo accolti come facciamo sempre ed hanno alloggiato alle stalle. A sera mi sono avvicinato perch sentivo suoni di flauto ed ho scoperto con sorpresa che tra loro si confondeva un bel giovane pisano, eretto e fiero anche se assai male in arnese, un suonatore. Si fa chiamare Ranieri Scaccieri e dice che  qui perch s' convertito, ma non ha saputo dirmi altro. Gli ho chiesto altre notizie, ma ha solo saputo dire che sua madre  Mingarda Buzzaccherini e imparentata coi Sismondi. Non ho memoria di una famiglia Scaccieri, invece ricordo i Sismondi e di ci che si diceva da ragazzi della di loro serva Kinzica che andava ad amoreggiare di nascosto in golena d'Arno. Comunque fai qualche ricerca ed informa la famiglia che il ragazzo  in
buono stato. Mi dispiace per i problemi che morte di nostro padre e di non averti potuto dare anche la mia parte di eredit, lascia tutto e ripeto.
Scrivimi e mandami vostre notizie che v'ho cari Sempre fratello innamorato Barisano Pisano.
Libera citt di Pisa, aprile 1142 al pisano indizione 3
Mio adorato maestro,
avrete riconosciuto dai sigilli che questa non  una lettera familiare e tuttavia vi reca notizie della vostra casa. Non contro la mia volont sto scrivendo, ma  certo che in larga misura obbedisco al comando di vostro fratello che negli anni mi  diventato amico e confidente e in lui ho potuto ritrovare anche un po' di voi. Non so che parole usare, ma le pi semplici credo che siano le uniche possibili. Il vostro caro fratello Durante  perito al tre di questo mese. Eravamo insieme in cattedrale a festeggiare solennemente l'inizio dell'anno e al ricevimento tenuto in canonica, al cospetto del primo operaio Guglielmo, del vescovo Baldovino e di tutti i nobili e notabili, ha avuto un mancamento.  stata data la colpa al caldo e alla folla, e dopo poco si  ripreso. Il giorno appresso sono passato a trovarlo, ma il figlio maggiore mi ha informato che Durante giaceva presso l'ospitale di san Giovanni dei Gaetani. Febbre maligna  stata la causa e in una settimana la consunzione ha stroncato il corpo reso fragile dal digiuno e dal dolore. Maestro, non sapete quanto mi addolori la morte in s e il dover essere io a comunicarlo, ma non mi sottraggo al dovere, in riconoscenza
e a parziale risarcimento di tutto quello che faceste per me negli anni addietro, mi rendo disponibile per eseguire ogni vostro ordine.
Ora, alleggerita la mia coscienza ed il mio cuore da questo infinito peso, debbo ragguagliare il maestro su molte cose, perch cos mi  stato chiesto da vostro fratello e non solo da lui.
La prima.
In via principale, vedendosi deperire, Durante ha scritto di suo pugno in mia presenza un atto che trasmette tutti i beni a vostra cognata senza ostacolo alcuno. Non abbisognando lei di denari, vi chiede per di disporre in merito alle case e agli averi che vostro fratello ancora manteneva per vostro conto come lascito dei vostri genitori.
La seconda.
Pisa  ricca e indipendente, ma esistono modi subdoli per piegarla ed assentirla al proprio volere.  in atto da mesi un vero assalto alla citt che non si accorge di quanto male indurr la piaggeria. Bernardo di Chiaravalle  allocato qui da molto tempo ed ha istituito uno studio. Ne fanno parte: Baldovino Vescovo di Pisa e Primate di Corsica e Sardegna, Bernardo Paganelli da Montemagno, abate cistercense al monastero delle Tre Fontane presso Roma e Rolando Bandinelli da Siena. Il maestro francese ha assegnato a questi tre intelligentissimi uomini di potere il compito di verificare tutte le opere di Pietro Abelardo compreso la Introductio ad theologiam, tutti gli scritti inviati ad Eloisa di Parigi e massimamente De Unitate et Trinitate Divina e Dialogus inter Philosophum, Judaeum et Christianum. Non so se certe notizie vi erano mai pervenute, ma Bernardo di Chiaravalle ha scomunicato e fatto morire di stenti il legittimo papa Anacleto secondo che Pisa aveva riconosciuto al posto di Innocenzo secondo. Bernardo si  ingraziato l'imperatore Lotario non riconoscendo i successi militari e la politica di Ruggero secondo il Normanno mezzo pagano. Al tempo stesso, nei concili di Sens e in quello del Luterano ha fatto scomunicare Pietro Abelardo e tutte le sue dottrine che a noi giuristi e ai fedeli dell'impero aggradavano molto. Insomma, maestro carissimo, questo Bernardo di Chiaravalle riconosco sia estremamente intelligente, ma anche oltremodo pericoloso. Elevando Pisa a sede ecumenica di scienza e conoscenza, par che faccia un favore alla nostra citt, ma invece, coi suoi sistemi da imbonitore e con l'ausilio di spie, ci controlla e in qualche modo ci manovra. Baldovino, vi rammento, era monaco cistercense e d'incanto  stato elevato al rango di arcivescovo, cosa inconsueta e mai prevista dal diritto civile o religioso. Questo per dire quanto sia potente Bernardo e quanto il potere modifichi gli uomini. La terza.
Il governo della citt ha decretato che la mia persona sia elevata al rango di ambasciatore presso l'imperatore romano di oriente. Solo grazie ai vostri insegnamenti in materia di diritto e di vita ho potuto avere una tale carriera e ve ne sono grato. Penso che la politica cittadina che io andr a rappresentare, non potr prescindere dall'incontrarci, scriverci perch ogni cosa o faccenda che riguarda le nostre rispettive competenze riguarda Pisa e viceversa. La quarta.
Vi piacer sapere che il Digesto di Giustiniano che voi avete tanto studiato fino ad impararne molti passi a memoria  in buone mani. Studenti capaci ne hanno cura e maestri severi controllano le glosse e le traduzioni. Sappiate che da tutto il mondo conosciuto vengono a Pisa giuristi e dotti,
per ammirarlo e studiarlo. Io personalmente ho avuto il privilegio di conoscere ed intrattenere i maestri della scuola bolognese, Irnerio e Bulgaro che voi avete conosciuto per fama prima assai di me. La quinta.
Il concilio del Laterano I ha decretato, fra le molte cose, che l'uso della nuova arma chiamata balestra sia vietato se ad usare tale strumento sia un cristiano contro ad un altro cristiano, anche fosse un orientale. Il concilio si  invece espresso sulla libert di usare le balestre contro agli ebrei e contro ai musulmani e gli eretici. La balestra  bandita durante le cerimonie di benedizione degli eserciti, ma i balestrieri pisani si sono rifiutati di obbedire e portano le loro armi potenti in giro e anche in chiesa. Come detto precedentemente, l'autorit di Bernardo di Chiaravalle vorrebbe imporre il volere del concilio, ma c' stata sommossa e per ora l'argomento non  in discussione. Riferisco quanto sopra per far comprendere al maestro Barisano quanta potenza e cultura sia in Pisa e quanta limitata libert noi possiamo avere realmente. Tenete conto delle mie annotazioni se vi troverete a legiferare in tema di armi. La sesta.
Ho personalmente letto il lavoro di Pietro Abelardo, il dialogo fra un filosofo cristiano ed uno ebreo e mi sono ricordato di quanti profondi insegnamenti voi mi donaste. In quel libro ho ritrovato molte di quelle parole. Ora, senza addentrarmi in discorsi pi alti, sappiate che vostro fratello si  confidato con me e ho conosciuto meglio molti della famiglia e della cerchia di Ugo di Pagano, primo venerabile maestro templare. Sappiate che raccolgo l'eredit di semplice latore e vi concedo di disporre affinch le mie azioni siano guidate dalla vostra mano.
Concludo sollecitando una vostra missiva. Appena avr risolto, secondo il vostro comando, le questioni legate alle eredit, partir alla volta della Terrasanta e da l fino a Costantinopoli, solo dopo aver concertato con voi. Vostro fratello in punto di morte mi ha pregato di ricordarvi di una antica promessa, ma mi ha anche detto che non la manterrete mai.
Confermo il mio dolore, niente in confronto al vostro, ma
pur sempre sincero.
Vostro allievo e servitore
Burgundio Leoli, giurista e ambasciatore pisano.
Pianse Barisano, pianse come non aveva mai pianto, lacerato da un dolore indicibile. Pianse fino a che Helvis condusse alla sua presenza Ugo, Baldovino e Baliano che gli saltarono al collo per riempirlo di baci. Pianse ancora ma la gioia di quell'abbraccio riusc a scalzare un poco i dolori generati dalla morte.


CAPITOLO 16.
Castello di Ibelin, dall'anno 1144 all'uso comune.

A cosa pensi?
A niente, tranquilla.
La grande tenda quadrata faceva ombra sufficiente per tutti ma Ugo, Baldovino e Baliano giocavano a schizzarsi sul bagnasciuga. Ermengarda e Stefania dormivano beate dopo che Helvis le aveva allattate al seno una dopo l'altra. Dopo tre figli maschi, erano nate quelle due creature, rosee e paffute. Era stato un parto difficile, nessuno si aspettava le gemelle e Barisano era rimasto turbato per quel lunghissimo travaglio. Nei giorni successivi alla nascita era rimasto incupito. Era s colmo di gioia, ma l'inquietudine aveva preso il sopravvento. Il mistero della vita e della morte, quella bilancia di presenze e assenze nella sua vita pareva essere in equilibrio. Aveva perso i genitori, il fratello e ora aveva una famiglia bella e numerosa, ma non esisteva nascita che colmasse morte e non esisteva morte che non offuscasse la gioia di una nascita. Ogni rapporto, ogni storia era unica.
Avere un figlio non pareggiava la perdita di un genitore, non funzionava cos e nei lunghi periodi di solitudine, cavalcando sulle alture coi suoi falchi aveva meditato mille volte sui misteri dell'esistenza. Tre cuccioli d'uomo gli saltellavano vicini e cullava due bambine addormentate notando come le sue braccia scure fossero quasi indegne di sostenere la loro pelle candida. Il suo mondo, cos come era concepito, gravitava intorno ad armi e potere, era un universo con al centro l'uomo e le sue lotte. In riva al mare, ai piedi del suo castello e preservato dal sole di maggio dalla grande tenda, si immaginava scenari futuri e ci che gli appariva era un domani difficile e complicato, soprattutto per le due figlie. Quello non era un mondo per femmine e lui era stato fortunato ad avere Helvis, forte, forgiata dalle traversie, sempre pronta a combattere anche con armi a lui sconosciute, con la pazienza e la perseveranza che solo le donne sapevano avere.
Barisano, dove sei?
Di nuovo Helvis lo richiamava a terra. Ma Barisano volava.
Alcuni mesi prima, nel novembre del 1143, mentre si trovava a caccia alla lepre nei pressi di san Giovanni d'Acri, re Folco era caduto da cavallo rimanendo schiacciato dal suo destriero. Erano rimasti tutti atterriti vedendo uscire il sangue dal naso e dalle orecchie del re e, dopo quattro giorni in cui non aveva mai ripreso conoscenza, il 10 novembre era spirato.
Folco aveva avuto quattro figli dalla prima moglie in Francia e due da Melisenda, Baldovino terzo e Almanco. Secondo quanto redatto dallo stesso Barisano nella Costituzione degli stati latini d'oriente, lo scettro era andato a Baldovino terzo sotto la tutela della madre, regina reggente, dato che il ragazzo aveva appena dodici anni. Le spinte e le pressioni da parte di altri nobili e del consiglio c'erano state, ma Melisenda era stata forte e decisa e il figlio, se pur ancora giovane, era stato addestrato fin dalla nascita alla successione regale. Ci che veramente preoccupava il pisano, erano le voci che provenivano da nord, con l'atabeg Zengi che pareva intenzionato a sfruttare il momento di debolezza dei cristiani. Pi o meno nello stesso periodo erano passati a miglior vita l'imperatore Giovanni secondo di Costantinopoli e l'imperatore germanico Lotario. Agli occhi di un condottiero esperto come Zengi, quello appariva come il momento pi propizio per sferrare l'attacco. Come sarebbe stata la sua vita se i musulmani avessero ripreso le redini del potere? Che ne sarebbe stato di quella carne rosa che stringeva con tenerezza ma anche con forza, quasi con rabbia? E che doveva fare coi ragazzi? A Ugo spettava di diritto la signoria di Ibelin. Castelli per insediarli ce n'erano a sufficienza per tutti: Ramla, Mirabel, Giaffa, ma disgregare i possedimenti non rientrava nelle sue logiche di amministratore e giurista. Avrebbe dovuto mandare uno dei minori in convento? Affidarli all'ordine del Tempio garantendo una continuit promessa anche a Ugo di Pagano? E poi lo assillava la storia del tatuaggio. Le lettere B e P le poteva far tatuare a chiunque, ma chi sarebbe stato il pi adatto per raccogliere quella pesante eredit? Di regola il compito e l'onere spettavano a Ugo, ma era docile d'animo e poco propenso a farsi rispettare, soprattutto da Baliano. L'alternativa era far tatuare
tutti e tre i ragazzi e poi capire col tempo chi avrebbe potuto essere il tramite dopo di lui presso le ambascerie ebraiche e degli Assassini. Quando Ugo l'aveva inviato da loro, subito dopo la sua morte, a poco erano valsi i salvacondotti, avevano preteso di vedere il tatuaggio sulla nuca. Poi avevano imparato a conoscere l'uomo e non c'era stato pi bisogno, ma cosa sarebbe accaduto ai suoi figli?
Le figure che si muovevano sulla riva ora erano quattro. Lo sguardo di Barisano era tornato indietro, come volando sulle acque. Il suo pensiero era rientrato velocemente, da Pisa, passando per la corte imperiale in Germania, scivolando sulla Sicilia, lambendo le mura possenti di Acri e di Edessa e, quasi in un esercizio di messa a fuoco, era tornato ad osservare la vita che gli era pi prossima. Adagi le bimbe sulle stuoie, rinserr sotto i loro piccoli corpi i panni in cui erano avvolte in modo che rimanessero ferme e si alz per raggiungere Helvis e i ragazzi.
Barisano aveva visto giusto: l'atabeg Zengi aveva preso l'iniziativa e dicembre arriv in fretta, cos come la notizia della disfatta. Pressato dalle voci di un possibile attacco, Joscelyn di Edessa si era allontanato dalla citt con buona parte dell'esercito. Aveva progettato di raggiungere Diarbakyr, in Anatolia, per accordarsi col governatore turco Kara Aslan, invidioso dello strapotere di Zengi. Le lotte intestine tra potentati musulmani erano sempre sfruttate dai governanti crociati. Ma, allontanandosi dalla citt, Joscelyn aveva sopravvalutato la forza d'animo dei difensori lasciati entro le mura. Zengi aveva assediato Edessa e
la difesa era stata affidata all'arcivescovo Latino Ugo secondo, al vescovo Armeno Giovanni, e al vescovo giacobita Basilio. Joscelyn, informato dell'assedio, aveva invertito la marcia ma si era rifugiato a Turbessel, una fortezza a poca distanza, non potendo affrontare in campo aperto lo sconfinato esercito nemico. Aveva anche inviato staffette a Gerusalemme per chiedere aiuto, ma Melisenda, non troppo avvezza alla guerra e certamente mal consigliata, aveva inviato solo un manipolo di uomini, tra cui Manasse di Hierges e Phylippe de Milly ed Elinardo di Bures. Altri signori avevano ignorato la richiesta di aiuto della regina. Dopo un mese di assedio i musulmani erano riusciti ad aprire un varco nelle mura. Il vescovo Basilio aveva tradito la causa, mandando a dire a Zengi che si sarebbe schierato con lui riconoscendolo signore della citt e si era asserragliato nel maschio del castello. Le notizie pervenute non erano fumose, ma certe e disperate. Furono solo morti accatastati nelle strade e sangue che scorreva bagnando fino alle ginocchia i combattenti dell'una e dell'altra parte. Quelli che non erano rimasti sul campo furono fatti prigionieri, uomini, donne e bambini. Ma, dopo una notte di speranza, la mattina del giorno di Natale furono decapitati uno ad uno sotto l'occhio compiaciuto di Zengi. Tutti tranne il vescovo Basilio.
Costantinopoli, Natale 1145 all'uso comune
Amatissimo maestro. Spero che questa mia missiva vi trovi in pace e salute. Sono passati sei mesi dalla mia venuta in
Terrasanta e mai la pace ha albergato nel mio vivere. In questo momento mi trovo a Costantinopoli, ma sto per imbarcarmi nuovamente verso Pisa. Un anno  passato dal massacro di Edessa e ancora lo sdegno non si  placato, anzi. Come vi avevo annunciato, dopo i brevi pontificati di Celestino secondo e Lucio secondo, durati in carica pochissimo tempo,  salito al soglio, assumendo il nome di Eugenio terzo, il nostro concittadino Bernardo dei Paganelli da Montemagno. Un pisano dunque, cistercense e allievo di Bernardo di Chiaravalle, come ben sapete. Pisa  pi forte e potente che mai, perch detiene i codici della legge, la pi forte armata navale mai vista dai tempi di Roma imperiale, i giacimenti di argento di Sardegna ed ora  anche protetta dal papa in persona. Il pontefice ha redatto e pubblicato l'enciclica Quantum Praedecessores destinata al cristianissimo re di Francia Luigi settimo, affinch raduni tutte le forze necessarie a bandire la seconda crociata contro l'infedele. Temo fortemente questo appello dove fra le altre cose, cos come ottennero i predecessori,  garantita l'Indulgenza Plenaria per tutti i peccati. Papa Eugenio incarna in s tutte le abilit pisane ed ecclesiastiche e infatti propone, a chi parteciper alla crociata, di essere lui il gestore e custode di tutti i loro beni. Cos, dato che almeno la met di coloro che partiranno non faranno ritorno a casa, la Chiesa si arricchir di nuovo. Bernardo di Chiaravalle  il vero regista di questa operazione e pare che si aggiri per i grandi potentati in cerca di denari, consensi e armati. Mi affido al vostro giudizio, io non conosco bene i regni d'oltremare e non riesco a prevedere ci che si potr realizzare. Di certo se i conti franchi si uniranno ai baroni tedeschi e scenderanno in Terrasanta, difficilmente si accontenteranno di liberare Edessa, ma forse riprender un gioco di potere e di duelli per il primato in
oriente. Non so come i cavalieri del Tempio potranno influire e guidare in qualche modo le cose. L'ordine, dopo che la bolla Omne Datum Optimum esenta i templari dal pagamento delle tasse e li rende dipendenti solo dal volere del papa,  pi potente e sempre di pi lo sar. Confrontatevi con i vostri referenti e semmai fatemi sapere. Se e quando sarete intenzionato a relazionarmi, scrivete due copie della missiva s che ne venga una qua ed una a Pisa e sar pi facile ch'io legga in fretta. Il vostro allievo si imbarca per la citt natia. Se il partire da Pisa mi aggrada, tornare mi necessita. Ho conversato lungamente con Bernardo Marangone nei mesi scorsi, avevate ragione:  persona fidata ed utile alla causa. Io continuer ad essere vostra voce, ma credo che per le faccende pisane sia meglio che lui possa essere le vostre orecchie, la vostra vista in Pisa. So che vi scrivete e forse  ora di introdurlo a pi alti disegni, s che gli accadimenti non siano frutto del caso, ma del volere degli uomini. So che mi capite e che condividete il mio pensiero.
Vi abbraccio e attendo le vostre annotazioni. Burgundio Leoli giurista e ambasciatore.
Barisano alz gli occhi dalla lettera e si avvide che lo stavano spiando. Sorrise compiaciuto.
Venite qua, spie mamelucche.
I tre bimbi si precipitarono dal padre. Avevano spade di legno infilate nella cinta della tunica.
Che fate, padre?
Leggo documenti, parlano di Pisa, la vostra citt.
Ci andiamo?
Barisano sorrise e contemporaneamente un macigno gli si pos sul cuore.
Certo che ci andiamo, ma non dimenticate che la nostra patria  sempre nel nostro cuore, che noi portiamo Pisa con noi ogni giorno e che siamo sempre un po' qua e un po' l.
Padre, io da grande voglio fare il consigliere del re.
Io il capo dei templari.
Io voglio fare il re.
Barisano sorrise e li trasse a s.
Qualunque cosa voi vogliate fare, dovete imparare a scrivere, a computare, a tradurre dalle altre lingue e a studiare il diritto.
I ragazzi si rabbuiarono. Avevano un precettore e la loro istruzione procedeva secondo regole ferree. Barisano si sedeva spesso con loro e impartiva le sue conoscenze, raccontava aneddoti, fabulava di molte cose che intanto i ragazzi facevano calare dentro di loro.
Quindi, Baliano, se vuoi fare il consigliere del re devi studiare forse pi degli altri, perch guidare la mano di un sovrano  compito che spetta solo ai saggi, ai miti, a persone che conoscono il mondo e gli uomini, le loro leggi e le loro usanze. Forza, andate a sedervi e prendete le vostre penne, e guai a voi se fate rovesciare di nuovo l'inchiostro!
Dettava brevi frasi, la loro diversa et si palesava solo nell'ordine e nella bont della grafia, ma tutti e tre sapevano gi scrivere e leggere e Baliano pi degli altri sembrava avvezzo ai libri, attento allo studio, curioso di apprendere.
Se non farete errori, vi faccio una promessa.
Quale, quale?
Domattina all'alba usciamo coi falchi.
Lo scalpiccio lento dei due cavalli si spandeva nella valle. Barisano teneva davanti a s il piccolo Baliano. Ugo e Baldovino stavano in due su un altro cavallo di bassa statura.
Due falchi incappucciati ondeggiavano poggiati sulla staffa montata sulla sella di Barisano.
Giunti sulla sommit di un'altura, smontarono. Il sole alle spalle e il mare azzurro di fronte, l'ombra delle colline si proiettava lunga in mare. Ibelin e tutta la costa erano silenti e ferme. Barisano liber i falchi e scaric dalla sella un voluminoso involucro. I bimbi esultarono: tre archi e frecce vere. Piccoli, dimensionati e tesi in proporzione alle loro forze.
Mentre i falchi cacciano, ci eserciteremo con l'arco.
Un bersaglio improvvisato, consigli, tentativi, raccomandazioni. Piccoli guerrieri crescevano, imparavano, litigavano tra loro. Barisano lanci uno sguardo al cielo, i due falchi tracciavano traiettorie spiraliformi, lenti, maestosi ed eleganti. Uno dei due strinse il raggio della virata, si fece pi veloce e poi saett verso terra. Barisano prese a correre nella direzione del volo, si allontan dalla sommit della collina e percep un grido, un lamento e fu il terrore.
Ugo giaceva immobile. La fronte imperlata di sudore e le pezze di stoffa poggiate sul petto che trasudavano sangue rappreso. Helvis e le donne di casa trafficavano con bende e acqua bollente, Barisano si
lavava le mani e poi ripeteva il gesto di nuovo. Comparve un braciere, era il momento. L'uomo si avvicin al figlio, i domestici tennero Ugo immobile mentre Helvis gli sussurrava parole dolci all'orecchio. Barisano tolse le stoffe insanguinate, lav la spalla al piccolo e poi afferr il moncone di legno che sporgeva da sotto la clavicola. Tir, estrasse la freccia e subito prese il ferro rovente cauterizzando la ferita di Ugo. Se il primo grido del bimbo era stato disumano, il secondo era soffocato in un pianto irrefrenabile, ma tutto era finito. Andava solo tenuta pulita la ferita sperando che la spalla non avesse subito danni e che nessun morbo colpisse il ragazzo. Barisano si lasci andare e si sedette pesantemente su una panca. Era madido di sudore, ansimante, affranto. A capo chino, osservava le gocce salate colare lungo il suo naso e cadere a terra. Si era distratto, aveva abbandonati i figli in cima alla collina, quello per lui era pi doloroso del dolore stesso inflitto al figlio col ferro rovente. Forse si sarebbe risolto tutto con una cicatrice, ma non si dava pace. E poi ancora non aveva affrontato le ire di Helvis. Chiam i ragazzi che al solito avevano assistito all'estrazione della freccia e spiato da dietro uno stipite.
Chi  stato?
Baliano fece un passo avanti
Io, padre.
Segu un lungo silenzio. Ugo era il pi grande, ma Baldovino era il pi forte fisicamente, mentre Baliano non ce la faceva neanche a tendere l'arco e fino al momento dell'incidente non era riuscito a scagliare nemmeno una freccia.
Baldovino, ci che dice tuo fratello corrisponde a verit?
Il bimbo chin il capo, terrorizzato, colpevole e tremante.
S, padre.
Bene, la punizione sar per Baliano, ma per tutti e due raddoppiamo le ore di studio e di scrittura finch io non decider diversamente.
Li guard andare, mesti e a capo chino. Era dispiaciuto per molte cose, ma anche per la codardia di Baldovino. Solo lui aveva potuto scagliare la freccia con forza sufficiente a ferire il fratello. Forse Ugo era corso verso il bersaglio per recuperare le frecce, forse Baldovino era stato distratto dal volo in picchiata del falco, di certo il pi piccolo non aveva colpe. Li guard andare, cuccioli d'uomo dal destino oscuro.
Signoria di Ibelin, marzo 1147 all'uso comune
Amato Burgundio, tutto  in moto. Questi mesi di fermento sono serviti almeno a delineare una strada. Dopo la morte del gran maestro Robert de Craon e l'elezione di Everard de Barres, ho faticato non poco a tessere l'intera trama. Le mosse sono queste. Il gran maestro Everard si  imbarcato per l'occidente insieme a centocinquanta templari. Raggiungeranno Parigi dove incontreranno il re Luigi settimo e il papa. L saranno definitivamente riconosciuti come forza militare e consiglieri di guerra, tanto per l'oriente che per l'occidente. Visto che l'imperatore di Germania Corrado terzo, insediatosi dopo la morte di Lotario,
pare propenso a inviare i suoi feudatari in Terrasanta, ci saranno due fasi per far partire questa seconda crociata. I germani e i franchi si muoveranno via terra. Se, come pensiamo, prenderanno il viaggio come pretesto per combattere, azzuffarsi tra loro e saccheggiare i popoli balcanici, a Costantinopoli ne giunger soltanto un terzo. L'imperatore d'oriente, poi, far il resto e, come gi successo in passato con la crociata degli straccioni, nessuno arriver neanche alla soglia dei confini di Terrasanta. Gli spagnoli di certo non oseranno spostarsi dalle loro terre, ancora in gran parte in mano musulmana. Loro non hanno bisogno di venire fin qua per prendere la croce, possono farlo stando nei loro castelli. L'unico vero esercito potente potrebbe essere quello di Ruggero il Normanno re del sud Italia, ma non ci sar mai buon sangue fra lui e l'imperatore germanico. Comunque il grosso dell'esercito andr di certo via terra. Invece, i templari tutti e il re di Francia, se accetter, si imbarcheranno su navi pisane e arriveranno a Gerusalemme per ricongiungersi coi contingenti, che questa  la speranza, desideriamo non arrivino mai. Per cui, secondo i nostri disegni, questa seconda crociata non sortir nessun effetto, giacch si spera che niuno di loro giunga nemmeno ad avvicinarsi al regno. Nessuno potr resuscitare i morti di Edessa e anche a corte ormai c' rassegnazione sulla riconquista della citt. Ma la perdita di una fortificazione non vale la venuta di un esercito disordinato ed arrogante che porterebbe pi malie che benefici. Per quanto Bernardo di Chiaravalle sputi parole di fuoco in giro per tutte le signorie franche e germane, non potr pretendere di gestire da laggi le cose che ci competono e che a lui non debbono competere. Posso arrivare a capire che papa Eugenio dia manforte al progetto del cistercense che cerca di ottenere il
primato della Chiesa latina sia in levante che in occidente, ma non vedr mai realizzati i suoi piani. Everard de Barres  un crodato di seconda generazione ma ha ascendenze francesi e buon credito presso il re. Nutro grandi speranze che le cose vadano come abbiamo concertato. Se mai una di queste missive sar intercettata, la morte e l'ignominia per tradimento ci raggiunger in fretta, ma fidiamo in tutti i nostri concittadini e nelle loro navi da trasporto, nei loro nascondigli per mare e per terra. Di qua o di l dal mare, continuiamo ad operare per la pace e anche affinch la nostra Pisa non arretri dalle posizioni di privilegio che si  conquistata. Cautela, attenzione e silenzio saranno le nostre compagne. Ti abbraccio, Burgundio, mio fraterno amico e ti prego, quando giungerai in patria porta ai miei parenti quanto ti ho commissionato e il mio pi caro abbraccio.
Barisano Pisano signore di Ibelin
La chiesa del santo Sepolcro era gremita. Dentro, il re e tutti i nobili, fuori un esercito di mendicanti che tentavano di impietosire i passanti frettolosi nella notte scura. La messa di Natale del 1149 pareva essere la pi sfarzosa di ogni tempo. Il nuovo gran maestro dei templari non necessitava di investitura ufficiale da parte del patriarca di Gerusalemme, ma era la sua prima comparsa durante una cerimonia pubblica e di fronte a tutti i notabili del regno. Bernard de Travelay era succeduto a Everard des Barres, costretto ad abdicare al titolo, sotto la pressione di tutti i crociati d'oriente e d'occidente. Ai potenti, a re Luigi e all'imperatore Corrado, non era risultato gradito il consiglio di guerra che aveva fatto indirizzare l'esercito della seconda crociata verso i paesi balcanici. I tedeschi si erano mossi con un mese di anticipo rispetto ai franchi. I baroni germanici, come previsto da Everard, avevano attaccato villaggi, avevano saccheggiato, avevano combattuto devastando colture e portando l'esercito ad avere grandi perdite. Passato lo stretto ed entrati in terra d'oriente, avevano subito un attacco dai turchi selgiuchidi che avevano devastato quell'avanzo di esercito crociato. I franchi erano giunti con ritardo e avevano subito la stessa sorte. In ogni caso, un esercito copioso, rispetto alle milizie di stanza regolarmente in Terrasanta era giunto a Gerusalemme e molte speranze erano nate. L'idea primitiva, ovvero entrare da nord e liberare tutte le terre occupate dai musulmani, era fallita. Il consiglio di guerra aveva deciso di attaccare allora Damasco. Se le cose fossero andate bene, si sarebbe trattato della pi grande operazione militare dopo la conquista stessa di Gerusalemme del 1099. Il giorno del Signore 24 luglio del 1148 l'esercito cristiano, malmesso e impreparato, inizi l'assedio. Dopo soli quattro giorni, a causa dell'imperizia e del disaccordo, di dispute e malumori, gli armati occidentali presero la via del ritorno imbarcandosi poi nei porti cristiani. La seconda crociata era stato un totale fallimento, molte vite erano state sacrificate e al grande clamore dell'inizio subentr l'onta del fallimento. Quel progettare e cospirare aveva permesso ai regni d'oriente di non essere toccati dall'orda di combattenti crociati e tutto, cos come immaginato da Barisano, dai capi templari e dagli Assassini, era rimasto immutato. Come capro espiatorio era stato scelto il maestro templare Everard, che in effetti aveva volutamente mal consigliato i sovrani. Barisano era amareggiato da tutta la vicenda e triste per la sua partenza. In definitiva era responsabile tanto quanto lui e se quella storia veniva letta da altre angolazioni, si poteva ben dire che avevano tradito la causa della crociata. Parimenti, volgendo un pensiero a Ugo di Pagano, percep in fondo al cuore una nota di soddisfazione: certo che se il suo fidato amico, avesse potuto vedere come erano state condotte le operazioni, sarebbe stato fiero di lui.
Un altro pensiero agitava il giurista. Zengi era stato assassinato da un sicario e, secondo un volere espresso tempo prima, i suoi domini erano stati divisi tra i due figli. L'estrema parte orientale era andata al figlio maggiore, mentre i territori posti al confine con gli stati crociati, compresa la temutissima citt fortificata di Aleppo, veniva governata ora dal secondogenito, Nur ai-Din Abu al-Qasim Mahmud Ibn Imad ai-Din Zangi, conosciuto fra i crociati come Nureddin. Il giovane focoso e competente, aveva iniziato una campagna di destabilizzazione dei confini e nuovi guai si profilavano per gli stati cristiani.
Dopo le festivit natalizie trascorse a corte, Barisano Pisano era rientrato a Ibelin con tutta la famiglia e il suo seguito. Seduto al suo scrittoio, sent bussare alla porta.
Avanti,  aperto.
Ditemi padre, mi avete fatto chiamare?
Vieni, Baliano, parliamo.
Il giovane si avvicin allo scrittoio e rimase in piedi, sentendosi onorato di quella convocazione, ma
anche covando la paura di una punizione per qualcosa che poteva aver inconsapevolmente commesso.
Tuo fratello Ugo, quando io non ci sar pi, erediter la signoria di Ibelin. Tuo fratello Baldovino sar il signore di Mirabel e Ramla e sar sempre sottoposto a Ugo. Per te ho progettato un futuro di giurista e consigliere del re. Hai sempre detto che volevi fare il mio mestiere, se non ricordo male.
 vero, padre, voglio fare il vostro mestiere.
Sta bene, allora dobbiamo condividere un segreto, solo io e te lo conosceremo e solo con me dovrai parlarne.
Neanche coi miei fratelli?
No, nemmeno con loro. Vieni dietro di me, scioglimi i capelli e alzali sulla testa.
Il bimbo, timoroso, obbed al padre. Sotto le chiome, bianche per met sulla pelle della nuca, intravvide una cosa che non aveva mai visto.
Riesci a leggere? Sono una B e una P,  un tatuaggio con le iniziali di tuo padre, Barisano Pisano.  l da anni ed  servito come lasciapassare presso certe persone che si sono fidate di me in virt del tatuaggio. Un segno di riconoscimento, mi capisci?
Certo padre, un lasciapassare.
Bravo, proprio cos. Per fare il giurista non serve questo tatuaggio, ma per essere consigliere del re e per poter incontrare alcune persone che non conosciamo direttamente, servono lettere di presentazioni, credenziali, parole d'ordine, come quando giochi con i tuoi fratelli. Tutto chiaro?
Certo, giochiamo sempre a crociati contro saraceni.
Bene, sappi che un giorno, fra qualche tempo, usciremo dal castello io e te, in silenzio mentre i tuoi fratelli saranno impiegati in qualche faccenda e ci recheremo in un posto nuovo che non conosci e anche tu avrai il tatuaggio sulla nuca. Non sar doloroso, te lo prometto e non ti accorgerai di niente e lo dimenticherai presto. Per ora, tutto quello che devi fare  lasciar crescere ancora un poco i capelli e non farti convincere a tagliarli n da tua madre n da nessun altro. E, se avrai bisogno di sostegno, parla con me.
Va bene padre, sapr mantenere il segreto.
Altro tempo era passato, oltre due anni e nella primavera del 1151, il casato di Ibelin era raccolto e silenzioso intorno ad un letto. La stanza, di solito assolata, era mantenuta in penombra da pesanti tendaggi. Il tetto delle stalle aveva subito danni durante l'inverno e una volta giunto un tempo pi mite, i signori di Ibelin si erano impegnati a sistemare le travature. Era capitato centinaia di volte di usare quella scala, non veniva mai presa nessuna precauzione, ma quella volta un piolo si era spezzato e Barisano era caduto a terra. Non aveva fatto caso al dolore alla gamba e aveva continuato a lavorare. La sera si era spogliato e lavato e con grande disappunto aveva estratto vari frammenti di legno conficcatisi fra la pelle e l'osso della tibia destra. La sera e la notte erano passate tranquille, ferite come quelle ne aveva avute moltissime e non gli avevano mai lasciato conseguenze. Nei giorni successivi Barisano si era sentito un po' pi stanco, il sudore appariva appena faceva uno sforzo e la tunica si bagnava di grandi chiazze.
Solo dopo una settimana, quando la ferita della scala era gi stata dimenticata, il pisano si era svegliato nel cuore della notte con la terribile sensazione di non riuscire a muovere il collo. Aveva provato a chiamare Helvis, ma la voce non era uscita che la mandibola gli pareva serrata. Poi battendo col pugno sul petto di lei aveva attirato la sua attenzione. Da quel momento era iniziata la pena. Barisano era stato spogliato, il suo corpo si era irrigidito e il suo addome era diventato teso e livido. Respirava a fatica e a causa della paralisi facciale un sorriso sardonico lo faceva apparire allegro. Era stata tentata una nuova pulizia della ferita, piccoli frammenti di legno erano emersi confusi con le secrezioni putrescenti, ma Barisano moriva. Ancora riusciva a parlare e chiese di restare solo con Helvis. A fatica, con lunghe pause, dialog con lei.
Lo ha sempre detto mio fratello.
Cosa, Barisano.
Di stare attento alle schegge.
Non  niente, marito mio, vedrai che ti rimetti.
Il sospiro di disapprovazione fu pi profondo degli altri.
Sai che conosco il greco. Sai cosa significa Ttanos?
No, Barisano.
Significa che sto per raggiungere mio padre, mia madre e mio fratello e anche Ugo e tutti quelli che persero il sorriso prima di me. Helvis, abbi cura dei ragazzi e torna ad essere la donna selvaggia che conobbi. Sar necessario per difendere la signoria e i ragazzi. Forse ti faranno maritare ancora, ma se puoi evita o stai lontano da uomini sgraditi. Nessuno ti
prender per amore, ma solo per ci che abbiamo, che avrai.
La donna parl ancora cercando di far cambiare opinione al marito, mentre i ragazzi spiavano come sempre le mosse del padre e della madre. Muti, affranti, ormai alti, formati, quasi uomini, quasi donne, quasi.
Sai dove stanno le lettere coi miei voleri. Ce ne sono alcune per Baliano, solo per lui.  piccolo, ma gli ho affidato dei compiti. Se ti chieder di fare cose che non ti sembreranno commisurate alla sua et assecondalo, aiutalo. Appena io sar spirato, verr il maestro dei templari e Baliano passer un periodo presso di loro, alle stalle di Salomone a Gerusalemme. Non opporti,  per il bene di tutti voi, dei cristiani quanto degli altri, non opporti, Helvis.
Le lacrime rigavano il volto della donna.
Non mi opporr, stanne certo.
Un'ultima cosa. Giungeranno qui lettere da Pisa, come sempre  accaduto. Potranno presentare il sigillo dei Leoli o quello del Marangone. Solo Baliano dovr aprirle e in sua assenza le dovrai conservare. Promettimelo.
Te lo prometto.
Brava, tienimi la mano, e manda a chiamare i ragazzi, anche le gemelle.
Parl a lungo con tutti, con fatica, con dolore, respirando come se stesse annegando e straziando il cuore dei suoi familiari. Poi volle rimanere da solo col pi piccolo dei tre figli maschi. Non parl subito, si limit ad osservare il volo delle mosche in una lama di luce che filtrava dalla finestra. Gli insetti la attraversavano, sembrava si allontanassero da essa, ma subito invertivano il volo e rientravano nel fascio luminoso. Vagavano senza meta; le percep tristi e inutili. Una calma improvvisa lo invase, si sent sereno ripensando a se stesso e alle mete che aveva cercato, voluto, avuto. Non tutto era andato come desiderato e fra i vari rimpianti c'era quello di non aver mai pi rivisto la citt natale, la grande cattedrale bianca, le sponde sabbiose dell'Arno. Quanto gli era mancato il fiume, quante volte aveva mormorato il suo nome alle sabbie del deserto, alle alture assolate, ai nemici come fosse scudo e difesa, anatema contro l'infedele. Baliano attendeva.
Ti ho chiesto di fare molte cose per me.
S, padre.
Ti chiedo un ultimo favore. Vorrei sapere perch tu e Baldovino mi avete mentito quando Ugo fu ferito dalla freccia.
Il ragazzo indugi, non aveva mai ripensato a quella cosa e quando il fratello si era prontamente ripreso, tutto era stato dimenticato.
Ugo stava mirando il suo bersaglio, era fermo. Ugo  un buono, si sarebbe preso lui la colpa pur di proteggerci. Ma non aveva colpa. Baldovino si era distratto guardando il falco che scendeva veloce e la freccia part da sola. Forse lui non avrebbe ammesso di aver sbagliato. In fondo, neanche lui aveva colpa. Non lo so, in quel momento li ho difesi.
La risposta era abbastanza convincente e l'analisi del ragazzo era la pi onesta che poteva aspettarsi. Ugo era veramente un buono e un puro, mentre Baldovino era irruente e pi debole. Per quanto fosse il pi piccolo, Baliano pareva essere il loro tutore, era naturale che si fosse schierato a difesa dei fratelli. Chiese e ottenne un bacio, gli carezz la nuca tatuata passando le dita tra i lunghi capelli e poi chiuse gli occhi. Voleva viaggiare ancora, vagare fra dune e onde, immergersi in quel grande mare che non divideva ma univa le sue due vite e voleva farsi trovare pronto, prima di riabbracciare la sua adorata Pisa.


CAPITOLO 17.
Terrasanta dall'anno 1156.
Castello di Ibelin, giugno 1156 all'uso comune.

Riverito Bernardo Marango,  la prima volta che mi  concesso di scrivere e vergare la pergamena col mio nome. Prima d'ora le missive vi sono sempre giunte dalla cancelleria dell'ordine del Tempio, per quanto io abbia dettato o talvolta scritto di pugno, non avevo mai apposto il mio sigillo. Confermo di aver letto, classificato e conservato tutte le note da voi spedite. Avendo compiuto la mia maggiore et ed essendo pervenuto alla fine degli studi di diritto, sono entrato a far parte dei segretari del grande consiglio della monarchia, ho avuto in dote il mio sigillo personale e sono stato autorizzato a scrivere liberamente. Non  stata quindi la mia indolenza, ma solo la cautela a non farmi prendere la penna prima d'ora. Cos i miei precettori e i maestri del Tempio mi hanno sempre consigliato. Dalla morte di mio padre, Dio lo guidi, molte cose sono avvenute. Baldovino terzo, dopo una disputa con la madre Melisenda,  ora l'unico re di Gerusalemme e la regina madre  stata esiliata. Il sovrano comp un'ardua impresa tre anni or sono e fu conquistata Ascalona. Parimenti Nureddin si impadron di Damasco rafforzando vieppi la forza nemica intorno a noi. In buona sostanza, l'ordine auspicato da mio padre a favore di queste terre e della prosperit di Pisa non ha subito mutamenti, ma non ci  dato di credere che cos possa essere per sempre. Re Baldovino pensa che sia buona cosa stringere nuova alleanza con l'imperatore d'oriente e si  offerto di sposare la di lui figlia Teodora che al momento ha solo undici anni. Non sappiamo cosa risulter da questa mossa, ma l'idea che l'imperatore Manuele Comneno torni ad avere potere sulle nostre terre  impensabile.  da poco stato eletto gran maestro dei templari Bertrand de Blanquefort, che fu amico di mio padre e sempre me lo rammenta. Penso che possa guidare l'ordine con saggezza, perseguendo gli scopi visibili e invisibili che Ugo di Pagano si era prefissato. Indirizzer copia di questa mia anche al riverito e maestro Burgundio Leoli, sperando che le vostre presenze possano a breve allietare la nostra casa. Invier una terza lettera ai miei cugini in Pisa.  fermo desiderio mio e dei miei fratelli di trovare amata sponda e rinsaldare i legami con la nostra famiglia in patria. Vostro e devoto
Baliano Pisano della casata di Ibelin
Libera citt di Pisa, ottobre 1157 al pisano indizione 3.
Caro Baliano. Apprendo con sollievo e gioia di te e dei tuoi progressi nella vita. Il non poterti mai immaginare dietro le
pergamene che ci siamo scambiati, ha generato in me ansia e preoccupazione. Certe volte ho come sospettato che fosse tutta una manovra per carpire informazioni, tessere tranelli
e mi sono avvicinato al calamo con estremo dubbio. Solo il fatto che il comune amico, collega e complice Burgundio Leoli mi abbia sempre dato garanzie verso la tua persona, mi ha fatto perseverare. Scusa la sincerit, ma hai l'et dei miei figli e, per quanto rispetti il tuo ruolo e la tua posizione, mi sento libero di parlarti da concittadino maggiore a te in et, come lo fu tuo padre per me. Del resto, fu per l'ammirazione verso di lui che al ritorno dalle Baleari mi detti allo studio del diritto ed ora sono Provvisore del Tribunale dell'Uso.
Ti aggiorno sulle molte cose che animano Pisa, ma prima ti porgo finalmente i saluti di Ranieri Scaccieri, rientrato dalla Terrasanta due anni or sono. Narra sempre della vostra casata e che siete stati fra i pochi che lo accolsero benevolmente. Ora s'aggira per Pisa e afferma di compiere miracoli, ma il sole della tua terra deve avergli lasciato parecchie visioni in quella testa che non  mai stata ammodo. Del resto, a nessuno mai  stata concessa la pace dell'anima dopo aver vissuto come noi vivemmo in guerra e in mare, soldati di Pisa in et ingiusta, ammesso che giusta sia una guerra. Sai, dopo la spedizione delle Baleari, ho impiegato anni a cercare di comprendere, ma non ho mai trovato il bandolo. Ora, da quando ho deciso di scrivere quella storia e molte altre informa di cronaca o Annales, mi sto liberando pian piano da fantasmi e visioni. Chiss che destino avranno tutte le mie pergamene, forse un giorno risulteranno utili a qualcuno.
Pisa prospera ed  stato stabilito dal governo presieduto dal console Cocco Griffi di gettare ed erigere nuove e pi poderose mura a difesa della citt. Il progetto prevede di inglobare ogni casa sorta intorno alla parte pi antica e di bonificare paludi e regimentare canali. La cinta nuova avr un camminamento di sei miglia e circonder ampie terre in Kinsica, che se pur disabitate, saranno atte a produrre grano e sostentamento in caso di bisogno. I lavori sono iniziati da poco e la prima parte doveva essere quella intorno al duomo di Busketo, ma la notizia della venuta di Federico Barbarossa in Pisa ci ha costretto a erigere palizzate su tutto il perimetro, anzich fortificare una sola parte. L'impero  sempre stato nostro alleato, ma non sappiamo nulla del nipote di Corrado e si dice sia forte e collerico. Bene  prevedere che non arrechi danno. Date le molte finanze disponibili, lo stesso governo ha deciso di avviare la costruzione del battistero circolare. I prudenti prosecutori dell'opera del grande maestro hanno tracciato un cerchio ampio e il diametro del fondamento sar grande tanto quanto la larghezza della cattedrale. Il progetto mirabile della piazza continua, nel rispetto dei numeri e delle armonie. Ora concludo, ma accetta qualche raccomandazione. Sei giovane e sicuramente scaltro, vivi d'appresso ad una corte reale e conosci tutti i segreti di questa arte del governare da dietro i paraventi, ma di certo molto hai da imparare sulla natura degli uomini. Sono infidi, mutevoli, ricettacolo di infiniti pregi e parimenti di deprecabili nefandezze. Non accettare di vivere col sospetto e sempre guardandoti le spalle, ma sii fiero, difendi i tuoi principi e accetta di morire per quelli, tutto diventer pi facile ai tuoi occhi. Non so spiegarti, ma anche se non ti conosco, so di volerti bene. Abbi cura della tua persona.
Bernardo Marango giurista in Pisa.
Passeggiavano a piedi nudi sulla spiaggia. Erano andati tutti, come ogni anno. Non era un gran viaggio, ma l'idea di ritrovarsi, prepararsi e uscire per compiere quei pochi passi, era oltremodo faticosa. Al dolore si era sostituita la nostalgia e il ricordo aveva rimpiazzato il vuoto. Parlavano, sorridevano, avevano recitato tutti insieme una preghiera, tanto i familiari quanto i domestici e gli stallieri. Anche chi non l'aveva conosciuto era in qualche modo debitore di Barisano. Helvis si era incamminata verso casa con le gemelle, i tre figli maschi si erano attardati a gironzolare intorno alla tomba con una scusa. Barisano era stato sepolto in riva al mare, in una nicchia scavata sulla bassa scogliera e deposto in modo che idealmente potesse guardare verso occidente, verso Pisa, cos come aveva lasciato scritto nelle sue volont.
Dunque  deciso? S.
E voi, andrete?
Cos ci  stato comandato.
Non mi pare una saggia decisione. Chi pu averlo consigliato?
Baliano, si tratta di una razzia, non pu esserci nessuna saggia decisione n a monte n a valle.
Camminarono ancora in silenzio con le tuniche rovesciate e i piedi che sprofondavano nella sabbia morbida, su quel bagnasciuga dove avevano giocato per ore, per giorni interi. Ugo, pi avanti, cominci a variare l'ampiezza dei passi. Baldovino e poi Baliano presero a mettere i piedi nelle impronte del fratello. Avevano sempre fatto quel gioco. Loro padre Barisano faceva passi piccoli e ravvicinati o grandi balzi, e i ragazzi dovevano imitarlo. Chi metteva i piedi fuori dalle tracce aveva perso. Avevano riso mille e mille volte facendo quel gioco, con loro padre sempre in cima al gruppo. Ugo non era pi il secondo, era il capofila e qualunque ampiezza avesse scelto, gli altri sarebbero stati capaci di imitarlo. Disinteressandosi del mondo, continuarono ancora un po' nel celebrare in modo allegro la memoria del padre. Ma non erano pi ragazzi, erano uomini e re Baldovino aveva deciso di compiere una razzia per tentare di rimpinguare le casse dello stato. Ugo e Baldovino, in qualit di signori di Ibelin e Mirabel e feudatari diretti del re, erano stati chiamati alle armi con le loro guardie personali. Baliano era esentato in quanto giurista.
Nostro padre fece inserire nella costituzione degli stati che nessun pisano poteva essere coscritto e chiamato alle armi per offesa e in alcuni casi nemmeno per difesa.
Baldovino si volt risentito.
Io sono signore di Mirabel e devoto a mio fratello signore di Ibelin. Noi non siamo pisani, non pi ormai, abbiamo obblighi verso il nostro re. Pisa  lontana. Ficcatelo in testa una volta per tutte. O forse che a farti parlare  la tua condizione di fratello minore, non signore, non erede?
Un sorriso amaro aveva accompagnato quella stolta domanda. Baldovino non era cattivo, ma quando non aveva sostanza per discutere attaccava con argomentazioni assurde. Era un debole e cercava di mascherarlo, era lui a sentirsi inferiore rispetto a Ugo, solido, serio e buono nell'animo, ma anche verso il fratello minore, uomo di corte e di potere malgrado
non avesse ereditato niente dal padre se non una solida posizione di giurista.
Baldovino, smettila. Sai benissimo che Baliano ha ragione, ma esistono ragioni che non ci  dato da perseguire e scelleratezze che diventeranno il nostro credo. Non abbiamo possibilit di decidere tutto, cos  e basta. Forza. Rientriamo.
Ugo aveva parlato con tono deciso da vero comandante e non da fratello maggiore. Si voltarono verso lo sperone di rocce che dominava la piccola spiaggia di Ibelin, rivolsero ognuno un muto saluto al padre e mossero verso casa.
C' un'altra cosa.
Baldovino si era fermato e i fratelli si voltarono a guardarlo.
Non so se mi devi concedere il permesso, Ugo, ma intendo sposarmi.
Sposarti? E chi sarebbe la sventurata?
Richelda di Bethsan.
La figlia di Tancredi di Adam de Bethsan, il castello al lago di Tiberiade?
S, lei segu una lunghissima pausa. Poi Baldovino ebbe il coraggio di alzare il capo  incinta.
Baliano tent di capire, Ugo assent, senza chiedere niente. Baldovino li abbracci tutti e due di slancio frenando sia la rabbia sia le risate dei fratelli. Presto si sarebbe celebrato un matrimonio.
Ogni anno i damasceni portavano a pascolare le loro sconfinate greggi di pecore nelle pianure di Khan Alsheh. Era un'ampia zona verde a sud ovest della citt, abitata da cristiani d'oriente, che da secoli
avevano trovato accordi di convivenza coi musulmani. Le casse reali versavano in condizioni misere e Baldovino aveva pensato bene, o qualcuno aveva pensato per lui, di piombare sugli armenti, fare razzia e poi rivendere il bestiame, magari agli stessi damasceni per incamerare un po' di soldi. Se agli uomini abituati all'azione e ai combattimenti era parsa un'idea degna di essere perseguita, ai consiglieri, ai giuristi che cercavano in ogni modo di mantenere uno stato di pace e di privilegio era sembrata una follia. Ma nessuno os mettere in discussione l'ordine del re. Baldovino e cinquecento fra cavalieri e fanti uscirono armati come se avessero dovuto affrontare il pi terribile degli eserciti nemici e cavalcarono verso Damasco la mattina del 7 giugno 1157. Dopo cinque giorni di avanzata, giunsero in vista della pianura stanchi, assetati, eccitati da ore e ore di viaggio durante il quale gli animi erano stati ben alimentati dai vanagloriosi sogni. A quel contingente armato poco import se fra i pastori musulmani erano mischiati contadini cristiani, seppure d'oriente. La spada cadde pesante, i cani furono trafitti dalle lance e con agili manovre di accerchiamento le greggi furono sospinte verso la santa Gerusalemme. Un contingente di trenta cavalieri rimase sul campo per sincerarsi che nessun ferito potesse correre a dare l'allarme. Il ritorno fu pi lento, ma nessun ostacolo si frappose e migliaia di pecore entrarono in Gerusalemme come fosse stato il pi prezioso bottino di guerra mai immaginato. La vendetta musulmana non si fece attendere. Violando a sua volta gli accordi per il mantenimento delle linee di confine, Nureddin assedi la fortezza di Banyas intenzionato a sterminare il contingente degli ospitalieri che la manteneva attiva. Missive, piccioni e falchi in volo, messaggi portati da veloci corrieri. L'incauto Baldovino, forse sentendosi veramente responsabile di quella situazione esplosiva, radun la sua guarnigione e usc immediatamente in soccorso di Banyas. Alla fine di giugno, l'esercito cristiano aveva raggiunto e si era accampato sulle sponde del lago di Hula. Nessuno, nemmeno il pi scellerato o impavido cavaliere, avrebbe mai pensato di sfidare l'atabeg e capo di tutti i musulmani di Siria, il potentissimo Nureddin, ma per quella razzia maledetta ogni filo logico era saltato, ogni piano o strategia per il mantenimento della pace si era rivelato inutile e l'amarezza e la rabbia covavano in molti che tentavano di operare a favore della serena convivenza. Nureddin, mossosi nottetempo, aveva accerchiato il re e il suo esiguo esercito.
Le notizie che giunsero a Gerusalemme generarono orrore e sconforto. Le verdi acque del lago di Hula si erano tinte di rosso; sul campo erano rimasti quasi duemila cristiani e altri mille erano stati tratti prigionieri. Re Baldovino, mentre infuriava la battaglia, era fuggito risalendo la ripida cresta delle montagne e si era rifugiato con pochi armati nella rocca fortificata di Safad e l era ancora rinchiuso. I musulmani avevano interrogato tutti i prigionieri. Chi poteva valere un riscatto aveva avuta salva la vita, gli altri erano stati decapitati e il corteo dei vincitori, con a capo Nureddin, era rientrato in Damasco sfoggiando mille lance volte al cielo. Su ognuna di quelle stava infilzata la testa di un seguace di Cristo.
Dove vai?
Lo sapete, madre.
Helvis quasi si accasci sulla sedia. Aveva lottato tutta la vita per riuscire a sopravvivere. Poi il fato le aveva concesso Barisano, dono inaspettato della provvidenza. Quello che avevano costruito insieme le era parso un regalo fin troppo bello e nel suo cuore, nobile, ma avvezzo alle traversie della vita, una voce la ammoniva alla cautela, all'osservanza delle regole. Quasi che essere retti e onesti potesse compensare e giustificare i doni belli ricevuti dalla vita e pareggiare il conto. Nella sua logica, l'essersi sempre comportata con onore e rispetto l'avrebbe posta al di sopra delle tragedie, delle sconfitte. Aveva accettato la perdita del marito, si era piegata all'unica vera legge, quella della vita e della morte, ma ora era esausta e impotente. In un sol giorno era giunta la notizia della tragedia del lago di Hula dove due dei suoi figli erano scesi in battaglia e il terzo, ancor pi scriteriato di loro, era deciso a partire per raggiungerli.
Non andare, Baliano, ti scongiuro.
Madre, voi e mio padre mi avete insegnato il senso del dovere e della giustizia. Mi avete inculcato con forza e con pari amore i princpi da seguire e mi avete fatto conoscere gli errori da evitare. Ugo e Baldovino sono partiti per rispetto alla vostra educazione e non per rispetto del re. E in questo preciso istante, se io tremassi e rimanessi qui, tradirei voi, mio padre, i miei fratelli.
Ibelin in poche ore rimase senza signore e senza nessun erede maschio. Gli uomini erano tutti fuori, morti o dispersi in quella calda notte d'estate.
Fianco a fianco Baliano Pisano e il barone Philip de Milly incedevano lentamente sulla via che conduceva al nord. Prima di partire avevano partecipato a riunioni e discussioni a corte. Erano stati consigliati, informati o almeno ai molti che gravitavano nel palazzo cos era parso. Se Baliano era un giovane giurista abile traduttore dal greco, latino e arabo e soprattutto fratello di due dei tanti signori scomparsi a Hula, Philip era il signore di Nablus, molto vicino alla politica dei templari e amico personale del gran maestro Bertand de Blanquefort, prigioniero o forse perito nella sortita a fianco del re.
Sono stati degli scellerati, ma noi lo siamo ancora di pi.
Che scelta potevamo avere? Io sarei partito anche senza il benestare del consiglio, non riesco a pensare ai miei fratelli morti, e se esiste anche una sola possibilit di intercedere per salvarli, cercher di adoperarmi per riportarli a casa.
Hai ragione, ragazzo. Col gran maestro Bertrand ne avevamo parlato a lungo. La scelta di razziare le pecore  stata infelice e peggiore  stata la decisione di attaccare Nureddin. Quale uomo sano di mente avrebbe potuto congegnare una simile idiozia? Nureddin ha un esercito che vale dieci volte il nostro, forse venti. Mai nessuno avrebbe preso una tale decisione. E, come sai, Nureddin  un nemico valente, ma mai come in questi tempi  adirato contro di noi.
Vi riferite a Rinaldo di Chatillon?
S, proprio a lui. Il peggiore esempio di uomo che abbia mai incontrato.
Lo avete conosciuto di persona?
S, al suo matrimonio, quando ha circuito la nobile Costanza. Forse non ricorderai, eri ancora un ragazzo, ma ha sposato la signora di Antiochia contro il volere del re e del patriarca latino. Invece di essere cauto, fece arrestare il patriarca e lo fece mettere alla gogna unto di miele nella piazza centrale di Antiochia. Dopo due giorni in cui tutti gli insetti del regno avevano succhiato la pelle di quel pover'uomo, lo aveva fatto liberare e gli aveva estorto l'approvazione. Poi, come se fosse Dio in terra, aveva iniziato a saccheggiare carovane, villaggi, dispensare vita e morte in nome di Cristo...lurido bestemmiatore.
Rinaldo di Chatillon, un cadetto di Francia giunto in Terrasanta con la seconda crociata, era rimasto nella speranza di arraffare gloria e possesso. Non pago dei danni che aveva fatto sulla terraferma, coi denari estorti al patriarca latino che aveva fatto torturare, si era imbarcato con una piccola flotta e aveva assalito Cipro, devastando e uccidendo cristiani, musulmani, ebrei. Rinaldo era una canaglia che aveva fatto inasprire gli animi, esaltato gli stupidi e alterato i rapporti fra crociati e musulmani. Forse Baldovino aveva tratto cattivo esempio proprio dalle sue gesta.
Cavalcavano evitando le ore centrali della giornata, si accampavano poggiati a speroni di roccia, si dissetavano ai pozzi, facendo scorta di notte. Non volevano essere visti. Per Baliano, avvezzo alla vita all'aria aperta, era la prima missione in territorio sconosciuto. La sua era stata una decisione spontanea, ma il consiglio di corte aveva approvato il suo atto volontario. Ora contava di incontrare Nureddin per
chiedere spiegazioni, notizie e nutriva la speranza di riabbracciare i fratelli.
Damasco apparve all'alba, illuminata di sbieco dal sole nascente. Se Gerusalemme incuteva timore posta sull'altura com'era, Damasco si rivel immensa e sconfinata e mille minareti puntavano verso il cielo.
 tempo.
Smontarono da cavallo, cercarono di ripulirsi dalla polvere scuotendo le vesti e utilizzarono la residua scorta d'acqua per lavarsi almeno viso e torso e rendersi pi presentabili. Dai loro involucri estrassero i mantelli e le insegne. Le genti di Damasco, nella tiepida luce dell'alba, videro avanzare due cavalieri che recavano, legata su un'asta, una grande bandiera bianca. I loro scudi erano simili. Croce patente rossa in campo d'oro per Baliano. Inquartato al primo e al terzo d'argento alla croce patente di rosso, e al secondo e al quarto partito di nero e argento per Philip. I loro stemmi ostentavano la vicinanza con l'ordine templare. Giunsero sotto le mura della citt soffermandosi di fronte alla moschea di al Jarrah, nei pressi della porta di Bab al Saghir. Se pure le guardie si atteggiarono in modo spavaldo, il portamento dei due uomini, le loro cavalcature, i finimenti, i mantelli e gli scudi raccomandarono ai musulmani cautela e rispetto. Come se silenziosi ordini fossero stati impartiti, i soldati damasceni si avvicinarono ai cavalli nemici e ne afferrarono le briglie. Un drappello di venti soldati inizi ad incedere, passarono sotto il grande arco delle mura e si inoltrarono per le vie della citt conducendo Baliano e Philip, eretti e silenziosi sui loro animali. Suoni, rumori, grida, odori, aromi,
sorrisi di bimbi, sguardi grigi di vecchi canuti, donne velate, occhi infuocati, colori cangianti, variopinti sacchi di spezie e pelli, ciondoli, stoffe e armi con lame ricurve. Tutto l'oriente che i due cristiani avevano conosciuto e vissuto fino a quel momento era niente rispetto al suk di Damasco. Tutto era concentrato, amplificato e non disperso fra le tuniche chiare degli ebrei, le nudit delle prostitute, i mantelli variopinti e le armature, le chiome bionde o rosse, le braccia nude dei cristiani, come a Gerusalemme. L'islam era a Damasco e Damasco era l'Islam. Al loro passaggio la gente si scansava come se una prua fendesse l'acqua e subito il clamore si richiudeva dietro di loro. Nessuno alz un pugno, nessuno inve. Alla loro sinistra scorrevano i muri della madrasa, la grande scuola coranica e a destra le fontane del palazzo Azem rimandavano bagliori di sole. Pi avanti, colonne chiare e altissime sostenevano gli archi a tutto sesto lasciati dai romani; le rovine del tempio di Giove erano ancora possenti e il muro dell'antica costruzione era stato inglobato nel perimetro esterno della moschea. Allo spiazzo adiacente il colonnato voltarono a destra e i militi si disposero a ventaglio, di fronte ad altri venti soldati. I cavalli dei cristiani continuarono al passo entrando nella seconda fila di soldati, quasi fosse un passaggio. Bast un gesto, Baliano e Philip smontarono da cavallo e furono invitati a deporre armi e scudi. Sempre con gesti garbati, furono avviati sotto un ampio porticato e due uomini dalla lunga barba offrirono loro delle sopravvesti di color marrone. Indossatele, solo mani e volto restarono scoperti e coi visi abbronzati e le barbe incolte, avrebbero potuto confondersi per saraceni. Uno
degli uomini che li aveva accolti li invit a seguirlo ed entrarono in uno spazio recintato dalle dimensioni infinite. Il grande cortile della moschea ommayyade riluceva di marmi e mosaici di conchiglie e madreperla incastonati in una matrice d'oro. Al centro di quel sacro recinto una fontana per le abluzioni e alle estremit dell'immenso rettangolo, come fossero funghi, si ergevano sostenute da colonne due celle, dove si diceva fosse conservato il tesoro di Nureddin. Attraversarono tutto il cortile e da una porticina dall'architrave ribassato entrarono dentro la grande moschea. Stupore, meraviglia. Come chiesa cristiana con tre navate, ma infinitamente pi vasta. Sul muro laterale, il mihrab evidenziava la direzione della Mecca e Baliano pot orientarsi anche in quello spazio. Tappeti, persone in ginocchio. Un adulto ammoniva lontano un gruppo di ragazzini seduti. Vita normale di persone normali, tutto sacrale e silenzioso. Sostarono davanti a quella che sembrava una cappella, una piccola chiesa costruita al centro della navata della grande moschea. Si inginocchiarono d'istinto e si accorsero che non erano i soli. Altri pregavano e alzandosi si facevano il segno della croce. Quale prodigio. Cristiani in preghiera dentro la grande moschea.
Benvenuti a Damasco.
Si alzarono e voltarono di scatto. Una voce imperiosa li aveva distolti dal loro osservare. Stava in piedi dietro di loro e non si era presentato, ma aveva ripreso a parlare nella comune lingua dei crociati.
In tempi lontanissimi qui sorgeva un tempio dedicato a Hadad, il dio della tempesta. Poi, coi secoli che passavano, qualcuno cominci a chiamarlo Zeus
e poi Giove. Anni dopo, in questa piccola cappella, fu deposta la testa decollata di san Giovanni. I bizantini ci costruirono intorno una immensa chiesa come custodia della preziosa reliquia. I miei fratelli orrtmayyadi conquistarono Damasco e nel quarantacinquesimo anno dall'Egira, presero a ingrandire l'edificio portandolo alle dimensioni che potete ammirare. Giovanni, immenso profeta,  venerato dalle tre religioni e noi lasciamo che anche i cristiani vengano qui a pregare, altrimenti perch a voi sarebbe stato concesso? E comunque, i miei antenati raddoppiarono la navata della chiesa, edificarono il grande cortile ed eressero il minareto della sposa e il minareto di Ges.
Di Ges?
La voce era uscita roca e incredula. Baliano non aveva saputo trattenersi ma subito se ne era pentito.
Certo, quando arriver il giorno del giudizio per tutti gli uomini, i cieli si squarceranno e il profeta Ges scender, poggiandosi sul suo minareto. Per questo  il pi alto di tutto l'oriente.
I due cristiani erano allibiti e intimoriti. Quell'uomo ostentava una sicurezza e un fascino mai riscontrato in altri, ma era il nemico.
Le vostre insegne hanno parlato di voi. Molto coraggioso venire a Damasco senza trucchi e senza misteri. Vi saranno riconsegnate le armi e potrete visitare la citt, nessuno vi potr ostacolare. Vi saranno assegnati alloggi e bagni, domattina al levare del sole vi attendo. Vi mostreranno la via.
Fu un giorno interminabile e una notte insonne. Poi, lavati e resi presentabili, con le armi lustre d'olio
e le insegne ostentate con orgoglio, ancora a notte fonda, presero a salire le scalinate della cittadella, scortati dalla guardia saracena. La sala era cos ampia che si faticava a vederne la fine. La luce dell'alba filtrava flebile da oriente, lasciando intravvedere gli spazi e le colonne.
Benvenuti, la mia umile dimora  vostra. Mi sia testimone il Profeta che ho accolto il viandante e gli ho offerto la mia ospitalit. Sono Nur ai-Din Abu al-Qasim Mahmud Ibn Imad ai-Din Zangi, ma voi crociati mi identificate col nomignolo di Nureddin. So chi siete e cosa siete venuti a fare. Lasciatemi dire che il vostro coraggio illumina un poco l'immonda azione del vostro re. Attaccare pastori e razziare bestiame  impresa poco nobile. Tuttavia pare che questa sia l'usanza del momento fra voi uomini che recate la croce, forse avete tutti imparato da quel Rinaldo.
Lasci la frase in sospeso e soppes la reazione dei due uomini. Philip e Baliano, due generazioni diverse, ma stesso onore, stessa forza, stessi ideali e stessa vergogna. Abbassarono lo sguardo a terra, incapaci di proferire parola. Nureddin si compiacque di quel senso di disagio e fu pago. Non gli necessitavano altri prigionieri, altro sangue e altri clamori.
Ditemi Baliano, cadetto di Ibelin. Cosa vi ha spinto fino a Damasco?
Il ragazzo aveva la gola riarsa dal timore e dalla deferenza. Si era preparato un lungo discorso che aveva imparato a memoria, aveva immaginato di doversi prostrare all'atabeg di Damasco, aveva immaginato di morire prima di vederlo. Ora era l, in piedi. In molti lo scrutavano, soprattutto un giovane come lui a fianco del trono non gli toglieva gli occhi di dosso e lo metteva a disagio, tanto quanto Nureddin. Le parole uscirono dal cuore, con suono antico e lentezza estrema. Baliano prese a parlare in arabo chiedendo notizie di suo fratello e signore Ugo di Ibelin e dell'altro Baldovino di Mirabel e supplicando di avere almeno i loro corpi, se non la loro vita. Poi tocc a Philip e anche lui parl nella lingua dei musulmani, chiedendo notizie del gran maestro dei templari e offrendosi di pagare un riscatto e di dare la sua vita come pegno e garanzia. Nureddin soppes i due uomini. Uno, pi anziano e facoltoso, indubbiamente coraggioso, aveva preteso di far valere la sua ricchezza per liberare il templare; mossa ardita, grande segno di lealt, ma dettata anche da necessit politica. L'altro, giovane e senza potere, aveva chiesto ci che ogni uomo avrebbe chiesto: riabbracciare i propri cari. Ascolt, valut, soppes e decise.
Baldovino di Ibelin  salvo.  fuggito insieme al vostro re e forse non vi piacer sapere che avremmo preferito affrontarlo e cantare le sue lodi se fosse morto con onore in battaglia. Ugo invece  rimasto sul campo facendo valere la sua forza e il suo coraggio.  mio prigioniero, ma sar liberato oggi stesso e torner con voi a Gerusalemme. Per quanto attiene a voi, barone Philip, accolgo il vostro suggerimento, al quale non avevo pensato. Il gran maestro dei templari sta bene, ma sar liberato a tempo debito, dopo che avremo stabilito il prezzo del riscatto. Non necessita che rimaniate qui a garanzia, tratterr lui. Voi tornerete e riferirete questo al vostro re. Vi sar assegnata una scorta che vi accompagner fino ai confini. Allah  grande e misericordioso e avr cura di voi.


CAPITOLO 18.
Gerusalemme dal 1158.

La chiesa del Santo Sepolcro era gremita all'inverosimile. Interi contingenti militari sostavano fuori. Forse Gerusalemme non aveva mai ospitato una moltitudine del genere. Il patriarca latino attendeva all'altare; quel giorno si celebravano nozze reali. Dopo molte azioni scellerate, incursioni, sortite ora ardite e fortunose, ora finite in tragedia, Baldovino terzo re di Gerusalemme si era reso conto che non poteva militarmente competere con Nureddin, signore di Siria e atabeg di Damasco e neppure coi fatimiti, i musulmani del sud che occupavano tutto l'Egitto. Gli stati cristiani, facendo eccezione l'occidente affacciato sul mare, erano circondati da ogni lato. Baldovino aveva cos inviato missive a Manuele Comneno, imperatore romano d'oriente e avevano intavolato trattative. Baldovino avrebbe riconosciuto la sovranit imperiale su alcuni territori e avrebbe sposato Teodora Comnena, nipote dell'imperatore. Alla giovane era stata concessa la sovranit sulla citt di san Giovanni d'Acri, che avrebbe mantenuta anche fosse rimasta vedova. La sua dote riemp i forzieri di corte, affrancando il re dal compiere disonorevoli scorrerie per razziare il bestiame. Avvolti nei loro lussuosi mantelli, ricamati con le insegne imperiali e reali, i due futuri sposi stavano in piedi di fronte all'altare. Baldovino ventotto anni e qualche filo bianco tra i capelli, Teodora altera e acerba con i suoi tredici anni.
Il sagrato della chiesa e le vie attorno erano cosparse di petali di rosa e tralci di fogliame intrecciati con nastri d'oro, la citt era in festa e il sole settembrino splendeva radioso. I tre fratelli pisani non avevano trovato interessante seguire il matrimonio dentro la chiesa soffocante. Altri nobili e meno nobili ambivano a mettersi in mostra. Loro erano rimasti in disparte; la prigionia di Ugo, seppur breve, lo aveva segnato. Baldovino era stato celebrato da alcuni per aver salvato il re, criticato da molti per essersi comportato da vigliacco. Su entrambi pesava un po' l'onta del disonore e Baliano, che fra tutti forse era stato il pi coraggioso a spingersi sino a Damasco, risentiva un po' di quella cupezza familiare e si adattava. A lui pesava il fatto, e lo aveva elaborato dopo essere tornato da quella missione, che come fratello aveva avuto un grande risultato, ma come ambasciatore del regno di Gerusalemme aveva fallito, giacch il gran maestro templare Bertrand de Blanquefort era ancora recluso nelle segrete di Nureddin. I figli di Barisano Pisano avevano appreso dal padre che l'onore era sacro e che andava difeso anche a prezzo della vita. Su di loro gravava il giudizio della loro educazione, solo quello, ma era un giudizio estremamente severo. La
gente, i nobili, il popolo, avevano vissuto troppe vicende analoghe e a nessuno importava dello stato d'animo dei tre Pisano.
Ora tutto si sistemer?
Pu darsi. L'oro non manca, molte cose saranno affrontate.
Lo spero, ma soprattutto vorrei che re Baldovino non tornasse a comportarsi in modo scellerato con soldi non suoi e che niente nel regno torni al proprio posto.
Te, Baliano, che ne pensi?
Il pi giovane dei tre era assorto nei propri pensieri. Il re disponeva di denari e oro, ma continuava ad avere condotte poco consone e soprattutto permetteva a personaggi come Rinaldo di Chatillon di razziare carovane, di molestare addirittura i pellegrini cristiani pur di arricchire la sua borsa. Un re retto e severo avrebbe dovuto incarcerare Rinaldo. In pi, si vociferava che i fatimidi del sud si erano notevolmente indeboliti, a causa di lotte interne e re Baldovino aveva lasciato intendere che avrebbe anche potuto attaccare l'Egitto. Quali disastri avrebbe portato una guerra, se pur vittoriosa, in un territorio vasto dieci volte tutti i regni latini d'oriente messi assieme?
Baliano, che fai? Dormi?
No, scusate. Sono assai pessimista, non credo che le cose andranno a posto. Fino ad oggi siamo stati forti e uniti, temo che nel prossimo futuro dovremo esserlo ancora di pi, ma potrebbe non essere sufficiente. Tutta la politica che perseguiamo pu essere vanificata da un colpo di testa, da una bizza.  la grave malia di questi regni.
Nei giorni seguenti, finiti i festeggiamenti, ognuno era tornato alle proprie occupazioni. I tre fratelli avevano deciso di passare insieme qualche giorno nella casa paterna. Erano tutti preoccupati per Ugo. La prigionia lo aveva abbattuto. Quei pochi giorni trascorsi al buio, con l'incertezza della sorte, lo avevano mutato. A rendere pi difficile la vita del signore di Ibelin, c'era anche un fatto di cuore. Re Baldovino terzo da tempo gli aveva prospettato di prendere in moglie Agnese di Courtenay signora di Edessa, gi vedova di un primo marito morto in battaglia pochi mesi dopo il loro matrimonio. Si favoleggiava che Agnese fosse molto bella, oltre ogni misura e Ugo, senza averla mai vista n udita parlare, se ne era incapricciato. Ma proprio dopo la sua liberazione, il vento dei deserti aveva recato una notizia che l'aveva sconvolto. Almarico, fratello minore del re Baldovino, aveva rapito Agnese e condotta in un accampamento segreto. Secondo le malelingue, Almarico aveva agito solo per interesse, dato che il signore di Edessa e padre di Agnese, Joschelin, era stato catturato in battaglia, accecato e imprigionato. Col rapimento di Agnese, Almarico si assicurava una moglie e una signoria e possedimenti ben pi ampi di quelli che gli spettavano come fratello minore del re. Secondo le leggi del Lignages d'Outremer, che Barisano era stato costretto ad inserire nel codice degli stati d'Oriente comandato da re Baldovino secondo, Almarico aveva pi alto blasone e aveva il diritto di sposare Agnese al posto di Ugo. Dalle profondit dell'anima erano salite emozioni e sensazioni che Ugo credeva di non conoscere. Odio,
rancore, astio. Era irascibile, teso e tutti si preoccupavano di lui. A Ibelin dunque, si cercava di dare un senso ai giorni, in attesa che le cose tornassero serene e si discuteva se dare inizio alla vendemmia o attendere ancora, quando fu annunciato che alla porta del castello attendeva un uomo di Pisa. Un giovane impacciato e arrossato in viso fu accompagnato nella grande sala delle feste. Teneva il capo basso e si dondolava sui due piedi.
Benvenuto nella nostra casa. Ci  stato detto che sei cittadino di Pisa. Presentati dunque.
L'uomo si genuflesse scatenando l'ilarit dei tre fratelli.
Alzatevi, sconosciuto pisano, siete forse muto?
No, perdonatemi. Sono Guglielmo dei Bonacci, rappresentante dei mercanti pisani e mercante io stesso. Vengo a voi dopo essere stato nominato publicus scriba pr pisanis mercatoribus. Per conto di Pisa, devo incontrare nostri concittadini, redigere verbali commerciali, consegnare documenti e lettere, ne ho una anche per voi.
Lo fecero accomodare, parlare. Scoprirono che era nato lo stesso giorno di Baliano e questo fatto di essere coetanei li port a fraternizzare. Gli assegnarono una stanza e trascorsero con lui l'intera giornata, felici di apprendere cose nuove della loro citt paterna, citt che avevano potuto solo immaginare dai racconti di Barisano e dei molti pisani di loro conoscenza. A sera, Baliano si ritir nello studio che era stato di suo padre e ruppe il sigillo del plico, dispiacendosi di sciupare un'aquila di ceralacca di cos belle fattezze.
Libera citt di Pisa, luglio 1160 al pisano indizione V
Amato Baliano, se stai leggendo, avrai di certo conosciuto Guglielmo. Dovrebbe avere la tua et e lo troverai divertente. E figlio di mercanti e mercante lui stesso. L'ho preso a benvolere, perch non gli  bastato di essere ricco per famiglia, ha voluto studiare il diritto e la mercatura e fra quelli della sua et  sicuramente il pi intraprendente e lungimirante. Non  a conoscenza dei molti segreti della politica, soprattutto per quel che ci riguarda, ma potrebbe crescere e imparare. Pisa ha bisogno di uomini colti nei posti di comando, di guerrieri e navi ne abbiamo a sufficienza, ma non aprono le porte del mondo. Ho affidato al giovane questa missiva. Non contiene nessuna nuova che gi lui non possa averti narrato, ma l'ho incaricato per capire se ha tenuto fede al suo impegno oppure no. E persona che potrebbe diventare utile nel futuro. Pisa continua la sua opera di fortificazione e di recente si  presentato un grande problema che rischiava di compromettere i commerci. Come saprai, abbiamo sempre inteso Pisa come la parte a tramontana dell'Arno. Cos, tutta la sponda di mezzogiorno, trovandosi fuori citt,  stata sempre esente da gabelle e dazi, e da millenni le merci sono state scaricate sulla riva sinistra, anche di notte, di sabato e di domenica. Ma, recintando tutta la parte a sud, anche Kinsica  stata censita come citt. C' stata la rivolta dei barcaioli all'assurda richiesta delle autorit pontoniere che esigevano le tasse. Alla fine il buon senso ha prevalso ed  stato fondato fuori citt il borgo di san Marco sulla riva sinistra del fiume, poco a monte rispetto al Guatolongo. Il
nuovo borgo sar porto affrancato da gabelle e quindi tutto  tornato alla regola di sempre.
Pisa  ancora politicamente forte e centro dell'impero. Ora che Bernardo di Chiaravalle  morto, sentiamo meno la pressione delle forze straniere, ma il corso delle cose che lui ha messo in movimento  ancora lungo. A Roma  stato eletto papa Rolando Bandinelli da Siena. Era il pi giovane dei suoi discepoli cistercensi e ha vissuto anche qui a Pisa per molto tempo. Ha assunto il nome di Alessandro terzo. Appena eletto, ha scomunicato l'imperatore Federico Barbarossa, nostro alleato. Ha dichiarato che sosterr i comuni lombardi nella lotta contro il tedesco e parteggia per i normanni del sud Italia. Per ora  sparito dalle strade e si dice che si sia rifugiato in Francia in uno dei conventi cistercensi.  un convinto assertore della teoria che il papato debba avere il primato sull'impero. Non so quanto questa cosa porter benefici, ma sono assai preoccupato. Ti informo che i Consoli del Mare, con firma del Console Guido di Bella e con unanime loro sentenza, hanno bandito dalla cittadinanza pisana l'armatore Trapelicino, reo di aver tradito i patti commerciali con i nostri avamposti in Africa e di essersi impadronito di ricchezze, ai danni del commercio e della gloria di Pisa. A nulla sono valse le preghiere del nostro ambasciatore al Cairo Ranieri Bottacci. Trapelicino recava a Pisa molti egiziani di alta fama, ma con truce mossa ha ordinato di uccidere tutti gli uomini e si  impossessato delle loro ricchezze e delle loro mogli.  anche reo di aver ucciso una donna incinta e, come sai, fra tutti i crimini  il peggiore. Molti nostri pisani risultano prigionieri del Califfo fatimide d'Egitto per ritorsione e i commerci si sono interrotti. I nostri magazzini ad Alessandria sono stati sequestrati e il danno non  misurabile.
Non so come, ma auspichiamo da qui un vostro intervento. Per quanto attiene a Trapelicino, voci di porto lo danno in movimento verso l'Aragona, ma se tu scoprissi che tal criminale si aggira nelle zone sotto il tuo controllo, agisci in fretta e senza timore e fai in modo che sia bandito dalle tue terre, affinch il suo fare non corrompa altre vite oneste. Nubi dense vediamo a ponente, ch Genova pare incapricciata di rompere i trattati. Ambasciatori sono gi in viaggio verso la corte germanica, per informare l'imperatore Federico Barbarossa. E uomo dalle grandi smanie,  furente e potente e sta mettendo a fuoco le citt del nord perch non si vogliono asservire al suo potere. Noi godiamo del privilegio di esser liberi e pure suoi alleati, ma il perdurare di questa situazione  sempre pi difficile e servono buone ambasce. Per terra e per mare siamo potenti, ma quale faticoso lavoro quotidiano per mantenere il privilegio che ci viene dagli avi e dal Signore.
Ti abbraccio e ti lascio, altre mie lettere ti giungeranno per i soliti canali. Abbi cura di te e stringi al petto tua madre e i tuoi fratelli.
Bernardo Marango giurista in Pisa.
Le campane battevano rintocchi lenti. Le donne erano ammantate a lutto sin dal mattino. Ogni bandiera, ogni insegna fu listata di nero. La regina Melisenda, figlia di Baldovino secondo e di Morfia di Melitene, era stata colta da una paralisi mentre si trovava in preghiera e pochi giorni dopo era spirata. Non moriva soltanto una regina, moriva una donna che aveva saputo governare, come e meglio di molti uomini. Aveva commesso errori, forse era stata animata dalla
brama del potere e si era addirittura schierata contro suo figlio in molte decisioni dello stato, ma aveva tenuto testa a molti facinorosi di corte e aveva saputo mantenere l'ordine. Fuori dalla chiesa dell'Assunzione di Maria, tutto il popolo crociato, dal re al pi umile degli stallieri, piangevano la regina. I pisani si erano riuniti in un angolo della piazza. C'erano i signori di Ibelin, ambasciatori, Guglielmo dei Bonacci, mercanti venuti dai vari porti della costa. Il funerale si trasform nell'occasione per poter parlare, progettare. Melisenda era stata buona amica dei pisani, la firma dei trattati commerciali, che tanta ricchezza fruttavano, era stata sua per delega del re. Melisenda si intendeva di navi e di commerci, di battaglie e di politica. Lasciava un grande vuoto, non solo umano. Le aspettative di tutti erano rivolte ai signori di Ibelin, i pi vicini ai regnanti, soprattutto Baliano era ben visto e la sua missione a Damasco gli aveva giovato unanime rispetto e riconoscenza. Ugo si torceva le mani mentre il corteo funebre sfilava e Almarico, a testa alta come se non soffrisse la morte della madre, ostentava al suo fianco la donna che aveva rapito e poi sposato con la forza. Era la prima volta che Ugo vedeva Agnese, la sua promessa sposa e la ferita al cuore divenne pi profonda. Leggiadra e snella, incedeva come se danzasse e per lui fu lutto, rabbia e vergogna.
Nei mesi seguenti, il re Baldovino terzo che aveva preso in sposa la cugina dell'imperatore Manuele, e che pure aveva stretto patti e riconosciuto l'autorit di Costantinopoli su alcuni territori, decise di marciare verso Antiochia per reclamare la sua supremazia, contravvenendo ad ogni accordo stipulato. La diplomazia di corte aveva tentato di dissuadere il re, ma pi gli venivano dati consigli, pi si intestardiva a fare il contrario. A Baliano era toccata la sorte di seguirlo. Re Baldovino lo ascoltava volentieri, perch ai suoi occhi il pisano non era animato da brama di potere, era soltanto un giurista leale e un buon consigliere. Ma Baliano era anche un abile stratega e grazie ai suoi infiniti legami con tutti i porti del Mediterraneo, con la citt di Pisa, con gli ambasciatori alfei dislocati nei centri di potere, con gli stretti legami anche coi nemici, con gli ebrei e coi templari, riusciva sempre a dare un taglio diverso alle cose. Diverso dagli altri, diverso da tutti. Poi, il re faceva quello che voleva, ma Baliano rappresentava per Baldovino una specie di coscienza alla quale disattendere, alla quale obbedire, alla quale rendicontare nel segreto delle sue stanze. Di ritorno da quella scellerata missione, dopo aver commesso l'ennesimo errore politico, mentre la corte era di passaggio a Beirut, Baldovino assunse delle pillole medicamentose che gli avevano consigliato. Prese subito a stare male, rigettando e respirando a fatica e dopo poche ore era sopraggiunta la morte. La moglie Teodora, ancora una ragazzina che non aveva compiuto i sedici anni, forse liberata da un incubo, part direttamente alla volta di Acri, come scritto negli accordi di matrimonio. Cos, Baldovino terzo, defunto e separato doppiamente dalla moglie, fu caricato su un carro funebre e avviato verso Gerusalemme. Il viaggio di otto giorni attravers citt e villaggi e ovunque fu lutto e contrizione. Prima di entrare in citt, quattro cavalieri musulmani con un grande stendardo bianco recarono al re defunto una pergamena col sigillo di Nureddin. Fu aperta subito, e la breve ma profonda frase vide la sabbia portata dal vento.
I franchi hanno perso un tale principe che il mondo non ne contiene ora l'uguale.
Il re fu sepolto accanto ai suoi predecessori la seconda domenica d'Avvento del 1162. E cos, al caparbio e fiero Baldovino terzo, che aveva regnato per venti anni, all'uomo alto e biondo, armonioso nei modi e nelle sembianze, succedeva il fratello Almarico, sgraziato e troppo in carne, la sua bellissima sposa, Agnese de Courtenay e la piccola Sibilla di appena due anni.
Durante la compilazione delle leggi che dovevano governare gli stati cristiani d'oriente, Barisano Pisano e gli altri giuristi avevano portato il loro contributo, i nobili avevano tentato di far valere i privilegi di cui godevano nei rispettivi stati di provenienza, il clero, sempre rappresentato dal patriarca latino di Gerusalemme, aveva imposto limiti dogmatici, ma talvolta erano stati guidati dal buon senso e dall'esperienza. Cos, nel codex utilizzato dalla Curia Regis, era chiaramente stato scritto che il matrimonio tra consanguinei era vietato. Se l'unione tra Almarico e Agnese era stata sopportata dai nobili e dai canonici, ora che il fratello di Baldovino terzo doveva essere incoronato regnante, tutti gli occhi furono puntati su di lui. Il patriarca di Gerusalemme dichiar inaccettabile l'unione, dato che avevano un bisnonno in comune e quindi erano imparentati. L'Alta Corte di Gerusalemme di cui faceva parte anche Baliano non ratific la reggenza di Almarico e impose l'abdicazione o la separazione. Almarico non ci pens due volte e ripudi Agnese, che nel frattempo aveva dato alla luce Baldovino quarto. Almarico fu dunque incoronato, ma volle riconosciuti i due figli come legittimi e quindi aventi diritto al trono. La bella Agnese, prima sposa rapita e poi regina mancata, mantenne il titolo di contessa e la signoria di Ascalona e fu allontanata da corte. Sibilla, la figlia maggiore fu mandata in un convento per essere educata, mentre il piccolo Baldovino quarto mosse i suoi primi passi nel palazzo reale dove cresceva coccolato da tutti. Come la legge feudale aveva impedito a Ugo di Ibelin di coltivare il suo sogno d'amore, cos ora lo stesso codex rendeva la sua amata di nuovo libera da vincoli.
Sei proprio certo?
S, e non tentate di fermarmi.
Non vogliamo fermarti, vogliamo solo ragionare. Il signore di Ibelin non ha bisogno di altre terre da governare,  gi tutto molto complicato. Agnese non ha rendita e si assommerebbero problemi di tutela dei territori e di mantenimento di un'altra corte.
Sono il signore di Ibelin e per una volta decido come voglio!
Ugo fu irremovibile, part da solo, a cavallo con solo due guardie di scorta per andare a chiedere e ottenere la mano di Agnese, suo antico sogno d'amore. Nel novembre del 1163 Agnese de Courtenay e Ugo di Ibelin si sposarono, circondati di amici e parenti. Lui realizzava un sogno, lei aveva gi consumato i suoi e un leggero velo di tristezza le velava gli occhi.
Baliano e Baldovino, i fratelli di Ugo, non avevano approvato il matrimonio, ma il maggiore era anche loro signore e in fondo era persona troppo buona e contrastarlo era doloroso, tanto i suoi occhi erano limpidi e puri, quasi ingenui. Il re, da parte sua, liberatosi di una sposa che ostacolava la sua ascesa verso il potere, inizi ad occuparsi di politica, pianificando la costruzione di nuove difese, e progettando di realizzare l'antico sogno dei primi crociati: conquistare l'Egitto ed entrare trionfante nelle due citt pi famose della storia, insieme a Gerusalemme, il Cairo e Alessandria. Se la politica veniva decisa dal re, spesso anche senza grande raziocinio, le missioni militari dovevano essere ratificate dall'Alta Corte. Baliano, a cui premeva di risolvere la vicenda dei pisani e soprattutto di rimuovere i blocchi commerciali che l'Egitto aveva imposto dopo la vicenda di Trapelicino, pur essendo contrario alla guerra d'offesa, cominci a costruire nella sua mente un piano d'azione. Le parole pronunciate da Goffredo di Buglione, conquistatore di Gerusalemme e primo reggente del regno, echeggiavano ancora.
Prometto a Daiberto, vescovo di Pisa, di cedergli Gerusalemme quando sar riuscito nell'impresa di conquistare l'Egitto.
I sogni e i progetti dei regnanti e quelli della libera citt di Pisa talvolta erano stati discordanti, tal'altra potevano essere perseguiti di comune accordo. E lo sguardo e le spade si volsero verso il sud, verso l'altra sponda del Nilo.


CAPITOLO 19.
1163 verso l'Egitto.

Se nelle intenzioni di re Almarico doveva essere una sortita rapida per prendere di sorpresa il nemico, nei fatti l'esercito crociato era visibile e rumoroso. Un vento teso entrava dal mare e nella pianura a sud di Ascalona la nuvola di polvere alzata dai cavalli era visibile da molte miglia di distanza. Inoltre, molti voli di uccelli rapaci e non, tracciavano traiettorie conosciute contro il cielo azzurro. All'occhio esperto, era chiaro che i musulmani stavano spiando e inviando dispacci. Per tenersi distanti dalla nube di polvere e anche per conversare in pace, i tre fratelli di Ibelin, il maestro templare Bertrand de Blanquefort, liberato dopo tre anni di prigionia, e Philip de Milly cavalcavano a passo, di lato al grosso dell'esercito. Era un'abitudine che anche altri avevano e si approfittava degli spostamenti per pianificare, progettare e talvolta, cospirare. Ugo e Bertrand erano i meno loquaci, si trovavano di nuovo spalla a spalla in una missione di guerra, loro malgrado e col ricordo della prigionia che ancora bruciava. Baldovino di Ibelin ostentava allegria, ma il suo atteggiamento spavaldo nascondeva una profonda inquietudine e forse anche la paura. Baliano e Philip, la cui amicizia era ormai indissolubile, erano i pi sereni o forse i pi rassegnati. Erano l per volere del re, ma ne avrebbero fatto volentieri a meno, che nulla avrebbe portato quella nuova guerra se non vanagloria e destabilizzazione. E forse, i semi di quell'agire avrebbero germogliato dando male piante che si sarebbero un giorno rivoltate contro i cristiani.
Barone, pensate che la situazione sia veramente cos come ci  stata descritta dai nostri avamposti e dalle nostre spie?
Non so Baliano, di certo i fatimidi d'Egitto si sono indeboliti in questi anni. Hanno visir sempre pi giovani e corrotti, generali impreparati e timorosi e poi sono destabilizzati da rivolte interne. Non so davvero cosa incontreremo, ma il pericolo  duplice.
Spiegatevi, Barone de Milly.
Il visir Dirgham ha appena rovesciato il suo predecessore, il visir Shawar. Ora combatteremo Dirgham e ne saggeremo le forze, ma se le voci che danno Shawar in cammino verso Damasco fossero vere, noi dobbiamo attenderci di combattere contro due eserciti, quello egiziano, che avremo di fronte e magari uno alle spalle inviato da Nureddin desideroso di risolvere le sue questioni interne.
Baliano non rispose, il silenzio era un commento sufficiente. Il barone de Milly riprese a parlare.
Tuo fratello Ugo, lo vedo pensieroso. Ora che  ammogliato, dovrebbe dimostrarsi un poco pi ridente.
Baliano sospir e serr le ginocchia facendo deviare il suo cavallo un po' di lato, s da discostarsi dal gruppo. Baliano e Philip ondeggiavano sincroni.
Tanto Agnese  bella, quanto  malinconica e intrattabile. Non  per la reggenza che ha perso,  ricca e senza problemi o ambizioni, ma va capita. Le sono stati strappati due figli piccoli, quasi che l'esser imparentata col re sia stato come avere una malattia, una maledizione. Era promessa a mio fratello,  stata rapita, ingravidata e costretta a sposarsi. Poi  stata ripudiata e allontanata come una lebbrosa. Non si d pace, la notte si alza e vaga per il castello. Ugo coltivava un sogno d'amore, ma  pi triste ora di quando soffriva le pene della gelosia. Sapete barone, Ugo mi preoccupa,  troppo sensibile, buono e la sua bont potrebbe metterlo nei guai. E c' dell'altro.
Cos mi spaventi, Baliano.
Ne ho visti molti e non sarebbe l'ultimo. Ugo sarebbe capace di lanciarsi da solo sul nemico, perch  leale e coraggioso, questo  indubbio, ma una parte di mio fratello, forse desidera pi morire che vivere. Stategli vicino, ve ne supplico. Ugo potrebbe farsi male, anche senza motivo.
Rabbuiati, preoccupati, Baliano e Piliph rientrarono nei ranghi e l'esercito marci compatto. Una nuvola di polvere simile a quella che alzavano i duemila cavalli si stava stagliando all'orizzonte.
Il campo di battaglia sulla sponda destra del Nilo appariva sconfinato. I soldati dei due schieramenti pensavano di scorgere il nemico, ma i riflessi baluginanti generati dall'aria calda lasciavano solo intuire
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enormi masse scure e ondeggianti. Non c'era modo di elaborare una tattica, non era stato possibile quantificare il numero dei soldati nemici. Il visir Dirgham e re Almarico di Gerusalemme si fronteggiavano senza sapere niente l'uno dell'altro. Una spada sguainata, il suono delle trombe, il rullare dei tamburi, il boato della cavalleria in un attimo tutto mut. Polvere che ammorbava l'aria, sudore che accecava gli occhi, disorientamento e nausea; l'anticamera della battaglia aveva gi generato una opprimente angoscia. Bertrand de Blanquefort aveva tenuto i suoi templari al lato destro dello schieramento e con loro erano rimasti quelli di Ibelin e la guardia di Philip de Milly. Almarico invece era partito a spron battuto in testa all'esercito. I cavalli mordevano i finimenti, si respirava nervosismo e tensione e costava quasi pi rimanere nelle retrovie che partire all'attacco. E Ugo, non attese. Contravvenendo a quanto pattuito coi fratelli, piant i talloni nei fianchi del suo cavallo e scatt in avanti. Neanche il tempo di sillabare un no e Philip de Milly gli si era lanciato dietro. Baldovino e Baliano maledicevano la sorte. Fu battaglia vera, portata con impeto di cavalleria contro fanti e arcieri che erano riusciti ad abbattere alcuni crociati, anche scoccando le frecce a casaccio nella nuvola di polvere che avanzava. Poi l'impatto. Clangore di armi e tonfi di corpi calpestati, elmi rotolati, sangue e viscere, terrore e morte. Il nemico, ora che era vicino, appariva pi numeroso, ma lo schieramento ondeggiava e forse non c'era unit nelle formazioni. Di colpo la muraglia saracena si apr e fu ordinato il ripiegamento. Come insetti scacciati dal fuoco, i musulmani presero a
disperdersi. Sacche di resistenza rimasero indietro e il corpo a corpo era l'unica soluzione possibile. Cadevano i seguaci della croce tanto quelli della mezzaluna. Le lame, dritte o incurvate, colavano lorde di sangue. Ugo era a terra, disarcionato dal suo cavallo colpito da una lancia. Non riusciva a liberarsi dalla massa della bestia agonizzante e due musulmani stavano avventandosi su di lui. Il barone de Milly piomb come fulmine roteando la sua mazza ferrata. Colp il primo dei due fatimidi e poi smont da cavallo. La stazza robusta del crociato e la sua armatura insanguinata mise in fuga l'infedele. Ugo gridava disperato e Philip riusc a liberarlo. Le gambe dovevano essere ambedue fratturate e non c'era verso di metterlo in piedi. Accorsero altri cristiani, fu improvvisata una barella di aste e teli e Ugo ci fu adagiato. Pi tardi, i fratelli lo accudirono. Sudore e polvere creavano sul volto di tutti maschere che alteravano i lineamenti.
Almarico, esaltato dalla mossa vincente, galoppava scelleratamente dietro il nemico, che guadagnata la pianura, ripar nella fortezza di Bilbeis. Obnubilato dalla bramosia e accecato dall'eccitazione per la vittoria, il re decise di porre sotto assedio la citt. I vari gradi di comando si passarono la voce, riunioni improvvisate, grida; in molti scuotevano la testa. Se sostare sotto le mura di Bilbeis doveva servire a rinserrare i ranghi, contare i feriti e recuperare i morti, valeva la pena rimanere per qualche giorno, ma l'idea di assediare una citt senza viveri di scorta, senza macchine d'assalto e senza fuoco greco per scardinare le difese era la pi grande idiozia che si potesse concepire. Ma il re aveva deciso.
Non seguir mai pi questo folle in vita mia. Ammesso di far saltare le porte, entrare, uccidere tutti e catturare il visir, avremmo tratto una goccia dal mare! L'Egitto  sconfinato, truppe fresche incrociano ovunque e Nureddin potrebbe piombare qui molto prima di quanto si possa pensare.
Bertand de Blanquefort, gran maestro templare era furibondo e la sua opinione era condivisa da tutti. La sera giunse lenta con l'occidente fiammeggiante di sole e di sabbia del deserto. Scomparsa la calura, i vivi tentavano di sostenere i feriti e ricomporre i morti. Affinch sentisse meno dolore, avevano fatto bere a Ugo del vino speziato con polvere di rosolaccio. Ma le smorfie sul suo viso non diminuivano.
Ti devo la vita.
Non dire scempiaggini, ho solo abbattuto un nemico.
S, un nemico che stava per mandarmi all'altro mondo. Lo dir al re e voglio che ti sia riconosciuto il merito.
Lascia perdere, re Almarico e cerca di riposare, la notte  lunga e domattina cercheremo di immobilizzarti meglio le gambe. Lo sai, vero, che sar un po' doloroso.
Lo so, ma va bene cos, a quest'ora potevo essere morto, come quelli. Dimmi, chi  perito?
Non darti pena, riposa ora, tutti noi siamo in salute.
Il silenzio scese sull'accampamento, chi approfitt per bere, chi per lodarsi, chi per piangere. Nel cuore della notte le grida delle sentinelle destarono il campo. I fatimidi egiziani, sull'altra sponda del Nilo, avevano aperto le dighe del fiume e una marea di acqua e fango aveva invaso la pianura. A fatica, lasciando sul campo materiali, defunti e anche qualche ferito, l'esercito crociato fu costretto alla ritirata.
Il re tornava a Gerusalemme da vincitore, deciso a passare alla storia come il primo crociato che aveva sconfitto i temibili fatimidi d'Egitto, il che era vero, ma la situazione politica e militare non si era spostata di un capello. Almarico lo sapeva benissimo, vantava solo un inutile successo e fu cos che pochi mesi dopo decise di ritentare l'impresa, alleandosi con lo stesso visir che aveva combattuto per fare fronte comune contro il generale Shirkuh, inviato da Nureddin con un potente esercito al seguito. I goffi tentativi diplomatici di re Almarico sortirono risultati quasi peggiori di quelli derivati dall'esito delle battaglie. Shirkuh era un condottiero troppo abile rispetto al re crociato e Nureddin uno stratega infallibile. Profittando delle disattenzioni dei crociati verso i confini occidentali, Nureddin penetr in Terrasanta e affront gli eserciti di Boemondo di Antiochia e di Raimondo di Tripoli. La battaglia di Harim vide il massacro di diecimila crociati e la cattura di tutti i comandanti. Almarico, che cavalcava verso l'Egitto cullando i sogni di gloria, fu costretto a rientrare con la moltitudine dei cristiani trucidati ad Harim che gli gravavano sulla coscienza come un macigno.
Costantinopoli, ottobre 1165 all'uso comune
Amato Baliano,
 passato molto tempo dalla mia ultima lettera, so che sono
stati tempi turbolenti e che Almarico ha disatteso qualunque aspettativa. Di fatto, cos si vocifera nell'Impero, ha mandato al macello migliaia di uomini per ottenere un risultato nullo e per inimicarsi ancor di pi Nureddin che, per quanto nemico, ha il rispetto nostro indiscusso, come comandante militare. Ti scrivo perch la questione  della massima urgenza e desidero informarti perch abbiamo capito che ci che si trama vi  stato negato alla vista. Sono giunti Eudes di saint Amand e il vescovo Ernesius di Cesarea e sono certo che son qui come ambasciatori a vostra insaputa.
Il lustro re Almarico, bramoso di conquistare l'Egitto e pressato a est da Nureddin, ha deciso di chiedere aiuto all'imperatore Manuele, ostentando amicizia e offrendosi di sposare una qualunque delle sue parenti e dichiarando di essere disposto a riconoscere a Manuele Comneno la sovranit su gran parte dei regni latini.
Quasi che quella degli imperatori fosse un'onta da lavare, una guerra contro o per l'orgoglio, l'idea di riportare i territori cristiani sotto il controllo imperiale pare sia un dovere, una malattia. Sono certo che Manuele acconsentir, ma questo, se avverr in larga misura cos come Almarico fa credere, produrr un grande mutamento sulle condizioni dei mercati, delle leggi, del commercio. Pare che la prescelta sia Maria Comnena, bisnipote di Manuele. Ha sangue imperiale per parte di padre e ascendenza reale per quella di madre, principessa armena. Non l'ho mai scorta, ma si vocifera che sia assai bella e intemperante. Io non ho accesso a tutte le stanze, ma come sai, cerco di operare per il nostro comune bene. Ascolto, tendo l'orecchio, cercher di essere cauto e preciso. A parte qualche piccolo lembo gi in mano vostra, l'accordo tra il re e l'imperatore  sulla spartizione
dell'Egitto. Attento, Baliano, se quanto immagino filer come dipanato nell'idea di re Almarico, tra poco dovrete prepararvi all'invasione dell'esercito bizantino che transiter per andare ad attaccare i fatimidi. Penso che uno sciame di locuste come quello delle sette piaghe bibliche potrebbe causare meno danni. Quindi sei avvisato, opera in segreto ed aggiornami appena ti  possibile. Rifletti poi su una cosa, tuo fratello Ugo  sposo di Agnese, che fu regina ed  madre di Sibilla e Baldovino. Che si voglia o no, i due ragazzi sono gli eredi al trono e tuo fratello  patrigno del futuro re, stando cos le cose. Tu, in fondo, forse non ci hai mai pensato, sei lo zio del futuro re o della futura regina. Se Sibilla  ancora reclusa in convento, Baldovino quarto mi risulta che viva a palazzo. Forse  giunto il momento di provvedere alla sua istruzione e nessuno meglio di te risulta essere pi adatto. Non me ne volere, so che devo rivolgermi a te da pari, ma  per me istintivo aprire il cuore e darti anche qualche consiglio con fare paterno. Tuo affezionato
Burgundio Leoli Ambasciatore pisano in Costantinopoli.
Il 25 agosto del 1167 cinque navi provenienti da Costantinopoli approdarono a Tiro. La domenica successiva, il giorno del Signore 29 di agosto, re Almarico di Gerusalemme prendeva in sposa Maria Comnena, appena tredicenne e soprattutto prendeva in consegna i cinque dromoni carichi di ricchezze. In cambio, in virt del morgengabio, una usanza entrata nel codice delle leggi dei regni latini e derivante dalle usanze longobarde, Almarico don a Maria la Signoria di Nablus. Il corteo nuziale si mosse sotto il sole cocente verso Gerusalemme e in vari giorni, traversando Acri, Nazareth e Nablus, giunse a destinazione.
Come sarebbe a dire che intendi andare?
Intendo andare e devo andare e te Baldovino dovresti venire con me, primo perch sono tuo fratello e poi perch sono il tuo signore. Baliano  esentato in quanto membro dell'Alta Corte. Il signore di Ibelin  vassallo del re, non pu opporsi.
Ma questa nuova follia di attaccare l'Egitto non ha nessun senso, come non ha avuto nessun senso la prima volta, sar solo un'altra carneficina!
Non  detto, il generale Shirkuh  ormai poco influente e si mormora che il suo posto sar preso da un giovane, pare che si chiami Saladino. Sar sicuramente inesperto e forse l'esercito sar agevolato e ne trarr vantaggio.
Baliano, che fino a quel momento si era tenuto in disparte in quel litigio, prese la parola.
Ugo, ascoltami. Sei mio fratello e signore, ti devo rispetto ed obbedienza. Tu sei signore di Ibelin diretto vassallo del re e tutte le regole di questo mondo impongono che la nostra famiglia si muova, si sposti ed obbedisca. Ma non esistono solo le regole del re, soprattutto quando il re  un folle e un avventato.
E quali sarebbero queste altre regole di cui non sono a conoscenza? Sentiamo, ti ascolto.
Ci sono norme, relazioni, amicizie, rapporti che se non sono segreti, neanche emergono alla luce del sole. Ci sono trattative, impegni per cercare di mantenere la pace, gli equilibri. Ugo, se non era per il barone Philip de Milly a quest'ora eri morto e sepolto sulla riva destra del Nilo. Sei guarito dalle fratture,
ma il tuo passo  incerto e porti i segni di quella battaglia, nel corpo e nel cuore. Togliti per un attimo l'armatura del vassallo del re. Dimmi cosa vedi, cosa pensi che si realizzi con questa sortita in Egitto? Dimmelo Ugo, perch io non lo capisco. Il tuo re ha sposato una bambina di tredici anni al solo scopo di avere soldi e oro da spendere. Ha promesso all'imperatore di attaccare l'Egitto con forze congiunte e di spartire con lui i territori conquistati. Ora, invece, vuol partire da solo, non attende i rinforzi bizantini e si reputa re del mondo solo perch ha riempito i forzieri di corte.  questo il re che vuoi?  questa la via che ci ha insegnato a seguire nostro padre?
Il signore di Ibelin rimase pensoso, convinto in cuor suo che il Baliano avesse ragione. Anche Baldovino, che di solito aveva meno acume ed era capace di formulare pensieri meno logici degli altri, si avvide del turbamento del fratello e incalz.
Ugo, ascolta Baliano se non vuoi ascoltare me. Non tutti partiranno per questa spedizione, il contingente templare non si muover da Gerusalemme e anche se re Almarico ha lanciato contro il gran maestro l'accusa di alto tradimento, Bertrand de Blanquefort rimarr al Tempio di Salomone. E c' dell'altro.
Ti ascolto.
Il barone Phlilip de Milly si  rifiutato di partire. Non sar al tuo fianco, non potr proteggerti. Non ci sar nessuno a proteggerti, Ugo.
Gli ospitalieri ci saranno!
Noi non abbiamo mai avuto uffici coi cavalieri di san Giovanni!
La voce di Baliano si era levata alta e autoritaria. Il signore di Ibelin chin esausto il capo finch il mento non gli sfior il petto. Mantenne quella postura per un tempo che apparve interminabile, poi si drizz con orgoglio e vergogna. Gli sembrava inverosimile, ma qualunque azione avesse intrapreso, avrebbe deluso qualcuno, forse addirittura tradito qualcuno. Suo padre gli aveva insegnato a mantenere la parola data, a finire ci che era stato cominciato. Non partire sarebbe stato disdicevole. Partire era una follia. Rimanere e non potersi sentire sufficientemente uomo e forte, perennemente incapace di affrontare l'algida Agnese, era una tortura dell'anima. L'incertezza della battaglia, l'ombra scura della morte erano un peso, un macigno ora che aveva saputo che i suoi pi fidati amici non sarebbero stati al suo fianco.
Partir,  necessario affrontare i fatimidi, e va attraversato il Nilo. Il re mi ha affidato il compito di costruire un ponte sul fiume. Devo andare.
L'esercito crociato mosse da Gerusalemme agli inizi di ottobre. Vessilli e orifiamma al vento. Tutti, tranne quelli del barone de Milly e le croci patenti dei templari. Bisbigli, mormorii, accuse di tradimento, previsioni di vendette e ritorsioni. Almarico forse aveva gi in mente un piano per il ritorno, ma a capo di quell'esercito il suo sguardo intraprendente puntava verso l'orizzonte e forse oltre. Lo spostamento fu rallentato dai carriaggi. Legname, carbone per fucine, tutto il necessario per costruire macchine da guerra o ponteggi, alimenti, acqua; pi che un esercito pronto all'attacco la fiumana ricordava l'esodo dei popoli biblici. Durante la marcia d'avvicinamento al Nilo,
staffette musulmane andavano e venivano per parlamentare con il re cristiano. Prima che i crociati raggiungessero il confine, le alleanze erano state strette. A met del mese, la fortezza di Bilbeis, sulla sponda destra del Nilo, fu invasa. Non un combattimento, ma una carneficina. Immotivato odio e reali frustrazioni portarono i crociati a compiere delitti e stupri come se Dio stesso l'avesse ordinato. I pochi sopravvissuti, solo uomini atti al lavoro, furono incatenati e tratti a forza dietro l'esercito per essere venduti come schiavi. La scia di sangue arriv fino alle acque del grande fiume nel punto pi stretto, Ugo guid veramente un contingente di carpentieri che costru un instabile ma efficace ponte di legno. Sull'altra sponda, il deposto visir Shawar, il nemico della prima spedizione, attendeva i cristiani. Gli eserciti si sarebbero uniti per combattere contro Shirkuh, generale di Nureddin. Non ci fu nessuna battaglia, le forze alleate erano numericamente pi forti e il generale Shirkuh valut e patteggi per una resa onorevole. Alla fine del mese di ottobre del 1167 i vessilli cristiani entrarono per la prima volta al Cairo. Il primo uomo a varcare le spesse mura, il capo dello schieramento crociato, fu Ugo signore di Ibelin, figlio di Barisano Pisano. Dopo pochissimi giorni di permanenza, avendo occupato anche Alessandria, pi prossima al mare, re Almarico aveva intascato una sorprendente somma da Shawar e aveva fatto ritorno, sicuramente pi ricco che alla partenza e con l'anima macchiata da migliaia di innocenti uccisi senza motivo alcuno. Ma forse, la cosa lo lasciava indifferente. Se il sovrano dei cristiani si era coperto di gloria, o almeno cos si preparavano a narrare i cronisti, nel panorama politico niente era cambiato, anzi. I fatimidi avevano di nuovo un visir debole e corrotto che aveva stretto patti coi nemici. I crociati non avevano conquistato neanche un palmo di terra e i confini non erano stati spostati. La conquista e la cessione del Cairo poteva apparire come un atto di gloria ed eroismo, ma nascondeva solo vilt e corruzione. Unica piccola consolazione, che mai avrebbe rischiarato le ombre nell'animo di Baliano, era stata la liberazione di tutti i pisani prigionieri al Cairo e le ripresa delle attivit commerciali nel grande porto di Alessandria. Ma sui piatti della bilancia della sua anima questa cosa non aveva peso, tanto era l'onta e il disonore.
La voce era corsa e Gerusalemme aveva preparato la festa. Il re era atteso e corrieri e staffette anticipavano il convoglio. Un dispaccio fu recapitato a Baliano.
Non salgo a Gerusalemme, ci vediamo a casa.
Il giurista aveva vagato per il palazzo e trovato il fratello Baldovino, lo aveva informato. Cos, mentre tutta la cristianit inneggiava al re vincitore, i fratelli Pisano scendevano mesti verso il mare.
Avevamo sconsigliato Ugo, ma i fatti hanno dato ragione a lui.
Tu credi? Sei ingenuo, Baldovino. Sai cosa succeder ora?
No.
Nureddin si vendicher del visir traditore, invier un potente esercito e un capo temibile e l'Egitto torner in guerra contro di noi, pi forte di prima. E
re Almarico non sapr difendersi e difenderci. Tutto quello a cui siamo abituati, la casa dove siamo cresciuti, le fortune costruite da nostro padre potrebbero venir spazzate via. E poi, perch mai Ugo non si vuol unire alla festa? Non  ferito,  entrato a capo dell'esercito primo al Cairo e primo cristiano a vedere il palazzo del Visir. La storia parler di lui. E che fa? Ci manda un messaggio di aiuto, come se annegasse.
Due giorni dopo Ibelin era in festa. Anche Agnese si era sciolta e appariva sorridente, felice del ritorno di Ugo. Le gemelle ridevano e adornavano il fratello di fiori dei giardini. Fu una cena bellissima. L'ultima.
Come sarebbe a dire che parti?
Chiudi la porta, Baldovino, non voglio che ci sentano.
I tre fratelli, rimasti soli, ripresero il dialogo. Ugo era sprofondato su una sedia, piegato in avanti coi gomiti sulle ginocchia, curvo e con lo sguardo a terra.
Quei giorni di prigionia, anni fa. Dalla finestra della prigione, disperato e senza speranza, scorsi una stella cadente. Desiderai, sperai e promisi che prima o dopo sarei andato al campo di stelle, a san Tiago di Compostela se mai fossi tornato in libert. Lo giurai e ho disatteso al giuramento. E non  l'unico.
Ci fu una lunga pausa, i fratelli non osarono chiedere e Ugo riprese.
Avevo anche giurato a Dio e a me stesso di non riprendere mai pi le armi. Se come signore di Ibelin avevo dei doveri, come pisano, secondo la legge che scrisse nostro padre, ne ero esentato. Ma come sapete son partito e a Bilbeis ho arrossato la mia spada. Non solo sono entrato per primo al Cairo, ma ero nelle avanguardie anche nella fortezza nemica. Forse cercavo la morte, ma ho solo seminato lutti e disperazione. Io non sono fatto per questo mondo, non pi. Quindi mi imbarcher.
Ma dove andrai e quando tornerai? E Agnese e la signoria...
Ugo si drizz a sedere e poi si alz in piedi. Pareva pi fiero, pi forte di sempre.
Mi imbarco su una delle nostre navi. Da solo. Voglio fermarmi a Pisa, in quella che ho sempre considerato la mia casa di l dal mare. Poi proseguir in pellegrinaggio fino a San Tiago. Dopo, non so, solo Dio pu saperlo e me lo far sapere lungo la strada.
Baliano si agit, mille pensieri si affastellavano nella sua mente.
Sei il signore di Ibelin, e poi c' Agnese e hai delle responsabilit, dei doveri, hai...
Ugo lo aveva interrotto alzando una mano. La voce usc ferma, chiara e non ammetteva repliche.
Conosco la legge come la conosci tu. Ho predisposto che la signoria passi in reggenza a Baldovino. Sar il mio sostituto e assolver ai doveri che furono miei. Agnese non  mai stata mia, ne abbiamo parlato e abbiamo chiarito. Forse mi vuole pi bene oggi che molti anni fa, ma cos  la vita. Baldovino di Ibelin, tu porterai le mie insegne. Poi, quando torner, vedremo. E ora finiamo la cena.
Il tempo trascorse in fretta. L'inverno non fu particolarmente freddo e lasci il passo ad una tiepida primavera. Ma qualcuno non pot percepire nuovamente il profumo degli alberi in fiore. A Gerusalemme, il maestro templare Bertrand de Blanquefort, dopo una breve ma dolorosa malattia, era spirato. I molti candidati alla successione presero ad azzuffarsi, ma tutti dovettero chinare il capo allorch Philip de Milly, dopo una vita trascorsa a fianco dei templari, decise di entrare nell'ordine. Il suo censo, ma soprattutto la sua fama di uomo retto e onesto lo aveva posto al di sopra di tutti. Anche dai confini del regno le notizie arrivarono puntuali. Nureddin aveva fatto uccidere dagli Assassini il traditore Shawan, ma anche il generale Shirkuh era misteriosamente morto tre mesi dopo. Nureddin aveva inviato in Egitto il figlio di un suo generale, Yusuf Salah al Din, gi da tutti chiamato Saladino. Una terza notizia aveva fatto breccia nel cuore dei crociati. Ugo Pisano, signore di Ibelin, era morto sulla via che portava a San Tiago. Forse, spirando l'ultimo respiro, aveva trovato quella pace che non aveva mai avuto. Appena appresa la notizia, il re Almarico convoc Baldovino e Baliano per nominare l'erede della signoria, ma inaspettatamente, l'avente diritto si genuflesse al fratello minore rinunciando all'investitura. Baliano di Barisano Pisano, giurista dell'Alta Corte, consigliere del re, zio acquisito di Baldovino quarto e di Sibilla, futuri eredi al trono di Gerusalemme, ricevette le insegne. Chiuse gli occhi, si immagin sulla spiaggia. Ugo non c'era pi, lui passava davanti a Baldovino e generava impronte nella sabbia. Suo fratello stava dietro ma perdeva il passo. Pi lontane le gemelle. Quel gioco da bambini si riaffacciava alla mente come l'immagine cristallizzata della sua vita, metafora di ogni passaggio. E Baliano di Ibelin pianse.
Seduti sui gradini di accesso alle stalle di Salomone, presso il quartier generale dei templari, i fratelli pisani sembravano due cani bastonati.
Perch hai rinunciato?
Non sono all'altezza, lo sai come lo so io, in questi mesi senza Ugo ho capito che non era il mio posto. Non me ne vado, mi tengo il castello di Ramla che fu di nostra madre. Ibelin e la signoria spettano a te. Voglio preoccuparmi dei ragazzi: Tommaso, Eschiva e Stefania crescono in fretta. Le ragazze gi parlano di maritarsi e anche se non  ancora tempo, arriver in fretta. E poi, ho rinunciato perch devo ancora ricambiarti un favore.
Non capisco, quale favore?
Prendesti per me le venti stilettate da nostro padre. Dovevo essere punito io per aver quasi ammazzato Ugo. Ma io non ebbi coraggio e non ce l'ho nemmeno ora. Ibelin  tua.
Piansero, risero, Ugo era stata la loro guida, il loro riferimento il loro esempio. Ora non erano pi figli o fratelli minori, erano uomini.


CAPITOLO 20.
Gerusalemme, dal 1172.

Baliano, se pure signore di Ibelin, viveva di fatto a Gerusalemme. In quanto vassallo del re, aveva diritto ad alloggi privati e studi e addetti alla sua persona, ma era abituato ad una vita semplice e rigorosa e se ne stava spesso da solo. Il preoccuparsi per gli affari di stato, non gli avevano impedito per di cogliere ogni tanto lo sguardo profondo della regina Maria Comnena, moglie di re Almarico. Quando si era scoperto a pensarla e istintivamente aveva sorriso, si era subito sentito in colpa, aveva cercato distrazione e mortificazione nel lavoro e aveva evitato di alzare gli occhi su di lei, anche nei contatti casuali e fugaci. Se lui aveva provato ad evitarla, lei forse aveva provato ad incontrarlo e una sera, mentre si lavava a torso nudo nelle sue stanze, aveva percepito un rumore in fondo alla scala, al piano di sotto. Si era affacciato senza rivestirsi e si era sporto dal parapetto. Ai piedi della scala, Maria aveva scorto l'uomo e le sue nudit, era arrossita e si era pietrificata. Impacciata e col capo chino, non aveva saputo giustificare la sua presenza.
Baliano si era adirato e si era fatto impertinente, invitando la regina a salire, ma lei era fuggita. Era seguito un periodo di vero gelo tra loro e poi si era diffusa la notizia che Maria fosse incinta. Baliano in cuor suo se l'era augurato, o almeno cos amava ripetere a se stesso. Era un bene che Maria attendesse un figlio, per molti motivi politici, ovviamente, ma anche perch quello sarebbe stato un buon motivo per non pensarla. Cos, il pisano si era trovato solo, anche per l'improvvisa morte del gran maestro dei templari e soprattutto fraterno amico Philip de Milly. Il suo successore, Odone di saint Amand era uomo retto e valoroso, pi incline alla guerra che alla pace, al contrario dei suoi predecessori. Per tentare di tenere cucita tutta la trama di alleanze ed evitare che piccole dispute creassero profondi solchi, la mente di Baliano era sempre operosa. Trattava segretamente coi rabbini, coi templari, con alcuni esponenti del mondo musulmano. Ampliava le sue conoscenze, spediva lettere e dispacci e stava a palazzo, come un attento ragno che tesse la tela. Quando Maria Comnena partor la piccola e chiassosa Isabella, Baliano fu costretto a partecipare ai festeggiamenti per il battesimo e rivide la regina dopo moltissimi mesi. Non era cambiata, aveva raggiunto i diciotto anni, non era diversa, era semplicemente bella. Ai margini di quell'esercito di cortigiani che cercavano di mettersi in mostra agli occhi di re Almarico, Baliano e il maestro templare Odone conversavano sottovoce.
La situazione non  proprio propizia.
No, maestro, temo molto per le sorti del regno, mai come ora.
Una delle molte preoccupazioni degli uomini di governo, era quella delle successioni. In Terrasanta, un incidente, una battaglia, una malattia anche banale, poteva decapitare una intera generazione di uomini collocati nei centri di potere. Re Almarico era forte e giovane, troppo giovane. Nel caso fosse prematuramente scomparso, n Baldovino quarto, appena dodicenne, n Sibilla, sorella maggiore e vera erede ma ancora in convento per completare la sua istruzione, avrebbero potuto guidare le sorti del regno. E per la nuova nata, Isabella, c'era solo da sperare che rimanesse viva, che tanti ne morivano anche in fasce. Se il re fosse mancato, molti nobili, anche quelli venuti dopo, quelli nuovi della Terrasanta, avrebbero preteso, avrebbero acceso dispute. Le cose, invece, dovevano scorrere silenziose, l'equilibrio tra le forze era troppo precario perch potesse essere turbato da qualche facinoroso.
Guglielmo di Tiro, saggio e competente studioso, si  accorto che Baldovino quarto non prova dolore se con la punta di uno stilo lo si stimola al braccio destro e alla mano.
Odone si fece scuro in volto.
Altri segni?
Per ora nessuno, ma Guglielmo ha preso a marcare con piccoli tatuaggi di henn il limite della sensibilit. Ho avuto modo di vedere il ragazzo, qualche volta passo del tempo con lui e le linee pi sfumate, quelle tracciate tempo fa, sono vicine al gomito. Ne seguono altre, pi recenti e nitide, ma sono gi prossime alla spalla.
Brutta cosa, bruttissima cosa. Se Almarico morisse, Dio non voglia, e il ragazzo palesasse la malattia, a chi andrebbe il regno?
Gi da ora bisognerebbe pensare ad un marito per Sibilla, oppure potrebbe regnare Maria, ma non ha erede maschio, e sicuramente mia cognata ed ex moglie del re, Agnese, non lo permetterebbe mai.
E dove si dovrebbe cercare un buon partito per Sibilla?
Lontano, un uomo nuovo, con tutti i rischi del caso. Sono sempre stato contrario a favorire l'ingresso di stranieri in Terrasanta, ma siamo sull'orlo di una catastrofe e serve un re dai pochi soldi, ma dai molti eserciti. Soltanto nel sacro romano impero si trovano uomini di questa fatta. Comunque il nostro vero problema  un altro.
Qual  il peggiore dei mali, dimmi Baliano.
Saladino in poco tempo  riuscito a unificare l'Egitto,  diventato prima visir e ora  sultano incontrastato, vanta un esercito di ventimila uomini ed  in armonia con Nureddin. Se decidessero di attaccarci, da nord e da sud, i regni latini d'oriente sparirebbero nel volgere di una luna. Anche se di fatto non  cambiato niente con le spedizioni di Almarico, l'atabeg Nureddin ha subito l'onta della sconfitta. Per come l'ho conosciuto io  troppo intelligente per sferrare un attacco in ragione del solo orgoglio, ma alla prima occasione non si tirer indietro.
Odone sembrava rabbuiarsi sempre di pi. Era arrivato in Terrasanta sulla spinta della seconda crociata, aveva sognato di risolvere tutti i suoi problemi di censo, eredit e gloria. Ora si trovava a fare i conti con realt pi grandi di lui, per niente affrancato da affanni e tristezze.
Forse un erede al trono ci potrebbe essere.
E chi sarebbe?
Raimondo terzo di Tripoli, in fondo  cugino di sangue di re Almarico.
Vero, ma ti dimentichi che  ancora prigioniero di Nureddin nelle carceri di Aleppo. Sono passati quindici anni dalla sua cattura.
Buon motivo per chiedere ad Almarico di intercedere, ora che ha l'oro della moglie Maria ancora nei forzieri.
A sentire pronunciare il nome della regina, Baliano si incup.
Non dovremmo fare questi discorsi, magari sono di cattivo auspicio.
Forse, ma  meglio prevedere che alzarsi un mattino e non sapere come girer il mondo. Baliano, un'ultima cosa.
Dimmi.
Debbo pensare anche alla successione nell'ordine, nel caso ce ne fosse bisogno.  ancora giovane, ma il pi promettente e dotato dei ragazzi che stiamo crescendo, Gerard di Ridefort, si  invaghito di Cecilia, nobile di origine siriana che vive nella contea di Batrun. Non  facile prevedere il nostro e il suo futuro, ma potrebbe anche diventare un buon maestro. Per lo dobbiamo distogliere da questo insano proposito.
C' un solo modo per riuscirci, parler coi miei mercanti di Pisa. Rientriamo, siamo stati in disparte anche troppo tempo.
Nei mesi che seguirono, Baliano si avvicin molto al giovane Baldovino quarto. In fondo, essendo fratello di Ugo, patrigno del ragazzo, vantava anche il titolo di zio, ma il rapporto tra i due oltrepassava la parentela, vera o presunta. Baldovino aveva capito benissimo da quale malattia fosse affetto e quale fosse il suo futuro, ma non ne parlava mai. Se pur non sentiva dolore al braccio destro, si esercitava moltissimo con le armi, ma parimenti studiava, si informava, si impegnava in lunghissime partite a scacchi. E quelle erano le occasioni per discutere, imparare, sognare. Baliano dal canto suo riversava conoscenza in quel giovane, cos nobile e ricco e cos sfortunato.
Gerusalemme, ottobre 1172 all'uso comune
Stimato Bernardo Marango, torno a scrivervi dopo lungo tempo e me ne scuso. Le vicende in questo regno sono assai complesse e so, anche se tenter di spiegarmi, che alcune cose resteranno per voi oscure.
Gli echi della storia di questo Outremer sicuramente vi giungono, ma ci sono sottili trame che non appaiono alla luce del sole. Eppure dobbiamo dipanarle. Come sapete, l'ordine del Tempio, fondato dal nostro amato concittadino Ugo di Pagano, prospera e cerca di costruire ogni giorno un futuro migliore. I templari sono sempre stati equilibrati ed hanno operato per il mantenimento della pace, preferendo la trattativa all'aggressione. Per questo sono stati tacciati talvolta di tradimento, ma sono garante delle loro azioni. I rapporti che segretamente teniamo con la comunit ebraica sono buoni e insieme cerchiamo di contenere eccessi e comportamenti sconvenienti. Urge per sanare una malia. Gerard de Ridefort, nobile di origine francese,  il
pi promettente degli adepti all'ordine e designato sin d'ora a diventarne il maestro. Lui  ignaro e nella sua condizione ha reputato giusto invaghirsi di una bellissima principessa di origine siriana. Il tutore di lei, immaginando un futuro ricco per la ragazza, concederebbe la mano, ma noi dobbiamo evitare tutto questo. Il giovane Gerard  per ora stato inviato in missione per conto dell'ordine e il matrimonio  scongiurato, ma urge che si sani la faccenda. Ci che necessita  un nuovo sposo, non bello, non dotato, ma ricco s da convincere chi dispone per la giovane a recedere dal concedere la mano al nostro ragazzo. So di chiedere molto in economie e impegno, ma siete l'unico che possa, nella vostra alta veste di notabile pisano, convincere la comunit, anche quella ebraica, che il sostegno a questa operazione, se come speriamo garantir il mantenimento della pace, render a Pisa cento volte quanto investito. So che Burgundio Leoli non rientra da tempo in patria e mi  difficile estendere una richiesta a Costantinopoli quando il mio re, scellerato, ha fatto di tutto per inimicarsi e tradire i patti dell'imperatore. So che siete avanti con l'et, ma i dispacci dei nostri mercanti e le loro chiacchiere nei porti mi rassicurano sulla vostra salute. Pregher Dio perch vi mantenga.
Attendo vostre considerazioni e spero in liete notizie. Con immutato affetto Baliano Pisano, signore di Ibelin e consigliere del re di Gerusalemme.
Se Baliano si dava da fare scambiando messaggi con Pisa, portava avanti le sue trame anche a palazzo. E non era di certo il solo a farlo. Facendo leva sul buono stato delle casse del regno, si adoper per trarre dall'ingiusta prigionia Raimondo terzo di Tripoli che
aveva fino a quei giorni sacrificato quindici anni della propria vita alla causa dei crociati. Baliano aveva convinto il re Almarico a pagare il riscatto per liberare il prigioniero. Con lui, nelle carceri musulmane, c'era anche Rinaldo di Chatillon, che tanta malia aveva portato ai regni latini. Erano stati fatti prigionieri insieme, durante la disastrosa battaglia Harim, ma Baliano si guard bene dal perorare anche quella causa. Cos, al prezzo di ottanta pezzi d'oro, Raimondo fu liberato e Almarico, con somma correttezza, gli restitu la contea di Tripoli che i regnanti di Gerusalemme avevano tenuto in custodia durante la prigionia del legittimo signore. Dal canto suo Raimondo, riconoscente e devoto, aveva giurato rinnovata fedelt alla corona. Alcuni mesi dopo, nella primavera del 1173, si present a Ibelin un giovane spavaldo e benvestito. Era pisano e attestava di dover parlare col nobile figlio di Barisano, che per era assente. Cos, Plivano Pisano da Vico, soggiorn davanti al mare per un mese, nel castello di Baliano in attesa di incontrarlo.
Parlami di te.
Sono Plivano Pisano dei Visconti di Vico. La mia famiglia  in Pisa da oltre tre secoli, i miei avi erano germanici.
Vedo, leggo. E sai perch sei qui?
Mi  stato detto che era mio dovere, ma tutto sommato essendo io secondogenito, ho ritenuto che fosse un'opportunit per la mia vita.
Male non dovrebbe andarti, caro ragazzo. Se ci che leggo  vero e hai cos tanto oro nei tuoi forzieri, qui ogni porta potr aprirsi. Sei mio ospite, questo
ormai l'avrai capito, ma a breve ci metteremo in cammino. Tripoli ci attende.
E cos, scortati da un contingente templare, Baliano Pisano e il suo concittadino Plivano da Vico presero a cavalcare verso nord. Baliano fu contento di abbandonare un po' il palazzo e di muoversi all'aria aperta. Gli mancavano le albe umide, la caccia coi falchi che suo padre gli aveva insegnato. Gli mancava la tensione dell'avventura, dei tramonti infuocati, della ricerca dei pozzi d'acqua durante le traversate nei deserti e poi era anche curioso di conoscere Raimondo di Tripoli, da poco liberato anche per sua intercessione e subito chiamato a dirimere la questione di Gerard e della sua promessa sposa, giacch la bella Cecilia, nobile e orfana, era sotto la tutela dei signori di Tripoli. Il viaggio si rivel pieno di piacevoli sorprese. Plivano Pisano si dimostr abile, diplomatico e perfetto conoscitore della lingua provenzale che si parlava in quella corte. Chiese e ottenne che la principessa fosse pesata con una bilancia e poi deposit dai suoi forzieri l'equivalente peso in pezzi d'oro puro come dono matrimoniale. Raimondo, di certo sensibile al gesto, concesse ci che era stato gi concesso a Gerard de Ridefort dal precedente tutore e fu pattuita la data delle nozze. Baliano, dal canto suo, approfitt per visitare Tripoli, cenare nelle taverne del porto, conoscere i pisani del luogo, indugiare oltre il tempo necessario in qualche locanda. Ma quella divagazione e quella gioia durarono poco.
Nureddin era improvvisamente morto. La notizia era appena arrivata che re Almarico si invent di muovere guerra a Damasco, ora che il suo temibile
difensore era defunto. Fu preparata una missione in tutta fretta, a nulla erano valsi i consigli dell'Alta Corte. Gli ospitalieri, dimostratisi sempre fedeli e molto vicini al re, erano entusiasti di quella nuova sortita, mentre i templari, sempre pi cauti, tentavano di sconsigliarla. Almarico, uomo curioso, di alta cultura, avvezzo pi al conciliabolo che alle azioni militari, non fece passi indietro e uno scarno drappello costituito da meno di mille cavalieri part per Banyas per cingerla d'assedio. Forse fu solo il fato, forse sarebbe successo comunque, ma durante la cavalcata il re accus dei malori. In breve fu colto da una terribile dissenteria e tutti rientrarono in Gerusalemme. Il fastidio di Almarico si tramut in malattia e degener in agonia. Uscito pochi giorni prima dal palazzo perfettamente sano, era rientrato mortalmente malato. Baliano e Maria, la moglie del re, non si erano mai pi incontrati; un po' per motivi meramente materiali, ognuno doveva attendere alle proprie istanze e poi perch si erano evitati a vicenda per tutto quel tempo. L'agonia di Almarico fu motivo di incontro quasi quotidiano. Si incrociavano al capezzale, nei corridoi, dialogavano contemporaneamente coi medici e con gli astrologi per capire quale potesse essere il destino del re. Prima che sopraggiungesse la fine, il sovrano aveva dettato le ultime volont all'Alta Corte: alla moglie Maria Comnena sarebbe toccata in eredit la signoria di Nablus, a Baldovino quarto l'eredit della corona. Il giorno 11 luglio dell'anno del Signore 1174, il re Almarico di Gerusalemme spirava, lasciando sul trono un ragazzino di tredici anni, inesperto e malato di lebbra. Il giorno dopo, la salma
esposta nella chiesa del Santo Sepolcro riceveva la visita di tutti i nobili, infastiditi dalla calura e dall'aria greve di incenso e aromi che tentavano di mascherare il mefitico odore della morte. Uscendo dalla chiesa Maria, completamente vestita di nero, scorse il pisano che stava arrivando. Si stacc dal corteo delle sue dame e le blocc con un lieve cenno della mano. Quando lui si avvide della regina devi dal suo passo e le and incontro. Si erano evitati per mesi ritenendo sconveniente e irrispettoso un qualunque saluto, un qualunque sorriso. Ora, col re appena defunto, sotto gli occhi di tutta Gerusalemme, si ritrovarono a parlare, scoprendo come quello stare vicini fosse la cosa pi naturale del mondo.
Mi dispiace, sono sinceramente addolorato per il vostro lutto.
Vi ringrazio, Baliano, mi rincuora molto vedere tanta gente intorno al re, chi per affetto, chi per dovere, ma il rispetto che tutti portano al defunto sovrano mi fa capire quanto sia stato importante per questa terra.
Condivido il vostro pensiero, vostro marito era un amabile studioso, un curioso delle arti, un ottimo interlocutore.
Ma un pessimo condottiero, cos si  sempre vociferato a corte.
Tutti commettono degli errori e chi sta in alto rispetto agli altri  pi visibile e tutti lo additano ed  pi facile parlare male di un re, piuttosto che tesserne le lodi, almeno finch  in vita.
E voi, Baliano, parlerete bene di lui?
Io non ne parler n bene n male, se mi sar
chiesto dir ci che ho sempre pensato e che anche a lui, in qualit di consigliere ho sempre detto. Non sempre siamo stati d'accordo, ma questa 
la natura delle cose.
 buffo.
Cosa, maest?
Io e voi abbiamo trascorso moltissimo tempo insieme al re, eppure non ci siamo mai incrociati.
Baliano avrebbe voluto dirle che incrociarla, stringerla e baciarla era stato il suo unico desiderio sin dalla prima volta che l'aveva vista, che quel giorno sulla scala aveva desiderato vederla salire come la vergine Maria ascese al cielo. Avrebbe voluto dirle un milione di cose, ma tenne fede al suo ruolo recitando la propria parte in modo devoto.
L'ordine delle cose  precostituito e a quell'ordine, persone come noi debbono attenersi anche a costo di rinunce e sacrifici.
Si salutarono, ponendo attenzione al rispetto delle forme e dei canoni del palazzo. Il mondo intorno era scomparso per pochi minuti e tutti e due, voltando il passo altrove, si resero conto di non essere soli. Il giorno seguente, con grande impiego di risorse e sfarzo, ci furono i funerali del re. Erano le occasioni durante le quali gli uomini di azione si sentivano pi a disagio, in imbarazzo. Fuori dalla chiesa, al riparo dal sole cocente di luglio, due persone dialogavano in disparte, all'ombra di un muro nel tentativo di lenire il fastidio della calura.
Mi sento in colpa, Odone.
Perch mai, Baliano?
Perch si  avverato tutto quello di cui abbiamo
parlato tempo fa e mi terrorizza pensare che in parte siamo stati noi a condizionare la storia.
Non essere stolto, non  da te fare questi discorsi.
Lo so, ma  inevitabile che la mente vada a quelle parole e mi turba pensare che avevamo predetto un futuro ancora peggiore. Iddio non voglia che le nostre visioni si avverino tutte.
Si avvereranno di certo. Baldovino quarto ha una malattia progressiva e non vivr a lungo. Sua sorella Sibilla, ora che  tornata, abbisogna di un marito che potrebbe diventare re e la cosa peggiore  che Saladino sta marciando verso Damasco con ventimila uomini, per riunire l'Egitto fatimide e la Siria degli atabeg sotto un unico dominio. Se ci riuscir, noi saremo meno che una mosca sulle sue carte geografiche e gli baster il gesto di una mano per spazzarci via. Non occorre essere astrologi o maghi per predire questo futuro.
Baliano si contorceva le mani, tutto quello per cui avevano lottato gli avi, tutti i rapporti commerciali, tutte le speranze, tutto era in pericolo.
Che dobbiamo fare, Odone?
Niente, attendere, al massimo tentare di capire cosa il nuovo re vorr fare, se sar pi propenso alla guerra o alla pace. Una cosa per potresti fare, cercare di essere un buon consigliere.
Questo  un pessimo suggerimento e una battuta molto scaltra.
Lo so, ma solo tu hai la confidenza giusta con il ragazzo.
Vero, per come reggente  stato scelto Raimondo di Tripoli in virt della fedelt ad Almarico.
Anche questa  una giusta considerazione, ma d'altronde Raimondo era il cugino del re, e te sei solo il Signore di Ibelin.
Baliano si alz, storse la bocca in una smorfia, Odone diceva cose fastidiose, ma sempre vere e parlare con lui lo arricchiva, come se parlasse con una coscienza o davanti ad una lastra riflettente. Dimmi di Gerard di Ridefort.
Il gran maestro prese a raccontare che il ragazzo, appena saputo delle nozze tra Plivano da Vico e la sua promessa sposa, si era disperato e aveva fatto due giuramenti. Guerra eterna a Raimondo di Tripoli, ora tutore del re, e mai pi amore per una donna. Era diventato un fanatico del rigore e delle regole, monaco templare inflessibile e preciso. Tutta quella rabbia avrebbe dovuto essere incanalata in energia, ma avrebbe anche potuto esplodere generando ira e azioni sconsiderate. Gerard de Ridefort sarebbe stato un sorvegliato speciale, sarebbe stato educato ancora, nella speranza di addolcirlo e di lenire il suo dolore. Ma non sarebbe stato facile.
Prima che tu vada, Baliano.
Dimmi.
Io so del tatuaggio, so le porte che potrebbe aprire. E tu sai, noi sappiamo che se accidentalmente il Saladino morisse, per quanta confusione i musulmani sarebbero capaci di fare per trovare un successore, noi potremmo considerarci salvi.
Vuoi che vada a parlamentare con gli Assassini?
Sei l'unico che pu farlo, l'unico che pu salvarci.
Il primo atto politico di re Baldovino quarto, il re lebbroso, fu inviare una richiesta di tregua al Saladino. Questi, dal canto suo, era risalito a nord, aveva conquistato Hama e Homs ed era entrato in Damasco senza spargere neanche una goccia di sangue accolto come salvatore. Il califfo abbasside Al Mustadi lo aveva proclamato sultano di Egitto e Siria. Subito dopo essere stato incoronato, era sfuggito miracolosamente a due attentati mortali portati dalla mano degli Assassini e poi aveva marciato su Aleppo. La Terrasanta, quell'Outremer che tanti sogni aveva generato, era completamente accerchiato dall'uomo pi forte d'oriente.
Fu durante una partita a scacchi che venne affrontato l'argomento.
E quindi, Baliano, tu dici che dovrei far maritare mia sorella Sibilla.
Dico solo che ha l'et per farlo e che andrebbe scelto un buon partito, nell'interesse suo e del regno, come d'altronde sempre  stato fatto. E voi sire, come re e fratello avete il dovere di provvedere a questo.
Ascoltami bene, Baliano, in pubblico lo posso anche sopportare, ma quando siamo soli, rivolgiti a me come hai sempre fatto. Mi hai cullato, preso a vergate, mi hai visto orinare e defecare, sei uno dei pochi ai quali non fa schifo la mia pelle squamata, non trattarmi da re. Io ho bisogno di un amico.
Baliano deglut, amareggiato e commosso, ma non volle far notare il suo coinvolgimento. Annu e serr labbra e mascelle e continu a parlare, guardando negli occhi quell'uomo bambino col volto gi segnato dalla malattia.
Hai in mente qualcuno?
Il mio tutore Raimondo mi ha suggerito Guglielmo di Monferrato.  un italiano, cugino del re di Francia Luigi ottavo e anche dell'imperatore Federico Barbarossa. Secondo Raimondo potrebbe garantire capitali e truppe addestrate per il regno di Gerusalemme.
Baliano annu, spostando un alfiere. La sua mente aveva ripreso a immaginare il futuro. Baldovino quarto forse sarebbe morto in breve tempo. La sorella Sibilla se avesse sposato quel Guglielmo di Monferrato, detto Spada Lunga, sarebbe diventata regina. Sarebbero arrivati nuovi crociati, nuovi soldati grezzi e volgari, nuova instabilit e nuove guerre.
E tu, Baldovino, non pensi ad ammogliarti?
Il re lebbroso rise di un sorriso amaro e sincero.
Qualcuna mi vorrebbe?
Voi siete il re. Scusa. Tu sei il re.
Vedi Baliano, se una donna mi sposasse per deferenza, potrebbe anche andare bene, ma vorrei poter sognare una donna innamorata. Pensi che sia possibile?
Tutto  possibile, Baldovino, basta lottare per realizzarlo.
Segu un periodo di pace. Guglielmo di Monferrato accett l'invito e spos Sibilla nell'autunno del 1176. Il re, divenuto maggiorenne, benedisse le nozze con un velo d'amarezza sul volto, consapevole che quella sorte non gli sarebbe mai toccata. Forse fu per quello che una volta trascorsi i festeggiamenti del matrimonio, Baldovino quarto annunci che avrebbe attaccato il Saladino. Quella decisione non era saggia, non era condivisa, non avrebbe portato altro che malie, ma era l'unica da prendere. Raimondo di Tripoli che aveva trascorso quindici anni in prigionia, aveva messo a frutto il tempo. Aveva studiato le scienze, imparato l'arabo alla perfezione, aveva iniziato a ragionare come i musulmani in fatto di tattiche, strategie e rispetto degli avversari. Saladino era imbattibile, vantava il pi potente esercito mai immaginato. Ma anche lui aveva dei punti deboli, rivalit interne, l'invidia dei suoi confratelli musulmani che vivevano pi ad est, l'odio dei figli di Nureddin che si erano visti strappare il potere che gli spettava per discendenza. In fondo, agli occhi dei suoi confratelli, era soltanto il figlio di un valente generale, ma niente di pi. In ogni caso, non si poteva battere il Saladino, lo si poteva solo infastidire e distrarre dal preparare un assalto definitivo. In effetti dopo la morte di Almarico, il condottiero musulmano aveva pensato di annientare i crociati, ma si era dovuto guardare da vari nemici interni, dalle continue incursioni delle truppe di Costantinopoli a nord, dagli assalti dei siciliani sulle coste, dai tentativi di omicidio perpetrati dagli Assassini. Fu cos che Baldovino quarto, il ragazzo lebbroso, pianificando con cura gli obiettivi, cominci a compiere incursioni, quasi sempre vittoriose, che anche se non mutavano l'ordine delle cose, imponevano per ai musulmani di spostare contingenti, di ammassare truppe a difesa di una fortezza o di un'altra, insomma facevano compiere al Saladino e ai suoi generali manovre non previste e dispendiose. Il re lebbroso si conquist pian piano lafama di condottiero e di giudice severo che poteva ristabilire le sorti del regno secondo la volont di Dio. In pochi sapevano che Baldovino quarto era sprezzante del pericolo e della morte, perch la morte era gi con lui.


CAPITOLO 21.
Gerrusalemme, dal 1178 all'uso comune.

Con la maggiore et del re decadde l'esigenza di mantenere un precettore e Raimondo di Tripoli cess di rappresentare Baldovino, ma non ebbe certo fine la sua influenza sul sovrano. Raimondo aveva un nemico acerrimo, quel Gerard de Ridefort al quale era stata inizialmente promessa la mano della bella principessa siriana poi data in moglie a Plivano da Pisa. Gerard era entrato nell'ordine templare e in breve tempo ne era diventato siniscalco. Se il gran maestro Odone aveva riposto grandi speranze nel ragazzo, ora era quasi pentito. Il giovane era animato da un fuoco interiore senza uguali, pregava con fare ossessivo, non gli si potevano imputare errori o distrazioni, ma nel suo sguardo brillava una fiamma di follia. Le lotte personali, le dispute potevano avere grandi influenze negative sull'ordine del regno. E poi c'erano le questioni dinastiche e di cuore che spesso prendevano il sopravvento sulle indicazioni tracciate dalla politica. La gestione del regno aveva subito un
mutamento. Se i primi crociati erano stati uomini e politici in et matura, in fuga da qualche problema, in cerca di gloria o della salvezza, gli attuali governanti, le nuove generazioni avevano un'et anagrafica di molto inferiore. Mal sopportavano imposizioni e leggi e tentavano costantemente di prevaricarsi. Era appena stata data la notizia che Sibilla di Gerusalemme, sorella del re, attendeva un figlio dal marito Guglielmo di Monferrato detto Lungaspada che questi cadde in malattia. Inizi a soffrire di febbri ricorrenti e si vociferava che avesse contratto la malaria. Da piccoli fastidi pass ad aggravarsi, e in breve mor. Tutti i tentativi, gli studi e gli incastri per dotare il regno di un degno successore capace, facoltoso e potente erano stati vanificati dalla puntura di una zanzara. Appena passato il periodo di lutto si scaten un'aspra lotta politica per vedere chi prevaleva come pretendente al regno, sposando la vedova Sibilla. In molti accamparono pretese, giunse anche una flotta dalla Francia comandata da Filippo di Fiandra, della casata di Angi, come re Folco e pretese di imparentarsi con la sorella del re. Sibilla non cedette a nessuna lusinga e i consiglieri di corte sconsigliarono qualsiasi unione, nell'attesa di un partito degno. In pi, Sibilla nutriva una poco segreta passione per Baldovino di Ibelin, il fratello di Baliano, rimasto vedovo per la seconda volta. I due si frequentavano senza troppo preoccuparsi delle dicerie e Baldovino non nascondeva le sue mire, pi amorose che politiche. Aveva infatti ceduto la signoria di Ibelin al fratello Baliano perch la vita diplomatica e l'intrigo non gli si confacevano e di certo in vecchiaia non si poteva immaginare alla guida di un regno. Sibilla era bella oltre misura e questo lo inebriava. Nonostante avesse tre figlie della stessa et, Sibilla era l'unica cosa che lo rendesse felice. La sorella del re dette quindi alla luce Baldovino quinto che non avrebbe mai conosciuto il padre morto di malaria. Dal canto suo, Baliano, non potendo arginare le follie amorose del fratello, cercava almeno di non far evolvere quelle situazioni in tragedia. Ma tutto si era complicato quando il suo cuore e il suo cervello erano stati distratti da una breve comunicazione recapitata a palazzo da un messaggero. Il cilindro di cuoio recava il sigillo della signoria di Nablus. A dispetto di un plico di pregevole fattura, dentro c'era solo un piccolo biglietto che Baliano fatic a trarre fuori.
L'ordine delle cose  cambiato.
Non c'era firma, non altre indicazioni, ma il senso era molto chiaro. Baliano, che pure aveva conosciuto locandiere o danzatrici, si ritrov di nuovo a pensare alla ragazza impacciata in fondo alle scale, e lei prese ad occupare i suoi pensieri e i suoi sogni, di giorno e di notte. Baliano rispose a quella missiva e cominci a frequentare, per quanto poteva, Maria Comnena l'unica persona capace di trarlo fuori da tutte le voragini della politica in cui si agitava da tutta la vita.
Nell'autunno del 1177 arrivarono i primi segnali di un'offensiva musulmana e Saladino mosse dal Cairo verso nord guidando un esercito che contava quarantamila uomini. Primo obiettivo: conquistare le roccaforti a sud del regno di Gerusalemme la cui difesa era affidata ai cavalieri templari. Baldovino non poteva pi attendere e decise una sortita. Con soli mille e quattrocento uomini usc dalla Citt Santa col solo scopo di infastidire il nemico, contando su velocit e imprevedibilit. Per studiare meglio la strategia, i cristiani entrarono in Ascalona e si barricarono in attesa degli eventi. Quando il Saladino fu informato sulle esigue forze di cui disponeva il re lebbroso, dette ordine ai suoi innumeri uomini di dividersi in contingenti minori e di seminare il panico, razziando e uccidendo in tutto il sud del regno. Secondo il suo piano l'esercito si sarebbe poi ricompattato per cingere d'assedio Gerusalemme. I musulmani presero la fortezza di Gaza, giustiziarono tutti i prigionieri e la stessa sorte tocc a Lidda e Arsuf. Al tramonto del 25 novembre Baldovino, informato sulle posizioni nemiche, usc nottetempo con il suo esiguo esercito e si mise sulle tracce del gruppo comandato dal Saladino, assalendo i musulmani accampati presso la fortezza di Montgisard. Determinati, disperati e guidati da un re folle, insensibile al dolore delle ferite, sfigurato in volto e gi morto nell'anima e nel cuore, i cristiani compirono un massacro. La tenda del Saladino fu incendiata e per poco il condottiero non rimase vittima dell'assalto, riuscendo a fuggire solo grazie ad un cammello da corsa che di solito usava per diletto. Il novello Davide cristiano aveva messo in fuga il Golia musulmano, ma la sorte doveva ancora riservare amare sorprese per i seguaci di Maometto. Saladino, sconfitto e vituperato, fatic non poco a rinsaldare i collegamenti. I vari gruppi di combattenti sparsi sul territorio furono richiamati a sud per rientrare al Cairo. Ma le trib beduine che male sopportavano gli invasori, fossero essi seguaci della croce oppure di Allah, vedendo traversare i loro territori da gruppi esigui di fatimidi, si passarono la voce e organizzarono agguati nelle gole e ai passi di montagna. Dei quarantamila soldati di Saladino, solo un decimo fece ritorno oltre il Nilo, Baldovino rientr a Gerusalemme e ci furono accoglienze degne di un eroe. Lui, sfigurato, orribile alla vista tanto da ferire il cuore di chi lo osservava, era cercato da tutti. E fu un trionfo. La lunga onda di allegria che si propag in Gerusalemme, dur fino a Natale, quando re Baldovino concesse a Baliano di Ibelin di sposare la sua matrigna Maria Comnena, signora di Nablus. Non prese la decisione a cuor leggero, sapeva delle mire di Baldovino di Ibelin verso sua sorella. Un altro matrimonio di quella casata avrebbe reso i pisani la famiglia pi forte di quella reale. Ma lui era il re, poteva e doveva decidere le sorti di tutti, quindi decise di benedire l'unione di Baliano e prefer attendere prima di concedere la mano della sorella, vedova gi da un anno. Le nozze furono celebrate nella chiesa del Santo Sepolcro e per Baliano fu la consacrazione. Tutti i nobili, gli ordini cavallereschi, ogni uomo e donna del regno spesero una preghiera per quell'uomo retto e onesto che aveva sempre dato consigli saggi e non aveva lesinato di levare la spada. Baliano di Ibelin era di fatto l'uomo pi influente del regno e ora tutti lo riconoscevano, anche la piccola Isabella di cinque anni, che gi da tempo aveva preso a chiamarlo "padre".
L'eco dell'impresa di Montgisard era stato forte e duraturo e la ferita inflitta al Saladino, anche in modo
fortuito e con l'insperato aiuto degli altri suoi nemici, era veramente profonda. Per oltre due anni il condottiero dovette lavorare e combattere sul suo fronte interno per riconquistare credibilit e forza e per ricostituire un esercito annientato in pochi giorni. Montgisard segn l'inizio di un periodo di pace e le molte teste nobili, non dovendo preoccuparsi della guerra, continuarono a tessere trame e a ordire complotti. Soprattutto le donne si riaffacciarono a corte. Con la morte di Almarico, la madre di Sibilla e Baldovino, Agnese de Courtenay, ripudiata molti anni prima, era stata riammessa a corte. Dopo aver sposato Ugo di Ibelin e dopo la morte di lui, aveva contratto un altro matrimonio, con Reginaldo di Sidone. La mira di Agnese era una sola, manovrare le sorti della figlia Sibilla per farla sposare al miglior partito affinch alla morte di Baldovino il lebbroso, potesse ereditare il regno. Ma anche Maria Comnena, in fondo anche lei moglie del defunto re Almarico e madre di Isabella, principessa in tutto e per tutto pari a Sibilla, desiderava un futuro analogo per la figlia. Inoltre, parteggiava affinch suo cognato Baldovino sposasse Sibilla di cui, peraltro ricambiato, era follemente innamorato. Agnese era stata separata dai figli per troppo tempo e non perdeva occasione per dimostrare il suo amore per loro. Accompagnava Baldovino alle sedute dell'Alta Corte, lo aiutava a montare a cavallo, lo aiutava a lavarsi e a vestirsi. Agnese mischiava vero amore filiale con interesse e senso di rivalsa da una vita di privazioni e disonore. E non lo nascondeva. Mentre a corte si tramava e si progettava, a Ibelin era in corso la festa. Eschiva, la secondogenita di Baldovino, aveva appena sposato Almarico di Lusignano, nobile francese giunto da poco in Terrasanta col fratello Guido. Baldovino aveva concesso la mano della figlia a quel giovane che sembrava animato da buoni propositi, ma che soprattutto aveva dimostrato grande acume e solidit economica. Se Almarico lasciava in chiunque lo incrociasse buone impressioni, il fratello Guido suscitava sentimenti contrastanti: affascinante, colto, subdolo, caratteristiche indispensabili per tentare di afferrare il potere. Tutta la famiglia degli Ibelin rimase al castello per vari giorni. Fra le varie cose da festeggiare, c'era anche il battesimo della primogenita di Maria Comnena e Baliano al quale fu imposto il nome della nonna, Helvis, deceduta pochi anni prima.
Le notizie che giungevano dai confini non erano consolanti, la pace era durata assai, ma la situazione poteva anche mutare nel volgere di un giorno. Saladino, risolte le questioni interne, aveva ricompattato l'esercito e lanciava avvisaglie contro i crociati. Fidandosi dei suoi congiunti, nipoti o cugini tutti molto giovani che piazzava a capo di drappelli di combattenti, organizzava incursioni di qua e di l dai confini. La strategia delle sortite rapide e improvvise che Baldovino quarto aveva congegnato, era divenuta anche patrimonio dei musulmani. Baldovino quarto inviava truppe leggere ai confini, contrastava, ripagava con analoga moneta. Talvolta la tattica di guerra risultava vincente, altre volte no, ma sempre la battaglia, al netto della buona sorte o della sfortuna, palesava le virt, le capacit o le nefandezze degli uomini. Al passo di Marj Uyun i crociati contrastarono i musulmani che tentavano di attraversare il fiume Laonte. La battaglia pareva avere avuto esito positivo, ma quella contro cui combatterono era solo un'avanguardia. La seconda ondata dell'assalto fu portata dal Saladino col grosso delle truppe. Raimondo di Tripoli fugg coi propri uomini, Reginaldo di Sidone si batt come un leone, re Baldovino quarto fu disarcionato da cavallo e, impossibilitato a risalire in sella da solo, fu tratto in salvo da un cavaliere che se lo caric sulle spalle e riusc a nuotare oltre il fiume. Accerchiati, esausti soverchiati da forze innumeri, furono catturati e tratti in prigionia molti cavalieri tra cui Baldovino di Ibelin, Oddone di saint Amand, gran maestro dei Templari e Ugo di Saint Omer, nobile francese.
Lo sgomento a palazzo fu infinito. Il re lebbroso era ferito nel corpo e nell'anima e la seconda doleva assai di pi. Ore e ore di riunioni e conciliaboli per stabilire come agire, cosa fare. Saladino aveva prigionieri alcuni dei massimi esponenti del potere politico dei regni latini. Ogni mossa poteva rivelarsi sbagliata, l'attesa poteva rivelarsi catastrofica.
Che pensi di fare?
Non lo so, Maria.
Deve esserci un modo di rimediare.
Certo, sono sempre gli stessi: soldi, promesse, riscatti, teste decapitate. Non c' niente di nuovo da aggiungere.
Ma tu sei una persona influente.
Tu lo sei pi di me, sei una regina. Io nulla posso, tu nulla puoi. Dobbiamo smettere di pensare a cosa fare e cominciare a comprendere cosa il Saladino si aspetta che noi facciamo. Sembra la stessa cosa ma c'
una enorme differenza,. Parler con Raimondo di Tripoli, nessuno conosce i musulmani meglio di lui. Anche se il suo fuggire lo rende ora inviso ai pi, me compreso.
Sei arrabbiato.
S, lo sono, ma non c'entri niente quindi non darti pena.
Certe volte non ti comprendo, dici sempre che io sono fondamentale per la tua vita, poi la tua vita si complica e mi metti ai margini.
Non ti metto in disparte, ti preservo dal dolore, dalle nefandezze della guerra, dal lezzo del sangue rappreso, dalle orbite orfane di occhi beccati dai corvi. Puoi anche non condividere ma  solo amore che cerco di incanalare sulle sole cose positive.
Sei troppo intelligente per desiderare una moglie scevra dalle angosce e senza il senso delle cose e per non capire che io desidero aiutarti. Quindi ti prego di non preservarmi e di non offendere la mia intelligenza. Tolleri la mia presenza a corte e quasi ti va bene ch'io trami per dar moglie a tuo fratello o un marito a mia figlia, ma su altre questioni pensi di essere l'unico a dover decidere. Non posso e non voglio essere una moglie a met.
Baliano sospir, ondeggi, indeciso tra il riconoscere la saggezza di Maria o controbattere, perch cos l'impulso e l'abitudine a disporre da solo della propria vita gli dettavano. La fiss negli occhi, non disse una parola, ma le sorrise e la strinse a s, dandole un bacio.
Trascorsi tre mesi dalla disfatta crociata, l'Alta Corte vot in modo unanime la risoluzione. Qualcuno doveva andare a parlamentare col Saladino le condizioni del rilascio, sperando che i prigionieri fossero ancora in vita. Baliano non accett intermediari e si offr di andare in prima persona. Scelse due cavalieri templari come scorta, due giovani adepti, fidati e orgogliosi di seguirlo. Nessun altro, nessuna contaminazione, nessuna altra opinione, aveva ascoltato sin troppe voci, compresa quella del re. Baliano non doveva solo recuperare il fratello e gli amici, doveva capire come far sopravvivere tutto quel castello di debolezze, corruzione, servilismo che si celava sotto il dorato nome di regno di Gerusalemme. Era consapevole che sarebbe stato meglio azzerare tutto, ma le ripercussioni avrebbero inciso sulla vita di una moltitudine di persone, in Terrasanta come a Pisa, a Costantinopoli, sulle sponde d'Africa o di Spagna. Per quanto fosse impensabile, Baliano aveva veramente le sorti di quel mondo sul palmo della mano. Arrestare l'avanzata di Saladino era la priorit, la vita dei suoi cari veniva dopo, ma non poteva confidarlo a nessuno.
Il viaggio fino a Damasco fu veloce e senza insidie, tutto l'oriente sapeva che Baliano di Ibelin, mostrando le sue insegne e un drappo bianco di pace, marciava verso il Saladino. I tre a cavallo non furono neanche fermati alle porte della citt, erano attesi e la guardia posta a scorta dei crociati ebbe solo il compito di far spostare i damasceni curiosi dal centro della via. Ai tre cristiani furono assegnate stanze e offerto un bagno e cibo. Baliano avrebbe visto il pi potente uomo d'oriente al mattino dopo, da solo.
Assalamo alaikoum.
Wa alaikoum assalam wa rahmat Allah wa barakatouh.
Finalmente ci incontriamo di nuovo.
Baliano ondeggi, non aveva mai incontrato Saladino, se non nei suoi pensieri o nei suoi incubi.
Probabilmente siete in errore, non ho mai avuto il privilegio di incontrare Yussuf ibn Ayyub, il sovrano vincitore.
Vi sbagliate, ero in questa stessa stanza il giorno in cui veniste a perorare la causa di vostro fratello Ugo. Voglio sperare che mai siano inviate in battaglia anche le vostre sorelle, o che non abbiate altri fratelli a mia insaputa. Perigliosa  la via che conduce a questo palazzo e voi l'avete praticata gi due volte.
Baliano ricord lo sguardo acceso di un giovane che lo aveva infastidito quando era andato a parlamentare con Nureddin.
Ora mi ricordo di voi, del vostro sguardo attento, ma non potevo sapere di chi fossero quegli occhi.
Vi guardavo perch vi ammiravo. Non so se io sarei riuscito a fare altrettanto, ad attraversare tutta la Siria per comparire da solo davanti al vostro re.
Sono certo che il coraggio e la saggezza che vi sono proprie vi avrebbero spinto a fare altrettanto se fosse stato catturato vostro fratello Sayf al Din.
Saladino soppes le parole e invit Baliano ad uscire su una terrazza in cui regnava la penombra, il profumo dei fiori e il rumore delle fontane. Presero a giocare a scacchi, in silenzio, prendendo ogni tanto una manciata di datteri o pistacchi. Baliano soppesava quell'uomo: era coetaneo o forse di poco pi grande, era immensamente ricco e potente, disponeva di uomini e territori. Gestiva il suo regno esattamente come facevano i franchi, aveva sposato la vedova di Nureddin, aveva messo a tacere i rivali, aveva concesso onori ai suoi alleati pi fedeli, era tutto sovrapponibile, tutto accettabile. Nemmeno il credo faceva differenza, il cristianesimo e l'islam potevano anche convivere per come la vedeva Baliano. La vera differenza stava nell'orgoglio, che per paradosso era identico per tutti gli uomini, ma creava abissi e divideva i popoli. L'orgoglio era sentimento comune, ma confluivano in quella peculiarit umana le frustrazioni, le vendette mai compiute, le insicurezze, il senso di inferiorit. Tutte le nefandezze umane, come incanalate su una via in discesa, si fondevano nel petto dei combattenti e annientavano la ragione. Lui era orgoglioso di essere cristiano, era orgoglioso di discendere da una stirpe pisana ed era orgoglioso di adoperarsi e lavorare per costruire benessere e pace. Era altres consapevole di aver desiderato la morte dell'uomo che gli stava di fronte, di averla anche commissionata e ordinata agli Assassini. Di aver attribuito a Saladino tutti i mali e tutti i danni. Lui, Baliano, non era diverso dagli altri e una sottile vena di inquietudine si stava affacciando. Era un sentimento che mischiava ammirazione per Saladino, senso di colpa per averne desiderato la morte senza mai averlo conosciuto prima. In Baliano cresceva un senso di inadeguatezza. Il sovrano vincitore stava giocando a scacchi con lui, come fossero amici d'infanzia e fratelli nella fede.
Qualcosa vi turba, Baliano?
Non  niente.
Certo, sicuramente mi sbaglio, vi state mordendo il labbro da molto tempo e se fossi un altro tipo d'uomo sarei propenso a pensare che in voi si  liberato qualche tormento. Ma ovviamente credo alla vostra parola. Dato che siete ben disposto d'animo, saprete apprezzare questo dono che ho fatto preparare per voi.
Gli offr un pesante libro con la copertina di cuoio chiaro e le bordature d'oro e anche se Baliano parlava e scriveva in arabo senza problemi, si scopr a leggere la parte in greco. Era un lavoro preziosissimo, la Kitb al-Kimiya con testo bilingue, opera del maestro Ibn Hayyn.
 il primo esemplare che riporta una traduzione, potrebbe fare grande vanto di s nella vostra dimora oppure nella citt che fu di vostro padre.
La conoscete?
Tutto il mondo la conosce,  il centro di cultura e di potere pi famoso al mondo e se non fosse che ho molte cose a cui attendere in questa terra, vorrei poterla visitare. Si narra che un uomo di Siria, un cristiano d'oriente, progett la pi grande chiesa mai vista e che sia tutta di marmo bianco.
Sorrise Baliano, ancora una volta Saladino lo batteva. Mise la mano alla cintura, sganci i lacci di cuoio e sfil il fodero di cuoio. Il coltello che fu di suo padre, quello che Barisano aveva usato dall'impresa delle Baleari in poi era un ricordo, l'ultimo legame fisico che aveva col suo passato.
Era di mio padre, ve lo dono. Non vale niente ma  parte di me, della mia vita.
Non dovete disfarvi del vostro passato.
Questo insignificante coltello, da oggi avr pi valore perch  custodito nelle vostre mani.
Finirono la partita, parlarono ancora, si confrontarono sui vari argomenti, usarono l'arabo o il franco in modo indifferente, si eccitarono parlando di caccia con i falchi, si conobbero, si pesarono, si apprezzarono.
E ditemi, Baliano, corre voce che fra i franchi ci sia un uomo che reca un tatuaggio, un segno di riconoscimento e che in virt di quel segno, abbia accesso a palazzi lussuosi e misteriosi.
Ne ho sentito parlare anch'io, ma forse sono solo dicerie.
Suvvia, sapete bene che fin dai tempi dei nostri avi esiste l'uso di marchiare il corpo per dare ad altri la possibilit di essere riconosciuti, lo facciamo anche noi musulmani, ma non tutti i segni sono uguali. Alcuni conferiscono pi valore, altri sono latori di messaggi di poco conto.
 un'usanza anche del mio popolo,  vero, soprattutto fra gli uomini di mare.
E voi non siete un uomo di mare?
Mio padre lo era, io mi sono solo limitato a tuffarmi e a prendere piacere dalle acque salse e dal sole. Ma non ho mai navigato.
Sta bene, e pensare che io stesso ho dato l'ordine, prima di decapitare ogni crociato, di controllare se non rechi nascosto tra i capelli un tatuaggio, un segno, perch in quel caso, vorrei veramente dialogare con quella persona. Prima di ucciderlo io stesso o di incarcerarlo a vita.
Vedete, sultano, ci sono destini che si compiono,
altri che non arrivano mai al punto assegnato, ma soprattutto ci sono destini scelti da uomini per altri uomini. Compiti non voluti, ordini perentori, ricatti e missioni che vengono affidate, anche contro le singole volont. Voi stesso avete affermato prima che se non foste il Saladino, amereste fare altro. Eppure sarete ricordato come il sovrano vincitore, visir e sultano di Siria ed Egitto, anche se non siete stato voi a scegliere tutto questo.
Saladino si zitt, apprezzando l'eloquenza del nemico, ma anche la sua logica, il modo in cui si era difeso senza tradirsi e riconoscendo che le parole del cristiano avevano un senso, profondo e doloroso. Pranzarono, passeggiarono per il palazzo e solo nel pomeriggio fu affrontata la questione dei prigionieri, quasi fosse argomento marginale. A sera si congedarono. Il mattino dopo Baliano sarebbe ripartito.
La disfatta di Marj Uyun era avvenuta in giugno. Baliano aveva incontrato il Saladino a settembre e Baldovino era stato liberato nel gennaio del 1180. Il riscatto per la sua liberazione, una cospicua cifra in monete d'oro, era stato versato da Baliano, ma con soldi provenienti dall'imperatore d'oriente Manuele Comneno, zio di sua moglie Maria. Baldovino, per contropartita, aveva dovuto rendere omaggio a Manuele e, appena liberato, era partito per Costantinopoli. Nel patto per rilasciare Baldovino, era stata contemplata anche la liberazione di mille prigionieri musulmani. Analoga trattativa era stata portata avanti per il maestro templare Odone di saint Amand, ma questi si era rifiutato di accettare lo scambio e aveva preferito rimanere in prigione, adducendo il fatto che neanche mille saraceni valevano la sua vita. Il Saladino, considerando il rifiuto come una offesa alla sua generosit, lo aveva fatto immediatamente decapitare e la sua testa fu inviata a Gerusalemme. Saladino dava, Saladino prendeva, quasi che fosse un dio in terra.
Durante l'assenza di Baldovino di Ibelin, prima per la prigionia, poi per il viaggio di penitenza, le cospirazioni a corte non erano cessate e le cose avevano preso nuove pieghe. Si vociferava che Agnese de Courtenay, madre di re Baldovino il lebbroso, fosse l'amante di Almarico di Lusignano, pi giovane di lei e marito di Eschiva di Ibelin, la secondogenita di Baldovino di Ibelin, prigioniero di Saladino. Agnese, dunque, manovrava affinch sua figlia Sibilla, innamorata del prigioniero, andasse invece in moglie a Guido, fratello del suo nuovo amante. Tanto fece che riusc a convincere il re e Baldovino quarto concesse la mano di sua sorella, gi vedova di Guglielmo di Monferrato al nuovo venuto Guido di Lusignano. Le nozze furono celebrate proprio mentre Baldovino di Ibelin si trovava a Costantinopoli, libero, ma troppo distante per poter rovesciare il corso di quella storia. La domenica di Pasqua del 1180, veniva celebrato il matrimonio. Re Baldovino aveva scelto Guido perch vantava una stretta parentela con il re di Francia Luigi settimo, molto attento alla questione crociata. La ragion di stato aveva prevalso su ogni altra logica.
Baliano aveva partecipato alle nozze di malavoglia. Il fatto che Sibilla sposasse un uomo che non era suo fratello non era importante. Baldovino aveva gi
avuto due mogli, Richilde da cui aveva avuto tre figli, Tommaso, Eschiva e Stefania e alla morte della consorte si era subito rifatto con Isabella Gothman, deceduta per malattia un anno dopo le nozze. Baldovino era un bell'uomo e disponeva di signoria e denari e di certo avrebbe trovato un'altra moglie. Il vero problema era che Sibilla era stata data a Guido di Lusignano che giorno dopo giorno, dimostrava di che pessimo impasto fosse fatto. Era rientrato a Ibelin il luned dell'Angelo, in un giorno assai freddo per essere gi in primavera.
Hai fame?
No, no, sto bene, ho solo freddo e vorrei levarmi di dosso queste giornate. Se ci fosse acqua calda in cucina, farei volentieri un bagno. Fosse stato pi caldo sarei andato a nuotare.
Maria sorrise.
Vai in camera, mando su dell'acqua bollente.
Baliano sal nelle sue stanze, attese e dopo poco due dei ragazzi di cucina iniziarono a portare paioli d'acqua, due a due finch la vasca di legno fu quasi ricolma. Baliano si spogli e si immerse. Avvicin le ginocchia al petto, chiudendo il corpo e cos facendo riusc ad immergersi del tutto, anche la testa. Quando riapr gli occhi, Maria era di fronte a lui e si stava spogliando.
Cosa fai?
Penso che tu sia stanco di vedere cose sbagliate, lavori inutili, brutture e veleni. Hai bisogno di vedere e sentire cose belle, dolci, di sentirti accolto, avvolto.
Completamente nuda, si avvicin, ordin all'uomo di farle spazio ed entr, un piede dopo l'altro nella vasca, ponendosi dietro di lui. Lo spazio era poco i due corpi erano immersi e le gambe fuori dall'acqua, poggiate sui bordi. Maria sentiva la schiena di Baliano premere sui seni, prese a massaggiargli il viso, il petto, sfiorava e sussurrava, e lui precipitava in un abisso sconfinato dove era alienato da ogni dovere e dove Maria era l'unica luce, l'unica fonte di sostentamento. Lo spazio era gi angusto e in breve divenne insopportabile. Ai baci dolci seguirono quelli appassionati, scomposti. Le braccia incrociate sul petto di lui desiderarono altra pelle, altro spazio. Uscirono dall'acqua e fu amore, bramato, necessario, liberatorio, quell'amore fatto di fuoco e pelle segnata dalle unghie e dolci morsi e sapore di ferro sulle labbra.


CAPITOLO 22.
Gerusalemme, dal 1182 l'inizio della fine.

Se conquistare e combattere era funzionale alla politica, far assestare le cose e prolungare al massimo i periodi di pace era necessario alla vita. In quei rari periodi di quiete, ognuno trovava il modo di adattarsi alle nuove condizioni. Baldovino di Ibelin, tornato da Costantinopoli e trovata la bella Sibilla maritata a Guido, si era rifatto sposando la vedova del conestabile di Tripoli e cominci a manifestare il desiderio di ritirarsi dalla vita bellica e politica. Per l'ordine templare, morto Odone, decapitato dal Saladino, ci fu la necessit di nominare un nuovo gran maestro. Gerard de Ridefort sgomit per essere eletto, ma il consiglio dei templari ritenne pi saggio affidare la guida dei monaci guerrieri ad Arnau di Torroja, nobile spagnolo che si era distinto nelle varie campagne antimusulmane nella sua terra. Torroja fu richiamato dalla sua commenda in Aragona e pi che ai suoi confratelli, fu affidato all'educazione di Baliano, che lo form e lo introdusse in tutti gli ambienti importanti, facendogli conoscere pure il Saladino, nel tentativo di lavare l'onta del disonore arrecato da Odone. Tutti i disegni e le cospirazioni della corte di Gerusalemme erano stati vanificati. Luigi settimo0 re di Francia era morto sei mesi dopo il matrimonio di Guido di Lusignano con Sibilla. Il giovane, oltre ad essere arrogante e inviso a tutti, ora era anche inutile. Re Baldovino il lebbroso, il maestro dei Templari e Baliano, ormai divenuto pedina fondamentale nella politica del regno, avevano costruito una tregua duratura che aveva concesso due anni di pace. I confini erano stati rispettati, gli eserciti rinforzati, i raccolti finalmente portati a maturazione.
L'unico che andava d'accordo con Guido di Lusignano, o almeno ne condivideva gli intenti, era Rinaldo di Chatillon. Dopo le scorrerie a Cipro e gli assalti alle carovane, Rinaldo era stato fatto prigioniero dal Saladino e aveva trascorso in prigione a Damasco diciassette anni. Liberato dopo cos lungo tempo come gesto di clemenza da parte del sovrano vincitore, Rinaldo dimostr subito di non essere cambiato. La sua indole di attaccabrighe e la sua brama di potere erano rimaste immutate. Se avesse messo a buon servizio la sua intraprendenza, sarebbe stato un uomo eccezionale, ma nelle sue vene scorreva il sangue dei folli. Costitu una piccola flotta di cinque navi e salp da Eliat discendendo la costa del mar Rosso per andare ad attaccare la Mecca. Il convoglio era stato intercettato dalle navi musulmane e dopo aspra lotta, tutti tranne tre cristiani erano stati uccisi o fatti prigionieri. Fra gli scampati, anche Rinaldo, che tornato a Gerusalemme, convinse Guido
di Lusignano a violare nuovamente i confini e a depredare le carovane. Saladino mand messaggi di condanna a re Baldovino che promise di sanare la situazione. Cos, nell'estate del 1182 il re lebbroso nomin Guido, sperando di placare i suoi ardori, balivo di Gerusalemme, una sorta di anticamera necessaria a diventare re, se e quando il lebbroso fosse morto. Ma la carica non lo responsabilizz e n Guido, n il suo compare Rinaldo parevano avere intenzione di recedere dai loro intenti. All'ennesimo atto di razzia, Saladino decise di attaccare la fortezza di Kerak e Baldovino quarto, data l'animosit a combattere della coppia di razziatori, sped i due facinorosi in difesa della rocca. Le doti militari di Guido e Rinaldo si rivelarono nulle. Un conto era saccheggiare e stuprare, un altro era comandare e organizzare. Tutta la guarnigione fu sterminata, ma i due comandanti, fuggendo vigliaccamente, riuscirono a salvare le loro vite. La disfatta di Kerak fu lo spartiacque fra la pace e la guerra, la fine della tregua, l'inizio della fine.
Le condizioni di re Baldovino si aggravavano di giorno in giorno. Amava passare il tempo nelle sale del palazzo tenute in ombra dai tendaggi e profumate da oli aromatici. Non voleva che si percepisse l'odore della morte al suo passaggio. Il volto si era deturpato sempre pi ed era difficile non manifestare disagio o ribrezzo nel trovarselo davanti, ma c'era chi viveva con lui, sua madre che continuava ad accudirlo, i suoi servi e i suoi consiglieri.
Che dobbiamo fare, Baliano?
Non lo so, altezza, una via potrebbe essere quella di invalidare il matrimonio.  gi successo in passato.
Dobbiamo chiedere al patriarca Eraclio. In queste faccende la Chiesa  maestra.
Vero, ma dobbiamo costruire anche una impalcatura politica e trovare una alternativa.
Se parli cos hai gi in mente qualcosa.
Ho in mente l'unica cosa possibile in linea di successione. Ovvero, porre il piccolo Baldovino V, vostro nipote, avanti a Sibilla e Guido nel diritto al trono. E questo sar possibile solo se voi lo investirete ufficialmente del ruolo di erede. Potreste farlo se non si arriver all'annullamento delle nozze o farlo comunque.
Intanto proviamo ad annullare le nozze. Di certo Guido non la prender bene e potrebbero anche acuirsi le distanze.
Non dimenticate che anche Sibilla, vostra sorella, potrebbe non prenderla bene, e anche vostra madre Agnese. Siete solo contro molti.
Sono solo da tutta la vita, Baliano, sono sempre stato solo.  la piet e la pena che fanno stare vicino a me le persone. Ma nessuno mi ha mai voluto. Guardami, Baliano.
Sire, io vi guardo tutti i giorni da quando siete nato e sono sempre stato al vostro fianco.
 vero, scusami.
La signoria di Ibelin prosperava, ben amministrata e in pace da molto tempo, trovandosi ben addentro ai confini e godendo del benefico respiro del mare. Baliano e Maria avevano avuto il terzo figlio. Dopo Helvis e Giovanni era nata Margherita. Baldovino di Ibelin, dopo la traversia della seconda prigionia, non ne aveva pi voluto sapere di battaglie e di politica.
Con la nuova consorte aveva trovato la pace e aveva inviato suo figlio Tommaso a Gerusalemme, affinch Baliano lo istruisse negli studi di diritto.
Il tentativo di invalidare le nozze non aveva avuto esito positivo e il re lebbroso si era risolto di nominare suo nipote legittimo erede al trono di Gerusalemme. Il 20 novembre del 1183, Baldovino V, all'et di soli cinque anni, veniva indicato come erede del re con una cerimonia ufficiale tenutasi nella chiesa del Santo Sepolcro. Cos come un padre accompagna la figlia all'altare, Baliano di Ibelin prese in collo il piccolo, sulla soglia della chiesa. Cammin lungo tutta la navata seguito dai nobili che appoggiavano la decisione. Tutta l'Alta Corte, valutata l'inadeguatezza di Guido, si era schierata a favore di quella scelta. Sibilla e suo marito si erano allontanati volontariamente da Ascalona a covare vendetta. Baliano Pisano, signore di Ibelin, tenne Baldovino quinto in collo per tutto il tempo.
Quasi che con quella cerimonia si fosse avviato un processo irreversibile, il re lebbroso cominci a manifestare sintomi pi gravi di sempre. Alle menomazioni fisiche si erano aggiunti guai polmonari e il sovrano soffriva di crisi respiratorie e attacchi di tosse che lo stremavano. Tutto ci che era stato in suo potere lo aveva fatto, aveva commesso errori, aveva provato ad essere un buon regnante. Aveva retto Gerusalemme per quasi quattordici anni a dispetto di chi lo aveva dato per morto gi da ragazzo. Aveva combattuto in modo leale tanto il nemico quanto la malattia. Aveva salvato i frammenti della vera croce dall'incursione del Saladino sul fiume Laonte e per questo si era guadagnato anche fama di difensore della vera fede. Senza mai aver avuto una carezza da un amico o da una donna che non fosse sua madre o sua sorella, Baldovino quarto, il re lebbroso, moriva dopo una straziante agonia il 16 marzo del 1185. In ogni piazza, locanda, casa, regnava l'apprensione, anche a Ibelin.
E ora?
E ora cominciano i guai. Baldovino quinto  ufficialmente re, Raimondo di Tripoli  di nuovo tutore di un sovrano.  anziano ma  anche esperto e fedele e come reggente va bene, ma il ragazzo ha solo sei anni e prima che sia maggiorenne passer troppo tempo. Guido e Sibilla sono in viaggio, tornano a Gerusalemme e nessuno pu impedirglielo, e a complicare tutto ci s' messo anche Arnau de Torroja.
Sei ingiusto, che colpa ne ha il vecchio, se  morto?
Io l'avevo sconsigliato di compiere il viaggio in Italia e Francia alla ricerca di aiuti. Per il mio modo di vedere ce la dovremmo cavare da soli e poi questa spedizione col patriarca e con il gran maestro degli ospitalieri avr fatto credere che siamo disperati, senza via di uscita. E invece basterebbe usare il buonsenso, parlamentare, dialogare e allontanare o uccidere persone come Rinaldo di Chatillon e Guido di Lusignano. La vita  sacra, cos mi hanno insegnato, ma sacrificarne alcune per il bene di tutti non  un crimine. Invece, per l'arroganza di pochi saranno macellate intere guarnigioni, forse tutti noi e nessuno, nei tempi che verranno, li accuser mai di queste stragi.
Sei troppo severo, Baliano e troppo orgoglioso.
Magari, anche se Arnau  morto, qualche aiuto militare verr.
Non ne sono sicuro, intanto  stato eletto gran maestro Gerard de Ridefort.  il terzo anello debole di questa catena di comando e Dio non voglia che si aggrappi alle mire di Guido o sar la fine per tutti noi.
Sai di cosa avrei desiderio?
Lo sguardo di Baliano si addolc. Maria aveva da poco compiuto i trenta anni e lui la trovava bellissima.
 troppo tempo che non facciamo un bagno di notte. Eppure me lo avevi insegnato tu, o era tutta una messinscena per farmi innamorare?
Ti sbagli Maria, quella notte ti ho amata, voluta, desiderata e ti ho battezzata anche nelle acque di Pisa, cos come nostro padre aveva fatto con noi e come io ho fatto con Helvis, Giovanni e Margherita e come far col prossimo.
Col prossimo?
S, Maria, vieni con me, andiamo al mare.
Come mai sei cos certo che sar un maschio?
Non l'ho detto.
Hai detto, il prossimo!
C' luna crescente, vieni.
Scesero alla spiaggia percorrendo il breve tratto che li separava dal mare, poche luci flebili e distanti sulla costa, nessun fanale di nave sulle acque. Una falce di luna sottile spandeva una nebbia lattiginosa intorno a s. Maria fu scossa da un brivido, Baliano l'abbracci e percep il turgore del suo seno. Si spogli in fretta, corse verso il mare e si tuff. Lei fu pi
lenta e cauta, ma si immerse dopo di lui. Per Maria, quella meraviglia di percepire l'acqua calda di notte, come fosse un benefico abbraccio quando invece il mare le faceva paura, si rinnovava ogni volta. Si perdeva, si adagiava e le piaceva quando Baliano la faceva stare sul dorso e la sosteneva con le mani, una al bacino e una alla nuca e la muoveva facendola scivolare sul pelo dell'acqua. E lei era sdraiata come in un letto, ma sospesa e con le orecchie immerse e ogni suono era attutito. E con il senso dell'udito e della vista quasi inutilizzati, il tatto diventava prepotente e le mani di Baliano carboni roventi che bruciavano e il desiderio era al suo apice. Si amarono in mare, come solo due innamorati potevano fare, dispersi e al contempo protetti da quella massa scura. Preservati da ogni malia passata e futura. Si amarono come se non potesse esistere un futuro, come se fosse la prima e l'ultima volta. Percepivano cupi e minacciosi i sentori della futura guerra, ma non vollero dare ascolto. Si immersero, baciandosi sotto il pelo dell'acqua, affinch il mondo non li disturbasse, non li vedesse, non sapesse.
La gente di Terrasanta era avvezza alla morte. Chi la trovava in battaglia, chi la bramava, chi le sfuggiva mille volte. Ma la nera signora si insinuava talvolta laddove non era attesa e lasciava sgomento, dolore, senso di impotenza. Baldovino V, il re bambino incoronato all'et di soli cinque anni, moriva il 20 agosto del 1186. Furono accuse, maldicenze, la colpa ricadde sulla madre, sul patrigno, sui precettori. Sospetti, solo sospetti o forse fu il fato, ma di avvelenamento si
continu a parlare per molto tempo. L'unica cosa certa, l'unica vera drammatica conseguenza che la morte del bambino gener, fu il reclamare la corona da parte di Sibilla e di suo marito, l'odiato Guido di Lusignano. La coppia rientr in Gerusalemme per i funerali del figlio accompagnata da una scorta armata. Non erano ancora state concluse le esequie che il patriarca Eraclio dovette incoronare Sibilla, tra le proteste dei nobili, di tutto il partito degli Ibelin e di Raimondo di Tripoli, precettore del defunto re. L'unica cosa che ottenne l'Alta Corte come condizione alla consacrazione reale, fu che Sibilla avrebbe concesso l'annullamento del matrimonio. Parimenti, lei impose la condizione secondo la quale, dopo aver annullato le nozze, avrebbe potuto decidere da sola chi avrebbe sposato. Ci fu un conciliabolo, chiunque sarebbe stato migliore di Guido di Lusignano e quindi Eraclio pot procedere. Nel volgere di un giorno Gerusalemme pot assistere al funerale di un re, all'incoronazione di una regina, allo scioglimento di un matrimonio. A sera Sibilla era di nuovo una donna libera, e fu talmente libera che scelse come marito lui, Guido di Lusignano. Il mattino seguente Guido e Sibilla erano di nuovo marito e moglie e lei si tolse la corona dal capo, la porse al consorte affinch si incoronasse da solo: Guido, da l in poi, sarebbe stato l'unico e legittimo re di Gerusalemme. Non tutti riconobbero l'autorit del nuovo sovrano. Baldovino di Ibelin che pure si trovava in Gerusalemme per i funerali del piccolo non si present neanche alla cerimonia di incoronazione e Raimondo di Tripoli si ritir anzitempo nella sua citt.
Il primo scellerato atto politico di Guido fu dichiarare guerra proprio a Raimondo, che era stato precettore di ben due re. Il sovrano di Gerusalemme stava approntando un esercito per combattere, da cristiano, altri cristiani. Dopo avrebbe sfidato Saladino, che dal canto suo era ormai deciso a spazzare via i crociati dalla Terrasanta e approfittando di tutta quella confusione aveva radunato le proprie truppe. Lo scontro finale era vicino.
Io non vengo. Resto nel mio castello. So che resister, poco, ma sar possibile. Poi decider il da farsi, ma reputo che uno scontro contro il Saladino sia solo un suicidio. Non  vilt, non  codardia,  solo buonsenso e soprattutto, cammin avanti e indietro nella stanza prima di riprendere il discorso io non riconosco l'autorit di questo re, non  disubbidienza la mia,  fedelt ad una causa, ad un ideale che fu mio, nostro e di nostro padre Barisano.
Baliano non poteva dare torto al fratello, avrebbe voluto emularlo ma non gli era possibile. Con loro c'erano le mogli, quasi fosse una ultima riunione di famiglia. Maria Comnena era rattristata, amareggiata. Tutta quella confusione andava evitata e sarebbero state sufficienti poche ma oculate scelte lievemente diverse nel corso degli anni. Invece, tutto quello che era stato possibile sbagliare era stato sbagliato. Baliano prese la parola.
Io seguir il re, cercher di limitarne le mosse, di consigliarlo, anche se temo che sar difficile fargli cambiare idea su qualcosa. La sua decisione di attaccare Raimondo  folle. Porta solo morte e divisione e Saladino ne approfitter.
Non fu necessario attendere molto perch le cose degenerassero. Rinaldo di Chatillon, fedele alla sua natura, aggred coi suoi uomini una carovana che si muoveva dal Cairo verso Moab. Tutti i soldati furono trucidati e i mercanti con le loro famiglie tratti in prigionia nel castello di Kerak. Saladino invi due ambasciatori a Rinaldo chiedendo di trattenere le merci ma di liberare le persone. Ma non furono neanche fatti entrare nel castello. Ripiegarono quindi verso Gerusalemme e chiesero udienza a re Guido che li tratt nello stesso modo. Anche se musulmani e cristiani erano schierati da decenni in campi avversi, alcuni codici di comportamento erano onorati da tutti. Guido e Rinaldo avevano mancato di rispetto al Saladino e anche i crociati in Gerusalemme ne erano coscienti. Raimondo di Tripoli, Boemondo di Antiochia, Baliano di Ibelin incontrarono il Saladino per convincerlo a mantenere la pace e il sovrano vincitore accett a patto che Raimondo liberasse i prigionieri.
Ma non avvenne. Anzi, Guido di Lusignano mosse da Gerusalemme per attaccare definitivamente Raimondo di Tripoli. Baliano decise allora di recarsi all'accampamento del re, da solo e con le insegne bene in vista, come era solito fare, e chiese udienza.
Cosa stai facendo?
Rivolgiti a me in altro modo, io sono il re di Gerusalemme.
Sei solo uno scellerato. Hai perso l'aiuto e l'appoggio di mio fratello, il miglior combattente del regno, stai andando a far guerra a Raimondo, il pi saggio nobile di Terrasanta, se perdi anche me e
l'aiuto di templari e ospitalieri ti troverai solo e massacrato, tanto dai cristiani quanto da Saladino.
Re Guido tanto era ambizioso quanto incapace di sostenere la pressione di persone pi autorevoli di lui e decise di sospendere l'offensiva, invitando emissari di Raimondo, che a suo dire, doveva riconoscerlo come sovrano. Interessi personali, intrighi, orgoglio, ancora solo orgoglio e frustrazione scomposero quello che poteva essere un esercito unito e le varie pedine si trovarono sparse su una enorme scacchiera. Un contingente di templari a Cresson fu assalito da una pattuglia guidata dal figlio di Saladino. Furono tutti trucidati e le loro teste mozzate ornarono le lance nemiche che rientravano oltre confine. Ormai era tardi per qualunque trattativa.
Il 26 giugno del 1187 Saladino passava in rassegna le tre ali del suo esercito che contava oltre sessantamila uomini.
Il 30 giugno, sotto le mura di Acri, re Guido disponeva di mille e duecento cavalieri, quattromila fra turcopoli e mercenari e diecimila fanti. Anche i pisani, legalmente esentati dal prendere le armi, si erano coalizzati e costituiti come forza militare in vista dello scontro finale. Non era pi questione di scaramucce per il potere, era la lotta per la sopravvivenza e il mantenimento delle rotte commerciali. Il vescovo di Acri era stato costretto ad unirsi al contingente militare dal patriarca di Gerusalemme, che aveva previsto l'esito nefasto delle cose e intanto si era assicurato il prolungamento della propria esistenza. In un ostensorio montato sulla sella del suo cavallo, il vescovo custodiva le reliquie della vera croce, che
avrebbe protetto i cristiani in battaglia. Giunse la notizia che Saladino aveva oltrepassato il Giordano e aveva posto sotto assedio Tiberiade. A sera si tenne il consiglio di guerra.
Il primo a parlare, per diritto, fu Raimondo di Tripoli, il pi anziano e parimenti il pi esperto e dotto sugli usi musulmani.
Hanno forze sei volte superiori alle nostre. Con questa calura siamo svantaggiati. Dobbiamo rimanere compatti e condurre una tattica di sola difesa. Saladino non potr disgregare il cuore dell'esercito. Non potr contemporaneamente mantenere l'assedio a Tiberiade e muovere contro di noi. Per cui, se ci avviciniamo e poniamo campo nella piana di Sephoria che  ricca di pascoli e sorgenti, potr forse affrontarci con qualche contingente, ma dopo due, massimo tre giorni sar costretto al ritiro. I saraceni sono equipaggiati in modo leggero, non hanno scorte e grandi riserve d'acqua. La zona che stanno presidiando  impervia e con stretti sentieri. Quindi le armi pesanti e le riserve saranno sicuramente depositati nei zardkhanah, le armerie mobili. Dopo i primi impatti dovranno rientrare per rifornirsi anche di frecce e lance.
Gerard de Ridefort, maestro templare lo aggred senza neanche attendere il suo turno per parlare.
Siete un vile e un codardo venduto al nemico. Attaccheremo e spezzeremo le loro linee e dopo, voi sarete giudicato per tradimento.
In molti tentarono di ricucire la lite. Baliano era disperato. Anni e anni di trattative, scambi, missive, incontri, dialoghi, compromessi. E gli pesava non avere
suo fratello al fianco. Questa nuova e arrogante generazione di razziatori autorizzati dal censo e dalla Chiesa stava per distruggere tutto. A nulla valsero le suppliche. Re Guido decise che al mattino dopo l'esercito avrebbe mosso verso Tiberiade assediata dal Saladino.
La marcia da Acri verso l'interno fu agevole e veloce. Il terreno pianeggiante e il campo sgombro consent di arrivare in fretta in vista delle alture. All'alba del 3 luglio Raimondo, quale signore del feudo che stavano attraversando, comandava come di diritto l'avanguardia. Re Guido e Rinaldo insieme ai maestri degli ordini templari e ospitalieri comandavano il centro. A Baliano era stata affidata la retroguardia. Il piano di avvicinamento prevedeva di prendere la via pi corta, fidando che Saladino non si muovesse dalle sue postazioni. Se le idee e le scelte di re Guido erano apparse poco ragionevoli, la sua decisione di non fermarsi presso la grande sorgente di Turaan per velocizzare il passo era parsa folle, anche ai pi fedeli sostenitori. Qualche piccolo gruppo disert e iniziarono i primi dissapori anche tra i fanti e i ranghi di grado minore.


CAPITOLO 23.
Hattin, 4 luglio 1187 l'altopiano della vergogna.

Nonostante i malumori e il desiderio di abbandonare l'impresa, tutti seguirono re Guido di Lusignano. La scelta di non aggirare le alture ma di attraversarle imponeva di salire su creste rocciose ed assolate dove non cresceva neanche un filo d'erba e dove non v'era traccia di acqua. A met del mattino del 3 luglio, l'esercito a corto d'acqua e sotto il sole cocente, inizi la salita. Il contingente cristiano appariva pi simile ad una moltitudine di disperati che a una compagine di fieri combattenti. Gli usberghi, le spesse giacche di feltro, gli elmi, le tuniche e gli stivali, per quanto eleganti e sfarzose, surriscaldavano la pelle e toglievano il respiro. E poi gli scudi, le pesanti spade e mazze, i cappucci di cuoio, i gambeson, ognuno si trascinava come poteva. A sera i combattenti si radunarono su un altipiano sovrastato da due speroni rocciosi, i Corni di Hattin. Intorno, quattro minuscoli insediamenti di pastori, Manescalia, Mimrin, Hattin e Lubia, apparivano deserti. La marcia verso Tiberiade, verso
la pianura ma soprattutto verso i pozzi d'acqua di cui poteva disporre Saladino era ancora lunga e la previsione era di scendere a valle al mattino del giorno seguente, dopo aver recuperate le forze. Senza pi entusiasmo dopo solo tre giorni di campagna militare, con residue scorte di viveri e liquidi, i difensori della croce si accamparono nell'ampio terrazzamento per trascorrere la notte, certi che il nemico fosse fermo e raccolto sotto le mura di Tiberiade. Nel pomeriggio e fino al tramonto, silenziosi voli di piccioni, rapide mosse dei munadi, gli araldi di guerra e soprattutto l'impiego dei jauwush o trombe da battaglia, scambiavano messaggi e ambascerie tra i musulmani. Saladino si convinse che attendere non conveniva e convoc i suoi fedeli ufficiali. Sotto la tenda rossa sedevano lui, suo fratello Sayf al Din, suo figlio Al Afdal, i generali Muzzaffar al Din Gokbori, Hajib Husam al Din Lulu e il giovane Taqi, nipote del condottiero. Qualunque cosa avesse disposto il sultano, tutti avrebbero obbedito, ma ci che aveva in mente andava condiviso per poter contare sul pieno e incondizionato appoggio di tutti i suoi armati. Dopo la disfatta di Montgisard, Saladino aveva imparato bene la lezione e teneva l'esercito pi compatto. Inoltre, quelle stesse trib beduine che lo avevano battuto, era riuscito ad arruolarle, a convincerle a combattere per lui facendole muovere come se i clan familiari fossero reggimenti speciali e fidando del loro asabiyah, l'orgoglio dei parenti. La vera forza del suo esercito erano gli ex schiavi turchi. Ne aveva acquistati diverse migliaia, li aveva fatti istruire nell'arte della guerra e poi li aveva resi uomini liberi. Per il debito di riconoscenza erano i pi fedeli servitori; a loro poteva chiedere qualsiasi cosa. A differenza degli eserciti cristiani, le milizie della mezzaluna avevano un ordinamento preciso, con ruoli, catene di comando, specialit e gerarchie ben nette e definite. Fu cos che il sovrano vincitore di Egitto e Siria espose le sue idee, chiese conforto e conferma delle scelte che voleva operare e, poco dopo il tramonto, mise in moto l'esercito. Furono lasciate in postazione tutte le macchine d'assedio con delle esigue guarnigioni. Gli altri si diressero verso le alture. Saladino organizz anche i sistemi di rifornimento, facendo muovere carovane di cammellieri che contavano settanta animali ciascuna. Veicolavano scorte di acqua e frecce, tutto ci che mancava ai cristiani.
Furtivi, veloci e mascherati dalle tenebre i nafatin, le truppe incendiarie, raggiunsero per prime il limitare dell'altopiano di Hattin, che appariva dall'alto come un grande spazio rettangolare. I crociati vi erano saliti da una gola posta a sud ovest, dal lato che si affacciava verso il mare e si poteva uscire soltanto da un analogo passo situato a nord est. Da l, si poteva scorgere in basso il rilucente lago di Tiberiade. Saladino fece invece arrampicare le sue milizie dai lati rocciosi, da dove mai i cristiani si sarebbero aspettati di essere attaccati. Inoltre, il grosso dello schieramento si divise in due e, anche se pi lento e macchinoso, si mosse per bloccare le due vie di accesso e fuga. Saladino costrinse una moltitudine di fanti, cavalieri, turcopoli, schiavi mamelucchi o liberi turchi, squadroni di arcieri siriani, milizie di neri dell'Africa a muoversi di corsa e senza posa per raggiungere le
postazioni assegnate prima del levare del sole. Perfetti conoscitori del terreno, i nafatin si posero sopravvento e attesero le prime luci dell'alba quando, sfruttando le brezze favorevoli, appiccarono fuoco alle sterpaglie e ai cardi ormai secchi in quel periodo, allo scopo di affumicare e assetare ancora di pi i cristiani. Nell'assonnato accampamento crociato si gener immediatamente il panico. Non solo il fumo acre toglieva il respiro, ma arrossava gli occhi e impediva di scorgere cosa accadesse oltre pochi metri. Era imperativo spengere gli incendi e le residue scorte di acqua furono gettate sui focolai. Quelli che si avvicinavano alle stoppie, venivano bersagliati dalle frecce che piombavano dall'alto. Gli uomini cadevano fra le fiamme, mandando sprecata l'acqua ed esalando l'ultimo respiro. Anche chi tentava di disertare, per implorare la piet del nemico, veniva preso di mira prima di poter far udire la propria voce. Sull'altipiano di Hattin si cominciarono a mormorare le preghiere dell'esercito di Ges, e nelle valli e sulle rupi intorno echeggiavano invece le allegre musiche dei seguaci di Maometto. Contravvenendo a tutte le regole di guerra che vuole che chi sta in alto sia privilegiato, i cristiani erano invece in trappola. Non avrebbero potuto combattere data la scarsa visibilit. Il nemico non si intravvedeva, se ne intuiva solo la presenza e in quelle condizioni non potevano resistere un'altra ora. Il sole non aveva fatto risplendere ancora il suo astro che gi erano assetati e stremati. Pi che combattere, re Guido decise di compattare gli schieramenti e tentare di superare il valico di nord est per discendere la collina. Sperava che la forza di impatto dei ranghi serrati potesse aprire un varco. In breve furono ripristinate le formazioni di guerra, tre blocchi quadrati di cavalleria, circondati ognuno da una cintura di fanti. Re Guido comandava il primo e pi vicino al passo che li avrebbe dovuto rendere liberi. Baliano comandava il terzo, quello che avrebbe dovuto attendere per ultimo a discendere i fianchi delle alture. In mezzo stavano le truppe comandate dalle gerarchie ospitaliere e templari. Il sovrano di Gerusalemme dette il comando e l'esercito mosse. L'unica tattica elaborata fu quella che prevedeva di lanciarsi sui pendii della collina per tentare di raggiungere la valle; il combattimento non era stato contemplato. Con l'animo disposto alla fuga, la prima massa umana ondeggi illudendosi di essere ad un passo dalla salvezza. Le speranze erano tutte riposte nei cavalli bardati per l'assalto, coi fianchi e il petto protetti da usberghi e maglie a placche di metallo. Ma l'esatta met delle forze dal Saladino era posizionata oltre la cortina di fumo con le lance tese e gli arcieri pronti. Un'ora dopo il levar del sole, cominci il massacro. Chiunque tentasse di scendere in basso veniva bloccato da una muraglia saracena. I cristiani o cadevano o venivano fatti prigionieri. I pochi che riuscivano ad oltrepassare le prime linee venivano accerchiati dal nemico e scomparivano alla vista. Guido dette l'ordine di costituire unit pi esili e tentare la sortita al galoppo un plotone dietro l'altro. Ogni drappello che tentava di scendere veniva ricacciato indietro o trucidato. Negli impatti, anche le forze saracene subivano perdite e sbandavano. Saladino continuava ad incitare e a lisciarsi la barba e suo figlio
Al Afdal, che aveva seguito il sultano in battaglia fin da piccolo, comprese che il padre era veramente preoccupato per le sorti dello scontro. Quello stirarsi la barba era l'unico ma significativo segno di nervosismo che il sovrano vincitore lasciava trasparire e non era di buon auspicio. Nel corso della mattina per due volte i crociati furono sul punto di sfondare lo schieramento nemico, ma la sorte fu avversa e l'abilit tattica dei musulmani ebbe un rilevante peso. Nuovi fuochi furono accesi verso mezzogiorno e nuovo fumo invase il campo di battaglia. Danneggiava gli uni quanto gli altri, ma i guerrieri della mezzaluna dovevano solo mantenere la posizione, mentre i cristiani dovevano decidere quali linee percorrere. Dal passo di sud ovest, l'altra met del possente esercito sal sull'altipiano e la manovra di accerchiamento fu completa. Grida, lamenti, pianti. Chi si orinava in dosso, chi si macchiava dei propri escrementi mentre esalava l'ultimo respiro. Braccia mozzate, crani aperti, uomini non ancora morti, ma prossimi alla fine barcollavano ovunque. Ogni testa veniva mozzata, ogni corpo era trafitto. L'erba lorda di sangue e viscere rendeva difficile anche il muoversi a piedi. L'unico punto sicuro era il centro dello schieramento dove ancora i soldati all'intorno erano soltanto cristiani. Sotto il sole del primo pomeriggio Raimondo di Tripoli e Baliano di Ibelin, spalla contro spalla con le lame arrossate di sangue nemico si ritrovarono a immaginare un piano per salvare la vita.
 la fine, Baliano.
Non disperate, Raimondo. Si aspettano che si discenda per il passo, ma se proviamo a retrocedere da
dove siamo venuti, a cavallo e di corsa, forse li coglieremo di sorpresa e se oltrepassiamo il limitare dell'altopiano potremmo avere qualche speranza.
Condivisero con gli altri comandanti ancora in vita le loro osservazioni. Occorreva agire con velocit e sorpresa. Per quanto l'idea fosse disperata era la sola percorribile e in molti acconsentirono. Pi che dare ordini, a causa del poco efficace sistema di comunicazione, ma anche nell'impossibilit di essere uditi dato il fragore della battaglia e le grida dei moribondi, ci fu un primo atto isolato, poi imitato dagli altri. Cinque cavalieri si lanciarono come disperati incontro alle forze nemiche e riuscirono ad evitare frecce e lance giungendo in breve al passo. A loro era andata bene e subito altri si gettarono sulla stessa via. Se il primo drappello aveva colto i musulmani di sorpresa, quelli che seguirono ebbero sorte diversa. Come in un tiro al bersaglio, gli arcieri siriani facevano sfilare i cristiani e poi li abbattevano uno ad uno. Su un gruppo di dieci cavalieri, uno o due fortunosamente riusciva a passare. Decisero di perseverare con quella tattica e i crociati mossero a piedi e a cavallo. Tutti i fanti, pi lenti e dalle traiettorie prevedibili, perirono trafitti da numerosi dardi, tanto che le canzoni musulmane raccontarono poi di uomini cristiani che da lontano apparivano come porcospini acquattati a terra.
Chi era rimasto nelle retrovie tentava la sorte; manipoli di cavalieri spronavano i cavalli, ingaggiando la disperata corsa. Forse furono le insegne, forse qualche comando passato tra le linee saracene. Quando a scendere a valle tocc ai contingenti guidati da Raimondo di Tripoli e poi pi tardi da Baliano di Ibelin, il nemico apr le ali dell'esercito e li fece passare. Il Saladino li aveva risparmiati. Marciarono sfiancando i cavalli verso valle, sperando di rientrare sulla costa il pi velocemente possibile. Uomo imprevedibile il sultano, non era possibile comprendere le sue elucubrazioni finch non diventavano azione. Ti potevi considerare morto o beneficiare della sua grazia, ma non c'era modo di capire in anticipo cosa albergasse nei suoi pensieri. Se pochissimi fortunati presero a discendere a valle, i pi rimasero sull'altopiano di Hattin. I ripetuti tentativi di sfondare il fronte nemico e scendere a Tiberiade consumarono anche le linee saracene. L'esercito di Saladino vacill pi volte e qualche speranza si accese. Purtroppo per, ogni catena di comando era saltata, il fumo impediva di vedere e prevedere, di valutare un'ondata di assalto e ripeterla subito. L'impeto crociato scem poco a poco e con esso ogni speranza di salvezza. La tenda rossa del re fu abbattuta. Il figlio di Saladino esult, ma il padre lo rimprover severo. Nulla era compiuto e temeva l'orgoglio cristiano. Il vescovo di Tiro fu disarcionato e trucidato appena giunse a terra. I resti della vera croce, una volta distrutta la teca d'argento e oro e ornata da gemme preziose, sparirono, trafugati per sempre. Il Saladino stette tutto il tempo in prima fila a spronare i suoi, gridando di continuo che dovevano scacciare il demonio. A sera, oltre diecimila teste erano ammucchiate sull'altipiano, in varie cataste impilate le une sulle altre. Poco distanti da quelle piramidi fatte di capelli appiccicati dal sangue rappreso, di orbite vuote, di ghigni e di lingue viola
che penzolavano da bocche senza vita, i corpi ammassati dei cristiani venivano spogliati, depredati e abbandonati alle iene, agli sciacalli e agli stormi di corvi che gi si radunavano in nere nubi sopra le alture. Le teste no, quelle avrebbero ornato le lance dei musulmani. Quando le spinte dei cristiani si fecero pi deboli e pi rare, quando le schiere furono assottigliate, i musulmani si dispiegarono sull'altipiano stringendo in una morsa letale il nemico. Il re, a terra, esausto e assetato, volse la spada e offr l'elsa al Saladino in segno di resa. A sera, tutto era compiuto e il sultano fece schierare tanto i suoi, quanto i nemici in plotoni perfettamente ordinati. Il sudore, il sangue rappreso, la polvere e il nerofumo avevano ormai trasfigurati i volti; sarebbe stato difficile distinguere un cristiano da un infedele. Saladino fece scorporare dai prigionieri tutti i templari e ospitalieri e li fece radunare in un unico schieramento. Dette ordine alle sue truppe di dissetarsi e ripulirsi per l'ora della preghiera. Acqua scorse abbondante, ma fu negata ai cristiani che avevano tutti lingua e gola tumefatta dalla sete. Guido di Lusignano, suo fratello Almarico, Rinaldo di Chatillon, Gerard de Ridefort maestro del Tempio, i signori di Jebail e Botrun e altri nobili di rango minore, tutti in catene, impolverati e assetati, giacevano a terra di fronte all'attendamento del sultano.
Yusuf Salah al Din, il sovrano vittorioso dell'Islam osservava i prigionieri. Porse a re Guido una coppa d'acqua di rose, ghiacciata con le nevi dell'Hebron. Questi ne bevve avidamente, ma Rinaldo in ginocchio al suo fianco, gliela strapp dalle mani per dissetarsi. Secondo le leggi dell'ospitalit musulmana,
offrire da bere a un prigioniero equivaleva dichiarare di avergli salvato la vita.
Nobile Rinaldo, io non vi ho offerto da bere, ve lo siete preso contro la mia volont, ma voi siete solito alla vilt e al tradimento. Quante volte avete violato la parola data, quante volte avete firmato un accordo e non lo avete rispettato?
Rinaldo alz la voce spavaldo e disse che lui si era comportato come si comportavano i re n pi n meno. Saladino si allontan e chiese di ispezionare le truppe lasciando i prigionieri a meditare sulla loro sorte. Dopo un'ora rientr, una brezza fresca allietava l'altipiano. Dette ordine di spostare i prigionieri lontano dalla sua tenda e fece disporre Guido e Rinaldo vicini, in ginocchio uno accanto all'altro. Saladino prese a camminare lentamente intorno ai due che stavano spalla a spalla. Passando dietro di loro, allung una mano. Un suo soldato sfoder la spada e la pass al sultano. Come se avessero finito di dialogare un attimo prima, riprese il discorso, rispondendo alle parole velenose di Rinaldo.
Vedete, signore di Chatillon, il problema  che voi non siete re.
Un colpo deciso, un unico movimento e la testa del crociato rotol a terra, mentre il corpo si afflosciava come un'otre bucato addosso a Guido. Il sangue zampill davanti al re, sull'armatura e sulla faccia del re. Il sovrano di Gerusalemme prese a tremare e vomit a terra sporcandosi ulteriormente le vesti. Il sultano lo rassicur.
Un re non uccide un re, statene certo, per ora resterete mio prigioniero.
Parl poi in arabo rivolgendosi ad un contingente di miliziani sufi.
I prigionieri devono essere trattati con cortesia e nessun torto sar loro fatto, ma nessun monaco cavaliere sar risparmiato. Siano decapitati tutti i templari e tutti gli ospitalieri, ad eccezione del maestro Gerard de Ridefort.
I monaci guerrieri, considerati a torto o a ragione i cristiani pi esaltati, erano visti come una minaccia per la stabilit, soprattutto da quando il capo dei templari era l'astioso Gerard. Caddero teste fino a notte fonda e la polvere di Hattin si tinse di rosso. I prigionieri furono avviati a Damasco, i nobili ben alloggiati, i fanti venduti come schiavi. Il giorno dopo Saladino abbandon l'altopiano insanguinato lasciando che gli animali facessero il loro dovere e si diresse a Tiberiade, che accett una resa incondizionata. Nei giorni successivi, caddero in mano musulmana Acri e molti altri castelli di Galilea e Samaria. Baliano si era ritirato a Nablus e riusc a resistere per quasi dieci giorni ad un assedio improvvisato. Ma anche le difese e le scorte alimentari erano state raccolte in brevissimo tempo e si decise di trattare una tregua onorevole. Ancora una volta si trov faccia a faccia con Yusuf Salah al Din e pattuirono i termini della resa.
Il vostro sguardo  stanco.
Non dormo da giorni. Ma non  ancora tempo di riposarsi. Da alcune citt arrivano notizie terrificanti.
Vero, mi costringete a confessare che la carneficina compiuta da mio fratello a Giaffa non mi allieta e non mi onora, ma che piaccia o no, questa  una guerra.
Baliano chin il capo e non replic, non c'era niente di normale o onorevole in quella come nelle altre guerre.
Perch l'altro giorno avete lasciato passare il plotone di Raimondo e il mio?
Saladino parve preso di sorpresa e medit di non rispondere, ma decise che sarebbe stato un atto di scortesia.
Raimondo  mio amico e per anni abbiamo mirato al mantenimento della pace. Lo so che pu apparire assurdo perch  stato mantenuto in prigionia, anche con il mio consenso per quindici anni, ma lui studiava, chiedeva, imparava e quando l'ho liberato non  stato per i soldi, ma per la speranza, dati i legami di sangue, che potesse diventare re di Gerusalemme. Se fosse successo, a quest'ora io e voi saremmo sotto una pergola a mangiare datteri e a giocare a scacchi. Quanto a voi, tutto l'Islam conosce le vostre insegne e ha l'ordine di preservarvi la vita. Io ho dato quell'ordine, siete un'intoccabile, anche se la morte potrebbe sopraggiungere in modo accidentale, per un dardo, per una lancia. Ma avr deciso il fato, non la mia volont, non la mia mano.
Vi sono debitore.
Siete debitore ad Allah,  lui che guida le mie azioni.
Baliano chin il capo, non intendeva opporsi alla dialettica del Saladino.
Dove andrete?
A Tiro, raduneremo l le residue forze. Tenteremo di capire cosa valga la pena fare.
Non so darvi consigli e non vi anticiper le mie
mosse. Andate ora, tratter bene Nablus, il castello di vostra moglie. Dar ordine che siano mantenute in buon ordine le colture e le mura. Allah vi protegga.
Tiro, la citt che aveva le fortificazioni pi solide di tutto il regno, accoglieva disperati provenienti dai vari campi di battaglia. Nobili, cavalieri, fanti, semplici combattenti assoldati. Sul viso di tutti, l'onta della sconfitta e la maschera della disperazione. L, come negli altri porti ancora in mano cristiana, chi poteva si accaparrava un imbarco per fuggire, per tornare alle nazioni d'origine. Le notizie relative a Giaffa furono confermate dai testimoni oculari, il fratello del Saladino aveva fatto uccidere tutti gli uomini e i ragazzi e deportate le donne. La citt era rimasta deserta. Alla fine di agosto gli unici insediamenti in mano cristiana erano Tiro, Gaza, Ascalona e la citt santa di Gerusalemme. Saladino si port sotto le mura di Ascalona il 6 settembre. Un cavaliere fece compiere a re Guido un giro esterno alle mura affinch tutti lo vedessero. Legato al seguito del cavallo, marci silenzioso, mentre un araldo davanti alla porta principale della citt dichiarava che tutti i cittadini avrebbero avuta salva la vita se avessero abbandonato Ascalona e re Guido avrebbe riacquistato la libert. Ma dalle mura non giunse nessun segnale, Guido di Lusignano, l'uomo che aveva condotto alla rovina il regno di Gerusalemme valeva poco da vivo, niente da morto e neppure da prigioniero e nessuno avrebbe barattato la propria vita con la sua. Saladino pass oltre riproponendosi di risolvere la questione in un secondo momento. Aveva truppe stanche e non poteva permettersi di sprecare altre energie. Tent allora
con Gaza presidiata da una guarnigione templare e l valsero le regole dell'ordine. Il maestro Gerard, condotto in catene di fronte alla porta principale, ordin la resa e tutti i templari deposero a malincuore le armi. Ridefort fu libero mentre re Guido rimase prigioniero. La campagna di Saladino doveva arrivare all'atto conclusivo. Tutto l'esercito saraceno volse lo sguardo verso la citt ventosa, la capitale del regno, Gerusalemme la Santa.


CAPITOLO 24.
Gerusalemme, fine di un'epopea.
Cristiana citt di Tiro, settembre 1187 all'uso comune.

Adorati Bernardo e Burgundio, scrivo la medesima lettera e la invio tanto a Pisa quanto a Costantinopoli. Metto molte missive nelle mani di Guglielmo dei Bonacci e di suo figlio Leonardo avviato alla marcatura e agli studi dei sistemi di calcolo. Erano qui per instradare il giovane, ma  tempo che scappino. Iddio voglia per lui e per tutti i ragazzi come lui un futuro migliore.
Tutto  perduto. Ne abbiamo discusso tante volte, abbiamo ipotizzato, sperato, ma l'ora  giunta. Mi trovo a Tiro, la citt pi fortificata di tutto l'oriente. Da due giorni scrivo ininterrottamente e continuer per tutta la notte, finch sar necessario. Devo informare i mercanti, gli armatori, i capitani dei convogli. Gerusalemme resiste con poche altre citt, tutti i privilegi di cui godevamo sono sciolti come neve al sole. La cupidigia e l'ignoranza hanno distrutto quello che in anni di dialogo avevamo costruito. Potrebbe essere
l'ultima mia, potrei morire tra poche ore. Devo raggiungere Gerusalemme e tentare di liberare mia moglie e tutta la mia famiglia che all'inizio della guerra avevo fatto ricoverare a palazzo reale. Ma ora nessuno  pi al sicuro e non esiste luogo che saprei consigliare. Pisa  lontana, ho anche considerato di imbarcarmi con i miei e tornare in quella che fu la casa di mio padre. Una voce flebile mi dice di restare, che ancora qualcosa debbo compiere. Non so cosa. Per quanto vi possa apparire strano, per quanto possiate pensare che io sia vicino a Dio perch sono in Terrasanta, questo  il luogo pi lontano dal Signore che si possa immaginare.  la culla della violenza, del tradimento, del ladrocinio, della cupidigia. Mai citt pi corrotta di Gerusalemme hanno visto i miei occhi e mai ne vedranno. Mettete in allerta i mercanti dell'Africa orientale, da Alessandria verso occidente lungo la costa, forse arriverete prima voi a dare le notizie che non via terra, che i territori sono governati da trib e fazioni. Ma sappiate che questa offensiva del Saladino  senza scampo e muter tutti gli equilibri. A proposito di Saladino, se mai ne parlerete, fatelo con rispetto perch sa essere crudele tanto quanto magnanimo ma la chiave giusta per averlo come amico o anche come nemico, avrebbe dovuto essere il rispetto delle regole, che lui ha fatto sua disciplina e che noi crociati non abbiamo saputo neanche immaginare. Potrei apparirvi blasfemo, ma Saladino avrebbe potuto essermi fratello o padre, in lui mi rispecchio. Non so che accadr, se non sentirete pi la mia voce, ricordatevi che i miei fratelli e i miei figli siamo stati tutti battezzati in mare, quel mare che ci unisce a voi. Se non udirete pi la mia voce, sappiate che  morto Baliano di Ibelin, cristiano d'oriente e per sempre pisano. Vi porgo i miei ultimi saluti. Crescere ed operare con voi 
stato un privilegio che tengo caro nel cuore. Affronter il futuro sereno, con la convinzione di aver agito nella pace e per la pace e combattendo quando  stato inevitabile. Ora  il tempo delle armi, voglia quel Dio che spesso bestemmio, essermi vicino quando arriver il mio momento. Vi abbraccio, spero che questa mia possa arrivare in tempo per essere letta da Bernardo, che so essere molto malato. Ma  forte e si risollever.
Il mio ultimo saluto  per voi, il mio ultimo pensiero  per Pisa.
Vostro Baliano di Ibelin
Ostentando le sue insegne e una bandiera bianca e cavalcando senza pause, salvo per alternare i due cavalli di cui disponeva, Baliano di Ibelin percorse in tre giorni il tratto che divideva Tiro da Gerusalemme. La sua intenzione era di verificare a che punto fosse l'azione del nemico e, se possibile, ricongiungersi con i suoi familiari. La Citt Santa era accerchiata. Anche da lontano, i vessilli sulla tenda del Saladino erano ben visibili. Ascese lentamente, osservato da migliaia di occhi profondi e silenziosi. Baliano di Ibelin era un intoccabile, era famoso e tutto l'Islam ne aveva decantato le gesta e il coraggio. Il suo scudo color oro dove spiccava la rossa croce patente era conosciuto in tutto l'oriente. Smont da cavallo davanti a due guardie affiancate che sbarravano l'accesso alla tenda. Un suono gutturale dall'interno dette un ordine perentorio.
Accomodatevi, Baliano, Allah veglia su di voi. Dissetatevi con la mia acqua.
Vi ringrazio, sovrano vincitore, anche per avermi concesso di arrivare qui incolume.
Sono stato informato della vostra partenza da Tiro appena avete varcato le porte, ma le notizie volano veloci e quindi ho espressamente ordinato che nessuno vi sbarrasse la strada.
Ho gradito la vostra premura. Vi ruber poco tempo. Vi chiedo solo un salvacondotto per poter entrare in Gerusalemme, trovare mia moglie e i miei figli e nipoti e inviarli a Tiro.
Il vostro sentimento d'amore  molto nobile, potete andare alla sola condizione che lasciate qui le vostre armi e che vi tratteniate solo questa notte. Domani ripasserete di qui coi vostri cari e vi riconsegner tutto.
La vostra generosit supera la fama che avete. Vi sono debitore. Ancora una volta.
Baliano si conged e ripart al galoppo lasciando un cavallo e le armi all'accampamento musulmano. Fu avvistato dalle mura, fu riconosciuto e fu fatto entrare. Rimase inorridito: una moltitudine di persone ammassate le une alle altre giaceva prostrata e immobile. I pi al suo passaggio avevano solo la forza di alzare il capo o chiedere dell'acqua. La guerra aveva spinto in citt tutti i cristiani dei territori circostanti. Per ogni maschio abile a combattere, c'erano almeno cinquanta fra donne e bambini. A nulla sarebbero servite tutte quelle persone se non a consumare le scorte per sopravvivere all'assedio. Baliano si rec a palazzo e gli si fece incontro il patriarca Eraclio.
Grazie a Dio siete arrivato, ora abbiamo chi potr difenderci.
Reverendo vescovo, sono venuto a prendere mia
moglie e la mia famiglia. Me ne vado immediatamente.
Lo scatto d'ira di Eraclio lo colp. Fu investito da una tempesta di parole che lo esortavano al dovere, alla responsabilit. Eraclio lo accus di tradimento, di essere un profittatore, di essere in combutta col nemico. Lui, Baliano, che aveva operato per tutta la vita affinch regnasse la pace. Su una cosa aveva ragione Eraclio, ora che c'era bisogno, ancor pi bisogno di prima della sua spada e della sua intelligenza, stava per andarsene e quella voce flebile torn a farsi sentire. Mise fine al monologo del vescovo e si fece indicare dove fosse Maria, la sua sposa.
Quindi non vieni?
No!
E ti sembra la cosa pi sensata?
Dimmi una cosa sola sensata, Maria. Dimmi una sola cosa che possa farmi illudere di essere in un mondo normale in una situazione normale. Scriver subito a Saladino dicendo che intendo tradirlo rimanendo a Gerusalemme, che in cambio della mia onest e sincerit vi lasci passare. Solo quando sarete diretti verso Tiro, prender in mano una spada.
Tu sei pazzo, Baliano Pisano, tutti i tuoi valori, tutta la tua onest sono stati calpestati dai tuoi consimili. Sei l'unico cavaliere rimasto nelle mura di Gerusalemme.
Sei anche tu, qui, con me ora, perch sei come me, Maria. E so che in fondo al cuore, anche se non vorresti che ci separassimo, ti comporteresti nello stesso identico modo. E so un'altra cosa.
Dimmi.
Che domani, se ci sar un domani, sarai pi fiera di poter raccontare ai nostri figli e ai figli dei nostri figli, che Baliano Pisano signore di Ibelin  morto da giusto mentre difendeva combattendo per ci in cui credeva e la mia morte sar sempre ammonimento per i ragazzi. Se scappassi ora, non potrai mai celebrare il nome di un vile.
Pianse Maria, mentre Baliano scriveva al Saladino e incaricava un alfiere di portare la sua richiesta al campo nemico.
Lo scambio di dispacci fu veloce e gi dopo poche ore, Maria Comnena con i quattro figli, il nipote Tommaso di Ibelin e un altro folto gruppo di giovani al di sotto di sedici anni usciva a cavallo da Gerusalemme per recarsi a Tiro. Saladino aveva scritto che ammirava la sincerit del cristiano e che volentieri concedeva a chi era senza colpa di andarsene. In quanto al conquistare Gerusalemme, avrebbe lottato con pi ardore sapendo che il comandante nemico era un uomo che stimava.
Maria, a capo di una teoria di giovani e infanti, sfil fra due ali di soldati musulmani fino a giungere al cospetto del Saladino. Non scese da cavallo, ma abbozz una genuflessione. Lui la fiss intensamente, ma Maria era di stirpe reale e non si fece intimorire. Poi, la donna not un particolare che la indusse a parlare.
Voi piangete?
S, e non me ne vergogno. Il mio cuore piange nel vedere il sogno infranto e i figli di potenti e nobili sfilare incolpevoli sotto il mio sguardo. Per un attimo ho immaginato una situazione invertita, coi miei figli
incolonnati dinnanzi ai cristiani. Avete la mia benedizione e vi affido una scorta che vi aiuter ad arrivare a Tiro. Dopo, la vostra sorte non sar pi nelle mie mani ma in quelle di Allah.
Saladino distolse lo sguardo, e spar nel suo attendamento.
Il 20 settembre le truppe musulmane mossero e le macchine da assedio cominciarono a vomitare pietre e dardi infuocati dalla parte di nord ovest. I bombardamenti cominciavano all'alba e terminavano al tramonto, ma la tattica si rivel infruttuosa. Quella era la parte pi facilmente accessibile, ma anche meglio fortificata e in pi, per buona parte del giorno, i genieri musulmani avevano il sole e il vento contro e molti dei colpi andavano a vuoto. Avvicinarsi era impossibile perch dagli spalti delle mura piovevano nuvole di frecce scagliate dagli arcieri. Saladino comand di cambiare tattica e lev il campo. In Gerusalemme si sparse la voce che il nemico rinunciava, ma la gioia dur poco. L'assedio si spost sul versante nord est. Catapulte, onagri, baliste e mangani furono posizionati sul monte degli Ulivi. Un esercito nell'esercito, naqqabun, hajjarun e najjarun, ovvero i genieri, i muratori e i carpentieri, lavorarono giorno e notte per consolidare le posizioni di tiro. Insieme alle truppe si mossero i medici e i vivandieri, gli schiavi nord africani che gestivano i bagni turchi mobili e i settemila mercanti di armi e vestiario. Il giorno 26 inizi la seconda fase del bombardamento. Palle di pietra, matasse incendiarie, animali morti e in putrefazione e le teste dei cristiani uccisi nelle campagne. Dal canto suo, Baliano radun tutti gli uomini e i ragazzi abili a combattere. Nella chiesa del Santo Sepolcro ordin cavalieri tutti i figli dei nobili che avevano compiuto i sedici anni e anche trenta figli di mercanti che erano rimasti a difendere i loro beni. Con quell'esercito improvvisato cerc di pianificare le difese e come sempre negli ultimi tempi, cerc invano con lo sguardo suo fratello Baldovino. Nel pomeriggio del 29 settembre i proiettili nemici aprirono una breccia nelle mura, nello stesso identico punto in cui quasi novanta anni prima erano entrati i crociati di Goffredo di Buglione. A ondate, i musulmani si riversavano in citt, ma sistematicamente venivano respinti o uccisi. Con poco cibo, poca acqua, pochissime bende, la capitolazione era vicina e Baliano si chiedeva cosa aspettasse il Saladino. Bastava che ordinasse un attacco in massa e avrebbe preso Gerusalemme, ma non lo faceva. Altro gravissimo pericolo era quello della guerra civile. I sussurri e le voci erano diventati grida. I cristiani ortodossi, che prima dell'arrivo dei crociati erano in pace coi musulmani e operavano i loro commerci, avevano patito quanto gli arabi e gli ebrei le vessazioni dei cristiani d'occidente. Era forse giunto anche per loro, il momento di ristabilire l'ordine antico e accettare un dominio che almeno concedeva agli ortodossi il primato sui luoghi sacri, dominio che nell'ultimo secolo aveva esercitato solo la Chiesa di Roma e non quella di Costantinopoli. Baliano, all'alba del primo di ottobre, usc recando le proprie insegne e cavalc verso l'accampamento nemico.
Siete mattiniero, benvenuto nella mia indegna tenda.
Sapevo di trovarvi sveglio e attento. Per prima cosa rendo onore e riconoscenza alla vostra generosit. Avete fatto transitare incolumi mia moglie e tutti i ragazzi e mi avete concesso di difendere Gerusalemme.
Ammetto che siete un privilegiato e vi invito a non abusare della mia benevolenza. Ditemi, Baliano, cosa vi spinge fuori dalle mura?
Cos non pu finire. Quando entrerete in citt, sar un massacro e io intendo evitarlo.
Ho giurato di prendere Gerusalemme con la spada. Non posso venir meno ad un mio impegno.
L'unico che potrebbe biasimarvi se lo faceste, sarebbe proprio Yusuf Salah al Din, ma con lui potreste parlare da pari e spiegargli che ci sono altre vie. Inoltre, a un mio comando, prima di essere massacrati dalle vostre spade, tutti gli abitanti di Gerusalemme potrebbero distruggere chiese, arredi, palazzi. Potreste conquistare una citt morta, inservibile e maledetta.
Spiegatevi meglio.
Sappi, o Sultano, che noi siamo in questa citt in gran numero, che Dio solo conosce: tutti sono ora tiepidi a combattere per la speranza di aver salva la vita, credendo di ottenerla da te cos come ad altri l'hai concessa: e ci per ripugnanza alla morte e amore della vita. Ma se vedremo inevitabile la morte, in nome di Dio, noi uccideremo i nostri figli e le nostre donne, e bruceremo le nostre ricchezze, di cui non vi lasceremo far bottino d'un solo dinaro n d'una dracma, n catturare e far schiavo un uomo n una donna sola. Poi ridurremo in rovina il santuario della Roccia e la moschea al-Aqsa e gli altri luoghi sacri, ammazzeremo i prigionieri musulmani che abbiamo, e sono cinquemila, non lasceremo una cavalcatura e un animale presso di noi senza ucciderlo, e poi usciremo tutti contro di voi a combattervi, come chi si batte per la vita, quando l'uomo prima di cadere ucciso uccide i suoi simili; e morremo con onore, o nobilmente vinceremo!
Siete sempre stato astuto e mi compiaccio anche del vostro coraggio. Ci sarebbe un modo, una resa incondizionata facendo s che ognuno paghi per la sua libert. Dieci dinari per gli uomini, cinque per le donne e uno per i bambini.
Vi faccio notare che in citt ci sono almeno ventimila poveri fuggiti dalle campagne, senza neanche i vestiti indosso. Non troveranno mai la cifra necessaria.
Saladino si lisci la barba. Aveva intavolato quella trattativa e ne doveva uscire, non poteva rimandare via il cristiano senza un accordo, ma capiva che stava cadendo in una trappola.
Per i ventimila poveri facciamo centomila dinari complessivi.
Baliano aveva gi studiato la contromossa.
Al massimo disponiamo di trentamila dinari e con quelli liberiamo almeno diecimila poveri. Per gli altri vediamo di trovare il necessario. Chi vorr rimanere entro le mura lo far per scelta.
Anche i diecimila poveri non compresi nell'accordo?
Baliano sorrise, pi con gli occhi che con la bocca.
Intanto facciamone uscire per quanti possiamo. Siete d'accordo?
Il Saladino aveva accettato e Baliano era rientrato in citt in tutta fretta. Gerusalemme brulicava di gente impazzita che correva, annaspava, come fanno le formiche quando si avvicina la torcia al loro nido. Ognuno cercava di trovare, recuperare i soldi del riscatto, anche se li aveva gi. Baliano attinse dalle casse del tesoro per mettere insieme quanto occorreva per i poveri, fece anche smontare alcuni arredi d'argento dalle chiese e dai palazzi. In ultimo, fece scardinare un forziere murato a palazzo reale. Conteneva i denari inviati dal re inglese Enrico secondo a parziale pegno per la remissione del grave peccato di aver fatto assassinare Thomas Becket nella cattedrale di Canterbury. La folla attacc la moschea di Al Aqsa e la sede degli ospitalieri. I due potenti ordini monastici trattennero quanto necessitava alla loro liberazione e donarono l'eccedenza al popolo di Gerusalemme. Non mancarono i comportamenti criminali. Il patriarca Eraclio pag i dieci dinari e usc dalle mura, curvo sotto il peso di due sacche piene d'oro di propriet della Chiesa e seguito da carriaggi carichi di tappeti e vasellame. Nessuno os attaccarlo, ma l'onta lo accompagn per il resto della vita. A vigilare affinch tutto scorresse come predisposto stavano Baliano, il Saladino con i suoi ufficiali pi importanti e anche il patriarca Eraclio, da poco divenuto un uomo libero, se pur senza onore, tutti in piedi fuori dalla porta di Giaffa. Il giorno dopo i primi a fuoriuscire furono i poveri, che non avevano da raccogliere arredi o suppellettili, ma solo i loro cenci. In modo ordinato, sotto lo sguardo attento dei soldati musulmani,
formarono due file: i diecimila poveri a cui aveva provveduto Baliano e altrettanti che non avevano niente per pagarsi il riscatto. Saladino aveva ordinato che fossero inviati ad Aleppo, a Damasco e al Cairo per essere venduti come schiavi. Inaspettatamente, Saif al Adil chiese a suo fratello Saladino mille di quegli schiavi, come ricompensa per i suoi servigi. Bast un cenno e quanto richiesto venne eseguito. Appena i mille, fra uomini e donne, furono scorporati dal resto della massa umana, Saif disse loro che erano uomini liberi e potevano scegliere se andare a Tiro o altrove. Saladino, sotto lo sguardo attentissimo di Baliano, serr impercettibilmente la mascella. Poco dopo il sultano vincitore ordin che cinquecento schiavi fossero donati a Eraclio e trecento a Baliano. Quest'ultimo, senza esitazioni, li rese liberi e altrettanto fece il patriarca. Altre ottocento vite erano salve. Fu a quel punto che Saladino sal sul suo cavallo e si allontan per breve tempo, forse per consigliarsi, forse per riflettere. Nel volgere di un'ora era rientrato e dava ordine di liberare tutti gli uomini, le donne e i bambini di Gerusalemme. Un evento ne generava un altro con una velocit mai vista. Un drappello di donne franche si stacc dalla moltitudine, chiese e ottenne udienza. Una di loro col volto rigato dal pianto confid al re vittorioso che la sua libert non valeva niente, giacch suo marito, come mille e mille altri, giaceva prigioniero. Saladino scosse il capo, sospir, ondeggi, poi proclam che ogni marito accertato delle donne di Gerusalemme sarebbe stato liberato, che avrebbe fatto doni agli orfani in ragione del loro censo e alle vedove in virt della loro importanza tra i cristiani.
Alla sera del 2 ottobre, tranne i cristiani ortodossi e giacobiti e alcune famiglie ebree che avevano scelto di restare, nessun adoratore della croce risiedeva pi nella Citt Santa, irrimediabilmente perduta. Furono organizzati tre convogli. Ai templari e agli ospitalieri furono affidati i primi due. A Baliano il terzo. Una interminabile fila di miseria umana marciava verso la costa, sollevando una densa nube di polvere che oscurava un sole rosso e prossimo a tramontare.
Uno accanto all'altro, Baliano e Saladino osservavano distanti da tutti quella migrazione, quell'esodo forzato tante volte ricordato nelle Scritture. Il silenzio era pregno di tensione, complicit, sfida. Ogni parola poteva essere quella sbagliata, ogni pensiero poteva vanificare tutta l'operazione, ogni ripensamento poteva scatenare una carneficina. Provato da infiniti giorni di lotta, privazioni, dal continuo ragionare, combattere, organizzare, Baliano si sentiva avvilito, svuotato, giunto allo stremo delle forze. Il musulmano stacc una fiasca d'acqua dalla sella e la porse al cristiano.
Bevete.
Grazie.
Baliano rest muto ancora a lungo. Poi trov il modo, il coraggio.
Tutto  compiuto.
Spostava lo sguardo dalle mura della citt all'orizzonte. Quello spazio, quel territorio che era stato la sua culla ora lo vedeva battuto e fuggitivo.
Oggi mi avete fatto vergognare della mia condizione. Sono stato allevato e nutrito di storie, di miti, di eroi. Avete abbattuto le mura nello stesso identico
luogo dove i primi crociati fecero pressione. Ma il loro ingresso in Gerusalemme fu l'inizio di una carneficina. Oggi non  stata versata neanche una goccia di sangue. Vi ammiro e vi dico che io non sarei stato capace di tanta clemenza, e di manifestare ed esercitare tanto potere. Vi ammiro anche perch avete reso liberi quei cristiani che vi hanno sempre odiato.
 stato puro calcolo, abbiamo cos tanti schiavi a Damasco, rastrellati durante gli ultimi mesi, che la vita di un uomo in catene vale s e no quanto un paio di sandali. Chi avrebbe nutrito quella moltitudine? Ne avevo parlato con mio fratello e con mio figlio. Abbiamo trovato una buona soluzione.
Il Saladino sorrise. Poche cose oltre la conquista e la vittoria gli davano gioia e una di queste era sorprendere il suo interlocutore. Baliano trov per un attimo un poco di buonumore.
Che ne sar di noi?
Non lo so, l'oriente canter le gesta del conquistatore di Gerusalemme, l'onta dei cristiani invasori  stata lavata. L'occidente mander nuovi principi, nuovi baroni e milizie e ci sar altra guerra e altro sangue. Per mia parte devo concludere il lavoro e riprendere le fortezze che ancora sono nelle mani crociate, non sar cosa immediata, ma cos  scritto che sia. Forse voi andrete a Tiro, ma sappiate che non vorrei incontrarvi ancora. Sono felice che siate sopravvissuto a questi ultimi mesi, siete stato il nemico pi leale, onesto e coraggioso che io abbia mai incontrato.
Vi ringrazio.
Sapete, Baliano, ho conosciuto molti uomini che
affermavano di credere nella risurrezione del profeta Ges e riponevano grande fede nella religione della croce. Di tutti quelli che ho incontrato, voi siete il pi singolare. Credete meno degli altri, o almeno cos dichiarate e palesate, ma al contempo agite come se vi guidasse veramente la saggezza del vostro Dio. Vi ho osservato per anni. Siete stato coraggioso, leale, rispettoso dei patti e delle regole. Avete saputo capire le mie debolezze e ne avete approfittato, avete giocato la vostra partita a scacchi come io ho giocato la mia, sapendo cosa si poteva e si doveva fare e cosa era proibito. Non si trovano uomini come voi in giro, neanche musulmani. Voi avete doti che non riconosco ad altri, voi avete rispetto e coerenza. Se vi avessero dato ascolto, noi due ora saremmo davanti ad un tavolo imbandito a parlare d'algebra. Ci ho pensato molto, ma sono giunto ad una conclusione ed  mia intenzione rendervi questo.
Allung al cristiano una sacca. Baliano l'apr ed estrasse il fodero di cuoio e il coltello che erano stati di suo padre.
Non dovete rendermeli, sono vostri.
Allora, se sono miei, ve li regalo, cos potrete raccontare ai vostri figli che quello  il coltello che fu di Barisano, e anche del Saladino.
Non ho mai dato grande peso alle cose materiali, mio padre mi dette questo insegnamento, ma sono felice di riaverlo.
Ve lo affido.
E io ne sar degno.
Avrebbero potuto dialogare per ore tanto erano simili, curiosi, affamati di conoscenza. Ma ognuno
aveva un esercito da guidare. La sorte aveva donato a Baliano una schiera di derelitti, ma avrebbe comunque portato a termine il suo compito. Non volevano separarsi eppure, dovevano.
Ditemi, sovrano vincitore, se foste libero di fare ci che volete, intendo, fuori dal vostro ruolo, dal vostro nome, dalla vostra fama, cosa vorreste fare?
Saladino non rispose, anche se gi una volta avevano affrontato quei discorsi. Lui poteva tutto, era visir e sultano, ma il suo ruolo gli imponeva sempre di essere severo e inflessibile con se stesso. Esit, non sapeva cosa dire o forse aveva troppe cose lasciate indietro, un bagaglio di desideri mai appagati e mai appagabili. Baliano fu scioccamente fiero di aver trovato un punto debole in quell'uomo fatto di fede e acciaio.
Un'impercettibile carezza portata col tallone sul fianco dell'animale, fece muovere il cavallo, che si avvi, inesorabile.
Addio Yusuf, pregher per voi.
Addio Baliano, la mia casa sar sempre aperta per tutti quelli che portano il vostro nome e che hanno il vostro sangue.
Lo segu con lo sguardo, discendere la polverosa via verso la costa. Avrebbe voluto trattenerlo, parlare ancora. Attese troppo, poi fece per richiamarlo, ma quello era gi sceso nella valle e allora grid, alzandosi in piedi sulle staffe.
E voi. Dove vorreste andare se foste libero di farlo?
Ma la voce si perse fra le aspre rocce di Gerusalemme.
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FINE.
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NOTE DELL'AUTORE.
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Tutti i personaggi, ad eccezione dei soli Veniero di Porta Rossa e di Durante fratello di Barisano (che forse un fratello pu anche averlo avuto), citati in questo libro, siano essi protagonisti o entrati come lieve brezza per poche righe, sono personaggi reali e storicamente acclarati. Vissero, operarono, amarono, interagirono, furono capaci di compiere gesta eroiche o nefandezze, nell'esatto contesto dichiarato e descritto nello svolgimento della trama.
Narrare di loro mi  stato possibile grazie ad altri che annotarono cronache e storie prima di me. Se oggi scrivere  un privilegio e un piacere, in alcuni periodi della storia  stato pericoloso, malvisto, difficile. Eppure, molti lo fecero anche nei tempi di guerra e privazione.
A Guglielmo di Tiro, Anna Comnena, Dagoberto, Raimondo di Anguleirs, Fulcherio di Chartres, Ernoul, Alberto di Aquisgrana, Bernardo Marangone, Burgundio Leoli, Beniamino da Tudela, Ibn al Qalanisi, Ibn al Athir, Abu Shama, Kemal al Din, Imad ad Din, Ibn al Dharawil, Al Isfahani, Ibn Khallikan. Ai molti anonimi, alle voci discordanti, a tutti quelli che durante una battaglia o durante una fragile tregua, per amore della cultura e dell'informazione, a servizio dei potenti o puri e liberi, lasciarono una testimonianza anche al prezzo della vita.
A loro va il mio pensiero e la mia riconoscenza.
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RINGRAZIAMENTI.
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Le pagine di questo romanzo sono tutte bagnate dalle salse acque. Ho potuto scriverle stando seduto di fronte al mare, un privilegio impagabile. La curva dell'orizzonte marino non  stato il mio confine, ma la linea di partenza dalla quale si involavano i miei pensieri. Ringrazio il "Lido", la sua terrazza e lo spazio che mi  stato concesso, nei giorni assolati e in quelli ventosi, quando le idee vengono strappate via e si aggrappano ai rovi della macchia. Ringrazio Nadif, un uomo buono che mi ha sempre messo a disposizione il meglio, affinch io potessi scrivere, senza mai chiedere cosa stessi facendo.
Ringrazio Carlo per le traduzioni, Valter per le armi e le battaglie, Agostino per tutte le richerche e le suggestioni, Francesca per avermi dissetato. Ringrazio chi mi ha sospinto, ascoltato, supportato e sopportato, come i miei familiari. Ringrazio la famiglia Agostini Venerosi della Seta per aver consentito la consultazione dell'archivio privato.
Quando ho intrapreso questo lavoro, mi sono confrontato con molte persone, tra cui il medievista professor Michele Luzzati, ebreo e grande studioso della storia ebraica. Si stup del volo ardimentoso che volevo compiere, ma mi sostenne e confort negli studi, infondendo entusiasmo e consigli. Se non ho mollato, se non ho dubitato,  stato anche per quel tacito accordo, quell'assentire a ci che ancora andava disvelato. Anche a lui va il mio ringraziamento, ricordando che mi defin, poco prima di chiudere il suo tempo su questa terra, un cristiano dalle ampie vedute.
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FINE.