Douglas Cooper.
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Amnesia.
Romanzo.
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Titolo originale: Amnesia.
Traduzione di: Tommaso Pincio.
2000. Fanucci Editore.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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"Questo romanzo segnala l'arrivo sulla
scena di un nuovo e importante scrittore.
I suoi padri letterari sono Italo Calvino e Milan Kundera."
The Montreal Gazette.

PRESENTAZIONE.

Un archivista di una biblioteca di Toronto si accinge a
chiudere il suo ufficio per andare a sposarsi di li a poche
ore, quando giunge improvvisamente un lunatico e irrefrenabile
personaggio che inizia a raccontargli la storia
della propria vita. L'archivista scopre di non potersi sottrarre
a questa strana, fluviale narrazione e, come ipnotizzato,
decide di lasciarsi travolgere. Inizia cos la storia
di Izzy Darlow, dello sua famiglia, di Katie, paziente in
un ospedale psichiatrico. Vicende singolari, che procedono
parallele per poi sovrapporsi all'interno di'un'architettura
dello spazio e della memoria che tutto registra e conserva,
dando vita a un mondo gotico popolato di miracoli
e di orrori, di gesti umani e trascendenti.

L'AUTORE.
Douglas Cooper  nato a Toronto. Amnesia, il suo primo
romanzo,  stato un best-seller in Canada e ha ricevuto
un notevole apprezzamento di critica e di pubblico negli
Stati Uniti. Cooper ha collaborato con importanti architetti,
tra cui Diller+Scofidio e Peter Eisenman. Il suo secondo
romanzo, Delirium,  uscito nel 1998.

AMNESIA. 
UN RINGRAZIAMENTO.

Ai miei editor, Doug Pepper e Mary Ann Naples.
Ai miei agenti, Rid Hall ed Ellen Levine.
Alla scomparsa Frances Yates, le cui ricerche sulla storia
della mnemonica ho allegramente distorto.
A tutti quelli che hanno letto le bozze.
Al Canada Council, per il generoso conferimento di un
Exploration Grant.
Ad Atom ed ve.
A Garret e Alex, per avermi dato da mangiare a Parigi.
Alla scomparsa libreria "Ficciones" di Montreal.
Alla mia famiglia.
Alla mia cara amica, Ruth Abbey.
 
Capitolo 1.
ARCHIVIO.

Una ragazza come te passa tutta la vita accanto a un lago; ama
il lago come un gabbiano e, come un gabbiano,  libera e felice.
Un uomo capita per caso da quelle parti, la vede e, non avendo
niente di meglio da fare, la distrugge, proprio come questo gabbiano.
Trigorin, Il gabbiano.

Parlare non  un rimedio. Izzy la ripet pi volte questa
cosa, eppure venne da me, a confessarmi tutto: il suo crimine,
la sua mostruosa natura e gli altri crimini, crimini di cui era
stato soltanto testimone, atti di uomini che lo facevano sembrare
quasi innocente al confronto.
Izzy  una specie di mostro. Per sua stessa ammissione,
non merita di essere perdonato. Mi rendo conto che questa
storia potrebbe benissimo essere un cumulo di bugie; ma se
anche fosse, dovrei dargli comunque ragione. Non merita di
essere perdonato, fosse solo per quello che mi ha fatto nel
breve lasso di tempo in cui l'ho conosciuto.
Il suo nome non  il diminutivo di Isaac, Isaiah o Israel,
malgrado sia stato chiamato con questi e altri nomi. C' nato
"Izzy". Me lo comprov mostrandomi il suo certificato di nascita
che studiai con un certo interesse dal momento che non
ne avevo uno mio. Il tempo aveva ingiallito il rivestimento in
plastica e tinto di verde la carta blu del certificato. Izzy Darlow.
Parlare non  un rimedio se non si ha nessuno con cui
parlare veramente.
Izzy si present nel mio ufficio quattro ore prima del mio
matrimonio. Non stavo lavorando. Ero l perch aveva un
senso passare nel mio ufficio la mattina di quel giorno; perch
dopo quel giorno la mia vita non sarebbe pi stata la stessa.
Mi sarei calmato in anticipo stando seduto in una stanza familiare,
una delle poche stanze che conoscessi bene.
L'autunno era appena cominciato, allora; adesso  quasi
inverno. L'entrata di Izzy nel mio ufficio fu mascherata dallo
sbatacchiare della finestra nel telaio. La presellatura  marcita.
Il vetro  cos vecchio che rifrange la vista; e gli infissi, probabilmente
gi sconnessi dall'inizio, sono stati gonfiati dall'acqua
e si sono curvati. Il risultato  che percepisco le stagioni
come fossi in strada, con la stessa intensit. E le odo anche.
L'autunno ha un rumore terribile. Le torri delle banche
hanno stravolto la direzione dei venti e ora non si capisce pi
da che parte tirano. Al minimo cambiamento di vento corrisponde
un cambiamento di ritmo nel picchiettare della pioggia
sul vetro.
Quel cambiamento per, quell'ultimo movimento dell'aria
autunnale, port un uomo di fronte alla mia scrivania. Poteva
avere ventitr anni, aveva i nervi a pezzi e tremava. Sollevai lo
sguardo e lui era l.
L'uomo indossava un gilet logoro, quanto rimaneva di un
completo che un tempo doveva comprendere giacca e pantaloni.
Il disegno era a spina di pesce e la seta sulla schiena era
diventata lucida per l'uso. La camicia avrebbe potuto essere
decente, non fosse che non veniva stirata da anni e che il
colletto si era arricciato come una foglia rinsecchita. I calzoni,
a strisce bianche e grigie, erano forse la met inferiore di un
abito da passeggio. Ebbi la sensazione che fossero i soli vestiti
in suo possesso. Forse, come i suoi vestiti, anche lui era
stato presentabile un tempo, magari attraente, ma quel tempo
era passato.
Lavora con le planimetrie, vero?
Sono uno degli archivisti della biblioteca e, s, lavoro con le
planimetrie.
Senza aspettare risposta, si pieg in avanti e lesse la citazione
che tenevo incorniciata sulla mia scrivania.
Le piace Freud?
Mi piace quella citazione. Mi scusi, ma oggi non lavoro.
Se c' qualcosa che posso fare per lei, qui su due piedi...
No, non qui su due piedi.
Allora forse potrebbe tornare luned e uno dei bibliotecari...
Si mise a sedere. Perch le piace Freud?
Ho detto che mi piace la citazione. Mi piace quello che
esprime. Mi colpisce per la sua pertinenza, visto che lavoro
con le planimetrie della citt.
Penso che lei possa aiutarmi.
Guardi, mi dispiace. Se lei torna luned...
Ha un po' di tempo?
Mi sposer tra meno di quattro ore!
Ah. E cosa far fino ad allora?
Ero suo. Non stavo facendo niente. Era chiaro che non
facevo niente. Il padre della mia fidanzata, che pagava tutto,
ci teneva moltissimo ai preparativi e non mi voleva intorno.
Considerai la possibilit di mentire, ma  una cosa che non mi
viene facile.
Niente dissi. Mi lasciai andare sulla sedia e sospirai. Cosa
posso fare per lei?
Mi piace la sua citazione perch c'entra poco con Freud.
L'ha presa in prestito quell'idea. E di fatto l'ha rifiutata dopo
poche pagine. L'idea, per - l'analogia -  importante.  l'indizio
di ogni cosa.
La mente  come una citt.
Izzy sedeva di fronte a me, in una sedia che era l'immagine
speculare della mia. La scrivania era un rettangolo perfetto.
L'avevo spostata al centro esatto della stanza, avrei potuto
srotolarci sopra una pianta e tenerci una riunione tutt'intorno.
Non sarebbe stato per niente facile distinguere il nord dal
sud in un'ipotetica sezione orizzontale di quella stanza. La
finestra era larga quanto la porta. Le modanature erano fatte
dello stesso legno. I miei capelli, per, avevano la scriminatura
a sinistra e quelli di Izzy a destra. Vista in pianta, rispetto
all'asse che divideva la scrivania, la stanza era simmetrica.
La mente  come una citt. Se riesci a ricordartelo, puoi
ricordare qualunque cosa. Freud, che col tempo si  dimenticato
tutte le cose importanti, dimentic presto anche questa.
Ha paragonato la mente alla Citt Eterna in un breve passaggio
per poi liquidare l'analogia come assurda. E dopo essersi
dimenticato tutte le cose importanti, si sent pronto per la
scoperta della moderna scienza della psicologia dell'inconscio.
Non posso dirle quanto hanno sofferto i miei amici a causa
di quell'uomo.
L'opinione di Izzy su Freud mi sembr arrogante. Non
ammettevo che si liquidasse cos un uomo della statura di
Freud. In quell'astio c'era per qualcosa di viscerale. Non si
trattava tanto di una posizione intellettuale quanto di un suo
rancore personale, il che compensava quel tono.
Katie... povera Katie, mi chiedo se  ancora viva. Quell'uomo
l'ha rovinata.
Mi spiace dissi con irritazione. Non so chi sia questa
persona.
Aspetti disse Izzy. La conoscer.
La mia  una vecchia storia. Quando la raccont Shakespeare,
si chiamava tragedia. Chekhov chiam la sua una commedia,
anche se  difficile dire perch Il gabbiano sia meno
penoso dell'Amleto. Questa vecchia storia si  aperta un varco
nella mia vita ed  troppo presto per stabilire come debba
chiamarla. Dipende tutto da Katie.
Qualcosa fa s che questa storia si ripeta, che si riproduca
internamente come un cancro. Un dramma nel dramma, una
storia nella storia: la pi piccola parte di questo racconto contiene
al suo interno, come un ologramma, l'inizio, lo svolgimento
e la fine dell'intera vicenda.
Vi dir, ora, cosa diventer questa storia. Poi ve lo dir
un'altra volta e poi un'altra ancora. Tuttavia ve ne dimenticherete.
So che ve ne dimenticherete. Io ho dimenticato. Dimenticherete,
e ai vostri occhi di lettori sembrer di imbattersi
per la prima volta in tutto questo. Nessun ricordo dice
Trigorin pensieroso. Nessun ricordo...
Sono ebreo, disse Izzy. Questo significa che dovrei tenere
in grande considerazione la memoria. Gli ebrei ortodossi hanno
un detto: Che il suo nome e il suo ricordo possano essere
cancellati. Gli ebrei moderni ne hanno un altro: Non dimenticheremo
mai. Il modo in cui ti poni rispetto a questi
detti determina cosa sei.
Nel dire ci mi fiss in modo allusivo. Sa qualcosa, mi
domandavo. Non penso di essere ebreo. Sono del tutto certo
di non essere ebreo. Ma ho avuto i miei problemi con la memoria.
Le dir di Katie disse.  stata Katie a raccontarmi questa
storia e io la racconter a lei. E una storia pericolosa. E il
genere di storia che ti entra dentro come una spora e cresce.
La storia di Katie mi  cresciuta dentro e si  intrecciata alla
mia al punto da non poterle pi separare. Pu capitare a lei.
Risi. Ma quella era la prima settimana dell'autunno, e ora 
quasi inverno. La storia di Katie si  attorcigliata addosso a
me cos' saldamente da far diventare la mia fidanzata un mero
dettaglio. Nell'ascoltare la confessione di Izzy Darlow, il mio
matrimonio si trasform in un fatto marginale, quindi in una
possibilit, e con il passare delle ore continu a diminuire d'importanza,
finch capii che non mi sarei mai sposato.
Katie viveva in una grande casa costruita sul fianco della
gola. Il vialetto d'accesso si gettava sull'orlo del precipizio cos
a capofitto che gli amici dei suoi genitori avevano quasi sempre
paura di scendere con l'auto. Parcheggiavano sulla strada.
Suo padre faceva la discesa con il pedale del freno premuto al
massimo e nonostante ci l'auto sembrava non doversi fermare
in tempo, destinata a schiantarsi contro la porta del
garage. Ti immaginavi la saracinesca che usciva dalla guida, il
muro di cemento in fondo ridotto in frantumi e l'auto che
trascinava l'intera famiglia verso la gola, rimanendo appollaiata
nel vuoto per un istante prima di accendere il paesaggio
sottostante in una grande e mortale fiammata. Ma non accadeva
mai.
In qualche modo il padre di Katie riusciva sempre a fermare
l'auto senza incidenti, a qualche metro dalla porta. Forse
 per questo che lei usc dall'infanzia con la sensazione di un
incantesimo che la proteggeva e di essere probabilmente invulnerabile.
Non ho mai provato questa sensazione e mi metteva
soggezione.
Katie scendeva dalla macchina e si precipitava a tirare su la
maniglia del garage con tutte le sue forze. Come per incanto
la saracinesca si sollevava arrotolandosi nel soffitto del garage,
malgrado pesasse forse cinque volte pi di lei. Per anni aveva
provato la sensazione di poter sollevare qualunque cosa, perch
il mondo, per quanto pesante sembrasse, era leggero.
Quando Katie me lo raccont per la prima volta disse
Izzy indossava uno sconveniente camice da ospedale che le
si apriva continuamente di dietro. Malgrado la fortuna le avesse
voltato le spalle, era facile crederle. Perfino pi tardi, quando
fu completamente rovinata, aveva un portamento da cui capivi
che non era nata schiava.
La sua stanza da letto era sospesa sulla gola. Tre delle quattro
pareti erano solcate da finestre e lei poteva guardare in
basso, nel terreno sottostante. L sotto, i lupi che si accoppiavano
con i cani erano troppo lontani per poter arrivare fino a
lei. Riuscivano a vederla, per, e mentre lei fissava le notti di
luna piena, loro saltavano inferociti, facendo versi ardenti di
desiderio.
Il nostro cane disse Izzy era in parte lupo.
Il nostro cane era scampato ai ladri, nella gola; lo avevano
affamato e inferocito. Era stato Aaron a trovarlo; era cos'
debole che i suoi sforzi di uccidere mio fratello risultarono
patetici e quasi teneri. Aaron stava dormendo tra le tenebre,
ai piedi della gola - una cosa folle da fare, ma lui non sapeva
cosa fosse la paura - quando questo cane scheletrico lo aveva
svegliato, accostandogli i denti al collo. Troppo debole per
serrare le fauci, era rimasto li, a uggiolare in quella posa assassina.
Aaron l'aveva portato a casa.
 noto che gli husky hanno qualcosa del lupo. Il nostro
cane, concepito nella gola che si spalancava sotto la casa di
Katie, aveva praticamente tutto del lupo.
La gola era un luogo in cui la citt si univa alle tenebre, un
luogo di confronto. Era parte di una rete di spazi selvaggi che
allacciava il corpo della citt come un sistema venoso. Gli uomini
gettavano ponti sulla gola, ponti naturali; attraversavano
l'aria da un estremo all'altro della gola e dicevano a se stessi di
averla addomesticata.
Pochi ebbero il coraggio di costruire una casa dove il padre
di Katie aveva costruito la sua.
Le permutazioni che si offrono alla mente nel consorzio
urbano, alla piena luce del giorno, sono limitate dalle convenzioni.
L'aspetto esteriore delle case  limitato a un ristretto
numero di possibilit; gli edifici sono anonimi e privi di grazia;
gli uomini e le donne si auto-annullano. Nella gola, una
simile regola non la si pu imporre.
La regola dominante in citt  il decoro, ed  imposta dalla
vergogna. La vergogna, per,  una funzione della luce del
giorno. Nella gola, dove le ombre si muovono e mutano come
ladri, non ci sono testimoni.
La vergogna  una funzione della vista. Quando una persona
avvezza alla civilt delle nostre strade si addentra nella
gola senza che nessuno la veda, pu scegliere di portare con
s il proprio decoro. Pu vigilare su se stessa. Potrebbe scegliere
di fare cos: di portare la propria vergogna come fosse
una colpa. D'altro canto, potrebbe anche scegliere di non
farlo.
Le permutazioni che la gola mette a disposizione della mente
sono infinite. I cani si accoppiano con i lupi. Non c' niente
che possa prevenire, per esempio, la nascita di una bestia.
Una nuova combinazione - la testa di un uomo e le mostruose
cosce di un leone, poniamo - non  niente di inconcepibile.
L'intera citt  cartografata nell'Archivio. Possiamo tracciare
l'evoluzione orizzontale di ogni edificio e di ogni strada
di Toronto. In un certo senso, l'Archivio  molto simile alla
Roma dell'analogia di Freud con la mente: una citt impossibile
in cui ogni cosa esiste simultaneamente. Un edificio buttato
gi un centinaio di anni fa coesiste con quello attuale,
occupando lo stesso posto. Nulla si distrugge. Tutto si ricorda.
La gola, per, si fa gioco dei nostri sforzi razionali. E il
margine al limite del conosciuto; non tanto il dimenticato quanto
l'ignoto. Gli antichi cartografi classificavano la loro
disperazione con le parole Da qui in avanti, i Draghi. Noi classifichiamo
la nostra con qualcosa di pi banale, sperando di renderla
innocua.
Il male disse Izzy alberga negli spazi bianchi della coscienza.
Tirammo fuori la mappa pi recente della gola. In effetti
era una pianta dei ponti che passavano sopra la gola e degli
spazi circostanti, perch la gola in s non era cartografata.
Individuammo la casa di Katie. Una nota rimandava a una
serie di incartamenti relativi alla sua costruzione. Tirammo
fuori anche questi.
C'era stato qualche problema nel convincere gli urbanisti
che si dovesse costruire una casa proprio in quel punto, sul
fianco della gola. Non contravveniva a nessun piano regolatore
in particolare, ma era considerata vagamente oscena, fuori
luogo; si consultarono dei censori per sentire la loro opinione,
malgrado non fosse ovviamente il genere di cose di loro competenza.
I censori, di fatto, furono fondamentali per ottenere i permessi
necessari. Dissero che si poteva tranquillamente classificare
la casa come una costruzione artistica, visto che era
volutamente inaccessibile e perversa. Quando un film veniva
ritenuto artistico, i censori facevano il generoso sforzo di essere
indulgenti. Suggerirono che gli urbanisti avrebbero potuto
seguire il loro esempio.
L'approvazione di un'opera d'arte non comportava grandi
difficolt ai censori. Era una questione pratica. Se qualcosa era
inaccessibile - diciamo, un film sperimentale - si sarebbe marginalizzato
da s. Non avrebbe raggiunto un vasto pubblico. I
cittadini rispettabili si sarebbero giustamente vergognati di andarlo
a vedere. Si innescava quindi una forma di auto-censura,
il che era quasi accettabile (e assolutamente tipico di Toronto).
La casa era stata costruita.
* * *
Da ragazza, Katie faticava molto a prendere sonno con la
luna piena. Vegliava alla finestra, con lo sguardo perso tra gli
alberi che si muovevano. La luna piena non illuminava mai
granch, ma talvolta lei era sicura di riuscire a vedere qualcosa,
qualche inintelligibile attivit sull'orlo delle tenebre.
Si inventava delle storie, che raccontava alla bambola pi
importante della sua collezione, la bambola storpia che lei adorava
perch poteva dirle qualunque cosa. La maggior parte
delle bambole le aveva acquistate sua madre in negozi alla
moda di Cumberland o Bioor. Avevano facce luccicanti e lineamenti
perfetti e sembravano prendersi gioco del corpo
affusolato di Katie, di quel corpo spigoloso e disseminato di
croste che aveva un'intensit di portamento tutta sua. Katie
non aveva mai trovato niente di simile in nessuna bambola.
Uno dei gatti della gola aveva cominciato a lasciare uccelli
morti sulla porta di casa. Katie li seppelliva nel giardino sul
retro con compassione e una certa premura, e il suo impegno
venne ricompensato: dopo mesi di minuscoli cadaveri, il gatto
tir fuori dai cespugli una vecchia bambola, putrida e
smozzicata. Katie la prese, la port di sopra e ne fece il suo
uditorio.
Sua madre continuava a comprarle delle bambole buone,
che Katie infilava nel ripostiglio. Dovette salvarla ben tre volte
dalla spazzatura, la bambola storpia, prima che sua madre
rinunciasse definitivamente alla speranza di sbarazzarsene.
Katie era animata da una calma determinazione.
Quando la luce della luna concedeva qualcosa di particolarmente
ambiguo e stimolante per la sua fantasia, Katie ci costruiva
sopra una lunga storia, che raccontava alla bambola
storpia sistemata sul letto. Insieme, lei e la bambola, investigavano
il significato della gola.
* * *
Aaron port il cane a casa affinch nostro fratello pi piccolo,
Josh, potesse dargli un nome.
Mi ffembra un po' malaticcio disse Josh turbato.
Josh aveva un difetto di pronuncia, ma questo non gli
imped' di diventare il pi eloquente di noi. Era due anni pi
piccolo di me e cinque di Aaron, ma aveva una profondit e
una calma di spirito che lo rendevano il favorito. Il fatto di
poter parlare senza problemi ci aveva avvolti, a mio fratello
maggiore e me, nella meschinit e nell'astio. Josh, invece, sembrava
capace di muoversi nella confusione della vita intima
senza alcuna forma di risentimento.
Ffta morendo di fame.
A Josh non piacevano i mobili e si accartocciava negli angoli
come una scimmia. Le scale erano un altro posto in cui gli
piaceva stare ed era l che sedeva adesso. Aveva gli occhi di un
animale notturno, spalancati e fin troppo grandi. Erano blu,
mentre il resto di noi aveva neri occhi da semita, occhi tutta
pupilla. I suoi capelli erano fini e rossicci.
Aaron, che si prese cura del cane, aveva una massa folta e
arruffata di capelli tanto scuri da nascondergli gli occhi non
fosse stato per il fatto che questi erano pi scuri ancora. L'impressione
che mi  rimasta di Aaron  quella di un volto perennemente
in ombra.
Studiai Izzy mentre descriveva i suoi fratelli. Di certo non
sembrava somigliare ad Aaron pi di quanto somigliasse a
Josh. I capelli erano lisci, ma arruffati e quasi neri. Una maldestra
scriminatura metteva in mostra una linea irregolare di cuoio
capelluto. Aveva delle sopracciglia sporgenti. Davano l'aria di
potere essere pettinate anch'esse e gettavano un'ombra cupa
sugli occhi.
Gli devi dare qualcofa da mangiare.
S, lo so. Senti, perch non gli dai un nome? Lo voglio
tenere.
 mafchio o femmina?
Aaron controll. Femmina.
Vedr cofa poffo fare...
Josh avvolse le ginocchia con le braccia e si rannicchi con
la testa abbassata, come faceva quando pensava. Ero rimasto
ad assistere alla conversazione dalla nicchia dietro le scale e
pensavo di poter dare il mio contributo a questa faccenda del
nome.
Perch non lo chiami...
Chi cazzo te l'ha chiesto?
Be', se lo tieni, diventer un animale di casa...
Sar il mio animale. L'ho trovato io e sar io a dargli un
nome e a tenerlo.
Josh sollev la testa e i suoi enormi occhi si illuminarono.
Zaffira.
Aaron fiss il cane, il cui pelo era di un grigio itterico, e
sollev un sopracciglio dubbioso. Gli zaffiri sono blu.
 un bel nome. Zaffira. Lo dovrefti chiamare coff.
Aaron ponder la cosa. In genere Joshua sapeva quello
che diceva.
Va bene. Zaffira.
Aaron accost la bocca all'orecchio del cane. Hey,
Zaffira...
Il cane rote la testa affamata nelle braccia di Aaron e
uggiol.
Il cane divenne un animale di casa, malgrado la costante
insistenza di Aaron sul fatto che apparteneva esclusivamente
a lui. Facevamo a turno per dargli da mangiare: dapprima
liquidi e quindi vari cibi morbidi, finch torn in salute.
Zaffira non perse mai le sue caratteristiche assassine. Teneva
gli altri bambini del vicinato in costante terrore e cominciarono
a raccontarsi delle leggende sul numero di bambini
che rubava dalle culle per mangiarli senza piet. Con noi, per,
fu sempre buona, perch l'avevamo salvata dalla fame. Inoltre,
sono sicuro che l'avessimo trattata molto meglio dei ladri
nella gola.
Quando Zaffira recuper pienamente le forze, il suo manto
assunse una tinta decisamente blu.
Era passata un'ora e Izzy non dava segno di voler concludere
la sua storia. A dire il vero, non sembrava trattarsi di una
sola storia.
Cosa c'entra Katie con Aaron?
Niente. Non si sono mai incontrati. Io stesso non ho
incontrato Katie se non molti anni pi tardi e da allora ho
avuto poco a che fare con Aaron.
Dunque mi sta raccontando due storie...
Gliene sto raccontando molte.
Mi devo sposare fra tre ore.
Molte, ma che si intrecciano l'una con l'altra, che si trascinano...
sa...
Ho tre ore!
Izzy sorrise e abbass gli occhi come se sapesse qualcosa.
Avevo la sensazione di averlo gi incontrato, e non era la
prima volta che mi succedeva. D'altronde non era facile per
me, vista la mia condizione. Dovessi preoccuparmi che tutti
quelli che incontro conoscano i segreti della mia vita precedente
al trauma, diventerei matto a forza di sospetti.
Ho cercato di vivere in un'ingenua fiducia. Penso sempre il
meglio della gente e spesso sono stato ricompensato proprio
con il meglio.
Nondimeno era arduo non leggere un significato nel sorriso
di Izzy: sapeva qualcosa, qualcosa di importante su di me.
Sentiva che avevo delle perplessit in merito alla donna che
stavo per sposare.
Quando incontrai Katie riprese Izzy eravamo entrambi
cambiati. Non semplicemente cresciuti, ma cambiati. Ceravamo
scontrati con qualcosa senza mai riprenderci.
Malgrado vivesse in prossimit della gola, Katie era di
un'ospitalit senza riserve. Bambole smozzicate, uccelli morti
- stando a lei niente era irredimibile e tutto era, in sommo
grado, interessante. Qualsiasi cosa era perci ben accetta.
Accettava il cambio delle stagioni, per quanto le vampate
del calore estivo le arrossassero la pelle e le rendessero impossibile
dormire. Le piaceva l'autunno, malgrado il freddo che
l'assaliva alle prime piogge e che non la mollava fin quando le
foglie erano sparite. Era troppo magra per passare tanto tempo
all'aria aperta d'inverno senza che le estremit cominciassero
a farle male perch le si erano congelate. Il solo momento
innocuo dell'anno era la primavera, anch'essa ben accetta
per Katie.
In primavera lasciava aperte almeno due finestre. Il letto
veniva cos attraversato da uno spiffero intermittente che l'aiutava
a dormire. Se ne stava sdraiata sopra le coperte con
indosso una vecchia camicia da notte di cotone e aspettava
che l'aria si muovesse. Certe volte si creava un momentaneo
vuoto di corrente e lei si svegliava, senza fiato, come se la
porta si fosse chiusa sbattendo violentemente. Per certa gente
questi sono momenti di terrore, come risvegliarsi e scoprirsi
morti, ma Katie sorrideva e richiudeva gli occhi. In pochi
istanti si sarebbe riaddormentata.
 questa la ragione per cui non rimase spaventata dal primo
visitatore.
C'era un'aria soffocante per essere primavera, e malgrado
tutte e tre le finestre fossero aperte non le riusciva di prendere
sonno. Sentiva l'odore del verde risveglio degli alberi e l'acqua
che evaporava invisibile dal terreno. In notti come questa
se ne stava seduta con le gambe incrociate sul cuscino e raccontava
una storia alla sua bambola, la bambola storpia che
stava seduta di fronte a lei, ai piedi del letto.
C'era una ragazza disse Katie. Era sola, ma non era
sola. Per lei andava bene cos, vedi, andava tutto bene. cos
questa ragazza... A dire il vero, non era proprio una ragazza.
Era un uccello.
C'era un uccello disse Katie. Mi stai ascoltando?
La stava ascoltando. Soddisfatta, Katie un le mani intrecciando
le dita.
Volava un sacco. E quando non volava, mangiava piccoli
insetti. Qualche volta volava e mangiava piccoli insetti allo
stesso tempo. Sei d'accordo?
La bambola storpia era d'accordo. Era proprio questo che
faceva l'uccello.
Bene. Aveva un lago tutto suo.
Katie si ferm, ci pens su e per un attimo si eccit all'idea.
Non sarebbe stato affatto male, avere un lago tutto per s.
A questa ragazza... a questo uccello, cio, piaceva molto il
lago. Era un uccello di lago.
Un uccello di lago, consider Katie. Non era del tutto esatto.
E quindi: Era una gabbianella!
Si accigli e ci pens intensamente. No disse. No, una
semplice gabbianella. Una gabbianella di lago.
Un sorriso di soddisfazione le si distese sul volto e la bambola
storpia sorrise con lei, sebbene avesse perso un bel pezzo
di sorriso sul fondo della gola.
Un giorno questa gabbianella di lago era l che mangiava
piccoli insetti. In effetti volava e mangiava piccoli insetti al
tempo stesso. Era felice. Aveva appena preso un insetto e se
lo stava mangiando, quando vide l'uomo.
Katie si smarr per un attimo, perch adesso era necessario
pensare all'uomo, decidere chi fosse e cosa ci facesse vicino al
lago che non apparteneva a lui ma alla gabbianella; si smarr e
diede un'occhiata alla finestra in cerca di consiglio.
Lui era l, appollaiato, e masticava rumorosamente una grande
libellula.
Izzy era impallidito. Questa parte della storia si rivelava
difficile. Con quelle mani che non avevano mai smesso di
tremargli, strinse la pianta che aveva davanti, quasi sperasse
che aggrapparsi a qualcosa di fragile potesse servirgli a bloccare
le dita. Di fatto, per, le mani gli tremavano ancora e in
un improvviso attimo di convulsione strapp inavvertitamente
un pezzo di pergamena dall'angolo del disegno.
Mi scusi disse mortificato. Era chiaro che provava un certo
rispetto per il materiale di archivio. Rilevai la cosa e annuii.
Le biblioteche... disse. Le biblioteche sono importanti.
Mi ritrovai braccato dentro la biblioteca dal primo giorno
della prima elementare. Aaron era andato a scuola prima di
me e li aveva preparati al mio arrivo. Erano dalla sua parte,
erano tutti dalla parte di Aaron. Se li era accattivati. Avevo sei
anni. Sapevo che mi avrebbero mangiato vivo, cos' mi nascondevo
in biblioteca, prima e dopo le lezioni.
Sapevo gi leggere e scrivere. I miei genitori si assicurarono
che ne fossimo capaci prima di andare a scuola. Fu ben
presto evidente che nel mio caso la prima elementare sarebbe
stata una perdita di tempo, cos' il mio insegnante mi lasci
trascorrere giornate intere in biblioteca. Suppongo dovessi
sembrare patetico, a nascondermi lass, ma ero deciso a trovare
un mondo nei libri. Il mondo esterno era troppo pericoloso.
Mi sbagliavo, ovviamente. Riguardo al relativo pericolo del
mondo esterno. C'era un mondo su uno scaffale della biblioteca
- un mondo sul secondo scaffale dal pavimento, un mondo
di gran lunga pi spaventoso di tutte le violenze che dovevo
affrontare in famiglia. Ma giunsi a scoprirlo solo qualche
tempo dopo.
Ci volle del tempo prima che qualcuno si accorgesse di
Izzy che se ne stava seduto in solitudine al tavolino all'angolo
della biblioteca. Era piccolo per la sua et e raramente si faceva
notare. Era diventato un esperto nel fondersi con l'ambiente,
perch meno attirava l'attenzione a casa, meno veniva
maltrattato. Ad Aaron bastava solo vederlo per cominciare.
cos era diventato un camaleonte.
Passava intere giornate in biblioteca, mentre gli altri studenti
ci stavano lo stretto necessario. Ci venivano in pochi, a
meno di non esserci obbligati per punizione dagli insegnanti.
Trov un libro sul motore a combustione interna e rimase a
fissarne le figure. Nessuno dei suoi giocattoli lo aveva preparato
alla vita segreta di un motore. Un motore aveva i suoi
cicli interni, cicli fatti di fame, inspirazione ed esplosione; era
vorace e inesorabile e indicibilmente moderno. Un giorno,
mentre se ne stava con lo sguardo fisso su questo libro, cominci
a piangere.
Un uomo dai capelli color argento gli si sedette accanto.
Nel sedersi le sue spalle ossute si spinsero verso l'alto, puntando
al soffitto come le ali ripiegate di un pipistrello. Arriv l e si
mise a sedere, lasciando passare un momento senza dire niente.
Non guard nemmeno Izzy, che piangeva immerso nel libro.
Senza voltarsi, l'uomo disse: Deve essere un libro terribile.
Non lo so... disse Izzy con voce strozzata.
Deve essere il libro peggiore di tutta la biblioteca.
Izzy tir su col naso.
Un libro spaventoso. Fammi vedere la copertina.
Izzy gliela mostr.
Ah. Il motore a combustione interna. Un soggetto che
ha messo in ginocchio per la disperazione santi e valorosi
soldati.
Izzy accenn un sorriso.
Mi chiamo Arrensen disse l'uomo tendendo la mano.
Sono il bibliotecario.
Izzy strinse la lunga mano dell'uomo. Gli sembr grigia e
inaspettatamente secca, come la pelle di un serpente. Io sono
Izzy.
Che  il diminutivo di?
Di niente. Solo Izzy.
Sciocchezze. Il tuo nome  Isaiah. Dalla tua reazione al
motore a combustione interna capisco che hai qualche preveggenza
dell'esilio babilonese. E hai ragione. Il tempio sar
distrutto.
Izzy si mise a cercare nella cassettiera a parete finch trov
una mappa di Annex, un piccolo quartiere vicino al centro
cittadino. Trov casa sua in questa mappa. E la indic.
La nostra casa era una villa bifamiliare un tempo disse.
Due case, unite da un muro centrale. I miei genitori ne comprarono
met e poi, dopo che ebbero finito di pagare il mutuo,
comprarono il resto. Si chiam un architetto per bucare il
muro e fare della casa un corpo unico. Aveva delle idee sue,
questo architetto. Prima di cominciare, riun tutta la famiglia e
ci lesse una citazione da Freud.
A questo punto Izzy si volt verso la porta, lontano dalla
scrivania, e cominci a recitare la citazione a memoria.
Niente di ci che in passato ha acquistato una forma
mentale pu arrivare a estinguersi... Cercheremo di comprendere
le implicazioni di questo assunto per via analogica. E
sceglieremo come esempio la storia della Citt Eterna.
Era girato dall'altra parte e non poteva dunque vedere il
colore del mio volto.
Supponiamo... che Roma non sia un centro abitato ma
un'entit psichica... in cui non scomparir nulla di ci che 
esistito in passato, un'entit in cui le primitive fasi di sviluppo
continuino a esistere accanto a quelle pi recenti... Nel punto
in cui sorge Palazzo Caffarelli tornerebbe a esserci il Tempio
di Giove Capitolino, senza che questo comporti lo spostamento
del Palazzo.
L'architetto ci costru la casa tenendo in mente questa fantastica
idea: voleva preservare l'edificio cos com'era stato,
incluse quelle parti che avrebbero dovuto essere abbattute
nella ristrutturazione e quelle che erano state abbattute tempo
addietro dai precedenti proprietari. Fece ricerche nel vicinato,
nell'intento di resuscitare tutti gli edifici che in passato
avevano occupato il posto in cui si trovava la nostra casa.
Questa casa, disse l'architetto, sar un luogo di ricordi. Vivrete
in questa casa in quanto la vostra famiglia ha una storia
da ricordare. Doveste scegliere di dimenticarvi di questa storia,
la casa croller su se stessa, vittima delle sue stesse e impossibili
fondamenta.
Ma quando una casa crolla qualcosa fa s che i ricordi vengano
trascinati nella terra. Quando la casa non ci sar pi, ci
disse, sarete in grado di leggere la sua storia dalle rovine.
Mentre parlava, l'architetto schizzava distrattamente una
finestra su un pezzo di pergamena strappato, e nell'angolo di
quella finestra disegn una piccola creatura che coi suoi denti
aguzzi masticava rumorosamente una grossa libellula.
Chi sei? chiese Katie, sorpresa ma non spaventata.
La creatura non disse niente. Masticava con gusto, mentre
le palpebre dei suoi grandi occhi chiari sbattevano lentamente.
Come sei arrivato fin qui?
C'era molta strada dal davanzale al terreno sottostante,
ma la creatura sembrava in grado di arrampicarsi. Aveva dita
forti, lunghe e affilate; il medio in particolare era insolitamente
lungo e scheletrico, forse due volte pi lungo delle altre dita.
La creatura punt questo dito verso Katie, e lei sent in gola il
prosciugarsi degli umori della primavera, e sent anche il rumore
degli alberi che si muovevano nel riquadro della finestra,
li sent irrigidirsi e spezzarsi. Cerc di fare un'altra domanda,
ma le si era chiusa la gola per la sete. Toss.
La bambola storpia parl per lei.
Benvenuto disse. Questa  la stanza di Katie. Tutto ci
che viene dalla gola, qui  il benvenuto.
Qualcosa dentro Katie voleva dire la sua in merito. No
voleva dire questo qualcosa. No!
Mi interessai ai predatori. Ai predatori e agli animali che si
nutrono di carogne, ma principalmente ai predatori. Non 
cos insolito alle elementari; il signor Arrensen aveva raccolto un
intero scaffale di libri sugli animali proprio per questa ragione.
Io, per, ero interessato a un diverso tipo di predatore. Soltanto
pochi libri erano sugli uccelli e nessuno sugli uccelli da
preda in particolare. Avevo cominciato a interessarmi ai rapaci.
Quando il signor Arrensen mi trov rannicchiato su una
tavola della Guida agli uccelli dell'Africa Orientale di Williams e
Arlott, rimase turbato.
"Serpentari, avvoltoi e lammergeyer". Perch questa pagina
in particolare, Isaiah?
Non lo sapevo con esattezza. Il serpentario era abbastanza
interessante. Sopravviveva a una dieta a base di veleno:
mamba neri e verdi, cobra sputatori, roditori nocivi'. E gli
avvoltoi erano gli avvoltoi. Ma il lammergeyer. Quello era un
uccello. Non avevo mai sentito parlare del lammergeyer. Anche
Aaron non aveva mai sentito parlare del lammergeyer.
Non  un gregario dice la Guida. Ha la straordinaria
abitudine di far cadere le ossa dall'alto affinch si rompano e
ne possa mangiare il midollo.
La coppia di lammergeyer pi studiata del Kenya  quella
che ha fatto il suo nido sulle rupi della Porta dell'inferno.
Parlai del lammergeyer per mesi, in continuazione. Alla fine
incontrai qualcuno che ne aveva effettivamente visto uno.
Uno degli amici di mio padre faceva lo speculatore terriero a
Nairobi e da bambino gli avevano raccontato delle storie sul
lammergeyer. Il lammergeyer diceva ruba i bambini dalle
culle incustodite.
Io vedevo le ali sbattere lentamente ma con grande potenza,
vedevo il lammergeyer portare il fardello nel cielo equatoriale
e la madre accanto alla culla, vuota, nell'istante in cui
capiva cos'era accaduto.
 sempre troppo tardi.
Almeno una volta all'anno Zaffira andava nella gola per
rimanere incinta. Dopo un po' tornava e depositava una covata
di cuccioli ciechi nella cesta sul pavimento del seminterrato.
Li sorvegliava con ferocia. Zaffira, vede, era stata allevata
nella gola, all'ombra degli uccelli. Niente le avrebbe portato
via uno dei suoi piccoli.
Aaron, la cui stanza si trovava in cima alle scale sul retro,
poteva accedere al seminterrato con pi facilit di noialtri.
Come le ho gi detto, nel trasformare la nostra villa bifamiliare
in un'unica casa, l'architetto non si limit a ritagliare delle
aperture. Costru una citt. Nella fattispecie si tratt di una
citt gemella, una citt divisa, come la Berlino del muro o la
Gerusalemme dei settori. Si praticarono delle aperture nel muro
divisorio, ma per lo pi venne lasciato intatto. Si studiarono
tortuosi corridoi e spazi nascosti; le stanze divennero remote
e inaccessibili. Il pianterreno era il solo luogo veramente in
comune.
La stanza di Aaron era la meno accessibile di tutte. I nostri
genitori stavano dall'altra parte del muro divisorio rispetto a
noi bambini, ma Aaron viveva quasi in un'altra casa. Aveva
accesso immediato al tetto e al seminterrato, ma per arrivare
in cucina doveva fare un bel tragitto.
Per via della sua posizione e del suo attaccamento al cane,
fece in modo che controllare i cuccioli fosse affar suo. Andava
su e gi per le scale di soppiatto, a intervalli di poche ore.
Se dalla mia stanza sentivo scricchiolare le scale alle quattro
del mattino, sapevo che Aaron era nel seminterrato.
Il fatto che il nostro nucleo familiare cominciasse a disintegrarsi
poteva benissimo essere visto come un problema di
natura architettonica. La disciplina, per esempio, era sempre
un problema con Aaron. Viveva cos lontano che era difficile
sapere cosa stesse combinando, cos i miei genitori furono
costretti a lasciarlo stare. Anche Josh e io eravamo lontani,
ma nel mio caso la disciplina fu in qualche modo una questione
che si pose pi avanti, mentre in quello di Josh non rappresent
mai un problema. Ci nonostante, eravamo lontani.
La forma della casa cospir ai nostri danni in altri modi. I
miei genitori, per esempio, vivevano in stanze separate, alle
estremit opposte di un tortuoso corridoio. Mio padre aveva
il sonno leggero e doveva essere lasciato solo. Mi resi conto
solo in seguito che la cosa era considerata insolita a Toronto.
Izzy sospir. Suppongo debba dirle qualcosa di mio padre
e mia madre. Devo affrontare la questione dei miei genitori,
prima o poi, e di Zaffira che allattava nel seminterrato
sette cuccioli ciechi, uno solo dei quali era blu. Tanto vale che
lo faccia adesso.
Chi di noi era blu? Fu questo il problema, fin dall'inizio,
malgrado in famiglia non lo ponessimo in questi termini. Il
blu, per di pi, doveva essere il colore di mia madre, visto che
noi volevamo essere del suo colore. In apparenza, era Josh
quello blu. Come le ho detto, mia madre aveva dei bei capelli
rossi, un tratto che n Aaron n io ereditammo e che venne
invece fuori in Joshua. Il colore che ci ossessionava, ovviamente,
senza che lo sapessimo, non aveva niente a che fare
con il mondo delle cose visibili.
Aaron ci rinunci per primo, credo. A un certo punto scelse
di essere come mio padre, perch mia madre lo eludeva
totalmente. Io non ci rinunciai mai in senso stretto, ma probabilmente
avrei dovuto ammettere la sconfitta da subito,
perch ben presto sarebbe stato chiaro che era Josh quello
destinato a ereditare il colore di mia madre.
Eravamo cos distanti dai nostri genitori che riuscivamo
solo a studiarli, come si fa con un libro difficile o il clima di un
paese lontano. Si parlava poco in casa. Recentemente, quando
a Vancouver  venuta fuori la notizia che per quasi un
anno un'intera comunit di bambini aveva taciuto ai genitori
di essere a conoscenza di un brutale omicidio, non sono rimasto
sorpreso. C' uno spazio bianco, una spaccatura linguistica
tra adulti e bambini; questa spaccatura, almeno nella mia
famiglia, era la regola.
Malgrado la distanza, mio padre era una persona trasparente.
Sapeva invariabilmente e con esattezza come porsi; qualunque
fosse il problema non gli ci voleva molto tempo per
decidere la sua posizione. Da quando se n'era andato di casa,
a sedici anni, aveva pensato solo a lavorare e sistemarsi.
Mia madre era perfino pi risoluta, nel senso che era implacabile,
ma capire esattamente quale fosse la sua posizione
avrebbe fatto venire gli incubi a un cartografo. Mia madre,
vede, era impenetrabile. Lo  tuttora. Discendeva da una famiglia
di gente impenetrabile e ha mantenuto questo tratto
senza mai perdere l'illusione di un'esistenza normale, da madre
qualsiasi.
Il nome da nubile di mia madre era Sarah Rachel Wolf, ma
si spos un Darlow, il che cancell una buona parte delle sue
evidenti origini. In compenso, insist perch ai bambini fossero
dati dei nomi scelti dal Vecchio Testamento. Il mio fu un
compromesso. Non sembrava particolarmente religiosa, ma
quello che mia madre sembrava era di solito irrilevante. Cos'era
lei veramente: questo voleva capire mio padre. E lo voleva
con una disperazione tale da arrivare quasi a distruggersi
nel tentativo.
Non che si desse gran pena di mostrare quanto ci teneva
a capire mia madre. Malgrado le parlasse pi di quanto facesse
con noi, raramente si trattava di questioni importanti. Ma
certe volte la fissava con uno sguardo che aveva la seria pretesa
di essere penetrante. Cosa che era al di l della sua portata.
Mio padre si faceva prendere dalla superficie delle cose. La
citt di Toronto, che offre il suo lato impenetrabile soltanto
all'ingrato e al diseredato, pu essere molto gentile con quelli
che non fanno domande. Mio padre ne aveva fatto ben presto
un punto fermo, di dimenticare cos'era una vera domanda.
Non smuoveva mai le acque. Costru edifici che cambiarono
lo skyline al punto che la citt non sarebbe stata mai pi
la stessa nelle cartoline. Ma non smosse mai le acque.
Questa consumata compiacenza lo lasci impreparato a
qualsiasi tentativo appropriato di capire mia madre.
Da quando aveva imparato come far parte della citt, aveva
smesso di essere veramente ebreo. Era diventato riservato
e garbato, qualit che sono considerate tipicamente canadesi
da coloro che non passano molto tempo con gli italiani, gli
armeni o gli ebrei.
Izzy sprofond per un attimo nel silenzio, stranamente
sopraffatto. Capii che era difficile per lui parlare della sua famiglia.
La nostra preoccupazione, in questa citt di mediocrit -
la preoccupazione di tutti, per quanto nessuno lo sappia meglio
di noi -  di trovare la storia. Trovare la storia e raccontarla,
raccontarla bene e ricordarla, cos da non essere costretti
a tornare strisciando nella gola. cos da non essere abbandonati
da nostra madre perch siamo di un altro colore. cos
da non essere costretti a cercare un padre anonimo, la cui
gioia per la nostra esistenza era limitata totalmente al concepimento.
Era una cosa che capivo, forse meglio di quanto la potesse
capire Izzy. Ci che sapevo della mia storia era svanito. Mi era
stato sottratto, circa due anni fa, da un evento che non riuscivo
a ricordare. Fu con grande disagio, dunque, che ascoltai
Izzy descrivere la prima volta in cui intu' che Josh l'aveva trovata,
che vi si era ficcato dentro, che era precisamente quella
la storia che andava raccontando: la storia che avevo perduto.
Mia madre era stranamente felice a cena. Si ammirava nel
riflesso dello sportello del microonde, passandosi le dita tra i
capelli; sorrideva a se stessa nel fare avanti e indietro tra la
cucina e la tavola. Stavamo mangiando agnello, che era il piatto
preferito di Joshua; annegava la carne nella salsa alla menta
finch non era quasi una caramella. Anche Josh aveva un'aria
stranamente allegra, perfino per una cena a base di agnello. Di
solito Aaron era taciturno a tavola, come lo era mio padre.
Mi paffi l'agnello per favore faceva Josh a intervalli di
pochi minuti. E poi:  buono.
La tavola era una vasta superficie di noce, butterata da
segni di forchette e bicchieri. A cena di solito usavamo il servizio
buono, che era di porcellana bianca con elaborate rifiniture
metalliche.
Josh ha delle novit disse mia madre e noi tutti rimanemmo
in attesa.
Non  niente bofonchi Josh. Mi paffi l'agnello per
favore.
Ho parlato con la maestra questo pomeriggio. Ha telefonato.
Josh andava alla scuola estiva; si era ammalato varie volte
durante l'anno e aveva saltato diverse lezioni che adesso stava
recuperando. Era studioso, ma in classe si rifiutava costantemente
e risolutamente di parlare per via della lisca.
La signora Marler ha detto che Josh ha raccontato una
storia davanti a tutta la classe.
Era questa la novit. Josh arrossi'.
Ha fatto colpo. I ragazzi hanno applaudito per dieci minuti.
Non  niente...
Aaron era eccitato. Che genere di storia hai raccontato?
Una fftoria...
Una storia di cosa, idiota?
Me la ffono inventata. Tutti dovevamo raccontare una
fftoria, ma io non volevo, cof non mi ero preparato niente,
ma poi l'ho raccontata lo stesso e cof ho dovuto inventarla.
Deve essere stata una bella storia disse mio padre.
Era okay.
Aaron era impressionato. E si sono alzati in piedi ad applaudirti?
Joshua sgran gli occhi. No, ffono rimafti feduti.
Nessuno di noi rimase insensibile al significato di questo
piccolo evento: segnava un inizio nella vita di Joshua.
In un attimo, cos com'era apparsa, la creatura spar. La
bambola storpia smise per sempre di parlare, ma Katie era
cambiata. Malgrado nella sua mente si ritenesse ancora invulnerabile,
non si sent mai pi del tutto a suo agio. Se fino ad allora
era sempre stata felice di quello che aveva, adesso subentr la
costante sensazione di un qualcosa d'incompiuto e di precario,
come se i confini che proteggevano il suo mondo fossero
diventati meno sicuri. La gola era stata invitata a entrarvi.
Adesso, quando apriva il rubinetto, c'era del sedimento
nell'acqua. Terriccio proveniente dalle tenebre fuori della finestra.
Alla luce del giorno, per la prima volta, vide dei puntini
scuri, come delle punture di spillo che volteggiavano nel cielo.
Chiss cos'erano, e cosa si sarebbero rivelati nel caso si fossero
abbassati? Non erano gabbiani.
E mentre la luna descriveva il suo arco nel cielo, Katie cominci
a sanguinare.
Zaffira non permetteva pi a nessuno di avvicinarsi ai cuccioli
ciechi. Perfino Aaron era costretto a osservarli da lontano.
Stava ritornando al suo stato di selvaggia ferocia; non ci
riconosceva pi oppure non si fidava.
Adesso Aaron si presentava spesso in ritardo a tavola.
Rimaneva seduto nel seminterrato, a una certa distanza dalla
cesta, e fissava quella famiglia piagnucolante. Si dimenticava
di dov'era e perdeva la cognizione del tempo. Certe volte
saltava anche la colazione.
Avevamo imparato a cominciare senza di lui, per quanto
ci sembrasse sempre strano. I pasti erano il solo momento in
cui la famiglia si riuniva; era il nostro gesto di unit familiare.
Tuttavia Aaron faceva ci che gli pareva e non c'era modo di
impedirglielo.
Fu per questa ragione che non ci sorprendemmo nel vedere
la sedia vuota quel mattino. Mia madre mise un piatto al
posto di Aaron, nel caso si fosse presentato dopo la colazione,
ma nessuno si prese la briga di andarlo a chiamare.
Non ci si parlava quasi a colazione. Ognuno prendeva la
sua pagina di giornale e faceva finta di leggere, se non altro
per nascondere che in realt non avevamo niente da dirci.
Nessuno not Aaron che stava in piedi in mezzo alla cucina.
Chiss quanto pass con lui li, immobile, prima che mia madre
sollevasse lo sguardo.
Aaron sembrava intontito e arrabbiato al tempo stesso e
teneva un cucciolo nelle mani come un'offerta votiva.
Aaron? fece mia madre.
Joshua spinse da parte il suo piatto e corse a osservare il
cagnolino raggomitolato nelle mani di mio fratello. Aaron non
lo guard; rimase semplicemente l.
Joshua si volt con una mano davanti alla bocca. Il cucciolo
 morto!
L'intera famiglia si alz all'istante per raccogliersi intorno
ad Aaron e al corpicino senza vita, e nessuno dei due sembr
curarsene n farci caso. Era il cucciolo blu.
Non avevo mai visto Aaron angustiato prima di allora.
Forse nessuno di noi lo aveva mai visto in quello stato ed era
uno spettacolo umiliante. Ci concesse di stargli intorno e fare
confusione pi o meno per un minuto, quindi lasci lentamente
la cucina e sal le scale continuando a cullare quella minuscola
creatura quasi potesse svegliarsi. Nessuno os seguirlo.
Non appena facemmo silenzio, un rumore inconfondibile
sal dal seminterrato: era Zaffira che piangeva.
Aaron non and a scuola quel giorno. Non usc nemmeno
dalla sua stanza e non si stacc dal cadavere.
Katie cominci a notare per la prima volta i dettagli della
sua stanza. Vide che il serpente intagliato nella cornice del suo
specchio era lo stesso serpente che si attorcigliava attorno alle
gambe del letto. I mobili che le erano sempre sembrati rivestiti
di un'impiallacciatura di mogano tinto, erano in effetti di
ebano massiccio. Se ne rese conto quando cerc di spostare il
letto; era cos pesante che s'incagli nel pavimento.
Katie cominci a pensare alla nonna che non aveva mai
incontrato. Sua nonna si era sposata a quindici anni. Si era
trasferita con il suo nuovo marito nella terra che lui aveva
ereditato: una piantagione di t nell'Africa Orientale. Katie
s'immagin cosa poteva significare lasciare la campagna inglese
per quel difficile mondo.
Quei misteriosi mobili erano stati intagliati per la stanza da
letto di sua nonna in Africa. Lei era morta prima che Katie
nascesse, e sua figlia - la madre di Katie - aveva pagato una
somma enorme per farsi spedire i mobili in Canada.
La madre di Katie non era mai riuscita a dormire in quel
letto; i sogni erano opprimenti.
Katie faceva gli stessi sogni, ma non la disturbavano. Sognava
grandi mani nere che frizionavano le gambe delle sedie
con dell'olio fino a torcerle come baobab. Sognava una culla
vuota e di essere portata via da un uccello, su in cielo, oltre i
confini della Rift Valley, da dove il suo sguardo si perdeva nel
paesaggio colorato di rosso.
Anche le tende venivano dalla piantagione. Erano di un
materiale diafano e intrecciate a mano con un disegno di fiori
e piante rampicanti. Fiss intensamente quelle tende per la
prima volta e inizi a rendersi conto di quanto fossero stranieri
quei fiori: non sarebbe mai cresciuto niente di simile nel
suo giardino.
La sua famiglia, che lei aveva sempre considerato qualcosa
di scontato, adesso sembrava antica e misteriosa. Pass ore
di fronte allo specchio, nel tentativo di ritrovare gli antenati
nei suoi lineamenti. Katie era miope e aveva gli occhi chiari,
di un colore equatoriale, il colore del cielo di sua nonna. In
famiglia erano tutti biondi, ma i capelli di Katie si arricciavano
in modo strano. Si tenne i lunghi capelli tra le mani e pens:
Da dove vengono, a quale parte defunta di me appartengono?
Anch'io studiavo i capelli di Katie e mi chiedevo: Da chi li
ha presi, e perch mi prendono a questo modo?
Era difficile capire cosa stesse combinando Aaron. I nostri
genitori erano lacerati dal dubbio. Dovevano insistere che
seppellisse il cane per ragioni di decenza e di igiene, o dovevano
invece rispettare l'intimit del suo dolore? Nessuno aveva
mai visto Aaron in quello stato. Era una cosa sconvolgente e i
nostri genitori non riuscivano a decidere sul da farsi. Quindi
aspettarono.
Joshua fu il primo a sentire la storia dalla bocca di Aaron.
Con la sua tipica lisca, Joshua la raccont a noi e questo 
quanto ricavammo dal suo stentato monologo.
Aaron era salito in cima al tetto con una barra di ferro e
una bobina di filo metallico sotto il braccio - lui era il tipo che
sembrava avere sempre a disposizione scorte di filo metallico,
acciaio, calcestruzzo e carrucole. Si era arrampicato sull'antenna
televisiva, che era alta quanto la stessa casa, e aveva fissato
la barra in cima al palo centrale. Attorno alla base della barra
aveva avvolto una striscia di filo metallico affinch il rame
facesse da conduttore con il ferro. Quindi aveva fatto correre
il filo gi per l'antenna e lungo il tetto, poi l'aveva fatto scendere
sul fianco della casa fino alla finestra del suo bagno. Aaron
aveva un bagno tutto suo sotto la grondaia; ed era anche pi
isolato della sua camera.
Il cucciolo, che non aveva neppure avuto la possibilit di
aprire gli occhi, giaceva raggomitolato nel lavandino. Aaron
aveva delicatamente avvolto l'altra estremit del filo attorno al
collo del cucciolo. Quindi aveva chiuso la porta e si era seduto
sul bordo della vasca, aspettando il temporale.
Le nuvole si ammassavano da tre giorni. Erano venute da
tutte le direzioni, nuvole scure, masse nere raggruppatesi in
una sola nuvola che obliter il cielo. Una pesantezza grigiastra
aveva saturato l'aria. La luce era morbida e tutti si erano ritrovati
con le ossa doloranti. Aaron aveva aspettato.
Quando anche l'ultima nuvola era andata a sistemarsi al suo
posto, Zaffira aveva cominciato a trascinarsi su per le scale. Si
era rintanata nel seminterrato per giorni a piangere, ma adesso
sentiva che l'ora della resa dei conti era vicina. Era andata a
dormire con il cucciolo che stava bene e si era risvegliata trovandolo
morto. Perfino la sua mente di lupo poteva intuire la
verit: lo aveva soffocato lei stessa nel sonno. Aaron aspett.
Nuvole traditrici avevano solcato il cielo, grandi nuvole cariche
di elettricit, navi da guerra, tentacoli invisibili che trascinavano
aria pesante e pericolosa. Zaffira aveva cominciato
a raschiare le unghie contro la porta del bagno, ululando, ma
Aaron non l'aveva lasciata entrare. Aspetta, lupacchiotta le
aveva detto allegramente. Sto riportando in vita il tuo piccolo.
E aveva aspettato.
Alla fine un lungo tentacolo aveva sfiorato la barra di ferro.
Il metallo si era infiammato e liquefatto al punto di fondersi
con il rame. Trasportata dal filo di rame la scarica aveva percorso
il tetto, era scesa gi per la grondaia ed era entrata dalla
finestra per trasmettersi nelle vene del cucciolo morto. Zaffira
era riuscita a sfondare la porta e si era lanciata ululando verso
il lavandino prendendo fuoco proprio nell'istante in cui il lampo
spacc la porcellana e fuse le tubature di metallo. Aaron
perse i sensi finendo gambe all'aria e mezzo carbonizzato dentro
la vasca da bagno.
I miei genitori rimasero comprensibilmente sconvolti.
Aaron se la cav senza cicatrici, ma i cuccioli erano rimasti
orfani e adesso bisognava nutrirli con dei biberon pieni di
latte caldo.
Stranamente, per, Aaron non era pentito, e molti mesi
pi tardi scoprimmo il perch. Ci trovavamo in un posto appartato
- una delle poche volte in cui Aaron mi abbia mai
concesso il privilegio di accedere a una delle sue tane - ci
aveva fatto sedere, a Josh e me, e senza che dicessimo una
parola, ci raccont cos'era accaduto. Si  mosso disse. Giuro
che quando gli  arrivata la scarica del fulmine, il cucciolo 
tornato in vita e mi ha guardato. Si interruppe e gli si illuminarono
gli occhi. Si pu fare.
Ora che  ormai troppo tardi, le lezioni del signor Arrensen
sono tornate a ossessionarmi.  da molti anni che non lo
vedo. Mi chiedo cosa penserebbe di me adesso. L'ultima volta
che lo vidi, non aveva una grande stima di me e sono
cambiato davvero molto da allora. Era molto saggio, ma dubito
potesse arrivare al punto di immaginarsi un simile cambiamento
in un essere umano. Adesso sono giunto a comprendere
parte di quello che cercava di spiegare a proposito
di Aaron, dell'arroganza, dell'eccesso e del delitto dell'usurpatore.
Ho preso l'abitudine di fare lunghe camminate la notte.
Specialmente dopo che  piovuto, ho scoperto che il marciapiede
mi rilassa. Le macchine mi si fanno incontro con i fari
accesi e io vedo la strada bagnata scintillare. E ogni macchina
 come il passaggio di un fantasma.
Adesso s che sento il bisogno di un amico saggio.
Fu anni prima che arrivasse il secondo visitatore. Katie era
cambiata. Era diventata stramba e gioiosa, e sebbene fosse
considerata strana, la maggior parte delle ragazze voleva essere
sua amica. La maggior parte dei ragazzi voleva qualche
altra cosa da lei, ma lei li derideva perch erano giovani e
sgraziati e incapaci di amare.
Sebbene non dovesse rimanere mai sola, pass lunghi periodi
con se stessa, chiusa in camera sua. Da quella notte di
molti anni addietro, la bambola storpia non aveva pi detto
una parola ed era gradualmente diventata meno importante
nella vita di Katie. Adesso se ne stava tristemente nel
ripostiglio, in compagnia delle altre bambole. La creatura dalle dita
scheletriche era sparita nella gola e Katie non l'aveva mai pi
rivista.
Adesso, per, la presenza di sedimenti nell'acqua era diventata
un problema costante. Suo padre non riusciva a capire.
L'acqua era pompata nella gola da una cisterna; nessun
altro tra quelli che si servivano della stessa fonte aveva terra
nell'acqua.
La notte in cui arriv il secondo visitatore, le tubature erano
bloccate. Katie cerc di lavarsi i denti, ma dal rubinetto
non usc altro che polvere, ragnatele e la pellicina accorciata e
rinsecchita di un piccolo insetto.
L'aria della notte era piena di strani richiami. Non gabbiani,
ma qualcos'altro. Katie si raggomitol in capo al letto, senza
poter dormire per l'ansia.
Si guard le mani osservando l'unghia di un pollice che
stava crescendo tutta storta. Quando rialz lo sguardo, lui era
l. In piedi, sulla finestra aperta, l dove non c'era nessuno fino
a un istante prima.
Izzy si esamin le dita che erano lunghe e scolorite. Adesso
sulla scrivania c'era un mucchio di carte che riguardavano
la sua storia. Avevamo cartografato il racconto nel suo procedere
erratico e discontinuo; ci fu di aiuto. All'inizio furono
essenzialmente i luoghi a tenere insieme la storia; ci volle molto
tempo prima che io potessi collegare tra loro i vari eventi.
E anche allora, la posizione era tutto.
Stavo facendo tardi per il mio matrimonio. Il telefono cominci
a squillare, ma lo ignorai. Alla fine staccai il filo dalla
spina.
Prima che mi giudichiate troppo severamente, devo dirvi
qualcosa della donna che avrei dovuto sposare. Io non la amo.
Ci rendiamo conto entrambi che le devo molto, ma non ho
mai dichiarato di amarla.
 difficile spiegare con precisione cos' che devo a questa
donna. All'epoca del nostro incontro, due anni fa, nessun altro
mi avrebbe voluto. Mi piacerebbe credere che sia stata
aperta con me per una qualche forma di generosit d'animo.
Questo  quanto mi sono ripetuto pi volte, nello sforzo di
giustificare il mio incombente matrimonio. Ma  una bugia.
Mi ha preso nel momento in cui nessun altro mi avrebbe
voluto, perch sentiva che cos mi avrebbe posseduto completamente.
Non  attraente, la mia fidanzata, e nemmeno lei mi ama,
ma sa che le devo la vita e che perci sar leale con lei. Questo
mi pone in una categoria diversa dalla maggior parte degli
altri uomini. A quanto pare gli altri uomini, la maggior parte di
loro, la abbandonano.
La lasciano quando scoprono la profonda avidit del suo
animo, quando scoprono che il suo volere qualcosa  assoluto,
che ti vuole possedere proprio come si possiede un oggetto
qualunque. Mi ritrovai sgomento anch'io la prima volta che
la vidi fissarmi con quello sguardo compiaciuto, lo stesso sguardo
che ho visto sfoggiare a suo padre nei centri commerciali.
Josh stava fuori fino a tardi la sera e i miei genitori cercarono
di valutare se fosse una buona cosa. Non che ne discutessero;
i loro sforzi si limitavano semplicemente a sollevare la
questione e, a seconda del grado in cui questi sforzi fallivano,
a definire una posizione. Per quello che vedevo, mia madre
non era turbata dal comportamento di Josh; sembrava avere
la sensazione che tutto andava per il verso giusto, qualsiasi
cosa combinasse mio fratello. Mio padre, credo, s'impunt
genericamente sul fatto che un ragazzo di dieci anni non dovesse
tornare a casa a mezzanotte. Io avevo dodici anni e per
me era diverso: i dodicenni potevano fare quello che volevano.
Quanto ad Aaron, era un rinnegato e la questione dell'orario
lo riguardava fino a un certo punto. Ma Josh era ancora
innocente e, cos immaginavamo tutti, relativamente indifeso.
Mi interessava scoprire cosa stava combinando Josh. Sembrava
immerso in un progetto importante dal quale Aaron
era escluso, il che era una novit. Talvolta Aaron indagava
con aria indifferente sulle sparizioni di Josh, ma Josh non diceva
niente a nessuno.
Adesso comprendo che il proliferare di segreti era dovuto
all'influenza di mia madre sulla famiglia.  come se da quel
complesso organico che eravamo all'inizio, con tutta una serie
di entrate nascoste, i segreti fossero lentamente cresciuti
sotto forma di corridoi e muri arrivando a un punto in cui
ognuno di noi si ritrov cos diverso dal resto della famiglia
da dover urlare per essere ascoltato. Fu mia madre a creare
quella situazione.
Mio padre, come ho detto, era un uomo diretto. Portava
una barba che era oggetto di ammirazione nella comunit e
costruiva edifici, il che era un modo rispettabile di passare il
tempo. Era conosciuto come uno "speculatore", una parola
che aveva il suono di qualcosa di solido e moderno. Ma a
parte questo non sapevo granch della sua attivit: non se
n'era mai discusso in casa, ma ci permetteva di vivere agiatamente,
e cos io ero contento.
Quando ci ripenso mi rendo conto che dobbiamo avere
avuto parecchi pi soldi di quanti mio padre ne avesse spesi.
Non ebbi mai la percezione che fossimo ricchi, ma dobbiamo
esserlo stati: gli speculatori edilizi se la passano tradizionalmente
bene a Toronto. Secondo l'opinione corrente, in
questa citt non c' niente che sia degno di essere conservato.
La crescita  quasi una religione e i consiglieri comunali, i
cui gusti sono mutevoli quasi quanto la malleabilit dei loro
scrupoli, farebbero qualsiasi cosa per aumentare le dimensioni
di un edificio. Mi  stato detto che la cosa c'entra in qualche
modo con il corrispondente aumento dei contributi per
le campagne elettorali; mio padre stava sempre a donare soldi
per giuste cause politiche.
Grazie alla sua posizione, mio padre poteva permettersi di
essere un personaggio pubblico. Godeva per la sua reputazione
di personalit di spicco, alla mano ma tutta d'un pezzo, e
spesso faceva la sua simbolica apparizione a eventi mondani.
Quando ero giovane, mia madre andava invariabilmente con
lui e anche noi bambini eravamo spesso invitati a queste cerimonie.
Con il passare del tempo divenne evidente che io mi
stavo smarrendo per strada e che Josh non avrebbe smesso
di parlare con la lisca, cos la smisero di invitarci. Anche mia
madre accompagnava mio padre sempre meno e ho le mie
teorie in proposito.
Nostra madre non dava alcun contributo all'immagine di
apertura mentale e lealt civica che suo marito si era cucito
addosso. Non lasciava trapelare nulla e questo la rendeva sospetta
nel mondo delle apparenze. Certamente nessuno era
nella posizione di dire niente di scandaloso su mia madre o la
sua famiglia; il problema era che nessuno si trovava nella posizione
di poter dire assolutamente niente sul loro conto, e questo
innervosiva la gente.
Sono inoltre convinto, malgrado non possa dimostrarlo,
che noi tutti prendemmo strade distinte nella ricerca di un
obiettivo comune: districare la matassa del segreto materno.
Certamente ognuno di noi cerc il bandolo di un proprio
mistero e questa attrazione per ci che  oscuro e nascosto
deve essere venuta da qualche parte.
Mio nonno materno era un uomo silenzioso. Viveva a
Toronto est, dall'altra parte della citt, in un grande appartamento,
e ci invitava a cena una volta al mese. Sua moglie era
morta di parto e dopo il matrimonio di mia madre era rimasto
solo, ma non aveva l'aria malinconica delle persone sole.
Quando arrivavamo per cena ci salutava uno per uno accennando
un sorriso e ci conduceva in soggiorno. Aaron si
sentiva sempre a disagio nell'appartamento di Abba; tutto
era vecchio in quella casa e aveva l'odore di un continente
lontano, un continente di polvere e tappeti, di vetri rossi e
ricordi, un continente che trasmetteva ad Aaron la sensazione
di un mondo che gli era estraneo. Io, invece, ero affascinato
dalle pareti coperte di libri di cui non sapevo leggere i titoli.
Di tutti noi, era Josh ad avere la migliore intesa col nonno.
Anche lui parlava poco n sentiva il bisogno di farlo; erano
ragionevolmente contenti di aversi semplicemente attorno l'un
l'altro.
Abba cucinava il pollo con spezie sconosciute e salsa di
bacche. In casa associavamo la salsa di bacche al tacchino,
ma che ne capivamo allora? La tavola era apparecchiata sempre
con l'argenteria migliore e mi sembra di ricordare che ci
fosse una storia dietro quell'argenteria - una storia che non
era stata raccontata a nessuno di noi. Mio padre passava gran
parte della serata cercando di attaccare seriose conversazioni
tanto con mio nonno che con mia madre, ma a tavola Abba
diceva solo banalit di circostanza; quanto a mia madre, diventava
silenziosa e felice in presenza del nonno.
E allora pap, il mercato immobiliare  in piena espansione
a Scarborough diceva mio padre. Questa propriet sta
per diventare davvero allettante.
Si,  un grazioso appartamento. Sono felice qui. Vuoi ancora
un po' di pollo?
Katie, che non aveva mai avuto motivo di temere nessuno,
sollev il capo e sorrise con franchezza. Lui entr dalla
finestra aperta come fosse una porta.
Ciao mormor lei.
Lui chin il capo con grazia. Malgrado sia stata proprio
Katie a raccontarmi la storia, non le riusc' di ricordare come
fosse vestito. O quale aspetto avesse precisamente: Era come
un bellissimo gatto. O un leone. O forse un lupo... Non ne
sono sicura.
Parlarono per ore, di come era la sua vita, la vita di Katie.
Non ci aveva mai pensato prima e questo aggiungeva un
elemento di riflessione alla sua luminosa esistenza. Mentre parlavano,
lei si rese conto che non le importava affatto di s. Le
importava di lui. Ma lui non disse niente di s e se ne and di
buon mattino, prima che il sole sorgesse.
Katie rimase a lungo distesa e immobile. Non riusciva a
dormire, sebbene fosse molto stanca, cos alla fine si alz e si
avvicin allo specchio per pettinarsi i capelli. Sulla cassettiera
trov un groviglio di radici, strappate da qualche pianta, bagnate
con l'acqua invisibile dell'aria.
Tenne le radici accanto al letto, in una boccia piena d'acqua.
Non crebbero n morirono, ma cambiarono la stanza
quasi fossero dotate di un qualche potere eccezionale; la cambiarono
al punto che anche quand'era sveglia le ore scorrevano
senza una ragione, come fosse sprofondata in un sonno
ubriaco. Il giovane non riapparse quella notte, n quella seguente,
n quella dopo ancora.
Katie si rifiutava di scendere dabbasso. Quando sua madre
le chiese spiegazioni, Katie mormor qualcosa come lealt.
Di giorno Josh sembrava stranamente soddisfatto del modo
in cui andavano le cose e alla sera spariva. Una volta il babbo
lo sorprese mentre si metteva una cravatta prima di uscire.
Come mai la cravatta?
 solo per sentirmi a posto.
Nessuno si aspetta che il proprio fratello minore diventi
una persona indipendente. Non rientra negli eventi previsti.
Io lo trovavo eccitante, fosse solo perch mi liberava dalla
tirannia imposta dalla legge della maggioranza: Aaron e Josh
passavano ancora del tempo insieme, ma le relazioni erano
tese. Sembrava perfino che Aaron fosse escluso dal segreto.
Mi sorprendeva che Aaron non avesse mai pensato di
seguire Josh in una delle sue uscite notturne: lo spiare, per me,
non era certo fonte di scrupoli.
Katie rimase in camera sua per un mese e vide la sua psiche
fiorire sotto l'influsso delle radici strappate. Complet mentalmente
quella pianta in mille modi, un crescendo di fusti,
rami e foglie, ma non si liber mai del fantasma della sofferenza,
della realt della separazione. E quindi, a un mese dalla
notte della sua prima visita, il visitatore torn.
Entr nuovamente dalla finestra mentre Katie era distesa
sul letto, gli occhi chiusi e totalmente concentrata sulla propria
solitudine. Questa volta lui le mise una mano sopra la
testa. Al tocco del visitatore Katie apr gli occhi.
Lui sedette al bordo del letto e le parl senza dire niente e
lei rispose dicendo anche meno.
Lei si sentiva una stupida, vestita com'era con la sua spessa
vestaglia. cos, mentre parlavano se la tolse di dosso e si
distese nuda sulla superficie del suo letto gigantesco. Lui non
la tocc. Non pos nemmeno lo sguardo su quelle adorabili e
pallide membra che nessun uomo aveva mai visto prima; la
fiss semplicemente negli occhi e le parl.
Katie sent tremare i piedi del letto; la cornice dello specchio
sibilava come un mamba nero, e le tende si muovevano
nel vento come un giardino pieno di fiori sconosciuti.
Si port una mano sul petto per sentire il cuore. Gli sembr
dovesse cantare e fermarsi al tempo stesso. L'altra mano
se la mise tra le cosce perch in quel punto era vuota come un
pozzo. Ma il suo sguardo rimase attento e la sua voce dolce e
forte. Soltanto quando lui la lasci lei ricadde sul letto come
avesse la febbre. La fronte le bruciava, l nel punto in cui il
visitatore aveva posato la sua mano.
La mattina seguente sua madre la trov in quella stessa
posizione, nuda e tremante. Copr il corpo di Katie con la
coperta, telefon a un dottore e rovesci un lungo gambo
verde all'interno della boccia con le radici.
C'era aria di crisi in casa. Aaron se ne stava chiuso in camera
a costruire le sue pericolose macchine con materiali rubati
e con i nostri genitori che chiudevano un occhio. Non
sembravano pi in grado di orchestrare l'indispensabile chiarimento:
mio padre cercava di combinare un incontro, ma
proprio mentre Aaron entrava nella stanza mia madre si alzava
e scivolava via dalla porta e mio padre si ritrovava senza il
fegato necessario per dar corso all'udienza disciplinare.
Biascicava qualcosa di banale e se ne andava. Spesse volte
Aaron rimaneva l con un sorriso stampato sul volto, quasi a
dire: Che ne  del mio meritato castigo? Me lo devi, un meritato
castigo.
Eravamo attori tragici con scarpe di gomma.
Cos'era accaduto? Forse, col tempo, la reale gravit dell'incidente
del lupetto si era fatta pienamente evidente per tutti,
cos com'era evidente l'imbarazzante incapacit dei miei genitori
di trovare un accordo sulla punizione da impartire. Aaron
non si sentiva un bambino e non riconosceva alcuna autorit;
i miei genitori non si sentivano genitori. E io cominciai a
rendermi conto che se avessi preso un brutta piega, non ci
sarebbe stato nessuno a correggermi. Era una scoperta da
lasciarti senza fiato: la vertigine della libert assoluta. Non mi
port niente di buono. Da nessun punto di vista.
Spesso capitava che le luci si guastassero tutte insieme e
quando accadeva, nella muta oscurit della casa, avvertivamo
un ronzio elettrico proveniente dalla stanza di Aaron: qualcosa
di meccanico che lottava per la vita.
Solo a Josh era permesso di entrare. Rilasciava dichiarazioni
criptiche e biascicate che ci spingevano a fare ancora pi
domande su quello che stava accadendo nell'angolo pi remoto
della casa.
Ff-ta facendo delle co-fe diceva Josh. Cofe groffe.
Per una settimana Katie giacque in preda al delirio, ma
sembr non soffrirne fisicamente: non perse peso e neppure
il colorito. Faceva semplicemente sogni febbricitanti, preferendo
rimanere inconscia in assenza del visitatore. In un sogno
particolarmente vivido un uomo con un cappuccio nero
guidava a capo chino una processione in mezzo a una strada.
C'erano delle auto ferme su entrambe le carreggiate e le teste
dei loro occupanti ciondolavano fuori dei finestrini con gli
occhi chiusi, sembrava che nell'ora di punta fosse improvvisamente
scoppiata un'epidemia. La processione era immersa
nelle tenebre e si distingueva a fatica, una nuvola di fumo
velenoso, ma l'uomo alto che la guidava a capo chino si stagliava
netto e nero come un pezzo di ossidiana lavorato. Katie
stava sulla porta di casa e aspett che la processione svoltasse
l'angolo e che quel suo dolente incedere imboccasse la strada
dove lei abitava. Katie era nuda e arross. Quando la processione
fu sul punto di oltrepassare la sua casa, l'uomo che la
guidava sollev la mano e la tenebrosa teoria si ferm all'istante.
L'uomo si stacc dal gruppo e si approssim alla
soglia, dove si inginocchi avvicinando a tal punto la testa
che Katie riusc a sentire il suo respiro. Senza mostrare il volto,
infil una mano pallida sotto il mantello e ne tir fuori una
rosa bianca. Diventando ancora pi rossa, Katie prese il gambo
tra due dita e tocc il fiore con l'altra mano. Le manc il
respiro per il dolore. I petali erano cos freddi che le bruciarono
la punta delle dita e mentre teneva il fiore vicino al naso,
una tempesta artica dilag nella strada annegando quel sogno
nel bianco e nel silenzio.
Il dottore disse alla madre di Katie di non poter fare nulla
per sua figlia; insist che si trattava di un incantesimo di natura
psicologica e che sarebbe stato il caso di farla vedere da un
terapista non appena fosse uscita dal suo stato febbricitante.
La madre di Katie pass ore ai piedi del letto di sua figlia,
cercando di penetrarne i sogni.
Ma Katie rimase nel suo bozzolo per un mese intero. Si
svegli dalla febbre giusto in tempo per vedere il visitatore
incedere nell'aria, nell'atto di varcare il davanzale della sua finestra.
Non si parlarono questa volta, ma Katie lasci che lui le
aprisse la vestaglia e la toccasse. Nei punti in cui le dita dell'uomo
incontravano la sua pelle si formava una macchia rossa
che spariva un istante dopo. Le tocc il collo e le spalle e
quindi lo stomaco. Quando in ultimo le tocc i seni, si sent
male dal desiderio, ma lui le richiuse la vestaglia, le tocc le
labbra premendole leggermente con le dita e se ne and.
Katie si volt dall'altra parte. Schiacci il viso contro il cuscino
e pianse.
Quando finalmente si alz dal letto, not una foglia accartocciata
sul comodino. Aveva delle vene rosse e una forma
stranamente umana e inquietante. Sembrava combaciare con
qualcosa che doveva aver visto in uno dei suoi sogni, ma non
profumava. Dopo aver lasciato galleggiare la foglia nella boccia
con il gambo e le radici strappate, and alla finestra per scrutare
il cielo. Per un breve istante, consider la possibilit di uscire,
di seguirlo, poi si tocc le labbra con le dita, l dove lui l'aveva
toccata. Al mattino scopr di non essere in grado di parlare.
Josh era stranamente silenzioso a cena. Mangi velocemente
per poi rimanere con lo sguardo fisso sul piatto vuoto.
Sembrava stesse cercando di definire mentalmente un piano.
O magari stava ripassando qualcosa che aveva memorizzato.
Quando mio padre gli rivolse la parola, lui nemmeno se ne
accorse, e quando mio padre gli parl di nuovo, con pi insistenza,
Josh alz lo sguardo dal piatto con un'espressione annoiata:
Perch mi interrompi?
Pensai potesse essere la serata adatta per seguire il mio
fratellino nelle sue escursioni notturne.
Dopo cena, si scus sbrigativamente e and in camera
sua. Io rimasi ad aspettare in soggiorno e tenni d'occhio la
porta facendo finta di leggere un libro.
Pass un'ora e Josh scese silenziosamente dabbasso con indosso
una cravatta. Si accert che fossi profondamente assorbito
dal mio libro, quindi usc cautamente dalla porta d'ingresso.
Aspettai un minuto. Quindi scivolai fuori dalla porta e percorsi
la strada con lo sguardo. Josh stava camminando con
passo rapido sul marciapiede. Dava l'impressione di essere
immerso nei suoi pensieri, perch non distoglieva mai lo sguardo
dal selciato davanti a s. Mi misi alle sue costole in silenzio,
sicuro di non essere scoperto.
Ci stavamo dirigendo per lo pi verso sud. Le case del
nostro quartiere erano grandi e, dal momento che non era
ancora scoppiata l'epidemia falcidiante degli olmi olandesi,
c'erano molti alberi a fiancheggiare le strade. Ci inoltrammo
in una zona dove invece mancavano gli alberi e le case erano
delle costruzioni bifamiliari alte e strette. Cinesi e portoghesi
le avevano dipinte con colori sgargianti. Passammo davanti a
una minuscola sinagoga, pi piccola di una casa, che risaliva ai
giorni in cui questa zona era un quartiere ebraico. Josh non
esit mai. Mi guid attraverso un disorientante groviglio di
strade strette e minuscoli parchi finch non ci trovammo in
una nuova area residenziale, dove le scarne abitazioni erano
state ristrutturate per assumere l'aspetto di allegre casette con
decorazioni in legno di pino e ferro battuto. Attraversammo
ogni parte significativa della zona.
Josh parlava in continuazione mentre camminava, come
stesse provando un discorso o il racconto di una storia. Qualche
volta smetteva di parlare e si guardava intorno per orientarsi;
la forma della citt sembrava suggerirgli le battute successive.
Quindi riprendeva a parlare, con me che gli facevo da
ombra, silenziosamente, lungo il cammino.
Non riuscii mai a sentire cosa dicesse con esattezza. Le
poche parole che afferrai mi lasciarono per con l'inquietante
sensazione che Josh stesse raccontando una storia e che quella
storia non fosse la sua. Tanto per fare un esempio, si ferm
in mezzo alla strada, sopra un tombino, e prese a declamare
qualcosa che avrebbe potuto essere Shakespeare. Pi tardi, si
ferm di fronte a uno degli ospedali sulla University Avenue
e, nel fissare una finestra accesa, disse qualcosa di funereo.
Neppure questa volta riuscii a sentirlo distintamente, ma afferrai
il nome "Katie", pronunciato con rimorso.
Camminammo per ore.
Fu soltanto quando eravamo a pochi isolati da casa nostra
che mi resi conto della natura del nostro percorso: Josh mi
aveva fatto girare in tondo.
Spar in casa ritirandosi immediatamente in camera sua.
Qualche minuto pi tardi, quando con fare innocente bussai
alla sua porta per vedere cosa stava facendo, Josh non aveva
tempo da dedicarmi: era impegnato a scrivere copiosi appunti
su fogli protocollo.
Aaron cresceva a spron battuto. Era gi pi alto di me di
una testa e sembrava deciso ad aumentare il distacco. Inoltre,
a dispetto della mia disperante magrezza (una caratteristica di
famiglia), Aaron svilupp il petto di un leopardo e vene sporgenti
sulle braccia.
Mio padre era anche lui un uomo forte; all'universit aveva
fatto la sua figura come lottatore e io credo che si fosse praticamente
rassegnato all'idea di avere degli stecchini al posto
dei figli. Di fatto, il nuovo aspetto fisico di Aaron mise le basi
per una riconciliazione tra padre e figlio.
Non che si parlassero pi di prima, ma c'era un che di
benevolo nello sguardo di nostro padre ogni qual volta Aaron
scendeva per la colazione. Di tanto in tanto nostro padre
dava dei suggerimenti sulla dieta di Aaron, e Aaron annuiva
come se giudicasse una buona idea qualunque cosa si diceva.
Dopo aver fallito nel rapportarsi a suo figlio bambino, nostro
padre nutriva adesso la speranza di poter disporre di un adulto
precoce con il quale ripartire da zero.
Quanto a me, non vivevo bene la presenza di questa grande
creatura che era mio fratello. Non conoscevo affatto Aaron;
non c'era mai stato un vero dialogo tra noi e adesso la sua
prestanza rappresentava una tale novit che avrebbe potuto
benissimo essere un estraneo in visita. Con un senso di grande
oppressione stavo per cominciando a rendermi conto
che l'estraneo di casa non era Aaron e nemmeno Josh. Ero io.
Li guardavo tutti come fossero fotografie dietro un vetro.
Ed  vero che certe volte, a cena, passavo in rassegna i famigliari e vedevo le loro figure perdere consistenza, sbiadirsi al
punto di stagliarsi piattamente contro la parete del mio campo
visivo, come fossero la stampa color seppia del loro ritratto.
Mi ero insediato in un regno diverso, io.
Il peso della trasformazione di Katie stava piegando sua
madre. Katie era in s adesso, ma non comunicava pi di
quanto facesse quando era febbricitante e questa era un'ironia della sorte impossibile da accettare per sua madre, la quale
non aveva la minima idea di chi consultare. La psicoterapia
sembrava fuori questione: non soltanto Katie era incapace di
parlare ma non era nemmeno in grado di scrivere o fare qualsiasi
altra cosa per comunicare i suoi pensieri, e gli
psicoterapeuti non amano fare pi di tanto per indurti a parlare,
qualunque sia il problema.
Intere giornate erano trascorse con Katie e sua madre sedute
sul letto a fissarsi l'un l'altra, la silenziosa Katie e sua
mamma che si straziava in silenzio.
E i tre doni nella boccia, quei tre pezzi di pianta che seppur
mutilati si stavano avvicinando a qualcosa di completo, continuavano
ad affermare la loro presenza nella stanza, a colorare
di nuove dimensioni i pensieri di Katie. Le radici crescevano
fuori della boccia, si fecero strada nella stanza serpeggiando
come il sentiero di un giardino intricato, un giardino
asimmetrico in cui solo il pi sottile dei teologi avrebbe potuto
riconoscere la mano di un giardiniere. Il pallido gambo
cresceva in altezza, infausto e fragile; infondeva nell'aria il timore
dell'inverno mostrando quanto fosse effimera e quindi
disperatamente bella la stagione. E la foglia accartocciata popolava
la psiche di figure che si dimenavano: corpi incatenati
che si contorcevano, amanti che s'impollinavano e che cercavano
di respirare gli influssi del giardino fino all'ultima briciola.
Quanti regali ricever ancora? Diventeranno mai un regalo completo? Erano questi i pensieri pi insistenti di Katie.
Nemmeno sua madre era inconsapevole degli influssi: entrare
nella stanza di Katie era come entrare in una serra senza
vetri, un cubo di atmosfera pi densa che galleggiava all'interno
dell'aria normale della casa.
Josh cominci a cantare. E fu uno shock in famiglia, un
brivido che scosse l'ossatura della casa: nessuno aveva mai
cantato prima. Di tanto in tanto mia madre mugolava qualche
vaga melodia che solitamente troncava nel mezzo di una
strofa, melodie che non potevano definirsi musica se non
nella testa di mia madre. Josh, invece, aveva preso a cantare
canzoni complete. Che iniziavano e finivano.
Non sembrava preoccuparsi di chi ascoltava; gli piaceva
semplicemente riempire l'aria della sua voce. Rimanemmo cos
stupefatti che per molto tempo nessuno di noi not qualcosa
di ancor pi straordinario: quando Josh cantava gli andava via
la lisca. Poteva cantare le parole di un'intera canzone e articolare
ogni sillaba senza che certe consonanti gli impastassero la
lingua per poi cadere in terra sotto forma di saliva.
Adesso Josh spariva tutte le notti. Non avevo pi l'impudenza
di seguirlo. Sembrava stesse danzando verso la luce,
mentre io giravo in tondo senza staccarmi da terra. Semmai
sentivo di avere sempre pi cose in comune con Aaron; i
rumori che filtravano dalle pareti della sua stanza mi dicevano
pi cose delle canzoni di Josh.
Nondimeno bramavo di sapere cosa avesse in mente. Che
genere di storia raccontava mentre girava in tondo? Perch si
metteva una cravatta come in un'occasione formale? Era sempre
solo? Il nome di Katie mi era entrato in testa e non potevo
ricordarlo senza pensare alla gola, ai predatori e alle prede.
Cominciai a rendermi conto che si girava in circolo sia in
cielo che in terra. La luna girava in tondo, attorno alla terra
ovviamente. Gli uccelli della gola, invece, volavano lontano
fino a diventare dei puntini invisibili, quindi cominciavano a
girare in tondo, attorno alla citt. Josh girava in tondo. E cantava.
La luna era stretta nel cerchio della gravit, gli uccelli in
quello della fame e Josh nel cerchio di qualcos'altro.
Una sera, mentre Josh si sistemava la cravatta sopra la camicia
pulita, mi decisi a seguirlo di nuovo.
Rifacemmo esattamente lo stesso percorso della volta prima.
Parlava, questa volta molto pi distintamente, e cantava
con la sua perfetta voce da soprano, che aveva il timbro di una
sinusoide in una cella campanaria. Il vento era cos forte che
non riuscivo a distinguere con esattezza le parole; tuttavia mentre
camminavamo qualcosa accadde alla citt intorno a noi.
Le colonne che facevano da sostegno alle verande delle
case assunsero forme femminili e i tetti si fecero troppo pesanti
per quelle che adesso erano braccia umane. Non ebbi il
coraggio di guardare quelle verande venire gi, schiacciare i
loro sostegni femminili, ma udii comunque i lamenti. Ci lasciammo
una scia di rovine alle spalle.
Il cielo brulicava di gabbiani. Quando ero molto giovane, i
gabbiani di Toronto non si spingevano al di l della banchina.
Con il passare degli anni iniziarono per a usurpare zone sempre
pi ampie della citt e, arrivando a ficcarsi nei motori dei
jet, finirono col diventare una seccatura per l'aeroporto che
distava varie miglia dal lago Ontario.
I gabbiani erano ormai una presenza familiare nell'entroterra,
ma non ne avevo mai visti cos tanti di notte.
La mattina seguente passai davanti ad alcune delle case le
cui verande erano crollate la notte precedente. Mi stupii di
ritrovarle intatte, le colonne non pi donne ma mute colonne
sormontate da capitelli in cemento da cui spuntavano foglie
di acanto.
C'era un'intera sezione della biblioteca che fino ad allora
avevo evitato. Il signor Arrensen non era stato una vera e
propria guida per le mie letture, quantunque avesse reagito a
certe mie inclinazioni con sgomento o tacita approvazione.
Non avevamo mai parlato di quella sezione. Io non avevo
mai mostrato interesse per quei libri e lui non mi aveva mai
suggerito che avrebbero potuto interessarmi. Ma ora la mia
casa si stava spaccando in due, stava prendendo due opposte
direzioni, e per la prima volta volli capire cosa succedeva.
Aaron costruiva una macchina. Trascorreva interi pomeriggi
nella gola dove aveva trovato Zaffira. Studiava l'ambiente.
Cercava di determinare quali fossero le condizioni che avrebbero
consentito di riportare in vita un animale. Ricerche che
gli servivano per la costruzione della sua macchina, ma il senso
di quel progetto riuscivo a intuirlo solo in modo estremamente
vago.
Josh si muoveva nella direzione opposta. Cantava strane
canzoni, che non riuscivamo a capire, ma io lo avevo seguito
nelle sue escursioni notturne e avevo visto cosa accadeva alle
case quando cantava.
Se Aaron costruiva, Josh cantava la storia delle rovine. Aaron
sognava un nuovo impero, la nascita di un nuovo regime,
mentre Josh ne raccontava gi il crollo. Aaron cercava di dimenticare
cosa c'era stato prima, cercava di partire da una
tabula rasa, cercava qualcosa di nuovo. Josh si sforzava di
ricordare.
Nel raccontare la storia di come la sua famiglia avesse cominciato
a dividersi, Izzy si intrist. Cominciarono ad apparire
le crepe. Tutto minacciava di spaccarsi in due: la casa, i
genitori, i fratelli... io stesso.
Mi guard e provai un vago senso di nausea. Mi sentivo
parte di una congiura, una parte integrante e disgustosa di
questo scisma.
Dissi al signor Arrensen che mio fratello passava le sue
giornate nella gola per scoprire i germi della creazione. Gli
spiegai che non aveva mai dimenticato il suo esperimento
con il cucciolo blu, che stava costruendo una macchina in
camera sua, che non ne sapevo molto, ma che sembrava comunque
una versione molto pi sofisticata del suo tentativo
con l'antenna e il paraflmine.
Il signor Arrensen mi diede un libro da leggere. Parlava di
un uomo che tent di creare la vita in laboratorio. Questo 
un libro sul progetto della modernit disse. Qualunque cosa
facciamo in questo secolo  quasi sempre una variante di questo
progetto: il tentativo di ridurre il mistero della natura a un
processo che pu essere compreso, ripetuto e domato.
Gli dissi di Josh, del fatto che girava in tondo e delle case
che diventavano umane e poi crollavano.
 la stessa storia disse.
Non capii.
Noi costruiamo disse. Costruiamo e con successo. Poi,
nella nostra arroganza, ci dimentichiamo che quanto abbiamo
costruito  soltanto un nostro prodotto, un prodotto
fondato sulla fragilit umana, destinato a imboccare la strada
della rovina.
Ci che canta tuo fratello  semplicemente il cerchio completo.
Arroganza, trasgressione, distruzione.
La prima storia amara mai raccontata fu esattamente questa:
il delitto dell'usurpatore. Fingiamo di non riconoscere che
ci riguarda appieno. Facciamo qualcosa, crediamo di controllare
e possedere ci che in effetti abbiamo semplicemente
rubato. Alla fine, ci che facciamo si vendica e noi siamo
costretti ad affrontare la verit. Una verit che non  molto
diversa dal mistero originale: la verit  che sappiamo veramente
poco.
Lessi la storia dell'uomo che cerc di creare la vita umana e
produsse invece un mostro. Ma non mi fermai li.
Se il signor Arrensen aveva ragione disse Izzy allora questa
storia aveva trovato la sua via nel tessuto del secolo. L'arroganza,
la trasgressione e la vendetta. Volevo saperne di pi,
perch sentivo che questo stesso dramma si stava rappresentando,
in scala ridotta, a casa mia. Per la prima volta mi indirizzai
verso il punto della biblioteca in cui si trovava il racconto
di questa storia.
* * *
Avevo dodici anni. La storia che lessi non la si pu assimilare
a qualunque et. A dodici anni, comunque, non c' speranza.
Erano libri di storia. Semplici libri di storia. Il racconto di
una storia umana, una raccolta di prospettive genuine, il tentativo
di dire cosa accadde e - forse - perch. Quello che
leggevo era tutto qui.
La storia scritta dovrebbe essere relativamente innocua.
La finzione non conosce limiti. Diresti che l'infinita potenza
della mente umana di creare orrore su una pagina vuota debba
finire con il tradursi nel pi palpabile dei terrori. La storia
patisce la mancanza di naturalezza. La storia deve essere stata
reale. Deve poter essere accaduta.
Cominciai a comprendere, per, che la storia ha i suoi
autori. Che gli uomini creativi, uomini dall'immaginazione potente
come Artaud e Bataille, non sempre si limitano alla finzione.
Questi uomini, se sono molto dotati, possono scrivere
le loro strazianti e scorrevoli pagine nella carne delle nazioni.
E l'orrore di ci che  accaduto  sempre e comunque pi
spaventoso dell'orrore di ci che non  accaduto. Semplicemente
perch  accaduto.
Non  una cosa tanto strana leggere questi libri a dodici
anni. Qualunque bambino moderatamente precoce pu tirarli
gi da uno scaffale; stanno l per essere letti. Alcuni di questi
libri sono scritti in un linguaggio molto semplice. La mera
sequenza degli eventi la si afferra con estrema facilit. Il significato,
ovviamente, non potr mai essere afferrato. Moriremo
senza mai conoscere il significato di questi semplici eventi;
ma gli eventi in s sono tutti troppo ordinari.
Lessi la storia di un uomo dalla voce meravigliosa.
C'era una volta un uomo con una voce meravigliosa. Quando
parlava, la gente ascoltava e quello che aveva da dire toccava
il loro cuore. Possiamo vincere ci che siamo disse.
Possiamo rifare noi stessi a nostra immagine e somiglianza.
Possiamo prendere il destino nelle nostre mani e dare forma
al suo corso.
E c'era anche, a quel tempo, un gruppo di persone con un
libro antico. Vivevano nella stessa terra dell'uomo dalla voce
meravigliosa. Ma il libro antico, che era un libro di memorie,
diceva esattamente l'opposto di quanto diceva l'uomo dalla
voce meravigliosa.
L'uomo non fu creato per vincere ci che egli  diceva il
libro.
Il libro raccontava una storia circolare. Una storia che si
ripeteva in continuazione, tant' che ogni singola parte del
libro conteneva in s l'intero libro. La storia era questa.
Un gruppo di uomini divenne arrogante. Perch non dovremmo
costruire una torre con la cima ai cieli, si chiedevano.
Se costruiamo una torre con la cima ai cieli, diventeremo come
degli di. Questo  l'inizio della storia.
Vengono poste le fondamenta. Ma porre le fondamenta
costa la vita di molti uomini - degli schiavi - e i loro corpi
vengono sepolti nelle cavit delle pietre che compongono i
muri della torre. Sono i morti a tenere in piedi la torre e la
torre comincia a crescere. Questa  la parte centrale della storia.
Un giorno, quando la torre sta per essere finita, quando 
cos alta che gli uomini sui bastioni arrivano quasi a toccare il
bordo dei cieli, il cielo diventa nero e si riempie di una luce
terribile. Si ode un rumore di ossa che si rompono.
Ed ecco ci che vedono coloro che si trovano ai piedi
della terra: in un attimo vedono sparire le grandi pietre che
fanno da fondamenta alla torre. Al loro posto, resuscitati per
brevi istanti, ci sono gli schiavi. Stanno al posto delle pietre e
sono loro, adesso, a tenere in piedi la torre.
Gli schiavi sono diventati pilastri umani. L'intera torre poggia
per pochi istanti sulle mani di questi schiavi.
Si ode un rumore di ossa che si rompono.
Per lo sforzo, i muscoli vengono meno. Le spine dorsali si
spezzano. Gli schiavi rimangono schiacciati e vengono sepolti
un'altra volta nelle fondamenta della torre, che adesso 
ridotta in rovina. Gli uomini che hanno costruito la torre
cessano di intendersi gli uni con gli altri e vengono dispersi
sulla faccia della terra, ma nella distruzione della torre 
ingenerato l'inizio di una storia. La storia viene ricordata, scritta
e raccontata. Questo  l'inizio e la fine della storia.
L'uomo dalla voce meravigliosa sapeva di questa storia.
Sapeva che questa storia era scritta nel libro, e sapeva di non
poter permettere che una storia del genere venisse ricordata
e raccontata. Cap che la storia era sconfortante, che gli screditava
il progetto fondato sull'eloquenza. Cominci quindi ad
architettare un'opera di grande oblio.
Dimenticare  un impresa difficile. Lo sapeva. Ma dimenticare
 essere liberi.
Ecco ci che fece per realizzare l'opera di grande oblio.
I membri del gruppo che erano in possesso del libro, e che
lo leggevano, furono sistemati su dei carri bestiame e portati
in un altro posto. Qui le madri furono separate dai loro bambini,
perch tutti sanno che i bambini non possono lavorare
e che le madri ce l'hanno dentro, il lavoro. Anche i padri furono
messi a lavorare, ma dal momento che potevano lavorare
anche meglio furono messi in un altro posto ancora.
I malati, che sono come i bambini e non possono lavorare,
ovviamente furono separati dagli altri. C'era un solo uomo
a separarli, perch  una cosa facile da fare.
Si limitava semplicemente a indicare: tu da quella parte e
lavora, tu da quell'altra che non lavori.
Quelli che lavoravano soffrivano meno. Il lavoro, si diceva,
rende gli uomini liberi ed  vero che alcuni di quelli che lavoravano
alla fine vennero liberati.
Tra quelli che non lavoravano, alcuni se ne andarono senza
soffrire. Gli fu detto che li portavano a lavare, il che era una
buona cosa perch nel viaggio si erano sporcati. Nei tubi,
per, non c'era acqua e non era acqua quella che usciva dalle
docce.
Ad alcuni fu concesso di vivere. Furono messi a disposizione
della scienza - della scienza medica, per l'esattezza -
affinch altri potessero trarre beneficio della loro sofferenza.
L'uomo dalla voce meravigliosa si assicur cos che il libro
fosse quasi dimenticato e lentamente il mondo cambi.
Cambi per il gruppo che era stato in possesso del libro.
Nel giorno in cui gli fu concessa la libert, il gruppo fu esaminato
e lo si trov molto pi piccolo di quanto non fosse stato
prima.
Cambi anche per altra gente. Molti di questi, prima che
l'uomo dell'eloquenza cominciasse a parlare cos bene, avevano
una buona idea del perch facevano ci che facevano e
molti di loro avevano anche un forte rispetto per l'umana
specie. Nel giorno in cui fu concessa la libert e il gruppo si
rivel nella sua mutata condizione, molta gente avvert il cambiamento.
Non era pi semplicemente una questione di andare
avanti. Non potevi tornare semplicemente a casa. Sembrava
non esistesse nemmeno, una casa. O se esisteva, quasi
non te ne importava.
Niente, infatti, aveva molto senso alla luce di questo nuovo
giorno. <Abbiamo fatto qualcosa disse la gente. Qualcosa
che non si pu cancellare. Perfino quelli che non avevano
fatto niente non potevano distinguersi del tutto da quelli che
avevano fatto qualcosa, perch, come si dice, Siamo tutti
umani. Si era permesso che capitasse qualcosa di diverso e
alla luce di questa diversit era cambiato tutto.
Tutti volevano delle prove. Volevano delle prove per convincersi
in qualche modo che erano diversi, che non erano
della stessa razza del giovane dalla voce meravigliosa. Non
bastava loro di essere molto diversi, volevano essere diversi
del tutto, dovevano appartenere a una razza diversa. Erano in
molti a dire: Se quell'uomo era umano, allora io non voglio
essere umano.
Ma come si dice: Siamo tutti umani.
Per molta gente, per via del grande sforzo di dimenticare
quel singolo libro, i libri non ebbero pi senso.
Izzy mi guard negli occhi, con aria supplichevole.
Capisce? disse. Avevo dodici anni. L'avevo solo letta,
quella storia, e certamente la mia sofferenza era niente. Ma
faceva parte anche questo della sofferenza: riconoscere che
non avevo diritto di soffrire perch io, quella storia, l'avevo
letta e basta. Non era a me che erano capitate quelle cose.
Capisce?
Distolsi lo sguardo.
Cosa avrei dovuto fare? disse. Il mio primo pensiero fu
quello di dimenticare, di cacciare quella storia dalla testa -
"Che il suo nome e il suo ricordo possano essere cancellati" -
ma una parte di me si rifiutava di dimenticare, come se il
dimenticare fosse un'oscenit. Che diritto ho di dimenticare
la sofferenza altrui?
Non sapevo. Ma come ho detto, ho avuto i miei problemi
di memoria e cominciai a sentirmi male.
Ma avevo dodici anni allora. Ricordarmi quella storia dai
dodici anni in avanti, conservare dentro di me il ricordo di
quella storia per il resto della vita, mi sembrava insopportabile.
Cosa dovevo fare?
Pu sembrare una cosa molto razionale, cos come la pongo
adesso. Ma, ovviamente, ero molto meno razionale all'epoca.
La mia mente prendeva le direzioni pi perverse, direzioni
disperate. Avevo dodici anni.
Il bisogno pi urgente, all'epoca, era di separarmi dall'uomo
dalla voce meravigliosa. Qualunque cosa avessi in comune
con lui, qualsiasi parte di me in qualsiasi modo simile a quell'uomo,
volevo sparisse. Volevo tagliarla da me e gettarla via.
Me lo ricordo distintamente questo bisogno. Il desiderio
di tagliare una parte di me. Credo avesse qualcosa a che fare
con ci che accadde quella sera.
Tornato a casa, il mio primo pensiero fu che la macchina
di Aaron dovesse essere fermata. Adesso la vedevo per quello
che era: un tentativo di dominare i misteri della gola. Aaron
stava cercando di costruire una torre con la cima ai cieli, cos
da poter rubare la sorgente della vita e riportarla sulla terra.
Era questo ci che intendeva il signor Arrensen quando parlava
di arroganza dell'usurpatore. Ero intenzionato a fermarlo.
Quando entrai in camera sua lui non c'era. Mi guardai attorno;
non ero pi entrato in quella stanza da quando aveva
cominciato a lavorare alla macchina.
Era buio. Aaron aveva coperto le finestre, sentivo per il
rumore di una grande ruota che girava e poco dopo cominciai
a distinguere delle forme.
C'erano scatole aperte con del terriccio che Aaron aveva
raccolto nella gola. Ognuna delle scatole conteneva un animale
morto, raggomitolato su se stesso. Animali lugubri e silenziosi,
ognuno disteso nel suo giaciglio di terra. Anche gli animali
doveva averli trovati nella gola, ma non lo avevo mai
visto portarne uno a casa. Nel muro in fondo alla stanza c'era
quella cosa, il progetto.
Era costruito nel muro. La grande ruota girava e mentre
girava emetteva un rumore sinistro. La stanza dava la sensazione
di un complesso organico, connesso vitalmente al girare
di quella ruota. La ruota era il cuore della stanza.
Non riuscii a capire come funzionasse quella macchina.
Era fin troppo complessa. Tuttavia, nel fissarla riuscii a distinguerne
alcuni aspetti. Capii che la ruota doveva essere il cuore.
E capii che le due aste di fronte alla ruota dovevano essere
i terminali.
Era costruita in modo tale che questo era ovvio: l'intera
stanza piena di macchinari era orientata verso quelle due aste.
Erano l'oggetto di tutta quella complessit. Erano lo scopo.
Le aste non erano imponenti. Si ergevano a circa un metro
di distanza l'una dall'altra, fissate al pavimento. Fili di rame
correvano dalla base di ognuna delle aste fin dentro la macchina
costruita nel muro. Entrambe erano coronate da una
piccola scintillante sfera di metallo.
Tra queste sfere, su una piattaforma di legno, c'era una
scatola con del terriccio. Non c'erano animali in questa scatola.
Le aste erano sottili. Non ero in grado di dire di cosa
fossero fatte ma pensai tra me: molto probabilmente potrei
storcerle, forse anche attorcigliarle insieme; forse danneggerebbe
la macchina in qualche modo irreparabile. Ero intenzionato
a provare.
Dietro di me, un cane cominci ad abbaiare. Mi voltai e
scorsi una gabbia nell'angolo della stanza. Un cagnolino si
dannava contro le sbarre. Aveva gli occhi bianchi e lo sguardo
annebbiato, come fosse morto.
Mi avvicinai cautamente alle aste e vi rimasi di fronte. Intuii,
in qualche modo, che l'aria tra di esse non era come l'aria
nel resto della stanza. Non c'era niente di visibile, ma riuscivo
ad avvertirlo: l'aria tra questi due terminali era diversa.
Diedi un calcio alla piattaforma di legno. La scatola cadde,
il terriccio si sparpagli descrivendo un arco lungo il pavimento.
Varcai lo spazio tra le due aste e afferrai le sfere nelle mani.
Sentii la lucentezza del metallo, e in quello stesso istante la
voce di Aaron dalla porta: Izzy! Non toccarla!
Ma era troppo tardi. Ero diventato un circuito.
Izzy si alz. Fece su e gi per il mio ufficio, mosso da una
strana energia. Fissai l'orologio; il mio matrimonio sarebbe
iniziato tra dieci minuti. Izzy riprese la sua storia.
Capii che da quel momento c'era qualcosa di diverso.
Aaron mi tir via dalla macchina; era infuriato e nervoso ma
insisteva nel dire che non mi ero fatto niente. Capii, per, che
c'era qualcosa di diverso.
A cena, quella sera, avevo un terribile dolore allo stomaco
e non riuscii a mangiare. Mia madre chiese ripetutamente ad
Aaron a cosa servisse la macchina e cosa mi fosse accaduto,
ma lui non parlava.
"Non preoccuparti", disse Aaron, "si riprender".
Josh rimase in silenzio per tutta la cena, ma quando fummo
sul punto di finire rispose alla domanda di mia madre con
un filo di voce piena di soggezione. Le disse per cosa era
stata progettata la macchina. A quel punto io mi alzai da tavola;
ero sopraffatto dalla nausea e uscii all'aperto nella speranza
che l'aria mi facesse stare meglio.
Mi si stava contorcendo lo stomaco, adesso. Era come se
dentro di me ci fosse qualcosa con degli artigli, qualcosa che
cercava di nascere. Il dolore era terribile. Non potevo fare a
meno di ricordare cosa avevo letto quel giorno, qualche ora
prima, e quanto avessi desiderato che qualche parte di me
potesse essere tagliata via. Volevo tagliarla via da me, rimuoverla
chirurgicamente, tirarla fuori.
Izzy si ferm. Si asciug la fronte con la manica. Notai
che anch'io stavo sudando, malgrado il gelido spiffero che
faceva tintinnare la finestra. Mi fiss nuovamente negli occhi
e io provai di nuovo la nauseante sensazione che, in qualche
modo, quella storia mi riguardasse.
Non so perch mi addentrai nella gola. Francamente, mi
sentivo come se stessi per morire, e credo di aver pensato
che quello fosse un posto buono per morire come qualunque
altro. A ogni modo, andai l sotto. Era qualcosa che non avevo
mai fatto da solo prima di allora. Una volta, quando ero
giovane, Aaron mi aveva portato nella gola, ma ero troppo
spaventato per addentrarmi pi di tanto; me ne ero scappato
via di corsa e Aaron mi aveva preso in giro.
Questa volta, per, scesi fino in fondo, in quel posto tenebroso
dove le ombre si muovevano. Da li, la citt era ridotta
a una sola luce: era la luce di una finestra di una casa costruita
sul fianco della gola. Ricordo che fissai la finestra, mentre
le ombre mi circondavano, e il dolore crebbe, finch chiusi gli
occhi.
Taglitela via! url Izzy. Tagliatemela via. Voglio dimenticare.
Per favore, lasciatemi dormire...
Le ombre si disposero in circolo e saltarono. In un ripostiglio,
nella stanza con la finestra accesa, una bambola storpia
sorrideva col suo mezzo sorriso. Izzy si contorse sul fondo
della gola e vers lacrime amare.
Si ud il richiamo dei gabbiani.
Taglitela via!
Qualcosa lo tirava dallo stomaco alla gola, qualcosa che si
svegliava stiracchiandosi come fanno i gatti alla luce del sole.
Qualcosa che aveva artigli, polmoni dal respiro pesante e occhi
dorati. Sentiva la pelle tirare dall'ombelico alla gola per
favorire la nascita.
Mentre mi diceva queste cose Izzy si tocc involontariamente
il petto. Ovviamente quando smisi di urlare e mi guardai
lo stomaco, non c'era niente... la mia camicia non aveva
nemmeno uno strappo.
Sent un grande braccio artigliato estendersi lungo il plesso
solare. Lo stava lacerando, questa creatura dorata, ma non lo
stava facendo a pezzi. Era coperta da un liquido, come fosse
appena nata, ed era enorme. Le costole gli si aprirono, si spalancarono
con un rumore di strappo e quindi si richiusero
intatte.
In mezzo a tutto quel dolore ci fu un momento di lucidit.
Izzy si ricord improvvisamente della risposta di Josh a cena,
quando sua madre gli aveva chiesto un'altra volta per cosa
fosse stata progettata la macchina di Aaron.
Josh aveva parlato con una voce fioca e tremante, piena di
paura e stupore.
Fsserve a far refuffitare i cuccioli.
Katie sedeva con aria abbattuta alla finestra che lui aveva
usato come porta e fissava il cielo. Le nuvole inesorabili non
accennavano a disperdersi. Ud il suono di una sirena attraversare
la citt, un suono stranamente attutito. Aspett.
C'era un altro rumore laggi, tra le ombre della gola, come
di ossa che si spezzavano e poi un violento strappo. Per la
prima volta, Katie not che il visitatore aveva gli occhi d'oro.
Non castani, ma d'oro: il colore della pelle di un leone. Degli
occhi di un leone. Fu usato un solo colore per la creazione del
leone e quel colore era un oro piatto e senza fondo; fissare gli
occhi di un leone  come nuotare in presenza di una gelida e
impenetrabile anima dalle finestre dorate.
Inoltre, Katie non riusc mai a stabilire con certezza se il
visitatore fosse una creatura canina o umana.
Per la prima volta, Katie rimase terrorizzata.
La sollev come fosse un pezzo di filo e la poggi contro il
muro, dove la schiacci con il proprio corpo. I loro cuori
battevano insieme adesso e lei comprese che quello del visitatore
batteva lentamente, troppo lentamente.
Il desiderio pu accettare la paura e piegarla finch  un
orpello. Katie smise di sapere perch stava respirando tanto
velocemente, sapeva soltanto che lo faceva. Tese le braccia e,
per la prima volta, lo tocc.
A ogni respiro, il volto gli si offuscava dietro un velo nebuloso.
Ci fu un altro rumore, uno strappo, meno orribile di
quello nella gola e lei cap che il visitatore le stava strappando
la camicia da notte. A strisce. Striscia per striscia. Finch lei
rimase con indosso soltanto brandelli di stoffa.
E quindi, per la prima volta, lui la baci.
Se un momento potesse essere dilatato per articolarne ogni
istante - ed era quanto avrebbe cercato mentalmente di fare
Katie nel corso dell'anno successivo - la sequenza di quel momento
si dispiegherebbe lentamente a questo modo: sent le
labbra di lui contro le sue e chiuse gli occhi, perch per un
istante voleva essere quasi sola nella sua felicit; e la sua felicit
sfoci in un attimo di delirio. E poi sent una mano tra le
gambe, una mano fredda e viziosa, e poi un'indicibile agonia
come se qualcosa di tagliente fosse stato spinto dentro di lei,
all'interno del sesso e su nel suo petto, e poi il freddo di quando
il cuore le si ghiacci in petali bianchi e poi il grido che
lanci quando il fiore si disperse sotto il martello del petto di
lui e il modo in cui cerc di spalancare al massimo gli occhi e
che non bast comunque ad abbracciare quegli occhi colore
dell'oro. E nel cadere in terra singhiozzando pietosamente, si
rese conto che quegli occhi ridevano di lei. Risero della sua
innocenza, trassero godimento dal suo dolore. E poi se ne
andarono.
Infine, quando riusc' ad alzarsi dalle lacrime e dal sangue
che bagnavano il pavimento, si trascin piangente e ancora
piegata in due al comodino, e mentre teneva lo sguardo fisso
sul comodino si sent morire, e poi morire e poi ancora morire.
Non le aveva lasciato niente, stavolta.


Capitolo 2.
TEMPIO.

Niente di ci che ho visto prima - in fotografia o dal vero - mi ha
mai colpito tanto duramente, profondamente, istantaneamente.
Mi sembra addirittura plausibile dividere la mia vita in due parti,
prima di vedere quelle fotografie (avevo dodici anni allora) e
dopo, anche se dovevano trascorrere degli anni perch ne comprendessi
appieno il significato. Ma a cosa serv vederle? Erano soltanto
fotografie. Fotografie di un evento di cui avevo appena sentito
parlare e sul quale non potevo avere alcuna influenza, di sofferente
che riuscivo a stento a immaginare senza che potessi fare
niente per alleviarle. Ma quando guardai quelle foto qualcosa si
spezz. Avevo raggiunto un limite, e non era solo quello dell'orrore-,
mi sentii irrevocabilmente afflitta e ferita, ma una parte cominci
anche a indurirsi; qualcosa si spense; qualcosa piange ancora.
Susan Sontag.

Per qualche tempo trattarono Izzy con ogni premura. Non
era realmente un invalido; camminava ancora come prima,
ma era cambiato. Era stato l'incidente con la macchina o cos
pensavano loro. Avevano bisogno di farsi una ragione che
spiegasse come mai il giovane Izzy, un tempo soltanto imbronciato,
fosse arrivato ad alternare reazioni violente a momenti
di scontrosit; volevano sapere da dove gli veniva quel
modo di ridere che aveva il suono di un'eco all'interno di una
canna fumaria.
Venne chiesto ad Aaron di smantellare il suo congegno.
Non ci furono discussioni; sua madre si limit a osservare
che per colpa di quel congegno Izzy si era ritrovato nella gola
mezzo morto e che era il caso si dedicasse a qualcos'altro. E
cos fece. Sollevamento pesi.
Izzy veniva trattato con i guanti. Riceveva gesti di simpatia
fuori luogo. Per quanto male si comportasse, lo perdonavano
sempre.  per via dello shock, dicevano, lo shock subito
dall'organismo.
Nessuno si era mai preoccupato di fargli vedere sotto la
giusta luce le cose che aveva appreso in biblioteca. Non c'era
bisogno, ovviamente, di vederle sotto una giusta luce: ci che
Izzy aveva letto era tutto vero. Nessuno sapeva, per, cosa
avesse letto e come lo avessero cambiato, queste letture. Si
attribuiva tutto all'incidente della macchina.
Per la prima volta in vita sua, cominci a ridere. Una risata
piena d'ira e di compiacimento. Non fu un periodo felice.
Quando Izzy fin le elementari ci si aspettava che andasse
a una scuola privata. Il sistema della scuola pubblica non costituiva
un parametro accademico adeguato e si pensava che
Izzy fosse un ragazzo portato per lo studio. Il fatto che avesse
fallito gli esami di ammissione di ogni prestigiosa scuola
della provincia venne accolto da tutti con grande sorpresa.
Il contenuto specifico delle prove d'esame era riservato e i
suoi genitori non si immaginarono mai cosa avesse scritto. Io
so, per, che non soltanto Izzy non aveva passato l'esame.
So che scrisse cose tali da far fare brutti sogni agli insegnanti
che corressero le sue prove d'esame.
La verit era che non aveva alcun desiderio di passare i
prossimi sette anni della sua vita rinchiuso con dei ragazzi.
Stava arrivando l'adolescenza e una qualche idea su ci che
faceva al caso suo, Izzy ce l'aveva. Non sarebbe stata una
buona cosa se gli ardori ormai prossimi fossero stati costretti ,
a prendere una piega monastica e interiore: si sarebbe
rivoltato dal desiderio. Voleva andare in una scuola pubblica.
Izzy fin in un vasto complesso di mattoni marroni anneriti,
circondato per miglia da piste da corsa e campi di football;
un simmetrico e mostruoso ospizio di cultura i cui difetti gli
conferivano un'innegabile virt architettonica: non sarebbe
mai stato scambiato per null'altro che un liceo del centro di
Toronto.
Non riusciva a ricordarsi molto di quello che accadeva in
classe. Le lezioni erano una sorta di umiliazione rituale o, forse,
una specie di inferno: coloro che non erano in grado d'insegnare
condannati a stare in eterno con coloro che non erano
in grado di apprendere.
Aaron andava alla St. Christopher. Era la pi severa fra le
scuole private. Sette anni di ferrea disciplina e di atletica cos
finemente orchestrati che i ragazzi, mere potenzialit al loro
arrivo, ne uscivano pronti a tenere le redini della societ e con
un talento quasi istintivo per il gioco di polso, per far trottare
il grande cavallo senza che protesti.
Prendevano ragazzi intelligenti ma con un'inclinazione verso
le cose concrete, ragazzi animati da brame terrene. Izzy non
si sarebbe trovato bene in quel posto. Gli studenti passavano
tre ore al giorno sui campi da gioco e due ore seduti in una
stanza silenziosa a studiare sotto stretta sorveglianza. Il resto
della giornata era dedicato alle lezioni. Non c'erano ragazze.
La crescita di Aaron incontr un nuovo impulso. C'era
una grande stanza con macchine per fare pesi e ad Aaron era
permesso di passare la maggior parte delle tre ore da dedicare
all'attivit fisica, giocando a Sisifo. Da grosso che era,
cominci a diventare anche bello robusto.
Aveva degli amici, amici con cui faceva pesi, amici che si
confortavano a vicenda ascoltando il ritmo dei compagni: lo
sbuffo d'aria di quando il peso veniva spinto verso l'alto, il
soffice tonfo di quando incontrava il suolo, gli scatti metallici,
il lento cigolio delle pulegge. La stanza aveva l'odore di una
macchina. Una volta Izzy and a trovare suo fratello e rimase
sorpreso nel constatare quanto gli ricordasse la stanza di Aaron,
quando c'era ancora il grande volano che girava.
Josh scriveva tutto il tempo, adesso. Appunti, li chiamava.
L'esatta natura di questi appunti sfugg a noi tutti finch, per
un crudele colpo della natura, d'un tratto si rivelarono un modo
perfetto tanto per penetrare la mente di Josh quanto per rimanerne
inesorabilmente esclusi.
Josh non cantava pi come faceva un tempo; mugolava
delle canzoni tra s, sommessamente, mentre scriveva. Continuava
a sparire di notte e al ritorno scompariva nella sua
stanza a scrivere. La sua stanza era piena di carte e non permetteva
mai alla madre di entrare a pulire. A lei non importava.
La confortava che Josh raccontasse delle storie, sia che le
cantasse o le mettesse su carta. Perch ne traesse conforto
Izzy non lo capiva; aveva una vaga idea di cosa parlassero
queste storie e ne era profondamente turbato.
Una nuova crisi stava bollendo in pentola e io ne ero il
centro. Stavo per trascinare la mia famiglia verso un conflitto
pi grande, malgrado tutti, eccetto mia madre, fossero riluttanti.
Stavo per forzare un confronto. Stavo per compiere
tredici anni.
Nel caso di Aaron, non se ne parl nemmeno di celebrare
il bar mitzvah. Il suo desiderio di imparare l'ebraico equivaleva
pi o meno al suo interesse per lo swahili o il ladino. Il
tredicesimo compleanno di Aaron fu per causa di qualche
tensione in famiglia. Nonostante mio padre apparisse vagamente
sollevato, mia madre assunse un'aria insolitamente distante
quando giunse il momento della torta. Joshua cant
stupendamente, quindi si ritir in camera a buttare gi gli appunti.
Il compleanno di Izzy sarebbe stato pi movimentato.
Abba non mi conosceva, pensavo, e questo significava
che non era particolarmente interessato alla mia vita. Quando
telefonava mi capitava di prendere in mano il ricevitore e
di recitare quel numero che ero andato perfezionando nelle
mie relazioni con i parenti: abbozzare una qualche forma di
conversazione per poi passare il telefono a mia madre. Quella
volta, per, il rituale non riusciva a trovare la sua limpida conclusione.
Non sembrava infatti che Abba fosse sul punto di
dire: " stato molto carino parlare con te, Isaac. Posso parlare
con tua madre?" Perch era a me che voleva parlare, quella
volta.
Sarebbe piaciuto, a Isaac, cenare con suo nonno? Loro
due soltanto? Avrebbero cenato nel suo appartamento. Abba
avrebbe cucinato del pollo.
Abba lo chiamava sempre Isaac.
Izzy aveva dodici anni. Non avrebbe potuto sentirsi pi a
disagio di come si sent al pensiero di cenare, da solo, in quell'indecifrabile
appartamento, con suo nonno. Cosa avrebbe
detto? O, cosa forse pi importante, cosa avrebbe detto Abba?
Izzy non aveva dubbi sul fatto che l'avesse chiamato per una
ragione precisa. Suo nonno non era il tipo che faceva qualcosa
senza un motivo.
Mi misi una cravatta, senza che mi venisse detto. Sentivo
che era il caso di mettersi una cravatta. Mi sentivo, infatti,
come Josh quando usciva a raccontare le sue storie.
Mi accompagn mia madre con l'auto. Era una guidatrice
scrupolosa. Capiva di avere al suo fianco dei corpi umani che
respiravano, corpi pressoch indifesi di fronte all'eventualit
di uno schianto. La maggior parte della gente non guida a
questo modo. Andare in macchina con mia madre era sempre
molto rilassante e raramente mi garbava l'idea di essere
portato in giro da qualcun altro.
Adesso so che l'autostrada  un grande mediatore. Ci sono
corsie di raccordo, pensate per convogliare la volont dell'individuo
in una forma nuova e compatta: il traffico, una massa
prevedibile. Quando guidi rischi di perdere l'anima. Rischi di
diventare parte delle geometrie del traffico, soggetto a leggi
molto semplici. Era strano che mi sentissi al sicuro con lei.
Nella sua determinazione di rimanere separata da quelle leggi,
per molti aspetti mia madre era come un'auto che se ne sta a
bruciare placidamente sul ciglio della strada.
Arrivammo all'edificio in cui si trovava l'appartamento di
mio nonno e lui ci fece salire. Era un appartamento come
tanti altri ma conteneva manufatti tali che mai lo si sarebbe
potuto scambiare per uno dei mille appartamenti tutti uguali
della zona. Avevano tutti delle stanze bianche, ma quello era
un museo.
Mia madre incontr mio nonno sulla porta d'ingresso e si
baciarono. Mi sembra di ricordare che non si dissero niente.
Seguii mio nonno attraverso la porta e mia madre torn all'ascensore.
Dunque, Isaac. Te la stai passando bene a scuola?
Una domanda a cui era difficile rispondere con un minimo
di onest. Non c' male.
Te la passi bene, allora.
Sedemmo in soggiorno, su delle sedie dure. Anche i divani
erano duri nell'appartamento di Abba. Le comodit non erano
contemplate nella costruzione del suo mondo.
Stai leggendo dei libri? Tua madre mi dice che leggi libri.
Si. Penso di s.
 una bella cosa.
Per un lungo istante rimanemmo seduti senza dire niente.
Nella mia famiglia io ero il solo che leggeva dei libri.
Abba si diresse verso la libreria. Era di legno vecchio e
duro, incassata nella parete e piena di volumi in pelle e carta
gialla. Fece scorrere la mano sopra i dorsi arrotondati. Erano
differenti dai libri che c'erano in casa nostra, erano fatti con
materiali diversi e avevano dimensioni diverse; il modo in cui
poggiavano sugli scaffali non era lo stesso. Passavo il tempo
a leggere libri.
Abba stava esaminando la mia faccia. Io, a mia volta, fissavo
la caraffa di vetro intagliato posta sul tavolo di fronte a
me. Aveva una base panciuta che si assottigliava graziosamente
in un lungo collo chiuso da un tappo di vetro a forma
di ghianda. Il vetro era stato soffiato in due strati, in modo
da poter intagliare su quello esterno, di colore rosso, un disegno
che rivelasse la trasparenza dello strato interno. Mi chiesi
cosa sarebbe accaduto se la caraffa fosse stata riempita con
del vino rosso: l'effetto sarebbe sparito?
Era sistemata su un raffinato vassoio di argento di forma
oblunga. Sulla parete c'era uno specchio a forma di diamante,
la cui cornice di vetro era stata concepita come la caraffa,
vetro rosso intagliato a svelare un disegno di trasparenze. Avevano
un'aria inspiegabilmente aliena, questi oggetti; suggerivano
l'idea di un mondo che era morto e che non avrebbe
mai potuto essere recuperato, un mondo di intrighi, in cui la
chiarezza era oscurata da una pellicola di sangue.
Mi chiesi in che modo Abba avrebbe rotto il silenzio.
Ti va forse del pollo?
Aveva apparecchiato la tavola con l'argenteria migliore. Solo
per noi due. Ma forse era tutto quello che aveva Abba, l'argenteria
migliore. Argenteria con disegni ovoidali all'estremit
di ogni manico, uova merlettate.
Era una sensazione particolare che tanta formalit fosse
dispiegata per me. Come la maggioranza dei bambini, di solito
mi capitava di essere una vittima accidentale dei convenevoli.
Raramente ne ero l'oggetto.
Abba vers del vino nella caraffa. Un vino corposo e dolce.
Allora mi piaceva molto ma adesso mi disgusta. Era vero:
nei punti coperti dal vino, il disegno in trasparenza si colorava
di rosso e vi si mescolava.
Quindi me ne vers un bicchierino. Lo bevvi velocemente.
Era cos dolce da non essere quasi vino, ma mi piaceva.
Non apprezzavo ancora il sapore del vino vero. Quel liquido
corposo cambi la temperatura del mio stomaco. Le mie guance
avvamparono e con esse la mia mente. La stanza divenne
pi calda. Una pellicola rossa scivol lungo i miei occhi.
La sensazione  che stessimo parlando. Mentre mangiavamo
il pollo. Facevo la mia parte nel parlare con Abba; mi
sembrava di dire le cose giuste. Ma la stanza stava diventando
rossa; vedevo tutte quelle polverose tracce del passato attraverso
il filtro rossastro di una lente offuscata.
Guardai nuovamente la caraffa. Con lo svuotarsi del vino,
riappariva il disegno. Pi tardi, quando Katie perse la memoria,
lessi dei libri nella speranza di curarla. La memoria, dicevano
i libri, dipende dal tuo stato. Se apprendi qualcosa in uno
stato di ubriachezza, quella cosa ti torner in mente quando
sei ubriaco. Ma sar difficile ricordartene quando sei sobrio.
Questa  la ragione per cui i sogni sono cos difficili da rievocare
una volta svegli: perch lo stato  cambiato. Se apprendi
qualcosa nel sonno  quasi impossibile ricordarla nello stato di
veglia.
Abba si era fatto nuovamente silenzioso. Mi stava guardando.
Sempre in silenzio, si alz e tir gi un libro da uno
scaffale. Lo apr e me lo piazz davanti. Non riesci a leggere
quello che c' scritto qui, vero Isaac?
No.
 ebraico.
Lo so.
Ho passato la prima met della mia vita a leggere l'ebraico.
L'ebraico e l'aramaico. Il tuo Abba era uno studioso. Dal
tipo di vita che conduco qui non lo diresti, ma ho passato
nottate intere, nottate intere fino all'alba, cercando le chiavi
nascoste di serrature invisibili, cercando la mia strada nei libri.
Potevo stare senza mangiare per giorni, tanto ero preoccupato
di trovare l'entrata. Il tuo Abba era come Hillel. Conosci
quella storia? Il tuo Abba o entrava o rimaneva a morire di
freddo con l'orecchio premuto contro la finestra della sinagoga.
Si ferm.
Allora le persone cos erano ammirate. Se non capivi il
mondo... se non sapevi niente del vasto mondo che ti circondava
ma riuscivi a leggere i libri pi difficili, ti si reputava un
saggio. Se ti dimenticavi di mangiare, non eri considerato
uno stupido. Se non ti importava di essere vivo o morto...
Chiuse il libro e lo rimise sullo scaffale. La storia ha dimostrato
che ero uno sciocco. Se non ti importa di vivere o
morire, ti prendono la vita. Tutti i miei amici sono morti.
Erano tutti degli studiosi. Morirono cos giovani. Furono assassinati,
vedi, perch tutto quello che sapevano fare era leggere.
Sono venuto qui, in Canada, e ho cercato di diventare
un membro di questo mondo. Tua madre non ha imparato
l'ebraico. Volevo che sapesse come vivere. Volevo che le importasse
se era viva o morta.
Mi imbarazzava stare a sentire queste cose. Mio nonno
non aveva mai detto niente, prima; tutti noi pensavamo che
non avesse niente da dire. Adesso mi stava dicendo di sentirsi
troppo estraneo alle cose e che questa sua estraneit lo
aveva reso taciturno. Ci che lui vedeva in me non era un
semplice nipote, ma un alleato.
Tu leggi libri, Isaac. Pochi anni fa avrei pensato che non
fosse una buona cosa, che corressi il rischio di diventare come
me, che saresti diventato una pecora. La pecora  un buon
animale, uno degli animali di Dio, ma la pecora non si lamenta
mentre aspetta di essere macellata e ci ha macchiato il suo
nome agli occhi dei macellai. Pensavo che saresti diventato cos.
Fece una pausa.
E forse lo diventerai. Tuttavia ho cambiato idea.
Abba guard il paesaggio della periferia inquadrato dalla
finestra: basse costruzioni grigie, ognuna uguale all'altra; un
prato ben curato steso fino all'orizzonte.
Qui non c' posto per me. E mio nipote  come me.
Come me. Lo vedo. Si volt nuovamente verso di me. Pi
cercherai di diventare un buon cittadino di questo mondo,
Isaac, e meno cose avrai da dire.
I suoi occhi, il bianco ingiallito dall'et, mi erano sempre
sembrati stanchi; adesso erano vivi, accesi dal dolore.
Non so cosa leggi, Isaac, ma so perch lo fai. Puoi vedere
la tua citt per quello che . Un posto indecente. Guardala.
Due milioni di persone e non significa niente. E cos tu cerchi
di fuggire. Ma dove andrai, Isaac? Dove andrai?
Picchiett col dito medio contro lo scaffale della libreria.
Ci deve essere qualcosa in questi libri. C'. Non te l'ho mai
detto prima perch non volevo che diventassi come me. Pensavo
fosse sbagliato volere morire congelato, con l'orecchio
premuto contro un vetro. Ma ho cambiato idea.
La sua voce si fece dura. Stava impartendo un ordine. Tu
sei mio nipote. Stai per compiere tredici anni. Voglio che impari
l'ebraico.
In macchina, sulla via del ritorno, me ne rimasi in silenzio.
Non era giusto. Avrei dovuto essere felice; Abba si era aperto
con me, mi aveva spalancato le porte di un vecchio mondo e
mi aveva invitato a entrarvi; un'antica responsabilit mi era
stata posta sulle spalle.
Avrei accettato simbolicamente quel dovere. Avrei imparato
l'ebraico e sarei stato chiamato alla lettura della Torah.
Ma mi sentivo come un criminale. Un ladro in agguato. Sapevo
che una parte di me, un predatore dorato dal respiro ardente
e sommesso, si era separata dalla mia volont, una parte
di me che non possedevo pi. Avrei fatto ci che andava
fatto. Ma perfino allora riuscivo a capire che avevo smesso di
essere innocente.
E non sarei stato innocente, qualunque cosa avessi potuto
provare. La mia decisione di celebrare il bar mitzvah cambi
tutto. Un cambiamento sottile. La nostra era una famiglia
silenziosa; la pressione e il calore si spostano bene sotto la
superficie terrestre. Ma qualcosa si muoveva. Qualcosa di vulcanico
era rimasto a bollire in silenzio per anni. Credo che fu
la mia decisione a rendere visibili le prime crepe.
L'ultima volta che sono entrato nella biblioteca di mia
madre  stato qualche anno fa disse Izzy. Non andavo a
casa sua molto spesso e quando ci andavo mi rintanavo in
biblioteca come facevo da ragazzo.
Adesso che non c'era pi una famiglia, i libri erano diventati
oggetti di contesa. Il possesso di un determinato libro
assunse improvvisamente una sua importanza. Mia madre era
terrorizzata dall'idea che un libro uscisse di casa, dall'eventualit
che potesse finire nella libreria di mio padre. Come se
potessero possederli veramente, quei libri. O impedire a qualcun
altro di possedere la mia infanzia.
Aveva mantenuto l'ordine dei libri. C'era un intero scaffale
dedicato ai dinosauri. La mia infatuazione per i dinosauri
era fuori del comune, sebbene diversi ragazzi ne siano attratti
in modo pi contenuto. Sapevo dire paleontologo' gi in seconda
elementare, perch era quello che volevo diventare da
grande.
Aveva ancora i libri sui quali avevo imparato l'ebraico.
Erano ancora l, sullo scaffale sopra a quello dei dinosauri.
Libri con figure di bambini al campo estivo, felici coi loro
zucchetti in testa. Immagini stucchevoli e insulse di bambini
che non esistevano.
Qualcuno ci sar pure cascato, immagino. Quegli insipidi
personaggini disegnati per istillare un senso di conforto. Il
giudaismo non  pericoloso;  una cosa divertente. Un buon
divertimento pulito, una salutare alternativa ai boy-scout. Puoi
essere un buon ebreo, basta solo che ti sistemi nel mediocre
mondo delle cose carine.
Era questo che aveva in mente Abba? Non ce la facevo a
immaginarmi qualcuno che stesse senza mangiare per uno di
quei libri.
Qualche anno dopo il mio bar mitzvah, uno dei miei
mentori, il professor Abraham Gold, avrebbe obiettato che la
parola "carino" fosse la debolezza fatta linguaggio, che non
esprimesse niente di concreto. Sfogliando quei libri, mi trovai
in disaccordo. "Carino"  una delle parole pi potenti del nostro
linguaggio. Ha vari livelli di significato. Sgretola la dignit.
Impedisce il raggiungimento.  la barriera tra la societ e l'eroismo.
Se accetti le regole e diventi carino, sei perduto.
Abramo era un rivoluzionario. Bar Kokhba era un uomo
pericoloso. Erano persone terrificanti; portavano il peso di un
fede terrificante. Dovevo rivolgermi altrove per trovare ci di
cui aveva parlato Abba. In altri libri, i libri che i miei genitori
non avevano mai comprato, lessi del giovane Rabbi Akiba, di
come pass un'intera notte di Pesach con due colleghi a contemplare
il Carro nel libro di Ezechiele: il corpo di Dio; la sua
natura fisica. Una notte pericolosa, a contemplare l'imponderabile.
Giunto il mattino gli altri due rabbini avevano perduto
la loro fede e con essa tutto il resto, il mondo razionale. Erano
impazziti, sbavavano e cantavano; non erano pi maestri n
uomini, ma corpi malati a cui era stata strappata l'anima. Rabbi
Akiba avanz nel forte sole del mattino da uomo saggio.
In uno dei libri c' un'immagine di Akiba ben Josef. "Uno
dei pi famosi rabbini della storia ebraica". Un vecchio, tenero
pazzo, gentile e sorridente. Un babbo natale. cos dolce, come
un uomo che non ha mai guardato nell'abisso.
Una cosa di cui non mi pentii: la decisione che presi abbastanza
presto nella vita. Che sarei potuto diventare qualunque
cosa, ma carino no.
A colazione, il giorno dopo il mio incontro con Abba,
annunciai la mia decisione. Avevo dodici anni; volevo imparare
l'ebraico, o almeno quel tanto che mi serviva per camminare
dondolando in un'antica cerimonia; avrei celebrato il mio
bar mitzvah.
Quando annunciai le mie intenzioni, mio padre fece calare
il dito indice sulla tavola. Capii all'istante che comprendere la
difficolt della mia situazione voleva dire arrivare a conoscere
un altro componente della famiglia.
Mio padre era sempre stato una presenza marginale e funzionale.
Una costante. Non avevo mai sentito il bisogno di
sapere che genere di fili e tubi ci fossero dietro i muri di casa
nostra perch sentivo di conoscere quei muri abbastanza bene.
Allo stesso modo ero soddisfatto di quanto conoscessi bene
mio padre. Fino a quel momento.
Il suo dito martell sulla superficie di legno producendo un
suono tale che l'intera famiglia si zitti all'istante. Era come se
avesse dato un pugno sul tavolo. Mia madre distolse lo sguardo.
Chi era quest'uomo, cominciai a pensare, che poteva concentrare
la sua violenza in un solo dito con un simile risultato?
Capii per la prima volta che mio padre esercitava un controllo
immenso. Controllava molte cose, a cominciare da se
stesso. Ma non controllava mia madre. Ed era preoccupato
che il mio desiderio di imparare l'ebraico gli stesse per far
perdere anche me.
Chi era? Mi sorpresi ad ammettere che, fino ad allora, non
avevo mai realmente voluto saperlo. Ma adesso il martellare di
quel dito mi aveva fatto capire che mio padre era un pezzo
integrante del mio puzzle iniziale: se dovevo capire mia madre,
era in contrapposizione a lui. Lei era la figura; lui lo sfondo.
C'era qualcosa di perverso in questo. Nel vecchio mondo
sarebbe stata mia madre a fare da paesaggio.
Ci si aspettava - aspettava e basta - che non avrei mai
celebrato il mio bar mitzvah. Avevo fatto violenza alle aspettative.
Aaron sogghign.
Mentre imparavo l'ebraico, cominciai a rubare. Le lezioni
di ebraico si tenevano il sabato mattina nel seminterrato della
Palma Benedetta e nel pomeriggio prendevo la metropolitana
per il centro e andavo a rubare nei negozi.
La Palma Benedetta  una sinagoga improbabile. Nel Nord
America, la fede ebraica  grossomodo divisibile in tre gradi
di culto: Ortodosso, Conservatore e Riformato. Il movimento
riformista  un tentativo di determinare fino a che punto
l'ebreo moderno pu assimilarsi senza diventare, diciamo cos,
Cristiano. La Palma Benedetta  forse l'esperimento pi estremo
in questo senso: situata nel mezzo del pi ricco quartiere
ebraico, viene incontro ai professionisti che non desiderano
far notare troppo la loro fede. Architettonicamente,  un capolavoro
di mutevolezza. Gli agenti di cambio hanno notato
che i suoi spazi comunicano un senso di benessere simile a
quello di una sala di contrattazione; gli avvocati si sentono
come fossero in un'aula di giustizia; i politici trovano che l'atmosfera
sia vicina al clima di nettezza e austerit che si respira
in un parlamento. La Palma Benedetta  una sinagoga per
professionisti.
Fu Misha a insegnarmi l'ebraico. Aveva dei capelli che gli
arrivavano alla vita e suonava una grande chitarra acustica,
una Martin Dreadnought. Si diceva che fosse sul punto di
ereditare un impero nel commercio di tessuti. Tra una coniugazione
di un verbo e l'altra, Misha prendeva la chitarra e
cantava canzoni di protesta. A volte intavolava una discussione.
Discutevamo di etica, principalmente. Si pu essere
un buon ebreo e tuttavia ingannare il prossimo negli affari?
La risposta a questa domanda era un no secco.
Si pu essere un buon ebreo e avere rapporti sessuali prima
del matrimonio? Le ragazze, che avevano dodici anni, si
trovavano sorprendentemente incerte di fronte a questa domanda,
ma i ragazzi invece convenivano quasi all'unanimit
che la condotta sessuale era indipendente dall'essere un buon
ebreo. Misha, strimpellando un la minore, intervenne con un
compatto frammento di saggezza universale: La sola cosa
che conta, nei rapporti sessuali,  che non feriate nessuno e
che non permettiate a nessuno di ferirvi.
Ci rifletto ancora su questo aforisma. Ho molto meno rispetto
per i Misha di questo mondo di quanto non ne avessi
all'epoca, e anche allora ero diffidente, ma ripenso spesso a
quel consiglio. Sono giunto alla conclusione che  vero: la sola
cosa che importa  che non venga ferito nessuno. Anche se,
ovviamente, non posso testimoniare di nessuna relazione sessuale
in cui non sia rimasto ferito qualcuno.
E cos imparai l'ebraico, generosamente addolcito con della
musica folk, mentre il pomeriggio andavo a rubare.
Non ho molto da dire sull'ebraico, sulla lingua ebraica. La
tendenza generale alla Palma Benedetta era che fosse sufficiente
imparare a pronunciare il passo del bar mitzvah: comprendere
era chiedere troppo alle nostre tenere menti di ragazzi.
Un orientamento forse ereditato dal sistema della scuola
pubblica. Nella provincia dell'Ontario lo studio del francese
 obbligatorio per quasi un decennio, ma nonostante ci non
si richiede l'apprendimento della lingua. Non ho mai incontrato
nessuno, infatti, che abbia imparato il francese nelle classi
dell'Ontario.
Pronunciavo l'ebraico con scioltezza. Posso dire cose con
vero sentimento in quella lingua incomprensibile. Dovevo pronunciare
il mio passo con tale convinzione da far venire le
lacrime agli occhi alle persone che avrebbero assistito al mio
bar mitzvah (delle quali quasi nessuna capiva l'ebraico). Misha
era un buon insegnante.
Io, d'altro canto, facevo innervosire Misha. Una volta, mentre
suonava una canzone sul proletariato, gli chiesi quanto
costava la sua chitarra.
Be'...  una buona chitarra.
Si, ma quanto l'hai pagata?
Devi capire, Izzy, che era... un buon anno per le Martin,
quando l'ho comprata. Il migliore. cos... m' costata parecchio.
Quanto?
Me lo disse. Quando fini la canzone, un pezzo molto patetico
sulla moglie di un minatore che moriva di fame perch il
marito si era giocato i polmoni, una canzone che finiva con
un appello generalizzato contro le amarezze della diseguaglianza,
notai che Misha suonava con meno fervore del solito: la sua
grande Martin non stava facendo un gran rumore. Suonava
come se volesse sparire.
Non intendo insinuare che Misha non fosse un buon
ebreo, solo che lo facevo innervosire.
Rubavo per lo pi nei grandi magazzini perch l era pi
facile. Ero cos minuto che nessuno mi notava. Cominciai col
rubare piccoli oggetti, qualunque oggetto potessi racchiudere
nel palmo della mano, ma i miei successi mi spinsero verso
imprese pi audaci. Il pi grande articolo che abbia mai rubato,
senza alcun aiuto da parte degli Amici, fu un televisore.
Semplicemente uscii dalla porta principale portandolo via. Nessuno
avrebbe avuto il coraggio di portare un televisore cos
grosso fuori della porta principale senza pagarlo. cos pensavano
loro. Infatti, la guardia giurata si offri di aiutarmi a portare
il televisore gi per le scale.
Una volta in strada, un uomo mi chiese se potevo dargli
un quarto di dollaro. Gli diedi il televisore. Non avevo un
quarto di dollaro.
Gli Amici cambiarono tutto. Non soltanto la scala, ma
anche la qualit delle imprese. I televisori, per quanto costosi,
erano privi di valore. Insieme imparammo a rubare articoli
pi preziosi.
Josh non sembrava essersi accorto di come mi ero insinuato
nella sua vita da spettatore, mentre io provavo la forte
sensazione che fosse stato lui a insinuarsi nella mia. Sapeva
che ero un ladro. Non c'era alcun giudizio nel suo sguardo,
ma la distanza tra di noi si era moltiplicata.
Aaron non sapeva n gli importava sapere. Stava facendo
progressi: un sabato, lui e i ragazzi della stanza dei pesi erano
riusciti a sollevare il rimorchio di un trattore e a piazzarlo nel
giardino di un vicino. Il preside alla St. Christopher era stato
informato e li aveva puniti con un sorriso; era quel genere di
veniale infrazione che si incoraggiava in quell'ambiente, come
saltare le lezioni per far pratica di risse. Le trasgressioni di
Aaron sembravano meno gravi delle mie: ero io quello che
andava contro la propria natura, che si divideva dalla propria
persona per attaccarla come quei ragni che divorano i loro
piccoli.
Misha si rendeva conto di quanto fossi diverso dagli altri
allievi. Spendevano un mucchio di soldi per i loro vestiti, quasi
quanto Misha per la sua chitarra; io invece non spendevo
praticamente niente. Certe volte mi presentavo alle lezioni di
ebraico con un piccolo e costoso oggetto. Ci giocavo mentre
si dibattevano questioni difficili, ma era sempre un oggetto
che avevo rubato.
Dicevo molto poco e quel poco solo quando avevo qualcosa
di particolarmente inquietante da dire. Non andavo molto a
genio agli altri allievi. Non erano spaventati da me e nemmeno
scandalizzati. Solo, non gli andavo a genio. Alla Palma Benedetta,
eri al tempo stesso inserito e tagliato fuori. Sia se andavi
a un campo estivo dove ti davano salmone affumicato di
prima qualit, sia se non ci andavi. Se non ci andavi, evitavi di
perdere tempo a passare in rassegna le tue idiosincrasie; eri
ignorato. Nemmeno a me andavano a genio gli altri allievi.
Misha non era di certo affezionato a me, ma non poteva
ignorarmi. Aveva passato gran parte della sua vita a cercare.
Senza molta efficacia a dire il vero, ma nondimeno a cercare.
La chitarra e i capelli erano i simboli di un autocompiacimento.
I segni esteriori del dogma. Dicevano: ho trovato quello
che voglio e non cerco altro. Sapevo anche meno di Misha,
ma lui vedeva in me ci che credeva di avere conquistato per
s: il sentimento di non avere una casa. Ero un promemoria.
Gli ricordavo che era arrivato il momento di fermarsi e non
perch fosse alla fine della sua ricerca, ma semplicemente perch
quella era la poltrona pi comoda che potesse trovare.
Gli allievi adoravano Misha. Nonostante i suoi modi gentili,
avevano sempre davanti agli occhi il fatto che stava per
ereditare una fortuna. Erano, quasi uniformemente, un gruppo
intelligente e c'era qualcosa di inquietante nel modo in cui
le loro vite scorrevano lisce come l'olio verso il futuro. Volevano
risposte a domande difficili e le volevano subito. Misha
aveva quelle risposte.
Volevo vedere nude alcune delle ragazze. Era questo l'interesse
che mi avvicinava di pi al resto del gruppo.
Gli Amici erano del tutto diversi. Confusi e pericolosi, me
li andai a cercare nelle crepe e nelle fogne dell'adolescenza. Li
evocai. Furono la mia famiglia.
Campbell apparve come un gatto nero, piccolo e diffidente.
Il giorno prima non c'era, quello dopo era l. Aveva dei
capelli cos scuri che sembravano quasi blu; se li tagliava da
solo con delle forbici da carta e risultati dickensiani. Campbell
era un tipo sveglio. Mi aveva visto leggere. Aveva letto i libri
che leggevo io, e altri ancora. Arriv al mio fianco e vi rimase.
 come succede coi gatti neri, non capivi mai chi dei due era
effettivamente il padrone della situazione.
Campbell stava zitto, da principio. Era stato lui ad avvicinarmi;
per questa ragione fui io a tenere inizialmente in pugno
la situazione. Non avevo un bisogno reale di un compagno
e nella migliore delle ipotesi avrei sopportato una conoscenza.
Ovviamente Campbell vide qualcosa in me.
Avrei dovuto tenerlo d'occhio. Ma ero lusingato, cos gli
permisi di restare.
Campbell fu il primo degli Amici. Non ricordo com' che
cominciammo a chiamarci cos, ma usavamo quel nome come
fosse tra virgolette. Volevamo togliere a quella parola qualsiasi
nota sentimentale - in pratica eravamo contrari ai sentimenti
- ma ripensandoci mi domando se in effetti il nostro non
fosse che sarcasmo: ci chiamavamo Amici come si potrebbe
chiamare Tappo un giocatore di pallacanestro.
Insegnai a Campbell come rubare. Non si mostr affatto
sorpreso quando gli dissi che era quello ci che intendevo
fare. Se io rubavo, avrebbe rubato anche lui. Leggevamo gli
stessi libri, dopotutto.
Era interessante osservare Campbell che imparava. Durante
la prima settimana, l'apprendistato, mi studi intensamente,
con avidit, finch non seppe tutto quello che sapevo
io sul furto. La seconda settimana aveva gi migliorato la mia
tecnica sotto ogni aspetto.
Sviluppammo complicate strategie, tattiche diversive.
Campbell stava di guardia e se vedeva che attiravo un'attenzione
eccessiva, si inventava uno spettacolo alternativo. Certe
volte questi numeri erano cos affascinanti che mi fermavo,
nel bel mezzo delle mie operazioni, per guardare le buffonate
di Campbell. Il che vanificava spesso l'effetto del diversivo:
quando lo spettacolo terminava, io mi ritrovato con il furto
lasciato a met e Campbell doveva inventarsi qualcos'altro.
Quando accadde la prima volta, s'infuri; sicch suggerii, sorridendo,
che non sembrava avere il fegato per certe sfide.
Non s'infuri pi.
Campbell cominci a introdurmi a un nuovo tipo di furto.
Aveva la strana abilit di trovare oggetti lasciati in posti oscuri
cos a lungo da essere stati dimenticati: cimeli di famiglia nelle
soffitte, vecchia argenteria chiusa nei cassetti, perfino piccole
raccolte di provviste sepolte nei giardini. Ci introducevamo
di notte nelle abitazioni e prendevamo cose di cui nessuno
avrebbe mai sentito la mancanza, perch non si ricordava
che c'erano.
Una volta glielo chiesi a Campbell, come facesse a sapere
dell'esistenza di oggetti di cui perfino i loro proprietari si erano
dimenticati. Non era un caso o un sbaglio: Campbell mi
portava immancabilmente e precisamente all'oggetto del nostro
furto, senza esitazione. Non mi diede mai una risposta
vera e propria, ma certe volte, come se fosse quella la risposta,
la sua figura cominciava a ondeggiare e perdere consistenza
davanti i miei occhi: la luce gli passava attraverso e io sentivo
sul collo un vento gelido come fossi in presenza della morte.
Una volta, in un seminterrato chiuso a chiave, trovammo
un vecchio giocattolo, un leone di peluche che aveva quasi
cent'anni. Stava in una cassetta di legno con sotto una piccola
foto sbiadita color seppia. Nel raccogliere la foto, domandandomi
se poteva fornirci qualche indizio sulla storia di quel
patetico giocattolo, provai un'altra volta la sensazione di essere
sfiorato sul collo dalla morte.
Era un'immagine di Campbell.
Ne ero certo. Una foto del volto di Campbell, sebbene di
molti anni pi giovane, forse di quando aveva sei anni. Sollevai
lo sguardo, per confrontare il suo volto con la fotografia
color seppia, ma Campbell se n'era andato.
Quella notte, nel ritornare in camera mia con il leone di
peluche nascosto sotto la camicia, ci fu un momento in cui il
giocattolo sembr diventare caldo. Poi sentii una fitta terribile.
Quando sfilai il leone dalla camicia mi ritrovai con quattro
piccoli segni in corrispondenza dello stomaco, proprio li dove
le zampe del leone avevano premuto contro la pelle.
Avrei dovuto tenere d'occhio Campbell tanto attentamente
quanto lui tenne d'occhio me. Izzy rimase seduto per qualche
istante a pensarci su.
Non mi resi conto, se non troppo tardi, che gli bastava la
bench minima sensazione di essere stato umiliato per serbare
del risentimento. Riteneva che lo avessi umiliato in pi di
un'occasione e per questo meditava vendetta.
Quasi immediatamente dopo la sua breve iniziazione,
Campbell cominci a progettare il pi intricato dei crimini.
Per quanto a scuola cercassi di rimanere nell'anonimato, fu
difficile non notare il solo studente che sembrava avere un
interesse per la classe ancora inferiore al mio: una ragazza di
nome Margaret.
Margaret sembrava passare la maggior parte del suo tempo
davanti al cancello della scuola, a fumare con le amiche.
Anche lei si sentiva superiore allo studio, ma per ragioni diverse:
aveva un itinerario sociale pi complesso di un calcolo
differenziale. La scuola, per lei, era un posto dove stare con le
ragazze. Quella scuola era particolarmente adatta per un'attivit
del genere, visto il cos poco tempo che era necessario
dedicare a qualsiasi altra cosa. Per le ragazze come Margaret,
fumare non era un vizio, ma un attributo da acquisire a una
certa et insieme al primo maglione di cachemire giallo.
Quando presi a fumare sigarette, fu per uno scopo del
tutto diverso. Fumavo perch volevo che i vestiti avessero un
odore da grandi, volevo quell'odore stantio delle notti tirate
fino a tardi. La mia divisa scolastica era una parodia: un collage
delle uniformi di varie scuole private, male assortito ma
essenzialmente tradizionale nello stile.
Fumavo cos, tanto per avere qualcosa in mano alle quattro
del mattino quando non avevo pi i soldi per un altro
caff e se anche li avessi avuti mi sarebbero tremate troppo le
mani per tenerne una tazza senza versarla. Era assurdo: ero
ancora cos piccolo che la mia testa si levava a malapena sopra
il banco. Mi accendevo una sigaretta dietro l'altra e respiravo
aria pura solo durante i pasti o quando dormivo.
Dove pescammo il resto degli Amici, lo ricordo a malapena.
Ho detto che fui io a evocarli, ma certe volte penso che
arrivarono e basta, all'ora prevista, per prendere le parti che
Campbell aveva scritto per loro. Ainsley, Lewis, Cran.
Ainsley era il pi alto, pi alto di mio fratello Aaron. Aveva
dei riccioli flosci e untuosi, che teneva legati dietro la nuca.
Viveva, dormiva e respirava in una giacca nera, parte superiore
di uno smoking le cui maniche troppo corte conferivano ad
Ainsley l'aspetto di un gorilla smilzo. Era lento, nel modo in cui
lo  la gente alta, pigro e curvo, ma perfido; se un'idea incontrava
la sua approvazione, un sogghigno malvagio gli si stendeva
lentamente sul volto come fa l'olio quando scivola sull'acqua.
Lewis non parlava mai. Era come il vento in un vicolo
cieco: aria stantia e silenziosa che di tanto in tanto si muove
con delle raffiche che ti fanno accapponare la pelle. I momenti
in cui si doveva agire spietatamente e alla svelta erano il suo
forte e certe volte capitava che ce ne fosse bisogno.
Cran arriv insieme a Izzy e non la smetteva mai di parlare.
Era di un paio d'anni pi grande e guidava una macchina.
Quando gli chiedevi di andare pi veloce, Cran parlava a
velocit raddoppiata, come se chiacchierare fosse la benzina
che ci voleva. Era sempre in movimento, sempre a tendere e
allentare i propri muscoli, sempre scattante.
Noi cinque insieme facevamo la nostra figura.
Questo, almeno,  quel che pensava Margaret. Gli Amici si
incontravano a intervalli irregolari nel sottoscala pi appartato
della scuola e quasi sempre Margaret faceva in modo di
esserci e ci sfilava davanti. Ci gettava occhiate ironiche con
aria disgustata, come se disapprovasse, ma poi rimaneva a
parlare con noi finch non ce ne andavamo.
Ci gironzol attorno a questo modo per settimane, rimanendo
ai margini, libera, come un gabbiano che si libra nell'aria.
Noi ostentavamo indifferenza, ma le parlavamo.
Dopo poco, per, mentre il mio coinvolgimento con gli
Amici si faceva sempre pi complicato, mi accorsi che qualcosa
nel mio atteggiamento verso questa ragazza stava cambiando.
In sua presenza prendeva a mancarmi il respiro in un
modo che era nuovo e inaspettato per me. Era un nuovo
tipo di desiderio. Era il bisogno, un bisogno sessuale, che s'insinua
negli uomini, rivolto a qualcuno buono.
Margaret non aveva idea di cosa facessimo, tra Amici.
L'avesse capito chiaramente fin dall'inizio, forse non sarebbe
mai iniziato niente tra noi. Ma prima di allora lei non aveva
un'idea precisa, sentiva semplicemente che ero pericoloso, che
potevo dare un'accelerata alla sua vita, come una moto o un
salto da un precipizio.
Mio padre ci prov, si sforz di capirmi. La mia decisione
lo interessava. Perch questa scelta simbolica di diventare
ebreo? Pensavo che la sua immagine pubblica potesse trarre
beneficio da una dimostrazione di religiosit nella sua famiglia,
ma mi sbagliavo. In societ, l'essere moderatamente religiosi
- sensatamente religiosi - pu rappresentare un vantaggio.
Fintanto che non influenza la politica, avere una fede
rappresenta un vantaggio; la fede  un tratto caratteriale e d
un'immagine positiva della persona. Certe fedi, per, non sono
ritenute n moderate n sensate. Il giudaismo, per esempio,
anche laddove sia elegantemente tollerato,  comunque confinato
alla medicina, alla legge e all'industria dello spettacolo.
La mia manifesta religiosit, fintanto che non scappava di
mano, avrebbe imbarazzato solo marginalmente mio padre
se le cose fossero rimaste com'erano. Metteva, per, un tetto
alle sue ambizioni. Se mai avesse cullato il sogno di diventare
una personalit di respiro nazionale o di incoraggiare Aaron
in quella direzione, la mia tendenza verso strani riti avrebbe
certamente rappresentato una minaccia.
Fu solo pi tardi, quando capii qualcosa in pi delle ragioni
di vita di mio padre, che mi rammaricai per le mie infide
attivit. Non mi resi mai conto di quanto duramente avesse
combattuto per la semplice rispettabilit, per il diritto di non
essere escluso dalle istituzioni pi basilari. Il suo desiderio di
una citt pulita e omogenea, una citt della quale sarebbe potuto
diventare un membro a pieno titolo se solo avesse cancellato
quel tanto di storia personale, non era snobismo e
nemmeno avidit: era la risposta a un genere di astio la cui
sottigliezza e virulenza non avevo mai conosciuto se non nei
libri e, di certo, non avevo mai associata a Toronto.
Ce ne voleva perch mio padre s'interessasse di qualcuno.
Non dubitavo che mi avesse sempre amato, in quel modo
silenziosamente architettonico su cui si fondano i legami famigliali,
ma ero certo che non si fosse mai interessato a me
prima d'ora. Mio padre era triste perch non avevo ereditato
il suo progetto di vita ed era questa sua tristezza che adesso lo
induceva a capirmi.
Ti piace l'ebraico? mi chiese.
Non  male.
Ho studiato ebraico per sette anni.
Non sarebbe dovuta essere una sorpresa, ma lo fu.
Non ricordo una sola parola. Lo odio.
Rimasi colpito. Mi sembrava una cosa dura da dire, e lo
era. Di certo mi zitti e cercai cos un approccio pi morbido.
Ma allora leggevi un sacco di libri. Credo che una nuova
lingua sia una cosa abbastanza interessante. Penso fosse rimasto
sbalordito dal grado intellettuale di quel mio commento;
mio padre era un uomo intelligente.
Ti d la possibilit di leggere un sacco di libri in pi dissi
con tono pacato.
Bene disse lui.
In un pomeriggio di disperante monotonia, nel sottoscala
della scuola feci a pezzi la biancheria di Margaret.
Apparsa magicamente all'arrivo degli Amici, era rimasta l
con me quando questi si dileguarono. Perch mi fosse venuta
voglia di metterle le mani addosso, l e allora, non lo so;
suppongo volessi essere giudicato e il modo per assicurarsi
un giudizio era di fare qualcosa che avesse delle conseguenze
esterne.
C' un momento critico nell'atto della seduzione, una velocit
che una volta raggiunta non pu essere mantenuta. 
un momento che lascia entrambe le parti impietrite e con il
respiro affannato, un momento che pu precipitare in gesti
imprevedibili, gesti che non ti sarebbe mai venuto in mente
di compiere all'andatura di un giorno qualunque. Sentivo che
acquistavo velocit nella sfera di Margaret, di quella sua innocenza
sbarazzina, nel girare attorno al suo vestito di cotone
come un elettrone, nel mettere le mani sulla sua pelle tesa.
La tromba delle scale si avvolgeva su di noi in spirali che
davano il capogiro, una treccia di DNA in ghisa che ci incorniciava
nel suo vortice di follia. Eravamo due ragazzini presi in
un vortice d'aria drogata.
Izzy, non so...
C' forse qualcuno che sa, Margaret? Sei venuta qui per
parlarmi e adesso siamo soli, presi nel fondo di questa spirale,
il tuo respiro cos forte e insistente ti tradisce.
Non so insist lei, ma avrebbe finito col saperlo. E se lo
scopo era sapere, quello era il posto in cui sperimentare. Le
misi una mano tremante sulla schiena, quindi la spostai pi in
basso, tirai e le mie dita strapparono via qualcosa. Un pezzo
di stoffa leggera, cotone. Un rapace, pensai: le aquile fanno a
pezzi quello che afferrano.
Mi hai fatto a pezzi la biancheria. Ma non era tanto un'accusa
quando una domanda; e penso che forse abbia addirittura
sorriso. Sorriso per lo spavento.
Margaret era bagnata e io avvertii il peso della mia trasgressione:
conoscere una ragazza da un po' e non averla mai
sentita bagnata a quel modo. Perch  una ragazza e tu sai
che le ragazze si bagnano certe volte. L'esperienza diretta,
quella particolare morbidezza cambia nel momento in cui la
conosci. Irrevocabilmente. Era una strada senza ritorno. Ci
che facevano le mie mani era come una parola detta. E ci
che  detto,  detto. Ci che  fatto,  fatto.
Izzy... E nel pronunciare il mio nome, Margaret mi si
appoggi contro come se volesse spingermi via e al tempo
stesso trattenermi a s ancora di pi. E per la prima volta mi
accorsi che stava piangendo.
Campbell si mostr reticente. Ho trovato qualcosa di tremendamente
prezioso disse. Qualcosa che vogliamo.
Stava progettando il furto pi ambizioso.
Dopo la separazione mio padre cambi. Voleva che mia
madre uscisse dalla sua vita, non c' alcun dubbio su questo,
ma certe volte anche il pi fine degli ingegneri pu abbattere
un muro per poi scoprire che, malgrado i suoi calcoli, la struttura
si  alterata; che ci sono delle crepe nella stanza al piano
di sopra e che qualche elemento di sostegno finir con il venire
gi. Mio padre abbatt involontariamente un grosso muro
portante e si ritrov a vacillare.
Divenne pi dolce, quasi amichevole, e ci feci caso perch
a me accadde la stessa cosa.
Non c' niente come una buona dose di solitudine per
sviluppare delle buone maniere; chi ha fame ci mette poco a
dire per favore. Rividi mio padre qualche anno dopo la separazione
e cerc di intrattenermi come fossi un giovanotto
appena incontrato in ufficio. Un nuovo arrivato. Come figlio
ero sempre stato un estraneo per lui, cos suppongo che mi
avvicinasse in quel nuovo modo nella speranza di conquistarmi
come amico. Dubito che diventeremo mai amici. Quando
i miei litigavano cercavo di non parteggiare per nessuno, ma
a un certo punto la terra mi si  aperta sotto i piedi e sono
stato costretto a saltare da una parte. Per certi versi mi sento
pi vicino a mia madre, nonostante anche lei mi sia lontana.
Izzy s'interruppe.
Ho passato un mucchio di tempo a farmi domande sulla
stabilit: se l'anima pu reggere a un danno irreparabile e in
che misura il danno possa costituire un limite per il libero
arbitrio. Se gli psicologi sono nel giusto - ma io sono certo
che in gran parte non lo siano - ci portiamo appresso le
nostre famiglie, fino alla morte; e se nelle nostre famiglie qualcosa
si  spaccato, ci portiamo quella spaccatura nell'anima.
Non  difficile capire quanto importanti divennero per me
gli Amici. Non si pu fare a meno di una cerchia ristretta, un
luogo sacrale in cui riporre la nostra fiducia, e visti i problemi
dei miei genitori, dovetti andarmelo a cercare da qualche altra
parte, quel luogo. Le donne avrebbero dovuto ricoprire quel
ruolo -  ci che ho voluto da sempre - ma ho finito con lo
stabilire rapporti complicati da passioni orribili.
Le mie relazioni con Margaret erano limitate a momenti di
necessit, come il respirare tra fitte di dolore; l'afferravo per i
vestiti pochi secondi dopo averla incontrata e ci attaccavamo
come vampiri.
Lei lo odiava. Lo capii dall'inizio che odiava il suo bisogno
di me. Lo odiava perch la trascinava in una situazione di
crescente umiliazione. Voleva che le parlassi, che la conoscessi,
che scoprissi chi era, ma non avrei mai potuto farlo. Mi
convinsi che semplicemente non volevo, ma adesso so che
c'entravano i libri che avevo letto in biblioteca: non volevo
niente di una qualsiasi cosa che un giorno avrei potuto perdere.
Di pi: riuscivo a immaginarmi vividamente le circostanze
in cui lei avrebbe potuto essermi strappata. Facevo sogni con
lunghi stivali e lunghi coltelli e indicibili risoluzioni.
La tenni a distanza, salvo far scorrere le dita sotto il suo
vestito e cercare di strapparle la bocca con la mia. Cose che
tollerava solo perch sperava, in quell'assurdo modo di sperare
che  forse la caratteristica della nostra specie, che sarei cambiato.
Non le lasciai mai capire che non avrei mai avuto bisogno
di lei in nessun altro modo se non quello: il mio era un bisogno
insistente e temporaneo. Scomparve assieme al desiderio.
La stavo degradando. Stava diventando un oggetto di convenienza.
Margaret stava diventando la mia schiava.
Il bisogno che avevo degli Amici era diverso. Un dottore
mi ha spiegato una volta, in termini che ancora non capisco,
che l'ego necessita di un piano d'appoggio. Forse ci che
voleva farmi notare era il modo in cui sprofondiamo nel terrore
quando viene a mancare la fiducia. In ogni caso, io avevo
bisogno di fidarmi di queste ombre. Mi fornivano una comunit,
la sensazione di un luogo, di un piano d'appoggio.
In particolare, mi ritrovai ad avere bisogno di Campbell.
Pi lo mettevo alla prova, pi lui conquistava la mia ammirazione.
Ce la faceva sempre. Ti dava l'idea che avrebbe preso
un lancio a effetto quasi senza muoversi.
I piani del nuovo crimine mi erano stati disegnati addosso.
Era eccitante. L'idea di violare un luogo intimo brilla di un
calore particolare: la violazione di quanto c' di pi intimo  la
meta di un'intera categoria di desideri. Era cos che brillava il
mio attaccamento a Margaret, tanto per dirne una.
Campbell e io prendemmo a passeggiare di notte, anche
quando non rubavamo. Metteva una scala alla mia finestra e
fuggivamo come amanti. Di notte le cose respirano. Diventano
meno reali e pi vive, fatali e spettrali. Campbell sembrava
parte di questa oscurit; gli dava forza. Col crescere avevo
capito gli esperimenti di Aaron o quantomeno l'impulso di
partenza, e stando con Campbell, crescendo al suo fianco, mi
convinsi, stranamente e a modo mio, che si potessero riportare
in vita i morti.
Non c' dubbio che di giorno la nostra sia una citt di
carne putrescente. Toronto in effetti  una banca e le persone
circolano alla maniera delle banconote; con gli anni s'infiacchiscono,
si spiegazzano, diventano molli e vengono ritirate.
Di notte, tuttavia, anche una banca ha i suoi misteri.
Uscivamo quando le strade erano bagnate e ci muovevamo
per la citt come esseri anfibi. Stavamo nel vento che
tirava tra le torri delle banche e ridevamo come fossimo noi i
padroni. Spendevamo e compravamo e attorno a noi la citt
respirava. Campbell non era pi il mio allievo - aveva un suo
crimine in mente - e io ho avevo bisogno di lui come mai
avrei avuto bisogno di un altro ragazzo.
Tutto  confuso a quell'et: l'amicizia ferisce pi dell'amore.
Avevo imparato a memoria l'intero passo del bar mitzvah.
Misha ci aveva sconsigliato di impararlo a memoria, perch
sull'altare avremmo finito per snocciolarlo senza seguire il testo
scritto. In caso di un improvviso vuoto di memoria, ci
saremmo ritrovati totalmente perduti.
Solo per far dispetto a Misha, imparai a memoria l'intero
passo. Dalla prima all'ultima parola e dall'ultima alla prima. Certe
volte, quando Misha mi dava sui nervi, lo recitavo al contrario.
Riuscivo a fare queste cose con le parole: mi galleggiavano
nella mente come oggetti e potevo leggerle nella direzione
che volevo.
Non dovevo cantare la mia parte, come si faceva nelle
sinagoghe pi rigide, ma c'erano un paio di preghiere in cui
era previsto il cantato. Rimasi sorpreso dalla famigliarit di
quelle melodie. In seguito, mi resi conto che erano alcune
delle canzoni che Josh mugolava a tavola, durante l'ora di cena.
Le lezioni di ebraico erano diventate pi che inutili. Il meglio
in cui potevo sperare, adesso che avevo imparato a memoria
la mia parte, era di cominciare a capirla. Cosa che non
avevo alcun desiderio di fare.
Presi ad arrivare cinque minuti prima della fine delle lezioni.
Andavo alla sinagoga in orario, ma invece di scendere nel
seminterrato dove Misha teneva udienza, esploravo.
Non era un edificio come gli altri. Come ho gi detto poteva
essere tutto quello che la gente voleva che fosse. Ma
questa adattabilit era una caratteristica che riguardava solo
gli spazi pubblici. Quella sinagoga aveva anche qualcos'altro,
delle funzioni nascoste che, malgrado le migliori e modernizzanti
intenzioni dell'architetto, non potevano essere state progettate.
Normalmente gli edifici, almeno a Toronto, erano
fatti in modo tale da non portare da nessuna parte; il rituale
del progetto metteva tutto sullo stesso piano: ingresso, uffici,
bagni. Sul pavimento della sinagoga, per, sembrava essersi
impresso un antico percorso. Era come un ricordo, un ricordo
che ti portava da qualche parte. Che ti portava all'interno
di cavit sempre pi nascoste: stanze in cui solo gli iniziati
erano ammessi. E poi in stanze in cui nessuno sarebbe potuto
entrare senza provare un brivido di paura.
Ho la sensazione, a volte, che l'edificio avesse una mente
cosciente. C'erano stanze con dentro altre stanze pi grandi.
Grandi in modo impossibile. In particolare, mi ero innamorato
della Grande Cappella.
C'era una cupola sopra l'altare. Era stata dipinta di blu, cos
da ingannare l'occhio: sembrava un pezzo di cielo in lontananza.
Una finestra.
Ricordo che da piccolo, quando sapevo a malapena leggere,
chiesi a mia madre cosa fosse il rebbe. Era Kippur e mia
madre ci aveva portati in sinagoga, malgrado le obiezioni di
mio padre. Indic vagamente la cappella che avevamo davanti
e io pensai che si riferisse al minuscolo pezzo di cielo.
All'epoca non avevo ancora associato la parola "rebbe" al concetto
di Dio ed ero sicuro che quel cielo blu, cos elegantemente
ingabbiato da una cornice architettonica, fosse l'incarnazione
di Dio; che Egli stesse osservando dall'alto la cerimonia
come un mite occhio blu. Ci vollero degli anni prima che
scoprissi come stavano veramente le cose, che il rebbe non
era affatto Dio, ma quel piccolo uomo dietro al leggio. Questa
scoperta rappresent qualcosa di simile a uno spartiacque per
la mia concezione del mondo.
Una volta, durante una delle mie fughe dalle lezioni di ebraico,
mi arrampicai sulle passerelle che erano state installate in
cima alla Grande Cappella per cambiare le lampadine con pi
facilit, e mi ritrovai accanto alla volta dipinta di blu. Dio,
come lo conobbi allora, era un arco di intonaco crepato,
ristuccato in vari punti, dipinto con un blu opaco, blu come
l'uovo di un pettirosso.
Volsi lo sguardo verso il basso, a quei sedili vuoti che entro
poche settimane sarebbero stati occupati da lontani parenti.
Sentivo l'impulso di darmi fuoco, di gettarmi a capofitto dall'alto
della volta, di volare bruciando nel ricordo impresso sul
pavimento.
Misha entr nella cappella. Aveva finito la lezione in anticipo.
Non vide che stavo lass: un angelo sotto un soffitto
buio.
Bisbigliai: Misha.
Misha si volt, terrorizzato, cercando di indovinare la fonte
della voce.
Misha.
Era impallidito e si era voltato di scatto, con un singolare
movimento della testa.
Misha.
Misha.
Misha.
Non c' posto per le bestemmie nella mia vita disse Izzy,
senza convinzione. Non ha senso per me, bestemmiare.
Si esamin le unghie nere per lo sporco, come fosse stato
a raschiare in un giardino.
Fu Margaret a voler vedere la sinagoga.
Margaret mi sfidava, come se si sentisse in competizione.
Adesso capisco che non era in competizione con me ma con
Campbell e gli Amici. Rifiutava di avere un ruolo marginale, di
non essere indispensabile, di essere la ragazza del gruppo, e
cominci ad associare questa condizione al comportarsi bene.
Quando proponeva di fare qualcosa piegava la testa all'indietro
inclinandola da un lato, in un modo sprezzante che faceva
diventare la sua proposta una sfida. Ignorarla avrebbe voluto
dire essere un codardo.
Questo fu il modo in cui mi sugger che potevo portarla
con me alle lezioni del sabato mattina: Perch non mi porti
con te? Forse imparare l'ebraico mi potrebbe piacere.
Non la portai alle lezioni di Misha. Era troppo estranea,
perfino pi estranea di me. Con quel suo lungo corpo atletico
e quei suoi lineamenti delicati, sembrava disegnata da una
penna a punta fine. Aveva un modo di fare riservato che era
quasi arrogante e che non c'entrava per niente con le ragazze
della classe. Erano ragazze volubili e rancorose, quelle, mentre
Margaret si controllava.
Senza pensarci due volte sgusciammo nella Grande Cappella
e, in un modo che era molto simile a quello in cui lei
lanciava le sue sfide, le proposi di arrampicarci sulle passerelle.
Sapevo che pure lei aveva paura di cadere.
Alla fine mettemmo piede sullo spazio di duro cemento
sotto la volta blu e ci manc il respiro a quel modo in cui ti
manca il respiro quando vieni beffato dalla paura. Avevamo
finto entrambi che sotto di noi ci fosse qualcosa di pi solido
dell'aria; entrambi eravamo gi caduti mentalmente un centinaio
di volte e avevamo gridato in silenzio a ogni passo.
Mentre procedevamo sulla passerella, Margaret si aggrapp
a me e schiacci la sua bocca contro la mia. Sapevo, per,
che non era un atto puramente amoroso, quello. Voleva scacciare
la paura dal suo corpo, farla sembrare qualcos'altro: un
volere a tutti a costi, un ardere dal desiderio, uno schiacciarsi
contro, un prendere dentro. Mi prese i capelli da dietro, li
tenne stretti nel pugno come un grosso grumo di sangue e
mi spinse la lingua dentro la bocca.
Ci stavamo coprendo di lividi; la sfida della passerella ci
aveva uniti nella febbre. Sentivo le sue dita che affondavano
nella mia schiena facendola diventare rossa, mentre io le facevo
un'altra volta a pezzi i vestiti, lasciandola mezza nuda sotto
l'occhio della volta dipinta di blu.
E mentre lei mi tirava a terra, cos da non esser visti dalla
cappella sottostante, udimmo la grande porta nel muro in
fondo aprirsi per poi chiudersi con un sibilo idraulico. Margaret
mi guard ancora a quel modo, con quel suo sguardo beffardo
che mi sfidava ad andare avanti malgrado il nostro inconsapevole
pubblico, quello sguardo che voleva mettermi
alla prova. Le tirai su il vestito fin sopra le spalle.
Cominci a cantare. Chiunque fosse entrato nella cappella,
adesso era all'altare e cantava una preghiera con una giovane
voce da soprano. Una voce che avrei riconosciuto ovunque,
tante erano le volte che l'avevo udita filtrare attraverso le pareti
di casa. Margaret mi schiacci la bocca contro il suo seno
e io la morsi.
Mi si era contratto lo stomaco. Avrei dovuto cantare per il
bar mitzvah e quella era la voce che avrei dovuto avere, una
voce che sapeva di fumo e miele, in grado di invocare la terribile
gloria di quel cielo indifferente. Ma sapevo che il mio
freddo desiderio per Margaret mi stava spezzando la voce, si
stava spezzando nel capriccioso ciclo dei miei bisogni, nel
gelarsi e disgelarsi di una strada d'inverno.
Era sempre pi evidente che Margaret soffriva, bench
fosse troppo orgogliosa per ammetterlo. Non le parlavo, bench
continuasse ad aspettare. Rimase con me soltanto perch
sperava ancora che avrei trovato qualcosa in lei, qualcosa
che avrei potuto rispettare e voluto conoscere. Avrei potuto
almeno dirle che non c'era speranza, che non sarebbe mai
successo.
Di certo, con quel suo respiro mi teneva all'amo e avrebbe
potuto struggersi per il non detto e il proibito, ma non era
quello che voleva. Era ci che soffriva nella sua sciocca speranza
che potessi cambiare.
Cominciava a sviluppare quel suo sguardo. Di muta riprovazione,
di sofferenza e di attesa. Mi faceva stare male, ma
continuai a prenderla; se lei ci stava, non sarei stato io a mollarla.
Le passeggiate di mezzanotte con Campbell stavano diventando
pi ambiziose. Anni dopo, quando raccontai a Katie
di quelle serate, lei si fece muta e pensierosa. Credo vedesse
nella mia relazione con Campbell pi cose di quante non ne
avessi mai viste io.
Ti stava avvolgendo disse alla fine. Ti stava avvolgendo
con dei fili.  solo questo che le persone possono fare agli
altri di notte.
Mi stava tirando dentro, era vero. Mi ero cos abituato a
contare solo sulle mie forze e non volli ammettere che si stavano
corrodendo, finch non fu troppo tardi.
Campbell avrebbe dovuto essere il mio sottoposto; ero io
che dovevo insegnare a lui delle cose. Campbell, per, non
aveva mai voluto essere mio allievo. Era determinato a insegnarmi
qualcosa prima di andarsene. Mi guardava stare con
Margaret e vedeva quello che vedevo io: sapeva che non soffrivo
in modo adeguato. Campbell mi avrebbe insegnato a
soffrire.
Katie dava molta importanza a quel periodo della mia vita.
Diceva che nella vita di ognuno ci sono dei momenti, degli
eventi che possono diventare dei punti riferimento. Sono i
momenti in cui la scenografia si assesta, in cui il palcoscenico
assume la sua forma essenziale e gli ostacoli si frappongono
tra te e le quinte. Se si riesce a individuare adeguatamente
questi punti si pu mettere a fuoco una persona. Capivi il
perch di certe cose. Ce ne poteva essere pi d'uno, di simili
eventi, proprio come cambia lo scenario di un dramma da un
atto all'altro, ma questa storia di Campbell era la pi recente
della mia vita, quella che esercitava l'influenza maggiore.
Per Katie era importante capire quel momento della mia
vita. Era importante perch il mio scenario si stava chiudendo
sempre pi su di lei: prima diventammo sottotrame di
uno stesso dramma. E poi il motivo conduttore.
Il mio ultimo giorno con Margaret fini con un litigio. Il
silenzio che aveva definito le nostre mani tremanti fu sfidato
e non poteva pi legarci.
La conoscevo da molto, allora. Io avevo visto cambiare lei,
e lei aveva visto cambiare me; avremmo dovuto avere quel
normale interesse l'uno per l'altra che viene col tempo, quel
rimanere a osservare la vita nel suo svolgersi. Ma la passione
pu abortire i ricordi se non stai attento; mesi di cauto e
sottile cambiamento si possono dimenticare nell'urgenza di
un bisogno immediato. Non fummo attenti. Io non fui attento.
Dovevamo incontrarci quella sera nel mezzo di una scultura
di alluminio. Gli studenti dell'universit la conoscevano come
St. Alcan, dal momento che era stata eretta al centro del college
cattolico.
Se ti trovavi all'interno della scultura, erano pochi i punti
da cui potevi essere visto. Poteva capitare che qualcuno passasse
di l e che magari avesse voglia di curiosare, ma era un
rischio che acuiva solo il piacere. Avevo proposto che ci incontrassimo
l e Margaret aveva acconsentito, seppur esitando.
St. Alcan era composta da una serie di luccicanti lastre di
alluminio che si incontravano in un vertice, circoscrivendo
una piccola area in cui potevano starci tranquillamente due
persone. Era l che mi trovavo, l che l'aspettavo.
Ripenso spesso alle fasi della rottura. Ai momenti in cui
ci che si dice  troppo forte perch lo si possa rescindere,
quando ci che si  fatto  troppo terribile perch sia mai
perdonato. Queste fasi sono intimamente connesse all'idea di
un danno psichico irreparabile: sono i loro equivalenti esteriori
e hanno corrispondenti ripercussioni interiori. Una volta
che tu hai sentito gridare in un certo modo, non puoi staccarti
da quei momenti se non con violenza.
Margaret se ne stava inerte sull'imbocco della statua.
Vieni dentro sussurrai.
No. Vieni fuori tu.
Uscii da dietro il velo di metallo bianco e mi fermai a pochi
centimetri da lei. Mi guard con quegli occhi che conoscevo
ma che adesso non riconoscevo.
Non mi tocchi?
Mi guardai attorno. Eravamo in uno spazio pubblico. Malgrado
l'ora tarda e per quanto il piazzale in cui si trovava la
statua fosse isolato, poteva passare chiunque da un momento
all'altro. Le sollevai la gonna e spinsi la mano tra le sue gambe
in fiamme.
Margaret mi si aggrapp al collo e tra respiri spezzati e
ansimanti, disse: Ti odio.
E cominci a dilaniarmi il collo, boccheggiando come
un'animale in trappola. Disse anche altre cose e nel frattempo
si dimen contro di me come se stesse cercando di scappare.
Riconobbi la sensazione che stava cercando: era un fremito
di abbandono, una febbre di libert, del tipo che ha la volpe
quando le rimane una zampa intrappolata.
La lasciai dire senza replicare niente. La paura di essere
catturato aveva fatto di me un criminale della lussuria ed ero
incapace di sentirmi colpevole.
Respirava come se le stessero per scoppiare i polmoni. Ti
piace sentirmi respirare cos, vero? Perch pensi di essere tu a
fare questo al mio respiro...
E url. Sembr un fremito di dolore. Uno studente di corporatura
magra pass nel cortile del college, ci fiss e in un
attimo cap. Quindi sgattaiol via scioccato.
Ho un nome, Izzy...
Le mie parole avevano adesso lo stesso significato delle
spesse linee di colore rosso che si tracciano su una planimetria;
le linee che indicano il punto della sezione, quel taglio in corrispondenza
delle ginocchia che rivela la struttura dell'edificio,
la sequenza delle stanze. Il punto in cui  stato tagliato il muro.
Dissi: Margaret e anche nel pronunciare il suo nome mi
sentii come se stessi facendo un'incisione clinica, altamente
clinica e astratta, solo per il gusto di disegnare. Margaret...
E url di nuovo, un urlo inconfondibile questa volta. Era il
piacere della lacerazione, la sanguinante libert dalla trappola,
la rabbrividente realt della separazione.
La mattina dopo, il padre di Margaret telefon a mia madre.
Capii che era lui perch fui io a rispondere. cos rimasi in
linea, ad ascoltare in silenzio.
Sua figlia aveva inghiottito una boccetta di aspirine, ma se
la sarebbe cavata.
Mia madre fece a meno di dirmelo. Cap che avevo udito
la conversazione. Entr in camera mia mentre stavo ancora
con l'orecchio attaccato al telefono ad ascoltare il segnale di
linea libera. Cap che avevo sentito le parole con cui aveva
terminato quella conversazione. Se avessi parlato un'altra volta
con Margaret, mi avrebbe sventrato come un cappone.
Campbell mi port fuori quella notte. Non mi sentivo bene.
Pensavo che non importasse ci che avevo fatto, ma mi sbagliavo.
Non so se quella cosa che cominciava a tormentarmi
la si potesse chiamare coscienza; non mi sembrava qualcosa
di cos comune e io provavo pi nausea che rimorso. Credo
che quella cosa fosse in sostanza la memoria. Ci che feci a
Margaret, lo feci soltanto perch nel farlo riuscivo a dimenticarmi
di lei. Non era stato per il gusto di farle del male. Era
piuttosto qualcosa nell'architettura del desiderio a esigere un
sacrificio. C'era un altare e una tradizione di sangue.
Pensavo che non importasse ci che avevo fatto, perch
ero gi dannato. Ma la dannazione non ti cava dagli impicci.
La dannazione  l'impiccio.
Campbell mi tir gi dal letto in cui mi ero raggomitolato
da mezzogiorno; conosceva bene quanto me la realt dell'aria
notturna, il suo respiro vitale. Perch la mortificazione non 
che un manto di morte che ti tiri sulle spalle nella speranza di
renderti invisibile alla luce e alla vergogna del tuo desiderio.
Campbell non voleva vedermi raggomitolato in quel manto
nero. Non ancora. Non prima di avermi insegnato qualcosa.
Saremmo scesi di sotto, quella notte.
C'era un'apertura nel manto stradale. Campbell lo sapeva.
Tra la Yonge e la Queen, in una strada laterale, c'era un'apertura
che era stata coperta, ma non poteva essere mascherata.
Avevano progettato una linea di metropolitana, che andava
da est a ovest con un punto di trasferimento tra la Yonge
e la Queen. Avevano costruito anche una stazione, immediatamente
sotto alla stazione esistente, la Yonge. Le pareti erano
state rifinite con vecchie piastrelle quadrate che avevano
stampigliato sopra il nome della fermata; la piattaforma era
stata lastricata e le scale finite. Quindi si era abbandonato il
progetto.
Adesso c'era una stazione fantasma, che galleggiava sottoterra.
Non c'era accesso dalla stazione soprastante, la Queen;
le scale erano state murate. Non sarebbe dovuto esserci nessun
tipo di accesso, in effetti. Era un luogo pubblico raro:
condannato a un lento abbandono, ad andare in rovina prima
di essere aperto alla citt. Come nascere in una tomba.
Campbell sapeva di un condotto attraverso cui era possibile
scendere sotto il livello stradale, un pozzo circolare con
una scala a pioli. Avevano coperto il buco, ma Campbell lo
aveva visto. Certe notti - notti importanti, il genere di notte
delle quali parlava Katie - l'opaco disco di acciaio era chiaramente
visibile nella strada spaccata.
Lo si vedeva anche quella notte.
Camminavamo, ma io procedevo lentamente, stanco di
pensare. Con un senso di oppressione stavo richiamando alla
mente l'innocenza di Margaret - non innocenza nel senso di
ingenuit, ma in quello di avere una colpa. Non aveva fatto
niente. Era dolce e devota. Aveva avuto una tresca, ma non
aveva fatto niente.
Nella stessa categoria della mia preoccupazione per i danni
dell'anima rientra un dubbio relativo alla seduzione. Se un uomo
nega a una donna di essere stata sedotta anche per sua volont,
quell'uomo nega alla donna il fatto di avere una volont.
Se quell'uomo sostiene che la donna  un complice a tutti
gli effetti, allora dovr spiegarmi un caso come quello di Margaret.
Sapevo, sapevo e basta, che c'era un tipo di crimine, uno
stupro che nessun codice penale prevedeva, in cui la maggioranza
degli uomini erano implicati.
L'opaco disco di acciaio stava in mezzo alla strada, chiuso.
Non aveva niente di speciale. Avrebbe potuto essere un tombino
come un altro, sennonch avevo la sensazione che non
fosse l il giorno prima. Lo aveva evocato qualcosa. Campbell.
Il mio delitto, forse.
Campbell aveva una barra di ferro con una punta quadrata
che entrava perfettamente nel foro quadrato del disco come
una chiave. Spinse il suo corpo leggero contro la barra e il
disco si sollev dal selciato.
Vai tu per primo disse Campbell.
I pioli erano fatti con quelle barre ritorte che si usano per
armare il cemento. Erano ruvidi al tatto, arrugginiti. Mi calai
nel condotto e l'aria si fece umida e viziata. La luce dalla strada
si dilegu.
Campbell, che scendeva dietro di me, mi fece scivolare in
mano una torcia elettrica. Lo sai che c' un sistema di tunnel
nelle Rockies? Gallerie per i treni. Cerchi enormi e invisibili
sotto la montagna...
Ah si?
Agganciai la torcia alla cinta e il fascio di luce penzol verso
il basso, danzando e illuminando il fondo del condotto di una
luce che ti faceva girare la testa. Ho sempre sofferto di vertigini,
ma non avevo mai mostrato paura di fronte a Campbell.
Si. Sono stati progettati da un ingegnere svizzero. Un tipo
nevrotico, molto preciso. Lo si dovrebbe considerare un genio,
secondo me.
Il concetto di genio era molto importante per Campbell.
Si considerava un genio e cercava sempre di stabilire il senso
di quella parola.
Vedi, hanno dovuto livellare la pendenza. Sul binario si
toccavano velocit inaccettabili. Certe volte si bruciavano i
freni e i treni se ne andavano via senza controllo.
Avevo le mani umide e rosse. Sapevo che era la ruggine,
ma mi aggrappai strettamente al ferro fino a farle sbiancare
sotto lo strato di rosso. Campbell veniva dietro di me tenendo
un'andatura sostenuta e obbligandomi a muovermi pi rapidamente
di quanto non volessero i miei muscoli terrorizzati.
La soluzione fu quella di incidere un enorme cerchio sotto
la roccia cos da far attorcigliare il treno su se stesso, come
un serpente. La testa del convoglio usciva dalla montagna
mentre la coda spariva nell'imbocco soprastante.
Un cerchio di terra nera si stava approssimando dal fondo
del condotto. Mi ci avvicinai con le articolazioni contratte e il
mio corpo si rilass solo quando sentii la superficie irregolare
del terreno sotto le scarpe.
Campbell salt gi e me lo ritrovai accanto. Adesso, nel
parlare, gesticolava come in un gioco di prestigio.
La galleria circolare fu iniziata da entrambe le estremit.
C'erano due squadre impegnate negli scavi ed era responsabilit
di quest'uomo - l'ingegnere svizzero - di assicurare che i
semicerchi si incontrassero, con precisione, al centro della roccia.
Avanz nell'oscurit e continu a parlare.
Alcuni giorni prima della data prevista per l'incontro, all'ingegnere
svizzero saltarono i nervi. Si convinse che nei suoi
calcoli ci fosse un errore. Le squadre non si sarebbero mai
incontrate.
La sua voce riecheggiava adesso; si teneva a distanza.
Non si sarebbero mai incontrate. Avrebbero proseguito
nell'oscurit e si sarebbero perdute.
Questo, per un uomo come il nostro ingegnere, era il
momento della disperazione. La mente aveva fallito; tutto diventava
privo di senso. Si punt una pistola alla testa.
Sganciai la torcia e feci luce intorno.
In un attimo di sangue e fumo, l'ingegnere cancell per
sempre quella mente incomparabile, punendola per aver prodotto
una parodia della ragione.
Eravamo nella galleria. Un passaggio abortito, poche decine
di metri di ferrovia che morivano in un muro di terra.
All'estremit opposta la galleria sembrava allargarsi.
Il giorno seguente vennero fatti saltare i pochi metri di
roccia rimasti sui due lati.
Le gallerie s'incontrarono. S'incontrarono alla perfezione,
dando vita a un'unica galleria, disegnando una perfetta spirale
sotto la montagna. Gli operai delle due squadre, che non si
vedevano da settimane, si abbracciarono tra le lacrime.
Puntai la torcia su Campbell; stava all'estremit opposta
del binario. Parlava in tono drammatico, a voce alta, come
fosse su un palcoscenico.
Questo  il genere di compiutezza che ti gela il sangue. 
ci cui pensiamo quando parliamo di genio.
Mi feci strada verso Campbel lungo i binari, evitando a
ogni istante il terzo binario, quello elettrificato. Era ormai fuori
uso, ma lo evitavo come se portasse ancora corrente.
Che lo svizzero si fosse suicidato non  affatto estraneo
al paradigma. Il dispendio di energie, l'immensa concentrazione
necessaria alla piccola mente umana per produrre un'opera
di genio  sufficiente a esaurire la volont. Non ci sorprende
che la volont rimanga dunque scoperta di fronte alla disperazione,
che l'eventuale insorgere di quel terribile stato la
colga indifesa.
La galleria si allargava. Divenne visibile il margine di una
piattaforma e quindi le spettrali piastrelle con il nome della
stazione impresso a intervalli regolari. Eravamo in una stazione
della metropolitana. Uno di quei luccicanti incontri di mezzanotte.
Qualsiasi spazio pubblico si vela di una certa intimit
di notte, ma questa piccola parte della citt era stata condannata
a una notte continua fin quando la terra non si fosse
spaccata svelando i suoi segreti al cielo. Fu come inciampare
nella tomba dimenticata di un faraone.
Ma tutto questo  cambiato, ovviamente.  un momento
difficile adesso per concepire il genio, perch il concetto di
compiutezza  sospetto.  stato ricusato. L'esistenza reale di
una volont  stata messa in dubbio. Adesso, nella migliore
delle ipotesi, ci immaginiamo due squadre che scavano un
tunnel nella roccia senza una guida. Non c' nessun ingegnere;
 morto tanto tempo fa. I semicerchi sono imprecisi. Il
giorno stabilito passano oltre e lasciano che un enorme margine
di solida roccia li separi; scavano gallerie nell'oscurit della
terra, disegnano spirali in solitaria discesa; danno vita a due
spirali distinte dalle quali nessun treno potr mai uscire.
Ci siamo dimenticati di cosa sia la compiutezza. La parola
"genio" suona falsa alle nostre orecchie.
Stavo di fronte a Campbell ma non volevo dare l'impressione di
ascoltare troppo seriamente le sue parole. La parola
"genio" per Campbell era inestricabile da certi crimini premeditati.
Quando parlava a quel modo, con quell'ossessivit, con
una precisione formale sempre crescente, sapevo che aveva
in mente qualcosa. Mi stava facendo innervosire. cos mi voltai
dall'altra parte, ostentando grande interesse per ci che
riuscivo a illuminare con il potente fascio di luce della torcia.
La nostra preoccupazione, adesso,  il treno. Dove porta?
Lo abbiamo visto sparire nella terra e sappiamo che non
pu uscirne.
Rimase in silenzio per un bel po'. Quando riprese a parlare
lo fece con un tono di voce basso e triste, ma per certi aspetti
infinitamente minaccioso.
Sappiamo che le squadre si sono perse. Che le gallerie
non si incontreranno mai. E ci domandiamo cosa accadr a
quel convoglio infelice e rintanato.
Il silenzio che segu fu diverso. In qualche modo era pi
completo. Mi guardai attorno.
Campbell se n'era andato. Un momento prima stava dietro
di me - potevo sentirlo respirare - e quello dopo se n'era
andato. Provai a chiamarlo bisbigliando: Campbell?
Non rispose. Improvvisamente sopraffatto da una paura
irrazionale - stavo in mezzo ai binari di una metropolitana -
mi issai sul bordo della piattaforma e mi distesi per un attimo
sul pavimento lucido. Campbell?
C'era un silenzio strano. Mi aspettavo qualcosa, forse il
lento sgocciolare di stalattiti.
In certi momenti, tanto di estrema lucidit che di totale
confusione, mi ritrovo a mettere in discussione le cose pi
basilari. Mi sorprendo a battere sul pavimento, per vedere se
 veramente solido, se  abbastanza duro da sopportare il
mio peso. Quel ragazzo era veramente mio amico? E se per
caso non lo era? Che sarebbe accaduto? Avevo sempre paura
di pormi questo genere di domande. Perch se quelle domande
fossero state il prodotto di uno stato confusionale, allora
sarei stato io a rivelarmi sleale.
Cosa sapevo di Campbell dopotutto? Era apparso, un giorno,
senza che nessuno l'avesse chiamato. Perch non avrebbe
dovuto andarsene allo stesso modo? Tutto quel parlare di treni
e di menti geniali: cosa stava escogitando?
Non importava fin dove potessi arrivare illuminando quel
luogo cavernoso, alle mie spalle ci sarebbe comunque stato un
anfratto ancora pi grande di oscurit. Cominciai ad oscillare
la torcia, furiosamente, nella speranza di catturare qualunque
cosa potesse cercare di avvicinarsi nell'oscurit. Poi mi resi
conto dell'irrazionalit del mio comportamento. Campbell
avrebbe potuto essere nascosto da qualche parte e vedere
quello che facevo. Era questo che voleva osservare?
Un freddo mormorio di acciaio scosse la piattaforma sotto
i miei piedi. Dev'essere il treno della linea che passa di
sopra, pensai. Adesso tenevo la torcia puntata in una sola
direzione, fissa davanti a me, mentre camminavo verso l'estremit
opposta della piattaforma. Campbell?
C'era una scala in fondo. Portava da qualche parte? Che
Campbell fosse l? Il bisogno di dare una parvenza di veridicit
alla situazione mi permise di abbracciare le ipotesi pi assurde:
che Campbell se ne fosse semplicemente andato in
giro e che non potesse sentirmi perch era troppo lontano.
Lo sferragliare di quelle pesanti ruote di acciaio era pi
forte, adesso.
Cominciai a salire. Le scale giravano su se stesse a pi riprese
e il mio campo visivo non poteva spingersi oltre il pianerottolo.
Campbell?
Giunto sul pianerottolo puntai la torcia verso la seconda
rampa di scale. Un anello di luce gialla su un viscoso pezzo di
terra. Avevano tappato il passaggio con del terriccio, come
fosse una tomba. Mi voltai di scatto.
Il rumore era ancora lontano, ma riuscivo a sentirlo. Un
convoglio della metropolitana. Ma il terrore certe volte ti illumina
e cos mi ricordai: non passavano convogli della metropolitana
a quell'ora. L'ultimo treno era forse alle due del mattino
e le due erano passate da un pezzo.
Forse dovevo andarmene. Questo pensiero non mi era
ancora passato per la mente perch fino a quel momento
non avevo voluto prendere minimamente in considerazione
l'eventualit che stesse accadendo qualcosa. Qualcosa di premeditato.
Sono una persona particolarmente equilibrata, credo. Non
urlo, o urlo di rado. C' sempre una ragione per tutto e di
rado gridare  un rimedio alla situazione. Non gridai nemmeno
allora, sebbene provassi, pur con i piedi ben piantati in
terra, l'identico senso di vertigine che avevo provato prima in
cima alla scala a pioli del condotto. Cominciai a camminare,
lentamente, verso l'estremit opposta della piattaforma.
C'erano delle scale che spuntavano dal muro laterale della
piattaforma, ma me ne tenni alla larga. Dopotutto Campbell
mi aveva detto che le scale erano bloccate. Non sarebbe stato
cos assurdo scoprire che lo erano per davvero. Perch adesso
ripensavo a tutto quello che mi aveva detto, per vedere se ci
trovavo qualche menzogna?
Sedevo sul bordo della piattaforma, pronto ad abbassarmi.
Il rumore si era fatto ancora pi intenso e io provavo
un'improvvisa e irragionevole paura. Simile alla mia inutile precauzione
di evitare il terzo binario: d'un tratto ripensai all'idea
di percorrere il breve tratto di binario che mi separava dalla
scala a pioli nel condotto.
Sollevai i piedi sulla piattaforma - un movimento troppo
frettoloso, credo, agli occhi di un eventuale spettatore.
Il rumore si era fatto insistente, adesso: non era il genere
di rumore che si pu sentire attraverso uno spesso muro pieno
di terra. Era un suono forte, acustico, proprio come quelli
che si sentono riecheggiare dal fondo di una galleria. Mi sentivo
uno stupido ma mi allontanai comunque dal bordo della
piattaforma.
Un alito di vento mi scosse i capelli. Impossibile. Adesso il
rumore era diventato un rombo persistente. Mi portai le mani
alle orecchie, come se potesse bastare quel gesto a respingere
l'urlo in arrivo, e mio malgrado mi ritrovai a urlare.
Non si ferm davanti alla piattaforma, ma sfrecci rimbombando
senza piet. Era vecchio e rosso, con gli interni
grigioverde e quelle luci tonde e smerigliate dei miei ricordi di
bambino.
Rimasi l, anche molto dopo che era passato il treno e il
rumore era morto in un'eco. Rimasi l, a pensare. Non ero
preoccupato per Campbell: non si sarebbe di certo trovato
sui binari al passaggio del treno. Qualunque cosa avesse fatto,
adesso me ne rendevo conto, era troppo pensata, troppo
accuratamente premeditata per un simile errore. Io, d'altra
parte, ero intenzionato ad andare verso la scala a pioli. E mentre
squadravo lo spazio circostante, ricominciai a interrogarmi
sul terzo binario. Certe potenze sono invisibili. Le senti e basta,
quando  troppo tardi, quando inciampi sulla loro strada.
Non vidi pi Campbell. Per anni.
In assenza di Campbell, gli Amici si rimisero all'autorit del
silenzioso Lewis. La sua reticenza divenne una specie di motivo
ricorrente: nessuno faceva il nome di Campbell. Era come
se Campbell non fosse mai stato dei nostri; come se il crimine
non fosse una sua invenzione. Non avrei detto una sola parola
di quella notte. Nel tornare indietro, prostrato dal terrore
e dal rimorso, avevo trovato il tombino aperto e mi ero portato
in salvo; perch mai gli Amici avrebbero dovuto sapere
di quella mia umiliazione? Era strano, per, che in assenza di
Campbell la mia autorit sembrasse diminuita.
Di tanto in tanto Lewis bisbigliava qualcosa nell'orecchio
di Cran; questo era il solo segno evidente del fatto che fosse
lui ad avere il controllo della situazione. Illustrare il piano era
una prerogativa quasi esclusiva del garrulo Cran. L'organizzazione,
poi, era affar suo in tutto e per tutto. Ainsley si limitava
a stare seduto e a registrare tutto senza dare particolari segni
di reazione; certe volte, quando un qualche aspetto del crimine
proposto lo colpiva per la sua ingegnosit, sorrideva alla
sua mostruosa maniera.
Con Campbell ancora presente mi era stato assegnato il
privilegio di un ruolo esterno. Adesso che Campbell non c'era
pi, per, questo ruolo non sembrava pi quel privilegio che
era prima: ero chiaramente messo da parte. Per quanto potessi
intuire ci che stava per accadere, sarei stato relegato al
ruolo del complice spettatore. Quando, dopo il fatto, mi furono
rivelati alcuni dettagli fra quelli pi sorprendenti capii il
perch del posto che mi avevano assegnato.
La banca era una struttura neoclassica che dava su Yonge
Street. Sembrava un Pantheon ristretto, un'immagine girata
per un schermo panoramico ma proiettata con le lenti sbagliate.
Tutti gli di. Nel caso della banca il pantheon si era
ovviamente adattato a una struttura molto pi stretta e gli di
potevano sgusciare fra i cassieri senza troppi problemi.
Mi fecero appostare all'uscita di un fast food sul lato opposto
della strada, dove mi confusi con gli altri criminali in
attesa: adolescenti con la testa incassata nelle spalle che ti vendevano
le loro ragazze a forza di grugniti. Tenevo d'occhio la
strada da un bancone rialzato di colore rosso, attraverso un
pannello di vetro unto di grasso.
La facciata della banca era calma e aveva un che di ridicolo
in quell'atmosfera di traffici notturni. Le ragazze, non pi che
quattordicenni, tenevano strette sotto le ascelle delle lunghe
borsette senza manici, segno che le potevi avere a poco prezzo.
O a caro prezzo, a seconda dei punti di vista. I ragazzi
facevano su e gi con le tasche imbottite di polverine e aromi
speciali capaci di aprirti in due la mente e ricucirtela con filo
da sutura.
La banca sembrava un posto dimenticato. Ainsley era gi
dentro; c'era dal pomeriggio, da quando la banca aveva chiuso.
Come ho gi spiegato, dei dettagli del piano avevo soltanto
una vaga idea, ma una cosa la sapevo: Ainsley aveva sedotto
l'assistente del direttore. Era una donna introversa, di buon
cuore ma con un viso da far gelare il sangue, ed era difficile
per lei respingere le proposte di Ainsley perch, per poco allettanti
che fossero, c'erano buone possibilit che mai pi le
sarebbe capitato qualcosa di meglio. Ainsley era andato a trovarla
spesso nella camera blindata dopo l'orario di lavoro, in
modo da studiare il terreno. E si era fatto un duplicato di
tutte le chiavi della donna.
La limousine nera di Cran entr silenziosamente in scena.
Cran aveva trovato un lungo relitto alato nel deposito di uno
sfasciacarrozze, l'aveva dipinto di nero e gli aveva sostituito il
motore; era enorme, e avanzava sulle sue morbide sospensioni
come un carro armato. Cran parcheggi di fronte alla banca,
sul lato opposto della strada, a poche porte dalla mia vetrina.
Non mi era stata data la possibilit di monitorare il precedente
teatro delle operazioni: Cran, su istruzioni di Campbell,
era penetrato in un condominio di pochi piani, situato da
qualche parte in periferia, e l aveva trovato una chiave, in una
busta, dentro un cassetto. La chiave vi era stata messa trenta
anni prima e non era stata pi toccata da allora. Era una delle
due chiavi necessarie per aprire una certa cassetta di sicurezza.
L'altra era nelle mani di Ainsley.
Cran, traboccante di energia per il fatto di dover rimanere
zitto, attravers la strada e si diresse verso la banca, lasciando
Lewis pressoch invisibile nel sedile posteriore di quel carro
armato nero.
Vestito da custode e tirandosi dietro un aspirapolvere industriale,
Ainsley apr la porta principale della banca per consentire
a Cran di entrare. Quel sorriso.
Distolsi lo sguardo e mi misi a studiare i miei colleghi al
bancone. Avevano la pelle uniformemente segnata, devastata
dall'adolescenza e dal cibo; parlavano tra loro bisbigliando in
tono fortemente cospirativo, alzando la voce solo quando si
voleva che un membro dell'altro sesso sentisse qualcosa d'importante.
Li osservai, ascoltai i loro penosi e ripetuti commenti,
e cercai di dimenticare in cosa mi ero fatto coinvolgere.
Quel crimine in cui ero implicato era di gran lunga pi
serio di quanto avessi mai contemplato fino ad allora.
Si, lo aveva progettato Campbell, e difficilmente qualcosa
sarebbe andata storta: Ainsley e il suo sfortunato complice
avevano disattivato tutti gli allarmi, avevano girato le telecamere
dalle porte da cui dovevano passare; ma ero agitato.
Ero stato lasciato fuori e non conoscevo i dettagli. Non li
conoscevo e basta.
Pssst!
Era Cran. Me lo trovai alle spalle che tremava per la tensione.
Uscii dietro di lui e lo seguii fino alla macchina. Sul retro
c'erano Lewis e Ainsley, e avevano nelle mani roba d'oro. Era
fatta.
Mentre ci allontanavamo da Yonge Street, Cran, in preda
all'esaltazione, prese a parlare come un fiume in piena: Orologi,
abbiamo degli orologi, migliaia di piccoli orologi, possiamo
cambiare un orologio al giorno per il resto della nostra
vita e senza riuscire a metterli tutti...
Qualcuno aveva riempito una cassetta di sicurezza di orologi
da collezione, esemplari senza prezzo, minuscoli meccanismi
ingioiellati in casse d'oro massiccio. Ainsley ne fece oscillare
uno con una grossa catena e un sorriso gli illumin lentamente
il volto.
Mentre sedevo nell'ufficio del Rebbe con i miei genitori
durante i pochi minuti tranquilli prima della cerimonia, pensai
a Campbell e agli Amici. Dopo il crimine - che era andato a
meraviglia e, pensavo, senza conseguenze - gli Amici erano
spariti. Non vedevo Ainsley, Lewis o Cran da pi di un mese.
Gli orologi rubati erano spariti insieme a loro, il che non mi
importava molto: non ero mai stato della partita per il bottino.
Ma adesso ero pi solo di quanto non fossi stato da anni.
Era difficile concentrarsi sulla cerimonia che mi attendeva.
Il rabbino stava dicendo qualcosa riguardo un mitzvah: incoraggiava
i ragazzi a compensare gli eccessi mondani di un
moderno bar mitzvah con una discreta opera di carit. Stava
suggerendo, pi ai miei genitori che a me, che l'ospedale ebraico
aveva bisogno di volontari e che un gesto del genere sarebbe
stato opportuno. Per quanto non stessi ascoltando, in seguito
mia madre mi avrebbe rammentato del suggerimento del
Rebbe e io avrei finito per trovarlo un gesto particolarmente
opportuno. Un opportuno atto di penitenza.
Mi guardai intorno, nervosamente. Abba avrebbe dovuto
essere l; era stato invitato a unirsi a questa tranquilla chiacchierata
nell'ufficio del rabbino ed ero sorpreso della sua assenza.
Anche mia madre sembrava nervosa per lo stesso motivo.
Guardava in continuazione l'orologio.
L'ufficio del rabbino era in una sezione appartata della sinagoga,
dove albergava la burocrazia. Sugli scaffali in tk colorato
c'era una vasta collezione di libri: volumi del Talmud,
moderne opere d'interpretazione, le pi recenti ricerche nel
campo del self-help e della psicologia popolare.
Ripassai mentalmente il pezzo che avrei dovuto recitare.
Ce l'avevo tutto in testa. Le preghiere, le melodie. Ero pronto.
Il rabbino stava parlando ancora con i miei genitori. Mia
madre ascoltava attentamente, ma mio padre fissava il soffitto.
Cercava di comportarsi rispettosamente, ma non sembrava
avere in serbo un rispetto autentico cui attingere. Il risultato
fu che mio padre si permise fin da subito di trattare il
rabbino con informale cordialit, come fossero amici, o conoscenti
d'affari. Di tanto in tanto, mio padre abbassava il
capo: per esempio, quando il rabbino sugger che l'intera famiglia
avrebbe dovuto assumere un ruolo pi attivo nella comunit
religiosa. Mio padre si accigli quando sent questa
cosa e, per quanto sia sicuro che non lo avesse fatto con
intenzione, strinse gli occhi in un modo che tradiva una violenza
a stento soffocata. Il rabbino ci and pi cauto dopo
aver visto quello sguardo.
Per quanto ne so, il rabbino era un brav'uomo: quello che
Misha avrebbe chiamato un buon ebreo. Magro e azzimato
nel suo vestito blu, sembrava quasi un ragioniere con tendenze
filantropiche, e dalle sue parole avresti detto che il cuore gli
traboccava di altruismo. Che si desse un sacco di pensieri per
qualsiasi cosa. Era il tipo di uomo che ti immaginavi a darsi
un sacco di pensieri per gli alberi, gli animali piccoli e indifesi,
e la cattiva poesia. Era difficile non farsi piacere il rabbino, ma
era altrettanto difficile provare un vero rispetto e mi succedeva,
come a mio padre, di non avere la minima voglia di starlo
a sentire.
Tra cinque minuti saremmo dovuti entrare nella Grande
Cappella. Mia madre espresse preoccupazione per Abba. Aveva
deciso di venire in sinagoga con la sua macchina, da solo,
sebbene mia madre si fosse offerta di passarlo a prendere.
Era successo qualcosa lungo la strada?
Abba non guidava come mia madre. Quando stava al volante
era incantato pi che attento. Non aveva mai preso una
sola lezione di guida in vita sua e aveva guidato senza incidenti
per oltre sessantanni. Fin quando avesse avuto la sensazione
che non si sarebbe mai fatto male in auto, non gli
sarebbe accaduto nulla. Nondimeno, tutte le volte che tardava
stavamo in ansia.
Ci fu un ansioso bussare alla porta del rabbino, seguito
dall'agitata apparizione di Abba nella stanza. Sembrava insolitamente
nervoso e aveva il volto segnato di vene rosse, come
se il sangue gli premesse contro la pelle. Scusate disse. Scusate.
Sono in ritardo.
E quindi mi prese la mano. Mi dispiace, Isaac.
Perch era dispiaciuto? Non si era perso niente. Mia madre
lo tocc sulla spalla. Abba guard fuori della finestra e
cominci a parlare con una voce piena di angosciosa calma.
Avevo un regalo per te, Isaac. Avrei dovuto portarlo questa
mattina. Fece una pausa.  accaduto qualcosa di terribile.
Mia madre era in piedi, cercando di studiare lo sguardo di
Abba. Lui si volt da un'altra parte.
Mi dispiace disse. Non  questo il momento giusto per
parlarne. Si sforz di sorridere.  il tuo bar mitzvah. Un'occasione
speciale.
Mia madre gli strinse il braccio. Cosa?
Abba rimase in silenzio per un attimo. Notai che il rabbino
era sprofondato in uno dei suoi silenziosi stati di smarrimento:
qualcosa di reale aveva fatto irruzione nella calma artificiale
del suo ufficio e lui era intimidito.
Alla fine Abba si volt verso di me. Ho una collezione di
orologi, Isaac. Vecchi orologi, orologi di gran pregio. Erano la
mia eredit. Il mio bisnonno era un collezionista. Pass la collezione
a suo figlio che la pass a mio padre che la pass a me.
Il pezzo della Torah cominci a girarmi in testa, le parole
mi facevano su e gi come gli ingranaggi di un motore. Una
litania ritmica. Qualsiasi cosa pur di rimanere calmo.
Uno di questi orologi, con una spessa catena d'oro, non
ha prezzo:  la cosa pi preziosa che possiedo. Avrebbe dovuto
essere il regalo per te, Isaac.
Il rabbino si alz. Dobbiamo spostarci in cappella adesso.
Abba non si mosse; nessun altro componente della mia
famiglia si alz. Mi sono recato alla mia cassetta di sicurezza
questa mattina, dove la tenevo. La collezione. Fece una pausa
e quindi mi guard addolorato, con degli occhi che imploravano
comprensione. Mi dispiace, Isaac. C' stato un furto.
Josh mi stava fissando con una durezza che mai avevo
visto nel suo sguardo.
Mentre mi trovavo sulla pedana dietro l'altare non mi rendevo
conto dei tanti occhi puntati su di me. Ero tornato
indietro con la mente; stavo passando al vaglio i punti oscuri
della mia vita in cerca di qualche segno.
Campbell. Cosa gli avevo fatto? Perch mi faceva questo?
Forse lo avevo umiliato in alcuni frangenti. Di certo lo avevo
messo alla prova, ma pensavo rientrasse nello spirito dell'amicizia.
Mentre recitavo a memoria il pezzo della Torah, mi sforzavo
di ricordare Campbell con precisione, cos da poter reinterpretare
il suo carattere. Era ci che avevo cercato di fare la
notte in cui scomparve. Cercai di capire, per quanto mi era
possibile, e il massimo cui giunsi fu l'ipotesi che Campbell
avesse pi orgoglio di quanto mostrasse, che fosse diventato
mio discepolo nella speranza di guadagnarsi un rispetto assoluto,
che avesse fallito e si fosse vendicato.
Il Rebbe mi stava guardando in modo strano. Avevo quasi
finito di recitare la mia parte: l'avevo recitata alla perfezione.
E che dire degli altri Amici? Mi ero sbagliato nel presumere
che fossero dalla mia parte? Stavano da quella di Campbell? Il
rabbino prov a toccarmi la mano non appena finii. Guardai
in direzione del pubblico. Misha era l - sembrava inorridito.
Abba guardava il pavimento, ma aveva sofferto un colpo terribile.
E poi, in un macabro istante d'improvvisa consapevolezza,
compresi: avevo recitato l'intero pezzo al contrario. Ovviamente
il resto della congregazione sorrideva orgogliosa.
Abba, Misha e il Rebbe erano i soli che sapessero l'ebraico.
Quando arriv il momento di cantare la preghiera successiva,
la voce mi si spezz e se ne and.
Al termine della cerimonia Josh prese il braccio ad Abba,
per accompagnarlo alla macchina; entrambi evitavano d'incrociare
il mio sguardo. Avrei voluto parlare loro, avrei voluto
spiegarmi. Ma avrei scoperto ben presto che Josh gi sapeva.
Aveva scritto tutto, in una prosa impeccabile, prima che accadesse.
Solo, avrei voluto essere io a dirlo; avrebbe potuto eliminare
quella cappa. Di l a pochi minuti, sarebbe stato troppo
tardi.
Ce lo dissero alla festa. Gli ospiti erano l, in fila, per darmi
i regali e stringermi la mano, quando il rabbino si precipit da
mia madre, in lacrime.
Abba e Josh non c'erano pi. Abba aveva preso la strada
sbagliata, come se volesse lasciare la citt, invece che venire
alla festa; Josh sedeva accanto a lui. L'uomo alla guida dell'auto
dietro di loro era convinto si fosse trattato di un terribile
sbaglio, ma nondimeno una decisione cosciente. Abba aveva
acceso la freccia per svoltare a sinistra, e aveva svoltato. Ma
non c'era nessuna strada a sinistra. Solo un sottile guard-rail
che si pieg e si spezz come un nastro. La cosa che sorprese
in modo particolare la polizia e la compagnia di assicurazioni
fu che l'auto fosse andata in fiamme quando era ancora in
corsa e che avesse continuato a bruciare per alcuni minuti su
quello spiazzo di verde oltre i margini della strada, prima che
qualcuno si fosse potuto avvicinare.
Era una cosa inspiegabile.
Mi calmai. Anche al funerale. Mi sentivo librare su coloro
che mi circondavano. Mi sentivo come se camminassi sulla
superficie bianca di un mare lunare, respirando un'aria che
nessun altro poteva respirare.
Quando Aaron scopri cos'era accaduto, lasci la festa in
silenzio. In seguito molta gente disse al rabbino di aver visto
un ragazzo, quel pomeriggio, in lacrime e con la schiena poggiata
contro il muro della sinagoga. Cercava di far leva con
tutte le sue forze. La cosa certa era che, per qualche inesplicabile
ragione, un muro della sinagoga era stato effettivamente
distrutto. Lo avevano strappato dalle fondamenta, sollevato
e ridotto in frantumi.


Capitolo 3.
OSPEDALE.

Guai a coloro che casa aggiungono a casa e campo affiancano a
campo sino a occupare ogni spazio e a diventare i soli proprietari
in mezzo al paese.
Ai miei orecchi  risuonata la parola del Signore degli eserciti, In
verit molte delle case diverranno una desolazione e case grandi e
belle rimarranno disabitate.
Isaia 5:8-9.

La storia si era interrotta. Josh aveva raccontato la sua
storia; ci aveva dato un senso, ci aveva ricostruiti nel racconto
e dato un senso. E adesso la sua voce se n'era andata.
Senza Josh, vede, temevamo che la lingua della famiglia - che
la famiglia stessa, a dirla tutta - sarebbe andata distrutta.
Lasci degli appunti che mia madre cominci a leggere il
giorno dopo la sua morte: appunti parziali, volti al completamento
di una storia. Potevano distinguersi numerose possibilit,
poche delle quali felici: modi in cui le nostre vite sarebbero
andate, se avessimo potuto riempire i capitoli mancanti. Cosa
non sorprendente, gli appunti non suggerivano alcuna direzione
in comune per la nostra famiglia. Ponevano per l'accento
sulla presenza di una compagna nella mia vita, una donna
che non avevo mai incontrato. Una donna di nome Katie.
Ricordo la prima volta che ebbi il coraggio di entrare nella
stanza di Josh dopo l'incidente. Non andavo pi in biblioteca
- in nessuna biblioteca - e sentivo la mancanza di conferme
scritte sul mondo che mi circondava. Le relazioni intorno alla
tavola imbandita per la cena stavano diventando incomprensibili,
mi ritrovavo a fissare le scalfitture nella superficie del
legno, sperando di leggervi qualcosa.
Mia madre cominciava a fare cose scombinate. Un mese
serv agnello tutte le sere per trentuno sere di fila. Quando
eravamo verso la fine del mese, mio padre cominci a prenderla
a male parole. Si capiva che non era nelle sue intenzioni,
non solo perch era la dimostrazione che non riusciva pi a
controllarsi come un tempo, ma perch in realt era un uomo
compassionevole. Aveva per maturato questa decisione di
non essere felice con noi. La famiglia cominciava a sembrargli
una prigione di assurdit, un posto senza legge che si faceva
gioco dei suoi sforzi di razionalizzare la vita.
Ho unito la mia vita alla tua questo era quello che in
effetti diceva quando si metteva ad alzare la voce. Perch ci
fai mangiare agnello un'altra volta? Ma se ascoltavi pi da
vicino il contenuto delle sue tirate, questo  il senso che ne
emergeva: Ti sei imparentata con me e ti sei guastata, come
un ramo malato.
Non dicevo mai niente. E nemmeno Aaron. Josh andava
pazzo per l'agnello e Aaron aveva conservato nell'intimo un
senso di venerazione per il ricordo di Josh.
Mo padre per non ne poteva pi. Non gli era mai piaciuto
l'agnello, neanche ai tempi migliori.
Le sue prime esplosioni furono precedute da un istante di
insolita calma. Mia madre aveva appena servito l'agnello. Un
arrosto di agnello; erano tre settimane buone che andava avanti
cos. Metteva l'arrosto davanti a mio padre perch lo tagliasse.
Stava nel tagliere oblungo che la mamma aveva ereditato
da Abba, immerso in una salsa alla menta. In quel vassoio
di legno c'erano intagliati dei solchi che avevano lo scopo di
far defluire ordinatamente il sugo e di raccoglierlo in un incavo
posto vicino al bordo. Di solito mio padre affilava il coltello con fare teatrale sulla affilatrice, un lungo e ruvido cilindro
di acciaio inossidabile con un manico elegante. Ma quel giorno
lasci il coltello e l'affilatrice nel loro astuccio di legno.
Tir su l'arrosto a mani nude. Si alz lentamente, contemplando
l'arrosto d'agnello che gli macchiava le mani di sugo.
Le dita si contrassero sulla carne, ma non disse niente. Aspettammo.
Abbass lo sguardo verso mia madre che a sua volta lo
fissava in perfetta serenit. E cominci a gridare.
Detesto l'agnello! Lo detesto! Non lo sopporto! Mi piace
il maiale. Il fegato. Il manzo. E detesto l'agnello!
Quindi rimise l'agnello nel pesante vassoio di legno e cominci
a tagliare.
Il pasto prosegui senza incidenti, ma sentii il bisogno, dopo,
di studiare le pecche che si stavano manifestando nel comportamento
dei miei genitori.
Mi rifugiai nella stanza di Josh. La mamma ci passava un
sacco di tempo; diceva che leggeva gli appunti di Josh e che
avremmo potuto farlo anche noi, se volevamo, ma lasciandoli
sempre dove li avevamo trovati, ovunque fossero, sul pavimento,
fissati con del nastro adesivo alle pareti, infilati da
qualche parte. Vedeva un ordine nel modo in cui erano disposti,
quasi che la stanza avesse assunto le sembianze di un
-libro.
Entrai, cercando una risposta alla domanda che si era sollevata
in me: sarebbe sopravvissuta la mia famiglia?
La stanza di Josh era come una biblioteca dopo una piccola
esplosione. C'erano carte dappertutto: appuntate alle pareti,
ammassate sotto il letto, attaccate al soffitto con del nastro
adesivo che andava ingiallendo. Non desideravo catalogare
quell'opera, ma uscii di l con la stessa sensazione che aveva
mia madre. Devo dire, per, che entrare in quella stanza non
mi fece tanto l'effetto di aprire un libro, ma piuttosto quello di
mettere piede sul palcoscenico di un teatro in cui tutto si
caricava di significato.
C'erano dei versi che sembravano dettare un senso agli
appunti, un senso simile a quello in cui un indice dettaglia la
struttura di un libro. Era tutto scritto in prima persona, ma le
voci cambiavano: riconobbi non soltanto la mia particolare
maniera di mettere insieme le parole, ma anche certi modi
personali di parlare che, per quanto alieni, sapevo appartenere
agli altri membri della mia famiglia. Mancava una voce soltanto,
per quello che riuscii a discernere, ed era proprio la voce di
Josh.
Quegli appunti segnarono il primo periodo della mia vita
in cui non riuscii a leggere. Se mi mettevo con tutte le forze a
cercare di seguire la trama di un qualsiasi racconto, mi ritrovavo
con un'attenzione ondivaga; il tempo di arrivare alla fine di
una pagina e ne avevo gi dimenticato l'inizio; mi ero convinto
di non essere pi in grado di comprendere la pi semplice
delle frasi; mollavo tutto in preda alla disperazione. Nonostante
passassi delle ore nella stanza di Josh, ne uscivo senza
portare molto con me: frammenti, nomi, auspici.
And avanti cos per tre anni, finch non incontrai Katie.
Fu solo con grande difficolt che riuscii a riprendere in
mano un libro, all'universit, quando avevo sedici anni. Dapprima
mi limitai ad andare alle lezioni, ma dopo un po' di
tempo passato con Katie, trovai il coraggio di provare a leggere.
Non ne ero capace. Ebbi la forte sensazione che dovevo
imparare tutto daccapo, ma quando vidi cosa fecero a
Katie - e come non sarebbe mai pi stata in grado di leggere
- decisi che mi sarei sforzato.
* * *
Aaron era stato accettato a ingegneria e avrebbe cominciato
l'anno successivo. Non era semplice ingegneria ma Scienza
dell'ingegneria, un orientamento elitario della facolt, con
regole meno rigide ma ben pi esigente sul curriculum. Molti
dei corsi di Aaron consistevano nella realizzazione di un singolo
progetto: gli dicevano di costruire un aeroplano o di
disegnare un piccolo generatore nucleare e sarebbe stato compito
suo imparare la teoria e la pratica con i propri mezzi e
una guida minima. Per passare l'esame, Aaron doveva far si
che l'aeroplano volasse o che il generatore fornisse energia
alla citt.
Sebbene fosse in lutto, mio padre era segretamente eccitato.
Aaron il rinnegato avrebbe avuto una professione e l'ingegneria
gli andava a genio. Medicina aveva pretese di santit, il
che irritava mio padre; gli avvocati non si sporcavano le mani
e mio padre era un costruttore; gli ingegneri, d'altra parte,
erano al centro del suo mondo. Qualunque miglioramento
sostanziale nella tecnica dell'ingegneria avrebbe inevitabilmente
comportato un risparmio di denaro per mio padre. Inoltre,
ammirava genuinamente il rigore mentale di molti ingegneri
con i quali aveva rapporti. Potevano fare cose che lui non
avrebbe mai potuto fare. Aaron non stava per diventare semplicemente
un ingegnere, si sarebbe vantato in seguito mio
padre, ma un principe tra gli ingegneri.
Mio fratello accett le congratulazioni con ironica soddisfazione,
quantunque anch'egli fosse in lutto. La sua scuola gli
aveva insegnato che poteva fare qualunque cosa desiderasse,
nel bel mondo; era il suo parco giochi. Perci non rimase per
nulla sorpreso che lo avessero accettato in una facolt elitaria.
Era comunque placidamente compiaciuto di aver fatto un
scelta tanto popolare.
E non era nemmeno eccessivamente ansioso per la competizione
che avrebbe dovuto affrontare. Sapeva che lo studente
medio della sua classe era un tipo che sguazzava nei
calcoli, che si trattava di gente fortemente motivata e spietata;
ma sapeva anche che la maggior parte di loro se la cavavano
poco in ambiti cruciali della vita. Aaron era stato educato
per essere un leader. Poteva sollevare oggetti pesanti e si d il
caso che fosse un mago con le macchine. Non ci sarebbe
stato confronto.
Aaron aveva una ragazza adesso, una ragazza seria che
andava alla Fulsome Hall, la pi prestigiosa scuola privata per
ragazze. Anne studiava biologia e chimica aveva la grande
speranza di intraprendere una carriera in medicina. Anche se
passavano le notti insieme - e io immagino che lo facessero -
non era niente di importante: le loro vite erano concentrate
su cose pi essenziali.
Aaron mi sdegnava anche pi di prima, semmai fosse possibile.
Si era assicurato una posizione nel club privato del suo
futuro; si era felicemente inserito in quel gruppo che voleva
conoscere e io non ero molto di pi di un imbarazzante strascico
del suo passato.
Devo confessare che anche a me importava meno di
Aaron. Avevo le mie idee, ereditate dal signor Arrensen e
filtrate in seguito dai superiori insegnamenti di un sagace tiranno
incontrato all'universit, il professor Abraham Gold.
Vedevo gli ingegneri come degli esseri limitati, arroganti e
infausti: uomini specializzati, bestemmiatori, anche in un mondo
senza Dio, e destinati a confrontarsi, presto o tardi, con
l'orribile realt delle loro creazioni, come il buon dottore di
Mary Shelley.
Un pulito corridoio di ospedali fiancheggiava la University
Avenue. Seguendo il consiglio del rabbino, prestai servizio
volontario nella pi nuova e pulita di queste strutture, un ospedale
ebraico che pullulava di personalit fra le pi dinamiche
nel campo della medicina. Le varie costruzioni erano collegate
tra loro da una rete di passaggi sotterranei; i circuiti incassati
nei muri fluivano senza interruzione nelle vene dei pazienti,
un complesso organico e sistemico. La vita veniva difesa,
in quel posto.
Mi fu assegnato un lavoro nella caffetteria del primo piano.
Era una caffetteria aperta al pubblico, un luogo dove s'incontravano
i malati privilegiati, i loro medici e il gagliardo
mondo della Toronto delle strade. Vidi gente di tutti i tipi in
quella caffetteria.
Il cibo rimaneva strizzato per ore in confezioni protettive
e finiva per perdere la sua natura di alimento. L'intossicazione
da cibo era un problema costante, come in molti ospedali; la
cucina era grande e impersonale come una compagnia di assicurazioni.
I medici e le infermiere, che si nutrivano di quel
cibo e raramente dormivano, erano pallidi come i loro pazienti.
I malati in grado di muoversi avevano talvolta il permesso
di incontrare i visitatori nell'atrio al pianterreno. Dopo mesi
di confino in corsia, i pazienti salutarono questa caffetteria
come un lusso sofisticato; costringevano i loro amici a mettersi
in fila sorridendo eccitati e spesso li sorprendevo a discutere
del cibo con toni da gourmet: Devi assolutamente assaggiare
l'ossobuco.
In mezzo a loro ero invisibile. Nei luoghi in cui la pulizia 
una virt cardinale - Zurigo, Toronto, gli ospedali - i rifiuti
diventano qualcosa di vergognoso e le persone addette alla
loro raccolta una casta di intoccabili. Ero l per rimuovere quegli
sgradevoli vassoi, i resti di quei cibi confezionati.
L'invisibilit ben si adattava alla mia persona. Avevo le vene
degli occhi iniettate di latte. Vedevo senza sangue adesso.
Vedevo soltanto in trasparenza ed ero felice di essere anch'io
cos.
Mancavano molte cose all'ospedale, ma ci che pi mi
mancava era la musica. Non compresi quanto fosse importante
la musica finch non fui punito con il silenzio; nessuno
in famiglia, difatti, aveva propriamente compreso l'importanza
di Josh. Per quanto si tenesse in disparte - ci tenevamo
tutti in disparte in famiglia - Josh ci aveva dato un senso. Josh
era la melodia. Ord l'intreccio delle nostre esistenze, il senso
di qualunque cosa saremmo diventati senza di lui - caos, cacofonia,
silenzio - e adesso che se n'era andato, una qualsiasi
di queste alternative sembrava possibile.
Ero soddisfatto di essere un'istituzione dell'ospedale, collegato
al battito del circuito, perch quelle pareti definivano
un nuovo genere di vita: una vita senza Josh. Facevo parte
dell'ospedale, adesso, e l'ospedale avrebbe difeso anche la mia
di vita, malgrado dovessi fare a meno per sempre della musica.
Il mio volontariato all'ospedale mi introdusse a un modo
di essere che mi si sarebbe ben attagliato negli anni a venire,
mentre mi facevo strada in un groviglio di auto-recriminazioni:
ero meno infelice dov'ero sconosciuto, una presenza marginale,
anonima, invisibile.
Una teoria di donne senza nome si trascinava per la caffetteria;
mormoravano senza rendersi conto di niente, a malapena
vestite, come se fosse la loro cucina privata. Erano
state puntellate e frugate da mani fredde, fino a diventare
creature senza sesso, l'involucro animale di un essere umano
scevro di orgoglio, dignit o contegno. Ognuna di loro aveva
una storia alle spalle; lo sapevo. Come nel mio caso, per, i
narratori delle loro storie erano morti, o forse se n'erano andati,
lasciandole ai quei loro apatici giorni tutti uguali colorati
di bianco.
La storia ti abbandona da quando entri nel pronto soccorso.
L, al posto della storia, ti assegnano una cartella clinica
e un braccialetto. Quelle donne erano diventate perfette cittadine
della citt moderna: attaccate alla vita e nient'altro. Le
loro preghiere diventavano semplici. Pregavano il ronzare dei
fili e dei tubicini che le circondavano nella speranza di una
vita senza dolore, lunga e tranquilla. Fili e tubicini, diversamente
dal dio che fuori dell'ospedale le aveva abbandonate,
ascoltavano.
Lei, per, fin dal primo istante mi sembr diversa. Aveva
sedici anni quando la vidi per la prima volta. Lavoravo all'ospedale
da tre anni. Era un giorno come un altro, un bianco
giorno d'Ospedale, il mondo intorno a me era impegnato a
masticare. Un mondo lento, fiacco e bianco. Lei fu come una
mano di lucido passata sul mio campo visivo appannato.
Era la sola cosa costante con lei: il singolare effetto che
aveva sul mondo circostante. Colorava delle sue affezioni infantili
tutto ci che trovava sulla sua strada. Se lei era felice, la
stanza andava in estasi; se era triste, tutti finivano per disperarsi.
Chi non la conosceva si ritrovava tirato dentro le sue
emozioni, semplicemente perch lei gli era passata accanto.
Si apr sul mio mare lunare come un'onda di sangue.
Questa donna non ordinava mai da mangiare. Non si metteva
mai in fila. Se ne stava semplicemente seduta, tutti giorni
o quasi, e sperimentava la vita mondana del primo piano.
Una volta mi capit di dover raccogliere un vassoio poggiato
vicino al suo gomito sinistro e le sfiorai la delicata superficie
del braccio. Mi sentii paralizzato.
La volevo di un desiderio nuovo, un desiderio che non
avevo pi provato da quel primo giorno con Margaret; mi
sentivo come se avessi chiuso un cerchio; aveva dei capelli
puliti e luminosi.
Di tutta la gente che veniva alla caffetteria, lei era la sola a
non rientrare nella candida agenda sanitaria. Era profondamente
malata nell'anima; era immersa in qualche specie di
irraggiungibile pena e sembrava che non avrebbero mai trovato
una cura.
Per mesi, raccolsi i vassoi accanto a lei senza dire nulla.
Cominciai a passare intere giornate all'universit. Forse perch
sapevo che la sola via d'uscita per la mia vita sommersa
era una scintilla di desiderio e l'universit, sessualmente parlando,
era di gran lunga l'ambiente pi intenso e perverso che
mi fosse capitato di conoscere. Non soltanto per l'atmosfera
che vi si respirava, ovviamente carica di manipolazione e lussuria,
ma per l'apprendimento in s, che era un percorso di
violenza sessuale. Nell'universit c'erano poi dei posticini tranquilli
dove gli studenti imparavano nel vero senso della parola.
Non mi ero mai diplomato al liceo, ma nessuno si lament
quando cominciai a frequentare le lezioni. Dimostravo sedici
anni, e avevo un'aria malaticcia e rattrappita.
Un professore in particolare era celebre per il senso di lealt
che ispirava nei suoi studenti; dopo un anno di lezioni, gli
studenti lo seguivano con la docile devozione di un amante -
o piuttosto, come se fossero stati violentati e quindi sottomessi
col ricatto. Raccoglieva sostenitori attorno a s facendo
alla mente delle persone quello che io avevo fatto a Margaret
nel sottoscala. Il professor Gold era diventato una potenza
nelle file universitarie.
Ero affascinato dalla microstoria sociale del luogo: le piccole
guerre, l'odio. Sapevo che Gold si era conquistato il suo
posto in quel piccolo pantheon approfittando della morte intellettuale
di un potente rivale.
Gli studenti parlavano ancora della spettacolare caduta del
professor Beacham. Nei suoi giorni di gloria aveva evocato
paura e meraviglia proprio perch negava ai suoi studenti il
raggiungimento di un'alleanza: era freddo e distante. Beacham
aderiva a una dottrina viennese, adesso dominante in Inghilterra
e in America, che in sostanza negava l'importanza di
qualunque cosa umana. Insegnava che la fede era una trappola
psicologica, l'amore un'estensione degli ormoni, la bella vita
impossibile da conoscere, indegna di uno sforzo teorico e
che era meglio relegarla agli arbitri del pregiudizio popolare.
La parola pi viziosa del suo vocabolario, e ce n'erano molte,
era "metafisica".
Al termine della relazione per la tesi, pi di uno studente si
era visto liquidare sei anni di lavoro con il termine "metafisico".
Con "metafisico" il professor Beacham intendeva tutto
ci che, invece di essere duro e solido, era molle e inconsistente;
tutto ci che si smarriva oltre i confini dell'interpretazione
di dati concreti e sensibili; tutto ci che non poteva
essere confutato con gli occhi ma soltanto sentito. Il professor
Beacham si vedeva come un soldato solitario che devasti
il regno dell'invisibile.
La sua posizione era irrefutabile. Molti studenti sentivano
che aveva torto, ma si ritrovavano sempre con il pesante onere
di doverlo dimostrare. Il suo mondo era duro come una pietra,
il loro palpabile quanto lo era il vento. Si dovevano appellare
a testimoni senza voce. E, cosa ancor peggiore, si ritrovavano
ad attirare non soltanto l'indifferenza del professor
Beacham - indifferenza che egli dispensava generosamente a
chicchessia - ma il suo disprezzo.
Il professor Beacham se n'era gi andato quando arrivai
all'universit. Ma stando a quanto mi riusc di stabilire gli studenti
avevano agognato il suo amore tanto quanto adesso
agognavano quello del professor Gold. La differenza era questa:
Beacham rendeva il suo amore prezioso non offrendolo
a nessuno; Gold faceva del suo un centro perpetuo rendendolo
penoso e contraddittorio. Entrambi erano dei tiranni.
I segni che il professor Beacham fosse in declino da principio
furono tenui. Faceva una lezione su Russel o Quine e gli
scappava di esprimersi in una lingua che nessuno aveva mai
sentito prima. Ma dal momento che era impensabile correggere
il professore, l'intera classe subiva in silenzio lo strazio di
una lezione incomprensibile.
Una volta un giovane allievo del professore invit un'amica
ad ascoltare una lezione. Lei, una laureanda in studi classici,
era la sola capace di riconoscere l'arcana lingua che scapp a
Beacham in un momento di inconsueto fervore retorico: era
greco antico.
Un giorno rimase seduta alla caffetteria per un intero pomeriggio.
Portavo i miei vassoi col sospetto che la mia pelle
avvampasse, che il mio volto tradisse un fuoco che tutto il
mondo avrebbe potuto vedere. Alla fine del pomeriggio lei
mi sorrise.
Non mi aveva mai sorriso prima. Espressamente a me,
voglio dire. Aveva sorriso in un modo che poteva essere indirizzato
a chiunque e che solo per caso mi aveva colto nel suo
raggio, ma non aveva mai sorriso esclusivamente a me. Non
sapendo quello che facevo, bruciando per l'imbarazzo, mi sedetti
accanto a lei.
Rimasi seduto a lungo e lei rimase dov'era. Pensai che forse
mi stava guardando ma avevo gli occhi puntati sul tavolino
di fronte a me, lo fissavo con un'intensit che temevo potesse
sciogliersi e non riuscivo a vedere nient'altro.
Alla fine alzai lo sguardo e, con i denti serrati dalla paura,
dissi: Mi chiamo Izzy.
Lei non disse nulla, ma si port una mano alla gola e capii:
non poteva parlare.
* * *
Il professor Beacham non avrebbe dovuto conoscere il
greco antico. Per anni aveva fatto campagne affinch i fondi
destinati al dipartimento di studi classici venissero trasferiti a
facolt pi bisognose. Matematica applicata, per esempio, stava
crescendo in modo rapido e famelico. Beacham sopportava
poco il latino e ancor meno il greco; fu dunque una sorpresa
scoprire che parlasse il greco correntemente. E non semplicemente
il greco. Parlava con uno stile scarno ed epigrammatico
che la studentessa di letteratura classica non aveva avuto problemi
a ricondurre a uno specifico periodo della fin troppo
lunga storia di quella lingua: era un greco con il quale il professore
avrebbe ben figurato nel quinto secolo prima di Cristo.
Allo stato delle cose la facilit con cui si esprimeva in quella
lingua era imbarazzante e, per gli studenti pi giovani che
dipendevano dalle sue lezioni per passare gli esami, esasperante.
Gli studenti non reagirono in modo unanime alla nuova
inclinazione di Beacham. Si spaccarono grosso modo in due
fazioni. La prima era convinta che il professore si stesse smarrendo,
che si fosse fissato per anni su questioni troppo profonde
(o troppo superficiali), questioni sulle quali non era possibile
meditare senza cadere nella disperazione; e doveva essere
stata proprio questa condizione di sconforto, secondo
gli studenti della prima fazione, la causa della sua incoerenza.
La seconda fazione ci andava pi cauta. Ai loro occhi, il professore
aveva provato recentemente l'esperienza di un'epifania
e, quale risultato, le sue idee erano cambiate radicalmente. Il
suo nuovo e imperscrutabile comportamento era dunque una
tecnica pedagogica calcolata: un mezzo drammatico di annunciare
una nuova era di pensiero con la quale gli studenti
avrebbero fatto bene a sintonizzarsi se avevano realmente a
cuore il futuro delle loro carriere.
In un certo senso, entrambe le fazioni avevano ragione. Il
professor Beacham non stava soltanto parlando nella lingua
della sua personale disperazione; ma stava anche anticipando
la nascita di un nuovo regime. Stava anticipando l'incombente
tirannia del professor Gold.
Appresi che si chiamava Katie da una frase scarabocchiata
su una tovaglietta di carta. Katie. Il nome era venuto fuori
negli appunti di Joshua, che certe volte erano scritti con la mia
voce. Non mi ero mai messo a studiare seriamente gli appunti,
e non solo perch la mia capacit di leggere andava diminuendo
ma perch quel poco che vi leggevo mi riempiva di
disgusto per la mia persona. I pezzi scritti con la mia voce
erano le memorie della mia vita, passata e futura, e suonavano
come un verdetto.
E non sapevo perci cosa aspettarmi da questa Katie, se
non che avrebbe occupato una parte preminente delle mie
future reminiscenze.
Le nostre prime settimane di amicizia trascorsero nel silenzio,
il che non sembr importare a nessuno dei due. Perch
non puoi parlare? le chiedevo e lei scrollava le spalle. Ma
mi sorrideva spesso adesso e mi convinsi che veniva alla caffetteria
per stare con me, che le piacesse la mia compagnia.
Se ripenso a quei primi tempi, quando n le parole n le
azioni offuscavano il mio rapporto con Katie, mi rendo conto
che stavo cominciando a emergere dalla fuga. Nel silenzio dell'assenza
di Josh, la mia vita era sprofondata sotto il livello del
sonno. Katie stava cambiando la situazione. Era solare, concreta,
vivace: era il piano d'appoggio che avevo cercato in Campbell
e negli Amici ed era felice di starsene seduta accanto a
me, senza dire niente. Sul momento non chiesi niente di preciso
a Katie, nemmeno di parlare; volevo semplicemente che
ci fosse. Ero debole, allora, e le mie necessit erano minime.
Forse  per questo che un uomo  un animale sociale:
perch  la mera presenza di un altro essere umano a evitare
che la psiche vada in frantumi. Senza questa presenza ci spacchiamo
in due, ci creiamo dei compagni interiori che ci proteggono
dalla solitudine e queste lacerazioni sono dolorose e
insanabili. Ma se non vi poniamo rimedio cominciamo a morire
e fu ci che mi accadde quando, dopo il bar mitzvah, mi
ritrovai solo: stavo scivolando nel mondo che avrei occupato
una volta separato dalle mie spoglie mortali.
Fu possibile trovare studenti di entrambe le fazioni uniti
nella tetraggine del giorno in cui la carriera di insegnante di
Beacham giunse alla sua conclusione ufficiale.
Il grande uomo fu scoperto da una cameriera. Se ne stava
seduto in mezzo al pavimento del suo ufficio, nudo e incrostato
di sterco. Gettava i suoi libri alle fiamme, alimentando
un fal che cominciava a bruciacchiare il soffitto. Il professor
Beacham fiss la spaventata cameriera con sguardo feroce e
indagatore e pronunci le seguenti parole (in un greco che
venne successivamente decifrato): Anche qui ci sono gli di.
Sul soffitto, a un'altezza cui era impossibile arrivare con le
mani, c'era impiastricciata una citazione da Heidegger. Scritta
con escrementi umani, era stata arrostita dal fuoco al punto
di diventare un tutt'uno con l'intonaco. Una scritta che non
sarebbe stato facile rimuovere. La logica non distrugger mai
la religiosit perch solo la ritrattazione di Dio pu distruggerla.
Non so cosa mi aspettassi di sentirmi dire da Katie qualora
le fosse tornata la voce. Comunque non mi aspettavo di
sentire quello che mi disse.
Hai mai fatto l'amore con un altro uomo?
Aveva fatto l'amore con un'altra donna. Una ragazza, in
effetti. Avevano entrambe quattordici anni. Si esercitavano a
baciare, si preparavano per i ragazzi; ma poi sembr loro che
fosse un'attivit irresistibile al di l dei ragazzi e in poco tempo
presero a baciarsi ovunque, senza timore.
Mentre mi raccontava questa cosa io annuivo, come fosse
la cosa pi normale di questo mondo che dopo settimane di
silenzio avesse improvvisamente ripreso a parlare, e che parlasse
di certe cose.
Alla fine l'altra ragazza se ne and con un vero ragazzo e
Katie ritorn in camera sua, in apparenza non meno innocente
di quanto lo era prima. Continuava a sentirsi profondamente
vergine ed era del tutto certa di essere una brava ragazza.
Venne fuori che mi stava raccontando quelle cose perch
era stata indotta a pensare che ci fosse qualcosa di strano in
quel rapporto, come se potesse in qualche modo essere la
causa del penoso stato in cui si trovava. Pensi che lo sia? mi
chiese.
Non lo pensavo. Sembrava la facesse sentire meglio.
Ripensandoci, ci furono altri segnali del fatto che Beacham
stesse uscendo di senno.
C'era stata la storia del cane. In pi di un'occasione l'avevano
sorpreso a parlare col suo cane - un terrier scozzese - a
chiedergli la sua opinione su questioni delicate e importanti.
Sebbene negasse la seriet di quelle chiacchierate, i detrattori
insistevano che un nucleo importante delle sue teorie poteva
essere spiegato soltanto in ragione dell'influenza canina.
C'era stata la morte di Marie, una tranquilla donna di Trois-
Rivires la cui prolissa tesi era stata liquidata da Beacham come
"metafisica". La trovarono impiccata a una balaustra di ferro
di fronte all'atrio degli alloggi per gli studenti e si disse che
perfino il professor Beacham fosse impallidito alla notizia.
Quegli stessi detrattori notarono a posteriori un certo dettaglio
nella sua relazione con Marie. L'aveva punita regolarmente
con qualcosa di pi della mera indifferenza o del disprezzo;
l'aveva umiliata pubblicamente almeno una volta a
settimana. Per quanto nessuno si lasci apertamente andare a
indiscrezioni, alcuni indizi potevano far pensare che un simile
comportamento tradisse un'insolita predilezione del professore,
che forse provava un'attrazione non strettamente professionale
verso quella timida studentessa. Tali indizi, associati
al modo in cui si diceva fosse impallidito quando apprese del
suicidio, seppur non del tutto biasimati, vennero comunque
visti come un insieme circostanziato di elementi da cui i maligni
potevano trarre conclusioni.
A ogni modo, il professor Beacham fu rimosso dal suo
incarico per mezzo di una magnifica cerimonia cui non venne
espressamente invitato e della quale non seppe fino al giorno
seguente. Venne promosso ad altro incarico per cui non gli
sarebbe stato richiesto di pubblicare degli studi n tantomeno
di insegnare, e il suo ufficio venne trasferito in periferia.
Il giorno seguente, al termine di una riunione incredibilmente
breve, un comitato di ricerca istituito ad hoc usc dalla
stanza con lo sguardo vitreo e una notizia sorprendente: avevano
scelto un successore. Un certo professor Abraham Gold.
Katie mi raccont del visitatore. Posso soltanto cominciare
a descrivere l'angoscia che provai ascoltando la storia. Il
solo sapere che Katie aveva aperto la veste alle dita di uno
sconosciuto fu sufficiente a farmi star male al di l dell'immaginazione
e della disperazione.
Il camice bianco con lo sbiadito marchio dell'ospedale impresso
all'altezza del seno sinistro non la copriva molto di pi
di quanto non facessero metri di aderenti drappeggi sulle figure
dei marmi di Elgin: qualsiasi movimento delle sue forme
era perfettamente evidente. Mi sentivo come Michelangelo,
che riusciva vedere attraverso i vestiti. Aveva ancora una linea
rotonda e morbida: i seni e le cosce facevano il loro effetto,
diversamente da quelli delle altre emaciate donne dell'ospedale.
Anche il volto era rotondo e ingentilito dalla sofferenza.
Spesso sentivo di dovere semplicemente allungare la mano e
toccarla, come fosse il gesto pi naturale del mondo, come se
con quel raccontarmi le sue storie di finestre e di lune non mi
chiedesse di fare altro. Ma poi mi sentivo sopraffatto dalla
realt della situazione: ero solo un ragazzo. Katie era una donna
di esperienze intense e delicate, mentre io ero solo un
ragazzo dalle mani di piombo e dalle passioni grottesche.
Non posso dirti, Izzy, cos' stato quel mese. Mi ha trasformato
in una bottiglia. E questo che mi ha fatto. Mi ha riempita
di liquido e poi mi ha messo un tappo sulle labbra. Morivo
dalla voglia di... aprirmi. Di tirare fuori qualcosa. Ero abituata
a essere una ragazza perfetta, cos controllata, ma avrei
dato qualsiasi cosa solo per sapere il suo nome. O per far si
che mi toccasse. Non mi ha mai toccata, da nessuna parte...
Volevo solo che mi toccasse.
Katie si port una sigaretta alle labbra. Aveva un accendino
turchino di plastica, di quelli usa e getta, che perdeva in
continuazione.
Hai da accendere, Izzy? Ce l'hai? Grazie, tesoro.
Accost la fiamma alla sigaretta, poi con fare svagato si
mise l'accendino nella tasca della vestaglia.
Forse non sai cosa vuol dire. Passi degli anni a trattenerti
e non farti avvicinare dai ragazzi ti riesce cos facile. Sviluppi
come un senso dell'umorismo e ridi e quando uno cerca di
metterti la mano sulla gamba ti allontani. E poi d'un tratto la
vuoi quella mano, la vuoi dentro di te...
Mi girava la testa.
E vuoi solo liberarti di tutto quello che ti ha fatto lo stare
in guardia per cos tanto tempo e pensi che deve essere tremendamente
preziosa se per tutto quel tempo non hanno
fatto altro che volerla, e allora scopri che c' un uomo che...
Tir una boccata, per nascondere la sofferenza sul volto.
Che non sembra volerla cos tanto. Un uomo per il quale
non vali cos tanto...
Katie, no. Sono sicuro che tu stia solo...
Le misi una mano sulla gamba. Lei non rise d'imbarazzo
n scans la mano.
Che io stia solo cosa? Che mi immagini le cose? Sono
loro che pensano che mi immagino le cose.
Tutti noi sapevamo chi erano questi loro.
Non  questo che intendevo.
Lo so, Izzy. Mise una mano sulla mia. Non so perch
mi ha fatto... quello che mi ha fatto.
Il professor Gold era enormemente obeso, con rotoli di
pelle dappertutto: occhi con grosse palpebre, mani palmate, il
petto di una donna. Indossava abiti neri confezionati su misura
e cravatte scure senza per apparire minimamente funereo;
aveva l'aspetto di Bacco, vagamente travestito da fascista
attempato.
I suoi occhi scintillavano in un modo che prima ti sembrava
amichevole e poi beffardo; risultavano sorprendentemente
giovanili nella cadente opulenza del suo volto. I capelli erano
folti, lisci e pettinati all'indietro con qualche liquido che li
induriva e li faceva brillare.
Quando incontrava uno studente di sesso maschile per la
prima volta, gli stringeva immancabilmente la mano. Teneva
la mano dello studente nella sua per un tempo insolitamente
lungo e fissava il ragazzo dall'alto in basso. Il modo in cui lo
studente rispondeva a questa prova iniziatica, alla presa gommosa
della mano di Gold, determinava il corso del suo rapporto
con il professore.
Le donne venivano salutate con un vago sorriso. Non c'era
donna che fosse pi significativa di una brava cameriera, per
il professor Gold.
Mi ritrovai catturato in quella stretta di mano e ricordo di
essere riuscito a tenere i miei occhi puntati sui suoi, malgrado
i rigurgiti di disgusto alternati a stupore. Quando finalmente
lasci andare la mia mano avevo la schiena bagnata.
Non so se mi avesse inquadrato esattamente fin da quel
momento. Ero malleabile, questo  certo; ma come poteva
intuire fin da allora la presenza di un'incrinatura nella mia anima
e nella mia famiglia, di un impedimento allo sviluppo della
mia personalit? Come poteva sapere che non sarebbe mai
riuscito a ridurmi all'obbedienza senza fare di me un mostro?
Diventai un mostro, suppongo, per dargli soddisfazione,
ma lui non riusc a contenermi. Non fui un buon discepolo.
Povera madre mia disse Katie e il camice le si apr afflosciandosi
come una vela quando cala il vento. Non era granch
esperta in psichiatria.
Tu pensi che sia una scienza, Izzy? Io non ne sono sicura.
Per quello che so, non hanno idea di cosa cercano di studiare.
Ossa, cervello, luce della luna... non ne hanno idea.
La mamma chiam degli esperti - gente che si faceva
pagare - e io penso che non la videro nemmeno, la mia mente.
C'era il mio corpo, steso su un letto, un corpo che voleva
morire. cos pensarono di avermi inquadrata. Furono sicuri
di sapere che genere di malattia ci fosse nella mia mente. Ma
io ero dieci miglia sopra di loro, che volavo verso la luna. Non
ero l, Izzy. Non ero nel mio corpo.Non ci sto quasi pi,
ormai.
Che dovevo fare con il camice di Katie? Di sicuro non si
era accorta di avere la vestaglia aperta. Avrei dovuto dirglielo
affinch potesse chiuderla o sarebbe stata pi felice se non
avesse mai saputo che era nuda sotto gli occhi di tutti?
La mamma non ha ancora capito se ha fatto la cosa giusta.
La sua famiglia non andava dagli psichiatri; quando soffrivano
dicevano che era la disperazione e basta. E non vai da
un dottore perch sei disperato. Ma io stavo morendo e non
la biasimo. Se avessi avuto il cancro anche chiamare uno stregone
sarebbe stata una cosa giusta. Voglio dire che non ci
sarebbe stato niente da perdere e forse poteva servire a qualcosa.
Rimase in silenzio per un momento. Niente da perdere, a
parte la dignit.
Cominci nuovamente a piangere. Piangeva cos spesso
che mi ci sarei dovuto abituare, ma non fu cos. Non erano
mai lacrime nevrotiche, le sue. Erano sempre lacrime vere,
occhi veri. Piangere, per lei, era difficile come per chiunque
altro. Lei aveva solo delle ragioni in pi.
Eravamo una famiglia dignitosa, Izzy. Avevo una mia integrit,
da ragazza. Lo so che suona stupido, ma certe ragazze
hanno una loro integrit. Il loro corpo gli appartiene e lo
sanno. Le loro menti gli appartengono.
Non mi appartiene pi niente, Izzy. La mia mente  registrata.
Sta tutta in una cartella clinica infilata in uno scaffale.
Qualunque internista voglia dormire con me non ha che da
visitarmi e leggermi come un libro aperto. Puoi scoparti qualcuno
e rivelare meno di te stessa.
Decisi di non dirle del camice.
Ma non biasimo mia madre. La dignit non  una faccenda
medica. E quella era una decisione medica. La morte 
importante. E io stavo per morire.
Ancora non lo so, per. Se mi fossi tagliata i polsi cosa ci
avrei perso? Non ero nel mio corpo. Ero a miglia di distanza,
galleggiavo su una corda d'argento scrutando quei poveri psichiatri
l sotto che erano tutti molto pi persi di quanto lo
fossi io.
Mi legarono a un letto; pensavano di avermi legata interamente
a quel letto e quando mi muovevano lo facevano
cos gentilmente, Izzy. Era buffo, come se il minimo urto potesse
peggiorare le cose.
Katie si accorse che il camice era una striscia di stoffa che
non copriva nulla. Se lo chiuse con fare scocciato, ma non
arrossi.
Poi, con insistenza e sincerit, mi chiese: Ti piace guardarmi,
Izzy? Sono ancora bella da guardare?
Il professor Gold sembrava l'esatta anttesi del suo predecessore.
Il comitato di ricerca non forni mai un'adeguata spiegazione
sul modo in cui aveva proceduto, ma non fu cos
importante, perch tempo un mese e il pi convinto dei
beachamaniani avrebbe salutato con entusiasmo la nuova dottrina.
Ero un bersaglio perfetto per il professor Gold. Se avevi la
sensazione che la modernit ti avesse spinto alla deriva, se
pensavi che l'intensit del tuo amore non fosse abbastanza
forte, se percepivi la presenza di un qualcosa di troppo malvagio
per fartene una ragione, allora il professor Gold ti diceva
le parole che volevi sentire.
Ovviamente era proprio questa la difficile situazione in cui
si trovavano i beachamaniani.
 difficile dire con esattezza cosa avesse da offrire la dottrina.
Era abbastanza facile stabilire ci che sembrava offrire,
perch  questo che la rendeva allettante. Sembrava dare un
senso a vite lacerate dai dubbi; sembrava offrire una famiglia
a studenti che non ce l'avevano pi; sembrava dare una cittadinanza
agli anarchici. Quel senso di possibile appartenenza -
di poter fare parte di qualcosa, se solo avessero compreso e
accettato quanto diceva il professor Gold - era troppo forte
perch i Beachamaniani lo potessero rifiutare.
La mia esperienza non fu diversa da quella di chiunque
altro. Quando mi chiesero di descrivere la prima lezione del
professor Gold - quella che cattur la mia attenzione e non la
moll pi - mi ritrovai a dire che Gold aveva in qualche modo
espresso una profonda attrazione teorica per un problema di
cui mi sembrava di essere l'unico depositario. La prima volta
che partecipai a un suo corso, il professor Gold parl della
memoria.
Non sono una persona filosofica, Izzy. Non lo sono. Certa
gente passa tutto il tempo a pensare.  questo che fanno,
coi loro desideri. Katie sorrise. Io ho altri modi, immagino.
O almeno li avevo. Ma quando mi misero in ospedale cominciai
a pensare sul serio. Volevo capire. Credo che nessuno mi
aveva mai fatto niente, prima, che io non capissi.
Katie cominci a leggere roba pornografica. Pornografia e
Nietzsche. Quando Nietzsche parla delle donne mi sconvolge,
ma io voglio ascoltare. In un certo senso, quando gli altri
uomini parlano delle donne, io non mi fido. Sono sicura che
mentono. Quando gli uomini non vogliono nient'altro che
sedurti, mentono...
Nietzsche parla della gioia dello stupro. Lo sapevi, Izzy?
Parla di una gioia, un desiderio che hanno gli uomini di stuprare
le donne.
Mi misi sulla difensiva. Non tutti gli uomini...
Tutti gli uomini.  cos che sono fatti gli uomini. Certi
uomini, quelli buoni, se lo tengono dentro. Sanno che c' questo
desiderio dentro di loro, ma si rifiutano di alimentarlo.
Nietzsche, per esempio... fece della filosofia, invece. Ma il desiderio
era sempre IL Quel bisogno. Lui disse no.
Che razza di gioia  quella di stuprare, Izzy? Che gioia ci
trovate?
Era a me che lo stava chiedendo. Non si riferiva all'uomo
in generale, ma a me. Perch sapeva, dalla lettura di Nietzsche,
che la struttura del mio desiderio ammetteva questo
bisogno, per quanto cercassi di costringerlo nell'ombra.
Non posso dire quanto volessi protestare. Se la logica mi
avesse sostenuto, avrei messo quel pregiudizio a tacere. Avrei
voluto almeno dirle con una qualche onest che non sentivo
quel bisogno. Che non ci trovavo niente di gioioso.
Ma una parte di me si rimangiava le mie parole. Sapevo
che c'era una creatura, un'astuta bestia dorata richiamata dal
ronzio di un elettrodo e quella bestia ero io, io come chiunque
altro. Aveva desideri la cui natura potevo soltanto cercare di
indovinare. Cos' che aveva fatto di notte, mentre dormivo,
in mio nome, in nome delle mie necessit, dei miei bisogni?
Katie non mi stava accusando. Mi aveva perdonato, molto
prima di pormi la domanda. Sembrava avere perdonato il
mio sesso nel suo insieme, visitatore a parte, il solo che avesse
lasciato spazio a quel desiderio, quasi si trattasse di una fame
pura e semplice, di un bisogno passeggero che andava placato.
Cominciai a leggere delle cose pornografiche, Izzy. Pu
sembrare sciocco, lo so, ma c' una chiave nella pornografia,
non pensi? Se potessi provare quello che provano gli uomini
quando vedono quelle ragazze l, costrette nello squallore di
quelle foto... ascolto la pornografia e mi dice: stuprami. Non 
cos? Stuprami con gli occhi. A un ragazzo basta aprire un
libro per prendersi una donna, tutte le volte che ne ha voglia,
senza chiedere l'autorizzazione. Lei ha un sorriso invitante
che non pu togliersi dal viso, e non importa cosa lui le dica,
cosa dica di volere da lei. Pu non essere stupro, ma alimenta
lo stesso desiderio. Si tratta della stessa gioia.
Katie fumava, con calma. Volevo provare quella gioia. Volevo
solo capirla. E forse sarei riuscita a perdonarlo.  questo
che pensavo. Ma mi sbagliavo.
C'era una collezione di tascabili nel reparto. Una sorta di
biblioteca. Quando finivi un libro, lo lasciavi semplicemente l.
Una volta, qualcuno che non credo fosse un dottore lasci un
libro intitolato La storia dell'occhio.
Ormai ero andato pi di una volta a trovare Katie nel
posto in cui viveva. La conoscevo adesso. Malgrado da un
po' di tempo le fosse tornata la voce, continuava ad andarsene
per delle ore. Spesso ero io la causa. Se dicevo qualcosa di
crudele, o anche di insensibile, Katie perdeva la capacit di
rispondere e io soffrivo per il suo silenzio, rimangiandomi le
mie parole per tutto il tempo.
Riusciva a sorprendermi. Quel giorno, quando ci incontrammo
nell'atrio dell'ospedale, mi sorprese come mai ero stato
sorpreso prima.
Katie sembrava annoiata. Non avevo detto nulla, a parte
Ciao, ma era irritata. Non indossava il solito camice dell'ospedale
e avrei dovuto interpretare la cosa come un segno.
Portava un lungo abito rosso sopra una sottoveste bianca e
aveva un aspetto regale, specialmente per il suo umore
ipercritico.
Katie, che c'?
Non chiedermi che c' disse annoiata.
Per un istante soffrii in silenzio. Quando aprii bocca cercai
di imporre un tono razionale alla mia voce.
Non ti ho mai visto cos.
Tu non mi hai mai visto.
Detto questo se ne and. Attravers l'atrio, con le spalle
dritte e altere, senza voltarsi indietro. La seguii. Docilmente.
Katie gir in uno stretto corridoio e lo percorse tutto. Apr
una pesante porta e rimase l, tenendola aperta con la mano.
La raggiunsi e guardai il simbolo al di sopra della mano: un'anonima
figurina con una gonna.
Katie varc la soglia, continuando a tenere la porta aperta
per me. Mi guardai attorno, confuso.
Qui dentro disse, e io entrai. Era un bagno singolo, grande
e bianco, con due lavandini e un water. Queste sono le uniche
porte che si possono chiudere.
Perch sei turbata? le chiesi.
Shh. E chiuse la porta.
Per un lungo istante rimase in piedi di fronte a me, i suoi
occhi tristi mi giudicavano con severit, come se all'ultimo
avesse deciso che ero letale o peggio. Senza mai staccare gli
occhi dai miei, sciolse il nodo rosso della cintola e lasci che la
veste cadesse e si aprisse, rivelando la sottoveste bianca che le
arrivava soltanto alle cosce. Le gambe erano lunghe e nude e
piegate leggermente verso l'interno, come se avesse freddo o
ostentasse una forma perversa di modestia. Si appoggi con
le spalle al muro e si tir su la sottoveste fino all'altezza dello
stomaco. Fissai il perfetto triangolo isoscele di cotone bianco
il cui vertice era tra quei raggi di luna.
C'era una linea verticale al vertice, una morbida rientranza,
e capii che quella rientranza della stoffa era il suo sesso, che
era quella l'origine di tutto, del conforto e della consolazione,
e mi domandai - strano che mi domandassi proprio questo -
che sapore avesse. Katie era ancora arrabbiata e sicura di s,
ma ora dall'inclinazione della testa e dalla luce del suo sguardo
affiorava una vaga timidezza. Vidi che quella lunga e sottile
fossetta, quella rientranza simbolo di ogni cosa, era leggermente
umida. Il mio respiro mi rimbombava nelle orecchie.
La baciai con tale insistenza da strapparle il respiro e quando
risalii il suo corpo con la mano fino a toccarle il seno attraverso
il cotone, Katie emise un suono come stesse per piangere,
ma capii, guardandola negli occhi, che non era cos. Era
una strana specie di dolore quella che le traspariva dagli occhi,
una vulnerabilit da "cosa mi stai per fare", e sentirsi a quel
modo era per lei una felicit totale. C'erano cos tante cose
che ancora non sapevo.
Mi si avvinghi a una gamba con le sue come fosse un
albero e ci si arrampic e mentre saliva io sentivo il rumore
del suo respiro crescere d'intensit. Mi schiacci addosso quel
pezzo di cotone bagnato, in cerca del centro indurito della
mia carne e io cominciai a muovere la mia gamba dentro di
lei, ritmicamente, con un ritmo che avevo imparato in astratto,
e non chiuse per un solo istante quei gusci d'uovo che
erano i suoi occhi, ma fiss i miei con crescente vulnerabilit
finch la bocca le si apr in una domanda muta e le sopracciglia
le si contrassero in un'espressione di dolore e url con
tutto il suo corpo, url in un sussulto che si trasmise dal suo
corpo al mio, url: Tirami fuori da questo corpo che sono cos sola.
E la mia gamba era bagnata li dove aveva premuto il suo
sesso. Era un punto in cui lei poteva averla vinta, in cui il suo
corpo poteva rompere gli argini e straripare nel mio.
Sentendomi forte, le sollevai ancora di pi la sottoveste e
cominciai a baciarla disegnando nel centro del suo corpo una
linea che procedeva lentamente verso il basso, per vedere se
mi avrebbe fermato. La baciai in quel punto duro che aveva
tra i seni e poi sulla morbida convessit dell'ombelico, la baciai
dove il cotone le infossava le anche, poi scansai lentamente
quel velo bianco e bagnato per scoprire i morbidi riccioli di
peli colore del pane, e poi quella cosa che non avevo mai visto
prima, quella cosa che credevo che Katie avrebbe eternamente
negato a quelli come me, quella cosa che era sorprendente
per la sua semplicit. Com' che desideriamo cos terribilmente
qualcosa di cos semplice? Una linea nella morbida carne,
che si dispiega verso un colore pi intenso nel modo in cui la
terra bruciata si spella sotto l'aratro per scoprire un colore pi
intenso, il colore dell'argilla. La linea della carne per era semplicemente
bianca, un bianco che si avvampava di rosa, un
rosa morbido per quanto molto bagnato. Le misi la lingua
nella piega rosa del sesso e la baciai come fosse una bocca.
La degenerazione delle percezioni sensoriali. Il professor
Gold si sporse in avanti sulla grande cattedra - faceva lezione
sempre seduto - e ripet queste parole. La degenerazione
delle percezioni sensoriali.
Spesso mi chiedo perch i miei studenti non abbiano
consapevolezza di se stessi; perch si sentano piccoli e inconsistenti;
perch si lamentino con tanta amarezza. E sebbene
nel corso degli anni sia giunto a diverse spiegazioni - tutte
valide - posso dire con certezza che il difetto pi serio nel
ritratto delle vostre persone  connesso a questa facolt lungamente
screditata: la memoria.
Stavo seduto davanti a lui, come facevo sempre; ero un
ascoltatore aggressivo. Il professor Gold sembrava dover straripare
dalla cattedra. Era insolitamente vivace per un uomo
della sua mole. Sebbene l'avessi incontrato nell'atrio e gli avessi
stretto la mano, non lo avevo mai sentito parlare prima ed
ero incantato.
La maggior parte di voi, forse la totalit di voi, ha questa
impoverita idea ereditata da certi vigliacchi pensatori del diciassettesimo
secolo. La vostra memoria, per quanto ne sapete,
non  che un'immagine sbiadita di quanto vi hanno offerto
i vostri occhi.  un'immagine deteriorata delle vostre vite
sensibili.  la vita dei vostri sensi, se non mi sbaglio, non ha
niente di particolarmente memorabile, tanto per cominciare.
Poich non avete un adeguato concetto di memoria - nessuna teoria con
la quale guadagnarvi accesso a qualcosa di
pi alto, diciamo cos, della prigione dei vostri giorni, del tedio
della vostra miserabile particolarit - l'unica vostra esperienza
interiore  la lenta morte dell'esperienza passata.
Ripensate alla vostra vita. Cos', questa "vita", se non uno
strisciante succedersi di colpe meschine, una danza maldestra
di errori umilianti, la vendetta delle vostre ignoranti passioni?
Dico bene?
Ci che voi chiamate memoria sono semplicemente immagini
sbiadite color seppia. Immagini di cosa? Della donna
che avete cercato brancolando negli istinti; forse di uomini
con cui siete state a letto per noia o per il bisogno di sentirvi
punite. In breve, accoppiamenti cui giungete senza quasi rendervene
conto e che elevate allo stato di amore perch il mondo
 privo di senso per voi, in quest'epoca.
Ci che vi manca, ci che non vi difetta semplicemente,
ma in un certo senso di fatto vi manca,  un concetto di
memoria che possa tirarvi definitivamente fuori dalla desolazione
di questo terreno, che possa sollevarvi oltre l'ora d'aria
della vostra prigione sensoriale, una facolt che possa permettervi
di riconquistare qualcosa di valore.
Sebbene sappia - e qui rise di beffarda compassione -
come, da queste parti, mal digeriate certe idee antiquate, e
quanto vi abbiano reso sofisticati gli insegnamenti del grande
professor Beacham, non posso fare a meno di sottolineare la
vostra pochezza.
Rise, e il suo corpo fremette sull'ampia superficie della cattedra
in un modo che ricordava la gelatina quando si spande.
E non parlo della vostra pochezza corporale, o del vostro
pallore, neanche foste appena usciti da un racconto di Cechov.
Parlo di un'inconsistenza dell'anima. Si, Si, lo so - e chiuse gli
occhi in un'espressione di tedio - lo so che non avete un'anima,
non qui, non in questa classe. Il professor Beacham ha
adeguatamente bandito l'anima dalla dissertazione. Non dovrebbe
sorprendervi allora che la vostra anima non esista, che
si sia in qualche modo impoverita.
Apr gli occhi e mi trafisse con il suo sguardo. Non sono
ambizioso. Non cercher di convincervi, sofisticati senz'anima,
che parte di voi  come un dio, perch ridereste di me. Strinse
gli occhi; tremai. E non sarebbe il caso.
cos mi concentrer su una facolt che voi sapete di possedere,
per quanto sempliciotte possano essere le vostre nozioni
al riguardo. No, voi non avete un'anima, non ancora,
ma... Sorrise e mi ritrovai a restituirgli il sorriso, un adorabile
idiota. Avete una memoria.
Il linguaggio nasconde profonde divisioni. Usai la parola
"amore" prima con Katie e poi in classe. La stessa parola. Senza
per ammettere, se non molto pi tardi, che assunse due
significati molto distinti.
L'amore con Katie era forte e presente e risvegliava dei
sensi che non sapevo di avere. Sensi primordiali come quello
dell'olfatto che prima associavo ai ciechi e ai lupi. Imparai a
riconoscere il profumo dei capelli di Katie. Mi avessero tolto
gli occhi avrei saputo riconoscere i suoi capelli da quelli di
qualunque altra donna. Riuscirei a riconoscere quel profumo
anche oggi, ma non c' pi.
Mi dimenticai di cos' la vergogna e imparai la compassione.
Potrebbe benissimo esserci qualcosa chiamata compassione
di cui ignoriamo l'esistenza prima di diventare delle persone
civili. Se cos , l'imparai un'altra volta; me ne rammentai.
Quello che facemmo, solo a mala pena poteva dirsi civile.
Facemmo l'amore sul pavimento del bagno perch era il solo
posto che c'era, ma almeno una volta ci trattammo con gentilezza,
fummo pi gentili di quanto lo siano la maggior parte
delle coppie a letto.
Arrivai a conoscere la vita di Katie e divent parte integrante
della mia storia. Volli sapere perch aveva pianto quando
aveva quattro anni e sua madre era malata; come avesse
imparato a leggere e a pensare; qualsiasi cambiamento o sfumatura
della sua storia personale, che era di cinque anni pi
lunga della mia. Stavo per compierne diciassette e Katie ne
aveva ventidue, ma mi feci pi grande per andarle incontro;
assimilai i suoi occhi e li feci miei.
Mi rendevo sempre pi conto di chi fosse il professor Gold.
Non teneva in grande considerazione il senso dell'olfatto. La
compassione per lui era una forma di involontaria ipocrisia: una
tenera menzogna per le persone deboli. I ricordi di una giovane
donna - la sua vita quotidiana - non c'entravano praticamente
nulla con ci che lui chiamava memoria.  l'idea di un ragazzo,
un ragazzo delle pulizie di una caffetteria, che fa l'amore
con una malata di mente sul pavimento del bagno forse gli
sarebbe risultata ripugnante, al professor Gold, come qualunque
altra scena avesse potuto inventarsi. Una cosa che sapevo.
Parlavo di amore e facevo l'amore e un'altra crepa si apr
nella mia vita, dal momento che le mie parole non si intendevano
pi con le mie azioni.
Il reparto di Katie era ridotto all'essenziale. Le finestre non
avevano telaio; le pareti non avevano stucchi. Niente sporgenze
a cui potersi appendere; niente che potesse farti venire
strane idee. Era un reparto bianco e pulito e odorava costantemente
di un composto acido che davano alle pareti per
scoraggiare l'insorgere di sgradite forme di vita.
Erano in due nella stanza di Katie. La sua compagna era
una brava persona che un tempo era stata un'amante dell'opera
e che nei due anni passati all'ospedale avrebbe potuto evadere
dalla disperazione se le fosse stato permesso, fosse anche
per una volta soltanto, di andare al teatro lirico, dove per
altro le rappresentazioni non era nemmeno granch. Ma dal
momento che non le permettevano di andare, lei si struggeva
dal desiderio di andarsene una volta per tutte e divent poco
pi di una larva. La prima notte bevve i campioni di urina di
Katie, la quale non riusc a dormire per i conati di vomito.
Ma nonostante tutto l'ambiente dell'ospedale era per lo
pi irreprensibile.
Katie leggeva Bataille. Simpatizz con il grande pornografo;
credeva che la decadenza fosse semplicemente un mezzo per
una fine pi dignitosa, una vittoria dell'individuo. Lesse il libro
intero, un'orgia di urina e sangue, cercando sempre di vederlo
in prospettiva: lo sopport perch, come Bataille, sperava che
una strada lastricata di orrori fosse il percorso estremo per
giungere al divino.
Mentre leggeva, la luce delle lampade al mercurio si offuscava
e sulle pareti si formavano delle ombre in punti dove
non avrebbero potuto esserci ombre; dalle piatte superfici
delle gargolle spuntavano delle facce nascoste e le finestre si
curvavano in archi appuntiti.
Le infermiere si fecero trasparenti - non erano mai state
lontane dalla trasparenza - fino a diventare dei fantasmi
farfuglianti. Avrebbe potuto non notarle nemmeno, non fosse
stato per la compassione che suscitavano spontaneamente
in lei ogni qual volta le stavano attorno, facendo i loro piccoli
rumori. Katie era un pozzo di compassione.
Sentiva che c'erano intrighi dove non ce n'erano mai stati,
che c'erano oscure correnti dove non c'erano fiumi, che la
scienza intera fioriva dalla merda di Bataille finch per un'altra
volta ancora riusc a mormorare qualcosa. Qualcosa di quasi
impercettibile, qualcosa sull'anima umana.
Nelle notti pi luminose appendeva le lenzuola alla finestra
affinch catturassero la luce della luna; dicevano tregua, mi
arrendo, entra nel cortile nero, mio brutale torturatore, e parleremo.
Guariscimi.
Le lenzuola pendevano dalle sbarre sotto l'arco, bandiere
bianche, latte in una scodella rettangolare. Vieni, felino.
E una notte, nera come Bataille, quando la luna era un secchio
di latte, Katie sent nel cortile i passi ovattati di quelle morbide
zampe. Erano zampe silenziose, ma le sent, cos come riusc a
sentire quant'erano affilati quegli artigli ritratti. Le si stava dissanguando
il cuore, ma si sporse fuori tra le sbarre e chiam.
Il debole ringhio che giunse in risposta fece vibrare intensamente
le sbarre; i denti di pietra delle gargolle sbatterono; le
ombre sobbalzarono per poi strisciare ai piedi del loro padrone.
Sono arrivato.
E in quel suono di un istante, cos flebile che lei dovette
schiacciarsi contro le sbarre per riuscire a sentirlo, capi di aver
svegliato qualcosa di sconosciuto. Era il lacerarsi in mezzo alle
gambe, era una creatura di un'altra specie che non le era amica
e mai lo sarebbe stata e lei non si sarebbe mai adattata.
No! grid. Non intendevo invitarti... Lasciami... lasciami
sola, per favore, ti odio!
Non significavano molto quelle parole, se non che Katie
non aveva mai odiato niente prima di allora e che la creatura,
menomandola di una parte indispensabile, l'aveva portata a
odiare.
La creatura, quasi d'oro alla luce della luna, si dilegu con
passo dinoccolato.
C'erano delle macchine, all'ospedale, troppo raffinate per
poterle comprendere. Macchine che si trovavano al piano di
Katie. Lei non ne sapeva niente; anche i dottori, in realt,
non ne sapevano niente, salvo che erano attive. Curavano la
sofferenza, cos come lo fa la morte: aprivano una grande
breccia nella coscienza e al suo posto mettevano il vuoto.
Katie arriv alla caffetteria incespicando e con indosso un
camice da ospedale, marchiato e spiegazzato, il viso bianco
come quello delle infermiere. Non l'avevo mai vista cos pallida.
Si trascin a fatica per poi sedersi e fissare il muro.
Katie?
Mi guard con un sorriso dubbioso, come fosse sorpresa
di sentire il suo nome. S...
Va tutto bene?
Si, credo di si. Si... Si accigli. Ti conosco?
Non so come sarebbe stato pi giusto reagire, ma risi. Risi
come ride il pubblico quando Fazione sul palco si fa troppo
orribile da guardare e allora ride, ride per spezzare la tensione,
per esprimere la propria incredulit nella speranza che gli altri,
attori inclusi, ridano anche loro e che, ridendo, le cose possano
tornare a posto. Ma Katie non rideva. Si alz, invece.
Mi spiace, penso che tu abbia sbagliato persona. Fece
per allontanarsi e io le toccai la mano.
Katie. Mi stai facendo innervosire.
Il modo in cui la toccai forse le comunic che il mio era
uno smarrimento sincero, visto che torn a sedersi. Studi il
mio volto. Vidi come muoveva gli occhi, cercando di mettere
a fuoco i dettagli dei miei lineamenti, quasi che il mio volto
fosse una mappa e lei stesse cercando di orientarsi.
Da quant' che ti conosco?
Smettila!
Da quanto?
Qualche mese. Un po'. Non so... Andiamo, Katie. Uno
scherzo  bello quando dura poco.
Sorrise. Un mese? Il che spiegherebbe.
Spiegherebbe cosa? Cosa c' da spiegare?
Mi hanno sottoposta a un trattamento.
Si, e allora?
Un nuovo trattamento. Mi spiace, ma non devi offenderti.
Sta facendo delle cose strane alla mia memoria. Non mi
ricordo tanto bene dei mesi che sono passati. A dire il vero,
non me li ricordo per niente.
Per niente...
Mi dispiace... se ti conosco davvero, voglio dire... e io
credo di si... ma io non mi ricordo proprio.
Mi alzai io, questa volta. Feci per andarmene. Mi avesse
detto che era morta nel sonno mi sarebbe parso meno strano.
Mi avesse detto "Mi spiace Izzy, ma non sono pi viva", lo
avrei accettato pi facilmente.
Il dottore ha detto che generalmente non capita, un vuoto
cos lungo. Di non ricordare, cio. Di solito dopo il trattamento
hai un vuoto di un giorno o due. Certe volte una settimana.
E quand' che torni a ricordarti tutto? Parlavo con un
filo di voce.
Scroll le spalle e sorrise di nuovo Certe volte mai.
Me ne andai via. Katie mi segu, ma io non ce la facevo a
starle vicino. Mi resi conto di essere infuriato. Avevo ragione
di esserlo, ma non di esserlo con Katie. Quello che avevo
perduto, lo aveva perduto anche lei. D'un tratto la odiavo
perch aveva permesso che ci accadesse, perch si era fatta
tagliare una parte del nostro tempo, perch li aveva lasciati
fare. Qualunque cosa fosse quella che le avevano fatto.
Fermati. Mi dispiace. Come ti chiami? Fermati, per favore.
Mi fermai ma senza voltarmi. Mi tocc sul collo e chiusi gli
occhi serrando le palpebre cos forte da sentire il tendersi della
pelle vicino alle orecchie.
Credo di conoscerti molto bene.  cos?
 stato solo un paio di mesi.
Ma ti conosco.
Mi conosci come... pu conoscersi la gente in un simile
lasso di tempo.
La guardai in volto e lei abbass gli occhi.
Non  una cura, quella che ti fanno. Tu non vieni curata,
Katie.
I dottori dicono che non mi far male.
Cosa? Cosa non ti far male? Cos' che ti stanno facendo?
 solo un elettroshock. Ti fa andare in... non te lo so
spiegare,  come un colpo. Qualcosa come un colpo.
Katie!
Si port la mano bianca alla bocca. Eravamo amanti?
Katie si mise a sedere sulla sedia pi vicina e per un attimo
rimase immobile. Poi cominci a dondolarsi avanti e indietro.
Eravamo amanti?
Non so. Penso di si. Non so.
Si dondol in silenzio per un istante.
Ma lo eravamo.
Non lo so.
Dimmelo.
Ma se non sai nemmeno come mi chiamo!
Aveva le dita sulle labbra. E piangeva.
Ascoltami, Katie. Noi non siamo amanti. Forse lo siamo
stati prima, ma adesso non lo siamo. Certe cose hanno senso
solo se continuano. Ma se non c' una storia, se non riesci a
ricostruire niente, se non ricordi niente di come ci siamo incontrati,
di quando abbiamo capito che significava qualcosa
quel nostro incontro, di come le cose sono totalmente cambiate...
ti dovresti ricordare qualcosa, almeno qualcosa, e invece
no. Noi non abbiamo una storia.
Katie aveva preso a ridere. E poi mi baci. Dev'essere
stato difficile per lei, una sospensione immensa della sua incredulit,
baciare un perfetto estraneo come ne fosse innamorata.
Abbiamo ancora una storia disse, continuando a ridere.
Dimmi della nostra storia.
E l, su quelle sedie di plastica, le raccontai quello che c'era
stato tra noi, la nostra storia. L'ho raccontata allora. La sto
raccontando adesso. Una parte della nostra storia deve esserle
piaciuta, cos come gliel'ho raccontata, perch ascoltava con
crescente divertimento, si strofinava via le lacrime col polso,
rideva perfino, e alla fine del racconto era pronta a volermi
come mi aveva voluto prima.
Ero sbalordito che si fidasse di me a quel modo. Si immagini
cosa avrei potuto dirle. Era una responsabilit terribile,
ma per la prima volta sentivo di potermi assumere una responsabilit
del genere. Cercai di dirle la verit.
Fu una scoperta importante: l'inquietante consolazione di
cercare la verit di una storia. Ci ritorno spesso quando mi
sento perduto, al disperato tentativo di ricostruire il passato
con parole che non siano menzogne.  come costruire una
casa.
Le feci promettere che non avrebbe mai pi permesso
loro di fare certe cose alla sua mente. Sfortunatamente era
una promessa che non poteva mantenere. I medici le avevano
mostrato una liberatoria e, per quanto non si ricordasse di
averla firmata, il suo nome galleggiava in un angolo sotto
forma di inchiostro nero. Aveva dato loro il permesso e non
poteva ritrattarlo.
Il professor Gold allarg le mani in un gesto di esasperazione
e le pieghe sui palmi si distesero come una ragnatela
traslucida. Attribuite troppa importanza a questo mondo sbiadito.
Avete un'et in cui le vostre passioni sono forti, ma prive
di guida. Siete ingannati dai vostri sensi, incantati da ci
che considerate reale.
Graffi la superficie della cattedra con un lungo chiodo,
disgustato dalla consistenza del legno. Incantati. In-catenati.
Ma chi sta in catene  uno schiavo ed  questo che voi siete,
degli schiavi.
Cosa dovrei offrirvi per competere con tutto ci? Come
posso sperare di sedurvi? Sono un uomo vecchio e tutto quello
che ho sono libri e parole. La pi sciocca delle ragazzine ha
armi migliori delle mie per accattivarsi le vostre simpatie e
spogliarvi poi di tutto, fino a ridurvi a meno di niente, a possedervi
completamente.
Come si pu credere che possa farvi alzare lo sguardo da
terra? Perfino le scienze fisiche cospirano ai miei danni. Sto
qui seduto e cerco di spiegarvi soltanto che c' un ordine pi
alto nel mondo, l'ordine sublime e meraviglioso del cosmo, e
che la comprensione di quest'ordine per mezzo della memoria
 la pi pura delle gioie immaginabili. Chiuse gli occhi.
Pareva profondamente addolorato e provammo piet per lui.
Ma appena usciti da questa stanza il mio lavoro viene rovinato
da qualcuno dei miei colleghi. Ve ne andate a trescare
miserabilmente in uno di quei laboratori tutti bianchi dove
torturate la materia fino a farla confessare: sono bassa, fredda
e non significo niente per voi.
Nessun dubbio che ci vi confonda. Quegli uomini nei
loro camici da laboratorio, diversamente da me, godono della
pi alta credibilit. Dispongono di quanto c' di pi vero e
giusto, dei pi alti principi razionali di un'epoca scientifica: le
leggi fisiche. Per qualche ragione, per, non risultano molto
accattivanti. L'ottusa materia da laboratorio non vi dice mai
quello che voi volete sentire veramente. E se lo facesse, sospettereste
che i vostri sensi vi stiano tradendo.
Dunque. Capite bene la difficolt della mia posizione. Perch
dovreste desiderare di essere saggi quando la sola forma
di saggezza che voi conosciate  senza gioia, fredda e terrena?
 naturale che preferiate fornicare nel fango come bestie,
cos da poter provare almeno un po' di gioia. Non costa niente,
perch tanto cosa v'importa della vostra dignit?
Sto combattendo una battaglia solitaria. Sono obsoleto e
superstizioso. Lo sguardo fisso del professore si spostava
per la stanza come avesse dei proiettori al posto degli occhi.
Cercava soddisfazione, voleva che noi tutti scuotessimo decisamente le teste per dire: no, niente affatto, professore.
Sono un educatore. Questo  il mio fardello. La mia maledizione
 quella di brancolare per l'universit come una figura
comica, di declamare con un linguaggio antiquato una facolt
rara che, per quanto poco sviluppata, ciascuno di voi possiede,
un mezzo col quale potere accedere al sublime ordine dell'universo.
Ma nonostante ci si sia scordati di tutto e ci si
continui a crogiolare beatamente nel fango, io continuer a
sottolineare l'importanza della memoria. Per quanto ridicolo
possa sembrarvi. Vi risulter abbastanza facile rinnegarmi.
Tenete quell'espressione compita stampata sul volto, prendete
appunti e darete un lusinghiero esame. Vi sar abbastanza
facile nell'intimo ridere di quello che dico e tuttavia passare il
corso.
Alz nuovamente lo sguardo con un sorriso sprezzante.
Per rinnegatemi, e non sarete mai esseri umani.
Non riesco nemmeno a leggere!
Erano tre volte, adesso, che Katie arrivava alla caffetteria
incespicando, ogni volta con un'aria pi svagata della precedente,
ed erano tre volte che le raccontavo di come c'eravamo
incontrati, di chi ero e di cosa ero stato per lei. Katie stava
cambiando, per. Il trattamento stava sparpagliando la sua
persona, la frantumava. Per certi versi la cura aveva successo.
Non ricordando pi perch avesse perso la speranza, le riusciva
pi semplice sopportare la disperazione. Gli spigoli della
sua mente si stavano sbriciolando come pane vecchio, la cruda
realt del suo dolore perdeva i contorni. Adesso si lamentava
per cose insignificanti: perch non riusciva a farle, le cose.
Non ci riesco proprio. Non riesco a tenere a mente una
frase per intero. Mi ritrovo a fissare la stessa parola per delle
ore senza capire cosa vuol dire.
Katie si accigli. Interi libri se ne sono andati. Ne leggevo
di libri, libri che mi hanno cambiata. Ce li avevo tutti in testa
quei libri che avevano cambiato il modo di parlare. Sono sicura
che ce li avevo. E adesso non ci sono pi. Non ricordo pi.
Non riesco pi a leggere. Non so chi sono... Non so chi sono...
Fumava con un'intensit nuova e incontenibile, schiacciando
nervosamente con le dita l'estremit della sigaretta e tirando
boccate come se respirasse fumo invece di aria. Si accendeva
una sigaretta dietro l'altra, la testa perennemente avvolta
da un alone di grigio.
Seguitammo ad avere i nostri convulsi rapporti sul pavimento
del bagno, ma adesso era diverso: Katie non mi conosceva.
Ero uno qualsiasi, un uomo che aveva incontrato nell'atrio
dell'ospedale e basta. E per quanto mi credesse sul fatto
che avevamo avuto una storia, lei voleva fare l'amore con una
smania da drogata, quasi fosse qualcosa di indispensabile: un
bisogno che era come un vizio. Come il fumo.
Perch cominciai a tirarmi indietro? Di certo aveva pi bisogno
di me adesso di quanto non ne avesse mai avuto prima:
ero la sola cosa che teneva insieme i suoi giorni, che impediva
alla sua vita di diventare un insieme di lampi e segmenti isolati
e scollegati fra loro. Ero la sua memoria. Perch allora cominciavo
ad avvertire un senso di repulsione? Era quello che avevo
sempre voluto: significare tutto per Katie. E quel desiderio
si era avverato, letteralmente: perch senza di me, che garantivo
una continuit alla sua vita, niente aveva significato.
Una spiegazione ce l'ho. Una spiegazione teorica, astratta,
forse anche sbagliata. Stavo cominciando, solo cominciando, a
vincere la mia debolezza ed era cruciale in quel momento, per
me, assumere un atteggiamento di estrema durezza nei confronti
di quel problema. Prendiamo un alcolizzato che smetta
di bere, per esempio: non si pu limitare a dire che non gli
piace l'alcol, lo deve detestare, deve fare dell'alcol il simbolo di
tutti i tormenti del mondo e rifiutarlo in senso assoluto.
Non ci sono scuse per quello che feci a Katie. Ma il suo
tormento di allora era la debolezza che dovevo vincere. Avevo
avuto anch'io, una volta, dei problemi con la lettura. E adesso
che riuscivo di nuovo a leggere, adesso che stavo imparando
cos'era la memoria, Katie fini per diventare l'immagine di tutto
quello che associavo al periodo pi opprimente della mia
vita. E che fosse stata proprio lei a tirarmi fuori da quella
situazione, poco importava. Non ce la facevo a sopportarla.
L'ultima macchina che Aaron costru prima di andarsene
di casa gli garanti che non sarebbe pi dovuto tornare. Quest'ultima
macchina venne studiata in modo da far si che non
ci sarebbe stata una casa cui tornare
Non so a quale scopo doveva servire. Faceva parte di un
progetto, del suo primo progetto a Scienza dell'ingegneria, e
forse, fin dall'inizio, Aaron ebbe la sensazione che quella macchina
avrebbe portato la crescente violenza tra mio padre e
mia madre verso l'epicentro del disastro definitivo. Adesso
mia madre passava la maggior parte del tempo a vagare fuori
casa o a starsene rintanata nella stanza di Josh a leggere. Mio
padre dichiarava apertamente il suo disappunto e non faceva
altro che protestare: era diventato fragile e umano, e per quanto
avesse passato la vita a costruire citt e fosse rispettato per
questo, l'unica cosa che gli riusciva di fare per la sua famiglia
era di lamentarsi per come le cose continuassero a rovinarsi.
La macchina in costruzione era molto pesante e Aaron
dovette rinforzare le pareti di casa con un'opera di puntellatura,
contrafforti provvisori, enormi travi di legno trattato che disegnavano
imponenti triangoli nel giardino sul retro. Convinse
mio padre che tutta quella puntellatura era una cosa temporanea
e in effetti fu proprio cos, ma solo perch al termine
dell'esperimento rimase ben poco da puntellare.
Sembrava che Aaron avesse preso a interessarsi alle macchine
per la medicina. C'erano un sacco di soldi da fare in
quel campo. Era interessato in particolare alla mente umana, a
come poterla modellare su un computer, osservarla e analizzarla
per fare un quadro elettrico della sua immagine. Mi viene
da pensare che fu proprio qualcosa del genere che fece la
macchina. Analizz la casa, determin lo stato effettivo dei
suoi occupanti e riprodusse quello stato nello spazio reale,
come un fenomeno di natura fisica.
Quando mio padre si dileguava in giardino, la macchina
faceva vibrare le pareti. Quando mia madre tornava a farsi
vedere dopo una delle sue settimane di vagabondaggi e si
andava a chiudere nella stanza di Josh senza nemmeno dire
ciao, una finestra della stanza di Aaron si scioglieva per lo
struggimento. Era sinistra, quella eco emozionale, ma nessuno
di noi comprese realmente la natura di quella macchina
finch i nostri pensieri non la misero in moto per dimostrare
a pieno le sue capacit. Anche Aaron rimase sorpreso, credo:
sapeva di cosa fosse capace la sua macchina, ma non aveva
mai immaginato che la sua famiglia potesse essere capace di
fornire una simile ispirazione.
La nostra soggezione per il potere delle macchine, il nostro
superstizioso rispetto per il tecnologico,  realmente una
forma nascosta di narcisismo. Ci  di aiuto credere che una
macchina possa un giorno diventare umana in tutto e per
tutto, o almeno rispecchiare adeguatamente la completa profondit
di un individuo, perch questo particolare articolo di
fede concede una potenziale autonomia alle nostre creazioni
e riesce inoltre a mascherare la nostra vanit. Guardi: meritano
la nostra venerazione e sono totalmente indipendenti da
noi. La verit psicologica  meno accettabile. Noi adoriamo il
potenziale dei nostri macchinari perch venerare nell'uomo
quello stesso potenziale  considerato volgare.
Ero lieto che mio fratello avesse sviluppato, almeno a livello
del subconscio, un profondo senso dell'ironia. La sua macchina
era ovviamente pi che altro un'espressione di questo
nascosto narcisismo: era interamente dipendente e non ci
offriva nient'altro se non un'immagine ingrandita di noi stessi.
Era semplicemente il sintomo e per trovare la malattia non
dovevamo far altro che guardare dentro di noi.
Era a cena che la casa doveva crollare. Cominciavo a raccapezzarmi
nei meccanismi del dramma e i pasti sono il momento
critico di un dramma famigliare. Quei rituali condivisi
sono il momento in cui le relazioni di dipendenza diventano
pi ovvie e le tensioni pi evidenti. Chi cucina? Chi fa la spesa?
Di chi sono i soldi con cui si compra il cibo? Chi mangia e
come? Con quale arrogante distrazione si mangia in famiglia?
Senza pensare a chi cucina, a chi tira fuori i soldi per il cibo...?
Cibo e tetto a parte, nessun membro della mia famiglia
divideva con gli altri uno scopo comune. La casa era il nostro
teatro e la cena il nostro unico puntello.
Era la prima volta da mesi, quella sera, che mia madre cucinava.
Non cucin agnello. Fece dell'arrosto e lo fece bene:
non c'era niente da ridire sul cibo. E questo fu un problema.
Mio padre si era preparato a litigare. Mi pare ovvio, ripensandoci.
Non aspettava altro che ci fosse qualcosa che non
andava nel mangiare per alimentare una legittima controversia,
che gli consentisse di far scattare la scintilla. Non c'erano
alternative, doveva esplodere, come quando in un dramma
entra in scena la pistola carica. Mia madre, per, non gli forni
una giusta causa. Capisco adesso che se gliel'avesse fornita il
danno avrebbe potuto essere contenuto e localizzato. Mio
padre era come una pistola con la canna otturata e questa era
la situazione. Doveva esplodere.
Passatemi le patate disse. E poi: Mio figlio  morto.
Nessuno gli pass le patate.
Mio figlio  morto e mia moglie gira per le strade come
una vagabonda. Per le mie strade, per le strade che io ho
costruito. Vaga come una donna che non ha pi niente. Mangiamo
arrosto. Molte famiglie mangiano arrosto. Ma quante
sono le famiglie che mangiano arrosto in queste condizioni?
Morte, silenzio e vagabondaggi...  una famiglia, questa? Senza
un figlio che possa essere il piccolo di casa.
Questa cosa mi fer.
Non ho una moglie. Non ho una famiglia. Lavoro e pago
e il denaro con cui pago significa che possiamo mangiare
arrosto, ma io potrei spedire i soldi da chiss dove e non
cambierebbe niente. Tu continueresti ad andare in giro come
una vagabonda e a morire e a essere silenziosa e strana e io
continuerei a non avere una famiglia.
Mia madre cominci a piangere. Lacrime amare e abbondanti,
come non ne aveva mai versate neanche alla morte di
Josh. Disse anche qualcosa tra le lacrime come in un lamento
funebre, ma mio padre non smise di parlare.
Passatemi il sale disse. Mio figlio  morto.
Nessuno pass il sale.
Non riesco ad avere una conversazione con nessuno in
questa casa. Non ho difficolt a parlare. Sono uno che parla.
Tranquillamente. Me lo dicono i miei colleghi che sono un
tipo aperto. Ma questa  la mia casa - la mia casa! - e voi mi
guardate come se non avessi niente da dire. E voi... voi non
avete niente da dirmi. La mia famiglia non ha niente da dirmi.
Mio padre si allung sulla tavola e avvolse la saliera con la
sua grande mano. Non mise il sale su niente, tenne semplicemente
la saliera in pugno e la fiss.
Credo nella famiglia. Voi potete non crederci, ma io ci
credo. Sono stato cresciuto per credere nella famiglia. Mi 
stato detto che alla famiglia bisogna sempre dare... di non
aspettarsi niente in cambio. Che ... una responsabilit. cos
dar. Continuer a dare. Ma non posso vivere in questa casa
se non posso nemmeno avere una conversazione - scambiare
giusto due parole - in cambio di quello che d. Dar da...
lontano. Nessuna condizione. Non dovrete parlarmi, quando
sar lontano. Non sar un problema che voi non mi diciate
niente e che io non dica niente a voi.
Tra i singhiozzi di mia madre, riuscimmo a distinguere gli
inizi di un rumore proveniente dall'angolo pi remoto della
casa. Era un rumore stridente, acciaio su vetro, il genere di
rumore che per il suo volume ti terrorizza oltremisura. E si
stava facendo pi intenso. Mio padre capovolse la saliera, lentamente,
e il sale cominci a cadere sulla tavola. Rimanemmo
seduti in silenzio, a guardare il sale che formava un cono sul
tavolo. Quando la saliera fu vuota, mio padre se la mise in
tasca.
Non ho alcun diritto di fare quello che faccio. Vi lascio e
non ritorner.
Mia madre si copri il volto con le mani, ma mio padre gliele
tir gi e le tenne nelle sue.
Non ti amo pi disse. E poi, a voce alta, cos alta da
coprire per un istante il rumore della casa che si spaccava,
url: Non ti si pu amare!
La casa si spacc nel punto in cui, da sempre, c'era stato il
muro divisorio. Una volta era una costruzione bifamiliare e, per
un istante, in una violenta reminiscenza delle sue origini, torn
a essere due case; poi, prive del loro supporto strutturale, le due
met crollarono su stesse. Certe stanze rimasero intatte. cos
come la cucina e la sala da pranzo, miracolosamente si salv
anche la camera di Josh, fu il solo ambiente del secondo piano
a non subire danni. La macchina di Aaron, che si era semplicemente
limitata a esprimersi con la stessa chiarezza di mio
padre e a dar corpo alle sue intenzioni, fu distrutta nell'incendio
che devast il terzo piano. La mia stanza non esisteva
pi. Fu quasi un sollievo. Non mi era mai appartenuta. Avevo
sempre saputo che avrei potuto perderla e adesso era andata.
Continuai a frequentare le lezioni all'universit. Il professor
Gold non aveva per tempo da perdere con gli studenti cui
era andata distrutta la casa; era convinto che il mio potenziale
fosse stato rovinato. Si aspettava un'alleanza cieca e totale dai
suoi studenti e quelli le cui case erano andate distrutte non
erano mai capaci di quel genere di fiducia. Anche le pi solide
relazioni tra le persone erano soggette a esame e questo non
si addiceva affatto al professor Gold.
C'era sempre qualche altra verit dietro a quello che diceva
e cos divenni uno scettico. Mi concessi il lusso di certe ipotesi:
E se in sostanza il professor Gold fosse un bugiardo? Un
seduttore? E se non credesse alla sua incredibile dottrina? E se,
come nel caso del suo predecessore, al nocciolo di tutto ci
fosse qualche orribile vuoto destinato a saltar fuori nella sua vita
indurita o, se non nella sua, in quella dei suoi studenti creduloni?
E se, nello scegliere tra Katie e il professor Gold, stessi volgendo
le spalle alla realt per abbracciare una fredda finzione?
Da un certo punto di vista fui fortunato: capii il professor
Gold abbastanza presto. Troppo tardi per Katie, ma prima
che la mia persona venisse interamente modellata sulla forma
di una menzogna.
Il professor Gold: C' molto che dovrete respingere. Se c'
una perfezione nell'ordine del mondo e sar possibile educarvi
affinch ve ne ricordiate, sar soltanto a prezzo di qualcosa.
So cos' che amate. Ma dovr essere messo da parte.
Katie? Era cos magra adesso e i suoi occhi erano rossi
per il fumo che l'avvolgeva. Ma era sempre Katie, bella come
sarebbe sempre stata perch la conoscevo. Katie? Non  la
bellezza di un attimo quella che ammiriamo in coloro che abbiamo
amato per molto tempo. Non  come in metropolitana,
quando c'imbattiamo per caso in qualcuno che per un
istante ci appare come la perfezione dell'aspetto fisico.  una
bellezza fatta del montaggio di tutti gli attimi che ricordiamo,
il presente contenuto nel passato, ma pur sempre un montaggio.
Se ricordiamo.
il professor Gold. Siete governati dalle passioni, spesso dalle
passioni pi distruttive. Non mi lascio ingannare dai vostri
volti, tutta attenzione e sfavillante ipocrisia. Vi vedo per quello che siete.
Se ricordiamo. Ma possiamo dimenticare facilmente.
Nell'immediatezza di qualche crisi... passione inclusa... possiamo
dimenticare facilmente tutti quegli altri momenti e malgrado
la nostra storia con qualcuno, quei momenti e la loro
esclusiva bellezza possono sprofondare in una singolarit del
presente. E il contenuto di quell'attimo presente - brama,
repulsione, indifferenza - il contenuto di quell'attimo di cambiamento
diventa tutto ci che sappiamo.
Di fronte a Katie, mi concessi di dimenticare. Feci in modo
di dimenticare. Era magra, con gli occhi iniettati di sangue, e
fumava nel suo camice da ospedale come una di quelle donne
asessuate che popolano la caffetteria, e mi costrinsi a dimenticare.
Il professor Gold: So cos' che amate. Riesco a percepire la
grande confusione dietro la compostezza dei vostri lineamenti;
riesco a percepire le vostre domande: Di che sa? Qual  il suo
sapore? Quale?
Ne feci la donna di un momento. Dimenticai che mi
aveva parlato del suo primo amante, dei libri che aveva letto,
della sua famiglia e della sua integrit di ragazza.
Il professor Gold. Non leggete dello stupro senza mettervi
nell'animo dello stupratore. Posso intuire le vostre domande:
mi fossi trovato io al suo posto e nelle stesse circostanze,
avrei fatto lo stesso? Cosa mi distingue, vi chiedete, dai mostri
della storia? C' veramente qualcosa che vi differenzi?
Fui capace di... respingere questa donna.
Il professor Gold: cos come stanno le cose, non c' niente
che vi distingua. Non ci sono differenze qualitative. So cos'
che amate. Sono le vostre passioni a tradirvi e dovessero crearsi
le circostanze, quelle passioni vi tradirebbero del tutto.
C' un punto in cui l'amore diventa un peso. Se mi
ami e io non posso ricambiare il tuo amore, pu accadere che
non mi limiti alla semplice indifferenza ma che reagisca con
crudelt. Diventerai un peso e dovr allontanarti.
Il professor Gold. C', per, una passione che va al di l, che
genera uno stato pi puro dell'equivoca circostanza in cui si
determina: e questa passione  l'amore tra l'educatore e il suo
allievo.  il mezzo con cui viene estirpata la memoria.  l'amore
che si dimentica delle proprie origini carnali e rende un favore
alla Bellezza.
Katie, non ce la faccio ad andare avanti.
Quando devo dire qualcosa che equivale a un delitto divento
strano e taciturno. Mi aggrappo a delle banalit, sapendo
che per quanto possano risultare insulse le mie parole, niente
pu far scomparire la crudelt del loro significato.
Non ce la fai ad andare avanti?
 difficile da spiegare. Lo era. A essere onesti, non  che
ci avessi provato veramente. Non dissi niente di pi di ci
che dice la maggior parte degli uomini quando sente il bisogno
di liberarsi da una situazione; usai parole di un'ordinariet
sorprendente.
Stiamo prendendo direzioni opposte. Te ne rendi conto?
Io sono a questo punto... Sto imparando qualcosa, per la prima
volta. Sento che sto crescendo, adesso  come se da un
giorno all'altro tutto possa acquistare senso. E tu...
E io cosa?
La cura era finita. Avevo fatto nuovamente del mio meglio
per restituire a Katie la consapevolezza di quale era stato
il nostro rapporto, ma questa volta lo feci con una certa falsit,
perch non ero pi sicuro delle mie intenzioni. La stavo
iniziando a un amore che per me era in gran parte quasi dimenticato.
Assimilava il racconto che facevo come fosse cibo.
Mi voleva in un modo che quasi mi disgustava; sembrava
carnale, puro corpo, come le funzioni dello stomaco, una voglia
delle viscere pi basse. Volevo qualcosa di pi.
E io cosa? chiese ancora.
Potevo dire solo quello che stavo per dire, perch ero convinto
di dover espiare una menzogna: la menzogna dei sensi,
la menzogna che mi aveva detto di amare una mera creatura
e che avrei potuto amarla malgrado le tremende circostanze.
Ero convinto di dover espiare una menzogna per abbracciare
la verit.
Il mondo  un posto brutale. Alcune delle cose che capitano
a questo mondo sono... brutali. Quando la sorte di due-
amici... prende strade diverse, e uno sale mentre l'altro cade in
basso, allora capita... che si allontanino.
Uno degli effetti collaterali della cura era stato un tic nervoso
che di tanto in tanto si manifestava e che mi repelleva,
uno scatto involontario all'estremit del labbro. Le stava tremando
il labbro adesso, un movimento spastico; avevo visto
delle vecchie tremare a quel modo dopo avere avuto un colpo.
Katie stava diventando vecchia. L'avevano fatta diventare
vecchia a ventidue anni, l'avevano rovinata. Mente e corpo.
Izzy, e io cosa?
Non avrei mai dovuto dirti di noi. Avrei dovuto lasciarti
dimenticare.  stato uno sbaglio. Non avessi detto chi ero,
sarebbe stato tutto indolore
Katie si alz. Era sbiancata e tremava. Prese a indietreggiare
e inciamp in una sedia, e mentre si teneva al bordo del
tavolo per non cadere, disse: Io ti conosco. Ricordo chi sei.
Solo perch ho cercato di essere onesto. Sono stato troppo
onesto.
No. Io ti conosco.
La sua voce era cambiata. C'era dell'orrore nella sua voce e
malgrado mi rendessi conto che stavo dicendo le cose come
stavano, in modo finanche brutale, non mi riuscivo a spiegare
un simile terrore per le mie parole, un simile grado di repulsione.
Io ti conosco!
Katie...
Sei venuto in camera mia e hai lasciato un pezzo di pianta
che avevi strappato. Mi hai lasciato delle radici, e un gambo, e
una foglia con delle venature rosse. Mi hai squarciata e mi hai
lasciata distesa nel mio sangue ancora fresco. Eri d'oro e felino
e io ti ho offerto la mia ospitalit perch pensavo che mi
amassi.
Udivo ci che diceva, ma non le credevo. Avevo sentito
qualcosa staccarsi da me, nella gola. Sapevo che erano stati
commessi dei crimini in mio nome. Ero del tutto consapevole
della fonte della disperazione di Katie - della sua storia -
ma non riuscivo a trovare la fermezza per fare quello che
dovevo fare se credevo a quanto mi diceva. cos non lo feci.
Quello che dovevo fare era lasciarla. Non fu facile. Tornai
due volte e la scopai sulle mattonelle bianche del bagno del
primo piano, perch era difficile staccarsi da un conforto che,
per quanto affievolito, era pur sempre grande. Ma alla fine
divenni forte. Furono le parole del professor Gold a rendermi
forte. Vinsi il mio bisogno di Katie. La dimenticai e, nel dimenticarla,
la superai. La lasciai.
Izzy Darlow, questo piccolo mostro in confessione, se ne
stava seduto a fumare nel mio ufficio, le sue sigarette che
riversavano polvere nella mia aria, a fumare e confessare come
se in qualche modo io fossi nella posizione di perdonarlo o
disposto a farlo, qualora ne avessi avuto il potere.
Mi aveva raccontato questo ultimo pezzo della storia e si
era fatto silenzioso. Avrei dovuto essere sposato da ore e a
malapena riuscivo a respirare. Nel corso del racconto - c'era
da aspettarselo - mi ero innamorato di Katie. Riuscivo a vederla.
Le avevo parlato. Sentivo di avere fatto l'amore con lei.
E adesso questo. Chi pensava di essere costui, per raccontarmi
tutto questo e aspettarsi il perdono?
Lei  un codardo dissi e lui si tir indietro. E questo che
vuole, no? Vuole che io le dica cosa penso. Che  un codardo.
Lui chin la testa. Non mi giudichi troppo duramente.
Sarebbe difficile non farlo. Dov' Katie adesso?
Non lo so.
Non ha mai provato a cercarla? L'ha lasciata in quello
stato e basta, perch le conveniva? Non poteva importarle di
meno di cosa potesse averle fatto.
Me ne importava.  solo che non sapevo cosa fare.
Penso che lei debba lasciare il mio ufficio.
Forse non mi sono spiegato bene...
Fuori dal mio ufficio!
Si stava gi alzando; forse si aspettava gi che gli sarebbe
stato chiesto di andarsene. Un'ultima volta, per, quegli occhi
da ladro puntarono verso l'alto in cerca dei miei, per catturarmi;
per un attimo mi sentii come un complice e un terribile
senso di colpa si abbatt su di me come un'onda.
Poi Izzy Darlow si trascin fuori del mio ufficio. Aveva
terminato di raccontare ma la storia era tutt'altro che finita.
Accostai la testa al piano della scrivania e mentre ascoltavo il
silenzio del legno cominciai a versare lacrime per una donna
che non avevo mai incontrato.


Capitolo 4.
CITT.

La rottura dell'ordine famigliare traspose l'intera popolazione in
una sorta di Toronto che dura una vita.
Hugh Kenner.

Cammina piegato dal sapere, oltrepassa la porta dell'Archivio
e si avvia tra gli alberi bagnati della sua nuova vita. Non lo
vede nessuno. Si stava per sposare, quest'uomo che non pu
stare dritto, ma questo qualche ora fa. Non si sposer, adesso.
Gli alberi sono zuppi di domande. Chi  costui? Da dove
viene? La pioggia vuole sapere. Le foglie sul punto di morire
gli rimangono attaccate ai piedi, e la citt avanza lentamente
attorno a lui, infestata da se stessa, viva della nuova vita che
un cadavere inspira dall'aria.
Cammina. Dove andr adesso? Non pu tornare alla sua
vita. Tutta la vita che conosceva gliela aveva data lei, e lui l'ha
mollata l, nubile, in qualche posto della citt. Dove lo porteranno
le strade?
Questo senso di repulsione  nuovo. Odiare la citt, lo sa,
in un certo senso  come provare ripugnanza verso se stessi.
E adesso si accorge di odiarla, questa citt. Questi edifici sono
tutti uguali, tutti cos orribilmente uguali e anonimi. Gli uomini
giungono in questa citt per diventare ciechi e per morire.
Appare un ragazzino che sanguina. La pioggia gli lava il
sangue dalla fronte, ma c' sempre pi sangue, che preme da
sotto la pelle. Quanto ci vorr, considera l'uomo, prima che si
dissangui totalmente?
Posso raccontarti una storia? dice il ragazzo.
Stai sanguinando.
Lascia che ti racconti la mia storia.
Il ragazzo se ne va e comincia a raccontare la sua storia,
con il sangue che si distende in fiotti tra le foglie nel canale di
scolo. E l'uomo dietro, per catturare le parole prima che vengano
portate via dalla pioggia.
Il poeta Simonide parlava con la lisca, un difetto di pronuncia
che avrebbe dovuto impedirgli di prendere in considerazione
la possibilit di una carriera nella retorica. Non fece
mai alcun tentativo per dominare questa sua tendenza; non
gli pass mai per la mente di mettersi delle pietre in bocca
nello sforzo di diventare pi eloquente del mare. Certamente,
non conquist la fama di Demostene, almeno non come oratore,
ma parlava abbastanza bene da essere chiamato in occasione
dei banchetti, e fu per questa capacit che conquist
fama in un pi arcano ramo della retorica, divenendo il Padre
della Memoria.
Un tempo parlavo con la lisca, dice il ragazzo.
Si, e cosa accadde?
Ho imparato a cantare.
Ho fissato lo sguardo su un mondo addormentato che sta
per svegliarsi. Qualcosa si sta svegliando sotto i miei occhi.
Non mi posso sposare, non quando tutto cambia a questo
modo.
Vado avanti con la mia storia? dice il ragazzo.
Una sfilata di succulenti maiali imbandiva la tavola del banchetto.
Cinque porcellini, di dimensioni crescenti, a cominciare
dall'antonio, il pi piccolo della figliata. (Sant'Antonio sarebbe
diventato un giorno il santo patrono dei maiali). Poi la
madre, ancora luccicante per il grasso in cui era stata arrostita,
la bocca tinta di melograno. E quindi, seduto in testa alla sfilata
e con in mano una forchetta di ferro sgocciolante di grasso,
l'ospite del banchetto: una creatura obesa dalle guance
cascanti.
Quali lodi dovrei tessere per un mostro simile? pens
Simonide, che come al solito non era preparato per l'occasione.
Simonide parlava sempre in modo estemporaneo. La natura
non lo aveva dotato di una grande memoria e gli risultava
faticoso tenere a mente un discorso intero. Talvolta la cosa
giocava a suo favore: le sue orazioni erano ritenute vivaci e
spontanee. Certe volte, per, nel bel mezzo del discorso, si
ritrovava a corto di argomenti e stava diventato noto per
l'inserimento di temi bizzarri e apparentemente fuori luogo.
Grazie a svariati esercizi di contorsione logica, di solito gli
riusciva comunque di far si che questi soggetti un po' particolari
alla fine risultassero pertinenti. Simonide stava infatti diventando
famoso per i suoi commenti finali. Il dramma era
sempre palpabile, l'uditorio si piegava in avanti nervosamente,
chiedendosi se l'idiosincratico poeta sarebbe riuscito ad
amalgamare i disparati elementi della sua orazione in un insieme
convincente.
Una volta, quando vi riusc a dispetto delle pi straordinarie
stranezze, l'uditorio si lev in massa e port in trionfo lo
sconvolto poeta per le strade della citt, esclamando a gran
voce: Ce l'ha fatta! Simonide  riuscito a disquisire con successo
sulla riproduzione delle capre nel mezzo di un'orazione
funebre!
Capisci le storie che racconti?
No, dice il ragazzo. Le voci parlano attraverso di me e io
sono troppo giovane per ricavarne un senso.
L'uomo sorride, un sorriso torvo: si.
La mattina del banchetto, quando avrebbe dovuto preparare
il panegirico per il quale gli era stata promessa una generosa
ricompensa, Simonide se la spass (a credito) con i famosi
prostituti gemelli di Monaco: due deliziosi ragazzi di quindici
anni che si somigliavano sotto ogni inimmaginabile aspetto,
a parte il fatto che l'erezione di uno curvava leggermente a
sinistra e quella dell'altro a destra.
Simonide li aveva sodomizzati entrambi e aveva trovato,
riflettendoci, che preferiva un pene inclinato a sinistra, dal
momento che si adattava meglio alla mano che usava abitualmente.
Dove mi stai portando?
In un posto.
Che posto?
Vedrai.
L'uomo rimane immobile in un istante di ostinazione: Perch
dovrei seguirti? pensa. La pioggia gli  entrata nelle scarpe
attraverso il cuoio.
Che posto?
Il ragazzo si acciglia spazientito con il sangue che continua
a colargli sulla fronte.
A scuola. Andiamo.
L'introduzione trascorse senza difficolt significative. Questi
encomi procedono secondo formule convenzionali: qualunque
persona, per quanto abominevole, pu essere elogiata
per vaghe virt civiche, per un qualche aspetto del carattere o
altro. Il succo del discorso, per, si rivel problematico. Simonide
trovava difficile non soffermarsi su una certa immagine:
la sfilata dei maiali, adesso ridotta ad avanzi scheletrici. Tutte
le metafore che gli vennero in mente erano pericolosamente
pastorali e tendenti al porcino.
Simonide ammutol. C'era mancato poco che, senza minimamente
volerlo, gli scappasse di dire: Possiamo dunque vedere
quanta poca differenza vi sia tra il nostro patrono e questa
fastosa scrofa.
La sua intenzione era ovviamente di dilungarsi sul paragone
e su come quelle due immagini fossero entrambe significative
della soddisfazione dei gaudenti convitati, su quanto entrambi,
il patrono e la scrofa, avessero fatto la loro parte per saziare
l'uditorio. Ma quella frase sarebbe risultata comunque disastrosa.
In momenti simili, la mente fa assegnamento sulle imbeccate,
sui suggerimenti che vengono da dentro. Simonide implor
dunque la sua mente febbricitante: Dammi un'immagine
accettabile e ci ricamer sopra. Sapeva che gli rimanevano
ancora una quindicina di minuti per giungere alla conclusione,
per trovare un legame coerente con il soggetto generale del
discorso. Ma nulla venne se non una successione di bestie
non appropriate: porci, facoceri, cinghiali, ippopotami.
Con fare drammatico, agit la mano sinistra, quella che
usava abitualmente, quella che istintivamente sollevava quando
doveva punteggiare un momento particolarmente ampolloso
del discorso, ma non salt fuori nulla di drammatico.
Chiuse la mano.
E quindi, in modo quasi palpabile, quasi fosse ancora mattino,
Simonide avverti nella mano la sensazione dell'erezione
inclinata a sinistra del primo dei due giovani gemelli. Gli occhi
del poeta scintillarono. Alz lo sguardo al cielo, pronto a intonare
una preghiera di ringraziamento a qualsiasi dio gli fosse
passato per la testa, perch l'ispirazione era imminente.
* * *
La prima costellazione a catturare il suo sguardo fu Gemini,
la costellazione dei Gemelli, e Simonide si ritrov a passare
in modo naturale da un'eloquente difesa della giovinezza - un
tema sempre popolare - a un pi specifico apprezzamento
delle figure di Castore e Polluce, i giovani gemelli cui egli si
sentiva particolarmente grato, non soltanto per avergli salvato
il discorso in pericolo ma per aver presieduto alle sue estasi
del mattino.
Gli sembr che la conclusione potesse funzionare: non
impeccabile, ma nemmeno troppo tirata. Il suo ospite era
per un uomo scaltro e fin troppo parsimonioso.
Noto disse il bulboso ospite, che succhiava ancora la sua
forchetta di ferro, che solo per met del tuo discorso ti sei
soffermato sulle virt che pertengono specificamente alla mia
persona. Quindi, mio buon Simonide, sar disposto a pagarti
la met della somma che avevamo convenuto. Il resto... e
ridacchi di gusto, in generoso apprezzamento del proprio
spirito, il resto lo potrai riscuotere da Castore e Polluce, vista
la tanta eloquenza con cui ne hai cantato le lodi.
Il ragazzo cade in silenzio e il rumore della pioggia si fa pi
insistente. Se ne sta con lo sguardo fisso all'edificio e un triste
sorriso di riconoscimento sul volto, come se quel posto, un
tempo, l'avesse fatto sentire felice. L'uomo  accanto a lui, sul
canale di scolo della strada.
 questa la scuola?.
S.
Ti piace andare a scuola?
Una volta.
Mi vuoi portare dentro?
No. Io rimarr qui. Tu invece salirai le scale che portano al
secondo piano.
Io? Perch?
Perch c' una biblioteca.
La festa era organizzata in un salone interno. Alla terza
uscita delle ragazze con i flauti, entr il maggiordomo nudo e
bisbigli qualcosa nell'orecchio dell'ospite. L'ospite si sporse
in avanti, fece scivolare il petto femmineo lungo la tavola piena
di grasso, e si rivolse a Simonide.
Sorridi, mio buon poeta. Ci sono due giovani gemelli alla
porta, mi hanno detto, e chiedono di te.
Simonide arrossi e i gaudenti convitati risero; sapevano
tutti, ovviamente, dei due prostituti gemelli di Monaco che
avevano suscitato una notevole sensazione dal loro arrivo nella
capitale.
Invitali a entrare, Simonide. Sono certo che possiamo
trovare divertimenti a loro confacenti.
Accompagnato dal maggiordomo e da un'eco di scherni e
ilarit, Simonide si diresse alla porta d'ingresso. Usc nella notte
che un turbinio di stelle illuminava come fosse mezzogiorno.
Dei ragazzi nessuna traccia.
Si volt verso la casa. Il maggiordomo era sgattaiolato dentro.
Era solo.
Simonide fece un passo indietro in direzione della porta,
quindi esit; si sent prendere ai gomiti da due mani e si guard
intorno. Ma era ancora solo.
Ci fu un rumore simile a quello delle ossa quando si spezzano.
Simonide inciamp all'indietro mentre le cariatidi poste ai
lati del portico vennero solcate specularmente da una crepa. Le
colonne, scolpite con forme femminili, si spaccarono dal seno
all'ombelico come fossero sul punto di partorire qualcosa di
mostruoso. Il portico trem per qualche istante, quindi l'intera
casa croll su se stessa, il tetto venne gi di schianto, spezzandosi
in un solo punto, nel centro esatto, nell'attimo dell'impatto. i
Fra le tante urla, Simonide ne distinse una che, per il modo
in cui ricordava un maiale infilzato, gli sembr essere sicuramente
l'estremo squittio del suo ospite.
Alzando lo sguardo al cielo, il poeta si fiss sui gemelli,
Castore e Polluce, che brillavano pi intensamente di quanto
li avesse mai visti brillare. Brillavano come occhi sorridenti nel
vasto volto della notte.
Simonide cadde lentamente sulle ginocchia, tremando di
soggezione, muovendo le labbra per un minuto intero senza
emettere alcun suono. E quando alla fine gli riusc di far uscire
qualcosa, un roco bisbiglio, questo qualcosa fu un canto di
ringraziamento, un sentito ed eloquente ringraziamento ai gemelli
immortali che tanto generosamente lo avevano ricompensato
per il suo discorso.
L'uomo  nella biblioteca con i vestiti che grondano acqua
sul pavimento. I banchi sono troppo piccoli; sono fatti per
gente molto pi piccola di lui.
Sente la propria voce che gli parla da dentro la testa. Un
filo di voce. Poi sente il ragazzo che gli racconta la sua storia.
Anche il ragazzo gli parla da dentro la testa. Interviene una
terza voce.
Per molto tempo dice Izzy, con una voce di qualche ora
prima, forse una settimana, vagai per la biblioteca indisturbato.
Trovai un libro sugli aeroplani, che mi permise di vedere
com'erano fatti internamente. Scoprii che l'aereo pi semplice
pu avere il pi impossibile degli scheletri, e che gli aerei
hanno degli organi interni, tanti quanti ne abbiamo noi. Accanto
c'erano riprodotte le budella degli uccelli con i diagrammi
delle loro uova sezionate, uova che non erano affatto come
quello che si mangia a colazione bens dei veri e propri uccelli.
Solo in seguito avrei scoperto quelle straordinarie uova del
deserto del Gobi: uova ellittiche, ghiacciatesi nella pietra prima
di poter dare alla luce le lucertole giganti.
Tutte queste storie che pascolano nella mia vita stanno
frammentando l'integrit della mia voce. Mi sento che racconto
storie di altra gente come fossero mie, e ho la certezza
che c' della gente l fuori, gente che conosco a malapena e
che racconta la mia. Sono un crocevia di racconti rubati e
anche le mie storie sono state rubate e crescono in orecchie
di estranei, alimentate da una bocca estranea.
Simonide venne chiamato a identificare i resti. Il tetto aveva
schiacciato gli ospiti del banchetto e li aveva mutilati rendendoli
praticamente irriconoscibili, ma se si voleva dar loro una
degna sepoltura bisognava comunque identificarli. Le vedove
assalirono il poeta blandendolo e afferrandolo per la tunica:
Dobbiamo dunque seppellire i nostri mariti in una fossa comune,
senza nome, come si seppelliscono i mendicanti dopo
l'epidemia?
Alcuni dei pi illustri cittadini avevano partecipato al banchetto,
il che prospett inoltre la spaventosa eventualit di un
epitaffio indirizzato al corpo sbagliato.
Ciascuno era rimasto schiacciato al proprio posto. Simonide
si aggir nauseato tra i resti spappolati, ma tutti gli uomini
sembrano uguali quando perdono le loro sembianze in seguito
a una fine violenta. Sono come pentole di rame, pens Simonide,
ognuna forgiata in un distinto blocco di un'unica e indifferenziata
materia. Come faccio a distinguerli uno dall'altro?
Su un corpo, per, non ebbe alcun dubbio. Quelli a capotavola
erano ovviamente i resti dell'ospite. Anche nell'eventualit
che non fossero rimaste infilzate da un forchettone,
avrebbe riconosciuto quelle carni spappolate in ragione del
posto occupato a tavola. Simonide chiuse gli occhi e richiam
alla mente un'immagine dell'uomo che sembrava un maiale.
E con questo pensiero nacque l'arte della memoria.
Un vecchio si mette a sedere a un banchetto accanto al
suo. Nel sedersi, le sue spalle puntano verso l'alto come le ali
ripiegate di un pipistrello.
Da qualche parte, la voce di Izzy continua a parlare: Sono
tornato per la prima volta in biblioteca lo scorso anno. Speravo
di riscoprire quel senso di pace di un tempo, ma rimasi
deluso. Era una stanza come un'altra. Di una spaventosa
ordinariet. Era costruita con i mattoni che si usano per le
scuole pubbliche: grandi blocchi di cemento che un manto di
pittura lucida cerca disperatamente di vivacizzare. File di tubi
fluorescenti pendevano dal lucernario.
Adesso la luce fluorescente mi d la nausea. Non  per
una questione di gusto, si tratta di un'involontaria reazione
psichica. Non riesco pi a leggere sotto una luce tremolante;
mi sembra di sentire una voce alla mia sinistra che mi sussurra,
"Il sole si sta indebolendo; il sole si sta spegnendo." La luce
che mette in risalto le vene sulla pelle mi fa sentire a disagio.
Mentre Izzy parla, il visitatore paragona la stanza in cui
siede alle parole che ha nella testa.
I banchi di scuola mi intristiscono. Il piano di truciolato,
la masonite finto legno, i tubi di acciaio sagomati, e assemblati
in una struttura totalmente irrazionale. Era questa la mia
biblioteca?
L'uomo con le spalle a pipistrello non guarda il visitatore.
Entrambi rimangono in silenzio.
Non lo era, almeno nei suoi aspetti essenziali. La mia biblioteca
era un vasto cubo d'acqua in cui Mr Arrensen e io
nuotavamo, facendo attenzione agli squali e ai ricci di mare, e
ci univamo ai crostacei con lo scopo di raggiungere la saggezza
dei relitti. L'intensit della luce era quella di un mezzogiorno
tropicale che filtrava a malapena, raggi che giungevano a
noi come sbiaditi accenni ai fondali nascosti di un oceano. Il
sole restava in gran parte intrappolato nella superficie che era
sopra di noi e ogni qualvolta alzavamo lo sguardo dai nostri
libri ci si presentava un soffitto di luce, un soffitto oltre il
quale la brillantezza era inimmaginabile. cos era la biblioteca,
a quel tempo.
Ma ero impressionabile e forse, nella mia mente stregata,
esageravo l'atmosfera, con la complicit di misteriosi fenomeni.
La prima volta che osservai il signor Arrensen, per esempio,
la sua pelle grigia aveva degli strani riflessi luminosi, quasi
fosse d'argento. E certe volte, quando credeva di non essere
osservato, apriva la bocca in un modo che non  proprio
della nostra specie, come fosse una cerniera, e gli occhi gli
diventavano grandi e lattiginosi.
Gli permisi di iniziarmi ai mondi delle storie. In ogni libro
c'era un mondo e il fatto che nella mia mente ci potesse essere
spazio per tutti quei libri fu per me fonte di costante meraviglia:
mi sembrava di entrare ogni giorno in una nuova stanza,
stanze che poi si espandevano, che occupavano interamente
il mio mondo senza per soppiantarlo in alcun modo.
Non aveva senso.
Soltanto in seguito scoprii che in effetti il mio mondo era
stato soppiantato radicalmente.
Simonide chiuse gli occhi e sent il vento soffiargli all'interno
del cranio intirizzito. L, ai primi due posti, c'erano gli
esattori gemelli di Tebe. Non riusciva a ricordarsi i loro nomi,
ma il primo aveva una borsa rigonfia che gli pendeva dal collo
e la cosa avrebbe potuto essere d'aiuto alle vedove. Al terzo
posto, l'orafo da Rodi, al quarto... e cos via, facendo il giro
della tavola.
Simonide scopr che riusciva a evocare un'immagine con un
nitore prossimo a quello della realt. Quando parlava, incrociava
sempre gli sguardi del suo uditorio; scrutava al fondo di
ogni volto, uno per uno, con l'occhio fisso; per un istante
ogni uditore diventava il suo personale interlocutore. In questo
modo il discorso prendeva il sapore di una conversazione
privata: a ognuno sembrava di trovarsi solo con il poeta nella
tranquillit di una stanza, a ricevere la sua completa attenzione.
Poich aveva fissato ogni volto molte volte, poteva richiamare
alla mente ognuno dei commensali in base al posto in
cui erano rimasti schiacciati.
Da questa impresa, divenuta immediatamente celebre in
virt di quello che pot la riconoscenza delle vedove, Simonide
deriv la prima tesi sulla memoria artificiale: quel modello
architettonico destinato a diventare centrale per la teoria della
retorica nel mondo greco-romano. Il modello sopravvisse alle
varie fasi del Medio Evo nelle opere di Cicerone e Quintiliano,
ma la sua completa descrizione giunge a noi grazie a un arido
manuale di retorica, erroneamente attribuito a Cicerone (e
quindi conservato con venerazione nei monasteri): il misterioso
Ad Herennium.
Avverto l'impulso di voltarmi verso quest'uomo accanto a
me, di voltarmi verso quest'uomo grigio con le spalle che sembrano
ali di pipistrello e chiedergli: Sai niente di una donna di
nome Katie?
Ma quando lo faccio, lui se n' andato. Sto seduto da solo
in una biblioteca, circondato da piccoli banchi di scuola e da
sedie. Il vento si abbatte con forza sulle finestre.
Si doveva chiedere a un oratore di cantare le lodi dei morti.
La scelta cadde naturalmente su Simonide. Settantaquattro
vedove si presentarono nella sua casa e tutte lo supplicarono
di cantare le lodi dei loro compagni morti sotto le macerie.
La moda prevedeva lodi lunghe e dettagliate. Simonide
avrebbe dovuto imparare ogni lato positivo dei defunti, anche
quelli a essi dubbiosamente ascritti. Si decret che tutti i
corpi venissero sepolti in un grandioso funerale, uno dopo
l'altro, secondo un ordine dettato dal rango sociale. L'orazione
sarebbe stata pronunciata di seguito. Per la prima volta in
vita sua, Simonide decise che era meglio prepararsi qualcosa.
La disposizione dei corpi attorno alla tavola si era rivelata
un suggeritore sorprendentemente efficace per la sua memoria
e pens di usare una tecnica simile per richiamare alla mente
la miriade di dettagli del discorso.
Cominci con il memorizzare una sequenza di stanze: le
camere della sua casa. Cominciando con la camera da letto,
Simonide colloc mentalmente in ogni stanza una parte del
suo discorso. Quindi chiuse gli occhi e si mise a passeggiare
mentalmente per casa, raccogliendo a caso i vari punti e scoprendo
di poter ricordare con facilit il minimo dettaglio.
Le osservazioni di apertura, commenti generalizzati sull'orrore
dei tetti non perfettamente costruiti e un lamento per
il crollo prematuro, vennero collocate nella stanza da letto:
ricord questa parte immaginando una grande crepa nel soffitto
della stanza e una sgradevole macchia di sangue sul tappeto
sottostante. S'incammin quindi nel corridoio della mente,
dove trov la successiva parte del discorso, seduta su una
sedia fuori della stanza da letto: l'ospite suino trafitto da un
forcone. Con grande spasso, Simonide attribu i lodevoli attributi
dell'ospite (per la maggior parte illegittimi) ai vari utensili
della stanza da bagno. In questo modo forni la sua casa mentale
di quanto era necessario alla memoria.
Erano morti settantaquattro uomini nel crollo. La sua casa
non aveva stanze a sufficienza per memorizzare i dettagli relativi
a una soltanto di queste persone. Si ritrov cos a uscire
mentalmente in strada per entrare nella casa del suo vicino e
quindi nella casa accanto a questa. Per ricordare l'intero discorso,
Simonide dovette riedificare nella propria mente l'intera
citt.
L'orazione funebre dur sette giorni e sette notti. Simonide
ingaggi uno schiavo che avrebbe dovuto rimanere seduto
accanto al podio: ogni qual volta si fosse trovato sul punto
di addormentarsi, lo schiavo gli avrebbe dato una gomitata
alla caviglia. Dopo aver udito le lodi del proprio marito, colme
di gratitudine, le vedove si addormentavano una a una, per
essere subito risvegliate dal lamento funebre successivo. Le
parole di Simonide furono dense di significato, belle e piene
di sentimento. Parl ininterrottamente per una settimana intera.
Nel corso del suo leggendario discorso, visit mentalmente
ogni stanza di ogni casa della sua grande e funerea
citt.
Frances Yates, studiosa del ventesimo secolo, spese anni nel
cercare l'arte della memoria e rimase stupefatta quando scopri
che nessuno aveva mai migliorato la tecnica di Simonide.
Il signor Arrensen dice la segretaria dell'ufficio del direttore
 andato in pensione sette anni fa.
L'uomo considera la cosa. Lascia l'ufficio e s'incammina
lentamente verso la porta d'ingresso. Il ragazzo  ancora l che
sanguina, nel canale di scolo a lato della strada.
Hai visto la biblioteca?
Si, l'ho vista.
E allora?
L'uomo non risponde. Per un po' cammina dietro al ragazzo
rimanendo in silenzio.
Non so descriverlo, ma mi sentivo tirare da qualcosa mentre
ero seduto nella biblioteca. Era come sentirsi tirati da una
parte della propria persona, un po' come il suono di una sveglia
che ti strappa dalla consistenza di un sogno. Il mio, per,
non fu un risveglio nel vero senso della parola e qualunque
cosa fosse a tirarmi si  rintanata nuovamente.
* * *
I luoghi. I luoghi possono richiamare alla mente parole che
si sono dimenticate?
Il ragazzo si volta verso di me, come avesse sentito la domanda
dentro la mia testa.
Si, dice. Si che possono. Quando ho imparato a parlare, i
primi tempi camminavo per la citt, descrivendo un grande
cerchio, e in tutti i posti che vedevo ci mettevo un nuovo
pezzo della storia che avevo in testa. La storia era l, al suo
posto, e non dovevo far altro che passeggiare.
Non c'era mai nessuno. Non mi ascoltava nessuno. Ma mi
mettevo sempre una cravatta comunque, perch mi sembrava
una cosa seria.
Prendevo appunti, disse il ragazzo. Nel caso la storia venisse
dimenticata.
E adesso dove mi porti?
Alle scale.
Quando lei mi ha conosciuto, i dottori mi avevano dato
poche speranze. Non avrei mai riacquistato la memoria
episodica. Per quanto ricordassi come si facevano certe cose
- parlare, scrivere e guidare una macchina - non avrei mai
ricordato i dettagli della mia vita precedente al trauma.
Ritengono sia stato un trauma, malgrado io non ricordi
nulla. Una volta ho urlato nel sonno, e malgrado i dottori si
rifiutino di dirmi cos'ho detto, questo fatto  la dimostrazione
che ho subito qualcosa, o forse che ho fatto qualcosa.
Qualcosa che mi ha lasciato con un peso emozionale troppo
grande da sopportare per la mente cosciente. In simili circostanze,
dicono i dottori, spesso la mente arriva a sabotare se
stessa. Non  insolito che, nello sforzo di alleviare il dolore, la
mente cancelli grandi parti della memoria episodica. La memoria
degli eventi.
Nella maggior parte dei casi, la cancellazione  contenuta.
La perdita  limitata a qualche settimana o a pochi mesi. Viene
cancellato lo spazio di tempo pi insopportabile per la
memoria, ma il resto rimane intatto.
Ma per qualche ragione io avevo perso tutto.
I dottori hanno avanzato due possibili spiegazioni. La prima
teoria, meno probabile, suggerisce che nel momento in
cui si verific l'amnesia, l'intera mia vita fosse un trauma cumulativo,
e che dovessi perci cancellare interamente il mio
passato al fine di rendere tollerabile la coscienza. La seconda
teoria, ampiamente suffragata, suggerisce che abbia subito
un solo trauma ma cos potente che la mente, nel tentativo di
liberarsi del peso, ha compensato in modo eccessivo, e in un
accesso di auto-disgusto ha finito con il cancellare molto pi
di quanto fosse necessario.
Qualunque sia la causa, tutti i dottori convengono che sarebbe
meglio non tentare di recuperare il passato. Mi  stato
detto di evitare la psicanalisi e l'ipnosi; per quanto entrambe
possano talvolta far recuperare la memoria, le ritengono pericolose.
Il trauma deve essere stato sufficiente a giustificare la
reazione della mente; in realt devo ritenermi fortunato che
non abbia ricavato niente di pi di un'amnesia globale. Le
alternative, spesso osservate, sono considerevolmente peggiori.
Incapacit di agire. Depressioni gravi e incurabili. Follia.
Sono passati due anni e mi sono fatto una nuova vita, nel
frattempo. Ho due anni degni di essere raccontati adesso,
dominati, devo confessarlo, dalle bramose attenzioni della donna
che avrei dovuto sposare poco fa. Per quanto mi consideri
una persona affabile, non  stato facile per me stringere dei
rapporti; la questione della storia cancellata in qualche modo
mi rende sospetto: un bugiardo o un malato di mente. Lei,
per,  sempre stata stranamente intrigata dalla difficile situazione:
Ti posso avere in modo totale mi disse una volta con
un sorrisetto, con uno sguardo che non riuscivo a staccarmi
di dosso, come queste foglie morenti che mi si appiccicano ai
piedi.
E mentre le foglie mi cadono intorno, ripenso a Izzy. A
ogni spostamento d'aria, il selciato si riempie sempre pi dei
colori violenti di queste foglie. Perch si  presentata adesso,
questa creatura tremante con il suo crimine? Perch ha scelto
me quale suo confessore? Ho avuto i miei problemi - pi
della maggior parte della gente - e con questo matrimonio
alla fine mi sarei integrato, sarei diventato un rispettabile membro
della comunit. Non  di dubbi che ho bisogno, non in
questo momento, non ora che  importante essere risoluti.
Non vedo fantasmi; sono un uomo di vedute assolutamente
moderne. Queste storie mi sembrano un prodotto della
sua fantasia - menzogne, sostanzialmente - sciocche e spregevoli
invenzioni. In quello che dice, di menzogne devono
essercene veramente molte. E io mi chiedo se Katie esista
veramente.
Sempre in silenzio, seguo il ragazzo con la testa sanguinante
per le strade della citt.
C' una ragazza seduta in fondo alle scale, porta un maglione
giallo di cachemire ed  sola. Fuma una sigaretta e ha le
sopracciglia contratte dalla preoccupazione.
Io sono sopra di lei, sul pianerottolo, e accanto a me c' il
ragazzo.
Per un po' ce ne stiamo li a guardare la ragazza.
La cosa che Margaret avvert in me, dice Izzy la cosa
che la port alla disperazione fu che non sarei mai stato capace
di amare. Se ne rese conto, ma non come qualcosa di astratto,
di generale. Non  mai cos che ci rendiamo conto di certe
cose. Cap solo che non sarei mai stato capace di amare lei.
Si convinse cos di essere lei il problema, di non potere
essere amata per un qualche suo difetto essenziale.
Non ero animato da cattive intenzioni nei suoi riguardi.
Ero semplicemente... preoccupato e avevo dimenticato chi
fosse. Che significava qualcosa. Che dovevo trattarla bene.
Questa vecchia storia, capisci, si  aperta una breccia nella
mia vita.
La storia  quella dell'abdicazione. Un uomo, non necessariamente
un re, si dimentica di cosa dovrebbe essere e senza
volerlo causa grande sofferenza. Ama una donna; lei non 
mai la protagonista, e lui ci mette poco a dimenticarsi di cosa
lei dovrebbe essere e senza volerlo la distrugge.
Qualcosa fa si che questa storia si ripeta, che si riproduca
internamente come un cancro. Un dramma nel dramma, una
storia nella storia: la pi piccola parte di questo racconto contiene
al suo interno, come un ologramma, l'inizio, lo svolgimento
e la fine dell'intera vicenda.
Te l'ho gi detto cosa diventer questa storia.
Si, gli  stato detto, ma nella confusione del momento si 
dimenticato quasi tutto.  rimasto l sul pianerottolo, ma adesso
 solo - il ragazzo  scomparso - e cerca di richiamare alla
mente la storia.
Di chi parlava questa storia? Perch non se l' scritto?
Joshua prendeva appunti. Mi chiedo dove siano.
La ragazza con il maglione giallo spegne la sigaretta contro
la suola di una scarpa. Apre la porta di acciaio e va fuori, nel
cortile della scuola.
L'uomo le va dietro e pensa: Margaret?
Varca la soglia d'ingresso di un ospedale della University
Avenue. Pochi minuti pi tardi, a una delle finestre del nono
piano si accende una luce.
Mi domando se una volta quella era la stanza di Katie. In
qualche modo ho la certezza che deve essere quella. cos. Margaret
sa di questa stanza.
La luce si accende e la stanza, per quanto lontana, nove
piani pi su, pesca qualcosa dalla mia mente sommersa, richiama
un fantasma dalla notte sepolta.
Mi domando se per tutto il tempo in cui mi sono dimenticato
di Margaret lei non si sia dimenticata di me. Forse lei
non avrebbe mai potuto scrollarsi di dosso del tutto il suo
struggimento per la morte; pu essere che, quale conseguenza
del mio amore, il suicidio sia diventato una droga. Me la
vedo, negli ospedali, che canta canzoni di bisogno, che raccoglie
i fiori del bisogno e dell'assuefazione, che si traccia linee
lungo i polsi sottili.
Riesco a vedere la scena, a distinguere la sua figura fluttuare
contro la luce di quella finestra. La finestra che brilla attraverso
il suo corpo, che fa delle sue ossa una lampada. Fantasmi.
E io rabbrividisco. Fantasmi.
Rimango seduto a lungo nell'oscurit della panchina, con
lo sguardo inchiodato alla finestra illuminata, all'anima di Margaret
sospesa a quella finestra.
Un uomo esce dall'ingresso principale, a capo chino. In un
primo momento non gli presto molta attenzione, ma lui si
siede su una panchina accanto alla mia e attacca discorso.
Non sono d'accordo con l'idea che ci sia un orario stabilito
per le visite dice. Niente guarisce come la compagnia e
se ti mandano via dall'ospedale in un momento cruciale, la
cosa pu rivelarsi disastrosa per il paziente.
Lo guard nell'oscurit. Le spalle ingobbite contro il collo
come le ali di un pipistrello. Sembra vecchio, comunque, molto
pi vecchio dell'uomo che mi sedeva accanto questo pomeriggio
in biblioteca.
Non sa chi sono, ma sono cambiato da allora.
Ma io lo so.  venuto da me, un momento fa, quando si 
accesa quella luce al nono piano.
Io so chi sono.
Signor Arrensen.
Si sforza di vedermi meglio nell'ombra, ma il buio che ci
separa non  fatto soltanto di oscurit. Mi spiace ma non la
riconosco.
Izzy dico io. Izzy Darlow dico. Perch  cos che mi
chiamo.
 un attimo di illuminazione. Un uomo fissa una mappa
della citt - della sua citt - ma per lo pi non riesce a orientarsi
con le linee sulla pagina. Che significa quella freccia? A
quale punto dello spazio reale corrisponde l'intersezione di
queste linee? Questo colore significa qualcosa? E la domanda
pi importante: dov' che si trova? Qual  la sua posizione
rispetto a questo disegno?
Poi, in un momento di sintesi, qualcosa si chiarisce. La
mappa dice d'un tratto qualcosa. C' una logica in quelle linee.
Non si limitano a rinviare, parlano: Hai trovato il tuo posto. La
mappa si estende alla citt che ti circonda e c' un momento
di chiarezza, di corrispondenza, di reciprocit. Il mondo si
disegna. La mappa diventa uno specchio. Il tuo volto, riflesso
nello specchio, si ritrova nella culla della citt.
Ero uno studente un tempo...
Isaiah.
C' un lungo momento di silenzio, poi lui si alza e tende la
mano. La stringo. Ho i nervi a pezzi, adesso, e mi tremano le
mani. Lui si rimette a sedere accanto a me.
Cosa leggi adesso?
Mappe. Mappe di citt. Piante. Mi sto interessando alla
memoria.
Sei tu.
 come quando l'immagine ti viene restituita dal posto in
cui la tenevi; come quando la stanza ti mette a disposizione la
sua memoria.  un istante di integrazione, di chiarezza, un
istante in cui si tracciano coordinate. Metti un ricordo in questa
stanza e poi, anni pi tardi, ci cammini e in un breve
lampo sinaptico il ricordo  nuovamente tuo.
Sono Izzy Darlow, gli viene da pensare. Mi sono gi seduto
su questa panchina, prima. Sono stato qui molte volte, ad
aspettare di vedere quella luce alla finestra del nono piano. La
luce di Katie, l'attimo di illuminazione; la luce che divampa da
quella stanza con un pezzo della mia storia.
E tu come stai, Israel?
Non cos bene. Sa...
Lui sorride tristemente e scuote la testa. No, non lo so.
No, Isaiah, non so come ti va. La verit  che non ti ho mai
capito.
Non ho niente da dire su questo. Mr Arrensen  seduto
accanto, in silenzio, con lo sguardo rivolto all'ospedale. Ci pensa
a lungo prima di parlare.
Ma perch dovrei, poi? Perch dovrei pretendere di capirti?
La giovent  complessa, non meno complessa di qualunque
altra et. Sono un uomo anziano, io. Ma basta a mettermi
nella condizione di leggere nell'anima di un ragazzo che
ha soltanto l'et di Keats? O di Rimbaud, o di Chatterton,
che era ancora pi giovane quando  morto? Hofmannsthal
scrisse i suoi versi migliori quando era molto pi giovane di te.
Io non sono un poeta
Non  questo il punto. Sto semplicemente cercando di
dimostrare che la giovent  anche misteriosa. Non ho il diritto
di fingere di capirti.
Cerchiamo di sondare quanto gli anni ci abbiano cambiati,
ma la conversazione  affettata e tutt'altro che piacevole. Io,
per giunta, ho molte cose da metabolizzare: mi sono appena
svegliato, svegliato del tutto, e la mia vita mi sommerge come
un'onda carica di malvagit. Ho davanti a me la storia che mi
 stata raccontata in ufficio; me la tengo davanti come fosse
uno specchio.
Quello che mi avevano detto a scuola era vero: il signor
Arrensen non  pi un bibliotecario.  andato in pensione e
adesso vive in una piccola fattoria vicino Kitchener. Un suo
caro amico sta morendo in ospedale e lui si  trasferito in
citt per un mese cos da stargli pi vicino.
Mi hai fatto sempre ben sperare, Isaiah. Perfino quando
mi davi ai nervi, non hai mai smesso di farmi ben sperare. Si
direbbe che non sia mai stata facile per te.
No, no, me ne rendo conto adesso, non lo  mai stata.
Ma non  mai veramente troppo tardi.
Davvero. Lo pensava davvero?
Oh s, lo penso davvero. Annuisce col capo, quasi volesse
rassicurare anche se stesso. Qualcosa rimane sempre. Ora
dovrai cominciare a convivere con quello che hai fatto, cos
stanno le cose. Quello che  fatto entra a far parte del paesaggio
come le rovine di un edificio. Immagino tu possa cercare
di dimenticare, ma il ricordo salter fuori. Le rovine sono
popolate di fantasmi.
Per un attimo sono in preda a un profondo malessere e mi
viene in mente il ragazzo dalla fronte sanguinante. Joshua. La
lisca  sparita.
Fisso quella finestra attraverso una pellicola di sale. Il signor
Arrensen capisce che sono tormentato da qualcosa; mi
mette una mano sulla spalla.
Ma c' sempre qualcosa che deve essere fatta. Forse non
ce la fai a dimenticare, ma puoi sempre ricordare. E puoi
portare il tuo ricordo con te.
Si interrompe per un attimo.
Forse non eri destinato a costruire qualcosa. Forse eri
destinato a essere un vagabondo.
Sollevo lo sguardo verso la finestra di Katie e mi sembra di
vedere la luna catturata nel vetro.
Non sarai mai innocente, Isaac.
Anche lui solleva lo sguardo verso quella finestra e mi domando
cosa veda.
Penso di averlo intristito. Nutriva delle speranze sul mio conto
e ora il massimo che pu sperare  di non vedermi distrutto.
Immagino che sia pi o meno come quando i genitori sono
costretti a modificare le loro aspettative perch il figlio si 
dimostrato debole, o stupido, o mediocre. Possono sperare
che il loro bambino non diventi un delinquente da quattro
soldi o che non finisca in prigione. Ma non sar mai un leader.
Ho preso il nome Izzy adesso e suona bene. Izzy. Non
posso ricordarmi della sua storia, almeno non come la mia.
Mi ricordo di Izzy che parlava, ovviamente, ma quello che lui
ha passato non mi appartiene, e comunque non sono i suoi
trascorsi che mi interessano. Sono altri i ricordi che mi interessa
avere, i ricordi che nemmeno Izzy potrebbe ricordare, il
ricordo di ci che lui ha fatto nelle sembianze di un'altra creatura
dagli occhi d'oro. Voglio sapere che genere di crimine ho
commesso.
Simonide scopr che la memoria ha origine nelle rovine di
una casa crollata.
Secoli pi tardi, Rodin scolpir la figura di una cariatide
che crolla sotto la pietra che avrebbe dovuto sorreggere. Per
Rodin, la vita della cariatide sar come un attimo bruciato
nella scintilla di una sinapsi. E lo catturer nel bronzo, quell'attimo:
l'istante preciso in cui una rovina architettonica diventa
memoria.
Pi tardi ancora, il filosofo Bachelard si chieder: Com'
possibile che delle stanze segrete, stanze che sono scomparse,
diventino la dimora di un passato indimenticabile?
Non sapendo nulla di tutto ci, l'uomo decide di tornare
alla casa crollata della sua infanzia.
 ancora l, nel suo lotto di terreno. Distrutta.
Questo sfregio nel prato segna il punto in cui un tempo
c'era l'olmo. E quest'altro, invece, corrisponde al luogo in cui
un tempo vivevo.  tutto quello che  rimasto: uno sfregio.
Travi bruciate, mattoni frantumati, il tetto e il pavimento sono
cos vicini tra loro da cancellare qualunque idea, seppur vaga,
di stanza. La casa  diventata una pianta, un'immagine orizzontale
di se stessa, uno stagno con il riflesso di un mondo
che non c' pi.
Alla fine croll anche la stanza di Josh. Me ne sto seduto su
un pezzo delle fondamenta di cemento, ormai putrefatte, e
fisso i mattoni che un tempo erano muri, fisso i muri che un
tempo sostenevano i fogli di carta fissati con il nastro adesivo,
fisso i fogli che una volta raccontavano la storia della mia
vita, una storia a pi voci, una variet tale di voci da non
sembrare la storia di un solo uomo.
Dapprima il canto  distante e flebile, come dovesse passare
attraverso la solidit di un muro, ma lentamente la casa
intorno a me diventa di nuovo trasparente per poi dissolversi
nella sua distruzione, e mentre la costruzione perde la sua
consistenza la voce si fa sempre pi forte.  tutto molto pericoloso,
questo tentativo di popolare uno spazio in rovina con
vecchie associazioni: fantasmi, fantasmi, Campbell e le generazioni
di bambini morti, capriccio e malizia.
Bianco come un cadavere e con il corpo coperto di lividi,
un ragazzo incrocia il mio sguardo fisso nel vuoto.  rimasto
orribilmente sfregiato nell'incidente, ma la sua voce  ancora
limpida e canta: gli sanguina la fronte.
Non ci diciamo niente, ma gli vado dietro mentre cammina.
La citt mi si fa attorno, quasi al completo, e il mio povero
fratello martoriato, il mio fratello morto ma che ancora canta
nella convinzione di essere vivo, mi porta fuori, nella notte.
Perfino di notte, la citt si chiude in se stessa. Si compiace
della propria autosufficienza, si contempla nella pallida luce
dell'opulenza e della sicurezza. Non  che una questione di
apparenze, ma perfino di notte la citt si mostra in un modo
che non tollera domande. Josh canta, per.
Nelle canzoni di Josh ci sono cose che nella citt generano
inquietudine. Quella coscienza di s che la citt ha prudentemente
alimentato nel corso degli anni, anni di pace e governo
moderato,  gradualmente messa in dubbio. Josh canta alle
fondamenta.
 una storia della memoria, quella che canta. E mentre
passiamo per Chinatown, canta la storia di una ferrovia e di
uomini con un oceano che li divideva dalla loro lingua. Canta
di uomini seduti apaticamente sui gradini delle porte d'ingresso,
con un oceano che li divide dalle loro mogli, donne costrette
a rimanere dov'erano per paura che questa gente si
moltiplicasse affogando il paese emergente in un mare di sangue
giallo.
Alcuni di questi negozi e ristoranti sono vietnamiti e al
nostro passaggio in questa zona le fondamenta cominciano a
parlare.  un mormorio breve, un mormorio di paura, strappato
da tempo alla memoria. Gli edifici che poggiano su queste
fondamenta scricchiolano come gli alberi delle imbarcazioni
quando si piegano, come le corde quando scorticano la
carne. Dopo il nostro passaggio, tutto torna a tacere.
Attraversiamo i vari quartieri, l'ebraico, il portoghese, l'italiano
e il brasiliano. Il comune ha disposto una segnaletica che
li identifica con estrema chiarezza e adesso i turisti sanno con
certezza che cosa mangiano; per un breve e terribile attimo
tutto ci di cui si era perso il ricordo torna in vita. La citt
riacquista la propria dimenticata essenza e l'intera impresa minaccia
di sprofondare nel sangue delle sue fondamenta. Passiamo
davanti a un uomo che si  addormentato tra i cocci
della sua bottiglia. Il suono della voce di Josh che canta la
storia della terra sepolta dal selciato gli fa aprire gli occhi per
un istante. L'uomo si rammenta delle canzoni sul suo trisnonno
e su come diede via quella terra in cambio di una bottiglia
vuota e ora rotta.
Josh canta e al suo canto le rovine sepolte dalle fondamenta
mostrano i loro morti. Canta di ci che doveva essere dimenticato
per permettere alla citt di crescere; secoli di racconti
dissanguati, imperi interi ridotti a cartelli stradali e cucina
esotica.
E nel tono di quel canto risuona un muto avvertimento:
non avevi una casa, un tempo, e tornerai a non avere una
casa. Niente di tutto questo, di queste costose e banali certezze
potr essere la tua casa in eterno. Conta quel che hai e poi
contalo ancora; osserva attentamente i tuoi bambini addormentati
nei loro letti. Non li porterai in esilio con te, nessuno
di loro. I tuoi bambini diverranno schiavi nella casa di qualcun
altro, schiavi della lingua di un altro uomo.
Camminiamo fino al mattino. Ho udito per la prima volta
il silenzio della citt. Ho visto tutto, ho toccato ogni pietra
due volte, ho fatto scorrere la mia mano su ogni superficie, e
la mappa della citt ha campeggiato sulla mia anima.
Quando il sole  sul punto di sorgere e un bagliore emerge
dalla gialla foschia delle periferie, Josh comincia a perdere le
forze. Barcolla e gli si spezza la voce. Per un attimo smette di
cantare e pronuncia parole incomprensibili - parole che mi
sembrano ebraico - e gli torna la lisca.
Dove mi stai portando? Josh, per favore non sparire...
Ma il mattino spunta sulla citt ed  proprio questo che fa
Josh: scompare. Il sole bulboso si alza in cielo ma non ha la
forma circolare di sempre,  come compresso, quasi che il
peso di essere sorto l'avesse ridotto a un'ellisse fluttuante. E
mentre la lingua di luce autunnale si distende lungo il selciato,
Josh sparisce.
Non sparire.
Josh, non sparire.
Chi racconter la storia?
L'uomo si trova su un blocco di marciapiede interrotto. Su
un lato c' la strada. Sull'altro il terriccio che si affaccia sulle
sterpaglie. Sta con una spalla rivolta alla citt e l'altra alla gola.
Josh, che nel suo estenuante girare in tondo lo ha riportato
sempre a casa, questa volta  qui che lo ha lasciato. L'uomo
cammina sul bordo della gola. Dove cominciano gli alberi. Ha
lo sguardo perso nell'oscurit.
Il sole  ben sopra l'orizzonte adesso, e le ombre si distendono
sulla citt come le dita dei banchieri. Nella gola, invece,
il sole deve ancora sorgere.  l, in quel posto selvaggio dove il
sole potrebbe anche non sorgere mai, tutto  nell'oscurit.
Cos' che prova adesso, adesso che il ricordo della citt gli
fa male come una ferita ancora aperta? Adesso che suo fratello se n' andato? Si era dimenticato di quando lo aveva perduto
la prima volta, e adesso lo ha perso una seconda.  una
sensazione di lutto o qualcosa di peggio? Di che genere 
questo senso di malessere che lo coglie con il ricordo?
Ma sente che gli manca ancora qualcosa. Non  ancora
tornato a casa. Adesso si ricorda di quella gran parte di citt
che aveva dimenticato: la canzone delle violenze che hanno
accompagnato la fondazione della citt.  gi qualcosa. Lo
colloca nel paesaggio. Ma  ancora qualcosa di vago.
C' dell'altro. Ho fatto qualcosa, qualcosa che ho dimenticato.
Ho fatto qualcosa a me stesso, qualcosa che ha cancellato
la mia memoria. Un trauma, lo chiamano i dottori. Ma
cos' questo trauma?
Sofferente, ma non ancora a casa, avanza prudentemente
nell'ombra, si dimentica del mattino e penetra nella gola.
L'agitazione  istantanea. Tutto striscia su tutto nello sforzo
di raggiungere il sole e tutto si contorce nel fallimento del
tentativo, prendendo la posizione della delusione. Se la citt 
regolata da una matematica semplicissima, la crescita della gola
 dettata invece dal desiderio, un desiderio cieco e irrazionale,
la forma espressa dal caos originario. Non c' nulla che ricordi
un giardino qui. Qui niente  come in un giardino.
Sono giorni che non mangia. Quando il padre della sua
fidanzata lo ha rimosso dall'incarico che aveva all'archivio, ha
messo da parte un po' di denaro, abbastanza per sopravvivere
un paio di settimane.  durato di pi. Quella sensazione
allo stomaco non lo molla mai: non  la memoria questa volta,
ma la fame. In questo modo, adesso  uguale a tutte le altre
creature della gola.
Pi scende nella gola e pi le ombre diventano profonde.
Allo stesso modo in cui una stanza diventa pi buia con il
trascorrere dei decenni, con il crescere degli alberi tra la finestra
e il sole. Procedere verso il basso gli d la sensazione del
trascorrere del tempo. Quando raggiunge quello spazio intricato
che sta sul fondo, sono trascorsi degli anni.
Il tempo non procede in un'unica direzione. Va avanti lentamente
ma anche indietro, certe volte con dei gran salti. Lo
spazio richiama i ricordi. Richiama le voci. Le riesce a sentire,
le voci intorno a lui.
Katie. Mi sembrava di non poter richiamare alla mente una
sua immagine, ma adesso mi ricordo il profumo dei suoi capelli.
Sembrava sempre che avesse la febbre, Katie: i suoi capelli
erano sempre umidi, e avevano il profumo dei capelli bagnati.
Campbell. Perch Campbell? Perch non se n' mai andato.
Spar, ma non se ne and mai via. Da allora  stato un'ossessione
per me.  questo il ruolo che Campbell occupa nella
mia vita.  la persona che mi ossessiona.
Aaron. Mio padre. Mia madre. Zaffira.
Ci sono delle voci nello spazio intorno a me. Se chiudo gli
occhi, mi sento male dai ricordi.  come essere nella stanza di
Josh, con tutte quelle storie dovunque, storie di qualunque
estensione, storie modellate sul profilo della citt.
Katie. Ti piace guardarmi, Izzy? Sono ancora bella da guardare?
Izzy: Non posso capirti...
Campbell. Ho trovato qualcosa di tremendamente prezioso.
Izzy. Cosa, Campbell?
Campbell: Qualcosa che vogliamo.
Aaron -. Si pu fare...
Il padre -. Non ti si pu amare.
La madre: Il ragazzo ne soffrir.
La disposizione delle voci nello spazio  il dramma.
Trascorre sette notti nella gola con la luna che cresce, che
passa dalla forma di una piccola e solida scheggia, i resti di
un'unghia tagliata, a quella di una scodella di latte, una bianca
circonferenza nella nera distesa del cielo.
Ha cominciato ad aver sete.
Le voci non la smettono. Le sente nella cavit dell'albero,
dove il legno  marcito, le sente nello spazio umido tra la
pietra e il terreno; le sente nella testa.
Il professor Gold: Ci che voi chiamate memoria sono semplicemente
immagini sbiadite color seppia. Immagini di cosa?
Della donna che avete cercato brancolando negli istinti; forse
di uomini con cui siete state a letto per noia o per il bisogno
di sentirvi punite.
Margaret Ti piace sentirmi respirare cos, vero? Perch pensi
di essere tu a fare questo al mio respiro...
E con la certezza di chi ricorda, capisce che Margaret 
morta.
 un altro attimo di illuminazione, ma  un'illuminazione
di terrore. Quant' pericoloso questo ricordo? Erano queste
le parole che una volta aveva gridato nel sonno? Il trauma?
Era stata la morte di Margaret ad averlo ridotto a pezzi, ad
averlo condotto fin qui, in fondo alla gola, circondato dalle
voci?
C'era stata una telefonata a mezzanotte. Non lavorava ancora
all'archivio; la sua memoria era ancora intatta. (Che conseguenze
avranno i ricordi? Perder la storia un'altra volta?)
Era da molto che aveva lasciato Katie.
Si ricorda della stanza in cui viveva allora. Una minuscola
stanza dall'altra parte del ponte, all'altezza di Danforth Avenue,
nel quartiere greco. C'era stata tutta quella serie di lavoretti
che gli avevano permesso di tirare avanti.  la sua famiglia.
Aveva perso i contatti con la sua famiglia. Per quel che ne
sapeva, solo Aaron e suo padre si sentivano ancora. Suo padre
era ancora nel settore immobiliare, sebbene fosse in corsa
per l'elezione a consigliere comunale. Aaron costruiva macchinari
per gli ospedali; aveva sviluppato un interesse speciale
per la tecnologia psicochirurgica.
Sua madre girava per il mondo. Stando all'ultima che aveva
sentito, era andata a trovare dei parenti in Etiopia. Ma
avevano dei parenti in Etiopia?
Non aveva amici e il telefono non squillava quasi mai. Ma
in quella notte di luna piena, a mezzanotte, il telefono accanto
al letto lo svegli.
Era uno di quei telefoni scomparsi dalla circolazione, un
pesante apparecchio nero di plastica con il disco per la composizione
dei numeri che si andava ingiallendo. La suoneria
era meccanica ed emetteva lo stesso suono forte e invadente
di una campanella d'allarme, uno squillo acustico e rabbioso.
Izzy? Parlo con Izzy Darlow?
Si
Ah. La donna fece una pausa, come per radunare le forze.
Parlava con un tono di voce pi basso, ma non debole.
Ah. Ti ho trovato allora.
Margaret.
Morir, Izzy. Stanotte.  una buona notte per morire.
Hai visto la luna?
La sua voce, per quanto debole, non era affaticata. Parlava
della morte come un fatto, un piacevole evento di una certa
importanza, ma niente di tremendo o penoso.
Si... Dalla mia finestra potevo vederla, la luna, bassa nel
cielo, un cerchio perfetto di colore arancio. Si, la vedo. Come
stai, Margaret?
Suona un po' stupida come domanda.  un po' sciocco
fare questa domanda a una donna che morir tra poche ore.
Ma sono felice che tu lo chieda, Izzy. Sto bene. Non sono
mai stata meglio. E tu come stai?
Non bene, Margaret.
No. No, credo di no.
Non sapevo cosa dire. Margaret aspett, respirava appena.
Io...
Tu cosa, Izzy? Mi piacerebbe veramente saperlo.
Io... mi dispiace.
Ti dispiace.
Si interruppe ancora. Quando parl, la sua voce era pi
flebile, come stesse per andarle via.
Izzy, ho chiamato solo per dirti...
E rimase in silenzio.
Per dirmi cosa, Margaret?
Per dirti... che potevi guardarti dentro. Dentro al mistero
di quello che sei. Non sei una persona facile da amare, Izzy. 
difficile amarti.  doloroso cercare di amarti. ... distruttivo.
Potevi guardarti dentro.
Adesso fui io a rimanere in silenzio.
Sto morendo, Izzy.
Dove guarder, Margaret?
Non lo so. Sicuramente c' qualcuno l fuori che pu ricordarti
chi sei, quello che fai alla gente, quello che hai fatto...
Margaret? Poi pi forte: Margaret?
La linea non era caduta, tuttavia non c'era pi nessuno
all'altro capo del filo.
Pensai all'ultima richiesta di Margaret. E mi ricordai di un
ragazzo che aveva fatto proprio questo, che mi aveva fatto
pensare a chi ero e a quello che avevo fatto, un ragazzo che
aveva segnato la mia vita andandosene via quella prima volta
che indussi Margaret a considerare il suicidio.
Mi ritrovai in piedi, in quel punto al centro della strada
dove il tombino era apparso prima a Joshua e poi a Campbell,
in quelle notti di tanto tempo fa. C'era la luna piena. Una
sagoma emerse dalla vuota superficie del selciato; il tombino
stava ritornando, e quando apparve era aperto. La luce della
luna cadde nel condotto profondo davanti ai miei piedi.
Stavo gi male all'idea, ma cominciai a scendere i pioli della
scala e a sentire la ruggine che mi grattava le mani. Mi calai in
fondo al condotto - lentamente perch il terrore di cadere
non mi lascer mai - finch i miei piedi toccarono terra.
C'era un uditorio.
La stazione abbandonata della metropolitana era stata trasformata
in un teatro. Sulle piattaforme, ai lati dell'area incassata
in cui correvano i binari, c'erano dei gradini. A far da
ponte su questo baratro era stata distesa una scala qualunque.
Le luci pendevano da un graticcio fatto di tubazioni; alcune
erano fissate a delle maniglie e venivano portate dagli attori.
Salii su un gradino e mi misi a sedere; la recita stava per cominciare.
Qualcuno mi pass un programma. L'opera teatrale si chiamava
Ofelia, di William Shakespeare. Il centro del palcoscenico
era costantemente occupato da una donna con un nodo
scorsoio attorno al collo. La corda era lenta e legata al soffitto
e disegnava con molta efficacia un cerchio invisibile entro il
quale la donna si poteva muovere senza strozzarsi. Lo spazio
in cui era relegata corrispondeva per lo pi alla scala distesa al
centro del cerchio, ma c'era anche una parte della piattaforma,
su entrambi i lati, in cui lei era libera di muoversi.
Aveva un amante di nome Amleto con il quale scherzava.
Certe volte si dimenticava del nodo scorsoio e si spostava fin
quasi al punto di strangolarsi. Quando accadeva ritornava al
centro del palcoscenico. Camminava lungo la scala, con cautela,
e si piazzava al centro. Quindi tirava fuori una pietra da
una tasca e la gettava nella buca sottostante. Si sentiva un
tonfo; in mezzo ai binari avevano scavato una profonda buca
che era stata riempita d'acqua.
C'era un personaggio chiamato l'Attore, che era incappucciato
come un boia. Proprio all'inizio della rappresentazione,
Amleto insegn all'Attore il suo mestiere, spiegandogli
come dovesse essere strutturata la rappresentazione e dando
istruzioni su come recitarla al fine di toccare la coscienza del Re.
A un certo punto, vennero messe delle corone di carta
sulle teste degli spettatori. Vennero anche distribuite delle coppe
di carta piene di liquido con la raccomandazione di non
bere perch era veleno.
La donna sembrava molto innamorata del suo amante,
ma lui aveva in mente qualcosa. Per quanto non fosse specificamente
intenzionato a farle del male, c'era qualcosa che lo
turbava - qualcosa che non aveva niente a che fare con lei.
Questo qualcosa lo faceva comportare in modo particolare.
Tutte le azioni di Amleto, infatti, facevano si che la corda
scorticasse il collo di Ofelia, impedendole di respirare, costringendola
ad andare sopra i binari per gettare una pietra nell'acqua
sottostante.
Le parole erano di Shakespeare, ma erano state riadattate.
Alcune venivano ripetute come delle litanie; altre erano state
ridotte in frammenti e private di senso. Il senso, comunque,
era inequivocabile. Un uomo era ossessionato. Una donna,
che non aveva commesso alcun crimine se non quello di amare
troppo, stava per essere distrutta.
L'attore era contento. Era lui a guidare l'azione. Diede istruzioni
agli attori affinch illuminassero certe scene. Spost oggetti
per il palcoscenico. Non disse una sola parola, ma si
muoveva a passo di danza e si capiva che sotto il cappuccio
sorrideva.
Giunti a un momento cruciale in cui la donna aveva ormai
smesso di fare cose sensate, in cui si era ridotta a trascinare
sul pavimento una catena di acciaio con dei fiori, l'Attore
cammin tra il pubblico e mi prese per mano. Mi condusse
sul palco, senza dire una parola, e io presi parte alla rappresentazione.
Per un attimo, il fatto di essere sul palco mi elettrizz.
Senza parlare, mi disse di togliere la scala dalla buca. La
tirai verso di me e me la misi sulle spalle. L'Attore mi fece
rimanere da una parte, con la scala sulle spalle, a guardare la
fine della rappresentazione.
Ofelia trascinava la sua catena per il palco, cantando, e
Amleto si era appartato in un angolo, a recitare un monologo
contro un muro. A un tratto lei lo vide e gli si fece incontro, e
url, ma il nodo scorsoio le strinse il collo e per poco non si
strozz.
Come sempre, se ne torn al centro del palcoscenico. Adesso,
per, la scala sui binari non c'era pi e quando allung il
piede nell'aria, oltre il bordo della piattaforma, cadde in acqua,
facendo un suono simile a quello che fa una pietra. Il nodo
scorsoio si strinse e la corda si tese. Le si spalancarono gli
occhi. Il corpo prese a tremarle. Dondol da un lato all'altro
ed emise dei versi che non erano quelli di una persona che
canta.
Amleto, il suo amante, si distolse dal muro. Corse ai binari,
per stare vicino a Ofelia, ma nel saltare cadde anche lui e
dovette tenersi al corpo dondolante della donna per non finire
a capofitto in acqua. E mentre lui le si aggrappava addosso
con tutto il suo peso, lei emise un ultimo verso, smise di tremare
e si fece immobile.
Amleto rub le parole di bocca a Laerte e si maledisse:
O triplice orrore
Ricada esso triplicato ben dieci volte sul capo maledetto
Di colui che, per le sue malvagie azioni, della persona dalle
pi elette virt
Ti priv!
I proiettori andarono su e io rimasi in piedi a lato del palco,
con una scala sul collo. L'Attore era vicino a me quando,
nel fare l'inchino di ringraziamento, con un gesto plateale si
tolse il cappuccio da boia.
Avrei dovuto capirlo dal modo in cui quel corpo si era
mosso nel corso della rappresentazione, da quella divertita
trasgressivit che mi era sembrata familiare. Inoltre mi ricordai
improvvisamente di essere andato l per una ragione. Ma
ero stato troppo preso dalla rappresentazione, dall'ossessione
che aveva accidentalmente distrutto quella povera donna, malgrado
non avesse fatto niente di male, e avevo tralasciato di
pensare a quello che c'era sotto la maschera nera. Poi, quando
lui mostr il suo volto inchinandosi al pubblico, io, con il ponte
sulle spalle, rimasi sorpreso come mai avrei sospettato di
poterlo essere.
L'Attore era Campbell.
Rimasi per ore con la scala che mi si conficcava nelle spalle,
finch il palco non si svuot, e poi l'uditorio. Campbell scomparve
ma io avevo trovato quello che cercavo; non avevo
alcun desiderio di seguirlo. Il cappio vuoto dondolava sopra il
buco al centro dei binari.
Ofelia ritorn, nuda, portando con s il costume. Sembr
non rendersi conto della presenza di Izzy.
Sono un gabbiano mormor tra s. No, non  cos. Hai
sparato a un gabbiano, ricordi? Un uomo era capitato da quelle
parti, vide il gabbiano e lo uccise. cos, tanto per passare il
tempo. La trama per un racconto. No, non  cos. Cosa stavo
dicendo? Stavo parlando del palco...
Tocc il cappio vuoto, accigliata, e se ne and.
Se ne sta nell'oscurit della gola con lo sguardo fisso in alto
alla finestra con la luce accesa sul lato della casa. Nel fissare la
finestra, si ricorda tutto. Pi di ogni altra cosa, si ricorda del
momento esatto in cui scelse di dimenticare.
Fu la rappresentazione. La rappresentazione a chiarire tutto:
quello che aveva fatto, chi era. Sono venuto da te tre volte,
Katie, e ti ho portato un pezzo di pianta che avevo strappato.
E poi una quarta. Ti ho mentito al nostro incontro: non ci
siamo conosciuti in ospedale, Katie.
Ti ho mandato io all'ospedale.
C'erano un libro e una macchina. Ho tagliato una parte di
me stesso e sono venuto a trovarti. Il dramma mi aveva chiarito
quello che avevo fatto. Ma si trattava di un evento che
non volevo conoscere. Nella piena luce della memoria, la mia
colpa mi era parsa indicibile, intollerabile; avevo fatto in modo
di dimenticare.
Non  cos facile, per. La verit salter fuori, diceva il
signor Arrensen. La verit salter fuori. Da quella notte, in
quella parte di terra dimenticata che si trova sotto la citt,
quando feci in modo di dimenticare quello che Campbell mi
aveva fatto ricordare, da quella notte, anch'io ho avuto i miei
visitatori.
Sono stato costretto a ricordare nuovamente. A conoscere
quella parte di me che avevo tagliato. La presenza di Campbell
nella mia vita, il perch fece quello che fece, non fu pi un
mistero per me. Fin dai primissimi tempi non aveva fatto che
soddisfare l'estrema richiesta di Margaret: era l a ricordarmi
chi ero.
Non era colpa di Campbell se l'emozione di quel ricordo
era stata troppo violenta e se io ho fatto in modo di dimenticare.
(Ho passato ore nel tentativo di raggiungere la casa,
quella con la finestra accesa sul lato, ma da questo punto della
gola non  possibile arrivare fin lass. cos risalii il fianco della
gola in direzione della strada). No, non era colpa di Campbell.
Quass, in cima alla strada, a fianco del parco e del bacino
idrico, c' un sentiero che ho gi fatto, una notte in cui la luna
era piena di s. Quass, dove il selciato cede il passo a ramoscelli
schiacciati, un sentiero di foglie secche serpeggia sul limitare
del parco boscoso, costeggia il lago artificiale per poi scendere
nella gola buia - quass c' un sentiero di cui nemmeno
Izzy si  ricordato quando mi ha raccontato la sua
storia, perch si era strappato di dosso una parte della propria
persona per commettere un delitto. Quella parte ero io.
La macchina di Aaron, progettata per resuscitare il piccolo
lupo, aveva dato vita a qualcos'altro. Spesso  cos che agiscono.
Le progettiamo per uno scopo, ma non riusciamo a far si
che si limitino solo a quello. Sono come noi: incredibilmente
voraci, potenzialmente animate da un desiderio insaziabile,
sfrenate nella capacit di distruggere.
Fatti un coltello qualunque e quando prenderai a passartelo
da una mano all'altra questo coltello ti racconter: la storia
della chirurgia e la storia della tortura. La macchina di Aaron
non fu che la prima di una lunga serie, e certe volte mi domando
cosa arriver a fare con questi suoi congegni sempre
pi sofisticati. La sua prima macchina ha dato vita a qualcosa,
forse qualcosa di canino. O forse no. Ma di sicuro non era ci
che Aaron aveva in mente.
Scendo lungo il sentiero e giungo in vista della casa. Mi
ricordo di questo sentiero e mi ricordo di questa casa. Come
in passato, avvicinarsi alla finestra non richiede un grande
sforzo. A quella finestra cos alta che vi si pu entrare senza
abbassare la testa. Desidero solo arrivare al davanzale. Le tende
con quei loro disegni animati si muovono come alberi nel
vento e io le scosto cautamente con una mano. Lei  l.
L'arredamento ha messo radici e sviluppato rami, cos come
ha sempre minacciato di fare; la stanza  avvolta da viticci,
sommersa da foglie e piante rampicanti. I semi del Continente
dell'Oblio, che la pazza e povera Katie ha coltivato, sono
diventati una foresta e una forma di vita strisciante ha oscurato
adesso le pareti. Lei  l.
Avevo dimenticato quanto lei somigli alla persona che .
* * *
Accartocciata in un angolo come un nodo della radice del
grande albero che una volta era la colonna del suo letto, Katie
mi fissa con sguardo famelico senza dare l'aria di essere impaurita,
senza accennare a darmi il benvenuto, senza riconoscermi
minimamente.
Katie?
Sembra essere sfiorata dalla sensazione che quello  il suo
nome, che una volta si chiamava Katie, ma le  stata brutalmente
strappata la terra da sotto i piedi e ora non c' pi nulla
che lei sappia. Mi avvicino e lei tende una mano per toccarmi.
Mi ero chiesto come l'avrei trovata nel rivederla, ma non
mi aspettavo questo: una specie di bambina, ridotta all'inconsapevolezza,
il corpo ancora avvolto in quel sottile camice da
ospedale, ma andata, andata, andata. La prendo tra le braccia
ed  come sollevare una manciata di foglie: potrebbe frantumarsi
nelle mie mani e scivolare su di me come colori che
sfumano. La raccolgo nelle mie braccia e la tengo stretta.
Katie, ricordi chi sono?
Non mi capisce, ma tocca le mie labbra per vedere se riesce
a identificare la fonte di questo miracolo: una voce umana.
Le bacio il dito e lei sorride, tirandolo via.
La prendo tra le mie braccia e la tengo stretta, affinch non
si stacchi, affinch non cada a pezzi ai miei piedi, frammenti
senza vita come le foglie che si ammucchiano nella gola.
Non ho alcun dubbio. So di avere preso la decisione giusta,
la prima vera decisione dopo anni.
Porter Katie con me e le racconter questa storia. Le
racconter la storia per intero questa volta, di come ci siamo
incontrati: le racconter quelle parti che Izzy non ricordava.
Sono apparso quattro volte, Katie, nella notte di luna piena.
Ti feci tre regali e la quarta notte me ne andai senza lasciarti
niente.
Un giorno lei comprender nuovamente il senso delle parole,
pensa. E dopo ancora comprender anche la storia. Quindi
lo giudicher. Gli anni a venire saranno difficili e lui spera
che lo capisca: che noter qualcosa nel modo in cui si comporta,
che lei riconosca questa sua difficolt. Lui le racconter
tutto. Ha una storia da raccontare, lui.
Spera che lei accetti la sua storia e legga pentimento tra le
rughe del suo volto. Spera che non lo giudicher troppo severamente.
La porta nelle sue braccia come un ammasso di foglie,
tenendola stretta stretta affinch non cada a pezzi sparpagliandosi
in terra, ma dalla gola sottostante si alza una ventata.
Un vento risale dalla gola ed entra dalle finestre rotte, smuovendo
le tende. L'odore di muffa riempie la stanza. Le foglie
che ha tra le braccia vengono disperse dal vento e per un
attimo si lasciano trasportare dall'aria che si agita nella stanza.
Poi si accasciano al suolo, depositandosi tra le radici del pavimento.
Non  l, lei.
Non  pi l da molto. Non c' niente l, se non una casa in
rovina, da tempo immemorabile vittima dei capricci della gola.
In un cantuccio c' una bambola che sorride a mezza bocca.
 troppo tardi, ovviamente. Adesso che ha una storia da
raccontare non c' nessuno che l'ascolti.  questo il prezzo
che deve pagare per ricordarsi chi ?
Katie, dove sei?
C' silenzio nella stanza, a parte il vento che si alza dalla
gola. Le foglie vorticano. La bambola storpia sorride.
Lui si sforza di udire qualcosa, ma c' silenzio nella stanza.
Si sforza di udire qualcosa.
Da qualche parte, forse solo nei suoi ricordi, riesce a sentire
il grido di un gabbiano.
...
.
...
FINE.