Javier Cercas.

L'impostore.


Titolo originale: El impostor. 2014.
2015 Ugo Guanda Editore, Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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"UN LIBRO INCANDESCENTE... UN MAGNIFICO ROMANZO." MARIO VARGAS LLOSA.

Un affascinante romanzo vero, ma allo stesso tempo una mirabile opera di finzione. La finzione, per, in questo caso non  frutto della fantasia dell'autore, ma  opera dello stesso protagonista, Enric Marco. Chi  Enric Marco? Un novantenne di Barcellona, militante antifranchista, che negli anni Settanta  stato segretario del sindacato anarchico - la CNT - e in seguito ha presieduto l'associazione spagnola dei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti, ricevendo numerosi riconoscimenti per il coraggio dimostrato negli anni e la testimonianza degli orrori del lager. In realt,  un impostore. Nel 2005 la sua menzogna  stata pubblicamente smascherata. Enric Marco, come ha rivelato uno storico, non  mai stato internato a Flossenbrg. E l'intera sua vita  un racconto intessuto di finzioni, dalla sua partecipazione alla guerra civile alla militanza antifranchista. Dieci anni dopo, la magistrale scrittura di Javier Cercas traduce in un romanzo audace che sfida le convenzioni narrative, l'enigma del personaggio, le sue verit e le sue bugie. In queste pagine intense si dipana un intero secolo di Storia, raccontato con la passione di un sovversivo della letteratura e un'ammirevole onest dissacratoria.
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L'Autore.
Javier Cercas  nato nel 1962 a Ibahernando, Cceres.  docente di letteratura spagnola all'universit di Gerona e collabora abitualmente con "El Pas". Presso Guanda sono usciti: Soldati di Salamina (Premio Grinzane Cavour 2003), Il movente, La velocit della luce, La donna del ritratto, Anatomia di un istante (Premio Nacional de Narrativa 2010, Premio Salone Internazionale del Libro di Torino 2011, Premio Letterario Internazionale Mondello 2011), Il nuovo inquilino, La verit di Agamennone, Le leggi della frontiera e L'avventura di scrivere romanzi (con Bruno Arpaia).
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a Ral Cercas e Merc Mas.
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Si se non noverit. OVIDIO, Le Metamorfosi, Libro Terzo.
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PRIMA PARTE.
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La buccia della cipolla.
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1.
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Io non volevo scrivere questo libro. Non sapevo esattamente perch non volessi scriverlo, oppure lo sapevo ma non volevo riconoscerlo o non osavo riconoscerlo; o non del tutto. Il fatto  che per pi di sette anni mi sono rifiutato di scrivere questo libro. Durante quel periodo ne ho scritti altri due, anche se questo non l'avevo dimenticato; al contrario: a modo mio, mentre scrivevo quei due libri, scrivevo anche questo. O forse era questo libro che a modo suo scriveva me.
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I primi paragrafi di un libro sono sempre gli ultimi che scrivo. Questo libro  finito. Questo paragrafo  l'ultimo che scrivo. E siccome  l'ultimo, ormai so perch non volevo scrivere questo libro. Non volevo scriverlo perch avevo paura.  questo che sapevo fin dall'inizio, ma che non volevo riconoscere o che non osavo riconoscere; o non del tutto. Quello che so soltanto adesso  che la mia paura era giustificata.

Conobbi Enric Marco nel giugno del 2009, quattro anni dopo che era diventato il grande impostore e il gran maledetto. Molti ricorderanno ancora la sua storia. Marco era un ottuagenario di Barcellona che per quasi tre decenni si era fatto passare per deportato nella Germania hitleriana e per sopravvissuto ai campi nazisti, aveva presieduto per tre anni la grande associazione spagnola dei sopravvissuti, la Amical de Mauthausen, aveva tenuto centinaia di conferenze e concesso decine di interviste, aveva ricevuto importanti onorificenze ufficiali e aveva fatto un discorso al Parlamento spagnolo a nome di tutti i suoi presunti compagni di sventura, finch, agli inizi di maggio del 2005, si era scoperto che non era un deportato e che non era mai stato prigioniero in un campo nazista. La scoperta l'aveva fatta un oscuro storico di nome Benito Bermejo, giusto prima che venisse celebrato, nell'ex campo di Mauthausen, il sessantesimo anniversario della liberazione dei campi di sterminio, in una cerimonia alla quale per la prima volta avrebbe partecipato un presidente del governo spagnolo e in cui Marco avrebbe svolto un ruolo importante, al quale all'ultimo momento la rivelazione della sua impostura lo costrinse a rinunciare.

Quando conobbi Marco avevo appena pubblicato il mio decimo libro, Anatomia di un istante, anche se non mi trovavo in un buon momento. Nemmeno io ne capivo il perch. La mia famiglia sembrava felice, il libro era un successo;  vero che mio padre era morto, ma era morto da quasi un anno, un tempo sufficiente a metabolizzare la sua perdita. Il fatto  che, non so come, un giorno arrivai alla conclusione che la colpa della mia tristezza era del libro appena pubblicato: non perch mi avesse lasciato esausto sia fisicamente sia mentalmente (o non solo); anche (o soprattutto) perch era un libro strano, un singolare romanzo senza finzione, un racconto rigorosamente reale, privo del minimo conforto di invenzione o fantasia. Pensavo che fosse stato quello a distruggermi. Mi ripetevo in continuazione, come uno slogan: "La realt uccide, la finzione salva". Nel frattempo combattevo a fatica l'angoscia e gli attacchi di panico, andavo a letto piangendo, mi svegliavo piangendo e passavo le giornate a nascondermi dalla gente, per poter piangere.

Decisi che la soluzione era scrivere un altro libro. Sebbene non mi mancassero idee, il problema stava nel fatto che perlopi erano idee per racconti senza finzione. Ma avevo anche idee per storie di finzione; soprattutto tre: la prima era un romanzo su un professore di metafisica dell'Universit Pontificia di Comillas che si innamorava pazzamente di un'attrice porno e finiva per andare a Budapest per conoscerla di persona, dichiararle il suo amore e proporle di sposarlo; la seconda si intitolava Tanga ed era l'episodio pilota di una serie di romanzi polizieschi il cui protagonista era un detective di nome Juan Luis Manguerazo; la terza riguardava mio padre e iniziava con una scena in cui lo facevo resuscitare e ci sbafavamo uova fritte con chorizo e cosce di rana al Fign, un ristorante della Cceres della sua giovinezza dove pi di una volta avevamo mangiato insieme.

Cercai di scrivere queste tre fiction: feci fiasco con tutte e tre. Un giorno mia moglie mi diede un ultimatum: o chiedevo un appuntamento a uno psicoanalista o lei chiedeva il divorzio. Andai di corsa dallo psicoanalista che lei stessa mi aveva raccomandato. Era un uomo calvo, distante e sinuoso, con un accento non identificabile (a volte sembrava cileno o messicano, altre catalano, o forse russo), che i primi giorni continu a rimproverarmi perch mi ero presentato nel suo studio in articulo mortis. Ho passato la vita a prendermi gioco degli psicoanalisti e delle loro fantasmagorie pseudoscientifiche, ma mentirei se dicessi che quelle sessioni non servirono a nulla: almeno mi offrirono un posto dove piangere senza ritegno; mentirei anche se non confessassi che pi di una volta fui sul punto di alzarmi dal divano e prendere a pugni lo psicoanalista. Il quale, per il resto, cerc di condurmi subito a due conclusioni. La prima era che la colpa di tutte le mie disgrazie non andava attribuita al mio romanzo senza finzione o racconto reale, bens a mia madre, il che spiega perch spesso uscivo da quello studio con la voglia di strangolarla non appena l'avessi rivista; la seconda conclusione era che la mia vita era una farsa e io un commediante, che avevo scelto la letteratura per condurre un'esistenza libera, felice e autentica e invece ne conducevo una falsa, schiava e infelice, che ero uno che si atteggiava a romanziere e vinceva barando e ingannava tutti, ma in realt non ero che un impostore.

Quest'ultima conclusione fin per sembrarmi pi verosimile (e meno comoda) della prima. E mi fece ricordare di Marco; di Marco e di una lontana conversazione su Marco in cui mi avevano chiamato impostore.

Qui devo tornare indietro di qualche anno, al momento in cui scoppi il caso Marco. Si scaten uno scandalo la cui eco raggiunse gli estremi confini del pianeta, ma in Catalogna, dove Marco era nato e vissuto quasi sempre, e dove era stato una persona molto popolare, la scoperta della sua impostura suscit un'impressione pi forte che altrove. Perci  logico che, fosse anche solo per questo, avesse interessato anche me. Ma non era stato solo per questo; inoltre, il verbo "interessare"  insufficiente: pi che interessarmi al caso Marco, ci che accadde fu che concepii immediatamente l'idea di scrivere su di lui, come se avvertissi che in Marco c'era qualcosa che mi riguardava profondamente. Quest'ultima sensazione mi preoccupava; mi provocava anche una specie di vertigine, un'apprensione indefinita. La verit  che, finch sui mezzi di comunicazione dur lo scandalo, divorai tutto quello che fu scritto su Marco, e quando seppi che alcune persone a me vicine conoscevano o avevano conosciuto Marco o avevano prestato attenzione al personaggio, le invitai a pranzo da me per parlare di lui.

Il pranzo si svolse a met maggio 2005, quando il caso era scoppiato da poco. In quel periodo insegnavo all'Universit di Gerona e vivevo in un quartiere periferico della citt, in una villetta a schiera con giardino. Che io ricordi, all'incontro parteciparono, oltre a mio figlio, mia moglie e mia sorella Blanca, due colleghi della facolt di Lettere: Anna Maria Garcia e Xavier Pla. Mia sorella Blanca era l'unica tra noi che conoscesse bene Marco, perch anni prima era stata insieme a lui nel consiglio direttivo della FAPAC, un'associazione di genitori di alunni della quale per molto tempo erano stati entrambi vicepresidenti: lei per la circoscrizione di Gerona; Marco per quella di Barcellona. Con sorpresa di tutti, durante il pranzo Blanca descrisse un vecchietto affascinante, iperattivo, civettuolo e spiritoso, che moriva dalla voglia di comparire nelle foto, poi, senza prendersi la briga di nascondere la simpatia che in quel periodo le aveva ispirato il grande impostore e gran maledetto, parl dei progetti, delle riunioni, degli aneddoti e dei viaggi che aveva condiviso con lui. Anna Maria e Xavier non conoscevano personalmente Marco (o lo conoscevano soltanto in maniera superficiale), ma entrambi avevano studiato l'Olocausto e le deportazioni e sembravano appassionati al caso quanto me: Xavier, un giovane professore di letteratura catalana, mi prest diversi testi riguardanti Marco, tra i quali i due racconti biografici pi completi pubblicati su di lui; da parte sua Anna Maria, una storica veterana che non aveva smarrito l'elevato concetto di responsabilit etica nel quale erano stati educati gli intellettuali della sua generazione, aveva amici e conoscenti nella Amical de Mauthausen, l'associazione di deportati che Marco aveva presieduto, e proprio a Mauthausen aveva partecipato da poco, un paio di giorni prima che scoppiasse il caso Marco, alle celebrazioni del sessantesimo anniversario della liberazione dei campi nazisti, dove aveva saputo in anteprima della scoperta dell'impostura di Marco e dove, inoltre, era stata a cena con Benito Bermejo, lo storico che l'aveva appena smascherato. Nei miei ricordi, quel pomeriggio, mentre parlavamo di Marco nel giardino di casa mia, Xavier e io eravamo soprattutto perplessi; Blanca oscillava tra la perplessit e il divertimento (anche se a tratti cercava di dissimulare il divertimento, forse per non scandalizzarci); Anna Maria era soltanto indignata: ripeteva in continuazione che Marco era uno svergognato, un bugiardo compulsivo e privo di scrupoli che si era preso gioco di tutti ma specialmente delle vittime del crimine pi spaventoso della storia.

A un certo punto, come se di colpo si fosse resa conto di un'evidenza drammatica, Anna Maria mi disse, trapanandomi con lo sguardo: "Senti, dimmi una cosa: perch hai organizzato questo pranzo? Perch ti interessi a Marco? Non starai pensando di scrivere di lui?"

I tre bruschi interrogativi mi presero alla sprovvista, e non seppi cosa rispondere; la stessa Anna Maria mi salv dal silenzio.

"Guarda, Javier" mi avvert, serissima, "quello che bisogna fare con Marco  dimenticarlo.  la peggiore punizione per quel mostro di vanit." Subito dopo sorrise e aggiunse: "Perci basta parlare di lui: cambiamo argomento".

Non ricordo se cambiammo argomento (credo di s, anche se soltanto per un po'; Marco torn subito a imporsi), per ricordo che non osai riconoscere in pubblico che l'intuizione di Anna Maria era giusta e che stavo pensando di scrivere di Marco; non osai nemmeno spiegare alla storica che, se alla fine avessi scritto di Marco, non l'avrei fatto per parlare di lui ma per cercare di capirlo, per cercare di capire perch avesse fatto quello che aveva fatto. Giorni dopo (o forse fu quello stesso giorno) lessi sul Pas una cosa che mi ricord il consiglio o l'avvertimento di Anna Maria. Era una lettera al direttore firmata da una certa Teresa Sala, figlia di un deportato a Mauthausen e appartenente lei stessa alla Amical de Mauthausen. Non era la lettera di una donna indignata, ma piuttosto imbarazzata e mortificata; diceva: "Non credo che dovremmo cercare di capire i motivi dell'impostura del signor Marco"; diceva anche: "Soffermarci a cercare giustificazioni per il suo comportamento significa non comprendere e disprezzare l'eredit dei deportati"; e ancora: "A partire da adesso, il signor Marco dovr convivere con il suo disonore".

Questo diceva Teresa Sala nella sua lettera. Era esattamente il contrario di quello che pensavo io. Io pensavo che il nostro primo dovere fosse capire. Capire, naturalmente, non significa assolvere o, come affermava Teresa Sala, giustificare; anzi: significa il contrario. Il pensiero e l'arte, pensavo io, cercano di esplorare ci che siamo, rivelando la nostra infinita, ambigua e contraddittoria variet, cartografando cos la nostra natura: Shakespeare o Dostoevskij, pensavo io, illuminano i labirinti morali fino ai loro ultimi meandri, dimostrano che l'amore  in grado di condurre all'assassinio o al suicidio e riescono a farci provare compassione per psicopatici e malvagi;  loro dovere, pensavo io, perch il dovere dell'arte (o del pensiero) consiste nel mostrarci la complessit dell'esistenza al fine di renderci pi complessi, nell'analizzare come funziona il male, per poterlo evitare, e perfino il bene, forse per poterlo imparare. Tutto questo pensavo, per la lettera di Teresa Sala rivelava una pena che mi commosse; mi ricord anche che, in Se questo  un uomo, Primo Levi, riferendosi ad Auschwitz o alla sua esperienza ad Auschwitz, aveva scritto: "Forse quanto  accaduto non deve essere capito, nella misura in cui capire significa giustificare". Capire significa giustificare? mi ero domandato anni prima, quando avevo letto la frase di Levi, e mi domandai allora, quando lessi la lettera di Teresa Sala. Non  invece nostro dovere? Non  indispensabile cercare di capire tutta la confusa diversit della realt, da ci che  pi nobile a ci che  pi abietto? O forse quell'imperativo generico non vale per l'Olocausto? Mi sbagliavo e non dovevo cercare di capire il male estremo, e tanto meno qualcuno che, come Marco, inganna con il male estremo?

Queste domande mi ronzavano ancora in testa una settimana pi tardi, a una cena fra amici in cui, a quanto avrei ricordato anni dopo, quando il mio psicoanalista mi avrebbe portato alla conclusione che ero un impostore, mi chiamarono impostore. La cena si svolse a casa di Mario Vargas Llosa, a Madrid. A differenza del pranzo a casa mia, quell'incontro non era stato organizzato per parlare di Marco, ma inevitabilmente finimmo per parlare di lui. Dico inevitabilmente non solo perch tutti noi che vi partecipammo - soltanto quattro persone, oltre a Vargas Llosa e a sua moglie, Patricia - avevamo seguito con pi o meno attenzione il caso, ma anche perch il nostro ospite aveva da poco pubblicato un articolo in cui salutava con ironia il geniale talento di Marco e gli dava il benvenuto nella confraternita degli affabulatori. Siccome l'ironia non  il forte dei farisei (o siccome il fariseo approfitta di qualunque opportunit di scandalizzarsi esibendo la sua falsa virt e attribuendo agli altri falsi peccati), alcuni farisei avevano risposto con irritazione all'articolo di Vargas Llosa, come se quest'ultimo nel suo testo avesse elogiato le menzogne del grande impostore, ed  probabile che la conversazione del dopocena arriv a Marco per via di quella polemica artificiosa. Comunque fosse, per un bel pezzo parlammo di Marco, delle menzogne di Marco, del suo incredibile talento per le frottole e la rappresentazione, di Benito Bermejo e della Amical de Mauthausen; ricordo anche che parlammo di un articolo di Claudio Magris, pubblicato sul Corriere della Sera e intitolato "Il bugiardo che dice la verit", in cui venivano citate e discusse alcune osservazioni di Vargas Llosa su Marco. Naturalmente, io ne approfittai per raccontare quello che avevo scoperto sulla questione grazie a Xavier, ad Anna Maria e a mia sorella Blanca, e a un certo punto Vargas Llosa interruppe la mia esposizione.

"Ma Javier!" esclam, bruscamente agitato, spettinandosi di colpo e indicandomi con due braccia perentorie. "Non ti rendi conto? Marco  un tuo personaggio! Devi scrivere di lui!"

Il focoso commento di Vargas Llosa mi lusing, ma per qualche motivo che allora non compresi mi mise anche a disagio; per nascondere la mia imbarazzata soddisfazione continuai a parlare, dissi che Marco non solo era affascinante in s, ma anche per ci che rivelava degli altri.

" come se tutti avessimo qualcosa di Marco" mi sentii dire, ormai partito in quarta. "Come se tutti fossimo un po' impostori."

Tacqui e, forse perch nessuno seppe come interpretare la mia affermazione, cal un silenzio strano, troppo prolungato. Fu allora che accadde.

Tra i commensali di quella cena c'era Ignacio Martnez de Pisn, mio amico e scrittore conosciuto da chi lo conosce per la sua temibile franchezza aragonese, che ruppe l'incantesimo con un commento demolitore: "S: soprattutto tu".

Tutti risero. Anch'io, ma meno: era la prima volta nella vita che mi chiamavano impostore; anche se non era la prima volta che mi mettevano in relazione con Marco. Pochi giorni dopo che scoppiasse il suo caso, avevo letto sul quotidiano El Punt (o su un aggregatore di notizie su Internet creato dal Punt) un articolo in cui lo facevano. S'intitolava "Bugie", e l'autrice Silvia Barroso vi diceva che il caso Marco l'aveva sorpresa mentre leggeva un mio romanzo in cui il narratore annuncia la sua decisione di "mentire su tutto, soltanto per raccontare meglio la verit". Aggiungeva che io ero solito esplorare nei miei libri i limiti fra la verit e la menzogna e che in qualche occasione mi aveva sentito dire che, a volte, "per arrivare alla verit, bisogna mentire". Barroso mi identificava con Marco? Insinuava che anch'io ero un imbroglione, un impostore? No, per fortuna, perch subito dopo aggiungeva: "La differenza fra Cercas e Marco  che il romanziere ha licenza di mentire". Per, mi chiesi in silenzio quella sera, in casa di Vargas Llosa, e Pisn? Scherzava e il suo proposito era soltanto farci ridere e sbloccare la conversazione, oppure il suo scherzo rivelava la sua incapacit di nascondere la verit dietro quello schermo che chiamiamo buona educazione? E Vargas Llosa? Cosa aveva voluto dire quando aveva detto che Marco era un mio personaggio? Anche Vargas Llosa pensava che io fossi un impostore? Perch aveva detto che io dovevo scrivere di Marco? Pensava forse che nessuno potesse scrivere di un impostore meglio di un altro impostore?

Finita la cena, passai ore e ore a rigirarmi nel letto del mio albergo di Madrid. Pensavo a Pisn e a Silvia Barroso. Pensavo ad Anna Maria Garcia e a Teresa Sala e a Primo Levi e mi domandavo se, dato che capire significa quasi giustificare, qualcuno avesse il diritto di cercare di capire Enric Marco e giustificare cos la sua menzogna e alimentare la sua vanit. Mi dissi che Marco aveva gi raccontato abbastanza bugie e che quindi non si poteva pi arrivare alla sua verit attraverso la finzione, ma soltanto attraverso la verit, attraverso un romanzo senza finzione o un racconto reale, privo di invenzione e di fantasia, e che tentare di costruire un simile racconto con la storia di Marco era una missione destinata al fallimento: prima di tutto perch, come ricordai che aveva scritto Vargas Llosa, "la vera storia di Marco probabilmente non verr mai conosciuta" ("non sapremo mai l'intima verit di Enric Marco, la sua necessit di inventarsi una vita" aveva scritto anche Claudio Magris); e in secondo luogo per ci che diceva Fernando Arrabal in un paradosso del quale ugualmente mi ricordai: "Storia del bugiardo. Il bugiardo non ha storia. Nessuno si azzarderebbe a fare la cronaca della menzogna n a proporla come una storia vera. Come raccontarla senza mentire?" Perci era impossibile raccontare la storia di Marco; o, almeno, era impossibile raccontarla senza mentire. Allora, a che scopo raccontarla? A che scopo cercare di scrivere un libro che non poteva essere scritto? A che scopo proporsi un'impresa impossibile?

Quella notte decisi di non scrivere questo libro. E quando lo decisi mi accorsi di essermi tolto un peso di dosso.

2

Sua madre era pazza. Si chiamava Enriqueta Batlle Molins e, sebbene Marco avesse sempre creduto che fosse nata a Breda, un silenzioso paesino della Sierra del Montseny, in realt era di Sabadell, una citt industriale vicina a Barcellona. Era entrata nel manicomio femminile di Sant Boi de Llobregat il 29 gennaio 1921. Secondo il fascicolo conservato l, tre mesi prima si era separata dal marito, che la maltrattava; secondo il fascicolo, in quell'intervallo si era guadagnata da vivere facendo i lavori domestici di casa in casa.

Aveva trentadue anni ed era incinta di sette mesi. Quando i medici la esaminarono, si sentiva confusa, si contraddiceva, la tormentavano idee persecutorie; la prima diagnosi recitava: "Delirio di persecuzione con area degenerata"; nel 1930 la sostituirono con "dementia praecox": quella che adesso conosciamo come schizofrenia. Nella prima pagina del fascicolo c' una sua foto, forse scattata il giorno del ricovero. Mostra una donna dai capelli neri e lisci, dai lineamenti molto marcati, la bocca generosa e gli zigomi pronunciati; i suoi occhi scuri non guardano l'obbiettivo, ma lei irradia una bellezza malinconica e cupa da eroina tragica; indossa un pullover nero, fatto a maglia, e si copre la schiena, le spalle e il grembo con uno scialle che sostiene con le mani all'altezza del ventre, come se volesse occultare la sua inoccultabile gravidanza o come se stesse proteggendo il figlio imminente. Questa donna non sa che non vedr mai pi la strada e che il mondo l'ha appena abbandonata alla sua sorte, rinchiudendola affinch si perda del tutto nella sua follia.

Non c' modo meno drammatico di dirlo. Nei trentacinque anni che la madre di Marco trascorse in manicomio, i medici la esaminarono appena venticinque volte (la normalit era una visita all'anno, ma dopo il suo ricovero passarono otto anni senza visite), e l'unica cura che le prescrissero consistette nel costringerla a lavorare nella lavanderia, "con buoni risultati", precisa uno dei medici che la ebbe in cura. Ci sono molte annotazioni come questa; anche se non tutte sono ciniche, sono tutte brevi, distratte e desolanti. All'inizio constatano le buone condizioni fisiche della malata, ma anche il suo egocentrismo, le sue allucinazioni (soprattutto le sue allucinazioni uditive), i suoi occasionali scatti violenti; poi, a poco a poco, il deterioramento diventa anche fisico, e verso la fine degli anni Quaranta ormai le annotazioni descrivono soltanto una donna prostrata, che ha perso del tutto il senso dell'orientamento, la memoria e qualunque segno della propria identit, ridotta in uno stato catatonico. Mor il 23 febbraio 1956, secondo il fascicolo a seguito di un "angor pectoris". Perfino la diagnosi era sbagliata: nessuno muore di una angina al petto; la cosa pi probabile  che sia morta per un infarto acuto del miocardio.

Sua madre diede alla luce Marco in manicomio, secondo lui il 14 aprile; questa  anche la data che figura sulla sua carta d'identit e sul suo passaporto. Ma  una data falsa: qui comincia la finzione di Marco, lo stesso giorno del suo arrivo in questo mondo. In realt, secondo il fascicolo di sua madre e il suo stesso atto di nascita, Marco  nato il 12 aprile, due giorni prima di quanto ha sostenuto a partire da un determinato momento della sua vita. Perch ha mentito allora, perch ha sostituito le date? La risposta  semplice: perch questo gli ha permesso, a partire da un determinato momento della sua vita, di iniziare i suoi discorsi, le sue conferenze e le sue lezioni di storia vissuta dicendo: "Mi chiamo Enric Marco e sono nato il 14 aprile 1921, esattamente dieci anni prima della proclamazione della Seconda Repubblica spagnola"; il che, a sua volta, gli permetteva di presentarsi, in modo implicito o esplicito, come l'uomo della provvidenza che aveva conosciuto di prima mano i grandi avvenimenti del secolo e aveva incrociato i loro principali protagonisti, come il compendio o il simbolo o la personificazione stessa della storia del proprio paese: dopo tutto, la sua biografia individuale era un riflesso esatto della biografia collettiva della Spagna. Marco sostiene che lo scopo della sua menzogna era puramente didattico; tuttavia,  molto difficile non considerarla come una specie di strizzatina d'occhio al mondo, come una maniera trasparente di insinuare che, collocando la sua nascita in un giorno decisivo per la storia del suo paese, i cieli o il destino annunciassero che quell'uomo era destinato a essere decisivo nella storia del suo paese.

Grazie al fascicolo del manicomio di Sant Boi sappiamo ancora un'altra cosa: che, il giorno successivo al parto, la madre di Marco si vide strappare il figlio e consegnarlo al marito, l'uomo dal quale era fuggita perch la maltrattava o perch lei sosteneva che la maltrattasse. Marco rivide la madre? Dice di s. Dice che quando era bambino una sorella di suo padre, la zia Caterina - colei che l'aveva allattato, perch aveva perso un figlio poche settimane prima che lui nascesse - lo portava a trovarla una o due volte all'anno. Dice che ricorda molto bene quelle visite. Dice che lui e la zia Caterina aspettavano, in una grande sala dalle pareti spoglie e bianche, insieme ai familiari di altre malate, che uscisse la madre. Dice che dopo un po' sua madre usciva dai lavatoi e che indossava un camice a strisce blu e bianche e che aveva lo sguardo perso. Dice che lui le dava un bacio, ma che lei non glielo restituiva mai, e che in genere non gli rivolgeva la parola, n a lui n alla zia Caterina n a nessun altro. Dice che spesso parlava da sola e che quasi sempre parlava di lui come se non lo avesse di fronte, come se l'avesse perduto. Dice che ricorda sua zia Caterina, quando lui aveva gi dieci o undici anni, dire alla madre indicandolo: "Guarda che bel figlio che hai, Enriqueta: si chiama Enrique, come te". E dice che ricorda sua madre stropicciarsi con forza le mani e rispondere: "S, s, questo bambino  bellissimo, ma non  mio figlio"; e dice che aggiungeva, indicando un bimbo di due o tre anni che scorrazzava per la sala: "Mio figlio deve essere come quello". E dice anche che allora non lo capiva, ma che con gli anni aveva capito che sua madre diceva cos perch i ricordi di lui risalivano a quando non aveva pi di due o tre anni e lei conservava ancora un brandello di lucidit. Dice che lui a volte le portava del cibo in un portavivande e che in qualche occasione era riuscito a scambiare qualche frase con lei. Dice che un giorno, dopo aver mangiato quello che le aveva portato, sua madre gli aveva detto che lavorava molto nella lavanderia e che era un lavoro sgradevole ma che non le importava, perch le avevano detto che, se lavorava molto, le avrebbero restituito suo figlio. Dice che non ricorda quando smise di andare a trovare sua madre. Dice che probabilmente avvenne quando i suoi zii smisero di portarcelo, forse quando raggiunse l'adolescenza, ormai durante la guerra, o forse anche prima. Dice che, comunque, non le fece pi visita, non riprov pi il minimo desiderio di vederla, non se ne preoccup pi, la dimentic completamente. (Questo non  del tutto vero: molti anni dopo, la prima moglie di Marco raccont a sua figlia Ana Mara di aver convinto Marco ad andare a trovare la madre in clinica quando erano gi sposati; le raccont anche che l'avevano vista un paio di volte, e che di quelle visite ricordava soltanto che la donna emanava un penetrante odore di liscivia e che non aveva riconosciuto il figlio.) Dice che sa che mor a met degli anni Cinquanta, ma che non si ricorda nemmeno di avere assistito al suo funerale. Dice che ora non capisce come ha potuto abbandonarla in un manicomio per pi di trent'anni e lasciarla morire sola, anche se aggiunge che, di quel periodo, ci sono molte cose che non capisce. Dice che adesso pensa molto alla madre, e che a volte la sogna.

3

Non pensai pi di scrivere di Enric Marco fino a quattro anni dopo l'esplosione del suo caso, quando avevo da poco pubblicato Anatomia di un istante, un racconto reale o un romanzo senza finzione che non aveva nulla a che vedere con Marco, e con l'aiuto del mio psicoanalista ero giunto alla conclusione di essere un impostore e mi ero ricordato del mio amico Pisn che mi chiamava impostore nella casa madrilena di Vargas Llosa. In quel periodo ero in uno stato deplorevole e sentivo che ci di cui avevo bisogno per uscirne era un romanzo di finzione, un racconto fittizio e non un racconto reale - la finzione salva, la realt uccide, mi ripetevo - e che invece il mio racconto della storia di Marco poteva essere soltanto un racconto reale, perch Marco aveva gi raccontato abbastanza finzioni sulla sua vita e aggiungere altra finzione a quelle finzioni era ridondante, letterariamente irrilevante; ricordavo anche gli argomenti che, quattro anni prima, durante una notte insonne a Madrid, mi avevano fatto decidere di abbandonare il libro su Marco ancor prima di iniziare a scriverlo. Ma ricordavo anche il lusinghiero entusiasmo di Vargas Llosa nella sua casa di Madrid, e mi dissi che forse era vero che Marcos era un mio personaggio, mi dissi che forse soltanto un impostore poteva raccontare la storia di un altro impostore e che, se io ero davvero un impostore, forse nessuno poteva raccontare meglio di me la storia di Marco. Del resto, durante i quattro anni impiegati a scrivere il libro che avevo appena pubblicato, non avevo mai dimenticato del tutto Marco, avevo sempre saputo che era l, nel magazzino degli esplosivi, inquietante, seducente e pericoloso, come una granata che prima o poi avrei dovuto lanciare per non farmela esplodere tra le mani, come una storia che prima o poi avrei dovuto raccontare per liberarmene. Decisi che era arrivato il momento di provarci; o che almeno fosse meglio provarci che continuare a sguazzare nel fango dell'avvilimento.

La decisione dur appena una settimana, il tempo che impiegai a immergermi di nuovo nella storia e a scoprire con sorpresa, grazie a Internet, che nessuno aveva scritto un libro su Marco, ma anche, con delusione (e con intimo sollievo), che era stato appena realizzato un film su di lui. S'intitolava Ich bin Enric Marco, era opera di due giovani registi argentini, Santiago Fillol e Lucas Vermal, ed era stato presentato a un festival cinematografico. La delusione era frutto di una certezza improvvisa: se qualcuno aveva raccontato per immagini la storia di Marco, non aveva senso che io la raccontassi a parole (da qui il sollievo). In tutti i modi, ero curioso di vedere il film, e scoprii che uno dei registi, Santiago Fillol, viveva come me a Barcellona. Mi procurai il suo numero di telefono, lo chiamai, fissammo un incontro.

L'appuntamento era in un ristorante di plaza de la Virreina, nel quartiere di Gracia. Fillol si rivel un trentenne bassino, bruno e magro, con barba e baffi stentati e occhiali da intellettuale; ma anche uno di quegli argentini che sembrano avere letto tutti i libri e visto tutti i film e che, piuttosto che rassegnarsi a usare un luogo comune, preferiscono farsi tagliare una mano. Mi port una copia su dvd del suo documentario. Mentre mangiavamo, parlammo del film, delle riprese, delle molte settimane di convivenza con Marco, soprattutto parlammo di Marco. Fu solo al momento del dessert che Santi mi domand se pensavo di scrivere su di lui. Gli dissi di no.

"La storia l'avete gi raccontata voi" argomentai, assaporando un flan e indicando il suo film. "A cosa serve che la racconti di nuovo anch'io?"

"No, no" si affrett a contraddirmi Santi, che aveva saltato il dessert e aveva ordinato un caff. "Noi abbiamo soltanto girato un documentario, ma non abbiamo raccontato l'intera storia di Enric. Questo bisogna ancora farlo."

Fui sul punto di rispondergli che forse l'intera storia di Marco non poteva essere raccontata, e di citare Vargas Llosa, Magris e Arrabal. Risposi: "S, in realt pensavo che a questo punto almeno una decina di scrittori spagnoli avessero gi scritto di Marco. Ma non l'ha fatto nessuno, mi pare".

"Non che io sappia" conferm Santi. "Be', credo che qualcuno ci abbia provato, ma si  spaventato subito. Ti sorprende? A me no. Nella storia di Enric tutti fanno una figura di merda, a partire dallo stesso Enric, per arrivare ai giornalisti e agli storici e per finire con i politici; insomma, il paese al completo. Per raccontare la storia di Enric bisogna infilare il dito negli occhi di tutti, e questo non piace a nessuno. A nessuno piace fare il guastafeste, non  vero? E tanto meno agli scrittori spagnoli."

Santi dovette temere una mia reazione corporativa o patriottica, perch subito dopo si scus, vagamente. Gli dissi che non aveva motivo di scusarsi.

"No, lo so,  solo che..." Un sorrisino malizioso gli allung le labbra sotto i baffi radi, che si erano macchiati di caff. "Sai una cosa? Mi piace molto la letteratura, ne leggo parecchia, anche spagnola; per, per essere sincero, gli scrittori spagnoli di adesso mi sembrano un po' inconsistenti, per non dire vigliacchetti: non scrivono quello che gli viene dalla pancia ma quello che credono di dover scrivere o che piacer ai critici, e il risultato  che non vanno al di l dell'ornamento o dello snobismo."

Non gli dissi che io non ero migliore dei miei colleghi, perch capii appena in tempo che, se l'avessi fatto, lui avrebbe potuto sentirsi obbligato a mentire, a dirmi che invece lo ero. Santi mi esort a vedere in fretta il suo film, per verificare che non c'era incompatibilit con il mio libro, e mi offr la documentazione che avevano accumulato per girarlo e tutto l'aiuto di cui avessi avuto bisogno.

"Non so" gli dissi, dopo averlo ringraziato per la sua generosit; poi gli parlai del libro che avevo da poco pubblicato, del mio racconto reale, e mi scusai: "La verit  che non ne posso pi di realt. Sono arrivato alla conclusione che la realt uccide e la finzione salva. Adesso ho bisogno di un po' di finzione".

Santi scoppi a ridere.

"Allora con Enric non ne potrai pi di finzione!" spieg. "Enric  pura finzione. Non ti rendi conto? Lui  una finzione enorme, una finzione, per di pi, incastonata nella realt, incarnata nella realt. Enric  come don Chisciotte: non gli  bastato vivere una vita mediocre e ha voluto vivere una vita alla grande; e siccome non l'aveva a portata di mano, se l' inventata."

"Parli di Marco come se fosse un eroe" gli feci notare.

" quello che : un eroe e un cattivo, tutto insieme; o un eroe e un cattivo e per di pi un mascalzone. La cosa  molto complicata; e molto interessante. Non so se le tue altre finzioni possono aspettare, ma questa no: Enric ha ottantotto anni. Prima o poi morir, e la sua storia non potr pi essere raccontata. Insomma" concluse, "fai come vuoi. Spero che il film ti piaccia."

Il film non soltanto mi piacque; mi piacque molto. Per di pi, verificai che Santi aveva ragione e che lui e Lucas Vermal non avevano voluto raccontare la storia completa di Marco; forse era questa, tanto per cominciare, la principale virt della pellicola: si limitava a mettere a confronto la storia inventata da Marco (secondo la quale era fuggito clandestinamente in Francia alla fine della guerra civile, era stato arrestato a Marsiglia dalla polizia di Ptain e poi consegnato alla Gestapo, era stato deportato in Germania e confinato nel campo di Flossenbrg, vicino Monaco) e la storia vera (secondo la quale era andato, s, in Germania, ma come lavoratore volontario nel quadro di un accordo fra Hitler e Franco, e aveva, s, passato qualche mese in carcere, ma in una comune prigione di Kiel, nel nord del paese). Ma rimanevano un sacco di storie da raccontare e un sacco di interrogativi in sospeso: da dove era venuto Enric Marco? Com'era stata la sua vita prima e dopo lo scandalo provocato dalla scoperta della sua impostura? Perch aveva fatto quello che aveva fatto? Aveva mentito soltanto una volta, rispetto alla sua permanenza nel campo di Flossenbrg, o aveva passato la vita a mentire? In definitiva: chi era davvero Enric Marco? Nonostante fosse eccellente, o forse proprio per questo, il film di Santi e Lucas Vermal non rispondeva a queste domande, non esauriva n pretendeva di esaurire il personaggio di Marco, cosicch, dopo averlo visto, telefonai a Santi, gli feci le congratulazioni per il suo lavoro e gli chiesi di intercedere affinch Marco accettasse di essere intervistato da me.

"Allora, scriverai il libro?" mi chiese Santi.

"Pu darsi" risposi. "Almeno ci prover."

"Il nostro spagnolo non si tira indietro, che!" lo sentii esclamare, come se stesse parlando con un'altra persona; poi continu: "Sta' tranquillo. Oggi stesso ti organizzo l'incontro con Enric. Ti accompagner da lui".

L'incontro si svolse alcuni giorni dopo a Sant Cugat, una cittadina vicino Barcellona. Santi e io facemmo il viaggio in treno, e quando scendemmo alla stazione andammo a piedi fino a casa di Marco, un superattico della rambla del Celler, nella zona nuova della citt, dove, a quanto mi raccont Santi, il nostro uomo aveva vissuto fino a qualche anno prima con la moglie e le due figlie, e dove adesso viveva solo con la moglie. Non ricordo se fu lei o Marco ad aprirci la porta, ma so che la prima impressione che mi fece Marco fu sgradevole, un po' mostruosa: mi sembr una specie di gnomo. Uno gnomo quasi calvo, scuro, massiccio, robusto e baffuto, che si sedeva e subito dopo si alzava, che portava e riportava via carte e libri e documenti e che, mentre andava e veniva senza sosta dalla sala da pranzo a un salotto con grandi finestroni affacciati su una terrazza aperta al cielo soleggiato di quel mezzogiorno estivo, non smetteva un attimo di parlare di s, di mia sorella Blanca, del film che aveva fatto con Santi e dei miei libri e articoli, cercando di lusingarmi o di entrare nelle mie grazie.

Mi parve incredibile che quella turbina ambulante avesse ottantotto anni. Malgrado il corpo minuscolo e le macchie di vecchiaia sparse sulla pelle, saltavano agli occhi l'energia feroce e la vitalit giovanile che irradiavano il suo sguardo e i suoi gesti; non gli erano rimasti troppi capelli in testa, per sfoggiava dei baffi densi e completamente neri; sul pullover, all'altezza dei pettorali, aveva appuntata una minuscola bandierina della Seconda Repubblica. Sua moglie, che si chiamava Dani, strinse la mano a Santi e a me e chiacchier un po' con noi, ma non ricordo di cosa parl perch, ascoltandola e guardandola, non riuscii a evitare di chiedermi cosa avesse provato quella signora minima, dolce, sorridente e molto pi giovane di Marco quando era scoppiato lo scandalo e suo marito era diventato il grande impostore e il gran maledetto, cosa avesse pensato quando aveva saputo che per diversi decenni lui l'aveva ingannata, cos come aveva ingannato tutti gli altri. La moglie di Marco se ne and subito. A quel punto, gi da un po' Santi stava camminando avanti e indietro seguendo Marco e cercando di fermare il suo inarrestabile flusso verbale allo scopo di spiegargli il motivo della nostra visita. Mentre lo osservavo, provai nei suoi confronti una mescolanza di gratitudine, ammirazione e piet: gratitudine per il suo impegno nell'aiutarmi; ammirazione perch sembrava un domatore che cercasse invano di ammansire una belva; piet perch, per realizzare il suo film, aveva dovuto sopportare Marco giorno e notte per settimane di riprese. Quanto a me, la prima impressione di forte fastidio fisico che avvertii in presenza di Marco si prolung in una forte impressione di fastidio morale: piantato in piedi nella sala da pranzo di casa sua, guardandolo andare e venire inseguito da Santi, mi domandai cosa diavolo ci facessi l, e mi odiai con tutta l'anima per essere andato da quel perfetto commediante, bugiardo matricolato e mascalzone integrale, e per essere stato pronto a passare settimane ad ascoltare la sua storia per scrivere il mio maledetto libro, invece di impiegare quel tempo per fare compagnia a mia madre, una donna che, qualunque cosa ne dicesse il mio psicoanalista, nella vita non aveva ammazzato nemmeno una mosca e malgrado ci si confessava e comunicava tutte le settimane e che, se di qualcosa aveva bisogno adesso che era rimasta vedova, era che suo figlio la stesse ad ascoltare. Pensai che Santi e Lucas Vermal non erano due uomini coraggiosi: erano due eroi. Pensai che io non ero in condizioni di imitare la loro impresa. Pensai che in realt ero un mascalzone quanto Marco, e in quel preciso istante, con rinnovato sollievo, decisi che per nulla al mondo avrei scritto un libro su di lui.

Del resto di quell'incontro a Sant Cugat ricordo soltanto due cose, anche se le ricordo benissimo. La prima  che, per giustificare il viaggio, con Santi e Marco mangiammo da La Tagliatella, un ristorante italiano di fronte alla casa di Marco, e che, per ricompensarli del tempo che avevano perso, pagai io il conto. La seconda  che durante il pranzo, mentre ingurgitavo pasta all'arrabbiata e svuotavo grandi bicchieri di vino rosso, Marco scaric su di me e su Santi una tormenta di autoincensamenti senza pudore e di giustificazioni impossibili (nella quale, notai sbigottito, ogni tanto Marco passava dalla prima alla terza persona, come se non stesse parlando di s): lui era un grand'uomo, una persona generosa e solidale e umanissima, un combattente instancabile per le buone cause, e perci tanta gente diceva meraviglie di lui. "Stia attento" mi avvert per cominciare, "se parla male di Enric Marco trover tanta gente che le dir: 'Lei non conosce Enric Marco: veramente,  una persona straordinaria, sensazionale, con grandi virt'." "Veramente" mi avvert poi, "se un giorno si spargesse la notizia che Enric Marco  morto, plaza de Catalua sarebbe troppo piccola per accogliere tutta la gente che andrebbe a piangerlo." Era cos: tutti lo amavano e lo ammiravano, la sua famiglia lo adorava, aveva decine, centinaia di amici che nonostante tutto non gli avevano voltato le spalle, persone pronte a fare qualunque cosa per lui. Aveva offerto infiniti esempi di coraggio e di dignit, era stato un leader dappertutto, nel quartiere della sua infanzia, nell'esercito della sua giovinezza e nei suoi anni in Germania; e poi nella maturit: negli anni della lotta clandestina contro il franchismo, all'universit, nella CNT - il sindacato anarchico di cui era stato segretario generale negli anni Settanta - e nella FAPAC - l'associazione dei genitori degli alunni di cui era stato vicepresidente negli anni Ottanta e Novanta - e anche nella Amical de Mauthausen. E non aveva mai cercato di essere protagonista di alcunch; al contrario: lui non aveva bisogno di protagonismo, non era una persona egocentrica n piena di s, questo bisognava metterlo in chiaro fin dall'inizio. Erano stati gli altri a spingerlo alla leadership e al protagonismo, erano stati gli altri a chiedergli sempre: "Fallo tu, ch noi non ci azzardiamo"; "Parla tu, che hai la lingua sciolta e hai energia e sei cos intelligente e sai sedurre e commuovere e convincere tutti". E lui si sacrificava e lo faceva. La notoriet e la fama e l'ammirazione degli altri l'avevano perseguitato per tutta la vita, ma lui non aveva fatto altro che fuggirle, anche se con scarso successo. Quando si era come lui non era facile essere umile, ma lui c'era riuscito. La gente, per esempio, si ostinava a considerarlo un eroe, era stato sempre cos, era una vera e propria mania; ma lui lo odiava, cercava di evitarlo con tutti i mezzi, non gli piaceva che lo portassero sugli scudi, che magnificassero la sua figura, era sempre stato un uomo modesto, senza pretese. Per gli alunni e i professori delle scuole in cui teneva conferenze quando era presidente della Amical de Mauthausen gli dicevano un giorno s e l'altro pure: "Nonostante dica di non essere un eroe, lei  un eroe;  un eroe proprio perch dice di non essere un eroe". E lui si arrabbiava e replicava: "Enric Marco non  un eroe, per nulla.  una persona diversa, questo s, lo ammetto, ma non eccezionale. Veramente, l'unica cosa che ha fatto in tutta la sua vita  stato lottare, senza tregua e con tutte le sue forze e con totale sprezzo del pericolo e dei suoi interessi personali, per la pace, per la solidariet, per la libert, per la giustizia sociale, per i diritti umani, per la diffusione della cultura e della memoria. Questo  tutto". Cos replicava. Ed era vero. Era sempre stato dove c'era pi bisogno di lui, non aveva mai smesso di aiutare le persone, n di fare del bene e di diffonderlo, era sempre stato un combattente esemplare, un lavoratore esemplare, un compagno, un marito e un padre esemplare, un uomo che aveva dato tutto per gli altri. E come l'avevano ripagato? Con quel disprezzo, con quel silenzio e quell'ostracismo ignominioso in cui l'avevano confinato dopo che era scoppiato lo scandalo. Aveva commesso un errore? Aveva detto di essere stato prigioniero in un campo nazista mentre in realt non c'era stato? E chi non commette qualche errore? Chi pu scagliare la prima pietra? Molti, a quanto pareva, perch a lui non avevano scagliato una pietra, bens migliaia, l'avevano lapidato, l'avevano massacrato e umiliato senza piet, era stato vittima di un linciaggio atroce. Ed era vero, lo riconosceva, aveva sbagliato, ma l'aveva fatto per una buona causa. Non aveva ingannato, non era un commediante n un impostore, come dicevano di lui; semplicemente aveva alterato un po' i fatti: tutto ci che aveva raccontato sull'orrore dei nazisti era documentato e non era falso, anche se lui era un bugiardo; tutto quello che aveva raccontato su di s era vero, anche se aveva cambiato lo scenario. Aveva commesso uno sbaglio stupido, perch lui non aveva bisogno di inventarsi un curriculum da partigiano e vittima dei nazisti, lui era davvero un partigiano e una vittima dei nazisti, era stato davvero arrestato dalla Gestapo e davvero era stato prigioniero nella Germania nazista, non in un campo di concentramento ma in una prigione,  vero, ma che differenza faceva? Anche quello era documentato, non avevo forse visto il film di Santi? E allora come avevano osato le vittime dire che lui non era dei loro, soltanto perch non era stato in un campo nazista ma in una prigione nazista? Aveva detto cose non esatte, s, aveva abbellito o truccato o modificato un po' la verit, s, ma non l'aveva fatto per egoismo bens per generosit, non per vanit ma per altruismo, per educare le nuove generazioni nel ricordo dell'orrore, per recuperare la memoria storica di quel paese che soffriva di amnesia, lui era stato un grande alfiere, se non il principale alfiere, del recupero della memoria storica in Spagna, della memoria delle vittime della guerra e del dopoguerra, del franchismo e del fascismo e del nazismo, quando era arrivato alla Amical de Mauthausen gli ex deportati e sopravvissuti dei campi nazisti erano morti o erano vecchi e finiti, come avrebbero potuto ormai trasmettere il loro messaggio? E chi poteva farlo meglio di lui, che era ancora giovane e pieno di forze, e che per di pi era uno storico? Lo sapevo che aveva studiato storia all'universit? Chi meglio di lui poteva dar voce a coloro che ormai non avevano voce? Avrebbe dovuto permettere che gli ultimi testimoni spagnoli della barbarie nazista restassero muti e che tutte le loro sofferenze cadessero nell'oblio e la loro lezione si perdesse per sempre? Era vero che anche lui sarebbe potuto essere un grande storico, all'universit i professori gliel'avevano detto spesso, ma non aveva voluto. E lo sapevo il perch? Perch la storia  una materia arida, fredda e senza vita, un'astrazione priva di interesse per i giovani; lui aveva risvegliato in loro l'amore per la storia, lui gliel'aveva avvicinata: nell'infinit di conferenze che teneva, lui presentava ai ragazzi la storia in prima persona, palpitante e concreta, senza risparmiare loro sangue, sudore e viscere, lui aveva portato loro la storia con tutta la sua vivacit, il suo sentimento, la sua emozione, la sua avventura e il suo eroismo, lui la incarnava e la riviveva davanti a loro, e grazie a quello stratagemma i ragazzi avevano acquisito conoscenza e coscienza del passato. Era un male? Cosa aveva fatto di male? Perch l'avevano condannato senza giudizio e senza appello? Era stato determinante per la Amical de Mauthausen, aveva stimolato il recupero della memoria storica, aveva diffuso la conoscenza della storia tra gli adolescenti, aveva lottato per i diritti dei lavoratori, per il miglioramento dell'istruzione pubblica, per la libert del suo paese, giocandosi la pelle e sopportando le torture durante gli anni terribili del franchismo, aveva combattuto prima per la vittoria della Seconda Repubblica e poi contro Franco durante la guerra e il dopoguerra, e per questo l'avevano punito? Forse che non aveva fatto niente di buono? Si meritava quella pena? Era giusto che l'avessero fatto diventare un criminale? Non c'erano forse veri criminali da condannare? E Kissinger? E Bush? E Blair? E Aznar? In tutti i modi, lui non pensava di chiedere scusa, non aveva fatto niente di male, non aveva commesso nessun delitto, non cercava la riabilitazione. Anche questo doveva essere chiaro. Niente riabilitazioni pubbliche, non ne aveva bisogno, a lui bastava l'affetto di sua moglie, delle figlie e degli amici. Non pretendeva che gli restituissero la riconoscenza generale che gli avevano rubato dopo che se l'era guadagnata a costo di grandi sacrifici, il rispetto e l'affetto e l'ammirazione di tutti, la sua fama di uomo eccezionale che aveva contribuito in maniera eccezionale a diffondere la conoscenza del passato e a migliorare l'umanit. No. Sapeva benissimo che il mondo era in debito con lui, ma non pensava di riscuotere quel debito. L'unica cosa che voleva era recuperare la voce, togliersi il bavaglio, potersi difendere e raccontare la verit o almeno la sua versione della verit, poterla raccontare ai giovani e ai non pi giovani, a tutti coloro che avevano confidato in lui e lo avevano lodato e amato. E lasciare un nome immacolato alla propria famiglia e poter morire tranquillo. Questa era l'unica cosa che voleva. E in questo io, che ero un grande scrittore, che scrivevo libri e articoli cos degni di ammirazione e che lui conosceva e amava anche prima di avermi conosciuto, perch conosceva e amava mia sorella Blanca, potevo essergli molto utile. Occhio: non soltanto potevo essere utile a lui, cosa che poteva essere trascurabile; potevo essere molto utile a tutti, raccontando in un libro la sua vita vera.

"Bene" disse Santi non appena salutammo Marco sulla porta della Tagliatella e cominciammo a camminare verso la stazione, "che te n' parso del vecchietto?"

Aspettai che ci fossimo allontanati abbastanza da Marco per dire, o quasi urlare: "Un orrore! Un autentico orrore!"

Durante il tragitto di ritorno a Barcellona mi sfogai: dissi a Santi quello che pensavo di Marco. Gli dissi che non soltanto era un bugiardo consumato; era anche un manipolatore, un mascalzone e un leccapiedi senza scrupoli che voleva usarmi per imbiancare le sue frottole e i suoi misfatti. Gli dissi che non mi passava nemmeno per l'anticamera del cervello di scrivere la storia di Marco, perch mi sembrava un uomo orribile e perch Marco non era una finzione ma una realt spaventosa, e quello di cui io avevo bisogno era una finzione. Gli dissi che, per di pi, era impossibile scrivere la storia di Marco e, adesso s, citai Vargas Llosa e Magris e perfino Arrabal e la sua teoria che il bugiardo non ha storia o che  impossibile raccontarla senza mentire. Gli dissi inoltre che, se anche fosse stato possibile raccontare la storia di Marco, non la si sarebbe dovuta raccontare, era immorale, perch raccontarla - qui citai Primo Levi e Teresa Sala - significava tentare di capire Marco, e tentare di capire Marco significava quasi giustificarlo, e poi conclusi - non so se citando Anna Maria Garcia - che la cosa migliore che si potesse fare con quel mostro di vanit e di egotismo era non scrivere su di lui, lasciarlo marcire nella sua solitudine priva di onore. Santi mi ascolt con pazienza, a tratti ridendo, senza prendersi la briga di discutere i miei argomenti, cercando invano di addolcire la mia furia con dosi inalterabili di ironia portegna e, quando scendemmo dal treno a Barcellona, mi propose di andare a prendere un caff.

"Nemmeno per idea!" gli risposi, quasi urlando di nuovo. "Ora vado subito a trovare mia madre!"

Alla fine di quello stesso anno arriv nei cinema Ich bin Enric Marco, il film di Santi Fillol e Lucas Vermal, e il 27 dicembre pubblicai sul Pas un articolo che ne parlava. S'intitolava "Io sono Enric Marco". Diceva cos:

L'11 maggio del 2005  stata scoperta la verit: Enric Marco era un impostore. Per i ventisette anni precedenti Enric Marco aveva finto di essere il prigioniero n. 6448 del campo di concentramento tedesco di Flossenbrg; aveva vissuto quella menzogna e l'aveva fatta vivere: in quei tre decenni Marco aveva tenuto centinaia di conferenze sulla sua esperienza del nazismo, aveva presieduto la Amical de Mauthausen, l'associazione che riunisce gli ex deportati spagnoli nei campi nazisti, aveva ricevuto importanti onorificenze e decorazioni e il 27 gennaio 2005 aveva commosso in qualche caso fino alle lacrime i parlamentari spagnoli riuniti alla Camera dei Deputati per rendere omaggio per la prima volta ai quasi novemila repubblicani spagnoli deportati dal Terzo Reich; per il resto, soltanto la scoperta in extremis del raggiro ha impedito che, tre mesi e mezzo dopo quella interpretazione spettacolare, Marco superasse s stesso pronunciando un discorso nel campo di Mauthausen di fronte al presidente del governo, Jos Luis Zapatero, e ad altri alti dignitari, durante la commemorazione del sessantesimo anniversario della fine del delirio nazista. Molti di voi ricorderanno il caso, che fece il giro del mondo e riemp i giornali di articoli pieni di improperi contro Marco; un'eccezione fu quello che gli dedic Mario Vargas Llosa: il suo titolo era "Spaventoso e geniale". Il primo aggettivo  ovviamente esatto; il secondo anche: bisogna essere un genio per ingannare tutti per quasi trent'anni, compresi famigliari, amici, compagni della Amical de Mauthausen e perfino qualche recluso di Flossenbrg, che era arrivato a riconoscerlo come collega di sventura.

Un genio o quasi un genio. Perch in verit  difficile fare a meno di pensare che certe debolezze collettive abbiano determinato il successo della farsa di Marco. Per cominciare, questo successo  stato il frutto di due prestigi paralleli e imbattibili: il prestigio della vittima e il prestigio del testimone; nessuno si azzarda a mettere in dubbio l'autorit della vittima, nessuno si azzarda a mettere in dubbio l'autorit del testimone: il cedimento pusillanime a questa doppia subornazione - la prima di ordine morale e la seconda di ordine intellettuale - ha oliato il raggiro di Marco. Hanno contribuito almeno altre due cose. Una  la nostra relativa ignoranza del passato recente in generale e del nazismo in particolare: sebbene Marco si vendesse come un rimedio contro questa tara nazionale, in realt era la prova migliore della sua esistenza. La seconda cosa forse non  altrettanto evidente. Non c' dubbio che, proprio in questo momento, il peggior nemico della sinistra sia la stessa sinistra; vale a dire: il kitsch di sinistra; vale a dire: la trasformazione del discorso della sinistra in una scorza vuota, nel sentimentalismo ipocrita e ornamentale che la destra ha deciso di chiamare buonismo. Bene, nei suoi interventi pubblici Marco ha saputo incarnare con maestria questa prostituzione o questa sconfitta della sinistra; o, detto in altro modo: le menzogne di Marco sono venute a soddisfare una massiccia domanda vacuamente di sinistra di velenoso foraggio sentimentale condito da buona coscienza storica. Tuttavia, le implicazioni del caso Marco non sono soltanto politiche o storiche: sono anche morali. Da qualche tempo a questa parte la psicologia insiste sul fatto che quasi non riusciamo a vivere senza mentire, che l'uomo  un animale che mente: di solito la vita in societ esige quella dose di menzogna che chiamiamo educazione (e che solo gli ipocriti confondono con l'ipocrisia); Marco ha esagerato e ha pervertito mostruosamente questa necessit umana. In questo senso assomiglia a don Chisciotte o a Emma Bovary, altri due grandi bugiardi che, come Marco, non si accontentarono del grigiore della loro vita reale e s'inventarono e vissero un'eroica vita fittizia; in questo senso c' qualcosa nel destino di Marco, come in quello del Chisciotte o della Bovary, che riguarda profondamente tutti: tutti interpretiamo un ruolo; tutti siamo chi non siamo; tutti, in qualche modo, siamo Enric Marco.

Forse per questo Santiago Fillol e Lucas Vermal hanno intitolato pi o meno cos un documentario su Marco nelle sale in questi giorni: Ich bin Enric Marco. Il film ha molte virt ma ho lo spazio per sottolinearne soltanto due: la prima  la loro modestia: Fillol e Vermal non pretendono di esaurire la complessit del personaggio; da questa limitazione il film trae tutta la sua forza. La seconda virt non  meno essenziale. Come qualunque buon bugiardo sa, una menzogna ha successo soltanto se  impastata con la verit; la menzogna di Marco non  stata un'eccezione: era vero che durante la guerra era stato nella Germania nazista, ma non vi era andato come prigioniero repubblicano, bens come lavoratore volontario di Franco; era vero che i nazisti l'avevano imprigionato, ma non l'avevano imprigionato nel campo di Flossenbrg, bens nella citt di Kiel, e non per la sua militanza antifascista ma, forse, per semplice disfattismo. Fillol e Vermal hanno l'abilit di condurre Marco alla menzogna attraverso la verit, e non viceversa, e in questo modo non soltanto lo mostrano mentre combatte a spada tratta con la sua menzogna, ma mentre combatte per rivendicare la verit della sua menzogna, e mentre combatte per rivendicare s stesso come vittima, e mentre combatte per imporre la menzogna sulla verit, mentre combatte per s stesso. Mentre combatte.  un personaggio affascinante.  un film affascinante. Andate a vederlo.

4

Con sua madre ricoverata in un manicomio, la vita di Marco da bambino consistette in un pellegrinaggio permanente di famiglia in famiglia e di casa in casa, il che significa che non ebbe n famiglia n casa. Suo padre si chiamava Toms Marco ed era emigrato a Barcellona da Alfaro, nella provincia di La Rioja, "paese di cicogne e di liberi pensatori" aggiunge immancabilmente Marco quando ne parla. Era libertario, massone e tipografo e, sebbene per questo appartenesse alla lite culturale della classe operaia (o forse proprio per questo), era affiliato al sindacato delle arti grafiche della CNT, l'organizzazione anarchica. Non era un uomo affettuoso, o almeno Marco non lo ricorda cos: non ricorda che lo abbia preso mai per mano, che gli abbia mai rivolto un gesto d'affetto, che gli abbia mai comprato un giocattolo (in realt, ricorda di avere avuto soltanto un giocattolo, e per di pi fugace: un cavallo di cartone che avevano subito regalato a una cugina). Le uniche cose che il padre portava a casa erano libri e giornali, e ci spiega come Marco sia diventato un lettore precoce quanto onnivoro.

Ma lo spiega soltanto in parte. Il padre di Marco viveva con una donna; si chiamava Teodosia, anche se il nome non doveva piacerle e si faceva chiamare Felisa. Marco la ricorda come una femmina aspra e violenta, che non esitava a picchiarlo n a litigare con suo padre o a tirare fuori le unghie nelle discussioni tra vicini; ricorda anche che era alcolizzata. Marco la odiava con tutta l'anima, perch, dice, aveva trasformato la sua infanzia in un incubo. Dice che a volte passava la giornata a letto e che lo mandava alla cantina all'angolo a comprare il vino o l'acquavite che consumava in quantit esorbitanti. Dice che era analfabeta e, siccome non aveva altri svaghi, chiedeva a lui di leggerle i libri che c'erano in casa, e che cos aveva letto molto presto libri di Cervantes, di Rojas, di Vargas Vila, di Hugo, di Balzac, di Sue, libri che spesso non capiva fino in fondo o non capiva per niente. A volte leggeva alla sua matrigna nella stanza che condivideva con il padre, mentre lei, dal letto, ascoltava o rideva o commentava la lettura; altre volte le leggeva in sala da pranzo, una stanza piccola e buia illuminata da una Petromax, in mezzo a un odore di paraffina bruciata. Ma dice che era sempre ubriaca, e che lui ne aveva paura. Spesso lo picchiava, lo umiliava, abusava di lui, e pi di una volta, stanco di essere maltrattato, se n'era andato di casa sbattendo la porta, diretto verso il palazzo della casa editrice Sopena, dove lavorava il padre, e si era seduto ad aspettarlo sulla porta. Quando il padre finalmente usciva, dopo minuti o ore, Marco gli raccontava quello che era successo, e a partire da quel momento si ripeteva una sequenza identica: i due tornavano a casa e lui restava fuori, sulla soglia, in attesa, a sentire il padre e la matrigna che litigavano urlando, con la speranza che quella discussione terminasse con una rottura felice.

La rottura non arriv, o almeno lui non vi assistette. Il padre e la matrigna restarono insieme per molti anni. A loro modo, forse si amavano: lui almeno ricorda che di notte li sentiva ridere e scopare; o forse, come tende a pensare adesso, quella donna malvagia semplicemente faceva comodo a suo padre: gli preparava da mangiare, gli lavava e gli cuciva i vestiti, si occupava della gestione famigliare. Malgrado ci, nella casa regnava un abbandono flagrante, e una volta i vicini avevano denunciato i maltrattamenti a cui lo sottoponeva la sua matrigna e avevano costretto un giudice a intervenire. Fu in quel momento che inizi il suo pellegrinaggio da orfano dickensiano di casa in casa e di famiglia in famiglia. Le famiglie erano le famiglie delle sue zie, per lo pi sorelle del padre. Assicura che tutte lo trattavano molto meglio della matrigna, ma aggiunge che per la maggior parte della sua infanzia non riusc a evitare la mortificante sensazione di essere dovunque di troppo e che tutti volessero toglierselo di torno. Abit in vari quartieri di Barcellona: con il padre e la matrigna a Les Corts; con lo zio Francesc e la zia Caterina a La Trinidad, dove avevano un negozio di alimentari e dove lui si sent pi a casa che in qualunque altro posto, perch l trascorreva anche le estati; con lo zio Ricardo, che era fratello del padre e militante del sindacato socialista UGT, nel centro antico (in calle del Tigre e in calle de la Luna) e anche nell'Ensanche (in calle Diputacin, fra Aribau e Muntaner). Fu l che lo sorpresero i cosiddetti fatti dell'ottobre 1934, quando, nel bel mezzo di un'insurrezione generale della sinistra spagnola contro il governo di destra della Seconda Repubblica, la Generalitat, il governo autonomo catalano, proclam lo Stato Catalano all'interno della Repubblica Federale Spagnola. La ribellione, immediatamente repressa dall'esercito, fall subito, ma non senza prima provocare quarantasei morti, un numero imprecisato di feriti e l'arresto e il successivo processo per pi di tremila persone, tra le quali il presidente della Generalitat e il suo gabinetto al completo.

Di quei giorni, Marco conserva due ricordi tremendi. Il primo  abbastanza confuso. I tumulti catalanisti l'avevano sorpreso in casa dello zio Ricardo, che in quel periodo lavorava a La Humanitat, una pubblicazione che aveva la sede in calle Tallers, vicino alla Rambla; La Humanitat era il giornale della Esquerra Republicana de Catalunya, il partito del governo ribelle, perci i suoi uffici vennero chiusi e il suo personale confinato nella nave-prigione Uruguay. Marco non abitava lontano dalla redazione del giornale e, quando lo raggiunsero le voci su quello che stava accadendo, spronato dalla sua inquietudine congenita e dalla temerariet dei suoi tredici anni, scese in strada alla ricerca dello zio. A partire da questo momento i ricordi di Marco, oltre che confusi, sono parziali: dice che in qualche strada vide barricate o resti di barricate; dice che riusc a raggiungere plaza Universidad e che s'imbatt in diverse postazioni di mitragliatrici servite da parecchi soldati, che non lo lasciarono passare; dice che torn sui suoi passi e che cerc di fare il giro e arrivare a plaza de Catalua e alla Rambla dalla rambla de Catalua, e che vide gente di Estat Catal, il partito indipendentista, ferma all'ingresso dell'Oro del Rhin, un caff che si trovava all'angolo tra la Gran Va e la rambla de Catalua; dice di non ricordare quanto tempo vag nei dintorni, ma che, per quanto ci avesse provato, non riusc a raggiungere calle Tallers, e che dovette tornare a casa senza notizie dello zio.

Il secondo ricordo  pi brutale e meno impreciso. Si riferisce a un episodio che dovette accadere giorni o ore dopo, ancora nel bel mezzo dell'atmosfera di guerra che s'impossess della citt in quelle giornate sanguinose. Con lo zio Ricardo rinchiuso nella nave-prigione Uruguay, i suoi famigliari mandarono il bambino a casa dello zio Francesc, a La Trinidad, forse con la speranza che la violenza non raggiungesse quel quartiere periferico; i fatti dimostrarono che si trattava di una speranza infondata. Una notte la famiglia fu svegliata da uno strepito di urla e di spari. Il putiferio proveniva dalla casa accanto, dove viveva, con il padre, la maestra che ogni sera faceva lezioni private a Marco, il quale non poteva frequentare la scuola quando era a La Trinidad perch doveva aiutare gli zii in negozio. Marc balz dal letto, usc di corsa verso la casa della maestra e la trov nel patio che piangeva a dirotto con il padre morto fra le braccia. Marco assicura che il padre della maestra era stato ucciso dagli spari della Guardia Civil, probabilmente perch era un militante catalanista; dice anche che lui adorava la sua maestra e che ricorda s stesso l, nel patio della sua casa, alla luce della luna autunnale, atterrito, immobile e indifferente alla folla che si assiepava intorno a loro, fermo a guardare le lacrime e il dolore inconsolabile di quella donna buona. E dice che furono fatti come quello a spingerlo verso una precoce militanza anarcosindacalista.

 impossibile determinare se gli spettacolari ricordi che ho qui registrato siano veraci o frutto della sua fantasia: non  rimasto un solo testimone che possa confermarli, non ho trovato un solo documento che li avalli, e dubito molto che esista; l'unica cosa che si pu dire con certezza  che, sebbene la fantasia di Marco tenda alla spettacolarizzazione, quei fatti particolari s'incastrano in quelli della storia generale. Del resto, non  necessario evocare episodi cos brutali come la morte del padre della sua maestra per comprendere l'affiliazione politica di Marco. Enric apparteneva a una famiglia operaia, era cresciuto in quartieri operai, aveva iniziato a lavorare molto presto, prima, come ho gi detto, nel negozio dello zio Francesc, poi nel laboratorio di un sarto che ricorda biondo e imponente, e pi tardi nella lavanderia Guasch, dove faceva il ragazzo delle consegne; inoltre, suo padre e alcuni dei suoi famigliari erano militanti della CNT, aveva ricevuto un'intermittente ma assidua educazione libertaria in scuole, atenei e cooperative anarchiche, e Barcellona era la citt spagnola con pi iscritti alla CNT, un sindacato di gran lunga maggioritario negli ambienti in cui era cresciuto. Ma ci che lo convert definitivamente alla causa dell'anarchia non fu, secondo Marco, nulla di tutto questo: fu l'influenza di un fratello della sua odiata matrigna.

Si chiamava Anastasio Garca ed  quanto di pi simile a un padre Marco abbia avuto nella vita, e forse a un idolo o a un modello. Sempre secondo il racconto di Marco, negli anni Venti lo zio Anastasio era stato un uomo d'azione: aveva fatto parte o aveva avuto legami con Los Solidarios, il leggendario gruppo di stampo anarchico capitanato da Buenaventura Durruti, Francisco Ascaso e Juan Garca Oliver ("i migliori terroristi della classe lavoratrice", come li chiam in qualche occasione lo stesso Garca Oliver), e aveva operato con loro in Spagna, Francia e Sud America. Perci lo zio Anastasio era senza dubbio un tipo duro, anche se quando Marco inizi ad averci a che fare era addomesticato, oltre che invalido e probabilmente alcolizzato: viveva con una donna, la zia Ramona, lavorava come pittore alla Transmediterrnea, una compagnia di navigazione barcellonese che trasportava passeggeri e merci, e si era iscritto al sindacato dei marittimi della CNT. Non aveva figli e, quando conobbe Marco, non solo si affezion a lui ma lo accolse per lunghi periodi in casa, forse per proteggerlo dalle vessazioni della sorella.

Lo zio Anastasio e la zia Ramona vivevano in calle Conde del Asalto, vicino a palazzo Gell e quasi di fronte all'Edn Concert, un music hall dove si esibivano le stelle pi rutilanti del firmamento artistico dell'epoca e dove Marco dice a volte di essere riuscito a vedere Josephine Baker e Maurice Chevalier, anche se altre volte dice di non averli visti in quella celebre sala dove forse non mise mai piede (dopo tutto, ben presto, proprio prima della guerra, divent un cinema: il Cinema Edn), ma mentre entravano e uscivano da uno stabilimento vicino, l'Edn Hotel, dove la zia Ramona lavorava e dove lui passava le giornate a ciondolare, attratto dall'odore del lusso e dallo splendore delle celebrit. Il fatto  che lo zio Anastasio adott Marco; e lo istru anche: fino a quel momento Marco aveva completato la propria educazione autodidatta da lettore indiscriminato prendendo lezioni di francese, solfeggio, teatro ed esperanto nelle scuole, negli atenei e nelle cooperative libertarie e in casa della sfortunata maestra di La Trinidad; ora suo zio Anastasio lo costrinse a imparare anche calligrafia, dattilografia e stenografia. Voleva fare di lui una persona perbene, ma soprattutto voleva fare di lui un buon libertario: per questo gli inculc le idee razionaliste, antipolitiche, violente, vendicatrici, egualitarie, redentorie, anacronistiche, puritane, solidali e sentimentali di un certo anarchismo spagnolo; e per questo lo portava con lui dovunque andasse. E sempre per questo, quando il 18 luglio 1936, come si sospettava da mesi, alcune unit militari si sollevarono contro il governo della Seconda Repubblica, e il giorno dopo, per affrontarle, scoppi la rivoluzione libertaria a Barcellona, lo zio Anastasio e Marco vi parteciparono; e, poche settimane pi tardi, parteciparono alla guerra che per i successivi tre anni travolse il paese.

5

Agli inizi del 2013, quattro anni dopo avere conosciuto Marco e avere abbandonato per la seconda volta l'idea di scrivere su di lui, per me era cambiato tutto. Nell'autunno precedente avevo pubblicato un romanzo di finzione intitolato Le leggi della frontiera, e da allora non avevo quasi fatto altro che viaggiare per la Spagna e per gli Stati Uniti. Mi sentivo ragionevolmente a mio agio nei miei panni. Da qualche mese avevo mandato a quel paese il mio psicoanalista e avevo l'impressione che la finzione mi avesse curato; o forse mi ero soltanto abituato a vivere senza padre. Da parte sua, mia madre si era rassegnata a vivere senza marito. Mia moglie e mio figlio, infine, sembravano contenti, soprattutto mio figlio.

Ral aveva dieci anni quando era esploso il caso Marco; adesso ne stava per compiere diciotto e si era trasformato in un simpatico arrogante. Negli ultimi quattordici mesi aveva perso venti chili. Era forte e sano e faceva sport in continuazione. Entro pochi mesi sarebbe andato all'universit, anche se era ancora incerto tra studiare cinema o qualcos'altro. Quello che pi gli piaceva, per, erano le automobili, e quello che pi piaceva a entrambi era salire su una macchina, nostra o affittata, e fare chilometri ascoltando musica e parlando di tutto, ma specialmente dei nostri idoli: Bruce Willis e Rafa Nadal.

Un giorno d'inizio gennaio, mentre Ral e io zigzagavamo senza meta per le strade dell'Ampurdn, mi chiese se avessi gi iniziato a scrivere il mio prossimo libro. Non era una domanda abituale, perch n Ral leggeva i miei libri n era abituale che ne parlassimo, e in quel momento mi resi conto che non scrivevo da quasi sei mesi e che, contro ogni logica, non ero assolutamente angosciato. Risposi la verit.

"Ultimamente sei un po' fannullone, no?" domand Ral.

Mi voltai un secondo a guardarlo: aveva gli occhi fissi sul parabrezza e le labbra incurvate in un sorrisino ironico.

"Tu pensa al tuo lavoro" gli consigliai, tornando a guardare la strada. "Che al mio ci penso io."

"Di, non ti incazzare" disse, soddisfatto per essere riuscito a farmi mettere sulla difensiva. "Chiedevo solo per curiosit, eh?"

Ho gi detto che mio figlio era un po' sbruffoncello, per usare un'espressione delicata. Il fatto  che, forse perch avevamo un rapporto ironicamente competitivo e volevo dimostrargli che se non avevo iniziato a scrivere non era per mancanza di ispirazione ma perch non avevo voluto o perch non avevo trovato il tempo di farlo, mi misi a enumerare possibili temi per il mio prossimo libro e, non appena parlai del caso Marco, tirandolo fuori dal limbo dei miei progetti abortiti, Ral mi interruppe.

"Questo  un buon tema" disse.

"Ti ricordi di Marco?" domandai, sorpreso.

"Certo" rispose. "Quel vecchio che diceva di essere stato in un campo di concentramento e poi era saltato fuori che era una bugia, no?"

"Esatto."

"Un tipo interessante" sentenzi. "Non si pu essere cos bugiardo senza essere interessante."

Pensai che, sebbene stesse di nuovo facendo lo sbruffone, aveva ragione. Pensai che la storia di Marco era straordinaria, e di colpo sentii che, se per due volte avevo rinunciato a occuparmene, era stato per mancanza di coraggio, perch intuivo che in quel vecchio si nascondeva qualcosa che mi interpellava o mi concerneva profondamente e mi faceva paura scoprire cosa fosse. Ral disse qualcosa che non capii; gli chiesi di ripeterla.

"Dicevo che posso aiutarti."

"A scrivere il libro su Marco?"

"Certo. Dovrai parlare con Marco, no? Voglio dire, per farti raccontare la sua vita. E io vi filmo mentre parlate. Cos dovrai preoccuparti soltanto di quello che dice, e per di pi avrai la sua storia registrata e potrai rivederla tutte le volte che vorrai. E cos io vedo se fare cinema spacca o no."

Finsi di valutare la sua proposta, ma in realt stavo pensando che non solo avevo abbandonato due volte la storia di Marco perch intuivo che coinvolgeva cose molto personali, sulle quali mi spaventava indagare; l'avevo abbandonata anche per un timore meno confessabile: il timore che mi accusassero di star facendo il gioco di Marco, di star cercando di capirlo e pertanto di scusarlo, di essere complice di un uomo che si era preso gioco delle vittime del peggior crimine dell'umanit. Ricordavo le parole ammonitorie di Teresa Sala: "Non credo che dovremmo cercare di capire i motivi dell'impostura del signor Marco"; ricordavo anche le parole equivalenti di Primo Levi: "Forse quanto  accaduto non deve essere capito, nella misura in cui capire significa giustificare". Nei quattro anni precedenti, mentre scrivevo il mio romanzo di finzione, avevo pensato pi di una volta a entrambe le frasi, soprattutto a quella di Levi e alla manifesta incoerenza del fatto che avesse scritto quelle due righe e, allo stesso tempo, avesse passato la vita a cercare di capire l'Olocausto nei suoi libri (per non parlare del fatto che avesse anche scritto cose come questa: "Per un uomo laico come me, l'essenziale  comprendere e far comprendere"). Capire significa giustificare? tornavo a domandarmi ogni volta che ricordavo quella frase. Dobbiamo proibire a noi stessi di capire o piuttosto siamo obbligati a farlo? Finch un giorno, poche settimane o mesi prima della mia conversazione con Ral, mi ero di nuovo imbattuto nella frase di Levi e avevo trovato la soluzione.

L'avevo trovata in un libro di Tzvetan Todorov. Todorov argomentava che quanto affermava Levi in quella frase (e, avevo aggiunto io, quanto affermava Teresa Sala nella sua) era valido soltanto per lo stesso Levi e per gli altri sopravvissuti ai campi nazisti (inclusa, avevo aggiunto io, Teresa Sala, che non era una sopravvissuta, ma era la figlia di una sopravvissuta, e pertanto una vittima dei campi nazisti): essi non devono cercare di capire i propri aguzzini, diceva Todorov, perch la comprensione indica un'identificazione con loro, per quanto parziale e provvisoria, e questo pu portarli all'annichilimento. Ma noialtri non possiamo evitarci lo sforzo di comprendere il male, soprattutto il male estremo, perch, concludeva Todorov, "capire il male non significa giustificarlo, ma, caso mai, dotarsi degli strumenti per impedirne il ritorno". Perci, pensai mentre guidavo per l'Ampurdn accanto a Ral e fingevo di meditare sulla sua proposta, capire Marco non significa giustificarlo, bens, caso mai, dotarsi degli strumenti per impedire la comparsa di un altro Marco. Del resto, adesso mi intrigava sapere che cosa ci fosse in Marco che mi riguardava tanto a fondo da averne timore, e immediatamente seppi che mi sentivo abbastanza forte e animoso per tentare di scoprirlo. Era possibile scoprirlo? Era possibile raccontare la storia di Marco? Ed era possibile raccontarla senza mentire? Era possibile proporre la cronaca della menzogna di Marco come una storia vera? Oppure non era possibile, come avrebbe pensato Arrabal? Vargas Llosa e Magris avevano immaginato che non saremmo mai arrivati a conoscere la verit profonda di Marco, ma non era questo il miglior motivo per scrivere di lui? Non era questo non conoscere o questa difficolt di conoscere il miglior motivo per cercare di conoscere? E anche se il libro su Marco era un libro impossibile, come avrebbe pensato Arrabal, e forse Vargas Llosa e Magris, non era questo uno stimolo perfetto per scriverlo? Non sono forse i libri impossibili i pi necessari, forse gli unici che valga davvero la pena di tentare di scrivere? Non era questo ci che in realt mi aveva voluto dire Vargas Llosa quando nella sua casa di Madrid mi aveva detto che dovevo scrivere di Marco? Non  forse una nobile sconfitta il massimo a cui possa aspirare uno scrittore?

"Pu darsi che sia morto" dissi a Ral.

"Cosa?"

"Pu darsi che Marco sia morto" chiarii. "Quando l'ho conosciuto aveva quasi novant'anni, e da allora ne sono passati quattro."

"E non abbiamo saputo della sua morte? Dopo quello che ha combinato? Di..."

Quello stesso pomeriggio chiamai Marco da casa di mia madre, a Gerona, dove trascorrevamo quasi tutti i fine settimana. Era vivo. Non soltanto era vivo; sembrava posseduto dalla stessa agitazione e dalla stessa logorrea febbrile che lo dominavano quattro anni prima. Parl del nostro unico incontro, di Santi e di mia sorella Blanca, soprattutto parl di s, dell'ingiustizia che era stata commessa contro di lui, della sua infaticabile opera di solidariet, di tutto quello che aveva dato a tanta gente e che nessuno gli aveva restituito. Mentre ascoltavo, ricordai la prodezza di Santi e di Lucas Vermal e mi chiesi se, come loro, sarei stato capace di sopportare a lungo quel diluvio autoassolutorio, per mi dissi che non potevo arrendermi alla prima difficolt e, armandomi di coraggio, riuscii a interromperlo: gli raccontai che avevo deciso di riprendere l'idea di scrivere un libro su di lui.

"Ah, s?" domand, come se io potessi chiamarlo per qualche altro motivo. " vero, quella storia  rimasta un po' in sospeso, no?"

Prima che avesse il tempo di tornare all'attacco, gli chiesi se potevamo vederci per parlare della faccenda. Senza esitare, Marco disse di s. Era venerd. Fissammo un appuntamento per il luned.

Convinto che Marco avrebbe accettato che io scrivessi un libro su di lui - perch la sua vanit avrebbe triturato qualunque obiezione al progetto - la sera mi stampai l'articolo di Vargas Llosa, il mio e un reportage pubblicato sul Pas da Jos Luis Barbera e li diedi a mio figlio.

"Mi vedo con Marco luned" gli dissi. " solo un primo appuntamento, per riprendere i contatti e spiegargli cosa voglio fare. La settimana prossima registriamo, supponendo che accetti. Se devi farlo tu,  meglio che t'informi."

Ral prese i fogli e, dopo cena, si stese sul divano della sala da pranzo e si mise a leggerli. Io mi sedetti su una poltrona, con lui da un lato e mia madre dall'altro; ascoltavo vagamente mia madre, che mi teneva una mano e guardava le notizie in televisione, mentre di sottecchi sorvegliavo mio figlio. Quando Ral fin di leggere, sorrideva.

" pazzo" disse, lasciando cadere i fogli sul tappeto.

Non domandai a chi si riferiva; domandai: "Credi?"

"Di chi state parlando?" intervenne mia madre.

"Di un uomo." Ral alz la voce per sconfiggere la sordit della nonna. "Diceva che era stato in un campo di concentramento, ma era una bugia."

Mia madre rimase a guardarlo senza capire; poi guard me. Le riassunsi il caso Marco, non avevo ancora finito quando mi chiese: "E tu credi che siano vere tutte queste bugie?"

Ral si mise a ridere. E io dissi a mia madre che questo era proprio quello che avrei cercato di scoprire.

Mia madre mi strinse la mano, come se approvasse le mie parole, e Ral prosegu: "Marco vive in un mondo di fantasia, pi interessante e pi divertente della realt.  questo essere pazzi, no?"

"Immagino di s" risposi. "Gli succede come a don Chisciotte. Sebbene don Chisciotte sia anche sano di mente. Voglio dire:  fuori di testa, ma  anche il tipo pi sensato del mondo. Tranne quando parla di libri di cavalleria."

"E Marco  uguale?"

"Non lo so. Non so nemmeno se possiede libri di cavalleria. Devo scoprire anche questo. O dobbiamo scoprirlo. Se tutto va bene, la settimana prossima iniziamo. Tu sta' attento mentre registri, e poi mi dici la tua opinione su di lui. D'accordo?"

Ral si rigir sul divano, si mise un cuscino sotto la testa e fece una smorfia che sembrava di scetticismo, e che magari non lo era.

"D'accordo" disse.

Il luned, all'ora stabilita, mi presentai a casa di Marco, a Sant Cugat. Andai da solo; Marco mi ricevette insieme alla moglie. A una prima occhiata, non notai nessuna differenza tra il Marco di quattro anni prima e quello di adesso: forse era un po' pi curvo e aveva pi rughe, ma continuava a sembrare un uomo di settant'anni, non uno di pi di novanta. Come se mi avesse letto nel pensiero, una delle prime cose che mi disse fu che la sua salute era peggiorata, che aveva problemi di cuore. "Pensavo di arrivare a cent'anni" disse, con voce rauca e sofferente. "Ma ormai so che non ci arriver." Poi inizi la sua sessione di autoincensamento, scagliando su di me la solita tormenta di rivendicazione personale e di vittimismo: la sua vita era stata appassionante, era stato dappertutto, aveva conosciuto tutti, era stato un difensore della Repubblica e un antifascista irriducibile in guerra, un resistente clandestino durante il franchismo, una vittima assidua delle celle della dittatura, un leader operaio e civico, un paladino della giustizia, della libert e della memoria storica; era vero che alla fine della sua vita aveva commesso un errore facendosi passare per deportato, ma in fondo non era stato un errore, non aveva mentito, aveva solo distorto la verit, e per di pi l'aveva distorta per una buona causa, per far conoscere gli orrori del secolo; quello che gli avevano fatto quando era scoppiato lo scandalo non poteva essere perdonato, l'avevano insultato, oltraggiato, calpestato, linciato, quasi fosse una bestiaccia e non un uomo umile ma grande che aveva dato la vita per gli altri, quasi fosse lui a essere in debito con il mondo, e non il mondo con lui... Lasciai che si sfogasse mentre sua moglie trafficava per casa come se non le interessasse quello che diceva Marco, o come se l'avesse gi sentito molte volte, e mentre io mi domandavo cosa potesse pensare lei della mia idea di scrivere un libro su suo marito. Quando capii che Marco non avrebbe smesso di parlare a meno che non lo interrompessi, cercai di interromperlo. Quasi urlando riuscii a dire, nel bel mezzo della sua perorazione, che ero andato a trovarlo perch volevo che mi raccontasse la sua storia per intero, ma a tempo debito.

"Se mi racconta tutto adesso, non le rester pi niente da raccontarmi!" gridai, apertamente. Marco si zitt; mi sembr un miracolo. Eravamo seduti in salotto, uno di fronte all'altro, separati da un tavolo di legno lungo e rettangolare; dietro di lui c'erano scaffali pieni di libri, riviste e raccoglitori. Sua moglie gli era appena comparsa accanto, silenziosa come un gatto. Recuperando il mio abituale tono di voce, domandai: "Vuole che le racconti il mio progetto?"

Glielo raccontai. Gli ridissi che la mia idea consisteva nello scrivere un libro su di lui. Gli assicurai che, per scriverlo, mi serviva il suo aiuto. Gli ripetei che, per cominciare, avevo bisogno che mi raccontasse la sua vita dalla a alla zeta, con tutti i particolari. Gli dissi che, se era d'accordo, mio figlio avrebbe filmato i nostri incontri e che, se lo preferiva, avremmo potuto registrare l, a casa sua.

"No, qui no" disse subito, tassativo. "Io sono io e la mia famiglia  la mia famiglia."

"Allora possiamo filmare nel mio studio" replicai. "L staremo tranquilli."

Gli spiegai che, sebbene fossi un autore di romanzi, mi ripromettevo di scrivere un racconto assolutamente reale, un romanzo senza finzione e, anche se non gli dissi che tra gli altri motivi volevo farlo perch lui aveva gi incorporato abbastanza finzione alla sua vita, aggiunsi che non potevo anticipargli come sarebbe stato il libro perch scoprivo quello che volevo scrivere soltanto quando l'avevo gi scritto.

"In tutti i modi, non si aspetti che il risultato sia una difesa" lo avvisai. "Non la inganner: non si aspetti da me una riabilitazione n un'assoluzione; ma nemmeno una condanna. Quello che voglio  sapere chi  lei, perch ha fatto quello che ha fatto. Questo  ci che voglio: non riabilitarla, ma capirla."

Marco mi fiss con i suoi occhi scuri, infossati e inquisitori; sostenni il suo sguardo. Ripeto che non avevo alcun dubbio che mi avrebbe aiutato nel mio progetto: bastava sapere quello che aveva fatto e passare cinque minuti con lui per avere la certezza che era di quelli che preferiscono mille volte che si parli male di loro piuttosto che non se ne parli affatto. Perci stavo gi per dirgli, con ipocrita magnanimit, che se non accettava l'accordo l'avrei capito benissimo, quando parl di nuovo.

"Veramente, non ho bisogno che qualcuno mi riabiliti" disse, anche se io ero sicuro che non desiderava nient'altro che riabilitarsi. "L'unica cosa di cui ho bisogno  che mi ascoltino. Potermi spiegare."

"Io la ascolter. Glielo assicuro."

Marco continu a fissarmi. Sua moglie anche.

"Ho letto l'articolo su di me che ha pubblicato sul Pas" disse Marco, e all'istante mi pentii di avere scritto quell'articolo. "Non era bene informato."

Guardai sua moglie, riguardai lui e feci di nuovo ricorso all'ipocrisia (o al sarcasmo).

"C'era qualche errore?" domandai.

"No" rispose Marco. "Ma quello non ero io. Veramente, io sono pi complesso."

"Ne sono sicuro" dissi, stavolta con sincerit, e imboccai la via d'uscita che mi aveva offerto. "Proprio per questo voglio scrivere il libro: per fare un ritratto di lei cos com', con tutta la sua complessit. E per questo ho bisogno che parliamo, che lei mi racconti la sua vita. In seguito potr aiutarmi in altri modi: potrebbe fornirmi documenti, potrebbe accompagnarmi nei luoghi in cui ha vissuto, potrebbe darmi telefoni e indirizzi di persone che l'hanno conosciuta..." Mi rivolsi alla moglie; dissi: "Un giorno mi piacerebbe anche parlare con lei, se non la disturba".

"Non mi disturba" disse sua moglie. Sorrise e si alz, come se avesse gi sentito tutto quello che aveva bisogno di sentire. "Se vuole che parliamo, parleremo. Ma a condizione di non filmarmi. Io sono soltanto la moglie di Enric, e ha gi sentito quello che le ha detto mio marito: lui  lui e la sua famiglia  la sua famiglia."

Per un istante, Marco rimase assorto a guardare la moglie che si allontanava lungo il corridoio.

Approfittai del suo silenzio per domandare: "Che gliene pare se iniziamo domani?"

Iniziammo tre giorni dopo. In quel lasso di tempo mi immersi di nuovo nel caso Marco, rilessi tutto quello che avevo letto su di lui e cercai nuove informazioni su Internet, dove scoprii un'infinit di articoli, registrazioni, interviste e commenti. Il giorno prima dell'incontro fui sul punto di avere un attacco d'ansia.

"Merda" dissi a Ral. "Non possiamo registrare nel mio studio."

"Perch no?"

"Perch non c' l'ascensore. Come vuoi che un vecchio di novantadue anni salga per le scale fino al terzo piano?"

Chiamai immediatamente Marco pensando che, se non potevamo registrare nel mio studio n a casa sua, avremmo dovuto rimandare la nostra prima giornata di lavoro, il che mi sembrava di malaugurio. Marco fu infastidito dalla telefonata.

"Tu pensa alle cose tue, Javier" disse. "Le scale sono affar mio."

Credo che fu la prima volta che mi diede del tu, e per un secondo molto scomodo sentii che Marco mi aveva parlato come io parlavo a mio figlio.

Il pomeriggio dopo, prima delle quattro, Ral e io eravamo nel mio studio nel quartiere di Gracia, e aspettavamo Marco. La sera prima mio figlio mi aveva mostrato il funzionamento della telecamera - doveva andarsene a met pomeriggio, volevamo assicurarci che avrei saputo usarla quando non ci sarebbe stato - e adesso la sistem su un cavalletto e sistem il cavalletto accanto a me, di fronte alla poltrona destinata a Marco. Verso le quattro e mezza suon il campanello. Era Marco; accompagnato dalla moglie. Malgrado lei avesse quasi trent'anni meno di lui, fu Marco il primo ad affacciarsi dalle scale, deciso e ansimante. Non ricordo come fosse vestita la moglie; quanto a Marco, le immagini che registrammo quel pomeriggio mostrano che indossava un berretto scuro con la visiera, una camicia a righe e un pullover a maglia con appuntata sopra l'eterna bandierina repubblicana. Marco mi salut e si mise a parlare con Ral; io mi misi a parlare con Dani. Terminati i preamboli, feci sedere Marco sulla poltrona di fronte alla telecamera, Dani si sedette su un'altra poltrona, Ral su una sedia dietro la telecamera e io sulla mia sedia da lavoro, di fronte a Marco. Avevo accanto a me, sulla scrivania, un taccuino pieno di domande, ma durante la prima mezzora riuscii a stento a formularne qualcuna, perch Marco impieg quel tempo nella sua ormai classica arringa rivendicativa, satura di autoincensamento e di lamentele. Lo ascoltammo con pazienza, finch, in parte grazie all'intervento della moglie, riuscii a fare in modo che iniziasse a parlare della sua vita dal principio.

Fu allora che cominci davvero quella prima intervista. Fin pi o meno tre ore dopo, verso le otto. A quel punto, era gi da un po' che Marco e io eravamo rimasti soli nel mio studio; Ral e Dani se n'erano andati, prima Dani e poi Ral. La sera, a cena, mia moglie, mio figlio e io parlammo di Marco. Domandai a Ral cosa pensava di lui, che impressione gli aveva fatto, se pensava ancora che fosse pazzo.

" pazzo e non  pazzo" rispose senza pensarci su, senza alzare gli occhi dal piatto, e intuii che non era una risposta improvvisata. "Fa solo lo spaccone, come don Chisciotte; ma non  uno spaccone. E non  nemmeno come don Chisciotte.  molto meglio."

Aspettai che spiegasse il perch, ma stava masticando un boccone, o forse stava limando la sua idea; fu mia moglie che, senza riuscire a trattenere l'impazienza, gli chiese una spiegazione.

" chiarissimo" rispose Ral, finendo di ingoiare o di pensare, o tutte e due le cose. "Nessuno prendeva sul serio don Chisciotte, non ingannava nessuno; invece Marco ha ingannato tutti." Alz finalmente gli occhi dal piatto e guard mia moglie. "Ti rendi conto? Tutti!" Poi si volt verso di me con un luccichio di entusiasmo negli occhi, mi indic con la forchetta e diede il colpo finale: " un grande!"

6

Ecco la battaglia pi sanguinosa combattuta nei primi giorni della guerra civile. Si svolse a Barcellona, domenica 19 luglio 1936. Il sabato era arrivata in citt la notizia della sollevazione dell'esercito in Marocco e per tutto il giorno le strade, le case e i caff si erano saturati di dicerie. Nell'aria si respirava una tensione prebellica. Nel pomeriggio, il presidente del governo autonomo catalano, Llus Company, si era rifiutato di consegnare le armi al popolo, ma la CNT, il sindacato anarchico e maggioritario nella citt, non aveva accettato il rifiuto, aveva svaligiato gli arsenali, armato i suoi militanti e si era preparata a combattere.

All'alba del giorno successivo scoppi la guerra. In accordo con il piano preparato dai golpisti, a quell'ora varie colonne ribelli armate fino ai denti cominciarono a uscire dalle principali caserme della citt: quelle di Pedralbes, quella di calle Tarragona, quella di travessera de Gracia, quella di Sant Andreu; dovevano tutte convergere in centro, in plaza de Catalua e sulla Rambla, ma l'operazione fu coordinata cos male e incontr una resistenza cos fiera da parte di gruppi di operai in armi, soprattutto operai della CNT, e di distaccamenti della Guardia de Asalto, che gli insorti non raggiunsero mai la loro meta, oppure la raggiunsero e dovettero subito abbandonarla: vennero fermati da barricate di sampietrini, da spari di cecchini, da granate caserecce lanciate dai tetti, da camion suicidi che si scagliavano contro di loro. A mezzogiorno l'intera citt era diventata un campo di battaglia, con gente che combatteva a ogni angolo, morti dappertutto e la maggior parte delle chiese e dei conventi incendiata. Nel pomeriggio le sorti della contesa iniziarono a volgere dalla parte degli antifascisti: il leader locale della rivolta, il generale Goded - che a mezzogiorno era arrivato da Maiorca su un idrovolante - si arrese senza condizioni e fu costretto a diffondere via radio un appello alla resa ai suoi uomini; verso le due del pomeriggio, dopo qualche esitazione, la Guardia Civil si mise agli ordini del governo legittimo; pi o meno alla stessa ora (o forse un po' prima, o un po' dopo), su avenida Icaria un gruppo di operai convinse alcuni soldati ribelli del Reggimento di Artiglieria di Montagna n. 1, adibiti a una batteria composta da due cannoni da 75 mm, a rivolgere le armi contro i propri colleghi, perch gli ufficiali li avevano ingannati, e a partire da quel momento i loro compagni, che fin dalla mattina avevano abbandonato occasionalmente le file golpiste per unirsi a quelle dei nemici, avevano iniziato a disertare in massa. Al tramonto gli insorti resistevano soltanto nella caserma di Atarazanas, vicino al porto, e in quella di Sant Andreu, a qualche chilometro dal centro, dove si trovava il pi importante arsenale di Barcellona.

Era l che stava Marco da ore, o almeno cos dice. Aveva da poco compiuto quindici anni, viveva da qualche giorno nel quartiere La Trinidad, aiutando in negozio suo zio Francesc e sua zia Caterina e, come tutti, sapeva che stava per succedere qualcosa, forse lo scoppio della rivoluzione, forse un colpo di stato militare, forse entrambe le cose allo stesso tempo. La domenica mattina, mentre suonavano tutte le sirene delle fabbriche della citt, sent parlare della sollevazione dell'esercito e dei combattimenti che si stavano verificando fin dall'alba, e gli arrivarono o dice che gli arrivarono gli ordini dei partiti e dei sindacati operai (non soltanto della CNT, a cui dice che apparteneva), ordini secondo i quali coloro che possedevano armi dovevano recarsi nel centro di Barcellona allo scopo di frenare la ribellione, e coloro che non le possedevano dovevano recarsi nelle caserme per averle, o almeno per dimostrare ai militari che il popolo era contrario alla sollevazione.

La caserma pi vicina a La Trinidad era quella di Sant Andreu, la caserma della Maestranza di Sant Andreu, cos Marco si diresse l. Non ricorda a che ora arriv, ma ricorda che, quando arriv, all'ingresso c'era gi gente pronta ad affrontare i ribelli, gente non soltanto di Sant Andreu e La Trinidad, ma anche di Santa Coloma, della Prosperidad e di altri quartieri della periferia di Barcellona. Dice che tra quella folla esaltata e variopinta conobbe colui che con gli anni sarebbe diventato uno dei suoi migliori amici: un militante anarchico chiamato Enric Casaas. Dice che non ricorda quanto tempo si ferm l, in attesa di non si sapeva bene cosa, ma che a un certo punto comparve in cielo un aereo repubblicano e lasci cadere su La Maestranza una pioggia di volantini mentre alcuni soldati gli sparavano contro. Dice che subito dopo l'aereo spar, ma dopo un po' torn a sorvolare la caserma, stavolta intimando agli occupanti di arrendersi e lanciando alcune bombe che, dice, sollevarono pi polvere e fecero pi rumore che altro. Per dice che fu allora che le porte della caserma si aprirono e, come se si trattasse di un sol uomo, la folla si lanci all'assalto, anche se ci che gli assalitori trovarono dentro non fu quello che speravano, ma solo un mucchio di soldati ubriachi e pieni di paura che vagavano come allucinati per cortili e mense piene di resti di cibo e di bevande, e che si arresero senza resistenza. Quel giorno nella caserma di Sant Andreu erano custoditi, fra altre armi, trentamila fucili, e Marco dice che la gente ne prese quanti ne voleva, e che lui si ritrov fra le mani un terzeruolo, un fucile corto da cavalleria. E questo  tutto ci che Marco ricorda di quella giornata, o ci che dice di ricordare.

Delle giornate successive non ricorda quasi nulla, salvo il tripudio della rivoluzione trionfante a Barcellona, invece quello che ricorda o dice di ricordare  che tre settimane dopo, nel bel mezzo dell'euforia irripetibile di quell'estate libertaria, partecip con suo zio Anastasio alla conquista di Maiorca.

Fu una delle operazioni pi insensate di quella guerra insensata. Lo storico britannico Anthony Beevor riesce a riassumerla in un paragrafo preciso: "In quei momenti l'operazione di maggiore portata realizzata nella parte orientale della Spagna fu l'invasione delle [isole] Baleari da parte dei miliziani catalani. Ibiza e Formentera furono occupate facilmente e il 18 agosto ottomila uomini, appoggiati dalla corazzata Jaime I e da due cacciatorpediniere, sbarcarono a Maiorca al comando del capitano di fanteria [poi ufficiale della forza aerea] Alberto Bayo, che con il tempo sarebbe diventato istruttore dei guerriglieri di Fidel Castro. Gli invasori stabilirono una testa di ponte senza incontrare resistenza e poi si fermarono. Quando la milizia pot contare sull'artiglieria e sull'appoggio aereo, i nazionali avevano gi organizzato un contrattacco. Arrivarono moderni aerei italiani che colpirono e bombardarono le forze d'invasione virtualmente senza resistenza. La ritirata e il reimbarco, ordinati dal nuovo ministro della Marina, Indalecio Prieto, si trasformarono in una sconfitta schiacciante e l'isola continu a essere una base navale e aerea di vitale importanza per i nazionali durante tutta la guerra".

Cosa si pu aggiungere a questa sintesi? Che la spedizione fu un caos totale. Che vi parteciparono non soltanto miliziani armati, ma anche donne, vecchi e bambini. Che, anche se il ministro della Marina diede l'ordine della ritirata, nessuno lo aveva informato dell'inizio dell'operazione, cos come nessuno aveva informato il ministro della Guerra, e nemmeno il presidente della Repubblica. Che i partecipanti alla spedizione erano privi di servizi medici, di ospedali da campo e di approvvigionamenti adeguati e che, fuggendo, lasciarono le spiagge disseminate di cadaveri e l'isola nelle mani di un fanatico italiano dalla grande barba rossa chiamato Arconovaldo Bonaccorsi, alias Conte Rossi, che per diversi mesi, indossando la sua uniforme nera da fascista ornata da una croce bianca al collo, si dedic a ordinare fucilazioni di operai e a girare per l'isola su un'auto da corsa rossa in compagnia di un cappellano della Falange armato. E che, malgrado la "sconfitta schiacciante" dei miliziani catalani, per usare l'espressione di Beevor, al loro ritorno a casa Radio Barcellona annunci: "Le eroiche colonne catalane sono tornate da Maiorca dopo una magnifica azione. Nemmeno un uomo  stato perduto nelle operazioni di imbarco, giacch il capitano Bayo, con abilit tattica senza pari,  riuscito a realizzarle con successo, grazie al morale e alla disciplina dei nostri invincibili miliziani".

Enric Marco era uno di loro; voglio dire: uno di quegli invincibili miliziani sconfitti in maniera schiacciante. O cos assicura. I suoi ricordi di quell'impresa, per, sono scarsi e imprecisi. Dice che si lanci in quello sproposito perch, nonostante avesse appena quindici anni, era un giovane impetuoso e idealista, un ragazzo molto diverso da quelli di adesso, argomenta, ma identico a tanti ragazzi della sua epoca, trascinati dall'entusiasmo di costruire un mondo giusto e felice, o per lo meno un mondo migliore; ma riconosce che vi si lanci seguendo suo zio Anastasio, che, in quanto lavoratore della Transmediterrnea, andava ogni settimana per lavoro alle Baleari e aveva l amici, compagni e conoscenti e, quando seppe che l'arcipelago era caduto nelle mani dei fascisti, sent che il suo dovere era correre in loro aiuto. Dice che fecero il viaggio d'andata su una nave chiamata Mar Negro, forse di propriet della Transmediterrnea, e quello di ritorno sulla Jaime I. Dice che il suo ricordo essenziale  un ricordo di disordine assoluto e di improvvisazione permanente, in cui tutti davano ordini e tutti vi disobbedivano. Dice che viaggi incollato alla protezione reale di suo zio Anastasio e alla protezione illusoria del terzeruolo che aveva preso nella caserma di Sant Andreu e che a stento sapeva usare. Dice che durante la traversata si un a un gruppo di ragazzi come lui che erano chiamati i Moschettieri perch avevano in testa cappelli a falda piegata. Dice che crede di ricordare che, protetti dalla corazzata e dai cacciatorpediniere, sbarcarono a Son Cervera, ma dice anche che lui quasi non scese a terra perch suo zio glielo proib, e che passava le ore a giocare alla guerra con gli altri Moschettieri sulla coperta della nave. Dice che l scoprirono che non erano gli unici accorsi a liberare le isole, e che era partita da Valencia (o che era gi arrivata) una spedizione simile alla loro al comando di un capitano della Guardia Civil chiamato Uribarri. Dice che l'esaltazione dei primi giorni si trasform in inquietudine quando iniziarono a ricevere notizie che i miliziani che si erano inoltrati sulla terraferma non incontravano al loro passaggio gente entusiasta per la libert riconquistata, ma paesi deserti dai quali gli abitanti erano fuggiti precipitosamente, e che l'inquietudine divent delusione (ma non panico n sensazione di sconfitta) quando inizi il ripiegamento, un ripiegamento che a lui non parve pi disorganizzato dell'imbarco e che, assicura, non lasci le spiagge disseminate di morti, come io ho scritto seguendo i racconti di storici e testimoni, ma vi lasci molto materiale bellico. Dice che non ricorda nulla del viaggio di ritorno, tranne che tutti sulla nave attribuivano il fallimento dell'operazione alle divergenze tra Bayo e Uribarri.

Di ritorno sulla penisola, dice, non li fecero sbarcare a Barcellona, ma a Valencia, e dice anche che dovettero tornare a Barcellona in treno. Dice che non ricorda quanto tempo trascorse a Barcellona ma che, dopo qualche giorno o qualche settimana, suo zio e lui si arruolarono di nuovo come volontari, stavolta nella cosiddetta Colonna Rossa e Nera, un'unit (questo non lo dice Marco: lo dico io) formata da miliziani anarchici reduci dalla spedizione a Maiorca, e che, al comando del sindacalista Garca Prada e del capitano Jimnez Pajarero, raggiunsero il fronte di Huesca a met settembre. Dice che fu l che cap cos'era la guerra. Dice che fu l che vide morire per la prima volta un uomo, e che, nel bel mezzo di una sparatoria o di un bombardamento, mentre lui era steso sotto un camion cercando di proteggersi dal fuoco, vide un altro uomo correre di qui e di l con gli intestini in mano, urlando che qualcuno lo aiutasse a rimetterseli nella pancia, domandando terrorizzato chi lo avrebbe curato. Dice che quello stesso giorno seppe che l'uomo era morto, e che quella scena lo fece inorridire, ma che ben presto si abitu all'orrore, come, dice, succede a tutti in guerra. Dice che a un certo punto, non ricorda quando, lo zio Anastasio fu ferito, una ferita leggera che per lo lasci visibilmente zoppo; e dice che quell'incidente provoc la fine delle vicissitudini belliche dello zio. Ma non fu l'unica cosa che provoc, dice: lo zio Anastasio era anziano, stanco; inoltre, come tanti altri anarchici, aborriva la militarizzazione delle milizie ordinata dal governo che fin per incorporare la Colonna Rossa e Nera nella 28a Divisione repubblicana. La conseguenza di tutto ci fu che, cos come si era arruolato volontariamente nelle milizie, lo zio Anastasio si conged volontariamente. E la stessa cosa fece suo nipote, dice.

Tornato a Barcellona, Marco inizi a lavorare, dice, come meccanico nella fabbrica Ford. Era stata collettivizzata, perci Marco pu affermare senza venir meno alla verit che contribuiva allo sforzo bellico riparando auto, camion e furgoni. Dice che era sempre iscritto alla CNT e che aveva un incarico sindacale; dice anche che di quegli anni di guerra nelle retrovie repubblicane ricorda poco, salvo che collaborava alla difesa civile e che un giorno della primavera del 1938, dopo che una bomba italiana era caduta sulla Gran Va, di fronte al cinema Coliseum, diede una mano a tirare fuori dalle rovine dei palazzi distrutti i cadaveri delle quasi mille vittime provocate dall'esplosione, tra le quali centodiciotto bambini. Quanto allo zio Anastasio, tornato ferito da Huesca, gli concessero il portierato di un palazzo situato all'angolo fra calle Lepanto e travessera de Gracia, nel quartiere del Guinard. L, insieme alla zia Ramona, il vecchio anarchico visse quasi due anni; zoppicava ancora, era un rottame e beveva molto. Mor nell'autunno del 1938. Marco non assistette ai suoi funerali, perch a quel punto era di nuovo al fronte. O cos dice.

7

 possibile beccare un bugiardo? Si becca prima un bugiardo che uno zoppo, sostiene un detto spagnolo; come tanti altri (spagnoli e non), il detto  falso: quasi sempre si becca molto prima uno zoppo che un bugiardo, e non parliamone se il bugiardo  esperto come Enric Marco. Quando esplose il caso Marco, molta gente dedusse che, avendo mentito sulla sua reclusione nel campo di Flossenbrg, Marco avesse mentito su tutto il resto.  una deduzione erronea, che rivela un'ignoranza spettacolare sulla natura delle buone bugie e dei buoni bugiardi: i buoni bugiardi non soltanto trafficano con le menzogne, ma anche con le verit, e le grandi menzogne si costruiscono con piccole verit; in "Io sono Enric Marco", l'avevo detto cos: "Come qualunque buon bugiardo sa, una menzogna ha successo soltanto se  impastata con la verit". La menzogna della sua permanenza a Flossenbrg era l'unica che aveva raccontato Marco? Quali erano le verit con cui era impastata la menzogna o le menzogne di Marco, avessero o meno avuto successo?

Per quasi un anno di lavoro a tempo pieno la mia unica occupazione consistette nel cercare di identificarle; vale a dire: nel cercare di ricostruire la vera vita di Enric Marco. Come prima cosa ascoltai Marco con la massima attenzione, in lunghi incontri registrati che cercavo di orientare verso i miei scopi, e che all'inizio si svolsero nel mio studio nel quartiere di Gracia, ma poi si prolungarono a casa sua, in conversazioni in bar e ristoranti e sopralluoghi negli scenari della sua infanzia, della sua giovinezza e della sua maturit. Santi Fillol e Lucas Vermal mi prestarono le registrazioni delle decine di ore di conversazione che avevano avuto con Marco per realizzare il loro film. Mi procurai due aiutanti, uno a Barcellona - Xavier Gonzlez Torn - e l'altro a Berlino - Carlos Prez Ricart - grazie ai quali potei leggere gli innumerevoli articoli, interviste e reportage che erano stati pubblicati su Marco, cos come i documenti che certificavano la sua vita tanto in Spagna quanto in Germania. Vidi e ascoltai la moltitudine di interviste radiofoniche e televisive che Marco aveva concesso e, a partire da un determinato momento, potei consultare il suo archivio personale, dove c'era di tutto, da notizie e documenti su di lui a lettere e scritti autobiografici o pseudo-autobiografici. Lessi libri di psicologia, di filosofia, di sociologia, di storia, soprattutto di storia. Parlai con storici della guerra civile, dell'anarchismo e della Germania nazista, con ex e attuali membri della CNT, della FAPAC e della Amical de Mauthausen, con ex e attuali vicini e parenti di Marco, con proprietari di bar, colleghi e apprendisti che l'avevano conosciuto cinquant'anni prima, con amici per la vita e con nemici a morte, con operai, con medici, con avvocati, con neurologi, con giornalisti, con poliziotti. Normalmente svolgevo le ricerche da solo, ma a volte mi accompagnava mio figlio, e in qualche occasione lo fece anche mia moglie. Era una cosa insolita: come Marco, per regola generale tenevo la mia famiglia separata dal mio lavoro; in questo caso non fu cos: noi tre parlavamo spesso di Marco, discutevamo di lui, scherzavamo su di lui. Sono incapace di scrivere un libro senza trasformarlo in un'ossessione, a volte in un'ossessione malata (che guarisce soltanto quando finisco il libro), ma credo che mai fino a quel momento un personaggio mi avesse ossessionato tanto quanto Marco. Arriv un punto in cui tutto quello che mi succedeva era in rapporto con Marco, o mi rimandava a lui, o lo paragonavo a lui. In quel periodo sognavo spesso Marco, e in quei sogni, o pi esattamente in quegli incubi, discutevo corpo a corpo con il nostro uomo, che, per difendersi, continuava ad accusarmi di essere un bugiardo e un commediante, di essere come lui, di essere molto peggio di lui, a volte perfino di essere lui.

Una delle prime persone con cui parlai quando mi misi a indagare sulla vita di Marco fu naturalmente Benito Bermejo, lo storico che aveva svelato la sua impostura. La maggior parte delle nostre conversazioni fu telefonica, anche se raramente durarono meno di un'ora, per una volta andai apposta a Madrid per incontrarlo. Quel giorno Bermejo mi raccont molte cose, tra le quali che non aveva abbandonato l'idea di scrivere un libro su Marco ma per il momento l'aveva congelata, forse soprattutto per scrupoli morali: era stufo di fare il guastafeste, era sgradevole denunciare un bugiardo, lui aveva gi fatto il suo lavoro, indagare oltre sulla vita di Marco poteva far male a Marco e alla sua famiglia. Bermejo mi confid anche due notizie importanti, o piuttosto una certezza e un sospetto. La certezza era che, diversamente da quanto credevano tutti, inclusa forse la famiglia di Marco, lui non aveva avuto soltanto due donne - Danielle Olivera, l'attuale, e Mara Belver, la precedente, con cui aveva vissuto per vent'anni: dalla met degli anni Cinquanta alla met dei Settanta - ma tre. Mi raccont che, un po' dopo che era esploso il caso Marco (o che lui l'aveva fatto esplodere), aveva frugato in un archivio di Alcal de Henares e l, tra la documentazione relativa ai lavoratori spagnoli volontari che negli anni Quaranta Franco aveva mandato in Germania per aiutare Hitler, aveva trovato una scheda su Marco da cui risultava il suo matrimonio con una certa Ana Beltrn Ribes. Intrigato, aveva cercato il suo nome sull'elenco telefonico di Barcellona, ma non l'aveva trovato; invece si era imbattuto in quello di una Ana Mara Marco Beltrn e, poich aveva pensato che fosse la figlia di Marco, era riuscito a parlare con lei. La donna gli aveva detto che era vero: era figlia di Marco; gli aveva anche detto che sua madre e Marco erano stati sposati negli anni Quaranta, ma aveva aggiunto che non voleva parlare della faccenda, perch per lei era un caso chiuso e riaprendolo non ne avrebbe ricavato nulla di buono; alla fine gli aveva chiesto di lasciarla in pace. Bermejo l'aveva lasciata in pace. Il giorno dopo, per, aveva ricevuto una telefonata da un uomo che diceva di essere figlio di quella donna e nipote di Marco; e, sebbene l'uomo gli assicurasse che invece lui voleva parlare della faccenda, perch non capiva per quale ragione il nonno dovesse tenere nascosta la sua prima famiglia, lo storico aveva preferito lasciar correre.

Fin qui, la certezza di Bermejo. Quanto al sospetto, era in relazione con il ruolo di Marco nella CNT, il sindacato anarchico di cui, negli anni Settanta, durante il passaggio dalla dittatura alla democrazia, era stato segretario generale. Quel giorno, a Madrid, Bermejo cit - prima a casa sua e poi in un'osteria dove mi aveva portato a mangiare, nel quartiere di Chamber - la testimonianza di numerosi anarchici che, molto prima che lui smascherasse Marco, avevano messo in dubbio, in pubblico e in privato, oralmente e per iscritto, non solo la sua militanza clandestina durante la dittatura, ma anche il suo operato gi in democrazia, all'epoca in cui era stato dirigente del sindacato libertario.

Bermejo spieg: "Da una fonte completamente affidabile sono venuto a sapere che Marco percepisce un tipo di pensione che, fondamentalmente, percepiscono i funzionari o i militari che hanno fatto la guerra (anche le vittime del terrorismo e cose del genere). Si chiamano pensioni di Classi passive. Marco dice di aver fatto la guerra, ma io ne dubito, fra gli altri motivi perch  nato nel 1921 e l'ultima leva richiamata dalla Seconda Repubblica, la Classe del biberon,  stata quella del 1920".

Eravamo a met febbraio 2013 e io mi ero immerso nella vita di Marco soltanto da un mese e mezzo, perci chiesi: "Marco  stato funzionario?"

"Fin dove ne so io, no" rispose Bermejo. "A meno che..."

Bermejo non termin la frase e rimasi a guardarlo, incapace di intuire dove volesse andare a parare. Alla fine complet la frase: "A meno che non percepisca la pensione in quanto poliziotto".

"Stai dicendo che Marco  stato un informatore?"

"Non lo dico io" mi corresse Bermejo. "Lo dice un sacco di gente, inclusi alcuni dei suoi vecchi compagni; o almeno lo insinuano. E io non affermo; prospetto soltanto una possibilit. Una possibilit che aiuterebbe a spiegare, en passant, alcune delle calamit che si abbatterono sulla CNT negli anni Settanta e che quasi la distrussero, pur essendo stato il sindacato pi potente del paese durante la Seconda Repubblica e un elemento scomodo per il sistema durante la transizione alla democrazia. Immagina il danno che avrebbe potuto fare agli anarchici avere in quel periodo un infiltrato della polizia al vertice del loro sindacato. Per, insomma, ho gi detto che questa  soltanto una congettura; magari tu riesci a confermarla."

Quella sera partii da Madrid angosciato, e durante le settimane successive mi perseguit un'inquietudine che avevo tenuto a bada fin dal momento in cui avevo preso la decisione di indagare seriamente sulla vita di Marco. L'angoscia e l'inquietudine non si riferivano alla possibilit che Marco fosse stato un confidente della polizia, cosa che mi sembrava straordinaria ma non inverosimile, bens all'atto stesso di scrivere un libro su di lui. Avevo il diritto di scriverlo? Bermejo aveva ragione, come l'aveva avuta anni prima Santi Fillol: conoscevo gi abbastanza la storia di Marco per sapere che ne uscivano male tutti, e che raccontarla significava diventare un guastafeste, infilare il dito nell'occhio non soltanto di Marco e della sua famiglia, ma dell'intero paese. Volevo davvero farlo? Ero disposto a farlo? Era giusto farlo? Mi autorizzava a farlo il semplice fatto che Marco mi avesse dato il permesso di farlo e stesse collaborando con me? Avrei avuto il fegato di scrivere un libro da cui la moglie e le figlie di Marco avrebbero per esempio scoperto che il marito e padre aveva avuto un'altra donna e altri figli, o che era stato un confidente della polizia? Cos'altro avrebbero scoperto, cos'altro avrei finito per raccontare in quel libro, cos'altro avrei appurato se avessi continuato a indagare? Non mi ero forse impegnato a scrivere un libro non solo impossibile ma anche temerario? Non era forse immorale il mio proposito, e non perch avrei fatto il gioco di Marco, avallando o mascherando le sue menzogne (o cercando di redimerlo), ma proprio per la ragione opposta, perch dovevo farla finita con le sue bugie e raccontare la verit? Non era meglio abbandonare, abbandonare il libro, abbandonare Marco nella finzione che per tanti anni l'aveva salvato, senza portare alla luce la verit che poteva ucciderlo?

8

Marco racconta che si arruol di nuovo nell'esercito repubblicano nella primavera del 1938, rispondendo a un appello ai giovani del governo autonomo catalano. La guerra era nel suo penultimo anno e i franchisti avevano da poco sfondato il fronte d'Aragona e minacciavano la Catalogna, cos Marco fu inviato al fronte del Segre, un fiume che, con quasi trecento chilometri di estensione, costituiva la pi lunga linea di difesa della Catalogna repubblicana, e che dagli inizi di aprile era lo scenario di aspri combattimenti.

I ricordi che Marco conserva di questa fase della guerra sono molto pi precisi e abbondanti di quelli sulle precedenti. Dice che and al fronte su un camion insieme ad altri ragazzi come lui, come lui volontari, e che tra di loro c'era Antonio Fernndez Vallet, figlio del barbiere del quartiere La Trinidad e suo amico d'infanzia. Dice che, arrivati al fronte, li inquadrarono in diverse unit, e che la malasorte fece s che lui e Fernndez Vallet non fossero assegnati alla stessa. Dice che ricorda molto bene quale era la sua unit: la terza compagnia del terzo battaglione della 121a Brigata della 26a Divisione, ex Colonna Durruti. Dice che l'unit aveva le sue posizioni sulla Sierra del Montsec, sulla cima o sulle falde della Sierra del Montsec, nei paesi di Sant Corneli e La Campaneta. Dice che lui era il soldato pi giovane della sua unit. Dice di ricordare alcuni compagni della sua unit: Francesc Armenguer, di Les Franqueses; Jordi Jard, di Angls; un certo Jorge Ve o Vehi o Pei; un certo Thomas o Toms. Dice anche di ricordare il commissario della sua unit, Joan Sants, e naturalmente Ricardo Sanz, capo della sua divisione e amico di Buenaventura Durruti. Dice che la maggior parte dei suoi compagni non era andata a scuola e non sapeva n leggere n scrivere e che lui scriveva loro le lettere che mandavano a famigliari, fidanzate e amici, cos come scriveva spesso sul cosiddetto diario morale, un pannello sul quale venivano pubblicate notizie di interesse per i membri dell'unit. Dice che a volte si azzardava a fare cose che in pochi si azzardavano a fare: a volte, dice, si spingeva nella terra di nessuno e da l, urlando, faceva domande ai fascisti, domande che i suoi gli avevano raccomandato di fare, di che paese erano, se conoscevano questo o quell'amico o conoscente o famigliare di qualcuno dei suoi compagni. Dice che quel tipo di servizio lo fece diventare molto popolare, molto amato e ammirato. Per anni aveva detto un'altra cosa (anche se a me non la disse). Aveva detto che era stato l, sul fronte del Segre, che aveva conosciuto Quico Sabat, leggendario guerrigliero anarchico che aveva fatto tre anni di guerra nell'esercito della Repubblica e che, dopo la sconfitta, continu a combattere in armi il franchismo finch, agli inizi del 1960, dopo ventun anni di lotta solitaria contro la dittatura, fu abbattuto in una sparatoria vicino alla frontiera francese. Marco aveva raccontato pi di una volta per iscritto il suo rapporto con Sabat. "Conobbi personalmente Quico" scrive per esempio in una lettera al direttore inviata al Pas agli inizi del secolo. "Fu nell'estate del 1938, un giorno in cui si present nelle trincee che occupava la 26a Divisione, Colonna Durruti, sulla cima del Montsec, e propose a un gruppo di noi pi giovani di iniziare azioni di guerriglia nelle retrovie fasciste. A quei tempi Quico stava organizzando un'unit di guerriglieri nell'undicesimo corpo dell'esercito. Alcuni di noi si decisero: Pei, di Poble Sec; Jard, di Angls; un salmantino piccolo e asciutto che chiamavamo Gandhi; Francesc Armenguer, un ragazzo di Les Franqueses, intelligente e responsabile, che mor pochi mesi dopo nell'attraversamento del fiume Segre, tra Soses e Torres de Segre, proprio quando era stato appena nominato commissario dell'unit; e io stesso. Fu emozionante trovarsi 'dall'altro lato', con l'uniforme nemica, a raccogliere informazioni, a tagliare le comunicazioni e a facilitare la fuga di alcuni prigionieri asturiani condannati a costruire fortificazioni."

Marco ricorda anche (o dice di ricordare) che durante il periodo che trascorse sul fronte del Segre frequent la scuola di guerra della sua unit. Dice che, per frequentarla, doveva scendere un paio di giorni alla settimana da Sant Corneli e La Campaneta al paese in cui si trovava la scuola, Vilanova de Mei o Santa Maria de Mei, non lo ricorda con precisione, o dice di non ricordarlo. Dice che l lo addestrarono in cose che ignorava del tutto, come l'alfabeto morse, e che ricorda qualcuno dei suoi istruttori, come un certo capitano Martn. Dice di non ricordare con precisione quando termin il suo addestramento alla scuola, ma ricorda invece che ne usc con il grado di caporale. Dice che la guerra civile nella guerra civile in cui erano invischiati comunisti e anarchici, soprattutto da quando, nel maggio precedente, avevano avuto per una settimana degli scontri a fuoco nelle strade di Barcellona, avvelenava la vita in trincea, e che chi come lui militava nella CNT, il sindacato anarchico, si sentiva sotto la sorveglianza permanente del SIM, il servizio di intelligence dominato dai comunisti, che utilizzavano quell'organismo come polizia politica. Dice che un giorn arriv nelle trincee una circolare della CNT in cui si diceva che, in virt di un patto firmato giorni prima a Monaco dalle democrazie occidentali con la Germania nazista e l'Italia fascista, veniva sentenziata la vittoria del franchismo nella guerra spagnola, e che in quella stessa circolare si consigliava ai militanti del sindacato, una volta terminata la guerra, di passare in clandestinit allo scopo di organizzare la resistenza, e si fornivano le istruzioni per farlo. Dice che da allora in avanti lui e la maggioranza dei suoi correligionari continuarono a stare in trincea pi per senso di cameratismo e di responsabilit che per convinzione. Dice che, con convinzione o senza convinzione, a un certo punto di quell'autunno attravers con la sua unit il Segre e che l'offensiva - senza dubbio quella che a met novembre conquist per alcuni giorni Sers, Aitona e Soses, sulla riva sinistra del fiume - aveva lo scopo di alleggerire il fronte dell'Ebro, dove si stava combattendo una delle battaglie pi cruente, lunghe e determinanti di tutta la guerra. Dice di conservare alcuni ricordi di quei giorni di combattimenti al di l del Segre, tra i quali la morte di Francesc Armenguer attraversando il fiume e della pallottola nel culo che raggiunse Jordi Jard; ricorda inoltre (o dice di ricordare) che aveva un aiutante omosessuale chiamato Antonio, che Antonio era morto di paura e che nel corso di una marcia notturna lo perse nel buio e non lo rivide mai pi. Dice di ricordare anche che durante quell'effimera avanzata repubblicana fu promosso sergente e, in uno dei numerosi testi autobiografici o presuntamente autobiografici che si trovano nel suo archivio personale - Marco non  soltanto un chiacchierone compulsivo,  anche un grafomane ossessivo - scrive che il comandante della sua unit lo promosse ufficiale sul campo di battaglia "per il coraggio dimostrato ripetutamente nel compimento del dovere". Ma quello che soprattutto ricorda o dice di ricordare  che un pomeriggio, nel bel mezzo di un bombardamento dell'artiglieria nemica, l'esplosione di un obice lo sollev di peso e gli fece perdere i sensi.

A partire da questo momento i ricordi di guerra di Marco diventano confusi. Non  in grado di precisare in cosa consistesse esattamente la sua ferita, che del resto non gli lasci sul corpo la minima cicatrice; dice solo che, a quanto crede, gli ruppe qualcosa all'interno, che colp i bronchi e i polmoni e lo costrinse a un lungo recupero durante il quale non smise di sputare sangue. Dice che fu subito ritirato dal fronte e che riattravers il fiume in una notte di temporale, in lettiga e lungo una passerella, molto vicino a un guado dove era stato installato un posto di soccorso nel quale pass la notte. Dice che in seguito fu ricoverato in diversi posti di pronto soccorso delle retrovie, a Manresa, forse ad Agramunt, senza dubbio nel monastero di Montserrat, dove rimase un mese o un mese e mezzo, forse pi. Dice che non ricorda quasi nulla di quel periplo da soldato convalescente, tranne gli sputi di sangue, la febbre costante, i sussurri delle infermiere che parlavano di lui e la vergogna di rimanere nudo di fronte a quelle donne. Dice che arriv a Barcellona in un'auto zeppa di soldati poco prima che la citt fosse occupata dai franchisti il 26 gennaio, e che rest l invece di intraprendere la strada dell'esilio, come fecero tanti dei suoi compagni. Dice che, anche nel suo caso, la cosa pi logica sarebbe stata andare in esilio, perch era un sottufficiale della Repubblica e aveva militato nella CNT e di conseguenza era esposto a ogni tipo di rappresaglia da parte dei franchisti, ma che non and in esilio perch non si era ancora rimesso e non si sentiva in forze per farlo, e anche per seguire le istruzioni del suo sindacato, che raccomandava di restare nel paese e di organizzare la resistenza. Dice che i suoi compagni lo lasciarono in centro, sulla Diagonal, che si diresse verso il quartiere del Guinard e che, quando arriv all'angolo tra calle Lepanto e travessera de Gracia, buss alla portineria dove vivevano lo zio Anastasio e la zia Ramona l'ultima volta che era tornato in licenza a Barcellona, solo qualche mese prima, proprio dopo avere ottenuto i galloni da caporale. Dice che fu la zia Ramona ad aprirgli la porta e, passata la sorpresa iniziale, ad abbracciarlo, a coprirlo di baci, a farlo entrare. E dice che a partire da quel momento rest per molto tempo chiuso in casa della zia Ramona, o pi che chiuso nascosto, senza mettere piede in strada, lasciando che il riposo e le attenzioni della zia Ramona curassero le sue ferite invisibili prima di lanciarsi nella lotta armata per combattere dalla clandestinit i fascisti trionfanti con la stessa abnegazione e lo stesso coraggio con cui li aveva combattuti durante tutta la guerra.

9

Fin qui, in sintesi, le vicissitudini belliche di Marco cos come Marco le raccont sempre, o almeno cos come le raccont a partire dal momento in cui, dopo decenni di silenzio, parl di nuovo della guerra, verso la fine degli anni Sessanta, quando il franchismo si scomponeva e la vecchiaia di Franco autorizzava a intravedere o a immaginare la fine della dittatura. , a grandi linee, un racconto verosimile.  anche un racconto veridico? O  solo un frutto dell'interessata fantasia di Marco, attivata dai rantoli del franchismo e dai primi barlumi di libert, che stavano a poco a poco trasformando in un merito il fatto remoto di avere combattuto dalla parte degli sconfitti?

 molto probabile che, quando iniziai a indagare sulla vita di Marco, tutti pensassero, come Benito Bermejo, che non era vero che Marco avesse fatto la guerra; comunque, nessuno aveva trovato un solo documento che dimostrasse che l'aveva fatta. Nemmeno lo stesso Marco, che, a quanto mi raccont lui stesso e conferm la moglie, alla fine degli anni Settanta aveva cercato invano il suo foglio di servizio militare. Adesso lo cercai anch'io, ma non trovai il suo nome in nessuno degli archivi riguardanti la guerra civile: n in quello di Salamanca, n in quello di vila, n in quello di Segovia, n in quello di Guadalajara. Quest'assenza non dimostrava nulla, naturalmente; quegli archivi non sono completi, e c' gente che ha fatto la guerra e non figura in nessuno di loro. Marco lo sapeva. Quello che non sapeva, o fingeva di non sapere,  che non dimostrava nulla nemmeno il fatto che godesse di una pensione come ex sottufficiale repubblicano, come si affrett a spiegarmi nel tentativo di sostenere che non s'inventava la sua partecipazione alla guerra cos come si era inventato la sua permanenza a Flossenbrg. E non dimostrava nulla perch negli anni Settanta e Ottanta, alla fine della dittatura, le nuove autorit democratiche avevano concesso questo tipo di benefici economici senza fare troppe domande, perfino senza che i beneficiari presentassero la documentazione che li accreditava; per ottenerli, bastavano le testimonianze di vecchi compagni d'armi o di ufficiali dell'esercito sconfitto, che pi di una volta vennero falsificate. Perci Bermejo aveva ragione: Marco percepiva una pensione di Classi passive; ma non aveva ragione del tutto, o almeno la sua congettura sembrava sbagliata: Marco non percepiva la pensione in quanto poliziotto - vale a dire, in quanto confidente - ma in quanto sottufficiale della Seconda Repubblica. Oppure la riceveva in quanto sottufficiale della Seconda Repubblica e anche in quanto confidente? mi domandai. In ogni caso, Marco era stato davvero un sottufficiale della Seconda Repubblica? Oppure non lo era stato e aveva barato per poter avere la pensione? Marco si era inventato tutta la sua avventura di guerra per la stessa ragione per cui si era inventato la sua permanenza a Flossenbrg, per dotare la sua biografia dello splendore dell'epica?

Questo pensarono quasi tutti dopo che Bermejo smascher Marco; ma c'era gente che lo pensava gi da molto tempo. Nel 1984, ventuno anni prima che esplodesse il caso Marco, quando il credito del grande impostore e gran maledetto era ancora intatto o quasi intatto, il suo predecessore nell'incarico di segretario generale della CNT, Juan Gmez Casas, pubblic un libro sul sindacato in cui metteva in dubbio il curriculum da militante anarchico di Marco durante la dittatura, e in cui denunciava che, sebbene il nostro uomo assicurasse di avere fatto la guerra, "per la sua et" non aveva potuto farla. Era anche l'argomentazione di Bermejo; un'argomentazione che per presentava un'incrinatura:  vero che l'ultima leva richiamata alle armi dalla Repubblica fu, alla fine del 1938, quella del 1941, quella dei nati nel 1920, la cosiddetta Classe del biberon, e che Marco era nato nel 1921 e pertanto non apparteneva a quella leva ma alla successiva (va detto che, a rigore, la Classe del biberon fu la penultima leva richiamata alle armi dalla Repubblica, non l'ultima: l'ultima fu quella del 1942, la cosiddetta Classe del ciuccio; tuttavia, la chiamata alle armi fu fatta nel gennaio del 1939, a guerra gi persa, e pochissimi ubbidirono all'ordine di mobilitazione); per, malgrado quanto detto, c'era la possibilit che, a quanto affermava lui stesso, Marco si fosse arruolato come volontario, anche se per farlo avrebbe dovuto mentire sulla sua et, perch in linea di principio i volontari dovevano essere maggiori di diciott'anni, e lui ne aveva soltanto diciassette. Era questo che era accaduto? Marco aveva fatto la guerra come volontario? O era tutta un'invenzione?

Ben presto capii che sarebbe stato molto difficile dimostrare una cosa o l'altra, perch non c'erano documenti e quasi non rimanevano testimoni (o io non ne trovavo); tutto o quasi tutto dipendeva allora dalla testimonianza di Marco e dalle verifiche incerte e piuttosto problematiche che avrei potuto fare, perci su questa parte della sua biografia mi rassegnai a muovermi soprattutto sul terreno delle ipotesi. Eppure qualche testimone lo trovai. Per esempio: Enric Casaas. Casaas era il giovane militante anarchico che Marco diceva di avere conosciuto il 19 luglio 1936, durante l'assedio alla caserma di Sant Andreu, e del quale da allora diceva di essere diventato amico per la vita. Era ancora vivo, e Marco mi diede il suo telefono non senza prima mandargli una lettera in cui gli annunciava la mia visita e gli ricordava la loro amicizia e le vicende della giornata memorabile in cui a quanto pareva si erano conosciuti. Non appena ebbi il telefono di Casaas, lo chiamai. Rispose la moglie, che risult chiamarsi Mara Teresa. Le dissi che volevo parlare con il marito e le spiegai per che cosa volevo parlargli. Una volta spiegatomi, la donna mi avvert che non mi sarebbe servito a nulla parlare con Casaas, perch aveva perso la memoria; malgrado ci, non si oppose alla mia visita.

Lo andai a trovare, un pomeriggio di fine settembre 2013, nel suo appartamento di calle Francol, a Barcellona. A quell'epoca Casaas aveva novantaquattro anni, due pi di Marco, ed era un uomo alto e magro, dai capelli nivei e radi, che fisicamente si manteneva benissimo. Aveva fatto tre anni di guerra, aveva vissuto per decenni in esilio in Brasile ed era tornato in Spagna dopo la morte di Franco; aveva anche lui fatto parte della CNT e della Amical de Mauthausen, dove, con il suo atteggiamento conciliante e la sua reputazione di combattente in clandestinit, di esule eterno e di anarchico irreprensibile, aveva difeso Marco quando la sua impostura era stata scoperta, cosa che gli aveva procurato la sua eterna gratitudine. Quando, quel pomeriggio, entrai nell'appartamento di Casaas verificai che sua moglie non mi aveva ingannato. Il vecchio anarchico pass la maggior parte delle due ore che rimasi con lui a scrutare una foto di Marco, una foto tessera che gli avevo dato con la speranza di aiutarlo a ricordare con la sua memoria distrutta; fu tutto inutile: non riconosceva Marco e, sebbene conservasse brandelli di ricordi del 19 luglio 1936, in nessuno di essi compariva il nostro uomo. Mentre Casaas cercava di ricordare con il mio aiuto e quello della moglie, di tanto in tanto io parlavo con lei. Conosceva Marco, naturalmente, per credeva che l'amicizia tra suo marito e lui fosse nata nella Amical de Mauthausen, forse nella CNT degli anni Settanta, non in guerra; anzi: nel corso dei loro trent'anni di matrimonio, aveva sentito Casaas parlare infinite volte della guerra in generale e del 19 luglio in particolare, e spesso l'aveva sentito raccontare cose dei suoi compagni dell'epoca, per, che lei ricordasse, nei suoi racconti non era mai spuntato fuori il nome di Marco.

Questo fu tutto ci che appurai durante quell'intervista frustrata. Qualche giorno dopo la moglie di Casaas mi telefon per dirmi che aveva chiesto di Marco al fratello di suo marito, che si chiamava Rogeli ed era di due anni pi giovane di lui, ma nemmeno lui aveva mai sentito nominare Marco dal fratello a proposito della guerra. A quel punto io avevo letto tutte o quasi tutte le interviste fatte a Casaas e mi ero consultato con storici che l'avevano intervistato quando ancora conservava la memoria intatta; Marco non compariva da nessuna parte, nessuno aveva mai sentito Casaas parlare di lui, cos come Casaas non compariva nei racconti di guerra di Marco, pubblicati quando la memoria di Casaas avrebbe potuto confermarli o meno. Per questa strada capii che molto probabilmente si tratta di un esempio del modo in cui Marco si appropriava del passato altrui, o vi si incrostava dentro: la cosa pi probabile, in effetti, era che Marco non fosse stato alla caserma di Sant Andreu il 19 luglio, e che per dimostrare che c'era stato cercasse l'avallo di un testimone autentico il quale, come accadeva al suo amico Casaas, non fosse pi in condizioni di smentire la sua fandonia.

L'epico 19 luglio di Marco era sicuramente una finzione, ma era esistito lo zio Anastasio ed era come Marco diceva che era stato? Era davvero stato a Maiorca e a Huesca durante la guerra, e Marco era stato insieme a lui? Impossibile saperlo, o io non fui in grado di verificarlo: durante le mie indagini cercai il nome dello zio Anastasio su Internet, in biblioteche, emeroteche e archivi, e, sebbene non ci fossero ragioni per dubitare della sua esistenza, non riuscii a documentarlo come anarchico, n come compagno o conoscente di Durruti, n come ex combattente repubblicano. In tutti i modi, questa battuta infruttuosa non permette di escludere che lo zio Anastasio sia stato tutte queste cose, o alcune di esse, n che Marco lo abbia accompagnato nell'invasione di Maiorca n che abbia combattuto con lui sul fronte di Huesca, anche se allora era poco pi di un bambino e i suoi ricordi dei due episodi sono vaghi, confusi e generici, secondo quanto riuscirono a comprovare i membri dell'Estel Negre, l'Ateneo Libertario di Maiorca che alla fine del febbraio 2004, un anno prima che esplodesse il caso Marco, aveva invitato il nostro uomo a tenere una conferenza sulla sua esperienza nello sbarco sull'isola, dalla quale alcuni partecipanti uscirono con l'impressione che nell'agosto del 1936 Marco non avesse messo piede a Maiorca, perch non raccont quasi nulla di concreto su quanto vi era accaduto. Ma nemmeno questo dimostra che il nostro uomo non abbia partecipato all'episodio; dopo tutto, stava cercando di ricordare un evento accaduto quasi settant'anni prima, e quel lungo periodo di tempo pu cancellare o sfumare tutto. Prima ho parlato del disordine e dell'improvvisazione totale che regnarono nella spedizione a Maiorca, cos come della circostanza che vi parteciparono dei bambini, la qual cosa spiega il fatto che, per gli storici pi accreditati, risulti meno complicato accettare l'ipotesi che Marco and a Maiorca a quindici anni piuttosto che quella secondo cui, a diciassette, combatt sul fronte del Segre come volontario raggiungendo il grado di sottufficiale.

Marco combatt davvero sul fronte del Segre? Ho gi detto che, paragonati ai particolari che fornisce su Maiorca e Huesca, quelli sul Segre sono molto pi abbondanti e precisi, o almeno questa fu all'inizio la mia impressione. L'impressione cominci a incrinarsi quando appurai che, perfino prima della scoperta della sua impostura, alcuni storici della zona avevano parlato con Marco per ottenere informazioni sui combattimenti che si erano verificati su quel fronte e non soltanto non erano riusciti a farsi raccontare nulla o quasi nulla, ma alcuni, come i membri dell'Estel Negre a Maiorca, erano usciti da quei colloqui con Marco con l'imbarazzante sensazione che non avesse vissuto gli avvenimenti in questione. Da parte mia, conoscendo Marco (o la forma e le ragioni delle finzioni di Marco) scommetterei che l'episodio del leggendario Quico Sabat sia falso dall'inizio alla fine. Naturalmente, non c' dubbio che nelle fasi finali della guerra Sabat si rec sul fronte del Segre; ma qui finisce la verit (o almeno credo io). In realt, a me Marco non parl mai della sua presunta relazione con il guerrigliero, forse perch temeva che, a quel punto dei nostri rapporti, o delle mie conoscenze su di lui, io ormai non gli credessi. L'intero episodio  caratteristico,  quasi inutile aggiungerlo, dell'immaginazione volubile di Marco, cos come la retorica altisonante e sentimentalistica con cui lo racconta nella lettera al direttore del Pas  la retorica caratteristica delle sue finzioni ("Quico vers fino all'ultima goccia del suo sangue, e con lui molti altri, per rendere gli uomini pi liberi e vedere trasformata la societ"); e l'obbiettivo del testo non differisce da quello di altre invenzioni di Marco: sembra magnificarvi la figura dell'indomabile anarchico mentre in realt sta magnificando s stesso in quanto compagno dell'indomabile anarchico, e per di pi in un momento molto opportuno, perch la lettera fu inviata al giornale nel gennaio del 2000, quando ormai in Spagna mancava poco all'inizio della grande moda della cosiddetta memoria storica, e la vicinanza di Marco a un eroe della resistenza antifranchista poteva contagiargli il suo eroismo e fornirgli un'iniezione di capitale etico e politico.

E cosa dire infine della ferita causata dall'esplosione di un obice, che secondo il racconto di Marco lo allontan dal fronte del Segre, lo costrinse a una convalescenza itinerante per diversi ospedali della ritirata e lo restitu a Barcellona, dove impieg mesi a rimettersi? In questo caso l'episodio mi parve fin dall'inizio sospetto, per non dire inverosimile (e non soltanto a causa della sospetta vaghezza del racconto di Marco). In primo luogo, non era menzionato in nessuna delle sue biografie, nemmeno nelle pi dettagliate: quella che aveva dettato nel 1978 a Pons Prades e quella che aveva dettato nel 2002 a Jordi Bassa; questo particolare mi sembrava inesplicabile, perch una ferita di guerra  troppo importante per ometterla, soprattutto in racconti che rivendicano il passato guerresco del protagonista. In secondo luogo, quasi tutte le persone che avevano conosciuto Marco in giovent e che io riuscii a intervistare - inclusa l'unica figlia della sua prima moglie e la sorella e il marito di quest'ultima - sapevano o credevano di sapere che Marco avesse fatto la guerra, perch lui l'aveva raccontato, ma nessuna di loro aveva mai sentito che fosse tornato ferito dal fronte. In terzo luogo, la ferita stessa: era verosimile una ferita di obice che non lasciasse la minima cicatrice e riducesse la vittima in stato di semincoscienza e lo costringesse a un recupero cos lento? Cercando di rispondere a questa domanda, parlai con medici e consultai libri di medicina contemporanea e di medicina dell'epoca: non mi ci volle molto a concludere che, se la ferita era reale, era dovuta all'esplosione di un organo interno, sicuramente dello stomaco, un tipo di lesione che non lascia cicatrici e che si produce quando si verifica un forte boato nelle vicinanze della vittima. Ma conclusi anche che  molto improbabile che qualcuno sopravviva a una simile ferita nel momento e nelle condizioni in cui Marco diceva di averlo fatto: per non morire di emorragia interna o di peritonite, il paziente avrebbe dovuto essere operato, cosa che secondo lo stesso Marco non era accaduta e che, se fosse accaduta, gli avrebbe lasciato una cicatrice; l'intervento, inoltre, sarebbe stato complicatissimo nel bel mezzo del disordine dello sbando che regnava sul fronte in quelle settimane finali della guerra in Catalogna. Guarire da una ferita di quella natura senza operarsi sarebbe stato un miracolo, e io non credo ai miracoli.

Cos, quasi con queste identiche parole, lo spiegai un giorno a Marco nel salotto di casa sua. Era il mese di settembre del 2013, discutevamo da ore dei dettagli della sua biografia e Marco fin per accettare, dopo un aspro tira e molla, scoraggiato e riluttante, che forse non era tornato ferito dalla guerra. Compresi all'istante che, supponendo che il nostro uomo fosse stato al fronte e fosse tornato a casa nell'inverno del '39, in qualche momento del suo processo di invenzione retrospettiva di una biografia gloriosa aveva deciso che la sua traiettoria da eroe non si accordava con il fatto di non essere partito per l'esilio dopo la guerra e di essere rimasto a Barcellona, anche se fosse rimasto a Barcellona o avesse detto di essere rimasto a Barcellona con l'intrepida volont di entrare in clandestinit e nella lotta armata e non con l'intenzione prosaica, stremata e naturale che animava l'immensa maggioranza dei soldati repubblicani tornati a casa: quella di passare inosservati per non subire rappresaglie e sopravvivere alla sconfitta. No: l'eroico personaggio di finzione che Marco aveva creato doveva avere un'ottima ragione per non avere scelto l'esilio, e la migliore che il suo creatore trov fu una bella ferita.

LA VANGUARDIA ESPAOLA 29 SETTEMBRE 1938

Marco era stato davvero in guerra, allora? O era tutta una menzogna, dall'inizio alla fine?  quello che pensai per parecchio tempo e, sebbene non creda ai miracoli, soltanto un miracolo mi convinse che ero in errore.

Un miracolo o qualcosa che, quando accadde, mi parve un miracolo. O quasi. Ci che accadde fu che un giorno mi capit tra le mani la fotocopia di un articoletto pubblicato sul giornale La Vanguardia il 29 settembre 1938, il periodo in cui Marco diceva di essere stato sul fronte del Segre; me la consegn nel mio studio, un pomeriggio di aprile del 2013, Xavier Gonzlez Torn, il mio assistente a Barcellona. L'articolo dava conto di due eventi di "fratellanza civico-militare", due feste svoltesi in due luoghi del fronte repubblicano che, per motivi ovvi in tempo di guerra, non venivano specificati: il primo evento era un festival "organizzato dalla prima compagnia telefonica del Battaglione Trasmissioni dell'Esercito dell'Est"; il secondo si svolgeva "per la chiusura del corso della Scuola di formazione per caporali della 121a Brigata". Secondo l'anonimo giornalista, quest'ultimo festeggiamento, a cui avevano partecipato i bambini del paese, era iniziato con una partita di calcio, era continuato con un pranzo condito con discorsi del capo e del commissario della brigata ed era terminato, ormai a sera, con musica e cinema. Prima, dopo il pranzo e i discorsi, era stata letta la graduatoria definitiva degli aspiranti caporali della scuola. L'articolo citava i nomi, i battaglioni e i voti dei primi cinque classificati; il primo, a quanto lessi, apparteneva al terzo battaglione e aveva ottenuto un voto di 85'33. Si chiamava Enrique Marco Batlle.

Feci un salto sulla sedia, urlai. Era vero: Marco aveva fatto la guerra, e per di pi con l'unit con cui diceva di averla fatta, il terzo battaglione della 121a Brigata della 26a Divisione, ex Colonna Durruti. Era vero: Marco era stato caporale nell'esercito repubblicano ( perfino possibile che avesse finito la guerra da sergente;  pura fantasia, invece, che l'avesse finita da tenente, sebbene l'abbia sostenuto in uno dei numerosi testi presuntamente autobiografici che invi alla Amical de Mauthausen dopo la scoperta della sua impostura per dimostrare che, anche se non era stato in un campo nazista, era stato un intrepido combattente antifascista). Era vero ed era incredibile. Leggendo l'articolo ricordai la diffidenza che Marco aveva ispirato agli storici del Segre e pensai alla fragilit della memoria e alla guerra e a Fabrizio del Dongo e a Pierre Bezuchov, i protagonisti di La Certosa di Parma e di Guerra e pace, che erano stati a Waterloo e a Borodino e non avevano capito quasi nulla di ci che accadeva intorno a loro e avrebbero potuto raccontare altrettanto poco delle due battaglie quanto Marco della battaglia del Segre. E pensai, di nuovo, che ogni grande menzogna si costruisce con piccole verit, si impasta con esse. Ma pensai anche che, nonostante l'imprevista verit documentata che avevo appena scoperto, gran parte delle vicissitudini belliche di Marco era una menzogna, l'ennesima invenzione della sua egolatria e del suo insaziabile desiderio di notoriet. Adesso, molto tempo dopo, continuo a pensare la stessa cosa: che Marco non si trov il 19 luglio alla caserma di Sant Andreu e non combatt sul fronte di Huesca con la Colonna Rossa e Nera n fu un guerrigliero di Quico Sabat in territorio nemico n fu ferito sul Segre. Questo  ci che penso. Ma penso anche che non posso essere sicuro che Marco non sia andato a Maiorca nell'estate del '36, insieme a suo zio Anastasio, o che non posso essere pi sicuro di quanto lo fossero gli storici del Segre che Marco sia stato sul fronte del Segre. Penso a questo e penso al momento in cui, come se fossi sul punto di togliere l'ultima buccia di cipolla alla biografia eroica di Marco, l'estremo strato di finzione appiccicato al suo personaggio inventato, gli spiegai, sempre nel salotto di casa sua, che non credevo che fosse andato a Maiorca con suo zio Anastasio, e gli chiesi di confessare la verit. Marco era seduto di fronte a me, con i gomiti piantati sul tavolo e le mani intrecciate; ora che lo ricordo, forse avvenne lo stesso giorno in cui finalmente riconobbe di non essere tornato ferito dal fronte, forse proprio dopo che lo ebbe riconosciuto. Il fatto  che, quando ascolt le mie parole, Marco si prese la testa fra le mani in un gesto che, sebbene fosse melodrammatico, non mi sembr melodrammatico; poi implor: "Per favore, lasciami qualcosa".

Gli lascio questo.

10

Cosa fece Marco quando fin la guerra? O cosa dice di avere fatto?

L'ho gi raccontato: arrivato a Barcellona dal fronte del Segre, nell'inverno del '39, con la guerra agli sgoccioli, Marco si rifugi in casa della zia Ramona, una portineria che le autorit repubblicane avevano concesso a suo marito, lo zio Anastasio, come ricompensa per la sua condizione di invalido di guerra. La casa si trovava all'angolo tra calle Lepanto e travessera de Gracia, nel quartiere del Guinard; sebbene fosse a due piani, era minuscola; di sotto, nella portineria propriamente detta, si aprivano una cucina e una sala da pranzo piccolissime, oltre a un cubicolo destinato a controllare l'entrata e l'uscita degli inquilini; di sopra, quasi nella soffitta dell'edificio, c'erano un paio di stanze, anch'esse piccolissime. Ho raccontato che Marco aspett ancora molto tempo prima di uscire in strada. Da una parte, doveva rimettersi, dice, dalla sua ferita di guerra, non aveva documenti e non voleva regolarizzare la sua situazione legale, perch la sua dignit si rifiutava di accettare le autorit franchiste e perch le rappresaglie contro quelli come lui (un sottufficiale dell'esercito sconfitto che per di pi aveva militato nella CNT) potevano essere durissime; d'altra parte, lo opprimeva, dice, un miscuglio di paura, schifo e vergogna. Per lui, un ragazzo idealista e ribelle, che aveva vissuto la rivoluzione libertaria e aveva fatto la guerra ed era pronto a continuare a lottare per abbattere il franchismo, lo schifo e la vergogna erano molto superiori alla paura.

La portineria della zia Ramona si trovava di fronte alle caserme di calle Lepanto e, durante le prime settimane o mesi, Marco si limit a spiare la realt dalla sua finestra, a quanto racconta lui stesso in uno dei testi autobiografici o pseudoautobiografici che invi alla Amical de Mauthausen dopo la scoperta della sua impostura. Spiava le sfilate militari, animate dagli inni dei vincitori e presiedute dagli stendardi e dalle bandiere franchisti che poco tempo prima aveva visto ondeggiare nelle mattinate luminose dall'altro lato delle trincee; spiava le processioni, le via crucis e gli atti di riparazione per i simboli religiosi aboliti sotto la Repubblica, tra file di uomini inginocchiati e donne in mantiglia che portavano grandi ceri accesi, e spiava le legioni di braccia sollevate nel saluto romano dalla folla per le strade; spiava, infine, l'andirivieni della gente in quella citt affamata, prostituita e calpestata dalla doppia tirannia della Chiesa e dei falangisti, corrotta economicamente e moralmente, umiliata e saccheggiata dalla rapacit e dall'arroganza dei vincitori, dove solo tre anni prima i cittadini in armi avevano schiacciato una sollevazione militare e dove lo stesso popolo esaltato che per tutta la guerra aveva combattuto per la libert, con un coraggio e una grandezza ammirati dal mondo intero, si era trasformato in un popolo a pezzi, servile, codardo e diseredato, un popolo di sporte vuote e teste basse, di picari, collaborazionisti, delinquenti, delatori, corrotti e campioni del contrabbando, un popolo esiliato nella propria citt, nella quale lui sapeva che sarebbe soffocato perch non avrebbe sopportato il modo di vita barbaro, abietto e claustrofobico che il nuovo regime voleva imporre, ma dove malgrado tutto aveva voluto rimanere per combattere per la giustizia e la dignit come aveva sempre fatto, mantenendosi fedele agli ideali libertari della sua adolescenza.

Cos fece, o cos ha sempre detto di avere fatto. Non appena si rimise dalla sua ferita di guerra inizi a uscire di casa e, per occultare dietro una facciata inoffensiva le sue attivit clandestine e allo stesso tempo aiutare la zia Ramona nell'economia domestica, ben presto trov lavoro nell'autofficina di un uomo chiamato Felip Homs, in calle Pars, quasi all'angolo con calle Viladomat. Homs, un vecchio repubblicano che aveva bisogno di un apprendista perch il figlio stava facendo uno di quei servizi militari eterni con cui i vincitori punivano d'ufficio i soldati sconfitti, accolse il suo nuovo dipendente senza domandargli nulla n chiedergli alcun documento, e in seguito, quando seppe che era stato un volontario antifascista nell'esercito repubblicano, ne fu contento. Cos Marco inizi a condurre una vita normale, o quasi normale. Sebbene si sforzasse di dominarsi, era un ragazzo impulsivo per natura, spesso temerario, in ogni caso incapace di sopportare senza proteste le vessazioni dei vincitori, e i suoi scontri con loro divennero costanti. Andava al cinema ogni volta che poteva, ma per non doversi alzare in piedi e salutare con il braccio in alto quando suonava l'inno nazionale o quello falangista, all'inizio o alla fine dello spettacolo, entrava quando era gi cominciato e usciva quando stava per finire. Non era l'unico a praticare quella minima forma di disubbidienza e, forse per questo, un giorno la pellicola s'interruppe all'improvviso, si accesero le luci e a sorpresa inizi a suonare il Cara al sol, per costringere tutti i presenti ad alzarsi e a salutare. La furbata sorprese Marco seduto in mezzo alla sala, vicino al corridoio, ma lui non si mosse; rimase l, inchiodato alla poltrona, mentre intorno a lui, nel fracasso della musica, la folla si alzava e ne spuntava una foresta di braccia in alto. Allora, senza distogliere lo sguardo dallo schermo bruscamente vuoto, Marco not una presenza nel corridoio, accanto a lui: prima di voltarsi del tutto, cap che era un militare. In effetti, era un sergente. Lo guardava. "Non ti alzi?" domand il sergente. Marco lo fiss; mentre lo faceva, sent che la musica era cessata, che era sceso il silenzio, che gli occhi di tutti gli spettatori convergevano su di loro. Rispose: "No". Il sergente rimase a guardarlo per qualche secondo, dopodich gli volt le spalle e se ne and. Quanto a Marco, dice che quel giorno fece ci che fece senza pensarci, per preservare la propria dignit, ma soprattutto per gli altri, per preservare la dignit di tutti.

Sempre secondo Marco, episodi come il precedente in quel periodo furono frequenti; cio, lo furono per lui (Marco ne ricorda un altro: un pomeriggio d'estate, in una stazione ferroviaria, mentre aspettava davanti a uno sportello di comprare un biglietto per andare in spiaggia, un pugno di falangisti con il basco rosso e la camicia azzurra cerc di fregargli il posto nella coda; Marco fece resistenza, fin per prendersi a pugni con loro, fugg verso il treno, si confuse tra i viaggiatori e per tutto il tragitto fino alla spiaggia non fece che sporgere la testa in ogni stazione per vedere quei bastardi che scendevano a ogni fermata cercando di localizzarlo tra la folla). In quel periodo Marco venne arrestato per la prima volta. Un pomeriggio, un gruppo di uomini entr nell'officina di Felip Homs e domand di lui. Gli chiesero i documenti e, siccome non li aveva, lo ammanettarono e misero a soqquadro il locale; non trovarono nulla, tranne alcuni suoi scritti, un pugno di bollettini informativi del consolato inglese e della Bbc, di cui lui era diventato il principale distribuitore a Barcellona, e una scritta che aveva fatto sulla parete del bagno, dietro il water, che diceva: "Viva la Spagna! Viva Franco! Quando hai finito, tira la catena ed  tutta merda!"

Li portarono via in stato di arresto, lui e Felip Homs, presero la cassa e chiusero l'officina. Non ci entravano tutti, nell'auto degli sconosciuti, perci due di loro fermarono un taxi, ve lo caricarono sopra e diedero un indirizzo di plaza Lesseps. Fino a quel momento Marco aveva pensato che quegli uomini fossero poliziotti; adesso comprese il suo errore: qualche giorno o qualche settimana prima un gruppo di falangisti aveva fatto irruzione a casa sua e, dopo avere perquisito inutilmente la casa, avevano detto alla zia Ramona che il nipote doveva presentarsi a un indirizzo di plaza Lesseps, sicuramente lo stesso al quale erano diretti adesso. Marco confessa che, quando si rese conto che erano falangisti e che lo stavano portando a una sede della Falange, ebbe paura, o che la paura che gi aveva si moltiplic, e che decise di scappare alla prima opportunit che gli si fosse presentata. Gli si present subito, all'incrocio fra travessera de Gracia e Mayor de Gracia, dove un vigile urbano controllava il traffico. Marco si gett dall'auto in marcia, lanciandosi sul vigile e gridando che lo avevano sequestrato; un gruppo di curiosi si accalc immediatamente intorno a loro, e non serv a nulla che i falangisti esibissero i distintivi e le tessere del Movimento: il vigile ritenne che quello fosse un problema della polizia e che fosse la polizia a doverlo risolvere.

Cos il vigile port Marco al commissariato pi vicino, in calle Roselln. I falangisti li seguirono, e durante il tragitto continuarono a minacciare Marco con le botte e le punizioni che lo attendevano non appena fossero rimasti soli. L'ispettore che li ricevette al commissariato disse ai falangisti che Marco era in arresto e a disposizione della giustizia, che si sarebbe occupato lui di tutto, anche della denuncia e del rapporto, e che li ringraziava per la loro collaborazione. Quando i falangisti se ne andarono, l'ispettore rimase per un po' in silenzio, osservando Marco; alla fine gli domand quanti anni aveva. Marco rispose, e subito dopo si becc una ramanzina tremenda: l'ispettore gli ricord che era un moccioso e gli assicur che, se fosse stato figlio suo, gli avrebbe dato una manica di botte, per essere stato cos incosciente e sconsiderato. Detto questo, se ne and lasciando Marco nel suo ufficio e torn soltanto dopo un paio d'ore, quando valut che i falangisti si fossero ormai stancati di aspettare in strada. "Fila via" disse l'ispettore a Marco, indicandogli la porta. "E non farti mai pi rivedere."

Quella notte non dorm a casa della zia Ramona, dice Marco; n quella n le successive. E non torn nemmeno all'officina di Felip Homs. Era sicuro che i falangisti lo sorvegliavano e che, a meno che non fuggisse da quella vita normale o da quel simulacro di vita normale in cui si era installato, prima o poi lo avrebbero beccato. Cos decise di fuggire. All'inizio fece ricorso a un vecchio compagno della CNT, un sindacalista dei metalmeccanici che aveva conosciuto alla Ford durante la guerra, il quale gli offr un nascondiglio nella soffitta di una casetta acquattata vicino al ponte di Vallarca. L pass diverse notti, poi il suo compagno spar e Marco cap che quello non era pi un posto sicuro. Allora cominci a vivere alla bell'e meglio: dormiva in case abbandonate, nei parchi, nelle trombe delle scale; trascorse molte notti sulle panchine di plaza de Catalua e sulle sedie in affitto della Rambla, e molte mattine e molti pomeriggi vagando senza meta sui tram, da una parte all'altra della citt. Nei suoi scritti e nelle sue dichiarazioni, Marco ricorda che quello fu per lui un periodo penoso, ma ricorda anche, con orgoglio, che si sentiva fiero di s, che lo consolava e lo confortava pensare che non aveva ceduto alla bestialit istituzionalizzata dei vincitori, che non si era piegato al terrore e alla stupidit e che si sentiva un simbolo, perch, finch lui fosse rimasto in piedi, mantenendo la dignit, l'onore e l'amor proprio, in qualche modo tutto il suo popolo sarebbe rimasto in piedi.

In realt, faceva anche pi di questo. Voglio dire che, a quanto racconta, non gli bastava schivare gli assalti selvaggi dei franchisti; a modo suo, con i suoi scarsi mezzi, anche lui li assaltava. Marco non riesce a situare con precisione l'avvenimento: a volte sembra suggerire che accadde non molto dopo il suo ritorno dal fronte, forse nella primavera del 1939; altre, che accadde nell'estate o nell'autunno del 1941, poco prima della sua partenza dalla Spagna. Il fatto  che una sera la zia Ramona gli comunic che era morta sua nonna Isabela, la madre di suo padre, e che il giorno dopo lo aspettavano ai funerali, che si sarebbero celebrati a La Trinidad, il quartiere della sua infanzia o il quartiere in cui aveva trascorso la maggior parte della sua infanzia, dove non aveva rimesso piede dai primi giorni della guerra. La veglia funebre si svolse nell'ex Ateneo Republicano, riconvertito dopo la vittoria franchista in centro parrocchiale. L, durante la cerimonia, rivide parenti, amici e conoscenti che aveva perso di vista; tra di loro c'era Antonio Fernndez Vallet, il ragazzo con cui, nella primavera del 1938, Marco si era arruolato come volontario per andare a combattere sul fronte del Segre.

Pi che amici, Marco e Fernndez Vallet erano intimi: nell'infanzia avevano condiviso giochi, scorrerie e letture; e anche ideali libertari, sebbene Marco si fosse iscritto alla CNT e Fernndez Vallet alle Juventudes Libertarias. Pertanto  naturale che, passata l'allegria del rivedersi e la tristezza dei funerali, Fernndez Vallet prendesse da parte Marco e gli mostrasse un volantino in cui un'organizzazione chiamata UJA (Unin de Juventudes Antifascistas) chiamava alla lotta contro i vincitori. Marco non aveva mai sentito parlare della UJA, cos, brandendo il volantino, chiese a Fernndez Vallet di cosa si trattasse. L'amico gli raccont che la UJA era un'organizzazione di giovani resistenti, che era stata creata da poco, che lui ne faceva parte, che era nata e si era radicata soprattutto a Santa Coloma de Gramanet ma contava anche su gente di Sant Andreu, La Trinidad, La Prosperidad, Verdn e altri quartieri della cintura operaia di Barcellona, che la maggior parte dei suoi membri aveva un'et e un passato simili ai loro, perch molti erano stati soldati nell'esercito della Repubblica, anche se non tutti erano anarchici come loro: c'erano anche comunisti e socialisti. Marco assicura che a questo punto interruppe l'amico. Gli disse che non gli piaceva quella mescolanza ideologica, e nemmeno dover stare nella stessa organizzazione dei comunisti, i quali durante la guerra avevano perseguitato con accanimento i loro compagni e avevano fatto fallire la rivoluzione; aggiunse che non abitava pi in periferia, ma al centro di Barcellona, molto lontano da loro. Erano obiezioni deboli, quasi di protocollo, perch Marco era ansioso di uscire dall'isolamento e di trasformare la sua ribellione individuale in lotta organizzata, perci Fernndez Vallet le respinse senza troppo sforzo: disse soltanto che non era il momento di copiare le divisioni della guerra, ma di combattere il nemico comune, e che il fatto che non esistesse una sezione della UJA a Barcellona non era un ostacolo ma un incentivo perch lui la creasse.

Sempre secondo il racconto di Marco, a quel compito consacr le sue migliori energie durante le settimane o i mesi successivi. La prima cosa che fece fu reclutare alcuni ragazzi come lui, coraggiosi, generosi e idealisti come lui, o poco meno: un certo Francesc Armenguer (di Les Franqueses), un certo Jordi Jard (di Angls), un certo Jorge Ve o Vehi o Pei, un tal Thomas o Toms, poi anche un certo Garca e un certo Pueyo, e forse qualcun altro. La seconda cosa che fece fu cercare un posto in cui riunirsi con i suoi compagni; lo trov subito, in un caff situato in calle Peligro all'angolo con Torrente de las Flores, nel quartiere di Gracia, dove riusc ad affittare un'ala appena abbandonata da un circolo di ciclismo, con ancora i trofei dimenticati nelle vetrinette e sugli scaffali. L inizi a riunirsi il gruppo e, provvisto di un equipaggiamento minimo (un revolver, un paio di pistole, una scatola di munizioni, una macchina per scrivere, diverse risme di carta bianca e qualche foglio di carta carbone, un paio di forbici e due spillatrici), cominci subito ad agire: redigevano, stampavano e distribuivano per la citt volantini in cui chiamavano alla resistenza, dipingevano sui muri, di tanto in tanto lanciavano qualche petardo, discutevano costantemente sul modo di abbattere il regime. Tutto questo dur per pochissimo tempo, appena qualche settimana incerta, perch l'entusiasmo di quei ragazzi idealisti non riusciva a supplire al loro candore, alla loro mancanza assoluta di esperienza e alla loro assoluta ignoranza delle regole e dei meccanismi della lotta clandestina. Un pomeriggio, Marco stava aspettando un contatto accanto al monumento a Jacint Verdaguer, sulla Diagonal, all'angolo con il paseo de San Juan; si trattava di una misura di sicurezza, di un preappuntamento che forse (questo Marco non lo ricorda bene, o dice di non ricordarlo bene) era l'anticamera di una riunione con altri responsabili di gruppo. Ma il contatto era in ritardo e fece la sua comparsa soltanto quando Marco iniziava ormai a pensare che fosse meglio andarsene via, perch doveva essere successo qualcosa. Scomposto e agitato, il contatto gli raccont che, in effetti, qualcosa era successo: quella mattina avevano arrestato il segretario dell'organizzazione, gli avevano trovato liste di nomi e domicilii, c'era gi qualche arrestato, l'operazione della polizia seguiva il suo corso, era urgente mettersi in salvo. Prima che il contatto finisse di raccontare, Marco si mise a correre verso la sede di calle Peligro. L trov due dei compagni e diede loro la notizia, li aiut a prendere in tutta fretta le loro cose e in tutta fretta usc dal bar, senza voltarsi indietro.

Fu la fine della UJA. Marco non si riun pi con i compagni del suo gruppo; e naturalmente nemmeno con Fernndez Vallet e la gente di Santa Coloma, dei quali, nelle settimane seguenti, gli giunsero solo brandelli di notizie secondo cui erano stati tutti arrestati, processati e condannati a pene severissime. Due conclusioni ricav Marco dalla fine della UJA (o cos dice): la prima  che era un suicidio far parte di un'organizzazione clandestina, almeno in quel momento, e che da allora in poi si sarebbe opposto da solo al franchismo; la seconda  che non poteva opporsi da solo al franchismo, che la sua situazione era disperata e che, senza casa, senza lavoro, senza amici e con la polizia alle calcagna, la cosa migliore che avrebbe potuto fare - forse l'unica cosa che avrebbe potuto fare - era andarsene dalla Spagna.

A questo punto il racconto di Marco si biforca; o piuttosto la scoperta della sua impostura costrinse Marco a biforcarlo. Prima che esplodesse il caso Marco, la storia che Marco raccontava era essenzialmente quella che segue.

Deciso a esiliarsi in Francia e a continuare l la lotta contro il fascismo, nell'autunno del 1941 Marco si mise in contatto con un suo cugino che stava facendo il servizio militare e aveva amici e conoscenti al porto (in un'altra versione, tutto questo non accade nell'autunno del 1941 ma nell'inverno del 1942). Dopo avere brigato un po', Pepn, cos si chiamava il cugino, riusc, dando una mazzetta a un carabiniere, a fare imbarcare Marco su un mercantile che faceva la rotta Barcellona-Marsiglia (in un'altra versione, Pepn non corruppe il carabiniere, ma lo stesso capitano del mercantile). Marco fece il viaggio da clandestino. A Marsiglia lo aspettava in teoria un membro della CNT; in pratica non l'aspettava nessuno e, mentre cercava il suo contatto frustrato nelle bettole del porto, lo arrest la polizia di Ptain, il vecchio maresciallo francese che i nazisti avevano messo a capo di un governo fantoccio nella zona occupata del paese (in un'altra versione, fa il nome dell'anarchico che doveva attenderlo a Marsiglia, un certo Garca, e sostiene che non lo arrestarono al porto ma a un posto di blocco della polizia). Dopo diversi interrogatori, Marco fu consegnato dalla polizia di Ptain alla Gestapo, che lo trattenne un mese a Marsiglia prima di mandarlo a Metz, dove lo confinarono in un convento e subito dopo lo spedirono al campo di Flossenbrg (in un'altra versione non dice di essere stato consegnato alla Gestapo e assicura che, prima di arrivare a Flossenbrg, pass da Kiel, la capitale dello Schleswig-Holstein, il Land pi settentrionale della Germania). L, a Flossenbrg (o a Kiel), iniziava, secondo questo primo racconto, l'avventura tedesca di Marco.

Il secondo racconto - vale a dire, il racconto che Marco fece dopo che il suo caso esplose, nel 2005 -  pi semplice,  privo di varianti e inizia in modo simile al primo, per finisce in modo completamente diverso, se non opposto; essenzialmente  il seguente.

Deciso a esiliarsi in Francia e a continuare l la lotta contro il fascismo, nell'autunno del 1941 Marco si mise in contatto con un suo cugino che stava facendo il servizio militare e aveva amici e conoscenti al porto. Dopo avere brigato un po', Pepn, cos si chiamava il cugino, riusc a parlare con un carabiniere che si offr di parlare con un capitano che faceva la rotta Barcellona-Marsiglia e che, per una quantit considerevole di denaro, doveva consentire a Marco di viaggiare clandestinamente sulla sua nave. Marco e Pepn si videro parecchie volte con il carabiniere in un bar chiamato Choco-Chiqui, vicino a plaza del Pino, per, quando ormai avevano trovato i soldi necessari per l'operazione - mille pesetas: una fortuna per quell'epoca - il carabiniere disse che i pericoli erano aumentati, che il capitano aveva molti dubbi e che, per fugarli, aveva bisogno che gli dessero il doppio della somma pattuita. Sebbene sapesse che non sarebbe mai riuscito a mettere insieme quei soldi, Marco inizi a cercarli. Non vedeva altra soluzione. Era disperato. Un giorno, leggendo il giornale, vide un'altra soluzione (o la intravide): un'offerta di lavoro in Germania. Era un'offerta molto attraente da tutti i punti di vista, incluso quello economico, perch prometteva la possibilit di comprarsi una casa in Spagna in cambio di appena tre anni di lavoro in Germania, ma questo a Marco non importava: l'unica cosa che gli importava era poter fuggire dalla Spagna.  vero che, sebbene chi offrisse il lavoro era un'azienda tedesca (la Deutsche Werke Werft), l'offerta si inquadrava all'interno di un accordo tra Spagna e Germania, tra Franco e Hitler, e implicava il contributo, in piena guerra mondiale, allo sforzo bellico del paese che stava imponendo il fascismo a ferro e fuoco in tutt'Europa, ma nemmeno questo importava a Marco: l'unica cosa che gli importava era fuggire dalla Spagna. Cos quel giorno stesso si present negli uffici della Deutsche Werke Werft a Barcellona, in calle Diputacin (o forse Consejo de Ciento), e chiese il lavoro. Poco dopo seppe che glielo avevano concesso, e alla fine di novembre o agli inizi di dicembre del 1941 Marco part su un treno gremito di lavoratori spagnoli, dalla stazione del Nord, diretto a Kiel, la capitale dello Schleswig-Holstein, il Land pi settentrionale della Germania. Cos iniziava, stando a questo secondo racconto, l'avventura tedesca di Marco.

E cos finisce questa sfilza di bugie.

11

E la verit? La verit  che, come scoprii via via che toglievo strati alla cipolla della biografia di Marco, quella sfilza di bugie fu naturalmente impastata con delle verit.

 vero che, quando arriv a Barcellona, Marco si rifugi nella casa o nella portineria della zia Ramona, che la portineria si trovava all'angolo tra calle Lepanto e travessera de Gracia e che forse era come Marco dice che era; ma non  vero che la zia Ramona ci vivesse da sola: la divideva con una ragazza che aveva quattro anni pi di Marco, Ana Beltrn Ribes.  vero che Marco tard molto tempo a uscire in strada, ma  falso che fosse ferito; poteva essere esausto e demoralizzato e terrorizzato come lo sono soltanto i soldati che tornano dal fronte dopo aver perso una guerra, ma non era ferito.  vero che un sottufficiale dell'esercito repubblicano come lui, che per di pi aveva militato nella CNT, aveva ottime ragioni per non presentarsi dai vincitori e per temere rappresaglie - come minimo un servizio militare di tre anni, forse un battaglione punitivo, magari il carcere o la pena di morte - ma non  vero che la dignit gli impedisse di regolarizzare la sua situazione legale nei confronti dei vincitori, n che lo schifo e la vergogna che provava per il trionfo franchista fossero superiori alla paura: senza il minimo dubbio, la paura era di molto superiore.  vero che trov un lavoro come meccanico nell'officina di un uomo chiamato Felip Homs, in calle Pars all'angolo con Viladomat, ma  molto improbabile che, essendo repubblicano, Homs fosse contento del passato di Marco come volontario antifascista nell'esercito della Repubblica: prima di tutto, perch dopo la guerra nessuno parlava della guerra, e tanto meno uno sconfitto (la cosa pi urgente dopo una guerra  dimenticare la guerra); e in secondo luogo per paura.  possibile che, come quasi tutti i giovani in quasi tutte le epoche, Marco fosse naturalmente ribelle e impulsivo e che, come tanti giovani proletari, nella Barcellona della guerra e della preguerra fosse stato un anarchico infiammato dagli ideali rivoluzionari, per  sicuro che, come tutti o quasi tutti i soldati vinti, fu cambiato a fondo dal terrore al fronte e dalla malinconia della sconfitta, diventando capacissimo di sopportare senza la minima protesta tutte le vessazioni: siccome l'enfasi sul coraggio tradisce il codardo e siccome il codardo non smette di anticipare catastrofi, i volubili racconti di Marco sulle sue fughe portentose e sui suoi eroici rifiuti di alzare il braccio, o di cantare il Cara al sol e di piegarsi alla brutalit dei falangisti in camicia azzurra e pistola alla cintura, invitano a pensare a tutte le volte che Marco immagin che lo arrestassero, a tutte le volte che venne umiliato dai vincitori, a tutte le volte che, nei cinema, per strada, negli uffici del regime, non ebbe altra scelta che alzare il braccio e cantare il Cara al sol.  vero che nella Barcellona dell'immediato dopoguerra qualunque vita normale era un simulacro di vita normale, perch - anche questo  vero - era una citt affamata, prostituita e schiacciata dalla doppia tirannia della Chiesa e dei falangisti, corrotta economicamente e moralmente, umiliata e saccheggiata dalla rapacit e dall'arroganza dei vincitori, ma  falso che Marco vi conducesse una vita clandestina e non una vita normale o un simulacro di vita normale o di quanto abbiamo misteriosamente convenuto di chiamare una vita normale, e, sebbene sia vero che lo stesso popolo esaltato che per tre anni aveva combattuto per la libert, con un coraggio e una grandezza ammirati dal mondo intero, si fosse trasformato in un popolo a pezzi, servile, codardo e diseredato, un popolo di picari, collaborazionisti, delinquenti, delatori, corrotti e campioni del contrabbando, non  vero che il nostro uomo se ne sentisse estraneo, esule al suo interno: Marco pu essere tante cose, ma non uno stupido, e, per quanto poca lucidit gli restasse in mezzo al disastro totale del paese che aveva conosciuto, doveva sapere che lui ne faceva parte, che era come gli altri, e, come l'immensa maggioranza degli sconfitti, anche lui stava accettando la vita barbara, abietta e claustrofobica imposta dai vincitori, che si era piegato di fronte al terrore e alla stupidit, che non si sentiva per nulla orgoglioso del proprio comportamento n lo consolava o lo confortava nulla tranne ci che poteva consolare o confortare l'immensa maggioranza dei soldati repubblicani sconfitti che, come lui, non avevano n la forza n la stoffa da eroi per continuare a combattere, e che non erano rimasti nel loro paese con la volont intrepida di entrare in clandestinit e nella lotta armata bens con l'intenzione prosaica e stremata di passare inosservati per non subire rappresaglie e cercare di sopravvivere cos al disastro.  vero, infine, che Marco era un simbolo di questo momento della storia del suo paese; ma non un simbolo della dignit e dell'onore eccezionali della sconfitta, bens dell'indegnit e del disonore comuni.

Questa  la verit. O questa  la verit di questo periodo della vita di Marco: una verit che si rivela il negativo quasi esatto del romanzetto d'avventura romantico, edulcorato e falso che, con s stesso nel ruolo principale di paladino della libert, Marco ha sempre raccontato.  la verit, ma non  tutta la verit; , diciamo, la verit essenziale (o quella che a me pare la verit essenziale), ma ci sono verit complementari. Vado a riassumerle.

Ho gi detto che, al ritorno dal fronte, Marco non trov la zia Ramona sola in casa: con lei viveva una ragazza chiamata Ana Beltrn Ribes; non ho detto, invece, che Ana (o Anita, come la chiam sempre la sua famiglia) aveva un bambino ancora in fasce e aveva appena lasciato il marito. Non mi  del tutto chiaro perch le due donne vivessero insieme; in realt, non  chiaro nemmeno a Marco e alla famiglia di Anita. Tutti ricordano che anni prima Anita aveva lasciato i genitori per potersi sposare, per qualcuno crede che, dopo la separazione dal marito, i genitori di Anita, cattolici repubblicani, non le permisero di tornare a casa e perci lei cerc rifugio dalla zia Ramona; altri, invece, sostengono che i genitori di Anita, malgrado il loro cattolicesimo e la fuga della ragazza dal domicilio famigliare, accettarono il ritorno della figlia e che lei fin dalla zia Ramona semplicemente perch durante quei mesi della fine della guerra, quando la fame si era completamente impadronita della citt, nella sua casa non manc mai da mangiare. Quanto alla zia Ramona,  molto probabile che avesse conosciuto Anita nel quartiere - dove la ragazza aveva sempre vissuto, sia con il marito appena lasciato sia con i genitori - e che ne provasse compassione e allo stesso tempo vedesse nel suo abbandono o nella sua fame un'occasione per alleviare la propria recente vedovanza, la solitudine in cui viveva dalla morte dello zio Anastasio. Comunque fosse, la cosa certa  che, per qualche mese, la zia Ramona, Marco, Anita e suo figlio vissero in armonia: Anita andava a lavorare presto ogni mattina con un rappresentante di stoffe, in calle Caspe, Ramona si occupava della spesa e di tenere la casa pulita e ordinata, Marco si occupava del bambino. L'armonia si infranse quando Marco e Anita si innamorarono, o quando la zia Ramona scopr che Marco e Anita si erano innamorati. Magari la zia Ramona era libertaria quanto il defunto marito, per conservava un'etica da matriarca tradizionale e riteneva che al nipote non convenisse per nulla una ragazza con il peso di un figlio e di quattro anni pi vecchia di lui, sicch cerc con tutti i mezzi di ricondurre alla ragione Marco e di convincerlo a lasciarla; Marco non ne volle sapere, non la lasci, e la zia Ramona decise di cacciare dalla portineria Anita, la quale torn a casa dei genitori.

Marco non tard a seguirla. I genitori di Anita abitavano in una casa a un solo piano di calle Sicilia, quasi all'altezza di calle Crcega, proprio accanto a un bar e a uno sferisterio. Era una famiglia molto umile e molto amata nel quartiere: il padre lavorava in una fabbrica di appretti, faceva il rottamaio in proprio e il cameriere in una cooperativa di calle Valencia, che arriv a presiedere; la madre era un'orfana educata dalle monache secondo i dettami di un cattolicesimo tridentino. Nessuno dei due si era mai ripreso dalla morte dell'unico figlio maschio nella battaglia dell'Ebro, ormai alla fine della guerra, ma  possibile che la presenza di Marco in casa li aiutasse a sopportare la perdita. Forse questo pu spiegare in parte il fatto che la madre dimenticasse le regole inflessibili della morale in cui era cresciuta e permettesse a Marco e alla figlia di convivere senza essere sposati sotto lo stesso tetto, in quella casa affollata dove abitavano due delle sue figlie e un genero. Quella situazione irregolare o che il cattolicesimo della madre di Anita riteneva irregolare non dur a lungo: Marco e Anita si sposarono in chiesa il 10 agosto 1941 (il matrimonio precedente di Ana non fu un problema, perch il franchismo non riconobbe la validit dei matrimoni civili celebrati durante la Seconda Repubblica). Le nozze si svolsero nel tempio della Sagrada Familia e vi assistette soltanto la famiglia di Anita, non quella di Marco, con la maggior parte della quale, compresi suo padre e la zia Ramona, aveva gi litigato, o con la quale in quel momento tronc. A quel punto Marco aveva una nuova famiglia, la famiglia di Anita; o meglio, a quel punto Marco aveva sedotto la famiglia di Anita, dove era considerato da tutti un ragazzo laborioso, intelligente, colto, pratico, allegro, divertente e affabile, sempre affettuoso con la moglie, sempre pronto ad aiutare i suoceri, a consigliare e a proteggere le cognate e a fare favori a chi ne avesse bisogno, il marito ideale, il sostituto ideale e impossibile del figlio e del fratello che la guerra aveva strappato loro (e il salvatore di Anita, che Marco aveva liberato dalla doppia macchia di essere una donna separata e una madre nubile). Era una famiglia compatta, che durante la settimana lavorava sodo e trascorreva le domeniche in spiaggia o in montagna oppure, pi di frequente, alla cooperativa di calle Valencia, dove il padre serviva al bar e i figli giocavano a scacchi e a carte e rappresentavano drammi teatrali, e dove Marco si faceva notare come giocatore di ping-pong, come cantante occasionale e come accanito lettore dei volumi che ospitava la biblioteca. Cos a quel punto, quando il ricordo della guerra mandava ancora fiamme ma tutti o quasi tutti lottavano per spegnerle mentre cercavano di adattarsi alla nuova situazione, Marco non era naturalmente un eroe n un ribelle n un partigiano, ma  probabile che fosse un uomo felice o quello che misteriosamente abbiamo convenuto di chiamare un uomo felice.

O quasi. Perch il passato non passa mai, non  neppure - lo ha detto Faulkner - passato; il passato  soltanto una dimensione del presente. E anche per Marco, nel 1941 il passato della guerra mandava ancora fiamme e lui poteva sognare di spegnerle soltanto se regolarizzava la sua situazione rispetto alla legalit fraudolenta dei vincitori. La regolarizz? Cerc di regolarizzarla? Marco ha sempre detto di no, che la sua dignit glielo imped e che per quei due anni rimase ai margini della legge, ma la verit  che - l'ho gi detto - ha mentito anche su questo e che, se non avesse regolarizzato la sua situazione o almeno se non ci avesse provato, non avrebbe potuto condurre la vita normale o il simulacro di vita normale che condusse in quel periodo.

Fu sempre per caso che scoprii che anche su questo punto Marco mentiva; per caso o perch il caso mi riserv un altro piccolo miracolo. Un miracolo doppio, stavolta. Primo miracolo: un annuncio pubblicato il 23 luglio 1940 sulla Vanguardia (in realt, La Vanguardia Espaola, come venne ribattezzato il giornale dopo la guerra), dove si legge: "Dovranno presentarsi in tutta urgenza all'Ufficio Intendenza del Comando Militare della Marina i coscritti di Marina di seguito elencati"; e di seguito si elencano tredici nomi, l'undicesimo dei quali  - lo avrete indovinato - Enrique Marco Batll [in realt Batlle]. Cosa significa questo? Significa che, un anno e mezzo dopo il ritorno di Marco dalla guerra, le autorit militari gli avevano inviato varie intimazioni al suo domicilio, o a quello che ritenevano il suo domicilio, perch si presentasse nei loro uffici per essere reclutato, vale a dire per essere schedato, sottoposto a una visita medica e dichiarato idoneo al servizio militare; e significa che, malgrado le intimazioni a presentarsi, Marco non si era presentato: la pubblicazione di quell'annuncio era probabilmente l'ultima risorsa prima di dichiararlo disertore. E dunque, lo dichiararono disertore? Alla fine Marco si present o non si present alle autorit?

LA VANGUARDIA ESPAOLA 23 LUGLIO 1940

La risposta a queste due domande la trovai in un altro annuncio simile al precedente, pubblicato sempre sulla Vanguardia quasi un anno pi tardi, il 2 aprile 1941.  il secondo piccolo miracolo. "All'Ufficio Intendenza del Comando Militare della Marina" dice l'annuncio " richiesta l'immediata presentazione dei coscritti di Marina appartenenti alla leva del 1941 citati qui di seguito, per poter consegnare loro i rispettivi libretti navali"; e di seguito vengono indicati quattro nomi, il penultimo dei quali  - avrete indovinato anche questo - Enrique Marco Batlle. Cosa significa quest'altra cosa? Significa che, sebbene Marco avesse ottimi motivi per non presentarsi alle autorit militari, dopo il primo ultimatum di cui ho parlato l'aveva fatto, e che le autorit militari non avevano indagato sul suo passato da anarchico e sottufficiale repubblicano o avevano indagato sul suo passato ma non l'avevano scoperto o lo avevano scoperto ma non gli avevano dato importanza, perch la realt  che Marco non fu vittima di nessuna delle punizioni riservate ai repubblicani e che il suo processo di reclutamento segu la procedura prevista dalla legge per qualunque cittadino spagnolo. In quanto tale, e a causa della sua et, a Marco toccava essere arruolato e iniziare a svolgere il servizio militare nel corso del 1941, e questo secondo annuncio della Vanguardia - questo secondo ultimatum - dimostra che, una volta regolarizzata la sua situazione, nell'aprile di quell'anno era gi da tempo che le autorit militari inviavano intimazioni al suo domicilio chiedendogli di presentarsi al Comando Militare della Marina per ricevere il suo libretto navale, la tessera del soldato che era sul punto di entrare in Marina; dimostra anche che fino a quel momento Marco non si era presentato alle autorit e le aveva costrette, per la seconda volta, alla pubblicazione di quell'ultima risorsa prima di dichiararlo disertore.

Questo  ci che si ricava, insisto, dai due ultimatum pubblicati dalla Vanguardia: che, dopo aver regolarizzato la sua situazione militare nell'estate del 1940, nell'aprile del 1941 a Marco veniva intimato di ritirare la documentazione che lo accreditava come marinaio in pectore, passaggio necessario per prendere servizio; o, se si preferisce: che Marco era una recluta pigra, ma non inadempiente.

LA VANGUARDIA ESPAOLA 2 APRILE 1941

Parlai con Marco non appena capii il significato degli annunci della Vanguardia; messo di fronte alla verit (o alla sua menzogna), il nostro uomo mi raccont la verit, o una parte fondamentale della verit. La verit  che un giorno degli inizi del 1940 la zia Ramona si present a casa dei genitori di Anita, dove lui gi viveva, e gli consegn una notifica ufficiale in cui gli veniva intimato di presentarsi al Comando Militare della Marina per essere reclutato. Marco sapeva cosa significava e, sebbene esitasse e avesse paura, decise di fare come se nulla fosse, confidando che i militari si sarebbero dimenticati di lui. Non se ne dimenticarono. Nelle settimane o mesi successivi, Marco ricevette altre notifiche identiche o simili, in ogni caso sempre pi pressanti, pi angosciose, e alla fine cap che era preferibile correre il rischio di presentarsi alle autorit a quello di essere dichiarato disertore o di andare in esilio. Cos una mattina Marco si present al Comando Militare della Marina, sulla Rambla, e dopo un po' ne usc indenne e reclutato, senza che il suo oneroso curriculum da anarchico e sottufficiale repubblicano gli fosse crollato addosso, schiacciandolo. Come se la cav Marco? Riusc a nascondere il suo passato reale dietro un passato fittizio? Non riusc a nasconderlo ma riusc a fare in modo che i militari non attribuissero importanza al suo passato reale? Cosa accadde quel giorno al Comando Militare della Marina? Non lo so con precisione - Marco non lo ricorda, o dice di non ricordarlo - ma avanzo un'ipotesi che in questo momento mi sembra inconfutabile: Marco  fondamentalmente un picaro, un ciarlatano scatenato, un imbroglione unico, perci imbrogli le autorit militari, convincendole di avere un passato immacolato o inoffensivo e di essere un ragazzo inoffensivo, per non dire irreprensibile.

Se la mia ipotesi  corretta, si dovette trattare di un dribbling prodigioso; corretta o no, il risultato della sua mossa fu che, regolarizzando la propria situazione, Marco sgomber dalle minacce il suo orizzonte vitale. Almeno a breve termine; a medio termine no: sebbene sapesse che non avrebbe subito rappresaglie dai vincitori, sapeva anche che a un certo punto del 1941 lo avrebbero richiamato e avrebbe dovuto fare il servizio militare di quindici mesi a cui era obbligato in quanto cittadino spagnolo. Non era una prospettiva sconfortante come quella del carcere o dei battaglioni punitivi, ma non era nemmeno lusinghiera, prova ne  che la maggioranza dei giovani in et militare faceva il possibile per evitarla. Marco era sempre stato con la maggioranza, e anche stavolta non fece eccezione. Cerc di evitare il servizio militare: anche se rispett il secondo ultimatum delle autorit militari e ritir il suo libretto navale al Comando Militare della Marina, nei mesi successivi, mentre attendeva con un nodo alla gola che lo chiamassero per prendere servizio in Marina, cerc una via d'uscita dal pasticcio in cui si trovava.

La trov all'inizio dell'autunno. Alla fine di agosto di quell'anno, esattamente il giorno 21, il governo spagnolo e quello tedesco avevano firmato a Madrid il cosiddetto "Patto Ispano-Tedesco per l'invio di lavoratori spagnoli in Germania", un accordo che perseguiva soprattutto quattro obbiettivi: saldare il debito di quattrocentottanta milioni di marchi che Hitler pretendeva da Franco per l'aiuto che gli aveva offerto durante la guerra civile; rifornire l'industria tedesca di manodopera a basso costo che compensasse i milioni di giovani tedeschi che erano stati mobilitati dal 1939 per essere destinati ai fronti della guerra mondiale; stringere i vincoli tra il regime tedesco e il regime spagnolo, affascinato com'era quest'ultimo dai successi nazisti dei primi tre anni di guerra; e, last and also least, offrire un po' di sollievo alla malridotta economia spagnola, esportando disoccupati e attenuando cos l'enorme problema della disoccupazione.

In ottobre il governo spagnolo rese pubbliche le condizioni contrattuali per i lavoratori spagnoli in Germania, e Marco afferr l'occasione al volo. Da questo punto in poi, il suo racconto, cos come lo conosciamo - dalla lettura sul giornale della succulenta offerta di lavoro fino alla partenza da Barcellona in un treno gremito di lavoratori spagnoli, passando per la visita agli uffici della Deutsche Werke Werft in calle Diputacin, o forse Consejo de Ciento - aderisce essenzialmente alla verit. Voglio dire che fu la verit con cui Marco impast la sua menzogna. Voglio dire che le cose dovettero andare pi o meno come Marco raccontava nella seconda versione della sua partenza dalla Spagna, soltanto per sopprimendo la fantasia che nel 1941 lui fosse un partigiano con la polizia franchista alle calcagna e senza altra scelta che approfittare di quella opportunit per uscire dalla Spagna. Naturalmente - e sia detto fra parentesi - il fatto che un disertore come il personaggio inventato per s da Marco potesse partire per la Germania come lavoratore volontario non  soltanto inverosimile, ma anche assurdo (ed  incredibile che sia potuto passare per vero): inverosimile perch, per essere assunto, un lavoratore doveva avere i documenti in regola, e gli uffici di Statistica e Collocamento appartenenti alla Delegacin Nacional de Sindicatos, che era l'organismo ufficiale spagnolo al quale si iscrivevano i candidati prima di firmare gli accordi con le diverse aziende tedesche, non avrebbero accettato un fuggitivo privo di documenti, e tanto meno per un lavoro cos ambito; assurdo perch  assurdo pensare che qualcuno che albergasse la minima volont di atteggiamento resistenziale o la minima coscienza antifascista fosse disposto ad andare in Germania per contribuire allo sforzo bellico del paese che stava radendo al suolo l'Europa e la stava facendo sprofondare nel fascismo (e per questo l'infima opposizione interna alla dittatura fece il possibile per dissuadere i lavoratori spagnoli dal commettere quell'errore). Significa questo che Marco aveva smesso di essere un anarchico entusiasta per trasformarsi in un fascista entusiasta? No, anche se non sarebbe stato n il primo n l'ultimo che, finita la guerra, sostitu dall'oggi al domani un entusiasmo con l'altro.  vero che, prima di firmare il contratto, di solito i lavoratori venivano classificati a seconda del loro grado di adesione al regime, e che alcuni aspiranti adducevano come merito la loro condizione di ex combattenti franchisti o la loro passione per la causa, cos come  ugualmente vero che la stampa pubblic molte foto delle partenze dei primi convogli di lavoratori per la Germania nelle quali regna un gran fervore ideologico, con locomotive adornate di grandi svastiche e vagoni con lavoratori veementi che sporgono il torso fuori dal finestrino facendo il saluto romano; ma non  meno vero che, al di l dello splendore truffaldino della propaganda, l'immensa maggioranza di quegli uomini non emigrava per aiutare i nazisti a vincere la guerra, bens per sfuggire alla miseria della Spagna franchista, per pura e semplice necessit.

Fu questo il caso di Marco. Il nostro uomo part per la Germania con lo scopo principale di liberarsi del servizio militare (o di rimandarlo) e quello secondario di guadagnarsi da vivere nel paese che stava vincendo la guerra. In teoria, uno dei requisiti imprescindibili per essere assunto dalle aziende tedesche era di avere assolto gli obblighi militari o di esserne esentati; con Marco, per qualche motivo, quel requisito venne tralasciato, o forse lui li ingann, li imbrogli di nuovo: senza dubbio i funzionari spagnoli lo giudicarono politicamente fedele o inoffensivo, e gli imprenditori tedeschi dovettero rimanere impressionati dalla sua giovent, dalla sua energia, dal suo entusiasmo e soprattutto dalla sua competenza come meccanico (gli operai metallurgici erano una delle loro priorit), perch il 27 novembre 1941, con un contratto di lavoro di due anni firmato dalla Deutsche Werke Werft sottobraccio, Marco sal sul primo dei convogli di lavoratori che part dalla stazione del Nord di Barcellona per iniziare la sua avventura tedesca.

Questo fu tutto? Nei primi due anni del dopoguerra, Marco fu solo un giovane politicamente innocuo, anche se non un giovane fedele al regime, un anarchico riconvertito in fretta e furia al fascismo (non esiste un solo dato n una sola testimonianza che avalli questa supposizione)? Fu solo uno dei tanti, nell'immensa maggioranza degli sconfitti, che accett senza proteste la vita barbara, abietta e claustrofobica imposta dai vincitori? O c'era una parte di lui che non si rassegnava? Custodiva ancora dentro di s qualche rimasuglio di coscienza antifascista o qualche residuo di atteggiamento resistenziale o di coraggio civico? Ebbe, dopo tutto, rapporti con qualche gruppo antifranchista? Pot averlo malgrado conducesse una vita normale o un simulacro di vita normale? Posso lasciargli qualcosa? Posso lasciargli la UJA? Marco fece parte della Unin de Juventudes Antifascistas o ebbe qualche rapporto con essa?

La storia della Unin de Juventudes Antifascistas  straordinaria. Si tratta di un minuscolo episodio che rimase sepolto nella fossa comune dell'antifranchismo per quasi sessant'anni, finch, nel 1997, due giovani storici locali, Juanjo Gallardo e Jos Mara Martnez, non lo riesumarono; ancora oggi la storia  molto poco nota. Alla fine di gennaio del 1939, quando mancavano un paio di mesi alla fine della guerra ma erano gi passati diversi giorni dalla caduta di Barcellona nelle mani dei franchisti, un gruppo di ragazzi catalani decise di non accettare la sconfitta. Alcuni avevano combattuto con l'esercito repubblicano, molti militavano nelle Juventudes Libertarias, tutti erano molto giovani; il pi anziano aveva ventitr anni e il pi piccolo quindici, ma la maggior parte era fra i diciassette e i diciotto; fra di loro c'era di tutto: braccianti, vetrai, contadini, contabili, sarti, elettricisti, ferrovieri, commessi, pasticceri, impiegati e perfino tre studenti delle superiori. Il nucleo della UJA si trovava a Santa Coloma de Gramanet, ma l'organizzazione si estese ben presto a Sant Adri del Bess e aveva l'ambizione di arrivare in altri paesi dei dintorni di Barcellona, e perfino nella stessa Barcellona. La parola "organizzazione" forse  eccessiva: sebbene fosse dotata di una certa struttura, con responsabili delle diverse sezioni e una divisione geografica in settori, in realt la UJA non era altro che un gruppo di ragazzi che si riuniva in casa dei genitori e che, con mezzi ridicoli e un coraggio temerario, per il tempo che dur il suo percorso, elabor, stamp e distribu opuscoli che chiamavano alla rivolta, fece un colpo di mano contro una guarnigione di fascisti italiani, progett sabotaggi alle infrastrutture e rapin noti franchisti per aiutare, con i soldi ottenuti dalle rapine, le famiglie antifranchiste in situazioni economiche disperate. La vita della UJA, per, fu breve: termin il 30 maggio 1939, tre mesi scarsi dopo il suo inizio. Quel giorno cominciarono gli arresti (durante i quali, come recita il procedimento istruttorio a carico dei suoi membri, "vennero sequestrati una macchina per scrivere, cinque fucili, tre carabine, una bomba a mano e diverse munizioni"), e il 2 gennaio dell'anno successivo un consiglio di guerra emise la sentenza contro i ventuno militanti dell'organizzazione e altre sette persone; tranne tre di loro, che non arrivavano ai sedici anni e vennero posti a disposizione del Tribunale Tutelare dei Minori, tutti gli altri furono condannati: ci furono cinque condanne a morte (di cui soltanto una venne eseguita), otto ergastoli, due condanne a vent'anni, quattro a quindici e due a sei. Perci, quando tutti dissero di buon grado o per forza S, ci furono persone che dissero No, persone che non si adattarono, che non si piegarono, che non si rassegnarono all'obbrobrio, all'indegnit e all'umiliazione comuni della sconfitta. Fu un'infima minoranza, ma ci fu. Per quasi sei decenni i loro nomi furono dimenticati, perci non sar di troppo ricordarli oggi. Onore ai coraggiosi: Pedro Gmez Segado, Miquel Cols Tamborero, Julia Romera Yez, Joaqun Miguel Montes, Juan Ballesteros Romn, Julio Meroo Martnez, Joaquim Campeny Pueyo, Manuel Campeny Pueyo, Fernando Villanueva, Manuel Abad Lara, Vicente Abad Lara, Jos Gonzlez Cataln, Bernab Garca Valero, Jess Crceles Toms, Antonio Beltrn Gmez, Enric Vilella Trepat, Ernesto Snchez Montes, Andreu Prats Mallarn, Antonio Asensio Forza, Miquel Planas Mateo e Antonio Fernndez Vallet.

Fu Marco uno di questi segreti eroi adolescenti? Fece parte della UJA? Per molti anni ha sostenuto di s: enfaticamente; di fronte a me ha sostenuto di s, con la stessa enfasi, e in realt questo  stato uno dei punti del suo passato su cui discutemmo con pi calore nei nostri incontri, e che pi fatica mi cost chiarire.  superfluo dire che, conoscendo la vita normale o il simulacro di vita normale che aveva condotto Marco durante la fugace esistenza della UJA, la sua maestria di truffatore e la sua passione per appropriarsi del passato eroico degli altri, all'inizio non gli credetti per nulla; via via che indagavo, inoltre, le prove che non fosse appartenuto alla UJA sembravano sempre pi inconfutabili. Perch allora arrivai a pensare che Marco potesse aver fatto parte della UJA o potesse avere avuto qualche rapporto con la UJA? Per due motivi: il primo  che, quasi vent'anni prima che Juanjo Gallardo e Jos Mara Martnez riesumassero la storia di quel precocissimo gruppuscolo antifranchista, Marco aveva gi raccontato il suo passaggio tra le sue fila, descrivendolo inoltre con una certa abbondanza di particolari, nel primo e succinto racconto della sua vita che nel 1978 aveva pubblicato Pons Prades; la seconda  Antonio Fernndez Vallet. Il quale, secondo Marco, era stato suo amico d'infanzia, volontario come lui durante la guerra sul fronte del Segre e colui che lo aveva introdotto nella UJA, e allo stesso tempo, come risultava dai verbali del processo, aveva fatto parte della UJA, ricoprendo l'incarico di segretario della Propaganda, e per questo era stato condannato a quindici anni di carcere. Poteva Marco aver raccontato la storia di Fernndez Vallet e della UJA, quando nessuno li conosceva o tutti li avevano dimenticati, senza aver fatto parte della UJA? Oppure la sua appartenenza alla UJA era la piccola verit con cui Marco aveva impastato le menzogne sul suo primo dopoguerra - la minuscola poesia epica con cui aveva tentato di colorare la prosa generale della sua vita - allo stesso modo in cui la sua presenza sul fronte del Segre era la piccola verit con cui aveva impastato le sue menzogne sulla guerra?

Era una congettura attraente. Tuttavia, le prove contro l'appartenenza di Marco alla UJA si dimostrarono a poco a poco, pi che solide, inconfutabili. Da una parte, il suo nome non figurava n nel procedimento istruttorio n nella sentenza del consiglio di guerra, e questo malgrado i membri della UJA siano stati interrogati e torturati con una durezza estrema - in un caso fino alla morte - e malgrado sembri molto difficile che, in quelle condizioni, ragazzi di diciassette o diciotto anni, per non parlare dei bambini di quindici, tacessero ci che sapevano. D'altra parte, nessuno dei sopravvissuti della UJA ancora vivi citava Marco in nessuna delle numerose testimonianze orali e scritte che avevano lasciato, dalle interviste ai racconti pi o meno romanzati, e nessuno ammetteva che, nonostante le ambizioni iniziali, la UJA si fosse estesa al di l di Santa Coloma e Sant Andreu, cos come non lo ammettevano i giovani storici che avevano indagato su quella faccenda, i quali mettevano la mano sul fuoco sul fatto che i membri della UJA fossero stati tutti arrestati e processati dal consiglio di guerra. Tutto questo  di senso comune, specialmente se si pensa che la UJA venne disarticolata quando si trovava ancora in fase embrionale e che, con la sua nulla infrastruttura e la scarsit di mezzi ed effettivi, non poteva nemmeno sognarsi di disporre di una cellula o di un settore nella capitale. Pi e pi volte, nel corso dei nostri incontri, misi Marco di fronte a queste evidenze, cercando di dimostrargli che il suo racconto non si accordava con le certezze disponibili e continuando a reclamare, con i soliti argomenti, che mi dicesse la verit (l'argomento pi usuale, oltre che il pi efficace: se non diceva la verit a me, Benito Bermejo avrebbe finito per scoprirla). Finch una mattina di settembre del 2013, mentre bevevamo un caff in una piazza del quartiere di Collblanc, dopo aver passato la mattina a cercare inutilmente Bartolom Martnez, il suo primo apprendista meccanico, finalmente Marco cedette: in maniera sinuosa ed elaborata riconobbe, quasi senza darvi importanza, quasi come se non lo riconoscesse, che non aveva fatto parte della UJA.

Qual  la verit, dunque? Marco ebbe qualche rapporto con la UJA? O s'invent tutto? Cos come oggi lo ricostruisco o lo immagino, ci che accadde tra Marco e la UJA fu questo. Marco, in effetti, conosceva Fernndez Vallet: erano stati amici d'infanzia nel quartiere La Trinidad, condividevano ideali politici, erano stati insieme al fronte o lungo la strada verso il fronte. Proprio alla fine della guerra in Catalogna, mentre Fernndez Vallet partecipava all'organizzazione della UJA, i due amici si rividero, forse a La Trinidad (ma non ai funerali della nonna di Marco, a differenza di ci che lui afferma: secondo l'archivio municipale di Barcellona, la nonna paterna di Marco, che si chiamava Isabel Casas, mor il 15 marzo 1940, quando la UJA non esisteva pi da quasi un anno). Fernndez Vallet parl a Marco della UJA, probabilmente gli mostr un volantino; forse gli propose di entrare nell'organizzazione e Marco rifiut per paura, per prudenza o per un miscuglio di entrambe, o forse Fernndez Vallet non gli propose nulla e Marco non dovette rifiutare nulla. Questo dovette essere tutto. Marco torn a casa dei suoceri, dalla moglie e dal figlio e al lavoro nell'officina di Felip Homs e alla sua vita normale o al suo simulacro di vita normale, e non pens pi alla UJA finch, giorni o settimane o mesi dopo, venne a sapere per caso che l'intera UJA era stata sgominata. Quanto a Fernndez Vallet, secondo questa versione non avrebbe nemmeno dovuto rifiutarsi di tradire Marco durante gli interrogatori della polizia, aggiungendo questo eroismo al suo eroismo come organizzatore della UJA: semplicemente, Marco non faceva parte della UJA, e pertanto nessuno poteva tradirlo. Comunque sia, tempo dopo, agli inizi degli anni Cinquanta, Marco seppe che Fernndez Vallet era uscito di prigione. A quell'epoca, lui stesso stava passando un bruttissimo periodo, e non gli venne in mente che il suo vecchio amico di La Trinidad potesse aver bisogno d'aiuto; al contrario: anche se non si azzard a dargli un appuntamento, per paura che lo vedessero con un rosso appena uscito di prigione, mand qualcuno a chiedere a Fernndez Vallet se poteva prestargli dei soldi, se poteva dargli una mano. La richiesta non aveva senso: Fernndez Vallet era un appestato, malato e privo di risorse; in realt, era lui ad avere bisogno di una mano. Non so se qualcuno gliela diede, per Marco e lui non si rividero pi, e l'ex dirigente della UJA mor non molto tempo dopo. Poi, arrivato il momento, alla fine degli anni Sessanta, quando inizi a forgiarsi una biografia da resistente al fascismo, Marco si appropri di quell'episodio, trasformandosi in un militante fittizio della UJA, nel cervello e nel leader fittizio della sua fittizia organizzazione barcellonese.

Questa  la verit. Questo fu ci che accadde, o ci che penso o immagino che accadde. Marco non appartenva alla minoranza, ma alla maggioranza. Avrebbe potuto dire No, ma disse S; cedette, si rassegn, si pieg, accett la vita barbara, infame e claustrofobica imposta dai vincitori. Non ne era orgoglioso, o almeno non ne fu orgoglioso a partire da un determinato momento, e non ne  orgoglioso adesso, e per questo ment. Marco non  un simbolo della dignit e dell'integrit eccezionali nella sconfitta, ma della sua indegnit e della sua degradazione.  un uomo comune. Non c' nulla da rimproverargli, naturalmente, tranne l'aver tentato di farsi passare per un eroe. Non lo fu. Nessuno  obbligato a esserlo. Per questo gli eroi sono eroi: per questo sono un'infima minoranza. Onore a Fernndez Vallet e ai suoi compagni.

12

Arriviamo cos alla Germania. Arriviamo al nucleo rovente dell'impostura di Marco: non so se la sua peggiore menzogna (o la migliore), ma sicuramente quella che lo rese celebre e lo smascher. A partire dal momento in cui inizi a costruirsi un finto passato da partigiano antifascista e vittima dei campi nazisti, Marco raccont la falsa storia della sua deportazione in un'infinit di occasioni, in un'infinit di modi diversi e con un'infinit di differenti aneddoti, particolari e sfumature; sarebbe assurdo, e probabilmente impossibile, cercare di riassumerli tutti, ma non lo  ricordare il contenuto dei due racconti sui quali si bas la frode di Marco, a partire dai quali crebbe in forma arborescente la farsa della sua condizione di prigioniero a Flossenbrg.

Ne ho gi parlato in qualche occasione, perch l'essenziale della menzogna tedesca di Marco si trova l. Sono entrambi biografie sintetiche di Marco, le pi ampie pubblicate su di lui; entrambi sono inclusi in due dei rari libri dedicati, almeno all'epoca della loro pubblicazione, ai prigionieri spagnoli nei campi nazisti; entrambi includono diverse biografie sintetiche di deportati: il primo apparve nel 1978,  opera di un poligrafo libertario contemporaneo di Marco chiamato Pons Prades,  scritto in castigliano e s'intitola Los cerdos del comandante (il libro fu realizzato in collaborazione con un deportato comunista: Mariano Constante); il secondo apparve nel 2002,  opera di un giovane reporter catalano chiamato David Bassa,  scritto in catalano e s'intitola Memoria del infierno (il libro fu realizzato in collaborazione con un giovane fotografo: Jordi Rib). Le due biografie sono simili: entrambe iniziano con la versione eroica e truffaldina delle vicissitudini belliche di Marco e della sua partenza dalla Spagna, e in entrambe, per impastare una menzogna, si mescolano menzogne e verit; ma le due biografie differiscono anche, e non soltanto per alcuni particolari concreti. La biografia di Pons Prades  raccontata dalle labbra di Marco quando il nostro uomo non conosceva ancora Flossenbrg, quando sapeva pochissimo delle deportazioni naziste e quando erano ancora vivi molti sopravvissuti spagnoli che avrebbero potuto smentirlo, cosicch Marco mente con tatto e brevit; la biografia di Bassa, invece, scritta in terza persona, venne pubblicata quando rimanevano pochissimi sopravvissuti spagnoli alle deportazioni naziste e quando Marco, che gi faceva parte della Amical de Mauthausen e aveva visitato Flossenbrg e si era documentato sui campi di concentramento in generale e su quello di Flossenbrg in particolare, era convinto che non fosse rimasto pi nessuno spagnolo sopravvissuto a Flossenbrg, cosicch mente con generosit e disinvoltura.

"A Flossenbrg restai pochissimo tempo" inizia a mentire prudentemente Marco nel testo di Pons Prades, "e siccome mi portavano da un posto all'altro tenendomi in isolamento, non potevo entrare in contatto con nessuno." Quando il racconto si allontana da Flossenbrg, finiscono le cautele, o quasi, e inizia l'epica, la coloritura, le discrete attribuzioni eroiche e perfino una certa dose di patriottismo, cosa quest'ultima abbastanza rara in Marco: "Iniziai a respirare un po'" prosegue in effetti Marco "nel campo annesso di Neumnster, vicino ad Amburgo, dove vivemmo i terribili bombardamenti inglesi con bombe al fosforo, in cui morirono centinaia di migliaia di tedeschi. Siccome non si sapeva bene se quelle bombe avessero effetti ritardati, i primi ad andare a scavare tra le macerie, e a recuperare resti umani caricandoli su camion zeppi di parti di cadaveri, fummo noi deportati provenienti da diversi campi delle vicinanze di quell'importante porto di mare. L incontrai un altro spagnolo, un andaluso. Costituivamo tutta la rappresentanza iberica di Neumnster, sufficienti comunque per infilarci in un organismo internazionale di resistenza creato dai francesi e dai lettoni, in cui c'erano anche belgi, polacchi, italiani e tedeschi (di quelli arrestati nei primi tempi del nazismo: 1933, 1934 e 1935). I polacchi erano i pi giovani, giacch i vecchi di quella nazionalit li avevano massacrati, tanto che si rassegnavano a morire con un'indifferenza stupefacente. Guarda un po': questa  una cosa che non ho mai visto tra gli spagnoli. Be', almeno in generale, perch anche qualcuno di noi avrebbe finito per demoralizzarsi".

Fin qui, nel racconto di Marco (o nel racconto di Marco riprodotto o ricreato da Pons Prades) la menzogna viene fabbricata solo con menzogne; a partire da qui, anche con verit: "Quando credevo che non mi avrebbero pi dato fastidio, un giorno arriv la Gestapo e mi portarono al carcere di Kiel e l cominci di nuovo il putiferio. Credetti, te lo dico sinceramente, che fosse arrivata la mia ora. Restai per otto mesi in completo isolamento e imparai il tedesco grazie alla luce - che non si spegneva per tutte le ventiquattro ore del giorno - e a una Bibbia protestante, il cui testo era bilingue: in latino e in tedesco. Fu a Kiel che venimmo a sapere che i franchisti avevano prestato ai nazisti alcuni gruppi di falangisti e requet che si facevano internare nei campi e nelle prigioni per operare come spie. In uno dei primi interrogatori che mi fece la Gestapo a Kiel fecero la loro comparsa due di quegli spagnoli, che mi accusarono senza mezzi termini di essere uno degli animatori dell'organizzazione di resistenza di Neumnster. Erano un catalano e uno di Valladolid. Il primo si chiamava - e si chiama, perch  ancora vivo, e abita a Martorell - Jaume Poch ed era di Ponts, vicino Lrida; l'altro si chiamava Jos Rebollo. Requet il primo e falangista il secondo. Per questo venni condannato da un consiglio di guerra, accusato di cospirazione contro il Terzo Reich. Con me c'era un marinaio mercantile brasiliano, chiamato Lacerda da Silva, arrestato ad Amburgo quando il Brasile aveva dichiarato guerra ai tedeschi. Era un ragazzo molto ottimista. Venni condannato a dieci anni di lavori forzati, pena che scontai soltanto in parte, giacch nel maggio del 1945 i canadesi dell'esercito nordamericano liberarono Kiel e io tornai in libert".

Verit e menzogne:  vero che Marco venne rinchiuso nel carcere di Kiel, che fu tenuto per qualche tempo in isolamento e che impar un po' di tedesco, magari su una Bibbia bilingue, ma  falso che fosse un deportato (in realt era un lavoratore volontario), che fosse arrivato al carcere di Kiel da Neumnster (in realt ci arriv dalla stessa Kiel, o dal campo che la Deutsche Werke Werft aveva allestito per i lavoratori volontari a Wattembeck, vicino Kiel), e che venisse tenuto in isolamento per otto mesi (in realt, ci rest soltanto cinque giorni).  vero che Marco venne giudicato e accusato da due spagnoli chiamati Jaume Poch e Jos Robledo (non Rebollo), ma  falso che fosse accusato di cospirazione contro il Terzo Reich per avere organizzato la resistenza nel campo di Neumnster (in realt venne accusato di alto tradimento, ma soltanto per aver parlato male dei nazisti e bene dei russi sovietici tra i suoi compagni della Deutsche Werke Werft), cos come  falso che venisse condannato a dieci anni di lavori forzati (in realt fu assolto da tutte le imputazioni), sebbene non lo sia, forse, che conobbe un marinaio brasiliano chiamato Lacerda o Lacerta o Lacerte da Silva. La sua partenza dalla Germania alla fine della guerra e il suo ritorno in Spagna sono, cos come li racconta il nostro uomo, pura fantasia: "Mi diedero subito un salvacondotto per tornare in Francia, dove mi mandarono in una casa di riposo. E quando ne uscii, nel 1946, mi reinserii di nuovo nella lotta clandestina in Spagna". Il racconto di Pons Prades (o il racconto che Pons Prades attribuisce a Marco) si conclude con una pirotecnia di effetti speciali caratteristici delle ciance di Marco: in sequenza, un bengala sentimentale, un altro psicologico e un ultimo epico; tutti, naturalmente, a salve: tutti falsi. "Una delle cose che mi salv quando rimasi in isolamento a Kiel" dice Marco "fu sentire le urla dei gabbiani e le voci dei figli dei funzionari della prigione che giocavano in un cortile vicino. Mi dicevo: finch ci saranno gabbiani sul mare e bambini che giocano, non tutto  perduto. Siccome ero giovane, i postumi della deportazione sparirono presto. Per una cosa che mi segn per molti anni fu che, quando camminavo per strada e mi concentravo sul ritmo dei passi della persona che camminava davanti a me, mi sentivo obbligato a segnare il suo passo. Un'altra cosa che mi salv fu mettermi subito di nuovo in azione. La militanza clandestina dei confederali [vale a dire, degli anarchici] in Spagna, nel secondo lustro degli anni Quaranta, fu appassionante. Ma questo  un altro paio di maniche."

Il racconto di Bassa  pi lungo e particolareggiato di quello di Pons Prades;  anche, in gran parte, pi scopertamente falso, pi privo di verit. Secondo questa versione, Marco non fu deportato dalla Francia al campo di Flossenbrg, come sosteneva il falso racconto di Pons Prades, ma a Kiel, dove lo condannarono ai lavori forzati nei cantieri navali della citt e dove, senza perdere un minuto di tempo, organizz un sistema d'informazione clandestino e cominci a praticare il sabotaggio (tutte cose anch'esse false). Non ci sono differenze sostanziali tra i due racconti della permanenza di Marco a Kiel, ma ce ne sono di aneddotiche: nel racconto di Bassa, per esempio, si sottolinea l'orgoglio e la dignit ammirevoli con cui Marco avrebbe sopportato gli interrogatori della Gestapo dopo l'arresto, si allungano a nove i mesi fittizi che nel racconto di Pons Prades trascorse in isolamento, e si sostituisce la fittizia condanna ai lavori forzati imposta dal tribunale che lo giudic con una condanna non meno fittizia a essere internato in un campo di concentramento.  da questo punto che inizia la differenza fondamentale fra i due racconti: mentre in quello di Pons Prades Marco liquidava la sua permanenza a Flossenbrg in un solo rigo prudente, in quello di Bassa le consacra svariate pagine senza risparmiare fantasie eroiche e sentimentali. Qui di seguito le traduco dal catalano, mantenendo il racconto in terza persona, con minimi cambiamenti, tagli e interruzioni, a partire dalla scena melodrammatica in cui, una notte in pieno inverno, in una stazione ferroviaria sconosciuta, Marco aspetta un treno che deve condurlo in un campo di concentramento.

"Faceva freddo, molto freddo. Non sapeva bene che giorno fosse. Quei nove mesi di isolamento l'avevano disorientato e aveva perso il conto dei giorni. Doveva essere gennaio o febbraio, perch i tedeschi avevano festeggiato da poco il nuovo anno. Tremante e costipato, si sentiva solo, molto solo. Era attorniato da decine di persone che, come lui, aspettavano un treno. Ma in realt era solo. Il treno merci arriv e i soldati li fecero salire sui vagoni. Mentre lo faceva, Enric si rese conto che non ci entravano tutti, per, non appena fece il minimo gesto di scendere, i soldati lo spinsero con violenza. And a sbattere contro due o tre prigionieri, faccia a faccia, respiro contro respiro, pelle contro pelle... Erano ammucchiati come animali. Chiusero gli sportelli e il treno part. Dopo poco la puzza era insopportabile. Gli effluvi che emanavano le orine e le defecazioni dei pi deboli saturavano l'ambiente fino al punto che molti vomitavano. Tutto era pateticamente ripugnante. E continu cos per i due giorni e le due notti che dur il viaggio. Un autentico periplo di soste. Il treno si fermava per lasciar passare i convogli militari, ma dentro i vagoni tutti speravano di essere finalmente arrivati a destinazione e che si sarebbero aperti gli sportelli. Invece no. Si ripartiva sempre e la tortura si allungava.

"Quando, dall'interno dei vagoni, sentirono che la locomotiva si fermava del tutto, spegnendo il motore, Enric riusc a vedere da una fessura il nome della stazione: Flossenbrg. Le porte si aprirono, lasciando entrare un'aria gelida che provoc forti scosse in tutti i vagoni. Tutti volevano respirare aria pura e si spingevano a vicenda per poter sentire quell'anelata frescura. I prigionieri vicini agli sportelli cadevano gi, spinti dai loro compagni di viaggio, molti dei quali inciampavano e cadevano anch'essi. Era dantesco. Urla e gemiti. Lamenti e maledizioni. Sembravano greggi di animali senza controllo, maree umane che si muovevano irrazionalmente finch, di colpo, l'inerzia dei movimenti si invert: le SS che riempivano la banchina iniziarono a picchiare i primi caduti, mentre i cani attaccavano tutto ci che si muoveva. La conseguenza fu che tutti volevano risalire sui vagoni. Gli scontri tra chi voleva uscire e chi voleva entrare provocarono altre cadute. E le SS erano dovunque. Botte, calci, frustate, morsi.

"'Raus! Raus! Aufrichten! Aufrichten scheibe dr!' [Fuori! Fuori! Alzatevi! Alzatevi...!]

"'Raus! Im reihe! Im reihe!' [Fuori! In riga! In riga!] urlava un'altra SS mentre i cani abbaiavano come se fossero rabbiosi. Alcuni morirono sul posto, perch erano cos deboli che, con quattro botte, le SS li liquidavano. Spaventato, Enric inizi a camminare, in fila per cinque, nella direzione che indicavano le SS. Tutto era ricoperto di neve e gli occhi dei prigionieri faticavano a mettere a fuoco il paesaggio, abituati com'erano all'oscurit dei vagoni. E meno male che era sera e il sole era gi tramontato, altrimenti sarebbero stati completamente accecati.

"Non appena arrivarono al campo di concentramento, li fecero spogliare per entrare nelle docce di acqua fredda. Entravano spinti dalle SS, infaticabili nella loro violenza. Alcuni compagni di vagone furono brutalmente pestati per il semplice fatto di non capire il tedesco.

"'Achtung! Da links! Da links!' [Attenzione! A sinistra! A sinistra!]

"Davano soltanto ordini. E quelli che non li capivano ricevevano un primo colpo di culatta che, secondo lo stato d'animo del soldato, poteva essere accompagnato da una bella scarica di botte. Alcuni vennero feriti a morte da quei pestaggi assurdi. Enric cap subito che, se voleva sopravvivere, doveva fare estrema attenzione a restare sempre lontano dalle SS e a obbedire rapidamente a tutti i loro ordini. Se ti confondevi, potevi lasciarci la vita. Allora cap che quella era la sua destinazione. La sua condanna era Flossenbrg."

 un classico: l'arrivo dei deportati nel campo di concentramento. Esistono centinaia, forse migliaia di racconti dei sopravvissuti; anche il cinema e la letteratura lo hanno ricreato, instancabilmente. Non meno instancabilmente lo reinvent Marco nelle sue conferenze, nei suoi articoli e nelle sue interviste. Il 27 gennaio 2005, per esempio, nel sessantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz da parte dell'esercito sovietico, nel corso di una cerimonia solenne in cui per la prima volta il Parlamento spagnolo rendeva ufficialmente omaggio alle vittime dell'Olocausto e ai quasi novemila repubblicani spagnoli deportati nei campi nazisti, Marco lo raccont cos: "Quando arrivavamo nei campi di concentramento su quei treni infetti, da bestiame, ci spogliavano completamente, ci prendevano tutte le nostre cose; non solo per rapinarci, ma per lasciarci completamente nudi, indifesi: la fede, il bracciale, la catena, le foto. Soli, abbandonati, senza niente. Niente che ti potesse ricordare l'esterno, niente che ti potesse ricordare la tenerezza di qualcuno che ti permettesse di continuare a vivere con la speranza di recuperarla. Eravamo persone normali, come voi, ma loro ci spogliavano e poi i loro cani ci mordevano, ci accecavano i loro fari, ci urlavano in tedesco 'linke-recht!' [sinistra-destra!]. Non capivamo nulla, e non capire un ordine ti poteva costare la vita".

Era tutto falso, naturalmente. Marco non aveva vissuto quello che raccontava, ma nel 2005 era gi da due anni il presidente della Amical de Mauthausen e fu l'unico sopravvissuto a parlare quel giorno in Parlamento. Le immagini dell'evento sono inequivocabili: il discorso di Marco fu ascoltato in un silenzio impressionante, e commosse profondamente molti dei partecipanti, compresi figli e nipoti di deportati; alcuni piansero.

"La prima baracca in cui dorm fu la diciotto" prosegue il racconto di Bassa, o il racconto di Marco filtrato dalla prosa di Bassa. "E dopo tre giorni di quarantena lo inviarono alla cava, il servizio pi duro di tutto il campo. Nessuno vi sopravviveva pi di sei mesi, per cui i turni erano costanti. La fatica prostrava molti dei prigionieri, che poi venivano giustiziati dai soldati. E siccome non lasciavano che venissero portati via n seppelliti, dovevano caricarli sui vagoncini che uscivano dalla cava. Alla fine della salita, le SS separavano i vagoncini destinati ai contenitori di granito da quelli destinati al crematorio. Fu allora che Enric cap qual era l'obbiettivo finale di Hitler: creare una razza superiore a forza di far diventare inferiori quelli che ne erano esclusi. I nazisti volevano creare una sottospecie, una razza di schiavi condannata a vivere sempre sottomessa agli ariani. Lo vedeva chiaramente perch ci stavano riuscendo: tutti i prigionieri erano immersi in profonde e distruttive depressioni che li conducevano al suicidio o all'inattivit, il che presupponeva la loro esecuzione immediata. Enric non aveva mai visto una cosa del genere: persone distrutte che si avviavano volontariamente alla morte perch erano stanche di morire ogni giorno quando si alzavano. La desolazione e l'angoscia lo circondavano, e concentr tutti i suoi sforzi nel mantenere viva la coscienza di prigioniero politico, di resistente. Se avesse accettato il ruolo di vittima, la depressione l'avrebbe trascinato via come aveva fatto con tanti e tanti deportati.

"Quando erano gi tre mesi che lavorava alla cava, ricevette l'ordine di inserirsi nel gruppo del campo che riparava fusoliere di aerei. I rapporti della Gestapo in cui veniva sottolineata la sua abilit nelle faccende di meccanica gli valsero quel trasferimento. Un tedesco di nome Anton era il suo kap. Le urla e le botte erano frequenti, ma Anton non ci si divertiva. In realt, il suo era un gruppo specializzato e bisognava averne un po' di cura. Il trasferimento di Enric, inoltre, coincise con i primi avvisi dell'infermeria che allertavano sull'eccessiva mortalit a Flossenbrg. Il crematorio non poteva farsi carico di tutto, e la produttivit del campo era pi bassa di quanto desiderassero gli alti comandi di Berlino. La conseguenza immediata fu che le SS frenarono un po' le esecuzioni assurde, e ammazzavano soltanto quelli che ritenevano ribelli o negligenti. Pertanto, gli impiccati sulla piazza continuavano a essere il paesaggio quotidiano di ogni settimana. Non li tiravano gi finch il tono violaceo dei primi giorni non era diventato verdastro."

Gli impiccati. Un altro classico dell'orrore dei campi nazisti che la fantasia di Marco sfrutt a fondo. In un articolo pubblicato nel gennaio del 2005 dal Pas, Marco raccont per esempio quanto segue: "L'ultimo Natale che trascorremmo al campo, nel 1944, chiedemmo il permesso di fare un albero di Natale, e il 24 dicembre appesero quattro polacchi all'albero illuminato". Ecco fatto.

"Pietr, un lettone risentito e violento" continua Bassa, o continua Marco per bocca di Bassa, "era il kap della baracca di Enric. Aveva sempre un randello in mano e gli piaceva moltissimo punire con venticinque bastonate il primo che gliene fornisse il minimo pretesto. E nessun prigioniero sosteneva gli altri. C'erano circa duecento uomini in quella baracca pensata per cinquanta, ma Enric si sentiva molto solo. Non c'era nessun catalano e tutti lottavano per sopravvivere. Lui non desisteva e attacc discorso con alcuni francesi e cechi, uomini coraggiosi e con la mentalit da resistente come lui. Sui russi non si poteva contare, perch venivano sterminati a centinaia non appena entravano nel campo. I polacchi erano scontrosi e solitari e agli ebrei succedeva pi o meno la stessa cosa che ai russi: non duravano molto.

"A poco a poco convinse alcuni cechi e francesi ad aiutarlo a conservare qualunque piccolo ritaglio di giornale trovato mentre lavoravano ai servizi esterni. L'obbiettivo era ottenere una minima informazione sulla guerra e mantenere i contatti con la realt esterna al campo. E la rete cominci a funzionare. Il passo successivo consistette nel rubare piccole quantit di carbone per potere allungare l'ora di stufa che avevano per riscaldare i baracconi, e da qui passarono ad accattivarsi i deportati che facevano da segretari negli uffici di trasferimento. Cos riuscirono a evitare che qualcuno dei loro fosse mandato all'infermeria finale (dove i deportati venivano giustiziati con iniezioni di benzina), facendo smarrire i fogli di destinazione o sostituendo i nomi. Si giocavano la vita, ma a quel punto le SS non badavano pi a quei dettagli. Erano cos convinti che i deportati fossero inferiori da ritenere impossibile che un prigioniero fosse intelligente. E questo faceva s che la vigilanza 'politica' fosse molto rilassata.

"Enric non solo pensava questo, ma lo aveva sperimentato sulla propria pelle. Un giorno, mentre giocava a scacchi con un altro prigioniero, un soldato delle SS volle sfidarlo. Ovviamente, accett, ma dopo poche mosse aveva gi assediato la regina del soldato e lo scacco matto sembrava imminente. Il soldato s'infuri e scagli i pezzi a terra mentre si rimboccava le maniche della camicia. Voleva fare a braccio di ferro. Ovviamente, vinse. Non solo perch Enric non si sforz per nulla, sapendo che si giocava la vita, ma perch qualunque SS era dieci volte pi forte di qualunque affamato e smunto deportato. La cosa non and oltre, ma la conclusione che Enric ricav dalla vicenda fu che i soldati erano convinti di essere superiori e, quando qualcuno o qualcosa faceva traballare i loro schemi, usavano la violenza per imporsi definitivamente. Enric la riteneva un'ultima risorsa, ma loro la ritenevano la constatazione del proprio potere. Avrebbero sempre vinto."

Non sempre. A volte il coraggio e l'astuzia inauditi di Marco non solo facevano traballare gli schemi delle SS, ma finivano per sconfiggerli, incapaci com'erano di affrontare l'eroica dignit del deportato spagnolo. L'aneddoto della partita a scacchi  soltanto un esempio; e anche uno dei grandi successi del repertorio interpretativo di Marco. La versione che ne offre Bassa  relativamente austera; molto pi esuberante (e un po' diversa)  quella che ne offr nel 2004 un servizio della televisione pubblica catalana. Nel servizio veniva presentato il racconto orale di un Marco commosso quasi fino alle lacrime per i suoi ricordi inventati mentre veniva drammatizzato quell'episodio memorabile (e memorabilmente fallace): l'immagine fissa di Marco su sfondo nero si alternava a una carrellata su una scacchiera irta di pezzi solenni sul desolato sfondo di un campo nazista o di un paesaggio che imitava quello di un campo nazista, il tutto avvolto da una musica intima e grandiosa, satura di emozione. "Quel giorno, pi che giocare a scacchi con un compagno" racconta Marco nel servizio, "stavo insegnandogli a giocare, quando notai un'ombra riflessa sulla scacchiera. Alzai gli occhi e vidi una SS che allontan con un calcio il mio compagno, batt un pugno sul tavolo e mi ordin di continuare a giocare. Voleva battermi, dimostrare ancora una volta di essere migliore di noi, migliore di me; dopo tutto, chi ero io? Un disgraziato, e per di pi spagnolo, bah, un latino, un mediterraneo. E giocai la partita. E allora mi pass per la testa che, se dovevo giocare con la SS, dovevo batterla accettando tutte le conseguenze. E cominciai a mangiarmi i suoi pezzi, a uno a uno; non era un avversario degno di me. Finch, all'ultimo momento, in modo premeditato, lo lasciai solo con il re. E gli diedi scacco matto e buttai gi il suo re sapendo veramente quello che poteva costarmi. Ma era il momento che avevano scelto per me, quel momento era il mio, non potevano portarmelo via in nessun modo, e mi convinsi che, qualunque cosa fosse successa, mi ero ritrovato come essere umano. Quel giorno recuperai la dignit. Vinsi la battaglia di Stalingrado."

Non fu l'unica che vinse, naturalmente: nelle sue fantasticherie di eroismo di fronte ai nazisti - che invariabilmente venivano sconfitti dal suo coraggio e dalla sua grandezza d'animo - vinse molte altre battaglie. Ecco un ultimo esempio, anch'esso televisivo, prima di tornare al racconto di Bassa.  preso da un programma trasmesso dal Canal de Historia della televisione galiziana; la messa in scena  meno melensa di quella dell'episodio scacchistico, la musica di sottofondo  meno sentimentale e le parole di Marco vengono illustrate da immagini di deportati autentici in autentici campi nazisti, ma l'interpretazione del protagonista  ugualmente superba (la voce rauca, l'espressione di grave nobilt, gli occhi umidi), il senso del racconto ugualmente didattico ed encomiastico e, inutile dirlo, la storia ugualmente falsa. "Quale fu il meccanismo che mi permise di salvarmi la vita" si chiede Marco all'inizio del suo racconto "mentre un altro, magari con meno ragioni per perderla o per farsela togliere (ammesso che esista qualche ragione per togliere la vita a qualcun altro), l'avrebbe persa? Cosa successe veramente quel giorno in cui bisognava darci una lezione perch per qualche ora erano scomparsi dalla mia baracca alcuni ragazzi che lavoravano fuori? Cosa accadde quando la SS sceglieva uno ogni venticinque di noi per giustiziarlo e quando, con la paura di sempre, vedesti che si stava avvicinando e sapevi che sarebbe venuto da te? E, in effetti, quando arriv davanti a me, si ferm, sollev l'indice e mi punt. Non disse nemmeno una parola. Io so solo che sollevai la testa, lo fissai e credo che gli rivolsi il sorriso pi attraente che abbia mai rivolto a qualcuno. E so solo che lui mi guard, serio; quasi non mosse le labbra, per disse: 'Der Spanier anderer Tag'. 'Lo spagnolo un altro giorno.' E se ne and."

Basta lo sguardo di un uomo nobile e valoroso per intimidire un aguzzino. Puro kitsch. Puro Marco.

"Avrebbero sempre vinto" dice Bassa che pensavano i nazisti, o dice Bassa che, durante la sua illusoria permanenza a Flossenbrg, Marco pensava che pensassero i nazisti; e prosegue: "Come quel giorno in cui qualcuno aveva fatto i suoi bisogni fuori dalla baracca e un soldato l'aveva visto. Li fecero mettere in riga e domandarono chi era stato. Nessuno disse nulla e la punizione fu lasciarli nudi tutta la notte nella Appelplatz [la piazza centrale del campo]. In pieno inverno. Il mattino dopo c'era una dozzina di prigionieri morti per congelamento. Cos dimostravano il loro potere. E lo facevano quando volevano. Qualunque motivo era buono per ammazzare quegli esseri inferiori.

"La sofferenza e la morte regnavano in ogni angolo del campo e finivano per impossessarsi dello spirito di tutti i suoi abitanti. Enric non era un'eccezione. Era forte e aveva una formazione politica molto solida, ma l dentro non era nulla. L'angoscia e la paura sono nemici difficili da sconfiggere se ti assediano notte dopo notte nell'oscurit piena dei gemiti dei prigionieri che piangono gli amici e i famigliari morti quel giorno. Una paura che a volte fa perdere la testa, come il giorno in cui tutti i deportati vennero condotti alla camera di disinfezione. Cos dicevano le SS, ma, era chiaro, tutti pensavano al gas. Nessuno l'aveva visto, ma tutti ne avevano sentito parlare e qualcuno aveva perso degli amici per colpa sua. Li chiusero dentro, nudi, e misero in funzione il vapore. Allora vari prigionieri iniziarono a gridare, a cadere a terra, a dare testate contro i muri. Enric prov panico pensando che il gas stava gi iniziando a uccidere i pi deboli. Ma dopo alcuni secondi si rese conto che non stavano morendo, soffrivano di attacchi nervosi, alcuni perfino epilettici, a causa della paura. E il panico era contagioso. Prima furono due prigionieri, poi tre, cinque, dieci... Finch anche quelli che erano accanto a lui cominciarono a impazzire. Allora diede loro un paio di schiaffi. E, almeno quelli che stavano accanto a lui, si calmarono. Quella mattina vide la morte ancora pi vicina del giorno in cui aveva guardato, insieme a tutti i prigionieri del campo, come impiccavano i venticinque cechi che avevano tentato di fuggire. Ma arriv mezzogiorno, il pomeriggio e finalmente la notte. E, con lei, i sogni, l'evasione che gli liberava l'anima anche se soltanto per qualche ora.

"E le notti cedevano il passo ai giorni, alle settimane, ai mesi e agli anni. Finch, il 22 aprile del 1945, le forze del terzo corpo d'armata dell'esercito nordamericano raggiunsero Flossenbrg. Enric, che era nascosto nei sotterranei del riscaldamento, non usc finch non sent il clamore delle urla di gioia. Si era nascosto perch, sapendo che gli alleati erano ormai entrati in Germania [lo sapevano tutti], temeva che le SS giustiziassero i prigionieri, per rabbia o per non lasciare testimoni delle loro azioni. Ma i tedeschi fuggirono come topi prima che gli alleati raggiungessero il paese di Flossenbrg. Il giorno dopo, il 23 aprile, il caos regnava nel campo. L'infermeria era piena di moribondi, le baracche erano scenari di liti e discussioni, alcuni si erano procurati delle armi... In paese restavano ancora pattuglie della polizia tedesca che vigilavano affinch i prigionieri non uscissero dal campo. Gli alleati li avevano liberati, s, ma se n'erano andati. Nessuno sapeva cosa fare n dove andare. E, sorprendentemente, dopo qualche giorno arrivarono nuovi prigionieri. Non erano pi deportati dal regime nazista; ora erano profughi che i comandi alleati mettevano nei campi perch non sapevano cosa farne. Furono giorni di sconcerto in cui la gioia della liberazione diventava a poco a poco agra, specie per lui, che era l'unico catalano del campo, l'unico apolide che nessuno reclamava".

Fin qui, l'essenziale del racconto di Bassa, che a sua volta costituisce l'essenziale della finzione che Marco forgi sul suo internamento a Flossenbrg. Il resto del racconto di Bassa  solo un epilogo in cui Marco mescola di nuovo verit e menzogne e in cui si narra il suo presunto ritorno a Kiel, dopo essere stato liberato da Flossenbrg, per tornare a lavorare ai cantieri navali, il suo presunto ritorno a Barcellona nel 1946, il suo presunto legame con l'antifranchismo clandestino durante la dittatura e il suo indubitabile e successivo legame, dopo la fine della dittatura, con la CNT, la FAPAC e la Amical de Mauthausen, cose per le quali, conclude soddisfatto Bassa, nel 2001 il governo catalano concesse a Marco la massima onoreficenza civile, la Creu de Sant Jordi. Onore agli eroi.

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Questa  la menzogna. Ma la verit? Cosa accadde davvero nel periodo che Marco trascorse in Germania agli inizi degli anni Quaranta?  possibile ricostruire la tappa pi controversa della sua biografia? La risposta  s: in gran parte.

Marco part per la sua nuova vita di emigrante il 27 novembre 1941 dalla stazione del Nord di Barcellona, nella prima spedizione di lavoratori volontari catalani che si mosse verso la Germania. Il treno era stipato di uomini, alcuni adulti, la maggior parte giovani, sebbene pochissimi giovani come Marco, che aveva appena vent'anni; tutti avevano una busta con il nome, il numero, il biglietto, la prenotazione del posto e il buono pasto, oltre a un pezzo di pane, qualche scatoletta di conserva e un cambio di vestiti invernali; avevano anche un braccialetto con la bandiera spagnola, il passaporto individuale e un foglio con le istruzioni che dovevano seguire nel corso del viaggio, che dur diversi giorni. In alcune stazioni il treno si fermava, venivano distribuiti un caff e una brioche, era consentito scendere e passeggiare lungo le banchine e alleggerirsi nei bagni, ma non uscire fuori, e quando arrivarono a Metz, nel nordovest della Francia, i viaggiatori vennero redistribuiti su treni diversi che si dirigevano verso diverse destinazioni, e i poliziotti francesi, che avevano scortato il convoglio dalla frontiera spagnola, furono sostituiti dalla polizia tedesca (o cos ricorda Marco). Molti anni pi tardi, mentre girava in quella stessa stazione una scena di Ich bin Enric Marco, il film di Santi Fillol e Lucas Vermal, Marco si domandava con aria riflessiva e melodrammatica, come chi cerchi il suo passato remoto senza trovarlo, come se tanto tempo dopo non riuscisse ancora a spiegarsi perch fosse partito dalla Spagna in qualit di lavoratore volontario: "Mi piacerebbe sapere dove andavo. E cosa volevo". In realt, la risposta a questi due interrogativi non  per nulla un mistero, e nessuno pi di Marco la conosceva: andava a Kiel, nel nordovest della Germania, assunto da un'azienda tedesca, nel quadro di un accordo tra Spagna e Germania che permetteva a Franco di pagare il debito contratto con Hitler durante la guerra civile e di aiutarlo a vincere la guerra mondiale e a imporre il fascismo in Europa; voleva sottrarsi al servizio militare e guadagnarsi da vivere molto meglio di quanto avrebbe potuto fare in Spagna. Questo  tutto. Semplice.

Marco arriv a Kiel agli inizi di dicembre. Come gli altri lavoratori spagnoli, non prese alloggio nella stessa Kiel, ma in un campo di baracche di legno che si trovava a venticinque chilometri dalla citt, a Wattenbeck, frazione di Bordesholm. L visse tre mesi, andando ogni mattina a Kiel e tornando ogni sera. La citt era una delle principali basi navali tedesche dalla met del XIX secolo, e la Deutsche Werke Werft, l'azienda dalla quale Marco era stato assunto, si era da sempre dedicata alla costruzione di mercantili, finch, con l'arrivo al potere dei nazisti, si era specializzata nella costruzione di navi da guerra, sottomarini e altre imbarcazioni militari. Marco lavorava come meccanico nei suoi cantieri, concretamente nel reparto che si occupava della cura e della manutenzione dei motori delle lance siluranti; il suo compito consisteva soprattutto nel controllare i motori (rimuoveva testate, smerigliava valvole, cambiava parti), ma anche nel fabbricare pezzi di precisione per gli alberi delle siluranti. Si trattava di una mansione abbastanza specializzata, alla quale venne assegnato perch era un bravo lavoratore, diligente e coscienzioso. Non tutti i suoi compagni lo erano; o meglio: la maggior parte non lo era, o cos dice Marco, che si riteneva superiore a loro, o che riteneva che, paragonata a lui, la maggior parte di loro fosse marmaglia, un mucchio di balordi analfabeti, fannulloni e alcolizzati. Marco si sentiva orgoglioso non soltanto di essere migliore di loro, ma anche di essere l'unico a lavorare in un reparto in cui predominavano i tedeschi liberi e anche i francesi e i belgi, alcuni dei quali erano l come prigionieri di guerra. Marco sostiene di avere organizzato con loro una cellula di resistenza, ma non esiste la minima prova che sia vero. Sostiene inoltre di essersi dedicato per suo conto a compiti di sabotaggio, cosa che, secondo lui, si poteva fare senza correre rischi, lasciando un po' di polvere di smeriglio nella sede della valvola dei tre motori Mercedes Benz che portava ogni silurante; ma anche in questo caso non esiste la minima prova che sia vero. Ci di cui esistono prove, e per di pi prove incontrovertibili,  del fatto che Marco fu arrestato dalla polizia tedesca, che pass diversi mesi in prigione e che fu sottoposto a processo.

Tutti questi fatti risultano da un procedimento istruttorio che l'Alto Tribunale Anseatico distrettuale di Amburgo apr in quei giorni nei confronti di Marco. Vi si legge che il nostro uomo fu arrestato il 6 marzo del 1942, appena tre mesi dopo il suo arrivo in Germania, e portato alla caserma della Gestapo a Kiel, nella Blumenstrasse. Per lo stesso Marco, per, tutto era iniziato giorni prima del suo arresto, quando l'aveva messo sull'avviso un collega di lavoro. Si chiamava Bruno Shankowitz, era tedesco e Marco aveva stretto amicizia con lui e con sua moglie, Kathy, che lo avevano invitato a trascorrere con loro le feste natalizie (Marco, un seduttore irrefrenabile, insinua che avrebbe avuto o potuto avere un'avventura con Kathy, o che Kathy s'innamor di lui; e anche che nella stessa Kiel ebbe altre avventure galanti). Una mattina, mentre lavoravano, Bruno gli chiese se era comunista; sorpreso, Marco gli rispose di no e gli domand perch glielo chiedesse. Perch corre voce che sei comunista, gli rispose Bruno; poi gli consigli: sta' attento a quello che dici e a chi lo dici. Era un buon consiglio, ma Marco non ebbe quasi il tempo di seguirlo. Ore o giorni dopo lo arrestarono nella sua baracca di Wattenbeck. Secondo l'istruttoria, Marco rimase in stato di fermo per cinque giorni prima di entrare in detenzione preventiva; secondo Marco, quei cinque giorni fu rinchiuso in una cella dove erano pigiati mucchi di detenuti come lui (tra di loro, un marinaio brasiliano chiamato Lacerda o Lacerta o Lacerte da Silva), dove dormiva sulla paglia sparsa sul cemento e veniva interrogato in continuazione. Marco dice (e io credo che bisogna credergli) che quelli furono forse i momenti pi duri della sua vita, che fu preso dal panico, che lo maltrattarono, che non sapeva cosa ne sarebbe stato di lui, e che si ricorda sempre fradicio: di acqua, di orina, di vomito; ma dice anche altre cose a cui io credo non ci sia bisogno di credere o a cui non bisogna assolutamente credere, come che tenne testa a coloro che lo interrogavano e si vant con loro di essere un combattente per la libert.

Secondo l'istruttoria, l'11 marzo Marco fu trasferito al carcere di Kiel e rimase l, in attesa di giudizio, fino alla met di ottobre di quello stesso anno. Non sappiamo con certezza nulla di ci che accadde durante quei sei mesi, tranne quello che lo stesso Marco cominci a raccontare dopo la scoperta della sua impostura, quasi sempre allo scopo di dimostrare che tutte le fantasie che aveva raccontato sulla sua permanenza nel campo di Flossenbrg erano una legittima, istruttiva e benintenzionata traslazione, al massimo un po' colorita, delle pene che aveva sofferto nel carcere di Kiel, e non il figlio bastardo di un mnage  trois fra la sua ansia di protagonismo, la sua immaginazione e le sue letture.

Tuttavia, in una lunga lettera al direttore inviata il 26 gennaio 2006 al Diari de Sant Cugat in risposta a un'altra lettera pubblicata sullo stesso giornale da una certa signora Ballester, Marco registra alcuni particolari concreti della sua reclusione che, sebbene impastellati nella stessa marmellata eroica, vittimistica e autogiustificativa, possiedono a tratti il sapore esatto della verit: "Rapato, disinfettato, spalmato con un unguento puzzolente e corrosivo" scrive Marco nel suo catalano infestato di anacoluti, che mi permetto di correggere o di ammorbidire, "venni confinato in una cella del secondo piano [del carcere di Kiel], l'ultima del corridoio a sinistra, accanto al posto dove si riversavano l'orina e gli escrementi e dove ci riempivano le caraffe d'acqua. Nella cella non c'erano gabinetti n rubinetti n ricettacoli adeguati per evacuare. Solo un piccolo lavabo di pietra addossato al muro, in cui a stento entravano le mani per lavarmi la faccia e dovevo a fatica mettermi in punta di piedi per lavarmi il culo. Un secchio senza coperchio per cacare e pisciare, un pugno di ritagli di rivista per pulirmi, che non ringrazier mai abbastanza, pi che per il loro servizio igienico, per quelle immagini che mi tenevano legato al mondo esterno. Una branda larga soltanto cinquanta centimetri, fissata al muro da due cerniere, con due gambe pieghevoli e una catena che la tirava su e la teneva ferma contro il muro. Si trattava di guadagnare spazio a beneficio del banco di lavoro.  ovvio che era tassativamente proibito tirarla gi durante la giornata. Un pagliericcio di sole due dita di spessore. La mobilia era completata da un armadietto che conteneva un piatto e un cucchiaio di alluminio, un pettine - non ne ho mai capito l'utilit - e un libro di orazioni e salmi, bilingue, in tedesco a caratteri gotici e in latino, quest'ultimo fortunatamente comprensibile per me. Un cartoncino con il mio nome, come sempre mal scritto - il Marco lo prendevano sempre per un nome, mai per un cognome - e delle istruzioni significative: 'Isolamento totale e detenzione indefinita'. [...] Giornate di lavoro estenuanti, dalla mattina alla sera, dal luned alla domenica a mezzogiorno, senza possibilit di esimersi o di sfuggire a nulla. Tutte le mattine, dopo il caff, il Wachmeister mi portava una cassa piena di materiale, pezzi metallici usciti dalla fonderia perch li sgrossassi con l'aiuto di lime, utensili che ti fornivano insieme al materiale. Metri e metri di corda spessa di canapa che bisognava sfilacciare. La polvere della fibra seccava il naso e la gola e irritava gli occhi, ma la cosa pi dura era strappare, pelare con le dita i cavi dell'impianto elettrico per sfruttare il rame delle tubature che i tedeschi portavano via dalle citt conquistate. Nove mesi in queste condizioni, signora Ballester" conclude Marco, "nove mesi in quella cella".

Non furono nove ma sette, ma ora fa lo stesso. Qui e l, nello stesso testo e in altri, nei suoi racconti e nelle sue dichiarazioni posteriori all'esplosione del caso Marco, il nostro uomo aggiunse molti altri particolari reali o fittizi sulla sua reclusione. Particolari sul cibo infetto con cui lo alimentavano, sui pestaggi che gli propinavano, sui suoi ripetuti internamenti in cella di rigore, sulla disperazione in cui spesso sprofondava e sugli antidoti con cui cercava di combatterla; con il suo olfatto infallibile per il melodramma, Marco aveva raccontato a Pons Prades - come ho gi scritto - che, quando sentiva dalla sua cella le urla dei gabbiani e quelle dei figli dei funzionari della prigione che giocavano in un cortile vicino, si diceva: "Finch ci saranno gabbiani sul mare e bambini che giocano, non tutto  perduto"; Marco, invece, non raccont a Pons Prades un aneddoto che supera in melodrammaticit il precedente e del quale, sebbene lui stesso lo abbia ripetuto spesso e Bassa vi alluda nel suo racconto biografico, io non ho ancora parlato. Secondo Marco, in carcere gli permettevano di scrivere lettere di tanto in tanto, lettere che lui scriveva ma che non arrivarono mai a destinazione perch vennero trattenute dalle autorit; doveva scrivere quelle lettere in tedesco, e il suo tedesco era cos stentato e i suoi carcerieri gli concedevano cos poco tempo per scrivere che si vide costretto a inventarsi un sistema per dirvi tutto quello che aveva da dire: il sistema consisteva nel pungersi un dito con un ago da cucito e nel mescolare con la saliva il sangue che usciva dalla puntura, usando quella mescola come inchiostro e l'ago come penna per buttare gi le bozze delle sue lettere sui margini delle pagine delle riviste che usava per pulirsi; cos, giunto il momento, quando finalmente gli davano carta e penna e pochi minuti per scrivere, non doveva fare altro che passare in bella quelle sanguinanti brutte copie.

Conoscendo Marco (e anche senza conoscerlo), non sembra facile credere a questo aneddoto truculento; quel che  certo  che, come quasi tutte le bugie di Marco, contiene una parte di verit:  vero che il nostro uomo scrisse almeno una lettera in prigione ed  vero che la scrisse in tedesco;  vero anche che non arriv mai alla sua destinataria perch i carcerieri di Marco non la spedirono. Lo so perch la lettera si trovava nell'archivio di Stato dello Schleswig-Holstein ed  nelle mie mani.  indirizzata alla moglie - la quale sapeva dalle autorit spagnole che il marito si trovava in prigione - dal carcere di Kiel ed  datata 1 settembre 1942, quando Marco  gi detenuto da quasi sei mesi e conosce le gravi accuse che pesano su di lui; la grammatica tedesca dell'autore  difettosa, e la sua grafia spesso illeggibile. La riproduco qui di seguito per intero, soprattutto perch  scritta meno per la sua destinataria teorica che per i suoi sicuri censori, ed esprime molto bene il disperato interesse di Marco a ingraziarseli (Marco mente, adula i tedeschi e arriva a scrivere il prorio nome e quello dei suoi famigliari in tedesco, o nel suo tedesco immaginato), un'ossequiosit che forse spiega in parte la conclusione della causa penale che si stava istruendo contro di lui. La traduzione, di Carlos Prez Ricart, cerca di conservare le limitazioni del maccheronico tedesco di Marco:

Mia carissima [nome illeggibile, probabilmente "Anni"; vale a dire: Anita], ricevi i miei baci da lontano con la speranza del mio ritorno felice accanto a te. So bene che non capisci nemmeno una parola di tedesco. Io capisco poco. Per scrivere in un'altra lingua non  permesso e, nel migliore dei casi, questa lettera arriverebbe troppo tardi [se la scrivessi in spagnolo]. Cara [Anita], la settimana prossima, esattamente mercoled, inizia il mio processo dopo sette mesi di indagini in cui mi sono difeso contro le accuse di essere comunista e altre bugie che sono state dette contro di me. Il mio avvocato mi ha gi detto che verr dichiarato innocente. Non c' colpa in me. Loro pensavano che sono stato un volontario rosso, ma  stato dimostrato che questo  falso.

Un uomo mi ha accusato di essere volontario comunista e altro tipo di follie che non hanno nessun senso. Sono cose folli che mi hanno causato sette mesi di prigione e molto silenzio, perch non sapevo molte parole in tedesco e la gente, pensando che ero rosso, non era simpatica con me all'ora del lavoro.

La mia detenzione  una prova per i tedeschi... [Illeggibile.] Per adesso tutto si risolver perch uscir di prigione, recupereremo i nostri soldi e il nostro piccolo [illeggibile, nome di bambino: senza dubbio "Toni", il figlio biologico di Anita e adottivo di Marco] avr di nuovo suo padre vicino a s. Avremo tranquillit. Esiger giustizia contro i miei nemici e il recupero dello stipendio di sette mesi persi in carcere.

So bene quanto hai sofferto per tutto sta per finire e presto saremo insieme. In tutto questo tempo non c' stato un solo giorno che non ho pensato a te, n un momento senza baciare il mio anello.  l'unica cosa che mi rimane; tutto il resto  in consegna al carcere. Ma tu sai quanto amore ho. Per te ho resistito sette mesi in prigione.

Ho pensato che varrebbe la pena che tu venissi qui. Anche [nome del figlio illeggibile: senza dubbio, di nuovo, Toni] potrebbe venire qui e amare la terra tedesca pi della nostra. Magari qui non ci sono il cielo azzurro e il sole splendente del nostro paese, ma in cambio i suoi uomini hanno questo [il cielo azzurro e il sole splendente] nell'anima. S, potremmo venire a vivere qui perch noi siamo come i tedeschi: prudenti e con il cuore aperto. Qui ho imparato ad amarli.

In realt, questa  una cosa che avevo gi pensato prima e per questo avevo cominciato a cercare qui una casa. Volevo farti una sorpresa con la notizia ma questo processo ha rovinato tutto. Adesso sar il momento di riprendere quei progetti. Al lavoro guadagno abbastanza soldi e soltanto qualche mese dopo la mia liberazione tu potresti venire in questa citt.

Spero che tutti i nostri famigliari stiano bene. Dai i miei saluti particolari alla zia Kathe e agli zii Richard e Francisco.

Mia cara, ricevi insieme a nostro figlio tutto il mio amore.

Tuo Heinrich

(Non scrivo altro perch il mio tedesco  ancora cattivo.)

A giudicare da quello che raccontava alla moglie, Marco era molto ottimista sul risultato del suo processo; ma forse voleva solo sembrarlo, o voleva soltanto che i tedeschi credessero che lo era: la verit  che, a sette giorni dall'udienza, quando doveva ormai conoscere le accuse che gravavano su di lui, non aveva molti motivi reali per essere ottimista. Nella comparsa del pubblico ministero, un certo dottor Stegemann, firmata il 18 luglio 1942, Marco  accusato di un reato molto serio: "pianificare in modo sistematico - in un delitto di alto tradimento - il cambiamento violento della Costituzione tedesca" (in tedesco: "das hochverrtische Unternehmen, mit Gewalt die Verfassug des Reichs zu ndern vorbereitet zu haben"). In concreto, il pubblico ministero affermava che Marco era comunista ed era stato volontario nell'esercito repubblicano durante la guerra civile, e lo accusava di fare propaganda comunista fra i lavoratori spagnoli. Non bisogna fare molto caso alla definizione di Marco come comunista; in queste faccende, le autorit tedesche definivano all'ingrosso, senza distinguere tra un comunista e un anarchico; per loro, entrambi erano semplicemente "rotspanier", rossi spagnoli. Quanto all'accusa di fare propaganda, il pubblico ministero allegava le testimonianze di Jaime Poch-Torres e di Jos Robledo Canales, due colleghi spagnoli di Marco che lo avevano sentito vantarsi di avere combattuto contro l'esercito di Franco e criticare Hitler e il partito nazista, predire la vittoria dei russi sui tedeschi in guerra e di esserne contento in anticipo, cosa che, sempre a quanto diceva Marco o a quanto dicevano Poch Torres e Robledo Canales che diceva Marco, gli avrebbe permesso di tornare nel suo paese "a combattere per il comunismo inevitabile e necessario in Spagna".  vero che tutto questo non sembra gran cosa, e comunque poco pi di un commento imprudente fatto in presenza delle persone sbagliate; ma non v' nemmeno dubbio che il delitto di alto tradimento - o di "promuovere l'ideale del comunismo internazionale e per questo di attentare contro la Germania", come conclude il suo rapporto il pubblico ministero - era gravissimo, tanto pi nella Germania nazista, e ancora di pi nella Germania nazista del quarto anno di guerra. Cos grave che per Marco sarebbe stato normale essere perlomeno spedito in un campo di concentramento.

Ma la realt  che venne assolto. Come si spiega questo verdetto? Non lo so. Nella sua sentenza, il magistrato giudicante lo spiega affermando che Marco non era un uomo pericoloso, e sostiene il suo verdetto sulla ritrattazione dei due delatori spagnoli, Poch-Torres e Robledo Canales, i quali assicurano che non aveva voluto convertirli alla causa del comunismo (Marco era semplicemente, dicono, un ragazzo molto giovane che aveva cercato di darsi importanza di fronte a loro), e sulla dichiarazione del diretto superiore di Marco, che lo discolpa da qualunque azione di sabotaggio e conferma che  un lavoratore magnifico. Il problema  come giunse il giudice a una conclusione tanto favorevole a Marco, tanto contraria al netto parere iniziale della procura e perfino a una disposizione della RSHA, il Dipartimento Centrale di Sicurezza del Reich, risalente a due anni prima, il 25 settembre 1940, secondo la quale gli ex combattenti della Spagna rossa dovevano essere inviati in campi di concentramento ( vero che la disposizione venne promulgata quando non era ancora entrato in vigore l'accordo ispano-tedesco che aveva portato Marco in Germania, e che si riferiva ai prigionieri di guerra;  vero anche che dopo poco, nel 1943, quella disposizione venne revocata affinch i rossi spagnoli potessero essere utilizzati come manodopera per l'industria bellica); detto all'inverso:  evidente che Marco non era un uomo pericoloso, ma un'infinit di uomini non pericolosi furono condannati dalla giustizia nazista, e Marco no. Perch ritrattarono i suoi accusatori spagnoli? Perch ritratt perfino il pubblico ministero, che fin per ritirare le accuse? Le autorit spagnole intercedettero per il loro compatriota? Non lo so. Nella lettera alla moglie, Marco menziona il suo avvocato difensore; ma lo stesso Marco riconosce che l'avvocato, un sottotenente di vascello, non capiva una parola di spagnolo, per cui la comunicazione fra i due non era facile. E non dovette esser facile per Marco nemmeno scrivere nel suo precario tedesco la propria memoria difensiva al pubblico ministero, in cui cercava di ribattere alle accuse, e tanto meno difendersi davanti al giudice quando, una mattina di settembre, fu trasferito da Kiel ad Amburgo per la celebrazione dell'udienza. Queste difficolt idiomatiche dovettero rendere il processo pi confuso. Ancora di pi. Detto ci, ricorder che Marco se la cava come pochi nella confusione, che in realt la confusione e i pasticci sono il suo ambiente naturale, perch ricordarlo mi permette anche di ricordare una caratteristica essenziale di Marco e proporre un'ipotesi sulla sua strana assoluzione. Marco, lo ripeto,  fondamentalmente un picaro, un ciarlatano scatenato, un imbroglione unico, perci non si pu escludere che, cos come un anno prima aveva imbrogliato le autorit militari franchiste, convincendole di avere un passato immacolato o inoffensivo e di essere lui stesso un ragazzo inoffensivo, abbia fatto qualcosa di simile con le autorit giudiziarie naziste, persuadendo il magistrato tedesco di non rappresentare il minimo pericolo per il nazionalsocialismo e di dover pertanto essere messo in libert. Comunque sia, il 7 ottobre 1942 il presidente della sezione penale dell'Alto Tribunale Anseatico distrettuale di Amburgo firm una sentenza con la quale veniva revocato l'ordine di detenzione contro Marco.

Il nostro uomo rimase ancora parecchi mesi in Germania, ma quei mesi sono soltanto l'epilogo di questa parte cruciale della sua biografia. Nella sentenza che mise fine al suo processo si ordinava che Marco restasse "a disposizione della polizia per prossimi procedimenti" e si annotava a margine che una copia di quel documento doveva essere inviata "alla direzione della polizia segreta statale ['Geheim Staatpolizei', che era il vero nome della Gestapo] a Kiel". L'ordine  suscettibile di differenti interpretazioni, per Marco dice che, malgrado in teoria fosse stato messo in libert, in pratica rimase detenuto e, per un tempo che non sa se calcolare in settimane o mesi, rest ancora rinchiuso, anche se non nella prigione di Kiel ma di nuovo nella caserma della Gestapo nella Blumenstrasse, da dove ricorda che usciva ogni mattina, scortato da due agenti, per andare alla biblioteca dell'Universit di Kiel e trascorrervi molte ore al giorno schedando libri e pubblicazioni spagnole. Marco dice anche che ricorda con grande chiarezza un pomeriggio in cui lo condussero all'improvviso alla reception della caserma e lo lasciarono l, in piedi e senza spiegazioni, di fronte al poliziotto di guardia, il quale non sembr nemmeno fare caso a lui. E dice che, quando era gi un po' che stava l, in attesa di non sapeva chi n cosa, di colpo si accorse del mucchietto di oggetti sulla scrivania del poliziotto e li riconobbe - una foto per passaporto, il suo lasciapassare scaduto di lavoratore volontario spagnolo, qualche altra cosa ancora - per non disse nulla e continu ad aspettare. E dice che, quando era l non pi da un po' ma da qualche ora, il poliziotto di guardia sembr notare la sua presenza, lo guard e guard le sue cose sulla scrivania e torn a guardare lui e, senza ridare un'occhiata alle sue cose, le butt a terra come veniva urlandogli: "Fuori!"

Marco dice che raccolse in tutta fretta le sue cose e che usc in tutta fretta dalla caserma. Dice che era di notte e che pioveva e che di colpo si vide solo e senza un marco e senza sapere dove andare. Dice che cerc un posto in cui rifugiarsi, con tanta sfortuna che fin per trovarlo in un parco che in realt non era un parco ma un cimitero. Dice che non ricorda dove dorm quella notte, anche se  quasi sicuro che fu all'intemperie, ma che invece ricorda che il giorno dopo fece un salto in cerca di aiuto nell'unico posto in cui conosceva qualcuno, ovvero i cantieri navali della Deutsche Werke Werft, dai quali era stato espulso e dove non poteva tornare a lavorare, ma dove trov un tedesco che faceva da interprete fra i lavoratori spagnoli e i datori di lavoro tedeschi, un uomo, ricorda Marco, o dice di ricordare, che aveva vissuto a lungo in Argentina ed era tornato in Germania ingannato dalle promesse di prosperit del nazismo trionfante, un uomo con cui a quanto pare Marco si trovava bene e che forse  lo stesso che secondo il verbale tedesco su Marco aveva fatto da interprete durante il processo. Chiunque fosse, quest'uomo ebbe compassione di Marco, o cos dice lui, e gli trov un posto di lavoro alla Hagenuck, un'azienda di telecomunicazioni, il che gli permise di mangiare e di dormire sotto un tetto, in un campo situato nella fabbrica stessa. I ricordi di questo periodo che Marco conserva, o dice di conservare, sono scarsi e sventurati, perch, sebbene il lavoro fosse pi placido che ai cantieri - qui costruiva piastre di componenti elettrici per razzi e aerei - l'atmosfera in fabbrica e nel campo era pi aspra, circondato com'era, dice, da lituani e ucraini sporchi, violenti e disperati.

Anche Marco era disperato, ma lo era perch voleva tornare a Barcellona. O cos dice. E dice che un giorno lo stesso interprete provvidenziale che gli aveva trovato il lavoro alla Hagenuck gli propose una maniera di tornare a casa: dopo un anno di lavoro in Germania, i lavoratori spagnoli potevano godere di un mese di ferie in Spagna, a condizione di tornare al proprio posto di lavoro alla fine di quel periodo; Marco non aveva ancora lavorato un anno intero, perch la maggior parte del tempo che aveva passato in Germania l'aveva trascorsa in carcere, per l'interprete gli assicur che poteva infilarlo su uno dei convogli di lavoratori che tornavano in ferie in Spagna. Marco dice che accett senza pensarci due volte, senza preoccuparsi di cosa avrebbe fatto quando fosse giunto il momento di tornare in Germania e lui non sarebbe tornato, senza preoccuparsi di cosa avrebbe fatto quando, non tornando in Germania, le autorit spagnole avrebbero di nuovo preteso che facesse il servizio militare ancora in sospeso, senza preoccuparsi ovviamente del fatto che, in Spagna, Franco continuasse a imporre il suo regno di terrore, senza preoccuparsi di nulla tranne che di tornare a casa e di fuggire dalla Germania, come se, simile a quegli animali che fiutano l'aria nell'imminenza della catastrofe, durante l'estate del 1943 lui avesse gi intuito che soltanto qualche mese pi tardi, il 13 dicembre di quello stesso anno, la citt di Kiel sarebbe stata annichilita dal diluvio di fuoco che vi avrebbero fatto cadere centinaia di bombardieri nordamericani. Marco arriv in Germania quando la Germania stava per vincere la guerra e and via dalla Germania quando stava per perderla. Non sappiamo ancora che tipo di vita condusse il nostro uomo quando torn a Barcellona, ma sappiamo una cosa molto pi importante: almeno fino a questo punto, lui  sempre dov' la maggioranza.

SECONDA PARTE

Il romanziere di s stesso

1

Marco  nato in un manicomio; sua madre era pazza. Lo  anche lui?  questo il suo segreto, l'enigma della sua personalit? Per questo  sempre dov' la maggioranza? Questo spiega tutto, o almeno spiega l'essenziale? E se Marco  davvero pazzo, in cosa consiste la sua pazzia?

Quando scoppi il caso Marco, in pochissimi rinunciarono a esprimere la propria opinione sul personaggio: lo fecero giornalisti, storici, filosofi, politici, professori; ovviamente, anche psicologi e psichiatri. La diagnosi di questi ultimi fu unanime, e in certo qual modo coincide con quella di molti conoscenti del nostro uomo: Marco  un narcisista da manuale. Naturalmente, il narcisismo non  una forma di follia; , piuttosto, un disturbo della personalit, una semplice anomalia psicologica.  caratterizzato dalla fede cieca e senza motivi nella propria grandezza, dalla necessit compulsiva di ammirazione e dalla mancanza di empatia. Il narcisista possiede un senso esagerato della propria importanza, pratica senza pudore l'autoincensamento, in continuazione e con qualunque pretesto e, qualsiasi cosa abbia fatto, si aspetta di essere riconosciuto come un individuo superiore, ammirato senza incrinature e trattato con devozione. Oltre a tendere all'arroganza e alla superbia, coltiva fantasie di successo e potere illimitati e, restio a mettersi nei panni degli altri, o incapace di farlo, non esita a sfruttarli, perch ritiene che le norme che valgono per loro non valgano per s.  un seduttore irrefrenabile, un manipolatore nato, un leader desideroso di conquistare seguaci, un uomo assetato di potere e di controllo, quasi blindato rispetto al senso di colpa. Allora il narcisista , essenzialmente, un uomo innamorato di s stesso? Il narcisista degli psicologi  equivalente al narcisista della saggezza popolare? Lo  il Narciso del mito? Chi  il Narciso del mito?

Ne esistono varie versioni; la pi nota - e la migliore -  quella che narra Ovidio nel terzo libro delle Metamorfosi. Si tratta di una storia tragica, che inizia con un atto di violenza: Cefiso, il dio-fiume, rapisce e viola l'azzurra Liriope, una naiade che, come risultato di quella violazione, genera un bambino dalla bellezza accecante, che chiama Narciso. Liriope si affretta a chiedere a Tiresia, l'indovino cieco, se suo figlio vivr a lungo; la risposta di Tiresia  strana e secca: s, "si se non nouerit"; vale a dire: s, "se non conoscer s stesso". L'infanzia di Narciso scorre placidamente, indifferente al vaticinio del portavoce del destino. Nel corso della sua adolescenza, uomini e donne si innamorano di lui, ma lui non ricambia nessuno. Un giorno, mentre  a caccia di cervi nel bosco, lo vede Eco - "la ninfa della voce, colei che non ha imparato n a tacere quando le si parla n a parlare lei per prima" - e anche lei s'innamora di lui; fedele alla sua freddezza e alla sua superbia, Narciso la respinge ed Eco, piena di vergogna, oppressa dal dolore, si nasconde nel bosco mentre inveisce contro chi ha disprezzato tanti uomini e donne prima di lei: "Che possa innamorarsi anche lui" lo maledice "e non possedere chi ama!" Allora Nemesi, figlia della notte e dea della vendetta, esaudisce le suppliche di Eco; la sua generosit sigilla la perdizione di Narciso. Quando arriva a una fonte limpida e circondata dall'erba, "dalle acque splendenti come l'argento", Narciso si stende per riposare e bere, ma, non appena cerca di spegnere la propria sete alla fonte, una sete diversa e insaziabile gli nasce: mentre beve, "rapito dall'immagine che vede riflessa, s'innamora d'una chimera: corpo crede ci che solo  ombra. Attonito fissa s stesso e senza riuscire a staccarne gli occhi rimane impietrito come una statua scolpita in marmo di Paro". La maledizione di Eco si compie: innamorandosi della sua immagine riflessa nell'acqua, Narciso prova un amore impossibile; ma anche il vaticinio di Tiresia si compie: vedendo s stesso, conoscendo s stesso, Narciso muore, e il suo cadavere si trasforma in "un fiore, giallo nel mezzo e tutto circondato di petali bianchi": il fiore del narciso.

Cos, il Narciso del mito non  il Narciso della saggezza popolare, ma esattamente il contrario. Nel racconto di Ovidio, Narciso non si innamora di s stesso, ma della sua immagine riflessa nell'acqua; nel racconto di Ovidio, Narciso in realt odia s stesso, prova orrore di s stesso, si disprezza con tutte le proprie forze, e per questo muore non appena si vede. Il narcisista costruisce, a forza di autoincensamenti, di sogni di grandezza e di eroismo, una fantasia lusinghiera, una menzogna dietro cui a volte si camuffa e si ripara, una finzione in grado di nascondere la sua realt, la sporcizia assoluta della sua vita o ci che lui percepisce come la sporcizia assoluta della sua vita, la sua mediocrit e la sua vilt, il perfetto disprezzo che prova per s stesso. Inesauribile, il narcisista ha bisogno dell'ammirazione degli altri per trovare conferme in quella fandonia, cos come ha bisogno del controllo e del potere affinch nessuno faccia crollare la delicata facciata che ha eretto davanti a s. Il narcisista vive nella desolazione e nella paura, in un'insicurezza cronica travestita da compostezza (e anche da superbia o da altezzosit), sull'orlo dell'abisso della follia, atterrito dal vuoto vertiginoso che esiste o intuisce dentro di s, innamorato della finzione abbellente che ha costruito per dimenticare la sua realt repellente, e per questo non si  blindato soltanto contro il senso di colpa, ma contro quasi ogni sentimento, che cerca di tenere a distanza per timore che lo debiliti, o magari lo distrugga.

Per il resto, molti psicologi sostengono che il narcisismo nasca, nell'infanzia, come risultato di una violenza o di una ferita profonda - cos come Narciso nasce dalla violenza inaugurale che Cefiso esercita su Liriope - un evento terribile che il bambino non  stato in grado di elaborare, un'umiliazione o un colpo brutale all'autostima, una prematura esperienza dell'orrore vissuta in seno alla famiglia, e che la sua finzione di grandezza non  altro che la maschera della sua pochezza reale o del suo senso reale di pochezza, la cicatrice duratura di quell'umiliazione o di quel colpo brutale o di quell'esperienza dell'orrore. Pu darsi. Quel che  certo  che Narciso viene salvato dalla finzione, e che, se Marco  a suo modo un narcisista, le sue menzogne forse lo hanno salvato: Marco  stato un orfano strappato forzatamente a una madre povera, pazza e maltrattata dal marito, un bambino nomade e privo d'affetto, un adolescente infiammato da una rivoluzione fugace e sconfitto da una guerra spaventosa, un perdente nato che, in un determinato momento della sua vita, allo scopo di conquistare l'amore e l'ammirazione che non aveva avuto, ha deciso di inventare il proprio passato, di reinventare s stesso, di costruire con la propria vita una gloriosa finzione per nascondere la mediocre e vergognosa realt, di raccontare che non era chi era e che non era stato chi era stato - un uomo assolutamente normale, un membro dell'immensa e silenziosa e codarda e grigia e deprimente maggioranza che dice sempre S -, bens un individuo eccezionale, uno di quegli individui singolari che dicono sempre No o che dicono No quando tutti dicono S o semplicemente quando  importante dire No, al principio della guerra spagnola un esaltato combattente quasi infantile contro il fascismo nelle posizioni di maggior rischio e fatica, durante la guerra un intrepido guerrigliero anarchico che operava al di l delle linee nemiche, dopo la guerra il primo o uno dei primi e insensati partigiani contro il franchismo trionfante e un esule politico, una vittima e un combattente contro il nazismo, un eroe della libert. Queste sono state le menzogne di Marco. Questa  stata la finzione che forse lo ha salvato grazie al fatto che, come a Narciso, per molti anni gli ha impedito di conoscersi o di riconoscersi per quello che era.  chiaro che, se le sue menzogne hanno salvato Marco, la verit che sto raccontando in questo libro lo uccider. Perch la finzione salva, per la realt uccide.

2

Cosa fece Marco al ritorno dalla Germania? Che tipo di vita condusse durante l'eterno dopoguerra spagnolo? Torn in Spagna per riprendere la vita normale o il simulacro di vita normale che conduceva prima di partire per la Germania? Fu allora che inizi a mentire sul suo passato per non conoscersi, per non riconoscersi, per salvarsi nella finzione? O fu allora che, dopo aver provato il panico nelle trincee del Segre, nella Barcellona sconfitta e nel carcere di Kiel, mise insieme abbastanza coraggio da disseppellire gli ideali politici sepolti dopo la vittoria di Franco e lanciarsi di nuovo a lottare per loro in clandestinit, mentre il franchismo imponeva in Spagna il suo regime ferreo?

Per quasi tutti i suoi conoscenti e quasi tutti quelli che hanno scritto di lui, almeno fino a quando  esploso il caso Marco, nel corso del dopoguerra il nostro uomo era stato un inflessibile combattente contro la dittatura, oltre che un visitatore assiduo delle sue prigioni, dei suoi commissariati e delle sue celle; di pi: si direbbe che per molti Marco rappresentasse una specie di personificazione dell'innato ribellismo degli spagnoli (o almeno dei catalani) e dell'amore per la libert che aveva impedito loro di rassegnarsi senza lottare a quarant'anni di tirannia franchista. Le dichiarazioni dello stesso Marco non lasciavano margini di dubbio: nel 1978 aveva raccontato a Pons Prades in Los cerdos del comandante che, dopo la sua presunta permanenza a Flossenbrg a met degli anni Quaranta, "mi reinserii di nuovo nella lotta clandestina in Spagna", e che quello che gli salv la vita fu "mettermi subito di nuovo in azione [s'intende, politicamente]" (se non fosse stato chiaro, aggiungeva che "la militanza clandestina dei confederali in Spagna, nel secondo lustro degli anni Quaranta, fu appassionante"); nel 2002 aveva raccontato a Jordi Bassa, in Memoria del infierno, che, di ritorno in Spagna nel 1945, aveva "continuato la lotta clandestina fino al 1975"; e nel maggio del 2005, proprio mentre scoppiava il caso Marco, il nostro uomo aveva pubblicato su L'Aven - una rivista di storia che quel mese dedicava un dossier al sessantesimo anniversario della liberazione dei campi nazisti - un articolo sui suoi ricordi fittizi della liberazione di Flossenbrg in cui affermava che, quando era partito dalla Germania nel 1945, era tornato a Barcellona "a fare l'unico lavoro che sapevo fare: vivere per vivere e farlo lottando per la libert", e, casomai non fosse stato abbastanza chiaro, aggiungeva che "i trent'anni di lotta e di clandestinit che seguirono furono il vero modo di riprendere la vita l dove l'avevo lasciata". Insomma: uno dei meriti che il governo autonomo catalano adduceva nel settembre del 2001 per concedere a Marco la sua massima onorificenza civile, la Creu de Sant Jordi, erano proprio i suoi anni di lotta contro il franchismo.

Le frasi di Marco che ho appena virgolettato sono curiose. Da un lato,  evidente che, attraverso di esse, il nostro uomo cerca di evocare un passato da assiduo combattente antifranchista; dall'altro, sono vaghe e indefinite quanto tutte le sue allusioni al suo impegno politico durante la dittatura: Marco parla di "lotta", parla di "clandestinit", parla di astrazioni simili, ma non dice mai in cosa consistette concretamente quella lotta, a quale organizzazione o partito o gruppo illegale si affili, con quali individui concreti condivise la clandestinit.  vero che, nei racconti biografici o autobiografici di Marco, la cosa essenziale era sempre la sua permanenza nei campi nazisti, e che alla sua lotta contro il franchismo si alludeva soltanto en passant, forse perch non era la questione in discussione o pi probabilmente perch si dava per scontata, come se fosse quasi impossibile che uno spagnolo come lui non avesse combattuto contro la dittatura.  vero anche che, almeno qualche volta, Marco allude a un episodio preciso: a gennaio del 2006, per esempio, scrisse una lunga lettera al direttore della Vanguardia, che non venne mai pubblicata, in cui evocava un presunto scontro prima verbale e poi fisico con Luis de Galinsoga, adulatore di Franco e direttore del giornale negli anni Cinquanta, famoso per aver pronunciato una frase abominevole che scaten lo scandalo e fin per costargli il posto: "Tutti i catalani sono delle merde"; e a marzo del 1988, in un articolo pubblicato sul quotidiano Avui, Marco si presentava come una delle poche persone che, una mattina di quattordici anni prima, aspettava alle porte del carcere Modelo di Barcellona l'uscita del cadavere di Salvador Puig Antich, un giovane anarchico giustiziato con la garrota, ormai alla fine del franchismo, per ordine di un tribunale militare. Per, perfino in questi casi eccezionali (e supponendo che si tratti davvero di atti di resistenza), tutto nel racconto di Marco  abbastanza confuso o indistinto, dal modo in cui presenta gli stessi episodi al ruolo esatto che vi svolse. Questa nebulosa di indefinizioni ha portato frequentemente molti amici e conoscenti di Marco a pensare che il periodo del dopoguerra sia il pi oscuro e misterioso della sua biografia.

Lo  davvero?

Per nulla. Qui, come tante volte nella vita di Marco e fuori dalla vita di Marco, il mistero  il desiderio di vedere un mistero dove non c' nessun mistero. In realt, risulta molto pi difficile ricostruire la vita di Marco prima del suo ritorno dalla Germania che dopo, fra le altre ragioni perch di quest'ultimo momento rimangono numerosi testimoni viventi, che possono smentire o confermare o completare o chiarire le affermazioni di Marco, il che spiega in parte la prudenza e la vaghezza di Marco nel formularle. Non c' nessun mistero, n alcuna oscurit: per pi di trent'anni, dal suo ritorno dalla Germania nel 1943 fino alla morte di Franco nel 1975 o, per essere pi precisi, fino agli anni iniziali della democrazia, Marco non milit in nessun partito politico e in nessun sindacato, non conobbe alcun tipo di clandestinit politica n combatt in alcun modo il franchismo, non pass nemmeno per le prigioni o per i commissariati n fu mai arrestato per motivi politici, n ebbe alcun problema di questa indole con le autorit, almeno nessun problema reale o minimamente serio. Fino a quel momento, Marco era stato sempre con la maggioranza, e per tutto il franchismo vi rest, rest con quell'immensa maggioranza di spagnoli che, di buon grado o per forza, accett senza proteste la dittatura, e il cui assordante silenzio spiega in gran parte perch il franchismo dur quarant'anni. Questo  tutto. Naturalmente, anche in questo caso non c' nulla da rimproverare a Marco: nessuno, ripeto,  obbligato a essere un eroe; o se si preferisce: sarebbe tanto facile quanto ingiusto rinfacciare a Marco che, come l'immensa maggioranza dei suoi concittadini, non abbia avuto il coraggio di combattere una dittatura capace di incarcerare, torturare e assassinare i dissidenti. No: nessun rimprovero. Nessuno tranne il fatto che, molti anni pi tardi, abbia voluto occupare un posto del passato che non gli spettava, cercando di far credere che nel corso del franchismo avesse fatto parte dei pochissimi coraggiosi che avevano detto No e non dei milioni di entusiasti, picari, intimiditi o indifferenti che avevano detto S.

Cos nel dopoguerra Marco visse una vita normale o un simulacro di vita normale o di quello che misteriosamente abbiamo convenuto di chiamare una vita normale, ma questo non significa che la sua vera biografia sia priva d'interesse; al contrario: risulta molto pi interessante della leggenda da quattro soldi fatta di confuse avventure romantiche che lui stesso cerc di vendere come il racconto della sua vita vita autentica.

Tornato dalla Germania, Marco si sistem di nuovo nell'affollata casa dei suoceri, in calle Sicilia 354, con la moglie, il figlio, le sorelle della moglie e il marito di una di loro, e torn a essere, per quella famiglia umile, numerosa e compatta, che lavorava sodo durante la settimana e passava i fine settimana in spiaggia o in montagna o alla cooperativa di calle Valencia, il ragazzo laborioso, intelligente, colto, pratico, allegro, divertente e affabile che era stato prima di andare in Germania, sempre affettuoso con la moglie, sempre pronto ad aiutare i suoceri, a consigliare e a proteggere le cognate e a fare favori a chi ne avesse bisogno; per adesso, inoltre, il suo prestigio supplementare di viaggiatore e di uomo di mondo lo fece diventare poco meno che il leader o il centro della trib. Torn anche a lavorare nell'autofficina di Felip Homs, in calle Pars quasi all'angolo con calle Viladomat, di fronte alla Escuela Industrial, e solo due problemi legati l'uno all'altro oscuravano a tratti il futuro prospero e felice che il suo vitalismo congenito dipingeva per lui. Uno: era a Barcellona in ferie e sarebbe dovuto tornare a Kiel non appena il permesso fosse scaduto, cosa che non voleva in alcun modo fare. Due: se riusciva a non tornare a Kiel, doveva fare il servizio militare, che era proprio ci che aveva evitato andando a Kiel.

Non torn a Kiel e rest a Barcellona e non fece il servizio militare. Come ci riusc? Come eluse per la prima volta i suoi obblighi civili in Germania e per la seconda volta i suoi obblighi militari in Spagna? Non lo so.  vero che, verso l'estate o l'autunno del 1943, con la guerra mondiale che procedeva a tappe forzate verso la sconfitta di Hitler, le autorit spagnole erano giunte alla conclusione che l'invio di lavoratori spagnoli in Germania fosse stato un cattivo affare che conveniva annullare quanto prima, perci  pi che probabile che non facessero molte indagini se uno dei lavoratori non tornava al suo posto di lavoro. D'altra parte, durante la permanenza di Marco in Germania i militari spagnoli avevano chiesto di lui, pretendendo che adempisse ai suoi obblighi pendenti, ma la sua famiglia aveva risposto che si trovava in Germania come lavoratore volontario - cosa che il ministero degli Affari esteri aveva confermato - e non c'era motivo perch i militari sapessero che Marco era gi di ritorno e pertanto non c'era motivo di reclamarlo.  quello che pot succedere: forse tutti si dimenticarono di Marco, o si disinteressarono di lui; forse Marco imbrogli tutti di nuovo; forse si verific una fortunata combinazione delle tre cose. Comunque sia, il nostro uomo non lo ricorda, o dice di non ricordarlo. Quel che  indubbio  che, in quella doppia o tripla confusione, Marco, che  maestro nel muoversi nella confusione, usc indenne dalle due minacce che gravavano su di lui, e il suo futuro fu sgombro.

Il 25 giugno 1947 nacque la prima figlia carnale di Marco, Ana Mara. All'epoca lui si stava preparando senza saperlo a iniziare una vita nuova. Aveva lasciato tempo prima l'officina di Felip Homs e, dopo aver lavorato un po' in una fabbrica di mobili e poi come meccanico (soprattutto riparando e modificando taxi, camion e auto), ottenne un contratto da commesso viaggiatore in una ditta di ricambi per auto chiamata Comercial Annima Blanch. Era un lavoro completamente diverso da quelli che aveva avuto fino ad allora; era anche molto migliore, o almeno cos lo avvertivano lui e la sua famiglia: usciva di casa in giacca e cravatta e, tra stipendio e commissioni, guadagnava abbastanza soldi, in ogni caso molti di pi di quanti ne avesse guadagnati con i suoi lavori precedenti. Il nuovo lavoro non soltanto implic per Marco un miglioramento economico, ma anche un'ascesa del suo status e una vita sociale pi varia e intensa. Marco cambi amici e cominci a bere e a uscire di notte. Era una cosa che non aveva mai fatto, e la moglie non tard ad avvertire che non era pi il marito affettuoso e attento che era stato fino ad allora, e inizi a sentirlo strano e distante. Non appena questo successe, Anita sfog la propria inquietudine con sua sorella Montserrat, otto anni pi giovane di lei, e un pomeriggio la sorella le propose di seguire Marco.

Sessantaquattro anni dopo, quando ne aveva gi pi di ottanta, Montserrat Beltrn ricordava ancora benissimo ci che accadde quel pomeriggio, e per questo pot raccontarmelo nel suo appartamento di Ciudad Bada, nei dintorni di Barcellona. Decise a seguire il loro piano e a scoprire cosa stesse succedendo, lei e Anita si erano appostate all'ingresso degli uffici della Comercial Annima Blanch quando videro uscire Marco con due colleghi. Non gli dissero nulla e, a una certa distanza, seguirono il trio. Lo fecero per un bel po'; arrivate in calle Seplveda, li persero di vista. Sconcertate, decisero di aspettare di nuovo, convinte che Marco non potesse essere andato molto lontano e che avrebbe finito per ricomparire. Cos fu. Dopo un certo tempo, Marco usc dal portone di un palazzo vicino. Non era solo, per non si trovava in compagnia dei suoi due colleghi, bens di due donne; le teneva sottobraccio, e le sorelle capirono immediatamente che Marco usciva da un postribolo e che le due donne erano prostitute. Racconta Montserrat che in quel momento, senza che lei potesse fare nulla per evitarlo, la sorella si lanci di corsa verso Marco, si frappose tra lui e le due donne e lo afferr per il braccio dicendogli qualcosa. Negli anni che seguirono sua sorella ripet molte volte a Montserrat Beltrn ci che aveva detto al marito; ci che disse fu: "Anch'io posso tenerti sottobraccio, vero?"

La moglie di Marco e la sua famiglia tentarono di dimenticare l'incidente, di attribuirlo alle cattive compagnie e alle nuove esigenze del nuovo lavoro. Fu impossibile. Per lo meno, fu impossibile ignorare che qualcosa di fondamentale era cambiato in Marco, e che non era pi il marito e il cognato e il genero perfetto che era sempre stato. In realt, a partire da quel momento le cose cominciarono ad andare di male in peggio. Nel 1949 Marco cerc di emigrare in Argentina con la famiglia, anche se alla fine abbandon il progetto, forse perch non ottenne i documenti necessari a uscire dal paese. Poco dopo la polizia and a cercarlo a casa. Lo accusavano di un furto, ma non lo trovarono e gli agenti portarono via il suocero, che dovette rilasciare una dichiarazione al commissariato. Marco lo fece quello stesso giorno o il giorno dopo, e riusc a uscire dal pasticcio quasi indenne, soltanto con la promessa di non ricascarci e di presentarsi ogni due settimane alla polizia. La famiglia Beltrn era attonita, ma malgrado ci non chiese spiegazioni a Marco o si fece bastare le confuse spiegazioni di Marco. Tuttavia, giorni o settimane dopo Marco si ritrov di nuovo in commissariato, e stavolta non ebbe tanta fortuna come la prima volta, cos dorm diverse notti nel carcere Modelo e ne usc con la testa rapata, che era lo stigma con cui a volte la polizia franchista umiliava i delinquenti comuni. Qualche giorno pi tardi si sposava l'unica sorella nubile di sua moglie, che si chiamava Paquita. Marco partecip al matrimonio, ma il giorno dopo, senza fornire alcuna spiegazione n avvisare nessuno, se ne and via per sempre.

La fuga di Marco fu un cataclisma assoluto per la famiglia Beltrn; la moglie sprofond nella depressione. Non ebbero pi notizie di Marco per sette anni. Un giorno arriv a casa dei Beltrn un amico di Marco dicendo che Marco si rammaricava per quanto era successo e che era pronto ad aiutare la moglie e i figli, e a partire da quel momento il nostro uomo si fece carico di alcune spese della famiglia, come l'educazione di sua figlia Ana Mara; di tanto in tanto andava anche ad aspettare la bambina all'uscita da scuola e di tanto in tanto le regalava qualcosa o le dava un po' di soldi, cos come faceva con suo fratello Toni. Il rapporto fra lui e la sua prima famiglia, tuttavia, non andava molto oltre. Anita e i suoi figli erano consapevoli che Marco aveva tracciato una frontiera quasi impermeabile tra loro e la sua nuova vita, di cui non sapevano nulla; ogni tanto i suoi figli gli telefonavano a casa, ma dovevano farsi passare per figliocci. Agli inizi degli anni Sessanta la moglie gli chiese dei soldi per pagare l'anticipo di un appartamento a Barcellona, e Marco glieli diede. Nel 1968 port sua figlia all'altare. Nel 1969 fu il padrino del suo primo nipote. Nel 1974, appena dopo aver dato alla luce il terzo figlio, sua figlia Ana Mara gli telefon a casa e lui le disse che aveva il telefono controllato dalla polizia e che non doveva pi chiamarlo. Non lo chiam pi. Lei e il fratello smisero di nuovo di vederlo.

Cos passarono quasi vent'anni, durante i quali ebbero notizie di Marco soltanto dai giornali, dalla radio e dalla televisione. Un giorno Ana Mara and a cercarlo negli uffici della FAPAC, l'associazione di genitori di cui Marco era allora vicepresidente. Lo trov, presero un caff. Seppe cos che il padre viveva a Sant Cugat, che si era sposato e aveva due figlie, e che quindi lei aveva due sorelle. Nel settembre del 1999 mor il primo e unico figlio maschio di Marco, Toni, ma lui lo seppe soltanto tempo dopo, quando incontr per caso una delle sue cognate mentre passeggiava sulla Rambla. Gli anni successivi furono quelli dell'ascesa verso la fama mediatica di Marco, un fatto al quale la famiglia Beltrn assistette sconcertata: Anita, la moglie, non capiva perch Marco dicesse di essere stato in un campo di concentramento mentre lei sapeva che non era stato in nessun campo di concentramento; i figli di Ana Mara, i suoi nipoti, non capivano perch Marco tenesse nascosta la sua prima famiglia; Ana Mara, sua figlia, fingeva di capire tutto, ma la realt era che non capiva nulla. E quando scoppi il caso Marco e il mondo intero seppe che Marco era un impostore, Ana Mara prov allo stesso tempo piet e vergogna per suo padre. Soltanto allora volle conoscere le sorelle. Marco accett di presentargliele senza fare resistenza, forse perch sapeva che non avrebbe potuto evitare che prima o poi le conoscesse (o semplicemente perch lo scandalo aveva distrutto le sue difese), anche se non lo fece senza prima raccontare la verit a loro e a sua moglie. Aveva un'altra famiglia. Si era sposato negli anni Quaranta. Da quel matrimonio aveva una moglie, una figlia e diversi nipoti. Fu cos che Ana Mara Marco conobbe Elizabeth e Ona Marco, che erano sue sorelle ma per l'et potevano essere sue figlie, e fu cos che Marco divorzi da Anita, che in quel mezzo secolo non si era risposata n, a quanto si sapesse, aveva avuto un compagno. Anita mor a gennaio del 2012. Ana Mara  ancora viva.  una donna intensa, allegra e cattolica; suo padre l'aveva abbandonata quando aveva tre anni, ma  impossibile strapparle una sola parola contro di lui.

3

Nel corso dei molti mesi che dedicai a fare ricerche per scrivere questo libro che avevo avuto tanta riluttanza a scrivere accaddero non poche cose strane, o non poche cose che mi parvero strane quando accaddero.

Non posso raccontarle tutte; ne racconto una.

Marco si era quasi sempre guadagnato da vivere lavorando come meccanico, e dalla met degli anni Cinquanta fino agli inizi degli Ottanta, soprattutto mentre conviveva con la seconda moglie, Mara Belver, aveva posseduto in regime cooperativo diverse autofficine nel quartiere di Collblanc a Hospitalet, una citt dell'hinterland di Barcellona. La pi duratura di quelle attivit si chiamava Auto-Taller Catalua, ma quando la visitai, un pomeriggio di luglio del 2013, in compagnia di mia moglie, aveva cambiato nome e si chiamava Taller Vials.

Il proprietario, David Vials, mi ricevette nel minuscolo ufficio che si trovava in fondo al suo minuscolo locale. Davanti a un vecchio computer, Vials sembrava sepolto in un disordine campale di fatture, documenti e cartelline. Si ricordava benissimo del vecchio meccanico, perch ricordava di avere comprato da lui l'officina o di avere negoziato con lui l'acquisto dell'officina, e perch molto pi tardi gli era arrivato alle orecchie il fracasso del caso Marco, per mi disse che il loro rapporto era stato sporadico e circostanziale e, indicando con un gesto di stanchezza infinita il computer acceso e il caos dell'ufficio, aggiunse che in quel momento era oberato di lavoro, ma che a settembre, dopo le vacanze estive, avrebbe cercato di trovare l'indirizzo di qualcuno che avesse lavorato con Marco.

Lo ringraziai e gli dissi che lo avrei richiamato a settembre; come se gli dispiacesse che me ne andassi a mani vuote o quasi vuote, prima di salutarci aggiunse: "Le ho gi detto che ci ho avuto poco a che fare, ma a me  sembrato un brav'uomo. Mi ricordo che mi ha raccontato che lasciava l'officina perch smetteva di fare il meccanico per insegnare all'universit". Mi guard con aria di delusione anticipata e domand: "Era una bugia anche quella, no?"

Dovetti dirgli di s e, quando uscimmo, mia moglie non riusc a trattenersi.

"Non mi sorprende che Marco si sia inventato una vita da avventuriero" sbuff. "Con l'immaginazione che ha, se non l'avesse fatto non avrebbe resistito vent'anni rinchiuso in questa officina. Oppure sarebbe impazzito."

A settembre telefonai a Vials. Mi disse che si era procurato il telefono e l'indirizzo di un uomo, chiamato Toni o Antoni, che era stato apprendista nell'officina di Marco; lavorava in un'officina della Llasax sulla carretera Real, a Sant Just Desvern. "Mi ha detto che non vuole parlare della faccenda" mi avvert Vials, "perci se fossi in lei non lo chiamerei: ci vada direttamente, e cos magari le risponde." Gli diedi retta e ci andai, ma non da solo; con la scusa che non sapevo usare il GPS dell'auto, mi feci accompagnare da mio figlio.

L'officina era vicinissima a Barcellona, in direzione di Sant Feliu de Llobregat. Parcheggiai all'ingresso e Ral rimase ad aspettarmi in macchina mentre io entravo nell'officina, un locale molto grande, dai soffitti altissimi e con il pavimento di cemento, dove sembrava regnare un'intensa attivit, con gente che entrava e usciva da uffici dalle grandi vetrate e meccanici con le mani macchiate di nero che frugavano nelle viscere di automobili guaste. Chiesi del mio uomo a un impiegato e, dopo avere aspettato quindici minuti e avere chiarito un malinteso - nell'officina c'era un meccanico chiamato Antoni, ma non era quello che cercavo - riuscii a parlare con lui, un tipo sotto i sessant'anni che non rispondeva al nome di Antoni ma a quello di Antonio e che ricordo magro e con gli occhi chiari. Gli dissi come mi chiamavo, gli dissi che ero uno scrittore e che stavo scrivendo un libro su Enric Marco, gli dissi che, a quanto mi avevano raccontato, lui lo aveva conosciuto.

"L'ho conosciuto" disse l'uomo. "Ma non voglio parlare di lui."

"Saranno soltanto cinque minuti" risposi. "Le far solo qualche domanda. Le condizioni le fissa lei; se non vuole che il suo nome non compaia nel libro, non comparir."

"Le ho gi detto che non voglio parlare di Marco."

Insistetti. Gli dissi che anch'io conoscevo Marco e che stavo scrivendo il libro con il suo permesso e con la sua collaborazione e, tirando fuori il cellulare dal taschino, aggiunsi che, se voleva verificare quello che gli stavo dicendo, poteva parlare con lui. L'uomo mi interruppe.

"Non parlo di Marco."

Fui sul punto di domandargli il perch, ma sentii che poteva irritarsi e che era inutile continuare. Non era la prima volta che un testimone si rifiutava di parlare con me di un libro in fieri, per era la prima volta che me lo diceva in faccia; ed era anche la prima volta che mi succedeva con questo libro. Rimisi il cellulare nel taschino e sospirai.

"Scusi se l'ho importunata" dissi.

Con un brusco sorriso, l'uomo strinse la mano che gli tendevo.

"Non mi ha importunato" disse.

"Cosa ti ha detto?" domand Ral non appena mi sedetti al volante dell'auto.

"Niente" risposi.

"Come, niente? Non ti ha voluto parlare?"

"No."

Ral rise.

"Sei grande, papi."

Partii, ancora incredulo, e, mentre tornavamo a Barcellona per un labirinto di rotonde e autostrade, raccontai a mio figlio quello che era appena successo.

"Non credo che quel tizio stia tentando di proteggere Marco" congetturai. "Se cos fosse, avrebbe preso il cellulare e l'avrebbe chiamato per verificare che gli stavo dicendo la verit. Quel tizio non  amico di Marco, non lo ama, ha avuto un cattivo rapporto con lui. Perci non vuole parlare."

"Stupidaggini" disse Ral. "Se avessero avuto un cattivo rapporto vorrebbe parlare: per fregarlo, per vendicarsi di lui. Magari non vuole parlare per il motivo opposto."

"Il motivo opposto?"

"Non perch hanno avuto un cattivo rapporto, ma perch hanno avuto un buon rapporto. Un rapporto troppo buono, voglio dire. Il tipo era giovane quando ha conosciuto Marco, no?"

"Immagino di s: era il suo apprendista. Deve averlo conosciuto negli anni Sessanta o Settanta, non prima."

"Se era un ragazzo, magari ha creduto a tutte le balle che raccontava Marco e, quando ha saputo che erano balle, si  incazzato tanto che non vuole nemmeno pi sentir parlare di lui. Dopo tutto,  quello che deve essere successo a molta gente. In tutti i modi, a pensarci bene  meglio che il tipo non abbia voluto parlare: se avesse parlato, ti avrebbe raccontato stupidaggini; senza parlare, quel tizio  un enigma. E per un romanzo  meglio un enigma che una stupidaggine, no?"

Ral, naturalmente, aveva ragione, ma questo non  un romanzo comune bens un romanzo senza finzione o un racconto reale e, in un libro cos,  mille volte preferibile una stronzata vera che un enigma fittizio. Sebbene anche Ral si sbagliasse: quell'uomo non aveva avuto un buon rapporto con Marco, o non sempre, o in ogni caso il loro rapporto era finito male. In realt, a quanto seppi in seguito, il meccanico si chiamava Antonio Ferrer Belver ed era nipote di Mara Belver, la moglie di Marco per due decenni a met del secolo. In effetti Ferrer aveva iniziato a lavorare come apprendista nell'Auto-Taller Catalua, ma alla fine degli anni Settanta, quando Marco si era disfatto dell'attivit, lui non era rimasto soddisfatto dell'operazione o del modo in cui era stata realizzata. A questo motivo di collera se n'era aggiunto un altro, forse quello decisivo: a met degli anni Settanta Marco si era disfatto anche di Mara Belver, cos come agli inizi degli anni Cinquanta si era disfatto di Anita Beltrn, l'aveva lasciata e l'aveva sostituita con una ragazza di vent'anni pi giovane di lui. L'abbandono aveva fatto schierare per sempre il clan dei Belver contro Marco, e questo spiega perch nessuno dei suoi membri (o nessuno dei membri con cui tentai di mettermi in contatto) volesse parlare della faccenda. Nemmeno l'ex apprendista di Marco.

L'imbarazzante episodio con il nipote di Mara Belver riport a galla tutte le inquietudini e le angosce che mi avevano perseguitato dopo l'incontro con Benito Bermejo a Madrid, quando lo storico aveva formulato l'ipotesi che Marco fosse stato un confidente della polizia durante il periodo in cui era un leader anarchico e aveva riconosciuto che per il momento aveva abbandonato o congelato l'idea di scrivere un libro su Marco, in parte per scrupoli di coscienza: tornai a chiedermi se non soltanto mi fossi proposto di scrivere un libro impossibile ma anche temerario, tornai a chiedermi se il mio proposito di raccontare la vita vera di Marco non fosse immorale, se avessi il diritto di interferire nella vita di Marco e della sua famiglia per rivelare la sua storia (quella storia per cui, per di pi, avrei infilato il dito negli occhi di tutti e da cui tutti sarebbero usciti a pezzi), se avessi il diritto di farlo e se fosse corretto farlo, sebbene Marco mi avesse autorizzato a farlo e mi stesse aiutando a farlo.

In quei giorni ricordai spesso due storie parallele e contrapposte raccontate dallo scrittore francese Emmanuel Carrre, autore di L'avversario, un romanzo senza finzione o un racconto reale in cui narra la storia di un impostore di nome Jean-Claude Romand che fin per ammazzare la moglie, i due figli piccoli e i genitori perch non scoprissero la sua impostura.

Il protagonista della prima storia  lo scrittore statunitense Truman Capote. Nel 1960, a trentasei anni, Capote decise di scrivere un racconto reale o romanzo senza finzione che fosse anche il suo capolavoro. Scelse un tema a caso (o forse fu il caso a scegliere lui): l'assassinio di una famiglia di contadini del Kansas, nella cosiddetta America profonda, perpetrato da sconosciuti. Capote part per il Kansas e si stabil nel paesino in cui erano avvenuti i fatti; nel giro di qualche settimana gli assassini vennero arrestati: erano due, erano giovani, si chiamavano Dick Hickock e Perry Smith. Capote and a trovarli in carcere, divenne loro amico e nei cinque anni successivi, mentre i due prigionieri venivano processati e condannati a morte, divent la persona pi importante nelle loro vite. Gli ultimi due anni del suo rapporto con loro furono atroci. Grazie a diversi ricorsi, l'esecuzione fu rimandata varie volte. Nel frattempo, Capote assicurava ai suoi due amici e personaggi che stava facendo tutto il possibile per salvarli, compreso il fatto di avere assunto i migliori avvocati; per, allo stesso tempo, lo scrittore sapeva che la morte dei due imputati era la miglior conclusione possibile della storia, il finale che esigeva il suo capolavoro, perci pregava in segreto in suo favore e arriv ad accendere ceri alla Madonna perch avvenisse.

Alla fine Dick e Perry vennero impiccati; Capote assistette all'impiccagione e fu l'ultima persona ad abbracciarli prima che salissero sul patibolo. Il frutto letterario di questa aberrazione morale fu A sangue freddo: un capolavoro. Carrre insinua che, con esso, Capote si salv come scrittore ma si condann come essere umano, e che il lungo processo di autodistruzione personale, a opera dell'alcol, dello snobismo e della malvagit, che segu alla pubblicazione fu il prezzo che lo scrittore pag per la sua vilt.

Il protagonista della seconda storia  lo scrittore inglese Charles Dickens; i fatti probabilmente avvennero - Carrre non lo specifica - nel 1849, mentre la stampa pubblicava a puntate David Copperfield. All'inizio di questo romanzo compare un personaggio secondario, chiamato Miss Mowcher, che, secondo tutti gli indizi - si tratta di una donna astuta, gelosa e adulatrice, oltre che nana -  una cattiva integrale, e siccome nelle finzioni nessuno piace tanto quanto i cattivi, e inoltre Dickens era gi in quel periodo uno scrittore molto letto, tutta l'Inghilterra si sdilinquiva in anticipo per i futuri misfatti della donna. Una mattina Dickens ricevette una lettera in cui una signora di provincia si lamentava amaramente perch, a causa della sua somiglianza fisica con Miss Mowcher - anche la signora era nana - la gente del suo paese aveva iniziato a diffidare di lei, mormorava al suo passaggio e le inviava biglietti anonimi di minacce; insomma, concludeva la sua lettera la signora, lei era una brava persona, e per colpa di Dickens e di Miss Mowcher la sua vita si era trasformata in un inferno.

Conosciamo gi la risposta che qualunque scrittore avrebbe dato alla lettera della signora: non avrebbe dato una risposta; o, se l'avesse data, sarebbe stata questa: il problema che gli poneva la signora non era un problema suo, ma delle persone che confondono la realt con la finzione e che in maniera stupida e abusiva identificano personaggi fittizi con persone reali. La risposta di Dickens fu un'altra: cambi il personaggio, cambi la trama del romanzo, cambi tutto; il libro intero attendeva con impazienza le malvagit di Miss Mowcher, tutto era preparato perch si verificassero, per, nella puntata successiva, Dickens trasform la sua cattiva in una donna piena di bont, in un angelo del cielo sotto spoglie sfortunate.  possibile che, come lui stesso riconosce, Carrre idealizzi un po' le ragioni di Dickens;  possibile che esageri l'importanza di Miss Mowcher nel romanzo. Il fatto  che David Copperfield fu decisamente un successo, un altro capolavoro di Dickens, e che lo scrittore inglese non solo vi si salv come scrittore, ma anche come persona.

Questa non  l'unica conclusione che Carrre ricava dalle due storie simmetriche e opposte che ho raccontato; e nemmeno quella che mi interessa di pi. Racconta Carrre che, quando inizi a scrivere L'avversario, voleva imitare A sangue freddo, l'impassibilit e il distacco flaubertiano di A sangue freddo, la decisione di Capote di raccontare la storia di Dick Hickock e Perry Smith come se non vi avesse preso parte, escludendo il suo intervento amichevole e perverso e i dilemmi morali che lo tormentarono mentre si svolgeva; tuttavia, racconta ancora Carrre, alla fine scelse di non farlo: decise di raccontare la sua storia senza assentarsene, non in terza ma in prima persona, rivelando anche le sue perplessit morali e il suo rapporto con l'impostore assassino. E conclude: "Penso senza esagerazioni che questa scelta mi abbia salvato la vita".

Ha ragione Carrre? Si  salvato come persona, oltre che come scrittore - anche L'avversario  un capolavoro - includendosi nel suo racconto dell'impostura criminale di Jean-Claude Romand? Mi sarei salvato anch'io, come scrittore e come persona, se, visto che non potevo fare la stessa cosa di Dickens perch non potevo cambiare n abbellire la storia di Marco, almeno non facevo come Capote e non raccontavo in terza ma in prima persona il mio rapporto con il protagonista del mio libro, senza ripudiare i dubbi e i dilemmi morali che affrontavo scrivendolo, cos come aveva fatto Carrre? L'argomentazione di Carrre non era forse brillante e consolatoria, ma falsa, per non dire truffaldina? Non era forse una maniera di comprare legittimit morale per autorizzarsi a fare con Jean-Claude Romand quello che Capote aveva fatto con Dick Hickock e Perry Smith e quello che io volevo fare con Enric Marco, e per farlo inoltre con la coscienza pulita e senza danni personali? Bastava riconoscere la propria vilt per farla svanire o trasformarla in dignit? Non si doveva forse accettare semplicemente, onestamente, che, per scrivere A sangue freddo o L'avversario, bisognasse incorrere in qualche tipo di aberrazione morale e pertanto bisognasse condannarsi? Ero disposto a condannarmi per scrivere un capolavoro, supponendo che fossi in grado di scrivere un capolavoro? Insomma: era possibile scrivere un libro su Enric Marco senza scendere a patti con il diavolo?

4

Era il segreto meglio custodito di Marco, forse perch, di tutti i suoi misfatti, era quello che pi lo faceva vergognare: all'inizio degli anni Cinquanta Marco aveva conosciuto le prigioni franchiste, ma non in quanto delinquente politico, bens in quanto delinquente comune.

Lo scoprii per caso, non perch Marco me l'avesse raccontato. Lo scoprii grazie a Ignasi de Gispert, un avvocato del lavoro che tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi dei Settanta faceva parte di un gruppo di ragazzi della borghesia catalana affascinati da Marco, che in quel periodo non si faceva chiamare Marco ma Batlle, Enric Batlle, e rappresentava per quei ragazzi ribelli di famiglie agiate, che stavano scoprendo il mondo, il prototipo dell'operaio colto, antifranchista e rivoluzionario. Un giorno della fine del 1975 o dell'inizio del 1976, da poco morto Franco, De Gispert ricevette una telefonata di Mara Belver, all'epoca ancora moglie di Marco; gli diceva che il nostro uomo si trovava nel carcere Modelo e aveva bisogno del suo aiuto. De Gispert, che si era appena laureato, and immediatamente al Modelo. L Marco gli raccont, in maniera confusa, che era stato arrestato per motivi politici mentre cercava di sbrigare una pratica burocratica, e che lo avevano torturato o avevano cercato di torturarlo, per De Gispert intu che stava tentando di imbrogliarlo. La sua intuizione venne confermata quando and in tribunale e scopr che esisteva un ordine di arresto a carico di Marco per un reato di rapina a mano armata commesso sulla Rambla; per fortuna, il delitto era stato perpetrato alla fine degli anni Quaranta o agli inizi dei Cinquanta e pertanto era andato in prescrizione, cos, dopo aver trascorso pochi giorni in carcere, Marco fu rimesso in libert. Desideroso di giustificare l'episodio, Marco spieg allora a De Gispert che tutto era stato frutto di un malinteso; lui aveva raccontato molte volte a De Gispert e ai suoi giovani amici che, per eludere l'assillo della polizia politica, aveva assunto da anni l'identit di un morto chiamato Enric Marco; ci che aveva appena scoperto grazie a quello sfortunato episodio era che quel Marco era un delinquente comune, il vero colpevole del delitto per il quale lo avevano arrestato.

Naturalmente, De Gispert non credette a una sola parola di quello che Marco gli raccont, perch a quel punto l'amicizia tra i due contava gi alcuni anni e il giovane avvocato ormai sospettava da quale piede zoppicasse l'amico. Ma la domanda : com' che Marco divent un ladro agli inizi degli anni Cinquanta? Cosa trasform il marito e il genero e il cognato e il padre perfetto dei Beltrn in un delinquente comune?

Alle origini della trasformazione di Marco ci fu il suo lavoro alla Comercial Annima Blanch, come sospettavano i Beltrn. L il nostro uomo conobbe una vita completamente diversa da quella vissuta fino a quel momento, la vita nomade dei commessi viaggiatori, uomini in giacca e cravatta che pranzavano e cenavano in trattorie, osterie e cantine, facevano il giro dei bar di notte, si giocavano lo stipendio a carte e frequentavano bordelli cari. Una notte, in uno di quei locali (un posto conosciuto come Ca la tia Antonia), Marco and a letto con una ragazza chiamata Marina. Dopo due giorni ci and di nuovo, e nel giro di due settimane si rese conto di essere innamorato di lei. La ragazza inizi a non farsi pagare per i suoi servizi, ma Marco dava dei soldi alla responsabile del postribolo perch Marina andasse a letto soltanto con lui, o poco meno. Anche se guadagnava abbastanza, spendeva pi di quanto guadagnasse, cos, per procurarsi un extra che gli consentisse di mantenere quel tenore di vita, si mise a vendere di nascosto gli articoli del campionario che portava con s e che erano di propriet dell'azienda. Parallelamente, la sua vita matrimoniale si deteriorava. Un pomeriggio la moglie lo sorprese mentre usciva da un bordello con due prostitute e smascher la sua doppia vita. Giorni dopo, i suoi capi della Comercial Annima Blanch scoprirono le frodi che stava compiendo ai danni dell'azienda, aprirono un procedimento nei suoi confronti e decisero di sospenderlo dal lavoro e dallo stipendio finch non si fosse chiarito tutto. Marco rimase senza lavoro, ma non os dirlo alla famiglia, e quel silenzio lo costrinse a uscire di casa ogni mattina presto come se andasse in ufficio e a passare ore e ore vagando per la citt, con il suo vestito e la sua cravatta e la sua desolazione e la sua valigetta da commesso viaggiatore, fin quando non tornava di sera o di notte come se avesse trascorso la giornata al lavoro.

Fu allora che inizi a fare piccoli colpi. Una volta rub dei gioielli in casa di un creditore che non lo pagava. In un'altra occasione tent senza successo di aprire la cassaforte di un cliente. Sono i due casi che Marco ricorda o confessa (o che ricord e mi confess quando scopr che, grazie a De Gispert, io avevo scoperto la verit), ma  molto probabile che ve ne siano stati altri. Comunque le sue vittime lo denunciarono e dovette subire l'umiliazione di ricevere una visita a casa della polizia, di doversi recare in commissariato a spiegare l'accaduto e restituire i gioielli e accettare l'impegno di presentarsi ogni tanto alle autorit. Questo accadde la prima volta che lo arrestarono; la seconda lo spedirono direttamente in carcere. Ne usc rapato e pieno di vergogna. Per qualche giorno, in casa sopport gli sguardi di coloro che fino a poco tempo prima lo consideravano un marito perfetto, un padre e un genero e un cognato perfetto. Per, il mattino successivo alle nozze della sua unica cognata nubile, non ce la fece pi e se ne and per sempre.

Le settimane successive dovettero essere terribili. Conoscendo Marco,  improbabile che la decisione di abbandonare la sua famiglia non fosse premeditata e che non avesse in qualche modo pianificato la sua fuga;  perfino possibile che quei piani includessero Marina, la prostituta che fino a un certo punto aveva mantenuto e che fino a un certo punto l'aveva condotto nella situazione in cui si trovava. In ogni caso, tutti i piani di Marco fallirono, e di colpo si ritrov senza famiglia, senza lavoro e senza casa. Di giorno vagava qui e l e di notte dormiva sulle panchine della Rambla e di plaza de Catalua, tra puttane, barboni e malviventi. Dato che non si era ripresentato in commissariato, si trasform in un latitante, e a partire da quel momento figur in tutte le liste di delinquenti comuni su cui gravava un ordine di cattura. (Questo, fra parentesi, spiega molte cose; per esempio: che fosse arrestato di nuovo alla fine del 1975 o all'inizio del 1976, quando De Gispert dovette tirarlo fuori di prigione; per esempio: che nel dopoguerra non si registrasse mai da nessuna parte con il suo vero nome, finch non regolarizz la propria situazione approfittando del pasticcio da cui lo aveva tirato fuori De Gispert; per esempio: che molti anni dopo potesse assicurare tante volte senza mentire, o senza sentirsi un bugiardo, che per quasi tutto il dopoguerra aveva vissuto in clandestinit, perseguitato dalla giustizia franchista.) In quel periodo continu senza dubbio a delinquere, ma non so esattamente cosa fece o fin dove si spinse, e quasi preferisco non saperlo. Quello che  certo  che tocc il fondo.

Quel periodo abissale non pot durare a lungo: al massimo, pochi mesi. A tirarlo fuori fu un uomo chiamato Peir. Marco lo conosceva superficialmente, ma Peir doveva stimarlo, perch, non appena seppe della situazione in cui si trovava (o non appena Marco lo mise al corrente), un giorno in cui si incontrarono per caso, lo invit a casa sua e gli disse che forse poteva trovargli un lavoro. Peir viveva con la famiglia in calle Campoamor, a Hospitalet - un posto che in quel momento iniziava a crescere in modo vertiginoso con l'arrivo in massa di emigranti provenienti dal Sud della Spagna - e uno dei suoi fratelli, di nome Paco, offr a Marco di rimettere in sesto due camion dell'esercito che aveva in un garage. Era un lavoro insignificante, per il quale non gli offrivano nemmeno un salario, ma Marco non esit un istante ad accettarlo.

Fu l'inizio di una vita diversa. Al principio Marco dormiva in casa dei Peir e andava ogni giorno a lavorare al garage, al numero 144 di calle General Sanjurjo (oggi Mart Juli), a Collblanc, un quartiere della stessa Hospitalet. Subito dopo, per, si trasfer nel garage, dove i Peir gli portavano da mangiare e dove gli permettevano di dormire, nella cabina di un vecchio Hansa-Lloyd, in cambio del suo lavoro. Secondo quanti lo conobbero, il garage era un posto immondo, un porcile pieno di infiltrazioni d'acqua; quanto all'Hansa-Lloyd, pi che un camion sembrava un ammasso di ferraglia. Nulla intorno a lui invitava all'ottimismo, ma Marco non si perse d'animo. Inizi a lavorare sodo - mattina, pomeriggio e sera, sabati e domeniche inclusi - e dopo un po' non soltanto aveva rimesso in sesto i due camion di Paco Peir ma, con il permesso della famiglia, aveva trasformato il garage in un'autofficina in cui metteva a punto e riparava auto, taxi e camion della stessa famiglia Peir e di altri clienti del quartiere. Siccome aveva un sacco di lavoro e gli mancavano braccia e tempo, Marco assunse un apprendista, e poi un altro, due ragazzi poveri di famiglie di immigranti che pagava poco e a cui insegnava molto, perch a quel punto il nostro uomo era ormai un bravo meccanico con abbastanza anni di esperienza. Marco trattava bene i suoi apprendisti e i suoi apprendisti lo rispettavano: lo chiamavano Enrique ma credevano che il suo cognome fosse Durruti, come quello del leggendario leader anarchico; anche se allora Marco non parlava mai della guerra o di politica, sospettavano (perch lui li lasciava sospettare, o perch li induceva a farlo) che avesse qualche tipo di rapporto con organizzazioni clandestine e che la polizia lo cercasse. Lo ritenevano un capo intelligentissimo e un oratore diabolico, capace di vendere un flacone di shampoo a un calvo; ma lo ritenevano anche un uomo generoso e leale, tranne quando si trattava di donne: su quel terreno, tutti sapevano che il capo non faceva prigionieri.

Marco pass tre o quattro anni chiuso nel garage dei Peir. Per poter lavorare di pi e meglio, trascorso quel periodo prese in affitto un'officina o parte di un'officina in calle Montseny, e in seguito mise su la prima officina tutta sua: Talleres Collblanc. Allora viveva gi con Mara Belver, una ragazza andalusa che si innamor perdutamente di lui e con cui avrebbe condiviso i successivi vent'anni della sua vita. Marco l'aveva conosciuta in un bar vicino al garage dei Peir dove andava a fare colazione e a pranzare e, quando la port a vedere il garage, lei lo convinse a lasciare quel letamaio e gli cerc una stanza in casa di una coppia che viveva l vicino, sulla ronda de la Torrasa. Dopo un po', Marco affitt un intero appartamento al numero 57-59 di una stradina allegra e popolare, piena di negozi, officine e bar, calle Oriente; l and a vivere con Mara. Da allora, lei divise il proprio tempo tra la dedizione a Marco e il suo lavoro di sarta di casa in casa. (Seconda parentesi: Mara cuciva per i Puig Antich, i genitori del famoso anarchico giustiziato nel 1974 da Franco, e Marco and qualche volta a prenderla a casa loro; questo fu l'unico rapporto che Marco ebbe con Puig Antich, il che non gli imped di presentarsi come uno di coloro che gli erano vicini in un articolo pubblicato nel 1988, quando essere vicino a Puig Antich equivaleva praticamente a essere un resistente contro il franchismo.) Marco non cambi soltanto donna sostituendo Anita Beltrn con Mara Belver; cambi famiglia, o pi esattamente clan: al clan catalano e parlante catalano e cattolico e povero e discreto dei Beltrn subentr, via via che la famiglia numerosa di Mara arrivava a Hospitalet da Almera fuggendo dalla miseria del sud, il clan andaluso e parlante castigliano e agnostico e miserrimo e rumoroso dei Belver. Malgrado tutte le loro differenze, i Beltrn e i Belver avevano una caratteristica comune, la scarsa cultura, e Marco, un lettore indiscriminato, un ciarlatano sfrenato e un uomo che poteva vantarsi di essere uscito dalla Spagna e aver vissuto in Germania, brillava fra i Belver come aveva brillato fra i Beltrn, trasformato nel centro dell'attenzione, nel leader e nel patriarca che tutti ascoltavano. Cos almeno si sentiva lui e cos lo sentivano coloro che frequentavano le riunioni del clan dei Belver.

Marco era amato e rispettato anche nel quartiere di Collblanc. Tutti lo conoscevano come Enrique, il meccanico, un uomo allegro, brillante, vitale e sempre pronto a fare un favore a chi ne avesse bisogno. Quello fu per Marco un periodo di prosperit: Talleres Collblanc si trasform in Auto-Taller Catalua e si trasfer in un locale pi ampio e meglio situato, in travessera de les Corts, vicino al campo del Bara; il benessere economico gli consent di recuperare i contatti con la prima moglie e i due figli, per aiutarli economicamente pur tenendoli a distanza e segreti, e gli rimase anche qualcosa per comprare a rate un appartamento sulla spiaggia di Calafell, dove trascorreva le estati e qualche fine settimana. (Terza e ultima parentesi: come tutte le altre sue propriet o gli altri beni in affitto, Marco intest questo appartamento a nome di Mara Belver, perch, sebbene nessuno attorno a lui lo sapesse, continuava a figurare in tutte le liste della polizia dei delinquenti colpiti da ordine di cattura.) Marco, per, non era l'unico a prosperare; il nostro uomo non era passato nella minoranza, ma continuava a far parte della maggioranza: la sua prosperit negli anni Sessanta era la prosperit di tutta la Spagna, un paese che, nel grigiore e nel silenzio da pecore imposti dal franchismo, iniziava a godere di un benessere inedito mentre lottava per dimenticare le atrocit e la miseria della guerra e dell'immediato dopoguerra. Cos come lottava per dimenticarle Marco, probabilmente desideroso di lasciarsi alle spalle il passato. Il passato collettivo ma anche il passato individuale: il suo passato di bambino orfano, di adolescente libertario e senza casa, di soldato sconfitto in guerra, di perdente ridotto a pezzi e privo di coraggio, di collaborazionista del franchismo e del nazismo, di prigioniero in un carcere tedesco, di commesso viaggiatore picaro, imbroglione e viveur, di padre e marito latitante e di delinquente comune. Ma ormai sappiamo che il passato non lo si lascia alle spalle o che  molto difficile lasciarselo, che il passato non passa mai, che non  nemmeno - lo ha detto Faulkner - passato, che  soltanto una dimensione del presente. E cos, alla fine degli anni Sessanta o agli inizi dei Settanta, Marco, come l'intero paese, inizi ad accorgersene.

5

Quando scoppi il caso Marco vennero messe in campo moltissime argomentazioni contro di lui; e anche qualcuna a suo favore. La principale argomentazione contro Marco era insostenibile; lo era anche la principale argomentazione a suo favore.

La principale argomentazione che venne messa in campo contro Marco quasi non esige una confutazione. L'argomentazione sostiene che l'impostura di Marco  un carburante ideale per i negazionisti, intendendo come tali coloro che proclamano che i nazisti non erano cos cattivi come ora si dice, che Auschwitz non fu un mattatoio su scala industriale e che i quasi sei milioni di ebrei morti sono un'invenzione della propaganda sionista. In Spagna non ci fu quasi commentatore che, a proposito del caso Marco, non ripetesse questa argomentazione; compunto, la ripet perfino lo stesso Marco, che riteneva che il peggiore o l'unico danno reale causato dalla sua impostura o dalla scoperta della sua impostura fosse consistito nel dare corda ai negazionisti, e che, molto prima di essere smascherato, gi proclamava che la principale battaglia che stava combattendo come presidente della Amical de Mauthausen, mentre teneva lezioni e conferenze, scriveva articoli, organizzava viaggi ed eventi e allestiva biblioteche e archivi, era una battaglia contro le legioni di negazionisti che dovunque minacciavano di cancellare dalla memoria del pianeta le vittime del peggiore crimine dell'umanit.

 un'assurdit. Gli orrori dei nazisti sono uno dei fatti pi noti e meglio documentati della storia moderna, e agli inizi del XXI secolo i negazionisti non sono altro che quattro anormali perfettamente identificati e pericolosi quanto quelli che affermano che la terra  piatta o che l'uomo non  mai stato sulla luna. Questo tipo di persone non ha bisogno di alcun carburante: si alimentano da sole. In realt, che io sappia, i negazionisti hanno cercato di utilizzare il caso Marco a loro favore soltanto in un'occasione. Accadde nel marzo del 2009, quando il tribunale provinciale di Barcellona processava scar Panadero - proprietario della libreria Kali, accusato di dirigere un'organizzazione neonazista e di vendere opere che giustificavano l'Olocausto - e il libraio si rifiut di rispondere all'avvocato che rappresentava la Amical de Mauthausen dicendo che Marco ne era stato il presidente; era un'argomentazione assurda: assurda come rifiutarsi di rispondere all'avvocato perch quel giorno pioveva o perch c'era il sole; assurda come pensare che si possano mettere in dubbio i crimini nazisti perch uno che ha detto di esserne stato vittima in realt non lo era stato, o come pensare che si possa mettere in dubbio la distruzione delle Torri gemelle di New York perch Tania Head, che fu a lungo la presidentessa dell'associazione delle vittime dell'attentato, era un'imbrogliona e l'11 settembre del 2001 non si trovava nemmeno a New York. In realt, a questo punto il dibattito sul negazionismo dell'Olocausto  un dibattito morto, o come minimo agonizzante (lo era gi nel 2005, quando esplose il caso Marco): sostenere che  vivo rivela soltanto ignoranza sulla realt dell'Olocausto e sulle discussioni che vi girano attorno; o, come nel caso di Marco e di molti dei combattenti contro il negazionismo, un desiderio di magnificare la propria lotta creando un nemico illusoriamente potente.

La principale argomentazione che venne messa in campo a favore di Marco quando scoppi il caso  ugualmente sconclusionata, ma pi sofisticata della precedente. La sofisticazione  logica: il sopruso perpetrato da Marco  cos evidente che spendersi in sua difesa con qualche seriet sembra un'impresa riservata a cinici, sofisti, conformisti del non conformismo o intelligenze realmente intrepide (o forse solo temerarie).  vero, recita l'argomentazione, che Marco non  mai stato a Flossenbrg e che  un bugiardo; per  un bugiardo che diceva la verit: la sua minuscola menzogna  servita a diffondere l'ingente verit dei crimini nazisti, e pertanto non  condannabile, o non  condannabile quanto altre. Inutile ripetere che, dopo che esplose lo scandalo, questa fu una delle principali linee di difesa dello stesso Marco. Bisogna tuttavia ricordare che non fu soltanto Marco a ragionare in questo modo, difendendosi alla disperata; lo fecero anche, senza disperazione, persone intelligenti come Claudio Magris.

L'argomentazione, l'ho gi detto,  insostenibile, sebbene costi pi fatica confutarla rispetto alla precedente. Prima di tutto perch pone almeno due problemi; due problemi vincolati tra loro. Il primo  enorme, ma la sua formulazione  contenuta in una domanda minima:  moralmente lecito mentire? Nel corso della storia, i pensatori si sono divisi rispetto a questa questione essenzialmente in due categorie: relativisti e assolutisti. Al contrario di ci che si potrebbe supporre, perch il pensiero tende immancabilmente all'assoluto, i maggioritari sono i relativisti, coloro che, come Platone (che nella Repubblica parlava di una gennaion pseudos: una nobile menzogna) o come Voltaire (che in una lettera del 1736 scriveva all'amico Nicolas-Claude Thieriot: "Una menzogna  un vizio soltanto quando fa il male;  una grande virt quando fa il bene"), ritengono che la menzogna non sia sempre un male e che a volte  necessaria, oppure che la bont o la malvagit di una menzogna dipendono dalla bont o dalla malvagit delle conseguenze che provoca: se il risultato della menzogna  un bene, la menzogna  buona; se il risultato  un male, allora la menzogna  cattiva. Al contrario, gli assolutisti argomentano che la menzogna  cattiva in s, a prescindere dai risultati, perch costituisce una mancanza di rispetto nei confronti dell'altro ed , in fondo, una forma di violenza, o un crimine, come dice Montaigne. Ma perfino lo stesso Montaigne, che odiava a morte la menzogna e riteneva la verit "la prima e fondamentale parte della virt", in un saggio intitolato Comportamento di alcuni ambasciatori, forse ricordando le nobili menzogne platoniche, difende le mensonges officieux, menzogne ufficiose o altruistiche, o bugie bianche, formulate in beneficio di altri.

In realt, per quanto ne so, soltanto Immanuel Kant port al suo limite logico il principio assolutistico di veridicit e, in una polemica sostenuta nel 1797 con Benjamin Constant, argu che la proibizione di mentire non ammette eccezioni. Kant fece un esempio famoso: supponiamo che un amico si rifugi a casa mia perch lo insegue un assassino; supponiamo che l'assassino bussi alla porta e mi chieda se il mio amico  in casa o no; in questa situazione, afferma Kant, il mio dovere morale non  mentire ma, come in qualunque altra situazione, dire la verit: il mio dovere non  dire all'assassino che il mio amico non  in casa, per cercare di evitare che entri e lo uccida, ma dirgli che  in casa, anche a rischio che entri e lo uccida. Cos ragiona Kant, e non gli mancano ragioni per farlo; la pi importante: quella che si inferisce dall'imperativo categorico, secondo il quale bisogna operare in modo da poter desiderare che tutte le nostre azioni si convertano in princpi universali validi per tutti. Applicato all'esempio precedente, questo significa che a breve termine la mia menzogna forse provocherebbe il piccolo bene di salvare la vita del mio amico, per, dato che la societ si fonda sulla fiducia reciproca tra gli uomini, a lungo termine finirebbe per provocare l'enorme male del caos assoluto. L'argomentazione  impeccabile, sebbene pochi sembrino disposti a dar ragione a Kant, perfino tra gli stessi kantiani. In realt, non  mancato chi ha definito la sua posizione come lunatica, n chi l'ha attribuita ai danni che i suoi settantatr anni avevano arrecato alle sue facolt mentali, e nemmeno chi l'ha ritenuta uno scherzo del filosofo.  possibile che l'ammirevole ragionamento di Kant dimostri in maniera ammirevole che la logica confina con l'assurdo. Commentando questo dibattito, in L'assassinio come una delle belle arti De Quincey accusa Kant di essere complice virtuale di un assassinio. A me sarebbe piaciuto conoscere l'opinione degli amici di Kant al riguardo.

Comunque, che lo sappiano o meno, i difensori di Marco aborriscono Kant e sostengono che le menzogne di Marco erano menzogne nobili, per dirla come Platone, o menzogne ufficiose o altruistiche, per dirla come Montaigne; sostengono insomma, come fa lo stesso Marco, che lui  stato un impostore, s, per, siccome dalle sue labbra non  mai uscita una falsit storica, le sue finzioni hanno fatto conoscere urbi et orbi la realt della barbarie del XX secolo e quindi le sue menzogne sono state menzogne buone, dato che il loro risultato  stato un bene. Ora - ed  qui  che si affaccia il secondo problema - dalle labbra di Marco non  mai uscita una falsit storica? Voglio dire: lasciamo per un attimo da parte le ragioni che hanno portato Marco a mentire; supponiamo per un attimo che le sue menzogne siano state altruistiche e didattiche e che perseguissero uno scopo buono e non siano state menzogne narcisistiche, e che quindi Marco non abbia mentito per ansia di protagonismo, per essere amato e ammirato e per nascondere, dietro una fantasia lusinghiera costruita con sogni di grandezza e di eroismo, la miseria e la mediocrit fondamentali della sua vita o di ci che lui riteneva la miseria e la mediocrit fondamentali della sua vita. Atteniamoci al risultato delle sue menzogne, non alla loro origine. Allora la domanda : Marco mentiva con la verit? O, detto in altro modo: Marco diceva la verit sulla storia (la storia dei campi nazisti o, secondo i casi, la storia della guerra e del dopoguerra spagnoli) malgrado imbrogliasse sul posto che vi aveva occupato e sul ruolo che vi aveva svolto?

Certo che no. Sebbene abbia sempre cercato di documentarsi a fondo, leggendo libri di storia e imbevendosi dei racconti scritti e orali dei sopravvissuti, spesso Marco ha commesso errori e inesattezze, cosicch i suoi racconti sono di frequente un miscuglio di verit e menzogne, che  la forma pi raffinata della menzogna.  vero che, nel racconto delle sue vicissitudini personali, Marco mette insieme di proposito dati reali e fittizi, mentre nel racconto delle vicissitudini collettive (quelle che incorniciano e cercano di dotare di verosimiglianza le sue vicissitudini personali) lo fa senza volerlo, per ignoranza o negligenza, ma nei due casi il risultato  identico. Ho gi fatto molti esempi del modo in cui Marco incastona la menzogna nelle sue vicissitudini personali, e potrei farne altri sul modo in cui incastona la menzogna nelle vicissitudini collettive; ne faccio soltanto uno, tanto concreto quanto clamoroso. Nel suo racconto della liberazione di Flossenbrg pubblicato nel maggio 2005 dalla rivista di storia L'Aven, Marco afferma che, come in altri campi di concentramento, in quello esisteva una camera a gas; non so quante volte ha ripetuto questo dato nelle sue lezioni e conferenze, ma  falso: a Flossenbrg non c' mai stata una camera a gas.

Questo tipo di errori fattuali possiede molta pi importanza di quanto sembri, perch un solo dato fittizio trasforma un racconto reale in finzione e, come il germe che provoca un'epidemia, pu contaminare di finzione tutti i racconti che ne derivano. Ma la cosa essenziale non  questa. La cosa essenziale  che ci che Marco ha raccontato sarebbe integralmente fittizio perfino nel caso ipotetico che si fosse documentato senza errori e che i suoi racconti non contenessero il minimo errore di fatto. In primo luogo, perch quei racconti si reggono su una menzogna previa e fondamentale, che  la permanenza stessa di Marco in un campo nazista e il suo comportamento durante la guerra e il dopoguerra. E, in secondo luogo, perch, anche se tutti i dati fattuali che Marco manipola fossero veri, tutto il suo discorso  puro kitsch, cio pura menzogna; o meglio: perch tutto Marco  puro kitsch.

Cos' il kitsch? Prima di tutto,  un'idea dell'arte che implica una falsificazione dell'arte autentica, o come minimo la sua svalutazione sensazionalistica; ma  anche la negazione di tutto ci che nell'esistenza umana risulta inaccettabile, nascosto dietro una facciata di sentimentalismo, bellezza fraudolenta e virt posticcia. Il kitsch , in poche parole, una menzogna narcisistica che nasconde la verit dell'orrore e della morte: cos come il kitsch estetico  una menzogna estetica (un'arte che in realt  una falsa arte) il kitsch storico  una menzogna storica (una storia che in realt  una falsa storia). Per questo  pura menzogna (vale a dire: puro kitsch) la versione romanzesca e ornamentale della storia che Marco propalava nei suoi racconti tanto di Flossenbrg quanto della guerra e del dopoguerra spagnoli, narrazioni zeppe di emozioni e colpi a effetto ed enfasi melodrammatiche, generose in sentimentalismo ma immuni alle complessit e ambiguit della realt, in cui il ruolo del protagonista  svolto da un eroe di cartapesta capace di mantenere, impavido, la dignit di fronte a una belva nazista, o di fronte a una belva falangista, pronto a vincere con la prima una partita a scacchi malgrado sappia che vincendola pu rimetterci la vita o a rimanere al suo posto quando la seconda gli ordina di alzarsi in piedi e di cantare il Cara al sol. Cos come l'ormai vecchia industria dell'intrattenimento ha bisogno di alimentarsi del kitsch estetico, che regala a chi lo consuma l'illusione di star godendo dell'arte autentica senza chiedergli in cambio nessuno degli sforzi che quel godimento richiede n costringerlo a esporsi a nessuna delle avventure intellettuali e a nessuno dei rischi morali che comporta, la nuova industria della memoria ha bisogno di alimentarsi del kitsch storico, che regala a chi lo consuma l'illusione di conoscere la storia reale risparmiandogli sforzi, ma soprattutto risparmiandogli le ironie e le contraddizioni e i disagi e le vergogne e le paure e le nausee e le vertigini e le delusioni che quella conoscenza procura: pochi in Spagna hanno somministrato la merce tossica e golosa di questo kitsch (il "velenoso foraggio sentimentale condito da buona coscienza storica" di cui avevo parlato in "Io sono Enric Marco") con la purezza e l'abbondanza con cui l'ha fatto Marco, ed  possibile che questo spieghi il successo favoloso o parte del successo favoloso che hanno avuto i suoi racconti. Il kitsch  lo stile naturale del narcisista, lo strumento di cui si serve naturalmente per il suo assiduo esercizio di occultamento della realt, per non conoscerla o riconoscerla, per non conoscere s stesso, o per non riconoscersi. Marco  stato un inarrestabile fabbricante di kitsch e, in quanto tale, dalle sue labbra sono uscite di continuo non soltanto falsit storiche, ma anche estetiche e morali. Hermann Broch ha osservato che il kitsch presuppone "un determinato atteggiamento nella vita, poich non potrebbe esistere n persistere se non esistesse l'individuo kitsch". Marco incarna come pochi quell'individuo. Per questo  puro kitsch.

6

Per occultare la sua stessa realt (o per occultarsi a s stesso), nel corso della vita Marco si reinvent molte volte, ma soprattutto due. La prima volta lo fece a met degli anni Cinquanta e lo fece perch costretto: allora cambi lavoro e citt, cambi moglie e famiglia e perfino nome; smise di fare il commesso viaggiatore e torn al suo vecchio lavoro di meccanico, lasci Barcellona per Hospitalet, lasci Anita Beltrn e i Beltrn per Mara Belver e i Belver, smise di essere Enrique Marco e si trasform in Enrique Durruti o in Enrique il meccanico. La seconda grande reinvenzione di Marco si verific a met degli anni Settanta, quando Franco era appena morto e la democrazia cominciava a farsi strada, ma stavolta Marco si reinvent perch volle farlo e soprattutto si reinvent meglio. Il motivo fondamentale  che scopr il potere del passato: scopr che il passato non passa mai o che almeno il suo e quello del suo paese non erano passati, e scopr che chi domina il passato domina il presente e domina il futuro; cos, oltre a cambiare di nuovo e in maniera completa tutte le cose che aveva cambiato durante la sua prima grande reinvenzione (il lavoro e la citt e la moglie e la famiglia e perfino il nome), decise di cambiare anche il suo passato.

Tutto era iniziato pi o meno una decina di anni prima. Diciamo, per fissare una data, nel 1967 o nel 1968. Allora non soltanto la sua vita era diversa; era diversa anche la vita del suo paese. A quell'epoca la Spagna si era lasciata alle spalle l'autarchia affamata, irrespirabile e nazionalcattolica del primo dopoguerra e, almeno dal punto di vista economico, aveva progredito quanto l'aveva fatto Marco; il franchismo, tuttavia, sembrava pi solido che mai, la repressione selvaggia nei confronti degli oppositori dei suoi anni iniziali si era un po' mitigata e aveva consentito la nascita di una crescente opposizione formata soprattutto da operai e studenti dissidenti. Nell'estate del 1967, o forse fu quella del 1968, Marco conobbe due di questi universitari. Si chiamavano Ferran Salsas e Merc Boada ed erano fidanzati. Entrambi studiavano medicina, entrambi avevano una ventina d'anni, entrambi appartenevano a famiglie di classe media, quella grande maggioranza silenziosa che di buon grado o per forza aveva detto S al franchismo e in casa non parlava mai di politica, n della guerra. Salsas e Boada non erano iscritti ad alcun partito politico clandestino n a un'organizzazione sindacale, ma fervevano di inquietudini sociali, erano vagamente antifranchisti, sentivano la tentazione della politica (specialmente Salsas) e, provvisti di tutto l'idealismo e di tutta la ribellione disinteressati dei vent'anni, smaniavano per edificare o contribuire a edificare un paese migliore di quello in cui pensavano si fossero rassegnati a vivere i loro genitori.

Marco li affascin. Aveva quasi trent'anni pi di loro e non soltanto lo fecero diventare il loro amico e mentore, ma anche il loro idolo ed eroe, quasi il loro guru. Non avevano mai conosciuto uno come lui. Marco impersonava ai loro occhi il meglio del passato abolito del loro paese e il meglio del suo avvenire; incarnava anche il prototipo dell'operaio colto e del rivoluzionario di professione. Il suo vero nome, raccont ai due, era Enric Batlle, non Enric Marco: Marco era solo un falso cognome che si vedeva costretto a utilizzare per sfuggire alla polizia franchista, la quale, a causa del suo attivismo politico, lo perseguitava con accanimento e l'aveva arrestato, incarcerato e torturato un mucchio di volte, soprattutto il commissario Creix, il pi temibile poliziotto franchista di Barcellona. Marco raccontava anche della sua militanza libertaria e della sua parentela con Buenaventura Durruti, delle sue imprese di guerra, del suo esilio politico in Francia dopo la guerra, della sua permanenza nelle prigioni di Hitler come resistente indomito e di mille altre cose, anche se non disse mai di essere stato in un campo nazista, forse perch allora i campi nazisti non godevano del prestigio atroce di cui godettero in seguito, o perch Marco non sapeva ancora che vi erano passati quasi novemila spagnoli. Naturalmente, non forniva mai dettagli sulle sue attivit clandestine, soprattutto sulle sue attivit clandestine del momento, per Salsas e Boada immaginavano che lo facesse per proteggerli, per non comprometterli, ed erano convinti che, dopo essere andati a trovarlo nella sua officina o aver preso un caff con lui al bar San Juan, a pochi metri dalla sua officina su travessera de Les Corts, o dopo aver pranzato o cenato con lui e con Mara Belver nel loro appartamento di calle Oriente, Marco si liberasse del travestimento da meccanico di quartiere e si immergesse nella sua vita notturna, insonne e avventurosa di nemico acerrimo del franchismo, un luogo popolato di scioperi, sabotaggi, manifestazioni, scritte sui muri, pamphlet ciclostilati e riunioni furtive in scantinati pieni di fumo.

Marco fu il testimone di nozze di Salsas e Boada. Correva l'anno 1969. A quel punto c'erano gi altri studenti come loro che non soltanto consideravano Marco il loro matre  penser, ma anche il loro magister vitae; forse era il catalizzatore della loro ribellione contro le famiglie, contro il loro ambiente sociale e contro lo stato del loro paese sotto la dittatura, come se Marco si fosse trasformato senza saperlo in un artista in grado di svelare, con le esperienze reali o inventate, con le conoscenze accumulate grazie alle sue letture da autodidatta, con la sua oratoria oceanica o con la sua semplice esistenza, le falsit storiche, politiche e sociali con cui li avevano ingannati fino ad allora, o con cui si erano lasciati ingannare. In casa di Marco, per esempio, alcuni di quei rampolli della morigerata borghesia catalana vissero con stupore iniziatico la rivelazione di una realt sconosciuta: durante le feste per la vigilia di Natale o dell'anno nuovo della famiglia Belver, in cui Marco regnava con la sua autorit incontestabile in mezzo a un casino di urla, parolacce e allegria inimmaginabile nelle loro case, alcuni di loro capirono che quegli immigranti poverissimi del sud della Spagna, che dagli anni Cinquanta inondavano la Catalogna, stavano completamente cambiando il volto del loro paese, e che quest'ultimo era molto pi complesso di quanto sospettassero. Forse questa scoperta influ sulla decisione di qualcuno di lanciarsi nell'attivismo sociale e politico.

Fra il 1967 e il 1972, mentre studiavano medicina, Boada e Salsas si mantennero agli studi mettendo su da soli una scuola in cui preparavano gli studenti liceali per l'ingresso all'universit. All'inizio facevano lezione in casa, poi all'Academia Mallorca, al numero 460 di calle Mallorca, e alla fine all'Academia Almi, in calle Valencia, vicino al mercato della Sagrada Familia, dove affittavano qualche aula. Non soltanto Salsas e Boada insegnavano l ogni giorno, dalle sette alle dieci di sera; lo facevano anche altri professori assunti da loro, come Quim Salinas, un vecchio macellaio repubblicano che aveva un banco al mercato della Sagrada Familia e che era un'autorit in storia dell'arte, o come Ignasi de Gispert, un ragazzo di buona estrazione sociale che militava nel partito socialista clandestino, che sarebbe diventato amico intimo di Salsas e Boada, e anche di Marco, e che alla fine del 1975 o agli inizi del 1976, appena laureato in giurisprudenza, dovette tirare Marco fuori dal carcere, dove lo avevano rinchiuso per un reato comune commesso venticinque anni prima. Anche il nostro uomo inizi a fare lezione in quell'istituto informale, per le sue non erano lezioni regolari bens occasionali, lezioni libere e magistrali in cui parlava un po' di quello che voleva, di storia, della guerra, della sua esperienza della guerra e dell'esilio, di politica in generale, di s stesso. Quelle incursioni di Marco nella scuola di Salsas e Boada, sommate ai caff e ai bicchieri di vino che le seguivano, gli bastarono a stregare gli alunni pi inquieti e pi politicizzati che lo ascoltavano e a formare con loro un gruppo di ammiratori leali e abbagliati da lui - dal suo passato illusorio, dalla fittizia clandestinit in cui viveva, dal suo dono della parola e dal suo carisma o da quello che tutti ritenevano il suo carisma - quanto Salsas e Boada.

Lo stesso Marco doveva essere abbagliato da s stesso, dalla sua stessa capacit di abbagliare. Perch in quegli anni fece scoperte decisive per il suo futuro. Marco sapeva da sempre o da molto tempo che aveva bisogno di un pubblico, che aveva bisogno di essere ammirato, che aveva bisogno di comparire in tutte le foto; ma adesso scopr, forse con stupore, senza dubbio con una soddisfazione intima e profonda, che non soltanto poteva riuscire a farsi ascoltare, rispettare e ammirare da famiglie umili e prive di educazione come i Beltrn o i Belver o cafoni esiliati dal loro ambiente come i compagni di baracca a Kiel o gli apprendisti nel garage dei Peir o nelle sue successive officine, ma anche da ragazzi intelligenti, colti e di famiglie agiate o almeno borghesi, oltre che da ragazzine bellissime, in ogni caso da gente che, immaginava, in futuro avrebbe comandato nel paese. E scopr anche, con identico piacere, che era capace di essere un leader anche per loro, e che le sue doti di seduttore e di istrione, la sua oratoria e la sua fantasia o la sua capacit di mescolare la fantasia con la realt bastavano a fare in modo che quei giovani lo considerassero non solo una persona eccezionale, ma un autentico eroe. E scopr soprattutto che il suo passato anarchico e repubblicano, sul quale per decenni aveva mantenuto il silenzio perch era pericoloso parlarne, ora che il franchismo si stava disintegrando o iniziava a disintegrarsi, poteva trasformarsi nel suo capitale pi solido, a patto che riuscisse a utilizzarlo a suo favore, a patto che riuscisse a processarlo in maniera adeguata, trasformando la sua vigliaccheria in coraggio, la sua mediocrit o il suo marciume in virt ed eroismo e, in genere, i successivi S della sua vita in successivi No; vale a dire: a patto che, per non conoscere s stesso o non riconoscersi, come Narciso, e affinch non lo riconoscessero o non lo conoscessero gli altri, sapesse nascondere la realt dietro la finzione, la verit della sua vita dietro una vita menzognera e l'autentica storia del suo paese dietro il kitsch della storia. Fu allora che cap che, se doveva falsificare la sua storia privata, doveva conoscere a fondo la storia collettiva, e fu allora che prese una decisione che fin per risultare determinante nella sua biografia: iscriversi all'universit per studiare storia.

Di quegli anni  un documento insolito; esattamente: del 4 aprile 1970. Il giorno prima era tornato a Barcellona, dopo trent'anni di esilio, Josep Carner, forse il maggiore poeta catalano del XX secolo. Fu un vero e proprio evento. Il quotidiano La Vanguardia (che si chiamava ancora La Vanguardia Espaola perch non era ancora morto Franco), lo mise in prima pagina con due grandi foto: nella prima si vede benissimo Carner, che era tornato a Barcellona per morire, o per mettere piede nella sua terra prima di morire, che saluta in primo piano con il suo cappello, vecchio, perbene e dimagrito; nella seconda lo si vede a stento, perch si trova dentro un'automobile, circondato da una folla che lo applaude. Per nelle pagine interne del giornale c' un'altra foto del grande poeta.  di spalle, con il cappello calcato in testa, e sembra che sia appena sceso dall'auto; anche stavolta lo circonda un gruppo di gente, pi piccolo o apparentemente pi piccolo, che non lo applaude ma che cerca di toccarlo o perfino di abbracciarlo. E l, in primo piano, si vede Marco, felice e inconfondibile ed energico e vestito da meccanico. Sta toccando il volto del poeta con le dita, come se fosse della sua famiglia o lo conoscesse o perlomeno avesse confidenza con lui, ma la verit  che non lo conosce per nulla, e nemmeno lo ha letto troppo; non conosce neppure nessuno che lo conosca. In realt,  andato ad accoglierlo accompagnato soltanto da Mara Belver, che non parla e non legge il catalano e che non sa nemmeno chi sia Carner. Ma quello che Marco sa benissimo  dov' la notizia quel giorno, perch in quel momento ha gi iniziato a sviluppare un talento supremo per comparire nella foto e una sindrome narcisistica che lo perseguiter per tutta la vita. Potrebbe chiamarsi dipendenza dal comparire sui mezzi di comunicazione. Potrebbe chiamarsi anche mediopatia.

La congettura di Marco risult azzeccata. Alcuni degli studenti di classe media che aveva sedotto alla fine degli anni Sessanta e agli inizi dei Settanta finirono per occupare posizioni rilevanti nel paese. Fu ci che accadde con Ferran Salsas, il quale, dopo aver civettato durante gli ultimi anni del franchismo con l'idea di impegnarsi a fondo nella politica clandestina e perfino nella lotta armata (secondo sua moglie per influenza di Marco e dell'immagine che aveva di Marco), ricopr incarichi direttivi nel PSUC, il partito comunista catalano, e realizz un notevole lavoro nel campo della psichiatria prima di morire nel 1987, a quarantun anni. In quel periodo sua moglie, Merc Boada, stava diventando ci che  adesso: una delle maggiori specialiste spagnole di malattie neurodegenerative. Quanto a Ignasi de Gispert,  da tempo un avvocato del lavoro dei servizi giuridici del sindacato USOC (Unin Sindical Obrera de Catalua). Tutto questo  vero; ma non  meno vero che nessuno di loro - n nessuno degli altri giovani borghesi che facevano parte della corte di ammiratori di Marco - giunse mai a svolgere nel paese un ruolo importante quanto quello che negli anni successivi giunse a svolgere lo stesso Marco.

Deciso a laurearsi in storia, nel 1973 il nostro uomo si iscrisse a un corso di accesso all'universit per persone maggiori di venticinque anni. Viveva ancora con Mara Belver, ma a quelle lezioni conobbe colei che sarebbe stata la sua terza e ultima moglie. La conosciamo:  Dani, Danielle Olivera. Oltre a essere molto pi giovane di Marco, allora Dani era una ragazza dolce, fine, bella, colta e mezza francese, che si stava preparando per studiare lingua e letteratura catalana. I due si innamorarono subito e subito iniziarono a uscire insieme, e per i tre anni successivi Marco visse a cavallo tra Dani e Mara. Ignoro i particolari intimi dell'idillio fra i due e, se li conoscessi, non li racconterei; basti dire che fu una storia lunga e intricata, tra gli altri motivi per la naturale tendenza al raggiro di Marco e per gli scrupoli di Dani, che non voleva che Marco rompesse una relazione di vent'anni con una donna che lo adorava e che viveva completamente dedita a lui. Inutile aggiungere che, per la conquista di Dani, Marco utilizz tutto il suo numeroso e ben oleato armamentario da casanova, e in particolare quello che pi poteva minare le resistenze di quella giovinetta antifranchista, che era l'armamentario del suo fittizio attivismo politico.

Si conservano almeno due testimonianze memorabili di quella battaglia impari. Sono due testi di Marco scritti a macchina, uno in castigliano e l'altro in catalano, uno senza titolo e l'altro verlainianamente intitolato Delle mie prigioni; entrambi sono firmati dal carcere Modelo di Barcellona: uno ha la data inventata "settembre 1974" scritta a mano e l'altro non ha data, anche se entrambi vennero redatti all'epoca del fidanzamento di Marco e Dani e senza dubbio trovarono la loro ispirazione nella fugace permanenza di Marco nel carcere Modelo alla fine del 1975 o al principio del 1976, accusato di reati comuni, non politici. Malgrado ci, i due testi aspirano a passare per racconti sulla prigionia di un resistente politico e narrano, con la profusione di particolari melodrammatici e di sottolineature sentimentalistiche caratteristica delle finzioni autobiografiche di Marco, le vicissitudini inventate di questo personaggio e dei suoi compagni di carcere, cos come le riflessioni che quelle vicissitudini suscitano nell'autore. Il primo dei testi si presenta con modestia come "un appunto di cella, senza altre prove che la lacerazione veritiera del vissuto. Temo perfino che, passandolo in bella, perda la sua vivacit densa e sporca. Non sa di eroismo, ma di sudore da sofferenza e umidit, di sudiciume e varechina". Con non minore modestia, il secondo testo inizia ricordando le ormai classiche ingiustizie che la posterit commette nei confronti degli eroi anonimi (non mi riferisco a nessuno) e il reciproco disprezzo con cui gli eroi anonimi la trattano (anche qui non mi riferisco a nessuno), indifferenti tanto alle ricompense dell'avvenire quanto a qualunque tipo di riconoscimento mondano (continuo a non riferirmi a nessuno ma mi sto un po' innervosendo), preoccupati come sono di rispondere delle loro azioni unicamente alla propria coscienza (certo, amore mio, sono io! chi altri senn? Iniziavo a pensare che fossi idiota). Scrive Marco: "Tutti coloro che, lottando consapevolmente o spinti da una disperata ribellione, soffrono o perdono la vita, di solito hanno un posto privilegiato nel ricordo della gente o nella posterit storica. Sia che li si ritenga sventati sia che vengano considerati martiri, in ultima istanza la soddisfazione di aver compiuto il proprio dovere compensa tutto".

Riconosciamolo: non tutto. Almeno, non nel caso di Marco; non, soprattutto, in questo caso. In quei due memoriali truffaldini scritti per conquistare la loro destinaria, la si invoca apertamente soltanto in un'occasione ("Penso a te, ai tuoi occhi dolci e sempre meravigliati della vita. Ancora non so cosa ne sar di tutto questo, ma spero di incontrarti nel ricordo di ogni notte per venirmi in aiuto"), ma comunque Marco, che in quel periodo era un seduttore imbattibile, riusc a raggiungere il suo obbiettivo, e nel 1976 lasci Mara Belver a Hospitalet e and a vivere con Dani a Sant Cugat. A quel punto Franco era morto e da un anno Marco divideva il proprio tempo, oltre che fra Mara e Dani, fra la sua officina di travessera de Les Corts e la facolt di storia della Universidad Autnoma, vicino a Sant Cugat, dove si viveva in piena effervescenza politica per l'agonia e la morte di Franco e dove lui, con la sua fame di protagonismo, la sua facilit di parola, il suo vigore e le sue doti di suggestione intatti, cominci a farsi notare a lezione e alle assemblee. Un giorno dell'ultima settimana di febbraio di quell'anno, quando il dittatore era morto gi da tre mesi ma il passaggio dalla dittatura alla democrazia non era ancora iniziato, un compagno di classe gli diede un biglietto con l'invito a una riunione il cui obbiettivo era ricostruire la CNT, sul quale figuravano l'ordine del giorno dell'assemblea e un numero identificativo.

Marco impazz. La CNT, la fucina di Buenaventura Durruti, di suo zio Anastasio e di suo padre, la famiglia ideologica della sua adolescenza senza famiglia, il primo sindacato del paese durante la Seconda Repubblica, l'eroe collettivo dell'insurrezione anarchica che si era impadronita di Barcellona nei primi giorni di guerra, la grande organizzazione rivoluzionaria, incenerita e dispersa sotto il franchismo, all'improvviso era di nuovo l, sul punto di rinascere dalle sue ceneri. Marco pens, euforico, che, morto Franco, qualunque prodigio fosse possibile. Il giorno dopo il compagno di classe gli disse che la riunione si sarebbe svolta domenica 29 nella parrocchia di Sant Medir, nel quartiere di Sants, e gli diede le istruzioni per arrivarci mantenendo il segreto. Verso le nove del mattino del giorno convenuto, Marco si piazz a Sants e cerc di fare come gli avevano detto, ma quando inizi a vedere gruppi di persone nei dintorni della piazza del quartiere, normalmente deserta alle prime ore della domenica, e alcuni tizi con gli impermeabili da cospiratori che, a ogni angolo di quel labirinto di strade, gli davano indicazioni mute, ebbe la sensazione di essersi infilato senza permesso e senza volerlo in un film dei fratelli Marx, in una scena in cui tutti vanno a una riunione clandestina che tutti sanno non essere una riunione clandestina.

L'assembla inizi alle dieci e fu storica. Per la prima volta dopo la guerra si riunivano in Catalogna rappresentanti dei due tronconi dell'esilio (il Frente Libertario di Parigi e la CNT-AIT di Tolosa) e i diversi gruppi e gruppuscoli libertari che si erano formati all'interno del paese. La sala era gremita; si calcola che quasi cinquecento persone parteciparono alla riunione, che fin alle tre del pomeriggio. Nelle cinque ore che dur venne approvata una serie di misure destinate a rimettere in moto il sindacato e a rilanciarlo; il finale fece venire a molti un nodo alla gola: il presidente dell'assemblea ricord che era la prima volta da quarant'anni che la CNT si riuniva con una partecipazione cos ampia all'interno del paese. " quindi d'obbligo" aggiunse "non concludere questa Assemblea Confederale della Catalogna senza manifestare il nostro emozionato ricordo a tutti quei compagni che hanno perso la vita nella lotta per la libert, nelle lotte sociali, nelle trincee o di fronte al plotone di esecuzione. A tutti loro, il nostro omaggio, dal primo all'ultimo libertario assassinato dalla dittatura: Salvador Puig Antich."

Durante tutto il franchismo Marco non aveva partecipato con la CNT alla lotta per la libert o alle lotte sociali; non aveva nemmeno mai fatto riunioni con il sindacato, n in esilio n all'interno del paese (n con quel sindacato n nessun altro sindacato o partito o gruppo o gruppuscolo di opposizione). In realt Marco - l'ho gi detto - non aveva ascoltato nemmeno una parola dalla CNT per quasi quarant'anni, e non aveva voluto ascoltarla. Tuttavia, nel giro di pochi mesi da quell'assemblea fondativa di Sant Medir, il nostro uomo era il segretario generale del sindacato in Catalogna, e nel giro di un paio d'anni lo era per tutta la Spagna. Com' possibile? Come riusc Marco ad arrampicarsi in cos poco tempo sulla cima di quell'organizzazione leggendaria? Come fece a diventare il leader di un sindacato che era stato e continuava a essere molto pi di un sindacato e che molti speravano o temevano che recuperasse il primato sociale e politico di cui aveva goduto prima del franchismo? E, soprattutto, come riusc a farlo essendo chi era, uno che per quasi quarant'anni era rimasto completamente estraneo al sindacato in particolare e all'antifranchismo in generale, e che aveva passato la met del suo mezzo secolo e oltre di vita recluso in un'autofficina?

Non sono del tutto sicuro di sapere come Marco riusc a realizzare un'ascesa tanto inattesa e folgorante, ma ci di cui sono sicuro  che poteva riuscirci soltanto un tipo come lui.

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Torno a Claudio Magris o al titolo dell'articolo di Claudio Magris su Marco: "Il bugiardo che dice la verit"; torno a Vargas Llosa, il quale sostiene che tutti i romanzi dicono la verit attraverso una menzogna - una verit morale o letteraria attraverso una menzogna fattuale o storica - e che pertanto il romanziere  un bugiardo che dice la verit; torno al Vargas Llosa che, nel suo articolo su Marco, sostiene anche che il nostro uomo  un geniale affabulatore, e gli d il benvenuto nella confraternita dei romanzieri. Con i loro articoli, Magris e Vargas Llosa cercano forse di assolvere Marco, come ha loro rimproverato qualcuno? Marco  forse un romanziere e non sono storiche ma romanzesche le sue menzogne e le sue verit? E, se Marco  un romanziere, che specie di romanziere ?  impossibile cercare di rispondere a queste domande senza rispondere a una doppia domanda preliminare: un romanzo  una menzogna? Una finzione  una menzogna?

Da Platone a Bertrand Russell, tutta una linea del pensiero occidentale ha accusato gli autori di finzioni di essere lontanissimi dalla verit, di propagare falsit, e in questa linea Platone li ha espulsi dalla sua repubblica ideale. Naturalmente, una falsit non  una menzogna - una menzogna  peggio di una falsit:  una falsit intenzionale - per, stanchi di essere considerati nemici della verit, e stanchi anche delle menzogne che si dicono in nome della verit, almeno a partire da Oscar Wilde molti creatori hanno rivendicato, con atteggiamento di sfida, la propria condizione di bugiardi: in La decadenza della menzogna, Wilde affermava che "mentire, raccontare cose belle e non vere,  l'autentico obbiettivo dell'Arte", e Orson Welles, nel finale di F come falso, dichiara: "Noi, bugiardi professionali, speriamo di offrire la verit; temo che il nome pomposo di questo atteggiamento sia arte. Lo ha detto anche Pablo Picasso: 'L'arte  una menzogna; una menzogna che ci fa vedere la verit'". Cos, quando Vargas Llosa intitola La verit delle menzogne un saggio che in realt  una teoria del romanzo - forse ricordando un racconto autobiografico di Louis Aragon dal titolo Le mentir-vrai, che  anch'esso in gran parte una teoria del romanzo -, non sta facendo altro che avvalersi di una lunga e illustre tradizione di dissidenti. Comunque sia, questa espressione poliedrica e felicemente paradossale ha generato molte critiche, a volte un po' semplicistiche. "Soltanto attraverso il romanzo si pu giungere alla verit" ha scritto Stendhal, e nessuno o quasi nessuno dubita del fatto che le finzioni propongano una verit: una verit sfuggente, profonda, ambigua, contraddittoria, ironica ed elusiva, una verit non fattuale ma morale, non concreta ma universale, non storica o giornalistica ma letteraria o artistica; per molti negano che le finzioni siano menzogne.

I loro argomenti possono essere riassunti in due. Il primo: a differenza che nelle menzogne, i fatti che avvengono in una finzione non sono verificabili e quindi non  possibile verificare se siano veri o falsi. Il secondo: a differenza delle menzogne, le finzioni non cercano di ingannare nessuno. Di primo acchito, entrambi i ragionamenti sembrano convincenti; in realt, nessuno dei due lo . Sappiamo che Don Chisciotte o Emma Bovary non sono esistiti (o come minimo non sono esistiti nel modo in cui il Chisciotte e Madame Bovary ci raccontano che sono esistiti), e, almeno in teoria,  perfettamente possibile verificarlo, mettendolo a confronto con i dati della realt, documentando che nessuno come Don Chisciotte  vissuto nella Spagna del XVI secolo e che nessuno come Emma Bovary lo ha fatto nella Francia del XIX secolo. Cervantes e Flaubert, di conseguenza, dicono il falso; ma non si tratta solo di questo: ci ingannano, tentano deliberatamente e con tutti i loro artifici e le loro sottigliezze da turlupinatori di farci credere che siano esistite persone mai esistite e che siano accadute cose mai accadute. Duemilaquattrocento anni fa, Gorgia, citato da Plutarco, lo disse in modo insuperabile: "La poesia [vale a dire, la finzione]  un inganno, in cui chi inganna  pi onesto di chi non inganna, e chi si lascia ingannare  pi saggio di chi non si lascia ingannare". Sottolineo la parola "onesto": il dovere morale dell'autore di finzioni consiste nell'ingannare, per costruire mediante l'inganno la sfuggente e ambigua ed elusiva verit della finzione; sottolineo la parola "saggio": il dovere intellettuale del lettore o dello spettatore di finzioni consiste nel lasciarsi ingannare, al fine di cogliere la profonda e contraddittoria e ironica verit che l'autore ha costruito per lui. La finzione  una menzogna, quindi un inganno, ma una menzogna o un inganno che in fondo risulta essere una variante peculiare delle "nobili menzogne" di Platone o delle "menzogne ufficiose" di Montaigne; si tratta di una menzogna o di un inganno che, in un romanzo, non cerca di danneggiare l'ingannato, il quale soltanto credendo a quella menzogna o a quell'inganno potr raggiungere una verit peculiare: la verit della letteratura.

Sono di questo tipo le menzogne di Marco? Marco  davvero un autore di finzioni e per questo nel suo articolo Vargas Llosa gli d il benvenuto nel club? L'articolo di Vargas Llosa s'intitola "Spaventoso e geniale" perch il romanziere peruviano sente che in Marco c' una forma spaventosa e geniale di romanziere, perch avverte che Marco opera come un romanziere e che il risultato delle sue operazioni  in certo qual modo identico al risultato di quelle di un romanziere; e anche perch intuisce che l'impulso che spinge Marco a inventare e l'origine delle sue menzogne sono gli stessi di un romanziere.

 un'intuizione esatta. La letteratura  una forma socialmente accettata di narcisismo. Come il Narciso del mito, come il Marco reale, il romanziere  del tutto insoddisfatto della propria vita; non soltanto della propria, ma anche della vita in generale, e per questo la ricostruisce a misura dei suoi desideri, mediante le parole, in una finzione romanzesca: come per il Narciso del mito e per il Marco reale, la realt uccide e la finzione salva il romanziere, perch la finzione spesso non  che un modo di mascherare la realt, un modo di proteggersene o perfino di guarirne. Come Marco, il romanziere si inventa una vita fittizia, una vita ipotetica, per nascondere la sua vita reale e vivere una vita diversa, per elaborare le vergogne e gli orrori e le insufficienze della vita reale e trasformarli in finzione, per nasconderli a s stesso e agli altri, in certo qual modo per evitare di conoscere o riconoscere s stesso, cos come Narciso deve evitare di conoscere o riconoscere s stesso se vuole vivere a lungo, secondo il consiglio che il cieco Tiresia d a sua madre Liriope. Come Marco, il romanziere non crea questa finzione dal nulla: la crea a partire dalla propria esperienza; come Marco, il romanziere sa che la finzione pura non esiste e che, se esistesse, non avrebbe il minimo interesse, n nessuno vi crederebbe, perch la realt  la base e il carburante della finzione: cos, come Marco, il romanziere fabbrica le sue finzioni truccando o manipolando la verit storica o biografica e mescolando verit e menzogne, ci che  realmente accaduto con ci che gli sarebbe piaciuto che fosse accaduto o gli sarebbe sembrato interessante o appassionante che fosse accaduto ma non  accaduto. Come Marco, che ha studiato storia e ha ascoltato con attenzione i protagonisti della storia e ha assorbito i loro racconti, il romanziere sa che bisogna mentire con cognizione di causa e per questo si documenta a fondo, per potersi reinventare a fondo la realt. Marco, inoltre, possiede in massimo grado le qualit che deve avere un romanziere: forza, fantasia, immaginazione, memoria e, soprattutto, amore per la parola; quasi pi per la parola scritta che per la parola orale, che per un romanziere  solo un succedaneo della parola scritta: non soltanto Marco  stato da sempre un lettore onnivoro, ma anche uno scrittore compulsivo, autore di un'infinit di racconti, poesie, articoli, frammenti di memorie, manifesti, rapporti e lettere di ogni genere che gremiscono i suoi archivi e sono stati inviati a un'infinit di persone e istituzioni. Vargas Llosa ha ragione: Marco  geniale perch  riuscito a fare integralmente, nella vita e per anni, quello che i romanzieri geniali riescono a fare solo in parte, nei romanzi e solo finch dura la loro lettura: vale a dire, ingannare migliaia e migliaia di persone, facendo loro credere che era chi in realt non era, che era esistito ci che in realt non era esistito e che era vero ci che in realt era una menzogna. Anche se la genialit di Marco , naturalmente, soltanto una genialit a met. A differenza dei grandi romanzieri, che in cambio di una menzogna fattuale offrono una profonda e perturbante ed elusiva e insostituibile verit morale e universale, Marco offre soltanto un racconto edulcorato, fallace e debordante di sentimentalismo che, sia dal punto di vista storico sia da quello morale,  puro kitsch, pura menzogna; a differenza di Marco, i grandi romanzieri permettono, attraverso la loro paradossale verit fabbricata con menzogne (una verit che non nasconde la realt ma che la rivela), di conoscere e riconoscere il reale, di conoscere e riconoscere noi stessi senza morire davanti alle rispecchianti acque di Narciso. Dunque Marco  spaventoso oltre che geniale? E se lo , perch lo ?

La risposta  ovvia: perch ci che ha fatto si pu fare nei romanzi, ma non nella vita; perch le regole dei romanzi e quelle della vita sono diverse. Nei romanzi non  soltanto legittimo mentire;  obbligatorio: quella menzogna fattuale  il modo per arrivare alla verit letteraria (e per questo Gorgia dice che nella finzione  pi onesto chi inganna che chi non inganna); nella vita, invece, come nella storia o nel giornalismo, mentire  "un vizio maledetto", come lo chiama Montaigne, una bassezza e un'aggressione e una sporca mancanza di rispetto e un'infrazione della prima regola di convivenza tra gli esseri umani. Il risultato del miscuglio tra una verit e una menzogna  sempre una menzogna, tranne che nei romanzi, dove  una verit. Marco ha confuso di proposito i romanzi e la vita: avrebbe dovuto mescolare verit e menzogne nei primi, non nella seconda; avrebbe dovuto scrivere un romanzo. Magari se avesse scritto un romanzo non avrebbe fatto ci che ha fatto. Magari  un romanziere frustrato. O magari non lo  e magari non gli  bastato scrivere un romanzo e ha voluto viverlo. Marco ha fatto della sua vita un romanzo. Per questo ci sembra spaventoso: perch non ha accettato di essere chi era e ha avuto la temerariet e la sfacciataggine di inventarsi a furia di menzogne; perch le menzogne sono sbagliatissime nella vita, anche se sono giustissime nei romanzi. In tutti,  chiaro, tranne che in un romanzo senza finzione o in un racconto reale. In tutti, tranne che in questo libro.

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La domanda era la seguente: com' possibile che Marco sia riuscito a dirigere la CNT durante la transizione dalla dittatura alla democrazia? Com' possibile che un uomo che durante il franchismo non aveva avuto il minimo rapporto, non gi con la CNT, ma con l'insieme dell'antifranchismo, e che aveva trascorso venticinque anni chiuso nella sua autofficina e quaranta senza muovere un solo dito per abbattere il franchismo o per migliorare le condizioni dei lavoratori durante il franchismo, appena qualche mese dopo la morte di Franco sia diventato il segretario generale della CNT della Catalogna e, un paio di anni pi tardi, il segretario generale della CNT in tutta la Spagna? Come  possibile che un uomo cos si sia impossessato nel momento decisivo del controllo di un'organizzazione decisiva, un sindacato anarchico o anarcosindacalista proscritto durante i quarant'anni di franchismo, che aveva dominato il movimento sindacale prima del franchismo e che aspirava a farlo dopo il franchismo? La risposta a questi complessi interrogativi  molto semplice: perch era il personaggio ideale per farlo.

Alla morte di Franco l'anarchismo spagnolo era diviso soprattutto in due blocchi, uno formato dalla gente dell'esilio e l'altro da quella rimasta all'interno del paese. Il gruppo maggioritario e pi potente del blocco dell'esilio, che conservava la legittimit storica della CNT ed era radicato nella citt francese di Tolosa, era formato da vecchi anarchici che avevano fatto la guerra ed erano fuori dalla Spagna da quarant'anni; quasi inevitabilmente, tutti o quasi tutti avevano una visione fantasiosa della realt spagnola, un'idea antiquata della lotta sindacale e politica e una concezione patrimoniale del sindacato, della cui essenza si ritenevano portatori. Al contrario, gli anarchici dell'interno erano persone molto giovani, spesso attivissime nella lotta contro il franchismo, ragazzi lavoratori con una visione abbastanza pi realistica della complessit sociale e politica della Spagna del momento. Fra la gente dell'interno, per, c'era anche un altro tipo di persone (anche fra la gente dell'esilio, ma non erano molto rilevanti: una scissione della CNT chiamata Frente Libertario e radicata a Parigi): se i primi potremmo definirli anarcosindacalisti, i secondi potremmo definirli controculturali, perch erano eredi dello spirito libertario del maggio '68, con la sua enfasi festaiola sull'antiautoritarismo e sull'emancipazione personale attraverso le droghe, la libert sessuale e le culture alternative.

Questa era, a grandi linee, la mappa dell'anarchismo spagnolo del momento. Ora, tra i vecchi dell'esilio e i giovani dell'interno si apriva un abisso generazionale che era anche un abisso ideologico, cos come tra i giovani anarcosindacalisti e i giovani controculturali si apriva un abisso ideologico che era anche un abisso culturale (e, spesso, di classe). Come se non bastasse, a questi due abissi se ne aggiungevano, dentro la CNT, altri tre. Il primo era quello che separava i puristi dai possibilisti o realisti: i puristi erano sostenitori della necessit di conservare l'essenza dell'anarchismo precedente alla guerra o di non sporcarsi le mani con la politica e il negoziato, come facevano gli altri sindacati; i possibilisti o realisti, invece, erano favorevoli a ottenere miglioramenti concreti per i lavoratori anche a costo di rinunciare a princpi che del resto ritenevano caduchi o impraticabili. Il secondo abisso era quello che separava coloro che concepivano la CNT soltanto come un sindacato, confinato nella lotta per i diritti e il benessere dei lavoratori, da coloro che lo concepivano come un movimento libertario, che doveva aspirare a realizzare una rivoluzione anarchica integrale. Il terzo abisso era quello che separava i sostenitori della violenza da coloro che la rifiutavano. Forse c'erano altri abissi, ma fa lo stesso. L'importante  che, verso il 1977 o il 1978, Marco pot sembrare a molti militanti della CNT il dirigente perfetto, l'unico in grado di superare quelle distanze insuperabili, o come minimo qualcuna di esse, e quindi l'unico in grado di risolvere le contraddizioni che il sindacato anarchico albergava nel proprio seno; la cosa incredibile  che, in certo qual modo, forse lo era davvero.

Marco risolveva in s la contraddizione fondamentale della CNT; lo faceva perch, nel 1976, a cinquantacinque anni appena compiuti, suppliva alla carenza pi evidente del sindacato, frutto della cesura provocata da quattro decenni di franchismo: la mancanza di militanti di et intermedia, n vecchi quanto i vecchi dell'esilio n giovani quanto i giovani dell'interno. Rispetto ai vecchi dell'esilio, Marco conosceva non soltanto la realt del paese, ma anche la realt del lavoro nel paese; rispetto ai giovani dell'interno, Marco non soltanto aveva fatto la guerra, ma dominava il linguaggio e la cultura della vecchia CNT, quella della guerra e del dopoguerra.  vero che gli appartenenti alla CNT in esilio, che non avevano mai visto Marco, diffidavano di lui, ma  anche vero che diffidavano di chiunque non fosse dei loro e che diffidavano ancora di pi dei giovani che di Marco, perch lui li capiva meglio.  vero che Marco aveva trent'anni in pi della maggior parte dei giovani dell'interno, ma  anche vero che si connetteva alla perfezione con il loro spirito vitalistico e scapigliato, e che, grazie alla sua amicizia con Salsas, Boada e compagni, li conosceva bene ed era abituato a sedurli e a guidarli; allo stesso modo  vero che, grazie al suo aspetto fisico, alla sua energia e ai suoi modi, si poteva quasi confondere con loro, o almeno non richiamava l'attenzione in mezzo a loro. Marco possedeva il meglio dei giovani, che era la loro forza e la loro conoscenza della realt, e s'invent il meglio dei vecchi, che era il loro passato epico della guerra e della resistenza antifranchista: per questo in parte arricch la sua vera avventura di guerra e vi aggiunse episodi eroici, come il suo finto rapporto con Quico Sabater (per i giovani un mito quasi paragonabile a quello di Durruti, o a quello di Che Guevara); e per questo riusc subito a farsi passare, specie fra i giovani, per un resistente antifranchista: nell'aprile del 1978, quando venne proclamato segretario generale della CNT in Spagna, la rivista Triunfo, in quel momento la pi importante della sinistra spagnola, lo presentava come un militante che durante il franchismo era intervenuto "in tutte le lotte clandestine dell'organizzazione confederale", e Jos Ribas, direttore di Ajoblanco, la rivista pi popolare tra i giovani libertari del momento, afferma nelle sue memorie che Marco era noto fra i suoi compagni "per aver sofferto il carcere nelle celle del franchismo". Tutto questo aveva Marco a proprio favore per diventare il leader della CNT. Trasse vantaggio anche dal fatto di far parte del sindacato dei metalmeccanici, che nei primi anni del postfranchismo speriment una crescita maggiore di qualsiasi altro sindacato, il che lo dot di una forza determinante, o dalla circostanza di lavorare in una cooperativa - era questo il regime di propriet della sua autofficina - che gli consent di disporre di pi tempo per lavorare nel sindacato rispetto alla maggior parte dei suoi compagni; lo favorirono anche certe qualit personali: l'oratoria schiacciante, il frenetico attivismo, le doti straordinarie di attore e la mancanza di convinzioni politiche serie (in realt, lo scopo principale di Marco era quello di comparire nella foto, soddisfacendo cos la sua mediopatia, la sua necessit di essere amato e ammirato e il suo desiderio di protagonismo), cosicch un giorno poteva dire una cosa e il giorno successivo il contrario, e soprattutto poteva dire agli uni e agli altri ci che gli uni e gli altri volevano sentirsi dire.

Ma c' dell'altro, e forse pi importante. La transizione dalla dittatura alla democrazia in Spagna fu fondamentalmente un casino, un'impossibilit teorica trasformata in realt pratica grazie al caso, alla volont di conciliazione di molti e al talento da intrallazzatore di pochissimi, in particolare di Adolfo Surez, l'artefice principale del cambiamento, che fu capace di approfittare della confusione per raggiungere i propri scopi, che consistevano nel comparire nella foto come presidente del governo ma anche nel distruggere il franchismo e costruire una democrazia. Ebbene, all'interno del tremendo casino del cambio di regime politico, la ricostruzione della CNT fu un casino ancora pi tremendo. Da una parte, dopo decenni di tirannia, i primi anni della democrazia conobbero un'esplosione libertaria, un'intensa moda anarchica e controculturale, soprattutto fra i giovani, che subivano l'influenza dei movimenti postsessantotto e antiautoritari di tutto l'Occidente: piazzato al centro di questa esplosione e di questa moda, Marco continuava a far parte della maggioranza. D'altra parte, la CNT, che era stata prosciugata e schiacciata e praticamente annullata dal franchismo, in quel momento spalanc le proprie porte per riempire un vuoto di quarant'anni, il che la trasform in un guazzabuglio, in un magazzino delle pi variopinte tendenze, associazioni e ideologie; copio l'enumerazione che ne fa il gi citato Jos Ribas: "Ecologisti, circoli culturali, omosessuali, femministe, soci di cooperative, collettivi di antipsichiatria, movimento dei carcerati (COPEL), abitanti di comuni [...], esponenti della Federacin Anarquista Ibrica, consiliaristi, anarcocomunisti, comunisti libertari, autonomi, radicali pi o meno sostenitori della violenza, qualunquisti, trotzkisti, gente del PORE, della OICE, del MCL, leninisti infiltrati, spontaneisti, naturisti e perfino cristiani travestiti". Non manca nessuno? S: mancano poliziotti e confidenti, che erano cos tanti che avrebbero potuto formare senza difficolt una corrente interna. Bene. Il fatto  che questo caos assoluto era un territorio perfetto per arrivisti, persone con la necessit improrogabile di comparire nella foto e, in generale, per pescatori nel torbido. In questo casino dentro il casino o nel doppio tremendo casino della transizione politica e della ricostruzione della CNT, nessuno poteva prosperare meglio di un picaro professionale, di un ciarlatano scatenato e di un imbroglione unico come Marco, maestro nel generare confusione e destreggiarsi al suo interno.

 quello che fece. E, come Adolfo Surez, riusc a raggiungere i propri scopi, comparendo nella foto ma anche trasformando la CNT in ci che in qualche momento sembr che sarebbe diventata o in ci che alcuni, verso il 1977, speravano (o temevano) che potesse tornare a essere dopo quarant'anni: il primo sindacato del paese. Non era facile riuscirci, naturalmente. La tradizionale filosofia dell'anarchismo spagnolo era scaduta, la sua teorica apoliticit di sempre era anacronistica e la sua strategia dell'azione diretta totalmente inefficace, soprattutto se la si paragonava a quella degli altri sindacati di sinistra, molto pi moderni e capaci. Per, se la CNT avesse adeguato i propri discorsi e i propri postulati alla realt del paese e fosse stata in grado di risolvere le contraddizioni che la laceravano, sommando la leggenda prestigiosa del vecchio sindacato alla capacit di attrazione e alla potenza del giovane movimento libertario e controculturale, chiss cosa sarebbe potuto accadere; dopo tutto, era molto pi difficile passare da una dittatura a una democazia in meno di un anno, e Surez ci era riuscito. E questo senza contare che, almeno all'inizio della transizione politica, i governi centrali non videro di cattivo occhio la riapparizione della CNT; al contrario: per loro, il sindacato anarchico poteva fare da contrappeso alla forza temibile dei grandi sindacati di sinistra, soprattutto delle Comisiones Obreras, di orientamento comunista, ma anche dell'UGT, di orientamento socialista. Comunque fosse, nella seconda met degli anni Settanta non pochi sostenitori dell'anarchismo credettero che, se qualcuno poteva unire il sindacato, appianare i suoi dissensi e metterlo a punto, era proprio Enric Marco; da parte sua, Marco approfitt di questa convinzione e della favolosa confusione del momento per comparire nella foto come leader della CNT.

Forse la prima volta che molti pensarono che Marco fosse l'uomo ideale per risollevare il sindacato fu il 2 luglio del 1977, quando erano ormai trascorsi un anno e mezzo dall'assemblea fondativa di Sant Medir, un mese e mezzo dalla legalizzazione della CNT e poco pi di un paio di settimane dalle prime elezioni libere della democrazia. All'epoca Marco era segretario generale dell'organizzazione in Catalogna; all'epoca aveva cambiato nome: non si chiamava pi Enrique Marco - come si era quasi sempre chiamato - n Enrique Durruti - come lo chiamavano i suoi apprendisti meccanici nel garage dei Peir, o come lui diceva loro di chiamarsi - n Enric Batlle - come lo chiamavano Salsas, Boada e compagni, o come lui diceva loro di chiamarsi - ma Enrique Marcos. Aveva cambiato nome perch nessuno lo confondesse con un altro Enrique Marco, Enrique Marco Nadal, un vecchio leader libertario con un notevole curriculum antifranchista che agli inizi degli anni Sessanta, insieme ad altri dirigenti sindacali di sinistra, era sceso a patti con la dittatura, e che da quel momento era stato considerato dai suoi un collaborazionista e condannato all'ostracismo (agli inizi del XXI secolo, invece, quando Marco Nadal era ormai morto e tutti avevano dimenticato il suo presunto collaborazionismo ma non il suo indubitabile antifranchismo, Marco non fece nulla per evitare di essere identificato con lui; piuttosto avvenne il contrario). Quel 2 luglio si svolse la prima grande manifestazione della CNT dopo la legalizzazione, di gran lunga la pi affollata dalla fine della guerra. Era un sabato pomeriggio, e un centinaio di migliaia di uomini e donne si riunirono nel parco di Montjuich a Barcellona. Su YouTube si pu vedere un breve filmato dell'evento. Breve ma eloquente.

I primi minuti del filmato sono dedicati a catturare l'atmosfera di festosa rivendicazione in cui si svolse l'evento e a offrire una panoramica della folla che vi partecip; la musica di sottofondo  A las barricadas, l'inno della CNT. Ben presto, per, la musica tace e inizia la manifestazione propriamente detta, con inquadrature alternate degli oratori che parlano e della folla che ascolta e applaude. Marco compare immediatamente, sul palco degli oratori, e a partire da questo momento il suo protagonismo nella registrazione  totale: conduce il meeting, pronuncia discorsi, lancia slogan e fa s che il pubblico li scandisca con lui ("S, s, libert; s, s, libert; amnistia, totale"), presenta gli altri oratori e, mentre questi ultimi pronunciano i loro discorsi, non smette di muoversi sul palco n di parlare con i suoi compagni, accanto a loro o dietro di loro o intorno a loro, in preda a una frenesia invincibile. La storia degli slogan  curiosa. Anni dopo l'esplosione del caso Marco, e dopo che il nostro eroe era diventato il grande impostore e il gran maledetto, una storica dell'anarchismo osserv che la tradizione libertaria spagnola non includeva l'abitudine di scandire slogan in coro e che il modo di agire di Marco nella manifestazione di Montjuich avrebbe dovuto denunciarlo come impostore, come un intruso estraneo alla cultura dell'anarchismo. Non ne sono sicuro. Sebbene sia vero che la tradizione anarchica ignorava quell'abitudine e che perci  possibile che quel pomeriggio gli slogan lanciati da Marco e scanditi in coro dal pubblico stridessero alle orecchie dei vecchi militanti e dirigenti dell'esilio che li ascoltavano, per i militanti giovani, che erano la maggioranza e non conoscevano o conoscevano pochissimo la tradizione anarchica ed erano abituati a lanciare e a ripetere slogan simili nelle manifestazioni contro la dittatura, difficilmente l'atteggiamento di Marco sarebbe suonato falso e, nel peggiore dei casi (o nel migliore), tanto ai vecchi quanto ai giovani pot sembrare un modo di adattare al presente il vecchio anarchismo, aggiornandone la forma senza tradirne i contenuti.

In realt, fu quello che sembr a molti giovani l'intero intervento di Marco quel giorno; e non soltanto ai giovani anarchici, ma anche ai militanti di sindacati comunisti e socialisti, che erano andati a Montjuich spinti dalla curiosit pi che dalle affinit ideologiche. Molti di loro ebbero invece l'impressione, pi o meno intima, che i dirigenti dell'esilio che attorniavano Marco sul palco fossero mummie o morti viventi, vecchie glorie sperdute che pronunciavano discorsi assurdi e ancora da guerra civile: Jos Peirats, direttore di Solidaridad Obrera, l'organo della CNT, non sembrava cosciente del fatto che gran parte della societ catalana e tutto l'antifranchismo reclamavano da molto tempo uno statuto di autonomia per la Catalogna, e si prese gioco delle aspirazioni all'autogoverno catalane prima di rivendicare i municipi liberi, che nessuno sapeva bene cosa fossero; da parte sua, Federica Montseny, eterna incarnazione dell'ortodossia libertaria e leader de facto (se non proprietaria in pectore) della CNT, sembrava ignorare o fingeva di ignorare l'euforia dell'immensa maggioranza degli spagnoli per il fatto che, appena due settimane prima, dopo quattro decenni di dittatura, avessero potuto votare in elezioni libere, e fece riferimento ai comizi soltanto per esecrare il denaro che erano costati e per assicurare che "ci sembra di pagare molto cara la carne di deputato", dichiarazione in teoria coerente con il suo apoliticismo radicale ma in pratica opportunistica e perfino cinica, almeno per i suoi correligionari pi accorti: dopo tutto La Leonessa, che era il soprannome feroce con cui era conosciuta, aveva accettato di partecipare come ministra della Sanit al governo della Seconda Repubblica durante la guerra. In contrasto con questi discorsi stravaganti, lontani dai problemi concreti della gente e debitori di un'ideologia decrepita, pronunciati inoltre con un linguaggio, un tono e dei modi di altri tempi, il discorso di Marco sembr, a molti giovani e non tanto giovani che parteciparono all'evento, un discorso chiaro, energico, diretto, efficace, di classe e sindacalista, aderente alla realt.

Questa buona impressione generale, unita alle sue doti personali e alla sua condizione di ponte fra l'esilio e l'interno e fra i vecchi e i giovani, aveva gi catapultato Marco nella segreteria generale della CNT della Catalogna e, meno di un anno pi tardi, lo catapult anche nella segreteria generale della CNT di tutta la Spagna. Anche se cerc sempre di andare d'accordo con i diversi settori del sindacato, fin dall'inizio si appoggi soprattutto sul settore pi ragionevole, competente e ambizioso, quello dei giovani anarcosindacalisti dell'interno, che cercavano di ricreare un'organizzazione in grado di competere con i grandi sindacati e che inoltre erano quelli che gli davano pi retta e forse quelli che pi avevano bisogno di lui. Per questo i propositi del suo mandato furono anch'essi abbastanza ragionevoli, anche se non lo fu il suo modo di metterli in pratica. In realt, non poteva esserlo. Malgrado la sua militanza adolescenziale nella CNT, Marca non aveva un'idea chiarissima su come funzionasse un sindacato, n sul modo migliore di organizzarlo; e, sebbene conoscesse in maniera vaga e piuttosto generica gli scopi che perseguiva, non aveva un'idea chiara nemmeno delle idee che dovevano o potevano guidarlo, n verso dove dovesse dirigersi. Tuttavia Marco, che pu essere ignorante ma non  stupido, dispieg subito due tattiche complementari per nascondere queste drammatiche lacune. La prima consisteva nel volare basso; la seconda, nell'agire sopra le righe. Nella direzione del sindacato, Marco era circondato da intellettuali e ideologi, o da gente che diceva di esserlo o aspirava a esserlo, e perci non si present mai come un ideologo o un intellettuale, ma come un uomo d'azione, cosicch a stento partecipava alle discussioni ideali o strategiche: in maniera prudente e astuta, ascoltava tutti, aspettava che, per convinzione o per esaurimento, si fossero decantate le posizioni e si fosse giunti a un accordo, e allora lui, armato della sua oratoria e della sua autorit di segretario generale, si limitava a riaffermare la posizione vincente e a ratificare l'accordo. In questo modo non soltanto imparava dal dibattito e nascondeva il fatto che non aveva nessuna posizione seria su nulla o su quasi nulla, e che la sua unica posizione seria consisteva nel desiderio di permanere in quell'incarico o di trovarne uno migliore; si guadagnava inoltre l'ammirazione dei suoi correligionari, in particolare quella degli intellettuali e degli ideologi, che interpretavano la sua reticenza a intervenire in quei dibattiti come una dimostrazione della sua umile sobriet di autentico operaio indurito nella resistenza contro la dittatura, e soprattutto come una dimostrazione della sua perspicacia innata, che gli consigliava di volare al di sopra di quelle discussioni svolgendo un ruolo arbitrale che gli consentisse di trovare vie d'uscita consensuali, accettabili da tutti.

Questa era la prima strategia di occultamento. La seconda non era meno sofisticata, ma decisamente meno contraria alla sua natura; soprattutto era conforme alla sua fama di uomo d'azione, perch consisteva nel consegnarsi senza riserve all'azione. Marco non si fermava un istante: oltre a continuare a lavorare nella sua autofficina e a studiare all'universit, come segretario generale del sindacato andava dovunque, parlava con tutti, partecipava a tutte le riunioni, feste, omaggi e funerali, si metteva alla guida di tutte le lotte, di tutti gli scioperi, di tutte le manifestazioni, se era necessario di tutti gli scontri con la polizia o con le autorit. Questa agitazione priva di riflessione rendeva molto difficile, se non impossibile, lavorare con lui; rendeva anche impossibile o molto difficile il suo stesso lavoro: invece di risolvere i problemi, li rimandava o li trasformava in problemi diversi, cosicch gli si andavano accumulando in un caos sempre pi grande. Per, in contropartita, con il polverone sollevato dalla sua iperattivit permanente, Marco riusciva a nascondere la sua incapacit politica e soprattutto riusciva a comparire in tutte le foto, a diventare una persona molto nota, di fatto a diventare una celebrit negli ambienti sindacali, uno che la gente fermava per strada e con cui tutti volevano parlare e che tutti rispettavano per la sua lotta attuale a favore dei diritti e della dignit dei lavoratori e soprattutto per il suo passato instancabile di eroe repubblicano e resistente antifranchista, un passato fittizio o almeno profusamente abbellito che Marco si portava appresso come dei galloni o come un'onorificenza o un'aureola da santo, come un ultimo strumento di autorit che sfoggiava soltanto quando era imprescindibile e nessuno poteva smentirlo n metterlo in dubbio (quasi non sfoggiava, invece, il suo passato non meno fittizio di prigioniero a Flossenbrg: in parte perch allora stava giusto iniziando a costruirlo; ma soprattutto perch non poteva risultargli utile n dotarlo di autorit fra i suoi compagni: basti ricordare che a quell'epoca nemmeno la sinistra riteneva che la storia della seconda guerra mondiale, dell'Olocausto e dei campi nazisti facesse integralmente parte della storia spagnola). Pi che felice, Marco era esultante. Non soltanto aveva iniziato una nuova vita, ma quella nuova vita era molto meglio di quanto avesse mai immaginato nei suoi quaranta anni di dopoguerra e nei venticinque di reclusione passati a lavorare dall'alba al tramonto in un'autofficina; nonostante la sua astuzia lo obbligasse a presentarsi ai mezzi di comunicazione come un semplice meccanico - "Fornire un curriculum pi esteso vorrebbe dire cadere in un protagonismo che mi risulta imbarazzante" dichiarava in un'intervista concessa nel maggio del 1978 al settimanale Por favor - Marco sapeva di essere molto di pi di quello: adesso parlava davanti alle folle, era un leader ascoltato e rispettato e ammirato e amato, era il dirigente con pi futuro di quello che sarebbe stato il secondo o il terzo sindacato del paese, aveva conquistato la giovane e bella e colta donna che amava ed era andato a vivere con lei a Sant Cugat e aveva appena avuto la sua prima figlia con lei, Elizabeth (la seconda, Ona, sarebbe nata sei anni dopo, nel 1984). Cos'altro avrebbe potuto desiderare?

Che la CNT sarebbe stata il secondo o il terzo sindacato del paese era una cosa che molti pensavano agli inizi del 1978, quando il numero di iscritti continuava a crescere allo stesso ritmo trepidante con cui lo aveva fatto fin dalla sua legalizzazione;  perfino possibile che molti, a cominciare dallo stesso Marco, la pensassero cos a met aprile di quello stesso anno, quando il nostro uomo venne eletto a Madrid segretario generale della CNT: dopo tutto, l'organizzazione sembrava unita attorno a un programma di riforme sensato e al suo nuovo leader, a proposito del quale Juan Gmez Casas, segretario generale uscente e successivo nemico di Marco nelle lotte intestine, dichiarava in quel momento che " il dinamismo personificato,  valoroso e intelligente e, insomma,  l'uomo di cui l'organizzazione aveva bisogno". Marco aveva raggiunto la cima, e la CNT anche. Da lass, entrambi precipitarono.

L'autodistruzione della CNT non si verific per le contraddizioni che albergava al suo interno, bens per gli errori che essa stessa commise e che resero quelle contraddizioni irresolubili. Il primo, e forse il pi importante, fu un errore di calcolo. Nel 1977, in piena euforia per il successo del sindacato, i giovani anarcosindacalisti che sostenevano Marco proposero di tenere un congresso che ridefinisse l'organizzazione, correggesse l'anacronismo e l'inefficacia di molte delle sue impostazioni e le adattasse ai nuovi tempi; era un'idea molto ragionevole, soprattutto tenendo in conto che l'ultimo congresso si era svolto nel 1936. Per i giovani anarcosindacalisti commisero l'imprudenza (o l'ingenuit) di includere tra i punti del futuro congresso la revisione del ruolo svolto dai dirigenti dell'esilio durante i quarant'anni del franchismo, specificando in quel paragrafo l'esigenza che Federica Montseny in persona redigesse un rapporto sull'accaduto: Marco e i suoi amici non previdero che i vecchi esiliati avrebbero inteso quella proposta cos come la intesero, ovverosia come una mancanza di rispetto o una minaccia o un insulto di quei giovincelli ingrati che adesso, dopo che loro erano riusciti a mantenere eroicamente in alto la bandiera libertaria durante gli anni brutali della dittatura, pretendevano di fare le pulci alla loro condotta e di sistemare i conti. Questa goffaggine tattica inizi a scatenare le furie nel seno dell'organizzazione. Ma a scatenarle definitivamente fu il caso Scala.

Tutto accadde domenica 15 gennaio 1978, quando Marco era ancora segretario generale per la Catalogna della CNT. Quel giorno il sindacato convoc a Barcellona una manifestazione contro i Patti della Moncloa, un accordo promosso dal governo Surez e firmato tre mesi prima dai principali partiti politici, dai sindacati e dalle associazioni imprenditoriali che cercava di pacificare la vita sociale del paese e di stabilizzare il processo di transizione dalla dittatura alla democrazia; la protesta fu un successo: vi parteciparono circa diecimila persone. Ma verso mezzogiorno, quando lo stesso Marco aveva dato per conclusa la manifestazione in plaza de Espaa e la folla si era disciolta, quattro bottiglie molotov di fabbricazione casereccia esplosero nella sala da ballo Scala. Nell'incendio morirono quattro lavoratori. Anche se due di loro erano iscritti alla CNT, tutti i sospetti su chi avesse commesso l'attentato si appuntarono subito sul sindacato o sull'ambiente del sindacato; e anche (almeno all'interno dello stesso sindacato) su infiltrati della polizia che, seguendo istruzioni del governo, cercavano di screditare l'unica organizzazione sindacale rilevante che si opponesse all'andamento della transizione politica, ritenendo che si stesse realizzando contro gli interessi dei lavoratori. Sebbene i due sospetti fossero in contraddizione, vennero confermati entrambi. Nel dicembre del 1980 un tribunale condann sei persone legate alla CNT per l'attentato alla Scala, ma due anni dopo venne condannato, come istigatore e organizzatore dei fatti, anche un confidente della polizia chiamato Joaqun Gambn. Non c' alcun dubbio che il governo fosse interessato a screditare la CNT, o piuttosto a farla fuori; ma  impossibile escludere che i settori pi puristi e intransigenti dell'organizzazione - a cominciare da quello dei vecchi esiliati, che non volevano essere sottoposti a esame dai loro stessi compagni nel prossimo congresso e cercavano di recuperare il dominio completo sul sindacato - volessero radicalizzarla cedendo alla tradizionale tentazione della violenza, allontanando la CNT dalla linea realista e possibilista che aveva seguito fino a quel momento e allontanando Marco e i giovani anarcosindacalisti dalla sua direzione. Il proposito del governo e quello degli estremisti del sindacato non erano in contraddizione, ed entrambi finirono per realizzarsi.

Il caso Scala risult letale per la CNT. Quell'esplosione inattesa di violenza mise in fuga numerosi simpatizzanti dell'anarchismo: l'arrivo in massa di nuovi iscritti s'interruppe bruscamente e molti di quelli che erano gi dentro l'organizzazione cominciarono ad allontanarsene; con la stessa bruschezza fin la moda libertaria, o poco meno. Il fuggi fuggi fu un successo del governo, che riusc a stigmatizzare la CNT sui mezzi di comunicazione, associandola, insieme a tutto il movimento libertario, al radicalismo insensato e al terrorismo in un momento in cui il terrorismo - specie il terrorismo basco dell'ETA - ammazzava a tutto spiano; ma fu anche un fallimento della CNT, che si dimostr incapace di controbattere alla strategia del governo, permise che esplodessero le contraddizioni che fino ad allora aveva tenuto sotto controllo e si rinchiuse in s stessa. Il caso Scala divise il sindacato in due. Da una parte rimasero i giovani anarcosindacalisti che sostenevano Marco e pretendevano che il sindacato condannasse con decisione l'uso della violenza, senza escludere tuttavia il sostegno ai militanti della CNT coinvolti nell'attentato n la denuncia delle infiltrazioni della polizia e le manovre per screditare l'anarchismo condotte dal governo; dall'altra parte si schierarono i vecchi dell'esilio in alleanza con i giovani e radicalizzati controculturali, che civettavano con la violenza o lasciavano intendere di civettare con la violenza, perch erano favorevoli a condannare il governo ma non la violenza in astratto n l'attentato in concreto, cos come erano favorevoli ad appoggiare senza esitazioni i suoi presunti responsabili. All'inizio, era una battaglia ideologica: i giovani anarcosindacalisti erano realisti, antiviolenti, rinnovatori e possibilisti; i vecchi esiliati e i giovani controculturali, invece, erano puristi, idealisti, radicali e come minimo non avevano risolto l'eterno dibattito libertario sulla necessit o la legittimit dell'uso della violenza. Alla fine tutto sfoci in una secca lotta per il potere, debitamente travestita da dibattito sui princpi, che fece ripiegare su s stesso il sindacato, invischiandolo nelle sue preoccupazioni interne e allontanandolo completamente dalle preoccupazioni dei lavoratori.

Fu una guerra a morte, nella quale i puristi dell'esilio, che in fondo non avevano mai perso il controllo del sindacato, ebbero la meglio fin dall'inizio. Di fronte al congresso proposto dai giovani anarcosindacalisti, gli esiliati progettarono una strategia destinata a ripulire il sindacato dai loro avversari, in modo da impedire che li costringessero a rendere conto del loro operato durante la dittatura e che vincessero il congresso e prendessero il potere. La prima cosa che fecero fu demonizzare i giovani anarcosindacalisti con l'accusa di essere revisionisti, collaborazionisti, riformisti e marxisti eterodossi; la seconda fu cominciare a espellerne la maggior quantit possibile dalla maggior quantit possibile di sindacati; la terza fu ricorrere agli insulti, all'intimidazione e alla violenza. Marco non tard a rendersi conto che i giovani anarcosindacalisti ai quali si era appoggiato fino a quel momento sarebbero stati spazzati via dal sindacato, perci si allontan da loro e cerc di mediare tra le due fazioni e di proporsi come una sorta di opzione intermedia o terza via, avvertendo en passant che, se le cose non cambiavano, la CNT si avviava verso la catastrofe: "Nella CNT si sta sviluppando un processo di disintegrazione e di decomposizione" scrisse il 5 marzo 1979 su Solidaridad Obrera. "Cosa che, se non verr fermata immediatamente, ci far scomparire a beneficio soltanto dei nostri nemici comuni, il capitale e lo Stato. [...] O ci diamo una mossa oppure  finita. La lotta per il dominio sulla CNT dar come risultato che non ci sar nulla da dominare, e questo a breve termine."

Non esagerava nemmeno di una virgola. Quello dovette essere per lui un periodo difficile; ma, proprio per questo, dovette anche essere un periodo intenso ed esaltante, a suo modo un periodo glorioso, in ogni caso il periodo in cui si verific uno degli eventi pi gloriosi della sua vita o almeno uno degli eventi la cui gloria pi sfrutt. Avvenne all'imbrunire del 28 settembre del 1979, nel centro di Barcellona, dove alcuni anarchici si erano incatenati e avevano interrotto il traffico di calle Pelayo chiedendo l'amnistia per gli accusati del caso Scala; Marco era l e, nello sciogliere la manifestazione, la polizia lo picchi e lo ferm. Nel verbale, il nostro eroe dichiara di non aver fatto altro che rimproverare gli agenti perch picchiavano le persone che si erano incatenate; da parte loro, gli agenti affermano che Marco non aveva rimproverato loro nulla, ma che li aveva chiamati "assassini, stronzi, figli di puttana, eccetera" mentre loro toglievano le catene ai manifestanti: di l il suo fermo. Per il resto, Marco fu rimesso in libert quella notte stessa, ma ebbe il tempo di farsi scattare diverse foto - due di profilo e due di schiena - in cui si notano gli ematomi che avevano provocato, sulla schiena e sui fianchi del suo corpo cellulitico, i colpi dei manganelli e delle culatte dei poliziotti, foto che a partire da quel momento avrebbe fatto in modo di portare sempre con s. Per Marco erano vitali. Esistono testimonianze che, mentre era dirigente della CNT, il nostro uomo ebbe comportamenti coraggiosi di fronte ad autorit e forze di sicurezza ancora franchiste o incapaci di liberarsi dalla mentalit e dal modo di procedere franchisti, per Marco cap subito che nessuna testimonianza poteva essere migliore di quelle foto. Finalmente era riuscito a essere ci che da molti anni sognava di essere o immaginava di essere e in ogni caso diceva di essere, ci che molti dicevano che era stato. Le foto ne erano la prova. Erano l, nitide e inequivocabili. Anche lui era una vittima del franchismo o di quello che restava del franchismo. Anche lui era un resistente. Anche lui era un eroe.

Marco entr al congresso della CNT come segretario generale del sindacato, ma ne usc praticamente espulso. "Al commissariato di polizia mi avevano trattato meglio" dichiar allora alla rivista libertaria Bicicleta. Nemmeno stavolta esagerava, o non troppo. Il congresso si svolse agli inizi di dicembre del 1979 alla Casa de Campo di Madrid, e fu una battaglia campale - l'ultima o la penultima battaglia di quell'ultima o penultima guerra tra anarchici - in cui i partecipanti videro di tutto, da imbrogli e irregolarit procedurali a urla, insulti, minacce, pestaggi e gente con la pistola. Prevedibilmente, i giovani anarcosindacalisti, che in gran parte erano gi stati espulsi o avevano lasciato il sindacato, vennero sconfitti; e anche Marco: non riusc a essere il candidato di consenso n a incarnare l'alternativa intermedia e, malgrado si presentasse alla rielezione, non ottenne nemmeno alla lontana i voti necessari per essere confermato nell'incarico. Telediretti da Tolosa dall'indistruttibile Federica Montseny, stravinsero i vecchi puristi dell'esilio, che non si erano mai fidati di Marco e imposero la loro linea e il loro candidato, Jos Buenda.

Il resto della storia  anch'esso triste, o ancora pi triste, sia per Marco sia per la CNT, forse pi per la CNT che per Marco. Negli anni seguenti, il nostro uomo si aggrapp al proprio prestigio e al proprio titolo di leader sindacale per recuperare il suo ruolo preponderante nella CNT, o nel movimento sindacale. Non appena termin il congresso della Casa de Campo, fond la CCT (Confederacin Catalana del Trabajo) e, insieme ad altri sconfitti nel congresso, cerc di impugnarne i risultati, ma l'unica cosa che riusc a ottenere fu che, alla fine di aprile del 1980, lo espellessero per "la sua nota attivit scissionista ai danni della Confederacin", come dichiarava agli inizi di giugno su Solidaridad Obrera la segreteria organizzativa della CNT, e per aver cercato di minare il prestigio del sindacato e di distruggerlo con l'aiuto del governo, secondo quanto aveva denunciato alla fine di maggio il coordinamento del sindacato, sempre su Solidaridad Obrera. Frutto dei brutali scontri di quegli anni nella CNT e delle sue paranoie fratricide, queste calunniose accuse di essere un traditore, un infiltrato e un collaborazionista hanno perseguitato Marco fino a oggi, anche se, poco dopo l'inizio della loro diffusione, lui aveva gi abbandonato qualsiasi speranza di tornare in prima linea nel lavoro sindacale. L'abbandono avvenne nel 1984, quando i suoi vecchi soci, i giovani anarcosindacalisti sconfitti come lui al congresso di Madrid, crearono la CNT-Congreso de Valencia con gli altri gruppi che si erano scissi dalla CNT e, senza dubbio ricordando che Marco si era allontanato da loro quando pi ne avevano bisogno, fecero a meno di lui.

Marco rimase solo: l fin la sua carriera di sindacalista.  vero per che, a quel punto, anche il sindacato della sua vita era quasi finito. Nel 1989, dopo aver perso una causa per le sigle dell'organizzazione, i giovani anarcosindacalisti, che ormai iniziavano a non essere pi tanto giovani, presero il nome di CGT (Confederacin General del Trabajo), un sindacato che adesso  il terzo per radicamento in tutta la Spagna, mentre la CNT si trova da anni in una situazione di quasi perfetta irrilevanza. Quanto a Marco, agli inizi degli anni Ottanta la sua presenza sulla stampa si fa pi episodica e lui torna alla sua vita privata, alla moglie e alle figlie e alla laurea in storia, che ottiene in questi anni; nel frattempo, continua a lavorare nella sua autofficina, sebbene per poco tempo, perch nel 1986 raggiunge l'et per andare in pensione.  possibile che sia un po' addolorato dopo il turbolento passaggio nella CNT, un sindacato in cui era entrato in un momento di caos euforico e da cui era uscito in un momento di caos depressivo, le cui redini aveva assunto quando il sindacato sembrava incamminato verso il successo totale per abbandonarle quando cadeva in picchiata verso il fallimento totale.  indubbio che, oltre al miele della vita pubblica, in questi anni Marco ne abbia conosciuto il fiele, ma la cosa sicura  che, dopo essere comparso in tutte le foto ed essere stato ascoltato e amato e ammirato e considerato un leader, non pu pi farne a meno. Cos, posseduto dall'energia giovanile che ancora conserva a sessantaquattro o sessantacinque anni, si mette immediatamente alla ricerca del modo per tornare a quel tipo di vita.

E non ci mette molto a trovarlo.

9

In "Io sono Enric Marco" avevo paragonato Marco a don Chisciotte perch entrambi sono due grandi bugiardi che "non si accontentarono del grigiore della loro vita reale e s'inventarono e vissero un'eroica vita fittizia". Il paragone continua a sembrarmi valido, ma adesso credo che ci siano molti pi motivi per farlo.

La storia di don Chisciotte  la storia di un semplice hidalgo di nome Alonso Quijano che, poco prima di compiere cinquant'anni, dopo aver condotto un'esistenza insufficiente, mediocre e tediosa rinchiuso in un paesone della Mancia, decide di mandare tutto al diavolo, di reinventarsi come cavaliere errante e di lanciarsi a vivere una vita da eroe, una vita idealistica e piena di coraggio, di onore e di amore; la storia di Marco  simile: la storia di un semplice meccanico di nome Enrique Marco che, poco dopo aver compiuto cinquant'anni, dopo aver condotto per la maggior parte della sua vita un'esistenza insufficiente, mediocre e tediosa rinchiuso in un'officina di Barcellona, decide di mandare tutto al diavolo, di reinventarsi come un eroe civile e di lanciarsi a vivere una vita da eroe civile, una vita idealistica e piena di coraggio, di onore e di amore. Ma c' dell'altro. Alonso Quijano  un narcisista, che inventa don Chisciotte per non conoscere s stesso o per non riconoscersi, per nascondere, dietro la grandezza epica di don Chisciotte, la volgare pochezza della sua vita passata e la vergogna che prova nei suoi confronti, per poter vivere attraverso don Chisciotte la vita virtuosa e intensa che non ha mai vissuto; da parte sua, il narcisismo di Marco inventa prima Enrique Durruti o Enric Batlle o Enrique Marcos, l'irriducibile operaio libertario e resistente antifranchista e leader della CNT, e poi Enric Marco, il deportato a Flossenbrg e leader della Amical de Mauthausen e combattente antinazista, per nascondere dietro quella maschera eroica la mediocrit della sua vita passata e la vergogna che prova nei suoi confronti, per poter vivere, prima attraverso Enrique Durruti o Enric Batlle o Enrique Marcos e poi attraverso Enric Marco, la vita grande, virtuosa e intensa che non ha mai vissuto. Quando stava per raggiungere i cinquant'anni Alonso Quijano smise di chiamarsi prosaicamente Alonso Quijano e cominci a chiamarsi poeticamente don Chisciotte della Mancia, abbandon le cure quotidiane della sua governante e di sua nipote per l'amore impossibile e radioso di Dulcinea, abbandon le abitudini insipide di casa sua per le piacevoli incertezze delle strade e delle locande di Spagna e abbandon la sua povera vita da hidalgo per la vita prodiga di avventure di un cavaliere errante; allo stesso modo, poco dopo aver superato i cinquant'anni, Marco smise di chiamarsi Marco e cominci a chiamarsi Marcos, abbandon un'immigrante anziana, andalusa e priva di cultura per una ragazza colta, elegante e mezza francese, abbandon un sobborgo operaio di Barcellona per un sobborgo borghese e accanton la sua vita noiosa da meccanico per una vita appassionante da leader sindacale e paladino della libert politica, della giustizia sociale e della memoria storica.

Ancora? Ancora. Come Marco, don Chisciotte  affamato di notoriet e di gloria, ansioso che le sue imprese perdurino nella memoria del mondo, desideroso che uomini e donne parlino di lui, lo amino e lo ammirino e lo ritengano eccezionale ed eroico; come Marco, don Chisciotte  un mediopatico, affetto da una dipendenza a comparire nella foto.  anche un lettore compulsivo, e possiede, come Marco, alcune virt fondamentali per uno scrittore o un romanziere: la forza, la fantasia, l'immaginazione e il gusto per la parola;  perfino possibile che, come Marco, sia un romanziere frustrato: se Alonso Quijano avesse scritto un libro di cavalleria, forse non sarebbe mai stato don Chisciotte, perch avrebbe investito nella finzione la sua incontenibile capacit di affabulazione e vi avrebbe vissuto vicariamente ci che volle vivere nella realt, cos come forse il Marco reale non avrebbe mai creato il Marco fittizio se avesse inventato le sue vicissitudini e le avesse vissute vicariamente scrivendo una finzione. Prima di qualunque altra cosa, Alonso Quijano  un attore: a partire dai cinquant'anni e quasi fino alla morte, interpreta don Chisciotte, cos come, dai cinquant'anni a ora, il vero Marco interpreta il Marco fittizio. Questo  essenziale. Ci che definisce don Chisciotte, cos come definisce Marco, non  il fatto che confonda la realt con i sogni, la finzione con la realt o la menzogna con la verit, bens che voglia far diventare reali i suoi sogni, trasformare la menzogna in verit e in realt la finzione. La cosa straordinaria  che entrambi ci riescono: uno degli elementi che distinguono la prima parte del Chisciotte dalla seconda  che nella prima parte don Chisciotte s'inventa i prodigi cavallereschi che gli accadono, scambia mulini per giganti e locande per castelli, mentre nella seconda parte i prodigi accadono davvero, o cos crede don Chisciotte, che fa innamorare donzelle, assiste a naufragi, sente parlare teste incantate e sfida a singolar tenzone altri cavalieri erranti; allo stesso modo, soprattutto nella seconda parte degli anni Settanta, quando era segretario generale della CNT, Marco fin per vivere ci che aveva immaginato, fin per diventare un leader operaio, scontrandosi con la polizia e venendo malmenato, passando almeno qualche ora in commissariato per motivi politici o relazionati con la politica. Per il resto, non bisogna lasciarsi ingannare: sebbene fosse prima di tutto un attore, Alonso Quijano non fingeva quando interpretava don Chisciotte; lui era don Chisciotte: aveva incorporato in s il personaggio di don Chisciotte quanto l'attore che crede di essere il personaggio che interpreta, cosicch nessuno poteva convincerlo a riconoscere di non essere don Chisciotte ma Alonso Quijano. La stessa cosa accadeva a Marco e, in parte per questo motivo, dopo l'esplosione del caso e la scoperta della sua impostura non riconobbe il suo errore n rest in silenzio n conobbe s stesso n si riconobbe per ci che era, ma si rifiut di accettare la sua vera identit e si difese sui giornali, alla radio e in televisione e al cinema, difese il suo io inventato, l'io eroico che volevano abbattere, puntellando a malapena, con elementi del suo passato reale, l'esistenza di quel traballante personaggio fittizio.

Perci Marco  don Chisciotte, o una singolare versione di don Chisciotte. In un certo senso - come not mio figlio quando lo conobbe -  perfino un don Chisciotte migliore o pi perfetto di don Chisciotte. Lo  perch, a differenza di don Chisciotte, che  quasi privo di passato, lui non soltanto ha un passato ma sa che il passato non passa mai, che  soltanto una parte o una dimensione del presente e che - come disse Faulkner - non  nemmeno passato; di conseguenza, oltre a reinventare il suo presente, Marco reinventa il suo passato (o reinventa il suo presente grazie alla reinvenzione del passato). Ed  un don Chisciotte migliore o pi perfetto di don Chisciotte perch ha successo laddove don Chisciotte fallisce: Alonso Quijano non ingann mai nessuno e tutti sapevano che era solo un pover'uomo che si credeva un eroe cavalleresco, Marco invece convinse tutti che il Marco fittizio era il Marco reale e che era un eroe civile. Detto ci, qualcuno obietter che, al di l delle similitudini che uniscono Marco e don Chisciotte, qualcosa di decisivo li separa, ed  che don Chisciotte  pazzo e Marco no. Dubito che l'obiezione sia inappellabile.  vero che don Chisciotte  completamente pazzo, ma  anche vero che  completamente sano di mente, e non sono sicuro che, a suo modo, non sia proprio questo che accade a Marco: come don Chisciotte dice stupidaggini soltanto quando parla di cavalleria errante, Marco dice stupidaggini soltanto quando parla delle sue imprese da eroe antifascista. Anche Marco ha i suoi libri di cavalleria: sono il suo stesso passato.

Un'ultima cosa. Prima ho detto che forse don Chisciotte e Marco sono due romanzieri frustrati e che, se avessero scritto ci che avevano sognato, magari non avrebbero cercato di viverlo; ho anche detto o insinuato che ci che don Chisciotte e Marco vogliono non  trasformare la realt in finzione ma la finzione in realt: non scrivere un romanzo ma viverlo. Le due ipotesi non sono incompatibili, per la seconda mi sembra superiore alla prima.

Don Chisciotte e Marco non sono due romanzieri frustrati: sono due romanzieri di s stessi; non si sarebbero mai accontentati di scrivere i loro sogni: vogliono esserne protagonisti. A cinquant'anni, don Chisciotte e Marco si ribellano contro il loro destino naturale, che , passato ormai il culmine della vita, darsi per soddisfatti di ci che hanno vissuto e prepararsi alla morte; invece non accondiscendono, non si rassegnano, non si sottomettono, vogliono continuare a vivere, vogliono vivere di pi, vogliono vivere tutto ci che non hanno mai vissuto e che hanno sempre sognato di vivere. E sono disposti a tutto per riuscirci; a tutto vuol dire a tutto: anche a ingannare il mondo facendogli credere di essere il grande don Chisciotte e il grande Enric Marco. Tra la verit e la vita, scelgono la vita: se la menzogna d vita e la verit uccide, scelgono la menzogna; se la finzione salva e la realt uccide, scelgono la finzione. Anche se scegliere la finzione vuol dire negare che ci sono cose che si possono fare nei romanzi ma non nella vita, perch le regole dei romanzi e quelle della vita sono diverse; anche se scegliere la menzogna implica trasgredire un principio di base della nostra morale e incorrere nel "maledetto vizio" di Montaigne, nella bassezza e nell'aggressione e nella mancanza di rispetto e nella violazione della prima regola di convivenza tra gli esseri umani, che consiste nel dire la verit. Come il passero di un verso di T.S. Elliot, Nietzsche osserv che noi esseri umani non possiamo sopportare troppa realt e che spesso la verit  un danno per la vita; per questo odiava la nostra piccola morale piccoloborghese, la nostra etica meschina da persone rispettabili che rispettano la verit o pensano che la verit sia rispettabile, ed elogiava le grandi menzogne che affermano la vita. Orfani di rimorsi e di cattiva coscienza, don Chisciotte e Marco appaiono, cos, come eroi nietzchiani: n immorali n amorali, bens extramorali. Lo sono?  questo il modo inatteso e grandioso in cui Marco si trasforma sotto i nostri occhi in un eroe? Marco  un eroe morale o extramorale, un ribelle luciferino non soltanto contro le imposizioni della morale borghese, ma contro le imposizioni della realt?  questo il modo in cui, dopo aver passato la vita a dire S e a stare con la maggioranza, inaspettatamente Marco ha detto finalmente No e si  allineato con la minoranza?

Mi piacerebbe rispondere di s. Rispondo: s, anche se solo in parte. Marco si  inventato un passato (o l'ha abbellito o l'ha truccato) in un momento in cui attorno a lui, in Spagna, quasi tutti stavano abbellendo o truccando il proprio passato, o inventandoselo; Marco reinvent la propria vita in un momento in cui l'intero paese stava reinventandosi.  ci che accadde durante la transizione dalla dittatura alla democrazia in Spagna. Morto Franco, quasi tutti iniziarono a costruirsi un passato da incastrare nel presente e per prepararsi il futuro. Lo fecero politici, intellettuali e giornalisti di prima fila, di seconda fila e di terza fila, ma anche gente di ogni tipo, gente comune; lo fecero persone di destra e persone di sinistra, le une e le altre desiderose di dimostrare che erano democratici da sempre e che durante il franchismo erano stati oppositori segreti, maledetti ufficiali, resistenti silenziosi o antifranchisti dormienti o attivi. Non tutti, naturalmente, mentirono con la stessa perizia o sfacciataggine o insistenza, e pochi giunsero a inventarsi del tutto una nuova identit; la maggior parte si limit a truccare o ad abbellire il proprio passato (o a rivelare finalmente un'intimit paurosamente velata o opportunamente nascosta fino a quel momento). Per, qualunque cosa facessero, tutti la fecero con tranquillit, senza remore morali o senza troppe remore morali, sapendo che intorno a loro tutti stavano facendo pi o meno la stessa cosa e che quindi l'accettavano o la tolleravano e nessuno era troppo interessato a fare ricerche sul passato degli altri perch tutti avevano cose da nascondere: dopo tutto, a met degli anni Settanta l'intero paese aveva sulle spalle quarant'anni di dittatura a cui quasi nessuno aveva detto No e a cui quasi tutti avevano detto S, con cui quasi tutti avevano collaborato per piacere o per forza e in cui quasi tutti avevano prosperato, una realt che si cerc di nascondere o di truccare o di abbellire cos come Marco aveva abbellito o truccato o nascosto la propria, inventando un finto passato individuale e collettivo, un nobile ed eroico passato nel quale pochissimi spagnoli erano stati franchisti e nel quale erano stati resistenti o dissidenti antifranchisti molti che non avevano mosso un dito contro il franchismo o avevano lavorato gomito a gomito con esso.

Questa  la realt: almeno negli anni del passaggio dalla dittatura alla democrazia, la Spagna fu un paese narcisista quanto Marco;  anche vero, quindi, che la democrazia venne costruita in Spagna su una menzogna, su una grande menzogna collettiva o su una lunga serie di piccole menzogne individuali. Si sarebbe potuta costruire in altro modo? Si sarebbe potuto costruire la democrazia sulla verit? Avrebbe potuto l'intero paese riconoscersi per ci che era, in tutto l'orrore e in tutta la vergogna e la codardia e la mediocrit del suo passato, e malgrado ci tirare avanti? Avrebbe potuto riconoscersi o conoscere s stesso, come Narciso, e malgrado ci non morire per eccesso di realt come Narciso? Oppure quella grande menzogna collettiva fu una delle nobili menzogne di Platone o una delle menzogne ufficiose di Montaigne o una delle menzogne vitali di Nietsche? Quello che so  che, almeno in quegli anni, le menzogne di Marco sul suo passato non furono l'eccezione ma la norma, e che in fondo lui si limit a portare all'estremo una pratica a quei tempi comune: quando esplose il suo caso, Marco non pot difendersi dicendo di aver fatto soltanto quello che tutti facevano negli anni in cui lui si era reinventato, per senza il minimo dubbio lo pensava. E so anche che, sebbene nessuno os portare la propria impostura fin dove la port Marco, forse perch nessuno possedeva abbastanza energia, talento e ambizione per farlo, anche per questo aspetto il nostro uomo - in parte, come minimo in parte - si schier con la maggioranza.

10

Marco  totalmente incapace di starsene tranquillo. A met degli anni Ottanta, una volta espulso in malo modo dalla CNT e avendo capito di non avere futuro come dirigente sindacale, il nostro uomo divenne dirigente della FAPAC, un'organizzazione progressista che riuniva la maggior parte delle associazioni di genitori delle scuole pubbliche della Catalogna. Marco era entrato nella CNT in un momento di grande mobilitazione politica dopo la morte di Franco, quando la gente, entusiasmata dalle promesse della fiammante democrazia, confluiva in massa nei sindacati e nei partiti; Marco entr nella FAPAC in un momento di grande smobilitazione politica, frutto del disincanto nei confronti della democrazia o del funzionamento della democrazia (o semplicemente frutto dello stabilizzarsi della democrazia), quando la gente abbandonava in massa la militanza politica e sindacale e tornava alla vita privata o si rifugiava nella militanza civica delle associazioni. Marco entr nella CNT in uno di quei momenti di crisi e confusione, per non dire di caos, in cui si muove come pochi; non molto diverso fu il momento in cui entr nella FAPAC.

A quell'epoca - sto parlando del 1987 - il secondo governo di sinistra spagnolo in quarant'anni stava preparando una legge generale sull'istruzione, la cosiddetta LOGSE, che parecchia gente di sinistra non riteneva di sinistra, perch pensava che beneficiasse la scuola privata a scapito di quella pubblica. Questo disaccordo diede origine a proteste e manifestazioni contro il progetto di legge; e fin anche per provocare la caduta della direzione della FAPAC. Il governo di sinistra era socialista, come la direzione della FAPAC; o forse la direzione della FAPAC era soltanto filosocialista o venne accusata di essere filosocialista o in ogni caso di essere accondiscendente con il governo socialista o di non essere abbastanza combattiva contro la legge del governo socialista. Il fatto  che quell'anno, durante l'assemblea annuale della FAPAC svoltasi nel centro Cocheras de Sants, a Barcellona, ci fu una rivolta contro la direzione che, dopo qualche mese - in un'assemblea straordinaria tenutasi al Centro Cvico La Sedeta, sempre a Barcellona - port alla sostituzione del consiglio direttivo socialista o filosocialista da parte di un consiglio direttivo comunista o filocomunista, un cambiamento di segno politico che si spiega con il fatto che quel movimento nato dalla base venne subito orientato e guidato dal partito comunista. Marco era andato a quelle due assemblee come rappresentante dell'istituto che frequentava sua figlia Elizabeth (Ona, che allora aveva due anni, non andava ancora a scuola) e, sebbene non fosse comunista o filocomunista e non fosse uno dei leader della rivolta, aveva partecipato alla sua gestazione e l'aveva incoraggiata, e seppe manovrare in tal modo che, nel bel mezzo di quel disordine da ammutinamento, riusc a entrare a far parte del consiglio. Non ne usc che dopo tredici anni, quando si vide costretto a farlo perch le sue figlie non erano pi in et scolare e lui non contava pi niente nella FAPAC. Insieme a Marco erano state elette a far parte della direzione, in quell'assemblea rivoluzionaria o postrivoluzionaria a La Sedeta, varie decine di persone, la maggior parte delle quali abbandon a poco a poco l'incarico. Marco fece il contrario: a poco a poco, a forza di lavoro e di impegno, divenne indispensabile, e non tard a essere eletto vicepresidente e delegato dell'organizzazione a Barcellona.

Fu in quel ruolo che mia sorella Blanca lo conobbe, alla fine degli anni Ottanta, quando entr come portavoce nel consiglio della FAPAC. Perci, non appena mi misi a lavorare sul serio a questo libro, dopo averlo soppesato con apprensione per tanti anni, chiesi di nuovo a Blanca di parlarmi di Marco. Dico di nuovo perch mia sorella gi mi aveva parlato di lui poco dopo che era scoppiato il caso, durante il pranzo che avevo organizzato a casa mia con lei e mia moglie e mio figlio e i miei due colleghi dell'universit - Anna Maria Garcia e Xavier Pla - ma da allora non avevamo quasi pi parlato della faccenda. Ora le chiesi di farlo, senza fretta, e un mezzogiorno di un sabato degli inizi di febbraio del 2013, mentre bevevamo una birra in un caff di Gerona, molto vicino a casa di mia madre, parlammo di Marco. Alla conversazione non partecip Ral, che stava correndo nel parco della Dehesa, ma soltanto Merc, mia moglie, che fin dall'inizio si era mostrata interessata quanto Ral alla storia di Marco; a differenza di Ral, Merc non conosceva personalmente Marco, anche se avrebbe benissimo potuto conoscerlo, non allora, ma nella seconda met degli anni Settanta, quando militava nella CNT ed era una incantevole ragazzina libertaria intrigata dai vecchi libertari come Marco. Quanto a mia sorella Blanca,  una donna d'acciaio, che  sopravvissuta a due separazioni tumultuose, a una variopinta caterva di amanti e a due malattie mortali - un'epatite C e una colite ulcerosa - che l'hanno torturata con un calvario di operazioni a rischio e lunghi ricoveri in ospedale.

"Per pi o meno dieci anni ho avuto un rapporto molto stretto con lui" inizi a raccontare Blanca quel mezzogiorno. Eravamo seduti tutti e tre attorno a un tavolino all'aperto del caff: ai lati avevamo gruppi di persone che chiacchieravano e prendevano l'aperitivo e, di fronte a noi, in plaza Pau Casals, genitori giovani e bambini piccoli si godevano il brillante sole invernale giocando sulle altalene; la famiglia di cinesi che gestiva il locale si moltiplicava per servire la clientela. "E anche molto buono, per la verit" continu Blanca. "Soprattutto a partire dal momento in cui sono diventata vicepresidentessa e delegata della FAPAC a Gerona, cio quello che Marco era a Barcellona; la sua omologa, diciamo. Da l in avanti abbiamo cominciato a vederci spesso, ed era raro il giorno in cui non ci telefonassimo. La gente pu dire quello che vuole, ma per me  sempre stato un tipo stupendo, di grande vitalit, divertente, spiritoso, affascinante. Raccontava sempre barzellette. Cercava di conquistare tutti, specie le donne. A me piacciono gli uomini a cui piacciono le donne, ma non ho mai visto un uomo a cui piacciano quanto a Marco. Anche se la cosa che gli piaceva di pi era essere il protagonista."

"S" intervenni. "A Marco piace molto comparire nella foto."

"Non  che gli piace: lo fa impazzire" rise mia sorella. Bevve un sorso di birra e prosegu: "Nella FAPAC aveva molto potere. Per non glielo ha regalato nessuno: quelli di noi che avevano degli incarichi, lavoravano nei ritagli di tempo, perch nessuno di noi prendeva soldi e tutti dovevamo guadagnarci da vivere altrove; Marco no; nemmeno lui prendeva soldi,  chiaro, ma era in pensione e dedicava il cento per cento del suo tempo all'organizzazione. Non ne  mai stato il presidente, anche se lo sembrava, perch era l'unico ad avere un ufficio nella sede della FAPAC e perfino un posto riservato nel parcheggio della Conselleria de Educacin, l'unico ad avere una linea diretta con l'assessora e parlava con lei in continuazione. Per di pi, era lui a gestire gli affari quotidiani della FAPAC, e anche il braccio destro del presidente e dell'amministratore. In realt, credo che, per quelli fuori, per quelli che non erano della FAPAC e avevano rapporti con la FAPAC, Marco era la FAPAC. Per gli interni, ovviamente no. In realt, credo che lo considerassero un perdigiorno e un personaggio un po' folcloristico; e non dico che non lo fosse, ma questo non significa che non avesse potere e che non fosse molto importante nella FAPAC. Cos la vedo io. Per, se scrivi su di lui, dovresti parlare con altre persone che hanno lavorato con lui alla FAPAC".

"Mi piacerebbe molto" dissi.

"Se vuoi, potresti parlare con altri due membri della giunta in quel periodo. Montse Cardona e Joan Amzaga, si chiamano. Nella FAPAC siamo diventati molto amici, e ogni tanto mangiamo ancora insieme a Barcellona. Anche loro hanno avuto un buon rapporto con Marco. Se vuoi, propongo un pranzo e vieni anche tu."

"Mi sembra stupendo" dissi. "Dimmi un'altra cosa: Marco parlava molto del suo passato? Voglio dire..."

"Di continuo" mi interruppe Blanca. "Del suo passato di combattente nella guerra civile, del suo passato di partigiano antifranchista, del suo passato di dirigente della CNT, del suo passato di deportato in un campo nazista. Che ne so. Era il suo argomento autorevole, il suo modo di richiamare l'attenzione o di imporsi o di fare tacere tutti, o almeno di provarci, e lo usava ogni volta che ce n'era bisogno. Non  stato in quel periodo che ha iniziato a tenere conferenze sul nazismo nelle scuole?"

"Mi pare di s" risposi. "Credo sia stato quando stava per lasciare la FAPAC ma non era ancora entrato nella Amical de Mauthausen."

"Era un seduttore" prosegu Blanca. "E seduceva molta gente. Si presentava come un eroe e c'era gente che pensava che lo fosse. Credo che arriv un momento in cui divent intoccabile, ma non solo nella FAPAC. Andava d'accordo con i politici e i capoccioni. Alla Generalitat l'adoravano, e lui ricambiava; mi ricordo che mi diceva: 'Guarda, Blanquita, anche se sono di destra e non la pensiamo come loro, dobbiamo intenderci con loro'. Lo vedi: non era un radicale, era un tipo ragionevole, e ragionevolmente efficiente, una cosa che adesso, a pensarci,  abbastanza strana, perch sul lavoro era quanto di meno sistematico e di pi disordinato abbia mai conosciuto nella vita. Non so. Quando esplose lo scandalo, ho sentito molte persone dire che era prevedibile, che loro avevano gi intuito che era un commediante e che non gli avevano mai creduto, ma a me questa sembra un'invenzione: la verit  che Marco ingannava tutti e che tutti si bevevano quello che diceva. O quasi tutti. Certo, c'erano cose che balzavano agli occhi: per esempio, la storia che lo faceva impazzire comparire nella foto, come dici tu; ma non  che Marco cercasse di nasconderlo. E anche se avesse voluto, non avrebbe potuto."

Subito dopo Blanca raccont un aneddoto. Non ricordava esattamente la data in cui era accaduto, ma il posto s: esattamente all'imbocco di calle Pelayo, nel centro di Barcellona, da dove quel giorno partiva una manifestazione di protesta contro la LOGSE, la legge generale sull'istruzione che il governo di sinistra stava discutendo da diversi anni e che alla fine venne approvata nell'ottobre del 1990. La manifestazione era stata indetta da un cartello composto da varie organizzazioni educative, tra cui la FAPAC, e, prima che iniziasse, i dirigenti discussero sul posto che dovevano occupare nel corteo tutte le organizzazioni coinvolte, e i politici e i rappresentanti sociali che avevano aderito. La discussione dur a lungo e, quando finalmente venne presa una decisione, Blanca e i suoi colleghi della FAPAC si accorsero che Marco non era con loro e si misero a cercarlo urlando in mezzo alla folla; fino a quando lo trovarono: si era disinteressato di tutto e stava in prima fila, solo e tranquillo e aggrappato con tutte le sue forze allo striscione che avrebbe aperto la manifestazione, come se temesse che potessero sottrargli quel posto privilegiato e per nulla al mondo fosse disposto a lasciarselo portare via.

Il racconto di Blanca fin con una risata. Io sorrisi e pensai a Ral; pensai: un grande. Merc fece una smorfia indecifrabile.

"Poveretto" disse.

"Non a tutti sembra un poveretto" le ricordai, desiderando che confrontasse la sua opinione con la nostra, o solo che parlasse. Poi le ricordai il pranzo che avevamo organizzato a casa e il giudizio che Anna Maria Garcia aveva dato di lui; aggiunsi: "In realt, a quasi tutti sembra una canaglia".

"Be', a me continua a sembrare un poveretto" insistette Merc.

"Io non lo ricordo come un poveretto" confess Blanca. "E scommetto che nessuno nella FAPAC lo ricorda cos. Non dico che quello che ha fatto non sia stata una canagliata, ma lui non era una canaglia. Almeno nel periodo in cui l'ho conosciuto io, non ha fatto del male a nessuno. Non cercava soldi, non era un arrivista. Cercava solo di comparire nella foto. Per, non so, quando c'era un problema di lavoro nella FAPAC lui era il primo a mettersi dalla parte dei lavoratori. E questo non lo rende una canaglia." Prese il bicchiere di birra quasi vuoto e si prepar a bere l'ultimo sorso, per, prima che il bicchiere arrivasse alle labbra, mi guard e disse: "Ora che mi ricordo, sai qual  la parola che ripeteva sempre?" Svuot d'un sorso il bicchiere. "Veramente" disse. E rise di nuovo. "Veramente" ripet. "Io lo associo sempre a questa parola."

Capii che Blanca aveva ragione, ma non glielo dissi; replicai: "Io invece lo associo sempre a don Chisciotte. E, non appena l'ha conosciuto, anche Ral l'ha associato a lui. Marco  come don Chisciotte perch fino a cinquant'anni ha fatto una vita grigia e noiosa, da meccanico rinchiuso in un'autofficina di Hospitalet, e a cinquant'anni ha deciso di inventarsi una nuova identit, una nuova vita, per trasformarsi in un eroe e fare una gran baldoria e vivere tutto quello che non aveva potuto vivere fino a quel momento. Pi o meno quello che ha fatto don Chisciotte".

"E a chi ha fatto del male Marco con questo?" domand Merc.

" quello che dice lui" risposi. "Dice che tutti mentiamo e che lui, almeno, ha mentito con la verit. Dice di non aver mai raccontato niente di falso, cosa che  falsa. Dice che ha mentito per una causa nobile. Cose del genere."

"Mentire non  un delitto" disse Merc.

"A volte s" dissi. "Per a nessuno piace che gli dicano una bugia."

"Questo  vero" ammise Merc. "Senti, io capisco che si siano incazzate con lui le persone che ha ingannato: dopo tutto, le aveva prese in giro; capisco anche che tutti si siano incazzati un po' con lui, perch ha ingannato tutti. Quello che non capisco  il modo in cui si sono accaniti contro di lui, quando ci sono in giro tanti svergognati che hanno provocato morti, hanno rubato e hanno fatto ogni tipo di porcherie e nessuno se la prende con loro: anzi, gli leccano tutti il culo."

Erano quasi le due. Ral doveva gi essere a casa di mia madre, docciato e pronto per il pranzo, come mia madre; nonostante ci, mi avvicinai al bancone per ordinare un altro giro di birre.

Tornato al tavolo, Blanca mi parl mentre le porgevo la sua: "Stavo dicendo a Merc che a Marco piacerebbe moltissimo sapere che stiamo parlando di lui, per non so se gli piacerebbe tanto sapere che a lei sembra un poveretto".

"E io le stavo dicendo che non me ne importa di quello che pensa Marco" disse Merc. "Per me continua a essere un poveretto."

"Aspetta di conoscerlo" dissi.

"S" disse Blanca. "Aspetta di conoscerlo."

11

Veramente, Blanca aveva ragione: la parola che Marco usa di pi  la parola "veramente". Non "verit", n "vero", ma "veramente". Veramente questo, veramente quello, veramente quell'altro. Lo seppi non appena iniziai a parlare con Marco, il giorno in cui me lo present Santi Fillol a Sant Cugat, o forse non appena Ral inizi a riprenderlo nel mio studio mentre mi raccontava la sua vita, ma seppi di saperlo soltanto quando me lo disse mia sorella. In alcune registrazioni radiofoniche e televisive, mentre racconta la sua esperienza truffaldina a Flossenbrg, Marco pronuncia questa parola diverse volte in pochi minuti, perfino in pochi secondi, come se vi si fosse inceppato. Soprattuto durante i suoi anni alla Amical de Mauthausen, che furono gli anni in cui svolse il ruolo di eroe e di campione della memoria storica, Marco si presentava come un predicatore della verit nascosta o dimenticata o ignorata sugli orrori del XX secolo e sulle sue vittime. Veramente, bisogna diffidare dei predicatori della verit. Veramente, cos come l'enfasi sul coraggio denuncia il vigliacco, l'enfasi sulla verit denuncia il bugiardo. Veramente, ogni enfasi  una forma di occultamento, o di inganno. Una forma di narcisismo. Una forma di kitsch.

12

Un mese e mezzo dopo la nostra conversazione su Marco al tavolino del caff di Gerona, Blanca organizz un pranzo con i due amici della FAPAC di cui mi aveva parlato quel giorno. L'appuntamento era a La Troballa, un ristorante molto vicino al mio studio nel quartiere di Gracia e che all'epoca frequentavo molto. Quando arrivai, i tre gi mi aspettavano nel patio interno.

Blanca mi present ai suoi amici. La donna si chiamava Montse Cardona ed era minuta e vivace e aveva pi o meno la stessa et di mia sorella: cinquantacinque anni; l'uomo si chiamava Joan Amzaga, superava i sessanta, aveva i capelli bianchi e la barba bianca e portava occhiali con la montatura metallica. Prima di uscire dallo studio, mi ero informato su di lui tramite Internet: era sposato e aveva due figli e per otto anni era stato sindaco di Trrega, una cittadina della provincia di Lrida, dagli inizi degli anni Ottanta era militante o simpatizzante del partito socialista ed era impegnato nella politica locale. Quanto a Montse, mia sorella mi aveva raccontato che era assistente sociale, che viveva ad Agramunt, una cittadina della provincia di Lrida ancora pi piccola di Trrega, con il padre e il figlio, e che militava o che per molti anni aveva militato in organizzazioni o partiti dell'estrema sinistra, tanto estrema che Amzaga e mia sorella si prendevano allegramente gioco di lei, o forse si prendevano gioco del fatto che Montse vi militasse o vi avesse militato. Comunque, appena mi sedetti al loro tavolo, notai che i tre erano felici di rivedersi.

Non mi cost alcuna fatica indirizzare la conversazione verso Marco. In realt, non appena qualcuno fece il suo nome, i tre partirono in quarta a parlare di lui e, mentre li ascoltavo discutere in disordine sulla facilit di rapporti di Marco e sulla sua necessit di sedurre e di essere amato e ammirato e ascoltato, sulla sua vanit e la sua vitalit e il suo iperattivismo e la sua abilit nel dire sempre ci che la gente voleva sentirsi dire e nel non entrare in conflitto con nessuno n scontrarsi con nessuno, mi chiesi se stessero parlando di Marco perch mia sorella aveva detto loro che io ero interessato a farli parlare di Marco o se ogni volta che si vedevano parlassero di Marco o perfino se i loro incontri fossero una scusa per parlare di Marco o se, al contrario, Marco fosse la scusa per continuare a vedersi, il filo segreto che aveva permesso di conservare la loro amicizia molto dopo che i tre avevano lasciato la FAPAC. Del resto, capii subito perch mia sorella mi avesse offerto di parlare con i suoi amici; come lei stessa aveva insinuato nella nostra conversazione al caff di Gerona, la sua idea di Marco o del ruolo che Marco aveva svolto nella FAPAC era diversa dalla loro: nessuno dei tre prendeva troppo sul serio Marco e tutti e tre avevano una visione pi che altro comica del personaggio - cosa che contrastava con la visione assolutamente seria che avevano di Marco le persone della CNT e della Amical de Mauthausen - per Blanca pensava che Marco fosse stato determinante nella FAPAC, mentre Amzaga e Montse pensavano di no, o non tanto.

"Enric era il vicepresidente della FAPAC" mi ricord Amzaga. Ci avevano gi servito il primo piatto, anche se io ero cos concentrato sulla conversazione che non ricordo quello che ordinammo, e non lo annotai sul taccuino in cui prendevo appunti. Ricordo invece che loro avevano gi ammazzato la sete con una birra ed erano al vino, e che io non bevvi n vino n birra. "Vicepresidente e inoltre delegato di Barcellona. Mentre noi due" aggiunse, indicando Montse e poi indicando s stesso "eravamo solo i rappresentanti di Lrida nel consiglio direttivo."

"E io ero la vicepresidentessa e la delegata di Gerona" complet Blanca. "Per, siccome Marco era la figura pi visibile della FAPAC ed era dappertutto, tutti pensavano che il presidente fosse lui."

"E gli sarebbe piaciuto moltissimo esserlo" disse Amzaga.

"Ne sei sicuro?" domand Blanca.

"Completamente" rispose Amzaga. "E sarebbe stato logico che lo fosse, perch era quello che dedicava pi tempo alla causa e quello che lavorava di pi. Dopo tutto, era in pensione e non aveva altro da fare. Il problema era che non aveva competenza per essere presidente; n competenza n capacit n princpi n niente di niente: un giorno ti diceva una cosa e il giorno dopo ti diceva il contrario. In realt, la sua opinione non contava, n dentro n fuori della FAPAC. Tu Enric l'hai conosciuto" aggiunse, rivolgendosi a me. " la confusione totale."

"Questo  vero" intervenne Montse. "Una delle cose di Enric che pi mi colpiva era il suo caos ideologico. Si supponeva che fosse anarchico, per all'improvviso faceva proposte che erano neoliberali, o ultraliberali. Non aveva princpi chiari, e non si capiva bene cosa volesse, accettava cose insensate dall'amministrazione, poteva uscirsene con le idee pi inaspettate."

"Certo" disse Amzaga. "Anche per questo non si scontrava mai con nessuno n faceva battaglie per nulla; quando le cose si facevano tese, si bloccava. Parlava e parlava e parlava, ma nessuno capiva cosa dicesse, oppure quello che diceva e niente erano la stessa cosa. Non era neppure un buon amministratore."

"Io su questo non sono d'accordo" disse Blanca. "Credo che lo facesse in maniera abbastanza ragionevole. Non bene quanto noi, certo, ma insomma..."

I tre risero. Io non potei imitarli perch mangiavo, bevevo e prendevo appunti allo stesso tempo.

"No, dico sul serio" continu Blanca. "Lo dicevo a mio fratello l'altro giorno: Enric era la FAPAC, gestiva l'ordinaria amministrazione, il presidente e l'amministratore non facevano nulla senza contare su di lui, lavorava in continuazione, aveva sempre l'assessora all'Istruzione al telefono. Lo sapete che aveva perfino un posto riservato nel parcheggio della Conselleria?"

"No" disse Amzaga.

"No" disse Montse. "Ma non mi meraviglia."

"Neanche a me" disse Amzaga. "In ogni caso, non credo che siamo in disaccordo, Blanquita: una cosa  che Enric avesse potere effettivo, che per molti fosse il volto della FAPAC e che fosse dovunque; questo pu essere, e tu puoi saperlo meglio di noi, perch lo vedevi e ci parlavi molto pi spesso di noi. E un'altra cosa, molto diversa,  che l'opinione di Enric fosse rispettata e seguita e significasse qualcosa nella FAPAC; la verit  che non significava niente. Vi ricordate le riunioni della CEAPA?"

La domanda era retorica, e immediatamente si misero a evocare l'assemblea che teneva ogni anno a Madrid la Confederacin Espaola de Asociaciones de Padres de Alumnos; vi avevano partecipato diverse volte tutti e tre in compagnia di altri responsabili della FAPAC, incluso naturalmente Marco, che, a quanto raccontarono, durante i due o tre giorni che duravano le riunioni nessuno lasciava parlare e che, quando per miracolo riusciva a prendere la parola, nessuno ascoltava. Interruppi le loro risate per domandare ad Amzaga come spiegava che Marco fosse arrivato nella FAPAC fin dove era arrivato e che per tanti anni avesse mantenuto l'incarico che aveva avuto.

"Be', mi spiace dirlo, per la verit  che per essere dirigente della FAPAC non c'era mica bisogno di essere Pericle" disse, mentre Blanca e Montse ridevano di nuovo. "Anche se  pi strano che sia diventato segretario della CNT, no?"

"Totalmente d'accordo" rispose Montse.

Amzaga precis: "Certo che tenendo presente cos'era allora la CNT..."

"Totalmente in disaccordo" lo interruppe Montse.

Stavolta risero tutti e tre allo stesso tempo, e io mi accorsi che eravamo diventati l'attrazione del patio interno della Troballa.

"In ogni caso" prosegu Amzaga, troppo contento o troppo assorto nella conversazione per notare gli sguardi che convergevano verso di noi, "tu sai come  entrato Enric nel consiglio direttivo della FAPAC?"

Risposi di s, o che per lo meno credevo di saperlo. Parlammo dell'assemblea al centro Cocheras de Sants e dell'assemblea a La Sedeta, in cui Marco era stato eletto membro della direzione della FAPAC, alla fine degli anni Ottanta. Amzaga mi disse che aveva partecipato a entrambe, ma non sment la versione che gliene fornii.

"Fu la presa del Palazzo d'inverno" riassunse. "E, quando prendi il Palazzo d'inverno, pu succedere di tutto, perfino che uno come Marco finisca nel consiglio."

La spiegazione di Amzaga fu cos categorica che per un istante al tavolo cal il silenzio. Loro ne approfittarono per finire il vino; io per far fuori il secondo piatto, o forse il dessert.

" passato un angelo" disse Montse.

Prima che qualcuno dei tre reagisse, domandai a Montse e ad Amzaga la stessa cosa che un mese prima avevo domandato a Blanca: se Marco parlasse molto del suo passato; la risposta fu la stessa: di continuo.

"Ma nessuno di noi si chiedeva se quello che diceva fosse vero o falso, se  questo che ti stai domandando" aggiunse Amzaga. "Pensavamo tutti che erano cose di Enric, e basta. Vero, Blanquita?"

Blanca non ebbe il tempo di rispondere; Montse la precedette.

"Io non ho mai creduto a quello che diceva Enric" disse.

"Gi" obiettai, ricordando un'obiezione di Blanca. "Ma  quello che adesso dicono tutti, quando si sa che diceva falsit, o che lui  un impostore."

"Gi" ripet Montse, sorridendo e stringendosi nella spalle. "Ma io lo pensavo allora. Puoi credermi o no, per  cos. Guarda" aggiunse, "in quel periodo avevo a che fare con molti vecchi militanti di sinistra, gente che era stata in guerra e nella clandestinit. E Marco non era come loro."

"Perch no?" domandai.

"Perch no" rispose Montse. "Era troppo vitale, raccontava troppe battagliucce, ne parlava troppo. E i vecchi militanti veri parlavano pochissimo; era gente taciturna, pi anziana di lui, che non si divertiva con le proprie disgrazie. Marco, invece, parlava in continuazione. Non dico che non fossero interessanti le sue battagliucce, perch non  vero; la verit  che mi divertivano molto. Per le prendevo con beneficio d'inventario;  quello che diceva Joan: cose di Enric, che ascoltavo come ascolti qualcuno che ti racconta un film. Cos lo vedevo io: come un tipo che, per intrattenerci, raccontava film. E ci intratteneva, accidenti se ci intratteneva. Ma la cosa non andava oltre. E poi, insisto sul fatto che politicamente era molto strano: doveva essere stato un militante di sinistra, ma i suoi discorsi non erano quelli di un militante di sinistra, per non dire quelli di un leader della CNT."

"Io lo vedevo come un picaro" spieg Amzaga. "Un sopravvissuto. Un furbacchione che da bambino aveva dovuto guadagnarsi da vivere e che sapeva come farlo. Detesto la psicologia da quattro soldi (e a volte anche quella cara), ma ho sempre avuto l'impressione che Enric fosse un tipo che se l'era vista brutta nell'infanzia e nell'adolescenza, e che avesse accumulato un deficit brutale di affetto che cercava di mitigare in tutti i modi possibili."

"Aveva bisogno che gli volessero bene" lo sostenne Montse. "Che gli volessero bene e lo ammirassero. E non sopportava di passare inosservato."

A questo punto Blanca ricord l'episodio che mi aveva raccontato nel caff di Gerona, a cui anche loro due avevano assistito, quando avevano perso Marco durante i preparativi finali di una manifestazione a Barcellona e, dopo averlo cercato dappertutto, lo avevano trovato aggrappato allo striscione che doveva aprire il corteo, in preda al panico per il rischio di non comparire nella foto. Risero di nuovo, stavolta a crepapelle, e in quel momento mi resi conto che, come Blanca, anche Montse e Amzaga ridevano di Marco con affetto.

" quello che cercavo di dirti l'altra volta" spieg Blanca, quando lo feci notare. "Enric si faceva volere bene."

"Tutti gli volevamo bene" ratific Montse. "Come potevamo non volergliene? Era affascinante, molto spiritoso e molto affettuoso, raccontava storie stupende. Insomma: una di quelle persone a cui, qualunque cosa faccia, si perdona tutto, come a un bambino."

"Lo so che quello che dice Montse suona strano, ma  cos" disse Amzaga, cercando il mio sguardo mentre io annotavo quello che avevano detto e mi preparavo ad annotare quello che lui stava per dire; cio questo: "Te lo dir pi chiaramente, Javier. Per me, dicendo le bugie che ha detto, Marco ha commesso un peccato mortale, per, se adesso lo vedessi entrare da quella porta, sarei contento di vederlo, lo abbraccerei e mangerei insieme a lui; un altro, invece, potrebbe commettere un peccato veniale e non vorrei vederlo mai pi. Mi ricordo del giorno in cui  scoppiato lo scandalo. Se fosse stato un altro a farlo, avrei pensato: 'Che stronzo, come ha potuto inventarsi tutto questo?' Per era Enric, e quello che ho pensato  stato: 'Cazzo, che puttanata. E adesso come se la cava?' Tutto qua.  chiaro che, a dire la verit, non fui del tutto sorpreso. Non che immaginassi che tutta la storia del campo di concentramento fosse una bugia, ma non mi sorprese che lo fosse. Considerando che si trattava di lui. Di colpo tutto mi quadr, mi sembr quasi normale. Ma fu la mia reazione; capisco che altri abbiano reagito in modo diverso. Mi ricordo che, poco dopo che fosse svelata la sua impostura, incontrai un ragazzo che lo aveva accompagnato a un evento, una conferenza o qualcosa del genere, e che lo ammirava moltissimo. Il ragazzino mi ferm per strada, angosciato, e mi disse che non ci si poteva credere: 'Non riesco a togliermelo dalla testa' mi disse".

"Anch'io mi ricordo di quel giorno" raccont Blanca. "Ricordo che gli ho telefonato a casa e gli ho detto: 'Ma cosa  successo, Enric?' E lui mi ha detto: 'Guarda, ho sbagliato, ma chiarir tutto'."

"La mia reazione  stata simile" disse Montse. "Anche se non gli ho telefonato, la cosa non mi  sembrata strana. Lo so che mi dirai di nuovo che  facile dirlo a posteriori, ma la verit  che ho sempre pensato che una cosa del genere potesse succedere, l'ho sempre intuito, ho sempre avuto paura della fine che poteva fare Enric. Non  solo che non credessi a quello che raccontava;  che Enric era, non so, sovradimensionato, era in un posto che non gli spettava, era salito troppo, era come un palloncino che poteva scoppiare da un momento all'altro. Mi ha fatto pena, a dire la verit. E mi ha fatto pena anche il modo in cui se n' andato dalla FAPAC: non so voi, ma io ho l'impressione che non se n' andato perch le sue figlie erano diventate grandi e lui non aveva pi i titoli per stare l, ma perch la gente si era stancata di lui, non gli voleva pi bene."

Nessuno ader all'opinione di Montse e nessuno dissent, forse perch Amzaga ci avvert che eravamo rimasti soli nel patio della Troballa. Blanca insistette per pagare il conto, e usciti dal ristorante ci mettemmo tutti e quattro a camminare verso il mio studio. Soltanto allora Amzaga indic il mio taccuino e mi chiese se pensavo di scrivere un libro su Marco; Blanca e Montse non lo sentirono, perch camminavano davanti a noi. Dissi ad Amzaga di s.

"Allora non pubblicarlo finch lui  vivo" disse.

"Non preoccuparti" cercai di tranquillizzarlo. "Marco sa che racconter la verit;  stato questo il patto che abbiamo fatto. E sa anche che non posso riabilitarlo. Anche se volessi, non potrei."

"Non mi riferivo a questo" chiar Amzaga. "Conoscendo Enric, non credo che voglia che tu lo redima, tra le altre cose perch sono sicuro che sa gi di essersi condannato da solo. No. Quello che vuole non  che lo riabiliti, ma che tu scriva un intero libro su di lui, e possibilmente bello grosso. Questo lo far felice e, francamente, non credo che si meriti questa gioia."

Amzaga tacque e ricordai le parole che Anna Maria Garcia mi aveva detto anni prima, quando aveva intuito che volevo scrivere un libro su Marco. "Quello che bisogna fare con Marco  non parlare di lui" mi aveva detto. " la peggiore punizione per quel mostro di vanit."

Amzaga riprese: "Anche se, adesso che ci penso, forse non  vero: la cosa pi probabile  che da un lato Enric desideri che tu scriva il libro, ma dall'altro lo tema, pensando che il tuo libro possa essere la sentenza definitiva, l'ultimo chiodo della sua bara".

Su un angolo della strada dove si trova il mio studio c' un pub irlandese. Blanca e Montse proposero di entrare; Amzaga accett e io li salutai. Mentre lo facevo, sentii una fitta di invidia, non so se per la baldoria che immaginai si accingessero a fare o perch immaginai che, anche se io non c'ero pi (o proprio per questo), avrebbero continuato a parlare di Marco. Prima di andarmene feci una domanda stupida, che non avevo fatto a nessuno e che da un bel po' desideravo fare a tutti e tre: chiesi se credevano che Marco fosse un uomo normale o un uomo straordinario.

Tutti e tre urlarono all'unisono: "Straordinario!"

Salii nel mio studio senza bisogno di annotare la replica sul mio taccuino.

TERZA PARTE

Il volo di Icaro (o Icro)

1

Quando  stata la prima volta? Quand' che Marco ha detto per la prima volta di essere stato deportato nel campo di Flossenbrg? E dove l'ha detto? E a chi l'ha detto? Non lo so con esattezza; e credo che nemmeno Marco stesso lo sappia. Tutto indica, per, che dovrebbe essere accaduto intorno al 1977.

A quell'epoca Marco aveva cinquantasei anni e gi da molto tempo mentiva sul suo passato, o almeno lo abbelliva e lo truccava, mescolando menzogne e verit. A quell'epoca Franco era morto da due anni e il paese stava reinventandosi a fondo; anche Marco: si era dotato di una storia personale di resistente antifranchista, aveva cambiato nome, donna, casa, citt e quasi mestiere, perch, sebbene fosse ancora meccanico, era gi soprattutto leader sindacale della CNT. A quell'epoca studiava storia alla Universidad Autnoma, e un giorno gli capit tra le mani un libro dal titolo La deportacin, pubblicato nel 1969 dalla casa editrice Petronio. Era una traduzione dal francese di un testo in cui veniva offerta una panoramica sui campi nazisti. Nel libro c'era un capitolo dedicato a Flossenbrg; nel capitolo c'erano diverse foto del campo: foto delle baracche e delle torri di sorveglianza, dei prigionieri che lavoravano nella cava, del forno crematorio, del Reichsfhrer Heinrich Himmler che visitava le installazioni. Una di quelle immagini attir l'attenzione di Marco. Si trattava di un monumento commemorativo in cui figuravano il numero e la nazionalit dei prigionieri morti nel campo; Marco not che tra di loro c'erano rappresentanti della maggior parte delle nazioni europee, ma soprattutto che c'erano anche degli spagnoli, e che erano molto pochi: quattordici, per essere precisi. Il dato era sbagliato, per, per quanto importante possa essere per la storia con la maiuscola, per la nostra minuscola storia  quasi insignificante. L'importante  che, vedendo quella foto, Marco intu con il suo fiuto infallibile da esperto in menzogne che l'infima quantit di spagnoli morti gli permetteva di inventarsi la sua permanenza in quel campo di concentramento secondario, di cui non aveva mai sentito parlare, con soltanto una remotissima possibilit che qualcuno lo smentisse; dopo tutto, in quel periodo Marco sapeva pochissimo dei campi nazisti, per sapeva tre cose fondamentali per la sua impostura: la prima era che, sulla faccenda, in Spagna quasi tutti ne sapevano meno di lui; la seconda era che c'erano stati pochissimi spagnoli nei campi nazisti; la terza era che l'immensa maggioranza di loro era stata nel campo di Mauthausen. Anni dopo Marco mi assicur che, non appena aveva visto quella foto, aveva deciso di farsi passare per un deportato a Flossenbrg allo scopo di rivendicare la memoria di quei quattordici spagnoli morti, di cui nessuno ormai si ricordava pi; sciocchezze: Marco decise di farsi passare per un deportato a Flossenbrg perch non resistette alla tentazione di aggiungere un nuovo capitolo al curriculum da eroe antifascista che si stava costruendo da anni.

Lo aggiunse immediatamente. Ripeto: non so a chi disse la prima bugia, se fu a sua moglie, che aveva appena conquistato e con cui era andato a vivere a Sant Cugat, o ai suoi compagni della CNT o dell'universit, che stava ancora conquistando; so invece che, quello stesso anno, due uomini che stavano scrivendo un libro a quattro mani sui repubblicani spagnoli deportati nei campi nazisti sentirono dire che Marco era uno di loro e andarono a trovarlo. Almeno dal punto di vista documentale o storiografico, il tema del libro era vergine (o quasi: quello stesso anno la romanziera Montserrat Roig aveva scritto un lungo reportage, sebbene limitandolo ai deportati catalani); i due uomini si chiamavano Mariano Constante e Eduardo Pons Prades. Constante era comunista ed era un sopravvissuto del campo di concentramento di Mauthausen; Pons Prades era anarchico e scrittore prolifico, e il nostro uomo lo conosceva perch militava nel sindacato delle professioni liberali della CNT. Fu a lui che Marco raccont la sua storia. Lo fece con l'abituale perizia, mescolando il suo passato reale con il suo passato fittizio, ma soprattutto lo fece con prudenza, perch non aveva avuto n abbastanza tempo n eccessivo interesse per costruirsi una biografia da deportato, cosa in quel periodo ancora molto poco redditizia in Spagna, e pertanto non poteva mentire con sicurezza e cognizione di causa; di fatto, nel racconto di Pons Prades, Marco dedica alla sua permanenza nel campo di concentramento in quanto tale soltanto una frase, una frase diabolicamente abile, questo s, concepita come protezione o via di fuga rispetto a possibili testimoni: "A Flossenbrg rimasi pochissimo tempo e, siccome mi portavano da una parte all'altra in condizioni di isolamento, non potevo entrare in contatto con nessuno". La rimanente parte del testo, comunque molto breve, gi la conosciamo:  dedicata a raccontare la sua partecipazione alla UJA alla fine della guerra, la sua fittizia uscita clandestina dalla Spagna, la sua fittizia detenzione a Marsiglia e la sua fittizia permanenza in un campo annesso a quello di Flossenbrg; e anche la sua partecipazione alla guerra civile e la sua incarcerazione a Kiel, entrambe reali: reali ma verniciate con la mano di eroismo e sentimentalismo che Marco aggiungeva in questi casi.

Il libro di Pons Prades e Constante apparve nel 1978; quello stesso anno, Pons Prades incluse una sintesi del racconto di Marco, con qualche variante, in un articolo pioneristico sulla permanenza dei repubblicani spagnoli nei campi nazisti pubblicato dalla rivista Tiempo de historia. Marco non dovette restare soddisfattissimo di nessuna delle due versioni, non perch non aderissero a quello che aveva raccontato a Pons Prades, ma probabilmente perch all'improvviso gli rivelarono che era in errore. Era riuscito a comparire nella foto, ma era una foto scolorita e insicura. In quel periodo di metamorfosi collettive, tutti in Spagna conoscevano il potere del passato, e Marco pi di chiunque altro, ma lui aveva appena riciclato una parte del suo vero passato - la sua permanenza a Kiel come lavoratore volontario negli anni Quaranta - senza dominarla abbastanza da essere in grado di costruire con essa un solido passato fittizio.  indubitabile che a quel punto della sua vita Marco si vergognasse di avere vissuto nella Germania hitleriana come lavoratore volontario, ma in quel momento si chiese se potesse essergli davvero utile quell'episodio, e soprattutto l'episodio della sua detenzione e del suo processo, al di l dell'utilizzo circostanziale che ne aveva gi fatto nei due racconti pubblicati sul suo soggiorno in Germania. L, senza pensarci molto, Marco aveva unito la sua permanenza fittizia a Flossenbrg con il suo soggiorno reale a Kiel: e dunque, dovette chiedersi allora, non sarebbe stato pi facile costruire quell'unione, e costruirla in maniera pi convincente, se era in grado di documentare la permanenza a Kiel? Era possibile farlo? Quali tracce restavano del suo soggiorno nella Germania nazista? Quali che fossero, dovette pensare che bisognava controllarle: sia per utilizzarle a suo vantaggio, sia per occultarle, sia perfino per eliminarle. L'importante era dominare quel passato nascosto, dovette pensare; poi avrebbe deciso cosa farne.

Questo ragionamento congetturale (o un altro molto simile) spiega il fatto che, il 12 aprile di quello stesso anno, Marco abbia scritto al console spagnolo a Kiel chiedendogli informazioni sul suo soggiorno in Germania, avvenuto trentacinque anni prima. La lettera  datata a Barcellona e porta il timbro e l'intestazione della CNT. Per dotare di maggior forza la sua richiesta, Marco si firma come segretario della CNT spagnola; in realt, non lo  ancora: anche se gli mancavano dieci giorni esatti per essere eletto a quell'incarico, in quel momento era soltanto segretario generale della CNT catalana. Ecco la lettera:

Sig. Console di Spagna,

desidereremmo che ci fornisse informazioni su Enrique Marco Batlle, di nazionalit spagnola, il quale si trov in un campo di lavoratori della Deutsche Werke Werft, in localit Bordesholm.

Venne arrestato dalla Gestapo il 7 marzo 1942, a Kiel.

Internato nel carcere di Kiel, non ricorda la data.

Accusato di cospirazione e attentato al Terzo Reich.

Giudicato da un consiglio di guerra, non ricorda la data.

Trasferito in una caserma della Gestapo, della quale ricorda soltanto che era ubicata nella Blumenstrasse.

Trasferito in seguito in un campo della localit di Neumnster.

Trasferito in un campo di Flensburg o Flossenbrg.

Liberato dalle forze inglesi nel 1945.

Essendo scomparsa tutta la documentazione esistente su questo periodo, per quanto a questa persona si riferisce, le saremmo grati se riservasse alla questione il massimo interesse e rimettesse qualunque documento che permettesse di dimostrare i dati citati, tutti o quelli di cui esiste costanza.

Allo stesso tempo le saremmo grati se le fosse possibile fornirci luogo e indirizzo di Bruno e Kathy Shankowitz, residenti a Ellerbeck, Kiel.

Restiamo a sua disposizione. Cordialmente

Per la segreteria del comitato nazionale

Segretario Generale Enrique Marco Batlle

P.S. Nello stesso periodo, la Croce Rossa Internazionale lo dava per disperso.

A giudicare dalla lettera, l'insicurezza di Marco sul proprio status fittizio di deportato era giustificata, cos come la sua sensazione di essere in errore. Non sa nemmeno che erano stati gli americani, non gli inglesi, a liberare Flossenbrg; quanto a non sapere, non sa nemmeno come si scrive Flossenbrg (ed  in dubbio tra Flossenbrg e Flensburg, un paese vicino a Kiel). Sottolineo altri tre particolari della lettera: Marco non dimentica Bruno e Kathy Shankowitz, i suoi amici e angeli custodi a Kiel; Marco si firma Marco, che era il modo in cui firmava quando si trovava in Germania, e non Marcos, che era il modo in cui firmava quando ha firmato la lettera e guidava la CNT; Marco sembra voler rettificare il racconto della sua vita in Germania, o almeno sembra esplorare la possibilit di farlo, forse per dotarlo di maggiore consistenza e non vedersi costretto a nascondere la sua condizione di lavoratore volontario: chiss se Marco cerca di trasformare il suo racconto del proprio soggiorno in Germania in quello di uno degli spagnoli che, come lui, si recarono in quel paese di propria volont, ma che, diversamente da lui, finirono contro la loro volont in un campo nazista. Chi lo sa.

La lettera di Marco non ricevette risposta. Marco la dimentic: il suo ruolo di segretario generale della CNT, in quell'epoca convulsa di grandi speranze, cambiamenti improvvisi e feroci lotte interne, lo teneva abbastanza occupato da non permettergli di interessarsi a nient'altro che al suo lavoro nel sindacato. Non si ricord della faccenda se non quattro anni dopo (o non c' attestazione che se ne sia ricordato), quando la transizione dalla dittatura alla democrazia stava terminando, la CNT era gi andata in pezzi e lui era stato espulso dal sindacato e boccheggiava in uno dei gruppuscoli risultanti dalla rottura, in preda all'incertezza sul proprio futuro e ansioso di trovare un luogo in cui investire la sua perpetua inquietudine e rimediare un lenitivo per la sua mediopatia. Nel marzo del 1982, in effetti, Marco scrisse di nuovo al console spagnolo a Kiel; adesso lo faceva a titolo privato, senza il timbro e l'intestazione della CNT, indicando come indirizzo del mittente quello della sua casa di Sant Cugat. Marco allegava nella busta una copia della sua prima lettera, reiterava la sua richiesta di informazioni, giustificava il suo sollecito: "Non mi anima altra intenzione se non quella di colmare questa parte della mia vita che si mantiene, perfino per me, sotto un certo mistero". Con rassegnata afflizione aggiungeva: "La vita degli uomini pubblici  sottoposta a determinati vincoli, e anche nel mio caso mi trovo nella necessit di dimostrare le cose e il loro perch".

Stavolta Marco fu pi fortunato: alla fine del mese successivo ricevette una lettera del console generale di Spagna ad Amburgo. Era datata 21 aprile 1982 e il diplomatico, di nome Eduardo Junco, vi diceva di non aver ricevuto la prima lettera perch non esisteva consolato a Kiel e di aver ricevuto la seconda grazie alla diligenza prussiana del servizio postale tedesco; gli annunciava anche che avrebbe avviato immediatamente le pratiche per ottenere le informazioni che gli venivano richieste. Non riusc a ottenerne molte. Anche se per pi di un anno il rappresentante spagnolo scrisse diverse volte a Marco, dalle sue missive si ricava che riusc ad appurare solo che al Servizio internazionale di ricerca persone della Croce Rossa in Germania non c'era alcun dato su di lui. A met del 1983 le lettere cessarono: forse il console cap che stava cercando invano, o si stanc di farlo; forse Marco si stanc di chiedergli di continuare a cercare. Il fatto  che, qualche tempo dopo, Marco trov sistemazione alla FAPAC e smise di essere interessato a fare indagini private sul suo passato reale a Kiel e a fare un uso pubblico del suo passato fittizio a Flossenbrg.

L'interesse ritorn soltanto quindici anni pi tardi, alla fine degli anni Novanta. In quel periodo Marco sapeva che i suoi giorni come vicepresidente della FAPAC erano contati - in linea di principio, si poteva essere membri della FAPAC solo se si avevano figli in et scolare, e la sua prima figlia aveva gi smesso di andare a scuola mentre la seconda stava per farlo - e quindi sapeva anche che avrebbe dovuto cercarsi una nuova occupazione all'altezza della sua energia e delle sue esigenze. Fu allora che si ricord della Amical de Mauthausen, l'associazione che riuniva quasi tutti gli ex deportati spagnoli residenti in Spagna. Gi da molti anni Marco sapeva dell'esistenza della Amical, ma solo allora inizi a pensare di avvicinarvisi. Fino a quel momento non aveva avuto necessit di farlo, occupato com'era in altri compiti; del resto, non avrebbe potuto: da una parte, rimanevano ancora troppi deportati vivi, in grado di smascherare la sua impostura; dall'altra, lui non aveva ancora costruito un personaggio di deportato abbastanza persuasivo da poter affrontare con qualche garanzia i deportati veri. Sicuro che quello fosse il momento giusto per entrare nella Amical, visto che rimanevano sempre meno sopravvissuti, e quelli che rimanevano erano molto anziani, Marco si mise a costruire sul serio il suo personaggio. Come prima cosa doveva dominare il suo passato reale in Germania, cos come prima cosa, verso la fine del 1998, scrisse di nuovo al console generale ad Amburgo. Il diplomatico gli rispose, ma dovette indirizzarlo al responsabile degli affari sociali del consolato, un uomo chiamato Jos Pellicer; si spiega cos l'inizio di una corrispondenza fra quest'ultimo e Marco destinata a seguire le tracce del nostro uomo in Germania, con lo scopo implicito di permettergli di ricostruire il suo soggiorno nel paese e quello esplicito di permettergli di godere di un indennizzo come prigioniero del nazismo.

Marco, tuttavia, non si accontent di questo, e nei primi giorni del 1999, durante le vacanze di Natale, fece un viaggio in Germania con la moglie e pass da Kiel. Fu una visita deludente, o almeno cos raccont a Pellicer in una lettera datata 7 gennaio, proprio al ritorno dal viaggio. A quanto vi raccontava, Marco aveva cercato a Kiel i luoghi della sua memoria - il campo di baracche a Bordersholm, i cantieri della Deutsche Werke Werft, l'edificio del carcere e quello della biblioteca dell'universit - ma era tutto scomparso o era diventato irriconoscibile, tranne l'ex caserma della Gestapo, trasformata adesso in commissariato di polizia; del suo soggiorno in citt negli anni Quaranta non rimaneva traccia, e nemmeno del suo arresto e del suo processo: alla prigione gli avevano detto che tutta la documentazione era stata depositata all'archivio statale dello Schleswig-Holstein. Chiudendo la lettera, Marco chiedeva a Pellicer di proseguire le ricerche, e Pellicer le prosegu; Marco, dal canto suo, prosegu nel compito di costruzione della sua identit di ex deportato. Dell'aprile 1999  un documento interessante. Il 25 di quel mese il quotidiano La Vanguardia pubblic una lettera al direttore intitolata "La vita  bella? Non sempre"; la firmava Enric Marco. La lettera iniziava con la sgradevole impressione lasciata nel nostro uomo da La vita  bella, lo sdolcinato film sui campi nazisti con cui Roberto Benigni aveva vinto un Oscar l'anno prima: " una sensazione di rifiuto che non riesco a chiarire" scriveva Marco, "giacch, nonostante tutto, devo convenire che nel mio caso sono riuscito a sopravvivere grazie alla consapevolezza che la vita  essenziale, indipendentemente dalle sue circostanze, che la vita bisogna sognarla bella e che bisognava saltare, volare oltre il filo spinato e le barriere quando non esisteva possibilit di evasione reale". Subito dopo, in un paragrafo conciso, Marco faceva una sintesi delle sofferenze che aveva visto e vissuto nella sua fittizia esperienza di deportato e concludeva con un inno a s stesso e un inno alla vita simile a quello del film di Benigni: "Continuo a provare l'orgoglio di essermi rifiutato di venire annientato, di aver vinto la partita, di continuare a vivere e a sentire che la vita  bella nonostante tutto. Di chiunque sia. S,  vero, ho avvertito un malessere scomodo, forse irragionevole in chi ha vissuto esperienze tanto simili al messaggio del film. Forse dovr rivederlo, con il permesso del mio stomaco". Non c' dubbio: Marco stava presentando pubblicamente la propria candidatura a entrare con tutti gli onori nella Amical de Mauthausen; stava anche costruendo in tutta fretta il suo nuovo personaggio.

Nulla lo aiut tanto a farlo quanto conoscere Flossenbrg. La prima volta che visit il paese fu nella primavera di quello stesso anno, in compagnia della moglie, con cui aveva programmato una vacanza a Praga. Mentre la preparavano, o forse gi a Praga, Marco fece notare a Dani che Flossenbrg - il luogo in cui, a quanto aveva raccontato anche a lei, era stato prigioniero dei nazisti per diversi anni - era vicinissimo alla capitale ceca, e le propose di fare una visita al campo o a ci che ne rimaneva. Al contrario della sua visita a Kiel, il viaggio a Flossenbrg fu un successo, anche se l era andato alla ricerca del suo passato reale e qui veniva alla ricerca del suo passato fittizio. In quel periodo il Memorial del campo esisteva da decenni, ma non era ancora stata creata l'istituzione incaricata di amministrarlo - venne creata poco dopo, alla fine del 1999 - e l'unica cosa che c'era in paese era un ufficio informazioni presso il Municipio. Marco e la moglie vi furono ricevuti con grande giubilo; l'accoglienza era giustificata: al campo si recavano ogni anno ex deportati di molte nazionalit, ma era la prima volta che i dipendenti dell'ufficio vedevano da quelle parti un ex deportato spagnolo.

Durante quella prima visita a Flossenbrg Marco percorse insieme alla moglie i resti del campo - l'edificio del Comando, la Appellplatz, la cucina dei prigionieri, la lavanderia, la piazza delle Nazioni, il crematorio - e arraff tutti i libri e gli opuscoli informativi che trov. Al ritorno a Barcellona si mise a leggerli, o piuttosto ad assimilarli, insieme a tutte le notizie alla sua portata sulla deportazione in generale e su quella spagnola in particolare. Ben presto cap di avere fatto centro. Cap che allora, in Spagna, quasi non esistevano studi seri sulla deportazione, e tanto meno su Flossenbrg, un campo secondario e quasi dimenticato, soprattutto in Spagna, dove nessuno o quasi nessuno ne aveva sentito parlare. Cap che la sua impostura sarebbe stata molto pi difficile se l'avesse collocata in campi ben noti, come quelli di Dachau o di Buchenwald, e praticamente impossibile se l'avesse collocata a Mauthausen, dove era stata confinata la maggior parte dei quasi novemila spagnoli deportati nei campi nazisti; Flossenbrg, invece, aveva accolto pochissimi spagnoli, e lui non era al corrente di nessuno che fosse sopravvissuto e fosse ancora vivo, cosicch nessuno in Spagna avrebbe potuto smentirlo (senza contare il fatto che, a differenza per esempio di Mauthausen, dove la maggioranza degli spagnoli stava insieme e si conosceva, Flossenbrg era un campo con numerosi sottocampi distanziati l'uno dall'altro, in cui molti prigionieri non avevano contatti tra di loro). Inoltre, sebbene cap subito anche che la sua impostura sarebbe stata pi facile se fosse stato ebreo e se avesse detto di essere stato deportato dalla Germania e non dalla Francia, perch la deportazione degli ebrei aveva lasciato molte meno tracce documentali di quella dei non ebrei e perch, a differenza della deportazione dalla Germania, la deportazione dalla Francia era abbastanza ben documentata, ben presto dovette venire a sapere che alcuni dei prigionieri che erano passati da Flossenbrg figuravano negli archivi con un nome diverso dal loro e che parecchi non erano nemmeno stati iscritti nel registro d'ingresso. Venticinque anni prima, Marco si era fatto passare con successo per un resistente antifranchista, perch adesso non poteva farsi passare per un deportato spagnolo in un remoto campo nazista fra i rari, scemanti e invecchiati deportati spagnoli nei campi nazisti? E poi, perch qualcuno avrebbe dovuto cercare di smascherarlo? Che interesse avrebbe avuto a farlo? E a che scopo?

Pochi mesi dopo la sua prima visita a Flossenbrg, Marco vi torn per partecipare a una delle riunioni di ex deportati che si svolgevano periodicamente nel Memorial del campo fin dal 1955; quell'anno la riunione si tenne il 26 giugno. Da allora, Marco si trasform in un habitu di quei conclavi. Probabilmente fu in uno dei primi che conobbe Johannes Ibel e che si verific un episodio che quest'ultimo non avrebbe pi dimenticato.

Ibel  uno storico. Aveva trovato lavoro al Memorial di Flossenbrg agli inizi del 2000, poco dopo che l'amministrazione del Memorial iniziasse a funzionare nell'ex edificio del Comando; il suo lavoro consisteva nel preparare un database con le informazioni complete su tutti i prigionieri che erano passati per il campo, un compito che, all'inizio, avrebbe dovuto prendergli cinque anni. Fin dalla sua prima visita a Flossenbrg, Marco aveva mostrato un grande interesse ad accreditare documentalmente la sua permanenza nel campo, cos, come a qualunque ex prigioniero che lo richiedesse, gli erano state fornite fotocopie delle pagine dei registri in cui poteva figurare il suo nome - nel suo caso le pagine in cui i nazisti avevano annotato nomi di prigionieri spagnoli - non senza prima avvertirlo che magari non vi figurava perch le liste dei registri non erano complete. Il giorno in cui Ibel lo conobbe, Marco gli mostr la fotocopia di una delle pagine e indic un nome. Eccolo, disse. Questo sono io. Ibel guard. Era abituato alla grafia dei funzionari nazisti di Flossenbrg e con una sola occhiata cap: la voce che Marco indicava era quella del prigioniero numero 6448, uno spagnolo il cui nome era Enric, ma il cui cognome non era Marco bens Mon. Ibel glielo fece notare; Marco insistette, si lanci in una confusa spiegazione sul funzionamento della lotta clandestina, sulla necessit di usare nomi falsi per cancellare le proprie tracce e disorientare il nemico. Non c' dubbio, concluse, indicando di nuovo la voce della lista. Sono io. Ibel esamin la voce: vi si leggeva che quello spagnolo era di Figueras, che era entrato nel campo principale il 23 febbraio del 1944 e che ne era uscito per essere trasferito al sottocampo di Beneschau il 3 marzo di quello stesso anno, e lo storico ricord allora (o forse lo ricord in seguito) che nessuno di quei dati coincideva con quelli che Marco gli aveva fornito o con quelli che gli sembrava di ricordare che gli avesse fornito, ma non volle discutere con lui. Disse solo: se dice che  lei, sar lei. Non c' dubbio, ripet Marco. Sono io. E subito dopo chiese a Ibel di rilasciargli un certificato secondo il quale lui era stato il prigioniero numero 6448 del campo di Flossenbrg. Ibel rest perplesso. Non posso farlo, disse. Perch no? domand Marco. Perch non abbiamo la certezza che lei sia quella persona, rispose Ibel; poi aggiunse, indicando la fotocopia del registro: possiamo farle un'altra copia di quel documento, se vuole, ma non un certificato che attesti che lei  stato prigioniero qui. Marco non dovette essere molto soddisfatto della risposta, sebbene dovette anche comprendere che non gli conveniva prolungare la discussione. Non la prolung.

L'incidente non ebbe conseguenze negative per Marco, e a partire da quel momento il nostro uomo usurp dovunque il numero del campo di Enric Mon, che in realt si chiamava Enric Moner; dovunque tranne a Flossenbrg, naturalmente. Malgrado il suo comportamento avesse provocato la diffidenza momentanea di Ibel - che quello stesso giorno dedusse anche, dalle risposte di Marco alle sue domande sull'esperienza dei giorni finali del campo, che ne parlava per sentito dire - Marco continu a essere invitato dalle autorit del Memorial alle celebrazioni dei sopravvissuti. Vi andava ogni anno, o quasi ogni anno, da solo o con la moglie o con amici e conoscenti spagnoli, partecipava agli eventi commemorativi, deponeva fiori sulla lapide degli spagnoli morti, pronunciava discorsi, faceva da cicerone ai visitatori o teneva conferenze sulla sua esperienza di deportato nelle scuole vicine al campo. L'organizzazione del Memorial lo trattava come uno dei sopravvissuti, e lui si comportava come se lo fosse; con qualcuno dei veri sopravvissuti arriv perfino a stabilire una certa amicizia:  ci che accadde, per esempio, con Gianfranco Mariconti - un vecchio partigiano italiano che aveva combattuto durante la seconda guerra mondiale contro i fascisti del suo paese e che, dopo essere stato arrestato nel 1944, aveva trascorso l'ultimo anno del conflitto a Flossenbrg -, con il quale inizi una corrispondenza e che incontr diverse volte a margine delle commemorazioni, in Germania e in Italia, da soli o con le rispettive mogli. Tutto questo gli permise di identificarsi con il campo, con i sopravvissuti del campo, con s stesso come sopravvissuto del campo. Fu un'identificazione completa, radicale: per comprendere Marco bisogna comprendere che, in certo qual modo, non fingeva di essere un deportato; o che almeno non lo finse a partire da un determinato momento: a partire da un determinato momento, Marco divenne un deportato, cos come, a partire da un determinato momento, Alonso Quijano divenne don Chisciotte.

Ho sotto gli occhi una foto di una delle abituali riunioni di ex deportati a Flossenbrg. L'immagine mostra tutti i sopravvissuti ancora vivi quando si svolse o tutti i sopravvissuti ancora vivi in quella data e che poterono o vollero partecipare all'incontro.  una foto a colori, estiva (tutti indossano camicie a maniche corte e giacche leggere), molto probabilmente scattata a luglio, il periodo dell'anno in cui si svolgevano quegli incontri, anche se ignoro di quale anno; in ogni caso, fra il 2000 e il 2004, che furono gli anni in cui Marco vi partecip. Non so se quelli ritratti siano tutti i sopravvissuti, perch l'inquadratura della foto  difettosa e d l'impressione di avere eliminato alcune persone sedute alla destra del fotografo. In maggioranza sono uomini, sebbene ci siano anche quattro donne (quello di Flossenbrg all'inizio era un campo soltanto maschile, ma alla fine le donne costituivano quasi un terzo della sua popolazione); uno di loro, situato all'estremit destra della foto, sfoggia una divisa da deportato; com' logico, sono tutti vecchi o vecchissimi. Marco  l, proprio al centro della foto, nel posto pi visibile:  il sesto uomo da sinistra della seconda fila iniziando dall'alto. Indossa una camicia azzurra a maniche corte e pantaloni scuri, ha le mani unite e le dita intrecciate, perfettamente tinti di nero i baffi abbondanti e i radi capelli; guarda in macchina e, sebbene l'immagine sia confusa, nei suoi occhi e sulle sue labbra nascoste dai baffi s'indovina un sorriso. Sembra tranquillo, rilassato, felice di essere dov', tra i suoi ex compagni di prigionia. Se non sapesse che non  uno di loro, nessuno direbbe che non  uno di loro. In realt,  uno di loro.

2

A maggio del 2005, quando scoppi il caso Marco, molta gente si domand come il nostro uomo avesse potuto ingannare tante persone tanto a lungo con una menzogna tanto mostruosa. Come qualunque domanda, o almeno come qualunque domanda complessa, questa non ha una sola risposta, ma molte; qui di seguito ne enumero sette.

La prima risposta  naturalmente che Marco non  soltanto un picaro eccellente, un ciarlatano scatenato, un imbroglione unico e un affabulatore eccezionale, ma anche un attore portentoso, un "esimio istrione", come l'ha chiamato Vargas Llosa, un interprete in grado di aderire completamente al suo personaggio, di trasformare il suo personaggio nella sua persona: cos come, a partire da un determinato momento negli anni Settanta, Marco aveva smesso di interpretare un ex resistente al franchismo ed era diventato un ex resistente al franchismo, allo stesso modo in un determinato momento degli anni del cambio di secolo Marco smise di interpretare un ex deportato dai nazisti per diventare un ex deportato dai nazisti.

La seconda risposta  che, quanto pi mostruosa  la menzogna, tanto pi credibile risulta per il comune mortale. Questa evidenza  alla base del totalitarismo politico, e nessuno l'ha descritta meglio di un genio del totalitarismo: Adolf Hitler. "Le masse" afferma Hitler nel Mein Kampf "sono pi facilmente vittime della grande menzogna che della piccola, perch i suoi membri mentono su cose piccole, ma si vergognerebbero di menzogne troppo grandi. Questo tipo di falsit non entrerebbe mai nelle loro teste, e non saranno in grado di credere alla possibilit che altri incorrano in tali sfrontatezze aberranti e travisamenti infami." Dato che l'enfasi sulla verit denuncia il bugiardo, non ci sar quasi bisogno di chiarire che nel passaggio citato Hitler non sosteneva le grandi menzogne, ma le denunciava in nome della verit.

La terza risposta non  pi importante delle prime due, per  meno evidente. Qualche volta si  insinuato che il caso Marco si poteva forse verificare soltanto in Spagna, un paese con una complessa, deficitaria digestione del proprio passato recente, dove ci sono state poche vittime del nazismo a paragone con quasi tutti gli altri paesi europei (tra gli altri motivi perch la Spagna non partecip alla seconda guerra mondiale o perch vi partecip soltanto come alleata della Germania), dove ancora all'inizio del XXI secolo quasi non esistevano studi affidabili sulle vittime spagnole del genocidio nazista e dove l'Olocausto non figura in un luogo primario della memoria collettiva o di ci che di solito viene chiamata memoria collettiva. Io stesso credevo che questa idea fosse esatta o almeno verosimile, e per questo, in "Io sono Enric Marco", avevo scritto che una delle cose che aveva reso possibile il caso Marco era stata "la nostra relativa ignoranza del passato recente in generale e del nazismo in particolare"; e concludevo: "Sebbene Marco si vendesse come un rimedio contro questa tara nazionale, in realt era la prova migliore della sua esistenza".

Non  falso, per, almeno di primo acchito, non sembra nemmeno del tutto vero. Perch la verit  che gi dalla fine della guerra ci furono persone di molte nazionalit che assicuravano di essere state nei campi nazisti e che in realt non c'erano state, o persone che truccavano o abbellivano o esageravano la realt della loro permanenza nei campi nazisti, forse perch, come dice Germaine Tillion, l'universo impazzito dei campi fomentava questo tipo di fantasie. Norman Finkelstein spiega il fenomeno con due motivi pi tangibili: "Dato che l'aver sopportato i campi conferisce una corona da martire, molti ebrei che avevano trascorso la guerra altrove si fecero passare per sopravvissuti dei campi. A parte ci, l'altra ragione di questa impostura fu materiale. Il governo tedesco del dopoguerra pagava risarcimenti agli ebrei che erano stati nei ghetti o nei campi. Molti ebrei si costruirono un passato conforme ai requisiti richiesti per quel beneficio". Soltanto alcuni di questi impostori,  chiaro, raggiunsero la notoriet di Marco, ma qualcuno la super, o quasi.  il caso di Jerzy Kosinski, le cui false memorie di vittima infantile dell'Olocausto, intitolate L'uccello dipinto, vennero salutate nel 1965 come una delle migliori denunce del nazismo, trasformate in un testo fondamentale sull'Olocausto, premiate varie volte, tradotte in un mucchio di lingue e raccomandate come letture per le scuole. O il caso di Benjamin Wilkomirski, che divenne celebre per un libro pubblicato nel 1995 e intitolato Frantumi. Un'infanzia 1939-1948, in cui raccontava come se fosse stato reale il suo internamento inventato ad Auschwitz e Majdanek. O quello di Herman Rosenblat, che nelle false memorie intitolate Angel at the Fence raccontava che, da bambino, in un campo nazista, aveva conosciuto senza vederla una bambina che molti anni dopo, per un caso inverosimile, aveva riconosciuto e con cui era ancora sposato quando il libro era stato pubblicato, nel 2008. O il caso della belga Misha Defonseca, che l'anno prima aveva pubblicato con grande successo Sopravvivere con i lupi, in cui racconta che nel 1941, quando aveva da poco compiuto sei anni, i suoi genitori erano stati arrestati perch ebrei ed erano stati mandati in un campo di concentramento, e che lei aveva passato i quattro anni successivi peregrinando per la Germania, la Polonia, l'Ucraina, la Romania e la Jugoslavia, fin quando non era tornata in Belgio attraverso l'Italia e la Francia, mentre la realt  che non era ebrea e non aveva lasciato Bruxelles per tutta la guerra.

La lista dei grandi impostori potrebbe allungarsi (per vent'anni Deli Strummer tenne conferenze negli Stati Uniti sulla sua permanenza nei campi nazisti, finch nel 2000 si scopr che non era mai stato prigioniero in un campo nazista; nella sua vita da adulto Martin Zaidenstadt fu un prospero uomo d'affari finch, dopo essere andato in pensione, inizi a fare da guida e a chiedere l'elemosina ai visitatori dell'ex campo di Dachau, fingendo di esservi stato prigioniero). Tutte queste persone sono o erano ebree, o dicevano di esserlo. La circostanza non  aneddotica. Come lo stesso Marco cap non appena inizi a documentarsi per creare il suo personaggio di deportato, una cosa  l'Olocausto (lo sterminio sistematico e di massa di milioni di ebrei) e un'altra la Deportazione (l'incarcerazione nei campi, l'uso come manodopera schiavizzata e l'assassinio di centinaia di migliaia di non ebrei); non sempre  facile distinguere una cosa dall'altra, perch a volte si incrociano o si sovrappongono, ma  sicuro che l'Olocausto ha lasciato molte meno tracce documentali della Deportazione, specie nell'Est europeo, dove vennero eliminate milioni di persone, spesso senza che ci fosse ad attestarlo un solo foglio di carta. La conclusione  che per gli impostori ebrei le cose erano molto pi facili che per i non ebrei, e perci gli impostori pi noti sono ebrei. Di fatto, in numerosi paesi europei, soprattutto dell'Europa dell'Est, il caso Marco sarebbe stato molto difficile; senza spingersi troppo lontano, lo sarebbe stato in Francia, dove ci furono moltissimi pi deportati che in Spagna, dove furono tutti inquadrati fin dal principio in enti e associazioni, dove la circostanza di essere un deportato costringeva a sottoporsi a una serie di controlli periodici e dove i deportati ricevevano una pensione e godevano di certi privilegi. Bisogna essere giusti: tutti o quasi tutti i paesi europei - e verosimilmente l'immensa maggioranza dei paesi in genere - hanno o hanno avuto una complessa e deficitaria digestione del loro passato recente, perch nessun paese pu vantare un passato privo di conflitti e di violenza e di qualcosa di cui vergognarsi, e perch, come Marco, anche le nazioni fanno il possibile per evitare di conoscersi o di riconoscersi per ci che sono; cosicch non  vero che il caso Marco poteva verificarsi soltanto in Spagna. Forse. Per non  un tentativo di adulare il tradizionale masochismo spagnolo riconoscere che, in gran parte a causa della quarantennale dittatura che segu alla guerra, la Spagna era meglio preparata di quasi qualunque altro paese europeo a generare il caso Marco, prova ne  che a dicembre del 2004, pochi mesi prima di smascherare Marco, lo stesso Benito Bermejo smascher un secondo falso deportato spagnolo che aveva acquistato quasi altrettanta notoriet di Marco: Antonio Pastor Martnez. Che io sappia, in nessun altro posto d'Europa si sono verificati due casi simili.

Questa  la terza risposta, la terza ragione per cui Marco riusc a ingannare tanta gente per tanto tempo: lo storico ritardo della Spagna nell'accedere alla democrazia e il nostro disinteresse generale nei confronti del pi aspro passato recente europeo.

La quarta risposta  che, a ben guardare, Marco non ingann tanta gente, o ingann soltanto quella che era facile ingannare o desiderava essere ingannata, e soprattutto non la ingann per tanto tempo. Marco si manifest come deportato nel 1978, nel libro di Pons Prades e Mariano Constante, ma fino al 1999, quando fece il primo viaggio a Flossenbrg ed entr nella Amical de Mauthausen, il suo personaggio di deportato diede qualche segno di vita soltanto in forma privata e occasionale, quasi segreta, come se conducesse una vita latente. Questo significa che, almeno in quanto falso deportato, Marco non ingann per trent'anni, come di solito si dice, ma per appena sei: dal 1999 fino allo scoppio del caso Marco. Quanto al numero di persone che ingann, non c' dubbio che fu enorme, ma in maggioranza erano studenti, e l'immensa maggioranza, compresi giornalisti, professori, storici e politici, non aveva la minima idea della Deportazione o ne aveva un'idea molto superficiale, e non conosceva i dati che avrebbero potuto smontare l'impostura di Marco n si prese la briga di verificare se ci che diceva fosse vero o no. Gli autentici deportati, invece, non li ingann, o non tutti: non sappiamo cosa pensassero di lui i veri deportati a Flossenbrg - che del resto vide poche volte e dai quali lo separavano barriere linguistiche utilissime per proteggere la sua impostura - ma sappiamo invece che alcuni deportati spagnoli sospettavano di lui, che prima che fosse smascherato parlavano tra loro dei propri sospetti, che Marco cercava di frequentarli il meno possibile e che era enormemente abile a schivarli; sappiamo anche che non si avvicin mai alle associazioni maggioritarie dei deportati spagnoli, che si trovavano in Francia perch dopo la guerra mondiale la maggior parte dei deportati spagnoli era rimasta in Francia - la Amical Francesa e la FEDIP (Federacin Espaola de Deportados e Internados Polticos) - cos come sappiamo che, quando si avvicin alla Amical spagnola, la Amical de Mauthausen, ormai ne facevano parte pochissimi deportati e ridotti in pessime condizioni. Non vorrei essere male interpretato: nulla di pi lontano dalle mie intenzioni che voler lesinare meriti all'impostura di Marco, che  straordinaria; come in tutto questo libro, o in quasi tutto, nel paragrafo che sta per finire cerco soltanto di essere equanime.

La quinta risposta spiega in parte perch a smascherare Marco non fu nessuno dei veri deportati che sospettavano di lui. "Nel caso degli impostori pubblici si verifica il fatto curioso che cala come un silenzio protettivo" scrive lo psichiatra Carlos Castilla del Pino. "Quasi sempre c' qualcuno che  al corrente dell'impostura ma non osa svelarla. Le ragioni, a loro volta occulte, del silenzio fanno s che l'impostura possa durare per anni. Non sempre la complicit  interessata, e non si tratta di complici in senso stretto." La domanda, allora,  quali fossero le ragioni occulte del silenzio dei complici involontari di Marco; azzardo due risposte. La prima  ovvia: negli ultimi due decenni si  verificata una "sacralizzazione dell'Olocausto" (l'espressione  di Peter Novick); quest'ultima, unita all'eclisse progressiva dei testimoni dell'Olocausto, ha portato a una sacralizzazione dei testimoni dell'Olocausto, che hanno smesso di essere vittime per diventare eroi o santi laici, e a nessuno piace essere un guastafeste o infilare il dito nell'occhio di qualcuno, tanto meno in quello di un eroico e sacralizzato testimone dell'Olocausto mentre danza nella funebre celebrazione permanente dell'Olocausto. La seconda risposta non  meno ovvia: sebbene sembri improbabile che ci siano stati pi casi di impostura tra i deportati spagnoli (a parte quelli di Marco e Pastor), non  assolutamente improbabile che alcuni dei deportati riuniti nella Amical de Mauthausen abbiano ceduto pi di una volta alla tentazione di abbellire o truccare o esagerare il loro passato, e che nessuno di loro volesse scagliare la prima pietra.

Arriviamo cos alla sesta risposta.  in rapporto con la sacralizzazione dei testimoni dell'Olocausto a cui si  accennato. In "Io sono Enric Marco" avevo scritto che ai nostri tempi il testimone ha acquistato un prestigio cos smisurato che nessuno si azzarda a mettere in questione la sua autorit, e che il pusillanime cedimento a questa corruzione intellettuale aveva facilitato il raggiro di Marco. Questo articolo venne pubblicato sul Pas nel dicembre del 2009; esattamente un anno dopo, nel dicembre del 2010, quando credevo di avere definitivamente abbandonato l'idea di scrivere su Marco ed ero immerso in un libro che non aveva nulla a che vedere con lui, pubblicai sullo stesso giornale un altro articolo, stavolta intitolato "Il ricatto del testimone", che senza il minimo dubbio scrissi pensando a Marco.

Dice cos: "Non c' verso: ogni volta che, in una discussione sulla storia recente, si verifica una discrepanza tra la versione dello storico e la versione del testimone, qualche testimone mette sul piatto l'argomentazione imbattibile: 'E lei che ne sa, se non c'era?' Chi c'era - il testimone - possiede la verit dei fatti; chi  arrivato dopo - lo storico - possiede solo frammenti, echi e ombre della verit. Elie Wiesel, sopravvissuto ad Auschwitz e a Buchenwald, lo ha detto con un esempio: secondo lui, i sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti 'hanno da dire su quello che vi  successo pi di tutti gli storici messi insieme', perch 'solo coloro che vi passarono sanno cosa fu; gli altri non lo sapranno mai'. Questa, a me sembra, non  un'argomentazione:  il ricatto del testimone.

"Prendo la citazione di Wiesel da una necessaria perorazione a favore della storia pubblicata da Santos Juli sulla rivista Claves (n. 207). Necessaria perch, in tempi saturi di memoria, quest'ultima minaccia di sostituire la storia. Brutt'affare. La memoria e la storia sono, in linea di principio, opposte: la memoria  individuale, parziale e soggettiva; invece la storia  collettiva e aspira a essere totale e oggettiva. La memoria e la storia sono anche complementari: la storia dota la memoria di un senso; la memoria  uno strumento, un ingrediente, una parte della storia. Ma la memoria non  la storia. Elie Wiesel ha ragione, anche se solo a met: i sopravvissuti ai campi nazisti sono gli unici a conoscere davvero l'orrore incalcolabile di quell'esperimento diabolico; ma questo non significa che comprendessero l'esperimento, anzi, troppo presi dalla propria sopravvivenza, forse si trovano nella peggiore situazione possibile per comprenderlo. In Guerra e pace Tolstoj afferma che 'l'individuo che svolge un ruolo nell'evento storico non ne comprende mai il significato'.  l'undicesima parte del romanzo, Pierre Bezuchov si addentra nella battaglia di Borodino; va alla ricerca della gloria di cui ha letto nei libri, ma l'unica cosa che trova  un caos totale o, come scrive Isaiah Berlin, 'la solita confusione degli individui occupati a soddisfare a caso questo o quel desiderio umano [...], una successione di accidenti alle cui origini, in genere, non si pu risalire, e le cui conseguenze non si possono prevedere'. Trent'anni prima di Guerra e pace, Stendhal concep una scena simile: all'inizio di La Certosa di Parma, Fabrizio del Dongo, fervido ammiratore di Napoleone, prende parte alla battaglia di Waterloo, ma, come Bezuchov a Borodino, non capisce nulla o capisce soltanto che la guerra  un caos assoluto e non 'quel nobile e comune impulso di animi generosi che aveva immaginato dai proclami di Napoleone'.  chiaro che, nelle testimonianze di Bezuchov e di Del Dongo, c' una verit profonda, secondo la quale la guerra, per chi vi prende parte, non  altro che un racconto pieno di urla e di furia, che non significa nulla. Per la verit di Bezuchov e di Del Dongo non  tutta la verit; proprio perch non ha partecipato a Borodino o a Waterloo, lo storico pu far tacere le urla e placare la furia, inscrivere Borodino e Waterloo nella serie delle guerre napoleoniche e la serie delle guerre napoleoniche nella serie della storia del XIX secolo o della storia tout court, e in questo modo conferire un senso al racconto. A meno che non sia molto ingenuo (o molto superbo), lo storico non pretende cos di raggiungere la verit assoluta, che  la somma di infinite verit parziali, e in quanto tale irraggiungibile; per, a meno che non sia molto inconsapevole (o molto pigro), lo storico sa di avere l'obbligo di avvicinarsi al massimo a quella verit perfetta, e pi di ogni altro ha la possibilit di farlo.

"Uno storico non  un giudice; per la maniera di operare di un giudice  simile a quella di uno storico: come il giudice, lo storico esamina documenti, verifica prove, mette in relazione fatti, interroga testimoni; come il giudice, lo storico emette un verdetto. Questo verdetto non  definitivo; pu essere sottoposto a ricorso, riesaminato, confutato; per  un verdetto. Lo emette il giudice, o lo storico, non il testimone. Quest'ultimo non sempre ha ragione; la ragione del testimone  la sua memoria, e la memoria  fragile e, spesso, interessata: non sempre si ricorda bene, non sempre si riesce a separare il ricordo dall'invenzione; non sempre si ricorda ci che  accaduto ma ci che altre volte abbiamo ricordato che  accaduto, o ci che altri testimoni hanno detto che  accaduto, o semplicemente ci che che ci conviene ricordare che  accaduto. Di questo, ovviamente, il testimone non ha colpa (o non sempre); dopo tutto, lui risponde soltanto ai propri ricordi; lo storico, invece, risponde alla verit. E, poich risponde alla verit, non pu accettare il ricatto del testimone; nel caso, deve avere il coraggio di rifiutarsi di dargli ragione. In tempi di memoria, la storia agli storici".

Questa  la risposta alla domanda sul perch Marco riusc a ingannare tanta gente per tanto tempo, la sesta e la penultima: la risposta  che, mentre Marco interpretava il suo ruolo di deportato o si trasformava davvero in un deportato e soprattutto nel campione della memoria degli orrori del XX secolo, in Spagna - e forse in tutt'Europa - il ricatto del testimone era pi potente che mai, perch non si vivevano tempi di storia, ma di memoria.

La settima e ultima risposta  che, in quei tempi di memoria, quando, pi che la memoria, trionfava in Spagna l'industria della memoria, la gente desiderava ascoltare le bugie che quel campione della memoria doveva raccontare. Ancora una volta, Marco era con la maggioranza.

3

Marco and per la prima volta alla Amical de Mauthausen dopo uno dei suoi viaggi iniziali a Flossenbrg. A quell'epoca la Amical aveva sede all'ultimo piano del numero 312 di calle Aragn, nel quartiere dell'Ensanche. Marco si present come un ex deportato desideroso di collaborare con l'associazione; non so con chi parl quel primo giorno, ma nessuno gli fece troppo caso e lui ricav l'impressione che la tirassero per le lunghe. Dopo qualche tempo, Marco torn alla Amical, senza ottenere risultati migliori. In quel periodo il nostro uomo era ancora vicepresidente della FAPAC e, settimane o mesi dopo quella seconda visita frustrata all'ultimo piano di calle Aragn, un collega della FAPAC gli disse che aveva parlato di lui con un membro della Amical e che quest'ultimo voleva conoscerlo. Il collega si chiamava Frederic Lloret ed era professore di biologia; il membro della Amical si chiamava Rosa Torn, era una professoressa di storia e faceva o avrebbe ben presto fatto parte del consiglio direttivo della Amical. Anche lei  un personaggio rilevante in questa storia.

Marco e Torn si conobbero a un pranzo organizzato da Lloret, durante il quale Torn parl a Marco della Amical, gli raccont che un suo zio era stato deportato e assassinato a Mauthausen e che da non molto tempo lei frequentava la Amical e s'interessava alla Deportazione. Da parte sua, Marc parl a lungo della sua esperienza di prigioniero a Flossenbrg, raccont che aveva tenuto qualche conferenza al riguardo negli istituti secondari e consegn a Torn la fotocopia di una lettera che aveva appena spedito a un compagno italiano del campo. La lettera era autentica; il compagno era Gianfranco Mariconti, che Marco aveva conosciuto da poco, durante la sua prima riunione con gli ex deportati di Flossenbrg. Cinque anni pi tardi, proprio prima che esplodesse il caso Marco, Torn pubblic la missiva in un libro intitolato Los campos de concentracin nazi. Palabras contra el olvido (I campi di concentramento nazisti. Parole contro l'oblio). In quel testo, Marco comincia a parlare al suo fiammante amico reale ed ex compagno fittizio della differenza tra il campo che aveva conosciuto (o che non aveva conosciuto) e quello attuale: "Non  facile, oggi, riconoscere il campo. Quello che ne rimane  sufficiente a non confonderlo con un parco o con il giardino interno del quartiere residenziale che, attualmente, ricopre buona parte delle antiche fondamenta delle baracche". Verso la fine della lettera scrive che, a settantotto anni, la sua capacit di rabbia e di odio dovrebbe essersi consumata, ma suggerisce che non  cos, e ci nonostante conclude con uno degli slogan che avrebbe poi ripetuto senza sosta nei suoi anni alla Amical, debitamente enfatizzato con le maiuscole: "Perdonare, S; dimenticare, NO".

Tutto cambi con la sua successiva visita alla sede della Amical, sebbene non grazie a Rosa Torn ma a Josep Zamora. Zamora ricopriva in quel periodo l'incarico di segretario generale dell'associazione; era figlio di deportato, non deportato, ma aveva combattuto nella guerra civile e poi nella resistenza francese, e dagli anni Ottanta faceva parte della Amical. La quale viveva, letteralmente, del passato, l il passato non era passato ma presente o una dimensione del presente, cosicch, malgrado Marco e Zamora non si conoscessero, iniziarono a scambiarsi esperienze del passato, scoprirono di aver fatto la guerra nella stessa unit (la 26a Divisione, ex Colonna Durruti), e subito simpatizzarono. Marco entr immediatamente nella Amical. Per formalizzare la sua iscrizione, nei giorni successivi rispose per iscritto alle domande di un questionario; le sue risposte costituiscono una mescolanza quasi perfetta di verit e menzogne: dichiar di essere nato il 14 aprile del 1921, data emblematica della proclamazione della Seconda Repubblica, e non il 12 aprile dello stesso anno, data reale della sua nascita; dichiar di essere stato prigioniero nel carcere di Kiel, il che era vero, e nel campo di Flossenbrg, il che era falso; dichiar che il numero che aveva in carcere era il 623-23, il che potrebbe benissimo essere vero anche se non posso confermarlo, e che il numero che aveva al campo era il 6448, il che era falso (il numero, tuttavia, esisteva; era quello che aveva usurpato a Enric Moner); dichiar che la data del suo ingresso in carcere era il 6 marzo 1942, il che era vero, e che la data del suo ingresso nel campo era il 18 dicembre 1942, il che era falso, e dichiar anche che la data della sua uscita dal campo era il 23 aprile 1945, il che, naturalmente, era falso (anche se a suo modo anche quella data era emblematica: era quella della liberazione di Flossenbrg). Una delle ultime domande del questionario si riferiva al motivo o ai motivi per cui era stato processato; Marco ne segn uno vero ("Alto tradimento") e uno falso ("Cospirazione contro il Terzo Reich"). Alla fine del questionario, il nuovo membro dell'associazione doveva enumerare i documenti o le fotocopie dei documenti che allegava come prova della sua condizione di deportato; Marco scrisse: "Sentenza consiglio di guerra, documento ingresso carcere e documento KL Flossenbrg".

Questo  ci che Marco disse di allegare, ma ci che davvero alleg non fu questo, o non esattamente. Alleg lo scritto del pubblico ministero del processo che venne istruito contro di lui a Kiel, in cui era specificato che lo avevano arrestato e che aveva trascorso diversi mesi in carcere accusato di alto tradimento, ma non alleg la sentenza del giudice, che dimostrava che era stato dichiarato innocente e rimesso in libert. Alleg la fotocopia del registro del campo di Flossenbrg in cui figurava scritto a mano il nome di Enric Moner, anche se poteva essere confuso con quello di Enric Marco (o questo sperava Marco), la fotocopia con cui aveva tentato di fare in modo, nell'archivio del Memorial di Flossenbrg, che Johannes Ibel autenticasse la sua condizione di deportato nel campo. E alleg un altro documento. Era datato 25 giugno 1999 e, soprattutto per chi non conoscesse il tedesco, sembrava un certificato ufficiale attestante che Marco era stato prigioniero nel campo di Flossenbrg, perch constava di una pagina che includeva una lista di trentadue nomi di cittadini di quattordici nazioni, tra i quali si poteva leggere quello di Marco, e di un'altra pagina graffata alla precedente e timbrata dall'ufficio informazioni di Flossenbrg (in caso di dubbi residui, lo stesso Marco aveva scritto di proprio pugno alla fine della pagina: "Sopravvissuto localizzato"); la realt  che il documento era soltanto un certificato attestante la sua partecipazione a uno degli incontri di ex prigionieri che si svolgevano nel Memorial del campo, e non era stato emesso dall'ufficio informazioni di Flossenbrg ma da un organismo del ministero dell'Istruzione della Baviera. Pertanto, nessuno dei documenti consegnati da Marco come prova della sua permanenza nel campo di Flossenbrg dimostrava che fosse stato un deportato nel campo di Flossenbrg; per, o nella Amical nessuno conosceva il tedesco, o nessuno lesse i documenti, o chi li lesse li trov convincenti o non li trov convincenti ma non volle fare il guastafeste n infilare il dito nell'occhio di qualcuno e cedette al prestigio o alla corruzione o al ricatto del testimone e non os dire No e scelse di tacere. Se fu quest'ultima ipotesi a verificarsi - e non  impossibile che sia stato cos - la cosa pi probabile  che chi lo fece non si sia subito pentito di averlo fatto.

Perch, non appena entr nella Amical, Marco sembr l'uomo di cui i deportati spagnoli avevano bisogno, cos come venticinque anni prima, quando era entrato nella CNT, era sembrato l'uomo di cui avevano bisogno gli anarchici spagnoli. Cos come era accaduto quando era entrato nella CNT e nella FAPAC, Marco entr nella Amical in un momento di crisi. L'associazione era stata fondata nel 1962, con l'aiuto della Amical francese, ed era rimasta nell'illegalit fino al 1978, dedicandosi soprattutto a facilitare i contatti affettivi tra i deportati e i famigliari dei deportati, nonch a procurare loro informazioni e sostegno giuridico e, pi tardi, economico; verso il 1999, tuttavia, quel modello sembrava quasi esaurito, perch gli ultimi sopravvissuti erano ormai estinti o talmente vecchi da non essere quasi nelle condizioni di dirigere la Amical, cosicch quest'ultima doveva rinnovarsi a fondo se non voleva estinguersi con loro. Il rinnovamento era gi iniziato quando Marco arriv, anche se quasi tutti riconoscono che nessuno quanto lui contribu a consolidarlo. Era affascinante, instancabile e generosissimo del proprio tempo, un tempo che inizi a investire completamente nella Amical. La cosa pi importante, per, era che, malgrado fosse un deportato, possedeva l'energia e la giovent che i deportati non avevano pi. Inoltre, non era parco di parole come loro o come quasi tutti loro, n cos riluttante a parlare della sua esperienza nei campi; al contrario: gli piaceva moltissimo farlo, e sapeva farlo o almeno sapeva far venire gli occhi lucidi alla gente con i suoi racconti vissuti. In realt, quando parlava in pubblico Marco risultava molto pi convincente degli autentici deportati, e infatti quando teneva conferenze insieme a loro li eclissava, diventava l'uomo che commuoveva e affascinava il pubblico, il centro assoluto dell'evento. La realt  che, dovunque si trovasse, Marco mal tollerava di non recitare il ruolo del protagonista. Il 15 novembre del 2002, il Parlamento catalano in sessione plenaria rese omaggio ai repubblicani esiliati dopo la guerra civile; nel corso della cerimonia intervennero rappresentanti di tutti i partiti politici, ma nessuno dei quattordici repubblicani invitati in rappresentanza degli altri: nessuno eccetto Marco, che vi and in qualit di sopravvissuto ai campi nazisti e che alla fine, mentre risuonavano gli applausi rivolti ai destinatari dell'omaggio, intervenne a modo suo lanciando un urlo che lo fece arrivare sulle pagine di tutti i giornali del giorno successivo: "Viva la Repubblica!"

Marco impieg soltanto qualche mese a dimostrare che poteva essere importante per rivitalizzare la Amical. Nel 2001 si compivano i dieci anni dalla morte di Montserrat Roig, una scrittrice fortemente vincolata all'associazione perch nel 1977 aveva pubblicato il primo libro sui catalani prigionieri nei campi nazisti, e il consiglio decise di ricordarla con una serie di eventi, tra i quali un omaggio al Palau de la Msica. Per la Amical, era un progetto dalle ambizioni inedite, forse eccessive, soprattutto considerando le scarse finanze e la fragilit dei suoi principali dirigenti; ci spiega forse la circostanza che nell'aprile di quell'anno venissero cooptati nel consiglio alcuni dirigenti pi giovani, tra i quali c'era Marco, che fu nominato segretario per i rapporti internazionali e contribu al successo degli eventi mettendo al servizio della Amical il suo dinamismo, la sua dedizione senza limiti di orario e le intense relazioni che aveva coltivato con i dirigenti politici dell'amministrazione catalana come iperattivo vicepresidente della FAPAC. Queste relazioni spiegano anche il fatto che, due mesi prima dell'omaggio a Montserrat Roig, Marco fosse stato onorato dal governo catalano con la Creu de Sant Jordi, massima onoreficenza civile catalana, per tutta una vita generosamente dedita a preservare, anche nelle circostanze pi avverse, la dignit e il benessere del suo paese: non solo, come recitava la motivazione ufficiale dei suoi meriti, per "la sua fedelt alla tradizione libertaria del movimento operaio catalano, che si concreta in una lunga traiettoria come militante e poi come segretario generale della CNT in Catalogna" o per "il suo continuo impulso al miglioramento dell'insegnamento nell'ambito pubblico", ma anche per la sua lotta contro il franchismo e il nazismo, "che lo port a essere arrestato dalla Gestapo e internato in un campo di concentramento". Era, fino a quel momento, il gran momento di Marco, la consacrazione pubblica in Catalogna del personaggio che aveva inventato. C' da stupirsi che molti membri della Amical vedessero in Marco una benedizione caduta dal cielo per tirarli fuori da decenni di penuria con il suo prestigio da eroe civile e la sua giovent miracolosa?

Mentre consolidava il suo potere nella Amical, Marco rifiniva il suo personaggio. Probabilmente fu in quel periodo che raccont la sua storia a un giovane giornalista chiamato Jordi Bassa, che stava preparando un libro sui deportati catalani nei campi nazisti; era quel che aveva fatto con Pons Prades venticinque anni prima, per il risultato, che venne pubblicato l'anno successivo con il titolo Memoria del infierno, fin per non assomigliare molto a quello di Pons Prades, almeno per quanto si riferisce a Marco. Quando parl con Bassa, il nostro uomo era gi stato a Flossenbrg, si era documentato coscienziosamente e aveva creato o stava creando coscienziosamente il suo personaggio di sopravvissuto alla Deportazione, e cos, invece di passare in punta di piedi sulla sua permanenza a Flossenbrg come aveva fatto con Pons Prades, adesso si dilungava sulla circostanza: descriveva il campo, inventava aneddoti e storie, ricreava atmosfere e stati d'animo, forniva particolari su date, luoghi, personaggi; costruiva, insomma, un racconto molto pi persuasivo di quello fatto a Pons Prades, come un romanziere che con il tempo e con l'impegno ha imparato il mestiere, ha diversificato le proprie risorse e ne  diventato padrone assoluto.

In quegli anni Marco fece una visita a Flossenbrg con la moglie e un gruppo di soci della Amical, tra cui Rosa Torn. Erano sette o otto e viaggiarono su un pullmino. All'arrivo al campo, Marco venne ricevuto dai dipendenti del Memorial, compreso il direttore, Jrg Skriebeleit, come un deportato fra i tanti e, come un deportato fra i tanti, partecip a un omaggio reso da alcuni giovani agli ex deportati del campo, i quali naturalmente lo trattarono come uno dei loro. Prima o dopo quella cerimonia, Marco e i suoi accompagnatori della Amical deposero dei fiori sulla lapide che ricorda gli spagnoli morti a Flossenbrg e visitarono il campo mentre il nostro uomo ricordava la sua esperienza: qui c'era la mia baracca, l c'era la cucina, pi in l la mensa, qui, nella Appellplatz, si veniva passati in rivista ogni mattina, l mi hanno pestato, laggi hanno assassinato non so chi. Di quel viaggio Torn ricorda in particolare tre cose. La prima  che a un certo punto Marco e la moglie andarono in paese perch a quanto pareva avevano un appuntamento con Gianfranco Mariconti, il falso compagno di campo e amico vero di Marco, e che tornarono dall'appuntamento prima del tempo: secondo la moglie di Marco, che aveva gi visto Mariconti in altre occasioni, l'italiano non si era fatto vivo. La seconda cosa che Torn ricorda  che, durante la visita all'archivio del Memorial, chiese di vedere per curiosit la scheda d'ingresso nel campo di Marco; Torn non ricorda a chi fece quella richiesta, ma ricorda che quella persona le descrisse le difficolt di accreditare documentalmente la presenza di tutti i deportati nel campo, le parl del database che aveva iniziato a elaborare Johannes Ibel, le raccont che, quando avevano liberato il campo, i nordamericani si erano portati via tutta la documentazione, che adesso si trovava nei National Archives di Washington, dove da qualche tempo stavano compilando elenchi alfabetici di prigionieri con i nomi che figuravano nei registri del campo e li stavano mandando a loro microfilmati, le disse che per il momento avevano ricevuto solo quelli fino alla lettera F, o forse alla G, in ogni caso una lettera precedente alla M di Marco, perci non potevano ancora sapere se Marco figurava in quegli elenchi o no; quella persona disse inoltre a Torn che, in realt, non c'era alcuna garanzia che il nome di Marco risultasse nella documentazione, perch la cosa pi probabile era che non vi figurassero i nomi di tutti i deportati; per il resto, Torn non ricorda che Marco n nessun altro le avessero mostrato la pagina della copia del registro in cui era scritto a mano il nome di Enric Moner, che, a quanto Marco aveva inutilmente cercato di far credere a Ibel, era il suo nome in clandestinit, il suo pseudonimo, un nome che forse poteva confondersi con quello di Marco o che a Marco sarebbe piaciuto che si confondesse, per cui, quando era entrato nella Amical, aveva allegato alla documentazione consegnata una fotocopia della pagina in cui figurava per dimostrare la sua permanenza a Flossenbrg. La terza cosa che Torn ricorda di quel viaggio  la prima che accadde e anche la pi importante, o quella che a me pare pi importante, e cio che, durante il tragitto in pulmino verso Flossenbrg, sent la moglie di Marco confessare: "Io, ogni volta che veniamo a Flossenbrg, soffro, perch prima del viaggio Enric passa giorni senza dormire".

Finalmente, il 6 aprile 2003, in un'assemblea svoltasi a Sant Boi de Llobregat - la stessa cittadina nei dintorni di Barcellona in cui sua madre era stata rinchiusa in un ospedale psichiatrico per trentacinque anni - Marco venne eletto presidente della Amical. Sostituiva Joan Escuer, un ex deportato nel campo di Dachau che era stato presidente effettivo dell'associazione per dieci anni. Escuer aveva quasi novant'anni e una salute molto delicata, e Torn ricorda che un pomeriggio, poco prima dell'assemblea di Sant Boi, Escuer aveva convocato lei e Marco a casa sua per chiedere loro di vegliare sulla continuit della Amical e per incoraggiare Marco a sostituirlo alla presidenza, perch aveva piena fiducia in lui e riteneva che riunisse le condizioni ideali per modernizzare l'associazione. La scena  verosimile;  anche molto probabile che, se adesso si chiedesse in segreto ai membri della Amical il loro giudizio sul periodo della presidenza di Marco, la maggior parte di loro risponderebbe che  stato il migliore per l'associazione. Questo non fu dovuto soltanto a Marco, ovviamente: la sua presidenza coincise con l'esplosione della cosiddetta memoria storica in Spagna, con un momento di enorme interesse per il passato recente e per il ricordo e la rivendicazione delle sue vittime; coincise anche con un cambio in profondit del consiglio della Amical, che spalanc le porte ai dirigenti pi giovani, tra cui Rosa Torn, la quale fu chiamata a ricoprire una delle due vicepresidenze. E tuttavia, sarebbe meschino, oltre che falso, negare che Marco contribu in maniera decisiva alla nuova fase dell'associazione.

Nuova e rigogliosa: sotto la presidenza di Marco la Amical raggiunse il suo apogeo. Come nella CNT o nella FAPAC, Marco fu nella Amical un dirigente disorganizzato che nascondeva il suo caos mentale e l'incapacit organizzativa dietro lo scompiglio provocato dal suo attivismo frenetico, dalla parlantina senza freni e dalle innumerevoli ore di lavoro, e tuttavia durante il suo mandato la Amical complet il passaggio da associazione che si limitava ad aggregare e consigliare i deportati spagnoli e le loro famiglie ad associazione che faceva anche da centro di documentazione e diffusione della loro memoria e della loro storia: in quegli anni la Amical estese i suoi contatti ad altre associazioni simili, inizi a mettere in ordine i propri archivi, ampli e catalog la biblioteca e l'emeroteca, assunse nuovo personale, organizz viaggi e conferenze, ottenne rilevanti sovvenzioni dalla pubblica amministrazione, con cui firm importanti accordi, e pot lasciare l'ultimo piano di calle Aragn e traslocare in una sede pi ampia, un locale a piano terra di un palazzo di calle Sils, nel centro storico di Barcellona. Questi e altri cambiamenti fecero s che in poco tempo la Amical non fosse pi un ente quasi sconosciuto e diventasse poco meno che onnipresente e cruciale, come minimo in Catalogna.

Marco fu determinante in questa trasformazione. Era la figura pi visibile della Amical, la personificazione della Amical, non soltanto perch ne era il presidente n soltanto perch, essendo in pensione, vi si poteva dedicare anima e corpo, cos come aveva fatto nella CNT e nella FAPAC, ma anche perch teneva conferenze ovunque: universit, circoli culturali, case di riposo per anziani, penitenziari, scuole per adulti e associazioni varie, ma soprattutto in scuole e istituti secondari. Nel 2002 Joan Escuer aveva firmato un accordo con il governo catalano per cui quest'ultimo finanziava o aiutava a finanziare approssimativamente centoventicinque conferenze all'anno, che i membri della Amical dovevano tenere nei centri educativi catalani; Marco ampli e rinnov ogni anno quell'accordo, oltre a diventare il conferenziere principale e quasi unico. Dopo l'esplosione del caso Marco, si  detto spesso che il nostro uomo avesse lucrato con quelle conferenze;  una stupidaggine: a parte il fatto che il governo catalano pagava per ognuna di esse una fortuna oscillante fra i sessantasei e gli ottanta euro - che finivano nelle casse della Amical, la quale a sua volta si limitava a pagare al conferenziere le spese di trasporto - Marco non teneva quelle conferenze per soldi, bens per un insieme di ragioni, la principale delle quali  che voleva essere don Chisciotte e non Alonso Quijano; vale a dire: aspirava a far s che tutti i ragazzini catalani lo amassero e lo ammirassero, e che tutti lo considerassero un eroe.

Fu quasi sul punto di riuscirci. Quelle conferenze gli piacevano cos tanto che, quando le teneva, ringiovaniva, come se, pi che conferenze, fossero trasfusioni di sangue. Marco si presentava sempre con lo stesso miscuglio di verit e menzogne ("Mi chiamo Enric Marco e sono nato il 14 aprile 1921, esattamente dieci anni prima della proclamazione della Seconda Repubblica spagnola") e subito dopo si lanciava in un racconto in cui il miscuglio proseguiva e aumentava, mescolandosi a sua volta con quasi un secolo di storia del suo paese e quasi un secolo di storia personale, la storia di un uomo che incarnava la storia del suo paese o che era il simbolo o il compendio della storia del suo paese, un uomo che era stato dappertutto e aveva conosciuto tutti (Buenaventura Durruti e Josephine Baker e Quico Sabater e Salvador Puig Antich) e che da quando aveva quindici anni non aveva fatto altro che difendere la libert, la solidariet e la giustizia sociale, la storia di un resistente perpetuo che aveva combattuto per la Seconda Repubblica contro il fascismo e aveva affrontato il franchismo e anche il nazismo e non era stato piegato n dalla guerra n dai campi di concentramento n dalla polizia di Franco e aveva patito ogni tipo di sofferenze senza smettere di battagliare per un mondo migliore, la storia di un soldato di tutte le guerre o di tutte le guerre giuste, deciso in vecchiaia a diffondere la propria esperienza affinch non si ripetesse ci che lui aveva visto e vissuto, per evitare che accadesse a loro, ai giovani spagnoli di oggi, ci che da giovane era successo a lui e stava succedendo adesso in tanti luoghi del mondo, in Palestina, in Iraq, in Kosovo, a Guantnamo, in Sierra Leone, e per questo era imprescindibile che loro fossero giusti e liberi e che onorassero la memoria delle vittime e soprattutto che fossero fedeli al passato - "Perdonare, S; dimenticare, NO" - al proprio passato e a quello di tutti, ragion per cui spesso chiedeva ai ragazzi, finita la conferenza, di andare dai genitori e dai nonni e di parlare con loro e di dire che era finito il tempo del silenzio e dell'occultamento, di esigere da loro che affrontassero la verit, le vergogne e le indegnit che nascondevano, loro e il paese, tutto ci che avevano nascosto da sempre o di cui non avevano mai parlato, che era ormai tempo di conoscersi o di riconoscersi per quelli che erano, perch bisognava prima di tutto essere onesti con s stessi e con il proprio passato, per quanto fosse duro e terribile e vergognoso e umiliante.

Questo o qualcosa di molto simile a questo diceva Marco ai ragazzi (e spesso anche agli adulti), perch, in realt, le sue conferenze non erano di storia o di politica; prima di tutto erano, o almeno lo erano per lui, lezioni morali: evocando l'occasione memorabile in cui si era rifiutato di alzarsi in un cinema per cantare il Cara al sol nonostante a pretenderlo fosse un falangista in camicia azzura e pistola alla cintura, o quella ancora pi memorabile in cui si era giocato la vita vincendo una partita a scacchi con uno spietato SS a Flossenbrg, Marco diceva o cercava di dire ai ragazzi che un uomo pu essere umiliato, abbrutito e reso simile a un animale, ma che, di colpo, in un momento supremo e allucinato di coraggio, pu recuperare la dignit, anche se pu costargli la vita, e che quel momento  alla portata di tutti ed  il momento che ci definisce e ci salva; rammemorando i suoi anni di ostinato oppositore alla dittatura, mentre organizzava dalla clandestinit la lotta clandestina continuando a fuggire dalla polizia franchista che gli stava alle costole, Marco diceva o cercava di dire ai ragazzi che l'essere umano pu sopravvivere alle prove pi dure e nelle condizioni pi difficili a patto che sappia mantenersi libero, degno e solidale. Marco citava sempre storie prese dalla propria esperienza inventata, prendeva sempre s stesso come esempio, e in questo modo otteneva la venerazione visibile dei suoi giovani ascoltatori e il consolidamento segreto del personaggio che aveva creato, radicandolo dentro di s con la stessa forza con cui Alonso Quijano aveva radicato dentro di s don Chisciotte.

Quelle conferenze godevano di un successo straordinario. Negli anni in cui le prodigava, la Amical riceveva decine di lettere di professori, alunni e presidi che lo ringraziavano profusamente per la sua dedizione, per la sua generosit, per la sua umanit, per tutto. Una di queste lettere  firmata da una professoressa di storia di nome Sofa Castillo Garca, dell'istituto Abat Oliva di Ripoll, ed  indirizzata a tutti i membri della Amical; porta la data del 28 maggio 2002, quando Marco non era ancora presidente, e dice:

Stimati signori,

Vogliate ricevere i nostri complimenti perch la vostra Associazione conta su persone del valore di Enric Marco.

Ieri ha dato una grande lezione ai nostri allievi. Una lezione di storia, ma soprattutto di umanit e coraggio in difesa della libert.

Ci auguriamo di poter continuare a usufruire delle sue conferenze per molti anni.

Contate pure sul Seminario di Storia di questo istituto e su di me personalmente per tutto ci di cui possiate avere bisogno.

Cordialmente

La lettera che ho trascritto (originariamente in catalano)  notevole; di seguito ne riporto un'altra che fa rizzare i capelli. La firma un ragazzo il cui nome ometto e la cui et ignoro; so soltanto che vive o viveva ad Angls, un paese vicino Gerona, e che data il suo scritto 12 giugno 2002. Dice:

Signor Enric,

con questa lettera voglio rivolgermi a lei per farle sapere che la sua visita al nostro istituto, per la quale voglio ringraziarla personalmente, ha fatto cambiare opinione a molte persone, commosse dalla sua storia, su ideologie e pensieri. A livello personale, voglio ringraziarla anche perch mi ha fatto riflettere moltissimo. A casa ho dei problemi, ma grazie a lei mi sono reso conto che molte volte, involontariamente, esageriamo i problemi quotidiani.

A volte, per i problemi citati, mi ero proposto di farla finita. Ora penso che sia il peggior errore che si possa fare. L'altro giorno, dopo la conferenza, pensavo: io, con problemi stupidi come quelli che ho, penso al suicidio, e quest'uomo, ai suoi tempi, lottava disperatamente per la sua vita.

Tutto questo mi ha fatto cambiare modo di guardare la vita. Do meno importanza a cose che prima erano di grande importanza per me, e ho gi verificato che  meglio cos. Credo che dobbiamo preoccuparci per ci che realmente conta. Forse non erano queste le conclusioni che lei voleva farci ricavare dalla sua conferenza, ma credo che bastino a dire che ne  valsa la pena.

Per finire: grazie.

Cordialmente

Ma a trasformare definitivamente Marco in un eroe civile e in un campione della cosiddetta memoria storica, per non dire in una vera e propria rock star, furono i mezzi di comunicazione. Marco era gi da tempo un mediopatico, ma adesso la sua mediopatia and alle stelle; perch, oltre che una malattia, per Marco la mediopatia era una droga: pi ne hai, pi ne vuoi.

Marco ne ebbe a volont durante gli anni dell'apoteosi della cosiddetta memoria storica. Oltre a tenere conferenze ovunque, il nostro eroe sembrava essere a tutte le ore in televisione, alla radio e sui giornali a raccontare la sua esperienza di deportato, quasi sempre con in sottofondo la musica di La vita  bella, il film di Roberto Benigni, o di Schindler's List, il film di Spielberg. I giornalisti lo adoravano, impazzivano per lui, facevano a pugni per intervistarlo.  logico. Gli altri deportati o esuli o ex combattenti della Seconda Repubblica, gli altri protagonisti della cosiddetta memoria storica, erano in maggioranza anziani cadenti e dalla memoria avariata, e intervistarli risultava spesso un calvario: bisognava tirargli fuori le parole con le pinze, strappargli le storie e ripetergli le domande, perfino fermare di tanto in tanto l'intervista perch andassero in bagno o smettessero di tossire o ritrovassero il filo perduto del racconto. Marco era tutto il contrario. Per cominciare, impressionava i giornalisti per l'aspetto fisico, che non era quello del solito vecchio decrepito ma quello di un uomo che non dimostrava affatto i suoi ottant'anni e passa, con la sua testa poderosa e senatoriale, i capelli neri e i baffi abbondanti, il corpo energico, lo sguardo affilato, la voce rauca e il pletorico modo di parlare. Quest'ultima caratteristica era fondamentale, quella che risultava pi utile ai giornalisti: Marco ricordava tutto e raccontava tutto, la sua conversazione era un fiotto di parole zeppo di aneddoti coloriti, di storie eroiche, terribili ed emozionanti, e di riflessioni didattiche e commoventi sulla solidariet e la dignit di cui  capace l'essere umano in circostanze estreme, il tutto illustrato con esempi tratti dalla sua stessa esperienza e raccontato con un ordine e una coerenza tali - soprattutto se paragonati ai discorsi degli altri sopravvissuti - che i giornalisti si separavano molte volte da lui con la sensazione che Marco avesse gi fatto tutto il lavoro e che, pi che per una breve intervista su un giornale o in televisione, il nostro uomo fosse l'ideale per un libro o per un intero documentario. Marco, inoltre, lusingava la loro vanit: intervistando quel personaggio straordinario, quel vecchio soldato di tutte le guerre o di tutte le guerre giuste, i giornalisti si vedevano come audaci disseppellitori di un passato remoto per tutti, di cui nessuno voleva parlare, il miglior passato del loro paese, il pi nobile e il pi nascosto, e sentivano che in quel modo stavano facendo giustizia, rendendo omaggio attraverso Marco a tutte le vittime zittite non solo dal franchismo ma anche dalla democrazia successiva al franchismo. Marco gener una tale dipendenza nei giornalisti, o almeno nei giornalisti catalani, che lo inclusero perfino in un programma su Ravensbrck, un campo di concentramento femminile. "Ma  anche uno storico" avrebbero potuto rispondere i responsabili quando qualcuno chiese cosa ci facesse Marco in quella trasmissione; meno disonesti, confessarono: "Be', la verit  che parla cos bene, racconta tanti dettagli ed  cos efficace che abbiamo voluto includerlo".

Furono i mezzi di comunicazione, soprattutto in Catalogna ma non soltanto in Catalogna, a trasformare definitivamente Marco, come ho gi detto, in una rock star o in un campione della cosiddetta memoria storica, in un personaggio conosciutissimo e riconosciutissimo, in un vero e proprio eroe civile, nell'incarnazione di tutte le virt di un paese che, grazie a lui e a una manciata di uomini come lui, recuperava finalmente la memoria dell'antifranchismo e dell'antifascismo che la democrazia spagnola aveva fatto sparire e li metteva in risalto dopo un lungo silenzio. Non  strano, o meglio, era inevitabile che anche Marco si trasformasse in un apostolo della verit, soprattutto della verit storica. Era questa una delle linee fondamentali del suo discorso nelle interviste o per iscritto, nei suoi costanti incontri con adolescenti e adulti. Marco riteneva che il paese vivesse nella falsit e incolpava di quella falsit la maniera in cui si era realizzato il passaggio dalla dittatura alla democrazia: la Transizione, pensava, era stata costruita su una menzogna; e anche su un patto di oblio: al fine di costruire una democrazia, il paese, incapace di riconoscersi o di conoscersi, incapace di affrontare con coraggio il proprio passato e di fare giustizia, aveva deciso di dimenticare gli orrori della guerra e della dittatura, e il risultato era che la democrazia era una democrazia falsa basata su una falsa riconciliazione, perch era costruita sulla menzogna, l'ingiustizia e l'amnesia, sul sacrificio delle vittime e sul sacrificio della verit, dato che i colpevoli della guerra e della dittatura non erano stati puniti e le loro vittime non erano state risarcite. Riassumendo: "Perdonare, S; dimenticare, NO". Per questo Marco ripeteva senza sosta cose come quelle che aveva detto per esempio in un reportage sui sopravvissuti del campo di Mauthausen - dove non solo non era mai stato prigioniero ma non fingeva nemmeno di esserlo stato - pubblicato l'8 giugno 2003 sulla Vanguardia: "Manca [a noi deportati] un riconoscimento pubblico da parte dello Stato spagnolo, al di l della targa o del mazzo di fiori: devono essere riconosciute le ragioni per le quali abbiamo lottato, che non erano altro che la libert. [...] Mi  chiaro che noi siamo il prezzo della Transizione: questo paese ha fatto la riconciliazione sopra l'oblio". E per questo, il 18 dicembre 2002, quando era sul punto di diventare presidente della Amical, Marco firm nel Museo de Historia de Catalua un manifesto a favore della necessit di recuperare la cosiddetta memoria storica e di creare una Commissione per la Verit che obbligasse il paese ad affrontare una volta per tutte il proprio passato immediato.

Il paradosso  soltanto apparente, perch l'enfasi sulla verit tradisce il bugiardo: Marco, che aveva passato la vita a nascondere la verit per non conoscersi o riconoscersi, alla fine trov, nella denuncia di un paese che nascondeva la verit e che non voleva conoscersi o riconoscersi e nella difesa della memoria dei deportati o semplicemente della cosiddetta memoria storica, una causa all'altezza delle sue ambizioni, la causa che gli permise di trasformarsi in un eroe popolare e concludere la sua operazione di occultamento della verit su s stesso e sul proprio passato. A quel punto era ben lontano dal leader anarchico che poteva soltanto supplire con l'attivismo frenetico alla mancanza di progetto sindacale, o dal vecchietto affascinante, simpatico e un po' insignificante della FAPAC; nella Amical, o nel periodo della Amical, Marco acquis una statura diversa, molto superiore. L, dove si viveva letteralmente del passato, perch il passato dotava di senso tutto ed era il principale patrimonio e la fonte principale di prestigio e il principale strumento di potere, e dove nessuno disponeva di un passato come il suo unito alla sua giovinezza, alla sua energia fisica e alla sua oratoria, e dove era diventato eroe delle vittime, Marco si sent intoccabile, perse la prudenza che consigliava la sua impostura e fin per incorrere in un vizio che aveva quasi sempre evitato: l'arroganza. Tradito dalla sua inesauribile ansia di protagonismo, sentendosi ormai del tutto sicuro di un personaggio che aveva interiorizzato del tutto in centinaia di conferenze e interventi pubblici, ritenendosi blindato dalla sua posizione sociale, dal prestigio politico e dall'aura da eroe, martire e santo laico, a tratti Marco non rinunci a infilarsi in una scivolosa lotta di ego con i vecchi deportati, a disprezzare o a guardare dall'alto in basso i suoi compagni della Amical o i suoi compagni di causa, o a schiacciarli quando la situazione lo richiedeva con il peso inappellabile del suo passato da semidio onnipresente nella storia del paese, o a inventare episodi ormai del tutto inverosimili, come le sue conquiste e avventure sessuali nel campo di Flossenbrg, o a spingersi a drammatizzare alla televisione episodi che fino a quel momento erano discretamente rimasti confinati in qualche rigo di un libro e che aveva usato in pubblico soltanto nelle sue conferenze ai giovani, come la partita a scacchi a vita o morte con l'SS. Non aveva pi paura di raccontare nulla, perch credeva che, qualunque cosa raccontasse, tutti l'avrebbero accettata senza fiatare, e non ascoltava pi nessuno intorno a lui, perch credeva che nessuno intorno a lui fosse alla sua altezza. La superbia lo rovin; la superbia e, pensa un po', l'oblio del passato: Marco dimentic che il passato non passa mai, che  solo una parte o una dimensione del presente, che - l'ha detto Faulkner - non  nemmeno passato e che ritorna sempre ma non sempre ritorna per salvarci trasformato in finzione, come aveva fatto sempre o quasi sempre con lui, bens a volte, trasformato in realt, ritorna per ucciderci. Perch la finzione salva e la realt uccide, o almeno cos credeva Marco e cos credevo io, per il passato a volte salva e altre uccide. E stavolta lo uccise.

4

Durante gli anni in cui Marco fu alla guida della Amical de Mauthausen, trasformato in un campione o in una rock star della memoria storica, la Spagna viveva l'apoteosi della cosiddetta memoria storica; in realt, la viveva l'intera Europa, ma pochi paesi la vivevano con altrettanta intensit della Spagna. Perch?

L'espressione "memoria storica"  equivoca, confusissima. Nel fondo, implica una contraddizione: come avevo scritto in "Il ricatto del testimone", la storia e la memoria sono opposte. "La memoria  individuale, parziale e soggettiva" avevo scritto; "invece la storia  collettiva e aspira a essere totale e oggettiva". Nessuno approfitt meglio di Marco di questa antitesi incolmabile. Maurice Halbwachs, colui che coni il concetto di "memoria storica", afferma che  una "memoria in prestito", attraverso la quale non ricordiamo esperienze nostre ma altrui, che non abbiamo vissuto ma che ci hanno raccontato; Marco applic alla lettera questa impossibilit e costru i suoi discorsi con ricordi di altri (di l, in parte, la disinvoltura con cui nelle sue conferenze passava dall'"io" al "noi"): sebbene in teoria cercasse di rivendicare in quel modo la memoria delle vittime, in pratica non fece altro che mettere a nudo l'inefficienza e i rischi mortali che comporta l'utilizzo di questo concetto cos di successo e cos assurdo. Come se non bastasse, in Spagna l'espressione "memoria storica" fu, oltre che un ossimoro, un eufemismo: la cosiddetta memoria storica era in realt la memoria delle vittime repubblicane della guerra civile e del franchismo, e recuperarla o rivendicarla equivaleva a rivendicare la riparazione completa per quelle vittime e a esigere giustizia e verit sulla guerra civile e sul franchismo per superare in maniera definitiva quel passato terribile.

Era una rivendicazione perfettamente giusta. Marco aveva ragione e non l'aveva: aveva ragione quando, nelle conferenze e nelle interviste, affermava che la democrazia spagnola si era fondata su una grande menzogna collettiva; non aveva ragione quando affermava che si era fondata su un grande patto di oblio.  una verit contraddittoria, o lo sembra, ma spesso la verit sembra contraddittoria, o lo . La democrazia spagnola si fond su una grande menzogna collettiva, o piuttosto su una lunga serie di piccole menzogne individuali, perch, come sapeva meglio di chiunque altro lo stesso Marco, nella transizione dalla dittatura alla democrazia moltissima gente si era costruita un passato fittizio, mentendo su quello vero o truccandolo o abbellendolo, per adattarsi meglio al presente e prepararsi al futuro, tutti desiderosi di dimostrare di essere democratici da sempre, tutti inventandosi una biografia da oppositori segreti, maledetti ufficiali, resistenti silenziosi o antifranchisti in sonno o attivi, allo scopo di occultare un passato da apatici, pusillanimi o collaborazionisti (e per questo, in quel periodo di reinvenzioni di massa, Marco non fu un'eccezione bens la regola). Non sappiamo se quella menzogna era una menzogna necessaria, una delle nobili menzogne di Platone o una delle menzogne ufficiose di Montaigne o una delle menzogne vitali di Nietzsche: una delle finzioni che salvano dalla realt che uccide; e nemmeno sappiamo se la democrazia si sarebbe potuta fondare in maniera diversa, se si sarebbe potuta costruire sulla verit e l'intero paese avrebbe potuto conoscersi o riconoscersi senza per questo soccombere di fronte alla propria immagine come Narciso. L'unica cosa che sappiamo  che era una menzogna e che sta l, all'origine o a fondamento di tutto.

Quanto al patto di oblio, pi che una falsit  un luogo comune; vale a dire, una mezza verit. Non  vero che durante la Transizione sia stata disattivata la memoria e si siano dimenticati la guerra e il dopoguerra, o le loro vittime; al contrario: sebbene non si fosse ancora generalizzata l'espressione "memoria storica", in quel periodo divent di moda il passato recente, una moda da cui, alla sua maniera, Marco trasse vantaggio e che gli permise di crearsi una nuova vita a cinquant'anni. In realt, si assistette a un grande interesse per la storia o almeno per quella parte della storia; vennero pubblicati numerosi libri, si scrissero mucchi di articoli e reportage, vennero girati film e organizzati abbondanti congressi e corsi sulla Seconda Repubblica, la guerra civile, l'esilio repubblicano, i consigli di guerra franchisti, le carceri franchiste, i morti e i guerriglieri antifranchisti, l'opposizione al franchismo e su altre mille questioni che cercavano di saziare la curiosit di un pubblico avido di informazioni su un periodo storico fino a quel momento passato sotto silenzio o manipolato dalla dittatura. Non  vero neppure che esistesse un patto di oblio politico; al contrario: ci fu un patto di ricordo, il che spiega come, durante la Transizione, tutti o quasi tutti i partiti politici complottassero per non ripetere gli errori che quarant'anni prima avevano portato alla guerra civile, e spiega in gran parte anche il fatto che si sia potuto realizzare l'inedito salto mortale consistente nel passare da una dittatura a una democrazia senza una guerra o senza grandi spargimenti di sangue e senza che si scatenasse un conflitto ingestibile. Quel patto fu un patto implicito che proibiva di usare il passato immediato come arma di dibattito politico; se quel periodo fosse stato dimenticato, sarebbe stato irrazionale firmare il patto: venne firmato proprio perch lo si ricordava benissimo.

Che verit c', allora, nella mezza verit del patto di oblio? Oltre a essere un luogo comune, il patto di oblio  un altro eufemismo, un modo di nominare senza nominarla una delle principali carenze della Transizione, e cio il fatto che non si indagasse a fondo sul passato recente e non si perseguissero i crimini della dittatura e non venissero integralmente risarcite le sue vittime. Forse le prime due cose non potevano essere fatte in quel momento senza dinamitare la democrazia, o cos pensarono tutti o quasi tutti i partiti politici e tutti o quasi tutti gli spagnoli, che scelsero di non fare del tutto giustizia ottenendo in cambio la possibilit di costruire una democrazia; quanto alle vittime, non  vero che non venne fatto nulla per loro,  vero invece che non venne fatto tutto ci che si sarebbe dovuto fare da qualunque punto di vista: morale, materiale e simbolico. Anche su questo Marco aveva ragione: sebbene lui non fosse una di loro, le vittime della dittatura furono il prezzo della Transizione, o una parte importante di quel prezzo.

Perci, a rigore, il grande mito del silenzio della Transizione  solo questo: un mito; vale a dire: un miscuglio di verit e menzogne; vale a dire: una menzogna. Caso mai, il silenzio arriv in seguito, ormai negli anni Ottanta, quando la destra proveniente dal franchismo che stava all'opposizione continuava a non essere interessata a parlare del passato, perch facendolo aveva soltanto da perderci, e la sinistra socialista che era al potere non fu pi interessata a farlo, perch facendolo non aveva nulla da guadagnarci. Quanto a noialtri, eravamo troppo desiderosi di goderci la nostra limpida e fiammante modernit da europei ricchi e civilizzati per occuparci della nostra sporca storia immediata di spagnoli straccioni e fratricidi. Questa  la realt: eravamo saturi di passato. Questo  ci che accadde: che la moda del passato pass. A tratti, sembr che lo stesso passato passasse, o che fosse gi passato. Ma ormai sappiamo che, sebbene lo sembri, il passato non passa mai perch - l'ha detto Faulkner - non  nemmeno passato.

E il passato, inevitabilmente, torn. Nella seconda met degli anni Novanta, mentre in Europa germinava l'ossessione o il culto della memoria, in Spagna la destra vinse le elezioni e la sinistra scopr che poteva usare contro di lei il passato della guerra e del franchismo, di cui la destra continuava a essere erede e con il quale non aveva mai rotto del tutto. Ma un altro fatto stava accadendo nello stesso periodo: stava maturando una nuova generazione di spagnoli che, forse perch fino ad allora non aveva quasi avuto un passato personale o non ne era quasi stata consapevole, non si era mai interessata al passato collettivo, o non eccessivamente, e in quel momento inizi a farlo. Era la generazione dei nipoti della guerra: quella (la mia) di coloro che non avevano esperienza personale della guerra e quasi nemmeno del franchismo, ma che scoprirono di colpo che il passato  presente o una dimensione del presente. La confluenza dei due fattori alter completamente le cose.

Fu allora che cominci l'apoteosi.

Nell'ottobre del 2000, un gruppo di persone che tre mesi pi tardi avrebbe fondato la Asociacin para la Recuperacin de la Memoria Histrica esum tredici cadaveri di repubblicani assassinati all'inizio della guerra civile e seppelliti in una fossa comune a El Bierzo, nella provincia di Len. Non era la prima volta che si realizzava un'operazione di questo genere - nel 1980, per esempio, c'era stata un'esumazione simile a La Solana, vicino a Ciudad Real - ma quella ebbe una eco mediatica che la dot di un certo simbolismo, e negli anni successivi sorse in tutto il paese, soprattutto in Catalogna, a Madrid e in Andalusia, un movimento che in pochissimo tempo semin per paesi e citt associazioni, unioni e fondazioni dedite a riesaminare il passato e a rivendicare la memoria delle vittime: alla fine del 2003, se ne contavano circa trenta, ma alla fine del 2005 erano gi circa centosettanta. Quei tre anni coincisero con i tre anni di Marco alla guida della Amical de Mauthausen e anche con l'esplosione della cosiddetta memoria storica. In quegli anni, e nei tre o quattro successivi, non soltanto si aprirono fosse comuni, si esumarono cadaveri e si cerc di inventariare gli scomparsi (fra trenta e cinquantamila, secondo i calcoli); si organizzarono anche innumerevoli congressi, omaggi, giornate, conferenze e seminari, si scrissero incalcolabili tesine e tesi di laurea e si crearono cattedre di memoria storica, si pubblicarono infiniti romanzi e libri sulla storia recente, si girarono infiniti film e documentari, si elaborarono progetti di recupero di testimonianze e si lanciarono iniziative politiche e istituzionali di ogni genere, la pi importante delle quali fu la cosiddetta Legge sulla memoria storica, che inizi il suo iter non appena la sinistra recuper il potere, nel 2004, e il cui autentico nome non lascia assolutamente nulla di non detto: "Legge con la quale vengono riconosciuti e ampliati diritti e vengono prese misure a favore di coloro che hanno sofferto persecuzioni e violenze durante la guerra civile e la dittatura".

Il passato era tornato. Ed era tornato con pi forza che mai. C' una parola tedesca, Vergangenheitsbewltigung, che si pu tradurre come "il superamento del passato mediante la sua revisione permanente", o che lo scrittore Patricio Pron traduce cos, e che descrive un processo iniziato dai tedeschi alla fine degli anni Sessanta, un quarto di secolo dopo la fine del nazismo, alla scopo di affrontare il proprio passato nazista; verso il 2001, un quarto di secolo dopo la morte di Franco, tutto indicava che in Spagna stesse iniziando un processo parallelo. La cosa peggiore  credere di avere ragione perch la si  gi avuta, dice il poeta Jos ngel Valente:  possibile che nella seconda met degli anni Settanta, appena terminata la dittatura in Spagna, perseguire e indagare a fondo sui suoi crimini e perfino risarcire integralmente le sue vittime avrebbe reso impossibile la democrazia, e che quindi, immediatamente dopo la morte di Franco, per gli spagnoli fosse tanto difficile guardare negli occhi il passato, riconoscersi o conoscersi e fare del tutto giustizia quanto lo era stato per i tedeschi immediatamente dopo la morte di Hitler; ma un quarto di secolo dopo, con una democrazia radicata nel paese e con il paese radicato in Europa, non era pi cos, e quell'apoteosi della memoria sembrava il segnale che la Spagna avrebbe restituito a s stessa il prezzo pagato per passare senza sangue dalla dittatura alla libert: si sarebbero eliminati i simboli del franchismo ancora presenti in strade e piazze, si sarebbero seppelliti con dignit i morti, si sarebbe realizzato un inventario degli scomparsi, si sarebbero risarcite integralmente le vittime della guerra e della dittatura.

Tutto questo era pi che ragionevole: era necessario. Molte cose, tuttavia, iniziarono a risultare subito sospette; e risultavano sospette perfino per me, che pensavo che tutto questo fosse necessario (o forse proprio perch lo pensavo).

Prova ne  che il secondo giorno del 2008, dopo che finalmente era stata promulgata la cosiddetta Legge sulla memoria storica e il giudice Baltazr Garzn aveva sollecitato informazioni sugli scomparsi della guerra e del dopoguerra, allo scopo di aprire un procedimento sui crimini del franchismo, pubblicai sul Pas un articolo intitolato "La tirannia della memoria" in cui, dopo aver chiesto di proscrivere l'uso dell'espressione "memoria storica" e aver denunciato il pericolo di abusare della memoria e soprattutto il pericolo parallelo e superiore che quest'ultima sostituisse la storia, mi congratulavo per gli obbiettivi che perseguiva il movimento a favore delle vittime; ma subito dopo precisavo: "Altra cosa  che lo Stato debba promulgare una legge per fare ci che avrebbe dovuto fare senza necessit di alcuna legge, che per di pi sia una legge che annuncia e non concede e che, per colmo, le autorit facciano le fannullone al momento di applicarla: a me non piace affatto che lo Stato si metta a legiferare sulla storia, per non parlare della memoria - come non mi piacerebbe affatto che si mettesse a legiferare sulla letteratura - perch la storia devono farla gli storici, non i politici, e la memoria la fa ognuno di noi, e perch una legge di questo tipo ricorda in maniera imbarazzante i metodi degli stati totalitari, i quali sanno benissimo che il miglior modo di dominare il presente  dominare il passato; per la legge esiste per essere applicata e, una volta che questa sar stata approvata, bisogner applicarla a qualunque costo. Altra cosa  anche che debba essere un giudice a occuparsi della questione; questo, lo ripeto, avrebbe dovuto farlo lo Stato: Adolfo Surez non avrebbe potuto farlo, perch altrimenti lo stesso giorno gli avrebbero bombardato La Moncloa; Felipe Gonzlez non l'ha fatto, e Jos Mara Aznar - che sarebbe stato bello se l'avesse fatto, perch cos avrebbe dimostrato che la destra si  emancipata davvero dal franchismo - nemmeno; e, visto che Jos Luis Rodrguez Zapatero annuncia e non concede e poltrisce, va benissimo che il giudice Garzn gli dia una spintarella (di pi non far: Garzn sa che gli sar impossibile fare ci che si ripromette)".

Ma c'era qualcosa di molto pi sospetto, e anche molto pi pericoloso: quella che era cominciata come una necessit profonda del paese si trasform ben presto in un'altra moda superficiale. Forse nessuno se ne accorse prima n meglio di Sergio Glvez Biescas, un membro della cattedra di memoria storica dell'Universit Complutense di Madrid: "Nell'incrocio di cammini tra il mondo associativo, le iniziative istituzionali e il lavoro sviluppato dai ricercatori" scriveva Glvez Biescas nel 2006, "il Recupero della memoria storica delle vittime della repressione franchista  entrato in un competitivo mercato che sta facendo di questi elementi un potente fattore di marketing e allo stesso tempo uno strumento di controllo del presente per ottenere redditi politici". Redditi, marketing, mercato e competitivo: era la trasformazione della memoria storica nell'industria della memoria.

Cos' l'industria della memoria? Un affare. Cosa produce questo affare? Un surrogato, un abbassamento, una prostituzione della memoria; e anche una prostituzione, un abbassamento e un surrogato della storia, perch, in tempi di memoria, quest'ultima occupa gran parte del posto della storia. O, detto in altro modo: l'industria della memoria sta alla storia autentica come l'industria dell'intrattenimento sta all'autentica arte e, cos come il kitsch estetico  il risultato dell'industria dell'intrattenimento, il kitsch storico  il risultato dell'industria della memoria. Il kitsch storico; vale a dire: la menzogna storica.

Marco fu l'incarnazione perfetta di questo kitsch. Tanto per cominciare, perch lui stesso era una menzogna ambulante; ma anche perch era un inesorabile fornitore di kitsch, di quel "velenoso foraggio sentimentale condito da buona coscienza storica" che, come avevo scritto in "Io sono Enric Marco", offriva il discorso di Marco, un discorso senza sfumature e ambiguit, senza le complessit e i vuoti e gli orrori e le contraddizioni e le vertigini e le asprezze e i chiaroscuri morali della memoria reale e della vera storia e dell'arte vera, un discorso privo della terrificante "zona grigia" di cui parlava Primo Levi, il discorso tranquillizzante, melenso e truffaldino che la gente desiderava ascoltare. Nel dicembre del 2004, poco prima di smascherare Marco, Benito Bermejo concludeva con questa frase di malaugurio un articolo scritto insieme a Sandra Checa in cui smascherava l'impostura del falso deportato Antonio Pastor: "Paradossalmente, la celebrazione della memoria pu significarne la sconfitta".

Fu esattamente ci che accadde. Scrivo a met del 2014, quando ormai in Spagna sono in pochi a ricordarsi della cosiddetta memoria storica e quando quest'ultima, o ci che ne resta, compare solo di tanto in tanto sui giornali, alla radio o in televisione. La moda del passato  passata di nuovo e, soprattutto a partire dall'arrivo della crisi economica nel 2009, il paese ha smesso di occuparsi del passato per occuparsi in esclusiva del presente, come se il passato fosse un lusso che non poteva permettersi. La cosiddetta Legge sulla memoria storica si  rivelata ben presto per ci che era: una legge insufficiente e fredda con le vittime, che sembra concepita dalla sinistra meno per risolvere il problema del passato che per tenerlo vivo a lungo e, nel frattempo, poterlo utilizzare contro la destra. In ogni caso, in fondo fa un po' lo stesso, perch  da tempo che questa legge non viene applicata, secondo l'attuale governo di destra perch non ci sono soldi per applicarla, e molte delle associazioni fiorite nel decennio precedente, del resto invischiate quasi fin da subito in discussioni bizantine e in incomprensibili lotte interne, sono scomparse o si agitano a vuoto, senza fondi e forse senza futuro, come accade alla stessa Amical. Il giudice Garzn, da parte sua, credeva fosse possibile fare ci che si riprometteva di fare, ma si sbagliava: nel febbraio del 2012  stato condannato a undici anni di inabilitazione ed espulso dalla magistratura, in teoria per come ha passato al setaccio un'organizzazione che finanziava in modo illegale il partito al governo e in pratica anche per questo, ma soprattutto perch ha preteso di indagare sui crimini del franchismo, per essersi fatto troppi nemici e troppo potenti e in definitiva per aver messo il naso dove non doveva. Nel frattempo, i cadaveri degli assassinati sono ancora nelle fosse comuni e sui cigli delle strade - la cosiddetta Legge sulla memoria storica non si faceva carico delle esumazioni ma le sovvenzionava, e le sovvenzioni sono finite - le vittime non otterranno una riparazione integrale e questo paese non romper mai del tutto con il suo passato n lo accetter del tutto n eliminer del tutto la menzogna che  all'origine o a fondamento di tutto, non si conoscer o riconoscer mai per ci che  stato, vale a dire per ci che , noi spagnoli non avremo la nostra Vergangenheitsbewltigung. Non, almeno, finch il passato non torner di nuovo. Solo che quando torner sar ormai troppo tardi, almeno per le vittime.

Cos , se vi pare. L'industria della memoria  risultata letale per la memoria, o per ci che chiamiamo memoria e che era solo un vigliacco eufemismo.  stata forse l'ultima opportunit, e l'abbiamo persa. La cosa peggiore  credere che ci si salvi per essersi salvati: forse per anni la finzione ci ha salvati, cos come per anni ha salvato Marco e don Chisciotte; per alla fine soltanto la realt pu salvarci, cos come alla fine la realt ha salvato don Chisciotte restituendolo ad Alonso Quijano e forse salver Marco restituendolo al vero Marco. Supponendo che per noi ci sia salvezza,  chiaro: Cervantes salv Alonso Quijano e, senza saperlo o riconoscerlo, forse io in questo libro sto facendo il possibile per salvare Marco. La domanda : chi salver noi? Chi, almeno, far il possibile per salvarci? La risposta : nessuno.

5

Ecco a voi quello che per molti  il cattivo segreto di questa storia; ecco l'uomo che smascher Enric Marco, la Nemesi del nostro eroe: ecco a voi Benito Bermejo. Di lui si  detto di tutto a partire dal momento in cui scoppi il caso Marco, quasi quanto si  detto dello stesso Marco. Lo hanno detto giornalisti, storici, politici, sindacalisti, scrittori e imprenditori e lavoratori pi o meno consapevoli dell'industria della memoria. Qui di seguito enumero alcune delle cose che sono state dette su di lui.

Si  detto che Bermejo aveva smascherato Marco perch per molti Marco incarnava in Spagna il movimento per il recupero della cosiddetta memoria storica e che, distruggendo Marco, Bermejo cercava di distruggere quel movimento. Si  detto che era nemico personale di Marco e della Amical de Mauthausen e che aveva smascherato Marco con l'obbiettivo di distruggere la Amical. Si  detto che voleva distruggere la Amical perch la Amical era la grande associazione spagnola dei deportati spagnoli e aveva la sede a Barcellona e lui voleva portarsela a Madrid e assumerne il controllo. Si  detto che voleva assumere il controllo della Amical attraverso la Fundacin Pablo Iglesias, che appartiene al partito socialista. Si  detto il contrario: che voleva danneggiare il partito socialista e il suo allora segretario generale, Jos Luis Rodrguez Zapatero, in quel periodo anche presidente del governo spagnolo. Si  detto che aveva agito per pura cattiveria o puro arrivismo o puro desiderio di comparire nella foto. Si  detto - lo disse, in piena voragine del caso Marco, Jaume lvarez, successore di Marco alla presidenza della Amical e sopravvissuto a Mauthausen, e lo riportarono molti giornali - che Bermejo, nato a Salamanca, aveva smascherato Marco per vendicarsi dei cosiddetti incartamenti di Salamanca, un insieme di documenti sequestrati dalle truppe franchiste alla fine della guerra e depositati in un archivio di Salamanca, documenti che il governo spagnolo di sinistra, dopo un lungo reclamo catalano, aveva deciso di restituire ai catalani con l'opposizione di tutta la destra, di parte della sinistra e del Comune e dell'Universit di Salamanca. Si  detto che Bermejo non  uno storico ma un agente del Mossad, i servizi segreti israeliani, o che  uno storico al soldo del Mossad o alle dipendenze dei servizi segreti spagnoli e lavora per il Mossad, in ogni caso un individuo pagato dal governo israeliano per punire Marco per aver detto nel Parlamento spagnolo, in un discorso tenuto il 27 gennaio 2005 di fronte all'ambasciatore israeliano in Spagna nel corso di un omaggio alle vittime dell'Olocausto, ci che diceva in tutte o in quasi tutte le sue quasi infinite conferenze: che i campi di concentramento non sono scomparsi ed esistono ancora in diversi luoghi del mondo, compresa la Palestina.

Mi fermo. Anche se potrei continuare: si sono dette molte altre cose su Bermejo, tutte o quasi tutte peregrine quanto le precedenti. La ragione  che Marco  un artista del pettegolezzo, ma non ne ha l'esclusiva; in realt, Marco non fece altro che sfruttare la nostra incurabile propensione al pettegolezzo, tanto pi marcata quanto pi sgradevole  l'evidenza che possiamo nascondere dietro di esso e quanto pi utile risulta per eludere la nostra responsabilit in questioni sgradevoli. Perch  straordinario che nessuno abbia detto una cosa evidente, e cio che Bermejo era soltanto uno storico serio e, in quanto tale, un nemico giurato dell'industria della memoria, cos come un artista serio  nemico giurato dell'industria dell'intrattenimento: entrambi combattono per principio il narcisismo occultatore, entrambi cercano la conoscenza - la conoscenza o il riconoscimento di s stessi, la conoscenza o il riconoscimento della realt - entrambi danno battaglia contro il kitsch; o, il che  lo stesso: entrambi danno battaglia contro la menzogna. In fondo, Bermejo non ha svelato soltanto l'impostura di Marco; ha svelato anche - o  questo che avvertirono molti di coloro che hanno cercato di trasformarlo nel cattivo segreto di questa storia - la credulit colpevole e la mancanza di rettitudine intellettuale di quanti avevano accettato l'impostura di Marco.

Oltre a essere uno storico serio, Bermejo  uno storico marginale: un uomo che vive ai margini del sistema accademico o universitario. Non  professore universitario o di liceo, quando scoppi il caso Marco non aveva nemmeno presentato una tesi di dottorato, requisito indispensabile per iniziare una carriera accademica. In realt, non ha fatto alcun tipo di carriera accademica, anche se ha terminato la facolt di Storia a Salamanca, citt in cui  effettivamente nato, in una famiglia di classe media.  possibile che ci sia qualcosa nell'universit spagnola, con le sue gerarchie intoccabili, la frenetica endogamia e il cursus honorum lastricato di rigidit retoriche e pantomime inamidate, che ripugni al suo carattere sobrio e riservato di perfetto castigliano, perch la verit  che non vi si  adattato, anche se, a dire il vero, dubito che si sia sforzato molto per riuscirci. In ogni caso, forse non  ozioso chiedersi perch sia stato un fuorilegge dell'accademia a osare smascherare Marco e a infilare il dito nell'occhio dell'industria della memoria, di cui beneficia anche l'accademia. Bermejo  un franco tiratore: non tiene lezioni, non scrive sui giornali e, sebbene abbia moglie e due figlie piccole, non ha un lavoro fisso e si guadagna da vivere come pu. Abita in un modesto appartamento di calle Garca de Paredes, nel quartiere madrileno di Chamber.

Nonostante non abbia fatto una carriera accademica, al termine del corso di studi Bermejo present all'Universit di Salamanca una tesina sulla propaganda e il controllo della comunicazione sociale nei primi anni del franchismo, e nel 1987, grazie a un assegno di ricerca, si trasfer a Madrid. In parte sempre grazie a una borsa di studio, trascorse un paio di anni a Parigi, facendo ricerca alla Sorbona. Fu l, nella Librera Espaola, al numero 72 di rue de la Seine, che sent parlare per la prima volta dei deportati spagnoli nei campi nazisti, alcuni dei quali aveva conosciuto il proprietario della libreria, Antonio Soriano; tuttavia, inizi a interessarsi davvero di loro soltanto agli inizi degli anni Novanta. All'epoca nessuno storico accademico aveva indagato seriamente sul destino dei deportati spagnoli; l'avevano fatto scrittori e giornalisti come Pons Prades, Montserrat Roig o Antonio Vilanova, ma nessuno di loro operava con la strumentazione tecnica e le sicurezze metodologiche della storiografia. In quel periodo Bermejo inizi a lavorare per la Universidad Nacional de Educacin a Distancia a una serie di documentari sull'esilio spagnolo del 1939 e, nel farlo, entr in contatto con alcuni deportati e con le loro due grandi associazioni dell'esilio, la Amical francese e la FEDIP (Federacin Espaola de Deportados e Internados Polticos), nonch con l'unica associazione dell'interno: la Amical de Mauthausen. I suoi rapporti con la Amical spagnola divennero pi stretti alla fine degli anni Novanta, quando stava preparando un documentario su Francesc Boix, il fotografo spagnolo di Mauthausen che aveva testimoniato al processo di Norimberga, ed ebbe bisogno di consultare l'archivio dell'associazione. Lo utilizz, anche se si verific qualche frizione con la Amical o con alcuni membri della stessa, in particolare con Rosa Torn. Il lavoro su Francesc Boix venne trasmesso in televisione nel 2000; due anni dopo Bermejo pubblic un libro basato su quel documentario. In quel momento, conosceva personalmente Marco gi da qualche mese.

La prima volta che aveva sentito parlare del nostro uomo era stata alla fine del 2000, o forse all'inizio del 2001. A parlargli di lui era stata Margarida Sala, conservatrice del Museu d'Histria de Catalunya e membro della Amical. Sala gli aveva detto che nell'associazione c'era un sopravvissuto di un campo nazista, chiamato Enric Marco, che oltre a essere un sopravvissuto era anche uno storico. La notizia aveva molto interessato Bermejo: prima di tutto perch, sebbene da pi di dieci anni stesse accumulando informazioni sui deportati spagnoli, parlando con loro e indagando sulle loro vite, nessuno aveva mai citato in sua presenza il nome di Marco; e in secondo luogo perch, sebbene conoscesse qualche deportato francese che era allo stesso tempo deportato e storico, non conosceva nessuno spagnolo che riunisse le due condizioni. Pi tardi, facendo mente locale o passando in rassegna documenti, Bermejo aveva capito di essersi sbagliato: naturalmente, conosceva benissimo il libro di Pons Prades sui deportati, e si era reso conto che il Marco di cui aveva letto in quel volume - e forse da qualche altra parte - era lo stesso Marco di cui gli aveva parlato Sala.

Poco dopo lo aveva incontrato. L'incontro ebbe luogo il 6 novembre 2001, durante l'omaggio che la Amical dedic a Montserrat Roig al Palau de la Msica di Barcellona. Fu molto breve. Bermejo era andato al Palau invitato da Rosa Torn e, terminata la cerimonia, si avvicin a un tavolo sul quale la Amical aveva messo in vendita alcuni libri; Marco era l e li stava mettendo via. Glielo presentarono. L'aspetto giovanile di Marco dovette cancellare dalla mente di Bermejo tutto quello che aveva letto e sentito di lui, perch gli domand se era figlio di deportato; Marco gli rispose di no, gli disse che era un deportato e che era stato prigioniero a Flossenbrg. Tutto l. La folla e la confusione provocata dalla fine dell'evento impedirono loro di proseguire la conversazione, o Marco approfitt delle due cose per interromperla. Quello scambio minimo, per, risvegli del tutto la curiosit di Bermejo. Sapeva che pochissimi spagnoli avevano conosciuto il campo di Flossenbrg e, sebbene avesse cercato di localizzarne qualcuno, fino a quel momento i suoi tentativi erano stati inutili (invece era riuscito a localizzare e intervistare qualche deportato francese). Inutile aggiungere che quella circostanza rendeva Marco un testimone ancora pi prezioso per Bermejo.

Il secondo incontro fra Bermejo e Marco non fu pi casuale, e lo storico vi and ben preparato. Avvenne a Mauthausen, durante le commemorazioni della liberazione del campo, che si svolgono ogni anno il fine settimana successivo al 5 maggio. Bermejo, un habitu di questo tipo di eventi (ideali per il suo lavoro perch vi incontrava i deportati e raccoglieva informazioni), colloca l'incontro nel 2001, il che  impossibile perch a maggio del 2001 non conosceva ancora Marco; dovette trattarsi del 2002, o anche del 2003. A quell'epoca Marco continuava a intrigarlo, ma Bermejo non aveva ancora concepito alcun sospetto su di lui, malgrado i tre racconti a stampa della sua vita che conosceva - quello di Los cerdos del comandante, quello della rivista Tiempo de historia e quello di Memoria del infierno, appena pubblicato - non combaciassero tra loro: Bermejo non ignorava che le divergenze nei diversi racconti di uno stesso sopravvissuto erano normali e attribuiva quelle che aveva notato in Marco a inesattezze degli intervistatori, a errori nella memoria dello stesso Marco o alle due cose insieme. Quel giorno a Mauthausen Bermejo parl due volte con Marco della sua esperienza di deportato. La prima fu nel campo stesso, a duecento metri dal Danubio, prima che si svolgesse la cerimonia ufficiale. Bermejo chiese a Marco della sua doppia condizione di deportato e di storico; Marco gli diede una risposta nebulosa, schiva: vagamente rispose che aveva studiato storia alla Universidad Autnoma di Barcellona, che aveva lavorato con il professor Josep Fontana e che avevano creato un'quipe di ricerca su quegli argomenti. La seconda volta che parl con Marco della questione che gli interessava fu all'ora di pranzo, gi in citt e alla presenza di Rosa Torn, che forse era andata a Mauthausen con Marco, o che l'aveva incontrato l. I tre si erano aggregati a un pranzo organizzato dai discendenti del centinaio di spagnoli rimasti in Austria dopo la liberazione del campo, che ogni anno tenevano la loro assemblea in quel luogo e in quelle date. Erano trenta o quaranta persone, soprattutto austriaci, ma Bermejo fece in modo di sedersi di fronte a Marco; accanto a Marco si sedette Torn.

Ci che accadde durante quel pranzo fu molto sconcertante per Bermejo. Come aveva programmato, forse come faceva sempre quando incontrava un nuovo deportato, lo storico chiese a Marco di parlargli del periodo che aveva trascorso nel campo; Marco lo interruppe prima che potesse concludere la sua richiesta: gli disse che non gli sembrava che parlare di quella questione portasse da qualche parte, gli disse che non avrebbe dovuto occuparsene, gli disse che c'erano questioni molto pi importanti, e subito dopo tir fuori dal portafoglio una foto e gliela mostr. Era una foto dello stesso Marco, nudo dalla vita in su e con la schiena e i fianchi costellati di ematomi; Bermejo non lo sapeva - non poteva saperlo - ma quella era una delle foto che Marco si era fatto scattare il 28 settembre 1979, quando era segretario generale della CNT, dopo essere stato pestato dalla polizia che cercava di sciogliere una manifestazione anarchica a favore dell'amnistia per gli accusati nel caso Scala; anche se era, soprattutto, un'altra cosa: la prova documentale che anche lui era stato una vittima, un resistente, un eroe. Su questo devi indagare, disse Marco a Bermejo, tassativo. Non sulle altre cose. Cal un silenzio violento, o Bermejo lo ricorda cos; ricorda anche la tensione e il disagio di Torn dall'altra parte del tavolo, la sua faccia di circostanza. Il messaggio di Marco era chiaro: non proseguire su questa strada; forse Marco aveva voluto presentarlo come un consiglio accademico - la strada che devi seguire  un'altra: non quella delle vittime dei nazisti ma quella delle vittime del franchismo - ma Bermejo cap che era un consiglio personale, se non una minaccia velata. Rest di sasso. Bermejo si era imbattuto molte volte in sopravvissuti che non volevano parlare delle loro esperienze, che ne erano ancora traumatizzati o che volevano dimenticarle o ai quali non piaceva ricordarle; Marco, per, era il contrario: a quell'epoca occupava gi la presidenza della Amical, o almeno un posto nel suo consiglio direttivo, e da anni teneva conferenze, concedeva interviste e parlava senza sosta delle sue esperienze nel campo di Flossenbrg. Com'era possibile che volesse parlare di quella questione con tutti tranne che con lui?

Bermejo ci mise ancora un po' di tempo a risolvere l'interrogativo. Quel pomeriggio a Mauthausen non chiese pi a Marco del suo passato, per l'atteggiamento del nostro uomo gli instill la diffidenza.

I sospetti continuarono ad aumentare nei mesi successivi. Nell'ottobre del 2003 si verific una scena simile a quella che ho appena descritto, anche se stavolta non avvenne a Mauthausen ma ad Almera, e i protagonisti non furono Marco e Bermejo, bens Marco e Sandra Checa, un'altra franco tiratrice della storia interessata ai sopravvissuti spagnoli nei campi nazisti. La scena si svolse durante le esequie di un membro della Amical e prigioniero comunista a Mauthausen chiamato Antonio Muoz Zamora; Checa, che aveva partecipato alla cerimonia perch era amica di Muoz Zamora, la rifer a Bermejo poco dopo.

Checa raccont a Bermejo che tra i partecipanti ai funerali c'erano Marco e Antonio Pastor Martnez, un falso deportato la cui impostura lei e Bermejo stavano cercando di smontare: Pastor era l perch aveva avuto una minima relazione con il morto, e malgrado ci pronunci qualche parola durante la cerimonia, mentre Marco vi presenziava in rappresentanza della Amical, di cui era presidente. Checa raccont a Bermejo che, a un certo punto, si era avvicinata a Marco, gli aveva detto che era una storica, che stava lavorando sulla Deportazione e che era molto interessata a parlare con lui; la risposta di Marco, spieg Checa a Bermejo, era stata identica o quasi identica a quella che aveva dato a lui a Mauthausen: anche se non le aveva mostrato la foto drammatica del suo corpo coperto di ematomi, le aveva detto di dimenticare l'argomento, perch non portava da nessuna parte, e di cercarne uno pi interessante. Questa fu tutta o quasi tutta la conversazione che Checa intrattenne con Marco, ma per telefono a Bermejo raccont anche dell'altro. La storica gli raccont che, a quanto pareva, a quella cerimonia aveva partecipato, fra altri vecchi repubblicani ed ex deportati amici del morto, anche Santiago Carrillo, l'eterno e quasi novantenne segretario generale del partito comunista, che era stato costretto a lasciare l'incarico da ormai pi di vent'anni e che, sempre secondo Checa, alla fine dei funerali aveva fatto un commento da vecchia volpe, da dirigente abituato a fiutare impostori dopo decenni di esilio e di controllo stalinista del suo partito, un commento sarcastico e ironico su Marco e Pastor che solo in pochi avevano ascoltato e che Checa non ricordava con esattezza o aveva dimenticato (o forse chi l'aveva dimenticato o non lo ricordava con esattezza era Bermejo), ma che in ogni caso insinuava fosse meglio non fidarsi troppo di quel paio di individui.

Il terzo e ultimo incontro di Bermejo con Marco si verific sei mesi dopo i funerali di Muoz Zamora. Avvenne a maggio del 2004, ancora a Mauthausen e ancora nella ricorrenza della liberazione del campo; o pi esattamente alla vigilia della ricorrenza e non esattamente a Mauthausen, bens in un sottocampo o campo annesso a Mauthausen: il campo di Ebensee, ottanta chilometri a sud di Mauthausen. A quel punto, erano gi molti anni che Bermejo raccoglieva dati su Marco, confrontandoli tra loro e verificando che il racconto di Marco sulla sua deportazione non funzionava, che era zeppo di contraddizioni e di cose impossibili; gli mancava ancora la prova definitiva con cui confutare in maniera incontestabile la sua storia, ma aveva gi la certezza totale o quasi totale che il presidente della Amical non era ci che diceva di essere.

Da tempo Bermejo chiedeva in continuazione di Marco, soprattutto a coloro che avevano avuto un rapporto diretto con lui. E, che chiedesse agli ex deportati o ai vecchi anarchici della CNT, la risposta era sempre o quasi sempre la stessa: "Non metterei la mano sul fuoco per lui" gli dicevano. "C' qualcosa che non quadra" gli dicevano. "Gatta ci cova" gli dicevano. "Non  un tipo affidabile" gli dicevano. E anche: "Magari  stato un infiltrato". Non so se Bermejo lo sapesse o ne fosse abbastanza consapevole, ma non c' dubbio che molte di queste risposte si spiegano con le ferite durevoli inflitte dalle selvagge lotte intestine della CNT negli anni Settanta, in cui Marco aveva svolto un ruolo rilevante; in ogni caso, a Bermejo tutta quella unanimit sembr sospetta. Gli sembr sospetto anche il fatto che Marco, la cui biografia ufficiale assicurava che era stato catturato a Marsiglia dopo essere uscito clandestinamente dalla Spagna, prima di essere mandato a Flossenbrg, non avesse mantenuto il minimo rapporto con la Amical francese di Flossenbrg, dove nessuno lo conosceva. Non sapevano nulla di Marco nemmeno alla Federacin Espaola de Deportados e Internados Polticos (anch'essa con sede in Francia), cosa che a Bermejo non parve pi sospetta, ma qualcosa di pi che sospetta, perch riteneva quasi impossibile che un anarchico spagnolo sopravvissuto a un campo nazista non avesse avuto nessun vincolo con quell'associazione. Naturalmente, Bermejo aveva richiesto informazioni su Marco all'archivio del Memorial di Flossenbrg, da dove gli avevano risposto assicurandogli che nei registri del campo non figurava nessun Marco, e continuava a rimanere privo di spiegazioni lo spettacolare contrasto non gi fra l'abbondanza e la coloritura epica e sentimentale dei racconti di Marco e la parsimonia e il grigiore abituali dei racconti degli altri deportati, bens soprattutto fra l'eloquenza pubblica di Marco e il suo netto rifiuto di parlare in privato.

Ma quello che senza dubbio lo insospettiva di pi e che, insieme a quanto detto in precedenza, fin per condurlo alla conclusione che Marco si fosse inventato la propria storia, o almeno una parte importante della propria storia, fu il lento rendersi conto, via via che esaminava i diversi racconti di Marco e scopriva le contraddizioni e perfino le assurdit in cui incorreva, che era impossibile attribuirli alla sua cattiva memoria o a chi aveva raccolto la sua narrazione, ai giornalisti e agli scrittori che la mettevano per iscritto, e che Marco stava alterando consapevolmente la propria biografia. A un certo punto inizi a intravedere la verit. Inizi a intuire, in effetti, che forse Marco era, s, andato in Germania negli anni Quaranta, ma non come deportato bens come lavoratore volontario, perch in alcuni dei suoi racconti il tragitto via Francia per arrivare in Germania assomigliava molto a quello che avevano seguito i lavoratori volontari spagnoli - almeno in un paio di occasioni, per esempio, Marco aveva menzionato la citt di Metz, luogo di smistamento in Francia di questi lavoratori - e anche perch Bermejo sapeva che Marco era un metalmeccanico e che una delle prime spedizioni di lavoratori partita da Barcellona era composta da metalmeccanici, che del resto erano finiti a lavorare nel nord della Germania, dove Marco assicurava di avere trascorso un periodo in carcere. Insomma: agli inizi di maggio del 2004, Bermejo, che gi stava scrivendo con Sandra Checa un articolo in cui dimostrava che il presunto deportato Antonio Pastor era in realt un commediante, non aveva la prova documentale, ma la certezza quasi assoluta, quella s, che anche Marco lo fosse.

Fu allora che si verific il suo ultimo incontro con Marco. Avvenne, come dicevo, a Ebensee, un sottocampo di Mauthausen situato in un'area montagnosa dove, a seconda guerra mondiale ormai in fase avanzata, i nazisti avevano scavato una serie di rifugi sotterranei in cui collocare le loro fabbriche di armi al riparo dai bombardamenti alleati. Quel giorno vi si svolgeva una commemorazione della liberazione di Mauthausen, un piccolo evento che precedeva il grande evento in programma il giorno successivo nel campo principale. Bermejo e Marco si incontrarono in uno dei tunnel del sottocampo. Chiacchierarono. Marco era attorniato da un gruppo di ragazzi; spieg a Bermejo che erano studenti, che erano arrivati da Barcellona grazie alla Amical e che lui li accompagnava come guida. Poi gli parl dell'attivit della Amical, sempre pi intensa ed eterogenea, e gli disse che l'anno dopo, quando si sarebbero commemorati i sessant'anni della liberazione di Mauthausen, avrebbero cercato di portare alle celebrazioni qualche personaggio importante, magari un membro o un rappresentante del governo. Subito dopo ebbe luogo un breve dialogo che a Bermejo rimase inciso nella memoria parola per parola. "Stiamo volando molto alto" gli disse Marco, decantando il periodo di gloria che la Amical viveva sotto la sua presidenza. "Sempre pi alto." Bermejo comment: "Bene, speriamo che non sia il volo di Icro". Al contrario di ci che forse si aspettava, Marco non parve infastidito dalla sua ironia; rispose soltanto, animoso, prima di accomiatarsi e proseguire il cammino con gli studenti: "I nostri cari sono vecchi e sempre pi a pezzi, ma sono ancora qui, a combattere". Bermejo ricorda molto bene di aver pronunciato come una parola piana il nome temerario del figlio di Dedalo, che cadde in mare e mor, come Narciso dopo aver contemplato la propria immagine nella fonte, per aver voluto volare fino al sole con le ali di cera che il padre gli aveva costruito, mentre Marco lo pronunci come una parola sdrucciola. In spagnolo, entrambe le pronunce sono corrette.

La prova che mancava a Bermejo comparve finalmente agli inizi dell'anno successivo.  possibile perfino essere pi precisi, perch lo storico annot la scoperta nel suo diario personale: il 21 gennaio. Mancava soltanto una settimana perch il Parlamento spagnolo celebrasse per la prima volta la giornata dell'Olocausto, accogliendo anche per la prima volta una delegazione dei deportati spagnoli, e perch Marco pronunciasse un discorso durante la cerimonia; mancavano poco pi di tre mesi perch venissero celebrati a Mauthausen i sessant'anni dalla liberazione del campo all'inedita presenza del presidente del governo spagnolo e con un inedito discorso di un deportato spagnolo, che fino all'ultimo momento era previsto che fosse Marco. Bermejo non s'imbatt nella prova per caso. A un certo punto gli era venuto in mente che forse avrebbe potuto trovare informazioni su Marco negli archivi del ministero degli Affari esteri, dove in altre occasioni aveva fatto ricerche, e il giorno che vi and verific che la sua intuizione era esatta.

 cos: in quegli archivi era conservata una scheda su Marco. Non erano che tre pagine, ma non facevano una grinza. La scheda rimandava a una richiesta inviata dal Comando della IV Regione militare, con sede a Barcellona, in cui si affermava che Marco non si era presentato per l'arruolamento e si chiedeva al ministero degli Esteri se fosse vero che, come assicurava la famiglia di Marco, quest'ultimo si trovasse in Germania come lavoratore volontario; la risposta del ministero degli Esteri era che la famiglia di Marco diceva la verit, che Marco si trovava in Germania, esattamente a Kiel, come lavoratore assunto dalla Deutsche Werke Werft. In altre parole: l'esercito chiedeva informazioni su un possibile disertore e il ministero degli Esteri rispondeva che il disertore non era un disertore ma un bravo cittadino, partito per la Germania avvalendosi dell'accordo ispano-tedesco firmato da Franco e Hitler. Erano soltanto tre pagine, ma bastavano a dimostrare senza ombra di dubbio che almeno una parte fondamentale del racconto di Marco era, in qualunque delle sue varianti, falsa; non era uscito dalla Spagna in maniera clandestina, non era stato arrestato in Francia e mandato in Germania, non era un deportato. Naturalmente, quel documento non dimostrava che Marco non fosse un sopravvissuto di Flossenbrg, perch esisteva la possibilit che, una volta in Germania, Marco fosse stato arrestato dai nazisti e confinato in un campo di concentramento, com'era accaduto ad altri lavoratori volontari; ma dimostrava che Marco mentiva. Erano solo tre pagine, ma bastavano a distruggere Marco.

Per Bermejo, l'euforia della scoperta dovette durare poco, perch subito lo assal una domanda inevitabile: e adesso? Al contrario di ci che si  detto in seguito, Bermejo non provava la minima avversione nei confronti di Marco; e non lo attraeva nemmeno il ruolo di guastafeste n gli piaceva l'idea di infilare il dito nell'occhio di qualcuno, e tantomeno in quello di un vecchio: prova ne  che, poco tempo addietro, lui e Sandra Checa avevano dovuto vincere un'infinit di scrupoli prima di pubblicare l'articolo in cui smontavano l'impostura di Antonio Pastor (si domandavano se era legittimo correre il rischio di distruggere la reputazione di un uomo per ristabilire la verit storica, e quali conseguenze avrebbe avuto quella distruzione); un'altra prova  che alla fine avevano scelto di far comparire Pastor nel loro articolo soltanto con le iniziali e non il nome completo. E adesso? si domand Bermejo. La sua risposta provvisoria consistette nel chiamare qualche persona di fiducia e raccontare quello che aveva scoperto su Marco: lo raccont a due vecchi deportati, Paco Aura e Francisco Batiste; lo raccont a Jordi Riera, figlio di deportati e membro della Amical; forse lo raccont a qualcun altro. Nessuna di queste persone seppe consigliargli cosa fare, e almeno uno gli disse che poteva fare qualunque cosa, tranne non fare nulla.

Agli inizi di febbraio, esattamente il giorno 9 (di nuovo secondo l'agenda di Bermejo), accadde un fatto insolito: Marco gli telefon a casa. Era la prima volta che lo faceva. Gli disse senza giri di parole che gli stavano arrivando notizie secondo le quali stava mettendo in dubbio la sua storia, concretamente che andava in giro a dire che non era stato un deportato. Bermejo non neg le accuse, e Marco prosegu: disse che rispettava il suo lavoro e che capiva il suo interesse a ricostruire il passato e a scovare documenti che gli consentissero di farlo; disse che capiva anche che il racconto delle sue esperienze avesse generato in lui qualche dubbio o che vi avesse trovato aspetti strani; disse che, malgrado le apparenze, tutto aveva una spiegazione, con il tempo e la buona volont tutto si poteva risolvere, e che lui si metteva a disposizione per risolvere tutti gli interrogativi e per aiutarlo a dissipare tutti i punti dubbi o oscuri o tutti i punti che lui riteneva dubbi o oscuri e riteneva importante illuminare; e disse che, siccome andava molto spesso a Madrid, prima della fine di febbraio o degli inizi di marzo l'avrebbe chiamato e, se lo desiderava, si sarebbero visti e lui avrebbe risposto a tutte le sue domande e avrebbero cos potuto risolvere quel malinteso. Questo , pi o meno, ci che Marco disse a Bermejo, o ci che Bermejo ricorda che pi o meno gli disse Marco; ma Bermejo ricorda soprattutto di avere avuto la sensazione inequivocabile che sotto quel discorso visibile ci fossero molti altri discorsi invisibili, innumerevoli sottotesti di quel testo, tutti destinati a sedurlo, cio a fargli intravedere i benefici che sarebbero derivati dal fatto di mettersi d'accordo e le contrariet che sarebbero derivate dal non farlo, e Bermejo assicura che soltanto allora si rese conto che all'altro capo della linea si acquattava un maestro della manipolazione. Malgrado ci, lo storico accett la proposta di Marco e, prima di accomiatarsi, gli disse che restava in attesa della sua telefonata.

Marco non chiam Bermejo nel mese di febbraio; e nemmeno a marzo. Un pomeriggio Bermejo and alla sede del Centro de Estudios Polticos y Constitucionales - un organismo alle dipendenze della Presidenza del Governo - convocato da un professore della Universidad Complutense che lavorava l. Si chiamava Javier Moreno Luzn e aveva dato appuntamento a Bermejo per parlare delle Giornate sulla deportazione che si sarebbero tenute al Crculo de Bellas Artes di Madrid nel mese di maggio; Moreno Luzn le stava coordinando e aveva chiesto aiuto a Bermejo. I due colleghi parlarono della questione per cui si erano incontrati, ma anche degli eventi del sessantesimo anniversario della liberazione di Mauthausen, che si sarebbero svolti poco prima delle loro Giornate e ai quali si vociferava che forse avrebbe partecipato per la prima volta il presidente del governo spagnolo, sollecitato proprio dal Centro de Estudios Polticos y Constitucionales. A quel punto della conversazione, vi si era gi inserito lo storico Jos lvarez Junco, direttore del Centro, che in quel momento si allontan per fare una telefonata e torn dopo un po' con la conferma: il presidente Jos Luis Rodrguez Zapatero continuava a ventilare l'ipotesi di recarsi a Mauthausen a maggio. Soltanto allora Bermejo si anim a dire che c'era un problema. Che problema? gli chiesero. Un problema con il presidente della Amical de Mauthausen, rispose. E subito dopo spieg il problema. Quando fin, Moreno Luzn annunci che avrebbe evitato la partecipazione di Marco alle Giornate del Crculo de Bellas Artes; nessuno dei tre, tuttavia, aveva molto chiaro quali altri passi potessero o dovessero fare, cos decisero di lasciare la questione in sospeso.

I protagonisti della scena precedente non ricordano con esattezza quando si svolse, ma possiamo situarla verso la fine di marzo. A quel punto, era gi da molte settimane che Bermejo aspettava una telefonata di Marco con l'annuncio che sarebbe andato a Madrid e che avrebbero potuto incontrarsi. Lasci passare altre due o tre settimane, poi, stanco di aspettare, cerc di rintracciare Marco al telefono. Non ci riusc. Alla fine gli mand via fax un messaggio alla Amical. Il messaggio porta la data del 15 aprile, e dice:

Enric,

a febbraio mi hai chiamato e mi hai annunciato la tua disponibilit a un colloquio approfittando di un tuo viaggio a Madrid. Mi avevi detto che mi avresti chiamato presto e che quell'incontro sarebbe potuto avvenire "prima della fine di febbraio o agli inizi di marzo" (tue parole testuali). Quelle date sono passate da parecchio e non ho avuto tue notizie. A dire il vero, mi interesserebbe molto questa intervista per poter ascoltare di prima mano il tuo racconto.

Spero che sia possibile combinare l'incontro.

Grazie per la tua attenzione e cordiali saluti

Pochi giorni dopo l'invio del fax, Bermejo ricevette di nuovo una telefonata di Marco. Stavolta la conversazione tra i due fu pi breve. Marco inizi scusandosi per non aver chiamato prima, gli spieg di non essere andato a Madrid perch i preparativi delle grandi celebrazioni che si sarebbero svolte a maggio a Mauthausen assorbivano tutto il suo tempo, gli assicur che lui e tutta la Amical erano oberati di lavoro, concluse che per il momento non potevano incontrarsi e che dovevano rimandare l'appuntamento a dopo l'anniversario della liberazione del campo, quando, glielo garantiva, l'avrebbe chiamato e gli avrebbe fornito una spiegazione che avrebbe dissipato tutti i suoi dubbi. Bermejo ascolt con attenzione e cap che era inutile discutere, perci a Marco disse soltanto che, se quello era quanto aveva deciso di fare, lo facesse pure, sebbene a lui non sembrasse la cosa pi conveniente.

Cos termin l'ultima conversazione tra Bermejo e Marco. Qualche giorno pi tardi si seppe che, effettivamente, per la prima volta un presidente del governo spagnolo, Jos Luis Rodrguez Zapatero, sarebbe andato a Mauthausen per celebrare il sessantesimo anniversario della liberazione del campo, e si seppe anche che, effettivamente, il deportato che per la prima volta avrebbe preso la parola durante l'evento principale delle celebrazioni sarebbe stato Enric Marco. Non appena ne ebbe notizia, Bermejo cap che le cose erano completamente cambiate e che, se si teneva ai margini e faceva lo gnorri e consentiva la consacrazione definitiva dell'impostura di Marco, non se lo sarebbe mai perdonato, e tutte le remore, gli scrupoli e le indecisioni che fino a quel momento l'avevano paralizzato svanirono di colpo. Chiam Moreno Luzn e gli disse che non era disposto a essere complice di quella mascherata e che voleva far arrivare ci che sapeva al presidente del governo o a qualcuno pi vicino possibile al presidente del governo. Moreno Luzn gli chiese di scrivere un rapporto e di mandarglielo. Bermejo lo scrisse e glielo mand; lo mand anche a un membro di una fondazione del partito a cui apparteneva il presidente del governo, la Fundacin Pablo Iglesias, a un membro della Amical e a diversi storici. Una volta fatto ci, Bermejo sent di aver compiuto il proprio dovere e si sent sollevato. Mancavano appena quindici giorni all'anniversario della liberazione di Mauthausen, ma lui si disinteress della faccenda. O quasi.

6

Di una cosa sono certo: mentro cercavo di scoprire la verit su Marco, non ero l'unico ad avere dubbi su questo libro che per tanti anni non avevo voluto scrivere; li aveva anche lo stesso Marco.

All'inizio delle mie indagini il nostro rapporto non fu buono, per non dire che fu cattivo. La colpa fu mia. Quando smisi di fare resistenza a scrivere questo libro e concordai con Marco che lui mi avrebbe raccontato la sua storia completa e che io, con l'aiuto di mio figlio, l'avrei registrato mentre me la raccontava, iniziammo a vederci con una certa regolarit nel mio studio nel quartiere di Gracia. Ripassando in rassegna le immagini di quelle prime chiacchierate, mi vedo freddo, teso, fiscale e reticente, come se non riuscissi a superare la ripugnanza che Marco mi ispira, o come se non volessi farlo, o forse come se temessi di farlo. Non  solo che non mi fidavo di lui o che non credevo a una parola dei suoi racconti; il guaio  che me lo si leggeva in faccia. Visto adesso, il mio atteggiamento a tratti mi risulta, oltre che strategicamente sbagliato, ipocrita e ridicolo, una posa filistea da inquisitore o catechista che in pi di un'occasione mi port a pretendere da Marco che riconoscesse il male fatto con le sue menzogne e se ne pentisse. Lui si rifiut sempre di farlo. Ogni volta che lo pretendevo, voglio dire. Ho gi detto che Marco pu essere molte cose, ma non  stupido, cos non sempre si rifiutava di ammettere che aveva mentito e che questo non stava bene; a volte, soltanto quando lui lo riteneva adeguato, non quando qualcuno voleva costringerlo a farlo, lo ammetteva a denti stretti e di sfuggita, anche se per seppellire subito dopo quell'ammissione sotto il solito discorso sui benefici derivati dalle sue menzogne e sotto le menzogne, malvagit e inesattezze che erano state dette su di lui per la sua impostura.

In quel periodo - sto parlando dell'inverno e della primavera del 2013 - Marco era un uomo ferito ma anche un uomo in stato di ribellione e di permanente rivendicazione di s stesso, e io non avevo ancora imparato ad avere a che fare con lui;  naturale che all'inizio ci scontrassimo. A differenza di quanto aveva fatto Truman Capote con Dick Hickock e Perry Smith, i giovani assassini protagonisti di A sangue freddo, non diventai subito amico di Marco, e difatti i nostri interrogatori di lavoro sembravano spesso battaglie in cui io attaccavo, bombardandolo con le sue contraddizioni, i suoi imbrogli e le sue fandonie, e lui contrattaccava con tutta la sua artiglieria argomentativa, che era ingente e potentissima. Pi di una volta finimmo male, separandoci sulla porta del mio studio quasi senza salutarci n darci la mano, e quando accadeva smettevamo di vederci o di telefonarci per un po'. Allora io tornavo alle mie angosce, mi ricordavo di nuovo di Vargas Llosa e di Claudio Magris, che pensavano che forse era impossibile arrivare a conoscere la vera storia di Marco, pensavo di nuovo a Fernando Arrabal, che pensava che il bugiardo non ha storia e che, se l'avesse, nessuno si azzarderebbe a proporla come una storia vera o come un racconto reale o un romanzo senza finzione, perch  impossibile raccontarla senza mentire; pensavo di nuovo, insomma, di aver sbagliato libro o che fosse impossibile scriverlo o che non dovessi scriverlo.

Per fortuna, quell'inverno viaggiai molto. Andai in Colombia, in Messico, a Parigi, a Bruxelles, a Trento, e trascorsi due settimane a Pordenone, nel nord Italia, prima di installarmi a Berlino durante la primavera e l'estate; perci, quando tornavo a Barcellona, ero fresco e pieno di energie e senza angosce e con nuove idee su Marco e con la voglia di parlare di nuovo con lui. Naturalmente, gli ritelefonavo. A volte Marco mi rispondeva subito, ma altre non mi rispondeva o tardava a rispondermi o mi rispondeva dicendo che non potevamo vederci e avanzando qualche scusa: che era molto occupato, o che non stava bene, o che la moglie e le figlie non volevano che ci vedessimo perch le nostre interviste lo turbavano molto. Allora, per convincerlo a vederci, gli dicevo la verit, o una mezza verit; gli dicevo, per esempio, che mi trovavo soltanto di passaggio a Barcellona e che magari non saremmo riusciti a vederci per mesi. Di solito, l'effetto delle mie parole era fulminante: Marco cambiava immediatamente parere e mi convocava per quello stesso pomeriggio o per la mattina dopo nel mio studio. Fu cos che iniziai a capire di non essere l'unico a dubitare, e che, come aveva intuito Joan Amzaga alla fine del nostro pranzo alla Troballa con mia sorella Blanca e con Montse Cardona per parlare di Marco e della FAPAC, il nostro uomo si dibatteva tra la vanit e il timore: da un lato lo lusingava il fatto che io scrivessi un libro su di lui, ma dall'altro aveva paura di quello che avrei raccontato nel libro. Almeno all'inizio del nostro rapporto, era questo che succedeva: Marco voleva e non voleva che scrivessi di lui, e per questo voleva e non voleva parlare con me. Detto pi chiaramente: Marco voleva che io scrivessi il libro che gli avrebbe fatto piacere leggere, il libro di cui lui aveva bisogno, il libro che alla fine lo riabilitasse.

Fin dall'inizio io avevo avvertito Marco, con totale chiarezza, che non avrei scritto un libro di quel genere; e tuttavia, come minimo all'inizio, lui cerc di farmelo scrivere, o almeno tent di controllare ci che avrei scritto. In teoria Marco non soltanto non avrebbe dovuto frapporre alcun impedimento al mio lavoro, ma mi avrebbe aiutato a svolgerlo; in pratica non fu cos. Marco aveva in casa un archivio con parecchi documenti riservati, carte personali e scritti di ogni tipo, per, quando gli chiesi di lasciarmelo esaminare, si rifiut categoricamente. Arrivava sempre nel mio studio carico di cartelline zeppe di documenti, ma erano documenti accuratamente selezionati da lui, tutti favorevoli alla sua versione della storia. A volte gli chiedevo dei documenti e lui prometteva di portarmeli, ma poi non me li portava. Altre volte mi portava i documenti e mi permetteva di dare loro un'occhiata e subito me li toglieva dalle mani e poi non mi lasciava fotocopiarli. In qualche occasione rimand senza spiegazioni i nostri appuntamenti, e una volta si present senza preavviso accompagnato da un'altra persona (un giovane cineasta con la proposta impraticabile di filmarci mentre conversavamo, per girare un film o un documentario sul processo di creazione del mio libro, o qualcosa del genere), il che mand a puttane l'incontro. Ovviamente, Marco mi nascondeva informazioni, mi ingannava, mentiva e, quando lo beccavo a dire qualche bugia, trovava all'istante una spiegazione che cercava di far passare la bugia per un errore o un malinteso. Spesso mi offriva la possibilit di incontrare persone che l'avevano conosciuto in diversi momenti della sua vita e che potevano parlarmi di lui, ma quasi sempre ci metteva settimane o mesi a darmi il loro numero di telefono o l'indirizzo e, mentre io aspettavo che me li desse, lui parlava con loro o scriveva avvisandoli della mia visita e annunciando le mie intenzioni e (almeno questo immaginavo io) cercando di manipolarli in modo che mi raccontassero quello che lui voleva che mi raccontassero. Era astuto come una volpe e sfuggente come un'anguilla, e non tardai a farmi l'idea che non collaborasse con me per aiutarmi, ma per fingere di aiutarmi e tenermi cos sotto controllo, sorvegliare i miei passi, farmi perdere in un labirinto di menzogne e riuscire a farmi scrivere il libro che lui sognava.

Non ci riusc, o credo che non ci sia riuscito. E non perch io glielo abbia impedito, ma perch non poteva riuscirci:  impossibile che qualcuno scriva un libro che un altro ha immaginato, e poi il mio poteva essere scritto soltanto se fosse stato scritto con la verit o con fatti aderenti al massimo alla verit;  anche impossibile nascondere una verit come quella di Marco se qualcuno si propone di svelarla a ogni costo. Marco  un mentitore magistrale, per, mentre allestiva le sue menzogne, trenta o quaranta o cinquanta anni prima, non avrebbe mai potuto immaginare che un giorno uno scrittore si sarebbe consacrato anima e corpo a smontarle e non ritenne necessario corazzarle contro quell'improbabile curiosit futura. C' forse ancora un'altra ragione, o piuttosto un'altra ipotesi, che spiega il fallimento di Marco, e cio che non  stato un fallimento ma un successo: forse Marco non soltanto ha capito che non poteva nascondermi la verit n riuscire a farmi scrivere un libro che lo riabilitasse; forse ha capito anche che l'unico modo in cui poteva riabilitarsi era proprio raccontandomi la verit.

Non sono sicuro che in qualche momento Marco sia giunto a questa conclusione, ma so per certo che mi sforzai a fondo per costringerlo a farlo. Lo sforzo inizi quando erano ormai diversi mesi che lo inseguivo e battagliavo senza quartiere contro di lui, avevo ormai vinto la repulsione che mi ispirava all'inizio e avevo abbandonato il mio ridicolo atteggiamento da giudice o pubblico ministero o inquisitore o catechista e avevo capito che il mio compito consisteva nello spogliare pian piano il suo passato dalle finzioni, come si spoglia una cipolla della buccia, e che ci sarei riuscito soltanto guadagnandomi la sua fiducia come aveva fatto Capote con Dick Hickock e Perry Smith. In questo compito mi fu utilissimo Benito Bermejo, o meglio l'ombra letale e lunghissima che Benito Bermejo proiettava su Marco. Dicevo a Marco, senza mentirgli del tutto ma senza dirgli del tutto la verit, che Bermejo non aveva completamente abbandonato l'idea di scrivere un libro su di lui e che, di conseguenza, il libro che avrei scritto io doveva essere inattaccabile, perch altrimenti Bermejo ci avrebbe ridotti a spezzatino, ci avrebbe demoliti, avrebbe distrutto la nostra versione dei fatti e avrebbe distrutto lui e me. Io ero dalla sua parte, gli dicevo, e Bermejo no, perci era meglio che dicesse a me la verit e non la lasciasse a Bermejo, perch Bermejo l'avrebbe usata male e io bene. Dovevamo ottenere, insistevo con Marco, un racconto perfettamente reale, invulnerabile, vero e non soltanto verosimile, un racconto che, sebbene non fosse completamente documentato (non poteva esserlo), aderisse il pi possibile ai documenti di cui disponevamo, e quindi ai fatti. Questo insinuavo a Marco: Bermejo era il male allo stato puro, e io ero l'unico che poteva tenerlo lontano, ma per tenerlo lontano avevo bisogno della verit.

Fu cos che inizi una nuova fase del mio rapporto con Marco. A quel punto io ero ormai immerso fino in fondo nella sua biografia, gli avevo sentito raccontare la propria vita dall'inizio alla fine, avevo letto un'infinit di documenti su di lui e avevo parlato con numerose persone che l'avevano conosciuto. Cos, localizzando documenti che nemmeno lo stesso Marco aveva visto, incrociando informazioni e date, confrontando testimonianze, avevo scoperto molte verit della biografia occulta di Marco e avevo eliminato molte menzogne dalla sua biografia pubblica; di pi: ero riuscito, mettendolo di fronte a contraddizioni flagranti o a ovvie falsit, a fare in modo che Marco riconoscesse che le prime erano verit e le seconde menzogne. La cosa pi sorprendente della faccenda (o quella che pi sorprese me) era che pi menzogne scoprivo, pi mi facevo carico della sordida e triste realt che Marco aveva nascosto per tanti anni dietro la sua facciata splendida, pi mi trovavo di fronte al cattivo vero che si nascondeva dietro l'eroe fittizio, pi me lo sentivo vicino, pi piet mi ispirava, meglio mi sentivo accanto a lui. No, non  vero. Anch'io sto cercando di nascondere la verit. La verit  che arriv un momento in cui ci che provai per lui fu affetto, a tratti una sorta di ammirazione che nemmeno io stesso sapevo spiegarmi, e che mi turbava.

Quando quel momento arriv, Marco mi aveva gi spalancato i suoi archivi e mi aveva procurato perfino un incontro con la sua figlia nascosta, il frutto del suo primo matrimonio, anch'esso nascosto. Quando quel momento arriv, rimanevano ormai soltanto pochi punti problematici nella sua biografia, o quello che ci eravamo eufemisticamente accordati di chiamare punti problematici: menzogne che Marco non aveva ancora riconosciuto come menzogne e che io non ero disposto ad accettare come verit, tra gli altri motivi perch, argomentavo, nessuno ci avrebbe creduto, a cominciare da Benito Bermejo. Ricordo la mattina in cui discutemmo, seduti nel salotto di casa sua, degli ultimi di quei punti, come sempre in maniera accanita (ma non pi tesa n brusca), io cercando di fare in modo che lui riconoscesse la verit e lui cercando di salvare per quanto possibile la sua menzogna; in quel momento, quando Marco aveva gi ceduto su tre dei punti, o piuttosto quando li avevamo congelati perch ero sicuro che Marco si fosse arreso e che avrebbe finito per cedere e riconoscere la verit (che non aveva partecipato all'assalto alla caserma Sant Andreu il 19 luglio 1936, il giorno successivo all'inizio della guerra civile; che non era tornato ferito dal fronte e aveva regolarizzato la propria posizione alla fine della guerra e non aveva mai condotto una vita clandestina nel dopoguerra; che non aveva mai fatto parte della UJA di Fernndez Vallet e dei suoi compagni), gli diedi a intendere che l'interrogatorio si era concluso.

"Ah, dimenticavo" dissi allora, astutamente, mentre gi si stava alzando, con la guardia bassa, stanco dopo ore di discussione, o forse solo stufo di discutere. "C' un altro punto problematico. L'ultimo."

Ascolt la mia spiegazione in piedi, osservandomi con il poco interesse che gli rimaneva: gli dissi che non credevo che avesse partecipato all'invasione di Maiorca con lo zio Anastasio e che, anche se non potevo dimostrare che il fatto era falso, tutti gli indizi suggerivano che lo fosse. Quando terminai di enumerare gli indizi si lasci cadere sulla sedia, punt i gomiti sul tavolo e si prese la testa fra le mani in un gesto che, sebbene fosse melodrammatico, non mi sembr melodrammatico.

Lo sentii mormorare: "Per favore, lasciami qualcosa".

Ci rivedemmo dopo due o tre giorni. Quella mattina andai a prenderlo molto presto a Sant Cugat con la mia macchina, e fino al pomeriggio girammo per i luoghi della sua infanzia e della maturit, nei quartieri di Collblanc, Gracia, El Guinard, individuando le strade e le case in cui aveva vissuto, parlando con i vicini che avevano avuto a che fare con lui e passando in rassegna episodi della sua vita, e durante quelle ore Marco riconobbe in modo tacito o esplicito che tutti o quasi tutti i punti problematici che gli avevo sottolineato nel nostro ultimo incontro non erano punti problematici, ma verit abbellite o truccate, oppure semplici menzogne. Non posso dire che quel riconoscimento mi sorprendesse, perch ormai conoscevo il suo modo di operare in quei duelli che intrattenevamo sul suo passato: se le prove che io gli presentavo erano definitive (a volte perfino quando non lo erano), Marco finiva per accettare in un modo o nell'altro la verit, sebbene a volte impiegasse ore o giorni o settimane per farlo, perch doveva cercare una via d'uscita onorevole, una spiegazione alla sua bugia precedente, spiegazione o via d'uscita che spesso trovava nelle confusioni, nei miraggi o nei deliri che provocava l'alleanza dello scorrere del tempo con l'opportuna fragilit della sua memoria. Comunque fosse, quando parcheggiai all'ingresso di casa sua a Sant Cugat, ormai all'imbrunire, Marco probabilmente stava ancora pensando alle menzogne che aveva riconosciuto con me, il che spiega perch, prima di scendere dalla macchina, mi disse con un misto di pena e di rassegnazione nella voce: "Veramente, ho l'impressione di stare agendo contro di me".

Capii e mi affrettai a correggerlo: "No: stai agendo contro il falso Enric Marco; e a favore di quello vero". Siccome Marco non diceva nulla, chiarii: "Stai agendo a tuo favore, cos come alla fine del Chisciotte Alonso Quijano agisce a proprio favore quando smette di essere don Chisciotte".

Marco mi guard con curiosit, forse inquieto.

"Quando ritrova il senno, no?"

"Esatto" risposi, e in quel momento vidi un bambino identico a lui, calvo e con i baffi e pieno di rughe, che leggeva il Chisciotte alla propria matrigna alcolizzata, ottant'anni prima, in una stanza sudicia illuminata da una Petromax. "Quando smette di essere il falso ed eroico don Chisciotte e torna a essere soltanto il vero Alonso Quijano."

Una risata sincera dissip l'inquietudine dallo sguardo di Marco.

"Il Buono" puntualizz. "Alonso Quijano il Buono. Mi domando quante volte dovremo rileggere quel libro per capirlo davvero."

Non ricordo pi nemmeno una parola di quella conversazione, sempre che ce ne sia stata qualche altra. Ma ricordo che poco dopo, mentre tornavo a Barcellona lungo la strada della Rabassada, sentii per la prima volta che Marco non voleva pi nascondersi dietro la menzogna, che almeno con me non voleva pi farlo, come se avesse scoperto che la biografia prosaica e mortificante e autentica che avrei raccontato io poteva essere migliore o pi utile della biografia brillante, poetica e falsificata che lui aveva raccontato sempre, e soprattutto ricordo che, quando oltrepassai la cima del monte del Tibidabo e iniziai a discendere La Rabassada e in fondo comparve Barcellona e pi in l il mare rossastro e rilucente del crepuscolo, mi ricordai di quello strano passaggio in cui, alla fine del Chisciotte, Cervantes fa parlare la sua penna ("Per me sola nacque don Chisciotte, e io per lui; egli ha saputo operare, e io scrivere; noi soli siamo due in uno") e per un istante mi sembr di capire ci che Cervantes o la penna di Cervantes volesse dire e mi assal un'evidenza da vertigine: Marco non aveva mai voluto ingannarmi, Marco mi aveva sondato per tutto quel tempo per sapere se fossi degno o no che lui mi raccontasse la verit, io non avevo scoperto la verit ma era stato Marco a guidarmi verso di lei, Marco aveva costruito per quasi un secolo la menzogna monumentale della propria vita non per truffare qualcuno, o non solo per questo, ma perch uno scrittore futuro la decifrasse con il suo aiuto e poi la raccontasse e la facesse conoscere per il mondo e alla fine potesse far parlare il suo computer cos come Cervantes fa parlare la sua penna ("Per me solo nacque Enric Marco, e io per lui; egli ha saputo operare, e io scrivere; noi soli siamo due in uno"), allo stesso modo che Alonso Quijano aveva costruito don Chisciotte e gli aveva fatto perpetrare tutte le sue follie perch Cervantes le decifrasse e le raccontasse e le facesse conoscere per il mondo come se don Chisciotte e la sua penna fossero una cosa sola; in definitiva: io non stavo usando Marco come Capote aveva usato Dick Hickock e Perry Smith, ma era Marco che mi stava usando come Alonso Quijano aveva usato Cervantes.

Questo pensai per un istante, mentre discendevo in macchina La Rabassada. L'istante dopo cercai di dimenticarlo.

7

Fu forse il momento di massima gloria pubblica di Enric Marco. Fu gioved 27 gennaio 2005. Quella mattina, giusto sessant'anni dopo la liberazione di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche, il Congresso spagnolo celebr per la prima volta la giornata dell'Olocausto e rese omaggio ai quasi novemila repubblicani spagnoli deportati nei campi nazisti.

Era il solenne atto di riparazione che Marco e i deportati reclamavano da molto tempo. Prevedeva una cerimonia religiosa in cui il rabbino capo di Madrid recit, di fronte a tutti i presenti alzatisi in piedi, il kaddish, l'orazione funebre ebraica; vennero anche accese sei candele in onore dei sei milioni di ebrei sterminati dai nazisti, del mezzo milione di bambini che si contavano tra di loro, dei gitani e degli spagnoli morti, di coloro che avevano rischiato la vita per evitare la strage e di quanti erano riusciti a sopravvivere. "Abbiamo tardato troppo tempo a onorarle" disse il presidente del Congresso, Manuel Marn. "Mi dispiace." Si riferiva all'insieme delle vittime del nazismo, ma forse in particolare ai deportati spagnoli.

Marco parl a nome di tutti loro. Lo fece in piedi, senza appunti, perch ci che disse l'aveva detto mille volte e lo sapeva a memoria. Disse, per esempio: "Quando arrivavamo nei campi di concentramento su quei treni infetti, per il bestiame, ci spogliavano completamente, ci toglievano tutte le nostre cose; non solo per rapinarci, ma per lasciarci completamente nudi, indifesi: la fede, il braccialetto, la catenina, le foto. Soli, abbandonati, senza nulla". Disse anche: "Noi eravamo persone normali, come voi, ma loro ci spogliavano e poi i loro cani ci mordevano, i loro fari ci accecavano, ci urlavano in tedesco 'linke-recht!' ['sinistra-destra!'] Non capivamo nulla, e non capire un ordine ti poteva costare la vita". E anche: "Quando arrivava la prima selezione, e mettevano noi uomini da una parte e i bambini e le donne dall'altra, le donne formavano un cerchio e difendevano i bambini con i propri corpi e con i gomiti, le uniche cose che avevano". E ancora: "Bisogna ricordare questa cosa tanto sinistra. Quelle notti nella baracca, in cui si sentiva all'improvviso un urlo, un grido da animale ferito. Quell'uomo che durante il giorno aveva ancora un certo orgoglio e una certa dignit per nascondere le proprie debolezze, ma che di notte si scatenava". E ancora: "Non possiamo lasciare che si ripeta. Non dobbiamo pi vedere quelle madri con in braccio i bambini morti di fame e le mammelle vuote che non davano latte". E ancora: "La Amical de Mauthausen  stata creata per tutelare quegli spagnoli senza patria. Non siamo finiti nei campi di concentramento per caso, ma difendendo cose per le quali ritenevamo che valesse la pena. Difendevamo l'uguaglianza di diritti e una Spagna che ci sembrava in quel momento aprirsi al progresso". E infine: "Tutti gli anni, quando sfiliamo a Mauthausen, dalla tribuna si dice: ora passano i repubblicani spagnoli, i primi difensori della libert e della democrazia in Europa. Non avemmo fortuna in guerra. Non avemmo fortuna nemmeno quando uscimmo dai campi. Non avemmo un governo che ci desse aiuto, che ci togliesse di dosso quegli stracci e ci fornisse assistenza medica. E nemmeno un paese in cui tornare. Il popolo ebreo, che ha sofferto tanto, pot creare la propria patria. Noi no.  ora di fare giustizia".

Il discorso di Marco provoc una commozione totale. Lo riprodussero in parte giornali, televisioni e radio; alcuni di coloro che lo ascoltarono dal vivo - famigliari di deportati, giornalisti, politici di primo piano - si emozionarono fino alle lacrime; altri, come l'ambasciatore di Israele, si indignarono soltanto per questa allusione al loro paese, una pietra miliare nei discorsi di Marco: "Bisogna educare per insegnare la storia. Ci sono nuovi campi di concentramento in Ruanda, in Sierra Leone, in Etiopia, dove i bambini muoiono a milioni. Ce ne sono stati in Kosovo. E bisogna dirlo a voce ben alta: sfortunatamente ce ne sono a Guantnamo e in Palestina, come dubitarne?, e in Iraq. Quante volte dovremo continuare a ricordarlo?" Nessuno, insomma, rimase indifferente al discorso di Marco, che usc dal Congresso portato a spalle, pi campione o eroe o rock star della cosiddetta memoria storica che mai.

Malgrado quel successo risonante (o piuttosto grazie a esso), i mesi successivi furono per Marco mesi di grande tensione. Prima di tutto, oltre a proseguire con il suo ritmo insensato di incontri e conferenze, dovette dedicarsi a organizzare la presenza della Amical agli eventi del sessantesimo anniversario della liberazione di Mauthausen, che si sarebbe celebrato, come sempre, all'inizio di maggio, ma dove la Amical doveva svolgere un ruolo pi importante che mai: con l'aiuto della Amical francese, l'associazione voleva allestire a Mauthausen una mostra intitolata Immagini e memorie, progettava di portare a Mauthausen per diversi giorni una grande quantit di persone da tutta la Spagna e negoziava per rendere possibili due eventi nella storia della Deportazione: che durante la cerimonia principale parlasse un deportato spagnolo a nome di tutti i deportati e che si recasse a Mauthausen un membro o un rappresentante del governo spagnolo. Tutto ci era forse al di l delle capacit organizzative della Amical, un'associazione in piena espansione anche se ancora modesta; ma il suo presidente vi si consacr senza riserve, pronto come sempre a supplire alla mancanza di mezzi con ore di lavoro. Tuttavia, se Marco si sent pi teso che mai in quei mesi terminali non fu per quel futuro che sarebbe passato, ma per il passato, che non passa mai.

Un pomeriggio di inizio febbraio, poco dopo il trionfo del discorso di Marco al Parlamento spagnolo, uno dei suoi pi stretti collaboratori nella Amical, Enrique Urraca, entrando nella sede di calle Sils gli disse che gli erano giunte voci che Benito Bermejo stava mettendo in dubbio la sua biografia di deportato. Marco nemmeno si ferm a parlare con Urraca: non diede alcuna importanza alla voce, assicur a Urraca che si trattava di pure maldicenze e che c'era uno scontro personale tra Bermejo e lui, gli chiese di dimenticare la faccenda. Quella stessa sera, Marco chiam Bermejo. Lo storico gli raccont ci che aveva scoperto; Marco gli rispose che non era come sembrava, che poteva spiegargli tutto e che nelle settimane successive si sarebbe recato a Madrid e avrebbero avuto l'occasione di incontrarsi e chiarire l'equivoco. Bermejo rest in attesa della telefonata di Marco, ma nelle settimane successive il nostro uomo non and a Madrid o and a Madrid ma non chiam Bermejo e non gli diede alcuna spiegazione, cos, a met aprile, Marco ricevette via fax un messaggio di Bermejo in cui lo sollecitava a spiegargli ci che aveva promesso di spiegargli. Marco richiam al telefono Bermejo. Gli disse che non era potuto andare a Madrid, gli disse che era oberato di lavoro in preparazione delle celebrazioni di Mauthausen, gli disse che non avrebbe potuto incontrarlo n parlargli fin quando non fosse uscito dalla voragine in cui la Amical e lui si trovavano coinvolti, gli disse di aspettare fino ad allora perch allora gli avrebbe spiegato tutto; Bermejo non fece discussioni, non cerc di convincerlo: gli rispose soltanto che credeva che stesse sbagliando.

Mancavano appena tre settimane alle grandi celebrazioni di Mauthausen e solo pochi giorni perch la sorte di Marco fosse segnata.

Enrique Urraca non era soltanto uno dei pi stretti collaboratori di Marco nella Amical, ma quasi il suo segretario particolare. Non era deportato, ma nipote di deportato. Suo zio, Juan de Diego, era stato prigioniero a Mauthausen, e Urraca lo considerava un eroe, come i suoi compagni di prigionia. Alla morte dello zio, a maggio del 2003, Urraca era entrato nella Amical de Mauthausen con il proposito di tenere viva la memoria dello zio e quella dei suoi compagni. Marco, che allora era presidente della Amical da appena un mese, lo sedusse immediatamente e in modo tale che Urraca quasi rivers su di lui l'ammirazione e l'affetto che fino a quel momento aveva riversato sullo zio. Si spiega cos perch, agli inizi di febbraio del 2005, poco dopo l'omaggio ai deportati nel Parlamento spagnolo, Urraca si azzard a parlare senza giri di parole a Marco delle voci che circolavano su di lui, e si spiega cos come mai Marco riusc a convincerlo tanto in fretta che quelle voci non avevano il minimo fondamento e a dimenticarsene.

Urraca conosceva Bermejo grazie ai rapporti che quest'ultimo aveva avuto con lo zio, ma le voci su Marco non gli erano giunte da lui. Tuttavia, alla fine di aprile, quando ormai si avvicinavano le grandi celebrazioni di Mauthausen e lo storico decise finalmente di smascherare Marco, scelse Urraca come il membro della Amical pi adatto a conoscere la verit. Non so perch Bermejo si decise per Urraca: forse perch aveva un buon rapporto con lui e lo riteneva una persona idealista e buona; forse anche perch pensava che Urraca fosse il membro della Amical pi vicino a Marco. Fatto sta che la sera di venerd 30 aprile Bermejo chiam al telefono Urraca; mancavano soltanto nove giorni alle cerimonie di Mauthausen, e solo due all'assemblea annuale della Amical. Bermejo raccont a Urraca quello che aveva scoperto. Urraca rispose a Bermejo che quello che raccontava era impossibile. Bermejo gli parl del documento che aveva scovato negli archivi del ministero degli Affari esteri e subito dopo gli mand il rapporto che aveva inviato al presidente del governo. Urraca lesse il rapporto e non ebbe altra scelta che accettare il fatto che ci che Bermejo diceva era la verit. Allora Bermejo gli ricord che, dopo qualche giorno, Marco avrebbe parlato a nome di tutti i deportati nella cerimonia principale delle grandi celebrazioni di Mauthausen e gli fece una domanda: permetterai che un impostore parli di fronte al presidente del governo e insudici la memoria di tuo zio e di tutti i deportati?

Quando riagganci, Urraca era a pezzi. Non poteva credere a ci che aveva sentito e letto, non poteva credere che Marco avesse fatto ci che aveva fatto; e, tuttavia, doveva crederci. Da un momento all'altro il suo mondo era crollato, o questo era ci che provava. Non sapeva cosa fare. I dubbi lo torturavano. Arriv cos la domenica, il giorno dell'assemblea della Amical.

Quell'anno l'assemblea della Amical si tenne domenica 1 maggio a Vilafranca del Peneds, una localit situata a sessanta chilometri da Barcellona. All'inizio tutto faceva credere che sarebbe stata un'assemblea simile a tante altre: come ogni anno, i soci elessero un nuovo consiglio direttivo (Marco venne eletto presidente e responsabile delle relazioni internazionali, Torn fu eletta vicepresidentessa, Urraca venne eletto portavoce); come ogni anno, si eresse un piccolo monumento ai deportati locali. E fu durante l'inaugurazione del monumento che alcuni membri della Amical capirono che quella non sarebbe stata un'assemblea come le altre. Mentre la cerimonia era ancora in corso, il delegato della Amical a Valencia, uno storico di nome Blas Mnguez, si avvicin a Torn e le raccont di aver appena parlato con Urraca, il quale gli aveva detto di avere tra le mani un rapporto in cui si metteva in dubbio il fatto che Marco fosse un deportato. Perplessa, Torn and a parlare con Urraca: altri membri del consiglio, del quale anche Mnguez era appena stato eletto portavoce, si unirono a loro. Urraca disse che quanto aveva riferito Mnguez era vero e che custodiva il rapporto accusatorio a casa sua, anche se all'inizio ne attribu la paternit alla Amical francese e non a Bermejo, forse perch intu che i cattivi rapporti dello storico con la Amical o con alcuni membri della Amical avrebbero potuto togliere credito alle sue affermazioni. Terminato il pranzo, mentre gli altri soci si godevano le chiacchiere dopo il pasto, i componenti del consiglio si riunirono d'urgenza per discutere della faccenda. Siccome non volevano ingenerare sospetti, la riunione fu brevissima; vi partecip anche Marco, il quale si limit a dire che Bermejo lo stava tormentando e che le voci che diffondeva sul suo passato erano solo una testimonianza della sua avversione nei confronti della Amical e di lui stesso in quanto presidente della Amical. Gli altri membri del consiglio lo ascoltarono costernati, probabilmente senza sapere cosa pensare tranne che, vera o falsa che fosse l'accusa di Bermejo, era imprescindibile chiarirla, ragion per cui Torn chiese a Urraca di mandarle il rapporto non appena fosse arrivato a casa.

Urraca tard pi del dovuto a mandare il rapporto, come se avesse ancora qualche dubbio sul modo di procedere, per alla fine lo mand e quella sera stessa Torn pot leggerlo. A quanto intese Torn, dal rapporto di Bermejo non si deduceva che Marco non fosse stato a Flossenbrg o in qualche altro campo nazista, ma era chiaro che aveva mentito e che nel 1941 era partito per la Germania come lavoratore volontario e non come deportato; la faccenda, comunque, era abbastanza grave da richiedere quanto prima una spiegazione da parte di Marco. Cos, alle prime ore del giorno seguente, luned, Torn convoc i componenti del consiglio della Amical nella sede di calle Sils. La riunione si svolse quella sera alle sette e i partecipanti la ricordano come drammatica; drammatica per la questione che affrontarono e drammatica per la drammaticit con cui Marco la affront. Anche se forse la parola esatta non  dramma, ma melodramma. Marco croll quando prese la parola, apparve depresso e disperato, capace di commettere uno sproposito; in realt, alcuni ebbero l'impressione che stesse dando a intendere che avrebbe potuto commettere uno sproposito o che l'avrebbe commesso, e che quell'allusione fosse una specie di ricatto emotivo, un modo di chiedere il loro sostegno.

Marco parl abbastanza, ma non forn una spiegazione chiara n riconobbe la sua impostura. Disse solo che era vero che nel 1941 non aveva lasciato la Spagna clandestinamente ma come lavoratore volontario, e che quello era stato il solo mezzo che aveva trovato per sfuggire all'assedio della polizia franchista; disse inoltre che era vero che era stato a Flossenbrg, anche se per poco tempo, soltanto qualche giorno. Per il resto, si chiese pi volte fra i singhiozzi come avrebbe fatto a spiegarlo alla sua famiglia, alla moglie e alle due figlie, come avrebbe fatto a raccontare loro che aveva mentito sulla sua deportazione e che, per di pi, aveva nascosto di avere un'altra famiglia, un'altra moglie e un'altra figlia delle quali non aveva mai fatto parola. Quell'ulteriore confessione non aveva molto a che fare con l'ordine del giorno della riunione, per non dire che non aveva nulla a che farci, ma Marco mise anche quella sul tavolo, forse perch la compassione dei partecipanti fosse completa.

Il ricatto di Marco funzion solo in parte. Come primo provvedimento, il consiglio lo costrinse a dimettersi, e Torn, che era stata eletta vicepresidentessa nell'assemblea del giorno prima, divent presidentessa facente funzioni. Poi concordarono che, a tempo debito, avrebbero redatto una dichiarazione in cui si sarebbe reso conto dell'accaduto, ma che per il momento bisognava mantenere il segreto a ogni costo, perch non farlo poteva equivalere a scatenare uno scandalo che avrebbe mandato a puttane le grandi celebrazioni di Mauthausen e il successo che avrebbero significato la prima partecipazione di un presidente del governo spagnolo agli eventi commemorativi e il primo discorso di un deportato spagnolo rivolto a tutta la comunit internazionale. Alcuni partecipanti diedero per scontato che non sarebbe stato Marco il deportato che avrebbe letto a Mauthausen il discorso a nome di tutti i deportati, ma la realt  che quella decisione non venne presa, almeno in modo esplicito, forse in parte perch non possedevano ancora la certezza che Marco non fosse mai stato in un campo nazista; in realt, non gli venne nemmeno proibito di recarsi in Austria di l a due giorni per partecipare alla riunione del Comitato Internazionale di Mauthausen, di cui era membro.

Marco accett senza proteste tutte le condizioni che gli imposero i suoi compagni e lasci la sala. La riunione, per, non si sciolse, e quella stessa notte e il giorno successivo Torn e altri membri della Amical si mossero, con grande agitazione e in gran fretta, per far conoscere l'accaduto alle altre persone implicate nelle grandi celebrazioni di Mauthausen e per concordare con loro una strategia comune. Parlarono al telefono con deportati e famiglie di deportati, con la Presidenza del Governo spagnolo e forse con l'ambasciata spagnola a Vienna, e il giorno dopo improvvisarono una riunione con rappresentanti del governo catalano, e tutti decisero che l'essenziale era salvare gli eventi di Mauthausen e allontanare Marco da tutto ci che a essi era legato, con il pretesto di una brusca malattia. Poi, una volta passato tutto, avrebbero deciso cosa fare.

Marted 3 maggio, quattro giorni prima delle grandi celebrazioni di Mauthausen, Marco e il tesoriere della Amical, Jess Ruiz, presero un aereo diretto a Vienna per poi recarsi a Linz, a venticinque minuti da Mauthausen, dove il giorno successivo si sarebbe riunito il Comitato Internazionale di Mauthausen, di cui entrambi facevano parte. Il mercoled mattina li raggiunse un altro membro del consiglio, Blas Mnguez, delegato della Amical a Valencia, che era andato a Linz in macchina, e insieme decisero che, viste le circostanze, la cosa migliore era che Ruiz si recasse da solo alla riunione del Comitato e che Marco e Mnguez l'aspettassero in albergo. Quando, nel pomeriggio, Ruiz torn, disse a Marco che le notizie su di lui erano gi arrivate al Comitato - in realt, era stato Bermejo a farle arrivare - e quella sera, durante la cena, Mnguez pretese che Marco dicesse una volta per tutte se era stato recluso nel campo di Flossenbrg o no. Marco riconobbe che non lo era stato: n a Flossenbrg n in nessun altro campo. Allora Ruiz telefon alla sede della Amical e si decise che Marco tornasse il giorno dopo a Barcellona.

La mattina di gioved 5 maggio il nostro uomo atterr all'aeroporto di Barcellona sul primo aereo proveniente da Vienna. Dovette farlo verso le dieci e mezza, al terminal B, perch l, a quell'ora, davanti a un nero, ciclopico e muscoloso cavallo di Botero, erano state convocate le pi di duecento persone che sarebbero andate con la Amical a Vienna per prendere parte alle grandi celebrazioni di Mauthausen. Inevitabilmente, Marco se le trov di fronte. La sorpresa della delegazione fu enorme. I membri del consiglio che accompagnavano i partecipanti sapevano cos'era accaduto a Linz, ma non sapevano che Marco avesse preso proprio quell'aereo per tornare a Barcellona, e avevano detto ai loro accompagnatori che il presidente dell'associazione non sarebbe andato a Mauthausen perch si era ammalato. L'apparizione di Marco provoc una confusione da rivolta: la gente si lanci su di lui chiedendogli cosa ci faceva l, da dove veniva, cos'era successo, perch non andava con loro a Mauthausen. Marco se li scrollava di dosso come poteva, mentre Torn e altri membri del consiglio lo aiutavano a sottrarsi alla curiosit generale. Quando finalmente ci riusc, se ne and in tutta fretta e in malo modo e senza rendere conto a nessuno.

Il viaggio a Vienna della delegazione si svolse in un'atmosfera rarefatta, brulicante di voci, alcune delle quali assicuravano che i componenti del consiglio direttivo della Amical, gelosi del protagonismo di Marco, ansiosi di strapparglielo, avevano fatto un colpo di mano e, proprio prima del gran momento delle grandi celebrazioni di Mauthausen, avevano destituito il loro presidente.

La mattina di sabato 7 maggio Benito Bermejo prese un aereo per Vienna da Madrid. Era diretto a Mauthausen, come ogni anno o quasi ogni anno nelle stesse date; solo che quella volta era tutto diverso. Doveva essere inquieto, perch nessuno gli aveva raccontato cosa stava succedendo nella Amical: credeva che il suo rapporto su Marco non avesse sortito effetto e che, la domenica, il grande impostore avrebbe tenuto il suo discorso a nome di tutti i deportati di fronte al presidente del governo e ai numerosi partecipanti alla cerimonia principale. Tuttavia, proprio prima di salire sull'aereo compr El Pas, e in un articolo sulle celebrazioni del giorno successivo a Mauthausen lesse che Marco era tornato a Barcellona dall'Austria perch era indisposto; allora si sent sollevato: cap che il suo rapporto era servito a qualcosa e che le cose si stavano raddrizzando. Arrivato a Mauthausen, Bermejo si incontr con qualche componente della spedizione che si trovava l da un paio di giorni e subito not che almeno alcuni di loro non ignoravano la verit su Marco, anche se nessuno parlava apertamente della faccenda; forse Bermejo non venne a saperlo allora, ma, in quei giorni di attivit preparatorie alle grandi celebrazioni di Mauthausen, il consiglio della Amical aveva convocato una riunione per spiegare ad alcuni soci quanto era accaduto con Marco. La sera del sabato Bermejo cen con un gruppo di persone tra le quali c'era Anna Maria Garcia, la mia collega all'Universit di Gerona, la storica che, poco dopo l'esplosione del caso Marco, mi aveva consigliato di non scrivere su di lui ("Quello che bisogna fare con Marco  non parlare di lui" mi aveva detto. " la peggiore punizione per quel mostro di vanit."), e la domenica assistette finalmente alle grandi celebrazioni di Mauthausen.

I festeggiamenti si svolsero normalmente. Prima si tenne una piccola cerimonia davanti al monumento in memoria dei deportati spagnoli, alla quale parteciparono due o trecento persone, compreso il presidente del governo, e poi si svolse la cerimonia principale, un evento congiunto a cui parteciparono diverse migliaia di persone e in cui parlarono, fra gli altri, il presidente del governo e il deportato spagnolo scelto per sostituire Marco, che si chiamava Eusebi Prez; fu lui a leggere il discorso che avrebbe dovuto leggere Marco e che, al contrario di quanto poi riportato dai giornali, non era stato scritto da Marco: si trattava di un discorso elaborato dai membri del consiglio direttivo della Amical perch fosse letto a nome di tutti i sopravvissuti spagnoli. Ecco cosa accadde quel giorno a Mauthausen. Nient'altro. Anche se alcuni dei presenti sapevano che il presidente della Amical era stato smascherato e la voce circol di soppiatto nei corridoi, nessuno smascher ufficialmente Marco.

Quella notte Bermejo dorm al Weindlhof, un albergo situato nella parte alta di Mauthausen. Almeno per il momento, si riteneva soddisfatto: il suo obbiettivo non era distruggere Marco, ma evitare che parlasse nelle grandi celebrazioni di Mauthausen e impedire cos la consacrazione della frode e la beffa ai deportati. Il luned Bermejo and a Vienna; aveva da fare l, nell'archivio del Memorial di Mauthausen, e nei due giorni successivi cerc di dimenticarsi di Marco. Non so se ci riusc. Il mercoled mattina, mentre faceva colazione, ricevette un sms con il quale un amico gli diceva di comprare El Pas perch c'era una notizia che gli interessava. Lungo la strada per l'archivio, Bermejo si ferm a comprare il giornale in un'edicola di Graben, quasi all'angolo con Brunergasse. Fu cos che scopr che il caso Marco era scoppiato. Un paio d'ore dopo iniziarono a chiamarlo i giornalisti.

Da gioved 5 maggio, giorno in cui torn in tutta fretta dall'Austria e in aeroporto s'imbatt nella spedizione della Amical, fino a luned 9 maggio, giorno in cui la spedizione della Amical torn dall'Austria e il consiglio dell'associazione lo convoc per una riunione urgente nella sede di calle Sils, Marco non parl con nessuno di quanto era successo; n con la moglie, n con le figlie, n con qualche amico o compagno o conoscente. Probabilmente furono quattro giorni orribili. Non so cosa fece Marco in quei giorni, perch lui non lo ricorda o dice di non ricordarlo; non ricorda nemmeno cosa pens. Ci che segue, quindi, sono semplici ipotesi.

Non ho alcun dubbio che, durante quei quattro giorni, Marco fece lavorare a pieno regime il cervello per identificare e valutare le diverse possibilit che gli si aprivano dopo la rivelazione del suo inganno. In realt, probabilmente stava lavorando sulla faccenda da quando, la domenica precedente, durante l'assemblea della Amical a Vilafranca del Peneds, aveva saputo che la notizia era corsa fra i suoi colleghi di consiglio, o forse da quando, agli inizi di febbraio, Bermejo gli aveva raccontato cosa aveva scoperto;  perfino possibile che ci stesse lavorando dal principio o quasi dal principio: dal momento stesso in cui aveva iniziato a farsi passare per deportato e si era aperta la possibilit, per quanto remota fosse o gli sembrasse allora, che qualcuno lo smascherasse. Naturalmente, la prima cosa che dovette passargli per la testa in quei giorni di attesa angosciosa fu che poteva negare tutto, o che almeno poteva negare l'accusa pi grave. Non gli restava altra scelta che riconoscere che negli anni Quaranta era andato in Germania come lavoratore volontario, era chiaro, e che quindi aveva mentito su una parte della propria biografia, o che l'aveva deformata; per, sebbene a Linz, con i suoi accompagnatori della Amical, Mnguez e Ruiz, avesse ammesso di non essere mai stato internato a Flossenbrg, poteva dire di non averlo detto o di averlo detto ma di aver detto il falso, e poteva continuare a dire di essere stato internato a Flossenbrg. A giudicare da quanto gli aveva riferito Bermejo e da quanto aveva scritto nel suo rapporto, lo storico non poteva dimostrare che lui non fosse stato internato a Flossenbrg; inoltre, a quel che ne sapeva lui, non era facile che riuscisse a dimostrarlo: i responsabili dell'archivio del Memorial di Flossenbrg assicuravano che non tutti i prigionieri del campo figuravano nei registri, e lui avrebbe sempre potuto affermare di essere uno di quei prigionieri spettrali.

Non era facile dimostrare che non fosse stato internato a Flossenbrg, ma non era neppure impossibile. Per cominciare, Marco non sapeva cosa sapeva Bermejo: poteva sapere molto di pi di quanto aveva detto di sapere, poteva aver raccontato soltanto una parte di ci che sapeva; in ogni caso, Marco s che sapeva o credeva di sapere una cosa: che Bermejo era un cane da presa, che gli aveva affondato i denti nel collo e che non l'avrebbe mollato. Cos, proprio come aveva trovato la documentazione che dimostrava che era stato un lavoratore volontario a Kiel, Bermejo avrebbe potuto trovare la documentazione che dimostrava che la sua avventura tedesca era iniziata e terminata a Kiel, e che quindi non era stato internato a Flossenbrg. Marco ignorava se quella documentazione esistesse, ma non ignorava che poteva esistere e che Bermejo o qualcuno che non fosse Bermejo l'avrebbe potuta trovare. Inoltre, anche se Bermejo non aveva potuto dimostrare che la sua reclusione a Flossenbrg era falsa, aveva invece scoperto che non era un deportato, che aveva mentito e che una tessera molto importante della sua storia era falsa, aveva portato alla luce un pezzo di s che fino a quel momento era nascosto e di colpo tutto il suo personaggio si incrinava, l'eroe dell'antifascismo e la rock star o il campione della cosiddetta memoria storica vacillava, minacciava di crollare senza rimedio, perch, qualunque decisione avrebbe preso, i suoi colleghi del consiglio della Amical l'avrebbero costretto a redigere un comunicato in cui avrebbe dovuto riconoscere la sua truffa. Naturalmente, avrebbe potuto fare un'altra cosa: scomparire, non tornare alla Amical, aspettare che tutti lo dimenticassero; c'era perfino la possibilit che, in quel modo, nessuno lo smascherasse, nessuno raccontasse che mentiva da anni, perch nessuno doveva avere grande interesse a spiattellare una storia che avrebbe danneggiato tutti, a cominciare dalla stessa Amical. Quanto a Bermejo, forse avrebbe potuto parlare faccia a faccia con lui, sondare le sue intenzioni e cercare di arrivare a qualche tipo di accordo.

Era una possibilit. Ma non era una possibilit conforme al suo carattere, o piuttosto all'alto concetto che allora aveva di s, alla superbia da Icaro o Icro che, come ali di cera, i suoi successi da eroe e campione o rock star della cosiddetta memoria storica avevano costruito per lui. Non era una possibilit conforme al suo carattere perch equivaleva ad arrendersi, e ci che quadrava con il suo carattere non era arrendersi bens difendersi; o meglio: attaccare.

Incredibilmente, fu quello che fece. Marco dovette dirsi, a ragione, che quello che si preparava era un combattimento, che un combattimento lo vince chi ha l'iniziativa e che, se avesse aspettato che Bermejo scoprisse tutta la verit sulla sua permanenza in Germania (per non parlare di tutta la verit), per lui non ci sarebbe stata alcuna difesa possibile. La cosa migliore era anticipare lo storico, dare lui stesso la notizia a modo suo, riconoscere la propria menzogna, intessere le migliori argomentazioni per giustificarla e blindare cos il resto della propria biografia, salvaguardando il suo personaggio per impedire che la sottrazione di un'unica tessera della sua storia, per quanto importante (e supponendo che fosse necessario sottrarla), provocasse il crollo dell'intero personaggio, come la sottrazione di una sola carta provoca il crollo dell'intero castello di carte. Dovette pensare che si era guadagnato un prestigio con grandi sacrifici, che non era uno qualunque, che era stato davvero un leader sindacale nella CNT e un leader civico nella FAPAC e un diffusore unico della cosiddetta memoria storica con la Amical, che aveva la Creu de Sant Jordi e conosceva i principali leader della societ catalana, e che una piccola mancanza non poteva distruggere da un giorno all'altro la sua reputazione. Dovette pensare che nel corso dei suoi ottantaquattro anni ce l'aveva sempre fatta, che era uscito indenne da situazioni molto pi compromesse, che era un picaro geniale, un ciarlatano scatenato e un imbroglione unico che era riuscito a far cadere nella sua rete i militari di Franco, i giudici nazisti, innumerevoli giornalisti, storici e politici, che lui era Enric Marco e sarebbe uscito indenne anche da quella situazione. Aveva energie e oratoria in abbondanza per farlo, aveva argomentazioni in abbondanza per sedurre e far cadere di nuovo tutti nella sua rete.

In abbondanza. Lui non aveva mentito, lui aveva soltanto cambiato un poco la verit, forse l'aveva abbellita un poco, ma niente di pi. E anche se aveva detto qualche bugia, anche se aveva commesso quell'errore, chi non aveva mai detto qualche bugia? Chi non aveva commesso qualche volta un errore? Chi poteva scagliare la prima pietra? Tanto pi che, se aveva mentito o aveva cambiato o abbellito un poco la verit, l'aveva fatto per una buona causa, per far conoscere la cosiddetta memoria storica, gli orrori che avevano distrutto la Spagna e l'Europa nel corso del secolo: era stato lui a portare tutto questo ai giovani e ai non pi giovani, all'intero paese, quando gli autentici sopravvissuti dei campi nazisti erano ormai troppo vecchi e troppo a pezzi per farlo, lui aveva mentito solo per dare voce a coloro che non avevano voce, per diffondere un messaggio di giustizia e solidariet e memoria. Chi poteva incolparlo per questo? Chi poteva rimproverargli di essersi collocato nel luogo della devastazione per dare maggior veracit e maggior forza e drammaticit al suo messaggio? Anche lui, inoltre, era una vittima e un sopravvissuto, anche lui aveva sofferto carcere e persecuzione in Germania, tutto ci che aveva raccontato era assolutamente vero, non solo rispetto ai campi nazisti, dato che lui era uno storico e si era documentato a fondo, ma anche rispetto alla propria storia, dato che non aveva fatto altro che cambiare lo scenario, raccontare come se fosse successo a Flossenbrg quello che era successo a Kiel, quello che era successo in una prigione nazista come se gli fosse successo in un campo nazista. Bastava forse quell'errore, se era davvero un errore, a cancellare tutto? Non contavano nulla la sua lotta durante la guerra, il suo antifranchismo militante, i suoi anni di instancabile clandestinit, la sua leadership sindacale, la sua battaglia per una scuola pubblica migliore e il suo enorme lavoro alla guida della Amical? Quella menzogna inoffensiva, ammesso che fosse una menzogna inoffensiva e non una menzogna nobile e disinteressata, poteva forse pesare pi dei suoi meriti?

Aveva argomentazioni da vendere; questo pensava Marco: che il peso delle sue ragioni sarebbe stato enorme, che tutti gli avrebbero perdonato il suo sbaglio e che il suo prestigio non ne avrebbe risentito o che al massimo ne avrebbe risentito momentaneamente e in maniera impercettibile, e che il suo personaggio sarebbe rimasto intatto o quasi intatto e nel giro di poco tempo tutto sarebbe tornato come prima e gli stessi suoi compagni gli avrebbero chiesto di tornare alla presidenza della Amical, da dove avrebbe proseguito nella sua battaglia a favore della cosiddetta memoria storica. Questo Marco pensava o dovette pensare che sarebbe accaduto se invece di arrendersi si fosse difeso o piuttosto se avesse attaccato, in ogni caso se avesse preso l'iniziativa; e per questo la prese. Bermejo avrebbe tentato di distruggerlo, certo, ma sarebbe riuscito soltanto a renderlo pi forte. Avrebbero cercato di farlo ridiventare Alonso Quijano, ma lui avrebbe continuato a essere don Chisciotte. La realt avrebbe fatto il possibile per ucciderlo, ma la finzione l'avrebbe di nuovo salvato.

Non fu quello che alla fine accadde, o non esattamente. Luned 9 maggio, poco dopo l'atterraggio a Barcellona, alle cinque del pomeriggio, dell'aereo con i componenti della spedizione della Amical di ritorno da Vienna, il consiglio dell'associazione si riun nella sede di calle Sils. Marco vi partecip. Nella riunione venne redatto un testo che aveva per titolo "Comunicato del Sig. Enric Marco Batlle" e che diceva:

A seguito delle informazioni circolate negli ultimi giorni sulla mia biografia, voglio riconoscere i seguenti punti:

1. Sono partito per la Germania con una spedizione di lavoratori spagnoli alla fine del 1941.

2. Non sono stato internato nel campo di Flossenbrg, malgrado abbia subito carcere preventivo con l'accusa di cospirazione contro il Terzo Reich.

3. Sono tornato in Spagna agli inizi del 1943, dopo essere stato liberato.

4. Ho reso pubblica la mia biografia, con aspetti che deformano la realt, nell'anno 1978, molto prima del mio legame con la Amical de Mauthausen negli ultimi sei anni.

5. Di conseguenza, rinuncio ai miei incarichi nella Amical e sospendo le mie attivit in questa associazione.

Il testo non era stato scritto senza rifletterci: vi figuravano due degli ingredienti fondamentali che Marco aveva preparato per la propria difesa. Il primo  che non aveva detto bugie, ma aveva solo "deformato" la verit; il secondo  che non era stato prigioniero dei tedeschi a Flossenbrg, ma lo era stato a Kiel, perci aveva lottato contro i nazisti ed era stato vittima dei nazisti e aveva diritto a parlare in quanto combattente e vittima dei nazisti e in nome dei combattenti e delle vittime dei nazisti (per questo, nel riconoscere le proprie menzogne, Marco aveva fatto scivolare di nascosto un'altra menzogna, secondo cui in Germania era stato accusato di "cospirazione contro il Terzo Reich", non di "alto tradimento", che era la vera imputazione). Per il resto, il comunicato rivela la sicurezza o la speranza da parte di Marco che il suo personaggio sarebbe rimasto intatto e che, pi prima che poi, lui avrebbe recuperato il suo posto privilegiato nella Amical (e nella societ): prova ne  che non si dimetteva ma rinunciava soltanto ai suoi incarichi nella associazione; prova ne  che "sospendeva" soltanto le sue attivit nella Amical. Il testo era datato 9 maggio e firmato di proprio pugno da Marco.

La mattina dopo, il nostro uomo fece numerose fotocopie della dichiarazione e, portandole sotto braccio, gir tutte le redazioni barcellonesi dei principali giornali del paese, per consegnare a mano il documento ai direttori. Nessuno di loro lo ricevette, perci dovette lasciare il testo alla reception, accompagnato da un biglietto di spiegazioni. Poi torn a casa sua a Sant Cugat e, deciso a vendere cara la pelle ma senza nemmeno immaginare le dimensioni che avrebbe assunto l'esplosione del suo caso, attese gli eventi.

8

Ieri, 28 aprile 2014, ho fantasticato per tutto il giorno su un dialogo immaginario tra Marco e me; cos come l'ho immaginato lo trascrivo, letteralmente. Per una volta, in questo libro la finzione non ce la mette Marco: ce la metto io.

"Be', era ora."

"Ora di cosa?"

"Che mi lasciasse parlare."

" tutto il libro che parla. Ricordi che  stato lei a raccontarmi la sua storia; io mi sto limitando a ripetere quello che lei mi ha raccontato."

"Non  vero: lei sta facendo molto pi di questo. Non mi tratti da stupido."

"Non lo faccio."

"Invece s. Da stupido e pericoloso. Perci mi tira fuori cos nel suo libro. In malo modo. In una semplice fantasticheria. Quando il libro sta finendo ed  gi stato detto quasi tutto... Se crede che facendomi comparire cos riuscir a disinnescare quello che dico e a fare in modo che la gente non lo prenda sul serio, si sbaglia: se lei  stupido non  detto che lo siano gli altri. E a proposito del libro: quello che ha scritto poco fa mi  sembrato interessante."

"Ho scritto tante cose. A quale si riferisce?"

"A quella che sta scrivendo il suo libro per salvarmi."

"Io non ho detto questo."

"Certo che l'ha detto."

"No. Ho detto che a volte, da quando ho iniziato a scrivere questo libro, ho avuto l'impressione o il sospetto che, in segreto, senza saperlo o senza volerlo riconoscere, volessi salvarla, e che volessi salvarla non come lei crede che io debba salvarla, cio riabilitandola, ma mettendola di fronte alla verit."

"Come Cervantes salv don Chisciotte, no?"

"Esattamente."

"S, ormai la so a memoria questa cantilena. Bella storia. In tutti i modi, non dimentichi che io le ho solo chiesto di difendermi, non di salvarmi o riabilitarmi. Questo non gliel'ho mai chiesto. Mai e poi mai."

"Stia attento; lo sa cosa penso dell'enfasi: tre 'mai' equivalgono almeno a un 'sempre'."

"Lei  un cinico. Lei non scrive questo libro per salvarmi; lo scrive per riempirsi le tasche di soldi, per diventare ricco e famoso, per comparire nella foto, come dice lei, per farsi amare e ammirare ed essere considerato un grande scrittore. Insomma, non dico che non lo scriva anche per sentirsi meglio con la sua nevrosi e i suoi complessi da piccoloborghese, ma lo scrive soprattutto per questo."

"Chi  in difetto  in sospetto. Detto ci, non vedo cosa ci sia di male nello scrivere per tutte le cose che lei dice."

"Niente. A patto di riconoscerlo. A patto di non raccontare favole."

"Non sono favole. All'inizio volevo soltanto capirla, ma adesso, a tratti, a una parte di me non basta pi; o, almeno, questa  la mia impressione. Adesso a volte sento una vocina che dice: e perch non tentare di salvarlo? Perch non tentare di salvare il grande impostore e il gran maledetto, quella grandissima canaglia che  gi pi che condannato? Solo perch  impossibile farlo? Non  forse questo libro fin dall'inizio un libro impossibile? Perch non renderlo ancora pi impossibile? Cosa ho da perdere? E poi, se la letteratura non serve a salvare la gente, a cosa diavolo serve?"

"Lei sta diventando pazzo."

"Pu darsi, ma la colpa  sua. Comunque, qualunque cosa faccia, l'unica cosa certa  che qui devo raccontare tutta la verit. Questo  sicuro. E, raccontandola, forse potr fare in modo che lei ritrovi il senno, potr liberarla da don Chisciotte e restituirla ad Alonso Quijano. Per il resto, non dica scempiaggini: come vuole che faccia a riempirmi le tasche di soldi con un libro come questo?"

"Parla di me, no? Conosce forse qualche argomento pi appassionante di me?"

"No."

"Nemmeno io. Chi non  appassionante, riconosciamolo,  lei. Potrebbe avere un qualche interesse, ma essendo cos disonesto  impossibile."

"Non la seguo."

"Certo che mi segue. Senta, quello che non pu succedere  che da non so quante pagine lei mi sta accusando di mentire e di ingannare, di non voler conoscere me stesso, o di non volermi riconoscere, e non ha ancora detto che lei fa esattamente la stessa cosa. Racconti la verit ai suoi lettori, e magari allora inizieranno a crederle."

"Cos' che devo raccontargli?"

"Tutto."

"Per esempio?"

"Per esempio che lei ha tratto benefici quanto me da quella che chiama l'industria della memoria. E che lei ne  responsabile quanto me. Quanto me o anche di pi."

"Questa deve spiegarmela."

"Come s'intitolava il suo romanzo?"

"Quale romanzo?"

"Ma come, quale romanzo? Lo sa perfettamente. Quello che l'ha tirata fuori dall'anonimato, quello che l'ha fatto comparire nella foto, quello che l'ha fatta diventare ricco e famoso."

"Non mi ha fatto diventare n ricco n famoso: mi ha solo permesso di guadagnarmi da vivere scrivendo. S'intitola Soldati di Salamina."

"Ecco. Mi dica: quando  stato pubblicato?"

"Nel 2001. A febbraio o marzo."

"E mi dica: quante copie hanno venduto? Quanta gente l'ha letto? E di cosa parlava? Glielo dico io di cosa parlava: di un giornalista della sua et, un nipote della guerra, che all'inizio del romanzo crede che la guerra sia una cosa remota ed estranea quanto la battaglia di Salamina e alla fine si accorge che non  vero, che il passato non passa mai, che il passato  il presente o una dimensione del presente, e che la guerra  ancora viva e senza di essa non si riesce a spiegare nulla; si pu raccontarlo anche in un altro modo: parlava di un giornalista della sua et che crede di star cercando un fascista a cui un repubblicano ha salvato la vita ma scopre che in realt cerca un repubblicano che ha salvato la vita a un fascista, e che alla fine lo scopre, scopre il repubblicano, che si rivela un vecchio soldato di tutte le guerre o di tutte le guerre giuste, un eroe che rappresenta la parte migliore e pi nobile del suo paese, e che tutti hanno dimenticato."

"Miralles."

"Gi: Miralles. Le suona quello che ho appena detto? E adesso mi dica un'altra cosa: chi aveva mai sentito parlare in Spagna della memoria storica quando  stato pubblicato il suo romanzo?"

"Non mi star dicendo che l'apoteosi della memoria storica  colpa del mio romanzo? Sono vanitoso, ma non stupido."

" colpa del suo romanzo e di altre cose, ma anche colpa del suo romanzo. Altrimenti come si spiegherebbe il successo che ha avuto? Perch crede che l'abbia letto tanta gente? Perch era bello? Non mi faccia ridere. La gente l'ha letto perch ne aveva bisogno, perch il paese ne aveva bisogno, aveva bisogno di ricordare il proprio passato repubblicano come se lo stesse disseppellendo, aveva bisogno di riviverlo, di piangere per quel vecchio repubblicano dimenticato in un ospizio di Digione e per i suoi amici morti in guerra, cos come aveva bisogno di piangere per le cose che io raccontavo nelle mie conferenze su Flossenbrg, sulla guerra e sui miei amici della guerra: su Francesc Armenguer, di Les Franqueses, su Jordi Jard, di Angls..."

"Si fermi: conosco gi tutta la lista. E non si paragoni a Miralles, per favore."

"Perch no? Sa quanti giornalisti o quanti studenti venivano a trovarmi, nel 2001 o 2002 o 2003 o 2004 o 2005, credendo di aver trovato il loro Miralles, il loro soldato di tutte le guerre giuste, il loro eroe dimenticato? E io cosa avrei dovuto fare? Mandarli a quel paese? Dire che gli eroi non esistono? Certo che no: gli davo ci che erano venuti a cercare, che era ci che lei gli aveva dato nel suo romanzo."

"La differenza  che Miralles era davvero un eroe, e lei no. La differenza  che Miralles non mentiva, e lei s. La differenza  che nemmeno io mentivo."

"Come no?"

"Io mentivo con la verit, mentivo legittimamente, come si mente nei romanzi, io mi sono inventato Miralles per parlare degli eroi e dei morti, per ricordare quegli uomini dimenticati dalla storia."

"E cosa ho fatto io? La stessa cosa che ha fatto lei; anzi, no: l'ho fatto molto meglio di lei. Io mi sono inventato un tipo come Miralles, solo che questo Miralles era vivo e andava nelle scuole e parlava ai ragazzi dell'orrore dei campi nazisti e degli spagnoli seppelliti l e della giustizia e della libert e della solidariet, quest'uomo ha risollevato la Amical de Mauthausen, grazie a lui si  iniziato a parlare dell'Olocausto nelle scuole spagnole, grazie a lui si  saputo che esisteva il campo di Flossenbrg e che ci erano morti quattordici spagnoli."

"S, anche questa storia la conosco a memoria, e so anche che lei operava come un romanziere; questo lo racconto gi nel libro. Il problema  che lei non era un romanziere, e che il romanziere pu ingannare, mentre lei no."

"Perch no?"

"Perch tutti sanno che i romanzieri ingannano, ma nessuno sapeva che lei lo faceva. Perch l'inganno del romanziere  un inganno consentito, e il suo no. Perch il romanziere ha l'obbligo di ingannare, e lei aveva l'obbligo di dire la verit. Queste sono le regole del gioco, e lei le ha infrante."

"Senti chi parla. E lei non le ha infrante? Quanta gente ha ingannato con Soldati di Salamina? A quanta gente ha fatto credere che tutto quello che raccontava era la verit?"

"Le ripeto che l'obbligo di uno scrittore  fare in modo che la gente creda che tutto ci che racconta  vero, anche se  una bugia. Santo Dio, devo forse ripeterle quello che ha detto Gorgia quattro secoli prima di Cristo? 'La poesia [vale a dire, la finzione, e in questo caso il romanzo]  un inganno, in cui chi inganna  pi onesto di chi non inganna, e chi si lascia ingannare  pi saggio di chi non si lascia ingannare.'  tutto l. Ha capito? Non ho altro da aggiungere."

"Ma io s. Perch questo vale per i romanzi normali, ma i 'racconti reali'? E i romanzi senza finzione?"

"Soldati di Salamina non era un romanzo senza finzione n un racconto reale."

"Il narratore diceva chiaramente che lo era."

"Ma questo non significa che lo fosse. La prima cosa da fare quando si legge un romanzo  diffidare del narratore. Anche il narratore del Chisciotte dice che la sua storia  un racconto reale o un romanzo senza finzione e che lui non ha fatto altro che tradurlo da un originale arabo scritto da un certo Cide Hamete Benengeli. Ma non  vero:  uno scherzo."

"S, per nel suo caso c' stata gente che ci ha creduto."

"Ci sono anche persone che credono che il vero autore del Chisciotte sia Cide Hamete Benengeli. E che Don Chisciotte sia esistito davvero."

"S, per nel suo caso non solo ci sono state persone che hanno creduto che Miralles esistesse; ci sono state anche persone che hanno scritto lettere alla residenza per anziani in cui viveva, che hanno creduto che lei l'avesse conosciuto e lo avesse intervistato cos come mi avevano conosciuto e intervistato tutti quei ragazzi che imitavano il narratore del suo romanzo. E lei non ha smentito, o almeno non sempre. Qualche volta si  spinto a dire che Miralles esisteva."

"Ma  esistito, anche se io non l'ho conosciuto; l'aveva conosciuto Roberto Bolao, cos come viene raccontato nel libro, solo che quando io l'ho scritto Miralles era gi morto. E poi, anche il fatto che Miralles esistesse era uno scherzo, o un modo di dire: quello che volevo dire era che, finch la gente avesse letto il libro, Miralles sarebbe stato vivo, cos come don Chisciotte continuer a vivere finch ci sar gente che legger il libro di Cervantes.  uno scherzo ma  vero: cos funziona la letteratura."

"Stupidaggini: don Chisciotte non  mai stato vivo; e Miralles  morto. Lo era gi quando lei ha scritto il suo libro, anche se non lo sapeva; e Bolao nemmeno. E mi domando: se lei non sapeva che Miralles era morto, se poteva essere vivo, perch non l'ha cercato sul serio? Perch non ha cercato il Miralles vero, il Miralles in carne e ossa, invece di inventare un falso Miralles?"

"Perch, nel romanzo, il vero Miralles sarebbe stato falso, mentre il falso  vero. Perch stavo scrivendo una finzione, non un racconto reale."

"Un cazzo: non l'ha cercato perch a lei della verit non importava una sega, cos come non importa a me: quello che le importava era scrivere un buon libro per riempirsi le tasche di soldi e comparire nella foto e per farsi ammirare e amare e considerare un grande scrittore e tutto il resto: insomma, quello che importava a me, mutatis mutandis. Anche se, a pensarci bene, pi che parlare di Miralles dovremmo parlare della veggente."

"Non voglio parlare di questo."

"Molto imparziale: sta spiattellando le mie cose da non so quante pagine, dicendo di me quello che le gira e poi, nel poco spazio che mi d per parlare delle sue cose, si rifiuta di parlarne. Pu accusarmi quanto vuole di nascondere il mio passato, di non volermi conoscere o riconoscere, di essere un Narciso, ma lei  identico. O peggiore. Perci si fotta, almeno in questo capitolo; nel resto del libro faccia quello che vuole: qui comando io. Mi parli della veggente."

" una storia ripugnante."

"A me invece sembra molto carina. Lei scrive un romanzo dove tutti i personaggi sono reali, tranne la veggente della televisione locale di Gerona, e la veggente della televisione locale di Gerona prende e la querela. Vede cosa succede quando si mescola la finzione con la realt? La gente le confonde."

"Tutti i romanzi mescolano la finzione con la realt, signor Marco. Tranne i romanzi senza finzione o i racconti reali, lo fanno tutti. Quanto a quella donna, mi creda: non ha confuso niente. Diceva di essere il personaggio di Soldati di Salamina, ma era tutto assurdo: io non la conoscevo, non l'avevo mai frequentata, l'aveva solo vista qualche volta in televisione, nient'altro. Quella donna tentava di approfittare del successo del libro, di comparire nella foto."

"E c' riuscita."

" comparsa nella foto, s. Ma il giudice mi ha assolto. In tutti i modi,  stata una storia orribile. Vivevamo a Gerona, una piccola citt, e la mia famiglia se l' vista brutta... Possiamo cambiare argomento?"

"Va bene: lo far per suo figlio. Mi  simpatico. Sembra un ragazzo stupendo."

"Lo ."

"Capisco che non voglia parlare di questa faccenda. Allora capisce perch io non voglio parlare di certe cose e perch le tengo nascoste? Tutti abbiamo cose nascoste, e abbiamo il diritto di farlo, no? Adesso le ho raccontate a lei per fargliele raccontare nel suo libro, e sa cosa le dico? Che non me ne pento. Le racconti pure. Non cerchi di salvarmi con quelle cose; non ne ho nessun bisogno. Mi difenda. Ma non  questo che volevo dirle. Quello che volevo dirle  che lei non pu tirare il sasso e nascondere la mano: lei ha fatto esattamente come me, ha fatto diventare di moda la memoria storica, o ha contribuito a farla diventare di moda, ha contribuito a creare l'industria della memoria, come me, molto pi di me; ma lei  stato premiato ed  diventato uno scrittore noto mentre io sono stato punito e sono diventato un appestato."

" inutile: non le dar ragione. E non riuscir a farmi sentire in colpa."

"Ma lo . Quanto me, o di pi, perch almeno io ho espiato la mia colpa, lei invece no.  questo che non capisco: perch, avendo fatto entrambi la stessa cosa, lei ne esce pieno di gloria e io di vergogna? E mi faccia il favore di non mentirmi di nuovo:  chiaro che si sente in colpa; lei si sente sempre in colpa. Perch, altrimenti, sarebbe in analisi?"

"Non sono in analisi."

"Ma lo  stato."

"Come fa a saperlo?"

"So molte pi cose di quanto creda. E poi, devo dirle che non mi meraviglia in un piccoloborghese come lei, nevrotico e debole, con la coscienza che gli rimorde in continuazione. Gli uomini come me, invece, non hanno bisogno di andare in analisi. Immagino che il momento in cui sono stato pi vicino a andare in analisi  stato quando giravamo Ich bin Enric Marco e cercavamo le verit che c'erano tra le menzogne sul mio passato. In questo consiste l'analisi, no?"

"Immagino di s."

"E lei cosa ha trovato?"

"Tra le menzogne sul mio passato? Niente."

" un bugiardo."

"E lei? Cosa ha trovato lei?"

"Una cosa molto piccola, per importante, e inoltre sapevo gi che era l. Una cosa grigia, piatta, mediocre e spettrale: giusto quello di cui avevo bisogno per mentire. La verit  questo, non le pare? Ci di cui abbiamo bisogno per mentire. La verit  insopportabile. La cosa terribile non  la menzogna: la cosa terribile  la verit."

"La finzione salva, la realt uccide."

"Esatto."

"In tutti i modi, non si pu vivere sempre con la menzogna."

"In tutti i modi, non si pu vivere sempre con la verit. Non si pu vivere, ma bisogna vivere. Questa  la questione. Io sono riuscito a vivere con la menzogna. E adesso, quando lei finir il suo libro, vivr con la verit, la verit completa. Non ne dubiti. Io posso sempre, Javier. Sempre. Io sono Enric Marco. Non lo dimentichi. Quando  scoppiato il mio caso, hanno creduto che mi sarei spaventato, che sarei crollato, che non avrei mai pi messo il naso fuori casa, che mi sarei suicidato, e qualche figlio di puttana ha anche detto che l'avrei dovuto fare. Un cazzo! Uno stracazzo! Affanculo tutti! Io non mi suicido, mi sono detto. Che si suicidino loro, mi sono detto. Che si suicidino i figli di puttana che vogliono che mi suicidi, mi sono detto. E non mi sono suicidato. Mi sono difeso. Ed eccomi qui.  vero: ho commesso un errore; siamo d'accordo: forse non avrei dovuto fare quello che ho fatto. Ma nessun altro ha mai commesso un errore? E i giornalisti e gli storici che si sono bevuti la mia storia senza dire n a n ba? Loro non hanno sbagliato? Chi  che non sbaglia nemmeno una volta? Lei non ha mai commesso un errore? E a chi ha causato danni il mio errore?"

"A milioni di morti. Lei si  fatto beffe di loro. Di loro e di milioni di vivi."

"Non  vero: io non mi sono fatto beffe di nessuno; al contrario: io ho fatto conoscere quell'infamia. E inoltre ho dimostrato che quell'infamia era indifferente a tutti, che, almeno in Spagna, nessuno aveva voluto saperne nulla, che non era importata a nessuno e che continuava a non importare a nessuno. Oppure lei crede che, se ne avessero saputo qualcosa e gli fosse importato davvero, la mia menzogna sarebbe passata per verit e si sarebbero bevuti la mia farsa? Guardi, con il suo romanzo lei ha dimostrato a molte persone che avevano dimenticato la guerra e soprattutto coloro che l'avevano persa, o almeno ha fatto credere loro che avevano dimenticato, ma con la mia impostura io ho dimostrato che nel nostro paese non esisteva l'Olocausto, o che non importava a nessuno. Non mi dica che ho provocato danni a qualcuno. Io non ho fatto pi danni di lei; e l'ho fatto come lei, con i suoi stessi strumenti. La differenza  che lei  stato celebrato per averlo fatto e io sono stato trasformato in un appestato. Per questo lei  in debito con me. Per questo deve ripulire il mio nome."

"Io non sono in debito con lei, e le ho gi spiegato quello che mi propongo di fare."

"E io le ripeto che non ho bisogno che mi salvi. Non sia cos presuntuoso. N cos ingenuo: salvarsi, non si salva nessuno; siamo tutti condannati. Ma a chi importa? Non a me, naturalmente, e neanche a lei dovrebbe importare. Mi basta che mi difenda. E, a proposito, posso dirle una cosa?"

"Non ha detto gi tutto?"

"No."

"Dica quello che vuole."

"Avevo un'opinione migliore di lei quando non la conoscevo, quando la leggevo soltanto."

"Ah, questo non mi sorprende: succede a tutti. Per questo faccio sempre meno vita sociale."

"Parlo sul serio. La gente che non la conosce, che la legge soltanto, crede che lei sia una persona umile, perch si toglie sempre importanza e ride di s stesso, soprattutto nei suoi articoli. Io non ci credo. In realt, finch non l'ho conosciuta pensavo che le sue autoironie non fossero un segno di umilt, ma di superbia: si sente tanto forte, pensavo, che si permette perfino di attaccare s stesso, di prendersi in giro; se non fosse tanto superbo, mi dicevo, se fosse pi umile o pi prudente e non fosse cos sicuro di s, lascerebbe agli altri il lavoro di ridere di lui."

" curioso; io non l'ho mai vista in questo modo. Per me l'autoironia  solo il grado zero della decenza, quel minimo di onest che si deve avere, soprattutto se si scrive sui giornali: alla fin fine, la critica bene intesa inizia con l'autocritica, e chi non  in grado di ridere di s non ha il diritto di ridere di nulla."

"S,  quello che direbbe un superbo. Ed  quello che mi piaceva di lei quando la leggevo soltanto: che, dietro l'apparenza di umilt, intuivo un tremendo superbo. Per, adesso che la conosco so che, di superbia, un bel niente, e nemmeno di umilt. La sua  la tipica mentalit piccoloborghese: un miscuglio nevrotico di colpa e paura. Mi diverte molto il suo rapporto con la colpa. Mi ricorda la scena di un western che ho visto da poco. Lo sceriffo del paese ha appena fatto fuori un nero, e le puttane che avevano assunto il nero gli dicono che il nero era innocente; allora lo sceriffo le guarda intrigato e domanda: 'Innocente, di cosa?' Lei  uguale: qualunque pretesto le sembra buono per sentirsi colpevole. La sua  una morale da schiavo; la mia, invece,  una morale da uomo libero. Io non mi sento colpevole di nulla, ho superato la colpa, e lei lo sa e per questo mi ammira. Non osa dirlo,  chiaro, per mi ammira. Ha paura di dirlo, per mi ammira. Mi ritiene il suo eroe, e per questo di tanto in tanto nel suo libro le scappa 'il nostro eroe' qui e 'il nostro eroe' l."

"Devo darle una brutta notizia: la storia del nostro eroe  ironica; in realt significa il nostro cattivo. Al massimo, il nostro eroe e il nostro cattivo allo stesso tempo."

"Ed  sicuro che i lettori lo capiranno?"

"Cos come capiscono che don Chisciotte  allo stesso tempo eroico e ridicolo, o che allo stesso tempo  pazzo e saggio."

"Lei ha molta fiducia nei suoi lettori."

"Certo, scrivo per persone intelligenti."

"Gi, per questo libro lo leggeranno anche gli stupidi. Tenga conto che parla di me. Ma lo vede?"

"Cosa?"

"Che  preoccupato di quello che diranno i lettori. Ha paura."

"Paura? Chi dovrebbe avere paura  lei: il mio libro parla di lei, s, ma racconter tutta la verit. Quello che lei mi ha raccontato ma anche quello che non mi ha raccontato. Le bugie ma anche le verit."

"Non se ne esca con queste sciocchezze: le ho raccontato tutto io, e quello che non le ho raccontato gliel'ho fatto capire, oppure ho indicato o insinuato come scoprirlo. Non mi ha appena detto che si limita a ripetere quello che le ho raccontato? Non ha forse avuto pi di una volta il sospetto che fossi io a volere che scoprisse la verit, ad aver vissuto ci che avevo vissuto e ad avere inventato ci che avevo inventato solo perch lei lo raccontasse, come Alonso Quijano aveva vissuto ci che aveva vissuto e inventato ci che aveva inventato solo perch Cervantes lo raccontasse? Perch dovrei avere paura che adesso lei lo racconti? E, d'altro canto, ha gi dimenticato che sono il grande impostore e il gran maledetto e che, quando  scoppiato il caso Marco, mi hanno detto di tutto e non  rimasto pi niente da dirmi? Quello che lei dir mi  indifferente; o meglio, mi porter dei vantaggi: comparir di nuovo nella foto, come dice lei. E poi, presto compir novantacinque anni, e lei crede che a novantacinque anni si abbia paura di qualcosa? Invece lei  un ragazzino, un ragazzino di cinquant'anni ma un ragazzino, ed  terrorizzato. Ha paura dei suoi lettori. Ha paura di ci che diranno di questo libro. Ha paura che si noti che in realt io le sono simpatico, che mi ammira, che le piacerebbe essere come me, non avere sensi di colpa ed essere un immorale o meglio un amorale, potersi reinventare a cinquanta e passa anni come Alonso Quijano, cambiare vita e nome e citt e moglie e famiglia ed essere un altro, essere capace di vivere i romanzi e non doversi limitare a scriverli, liberarsi di tutta quella merda di morale piccoloborghese che la fa sentire colpevole di tutto e la costringe a rispettare le sue miserabili virt piccoloborghesi, essere fedele alla verit e all'onest e a non so che altro, mentre quello che in realt vorrebbe  essere come me, un eroe nietzschiano come me, un tipo che sa che non esiste nessun valore superiore alla vita, n la verit n l'onest n nient'altro, un tipo che a cinquant'anni, superato il culmine della vita, quando ormai bisogna prepararsi alla morte, dice No a tutto e si costruisce una vita a misura dei propri desideri e si lancia a viverla senza curarsi di niente e di nessuno, n dei suoi puzzolenti valori morali n della puzzolente opinione degli altri, come fa Alonso Quijano. Ma lei ne  incapace, incapace perfino di riconoscere che mi ammira perch io s che ne sono stato capace. Prova panico, le tremano le gambe alla sola possibilit che dicano: riecco Cercas; guardate i suoi libri: prima ha difeso un fascista; poi ha difeso un assassino; poi ha difeso un altro fascista; poi ha difeso uno psicopatico; e adesso difende un bugiardo, un tipo che si fa beffe di milioni di morti. Mi dica: quante volte le hanno detto che difende i fascisti?"

"Le ripeto che scrivo per persone intelligenti."

"E io le ripeto che la leggono anche gli stupidi. Gli stupidi e i moralisti monodimensionali, come li chiamava il suo maestro Ferrat. E perfino i farisei dai quali ha avuto la spavalderia di difendere il suo amichetto Vargas Llosa. E ha paura di loro. Accidenti, se ce l'ha. Ha paura che, siccome lei difende bugiardi, loro sentano di avere il diritto di mentire su di lei. E sulla sua famiglia. E di avere il diritto di cavare le budella a lei e alla sua famiglia, specie alla sua famiglia. Dopo tutto, in Spagna, non c' nulla che piaccia alla gente quanto vedere un tizio che cava le budella a un altro, non  vero? Le  gi successo qualche volta, non  vero? Ma non ha paura soltanto di questo. Ha paura soprattutto di condannarsi. Ha paura di condannarsi raccontando in questo libro la mia storia come Truman Capote si  condannato raccontando in A sangue freddo la storia di Dick Hickock e Perry Smith. Ah, di questo s che ha paura; si caca sotto. Ha paura di finire come Capote, distrutto dalla cattiveria, dallo snobismo e dall'alcol. Ha paura di avere stretto un patto con il Diavolo per poter scrivere questo libro, e non ha il fegato per stringere patti e accettare le conseguenze, come ha fatto Capote... E poi, adesso che ci penso, lo so perch vuole salvarmi."

"Perch?"

"Per salvarsi a sua volta, cos come Dickens si  salvato in David Copperfield salvando Miss Mowcher. Che cosa puerile. Che stupidaggine. Ma l'idea di condannarsi le fa venire il panico. Un panico terribile. E poi le fa venire il panico anche un'altra cosa. Le fa venire il panico che scoprano che lei  un bugiardo e un commediante. Un bugiardo bravo quanto me, o quasi, e un commediante molto migliore di me, perch io sono stato scoperto ma lei non  stato ancora scoperto. Questo le fa paura quanto il resto. O quasi. O forse ci che le fa paura  che sia proprio questo il prezzo che dovr pagare al Diavolo per raccontare la mia storia, e non lo snobismo, la cattiveria e l'alcol di Capote. Che si scopra che  tutta la vita che lei inganna tutti. Che si scopra che lei  un impostore, come le aveva detto il suo amico Martnez de Pisn a casa di Vargas Llosa a Madrid. Si ricorda? Ah, che aragonese sveglio, quel Pisn. Lui s che le ha preso le misure, lui s che si  reso conto di cosa  lei, del fatto che a farle venire il panico  che si scopra che non  quello che sembra, e per questo si sforza in modo sovrumano di far credere a tutti di essere ci che non , cio un bravo scrittore e un buon cittadino e una persona perbene e tutta quella porcheria cos prestigiosa. Dio, come si sforza, che orrore di vita la sua, infinitamente peggiore della mia o di quella che la gente credeva che fosse la mia prima che mi scoprissero: alzarsi ogni mattina quasi all'alba e scrivere tutto il giorno per mantenere l'impostura, per non essere beccato, perch nessuno si accorga, leggendo ci che scrive, che lei  una farsa di scrittore, uno scrittore senza talento, senza intelligenza e senza nulla da dire, che finge ogni giorno di non essere un fantoccio, un decerebrato, un personaggio penoso, un figlio di puttana completamente asociale e un'autentica canaglia. Non le fa venire le vertigini? Non  stanco di fingere di essere quello che non ? Perch non confessa una buona volta, come ho fatto io? Si sentir pi tranquillo, glielo assicuro, si sentir sollevato. Potr conoscersi o riconoscersi, smetter di nascondersi da tutti dietro ci che scrive, potr essere finalmente chi  davvero. Io so che lo desidera. Io non lo desideravo, ma lei s. In caso contrario, perch starebbe scrivendo questo libro? Capisco che abbia fatto tutto il possibile per non scriverlo, che per anni si sia rifiutato di scriverlo e che abbia rimandato al massimo questo momento;  naturale che avesse paura di affrontare la verit. Ma adesso l'ha quasi finito e non ha altra scelta che affrontarla. E poi, in fondo lei conosceva gi la verit fin dall'inizio, fin dal momento in cui  scoppiato il mio caso; proprio per questo non voleva scrivere su di me."

"Non la capisco."

"Mi dica una cosa: perch ha intitolato 'Io sono Enric Marco' il suo articolo sul Pas?"

"Perch il film di Santi Fillol e Lucas Vermal si intitolava Ich bin Enric Marco e in tedesco significa 'Io sono Enric Marco'."

"Una sega: l'ha intitolato cos perch sapeva fin dall'inizio che, come me, lei  un commediante e un bugiardo, che ha tutti i miei difetti e nessuna delle mie virt, e che io sono il suo riflesso in un sogno, o in uno specchio. E per questo le chiedo di difendermi, di dimenticarsi di salvarmi e di difendermi: perch n io n lei possiamo salvarci, ma difendendo me si difende anche lei. Questa  la verit, Javier. La verit  che lei  me."

9

L'esplosione del caso Marco super di gran lunga le previsioni pi pessimistiche dello stesso Marco. Con il suo volenteroso candore, aveva forse previsto uno scandalo discreto, ridotto all'ambito dei deportati, o all'ambito dei deportati e degli storici, al massimo all'ambito catalano; la realt  che fu uno scandalo che risuon per i cinque continenti. Era prevedibile: prima di tutto perch l'impostura era stupefacente, e in secondo luogo perch tutto ci che  in rapporto con l'Olocausto possiede una dimensione universale. Il titolo della notizia, inoltre, non avrebbe potuto essere pi attraente n pi semplice e, con tutte le varianti particolari che si vuole, fu unanime; fu anche inevitabile, veritiero e definitivo: "Il presidente dell'associazione dei deportati spagnoli nei campi nazisti non  mai stato in un campo nazista".

Tuttavia, anche se l'onda espansiva del terremoto mediatico raggiunse perfino l'ultimo angolo del pianeta, il suo epicentro fu in Spagna, soprattutto in Catalogna, dove, come affermava un editoriale del quotidiano Avui, Marco era un "personaggio adorato". Anche molti altri giornali gli dedicarono i loro editoriali, tra cui alcuni di quelli di maggiore tiratura: El Pas, La Vanguardia ed El Peridico. Probabilmente in Spagna non ci fu un solo mezzo di comunicazione che non riportasse la notizia, che non pubblicasse un articolo, un reportage, un'intervista, una dichiarazione o una battuta su Marco, n un solo partecipante ai talk show televisivi o radiofonici che non esprimesse la propria opinione sul caso, n un opinionista che non scrivesse un commento su di lui o che non vi alludesse in un modo o nell'altro, n una sezione di lettere al direttore di un giornale che non gli dedicasse una lettera. La maggior parte dei commenti era denigratoria; oltre che impostore e bugiardo, Marco venne definito in ogni modo possibile: canaglia, miserabile, svergognato, criminale, traditore, spazzatura; almeno due articolisti scrissero che la cosa pi degna che poteva fare era togliersi la vita; Neus Catal, ex deportata a Ravensbrck e come lui militante della Amical, dichiar a Barcellona che Marco aveva schernito la memoria dei morti, e Ramiro Santisteban, presidente della Federacin Espaola de Deportados e Internados Polticos, sostenne a Parigi che Marco meritava di essere processato e condannato da un tribunale spagnolo. Gli antichi avversari di Marco nella CNT, che in venticinque anni non avevano dimenticato i diverbi provocati dalle lotte interne al sindacato, disseppellirono le vecchie accuse contro il loro ex segretario generale, secondo le quali era stato un collaboratore del governo o degli apparati statali, forse un confidente della polizia, forse uno dei veri responsabili del caso Scala e della disintegrazione della CNT, e alcuni giornalisti, tanto giovani quanto assetati di sangue, che ignoravano gli odi politici che generavano quelle ingiurie, si lanciarono su quella pista sensazionalistica, cercando di smascherare proprio l'unico o quasi unico passato di Marco in cui non c'era nulla da smascherare. Riassumendo: durante quelle giornate esplosive Marco riusc a comparire nella foto molto pi di quanto avesse mai immaginato, sebbene non per i motivi che aveva immaginato. Riassumendo: Marco era riuscito a essere un personaggio adorato, un eroe civile, un campione o una rock star della cosiddetta memoria storica, ma in quei giorni si trasform nel grande impostore e gran maledetto.

Da allora non ha smesso di esserlo. Malgrado ci, fin dal principio Marco ebbe dei difensori. Non tutti lo difesero per fare i bastiancontrari o per richiamare l'attenzione o perch vivevano installati nel conformismo dell'anticonformismo; alcuni sembravano difenderlo con onest. Tra di loro ci furono quelli che ripetettero argomentazioni previste e utilizzate dallo stesso Marco, soprattutto quella che la sua menzogna era una menzogna buona o almeno veniale, perch aveva contribuito a diffondere verit che avevano bisogno di essere diffuse, o quella che lo aveva fatto perch i veri deportati non potevano pi farlo e qualcuno doveva sostituirli. Ma ci fu anche gente che difese Marco argomentando che ci che la stampa stava facendo con lui era un autodaf, una macelleria vergognosa destinata a occultare il vero responsabile del disastro, che non era Marco ma la stampa stessa, che aveva tollerato, utilizzato e diffuso le menzogne di Marco; secondo questa interpretazione, l'autentico caso Marco era in realt il caso di alcuni giornalisti creduloni, profittatori e incompetenti che adesso si sentivano truffati e ridicolizzati da Marco, e che si vendicavano di lui mettendolo alla berlina con una crudelt inedita. Ci fu anche chi all'argomentazione precedente aggiunse l'argomentazione che esistevano truffatori molto peggiori di Marco, le cui menzogne causavano guerre, sofferenze e morti e i cui abusi non ricevevano alcuna punizione, grandi bugiardi che i mezzi di comunicazione non osavano criticare e che tutti riverivano o trattavano con guanti di velluto. Non manc chi cercava di argomentare che siamo tutti impostori e che tutti a modo nostro reinventiamo il nostro passato, e che nessuno  libero dalla colpa di Marco.

Nella Amical de Mauthausen il caso Marco provoc la peggiore crisi dei suoi quarantatr anni di esistenza. Come presidentessa facente funzioni, Rosa Torn tent di gestire la situazione e minimizzare i danni a forza di indire conferenze stampa, convocare riunioni e diffondere comunicati in cui smentiva le false informazioni e difendeva l'operato del consiglio direttivo; e anche a forza di spedire lettere a tutte le autorit possibili, chiedendo comprensione e aiuto e assicurando che, nonostante lo scandalo, il lavoro dell'associazione avrebbe proseguito il suo corso. Torn non ebbe pi successo di quello che poteva avere. Anche se le autorit mostrarono indulgenza e confermarono per il momento il loro sostegno economico, e anche se qualcuno cerc di puntellare la vacillante Amical in mezzo a quel terremoto, chiedendo di entrare a farne parte, la verit  che il prestigio dell'associazione ne risent a tal punto che pi d'uno pens che sarebbe scomparsa. I problemi non arrivarono solo dall'esterno, ma anche (o soprattutto) dall'interno. Le riunioni dei soci degenerarono in battaglie campali: ci furono urla, insulti, porte sbattute e tentativi di aggressione; ci furono innumerevoli attacchi al consiglio direttivo, che veniva accusato di tutti i mali, incluso quello di avere gestito in maniera pessima lo scandalo o quello di sapere da tempo che Marco era un impostore e di averlo nascosto o di non averlo denunciato per interessi bastardi o inconfessabili; ci fu gente che si dimise dal consiglio direttivo e ci fu gente che si dimise dall'associazione; ci fu gente che proclam che la Amical era morta e che era imprescindibile rifondarla. Per tentare di consolidare l'associazione, il 5 giugno, quasi un mese dopo l'esplosione del caso Marco, i soci tennero a Barcellona la prima e unica assemblea straordinaria di tutta la sua storia ed elessero un nuovo consiglio, presieduto da un deportato e socio fondatore di nome Jaume lvarez. Nulla diede risultati: anche se la Amical sopravvisse al caso Marco, ne rest segnata a morte, e la sua vita ulteriore  stata una storia di progressiva decadenza, come quella di tutto il cosiddetto movimento per il recupero della cosiddetta memoria storica.

Ma chi pi pat per l'esplosione del caso Marco fu lo stesso Marco. Ho gi detto che l'ampiezza dello scandalo super di gran lunga le sue peggiori previsioni; la sua risposta, tuttavia, fu quella che aveva programmato: vendere cara la pelle, difendersi attaccando o attaccare difendendosi. In quei giorni in cui sembrava crollargli addosso, con strepito da apocalisse, il personaggio che aveva costruito per tutta la vita, Marco sopport a pie' fermo la valanga di offese e improperii pubblici e, a giudicare dal suo comportamento e dalle sue parole, non pens mai di andarsene o nascondersi, non pens mai di ritirarsi o darsi per vinto e tanto meno di suicidarsi, non smise mai di metterci la faccia. Comunque lo si giudichi dal punto di vista morale, il fatto  in s stupefacente, soprattutto considerando che ne era protagonista un vecchio di ottantaquattro anni. Non pu che stupire, in effetti, il fatto che Marco, invece di rinchiudersi in casa per sempre o di esiliarsi in un igloo in Lapponia o semplicemente di spararsi un colpo alla tempia, concedesse innumerevoli interviste alla stampa, alla radio e alla televisione, interviste in cui fu accusato in innumerevoli occasioni di essere un bugiardo e un impostore e in cui fu stroncato fino all'esaurimento. Tutto ci ebbe un effetto moltiplicatore sul caso, che in questo modo acquisiva un'ampiezza sempre maggiore, ma a Marco la cosa sembrava non importare. Si potrebbe congetturare che la mediopatia di Marco gli facesse provare un segreto godimento per quella iperesposizione mediatica: pu darsi, ma  certo che venne umiliato e oltraggiato fino a estremi insopportabili, e che il suo orgoglio sub un colpo a cui  incredibile che non avesse ceduto.

 incredibile, ma fu cos. Marco non evit un solo incontro con un solo giornalista. In tutti, ripet con qualche variante la manciata di ragionamenti che doveva avere ordito o abbozzato nelle giornate precedenti allo scandalo e che poi, a poco a poco, via via che passavano i giorni, and arricchendo, limando e migliorando, incorporando nuove argomentazioni e perfezionando le vecchie. C'erano interviste in cui Marco sembrava pentirsi e altre in cui sembrava non pentirsi; nella maggior parte sembrava pentirsi e non pentirsi allo stesso tempo. In alcune delle prime che gli fecero - penso a un'intervista realizzata il giorno stesso in cui era esploso il caso, alla televisione pubblica catalana, da Josep Cun, uno dei giornalisti pi influenti del paese - Marco si mostr a tratti nervoso e indignato, quasi sull'orlo delle lacrime. A poco a poco, per, and assestandosi e recuper il dominio di s; a poco a poco, senza abbandonare le sue tesi abituali - non aveva mentito, ma solo alterato la verit, supponendo che la sua fosse una menzogna era una menzogna buona, una menzogna nobile, avrebbe potuto dire con Platone, una menzogna ufficiosa, avrebbe potuto sostenere con Montaigne, una menzogna salvatrice o vitale, avreppe potuto scusarsi con Nietzsche, grazie a essa aveva fatto conoscere soprattutto fra i giovani gli orrori del XX secolo e aveva dato voce a coloro che non avevano voce, lui era stato prigioniero nelle carceri naziste come i deportati lo erano stati nei campi e quindi era legittimato a parlare a loro nome, eccetera - inizi a presentarsi, forse sotto l'influenza di alcuni dei suoi difensori, come una vittima: una vittima di giornalisti risentiti e rancorosi, una vittima dell'incomprensione e dell'oblio dei suoi meriti di eroe civile e campione o rock star della memoria storica, una vittima dell'intransigenza, dell'ignoranza e dell'ingratitudine generali, una vittima di Benito Bermejo e delle sue battaglie contro la Amical o contro i suoi compagni della Amical, una vittima della destra spagnola, stufa della cosiddetta memoria storica, e una vittima degli ebrei del Mossad, stufi delle sue denunce sulla situazione dei palestinesi, una vittima di tutto.

Questa campagna difensiva (o questa campagna offensiva travestita da campagna difensiva) non fu soltanto una campagna pubblica; fu anche una campagna privata. Non appena scoppi il caso Marco, ma soprattutto via via che la sua eco si andava spegnendo sui mezzi di comunicazione, il nostro eroe scaravent sul mondo una valanga di lettere paragonabile soltanto alla valanga di accuse e insulti che stava ricevendo o aveva ricevuto, usando la scrittura come la usa qualunque scrittore: per difendersi. Marco scrisse al consiglio della Amical, ai soci della Amical, a politici municipali, regionali e statali, a giornalisti famosi e a giornalisti quasi anonimi e ai direttori di giornale a cui aveva invano cercato di consegnare di persona, proprio il giorno prima che scoppiasse il suo caso, il comunicato in cui riconosceva la propria impostura; scrisse a rappresentanti civici con cui aveva avuto qualche rapporto, a ex compagni della CNT e della FAPAC, ad amici e conoscenti attuali e ad amici e conoscenti che non vedeva da anni, a universit, circoli culturali, residenze per anziani, penitenziari, scuole per la terza et e associazioni di ogni genere dove aveva tenuto qualche conferenza; soprattutto scrisse agli innumerevoli istituti secondari che aveva frequentato, in alcuni dei quali, senza dubbio perch i suoi interventi avevano avuto un effetto brutale, ebbe un effetto brutale la scoperta della sua impostura, al punto che alcuni dei professori che avevano invitato Marco alle loro lezioni si sentirono in obbligo di spiegare ai loro allievi che, sebbene quel vecchietto che tanto li aveva impressionati e che alcuni avevano visto come un eroe fosse in realt un commediante, nulla di ci che aveva raccontato era falso. Le lettere di Marco erano testi torrenziali di scuse, autodifesa e rivendicazione personale, spesso confusissimi, ai quali a volte allegava documenti che dimostravano o dovevano dimostrare il suo passato di resistente antifranchista, come le foto del suo corpo cosparso di ematomi dopo essere stato aggredito dalla polizia il 28 settembre 1979, durante una manifestazione di protesta a favore degli accusati del caso Scala, o come i documenti che sembravano dimostrare non solo che era stato processato da un tribunale nazista (che era vero), ma anche che era stato un resistente antinazista (che era falso), per cui Marco inviava l'atto del pubblico ministero in cui veniva accusato di alto tradimento, ma non la sentenza del giudice, in cui la denuncia veniva privata di ogni importanza e si finiva per assolverlo. Infine, l'autodifesa di Marco fu cos esaustiva da includere i gesti simbolici. Cos, due giorni dopo che esplose il caso, Marco si present alla residenza del presidente del governo autonomo catalano e consegn una busta che conteneva la Creu de Sant Jordi, l'atto di conferimento dell'onorificenza e una lettera rivolta al primo magistrato in cui chiedeva scusa per aver mentito sulla sua condizione di deportato e aggiungeva un riassunto delle solite giustificazioni. Non fu l'unica cosa che Marco restitu. Sebbene in quei giorni venne accusato anche di essersi arricchito con la sua impostura, il nostro uomo aveva percepito come falso deportato soltanto un indennizzo di settemila euro proveniente da un fondo creato in Svizzera dalle aziende, principalmente tedesche, che durante la seconda guerra mondiale avevano tratto vantaggio dal lavoro dei prigionieri nazisti; a causa dello scandalo, Marco restitu quei soldi, ma dopo pochi mesi glieli rimborsarono spiegando che, sebbene non fosse stato prigioniero in un campo nazista, era stato un lavoratore schiavo del nazismo.

Fu tutto inutile. Marco lott come se ne andasse della propria vita, perch la verit era che ne andava della sua vita, ma non serv a nulla. Era assillato, furioso e perplesso. Non riusciva a concepire che non dessero retta alle sue ragioni, non riusciva a sopportare che lo condannassero senza appello, non tollerava che gli avessero strappato la sua categoria di eroe civile, di campione o di rock star della cosiddetta memoria storica; non accettava in alcun modo che lo spogliassero del suo personaggio e che volessero costringerlo a essere di nuovo Alonso Quijano, e per di pi non Alonso Quijano il Buono ma Alonso Quijano il Cattivo. E non lo accettava, fra le altre ragioni (o soprattutto), perch sapeva che non era vero che l'avevano fatta finita con il suo personaggio: potevano averla fatta finita con il suo personaggio di sopravvissuto a un campo nazista, ma rimaneva il suo personaggio di difensore della Repubblica durante la guerra, di vittima delle carceri naziste e resistente antifranchista nel dopoguerra, di leader sindacale nella CNT e leader educativo nella FAPAC. Tutto questo non significava nulla? Non era forse questa la biografia di un eroe civile, anche se non era di un deportato? Non bastava tutta una vita di dedizione alle cause giuste a redimere un piccolo errore in vecchiaia, sempre che di un errore si trattasse? Aveva la sensazione di essere riuscito a preservare intatto il castello di carte e invece tutti si comportavano come se il castello di carte fosse crollato.

Furono mesi terribili, di lotta spietata, e alla fine a crollare fu lui. O cos dice. Dice che, vedendosi degradato senza rimedio alla categoria di grande impostore e gran maledetto, a un certo punto sprofond nella depressione. Pu darsi. Anche se faccio fatica a crederci, perch un tipo come Marco non sprofonda mai nella depressione, o comunque non va mai del tutto a fondo.  vero, per, che a un certo punto sembr abbandonare la lotta e si rifugi nella famiglia, nella moglie e nelle due figlie; e anche, a tratti, in qualche amico, sebbene Marco sia un lupo solitario e non abbia mai avuto molti amici. Questa parentesi, supponendo che si tratt di una parentesi, dur poco tempo, e Marco si trasform subito in ci in cui l'aveva trasformato l'esplosione del suo caso, in ci in cui era quando lo conobbi e in ci che, a ben pensarci,  sempre stato: oltre che un grande impostore e un gran maledetto, un paladino di s stesso e un uomo sul piede di guerra, dedito alla causa della propria difesa. Non tenne pi conferenze pubbliche, per accettava tutte le occasioni di spiegarsi che gli venivano offerte, a cominciare dalle interviste incentrate sul suo caso o su casi simili al suo (anche se Marco faceva sempre in modo di parlare soprattutto di s e di difendersi, senza preoccuparsi se poteva difendersi soltanto difendendo un altro commediante). Si recava a eventi pubblici dove si incontrava con ex compagni della sua tappa nella CNT o della sua tappa nella FAPAC, persone che l'avevano apprezzato o che non l'avevano apprezzato, che l'avevano ammirato o che l'avevano detestato o alle quali era stato indifferente, ma che avevano seguito senza eccezioni e con incredulit o con indignazione o con vergogna riflessa le notizie sul suo scandalo, e che generalmente non gliene parlavano e lo trattavano come se non fosse successo nulla, o che cercavano di evitarlo.

Marco tent anche di recuperare i rapporti con la Amical. Cos, in reiterate occasioni chiese tramite lettera una riunione per spiegarsi, per fornire ai suoi ex compagni la propria versione del caso Marco, per cercare di riabilitarsi ai loro occhi e legarsi di nuovo all'associazione; ogni volta che si procurava nuovi documenti che avallavano la sua condizione di vittima dei nazisti (per esempio, dopo il viaggio in Germania per filmare Ich bin Enric Marco, il documentario di Santi Fillol e Lucas Vermal), ne inviava copie per posta alla sede dell'associazione in calle Sils a dimostrazione che la sua versione dei fatti era corretta e che non aveva mentito tanto quanto la gente pensava. La Amical non rispose a nessuna delle sue lettere, nonostante Marco facesse ricorso a tutte le possibili argomentazioni per essere riammesso, incluse argomentazioni da picaro geniale e imbroglione unico come quella secondo cui i suoi ex compagni dovevano aiutarlo a recuperare il buon nome in modo che nessuno potesse criticarli per aver permesso che un impostore presiedesse la Amical. Una volta, tuttavia, li reincontr, o almeno ne incontr una buona parte. Fu ai funerali di Antonia Garca, una delle bambine del cosiddetto Convoglio 927 o Convoglio di Angoulme, un treno pieno di repubblicani spagnoli esiliati che, nel giugno del 1940, part da quella citt francese per il campo di Mauthausen. Marco partecip ai funerali perch aveva mantenuto un buon rapporto con la defunta e forse anche perch vide la possibilit di riconciliarsi con gli ex compagni. Ma, se era quest'ultima cosa che perseguiva, non gli riusc: anche se alcuni gli strinsero la mano e furono contenti o sembrarono contenti dell'incontro, per molti membri dell'associazione fu una vergogna che partecipasse alla cerimonia, e pi d'uno evit di salutarlo. Probabilmente nessuno comprese la sua presenza l.

Marco ha vissuto i suoi ultimi anni in uno stato di continua rivendicazione personale. Continua ad assicurare che non vuole essere riabilitato, anche se ci che vuole  proprio essere riabilitato: non vuole pi essere un maledetto, vuole smettere di essere l'impostore e il bugiardo per antonomasia, vuole recuperare, se non il suo ruolo di campione o di rock star della cosiddetta memoria storica - perch Marco sa benissimo che la cosiddetta memoria storica non esiste quasi pi, e che il suo caso ha contribuito a esaurirla - almeno il suo ruolo di eroe civile o di uomo eccezionale, vuole che si ammetta che ha contribuito a migliorare il suo paese e a diffondere soprattutto fra i giovani la verit, la giustizia e la solidariet, vuole che si riconosca che anche lui  stato una vittima della barbarie nazista e franchista, che l'ha combattuta e che la sua menzogna  stata una menzogna benefica e tanto minuscola da non essere quasi una menzogna o da non meritare di essere considerata una menzogna, vuole che si dica che l'intera societ si  comportata ingiustamente con lui, che  stata ingiusta, meschina, che  stato trattato in maniera selvaggia dai mezzi di comunicazione, vuole che tutti accettino una buona volta e per sempre che lui non  Alonso Quijano bens don Chisciotte.

E non si fermer finch non riuscir. O cos dice, e io gli credo. In questa estrema impresa della sua vita Marco lavora da solo, ogni volta che gli si presenta l'occasione e con i mezzi alla sua portata, che sono la sua oratoria e la sua abilit da picaro, seduttore e imbroglione, tutte cose che, nonostante i suoi novantatr anni abbiano ridotto la sua energia, sono ancora quasi intatte; a volte lavora anche con altri, o tenta di farlo, perch non disdegna l'aiuto di nessuno e perch  consapevole di avere perso tutto il proprio credito e deve tentare di approfittare del credito degli altri, anche se gli altri non sanno che ci sta provando (o soprattutto se non lo sanno). Non importa chi siano: giornalisti, cineasti, scrittori. Fa lo stesso. L'importante  che abbiano audience e che gli consentano di comparire nella foto e soprattutto che lui riesca a fare in modo che lo difendano, che riabilitino la sua causa. La prima grande riabilitazione che ha tentato, trascorsi due anni dall'esplosione dello scandalo,  stato un lungo reportage intitolato Historia de una mentira e pubblicato dalla rivista Presencia; i suoi autori erano due bravi giornalisti e brave persone che l'avevano conosciuto da giovani, che l'avevano apprezzato e che, nonostante il disinganno provato quando era stata scoperta la sua impostura, continuavano a considerarsi suoi amici: Carme Vinyoles e Pau Lanao. La seconda riabilitazione che ha tentato  stata, nel 2009, Ich bin Enric Marco, il film di Santi Fillol e Lucas Vermal. L'ultima,  quasi superfluo dirlo,  questo libro.

EPILOGO

Il punto cieco

1

Nella primavera del 2012, quando erano gi molti anni che mi rifiutavo di scrivere questo libro ma mancava poco perch smettessi di farlo, il quotidiano Le Monde chiese a un gruppo di scrittori di scegliere la parola che meglio definisse ci che scrivevamo; ci chiese anche di argomentare in una pagina la nostra scelta. Scelsi immediatamente la mia parola: No. Immediatamente scrissi ci che segue:

"'Cos' un uomo ribelle?' si domand Albert Camus. 'Un uomo che dice No.' Se Camus ha ragione, la maggior parte dei miei libri tratta di uomini ribelli, perch tratta di uomini che dicono No (o che ci provano e falliscono). Questo, in alcuni dei miei libri non  molto visibile; in altri  impossibile non vederlo: Soldati di Salamina gira attorno al gesto di un soldato repubblicano che alla fine della guerra civile spagnola deve uccidere un gerarca fascista e decide di non ucciderlo; Anatomia di un istante gira attorno al gesto di un politico che, al principio dell'attuale democrazia spagnola, si rifiuta di gettarsi a terra quando gli ultimi golpisti del franchismo lo pretendono a colpi di pistola. Le parole di Dante (Inferno, III, 60) che fanno da esergo ad Anatomia di un istante potrebbero forse fare da esergo alla maggior parte dei miei libri: 'Colui che fece [...] il gran rifiuto'. Colui che disse il grande No: Dante si riferiva al papa Celestino V, che rinunci al papato, ma secoli dopo Konstantinos Kavafis comprese che poteva riferirsi a tutti gli uomini. 'Per ognuno arriva il giorno' scrive Kavafis 'di pronunciare il Grande S o il Grande No.' Di questo tratta la maggior parte dei miei libri: del giorno del Grande No (o del Grande S); vale a dire, del giorno in cui uno sa per sempre chi  [...]".

E in questo libro? Cosa succede con questo libro che per tanti anni non ho voluto scrivere e che ormai sto finendo di scrivere? Non c' in questo libro nessuno che dica No (o che ci provi e fallisca)?  soltanto la storia di un uomo che dice sempre S, di un uomo che sta sempre con la maggioranza e in mezzo alla moltitudine, un uomo che non  nessuno o che non conosce mai il giorno in cui sa per sempre chi ? Nelle sue conferenze e dichiarazioni pubbliche, Marco assicurava con enfasi che gli eroi non esistono, ma ormai sappiamo cosa succede con le enfasi (e soprattutto con le enfasi di Marco), e ormai sappiamo anche che, dicendo che non esistono gli eroi, ci che Marco voleva dire  che l'eroe era lui. Ora, non c' in questo libro che parla di un falso eroe nessun eroe vero?

Certo che c'. Tutti sappiamo che esistono sempre uomini capaci di dire No. Sono pochissimi, e per di pi li dimentichiamo o li nascondiamo subito affinch il loro No fragoroso non denunci il silenzioso S degli altri; ma tutti sappiamo che esistono. Eccoli l, in questo libro, Fernndez Vallet e i suoi compagni della UJA, quella manciata di ragazzi della periferia di Barcellona che all'inizio del 1939, quando i franchisti erano gi entrati in citt e la guerra era perduta e tutti avevano detto S, dissero No, non si uniformarono, non si piegarono, non si rassegnarono all'obbrobrio, all'indecenza e all'umiliazione comune della sconfitta, e in questo modo seppero per sempre chi erano. Eccoli l. Eccoli qui, per l'ultima volta, dopo pi di settant'anni di occultamento e di oblio. Onore ai coraggiosi: Pedro Gmez Segado, Miquel Cols Tamborero, Julia Romera Yez, Joaqun Miguel Montes, Juan Ballesteros Romn, Julio Meroo Martnez, Joaquim Campeny Pueyo, Manuel Campeny Pueyo, Fernando Villanueva, Manuel Abad Lara, Vicente Abad Lara, Jos Gonzlez Cataln, Bernab Garca Valero, Jess Crceles Toms, Antonio Beltrn Gmez, Enric Vilella Trepat, Ernesto Snchez Montes, Andreu Prats Mallarn, Antonio Asensio Forza, Miquel Planas Mateo e Antonio Fernndez Vallet.

Chi altro? C' qualcun altro che abbia detto No in questo libro? Certamente: Benito Bermejo. Il cattivo segreto di questa storia  in realt il suo eroe segreto, o uno dei suoi eroi. Anche se la parola "eroe" forse  inesatta; pi che un eroe, Bermejo  un giusto: uno di quegli uomini che fanno il loro lavoro in silenzio, con modestia, probit e testardaggine, una di quelle persone alle quali, giunto il momento decisivo, il senso del dovere infonde abbastanza coraggio da dire No, se  necessario infilando le dita negli occhi e trasformandosi in guastafeste, come ha fatto Bermejo denunciando Marco in piena funebre festa della memoria, con la funebre industria della memoria che funziona a pieno regime.

Qualcun altro? Torno ad Albert Camus. La frase pi citata dello scrittore francese lui non la scrisse; la pronunci il 12 dicembre del 1957 in Svezia, poco dopo aver ricevuto il premio Nobel. Nella sua versione pi diffusa (e definitiva), dice cos: "Credo nella giustizia, per, tra la giustizia e mia madre, scelgo mia madre". Anche se fu attaccato a morte per averlo detto, ci che Camus disse non fu esattamente questo, e non aveva esattamente il senso generico che i suoi nemici gli attribuirono. Ma fa lo stesso, almeno oggi. Almeno oggi, mi attengo a questa frase; e la cosa pi importante: quando scoppi il caso Marco, la moglie e le due figlie di Marco, che dovettero soffrire quanto o pi di Marco, a modo loro vi si attennero: tra un principio astratto e un essere di carne e ossa, scelsero un essere di carne e ossa. In quei giorni da fine del mondo per Marco, le tre donne rimasero accanto a lui, tutte e tre lo confortarono, nessuna delle tre gli chiese altre spiegazioni se non quelle che lui volle fornire. Di pi: il giorno successivo all'esplosione del caso, Ona, che allora aveva ventun anni, intervenne al telefono, a sorpresa, in un programma mattutino della televisione catalana in cui stavano attaccando suo padre, e poco dopo lo difese di nuovo con un articolo pubblicato sul Pas in risposta a una lettera aperta che le aveva indirizzato un ex membro del consiglio direttivo della Amical, che la rimproverava per il suo intervento televisivo in difesa di Marco. Tra la verit e suo padre, Ona Marco scelse suo padre; tra la verit e suo marito, Dani Olivera scelse suo marito. Nessuna delle tre si fece piccola piccola n allora n dopo, durante tutti questi anni in cui Marco  diventato il grande impostore e il gran maledetto, e in cui nessuno le ha mai sentite indirizzargli un rimprovero n rivolgergli un gesto di avversione. 'Fanculo alla verit: onore alle coraggiose.

Questo  tutto? Non c' nessun altro eroe in giro? Un momento: e il nostro eroe? Ed Enric Marco?  soltanto un falso eroe? Non ha mai detto No (o almeno non ci ha mai provato e ha fallito)? Non ha mai saputo per sempre chi ? Non si pu essere allo stesso tempo un falso eroe e un eroe vero, un buono e un cattivo, cos come don Chisciotte  allo stesso tempo ridicolo ed eroico, o  insieme folle e saggio?  possibile che il gran cattivo visibile di questa storia ne sia al contempo il grande eroe invisibile?  possibile che l'uomo del grande S sia allo stesso tempo l'uomo del grande No? E, parlando di don Chisciotte, che a cinquant'anni si ribell al suo destino di hidalgo senza gloria e, per non conoscersi o riconoscersi e non morire come Narciso davanti alle acque luccicanti della sua stessa spaventosa immagine, si diede un eroico nuovo nome e una nuova identit eroica e una nuova vita eroica e si reinvent completamente per vivere gli eroici romanzi che aveva letto, non c' forse in Marco una grandezza in qualche modo simile? Non si  forse ribellato anche Marco e non  forse la sua ribellione contro l'insufficienza e la ristrettezza e la miseria della vita una forma suprema di ribellarsi come il ribelle di Camus, la ribellione totale dell'uomo che dice No e che, ormai oltrepassato il culmine della vita, vuole continuare a vivere quando ormai non gli tocca vivere, o meglio che vuole vivere ancora, contro tutto e tutti, tutto ci che non ha vissuto fino ad allora? Non  forse la menzogna di Marco una menzogna vitale nietzschiana, una menzogna epica e totalmente asociale e moralmente rivoluzionaria perch mette la vita al di sopra della verit? Non ha forse dovuto Marco scegliere tra la verit e la vita e, contravvenendo a tutte le regole della nostra morale, a tutte le nostre norme di convivenza, a tutto ci che a noi pare sacro e rispettabile, ha scelto la vita? Non  forse quell'enorme S un enorme No, un No definitivo?

2

Venerd 5 aprile 2013 ebbi una lunga conversazione con Marco nel mio studio nel quartiere di Gracia a Barcellona. Mesi prima avevo smesso di fare resistenza a scrivere questo libro e da allora ci lavoravo a tempo pieno; il giorno prima ero stato in quello stesso studio con Joan Villarroya, uno degli storici che meglio conosce la guerra civile in Catalogna, a cercare di chiarire quanta verit e quanta menzogna ci fossero nel racconto di Marco sulle sue peripezie di guerra, e il mercoled avevo trascorso la giornata nella sede della Amical de Mauthausen, in calle Sils, a frugare nei suoi archivi e a parlare con Rosa Torn e con altri membri dell'associazione.

Fu l che combinai l'appuntamento del venerd con Marco. A un certo punto, felice e oberato dalla quantit di documenti sul nostro uomo conservati nella sede della Amical, chiesi a Torn se potevo fotocopiarli per esaminarli con calma; Torn mi rispose di s, a patto di ottenere il permesso di Marco. Presi immediatamente il telefono e lo chiamai. Lo feci con un po' di timore, perch Marco e io non eravamo ancora usciti del tutto dalla fase iniziale del nostro rapporto, quando io cercavo a fatica di nascondere la mescola di diffidenza e di fastidio che lui mi ispirava, e Marco continuava a volere e non volere che io scrivessi questo libro e cercava di sedurmi mentre si difendeva dal mio assedio, invischiandomi nella sua ragnatela da picaro geniale e imbroglione unico, accettando che ci vedessimo solo con il contagocce e facendo il possibile per mantenere il controllo su quanto io andavo scoprendo. Perci, mentre componevo il numero di Marco per chiedergli di poter fotocopiare quei documenti della Amical, temetti che non me lo avrebbe lasciato fare senza che lui li avesse previamente esaminati.

Mi sbagliavo. Marco mi disse di fotocopiare quello che volevo; poi parlammo brevemente. Non so da quanto tempo non ci incontravamo perch lui continuasse a raccontarmi la sua vita, ma so che da qualche giorno io lo incalzavo al telefono per vederci e lui svicolava con qualche scusa, perci approfittai di quella telefonata per dirgli che il luned sarei partito per Berlino, dove avrei trascorso quattro mesi come professore invitato della Freie Universitt; mi guardai accuratamente dal dirgli, invece, che durante quei quattro mesi sarei tornato di tanto in tanto a Barcellona, con la speranza che la mia lunga falsa assenza facesse esplodere di nuovo il suo desiderio ciclotimico che io scrivessi questo libro e lo spingesse a concedermi l'intervista che stavo sollecitandogli. Lo stratagemma funzion: Marco propose di incontrarci prima della mia partenza e io afferrai l'occasione al volo.

Fissammo un appuntamento per il venerd pomeriggio.

Se i miei conti non mi ingannano, fu il quinto incontro che registrammo, l'ultimo del ciclo iniziale. Lo registrai io. Me l'aveva insegnato mio figlio, che aveva registrato i nostri primi incontri ma aveva subito smesso di farlo, troppo occupato com'era con i suoi studi per continuare a darmi una mano. La registrazione dura quasi tre ore. Quando la feci, avevo ancora molte cose da scoprire su Marco, e non ero sicuro di molte altre; non aveva nemmeno iniziato a ronzarmi in testa, che io ricordi, la stravagante idea che dovessi salvarlo. Anticipo che durante la registrazione non accadono n vengono dette cose straordinarie, o non pi di quelle che vengono dette e accadono nelle molte altre ore di registrazione (durante le quali accaddero e vennero dette molte cose straordinarie), salvo il fatto che negli ultimi minuti, quando il racconto di Marco  giunto al suo finale cronologico, vale a dire all'attualit o a quella che allora era l'attualit, e io l'aiuto a ricapitolare e interpretare alcuni episodi che mi ha raccontato negli incontri precedenti, c' un istante in cui  come se entrambi lasciassimo da parte per la prima volta i nostri ruoli di persecutore e perseguitato o da assediante e assediato e per la prima volta stabilissimo una specie di dialogo o di comunicazione reale.  un momento strano, quasi magico, o almeno lo  per me, una specie di cambio di pendenza nel mio rapporto con Marco, e perci non voglio finire questo libro senza raccontarlo, o meglio senza trascrivere quel nostro dialogo, con la speranza che le parole che scambiammo riflettano una parte della loro magia.

Nelle immagini della registrazione, Marco  seduto su una poltrona bianca, dell'Ikea, e il suo corpo si vede soltanto dalle spalle in su; a me, non mi si vede,  chiaro, ma sono seduto di fronte a lui, con a fianco la telecamera e il cavalletto che la sostiene. Marco ha una camicia bianca, un foulard blu a pois bianchi annodato al collo e un pullover blu (agganciata all'altezza del petto, fuori inquadratura, sfoggia sicuramente la spilla con la bandiera della Seconda Repubblica); come sempre, ha i baffi tinti ma non i capelli, che sono color cenere e radi. Dietro Marco ci sono una scaffalatura piena di libri e, alla sua destra e alla sua sinistra, due finestre da cui di solito entra la luce della mattina o del pomeriggio. Nel momento di cui parlo, per, la luce naturale si  esaurita e abbiamo acceso le luci artificiali della stanza; sulla destra di Marco c' anche una lampada a stelo, accesa. Aggiunger che, riguardando le immagini, ci sono tre cose che richiamano la mia attenzione. La prima  l'aria stanca di Marco, logica in qualunque persona che, come lui, abbia parlato per tre ore senza interruzione, ma meno logica in Marco; adesso mi viene in mente che forse quella stanchezza non soltanto spiega il fatto che Marco mi lasci parlare pi del solito, ma anche, almeno in parte, l'atmosfera di strana complicit o di accordo in cui sembra avvolta la scena, la sensazione provata in quel momento, che Marco si fosse finalmente tolto la maschera e mostrasse il suo volto autentico. La seconda cosa che mi sorprende  che, almeno nel corso di quei minuti finali della registrazione, do del tu a Marco; lui mi aveva dato del tu quasi fin dal principio, ma nel mio ricordo io avevo impiegato molto pi tempo a farlo; forse quello fu il primo giorno in cui lo feci. La terza cosa  che, in tutto il dialogo, Marco non pronuncia nemmeno una volta la parola "veramente".

IO: Non molto tempo fa, qualcuno che ti stima mi ha detto: "Enric  una persona che da bambino deve aver sofferto molto. Moltissimo. E se c' qualcosa di cui ha bisogno  che gli vogliano bene. Ne ha bisogno ferocemente. E tutte le cose che si  inventato, tutte le sue bugie, sono soltanto lo strumento che ha utilizzato per farsi amare, per farsi ammirare e amare". Che te ne pare?

MARCO (stringendosi nelle spalle): Non lo so. Ho sofferto tanto che nemmeno me ne ricordo pi. Quando penso che sono nato in un manicomio, che non ho avuto una madre o che  stato peggio che se non l'avessi avuta, perch era pazza. Quando penso che quasi non ho avuto un padre e che sono stato sbattuto da una casa all'altra, da una famiglia all'altra. Ti ho gi raccontato che una zia mi pettinava con la riga a destra, un'altra con la riga a sinistra e un'altra con la riga in mezzo? Non puoi immaginare la rabbia che mi faceva... Tu ti ricordi del contatto della mano di tuo padre quando eri piccolo? Io no. Non ricordo che mio padre mi abbia preso per mano, non ricordo che mi abbia aiutato a fare qualche compito, n che mi abbia insegnato le cose che sapeva, a suonare la fisarmonica o il mandolino, per esempio, non ricordo di essere andato in nessun posto con lui, n di aver fatto niente con lui... Non so, credo che, senza avere consapevolezza di essere orfano, Enric Marco ha sofferto molto.

IO: E per questo avevi bisogno con tanta urgenza che ti amassero e ti ammirassero.

MARCO: Immagino di s, ma quello che ti voglio dire  che non ho la consapevolezza di avere sofferto. Immagino di avere sofferto, ma non ne sono cosciente.  strano, no? Mi ricordo di quando uscivo da casa di mio padre, fuggendo dalla mia matrigna e gridando: "Questo mi succede perch non ho una madre!" Quando lo facevo volevo dire qualcosa, no? Volevo dire che mi mancava una madre, e anche un padre, volevo dire che stavo soffrendo, no?

IO: E probabilmente hai sofferto anche durante la guerra, e dopo la guerra. E probabilmente hai avuto molta paura.

MARCO: Molta. Ma la paura non era solo mia: era di tutti; era una paura generale. In guerra, per motivi evidenti; e dopo la guerra anche. Molta gente aveva molta paura: era un paese incarcerato, un paese di delatori, di corrotti, di prostituiti. C'era di tutto, e niente di buono. E di tutto per paura. Per la sopravvivenza. Per continuare a vivere a qualunque costo.

IO: Questo non lo dicevi molto ai ragazzi, non  vero? Nelle tue conferenze nelle scuole, voglio dire. Forse sarebbe stato un bene se l'avessi detto.

MARCO: A che scopo? Per mostrare quanto possiamo diventare sporchi? Cosa avrebbero imparato da questo? No, quello che dicevo ai ragazzi  che la vita pu essere molto dura, ma che un solo gesto di dignit pu redimerti. (Qui, di colpo, Marco si rimette la maschera e, ritrovando le energie, si lancia a raccontare un aneddoto preso dal suo repertorio di avventure gloriose, come se non stesse pi parlando a me, ma a una grande sala piena di gente. Quando finisce di raccontare, la stanchezza sembra impossessarsi un'altra volta di lui e togliergli di nuovo la maschera. Dopo un attimo di silenzio, prosegue.) Ho avuto una brutta vita. La sorte non mi  stata amica.

IO: Non sei stato cos sfortunato, Enric. Mi riferisco a dopo, al dopoguerra, al franchismo e tutto il resto. Non era una vita cos brutta: avevi un lavoro, una famiglia, conducevi pi o meno la vita che conducevano tutti, no?

MARCO: S. Immagino di s.

IO: Finch  morto Franco ed  arrivata la libert. Allora forse hai pensato: "Cazzo, la vita  questa".

MARCO (drizzandosi sulla sedia e recuperando le energie ma non la maschera, sorridendo con uno strano entusiasmo, con gli occhi brillanti e la bocca aperta, e facendo uno strano gesto con le braccia, rapido, furioso e allegro, mentre si lascia di nuovo cadere sulla poltrona): Finito tutto! Anche l'acqua minerale! Che enorme allegria! Che grande cosa!

IO: E allora hai iniziato a inventarti il tuo passato.

MARCO: S, immagino di s. Praticamente mi ci sono sentito costretto, quella gente attorno a me mi costringeva, tutti quei ragazzi di famiglie ricche...

IO: Ti riferisci a Salsas e a Boada, a Ignasi de Gispert?

MARCO:  chiaro.

IO: Capisco. Ti costringevano. Ti ammiravano. Ti vedevano come un eroe.

MARCO: Esatto. Io non volevo essere un eroe, volevo solo che mi amassero, come dici tu. Che mi amassero e che mi ammirassero. E mi ammiravano e mi amavano, e volevo vedere. Le ragazze s'innamoravano di me. Perfino ultimamente, quando ero gi alla Amical, a pi di ottant'anni, c'erano ragazze di diciassette che mi dicevano di amarmi, quasi perseguitandomi. E s, ho avuto bisogno che...

IO: Che ti amassero e ti ammirassero.

MARCO: S.

IO: E crearti un passato da eroe era il modo per farti ammirare.

MARCO: Pu darsi. Forse. S, probabilmente mi sono appuntato quella medaglia. Vabbe', s, me la sono appuntata. E poi  successo tutto questo e l'ho pagata molto cara.

IO: Ti riferisci allo scandalo?

MARCO: S. E mi dispiace moltissimo per Dani. (Marco cambia espressione e all'improvviso fa una breve risata.) Lo sapevi che il governo francese mi avrebbe dato la Legion d'Onore?

IO: No.

MARCO: Erano l l per darmela: avevano anche gi il rapporto scritto. Meno male che non me l'hanno data! Ma a Dani, cos francese, avrebbe sicuramente fatto piacere, e mi avrebbe ammirato ancora di pi... Non  stato possibile: non sono stato capace di darle questo. Le ho dato molte cose, tutte quelle che ho potuto, tu lo sai, ma sembra che non abbiamo fatto pace.

IO: Non avete fatto pace?

MARCO: Credo di no.

IO: Con lei?

MARCO: Gi. Non dico che non sia contenta; quello che voglio dire  che tutta questa mia storia deve averla fatta soffrire moltissimo.

IO: Quanto alle tue figlie.

MARCO: Pi o meno.

IO: Vedi che sei stato fortunato, Enric? Almeno in qualche cosa. Con tua moglie e le tue figlie, per esempio, sei stato molto fortunato.

MARCO: S. Anche se con loro non ho fatto pace.

IO: E con te stesso?

MARCO: Nemmeno. Per questo siamo qui, a parlare, no? Per,  chiaro, immagino di essere stato un personaggio un po' strano, no?, con una vita un po' strana. Mi sono successe tante cose...

(Qui fa un lungo silenzio. Marco non guarda me n la telecamera, ma un punto di fronte a lui. Sembra assorto, come se fosse sul punto di scoprire o ricordare qualcosa di fondamentale, qualcosa che cambia tutto o che pu cambiare del tutto la mia opinione su di lui, o come se di colpo la conversazione avesse smesso di interessargli. Alla fine parlo di nuovo io.)

IO: Enric, dimmi una cosa: la prima volta che hai notato che la gente ti ammirava per il tuo passato  stata alla fine degli anni Sessanta, quando hai conosciuto Salsas e Boadas e De Gispert e hai cominciato a frequentare i giovani pi o meno antifranchisti che andavano alla loro scuola, no?

MARCO: S, sono stati i primi ammiratori che ho avuto.

IO: E poi, quando muore Franco e arriva la libert e l'anarchia diventa la moda del momento e tu sei un leader anarchico e ti vedi circondato da tutti quei ragazzi anarchici... Insomma, l dovevano ammirarti ancora di pi, tutti quei ragazzi e quelle ragazze sostenitori del libero amore e della baldoria permanente dovevano amarti moltissimo, l devi avere avuto un successo totale.

MARCO: Totale.

IO: L ti accorgi che ti amano per il tuo passato, che un passato da militante antifranchista e da lottatore clandestino e da combattente repubblicano e da vittima dei nazisti fa s che tutti quei ragazzi impazziscano per te.

MARCO:  chiaro, il fatto  che sono il pi anziano tra loro, sono il vecchio anarchico anche se sono ancora giovane, sono l'ex combattente repubblicano e il soldato che ha fatto la guerra anche se sono pure uno di loro... Sono tutte queste cose.

IO: E a loro piacciono da morire. Ti amano per questo, per il tuo passato. Perfino tua moglie ti ama per il tuo passato, il tuo passato fa colpo su di lei.

MARCO: Be', non lo so. Lei mi conosce e...

IO: Non sto parlando di adesso, sto parlando di allora. Non ti amava forse Dani per il tuo passato? Non l'hai fatta forse innamorare con il tuo passato? Non era parte del tuo fascino su di lei? Non hai detto che ti ammirava? Io ho fatto innamorare mia moglie dicendole che ero uno scrittore e alla fine ho dovuto diventare scrittore perch restasse con me.

MARCO: S, pu darsi. Pu darsi che per Dani non fosse una cosa fra le tante, forse era importante: lei era una ragazza di sinistra, antifranchista, sua madre era stata nella resistenza francese.

IO: Per lei anche tu eri un eroe. Per questo si  innamorata.

MARCO: S, pu darsi... Ho capito dove vuoi andare a parare, e forse hai ragione. Pu darsi. (Qui apre ancora un altro silenzio, sebbene pi breve del precedente; sembra semplicemente cercare il modo di proseguire, o come evitare che io vada avanti per la mia strada.) Guarda, io sono stato, non direi un'eccezione, ma di certo una persona diversa. N migliore n peggiore: diversa. E in qualunque capitolo della mia vita ci sono cose di cui mi sento orgoglioso e cose di cui non mi sento orgoglioso, o perfino di cui mi vergogno. Succede a tutti, no? Specialmente alla mia et. A volte ho provato a mettere tutto su una bilancia, sai, le cose buone su questo piatto, le cattive sull'altro. E quando lo faccio la bilancia pende dal mio lato, dal lato buono e non da quello cattivo, perch le cose buone pesano pi di quelle cattive. Mi vergogno di alcune cose: mi vergogno di avere abbandonato mia madre in un manicomio, mi vergogno di come ho trattato la mia prima famiglia, mi vergogno della mia bugia...

IO: Ti vergogni?

MARCO: Certo. Mi pento di quello che ho fatto; non avevo motivo di farlo, non so perch l'ho fatto.

IO: L'hai fatto per farti amare. Per farti ammirare.

MARCO: S, per non avrei dovuto farlo. E quando Bermejo mi ha beccato ero gi stanco di farlo; per questo io stesso mi sono denunciato: ero stufo di menzogne. Quando Bermejo ha scoperto che ero andato in Germania come lavoratore volontario, avrei potuto dire: s,  vero, ma dimostrate che non sono stato a Flossenbrg. Non avrebbero potuto: n Bermejo n nessun altro. Ma non l'ho fatto. Ero stanco di tutte quelle menzogne e volevo dire la verit. Per questo mi sono denunciato. Mi credi, vero?

IO: Non lo so.

MARCO: E invece credimi, per una volta dovresti credermi. Anche se a questo punto per me fa lo stesso. Quello che ti stavo dicendo  che nella vita ho fatto alcune cose brutte, per il resto  buono, o abbastanza buono, e compensa l'altro.

IO: Enric.

MARCO: Che c'?

IO: Posso dirti una cosa?

MARCO: Certo.

IO: Ricordi la prima volta che abbiamo parlato di questo libro, del libro che scriver su di te? Ricordi cosa ti ho detto? Ti ho detto che non volevo riabilitarti, n assolverti n condannarti, che quello non era il mio lavoro n il lavoro di uno scrittore, cos come io lo intendo. Sai qual  il mio lavoro? Capirti. (A questo punto, un gran sorriso illumina il volto di Marco, e lui mormora, sollevato, allungando molto la "e": "Bene".) Non confondere, Enric: capirti non vuol dire giustificarti; capirti vuol dire soltanto capirti: nient'altro. (Marco annuisce diverse volte, lentamente.) Ma la sai una cosa? Mi sembra di cominciare a capirti.

MARCO (raddrizzandosi un po' sulla poltrona e alzando le braccia senza smettere di annuire): Senti, devo dirti una cosa: se il tuo obbiettivo era capirmi, il mio era spiegarmi. E dobbiamo andare piano, perch devo ancora spiegarti molte cose. Non possiamo essere precipitosi.

IO: Non saremo precipitosi. Non abbiamo nessuna fretta. Io, almeno, non ce l'ho.

MARCO: E neppure io. La mia biografia  molto complicata. Forse dovrei scriverla io. Le mie figlie mi dicono: "Non andare pi da Cercas. Scrivi tu stesso le tue memorie".

IO: Le tue figlie non vogliono che parli con me?

MARCO: No. E nemmeno Dani. Ma  perch non ti conoscono. Io inizio a conoscerti. Prima ti conoscevo soltanto attraverso i tuoi libri e i tuoi articoli. Li ho letti tutti, eh? E su alcune cose sono d'accordo con te e su altre no. Ma i tuoi articoli li leggo sempre, li ritaglio perfino.

(Qui Marco si mette di nuovo la maschera da imbroglione e comincia a parlare dei miei articoli e dei miei libri, cercando di lusingarmi. Lo interrompo.)

IO: Senti, Enric.

MARCO: Che c'?

IO: Le tue figlie hanno ragione. Io non posso scrivere la tua biografia; e non voglio nemmeno scriverla. La tua biografia devi scriverla tu. L'unica cosa che voglio, te l'ho gi detto,  scrivere un libro in cui ti si capisca, o almeno in cui ti capisca io. E poi, quello che mi interessa di te non  ci che  solo tuo, ma ci che  di tutti, anche mio; ci che  solo tuo scrivilo tu, Enric. Le tue figlie hanno ragione.

MARCO (incrociando le braccia ma senza smettere di sorridere): E allora...

IO: Allora niente. Allora  tardi e devi andartene; tua moglie ti aspetta. Volevo soltanto dirti questo: che comincio a capirti. E che ne sono contento.

MARCO: Bene, bene. Anch'io ne sono contento.

IO: Le tue figlie sono spaventate?

MARCO: No. Solo che notano che quando torno a casa dopo averti visto, dopo uno di questi incontri, non sto bene, e questo le preoccupa. Per oggi non sar cos; oggi sar diverso, perch hai detto che cominci a capirmi. E ne sono contentissimo. E lo dir a Dani appena torno a casa. Le dir: "Dani, sono stato con Javier e sono stato benissimo. Non ho pi paura di lui".

Qui Marco scoppia in una grande risata, e subito dopo, senza che c'entri nulla, torna a parlare dei miei libri e dei miei articoli. Spengo la telecamera.

3

Cervantes salv davvero Alonso Quijano nel Chisciotte? Davvero in questo libro sto facendo il possibile per salvare Marco? Sono forse impazzito anch'io o che?

Verso il finale del Chisciotte il baccelliere Sansn Carrasco, travestito da Cavaliere della Bianca Luna, sconfigge a singolar tenzone don Chisciotte sulla spiaggia di Barcellona ed esige che torni al suo villaggio. Obbligato dalle leggi della Cavalleria, don Chisciotte obbedisce, e nel giro di pochi giorni arriva a casa "vinto da braccia altrui", come dice Sancho, ma "vincitore di s medesimo". Poco dopo, il gentiluomo si ammala di malinconia, ritrova il senno e, sereno e riconciliato con la realt dopo tanta finzione, alla presenza di amici e famigliari che attorniano il suo letto di morte conosce s stesso o si riconosce per ci che  ("Non sono pi don Chisciotte della Mancia, e sono quell'Alonso Quijano che per i miei esemplari costumi ero chiamato 'il Buono'") e abiura i libri di cavalleria. "Veramente muore e veramente  sano di mente Alonso Quijano il Buono" dice allora il curato suo amico, come se fosse Marco in persona, e subito dopo, come Narciso dopo aver riconosciuto la propria immagine nelle acque della fonte, don Chisciotte spira.

Davvero voglio salvare Marco? Davvero  possibile salvarlo? Davvero penso che, se la letteratura non serve a salvare un uomo, per quanti errori abbia commesso, allora non serve a nulla? E quando ho cominciato a pensare quest'assurdit? Quando ho iniziato a pensare che non bastasse cercare di capire Marco, che non bastasse scoprire perch avesse mentito, perch si fosse inventato e avesse vissuto una vita fittizia invece di accontentarsi di vivere la sua vera vita? Quando ho iniziato a dirmi che lo scopo di tutti i libri non  sufficiente per questo libro e che alla fine la realt pu salvare Marco dopo che durante tutta la vita l'ha salvato la finzione? Sto cercando di salvare me salvando Marco?

Non lo so. Me lo domando. Mi domando se, a partire da un determinato momento, via via che mi immergevo in questo racconto reale o in questo romanzo senza finzione saturo di finzione che per anni non avevo voluto scrivere, non mi sia comportato senza saperlo o senza volerlo riconoscere come una specie di baccelliere Sansn Carrasco, intento a sconfiggere Marco con la verit e a costringerlo a tornare a casa vinto da braccia altrui ma vincitore di s medesimo, se non abbia cercato di fare in modo che ritrovasse la salute e si riconciliasse con la realt e si conoscesse o riconoscesse in modo che, cos come Cervantes aveva trasformato il suo libro nel grande diffusore della verit definitiva di Alonso Quijano, io potessi trasformare questo libro nel grande diffusore della verit definitiva di Enric Marco ("Per me solo nacque Enric Marco, e io per lui; egli ha saputo operare, e io scrivere; noi soli siamo due in uno"), nell'annuncio che facesse sapere a tutti che Marco non  pi n pretende di essere chi diceva di essere, che abiura il suo eroico passato fittizio come don Chisciotte abiur i suoi libri di cavalleria, che non  pi Enric Marco, l'eroe dell'antifranchismo e dell'antifascismo e il campione o la rock star della cosiddetta memoria storica, ma soltanto Enrique il meccanico, un uomo buono come Alonso Quijano il Buono che un giorno impazz e volle vivere di pi, o pi di quello che gli spettava, che volle vivere tutto ci che non aveva mai vissuto e ment e ingann per riuscirci, per farsi amare e ammirare. E mi domando anche se, a partire dal momento in cui concepii questo proposito insensato, non pensai o intuii che allora, quando Marco finalmente si sarebbe riconosciuto per ci che  nelle acque luccicanti di questo libro, sarebbe morto come muore Narciso, ma sarebbe morto saggio e sereno e riconciliato, cos come muore Alonso Quijano. E questo libro avrebbe acquisito interamente il proprio senso.

 cos?  questo che mi sono davvero proposto? E non  un'assurdit? Non  un modo di tentare di scrivere un libro ancora pi impossibile di quello che mi ero proposto di scrivere? Pu un libro riconciliare un uomo con la realt e con s stesso? Pu la letteratura salvare qualcuno oppure  impotente e inutile quanto tutto il resto e l'idea che un libro possa salvarci  ridicola e antiquata? Cercantes salv Alonso Quijano e salvandolo salv s stesso? E io voglio salvare me stesso salvando Enric Marco? D'accordo: tutti questi interrogativi sono ridicoli, antiquati e insensati, e il solo fatto di averli formulati dovrebbe farmi vergognare. E mi fa vergognare. Per, perch mentire? Allo stesso tempo, non mi fa vergognare. Non mi fa vergognare per nulla. Perch, qui e ora, non vedo un modo migliore di dire No. No a tutto. No a tutti. No, soprattutto, alle limitazioni della letteratura, alla sua miserabile impotenza e alla sua inutilit; perch s, lo penso: se la letteratura serve a salvare un uomo, onore alla letteratura; se la letteratura serve solo come ornamento, 'fanculo alla letteratura. Questo mi dico: che, anche se esistesse una milionesima possibilit di una milionesima possibilit che i miei interrogativi non siano insensati, antiquati e ridicoli, e che l'impossibile si trasformi in possibile, varrebbe la pena tentare. Mi dico anche che, a questo punto, c' solo un modo di scoprire se si salver Marco, se mi salver io, ed  terminando di raccontare la verit su di lui, smascherandolo del tutto come Cervantes smascher del tutto don Chisciotte. Vale a dire: terminando di raccontare la sua storia. Vale a dire: terminando di scrivere questo libro.

4

A met aprile del 2013, due settimane dopo l'intervista con Marco nel mio studio nel quartiere di Gracia durante la quale avevo avuto la sensazione che il nostro uomo si fosse tolto la maschera e che il rapporto tra noi fosse cambiato, pranzai con Santi Fillol al Salamb, un ristorante vicino al mio studio. Non ci vedevamo da quattro anni, da quando per la seconda volta avevo deciso di scrivere questo libro e mi ero messo in contatto con lui, che aveva appena girato il suo film su Marco, e lui mi aveva accompagnato a Sant Cugat a incontrare il nostro uomo. In quell'intervallo ci eravamo scritti solo qualche mail, per, alla fine del 2012 o agli inizi del 2013, Santi fu una delle prime persone a conoscere la mia decisione irrevocabile di scrivere questo libro o di smettere di fare resistenza a scriverlo. A partire da allora avevo cercato invano di incontrarlo, per parlare di Marco o per farmi prestare la documentazione o parte della documentazione che aveva raccolto con Lucas Vermal per girare Ich bin Enric Marco.

Secondo la mia agenda, l'incontro avvenne gioved 18 aprile, alle due e un quarto. All'epoca vivevo gi da due settimane a Berlino come professore ospite della Freie Universitt, e quel giorno ero tornato a Barcellona per promuovere Le leggi della frontiera, un romanzo di finzione pubblicato l'anno prima. Il volo da Berlino atterr a Barcellona all'una e mezza, il che mi consent di arrivare giusto in tempo all'appuntamento. Avevo sete e, non appena mi sedetti al piano terra del Salamb, di fronte all'ingresso di calle Torrijos, riuscii ad attirare l'attenzione di una cameriera giovane, dai lineamenti orientali, e a chiederle una birra. Erano passati solo pochi minuti dal mio arrivo quando vidi Santi comparire sulla porta, con l'aria da intellettuale, gli occhiali da intellettuale, la barba non curata e un sacchetto di plastica. Gli feci un cenno, mi vide, mi raggiunse, ci salutammo. In quel momento la cameriera mi serv la birra, e Santi ne approfitt per ordinarne un'altra mentre poggiava il sacchetto a terra, accanto al tavolo. Non ricordo di cosa parlammo all'inizio, perch ero impaziente di parlare di Marco e tutto il resto mi importava poco. Ricordo vagamente che Santi mi raccont di aver passato un periodo fuori Barcellona, forse a Buenos Aires, forse per girare un film; ricordo vagamente che gli spiegai in che zona di Berlino abitassi e che gli parlai delle mie lezioni.

La cameriera arriv con la birra di Santi e approfitt per prendere nota delle ordinazioni; quando se ne and, Santi chiese: "Bene, sembra che finalmente ti sia deciso a scrivere di Enric, non  vero?"

"S" risposi.

"Lo sapevo che avresti finito per cedere" disse. "E scommetto che lo sapeva anche Enric. Ti ricordi quello che ti aveva detto il giorno in cui abbiamo pranzato con lui a Sant Cugat?"

"A cosa ti riferisci?"

" chiaro, Javier" recit, imitando la voce di Marco, "io ho sempre saputo di essere un tuo personaggio."

Santi rise. Io ero attonito.

"Davvero lo ha detto?" domandai.

"Davvero come adesso  giorno e siamo al Salamb" rispose.

" incredibile. Non me lo ricordavo."

"Come puoi ricordartene? Con l'incazzatura che avevi, che. Sembrava che il povero Enric ti avesse fatto qualcosa."

"Ero andato in tilt" mi scusai. "Immagino che non fosse il momento adeguato per scrivere su di lui. Mio padre era morto da poco, mia madre stava male, anch'io stavo male. Mi sembra di avere avuto paura."

"Mi avevi detto che eri stanco di realt, che avevi bisogno di finzione."

"E tu mi avevi detto che Enric era pura finzione. Ed era vero. Perci scriver su di lui."

La cameriera ci serv il primo. Senza farle caso, Santi si chin, prese il sacchetto che aveva lasciato accanto al tavolo e me lo diede.

"Ho pensato a cosa ti potevo portare" disse, mentre io aprivo il sacchetto. "E sono arrivato alla conclusione che la cosa migliore che posso darti  questa."

Dentro il sacchetto c'erano un disco rigido di computer e un contenitore pieno di dvd.

"Cos'?" domandai.

"Tutto il materiale che abbiamo girato per il film" rispose. "Settanta, ottanta ore di Enric Marco. Forse di pi, non mi ricordo. Tonnellate di Enric Marco al grezzo.  tutto l. Be', adesso raccontami del tuo libro."

Mentre mangiavamo, gli parlai del mio libro. Mi ascolt con attenzione, come se il suo film non lo avesse saturato di Marco, come se stesse cercando una scusa per filmarlo di nuovo. Gli spiegai che stavo tentando di ricostruire la vera vita di Marco dall'inizio alla fine, dalla nascita fino a quando era esploso il suo caso o anche dopo, gli parlai delle lunghe interviste che avevamo registrato nel mio studio, delle ricerche che stavo svolgendo e delle persone con cui stavo parlando per verificare se quello che Marco diceva fosse vero o no, gli dissi che Marco sembrava volere e non volere che io scrivessi il libro, e che la moglie e le figlie non volevano che lo scrivessi.

" quello che all'inizio diceva anche a noi" mi interruppe Santi. "Dani non vuole che facciamo il film, le ragazze nemmeno... Sciocchezze: Enric fa quello che gli gira; di quello che possono dire la moglie e le figlie se ne frega. In realt,  solo un modo per sedurti; in realt quello che ti sta dicendo : sei cos sveglio da capirmi; e, siccome sei cos sveglio, mia moglie e le mie figlie ti temono. E anch'io. Ma  una bugia. Marco non aveva nessuna paura di noi, e non credo che l'abbia di te. Enric  molto furbo, Javier:  il cane randagio che deve sbarcare il lunario, uno che ti vede e la prima cosa che pensa : 'Vediamo come fare a infilarmi in casa sua per prendergli qualcosa'.  cos. Quanto al suo passato, in verit noi ci siamo concentrati sul suo viaggio in Germania, il resto ci interessava poco. Ora, se vuoi che ti dica qual  la mia impressione, te la dico. La mia impressione  che, in Enric, tutto  menzogna: la storia della sua infanzia, quella della guerra, del dopoguerra, della clandestinit. Tutto."

" probabile" dissi. "Per le menzogne si fabbricano con le verit; le buone menzogne, voglio dire."

"Su questo hai ragione" concesse Santi.

"Alle bugie pure non crede nessuno" proseguii. "Le buone menzogne sono le menzogne mescolate, quelle che contengono una parte di verit. E le menzogne di Marco erano buone. E questo  ci che sto cercando di chiarire: che parte di menzogna e che parte di verit c' nelle sue bugie."

"Ti dovrai smazzare un sacco di lavoro" pronostic Santi. "Ma di sicuro ne vale la pena. Enric vale sempre la pena.  un giacimento che non si esaurisce mai. Noi non abbiamo ficcato il naso nell'Enric della guerra e del dopoguerra, nell'Enric del franchismo, anche se durante le riprese siamo stati tante ore con lui che alla fine te ne facevi un'idea. E ti assicuro che l'idea che te ne facevi non era che avesse fatto parte della resistenza, di uno che fosse stato in clandestinit n niente di simile, ma che era stato un viveur, un furfante che, se poteva, se la spassava alla grande, con ragazze e soldi e tanta vita notturna."

In quel momento la cameriera ci ritir il primo piatto; mentre lo faceva, Santi disse: "Ti sei accorto di quanto gli piacciono le donne, a Enric? Non sono mai stato in un caff con lui senza che facesse qualche complimento alla cameriera. Se fosse qui, avrebbe gi detto due o tre cose a questa ragazza cos carina".

La cameriera sorrise senza arrossire, forse senza capire, e se ne and in silenzio. Chiesi a Santi di parlarmi delle riprese di Ich bin Enric Marco, dei tanti giorni di convivenza con Marco, a Barcellona ma soprattutto in viaggio in macchina da Barcellona a Kiel, da Kiel a Flossenbrg e poi di nuovo a Barcellona.

"Sei gi stato a Flossenbrg?" domand.

"No" risposi.

"Ne vale la pena. Di tutto il film, la parte che pi mi piace  quella che abbiamo girato a Flossenbrg.  stato l che Marco ha dato il meglio. Non aveva mai vissuto nel campo, ma era come a casa sua. Molto di pi che a Kiel, doveva avere vissuto davvero. Come sono quei versi di Pessoa? 'Il poeta  un fingitore. / Finge cos completamente / che giunge a credere che  dolore / il dolore che davvero sente.'  questo Enric: un poeta."

Allora Santi si mise a raccontare aneddoti delle riprese del film. Raccont per esempio che a Flossenbrg avevano visto il direttore del Memorial, che Marco conosceva dalla sua prima visita al campo, e che il direttore aveva accettato di dare la mano a Marco ma non aveva accettato le ragioni con cui lui aveva tentato di giustificare la sua impostura. Poi raccont cose che gli avevano raccontato Pau Lanao e Carme Vinyoles, i due giornalisti amici di Marco che, anni dopo che era esploso il caso, avevano pubblicato un lungo reportage su di lui sulla rivista Presencia e che, in un incontro con studenti delle scuole superiori, lo avevano visto convincere un neonazista che le sue idee erano assurde, o conoscevano qualcuno che glielo aveva visto fare, e raccont anche che un suo amico, regista cinematografico, gli aveva raccontato che negli anni Settanta i suoi genitori avevano avuto problemi economici e che Marco, allora segretario generale della CNT, aveva fatto in modo di aiutarli a farvi fronte.

"Anche questo  Enric" disse Santi. "Da un lato, il picaro e il truffatore, e dall'altro quello che si fa in quattro per fare un favore a qualcuno. Enric  entrambe le cose: non c' modo di separarle. Prendere o lasciare."

Fu solo allora che mi animai a parlare a Santi dell'ultimo incontro che avevo avuto con Marco nel mio studio, poco prima di partire per Berlino, o meglio di quel momento quasi magico in cui avevo avuto l'impressione che Marco si fosse tolto la maschera, o che gli fosse caduta, e che io lo guardassi com'era in realt e che finalmente iniziassi a capirlo. Dissi a Santi che avevo il sospetto che il Marco che lui e Lucas Vermal avevano filmato non fosse pi lo stesso, che gli anni trascorsi da allora lo avessero cambiato, che adesso non fosse pi l'uomo in uno stato di permanente rivendicazione di s che loro avevano conosciuto, o non del tutto, o che iniziasse a smettere di esserlo e a riconoscere i propri errori e a pentirsi di ci che aveva fatto invece di continuare a difendere l'indifendibile, cio la sua impostura, che avesse deciso di accettare il proprio sbaglio e di chiedere scusa; gli raccontai che, in fondo, forse tutto questo era iniziato nel momento stesso in cui era esploso il caso, o appena prima, quando, stufo di menzogne, stanco di essere un impostore e di condurre una vita truffaldina, Marco aveva riconosciuto la propria farsa e si era denunciato volontariamente. E, adesso che ricordo le cose che spiegai a Santi al Salamb, mi rendo conto che in quei giorni stavo forse gi iniziando a pensare una cosa che osai pensare del tutto solo qualche tempo dopo, cio che Marco non voleva continuare a nascondersi dietro la menzogna, che voleva raccontarmi tutta la verit perch forse era arrivato alla conclusione che solo raccontando tutta la verit si sarebbe davvero potuto riabilitare. Di pi: mi viene in mente adesso che, durante quel pranzo con Santi al Salamb, intuii anche per la prima volta una cosa che intuii del tutto, in maniera fugace e vertiginosa, mesi dopo, un tardo pomeriggio di fine estate o inizio autunno, mentre tornavo a Barcellona da Sant Cugat lungo la strada della Rabassada dopo avere trascorso la giornata con Marco e averlo lasciato sulla porta di casa sua, quando per un attimo sentii che, in realt, Marco non aveva mai voluto ingannarmi, che non si era mai rifiutato di raccontarmi la sua storia, che da quando avevo iniziato a indagare sul serio sulla sua vita lui non aveva fatto altro che sondarmi per sapere se fossi degno che mi raccontasse la verit e per guidarmici se avesse scoperto che lo ero, che Marco aveva costruito nel corso di quasi un secolo la menzogna monumentale della sua vita non per raggirare qualcuno, o non soltanto per questo, ma per far s che uno scrittore futuro la decifrasse con il suo aiuto e poi la facesse conoscere al mondo, cos come Alonso Quijano aveva costruito don Chisciotte e gli aveva fatto perpetrare tutte le sue follie perch Cervantes le decifrasse e le facesse conoscere al mondo, e che in definitiva io non stavo usando Marco come Capote aveva usato Dick Hickock e Perry Smith, ma era Marco che stava usando me come Alonso Quijano aveva usato Cervantes. Tutto questo sentii per un attimo quel pomeriggio sulla Rabassada, e da una parte ne sono contento e dall'altra mi spiace non averlo sentito prima del mio appuntamento con Santi al Salamb, perch glielo avrei raccontato. Non potei raccontarglielo, e gli parlai soltanto, in modo sempre pi veemente e precipitoso, del mio ultimo incontro con Marco e di ci che avevo creduto di scoprirvi o di intravedervi e di quanto Marco fosse cambiato negli ultimi tempi, finch ebbi l'impressione che il sorriso iniziale con cui Santi mi ascoltava fosse sul punto di trasformarsi in una franca risata.

"Che succede?" domandai, indovinando di colpo cosa stesse succedendo.

"Niente" disse Santi. Stavamo entrambi bevendo il caff; entrambi avevamo saltato il dolce. "Credi davvero a quello che stai dicendo? Ah, Javier, come ti vedo male. Credi davvero che Enric si sia denunciato perch l'ha voluto lui? Enric si  denunciato perch non aveva altra scelta, perch Bermejo l'aveva beccato e perch  molto furbo e aveva capito che la cosa migliore che potesse fare era raccontare lui stesso ci che era accaduto, per fare in modo che non lo raccontassero altri; vale a dire: aveva capito che la cosa migliore che potesse fare era prendere il controllo del discorso per prendere il controllo dello scandalo.  questo che ha tentato di fare. Il fatto  che non gli  riuscito bene, perch non gli poteva riuscire bene, perch nemmeno un genio dell'imbroglio come Enric poteva imbrogliare tutti con la sciocchezza che si era fatto passare per deportato per fare del bene e per dar voce a quanti non hanno voce e compagnia cantante. Togliersi la maschera Enric? Col cazzo: Enric non si toglie mai la maschera. Recita sempre, fa sempre il discorso che in quel momento gli interessa. Con noi ha costruito il discorso della vittima. Con te sembra che stia costruendo il discorso del pentimento e del perdono. Per Enric non si pente di nulla, e non chiede mai perdono. Semplicemente, ritiene che adesso quello che gli conviene sia questo. Punto."

"Tu credi?" domandai, forse per farlo continuare a parlare, convinto di colpo che quanto diceva Santi fosse la verit.

"Puoi starne certo, Javier" insistette. "Con Enric non si pu mai smettere di pensare. Se smetti di pensare, ti frega. Se arrivi a una conclusione su di lui, ti frega. Se pensi che ormai l'hai capito e che si  tolto la maschera, ti frega. Enric ha sempre un'altra maschera dietro la maschera. Se la svigna sempre. Noi crediamo di metterlo nelle nostre storie, nei nostri film e nei nostri romanzi, ma in realt  lui a metterci nella sua storia,  lui a fare con noi quello che vuole. Enric  un enigma, ma un enigma strano: quando l'hai decifrato, ti pone un altro enigma; e quando decifri il secondo, ti presenta il terzo; e cos via, all'infinito. O fino all'esaurimento."

Il pranzo fin quasi subito dopo, perch Santi aveva un impegno, e ci salutammo sulla porta del Salamb. Da allora non l'ho pi rivisto. Per il resto, ci misi ancora molti mesi a iniziare a scrivere questo libro, ma non ho scritto una sola delle parole che lo compongono senza pensare a ci che Santi mi disse quel giorno.

5

Cos' allora Enric Marco? Chi  Enric Marco? Qual  il suo enigma finale?

Nelle conferenze e nelle interviste del suo periodo nella Amical, mentre raccontava la sua falsa vita eroica, Marco si presentava come un'incarnazione della storia del suo paese, come un simbolo o un compendio o, meglio, come un riflesso esatto della storia del suo paese; aveva ragione, anche se per motivi esattamente opposti a quelli che lui pensava.

Marco fu un giovane operaio anarchico nella Barcellona della Seconda Repubblica, quando la maggior parte dei giovani operai di Barcellona era anarchica, e continu a esserlo nella Barcellona del principio della guerra, quando trionf in citt una rivoluzione anarchica. Marco fu un soldato quando la maggioranza dei giovani spagnoli erano soldati, durante la guerra civile. Alla fine della guerra civile Marco fu uno sconfitto che, come l'immensa maggioranza degli sconfitti, accett per forza di cose la disfatta e cerc di sfuggire alle sue conseguenze dissolvendosi nella moltitudine, nascondendo o seppellendo il proprio passato bellico e anarchico e i propri ideali giovanili. Marco evit il servizio militare, che era quello che quasi tutti i giovani della sua et desideravano fare, e durante la seconda guerra mondiale se ne and in Germania, che allora era un paese pieno di opportunit, il paese che, a quanto dicevano tutti in quegli anni, avrebbe vinto la guerra. Marco torn dalla Germania quando ormai tutti erano sicuri che la Germania avrebbe perso la guerra. Marco visse il franchismo come lo visse l'immensa maggioranza degli spagnoli, credendo che il passato fosse passato, senza ribellarsi contro la dittatura, accettandola in maniera implicita o esplicita, approfittandone per quanto possibile per condurre una vita al meglio possibile, a tratti la vita di un normale marito e padre di famiglia, a tratti la vita di un picaro e di un viveur, a tratti soffrendo ristrettezze economiche e a tratti, specie a partire dagli anni Sessanta, godendo della prosperit borghese, con automobile, appartamento di propriet e casa al mare, di cui tanta gente allora cominci a godere. Come quasi tutti, negli anni Sessanta Marco cap che il franchismo non sarebbe stato eterno e che il passato non era del tutto passato, e inizi a sfruttare, inventandola, la sua dimenticata o congelata o sepolta giovinezza repubblicana, e alla morte di Franco, quando si aggirava attorno ai cinquant'anni di Alonso Quijano, festeggi come la maggior parte della gente il ritorno della libert e si apprest a godersela e si politicizz a fondo e si reinvent completamente falsificando o truccando o abbellendo il suo passato, si diede un nuovo nome e una nuova moglie e una nuova citt e un nuovo lavoro e una vita nuova. E negli anni Ottanta, come tanta gente una volta compiuta la transizione dalla dittatura alla democrazia, Marco si depoliticizz e sent di nuovo che il passato era passato e che non poteva pi sfruttare il suo e, mentre la democrazia si consolidava e si istituzionalizzava, ritorn come tanta gente alla vita privata e canalizz la propria attivit o le proprie inquietudini sociali e politiche non in un partito politico ma in un'organizzazione civica. Finalmente, nel primo decennio del secolo, il passato torn con pi forza che mai, o almeno cos parve, e, come molta gente, Marco si lanci nel cosiddetto recupero della cosiddetta memoria storica, ader con entusiasmo a quel grande movimento, utilizz l'industria della memoria e la foment e se ne lasci utilizzare, cercando apparentemente di affrontare il proprio passato e quello del suo paese, in realt rivendicandolo, mentre in realt non stavano facendo altro, lui e il suo paese, che affrontarlo soltanto in parte, quanto bastava per poterlo dominare e non affrontarlo davvero e per poterlo utilizzare ad altri scopi. Perci, in fondo Marco aveva ragione quando nelle sue conferenze diceva che la storia della sua vita era un riflesso della storia del suo paese, ma non aveva ragione perch la storia della sua vita intratteneva un minimo rapporto con la storia che lui raccontava (una storia poetica e rutilante, piena di eroismo, di dignit e di grandi emozioni), bens perch il rapporto era soprattutto con la storia che lui nascondeva (una storia prosaica e comune, piena di fallimenti, indegnit e vigliaccherie). Detto in altro modo, se nelle sue conferenze Marco avesse raccontato la sua storia vera, invece di raccontare una storia fittizia, narcisistica e kitsch, avrebbe potuto raccontare una storia molto meno allettante di quella che raccontava, ma anche molto pi interessante: la vera storia della Spagna.

Perci, Marco  questo: l'uomo della maggioranza, l'uomo della moltitudine, l'uomo che, sebbene sia un solitario o proprio perch lo , si rifiuta per principio di stare da solo ed  sempre dove stanno tutti, che non dice mai No perch vuole essere simpatico ed essere amato e rispettato e accettato, e di l la sua mediopatia e la sua feroce ansia di comparire nella foto, l'uomo che mente per nascondere ci di cui prova vergogna e lo rende diverso dagli altri (o ci che lui pensa che lo renda diverso dagli altri), l'uomo del profondo delitto di dire sempre di S. Cos, l'enigma finale di Marco  la sua assoluta normalit; e anche la sua eccezionalit assoluta: Marco  ci che noi tutti siamo, soltanto in maniera esagerata, pi grande, pi intensa e pi visibile, o forse  tutti gli uomini, o forse non  nessuno, un grande contenitore, un insieme vuoto, una cipolla a cui sono stati tolti tutti gli strati di pelle e non  pi nulla, un luogo in cui confluiscono tutti i significati, un punto cieco attraverso cui si vede tutto, un'oscurit che tutto illumina, un gran silenzio eloquente, un vetro che riflette l'universo, un vuoto che possiede la nostra forma, un enigma la cui soluzione ultima  che non ha soluzione, un mistero trasparente che tuttavia  impossibile decifrare, e che forse  meglio non decifrare.

6

A met ottobre del 2013 andai a Flossenbrg con mio figlio. Ero stato io, tempo prima, a suggerirgli l'idea, perch avevo bisogno di un assistente per la mia visita al campo, oltre che di un cameraman che la filmasse; per avevamo discusso diverse volte del progetto e lo avevamo rimandato altrettante, e alla fine era stato Ral a fissare la data.

Le cose per lui erano cambiate abbastanza da quando, all'inizio di quello stesso anno o alla fine del precedente, mi ero animato a scrivere questo libro e avevo registrato le mie prime conversazioni con Marco. Era sempre forte e in salute e continuava a adorare le auto, lo sport e il cinema; a suo modo, continuava a essere uno sbruffone, anche se stava attraversando un periodo di difficolt. In estate aveva superato l'esame di accesso all'universit, ma aveva scartato l'idea di fare cinema e aveva deciso di iscriversi a un'altra facolt. Ora, per, dopo qualche settimana di lezioni, era attanagliato dai dubbi: non sapeva se quella facolt gli piacesse davvero, non sapeva se avesse o meno attitudine o capacit di lavoro o abbastanza interesse per seguirla. Era sconcertato, un po' avvilito, e cos, per prendere aria e chiarirsi le idee, mi aveva proposto di fare il viaggio a Flossenbrg di cui parlavamo da mesi. Quanto a me, non avevo ancora iniziato a scrivere questo libro, ma avevo gi tirato tutte o quasi tutte le fila della storia di Marco, avevo abbozzato uno schema minuzioso per raccontarla e, gravidissimo, sul punto di rompere le acque, avevo pensato che quello fosse un momento perfetto per andare a Flossenbrg: prima di tutto, perch avevo bisogno di fare un'ultima verifica documentale, che potevo fare soltanto a Flossenbrg; in secondo luogo, perch ricordavo il consiglio di Santi Fillol di andare a Flossenbrg e nutrivo l'intuizione o la speranza che forse l avrei potuto trovare qualcosa o sarebbe potuto accadere qualcosa che desse il tocco finale al mio libro o che lo dotasse di un nuovo e inatteso senso o perfino che facesse in modo che tutto andasse al suo posto; e in terzo luogo perch ero giunto alla conclusione che Flossenbrg fosse il luogo dove doveva terminare questo libro: dopo tutto, era il luogo in cui Marco aveva costruito la sua grande finzione, il luogo della finzione che per tanti anni aveva salvato Marco, e non quello della realt che forse lo avrebbe ucciso.

Partimmo da Barcellona alle prime ore del gioved e la sera arrivammo a Norimberga, a un'ora e mezza da Flossenbrg, dopo aver percorso la Francia da un estremo all'altro e una parte del sud della Germania, passando per Montpellier, Lione, Friburgo e Stoccarda. Naturalmente, durante il viaggio avemmo il tempo di parlare di tutto; di tutto o di quasi tutto: siccome anch'io ho avuto diciott'anni, sapevo che un ragazzo di diciott'anni non accetta consigli dal padre, o almeno non accetta consigli espliciti, perci il mio piano per quel viaggio consisteva nel non parlare mai esplicitamente delle perplessit di Ral, a meno che lui non le tirasse in ballo, ma nell'approfittare di qualunque opportunit per parlarne implicitamente. Ricordo, per esempio, che chiacchierammo di Die Hard - Un buon giorno per morire, l'ultimo film di Bruce Willis, appena arrivato nei cinema e che, anche se non ci era piaciuto quanto Die Hard - Vivere o morire, ci era piaciuto molto, soprattutto perch in questo nuovo episodio della serie compariva per la prima volta il figlio dell'agente McClane, che era una bestia quasi come suo padre e che lo aiutava a salvare di nuovo il mondo salvando i buoni e ammazzando i cattivi; e ricordo che, mentre parlavamo di Bruce Willis (o dell'agente McClane), dissi a Ral che il Marco che Marco si era inventato era il Bruce Willis (o l'agente McClane) dell'antifranchismo e dell'antifascismo. Ricordo anche che parlammo di Rafa Nadal, per il quale, a quei tempi, le cose erano cambiate quasi quanto per Ral, ma in senso inverso: all'inizio dell'anno, quando mio figlio era carico, Rafa Nadal sembrava spento, si trascinava una lunga lesione ed era retrocesso di varie posizioni nella graduatoria ATP, sembrava che non sarebbe tornato quello di prima; adesso, per, solo pochi mesi dopo, era tutto diverso: Rafa aveva ritrovato il suo miglior tennis, aveva vinto un sacco di tornei, compresi il Roland Garros e l'Open Usa, ed era di nuovo il numero uno del mondo. E ricordo che, mentre parlavamo di Rafa Nadal, dissi a Ral che il Marco che Marco si era inventato era il Rafa Nadal della cosiddetta memoria storica, ma soprattutto ricordo che, senza smettere di parlare di Rafa Nadal o senza che sembrasse che avessimo smesso di parlare di Rafa Nadal, dissi a Ral che la vita faceva molte svolte, che la cosa pi intelligente che si era detta sulla vita l'aveva detta Montaigne, e cio che era ondulante - a volte sale e altre scende - e che bisogna accettare con lo stesso animo la vittoria e la sconfitta, comprendere che il successo o il fallimento non sono che due fantasmi o due impostori tanto impostori quanto Marco, e dopo aver detto questo citai alcuni versi di Archiloco, ed ero sul punto di citare anche Rafa Nadal, che in una recente intervista aveva raccomandato di non cadere in grandi euforie n in grandi drammi, quando capii che avevo esagerato nell'essere esplicito, perch Ral mi blocc di netto: "Non ti gasare, papi".

Arrivammo a Norimberga verso le nove e mezza e prendemmo alloggio in un albergo del centro. Il giorno dopo, molto presto, partimmo per Flossenbrg. Era una mattinata chiara e soleggiata, e per cinquanta minuti procedemmo lungo un'autostrada. Poi il cielo cominci ad annuvolarsi, e quando uscimmo dall'autostrada era gi completamente coperto. Mentre io dettavo a Ral descrizioni del paesaggio che ci circondava, con l'idea di utilizzarle poi nel mio libro, e lui le annotava su un iPhone, avanzammo lungo una strada stretta che serpeggiava tra paesi minuscoli, case isolate, prati verdissimi e alberi autunnali, finch arrivammo finalmente a Flossenbrg, un paesino idilliaco nascosto tra dolci montagne e boschi frondosi. Non ci mettemmo molto a localizzare l'antico campo. Lasciammo la macchina in un parcheggio all'ingresso, accanto a un grande edificio di pietra grigia e con il tetto rossastro che, a quanto scoprimmo subito dopo, era l'antico Comando del campo. Soltanto allora Ral inizi a filmare. Le prime immagini della registrazione sono girate l, nel parcheggio, e mi si vede mentre racconto alla camera il viaggio che abbiamo appena fatto. Ho i jeans, una camicia bianca e un pullover pesante, sopra il quale mi sono messo una giacca marrone.  una giornata fredda e grigia; sembra che stia per piovere. Dietro di me s'intravede un gruppo di pensionati che entra nel Memorial del campo attraverso il tunnel dell'edificio dell'ex Comando.

Anche Ral e io ci addentrammo nel tunnel. Al Memorial stavano facendo dei lavori e, mentre lo percorrevamo alla ricerca dell'archivio e Ral mi seguiva filmando, io gli parlavo del campo: gli raccontavo che aveva cominciato a funzionare nella primavera del 1938 ed era stato liberato nella primavera del 1945, che vi erano passati circa centomila prigionieri, dei quali almeno trentamila erano morti, che aveva diversi sottocampi, che non era un campo di sterminio ma un campo di concentramento (e l dovetti spiegargli la differenza tra una cosa e l'altra), che quello che adesso era rimasto in piedi e stavamo vedendo, il Memorial del campo, era soltanto una piccola parte delle installazioni originarie, e cose del genere. Arrivammo sulla Appellplatz, il centro del campo e il posto in cui ogni mattina e ogni sera venivano contati i prigionieri e dove avevano luogo le punizioni, le torture e le esecuzioni; su due lati della piazza si trovavano i due edifici pi importanti rimasti in piedi, l'ex cucina e l'ex lavanderia, occupati adesso da due mostre.

Ci riservammo le mostre per un momento successivo e proseguimmo, ma quando notammo le case che si trovavano dietro l'ex cucina, quasi attaccate, Ral comment: "Non so come fanno le persone a vivere l, cos vicino a dove  stata ammazzata tanta gente".

"Non  che  vicino" gli risposi. "Anche quelle facevano parte del campo: l c'erano le baracche dei prigionieri."

"Uff."

Entrammo nel memorial ebraico e nella cappella, e poi scendemmo verso la piazza delle Nazioni, dove si trovano le lapidi dedicate ai morti di ciascun paese; su quella degli spagnoli spiccava una bandiera gialla e rossa, sotto la quale c'era un'iscrizione in spagnolo: "14 spagnoli assassinati nel K.Z. campo Flossenbrg".

"Soltanto quattordici?" domand Ral.

"Questo  ci che credeva Marco" risposi. "E sicuramente  il motivo per cui ha scelto questo campo: perch ha immaginato che da qui fossero passati pochi spagnoli, e che nessuno avrebbe potuto scoprirlo. Ed  vero che ne sono passati pochi, ma non cos pochi. Adesso si sa che ce ne sono stati centoquarantatr, e che ne sono morti almeno cinquantacinque. Questa lapide devono averla messa quasi subito e non avranno voluto cambiarla."

Passammo accanto alla Piramide delle Ceneri, entrammo nel crematorio e lo percorremmo senza aprire bocca. Quando uscimmo, mentre salivamo per delle scale di pietra verso il cimitero, parlai di nuovo. Non ricordavo pi di avere detto ci che dissi in quel momento, ma  registrato nelle riprese di Ral e temo che faccia parte dei consigli o sermoni o arringhe implicite che gli avevo ammannito da quando eravamo partiti, anche se credo che in quell'occasione Ral non lo not.

Iniziai a raccontargli che durante un viaggio in Polonia avevo visitato il campo di Auschwitz, e subito dopo dissi: "Quando vengo in questi posti non mi deprimo; al contrario: mi viene una specie di allegria".

"Allegria?" chiese Ral.

"Qualcosa del genere" risposi. "Hai mai letto Se questo  un uomo?"

"No" rispose.

"L'ha scritto un tipo che era stato prigioniero ad Auschwitz, e racconta quello che  successo l" spiegai. "Primo Levi, si chiamava."

"Mi pare di averlo gi sentito."

"Certo che hai gi sentito parlare di lui" proseguii. " un ottimo scrittore, e quel libro  uno dei migliori che abbia mai letto. C' soprattutto una scena che non dimentico, o almeno non dimentico il ricordo che ne ho, che magari non  proprio esatto. Levi parla delle code che i prigionieri facevano al campo all'ora di pranzo per farsi servire la minestra. E racconta che era un momento fondamentale, il pi importante della giornata: se chi ti serviva la minestra affondava molto il mestolo e tirava su un po' della sostanza che c'era in fondo al paiolo, tutto andava bene; ma se non affondava il mestolo e quello che ti serviva era soltanto liquido, catastrofe. I prigionieri avevano fame in continuazione, e la loro sopravvivenza dipendeva totalmente da quella casualit, dal gesto automatico del tipo che serviva la minestra, da quanto in profondit ficcava il mestolo. Ti rendi conto? Da quando l'ho letto non sono pi riuscito a servirmi una minestra, o a vedere come la servono, senza ricordarmi di Levi."

Eravamo arrivati al cimitero e camminavamo fra le tombe, di ritorno verso la Appellplatz.

"A volte non riesco a credere alla fortuna che ho" proseguii dopo una pausa. "Mio padre e mia madre hanno vissuto una guerra. E mio nonno e mia nonna. E cos via. Invece io no. Si dice sempre che lo sport europeo per eccellenza  il calcio, ma non  vero: lo sport europeo per eccellenza  la guerra. Per mille anni, in Europa, non abbiamo fatto altro che ammazzarci. E arrivo io e sono il primo, la prima generazione di europei che non vive una guerra. Non riesco a crederci. C' chi dice che ormai  finita, che ormai la guerra tra di noi  impossibile, ma non ci credo... Guarda questo posto, persone come te e come me che muoiono a migliaia, come cani, nel modo pi schifoso e indegno possibile. Che orrore! E Marco ha preso tutto questo e l'ha usato per rimorchiare e per comparire nella foto. E la sai una cosa? La cosa peggiore  che non credo che l'abbia fatto in malafede, in realt ne sono sicuro. Era puro egoismo. Io, io, io, io e io! Pura ignoranza, pura incoscienza. Se Marco avesse saputo davvero cosa significa tutto questo, se l'avesse capito davvero, non avrebbe mai fatto quello che ha fatto."

Tornati sulla Appellplatz, entrammo nell'edificio delle ex cucine, dove c'era una mostra temporanea sul campo dopo il campo, vale a dire sulla storia del campo dopo la sua liberazione fino al presente. Alle pareti e nelle vetrine tra cui si muovevano i visitatori c'era di tutto: oggetti personali, ritagli di giornali e riviste, schermi televisivi sui quali venivano proiettati a ripetizione film, reportage e notizie, documenti ufficiali. Anche se all'inizio del secolo Marco era stato abbastanza di frequente nel Memorial del campo, nella mostra, naturalmente, non c'era traccia di lui. Usciti dalle ex cucine, attraversammo la Appellplatz per andare all'ex lavanderia, dove si trovava l'esposizione permanente. L'edificio dell'ex lavanderia aveva due piani e uno scantinato: al primo piano veniva passata in rivista la storia del campo dalla fondazione alla liberazione; il piano terra e lo scantinato erano dedicati soprattutto ai prigionieri. Iniziammo la visita dallo scantinato. L, tra le foto di prigionieri di varie nazionalit - compresa una di uno spagnolo, vestito da marinaio e chiamato ngel Lekuona, assassinato il 10 aprile 1945, tredici giorni prima della liberazione del campo - si innalzava un leggio di metallo con un grosso volume aperto in cui figuravano, in ordine alfabetico, tutti i nomi di tutti i prigionieri del campo identificati fino a quel momento. Sfogliando il volume, trovai il nome che cercavo; accanto c'erano una data, 15,08.1900, e un numero: 6448. Lo indicai.

"Questo  il numero da prigioniero che Marco ha usurpato" dissi. Subito dopo indicai il nome l accanto e aggiunsi: "E questo  il nome del tizio che ha soppiantato".

"Moner Castell, Enric" lesse Ral. Poi comment: "Enric Moner assomiglia a Enric Marco".

" chiaro" dissi. "Perci ha potuto sostituirsi a lui."

Salimmo al piano di sopra. L, chiuso in una vetrina, c'era un quaderno aperto su una pagina con una lista di nomi scritta a mano; alla sinistra di ogni nome c'era un numero e il nome o l'abbreviazione di un paese, e sulla destra una serie di annotazioni.

"Bene" dissi, fermandomi davanti alla vetrina. "Questo  quello che siamo venuti a vedere."

"Cosa?" domand Ral.

Gli indicai il quaderno e, mentre lui lo filmava, dissi: " uno dei registri del campo. L i nazisti annotavano, a mano, come vedi, i nomi e qualche dato dei prigionieri che arrivavano a Flossenbrg. Anche se, in realt, questo non dev'essere l'originale, ma una copia, perch i registri originali si trovano ai National Archives di Washington. Bene, e ora guarda questo."

Tirai fuori dalla tasca della giacca un foglietto piegato, lo aprii e lo mostrai alla telecamera, che adesso offre, nella registrazione, un primo piano del documento.

"Sai cos'? Una fotocopia di una pagina del registro. Non  la stessa pagina che sta in vetrina: la pagina della vetrina va dal prigioniero numero 13661 al numero 13672, e questa va dal 6421 al 6450. E adesso" continuai, indicando con il dito ci che c'era scritto accanto al numero 6448 della mia fotocopia "leggi qui."

"Span" lesse, poi scost di colpo la telecamera (l'immagine della registrazione fa un movimento privo di controllo, rapidissimo) e, guardandomi con la faccia spaventata, grid: "Cazzo, c' scritto Marco!"

Nella sala c'erano altre quattro o cinque persone, che si voltarono verso di noi. Ral se ne rese conto; mi guardava furioso e sconcertato; continuava a filmare, ma inquadrava il pavimento.

"Allora, cosa succede?" si spazient, abbassando la voce. "Alla fine  vero che Marco  stato qui? Adesso viene fuori che il tipo non diceva bugie o che?"

"A te cosa sembra?" risposi. "Di, riprendi a registrarmi e te lo spiego."

Ral mi inquadr di nuovo, accalorato.

"Questo foglio" cominciai, mostrando la mia fotocopia alla telecamera, che offre di nuovo un primo piano del documento "si trovava nell'archivio della Amical de Mauthausen, a Barcellona. Quando vi entr, Marco lo alleg come prova che era stato prigioniero a Flossenbrg. Da dove lo aveva preso? Da qui, naturalmente. In uno dei suoi primi viaggi a Flossenbrg, Marco chiese al personale dell'archivio di fotocopiargli le pagine dei registri in cui ci fossero spagnoli, e fra quelle che gli consegnarono c'era questa. Ricordi il numero di registrazione che aveva Enric Moner? Il 6448. Vale a dire che, dove tu e io leggiamo Marco, in realt c' scritto Moner. La domanda s'impone:  un caso? Vale a dire: il tizio che ha scritto il nome di Moner lo ha scritto in modo che sembri il nome di Marco, o che lo sembri a noi? O in realt  stato Marco a scrivere sopra il nome di Moner affinch si confondesse con quello di Marco?  questo che siamo venuti a scoprire qui."

"Ed  importante?"

"In teoria no, ma in pratica s" risposi. "Almeno per me. Una cosa  che Marco si sia ritrovato nel registro questo regalo degli di, che gli consentiva di rifinire la sua impostura, un'altra  che il regalo se lo sia fatto da solo. Che io sappia, Marco non ha fabbricato nessuna prova falsa; questa sarebbe la prima, o l'unica. E io voglio sapere se una notte, al ritorno da un viaggio a Flossenbrg, si sia chiuso in una stanza di casa sua e, solo soletto, con grande attenzione e di nascosto dalla moglie, abbia manomesso la prova che gli mancava. E sai come possiamo scoprire se l'ha fatto o no? Semplicissimo: confrontando questa fotocopia con l'originale, che non pu essere molto lontano; ora bisogna soltanto trovarlo."

Mentre salivamo al primo piano, Ral mormor: "Cazzo, che spavento mi sono preso. T'immagini se Marco fosse stato davvero qui?" Al primo piano, proprio all'ingresso della mostra, c'era un tavolo dietro il quale era seduto un commesso; dietro il commesso c'era uno scaffale con libri e dvd sul campo. Siccome non parlo tedesco, e Ral nemmeno, chiesi al commesso - un uomo dagli occhi sporgenti, con il naso affilato e i baffi cadenti - se parlasse inglese. Non lo parlava, o pochissimo. Malgrado ci tentai di spiegargli, in inglese, cosa stessi cercando; naturalmente, non mi cap. Presi la mia fotocopia della pagina del registro dove figurava il nome di Moner e gliela mostrai mentre ripetevo in inglese la parola "archivio". Finalmente il commesso sembr capire e indic il piano di sotto mentre si produceva in una tirata in tedesco. Credendo che forse al piano di sotto conservassero le altre copie dei registri, o che l'archivio si trovasse l, Ral e io scendemmo al piano di sotto. Non trovammo n l'archivio n le altre copie dei registri. Risalimmo di nuovo e cercai di nuovo di spiegare al commesso, lentamente e scandendo le sillabe, quello che volevo, e a met della spiegazione mi consegn un modulo e una penna per riempirlo. Il modulo era scritto in inglese, ma non aveva niente a che vedere con quello che stavo chiedendo. Rimasi a guardare il commesso, perplesso, e in quel preciso momento, mentre accanto a me Ral diceva qualcosa che non capii, mi resi conto che il commesso era identico a Sig Ruman, un attore comico tedesco diventato famoso negli anni Trenta e Quaranta recitando nelle commedie di Ernst Lubitsch. Avevo gi iniziato a scrivere il mio nome sul modulo, non so bene perch, quando sentii il commesso pronunciare un nome noto.

"S, s" dissi, sollevando di colpo lo sguardo dal modulo e annuendo con forza. "Ibel. Johannes Ibel."

Il commesso mi fece cenno di aspettare e, con urgente seriet, alz il telefono e fece una chiamata.

Mentre lui parlava, Ral domand: "Chi  questo Ibel?"

"Lo storico che si occupa dell'archivio. Avrei dovuto chiedere di lui fin dall'inizio.  amico di Benito Bermejo."

Quando riagganci, il commesso indic una finestra dalla quale si vedeva l'edificio dell'ex Comando e si produsse in un'altra tirata in tedesco, di cui capii soltanto un nome maschile, Johannes Ibel, e un altro femminile, Anette Kraus.

In tutta fretta, attraversammo la Appellplatz verso l'ingresso del campo mentre io commentavo il casino che avevamo fatto con il commesso.

"Lo hai fatto tu da solo" mi corresse Ral.

"Quel tizio era identico a Sig Ruman" dissi, o meglio, pensai a voce alta.

"A chi?"

Spiegai a Ral chi era Sig Ruman, citai Ninotchka e Vogliamo vivere!

"Sei un fanatico" disse.

All'archivio si accedeva da una porta laterale dell'edificio dell'ex Comando. Suonammo a un citofono e ci aprirono. In fondo a un corridoio ci aspettava una ragazza di poco pi di vent'anni, sorridente, magra, con gli occhi chiari e i capelli castani raccolti con le forcine; un foulard verde le nascondeva quasi la gola. Mentre ci faceva entrare nel suo ufficio e ci invitava a sederci di fronte alla scrivania, la ragazza spieg in un inglese impeccabile che si chiamava Anette Kraus ed era l'assistente di Johannes Ibel, che quel giorno si trovava nel campo di Dachau; si offr anche di aiutarci per ci di cui avevamo bisogno. Seduto di fronte alla nostra ospite in quel grande ufficio dalle enormi vetrate che davano sull'ingresso del campo - un ufficio che divideva senza dubbio con altre persone, anche se in quel momento eravamo soltanto noi tre - la prima cosa che le chiesi fu se era d'accordo che mio figlio ci filmasse; Anette Kraus sorrise e disse di s. Allora, mentre Ral cominciava a filmarci, raccontai alla ragazza che ero uno scrittore e che stavo scrivendo un libro su Enric Marco. Lei, naturalmente, aveva sentito parlare di Marco, per non l'aveva conosciuto perch non lavorava ancora al Memorial quando lui ci andava, e nemmeno quando era esploso il suo caso. Mi domand che tipo di libri scrivessi.

"Romanzi" risposi. "A volte romanzi di finzione e altre romanzi senza finzione. Questo sar senza finzione."

"Certo" disse lei. "Qui la finzione ce la mette il signor Marco, no?"

"Esatto" risposi.

La ragazza sembrava felice di assisterci, perci chiacchierai un po' con lei mentre Ral ci filmava. Rispondendo alle mie domande, Anette Kraus ci inform sul funzionamento dell'archivio, sulla storia del campo e del Memorial, sul database che aveva elaborato Johannes Ibel, mi diede orientamenti bibliografici e precis alcuni fatti e alcune date. Quando terminai l'interrogatorio, le dissi che avevo un'ultima cosa da chiederle.

"Cosa?" domand, sorridendo alla telecamera di Ral.

Tirai fuori la fotocopia della pagina del registro in cui figurava il nome di Enric Moner, il nome che, cos com'era scritto somigliava tanto al nome di Enric Marco, le spiegai il mio problema e le chiesi se potevo vedere l'originale, o la copia dell'originale, per verificare se Marco aveva modificato la fotocopia o no.

"Certo che pu vederlo" disse.

Si alz e usc dall'ufficio. Mentre era fuori, Ral spense la telecamera e ci guardammo, in attesa. Per un attimo ricordai Bruce Willis e il figlio sul punto di salvare il mondo.

"Sicuramente  un caso" azzard Ral.

"Sicuramente no" replicai.

Anette Kraus torn nel giro di pochi minuti con un foglio in mano, che deposit sulla scrivania, tra Ral e me, e rimase in piedi in mezzo a noi. Il foglio era una fotocopia della pagina del registro che le avevo chiesto; gli affiancai la mia fotocopia, Ral si dimentic di riprendere a filmare e ci chinammo tutti e tre sulla scrivania per confrontare i due documenti. La verit balz subito agli occhi. Marco aveva fatto un capolavoro: sul registro non avevano scritto "Moner" ma "Mon", e il nostro uomo aveva approfittato di quell'accento provvidenziale per costruirci una "c"; poi, facilmente, aveva trasformato la "o" in "a" e la "n" in "r" e aveva terminato la parola con una "o", in modo che, dopo avere ripassato con cura il nome, era come se sul registro non avessero scritto "Mon" o "Moner", ma "Marco"; inoltre, per fare in modo che la manipolazione non si notasse, aveva ripassato anche l'abbreviazione "Span" (da Spanier, spagnolo) accanto alla parola "Mon" affinch le lettere di entrambe avessero lo stesso spessore e sembrassero scritte dalla stessa mano. Ci guardammo. La telecamera di Ral non cattur quell'istante, ma io non lo dimenticher mai.

"Aveva ragione" disse Anette Kraus, senza smettere di sorridere.

E io pensai, pensando a Marco: "Sapevo che non mi avrebbe deluso".

" un grande!" disse Ral, senza riuscire a trattenersi.

E io pensai, pensando a Ral: "S, ma anche lui  Enric Marco".
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Leonie Achtnich, Antonio Alonso, Jos lvarez Junco, Joan Amzaga, Jos Luis Barbera, Montserrat Beltrn, Benito Ber- mejo, Merc Boada, Julin Casanova, Francisco Campo, Montse Cardona, Enric e Maria Teresa Casaas, Manoli Castillo Gar- ca, Blanca Cercas, Pepita Combas, Emili Cortavitarte, Juan Cruz, Ignasi de Gispert, Santi Fillol, Juanjo Gallardo, Anna Maria Garcia, Xavier Gonzlez Torn, Jordi Gracia, Gutmaro Gmez Bravo, Helena Guitart Castillo, Johannes Ibel, Anette Kraus, Pau Lanao, Philippe Lanon, Loli Lpez, Frederic Llausachs, Teresa Macaulas, Anna Maria Marco, Bartolom Martnez, Bettina Meyer, Adrin Blas Mnguez, Lltzer Moix, Adolfo Morales Trueba, Javier Moreno Luzn, Marta Noguera, Jordi Oliveras, Gloria Padura, Carlos Prez Ricart, Alejandro Prez Vidal, Xavier Pla, Fernando Puell de la Villa, Jess Ruiz, Margarida Salas, Antoni Segura, Guillem Terribas, Isidoro Teruel, Rosa Torn, David Trueba, Enrique Urraca, Lucas Vermal, Joan Villarroya, David Vials, Carme Vinyoles.
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FINE.